Lisdha
news
Trimestrale
di informazione
sul mondo
dell’handicap
e della solidarietà
Parole e fatti
Nuovi importi
per assegni e pensioni
La poliedrica vita
di Rodolfo
IL MESTIERE DI UOMO
Anno XVn. 64
Anno XVIII
gennaio-marzo 2010
Tariffa Associazioni Senza Fini di Lucro: “Poste Italiane spa - Spedizione in abbonamento postale DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46) art. 1, comma 2, DCB (VARESE)” - “Taxe perçue”
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SOMMARIO
8
10
20
Detto fra noi
Lavoro, non per soldi ma per la vita
24
Anche Saronno ha la guida all’accessibilità
Il primo rifugio senza barriere
3
21
21
Storia
Tra le righe
Il ritorno della povertà
Ermanno lo storpio
e la Salve Regina
4
22
L’Avvocato risponde
Camper per disabili
6
Esperienze
La poliedrica vita di Rodolfo
24
L’Esperto risponde
Negozi inaccessibili
8
Previdenza
Assegni e pensioni 2010
Indennità di frequenza
anche per i minori stranieri
Attualità
Il difficile mestiere di uomo
Disabilità e lavoro: c’è aria di crisi
Parole e fatti
10
15
16
27
27
Segnalazioni
Veneto: arriva l’aiuto per i non autosufficienti 28
Mobilità
Skid salva i disabili in caso di emergenza
Mantova, una provincia per tutti
Milano più accessibile
di Londra e Parigi
Contributi per case
senza barriere
Fare la spesa con “Easy Move”
19
19
20
21
LISDHA
NEWS
LISDHA NEWS
Direttore Editoriale
Fabrizio Chianelli
2 - LISDHA NEWS
Lettere a Gino
Una vita attaccata al respiratore
L’amore dopo la paraplegia
20
Ritardata o
mancata consegna
Alcuni abbonati ci segnalano la ritardata o addirittura la mancata consegna di alcuni numeri del Lisdha news
(che esce, lo ricordiamo, nei mesi di
gennaio, aprile, luglio e ottobre) a
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0332 225543, 348 3679493 o inviarci
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Provvederemo immediatamente ad
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Libri
Vita da dentro
Direttore Responsabile
Marcella Codini
Hanno collaborato
a questo numero
Chiara Ambrosioni
Laura Belloni
Bruno Biasci
Ennio Codini
Carlo Alberto Coletto
Credere
Emanuela Giuliani
Giuseppe Giuliani
31
Anno XVIII - Numero 64 - Gennaio-Marzo 2010
Redazione e
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30
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N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
DETTO FRA NOI
di Laura Belloni
Stefano Giuliani
LAVORO, NON PER SOLDI
MA PER LA VITA
Dalle donne una spinta
ad un modo nuovo di
vivere l’impresa.
“
M
io fratello è morto in un
incidente sul lavoro, travolto da un camion.” Con
un sms, Nadia, una carissima amica
missionaria in Camerun, mi annuncia questa tragedia. Penso a lei,
che deve affrontare un viaggio faticoso, da sola, per tornare a casa,
alla sua famiglia. Penso all’Italia,
Repubblica fondata sul lavoro, tradita da scelte economiche che ne
hanno stravolto la caratteristica
principale, la laboriosità. Sì, il
mondo del lavoro è molto malato:
disoccupazione, precariato, morti
bianche, il malcostume ormai divenuto regola comune di non onorare
i debiti.
E Sergio, un amico falegname, con
la concretezza tipica dei nostri artigiani, mette subito a nudo la causa
di questo sconquasso: “Dobbiamo
tornare a produrre non solo per far
soldi, ma per realizzare progetti che
aiutino la gente a crescere in
sapienza, non solo a consumare!” Il
lavoro deve tornare ad essere considerato un atto creativo, quasi come
un parto, che comporta fatica, dolore, ma eleva l’uomo alla dignità
essere libero, non merce da usare.
Forse non è un caso che proprio
dalle donne e dall’agricoltura, là
dove la Vita affonda le sue radici,
giungano forti segnali di speranza… Infatti stanno crescendo le
aziende agricole gestite da imprenditrici che, grazie ad inventiva e
lungimiranza, riescono a diversificare gli obiettivi d’impresa, promuovendo agriturismi, fattorie
didattiche, progetti di inserimento
per disabili, percorsi educativi per i
bambini, e a raggiungere risultati
anche superiori a quelli dei “colleghi” maschi.
L’augurio per l’anno che si apre
davanti a noi è che anche in altri
settori imprenditoriali si assista ad
un simile fermento di idee.
Allora, la morte del fratello di
Nadia e di tutti i suoi compagni
caduti, il dolore di quelle famiglie
non sarà stato vano e l’Alba di un
Giorno Nuovo sarà più vicina.
LISDHA NEWS - 3
TRA LE RIGHE
di Ennio Codini
IL RITORNO
DELLA POVERTÀ
Fino a poco tempo fa
si pensava alla povertà
come un fenomeno del
passato o riguardante
paesi lontani. Ora
invece la povertà sta
tornando in Italia.
Non dobbiamo
illuderci che sia per
poco, ma nemmeno
rassegnarci.
Q
uest’anno a Milano quasi
27mila famiglie hanno fatto
domanda per ottenere un
alloggio popolare. Nel 2007 le
domande erano state poco più di
15mila.
Le organizzazioni che gestiscono
mense per i poveri segnalano anno
dopo anno un aumento delle persone
che chiedono un pasto gratis. I locali sono pieni di gente che in passato
non aveva problemi a comprarsi da
mangiare.
Da un po’ di tempo è meglio evitare di far la spesa nei supermercati gli
ultimi giorni del mese perché sono
pieni di gente. Molti devono aspettare lo stipendio per acquistare i generi alimentari.
La povertà sta tornando.
Nei libri di scuola il povero era personaggio dei racconti ambientati nel
passato o una persona che viveva in
paesi lontani.
Adesso, faticosamente, dolorosamente, con inquieta meraviglia,
quasi increduli, vediamo la povertà
ritornare.
Televisione e giornali non ci hanno
preparato, anzi.
Quando il reddito pro capite prima
ha smesso di crescere e poi ha
cominciato a diminuire hanno semplicemente smesso di parlarne. Si
sono messi a parlare solo di prodotto
interno lordo (se la popolazione,
come è avvenuto in questi anni, continua seppur di poco a crescere l’andamento del prodotto interno lordo è
sempre migliore di quello del reddito pro capite).
Quando anche i dati sul prodotto
interno lordo hanno cominciato a
essere cattivi hanno sviato l’attenzione dalla cosa con molti espedienti.
Espedienti verbali, come quello di
parlare di “crescita negativa”. Fare
confronti con gli altri (funziona sempre: in ogni momento c’è sempre
qualcuno che va peggio di te, basta
cercare bene). Concentrarsi su ipotetici progressi futuri invece che sul
declino in atto (fare previsioni ottimistiche non costa niente).
Ma il fatto è ostinato. La povertà sta
tornando.
E sta tornando in un mondo dove
per tanti motivi la spesa pubblica non
può crescere sicché non si può chiedere allo Stato o ai comuni di fare di
più. Se nel 2009 a Milano quasi
27mila famiglie hanno fatto domanda
per ottenere un alloggio popolare, gli
alloggi assegnati sono stati poco più
di duemila. E non c’è nessuna possibilità che l’offerta di case popolari
aumenti di molto nei prossimi anni.
Toccherà alla carità privata fare
sempre di più. La chiesa ambrosiana
se ne è accorta e ha cominciato
Le organizzazioni che gestiscono mense per i poveri segnalano anno dopo anno un aumento
delle persone che chiedono un pasto gratis.
Per decenni siamo vissuti convinti
che la povertà qui da noi stesse
scomparendo.
Il prodotto interno lordo cresceva.
Il reddito pro capite medio cresceva.
La distribuzione della ricchezza
diventava sempre più equa con gli
stipendi più bassi che anno dopo
anno si avvicinavano a quelli più alti.
4 - LISDHA NEWS
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
Notai, farmacisti, avvocati, tassisti, medici di base fanno di tutto per evitare per quanto possibile che ci siano nuovi notai, nuovi farmacisti, nuovi avvocati, nuovi tassisti, nuovi medici di
base e per evitare che qualcuno non appartenente alla categoria possa far loro concorrenza
per qualche aspetto dell’attività.
ad accrescere l’offerta di servizi e
sussidi.
Saranno interpellate le organizzazioni. Ma saranno interpellati sempre di più anche i singoli. Sempre
più spesso chi non è povero dovrà
misurarsi con parenti, amici, vicini,
sconosciuti che più o meno apertamente chiedono aiuto perché sono
diventati poveri.
E non sarà questione di un anno o
due. Vediamo adesso emergere un
fenomeno che è frutto di un declino
economico e di un peggioramento
nella distribuzione dei redditi in atto
da tempo e che presumibilmente
continueranno per diverso tempo.
Potrà anche qualche anno aumentare
di poco il prodotto interno lordo, ma
nel medio periodo il reddito pro
capite resterà calante e con distribuzione sempre più diseguale (crescerà
la disoccupazione, crescerà il lavoro
precario e/o sottopagato). Il nostro
mondo nei prossimi anni sarà un
mondo pieno di poveri.
Questo però non vuol dire che ci si
debba rassegnare semplicemente a
gestire con l’assistenza pubblica e la
carità privata una povertà crescente.
Qualcosa possiamo fare per cercare
di invertire il trend. Senza speranza di
vedere grandi effetti nel breve periodo ma più in là nel tempo forse sì.
E non è necessario essere eccezionalmente acuti per capire che cosa
potrebbe essere utile, in buona
misura bastano osservazioni banali.
Eccone due.
La prima: se c’è povertà è perché
c’è ignoranza. Non tutti i poveri sono
ignoranti, certo (e non tutti gli ignoranti sono poveri), ma per lo più i
poveri sono ignoranti. Talvolta si
tratta di carenze sul piano di saperi
specifici, più comunemente si tratta
di ignoranza rispetto ai saperi di
base: troviamo se non l’analfabetismo classico quel quasi-analfabetiN. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
smo di chi non è in grado di capire
l’articolo di approfondimento su un
quotidiano o un libretto di istruzioni
o una tabella con dati e statistiche, di
chi non è in condizioni di esprimere
oralmente in modo comprensibile un
pensiero appena un poco complesso
e men che meno è in grado di farlo
usando la scrittura.
Chi è ignorante è poco flessibile: se
non c’è più per qualsiasi motivo quel
lavoro che stava facendo rischia di
sentirsi perduto. Chi è ignorante
tende poi ad essere meno produttivo
perché nel nostro mondo sovente i
saperi di base sono essenziali per
produrre molto e bene.
Quarant’anni fa l’ignoranza era in
calo; oggi è in aumento.
Tante sono le cause. Ma non può
sfuggire a nessuno il clima che si
respira oggi nella scuola, specie
nella scuola secondaria, sintetizzabile nell’espressione: “Ma chi me lo fa
fare?”. Molti, moltissimi, insegnanti,
studenti e genitori pensano così.
Sperimentare un nuovo approccio
didattico? Aggiornarsi? Partecipare
attivamente alla lezione come sollecita l’insegnante? Pretendere che un
figlio studi sul serio?
Ma chi me lo fa fare?
Milioni di persone la pensano così.
Bisogna essere capaci di recuperare motivazioni per un impegno
che non da necessariamente gratificazioni nel breve periodo, ma è
necessario.
Seconda osservazione: la povertà si
lega alla mancanza di prospettive.
Le azioni che possono allontanare
la povertà sono azioni che spesso
vengono compiute perché si immagina che vi sarà un qualche tangibile
premio.
Se non si riesce ad immaginarlo
sovente si lascia perdere. E’ difficile
per un giovane povero trovare la
voglia di studiare se nella mente c’è
l’idea che lui comunque non potrà
mai avere un buon lavoro. E’ diffici-
le per un lavoratore mal pagato
impegnarsi a far bene il proprio lavoro, se nella mente c’è l’idea che per
lui comunque non ci potrà mai essere una buona paga.
Ed è sotto gli occhi di tutti che oggi
molte persone non hanno speranza.
Tante sono le cause. Una, spesso
taciuta, è la seguente. Per paura di
perdere qualche cosa, chi ha certe
opportunità fa di tutto perché agli
altri quelle stesse opportunità siano
negate.
Non è il “sano” egoismo della
competizione economica. E’ volontà di escludere gli altri dalla competizione.
Le categorie professionali si organizzano per escludere. Notai, farmacisti, avvocati, tassisti, medici di
base fanno di tutto per evitare per
quanto possibile che ci siano nuovi
notai, nuovi farmacisti, nuovi avvocati, nuovi tassisti, nuovi medici di
base e per evitare che qualcuno non
appartenente alla categoria possa far
loro concorrenza per qualche aspetto
dell’attività.
In questo modo specie per alcune
categorie c’è quasi la garanzia della
ricchezza per tutti. Ma se si aprisse a
tutti gli idonei ci sarebbero più diffuse speranze e più persone sicuramente fuori dalla povertà.
Anche i lavoratori dipendenti,
quando possono, si organizzano a
modo loro per escludere. Dalle cattedre universitarie al posto in banca,
c’è tutto un lavorio ora occulto, ora
palese, per far sì che al posto del
padre giunga il figlio con gli altri
esclusi a priori per bravi che siano
sicché a loro essere bravi potrebbe
servire poco. Anche in questo modo
si riducono le speranze.
L’Italia assume ogni anno che
passa una assetto sempre più corporativo dove crescono gli ostacoli per
chi vuol far valere le proprie qualità.
Più impegno e più opportunità,
queste potrebbero essere le parole
d’ordine per avere di qui a qualche
decennio non più, come potrebbe
accadere, ma meno poveri.
Siamo chiamati in causa come elettori; si pensi alla nostra possibilità di
scegliere quelle forze politiche che
più si impegnano per combattere le
logiche corporative.
Molti di noi sono poi chiamati in
causa come studenti, professori,
genitori o, perché no, come tassisti o
notai che potrebbero dire (anche se
ci vuole molto coraggio): ma sì, se ci
sono idonei aumentiamo le licenze,
aumentiamo le sedi…
LISDHA NEWS - 5
L’AVVOCATO RISPONDE
a cura dell’Avvocato Fabrizio Chianelli
CAMPER
PER DISABILI
Quali sono
le agevolazioni?
H
o appena acquistato un'auto
(Grande Punto a metano)
con l’agevolazione dell’Iva al
4% prevista dalla L.104/92 ed ho
richiesto l'esenzione del bollo auto
che mi è stata concessa. Mi trovo
nelle condizioni di non poter
andare in nessun luogo di villeggiatura in quanto negli alberghi ci
sono sempre o quasi le barriere
architettoniche. Nell'eventualità
di un acquisto di un camper potrò
detrarre l'importo del 19% sulla
denuncia dei redditi del prossimo
anno essendo i due mezzi destinati a finalità diverse?
Lettera firmata
Le rispondo riportando la risposta
ad un quesito pubblicata dal sito
HandyLex: “Il camper o caravan
pur adattato non rientra a tutt'oggi
fra le categorie di veicoli per i quali
è applicabile l'aliquota Iva agevolata; possono godere infatti di quel
beneficio le motocarrozzette, i
motoveicoli per il trasporto promiscuo, i motoveicoli per trasporti
specifici, le autovetture, gli autoveicoli per trasporto promiscuo, gli
autoveicoli per trasporti specifici.
