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Reazione e brigantaggio nel Salento
dopo il 1860
Le manifestazioni della reazione che, negli anni posteriori al 1860,
si ebbero dove più dove meno frequenti nel Mezzogiorno d'Italia, non
mancarono neppure in Terra d'Otranto. Fra queste manifestazioni il brigantaggio, che nei tempi passati aveva accompagnato altre crisi del Regno,
riapparve allora, nella nostra come nelle altre provincie, ad apportare la
sua azione funesta. Tali manifestazioni, effetto di vecchie e recenti cause,
erano pure indice dello stato d'animo delle due tendenze, la retriva e la
liberale, le quali, in contrasto fra loro da molti anni, caduta la monarchia,
trassero da questo fatto un particolare incoraggiamento a creare nel Salento una situazione anormale.
Qui, allorchè avvenne il crollo, lo spirito pubblico era press'a poco
quello delle altre provincie del Regno, anzi, si può dire, nella nostra gli
animi erano meno appassionati che altrove. Oltre l'indifferentismo tradizionale della popolazione e la generale tendenza conservatrice, anche la
distanza dei luoghi ove si decidevano le sorti del Regno portava ad attenuare le ripercussioni degli avvenimenti. Ma, se l'eco di questi non
sempre giungeva da noi viva e genuina, ne derivava tuttavia un turbamento facile a tradursi in agitazioni.
Gli abitanti, nel più numeroso ceto, quello dei contadini e degli artigiani, erano indifferenti all'avvenuto mutamento, e solo pochi, nella Provincia, nutrivano sensi di rimpianto per il caduto regime, ritenuto vittima
della spoliazione e non già sacrificato generosamente all'idea unitaria. Alla
parte retriva si accostavano alcuni preti e qualche impiegato, i quali, nella
caduta della monarchia e nei provvedimenti a loro riguardo adottati dal
nuovo governo, vedevano una lesione dei propri interessi, e da ciò erano
spinti a secondare agitazioni e proteste., E queste, come sempre, erano
alimentate da inimicizie personali e familiari, da ingiustizie e sorprusi, da
vaghe aspirazioni a miglioramenti economici e da inestinguibili gare per
il predominio nei comuni.
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Una minoranza continuavano a formare coloro che erano favorevoli
all'assetto unitario e liberale, benchè le file se ne allargassero dopo l'impresa garibaldina e il Plebiscito, e intervenisse la convinzione nella stabilità delle conseguenze scaturite da quegli avvenimenti. Ma i liberali di
Terra d'Otranto se, di fronte alla maggioranza della popolazione, indifferente, incerta o contraria, erano pochi, compensavano tale inferiorità con
l'atteggiamento coraggioso e battagliero.
Nell'altra parte, invece, quella che si ostinava a rimanere attaccata
al vecchio regime, la condotta che teneva in Roma Francesco Il e la
credenza nell'appoggio al Re caduto del Papa e di altri sovrani destavano la illusione della scarsa consistenza del nuovo ordine di cose e quella
del ritorno dei Borboni, avvenuto altra volta.
Trascinata da questa illusione, la parte retriva si abbandonò a dimostrazioni di protesta contro il nuovo stato contrastando posi l'opera del
governo rivolta a mettere le provincie napoletane nelle condizioni di godere i benèfici frutti dell'assetto unitario e costituzionale, Specialmente nei
primi tre anni che seguirono all'annessione, tali dimostrazioni, di rado collettive più spesso isolate e personali, avvennero con particolare frequenza.
Con esse si accompagnò il brigantaggio che in talune zone della Provincia,
paralizzando l'ordine e la sicurezza con frequenti reati contro le persone
e la proprietà, prese una piega ruinosa. Successivamente reazione a brigantaggio, combattuti dal governo e osteggiati dalle popolazioni, perdettero d'intensità, e intorno al 1865 erano, si può dire, cessati. D'allora la
vita riprese il suo ritmo pacifico e normaleN
Lo scopo di questa nota, limitata a Terra d'Otranto, consiste nel
portare un piccolo contributo di notizie alla conoscenza della reazione e
del brigantaggio, i quali, se nella nostra Provincia non toccarono la intensità e la violenza che raggiunsero altrove, hanno sempre la loro importanza come espressioni di una situazione aggravata dal crollo della monarchia borbonica.
Non è una cronaca molto consolante quella che tentiamo di ricostruire,
e qualcuno potrà pensare che si farebbe opera di carità stendendo il velo
dell'oblio sulla reazione e sul brigantaggio che seguirono al '60. Lasciando
stare che è ufficio della storia non dimenticare ma, all'opposto, ricordare,
e ricordare anche quello che non lusinga molto il nostro amor proprio, il
fatto che accanto, anzi di fronte ai perturbatori che s'illudevano nel ritorno
del passato, si trovano coloro che lavorarono a paralizzare quell'azione e
a sostenere il nuovo regime, è già di per sè confortante e degno di menzione. Nei contrasti fra l'una e l'altra parte si affermò, allargandosi e con-
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solidandosi nel Salento come altrove, l'idea unitaria e liberale, abbracciata prima soltanto da pochi, e tale affermazione ebbe la sua spinta anche da quella fazione reazionaria, la quale, inconsciamente, collaborò così
al processo di italianizzazione degli animi.
In tal modo, considerando cioè anche da questo punto di vista il
nostro argomento, non crediamo del tutto vana la fatica impiegata nello
stendere la presente nota. La quale, limitata alla ricostruzione episodica
della reazione e del brigantaggio fra gli anni 1860-65, non pretende di
uscire dall'ambito della cronaca, rivolta a fornire ad altri, se occorre, materia di osservazioni e di apprezzamenti sugli anni di cui ci occupiamo,
senza però che se ne possa trarre la conclusione che reazione e brigantaggio abbiano offuscata la storia gloriosa del nostro Mezzogiorno.
Informiamo che fonte di questa nota è l'Archivio di Stato di Lecce,
ed è particolarmente rappresentata dai processi della locale Corte di Assise
che in esso si conservano. Qualche pubblicazione, compresi i giornali salentini del tempo, ha giovato a lumeggiare e completare le notizie fornite
dai documenti. Gli uni e gli altri — processi e giornali -- sfrondano il racconto, che per parecchi anni circolò, di aggiunte e alterazioni delle quali,
sin dai tempi immediatamente posteriori al '60, si compiacque la passione
dei contemporanei per scopi or benevoli ora ostili, e serenamente esaminati dànno ai fatti, onde risultano reazione e brigantaggio, contorno e rilievo corrispondenti alla realtà.
1.
L'atteggiamento dei retrivi, in antitesi con quello dei liberali, si era
particolarmente rivelato, per non rimontare ancora più indietro, durante la
crisi del '48, la quale nel Napoletano ebbe come conseguenza il rafforzamento della politica reazionaria sostenuta con risolutezza da Re Ferdinando. Ma, morto questo sovrano, mentre nell'alta Italia si svolgeva vittoriosa la seconda guerra con l'Austria e nell'Italia centrale avvenivano
le annessioni, il partito retrivo prese a temere che il nuovo Re abbandonasse l'indirizzo paterno. Quando poi, nell'anno successivo, avvenne l'impresa di Garibaldi, e Re Francesco, a puntellare il vacillante trono, oltre
un'amnistia per i reati politici, annunziò la concessione di uno statuto, quel
partito si agitò più che mai per arrestare il sovrano nella via per là quale
mostrava di mettersi. L'atto che conteneva quei provvedimenti fu promul-
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gato il 25 giugno, ma sin dalla fine del maggio ne era giunta la notizia
in Terra d'Otranto.
Com'è stato osservato, il gesto di Francesco II non soddisfece nè i
retrivi nè i liberali, e segnò un rincrudimento delle agitazioni, già favorite
da altri motivi, fra cui, principale, l'avanzata di Garibaldi anch'essa conosciuta per tempo in Terra d'Otranto, nonostante le reticenze e le smentite della Polizia.
Si ebbe allora, cioè nel maggio del '60, in Lecce e in molti paesi
della Provincia, una fioritura di cartelli clandestinamente affissi, nei quali
si esaltava Re Francesco o si protestava contro la costituzione, mentre,
in opposizione, con altri si inneggiava all'Italia, all'indipendenza, a Vittorio Emanuele e a Giuseppe Garibaldi (1).
S'iniziava così nella Provincia uno stato di effervescenza che poi,
quando più quando meno viva, doveva continuare per qualche tempo, con
grande imbarazzo delle autorità, fossero ancora quelle borboniche o le altre, le liberali, chiamate a sostituire le prime che si andavano ecclissando.
Degl'incidenti di quei mesi il più significativo è quello più volte ricordato del 15-17 luglio in Taranto, il quale, provocato da tumulti popolari non repressi contro l'imbarco di grano su navi reggine, per la scena
che lo concluse, una sparatoria contro i liberali pacificamente raccolti presso
il caffè Moro, fu ritenuto ispirato dal partito borbonico. E nel campo borbonico se ne cercò il responsabile, che fu il Sottointendente Giacomo De
Monaco, insinuatore di quella sparatoria, per fortuna riuscita innocua (2).
In Ginosa, ai primi di agosto, vi furono dimostrazioni per la divisione dei demani, questione antica e che tornava ad affiorare, come già
nel '20 e nel '48. Tali dimostrazioni degenerarono in minacce contro il
_ marchese Nicola Onofrio Spinola, assente. Qualche cosa di simile, contemporaneamente, avveniva in Palagiano dove, inoltre, la plebaglia pretendeva di nominare essa i magistrati del Comune (3).
Avverso la costituzione si spargevano voci di diffidenza e di prote-
(I) Una collezione di tali cartelli è nell'Arch. di Stato di Lecce (ASL).
(2) Diffusi particolari di questo incidente, a conferma di quanto ne scrisse R. D e C e' s a r e, La fine di un Regno 3, Città di Castello, 1909, pp. 331-332, ed io stesso, in Rinascenza Salentina, VI (1938), p. 120, Dalle carie di 'Polizia ecc., sono in A. S. L.,
Corte di Assise di Lecce, vol. 93, Processo contro il Sottointendente G. De Monaco.
(3) Per notizie sulle agitazioni in T. d'O. nel periodo febbr. 1860-febbr. 1862, v. L.
Alvaro, Il Plebiscito del 1860 nella Provincia di Lecce, Lecce, 1921.
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sta, un po' dapertutto e specialmente in Manduria, Oria, Minervino,
Otranto, Gallipoli, Soleto e Parabita, e tali voci, divenute più frequenti
durante l'avanzata di Garibaldi, non mancavano di provocare incidenti fra
borbonici e liberali. Nello stesso giorno in cui Francesco II fuggiva da
Napoli, Ostuni proclamava un governo provvisorio ; poco dopo, tale governo era istituito per tutta la Provincia e annunziava i primi provvedimenti; Comuni, Guardie Nazionali e funzionari davano la loro adesione (1).
Il giubilo per l'unione delle provincie meridionali al Regno d'Italia
ebbe particolari espressioni nelle feste più o meno rumorose che si tennero
allora in tutti i comuni del Salento. L'ingresso di Re Vittorio a Napoli e la
resa di Capua dettero pure occasione a cerimonie religiose, cortei, discorsi,
musiche, luminarie e fuochi d'artifizio. Con lodevole pensiero, imitando
l'esempio del capoluogo, non fu trascurata la nota della beneficenza e si
dettero sussidi a poveri e maritaggi a donzelle orfane.
Accanto a tali manifestazioni e quasi a paralizzare l'entusiasmo che
si andava diffondendo, nei giorni che precedettero e seguirono il Plebiscito, si ebbero voci contrarie al nuovo ordine di cose e annunzi d'immaginarie vittorie dei Borbonici, voci ed annunzi che si trascinarono oltre
la caduta di Gaeta. Nello stesso tempo si verificarono qua e là tumulti
fomentati dai retrivi.
Il 17 settembre, sempre del '60, il comune di San Giorgio fu tenuto in agitazione sino alla mezzanotte con grida avverse ai liberali, le
« coppole rosse », com'eran chiamati. Qualche cosa di simile avveniva lo
stesso giorno nella vicina Carosino e in Roccaforzata. Nel primo comune
i tumulti si ripetettero nei due giorni seguenti sino a che l'intervento del
Sottogovernatore di Taranto, Salvatore Stampacchia, con adeguata forza,
non ricondusse la calma.
Dimostrazioni reazionarie avvenivano anche a Tuglie il 20 novembre e a Soleto il giorno seguente, incoraggiate, in questo secondo comune, da una delle più facoltose famiglie.
Un altro tumulto, nelle prime ore della notte dell'8 dicembre, avveniva senza opposizione a Sava, dove, al grido di Viva Francesco II,
s'infransero gli stemmi sabaudi apposti ai pubblici edifizi e i vetri di parecchie case di liberali, e si lacerarono alcune bandiere tricolori. Trenta
dei più accesi fra i dimostranti, nella stessa notte, si recarono a Torri-
(I) Ibid., pp. 41-50.
