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hiese nel mondo
Non negherai
giustizia
al tuo povero
Caritas Europa, KEK-Commissione
Chiesa e società, Segretariato
COMECE, Eurodiaconia
S
Nell’Anno europeo della lotta alla
povertà e all’esclusione sociale, Caritas Europa, la Commissione Chiesa e società della Conferenza delle
Chiese europee (KEK), il Segretariato della Commissione degli episcopati della Comunità Europea
(COMECE) e la federazione di organizzazioni cristiane Eurodiaconia
hanno presentato alle istituzioni europee e agli stati membri un documento congiunto dal titolo Non
negherai giustizia al tuo povero (Es
23,6) in occasione della conferenza
ecumenica, organizzata presso il
Parlamento europeo (Bruxelles, 30
settembre). Oltre all’analisi del problema della povertà in Europa e delle sue cause, il documento contiene
14 raccomandazioni: dal modo di
attuare la «clausola sociale» del
Trattato di Lisbona all’introduzione di un salario minimo, dalla promozione dei consumi alternativi
alla valutazione del lavoro non pagato, e alla protezione della domenica come giorno di riposo collettivo per salvaguardare la salute dei
lavoratori e come precondizione
importante per una società partecipativa.
Opuscolo, nostra traduzione dall’inglese. Cf.
Regno-att. 20,2010,658.
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ulla base della nostra fede cristiana ci impegniamo
per un’Europa umana e sociale, in cui si facciano
valere i diritti umani e i valori basilari della pace,
della giustizia, della libertà, della tolleranza, della
partecipazione e della solidarietà» (Charta oecumenica, Strasburgo, 22.4.2001).
Prefazione
Nel quadro dell’Anno europeo della lotta alla povertà e
all’esclusione sociale e in vista dell’adozione da parte
dell’Unione Europea di una nuova strategia sociale, economica e ambientale per i prossimi dieci anni (Europa
2020), Caritas Europa e Commissione Chiesa e società
della Conferenza delle Chiese europee (KEK), Segretariato della Commissione degli episcopati della Comunità
Europea (COMECE) ed Eurodiaconia si sono riunite per
affermare le loro comuni preoccupazioni, speranze,
responsabilità e visioni. Chiediamo all’Unione Europea e
ai suoi stati membri un forte impegno politico, e una conseguente azione, a favore di una società che persegua il
benessere di tutte le persone e permetta a ogni persona di
vivere degnamente.
Analisi della situazione: la crisi,
un’opportunità per ripensare il nostro sistema
Nell’aprile del 1997, su richiesta della Commissione
europea, le Chiese e le organizzazioni diaconali dell’Unione
Europea (UE) hanno tenuto una consultazione sui temi della
povertà e dell’esclusione sociale. Hanno condiviso le loro
convinzioni e preoccupazioni su temi quali la disoccupazione, le pensioni, la sostenibilità dei sistemi della sicurezza
sociale, la migrazione e il razzismo, gli effetti della globalizzazione.
Oggi, a distanza di 13 anni, l’Europa e il mondo sono
cambiati. Ora l’UE comprende 27 stati; la globalizzazione
ha aumentato l’interdipendenza e gli scambi in tutti i campi
(ad esempio commercio, finanza, educazione, cultura). Le
istituzioni europee hanno adottato nuovi strumenti come il
Trattato di Lisbona e i diritti sociali hanno acquistato una
maggiore importanza politica e un maggior riconoscimento
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legale. Ma la loro traduzione in pratica sembra ancora piuttosto debole. L’UE, con la sua nuova strategia «Europa
2020» e alla vigilia della negoziazione delle sue nuove prospettive finanziarie, deve ancora affrontare varie sfide per il
raggiungimento della giustizia sociale. Infatti, benché la
nostra sia un’epoca di ricchezza senza precedenti, attualmente gli stati membri dell’UE attraversano la crisi più
grave dagli anni Trenta.
Europa: ricca ma ineguale
Anche prima della crisi del 2008 la situazione economica globale era distorta, con una concentrazione di ricchezza
da una parte e una diffusa fame e povertà dall’altra.
Nell’UE, una delle regioni più ricche del pianeta, il 17%
della popolazione, pari a 84 milioni di persone, vive ai limiti della povertà, sotto la soglia del reddito medio del 60%,
definito in passato come soglia di povertà. La crescita economica sembra aver avvantaggiato i ricchi più dei poveri e
nell’UE il divario fra ricchi e poveri è aumentato, aggravando così la disparità dei redditi e la povertà.1
Il passaggio della società dal modello industriale a un
modello basato sulla conoscenza ha prodotto importanti
effetti sociali. La trasformazione del mercato del lavoro ha
danneggiato i lavoratori poco qualificati e formati e le loro
famiglie. Al tempo stesso, sono cambiate le basi economiche
di intere regioni e città tradizionalmente industriali, richiedendo un riassestamento che ha aggravato le disparità negli
stati membri dell’UE. Questo rende l’economia instabile ed
esposta alla crisi e destabilizza le comunità a livello globale e
locale. Queste disparità mettono in pericolo la stabilità e la
pace sociale. Continuare su questa strada non è sostenibile.
La crisi economica e finanziaria:
frutto di politiche, priorità e valori errati
La crisi economica non è dipesa dal caso, ma è il risultato di scelte politiche. È frutto di un sistema finanziario ed
economico compromesso, di giudizi errati da parte di coloro che hanno preso le decisioni nel sistema finanziario e dei
governi. Venticinque anni di prosperità hanno indotto economisti, governi e opinione pubblica a credere alla bella
favola di un mercato stabile, efficiente e in grado di autoregolarsi, un mercato nel quale il denaro generava più denaro
e la ricchezza più ricchezza. Il desiderio della ricchezza è
diventato ossessivo e miope negli anni della maggiore prosperità che l’Europa abbia mai conosciuto. Ed è in questo
preciso contesto che è maturato il boom dei mutui sub-prime,
basati su prezzi dei terreni e delle case inflazionati. L’economia mondiale è stata fortemente influenzata da un sistema finanziario speculativo, ingiusto nei riguardi dei cittadini che si guadagnano da vivere unicamente con il loro lavoro. È questo l’errore fondamentale che bisogna correggere
in vista di una ripresa economica sana e stabile.
La crisi mette in discussione una serie di convinzioni che
hanno sostenuto anche le politiche economiche dell’UE
negli ultimi decenni, come l’autoregolamentazione del mercato, il primato dei criteri economici in tutti i settori della
vita, l’importanza del profitto e della crescita. La crisi attuale è stata aggravata da una mancanza di fiducia nelle istitu1
ORGANIZZAZIONE PER LA COOPERAZIONE E LO SVILUPPO ECO(OCSE), Growing Unequal? Income Distribution and Poverty
NOMICO
zioni finanziarie e politiche e nel sistema che l’ha generata e
anche da una crisi dei valori. Infatti, alla radice dell’attuale
crisi finanziaria ed economica scopriamo una crisi valoriale.