Da precisare che per la spesa del
camper o del caravan è possibile
usufruire della detrazione Irpef del
19%”.
Non mi risulta invece che sia possibile la detrazione di entrambi i
veicoli.
NUOVA COSTRUZIONE
E CONTRIBUTO INAIL
Da giugno 2008 sono paraplegico
a seguito di un incidente stradale
"in itinere" e quindi classificato
come incidente sul lavoro. Adesso
abito in una casa in affitto, in
quanto l’abitazione di mia proprietà oltre ad essere su due livelli (cosa superabile con l'abbattimento delle barriere architettoniche da parte dell'Inail), è situata
su una strada provinciale di gran
traffico senza marciapiede, in
curva ed anche in discesa e con un
palo dell’illuminazione pubblica a
pochi centimetri dal cancelletto
d'entrata. Ritengo questa strada
per me molto pericolosa in quanto non possiedo garage e non
posso parcheggiare nelle vicinanze, ed ho quindi deciso di costruire un'altra casa idonea per me
senza barriere di sorta ed in una
zona molto più adeguata.
Secondo lei, l’Inail una volta
quantificato l'importo per eliminare le barriere architettoniche di
casa mia, se ritiene che io in quella casa non ci potrò mai né entrare né uscire senza rischio per la
mia vita potrebbe erogare lo stesso importo per un aiuto alla
costruzione di una casa ex-novo?
Alberto
Purtroppo non è immaginabile che
un contributo previsto per uno specifico progetto di abbattimento delle
barriere architettoniche possa essere
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
erogato quale contributo per l’edificazione di una nuova e diversa abitazione.
RISARCIMENTO FERMO
TECNICO
Nel 2007 ho acquistato un auto
con la Legge 104, con un accorgimento tecnico del sedile girevole
perché mia figlia è disabile in carrozzina. Recentemente ho avuto
un incidente poiché un signore
non si è fermato allo stop.
L'incidente è stato rilevato dalla
polizia locale. Desidererei sapere
se per legge mi aspetta il fermo
tecnico per l'auto, dato che la carrozzeria mi fa sapere che occorrono più di 20 giorni lavorativi. In
tutto questo periodo mia figlia è
costretta a stare a casa e anche
affittando un’altra auto di sicuro
non riuscirò a trovarla con il sedile girevole.
M.P.
VALIDITÀ DEL CONTRASSEGNO
SULL’INTERO TERRITORIO NAZIONALE
E a Torino?
Una nostra lettrice ci propone di pubblicare la sua esperienza relativa ad una contravvenzione presa a Torino, Comune diverso da quello di residenza, perché circolava in zona
riservata. La signora ha contattato l’Ufficio Verbali di Torino, al quale ha inviato copia del
contrassegno per chiedere chiarimenti, ricevendo come unica risposta di fare ricorso al
Prefetto, come da solita procedura. Successivamente, la stessa lettrice, ha posto il quesito
all’Aci presso cui è socia, ricevendo questa risposta: «Come può leggere sul sito del
Comune di Torino, "I possessori di contrassegno invalidi rilasciato da altro comune che si
recano spesso in Città possono, motivando la richiesta (dichiarazione del datore di lavoro, ecc.), registrare le targhe dei veicoli (massimo 5) che utilizzano e su cui sarà esposto il
loro contrassegno invalidi". Sulla stessa pagina è precisato che è possibile attivare la procedura di esenzione anche a posteriori ed è indicato il numero verde della Gtt Spa
800019152. Le suggeriamo perciò di chiamare questo numero per verificare se vi è la possibilità ancora di chiedere tale esenzione. Se questa strada non fosse più percorribile, non
resterebbe che proporre ricorso come indicatole dall'Ufficio Verbali del Comune di Torino,
con la possibilità però di ricorrere, oltre che al Prefetto, anche al giudice di pace. Non possiamo ovviamente garantirle il buon esito di un eventuale ricorso, anche se c'è da tenere
presente che, ai sensi del comma 2 dell'art.381 del regolamento del Codice della Strada il
contrassegno ha valore sull'intero territorio nazionale».
In definitiva la nostra lettrice è rimasta scoraggiata da tanta burocrazia e ha deciso di pagare i circa 80 euro di contravvenzione.
Per quanto riguarda la nostra opinione, il comportamento migliore da tenere nel caso di
trasferimento in altro Comune da quello di residenza sarebbe quello di telefonare in anticipo all’ufficio dei Vigili Urbani, segnalando il numero della targa su cui verrà usato il contrassegno. Questo dovrebbe evitare l’emissione di contravvenzioni. Peraltro ci risulta per
esperienza personale che, ricevendo una contravvenzione come quella della nostra lettrice,
si riesce normalmente a farla annullare inoltrando specifica lettera in cui si descrive il fatto
con il giorno della visita e la targa del veicolo, meglio se adattato, e si allega il contrassegno chiedendo specificamente l’annullamento della contravvenzione in via amministrativa.
I vostri
quesiti
su internet
Potete trovare
tutti i precedenti
quesiti della rubrica
“L’Avvocato risponde”
suddivisi per materie
sul nostro sito internet
all’indirizzo:
www.lisdhanews.it
rubrica “L’Avvocato
risponde”
Il risarcimento deve essere ristoratore di tutti i danni subiti in conseguenza dell’incidente e pertanto la
controparte, o meglio la sua assicurazione, dovranno indennizzare
anche il fermo tecnico. Nel caso
specifico credo si possa chiedere un
supplemento per risarcire il particolare disagio provocato dal fermo
dell’autovettura anche perché la
stessa è dotata dello specifico sistema di accesso per disabili che ne
evidenzia la destinazione e quindi il
danno aggiuntivo subito. Sarebbe
opportuno verificare se nella sua
provincia vi sono degli autonoleggio con mezzi adattati, nel qual caso
l’indennizzo dovrebbe essere equivalente al costo del noleggio per i
giorni di fermo tecnico.
INDENNITÀ DI
ACCOMPAGNAMENTO E
INDENNITÀ DI FREQUENZA
Sono la mamma di una bambina
non vedente a causa di un tumore
ai nervi ottici. Essendo già in possesso di pensione di accompagnamento può ottenere anche l'indennizzo scolastico avendo incominciato a frequentare la scuola?
è possibile inviare i propri quesiti a Lisdha news,
“L’Avvocato risponde” via Proserpio,13 - 21100 Varese, e-mail: [email protected]
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
No, l’indennità di frequenza è
incompatibile con l'indennità di
accompagnamento.
LISDHA NEWS - 7
L’ESPERTO RISPONDE
a cura di Bruno Biasci
NEGOZI
INACCESSIBILI
Si aprono nuovi negozi,
si ristrutturano quelli
vecchi ma le barriere ci
sono sempre.
A
vendo una grave patologia
neurodegenerativa da qualche anno ho difficoltà a
deambulare. Questa situazione mi
ha portato a notare una grave
inciviltà presente in alcuni negozi
di Lavena Ponte Tresa e cioè la
presenza di barriere architettoniche: negozi ubicati in un piano
rialzato senza un ascensore e con
solo una scala per accedervi, in
taluni casi senza nemmeno un
corrimano. Vorrei sapere se le
recenti normative sull'eliminazione delle barriere architettoniche
prevedono, come condizione per
la loro apertura, l'agibilità dei
negozi anche per i disabili.
Ettore Lorenzo
Il problema dell'accessibilità dei
negozi è evidente in quasi tutte le
città: anche qui a Varese si può dire
che circa il 70% delle attività commerciali aperte al pubblico è inaccessibile. Come lei ben sa le leggi ci
sono e da lungo tempo. Se si tratta
di unità immobiliari, sedi di attività
aperte al pubblico, vale quanto prescrive il para 3.4.e del Dm-236/89 e
cioè che il progetto viene esaminato
dal Comune in sede di Conferenza
dei Servizi dove l'esperto in barriere
architettoniche dovrebbe evidenziare l'eventuale scorretta applicazione
della legge. I nuovi negozi dovrebbero quindi risultare tutti accessibili (anche se è carente il controllo
per accertare che il progetto sia correttamente rispettato nella costruzione). Ma i negozi nuovi non sono
molti. Il problema dell'accessibilità
riguarda sopratutto la grande quantità dei negozi già esistenti i quali
dovrebbero essere resi accessibili in
occasione della loro ristrutturazione: purtroppo però ciò quasi mai
accade in quanto la legge non prevede l'obbligatorietà dell'intervento
se non quando vi è un cambiamento di destinazione finalizzato all'uso
pubblico e limitatamente alle parti
interessate dalla ristrutturazione. In
sostanza, se un negozio di abbigliamento diventa un negozio di giocattoli ma non avviene alcun intervento, per esempio sull'ingresso, tutto
rimane inaccessibile come prima.
Il Ccsb (Comitato per la Città
Senza Barriere) di Varese si sta
occupando del problema per limitare dove possibile il danneggiamento
del disabile che, come gli altri,
vuole entrare in un negozio.
SOSTA CON MULTA
Vorrei dei chiarimenti in merito
alla sosta di macchina con cartellino invalidi. Ieri ho accompagnato mio figlio in via Guinizzelli a
Bologna dove c'è il centro ambulatoriale Antoniano di medicina
fisica e riabilitazione per svolgere
una seduta di terapia in quanto
mio figlio è disabile e deve essere
accompagnato ovunque perché
purtroppo, nonostante i suoi 15
anni, non è in grado di cavarsela
da solo. Danilo ha finito la terapia
alle 18 e, non trovando parcheggio
nelle strisce blu a pagamento,
ho lasciato la macchina nello spazio riservato ai dipendenti del
S.Orsola-Malpighi dove di spazio
ce ne era tanto, pensando che con
il tagliando invalidi potessi farlo;
ma il tempo di salire a prendere
mio figlio e di scendere e la macchina era sparita! Cosi sono andata a riprenderla nel deposito trascinandomi Danilo urlante perché
si era fatto prendere dal panico.
Ho chiesto spiegazioni alla persona che mi ha rimosso l'auto, la
quale mi ha risposto di fare ricorso all'Ufficio Relazioni con il
Pubblico. La multa da pagare è di
ben 80,50 euro!! Sono davvero in
torto?
Danilo e la mamma
Non avrei molto da dire in relazione alla sua lamentela in quanto
posso solamente condividere la sua
amarezza per l'eccesso di "punizione". Chi ha deciso per la rimozione
della sua macchina probabilmente
non ha potuto rendersi conto della
gravità del caso, ma rimane il fatto
che il contrassegno per la sosta
disabili vale solamente per i parcheggi riservati e non ha invece
alcun valore per altre aree, tra cui
ovviamente quelle private riservate
ai dipendenti di un'azienda.
Trattandosi di un Policlinico,
quindi luogo aperto al pubblico,
doveva trovare applicazione l'art.
8.2.3 del Dm 236/89 che prevede
debba esserci un parcheggio riservato ai disabili ogni 50 o frazione
di 50. Non so se nel caso specifico è
stata osservata questa norma che
comunque non può evitare che i parcheggi riservati esistenti siano già
occupati da altre macchine munite di
contrassegno. Certamente un luogo
per protestare è quello dell'Ufficio
Relazioni con il Pubblico presso il
quale si dovrebbero ottenere le spiegazioni del caso.
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
blema perché mi occupo di tutela
dei centri storici vincolati (Dlgs
42/04) e spesso ricevo la richiesta,
da parte dei disabili, di autorizzazione all'esecuzione delle opere
necessarie a consentire loro l'accesso all'interno degli stabili dove
risiedono, direttamente con le
automobili, e ciò indipendentemente dal fatto che spesso possano
usufruire di stalli parcheggio, a
loro riservati, nelle immediate vicinanze dell'abitazione stessa.
Sabrina Mura
CONTRIBUTI
PER L'ASCENSORE
Sono invalido per esiti da poliomielite e dovendo ultimare una
casa ereditata da mio padre, chiedo se l'ascensore può godere dei
contributi comunali o regionali?
Se si, in che misura?
Colombo Luciano - Busto Arsizio
L’intervento contributivo previsto
dalla legge 13/89 riguarda abitazioni nate prima del 1989. Quelle nate
dopo l'11 agosto 1989 dovevano
essere o già accessibili o quanto
meno "adattabili".
Il progettista dovrebbe disporre
degli elaborati tecnici dimostrativi
dell'adattabilità, secondo quanto
previsto nei punti 4 e 8 della legge
236/89; quindi per rendere accessibile un appartamento, anche se nato
dopo il 1989 ma nato "adattabile", si
possono ottenere i contributi della
citata legge 13/89.
Nel caso da lei esposto però la casa
è da ultimare; si deduce quindi che è
nuova e, pertanto, se è anche unifamiliare, deve già soddisfare i requisiti minimi di adattabilità o essere,
come richiesto in questo caso dalla
sua esigenza, già accessibile, quindi
non è previsto alcun contributo da
parte dello Stato.
Può interpellare comunque i
Servizi Sociali del suo Comune per
un'eventuale diversa interpretazione
a suo favore delle norme in vigore.
Il suo quesito è un po’ difficile da
interpretare perché è possibile realizzare garage negli edifici che ne sono
sprovvisti ma a determinate condizioni. Condizioni che vengono
discusse in sede di Conferenza dei
Servizi del Comune interessato
quando il progetto viene esaminato
per la sua approvazione. Come lei
saprà sul problema delle barriere
architettoniche devono essere consultati il Regolamento edilizio comunale, la Legge 13/89, il Dm 236/89 e
il Dpr 503/96. In quest'ultimo decreto viene enunciato che, nel caso si
tratti di edifici soggetti al vincolo di
cui all'art. 1 della legge 29 giugno
1939 n.1497 e all'art. 2 della legge 1
giugno 1939 n.1089, la deroga alla
realizzazione di opere finalizzate
all'accessibilità è consentita nel caso
in cui le opere di adeguamento costituiscono pregiudizio per i valori storici ed estetici del bene tutelato; la
mancata applicazione delle norme
deve quindi essere motivata.
ASCENSORE NELLA SCUOLA
Esiste una norma particolare
relativamente all'abbattimento
delle barriere architettoniche
nella scuola? Ad esempio: esiste
una norma che obblighi una
scuola statale a installare l'ascensore?
Natascia Fasano
Certamente la norma esiste ed è il
Dm 236/89. Al punto 4.4 di tale
decreto si stabilisce che "nelle strutture destinate ad attività sociali
come quelle scolastiche, sanitarie,
assistenziali, culturali e sportive,
devono essere rispettate quelle prescrizioni di cui ai punti 4.1, 4.2 e 4.3
atte a garantire il requisito di accessibilità."
Sin dal 1986 con la legge 28 febbraio n.41 tutti gli enti pubblici, tra
cui quindi anche i comuni, erano
tenuti a redigere il Peba (Piano per
l'Eliminazione delle Barriere
Architettoniche) e inoltrarlo alla
Regione. In quel Piano dovevano
essere elencati tutti gli immobili di
proprietà comunale, tra cui le scuole, indicando i tempi di attuazione
per rendere accessibili tutte le strutture. Per quanto possano essere dilazionati questi tempi è chiaro che al
giorno d'oggi (dopo 23 anni) tutte le
scuole dovrebbero essere in regola
con la normativa.
Le suggeriamo di richiedere formalmente questo Peba (si tratta di
documento pubblico) e chiedere la
previsione per l'intervento nella
scuola statale da lei citata.