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cella a fomentare la insurrezione, ma fallì il colpo e sei di essi furono
arrestati. Vennero liberati all'alba del giorno seguente da una turba di
quattrocento savesi accorsi in quel villaggio. A Sava le cose prendevano
una cattiva piega: solo con l'intervento della Guardia Nazionale di Manduria e di altra forza, agli ordini del Maggiore Maldacea, si potè ricondurre la calma.
i Altri incidenti, insinuazioni e voci sediziose si ebbero in altri luoghi
ad opera di maleintenzionati sino alla fine dell'anno. A dare un'idea di
che natura fossero alcune di queste voci, basterà ricordare quella che sullo
scorcio del dicembre spargeva in Carpignano un monaco laico dei Minori annunziando che sessantamila Austriaci con altre milizie, anche turche,
avevano ricondotto a Napoli Francesco II
Circa la condotta del clero di fronte agli avvenimenti del 1860 e
negli anni successivi, occorre ricordare in omaggio alla verità che il suo
atteggiamento avverso al nuovo regime non rivestì mai un carattere generale, esteso cioè a tutta la classe, nonostante le annessioni dell'Italia centrale e le disposizioni riguardanti i suoi beni, le quali ferivano i suoi sentimenti e i suoi interessi. E' un errore rovesciare sul clero, come qualcuno
ha fatto, ogni colpa della reazione nelle sue varie manifestazioni. Il clero,
non tutto il clero, ebbe in questa la sua parte. A intorbidare le cose intervennero pure tanti fattori, morali, politici, economici e gli stessi errori
del nuovo governo che fomentarono uno stato degli animi ostile all'instaurato regime (aggravamento delle tasse di Registro e Bollo, mancato affrancamento delle decime, rimandata concessione dei demani, trascurato inizio
di lavori pubblici). Un buon numero di sacerdoti anzi si mostrò favorevole al nuovo ordine di cose. Fra essi, dal '60 in poi, furono figure di
vivaci liberali, quali in Lecce Enrico Lupinacci, direttore del Cittadino
leccese, e Salvatore Grande, promotore di un indirizzo a Garibaldi redatto per l'ingresso dell'Eroe in Napoli e sottoscritto da centoventi preti (1).
Le proteste e gli atti in senso reazionario del clero furono in generale manifestazioni isolate, le quali, anche se impersonate in autorità (vescovi, vicari, parroci), non si estesero sempre ai soggetti. Fece molto rumore il rifiuto opposto alla concessione del Duomo in Lecce per cantarvi
il Te Deurn in occasione dell'entrata di Vittorio Emanuele in Napoli.
(1) P. P al u m b o, L' on. Gaetano Brunetti e i suoi tempi (1829-1900). Lecce,
1915, pg. 90.
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Pur se nella grande maggioranza il clero non si mostrò contrario allo
stato di cose derivato dalla unificazione del Regno, l'autorità governativa
vigilò assai attentamente, diffidandone, la condotta degli ecclesiastici. Fra
le disposizioni che rientravano in codesta vigilanza, emanate dalla Luogotenenza di Napoli sin dal settembre del '60, vi fu quella che riguardava il contegno dei predicatori nella prima quaresima seguìta a quell'anno. Con una circolare del febbraio '61 diffusa dal governatore della
Provincia, Giovanni Gemelli, fu disposto dalla stessa Luogotenenza l'arresto immediato di quei predicatori che si permettessero di censurare le
istituzioni e le leggi del nuovo stato e il deferimento degli arrestati al potere giudiziario (1). Non vi furono gravi inconvenienti in proposito, ma è
anche altrettanto vero quanto sintomatico che in quella quaresima più di
un pulpito rimase deserto.
Malvisto dal governo fu l'atteggiamento che tennero alcuni prelati
della Provincia. Uno fra essi che si distinse per ostentato spirito reazionario fu Mons. Luigi Margarita, vescovo di Oria dal '51, salito a tale
ufficio, secondo il Palumbo, più per la protezione sovrana che per i suoi
meriti. Si può dire che la reazione che imperversò in quella città , ricevesse specialmente da lui impulso e favore anche dopo che se ne fuggì
a Napoli (giugno '60). Fra i denunziati da quel vescovo come nemici
del governo dopo il '48 vi era stato Marco Gatti di Manduria, insigne
pedagogista e sostenitore di una riforma della istruzione nel Regno (2).
Più si mostrò astioso il Margarita dopo la caduta dei Borboni, alla quale
non seppe rassegnarsi. Il vicario lasciato a sostituirlo fuggì dalla diocesi,
ed altri chiamati a tale ufficio, chi per scrupolo e chi per paura, vi rinunziarono, causando disordine e divisioni che si ripercuotevano anche nel
paese, fuori della cerchia ecclesiastica : uno scisma, insomma. Chi ebbe
a scontare amaramente l'obbedienza a quel vescovo fu il canonico Pietro
Ferretti, il quale, stampando per incarico del suo superiore sulla fine del
'61 il calendino diocesano, omise ad arte la raccomandazione relativa all'orazione Pro Rege. Di qui un processo che si chiuse con la condanna
di quel canonico a tre anni di carcere e a duemila lire di multa (3).
(1) A, S. L., Carte di Polizia (Fascio non numerato): Circ. del governatore Gemelli
I1 febbraio 1861.
(2) F. Zerella, Il problema della istruz. merid. e la riforma di M. Galli. In Rinascenza Salentina, VIII (1940), pg. 176.
(3) A. S. L., Corte d'Assise, Processi, fasc. 72. Sul Margarita v. P. Palumb o,
Risorgimento Salentino, Lecce, 1911, pgg. 592-93.
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Un altro che si ostinò nell'atteggiamento reazionario fu il vescovo di
Ugento, Mons. Bruni, noto per le sue idee antiliberali anche prima del
'60. La diocesi per qualche tempo ne rimase inquinata, donde uno strascico di misure di Polizia e di azioni giudiziarie. Tale condotta di assolutista convinto e di borbonico intransigente si accentuò dopo la fine del
Regno ed anche in seguito, quando il Bruni fu obbligato ad allontanarsi
dalla sede. Vi ritornò per pochi giorni, ma senza che alcuno fosse persuaso che egli avesse mutato sentimenti, neppure dopo che ebbe rilasciata
al Governatore di Lecce una dichiarazione di adesione al nuovo regime
(20 giugno '61), confermante un'altra del 4 marzo di quell'anno alla Luogotenenza di Napoli. Si ebbero denunzie e inchieste a suo carico e contro coloro che ne seguivano la condotta, fra i quali si distinse il vicario
Gigli (1).
Un contegno di ostilità e di diffidenza nei rapporti col nuovo ordine
tennero pure i vescovi di Gallipoli e di Nardò che avevano abbandonate
le sedi per dirigere la reazione senza dare nell'occhio. L'allontanamento
del secondo, Luigi Vetta, disposto dalla Polizia e secondato da una parte
della popolazione, fu mantenuto nonostante una petizione a stampa per il
suo ritorno, paralizzata da un indirizzo in senso contrario. Il Vetta provò
a lungo le amarezze dell'esilio (a Parabita prima, a Lecce poi presso i
PP. Bobbisti), e, data la ostinazione nei princìpi e negli atti antiliberali,
non rivide la sua diocesi se non dopo la terza guerra con l'Austria (2).
Quanto al Vescovato di Lecce, rappresentato dopo il '60 ancora dal
vecchio Mons. Caputo, esso, di fronte alla catastrofe borbonica, assunse
un atteggiamento affatto riservato, evitando ogni rapporto con le nuove autorità. Mons. Caputo, reggendo la diocesi per oltre quarant'anni, aveva
assistito alle rivoluzioni del '20 e del '48 ed in quest'ultima, come altri
vescovi, aveva anche liberaleggiato. Intorno a lui, com'è noto, si era fatto
qualche rumore a proposito di una sua chiamata a Corte nel '56: argomento di ciarle, anzi di malignazioni tanto dei borbonici quanto dei liberali. Quando quel Vescovo, nonagenario, morì il 6 novembre 1862, il
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(1) Sul Gigli, A. S. L.. Processi, 24 e 25, e Minutario delle sentenze : sentenza 7 luglio '64. Sul clero di Ugento : ibid., Processi, 21.
(2) Sul Vetta v. A. S. L., Processi, 23, ov'è riguardato per l'omissione dell'orazione
Pro Rege, che destò nella città un putiferio. Lo stesso aveva fatto l'Arciv. di Otranto, Mons.
Grande, che più tardi dovette pubblicare una protesta contro l'insinuazione che il clero favorisse il brigantaggio; v. il giornale lecc. Il Salentino, n. 9 dic. '63.
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Prefetto, invitato dai canonici alle esequie, oppose un mezzo rifiuto, o
meglio rispose che, poichè il clero leccese si era guardato dal partecipare alle feste nazionali, similmente egli non credeva di dover intervenire alle esequie del Vescovo di Lecce, ma che v'interveniva solo per « onorare la memoria di un distinto cittadino qual fu Nicola Caputo » (1).
L'incidente chiariva abbastanza i rapporti, in quei primi tempi della
nuova Italia, fra la più alta rappresentanza politica e la prima autorità religiosa del capoluogo della Provincia.
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Nel 1861 la situazione della Provincia non appariva mutata. Le solite voci, discorsi ed incidenti press'a poco uguali a quelli dell'anno precedente continuavano a turbare la vita. Le autorità preposte al rispetto
del nuovo governo e al mantenimento dell'ordine fronteggiavano come potevano la reazione e qua e là vi riuscivano, ma in qualche luogo, purtroppo, venivano sopraffatte.
In Surbo, il 13 marzo, in seguito alla falsa notizia della restaurazione
di Francesco II, alcuni facinorosi sollevarono il paese e, fatta resistenza
alla Guardia Nazionale, distrussero le carte dell'archivio comunale e fecero danni a privati cittadini. A Poggiardo, il 24 marzo, un gruppo di
reazionari, percorrendo le vie del paese, si dava a inneggiare a Francesco Il. I pochi liberali rimasero sopraffatti. Si tentò di estendere il moto
ai paesi circostanti, ma il pronto intervento della Guardia Nazionale di
Maglie, con l'arresto dei più scalmanati, valse a sedare l'agitazione. In
Andrano si ridusse a pezzi lo stemma sabaudo e fu aggredita la casa del
Sindaco e del capitano della Guardia Nazionale; e consimili atti di spregio e di prepotenza si verificarono a Vitigliano e a Cerfignano. A più
gravi eccessi si trascese in Oria, dove alcuni facinorosi, dopo d'aver sparsa
la notizia del ritorno di Re Francesco, aizzarono una turba preceduta da
monelli a percorrere le vie del paese lanciando grida ostili. La resistenza
alla Guardia Nazionale intervenuta per sciogliere i dimostranti obbligò i
militi a fare uso delle armi : si ebbero un morto e vari feriti (31 marzo).
Il Cittadino leccese, che, a dire il vero, aveva un atteggiamento anticlericale, rovesciava la colpa dell'incidente sui preti e particolarmente sul Ve(I) Giornale Il Cittadino leccese, n. 8 nov. 1862.
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scovo, e frattanto coglieva l'occasione per reclamare un migliore armamento della Guardia Nazionale (l).
Anche grave fu quanto avvenne il 7 aprile in Taviano e nei comuni
vicini. In quel giorno — era di domenica — una calca di gente, della quale
facevano parte parecchi sbandati, movendo da Racale, invadeva il comune di Taviano, sotto la guida dei fratelli Calzolaro, accaniti nemici dei
liberali. Il primo ad eccitare gli animi fu un soldato doganale, che si
strappò dal berretto il distintivo sabaudo e lo calpestò. Mentre la folla
urlava le solite grida contro il nuovo regime, capitò in piazza il liberale
Generoso Previtero, al quale fu mandato un monello perchè lo invitasse
a gridare Viva Francesco Protestando il Previtero, fu circondato, atterrato e pugnalato. Abbandonato il cadavere di quell'infelice, i sollevati
ritornarono a Racale, dove ruppero gli stemmi nazionali e bruciarono alcune bandiere tricolori. Di qui parte di essi passarono in Alliste, ed anche in questo villaggio ebbero luogo altre distruzioni ed altri falò, alimentati con traini e masserizie tolte ai liberali. Fu portato in giro un ritratto
di Re Ferdinando che i dimostranti fecero baciare da quanti erano presenti. La giornata segnò una vittoria per i retrivi, ma il giorno seguente,
sopraggiunte Guardie Nazionali da Gallipoli, da Parabita e da Galatone,
procedettero in Taviano e nei vicini comuni a molti arresti che non colpirono i più compromessi, datisi, naturalmente, alla latitanza (2).