La crisi dimostra che si sono invertiti mezzi e fini della
politica economica. La crescita, la competitività e il mercato
non sono fini a sé stessi, ma mezzi per accrescere il benessere delle persone e assicurare società stabili e coese. L’economia deve servire il bene comune delle persone e della
società. La deregolamentazione dei mercati ha prodotto un
indebolimento delle priorità politiche e degli obiettivi sociali dell’economia. Non bisogna scambiare la crescita del prodotto interno lordo (PIL) per progresso della società.
Abbiamo bisogno di riordinare le priorità, in modo che il
benessere della persona e la salvaguardia del creato siano
preservati e l’economia sia guidata dai principi dei diritti
umani sociali. Solo un’economia che risponde ai bisogni
delle persone e non alla loro avidità è sostenibile.
La crisi economica e finanziaria:
un danno per i più vulnerabili
L’impatto sociale della crisi economica e finanziaria ha
ridotto un maggior numero di persone in povertà e la situazione è peggiorata per coloro che erano già disperati.
Milioni di persone hanno perso il posto di lavoro o sono
costrette ad accettare una riduzione del salario o posti di
lavoro precari. Poiché le finanze pubbliche sono state duramente colpite, a volte il livello delle prestazioni della sicurezza sociale è diminuito e i tagli della spesa sociale hanno
portato a un peggioramento delle condizioni di vita dei
gruppi vulnerabili. In molti paesi, l’eccessivo indebitamento
di individui e famiglie sta diventando un problema diffuso.
La disoccupazione fra i giovani è aumentata in modo drammatico e minaccia il futuro di un’intera nuova generazione.
Non sono ancora chiari in tutta la loro gravità l’impatto
della crisi e i suoi effetti strutturali, culturali e spirituali a
lungo termine sui gruppi a rischio, effetti che potrebbero
aggravare la frammentazione nelle nostre società.
Qual è stata la risposta?
Si sono spesi miliardi di euro per salvare certe banche
dalla bancarotta e permettere al sistema finanziario di continuare a operare. Sono soldi che dovranno ripagare nei
prossimi decenni le future generazioni di contribuenti. Si
sono spesi miliardi di euro anche per sostenere la credibilità
di debitori sovrani, membri della zona euro, agli occhi dei
mercati finanziari. Tutto questo è in stridente contrasto con
le piccole somme spese per proteggere le persone dalle devastanti conseguenze sociali della crisi. I governi stanno
tagliando i trasferimenti ai servizi sociali, alla sanità e alle reti
di sicurezza che, in tempo di crisi, dovrebbero garantire alle
persone l’accesso ai loro diritti sociali.
Da un punto di vista meramente economico, i costi
sociali della crisi potrebbero essere considerati le conseguenze, tragiche ma inevitabili, delle dinamiche di mercato. Se
accettiamo questa spiegazione, tradiamo il bene comune e
non impariamo nulla riguardo alla crisi e al modo in cui promuovere la giustizia e la pace nelle nostre società europee e
in quelle mondiali. La crisi non riguarda solo gli errori e le
in OECD Countries (Crescita diseguale? Distribuzione del reddito e povertà nei paesi OCSE), 2008.
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decisioni sbagliate del sistema economico, ma riguarda
anche la legittimità morale del sistema e dei suoi valori.
Il 2010 avrebbe dovuto essere dedicato alla discussione
non solo su come rimediare ai danni causati dalla crisi, ma
soprattutto su come cambiare il sistema ed evitare nuove
crisi, riducendo al tempo stesso la povertà. I governi avrebbero dovuto riformare e regolamentare il settore finanziario
per porlo a servizio dei bisogni della società e dell’economia
reale. Bisogna riequilibrare la relazione fra stato e mercato e
sottolineare che i governi hanno il dovere di rispettare, proteggere e assicurare i diritti economici e sociali per tutti.
Quando il mercato trascura i diritti umani e il bene comune, i governi devono intervenire ed esercitare la loro responsabilità.
Povertà: una realtà a più dimensioni
Nell’attuale dibattito politico si usano due approcci classici per la definizione della povertà. Vi sono persone e famiglie il cui reddito è insufficiente per l’acquisto dei beni e servizi basilari: questa è la povertà assoluta, che nell’UE è fortemente diminuita. Vi è poi la povertà relativa, da cui si
misurano le disuguaglianze, che è aumentata. La povertà
relativa viene calcolata stimando il reddito individuale in
relazione al reddito medio della popolazione e quanto lontani sono i singoli o le famiglie dal potersi permettere i beni
e i servizi tipici della società in cui vivono. Ciò implica l’incapacità di partecipare alla vita della società a un livello considerato scontato dalla maggioranza della popolazione.
Ma, dal punto di vista cristiano, questa distinzione fra
povertà assoluta e povertà relativa in termini monetari è – se
pur necessaria – insufficiente perché non ingloba l’intera
realtà della povertà. Nella concezione cristiana, la povertà è
una realtà a più dimensioni e non si riduce ai soli aspetti
materiali. Esistono anche aspetti relazionali e spirituali della
povertà. Inoltre, la tradizione cristiana conserva una visione
positiva della povertà liberamente scelta.
Povertà: limiti legati al reddito e oltre
Noi aderiamo a una concezione ampia, che vede la
povertà come una mancanza di benessere, comprendente
situazioni precarie caratterizzate in particolar modo da una
permanente mancanza di risorse finanziarie.
Ma, al di là delle risorse finanziarie, bisogna tener conto
di altri importanti aspetti: benessere fisico (salute), alloggio,
educazione, integrazione occupazionale (invece che disoccupazione e condizioni di lavoro non sicure, precarie), integrazione sociale (integrazione in una rete di relazioni, primaria e secondaria), residenza (per i migranti), famiglia di
origine («eredità sociale»).2 Inoltre, sulla povertà influiscono
(a volte, persino più di tutto il resto) anche altri aspetti, come
quelli psicologici, culturali, etici e spirituali.3
Povertà ed esclusione non sono solo mancanza di beni
materiali e di servizi sociali; anche la forza della famiglia e i
legami familiari sono fondamentali. Queste situazioni sono
legate, inoltre, alla solitudine e alla solidità della rete di sicurezza della persona. La povertà genera l’esclusione sociale e
l’esclusione sociale genera a sua volta la povertà, ma le due
realtà non si identificano. In ogni società possono esservi
persone povere, ma ben integrate nella società e, al contra-
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rio, persone ricche socialmente non integrate. In base alla
concezione cristiana, una società inclusiva deve permettere
a ogni persona di riconoscere l’altro ed esserne riconosciuta
per i propri talenti personali, di poterli sviluppare e utilizzare fruttuosamente per sé e per gli altri. Perciò la povertà ha
importanti effetti relazionali perché impedisce alle persone
di usare le loro capacità e quindi di contribuire al bene
comune. Una delle forme più profonde di povertà è l’isolamento: la mancanza di relazioni e di legami sociali, indipendentemente dalla condizione socio-economica.
