PUNTO DI PARTENZA Progetto PANCHITA Scuola permanente sull'economia delle donne come economia della vita primo seminario residenziale DONNE E LOTTA ALL’IMPOVERIMENTO, PER L’ALTRO MONDO POSSIBILE Marina di Massa: 25/26/27 novembre 2005 Venerdì 25 novembre Fabio Evangelisti: Permettetemi di offrire il saluto di benvenuto a tutte le amiche e a tutti gli amici che hanno raggiunto la città di Massa, la Provincia di Massa - Carrara per questo appuntamento. Mi associo anch’io con un saluto particolarmente cordiale alle nostre due principali ospiti: Irma Nicasio e Gloria Hernandez. Il fatto che noi ci si ritrovi qui a Marina di Massa a cercare di ragionare insieme su donne e lotta all’impoverimento per l’altro mondo possibile, non è del tutto casuale. La Provincia di Massa - Carrara si ritrova appieno… lavora da anni dentro il progetto complessivo della Regione Toscana che chiamiamo Porto Franco. Già il nome, Porto Franco, cioè questo porto libero di incontro e di scambi, ovviamente di incontri e di scambi non commerciali ma di idee, di culture, è il tratto caratterizzante il progetto stesso. Noi siamo impegnati dentro questo progetto, e l’appuntamento di oggi è stato particolarmente voluto dalla Regione Toscana, più che dalla Provincia di Massa - Carrara. E’ il secondo di una serie di appuntamenti, il primo è stato a maggio scorso ad Empoli, questo è il secondo, il terzo, il quarto e il quinto laboratorio si terranno a Livorno, a Siena, a Pistoia. A me oggi spetta il compito, particolarmente gradito, non soltanto di portare i saluti dell’Amministrazione Provinciale, ma anche quelli del Governo Regionale della Toscana. Devo appunto giustificare l’assenza per altri impegni dell’Assessore Mariella Zoppi e di Lanfranco Binni che è il coordinatore, l’anima del progetto stesso, che mi hanno pregato di portare i loro saluti. Io, venendo qua, a questo appuntamento, non ho potuto fare a meno di costruire un parallelo con un’iniziativa invece questa sì tutta della Provincia di Massa - Carrara, anch’essa inserita dentro il progetto di Porto Franco ma con una caratteristica particolare. E’ l’iniziativa che nel 2005 appunto, l’anno che Porto Franco ha voluto dedicare alla differenza di genere, noi abbiamo costruito un viaggio nella lettura dei processi di produzione della conoscenza e del sapere. Abbiamo costruito cinque appuntamenti e mi ha colpito il fatto che giusto una settimana fa, per quei casi, per quelle coincidenze, ci siamo interrogati su identità di genere e multicultura, riflessione sulla questione dei diritti. Il tema, così posto, può valere per la Toscana, per l’Italia, per la Francia, per l’intera Unione Europea. In verità, il contributo specifico che ci è venuto da Roberta Pellizzoli, che è un’assistente dell’Università di Bologna, era concentrato su un progetto e su un’esperienza particolare che lei ha fatto in Uganda. E’ venuta quindi a parlare del tema della cultura delle donne ugandesi, della lotta, delle battaglie delle donne ugandesi. Certo, si parlava delle conquiste di carattere culturale, ma come slegare, come separare la battaglia per l'affermazione dei diritti, come l’affermazione di un’identità, da quella che è una battaglia per modificare il sistema economico che poi costringe, piega spesso l’identità e anche le culture. E ci siamo interrogati appunto proprio una settimana fa, sabato scorso, su queste tematiche e quello che mi ha lasciato l’appuntamento è stato soprattutto un dato, un invito che Roberta Pellizzoli ci faceva: attenzione, quando parliamo delle culture che sono altro da noi, quando parliamo soprattutto di quella che è la cultura delle donne di paesi africani, quello che dobbiamo fare per prima cosa è provare a spogliarci delle nostre strutture mentali, delle nostre strutture culturali perché sennò facciamo fatica a comprendere, come, ad esempio… e, scusate la banalità del riferimento, ma è stato proprio questo uno dei temi della discussione, facciamo fatica persino a capire come in Uganda non sia prevista da un Governo che si è liberato, che ha fatto pure la rivoluzione, ad esempio la proprietà e il possesso della terra da parte delle donne che la lavorano. E allora lì c’è il primo elemento di impatto e di contrasto, fra chi appunto cerca un’affermazione di genere, cerca un’affermazione identitaria, cerca di risollevarsi da un problema di povertà e però cozza con quelle che sono le strutture del sistema economico. Ripeto, anche in una realtà che, almeno in potenza, queste cose potrebbe averle affrontate e risolte. Naturalmente il riferimento è all’Uganda, però il ragionamento si potrebbe estendere anche ad altri paesi. Però io vorrei riprendere più in generale la questione, credo che sia assolutamente giusto, utile e necessario l’approccio che è stato proposto al laboratorio di queste giornate che si svolgono a Marina di Massa, e spero che sia poi anche proficuo di lavoro e ci sia occasione anche per rincontrarci. Ma come faccio a non fare un riferimento alla notizia che stamani è su tutti i giornali? A Roma, in Campidoglio, si sono incontrati venti Premi Nobel per la pace. Hanno consegnato un premio a Bob Geldof, che da anni si batte soprattutto contro la povertà dei paesi africani, che ha ricordato come ogni anno siano sei milioni i bambini che muoiono di fame, come il nostro paese risulti uno dei più insensibili rispetto alla necessità di aiutare lo sviluppo nei paesi del terzo mondo e in particolare dell’Africa. E quindi dobbiamo sicuramente fare qualcosa per rimotivare. L’anno prossimo in Italia ci saranno nuove elezioni politiche, è probabile, almeno dal mio punto di vista, auspicabile un cambiamento, io spero che nel cambiamento della guida del Governo, nel cambiamento delle politiche di Governo ci possa essere anche spazio per una grande occasione di riforma e di segnale. Anni fa si è parlato molto a lungo della necessità di cancellare il debito. Ecco, se davvero riuscissimo a far passare quest’idea della cancellazione del debito, soprattutto degli interessi che i paesi poveri pagano ai paesi ricchi, forse avremmo davvero dato un grosso contributo in termini di macro economia alla lotta alla povertà. Naturalmente il tema di oggi, più che alle macro questioni economiche, è dedicato a individuare le buone pratiche e le piccole iniziative. Però, attenzione, se perdiamo di vista le grandi questioni poi facciamo anche fatica ad operare nel concreto, sapendo una cosa: che quando parliamo di queste tematiche, il rischio di andare incontro a contraddizioni è fortissimo. Le contraddizioni ci sono nei paesi sviluppati, le contraddizioni ci sono nei paesi in via di sviluppo. Io voglio citarne soltanto due e poi sto zitto, scusandomi per il fatto che purtroppo l’ora è andata un pochino oltre quello che era previsto e oggi è stato convocato il Consiglio provinciale, che ha all’o.d.g. le questioni di assestamento del bilancio e dovendo fare io, oltre all’Assessore alla Cultura, anche l’Assessore al Bilancio, debbo lasciarvi e me ne dispiace. Però spero magari di vedervi tutte domani sera a Palazzo Ducale, è in programma la proiezione di un film documentario sulla realtà dell’escavazione nelle cave di marmo, dal tempo dei Fratelli Lumière fino ad oggi, è una proiezione molto simpatica e spero che molte di voi ci vorranno essere... Però volevo parlare delle contraddizioni. Guardate le contraddizioni che esplodono nei paesi ricchi. Quello che è successo in queste settimane a Parigi, la rivolta delle periferie parigine dicono che quello che sembrava un patrimonio acquisito in termini di integrazione, è un processo ancora tutto da esplorare, che modelli precostituiti non ve ne sono, e non basta il modello angloamericano che ha fatto sì che più che all’integrazione si puntasse alla, come dire, non segregazione, ma insomma, alla separazione dei gruppi etnici. Non ha funzionato ancora il modello francese che invece ha puntato di più all’integrazione fra le culture, perché non basta l’integrazione delle culture se poi non ci sono le risposte ai bisogni primari. Ma vi sono contraddizioni anche nei paesi in via di sviluppo, e ne voglio citare una soltanto fra le tante. Io ad esempio mi interrogo su un tema delicatissimo: la questione degli organismi modificati geneticamente. Voi pensate, questo è un grosso business che, messo in mano alle multinazionali, può davvero provocare disastri dal punto di vista ambientale di quella che è la catena alimentare umana e al tempo stesso però può offrire grandi opportunità proprio in direzione della lotta alla fame, lotta al declino, lotta alle carestie. E allora come si governano questi processi? Ecco, io credo che una riflessione sullo sviluppo economico, anche su quelle che sono le buone pratiche, anche quelle che sono le micro-imprese, non possa prescindere da queste tematiche che sono le tematiche del giorno d’oggi, che erano questioni che non erano alla nostra attenzione ancora dieci anni fa. Ancora dieci anni fa non esisteva la mappatura del genoma, ancora dieci anni fa non conoscevamo il carattere elicoidale del DNA, ancora dieci anni fa non potevamo immaginare lo sviluppo così prodigioso della scienza. Però la scienza offre opportunità, insieme a rischi e pericoli. Spetta alla politica avere la capacità di governarla, di controllarla. Ecco, io credo che uno sforzo vada fatto anche in questa direzione. Auguro buon lavoro a tutti, se ce la faccio torno con voi domattina sennò ci vediamo domani sera a vedere il film. Buon lavoro a tutti. Grazie. Farhia Aidid Aden: Grazie all’Assessore e…sull’intervento che ha fatto mi sarebbe piaciuto anche entrare in merito visto che noi siamo qui due giornate per parlare, ma siccome per davvero siamo in ritardo nel programma non vorrei aprire un dibattito, passo la parola a Francesca che ci dirà tutto il percorso di Punto di partenza. Francesca Moccagatta: Benvenute a tutte. Intanto volevo ricordare che oggi è la giornata per il no alla violenza contro le donne, il 25 novembre, quindi volevo ricordare questa cosa. Il mio compito era quello di fare un breve percorso… poi Farhia entrerà nel merito del Progetto Panchita e di questi due giorni di lavoro, quindi velocemente ritracciare un po’ il percorso che ci ha portato qua. Chi siamo? Allora, il “noi” di cui parliamo è il noi che auspicava, mi sembra, l'Assessore, cioè il “noi” non è più “noi italiane”, ma è quello di un gruppo fatto di cittadine vecchie, cittadine nuove, cittadine senza cittadinanza… il “noi” che useremo in questi giorni sarà il “noi” che ci stiamo impegnando in questo processo di cambiamento. Allora, il nostro “noi” ha cominciato a formarsi nel ‘98 all’interno di un progetto che si chiamava “L’impresa di essere donna” gestito dal Cospe, coordinato da Mariateresa Battaglino, e a cui partecipavano diverse donne, che in parte adesso sono qua. In quel progetto, per la prima volta… con del tempo, diversi giorni all’interno di una sede seminariale abbastanza articolata, hanno cominciato a lavorare donne italiane e donne straniere, fra virgolette, sul tema della possibilità di un’imprenditoria al femminile, del lavorare insieme, e si sono cominciati a creare tutta una serie di rapporti che sono quelli che hanno fatto nascere il percorso successivo. Quindi quello si può un po’ definire come il punto di partenza di Punto di partenza. E una parte di queste donne, appunto migranti e native, hanno continuato a lavorare insieme e si sono ritrovate nel 2000 all’interno del percorso di Porto Franco e della Regione Toscana, una serie di campus articolati su argomenti diversi, tra cui c’era anche un campus delle culture delle donne, campus itinerante, cioè per 20 giorni un gruppo di donne, migranti e native, hanno viaggiato assieme per la Toscana, e Irma Nicasio che è qui era una delle maestre di quel percorso, e in questo gruppo, all’interno di questo lavoro del campus… in quella fase hanno cominciato a definirsi in maniera molto chiara i temi portanti del lavoro che abbiamo continuato a fare e che erano, principalmente... mi rifaccio sempre alla richiesta che faceva l'Assessore, perché il quadro generale del nostro lavoro è stato da subito quello della globalizzazione e delle asimmetrie, le buone pratiche, le esperienze, anche le microesperienze condivise sono determinanti e questo percorso le valorizzerà, ma all’interno del quadro generale che non ci sfugge, i grandi squilibri e le asimmetrie anche a livello globale. I grandi temi che venivano fuori già subito nel percorso del campus erano: il tema dei diritti, che era quello poi che teneva insieme un po’ tutti gli altri discorsi, i diritti di cittadinanza, i diritti sindacali, ma anche e soprattutto, in primis, i diritti umani, che rispetto ai nuovi cittadini e alle nuove cittadine, ai cosiddetti migranti, spesso non esistono, il grande tema del lavoro di cura, quello che noi chiamiamo lavoro di cura che era il tema del lavoro a domicilio, spesso sulle 24 ore, delle persone che si prendono cura dei bambini e delle bambine, degli anziani e delle anziane, dei malati e delle malate, che nella stragrande maggioranza dei casi in Italia sono soprattutto donne, in certi casi anche uomini, ma soprattutto donne migranti, che fanno questo lavoro e di cui le famiglie italiane hanno bisogno, perché anche le famiglie italiane a loro volta subiscono un processo di impoverimento sia in termini di diritti che di welfare, e ricorrono a queste lavoratrici straniere principalmente perché le pagano meno. Allora, questo grande tema del lavoro di cura, ora non mi soffermo tanto, nei due giorni insieme ci sarà modo, poi il tema del razzismo e delle discriminazioni, e il tema dell’economia. Il tema dell’economia in cui si intrecciano appunto i vari livelli dell’economia, le esperienze, che vogliamo valorizzare, di sopravvivenza, di strategie, di tecniche di sopravvivenza delle donne del Sud e la grande economia, quella che regge le grandi decisioni del mondo occidentale e quindi poi a catena anche le scelte dell’altra parte del mondo che sono basate su dei criteri principalmente economici. E questo è stato il campus del 2000 su cui abbiamo fatto anche un libro che è in rete. L’ulteriore tappa del gruppo che ha continuato a lavorare a partire da questa esperienza, Farhia, e Mercedes Frias, e molte delle donne che sono qua, Silvia, io, Albalisa, Angela e molte altre… il percorso successivo è stato nel 2002, tutto il percorso cosiddetto ”Punto di partenza” che ha visto, nel corso di diversi mesi, dei seminari residenziali di tre giorni, il primo con le donne delle Associazioni interculturali e delle donne immigrate, il secondo con le donne dei movimenti, il terzo con le donne delle istituzioni e alla fine ha visto un seminario internazionale di tre giorni a Campi Bisenzio. In quel percorso questi punti che già accennavo prima sono stati approfonditi e sempre di più si sono rivelati, cioè si sono confermati come i temi portanti del nostro lavoro politico. La nostra intenzione, di noi come persone che non condividevano un luogo di origine, non condividevano una situazione esistenziale identica, tra noi le asimmetrie erano molto forti, io bianca, italiana, garantita, rispetto a una donna… quindi anche al nostro interno le asimmetrie sono, restano molto forti. Il nostro lavoro del resto vorrebbe arrivare a cambiare proprio le condizioni materiali. Le asimmetrie erano molto forti, ma il nostro “noi” era di noi che condividevamo la volontà di lavorare politicamente insieme per cambiare gli assunti del discorso. Quindi nel 2002 questo lungo percorso condiviso. Poi nel 2003 ci siamo soffermate soprattutto sul lavoro di formazione, di approfondimento metodologico, sia con una serie di incontri di formazione e autoformazione sia con due incontri metodologici in uno dei quali Gloria Hernandez, che oggi è qui, era la maestra. Gloria è un’insegnante all’Università di Antioquia di sociologia ed è un’esperta in formazione metodologica e condurrà la prima azione di apertura di oggi, dopo l’intervento di Farhia sul progetto. Nel 2003 e nel 2004 poi c’è stato tutto il lavoro sul lavoro di cura, un seminario residenziale, poi la pubblicazione di un report a partire da una ricerca condotta in diverse… da Mariateresa e altre di noi che siamo qua, un’azione articolata sul lavoro di cura quindi. All’inizio del 2005 il gruppo informale, il laboratorio politico Punto di partenza si è strutturato in associazione. Tutto il nostro lavoro fino a ora si è sempre sviluppato con le caratteristiche anche di queste due giornate che andiamo a condividere, cioè sono sempre stati momenti residenziali, abbiamo sempre privilegiato il fatto di essere un gruppo che anche dormisse e mangiasse insieme, per condividere l’esperienza anche metodologicamente in maniera diversa. Questo percorso che cominciamo ora, e di cui adesso parlerà Farhia, segna un momento abbastanza diverso, fa parte di un progetto presentato alla Regione, che è il Progetto Panchita, il grande contenitore di questa azione, ed è un progetto di Mercedes Frias, la Regione Toscana l’ha assunto e il coordinamento e la gestione del progetto sono portati avanti insieme da Punto di partenza e da Porto Franco della Regione. Il progetto si articola su varie province e la scommessa che facciamo è che diventi davvero volano di iniziative in sedi differenziati anche perché per noi di Punto di partenza a questo punto c’è anche l’esigenza di continuare il nostro lavoro ma senza dover avere completamente a carico tutto il lavoro di cura che richiede la gestione di queste azioni seminariali e quindi l’augurio che faccio è che le diverse province e le persone che vivono, che abitano e che lavorano nei diversi territori a loro volta si facciano carico e ci aiutino a portare avanti questo percorso. Il tema dell’impoverimento, che è quello di questo primo laboratorio, è il quadro di riferimento economico, ma fuori della logica puramente monetaria vincente in cui poi, come si diceva anche prima, si assestano tutte le variazioni, quindi il tema dei diritti e quello di una ridefinizione di cosa è impoverimento e di quali sono i paesi poveri e quali sono le persone prive di risorse ha fatto sì che questa, all’interno del percorso che vedete dietro il programma di oggi, sia stata scelta come prima azione. Farhia Aidid: Allora, entrando nel merito del Progetto Panchita vorrei cominciare con la stessa frase di Rabia che Mercedes ha ripreso, io ve la leggo così com’era, per capire cosa intendiamo noi con questa scuola permanente sull’economia delle donne come economia della vita: “…quest’economia alternativa che esiste, che è un lavoro invisibile, informale… è l’economia delle donne ed è un’attività che le donne fanno per mantenere e nutrire le loro famiglie, ma, in particolare, è un’attività attraverso la quale le donne producono relazioni sociali, relazioni che sono fondate sul concetto di solidarietà -io aggiungo fra virgolette- organica”. Questa frase la disse a Siena Rabia Abdelkrim... Questo progetto si propone di partire dall’economia, dalle azioni quotidiane che compiono le donne per quel bisogno primordiale, come dice Mercedes, che è il mantenersi in vita, da quelle azioni di piccole dimensioni che non rientrano nei calcoli macroeconomici, quell’economia in sintesi che spiega la continuità della vita nonostante il famoso “dollaro al giorno” in molti paesi del sud del mondo. Il complesso sistema di relazioni e azioni che costituiscono strategie di resistenza, resistenza all’impoverimento e alla negazione. Modalità di resistenza che l’ottica della vittimizzazione impedisce di cogliere… quando prima l’Assessore parlava della famosa povertà per la quale tutti lottano… e a tutti danno il Nobel per la pace… io vedo che per esempio Roma è diventata una città di cui il Sindaco è orgoglioso perché negli ultimi anni ha passato una parte della sua politica a fare questa adozione verso l’Africa. E quando sento parlare in quel modo della povertà della popolazione africana oggi, così non solo in modo misero ma anche pietoso che sembra che siano i famosi… la parola che dicevano ieri Silvia e Angela quando si discuteva… i poveri sfortunati che esistono sulla terra, senza andare al di là e senza entrare in merito. Per questo noi vorremmo entrare nel merito in questi due giorni. Mi fa arrabbiare, non perché si sta parlando dell’Africa, oggi, che è il continente che fra le altre cose è quello più nero, non solo perché ci abita un popolo nero, ma è veramente… qualcuno lo dipinge anche rosso per farci spaventare di più, lo vediamo tutti i giorni… basta vedere nelle ultime settimane se uno guarda il giornale, basta vedere i dati che tutti i giorni riportano, il modo in cui li riportano, noi vorremmo decostruire tutto questo percorso e questo progetto mira a questo. Entrare nel merito delle responsabilità che hanno molti su questo fatto e in merito tra il materiale che avete in cartellina c’è il discorso di Domitila. Io aggiungo che non esiste sul pianeta un paese, anche tra quelli cosiddetti più poveri, nelle aree rurali, cioè quelli più disgraziati che si possa pensare con il terreno che non è nemmeno fertile, non esiste una povertà, ma esiste un impoverimento totale che oggi, anche chi è ricco a livello di terreno è povero e non ha nulla da mangiare e muore. Io da così considerata povera, che è nata e cresciuta in Africa, m’incazzo tutte le volte che vedo quel Continente definito il posto più sfortunato che c’è… è un bombardamento continuo di informazioni… c’è chi nasce sfortunato… e quindi anche quando uno con buona volontà lo sta spiegando a suo figliolo “tu hai da mangiare, sei fortunato perché sei nato qui”, cioè come se chi nasce lì è veramente sfortunato, cioè senza entrare nel merito perché quel bambino oggi è così. Quando si parla della, fra virgolette, povertà, vediamo sempre o almeno le immagini che io vedo sempre possono essere anche verso il lato dove sono nata, cioè verso il Corno dell’Africa… l’aspetto delle persone che vedo sono le donne totalmente malnutrite, che hanno in braccio sempre un bambino malnutrito… ogni volta vedi questi tipi di immagini… quel bambino è attaccato al seno di quella donna come se forse riesce a recuperare qualcosa e tutti si sentono…almeno, chi lo guarda in quel momento si sente… “poverini”, cioè l’unica cosa che può dire è ”noi siamo fortunati, ma guarda loro poverini”, senza riflettere su tutta la storia che sta dietro. Avremo da discutere tutto questo in questi due giorni, io mi fermo e vorrei ritornare però sul discorso del progetto che abbiamo detto parte da questa asimmetria che riconosciamo, almeno questo gruppo la riconosce, non solo nel senso di quello che c’è tra nord e sud, ma anche quello che portano le donne che provengono dal sud del mondo, che oggi vivono qui. Queste donne vogliono costruire spazi, spazi nei quali si può portare contenuti che provengono dal sud del mondo… almeno per quella resistenza perché si tratta di resistenza, non solo sopravvivenza ma resistenza di dimostrare e dirlo al mondo intero che anche là dove c’è quella famosa donna con il figliolo attaccato lì, riescono a sopravvivere al di là di quel “dollaro al giorno”, ma perché c’è un contesto e un’economia che nessuno riconosce… anche se negli ultimi anni si vede che la riconoscono, fra virgolette, perché negli ultimi tempi è diventato anche di moda collegare le rimesse dell’immigrazione… lo riconosco che in alcuni paesi, in particolare l’America Latina, una delle buone prassi di lotta all’impoverimento sono le rimesse e si vede la differenza là dove i figli di quelle persone che oggi vivono in occidente… ma allo stesso tempo sottolineano il fatto che oggi l’occidente ha da aver paura perché tutto questo flusso immigratorio porta a discutere di multiculturalismo, di terrorismo e un elenco di altre cose che non sto a dirvi. Che invece di preoccuparsi di sanare il debito storico si preoccupano della salvezza delle identità dell’occidente. Ritorno agli obiettivi del progetto che sono: facilitare questo confronto, che parte sempre fra le donne, e contribuire a diffondere, consolidare la cultura della parità, del rispetto della diversità, favorire il flusso sud - nord, ribaltando l’equilibrio etnocentrico che presuppone il nord detentore esclusivo e esportatore di ogni tipo di conoscenza. Contribuire a migliorare la qualità della vita delle donne; favorire lo sviluppo della democrazia di genere attraverso la produzione di proposte per gli enti e le istituzione. Una delle cose sulle quali noi volevamo mirare di più era che