K A R A B A K H . I T
Osservatorio
ARTSAKH
Numero 2
FEBBRAIO 2011
L’ultima tentazione di Ilham
Sommario:
L’ultima tentazione di Ilham
1
Le ragioni del Karabakh
2
Un solo futuro per l’Arsakh
3
Le ali dell’Artsakh
4
L’università dell’Artsakh
5
Scoprire l’Artsakh
6
L’esempio del sud
6
Impariamo a chiamarlo
7
Le ragioni
del Karabakh
Esce il primo
libro in italiano
sul Nagorno
Karabakh.
La sua storia,
la sua gente,
la sua guerra
di liberazione,
i suoi diritti.
A pag. 2
Morde il freno Aliyev, il
padre padrone dell’Azerbaigian. Fosse per lui a
quest’ora avrebbe già dichiarato guerra alla repubblica del Nagorno Karabakh. Ma sono troppi i
dubbi che l’assillano: il
timore di pesanti ripercussioni sul piano diplomatico
internazionale, il rischio di
un conflitto che come il
precedente di venti anni fa
potrebbe portare ad una
sconfitta sul campo, la
paura di un crescente malcontento interno che sull’onda dei primi insuccessi
potrebbe rovesciare la
dinastia che da decenni
governa il paese. Le ricadute economiche, il blocco
delle esportazioni petrolifere.
Morde il freno l’Azerbaigian anche se i suoi soldati
appostati lungo la linea di
confine continuano a violare il cessate il fuoco: non
una, ma decine, centinaia
di volte ogni settimana
continuando lo stillicidio di
giovani vite armene. Aliyev
ringhia ma ha paura. Se
non è stato ancora congedato dalla comunità internazionale è per via dei lucrosi affari all’ombra dell’oro nero. Le ripetute minacce, gli spari quotidiani,
denotano tuttavia una
insicurezza di fondo; la
partita in gioco è delicatissima e si basa sul logorio
dei nervi.
Quello che adesso serve
all’Artsakh è non sentirsi
solo; sapere di poter contare sull’appoggio morale
(ma anche politico, economico, umano) di tutti coloro che non vogliono un’altra guerra, che aspirano
ad un mondo migliore
dove i guerrafondai di ogni
razza siano messi in disparte. È arrivata l’ora di Aliyev?
Se PACE non fa rima con “pace”
A fine gennaio l’Assemblea Parlamentare
del Consiglio d’Europa
ha votato a maggioranza
la riesumazione della
Sotto Commissione sul
Nagorno Karabakh: un
organismo consultivo,
naufragato anni fa nelle
pastoie del dibattito
parlamentare internazionale, soppiantato dal
lavoro del Gruppo di
Minsk dell’OSCE, l’unica
entità alla quale il mondo
della diplomazia aveva
affidato
il
delicato
compito di ricercare una
soluzione pacifica al
contenzioso.
Poiché
l’attività
di
questo
Gruppo si è arenata
nell’intransigenza
dell’Azerbaigian (che
continua sedersi al
tavolo dei negoziati
come se fosse il
vincitore di un conflitto
dal quale (segue a pag.2)
è uscito sconfitto) ecco
spuntare dal cappello a
cilindro dell’interessato
fronte filo azero questa
Sotto Commissione il cui
varo è stato fortemente
criticato non solo dagli
armeni ma anche dalla
stessa OSCE, giustamente preoccupata
che il filo che faticosamente sta cercando
di riannodare venisse
srotolato da un’altra parte.
Non sarà un caso che il
presidente della PACE
sia un turco, Mevlut Cavusoglu, e che tra i pirncipali sponsor dell’operazione vi siano i più filo
azeri tra i deputati
dell’Assemblea ai quali
più che le questioni di
diritto internazionali premono evidentemente gli
enormi
interessi
economici in gioco.
Un documento “Costruire
un
Artsakh
libero e democratico”
sottoscritto da ventinove
deputati appartenenti a
dodici differenti paesi
rappresenta un bel gesto
politico ma sposta di
poco la questione.
Ne è convinta anche la
portavoce della delegazione armena, Naira
Zohrabyan, la quale ha
duramente attaccato
questa iniziativa politica.
L’Azerbaigian,
spalleggiato dalla Turchia,
tenta di sparigliare le
carte non riuscendo a
risolvere la questione sul
tavolo OSCE.