Il cerchio della povertà
Certi gruppi sociali sono più esposti alla povertà e all’esclusione; alcuni di questi gruppi sono abbandonati a molteplici discriminazioni (ad esempio le donne disabili o i
migranti anziani). Le persone anziane sono generalmente
più esposte alla povertà a causa di pensioni molto basse; in
certi paesi, la percentuale delle persone anziane povere raggiunge il 25%. In molti paesi dell’UE le famiglie con figli
rischiano la povertà più della popolazione generale (19% fra
i bambini a fronte del 17% fra gli adulti). Spesso la povertà
finanziaria dipende dal livello del reddito familiare, troppo
basso per permettere condizioni di vita decenti. Sono particolarmente a rischio i bambini che vivono in una famiglia
che non ha lavoro o ha un lavoro poco remunerato, i bambini con un solo genitore e i bambini di famiglie numerose,
perché spesso queste famiglie non sono adeguatamente
sostenute dalla società. Molto spesso la trasmissione della
povertà di generazione in generazione limita le opportunità
e le scelte fin dalla prima infanzia, esponendo così i figli a
maggiori ostacoli con l’andar del tempo, a causa della scarsa educazione, della salute e delle prospettive di lavoro.
Povertà e donne
Nell’UE la povertà e l’esclusione sociale hanno per lo più
un volto femminile; questo perché occupazione, lavoro e stipendio non sono ancora equamente distribuiti in tutti i suoi
stati membri. I fattori che rendono le donne più povere degli
uomini sono complessi. In molti casi è ancora difficile accordare doveri familiari e lavoro remunerato. Se una famiglia si
sfascia, le donne corrono spesso un maggior rischio di finire
in povertà. Gli stereotipi giocano ancora un ruolo nella limitazione delle scelte lavorative delle donne e degli uomini;
questo impedisce alle donne di disporre di pari risorse finanziarie, specialmente se vivono da sole o se dipendono legalmente dal marito (è il caso ad esempio di molte donne
migranti).
Trascuratezza del welfare
e individualizzazione dei rischi
La povertà e l’esclusione dipendono anche da sistemi di
welfare, tipici di certi paesi, che non sostengono adeguatamente le persone a rischio. Le società che combattono più
efficacemente la povertà sono quelle con i livelli più bassi di
disuguaglianze, ottenuti con una ridistribuzione del reddito
mediante generose indennità sociali e un adeguato accesso
ai servizi.4
Negli ultimi vent’anni, certi stati hanno cancellato alcuni loro precedenti impegni e rinunciato a un approccio
generale e universale alla protezione sociale dalla povertà.
Hanno cambiato il loro sistema di welfare, accentuando
maggiormente la responsabilità individuale e le condizioni
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per ottenere i benefici sociali. Questo ha determinato una
maggiore individualizzazione dei rischi sociali. L’obiettivo
non è più la prevenzione della povertà, ma unicamente la
creazione di reti di sicurezza. Le politiche sociali sono state
orientate sempre più verso l’occupazione e assoggettate alle
esigenze dei mercati del lavoro flessibili e delle politiche
fiscali facendone pagare le spese alle necessità di inclusione
e sicurezza sociali. Questo implica una crescente accettazione dell’idea secondo cui la società non può proteggere l’individuo dalle disfunzioni del mercato del lavoro e quindi una
crescente pressione economica sui gruppi disoccupati. In
definitiva, ponendo l’accento quasi esclusivamente sul mercato del lavoro, si sono trascurate, e addirittura danneggiate, altre fonti e risorse del welfare: non solo il sistema del welfare in sé, ma anche la famiglia e la società civile, con le loro
strutture e le loro potenzialità di gratuità, reciprocità e solidarietà.
Questi cambiamenti hanno indotto certi commentatori
a sottolineare una crescente pressione dei criteri economici
sulle persone e sulla società e un’accentuazione predominante del profitto e della crescita. Cedendo a questa tendenza si sono spesso sottovalutati e riformati i modi per preservare la cura delle persone, spingendo sempre più quelle a
rischio nella trappola della povertà e dell’esclusione sociale.
Come Chiese cristiane, assieme alle più solide organizzazioni di sostegno dello stato sociale noi vogliamo essere in
modo certo dalla parte dei poveri e degli oppressi e servire,
accompagnare e ascoltare in spirito di amicizia, ma, al
tempo stesso e con altrettanta determinazione, vogliamo
lavorare per la riduzione strutturale della povertà e dell’ingiustizia.
Oggi le società ricche sperimentano forme di emarginazione che possono essere qualificate come povertà emozionale, morale e spirituale. Nonostante la prosperità economica, esistono queste varie forme di malessere sociale. Più cresce la prosperità di una società, più è importante, per la
coesione comunitaria, che nessuno sia lasciato indietro. Una
società che incentra l’attenzione sul profitto individuale, sul
consumo e sull’avidità invece che sulla responsabilità per il
bene comune, il benessere e il futuro di tutte le persone,
genera povertà relazionale ed è formata da persone che
riducono la loro umanità a un modello per cui è più importante «avere» che «essere». Le persone induriscono il loro
cuore, escludono gli altri e spesso interagiscono fra loro per
ragioni di interesse personale piuttosto che di amicizia.
Nella nostra epoca caratterizzata da una grande abbondanza, il consumo è diventato talmente importante da
indurre le persone a indebitarsi gravemente per sostenerlo.
Questo processo è stato definito una «macina edonistica»,5
in definitiva insoddisfacente, e, per chi non riesce a tenere il
passo, una fonte di stress che aggrava i problemi di autostima e il senso di fallimento personale. Tale consumismo
genera una radicale insoddisfazione perché le aspirazioni
più profonde non sono appagate e sono forse addirittura soffocate. Uno stile di vita basato sul consumismo riduce il
tempo e lo spazio dedicato alle domande sul senso della vita.
Lo sfoggio di beni materiali prevale sull’interiorità, sulla
meditazione e sulla riflessione spirituale. La ricerca esclusiva
dei beni materiali e della gratificazione immediata accresce
la povertà relazionale e spirituale e causa anche un’ingiusta
distribuzione dei beni e una non equa partecipazione ai servizi intesi originariamente per tutti.