questi spazi… o almeno visto che in questo percorso ci fermeremo in quattro province, che nascesse non solo… alla fine del percorso ognuno a preso un’esperienza carina e se ne torna a casa, ma costruisse veramente una politica alternativa che trasmetta, che cambi, che riconosca, che costruisca una rete vera e propria tra le donne del sud che vengono e quelle vivono qui e di fare questo percorso veramente e che non sia solo un seminario in cui tutte si sono arricchite e se ne sono andate. Ecco perché il Progetto è diventato, tra virgolette, istituzionale… accettiamo le scuse ma non ci sono nemmeno le istituzioni che dicono che è il loro il progetto. Le metodologie: abbiamo voluto iniziare con Gloria proprio per questo, perché la scuola funzionerà come laboratorio per produrre veramente del materiale, per approfondire e produrre del materiale per non ritornare sempre indietro ricominciando da capo. Domenica dovremmo avere un documento, visto che i quattro temi sono collegati tra loro. Penso di aver dimenticato tutto quello che volevo dire, ho detto tutt’altre cose, ma va bene lo stesso e ora passerei la parola a Gloria. Francesca Moccagatta: Una cosa tecnica: cinque minuti per preparare il materiale con cui lavora Gloria e dopo cominciamo il laboratorio. Volevo dire ancora sul materiale della cartellina: voi avete il programma definitivo, il percorso cioè Panchita che è una delle azioni del progetto generale che è “El mundo a reves”. Panchita è una delle azioni e questo è il secondo laboratorio di Panchita, la scuola permanente sull’economia delle donne come economia della vita. A maggio è stato fatto un laboratorio preparatorio con Rabia Abdelkrim, che parteciperà a una delle prossime tappe, in cui abbiamo condiviso con le Province i temi generali del percorso. Questo è il primo laboratorio allargato residenziale sui tre giorni e quindi cominciamo da qui questo percorso che avrà poi le quattro tappe successive. Gloria Hernandez: Buonasera. Mi chiamo Gloria Hernandez, vengo dalla Colombia, dalla città di Medellin, sono professoressa all’Università di Antioquia, sono docente di ricerca e metodologia e lavoro con dei gruppi sui temi e le tematiche dei movimenti sociali, sulle tematiche di genere e sulle politiche pubbliche per le donne; faccio parte di un centro interdisciplinare di studio di donne e anche di un’organizzazione, di una Rete Colombiana di donne per i diritti sessuali e riproduttivi, dove svolgo un lavoro come militante, un lavoro educativo di empoderamiento per le donne perché si rendano conto dei problemi sessuali e riproduttivi esistenti e si cerchi di fare qualcosa in merito. In questa prima parte del seminario vi parlerò dell’impoverimento e mi soffermerò soprattutto su alcune parole chiave che possono dar vita ad un dibattito e generare delle proposte per un lavoro a posteriori che si possa sviluppare su queste tematiche. Per iniziare faremo quindi un lavoro su alcune parole chiave, ma prima di proporre un lavoro d’insieme, vorrei che si guardasse questo concetto iniziale, questa presentazione e quanto è stato detto appunto da Noily Neize nel 2000: “Le donne vogliono un mondo in cui la disuguaglianza basata sul genere, la classe, la casta o l’appartenenza ad una determinata etnia spariscano dai paesi e le relazioni tra di loro. Le donne vogliono un mondo in cui il soddisfacimento delle necessità di base si converta in diritti di base e in cui si elimini la povertà e tutte le forme di violenza, in cui il lavoro non retribuito delle donne per alimentare e prendersi cura e tessere la trama che sostiene la comunità, sia valorizzato e allo stesso modo venga svolto in maniera paritaria anche dagli uomini, in cui ogni persona abbia l’opportunità di sviluppare il suo pieno potenziale e la sua piena creatività, in cui il progresso delle donne si riconosca come progresso di tutti gli esseri umani. Questo è il mondo che vogliamo”. Prima di proporvi l’esercizio che volevo fare, è importante chiarire che tutto quello che vi dirò sarà segnato dal mio paese di provenienza, perché la mia esperienza, il mio lavoro, la mia costruzione ed ogni cosa a cui mi riferirò saranno segnati dal fatto che io vengo dalla Colombia. Nella discussione sull’impoverimento vorrei che mettessimo alla base il tema fondamentale: quello dello sviluppo. Come si è evidenziato attraverso le diverse conferenze che hanno avuto luogo nella decade degli anni 90, come la conferenza di Vienna sui Diritti Umani, la Conferenza del Cairo, la Conferenza di Pechino sulle donne, dopo dieci anni, è abbastanza chiaro che alla base dell’impoverimento c’è il tema dello sviluppo. E quindi vorrei che noi ponessimo alla base della nostra discussione questo fondamento. Come influisce lo sviluppo nell’impoverimento? E quale funzione attua, diciamo, nell’impoverimento dei paesi? E qual è la dinamica che porta poi i popoli a impoverirsi? Il tema dello sviluppo quindi è un concetto importante non solo per la Colombia, ma per tutti i paesi. E’ il concetto base della resistenza alla povertà. In Colombia il tema dello sviluppo si evidenzia nella forma che sta prendendo per noi di resistenza alla guerra. Il concetto appunto dello sviluppo, per noi, è un concetto che include la protezione alla vita in tutte le forme e in tutte le specie. Quando parlo di questo intendo paesi in cui l’aborto non è penalizzato, in cui si possa aprire appunto questo dibattito sulla vita, la vita intesa come valore assoluto o come possibilità reale delle persone. Quindi la protezione alla vita per le donne. La difesa e la protezione dell’ambiente, quindi l’impoverimento, la responsabilità, la resistenza, quali sono le condizioni planetarie e ambientali, la produzione di beni che possono influire in questa posizione della difesa, della protezione dell’ambiente. Francesca Moccagatta: C’è un po’ poca attenzione, un po’ poca rilevanza nella traduzione al fatto che lei pone sempre due possibilità, una convenzionale e una propositiva. Per esempio rispetto al tema della protezione della vita in tutte le forme e specie lei si è espressa chiaramente favorevole alla depenalizzazione dell’aborto… lei pone sempre due… e anche in questo punto della protezione dell’ambiente. L’ambiente come bene comune, la protezione della vita come protezione della vita delle donne, lei sta dando una lettura dello sviluppo… Gloria Hernandez: Il lavoro produttivo e riproduttivo visto in modo integrale. Quando parliamo di sviluppo, di sviluppo come vita, come difesa dell’ambiente, dobbiamo contemplare il fatto che la produzione e la riproduzione non possono essere viste come beni a sé stanti se non come una parte integrante della vita. La partecipazione permanente degli uomini e delle donne nella costruzione delle relazioni sociali e dell’ambiente, del contesto. Quindi sul tema della partecipazione bisogna porre enfasi. Quando parliamo di sviluppo, dobbiamo parlare di sviluppo a partire dall’idea vera e propria fino alla presa della decisione in ogni campo, all’integrazione quindi nei processi partecipativi che poi portano allo sviluppo. Il consumo secondo le richieste per la vita e la sostenibilità è il consumo e la sostenibilità con dei criteri rigenerativi. È impossibile pensare al consumo in quest’ottica con dei criteri rigenerativi con lo sviluppo neoliberista che ci viene imposto, quindi bisogna dibattere le proposte integrative del mercato che possono realmente portare ad un consumo che sia un consumo rigenerativo. Altro tema molto sentito, molto doloroso in Colombia: le condizioni per il pieno esercizio dei diritti umani. La situazione nel mio paese è molto deteriorata, non ci sono condizioni né totali né per una via di mezzo per cui si possa avere un pieno esercizio dei diritti umani. Abbiamo perso ogni diritto nel mio paese, abbiamo perso il diritto a pensare, abbiamo perso il diritto alla parola, abbiamo perso il diritto a decidere. Ci sono tutte le condizioni per cui questa situazione continui nel tempo. E non posso non dire che in particolare per le donne colombiane questa condizione dell’esercizio dei diritti umani è sempre più difficile e più limitata e voglio dire che la condizione di impoverimento è sempre più accresciuta da un conflitto armato. Per quanto riguarda lo sviluppo quindi pensare a uno sviluppo che sia uno sviluppo simmetrico, quindi che porti ad una reale parità di opportunità, che non parli solo appunto di una parità di opportunità ma delle condizioni reali per accedere a questo accesso paritario a tutte le risorse e quindi pensare a uno sviluppo che sia uno sviluppo senza asimmetrie. Questa è la condizione base per poter avere un accesso paritario alle risorse. Le condizioni individuali e collettive per l’esercizio della cittadinanza: se pensiamo alla parola migrazione, agli immigrati e agli emigrati, ebbene, nel mio paese non chiamiamo questi spostamento come migrazioni, perché questo non avviene per una ricerca di risorse per migliorarsi. Si tratta di un processo di esclusione, di appropriamento della terra, quindi noi definiamo quello che voi definite come migrazione, come spostamento forzato. La condizione di quelli che definiscono come “desplazados”, queste persone che appunto vengono spostate forzatamente - non abbiamo appunto la parola perché non abbiamo la condizione [dice la traduttrice] - comunque la condizione di questi desplazados, queste persone spostate forzatamente, non permette l’esercizio della cittadinanza, perché queste persone non hanno accesso alle risorse, non hanno accesso a una formazione, a un’istruzione nelle città dove arrivano, perché la politica di Stato che viene fatta è quella della consegna di un puro, mero materiale di sopravvivenza per soli tre mesi, perché dopo questi tre mesi la persona non viene considerata più come un desplazado ma come una persona della città, senza lavoro, una persona senza istruzione, una persona senza possibilità di accesso alla sanità. E voglio insistere sul discorso delle donne. Molte di queste donne, nel loro luogo d’origine, avevano un documento d’identità, ma in quanto desplazadas si ritrovano senza un documento d’identità e in questo modo non hanno più accesso alle risorse, perché l’accesso alle risorse dipende appunto dal documento d’identità. In questo modo perdono quella che è la loro cittadinanza giuridica. E’ stato poi chiesto perché queste donne arrivano senza un documento d’identità ed è stato spiegato che, quando si tratta di spostamento forzato, è appunto uno spostamento che non gli permette nemmeno di portare con sé quello che hanno. Alcune volte queste donne portano con sé solo i figli e nient’altro. E c’è un altro fenomeno per cui molte di queste donne, nella loro città di origine, comunque non avevano affatto un documento d’identità e questo è parte del problema della non possibilità di accesso per le donne alle risorse proprio per la mancanza di documenti. Questo per quanto riguarda il concetto di cittadinanza, sarebbe più ampio ma chiudiamo qui. Le relazioni di convivenza che garantiscono la qualità della vita: è molto importante, fondamentale, essere riconosciuti come interlocutori validi nel territorio in cui si abita, in cui si vive. E’ proprio questo che garantisce la qualità della vita. Ed essere degli interlocutori validi implica il concetto che la nostra parola conta, che le nostre decisioni contano, che le risorse che noi richiediamo contano per la politica di Stato, ma anche che le proposte che da noi vengono fatte contino nello sviluppo di una politica di Stato. Iniziamo adesso a lavorare sulle parole chiave, al centro di tutto vorrei mettere la parola impoverimento. Tutti lavoreremo su una parola che relazioneremo, che porremo in relazione con la parola impoverimento. Si formeranno sette gruppi, un gruppo lavorerà sulla responsabilità, un altro sulla resistenza o meglio le resistenze al plurale, un altro sulla collaborazione, un altro sul genere, un altro sulle pratiche, un altro sulle strategie e cerchiamo di vedere le differenze tra le pratiche e le strategie, e un altro sul contesto ambientale. Sono sette concetti che svilupperemo, tutti in relazione, ognuna di queste parole in relazione alla parola impoverimento. Quindi vi dividerò in sette gruppi, ad ogni gruppo verrà assegnato un numero e una parola e poi vi darò questi palloncini che mi piacciono molto perché salgono, diciamo, volano, vanno in alto. Lavoro in gruppi (Interviene Irma Nicasio) Mercedes Frias: Allora, io non faccio esattamente una traduzione, faccio un’interpretazione di quello che ha detto Irma. Ci teneva in modo particolare che questa giornata fosse sottolineata, perché è una giornata particolare, lei dice per noi dominicane ma non solo, in generale per le donne perché il 25 novembre del 1960 furono assassinate tre sorelle nella Repubblica Dominicana dal dittatore Trujillo. Loro, che erano ragazze di una famiglia bene, hanno costruito un movimento di resistenza che è costato loro la vita. Queste donne, Patria, Minerva e Maria Teresa i loro nomi, erano in quattro, è rimasta una che poi ha cresciuto i figli di tutte, i nove bambini sia delle sorelle uccise che i suoi. E’ stata qua un mese fa, abbiamo fatto un incontro al Giardino dei ciliegi, alcune delle donne qua presenti erano lì, è venuta a portare questa testimonianza anche qui. In una Conferenza in Colombia, nel ’79, è stato deciso di dichiarare il 25 novembre giorno della lotta alla violenza sulle donne. Poi nel 1999 le Nazioni Unite hanno deciso di istituire proprio a livello mondiale questa giornata, per cui i 182 paesi che hanno firmato in tutti i luoghi oggi si fanno anche manifestazioni contro la violenza sulle donne, sia la violenza politica che la violenza privata. Allora, Irma era particolarmente preoccupata del fatto che non venisse sufficientemente sottolineato questo, lei ha portato un video che si chiama “Yo soy Minerva” che poi vedremo. Su questa vicenda sono stati scritti diversi libri: uno un po’ romanzato un po’ no, un romanzo di Julia Alvarez, tradotto in italiano con il titolo ”Il tempo delle farfalle” e poi è stato fatto anche un film che si chiama “La rivoluzione delle farfalle” che anche questo si trova in italiano. Ed era questa la preoccupazione di Irma, di condividere con voi questo aspetto qua. [intervento senza microfono] …contro la dittatura, per buttare giù il dittatore… Allora, Irma insiste che vi dica che Minerva, una delle tre sorelle, la seconda, è stata la mente del progetto, insieme a suo marito. Hanno fondato questo movimento chiamato “14 giugno” che era un movimento di lotta contro la tirannia di Trujillo, poi da quando loro sono state uccise, sei mesi dopo, è stato fatto fuori anche il dittatore. Il movimento è andato avanti ma poi via via, visto che si susseguivano un po’ di situazioni così, sono stati ammazzati praticamente tutti. Gloria Hernandez: Vediamo le parole chiave che abbiamo elaborato nel lavoro dei gruppi per vedere cosa dobbiamo ricontrollare, verificare, su cosa dobbiamo riflettere, questo era il mio obiettivo oggi e penso che abbiamo fatto molti passi avanti con questo lavoro. Prendiamo le parole chiave, la numero uno…parliamo di “strategie”: [vengono lette le parole che sono emerse dal primo gruppo in merito alla relazione tra la parola impoverimento e strategie] nord: decrescita; sud: sviluppo sostenibile; beni comuni naturali, beni comuni sociali; il nord deve pagare il debito storico e non solo quello economico; nord: riparazione, restituzione, risarcimento; per le donne l’autodeterminazione…[interruzione della registrazione] ... Il gruppo mi aveva chiesto all’inizio se con la parola che avevano loro, che era "pratiche", ci si riferisse solo ad azioni positive o a delle pratiche in genere. Ho spiegato che sono entrambi i concetti, cioè sia le pratiche positive che servono per lottare contro l’impoverimento ma anche le pratiche che vengono messe in atto per perpetuare l’impoverimento, ed in quest’ottica è naturale che vengano fuori queste parole che vediamo qui. [intervento di Irma Nicasio senza microfono] Gloria Hernandez: Credo che quello che dice Irma ci aiuta a capire però come ha posto la cosa Fiorella è molto utile ed è qualcosa di cui dovremmo discutere nel corso del seminario, cioè la discriminazione positiva. Un esempio è dato da quello che succede in Colombia nelle cariche ufficiali dove si prendono le decisioni. In Colombia abbiamo una percentuale del 30% di donne che si trovano nelle posizioni alte dove vengono prese le decisioni, e questa può sembrare una percentuale buona, ma se si guarda effettivamente, una percentuale di questo tipo, che non rappresenta neanche la metà delle donne, nella pratica non è una percentuale positiva e quindi rimane sempre un fattore discriminatorio, anche se in un’ottica globale può sembrare una buona percentuale. La terza parola, “ambiente”: individualità, collettività, diritti, necessità, impoverimento culturale. La quarta, “resistenza”: presa di coscienza, reti - unione, coraggio, più fatica, strategia. [interruzione della registrazione] Genere, bambine, accesso, vita, colonialismo [interruzione della registrazione] Precarietà Sesto gruppo: collaborazione tra donne, riconoscimento, necessità, entrare in relazione, consapevolezza [interruzione della registrazione] Partecipazione democratica; mancanza di diritti, consumo eccessivo; Fondo Monetario (potere politico ed economico) [interruzione della registrazione] Gloria Hernandez: [interruzione della registrazione] … non posso concludere questo seminario se non con due o meglio tre parole chiave che per me sono estremamente associate al concetto di sviluppo, e sono la parola… la tematica di genere, “genere” collegato all’impoverimento, “ambiente”, sempre collegato all’impoverimento e non può di certo mancare la parola “resistenza”, perché in ogni parte del mondo tutti noi che lottiamo per la difesa e la protezione dei diritti umani, tutti noi siamo uomini, donne, popoli di resistenza. Questo è l’atteggiamento che abbiamo ogni giorno. Allora io mi chiedo: “E’ questo l’obiettivo? L’obiettivo è proprio quello della resistenza o dobbiamo forse fare... raggiungere altre cose?”. La definizione classica di “genere” che viene data: costruzione sociale che da una prospettiva femminista permette di svelare, dimostrare, le condizioni in cui si trovano le donne e gli uomini nel sistema sesso – genere. Riflettere sulla povertà dalla prospettiva di genere significa riesaminare le condizioni in cui le donne e gli uomini partecipano nella creazione, nell’utilizzo e nello sfruttamento delle risorse planetarie. In questo senso l’accumulazione di ricchezza, la produzione, la riproduzione di beni e servizi regge una delle condizioni specifiche per le donne. Una cultura quindi che ha mantenuto le donne come discriminate, che le ha escluse dalla sfera pubblica, che ha procurato degli spazi di partecipazione secondo le proprie necessità, che vengono definiti dalla prospettiva maschile e che quindi non rispettano, non concordano con le necessità e i diritti delle persone... è una cultura sessista, androcentrica, che non crea le condizioni per cui tutti e tutte accedano in maniera egualitaria e paritaria a queste risorse. Per questo è una cultura che impoverisce i gruppi discriminati e nel sistema sesso - genere l’impoverimento maggiore è soprattutto quello delle donne. Le donne costruiscono un patrimonio immateriale nelle culture, ma l’utilizzo e lo sfruttamento delle risorse viene definito secondo lo sguardo maschile del mondo, per espropriare il patrimonio storico e culturale che è stato costruito dalle donne. “Impoverimento”: questo concetto ha un referente di base nelle strutture, nel sistema sociale, economico, politico e culturale. Nell’ambito sociale le relazioni discriminatorie e di esclusione, di dominazione, gerarchizzate in cui le donne sono subordinate, relegate alla sfera riproduttiva e il loro accesso a quello che è produttivo è avvenuto solamente per rivendicazione o per una appropriazione “empoderata”, quindi attraverso il potere. Nell’aspetto economico, il capitalismo con la sua accumulazione e con il suo mercato, che si basa sul modello neoliberista ha espropriato le donne della loro condizione produttiva, creando una situazione di sovra-sfruttamento, di invisibilità in relazione al loro apporto produttivo. Quindi una negazione e un non riconoscimento della partecipazione e del patrimonio immateriale e materiale che creano le donne. In ambito politico, le donne sono al di fuori degli spazi decisionali, ancora continuiamo a essere al di fuori di questi spazi, siamo al margine della partecipazione politica o siamo come un aspetto sussidiario della politica, complementare. Siamo messe al servizio dei governanti, all’interno dei partiti, e la nostra posizione è quella di cittadine di seconda categoria, e la maggior parte delle volte eseguiamo le decisioni politiche e i programmi che mantengono i poteri di coloro che governano. Nell’ambito culturale le tradizioni, le pratiche , i rituali sono sostenuti dalla donna, però sostengono delle strutture dominanti e discriminatorie. Quindi socializzare e educare attraverso il patriarcato, ha escluso le donne dal loro posto e dal loro progetto di vita. “Resistenza”: promuovere delle azioni che cerchino un riconoscimento, attivare dei fattori di protezione nella vita del pianeta, delle risorse, potenziare la “resilencia”. “Resilencia” è una parola che mi hanno detto non esiste in italiano e indica la capacità delle persone e dei popoli, da una condizione di difficoltà o di disagio, di riuscire a venirne fuori e di creare delle nuove condizioni positive di vita. Creare possibilità in mezzo alla precarietà, creare una possibilità. La Colombia ha mostrato che questo si può fare, è un esempio. Generare dei nuovi referenti, nuove domande, nuove forme di socializzazione a partire dai grandi settori, dalla scienza, ma anche dalle piccole cose. Esercitare diritti, quindi resistere come soggetti di diritto, creare nuove condizioni e nuovi scenari. Mi sembra che l’umanità abbia mostrato questa capacità di creare delle nuove condizioni, soprattutto i popoli e le donne con cui io lavoro, hanno mostrato la capacità di creare delle condizioni nuove in scenari nuovi. Attivare e potenziare le risorse precarie, contenere la forza della distruzione, promuovere pratiche nuove, innovative per sostenere e reclamare condizioni di vita degne, mantenere la dignità, e mi sembra che Cuba sia un esempio di questo, proporre delle soluzioni alle difficoltà e protestare per la violazione dei diritti. E infine parliamo dell’ambiente, in relazione al quale non è possibile pensare alla produzione senza la riproduzione. Quindi produzione e riproduzione, generazione, cura, protezione e rigenerazione delle risorse e valorizzazione della vita nelle sue diverse forme e dimensioni, integrazione della produzione e utilizzo delle risorse come la conservazione, la rigenerazione e la cura della vita. Relazioni sociali orientate appunto alla cura e alla protezione della vita, relazioni economiche che garantiscano la sostenibilità del pianeta, solitamente questo è stato un lavoro svolto dalle donne. Cosmovisioni che possano riunire pratiche e strategie, azioni e relazioni per la difesa, la protezione, la sostenibilità e la cura della vita. Di fronte a questo, quindi, parlare di collaborazione. Collaborazione di chi e per chi? Responsabilità di chi, per chi e perché? Pratiche dello Stato, delle donne, delle O.n.g., dei movimenti sociali, strategie degli Stati, politiche pubbliche, cooperazione internazionale, azioni delle donne? Queste sono le domande sulle quali credo che in questi due giorni continueremo a lavorare, a pensare e a proporre. Grazie. Francesca Moccagatta: Allora, domani pomeriggio, rilavoreremo in gruppo, dopo i contributi che avremo la mattina di Irma, l’intervento di Punto di partenza e poi di Gabriella Rossetti, lavoreremo in gruppo a partire dalle quattro. Quindi adesso noi attacchiamo qua i titoli dei gruppi e domattina vi iscrivete, a seconda del gruppo in cui desiderate lavorare, e i temi sono questi: il primo gruppo “I cosiddetti indicatori della povertà”, il secondo gruppo “Rappresentazioni della povertà”, il terzo “Proposte per risolvere la povertà, come consumare e quanto” e il quarto gruppo “Politiche pubbliche contro la povertà”. Ogni gruppo avrà una coordinatrice e una relatrice, nel quarto gruppo sicuramente la coordinatrice sarà Irma Nicasio, per gli altri gruppi ora vediamo. Iscrivetevi. Se