BOX E TUTELA
CENTRI STORICI
Vorrei sapere se sia corretto
considerare come interventi di
abbattimento di barriere architettoniche le opere edilizie necessarie a realizzare i garage negli
edifici che ne sono sprovvisti, tramite l'apertura di nuovi varchi in
facciata o la modifica di quelli
esistenti. Sono interessata al proÈ possibile inviare i propri quesiti in tema di barriere architettoniche a Lisdha news,
“L’Esperto risponde” via Proserpio, 13 - 21100 Varese, e-mail: [email protected]
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
LISDHA NEWS - 9
ATTUALITÀ
Una recente immagine di Alexandre Jollien. Le foto di questo articolo e della copertina sono di Mair.ch.
Incontro con Alexandre Jollien.
Cerebroleso dalla
nascita, ha trascorso
diciassette anni in un
centro specializzato
per disabili, poi
attraverso lo studio
della filosofia la sua
vita ha acquistato un
nuovo significato.
C
apita a volte, leggendo un
libro, di provare la piacevole
sensazione di fare un incontro. E' quanto mi è accaduto quando
mi sono imbattuta in Elogio della
debolezza edito in Italia dalla
Qiqajon. Il suo autore, Alexandre
Jollien, colpisce per l'originalità
del suo pensiero, ma soprattutto per
l'umile leggerezza che appare non
10 - LISDHA NEWS
IL DIFFICILE
MESTIERE
DI UOMO
come una dote di carattere, ma
come la faticosa conquista di chi
non si sottrae alle sfide che ogni
giorno la vita offre, ma le assume
con sano realismo e ne trae frutti
fecondi per sé e per gli altri.
Alexandre Jollien, nasce nel 1975
in un paesino svizzero con una
grave lesione cerebrale "A voler fare
troppe capriole nel ventre di mia
madre, mi sono annodato il cordone
ombelicale…". Così descrive lo
stesso Jollien, con delicata ironia, le
circostanze che l'hanno portato a
quell'incidente alla nascita che gli
provocherà problemi di coordinazione dei movimenti e difficoltà
nella parola. I suoi genitori scelgo-
no, pur a malincuore, di inserirlo in
un centro specializzato per disabili
dove trascorrerà diciassette anni.
Anni molto duri per lui, sia per la
lontananza dalla famiglia, che per lo
strenuo impegno necessario per
"addomesticare un corpo recalcitrante". Durezza solo mitigata dal
legame di affettuosa solidarietà che
stabilisce con gli altri "ospiti" dell'istituto, affetti da diverse forme di
disabilità, ma capaci di esprimere
un'accoglienza e un incoraggiamento vero e profondo. Una capacità
generalmente assente negli educatori che offrivano paradossalmente un
aiuto molto più superficiale e affettivamente distante: " Mi consigliaN. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
ETICHETTE DI INFELICITÀ
Sono un anormale. È stato detto, a sufficienza. L'ho percepito. I movimenti degli occhi che esaminano ogni particella
del mio essere me lo insegnano: uno sguardo fissa il mio, poi
scende e si posa là dove si trova la prova che sta cercando: "è
handicappato". Percorso degli occhi, ricerca insistente del
tallone d'Achille, della debolezza... Quello che la maggior
parte della gente percepisce è la stranezza dei gesti, la lentezza delle parole, l'incedere che disturba. Quello che si nasconde dietro, lo ignorano. Spasmi, rictus, perdite di equilibrio, si
trincerano dietro un giudizio netto e tranciante: ecco un
minorato. Difficile cambiare questa prima impressione,
doloroso vedervisi ridotto senza potersi spiegare. Il dialogo è
impossibile perché ciò che viene da un minorato è minorato.
Così il cerchio si chiude, il contatto diventa impossibile.
Un nome basta a qualificare la tara: "atetosi". Questo termine greco me lo porterò dietro per tutta la vita? Questo appellativo di infermità controllata resta per me privo di effetti
perché è di gran lunga troppo ampio e poco comprensibile.
Per altri, una diagnosi troppo sollecita costituisce la perdita
della libertà. Quella parola rappresenta una catena alla quale
è legata l'esistenza, la prigione nella quale viene rinchiusa
una persona. Il termine diventa più pesante ancora della realtà che vuole indicare. Quando il mio vicino scompare sotto
l'etichetta del depresso, quando l'altro appare semplicemente
come il diabetico, il vedovo o il negro, la riduzione operata
da infiniti sguardi pesa, mortifica la personalità e apre piaghe
segrete.(…)
La fissità stessa del giudizio sminuisce la ricchezza del
reale, dell' essere umano di fronte al quale dovremmo alme-
vano di assumere dei modelli, di
seguire degli schemi, mai di scendere nel più profondo di me stesso per
trovarvi una sorgente, fosse anche
al livello più temibile: nella mia
angoscia". E, non di rado, manifestavano atteggiamenti di supponenza: "Al Centro come altrove, il personale faceva a volte ricorso alla
maschera della funzione. Si rispettava il medico senza dubitare della
sua competenza. Il maestro sapeva
"tutto". Nella sua pretesa onniscienza, l'educatore si sentiva obbligato
a insegnare ai miei genitori "l'arte
di educare". A lungo, la politica dell'istituzione è stata questa: "I genitori hanno messo al mondo un bambino handicappato. Ce lo diano, e noi
ne faremo un individuo più o meno
normale".
Al centro però Alexandre conosce
anche il cappellano padre Morand,
un vecchietto alto con una veste
logora, che pur avendo una salute
malandata si sforzava di svolgere al
meglio il suo compito nell'istituto.
Benché avesse sessant'anni più di
Alexandre, diventa presto il suo
migliore amico. "Lui mi ha svelato
la bellezza dell'essere umano e mi
ha dato fiducia in me stesso".
Intanto Alexandre comincia a pensare al futuro e coltiva l'interesse di
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
no stupirci, se non osiamo meravigliarci. L'esperienza quotidiana, infatti, arriva a volte a smantellare deliziosamente
queste verità stabilite. Il paralitico che tutti (pre)dicevano
infelice sostiene il morale di chi gli sta intorno, mentre il
fine intellettuale, destinato a una splendida carriera, sprofonda in un malessere smisurato. Eppure "non gli manca
niente per essere felice". L'enunciato rasenta l'insulsaggine.
La felicità si confeziona forse come una brioche? Un pizzico di salute, due cucchiai di...
Dietro le parole è nascosto un essere, una personalità ricca,
unica, irriducibile, che il peso dei pregiudizi finisce per
coprire di uno strato fieramente categorico. Questa parvenza esclude un approccio semplice e innocente. La sedia a
rotelle, il bastone bianco: ecco cosa salta agli occhi. Ma chi,
con virtuosismo, utilizza la carrozzella, chi maneggia il
bastone? Lo vediamo, vogliamo vederlo? E perché simili
accessori dovrebbero essere necessariamente i segni dell'infelicità? (…)
Un sordo un giorno mi ha detto che era fiero di essere
sordo. Da parte mia, non mi sono mai sentito fiero né dei
miei spasmi né del mio handicap. Mi abita un'unica fierezza:
essere un uomo con uguali diritti e doveri, condividere la
stessa condizione, le sue sofferenze, le sue gioie, la sua esigenza. Questa fierezza ci riunisce tutti: il sordo come lo
zoppo, l'etiopico come chi ha il labbro leporino, l'ebreo come
il moncherino senza gambe, il cieco come il down, il musulmano come il barbone, voi come me. Siamo Uomini!
Alexandre Jollien
(tratto da "Il mestiere di uomo", Edizioni Qiqajon)
studiare filosofia. All'istituto però,
non era "concepita" alcuna scelta
personale e normalmente gli studi
non erano previsti anche perché gli
sbocchi professionali erano già pienamente definiti: lavoro manuale in
"laboratori protetti" per "passare il
tempo". Inoltre il quoziente di intelligenza di Alexandre era giudicato
piuttosto basso. La perseveranza sua
e dei suoi genitori ha però la meglio.
Comincia a frequentare il liceo,
incontrando un mondo per lui del
tutto nuovo e sconosciuto e prosegue i propri studi all'università di
Friburgo dove nel 2004 consegue la
laurea in filosofia. Proprio allo studio della filosofia decide di consacrare la sua vita. Dai filosofi
Alexandre scopre una saggezza profonda e il desiderio di apprendere
sempre più l'arte di essere migliore,
consapevole che, come afferma
Erasmo da Rotterdam, "Non si
nasce uomo, lo si diventa".
Nel 2004 si sposa con Corinne che
gli darà due figli: Victorine e
Augustin. Nel frattempo, dopo
Elogio della debolezza, la sua prima
fatica letteraria, che ottiene anche
importanti riconoscimenti, scrive Il
mestiere di uomo, La costruzione di
sé, Cara Filosofia e comincia a
tenere conferenze e a partecipare a
dibattiti televisivi. Con la sua consueta gentilezza e disponibilità ha
accettato con entusiasmo la proposta di farsi intervistare da Lisdha
news.
- Com’è nato il suo interesse per
la filosofia?
«Da quando sono nato, mi sembra
che l’handicap e dunque il corpo,
abbia mobilitato tutta la mia energia. E' stato, per così dire, il senso
della mia vita: progredire, diventare,
se possibile, come gli altri. Ora, si
tratta sicuramente di uno scopo
lodevole, ma che non dà veramente
senso all’esistenza.
Un giorno, un professore mi ha
detto: “Tu sei un filosofo!” e da quel
momento ero curioso di sapere che
cosa volesse dire e mi sono imbattuto in un libro di Platone, ho letto il
“conosci te stesso” di Socrate. Da
quel momento in poi la mia esistenza aveva un nuovo scopo, quello di
aspirare alla saggezza, di tentare di
conquistare la più grande pace dell’anima e, in una parola, cercare di
vivere diventando migliore, piuttosto che di vivere meglio».
- Leggendo “Elogio della debolezza” si rimane colpiti dalla descrizione delle relazioni ricche di
LISDHA NEWS - 11
Perché rifuguarsi dietro ad una
distanza terapeutica quanto un bambino ha un grande bisogno di affetto? Certo, il mestiere di educatore
necessita di un equilibrio emotivo.
Tuttavia io non penso che la distanza terapeutica percepita come
un’assenza di investimento emotivo
sia una buona risposta. L’ideale
sarebbe trovare un giusto equilibrio».
umanità che “gli ospiti” creano
tra loro e, al contrario, dalla
descrizione delle relazioni molto
più fredde e impersonali che
caratterizzano il rapporto tra gli
ospiti e gli educatori: ce ne può
parlare?
«Nel centro, la solidarietà tra le
persone handicappate era solida
e profonda. Come se di fronte
all’asprezza dell’esistenza, noi
dovessimo aiutarci tra noi per vivere meglio. Il contatto con gli educatori invece era molto più difficile. In
realtà il rimprovero più grande che
faccio loro è l’assenza di affetto.
- Ad un certo punto racconta ironicamente che nell’istituto c’erano dei grossi schedari dedicati ad
ogni soggetto, accessibili a tutto il
personale curante (a partire dai
medici ed educatori fino agli stagisti che magari erano là soltanto
per due giorni) ma non al principale interessato, ossia il soggetto
di questi scritti… C’è qualcosa di
paradossale in comportamenti
che siamo spesso abituati a considerare normali. Sembra quasi che
attribuendo il marchio di “disabilità” è come se ci fosse una sospensione dei normali diritti…
«L’handicap porta con sé, in effetti, tutta una serie di pregiudizi e di
atteggiamenti. Si va dal paternalismo alla pietà. Allora ci si può interrogare sul fatto che vi può essere
una negazione di responsabilità
della persona handicappata. Detto in
un altro modo, tutto avviene come
se la si dovesse prendere in carico e
dunque prendere delle decisioni al
suo posto. E penso in particolare
alle persone che non hanno accesso
alla parola. Secondo me, è un’esigenza radicale per i professionisti di
scoprire quella che è la volontà della
persona handicappata, di essere più
vicini al suo interesse e di cercare di
evitare sempre la proiezione».
LA SOFFERENZA
Non stanchiamoci di ripeterlo: la sofferenza non fa crescere, è invece quello che ne facciamo che può far crescere la
persona. Non c'è alcun bisogno di soffrire per svilupparsi, né alcun bisogno di conoscere l'isolamento per apprezzare la
presenza dell'altro. Eminenti studiosi hanno speso tempo ed energie per vantare i meriti della prova, i benefici del fallimento. (…)
Con un gioco di parole (ta pathémata mathemata: "ciò che fa soffrire insegna") i greci hanno tentato di forgiare un
atteggiamento, molto più acuto, da opporre ai tormenti, a ciò che ferisce e distrugge. Io vi trovo uno strumento.
Chiamato algodicea, prende le mosse da questa esperienza: non vi è nulla di peggio di una sofferenza gratuita, assurda, priva di senso. Mentre la giovane madre dimentica tranquillamente i dolori del parto e il trofeo del vincitore fa sparire indolenzimenti ed ematomi, le sofferenze gratuite e sterili non scompaiono mai. Ci spodestano, ci privano a poco
a poco della libertà. Così, di fronte allo scandalo e soprattutto all' assurdità di ciò che provoca dolore, gli antichi esortano a fare di tutto per rendere fruttuoso il momento della sofferenza. Non si tratta di correre in cerca del pericolo, né
di sguazzare nel dolore, bensì, quando questo si presenta, di approfittarne! Emile Cioran, nel suo L'inconveniente di
essere nati, fornisce un chiarimento: "La sofferenza apre gli occhi, aiuta a vedere le cose che altrimenti non avremmo
colto. E quindi utile solo alla conoscenza e, al di fuori di essa, serve unicamente ad avvelenare l'esistenza!"
Alexandre Jollien
(tratto da "Il mestiere di uomo", Edizioni Qiqajon)
12 - LISDHA NEWS
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
re la persona in una logica di competizione e di individualismo».
- Ha scritto che la mattina si sveglia credente e la sera si corica
ateo: qual è il suo rapporto con la
fede?
«La fede per me dipende da una
convinzione intima e quindi provo
molta difficoltà a parlarne. Cerco di
avere una vita quotidiana di preghiera. Nella mia vita il combattimento ha avuto troppo spazio, mentre la fede è un abbandono, un "esercizio" di fiducia. Ma niente è acquisito una volta per tutte».
- Quanto male può fare la pietà?
«La pietà colloca l’altro nel ruolo
dell’infelice. Ciò può avere delle
conseguenze immense poiché l’individuo che si pensa infelice può
finire per conformarsi a questa etichetta. A me piace la distinzione
che Spinoza fa tra la pietà e la compassione. Nella pietà, è la tristezza
che prevale: la situazione dell’altro
mi rende triste. Mentre nella compassione è l’amore che viene prima
di tutto: io amo l’altro e voglio il
meglio per lui. La persona handicappata, purtroppo, è spesso abituata a questo sguardo di pietà che può
contrastare la fiducia in se stesso e
impedirgli uno sguardo vergine sull’esistenza».
- In che cosa consiste “il mestiere
di uomo”?
«La vita non va da sé, comporta
una parte di sofferenza e quindi è
tutto un cammino per conquistare
un po’ di liberà e di gioia. E’ ciò che
chiamo "il mestiere di uomo", assumere il proprio posto nel mondo,
spigolare qualche gioia e costruirsi
insieme all’altro. Cammino mai
finito e che ci costruisce ogni giorno».
- Ragionando sul concetto di
“normalità” a quali conclusioni è
arrivato?
