Marco Antonucci Paolo Oscar OLIVICOLTURA IN PROVINCIA DI BERGAMO Storia, tecnica e futuro di una coltura di frontiera Antonucci, Marco Olivicoltura in provincia di Bergamo : storia, tecnica e futuro di una coltura di frontiera / Marco Antonucci, Paolo Oscar [Bergamo] : Provincia di Bergamo, Settore urbanistica e agricoltura, 2011. X, 181 p. : ill. ; 24 cm. ISBN 978-88-86536-08-0 1. Olivo – Coltivazione – Bergamo <prov.> – 1826-2010 – Fonti archivistiche 2. Olio di oliva – Produzione – Bergamo <prov.> I. Oscar, Paolo 634.630 945 24 (ed. 22) 634 (ed. 14) CIP (Cataloguing in Publication) a cura del Centro di catalogazione della Provincia di Bergamo Coordinamento editoriale: Giuseppe Epinati - Dirigente del Settore Urbanistica e Agricoltura Coordinamento tecnico: Giuliano Oldrati e Federica Crespi Referenze fotografiche: Marco Antonucci. La pubblicazione dei materiali dell’Archivio di Stato di Bergamo riprodotti alle pagine 4 e 5 è stata autorizzata con provv. n. 141/2011 Impaginazione e stampa: CPZ S.p.a. – Costa di Mezzate (BG) Finito di stampare nel mese di dicembre 2011. Copyright © 2011 – Provincia di Bergamo - Settore Urbanistica e Agricoltura Tutti i diritti riservati. Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza l’autorizzazione scritta dell’editore. ISBN – 978-88-86536-08-0 Realizzato con il contributo del: a Caterina e Claudia, per l’infinita pazienza Risorse on-line Il sistema informativo geo-storico della diffusione della coltura olivicola nel 1853 – realizzato sulla base dei documenti del Catasto lombardo-veneto e descritto nel primo capitolo di questo volume – è consultabile interattivamente mediante semplici funzionalità GIS sul sito della Provincia di Bergamo nella sezione dedicata al SITer@. Ringraziamenti Gli autori desiderano ringraziare quanti, in varie forme e con diverse competenze, hanno contribuito alla realizzazione della presente opera. In particolare: La famiglia Lussana dell’Azienda Agricola “Il Castelletto” di Scanzorosciate, l’Associazione Olivicoltori del Sebino Bergamasco, Enrico Radicchi, Franco Bonardi, A.i.p.o.l., Vittorio Figaroli, Giancarlo Andreini, Roberta Lavarello, Gabriella Stansfield, Giuseppe Zambaiti, Emilia Rizzo. Decisivi per lo sviluppo della prima parte sono stati i contributi di: Massimiliano Spina, Alexia Sasso, Marco Donfrancesco, Andrea Grassi, Piero Manera, Emilia Auriana, Angelo Iero, Anna Sonzogni, Liliana Cuter, Antonietta De Costanzo, Marco Montagna, Stefano Manetta, Matteo Scaioli, Gabriele Rinaldi, Maria Pacella, Lino Ventre, Aldo Parafioriti, Chiara Madia, Laura Losito, Sara Pace, Anna Nicotera, Carlo Lavelli. Un doveroso ringraziamento va infine ai titolari di frantoi privati e cooperativi, ai produttori, alle istituzioni e ai musei che hanno dimostrato ampia disponibilità a fornire notizie ed informazioni tecniche e storiche e hanno permesso la riproduzione delle fotografie riportate nel libro. Realizzare un libro è un’operazione articolata e complessa, che richiede numerosi controlli sul testo, sulle immagini e sulle connessioni che si stabiliscono tra di essi. L’esperienza suggerisce che è davvero impossibile pubblicare un libro senza errori. Saremo quindi grati ai lettori che vorranno segnalarceli. Benché il volume sia frutto della collaborazione tra i due autori, l’elaborazione della prima parte si deve a Paolo Oscar e a Marco Antonucci la seconda. IV INDICE PresentazioneVII IntroduzioneIX PARTE PRIMA 1.La diffusione dell’olivo nella Bergamasca secondo il Catasto fondiario di metà Ottocento 1.1 Le fonti catastali per la storia agraria 1.2 Il Catasto Lombardo-Veneto 1.3 Gli Atti preparatori 1.4 Metodologia d’indagine e l’utilizzo dei sistemi GIS 1.5 I risultati dell’indagine 1.6 Repertorio cartografico (tavole) 2. Indagine statistico-quantitativa 2.1 Il Catasto agrario del 1910 2.2 Il Catasto agrario del 1929 2.3 I Censimenti generali dell’agricoltura 2.4 Le rilevazioni statistiche annuali dell’agricoltura: Provincia di Bergamo, Regione Lombardia e Italia 2.5 Sinossi e grafici riassuntivi 3. Il sistema informativo DUSAF 1 1 3 6 8 10 24 38 38 41 48 55 61 65 PARTE SECONDA 4. Clima, terreno ed esposizione nella realizzazione di un oliveto Clima, Terreno, Esposizione 5. La scelta delle cultivar Leccino, Frantoio, Casaliva, Pendolino, Sbresa, Grignano, Bianchera, Favarol 6. La scelta dell’impianto Durata, Densità di piantagione, Distanza di piantagione, Orientamento e direzione del vento, Forma di allevamento 7. Lavorazioni di campo, potatura, concimazione, inerbimento, alternanza Lavorazione del terreno, Potatura, Concimazione, Inerbimento, Alternanza di produzione V 69 75 84 91 8. La mosca olearia Lotta chimica, Lotta biotecnica 9. La raccolta e la conservazione delle olive Quando si raccolgono le olive, Come si raccolgono le olive, Conservazione delle olive 10. Il frantoio: la resa e la lavorazione delle olive Lavaggio e defogliazione, Rovina dell’olio, Resa, Azoto, Coadiuvanti di estrazione, Denocciolato 11. Quando un olio è di qualità? L’analisi chimica e organolettica Classificazione merceologica, Analisi chimica, Analisi organolettica, Come si assaggia l’olio, La qualità 12. Quanto costa produrre olio extravergine in provincia di Bergamo? 13. La conservazione dell’olio di oliva Temperatura, Ossigeno, Luce, Contenitori, Pulizia, Filtrazione 14. L’etichettatura e la D.O.P. Indicazioni obbligatorie, Indicazioni facoltative, Indicazioni vietate, D.O.P. 15. In cucina: le olive da mensa e la frittura Olive in salamoia, Friggere 16. Cooperative, associazioni e frantoi in provincia di Bergamo 100 105 116 129 142 146 154 161 164 APPENDICE DOCUMENTARIA E TAVOLE DI RAGGUAGLIO ozioni generali territoriali N Nozioni agrarie di dettaglio Quaderno dei gelsi e degli ulivi Tavole di ragguaglio di pesi e misure agrarie VI 169 174 177 180 Presentazione Si è soliti pensare che la provincia di Bergamo non sia un territorio ideale o vocato per la coltivazione dell’olivo, che rappresenta una coltura tipica dell’area mediterranea. Se però si va oltre questa affermazione, si scopre che l’olivo nel nostro territorio era coltivato sin dai tempi dei Romani e successivamente nei numerosi monasteri, con una discreta produzione di olio, prevalentemente per scopi sacri. Questo significa che l’olivicoltura è probabilmente una delle coltivazioni più antiche praticate in provincia, anche se l’olio prodotto era sostanzialmente per l’autoconsumo e le condizioni non ideali del terreno e del clima non ne hanno mai incoraggiato uno sviluppo strutturato. Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato: una lenta ma costante crescita del numero di produttori, la messa a dimora di nuove piante, l’apertura di un frantoio, un discreto numero di comuni che rientra nel territorio del disciplinare della D.O.P. Laghi Lombardi, il riconoscimento a livello nazionale di una cultivar tipica della provincia di Bergamo, sono chiari segnali di un nuovo impulso all’olivicoltura bergamasca che, se da un lato mantiene ancora quantitativi ridotti di prodotto, dall’altro ne sta aumentando notevolmente la qualità, tanto che alcuni produttori sono menzionati nelle guide nazionali degli extravergini. Questo nuovo impulso è stato accompagnato anche da iniziative d’informazione e divulgazione promosse da vari enti (Provincia, Comunità Montana, Comuni, Associazioni e Cooperative), oltre che da acquisti collettivi di piante e materiali, che hanno abbassato i costi ed hanno unito idealmente i singoli produttori. Certo, il motivo principale che spinge ancora oggi sempre più persone a dedicare il proprio tempo alla coltivazione dell’olivo non è il guadagno, ma la passione, la soddisfazione di lavorare la terra, di produrre il proprio olio e di continuare quella che a volte è una tradizione di famiglia, valorizzando terreni che potrebbero essere soggetti all’abbandono. E’ innanzitutto a loro che questa pubblicazione si rivolge, ai “creatori” di quel prodotto di nicchia che è il nostro olio, frutto di un anno di lavoro e dell’amore per il territorio. Un libro che ripercorre gli ultimi duecento anni dell’olivicoltura bergamasca attraverso una ricerca storica unica nel suo genere e mette a confronto la tradizione bergamasca con la moderna olivicoltura, offrendo una serie di indicazioni di carattere tecnico sulla possibile coltivazione dell’olivo in provincia, senza tralasciare il consumatore e cioè la persona che utilizza le olive e l’olio, a cui sono rivolti alcuni capitoli dedicati alla conservazione e all’uso in cucina. Enrico Piccinelli Assessore Urbanistica e Agricoltura Ettore Pirovano Presidente della Provincia di Bergamo VII Introduzione In provincia di Bergamo, come nella maggior parte d’Italia, le modalità di coltivazione delle piante da frutto hanno subito una trasformazione a volte radicale negli ultimi cinquanta, cento anni: ci si rende conto di ciò osservando per esempio la viticoltura. Questo cambiamento però non è avvenuto nel mondo olivicolo. O meglio, le pratiche agronomiche e le conoscenze per una moderna coltivazione dell’olivo ci sono, e sono note, ma spesso si preferisce seguire la tradizione che non sempre è sinonimo di corretta gestione del processo produttivo perché l’osservazione empirica, anche se consolidata negli anni, non esprime in modo certo e continuativo la realtà delle cose. Con questo non si deve rigettare in toto il mondo della tradizione, che va comunque storicizzato per capirne la trasformazione. Piuttosto si deve superare quello stato di diffidenza acritica (che a volte si riscontra tra gli olivicoltori) nei confronti delle indicazioni tecniche e scientifiche, anche storiche, al fine di evitare quegli errori macroscopici che ancora oggi si compiono nell’olivicoltura. Una diffidenza che, ancora oggi, «è di due qualità: diffidenza degli agricoltori fra di loro; diffidenza verso chi cerca di propagandare fra di essi nuove buone idee. In causa della prima forma di diffidenza, manca l’unione fra gli agricoltori. Questi hanno bensì tanti interessi comuni e potrebbero, riuniti insieme, risolvere tanti problemi agricoli a loro grande vantaggio; ma in ognuno il timore che “gli altri approfittino”, pensino cioè troppo all’interesse proprio, personale, e troppo poco all’interesse comune, fa sì che gli agricoltori preferiscono di restare isolati, anche se l’isolamento è evidente[mente] dannoso. Per causa della seconda forma di diffidenza, le idee nuove tardano a farsi strada nelle campagne. Chi cava dalla oscura mente di certuni che il professore di agricoltura, o anche il libro o l’opuscolo di propaganda che si mette loro nelle mani, tendano a secondi fini? Ma anche la diffidenza sparirà; e sparirà tanto più presto, quanto più gli agricoltori si persuaderanno che l’istruzione è necessaria anche nell’esercizio dell’arte agricola!». È quanto si legge in un trafiletto ripreso da un giornale friulano che esemplificava le «condizioni psicosociali» nelle quali operavano nell’Ottocento le Cattedre Ambulanti, organismi consortili il cui fine era di favorire l’avanzamento tecnico e organizzativo dell’agricoltura. Tale fine è anche alla base di questa pubblicazione che, rivolgendosi ai tecnici, agli olivicoltori, ai frantoiani, agli storici, ai consumatori ma anche e soprattutto ai curiosi, racconta l’olivicoltura in provincia di Bergamo in tutti i suoi aspetti. Nella prima parte del libro, che è di carattere storico-geografico e statistico, attraverso l’elaborazione di una serie di carte tematiche e di diagrammi, viene dato conto IX dell’evoluzione localizzativa e quantitativa della coltura olivicola da metà Ottocento a oggi per ogni comune dove è documentata la presenza dell’olivo basandosi su fonti documentarie, librarie e statistiche. Nella seconda parte vengono spiegati i metodi di produzione e conservazione dell’olio e vengono analizzate le moderne tecniche di coltivazione dell’olivo che possono essere messe in atto nella Bergamasca. Questa analisi però non è una semplice raccolta di informazioni referenziate sull’olivicoltura e la produzione dell’olio, ma è un’esposizione critica che, partendo dalle descrizioni agronomiche di dettaglio del 1826 (raccolte in appendice), racconta come è cambiato il modo di fare olio in provincia di Bergamo negli ultimi centocinquant’anni. Un confronto che si articola in vari capitoli e che, attraverso dati scientifici e semplici esempi, a volte di carattere discorsivo, mostra come la tradizione sia ancora molto radicata nel processo produttivo dell’olio bergamasco e come spesso ancora oggi inibisca lo sviluppo di quelle potenzialità proprie di un prodotto di nicchia quale è, offrendo infine una serie di spunti e indicazioni, alcune di carattere imperativo, per orientare le scelte dei prossimi anni affinché non vengano ripetuti gli errori del passato. Il libro è diviso in due parti solo per questioni logiche e compositive. In realtà esse sono saldamente unite e integrate, anche perché hanno un’origine comune: i diversi capitoli di cui si compone, infatti, sono in buona parte “risposte”, più o meno articolate, alle domande che frequentemente sono state poste in questi anni nei corsi e nei convegni dedicati all’olio, a cui gli autori hanno preso parte. E proprio per questo motivo non vengono tralasciati i temi che riguardano gli utenti finali della filiera produttiva e cioè i consumatori, affinché anche loro possano comprendere quale olio acquistare, come conservarlo e come utilizzarlo per cucinare. X PARTE PRIMA 1. LA DIFFUSIONE DELL’OLIVO NELLA BERGAMASCA SECONDO IL CATASTO FONDIARIO DI METÀ OTTOCENTO. 1.1 Le fonti catastali per la storia agraria Nell’affrontare il tema della storia dell’agricoltura la problematica che subito s’impone all’attenzione del ricercatore, una volta messo a fuoco l’aspetto che si vuole affrontare, delimitata l’area di studio, fissato l’ambito cronologico e scelta la metodologia d’indagine, è quella di selezionare e valutare le fonti utilizzabili.1 Diciamo subito quindi che il carattere di questa prima parte è prettamente storicogeografico e ha come obiettivo principale quello della ricostruzione della diffusione nella bergamasca a metà Ottocento della coltura dell’olivo: una coltura sicuramente marginale a livello locale e quasi insignificante a livello nazionale – rappresentando, a questo livello, lo 0,01% in termini di superficie e lo 0,006% come produzione in olio2 – ma che con orgoglio continua a essere praticata in condizioni ambientali estreme tali da farle meritare l’appellativo di “coltura di frontiera”. Il problema principale è stato quindi quello di individuare una fonte documentaria attendibile in grado di fornire dati quantitativi certi e definire in dettaglio i caratteri peculiari, sia dal punto di vista agronomico sia da quello della sua diffusione spaziale. Accanto all’aspetto prettamente tecnico delle pratiche agrarie, di cui si dirà più specificamente nella seconda parte di questo volume, prendendo anche spunto da documenti d’archivio inediti particolarmente interessanti – di cui si pubblica in appendice la trascrizione – grande rilevo è stato dato infatti all’aspetto localizzativo. Si tratta di una prospettiva d’indagine che trova nell’agricoltura – «uno dei terreni d’elezione di approcci capaci di mutuare fecondamente metodologie e categorie interpretative da molteplici discipline e in particolare da quelle storiche e geografiche»3 – la sua “naturale” collocazione e l’ambito di applicazione più pertinente. Con questo non si vuole asserire che quello adottato sia l’unico modo di affrontare l’argomento: l’analisi è sicuramente parziale e forse troppo “spazialmente-orientata”, ma almeno si ha la certezza, o la presunzione, di aver fissato un punto di partenza, con una soglia cronologica precisa e una base territoriale storica 1 Le fonti d’archivio per la storia agraria in provincia di Bergamo sono state oggetto di un censimento ad hoc pubblicato in Gianluigi Della Valentina (a cura di), Fonti per la storia dell’agricoltura lombarda postunitaria, Regione Lombardia – Editrice Bibliografica, Milano 1984, pp. 21-121. 2 Dato ISTAT 2010. 3 Della Valentina, Fonti cit., p. 13, (il corsivo è nostro). 1 attendibile – a cui è riferita una serie di dati quali-quantitativi coevi – che potrà essere utilizzata per confronti e ulteriori sviluppi e approfondimenti. Nel presente lavoro è stata utilizzata la documentazione del catasto di metà Ottocento, meglio descritto appresso. Per avere un quadro evolutivo completo l’indagine potrebbe essere proficuamente completata prendendo in considerazione anche gli altri due catasti storici disponibili che sono il Napoleonico (preliminare e preparatorio a quello utilizzato) d’inizio Ottocento e il successivo del 1901, Nuovo catasto terreni, per il quale, tra l’altro, si dispone di tutta la documentazione relativa al nuovo classamento. La scelta è ricaduta sulle fonti catastali storiche in quanto, nel panorama delle fonti disponibili, rivestono particolare rilevanza poiché sono tra le poche, se non le uniche, in grado di fornire, attraverso il ricco apparato documentario e cartografico di cui si compongono, un quadro completo e sistematico degli usi e degli assetti agrari del territorio a determinate altezze storiche. L’importanza di queste fonti, per la storia agraria in particolare, è ben noto e riconosciuto da tempo da molti studiosi, italiani e stranieri, che già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, in diversi ambiti di studio anche non legati strettamente al mondo dell’agricoltura, se ne sono proficuamente serviti. Zangheri, che fu tra i primi ad utilizzarlo come fonte, ne mise in evidenza pregi e utilità: in un suo noto saggio sulla storia della proprietà terriera riteneva convintamente che la fonte catastale, se utilizzata in modo appropriato, «può allargare il lavoro dello storico», ma non dimenticava tuttavia di evidenziare le insidie di cui può essere ricca anche una fonte in cui «una sua parte preminente è numerica […] e quindi apparentemente certa».4 L’utilizzo di tali fonti implica in effetti il coinvolgimento in problematiche teoriche inerenti il rapporto storia/misura poiché le informazioni che il catasto conserva e trasmette sono essenzialmente di natura quantitativa, almeno nelle formalizzazioni finali “d’impianto”. Concentrandoci su aspetti applicativi più che teorici, ci basta constatare che la storia agraria condotta sulle fonti catastali non può essere disgiunta da analisi quantitative e soprattutto che è necessario considerare la particolare natura dei dati che la fonte conserva – alla quale poniamo domande sicuramente diverse da quelle dei loro estensori – che dovremmo preoccuparci di trattare nel modo più conforme possibile al suo contenuto e alla sua struttura informativa. 4 Renato Zangheri, Catasti e storia della proprietà terriera, Einaudi, Torino 1980, p. 6. A livello locale il primo a portare i catasti storici all’attenzione degli studiosi fu Lelio Pagani, al quale si devono alcuni saggi sull’argomento per i cui riferimenti si rimanda alla bibliografia completa dell’autore curata Paola Gelmi Monzio Compagnoni pubblicata in Renato Ferlinghetti (a cura di), Per una cultura dei luoghi. Antologia di scritti di Lelio Pagani, Provincia di Bergamo, Bergamo 2008 (Monumenta Bergomensia, LXXIII), pp. 397-415. 2 In questa prospettiva la problematica si sposta su questioni differenti, ovvero quelle tipiche del lavoro interdisciplinare, che nella fattispecie si estende dalla ricerca storica all’utilizzo di applicazioni GIS. Ma in cosa consiste documentalmente il catasto e qual è la sua struttura informativa? Il termine catasto, riferito al catasto fondiario, identifica l’insieme delle procedure che mirano ad accertare la proprietà fondiaria (terreni e fabbricati) per valutarne, mediante operazioni di misura e stima, la rendita (o il valore) ai fini di un equo riparto del prelievo fiscale. Con tale termine si identifica tuttavia anche il ricco corpus documentale che questa complessa procedura produce. Dal punto di vista della “rappresentazione” dei dati, i catasti si distinguono in descrittivi, se non posseggono una cartografia di riferimento, e geometrici se invece ne sono dotati; questi ultimi a loro volta si suddividono in particellari, quanto il territorio è raffigurato cartograficamente attraverso unità elementari di terreno definite particelle5, o per masse di coltura quando invece raffigura il territorio per grandi accorpamenti di particelle aventi caratteristiche agronomiche omogenee. 1.2 Il Catasto Lombardo-Veneto I catasti, introdotti in Lombardia nel XVIII secolo con il cosiddetto Catasto teresiano, nei territori ex veneti sostituirono l’antico e «difettossimo» sistema tributario basato sugli estimi descrittivi,6 che erano accertamenti fiscali basati su dichiarazioni delle proprietà compilate direttamente dai contribuenti. Una documentazione sicuramente interessante per la storia economica e sociale in virtù del gran numero di informazioni che contiene sull’uso del suolo e sulla proprietà, ma di difficilmente utilizzabile in modo generalizzato per l’assenza di un riscontro cartografico, l’episodicità della copertura e la non omogeneità cronologica. Di catasti storici la provincia di Bergamo ne annovera quattro, tutti geometrici e particellari: il teresiano, che copre solo la piccola parte del territorio ex milanese;7 il catasto napoleonico di inizio Ottocento; il cosiddetto Lombardo-Veneto, qui impiegato, e infine il Nuovo catasto terreni di fine Ottocento-inizio Novecento.8 5 La particella è definita come porzione continua di terreno (o fabbricato) situata in un medesimo comune, appartenente allo stesso possessore e della medesima qualità e classe di produttività. 6 Oltre all’incertezza che connotava i criteri di misurazione e stima adottati, questo sistema soffriva del difetto, ben più grave, rappresentato dalla suddivisione dell’imposta tra i comparti territoriali col metodo del «carato», ovvero stabilendo a priori una quota da ripartire al loro interno; la qual cosa, naturalmente, non poteva garantire grande equità, almeno tra comparti. 7 Ventiquattro comuni amministrativi attuali in totale. Per questi comuni è stato pubblicato nel 2008, a cura di A. Possenti per il Centro Studi Storici della Gera d’Adda, un DVD contenente la riproduzione delle mappe teresiane unitamente ad un applicativo per la loro consultazione. 8 Per una dettagliata ricostruzione dell’intero processo di formazione del catasto del Lombardo-Veneto si 3 In sintesi tutta la documentazione catastale è organizzata in due grandi apparati: uno documentario – i registri – che riporta una serie di informazioni sui beni censiti e sulla proprietà, e uno cartografico – le mappe – su cui sono raffigurati planimetricamente e in scala tutte le particelle di terreno e gli edifici descritti nei registri. I registri di cui si compone il corpus documentario sono molti, soprattutto se si considerano anche quelli relativi alle fasi preparatorie del catasto. Quelli che abbiamo utilizzato nel presente lavoro sono il registro Catasto, il registro principale d’impianto (fig. 1), e altri documenti appartenenti ai cosiddetti Atti preparatori di cui si dirà appresso. Le informazioni agronomiche conservate nel registro catasto sono, per ogni particella censita, il numero di mappa e subalterno (che identificano univocamente le particelle), la sigla del possessore (che costituisce il rimando alla Rubrica dei possessori dove il nome del possessore è riportato per esteso), la qualità agraria, la classe di produttività, il numero dei gelsi e degli ulivi sparsi (non in coltura olivicola), la superficie, in pertiche metriche, e la rendita censuaria in lire austriache. Fig. 1 – Registro Catasto, intestazione di una pagina d’esempio (ASBg, Catasto LombardoVeneto (1853), Comune censuario di Volpino Costa Inferiore). Il secondo, sostanziale apparato di cui si compone il catasto di metà Ottocento è costituito dalle mappe, le quali, va detto, non si limitano affatto a “corredare” il materiale documentario (registri) ma costituiscono una parte fondamentale della struttura informativa nel suo complesso, senza la quale i dati catastali rimarrebbero confinati nell’ambito di una semplice e fredda anagrafe, ma soprattutto sarebbero veda Andrea Locatelli, Riforma fiscale e identità regionale. Il catasto per il Lombardo-Veneto (1815-1853), Vita e Pensiero, Milano 2003; per un’illustrazione della documentazione del Nuovo catasto fondiario (1901), con specifico riferimento all’ambito bergamasco, cfr. Paolo Oscar, Un sistema informativo per la gestione dei dati di censimento del catasto storico di Bergamo: Catasto Lombardo-Veneto (1853) e Nuovo Catasto Terreni (1901), “Museo & Storia”, IV, n. 4, 2002, pp. 37-73. 4 Fig. 2 – Mappa del Comune censuario di Tavernola, stralcio del f. 5 (ASBg, Catasto Lombardo-Veneto, 1853). totalmente scollegati dal territorio, al quale invece sono profondamente legati, perdendo gran parte del loro significato. Le mappe del catasto in parola, cosi come quelle del 1901, anche se non sono mappe rilevate bensì derivate (dagli originali napoleonici quelle del 1853, e da queste ultime quelle del 1901)9 e prive di un inquadramento geodetico, sono carte tecniche molto dettagliate (la scala di rappresentazione è 1:2000 per il territorio e 1:1000 per i centri abitati) e precise (nella redazione degli originali napoleonici, da cui sono derivate, veniva ammesso un errore di superficie dell’1% in pianura e del 2% in montagna) che non concedono nulla alle tendenze connotative delle carte “illustrative” dei secoli precedenti, perché dovevano limitarsi a restituire con esattezza una geometria. Si tratta di mappe “a perimetro aperto” e in fogli rettangoli su cui viene raffigurato tutto il territorio comunale suddiviso secondo le unità minime di censimento costituite dalle particelle. Ognuna di queste è identificata da un numero di mappa che le lega alle descrizioni dei registri. Per ognuna è possibile quindi conoscere la serie di informazioni ivi riportate e di cui si è detto 9 Oscar, Un sistema informativo cit., pp. 52-53. 5 più sopra. Le mappe non si limitano tuttavia a questa “rappresentazione fiscale” del territorio, ma raffigurano anche particolari geografici che non erano oggetto di censimento come acque, strade, fortificazioni etc. in modo che tutto il territorio rimaneva coperto dalla cartografazione. Tale sistematicità non è limitata solo al singolo comune ma si estende a tutto il territorio: tutti i comuni del Dipartimento del Serio – questa era la circoscrizione amministrativa dell’epoca che comprendeva anche tutta la Valle Camonica – sono dotati del ricco apparato descrittivo e di mappe, entrambi redatti con i medesimi, omogenei criteri. Questo ci permette di compiere elaborazioni e confronti su un’ampia scala, come nel caso presente della coltura olivicola. 1.3 Gli atti preparatori Oltre alla citata documentazione d’impianto, cioè quella definitiva destinata alle sedi periferiche per la conservazione, l’indagine ha riguardato anche il corpus dei cosiddetti Atti preparatori. Questa documentazione è di notevole interesse per la storia agraria perché consente di conoscere in dettaglio aspetti come le pratiche agrarie, le forme di allevamento e le produzioni delle singole colture, i prezzi e le forme di conduzione che i registri fondiari non contengono o comunicano solo in modo indiretto o astratto. Le due documentazioni non sono disgiunte ma anzi si integrano alla perfezione valorizzandosi a vicenda, fornendo l’una i riferimenti geografici e la necessaria struttura parametrica (affinché possano essere utilizzabili a fini fiscali) alla seconda che ne è priva; e quest’ultima le «verità», le «realtà concrete» che sfuggono invece alle normalizzazioni e alle standardizzazioni delle categorie censuarie (classe, qualità, tariffe d’estimo) dei registri fondiari. Si tratta quindi di una preziosa raccolta di documenti – purtroppo non disponibile per tutti i distretti – redatti, a cura delle locali delegazioni censuarie a partire dal 1826, a seguito di apposite ricognizioni di campagna finalizzate a raccogliere informazioni – formalizzate in appositi questionari – riguardanti i vari aspetti geografici, agronomici ed economici di ogni territorio comunale.10 Il primo di questi questionari, denominato Nozioni generali territoriali, ha un carattere introduttivo ed è organizzato in ventotto voci che raccolgono informazioni relative a: metrologia e valute (1-7), giacitura del territorio, esposizione, clima e natura dei terreni (8-9); prodotti agrari (10); agricoltori (11); bestiami (12); forag10 Questa documentazione d’archivio è stata scarsamente utilizzata e anche i riferimenti nella letteratura sono limitati a pochi (ma autorevoli) casi: cfr. Marino Berengo, L’agricoltura veneta dalla caduta della repubblica all’Unità, Banca commerciale italiana, Milano 1963, pp. 43-48; Locatelli, Riforma fiscale cit., pp. 139-147; un accenno anche in Mario Signori, I lavori del catasto lombardo-veneto nei territori lombardi, in Giuliana Ricci e Giovanna D’Amia (a cura di), La cultura architettonica nell’età della restaurazione, Mimesis, Milano 2002. 6 gi, stramatico e concimi (13); pascoli e boschi (14-15); decime e oneri vari (16); acque, strade e case coloniche (17-19); appoderamento (20); sistemi di locazione e partizione dei prodotti agrari (21-26); conduzione diretta e altri sistemi economici (27); valore capitale dei terreni (28). Il fascicolo delle Nozioni agrarie di dettaglio è dedicato invece all’illustrazione, dettagliata appunto, delle singole qualità agrarie presenti sul territorio comunale, con indicazione, per ciascuna, di: posizione e tipologia di piantagione, prodotto, durata e manutenzione, coltivazione del fondo, opere di sostegno e tare. Nei Prospetti di classificazione si scende, per ogni qualità, al livello di dettaglio delle singole classi fornendo informazioni circa la natura del terreno («selcioso, calcare misto a breccia…»; posizione ed esposizione («in vicinanza del lago, alle falde del monte…») con l’interessante aggiunta di alcuni numeri di mappa di particelle campione; “attitudine” (tipo di prodotto e qualità, stato della vegetazione…); prodotto dominicale annuo; descrizione delle colture consociate. Particolarmente ricco di informazioni è poi il Quaderno dei gelsi e degli olivi (di qualche anno successivo ai precedenti), che raccoglie notizie molto dettagliate specificamente dedicate alle due colture come: la natura del terreno, il clima e la vegetazione; il tipo di piantagione; le spese di messa a dimora (con un esempio tipo); le cure e la conservazione; gli stadi di crescita della pianta e i relativi prodotti; le malattie; l’epoca del raccolto e la resa in olio e un prospetto dimostrativo della rendita media su tutto il territorio comunale.11 Scopo di queste inchieste era quello di raccogliere le informazioni necessarie per portare a termine – avendo ormai ultimato la formazione delle mappe (misura) – la formazione del catasto con l’operazione che ancora mancava, la stima, ferma alla fase di qualificazione (individuazione delle qualità agrarie). Restavano infatti ancora da realizzare le fasi di classificazione (definizione del numero delle classi di produttività per ogni qualità) e di classamento. Per quest’ultima fase, che consisteva nell’attribuire a ogni particella censita la rispettiva qualità e classe, fu adottato un criterio che permise di evitare la stima analitica di ogni singolo appezzamento: basandosi sull’esame di alcune particelle-tipo (un «fondo di campione destinato a servire di norma al commissario stimatore nella stima che egli deve fare delle classi ed a presentare un esempio che colpisca i sensi, nel quale dappresso debba trovarsi giustificata la sua stima») la stima delle particelle reali venne effettuata per confronto/assimilazione. Ciò consentì di giungere alla definizione delle stime con un procedimento astratto, scollegato dalla variabilità delle situazioni individuali e quindi più rapido. L’operazione consisteva in altri termini nella “semplice” 11 L’analisi dettagliata e la relativa parafrasi di questa interessante documentazione – integralmente trascritta ai fini di studio e pubblicata in appendice (relativamente alla coltura olivicola) – è contenuta nella seconda parte di questo volume. 7 assegnazione ad ogni appezzamento di una tariffa d’estimo che, moltiplicata per la superficie del lotto, ne determinava automaticamente la rendita annuale sulla quale veniva successivamente calcolata l’imposta prediale12 (fig. 4). Per quanto detto, se all’istanza “storico-geografico-agronomica” precedentemente espressa i catasti storici rispondono quindi in modo pertinente e adeguato, soddisfacendo allo stesso tempo la duplice esigenza della rilevazione delle qualità e classi delle diverse colture e di una loro dettagliata restituzione cartografica, qual è il «modo corretto» invocato dallo Zangheri di utilizzare questa fonte? 1.4 La metodologia d’indagine e l’utilizzo dei gis «Il catasto vale se ne distilliamo il succo che è nelle sue cifre, nei suoi nomi di persona e di luogo, nelle sue mappe, quando esistono, nelle trasformazioni agrarie, che sottende».13 Occorre quindi una metodologia che sia in grado di adattarsi in modo rispettoso al suo contenuto e alla sua particolare struttura informativa caratterizzata, come s’è visto, dalla compresenza di una componente descrittiva – alfanumerica – e di una cartografica – geometrica. È necessario inoltre che sia in grado di far interagire queste due componenti in modo organico, sistemico, così come è possibile fare consultando la fonte originale, cercando di massimizzarne lo sfruttamento ai fini della ricerca: in caso contrario l’applicazione di una qualsiasi metodologia sarebbe un banale e meccanico esercizio di riproduzione – ipertestuale magari – della fonte stessa assolutamente inutile. Il ricorso ai sistemi informativi geografici appare quindi la scelta più logica e coerente. Senza entrare nei dettagli tecnici, che qui certamente non interessano,14 il lavoro è consistito nell’acquisizione di tutti i dati catastali contenuti nei registri dei comuni in cui la presenza dell’olivo era documentata (cfr. infra) e nella successiva costituzione di un’unica banca dati. Tale banca dati è servita, oltre che per strutturare ed estrarre i dati necessari alla produzione di tabelle riassuntive e grafici, per implementare il sistema informativo 12 La tariffa d’estimo è definita al punto n. 15 del Regolamento per la pubblicazione del nuovo catasto come «la rendita censuaria in lire austriache di una pertica metrica per ciascuna qualità e classe di terreno, come anche la rendita di un gelso e di un ulivo sparso in essere…» alla quale veniva eventualmente detratta la quota relativa alle spese consorziali per le acque. Cfr. Regolamento per la pubblicazione del nuovo catasto nelle provincie del Regno Lombardo-Veneto aventi un estimo provvisorio, Imperial regia stamperia, Milano 1939, p. 6. 13 Zangheri, Catasti e storia cit., p. 61. 14 Per una definizione di sistema informativo geografico e l’illustrazione delle fasi operative più tecniche di informatizzazione della fonte in logica GIS, rimando al mio saggio, già citato, dedicato allo sviluppo del sistema informativo geo-storico dei catasti di metà Ottocento e inizio Novecento della città di Bergamo (consultabile tramite il Geoportale del Comune di Bergamo all’indirizzo: http://territorio. comune.bergamo.it/AtlanteGeografico), Oscar, Un sistema informativo cit.; il saggio è disponibile anche in formato pdf all’url: http://www.paolooscar.com/repository/Estratto_A5.indd.pdf. 8 geo-storico (SI) di cui si presentano in questo saggio gli esiti cartografici sub specie di carte tematiche.15 Il SI realizzato costituisce forse l’aspetto – inedito – più innovativo della ricerca nel suo complesso, in quanto permette di esaminare il complesso dei dati censuari raccolti unitamente alla loro componente topografica. L’utilizzo di questa tecnologia è stata scelta per la stretta analogia che lega l’architettura informativa dei catasti alla logica di “funzionamento” dei sistemi GIS.16 Questa è stata probabilmente la fase più impegnativa e dispendiosa in termini di tempo, poiché per la sua realizzazione sì è dovuto provvedere alla trasformazione del contenuto delle mappe dall’originale forma cartacea in cui si presenta, non certo ad un’immagine (raster) bensì ad un formato vettoriale, «scomponendo e ricomponendo» le mappe in un mosaico di oggetti poligonali indipendenti, avendo cura di rispettare le relazioni topologiche dell’originale. Fig. 3 – Sistema informativo geo-storico, screenshot del software di gestione: in evidenza le particelle interessate da coltura olivicola; sullo sfondo la mappa catastale originale di metà Ottocento (Comune censuario di Zorzino). 15 Il tabulato delle trascrizioni dei registri, che per motivi di spazio non è qui possibile pubblicare, è disponibile (limitatamente alle sole 1022 particelle interessate dalla coltura olivicola dei dodici comuni) come risorsa elettronica sul sito: http://www.territoriostorico.it. 16 Il sistema informativo è stato realizzato con l’applicativo ArcView GIS (v. 9.3) di ESRI, software standard nella Pubblica Amministrazione. 9 Ad ogni particella così acquisita, tramite il relativo numero di mappa (univoco), è infine stata associata la rispettiva descrizione precedentemente informatizzata. L’unione di queste due componenti (descrittiva e geometrica) in logica GIS rappresenta l’esito di tutto il lavoro e consiste in un unico sistema informativo per l’intero comprensorio olivicolo storico. Siamo convinti che l’informazione storica, soprattutto se rielaborata in forma di sistema informativo geografico, acquisti significato e spessore – anche a fini decisionali – soltanto se può essere messa in relazione, in un’ottica di reciproca valorizzazione, con altri livelli informativi, attuali e storici. Per questo motivo le mappe catastali storiche (114 fogli di mappa, o “fogli rettangoli” come venivano chiamati all’epoca) sono state preventivamente georeferenziate sulla CTR regionale nel sistema di riferimento Gauss-Boaga. Quanto costituito ha potuto pertanto essere integrato nel sistema informativo territoriale della pubblica amministrazione (Provincia) per operazioni di confronto tramite procedure di overlay mapping17 (vedi fig. a pagina 99). Una prima, semplice applicazione di questa integrazione è quella, di seguito presentata, che ha riguardato la sovrapposizione della copertura storica a oliveto al modello tridimensionale del rilevo per l’estrazione della quota media di ogni particella al fine di valutare la distribuzione altimetrica della coltura nei diversi comuni. 