vedete che nel gruppo sono già 25 persone, magari iscrivetevi in un altro. Sabato 26 novembre Francesca Moccagatta: Prima dell’intervento di Irma Nicasio volevo dire semplicemente poche parole a proposito del primo laboratorio, quello propedeutico che abbiamo fatto a maggio con Rabia Abdelkrim, che è una maestra che parteciperà poi anche al terzo seminario del percorso. In quell’occasione, che era anche un’occasione per conoscersi tra le varie province, Rabia ci ha aiutato e ci ha dato delle indicazioni metodologiche sul percorso. Io adesso vorrei semplicemente leggere alcune cose che lei ci ha detto e che possono essere d’aiuto anche in questo nostro percorso. Ovviamente il tema era la definizione, per così dire, dell’economia della vita. Rabia ci disse “Non c’è una definizione di economia della vita. Sarebbe riutilizzare le categorie accademiche, invece noi decostruiamo. Non si tratta di parole, ma di realtà. Quindi per prima cosa affronteremo la realtà e poi eventualmente le parole - come abbiamo fatto ieri con Gloria - la realtà non ha e non aveva posto nell’analisi economica, anche in quella marxista. Le donne non hanno posto all’interno di questa economia. Qualcosa straborda, soprattutto delle donne e dei paesi come il mio”. Rabia è algerina e vive e lavora in Senegal, a Dakar. Poi, un altro suggerimento di Rabia è stato quello di distinguere e di dire "Non si deve parlare di economia informale, ma di economia popolare. E le donne rappresentano l’80% di questa economia popolare." L’esempio che ci aveva portato Rabia era stato l’esempio della tontine tra le donne africane e soprattutto in Senegal, di cui lei non solo metteva in evidenza lo scambio solidale, credo che sia un’esperienza che tutte conosciamo perché spesso nei nostri percorsi ne abbiamo parlato, lei di quest’esperienza sottolineava soprattutto l’aspetto non tanto di creazione di reddito ma di creazione di relazioni. Lei diceva, infatti “Quella esperienza è una straordinaria elaborazione politica. Non si tratta di ridistribuzione, ma di creazione di ricchezza. Quindi - ci diceva Rabia - l’economia della vita non è un settore dell’economia, non è l’economia dei poveri, o per i poveri, non è l’economia di sopravvivenza, ma è trasformazione del modo di vedere e di leggere quello che fanno le donne e gli uomini del sud”. Finisco, e poi presento l’intervento di Irma, riportando questo proverbio molto bello che lei ci disse, un proverbio wolof che dice… non un proverbio, scusate, la parola povero in lingua wolof si dice orfano sociale. La parola povero, in wolof, è espressa dalle parole povero sociale. Credo che riassuma molto bene il senso del percorso che noi vogliamo fare. Come da programma, passo la parola a Irma Nicasio. Irma è sociologa e dottoressa in metodologia e ricerca all’Università di Munchester, in Germania, maestra in genere e sviluppo e Assessora per la Politica di genere del Presidente della Repubblica Dominicana, quindi ha rango di Ministro. Lei non lo dice, ma io sì, perché è la prima volta che siamo in rapporti così affettuosi con una Ministra. Ha partecipato a tutto il percorso del campus del 2000, quindi ha condiviso con noi proprio le radici di questo percorso. Irma Nicasio: Voglio ringraziare la mia cara amica Francesca per questa presentazione. Ci tengo a sottolineare che qui non mi sento portavoce di un Ministro ma solo una persona che può portare delle conoscenze sull’impoverimento delle donne soprattutto in America Latina e nei Carabi, dal punto di vista di genere e di sviluppo e della crescita, perché noi donne, invece di arricchirci, ci stiamo impoverendo sempre di più. Voglio spiegare quale sarà il mio metodo di esposizione. Tratterò di quattro temi e dedicherò quindici minuti ad ognuno di questi temi, dopo ci sarà una mezz’ora di tempo per rispondere alle domande su questi argomenti. I quattro temi sono: relazione fra genere e povertà, il secondo è genere, povertà e disuguaglianza, che è la spiegazione del motivo per cui le donne sono più povere degli uomini, il terzo tema è la femminilizzazione della povertà e la femminilizzazione della migrazione, quindi spiegherò in che modo le donne povere dei nostri paesi emigrano per portare sostegno alle loro famiglie che restano nel loro paese e l’ultimo punto sarà i piani strategici per ridurre la povertà, questo sia dal punto di vista del mio paese e di tutta l’America Latina che stanno trovando dei piani per superare la povertà, soprattutto delle donne rurali, delle donne giovani e anche dal punto di vista dei Governi, anche dei Governi locali, come Porto Franco, e dal punto di vista europeo che sta attuando delle politiche di esclusione della realtà delle donne. E’ una cosa che ho potuto vedere anche prima di venire qui, ho potuto constatare il problema dell’integrazione in Europa. E quindi poi finirò parlando del tema della cooperazione in Europa. Voglio iniziare con una introduzione. Abbiamo visto come negli ultimi dieci anni ci sono state grandissime trasformazioni sulla scena internazionale, vari eventi di tipo socioeconomico e geopolitico si sono succeduti molto rapidamente, come la fine della guerra fredda, il crollo del muro di Berlino e la distruzione di tutti i sistemi centralizzati hanno portato a delle economie di mercato che sono arrivate molto rapidamente, come ad esempio quella che chiamiamo integrazione economica europea. Ci sono stati inoltre moltissimi trattati economici, che conosciamo. Tutti questi processi hanno portato a un cambiamento strutturale molto profondo delle relazioni internazionali e dell’economia di tutto il mondo. Ad esempio abbiamo assistito alla cosiddetta rivoluzione scientifica e tecnologica, i molti passi avanti che sono stati fatti in questi settori, ma la cosa fondamentale è che questa globalizzazione, questo termine di cui si parla tanto, si spiega in termini di crescita economica, ma la crescita economica non equivale assolutamente allo sviluppo economico. Molti paesi hanno visto aumentare e crescere la loro economia, ma questo non si è trasformato in uno sviluppo per il paese, e soprattutto le donne non sono state inserite in questa dinamica di crescita e di sviluppo. A 60 anni dalla creazione delle Nazioni Unite e a 20 anni dal vertice sullo sviluppo sociale, possiamo avere un buon punto di vista per fare una valutazione di questi ultimi decenni e capire se sono stati fatti dei passi avanti nella situazione delle donne o no. In questi decenni ci sono state sette Convenzioni Internazionali per proteggere i diritti delle donne e si sono svolte quattro conferenze mondiali, nel ’75 a Città del Messico, nell’80 a Copenhagen, nell’85 a Nairobi e nel ’95 a Pechino. Nella conferenza di Pechino si stabilirono delle piattaforme di azione per inserire le donne nell’economia, nello sviluppo. 10 anni dopo, adesso, si parla di “Pechino più dieci”, mentre noi invece diciamo “Pechino meno dieci”, perché abbiamo visto che dei molti obiettivi e principi che si erano fissati, ne sono stati raggiunti davvero pochi, in alcuni paesi. Come Gloria ha iniziato con i termini di sviluppo e impoverimento, io volevo iniziare la mia esposizione da una teoria della filosofa spagnola Celia Amoròs. Lei ha detto che le donne, al mondo, hanno contribuito allo sviluppo molto più degli uomini. E quindi voglio dimostrare questa contraddizione, ovvero noi donne siamo le più povere ma siamo quelle che hanno contribuito di più allo sviluppo. Quindi partendo da questa teoria di Celia Amoròs voglio aggiungere dei temi a questo concetto dello sviluppo e capire perché i paesi non hanno voluto attuare delle politiche di integrazione delle donne in questo sviluppo. Quindi, voglio esaminare la relazione fra gli sviluppi che hanno visto le condizioni delle donne, la globalizzazione e lo scarso empoderamiento delle donne, per arrivare alla conclusione che le politiche di sviluppo hanno escluso le donne, perché non hanno una prospettiva di genere. I modelli di globalizzazione e di sviluppo che escludono le donne dovrebbero aiutarle ma invece non fanno che renderle sempre più povere. Hanno colpito il lavoro, hanno colpito il loro reddito, le donne sono sempre più disoccupate e quando lavorano guadagnano sempre di meno, quindi voglio analizzare questi processi in America Latina e nei Caraibi e spiegare quali sono le possibili strategie. Prima di tutto voglio analizzare la relazione fra l’esclusione fra gli uomini e le donne, come questa relazione incide sulla povertà ed è in questo senso che parlo di rapporto fra genere e povertà. La povertà non è stata sempre esaminata con una prospettiva di genere. Prima i poveri erano considerati un settore sociale, un segmento sociale uniforme e composto solo da uomini o al limite le donne erano considerate come… in un posto secondario e si pensava che le loro necessità fossero identiche a quelle degli uomini. Infatti, un esempio molto chiaro è che il censimento veniva fatto… si andavano a cercare i capi famiglia uomini, non si cercavano mai i capi famiglia donne. La ricerca e la difesa degli interessi di genere, un termine molto usato in inglese, general advocacy, sono andati quindi contro le misure convenzionali della povertà, il modo di misurare convenzionalmente la povertà e sono andati anche contro le analisi e le politiche che non prendevano in considerazione questa prospettiva, perché una cosa importante da sottolineare, a parte tutte le Convenzioni, tutte le piattaforme, è che in realtà le politiche pubbliche dei Governi non hanno una prospettiva di genere. Il tema della donna e della povertà ha occupato un posto importante, nel passato, in quelle Convenzioni, ma dopo dieci anni possiamo dire chiaramente che questi problemi non sono stati risolti. Quindi quando parlo di genere, voglio intendere le similitudini e le differenze fra uomini e donne, in questo problema della povertà, ma sicuramente con un'attenzione particolare al genere femminile. Sono stati fatti molti studi in America Latina sugli indicatori di povertà e sulle differenze e disuguaglianze fra uomini e donne. I programmi chiamati “di benessere”, tutte le cose come il microcredito per le donne, i programmi per l’alimentazione, nel mio paese c’è un programma che si chiama “prima di tutto il cibo mangiare”, dei programmi per le madri sole, sono tutti programmi che a me sembrano semplicemente paternalistici e che non risolvono il problema. La Banca Mondiale, la Banca Interamericana per lo sviluppo… tutti questi Istituti hanno ideato vari programmi che però non hanno risolto assolutamente il problema. La differenza fra i generi, il suo ruolo all’interno della povertà, è vista solo dal punto di vista della donna in quanto madre, in quanto madre sola o ragazza madre, e all’interno della famiglia e non come donna in quanto singolo individuo. L’esame del concetto di povertà può essere un punto di partenza molto utile per la nostra discussione, perché ci dimostra che “genere” e “povertà” sono due concetti che vanno spesso insieme, che quasi coincidono. La povertà può essere vista come una duplice forma di privazione, perché è privazione sia delle necessità di base, sia degli strumenti per soddisfare queste necessità. Il Centro di studi paneconomici per l’America Latina, ha analizzato come le disuguaglianze sono il risultato di risorse che arrivano in modo inadeguato, sono il risultato di termini sfavorevoli in cui le risorse vengono scambiate tra di loro. Sono inoltre il risultato di pratiche che non sono regolate, perché le norme, le regole che devono avere i diritti vengono ignorate, vengono sovvertite, vengono rifiutate o semplicemente cambiate. Abbiamo la dimostrazione di come le donne abbiano più capacità degli uomini, ma ottengano spesso lavori di livello più basso. E abbiamo visto anche come le donne, quando svolgono lo stesso lavoro degli uomini, arrivano a guadagnare comunque di meno. Nel mio paese, ad esempio, all’università il 70% delle matricole sono donne, quindi gli uomini studiano di meno, e il 70% delle donne ottengono voti più alti, ma i loro successi non vengono riconosciuti, viene riconosciuto solo il successo degli uomini. Quindi non c’è più una relazione fra le capacità e le effettive possibilità, l’effettivo successo che si raggiunge. Le donne hanno dimostrato di essere capaci, ma le disuguaglianze restano vive. Voglio adesso analizzare le ragioni di genere che portano alla povertà delle donne. La divisione, a seconda del sesso, del lavoro, è qualcosa di strutturale e di riconosciuto. Ci sono dei lavori che si dice non sono fatti per essere svolti dalle donne e che quindi vengono assegnati agli uomini. E questa divisione incide fortemente nella povertà delle donne, perché viene assegnata solo in base al sesso delle persone e non ha effetti solo materiali e concreti sui lavori e sulle responsabilità che si danno, ma ha anche una conseguenza, un effetto sulla costruzione dell’identità di genere. Ad esempio si dice che noi donne nasciamo… naturalmente siamo fatte per svolgere il lavoro domestico, lavoro di cura dei bambini, degli anziani, ci dobbiamo occupare della casa, che questo lavoro è destinato a noi per natura biologica e non può essere fatto dagli uomini ed è quindi naturale che sia fatto dalle donne. E quindi questo ruolo biologico della donna nella procreazione, che viene assegnato strutturalmente e culturalmente, rende la donna la sola e unica responsabile del processo della maternità e quindi esclude la responsabilità paterna. Noi vogliamo che questa responsabilità venga riaffermata e chiediamo inoltre che venga assegnato un valore al lavori domestici che svolgiamo, perché questo lavoro non viene remunerato ma occupa del tempo, ha un valore e questo valore deve essere riconosciuto. Passiamo adesso alle dimensioni di genere, alla disuguaglianza e alle riforme economiche, alle riforme delle politiche economiche e strutturali. In America Latina e nei Caraibi, negli ultimi trent’anni, quindi dagli anni 80, che è stato chiamato il decennio economicamente perduto, queste riforme hanno portato grandissime differenze nei salari e nei redditi che le donne riescono ad ottenere e quindi hanno portato alla povertà sempre più accentuata delle donne. Infatti, esaminando le caratteristiche delle differenze nel mercato del lavoro, vediamo che c’è una differenza nel reddito, nelle remunerazioni che le donne ricevono, perché il problema, ad esempio delle madri sole, non è che non lavorano, non riescono a lavorare, il problema è che lavorano sia a casa che fuori e quello che guadagnano non è sufficiente per mantenere i propri figli. Quindi il loro problema non è di non riuscire a lavorare ma è di non arrivare a vivere, a mantenere la propria famiglia. In America Latina i tre pilastri dell’economia una volta erano… quella che è nelle zone franche, la maquilas, il turismo e le esportazioni. Un elemento fondamentale per l’economia erano i soldi che venivano spediti alle famiglie dalle donne che lavoravano all’estero. Con le nuove tecnologie industriali, le donne si sono trovate senza il lavoro che svolgevano una volta. Ad esempio, nel mio paese, il 70% delle donne lavorava nelle zone franche. Quando queste sono state spostate, e quindi la necessità non era più di manodopera che veniva svolta dalle donne, ma servivano dei tecnici, questi tecnici erano per lo più uomini, quindi le donne si sono trovate senza il loro lavoro e si sono dovute spostare sul settore informale, quindi lavorano in saloni di bellezza, soprattutto sono venditrici ambulanti. Anche il turismo che occupava per il 40% donne, ha cambiato le proprie priorità, quindi adesso servono più persone che conoscano le lingue, servono conoscenze più tecniche e di nuovo le donne si sono trovate senza un lavoro. Perciò la globalizzazione e le nuove tecnologie hanno portato ad un proliferare di questi lavori informali, come la vendita ambulante, e quindi a questa economia informale. Possiamo dire che la globalizzazione ha colpito fortemente le donne invece di aiutarle, ma un’altra conseguenza è stata il calo dell’industria agro-alimentare, dell’agricoltura, che ha fatto sì che le donne che vivevano nelle zone rurali fossero costrette ad emigrare negli Stati Uniti e in Europa. La caratteristica della povertà di queste zone rurali, perciò la femminilizzazione della povertà, si è trasformata in una femminilizzazione dell’immigrazione. Ci sono sempre più donne che emigrano e purtroppo ci sono sempre più donne vittime del traffico degli esseri umani. Le donne emigrano per una strategia di sopravvivenza familiare, per poter inviare a casa di che sostenere e di che far studiare i propri figli. Qualche dato che riguarda il mio paese: negli Stati Uniti, ci sono 2.000.000 di migranti che provengono dal mio paese, di cui il 50% sono donne. Per quanto riguarda l’Europa, in Spagna ci sono 70.000 dominicane che lavorano nel settore dell’assistenza, della cura e sono arrivate in Spagna ovviamente perché per loro la lingua è un punto a vantaggio che le porta in questo paese, mentre invece ci sono purtroppo 50.000 donne che si sono trovate nel mercato sessuale in Olanda, in Svizzera e in Italia. Tutto questo perché le donne, a causa della loro povertà, sono state obbligate a emigrare. Adesso spiegherò quanto i soldi inviati da queste donne nel loro paese incidano nel bilancio e nell’economia. Questi soldi, inviati dall’estero, rappresentano la seconda fonte di entrate del paese e questo da diversi decenni. Le dominicane hanno in realtà appoggiato, sostenuto l’economia del mio paese. Il 60% degli invii di danaro che arrivano dagli Stati Uniti sono effettuati da donne e dall’Europa invece rappresentano l’86%. Questi invii dall’estero rappresentano il 15% del PIL del mio paese, e non è una caratteristica solo del mio paese. Questo riguarda tutta l’America Latina e tutti i Carabi. Secondo l’ultimo studio della Banca Interamericana dello sviluppo questi invii arrivavano a tre miliardi di euro. Questo rappresenta sicuramente una crescita economica ma nessuno può pensare che si tratti di sviluppo, ovviamente. C’è quindi un’altra forte contraddizione, perché noi contribuiamo alla sopravvivenza del paese, ma non c’è nessuna politica, ad esempio, che aiuti a inserire e ad integrare le donne che tornano in questa crescita economica. La vulnerabilità di queste donne che migrano porta quindi per loro dei problemi ancora superiori a quelli che hanno nel loro paese, perché queste donne si sacrificano per sostenere le proprie famiglie, per far sì che le proprie famiglie vivano nel paese di origine meglio rispetto a come loro possono vivere in questi paesi in cui emigrano. Il problema è che queste politiche del governo non considerano l’aiuto che queste rimesse mandate dalla donna possono portare allo sviluppo del paese, quindi non vedono quello che si può creare con queste entrate che arrivano dalle rimesse, e quindi non è valorizzato il lavoro di queste donne che migrano, che lavorano fuori e non è visibile questo apporto dato da loro. Quindi possiamo concludere dicendo che la femminilizzazione delle migrazioni si può solo comprendere nel contesto della fase attuale che stiamo vivendo del capitalismo globale, mentre diminuiscono le opportunità economiche nei paesi in via di sviluppo. A questo proposito vorrei dire che in Europa, ad esempio, si stanno facendo dei contratti di lavoro, in Spagna soprattutto, per mandare delle giovani a servizio, perché la manodopera industriale appunto è sostituita adesso da una manodopera domestica, per cui si richiedono più donne che lavorano e si stanno facendo dei veri e propri contratti tra i Governi, soprattutto nelle aree che sono considerate delle aree tradizionalmente con un’alta presenza femminile, si richiedono lavori come il lavoro domestico e il lavoro di cura, soprattutto il lavoro dei bambini, e così questa migrazione di donne continua, aumenta sempre di più, io definisco questa migrazione come una clonazione. Sono delle famiglie che si aggiungono ad altre famiglie, perché queste donne chiamano lì le loro famiglie, e appunto io la definisco come clonazione. L’industria agricola adesso, quindi, è sostituita da questa industria di queste rimesse di denaro che vengono inviate dalle donne, e gli uomini cosa fanno? Stanno lì, non fanno niente, non lavorano e aspettano che arrivino queste rimesse di denaro. Parliamo adesso dei piani strategici per superare la povertà, della partecipazione dello sviluppo sostenibile per le donne che lavorano appunto in campagna e per i giovani nella Repubblica Dominicana. Il degrado ambientale e il progredire della povertà si sono convertiti in questi ultimi anni in uno dei segni più chiari della crisi economica del nostro tempo. Questi sono diventati i tre punti focali del Governo, si parla di politiche per l’ambiente, di politiche per la povertà e di politiche per il genere. Sono venticinque anni che si parla di questo, a partire dal 1975, quando ha avuto luogo il vertice mondiale per la donna in Messico, e in questi venticinque anni, in effetti, le politiche pubbliche non sono state capaci di risolvere questi problemi di povertà. Quindi sradicare la miseria si presenta come il principio base della dignità umana. E’ un principio base di giustizia sociale, di dignità umana come abbiamo detto ieri, perché esistono due tipi di povertà, una è la povertà che viene definita come estrema e un’altra l’indigenza, nella quale si possono ritrovare soprattutto le donne, cioè una povertà più critica, essere più povere tra i poveri diciamo e lì si ritrovano soprattutto più donne. Ma la dignità umana dove sta, dove si ritrova se dei 600.000.000 tra i più poveri e i più denutriti il 50% risultano essere donne? Quindi questo sradicare la miseria è un principio anche di giustizia sociale, una condizione di base per uno sviluppo sostenibile. Molte delle teorie sulla povertà hanno una dualità cioè una contraddizione nella loro dipendenza dalla tecnologica e a tal proposito vorrei parlare del caso del Cile, che è un paese abbastanza avanzato. Abbiamo visto che in Argentina ci sono stati diversi problemi, ora ci sono dei problemi con Lula in Brasile, con i piani di sviluppo… ma cosa è successo in Cile? In Cile è successo che questi progetti di capitalizzazione, questi progetti di tecnologia industriale hanno portato nella realtà ad una distruzione delle risorse naturali, quindi gli investimenti stranieri hanno portato a dei problemi ecologici. Si è creata una non valorizzazione delle condizioni ecologiche, di un’economia che vorrei appunto definire come “economia ecologica”, e culturali perché in questo modo allontanandoci dalla campagna si sono perse tradizioni. Quindi cosa è successo? E’ successo nel nostro paese quello che viene detto in un libro che si intitola "Tristi tropici” di Lévi Strauss in cui si parla di questo turismo deformato. Nel nostro Paese, ormai, è un turismo sessuale, che si collega all’idea di gay, ecc., quindi non è un turismo né di tipo ecologico né di tipo scientifico. Quindi tutto ciò a cosa ha condotto? Ha condotto ad una regressione vera e propria, ad una non valorizzazione del turismo in senso positivo inteso come turismo ecologico, ad esempio. La Repubblica Domenicana è uno dei 196 paesi che nell’anno 2000 hanno firmato la dichiarazione del millennio, gli obiettivi del millennio, che si riferiscono appunto al rispetto dei diritti umani, dell’ambiente, autonomia e uguaglianza di genere per la donna e un progresso sociale per i popoli. Questo ultimo è determinato da migliori opportunità di vita, senza miseria, senza sottomissione né timore e questo è quanto è stato firmato dai 196 paesi. Questa Dichiarazione è un emblema per il nostro secolo e riguarda tutti i bisogni locali dei nostri popoli, per uno sviluppo ugualitario e sostenibile, difendendo i principi di uguaglianza, solidarietà, tolleranza e rispetto della natura e del concetto di responsabilità comune. Quindi gli obiettivi del millennio per sradicare la povertà estrema e la fame nella Repubblica Domenicana sono i seguenti: primo di tutti la riduzione alla metà tra il 1990 e il 2015 della percentuale di persone che hanno un’entrata inferiore a un dollaro per giorno, il famoso “dollaro per giorno” da superare che è uno degli obiettivi del millennio. Ridurre alla metà tra il 1990 e il 2015 la percentuale delle persone che soffrono la fame. La Repubblica Dominicana si considera come uno dei paesi ad alta priorità, perché è molto probabile che non si riesca a ridurre la condizione di fame e di miseria di