È inutile sottolineare come questo tentativo sia
destinato al più completo
insuccesso stante la preannunciata mancata collaborazione armena (i
membri della delegazione hanno già annunciato
il boi-cottaggio) ed il
mal-contento di Francia,
Russia e Stati Uniti.
L’intera operazione diplomatica messa in piedi
da Ankara e Baku puzza
di bruciato. In un primo
tempo a capo della Sotto
Commissione era stato
designato il deputato
Mike Hancock ma la sua
dichiarata fede pro azera
aveva suscitato vivaci
proteste che avevano
portato ad un cambiamento di rotta.
Su proposta di un delegato georgiano era quindi uscito fuori il nome
dello spagnolo Jordi Xuclà, neppure presente ai
lavori, poi eletto presidente dell’organismo
senza nenache avere
ascoltato da lui un suo
parere sull’iniziativa.
Il rischio di questa operazione par-lamentare è
che la delicata questione
si sposti dal confronto
allo scontro, sia solo una
piattaforma per stilare
punti di principio nazionale da far votare a scatola chiusa: in-somma,
un alto muro invece del
tentativo di dialogo.
L’unica arma rimasta in
mano all’Azerbaigian
prima di capitolare definitivamente.
Le ragioni del Karabakh
La storia di una piccola
terra, un fazzoletto gettato
nel turbolento Caucaso, e
di un grande popolo che
lotta per il diritto all’autodeterminazione.
Intorno alle vicende del
Nagorno Karabakh ruotano
interessi internazionali e si
intrecciano fitte trame diplomatiche che coin-volgono
non solo le cancellerie della
regione. Il precedente Kosovo e le rotte del petrolio;
la disgregazione dell’Unione Sovietica ed antichi odi.
La storia di un popolo, ma
soprattutto la cronaca di
cinque anni di sanguinosa
guerra combattuta lontano
dalle prime pagine dei giornali.
Mentre Armenia ed Azerbaigian cercano a fatica la
strada della pace, tra proclami e venti di guerra che
fanno temere un improvvisa
recrudescenza del conflitto,
ecco un agile e scorrevole
testo ricco di notizie di cronaca ma anche di informazioni sull’attuale assetto
della piccola repubblica
cauca-sica.
Il primo testo in italiano
sull’argomento.
FEBBRAIO 2011
Le vicende politiche che
hanno determinato il problema karabakho e la cronaca di una guerra senza
esclusione di colpi; le trattative verso la pace e soprattutto le “ragioni” del Karabakh.
Completa il volume una
sezione dedicata all’attuale
assetto istituzionale della
repubblica, alla sua cultura,
economia, vita sociale
Un agile manuale per conoscere una terra affascinante e la sua storia.
E’ TEMPO CHE ...
In un’intervista alla televisione armena il ministro
degli esteri armeno Nalbandian ha affermato che
è giunto il momento per
l’Azerbaigian di rispondere
sì o no alle proposte dei
mediatori.
I sei elementi su cui si
basano i negoziati hanno
trovato favorevole accoglimento da sponda armena
le cui posizioni sono sostanzialmente allineate
con quelle della comunità
internazionale così come
espresse dai vertici de
L’Aquila e di Muskoka.
L’Azerbaigian, invece, non
riesce a dare una risposta
positiva alle proposte dei
mediatori. “Si, ma”, “sì,
però” oppure “sì, ma no”.
Ecco perché il negoziato è
in posizione di stallo; Baku
non sa come rispondere.
È tempo
che l’
Azerbaigian
dica un sì
od un no.
Pagina 2
UN SOLO FUTURO PER L’ARTSAKH !
Alcune settimane or sono il
presidente dell’Armenia in
una intervista ebbe testualmente a dichiarare: “Se per
un qualche miracolo il Karabakh finisse sotto il controllo
dell’Azerbaigian anche solo
per un’ora, nessun armeno
sarebbe lasciato lì”.
Ed ha proseguito affermando:
“noi dobbiamo proteggere la
nostra popolazione con qualunque mezzo”.
Si tratta di un chiaro duplice
segnale lanciato all’Azerbiagian: non vi può essere
alcuna soluzione se non la
piena autodeterminazione
dell’Artsakh e l’Armenia non
rimarrà a guardare se Baku
dovesse forzare la mano militare.
Se infatti l’Azerbaigian ha
utilizzato i proventi del petrolio in una folle corsa all’armamento, l’Armenia non è
stata certo a guardare e, sia
pure con un budget infinitamente più ridotto, ha dovuto
gioco forza far fronte alle
possibili minacce provenienti
da oltre confine.