Il maggior contributo al turbamento era dato dagli sbandati, cioè dai
soldati dal disciolto esercito borbonico. Costoro, ritornando ai loro paesi
col rancore per le patite sconfitte, vi trovavano modificate le condizioni
anteriori alla loro partenza: gente nuova al potere sostenuta da Carabinieri,
Milizie e Guardie Nazionali che essi non vedevano di buon occhio. I
più, nel disorientamento ond'erano presi, non smarrivano l'ingenua convinzione di un ritorno del passato. Su questo punto alcuni affettavano un'a- ria di bene informati, e v'era persino, fra loro, chi dava come rientrato,
o prossimo a rientrare in Napoli, Re Francesco. Più che nei villaggi, l'attività torbida e oscura, facile a degenerare in delinquenza, si svolgeva
nelle campagne, dove, con la prepotenza e la paura, gli sbandati cercavano di procurarsi i mezzi per vivere. Molti di essi, infatti, com'erano
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( I ) Ibid. , 31 marzo e 13 aprile 1861.
(2) A. S. L., Corte d'Assise, Minutario ecc., sentenza 25 sett. '62, e Processi, 23,
quest'ultimo contro l'eccitatrice Maria Boccardi che fu condannata a tre anni di reclusione e
a tre di sorveglianza (sentenza 23 luglio '64). — Sui Calzolaro, Processi, 162.
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ripugnanti a militare sotto le nuove bandiere, non volevano riprendere le
antiche occupazioni, e si mostravano disposti a secondare il brigantaggio,
creando nuove comitive o ingrossando quelle esistenti. Non tutti continuarono in questa vita, e parecchi, dopo i primi disinganni provati nel
vagabondaggio, si lasciarono persuadere a ritornare alle loro case. A che
furono spinti sia dalle misure adottate dal governo e dalle gravi punizioni —
la fucilazione ad alcuni sorpresi con le armi — e sia dal manifesto del
Generale Fanti (marzo '61), confermato dall'altro del Generale Cialdini,
del quale dette comunicazione il Governatore della Provincia Calenda
(luglio successivo). L'uno e l'altro di questi due atti furono rivolti a incoraggiaMIa presentazione degli sbandati con la promessa del perdono.
La presentazione avvenne a Lecce, in forma solenne, in occasione della
Festa Nazionale del 7 settembre di quell'anno.
Convenuti da diversi paesi, ottanta di essi, adorni di nastri tricolori,
cantando inni patriottici e agitando bandiere nazionali, sfilarono per le
vie della città fra l'entusiasmo dei cittadini. L'avvenimento ispirò a Clemente Antonaci il sonetto
Giù quei sdegni, quei brandi. E non siam d'una
Verra che l'Alpe e il mar chiude? (1)
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Fra gl'incidenti più gravi dello sbandatismo salentino è da ricordare
lo scontro fra la Guardia Nazionale di Cellino comandata dal capitano
Luigi Lupinacci e undici sbandati che scorazzavano nei dintorni di quel
villaggio. Questi sbandati, dopo d'aver tentato per un'ora di resistere dalla
masseria Curti Patrizi ove si erano asserragliati, si arresero con le armi
(24 luglio '61). Trattati come ribelli e consegnati ai Carabinieri, furono
fucilati sulla piazza di Brindisi due giorni dopo. Il fatto ebbe uno strascico. Contro il capitano e i suoi dipendenti fu elevata una denunzia calunniosa per falsa relazione dell'incidente, ma la Corte che se ne occupò
la respinse. Il Lupinacci, invece, ebbe un elogio dall'Ispettore della Guardia
Nazionale, Generale Cosenz, e tale elogio contrastò con la difesa che dei
fucilati si assunse l'on. Proto, Duca di Maddaloni, deputato nel Parlamento napoletano del '48 e in quello italiano del '61, e famoso per il
suo spirito di opposizione e i suoi epigrammi (2).
(1)
Il Cittadino !accese, n. 7 sett. '61, che riporta pure gli echi di quella festa.
(2) Ibid., n. 27, luglio '61 e 12 apr. '62.
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Nell'estate del 1861 un gruppo di sbandati molestava con lettere minatorie ed aggressioni la gente di Borgagne, Martano e Carpignano, e ne
era capo un Donato Rizzo che si faceva chiamare Sergente. Il 7 agosto,
a due ore di notte, questi sbandati irruppero nell'ultimo villaggio, fra il
fuggi-fuggi generale e s'impadronirono di fucili che tolsero dalla sede della
Guardia Nazionale e da varie case, ma furono affrontati e costretti a disperdersi dal Sindaco Liborio Salomi e dal graduato Vincenzo De Pascalis (1).
Nè questo fu l'unico esempio di coraggiosa difesa civica sostenuta
contro i malviventi. Altri altrove ne avvennero, e merita d'esser ricordato
quello di Erchie, dove un gruppo di briganti, penetrati in quel comune,
fu respinto a colpi di schioppo da galantuomini, proprietari e persino da
sacerdoti intervenuti a dar braccio forte alla Guardia Nazionale (23 nov. '62).
A Galugnano, nella notte del 17 agosto, una comitiva di venti sbandati, i quali pretendevano d'essere chiamati soldati di Francesco II, tolta
la bandiera dal corpo della Guardia Nazionale e calpestatala, fecero il
tentativo, riuscito vano, di avere armi e denaro. Si lasciarono vedere a
Soleto, dove si unirono ad altri del luogo, ma anche qui non ebbero migliore fortuna.
Il fenomeno dello sbandatismo si trascinò per qualche tempo, a mano
a mano scemando : cessò poi, e si può dire anzi che, fra i malanni apportati dalla caduta dei Borboni, fu uno dei primi a scomparire. Ma anch'esso, nei primi anni posteriori al '60, dette molto filo da torcere alle
autorità e costituì la più grande fatica per la Guardia Nazionale, la quale
considerò gli sbandati come briganti confondendoli spesso con essi e li
trattò da nemici dell'ordine e della sicurezza.
....Al ricordo degli sbandati può andare unito quello dei renitenti di
leva. Si temette nei primi anni del nuovo regime che le operazioni del
reclutamento non dovessero dar luogo a gravi inconvenienti. I timori non
erano infondati, perchè, per un complesso di cause non esclusa la sobillazione di gente retriva, si verificarono allora, in vari comuni, non pochi
casi di renitenza. Questi giovani refrattari al servizio militare sotto la nuova
bandiera, contadini i più, per sfuggire alle ricerche delle autorità si davano
alla campagna a compromettervi la sicurezza, quando, come avvenne in
qualche luogo, specialmente nel Tarantino, non passarono addirittura nelle
file dei briganti.
(I) A. 5. L., Corte d'Assise, Processi, 72.
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Fra gl'incidenti provocati dalle operazioni della leva è da ricordare,
per la gravità, quello che avvenne in Gallipoli il 24 novembre '61. Nel
pomeriggio di questo giorno ch'era domenica, un centinaio di popolani,
preceduti da una bandiera tricolore, partendo dal Largo del Castello, si
spinse sino al Palazzo municipale, fra le grida Viva la libertà, Abbasso
il Municipio, Non vogliamo la leva. Il Sottoprefetto Giuseppe De Cesare, sceso sulla via, riuscì a persuadere i dimostranti a ritirarsi; ma nei
pressi della Sottoprefettura s'imbattè in un altro gruppo ancora più riscaldato, il quale cercava di stringere il Comandante della Piazza, D'Apollo,
intervenuto a calmarlo. Le grida ostili si accompagnavano ai sassi coi quali
fu accolto un distaccamento di Guardie sopraggiunto sotto il comando del
tenente Laviano. La situazione era grave ; e allora il Laviano, stando per
essere sopraffatto, ordinò il fuoco. La folla si dileguò lasciando al suolo
due morti e vari feriti (1).
Negli anni posteriori al '63 non vi furono incidenti determinati dalle
operazioni della leva, e il numero dei renitenti si ridusse sino ad essere
insignificante : segno che si era fatta strada la persuasione a servire la patria e ad obbedire alla legge.
Successivamente, la vita della Provincia continuò qua e là ad essere ombrata da altri incidenti, i quali dimostravano che l'adesione all'assetto unitario voluto dalla Nazione, se aveva guadagnato la grandissima
maggioranza degli animi, mancava ancora in alcuni pochi. A questo sparuto numero continuò a dare il suo contributo il clero, qualche isolato
rappresentante del clero. Eran sempre le solite manifestazioni. Alcuni sacerdoti si ostinarono ad omettere il nome del Re Vittorio Emanuele nelle
orazioni nelle quali avevano l'obbligo di ricordarlo, o a rifiutarsi di cantare il Te Deum in occasione di feste civili: donde denunzie e processi,
che il Cittadino leccese, appoggiandosi a una circolare in proposito del
Ministro Guardasigilli, non approvava, sostenendo in un articolo di fondo
del 18 apr. '63 che non bisognava curarsi e tanto meno preoccuparsi di
un tale atteggiamento. I casi più clamorosi dell'omissione della preghiera
Pro Rege avvennero in Sternatia, Ugento, Nardò (1862) e in Presicce
(1863) (2).
Voci e discorsi sediziosi, emesse e tenuti da rappresentanti del clero,
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(1) Il Cillaclino leccese, n. 30 novembre '61.
(2) A. S. L., Corte d'Assise, Minutario, ecc., sent. 29 agosto '63, e Processi, 17, 23,
24, 25.
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si verificarono in San Donato, Carpignano, Taviano, Ugento. In quest'ultima, continuando l'opera di Mons. Bruni, allontanato e poi defunto, incoraggiava all'atteggiamento reazionario il già ricordato Gaetano Gigli, rettore del seminario e poi vicario dal '63, nella sede che rimase vacante per
dieci anni. Fra le gesta del Gigli, oltre le persecuzioni e le sospensioni
a divinis dei sacerdoti ritenuti liberali, vi fu un discorso pronunziato nella
cattedrale il 29 giugno '63 ad illustrazione del motto Tu es Petrus. Il
Gigli, in quella occasione, esaltando il Papa e il clero, ebbe violente
espressioni contro la rivoluzione e il nuovo ordine di cose. Richiamato, si
ostinò a conservare il suo atteggiamento, tanto che qualche mese dopo fu
arrestato e con altri sottoposto a processo (1).
Lo stesso trattamento, benchè sui più si stendesse poi il manto dell'amnistia, ebbero altri sacerdoti. Il 7 giugno '63, celebrandosi in Salve
la festa dell'Unità Nazionale in coincidenza col Corpus Domini, il sacerdote Zocchi, su istruzioni dell'arciprete Cardone, non volle benedire i
militi della Guardia Nazionale che si erano inginocchiati al passaggio del
Santissimo. Solo al largo della Chiesa, dove i militi riapparvero prima che
la processione si ritirasse, in seguito a proteste del Capitano Nutricati, lo
Zocchi s'indusse a impartire loro la benedizione (2).
In Carpignano l'arciprete Castrì, ch'era di Martano, dette frequenti
dimostrazioni di contegno borbonico, ostacolando le manifestazioni liberali
e tenendo discorsi rivolti a fomentare il malcontento contro il nuovo governo. Obbligato a benedire la bandiera tricolore nel '61 in occasione
della prima festa nazionale, con una strana comparazione dichiarò che la
benediceva come Dio benedisse le bestie feroci. Il 5 ottobre '62, ricorrendo la festa del Rosario, si adoperò ad impedire il panegirico del sacerdote Francesco Lupo di Casarano che aveva voce di liberale. Alla
fine, nel luglio '63, fu arrestato e poi processato (3).
In altro modo, ma sempre in senso retrivo e avverso ai liberali dichiarati scomunicati » é si contenne il sacerdote Ambrogio Mosco di Taviano che si trovò implicato nel processo contro quella Maria Boccardi,
che fu favoreggiatrice del brigante Venneri ed eccitatrice del tumulto reazionario finito con l'assassinio di Generoso Previtero. Il Mosco, esaltato
dalla lettura dei giornali clericali del tempo, era un fanatico sostenitore
(1) Per questi atti del Gigli, v. A. S. L., Corte d'Assise, Processi, 170.
(2) Ibid., Processi, 25.
(3) Ibid., Processi, 27.
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della causa di Francesco II, nel cui ritorno credeva. Arrestato dopo quel
tumulto e poi liberato, non potè sottrarsi, nella pubblica coscienza, alla
taccia di primo responsabile delle agitazioni che afflissero quel comune (1).
Fuori del clero, non mancano, nel '62, manifestazioni, le quali, anche se di lieve importanza, caratterizzano lo stato d'animo di qualche arretrato nelle vecchie idee.
Nel gennaio di quell'anno, alcuni contadini di Castrignano dei Greci,
stando a raccogliere ulive nell'agro di Cannole, a dimostrare il loro disprezzo contro il nuovo governo, si posero a cantare, concludendola con
grida favorevoli agli ex sovrani e contrarie a Garibaldi, la seguente strofa:
Viva quel Bosco sf gran guerriero
Che fa tremare il mondo intero,
Won regna più la fantasia,
Viva Francesco e Maria Sofia (2).