cui soffre la metà della popolazione e mi riferisco in questo caso a tutti, che siano uomini, donne o bambini. Tra gli obiettivi del millennio per promuovere l’uguaglianza di genere e l’autonomia delle donne abbiamo: eliminare la disuguaglianza tra generi nella formazione di livello primario e secondario, quindi nell’istruzione primaria e secondaria. Le donne hanno raggiunto un livello abbastanza alto per quanto riguarda il settore dell'istruzione e della formazione ma non nel settore lavorativo, quindi quello che è stato raggiunto dal punto di vista dell’istruzione non si è tradotto in una maggiore uguaglianza… perché le donne non hanno effettivamente un potere reale per poter incidere, influire nelle politiche pubbliche ed economiche. Quindi nonostante tutti gli obiettivi che ci siamo posti col millennio, nel mio paese non ne è stato raggiunto neanche uno. Come avete visto quindi, un miglioramento nel livello di istruzione delle donne non è stato accompagnato da una maggiore uguaglianza di genere. Non c’è più uguaglianza di genere nella politica, non c’è più uguaglianza di genere nell’economia. Quindi le donne hanno sempre meno empoderamiento, sono sempre meno nelle posizioni in cui si prendono le decisioni e dal momento che c’è Mercedes qui oggi io voglio parlare di quelli che sono gli obiettivi del nostro Governo locale, dei nostri Comuni. Si parla di piani strategici da parte dei Comuni per costruire una città che sia una città possibile, le città attualmente sono proprio invivibili, sono coperte di spazzatura. Noi vogliamo invece costruire una città efficiente, con dei buoni servizi di acqua, luce, di raccolta di spazzatura, di trasporti. Attualmente, per quanto riguarda i trasporti, ad esempio, è un caos totale. Poi, sicurezza pubblica: che si possa uscire la sera, che la gente possa andare fuori, preservando quindi gli spazi pubblici, poter uscire tranquillamente la sera senza che succeda niente. Protezione dell’ambiente: attualmente noi abbiamo un problema… quindi non tagliare, ad esempio, gli alberi, perché il problema che abbiamo è che ci sono 2.000.000 di haitiani che sono emigrati nel nostro paese. Questi haitiani tagliano la legna per cucinare e quindi utilizzano tantissima legna e tagliano molti alberi. Quindi c'é una condizione di vera e propria depredazione dell'ambiente. Poi si può parlare di servizi per le persone della terza età e anche per i disabili, di partecipazione di tutte le Giunte nelle politiche comunali, dei vari Comuni, di cercare di sviluppare le attività economiche delle donne e dei gruppi. Io non voglio definire le donne come “gruppo vulnerabile”. Con tutti i soldi che portiamo alla comunità mi sembra assurdo definire le donne come “vulnerabili”, io scarto assolutamente questa parola, noi siamo delle vere e proprie vittime del sistema. Parliamo adesso dei piani strategici dell’Unione Europea, quindi dei paesi in cui questa gente migra. L’Unione Europea ha sviluppato una gamma di progetti e di strategie orientate ad aiutare i paesi più poveri. E tuttavia non si è tenuto in considerazione che ci sono una serie di caratteristiche che invece devono essere tenute in considerazione nella relazione tra la struttura delle migrazioni e questa struttura come strategia di sopravvivenza. Alcune tra queste cose che si devono considerare sono: la globalizzazione, c’è un numero sempre maggiore di paesi di migrazione e di immigrazione; l’eterogeneità: quelle che emigrano sono donne, giovani, persone di età avanzata, studenti, manodopera non qualificata, professionisti, eccetera; l’organizzazione: si sviluppa attraverso delle reti e questo rende più facili i movimenti migratori; la provenienza: provengono da paesi in via di sviluppo e che non sono strutturati; il fattore demografico: esistenza di un'importante cambiamento demografico. In questi ultimi quaranta anni la popolazione mondiale è cresciuta ed è passata da 3.000 a 6.000 milioni di persone. Abbiamo visto come ci sono molte persone provenienti dall’America Latina che si sposano con degli europei e tutto questo dà vita ad una multiculturalità, ma dà vita anche ad una formazione etnica diversa, che ha un’influenza diretta anche nei problemi lavorativi. Un esempio di questo può essere dato da quello che è avvenuto ad esempio in Louisiana, negli Stati Uniti, un paese molto avanzato, col ciclone abbiamo visto che le comunità più colpite da questa calamità naturale sono stati gli immigrati e i neri, le comunità povere. Sono morti moltissimi di loro perché Bush non è stato in grado di portare aiuto, non ha voluto proteggere queste comunità povere e nere. L’immagine che viene data molto spesso della povertà è proprio quella di una donna nera, emarginata, straniera. Ed è proprio questo che vorremmo cambiare. Io ho osato dare dei suggerimenti collaborando appunto con i migranti, e sebbene non conosco molto bene la politica di qua, ho voluto comunque dire che bisogna esigere delle politiche per aiutare questi paesi nei paesi di destinazione, nei paesi in cui giungono. Questi flussi migratori, che sono aumentati notevolmente negli ultimi anni, sono dei flussi migratori che hanno portato a miscelare delle culture diverse e queste migrazioni sono dovute comunque a delle ragioni economiche. Io vorrei definirli proprio come “migranti economici”, la maggior parte. Lo fanno perché stanno cercando delle strategie di sopravvivenza, per sé e per le proprie famiglie. Io penso quindi che bisogna portare avanti delle politiche di sviluppo, soprattutto per le donne, perché sono soprattutto le donne che emigrano in questi paesi. E l’approccio principale dovrebbe essere quello di cooperazione. Cooperazione tra i paesi d’origine e i paesi d’arrivo degli immigrati, che deve basarsi sul dialogo con i Governi, con le Ong, con i gruppi, come quello ad esempio di Porto Franco, ed i migranti devono essere attori di questo co-sviluppo, devono convertirsi in vettori che contribuiscano e partecipino a tutto il processo e si devono eliminare quegli aspetti negativi di questo processo come la tratta di esseri umani, la mafia, eliminare la clandestinità, quindi cercare delle misure che possano garantire la libera circolazione delle persone e facilitare il fatto che i migranti possano prendere la residenza nei paesi in cui arrivano, perché molto spesso le difficoltà a trovare lavoro sono dovute al fatto che non riescono a prendere la residenza. Quindi condizioni di ingresso e di residenza che siano adeguate per i migranti, delle politiche di ricongiungimento familiare, delle misure contro il traffico illecito di persone e sull’immigrazione illegale. In sintesi, posso dire che per superare la povertà delle donne e dei giovani, c’è questo impegno che si devono assumere gli Stati, tutti i 27 Stati che adesso fanno parte dell’Unione Europea e i Governi locali e della Comunità Internazionale, per cercare di inserire nello sviluppo dei nostri popoli i migranti in maniera sostenibile. Quindi i Governi locali devono aiutare soprattutto le donne a integrarsi nello sviluppo qui, ma anche nello sviluppo dei paesi da cui provengono, se lì ritornano, perché non dev’essere necessario per loro, se ritornano, dover emigrare di nuovo. E con questo concludo. Vorrei sapere se avete delle domande, se qualcosa non vi è chiaro su questi quattro punti che abbiamo trattato, quindi soprattutto sulla povertà, sullo sviluppo e sulle migrazioni. Se qualcosa non è chiaro fate delle domande adesso e mi scuso per il fatto che si è andati molto avanti ma c’è il problema che bisogna tradurre tutto. Proiezione di parte del filmato “Il piano inclinato”. Angela Xhani: Abbiamo iniziato con il video proprio per utilizzare questa immagine del piano inclinato che è diventato il mondo, perché le ricchezze si sono accumulate tutte da una parte e quindi questo piano si è sbilanciato. Questo tema dello squilibrio è quello portato avanti da tutto il percorso di Punto di partenza che parte dal riconoscimento e quindi dall’assunzione dell’esistenza di una serie di asimmetrie che caratterizzano le diverse realtà geopolitiche, sia del nord che del sud del mondo e che quindi si traducono in rapporti di potere. Da queste asimmetrie ne derivano delle modalità di relazione asimmetriche, davanti a queste modalità di relazione ci sono delle reazioni, degli atteggiamenti diversi. Molto spesso queste asimmetrie non vengono riconosciute, rimangono nascoste, rimangono velate e quindi si ha una riproduzione di questo tipo di relazioni in vari ambiti come, per esempio, nelle associazioni interculturali dove si ripropongono i rapporti di potere, gli squilibri che esistono fra il nord e il sud del mondo e che quindi vengono riproposti in termini di relazioni all’interno delle associazioni interculturali, oppure nei luoghi di lavoro o in un ambito molto particolare che dopo approfondiremo ancora di più che è il lavoro di cura. Albalisa Sampieri: [lettura] “… vogliamo soffermarci per le donne italiane e occidentali: il lavoro di cura (dei figli, degli anziani, della casa). Perché trasferire a persone di altre culture la riproduzione? La riproduzione è quel campo in cui si trasmettono, costruiscono i significati sociali, le identità, il senso delle cose in cui attraverso i gesti e la materialità del quotidiano si ridefinisce costantemente una cultura. E che significa allora che la nostra società appalta la sua riproduzione ad altre culture? Questa è esattamente il processo in cui ci si meticcia, in cui una società si mescola con altre… E fin qui potremmo stare felici, ma attenzione: è anche il processo di riproduzione della società coloniale, di una società gerarchizzata che probabilmente non ci piace per niente, ma nella quale potremmo un giorno svegliarci.” [Mariateresa Battaglino, “Festa della Toscana”, 2002] Angela Xhani: Un altro atteggiamento di fronte alle relazioni asimmetriche è un riconoscimento e una assunzione di queste asimmetrie però puramente formale e ideologico. In questo caso le relazioni asimmetriche vengono consolidate ed è il caso soprattutto delle istituzioni che ammettono di riconoscere le asimmetrie, di dare spazio ai migranti ritagliando però certe nicchie e certe caselle che rimangono sempre le stesse. E questo è il caso, per esempio, delle testimonianze: i migranti ai quali viene dato spazio e voce però per portare la testimonianza di una esperienza personale e quindi circoscritta che poi costituirà per le teoriche, per le accademiche, dall’altra parte dell’altalena, dall’altra parte del piano inclinato, costituirà come dice bell hooks “filo da torcere”. Quindi l’esperienza individuale è il filo però a tesserlo non sono le stesse persone che lo producono, l’elaborazione e la riflessione teorica e accademica sta tutta dall’altra parte. Un altro esempio, sul quale abbiamo lavorato nell’ultimo seminario che abbiamo fatto sul razzismo, è l’esempio del multiculturalismo che è una politica molto spesso del buonismo che nasconde da una parte le contraddizioni vere, problematiche dell’immigrazione e che rischia di etnicizzare i gruppi sostituendo ai termini di razza concetti nuovi e più ipocriti come quelli di comunità e di etnia. Quindi abbiamo questa retorica e questa celebrazione del multiculturalismo che incasella le individualità e circoscrive le diversità in queste nicchie etniche. Albalisa Sampieri: [lettura] “C'è bisogno di una pausa per riflettere su come stiamo assistendo ad una forma di multiculturalismo dove i corpi esclusi fino a adesso sono stati invitati a tavola. Infatti oggigiorno è in atto quella che Gayatri Spivak definisce come una 'fame di multiculturalismo' . Nell'osservare la sua stessa situazione, come accademica della diaspora indiana residente in Nordamerica, dice anche: 'Adesso vengo invitata a parlare per l'identico motivo per cui non venivo invitata nel passato'. Le sue parole ci invitano ad interrogarci. Che tipo di posizione è disponibile per lei come relatrice? Su quale argomento ci si aspetta che parli? Su quale argomento non ci si aspetta che parli? C'è un pubblico già pronto in attesa che parli del 'terzo mondo', donna dal 'terzo mondo': che sia confessionale, autobiografica e antropologica. Ma rimaniamo delusi se ci parla di Derrida, che aveva già tradotto all'età di 21 anni. Ma anche se parlasse di Derrida o di Marx, verrebbe ascoltata? Nella sfera pubblica esistono delle caselle etniche dove le donne vengono rinchiuse e messe in una camicia di forza. Così, anche se entrano nella sfera pubblica, non fanno parte della norma somatica. Il fatto di non rientrare nella norma somatica rende i loro corpi fuori luogo. Nell'essere fuori luogo, debbono sopportare sia un processo di invisibilità che uno di visibilità.” [Nirmal Puwar, Seminario PdP: “Razzismo e sessismo nelle pratiche politiche e nelle relazioni economiche – strumenti di contrasto”, 2005] Angela Xhani: Quindi quello che Punto di partenza considera punto di partenza del suo percorso è appunto il riconoscimento e l’assunzione di queste asimmetrie proprio per arrivare a un posizionamento di ognuna o di ognuno di noi all’interno di queste relazioni asimmetriche. Albalisa Sampieri: [lettura] “… prendiamo l’esempio della conferenza di Pechino, quando appunto lì si vedeva l’esplosione delle diversità… la donna palestinese e la donna cilena ci dicevano ‘io vengo dalla Palestina, io vengo dal Cile’. Noi non siamo mai state capaci di dire ‘io vengo dall’Italia’, io non lo sono ancora. Cioè noi continuavamo e continuiamo a vederci come capaci di rappresentare il mondo e non riusciamo a situarci”. [Gabriella Rossetti, Incontro internazionale “Donne e squilibrio nord-sud”, 2002] Angela Xhani: É un processo complesso quello di collocarci all’interno di queste asimmetrie proprio perché, in realtà, sono degli intrecci, ognuna si può trovare all’incrocio di una asimmetria di genere, di classe, di razza, di provenienza, di religione… e non sono tutte. Quello che bisogna riconoscere è che l’esistenza delle asimmetrie, che poi si traducono quindi in relazioni asimmetriche nei rapporti di potere, porta alla violazione dei diritti umani. E quindi volevamo riportare e ricordare alcuni articoli della Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948 delle Nazioni Unite. Albalisa Sampieri: [lettura] Articolo 1. Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Articolo 2. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinioni politiche o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Articolo 3. Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona. Articolo 4. Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma. [“Dichiarazione dei Diritti Umani”, 1948] Angela Xhani: In modo formale, nel ’93, la Convenzione di Vienna riconosce i diritti delle donne come parte integrante dei diritti universali della persona e esplicita il fatto che la violazione dei diritti delle donne costituisce violazione dei diritti umani. Albalisa Sampieri: [lettura] Articolo 18. “I diritti umani delle donne e delle bambine sono una parte inalienabile, integrale e indivisibile dei diritti umani universali. La piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita politica, civile, sociale ed economica, a livello nazionale, regionale e internazionale, e lo sradicamento di qualsiasi forma di discriminazione basata sul sesso sono obiettivi prioritari della comunità internazionale”. [“Convenzione di Vienna”, 1993] Angela Xhani: Nel percorso di Punto di partenza, confrontandoci sul tema dei diritti, è emersa ripetutamente la tematica del lavoro di cura e quindi questo ci ha portate a realizzare una ricercaazione, proprio sul lavoro di cura, su tutto il territorio della Toscana. Il lavoro di cura, è emerso dalla ricerca, è il terreno delle nuove contraddizioni sociali ed è una componente centrale dell’asimmetria di genere e di tutte le altre asimmetrie tra donne diversamente collocate e diciamo il terreno per eccellenza dove vengono inficiati i diritti della donna, sia in quanto lavoratrice sia in quanto persona. Questo è solo un breve flash di quanto è emerso dalla ricerca. La nostra ricerca sul lavoro di cura si è concentrata sui diritti delle lavoratrici. È emersa questa mancata distinzione tra diritti individuali e diritti contrattuali, per questo abbiamo voluto ricordare i diritti previsti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, perché tutte le volte che facevamo delle domande sui diritti alle datrici di lavoro, ma anche ai soggetti istituzionali che in qualche modo erano gestori o intermediari della domanda e dell’offerta di lavoro di cura, le risposte si riferivano ai diritti sul lavoro. Anche lì, però, c’era molta confusione tra la regolarità del soggiorno e la regolarità del contratto. Pochissime persone sapevano e capivano che la regolarità del soggiorno, quindi una lavoratrice in possesso del permesso di soggiorno regolare non implicava automaticamente la regolarità del contratto, caso mai la doveva precedere. E in un secondo tempo, anche quando esisteva un contratto di lavoro regolare non sempre questo era veramente tale, in quanto non sempre rispecchiava il numero di ore effettivamente svolte, le mansioni effettivamente svolte e addirittura il numero delle persone assistite. Quanto ai diritti individuali è stato molto difficile trovare nelle datrici di lavoro una consapevolezza e un riconoscimento di questo tipo di diritti. Molto spesso li abbiamo ritrovati come diritti negati, quindi il diritto ad avere del tempo per sé… il lavoro di cura 24 ore su 24 è un lavoro totalizzante quindi è difficile avere dei tempi e degli spazi per sé, addirittura spazi fisici, una stanza per sé o anche un letto per sé, abbiamo avuto molte lavoratrici che condividevano il letto con la persona assistita. È negato il diritto alla responsabilità familiare perché il lavoro di cura 24 ore su 24 significa anche convivenza, quindi una lavoratrice che si trova a gestire la vita e la famiglia altrui è difficile che possa gestire in prima persona la propria famiglia. Quindi anche il diritto all’affetto, alla vita sessuale sono negati proprio per questo nodo, per questa contraddizione che è la convivenza. Allo stesso tempo le prospettive di cambiamento sono lontane perché, siccome il lavoro presuppone la casa e la casa è legata al lavoro, quando si perde il lavoro si perde la casa, quindi per non ritrovarsi in strada bisogna subito trovarsi una situazione lavorativa simile. Perciò si passa da un tipo di lavoro allo stesso tipo di lavoro, tutta la vita sociale della persona che è confinata tra le mura di una casa è ridotta se non assente, quindi anche riuscire a trovare altri spazi lavorativi molto spesso è impossibile. Albalisa Sampieri e Farhia Aidid: [lettura] A: Cosa l’ha spinta a venire qua in Italia? B: C’era guerra a Asmara. Avevo quattro bambini piccolini. Sono venuta a lavorare per una signora di Catania, ha fatto contratto e sono entrata a Catania. A: Conosceva questa signora di Catania? B: Io non conoscere mai. C’era un’agenzia, la signora ha visto mia fotografia e voleva portare me. A: Ma era un’agenzia per trovare lavoro? B: Sì A: Allora le hanno fatto il contratto e lei è venuta in Italia? B: Sì. A: Allora lei è entrata qui con un permesso di lavoro, era regolare? B: Sì… tutto regolare, tutto regolare. A: Per quanti anni ha lavorato da questa signora a Catania? B: Quando io sono entrata a Catania un’altra persona ha pagato tanti soldi a quella dottoressa, e la dottoressa mi ha venduto a un’altra casa. A: Non ho capito. B: Una famiglia ha dato tanti soldi alla dottoressa e lei ha cambiato me da casa sua a un’altra casa. A: Ho capito! B: Invece di finire contratto con lei hanno trovato amici che pagato soldi e sono andata a un’altra casa. [ Punto di partenza, Ricerca-azione “Il lavoro di cura nel mercato globale: responsabilità e diritti”, 2004] Angela Xhani: Il lavoro di cura è una condizione paradigmatica che illustra la condizione dei diritti. Il lavoro di cura va letto nel contesto più ampio che è quello della globalizzazione neoliberista. Il lavoro di cura è reso possibile dall’esistenza del mercato che lo regola, che ne determina tutti i movimenti dalla partenza al viaggio, all’arrivo, alla sistemazione delle persone, l’incrocio della domanda e dell’offerta, la negoziazione, avviene tutto all’interno di un mercato particolare. Grazyna Kukuryka e Silvia Rubechi: [lettura] A: Sei venuta in aereo? B: No. Con autobus, eravamo undici donne. A Leopoli c’è un’agenzia che organizza questi viaggi. Il viaggio durava tre giorni. Siamo partite a mezzanotte come turisti, alberghi sono pagati, anche da mangiare, ma noi senza fermare tre giorni, tre giorni. Quando scaduto il visto siamo scesi a Napoli, “ma il visto è scaduto, non dormito neanche in un albergo, però pagato”. Autista dice “vostri visti scaduti, che volete?”. Nulla, lasciate sulla strada. Arrivate signore, ragazze da nostre parti e dicevano… per affittare la casa il costo 10 mila lire una notte. A: A Napoli già sanno che arrivano donne da altri paesi e vengono con proposte d’affitto? B: Sì. A: Dove hai cercato lavoro? B: A Napoli su piazza Garibaldi, di là ci sono migliaia di persone, stranieri e italiani, migliaia di persone a Napoli. A: Ma come funziona? B: Tutte nostre ragazze che sono sposate con italiani, fidanzate, così... sentono, guardano, poi ti dicono che c’è un lavoro, c’è possibilità di scegliere. Vengono tre, quattro persone, guardano tutte ragazze, vendono, comprano. Ehhh! [ Punto di partenza, Ricerca-azione “Il lavoro di cura nel mercato globale: responsabilità e diritti”, 2004] Angela Xhani: [interruzione della registrazione] Si vede come il mercato del lavoro di cura ripropone strutture di una società coloniale dove il razzismo ne costituisce l’asse portante con l’impoverimento. Albalisa Sampieri: [lettura] “I poveri non sono quelli lasciati indietro ma sono tutti quelli esclusi dall’accesso alle proprie ricchezze e risorse. Sono poveri perché i loro beni sono stati espropriati ed è stata distrutta la ricchezza che crea capacità produttiva. Il benessere accumulato dall’Europa si basa su una ricchezza sottratta con la forza all’Asia, all’Africa e all’America Latina.” [Vandana Shiva , “Riscrivere la storia”] “Fra le varie cose che il Fondo Monetario chiede ai paesi per concedere prestiti e crediti, ci sono sostanzialmente tre fondamentali richieste: la prima e la riduzione della spesa pubblica. Quindi non riduzione della spesa pubblica tout-court, di alcune spese pubbliche perché non c’è parola sulla riduzione della spesa pubblica per gli armamenti. Si chiede la riduzione della spesa pubblica in termini di riduzione dell’intervento dello Stato; quindi ridurre le spese sociali, ridurre l’interventismo statale in economia, ridurre cioè il sostegno all’economia da parte del pubblico e dello Stato. Ridurre vuol dire sostanzialmente cedere al privato tutta una serie di servizi: sanitari, educativi, trasporti. Questa è la prima richiesta.” [Franco Cazzola, Festa della Toscana, 2002] Angela Xhani: [interruzione della registrazione] …del welfare non riguarda però solo i paesi impoveriti. È chiaro che nei paesi impoveriti questo causa migrazioni però queste migrazioni, adesso, sono dirette verso l’occidente dove lo stesso riaggiustamento strutturale del welfare crea il mercato di cui avevamo parlato prima. Albalisa Sampieri: [lettura] “Adesso voi, a vostra volta, state entrando nel circolo di quelle che sono le politiche dell’aggiustamento strutturale, che sono le politiche che prima sono state utilizzate per noi e che in questi anni sono quelle che toccano le economie in Europa (Germania ecc.). Vorrei chiarire che questo non sta a significare che io stia parlando di qualcosa che è contro il mercato: è contro la mercificazione totale del mercato, è contro il fatto che non esistono nel mercato il valore dei diritti. [Rabia Abdelkrim, Festa della Toscana, 2002] Angela Xhani: [interruzione della registrazione] …questo riaggiustamento del welfare che crea qui la domanda per il lavoro di cura di cui parlavamo all’inizio e che è il terreno dove vengono molto spesso violati i diritti umani. Farhia Aidid e Albalisa Sampieri: [lettura] A: Qual è il contesto, la situazione in cui lei ha fatto... ricorso all'aiuto della persona straniera? B: Sì. Allora, eh... la malattia di mio babbo, il morbo di Alzheimer. A un certo punto proprio diventa impossibile da gestire per i soli familiari. Mamma, la mia mamma, ha... è riuscita in un primo momento a far fronte con molta forza e molto coraggio alle