Così, è notizia di poche settimane or sono, secondo il
giornale “Eurasia daily Monitor” della statunitense Jamestown Fondation (sempre
particolarmente attenta alle
vicende caucasiche) l’Armenia si sarebbe equipaggiata
con batterie di missili terraaria S-300 (foto sotto), efficace strumento di difesa ma
anche di offesa, elemento
dissuasore per eventuali sogni
guerreschi da parte dell’Azerbaigian. Yerevan ha implicitamente confermato tale notizia; in realtà la dotazione
missilistica sarebbe già attiva
dal 2007 ma si sarebbe ulteriormente rafforzata negli
ultimi mesi.
Ecco, proprio questa situazione di stallo viene vista dagli
analisti politici e militari
come la garanzia che l’opzione di guerra sarà l’ultima ad
essere presa in considerazione. E ciò fondamentalmente
per due ragioni: innanzitutto
un conflitto oggi nella regione
non avrebbe le caratteristiche
di quello di ventanni fa; le
milizia sono meglio equipaggiate, gli armamenti non più
residuo degli ex arsenali sovietici in pieno smantellamento dell’Urss. In secondo
luogo una eventuale guerra
non sarebbe limitata al solo
territorio karabakho ma inevitabilmente si sposterebbe
anche fuori: e più che fra le
impervie montagne dell’Armenia è la piana azera del
Kura terreno ideale di scontro
fra gli eserciti. Il rischio di un
coinvolgimento di terzi
(Turchia, Iran, Russia?) è
talmente forte che sarebbe
davvero una follia da parte
azera provare a cercare una
soluzione militare del problema.
FEBBRAIO 2011
Dunque, la strada è una sola:
raggiungere un accordo stabile che garantisca in primo
luogo la stabilità della regione. La Russia non può permettersi di avere problemi al
sud del Caucaso oltre a quelli
sul versante settentrionale; gli
Stati Uniti non possono abbandonare l’Armenia lasciando mano libera all’Azerbaigian ed alla Turchia: che
sono alleati importanti, soprattutto dal punto di vista
energetico, ma non così affidabili come si pensava una
volta. Al punto che taluni
osservatori statunitensi hanno
recentemente dichiarato come
la presenza di una paese non
islamico nella regione sarebbe di vitale importanza a
medio termine e dovrebbe
essere opportunamente presa
in considerazione dalla Casa
Bianca.
Ora questo stato di cose porta
ad un unico risultato: il pieno
riconoscimento internazionale
dell’Artsakh come repubblica
democratica indipendente,
legittimamente costituitasi in
forza delle leggi vigenti venti
anni or sono.
Le trattative possono solo
riguardare il sistema per
cercare di far uscire Aliyev e
l’Azerbaigian in maniera
presentabile senza che a Baku
si debba pensare ad una resa
incondizionata. Non vi sono
alternative.Qualsiasi diversa
soluzione imposta dal gioco
delle diplomazie, magari
sotto ricatto petrolifero, non
avrebbe altra conseguenza
che una destabilizzazione
totale della regione con immediate ricadute proprio
sulle pipe line; che è poi
l’ultima cosa con la quale gli
operatori di mercato vogliono avere a che fare.
A meno che qualcuno non
decida di soffiare sul fuoco
al solo scopo di alzare il
prezzo dell’oro nero sul mercato mondiale: ma questa è
davvero un’altra storia.
Sarebbe
davvero una
follia da
parte azera
provare a
cercare una
soluzione
militare del
problema.
Pagina 3
LE ALI DELL’ARTSAKH
Sono in dirittura di arrivo i lavori del nuovo aeroporto di Stepanakert
A giudicare dallo stato di
avanzamento dei lavori,
manca davvero poco alla
riapertura dello scalo aeroportuale di Stepanakert. Già
pronta la aerostazione, già
installati tutti i sistemi operativi, fervono i lavori per le
opere secondarie e l’arredo
interno. Poi, finalmente, anche l’Artsakh tornerà ad avere un proprio aeroporto, una
finestra sul mondo. Un altro
passo di piena indipendenza; non a caso l’Azerbaigian
ha immediatamente protestato con le autorità aeree
internazionali ritenendo l’apertura dello scalo una violazione della propria sovranità
(?) nazionale. Ma a maggio,
questa la data probabile di
apertura, finalmente l’Artsakh tornerà ad essere collegato in maniera veloce con
il resto del mondo: trenta,
quaranta minuti al massimo
(invece delle cinque sei ore
necessarie oggi con l’auto)
per raggiungere Yerevan e
di lì le destinazioni internazionali collegate alla capitale
armena.