«Il concetto di normalità può essere stimolante e invitare, per esempio, a lavorare per un’uguaglianza
dei diritti e delle opportunità. Può
essere di stimolo a creare delle basi
comuni per ogni essere umano, un
minimo di condizioni vitali.
Tuttavia questo stesso concetto
può essere devastante quando si
esclude l’altro. Lungi dall’essere un
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
motore erige allora delle barriere e
stigmatizza l’altro. Va precisato poi
che si tratta di una nozione puramente teorica, perché la ricchezza
del reale è molto più bella e più
densa Stiamo attenti a non chiudere
la realtà nella "norma" per rimanere
attenti e vedere le meraviglie nella
complessità del reale».
- Lei afferma di avere creduto a
lungo che l'equazione "handicappato = infelice" fosse una legge
fissata, dimostrata, incontestabile.
Che ne pensa ora?
«Penso effettivamente che la vita
di una persona handicappata comporta delle sofferenze e una discriminazione inevitabile. Ma penso
anche che la sofferenza fa parte
della condizione umana e sovente la
persona handicappata, lei stessa,
crede di soffrire più degli altri. In
quel caso il confronto può aiutare,
nel senso che sovente si può credere
che una vita di persona “valida” sia
perfetta. Non si tratta di colpevolizzare e di dire “Siate contenti di voi
stessi!”, ma piuttosto di vedere ciò
che si può fare della propria sofferenza e innanzitutto ciò che si può
fare per evitarla, se possibile, senza
idealizzare la vita degli altri. Lavoro
difficile! »
- Perché si può fare "l'elogio della
debolezza"?
«Confesso che oggi esiterei a dare
questo titolo al mio libro, perché
paradossalmente, per fare l’elogio
della debolezza, bisogna stare bene.
Tuttavia, il titolo mi piace nel
momento in cui invita ad una conversione di sguardo in una cultura
dove ci può essere tendenza a valorizzare la forza, la riuscita, a mette-
- Dal momento in cui ha scritto
“Elogio della debolezza” sono
successe tante cose nella sua vita:
scrive articoli, tiene conferenze e
qualche anno fa si è anche sposato e ora ha due bambini… La sua
vita sta forse diventando sempre
più “normale”?
«E’ vero, e questo paradossalmente è più duro d’accettare. Quando si
è abituati a lottare, a conquistare,
può essere più facile avere fiducia e
approfittare della gioie della vita. La
mia educazione è stata troppo centrata sulla lotta, sul domani, sul progresso, e io penso che si possono
rendere fragili gli individui mettendoli in una logica di guerra dove si
deve atterrare il nemico, vincere
l’avversario. E’ per questo che oggi
aspiro alla pace, a una maggiore
serenità e a trovare uno stato dello
spirito capace di assumere con leggerezza gli alti e i bassi dell’esistenza, in breve ad avere una vita più
normale».
- Che cos'è per lei la “virtù della
leggerezza”?
«La leggerezza necessita innanzitutto che non ci si prenda troppo sul
serio, che si rida di sé. Mi piace
molto a questo proposito, guardare i
miei figli, che su questo sono dei
maestri. Sono totalmente nel presente e il loro sguardo è ancora vergine. Per me la leggerezza è questa
capacità di restare innocente, mentre la sofferenza può farci inacidire.
E’ accogliere la vita a braccia
aperte senza resisterle, è osare
abbandonarsi con fiducia».
- Si può fare buon uso della sofferenza?
«E’ molto difficile parlare di un
buon uso della sofferenza perché
spesso i discorsi e le teorie possono
giustificare l’ingiustificabile.
Davanti alla sofferenza, il primo
LISDHA NEWS - 13
imperativo è di rimediarvi senza
indugi. La sofferenza, qualunque
sia, non deve essere giustificata a
priori. Tuttavia ci sono delle sofferenze che rimangono inevitabili. Per
non capitolare occorre dar loro un
senso. Per esempio, io non posso
accettare una volta per tutte il mio
handicap, ma ogni giorno posso
assumere attimo dopo attimo questa
situazione, cercando di farne qualcosa. Soprattutto non bisogna restare soli davanti alla sofferenza. Per
me l’aiuto supremo nella prova, è
l’amicizia, l’altro, poiché più uno è
concentrato su se stesso, più soffre.
Ma proprio “decentrarsi” è la cosa
più dura nella prova».
- Può commentarci il precetto di
Nicolas de Chamfort: "La più
persa di tutte le giornate è quella
in cui non si è riso"?
«Nell’istituto ciò che mi ha colpito
di più è stata la capacità di ridere
e sorridere anche nella prova.
Confesso che questo l’ho trovato
- Sentirti debitore verso gli altri
non ti amareggia?
- Al contrario.
Penso che si tratti di una ricchezza…
Al cuore della mia debolezza
posso apprezzare il dono
della presenza dell'altro
e offrirgli la mia umile presenza.
(Da Elogio della debolezza)
meno nella vita "normale". Come se
davanti agli ostacoli fossimo
costretti ad andare all’essenziale.
Sicuramente non si tratta di farne un
imperativo e di costringersi a ridere,
perché sarebbe grottesco e artificiale. Tuttavia serve un piccolo sforzo
per tentare un'apertura verso la
gioia. Insomma, si tratta di alzare un
po’ la testa per aprire un varco tra
nuvole e raggiungere il sole. Così
una giornata in cui si è riso ha senso
perché rigenera le nostre forze che
sono senza sosta sollecitate dal
"mestiere di uomo"».
Marcella Codini
LO SGUARDO DELL'ALTRO
Rue de Rennes, tento invano di fermare un taxi. Gli autisti rallentano, osservano il potenziale cliente, poi ripartono. Dopo
una lunga e sterile attesa, decido di cambiare strategia. Tiro
fuori una banconota stropicciata che sventolo febbrilmente.
L'esca si rivela presto efficace. Una Mercedes mi apre la portiera. Indico la mia destinazione. L'autista non dice una parola.
Dal retrovisore mi esamina. Per ammazzare il tempo leggo
"Pensieri sulla felicità" di Alain. "Sai leggere?", dice.
Annuisco. Il tassista sorride e poi mi chiede che mestiere faccio. Gli rispondo sinteticamente che studio filosofia. Si lancia
allora in una strana confessione, confidandomi i suoi problemi
familiari. Pretende perfino dei consigli. In dieci minuti lo sguardo altrui mi aveva affibbiato lo status di minorato, poi quello
più spinoso... di consigliere coniugale.
Quando sono solo in mezzo alla folla, quando i miei movimenti suscitano il riso, capisco quanto determinante sia lo sguardo.
L'altro mi si impone. La sua presenza diventa un peso. Come
cambiare gli occhi che luccicano di scherno, come tollerare che
un altro invada la mia vita cogliendone solo l'aspetto ridicolo?
Gli occhi che vedo per la prima volta mi spiano, diventano
nemici: anche se non mi conoscono, rivelano tuttavia la parte
oscura ormai familiare, accettata e superata dagli amici.
L'esperienza di marginale, l'obbligo di essere colui che rivela la
differenza, colui che viene classificato come anormale, riassumono la complessa problematica. Per tutta la vita deve cercare
di assumere la particolarità, forse di farne una risorsa. Ma sempre lo sguardo altrui pesa e rischia di fare di lui un autentico
"tarato" sociale. E, impercettibilmente, sulla differenza o, peggio, sull'handicap, si innestano le difficoltà insormontabili: l'altro, fondamento della mia vita, diventa un ostacolo, incolla le
sue etichette il cui effetto nefasto ferisce a lungo. Se il filosofo
Alain ha ragione, se ci si premura di assomigliare ai ritratti che
gli altri fanno di noi, come potrà il nano considerarsi l'eguale
dell' altro in un mondo in cui tutto grida la sua "piccolezza"?
(…)
L'handicappato apre una porta sulla condizione umana. Lui che
è costretto, con un'intensità senza pari, a sostenere gli sguardi
14 - LISDHA NEWS
degli altri, mostra al comune dei mortali le piaghe che avvelenano i rapporti con l'altro. Oltre alla pietà, subisce l'infantilizzazione: presentati malfermo sulle gambe in un ristorante e, per
poco che tu mostri l'aria assente che viene dai movimenti bruschi, ti accoglieranno dandoti del tu; sarà presso la persona che
ti accompagna che ci si informerà del menu che avrai scelto;
attraverso discrete attenzioni sarà con lei che ci si congratulerà
per la sua disponibilità e la sua dedizione, supponendo chiaramente che lavori nel "sociale".
Una simile umiliazione, ripetuta costantemente, secerne la diffidenza che troppo spesso rinchiude e rende sospetta perfino la
più amichevole delle familiarità. (…)
Bisogna combattere la convinzione che lascia intendere, automaticamente, che ogni handicappato conosce un destino poco
invidiabile. Ecco a cosa devono contribuire le migliaia di diversi che, disturbando e sconvolgendo gli indifferenti, sono ben
obbligati ad assumere la propria fragilità con gioia e perseveranza e sanno anche gioire della vita. (…)
Liberarsi dallo sguardo che ferisce esige in realtà una fiducia in
se stessi che si acquisisce faticosamente e che rischia di deperire in fretta di fronte a degli sguardi insistenti. Come fare per
proteggersi? Ostentare un assoluto stoicismo, rifugiarsi dietro
un' armatura e scudo, restare indifferenti ai propri consimili? Il
ripiegamento o la fuga, rimedi placebo all'umiliazione, generano un male ben più grave della ferita che dovrebbero curare.
Così, l'ho già detto, chi fugge le canzonature si isola e finisce
per privarsi dei sorrisi che amano, delle braccia che accolgono.
Anche qui nessuna soluzione, nessun antidoto miracoloso al
problema. La lotta resta incompiuta. Ogni giorno mi tocca
affrontare i giudizi troppo rapidi e rimettermi in discussione.
Dopo ventisei anni di carriera, non mi abituo agli sguardi che
feriscono né mi rassegno a praticare a mia volta l'indifferenza.
L'amicizia, rapporto privilegiato con l'altro, è tra gli strumenti
esistenziali certamente il più dolce. Sale della vita, secondo
Aristotele, dispensa il conforto nell' avversità.
Alexandre Jollien
(tratto da "Il mestiere di uomo", Edizioni Qiqajon)
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
ATTUALITÀ
Limiti del collocamento obbligatorio
DISABILITÀ E LAVORO
C'È ARIA DI CRISI
Cassa integrazione, mobilità, licenziamento collettivo, amministrazione controllata e
riduzione dell'orario di lavoro per evitare tagli di personale sospendono l'obbligo di
assunzione di personale disabile da parte delle aziende.
T
empi duri anche per i lavoratori
disabili: e la colpa è anche della
crisi. Cassa integrazione, mobilità, licenziamento collettivo, amministrazione controllata e i contratti
che riducono l'orario di lavoro per
evitare tagli di personale, infatti,
sospendono l'obbligo delle aziende di
assumere personale disabile. E meno
male che il blocco delle assunzioni
nella pubblica amministrazione deciso con il decreto legge 78/2009 del
luglio scorso, poi convertito nella
legge 102/2009, non si applica alle
cosiddette "categorie protette" (ma
solo se queste sono necessarie per il
rispetto della quota di riserva prevista
dalla legge 68/99 per l'inserimento
lavorativo delle persone disabili). C'è
voluta però una nota del ministero del
Lavoro, della salute e delle politiche
sociali per chiarire questa situazione.
A Milano, tanto per fare un esempio, già l'anno scorso è calato il
numero delle nuove convenzioni che
vengono stipulate tra la provincia e le
aziende: dalle 2.500 che erano nel
2001 sono passate alle 700 del 2008.
E quasi un'impresa su tre non ha
assunto lavoratori disabili anche se
per legge sarebbe obbligata a farlo. Il
30% delle 11mila aziende attive in
provincia di Milano che hanno l'obbligo di assumere persone disabili,
infatti, non ha rispettato la legge.
L'ammontare del Fondo regionale per
l'occupazione dei lavoratori disabili fondo in cui confluisce quanto pagato
preventivamente dalle aziende che
non rispettano le quote fissate per
legge e che possono essere esonerate
dall'obbligo di assunzione previo versamento di un "contributo" economico - è passato così da 30 milioni di
euro nel biennio 2007/2008 a 60
milioni di euro per il 2009/2010.
Secondo una ricerca nazionale a
campione che rielabora i dati "Isfol
Plus" 2008, solo il 13% dei lavoratori
disabili intervistati ha trovato un'oc-
cupazione attraverso i centri provinciali per l'impiego o i servizi dedicati.
La maggior parte (31%) ha trovato
lavoro attraverso parenti, amici e
conoscenti oppure grazie ai concorsi
pubblici (23%). E oltre la metà dei
lavoratori disabili abita nelle città del
Nord Italia. Una grossa fetta (il 40%)
lavora nella pubblica amministrazione, nella scuola e nella sanità, mentre
solo il 23% nell'industria.
Ma cos'è che non funziona nel collocamento obbligatorio? Secondo
un'indagine affidata dal ministero del
Welfare alla fondazione Labos
(Laboratorio per le politiche sociali) e
all'Ispesl (Istituto superiore per la
prevenzione e la sicurezza del lavoro), e intitolata "Il lavoratore disabile:
una risorsa per la comunità", la normativa italiana sull'inserimento lavorativo delle persone disabili è molto
avanzata ma è poco applicata. Tra i
punti più critici ci sono la grande difficoltà per i disabili psichici e intellet-
tivi di trovare un'occupazione e l'inadeguata valutazione, da parte dei servizi per l'impiego, degli sbocchi
occupazionali effettivi. Inoltre - si
legge nel rapporto - un altro problema
riguarda il decentramento amministrativo, che ha prodotto un'eccessiva
frammentazione dei servizi pubblici
locali e marcate differenze territoriali
nel funzionamento del collocamento
mirato. Mancano inoltre gli incentivi
alle imprese e la vigilanza sull'applicazione della legge da parte dei datori di lavoro è scarsa.
(fonte: www.Superabile.it)
LA NON AUTOSUFFICIENZA
FA CRESCERE LA POVERTÀ
In Italia aumenta il rischio di indigenza per gli anziani e per le
famiglie ad alto carico di cura, soprattutto là dove sono carenti i
servizi. Ed è al Sud che si sta peggio. La conferma in uno studio
pubblicato da Ediesse.
Le famiglie con disabili non autosufficienti sono anche più a rischio di povertà. Lo sostiene lo studio pilota "Welfare. Geografie della crisi", che si basa sui dati delle fonti ufficiali nazionali e internazionali, dall'Ocse all'Inail.
L'incidenza di povertà cresce dove il tasso di disabilità e l'indice di dipendenza sono alti, o in presenza di altri fattori di contesto (livello di istruzione bassa, numerosità elevata del nucleo familiare).
Sul fenomeno pesano anche i dati territoriali, che rendono le condizioni diseguali a seconda della
regione in cui si vive. Infatti, la variabile che pesa di più nel rapporto tra disabilità grave e povertà
familiare è proprio la presenza di servizi pubblici fruibili sul territorio. Laddove il pubblico sostiene le
famiglie nella presa in cura del malato, la disabilità incide meno sulla povertà.
La ricerca mostra così la presenza di due Italie. Una prima Italia è caratterizzata da una combinazione di supporto familiare e lavorativo, con conseguente bassa incidenza di povertà familiare: sono
soprattutto le regioni del Centro-Nord. Una seconda Italia è all'opposto segnata da una grossa difficoltà da parte delle famiglie di rispondere alla disabilità, con incidenza di povertà familiare spostata
verso l'alto. E' l'Italia del Sud, che mostra, però, una maggiore differenziazione: Abruzzo, Molise e
Sardegna sembrano infatti avere una situazione un po' più favorevole delle altre regioni.