prime fasi della malattia, che si manifesta come perdita della memoria, perdita dell'orientamento, eh... irascibilità... anche con manifestazioni caratteriali molto diverse dalla personalità naturale dell'individuo. Eh... e poi abbiamo dovuto affiancargli delle persone, in un primo momento, a ore. Poi, il problema era anche la notte, perché per molto tempo eh... c'era anche il fenomeno dell'insonnia, l'aver confuso le ore del giorno e della notte, e quindi anche di notte volersi alzare, voler uscire da casa... e non potevamo lasciare la nostra madre sola. Quindi gli abbiamo... abbiamo cominciato a organizzare un servizio con persone di giorno, persone di notte, fino a che siamo arrivati all'idea di... mettere una persona fissa. E è corrisposto a questa esigenza, appunto, il personale straniero. A: Perché prima, di che personale si trattava? Infermieristico? B: Prima avevamo... personale italiano, sì, infermieristico, nottanti... Però era un problema e… di costi, perché venivano... cioè, le notti venivano fatte pagare proprio come... nottate, come si fa con un malato terminale, quindi... tariffe infermieristiche, quando in realtà non era quello il problema. Il problema era una persona qui, perché se la mamma non ce la faceva, se si fosse verificato, eh... E... e poi anche con persone del posto, bisognava, per coprire 24 ore, disporre di... almeno di 3 persone, e ricorrere a sostituzioni... Insomma, era sempre un sistema molto difficoltoso, molto costoso e molto precario. E... Abbiamo... prima abbiamo fatto ricorso a una persona, straniera, più una ragazza italiana, una donna italiana, per coprire i tempi di libero, le domeniche, i sabati... Eh... Successivamente, nel tempo, si è ammalata anche mia madre, mia madre che... insomma, si è fatta carico di questa cosa difficilissima, si è ammalata anche lei, fino a arrivare anche lei a non... alla non autosufficienza, e quindi abbiamo poi fatto ricorso a due persone, due persone, e dal... novanta... due, abbiamo queste... Nora, che è qui da noi e che è venuta con un figlio, lei e il figlio, quindi 2 persone… [ Punto di partenza, Ricerca-azione “Il lavoro di cura nel mercato globale: responsabilità e diritti”, 2004] Angela Xhani: Quella che io dovrei illustrare adesso è la parte più difficile che è questa [nell’immagine proiettata appaiono tutte le frecce di collegamento tra le varie parole messe in risalto nella relazione] Questi sono tutti elementi del percorso di Punto di partenza. Volevamo dire che abbiamo dovuto introdurli uno alla volta per poterli comunque commentare e illustrare però è stato molto difficile trovare un ordine sequenziale perché non c’è un ordine di questo tipo, perché come vedete sono tutti cause ed effetti allo stesso tempo e sono tutti dei nodi intessuti da questa rete che è la globalizzazione neoliberista e quindi vanno letti tutti all’interno di questa rete che li contiene e che li spiega e che li produce. Silvia Rubechi: Volevamo aggiungere a queste cause e a questi effetti del processo di costruzione dell’impoverimento un elemento che è, secondo noi, centrale e che è questo: la sfortuna. Abbiamo inserito la parola povertà e sfortuna su internet per fare una piccola ricerca e è venuta fuori una infinità di pagine. Qui abbiamo riportato solo tre siti in cui si trova associata la parola povertà con la sfortuna: il primo è un progetto dal nome “Una città accogliente, aperta e solidale” di Giancarlo Paba nel quale si trova scritto “…bambini e bambine dei paesi del mondo più poveri e sfortunati”; il secondo è di una associazione che fa adozione a distanza “… un futuro migliore ai bambini poveri e sfortunati”; il terzo, dell’Unicef, con un progetto in Bangladesh “… in questo paese fra i più poveri e sfortunati del mondo”. Ecco qua sembra appunto che la sfortuna sia veramente un elemento centrale nel processo di costruzione dell’impoverimento… Angela Xhani: Quindi scusateci se non l’abbiamo messo al centro. Albalisa Sampieri: Con questa modalità un po’ diversa dalla solita relazione noi ovviamente abbiamo voluto, molto sinteticamente perché il lavoro è come tempi ma anche contenuti molto ricco, restituirvi quello che è stato il percorso di tutti questi anni di Punto di partenza dal 2001 in poi. Questo era il nostro intento. I commenti citati, il lavoro citato sono stati tutti frutto del nostro lavoro organizzato da Punto di partenza. Eugenia Galateri: Le cose sono tantissime, grazie. Ma intanto volevo fermarmi su un punto e volevo chiedere a Irma, che ha toccato un punto per me molto interessante. Cioè, a un certo punto hai detto che tra le ragioni dell’impoverimento, c’è la divisione del lavoro e l’assegnazione dei ruoli alle donne, che ha effetto poi sulla costruzione dell’identità, e che ha individuato da un lato nella mancata valorizzazione del lavoro domestico, cioè che non è contabilizzato, eccetera, che è un problema che abbiamo anche noi in Italia. Ecco, il problema però è grosso, secondo me, perché almeno la mia generazione, si era un po’ arenata su queste questioni e io mi ricordo che quand’ero giovane ho fatto, per esempio, delle grosse battaglie allora contro il... sto facendo un esempio, scusate, per cercare di capire qual è il nodo, io mi ricordo di aver fatto delle grosse battaglie, qua in Italia, ai tempi, col sindacato, contro il discorso del part-time, perché allora noi consideravamo che accettare il part-time significava assumere… cioè, che molte donne l’avrebbero preso e che questo avrebbe consolidato il fatto che le donne si occupavano di più di questo lavoro domestico, eccetera. Però in effetti adesso, nello stato attuale, in cui invece poi il part-time è passato, molte donne, anche giovani, e molte persone, adesso non più solo donne, ma anche altri, quindi per fortuna c’è un po’ uno spostamento, assumono che questo è un modo in cui si rompe quest’idea che il lavoro sia tutto quello che nella vita… no? Cioè, io l’esempio lo facevo per dire che è vero che… cioè io sento come molto vero anche qua in Italia questo discorso che ad esempio qui da noi viene fatto su questo tema della contabilizzazione, quello in cui si dice “ Va be’, le donne devono assolutamente accedere al lavoro, quindi conciliare la vita familiare e la vita lavorativa” però, secondo me, ci sono delle fasi della vita in cui ognuno di noi dovrà decidere se preferisce fare una cosa o l’altra, purché sia una fase. Cioè, per me l’uscita da questa storia è il fatto che si riconosca che non essendoci un’identità fissa per tutta la vita, quello che noi dobbiamo cercare di fare è ovviamente consentire che uno, nella sua fase di vita, abbia la possibilità di scegliere. Ok? Allora mi sembra che su questa questione non ci sia stata, neanche all’interno di noi, sufficiente chiarezza, perché è chiaro, io posso dichiarare, e su questo siamo tutti d’accordo, “Bisogna far sì che il lavoro non pagato delle donne sia visto dentro i calcoli economici generali”, su questo tutti siamo d’accordo. Poi bisogna però mettere le gambe a questa cosa, cioè non è che io vado semplicemente a bussare all’economista e gli dico “ Calcola questo”. Dovrò anche chiarire che questo lavoro è un lavoro che può anche essere interessante, cioè secondo me lo è anche, purché non sia l’unica cosa che io mi trovo davanti assegnata per definizione. Però, ecco, vorrei chiedere se è possibile riuscire ad analizzare un po’ di più questa cosa, perché mi sembra che qui in Italia siamo ancora rimasti un po’ vincolati alla vecchia storia, no? Allora, il salario alle casalinghe no perché sennò le inchioda lì, insomma, non so se è stato chiaro. Io vorrei capire meglio come possiamo uscire da questo groviglio di questioni. Non ho delle soluzioni, scusate, proponevo una questione. Irma Nicasio: Sì, questo è uno di quelli che chiamiamo appunto modelli culturali patriarcali, perché in effetti lo sappiamo, il secondo elemento che opprime, dopo lo Stato, è la famiglia. Noi donne siamo educate nell’ottica che siamo fatte per lavorare in casa, quindi come rompere questo modello culturale, secondo cui le donne sono fatte per lavorare in casa e gli uomini per lavorare fuori? Dobbiamo romperlo anche perché abbiamo visto che negli ultimi anni le donne ora si trovano con due lavori, perché sono state costrette ad aumentare il salario della famiglia lavorando anche fuori, ma restano comunque con il lavoro in casa da fare. Potremmo dire addirittura che le donne hanno tre giornate di lavoro perché c’è quella fuori di casa, c’è quella in casa e poi c’è anche quella notturna. Stiamo facendo una ricerca, nel mio paese, per valutare quanto tempo lavora ogni giorno una donna ed è stato valutato un tempo di lavoro di 12 ore al giorno che non viene contabilizzato, perché la donna deve andare a prendere la legna, deve cucinare, deve servire i pasti e tutto questo ovviamente non viene contato. Con le domenicane che vivono in Spagna, siamo giunte ad una conclusione. Hanno detto che l’unica cosa buona che c’è lì in Spagna è che almeno il lavoro che fanno qui viene pagato, mentre a casa fanno le stesse cose e non glielo pagano. Quindi, questa è però l’unica differenza. Perciò questo lavoro non remunerato dobbiamo lottare perché trovi un valore, vogliamo inserire un conto satellite nel bilancio, come un conto di risparmio appunto per dare un valore a queste mansioni, con un metodo, chiamato “mainstream di genere”, per contabilizzare ad esempio quanto prende una cuoca, quanto viene pagata una persona che lava, che stira, che tiene i bambini, sommare tutti questi redditi e arrivare a un conto finale. A parte questo, però, dobbiamo comunque rompere il modello mentale e culturale che vuole le donne per natura biologica destinate al lavoro di cura. Anche gli uomini possono farlo. Se è vero che i migliori cuochi, i migliori chef del mondo sono gli uomini, e comunque anche loro hanno imparato dalle madri, comunque se possono diventare i migliori cuochi del mondo perché non possono occuparsi anche del lavoro domestico, perché non possono occuparsi dei bambini, condividere questo lavoro con le donne? È necessario decodificare la mente, far sì che disimparino quello che hanno imparato. Il problema è che la struttura mentale delle persone è la cosa più difficile da cambiare, quindi dobbiamo istruire le nuove generazioni, perché questi cambiamenti sono molto lenti, sono difficili ma non sono impossibili, quindi, insegnando queste cose alle nuove generazioni, abbiamo speranza, nel futuro, di cambiare questi modelli. Tutto quello che si impara, può anche essere disimparato. Gloria Hernandez: Io vorrei parlare di un’esperienza che stiamo facendo in Colombia, sullo sviluppo, un’esperienza fatta appunto al Dipartimento di Antioquia, sul lavoro delle donne. Come ho detto ieri, bisogna guardare a questi parametri dello sviluppo come lavoro produttivo e riproduttivo in senso integrale. Questa esperienza di cui parlavo è un’esperienza su cui abbiamo lavorato, formando un’Associazione di donne contadine che lavorano nella campagna in modo tale che queste donne apprendano il valore del proprio lavoro. Noi abbiamo osservato e abbiamo voluto analizzare quanto queste donne portassero, in termini di entrate economiche, a casa e abbiamo visto che era uguale alle entrate che provenivano dal reddito degli uomini che lavoravano fuori e quindi, in questo modo, le donne hanno cominciato a poter dire “ Io porto a casa, col mio lavoro, tanti soldi o più soldi di quanti ne porti tu, uomo”. Francesca Moccagatta: Non ha parlato di soldi che vengono portati a casa, vuole dire più “contribuisco tanto quanto…” cioè viene contabilizzato ma non è denaro. Gloria Hernandez: Mi spiego. Gli uomini ricevono il salario, una parte di questo lo spendono bevendoselo. Stiamo parlando di popolazione contadina di un dipartimento come Antioquia e di un paese come la Colombia in cui quello che si ricava dalla vendita legale dei liquori, dalla lotteria, dal gioco d’azzardo va a sostenere l’istruzione, un paese in cui gli uomini sono autorizzati a spendere tutto quello che guadagnano in liquori, nel bere, nel gioco d’azzardo e invece tutto il lavoro domestico delle donne va all’interno della famiglia, tutto quello che fanno. Ora, con questa esperienza, le donne stanno apprendendo a fare un rapporto di costo - ora, costo - prodotto, costo tempo, tempo che appunto impiego per fare le cose nella casa. E in questo modo si crea una sorta di bilancio familiare in termini di quello che fanno le donne, quello che fanno i bambini, quello che fanno le bambine, in termini quindi di quantificare il loro lavoro domestico che viene svolto all’interno delle case. Irma Nicasio: Vorrei aggiungere qualcosa che si riferisce al mio paese. Il mio paese ha 9.000.000 di abitanti e il 52% sono donne. Bene, di questa percentuale il 40% mantiene, in termini proprio economici, la casa, la famiglia. Quindi questo 40% sostiene la famiglia in tutto. Il 60% apporta la metà di quello che è il bilancio familiare, sempre in termini economici. E vorrei riprendere quello che ha detto Celia Amoros, la sua teoria secondo cui le donne apportano molto di più in termini di sviluppo rispetto agli uomini. Consideriamo ad esempio quello di cui parlavamo stamattina, queste rimesse di denaro che arrivano dagli Stati Uniti. Vengono utilizzate tutte per l’istruzione, per l’educazione dei figli, per tutto ciò che serve alla famiglia, quindi le donne non pensano mai a se stesse, non spendono niente per sé, e un altro fattore determinante, di cui vorrei parlare, e di cui speravo che parlasse Gabriella Rossetti, una questione molto spinosa, è come la corruzione amministrativa dei nostri Governi impoverisce, crea appunto impoverimento. Gloria Hernandez: Voglio aggiungere una cosa sempre riguardo al lavoro riproduttivo, che non è valorizzato, non gli si riconosce un valore né socialmente né politicamente. Ora gli stiamo dando un significato anche economico, ma richiede, per far questo, un posizionamento e un empoderamiento maggiore delle donne e delle società. Queste esperienze, di cui abbiamo parlato io e Irma, dimostrano come adesso si stia dando un valore effettivo, reale a questo lavoro riproduttivo che non è solo riproduttivo, perché abbiamo visto che produce e che genera un Prodotto Interno Lordo. Nadia De Mond: Vengo dal Nord d’Europa e sono in Italia da una ventina d’anni. Volevo innanzitutto felicitarmi con il gruppo Punto di partenza per l’esposizione e non solo per la metodologia di esposizione partecipata, che apprezzo sempre, ma anche per la ricerca di interconnessioni proprio nei contenuti che si sono evidenziate tra i vari pezzi di questo puzzle della globalizzazione, l’impoverimento, il welfare, l’immigrazione, il razzismo. Volevo aggiungere forse un elemento, che tra l’altro mi è rimasto in mente da un intervento di Mercedes in uno dei nostri incontri e che è un po’ provocatorio com’è nel suo stile, che però penso mette proprio il dito nel punto dolente, e cioè il conflitto tra i sessi. Il fatto che in Italia, in Europa forse in generale, ma in Italia ancora di più, la famosa emancipazione è stata portata avanti solo a metà e cioè molto spesso si parla di agire il conflitto, di portare il conflitto nei luoghi sindacali, nei luoghi della politica, eccetera, ma il conflitto, nella sfera della casa, nella famiglia… questa lotta dolorosa, perché tocca il nesso affetto, amore, sesso, rapporti di dominio, violenza, eccetera... Su questo molto spesso abbiamo abbassato un po’ la guardia. Dico abbiamo perché ormai mi considero anch’io mezza italiana, non mi taglio fuori, ma io penso che una parte del cambiamento, che sicuramente è politico, economico, e di… quello che Irma diceva “i padroni culturali che abbiamo in testa” passa però attraverso l’azione anche nella sfera personale. Abbiamo sempre detto che il personale era politico, questo vuol dire portare il conflitto anche in questa sfera della famiglia, che è il rapporto con i maschi che abbiamo intorno. Quindi portare il conflitto nel rapporto quotidiano con il partner se è un maschio, con il figlio, con quelli che abbiamo intorno. E penso che su questo abbiamo da riprendere in mano molto, perché non è scollegato da tutto il resto. Betty Gilmore: Voglio ringraziare Punto di partenza anch’io, perché sono veramente brave e così stimolanti. Volevo solo menzionare che, come Irma ha parlato di New Orleans, allora volevo dire che non erano immigrati. Sono americani che sono lì da quando ci sono gli spagnoli... no, lo dicevo anche per dire che… più che altro quando ha detto “nel paese più ricco del mondo in cui non sono riusciti a organizzarsi e affrontare questo problema”. L’impressione, più che altro, era che non avevano voglia di risolvere il problema, e c’è questo aspetto… uno forse non era un problema fino a che non è uscito fuori ma non era uno shock. Io so che ci sono gli afroamericani che sono lì da quando ci sono gli spagnoli, gli inglesi, eccetera, perciò non è uno shock. C’è una mancanza di volontà e dico questo anche perché riguarda… è una situazione globale, però riguarda anche l’intervento politico del mio paese in tutto il mondo e l’impatto che ha su tante cose che succedono. Fra l’altro, quando si parla di lavoro domestico, io, anche alla mia età, ricordo proprio la storia delle donne afroamericane che facevano i lavori domestici, e in un certo senso la descrizione degli uomini che forse non facevano molto e bevevano e giocavano a dadi, eccetera è una storia molto vecchia... forse non se ne parla tanto perché la gente veramente era scioccata di New Orleans, capitale del blues, del jazz, allora questa storia doveva essere riconosciuta. Quello che volevo dire è che il lavoro domestico della donna, prima schiava, e dopo il lavoro che ha potuto fare la donna afroamericana era proprio il lavoro domestico, era proprio lei che poteva lavorare e guadagnare più soldi perché l’uomo, in una società povera, era limitato nel lavoro che poteva fare. In un certo senso c’è un disegno di tutto questo, dove ci sono il povero e la povera e poi la donna che lavora come domestica e che riesce a portare sempre più soldi… volevo solo dire che è una cosa storica e ti viene da pensare che c’è anche una volontà globale già vissuta per tenere sotto due tipi di persone povere. Però anche questo aspetto è interessante proprio perché coinvolge gli Stati Uniti e il potere. Tenere sotto il povero e la povera, parlando della donna, la povera tra i poveri, c’è il potere e poi ci sono i poveri. [Voce fuori microfono] Volevo solo dire che è una storia che si allarga. I poteri, almeno secondo me, sono quelli e bisogna anche affrontare la strategia difficilissima di… [interruzione della registrazione] Rocio Caceres: La domanda che volevo fare a Irma la voglio fare in spagnolo. Mi scuso con tutti voi, però mi risulta più facile parlare in spagnolo. (poi la rifà in italiano) La domanda è se il tema dell’alfabetizzazione viene portato avanti nel suo paese, perché in Toscana c’è una discreta comunità di dominicani. Ad esempio a Massa abbiamo una comunità di 400 persone e ci sarebbe la possibilità di fare corsi di formazione. Questi invii di denaro dall’estero, di cui parlavi, mi chiedevo se non potessero servire per degli accordi di formazione, perché altrimenti si entra nel solito circolo vizioso di queste donne che emigrano, vanno a lavorare, ritornano ma quando ritornano la situazione non è cambiata. Questa comunità che esiste a Massa, le comunità che esistono in Toscana di dominicane sono molto grandi, ma ci sono poche persone con un livello culturale tale da poter permettere di aiutare i propri connazionali. In Colombia ad esempio la situazione è diversa, in confronto al resto dell’America Latina, l’alfabetizzazione è abbastanza alta. La comunità colombiana a Firenze, ad esempio vede diverse persone con un buon livello di cultura, mentre invece la situazione della Repubblica Domenicana è diversa. Celina Frondizi: Volevo semplicemente dire che c’è anche il rovescio della medaglia, nel senso che io considero, non personalmente, ma in base anche ai dati che ci sono, che il livello di istruzione in molte delle donne immigrate in Italia è molto alto. E quindi bisogna anche dire che di fronte a donne che hanno avuto una formazione nei paesi di origine elevata, ci troviamo con il solito problema italiano. Quindi i corsi di formazione che vengono organizzati per le donne straniere, sono dei corsi che non servono a niente, perché non prendono in considerazione quali sono le esigenze delle destinatarie. Quindi si fanno dei corsi che in realtà sono uno spreco di soldi e non danno nessuna formazione utile a queste persone che a volte, appunto, sono molto più istruite di quello che si pensa. Solo questo. Mercedes Frias: Mi verrebbe da fare una disputa nazionalista con Rocio sulla questione dell’alfabetizzazione delle dominicane e dei dominicani, però non la farò. Faccio il discorso un po’ più in generale. L’Unione Europea, con l’obiettivo 3, con l’obiettivo dell’occupabilità, ha destinato un sacco di soldi alla formazione professionale. Poi abbiamo sentito il discorso di Irma stamattina di come, perlomeno dalle nostre parti, l’aumento della formazione e del livello di istruzione non ha significato necessariamente un cambiamento dal punto di vista dell’occupabilità. Qua ci troviamo in questa situazione grazie a tutti questi fondi europei, e non solo europei, per la formazione, per favorire, insisto, l’occupabilità, un proliferare di corsi dove molto spesso viene… so che stiamo andando fuori tema, mi dispiace, però insomma, la provocazione di Rocio ci ha portato un po’ a questo. Molte volte questi corsi… [Voce fuori microfono] …no, no, ma… non difendo i dominicani, io sto parlando delle politiche dei corsi di formazione. Sono completamente d’accordo con quello che ha detto Celina, abbiamo fatto anche una ricerca anni fa, che ha coordinato Mariateresa, sulle donne immigrate in Toscana, il 37% aveva un titolo superiore che è molto superiore alla media, e questo riguarda tutte. Ci sono vari luoghi in cui c’è un’immigrazione di un determinato tipo, in altre di un altro tipo però comunque il livello non è basso. Ciò nonostante, ci sono una serie di offerte formative che non soltanto non sono utili in vista di una politica di reingresso ma che sono funzionali a tenerci al nostro posto. I corsi per badanti, i corsi per questo, i corsi per quell’altro, quando va meglio, il corso è per mediatrice culturale, no? Tutti corriamo dietro a un corso di mediatrice culturale, che è proprio il massimo che possiamo avere e lì corrono tutte donne laureate, con titolo elevatissimo per la mansione che poi si deve svolgere. Poi la questione del reingresso… io penso che questa è un’illusione che abbiamo tutti gli emigranti, la maggior parte, ora non voglio parlare per tutti. Quando si esce, si dice “Io torno, faccio un po’ di soldi e un giorno torno”. Cosa che difficilmente si avvera, perché la realtà è tutta un’altra. Molte volte quello che noi ci troviamo a fare qua, è difficilmente spendibile là, per diversi motivi. Tutte le cose che io ho fatto qua, io non lo so se torno a casa cosa me ne faccio io che ho fatto la mediatrice e cose del genere. Per cui la questione è particolarmente complessa e va vista anche nelle politiche locali per un inserimento lavorativo dignitoso dei migranti e delle migranti mentre sono qua, perché la questione del reingresso va vista soprattutto da un punto di vista di qualcosa di utile e l’ha detto Irma stamattina “Quali sono i settori che vanno per la maggiore?”