1.5 I risultati dell’indagine L’indagine ha avuto inizio con uno spoglio sistematico delle tariffe d’estimo di ogni comune censuario18 per selezionare, innanzitutto, le qualità agrarie interessate dalla coltura olivicola nelle diverse varianti in cui si presentava; in secondo luogo per sapere quanti e quali, tra i 334 comuni censuari in cui risultava suddiviso fiscalmente il territorio dipartimentale, erano i comuni interessati da tali colture. Il dato emerso da questo spoglio stimola, prima di ogni altra cosa, una considerazione di ordine geografico: la quasi totalità dei comuni censuari, in vario modo interessati dalla coltura olivicola, è disposta sulla sponda occidentale del Lago d’Iseo, uno solo – Vercurago, oggi in provincia di Lecco – è collocato sul Lago di Garlate e due all’inizio della Valcamonica. L’olivicoltura vera e propria (in coltura specializzata o consociata) era praticata tuttavia solo negli otto comuni, tutti rivieraschi, di Castro, Predore, Sarnico, Tavernola, Riva di Solto, Zorzino, Parzanica e Vercurago (tab. 1 e fig. 5). 17 Il sistema informativo geo-storico è consultabile attraverso il geoportale SITer@ dell’Amministrazione Provinciale. 18 Il comune censuario è una suddivisione a fini estimali del comune amministrativo, con il quale, di norma, nell’Ottocento coincideva. 10 Fig. 4 – Tariffa d’estimo del Comune censuario di Sarnico (ASMi, Catasto, cart. 12158). Totale generale Totale qualità con ulivi sparsi Tot. coltura olivicola (special. e mista) Totale coltura olivicola mista Oliveto (coltura special.) Vigna olivata Ronco olivato a ripe erbose Ronco olivato a murelli Ronco olivato Prato vitato olivato Prato olivato Pascolo olivato Aratorio vitato olivato Aratorio olivato TOTALE SUPERIFICI PER COLTURA (COMUNE) Castro 5,02 5,02 (1,3%) Lovere Predore 1,39 11,76 52,72 293,74 293,74 207,8 169,57 377,37 71,01 10,02 64,15 42,36 165,44 2,2 5,05 5,47 10,43 20,43 30,86 153,5 184,36 64,49 35,65 16,77 7,53 116,91 124,44 268,69 393,13 5,9 5,9 349,15 355,05 18,03 293,59 311,62 2,43 18,05 20,48 Volpino Costa inf. 559,92 559,92 Rogno 22,58 22,58 Castello ed Uniti 136,68 136,68 111,91 114,15 Sarnico 2,15 7,11 47,7 1,1 4,46 Tavernola Riva di Solto 5,9 Zorzino 12,51 Parzanica 2,43 Vercurago (LC) TOTALE SUPERFICI PER QUALITA’ E COLTURA 2,15 (DISTRETTO) 5,52 2,24 1,1 7,11 1,39 11,76 4,46 137,7 50,72 104,8 75,53 12,51 (52,4%) (7,8%) (31,4%) (1,5%) (4,5%) (0,6%) 2,24 (0,6%) 321,19 396,72 2425,08 2821,8 Tab. 1 - Superficie olivata distinta secondo le qualità catastali censite dal Catasto Lombardo-Veneto, 1853, (superficie in pertiche metriche o censuarie: 1 p.m. = 1000 m2). Totale superficie olivetata Vercurago 0,6% Parzanica Castro 0,6% 1,3% Riva di Solto 1,5% Zorzino 4,5% Sarnico 7,8% Predore 52,4% Tavernola 31,4% Fig. 5 – Superficie olivata (specializzata e mista) per comune, 1853. 12 Fig. 6 – Comprensorio olivicolo bergamasco a metà Ottocento. Fonte: Catasto LombardoVeneto (1853). Base cartografica: Carta dei comuni amministrativi al 1853 (ricostruzione geo-storica di P. Oscar). 13 Questa è la geografia che, in vario modo, ci viene restituita anche dalla letteratura ottocentesca locale, di cui si ritiene opportuno, prima di addentrarci nell’analisi della rilevazione catastale, presentare qualche breve passo.19 Interessante è innanzitutto l’accenno, anche per l’auspicio con cui si chiude, che Giovanni Maironi Da Ponte fa nelle sue Osservazioni nel 1803: «Cinque sono le specie d’Olio che nel Dipartimento del Serio si usano comunemente, cioè l’olivo, di noce, di lino, di ravizzone, e di vinacciuoli. […] Il consumo però più copioso ed universale è quello dell’olio d’Olivo. Esso anche fra noi si adopera molto a condimento delle vivande da ogni ceto di persone. Ed è necessario a’ fabbricanti de’ panni, ed a’ lavoratori delle sete sul Filatojo, oltre l’uso grande, che se ne fa ne’ Tempj. Richiedendo le sopraddette specie d’olio eziandio del maggior uso una coltura delle piante specifiche in un terreno conveniente, cioè il Lino in un fondo piano e grasso, e l’Olivo in apriche soleggiate opportune colline, o sul littorale di qualche lago o gran fiume, ne segue che scarsissimo ne è il prodotto in questo Dipartimento. E quanto a quello d’olivo le sole valli di Caleppio20 e di Sammartino hanno sortito dalla natura questa favorevole disposizione. Grande dunque è la mancanza che noi abbiamo d’olio d’olivo; e considerabilissima la quantità del soldo, che sorte dalla patria ogn’anno per provedere singolarmente il medesimo.21 Dipendendo perciò dalla inattitudine del nostro suolo la scarsezza di questo genere, sarà sempre difficile di poterne promover quivi un maggior raccolto. Sono però d’avviso che se si tentasse con qualche mezzo straordinario si potrebbe sperare di ottenerlo. Il più efficace de’ mezzi sarebbe certamente l’animare i proprietarj delle opportune situazioni in Valcaleppio, e in Valsammartino col fissare 19 Dobbiamo purtroppo accontentarci di accenni sporadici in quanto, come si può facilmente immaginare, non si è mai sviluppata da noi una letteratura specificamente dedicata alla coltura olivicola, come invece è successo per altre province italiane. La cosa appare evidente, oltre che dal piccolo repertorio qui presentato, anche a livello regionale. Da un’interessante indagine bibliografica sulla letteratura agronomica pubblicata in Italia nella prima metà dell’Ottocento emerge infatti che dei 68 testi dedicati all’olivicoltura (su un totale di 6327 testi censiti) solo 6 (0,4%) riguardano la Lombardia e nessuno di questi la provincia di Bergamo. Cfr. Gianpiero Fumi, Fonti per la storia dell’agricoltura italiana (18001849), Vita e Pensiero, Milano, 2003. 20 In Antico Regime, e fino alla distrettuazione della Iª Repubblica Cisalpina del marzo 1798, con tale denominazione si identificava un territorio (giurisdizione feudale) che si estendeva da Tagliuno a Predore. Cfr. Giovanni Da Lezze, Descrizione di Bergamo e suo territorio, 1596, a cura di V. Marchetti e L. Pagani, Provincia di Bergamo, Bergamo 1988 (Fonti per lo studio del Territorio Bergamasco, VII); Giovanni Maironi da Ponte, Novo catalogo delle comunità e contrade loro spettanti di tutta la provincia bergamasca, F.lli Rossi, Bergamo 1776 (si veda anche l’Appendice pubblicata nel 1778); Vincenzo Formaleoni, Descrizione topografica e storica del Bergamasco, G.B. Costantini, Bergamo 1777; per l’individuazione geografica cfr. Paolo Oscar, Oreste Belotti, Atlante storico del territorio bergamasco. Geografia delle circoscrizioni comunali e sovracomunali dal XIV secolo ad oggi, Provincia di Bergamo, Bergamo 2000, (Monumenta Bergomensia, LXX). 21 All’inizio dell’Ottocento tra le “piazze d’importazione”, oltre al Bresciano, si registrano infatti le isole greche di Paxos e Corfù, cfr. Notizie statistiche sul Dipartimento del Serio per l’anno 1815, Imperial Regia Stamperia, Milano 1816, tav. VIII, p. 41. 14 qualche picciolo premio ad ogni possessione di un detereminato numero di piante, e coll’esentare da dazio d’introito nella città almeno tutto l’olio nostrano».22 Nel 1853 Lorenzo Rota, conferma la distribuzione geografica indicata dal Maironi, che però integra con la presenza dei comuni di Scanzo (che stupisce non rinvenire nella rilevazione catastale coeva), Gorlago, Bagnatica, Bergamo, Villa d’Adda. Troviamo inoltre citati il comune di Erbanno e la località di Pian Borno, la qual cosa invece non sorprende giacché la presenza di olivi in Valcamonica (all’epoca totalmente inclusa nel Dipartimento del Serio con capoluogo Bergamo), ancorché solo nella forma di piante sparse, è testimoniata anche dai catasti, come si vedrà più oltre. Da botanico non dimentica poi di rilevare la quota altimetrica di vegetazione, che è stata oggetto di attenzione anche in questo contributo. «A questa regione [dei colli] spetta l’Olivo, il quale è attualmente da noi circoscritto alle colline influenzate dalla mite aura de’ laghi, favorendone essa la vegetazione a rimarchevolj distanze ed elevatezze da essi. Diffatti quest’albero inoltrasi ad Erbanno e Pian Borno in Valle Camonica a dieci miglia dal Sebino, onde percorre vigorosissimo la sponda bergamasca e s’avanza per ben quindi ci miglia verso Bergamo sulle colline di Gorlago e di Scanzo abbellendo di sua mansueta verdura la Valle Caleppio e ricompare sull’amena costiera che sovrasta all’Adda tra Fopenico e Vercurago. Nel bacinetto d’Adrara ascende a 500 m sul monte Cajane ed a 400 m a Gazzo di Rossino in Valle S. Martino. E se creder devesi ad alcuni vecchi coloni la bella pianta adornava pure i colli di Bagnatica, Bergamo e Villa d’Adda: lo che non mi venne accennato né delle Valli Cavallina e Seriana inferiore, né de’ colli di Valtezze, Bruntino ed Almenno, certo vietandolo la fredda brezza de’ torrenti e de’ monti sovrastanti».23 Gabriele Rosa nel 1886 così scrive: «La riviera bergamasca od occidentale cala precipite nel lago ovunque, tranne ne’ brevi spazi da Sarnico a Predore e nelle lingue di terra depositate dagli sbocchi delle vallicelle a Tavernola, a Riva di Solto e Castro. Queste oasi di buon terreno alluvionale, coltivate accuratamente ad ulivi, gelsi e viti, sono ridenti. […] I gruppi di ulivi (borai) che oltre Predore s’appiattano sotto le rupi inaccessibili riverberanti, ed annoiati nibbii, falchi e passeri solitarii, sono i più pittoreschi del lago». Riferimenti all’olivo si trovano ancora nell’opera del Rosa alle singole voci. Relativamente a Predore riferisce che «gli ulivi sulle pendici verso il lago erano più estesi ed elevati. Sino ad Adrara sopra Sarnico, un colle chiamavasi ancora Oliveto, ma vi perirono specialmente pei freddi del 1709 e del 1784. Ed è notevole che la pendice da Predore verso Tavernola dà ottimo olio e mediocre vino, mentre quella 22 Giovanni Maironi da Ponte, Osservazioni sul Dipartimento del Serio, Natali, Bergamo 1803, pp. 55-57. Lorenzo Rota, Prospetto della flora della provincia di Bergamo, Tip. Mazzoleni, Bergamo 1853, p. 9. 23 15 da Predore verso Sarnico produce ottimo vino e olio mediocre». Alla voce Riva ci informa invece che «la pendice di Riva fino ad Esmate è la più ricca e florida d’ulivi di tutta la riviera del lago d’Iseo»; riferendosi agli opifici presenti, cita una filanda a vapore costruita 1869 e segnala che «vi è, pure a vapore, un pressoio d’olio d’uliva». Illustrando Castro riporta, a proposito dell’apertura della voragine del Tinazzo, il seguente passo di Achille Muzio (secolo XVI): Vicus oliviferi Castri, memorabilis olim Corruit immensae turbine raptus aquæ Presenta poi Erbanno come «il sito più aprico e meglio vinifero della valle, e dove tra il verde brillante dei pampini sorgono le chiome miti e pallide degli ulivi». In Valcamonica rileva ancora la presenza di olivi in Borno, nella frazione Pian di Borno, «sito di aspetto signorile sulla via nazionale sotto dirupi pittoreschi dove matura l’uliva». E infine Lovere, nelle cui alture «si trovano sepolcri romani, e due lapidi a Minerva, forse perché già sin d’allora vi si piantarono ulivi».24 Più drastico e impietoso Fiorentini che nella sua Monografia nel 1888 scrive: «Nella provincia non si produce materia prima per la fabbricazione degli olii, fatta eccezione di una quantità insignificante di olivi sul lago d’Iseo. I piccoli produttori di olio qui esistenti, che non superano la ventina, e che servono in gran parte al consumo locale, lavorano quasi tutti i semi di lino del cremonese e del cremasco. In totale occupano 80 operaj ed utilizzano circa 50 cavalli di forza. Consumano 50 quintali di linosa al giorno, dando circa 16 quintali di olio di lino. […] L’olio d’olivo si produce da qualche piccolo industriale del lago d’Iseo; ma è un olio di qualità secondaria simile a quello prodotto in maggiori proporzioni dalla provincia di Brescia, che coltiva le olive nei bacini d’Iseo e di Garda».25 Fatta eccezione per qualche dato inedito fornito qua e là, qualche curiosità in più o in meno, di cui facciamo sicuramente tesoro, in genere l’informazione trasmessa dalla letteratura, anche quella di attendibilità conclamata qui citata, è abbastanza ripetitiva e non ci permette di fare grandi passi nella direzione specificamente geografica – che è quella che più ci interessa – e statistica. L’unità minima di rilevazione è infatti sempre e solo il comune. Ritorniamo quindi ai catasti. Dalla rilevazione effettuata, in parte confermata dalla letteratura, come s’è visto, spicca Predore, che con quasi 21 ettari, deteneva, 24 Gabriele Rosa, Guida al lago d’Iseo ed alle valli Camonica e di Scalve, Tip. Apollonio, Brescia 1886, p. 35 e alle voci. La connessione tra Minerva, dea della saggezza, e l’albero d’olivo è molto antica: già presso i Greci alla dea Atena, corrispondente ellenico della divinità romana, erano sacri l’olivo, oltreché la civetta. In ambito romano Fedro ci racconta (Liber IV, Fabula 17) di come Giove affidi a Minerva la tutela dell’olivo perché è una pianta molto utile e non sterile e infruttuosa come altre. 25 Lucio Fiorentini, Monografia della Provincia di Bergamo, Bolis, Bergamo, 1888, pp. 119-120. 16 tra coltura pura e promiscua, più del 50% della superficie totale investita a oliveto a livello dipartimentale a metà Ottocento. Segue Tavernola con il 31,4% (12,4 ha), Sarnico con il 7,8% (3,1 ha), Zorzino col 4,5% (1,8 ha), Riva di Solto con l’1,5% (0,6 ha) e Castro con l’1,3% (0,5 ha). Più che marginale infine era la presenza dell’olivo nei comuni di Parzanica e Vercurago, entrambi con poco più di 0,2 ettari investiti (tab. 1). La superficie totale per comune non è tuttavia indice di maggiore o minore produzione, che è soprattutto da rapportare al numero di piante effettivamente presenti e alla qualità del prodotto (in olive), testimoniato quest’ultimo dalle tariffe d’estimo (e quindi dalle rendite) di ciascuna classe e ciascun olivo. Sulla base di questi parametri la graduatoria ora stilata cambia notevolmente, come si vedrà tra poco. Negli altri quattro comuni di Lovere, Volpino Costa Inferiore, Rogno con Monti e Castello con S. Vigilio, l’olivo era pure presente, ma solo come pianta sparsa. In questa forma è rilevabile, come ci conferma qualcuno degli autori citati in precedenza, anche in Valcamonica, a prima vista poco vocata, in particolare nei due comuni censuari di Angolo con Bessimo e Glisori e Gorzone con Sciano. Sorprende invece non trovare traccia della coltura, neppure come pianta sparsa, a Scanzo, che invece è menzionato, oltre che dal Rota, anche nella dettagliata Monografia agricola della Provincia di Bergamo redatta nel 1881 da Antonio Gasparini per la nota inchiesta agraria di Stefano Jacini.26 La seconda considerazione riguarda le diverse qualità e forme colturali in generale. In tutto il comprensorio olivicolo storico l’olivo è presente, o meglio, censito, sia in coltura specializzata pura (olivo) sia in coltura promiscua con la vite (nella vigna olivata e in tutti i tipi di ronco), con i seminativi (aratorio olivato), nei prati/ pascoli (prato olivato e pascolo olivato) o in una combinazione dei precedenti (aratorio vitato olivato e prato vitato olivato).27 La superficie totale investita in vario modo ad olivo ammonta a 36,97 ettari (369,72 pertiche metriche) nei quali è prevalente la forma consociata con la vite (sempre presente nei ronchi, ronchi a murelli e a ripe erbose) con 29,77 ettari (297,68 pm)28 pari al 75% del totale, mentre la coltura specializzata con 7,5 ettari ne rappresentava solo il 19%. Nei rimanenti 2,35 ettari (6%) era presente in colture miste di minore estensione, dove la vite era comunque ancora in parte presente. 26 «Il clima della Provincia – scrive Gasparini – non è adatto alla coltura degli agrumi. L’ulivo è limitato a poche località, quali le sponde del Lago Sebino, le colline di Scanzo, di Val Caleppio e di Vercurago, luoghi tutti in cui questa pianta non vegeta oltre 500 metri sul livello del mare», Antonio Gasparini, Monografia agricola della Provincia di Bergamo, Gaffuri e Gatti, 1881, p. 16. 27 Si fa presente che il seminativo – soprattutto granoturco, ma anche frumento – era presente anche nelle vigne e nei ronchi, anche in consociazione con l’olivo. 28 In questo computo sono contemplati solo la vigna olivata e i ronchi nelle diverse varianti in cui si presentano. 17 1,1 0,3% 2,15 0,5% 7,11 1,8% 1,39 0,4% 11,76 3,0% 75,53 (19,0%) Oliveto Oliveto Aratorio olivato 4,46 1,1% Aratorio vitato olivato Pascolo olivato 104,8 (26,4%) Vigna olivata Prato olivato Prato vitato olivato 137,7 (34,7%) Ronco olivato a murelli 50,72 (12,8%) Ronco olivato a ripe erbose Ronco olivato Ronco olivato a murelli Ronco olivato a ripe erbose Vigna olivata Composizione colture olivicole censite nel 1853 (superfici in perDche metriche) Fig. 7 – Qualità olivicole censite nella Bergamasca a metà Ottocento (superficie in pertiche metriche). Superfici agricole olivetate (1 pert. metrica = 1000 mq) 600 500 400 300 200 100 0 Totale qualità con US 20,48 52,72 Parzanica Castro 18,05 47,7 114,15 184,36 Vercurago Sarnico (LC) 111,91 Totale coltura olivicola mista Totale coltura olivicola specializzata 2,43 5,02 2,24 311,62 377,37 Zorzino Predore Tavernola 393,13 355,05 Riva di Solto 153,5 293,59 169,57 268,69 349,15 20,43 12,51 165,44 116,91 5,9 10,43 5,52 42,36 7,53 22,58 Rogno 22,58 136,68 Castello ed UniG 293,74 136,68 293,74 Lovere Fig. 8 – Grafico riassuntivo della composizione delle superfici olivate per comune. 18 559,92 Costa Inf. Volpino 559,92 Vercurago 2,24 Parzanica 2,43 Oliveto Ronco olivato a murelli Oliveto Ronco olivato a murelli Castro 5,02 Zorzino 5,52 Tavernola 7,53 Predore 42,36 Tavernola 64,49 Sarnico 10,43 Predore 71,01 Vigna olivata Ronco olivato a ripe erbose Sarnico 2,2 Predore 10,02 Tavernola 35,65 Riva 5,9 Sarnico 5,05 Zorzino 12,51 Tavernola 16,77 Predore 64,15 Sarnico 5,47 Ronco olivato a ripe erbose Vigna olivata Fig. 9 – Distribuzione delle principali qualità olivicole per comune. In tutti i dodici comuni era presente anche in colture non olivicole come pianta sparsa.29 Osservando il dato per comune, i grafici dell’incidenza delle quattro principali colture olivicole mettono in evidenza la netta prevalenza di Predore nella coltura specializzata e nella vite olivata, e l’alta percentuale del ronco olivato a ripe erbose a Tavernola, comuni nei quali è presente, in forma quasi esclusiva ed equamente ripartita, anche il ronco olivato a murelli. La documentazione catastale, preparatoria e d’impianto, consente infine di fare anche una stima del numero di piante presenti in ogni comune. Alla formazione di tale stima concorrono due quote, la prima relativa alle piante sparse che, per ogni particella interessata, vengono direttamente enumerate in 29 Accanto a quelle dove è già presente in coltura mista (aratorio, prato, pascolo, prato vitato, ronco, ronco a murelli, ronco a ripe erbose e vigna) troviamo l’aratorio in colle e in monte, l’aratorio vitato in colle e in piano, il coltivo da vanga vitato, il prato in colle, il prato vitato in colle e lo zerbo («terreno seminudo con poche erbe», sterile). 19 un’apposita colonna del registro Catasto,30 e una seconda che invece è relativa alle piante presenti nella coltura specializzata e in quelle promiscue.31 Quest’ultimo dato non è presente in forma numerica ma si può stimare sulla base di alcune indicazioni contenute nei citati Atti preparatori,32 nella fattispecie il fascicolo delle Nozioni agrarie di dettaglio che, per la coltura a oliveto puro, indica che «in una pertica di uliveto, considerato nella sua estensione complessiva [computando cioè anche le tare - nda] vi saranno dalli 15 alli 24 ulivi»; e quello delle Nozioni generali territoriali che indica, relativamente alla coltura promiscua, «dalle 5 alle 7 piante per pertica» che, rapportati alla pertica metrica33 e poi all’ettaro, significano rispettivamente 225-360 piante in coltura mista e 75-105 in coltura promiscua. Cinque piante per pertica bergamasca era il discrimine tra coltura mista e pianta sparsa. A tal proposto, nel Prospetto di classificazione del Comune di Predore del 1832 si specifica infatti che, relativamente alla consociazione con la vite, «sonosi qualificati oliveti con viti quei fondi nei quali si contano cinque o più di cinque olivi in ragione di pertica, ritenendosi per olivi sparsi quando si trovano in numero minore di cinque».34 Sotto la soglia di 5 piante per pertica bergamasca (75 piante/ha), pertanto, l’olivo non dava origine a coltura mista e la rendita era computata per singola pianta: la rendita più bassa (0,15 l) si registra, com’è intuibile, nei censuari di Rogno e Castello, ma anche in Vercurago, e la massima (0,30 l) a Predore, Zorzino e Riva.35 Assumendo valori di densità media di 29 piante/pm (290 p/ha) per l’oliveto e 9 piante/pm (90 p/ha) per le colture olivicole consociate, si ottengono, per gli otto comuni in cui la coltura olivicola era presente, 2190 olivi in coltura specializzata e 2891 in coltura mista. Uniti ai 3469 olivi sparsi presenti in tutti e dodici comuni si arriva a 8550 piante censite a metà Ottocento in tutta la provincia. È verosimile pensare che esistessero qua e là pochi olivi sparsi anche altrove, ma 30 L’operazione di rilevazione del numero delle piante per ogni appezzamento era prescritta all’art. 13 del citato Regolamento per la pubblicazione del nuovo catasto che specifica che gli ulivi da conteggiare sono quelli «riconosciuti in essere, ommessi i novelli ed i decadenti, coi debiti riguardi alle circostanze locali e considerati all’epoca del 27 maggio 1828». 31 «Gli ulivi sono considerati separatamente dal fondo soltanto nei terreni non costituenti una qualità ulivata, giacché per tale qualità composta il prodotto degli ulivi è già compreso nella stima ossia nella tariffa della qualità e classe», Regolamento cit., art. 44, p. 13. 32 ASMi, Catasto, cart. 12135. 33 Nei documenti preparatori i dati sono espressi nelle misure locali. Per la superficie si utilizzava la pertica bergamasca (662,30 m2) e suoi sottomultipli. Vedi Tavole di ragguaglio di pesi e misure agrarie in Appendice. Sul sito http://www.territoriostorico.it è disponibile un convertitore di pesi e misure agrarie storiche, sia per l’ambito bergamasco sia per quello bresciano. 34 ASMi, Catasto, cart. 12135. 35 Dati desunti dalle Tariffe d’estimo riportate nei registri Catasto dei singoli comuni censuari conservati in ASBg. La rendita è espressa in lire austriache. 20 probabilmente non in numero tale da meritare un computo individuale, né tantomeno da rendere necessaria la previsione di una qualità olivata ad hoc e della relativa tariffa d’estimo. Distribuzione delle piante di olivo per 2po di coltura -‐ a. 1853 (totale piante 8550) 3469 40% 2891 34% Ulivi in coltura olivicola specializzata Ulivi in coltura olivicola mista Ulivi in coltura non olivicola (US) 2190 26% Fig. 10 – Numero totale di piante per tipo di coltura. Passando ad analizzare i singoli comuni e prendendo in considerazione le sole colture olivicole (specializzata e miste), l’analisi dei dati riassuntivi (tab. 2) mette in luce ancora la posizione dominante di Predore che, su una superficie di poco più di 20 ettari (207,8 p.m.) pari al 52,4% del totale del comparto olivicolo storico possiede il 53,5% delle piante censite (2717). Segue Tavernola con 1271 (25%) su una superficie di 12,4 ettari (31,4%) del totale, e in terzo rango Sarnico con 486 piante (9,6%) su una superficie di 3,86 ettari (7,8%). Se si analizza poi il numero di piante per ettaro emerge un altro scenario, che vede Sarnico e Zorzino (grazie all’alta incidenza in quest’ultimo della coltura specializzata sul totale) contendersi la posizione di comune più densamente olivato con una concentrazione media rispettivamente di 158 e 151 piante per ettaro, seguiti da Predore con 131 e da tutti gli altri che restano sotto la media di 128 piante/ha. Infine, se in questa sorta di competizione si tiene conto anche degli olivi sparsi, Zorzino, che ne possiede in maggior numero, con 1001 piante si posiziona in terzo rango per numero totale di olivi presenti sul proprio territorio dopo Predore, con 2848, e Tavernola con 1570. 21 165,44 169,57 1228 1489 TOTALE ULIVI (incidenza % sul totale) 42,36 Rendita per ciscun ulivo sparso 7085 293,74 Ulivi in sparsi Predore 146 Totale olivi in coltura olivicola (spec.e mista) 5200 47,7 Ulivi in coltura olivicola mista (calc_pm) Lovere Ulivi in coltura olivicola specializzata (calc_pm) 5,02 Totale coltura non olivicola con ulivi sparsi Totale coltura olivicola specializzata (pm) 978 Totale coltura olivicola mista (pm) Superficie comunale (escl. porz. lacuale - pm) Castro (2,9%) 146 70 0,25 (2,5%) – 189 0,25 (2,2%) 2717 131 0,30 (33,3%) 486 153 0,25 (7,5%) 1271 299 0,25 (18,4%) 53 824 0,30 (10,3%) (53,5%) Sarnico 3864 10,43 20,43 153,5 302 184 (9,6%) Tavernola 6552 7,53 116,91 268,69 218 1052 (25,0%) Riva di Solto 2997 5,9 349,15 53 (1,0%) 216 189 2848 639 1570 877 273 1001 728 0,30 (11,7%) 70 (1,4%) 30 0,20 (1,2%) Zorzino 813 5,52 Parzanica 6153 2,43 Volpino Costa inf. 8720 559,92 – 664 0,20 (7,8%) Rogno con Monti 6778 22,58 – 31 0,15 (0,4%) Castello con San Vigilio Vercurago (LC) TOTALI 12,51 8057 1565 2,24 75,53 321,19 293,59 160 18,05 70 113 (5,4%) 100 664 31 238 136,68 – 238 0,15 (2,8%) 111,91 65 65 112 0,15 (2,1%) 2425,08 2190 (1,3%) 2891 3469 177 8550 Tab. 2 - Numero di olivi per comune e tipo di coltura. Lovere Castro 2,2% 2,5% Vercurago Parzanica Rogno 2,1% 1,2% 0,4% Castello 2,8% Sarnico 7,5% Predore 33,3% Volpino 7,8% Riva 10,3% Tavernola 18,4% Zorzino 11,7% Fig. 11 – Numero totale di piante (colture olivicole e piante sparse) per comune - incidenza %. 22 3000 2500 2000 1500 1000 500 0 Ulivi sparsi Predore Tavernola Zorzino 131 299 728 Riva 824 Sarnico 153 Volpino 664 Castello 238 Castro 70 Lovere Vercurago Parzanica Rogno 189 112 30 31 Ulivi in coltura mista 1489 1052 113 53 184 0 0 0 0 0 0 0 Ulivi in coltura spec. 1228 218 160 0 302 0 0 146 0 65 70 0 Fig. 12 – Numero totale di piante per tipo di coltura e comune. Castro Lovere Predore Sarnico Tavernola B. Riva di Solto Zorzino Parzanica Volpino Costa inf. Rogno con Monti Castello con S.V. Vercurago (LC) Media totale A questo proposito conviene ancora notare la presenza di 824 piante sparse a Riva di Solto, ma soprattutto 664 a Costa Volpino e 238 a Castello, comuni, questi ultimi, non propriamente vocati. Si tratta, inutile dirlo, di numeri infinitesimi, che forse faranno sorridere, ma sono quelli tipici di una coltura immersa in un quadro ambientale da più punti di vista ostile, che riesce a sopravvivere solo grazie ad una condizione climatica “favorevole” determinata dalla presenza mitigatrice del lago (c.d. mesoclima insubrico). Densità media olivi sparsi (pm) 1,5 0,6 0,8 1,0 1,1 2,4 2,5 1,7 1,2 1,4 1,7 1,0 1,4 Densità media tutte le colture e us (pm) 4,1 0,6 7,5 3,5 4,0 2,5 3,2 4,9 1,2 1,4 1,7 1,6 3,0 Densità media nelle colture olivicole (pm) 29,0 13,1 15,8 10,2 9,0 15,1 29,0 29,0 12,8 Tab. 3 – Densità media di olivi per comune e tipo di coltura (piante per pertica metrica). 23 1.6 Repertorio cartografico della diffusione dell’olivo secondo il Catasto Lombardo-Veneto (1853). Nelle pagine che seguono viene presentato, sotto forma di carte tematiche, il risultato dell’indagine sulla coltura olivicola in provincia di Bergamo condotta sulle fonti catastali di metà Ottocento. Gli elaborati sono stati ricavati dal Sistema informativo geografico appositamente realizzato e documentano la localizzazione della coltura olivicola nelle diverse forme in cui si presentava. In considerazione della scala di pubblicazione si è preferito non entrare nel dettaglio delle qualità agrarie catastali e ridurre i tematismi alle tre tipologie generali di coltura specializzata (solo olivo), promiscua (in cui vengono accorpate tutte le consociazioni con vite, seminativi, prati e pascoli – vedi tab. 1) e olivi sparsi (la posizione è chiaramente fittizia). Per un utile confronto con l’attualità le tavole riportano sullo sfondo la Carta Tecnica Regionale di Regione Lombardia, integrata con l’orografia a sfumo (nostra elaborazione) e in sovraimpressione la copertura DUSAF 2007 (cfr. Cap. 3) relativa alla classe 223 (olivo). Le schede, relative ai comuni censuari ottocenteschi, riportano poi il grafico dell’incidenza della coltura olivicola nel suo complesso (compresa la superficie con olivi sparsi) sulla superficie comunale (in pertiche censuarie o metriche: 1 pm = 1000 m2) con l’indicazione della composizione (in superficie e in percentuale) per le tre tipologie colturali raffigurate in mappa. La scheda si completa con il grafico della distribuzione altimetrica della coltura – intesa come quota media di ogni singola particella catastale olivata presente sul territorio comunale – ricavata per sovrapposizione della maglia particellare ottocentesca al modello digitale del terreno. In ascissa, a seconda dei casi, è stata posta la coordinata Est o Nord. Dove è stato possibile si è mantenuta la scala nominale della CTR di sfondo (1:10000), negli altri si è fatto ricorso a scale non convenzionali variabili da caso a caso (comunque indicate). Fonte storica: Archivio di Stato di Bergamo, Catasto Lombardo-Veneto (1853), Mappe e registri Catasto dei comuni censuari di Castello ed Uniti (Rogno), Castro, Lovere, Parzanica, Predore, Riva di Solto, Rogno, Sarnico, Tavernola, Vercurago (LC), Volpino Costa inferiore, Zorzino (Riva di Solto). Ricerca storica e implementazione GIS: Paolo Oscar. Fonte informativa per i dati attuali (limiti amministrativi, aree idriche, CTR, DTM e DUSAF): Geoportale della Regione Lombardia - Unità Organizzativa Infrastruttura per l’Informazione Territoriale, Direzione Generale Territorio e Urbanistica - Regione Lombardia/ERSAF. 24 & TAVOLE !"#$%"#& '()*+&,%,+&-./0&*+1+&2&-./30&456& Legenda per le carte Legenda per i grafici a torta *!+$((& ,$%)& %""$%"& +$%)& -./012340&5657809684:05757& (,$%!& #$!)& ;65780&<.7845=&36>&.84:4&?/71?4& ;65780&3685.17&684:43687&@4?57& ;65780&3685.17&684:43687&?/034784AA757& *!'$+"& ,$()& 25 SARNICO Scala 1:21 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Sarnico nel 1853. 20,43 0,5% 1 184,36 4,8% 3679,64 95,2% 10,43 0,3% 153,5 4% 2 3 4 Aratorio olivato Aratorio vitato olivato Ronco olivato Ronco olivato a murelli Ronco olivato a ripe erbose Vigna olivata Oliveto (coltura special.) Totale coltura olivicola mista Tot. coltura olivicola (special. e mista) Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Distribuzione altimetrica della coltura. Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 3864 2,15 1,1 4,46 2,2 5,05 5,47 10,43 20,43 30,86 153,5 184,36 Numero olivi 26 302 184 486 153 639 PREDORE Scala 1:24 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Predore nel 1853. 165,44& 2,3%& 42,36& 0,6%& 377,37& 5,9%& 6707,63& 94,7%& 1& 2& 3& 4& 169,57& 2,4%& Pascolo olivato Prato olivato Prato vitato olivato Ronco olivato a murelli Ronco olivato a ripe erbose Vigna olivata Oliveto (coltura special.) Totale coltura olivicola mista Tot. coltura olivicola (special. e mista) Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Distribuzione altimetrica della coltura. Sup. comunale (pm) Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 7085 7,11 1,39 11,76 71,01 10,02 64,15 42,36 165,44 207,8 169,57 377,37 Numero olivi 27 1228 1489 2717 131 2848 TAVERNOLA CON CAMBIANICA, BIANICA E GALLINARGA Scala 1:30 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Tavernola nel 1853. 116,91 1,8% 1 393,13 6% 6158,87 94% 7,53 0,1% 268,69 4,1% 2 3 4 Ronco olivato a murelli Ronco olivato a ripe erbose Vigna olivata Oliveto (coltura special.) Totale coltura olivicola mista Tot. coltura olivicola (special. e mista) Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Numero olivi Distribuzione altimetrica della coltura. Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 6552 64,49 35,65 16,77 7,53 116,91 124,44 268,69 393,13 218 1052 1271 299 1570 28 PARZANICA CON ACQUAJOLO E PORTIRONE Scala 1:10 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Parzanica nel 1853. Parzanica 2,43 0,04% 20,48 0,33% 6132,52 99,7% 18,05 0,29% 1 2 3 4 Oliveto (coltura special.) Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Numero olivi Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 6153 2,43 18,05 20,48 70 30 100 Distribuzione altimetrica della coltura. 29 RIVA DI SOLTO Scala 1:28 000 - 1:15 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Riva di Solto nel 1853. Riva di Solto 349,15 11,6% 355,05 11,8% 2641,95 88,2% 1 2 5,9 0,2% 3 Vigna olivata Oliveto (coltura special.) Totale coltura olivicola mista Tot. coltura olivicola (special. e mista) Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Numero olivi Distribuzione altimetrica della coltura. Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 813 12,51 5,52 12,51 18,03 293,59 311,62 160 113 273 728 1001 30 ZORZINO Scala 1:10 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Zorzino nel 1853. Zorzino 293,59 36,2% 1 2 311,62 38,4% 500,38 61,6% 3 4 5,52 0,7% 12,51 1,5% Vigna olivata Oliveto (coltura special.) Totale coltura olivicola mista Tot. coltura olivicola (special. e mista) Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Numero olivi Distribuzione altimetrica della coltura. Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 813 12,51 5,52 12,51 18,03 293,59 311,62 160 113 273 728 1001 31 CASTRO Scala 1:15 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Castro nel 1853. Castro 5,02 0,5% 52,72 5,4% 925,28 94,6% 47,7 4,9% 1 2 3 4 Oliveto (coltura special.) Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Numero olivi Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 978 5,02 47,7 52,72 146 70 216 Distribuzione altimetrica della coltura. 32 LOVERE Scala 1:26 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Lovere nel 1853. Lovere 293,74 5,6% 4905,26 9,4% 1 2 Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Numero olivi Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 5200 293,74 293,74 189 189 Distribuzione altimetrica della coltura. 33 CASTELLO CON S. VIGILIO Scala 1:20 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Castello nel 1853. Castello ed U. 136,68 1,7% 7920,32 98,3% 1 2 Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Numero olivi Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 8057 136,68 136,68 238 238 Distribuzione altimetrica della coltura. 34 ROGNO CON MONTI Scala 1:15 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Rogno nel 1853. Rogno 22,58 0,3% 6755,42 99,7% 1 2 Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Numero olivi Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 6778 22,58 22,58 31 31 Distribuzione altimetrica della coltura. 35 VOLPINO COSTA INFERIORE Scala 1:30 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Volpino Costa Inferiore nel 1853. Costa Volpino 8159,08 93,6% 1 559,92 6,4% 2 Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Numero olivi Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 8720 559,92 559,92 664 664 Distribuzione altimetrica della coltura. 36 VERCURAGO CON SOMASCA Scala 1:10 000 Presenza dell’olivo nel Comune censuario di Vercurago nel 1853. Vercurago (LC) 1 111,91 7,2% 114,15 7,3% 1449,85 92,7% 2 2,24 0,1% 3 4 Oliveto (coltura special.) Totale qualità con ulivi sparsi Totale generale Superfici Numero olivi Sup. comunale Presenza olivicola sulla superficie totale e composizione percentuale per tipo di coltura. 1565 2,24 111,91 114,15 65 112 177 Distribuzione altimetrica della coltura. 37 2. INDAGINE STATISTICO-QUANTITATIVA 2.1 Il catasto agrario del 1910 Il Catasto agrario del 1910 costituisce il primo tentativo, solo parzialmente riuscito, di un sistematico lavoro di censimento nazionale delle colture, nelle loro qualità e classi, istituito agli scopi della statistica agraria. I precedenti di tale progetto si possono far risalire alla fine dell’Ottocento con il primo programma di statistica del 1870 promosso da Nicola Miraglia, capo divisione del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio (MAIC). Tuttavia è solo con il D.M. 6 marzo 1907 – istitutivo dell’Ufficio speciale per la Statistica agraria presso il MAIC – e la successiva legge 14 luglio 1907 n. 535 – che autorizzava le operazioni di compilazione fissando anche la data di inizio – e quella del 2 luglio 1908 n. 358 – con la quale finalmente si stanziava la somma necessaria per le operazioni di rilevazione – che prende avvio, sotto la guida del Prof. Guido Valenti, l’ambizioso programma di censimento delle colture e dei prodotti agrari del Regno.36 La differenza tra catasto geometrico fondiario e catasto agrario è sostanziale: pur basandosi entrambi sulla determinazione delle superfici e sulle produzioni, o sulle attitudini produttive, il primo ha come obiettivo la determinazione della rendita e la sua è una documentazione fiscale “interna”; il catasto agrario ha invece un carattere quali-quantitativo e i suoi dati venivano e vengono pubblicati a fini di studio. La rilevazione doveva essere il più possibile aderente alla realtà e quindi necessitava di una attendibile base cartografica di riferimento. In provincia di Bergamo le operazioni di formazione delle mappe del nuovo catasto fondiario, il Nuovo catasto terreni istituito nel 1886 (NCT)37, erano già concluse da sei anni e quindi, molto opportunamente, ci si poté avvantaggiare di questo prezioso strumento sia per ottenere i dati agronomici, da rielaborare successivamente in maniera aggregata (per 36 Catasto Agrario del Regno d’Italia, vol. II, fasc. unico, Compartimento della Lombardia, Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio (MAIC), Direzione Generale della Statistica e del Lavoro, Ufficio di Statistica Agraria, G. Bertero e C., Roma 1913; Catasto Agrario del Regno d’Italia, vol. II, Lombardia, Introduzione, MAIC, Direzione Generale della Statistica e del Lavoro, Ufficio di Statistica Agraria, G. Bertero e C., Roma 1914; Catasto Agrario del Regno d’Italia, vol. II, Lombardia, Carte, MAIC, Direzione Generale della Statistica e del Lavoro, Ufficio di Statistica Agraria, G. Bertero e C., Roma 1914; Francesco Pollastri, I catasti italiani, Failli, Roma, 1939, pp. 393-418; Alessandro Molinari, Ercole Arcucci, Benedetto Barberi, Istituto Centrale di Statistica. Decennale 1926-IV – 1936-XIV, Poligrafico dello Stato, Roma 1936, p. 97 e seg. 37 Legge 1 marzo 1886 n. 3682. Cfr. Angelo Messedaglia, Il catasto e la perequazione fondiaria. Relazione parlamentare, nuova ed. a cura di L. Messedaglia, Bologna, 1936; Progetto di legge. Perequazione dell’imposta fondiaria, Camera dei deputati, XI leg., sess. 1873-74, n. 140, Roma 1874. 