I voli saranno garantiti da
veivoli CRJ 200 (a lato una
foto di un aeromobile dell’Armavia) ed assicurati dalla
“Artsakh Air” controllata
dalla compagnia aerea armena. In effetti all’inizio si
supponeva che fosse proprio
l’Armavia ad assicurare il
collegamento tra Yerevan e
Stepanakert ma, essendo il
Nagorno Karabakh uno stato
indipendente de facto il governo ha autorizzato la costituzione di una compagnia
ae rea
na zio nale ,
la
“Artsakh Air” appunto che
effettuerà il collegamento
tra le due capitali.
Il CRJ 200 della Bombardier è un aviogetto maneggevole, moderno, con ridotti
consumi, un’autonomia di
volo di oltre cinque ore ed
una capacità di circa cinquanta passeggeri: una
dimensione ottimale per
quello che sarà comunque
un collegamento regionale.
Innegabili i benefici, non
solo economici, che il Nagorno Karabakh riceverà da
questo veloce collegamento con l’Armenia dove ogni
hanno sbarcano oltre mezzo milione di turisti
Una parte dei quali coglierà
spunto da questo passaggio aereo per spingersi a
visitare l’Artsakh. Una vera
e propria iniezione di fiducia (e capitali) per l’economia della piccola repubblica.
Ecco perché le autorità locali spingono il piede sull’acceleratore per completare
il terminal (è tutto pronto si
aspetta solo che i fornitori
consegnino gli ultimi apparecchi: nastri trasportatori,
stampanti per le carte di
imbarco, carrelli) e per quale motivo Baku sia invece
furente per il varo dell’aeroporto. Si tratta di un ulteriore, fondamentale, passo di
riconoscimento internazionale che proietta l’Artsakh
verso la piena indipendenza anche nel campo dei
trasporti.
FEBBRAIO 2011
L’ultimo aereo che sorvolò l’Artsakh fu un bombardiere
azero con il suo carico di morte in piena guerra di
liberazione. Fra poche settimane la piccola repubblica
caucasica sarà sorvolata da una altro “Bombardier”, ma
dell’aviazione civile con il suo primo carico di
passeggeri. L’Artsakh si affranca, anche nel campo dei
trasporti: l’apertura dell’aeroporto è stata fortemente
voluta dalle autorità del paese. Appena eletto nel 2007,
il presidente Sahakyan promise che avrebbe aperto lo
scalo aeroportuale chiuso dai tempi del conflitto ed
usato solo per qualche volo ufficiale di elicotteri. La
promessa è stata mantenuta. È stata creata una società,
la “Aeroporto di Stepanakert”, controllata dalla UGA,
l’autorità per l’aviazione civile costituita nel 2008 con un
voto del parlamento dell’Artsakh.
Completati gli ultimi ritocchi alla stazione aeroportuale
partiranno i voli. Nessun problema per la sicurezza:
quella di navigazione è affidata ad aerei (tre CRJ 200 di
produzione canadese) e sistemi di terra di ultima
generazione; quella politica alle leggi internazionali:
l’Azerbaigian (così come ogni altro paese del mondo)
ha sottoscritto un protocollo di non interferenza nei voli
al fine di evitare qualunque rischio per la sicurezza dei
passeggeri e, pertanto, si asterrà da qualsiasi forma di
“dissuasione”.
L’aeroporto di Stepanakert si trova ad una decina di
chilometri dalla città, verso est, nei pressi del villaggio di Ivanyan (Khojali). È comodamente raggiungibile dalla statale A 317 che in pochi minuti raggiunge il
centro della capitale dell’Artsakh. Per la sua ricostruzione (era rimasto gravemente danneggiato dopo la
guerra) sono stati necessari circa due milioni e mezzo
di euro. Il volo verso Yerevan dovrebbe avere un costo
intorno ai cinquanta euro.
Pagina 4
L’UNIVERSITA’ DELL’ ARTSAKH
L’Università statale dell’Artsakh rappresenta una delle chiavi del sistema educativo della
Repubblica e gioca un ruolo importante nello sviluppo dell’educazione e della scienza, nella
preparazione di carriere professionali e nella costruzione dello stato.
L’istituzione universitaria ha una tradizione quarantennale (nel 2009 è caduto l’anniversario
della sua fondazione) rafforzatasi durante e dopo la guerra di liberazione alla quale presero
parte circa quattrocento studenti, tre quarti dei quali sacrificò la propria vita per l’indipendenza della Patria.