. Magari il fatto che abbiamo imparato un pochino di italiano ci può aiutare poi a fare la guida turistica là, però non vedo molto altro. Farhia Aidid: Io passerei la parola, per concludere con le risposte alle domande che sono state rivolte. Irma Nicasio: Prima di tutto volevo rispondere riguardo al problema del conflitto tra i sessi, il problema dell’emancipazione e dei conflitti familiari. Nel mio paese c’è una percentuale altissima di violenza familiare. Come se non bastassero già solo i conflitti politici ed economici, anche all’interno delle famiglie si creano questi conflitti ed è difficilissimo cambiare la personalità della gente e interrompere questa dinamica che è anche quella dell’affetto. Ci sono donne maltrattate dal proprio uomo da vent’anni che adesso con la nuova legge, che permette loro di andare dalla Polizia o da un Dipartimento speciale e denunciarlo… ci sono donne che però dopo mezz’ora tornano e chiedono di ritirare la denuncia e richiedono il marito a casa, perché dicono che senza di lui la casa non può andare avanti, e quindi questo circolo della violenza continua. L’uomo torna a casa, dice che si comporterà bene, finché ricominciano le violenze, finché alla fine non la uccide. L’anno scorso sono morte 143 donne per questo motivo, e l’80% di loro era andata circa otto volte alla Polizia a denunciarlo e aveva chiesto poi di ritirare la denuncia. Una femminista, Virginia Varga, in un suo libro ha scritto che le donne devono reclamare il diritto di essere cattive come gli uomini, perché questi problemi interni dell’affetto, questi problemi affettivi sono psicologici, culturali e ancora non sono stati risolti. E un’altra cosa importante da dire è che per le donne è molto meglio stare da sole che male accompagnate. Per finire il discorso sulla violenza domestica, la cosa difficile è anche convincere le donne a rompere il silenzio, a denunciare i mariti, gli uomini che sono violenti con loro. Ma il problema è che se anche riusciamo a convincerle e a denunciarli il marito, quando si accorge che la donna l’ha denunciato, va e la uccide comunque. Quindi con le nuove leggi stiamo cercando di convincerle e anche di proteggerle. Ma un altro problema fondamentale è che noi donne amiamo di più degli uomini. Poi il discorso di New Orleans, la mancanza di volontà politica che c’è stata s’è vista la differenza tra quando l’uragano è passato per New Orleans e gli aiuti sono arrivati dopo una settimana, mentre invece quando è passato per Miami in mezz’ora gli aiuti erano già là. E per concludere sulla questione dell’analfabetismo, io ho fatto uno studio nel ’95 e l’ho poi rivisto nel 2000, a Madrid, e il 56% delle domenicane di Madrid avevano un diploma, quindi erano infermiere, erano maestre e anche le altre avevano un livello di istruzione medio. Il problema è che nella Repubblica Dominicana la situazione nelle città e nelle zone rurali è estremamente diversa. Nelle zone rurali spesso non c’è neanche la scuola, non ci sono i maestri, ma questo rappresenta solo una minoranza delle donne che poi emigrano. Tra l’altro, c’è un programma di istruzione per adulti, che si fa anche per radio, che dura da oltre vent’anni, e che ha permesso l’alfabetizzazione di molti contadini e di molte contadine. Perciò è vero che qui bisogna aumentare le capacità per permettere poi a queste donne, quando ritornano, di svolgere lavori di un certo livello, però dobbiamo anche considerare che sono molto poche quelle che tornano realmente. Grazie. Gloria Hernandez: Volevo sottoporre alla vostra attenzione questi prodotti artigianali che vedete lì messi in fondo, sono dei lavori fatti da uno dei gruppi di donne che producono questo artigianato, è quell’esperienza che ho riferito poco fa sulla contabilizzazione, eccetera. Altri sono prodotti di donne indigene che si sono dovute trasferire per il conflitto armato e che stanno cercando di creare un mercato che sia un mercato equo, un mercato che riconosca che in questi prodotti c’è un patrimonio immateriale. E l’altro, quello appunto delle bambole nere, è un lavoro che viene fatto da donne afrocolombiane costrette anche loro a spostarsi dalle loro zone di origine in un città, in particolare nel dipartimento del Chocò, a causa del conflitto armato. Vuole rappresentare sopratutto una lotta dell’idea della donna come “Barbie” e far vedere che anche la donna africana, la donna nera può essere bella. Domenica 27 novembre Restituzione del lavoro dei gruppi Gruppo 1 – “I cosiddetti indicatori di povertà” Francesca Moccagatta: Bene, allora, primo gruppo "I cosiddetti indicatori della povertà”. Noi abbiamo lavorato… inizialmente abbiamo letto un brevissimo pezzo dell’intervento di Domitila Barrios de Chungara , che per noi è la maestra per eccellenza, il cui contributo è contenuto nella cartellina come materiali preparatori. Abbiamo citato questo che è un intervento molto lungo che iniziava dicendo “ La Bolivia è un paese ricchissimo… in risorse naturali, risorse minerarie, in agricoltura…”. Questo lungo intervento sviluppava… raccontando poi tutte le espropriazioni sia in termini di diritti umani che in termini materiali, raccontava, faceva tutto questo grande scenario e terminava l’intervento con questa frase, dicendo “ Vorrei che in Europa non ci fossero più vecchi rinchiusi, vorrei che non ci fossero più giovani che si suicidano dentro le loro case, perché ci vivono in assoluta solitudine e non trovano senso alla propria vita. Vorrei che ci unissimo. L’eccesso di consumismo di questa società non va bene, e nemmeno l’eccesso di povertà in cui viviamo va bene. Dobbiamo unirci per salvare questo pianeta che si chiama Terra”. Questa l’abbiamo portata all’inizio della discussione perché ci dava molto chiaramente già un’idea ribaltata degli indicatori. Ci sono due tipi di povertà, la ricchezza di Domitilla stava anche nel fatto che li riconosceva mentre noi spesso riconosciamo soltanto la nostra, e la necessità comunque di, fuori delle asimmetrie e degli squilibri, riuscire a collegare questi due assi per poter cambiare l’equilibrio, cambiare la struttura. Quindi questo ci sembrava proprio un punto di partenza molto importante che diceva molto sugli indicatori… che cosa si deve misurare. Poi, anche qui una frase brevissima, dall’intervento di Rabia nel primo seminario propedeutico di maggio, l’esempio della tontine africana. E’ un’esperienza di cui spesso si parla, lei ci aveva portato questa esperienza, questo tipo di tontine che viene fatta in Senegal, dove lei vive, che consiste in questo: ci sono un gruppo di donne, con pochissime o zero risorse che si riunisce e crea un gruppo che periodicamente, e ognuna ogni mese, o ogni settimana, a seconda della convenzione che si decide di fare, mette una somma anche minima nel mucchio e una volta al mese, o una volta ogni due mesi, con la scadenza che si sono date, una del gruppo prende tutto. Allora, questo cosa significa? E’ una sorta di Banca o di risparmio forzato. Mettendo 3 lire per uno, una volta al mese, ad ognuno tocca una cifra che diventa una cifra già più significativa. Questo per dire cos’è la tontine. Nell’esempio che faceva Rabia, c’era l’aggiunta del fatto che in questo tipo di esperienza di tontine possono partecipare anche le donne che non hanno risorse. Rabia ci diceva “ In quel contesto, in quell’esperienza, garanzia è la relazione sociale. Una rete solida e solidaria che non fa ridistribuzione di ricchezza, ma creazione di ricchezza”. Voi capite bene che questa è un’esperienza molto significativa, per il fatto che appunto è creazione di ricchezza, nel senso che anche questo è un modo di misurare diverso, anche questo è un indicatore differente nel senso che la cifra insignificante che ognuno mette, e che sarebbe per la pura sussistenza, messa insieme così e presa tutta insieme è una cifra maggiore che può creare reddito in certi casi. In certi casi può risolvere problemi tipo cure sanitarie, dentistiche, libri per la scuola per il bambino, un oggetto che si è rotto in casa... tu hai un piccolo capitale iniziale… oppure potrebbe essere utile per avviare un minimo di attività. Quindi è veramente una forma estremamente interessante di creazione di reddito. Quindi questo era il secondo contributo, dal percorso che abbiamo fatto, sul tema degli indicatori. A partire da questi due esempi, abbiamo condiviso e letto questo articolo “Il panino più caro” che è un articolo del Manifesto, di Manuela Cartosio, del 2003, che riporta tutta una serie di dati: quanto costa un chilo di pane a Nairobi, quanto costa a Bombay, quanto costa a Detroit, le case quanto costano qua e là. E questi sono gli indicatori classici, è l’Unione delle Banche Svizzere che ha prodotto questa serie di dati elaborati da questo articolo. Sono i dati elaborati con gli indicatori classici che sono gli indicatori su cui lavorano anche molti Organismi internazionali, anche se a questo punto il tema degli indicatori viene messo in discussione anche dagli Organismi internazionali, perché c'è un dibattito, il Social Watch Institute, eccetera… c’è un dibattito per modificare gli indicatori. Comunque questi ce li siamo dati come strumenti iniziali, in questo articolo si vede come tutto viene misurato in termini monetari, senza tener conto che in realtà “il dollaro al giorno” a Nairobi e “il dollaro al giorno” a Detroit hanno un valore completamente diverso, non solo perché si acquistano beni diversi, che hanno un valore diverso, ma anche e soprattutto perché in molti luoghi l’economia e la circolazione dei beni nell’economia non avviene attraverso la circolazione del denaro, perché non c’è, eppure l’economia sopravvive, vive ed è anche imprenditrice. Quindi la misura puramente monetaria del “dollaro al giorno” non ci dice abbastanza. A partire da questa serie di considerazioni, noi abbiamo fatto il giro e abbiamo iniziato a discutere per vedere quali potevano essere i parametri, uscendo da questi parametri puramente monetari, che potevano dare un’indicazione dell’impoverimento… che appunto non fossero legati a parametri che non solo erano puramente monetari, ma in certi contesti erano puramente astratti e non misuravano niente. Ne ha parlato anche Irma, nell’intervento, voglio dire… ”un dollaro al giorno” in certi casi può non significa assolutamente niente in un’economia in cui non ci sono beni nei negozi da comprare. In molti casi anche averne dieci, uno è poverissimo, voglio dire, quindi non è che avere due euro o tre euro significa essere usciti dalla povertà estrema o dalla povertà intermedia, perché chiaramente è un elemento puramente monetario, quindi non misura… oltre che non essere attuale e realistico non misura. Sulla base anche di queste letture abbiamo avviato la discussione e anche entrando nel merito di quello che c’era nei contributi che ci venivano dati dal percorso precedente. Abbiamo individuato quattro indicatori, ora stiamo parlando di indicatori che poi andrebbero elaborati nello specifico chiaramente. Quattro indicatori: il primo è quello dell’accesso alle risorse e sviluppo della capacità produttiva. Quindi non risorse… non acqua, cibo, eccetera ma accesso all’acqua, al cibo, alla casa e lo sviluppo delle capacità produttive, questo è un concetto che utilizza Vandana Shiva quando dice “Sviluppo delle capacità produttive non solo nel senso di imprenditoria, ma la possibilità di ogni individuo a sua volta di essere creatore di risorse, creatrice di risorse”. Questo accesso alle risorse… abbiamo discusso ovviamente molto a lungo di questo… tutti indicatori che sono molto concreti per noi, allora, abbiamo detto: intanto l’accesso ai bisogni di base cioè acqua e poi acqua pulita, cioè abbiamo messo la successione perché in primis il bisogno è quello dell’acqua, ahimè, è solo in certi casi che ci si può porre il problema dell'acqua… comunque acqua e acqua pulita, e poi quanta?, perché? Non l’abbiamo fatto ieri l’esempio ma mi viene in mente ora, in Palestina, i palestinesi hanno circa dai 18 ai 25 litri d’acqua al giorno, i coloni israeliani usano 250 litri di acqua al giorno, che è quasi il triplo di quello che utilizziamo in Europa, perché per trasformare il deserto in giardino bisogna usare molta acqua, no? Allora: quanta? Poi, altro bisogno di base abbiamo detto il cibo, e poi: sano. E qui c’è tutto il discorso degli o.g.m, eccetera, e casa, sicura, e quindi si apre tutto il tema della guerra. Questi come bisogni di base, poi ce ne possono essere… noi abbiamo abbozzato una riflessione. Accesso alle risorse e anche accesso ai diritti: essere titolari di diritti che per noi, nel nostro percorso, è determinante. Non è il riconoscimento formale dei diritti che peraltro non c’è, ma è proprio la titolarità dei diritti. Gli indicatori poi chiaramente si strutturano nello specifico e si articolano... l’indicatore è quello che poi va a misurare quanti hanno titolarità di diritti universali, di cittadinanza, sindacali, istruzione, salute e informazione. Noi abbiamo accennato questi. Quindi la prima parola era l’accesso alle risorse. La seconda parola era quella delle “reti di relazione”, che viene fuori da tutti i contributi delle nostre maestre e anche dall’esperienza di chi di noi viene dai paesi del sud del mondo. La rete di relazione non è soltanto un conforto, ma è proprio una struttura altrettanto basica del cibo e dell’acqua. L’esempio della tontine era un caso. La relazione è una risorsa e quindi indicatori legati alla valorizzazione e all’esistenza di queste reti di relazione. L’altra parola che è uscita da questo scambio, dal nostro lavoro, era quella dell’”autodeterminazione”. Abbiamo deciso di usare questa parola, cioè indicatori legati alla misura dell’autodeterminazione, perché in questa parola riassumevamo il tema della libertà, libertà di movimento, fisico, libertà materiale e d'opinione, la libertà di scelta, la libertà d’opinione. Quindi indicatori legati a questa parola. L’altra parola era “degrado contesto-ambiente”… la misurazione del degrado del contesto e dell’ambiente più ampio, con gli indicatori relativi naturalmente, come elemento determinante. La relazione tra queste parole ovviamente è una relazione intrecciata, nel senso che l’accesso ai diritti… sono tutti legati, chiaramente, tra di loro, nel senso che l’autodeterminazione promuove le reti di relazione ma a loro volta le reti di relazione rafforzano l’individuo e quindi l’autodeterminazione e allo stesso modo la titolarità di diritti va nel senso dell’autodeterminazione e viceversa, no? Quindi il nostro lavoro è stato quello di ricercare indicatori che misurassero queste cose… è quello che è uscito dalla nostra riflessione comune. Quindi accesso alle risorse nel senso di accesso ai bisogni di base e accesso ai diritti, autodeterminazione, quindi, indicatori, misuratori relativi al tema della libertà, reti di relazioni, e quindi la misura e anche la valorizzazione delle relazioni e degrado, contesto, ambiente. Grazie. [voce fuori microfono] No, questi sono proprio quattro nodi che secondo il gruppo sono… poi ne potevano uscire altri, se avessimo avuto più tempo, sono i quattro nodi che dalla discussione sono usciti come prioritari, come punti su cui bisogna individuare indicatori per misurare l'impoverimento. Sono quattro parole, hanno relazioni tra di loro. E’ chiaro che una situazione di degrado compromette in certi casi le reti di relazioni, ma in certi casi le sollecita anche, no? Perché la gente si può unire insieme quindi, voglio dire, la relazione è sempre reciproca in questo senso, quindi sono quattro parole che sono tra di loro collegate. Questo è quanto, se nessuna del gruppo ha altro, direi che questo mi sembra… Francesca Moccagatta: [traduzione dell’intervento di Irma Nicasio] Irma diceva che questi indicatori si applicano meglio e di più alle situazioni dei paesi del sud del mondo sottosviluppato… non sviluppati. Sì, noi li abbiamo utilizzati per tutti… Interprete: Lei chiedeva appunto se sono indicatori generali, universali o se sono indicatori che si possono riferire, secondo voi, solo al terzo mondo, alla parte del mondo meno sviluppata. Perché c’è un tipo diverso appunto di povertà. Francesca Moccagatta: Anche se in due ore non si può… però noi abbiamo cercato di individuare degli indicatori che servissero sia nel mondo cosiddetto sviluppato che nel mondo meno sviluppato, nel senso che… per questo per esempio abbiamo detto: accesso ai bisogni di base quindi acqua, ma anche pulita, ma anche quanta. E’ chiaro che senza fare priorità o gerarchie… casa, guerra, quindi rivolto al sud e al nord, non specificatamente rispetto ai paesi in via di sviluppo. Irma Nicasio: Gli indicatori di povertà si devono suddividere, ci sono indicatori di povertà economici e altri indicatori di povertà che sono invece sociali, cioè che si riferiscono ai servizi, all’acqua, alla luce, alla raccolta della spazzatura, al telefono, quindi alla comunicazione anche in genere se c’è il telefono. Quindi questi indicatori sono indicatori di base. È per questo che noi li definiamo come sociali, ma poi quelli di cui parlate voi mi sembrano più degli indicatori politici. L’autodeterminazione io non credo che sia un indicatore di povertà, più che altro si può considerare come una variabile, una proposta, una strategia per superare la povertà. Ugualmente, la stessa cosa può dirsi per le reti, cioè le persone si uniscono insieme per lottare contro la povertà. Questo parlando dal punto di vista sociologico. Sono indicatori più generali, più di livello politico, non sono appunto indicatori sociali e economici. La povertà io credo che si misuri per livelli. Esistono paesi più poveri. Un esempio lo posso dare col mio paese, dove esistono appunto 3.000.000 di poveri. Quello del degrado ambientale sì, questo mi sembra un indicatore azzeccato, giusto. Il luogo appunto in cui le persone vivono, le zone più emarginate… in genere bisogna considerare che si insediano nelle zone in cui i ricchi non vogliono abitare. Francesca Moccagatta: Per noi sì era una questione politica, ma anche concreta, perché riuscire per esempio a trovare degli indicatori che misurassero il grado di libertà. Infatti abbiamo messo libertà. Allora la possibilità di misurare… libertà di movimento, libertà di opinione, libertà di fare associazioni per noi è una cosa ben concreta, è qualche cosa che si può misurare. Un luogo dove c’è autodeterminazione nel senso di libertà di movimento e di scelta, ci sembrava abbastanza concreto, perché questo del concreto e dell’astratto è venuto fuori anche nel gruppo. E reti di relazione, anche reti di relazione l’abbiamo messo perché era il contributo che, nonostante possa sembrare astratto, quello che nel percorso ci veniva fuori era il fatto che invece è concreto. L’esempio della tontine era quello. Chiaro che in termini… noi non siamo sociologhe… Eugenia Galateri: Per noi la persona che muore come un barbone… cioè come una persona che sta nella strada, muore senza quelle reti minime di sostegno che nella città non trova. Non è solo per i paesi del sud ma è anche per noi. Fiorella Bové: Mi sembra di capire l’obiezione di Irma perché sono stati definiti gli ambiti in cui è importante ricavare gli indicatori di povertà. Sono stati definiti diciamo i punti focali che determinano il degrado della qualità della vita, dei beni, ecc. ecc. Siccome però c’è una vera difficoltà, secondo me, in tutto quello che è la ricerca e le investigazioni sulle problematiche sociali… e la difficoltà sta nell’identificazione dei criteri e degli indicatori da scegliere. Definendo gli ambiti sui quali si va a investigare, gli indicatori non è detto che risultino automaticamente. Lo so perché se tu dici “Misuriamo l’autodeterminazione”, l’autodeterminazione la puoi misurare… quante donne hanno avuto accesso al passaporto questo anno nella tal zona, quante persone si sono riunite… hanno creato… Cioè, in qualche modo, gli indicatori vanno detti. Per esempio, per l’autodeterminazione io avrei citato anche solo due indicatori, ma li avrei nominati. Esattamente, come per il degrado: quanti ettari vengono disboscati ogni anno nel tal posto? Francesca Moccagatta: Sì, ma c’è stata anche una questione di tempo. Fiorella Bové: Quindi l’obiezione di Irma viene perché sono stati definiti gli ambiti ma non è stata data titolarità all’indicatore. Gloria Hernandez: Io penso che… vorrei fare una domanda. Penso che questa riflessione, che si è fatta sugli indicatori tradizionali, si è fatta appunto per decostruire questi indicatori e per trovare degli indicatori che siano più adatti alla realtà dei popoli. Ma è fondamentale il fatto che non si può non vedere e non considerare tra gli indicatori fondamentali le componenti economiche, perché non dobbiamo finire che per dare visibilità ad altri aspetti ci dimentichiamo di quelli che sono appunto gli indicatori economici, che sono molto importanti, perché rappresentano, costituiscono delle misure significative per determinare le condizioni dei popoli, le possibilità di accesso appunto a questi beni. E poi un’altra cosa che vorrei dire si riferisce all’autodeterminazione, perché non si può parlare solo ed esclusivamente di libertà, ma bisogna parlare anche di sovranità, sovranità dei popoli e anche dei soggetti, quindi si deve porre rilievo a questo tema anche della sovranità. Betty Gilmore: Io volevo soltanto dire che non so se è stato chiaro che siamo partiti discutendo sul concetto di ore di lavoro e nell’articolo c’era proprio come indicatori di povertà che con un tot di ore di lavoro in Bangladesh si poteva comprare un chilo di riso e con un tot di ore di lavoro a Londra… Allora, il discorso era che ci volevano tre minuti di lavoro a Londra e tre ore o di più in Bangladesh per acquistare la stessa cosa. Questo era l’articolo e noi abbiamo cominciato discutendo sul concetto di lavoro e per chi lavoravano le persone che… abbiamo cominciato a dire che lavoro era questo, e se c’era un lavoro, e tornando al discorso anche del lavoro domestico, dicevamo come veniva qualificato, cosa era un lavoro. Siamo partiti un po’ con… questo Francesca forse lo può spiegare meglio, però era questo il punto di partenza. Francesca Moccagatta: Sì, come dicevo siamo partite da lì nel senso che inizialmente, all’interno del gruppo, c’era chi aveva… cioè, bisognava cominciare, appunto come diceva Gloria, a decostruire gli indicatori. Questo ha preso molto tempo, perché non era per niente ovvio che misurare nei termini del “dollaro al giorno” non andasse bene. Quindi, molto è stato quello, e poi è stata l’individuazione dei campi, diceva bene Fiorella, è stata l’individuazione degli ambiti e poi lo specifico degli indicatori non avevamo probabilmente… cioè senz’altro non avevamo gli strumenti, ma anche il tempo materiale. E quindi per noi comunque il tema dell’accesso ai bisogni di base, era quello che prendeva con sé tutti gli indicatori economici, per noi era quello. [intervento fuori microfono] Irma Nicasio: Vorrei fare solo un commento. Quando si parla di sovranità, se ci riferiamo, ad esempio, ai paesi come l’America Latina o i Caraibi, non si può affatto parlare di sovranità economica. Le imprese straniere vengono a installarsi e a creare delle sedi nei nostri paesi, perché la manodopera è molto meno cara. Oggi abbiamo questo Trattato di Libero Commercio, ma in realtà tutti i paesi sono appunto come un unico blocco, abbiamo il Mercosur, abbiamo il Nafta, ora noi stiamo entrando in un altro trattato, con gli Stati Uniti e altri paesi, ma quando si parla di neoliberismo e di globalizzazione non si può quindi parlare di sovranità economica. Forse si può parlare di sovranità territoriale, ma io penso neanche di questa forse, perché penso che se non ci uniamo tutti, se il mondo non si integra, non si unisce e tutti i paesi non si uniscono rimarremo tagliati fuori. Gruppo 2 – “Rappresentazioni della povertà” Silvia Rubechi: Allora, vi illustro come abbiamo lavorato. Quei quattro cartelloni sono il prodotto del nostro gruppo. Gloria ci ha fornito del materiale, dei giornali e individualmente ognuno di noi ha preso le immagini che più gli risuonavano… dai giornali, in merito alle nostre rappresentazioni sulla povertà. Dopo questo primo lavoro individuale, ci siamo messi a coppie e abbiamo rielaborato i nostri collage e di due ne abbiamo fatto uno. Quindi questi cartelloni sono l’ulteriore rielaborazione dei primi collage. Fiorella Bomè: E poi ciascun gruppetto che aveva elaborato il cartellone, ha presentato agli altri le associazioni e le rappresentazioni che ha ritrovato attraverso le immagini che ha scelto. Tra l’altro è stato divertente perché avevamo soltanto tre o quattro giornali, non di più, e abbiamo dovuto proprio… come si dice? Li abbiamo esauriti praticamente, cioè ciascuno è arrivato a ritagliare la parolina, perché in realtà non avevamo una pila di giornali ma tre o quattro in cui abbiamo dato fondo a tutte le immagini suggestive rispetto alla povertà, quindi sono venute fuori delle immagini che sono non quelle che avremmo cercato ma quelle che abbiamo trovato e che avevano relazione con il tema. Abbiamo visto come, attraverso le immagini che abbiamo scelto, abbiamo identificato che ci sono due concetti che regolano la nostra rappresentazione della povertà: uno è il concetto di mancanza, che quasi sempre corrisponde al sud, e un concetto di eccesso o di abbondanza che attribuiamo automaticamente al nord. Naturalmente siamo arrivati anche a dire “ci