Questa macina consumistica contrasta con l’ideale del
cristianesimo, secondo cui il valore umano è indipendente
dal successo economico della persona. In realtà, nel corso
della storia del cristianesimo, uomini e donne hanno persino
sottolineato la loro preferenza per i poveri perché i cristiani,
basandosi su Mt 25,31-46, credono che Cristo sia presente
nei poveri e nei bisognosi. Secondo la Chiesa delle origini, il
significato della condivisione dei beni non riguarda solo la
solidarietà fra le persone, ma esprime anche la nostra disposizione verso Dio (cf. Cipriano, Gregorio Nisseno o
Giovanni Crisostomo). Nell’antropologia ascetica, l’avidità è
considerata la radice di ogni male. Giovanni Damasceno
sottolineava che tutti i peccati hanno una durata limitata,
mentre l’avarizia è una bestia che non muore mai. Perciò
l’avidità è considerata una forma interiore di violenza, esistente in tutte le società umane. Francesco d’Assisi scelse
liberamente e radicalmente una vita povera, perché l’imitazione della condizione della stragrande maggioranza dei
poveri e la condivisione della loro vita gli sembrava il modo
migliore di seguire Cristo e incontrare Dio. Per lui vivere in
povertà significava rifiutarsi di percorrere la strada sbagliata
dell’ossessione del denaro. Le Confessioni di fede del tempo
della Riforma incoraggiano le persone a non riporre la loro
fiducia nei beni materiali, ma nella grazia di Dio, che conduce alla giustizia e alle opere buone (Apologia della
Confessione di Augusta, art. IV e art. XXVII). Perciò una
visione positiva della povertà è stata un elemento importante della tradizione cristiana fin dalle origini e da allora ha
continuato a essere una forza stimolante. Oggi, questa visione viene echeggiata dall’appello alla «semplicità di vita» che
molte Chiese e comunità cristiane proclamano già da molti
anni. Più recentemente, l’idea della «semplicità di vita» ha
raggiunto l’opinione pubblica attraverso progetti di ricerca e
gruppi di esperti impegnati in forme alternative, sostenibili
di produzione e consumo, in risposta ad alcune sfide mondiali come le pratiche commerciali ingiuste e i cambiamenti
climatici. La povertà definita come «semplicità di vita» liberamente scelta può diventare quindi un modo per approfondire non solo lo sviluppo personale di ciascun individuo
e rafforzare le relazioni interpersonali, ma anche per trasformare la società attraverso un potenziamento della qualità e della sostenibilità della vita. Oggi occorre ritornare a
lavorare simultaneamente per la conversione dei cuori e per
il miglioramento delle strutture. Altrimenti, la priorità accordata alle strutture e all’organizzazione tecnica rispetto alla
2 Cf. CARITAS EUROPA, «Cos’è la povertà?» in La povertà in
mezzo a noi. Parte A: un approccio analitico, Bruxelles 2010.
3 Caritas Svizzera ha creato uno strumento on-line (disponibile
solo in tedesco sul sito web www.caritas-zuerich.ch).
4 R. WILKINSON, K. PICKETT, La misura dell’anima. Perché le
diseguaglianze rendono le società più infelici, Feltrinelli, Milano
2009.
5 Lo studio condotto dal Dipartimento dei consiglieri politici
europei (Bureau of European Political Advisers; BEPA): R. LIDDLE,
F. LARAIS, Europe’s Social Reality, Bruxelles 2007, 13.
Povertà emozionale, morale e spirituale:
cercare la vita oltre il consumismo
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persona e alle esigenze della sua dignità esprimerebbe
un’antropologia materialistica, contraria alla costruzione di
un giusto ordine sociale.
Le nostre richieste etiche: responsabilità
per il nostro prossimo
e per la dignità umana di tutti
Dalla dignità all’inclusione mediante
giuste relazioni
Noi crediamo che la dignità umana abbia la sua origine
in Dio e provenga da lui, perché siamo fatti a immagine e
somiglianza di Dio. In base a questa visione, ogni persona
umana possiede la stessa dignità e onorabilità. Perciò ogni
persona ha un valore inalienabile, un’identità personale
sovrana, «doni» e potenzialità dati da Dio. Nessuno può
essere considerato privo di diritti, perciò bisogna sempre
rispettare la dignità e l’onore di ogni persona.
Le tradizioni cristiane, nella loro riflessione sulla giustizia
sociale, tendono a vedere le condizioni sociali dal punto di
vista dei membri più deboli della comunità, tenendo conto
della loro vulnerabilità e delle loro necessità. Questa prospettiva ha modellato l’Europa.
Lo sviluppo della coscienza sociale dell’Europa affonda
le radici nella concezione cristiana della responsabilità per il
nostro prossimo, che esprime una forma di coesistenza nella
quale ogni essere umano è trattato con amore, dignità e
rispetto, indipendentemente dalla sua condizione iniziale o
dalle sue realizzazioni, e senza pregiudizi riguardo a razza,
colore, origine ecc. Indipendentemente dal fatto di essere
povera, schiava o straniera, la persona va sempre considerata un fratello o una sorella.
Questa concezione biblica della responsabilità verso il
prossimo ha tre importanti conseguenze:
– il riconoscimento della dignità e dell’onore di ogni persona, indipendentemente dalle sue realizzazioni o capacità;
ogni persona umana ha diritto di partecipare alla vita sociale;
– la giustizia sociale, come generatrice di imparzialità e
pari opportunità, permettendo così a ogni persona di esercitare la propria libertà;
– la solidarietà, grazie alla quale la persona, mediante le
proprie azioni e i propri contributi, assicura la qualità della
vita degli altri.
La giustizia sociale implica il riconoscimento dell’interdipendenza degli esseri umani. Perciò tutti gli esseri umani
hanno una comune reciproca responsabilità, una comune
vocazione a costruire un’unica comunità umana, nella quale
tutti – individui, popoli e stati – vivono e si sviluppano in
base ai principi della fraternità e della responsabilità.
L’opzione preferenziale per i poveri
Dal punto di vista dell’etica cristiana, i poveri sono il criterio in base al quale misurare la giustizia. Perciò ogni azione sociale, politica ed economica dovrebbe essere valutata in
base alla misura in cui riguarda, favorisce e rafforza i poveri. Una società giusta abilita le persone a riconoscere i loro
talenti individuali, a svilupparli, a utilizzarli per sé stesse e
per gli altri, a partecipare attivamente alla vita della società.
In questo senso, la povertà come negazione della giusta di-
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stribuzione e partecipazione è un’offesa alla dignità umana.
Le Chiese sono quindi tenute a un’«opzione preferenziale
per i poveri».
L’«opzione preferenziale per i poveri» comprende tre
linee guida:
– eliminare l’esclusione e coinvolgere ogni persona nella
vita della società;
– impegnarsi a vedere le cose dal punto di vista delle persone che vivono escluse dall’abbondanza;
– stimolare le persone benestanti a condividere e stipulare una vera alleanza di solidarietà.
L’«opzione preferenziale per i poveri» presenta e illustra
questi principi: la «destinazione universale dei beni» al servizio del bene comune di tutta l’umanità (comprese le generazioni future); una pari accessibilità ai beni da parte di tutti;
la funzione sociale, e relativi doveri, di tutte le forme di proprietà privata o corporativa. Questi principi dimostrano che
bisogna anzitutto eliminare la povertà. Oggi, in termini operativi, questo significa che i costi della crisi economica devono essere portati soprattutto da coloro che possono più facilmente addossarseli. Perciò la carità, la diaconia e la filantropia (da cui prendono il nome le principali organizzazioni
caritative cristiane in Europa; ndt ), riferendosi all’amore di
Dio verso l’uomo, che l’uomo è chiamato a imitare amando
il prossimo con la carità e il servizio, sono componenti essenziali dell’essere della Chiesa. Le Chiese e le organizzazioni
ispirate dalla fede forniscono servizi – ospedali, alloggi per i
poveri, formazione per i disoccupati, centri per la famiglia,
case di riposo per gli anziani, servizi per i disabili e molti altri
servizi – per assicurare la qualità della vita, la dignità umana
e i diritti sociali a tutti. Queste attività fanno parte dell’impegno quotidiano: sono un’espressione del desiderio di aiutare gli altri e permettere loro di partecipare pienamente alla
vita sociale.