In S. Marzano Carlo Antonio Margherita, che nel novembre del '60
aveva tentato d'infrangere lo stemma sabaudo, prese a spargere voci ingiuriose contro il governo (3). A Torre S. Susanna, paese distintosi per
spirito reazionario, un tal Vincenzo Profilo, a Carpignano Pasquale Merico e Pasquale Cutrino, a Ceglie Lorenzo Bellanova, Antonio Turrisi ed
altri, a Squinzano Pasquale Papa, corriere postale, furono arrestati per il
reato di eccitamento al disprezzo e al malcontento contro il Re e le istituzioni costituzionali (4). A Matino Luigi Volpicelli, venditore ambulante
di tela, Donato Marsano e Pasquale Villani tennero pure discorsi contrari al nuovo regime, e i primi due tentarono di eccitare alla diserzione
alcuni militi (5). Discorsi e voci di sprezzo tenne in Cisternino il colono
Giuseppe Donato del Vecchio, e a Taranto il facchino Pietro Cavaliere.
Altri discorsi che portarono ad altri arresti si verificarono in Carovigno,
Erchie, Campi, Taurisano, Carpignano, Squinzano, Nardò (6).
(I) Ibid., Processi, 23.
(2) Ibid., Processi, 170.
(3) Ibid., Minutario ecc., cent. 27 nov. '62.
(4) Ibid., Minutario ecc., cent. 5 nov. '62.
(5) Ibid., Processi, 80.
(6) Per il Del Vecchio,
Minutario ecc., cent. 16 ott. '63.
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S. Panareo
Reazione e brigantaggio nel Salento
163
Questo elenco di piccoli incidenti potrebbe continuare, ma, anche
allungandolo, non verrebbe a modificarsi il giudizio che meritano.
La nota comica, nelle manifestazioni della reazione, è rappresentata
da quanto avvenne nel dicembre 1862 fra Diso e Castro ad opera di un
5L-r- tal Gaetano Leuzzi, protagonista di una commedia, troncata però nell'esordio, la quale ricorda quell'altra recitata nel 1799 dagli avventurieri corsi.
Il Leuzzi, ch'era un leccese, la sera del 14 capitò in Diso e, affettando
un'aria misteriosa, si presentò a chiedere ospitalità nella casa di Marianna
Cerfeda. Qui, richiamati dalla novità, intervennero i vicini Giuseppe Corvaglia e la moglie e poi il genero di costoro Ottavio De Blasi. Domandato
chi fosse, lo sconosciuto fece prima giurare gli astanti innanzi a un Crocifisso che non avrebbero svelato il segreto, e quindi dichiarò d'essere il
Principe Luigi Borbone — il reazionario Conte di Aquila fratello di Ferdinando II — in giro per dar forza ai briganti e far restituire al nipote
3
Francesco il perduto trono. Aggiunse che, a questo scopo, attendeva un
vapore con migliaia di soldati e l'ex intendente Sozi-Carafa. Un fratello
del Corvaglia, Rosario,• chiamato perchè, come antico soldato borbonico
che conosceva il Principe Luigi, controllasse la personalità dell'avventuriero, lo smentì e lo dichiarò un impostore. E tuttavia il Leuzzi non si
scompose, tanto che, continuando a credergli, il De Blasi si mise a sua
disposizione. Il giorno seguente i due passarono in Marittima ed entrarono
nel trappeto di Giuseppe Russi. A costui il De Blasi spacciava il compagno per un negoziante di legnami, ma in disparte lo annunziava come
il Principe Luigi, restauratore del trono del nipote. Allo stesso modo lo
presentava in Castro ai fratelli Ciriolo, Gabriele ed Oronzo, parroco l'uno
e sacerdote l'altro. Quest'ultimo, celebrata la messa e dato un buon pranzo
al falso principe, si offrì di accompagnarlo ad Otranto, dove, a un certo
momento, l'imbroglione scomparve.
In seguito a denunzia, il Leuzzi, analfabeta e vecchia conoscenza
della Polizia, fu arrestato, e anche i fratelli Ciriolo ebbero qualche molestia, tanto più che Oronzo, illuso dalla speranza di un cambiamento,
cavate fuori le insegne di Cappellano onorario di Reggimento offertegli
otto anni prima a causa dol soccorso prestato ad alcuni naufraghi, per
qualche tempo si era lasciato vedere ornato di esse in Castro e al mercato della vicina Poggiardo (1).
Negli anni posteriori al '62 le manifestazioni in senso reazionario di(I) A. S. L., Ibid., Processi, 96.
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ventano meno frequenti, proprio come le gesta del brigantaggio. Per il '63
la cronaca registra un ammutinamento seguìto da ribellione ai Carabinieri
che avvenne in Tricase il 22 marzo per opera di un gruppo di contadini, fra cui vari componenti la famiglia Zocco ( 1 ). Nel '64 e nel '65
è ancora qualche sacerdote a rappresentare la nota stonata ; e dei sacerdoti borbonizzanti leccesi si fece allora portavoce il giornale Il Credente,
sacrificato in qualche falò dai liberali. Il parroco di San Donato, Arcangelo Ingrosso, irriducibile retrivo, a proposito dell'incameramento dei beni
ecclesiastici, tratta da scomunicati il sindaco e gl'impiegati del Comune e
minaccia di non somministrare loro la Comunione (2). Questa voce della
scomunica agli acquirenti dei beni del clero circolò allora e poi dapertutto, ma senza che essa raggiungesse l'effetto voluto da coloro che la
diffondevano : e così se ne avvantaggiarono non pochi aspiranti ad ottenere quei beni a buon prezzo. Anche Francesco Zacheo, sacerdote di
Nardò, eccita al malcontento contro le istituzioni ('64). Biagio Roma da
Ostuni, in occasione della festa del Corpus (24 maggio '64), tenne un
discorso poco riguardoso per il regime. Esempi di indebito rifiuto di ufficio furon dati dal parroco Torsello di Patù e dal sac. Francesco Elia
di Ceglie (marzo '65): il primo si rifiutò di benedire i militi della Guardia
Nazionale, il secondo non volle dar la comunione a un liberale (3).
Questi esempi e qualche altro ancora non passarono inosservati. Ma
l'autorità, pur mostrando prontezza nell'intervenire, in conformità delle provvidenze emanate dal Governo, li coprì col perdono. A non lungo andare,
fu possibile ricondurre al riconoscimento del nuovo ordine gli ultimi arretrati in una mentalità fuori posto e la Provincia potè considerarsi liberata
dai residui della reazione.
(I) Ibid., Minutario ecc., sent. 8 ottobre '63.
(2) Sull'Ingrosso, ibid., Minutario ecc.. sent. 17 giugno '65 e Processi, 28.
(3) Sul Torsello, ibid., Minutario ecc., sent. 5 aprile '65; Processi, 117.
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Alla reazione, come si è detto, si accompagnò il brigantaggio, funesto
contributo alle agitazioni della Provincia dopo il '60. Il brigantaggio di
quegli anni nel Salento, considerato come compagno della reazione, anzi
manifestazione della reazione stessa, non è proprio da assimilare a quello
contemporaneo di altre provincie del Regno specialmente di quelle situate
sul confine pontificio. Anche se qualcuno, considerando il brigantaggio come
espressione di quel complesso e generale malessere che corrodeva l'intero
Mezzogiorno, ha voluto eliminare o attenuare la distinzione, non si può
escludere che una differenza esista fra l'uno e l'altro. Brigantaggio politico
quello delle provincie settentrionali, un brigantaggio cioè che ebbe — reali
o apparenti — cause, atteggiamenti e finalità in dipendenza della politica,
laddove quello che si svolse nella nostra provincia, pur se talvolta apparve
difensore della caduta dinastia, nella realtà intonò la sua azione a comune
delinquenza e non si allontanò quasi da questo programma. Tuttavia l'uno
e l'altro di questi due brigantaggi hanno molte note in comune così in
rapporto alle cause come agli effetti. Senza fermarci su questo punto che
è stato da altri esaminato, basterà ricordare che il brigantaggio politico
nobilitava, cioè dava l'illusione di nobilitare i suoi rappresentanti facendoli apparire vindici del legittimismo, mentre l'altro brigantaggio svolgeva
la sua attività spinto soltanto dall'interesse privato senza molto preoccuparsi
di coprire tale interesse coi veli della politica. .—
Nessun motivo sentimentale, di quelli cari alla letteratura romantica,
intervenne a determinare e sostenere il brigantaggio salentino. Non si può
quindi parlare, a proposito di esso, di onore offeso, di torti ricevuti, di
amori contrastati e di altri motivi del genere, i quali, se mai esistettero,
influirono scarsamente su coloro che si dettero a così mala vita. Inoltre
il nostro brigantaggio non ha dato alcuna di quelle figure, nelle quali la
generosità o qualche altro sentimento umano hanno attenuato il senso di
antipatia e di ripugnanza che i briganti in genere hanno ispirato. Anche
i capi che diressero le varie bande del Salento, rispetto ad altri di altre
provincie, appariscono figure affatto volgari, senz'alcun tratto caratteristico
che le distingua.
Nel quadro del Mezzogiorno, guardato alla luce delle pubblicazioni
che si hanno in proposito, il brigantaggio che si svolse in Terra d'O-
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tranto, per espansione, densità e durata, occupa un posto secondario ( I ).
Questo spiega perchè la nostra provincia non fu c ompresa fra quelle che
furono dichiarate invase dal malanno col R, 1). 20 maggio 1863, mentre
soltanto il circondario di Taranto ebbe tale inclusione più tardi con l'altro R. D. 11 febbraio 1864. E così si spiega pure perchè in Terra d'Otranto, o meglio nel Tarantino, in cui più d'ogni altra parte della Provincia si ebbe un'attività brigantesca, non si avventurasse alcuno di quegli stranieri passati in altre regioni della bassa Italia a sostenervi la causa
di Francesco II con lo sfruttamento del brigantaggio (2).
Ciononostante il brigantaggio che si svolse nel Salento ha una importanza, come quello che, anche manifestandosi meno intensamente che nelle
altre provincie, non mancò di produrre sinistri effetti e di preoccupare il
nuovo governo. Anche contro di esso si dovettero adoperare mezzi energici
che, a non lungo andare, valsero a distruggerlo e a ripristinare l'ordine e
la sicurezza turbati in quei primi anni della nostra vita unitaria.
Il territorio, nel quale questo brigantaggio trovò condizioni particolarmente adatte al suo attecchimento e alla sua attività, fu quello che sta
a settentrione della città di Taranto. E s'intende. Qui il terreno montuoso
e accidentato, coperto di boschi e privo di vie, favoriva come altrove le
gesta dei briganti, ai quali, d'altra parte, i loro compagni della vicina Basilicata e della Puglia potevano dare e ricevere aiuto.
Accanto a questa zona che è da ritenersi principale ve ne sono altre
in altre parti della Provincia, ma di minore importanza, sia per il numero
dei componenti le bande e sia per l'attività .che queste vi spiegarono.
Le bande che agirono nella parte più alta della Provincia furono quelle
di Francesco Ranallo detto Catalano, di Francesco Paolo Valerio detto
il Cavalcante, di Antonio Locaso (Capraro), di Serravalle, di Francesco
Perrone (Chiappino), di Rocco Chirichigno (Coppolone), Egidione, Capuccino. Ginosa fu il centro intorno al quale si aggirarono queste bande.
(1) La letteratura sul brigantaggio meridionale è molto copiosa, anche se in parte dilettantistica. Una discreta bibliografia, tutt'altro che completa, è in Miche le Cianciull i,
Il brigantaggio nell'Italia merlo!. dal 1860 al 1870. Tivoli, Offic. graf. Mantero, 1937,
pgg. 194-201. - Lo studio a largo e coscienzioso » sul brigantaggio merid., auspicato da Giustino Fortunato, si attende ancora.
(2) Sull'intervento di stranieri nell'Italia merid., rivolto a dirigere il brigantaggio e tentare una restaurazione borbonica, è da vedere B. Cr oc e, Il romanticismo legittimistico e la
caduta del 'Regno di Napoli in Uomini e cose della vecchia Italia. Bari, Laterza, 1927, II,
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Altrove, ma sempre nel Tarantino, svolsero la loro attività. Giuseppe Valente
— la cui banda andò spesso unita all'altra che obbediva a Francesco Salvatore Laveneziana — Cosimo Mazzeo (Pizzichicchio), Pasquale Scialpi e
Pasquale Trisolini, il quale ultimo si unì spesso con Arcangelo Cristella,
denominato Pirichillo. Va ricordata pure la banda di Vitantonio Cinieri
da Ceglie.