38 masse di coltura), sia, sfruttando le mappe, per agevolare le operazioni di verifica sul campo e di aggiornamento. Le operazioni di determinazione delle superfici territoriali, ottenute utilizzando i catasti particellari – nei 4346 comuni dove esistevano – o il metodo, sicuramente più approssimato, della perimetrazione sulla Carta d’Italia al 25000 dell’IGM – nei restanti 3980 che ancora ne erano sprovvisti – si conclusero nel 1913. Successivamente si procedette alle rilevazioni di campagna avendo come riferimento lo stato delle colture al 1910. I dati agronomici, ancorché raccolti per comune amministrativo, vennero accorpati per zone agrarie e, ordinati per regioni agrarie e province amministrative, furono pubblicati per compartimenti (le attuali regioni). Il programma di pubblicazione, come accennato, non venne portato a termine poiché si interruppe a causa dell’evento bellico e alle stampe vennero date solo le rilevazioni concluse, ossia quelle dei compartimenti di Lombardia, Veneto, Marche, Umbria e Lazio. Per gli altri compartimenti le rilevazioni rimasero incompiute e, quand’anche realizzate, risultarono, «in gran parte inutilizzabili per il mancato accertamento della loro attendibilità».38 I dati relativi alla provincia di Bergamo, aggiornati al 1910, vennero pubblicati nel 1913 nel volume del Compartimento III della Lombardia insieme a quelli delle Province di Brescia, Como, Cremona, Mantova, Milano, Pavia e Sondrio. Anche se l’unità statistica di rilevazione era il Comune amministrativo, nell’opera a stampa, «per ragioni di spazio e di opportunità», i dati analitici sulle produzioni si poterono fornire solo per gruppi di comuni. Il territorio provinciale di Bergamo venne così suddiviso in zone agrarie, ovvero in circoscrizioni – indipendenti dai limiti amministrativi minori dell’epoca (mandamenti e circondari) – che accorpano comuni che si trovano in analoghe condizioni naturali, topografiche ed agronomiche. A loro volta dette zone furono poi raggruppate, con criterio geografico, in regioni agrarie di pianura, collina e montagna, che nel loro insieme inquadrano esattamente il territorio di ogni Provincia. La Provincia di Bergamo, interessata da tutte e tre le regioni agrarie, fu suddivisa in otto zone agrarie (fig. 1). Nel Catasto in parola la presenza dell’olivo è documentata nella regione agronomica di montagna nella Zona 27 della Riviera occidentale del Lago d’Iseo. In tale zona erano ricompresi i Comuni di Castro, Costa Volpino, Esmate,39 Fonteno, Lovere, Parzanica, Pianico, Predore, Riva di Solto, Rogno, Sellere,40 38 Molinari et al., Decennale, cit. p. 98. È comune autonomo, con una circoscrizione amministrativa coincidente a quella dell’omonimo censuario, fino al 1928, quando viene unito a Solto e Fonteno (che riacquista autonomia nel 1948) a formare il Comune di Solto Collina (R.D. n. 177, 29-01-1928). Cfr. Paolo Oscar, Oreste Belotti, Atlante storico del territorio bergamasco. Geografia delle circoscrizioni comunali e sovracomunali dal XIV secolo ad oggi, Provincia di Bergamo, Bergamo 2000, (Monumenta Bergomensia, LXX ). 40 È comune autonomo fino al 1928, quando viene unito a Sovere nell’omonimo comune denominativo (R.D. n. 3260, 24-12-1928). 39 39 Solto,41 Tavernola Bergamasca, Vigolo e Zorzino.42 In questa zona, su un totale di 129,26 kmq, 98,38 (76,9%) costituivano la superficie agraria e forestale (SAF) e i rimanenti 30,88 (23,1%) la superficie improduttiva. Qui l’olivo viene rilevato sia come coltura legnosa specializzata pura, cioè costituita da una sola specie che occupa tutta la superficie coltivata (la relativa superficie ricoperta è definita “integrante”), con 37 ettari totali, pari solo allo 0,38 % della SAF, sia come coltura legnosa coltivata in unione a coltivazioni erbacee (olivi nel seminativo arborato), con una superficie di 173 ettari, pari all’1,76% della SAF. In questo caso alla coltura venne attribuita la superficie “ripetuta” in quanto, avendo un’area di insidenza (proiezione della chiome sul terreno alla maturità) inferiore al 50% della superficie totale, non rappresentava la coltura prevalente. Per le due tipologie vengono forniti anche i dati relativi alla produzione delle diverse colture. A questo proposito è il caso di specificare che non si tratta della produzione annuale ma della cosiddetta produzione normale, ovvero «quel prodotto che, secondo il giudizio di persona esperta, un terreno di una data qualità e di un dato grado di fertilità darebbe col sistema di coltura in uso, se circostanze accidentali, favorevoli o sfavorevoli, non lo elevassero o abbassassero eccezionalmente», e cioè, in definitiva, «il prodotto medio secondo il giudizio degli informatori».43 Così, mentre nella coltura specializzata pura si rileva una produzione di 15 q/ha nei terreni più produttivi e 12 in quelli meno produttivi, nella promiscua il dato scende rispettivamente a 10 e 2 q/ha, valori che complessivamente portano la produzione annua totale della zona (e quindi dell’intera provincia) a 920 q.44 Catasto agrario 1910, Superficie olivetata e produzione in Zona 27 Superficie Coltura spec. pura (sup. integrante) Coltura consociata (sup. ripetuta) Produzione (olive) ha q/ha + produttivi q/ha – produttivi q/ha intera sup. Prod. compl. 37 15 12 14 (14,32) 530 173 10 2 2,2 (2,25) 390 41 La sua circoscrizione amministrativa corrispondeva a quella del Censuario ottocentesco, quindi senza il territorio di Esmate, all’epoca comune autonomo. 42 Il Comune di Zorzino, autonomo all’epoca del censimento, viene unito a Riva di Solto con R.D. n. 1087 del 26-04-1928. 43 Catasto agrario del Regno d’Italia (1910), vol. II – Lombardia, Introduzione, cit., p. 11. 44 Il dato è probabilmente sottostimato, in quanto «di una precisa definizione – si legge nelle note introduttive al Catasto del 1929 – mancarono, nel 1910, le colture legnose specializzate, le colture promiscue di piante erbacee e legnose […] di modo che, particolarmente nel confronto di dette colture, difetta la comparabilità delle due serie di dati». Per le colture legnose specializzate (costituite essenzialmente da vigneti e solo in minima parte da frutteti e oliveti) venne stimato un difetto di superficie, su tutta la provincia, di circa 2.760 ettari, pari al 67,5% del dato censito nel 1910, e un errore per eccesso nei seminativi con piante legnose di 2.046 ettari pari al 3% della precedente rilevazione. 40 Fig. 1 – Catasto agrario 1910, Regioni e zone agrarie della Provincia di Bergamo. Nella Zona 28 delle Colline Bergamasche, a cui pure appartengono comuni come Scanzo, Rosciate, Sarnico e Vercurago dove, come si è visto, la presenza dell’olivo è storicamente testimoniata nella letteratura ottocentesca, non vengono censiti oliveti tra le piante legnose, neppure in forma consociata. 2.2 Il catasto agrario del 1929 Le operazioni di rilevazione ripresero solo durante il regime fascista durante il quale il Governo nazionale non faticò a comprendere l’importanza di una statistica agraria per lo sviluppo economico e sociale, essendo all’epoca il settore primario il più importante dell’economia del paese. I compiti vennero trasferiti dall’Istituto di economia e statistica del MAIC all’Istituto centrale di statistica costituito nel 1926. Dal punto di vista operativo vennero previsti due programmi distinti a seconda dello stato della rilevazione realizzata nelle diverse province nella precedente campagna. Nelle province già rilevate venne attuato un piano di aggiornamento, mentre per quelle sprovviste fu predisposta una rilevazione ex-novo. La provincia di Bergamo fu una delle poche che poté giovarsi dei risultati della precedente rilevazione e pertanto il nuovo censimento venne eseguito con il metodo dell’aggiornamento.45 I lavori furono organizzati e coordinati dal Direttore della locale Cattedra ambulante di agricoltura, l’agronomo Eugenio Broggi, in 45 Catasto Agrario 1929-VIII, Compartimento della Lombardia, fasc. 11, Provincia di Bergamo, Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1935; Catasto Agrario. Esempio di aggiornamento, Istituto Poligrafico dello Stato, Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Roma 1930; Catasto Agrario. Esempio di rilevamento ex novo, Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1930; Armando Callegari, Statistiche agrarie, in Cinquanta anni di attività. 1926-1976, Istituto Centrale di Statistica, Failli, Roma 1978, p. 225 e seg.; Molinari et al., Decennale, cit. p. 97 e seg. 41 qualità di Commissario provinciale per il Catasto agrario, ed eseguiti dai tecnici della Cattedra stessa.46 La base topo-cartografica di riferimento fu la stessa del precedente (NCT), e così pure i dati agronomici, assunti, dove era possibile, nella forma già rielaborata dalla catastazione del 1910. Il criterio di rilevazione è qui ancora per masse di coltura ma, a differenza del precedente, nell’edizione a stampa l’unità geografica minima di riferimento per l’aggregazione dei dati è il comune amministrativo e non più la zona agraria. Per ogni comune della provincia esiste infatti una specifica scheda contenente dati generali e agronomici organizzati in sette sezioni (fig. 3). Il territorio provinciale è suddiviso in tre Regioni e otto Zone agrarie, come nel Catasto del 1910, ma con qualche lieve variazione di denominazione e di circoscrizione a causa delle modifiche intervenute in seguito alle soppressioni comunali (fig. 2).47 Fig. 2 – Catasto agrario 1929, Regioni e zone agrarie della Provincia di Bergamo. Su base provinciale venne computata una superficie territoriale totale di 275.887 ettari di cui 246.474 (244.463 nel 1910), pari all’89%, rappresentavano la SAF. Di questi, poco meno di due terzi ricadevano in territorio montano (148.421 ha), un quarto in pianura (61.113 ha) e il restante 15% in collina (36.940 ha).48 46 Catasto Agrario 1929-VIII, cit., p. IX. Per un’illustrazione dell’attività della Cattedra ambulante di Bergamo cfr. Alfredo Bosis, La Cattedra ambulante di agricoltura di Bergamo, in Gli agronomi in Lombardia: dalle Cattedre ambulanti ad oggi, a cura di O. Failla e G. Fumi, Franco Angeli, Milano 2006. 47 Come il Comune di Sellere nell’area in oggetto, che venne unito a Sovere e pertanto stralciato dalla zona agraria della Riviera. Il territorio di Fonteno, ancorché non citato, rimase incluso in quanto unito a quello di Solto Collina (dal 1928 al 1948). Cfr. Oscar, Atlante storico, cit., alla voce. 48 Catasto Agrario 1929-VIII, cit., p. XVIII. 42 Fig. 3 – Catasto agrario 1929, pagina relativa al comune di Predore. L’olivo è chiaramente censito tra colture legnose specializzate (CLS) che in provincia rappresentano circa il 2,8% della SAF totale,49 pari a 6.850 ettari, e si trova tutto concentrato nella Regione di montagna in Zona IV della Riviera occidentale del Lago d’Iseo (SAF 9.646 ha) nei Comuni di Parzanica, Predore, Riva di Solto e Tavernola Bergamasca sia come coltura specializzata pura (solo olivo), sia come specializzata mista secondaria (più specie consociate: vigneto con olivi e fruttiferi), Ripar&zione per qin ualità di coltura: provincia sia come promiscua (olivi promiscuità con coltivazioni erbacee). Non è presente invece come coltura specializzata mista prevalente. Ripar&zione per qualità di coltura: provincia 1,9 15,4 1,9 15,4 Semina2vi S 28,6 28,6 Semina2vi S Semina2vi PL Semina2vi PL Pra2 perm. Pra2 perm. Pra2 p perm. Pra2 pascoli ascoli perm. Pascoli perm. Pascoli perm. Colture legnose spec. 28,1 Colture spec. Boschi e clegnose ast. 28,1 11,9 2,8 2,8 11 11 Incol2 pe rod. Boschi cast. Incol2 prod. 11,9 0,3 0,3 Fig. 4 – Catasto agrario 1929. Ripartizione per qualità di coltura su base provinciale: le colture legnose specializzate in cui è censito l’olivo occupano 6.850 ha pari al 2,8% della SAF provinciale totale. Come coltura specializzata pura occupa una superficie di 27 ettari che rappresenta il 4,4 % della CLS della zona (2,0% della CLS della Regione agraria di montagna e lo 0,4 % della CLS della Provincia), ovvero poco più dello 0,01% dell’intera SAF provinciale. La coltura legnosa più importante della zona è il vigneto, con l’83,4%, mentre il rimanente 12,2% – tre volte la superficie a oliveto puro – è costituito da tare. Come coltura specializzata mista secondaria occupa una superficie di 200 ettari e 62 come coltura promiscua.50 Nel suo insieme la superficie a oliveto, nelle diverse forme di coltura in cui si presenta, assomma nel 1929 a 289 ettari, pari al 3% della SAF della Zona agraria IV, l’unica dove è censito, e allo 0,12% della SAF provinciale.51 49 Ibid., pp. XVI-XVII. Ibid., p. 21. 51 Per una valutazione di carattere generale della superficie investita, in qualsiasi modo, ad olivi, sono state considerate come integranti anche le superfici in coltura mista secondaria e promiscua che invece, agli effetti reali del calcolo della SAF, sono considerate ripetute non concorrendo alla sua determinazione. 50 44 Colture legnose specializzate (Provincia) 0,4 0,2 15,1 0,5 1,2 Vigne/ Vivai Fru5e/ Olive/ Gelse/ Tare 82,6 Fig. 5 – Catasto agrario 1929. Composizione delle colture legnose specializzate in Provincia: l’oliveto come coltura pura occupa una superficie di 27 ettari (0,4% della SAF provinciale a colture legnose). Colture legnose specializzate (Zona agraria) 12,2 4,4 Vigne- Olive- Tare 83,4 Fig. 6 – Catasto agrario 1929. Composizione delle colture legnose specializzate nella Zona IV (oliveto in coltura pura). 45 Altri dati interessanti e inediti forniti della catastazione del 1929 sono quelli del numero di piante, per ettaro e sull’intera superficie, per le tre forme di coltivazioni presenti, di seguito esposti in forma aggregata per Zona agraria.52 Superficie, densità e numero di piante – Zona IV Tipo di coltura (olivo) sup. ha piante/ha n piante Superficie integrante a coltura specializzata pura 27 180 4860 Superficie ripetuta a coltura specializzata mista secondaria 200 20 4000 Superficie ripetuta a coltura promiscua 62 28 1742 TOTALE 289 10602 Viene inoltre fornito il dato di produzione media per ettaro (in coltura pura) e totale (per le tre forme di coltivazione) confrontati con la media delle annate 192328. Si indicano 9,3 q/ha, contro un dato di 13,8 q/ha, ed una produzione totale di 552 q contro una media di 894 q rilevati nel sessennio precedente.53 Tali rilevazioni, come detto, sono disponibili anche per comune. Il miglior dato di produzione si registra a Tavernola Bergamasca, dove è anche censita la maggior superficie totale a oliveto, il maggior numero di piante e la minor flessione rispetto ai dati del sessennio 1923-28. In questo comune su 122 ettari destinati a oliveto, 6 sono in coltura pura, 84 in mista secondaria e 32 in promiscua. Il dato di produzione in coltura pura è di 12 q/ha e la produzione annua totale registrata è di 246 q, contro, rispettivamente, i 15 q/ha e i 349 q/anno del sessennio precedente. A Predore si registra una produzione media in coltura pura di 6 q/ha per un totale annuo di 100 q sui tre tipi di coltura, con un forte calo rispetto al dato rilevato nel sessennio precedente (15 q/ha e 249 q/anno). Nel comune di Riva di Solto (che nel 1929 aveva già accorpato il soppresso comune di Zorzino) è assente la coltura specializzata mista ma è predominante la coltura pura, composizione colturale che eleva la relativa produzione media a 9,3 q/ha e porta la produzione totale a 191 q/anno in soli 37 ettari; anche qui tuttavia si registra un calo rispetto al dato della media rilevata nel 1923-28 di 13 q/ha in coltura pura e 271 q di produzione totale annua. Nel comune di Parzanica l’olivo è presente solo in coltura mista secondaria con 25 ettari, un numero medio di 20 piante per ettaro e una produzione totale annua di 15 q contro i 25 registrati nell’intervallo di riferimento. 52 Catasto Agrario 1929-VIII, cit., p. 12. Essendo la Zona della Riviera l’unica in cui la coltura è censita, tutti i dati (quantitativi) relativi all’olivo rappresentano anche quelli dei livelli sovraordinati di Regione agraria di appartenenza e di Provincia. 53 Ibid.; le produzioni sono quelle dell’annata agraria 1928-29 e non le normali del catasto precedente. 46 Superficie, densità e numero di piante – Comune di PREDORE Tipo di coltura (olivo) sup. ha piante/ha Superficie integrante a coltura specializzata pura 5 180 900 Superficie ripetuta a coltura specializzata mista secondaria 91 20 1820 9 24 Superficie ripetuta a coltura promiscua TOTALE n piante 216 105 2936 Superficie, densità e numero di piante – Comune di RIVA DI SOLTO Tipo di coltura (olivo) sup. ha piante/ha n piante Superficie integrante a coltura specializzata pura 16 180 2880 Superficie ripetuta a coltura promiscua 21 30 630 TOTALE 37 3510 Superficie, densità e numero di piante – Comune di TAVERNOLA BERGAMASCA Tipo di coltura (olivo) sup. ha piante/ha n piante Superficie integrante a coltura specializzata pura 6 180 1080 Superficie ripetuta a coltura specializzata mista secondaria 84 20 1680 Superficie ripetuta a coltura promiscua 32 28 896 TOTALE 122 3656 Superficie, densità e numero di piante – Comune di PARZANICA Tipo di coltura (olivo) sup. ha piante/ha n piante Superficie ripetuta a coltura specializzata mista secondaria 25 20 500 TOTALE 25 500 Dati riassuntivi e raffronto con il sessennio 1923-28 Tipo di coltura (olivo) sup. tot. ha tot. piante q/ha pura ’29 Prod. Tot. 105 2936 6,0 (15,0) 100 (249) RIVA DI SOLTO 37 3510 9,3 (13,0) 191 (271) TAVERNOLA BERGAMASCA 122 3656 12,0 (15,0) 246 (349) PREDORE PARZANICA TOTALE 25 500 – 15 (25) 289 10602 – 552 (894) Tra parentesi le medie del sessennio 1923-28 47 In tutti i comuni la forma di allevamento più largamente usata per gli olivi ed i fruttiferi, compresi quelli sparsi nelle varie qualità di coltura, è il pieno vento.54 2.3 I censimenti generali dell’agricoltura «Pur nella costanza degli obiettivi perseguiti, ogni censimento presenta, riguardo al contenuto conoscitivo, differenziazioni sulla entità e sul grado di analisi delle informazioni raccolte, in dipendenza degli elementi che hanno condizionato il formarsi della domanda nel settore agricolo».55 I mutati aspetti strutturali del settore primario nell’arco temporale che separa un censimento dal successivo e il dover conto delle raccomandazioni formulate dalla FAO e di quanto prescritto in sede di comunitaria, portano infatti alla produzione di dati che in qualche caso non permettono un confronto diretto tra più soglie. Partendo da questo assunto, assolutamente valido, come s’è visto, anche per i catasti agrari (produzione normale/produzione annuale) e per la statistica annuale che segue, in questo capitolo vengono esposte, relativamente alla coltura olivicola, le rilevazioni desunte dai censimenti generali dell’agricoltura pubblicati a cadenza decennale dal 1961 fino ad oggi, limitando l’intervento all’esposizione dei dati quantitativi – eventualmente rielaborati ai soli fini espositivi – così come si desumono dai documenti ufficiali. Con il censimento generale del 15 aprile 1961 riprende, con una nuova impostazione metodologica, la campagna di rilevazioni a fini statistici su base nazionale iniziata “sperimentalmente” con i catasti agrari del 1910 e 1929.56 Con i censimenti assistiamo ad un nuovo e concettuale passaggio di scala: a differenza delle catastazioni precedenti, nei nuovi censimenti – il cambio di denominazione è già di per sé esplicativo – il campo di osservazione si sposta infatti dal territorio (la zona agraria nel 1910, il comune57 nel 1929) all’azienda agricola, la cui prima definizione venne formulata dalla Commissione incaricata di predisporre il 54 Partendo da un pollone di un anno appena piantato, si taglia ad un’altezza da terra che può variare da 120 a 180 cm. L’anno successivo si conservano tre o quattro rami, che si accorciano a 20-25 cm dal fusto. I rami prodotti da questi vengono anch’essi accorciati facendo in modo da svasare il più possibile la chioma, evitando così che si formi un unico tronco centrale che, oltre a crescere sicuramente molto in alto, preleverebbe troppa linfa impoverendo la vegetazione laterale. In seguito si eseguono solo potature di sfoltimento interno della chioma, in modo da favorire il soleggiamento e la maturazione dei frutti. 55 4° Censimento generale dell’agricoltura, 21 ottobre 1990-22 febbraio 1991, Caratteristiche strutturali delle aziende agricole, fasc. provinciale 12 - Bergamo, Istituto Nazionale di Statistica, Roma 1991, p. 13. 56 Per un’illustrazione delle fasi di attivazione e operative dei primi due censimenti si veda, Gualtiero M.F. Schirinzi, Franco Cancedda, I censimenti dell’agricoltura, in Cinquanta anni di attività. 19261976, Istituto Centrale di Statistica, Roma 1978, pp. 109-120. 57 La superficie era ricavata dal catasto fondiario, dove era disponibile, o definita, negli altri casi, attraverso la misurazione, con diversi metodi, delle Sezioni definite da confini naturali o artificiali. 48 “primo” censimento dell’agricoltura del 193058 come «qualunque estensione di terreno impiegato per la produzione floreale, orticola, agricola e forestale, anche se i prodotti non vengono venduti, esclusi soltanto i piccoli orti e giardini esistenti nei centri principali dei Comuni aventi una popolazione complessiva di almeno 15.000 abitanti, secondo il Censimento al 1° gennaio 1921 e che non vendono i loro prodotti».59 La definizione venne perfezionata nel censimento del 1961 dove l’azienda è individuata come «l’unità tecnico-economica costituita da terreni […] in cui si attua la produzione agraria, forestale o zootecnica ad opera di un conduttore, e cioè di persona fisica, società o ente, che ne sopporta il rischio sia da solo sia in associazione ad un mezzadro o colono parziario».60 La diretta conseguenza di questo diverso approccio è l’introduzione di due specifiche superfici agrarie legate alla nuova unità minima di censimento: la superficie totale61 e la superficie investita – rinominata superficie agricola utilizzata (SAU) a partire dal censimento del 1970 – ossia la parte di superficie totale effettivamente utilizzata in coltivazioni agricole. Nell’uno come nell’altro caso è evidente, ancorché si specifichi che l’azienda agricola possa avere “qualsiasi dimensione”, l’impossibilità di giungere al dettaglio di una rilevazione di tipo catastale, per sua natura in grado di dare un significato anche a colture caratterizzate da una condizione di marginalità quale è quella dell’olivo in provincia di Bergamo. In base ai criteri adottati nel 1961 per la rilevazione delle superfici delle legnose agrarie, nel 1° Censimento generale dell’agricoltura62 vengono censiti a oliveto 58 A rigore, in ordine di tempo, quello del 1961 sarebbe dovuto essere il secondo “censimento generale dell’agricoltura” in quanto il primo con questa denominazione venne disposto, su invito dell’Istituto Internazionale di Agricoltura, con R.D. 28 luglio 1929 n. 1451 che fissava anche come data d’inizio lavori il marzo 1930. Esso, rimasto incompiuto, si limitò alla pubblicazione di alcune sintesi a livello nazionale, per province e zone agrarie, su struttura delle aziende (ripartizione per numero di addetti, superficie e sistemi di conduzione), bestiame, bonifiche idrauliche, e misure locali. L’unico volume provinciale pubblicato fu quello di Milano. 59 Censimento generale dell’agricoltura, 19 marzo 1930-VIII, vol. II, Censimento delle aziende agricole, parte I – Relazione generale, Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Failli, Roma 1936, p. 12; Schirinzi, I censimenti, cit., p. 109 e segg. 60 1° Censimento generale dell’agricoltura – 15 aprile 1961, vol. II, Dati provinciali su alcune principali caratteristiche strutturali delle aziende, fasc. 16 - Provincia di Bergamo, Istituto Centrale di Statistica, A.BE.T.E., Roma 1962, p. 5. 61 La «superficie totale» delle aziende è definita come «l’area complessiva dei terreni destinati a colture erbacee o arboree, inclusi i boschi e gli incolti produttivi, nonché l’area occupata da fabbricati, stagni, canali, ecc. situati entro il perimetro dell’azienda», 1° Censimento generale dell’agricoltura – 15 aprile 1961, vol. III, Coltivazioni, Istituto Centrale di Statistica, A.BE.T.E., Roma 1966, p. 8. 62 Per le legnose agrarie il criterio seguito, e che venne successivamente prescritto nell’indagine sulla struttura delle aziende agricole del 1967 e adottato in sede comunitaria, prevedeva che nella determinazione delle superfici venisse considera solo la coltura che assumeva carattere di coltivazione principale, ovvero la sola ad essere praticata, o, in caso di coltivazioni consociate, la più importante dal 49 30,70 ettari distribuiti in 102 aziende: 95, per un totale di 23,65 ettari, in montagna (Regione 5 – Val Cavallina e montagna del Lago d’Iseo occidentale) e 7, per complessivi 7,07 ettari, in collina (1 in Regione 6 – Colline di Bergamo e 6 in Regione 7 – Colline del medio Cherio), che corrisponde a quanto registrano le statistiche annuali in coltura specializzata (29 ha) in quello stesso anno.63 Nel secondo censimento del 25 ottobre 197064 si registra un aumento della superficie investita a oliveto in parte forse dovuto anche ad una più attenta valutazione delle consociazioni. La superficie totale a oliveto, su tutta la provincia, passa a 50,33 ettari (contro i 20 in coltura specializzata registrati nelle statistiche agrarie di quell’anno), 65 per un totale di 116 aziende distribuite sui tre comuni di Predore, Riva di Solto e Tavernola Bergamasca, tutti in zona altimetrica di montagna.66 Un dato interessante, ma già noto, portato a conoscenza dal secondo censimento è la predominanza delle piccolissime aziende: più del 70% della coltivazione ad olivo è concentrata in aziende agricole con una SAU inferiore ai 2 ettari.67 Censimento 1970 - Aziende e superficie investita a oliveto per Comune. Comune N. aziende Superficie totale (ha) Predore 72 23,70 Riva di Solto 22 9,50 Tavernola Bergamasca 22 17,13 TOTALE 116 50,33 In attuazione di un regolamento comunitario, nel terzo censimento del 198268 la determinazione delle superfici delle coltivazioni consociate cambia nuovamente; il criterio adottato, denominato pro rata, prevedeva l’attribuzione a ciascuna coltivazione della superficie effettivamente occupata. In conseguenza di ciò, la superpunto di vista economico o quella di maggior estensione e associando a quest’ultima l’intera superficie. Ibid., p. 9. 63 Annuario di statistica agraria 1963 (dati 1961), vol. X, Istituto Centrale di Statistica, A.BE.T.E., Roma 1963, p. 104. 64 2° Censimento generale dell’agricoltura – 25 ottobre 1970, vol. II, Dati sulle caratteristiche strutturali delle aziende, fasc. 12 - Prov. di Bergamo. Dati provinciali e comunali, Istituto Centrale di Statistica, Roma 1972. 65 Annuario di statistica agraria 1971 (dati 1970), vol. XVIII, Istituto Centrale di Statistica, Quintily, Roma 1972, p. 106. 66 La nuova classificazione dei Comuni per zona altimetrica è quella definita dall’ISTAT nel 1958. Cfr. Circoscrizioni statistiche. Metodi e Norme, serie C, n. 1, ago 1958, Istituto Centrale di Statistica, Roma. 67 Trattasi di aziende agricole con SAU inferiore a due ettari che praticano coltura olivicola non necessariamente in forma esclusiva. 68 3° Censimento generale dell’agricoltura - 24 ottobre 1982, vol. II, Caratteristiche strutturali delle aziende agricole, t. 1, fasc. provinciale 16 - Bergamo, Istituto Centrale di Statistica, Roma 1986. 50 ficie investita ad olivo, certamente anche per uno sviluppo della coltura, subisce un incremento del 24,7% passando a 62,74 ettari totali distribuiti su 164 aziende (75% delle quali al di sotto dei 2 ettari di SAU), in tre zone altimetriche ma concentrate quasi esclusivamente in zona agraria di montagna.69 Nessuna partecipa a cooperative agricole o ad organismi associativi. Censimento 1982 - Aziende e superficie investita a oliveto per zone altimetriche. Zona altimetrica N. aziende Superficie totale (ha) 156 57,92 Collina 7 3,82 Pianura 1 1,00 TOTALE 164 62,74 Montagna Censimento 1982 - Aziende e superficie investita a oliveto per Comune. Comune z.a. N. aziende Superficie totale (ha) Borgo di Terzo m 1 0,19 Castro m 2 0,27 Costa Volpino m 1 0,01 Predore m 90 19,74 Riva di Solto m 30 21,35 Solto Collina m 2 1,00 Tavernola Bergamasca m 30 15,36 Castelli Calepio c 1 1,32 Cenate Sopra c 4 2,03 Sarnico c 1 0,10 Villa d’Adda c 1 0,37 Spirano p 1 1,00 164 62,74 TOTALE I dieci anni che separano il terzo dal quarto censimento del 199070 fanno segnare un minimo incremento sia in termini di numero di aziende – quasi tutte concentrate in zona altimetrica di montagna – che passano da 164 a 177, subendo un aumento del 7,9%, sia di superficie investita, con un incremento ancor più lieve 69 Si tratta in ogni caso di un incremento che, seppur di qualche rilevo, non da comunque conto dell’effettiva diffusione della coltura. Il censimento riporta anche i dati filtrati per comparazioni in sede comunitaria (“Universo CEE”) relativi ad aziende agricole con SAU di almeno un ettaro. Con questa soglia le aziende olivicole in provincia di Bergamo scendono a 94 e la SAU totale a 52,41 ettari. 70 4° Censimento generale dell’agricoltura - 21 ottobre 1990-22 febbraio 1991, Caratteristiche strutturali delle aziende agricole, fasc. provinciale 12 - Bergamo, Istituto Nazionale di Statistica, Roma 1991. 51 (2,3%) da 62,74 a 64,19 ettari. La qual cosa si riflette nuovamente sulla dimensione media aziendale (0,36 ha) contribuendo al fenomeno di polverizzazione già documentato nel censimento precedente, portando la percentuale delle aziende con meno di 2 ettari di SAU (137 su 177) al 77% del totale. Un dato inedito introdotto dal quarto censimento è la specifica merceologica del prodotto distinto in olive per olio e olive per il consumo diretto o “da tavola”, con una chiara predominanza del primo settore (175 aziende). Censimento 1990 - Aziende e superficie investita a oliveto per classe di SAU e zona altimetrica. Zona altimetrica Aziende per classe di SAU (totale) Totale <1 1-2 2-5 5-10 10-20 20-50 102 27 20 9 3 1 Montagna Olivo (olio) Olivo (tavola) 162 1 1 2 13 Collina Olivo (olio) 6 2 3 Olivo (tavola) 1 1 Totale 177 Superficie investita (ha) Montagna Olivo (olio) 18,92 12,31 10,02 8,42 Olivo (tavola) 6,00 0,08 55,75 0,08 0,08 Collina Olivo (olio) 1,83 0,37 1,16 3,00 Olivo (tavola) 6,36 2,00 2,00 Totale 64,19 Censimento 1990 - Aziende e superficie investita a oliveto per Comune.* z.a. N. aziende Superficie totale (ha) Predore Comune m 85 23,77 Riva di Solto m 39 25,09 Tavernola Bergamasca m 35 5,76 Carobbio degli Angeli c 2 0,37 Cenate Sopra c 5 3,08 Scanzorosciate c 2 2,00 168 60,07 Totale (*) Numero di aziende e superficie totale non corrispondono con quelli della tabella precedente nel documento originale. 52 I comuni dove viene censito l’olivo scendono a sei ma rispetto al censimento precedente fa la sua comparsa il Comune di Carobbio degli Angeli e quello “storicamente accreditato” di Scanzorosciate. Dal quinto censimento generale del 200071 emerge invece un vero exploit del settore con una forte crescita, sia in termini di numero di aziende sia di superficie investita. Le aziende registrare salgono infatti a 312, con un incremento del 76,3% e una superficie totale, più che raddoppiata, di 133,39 ettari, che corrisponde ad un incremento del 107,8%. La distribuzione delle aziende segue l’assetto storico con in testa i comuni in zona altimetrica di montagna (213 aziende con 84,58 ettari totali), seguiti da quelli collinari (94 per 44,24 ettari totali) e solo 5 aziende con una superficie totale di 4,57 totali in pianura. Un incremento generale che porta anche ad un innalzamento della superficie media aziendale a 0,43 ettari. I comuni in cui viene censito l’olivo salgono a 34, 13 dei quali in zona altimetrica di montagna, 17 in quella di collina e 4 in quella di pianura. Tra questi fa la sua comparsa Bossico, comune con un’altezza media di 800 m s.l.m. per il quale, relativamente all’olivo, non sarebbe fuori luogo parlare di “coltura eroica”. È infine da rilevare il forte sviluppo della superficie destinata alla produzione di olive da tavola che passa da 2,08 a 11,90 ettari, sicuramente marginale in assoluto, ma che, volendo fare un raffronto storico, corrisponde a metà della superficie a coltura specializzata dell’intero comparto bergamasco dei decenni precedenti. Censimento 2000 - Aziende e superficie investita a oliveto per classe di SAU. Provincia Totale Aziende per classe di SAU (totale) <1 1-2 2-5 5-10 10-20 20-50 Olivo (olio) 150 60 46 20 7 3 Olivo (tavola) 7 (*) 9 7 3 50-100 >100 1 287 28 Totale 312 Superficie investita (ha) Olivo (olio) 31,44 26,26 25,51 23,17 Olivo (tavola) 0,94 2,47 2,24 6,25 Totale 8,71 4,9 1,50 121,49 11,90 133,39 (*) Nel documento originale si riporta erroneamente 9. 71 5° Censimento generale dell’agricoltura - 22 ottobre 2000, Caratteristiche strutturali delle aziende agricole, fasc. provinciale 16 - Bergamo, Sistema Statistico Nazionale, Istituto Nazionale di Statistica, Roma 2002; http://www.census.istat.it/index_agricoltura.htm. 53 Censimento 2000 - Aziende e superficie investita a oliveto per Comune. Comune Adrara S. Martino z.a. N. aziende Superficie totale (ha) m 1 0,70 Bossico m 1 2,37 Costa Volpino m 1 1,00 Lovere m 2 0,09 Parzanica m 6 3,97 Predore m 92 24,65 Riva di Solto m 61 36,17 Rogno m 3 1,57 Solto Collina m 4 1,37 Sovere m 7 0,97 Tavernola Bergamasca m 33 11,65 Vigano S. Martino m 1 0,04 Vigolo m Totale montagna 1 0,03 213 84,58 Albano S. Alessandro c 1 0,10 Carvico c 1 0,10 Castelli Calepio c 5 2,44 Cenate Sopra c 17 7,67 Cenate Sotto c 5 5,00 Chiuduno c 4 1,43 Credaro c 1 0,20 Foresto Sparso c 28 5,19 Gandosso c 3 2,23 Grumello del Monte c 7 2,48 Nembro c 2 1,75 San Paolo d’Argon c 1 0,10 Sarnico c 3 1,60 Scanzorosciate c 7 9,94 Torre de’ Roveri c 6 2,49 Trescore Balneario c 2 1,30 Villa di Serio c 1 0,22 94 44,24 Totale collina Bottanuco p 1 0,57 Mozzo p 2 0,50 Spirano p 1 1,50 Zanica p 1 2,00 5 4,57 312 133,39 Totale pianura TOTALE GENERALE 54 2.4 Le rilevazioni statistiche annuali dell’agricoltura (1910-2010): provincia di bergamo, lombardia, italia L’indagine storico-quantitativa sulla coltura olivicola in provincia di Bergamo si conclude con uno spoglio delle pubblicazioni annuali di statistica agraria dal 1910 ad oggi finalizzato alla raccolta e alla rielaborazione dei dati di superficie e di produzione. L’indagine, tanto ambiziosa quanto insidiosa, ha riguardato oltre alla provincia, che è anche l’unità minima di rilevazione, anche i livelli regionale e nazionale, e ciò al fine di permettere il raffronto e la verifica a livello sovraordinato. Lo spoglio è stato effettuato sulle pubblicazioni prodotte, con differenti denominazioni, dai diversi enti che si sono succeduti nell’elaborazione di dette statistiche.72 L’analisi ha preso avvio con il primo dei fascicoli mensili delle Notizie periodiche di statistica agraria contenente i dati dell’annata agraria 1909-1910, pubblicato a cura dell’Ufficio di statistica agraria del MAIC, ed è terminata con gli ultimi dati resi disponibili dall’ISTAT per mezzo del sito internet istituzionale. Il compendio dei fascicoli della prima annata agraria fu pubblicato nel 1911 e, come chiarisce nelle note introduttive l’allora Commissario centrale per la statistica agraria Guido Valenti, raccoglie in gran parte i dati del catasto agrario del 1910 aggregati per compartimenti (regioni) e Regno. Con R.D. 2 giugno 1927 n. 1035, il Servizio di statistica agraria e forestale (già Ufficio di statistica agraria) fu trasferito dal Ministero dell’economia nazionale (già MAIC, poi Ministero per l’agricoltura) all’Istituto Centrale di Statistica, istituito l’anno precedente, il quale continuò a pubblicare le Notizie periodiche fino a tutto gennaio 1928 nel suo Bollettino mensile di statistica in supplemento alla Gazzetta Ufficiale. Successivamente a tale data l’Istituto iniziò la pubblicazione dei fascicoli in uno speciale Bollettino mensile di statistica agraria e forestale, che conteneva anche notizie sull’andamento della stagione e lo stato delle colture, come supplemento straordinario alla Gazzetta Ufficiale. La pubblicazione continuò in questa forma fino al 1938, ma già dal 1936 i dati si rendono disponibili, per annate cumulative, anche attraverso l’Annuario statistico dell’agricoltura italiana che, in quattro volumi curati sempre dall’Istituto Centrale di Statistica (Istituto Nazionale di Statistica dal 1989), copre il periodo dal 1936 al 1950. La pubblicazione dei dati prosegue poi con cadenza annuale fino al 1984 con una nuova serie denominata Annuario di statistica agraria, modificata nel 1985 in Statistiche agrarie e l’anno seguente in Statistiche dell’agricoltura, zootecnia e mezzi di produzione che mantiene fino al 1993. A partire dal 1994 assume la denominazione di Statistiche dell’agricoltura e con questo 72 Un doveroso sentito ringraziamento va al Dott. Massimiliano Spina e agli assistenti della Biblioteca dell’ISTAT di Roma per la professionalità, la competenza e la fattiva collaborazione che hanno profuso durante il lavoro di spoglio presso l’Ente. 55 titolo il periodico continua ad essere pubblicato fino al 2006 (gli ultimi dati pubblicati sono relativi all’annata agraria 2002). A partire dall’annata agraria 2001 le rilevazioni annuali sono disponibili anche sul web attraverso il data warehouse dell’ISTAT. L’ultimo dato disponibile è relativo al 2010. Accanto alle pubblicazioni di interesse nazionale ora descritte, che hanno costituito il corpus principale di tutto il lavoro, sono state compulsate anche quelle prodotte dalla Camera di Commercio di Bergamo, e ciò al fine di colmare alcune lacune nei dati, in particolare quelli relativi all’ambito locale. Le pubblicazioni annuali di statistica, organizzate in tre distinte collane, coprono, senza interruzione di continuità, il periodo che va dal 1947 al 1997.73 Il lavoro di spoglio si concretizza in un prospetto statistico generale, che per motivi di spazio si è ritenuto più opportuno rendere disponibile come risorsa in internet,74 contenente i dati di superficie (promiscua, specializzata e totale), di produzione in olive (per coltura promiscua, specializzata, piante sparse e totale) e in olio. I dati raccolti sono poi confluiti in un data base allestito in funzione della produzione di grafici riassuntivi (figg. 11-16), di una loro utilizzazione all’interno nel GIS storico predisposto e per eventuali elaborazioni future. Prospetto statistico generale (1909-2010), stralcio d’esempio per l’anno 1979. 