Con la rinascita della nazione anche l’università ha affrontato il nuovo corso con slancio
innovatore pur fronteggiando non pochi problemi a cominciare da quelli economici. Ciò nonostante le strutture, seriamente danneggiate dalla guerra, sono state ricostruite ed è continua l’attenzione verso il confort di gestione delle aule, degli spazi comuni e degli alloggi degli studenti: proprio nelle scorse settimane il presidente Sahakian ha avuto un incontro di
lavoro mirato proprio a programmare lavori di miglioramento degli alloggi studenteschi.
Rimane, in ambito didattico, un certo sbilanciamento a favore delle discipline umanistiche
mentre l’aspirazione delle istituzioni sarebbe quella di formare più tecnici Ingegneria, agraria, ad esempio) che possano fornire un più attivo contributo alla crescita dello stato. La istituzione universitaria guarda con attenzione ai collegamenti internazionali che possano garantire uno scambio culturale ed anche un aiuto logistico.
Correva l’anno 1992 e
l’Artsakh era in piena
guerra di liberazione. Le
bombe azere cadevano
sulle città, la vita era difficile, le case crollavano e
la lista dei martiri si allungava. Eppure proprio in
quel frangente così difficile, il popolo dell’Artsakh
non dimenticò la cultura.
Venne ufficialmente fondata l’Università che già
esisteva dal 1969 ma che
ora, dichiarata l’indipendenza, poteva assurgere a
ruolo di istituzione di stato. A tutto si poteva pensare in quei momenti tranne
che alla cultura. Eppure
quello fu uno dei primi
pensieri dei governanti
del nuovo stato: un omaggio doveroso ai circa trecento studenti che sacrificarono la propria vita per
la libertà della loro terra.
La piccola università dell’Artsakh continua a svolgere il proprio compito educativo e formativo: il giornale degli studenti
(“Artsakh Hamalsaran”),
gli scambi di visite con
altre univer-sità (a cominciare da quella di Yerevan) testi-moniano quanto
sia impor-tante la sua presenza.
Impariamo ad
usare le carte
geografiche!
A sinistra
quella dell’Azerbaigian,
a destra quella
della
repubblica del
Nagorno
Karabakh –
Artsakh.
FEBBRAIO 2011
Pagina 5
SCOPRIRE L’ARTSAKH I MONTI MRAV
I monti Mrav cingono a settentrione l’Artsakh come una regale corona. Lo proteggono dai freddi venti del nord, ammantati
di bianco lo avvolgono protettori e custodi dei confini.
Il paesaggio del Karabakh ai piedi di questa catena montuosa si fa spettacolare con le vette del Gomshasar (3724) e
dell’omonimo Mrav (3343).
La catena dei Mrva si salda con quella di Sevan, che corre
parallela all’omonimo lago da nord verso sud separando
l’Armenia dall’Azerbaigian, e nel suo corso verso est si spegne gradatamente nella regione di Shahumian, verdissima
con i suoi fitti boschi, una volta parte integrante del Karabakh
dal quale venne sottratta con la vergognosa operazione
“Anello” messa in piedi da Gorbachov per pulire quel territorio dagli armeni.
La foto è di Bella Shakhnazaryan dal sito Picasaweb
INIZIO TUTTO A SUMGAIT (febbraio 1988)
Per due giorni da 27 febbraio si scatenò a Sumgait, sobborgo industriale a
nord di Baku, una caccia all’armeno che produsse decine di morti, centinaia di feriti, migliaia di sfollati. Tre giorni impiegò l’esercito per percorrere
i trenta chilometro che separano la città dalla capitale. Fu la scintilla di una
guerra che sarebbe scoppiata di lì a poco.
EVENTI
Presso il centro culturale Maloyan di Roma è partito un
ciclo di quattro incontri dedicati alla conoscenza delle
problematiche legate al Nagorno Karabakh. Mediante
anche supporti audiovisivi vengono affrontati gli aspetti
storici e politici che ruotano intorno alla repubblica dell’Artsakh.
In occasione dell’incontro del 25 febbraio (dedicato in
particolare alle origini ed allo sviluppo del conflitto), in
concomitanza con il 23° anniversario dei pogrom anti armeni di Sumgait, è in programma altresì una breve cerimonia commemorativa con una deposizione floreale ai
piedi del katchkar della piazza.