Una giusta partecipazione
Come ogni persona ha diritto alla partecipazione politica, così ha diritto alla partecipazione alla vita sociale, culturale ed economica. La giustizia sociale non si limita alla cura
individuale delle persone svantaggiate, ma mira all’eliminazione delle cause strutturali della povertà e a una maggiore
partecipazione ai processi sociali ed economici. Una società
giusta è in grado di sostenere le persone, rafforzarle nell’uso
delle loro doti e capacità individuali, renderle il più autosufficienti possibile per guadagnarsi da vivere e aiutare gli altri.
La giustizia è ben più della semplice giustizia distributiva. In una società democratica essa comporta anche il coinvolgimento globale di ogni persona: nell’educazione, nell’attività economica, nella sicurezza sociale e in altre espressioni di solidarietà. La giustizia esige istituzioni sociali organizzate in modo da garantire a ognuno la capacità di partecipare attivamente alla vita economica, politica e culturale
della società in cui vive. L’assicurazione di un’equa partecipazione è uno dei fondamenti della democrazia. Questo
dovrebbe essere tenuto presente anche nelle politiche fiscali
degli stati membri dell’UE. Una scorretta competizione
fiscale fra gli stati membri può danneggiare la giusta ridistribuzione delle risorse e la realizzazione di forti sistemi di protezione sociale.
La partecipazione alla vita della società è fondamentale,
perché innesca il reciproco riconoscimento: la società bene-
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ficia della diversità degli apporti dei suoi membri e ogni individuo beneficia dell’interazione fra i membri della società.
La crescente interdipendenza delle economie e dei sistemi
sociali, le nuove condizioni di lavoro e di vita ci stimolano ad
affrontare in modo adeguato le implicazioni del nostro essere una sola comunità; integrazione dovrebbe significare solidarietà e non emarginazione, che invece caratterizza le
«nuove forme di povertà».
Ricchezza e giustizia:
la responsabilità sociale dei ricchi
In anni recenti, nelle società europee è aumentato il
divario fra ricchi e poveri. Le Chiese sono molto preoccupate per la tendenza di alcuni loro membri ricchi e benestanti a disimpegnarsi dalla solidarietà. Come cristiani, noi
crediamo nel dovere dei ricchi e di tutti di condividere i pesi
della società. I governi dovrebbero combattere il consolidamento di una ristretta élite finanziaria privilegiata ed evitare,
con apposite misure, una crescente pressione sulla «classe
media», mentre persone e imprese con redditi molto alti
continuano a cercare strade per evitare il loro necessario
contributo a una società inclusiva.
Raccomandazioni
Queste raccomandazioni sono rivolte soprattutto alle
istituzioni dell’UE e ai suoi stati membri. Ma, da un punto
di vista cristiano, la lotta alla povertà non è un dovere delle
sole istituzioni, bensì un dovere di tutti gli amministratori a
livello nazionale, regionale e locale, delle Chiese, delle associazioni organizzate della società civile e di ogni persona.
«LA CRISI ECONOMICA E FINANZIARIA,
FRUTTO DI POLITICHE, PRIORITÀ E VALORI
ERRATI»: LAVORARE PER LA GIUSTIZIA SOCIALE
MEDIANTE LA REGOLAMENTAZIONE
FINANZIARIA E LA PARIFICAZIONE SOCIALE
Attuazione del nuovo articolo sociale
del Trattato dell’UE
Il preambolo del Trattato dell’Unione Europea (TUE)
conferma l’adesione degli stati membri alla Carta sociale
europea, secondo la quale «ognuno ha diritto alla protezione dalla povertà e dall’esclusione sociale» (Parte I.30). L’art.
3 (3) del TUE elenca fra gli scopi dell’UE «la lotta all’esclusione sociale». Nell’art. 9 del Trattato sul funzionamento
dell’Unione Europea (TFUE), questo riferimento e obiettivo è
stato tradotto in un articolo sociale orizzontale nel quale si
afferma: «Definendo e attuando le sue politiche e attività,
l’Unione terrà conto delle esigenze legate alla promozione di
un alto livello di occupazione, assicurazione di un’adeguata
protezione sociale, lotta contro l’esclusione sociale e di un
alto livello di educazione, formazione e protezione della
salute umana».
1. Per onorare i propri principi e i diritti sociali che ha
riconosciuto, l’UE dovrebbe basare le sue politiche su
un’effettiva parificazione sociale, per assicurare a ogni
persona le condizioni necessarie per vivere in un modo
consono con la dignità umana. Perciò ogni decisione politica di una certa rilevanza dovrebbe essere preceduta da
un’attenta valutazione del suo impatto sociale.
La Commissione europea è responsabile dell’elaborazione della programmazione annuale e pluriennale
dell’Unione (TUE, art. 17). Dovrebbe quindi attuare l’articolo sociale, comprendente la richiesta di valutare ogni
nuova iniziativa dal punto di vista del suo impatto sulla
«lotta all’esclusione sociale», ad esempio mediante un
capitolo specifico nella sua strategia politica annuale.
Inoltre, la Commissione dovrebbe includere un capitolo
specifico riguardo a questo articolo nella sua relazione
generale annuale al Parlamento europeo (TFUE, art. 249).
Infine, la Commissione europea potrebbe stabilire, sul
modello del Gruppo europeo di etica, un gruppo di rinomati esperti sociali per rivedere annualmente l’attuazione
dell’articolo sociale.
Il Consiglio europeo e l’«articolo sociale»
Il presidente del Consiglio europeo ha suggerito di attribuire al Consiglio il governo economico dell’Unione. Noi
siamo convinti che il governo economico possa riuscire solo
se assicura la coerenza con le politiche ambientali e sociali.
2. In relazione all’«articolo sociale», il presidente
potrebbe riflettere, nei suoi rapporti al Parlamento europeo dopo ogni Consiglio, sul modo in cui è stato attuato
l’articolo sociale.
«EUROPA, RICCA MA INEGUALE»:
PROMUOVERE L’UGUAGLIANZA E LA SOLIDARIETÀ
La Carta dei diritti fondamentali
Diritti fondamentali sono riconosciuti anche nel Trattato
di Lisbona attraverso l’inserimento di un riferimento legalmente vincolante alla Carta dei diritti fondamentali dell’UE.