1979 (ASA, Vol. XXVII, 1980) SUPERFICIE Ettari Secondaria Principale PRODUZIONE OLIVE Quintali Secondaria SUP. Tot. PROD. Tot. Principale Piante sparse Italia 1.094.636 1.052.004 5.798.000 19.022.000 81.000 2.146.640 24.901.000 Lombardia 5.519 1.244 19.500 19.000 100 6.763 38.600 Bergamo 155 20 1.600 500 100 175 2.200 OLIO Q. (resa) Non raccolte e perdite 4.750.000 1.160.000 (20,5%) (4,66%) 7.400 100 (19,2%) (0,26%) 400 – (18,2%) OLIVE Consumo diretto 621.000 (2,49%) – – Oleificate 23.120.000 (92,85%) 38.500 (99,74%) 2.200 (100%) La presentazione dei dati raccolti necessita di un’avvertenza. Come già ci metteva in guardia la nota in epigrafe al capitolo sui censimenti dell’agricoltura, anche nell’interpretazione della serie storica che qui si presenta è necessario considerare i diversi criteri adottati per la loro determinazione. Nel compilare la rilevazione si è quindi proceduto avendo come obiettivo primario quello di selezionare dati che fossero sempre presenti o comunque recuperabili da fonti ufficiali coeve. Nonostante queste premesse, anche avendo limitato, come si è detto, la rilevazione al dato di superficie e di produzione, l’estrema variabilità dei criteri adottati, 73 Le pubblicazioni sono: “Bergamo in cifre” (1948-1953, dati 1946-53), “Compendio statistico della provincia di Bergamo” (1955-1997, dati 1954-95), “Annuario statistico della provincia di Bergamo” (1997, dati 1996). Dal 1998 è disponibile come risorsa elettronica su CD-ROM e in internet all’indirizzo: http://www.asr-lombardia.it/ASP-Bergamo/ 74 http://www.territoriostorico.it 56 in qualche caso concomitante con i cambi editoriali, ha in parte pregiudicato l’obiettivo di produrre una serie omogenea che potesse garantire un raffronto generale su tutto il periodo.75 A ciò si aggiungono gli effetti dei diversi criteri di rilevazione delle superfici colturali adottati nel 1971 – testimoniato anche dalla modifica denominativa da specializzata/promiscua a principale/secondaria – che a partire da quella data cominciano a subire il ridimensionamento dovuto ad un più realistico computo della coltura secondaria (e comunque differente rispetto ai censimenti dell’agricoltura); o quelli adottati dopo il 1982 che prevedevano l’attribuzione a ciascuna coltivazione della parte effettivamente occupata. Nell’interpretazione dei dati di produzione, sarà pertanto opportuno tener conto della variazione della base territoriale di riferimento che ne deriva. Per quanto riguarda specificamente la provincia di Bergamo è possibile a questo riguardo individuare tre sezioni temporali. Nella prima, che va dal 1909 all’inizio degli anni Sessanta, si registra un andamento costante delle superfici intorno a una media di 225 ettari per la coltura promiscua e 35 ettari, pari al 13,5% del totale, per la specializzata.76 Tali colture a partire dal 1928 si compensano, con uno scambio dalla specializzata alla promiscua. In questa sezione temporale si registra una buona produzione fino agli anni Trenta dopo di che si assiste ad una graduale riduzione che fa toccare nel 1956 il picco negativo storico di 150 q in olive e 25 q il olio per avverse condizioni climatiche.77 Segue una seconda fase (1962-1982) di graduale, progressivo decremento della coltura promiscua che nel giro di un ventennio si riduce quasi della metà. Tuttavia, come detto, più che a una reale riduzione delle superfici si deve pensare a una “riconsiderazione” e più corretta determinazione delle stesse. 75 Accade così, per esempio, che il dato provinciale, sia come superficie sia come produzione, del tutto assente nei primi dieci anni (dal 1910 al 1920); che dal 1921 al 1924 la produzione in olio non sia disponibile, o che la stessa sia fornita dapprima in ettolitri, fino al 1923, poi per quintali fino al 1926, poi nuovamente in ettolitri fino al 1938 e successivamente definitivamente in quintali, o che non venga rilevata perché al di sotto della soglia minima, come sovente accade in provincia di Bergamo (è il caso della produzione in olio degli anni 1956 e 1961, desunta successivamente dalle pubblicazioni della locale Camera di Commercio); e ancora che dal 1918 al 1926 il dato di produzione non sia più disponibile per le due forme di coltivazione ma solo come dato complessivo; che la produzione da piante sparse sia disponibile solo a livello nazionale e solo dal 1961 al 1982; che il dato di prodotto perso o non raccolto venga introdotto solo nel 1971; che il dato di resa in olio o di produzione per ettaro, comunque ricavabili, siano esplicitati saltuariamente; che, infine, il dato relativo alla parte di produzione destinata al consumo diretto sia disponibile solo dal 1930. 76 Dato probabilmente sovrastimato per una valutazione approssimata in eccesso (50 ha) dal 1909 al 1928. 77 Quadro economico della Provincia di Bergamo, Camera di Commercio di Bergamo, Giuffrè, Milano 1960, p. 12; Compendio statistico della provincia di Bergamo 1955-56, Camera di Commercio Industria e Artigianato di Bergamo, Bolis, Bergamo 1958, p. 115. 57 Fig. 7 – Anno di scarica (1976), Annuario di statistica agraria, Istituto Centrale di Statistica, vol. XXIV, A.BE.T.E., Roma 1978, p. 248. Fig. 8 – Anno di carica (1977), Annuario di statistica agraria, Istituto Centrale di Statistica, vol. XXV, A.BE.T.E., Roma 1979, p. 205. 58 Il dato non si riflette infatti sulla produzione che anzi registra, soprattutto nel decennio ’70-’80, accanto a dei minimi preoccupanti del 1976 (200 q in olive), registrati anche a livello nazionale e regionale (minimo storico), anche picchi mai raggiunti in precedenza, come ad esempio nel 1971 dove, a fronte di una superficie totale ridotta a soli 190 ettari, si registra una produzione di 1700 q, o nell’annata immediatamente successiva al 1976 – anno di scarica – con 2000 q, o in quella di carica di due anni dopo (1979), in cui si registra anche il massimo storico di 2200 q su una superficie totale, ulteriormente ridotta a carico soprattutto della coltura secondaria, di soli 175 ettari. In questa annata agraria si registra inoltre un ottimo risultato anche in termini di resa in olio con 18,2 kg per quintale di olive e una conseguente produzione totale di 400 q (massimo storico).78 Per ciò che riguarda la coltura specializzata, aINIZIO degli anni ’60 essa occupa ancora una superficie di 29 ettari, solo due in più di quella registrata trent’anni prima dal catasto del 1929,79 un dato che spinge la stessa Camera di commercio a esprimersi in senso propositivo sostenendo che «per quanto la zona di produzione sia limitata, tale coltura potrebbe essere migliorata anche nell’ambito provinciale (limitatamente alla zona del Lago d’Iseo) dati gli attuali orientamenti della politica comunitaria».80 La sollecitazione non avrà tuttavia grande effetto giacché alla fine degli anni Settanta finirà per stabilizzarsi sui 2 ettari. A partire dal 1983, infine, come conseguenza del nuovo criterio adottato la coltura promiscua, relativamente alla parte considerata principale, viene computata come specializzata la quale vede, a partire da quest’anno, un raddoppio della propria superficie (a scapito della secondaria, non rilevata) ed un successivo costante aumento che porterà gradualmente, ma con uno sviluppo significativo a partire dal 1995, la coltura olivicola bergamasca ad estendersi sugli attuali 165 ettari (2010). Dal punto di vista dell’andamento generale della produzione, per la provincia di Bergamo si conferma quello che è il comportamento tipico della coltura, con tuttavia un’alternanza tra carica e scarica meno “regolare” di quanto si verifica a livello nazionale. Ciò che emerge con maggior evidenza, però, è l’entità delle oscillazioni, sicuramente da porre in relazione alle variazioni meteorologiche che per una coltura come l’olivo, già in una condizione climatica estrema, influiscono in maniera più significativa che altrove. 78 Nel dato di produzione delle colture secondarie è ricompresa anche quella delle piante sparse. Compendio statistico della provincia di Bergamo 1979-80-81, Camera di Commercio Industria e Artigianato di Bergamo, Bolis, Bergamo 1984, p. 177 e seg. 79 Il Bollettino mensile di statistica agraria e forestale del 1930 (dati 1929) registra invece 40 ettari. 80 Lineamenti economici della Provincia di Bergamo, Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Bergamo, Giuffré, Milano 1964, p. 27. 59 Ann. Stat. Agr. 1956 Ann. Stat. Agr. 1958 Fig. 9 – Produzione dell’olivo (1954). Fig. 10 – Produzione dell’olivo (1956). Infine una considerazione sulle varietà. Contrariamente a quanto accade per altre colture arboree ed erbacee, le cultivar dell’olivo non hanno mai costituito, in tutto l’arco temporale considerato, un dato rilevato a fini statistici. Il primo e unico riferimento alle varietà è contenuto in un’indagine effettuata, a livello nazionale e per province, nel periodo marzo-maggio 1980 «in collaborazione con gli Assessorati all’Agricoltura e delle Foreste delle Regioni interessate», i cui risultati vennero pubblicati l’anno successivo in appendice all’Annuario di statistica agraria.81 Le tavole pubblicate riportano i riepiloghi nazionali e regionali per cui non è dato sapere quali cultivar vennero censite in provincia di Bergamo. Cultivar censite in Lombardia (1980) Varietà Produzione (media 1978-79 - mgl di q) in % Frantoio 8,7 37,5 Leccino 5,3 22,8 Casaliva 4,1 17,7 Gargnano 2,3 9,9 Pendolino 1,4 6,0 Moraiolo 0,4 1,7 Altre varietà (*) 1,0 4,1 23,2 100,0 TOTALE (*) Sono ricomprese in questa voce le varietà per ciascuna delle quali la produzione nel biennio 1978-79 è risultata complessivamente inferiore a 100.000 q. 81 Annuario di statistica agraria, 1980, vol. XXVII, Appendice, Indagine sulle varietà di olivo, Istituto Centrale di Statistica, Roma 1981, pp. 319-327. 60 2.5 Sinossi e grafici riassuntivi Ai fini di una più agevole e immediata interpretazione, i dati raccolti, e brevemente commentati in precedenza, sono di seguito riassunti e rielaborati in forma di grafico. Sono così stati elaborati tre grafici della produzione, in olive e olio, per Regno/Italia, regione e provincia; limitatamente alla provincia di Bergamo è stato poi prodotto un grafico della superficie investita a oliveto distinta in specializzata/ principale e promiscua/secondaria. Completa l’elaborazione dei dati una sinossi riferita al solo dato di produzione in olive dove, accanto al dato numerico di produzione totale, comparato sui tre livelli territoriali considerati, si dà conto della variabilità della produzione annuale tipica della coltura (carica/scarica). Tale variabilità, calcolata come differenza di produzione di due anni consecutivi (prod. anno n – prod. anno n-1), è riportata sia come dato numerico – in quintali e in percentuale – sia come istogramma. 300 250 200 150 100 50 0 1853 1910 1929 1961 1970 1982 1991 2000 2007 2010 Ha/spec. pura 7,55 37 27 30,70 50,33 62,74 64,19 133,39 139,34 165,00 Ha/spec. mista 32,12 173 200 Ha/promiscua* 242,5 62 Fig. 11 – Grafico generale delle superfici investite a oliveto in provincia di Bergamo. Fonti: Catasto Lombardo-Veneto (1853), Catasto agrario (1910, 1929), Censimenti generali dell’agricoltura (1961-2000), DUSAF 2.1 (2007). (*) Per coltura promiscua nel 1853 si intende coltura non olivicola con piante sparse. 61 0 500 1000 1500 2000 2500 3000 0 50 100 150 200 250 Dato non rilevato prod. olio BG Dato non rilevato prod. olive BG Produzione olio provincia di Bergamo Produzione olive provincia di Bergamo Dato non rilevato superf. BG Superficie specializzata/principale Superficie promiscua/secondaria Fig. 13 - Grafico riassuntivo dell’andamento della produzione in olive e olio in provincia di Bergamo dal 1909 al 2010. Superficie (ha) 1909 1910 1911 1912 1913 1914 1915 1916 1917 1918 1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926 1927 1928 1929 1930 1931 1932 1933 1934 1935 1936 1937 1938 1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945 1946 1947 1948 1949 1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981 1982 1983 1984 1985 1986 1987 1988 1989 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 300 Fig. 12 - Grafico riassuntivo della superficie olivetata, specializzata e promiscua in provincia di Bergamo dal 1909 al 2010. Quintali 1909 1910 1911 1912 1913 1914 1915 1916 1917 1918 1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926 1927 1928 1929 1930 1931 1932 1933 1934 1935 1936 1937 1938 1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945 1946 1947 1948 1949 1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981 1982 1983 1984 1985 1986 1987 1988 1989 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 0 5000000 10000000 15000000 20000000 25000000 30000000 35000000 40000000 45000000 50000000 0 10000 20000 30000 40000 50000 60000 70000 Dato non rilevato prod. olio Italia Produzione olio Italia Dato non rilevato prod. olive Italia Produzione olive Italia Dato non rilevato prod. olio Lombardia Dato non rilevato prod. olive Lombardia Produzione olio Lombardia Produzione olive Lombardia Fig. 15 - Grafico riassuntivo dell’andamento della produzione in olive e olio in Italia dal 1909 al 2010. Quintali Fonte: Pubblicazioni periodiche ISTAT 1909 1910 1911 1912 1913 1914 1915 1916 1917 1918 1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926 1927 1928 1929 1930 1931 1932 1933 1934 1935 1936 1937 1938 1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945 1946 1947 1948 1949 1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981 1982 1983 1984 1985 1986 1987 1988 1989 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 80000 Fig. 14 - Grafico riassuntivo dell’andamento della produzione in olive e olio in Lombardia dal 1909 al 2010. Quintali 1909 1910 1911 1912 1913 1914 1915 1916 1917 1918 1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926 1927 1928 1929 1930 1931 1932 1933 1934 1935 1936 1937 1938 1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945 1946 1947 1948 1949 1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981 1982 1983 1984 1985 1986 1987 1988 1989 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 Variazione della produzione di olive in quintali rispetto all'annata agraria precedente (istogrammi) -‐ Produzione totale -‐ Variazione in quintali (dato numerico) -‐ Variazione percentuale 1909 1910 1911 1912 1913 1914 1915 1916 1917 1918 1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926 1927 1928 1929 1930 1931 1932 1933 1934 1935 1936 1937 1938 1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945 1946 1947 1948 1949 1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981 1982 1983 1984 1985 1986 1987 1988 1989 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 REGNO/ITALIA Var. prod. olive rispetto anno prec. (Q) Prod. Mgl Q Var. Mgl Q Var. % 15.039 9.398 -‐5.641 -‐38% 13.529 4.131 44% 6.097 -‐7.432 -‐55% 9.770 3.673 60% 10.422 652 7% 9.305 -‐1.117 -‐11% 12.922 3.617 39% 12.529 -‐393 -‐3% 17.244 4.715 38% 8.061 -‐9.183 -‐53% 12.200 4.139 51% 9.261 -‐2.939 -‐24% 15.728 6.467 70% 11.287 -‐4.441 -‐28% 13.428 2.141 19% 12.560 10.073 14.139 17.293 7.920 13.599 12.988 11.736 -‐2.487 4.066 3.154 -‐9.373 5.679 -‐611 -‐1.252 -‐20% 40% 22% -‐54% 72% -‐4% -‐10% 13.189 9.660 17.009 10.416 20.274 10.237 12.692 11.277 9.139 9.854 6.629 8.541 15.916 6.787 11.496 10.116 21.476 10.993 20.111 17.301 11.531 10.015 20.100 14.623 16.544 21.055 22.505 17.413 28.607 18.778 22.319 18.084 27.122 19.329 24.128 21.239 32.102 18.704 28.362 23.231 33.709 18.509 35.985 23.081 24.901 36.997 31.400 22.078 45.533 19.732 35.815 19.199 35.823 23.185 31.944 10.318 41.169 24.636 31.218 27.516 33.860 23.005 37.911 26.649 39.028 29.411 33.640 32.313 35.461 45.342 38.830 35.251 33.837 36.722 33.027 33.915 -‐3.529 7.349 -‐6.594 9.858 -‐10.037 2.455 -‐1.416 -‐2.137 714 -‐3.225 1.912 7.375 -‐9.129 4.709 -‐1.380 11.360 -‐10.483 9.118 -‐2.810 -‐5.770 -‐1.517 10.085 -‐5.477 1.921 4.511 1.450 -‐5.092 11.194 -‐9.829 3.541 -‐4.235 9.038 -‐7.793 4.799 -‐2.889 10.863 -‐13.398 9.658 -‐5.131 10.478 -‐15.200 17.476 -‐12.904 1.820 12.096 -‐5.597 -‐9.322 23.455 -‐25.801 16.083 -‐16.616 16.624 -‐12.638 8.759 -‐21.626 30.851 -‐16.533 6.582 -‐3.702 6.344 -‐10.855 14.907 -‐11.262 12.378 -‐9.617 4.229 -‐1.317 3.138 9.881 -‐6.512 -‐3.579 -‐1.414 2.885 -‐3.695 888 -‐27% 76% -‐39% 95% -‐50% 24% -‐11% -‐19% 8% -‐33% 29% 86% -‐57% 69% -‐12% 112% -‐49% 83% -‐14% -‐33% -‐13% 101% -‐27% 13% 27% 7% -‐23% 64% -‐34% 19% -‐19% 50% -‐29% 25% -‐12% 51% -‐42% 52% -‐18% 45% -‐45% 94% -‐36% 8% 49% -‐15% -‐30% 106% -‐57% 82% -‐46% 87% -‐35% 38% -‐68% 299% -‐40% 27% -‐12% 23% -‐32% 65% -‐30% 46% -‐25% 14% -‐4% 10% 28% -‐14% -‐9% -‐4% 9% -‐10% 3% LOMBARDIA Var. prod. olive rispetto anno prec. (Q) Prod. Q Var. Q 4.500 21.800 17.300 15.600 -‐6.200 17.000 1.400 10.000 -‐7.000 15.000 5.000 15.000 0 14.000 -‐1.000 47.000 33.000 24.000 -‐23.000 20.000 -‐4.000 14.000 -‐6.000 16.000 2.000 22.000 6.000 35.000 13.000 33.000 -‐2.000 Var. % 384% -‐28% 9% -‐41% 50% 0% -‐7% 236% -‐49% -‐17% -‐30% 14% 38% 59% -‐6% 27.000 28.300 7.600 21.160 7.210 9.690 42.020 21.530 34.580 13.470 25.520 43.090 16.060 21.170 42.700 14.670 22.050 23.410 21.030 11.020 44.020 19.660 25.020 15.160 17.140 1.300 -‐20.700 13.560 -‐13.950 2.480 32.330 -‐20.490 13.050 -‐21.110 12.050 17.570 -‐27.030 5.110 21.530 -‐28.030 7.380 1.360 -‐2.380 -‐10.010 33.000 -‐24.360 5.360 -‐9.860 1.980 5% -‐73% 178% -‐66% 34% 334% -‐49% 61% -‐61% 89% 69% -‐63% 32% 102% -‐66% 50% 6% -‐10% -‐48% 299% -‐55% 27% -‐39% 13% 32.050 34.200 28.700 66.800 27.900 33.700 30.000 22.900 37.500 8.900 45.050 38.300 18.750 37.900 23.400 26.750 30.150 32.950 25.100 47.000 30.000 44.600 33.600 56.100 5.800 58.200 7.700 38.600 15.200 24.700 17.900 39.500 21.900 22.600 14.000 25.500 24.900 29.000 20.800 26.600 38.820 28.304 42.662 34.745 29.721 33.383 36.580 40.174 30.326 39.604 34.522 34906 44347 44914 45.439 54.161 49.758 60.226 60.546 2.150 -‐5.500 38.100 -‐38.900 5.800 -‐3.700 -‐7.100 14.600 -‐28.600 36.150 -‐6.750 -‐19.550 19.150 -‐14.500 3.350 3.400 2.800 -‐7.850 21.900 -‐17.000 14.600 -‐11.000 22.500 -‐50.300 52.400 -‐50.500 30.900 -‐23.400 9.500 -‐6.800 21.600 -‐17.600 700 -‐8.600 11.500 -‐600 4.100 -‐8.200 5.800 12.220 -‐10.516 14.358 -‐7.917 -‐5.024 3.662 3.197 3.594 -‐9.848 9.278 -‐5.082 384 9441 567 525 8.722 -‐4.403 10.468 320 7% -‐16% 133% -‐58% 21% -‐11% -‐24% 64% -‐76% 406% -‐15% -‐51% 102% -‐38% 14% 13% 9% -‐24% 87% -‐36% 49% -‐25% 67% -‐90% 903% -‐87% 401% -‐61% 63% -‐28% 121% -‐45% 3% -‐38% 82% -‐2% 16% -‐28% 28% 46% -‐27% 51% -‐19% -‐14% 12% 10% 10% -‐25% 31% -‐13% 1% 27% 1% 1% 19% -‐8% 21% 1% PROVINCIA DI BERGAMO Var. prod. olive rispetto anno prec. (Q) Prod. Q Var. Q Var. % 500 1.000 500 100% 1.800 800 80% 1.000 -‐800 -‐44% 1.000 0 0% 1.000 0 0% 1.000 0 0% 1.000 0 0% 1.000 0 0% 1.000 0 0% 1.500 500 50% 1.000 -‐500 -‐33% 1.500 500 50% 1.500 0 0% 1.500 0 0% 2.000 500 33% 2.000 1.600 1.300 740 920 830 830 750 920 750 1.130 1.150 630 980 750 380 450 350 520 350 520 380 400 300 280 -‐400 -‐300 -‐560 180 -‐90 0 -‐80 170 -‐170 380 20 -‐520 350 -‐230 -‐370 70 -‐100 170 -‐170 170 -‐140 20 -‐100 -‐20 -‐20% -‐19% -‐43% 24% -‐10% 0% -‐10% 23% -‐18% 51% 2% -‐45% 56% -‐23% -‐49% 18% -‐22% 49% -‐33% 49% -‐27% 5% -‐25% -‐7% 350 1.200 400 900 150 800 700 200 500 200 600 800 800 600 400 750 1.000 850 800 1.700 600 600 600 700 200 2.000 1.500 2.200 1.700 1.240 1.400 1.000 900 500 400 600 600 600 400 400 600 750 650 850 -‐800 500 -‐750 650 -‐100 -‐500 300 -‐300 400 200 0 -‐200 -‐200 350 250 -‐150 -‐50 900 -‐1.100 0 0 100 -‐500 1.800 -‐500 700 -‐500 -‐460 160 -‐400 -‐100 -‐400 -‐100 200 0 0 -‐200 0 200 150 -‐100 243% -‐67% 125% -‐83% 433% -‐13% -‐71% 150% -‐60% 200% 33% 0% -‐25% -‐33% 88% 33% -‐15% -‐6% 113% -‐65% 0% 0% 17% -‐71% 900% -‐25% 47% -‐23% -‐27% 13% -‐29% -‐10% -‐44% -‐20% 50% 0% 0% -‐33% 0% 50% 25% -‐13% 806 925 1.166 1.708 119 241 542 15% 26% 46% 2494 1246 1528 2475 2085 2.034 2.194 1.893 1.893 1.893 -‐1248 283 946 -‐390 -‐51 160 -‐301 0 0 50% 23% 62% -‐16% -‐2% 8% -‐14% Fig. 16 – Sinossi delle variazioni di produzione in olive 1909-2010, Regno/Italia, Lombardia, Provincia di Bergamo. 3. IL SISTEMA INFORMATIVO DUSAF Dal 2001 è disponibile a livello regionale la banca dati DUSAF, un sistema informativo geografico realizzato dall’ERSAF per rilevare e monitorare le caratteristiche di uso/copertura del suolo, con specifica attenzione alle esigenze di tutela e pianificazione. L’impostazione metodologica trae origine dall’iniziativa europea CORINE-Land Cover82 attivata all’inizio degli anni ’90, con la quale condivide in parte il sistema di nomenclatura. Il dettaglio informativo è coerente con la scala 1:10000, e quindi con la CTR, ed è costituito da una componente poligonale per le coperture e una lineare per i filari. La banca dati, realizzata tramite fotointerpretazione di foto aeree, attualmente viene aggiornata oltre che con il metodo anzidetto anche con il contributo di numerose altre banche dati accessorie.83 Queste banche dati ci riportano, in un certo senso, al punto di partenza di questa analisi storica, quello cioè dell’indagine geografica della diffusione della coltura con l’analisi e la rielaborazione in logica GIS del catasto fondiario del 1853. Nonostante il livello di dettaglio sia inferiore a quello ottenibile dalla fonte catastale – dove, come si è visto, si può giungere alla individuazione reale delle superfici investite – la base DUSAF, con un poligono di rilevazione minimo di 1600 m2, costituisce sicuramente un valido strumento conoscitivo, soprattutto se disponibile in serie storiche. Per la provincia di Bergamo le coperture disponibili sono quelle del 1980 (Uso suolo 1980, volo Tem 1, scala 1:50000), 1999 (DUSAF 1.1, ortofoto IT2000 scala nom. 1:10000), 2005 (DUSAF 2.0, ortofoto AGEA, scala nom. 1:10000) e 2007 (DUSAF 2.1, ortofoto IT2007 Blom CGR).84 Particolarmente interessante agli scopi della presente pubblicazione è infine lo strato storico ottenuto dalla fotointerpretazione dei voli IGM/GAI del 1954-55 che, rilevando superfici investite a oliveto (coltura specializzata) solo nei quattro comuni rivieraschi di Predore, Tavernola Bergamasca, Parzanica e Riva di Solto (se si considera tecnico 82 Analisi conclusive relative alla cartografia Corine Land Cover 2000, ISPRA, s.l., 2000, (Rapporti, 130). 83 Uso del suolo in Regione Lombardia. I dati Dusaf. Edizione 2010, Regione Lombardia – ERSAF, Milano 2010.; Uso del suolo in Regione Lombardia. Atlante descrittivo, Regione Lombardia – ERSAF, Milano [2010]; Dante Fasolini, Silvia Pezzoli, Vanna Maria Sale (a cura di), L’uso del suolo in Lombardia negli ultimi 50 anni, Regione Lombardia – ERSAF, Milano 2011. 84 La versione 3.0, aggiornata al 2009, non interessa il territorio della provincia di Bergamo per assenza della relativa copertura fotografica. 65 BG n o) BS (S e b i RIVA DI SOLTO d 'I s e o PARZANICA TAVERNOLA BERGAMASCA L ag o PREDORE DUSAF 1954 (Volo GAI) BG BS SOLTO COLLINA (S e b i RIVA DI SOLTO n o) ENDINE GAIANO ALBINO d 'I s e o PARZANICA SCANZOROSCIATE TAVERNOLA BERGAMASCA SARNICO DUSAF 1999 L ag o PREDORE BG COSTA VOLPINO BS SOLTO COLLINA MONASTEROLO DEL CASTELLO (S e b i RIVA DI SOLTO ALBINO n o) ENDINE GAIANO FONTENO d 'I s e o PARZANICA SCANZOROSCIATE TAVERNOLA BERGAMASCA ADRARA SAN MARTINO FORESTO SPARSO VIADANICA L ag o PREDORE SARNICO DUSAF 2005 ROGNO BG COSTA VOLPINO BS SOLTO COLLINA ALBINO MONASTEROLO DEL CASTELLO FONTENO (S e b i RIVA DI SOLTO n o) ENDINE GAIANO d 'I s e o PARZANICA CENATE SOPRA SCANZOROSCIATE VIADANICA TAVERNOLA BERGAMASCA PREDORE SARNICO GANDOSSO CHIUDUNO CASTELLI GRUMELLO CALEPIO DEL MONTE DUSAF 2007 L ag FORESTO SPARSO o ADRARA SAN MARTINO BERGAMO lo sconfinamento di 968 m2 in territorio di Solto Collina) riflette territorialmente l’assetto storico di metà Ottocento. Il confronto delle rilevazioni DUSAF con la base storica di metà Ottocento (cfr. Cap. 1.6 - Tavole) è quindi molto interessante perché consente di evidenziare, con l’efficacia della rappresentazione cartografica, l’evoluzione della coltura dal punto di vista spaziale. L’analisi dei dati di superficie, riassunti in tabella e raffigurati nelle quattro tavole (in cui si dà conto visivamente dei comuni interessati e della localizzazione specifica), mette in evidenza il trend di crescita testimoniato anche dalle altre fonti. Si fa tuttavia presente che, trattandosi di rilevazioni effettuate con il metodo della fotointerpretazione, i risultati da un punto di vista quali-quantitativo sono da considerarsi utili soprattutto ai fini di una integrazione conoscitiva con rilevazioni a terra. DUSAF GAI 1954-55 DUSAF 1.1 1999 Adrara San Martino Albino 2,76 DUSAF 2.0 2005 DUSAF 2.1 2007 4,01 4,01 2,76 2,76 Bergamo 4,77 Castelli Calepio 0,25 Cenate Sopra 0,38 Chiuduno 3,24 Costa Volpino 0,47 Endine Gaiano 0,17 0,47 0,17 0,17 Fonteno 0,24 0,24 Foresto Sparso 0,64 0,64 Gandosso 1,27 Grumello del Monte 4,86 Monasterolo del Castello 1,45 1,45 Parzanica 1,93 1,93 1,93 1,93 Predore 6,72 29,11 29,11 28,90 Riva di Solto 65,62 47,75 48,18 47,80 Rogno 0,38 Sarnico 0,75 2,03 2,03 Scanzorosciate 1,84 2,15 6,20 Solto Collina (0,10) 5,99 7,80 7,80 Tavernola Bergamasca 5,64 20,08 20,47 19,56 0,23 0,23 121,64 139,34 Viadanica TOTALE 80,64 110,38 68 PARTE SECONDA 4. CLIMA, TERRENO ED ESPOSIZIONE NELLA REALIZZAZIONE DI UN OLIVETO La realizzazione di un oliveto non può prescindere da alcuni obiettivi: ammortamento rapido delle spese, produzione qualitativa e possibilmente elevata, riduzione dei costi dell’intero processo produttivo. Oltre a ciò devono essere verificate: la presenza di strutture necessarie per l’olivicoltura (strade, frantoi, centri di assistenza,…), l’evoluzione dei consumi (l’olivo produce per almeno cinquant’anni), il clima, il terreno, le alternative economicamente più vantaggiose. Di tutte le variabili che devono essere valutate, quelle considerate sostanzialmente non gestibili sono il clima e il terreno. Pertanto la scelta del “dove” diventa importante, non potendo agire (se non limitatamente) sulle condizioni meteorologiche e sulla morfologia del terreno oggetto dell’impianto. Se è vero che l’olivo è una specie abbastanza rustica che ben si adatta in molti ambienti, è anche vero che corrette condizioni pedoclimatiche sono fondamentali per ottenere adeguate quantità di un prodotto di qualità. In provincia di Bergamo, ma in generale nell’intera regione, le zone vocate all’olivicoltura sono localizzate in prossimità dei laghi, in un clima a metà strada tra quello alpino e quello padano, caratterizzato da piovosità abbondante e mitezza invernale, dove i terreni hanno pendenza limitata e sono sufficientemente drenanti ed è possibile una corretta esposizione ai raggi solari. Già nell’Ottocento queste indicazioni erano conosciute e divulgate: «gli ulivi di questo territorio nella parte piana ed alle falde del colle in terreno di breccia argillosa-ghiaiosa ed esposta a mezzogiorno, prosperano piuttosto bene, la loro coltivazione è rimarchevole e mostrasi anche diligentata. Nella parte poi in colle, in terreno argilloso-ghiaiosocalcare, con poco fondo di coltura, benché il clima sia sufficcientemente adatto, l’ulivo non prospera bene, scarseggia di frutto e questo è anche di poco prodotto in olio in confronto a quello in piano ed alle falde del colle, ed il loro numero è piuttosto limitato». 1 Indicazioni che hanno contribuito non poco alla definizione dell’ubicazione dei nuovi impianti e che possono essere tenute ancora oggi in considerazione. Clima. L’olivo non ama il freddo. Con temperature invernali comprese tra -5° e -9°C le foglie si danneggiano; tra -9° e -12°C c’è il rischio di distacco della cortec1 ASMi, Catasto, cart. 9545. Quaderno dei gelsi. 69 cia per formazione di cristalli di ghiaccio e se la temperatura scende ulteriormente si danneggia l’intero apparato legnoso. Particolarmente dannose sono le gelate tardive di inizio primavera, che bloccano lo sviluppo del frutto, e quelle precoci autunnali, che danneggiano le olive molto ricche di acqua, compromettendo la qualità del prodotto e conferendo all’olio un sapore di secco/legnoso, molto languente, noto come difetto di “gelato”.2 Va comunque considerato che le temperature invernali non troppo basse e cioè intorno a 0°C possono essere utili perché tendono a deprimere lo sviluppo di alcuni parassiti quali la mosca, la tignola, la cocciniglia (vedi Cap. 8). L’olivo ama il caldo, ma va ricordato Lovere, 28 novembre 2008: piante coperte che temperature superiori ai 40°/45°C di neve con olive non ancora raccolte. possono innescare gravi carenze idriche: è vero che in provincia di Bergamo queste temperature si raggiungono raramente, ma è proprio per questo motivo che quando si verificano sono molto pericolose. L’andamento della temperatura influenza notevolmente la composizione acidica dell’olio: all’aumentare della temperatura aumentano gli acidi grassi saturi (palmitico in particolare) e diminuiscono quelli insaturi (acido oleico). Non solo: temperature relativamente elevate in fase di raccolta accelerano i processi di alterazione dei frutti. Inoltre le alte temperature riducono sensibilmente la presenza di fenoli nell’olio. Per quanto riguarda la disponibilità idrica è ragionevole affermare che la pianta necessita di almeno 400/600 mm/anno: valori di 800/900 mm/anno sono da ritenersi ottimali.3 Detta quantità di acqua ovviamente dovrebbe essere distribuita equamente durante tutto l’anno, evitando periodi siccitosi superiori a trenta giorni, rammentando che carenze idriche prolungate nel mese di agosto e settembre comportano una precoce invaiatura e maturazione del frutto, con difficoltà di lavorazione in frantoio. Di contro l’umidità elevata e soprattutto la nebbia (condizioni tipiche del fondovalle, della pianura e del fronte lago) sono dannose per la pianta perché favoriscono lo sviluppo della maggior parte dei parassiti dell’olivo. La grandine è sicuramente tra gli eventi atmosferici più pericolosi e impreve2 L’olio di Oliva. L’assaggio, a cura di O.N.A.O.O., Unioncamere, Roma 1997. Il germoplasma dell’olivo in Lombardia. Descrizione varietale e caratteristiche degli oli, a cura di Daniele Bassi, Regione Lombardia, Quaderni della ricerca n. 25, Milano 2003, pp. 11-13. 3 70 dibili, che produce sia danni diretti e visibili (rottura di rami, germogli e inflorescenze) che danni invisibili: le ferite sui rami aprono la strada ad infezioni batteriche e le lesioni della buccia dei frutti consente alla microflora presente sulla stessa di avviare reazioni chimiche che aumentano l’acidità dell’olio e producono sostanze sgradevoli, soprattutto se la grandine cade in prossimità della raccolta. Analizzando i dati climatici medi della provincia di Bergamo, si osserva che le aree attualmente destinate all’olivicoltura sono caratterizzate da un clima insubrico, così contraddistinto: - mese più freddo: gennaio; - mese più caldo: luglio/inizio agosto; - temperatura media mese più freddo: 3,9°C; - temperatura media mese più caldo: 21°C; - temperatura minima registrata: -12°C; - temperatura massima registrata: 38°C; - temperatura media annua: 12,2°C; - piovosità media annua: 1100mm; - mese più piovoso: maggio (13% del totale); - numero di giorni con precipitazioni: 91. Mediamente la temperatura scende sotto 0°C una ventina di giorni l’anno, concentrati tra gennaio e febbraio: le medie comunque rimangono sopra 0°C. Difficilmente la temperatura scende sotto i -8/-9°C e ciò accade all’incirca ogni 8/10 anni.4 La nebbia, se si esclude la parte sud della provincia dove l’olivicoltura comunque è poco diffusa, è presente per pochi giorni l’anno e quindi si può ritenere ininfluente; i venti, pur presenti spesso con frequenza giornaliera (l’Ora sul lago d’Iseo, per esempio), hanno caratteristiche più di brezza ed hanno effetto positivo sulle piante in quanto forniscono una naturale ventilazione alla chioma, senza però danneggiarla. Venti di forte intensità sono poco frequenti (Foen o Scirocco) e comunque non hanno evidenze rilevanti sulle piante. Queste informazioni erano già rilevate e documentate nell’Ottocento: «il clima è piuttosto caldo. In causa della sua esposizione l’inverno è alquanto più breve in confronto dei paesi circonvicini e le nevi sono di poca durata. Nel decrescere il lago, che ordinariamente succede in primavera avvanzata, l’aria diventa malsana in causa delle esalazioni del fondo del lago paludoso che resta in asciutto ed apporta frequenti febbri terzane Nel resto dell’anno si può considerare sana». 5 4 5 Ibidem, pp. 6-9. ASMi, Catasto, cart. 12135. Nozioni generali territoriali e Prospetto di classificazione. 71 Terreno. L’olivo è una pianta piuttosto adattabile, che può essere impiantata senza problemi subito dopo l’estirpazione delle precedenti coltivazioni. Nella scelta del sito vanno tenuti in considerazione alcuni aspetti che potrebbero incidere significativamente sulla qualità dei frutti. Innanzitutto la composizione del terreno: sono da evitare terreni poveri di calcio o ricchi di sodio e soprattutto troppo umidi, condizioni queste che nella maggior parte delle aree coltivate a olivo in provincia sono rispettate; i terreni con contenuto in argilla elevato (oltre il 40%) sono sconsigliati perché non consentono un’adeguata aerazione e possono essere soggetti a ristagno idrico che può portare ad asfissia delle radici, fenomeno a cui l’olivo è molto sensibile; di contro terreni particolarmente sabbiosi hanno una ridotta capacità di trattenere l’acqua ed i nutrienti e pertanto sono idonei solamente in presenza di buona disponibilità idrica ed adeguata fertilizzazione; anche se con interventi pesanti è possibile effettuare correzioni, sono da evitare terreni con pH superiore ad 8,3 o inferiore a 6,4 o molto calcarei (oltre il 50%). Il terreno ottimale dovrebbe essere di medio impasto o tendenzialmente sciolto, preferibilmente calcareo, con una profondità di almeno un metro, ben aerato, con un contenuto minimo di sostanza organica (50/60% sabbia e scheletro, 20% argilla, 20% limo, 2% sostanza organica).6 Dal punto di vista orografico vanno sicuramente esclusi i terreni troppo scoscesi, con pendenze superiori al 25%; sono preferibili terreni con pendenze comprese tra il 13% ed il 18%, che consentono Impianti molto scoscesi sul lago d’Iseo. l’uso di macchine (anche di un semplice trattore) ed evitano il ristagno dell’acqua. Per pendenze superiori al 35/40% si rende necessaria la costruzione di terrazzamenti. Dato che in provincia di Bergamo «per una piccolissima parte, che si ritiene prossimamente un ventesimo della superficie totale, [il terreno] giace in piano, per un sesto in colle ed il resto in monte, circa la metà facile e la metà scosceso»,7 le condizioni migliori per la produzione e la meccanizzazione si trovano nella fascia litoranea e di bassa collina; la media e alta collina possono offrire interessanti prospettive di produzione grazie anche a un problema (difficoltà di regolare maturazione delle olive) che può essere trasformato in un elemento di qualità. 6 E. Giussani, S. Zanelli, P. Zani, Coltivazione dell’olivo in Lombardia, Aipol, Brescia 2004. Nozioni generali territoriali e Prospetto di classificazione, ASMi, Catasto, cart. 12135. 7 72 Esposizione. «Questo territorio nella parte montuosa per circa un ottavo è esposto a Tramontana ed un ottavo a Ponente, e nel resto a Mezzogiorno come pure la parte in colle».8 L’esposizione, pur essendo ritenuta da sempre fondamentale nella realizzazione di un oliveto, rimane uno degli aspetti meno controllabili e determinabili: il terreno può essere livellato, le cultivar possono essere selezionate, il freddo con alcuni artifici (frangivento…) può essere mitigato, ma la posizione del terreno non può essere scelta. Se si possiede un terreno esposto a nord non è possibile modificarne l’orientamento. La corretta esposizione consente un’elevata illuminazione delle foglie che favorisce la fotosintesi, fondamentale per la buona fruttificazione della pianta. In chiome ben illuminate è dimostrata la maggiore produzione di fiori e di allegagione, oltreché la presenza di frutti più grandi con maggiori rese di olio. Potendo scegliere sono preferibili i terreni con esposizione sud, sud-ovest. E’ bene comunque sottolineare che l’olivo ben si adatta anche alle restanti esposizioni dove avrà uno sviluppo minore, ma se le sue necessità vitali (luce, acqua, nutrimenti,…) verranno soddisfatte ci sarà una regolare produzione di olive. Un errore che spesso si commette è quello di valutare solamente l’esposizione durante la messa a dimora Olivi troppo vicini che si ombreggiano. delle piante, trascurando l’ombreggiatura che potrebbero causare le chiome una volta a regime: per questo motivo è molto importante quando si definisce il sesto di impianto valutare la dimensione che si vuol far raggiungere alle piante e la relativa proiezione dell’ombra. Va precisato un aspetto fondamentale che distingue l’olivo da altre coltivazioni quali per esempio la vite: il terreno non ha nessuna influenza sugli aspetti organolettici del prodotto finale e cioè dell’olio. Se si prendono due piante uguali (e cioè ottenute per talea dalla stessa branca) e si mettono a dimora in due terreni disposti in luoghi diversi, a parità di condizioni di campo e cioè la stessa potatura, lavorazione, irrigazione e concimazione, si otterrà il medesimo profilo sensoriale, probabilmente con intensità diverse, ma con le medesime caratteristiche distintive. 8 Ibidem. 73 Il profilo sensoriale è caratterizzato dalla cultivar: è per questo motivo che nella vendita dell’olio extravergine non si fa mai riferimento al terroir9 ma piuttosto alle peculiarità delle singole cultivar.10 Fatte queste semplici considerazioni sugli aspetti pedologici e climatici, è facile constatare che nella provincia di Bergamo le migliori condizioni per l’olivicoltura si ottengono dove più elementi necessari allo sviluppo dei frutti (l’azione mitigante della massa idrica lacustre, gli effetti di un’esposizione che riesce a raccogliere la massima radiazione possibile, l’equilibrio termico dovuto alle brezze ed allo sbarramento delle montagne, le ridotte escursioni termiche, la pioggia diffusa nell’arco dell’anno, il terreno drenante,…) interagiscono tra di loro. Ciò avviene sostanzialmente nelle fasce collinari prospicenti il Lago d’Iseo, in Valcalepio, in Valcavallina, a Bergamo e in alcune zone periferiche comprese in una fascia tra i 180 e i 400 m. s.l.m., dove si registra la presenza di un clima insubrico,11 relativamente mite in inverno, non eccessivamente caldo in estate, con modeste escursioni termiche ed elevato indice di piovosità, che spesso viene paragonato per somiglianza al clima mediterraneo (cfr. Cap. 1.5). 9 Area ben delimitata dove le condizioni naturali, fisiche e chimiche, la zona geografica ed il clima permettono la realizzazione di un prodotto specifico e identificabile mediante le caratteristiche uniche della propria territorialità. 10 Alberto Ugolini, Valutazione statistica dei risultati dell’analisi sensoriale, atti del Corso di Formazione di Capo Panel, I.r.v.e.a., Viterbo, 17 Marzo 2010. Il germoplasma dell’olivo in Lombardia, cit., pp. 11-13. 