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
LISDHA NEWS - 15
ATTUALITÀ
Uno scenario desolante
PAROLE E FATTI
Nella Conferenza nazionale sulla politiche per la disabilità il Governo ha sottolineato con enfasi i contenuti
della convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle
persone con disabilità ratificata dall’Italia, ma non ha
fatto seguire un impegno concreto. Anzi, ha tagliato il
Fondo nazionale per le politiche sociali ed eliminato il
Fondo per le non autosufficienze.
L
a Conferenza Nazionale sulle
Politiche per la Disabilità
svoltasi a Torino nell’autunno
scorso è stata sapientemente direzionata verso la celebrazione della
nuova Convenzione delle Nazioni
Unite sui diritti della persone con
disabilità, ratificata in Italia dalla
Legge 18 del 3 marzo 2009.
Nei gruppi di lavoro e nell’assemblea plenaria sono stati evidenziati
con la giusta enfasi i diritti che la
Convezione introduce (o ribadisce) e
la “rivoluzione” che le nuove disposizioni comporteranno nell’elaborazione normativa e delle politiche a
favore delle persone con disabilità.
E a dimostrazione dell’interesse
del Governo per questo nuovo caposaldo normativo, si è orgogliosamente annunciato l’imminente insediamento dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con
disabilità previsto espressamente dal
terzo articolo della Legge 18/2009 al
fine di “promuovere la piena integrazione delle persone con disabilità in attuazione dei princìpi sanciti
dalla Convenzione (...), nonché dei
16 - LISDHA NEWS
princìpi indicati nella Legge 5 febbraio 1992, n. 104”.
Diritti umani, diritti civili, diritti
all’inclusione nella scuola, nel lavoro, nella società non saranno più un
miraggio ma una concretezza esigibile per un paio di milionate di cittadini italiani con disabilità e per le
loro apprensive famiglie. O almeno
questo è stato il tranquillizzante
messaggio che è passato.
DALLE PAROLE AI FATTI
Ma mentre le parole di speranza, di
incoraggiamento, di celebrazione e
di raccomandazione hanno tenuto la
scena, quelle di critica e di realismo
sono passate in sordina.
Le politiche attive per le persone
con disabilità necessitano anche di
una copertura economica, oltre che
di un rinnovamento culturale per traghettare il welfare da logiche pietistico-assistenziali e “risarcitorie” a
strategie che rendano esigibili i diritti soggettivi.
Il rinnovamento culturale – si sa –
ha i suoi tempi. La copertura economica no: serve subito. Le persone
hanno necessità ora e qui di servizi,
assistenza, garanzie.
Appare quindi stridente il contrasto
fra la celebrazione governativa (e
non) di rinvigoriti diritti e la deriva
dell’impegno economico a favore
delle persone con disabilità, dei non
autosufficienti e delle loro famiglie.
Le prove evidenti – a volerle vedere – di questo disimpegno sono, nero
su bianco, nelle Gazzette Ufficiali e
nelle stesse fonti governative. Prove
che, con abilità prestidigitatoria,
vengono nascoste ad un grande pubblico purtroppo sempre più distratto
da escort e veline.
La storia del Fondo Nazionale per
le Politiche Sociali e del Fondo per
le non autosufficienze sono un
macroscopico esempio di scomparsa
per dissolvenza.
IL FONDO NAZIONALE PER LE
POLITICHE SOCIALI
Il Fondo Nazionale per le
Politiche Sociali (Fnps), istituito
inizialmente dalla Legge 449/1997
e ridefinito dall’articolo 20 dalla
Legge 328/2000, dovrebbe essere
la fonte nazionale di finanziamento
specifico degli interventi di assistenza alle persone e alle famiglie,
così come previsto dalla Legge
quadro di riforma dell’assistenza
(la Legge 328/2000, appunto).
Il Fondo Sociale, nelle intenzioni,
va a finanziare un sistema articolato
di Piani Sociali Regionali e Piani
Sociali di Zona che descrivono, per
ciascun territorio, una rete integrata
di servizi alla persona rivolti all’inclusione dei soggetti in difficoltà, o
comunque all’innalzamento del
livello di qualità della vita. Questo
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
significa che gran parte del Fondo
dovrebbe essere destinato alle
Regioni che a loro volta lo direzionano agli enti locali o agli stessi
Comuni per attività reali di sostegno
alle persone.
Fra il 2000 e il 2006 gli stanziamenti sono rimasti sostanzialmente
stabilizzati attorno ai 1.600 milioni
di euro.
In realtà una buona metà del fondo
se ne va all’Inps “per il finanziamento degli interventi costituenti diritti
soggettivi” e cioè i permessi lavorativi (art. 33 della Legge 104/1992),
assegni di maternità, assegni al
nucleo familiare, indennità a favore
dei lavoratori affetti da talassemia
major ecc.). Solo la metà viene trasferito alle Regioni e ai Comuni per
interventi diretti in ambito sociale
(non solo destinati alle persone disabili).
Nel 2008 lo stanziamento scende,
per la prima volta, sotto i 1.500
milioni di euro (fonte: Ministero del
Lavoro, della Salute e delle Politiche
Sociali).
Ma la vera sorpresa è per il 2009,
2010 e 2011: il Fondo ha una decisa
retrazione (fonte: Legge 22 dicembre 2008, n. 203, Supplemento ordinario 285/L, pagina 54).
Nel 2009 sono stanziati 1.355
milioni, che diventano 1.070 per il
2010, e solo 960 nel 2011. Nel 2010
ci saranno, quindi, rispetto al 2007,
circa 700 milioni di meno.
Tenuto conto che circa 750 milioni
andranno all’Inps per le spese di cui
abbiamo parlato, è evidente quanto
rimane per le politiche attive previste dal Fondo e destinate agli Enti
locali e alle Regioni. Questi sono
dati certi che trovano testimonianza
in documenti ufficiali. Ma non è
finita!
Il Fondo Nazionale per le Politiche
Sociali è una di quelle voci di spesa
contemplate nel Bilancio dello Stato
la cui quantificazione è demandata
annualmente alla legge finanziaria.
Sono voci riassunte nella Tabella C
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
delle disposizioni per la formazione
annuale e pluriennale dello Stato.
Recentemente il Ministro Tremonti
ha più volte affermato che alcune
discusse operazioni di “drenaggio
fiscale” (“scudo fiscale” e tassazione dei depositi aurei delle aziende)
forniranno risorse in più per le famiglie e per le imprese.
In realtà non è così, o almeno non
è questo che le norme approvate dal
Parlamento prevedono.
L’articolo 14 della Legge 3 agosto
2009, n. 102 consente al Ministero
dell’Economia di ridurre alcuni
stanziamenti della Tabella C (fra cui
quelli relativi al Fondo) nel caso lo
Stato non riesca ad ottenere il gettito previsto dalla tassazione sulle
plusvalenze su oro non industriale di
società ed enti.
Quindi la realtà è che se il “drenaggio fiscale” non dovesse funzionare
come auspicato, le risorse per il
sostegno alle imprese e soprattutto
alle famiglie diminuiranno ulteriormente. Il che è significativamente
diverso da quanto affermato dal
Ministro dell’Economia.
IL FONDO PER LE NON
AUTOSUFFICIENZE
Il Fondo Nazionale per le Politiche
Sociali, come già detto, non si occupa solamente delle persone con disabilità. In alcuni casi le risorse sono
state pure considerate senza vincolo
di destinazione (es. si è usato il
Fondo per fronteggiare l’emergenza
– o almeno così era considerata –
della “mucca pazza”).
Nel 2006, quindi, si pensa di fronteggiare l’emergenza – stavolta vera
e concreta – delle persone non autosufficienti, cioè i cittadini con disa-
bilità con maggiore, e spesso drammatico, carico assistenziale. Si istituisce quindi uno specifico Fondo
per le non autosufficienze (articolo
1, comma 1264, della legge 27
dicembre 2006, n. 296) subito contestato per l’incongruità della copertura finanziaria rispetto alle esigenze
che dovrebbe affrontare.
Al Fondo è stata assegnata la
somma di 100 milioni di euro per
l’anno 2007 e di 200 milioni di euro
per ciascuno degli anni 2008 e 2009.
L’articolo 2, comma 465, della
Legge 24 dicembre 2007, n. 244 ha
incrementato il Fondo di euro 100
milioni per l’anno 2008 e di euro
200 milioni per l’anno 2009.
Pertanto: 100 milioni per il 2007,
300 milioni per il 2008, 400 milioni
per il 2009. Altra amara sorpresa:
per il 2010 e gli anni a venire la voce
“Fondo per le non autosufficienze”
non compare più nei bilanci di previsione.
Non se ne trova traccia nella
Finanziaria del 2010. Il Fondo per le
non autosufficienze non esiste più.
Quando si tratta di ratificare la
Convenzione l’attenzione è massima;
lo è pure se si devono costituire tavoli ed osservatori, ma difetta se quei
diritti bisogna pure sostenerli concretamente con la carta filigranata.
SCUSE INFONDATE
Di fronte a questa innegabile ed
ingiustificabile retrazione della
spesa le “scuse” rimangono accettabili fintanto che qualcuno non ne fa
notare l’insostenibilità.
“Il Fondo per le non autosufficienze era stato previsto dalla legge solo
per tre anni”.
Falso! La norma istitutiva non indi-
PER CHI VUOLE APPROFONDIRE
Sul Fondo Nazionale per le Politiche Sociali
Legge 8 novembre 2000, n. 328 – articolo 20
Legge 22 dicembre 2008, n. 203 – Gazzetta Ufficiale Supplemento ordinario
285/L, pagina 54
Sul Fondo per la non autosufficienza
Legge 27 dicembre 2006, n. 296 – articolo 1, comma 1264
Legge 24 dicembre 2007, n. 244 – articolo 2, comma 465
Legge 3 agosto 2009, n. 102 – articoli 14 e 22 ter
Sulla Convenzione Onu
Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti della persone con disabilità
Legge di ratifica n. 18 del 3 marzo 2009
ca nessuna sperimentalità del Fondo
e nessun limite temporale. Come di
prassi per qualsiasi altro Fondo,
provvede allo stanziamento nei
primi tre anni, rimandando alla
volontà politica successiva gli ulteriori stanziamenti.
No: la cessazione di questo Fondo
è una scelta politica, non dettata da
vincoli normativi, su cui, peraltro, il
Parlamento ha potestà di modifica.
“Il Governo ha previsto altre
forme di sostegno alla non autosufficienza”. Fuorviante! Esiste un
Fondo strategico per il Paese a sostegno dell’economia reale istituito
presso la Presidenza del Consiglio
dei ministri (fonte: articolo 18,
comma 1, lettera b-bis), del Decreto
Legge 29 novembre 2008, n. 185,
convertito, con modificazioni, dalla
Legge 28 gennaio 2009, n. 2).
L’articolo 22 ter della Legge 3 agosto 2009, n. 102 prevede che quel
Fondo sia incrementato di 120
milioni di euro nell’anno 2010 e di
242 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2011 per interventi
dedicati a politiche sociali e familiari con particolare attenzione alla non
autosufficienza.
Quali siano i criteri e modalità,
quanto vada alla non autosufficienza
e quanto al resto, lo stabilirà non il
Ministero del Lavoro, della Salute e
delle Politiche Sociali, ma la
Presidenza del Consiglio dei
Ministri.
E comunque c’è una bella differen18 - LISDHA NEWS
za fra i già insufficienti 400 milioni
destinati alla non autosufficienza e
una parte incognita di 120 milioni
accantonati in un Fondo che nulla ha
a che vedere con i problemi reali e
drammatici delle famiglie in cui è
presente una persona con disabilità
grave.
“Non bisogna guardare a questi
tagli, che hanno un’importanza relativa, ma al modo in cui viene gestito
il Fondo Sanitario Nazionale, laddove occorre razionalizzare e recuperare in efficienza, con eccellenze
qualificate negli ospedali per il trattamento delle fasi acute e presa in
carico della persona a livello territoriali con servizi decentrati”.
Discutibile. Molto. Si torna alla
sanitarizzazione di un bisogno che
non ha prevalenza sanitaria con i
rischi che le tutte necessità della persona non vengano affatto affrontate
nel loro contesto, ma in realtà spedalizzate. Ancora una volta si “crede”
ad un Servizio Sanitario Nazionale,
ma non ad un Servizio Sociale
Nazionale.
Eppoi è un’affermazione dura da
sostenere nel momento attuale: i
commissariamenti e piani di rientro
delle Regioni tagliano orizzontalmente e senza alcuna valutazione di
merito l’assistenza socio-sanitaria
alle persone con disabilità, specie
più gravi (dal 10 al 30%).
LE RISORSE
Alla fine la risposta più sconsolata è “mancano le risorse”. Viene
cioè evocata quella stessa crisi di
cui non si può più parlare, pena
essere tacciati di “disfattismo” o
“antiitalianità”.
In un momento difficile per il
Paese, ad essere in maggiore difficoltà sono le famiglie che sono sempre più impoverite (fonte: La povertà in Italia nel 2008. Istat, 2009)
anche dalle spese assistenziali di cui
devono farsi carico. Non ci si indebita solo per comprarsi la Tv al plasma o per andare in vacanza in Paesi
esotici, o per impossessarsi dell’ultimo modello di auto (pur eco-rottamo-incentivata). Sono molte, moltissime, le famiglie che si indebitano
o rinunciano a tutto per pagare l’assistenza ai propri familiari, per compartecipare alla spesa, per pagare e
regolarizzare le badanti e tanto altro.
La vecchia scusa delle risorse è
insostenibile, soprattutto da parte di
chi evoca le salvifiche proprietà
della “finanza creativa”. Ma come?
L’Inps ha testé dichiarato che grazie al contrasto dei “falsi invalidi”
si recupereranno, a regime, 100
milioni di euro l’anno. Vogliamo
restituirli, per contrappasso, ai veri
invalidi?
L’azione, condivisibile nei fini,
promossa dal Ministro Brunetta
contro le elusioni in materia di permessi lavorativi, produrrà un risparmio per l’Erario. Vogliamo restituirlo a chi ne ha davvero bisogno?
E che dire dell’8 per mille? Se il
Governo decidesse di destinare la
propria parte alla non autosufficienza (pubblicizzando questa decisione) troverebbe molte più firme di
contribuenti nel quadratino riservato
allo Stato. Ne saremmo tutti, a parte
la Chiesa Cattolica, ben lieti.
Ma al di là di queste soluzioni tampone, un’emergenza come quella
del carico assistenziale (al 90% sulle
famiglie) della non autosufficienza
merita di essere trattata come tale ed
essere concretamente affrontata.
Con le chiacchiere non si arriva da
nessuna parte, ma con il silenzio ci
si ferma ancora prima.
Carlo Giacobini
Direttore responsabile
di HandyLex.org e di HandyLexPress
Fonte: Superando
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
MOBILITÀ
Un sistema innovativo
SKID SALVA
I DISABILI IN CASO
DI EMERGENZA
Lungimirante la scelta del Comune di Parma di dotare gli edifici pubblici di una speciale seggiola a slitta che in caso di incendio consente di trasportare all’esterno i
disabili con velocità e sicurezza.