La Carta contiene una sezione sulla solidarietà, nella quale
si elenca una serie di diritti direttamente rilevanti in campo
sociale, come il diritto all’informazione e alla consultazione
in seno alle imprese, il diritto a negoziare accordi collettivi e
a intraprendere azioni collettive, il diritto all’accesso alla
sicurezza sociale e all’assistenza sociale ecc.
3. Nei prossimi anni, l’Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali dovrebbe incentrare il proprio programma di
lavoro annuale sugli aspetti relativi al c. IV (solidarietà)
della Carta.
«TRASCURATEZZA DEL WELFARE,
INDIVIDUALIZZAZIONE DEI RISCHI»:
RAFFORZARE E PROTEGGERE LA SOLIDARIETÀ
Accesso universale ai servizi di «interesse generale»
L’accesso ai servizi di interesse generale o pubblico, specialmente servizi sociali e sanitari, è un’esigenza basilare in
una società che afferma di rispettare e promuovere la dignità umana e i diritti fondamentali. Il Protocollo sui servizi di
interesse generale sottolinea il loro importante ruolo. La
Commissione, nell’ambito della sua competenza, dovrebbe
promuovere e proteggere l’accesso universale ai servizi di
interesse generale. L’UE e gli stati membri dovrebbero anche
assicurarsi che i servizi sociali e sanitari vengano erogati in
base alla solidarietà e alla giustizia; questo richiede il loro
finanziamento pubblico. Finanziamento consistente, supervisione, autorità legislative e istituzioni a tutti i livelli devono
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assicurare che gli ambiti finanziari, sociali e normativi siano
tali da consentire ai fornitori del servizio sociale di assolvere
le loro rispettive missioni. Quando i servizi sono forniti a
pagamento, devono essere alla portata di tutti. I servizi devono essere disponibili per l’utente a livello più locale possibile,
per assicurare che nessuno sia ostacolato nell’accesso a causa
della distanza. Devono essere fisicamente accessibili anche
alle persone disabili. Nel succitato Protocollo l’UE si è impegnata a perseguire un livello più alto in materia di qualità,
sicurezza, accessibilità, equo trattamento e promozione di un
accesso universale e dei diritti degli utenti.
4. Alla luce dell’«articolo sociale» e del suddetto Protocollo, l’UE e gli stati membri dovrebbero, in collaborazione con le Chiese, le organizzazioni Caritas e diaconali,
adoperarsi per assicurare a tutti nell’UE servizi di interesse generale di qualità.
«DALLA DIGNITÀ ALL’INCLUSIONE
ATTRAVERSO GIUSTE RELAZIONI»:
SOSTE NERE L’INCLUSIONE ATTIVA
Iniziativa per una vita decente:
un salario che permetta di vivere
Il lavoro remunerato è il modo principale in cui le persone si procurano ciò che serve per vivere e partecipano alla
vita della società. Ogni persona ha diritto di provvedere al
proprio sostentamento e a quello della sua famiglia. Il diritto umano al lavoro contiene il diritto a un salario sufficiente
per vivere. Questo diritto è violato là dove esistono «poveri
che lavorano» perché contraddice direttamente le disposizioni dell’art. 4 della Carta sociale europea sul diritto dei
lavoratori a una «remunerazione che permetta a loro e alle
loro famiglie un decoroso standard di vita» e dell’art. 7 della
Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e
culturali. I salari devono permettere di vivere; un salario che
permette di vivere è un salario necessario per l’alloggio, il
cibo e altri bisogni fondamentali. Il salario che permette di
vivere è un concetto centrale dell’etica cristiana, secondo la
quale lo stato ha un ruolo chiave nella realizzazione di un
sistema salariale che permetta di vivere. Al di là di questo
salario vitale, noi crediamo che ogni persona abbia il diritto
umano a un livello di sussistenza minimo garantito, con o
senza lavoro remunerato. In una democrazia giusta nessuno
dovrebbe essere emarginato e ogni bambino dovrebbe essere in grado di acquisire le necessarie capacità relazionali e di
crescere integrato nella società e nella cultura. Il welfare
dovrebbe mirare a garantire il livello della sussistenza socioculturale di ogni persona, rafforzando le famiglie e i vincoli
familiari, permettendo ai beneficiari non solo di sopravvivere, ma di condurre una vita in dignità.
5. La Commissione europea dovrebbe collaborare con
gli stati membri per l’elaborazione di un sistema di salari
minimi in grado di eliminare definitivamente il fenomeno dei poveri che lavorano e assicurare a tutti un salario
che permetta di vivere.
Iniziativa per una vita decente: un reddito minimo
Come riconosce la Raccomandazione sull’inclusione attiva, adottata dal Consiglio occupazione, politica sociale,
salute e consumatori (EPSCO) il 17 dicembre 2008, e riaf-
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fermata dall’EPSCO il 9 marzo 2009, i piani del reddito
minimo possono giocare un ruolo decisivo per far uscire le
persone dalla povertà e favorire l’inclusione di quelle che
vivono ai margini della società.
6. Molti stati membri dell’UE hanno una qualche
forma di reddito minimo ma, come hanno affermato i
coordinatori della rete europea di esperti nazionali indipendenti sull’inclusione sociale nel loro Rapporto sui
piani di reddito minimo negli stati dell’UE,6 «molti stati
membri non hanno piani di reddito minimo che consentano a tutti di condurre una vita in dignità e molti sistemi
sono ben lungi dal permetterlo».
Perciò noi chiediamo agli stati membri di adottare
piani adeguati di reddito minimo, che permettano il rafforzamento e la partecipazione di tutte le persone.
Chiediamo alla Commissione europea di sostenere maggiormente gli stati membri, in modo da facilitare lo scambio delle pratiche e delle politiche più adeguate.
Impegnarsi a eliminare il fenomeno
della mancanza di alloggio
In molti paesi dell’UE si registrano nuove forme di mancanza di alloggio ed esclusione di quest’ultimo. Un numero
crescente di giovani, famiglie, migranti e persone in cerca di
asilo è escluso dall’assegnazione dell’alloggio o manca di
alloggio in generale. In questa nuova situazione: occorre
allargare il concetto di mancanza di alloggio, passando dalla
semplice «mancanza di un tetto», a una concezione multidimensionale dell’esclusione sociale e sviluppando un approccio integrato in materia di lotta alla mancanza di alloggio e
all’esclusione da questo. Le nuove strategie devono tener
conto di nuovi aspetti, quali la salute, l’occupazione, l’educazione, il reddito minimo, l’accesso ai servizi di interesse
generale e l’accesso ai servizi sanitari e sociali per cercare di
eliminare il fenomeno della mancanza di alloggio e dell’esclusione dall’alloggio.
L’ultimo Rapporto congiunto sulla protezione e inclusione
sociale (2010) chiede agli stati membri dell’UE di elaborare
delle strategie per la lotta contro la mancanza degli alloggi e
chiede di fornire loro chiare linee direttive in materia.
Ovviamente queste strategie richiederanno un forte sostegno
e un adeguato monitoraggio da parte delle istituzioni dell’UE
e specialmente della Commissione europea.
