CARMEN
Libretto di Meilhac e Halévy
Musica di Georges Bizet
Monaco
BAYER STAATSOPER
6 luglio 1992
Carmen
Don José
Escamillo
Micaela
Marta Senn
Neil Shicoff
Robert Hale
Angela Maria Blasi
Maestro concertatore e direttore Giuseppe Sinopoli
Scene e costumi Enrico Job
Coreografia Moses Pendleton
Regia Lina Wertmüller
Bozzetto di scena:
particolare
Per quest’opera, mi viene sempre l’idea di grandi spazi, forse perché il personaggio di Carmen è sorprendente disordine, sfrenato e tragico che, per esprimersi liberamente, ha bisogno di un luogo dove tutto è possibile, un luogo indeterminato e senza confini, l’opposto di quello in cui si esercita, ad esempio, l’ordine militare di Don José, al di qua della cancellata che ho immaginato per il
primo atto. Delimitazione e frattura appunto tra l’ordine di Don José e il disordine da cui viene a lui Carmen.
Fatta eccezione per la libertà che mi sono preso al secondo atto, dove sarebbe previsto un interno d’osteria, grazie a questa essenziale soluzione, ho potuto rispettare, a mio modo s’intende, quasi tutte le indicazioni di Meilhac e Halévy. Pensavo che non sarei riuscito a realizzare un progetto diverso da quello di Napoli e,
invece, proprio questa volta credo di avere avuto l’idea migliore. Finalmente l’idea drammaturgicamente giusta per quest’opera: da una parte un ordine prestabilito, dall’altra l’amore, la sfrenatezza che lo sconvolgerà. Ecco risolto significativamente, il verismo fine Ottocento, cui Bizet credette al punto da volerlo reinventare in musica. Al di qua di quella frattura, di quella cancellata Don José era
protetto, negli atti successivi, nel deserto, per lui non ci sarà nient’altro che Carmen. Ma non vorrei addentrarmi di più in analisi critiche. Ho sentito giornalisti
insistere fino a obbligare riluttanti pittori, poeti, scrittori, registi a farsi critici di se
stessi e quei poveretti provarci con scarso successo. Le rare volte che ci ho provato anch’io, ho avuto sempre la sgradevole sensazione di non ricordarmi o di non
riuscire a spiegare qualcosa di fondamentale. Ogni impresa creativa è difficilmente spiegabile, soprattutto per chi l’ha compiuta. Se mi si chiedesse perché ho trasposto l’azione in un anno tra il 1910 e il 1920, sicuramente non saprei dare alcuna risposta soddisfacente, e tantomeno risulterebbe convincente la verità: che il
riferimento a quest’epoca mi era stato suggerito già a Napoli da un ricordo, una
fotografia che da ragazzo avevo trovato in una mia vecchia casa di campagna. Una
fotografia del 1916, una fanciulla sorridente, vestita e atteggiata da Carmen, con
Perhaps this idea of wide, open spaces always comes to mind for this opera because
the character of Carmen is a surprising, reckless and tragic anarchy which, in order to
freely express itself, needs a place where everything is possible, an indeterminate,
boundless place, the opposite of that in which the military discipline of Don José is
exercised, for example, this side of the gate which I devised for the first act. Indeed,
there is a delimitation of and breach between Don José’s discipline and the anarchy
out of which Carmen comes to him.
With the exception of the liberty which I took in the second act, which should have
been the interior of an inn, I was able, thanks to this essential device, to respect nearly
all of the Meilhac and Halévy’s instructions, in my own way, of course. I had thought
that I would be unable to devise a set different from that of Naples, but I now think
that it was on this occasion that I had the best idea. Finally the right theatrical idea
for this opera: on the one hand, a pre-established order and on the other, love, the
recklessness which will destroy it.This was a significant expression of the realism of
the late nineteenth century, in which Bizet believed, to the extent of wanting to
reinvent it in Opera. But I don’t want to get bogged down in critical analyses. I have
heard journalists insist to the point of forcing reluctant painters, poets, writers and
directors to become critics of themselves, the poor things trying with little success. On
the rare occasions on which I, too, have attempted this, I have always had the
unpleasant sensation of not remembering or not being able to explain something of
fundamental importance. All creative projects are difficult to explain, especially for
those who have undertaken them. If you were to ask me why I had transposed the
action to an indeterminate year between 1910 and 1920, I would certainly be unable
to give a satisfactory answer, and nor would the truth seem any more convincing: the
reference to this period in Naples had already been suggested to me by a keepsake, a
photograph which, as a boy, I found in an old country house of mine. A photograph
dating back to 1916 of a smiling girl dressed and posing as Carmen, in a highwaisted costume which all the more elongated her thin, adolescent figure. She was
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un costume dalla vita alta che le allungava ancora di più la magra figura adolescente. Stava seduta su un muricciolo e con la mano sinistra teneva in alto sopra
la testa, le nacchere. Era una lontana parente della quale in famiglia non si sapeva granché (Enrico Job, Programma di sala).
“Le scene di Enrico Job sono state costruite apposta per Monaco. Lo spazio è
definito da un alto orizzonte, un bianco chiarissimo sterrato, una collina che s’innalza verso il fondo di pietre o ghiaia. Al di là della collina nel primo quadro si
vede emergere la manifattura dei tabacchi di Siviglia, nel secondo i lontani contorni di Siviglia, e l’osteria è quasi in campagna, all’aperto. Per il terzo quadro, la
scena dei contrabbandieri, la collina è ricoperta di grandi e piccoli frammenti di
roccia, nel quarto sul fondo si staglia la sagoma dell’arena,e il resto dello spazio è
lasciato libero per l’entrata delle auto d’epoca. I vari quadri sono comunque suggestivi e creano una certa atmosfera” (Gerhard Rohde, Lina Wertmüller inszeniert
Bizet, Carmen fur die Munchner Opernfestspiele, 14 agosto 1994).
Acconciatura per Carmen
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sitting on a low wall and in her left hand held the castanets high above her head. She
was a distant relation about which not much was known in our family (Enrico Job,
Programme Notes).
“Enrico Job’s sets have been constructed especially for Munich.The space is defined
by a high horizon of a clear, excavated whiteness, a hill rising in the background, of
stones or gravel. In the first scene we see the Seville tobacco factory emerging behind
the hill, in the second, the distant outline of Seville, with the inn almost in the
countryside, out of doors. In the third set, the scene of the smugglers, the hill is covered
in small fragments of rock, and in the fourth the outline of the arena stands against
the background and the rest of the space is left free for the entrance of vintage cars.
The various scenes are, however, effective and create a certain atmosphere” (Gerhard
Rohde, Lina Wertmüller inszeniert Bizet, Carmen fur die Munchner
Opernfestspiele, 14 August 1994).
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