U
n aspetto che non viene
sempre adeguatamente considerato è quello della
velocità e della sicurezza con cui le
persone con difficoltà motorie
devono essere trasportate fuori
dagli edifici in caso di emergenza.
La normativa in vigore (Dm
236/89) prevede solamente che
venga preferita "la suddivisione
dell'insieme edilizio in compartimenti antincendio piuttosto che
l'individuazione di sistemi di vie di
uscita costituiti da scale di sicurezza non utilizzabili dalle persone
con ridotta o impedita capacità
motoria."
Si devono quindi creare ambienti,
definiti come "luogo sicuro statico", "resistenti al fuoco e facilmente raggiungibili in modo autonomo
da parte delle persone disabili, ove
attendere i soccorsi".
Appare quindi particolarmente
valida l'iniziativa, attuata dal
Comune di Parma, di dotare palazzi comunali, centri socio-assistenziali e scuole per l'infanzia di
"Skid", speciale seggiola a slitta
che, in caso di incendio, consente
di evacuare con velocità e sicurezza lo stabile in cui il disabile è bloccato.
Questo è l'obiettivo di Skid, un
nuovo mezzo che sarà diffuso
in modo capillare in varie strutture
della città di Parma e che costituisce soltanto l'ultima delle varie iniziative promosse dall'Agenzia
Comunale per le Politiche a favore
dei Disabili, d'intesa - nel caso
specifico - con l'Assessorato alle
Politiche per l'Infanzia e per la
Scuola.
Ma che cos'è esattamente Skid? Si
tratta di una speciale seggiola a slitta che parte da una considerazione
fondamentale: essere di facile utiN. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
lizzo e immediatamente reperibile.
Essa permette di trasportare persone fino a 150 kg secondo la normativa 626 e si ripiega occupando
pochissimo spazio (cm 96x52x20).
Da anni si sta cercando di garantire la massima accessibilità alle
strutture pubbliche; ora si vuole
puntare l'attenzione sulla necessità
di trasportare velocemente e in
piena sicurezza fuori dagli edifici,
in caso di emergenza, le persone
con difficoltà motorie che in caso
di incendio non hanno alternative
di fuga.
E lo scopo di Skid è proprio questo: garantire una via d'uscita anche
nel caso in cui ascensori e montacarichi siano inutilizzabili per mancanza di energia o perché ne è proibito
l'uso come mezzo di evacuazione.
Da segnalare che il Comune di
Parma ha realizzato anche un corso
di formazione rivolto a tutti i
responsabili delle squadre di emergenza delle scuole dell'obbligo con
la partecipazione dei rappresentanti della ditta costruttrice. Con questo corso è stato spiegato come utilizzare Skid e a tutti è stato consegnato un Cd-Rom e materiale illustrativo utile ad approfondire la
conoscenza e le modalità d'uso
dello strumento.
Gli Skid già acquistati dall'Amministrazione Comunale di Parma
sono ottanta: un investimento
importante che si aggira intorno ai
100.000 euro.
Bruno Biasci
MANTOVA,
UNA PROVINCIA PER TUTTI
Si chiama così la guida recentemente realizzata dalla Provincia virgiliana, che propone
una serie di itinerari attraverso il centro cittadino e alla scoperta di alcuni tra gli scorci più
interessanti del territorio circostante, espressamente studiati perché siano fruibili da persone con diversi tipi di disabilità
La guida è articolata in dieci differenti
sezioni, ognuna delle quali presenta una
parte di testo introduttivo e una cartina, con
evidenziato il percorso privo di barriere attraverso il quale raggiungere alcuni dei monumenti simbolo della città.
A conclusione della guida vi è una sezione
dedicata all'enogastronomia, con la segnalazione dei ristoranti che, attraverso menù speciali, dedicano particolare attenzione a celiaci e diabetici.
La pubblicazione, scaricabile dal sito:
www.turismo.mantova.it, è tradotta anche in
braille.
LISDHA NEWS - 19
MOBILITÀ
MILANO PIÙ ACCESSIBILE
DI LONDRA E PARIGI
La presentazione di una guida per i passeggeri con disabilità è stata l’occasione per
fare il punto sullo stato dell’accessibilità dei mezzi pubblici nel capoluogo lombardo.
L
’Azienda Trasporti Milanese ha
recentemente realizzato una
“Guida per i passeggeri con
disabilità”, frutto del lavoro congiunto con Assessorato Mobilità, Trasporti e Ambiente e Assessorato alla
Salute, con il significativo contribuito
della Ledha. La pubblicazione, disponibile online sul sito www.atm-mi.it,
vuole fornire una descrizione completa dei servizi e dei dispositivi per i
passeggeri con disabilità visiva, uditiva, motoria.
Milano, è stato detto nel corso della
presentazione dell’iniziativa, ha un
indice di accessibilità (Fhc - Full
Handicap Compliance) del 59%, collocandosi in posizione migliore
rispetto a città come Londra, Berlino
e Parigi. Con gli interventi previsti
per il 2010, Milano avrà un indice di
accessibilità superiore anche a quello
di Barcellona.
Nel triennio 2009-2011 sono previsti investimenti per 12 milioni di euro
per l’adeguamento e la manutenzione dei mezzi e delle infrastrutture
e l’adozione di nuovi dispositivi specifici in modo da migliorare il livello
di fruibilità del servizio pubblico sia
per le persone con disabilità che per
anziani, famiglie che viaggiano con
bambini e chi si sposta con bagagli.
Ecco alcuni degli interventi eseguiti
nel 2009:
• accessibilità completa delle stazioni di Centrale e Garibaldi con il completamento dei montascale e rinnovo
montascale della fermata Gioia;
• rinnovo del parco mezzi di superficie e introduzione di nuove vetture a
pianale ribassato;
• posatura di pavimento sensibile in
23 stazioni sia a centro banchina sia a
bordo banchina per persone con disabilità visiva;
• installazione di video con indicazione del percorso di linea, di prossima fermata e delle coincidenze con
altri mezzi su 500 autobus in circolazione su linee urbane;
• sistema video e audio per le informazioni ai passeggeri sui nuovi treni
Meneghino.
Mentre per il 2010 sono previsti i
seguenti interventi:
• installazione di 13 nuovi ascensori
(4 nella stazione di Loreto, 5 nella
nuova stazione di Assago/Milano
Fiori, 3 nella nuova stazione di
Assago/Milano Fiori Nord e 1 nella
stazione di Cernusco sul Naviglio);
• sostituzione di 500 pedane elettriche con quelle manuali che si sono
rivelate più affidabili e resistenti
ad atti vandalici;
• il sistema di annuncio di destinazione del treno nella stazione
Centrale verrà esteso nei prossimi tre
mesi alle stazioni di Cadorna M2,
Garibaldi, Porta Genova, Romolo e
Loreto M2.
CONTRIBUTI PER CASE SENZA BARRIERE
Le domande, come ogni anno, vanno presentate entro il 1° marzo.
Per chi ha intenzione di fare degli interventi
per favorire l’accessibilità della propria abitazione, ricordiamo che entro il 1º marzo 2010
occorre presentare in Comune apposita
domanda per ottenere i contributi previsti dalla
legge 13/89.
Le opere per le quali può essere richiesto il
contributo sono quelle finalizzate a facilitare
l’accesso all’immobile (es. modifica del cancello di ingresso perché troppo stretto, abbassamento citofoni perché di altezza un'altezza
inadeguata alle persone su sedia a ruote, realizzazione o modifica ascensore, installazione
servoscala) o ad agevolare la mobilità all’inter-
20 - LISDHA NEWS
no dell’alloggio (ad esempio adeguando gli
impianti e i sanitari).
Si ricorda che l'Iva per l'acquisto dei materiali
e degli ausili per tali interventi è pari al 4% e
che possono essere rimborsate anche le spese
per la progettazione, con Iva al 20%.
L'entità del contributo viene determinata sulla
base delle spese effettivamente sostenute e
comprovate da fatture quietanzate.
Il contributo massimo erogabile è di 7.100
euro per l'eliminazione delle barriere architettoniche nelle parti comuni dell'edificio e di
7.100 euro per l'eliminazione delle barriere
architettoniche all'interno dell'alloggio.
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
MOBILITÀ
Iniziativa della Unicoop di Firenze
FARE LA SPESA
CON "EASY MOVE"
Un nuovo mezzo che consente al disabile in carrozzina di fare la spesa in modo
autonomo.
I
l carrello "Easy Move", proposto
ai propri clienti dalla Coop di
Pontassieve (Firenze), e appositamente studiato per aiutare le persone con difficoltà motorie a fare le
spese quotidiane, è uno strumento a
funzionamento elettrico sul quale la
persona in carrozzina può salire e
poi muoversi in autonomia all'interno di una qualsiasi area chiusa.
Ideato, progettato e realizzato a
San Casciano Val di Pesa (Firenze),
"Easy Move" dà la possibilità al
passeggero sia di effettuare spostamenti orizzontali, sia di elevarsi verticalmente per raggiungere in piena
sicurezza i prodotti, anche quelli
che si trovano sugli scaffali più alti,
che altrimenti non sarebbero alla
sua portata.
Infatti Easy Move è in grado di
muoversi, non solo come una normale macchina elettrica che segue
traiettorie curvilinee come le automobili, ma può anche traslare in
tutte le direzioni permettendo l’avvicinamento agli scaffali in modo
ottimale. Sensori perimetrali rilevano l’avvicinarsi di ostacoli che rallentano in modo automatico la macchina e consentono di evitare bruschi urti.
Per usare "Easy Move" l'utente
riceve una chiave elettronica con la
quale può entrare nel carrello mobile direttamente con la carrozzina e
guidarlo con un joystick. Attraverso
una pulsantiera si comanda il pianale di sollevamento, si varia la velocità e si effettuano salita e discesa
del mezzo oltre che le operazioni di
imbarco/sbarco. Uno spazio per
appoggiare i prodotti scelti e un
telefono per comunicare con il
box informazioni completano le
dotazioni di questa interessante
attrezzatura.
Lo speciale carrello, in dotazione
per ora solo presso questo punto
vendita toscano, è stato presentato
recentemente al pubblico con la preN. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
senza di alcuni assessori regionali,
rappresentanti di associazioni e il
titolare della ditta che lo ha ideato,
progettato e realizzato.
La Unicoop di Firenze ha stipulato
un accordo per avere in esclusiva
dieci esemplari da distribuire nei
suoi punti vendita più grandi.
Non possiamo che augurarci che
questa soluzione venga apprezzata e
richiesta anche da tanti altri supermercati.
Bruno Biasci
ANCHE SARONNO HA LA
GUIDA ALL'ACCESSIBILITÀ
Anche Saronno è passata
sotto la lente dell’accessibilità: grazie al coinvolgimento
diretto dei volontari delle
associazioni del distretto
socio sanitario, 56 luoghi
pubblici sono stati monitorati
per “saggiarne” la capacità di
accogliere chi ha difficoltà a
muoversi a causa di un impedimento che può essere anche solo di carattere temporaneo.
La guida all’accessibilità per Saronno è consultabile al link www.cesvovpertutti.it,
insieme alle analoghe guide dedicate a Varese e a Busto Arsizio e rappresenta un
altro passo nell’ambito del progetto”Cesvov per tutti” messo in campo dal Centro di
servizi di Varese con l’obiettivo di sensibilizzare al tema dell’accessibilità.
IL PRIMO RIFUGIO SENZA BARRIERE
Dal 13 settembre c’è sulle Alpi un rifugio senza barriere. E’ L’Alpe Corte a 1400 metri
di quota in provincia di Bergamo. Il Cai (Club Alpino Italiano) ha reso l’intera struttura a misura anche di chi si muove in carrozzella. La struttura, che sorge in Val
Seriana, è raggiungibile in auto.
STORIA
Appassionato di musica, introdusse una nuova scrittura delle note
ERMANNO LO STORPIO
E LA SALVE REGINA
Il piccolo monaco malato che ha lasciato un segno così profondo nella storia della fede.
L
a storia del monaco Ermanno
inizia in quelli che sono definiti gli anni bui del medioevo.
Siamo in Svezia, dove il conte
Wolfrat di Altshausen sposa Hiltred.
Entrambi appartengono a nobili
famiglie che annoverano gentiluomini, crociati e alti prelati nei loro
alberi genealogici. Pure noi tra tutti
costoro ricordiamo solo il piccolo
Hermann, che venne alla luce nel
1012 e fu soprannominato “il rattrappito”, tanto il suo corpicino era
storto e contratto. Non poteva stare
dritto e neppure camminare, faticava a stare seduto a lungo sulla sedia
creata proprio per lui e le dita erano
troppo deboli per scrivere. Anche il
palato e le labbra erano così alterati
da non permettergli di parlare in
modo comprensibile
Hermann der Lahme, Ermanno lo
storpio era uno dei quindici figli del
conte e, in un mondo pagano, sarebbe stato lasciato morire o addirittura
eliminato. Tanto più che gli esperti
di allora sostenevano che anche la
sua mente non funzionasse a dovere. Ma i genitori ebbero coraggio visto il periodo in cui vivevano quando decisero di mandarlo in
monastero e di pregare per lui.
E’ importante sapere che i monasteri avevano raccolto e sviluppato
quello che restava dell’antica cultura. In Germania, parlando di cultura
del passato, ci si riferiva alle terra
latine del sud e anche all’Inghilterra
22 - LISDHA NEWS
e all’Irlanda. C’erano traduzioni in
tedesco dei vangeli, nelle chiese si
predicava in tedesco ed erano noti
ai più i grandi nomi della letteratura
greca e latina. Nei monasteri c’erano le biblioteche e le scuole. Proprio in uno di questi monasteri, a
Reichenau, venne mandato Ermanno.
L’edificio sorgeva su una deliziosa
isoletta nel lago di Costanza, dove il
Reno corre impetuoso verso le sue
cateratte. Era un monastero dalla
storia antica, in quanto fondato da
Carlo Magno più di duecento anni
prima. Si trovava di fronte a un’importante strada per il traffico commerciale e anche per il passaggio di
viaggiatori italiani, greci, irlandesi
e islandesi. Le sue mura ospitavano
dotti famosi e una scuola di pittura.
Qui crebbe Ermanno e, nonostante
le sue difficoltà fisiche, la sua mente
si aprì.
E’ importante sapere che, anche se
nella sua vita non ebbe un solo
istante privo di dolore, quando gli
antichi cronisti parlano di lui, lo
definiscono sempre: piacevole, amichevole, facile alla conversazione,
ridente. Era tollerante e gaio e si
impegnava per piacere a tutti, con il
risultato che tutti gli volevano bene.
Quindi, pur con tutte le sue difficoltà, il ragazzo iniziò a studiare matematica, greco, latino, arabo, astronomia e musica. Scrisse persino un
trattato sugli astrolabi, nella cui
prefazione si definisce: “Ermanno,
l’infimo dei poveretti di Cristo e dei
filosofi dilettanti, il seguace più
lento di un ciuco, anzi, di una lumaca (...) è stato indotto dalle preghiere di molti amici a scrivere questo
trattato scientifico”.
Con le sue dita tutte rattrappite riuscì a realizzare astrolabi, orologi e
strumenti musicali.
Hanno detto di lui che fu il più
moderno dei musicisti: introdusse
una nuova divisione nel sistema
delle note e inventò una nuova scrittura delle note stesse. Scrivendo di
musica egli sottolineò che un buon
musico dovrebbe essere capace di
comporre un motivo, giudicarlo e
anche cantarlo. Pochi, in realtà, riuscivano a farlo, non solo in passato
ma anche oggi!