11 74 5. LA SCELTA DELLE CULTIVAR La scelta delle varietà da mettere a dimora incide in modo determinante sulla quantità e la qualità del prodotto e deve essere effettuata tenendo ben presente le tecniche di coltivazione, le condizioni pedoclimatiche, le strategie di mercato e il risultato in olio che si vuole ottenere. E’ però difficile che i requisiti necessari e sufficienti per una produzione abbondante, di qualità e che sia ben accolta dal mercato siano presenti in un’unica cultivar e quindi si rende opportuno mettere a dimora diverse varietà, seguendo alcune semplici regole: 1) scegliere almeno due o tre diverse cultivar, possibilmente interfertili, per avere una buona e reciproca impollinazione e una maggiore e diversa resistenza in caso di avversità climatiche o parassitarie; 2) preferire le varietà autoctone che già da tempo sono presenti sul territorio perché garantiscono una più facile adattabilità alle condizioni ambientali. Varietà alloctone o di nuova selezione seppur dotate di numerosi pregi spesso hanno crescita difficoltosa, problemi fitosanitari e modesta produzione in aree diverse da quelle peculiari; 3) disporre le diverse cultivar in file distinte e separate permettendo una raccolta differenziata in base ai diversi periodi di maturazione e consentendo la produzione di oli monovarietali che possono essere usati in purezza o in miscele dette “blend” che vengono preparate unendo gli oli e non le olive; 4) usare materiale vivaistico certificato o di provenienza certa per avere garanzie genetiche e sanitarie; 5) approvvigionarsi nel limite del possibile di piante allevate nella stessa fascia climatica del terreno ove andranno messe a dimora; 6) scegliere varietà che resistono al freddo ed hanno un accumulo di olio precoce, al fine di anticipare il più possibile la raccolta per evitare danni ai frutti causati da attacchi tardivi di mosca o da basse temperature, senza doverne sacrificare la resa; 7) nelle aree più fredde preferire piante ottenute da talea (e non per innesto), che a fronte di una maggiore necessità di acqua nei primi anni di vita hanno il vantaggio di entrare prima in produzione; 8) evitare l’utilizzo di piante provenienti da polloni12 perché tendono a conservare a lungo una forte spinta vegetativa; 9) mettere a dimora piante già radicate, di almeno tre anni perché attecchiscono più facilmente; 12 Rami vigorosi e sterili che crescono sul tronco e sulle radici scoperte della pianta. 75 10) se il terreno si trova nell’area della D.O.P. dei Laghi Lombardi e si vuole produrre olio certificato è indispensabile tener conto delle indicazioni del disciplinare; 11) tenere sempre ben presente le future modalità di raccolta delle olive e la densità dell’impianto.13 In provincia di Bergamo questi semplici criteri sono stati soddisfatti nel tempo dagli agricoltori in modo empirico e non rigoroso. Infatti storicamente non viene data una grande importanza al tipo di cultivar presente sul territorio, men che meno all’olio prodotto. Nell’Ottocento per esempio si scriveva che «la piantaggione degli ulivi in questo territorio è ad alberi isolati. L’ulivo viene ordinariamente piantato della grossezza di centimetri 4 in 5 di diametro, dell’altezza di circa metri 2,00, e dell’età di circa anni 8 in 10, con polloni che si levano dalle vecchie piante»,14 privilegiando l’aspetto agronomico, descrivendo le dimensioni della pianta, le modalità di messa a dimora, di concimazione e di potatura. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che nel tempo le varietà sono state selezionate dagli olivicoltori non in base alle caratteristiche peculiari delle cultivar (che in Italia sono più di 700 e nel mondo più di 1.200) forse poco note e poco documentate scientificamente, ma in base alla capacità di adattamento delle piante al clima, al territorio, ai parassiti e alle malattie: gli olivi che seguendo quelle minime indicazioni di campo producevano e sopravvivevano, erano riprodotti indipendentemente dalle loro proprietà. Questa selezione è stata sufficientemente efficace perché ha privilegiato cultivar tolleranti al freddo, all’occhio di pavone, a limitata vigoria e a portamento espanso, a frutto piccolo e a colorazione precoce e che garantiscono una sufficiente resa di buona qualità. Le cultivar attualmente più diffuse nella provincia sono: Leccino, Frantoio, Casaliva, Pendolino, Sbresa. Leccino. La pianta, che ha probabilmente origini toscane, è diffusa in tutta l’Italia. L’albero ha una vigoria elevata, con chioma voluminosa e densa; la foglia è ellittico-lanciforme di colore verde chiaro nella pagina superiore, i rami a frutto sono lunghi, la drupa è ellissoidale con un peso medio di 2/2,5 g.; la capacità di radicazione è buona. E’ coltivata nell’Italia settentrionale e in particolare nelle zone pedemontane perché tollera bene il freddo, il vento, la nebbia e alcune patologie tipiche della zona quali la rogna, il cicloconio15 e la carie. Di contro manifesta par13 Alberto Grimelli, Tra più di cinquecento varietà d’olivo quale scegliere?, in “Teatro Naturale”, n. 11, anno VII, 14 marzo 2009, www.teatronaturale.it. 14 ASMi, Catasto, cart. 9545. Quaderno dei gelsi. 15 Meglio conosciuto come Occhio di Pavone, è un fungo che si manifesta sul finire dell’autunno o al principio della primavera sotto forma di macchioline brune o nerastre con anelli concentrici e circondate 76 ticolare sensibilità alla fumaggine e alla mosca e mal sopporta lo stress idrico.16 E’ una cultivar autosterile17 e pertanto deve essere messa a dimora unitamente a cultivar che assolvano la funzione di impollinatori quali Frantoio o Pendolino. La produzione è elevata e costante; l’invaiatura è precoce e contemporanea così come l’inolizione; le olive, nonostante le ridotte dimensioni, hanno la doppia attitudine da olio e da mensa. A completa maturazione le drupe acquistano un colore nero corvino; la consistenza della polpa e la resistenza al distacco diminuiscono progressivamente all’aumentare della maturazione. In provincia assume anche il nome di Leccio o Silvestrone. L’olio che se ne ricava ha un elevato contenuto di acido oleico, un ridotto contenuto di polifenoli (se le olive sono mature); all’assaggio denota un fruttato leggero e armonico, dolce, poco amaro e poco piccante, caratteristiche queste che possono essere esaltate con una raccolta precoce. Pianta di Leccino. Leccino: invaiatura della drupa. Frantoio. La cultivar, che ha generato un’indefinita serie di cloni che hanno preso denominazioni proprie, è originaria anch’essa della Toscana, è diffusa in tutta Italia, nel bacino del Mediterraneo (Algeria, Tunisia, Marocco) e in quasi tutte le zone olivicole del mondo (Australia, Cina, Cile, U.S.A.). La coltivazione così diffusa è legata all’elevata e costante produttività, all’autofertilità18 nella maggior parte delle varietà, a un’alta qualità del prodotto sia in termini chimici che organolettici. L’albero ha una vigoria media, con chioma espansa e rami lunghi; la foglia è lanceolata di colore verde lucente nella pagina superiore, la drupa è ovale allungata da un alone giallastro, presenti su tutti gli organi verdi, principalmente sulla pagina superiore delle foglie. L’attacco provoca la caduta prematura delle foglie, specialmente delle più vecchie. 16 Pierluigi Villa, Coltivare l’olivo e produrre l’olio, DVE Italia S.p.a., Milano 2007, p. 34. 17 Il fiore non può essere fecondato dal suo stesso polline ma solo da polline di altre varietà. Questo tipo di fecondazione è chiamata impollinazione incrociata. 18 Pianta che compie da sé l’autoimpollinazione. 77 con un peso medio di 2 g.; la capacità di radicazione è buona. La produzione è abbondante e costante; l’invaiatura è tardiva e scalare e a completa maturazione le olive acquistano un colore rosso vinoso; la consistenza della polpa e la resistenza al distacco diminuiscono progressivamente all’aumentare della maturazione. In provincia assume anche il nome di Nostrano, Frantoiano, Laurino, Razza.19 L’olio che se ne ricava ha un elevato contenuto di acido oleico e di polifenoli; all’assaggio denota un fruttato medio leggermente mandorlato, mediamente amaro e poco piccante. La pianta è sensibile alla rogna e al cicloconio e ha una Piante di Frantoio. media resistenza al freddo e allo stress idrico: a fronte di ciò è ragionevole pensare che la sua diffusione nella provincia di Bergamo non sia motivata da aspetti agronomici, ma da aspetti economici, quali il basso costo, l’autofertilità e l’elevata e costante produttività, e commerciali, essendo la pianta più diffusa tipologicamente in Italia. Casaliva. La pianta, tipica del lago di Garda, è vigorosa, ha la chioma voluminosa ma rada e può superare i quindici metri di altezza; la foglia è ellittica di colore verde scuro intenso nella pagina superiore, la drupa è ovale con un peso medio di 2,5 g. Pur essendo una cultivar tipica dell’Italia settentrionale, è sensibile al freddo e ad alcune patologie tipiche della zona quali la rogna. E’ una cultivar parzialmente autosterile; la produzione è costante ed elevata grazie alla bassa percentuale di fiori con l’ovario abortito; la maturazione è medioprecoce a scalare; le olive a completa invaiatura acquistano un colore nero. In provincia assume anche il nome di Casalivo o Drizzar.20 L’olio che se ne ricava ha un elevato contenuto di acido oleico, un medio contenuto di polifenoli; all’assaggio denota un fruttato leggero e armonico, dolce, poco amaro e poco piccante, caratteristiche queste che possono essere esaltate con una raccolta precoce ed una lavorazione a ciclo continuo. 19 Il germoplasma dell’olivo in Lombardia. Descrizione varietale e caratteristiche degli oli, a cura di Daniele Bassi, Regione Lombardia, Quaderni della ricerca n. 25, Milano 2003, pp. 60-61. 20 Ibidem, pp. 50-53. 78 Pendolino. La cultivar originaria della provincia di Firenze ha trovato larga diffusione anche nel centro-nord Italia soprattutto come impollinatore del Leccino e del Frantoio, dove la varietà lo necessita. La pianta è poco vigorosa con portamento pendulo, chioma espansa e folta, foglia lanceolata di colore verde scuro nella pagina superiore, drupa ellissoidale con un peso medio di 1,5 g. Molto apprezzata per le pregevoli caratteristiche ornamentali, è mediamente resistente all’occhio di pavone e alla rogna ed è sensibile al freddo, alle gelate tardive e alla fumaggine.21 E’ una cultivar autosterile; la produzione è elevata grazie alla bassa percentuale di fiori con l’ovario abortito e altrettanto elevata è la resa in frantoio; la fioritura è precoce così come la maturazione, che è contemporanea; le olive a completa invaiatura acquistano un colore pruinoso virato verso il nero spesso connotato da piccole lenticelle evidenti a completa maturazione. In provincia assume anche il nome di Maurino. L’olio che se ne ricava ha un elevato contenuto di acido oleico, un medio contenuto di polifenoli; all’assaggio denota un fruttato leggero e armonico, dolce, poco amaro e poco piccante. Sbresa. E’ ritenuta da tempo la cultivar autoctona della provincia di Bergamo. La pianta è stata probabilmente portata dai Romani durante l’espansione dell’impero, come dimostrano alcuni ceppi presenti nella zona di Scanzorosciate e di Cenate e può essere considerata come una mutazione del Frantoio che si è adattata alle condizioni pedoclimatiche della zona. La sua coltivazione si è mantenuta ed evoluta negli anni grazie alla presenza di molti monasteri, che producevano olio per scopi Sbresa: invaiatura della drupa. sacri. Attualmente sono censite circa 600/700 piante provenienti dal ceppo originale. Nel 2011, grazie all’impegno di un appassionato produttore bergamasco, la Sbresa è stata inserita nel Catalogo Nazionale degli Oli Monovarietali,22 quale unica rappresentante della provincia. L’albero ha una vigoria media, con chioma espansa a portamento semipendulo; la foglia è lanceolata leggermente ellittica di colore verde scuro nella pagina superiore, la drupa è ovoidale con un peso medio di 2/2,5 g.; è parzialmente autosterile, ha 21 Ibidem, pp. 76-77. Catalogo degli Oli Monovarietali, allegato a “Olivo e Olio”, n. 6, anno XIV, giugno 2011, p. 46. 22 79 Ramo con olive di Sbresa. Pianta di Sbresa, età stimata 180 anni. una buona capacità di radicazione soprattutto su terreni scoscesi, germoglia molto facilmente ed entra in produzione abbastanza velocemente. La pianta sopporta il freddo, la rogna, il normale stress idrico, il cicloconio e la carie, malattie abbastanza diffuse nella provincia; è però sensibile alla fumaggine e agli attacchi di mosca.23 La produzione è buona e costante anche se la resa in olio non è elevata; l’invaiatura è mediamente tardiva ma veloce e contemporanea e a completa maturazione le olive acquistano un colore rosso vinoso che vira al nero; le olive sono poco resistenti al distacco dalla pianta, caratteristica questa che facilita la raccolta con ausili meccanici; il distacco della polpa dal nocciolo è agevole evidenziando così la doppia attitudine (olio e olive da mensa). Una particolarità contraddistingue la maturazione del frutto: l’invaiatura inizia dal peduncolo per interessare tutta la drupa, a differenza di quello che succede nel Leccino per il quale la colorazione inizia dal fondo dell’oliva. In provincia assume anche il nome di Sbressa o Bresa. L’olio che se ne ricava ha un elevato contenuto di acido oleico e di polifenoli; all’assaggio denota un fruttato medio verde e mandorlato, mediamente amaro e piccante. Da un’analisi delle schede possiamo notare che delle cinque cultivar più diffuse nella provincia solo la Sbresa evidenzia caratteristiche che ben si adeguano alle 23 Marco Antonucci, Sbresa, una cultivar autoctona, in La cucina bergamasca. Atlante enciclopedico, a cura di Silvia Tropea Montagnosi, Bolis Edizioni, Azzano San Paolo 2010, p. 252. 80 condizioni pedoclimatiche del territorio: eppure non raggiunge il 2% (tra piante provenienti da ceppi originali e da vivai), contro il 42% del Leccino o il 39% del Frantoio.24 Il motivo di questo risultato può essere ricondotto a due fattori. Il primo: fino a pochi decenni fa non c’era un interesse diretto nella conservazione e coltivazione dell’olivo e pertanto quando le piante morivano per malattia o per gelo spesso non erano sostituite o venivano rimpiazzate con cultivar ritenute più resistenti, più economiche e di facile reperibilità come il Leccino o il Frantoio. Se ci fosse stata maggiore conoscenza e maggiore sensibilità da parte degli operatori dell’intera filiera produttiva, probabilmente le cultivar censite negli anni cinquanta (Pomera, Bresa, Fogna, Rossola, Sprele)25 oggi sarebbero ancora ampiamente diffuse e potrebbero seguire lo stesso percorso di valorizzazione che ha seguito la Sbresa. Il secondo: molti anni fa alcune Comunità Montane ed enti sovracomunali, per incentivare l’olivicoltura, hanno diffuso a prezzi contenuti piante di Leccino, Frantoio e Pendolino. Una scelta che sicuramente ha favorito lo sviluppo dell’olivicoltura, soprattutto nei paesi che affacciano sul lago d’Iseo, ma che non ha salvaguardato il germoplasma26 presente da secoli nella provincia ed ha precluso la messa a dimora di altre cultivar che ben si sarebbero adattate alle condizioni ambientali dell’area. Se è vero che il Leccino matura presto, ha un alto contenuto in acido oleico e resiste bene al freddo, è anche vero che la sua resistenza alla mosca è nulla così come è minima la resistenza allo stress idrico: una pianta in Sicilia è abituata alla siccità e quando piove accumula la quantità di acqua necessaria per sopravvivere; una pianta sul lago d’Iseo è abituata a un clima umido e piovoso e quindi non accumula acqua e quando c’è siccità spesso va in stress idrico. Se è vero che il Frantoio è sostanzialmente autofertile, matura dopo il Leccino consentendo una raccolta in più riprese, ha una buona resa e una cospicua presenza di polifenoli, è anche vero che è sensibile al freddo, allo stress idrico, alla rogna. Oggi le conoscenze agronomiche e tecniche – a differenza del passato - dimostrano che esistono altre cultivar che potrebbero ben adattarsi nella provincia. Tre in particolare vanno menzionate: Grignano, Bianchera e Favarol. Grignano. Cultivar diffusa in Veneto, ha trovato discreta diffusione nel nord e centro Italia. La pianta ha bassa vigoria con chioma raccolta e rada, a portamento semipendulo, foglia di forma ellittica di colore verde nella pagina superiore, drupa 24 Dati ricavati da: L’olivicoltura in provincia di Bergamo, a cura della Provincia di Bergamo, Bergamo 2010. 25 Vittorio Di Martino, L’olivicoltura nella regione Lombarda, Tipografia Morcelliana, Brescia 1956, p. 32-34. 26 E’ il materiale ereditario trasmesso alla prole mediante le cellule germinali in grado di permettere di preservare in modo diretto la biodiversità a livello genetico e di specie. Esso rappresenta una risorsa genetica e contribuisce in maniera indiretta all’incremento della biodiversità. 81 ovoidale con peso medio di 4 g. E’ autosterile, di precoce entrata in produzione con resa buona e costante; l’invaiatura è precoce e contemporanea; a completa maturazione le olive acquistano un colore pruinoso spesso con lenticelle minuscole e rade.27 E’ resistente al freddo, al vento, alla nebbia, allo stress idrico, all’occhio di pavone e alla rogna. L’olio che se ne ricava ha un buon contenuto di acido oleico, un elevato contenuto di polifenoli; all’assaggio denota un fruttato medio, amaro e piccante. Particolare di pianta di Grignano. Bianchera. Cultivar diffusa nel triestino, ha trovato larga diffusione anche nel nord-est Italia. La pianta è molto vigorosa con chioma espansa e mediamente densa, foglia grande e leggermente ondulata di colore verde chiaro nella pagina superiore, drupa ellittica molto grande con un peso medio di 2,5/3 g. E’ autosterile, di precoce entrata in produzione e resa elevata e costante; l’invaiatura è tardiva e scalare; la consistenza della polpa e la resistenza al distacco sono elevate anche in piena maturazione. E’ resistente al freddo, al vento, alla nebbia, al cicloconio, alla rogna; è sensibile all’attacco della mosca e allo stress idrico. L’olio che se ne ricava (anche da olive raccolte con un grado di Piante di Bianchera. maturazione avanzato) ha un buon contenuto di acido oleico e un elevato contenuto di polifenoli; all’assaggio denota un fruttato medio verde e mandorlato, amaro e piccante.28 27 Il germoplasma dell’olivo in Lombardia, cit. pp. 64-65. Vito Sciancalepore, L’olio vergine d’oliva. Un approccio alla valorizzazione, Hoepli, Milano 2006, pp. 329-333. 28 82 Favarol. Cultivar diffusa nel Veneto, non ha trovato una grande diffusione al di fuori della regione. La pianta è di media vigoria, con chioma espansa e mediamente folta, foglie ellittico-lanceolate di colore verde-grigio nella pagina superiore, drupa piccola con peso medio di 1,5/2 g. E’ autosterile, di precoce entrata in produzione con resa in olio elevata ma notevolmente alternante; l’invaiatura è precoce e contemporanea; è resistente al freddo e al cicloconio; nel clone più diffuso sul territorio è stata rilevata una bassa sensibilità alla mosca e alla rogna. Queste tre cultivar prese ad esempio dimostrano che resistenza al freddo, alla siccità, alla mosca e alle malattie possono andare di pari passo con una buona resa in olio e un’alta percentuale di acido oleico e di polifenoli anche in piante autoctone di aree agricole che si trovano a una latitudine spesso superiore a quella della provincia di Bergamo. Pertanto per l’olivicoltore è possibile scegliere le piante tenendo conto del risultato finale che intende ottenere: un olio dolce, con fruttato leggero, poco piccante e poco amaro che viene consumato entro l’anno potrà essere prodotto privilegiando Leccino e Casaliva; un olio mediamente fruttato, normalmente amaro e piccante potrà essere il prodotto di un blend tra tutte le cultivar; un olio amaro, piccante con un fruttato intenso (parametri questi ovviamente rapportati al nord Italia) con tempi di conservazione più lunghi potrà essere ottenuto con Frantoio, Sbresa, Bianchera e Grignano; oli monovarietali potranno essere realizzati con tutte le cultivar che, se Esempio di analisi sensoriale della Sbresa in lavorate correttamente, dimostrano un purezza. buon equilibrio sensoriale. Queste indicazioni di carattere sperimentale possono essere prese in considerazione anche dai produttori di oli certificati D.O.P., perché il disciplinare consente un 20% di varietà diverse dal Leccino, Frantoio, Pendolino, Casaliva e Sbresa.29 29 Disciplinare di Produzione dell’Olio Extravergine di Oliva “Laghi Lombardi” a Denominazione di Origine Controllata, DM 17/9/98, GURI n. 234/1998. 83 6. LA SCELTA DELL’IMPIANTO Nella progettazione di un frutteto generico, per ripagare i costi e ottenere un guadagno, è necessario avere un maggior numero possibile di piante per ettaro, una precoce entrata in produzione, una buona e costante produttività nel tempo che consenta la meccanizzazione della raccolta e delle operazioni di campo; quando la produzione o la qualità si modificano o diminuiscono, le piante devono essere regolarmente sostituite. Queste regole ovviamente valgono anche per gli oliveti e pertanto nella progettazione di un nuovo impianto si deve tener conto della forma di allevamento, della durata, della densità e della distanza di piantagione. Durata. Grazie alla sua capacità di rinnovarsi continuamente, l’olivo è considerato da sempre una pianta eterna. Se però si vuole ottenere una produzione di qualità e costante nel tempo, l’olivo deve essere considerato per quello che è e cioè una pianta da frutto, con un ciclo produttivo ben preciso e distribuito nel tempo. Scelta la Cultivar e il tipo di pianta (proveniente da talea o innestata), si procede alla messa a dimora nel terreno, tenendo ben presente che qualsiasi tipo di stress subito durante l’allevamento influenza negativamente lo sviluppo dell’olivo. La crescita iniziale deve essere accentuata per far sì che la chioma raggiunga prima possibile le dimensioni della maturità e quindi dell’entrata in produzione. E’ opportuno utilizzare piante di almeno due o tre anni e di ridotto sviluppo perché questo consente di avere radici con apici ancora in espansione; piante più vecchie con molta probabilità hanno raRadici che hanno toccato le pareti del vaso. dici che hanno toccato le pareti del vaso o del contenitore e quindi hanno iniziato un movimento centrifugo intorno allo stesso e ciò può creare a volte crisi di trapianto o difficoltà di ancoraggio al terreno. Pertanto l’indicazione ottocentesca secondo la quale «i piccioli ulivi si piantano di 10 anni»30 oggi non ha più riscontro. 30 ASMi, Catasto, cart. 12135. Nozioni generali territoriali e Prospetto di classificazione. 84 Diversi possono essere gli approcci progettuali per realizzare un oliveto; i più diffusi sono: tradizionale, intensivo e superintensivo. Negli oliveti tradizionali le piante (meno di 300 per ettaro) entrano in produzione molto lentamente non prima del sesto/ottavo anno ed hanno la loro maggiore produzione tra il quindicesimo e l’ottantesimo anno. Trascorso questo periodo, durante il quale le piante sono state rinnovate in misura ridotta perché sono state sostituite solo quelle morte, si continua solitamente a coltivare l’oliveto perché ha acquistato una forma e una dimensione che ha più valore paesaggistico che agricolo. Negli oliveti intensivi (più di 300 piante/ettaro), se sono state eseguite corrette pratiche agronomiche d’irrigazione, concimazione e potatura, le piante entrano in produzione al quarto/quinto anno ed hanno la loro maggiore produzione tra il nono e il cinquantesimo anno. Trascorso questo periodo, durante il quale l’oliveto è stato parzialmente rinnovato perché sono state sostituite le piante morte o gravemente attaccate da elementi distruttivi, si può decidere se rinnovarlo inOliveto intensivo. teramente o continuarne la coltivazione, tenendo presente che l’impianto ha raggiunto la massima resa quantitativa e qualitativa e da qui in poi la può solo mantenere ma non migliorare o aumentare. Negli oliveti superintensivi (più di 1.000 piante/ettaro) se sono state eseguite corrette pratiche agronomiche d’irrigazione, concimazione e potatura, le piante entrano in produzione già al terzo anno ed hanno la loro maggiore produzione tra il quarto e il ventesimo anno. Trascorso questo periodo è buona pratica rinnovare l’intero impianto.31 Densità di piantagione. Confrontando anche solo i tre casi esposti nel paragrafo precedente, si osserva che un elevato numero di piante consente una produzione a regime in tempi veloci ma ha una vita d’impianto molto breve perché quando 31 L’ulivo e l’olio, coord. scientifico M. Pisante, P. Inglese, G. Lercker, Bayer CropScienze, Script, Bologna 2009, pp. 584-588. 85 le chiome iniziano a ingrossarsi l’effetto dell’ombreggiatura riduce la produzione nella parte bassa, costringendo a uno sviluppo verso l’alto, con minore fruttificazione e maggiore difficoltà di raccolta che spesso nemmeno una corretta potatura riesce a controllare. Una ridotta densità di piante consente lo sviluppo di grandi chiome a elevata produzione con possibilità di raccolta meccanica, ma i tempi di messa a regime sono molto più lunghi e il costo totale dell’impianto (rapporto piante/ettaro/produzione) è alto a causa della ridotta quantità di piante: spesso è talmente alto che la vendita del prodotto non copre nemmeno i costi, condizione questa riscontrata spesso dagli olivicoltori della provincia. 5,5 m. 4,0 m. Direzione del vento dominante Frantoio Leccino Pendolino Schema di impianto intensivo. Distanza di piantagione. Un aspetto molto importante nella realizzazione di un oliveto è la distanza che intercorre tra le piante: a parità di grandezza del terreno si possono distribuire lo stesso numero di piante ponendole a diverse distanze tra di loro. In un ettaro di oliveto intensivo (modalità che potrebbe essere incentivata nella provincia bergamasca) si possono mettere a dimora quattrocento piante con disposizione in quadrato 5✕5 metri oppure in rettangolo 6✕4. La scelta non deve essere demandata ad aspetti estetici o peggio al caso, ma a precise necessità di campo: il quadrato consente di prolungare nel tempo gli interventi che interessano Occupazione dello spazio aereo nei diversi sesti d’impianto. l’intero terreno, il rettangolo limita gli interventi alle sole file. Volendo mantenere almeno due metri tra i filari per consentire il passaggio dei mezzi, nel quadrato si devono eseguire potature precoci per controllare la vegetazione e nel rettangolo, quando le piante si toccano sulla fila, rimane ancora spazio tra le file stesse per le operazioni colturali. Con il ! 2 m. 1 m. 1 m. 4 m. 5 m. 6 m. Ipotesi di sviluppo della chioma 5 m. 86 passare del tempo le piante disposte in rettangolo tendono a fare un muro e cioè occupare lo spazio disponibile sul filare, con incremento delle rese e agevolazione della raccolta, a differenza delle piante in quadrato che tendono a svilupparsi in tutte le direzioni. In provincia di Bergamo il sesto d’impianto tipico è il 6✕6 dove la forma di allevamento è a vaso policonico e 6✕4 dove è a monocono. Orientamento e direzione del vento. Sono fondamentali indipendentemente dalla distanza e densità delle piante. L’orientamento dei filari deve essere nord-sud: se questo non è un problema in pianura, lo diventa sicuramente dove i terreni sono scoscesi e cioè quasi tutta l’area olivicola bergamasca, dove si rende necessario un compromesso tra l’orientamento ideale e la pendenza del terreno. La disposizione delle diverse cultivar deve tenere poi in considerazione la direzione del vento perché nell’olivo l’impollinazione è anemofila: se il vento soffia in un’unica direzione gli impollinatori vanno disposti in modo che si trovino dalla parte in cui proviene il vento affinché il polline si stacchi e vada verso le cultivar autocompatibili; se il vento soffia in tutte le direzioni indistintamente gli impollinatori possono essere messi anche al centro dell’oliveto.32 Forma di allevamento. Cespuglio, vaso policonico, monocono, globo: queste sono le forme di allevamento più diffuse ed hanno il fine di indirizzare la maggior parte delle risorse della pianta verso i frutti, limitando al minimo indispensabile quelle verso la parte vegetativa. A fronte di ciò sembra ragionevole scegliere le modalità di allevamento in base all’obiettivo economico da raggiungere, al tipo di cultivar e alle sue forme di coltivazione più diffuse in Italia, affinché la pianta possa essere guidata piuttosto che forzata nella sua naturale produzione. 1) Il cespuglio è una forma espansa, con chioma senza tronco e molto bassa, che è utilizzata solitamente per le coltivazioni superintensive ed è ideale per la potatura e la raccolta interamente meccanizzata. Gli interventi di potatura sono minimi e poco specializzati, spesso finalizzati unicamente all’eliminazione dei rami che disturbano il passaggio della macchina raccoglitrice, e l’entrata in produzione è veloce e costante nel tempo: queste due peculiarità però fanno perdere presto la funzionalità della vegetazione nella parte bassa della pianta, comportando un incremento dell’altezza e un conseguente aumento dei costi e una riduzione della resa, un fenomeno che può essere governato da potature radicali ripetute negli anni, ma che comunque prevede una sostituzione completa delle piante nei trent’anni.33 32 Pierluigi Villa, Coltivare l’olivo e produrre l’olio, DVE Italia S.p.a., Milano 2007, pp. 21-22. P. Proietti, F. Famiani, T. Tombesi, Influenza delle forme di allevamento e della potatura sulla raccolta meccanizzata delle olive, in “Teatro Naturale”, n. 44, anno VI, 1 novembre 2008, www.teatronaturale.it. 33 87 2) Il vaso policonico è una forma utilizzata nelle coltivazioni intensive e tradizionali, tra le più diffuse in Italia. La forma ideale prevede un tronco di circa un metro di altezza, ideale per la raccolta semimeccanizzata grazie alla possibilità di pinzare il tronco con il vibratore, da cui partono tre branche con inclinazione iniziale di circa 45° e distanziate tra di loro di 120°, che sono spoglie vicino al tronco mentre verso l’alto presentano branche34 secondarie e branchette che all’interno del vaso sono molto corte per non limitare il passaggio della luce e all’esterno, in forma decrescente verso l’alto, sono più Impianto a vaso policonico lunghe e ricche di frutti. La facilità delle operazioni colturali, la buona distribuzione della luce e dell’aria che riduce la presenza di umidità in tutta la chioma, la possibilità di limitare la crescita in altezza ampliando lateralmente la pianta senza comprometterne la volumetria e i diversi metodi di raccolta possibili hanno decretato un grande sviluppo di questa forma di allevamento che però obbliga a grandi spazi con ridotta densità di piante in quanto la particolare forma necessita di un sesto di almeno 5✕5 (meglio 6✕6), limitando l’intensità dell’oliveto. 3) Il monocono è una forma di allevamento prevalentemente verticale, basata non tanto sull’incremento della quantità dei frutti quanto sull’incremento della densità della piantagione perché la particolare conformazione della chioma consente di ridurre la distanza tra le piante. Gli interventi di potatura sono limitati e spesso si riducono alla semplice eliminazione di succhioni e polloni o alla correzione delle cime; con il passare degli anni – soprattutto in caso di raccolta meccanica – la chioma non riesce a dimensionarsi correttamente rispetto all’apparato radicale, comportando sovente uno squilibrio vegetativo che riduce notevolmente la produzione, con il conseguente aumento dei costi e la necessità di una sostituzione nei quarant’anni. Questa forma sulle sponde del lago era molto utilizzata nell’Ottocento («ordinariamente sono composti di alberi di un sol tronco e sono mediocri e di mediocre ramificazione»),35 ma nel tempo è stata abbandonata a favore del vaso policonico. 34 Nell’olivo le ramificazioni si classificano in base all’età. Le branche sono le più vecchie. Nozioni generali territoriali e Prospetto di classificazione, ASMi, Catasto, cart. 12135. 35 88 4) Il globo assieme al cespuglio è la forma che più si avvicina alla naturale conformazione dell’olivo: 6.000 anni fa la varietà dell’olivo selvatico presente nel Mediterraneo era un cespuglio spinoso che produceva frutti piccoli, con nocciolo grande e poca polpa. E’ costituito da una serie di branche che dipartono in varie direzioni dal vertice di un tronco e che si rivestono di vegetazione secondaria conferendo alla chioma un aspetto di globo. E’ una forma utilizzata nei climi caldi e luminosi per proteggere le branche: attualmente (dove la richiesta di produzione supera quella dell’aspetto estetico) tende a essere sostituito con forme a vaso per semplificare le operazioni colturali e di raccolta.36 Confrontando i dati raccolti nell’Ot- Esempio di monocono. tocento, le semplici indicazioni di questo capitolo e lo stato attuale dell’olivicoltura bergamasca, è facile accertare che la situazione non è cambiata in modo significativo. E’ vero che intensivo e superintensivo sono forme di allevamento introdotte negli ultimi trent’anni e pertanto l’approccio ai nuovi impianti è stato di tipo tradizionale, ma è anche vero che quanto si legge nelle indicazioni ottocentesche e cioè che «dopo il primo allevamento gli ulivi considerati ad uno ad uno continuano a dare un frutto valutabile anche per un secolo se per un freddo straordinario Esempio di globo. non deperiscono oppure non vengono atterrati dai macigni che cadono dal soprastante monte»� e che «la piantaggione degli ulivi in questo territorio è ad alberi isolati»� è ancora attuale. 36 B. Alfei, G. Panelli, A. Ricci, Olivicoltura di qualità, Edagricole Il sole 24 Ore, Bologna 2003. pp. 77-82. 89 Nell’Ottocento «in una pertica di uliveto considerato nella sua estensione complessiva, vi saranno dalli 15 alli 24 ulivi […] Gli ulivi novelli si comperano e costano £ 6 cadauno […] Dal primo piantamento all’epoca in cui cominciano a dare un frutto valutabile, cioè non minore di un coppo, decorrono ordinariamente 16 anni. Durante l’allevamento ne deperiscono ordinariamente il 10 per 100»� in un ettaro di terreno erano mediamente messe a dimora dalle 230 alle 370 piante (se una pertica corrisponde a 662,3 mq e vi si impiantavano da 15 a 24 olivi, per ogni pianta era destinata un’area compresa tra i 27 ed i 44 mq); nel 2009 in un ettaro di terreno sono mediamente messe a dimora dalle 242 alle 413 piante.37 E questo nonostante il costo di una pianta pronta per la posa in terreno sia passato da circa 6 lire (che corrispondevano all’incirca a tre giorni di lavoro di un operaio)38 a 6,00/7,00 euro, che non si devono più attendere ventisei anni (dieci più sedici) per avere una resa superiore a 5 Kg39 perché l’inizio della produzione negli oliveti tradizionali avviene dopo pochi anni e arriva a regime entro quindici anni. Il semplice calcolo conferma che l’olivicoltura bergamasca nella realizzazione dei nuovi impianti ha seguito (e continua a seguire) i dettami della tradizione, senza tenere conto se non in pochi casi né dell’evoluzione delle piante, né delle semplici indicazioni che potrebbero aumentare la resa riducendone i costi. Il risultato è un olio non sempre extravergine, sostanzialmente destinato a soddisfare l’autoconsumo o al massimo il consumo locale, con costi di produzione che spesso sono superiori al valore finale del prodotto. 37 L’olivicoltura in provincia di Bergamo, a cura della Provincia di Bergamo, Bergamo 2010. Giovanna Tonelli, Ricchezza e consumo: il lusso di una famiglia nobile milanese nei primi anni dell’ottocento, in Mediterranea. Ricerche Storiche, anno IV, dicembre 2007. 39 Valore ricavato per elaborazione dati Provincia di Bergamo, vedi Cap. 10. 38 90 7. LAVORAZIONI DI CAMPO, POTATURA, CONCIMAZIONE, INERBIMENTO, ALTERNANZA Una volta scelte le cultivar e la loro forma di allevamento, la densità e la disposizione delle piante, devono essere messe in pratica in modo coordinato e critico una serie di tecniche colturali che: predispongano la corretta composizione e consistenza del terreno; consentano la messa a dimora delle barbatelle senza provocare traumi, affinché ci sia una rapida formazione della pianta e del suo apparato produttivo; consentano la massima espressione della capacità produttiva della pianta; regolino il rapporto tra legno, verde e frutti, affinché non nascano all’interno della pianta scompensi o sbilanciamenti che potrebbero compromettere la corretta produzione per diversi anni. Le pratiche di maggior rilevanza nella moderna coltivazione dell’olivo sono essenzialmente le stesse di duecento anni fa: inerbimento, lavorazioni del terreno, potatura e concimazione. Ciò che è cambiato notevolmente sono le modalità di attuazione. Lavorazioni del terreno. Anche se l’olivo non risente della stanchezza del terreno, si consiglia sempre di lasciarlo incolto per almeno due anni prima di realizzare l’impianto: in questo periodo il terreno può essere lavorato per migliorarne la struttura, aumentare la capacità idrica ed eliminare eventuali infestanti che potrebbero essere dannosi per l’olivo. Si compie uno scasso dell’intero sito nell’estate precedente alla messa a dimora delle piante, che sia profondo almeno 80 cm.; in primavera si affina il terreno, rompendo le zolle e predisponendo il piano di campagna. Successivamente si scavano le buche di almeno 80✕80 cm., che devono essere bagnate il giorno prima del loro riempimento e si colmano per un terzo di terreno drenante (sabbia e/o sassi), per un terzo di terreno concimato e per la restante par- L’operatore mette a dimora la pianta. te con la barbatella e terreno comune. Subito dopo la posa della pianta va eseguita una prima concimazione azotata che è buona norma ripetere nei due mesi succes91 sivi e comunque non oltre il mese di giugno. Per favorire l’attecchimento e il corretto sviluppo della pianta nei primi due anni è importante: posizionare vicino al fusto un sostegno sottile, ancorato al suolo con un paletto trasversale, senza legare i rami, che potranno essere orientati negli anni successivi; bagnare la pianta all’occorrenza per scongiurare stress idrici, evitando eccessi che potrebbero far marcire le radici; tenere libero il terreno da infestanti per un raggio di almeno un metro/un metro e mezzo dal tronco, effettuando lavorazioni molto delicate ed eventualmente disponendo una pacciamatura fatta con erba tagliata pressata, che consenta comunque all’acqua di entrare nel terreno; effettuare in autunno un trattamento minimo a base di poltiglia bordolese e rame per rendere più resistenti i tessuti vegetali e difendere le piante dai più comuni parassiti.40 Di queste semplici indicazioni di buona pratica agronomica, la lavorazione dell’intorno della pianta trova riscontro anche nell’Ottocento: «negli uliveti si coltiva soltanto il fondo intorno all’albero per la circonferenza di circa due cavezzi. Tale coltivazione si fa ogni tre anni ed a solo beneficio degli ulivi, lasciando tutto il restante terreno incolto».41 Era però limitata a una circonferenza di due cavezzi che corrisponde a un raggio di circa 85 cm e cioè la metà di quanto si dovrebbe praticare correntemente, almeno nei primi anni di impianto. Nella provincia di Bergamo Nuovo oliveto. Le piante sono dotate di sostegno, ma il questo tipo di lavorazione terreno intorno ai tronchi non è stato liberato dall’erba. – essendo gli oliveti per la maggior parte inerbiti – è praticata, ma il raggio d’intervento è più vicino agli standard ottocenteschi che a quelli indicati dalla moderna olivicoltura: anche in questo caso la tradizione e il territorio, caratterizzato da terrazzamenti di limitate dimensioni e terreni collinari di non facile coltivazione, continuano a definire le modalità di lavorazione. Qualora non s’intenda seguire la pratica dell’inerbimento, tutti gli interventi successivi saranno finalizzati all’eliminazione di erbe infestanti e a favorire la penetrazione dell’aria, dei nutrienti e dell’acqua nel terreno. Queste 40 Nilla Turri, L’olivo, varietà e tecniche volturali, Ed. Mulino Don Chisciotte, Verona, 2005, pp. 19-26. 