sono sud al nord e ci sono nord al sud”. Il sud è una configurazione geografica molto liquida, molto… che si muove, a seconda dei continenti, a seconda delle aree geografiche, per cui anche noi abbiamo un nostro nord e un nostro sud e il nostro sud è il nord del sud, no? Quindi questa mancanza, o questo eccesso, per quanto riguarda il nord e il sud, riguarda le risorse, l’educazione, la salute e le competenze. Queste sono le quattro aree sulle quali abbiamo identificato mancanza o eccesso. Quindi, lì avete le immagini che possono richiamare la mancanza o l’eccesso rispetto a queste parole chiave. Evidentemente, questo eccesso e questa mancanza fa riferimento ad aspetti ambientali, no? L’uso delle risorse naturali e quindi lì ci sono parecchi riferimenti rispetto al degrado ambientale come causa di povertà, diciamo ambiente impoverito, che non può che generare povertà. Culturale, nel senso di accesso all’istruzione, accesso al sapere. Sociale, nel senso dell’organizzazione, ma nel senso anche della libertà politica, nel senso della libertà dalla religione e abbiamo identificato nella religione uno dei fattori di freno più grosso all’emancipazione delle donne e all’emancipazione delle società. E l’aspetto economico, ovviamente, che ha dei richiami in un tabellone con una carta di credito gigantesca, piuttosto che la sovrabbondanza di alimenti al nord. Ci sono alcuni riferimenti all’abbondanza economica del nord e alla penuria del sud. Comunque, i fattori che abbiamo identificato come fattori che generano la povertà sul piano ambientale, culturale, sociale ed economico sono: il sovra-sfruttamento delle risorse, la guerra, il modello neoliberista e la divisione nord-sud, cioè un diseguale sviluppo fra il nord e il sud, fra il sud e il sud, il nord e il nord. Quindi evidentemente non sono i soli fattori che generano povertà questi, sono quelli che abbiamo ricavato dal lavoro sulle immagini che abbiamo scelto. Per quanto riguarda le azioni positive, le azioni di contrasto alla povertà, abbiamo identificato la resistenza ovvero la ribellione, questo “ribelliamoci in basso” di questo cartellone appunto richiama questo discorso “ok resistiamo, ma ribelliamoci anche, proponiamo alternative”. Pagare il debito non è riferito al sud che deve pagare il debito al nord, ma è riferito al nord che deve pagare il suo debito storico con il sud, con tutti i sud, nel senso che vi vorrei anche raccontare che ho visto un bellissimo scritto, cercherò di farlo avere a qualcuno che poi lo ridistribuisce, forse è una fiction che ha scritto Eduardo Galeano, credo, però è un discorso veramente divertente perché lui faceva il conto di quanto ha prodotto per l’Europa lo sfruttamento delle risorse in oro e argento dell’America Latina. E ha calcolato che più o meno da 400 anni, il sud del mondo, ma in particolare l’America Latina, ha prestato di fatto all’Europa una tale quantità di ricchezza che l’Europa ha pure usato male, perché dice “Abbiamo dato per 400 anni, oro, argento, uomini e ricchezze e tutto sommato l’Europa li ha usati male, tant’è che non è in grado di restituirci gli interessi su quello che gli abbiamo prestato. Sicché l’Europa è indebitata con noi in maniera talmente totale che l’unica cosa che le resta da fare è consegnarsi a noi in pegno del debito che ha nei nostri confronti e quando l’avrà pagato, la restituiremo a se stessa”, che è un ragionamento, se volete, molto ideale-utopistico, però è un calcolo assolutamente economico. Ve lo farò avere, perché veramente è uno scritto straordinario. Quindi pagare il debito storico che il nord ha verso il sud. Riconoscere le competenze e le risorse del sud vuol dire riconoscere i saperi che ogni paese, ogni persona ha nella sua storia e valorizzarle e riconoscerle a pari merito con le nostre. E soprattutto è uscito “No aiuti al sud”, cosa che può sembrare paradossale ma è a questo punto una scelta ragionata in base all’esperienza. Gli aiuti hanno generato dipendenza, hanno ammazzato le economie locali, hanno distrutto gli ecosistemi perché addirittura c’è stato l’abbandono di produzioni nazionali locali a favore dei sacchi di riso e di grano che arrivano con gli aerei dell’ONU, e quindi “no agli aiuti” come momento di stacco rispetto a un rapporto di dare e avere ineguale, perché i paesi possano ritrovare la loro capacità endogena interna a produrre, a ricostruire una vita economica che sia alla loro misura e sulla base della quale possano trattare a pari merito con gli altri paesi, con il nord in questo caso, il nord del nord. Gloria Hernandez: Uno dei temi che mi sembra qui manchi, anche se l’ha detto Fiorella, tra i generatori è quello appunto della religione, perché durante la discussione del nostro gruppo è venuto fuori come un’asse fondamentale della discussione. Perché la religione non solo opprime ma impedisce lo sviluppo del pensiero e anche la possibilità di istruzione, come ci ha fatto presente una nostra compagna del gruppo ieri, dandoci un esempio situato in Egitto, che è il suo paese, nella parte nord dell’Egitto, e dove ci ha spiegato che questo avviene, appunto questa influenza negativa della religione, colpisce la gente anche nella parte nord, anche nel Cairo, nella capitale dell’Egitto. Irma Nicasio: Vorrei rinforzare ancora questo concetto del debito storico. Nel mio paese, che è appunto la Repubblica Dominicana, che è il primo paese che è stato scoperto da Colon, ma vorrei dire “Che scoperta è questa?”, non vuol dire niente, scoprire qualcosa che già esiste, non è una scoperta... sono stati portati via milioni in oro, ad esempio il tetto del Palazzo Reale a Madrid è stato fatto con l’oro che proveniva dalle miniere del mio paese. Un altro esempio può essere dato dalla caoba, che appunto è un albero secolare, tutti gli altari delle chiese che ci sono in Spagna, a Segovia, a Barcellona, sono stati fatti con questo legno, questo legno che proveniva dal sud del mio paese. Quindi è stata fatta una vera e propria depredazione grazie, tra virgolette, a questa colonizzazione. Ma ora, vorrei aggiungere, si sta formando una nuova forma di neocolonialismo. Un esempio è dato dal fatto che è stata comprata l’impresa elettrica, l’impresa che dà la luce, quindi si sta tornando indietro, diciamo. Una nuova rinegoziazione del debito. Sarà eterno. Celina Frondizi: Vale un po’ per tutti i paesi dell’America Latina… Irma Nicasio: Sì a tutti. Celina Frondizi: In Argentina, con la privatizzazione dei servizi, le acque si chiamano “Agua Argentina” ma sono francesi. Hanno diviso la telefonia nel paese tra la Telecom Italia-Francia e la Telefonica spagnola. Sono esempi. La compagnia aerea è stata privatizzata in modo spaventoso e ora è di una società spagnola. E la cosa divertente che capita in Argentina adesso è che siccome c’è poco di tutto, pensate in un paese come diceva Domitilla… se la Bolivia è ricca, l’Argentina lo è altrettanto, come il Cile, come tanti paesi dell’America Latina. La Colombia è ricchissima. Allora, siccome noi siamo molto ricchi ma abbiamo poco di tutto, poca energia elettrica, poco gas, eccetera, se tu consumi poco, hai un premio, cioè ti scalano, poi ti danno un periodo gratuito per l’erogazione del servizio. Cioè siamo veramente a dei livelli incredibili. Fiorella Bomé: Questo però può essere un buon aiuto alla decrescita. [intervento fuori microfono] Betty Gilmore: Quello che mi colpisce è il discorso del neocolonialismo, perché quando io parlo, parlo anche in base al debito che non è stato mai pagato agli schiavi negli Stati Uniti e quando parlo di americani che siamo anche noi, sto parlando di questo. E poi alla fine stiamo parlando di paesi europei, Francia, Olanda, Portogallo, Italia… stiamo parlando sempre più o meno dello stesso gruppo di paesi e sembra un po’ che stiamo evitando il discorso, però... è come una storia un po’ semplice, però il recupero storico… perché se io studio la storia d’Europa, non viene mai preso in considerazione quello che ha detto Irma. Quando penso che c’è tanta gente che non ci pensa neppure quando parla degli altari che sono tutti fatti di un legno che viene… No, quando parlo di questo, non si parla nei libri di storia, non si fa il collegamento. Infatti anche i giovani, i vecchi, chissà, hanno la sensazione proprio del concetto di povertà invece di sfruttamento, di furto. Volevo dire questo perché proprio anche nel ’48, quando studiamo i diritti dell’uomo… però ancora l’Inghilterra aveva le sue colonie, e la Francia… hanno provato negli anni ’60 però tutte le divisioni vengono più o meno dalla stessa fonte. Irma Nicasio: Io prima parlavo di sfruttamento del capitale umano, però è vero anche quello che diceva Betty. Anche nel mio paese è successo, ci sono stati 3.000.000 di aborigeni che sono stati sterminati, e in 15 anni di contatto con i colonizzatori questo è quello che ci hanno lasciato. Fiorella Bomé: Vorrei aggiungere anche un altro fenomeno. Io casualmente l’anno scorso in Colombia ho conosciuto dei gruppi diciamo di origine schiava, nel senso di neri, colombiani, africani, che si sono rifugiati dopo la liberazione dalla schiavitù nelle zone più interne del paese per sfuggire ai cacciatori di ex schiavi e ancora adesso vivono così isolati e così fuori dal mondo. Sono minacciati dallo sfruttamento delle risorse naturali, nel senso che le loro comunità sono molto all'interno, però attualmente anche le loro comunità sono aggredite perché c’è legno, petrolio e gas. Quindi è come se ci fosse un ritorno, addirittura, di persecuzione su delle comunità che dovrebbero essere ripagate e risarcite dai danni che hanno avuto nella vita. Gruppo 3 – “Proposte per risolvere la ‘povertà’, come consumare e quanto” [?]: Quindi “Proposte per risolvere la ‘povertà’, come consumare e quanto”. Siamo partite dalla lettura di un articolo di Repubblica dal titolo “Come si aiutano i poveri a piccole dosi”. In questo articolo la giornalista espone la tesi di un economista indiano, che parte dal presupposto che i programmi delle Nazioni Unite contro la povertà hanno fallito nel loro obiettivo di dimezzamento del numero di persone che vivono in povertà. Entro il 2005 questo obiettivo quindi non sarà raggiunto. Le Nazioni Unite hanno incentrato le loro strategie proprio per cercare di raggiungere questo obiettivo. Secondo l’economista, per risolvere il problema della povertà è necessario considerare e trattare i poveri come consumatori. Cioè, smetterla di trattare i poveri da poveri e quindi riempirli di aiuti e basta. Lui propone di considerarli come consumatori e questa alternativa è un’alternativa che si sta facendo strada proprio nelle politiche dei programmi di sviluppo del sud del mondo, secondo l’Economist. Qual è la ricetta che propone? Di fronte alla concorrenza tra le imprese, di fronte a questa feroce concorrenza, c’è ancora un mercato vergine, una terra di conquista. Le persone che popolano queste zone vergini, dovrebbero essere considerate come consumatori attenti alle propri capacità di spesa. Per conquistare questo mercato, quindi occorrerebbero beni di prima necessità, a prezzi accessibili, sostenuti da una catena di distribuzione in grado di raggiungere anche zone difficili, come baraccopoli o zone di montagna. E in questo senso propone tipo il microcredito, oppure la distribuzione di prodotti monouso, e fa proprio un esempio, dice “Magari una donna non può permettersi di comprare un flacone intero di shampoo, però può permettersi di comprare una piccola dose monouso e quindi magari di risolvere il problema di pulizia per quel giorno”. L’idea di fondo, leggendo questo articolo, è falsamente democratica perché appunto apparirebbe come quella di dare accesso all’economia di mercato a chi è alla base di una piramide sociale, a chi è escluso dal mercato. L’articolo così provocatorio ha fatto scaturire la nostra discussione partendo dalla definizione che invece avanza un’altra economista, sempre indiana, che è Vandana Shiva. Ed è l’articolo che poi è stato messo in cartellina, che abbiamo letto immagino tutti, e la connessione è stata immediata. “I poveri - secondo Vandana Shiva - non sono quelli che sono esclusi dal mercato ma sono tutti coloro che sono esclusi dall’accesso alle risorse, dalle proprie stesse ricchezze. Quindi sono poveri perché i loro beni sono stati espropriati ed è stata distrutta la loro ricchezza, perché il benessere del nord del mondo si basa su una ricchezza che è sottratta con la forza al sud del mondo, causando al tempo stesso la povertà del sud”. E questo è stato detto anche dagli altri gruppi, insomma, a più riprese. A suo parere “Commercio e scambi di beni e servizi sono sempre appartenuti alle società umane, alle leggi della natura, della comunità. Per secoli la sostenibilità ha fornito all’umanità sostentamento attraverso l’auto-approvvigionamento. In questo contesto, i rapporti sociali - secondo Vandana Shiva e che noi condividiamo - sono caratterizzati dalla natura, che è patrimonio comune. Diventa risorsa quando i principi d’organizzazione non sono più la natura ma sono il profitto e l’accumulazione. Questi patrimoni comuni sono stati distrutti e la gente non muore per mancanza di reddito - anche il famoso parametro del “si vive con un dollaro al giorno” e probabilmente il parametro dovrebbe essere un altro - ma perché non ha accesso alle proprie risorse”. Quindi le popolazioni indigene dell’Amazzonia, le comunità indigene ad esempio dell’Himalaya vivono su terreni che non sono espropriati e dove ad esempio il patrimonio naturale come l’acqua, la biodiversità non sono state né contaminate né distrutte dall’industria ad esempio agricola, la grande industria agricola che ha intaccato buona parte del Sud America. Sono ecologicamente ricchi. E anche se non guadagnano nemmeno un dollaro al giorno, sopravvivono, e bene insomma. Questa visione della povertà è quella che quindi abbiamo preferito, rispetto all’idea della povertà come quella del povero come un soggetto escluso dalle risorse. Partendo da questo presupposto, ci siamo soffermate sul punto di vista del nord del mondo, cioè non di come noi possiamo aiutare il sud del mondo, ma come noi possiamo aiutare noi stessi, la conservazione del patrimonio naturale, anche partendo dai consumi del Nord. Ci siamo basate sull’assunto che il nord del mondo consuma l’80% delle risorse che è costituito solo dal 20% della popolazione mondiale, e quindi il nostro punto di partenza è stato principalmente la sobrietà dei consumi. La riduzione dei consumi basata quindi sui bisogni reali e non superflui. Quindi pensiamo che partendo dalle dinamiche di consumo che caratterizzano il nord, si possa per lo meno tagliare quel meccanismo perverso di sfruttamento del sud del mondo. Per le proposte, Farhia… Farhia Aidid: Più che le proposte, le cose che sono venute fuori. Qui vedete un paio di punti che arrivano fino al cinque. Abbiamo voluto veramente analizzare per dare la risposta a cosa si consuma e quanto. Lì siamo partiti subito dopo il famoso intervento di Domitila sul discorso che la Bolivia è un paese ricco, poi lei dopo dice che quando è arrivata in Svezia il primo impatto che ha avuto è stato questo eccesso sfrenato del consumo. Lì abbiamo discusso moltissimo. Cioè, questo senso di voler sempre comprare, comprare, comprare, oggi voglio una cosa e domani voglio avere la cosa che è uscita più nuova di quella. Abbiamo voluto soffermarci su questo e c’era l’esempio di Graziella che diceva “Io un paio di settimane fa mi sono fermata, cioè senza programmare, ho deciso di non andare a far la spesa. Apro la mia dispensa e c'era tantissima roba perché tutte le settimane vado a comprare ma non consumo mai quello che ho in casa. Fermandomi, ho cominciato a utilizzare la roba che avevo e ho scoperto di essere anche una brava cuoca, nel senso che, arrangiandomi, con la roba che c’era in casa…”. E ha cominciato a costruire ricette sulle cose che aveva. Cioè, invece di fare le cose alla svelta, compri quello, eccetera. E diceva del fatto che i figli erano contenti di queste ricette nuove. Siamo partite anche… Grazyna diceva anche del famoso microcredito, che questo non è rivolto solo al sud del mondo. Lei faceva le proposte tipo “Le donne che sono qui, che non riescono ad accedere… se hanno voglia di costituirsi un’impresa, ma non riescono ad accedere…” e lei portava un’esperienza di Siena. Ridurre gli sprechi delle risorse ed educare al consumo critico e selettivo. Molto spesso tutti criticano questo eccesso del consumismo, però non sono nemmeno consapevoli di quello che stanno criticando. Cioè, spesso si dice “Non bisogna andare ai McDonald”, poi vedi che intanto consumano e favoriscono altre multinazionali. Senza rendersene conto si critica però non è che veramente siamo consapevoli. Le altre cose: il rispetto della qualità del prodotto e della produzione, che sono collegate alla sostenibilità ambientale. Poi siamo andate a finire al mercato… qui abbiamo messo il cerchietto, perché è quello che ha portato questo squilibrio, è quello che ha tolto le risorse ai paesi del sud del mondo, ma non solo, oggi tocca anche al nord stesso, su alcune aree. Questo mercato che specula da tutte le parti, nel senso che non fanno nulla per nulla, dicendolo proprio con parole povere… Il punto tre era ridurre gli sprechi, che vedevamo che era importante in questo senso: se riduci, per esempio, quello che non ti serve, hai più tempo e hai meno cose. E questo “più tempo meno cose” comporta una responsabilità per sé… [voce fuori microfono] … no, no, proprio prendendo questo senso della responsabilità, ti auto-responsabilizzi, e allo stesso tempo responsabilizzi creando una relazione all’interno della famiglia, ai vicini di casa, alla società che ti sta intorno, la famosa comunità. E questo ti porta poi una qualità di vita migliore. Distinguere il necessario dal superfluo è il modello culturale che sta alla base di questo. Educazione al consumo, perché volevamo insistere su questo, consapevole e critico. Il lato del Governo. La responsabilità politica che hanno. Qui abbiamo analizzato l’Italia, oggi. Ci siamo soffermate sull’armamento, sulle fabbriche che se poi si chiudono la gente perde lavoro, cioè su tutta questa catena che è collegata. Ci siamo soffermati moltissimo sulla questione delle macchine, nel senso che ogni anno uno cambia anche la macchina, per dire. Sei costretto a cambiarla per un motivo o per l’altro, e stai consumando… Cosa consumare? Così si è detto: il necessario a soddisfare i nostri bisogni, ridurre le spese militari, perché qui parlavano in questo senso... Questo riguarda non solo l’Italia però, è a livello globale, visto che questo ridurre l’armamento… visto che più della metà del Pianeta è in guerra totalmente… che non arriva e non hanno nessun accesso di nessun tipo ma sono piene di armi di tutti i tipi, riducendo questo, chiudendo queste benedette fabbriche... Più welfare e meno privatizzazioni, perché il discorso delle privatizzazioni non riguarda solo oggi il sud del mondo, ma anche qui ci siamo... Accesso alle proprie risorse. Questa era una critica molto forte che qualcuno ha anche detto che riguardava il continente africano, qualcuno diceva: “ Se qualcuno pensa che l’Africa sia un continente povero, io vorrei che gli altri lasciassero i poveri essere poveri, perché penso che utilizzando le risorse che hanno loro, dimostrerebbero di non essere poveri”. Cioè, invece del riso che si porta, se si lasciasse proprio l’accesso alle risorse che hanno… L’energia. Qui abbiamo riflettuto anche su questo discorso perché siamo entrati in un meccanismo che è la tecnologia… perché c’era qualcuno che diceva “Ritorniamo al vecchio modo di vivere” e lì dicevamo “No, si può anche vivere con le tecnologia, utilizzando noi la tecnologia, non diventando gli schiavi delle tecnologie”. L’energia alternativa legata al territorio, nel senso che se ognuno… cioè senza che l’Occidente abbia questo bisogno totale di rapinare gli altri, dovrebbe invece sviluppare quello che ha… la responsabilità che si prende non solo a restituire il debiti, eccetera, perché bisognerebbe, al di là di quello, che cominciasse anche a lasciare le risorse degli altri. E lasciando, ognuno comincerebbe a svilupparsi a livello tecnologico, ecc. Non è mai tardi. E su questo discorso qui, a livello della relazione, come vedete non siamo entrate in merito ai conti perché non finivamo nemmeno… Sì, nel senso che il debito che il nord ha… [voce fuori microfono] …e questo c’era un pezzo delle mamme immigrate che hanno criticato in modo molto forte sul disagio che trovano, loro che insegnano ai loro figli un modello di comportamento, di rispetto che hanno, che poi si ritrovano a frequentare bimbi nelle scuole, con questo senso di voler indossare sempre cose firmate e le proposte delle vacanze nelle scuole, le settimane bianche, e se uno rifiuta diventa anche il tizio ghettizzato e mal trattato perché a quel figliolo invece di insegnare certi principi oggi le scuole si ripropongono anche questa roba di “non si va a scuola per imparare, ma si va a scuola per andare in vacanza”. Ecco, ci siamo fermate qui. Gruppo 4 – “Politiche pubbliche contro la povertà” Celina Frondizi: Il nostro è il quarto gruppo, quindi l’ultimo, ma non per questo meno importante o impegnativo. Si chiama “Politiche pubbliche per la riduzione della povertà di genere”quindi parliamo della povertà delle donne, la nostra coordinatrice è Irma. Era un gruppo abbastanza numeroso, perché vedo che con l’interprete eravamo in dodici, e posso nominare tutte: allora Irma coordinatrice, Paola, Rocio, Samira, Maria Raffaela, Nicoletta, Marcela, Luna, Celina, Carla, Louchia e Giulia, l’interprete. Allora, noi abbiamo usato una metodologia meno plastica, direi. Un po’ più cervellotica, anche perché abbiamo deciso di usare una strategia che consiste in questo: siamo partite da un paio di premesse, per poi collocarci in un contesto, e finire con delle proposte e delle strategie. Allora, noi abbiamo cercato di collocarci geograficamente in questa discussione, nel senso che politiche per la riduzione della povertà di genere dovevano essere delle politiche funzionali a un determinato luogo e quindi abbiamo pensato di occuparci di quello che si potrebbe fare partendo da un’analisi di quello che capita in Europa, diciamo, e soprattutto in Italia, senza allargarci a livello di politiche mondiali su questo fronte. Allora, siamo partite dalla premessa che si parte da un concetto di povertà in senso più ampio, cioè non soltanto economico chiaramente, ma anche sociale e politico, ambientale e culturale. La seconda premessa era che non ci possono essere politiche attive a favore delle donne se le stesse politiche non provengono dall’azione proprio delle donne, del movimento delle donne che così diventano promotrici e agenti dei cambiamenti. Cioè, non si possono creare dall’alto delle politiche di genere se le politiche non vengono proprio spinte, diciamo così, proposte, sollecitate, perché le esigenze devono partire da noi. Dunque, siamo partite appunto da queste due premesse per arrivare a collocarci in questo contesto. Il contesto ci dice questo: in relazione alle politiche ed alla legislazione per la riduzione della povertà: in ambito comunitario abbiamo rilevato una mancanza di prospettiva di genere. Quindi partiamo dal contesto europeo, cioè dall’inizio della Comunità Economica Europea, ad oggi, cioè all’Europa non solo dell’euro ma anche dei diritti. In qualche modo noi abbiamo rilevato che in questo percorso l’Europa non ha avuto una prospettiva specifica di genere, infatti l’Europa del mercato e l’Europa monetaria sono dominanti rispetto all’Europa dei diritti. In Italia la questione invece è un po’ diversa, nel senso che non riguarda tanto l’esistenza o meno di una legislazione, quanto la sua cattiva applicazione. Infatti abbiamo constatato che in Italia ci sono molte norme che in qualche modo tutelano i diritti delle donne, creano un rapporto paritario con gli uomini, anzi sanciscono il principio della parità e delle pari opportunità, se volete possiamo vedere le norme della Costituzione, la legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, il diritto di famiglia, la legge sulla maternità responsabile, i consultori, i congedi parentali, le azioni positive e così via. Quindi noi abbiamo un contesto legislativo abbastanza importante e consistente. Però vediamo che poi, diciamo così, quello che manca è l’effettiva applicazione di questi principi. Poi siamo passate