TUTTI GLI APPUNTAMENTI SULLA PAGINA “EVENTI” DEL
SITO
WWW.KARABAKH.IT
L’esempio del sud
Il ministro degli Esteri italiano
Franco Frattini ha espresso la
propria soddisfazione per
l'esito del referendum del Sud
Sudan per l'autodeterminazione. In una nota la
Farnesina ha fatto sapere che
le "consultazioni si sono svolte in modo pacifico e con
un’alta percentuale di affluenza alle urne, a testimonianza sottolinea Frattini - del processo di maturazione democratica
del popolo sudanese, cui l’
Italia è particolarmente vicina”.
Ora che anche questa nuova
entità statale ha scelto la straFEBBRAIO 2011
da dell’indipendenza e dell’autodeterminazione, cosa si
potrà dire per il Nagorno Karabakh? Dopo il precedente
del Kosovo un altro tassello si
aggiunge per il riconoscimento internazionale dell’Artsakh.
Perché è fuori di dubbio che
quello che va bene per uno
stato deve andare bene anche
per un altro. La comunità
internazionale applaude al
referendum che con oltre il
98% dei voti ha decretato il
distacco della regione da Karthoum: con la stessa percentuale, nel 1991, gli armeni del
Karabakh scelsero democrati-
camente di staccarsi dall’Azerbaigian. I governi occidentali si affrettano ora a voler
dichiarare il ricono-scimento
di Juba (la capitale del nuovo
stato); forse anche perché
l’80% del greggio estratto nel
Sudan proviene proprio da
quella regione. Ecco il petrolio muove la diplomazia internazionale in un senso o nell’altro: fa erigere muri a difesa
degli interessi di Baku e spiana la strada all’indipendenza
di Juba. Scivola l’oro nero, si
insinua nelle coscienze di chi,
senza vergogna, ne è schiavo.
Pagina 6
iniziativa italiana
per il Karabakh
Sito web “www.karabakh.it”
Viene lanciato on line un sito che raccoglie informazioni, cronaca, storia del Karabakh. Con la
news letter ed una rassegna stampa dedicate esclusivamente all’Artsakh.
Editoria sul Karabakh
Il progetto vuole favorire lo sviluppo di editoria sul Nagorno Karabakh. Si comincia da “LE RAGIONI DEL KARABAKH”, primo volume in italiano sulla storia del Karabakh e sulla cronaca
della guerra. Con informazioni sulla attuale Repubblica.
Materiale multimediale
Opuscoli e video sul Karabakh
Conferenze ed incontri con il pubblico
INIZIATIVE
CONVERSAZIONI SUL
NA-
Impariamo a chiamarlo bene ...
GORNO KARABAKH
febbraio-aprile
Centro culturale Maloyan
“OSSERVATORIO ARTSAKH” è un bollettino interno non periodico edito dal
sito www.karabakh.it
Si scrive Karabakh ma si legge GHARAPAGH (GH iniziale aspirato e arrotato).
La lingua armena, di ceppo indoeuropeo, parlata da circa nove milioni di armeni
in tutto il mondo, si divide sostanzialmente in due gruppi: l’armeno orientale
che è utilizzato nella Repubblica di Armenia (nonché dagli armeni dell’Iran) ed è
stato dinamicamente influenzato da fattori esterni (in primis il russo); e l’armeno occidentale, in uso presso gli armeni della Diaspora, linguisticamente più
puro e strettamente legato alla lingua che era in uso nel territorio armeno prima del genocidio del 1915. Non mancano poi dialetti locali parlati presso le distinte comunità della Diaspora e spesso contaminati dalla lingua del paese ospitante (in particolare nel Medio Oriente). Nello stesso Artsakh è parlato un dialetto differente da quello della Repubblica Armena. All’origine dell’armeno moderno vi è il “grabar” (“letteratura”), la più antica forma scritta di lingua armena, adoperato a partire dal V secolo dopo la creazione dell’alfabeto da parte del
monaco Mesrob Mashtots ed ancora oggi impiegato nella Divina Liturgia.
Ecco perché si scrive “Karabakh” ma si legge “Gharapagh”.
Per non riceverlo più invia una mail a
[email protected]
w w w. k a r a b a k h . i t
L ’ u n i c o
N o t i z i e ,
s i t o
i n
i t a l i a n o
s u l
r a s s e g n a
s t a m p a ,
s t o r i a ,
Fate conoscere karabakh.it !
K a r a b a k h
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Osservatorio Artsakh n. 2