41 ASMi, Catasto, cart. 12135. Nozioni generali territoriali e Prospetto di classificazione. 92 operazioni possono essere eseguite con i più diversi ausili tecnici: la cosa importante da non dimenticare mai è che le lavorazioni devono essere leggere, non devono superare i 15 cm di profondità per evitare danneggiamenti all’apparato radicale dell’olivo e non devono essere effettuate più di 3/5 volte l’anno, facendo attenzione a non innescare processi di erosione nei terreni declivi. In alternativa alle lavorazioni meccaniche il diserbo può essere fatto anche con prodotti chimici, con il rischio però di lasciare residui nel terreno e nella pianta e con costi sicuramente superiori. Potatura. Osservando l’offerta didattica media nel mondo olivicolo, si nota che la maggior parte dei corsi riguarda la potatura. Difficilmente si trova un corso che insegni i modi e i tempi di raccolta delle olive o di produzione e conservazione dell’olio. Questo induce il coltivatore a pensare che nell’olivicoltura moderna la potatura sia l’aspetto più importante nell’intero processo di produzione dell’olio, a differenza di quanto succedeva nell’Ottocento, dove l’albero «nella suddetta prima età viene esso tenuto pulito nel fusto, levandovi ogni germoglio, e al quarto anno viene alquanto diradato nei getti per la ramificazione, onde ridurlo regolare e robusto, e successivamente per tutto il corso della sua vita viene ogni quarto anno diradato e mondato nei rami».42 Eppure confrontando due piante identiche, ottenute per talea dalla stessa branca, messe a dimora nello stesso terreno, con la stessa esposizione, concimazione e irrigazione, di cui una sottoposta a corretta potatura annuale e una non sottoposta ad alcuna operazione di taglio, si osserva che: l’olivo non potato ha una produzione di drupe uguale o leggermente superiore (e comunque non inferiore) a quello potato; la resa in olio è simile e solo in particolari annate è inferiore nella pianta non potata; l’alternanza di produzione rimane pressoché invariata; l’olivo non potato diventa più alto e folto, presentando un aspetto vegetativo più florido di quello potato; le spese di raccolta delle olive nella pianta non potata superano del doppio quelle per la pianta potata; le spese di potatura in genere hanno un’incidenza di costo inferiore rispetto alle spese di raccolta. La potatura in sostanza deprime la pianta, non incrementa la produttività di frutti né la resa in olio e non modifica l’alternanza produttiva: questo vuol dire che l’incremento produttivo si ottiene in altro modo e cioè con la specializzazione della coltivazione, le lavorazioni del terreno, la lotta ai parassiti e alle malattie, la concimazione e l’irrigazione.43 Oltre a ciò si deve tenere in considerazione che la potatura è l’operazione più costosa nell’intero processo produttivo dopo la raccolta e pertanto deve essere ra42 ASMi, Catasto, cart. 9545. Quaderno dei gelsi. B. Alfei, G. Panelli, A. Ricci, Olivicoltura di qualità, Edagricole Il sole 24 Ore, Bologna 2003, pp. 151-154. 43 93 zionalizzata e agevolata, tenendo ben presente che un errore di lavorazione può compromettere i frutti della pianta per diversi anni. Perché allora tanta importanza alla potatura? Innanzitutto perché uniforma e migliora l’intercettazione della luce, che in un’area montuosa come quella orobica è ridotta durante la giornata, evita l’ombreggiamento reciproco delle foglie causato da chiome troppo vicine o folte, favorisce l’arieggiamento (azione fondamentale in un clima umido come quello lacustre) e la penetrazione nella vegetazione degli eventuali trattamenti antiparassitari. E poi perché mantiene un corretto rapporto tra foglie e legno e tra attività vegetativa e produttiva, elimina porzioni malate o attaccate da parassiti evitando la morte della pianta e consente la formazione di un’impalcatura solida per sostenere il peso dei frutti e dell’eventuale neve senza rischi di rotture delle branche. Inoltre facilita l’esecuzione delle operazioni colturali, in particolare la raccolta, riducendone notevolmente i costi: un conto è la raccolta delle olive da una pianta alta due/tre metri con una chioma aperta e ben diradata che può agevolmente essere svolta da terra con pettini manuali; un altro è raccogliere le olive da una pianta alta quindici metri con la chioma molto sviluppata e folta. In ultimo ci sono due aspetti, quello emotivo e quello edonistico/estetico, che pur non avendo nessun legame con le pratiche colturali, sono comunque condivisi da tutti gli olivicoltori e per questo non possono essere ignorati: quello emotivo, che innesca un normale rapporto di legame tra coltivatore e pianta, che con la potatura la domina e la cura; quello estetico/edonistico, dove la bellezza dell’oliveto diventa sia oggetto di confronto tra gli olivicoltori che elemento caratterizzante del paesaggio.44 Concimazione. «Il letame che si da ad un ulivo non è mai minore di pesi 6 [...]. Ogni due anni si coltiva il fondo intorno al piccolo ulivo dandogli tre pesi di letame [...]. Si pratica di letamare ciascun albero ogni tre anni dando a ciascun albero dodici pesi di letame [...]. Dopo l’impianto dell’ulivo fino agli 20 viene esso coltivato ogni anno all’ingiro del piede ed ingrassato ogni quattro anni e successivamente fino al totale suo deperimento viene coltivato ed ingrassato ogni quattro anni».45 La pratica della concimazione è indispensabile per il corretto sviluppo delle piante e ancora oggi si usa comunemente il letame, che viene distribuito pianta per pianta: è però cambiato decisamente il modo di concimare. In un qualsiasi trattato 44 Per approfondimenti si rimanda alla manualistica specifica tra cui si segnala: G. Panelli, P. Guelfi, F. Famiani, La potatura semplificata ed agevolata, Agenzia regionale Umbra per lo sviluppo e l’innovazione, Perugia 2008; R. Gucci, C. Catini, Potatura e forme di allevamento dell’olivo, Edagricole Il sole 24 ore, Bologna 2001. 45 ASMi, Catasto, cart. 12135. Nozioni generali territoriali e Prospetto di classificazione. 94 di olivicoltura moderna, quando si arriva al capitolo concimazione, solitamente vengono descritti gli elementi necessari all’olivo (azoto, fosforo, potassio…) senza però fornirne una descrizione qualitativa e quantitativa, perché le notevoli differenze tra i vari ambienti di coltivazione non consentono di dare istruzioni valide per tutti i casi. Il capitolo si chiude quasi sempre con la medesima indicazione: compiere un’analisi del terreno per conoscerne le eventuali carenze ed apportare unicamente gli elementi necessari nella giusta misura. E non può che essere cosi: dare indicazioni qualitative e quantitative senza conoscere il terreno è un po’ come dare delle medicine o delle vitamine a una persona senza sapere se ne ha davvero bisogno. Tenendo ben presente questa indicazione, di seguito sono descritte le tre modalità di concimazione, organica, minerale e vegetale, e vengono date indicazioni quantitative di utilizzo, al solo fine di offrire un riscontro storico ed economico. La concimazione organica è costituita principalmente da letame maturo che deve essere distribuito sull’intera superficie del terreno ma non intorno alla pianta, per evitare funghi e malattie; un’indicazione quantitativa di massima per i terreni lombardi è di compiere la concimazione ogni due o tre anni, distribuendo dalle venti alle trenta tonnellate di letame per ettaro nel periodo invernale.46 Nell’Ottocento invece si disponevano intorno al piede della pianta dai tre ai dodici pesi di letame: un rapido calcolo Letame in attesa di essere distribuito sul terreno. (un peso = 8,1 Kg; piante per ettaro: da 230 a 370) mostra che si effettuava una concimazione ogni 2/4 anni distribuendo dalle cinque alle trentasei tonnellate di letame per ettaro, valori compresi in un’ampia forbice e basati unicamente su pratiche agronomiche legate a tradizioni locali. La concimazione minerale è sostanzialmente eseguita con concimi chimici di sintesi che devono essere sparsi sul terreno in corrispondenza della proiezione della chioma, a una decina di centimetri dal fusto. Gli elementi normalmente necessari e utilizzati in maggior quantità e intensità, detti anche macroelementi, sono l’azoto, 46 E. Giussani, S. Zanelli, P. Zani, Coltivazione dell’olivo in Lombardia, Aipol, Brescia 2004, p. 25. 95 (serve per la formazione dei germogli, l’indurimento del nocciolo e l’allegagione; essendo dilavabile si distribuisce tra marzo e giugno; in misura eccessiva può favorire la rogna e la cocciniglia), il fosforo (serve per sviluppare le radici, nella fruttificazione e nella lignificazione; essendo poco dilavabile si distribuisce in autunno), il potassio (serve nella fioritura e nella formazione dell’olio, aumenta la resistenza agli stress idrici; essendo poco dilavabile si distribuisce in autunno). Quelli meno utilizzati, detti microelementi, sono il boro (serve a riequilibrare il pH del terreno, favorisce la fertilità e lo sviluppo dei germogli; l’assorbimento nel terreno è minimo e quindi l’effetto è limitato e spesso sostituito da trattamenti fogliari), il calcio (serve nella formazione delle pareti cellulari), il ferro (è costituente di proteine ed enzimi), lo zolfo (è importante nella sintesi dei carboidrati). Di queste pratiche nei secoli passati non vi è traccia, essendosi sviluppate intensamente nel novecento.47 La concimazione vegetale prevede il sovescio48 di alcune leguminose o dei residui della potatura opportunamente trinciati. Qualora sia praticato l’inerbimento, il sovescio è fatto con lo sfalcio delle erbe. Esiste un particolare tipo di sovescio che prevede l’utilizzo degli scarti di lavorazione del frantoio: la normativa attuale consente di spargere le acque di vegetazione sul terreno per un massimo di 50 mc/ ha (diventano 80 mc/ha se provengono da un frantoio a ciclo continuo) a condizione che il terreno non sia adibito a usi boschivi, pubblici, estrattivi e ricreativi, sia Oliveto privo di inerbimento. Gli scarti della potatura distante dai corsi o bacini vengono lasciati sul terreno per il sovescio. d’acqua non meno di dieci metri, abbia una pendenza inferiore al 15% e venga inoltrata annualmente una relazione tecnica al Sindaco perlomeno 30 giorni prima dell’inizio dello spandimen47 Per approfondimenti si rimanda alla manualistica specifica tra cui si segnala: A. Rotundo, N. Lombardo, E. Marone, La nutrizione minerale e le concimazioni, Olea. Trattato di olivicoltura, Edagricole Il sole 24 ore, Bologna 2003. 48 Pratica agronomica consistente nell’interramento di apposite colture al fine di mantenere o aumentare la fertilità del terreno. I risultati che si possono ottenere sono: aumento della materia organica al terreno; rallentamento di fenomeni erosivi; mantenimento del contenuto di azoto nitrico. Particolarmente importante è il sovescio di leguminose – per esempio le fave -perché sono tra le poche specie vegetali in grado di fissare direttamente l’azoto atmosferico. 96 to.49 Per le sanse le prescrizioni sono le stesse, ma non è previsto un limite massimo se rispondono alle caratteristiche di ammendante semplice non compostato.50 Inerbimento. Sempre di più si va diffondendo la pratica dell’inerbimento, che in passato era destinata solamente a terreni soggetti a erosione o smottamenti o terreni dove le lavorazioni erano difficoltose a causa della scarsa agibilità dell’oliveto. Molti sono i vantaggi dell’inerbimento del terreno: elimina il diserbo chimico, riduce l’erosione del suolo dovuta agli eventi atmosferici, incrementa le riserve idriche e normalizza il livello di umidità, limita lo scorrimento superficiale delle acque, aumenta la capacità d’infiltrazione delle acque meteoriche nel sottosuolo, accresce la presenza (in modo modesto e limitato ai primi centimetri del suolo) di minerali e sostanza organica nel terreno e ne migliora la struttura aumentandone la portanza e consentendo l’uso di mezzi anche in caso di pioggia, riduce la temperatura del terreno e ne limita la penetrazione della luce diminuendo l’evaporazione, consente lo sviluppo d’insetti che spesso sono antagonisti dei parassiti dell’olivo creando così un equilibrio naturale che limita l’uso di prodotti chimici, modera il compattamento del terreno, agevola le operazioni di potatura e di raccolta perché rende più facile spostare teli e macchine, rende meno onerose le lavorazioni di campo, permette uno sviluppo dell’apparato radicale dell’olivo anche negli strati superficiali del terreno.51 Ci sono però alcuni inconvenienti: la competizione idrica e nutrizionale che si stabilisce tra olivo e prato e cioè il consumo contemporaneo di acqua ed elementi minerali quando questi sono disponibili in quantità limitata, la presenza incontrollata di alcune specie infestanti che spesso hanno azioni inibitorie sullo sviluppo e sulla produzione soprattutto nelle piante più giovani, la difficoltà nell’utilizzo di alcuni tipi di concime, i costi elevati qualora si debba ricorrere a un inerbimento artificiale. Affinché l’inerbimento non diventi una pratica avversa per l’impianto si rende opportuno mettere in atto una serie di accorgimenti che vanifichino gli effetti negativi. Come prima cosa l’inerbimento non dovrebbe essere praticato nei primi 5/6 anni d’impianto perché gli olivi hanno un apparato radicale non ancora competitivo; in alternativa si può inerbire tutto il campo lasciando priva di flora l’area perimetrale delle piante, che andrà coperta e protetta con pacciamatura o polietilene per un raggio di almeno un metro e mezzo. In caso di forte competizione nutritiva 49 Antonio Ricci, Spandimento, ormai è solo una soluzione d’emergenza, in “Olivo e Olio”, n. 11/12, anno IX, novembre 2009, pp. 68-71. 50 Ernesto Vania, Novità per i frantoiani. L’utilizzo delle acque di vegetazione e delle sanse umide disciplinato da un nuovo decreto, in “Teatro Naturale”, n. 33, anno IV, 30 settembre 2006, www.teatronaturale.it. 51 Barbara Alfei, Così l’inerbimento migliora la nutrizione della pianta, in “Olivo e Olio”, n. 4, anno XIII, aprile 2010, pp. 8-10. 97 si può somministrare una dose supplementare di azoto (30/50Kg/ha/anno: valore puramente indicativo) nei primi anni dell’inerbimento. Per limitare invece la competizione idrico-nutritiva si devono eseguire almeno due sfalci, uno ad aprile e uno tra giugno e luglio; uno può essere programmato a settembre, prima della raccolta, per agevolare la movimentazione delle reti e dei mezzi. Lo sfalcio deve essere fatto a 5/6 cm da terra e il materiale tagliato va lasciato in superficie come strato pacciamante.52 Va ricordato infine che in un clima a bassa piovosità (meno di 600 mm/anno) la decisione di inerbire un oliveto deve essere ponderata (così come lo deve essere ovviamente anche in provincia di Bergamo dove gli indici sono più alti) perché è irrevocabile in quanto l’apparato radicale dell’olivo, posizionandosi in superficie, verrebbe eliminato con la lavorazione, esponendo le piante a una situazione di stress. Dire pertanto che la pratica d’inerbimento è essenzialmente la stessa di duecento anni fa è corretto, com’è corretto dire che oggi è un’azione molto diffusa; quello che è cambiato è la forma, che è passata dal concetto di terreno incolto al concetto di impianto inerbito. Alternanza di produzione. Nonostante sia nota sin dall’antichità, l’alternanza di produzione (anno di carica, anno di scarica) negli alberi da frutto rappresenta ancora oggi un problema a cui non è stata dedicata la giusta importanza: infatti, sono pochi gli studi e le ricerche pubblicate sull’argomento e spesso sono discordanti tra di loro. Un aspetto comunque condiviso nel mondo scientifico è quello di distinguere tra i fattori che innescano il fenomeno e i meccanismi che intervengono nel renderlo ciclico. Il fenomeno può essere innescato a seguito dell’incremento delle rese produttive che avviene nei primi anni di fruttificazione (alternanza asincrona), oppure può essere indotto dal clima, ma anche da patogeni o parassiti, che causano un’alternanza improvvisa e drastica (alternanza sincrona). E’ stato spesso ipotizzato che l’alternanza sia una questione genetica (si è indotti a supporre ciò quando una cultivar rivela una maggiore tendenza all’alternanza di produzione rispetto alle altre sottoposte alle stesse condizioni ambientali) ma non è stato ancora scoperto alcun gene specifico. Il mantenimento della condizione di alternanza di produzione negli anni invece sembra condizionato dai seguenti fattori: 1) la differenziazione a fiore non avviene nei punti dove l’anno precedente sono stati prodotti frutti o nelle loro vicinanze e pertanto, dopo un anno di estrema carica produttiva, potrebbe esserci una limitazione nel numero di potenziali siti dove possono svilupparsi le gemme a fiore per la produzione dell’anno seguente; 52 B. Alfei, G. Panelli, A. Ricci, Olivicoltura di qualità, Edagricole Il sole 24 Ore, Bologna 2003, pp. 95-97. 98 2) lo sforzo che l’albero compie per portare a termine l’attività produttiva durante l’anno di carica determina un impoverimento delle sue riserve di elementi minerali e nutrizionali: se questi valori scendono sotto un certo limite la differenziazione a fiore non avviene o avviene in modo parziale; 3) il disordine nutrizionale dopo un anno di carica induce la produzione di un’elevatissima concentrazione di auxine53 che favoriscono lo sviluppo delle gemme da legno; 4) l’esposizione della pianta a fattori di stress attiva il fenomeno dell’alternanza, sacrificando la fruttificazione per uno o più anni a favore di un maggiore investimento nella crescita vegetativa.54 Pertanto se questi fattori d’innesco e mantenimento dell’alternanza (stress, concimatura, clima, parassiti…) vengono eliminati o almeno ridotti sicuramente la pianta è in grado di mantenere con più facilità una produzione costante negli anni. Sistema informativo geo-storico della coltura olivicola nel 1853. Consultazione tramite il SITer@ della Provincia di Bergamo. 53 Sostanze ormoniche che stimolano la crescita di un albero. Luca Tommasi, Coltivazione dell’olivo. Aspetti fisiologici ed eco-fisiologici, Dipartimento di Scienze e tecnologie biologiche e ambientali, Università del Salento, Lecce [2008]. 54 99 8. LA MOSCA OLEARIA L’oliveto costituisce un ecosistema che ha una buona stabilità, in cui non si sono ancora riscontrati infestanti esotici, dove la maggioranza delle specie potenzialmente dannose non raggiunge quasi mai densità pericolose o preoccupanti. Sono state censite circa cinquanta specie d’infestanti animali: tra questi solo la Bactrocera Oleae (detta mosca delle olive o semplicemente mosca), la Saissetia Oleae (cocciniglia nera)55 e la Prays Oleae (conosciuta come tignola dell’olivo)56 rappresentano una costante minaccia. In particolare la tignola e la mosca sono quelle più devastanti perché intaccano direttamente il frutto, pregiudicandone la qualità. Se si considera poi che la mosca olearia può produrre fino a cinque diverse generazioni in un anno, si sviluppa in condizioni climatiche umide comprese tra i 10° e i 25°C, sfarfalla tra i 15° e i 20°C, sverna come pupa nel terreno e può vivere anche per diversi mesi, si comprende perché è sicuramente il parassita più diffuso e temuto da sempre dagli olivicoltori bergamaschi. Ne è riprova il fatto che già nell’Ottocento era l’infestante documentato: La mosca dell’olivo. «malattie. In qualche annata il frutto degli ulivi va soggetto al morbo del così detto verme, ed allora dà minor quantità di olio dell’ordinario e di scadente bontà e di questa causa se ne ebbe conveniente riguardo nel giudizio del prodotto adequato annuo». 57 I danni che può causare sono sostanzialmente due: la cascola dei frutti (che in anni di bassa produzione può determinare il distacco di tutte le olive) e l’alterazione della loro polpa (la femmina deposita un uovo per drupa aspirandone i succhi che rigurgita in seguito sulla buccia per marcare l’oliva con sostanza repellente; la 55 La cocciniglia mezzo grano di pepe (Saissetia oleae Olivier) è un insetto fitomizo (superfamiglia Coccoidea, famiglia Coccidae), di probabile origine sudafricana ma presente ormai da secoli nelle aree a clima temperato. Malgrado la notevole frequenza con cui si insedia sull’olivo, la specie è polifaga e attacca, più o meno frequentemente, anche gli agrumi e varie piante ornamentali arbustive (oleandro, pittosporo, evonimo ecc.). 56 La tignola dell’olivo (Prays oleae Bernard) è un insetto dell’ordine dei Lepidotteri appartenente alla famiglia degli Yponomeutidae. Specie fitofaga associata all’olivo, rappresenta una delle più importanti avversità di questa coltivazione. 57 ASMi, Catasto, cart. 9545. Quaderno dei gelsi. 100 larva scava nel mesocarpo una galleria di dimensioni crescenti e si impupa se l’oliva è verde; se è matura la abbandona per impuparsi nel terreno).58 Prima di analizzare i più importanti sistemi di lotta alla mosca, è bene ricordare che alcune scelte e lavorazioni di campo possono ridurre all’origine il problema. In particolare: scegliere se possibile cultivar meno sensibili alla Olive attaccate dalla mosca. La freccia mosca; impiegare insetticidi dedicati, a indica il foro di uscita dell’adulto. basso impatto ambientale e solamente al superamento della soglia d’intervento, evitando antiparassitari a largo spettro; anticipare nel limite del possibile la raccolta soprattutto delle cultivar più sensibili all’attacco; rimuovere sempre tutte le olive per evitare i focolai d’infestazione primaverili; monitorare le condizioni climatiche; leggere i bollettini settimanali pubblicati dagli enti prepoDrupa scavata dalla larva. La freccia sti al monitoraggio.59 evidenzia il pupario. Evitare infine di piantare alberi da frutto nell’oliveto con il solo scopo di distogliere l’attenzione della mosca dalle drupe: anche se nella tradizione bergamasca questa usanza era radicata come lo era in buona parte dell’Italia ed era solitamente affidata alla pianta di fico, la mosca, come dice il nome, è attratta solamente dall’olivo. Lotta chimica. Può essere attuata con trattamenti curativi contro le larve oppure con trattamenti preventivi contro gli adulti. I trattamenti curativi si effettuano irrorando l’oliveto con insetticidi a base di Dimetoato, Deltametrina, Fenitrothion, Phosmet, oppure con prodotti a basso impatto come la Azadiractina, un repellente naturale estratto dai frutti dell’albero di Neem, la cui efficacia però non è ancora resa scientifica. Il Dimetoato è un insetticida fosforganico molto utilizzato e diffuso anche tra gli olivicoltori della provincia; è resistente alla pioggia ed ha un tempo di latenza 58 L’ulivo e l’olio, coord. scientifico M. Pisante, P. Inglese, G. Lercker, Bayer CropScienze, Script, Bologna 2009, pp. 454-459. 59 Massimo Ricciolini, La Mosca delle olive, Arsia - Regione Toscana, Firenze 2001. 101 di ventotto giorni, ma è neurotossico e quindi nocivo per l’uomo se viene ingerito, inalato o entra in contatto con la pelle. E’ bene sapere che a causa di questa sua pericolosità per la salute dell’uomo e degli animali dovrebbe essere già fuori commercio da diverso tempo se non fosse per le forti pressioni - nei confronti dell’autorità europea di revisione dei fitofarmaci - di Spagna e Italia, che ne hanno chiesto la commercializzazione finché non fosse stata trovata una molecola ugualmente efficace ma meno tossica.60 In realtà due principi attivi che potrebbero sostituire il Dimetoato esistono in commercio da diverso tempo: lo Spinosad e l’Imidacloprid.61 Lo Spinosad, che è prodotto dalla fermentazione di un batterio presente in natura, agisce per ingestione e per contatto interferendo sul sistema nervoso degli insetti, ha una latenza di sette giorni, è utilizzabile anche nell’agricoltura biologica e non lascia residui nell’oliva. L’Imidacloprid Tappo-trappola. La mosca entra nella bottiglia, ha invece azione curativa, larvicida e dove sono state inserite sostanze attrattive, ovicida, lascia residui minimi nell’oliva senza poter più uscire. (notevolmente sotto i limiti di legge) e può essere utilizzato nell’agricoltura convenzionale o integrata; ha una struttura simile alla nicotina, con scarsissima tossicità sull’uomo a concentrazioni operative normali, ma evidenzia ripercussioni sulla fauna acquatica, in particolare alghe e crostacei. Recenti studi hanno dimostrato un’azione rilevante sui livelli d’infestazione totale, un’elevata azione larvicida ed un effetto tossico sulle pupe.62 I trattamenti si effettuano secondo i criteri della lotta a calendario, della lotta guidata e della lotta integrata. Lotta a calendario: s’interviene con trattamenti preventivi periodici dal momento in cui compaiono le infestazioni. Il trattamento viene ripetuto in media ogni 20 giorni o in base all’intervallo di carenza del principio attivo usato. L’aspetto 60 Alberto Grimelli, Alla ricerca del sostituto del dimetoato, in “Teatro Naturale”, n. 12, anno VI, 29 Marzo 2008 www.teatronaturale.it. 61 Alberto Grimelli, Controllo della mosca delle olive con la lotta adulticida o con la repellenza, in “Teatro Naturale”, n. 33, anno VI, 27 settembre 2008, www.teatronaturale.it. 62 Alberto Grimelli, Breve rassegna ragionata dei principi attivi contro la mosca delle olive, in “Teatro Naturale”, n. 30, anno VII, 05 Settembre 2009, www.teatronaturale.it. 102 negativo dei trattamenti a calendario è il rischio di eseguire trattamenti inutili. Lotta guidata e lotta integrata: si interviene solo al superamento di una soglia di intervento che può essere stimata rilevando ogni settimana l’andamento della popolazione degli adulti con l’uso di trappole per monitoraggio oppure rilevando il numero di infestazioni attive. Affinché sia affidabile, ci deve essere un adeguato riscontro nella sperimentazione poiché le soglie d’intervento variano in base al tipo di trappola e di ambiente. Più affidabile è il campionamento delle olive per stimarne l’entità dell’infestazione. In questo caso la soglia d’intervento consigliata è il 10-12% di infestazioni attive per le cultivar da olio (5% per quelle da mensa). I trattamenti preventivi si effettuano spruzzando l’oliveto con esche proteiche avvelenate: gli adulti, essendo glicifagi, sono attirati da sostanze azotate necessarie per integrare la loro dieta povera di proteine. Le sostanze utilizzate come esche per le mosche sono proteine idrolizzate e avvelenate con un insetticida (in genere il Dimetoato). Il trattamento va eseguito irrorando solo una parte della chioma degli alberi, preferibilmente quella più alta ed esposta al sole. La soglia di intervento per i trattamenti adulticidi è piuttosto bassa (2/3%). I trattamenti preventivi hanno il vantaggio di richiedere minori costi e minore impatto ambientale; inoltre, intervenendo sugli adulti, prevengono le ovideposizioni e bloccano le infestazioni sul nascere. Purtroppo non sempre sono efficaci perché i trattamenti con le esche proteiche sono efficaci sulle generazioni estive in zone a bassa incidenza, mentre in settembre-ottobre è in genere necessario ricorrere ai trattamenti larvicidi. Fra gli interventi preventivi di recente introduzione va segnalato il trattamento con fungicidi rameici, utilizzabile anche in agricoltura biologica: il rame, pur essendo un anticrittogamico, esercita un’azione biocida nei confronti di alcuni batteri delle larve, interferendo così con la fisiologia dell’apparato digerente della larva stessa. Questi batteri, che allo stato libero si trovano sulla superficie dei vegetali, sono assunti dalle femmine adulte e trasmessi alla discendenza attraverso l’uovo.63 Un’azione repellente è svolta anche dal caolino (roccia costituita prevalentemente da caolinite, un minerale silicatico delle argille solitamente bianco, anche se talvolta è arancione o rossiccio per la presenza di ossidi di ferro) che altera la percezione del colore delle drupe da parte delle femmine ed agisce come una barriera, una sorta di repellente contro l’ovideposizione. Le formulazioni commerciali consentono una buona sospensione del prodotto in acqua, così da permettere una distribuzione uniforme; ha un costo molto basso, si dilava abbastanza facilmente con le piogge ed ha un discreto impatto ambientale.64 63 A. Belcari, Controllo di Bactrocera oleae mediante l’impiego di prodotti a base di rame e presentazione di altri possibili metodi innovativi di lotta, Atti del Convegno Arsia, Regione Toscana, Siena 2006. 64 Nino Iannotta, Strategie di difesa in olivicoltura convenzionale e biologica, CRA, Istituto sperimentale per l’olivicoltura, Atti del Convegno, Firenze 17 maggio 2007. 103 Lotta biotecnica. Attualmente la lotta biotecnica è praticata come coadiuvante della lotta integrata con l’uso delle trappole che si distinguono in due tipi: - trappole di monitoraggio (trap test), impiegate per rilevare l’andamento della popolazione di adulti allo scopo di stimare la soglia di intervento. La loro densità dipende dal tipo di trappola e di attrattivo usato; sono in materiale plastico cosparse di vischio entomologico; - trappole di cattura massale (mass trap), impiegate per catturare in massa gli adulti in modo da abbatterne la popolazione fino a livelli tali da mantenere le infestazioni sotto la soglia di intervento. La loro densità deve essere elevata (una trappola almeno ogni due piante con attrattivi sessuali e/o alimentari). La cattura massale ha dato finora risultati paragonabili a quelli della lotta chimica attuata con le esche proteiche solo se fatta su vasta scala, mentre offre risultati non eccellenti (a volte devastanti) se attuata a livello aziendale, specie se su limitate estensioni: infatti se in un’ampia area un solo terreno utilizza le trappole, si scatena l’effetto opposto e cioè quello di attirare gli insetti dai campi confinanti. Gli attrattivi impiegati per le trappole sono tre: il colore, che è utilizzato nelle trappole cromotropiche perché gli adulti della mosca, ma anche una Controllo della trappola cromotropica di buona quantità d’insetti, sono attratti monitoraggio. dal giallo e proprio per questa ridotta selettività possono essere utilizzate unicamente a scopo di monitoraggio in quanto un impiego ad alta densità potrebbe avere effetti negativi sugli insetti utili; i feromoni sintetici, che riproducono un componente fondamentale del feromone sessuale emesso dalla femmina per attirare il maschio (per la sua selettività è ideale per il mass trapping; tuttavia le trappole innescate con il solo feromone non danno risultati efficaci perché è una sostanza chimica molto volatile e dopo tre/ quattro settimane la capacità di richiamo si riduce apprezzabilmente); le sostanze azotate volatili, che attirano le mosche alla costante ricerca di integratori proteici della loro dieta. Lo svantaggio di questi attrattivi è che il loro funzionamento è molto influenzato dalle condizioni atmosferiche (vento, pioggia).65 65 Massimo Ricciolini, La Mosca delle olive, Arsia - Regione Toscana, Firenze 2001. 104 9. LA RACCOLTA E LA CONSERVAZIONE DELLE OLIVE I frutti di una pianta sono generalmente raccolti quando presentano le migliori caratteristiche: in condizioni normali non si consumano cachi acerbi o uva troppo matura. Questa comune regola nel mondo dell’olivicoltura ancora oggi fatica a essere compresa e applicata, nonostante sia la più importante, perché la maggior parte dei pregi e dei difetti si formano nella delicata fase della maturazione. Nell’Ottocento «la raccolta delle ulive succede d’ordinario nel corso dei mesi di dicembre e gennaio» 66 e si eseguiva a mano utilizzando sacchi di juta per il trasporto. Oggi s’inizia a fine settembre utilizzando mezzi meccanici e portando subito le olive in frantoio in casse di plastica. Allora, quando si raccolgono le olive? Come si raccolgono le olive? Soprattutto: si possono conservare le olive? Quando si raccolgono le olive. Come per la maggior parte dei frutti la raccolta deve avvenire nel momento in cui il prodotto contenuto nel frutto (olio) raggiunge la massima quantità e la migliore qualità. Ciò accade all’invaiatura e cioè quando la buccia cambia colore: in questa fase infatti si ha la massima quantità di olio ed un ottimo rapporto di sostanze feniche/pigmenti. La buccia deve essere quasi del tutto colorata e la polpa deve cominciare a colorarsi e ammorbidirsi. E’ ragionevole affermare che le olive possono essere raccolte quando il 35/40% è verde e il restante 60/65% è invaiato. Perciò anche in provincia di Bergamo le olive vanno “mediamente” raccolte Olive pronte per la lavorazione. quando sono quasi mature e cioè tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. E’ chiaro che questa è un’indicazione “media”: la maturazione delle olive varia a seconda della cultivar (il Leccino matura almeno un paio di settimane prima del Frantoio), dell’esposizione al sole (quelle esposte a sud maturano prima), della vicinanza al lago (che mitigando il 66 ASMi, Catasto, cart. 9545. Quaderno dei gelsi. 105 clima favorisce i processi vegetativi anticipando il periodo di maturazione), delle lavorazioni in campo, della potatura, dell’alternanza di produzione, dell’apporto di acqua e nutrienti. 67 Oltre a ciò è opportuno tenere in considerazione che in particolari annate nelle quali settembre e ottobre si dimostrano mesi caldi e asciutti l’invaiatura avviene anche se il frutto non è ancora maturo, perché se è vero che la formazione degli antociani68 è strettamente legata a quella della maturazione dell’oliva e quindi l’invaiatura è direttamente proporzionale al grado di maturazione del frutto, è anche vero che può essere indotta o accelerata da fattori esterni quali un’intensa radiazione solare o elevate escursioni termiche.69 Tenendo ben presente che le condizioni ideali per l’inolizione delle drupe sono temperature medie e buona disponibilità di acqua, si rende sempre opportuno e necessario compiere una verifica a campione delle olive, controllando lo stato di maturazione non tanto della buccia, quanto della polpa interna. Se questa operazione è semplice e normale per esempio per i pomodori (quante volte a una buccia colorata corrisponde una polpa acerba) non sempre lo è per le olive: va ricordato infatti che le olive vengono consumate previa trasformazione meccanica (olio) o chimica (olive da mensa). Un suggerimento empirico potrebbe essere quello di fotografare pianta, buccia e polpa, cassette con le olive e olio appena prodotto. Questo rilievo, se eseguito negli anni, consentirà un confronto diretto tra le proprietà organolettiche dell’olio e la maturazione delle olive, che potrà essere modificata secondo le necessità. Non sempre le olive sono raccolte a giusta maturazione: spesso si anticipa o si ritarda la raccolta perché la composizione chimica dell’olio varia al variare della maturazione. Questa scelta deve però essere dettata da esigenze particolari e non da aspetti casuali, economici o legati alla tradizione contadina. Raccolta anticipata. Negli anni si è assistito a un continuo anticipo della raccolta delle olive, motivato più da scelte agronomiche e commerciali che qualitative. Anticipando la raccolta si riducono i possibili danni della mosca (il cui rischio a ottobre è ancora alto ed eventuali trattamenti chimici porterebbero a un ritardo nella raccolta a causa dei lunghi periodi di latenza), si evita il rischio di gelate e si permette ai produttori di arrivare in anticipo sul mercato con l’olio nuovo. Una raccolta anticipata di contro determina maggiori problemi in campo: elevata resistenza al distacco delle olive, bassa resa in olio, alto contenuto di clorofille che sono molto sensibili alla luce e al calore, minore contenuto di sostanze volatili nel frutto 67 Marco Antonucci, La raccolta, in Corso tecnico pratico di degustazione olio extravergine di oliva, CMAS, Lovere 2008. 68 Molecole che conferiscono colore all’oliva ed a molti frutti, tra i quali le ciliegie, i mirtilli ed i fichi. 69 M. Giusti, Indici di previsione della maturazione tecnologica delle olive da olio, tesi di laurea, facoltà di Agraria, università degli studi di Firenze, a.a. 2011. 106 tendenzialmente improntate sul verde molto erbaceo, consistente presenza di polifenoli che producono sensazioni di amaro e piccante molto forti a volte percepite come disarmoniche, accompagnate sovente da una sgradevole e persistente sensazione di astringenza (la stessa che si percepisce mangiando un caco non maturo).70 Raccolta ritardata. Nella fase successiva alla maturazione si assiste a un generale calo delle componenti positive nelle olive e di conseguenza nell’olio prodotto. In particolare: diminuzione dei polifenoli e dei tocoferoli Olive ancora acerbe per la lavorazione. con riduzione dell’amaro e del piccante ma anche delle proprietà antiossidanti dell’olio, diminuzione degli elementi volatili e quindi delle componenti aromatiche, diminuzione della consistenza di polpa e buccia che espone i frutti alla possibilità di un facile danneggiamento, diminuzione della resistenza al distacco che spesso si trasforma in cascola delle olive, diminuzione della quantità di acqua nelle olive che comporta un’apparente maggiore resa in frantoio e un raggrinzimento del frutto.71 L’apparente resa, la ridotta presenza di sensazioni amare e piccanti, i problemi logistici ed economici Olive troppo mature per la lavorazione. sono probabilmente i motivi per i quali la raccolta in passato avveniva nei mesi di dicembre e gennaio. Se da una pianta a fine ottobre si raccolgono duecento chili di olive e si portano in frantoio, con una resa media del 15% si ottengono circa trenta chili di olio me70 Barbara Alfei, Epoca di raccolta, come individuare il momento giusto, in “Olivo e Olio”, n. 10, anno XIV, ottobre 2011, pp. 10-15. 71 Antonio Ricci, L’epoca dipende da maturità e identità quali-sensoriale, in “Olivo e Olio”, n. 9, anno XIV, settembre 2011, pp. 42-43. 