E’ quasi certo che tutti i seguaci
della Fede debbano al monaco
Ermanno la composizione dello stupendo inno Salve Regina, proprio
con quella sua melodia in canto
fermo che ancor oggi si sente risuonare in tutte le chiese cattoliche
del mondo. Scrisse anche l’Alma
Redemptoris e alcuni inni.
Ermanno era molto intelligente,
conosceva tutte le tradizioni delle
più importanti famiglie del suo
tempo e poteva leggere molti libri
antichi che noi oggi non conosciamo più a causa delle distruzioni che
in anni successivi dispersero e rovinarono le biblioteche degli antichi
monasteri.
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
Scrisse alcune opere poeticodidattiche soprattutto a scopo
pastorale per i monaci e le suore
della propria abbazia e di altri
monasteri. Ebbe inoltre uno spirito
aperto e attento a quanto avveniva
nella sua patria. Fu molto stimato
dall'imperatore Enrico III e da papa
Leone IX, che visitarono il monastero di Reichenau rispettivamente
nel 1048 e nel 1049. E’ quindi comprensibile che Ermanno abbia scritto due libri sulle gesta di Corrado II
ed Enrico III; la Cronaca della
Svevia sarebbe un lavoro giovanile,
mentre in età adulta scrisse un
Chronicon di storia del mondo,
dalla nascita di Cristo fino al
Medioevo, che - per la sua accuratezza, obbiettività e originalità - gli
valse le lodi degli esperti del tempo.
La novità in quel testo è il suo
prendere le mosse non dalla morte
di Abramo ma da quella di Cristo: in
questa storia Ermanno, per primo,
sfruttò ed elaborò scientificamente
materiale tratto dagli annali monastici ed imperiali, vite dei santi, liste
episcopali e molte altre fonti.
Ma questa vita straordinaria si
stava avviando alla fine dell’esperienza terrena. Il suo amico e biografo Bertoldo scrisse: “Quando
alfine l’amorevole benignità del
Signore si degnò di liberare la sua
santa anima dalla tediosa prigione
del mondo, egli fu assalito dalla
pleurite e trascorse quasi dieci giorni in continue e forti tribolazioni.
Alfine un giorno, nelle prime ore del
mattino, subito dopo la santa
messa, io, che egli considerava il
suo più intimo amico, mi recai da
lui e gli chiesi se si sentisse un poco
meglio”. Ermanno disse di aver
ripensato per tutta la notte alle
osservazioni sul bene e il male
riportate
nell’Hortensius
di
Cicerone “e sotto la forte ispirazione di quella lettura – continua
Bertoldo riportandone le parole tutto il mondo presente e tutto ciò
che ad esso appartiene, questa stessa vita mortale, era divenuta
meschina e tediosa e, d’altra parte
il mondo futuro, che non avrà termine, e quella vita eterna, sono divenuti indicibilmente desiderabili e
cari, così che io considero tutte queste cose passeggere non più dell’impalpabile calugine del cardo. Sono
stanco di vivere”. Mentre Bertoldo
piangeva, Ermanno aggiunse, indignato: “Amico del mio cuore, non
piangere, non piangere per me!
Ricordando ogni giorno che anche
tu dovrai morire preparati con ogni
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
energia per intraprendere lo stesso
viaggio, poiché, in un giorno e in
un’ora che tu noi sai, verrai con me
- con me, il tuo caro, caro amico.”
Era il 24 settembre del 1054 –
giorno in cui, ancora oggi, il calendario benedettino ricorda il monaco
– quando Ermanno morì, a soli 51
anni e circondato dagli amici, dopo
aver ricevuto il corpo e il sangue di
Cristo nella santa comunione. Fu
seppellito proprio nei possedimenti
paterni di Altshausen ai quali aveva
rinunciato da così lungo tempo, ma
la sua tomba è oggi sconosciuta.
Se ne conservano reliquie ad
Altshausen, a Zurigo e altrove.
Anche se nel calendario benedettino
è ricordato come beato. Il vescovo
di Friburgo dichiarò inammissibile
il culto pubblico verso Ermanno
come beato, pur permettendo la
continuazione del culto nel territorio in cui fino allora vigeva. Il suo
culto fu confermato dalla Chiesa
cattolica nel 1863, grazie al
Bucelino.
Ci restano rappresentazioni di
Ermanno nel coro di Zwiefalten
e ad Andechs. In un dipinto del
soffitto della distrutta chiesa di
Montecassino era raffigurato come
Doctor marianus.
Scrivendo del monaco Ermanno
lo storico Martingale sottolinea
”Senza dubbio allevare bene il
corpo è cosa importante, tuttavia
subordinata; l’educar bene la mente
è la cosa principale - e questa educazione, credetemi, deve essere fondata su due elementi essenziali:
l’amore e la religione - e le due cose
sono strettamente unite. In questo
povero, contorto ometto del medioevo, brilla il trionfo della fede che
ispirò l’amore e dell’amore che fu
leale alla fede professata. Ermanno
ci dà la prova che il dolore non
significa infelicità, né il piacere la
felicità”.
Delle parole molto belle. D’ora in
avanti ascoltando il Salve Regina,
sapremo chi ne fu l’autore e quando
e dove l’invocazione fu pronunciata
la prima volta.
Chiara Ambrosioni
Salve Regina
Salve, Regína, mater misericórdiae, vita, dulcédo et spes nostra, salve.
Ad te, clamámus éxsules fílii Hevae.
Ad te suspirámus geméntes et flentes in hac lacrymárum valle.
Eia ergo, advocáta nostra, illos tuos misericórdes óculos ad nos convérte
Et Jesum benedíctum fructum ventris tui, nobis post hoc exílium osténde.
O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria.
Salve, o Regina, Madre di misericordia; vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
A te ricorriamo, noi esuli figli d'Eva; a te sospiriamo gementi e piangenti in questa
valle di lacrime.
Orsù, dunque, Avvocata nostra rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi.
E mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del ventre tuo, o clemente,
o pia, o dolce Vergine Maria.
Alma Redemptoris Mater
Alma Redemptóris Mater quae pérvia coeli porta manes,
et stella maris, succúrre cadénti, súrgere qui curat, pópulo:
tu quæ genuísti, natura miránte, tuum sanctum Genitórem,
Virgo prius ac postérius, Gabriélis ab ore Sumens illud Ave, peccatórum miserére.
O santa Madre del Redentore, porta del cielo sempre aperta,
stella del mare, soccorri un popolo decaduto, che desidera risorgere,
tu, che nello stupore della natura, generasti il tuo Genitore,
tu, vergine prima e dopo, che dalla bocca di Gabriele udisti quell'Ave,
abbi pietà dei peccatori.
LISDHA NEWS - 23
ESPERIENZE
La famiglia Rossi al completo.
Creatività ed ingegno, una ricchezza per sé e per gli altri
LA POLIEDRICA
VITA DI RODOLFO
Rodolfo Rossi, paraplegico dall’età di diciannove anni a causa di un incidente stradale, vive e lavora a Varese. Le difficoltà, cui ha saputo reagire con coraggio e determinazione, sono state anche stimolo per impegnarsi su più fronti e in diverse attività in
un’ottica di costante promozione della persona.
L
e risorse dell’uomo sono davvero illimitate. Quando il
cielo si rannuvola e le difficoltà pesano più del solito, anche le
capacità dell’uomo sembrano moltiplicarsi: speranza, creatività, perseveranza, impegno raggiungono
vette insospettabili! E i frutti sono lì
davanti a noi. Fondamentali sono
l’ottica della persona ed il contesto
in cui è inserita. Sapere far fruttare
le potenzialità e le enormi ricchezze
che ciascuno di noi ha racchiuse in
sé è la chiave di volta non solo per
superare gli ostacoli, ma per
costruire giorno dopo giorno una
vita ricca, appagante che punti il
più possibile alla crescita ed alla
realizzazione personale, nella promozione del bene collettivo.
24 - LISDHA NEWS
- Ciao Rodolfo e grazie di avermi
concesso questa intervista. Sei un
personaggio noto a Varese…
mi parleresti delle tue attuali
attività?
«Nel 2006, l’Associazione per la
Pedagogia Steineriana di Varese che ho l’onore di presiedere - ha
ottenuto in affitto dal Comune di
Varese l’ex-scuola elementare di
Cartabbia: una bella struttura
immersa nel verde, dove sono stati
attivati l’Asilo “Mirtillo” ed il
gruppo-gioco “Lillà” per bambini
più piccini dai 18 mesi ai 3 anni.
Attualmente, sono iscritti venticinque bambini, seguiti con amorevole dedizione dalle maestre,
secondo i principi del metodo steineriano».
- In cosa consiste questo metodo?
«La prima scuola steineriana,
chiamata "Libera Scuola Waldorf",
fu fondata nel 1919 a Stoccarda dall'industriale Emil Molt, per i figli
degli operai della fabbrica WaldorfAstoria, sotto la guida di Rudolf
Steiner, un filosofo austriaco vissuto a cavallo tra il XIX ed il XX
secolo, che ne elaborò i fondamenti
pedagogici. Per tale motivo, la
pedagogia steineriana è anche chiamata “pedagogia Waldorf”.
L’iniziativa di fondare la scuola è
maturata a partire dall’esigenza
etico-spirituale di promuovere un
rinnovamento profondo della società, soprattutto dopo gli orrori della
prima guerra mondiale, in direzione
della ricerca della vera libertà delN. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
l’uomo. Secondo tale concezione, il
bambino non è considerato come
una tabula rasa su cui scrivere ciò
che si vuole che impari, ma al contrario, un essere in divenire, ricco di
capacità e talenti da risvegliare.
L’obiettivo educativo fondamentale, perciò, è quello di elaborare una
didattica che consenta a ciascun
bambino di scoprire le enormi
potenzialità ancora latenti e di porle
in essere anche a beneficio della
società, con il minimo di condizionamenti e distorsioni. Insomma, si
lavora per far sì che ogni bambino,
futuro giovane uomo, “sbocci”
divenendo se stesso, libero da pregiudizi e capace di orientare la sua
vita verso le mete che vorrà e saprà
scegliere».
- Concretamente, quali sono le
materie che si insegnano?
«La scuola steineriana mira a
favorire lo sviluppo della creatività,
della responsabilità nella gestione
della libertà, della capacità decisionale e, quindi, è attenta alla crescita
del bambino e del ragazzo nella sua
globalità: intelletto, cuore (come
sede delle emozioni e sentimenti) e
corpo. Pertanto, le materie artistiche e manuali hanno pari dignità di
quelle intellettuali. Ed anche le
materie tradizionali sono trasmesse
in modo da garantire non solo la
comprensione dei contenuti a livello puramente cognitivo, ma anche
una loro interiorizzazione mediante
racconti che evocano immagini ed
esperienze particolari che si legano
anche alla sfera emotiva. Alcune tra
le materie peculiari insegnate sono:
modellaggio, disegno, pittura, scultura, canto, strumento, teatro, giardinaggio, falegnameria, euritmia
(arte del movimento creata da
Steiner legato alla parola ed alla
musica). L’elaborazione del piano
di studi è strettamente connessa alle
differenti fasi di sviluppo del bambino, per cui si individua il momento “giusto” per l’insegnamento di
ogni materia. Anche i genitori sono
fortemente coinvolti…»
si attivano per fondarle. Anche per
quella di Varese è accaduto così.
Essa, infatti, è stata costituita
dall’Associazione Pedagogica Steineriana di Varese, fondata a sua
volta nel 1995 da un gruppo di
genitori che credeva in questo
metodo. Come avviene per tutte,
anche la nostra scuola è aconfessionale, apartitica e senza scopo di
lucro e si basa su principi di solidarietà. Infatti, ciascuna famiglia, in
un clima di fraternità, contribuisce
dal punto di vista economico esclusivamente secondo le proprie possibilità finanziarie, ma ha la possibilità di dare il suo supporto con attività di altra natura. Inoltre, sono raccolti fondi tramite feste, bazar, concerti, serate di beneficenza.
Concretamente, in qualità di Presidente dell’Associazione Steineriana, mi occupo in prevalenza di
attività giuridico-amministrative,
mentre, mia moglie Elisabetta, che
è stata il primo Presidente dell’Associazione, insegna presso la Scuola ed è attualmente la rappresentante dei docenti».
- In che senso?
«Beh, i genitori partecipano al
processo educativo dei figli e contribuiscono con le loro capacità e
risorse alla crescita della scuola. La
scuola è auto-finanziata e dipende
dai contributi dei genitori e degli
amici e dalle loro iniziative per la
ricerca di fondi e donazioni pubbliche e private. Ovunque, le scuole
Waldorf sono volute da genitori che
- Mi pare che qui in Italia non
siano così diffuse queste scuole…
Le tue figlie hanno seguito il
metodo Waldorf?
«In effetti. Nel mondo, le scuole
steineriane sono più di ottocento, di
cui la metà in Europa, ma in Italia
ve ne è solo una. Sono molto diffuse nel nord e anche nei paesi dell’est dell’Europa. Questo è il motivo per cui, assieme ad altri genitori,
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
Una recente foto di Rodolfo con il gruppo della scuola Nova Cantica di Belluno.
abbiamo sentito fortemente l’esigenza di attivarci per fondarne una
a Varese. Tuttavia, si è trattato di un
processo lungo ed impegnativo,
pertanto, nel frattempo, mia moglie
ed io abbiamo concordato di mandare le nostre due figlie Elena, che
ha ora diciotto anni, e Novella, di
undici, presso la Scuola Rudolf
Steiner di Origlio (Lugano-Svizzera). Entrambe si trovano davvero
molto bene ed i risultati non sono
mancati… abbiamo, così, potuto
“verificare sul campo” la bontà del
metodo steineriano».
- Quali altri obiettivi si pone
l’Associazione Steineriana di
Varese?
«Vorremmo dar vita ad altri cicli
scolastici. Sino ad ora, sono, infatti,
attivi solo il Gruppo-gioco "Lillà"
per bambini dai 18 mesi ai tre anni
e la scuola materna, ovvero l’Asilo
"Mirtillo" per bambini dai 3 ai 7
anni. L’Associazione, il Collegio
Docenti ed i genitori attualmente
coinvolti si augurano tutti di dare
presto inizio, sempre nella bella
struttura di Cartabbia, alla scuola
elementare».
- Complimenti: avete raggiunto
davvero un bellissimo traguardo!
Vedo che la determinazione non ti
manca…
«Devo dire che mi sono anche
allenato parecchio. All’età di
diciannove anni, un incidente automobilistico, mi ha privato dell’uso
delle gambe e, così, ho dovuto rimLISDHA NEWS - 25
boccarmi le maniche e cambiare
stile di vita. Dopo due mesi presso
l’Ospedale di Circolo di Varese reparto di neurochirurgia - sono
stato dimesso; quindi, ho incominciato la riabilitazione ed ho trovato
un posto, attraverso il collocamento obbligatorio, presso la Bticino
Spa di Varese, dove sono rimasto
per ben tredici anni, sino al dicembre del '92. Lì, ho conosciuto altre
persone disabili e sono stato coinvolto in parecchie iniziative.
Dovendo muovermi in carrozzina,
al fine di conquistare una maggior
forza fisica ed una maggiore indipendenza negli spostamenti, ho
incominciato a praticare molto
sport. Mi sono accorto che lo sport
rappresentava un’ottima occasione, alternativa alla fisioterapia, per
esercitare il fisico e, al contempo,
un luogo privilegiato d’incontro.