7. Poiché il fenomeno della mancanza di alloggio è in
continuo cambiamento, bisogna basarsi sulla realtà effettiva e promuovere la ricerca e la reciproca informazione
transnazionale per facilitare un efficace intervento a livello
politico. Gli indicatori dell’Open Method of Coordination
(OMC) per la protezione e l’inclusione sociale continuano
a ignorare il problema della mancanza di alloggio. Eurostat dovrebbe stimare il numero totale delle persone che
mancano di alloggio nell’UE in modo da fornire statistiche
affidabili a coloro che prendono le decisioni.
Per combattere efficacemente la mancanza di alloggio
occorrerebbe una migliore azione governativa e amministrativa per mobilitare tutti gli attori importanti. Questo
significa, ad esempio, che le autorità locali, i fornitori di
alloggi e i fornitori di assistenza sociale devono lavorare
insieme per affrontare e prevenire il fenomeno della man-
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canza di alloggio. A nostro avviso, anche la Commissione
europea dovrebbe sostenere e rafforzare le piattaforme
europee per la cooperazione internazionale, in modo da
creare una maggiore consapevolezza e varare politiche e
azioni governative più soddisfacenti in materia di mancanza di alloggio nei vari stati membri.
In linea con la richiesta della Dichiarazione 111 (2008)
del Parlamento europeo, il Consiglio europeo dovrebbe
trovare una soluzione al problema dei senzatetto che vivono per strada entro il 2015 come priorità dell’UE, nel quadro di un obiettivo generale di totale risoluzione del fenomeno della mancanza di alloggio.
Alcuni problemi legati alla mancanza di alloggio possono essere risolti attraverso azioni intraprese a livello europeo: ad esempio in base alla legislazione dell’UE sulla libera circolazione si deve garantire un alloggio di emergenza
a tutte le persone che risiedono legalmente in essa e si trasferiscono in un qualsiasi altro stato membro. Infine,
riguardo alla mancanza di alloggio, ricordiamo l’art. 34
(3) della Carta dei diritti fondamentali attualmente vigente: «L’Unione riconosce e rispetta il diritto all’assistenza
sociale e abitativa per assicurare un’esistenza decente a
tutti coloro che non dispongono di risorse sufficienti».
COME ABBIAMO RISPOSTO?
COME POTREMMO RISPONDERE
ORA ALLA CRISI ECONOMICA E FINANZIARIA?
Le sfide causate dall’elevata disoccupazione, dall’invecchiamento della popolazione, dal cambiamento delle strutture familiari e dall’esclusione sociale hanno proiettato le questioni relative alla qualità della vita in testa all’agenda della
politica sociale dell’UE e hanno messo in sempre maggiore
discussione il valore supremo della «crescita a ogni costo». La
recente crisi economica è un ulteriore passo avanti verso una
crisi sociale che fermenta in Europa da anni. La disoccupazione, specialmente giovanile, rischia d’innescare una profonda crisi di fiducia nel nostro attuale sistema politico, una
crisi che potrebbe avere conseguenze politiche drammatiche.
In questo contesto, chiediamo alla Commissione europea e
agli stati membri di utilizzare gli insegnamenti tratti dalle
attuali profonde crisi sociale, economica e finanziaria, per
rafforzare le proprie politiche e intensificare gli sforzi.
Promuovere un consumo alternativo
8. Il documento «Europa 2020» della Commissione
europea fa riferimento al consumo alternativo e ai modelli di produzione alternativi unicamente nella sua proposta
di un’importante iniziativa intitolata «Un’Europa efficiente in materia di risorse». Vorremmo che questi sforzi
fossero intensificati, mettendo realmente in discussione le
attuali tendenze culturali, nelle quali vengono incoraggiati e apprezzati il consumo superfluo e l’avidità, e promuovendo invece valori alternativi come la moderazione e la
generosità.
6 H. FRAZER, E.MARLIER, Rapporti di sintesi sulla valutazione
dei programmi di reddito minimo nell’UE, ottobre 2009.
7 Risoluzione del Parlamento europeo su donne e povertà,
13.10.2005. Cf. documenti analoghi con idee simili, come il Rapporto
della Commissione per la misurazione del rendimento economico e
del progresso sociale, presieduta da Joseph Stiglitz, agosto 2009;
Utilizzare nuovi indicatori
9. Come il Parlamento europeo chiede nella sua
Risoluzione su donne e povertà,7 anche noi chiediamo
alla Commissione europea di riconoscere l’economia
informale e quantificare l’«economia della vita», utilizzando una metodologia e degli indicatori incentrati sulla
misurazione che l’impatto della povertà e dell’esclusione
sociale ha sulle donne e sugli uomini.
Apprezzare il lavoro non remunerato
10. Promuovere il volontariato, che è un’espressione
attiva della cittadinanza, contribuisce al welfare della
comunità e lo rafforza al di là dei legami puramente
economici. Accrescere il riconoscimento del lavoro
non remunerato svolto specialmente nella famiglia e
nel settore della cura, ad esempio mediante assicurazioni sanitarie, il diritto alla pensione e il riconoscimento delle qualifiche informali.
«IL CERCHIO DELLA POVERTÀ»: VARARE
POLITICHE MIRATE PER IL SOSTEGNO
DELLE PERSONE PIÙ BISOGNOSE
(GENITORI SINGOLI E FAMIGLIE NUMEROSE)
E SPEZZARE IL CERCHIO DELLA POVERTÀ
Sostenere le famiglie a rischio di povertà
In un’epoca in cui la popolazione invecchia, paradossalmente in Europa le famiglie hanno meno figli di quanti ne
vorrebbero, poiché temono ciò che prospetta il futuro e i
costi che avrebbero la loro crescita e la loro educazione. La
Commissione europea e gli stati membri dovrebbero lavorare a favore di società più favorevoli alla famiglia.
11. Dati gli attuali costi della crescita e dell’educazione dei figli in Europa, è assolutamente necessario concedere agli stati membri una flessibilità nella riduzione
dell’IVA su tutti i prodotti relativi alla fase neonatale e
alla prima infanzia. Raccomandiamo fortemente la
concessione di detrazioni per ogni figlio a carico.
Le famiglie con tre o più figli dovrebbero essere incluse nei gruppi particolarmente a rischio di povertà menzionati nella Comunicazione UE 2020 della Commissione. L’UE potrebbe introdurre un periodo annuale fino a dieci giorni di congedo non pagato per ogni
genitore per permettere di far fronte più facilmente a
situazioni familiari inaspettate.
«POVERTÀ COME CONCETTO
PLURIDIMENSIONALE»: LAVORARE
PER LA COESIONE SOCIALE
Proteggere la domenica
come giorno settimanale di riposo
L’evoluzione e trasformazione cristiana del terzo comandamento – quello relativo al sabato – con l’istituzione
COMMISSIONE EUROPEA, GDP and beyond. The measurement of progress in a changing world (PIL e oltre. La misura del progresso in un
mondo che cambia, COM [2009] 433), 20.8.2009; anche P.C. PADOAN (vicesegretario generale dell’OCSE), Measuring and fostering
well being and progress in OECD roadmap, 29.10.2009.