Queste le più importanti. Ma ve ne furono altre che o -agirono per
conto loro o, all'occasione, dettero braccio forte alle maggiori : cameratismo
che qualche volta si estese alle bande esterne alla Provincia. Così la banda
che obbediva a Pasquale Romano, il famoso Sergente di Gioia, fu spesso
ingrandita da elementi del Tarantino, ed essa, che normalmente non contava
più di quaranta uomini, in certe occasioni potè averne molti di più, quasi
tutti a cavallo e divisi militarmente in compagnie guidate da sottocapi.
Siamo tuttavia lontani dalla banda del Crocco (Carmine Donatello), il dominatore della Basilicata, il quale, secondo alcuni riferitori, dispose talvolta di forze così imponenti da giustificare l'appellativo di « Generale >
che gli veniva dato.
Dei delitti commessi dalle bande che operarono intorno a Ginosa e
dei contrasti che esse ebbero con la forza pubblica sino a che non furono disperse o annientate dà interessanti informazioni in un opuscolo Luigi
Miani, un Ginosino che, come ufficiale della Guardia Nazionale, prese
parte alle operazioni che si svolsero in quel territorio. Anche se non si
può seguirlo nei molti particolari che fornisce, è utile tener presente il suo
racconto nel riferire sull'attività del brigantaggio intorno a Ginosa ).
Questa borgata, posta sul confine con la Basilicata, regione nella quale
il generale spagnolo Boryes e il colonnello francese Langlois e poi l'ex
ufficiale borbonico Giambattista Bosco dopo la caduta di Francesco II
tentarono di fondare il brigantaggio politico, fu uno dei luoghi più agitati dalla reazione. i più che altrove i dissensi privati si unirono a quelli
per il predominio nell« cosa pubblica, acuiti, gli uni e gli altri, dalla questione demaniale assai dibattuta in quegli anni.
Dalle file degli sbandati che alimentarono la reazione uscì il Catalano, a cui si unirono altri, sino a che nel '62 il Cavalcante, basso ufficiale del disciolto esercito, venendo dalla Basilicata, e poi il Capraro
iniziarono in quel territorio la loro attività. Il secondo, creatosi un sicuro
(1) L. Mi ani. Il briganlaggio nel terriiorio dl Ginosa. Taranto, Tip. Magazzini-Emporio, 1901.
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rifugio nel bosco Rita, di qui mosse alle sue imprese, fra le quali una
delle prime fu il sequestro del liberale Giuseppe Catalano, mantenuto sintanto la famiglia non sborsò la grossa somma del riscatto (17.000 lire).
Il comando militare della Puglia residente a Bari credette allora di
istituire in Ginosa un presidio permanente formato di un battaglione -del 130° Regg. di linea — del quale fu comandante il maggiore Efisio
Galiani. In risposta, le bande, quelle del Sergente di Gioia, del Capraro
e del Chiappino, si coalizzarono nel territorio di Laterza, dove, alla masseria Purgatorio, urtarono nella forza con la loro peggio. Dello scacco i
briganti si rifecero poi sorprendendo, all'altra masseria Peroncello (Castellaneta), un drappello di sei soldati e disarmandolo.
Il Capraro e il Sergente di Gioia, sempre uniti, e con essi il Valente
e il Pizzichicchio, quest'ultimo reduce da Grottaglie dove, come vedremo,
aveva spadroneggiato una notte intera, si diressero il primo dicembre '62
verso Noci, e occuparono la masseria Monaci, fra quella borgata e Alberobello. Vi accorrono una compagnia di soldati e Guardie Nazionali ed
impegnano il combattimento. Nell'urto rimangono atterrati quattro briganti,
dieci restano prigionieri. Gli altri, aiutati dal massaro, riescono a fuggire
e fra essi il Capraro, ma perdendo cavalli, fucili e bagagli. I caduti nelle
Nmani della forza sono condotti a Noci e passati per le armi (1).
Dopo questa sconfitta, Capraro e Coppolone rientrarono nel territorio
di Ginosa, dove per qualche tempo furono raggiunti dal Serravalle che
poi passò in Basilicata, e, per quanto avessero la forza alle calcagna,
continuarono a commettere delitti di ogni sorta. Il governo si decise allora
a mettere sul Capraro una taglia di 4000 lire. lEra il più ricercato, specialmente dopo che si separò dal Sergente di Gioia e dal Pizzichicchio.
La particolare caccia a cui fu fatto segno da una colonna mista di truppa
di linea e di Guardie Nazionali, alle quali si aggiunse un distaccamento
di Cavalleria Saluzzo, fu iniziata il 30 gennaio 1863, e a quest'ultimo, il
giorno seguente, toccò la ventura di catturarlo. La fucilazione avvenne in
Castellaneta il 1 ° febbraio.
Scomparso il Capraro, Coppolone si fece vedere di tanto in tanto nel
territorio di Ginosa, solo o in compagnia di altri, fra cui Nicola Somma,
detto Ninco-Nanco. Coppolone fu uno dei più sanguinosi e crudeli mostri
della specie, e i suoi delitti, che continuarono sino al 1865 nonostante la
(I) L. Mian i, o. c., pgg. 16-17. Una relazione sullo scontro della masseria Monaci
è pure nel giornale lecc. Il Salentino, n. l gennaio '63.
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taglia sul suo capo di 6000 lire, destano raccapriccio. Colto in una imboscata dalle Guardie Nazionali di Bernalda, fu gravemente ferito. Trasportato occultamente in una masseria ed ivi curato da un medico di Ginosa,
morì poco dopo ; il massaro che, secondo la sua raccomandazione, ne seppellì il cadavere, fu condannato all'ergastolo (1).
In un'altra zona operarono il Valente, il Mazzeo, il Trisolini. Giuseppe
Valente era un trainante di Carovigno. Non è controllabile la notizia del
La Sorsa che lo ritiene ex sottufficiale garibaldino. Egli lo dice pure secondo capo della compagnia del Laveneziana, ed è certo che operò con
questo, ora da subordinato, ora come capo. Nel '62, quando la sua banda
contava una trentina di componenti, taglieggiò il territorio che, limitato
dalla linea Ostuni-S. Vito-Mesagne-S. Pier Vernotico, si estende a ponente sino ad Oria e Ceglie.
La banda, varia spesso di numero, fu di un'attività impressionante, e
non par vero che entro un periodo assai breve — settembre-dicembre '62 —
riuscisse a commettere numerosi reati: rapine, grassazioni ed estorsioni, la
maggior parte, ma anche omicidi, sequestri di persona, incendi, resistenza
alla forza pubblica.
Nelle gesta criminose commesse da : questa banda figura sempre il
Valente, uno dei pochi briganti che non fosse analfabeta, e autore dei
biglietti dei quali si serviva per estorcere denaro. C'entra spesso il suo
compaesano Laveneziana, ma il principale esecutore è Antonio Campana
Esposito. Data la grande attività della banda, specializzata nelle minacce
ai proprietari e nei guasti alle masserie, non la si può seguire nei suoi
numerosi delitti, dei quali basterà citare qualcuno dei più importanti (2).
Fra i molti tentativi di estorsione v' è quello a danno della famiglia
Perez di Brindisi, che apre la serie dei reati della banda. Pasquale Perez
se ne viveva tranquillo quando il 9 settembre 1862 ricevè un biglietto
del Valente, col quale, sotto la minaccia di gravi danni, gli si ingiungeva
la consegna di settecento ducati. E poichè tale consegna non fu effettuata,
come neppure l'altra tentata presso le sorelle del Perez, lnnocenzia e Chiara,
il Valente dette inizio alla esecuzione delle sue minacce con l'uccisione
di tredici vacche e l'incendio di una masseria di quei proprietario (3-4
ottobre), incendio che fu ripetuto dopo qualche giorno.
(I) L. Mian i, o. c., pg. 43.
(2) Sull'attività di questa banda v. S. La S o r s a, La banda di Carovigno, in Rivista
storica salentina, IX (1914), 61-81, su docc. tolti dall'Ardi. di Stato di Bari, non sempre
concordanti con quelli dell' ASL.
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La banda, ricercata dalla forza, si scontrò con questa il 23 ottobre
fra la masseria Angelini e l'altra detta S. Teresa in agro di Brindisi. Entrambe queste masserie, perlustrate, dettero la prova del favoreggiamento
dei proprietari Achille Preite e Cesare Balsamo, che furono arrestati. Il
che valeva a dimostrare ancora una volta che il brigantaggio non avrebbe
opposta tanta resistenza e dato tanto filo da torcere ad autorità e milizie
se non fosse stato sorretto da proprietari e massari, i quali per paura e
per interesse se la intendevano coi briganti. Nello scontro rimase gravemente ferito al braccio destro il carabiniere Giovanni Arissi. Nello stesso
giorno la banda sorprendeva le Guardie Nazionali di Cellino e di S. Pier
Vernotico : tre dei militi, catturati, venivano uccisi « perchè portanti pizzo
all' italiana », e un quarto dovè la sua salvezza alla grazia che gli si fece
per la mancata esplosione dell'arma. Altri nove, sfregiati secondo il costume brigantesco con la asportazione di un lembo dell'orecchio « per
essere così pecore segnate », furono lasciati liberi (1).
Circa un mese dopo, a notte avanzata del 21 novembre, previa intesa con alcuni del luogo, una parte della banda invase Carovigno, dava
l'assalto al corpo della Guardia Nazionale, e vi feriva un milite, il solo
sorpreso, essendosi dati gli altri alla fuga. I briganti fracassarono! lo stemma
reale e un quadro di Vittorio Emanuele e s'impossessarono di quattordici
fucili. Sopraggiunto il resto della comitiva, mentre si ordinava di esporre
i lumi alle finestre e si ripetevan le grida Viva la Religione, Viva Francesco II, si iniziò la spoliazione di qualche casa, fatta prima segno a fucilate, con la compiacenza e l'aiuto della plebaglia, rimasta in piedi tutta
la notte < per far gli onori di casa », dice il cronista del Cittadino leccese:
proprio com'era avvenuto cinque giorni prima a Grottaglie. A un certo
momento, credendosi traditi, i briganti abbandonarono il paese. Compreso
l'errore, vi ritornarono per completare la rapina che terminò all'alba, quando
finalmente si allontanarono dirigendosi alla Madonna del Belvedere per
farvi celebrare una messa di ringraziamento per la riportata vittoria. Ma
un drappello della Guardia Nazionale di Ostuni impedì loro questo proposito. In quel giorno, piegando verso S. Vito, la banda si scontrò presso
la masseria Badessa con Carabinieri e Guardie Nazionali, e nel conflitto
venne catturato ed ucciso il milite Michele Catamerò.
Dai primi del '63 non v' è più segno di questa banda. Il Valente,
pochi giorni prima e propriamente il 21 dicembre, era stato arrestato e
(I) Una relazione di questo scontro è nel Cittadino leccese, n. 31 ottobre '62.
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consegnato alla Guardia Nazionale da un trainante di Carovigno che lo
riconobbe presso la Porta Napoli in Lecce, dove il brigante, da incauto,
si era avventurato. Dei suoi compagni, dopo la pubblicazione della legge
15 agosto di quell'anno, alcuni si consegnarono alla giustizia, altri, come
Vitantonio Cinieri da Ceglie, che figurò in altre gesta insieme col Sergente di Gioia e col Mazzeo, quali prima quali dopo, caddero nelle mani
della forza pubblica. La sentenza che riguardava i componenti questa
banda si ebbe nel maggio del 1866: dei venticinque imputati che figurano nel processo diciassette, fra cui il Valente e il Laveneziana, furono
condannati alla pena dei lavori forzati a vita (1).
Dal maggio all'ottobre del '63 Pasquale Trisolini, contadino di Palagianello, il quale aveva fatto parte della banda Valente, e aveva figurato
anche in quella di Chirichigno, agi per conto suo nel territorio fra Laterza,
Mottola e Castellaneta, alleandosi con altri malfattori, fra cui Francesco
Vizziello e Giovanni Cuscito di Gioia e Arcangelo Cristella di Laterza.
Anche costoro, terrore delle masserie, vissero per qualche mese di estorsioni e di rapine, sequestrarono più persone e commisero qualche omicidio.
Trisolini e Cristella col Cuscito e il Vizziello caddero nelle mani della
forza ed ebbero la meritata pena : i due primi furono condannati ai lavori
forzati a vita (2).