107 diamente fruttato, amaro e piccante che, se privo di difetti, con molta probabilità sarà extravergine. Se si attende dicembre o gennaio si raccoglieranno lo stesso numero di olive dalla pianta ma queste, per effetto della perdita di acqua, peseranno all’incirca la metà e quindi si andrà in frantoio con cento chili di olive. La resa sarà molto elevata, anche del 30% e si potranno così ottenere trenta chili di olio, che però non sarà fruttato, non sarà amaro o piccante, sarà con tutta probabilità rancido con possibili difetti di mosca, secco, avvinato e comunque sarà un olio lampante. Perché allora ritardare la raccolta se il risultato quantitativo è uguale e quello qualitativo è così diverso? Perché l’olio era Olive secche. considerato una merce di scambio che doveva costare il meno possibile e con la raccolta ritardata i costi di lavorazione erano più che dimezzati (raccolta a terra o con olive in fase di distacco; peso, costi di trasporto, stoccaggio e frantoio dimezzati): la qualità era certificata solo dal fatto che era prodotto da un contadino.72 Come si raccolgono le olive. Sono assolutamente da evitare, come per la maggior parte della frutta, sistemi di raccolta che creano lesioni cellulari alle drupe, preferendo la raccolta manuale direttamente dalla pianta. L’olio, nel momento in cui esce dai vacuoli delle cellule oleifere contenute nella drupa, va incontro a fenomeni di lipolisi sia di tipo enzimatico (lipasi),73 sia di tipo chimico, che portano come conseguenza all’aumento dell’acidità libera. Elevati valori di acidità libera sono da imputare pertanto alla fase di raccolta e di conservazione e cioè a quelle fasi in cui si creano lesioni sulle drupe a seguito del sistema di raccolta delle olive e in cui le olive lesionate non vengono correttamente conservate. I sistemi di raccolta sono diversi, ma quelli praticabili sul territorio bergamasco sono sostanzialmente tre: a mano, con agevolatori, con scuotitori. A mano. Sicuramente il sistema più antico e semplice, prevede il distacco del frutto dalla pianta utilizzando le mani o dei semplici pettini metallici o plastici. I vantaggi di questo sistema sono: distacco del frutto dalla pianta senza danni alla buccia o alla polpa, minimizzando così i problemi di ossidazione e di sviluppo 72 Marco Antonucci, La raccolta, in Corso tecnico pratico, cit. Enzima in grado di effettuare l’idrolisi dei lipidi, trasformando i trigliceridi in glicerolo e in acidi grassi, nel processo di lipolisi. 73 108 dell’acidità; possibilità di verificare direttamente lo stato dei frutti sulla pianta, scartando quelli danneggiati o non idonei alla trasformazione; possibilità di raccolta in qualsiasi condizione di terreno e di clima. Di contro la brucatura a mano implica l’utilizzo di una grande quantità di mano d’opera che spesso deve avvalersi di scale per le piante più grandi, a fronte di una bassa resa giornaliera e un innalzamento notevole dei costi.74 Con agevolatori. La rac- Spesso la raccolta manuale delle olive viene fatta con colta può essere velocizzata l’aiuto di amici e parenti. con l’ausilio di piccole macchine che l’operatore appoggia direttamente sulla chioma mediante l’uso di aste allungabili fino a tre metri. Possono essere ad aria compressa (è necessario avere compressori con tubi di distribuzione dell’aria che spesso intralciano il lavoro) o elettriche (a batterie, che l’operatore solitamente indossa sulla schiena a zaino); sempre meno si utilizzano quelle con motore a scoppio zainato o collegate a un trattore. Si dividono sostanzialmente in tre categorie: sferzatori, pettini, vibratori. Gli sferzatori sono macchine composte da 4/8 dita oscillanti, curve o dritte, che vengono fatte girare intorno al proprio asse o sottoposte a moto alterno, come fossero spazzolini elettrici per i denti; sono indicati soprattutto in presenza di elevati e fitti spessori di chioma perché consentono Agevolatore a pettini. una facile penetrazione all’interno della pianta; il distacco avviene sia per contatto diretto che per effetto delle vibrazioni indotte ai rami. I pettini sono costituiti da due rastrelli contrapposti con un nu74 Agostino Tombesi, Manuale è bello, meccanizzato è meglio, in “Olivo e Olio”, n. 11/12, anno IX, novembre 2006, pp. 24-39. 109 mero variabile da tre a dieci di denti in plastica che oscillano ad una velocità non elevata; svolgono un’azione pettinante e sono ideali nelle raccolte anticipate (e cioè quando è maggiore la resistenza del frutto al distacco) o quando le olive sono piccole. I vibratori consistono in un’asta oscillante (che nella parte apicale spesso ha la forma di gancio) che viene agganciata a piccole branche: le oscillazioni prodotte non superano di solito il mezzo centimetro, hanno una frequenza di 1000/1500 colpi al minuto ed offrono un’elevata resa sulla parte alta della pianta, dove i rami sono più flessibili e quindi sensibili alle vibrazioni. I vantaggi di questo sistema sono: utilizzo di ridotta quantità di mano d’opera, lavorazioni effettuate da terra senza l’ausilio di scale, buona resa giornaliera (rispetto alla raccolta a mano l’incremento può variare dal 50% al 200%), notevole riduzione dei costi in rapporto anche all’investimento economico, possibilità di raccolta in qualsiasi condizione di terreno e di clima. Di contro la raccolta con agevolatori comporta un distacco del frutto dalla pianta non privo di danni alla buccia o alla polpa che obbliga a tempi di stoccaggio minimi soprattutto per le cultivar che hanno una buccia poco resistente, l’impossibilità di verificare direttamente lo stato dei frutti sulla pianta e quindi l’impossibilità di farne una prima cernita, la dipendenza da mezzi meccanici e dalle loro fonti di alimentazione, il trasporto manuale di apparecchi dotati di lunghe aste e di un peso che, seppure ridotto, costringono a un notevole sforzo.75 Due svantaggi che accomunano la raccolta a mano e quella con agevolatori sono la necessità di posare manualmente delle reti sul terreno per l’ammasso delle olive e il contatto diretto, da parte di mezzi meccanici o delle mani, della chioma, dei rami e delle olive. Con scuotitori. La raccolta può essere effettuata anche con macchine che sostituiscono quasi completamente il lavoro dell’uomo. Ce ne sono di diversi tipi e forme: saranno considerati solamente quelli che possono essere agevolmente utilizzati nel territorio bergamasco e che hanno un costo di acquisto giustificato dalla quantità di olive che possono essere raccolte. La macchina già utilizzata con buoni risultati in alcuni campi della provincia è il vibratore portato con ombrello rovescio. Il vibratore altro non è che una grossa pinza che si applica al tronco (che deve avere un diametro superiore ai 50/60 cm) o alle branche degli olivi: una volta applicato si innescano due diversi tipi vibrazioni che si concentrano nel mezzo dell’albero, grazie anche a un’ampia superficie di contatto pinza/tronco che le distribuisce senza schiacciare la corteccia. Le oscillazioni (che possono durare dai 10 ai 30 secondi) fanno distaccare le olive dalla pianta e le fanno cadere verso terra; la possibilità di variare l’intensità, la durata e la frequenza delle vibrazioni consente 75 Antonio Ricci, Agevolatrici, soluzione adatta alle piccole e medie aziende, in “Olivo e Olio”, n. 9, anno XIV, settembre 2011, pp. 44-47. 110 di raccogliere in condizioni ottimali oltre il 90% delle olive presenti sulla pianta. I danni al fusto, all’apparato radicale e ai frutti in genere sono inferiori a quelli causati dalla raccolta manuale o con agevolatori se le operazioni vengono effettuate da personale specializzato, altrimenti vibrazioni prolungate o improprie, errato serraggio e/o posizionamento della pinza, non perfetta ortogonalità tra fusto e piano di sollecitazione, possono compromettere irrimediabilmente la pianta. Lo scuotitore può essere costituito da una grossa macchina agricola che nella parte anteriore ha una pinza vibrante oppure da una testata (completa di cinematismi e pinze, detta vibratore portato) che si attacca a un trattore e che oltre ad avere un costo minore permette Vibratore portato (De Masi Costruzioni, una più facile movimentazione su ter- Gioia Tauro). reni con elevate pendenze o ridotte aree di manovra.76 Per ridurre ulteriormente l’impiego di mano d’opera ed evitare il contatto delle olive con il terreno, alle pinze può essere aggiunto un ombrello rovescio. Si tratta di un insieme di teli che, utilizzando una struttura metallica, si aprono a ventaglio intorno al tronco prendendo una forma a ombrello Ombrello (De Masi Costruzioni, Gioia rovesciato del diametro di 7/8 metri: le Tauro). olive scendono lungo le pareti dell’ombrello e finiscono all’interno di tasche laterali da cui poi possono essere trasferite sempre per caduta nei contenitori per il trasporto in frantoio. I vantaggi del vibratore portato con ombrello rovescio sono la rapidità di raccolta, il distacco dei frutti senza il contatto diretto da parte dell’uomo o dei mezzi meccanici, l’elevata resa giornaliera (rispetto alla raccolta a mano l’incremento può arrivare al 700%), la ridotta necessità di mano d’opera, l’assenza di macchinari ingombranti o pesanti da spostare manualmente o da indossare, l’assenza di mano d’opera nella raccolta dai teli, l’assenza di contatto del frutto con il terreno.77 Di 76 P. Guelfi, S. A. Tombesi, Vibratori di tronco, ottimi negli oliveti intensivi, in “Olivo e Olio”, n. 10, anno XII, ottobre 2009, pp. 34-38. 77 Antonio Ricci, Alta resa, bassa manodopera e costi contenuti con i vibratori, in “Olivo e Olio”, n. 9, anno 111 contro la raccolta con scuotitori comporta un distacco del frutto non sempre privo di danni per la pianta, l’impossibilità di verificare direttamente lo stato dei frutti e quindi di farne una cernita, la dipendenza da mezzi meccanici e dalle loro fonti di alimentazione, la necessità di personale specializzato che sia anche abilitato alla conduzione di un trattore, la difficoltà di movimentazione in terreni troppo scoscesi o con aree di manovra ridotte ed infine il costo elevato, che ne consiglierebbe l’acquisto collettivo tra più produttori. Esistono altri tipi di raccolta: con reti a gabbia e aria compressa insufflata, con irrorazione di prodotti chimici che stimolano il distacco, con scavallatrici,… Ma sono metodi d’intervento assolutamente antieconomici (e spesso impraticabili) nelle provincie lombarde. Conservazione delle olive. La conservazione talvolta è inevitabile nell’olivicoltura a causa di una non programmata organizzazione nella fase di raccolta. Questa mancanza di programmazione invalida il lavoro di un intero anno. Analizzando i punti critici di produzione si scopre che il 55% dei difetti mediamente riscontrabili in un olio (e cioè muffa, umidità, avvinato, inacetito, riscaldo e salamoia) si sviluppano nel lasso di tempo che intercorre tra la raccolta delle olive e la loro lavorazione.78 Infatti quando l’oliva si stacca dalla pianta iniziano immediatamente fenomeni biochimici, controllati da diversi complessi enzimatici, che portano a un progressivo rammollimento del frutto, a una perdita d’acqua, alla rottura dei vacuoli e al successivo insediamento di batteri e funghi che crescono esponenzialmente proprio nei primi due giorni di stoccaggio, dando così luogo a processi fermentativi che a loro volta originano sapori e odori sgradevoli.79 Nelle olive raccolte in avanzata fase di maturazione o provenienti da raccolta meccanizzata o agevolata e quindi con danni anche solo di lieve entità o semplici ammaccature, gli effetti negativi di una prolungata conservazione si manifestano in modo esponenziale sia immediatamente dopo la lavorazione, con uno scadimento qualitativo del prodotto soprattutto per i costituenti volatili responsabili in particolare dell’aroma di fruttato, che a distanza di tempo, accelerando alcuni processi di normale alterazione dell’olio. Dopo solo due giorni di stoccaggio il contenuto di etanolo si quadruplica passando da 30 a 125 ppm per poi stabilizzarsi su tali valori; l’acido acetico triplica a distanza di quattro giorni dalla raccolta passando da 0,2 a 0,6 ppm; l’acidità sale oltre lo 0,8 dopo circa sette giorni di conservazione delle olive in cassette areate a una temperatura ambiente di circa 20°C; il numero di perossidi XIV, settembre 2011, pp. 48-51, 79. 78 Marco Antonucci, La conservazione delle olive, in Corso tecnico pratico, cit. 79 Vincenzo Zerilli, Il conto alla rovescia ha inizio una volta che l’oliva è staccata dalla pianta, in “Teatro Naturale”, n. 10, anno 5, 17 Marzo 2007, www.teatronaturale.it. 112 aumenta del 30% nel giro di una settimana ed i polifenoli si dimezzano dopo cinque giorni di stoccaggio, arrivando a un quinto del quantitativo originale dopo due settimane.80 Durante lo stoccaggio poi le condizioni atmosferiche (umidità e temperatura) hanno una grande influenza sull’incidenza dei marciu- Le reti devono essere a maglia stretta per evitare il mi. A temperature prossi- contatto delle olive con il terreno. me a 5°C con basse percentuali di umidità non si rilevano né marciumi né effetti rilevanti sulla consistenza dei frutti a distanza di una settimana dalla raccolta. A temperature prossime ai 12°C (e cioè abbastanza simili a quelle che riscontriamo in provincia durante il periodo di raccolta) i risultati sono completamente diversi, perché l’incidenza dei marciumi raggiunge anche il 70% e la consistenza dei frutti si riduce del 30%: ovviamente più il frutto è maturo, quindi meno consistente, più saranno evidenti gli effetti di marcescenza.81 Alla luce di queste considerazioni, che potrebbero essere integrate con una Olive in fermentazione fuori da un frantoio. lunga serie di altri difetti e problemi che comporta l’errata e prolungata conservazione delle olive, è chiaro che è indispensabile adottare tecniche agronomiche compatibili con l’integrità e la salubrità dei frutti, al fine di salvaguardare le caratteristiche compositive degli oli. 80 Luciano Di Giovacchino, Tecnologie di Lavorazione delle olive in frantoio. Rese di estrazione e qualità dell’olio, Tecniche Nuove, Borgomanero 2010, pp. 13-27. Dati rielaborati per offrire un quadro qualitativo indicativo, al solo fine di far comprendere le notevoli trasformazioni indotte dallo stoccaggio. 81 M. Servili, M. Baldioli, G. Panelli, Preliminari osservazioni sulle relazioni tra alcuni componenti strutturali del frutto e qualità dell’olio di oliva, Accademia Nazionale dell’Olivo, Spoleto, 24 aprile 1991, pp. 55-67. 113 Le olive devono essere raccolte asciutte (e quindi non dopo una pioggia o con la rugiada) con l’ausilio di reti pulite a maglia fitta che non consenta il contatto del frutto con il terreno sottostante, devono essere collocate con una certa delicatezza in strati sottili all’interno di contenitori rigidi e riccamente traforati e trasportate immediatamente in frantoio. Se devono essere conservate, è opportuno che siano mescolate con le foglie affinché ci sia maggior ventilazione tra le drupe. Le olive devono essere portate prima possibile in frantoio e comunque non oltre il secondo giorno dalla Le olive raccolte devono essere collocate in strati sottili raccolta solo se in presenza dentro contenitori rigidi e riccamente traforati. di un frutto pulito, asciutto, ben conservato, a giusta maturazione e conservato in ambiente aerato, secco, fresco e privo di muffe; in caso non fosse possibile è comunque assolutamente sconsigliabile oltrepassare il quarto giorno. Questa regola è la più semplice da rispettare nell’intero processo produttivo perché non richiede l’uso di particolari attrezzature, di conoscenze agronomiche, di concimi, di clima favorevole o altro; è quella che maggiormente influisce sulla qualità dell’olio, a differenza della potatura o della concimazione che non influenzano gli aspetti organolettici dell’olio. E’ quella più disattesa in relazione alla sua importanza. Spesso si telefona al frantoio dopo aver raccolto le L’oliva. olive e si rimane stupiti se si devono aspettare quattro o cinque giorni: è buona abitudine prima fissare l’appuntamento e poi iniziare la raccolta, che dovrà terminare poco prima di andare in frantoio, giusto il tempo del viaggio. Spesso si interpella un solo frantoio, quello 114 più vicino a casa, più comodo o conosciuto e si preferisce attendere qualche giorno piuttosto che rivolgersi ad altri (sul lago di Garda per esempio, dove la disponibilità è maggiore e gli impianti sono più capienti), perché sono lontani e c’è forse dello scetticismo: sovente gli olivicoltori attraversano l’Italia per acquistare un particolare paio di forbici o per partecipare a un concorso o per visitare una fiera agricola, ma quando si tratta di affrontare un viaggio di poche ore con un costo relativo per trasportare e salvaguardare il lavoro di un anno sembra di trovarsi di fronte ad un’impresa titanica. Si può poi comprendere lo scetticismo (il frantoiano vicino a casa è un amico, è serio e dà buoni consigli) ma non si può approvare: i frantoiani in tutta Italia svolgono il loro lavoro con serietà e professionalità come qualsiasi altro operatore della filiera di produzione. Spesso si compie la raccolta di sabato, di domenica e nei giorni di festa, perché si è liberi dal lavoro e magari si riesce ad ottenere l’aiuto di amici e parenti, una scelta questa spesso obbligata, che comporta però un intasamento dei frantoi in alcuni giorni della settimana: quando è possibile conviene raccogliere le olive nei giorni feriali, perché sarà più facile ottenere un appuntamento. Spesso per la raccolta amatoriale non è sufficiente un fine settimana perché non si raggiunge un “minimo” da portare in frantoio e tra un sabato e l’altro si stendono le olive già raccolte in cantina, sul pavimento, a una temperatura ambiente, con gli effetti negativi descritti: eppure ci sono frantoi che accettano partite anche di 70 kg. Da queste semplici valutazioni è possibile trarre una naturale conclusione: avendo la volontà e la possibilità di fare un investimento nell’intero processo produttivo dell’olio extravergine di oliva (che è il prodotto di tutto il lavoro) è sicuramente opportuno intervenire sul tempo di stoccaggio delle olive, cercando di ridurre il più possibile quello che intercorre tra la raccolta e la lavorazione in frantoio. 115 10. IL FRANTOIO: LA RESA E LA LAVORAZIONE DELLE OLIVE. «Da cento alberi di ulivo composto di un proporzionato numero di novelli da nessun frutto, di adulti o di decadenti, valutato il prodotto per adequato dell’annata abbondante coll’annata scarsa si ottiene il seguente prodotto: nei uliveti ove le piante sono più fitte ed in conseguenza di minore ramificazione: quarte 35, cioè due sacchi e mezzo; in quelli ove le piante sono meno fitte e di maggior ramificazione: quarte 40, cioè sacchi 2, quarte 12».82 «Presa la medità sulle annate più o meno favorevoli per la qualità e bontà delle ulive, può ritenersi che di esse ne occorrono staja uno colmo appena colte, pari a some metriche 0,214101, per avere tre libbre grosse locali di olio, pari a metriche libbre 2,4385».83 Questi dati si riferiscono ai primi anni dell’Ottocento: da cento piante di un oliveto medio si ottenevano dai 428 a 489 litri circa di prodotto (una quarta = 12,2343 litri), che corrispondono a una media di 4,6 litri di olive per pianta: da cento piante si ricavavano quindi dalle 20 alle 23 staje di olive (una staja corrisponde a 21,41 litri). Da una staja si estraevano 2,44 kg circa di olio (una libbra grossa locale corrisponde a 0,8128 kg) che equivalgono a 2,6 litri (un chilogrammo di olio corrisponde a 1,09 litri). Da cento piante nella prima metà dell’Ottocento si ottenevano mediamente 56 litri di olio, con una resa di 0,56 litri per pianta. E Oggi? Analizzando i dati pubblicati dalla Provincia di Bergamo,84 nel 2009 da cento piante di un oliveto medio si ottengono mediamente 475 kg di olive, con una media di 4,8 kg per pianta; da ogni chilogrammo di olive si estraggono mediamente circa 0,12 litri di olio. Da cento piante oggi si ottengono mediamente 57 litri di olio con una resa di 0,57 litri per pianta. La situazione, passati duecento anni, sembra immutata, poiché le rese sono rimaste immutate. In realtà le rese sono un po’ più alte: i dati pubblicati dalla Provincia, raccolti tra il 2008 e il 2009, si riferiscono a un’indagine conoscitiva e tengono conto anche dei nuovi impianti olivicoli che entreranno in produzione tra qualche anno. Se invece di calcolare la media si calcola la mediana,85 utilizzando come termine 82 ASMi, Catasto, cart. 12135. Nozioni generali territoriali e Prospetto di classificazione. ASMi, Catasto, cart. 9545. Quaderno dei gelsi. 84 L’olivicoltura in provincia di Bergamo, a cura della Provincia di Bergamo, Bergamo 2010. 85 Valore centrale di una serie ordinata di numeri. Non va confusa con la Media, che è la somma di due 83 116 centrale il valore più ricorrente nella serie di dati e scartando i più estremi, la resa in olive sale a 8/9 kg per pianta con un risultato in olio superiore al litro: sono comunque valori molto lontani dalla media nazionale che si attesta intorno ai 17 kg di olive per pianta.86 I motivi sono molteplici e legati soprattutto alle condizioni pedoclimatiche, al tipo di cultivar prevalente e alla scarsa vocazione storica del territorio alla produzione olivicola. E’ interessante notare che storicamente si è data assoluta rilevanza alla resa del prodotto e cioè al rapporto che esiste tra quantità di piante presenti e prodotto finale, a discapito di altri parametri molto importanti. Si riscontrano con notevole frequenza dati sulla produzione, sulla resa, sulla quantità di olio e di olive, ma difficilmente (per non dire mai) informazioni sulla qualità del prodotto e cioè sulla sua commestibilità e sui suoi attributi organolettici. Questo perché l’olio era considerato una mera merce di scambio, con un valore censibile e tassabile e pertanto più se ne produceva e più c’era guadagno. Questa valutazione quantitativa era usata anche per altre produzioni alimentari quali le farine, la frutta, gli ortaggi, il latte ed i suoi derivati. Nel tempo si è assistito a un ampliamento d’interessi verso il prodotto finito, che ha spostato l’attenzione del produttore e del consumatore dalla quantità alla qualità: per esempio nel mondo enologico la produzione di vino nel tempo si è quasi dimezzata e di pari passo la sua qualità ha avuto un innalzamento esponenziale. Oggi chi produce un vino si preoccupa soprattutto del risultato finale e cioè delle sue proprietà organolettiche, della possibilità di farlo invecchiare o meno,… E se si preoccupa delle rese è spesso per ridurle al fine di ottenere un prodotto finale di maggior qualità. E quando si acquista un vino lo si assaggia per apprezzarne le proprietà organolettiche e non per verificarne la resa o le operazioni di campo. Questa radicale trasformazione nel mondo olivicolo non è ancora avvenuta. E’ sufficiente fermarsi un paio di ore fuori da un frantoio con i produttori in attesa di frangere le olive per rendersene conto. A chi esce dal frantoio la domanda classica che viene posta non è “Che profumo ha il tuo olio?” oppure “E’ molto amaro? E’ piccante? E’ dolce?” oppure ancora “Hai trovato dei difetti? Avevi la mosca? Ti ha rovinato l’olio?” No. La domanda classica (solitamente posta nel gergo e nel dialetto del luogo) è: “Quanto ha reso?” A seconda della risposta nascono una serie di considerazioni a volte molto fantasiose e che più o meno rimangono costanti negli anni: “Nell’altro frantoio la resa è più alta”, “Sì, ma non è a freddo perché scalda le olive”, “Un mio amico ieri ha fatto il 22% di resa”, “E’ perché le ha lasciate asciugare prima di portarle in frano più numeri divisi per il numero di essi. 86 Lo Scenario Economico di Settore “Olivicoltura da Olio”, a cura di Unaprol, Roma 2010. 117 toio”, “Io l’anno scorso le ho lasciate una settimana in cantina ma la resa è stata del 14%”, “Si ma l’anno scorso ha fatto più freddo”, “No è perché il frantoiano aveva fretta ed ha aumentato la temperatura di lavorazione”, “Infatti mio cugino non viene più in questo frantoio perché gli hanno rovinato l’olio”, “Io ci lascio le foglie che rendono qualcosa di più”, “Io aspetto la fine di novembre che rendono di più”, “Mio fratello ha raccolto i primi di ottobre ma l’olio non è buono perché in gola lo senti acido”, “E’ meglio il frantoio a mole perché vedi le tue olive: in questi di acciaio le tue olive entrano da una parte ma poi non sai se quello che esce è il tuo olio perché un mio amico mi ha detto che se le tue olive sono belle il frantoiano le lavora a parte e ti fa uscire un olio che non è il tuo”… Si potrebbe continuare per molte pagine, ma i brontolamenti sono sostanzialmente imperniati sulla resa e sulla convinzione che il frantoAntico frantoio in pietra (Taybeh, Palestina). iano sia un malandrino che alza e abbassa le temperature in base alle sue esigenze, rovinando l’olio o trafugando le olive. E’ necessaria a questo punto un’inevitabile precisazione. In tutta la filiera produttiva (ma in generale in tutte le professioni) ci sono persone preparate e corrette e ci sono (una minima parte) persone incompetenti e scorrette. C’è chi vende Biancolilla (cultivar tipica siciliana) spacciandola per Bianchera (è successo in provincia), chi vende piante rigogliose superconcimate che appena messe a dimora muoiono, chi vende concimi con proprietà diverse da quelle richieste dicendo che il prodotto è simile, chi consiglia corsi di aggiornamento in materia di sicurezza, di coordinamento in fase di lavorazione e raccolta, di prevenzione incendi, anche in caso di conduzione familiare priva di scritture contabili: non per questo tutti i vivaisti, tutti i tecnici e i consorzi agrari sono scorretti. Anzi: è il contrario. Quando però si parla del frantoiano spesso l’orientamento cambia, mettendone in dubbio in generale l’operato, senza averne magari le conoscenze per farlo. Il frantoiano che da anni svolge il suo lavoro è una persona che trasforma le olive in base alle indicazioni del cliente, al tipo di macchina, alle condizioni climatiche e alla sua esperienza: è un professionista in tutto e per tutto e come tale va considerato. Il frantoiano corretto non ha interesse a rovinare le olive (perderebbe il cliente e tutte le persone cui il cliente racconta la sua disavventura), non ha interesse ad aumentare o diminuire le rese (è pagato in base al frutto fresco che entra in macchina e 118 non in base al risultato), non ha interesse a ”rubare” le olive (la quantità di persone che raccolgono le olive per divertimento e le lasciano quasi in regalo al frantoio, in cambio di qualche litro di olio, è maggiore di quella che si pensa). Chiarito quest’aspetto, si può entrare in frantoio per appurare se le “lamentele” degli avventori hanno un fondamento, non senza aver premesso che le tecniche di estrazione dell’olio sono diverse, così come lo sono i risultati e aver descritto sommariamente quelle più diffuse in Italia.87 Ciclo tradizionale o discontinuo (23% del totale):88 è costituito da un frangitore composto da due ruote in granito dette molazze che ruotando su di un basamento rotondo in pietra o metallo producono lo schiacciamento delle olive formando una polpa che, stesa su appositi dischi in nylon detti fiscoli, viene introdotta in una pressa da cui, per compressione, escono l’olio e l’acqua di vegetazione, che successivamente vengono separati per mezzo di una centrifuga. La sansa è poi rimossa manualmente dai fiscoli. In Molazze in granito (F.lli Carli, Imperia). molti frantoi la fase di separazione (pressa + fiscoli) è sostituita con un decanter. Ciclo continuo (76% del totale): è costituito da un frangitore (a martelli, a dischi, a coltelli a cono oppure a doppia griglia) che frantuma molto velocemente le olive e da una vasca detta gramola nella quale la polpa ottenuta è rimestata prima di essere inviata a un separatore centrifugo orizzontale detto decanter, da cui esce l’olio già separato dall’acqua e dalla sansa. Sistema Sinolea (1% del totale): è costituito da frangitore e gramola; la separazione avviene in un cassone con migliaia di fessure attraversate da altrettante lamelle di acciaio inox che, entrando e uscendo, asportano l’olio dalla polpa che viene continuamente rimestata, sfruttando la diversa tensione superficiale tra olio ed acqua; la pasta una volta lavorata può essere passata ulteriormente al decanter. Anche in Lombardia il ciclo continuo è il più diffuso: pertanto le considerazioni che seguono riguardano (ove non precisato diversamente) questo tipo di estrazione. 87 Per approfondimenti si rimanda alla manualistica specifica tra cui si segnala: L. Cerretani, A. Bendini, A. Ricci, Minifrantoi, Edagricole Il sole 24 Ore, Bologna 2011; Oleum. Manuale dell’olio da olive, a cura di Antonio Ricci, Edagricole Il sole 24 Ore, Bologna 2011. 88 Dato ricavato da: www.frantoionline.it 119 Lavaggio delle olive e defogliazione. Può sembrare scontato, ma ancora oggi c’è chi frange le olive senza lavarle e defogliarle, con rischio per la macchina (sassi, chiodi, oggetti metallici possono rovinare frangitori e decanter) e per l’olio (sapore metallico, di terra, di muffa,…), in totale disprezzo delle norme di buona pratica e dell’HACCP.89 C’è ancora l’usanza in alcuni casi di lasciare (o aggiungere) le foglie alle olive: questo perché si verifica un aumento solo temporaneo del colore verde, del contenuto di trans-2-esanale90, degli alcoli e dell’intensità di frutSinolea (Isnardi, Pontedassio, IM). tato verde senza variare però il contenuto di fenoli, che in caso di olive di non elevata qualità aiuta a coprirne alcuni leggeri difetti. Questo incremento non accade nel ciclo discontinuo.91 E’ meglio lavorare olive sane e a giusta maturazione che utilizzare questi espedienti. Rovina dell’olio. Le macchine presenti in un frantoDefogliatore manuale. Le olive vengono fatte cadere io lavorano continuamente sulla griglia che trattiene le foglie (Museos de la Cultura per circa due mesi, spesso del Olivo, Jaen, Spagna). 24 ore su 24, per poi rimanere inattive durante il resto dell’anno: questo sicuramente non giova a cuscinetti, motori, parti di plastica o gomma e pertanto i guasti, seppure molto rari, sono sempre possibili. Il frantoio può rovinare l’olio nei seguenti casi. 89 Hazard Analysis and Critical Control Points: sistema di autocontrollo igienico che previene i pericoli di contaminazione alimentare attraverso una verifica sistematica dei punti della lavorazione dove c’è il rischio di contaminazione biologica, chimica e fisica. 90 Aldeide a sei atomi di carbonio che in un olio è responsabile del profumo di erba. 91 Luciano Di Giovacchino, Tecnologie di Lavorazione delle olive in frantoio. Rese di estrazione e qualità dell’olio, Tecniche Nuove, Milano 2010, pp. 30-35. 120 Cuscinetti grippati: gli elevati regimi di rotazione del decanter e dei frangitori in caso di grippaggio di un cuscinetto comportano un surriscaldamento, con conseguente “cottura” dell’olio. Anche se il frantoiano se ne accorge immediatamente (a causa del rumore prodotto) l’olio in lavorazione rischia di danneggiarsi e il fermo di produzione (intervento di tecnici per la sostituzione del pezzo) rovina la polpa ferma nelle altre parti della macchina. Innalzamento o abbassamento della temperatura: un’errata immissione di acqua troppo calda o fredda nella camicia della gramola, per colpa di una o più sonde che si guasta, può compromettere le qualità organolettiche dell’olio; anche se il frantoiano se ne accorge immediatamente la partita soggetta allo sbalzo di temperatura è compromessa. In questo caso non è previsto il fermo impianto perché le condizioni normali possono essere ristabilite direttamente dall’operatore. Mancato lavaggio dell’impianto: se l’impianto viene fermato anche solo per un giorno si rende necessario il lavaggio di tutte le parti a contatto con la polpa e l’olio perché i residui con molta probabilità saranno marciti o irranciditi e se non vengono completamente rimossi trasferiranno i difetti alle prime lavorazioni effettuate alla riaccensione dell’impianto. Nel ciclo tradizionale la pulizia delle macine e dei fiscoli assume un aspetto fondamentale e deve essere fatta continuamente anche se l’impianto non si ferma perché la pasta si deposita sulle gramole e sui fiscoli e piano piano irrancidisce e marcisce, trasferendo i difetti alla polpa in lavoraI fiscoli devono essere sempre puliti, come nuovi. zione, a differenza del ciclo continuo dove la pasta si sposta ininterrottamente attraverso un percorso obbligato in acciaio e privo di ostacoli. Pertanto le macine dovranno essere pulite, prive di residui soprattutto sui lati e i fiscoli dovranno essere bianchi, privi di residui, sostituiti costantemente e nei momenti di inutilizzo, dopo essere stati lavati, dovrebbero essere stipati in frigorifero o comunque in un locale freddo. Locali sporchi: nessuno mangerebbe in quel ristorante dove in cucina ci sono residui di cibo per terra o sulle pareti, gli attrezzi di lavoro sono macchiati o arrugginiti ed abbandonati in giro, il cuoco è malato o sporco, gli avventori sono liberi di scorrazzare tra i fornelli e possono assaggiare tutti i cibi. Il frantoio è da considerare come una cucina e pertanto ci deve essere sempre pulizia dei pavimenti, delle pa121 reti, delle macchine e degli operatori, efficienza dei mezzi d’opera e impossibilità di accesso per gli avventori alle macchine, alle olive e ai prodotti di lavorazione. Se queste basilari regole sanitarie non sono garantite (nel limite del possibile e compatibilmente con le lavorazioni in atto) è opportuno cambiare frantoio. Errata velocità dei cilindri del decanter o della gramola, errata impostazione delle pressioni di alimentazione del decanter, errata quantità di acqua immessa durante la lavorazione, errato carico dell’impianto: questi sono sbagli che avvengono quando non si conosce il funzionamento Ruggine, disordine e olio rovinato. dell’impianto o si considera il frantoio come un frullatore che va semplicemente acceso quando serve e pertanto la loro frequenza sarà inversamente proporzionale alle capacità tecnico-gestionali del frantoiano. Resa. Quando si portano le olive in frantoio ci si preoccupa principalmente di ottenere la maggior quantità di olio. Questo è giusto, perché ottenere da cento chili di olive dieci litri di olio o ottenerne quindici vuol dire incrementare la resa (e quindi il guadagno) del 50% a parità di costi di produzione. Ma è anche vero che, se si vuol produrre un olio extravergine di qualità, si deve ottenere anche la maggiore quantità di profumi, la maggiore quantità di polifenoli92 e al tempo si deve evitare l’insorgenza di difetti o di principi ossidativi. Senza entrare troppo nello specifico, si può affermare quanto segue. Più il frangitore è veloce e i fori della griglia sono piccoli, maggiore è la quantità di olio ricavata perché si verifica una maggiore frantumazione delle olive ed una conseguente rottura più spinta delle cellule. Più la temperatura di lavorazione (frangitura, gramolatura, separazione) della pasta di olive è elevata, maggiore è la quantità di olio che si estrae: questo sostanzialmente accade perché più la temperatura si alza e più l’olio diventa fluido e facile da separare. 92 Sono composti antiossidanti naturali utili nel “catturare” i radicali liberi e nella prevenzione dell’ossidazione delle lipoproteine. Sono caratterizzati, come indica il nome, dalla presenza di numerosi gruppi fenolici più o meno complessi e costituiscono una famiglia di circa 5000 molecole organiche prodotte essenzialmente dal metabolismo secondario delle piante. 122 Frantoio a ciclo continuo (Az. Agr. “Collina Mirabella”, Clusane d’Iseo BS). Più i tempi di gramolatura e separazione sono lunghi, maggiore è la quantità di olio che si riesce a estrarre: questo perché le gocce di olio nella lavorazione aumentano di dimensione rendendone più facile l’estrazione. Più si diluisce la pasta, maggiore è la quantità di olio estratta, perché la polpa diventa meno viscosa favorendo così la separazione dell’olio nel decanter. Pertanto se l’unica esigenza è di aumentare la resa, è sufficiente recarsi presso un frantoio a ciclo continuo (che utilizzi frangitori a martelli molto veloci) e chiedere all’operatore di allungare il più possibile i tempi di gramola e di separazione, alzando contemporaneamente le temperature e aggiungendo in ogni fase elevate quantità di acqua calda.93 Se però l’esigenza è di ottenere un olio extravergine di oliva con determinate qualità chimiche e organolettiche, si deve tener ben presente che: 1) le maggiori quantità di fenoli totali si ottengono con lavorazioni intorno ai 25°C e comunque non superiori ai 30°C in quanto al di sopra di questo limite in presenza di aria si attivano fenomeni di ossidoreduttasi quali polifenolossidasi (PPO) e perossidasi94 (POD) che si traducono in una consistente perdita del patrimonio antiossidante per effetto dell’ossidazione enzimatica dei polifenoli; 93 Marco Antonucci, Corso tecnico pratico di degustazione olio extravergine di oliva, CMAS, Lovere 2008. Perossidasi e Polifenolossidasi: famiglia di enzimi che sono una sottoclasse delle ossidoreduttasi, che utilizzano donatori di elettroni di tipo perossidico, provocando l’ossidazione delle sostanze con struttura fenolica, in particolare degli orto-difenoli. 94 123 2) una lavorazione della pasta ad una temperatura alta in presenza di ossigeno comporta una violenta accelerazione dei processi ossidativi che solo in minima parte vengono contrastati dai polifenoli; 3) i polifenoli sono idrosolubili: aggiungendo acqua alla lavorazione si rischia di ottenere la loro dispersione nelle acque che vengono allontanate con la sansa; 4) frangendo molto velocemente c’è il rischio di aumento della temperatura e quindi di ossidazione delle paste, ma soprattutto c’è il rischio che l’olio si emulsioni con le acque di vegetazione, ottenendo così la dispersione dei polifenoli; 5) i profumi (e cioè tutte le sensazioni olfattive positive) si ottengono con lavorazioni comprese tra i 15°C ed i 25°C, che favoriscono l’attivazione di alcuni processi enzimatici, in particolare la lipossigenasi95 e l’idrossiliasi;96 temperature più elevate di gramolazione riducono l’attività di questi enzimi (in particolare sopra i 30°C la riduzione è drastica e oltre i 40°C l’olio è cotto) e temperature più basse non ne consentono l’attivazione dei processi. Queste inibizioni (per inattivazione o riduzione) riducono la formazione di aldeidi sature e insature a sei atomi di carbonio responsabili delle note verdi e fruttate, compromettendo in modo negativo il flavour97 dell’olio estratto. Inoltre i composti volatili (profumi) evaporano a basse temperature e, essendo formati da molecole molto labili chimicamente, perdono le loro caratteristiche con la progressiva maturazione delle olive.98 Giova ricordare che queste sostanze (fenoli totali e sostanze aromatiche) sono responsabili in un olio extravergine dei profumi caratteristici (carciofo, mandorla, pinolo, carciofo, erba,…), dei gusti tipici (amaro, piccante, dolce...), delle proprietà biologiche quali le capacità antiossidanti, conservanti e salutari e sono considerate sostanze guida (marker) per evidenziare la presenza di frodi ed identificare le diverse cultivar. Pertanto per produrre una significativa misura di olio extravergine di qualità, si deve per forza mettere in atto una specie di compromesso che consenta di ottenere durante la lavorazione la maggiore quantità di profumi, di polifenoli e di olio e al tempo stesso non permetta l’insorgenza di difetti o di principi ossidativi, scegliendo un intervallo di tempo ottimale che può essere più o meno ampio in funzione delle caratteristiche delle olive ed in relazione alle condizioni di temperatura e di lavorazione. 