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della domenica come giorno collettivo di riposo ha favorito l’introduzione di un elemento comune nella società e ha
permesso di conseguenza una maggiore coesione sociale.
Biblicamente parlando, non esiste alcun fondamento per la
separazione a livello sociale fra ricchi e poveri nell’ordine
della creazione; il comandamento del sabato e il giorno settimanale di riposo intendono quindi spezzare la realtà
sociale di alto e basso, ricco e povero, padroni e schiavi, e
mostrare il vero ordine della creazione. Gli schiavi devono
poter respirare come i cittadini liberi. Perciò ogni giorno
settimanale di riposo, ogni domenica ricorda che liberazione e uguaglianza, giustizia sociale e rinnovamento sono
volontà di Dio per tutti.
In anni recenti, questa lezione fondamentale della storia
europea ha subito una notevole pressione, specialmente a
causa di interessi commerciali lucrativi. Ristabilire la domenica quale giorno collettivo di riposo permetterà la costruzione delle amicizie, delle famiglie e della cultura, perché
offre alle persone l’opportunità di interrompere il lavoro
quotidiano e incontrarsi in attività religiose o sociali.
La ricerca scientifica dimostra che la domenica giova
alla salute dei lavoratori maggiormente rispetto a un qualsiasi altro giorno della settimana. Secondo la legislazione
dell’UE, la domenica è protetta come giorno di riposo settimanale per i bambini e gli adolescenti. Perciò, più di
qualsiasi altro giorno della settimana, essa offre l’opportunità di stare con la propria famiglia e i propri amici. Così
la domenica libera favorisce la riconciliazione e la vita
sociale. Il tempo libero comune è un importante presupposto per una società partecipativa, che permette ai suoi
membri di aderire ad attività civiche.
12. Raccomandiamo all’UE di proteggere la domenica come giorno di riposo collettivo per la società, sia per
preservare la salute dei lavoratori, sia come un’importante condizione previa per una società partecipativa.
«UNA GIUSTA PARTECIPAZIONE»:
ASCOLTARE GLI ATTORI CHIAVE
Coinvolgere le Chiese e le loro organizzazioni
Le Chiese in Europa e le loro organizzazioni sono
direttamente impegnate nella lotta contro la povertà. Esse
sostengono che l’aiuto e la difesa dei membri più deboli
della società sono un valore chiave del modello sociale
europeo. Sono importanti fornitrici di servizi sociali e
offrono efficienti reti trans-europee.
13. Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona
l’UE ha stabilito un dialogo regolare, trasparente e aperto con le Chiese e le comunità religiose. Lo scambio sui
modi e sui mezzi per combattere la povertà e l’esclusione sociale dovrebbe diventare un punto permanente
nell’agenda di questo dialogo particolare.
Riguardo al principio di sussidiarietà e all’impegno
dell’UE a favore di un «dialogo aperto, trasparente e regolare con le associazioni rappresentative e la società civile»
(TUE, art. 11), nonché con le Chiese e le comunità religiose
(TFUE, art. 17), è essenziale coinvolgere nella piattaforma
europea contro la povertà non solo i rappresentanti dell’UE
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e dei suoi stati membri, ma anche coloro che sono più direttamente in contatto con le persone bisognose.
La progettata piattaforma europea contro la povertà
dovrebbe coinvolgere attivamente rappresentanti della
società civile e delle Chiese, nonché dei fornitori di servizi
ispirati dalla fede.
«LA CRISI ECONOMICA E FINANZIARIA
COLPISCE I PIÙ VULNERABILI»:
INVESTIRE DIRETTAMENTE NELLE PERSONE
Investire maggiormente nella protezione
delle persone povere, nel quadro di una revisione
del Fondo sociale europeo e del suo budget
La lotta alla povertà e all’esclusione sociale dovrebbe
occupare un posto più alto fra le priorità dell’agenda
dell’UE. La lotta all’esclusione sociale fa parte della competenza condivisa dell’UE e dei suoi stati membri.8
La creazione di una piattaforma europea contro la
povertà può costituire un importante passo avanti verso un
tale sviluppo, specialmente se si persegue seriamente l’obiettivo di ridurre almeno di 20 milioni il numero delle persone a rischio di povertà. I fondi strutturali europei dovrebbero accrescere la loro efficacia mediante una più stretta
collaborazione con le organizzazioni della società civile,
compresi i fornitori di servizi ispirati dalla fede.
14. La riduzione del numero delle persone a rischio di
povertà dovrebbe essere considerata un obiettivo primario dell’UE e a essa dovrebbe essere assegnato il 10% del
budget annuale dell’Unione, equivalente all’1% del suo
PIL. L’assegnazione di almeno l’1 per mille del PIL
dell’UE alle necessità delle persone più povere e socialmente escluse potrebbe essere inserita come norma generale nei regolamenti sui versamenti generali per il Fondo
europeo dello sviluppo regionale (ERDF), del Fondo
sociale europeo (ESF) e del Fondo per la coesione, che
dovrebbero essere rivisti entro il 31 dicembre 2013.
Ai funzionari pubblici che lavorano nel campo della
povertà e dell’esclusione sociale dovrebbe essere offerta la
possibilità, se lo desiderano, di fare un’esperienza diretta
di lavoro a stretto contatto con la povertà e l’esclusione
sociale.
SEGUONO LE FIRME*
* Questo testo è stato preparato da un gruppo congiunto di esperti
costituito da invitati di Caritas Europa, della Commissione Chiesa e società della Conferenza delle Chiese europee (CCS della KEK), del
Segretariato della Commissione degli episcopati della Comunità Europea
(COMECE) e da Eurodiaconia: prof. dr. KLAUS BAUMANN, Università
Albert-Ludwig, Freiburg; M. OLE MELDGAARD, consulente capo internazionale, Kofoeds Skole; dr. AIVA ROZENBERGA, segretaria del Centro di
consulenza, Centro Diaconia della ELC di Lettonia; prof. dr. FRANZ
SEGBERS, Università di Marburg; dr. RICHARD STEENVOORDE,
Segretariato della Rooms-katholiek Kerkgenootschap nei Paesi Bassi; dr.
CATHERINE VIERLING; prof. dr. JOHAN VERSTRAETEN, K.U. Lovanio; dr.
KOSTAS ZORBAS, consigliere della Rappresentanza della Chiesa ortodossa
di Grecia all’UE. Coordinamento del gruppo di esperti: sig.ra CLOTILDE
CLARK-FOULQUIER (Eurodiaconia); rev. dr. DIETER HEIDTMANN (CCS
della KEK); sig. STEFAN LUNTE (COMECE); sig.ra ADRIANA OPROMOLLA
(Caritas Europa).
8
Cf. TFUE, art. 153, in collegamento con TUE, art. 4.
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Non negherai giustizia al tuo povero C