Una particolare fama ebbe la banda che, sullo scorcio del '61, formò
Cosimo Mazzeo, il Pizzichicchio, da San Marzano: fama che non è dovuta tanto alla serie delle gesta criminose, quanto a un episodio che ebbe
luogo in Grottaglie il 17 novembre 1862. A prima vista parrebbe che
l'irruzione della banda in questo paese, distintosi nei due anni precedenti
per dimostrazioni reazionarie e famoso per le gesta del prete Ciro Annicchiarico durante il periodo murattiano e poco dopo, avesse uno scopo
politico. Ma i briganti che obbedivano al Pizzichicchio, gente ruvida e
ignorante, erano ben lungi dal possedere quelle idealità che potessero far
sospettare in essi delle intenzioni legittimistiche. E se entrarono in Grottaglie al grido di Viva Francesco II e distrussero i ritratti di Vittorio Emanuele, ciò servì a mascherare il vero intento che era quello di depredare e di eseguire qualche vendetta per conto di quelli che li chiamavano. Che poi le vittime fossero tutte della parte liberale, questo dimostra che gli esponenti di tale parte in Grottaglie erano pochi ed odiati
(I) ASL., Corte d'Assise, Minutario ecc., sent. 10 maggio 1866; Processi, 73.
(2) ASL., ibid. Minutario ecc., sentenza 24 luglio 1867, e Processi, 170.
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I 72
Rinascenza Salentina
dalla retriva maggioranza, la quale, avendo dalla sua il Municipio, voleva
disfarsi degli avversari servendosi dei briganti. Altri motivi spinsero questi all'incursione, quale l'invito fatto dai renitenti alla leva, i quali, compromettendosi, potevano essere attirati alla banda e renderla più forte.
Ma il bottino rimane Io scopo principale dell'impresa ; che poi con questo si conciliasse una lezione ai liberali, sostenitori del nuovo governo, è
anche da accogliersi.
Ma veniamo all'episodio. Nell'autunno del '62, che segna il momento
della maggiore attività del brigantaggio nella Provincia, la banda del Pizzichicchio infestava le campagne intorno a Grottaglie, quando, due giorni
prima del sorteggio delle reclute fissato per il 19 novembre, alcune di
queste, deliberate piuttosto a ingrossare le file dei briganti anzichè a sottostare al servizio militare, sobillate da alcuni tristi vogliosi di sfogare rancori personali, si recarono dal Pizzichicchio a manifestargli la loro intenzione e a proporgli di entrare nel paese e dare addosso ai liberali.
Accettata la proposta e concertatane la esecuzione, la banda si avviò al paese sul cadere del giorno 17. A un'ora di notte essa era presso
l'abitato. Avvistatala, le uscirono incontro, secondo gli accordi, molti popolani guidati da Emmanuele Manigrasso e Giuseppe Formuso, cui, più
tardi, si aggiunse Francesco Monaco: tre reazionari della peggiore specie.
I briganti, in numero di ventisei, i più a cavallo, fra le grida di
Viva Francesco II, Abbasso i liberali, Viva i piccinni nostri (così essi
erano chiamati) e il trar dei fucili, entrarono per la Porta S. Angelo e
si diressero alla piazza. Ben presto la folla ingrossò e manifestò la voglia
di menar le mani. S'intese il grido Fuori i lumi, e il paese s'illuminò
come a festa.
Il primo assalto fu dato alla sede della Guardia Nazionale ch'era di
fronte alla cattedrale. Essendosi ecclissati i militi, i malviventi abbatterono lo stemma sabaudo, s'impossessarono di sedici fucili e distrussero il
resto. Di qui passarono al carcere, ne fracassarono la porta e liberarono
tre. detenuti, ad uno dei quali, Alfonso Santoro, condotto in piazza, il Pizzichicchio impose di inneggiare a Francesco II.
Sbrigatisi di questa prima parte del programma, i briganti passarono
a eseguire l'altra che più interessava: l'assalto, cioè, e la spoliazione delle
case e dei negozi. In questo essi non procedettero a caso, perchè v'era
chi di volta in volta dava loro le indicazioni e li aiutava a trafugare roba
e denaro.
Una della prime case prese di mira fu quella del benestante Fran3
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cesto Maggiulli, il quale, per salvarsi, si gettò dalla terrazza e riportò
una frattura alla gamba destra, per la quale morì dopo quaranta giorni.
Anche la domestica, ma con migliore fortuna, fece un simile salto. De_
predata l'abitazione di molte) cose, persino di una collezione di libri, vi
fu appiccato il fuoco.
Uguale trattamento era riserbato alla casa di Giuseppe Pignatelli. Ma
invano i briganti, mentre prendevano a fucilate i balconi, con clamorose
minacce sfidarono il padrone ad uscir fuori, perchè già egli si era messo
in salvo. Non riusciti a penetrare nella casa, abbatterono la porta della
rimessa e s'impossessarono di due cavalli.
Anche le case del causidico Michele Micera e del sacerdote Domenico Verga, rifugiatisi a tempo presso gente amica, subirono il saccheggio.
Dei negozi furono svaligiati quelli di Oronzo Blasi che fu pure in- cendiato, di Giuseppe Cantoro, di Giovanni Orlando e Ilario Pinto. Quest'ultimo aveva un botteghino di privative, dove « non fu lasciato neppure
un sigaro »; da esso fu pure asportata la mostrina con lo stemma di Casa
Savoia. Le caffetterie di Francesco Petraroli e di Vittorio Fighera subìrono la stessa sorte. Il Fighera, che all'irrompere dei briganti era riuscito
a salvare cento ducati, corso a Monteiasi, invano sollecitò l'intervento di
quella Guardia Nazionale.
La furia depredatrice continuò sino alle quattro ore della notte, quando
Pizzichicchio — il Capitano, come lo chiamava la plebaglia — si ritirò coi
suoi, seguìto da altri, una cinquantina e più, che lo avevano aiutato nell'impresa. Ma alcuni di questi, pentiti della risoluzione, tornarono poi nel
paese.
La mattina del giorno seguente, per tempo, piombarono in Grottaglie
i Carabinieri di S. Giorgio, un distaccamento del 30° Regg. di linea e
150 militi della Guardia Nazionale dei dintorni, ai quali si aggiunsero il
Sottoprefetto di Taranto, il Procuratore del Re ed altre autorità. Cominciarono gli arresti, primo quello del Sindaco, e si passò a perquisire varie
case in cerca della refurtiva. Uno dei luoghi perquisiti fu il convento dei
Carmelitani, essendosi da quella parte ritirati i briganti dopo il saccheg:-_-_-: gio. Ma molta roba aveva presa la via della campagna, e si trasportava
ancora all'arrivo della forza e nonostante il fuoco che da questa veniva
fatto. Anzi, inteso di nuovo Io scoppio delle fucilate, i malintenzionati
supposero che di là, cioè dalla parte del convento, i briganti fossero per
ritornare. /
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Ricomparve allora, per sua mala sorte, con altri quel Francesco Monaco che era stato uno degli istigatori dei briganti. Con aria indifferente
egli si recò al palazzo del Maggiulli ad osservare i danni fatti nella notte,
e ne usciva, quando s'imbattè in Giuseppe Pignatelli colà recatosi per
invito del Tenente che comandava la truppa. Fra i due ebbe luogo un
violento alterco, durante il quale, minacciando ancora il Monaco, il Pignatelli gli scaricò il fucile di cui era armato e lo uccise. Inviperito il Pignatelli, vedendo lì presso il funzionante sindaco, Pietro Mariano, il quale
con altri consiglieri comunali, Guardie Nazionali e alcuni preti aveva voce
d' intesa coi briganti, gli rimproverò violentemente la condotta tenuta e gli
puntò la rivoltella.
I casi di Carovigno e di Grottaglie confermarono quanto si sapeva
in alto e in basso, che cioè il brigantaggio, se si svolgeva particolarmente
nella campagna, qua e là contava anche su città e villaggi, dai quali ritraeva incoraggiamento ed appoggio. Lo scioglimento dei consigli comunali
e delle Guardie Nazionali di quelle due borgate fu il preludio ai processi che si ebbero successivamente. Per Grottaglie il numero dei trascinati innanzi alla Corte di Assise, fra briganti, spalleggiatori e ricettatori
ascese a 264 (I ).
Quanto alla banda del Pizzichicchio, essa, allontanatasi da Grottaglie, si diresse verso Sava e Manduria. Obbligata a deviare, passò altrove.
Secondo il La S o r s a, Pizzichicchio figura anche nell'aggressione di
Carovigno. Da ultimo la sua banda, ritornata nell'alto Tarantino, fu avvistata alla masseria Belmonte, a sud-est di Crispiano, nel giugno del '63,
e qui, stretta da una squadra di Cavalleggeri Saluzzo, da Carabinieri al
comando del capitano Francesco Allisio, da reparti del 16° Fanteria e
da Guardie Nazionali di Taranto, fu sopraffatta la mattina del 17 di quel
mese. Diciassette briganti rimasero uccisi e undici feriti: gli arrestati vennero trasportati a Taranto e fucilati all' indomani. Tra i fuggiti fu il Pizzichicchio; ma, sempre inseguito, cadde alla fine nelle mani della forza.
Una squadra di Guardie Nazionali, comandata da Donato De Felice, lo
rinvenne nascosto il 4 gennaio '64 nella gola del focolare di una masseria,
alle falde dei monti di Martina. Il Tribunale militare di Potenza, con sen-
(1) ASL., Ibid., Processi, 170.
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tenza del 28 novembre di quell'anno, lo condannò alla pena della morte
mediante la fucilazione (1).
Contemporanee o di poco posteriori alle su riferite bande, altre se
ne ebbero nel Tarantino. Fra esse fu tristamente rinomata quella che, pur
non avendo un capo vero e proprio, risentì del predominio di Pasquale
Scialpi e di Oronzo De Pasquale, contadini, l'uno di Manduria e l'altro
di Fragagnano.
Il più sanguinario della 'comitiva, dedita per oltre un anno alle grassazioni e alle estorsioni, è il De Pasquale, a cui si devono tre omicidi
consumati il 10 ottobre 1862, quando ebbe uno scontro con Carabinieri
e Guardie Nazionali. Gli omicidi commessi dalla banda non furono questi soli: altri essa ne consumò, e fra questi quelli di due poveri Padri
Cappuccini sorpresi per via (17 maggio '63).
Le ultime criminose gesta di tale banda rimontano al novembre di
quest'ultimo anno. Inseguita, dispersa e in parte catturata, i suoi componenti, in numero di nove, furono colpiti da adeguata sentenza nel giugno
1867. Di essi lo Scialpi fu condannato ai lavori forzati a vita, Francesco
Nico, Angelo Domenico Lucarelli e Lorenzo Carrieri a venti anni (2).
Altri malviventi che operarono nella zona tarantina, fra Grottaglie e
Fragagnano, nell'estate del '61 furono Giuseppe Coco, Antonio Anastasia
e Michele Altavilla. Francesco Perrone detto Chiappino, da Laterza, non
potè a . lungo desolare le campagne circostanti al suo paese perchè fu ucciso insieme con Franc. Paolo Laricchiuta da Conversano, in un conflitto
con la forza. Verso Manduria, Gregorio Sirsi detto Richellone e Francesco Perrucci con altri, contemporaneamente, fra le altre ribalderie, si
dettero a fare violenta incetta di fucili, e riuscirono ad asportarne da
diverse masserie e dal posto doganale di Torre di Burrago (3).
Il brigantaggio del Tarantino continuò ad affaticare Milizie e Guardie
Nazionali anche nell'anno 1864, ma, a mano a mano che si andò innanzi,
la sua attività venne decrescendo, proprio come successe nelle limitrofe
regioni, la Basilicata e il Barese.
(I) Ibid.. Processi, 170. - Sullo scontro di Belmonte e l'ultima attività del Pizzichicchio,
v. i particolari in G. Blandamur a, «Docile basiliane nel Tater:lino, in Rio. storica salentina, XII (1920), 87-92.
(2) Ibid., Minutario ecc., sent. 22 giugno '67.
(3) Ibid., Minutario ecc., sent. 5 ag. '63.
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Come s'è accennato, al brigantaggio non rimasero estranee altre parti
di Terra d'Otranto.
I dintorni di Ostuni furono infestati da malviventi, fra i quali si distinse un Trinchera, il quale, sfuggito per lungo tempo alle ricerche della
forza, ferito nello scontro alla masseria Belmonte, fu fra i fucilati. Nel
territorio di Oria, dove una banda di facinorosi, invaso il posto militare,
ne asportò fucili e munizioni, non mancarono altri delinquenti datisi a minacciare le persone e a danneggiare le campagne. Alcuni di questi (Francesco De Simone, Pietro Lodeserto, Nicola Carbone, Giuseppe Carrieri
e Giuseppe Patisso) caddero presto nelle mani della giustizia e furono
condannati a dieci anni di reclusione (1).