al contesto istituzionale. E quindi nel panorama istituzionale sono presenti variegati organismi, cosiddetti di pari opportunità con funzioni ed esiti che noi abbiamo ritenuto non sempre sufficientemente efficaci. Noi ci siamo dette che in Italia, per esempio, non c’è un Ministero che si occupa specificatamente della condizione della donna c’è un Ministero per le Pari Opportunità che, in maniera specifica, si occupa anche dei diritti delle donne, però intanto abbiamo anche considerato che è un Ministero che non ha una parità di condizione rispetto a tanti altri Ministeri. Intanto è senza portafoglio, quindi ha meno soldi, per esempio. E poi abbiamo constatato anche che esistono, anche a livello locale, questi Consigli, o queste Commissioni, diciamo così, per le Pari Opportunità che però facendo tra di noi un’analisi del percorso, da quando esistono queste Istituzioni fino ad oggi, abbiamo considerato che non hanno avuto l’efficacia che poteva essere loro destinata. Negli ultimi anni la legislazione, in materia di lavoro ed in materia di immigrazione, perché chiaramente quando noi parliamo della condizione delle donne sia in Europa che in Italia consideriamo tutte le donne, cioè siano straniere che italiane o europee… quindi abbiamo verificato che negli ultimi anni la legislazione in materia di lavoro ed in materia di immigrazione, ha determinato una forte precarizzazione e di conseguenza un impoverimento che non è soltanto un impoverimento che noi percepiamo oggi, ma che vediamo che sarà un impoverimento a lunga scadenza. Questo per quanto riguarda il contesto. Adesso passiamo alle proposte e alle strategie e anche qui ci siamo anche limitate un po’, nel senso di segnalare alcune cose che ci sembra possano essere intanto fattibili e abbastanza puntuali. Infatti qua abbiamo fatto un cartello, proposte e strategie, siamo partite dall’ambito familiare e abbiamo pensato che all’interno della famiglia bisogna cambiare proprio le relazioni di potere tra i generi, con tutto quello che ciò significa, poi siamo passate all’ambito scolastico e abbiamo pensato che ci vuole un’educazione alla condivisione delle responsabilità tra i generi per decostruire i ruoli tradizionali. Ed in questo abbiamo pensato anche che poteva essere importante che, in questo ambito, per esempio queste Commissioni per le Pari Opportunità, avessero un ruolo determinante, nel senso che portassero anche questo tipo di attività all’interno della scuola. Poi abbiamo deciso che era molto importante l’accesso, ma non solo l’accesso, ma il pieno esercizio dei diritti di cittadinanza per tutte e per tutti, naturalmente includendo tutti i cittadini stranieri, tutti, presenti nel nostro paese. Una presenza paritaria delle donne nei luoghi decisionali e dove si costruiscono le politiche, e il mantenimento, rafforzamento e miglioramento del sistema dei servizi pubblici in tutte le fasi della vita, compresa la terza età, cioè le donne anziane. Questo è un po’ quello che noi abbiamo discusso. Francesca Moccagatta: Per quello che mi riguarda, mi sembra che il terzo gruppo, almeno nella restituzione, ha sottolineato molto l’aspetto delle scelte individuali, che io credo che siano molto importanti, ma che non siano determinanti, nel senso che è un’assunzione di responsabilità... io personalmente la pratico, però credo che non si possa sottolineare solo l’aspetto delle scelte individuali, che sono appunto molto importanti… nel senso che c’è anche chi poi non può operare delle scelte individuali, perché è dentro a delle leggi, ha degli schemi pubblici, di diritto e di mercato in cui non può più scegliere. E andiamo dal discorso di chi “sceglie”, sto scherzando, di mangiare cibi contaminati o con gli o.g.m. perché l’alternativa è non mangiare, e via via a chi “sceglie” di mandare i bambini sudici a scuola perché non ha accesso all'acqua pulita e parlo dei campi rom a Firenze, capitale della Regione Toscana. Quindi voglio dire, penso che… appunto, nel senso che poi è una questione del mercato ma non solo del mercato, ma proprio dell’assetto, di quella che abbiamo chiamato asimmetria e squilibrio in ambito mondiale e poi locale. Per cui le buone pratiche, quelle individuali, sono auspicate e praticabili, ma non tutti possono permettersi di praticarle. Certo che chi può farlo, incominci a farlo. E volevo soltanto dire anche sulla questione della impronta ecologica che a volte si creano degli equivoci, perché capita che ci sono persone che dicono “ Ah, io ho un’impronta ecologica bassa perché vado in bicicletta e…”, è chiaro, la pratica individuale è importante ma non pensiamo che abbassiamo l’impronta ecologica andando in bicicletta. Voglio dire, sono le strutture della società all’interno della quale noi viviamo… io nel momento in cui ho l’acqua potabile, la rete fognaria, la luce, l’acqua, l’aria condizionata, il computer, cose che per noi sono normali, una casa di 60 mq. con le fogne, l’impronta ecologica mia, di Francesca, anche se vado in bicicletta, è un’impronta ecologica altissima, no? [interruzione della registrazione] Farhia Aidid: Però il discorso era… siccome molto spesso le donne immigrate provenienti dal sud e dall’est del mondo, quando loro parlano in questo senso molto spesso viene preso come una critica quasi rivendicativa… abbiamo voluto, prima che si autoanalizzassero, prima di guardare il sud del mondo… Almeno, il senso mio era questo. E nel momento in cui poi si prende la consapevolezza… di fare un'azione insieme, di cambiare, ma concretamente, analizzando che oggi proprio la città in cui siamo qui, che a mio avviso è una città che sta andando non tanto bene, cioè analizzando questo e guardando come si sta andando, per arrivare poi al concreto. Come possiamo lottare insieme? Il discorso era questo. Irma Nicasio: Quindi questo modello culturale di consumo, di consumo eccessivo a cui si è fatto riferimento prima... io vorrei che si ponesse enfasi anche sull’uso dei mezzi di comunicazione, i mezzi di comunicazione che lo Stato controlla e attraverso cui si fa una vera e propria azione di propaganda, perché la televisione è come una vera e propria venditrice che penetra nelle case che penetra soprattutto nella mente dei bambini e che crea questa società di consumismo estremo… quindi un utilizzo diverso dei mezzi di comunicazione che servono più per educare. Fiorella Bomé: Mi sembrerebbe importante introdurre il concetto di decrescita esattamente come il primo giorno si è insistito sul concetto di sviluppo e di rivedere il concetto di sviluppo in funzione della realtà attuale, cioè che consumare e crescere ad oltranza non è possibile. Quindi bisogna ridurre i consumi, ridurre i consumi energetici, passare alle energie rinnovabili. Quindi io introdurrei il concetto di decrescita che in questo momento è una parola chiave molto importante per affermare il no alla crescita esponenziale ad oltranza… quindi qui sobrietà dei consumi del nord io ci metterei fra parentesi “decrescita”. Eraldo Ridi: Volevo dire una cosa semplice ma per me fondamentale rispetto al lavoro che abbiamo fatto nel gruppo sulle rappresentazioni. Io credo che al centro del lavoro che abbiamo fatto, ma credo che sia al centro di ogni cosa, ci sia la questione del potere e dei poteri, questa è la questione di fondo. Quando parlo di poteri non parlo solo del potere economico, che è poi fondamentale, ma per esempio noi abbiamo messo in evidenza anche il potere delle religioni e poi c’è anche, secondo me, il potere delle identificazioni… per esempio una delle cose che sono state fatte è quella della distinzione nella identificazione, nella rappresentazione che abbiamo fatto… l’occidentale che ha nel suo riconoscimento di cittadinanza il codice fiscale e invece l’immigrato oppure l’escluso, oppure il diverso che ha l’impronta digitale. Porto l’esempio dell’immigrato ma porto anche l’esempio del carcerato. All’ora se le questioni sono queste, quello che è determinante, al di là delle cose che si fanno, che poi è il secondo passaggio, è l’atteggiamento che si assume rispetto al potere e ai poteri. Allora c’è un atteggiamento di resistenza che è una cosa che è sempre più insufficiente, c’è un atteggiamento di “politicamente corretto” che è totalmente sbagliato e è la linea della politica di oggi, questa è una cosa che io proprio non posso e non voglio condividere perché dentro il politicamente corretto anche in Italia passa la cultura di altri e i valori di altri, che non sono i nostri. Quindi vale la parola che abbiamo messo in fondo al nostro lavoro che è “ribellarsi” che è poi in fondo anche un concetto anarchico, se si vuole, nel quale io credo molto perché ribellarsi non è una questione di aver perso la testa, anzi è esattamente l’opposto. E non a caso, nel lavoro che abbiamo fatto, abbiamo messo anche una cosa positiva “il coraggio di guardare la vita in faccia” e avevamo detto ieri che guardare la vita vuol dire guardarla a 360 gradi, non è solo un pezzo e in questi 360 gradi il rapporto di genere è fondamentale, e questo vale essenzialmente nei rapporti di relazione ma anche nei rapporti politici. Quando parlo di rapporti politici non parlo solo di politiche, cioè quindi di azioni, ma proprio di cultura che sta a monte delle scelte che si fanno, perché sennò le cose che si fanno si fanno perché, diciamo, uno è costretto a farle, perché anche questo è politicamente corretto. Invece credo proprio che bisogna cambiare l’impostazione di fondo. Assessore Fabio Evangelisti: Non è assolutamente una costrizione anzi è un piacere. Tra l’altro la prima cosa che devo fare è scusarmi perché ieri sera sono passato e ho avvertito che ci sono state una serie di difficoltà tecnico-organizzative delle quali davvero siamo dispiaciuti. Avevamo confidato molto sul tempo, in termini climatici, ovvero sulla capacità di questo territorio di offrire sempre il meglio di se stesso invece, come avete verificato, non è andata proprio così, non è stato uno dei nostri bei fine settimana autunnali. Detto questo, io ho colto solo alcuni degli accenni nella presentazione del lavoro dei gruppi e devo dire che alcune cose ovviamente spiccano per intelligenza, per sagacia, altre ripercorrono tracce e idee che in qualche modo, nel corso della vita, ciascuno di noi, giunto alla soglia dei 50 anni ha già avuto modo di incrociare. Averle incrociate non significa sempre averle fatte proprie, è il senso dell’ultimissimo intervento. Io credo però di dover parlare non tanto a titolo personale, di quelle che sono le personali convinzioni, il lavoro politico fatto in questi anni, le scelte politiche che hanno comportato sempre anche dei costi, credo di dover parlare oggi in una veste assolutamente istituzionale e quindi quando si fa riferimento non soltanto alle buone pratiche o a lezioni individuali si chiamano in causa le istituzioni. Nell’intervento di Irma, se non ricordo male, in particolare è stato detto “va be’, io sono venuta qui cinque anni fa, dopo cinque anni le cose vanno peggio dell’altra volta, c’è qualcosa che non torna”. Effettivamente è vero, in questo paese, e intendo dire come paese l’Italia, in questi cinque anni c’è stata una vera e propria regressione. Quando dico regressione non mi riferisco soltanto ai dati economici e sociali che sono evidentissimi e segnalati da tutti gli indici e soprattutto dai grafici che dicono che anche questo paese ha conosciuto una fase di impoverimento. Ma quello che mi preoccupa di più, e mi riaggancio all’ultimo intervento, è l’impoverimento culturale che si è registrato in questo paese, che ha comportato la messa in discussione di quelli che sembravano, come dire, i diritti acquisiti in campo economico, in campo sociale, in campo culturale. Per chi viene da fuori magari non sembra tanto importante ma voglio richiamare la lotta che è stata fatta, ad esempio, contro l’idea di abrogare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che dava il segno di un cambiamento che si voleva introdurre nelle relazioni industriali e sociali e sindacali in questo paese. Da lì, poi, tutto quello che ne è conseguito, da ultimo gli attacchi che registriamo soprattutto per quanto riguarda le politiche che riguardano le donne, in particolare questo rigurgito che c’è contro la legge 194, ma che ha avuto con il referendum sulla procreazione assistita l’emblema chiaro di quelle che sono le politiche che si vanno perseguendo. Però uno dice “benissimo, tu fai riferimento a quello che succede nel paese, fai riferimento a un governo di centro-destra e così ti lavi la coscienza”. No faccio riferimento anche a quello che poi succede ai livelli locali. Non vi è dubbio che le politiche nazionali finiscono con il condizionare pesantemente l’azione delle politiche locali, faccio un esempio, quando la legge finanziaria ti pone dei tetti alla spesa oppure addirittura ti taglia le risorse, soprattutto per quanto riguarda il sociale, poi riesce difficile per un’amministrazione compiere scelte che possano incidere nella vita reale delle persone, dal punto di vista economico e sociale. E allora qui viene in campo, e in qualche modo devo parlare dell’esperienza personale ma ripeto cerco di rimanere in un ambito istituzionale, l’azione dei governi locali. Noi sappiamo benissimo di essere la più piccola delle province della Toscana, una delle più piccole d’Italia, una delle province che è agli ultimi posti in Italia per quanto riguarda la produzione del reddito eccetera. Nonostante questo… per capire, la provincia di Massa-Carrara ha 200.000 abitanti, il quartiere Testaccio di Roma ha 350.000 abitanti, siamo la metà di un piccolo quartiere di una grande città, per capire di che cosa stiamo parlando. Siamo questa piccola realtà che però, senza coltivare grandi ambizioni, vuol provare a guardare oltre la collina, vuol provare a guardare oltre quello che esiste da noi. E allora nel nostro piccolo, con un’azione proprio di tipo culturale, non me la sento di definirla di cooperazione internazionale, ma abbiamo cercato di mettere in campo un’azione che puntasse a sensibilizzare le coscienze degli abitanti, delle donne e degli uomini della provincia di Massa-Carrara. Sappiamo benissimo che dare 2.000 dollari alla coordinadora de agua e de gas del movimento boliviano non muta i termini della lotta ma permette a loro di stampare un opuscolo per fare un’azione di lotta contro le multinazionali che vogliono controllare l’acqua in quel paese. La stessa cosa sono stati i 2.000 euro, direttamente da noi, poi sono diventati molti di più per il coinvolgimento della città, che abbiamo fatto a sostegno del popolo Uwa che in Colombia si batte contro le multinazionali del petrolio che vogliono andare a rovinare la madre terra, soprattutto la foresta pluviale per impiantare impianti petroliferi. La stessa cosa la facciamo quando chiediamo ad Emergency di aiutarli adottando un ospedale a Tikrit, nel nord dell’Iraq, per dire ci siamo, siamo contro la guerra e cerchiamo di dare un aiuto concreato. La stessa cosa quando costruiamo un ponte di solidarietà con una missione nel nord del Congo, nel Kivu, dove esiste un missionario, padre Giovanni, al quale noi non diamo soldi per l’assistenza ma facciamo con padre Giovanni un lavoro che aiuti lo sviluppo, che cerchi di far acquistare i mezzi di produzione, impiantare una centrale per la produzione dell’energia elettrica e soprattutto, è l’ultimo progetto, oggi un consultorio e un dispensario per le donne. E allora, non vorrei sbagliare, quindici giorni fa o qualche giorno in più abbiamo fatto un’iniziativa dove abbiamo messo a confronto il fatto che a Massa-Carrara, con orgoglio, abbiamo speso 6 milioni di euro pari a circa 12 miliardi delle vecchie lire per creare il reparto materno infantile all’OPA, l’ospedale pediatrico apuano, per fornire l’assistenza migliore alle donne che scelgono di partorire a Massa-Carrara, italiane e non, cittadine e non. A fronte dei 6 milioni che abbiamo speso stiamo raccogliendo, e la cosa fa sorridere amaramente, stiamo faticando a trovare i 12 mila euro che servono a questa missione nel nord Kivu per realizzare il dispensario e il consultorio per le donne. Però stiamo operando in questa direzione. Allora, dicevo, non sono manifestazioni di cooperazione internazionale, non abbiamo la possibilità di determinare e dire “no 6 milioni non lì spendiamo lì, ne spendiamo 3 da una parte e 3 dall’altra” però cerchiamo di fare un’azione volta a sensibilizzare questo. Allora da ultimo dico soltanto questo, e mi scuso per il tempo che vi ho rubato, domenica prossima, avvicinandosi il natale abbiamo deciso che facendo salva e salvaguardando il rispetto per la nostra religione, nel cortile di Palazzo Ducale, dove normalmente noi abbiamo sempre piantato un albero di natale alto 12 metri, faremo una cosa leggermente più piccola, costruiremo un muro di 9 metri, alto 4, e ci sarà la figura di un bambino da una parte e di un bambino dall’altra. Il bambino che sta di qua dal muro è israeliano, il bambino che sta dall’altra parte è palestinese e vogliamo con questo significare che con i muri non si può non solo comunicare ma non si può giocare, non si può vivere. È un messaggio che, fermo restando ovviamente la cosa minuscola che riusciamo a realizzare, è un messaggio che vogliamo lanciare alla nostra città e alla nostra provincia. Non dimentichiamoci di chi è altro da noi, soprattutto facciamo uno sforzo per conoscere, per capire, per immedesimarci nelle loro problematiche. Ci riusciremo? Non lo so però questa è la nostra… [domanda fuori microfono] è un progetto che nasce da Ronit Dovrat che è una artista israeliana che vive fra Firenze e Carrara però è realizzato da un gruppo di studenti dell’università di Pisa, coordinati da un architetto di Viareggio Paolo Riani che ha una mostra in corso e quindi domenica 4 finisce la sua mostra e inizia questa esposizione. Insieme a questo abbiamo chiamato il VIS che è una Ong, che opera nei territori palestinesi, che ci porterà una mostra fotografica il cui titolo è “Un muro non basta”. Se qualcuno di voi domenica prossima venisse sarebbe anche il modo migliore per proseguire questo nostro incontro e questa nostra esperienza. Chiudo davvero, io ho portato due piccolissimi omaggi per le nostre ospiti. Farhia Aidid: Volevo capire il discorso della religione. Siccome è un argomento molto interessante volevo capire in che modo è uscito fuori dalla discussione nel gruppo sulle rappresentazioni. Cioè sul discorso che sentivo della religione oggi… e il fatto che Eraldo si soffermava su questo. Volevo capire meglio. Liana Borghi: Era stata Scherazade a tirare fuori il discorso della religione in modo molto forte rispetto all’alto Egitto dove appunto parlando non del centro delle grandi città, come il Cairo, ma di paesi un poco più isolati raccontava l’influenza nefasta della religione sulle abitudini e sulla vita in generale. Il suo discorso si allacciava, in realtà, al mio discorso, quello che era entrato in una delle combinazioni di possibili rappresentazioni ed era appunto una delle cose che volevo dire. Qui dentro non è uscito molto il discorso della rappresentazione in parte perché era stato attribuito al nostro gruppo cioè come viene rappresentata la povertà. Ma forze è una deformazione professionale mia, perché io faccio letteratura quindi una delle cose più importanti per me è la rappresentazione come tecnica di rappresentazione, come punto di vista ma anche come comunicazione di un concetto oppure, in questo caso, di una serie di immagini che stavano a significare certe cose. Il discorso del terzo gruppo che appunto passava dalla esperienza individuale all’esperienza collettiva, alla riflessione politica era stato molto importante per noi perché giustamente il discorso della rappresentazione, come potete anche vedere là, parte dal vedere, da quello che si percepisce, dagli occhiali, se volete, che sono rappresentati a metà come qualche cosa imposta, se si vuole, dal nord sul sud, come un bisogno indotto, però anche come un discorso importantissimo del punto di vista individuale su quella che è la propria storia o quelli che sono i buchi della rappresentazione che vedete scritti come “mancanza” oppure anche come “ombre” o come “luce”, ma anche come scelta di certe immagini che era fortemente condizionata nel nostro workshop dal fatto di avere tre giornali che sono stati ritagliati e divisi, tant’è vero che si sono persi dei pezzi fondamentali che non si riuscivano a recuperare perché qualcuno li aveva già attaccati. Per tornare velocemente al discorso della religione io in particolare, perché era stato affrontato soltanto da Scherazade e da me, avevo usato la tecnica del ricordo della mia esperienza personale di povertà e quello che significava per me la povertà. E quindi l’Italia nera, quella specie di stivale nero che avevo ritagliato, trovandolo per puro caso, stava a rappresentare per me il discorso di una guerra e chiaramente del nazismo eccetera, e quello che ha significato a vari livelli, nel mio caso particolare sulla popolazione ebraica, per cui eravamo tutti dei clandestini, tutti gli ebrei chiaramente erano clandestini, e la loro esistenza era messa a repentaglio… Ma io parlavo in particolare di me e del rapporto che c’era tra la guerra, l’immagine della guerra, e la mia esperienza di bambina, perché come raccontavo la fame per noi era rappresentata dal fatto che io piccolissima con la mia nonna, si parlava il dialetto perché venivamo dal sud quindi vi prego di pensare per un attimo al nord e al sud, andavamo a raccogliere il pane ammuffito che veniva buttato dai soldati tedeschi. Quindi vedere anche dall’alto l’immagine dei centri di raccolta degli immigrati adesso, anche in una immagine dall’alto, per me significa rivedere il cortile di quando ero bambina con i tedeschi con i mitra in giro e io e la nonna che andavamo a raccogliere il pane ammuffito per terra e io che lo mettevo nel grembiule della nonna. Il fatto di parlare in dialetto e di non parlare italiano oppure il fatto che non avessimo scarpe o cose del genere per me fa parte di una immagine della povertà alla quale io mi devo associare, perché il mio modo di relazionarmi a persone che vengono da altre parti del mondo, e rispetto alle quali io mi trovo in una situazione di privilegio, non può in nessun momento prescindere dal fatto che io conosco quello che questo vuol dire. E’ da questo punto di incontro e di conoscenza e di rappresentazione di una comunalità che io parto per la mia politica. Eraldo Ridi: Noi abbiamo semplicemente trovato, non abbiamo cercato. Ci siamo trovati dei fogli in mano e con quello che avevamo, e qui c’è il rapporto… con quello che avevamo ci siamo arrangiati, diciamo così. Sulla questione delle religioni… le religioni come bene-rifugio per certi versi, come risposte ai propri problemi e quindi questo come contraddizione rispetto al ribellarsi, da una parte. Dall’altra parte il discorso sull’economia che non guarda in faccia a nessuno, nemmeno alle religioni. In questo senso i soldi non hanno religione, l’economia non ha un dio perché comunque risponde ad altri dei. Gloria Hernandez: Io mi ricordo che si è parlato anche della religione nel senso di un paradigma che serve per spiegare la realtà tutta, e anche per risolvere ogni tipo di problema. Quindi la religione come una risorsa fondamentale per spiegare la ragione della povertà ma anche per offrire una possibilità oggettiva per risolvere ogni tipo di problema. Quindi un paradigma ideologico e un paradigma pratico sulla povertà. Questi due aspetti. Fiorella Bomé: La religione era chiamata in causa da Scharasad dicendo che appunto nell’educazione delle bambine, in particolare, ha significato no a tutto quello che può aprire la loro mente a qualcosa di più che saper leggere e scrivere, perché andare più in là voleva dire entrare in contatto con le scienze occidentali. Irma Nicasio: Io credo che la religione aiuti a non prendere delle decisioni per superare la povertà, un po’ addormenta le menti, è una sorta di conformismo per cui le persone pensano che è imposta dall’alto, è imposta da dio e in questo modo non cercano delle soluzioni per superare la povertà. Farhia Aidid: Su questo argomento, siccome mi piacerebbe veramente approfondire perché c’è tanto da dire… però visto che non c’è più tempo lo affronteremo poi nel nostro percorso. Vi saluto a tutti quanti, vi ringrazio per aver partecipato e contribuito. Ringrazio non solo le traduttrici ma anche Irma, Gloria e tutti quanti.