95 E’ un enzima appartenente alla classe delle ossidoreduttasi che è in grado di produrre idroperossidi coniugati attraverso l’ossidazione di acidi grassi polinsaturi. Esso catalizza la prima reazione della cosiddetta via della lipossigenasi, coinvolta nella risposta dell’organismo vegetale ai traumi e agli stress esterni. 96 Enzimi, noti anche come monoossigenasi, in grado di introdurre un gruppo idrossilico -OH in una molecola. La reazione chimica prende il nome di idrossilazione biochimica. 97 Combinazione di sensazioni olfattive-gustative-tattili e cinestetiche che consentono ad un assaggiatore di identificare un alimento e di valutarne l’accettabilità. 98 Olio d’oliva. All’origine della qualità, a cura di Mauro Amelio, O.N.A.O.O., Imperia 2005, pp. 25-36. 124 Effetto della temperatura di gramolatura (durata costante) 10°C 20°C 25°C 30°C 35°C 40°C 50°C Totale fenoli (mg/Kg) 174,00 231,00 200,00 120,00 107,00 99,00 83,00 Oleuropeina aglicone (mg/Kg) 55,00 52,00 46,00 28,00 22,00 18,00 7,00 11,3 13,1 9 5,2 4 = 11 16 18 20 25 32 15 min. 30 min. 45 min. 60 min. 90 min. 179,00 104,00 92,00 87,00 78,00 Composti volatili (esanale, mg/Kg) 2,9 3,1 4,7 4,1 5,4 Composti volatili (esteri, µg/Kg) 1,8 1,6 1,5 1 0,9 Resa in olio (%) 15 15 16 17 17 Composti volatili (esanale, mg/Kg) Resa in olio (%) 6 Effetto del tempo di gramolatura (temperatura costante) Totale fenoli (mg/Kg) Effetto dell’ azoto in fase di gramolatura (durata costante, temperatura costante) aria 100% aria 50% aria 30% Totale fenoli (mg/Kg) Composti volatili (esanale, mg/Kg) aria 0% 200,00 320,00 430,00 480,00 13,1 11,2 15,4 10 Questo compromesso prevede tempi di lavorazione ragionevolmente brevi e comunque non superiori ai quarantacinque minuti, mantenendo temperature basse e comunque inferiori ai 30°C.99 Da qualche anno però è possibile ottenere maggior prodotto mantenendo invariate le caratteristiche chimiche e organolettiche, grazie all’utilizzo di coadiuvanti in fase di estrazione e di gramole chiuse spesso sotto azoto che non consentono scambio d’ossigeno con l’esterno. Azoto. Si è detto che all’aumentare della temperatura di gramolazione e di esposizione all’aria, nella pasta diminuisce esponenzialmente il contenuto in fenoli e s’innescano processi di ossidazione. Per ovviare a ciò si sostituisce l’aria naturalmente presente nella gramola con un gas inerte quale l’azoto. L’eliminazione totale dell’ossigeno però se da un lato costituisce un ottimo sistema per ridurre la degradazione ossidativa dei fenoli, dall’altro ha un effetto negativo sulla formazione degli aromi e di altre caratteristiche sensoriali dovute per la maggior parte a particelle volatili a basso peso molecolare prodotte dalla degradazione degli acidi grassi polinsaturi per opera degli enzimi della via metabolica della lipossigenasi (che li ossida creando il corrispondente idroperossido,100 a cui segue l’azione di altri 99 Boselli Emanuele, Are virgin olive oils obtained below 27C better than those produced at higher temperatures?, in “Int. Journal of Food Science & Technology, vol. 42, n. 3, aprile 2009, pp. 748–757. 100 Composti chimici organici solitamente instabili aventi formula generale ROOH, essendo R un residuo alchilico, arilico o arilalchilico. Si ottengono ossidando gli idrocarburi con ossigeno e la reazione procede attraverso un meccanismo radicalico. 125 tre enzimi: idroperossidoliasi, alcol deidrogenasi e alcol aciltransferasi).101 Questi enzimi sono presenti per la maggior parte nella polpa dell’oliva e svolgono la loro azione principalmente nella fase di gramolatura. Pertanto se l’azoto non è completamente sostituito all’aria naturale (per esempio si inizia la gramolazione con l’aria che viene man mano scambiata con l’azoto) si produce una buona carica aromatica con limitati processi ossidativi. Un risultato del tutto simile è raggiungibile molto più semplicemente utilizzando delle gramole sigillate a camera ridotta (è sufficiente a volte modificare la forma del coperchio e il suo sistema di chiusura): in questo caso la composizione dell’atmosfera (di solito 75% azoto e 23% ossigeno) soprastante la pasta si trasforma notevolmente perché la percentuale di ossigeno si riduce fino ad essere quasi completamente sostituita da anidride carbonica.102 Con questo accorgimento si assiste a un progressivo aumento della carica fenolica e aromatica col passare Gramole sigillate per l’uso di azoto, con coperchi d’ispezio- del tempo, a differenza di ne trasparenti (Cantina Sociale della Valpantena, Verona). quello che normalmente succede nelle gramole aperte. Oltre a ciò con le gramole chiuse la temperatura incide molto meno sul processo produttivo rispetto al tempo di gramolatura e ai processi ossidativi: rimane comunque un parametro molto importante perché all’aumento della temperatura corrisponde una diminuzione del carico aromatico.103 Coadiuvanti di estrazione. Spesso per cause legate alla varietà, alla non corretta maturazione o all’andamento climatico la pasta delle olive è di difficile lavorazione, con basse rese indipendentemente dal sistema di estrazione utilizzato. Questo succede frequentemente agli olivicoltori della provincia di Bergamo perché operano in un’area non vocata all’olivicoltura. Per ovviare a questo problema 101 J.J. Salas, J. Sànchez, Hydroperoxide lyase from Olive (Olea Europaea) fruits, in “Plant Science”, n. 1, vol. 143, 7 May 1999, pp. 19-26. 102 Cfr. P. Cappelli, V. Vannucchi, Olio d’oliva. Chimica degli alimenti: conservazione e trasformazione, Zanichelli, Bologna 1994. 103 Maria Lisa Clodoveo, Estrazione dell’olio di oliva: aspetti qualitativi, atti del convegno “Valorizzazione dell’olio extra-vergine di oliva e rintracciabilità di filiera”, Facoltà di Agraria, Bari 25 Maggio 2005. 126 solitamente si allungano i tempi di lavorazione o si aumentano le temperature, con abbassamento generale della qualità. Esiste però anche un altro tipo d’intervento, che prevede il ricorso a coadiuvanti di estrazione chimici o fisici. Quelli chimici sono costituiti da preparati enzimatici che favoriscono la liberazione dell’olio agendo sulla pectina della lamella mediana e sulle pareti delle membrane cellulari che lo contengono, incrementano il contenuto di fenoli ed in alcuni casi riducono i tempi di lavorazione. Sono preparati in polvere o liquidi che si usano in misura variabile tra i 20 ed i 300 mg per 100 Kg di Introduzione del talco nella gramola duolive. Questi prodotti sono vietati perché rante la lavorazione della pasta. il regolamento comunitario prevede che l’olio extravergine di oliva sia ottenuto direttamente dalle olive ed unicamente con procedimenti meccanici: si possono utilizzare solamente quando il prodotto finale è un olio non commestibile. Quelli fisici sono costituiti da materiale inerte e cioè sostanze che non attivano reazioni chimiche o biochimiche. Quello più utilizzato è il talco naturale o microtalco (silicato di magnesio idrato),104che in fase di gramola impedisce la formazione di emulsioni acqua/olio e rompe le emulsioni formate precedentemente in Gramola scoperta durante la lavorazione. fase di frangitura. Inoltre assorbe l’acqua che si libera dalle olive, consente alle gocce d’olio trattenute nelle pareti cellulari delle drupe di uscire e unirsi formandone di più grandi, aumenta la quantità di olio libero facilitando le successive operazioni di estrazione dello stesso dalla pasta e riducendo la quantità di particelle solide nell’olio che possono causare sedimenti. Può essere aggiunto in percentuali che variano dallo 0,5% al 4% del peso della pasta. 104 A new efficient talc for olive oil extraction. Technical bulletin 1601, a cura di Mondo Minerals Oy, Helsinki 2008, www.mondominerals.com. 127 Queste possono sembrare indicazioni che vanno oltre le normali e semplici pratiche di frantoio (insufflazione di azoto e sigillatura delle gramole, controllo delle temperature, verifica delle velocità di lavorazione, uso di talco), ma in un moderno impianto corrispondono a parametri perfettamente visibili e controllabili: le temperature e le velocità di rotazione sono gestite tramite un pannello di comando a cui il frantoiano accede per regolarle in base al tipo di olive e di pasta; il talco necessita unicamente di una bilancia ed un contenitore per il travaso; la chiusura ermetica della gramola e l’uso di azoto invece possono essere controllati nei frantoi che ne fanno uso. Un primo risultato si otterrebbe comunque chiedendo al frantoiano di tenere chiuse le gramole che, non si sa per quale motivo, a volte, soprattutto negli impianti più piccoli, vengono lasciate aperte durante la lavorazione. Denocciolato. Una nota infine per gli oli estratti da olive denocciolate prima della frangitura, che presentano una serie di caratteristiche positive: hanno un numero minore di perossidi e un contenuto maggiore di polifenoli; mancando i componenti del nocciolo e della mandorla è più difficile l’innesco di fenomeni di lipolisi105; hanno minore acidità libera, minore intensità di gusto astringente e di legno; le paste di lavorazione hanno meno ingombro, producono meno usura dei macchinari ed in particolare del decanter perché sono meno abrasive; gli oli prodotti sono armonici ed equilibrati, anche per varietà di olive che producono oli scompensati. Di contro le rese di estrazione sono inferiori del 10/15% rispetto alle paste integrali: ciò è dovuto al minore apporto di olio e minor capacità drenante nella gramola.106 105 Processo metabolico nel quale avviene la scissione dei trigliceridi consentendo la liberazione di acidi grassi liberi e glicerolo-glicerina. 106 Luciano Di Giovacchino, Tecnologie di Lavorazione delle olive in frantoio. Rese di estrazione e qualità dell’olio, Tecniche Nuove, Milano 2010, pp. 52-57. 128 11. QUANDO UN OLIO È DI QUALITÀ? L’ANALISI CHIMICA E ORGANOLETTICA “A me piace l’olio del lago, è il migliore, è leggero e non è acido in gola. Me lo vende un mio amico che ha le piante in riva al lago e sono sicuro che le olive sono le sue perché le raccoglie a mano in una settimana e le porta in un frantoio che fa la spremitura a freddo e rimane lì a controllare che gli diano l’olio delle sue olive e non quelle di qualcun altro. Il suo olio è biologico perché sulle piante non ci mette niente e perché non lo filtra” Un assaggiatore sente questa frase, che sembra scritta appositamente per questo capitolo, almeno una volta l’anno (per non dire una decina), quando gli viene portato, spesso e volentieri in una bottiglietta del Crodino (ma anche di vino, aceto o grappa), un campione di olio per sapere “se è buono”. Se si chiede a un gruppo eterogeneo di persone (consumatori ma anche produttori): dal frantoio esce sempre olio extravergine? La risposta è spesso positiva. Se lo stesso gruppo assaggia un olio assolutamente rancido, difficilmente se ne accorge.107 Al più i commenti sono: sembra quello della mensa (o della nonna, delle patatine, di mia mamma), è dolce, non è acido, a me piace. Nell’Ottocento numerose erano le pagine dedicate alle indicazioni di lavorazione, di potatura e di messa a dimora, ma scarse, sommarie e spesso di carattere quantitativo erano le indicazioni riguardanti la qualità dei prodotti dell’agricoltura ed in particolare dell’olio: «le ulive in generale sono di mediocre qualità e per avere un peso d’olio occorrono ordinariamente quattro quarte e mezza di ulive».108 Molte cose sono cambiate dall’Ottocento, ma le modalità di approccio al mondo dell’olio appaiono immutate. Oggi sono numerose le parole destinate alla rappresentazione dell’olio (robusto, gentile, leggero, equilibrato, salutare, a bassa acidità, di prima spremitura a freddo,..) ma poche e generiche sono le indicazioni relative alla qualità del prodotto. Fatta eccezione per alcuni importanti movimenti (per esempio Slow Food)109 e alcune istituzioni (Provincia, Aipol ed Associazione Olivicoltori per citarne alcune) che si adoperano con fini e modalità diverse per ampliare le conoscenze in questo 107 Mena Aloia, Chi l’avrebbe mai detto. Una ricerca svela l’incompetenza degli italiani in materia di olio da olive. Solo tredici persone su cento sarebbero promosse a pieni voti, in “Teatro Naturale”, n. 40, anno IV, 18 novembre 2006, www.teatronaturale.it. 108 ASMi, Catasto, cart. 12135. Nozioni generali territoriali e Prospetto di classificazione. 109 Associazione internazionale no-profit, conta oltre 100.000 iscritti, volontari e sostenitori in 150 Paesi, 1300 Condotte - le sedi locali - e una rete di 2000 comunità che praticano una produzione di cibo su piccola scala, sostenibile, di qualità. www.slowfood.it 129 campo, la maggior parte delle informazioni provengono dalla pubblicità o dalla tradizione. Incontro tecnico-pratico sull’olio di oliva, organizzato dalla Provincia di Bergamo. Viste le premesse, è necessario mettere un po’ di ordine. Per far ciò è fondamentale individuare quanti tipi di olio di oliva ci sono in commercio (classificazione merceologica) e quali sono gli strumenti che consentono di distinguerli (analisi chimiche e organolettiche), cercando infine di chiarire cosa s’intende per “olio di qualità”. Classificazione merceologica. Domandarsi se dal frantoio esce sempre olio extravergine è come domandarsi se dallo spremiagrumi esce sempre una buona spremuta. Se le olive sono raccolte manualmente a perfetta maturazione e portate immediatamente in un frantoio pulito, si otterrà un prodotto diverso da quello che si otterrebbe lasciando cadere le olive a terra, raccogliendole con il rastrello a gennaio e portandole in un frantoio sporco, con temperature alte e tempi di lavorazione casuali. Spremendo un’arancia matura e succosa si ottiene un risultato diverso da quello che si potrebbe ottenere spremendo un’arancia lasciata a marcire in frigorifero. La risposta alla domanda iniziale è pertanto negativa. Da un frantoio possono uscire tre tipi diversi di olio: extravergine, vergine e lampante.110 Extravergine. E’ un olio con determinate caratteristiche chimiche, privo di difetti, con un profumo che può essere più o meno intenso. Questo dovrebbe essere il naturale risultato del lavoro di un anno: in provincia di Bergamo, viste le esigue quantità di prodotto finito, non ha senso produrre un altro tipo di olio. Spesso però errati tempi e modi di raccolta e di stoccaggio, parassiti e malattie, condizioni meteorologiche avverse, attaccamento a usanze e folclori del passato portano alla produzione di oli difettati o gravemente difettati, che sono considerati dal produttore extravergini solamente perché fatti con le sue olive. Vendere per extravergine un olio che non lo è si definisce reato (frode alimentare) ed è perseguibile per legge.111 Vergine. E’ un olio ancora commestibile con caratteristiche chimiche peggiori di un extravergine e/o con un difetto la cui intensità in una scala da uno a dieci 110 Regolamento CE n. 1989/2003 – 640/2008 della Commissione del 4/7/08 che modifica il Regolamento CE 2568/91 relativo alle caratteristiche degli oli di oliva e di sansa nonché ai metodi di analisi. Per le definizioni di legge vedi Cap. 14. 111 Annalisa Rotondi, Cos’è l’olio Extravergine di oliva e come si ottiene, atti del Convegno, CNR, Sezione di Bologna, 7 aprile 2005. 130 131 1 2 3 4 5 6 7 8 ≤ 0,8 ≤ 2,0 > 2,0 ≤ 0,3 ≤ 1,0 ≤ 0,3 ≤ 1,0 Miristico (%) olio extra vergine di oliva olio di oliva vergine olio di oliva lampante olio di oliva raffinato olio oliva vergine + raffinato olio di sansa di oliva greggio olio di sansa di oliva raffinato olio di sansa di oliva Categoria (%) Acidità n° perossidi Linolenico (%) ≤ 20 ≤ 20 ≤5 ≤ 15 ≤5 ≤ 15 (mcq O2/kg) Cere 2 gliceril ≤ 0,9 ≤ 0,9 ≤ 0,9 ≤ 0,9 ≤ 0,9 ≤ 1,4 ≤ 1,4 ≤ 1,4 ≤ 0,2 ≤ 0,2 ≤ 0,2 ≤ 0,2 ≤ 0,2 Stigma≤ 0,3 stadiene ≤ 0,3 (mg/kg) ≤ 0,3 ≤ 0,10 ≤ 0,35 ≤ 0,35 ≤ 0,20 ≤ 0,40 ≤ 0,40 ≥organolettica 2500 mediana ≥ 1800 difetto fruttato ≥ 1600 (md) (mf) ≥ 1000 ≥ 1000 ≥ 1000 ≥ 1000 ≥ 1000Valutazione mf > 6 6 > mf > 3 mf < 3 md = 0 mf > 0 md ≤ 3,5 mf > 0 md ≥ 3,5 or mf = 0 - mf > 6 6 > mf > 3 mf < 3 Classificazione merceologicica degli oli di oliva, Reg. CE n. 1989/2003 - 1352/2007 - 640/2008 - 61/2011 (che modifica il Reg. CE 2568/91 fruttato intenso fruttato medio fruttato leggero degli acidi ≤Metil 2,22esteri ≤ 0,01 md grassi = 0 (MEAG) mf > 0 etil esteri degli md acidi grassi (EEAG) ≤ed 2,25 ≤ 0,01 ≤ 3,5 mf > 0 md ≥ 3,5 or mf = 0 solo per olio extravergine di oliva ≤ 1,1 ≤ 0,16 ≤ 0,9 ≤ 0,15 MEAG + EEAG - ≤ 75 mg/kg mg/kg≤ ≤0,20 MEAG + EEAG ≤ 150 mg/kg ≤752,0 se EEAG/MEAG ≤ 1,7 ≤ 0,18 ≤ 1,5 - ≤ 0,05 ≤ 0,05 ≤ 0,10 ≤ 0,30 K270≤ 0,30 delta K ≤ 4,5≤ 4,5≤ 4,5≤ 4,5 ≤ 4,5 > 4,5 > 4,5 > 4,5 Valutazione organolettica mediana difetto fruttato (md) (mf) Steroli fruttato intenso totali fruttato medio (mg/kg) fruttato leggero ≤ 0,01 ≤ 0,01 ≤ 0,16 ≤ 0,15 ≤ 0,20 ≤ 0,18 delta K ≤ 0,05 ≤ 0,05 ≤ 0,10 ≤ 0,20 K232 ≤ 0,20 Eritrodiolo ≤ 2,5 e uvaolo ≤ 2,6 (%)- ≤ 0,2 ≤ 0,2 ≤ 0,2 ≤ 0,2 ECN42 ≤ 0,2 HPLC ≤ 0,2 - ECN42 ≤ 0,2 teorico ≤ 0,2 (%) ≤ 2,22 ≤ 2,25 ≤ 1,1 ≤ 0,9 ≤ 2,0 ≤ 1,7 K270 Somma isomeri transoleici transiloneici (%) (%) ≤ 2,5 ≤ 2,6 - K232 transoleici ≤ 0,2 ≤ 0,2 ≤ 0,3 ≤ 0,3 ≤ 0,3 ≤ 0,6 ≤ 0,5 ≤ 0,5 - ECN42 teorico ECN42 HPLC Ligno-cerico ≤ 0,10 ≤ 0,10 ≤ 0,50 - Stigmastadiene (mg/kg) in steroli≤ 1,0 olio extra vergine di oliva ≤ 0,8 ≤ 20 ≤ 250 composizione ≤ 0,9 ≤ 0,10 ≤ 0,2 olio diCategoria oliva vergine ≤ 2,0 ≤ 20 ≤ 250 ≤ 0,9 ≤ 1,0 ≤ 0,10 Delta 7 ≤stig0,2 Colesterolo Brassicasterolo olio di oliva lampante > 2,0 ≤ 300Campesterolo ≤ 0,9 Stigmasterolo ≤ 1,1 Betasitosterolo ≤ 0,50 mastenolo ≤ 0,3 (%) (%) (%) (%) (%) (%) olio di oliva raffinato ≤ 0,3 ≤5 ≤ 350 ≤ 0,9 ≤ 1,1 ≤ 0,3 olio oliva vergine + raffinato ≤ 1,0 ≤ 15 ≤ 350 ≤ 0,9 ≤ 1,0 ≤ 0,3 extra di oliva ≤ 0,5 ≤ 0,1 > 350 ≤ 4,0 ≤ 1,4 < camp. ≥ 93,0 ≤ 0,5 olio1diolio sansa di vergine oliva greggio ≤ 1,4 ≤ 0,6 di oliva vergine ≤ 0,1 > 350 ≤ 4,0 ≤ 1,4 < camp. ≥ 93,0 ≤ 0,5 olio2diolio sansa di oliva raffinato ≤ 0,3 ≤ 0,5 ≤5 ≤ 1,4 ≤ 0,5 di oliva lampante ≤ 4,0 ≤ 1,4 ≥ 93,0 ≤ 0,5 olio3diolio sansa di oliva ≤ 1,0 ≤ 0,5 ≤ 15 ≤ 0,1 > 350 ≤ 1,4 ≤ 0,5 4 olio di oliva raffinato ≤ 0,5 ≤ 0,1 ≤ 4,0 < camp. ≥ 93,0 ≤ 0,5 5 olio oliva vergine + raffinato ≤ 0,5 ≤ 0,1 ≤ 4,0 < camp. ≥ 93,0 ≤ 0,5 6 olio di sansa di oliva greggio ≤ 0,5 ≤ 0,2 ≤ 4,0 ≥ 93,0 ≤ 0,5 7 olio di sansa di oliva raffinato ≤ 0,5 ≤ 0,2 ≤ 4,0 < camp. ≥ 93,0 ≤ 0,5 8 olio di sansa di oliva ≤ 0,5 ≤ 0,2 ≤ 4,0 < camp. ≥ 93,0 ≤ 0,5 ≤ 0,6 ≤ 0,4 ≤ 0,6 ≤ 0,4 ≤ 0,6 ≤ 0,4 ≤ 0,6 ≤ 0,4 2 gliceril ≤ 0,6 ≤ 0,4 ≤ 0,6 monopalmitato ≤ 0,4 (%) ≤ 0,6 se % acido≤palmitico 0,4 ≤ 0,6≤ 14% ≤ 0,4> 14% Beenico (%) ≤ 1,0 ≤ 1,0 ≤ 1,1 ≤ 1,1 ≤ 1,0 ≤ 1,4 ≤ 1,4 ≤ 1,4 monopalmitato (%) se % acido palmitico ≤ 14% > 14% composiozione acida Arachidico Eico-sanoico (%) (%) ≤ 250 ≤ 250 ≤ 300 ≤ 350 ≤ 350 > 350 > 350 > 350 (mg/kg) 1 olio extra vergine di oliva ≤ 0,05 ≤ 1,0 2 olio di oliva vergine ≤ 0,05 ≤ 1,0 3 olio di oliva lampante ≤ 0,05 ≤ 1,0 4 olio di oliva raffinato ≤ 0,05 ≤ 1,0 5 olio oliva vergine + raffinatoAcidità≤ 0,05n° perossidi ≤ 1,0 Cere 6 olio di sansa di oliva greggio (%) ≤ 0,05 ≤ 1,0 (mg/kg) Categoria (mcq O2/kg) 7 olio di sansa di oliva raffinato ≤ 0,05 ≤ 1,0 8 olio di sansa di oliva ≤ 0,05 ≤ 1,0 1 2 3 4 5 6 7 8 Categoria non supera il tre e mezzo, con profumo più o meno intenso. Condizioni avverse (un attacco improvviso di mosca prima della raccolta per esempio) a volte causano dei difetti all’olio. Se questi difetti sono lievi, l’olio può essere ancora commercializzato e utilizzato, ma non avrà più l’appellativo di extra. E’ importante ricordare che con il tempo i difetti nell’olio possono solo aumentare e i pregi diminuire e pertanto un olio che oggi è vergine potrebbe diventare lampante in breve tempo: per questo motivo non si trovano quasi più in commercio bottiglie di olio vergine. Anche vendere per vergine un olio che non lo è si definisce frode alimentare. Lampante. E’ un olio con pessime caratteristiche chimiche, con difetti superiori al tre e mezzo o privo di profumi. Tutti gli oli prodotti prima o poi diventano lampanti. L’olio è una spremuta di olive ma, a differenza di altri prodotti alimentari, non contiene e non può contenere conservanti e quindi con il tempo irrancidisce e diventa lampante: non può rimanere vergine per sempre. Si tratta di un olio non commestibile e non commerciabile al minuto: infatti non lo si trova né in negozio né presso i produttori. In Italia il lampante da frantoio corrisponde a una percentuale intorno al 23% del totale dell’olio prodotto, viene principalmente dalle regioni dell’Italia meridionale (Calabria, Puglia…) ed è giustificato dalla sua remunerazione e dall’abbondanza di olive.112 Nonostante sia un olio non commestibile, è molto diffuso e spesso è usato dal consumatore inconsapevolmente per almeno due motivi. Il primo: in commercio ci sono oli mal conservati che si sono irranciditi e rimangono ugualmente sugli scaffali fino alla data di scadenza; ci sono poi oli che in etichetta riportano la scritta extravergine ma extravergine non sono a causa di alterazioni alimentari quali la decolorazione, la deodorazione, il taglio con oli di semi oppure a causa di problemi legati alla produzione (la mosca per esempio oppure la ritardata lavorazione delle olive) che si sono trasmessi all’olio difettandolo gravemente. Il secondo: serve per produrre l’olio di oliva. Olio di Oliva. Portando il lampante in raffineria e sottoponendolo a una serie di trattamenti fisico-chimici (degommazione con acido fosforico o citrico a 60°/80°C; deacidificazione con soda caustica a 85°/90°C; decolorazione con terre decoloranti e carboni attivi trattati poi per recuperare l’olio con l’esano, che è il solvente principale presente nella benzina e le dà il suo tipico odore; deodorazione con distillazione sottovuoto a 240°/270°C) si ottiene un olio rettificato. Quest’olio, unito a una non precisata quantità di olio vergine o extravergine (la norma parla di miscela senza darne le percentuali: c’è chi ne mette il 3%, chi il 10%, chi il 20%), è venduto come Olio di Oliva.113 Nessuno stupore perché questo è scritto chiaramente sull’etichetta: miscela di oli di oliva raffinati e vergini. 112 Rielaborazione dati di produzione ricavati dal sito www.federolio.it L’ulivo e l’olio, coord. scientifico M. Pisante, P. Inglese, G. Lercker, Bayer CropScienze, Script, Bologna 2009, pp. 674-683. 113 132 Olio di Sansa. Nelle sanse, che sono lo scarto di lavorazione delle olive, rimane ancora un’alta percentuale di olio che non è possibile estrarre meccanicamente. Questa percentuale è compresa tra il 3% e il 10% dell’olio teoricamente estraibile dalle drupe e varia in base al grado di umidità della pasta. Portando la sansa nella stessa raffineria dove viene portato il lampante e sottoponendola al medesimo processo di raffinazione, aggiungendo un passaggio di demargarinizzazione che consiste in una centrifugazione a -10°/-15°C per separare la parte solida che diventerà margarina, si ottiene l’Olio rettificato di Sansa che, unito a una non precisata quantità di olio vergine, è commercializzato come Olio di Oliva di Sansa.114 In Italia un’alta percentuale di quest’olio viene acquistata dagli operatori del settore della panificazione. Come per il vino e per la maggior parte degli alimenti, la classificazione merceologica dell’olio è volontaria e demandata alla persona o azienda/società che lo produce, lo imbottiglia o lo com- Etichetta di un olio di oliva. mercializza: una bella responsabilità, giacché dovrà attestare in etichetta il reale contenuto della bottiglia, attenendosi scrupolosamente ai parametri indicati dalla normativa comunitaria. Ecco perché i grandi produttori, ma anche i piccoli produttori scrupolosi, al fine di classificare correttamente il proprio olio per evitare un’involontaria frode alimentare e al tempo stesso valutarne la qualità, sottopongono il loro prodotto all’analisi chimica e organolettica. Analisi chimica: si porta in un laboratorio specializzato in analisi di materie grasse un campione di olio e lo si fa esaminare. I produttori sono primariamente interessati a verificare i parametri che stabiliscono la qualità di un olio. 1) Acidità libera. L’olio di oliva è costituito per la quasi totalità da trigliceridi.115 Una parte degli acidi grassi si trova allo stato libero (non legato alla glicerina) ed è proprio questa frazione che determina l’acidità libera di un olio. L’aumento dell’a- 114 Igor Kobek,Trattamento dei Reflui, in “Enciclopedia Tdc-Olive”, commissione europea qualità e sicurezza alimentare, 2004. 115 Sono esteri neutri del glicerolo e sono formati da tre acidi grassi a lunga catena. Il glicerolo è un alcool a tre atomi di carbonio con un gruppo ossidrilico per ogni carbonio. Gli acidi grassi sono uniti all’alcool per condensazione, con l’eliminazione di una molecola di acqua. 133 cidità è dovuto all’enzima lipasi,116che si trova nell’oliva ed esercita la sua attività nel momento in cui entra in contatto (a seguito di rottura) con l’olio contenuto in vacuoli, che proteggono con una membrana ogni singola gocciolina microscopica, trasformando il trigliceride in un digliceride + acido grasso libero. L’azione continua anche a carico del digliceride e avanza in modo progressivo fino a quando sono presenti enzima e acqua. 2) Numero di perossidi. L’olio, come tutte le sostanze grasse, è soggetto al fenomeno dell’ossidazione che, se non controllato e limitato, altera gradualmente la struttura chimica del trigliceride, con formazione di composti volatili dall’odore e sapore sgradevole (rancido). Il numero di perossidi esprime la quantità di ossigeno legato agli acidi grassi (formazione di idroperossidi) e quindi la potenzialità dell’olio ad irrancidirsi.117 3) Analisi spettrofotometrica. Gli acidi grassi costituenti i trigliceridi presenti nell’olio di oliva possono essere saturi (senza doppi legami), monoinsaturi (un solo doppio legame) e polinsaturi (due o tre doppi legami). La posizione naturale dei doppi legami è tale che fra due doppi legami ci sono sempre due legami semplici: l’ossidazione dell’olio e la raffinazione provocano lo slittamento di una posizione da parte di un doppio legame, in modo che fra due doppi legami viene a trovarsi un solo legame semplice. Il fenomeno può essere rilevato misurando la quantità di luce UV assorbita dall’olio: più sarà alta, maggiori saranno le molecole che hanno subito coniugazione dei doppi legami. In particolare un maggiore assorbimento alla lunghezza d’onda di 232 nm si ha nel caso di coniugazione di due doppi legami evidenziando la formazione di idroperossidi; alla lunghezza d’onda di 270 nm di tre doppi legami, indicando la presenza di aldeidi con otto/dodici atomi di carbonio e chetoni e quindi di irrancidimento in atto. La misura rivela quale alterazione hanno subito rispettivamente l’acido linoleico e l’acido linolenico, principali polinsaturi presenti nell’olio di oliva.118 I compratori sono interessati a verificare i parametri che stabiliscono la qualità di un olio, ma anche ad accertare che l’olio non sia stato oggetto di “contaminazioni”. 4) Steroli totali. L’analisi della frazione sterolica è molto importante perché permette di riconoscere la presenza di altri oli: gli steroli sono composti simili al colesterolo, sono presenti in notevole quantità negli oli d’oliva e sono sintetizzati in natura a partire dallo squalene.119 116 Enzima in grado di effettuare l’idrolisi dei lipidi, trasformando i trigliceridi in glicerolo e in acidi grassi, nel processo di lipolisi. 117 P. Cabras, A. Martelli, Chimica degli alimenti. Piccin, Padova 2004, pp. 50-57. 118 Adriano Barile (a cura di), Extravergine di Oliva, Agra S.r.l., Roma 2004, pp. 72-73. 119 Idrocarburo precursore della biosintesi dello sterolo in grado di bloccare le specie reattive dell’ossigeno. 134 5) Cere. Le cere negli oli di oliva sono presenti in modeste quantità. Nell’olio estratto con solventi la presenza è maggiore.120 6) 2 gliceril. Analizzando la distribuzione degli acidi grassi nei trigliceridi degli oli di oliva, la posizione 2 è occupata al 98% da acidi grassi insaturi. Negli oli raffinati la distribuzione degli acidi grassi saturi in posizione 2 è uguale a quella delle altre posizioni.121 7) Stigmastadiene. Se negli oli di oliva vergini è riscontrata una significativa presenza di questo idrocarburo vuol dire che c’è stata una degradazione termica degli steroli probabilmente causata da processi di raffinazione.122 8) ECN 42 HPLC / ECN 42 Teorico. L’analisi individua (senza però identificarla) la presenza di oli vegetali alto linoleici quali soia, colza, girasole ed alto oleici come nocciola e sansa.123 9) Composizione acida. Quantità superiori a quelle stabilite nel regolamento di acido miristico, linolenico, arachidico, eicosanoico denotano la presenza di oli provenienti da semi. 10) Somma isomeri. Indica la presenza di acidi grassi oleici in forma trans o ottenuti per raffinazione. 11) Metil – Etil esteri. Il contenuto di etil esteri degli acidi grassi (EEAG) e di metil esteri degli acidi grassi (MEAG) nonché il loro rapporto matematico sono indicatori della presenza oli deodorati, che rappresentano una delle frodi alimentari più diffuse. Questa analisi, di recente introduzione,124 è stata molto criticata dalla maggior parte dei produttori perché il limite massimo ammissibile è ritenuto troppo alto e oltre a non offrire una garanzia consente a chi ha valori bassi di poterli alzare effettuando tagli con oli deodorati rimanendo nei limiti di legge.125 Analisi organolettica. Molte persone credono che il controllo della qualità di un olio consista unicamente in un’analisi delle caratteristiche chimiche e fisiche del prodotto, trascurando completamente l’aspetto organolettico e cioè l’unico giudizio che il consumatore può esprimere attraverso i suoi sensi. In realtà la Comunità Europea dal 1991 ha reso obbligatoria per la classificazione merceologica degli oli di oliva vergini ed extravergini l’analisi chimica e quella organolettica, introducendo una prova di assaggio, il cui risultato ha valore legale 120 P. Cabras, A. Martelli, Chimica degli alimenti, Piccin, Padova 2004, p. 58. Ibidem, p. 217. 122 Adriano Barile (a cura di), Extravergine di Oliva, cit., p.74. 123 Ibidem, pp. 74-75. 124 Regolamento CE n. 61/2011, del 27 gennaio 2011, che introduce nuovi limiti per alchil esteri e metil alchil esteri. 125 Alchil esteri e metil alchil esteri: è legge europea, a cura della redazione, in “Teatro Naturale” n. 4, Anno IX, 29 gennaio 2011, www.teatronaturale.it. 121 135 ed è prioritario rispetto alle analisi di laboratorio (se un olio è chimicamente ineccepibile ma non passa la prova di assaggio viene declassato). L’analisi organolettica è effettuata da un “Panel Test” e cioè da una giuria selezionata126 di assaggiatori professionisti (iscritti a seguito di corsi, esami e tirocinio in apposito elenco tenuto su base regionale dal Ministero delle Politiche Agricole) che, guidati da un leader detto “Capo Panel”, attraverso una procedura standardizzata e codificata127 emette un giudizio, attribuendo al campione analizzato una precisa categoria merceologica. In caso di divario tra le due analisi (chimica e panel test) prevarrà in sede di classificazione quella che ha il giudizio più negativo. L’analisi sensoriale. Una volta si parlava di “degustazione”. Poi si è cominciato a parlare di “assaggio”, facendo assumere a questa parola il significato di valutazione, distinguendolo dalle metodologie edonistiche e ludiche della degustazione. Nel corso degli anni anche la parola “assaggio” è stata abusata e quindi, soprattutto a livello di comunicazione, si è iniziato a fare uso del termine “analisi sensoriale”, spesso anche con riferimento a metodologie degustative che non hanno neppure i crismi dell’assaggio tecnico. L’analisi sensoriale è una disciplina scientifica ed è l’insieme delle tecniche e dei metodi che consentono di descrivere e misurare gli stimoli esterni (qualunque sia la loro origine) che giungono al cervello e può essere applicata a qualsiasi evento capace di produrre una sensazione o una percezione al sistema sensoriale. La grande differenza con la degustazione e con l’assaggio sta nel concetto di descrizione e soprattutto di misurazione che richiede il soddisfacimento di tre parametri ai quali ogni tipo di test deve soggiacere: affidabilità, attendibilità, esaustività. Oltre a ciò, essendo l’analisi sensoriale una disciplina scientifica, attinge conoscenze e competenze da sorgenti quali psicologia, neuroscienze cognitive e metodologia.128 Affidabilità. È la valutazione della misura in cui un test restituisce una visione corretta della realtà. Questo implica di dover definire un gruppo di persone o un ambito di riferimento e gli strumenti necessari per la valutazione dell’affidabilità del test attraverso un’attenta e accurata selezione. Infatti anche supponendo che un critico abbia capacità fuori dal comune, non può che essere considerato affidabile in funzione di se stesso e quindi, quando giudica un olio, si può accettare il suo giudizio solo valutandolo per quello che è e cioè “suo” perché non avrà mai la possibilità di generare una mappa della realtà simile a quella che potrebbe creare in un gruppo appositamente addestrato. 126 “Guida per la selezione, l’addestramento e il controllo degli assaggiatori qualificati di olio d’oliva vergine”, COI/T.20/Doc. n 14/Rev. 1, 20 novembre 1996. 127 “Metodologia generale per la valutazione organolettica dell’olio d’oliva vergine”, COI/T.20/Doc. n 13/Rev. 1, 20 novembre 1996. 128 Degustazione, assaggio o analisi sensoriale?, a cura della redazione, in “L’Assaggio”, n. 29, anno XV, primavera 2010, pp. 7-8. 136 Attendibilità. È la valutazione statistica delle probabilità che si hanno di ottenere risultati simili ripetendo il test infinite volte. E’ definita dagli indici di ripetibilità (capacità del giudice di valutare lo stesso campione in due momenti diversi assegnando a ogni descrittore valori simili), di discriminazione tra campioni (abilità del giudice di trovare differenza fra i campioni relativamente a ciascun descrittore) di discriminazione storica (controlla la capacità del giudice di utilizzare indistintamente tutti i valori della scala di giudizio ma anche la corrispondenza percentuale ai valori stabiliti), di discriminazione del panel (capacità del giudice di utilizzare tutta la scala a disposizione confrontando il suo comportamento con quello dell’intero panel) di collimazione (capacità di dare, per ogni descrittore e per ogni campione, valori simili a quelli complessivi del gruppo. Per questo motivo la prova di analisi sensoriale è sempre preceduta da un assaggio di taratura).129 Esaustività. È la misurazione di quanto un test restituisce la realtà nella sua completezza e con quale definizione. Se per esempio la valutazione di un olio si limita al suo sapore non è esaustiva, se si limita solo all’intensità di questo ancora meno, mentre se comprende tutte le percezioni che giungono dai diversi sensi si otterrà un’esaustività molto elevata. Psicologia e neuroscienze cognitive. L’analisi sensoriale è svolta da persone che possono essere impiegate nel loro stato naturale di capacità percettiva (per esempio nei test sui consumatori) o possono essere perfezionate nelle loro abilità attraverso una formazione tecnico-pratica che le porta a essere giudici addestrati, qualificati, specializzati. La formazione dei giudici solitamente segue un percorso molto lungo (che non dovrebbe finire mai) che porta alla conoscenza del cervello e dei sensi, all’intensificazione della propria sensibilità e capacità di analisi, al miglioramento delle proprie capacità comunicative. Metodologia. La sperimentazione porta alla continua messa a punto di procedimenti di analisi sensoriale che consentono una maggiore velocità e sicurezza di lavoro e che permettono di fornire risposte complete e confrontabili tra loro. Un contributo in questo senso è dato dalle norme ISO che strutturano in modo tecnico la materia. In sostanza quindi gli obiettivi dell’analisi sensoriale sono quelli di scoprire, descrivere e misurare le caratteristiche sensoriali. Il test più importante è proprio quello che riguarda il valore edenico (mi piace, non mi piace) del prodotto. Può essere espresso solo dal suo fruitore o da un gruppo che lo rappresenti in modo affidabile (per esempio un test sui consumatori). Ci sono poi i test descrittivi che definiscono in modo accurato e dettagliato le caratteristiche del prodotto quantificandole mediante opportune scale (mappe sensoriali). Infine ci sono i test discriminanti qualitativi e quantitativi che rendono evidente se esiste o no differenza tra due o più prodotti, quantificandola. 129 Il controllo dell’efficacia dei giudici, in “L’Assaggio”, n. 29, anno XV, primavera 2010, pp. 15-16. 137 Per l’analisi sensoriale dell’olio si utilizza una “Scheda-Panel” predisposta dal Consiglio Oleico Internazionale130 sulla quale l’assaggiatore annota la percezione dei difetti e degli attributi positivi. Osservando la scheda appare evidente che il compito del Panel-Test è soprattutto quello di ricercare le caratteristiche negative affinché al consumo vadano solamente gli oli che rispettano le disposizioni di legge. All’olfatto e/o al gusto, si potranno riconoscere così i difetti di: “avvinato o inacetito”, dovuti alla fermentazione degli zuccheri presenti nell’oliva o nell’acqua di vegetazione mal separata; “riscaldo”, dovuto ad una fermentazione lattica frequente nelle olive lavorate dopo un certo tempo dalla raccolta durante il quale fermentando si sono scaldate; “muffa” quando sui frutti conservati in malo modo si sono insediati microrganismi ricchi di oli essenziali che nel tempo si mescoleranno a quello delle olive; “rancido” dovuto a prodotti di degradazione (tra l’altro tossici); “morchia” dovuto a sostanze formatesi dalla putrefazione di particelle di polpa d’oliva sedimentate sul fondo dei recipienti e non separate con i travasi o con la filtrazione; “metallico” che però è sempre più raro grazie all’uso diffuso di acciaio inox; “grossolano”, quando l’olio lascia in bocca una sensazione di grasso, come se si masticasse dello strutto; “fiscoli”, “terra”, “oli minerali” sono dovuti ad errori di lavorazione; “verme” è dovuto all’attacco in misura rilevante (oltre i