I comuni vicini al bosco di Arneo — Avetrana, Veglie, Nardò -- negli
ultimi mesi del '62 erano vivamente preoccupati della presenza di briganti che scorazzavano indisturbati sin presso l'abitato, nonostante la vigilanza della Guardia Nazionale che, d'altra parte, per insufficienza di armi,
era impotente ad affrontarli. Aveva fatta grande impressione la rapina tentata alla masseria S. Chiara da due briganti che i fratelli Salvatore e Guglielmo Frassanito la sera del 27 settembre affrontarono, abbattendone uno
in una lotta corpo a corpo, e costringendo l'altro alla fuga. Come se non
bastassero quelli del luogo, altri malviventi s'erano trasferiti dal Tarantino
(Francesco Cazzella, Donato Curione, Giuseppe Matarrese, Carmine Baia)
a taglieggiare le masserie, quali, fra le altre, quelle di Donna Domenica,
Belvedere e Ingegna. A Veglie è così grande l'incubo di vederli entrare
nel paese da un momento all'altro che si ricorre all'espediente di tenere
una vedetta sul campanile incaricata di segnalare le. eventuali apparizioni
< onde ciascuno si chiuda nella propria casa e si metta nelle mani di Dio »,
scrisse il capitano della Guardia Nazionale Verrienti : proprio come al
tempo dei pirati barbareschi! Respirarono un poco le popolazioni di questa zona quando la Giunta istituita nella Provincia, in virtù delle disposizioni governative riguardanti il brigantaggio, sul cadere del '63 decretò
due squadriglie di dieci uomini ciascuna che assegnò una in Copertine e
l'altra in Nardò, quest'ultima per sorvegliare il bosco Arneo (2).
(1) Ibid., Minutario ecc., mat. 30 aprile '64.
(2) ASL., Atti di Polizia, I, 19.
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Ancora più giù, verso il Capo di Leuca, non mancarono bande di
malviventi la cui fama è legata ai capi Ippazio Gianfreda, detto Pecoraro,
Rosario Parata (Sturno) e Quintino Venneri (Mekhiorre). Le loro gesta,
non dissimili da quelle dei compagni del Tarantino, furono favorite dai
vicini boschi, come quello di Belvedere, nei quali questi briganti trovavano facile rifugio. Fidando nell'appoggio di manutengoli e nella paura
delle popolazioni, essi resistono per qualche tempo alla caccia della forza.
Anche costoro, in qualche impresa, figurano alleati. Gli scopi son sempre quelli : grassazioni, rapine, estorsioni e talvolta la vendetta personale.
Come nel Tarantino l'anno più intenso dell'attività brigantesca è il 1862,
così nel basso Salento è l'anno successivo.
Il Gianfreda, che era uno sbandato di Villa Picciotti (Alezio), agisce da sè, ma in qualche impresa si unisce al Venneri e 'a Barsanofrio
Cantoro, un contadino di Melissano quest'ultimo, che pure si atteggiò a
capo. L'attività del Gianfreda data dall'estate del '61, quando con altri,
gettatosi sul villaggio San Nicola, ne asporta fucili ed inizia nei dintorni
una serie di rapine. Partecipa a quella a danno del sacerdote Marino
Manco che fu condotta dal Venneri e concorse con questo alla uccisione
di quel disgraziato avvenuta poco dopo. Per ingegno e per attività il Gianfreda è una figura secondaria in confronto delle altre appartenenti alla
zona verso il Capo di Leuca. Cadde nelle mani della forza in Ugento
(24 dic. '63) e fu condannato a sedici anni di lavori forzati (1).
Maggiore paura destò Rosario Parata, lo Sturno di Parabita, sbandato anch'egli come i suoi accoliti. Datosi alla campagna nel '61, d'allora inizia la sua criminosa attività. Ma, più che delle rapine e delle
estorsioni isolate, lo Sturno si compiacque di dimostrazioni e di atti di
spavalderia. La banda che gli obbediva, reduce da uno scontro che la
mattina del 23 agosto '6i aveva avuto con la Guardia Nazionale di
Poggiardo in contrada Raustino (Scorrano) e nel quale questa aveva avuta
la peggio, verso mezzogiorno si presentò in Nociglia. I suoi gregari, in
numero di venticinque, preceduti da una bandiera bianca, sfilarono per la
via principale a passo di carica segnato da un tamburo a cui rispondevano gli squilli di una tromba di creta. Arrestatisi in piazza, invitarono i
terrazzani a gridare Viva Francesco II e a lanciare i berretti in aria. Domandarono del sindaco e del cassiere, ed appreso che il secondo era assente, obbligarono il primo a consegnare le armi depositate nella casa
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(I) ASL., Corte d'Assise, Minutario ecc., seni. 28 maggio '64.
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omunale : diciassette fucili. Ridotta in brani una bandiera tricolore, sfregiato con le baionette il ritratto del Re Vittorio e scroccati da quel sindaco, Gennaro Bacile, ventiquattro ducati, si allontanarono dal paese.
Passarono poi alla vicina Surano, dove, press'a poco, commisero gli stessi
reati, tra cui la forzata consegna di dieci fucili (1).
Dello Sturno lasciò impressione l' ingresso fatto con altri dieci malviventi in Gagliano la mattina del 6 febbraio '63. quando le numerose
passate bricconerie avevano rafforzata la sua fama. Mentre dal campanile
per lui vigilavano due compiacenti persone, egli si ristorò al caffè e poi,
recatosi alla bottega di un calzolaio, si fece rattoppare una scarpa. La
comitiva, coi fucili spianati, dopo d'esser passata davanti al posto della
Guardia Nazionale, vuoto di militi, uscì dal paese, senza che si sapesse
il vero scopo di quella visita. Quattro Carabinieri sopraggiunti da Alessano si avviarono al Giudicato per sospetto che lo scopo dei briganti fosse
un'aggressione a quel giudice. Ma questi ignorava ogni cosa, e allora,
sulle indicazioni ricevute, i Carabinieri mossero fuori del paese. Trovarono
i briganti a poca distanza. Intervenne uno scambio di fucilate, ma senz'alcuna reciproca offesa.
Si sospettò che vi fosse stata qualche intelligenza fra la Guardia Nazionale di Cagliano e lo Sturno, dato l'inesplicabile « squagliamento » di
quella durante la presenza della comitiva nel paese : donde derivò l'arresto di quei militi, meno del comandante, Zeffirino Daniele, datosi alla
latitanza, ma coinvolto nel processo, poi sfumato, « per rifiuto di servizio
legalmente dovuto, e di complicità per sciente assistenza a banda armata
Il Parata, caduto nelle mani della giustizia coi suoi complici Vito
Manso, Elia Mastrandrea, Vincenzo De Blasi, fu condannato a sette anni
di reclusione (2).
Contemporaneamente al Gianfreda e al Parata si svolge l'attività di
Quintino Venneri di Alliste. Così costui come i suoi compagni, Angelo
Ippazio Ferrali di Casarano, il Cantoro, Giuseppe Piccinno di Supersano
e Vincenzo Barbaro detto Pipirusso di Alliste, vengono dalla terra e sono
soldati sbandati o renitenti di leva.
La prima apparizione del Venneri avviene nel '61, con atteggiamento
ostile al nuovo governo, fra le agitazioni che fervono nei comuni circostanti al suo paese nativo. Non prende parte al moto di Taviano di cui
(1) Ibid., Processi; 84.
(2) Ibid., Minutario ecc., sant. 12 sett., '64.
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fu vittima il Previtero, ma fu indiziato d'aver partecipato alla dimostrazione degli sbandati in Supersano ai primi dell'agosto di quell'anno. Arrestato, passa qualche tempo nelle prigioni di Lecce, ove fa la conoscenza
della ricordata Maria Boccardi che poi fu sua manutengola. Uscito di
prigione, dal novembre '62 si dette alla campagna a iniziare quelle gesta
che continuarono nell'anno seguente.
Di queste la più grave fu quella che riguarda il sacerdote Marino
Manco di Melissano. Verso le due ore di notte del 25 giugno '63 un
gruppo di malfattori capitanato dal Venneri si recò a picchiare all'abitazione del Manco sotto il pretesto di dovergli consegnare un plico urgente
del Vicegovernatore di Gallipoli. Il Manco, data l'ora, non voleva aprire,
ma, alle reiterate insistenze e alla minaccia di sfasciare la porta, s'indusse
ad obbedire.
I malfattori, senza molte parole, intimarono la consegna di mille ducati che il disgraziato non aveva. E allora, mentre rimproveravano al Manco
che tutto egli trovava per i Carabinieri e nulla per loro, si misero a frugare per la casa. Rinvennero 170 pezzi da dodici carlini e poi diedero
di piglio a due fucili, a due orologi, biancheria e polvere da sparo. Non
soddisfatti di questo bottino, pretesero altre duecento piastre. A nulla valsero le proteste del Manco e le preghiere della domestica, compaesana
del Cantoro. Il Manco fu obbligato a uscire di casa e racimolare la somma
presso persone amiche. Ricevuto questo supplemento, i banditi si ritirarono.
Prima di allontanarsi dal paese, sfogarono il loro spirito reazionario contro due stemmi di Casa Savoia.
Ogni cosa pareva così finita, quando, qualche giorno dopo, la madre
di Quintino Venneri si recò da questo, ospitato con la sua banda nella
masseria di Vitantonio Micaletto, ad annunziargli che l'altro figlio, Giuseppe, era stato arrestato in seguito al rinvenimento nella sua casa di quaranta piastre.\ Tale perquisizione era stata operata dal Delegato di P. S.
di Ridano il g iorno successivo al conflitto che una colonna mobile al comando di quel funzionario aveva avuto con la banda del Venneri nell'agro di Racale (23 luglio). E poichè il Manco, mostratogli il denaro sequestrato, dichiarò di riconoscere come sue alcune delle monete, mentre
secondo Quintino Venneri il denaro rubato a quel sacerdote era stato depositato in campagna, il brigante montò sulle furie e concepì la vendetta.
Il Manco, sorpreso in un suo podere il 27 luglio, fu sacrificato con due
colpi di fucile, tirato il primo dal Ferrari, il secondo dal Venneri.
Dopo quell'omicidio, la forza pubblica aumentò le ricerche per impadronirsi della banda. Ma questa neppure ridusse la sua attività: rapine
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cer denaro, avvennero dopo come prima della uccisione del Manco.
Nella notte dal 27 al 28 luglio i briganti penetrarono in Ugento,
probabilmente per tentare di scarcerare il fratello del Venneri colà detenuto: dato l'allarme, vi fu uno scambio di fucilate e i briganti si dileguarono. Sempre inseguita dalla forza, la banda più tardi urtò in questa
presso Casaranello. Un altro scontro avvenne nel territorio di Nociglia
(5 gennaio '64), e fu l'ultimo. La banda finì come i topi in trappola. La
Guardia Nazionale di Nociglia, al comando del Capitano Arcangelo Carlucci, assistita dai Carabinieri di Poggiardo, la rinvenne nella masseria
Le Carceri del Principe di Tricase, gestita da Agostino Gnoni, a tarda
ora della notte dal 5 al 6 gennaio. Non occorse l'uso delle armi, tanto
fu inattesa l'irruzione della forza nella stalla ov'erano a riposarsi i briganti.
Il buio favorì la fuga di Angelo Ferrari ; gli altri furono arrestati e condotti a Poggiardo, donde passarono a Lecce.
Questa fu la fine ingloriosa della banda del Venneri. Dei suoi componenti, il Barbaro e il Ferrari, in unione con Antonio Sansò detto Chetta,
tentarono ancora un colpo di mano nell'agro di Villa Picciotti. Avvistati
dalla Guardia Nazionale del luogo e presi a fucilate, si dettero alla fuga.
Ma il Barbaro cadde ferito, e in tale stato, tirando ripetutamente contro
i militi, riuscì a ferirne quattro (ag. '64): arrestato, morì dopo qualche
giorno. Quintino Venneri non vide la fine del lungo processo contro la
sua banda : morì nel carcere di Lecce il 24 luglio '66, dove era finito
anche il fratello Giuseppe (1).
Ma i luoghi che erano stati molestati dal Venneri non rientrarono
tanto presto nella calma. Un gruppo di malviventi, da sei a sette; capitanati da Salvatare Coi, nel settembre del '65, tenne in movimento la forza
pubblica, così la Guardia Nazionale che disarmò in Racale nella notte
dal 25 al 26, con abuso di titolo e falso ordine di pubblica autorità, come
i Carabinieri, coi quali, due giorni dopo, venne a conflitto presso la masseria Campolusio, nell'agro di Ugento. I componenti la banda, in seguito,
furono arrestati, processati e condannati a gravi pene, cominciando dal Coi,
che ebbe i lavori forzati a vita (2).
Nella zona del Capo di Leuca tali furono gli ultimi fatti del brigantaggio, ridotto a volgare delinquenza. D'allora, anche questo estremo lembo
della Provincia riacquistò la tranquillità e la sicurezza.
(1) Ibid., Processi, 69.
(2) Ibid., Processo Coi.
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brigantaggio, che turbò la vita nei primi anni del Regno unitario
e paralizzò l'ascensione del Mezzogiorno al regime liberale, passò tutt'altro che inosservato a coloro cui spettava il compito di assicurare la tranquillità e la sicurezza delle provincie meridionali. La stampa del tempo,
dai giornali delle grandi città ai fogli di provincia, considerandolo come
un pericoloso ostacolo al consolidamento del nuovo ordine di cose, lo attaccò con violenza incoraggiando il governo ad adoperare ogni mezzo per
distruggerlo. Nè meno viva fu l'azione spiegata nel campo parlamentare./
Gli atti della Camera dei Deputati e del Senato, per quegli anni, accolgono interrogazioni e discussioni — talvolta animate queste, temendosi che
i provvedimenti eccezionali da adottarsi non importassero lesione delle libertà statutarie — e poi ancora inchieste, proposte e disegni di legge. Fra
le inchieste è molto interessante quella che, condotta attraverso un giro
per le provincie da nove deputati, ebbe relatore Giuseppe Massari, venuto anche a Lecce nel febbraio del '63 con alcuni dei componenti quella
Commissione. Frutto di tale inchiesta, la cui relazione fu letta alla Camera dei Deputati raccolta in Comitato segreto nelle sedute del 3 e 4
maggio successivo, fu la legge Pica del 15 agosto di quell'anno, alla quale
seguirono altri provvedimenti informati, sino al '65, a princìpi di eccezionalità ( I ).
/Ai provvedimenti legislativi si accompagnarono i militari che si tradussero in vere e proprie campagne contro i malviventi. Nello stesso tempo
si sperimentarono i mezzi pacifici della persuasione, della riduzione delle
pene e anche del perdono, a certe condizioni ed entro determinati limiti
di tempo.
Alla repressione del brigantaggio concorsero il R. Esercito e i RR. Carabinieri e, in collaborazione con l'uno e gli altri, la Guardia Nazionale,
Sottostando a fatiche, a pericoli e a sacrifizi che furono affrontati con viva
comprensione del mandato che la nuova Italia loro affidava, così le milizie regolari come le cittadine portarono un coraggioso contributo alla
civile crociata.
(1) La Relazione Massari, di capitale importanza per la storia del brigantaggio meridionale dopo il '60, è inserita in Atti del 'Parlamento Dal.. Sess. 1863-64, vol. I (Roma, 1884),
pgg. 670-724. Di essa puó considerarsi un'appendice l'altra — pur letta il 4 maggio — dell'On. Castagnola, rivolta a dare le prove della complicità di Francesco 11 nelle agitazioni brigantesche (ibid., pgg. 724-744).
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La condotta tenuta dall' Esercito e dall'Arma Benemerita nelle campagne contro il banditismo ebbe il suo degno riconoscimento nel Parlamento e nel Paese, e non ha bisogno d'essere ricordata in questa mo_
desta ricostruzione di cronache brigantesche limitata a Terra d' Otranto.
La Guardia Nazionale, vecchia istituzione più volte riordinata dal
nuovo governo, se nei primi tempi, per I' infiltrarsi di elementi retrivi
e per il pessimo e scarso armamento -- pochissimi i fucili, a pietra focaia
sino al 1862, a percussione dopo; munizioni a carico dei comuni — non
corrispose al bisogno e• dette luogo a inconvenienti, in seguito, miglioratene le condizioni, rese buoni servizi alla causa della repressione del brigantaggio e della sottomissione alla legge. Snidando i malviventi dai loro
rifugi, inseguendoli, catturandoli, arrestando pagatori di ricatti, manutengoli e ricettatori, denunziando i retrivi d'ogni genere, essa riuscì ad assicurare la definitiva liquidazione del malanno. Sul cadere del 1863, che
segna il principio del tramonto così della reazione come del brigantaggio,
l'organizzazione e l'arruolamento della Guardia Nazionale erano definiti
nelle provincie. Nella nostra essa fu raccolta allora in cinque battaglioni,
143°-147 dell'intero corpo dotata di 17276 nuovi fucili, giunti per via
di mare a Taranto, a Brindisi, a Gallipoli, e raccolti a Lecce presso la
Prefettura. Quando fu segnalato l'arrivo delle nuove armi, da ogni luogo
del Salento i corpi della Guardia Nazionale ne sollecitarono a gara l'assegnazione, tanto era vivo il desiderio di uscire dalla inazione, alla quale
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sino allora erano stati condannati, e di contribuire alla repressione del bri3
gantaggio e della reazione (1).
/ Operando spesso in lontani e appartati luoghi, esposta a insidie e
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pericoli, fra gente sospetta o avversa, la Guardia Nazionale partecipò ono•
revolmente alla lotta contro i nemici dell'ordine e della sicurezza, ebbe
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i suoi caduti e mutilati, e potè così far dimenticare qualche caso di in•
disciplina e di mancato coraggio.t Dopo la gratitudine verso l'Esercito e
la Benemerita Arma, per i servizi resi all'Italia in quei primi anni del
nuovo regime, può trovar posto anche quella per i militi della Guardia
Nazionale, oscuri cittadini che, posponendo la quiete domestica e gl'interessi privati al bene pubblico, sentirono, all'alba del nuovo Regno, la
fierezza di concorrere alla difesa interna della Patria libera e unita contro i facinorosi d'ogni specie.
La commissione d'inchiesta, nella relazione suddetta del Massari, pur
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2.
(I) ASL., guardia Nazionale, Pratiche generali, fasc. 1-2.
S. Panareo - 'Reazione e brigantaggio nel Salento
183
notando le deficienze che, sui principi del '63, ancora presentavano le
milizie cittadine, ne riconobbe la devozione agl'interessi della Patria e il
concorso alla tutela dell'ordine, e indicava della nostra provincia come
meritevoli di menzione le Guardie Nazionali di Ostuni, di Manduria, di
Laterza, di Nardò, di Latiano e di Mesagne (1)/
I provvedimenti deliberati dall'alto contro il brigantaggio ebbero scrupolosa esecuzione da parte delle autorità della Provincia, le quali, nello
stesso intento, presero altre iniziative. Il Prefetto Gemelli, che fu il primo
governatore della Provincia ad assumere una tale qualifica, dopo la disfatta subita dai briganti alla masseria Monaci, nel dicembre '62 pubblicava un manifesto d'incoraggiamento ai cittadini e alla Guardia Nazionale
perchè concorressero alla cattura e alla distruzione dei rimasti, e dava di
questi l'elenco che ne contava quarantuno, quasi tutti del Tarantino, come
il Laveneziana, il Trisolino, il Locaso e il Mazzeo. Nel manifesto erano
pure annunziati i premi per la cattura dei briganti, sia di quelli in esso
elencati come dei non nominati. Allo stesso modo si era fatto dal 1808
al 1811 e dal 1816 in poi, di fronte ad altre manifestazioni del brigantaggio. La misura dei premi andava da un massimo di 500 lire fissate per
l'arresto di un capo a un minimo di 100 per un gregario. Si avvertiva
in fine che « i briganti che volontariamente si presentassero, o avranno
cooperato all'arresto dei loro compagni, saranno raccomandati alla clemenza
sovrana » (2).
Le somme per fronteggiare l'importo dei premi, come pure per indennizzare i danneggiati dal brigantaggio, erano attinte a un fondo costituito da sottoscrizioni che, per Terra d'Otranto, furono raccomandate con
Circolare prefettizia del 6 novembre '62. 11 primo dei fogli di tale sottoscrizione inviato ai Comuni e a privati cittadini portava le offerte dello
stesso Prefetto — L. 400 — del Presidente del Consiglio Provinciale Balsamo — L. 200 — e degli altri componenti il Consiglio. La commissione incaricata di amministrare le somme era composta dal Prefetto, dal Presidente della Deputazione, dal Comandante le armi della Provincia, dal
Maggiore dei RR. CC. e dal Comandante la G. N. di Lecce, che era
allora D. Angelantonio Paladini, risoluto sostenitore, sul Cittadino leccese
(1) Relaz. cit. del Massari, pg. 711.
(2) ASL.. Atti della Provincia, 1863-67: Premi e spese per la distruzione del brigantaggio.
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che promosse anch'esso un'altra sottoscrizione, di una campagna a fondo
contro il brigantaggio (1).
La raccolta dei mezzi finanziari forniti da autorità e da privati mirava, oltre che a indennizzare i danneggiati, ad incoraggiare le forze cittadine destinate a combattere il brigantaggio e ad assicurarne la fine, e costituì una onorevole manifestazione di patriottismo data allora dalla Provincia.
La campagna contro i malviventi d'ogni specie, ostinatamente perseguita, dette presto i suoi frutti e si tradusse da ultimo in un'opera di rastrellamento dei dispersi che prima o dopo furono raggiunti.
Dopo il 1865, reazione e brigantaggio in Terra d'Otranto, combattuti senza tregua, potevano dirsi tramontati. Non vi furono tentativi, in
seguito, di rinnovare l'una e l'altro, con grande vantaggio dell'ordine e
della sicurezza, con accrescimento della fiducia nel nuovo stato e della
dignità stessa delle popolazioni. Ciò, in generale. si verificò così nel Salento come in altre provincie del Mezzogiorno. Se, alla vigilia della terza
guerra con l'Austria, si parlò di un disegno d'insurrezione nelle Puglie,
esso, se mai esistè, fu un desiderio di qualche speranzoso che ancora voleva dare l'illusione all'ex Sovrano, sempre rifugiato in Roma, della possibilità di un ritorno al perduto trono. L'Ulloa, che dà la notizia di tale
disegno, aggiunge che non se ne fece nulla. A favore del Re caduto può
invece ricordarsi che in quella occasione egli rivolse un manifesto al popolo per esortarlo a mantenersi tranquillo durante Io svolgimento della
guerra. Ad onore delle provincie dell'ex Regno si può constatare con lo
stesso Ulloa che, all'indomani di Custoza, « non un solo borbonico aveva
levato il grido della reazione ! » (2).
Tuttavia rimase ancora qualche brontolone e qualche pessimista, gente
che di proposito voleva tenere chiusi gli occhi per non vedere i benefici
arrecati dalla unità e dalla libertà, e che, lasciandosi dominare dal rimpianto per il passato, sognava, attraverso difficoltà e pericoli incombenti
al nuovo stato, la possibilità di una restaurazione borbonica.
(1) Ibid.
(2) Pietro C. Ullo a, Un re in esilio. Bari, Laterza, 1928, pg. 133.
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Non già che, vinti gli ostacoli opposti dalla reazione e dal brigantaggio, tutto poi nella Provincia procedesse nel migliore dei modi. Anzi,
come altrove, anche in Terra d'Otranto, non esistendo educazione politica
ed essendo deboli le basi necessarie a poggiarvi la nuova vita pubblica,
si verificarono inconvenienti e si manifestarono difetti che dovevano influire malamente sulla nostra come sulle altre provincie del Mezzogiorno.
Al che contribuirono anche non poco le condizioni economiche e sociali
tutt'altro che felici, ignoranza e incomprensione delle popolazioni, e penuria di uomini adatti alla nuova situazione. Non mancarono neppure errori dall'altra parte, dalla parte cioè dei governanti, in dipendenza della
frettolosa manìa accentratrice, di non ben calcolati provvedimenti finanziari riusciti gravosi o intempestivi, e della trascuratezza a migliorare economicamente le classi meno agiate.
Ma non è compito di questa nota riesumare, sia anche con un accenno, la cosidetta « Questione meridionale », la quale, dopo d'avere affaticato per lunghi anni gli studiosi, secondo ha affermato qualcuno in questi ultimi tempi, non esisterebbe più. ( 1 )
Resta fissato che il brigantaggio fu il primo dei grandi problemi che
la nuova Italia, nelle provincie meridionali trovate in eccezionali condizioni rispetto a quelle del centro e del settentrione, affrontò coraggiosamente e riuscì ad eliminare paralizzandone le dannose conseguenze ed
iniziando così la rigenerazione di cui aveva bisogno il Mezzogiorno.
Della reazione e del brigantaggio, anche a considerarli come malanni attraverso i quali dovevano fatalmente passare le provincie meridionali, rimane il ricordo doloroso ; ma resta pure il conforto che gli ostacoli opposti da quei malanni alla costruziane dell'edifizio unitario e liberale
da ultimo furono felicemente superati, e che a tale superamento non mancò
il contributo della gente delle diverse provincie compreso il nostro Salento.
Le speranze nel ritorno al passato che poggiavano sullo sfruttamento
di quei malanni riuscito altra volta, se ancora illusero qualche retrivo,
caddero per non più rinnovarsi. E il motto popolare « Mo torna Frangiscu >, che, ironicamente adoperato, si udì in sèguito per qualche tempo,
poteva in tal senso essere apposto sulle ruine di un regime per sempre
abbattuto dalla volontà degli Italiani.
S. Panareo
(I) Fra gli scrittori che si sono occupati della « Questione Meridionale » v. Giustino
Fort unato, Il Mezzogiorno e lo stato italiano. Firenze, Vallecchi, 1926.
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Reazione e brigantaggio nel Salento dopo il 1860