Così nel 1982, assieme ad altri,
ho fondato la Polha-Varese (Associazione Polisportiva per Disabili), di cui per circa dieci anni
sono stato Presidente. In quel
periodo, praticavo lo sport a livello
agonistico come specialista in atletica leggera. Ho partecipato a
diverse competizioni, tra cui le
Para-Olimpiadi di Seul e due campionati mondiali. Inoltre, mi sono
iscritto alle scuole serali e nell’85
ho conseguito il diploma di geometra».
- Come hai conosciuto tua moglie
Elisabetta?
«Indirettamente, proprio grazie
allo sport. Mia moglie stava fre-
quentando il corso biennale per
diventare insegnante di sostegno ed
io, in qualità di Presidente della
Polha, sono stato invitato a parlare
nell’ambito di una lezione. Era il
1989. Un anno dopo ci siamo sposati e, poi, sono nate le nostre due
figlie Elena e Novella».
- Poi, cosa hai fatto?
«Dal '93 per circa dieci anni, ho
lavorato nel settore della bioedilizia
e bioarredamento, prima come rappresentante e poi, assieme ad un
architetto ed appoggiandoci alla
cooperativa sociale Artimestieri di
Boves (Piemonte), presso un negozio aperto a Varese, in via Piave.
Nel 2002, però, in seguito alla
morte di mia madre che curava le
nipotine, mi sono staccato dal lavoro per dedicarmi alla famiglia. E’
stato durante questo periodo che ho
scoperto il metodo funzionale della
voce di Gisela Rohmert…»
- Mi potresti spiegare di cosa si
tratta?
«Ho incominciato a prendere
lezioni di canto dalla moglie dell’insegnante di violino di mia figlia
minore Elena, che utilizzava,
appunto, tale metodo. Si tratta di
una metodologia messa a punto
circa trent’anni fa dalla cantante
lirica Gisela Rohmert, che ha un
approccio olistico, nel senso che
attinge alle molteplici risorse
umane e utilizza delle stimolazioni
sensoriali per sviluppare le caratteristiche della voce (ad esempio,
fortezza e brillantezza) con il mini-
Rodolfo, primo da destra, nel 1989, alla maratona internazionale svoltasi a Heidelberg.
mo sforzo possibile da parte delle
corde vocali. Infatti, la struttura
profonda del suono della voce
umana presenta dei parametri
(suono fondamentale, vocali, vibrato, formanti del cantante), collegati
in modo peculiare sia con il corpo,
sia con il cervello, sia con la psiche
del cantante, che sono in grado di
reagire a determinati stimoli. Dopo
due anni di lezioni individuali, mi
sono iscritto presso il Centro di
Funzionalità Vocale “Nova Cantica”
di Belluno, dove ho completato la
formazione triennale prevista e
ottenuto l’attestato per insegnare
come docente di funzionalità vocale. Attualmente, perciò, curo anche
dei laboratori di funzionalità vocale presso la Scuola Steineriana di
Cartabbia».
- Non c’è che dire: la tua è davvero una vita ricca!
«Diciamo che mi sono sempre
impegnato nello sport, nel lavoro e
nelle varie attività per crescere e
migliorare, pur nelle mie capacità
residue, ricercando il mio bene, ma
al contempo lavorando per essere
di qualche utilità anche a chi mi circonda».
Ringraziamo Rodolfo e la sua
splendida famiglia per questa preziosa testimonianza. E riflettiamo
su come cambierebbe il mondo se
solo una punta di tanta buona
volontà e dedizione si spargesse per
i sentieri spesso troppo tortuosi ed
aspri dei nostri cuori.
Maria Cristina Gallicchio
PREVIDENZA
Nuovi importi delle provvidenze
ASSEGNI E
PENSIONI 2010
O
gni anno vengono ridefiniti,
collegandoli agli indicatori
dell’inflazione e del costo
della vita, gli importi delle pensioni,
assegni e indennità che vengono ero-
gati agli invalidi civili, ai ciechi civili e ai sordomuti e i relativi limiti
reddituali previsti per alcune provvidenze economiche. Per il 2010 gli
importi delle provvidenze e limiti
TIPO DI PROVVIDENZA
reddituali sono stati fissati dall’Inps
con Circolare n. 132 del 29/12/2009.
Nella tabella che segue riportiamo
gli importi in euro, comparati con
quelli del 2009.
Importo
2010
2009
Limite di reddito *
2009
2010
Pensione ciechi civili assoluti
275,91
277,57 14.886,28 15.154,24
Pensione ciechi civili assoluti (se ricoverati)
255,13
256,67 14.886,28 15.154,24
Pensione ciechi civili parziali
255,13
256,67 14.886,28 15.154,24
Pensione invalidi civili totali
255,13
256,67 14.886,28 15.154,24
Pensione sordomuti
255,13
256,67 14.886,28 15.154,24
Assegno mensile invalidi civili parziali
255,13
256,67
Indennità mensile frequenza minori
255,13
256,67
Indennità accompagnamento ciechi civili assoluti
755,71
783,60
Indennità accompagnamento invalidi civili totali
472,04
480,57
Indennità comunicazione sordomuti
236,15
239,97
Indennità speciale ciechi ventesimisti
180,11
185,25
Nessuno Nessuno
Nessuno Nessuno
Lavoratori con drepanocistosi o talassemia major 458,20
460,97
Nessuno Nessuno
4.382,43 4.408,95
4.382,43 4.408,95
Nessuno Nessuno
Nessuno Nessuno
* È importante tener presente che nel calcolo del reddito vanno considerati soltanto i redditi personali del richiedente.
INDENNITÀ DI FREQUENZA
ANCHE PER I MINORI STRANIERI
Lo ha stabilito la Corte Costituzionale.
L
'Ordinanza della Corte Costituzionale n. 285/2009 estende
implicitamente a tutti le persone straniere extracomunitarie regolarmente soggiornanti anche l'indennità
di frequenza prevista dalla Legge 11
ottobre 1990, n. 289 a favore dei
minori che presentano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età.
Nell'Ordinanza, la Corte riafferma i
principi già enunciati in precedenti
sentenze, secondo le quali le prestazioni assistenziali che presuppongono
gravi infermità mirano a realizzare il
diritto alla salute quale diritto umano
fondamentale. Di conseguenza, la
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
subordinazione dell'attribuzione di
tali prestazioni a requisiti di soggiorno che richiedono per il rilascio la
titolarità di un reddito, quali quelli
previsti per il permesso di soggiorno
CE per lungo soggiornanti, viene ad
introdurre discriminazioni incompatibili con le norme costituzionali e di
diritto internazionale attinenti al
sistema internazionale dei diritti
umani fondamentali, come tali spettanti a tutti, italiani e stranieri.
Va altresì considerato - quale ulteriore elemento di "novità" che impone il riesame della rilevanza della
questione - che, in data 14 giugno
2009, è entrata in vigore per l'Italia la
Convenzione delle Nazioni Unite sui
diritti delle persone con disabilità,
siglata a New York il 13 dicembre
2006 e ratificata con la Legge 3
marzo 2009, n. 18. I principi e le
disposizioni introdotti da tale
Convenzione si riflettono anche sulla
specifica normativa relativa all'indennità di frequenza, coinvolgendo persone che presentano "difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età", cioè persone per cui la suddetta Convenzione
ribadisce la necessità di una legislazione di favore.
(Fonte: www.Handylex.org)
LISDHA NEWS - 27
SEGNALAZIONI
VENETO: ARRIVA L’AIUTO
PER I NON AUTOSUFFICIENTI
L'Assessore al Sociale: "La norma sarà resa operativa il prima possibile".
I
l Consiglio Regionale del Veneto
ha finalmente trovato un accordo
per approvare la proposta di
Legge Regionale n. 131 che dispone
l'istituzione di un Fondo regionale
per la non autosufficienza.
Nel testo della legge approvata si
definiscono come non autosufficienti coloro che "solo con l'aiuto
determinante di altri, possono provvedere alla cura della propria persona e possono mantenere una normale vita di relazione e le persone con
disabilità che necessitano di interventi socio-riabilitativi e assistenziali in modo continuativo".
La spinosa questione della prima
formulazione dell'articolo 2, in cui
era inizialmente previsto il requisito
di nascita o residenza da almeno
cinque anni in Veneto per poter
accedere al Fondo, è stata risolta
con una riformulazione dell'articolo
stesso che, all'interno del testo di
legge, elimina il requisito e rinvia ad
una successiva decisione della
Giunta regionale l'individuazione
dei criteri per l'accertamento della
non autosufficienza.
Il testo della Legge stabilisce poi
le finalità che vengono perseguite
con l'istituzione del Fondo individuate nel potenziamento della rete
dei servizi, delle prestazioni assi-
AGEVOLAZIONI FISCALI PER DISABILI: È ON LINE LA GUIDA
Agevolazioni, detrazioni, sconti fiscali per contribuenti disabili: ad illustrare le norme
e le procedure è la nuova "Guida alle agevolazioni fiscali per i disabili", pubblicata sul
sito internet dell'Agenzia delle Entrate.
Suddivisa in sette capitoli, la Guida illustra i requisiti per usufruire dei benefici previsti e i servizi che l'Agenzia offre ai contribuenti disabili per agevolarli nell'assolvimento degli adempimenti tributari.
VACANZE ACCESSIBILI:
INVERNO 2009 – 2010
E' on line sul sito della Regione Lombardia
(http://www.famiglia.regione.lombardia.it/)
un articolo redatto dallo Sportello Vacanze
Disabili Regione Lombardia dal titolo:
"Vacanze accessibili: inverno 2009 - 2010".
Un utile approfondimento su: viaggi e vacanze invernali accessibili, proposte di soggiorni
con assistenza, vacanze con attività sportive,
siti web sul turismo accessibile.
UN PROGETTO CHE FA SBOCCIARE
L’AMICIZIA
Un nuovo centro di aggregazione giovanile
dedicato ai ragazzi disabili inizia la sua attività presso la sede del Liceo delle Scienze
Sociali di Gallarate (Varese) in via Bonomi 4.
L’iniziativa - promossa dall’Associazione
Italiana Sindrome X Fragile onlus e
dall’Istituto Sacro Cuore - vuole offrire un
luogo di incontro fatto da volontari e da
ragazzi disabili che potranno condividere non
solo momenti di svago, ma anche esperienze
di autonomia. Le persone interessate alla
proposta o coloro che sentono di potersi
offrire come volontari possono contattare
l’Associazione (Michele De Nuccio, tel.
349/5400002).
REGIONE VENETO
stenziali, dei contributi economici
commisurati alla gravità del bisogno, delle garanzie relative all'accesso ai centri di servizio quali
strutture sanitarie, socio-sanitarie e
sociali e dello sviluppo delle iniziative di solidarietà.
Per quanto riguarda le prestazioni
fornite dal Fondo, nel testo di
Legge, viene innanzitutto definito
che i beneficiari potranno scegliere
se usufruire dell'assegnazione attraverso servizi assicurati nell'ambito
dell'offerta regionale oppure tramite
un contributo economico. Per il
resto i dettagli di quelle che dovranno essere le prestazioni offerte dal
Fondo vengono anche questa volta
demandate ad una successiva decisione delle Giunta regionale la quale
è vincolata a consultare "i soggetti
maggiormente rappresentativi nel
territorio regionale degli interessi
delle persone non autosufficienti".
La Legge stabilisce infine le modalità di alimentazione del Fondo,
ovvero da dove deriveranno i soldi a
disposizione, a cui concorrono le
risorse provenienti dagli enti pubblici (Stato, Regione e Comuni), le
risorse provenienti da enti e soggetti privati con particolare riferimento
alle fondazioni bancarie e le risorse
provenienti da donazioni liberali di
enti e privati cittadini. Le risorse
necessarie all'alimentazione dl
Fondo possono in oltre essere reperite attraverso una percentuale dell'addizionale dell'Irpef regionale.
(fonte: Alessandra Babetto
www.disabili.com)
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
LIBRI
LETTERE A GINO
La satira a sostegno di una riflessione sulla disabilità
e l’handicap.
S
i può ridere di handicap?
Certo! ... Se a suscitare la risata non è l’handicap stesso ma
sono le “Istituzioni” e le contraddizioni che ruotano attorno alla persona disabile. Lettere a Gino è una raccolta di 80 vignette umoristiche di
Gionata Bernasconi arricchite da 15
interventi di personalità attive in
Italia e Svizzera nel mondo dell’handicap.
Per favorire l’integrazione sociale
di persone con handicap non basta
creare infrastrutture moderne; l’inserimento sociale passa anche attraverso i messaggi che vengono trasmessi
ogni giorno dalle convinzioni e dai
comportamenti della gente nei confronti del “diverso”. A volte, meglio
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
di un discorso teorico, la satira riesce
a sottolineare le contraddizioni di
una società a misura di “normodotati” nei confronti di chi ha perso parte
di questa “normalità” o non l’ha mai
avuta. Il protagonista del libro è
Gino, un giovane che dalla sua sedia
a rotelle mette spesso in imbarazzo
quelle persone che dovrebbero essere gli artefici di una sua migliore
qualità di vita. “L’imbarazzo” non è
suscitato dall’handicap di Gino ma
dalle barriere mentali, ancor prima
che da quelle architettoniche, che il
protagonista incontra sul suo cammino… e, se le vignette fanno ridere,
riflettere o, perché no, fanno arrabbiare, significa che alcune corde sensibili sono state realmente pizzicate.
Gionata Bernasconi, Lettere a Gino,
Armando Editore, 2009, pagine 126, euro 12.
LISDHA NEWS - 29
LIBRI
UNA VITA ATTACCATA
AL RESPIRATORE
La testimonianza di Marinella Raimondi ammalata di Sla.
M
arinella Raimondi è uno
dei 4000 malati italiani
di Sla, Sclerosi Laterale
Amiotrofica. In Cosa importa se
non posso correre in questi giorni in
libreria, Marinella racconta la sua
vita attaccata a un respiratore.
«Ogni tanto bisogna fare la voce
grossa. E chi la voce non ce l'ha?
Chi non può nemmeno alzare un
dito, una mano, la testa?» scrive
Marinella a proposito del recente
sciopero della fame indetto dal alcuni malati per protestare contro la
carenza dei servizi di assistenza
domiciliare. «Il malato di Sla ha
bisogno di tutto: di essere lavato,
cambiato, pulito, nutrito, vestito,
svestito, mosso, alzato, pettinato. È
evidente che non basta la buona
volontà dei familiari, servono l'intervento delle istituzioni, aiuti concreti, personale esperto, assistenza. I
gesti estremi, come lo sciopero della
fame, servono per attirare l'attenzione su certe situazioni di abbandono
molto frequenti, ma non bastano.
Bisogna spiegare, mostrare, far
capire, coinvolgere».
Proprio per far conoscere la vita
quotidiana dei malati di Sla e delle
loro famiglie da un punto di vista
inedito, Marinella Raimondi ha
scelto di raccontare la sua storia.
Insegnante di tedesco nelle scuole
superiori, sposata, due figlie, alla
soglia dei quarant’anni Marinella
Raimondi si è trovata nel ciclone
della malattia che, a poco a poco,
l’ha privata di ogni movimento. Nei
suoi primi sintomi, la Sla si era
manifestata con una perdita di voce,
preannunciando la completa afasia
cui Marinella sarebbe stata costretta. Ma la donna non ha mai perso la
voglia di comunicare, prima con
una lavagnetta, poi con un computer
realizzato appositamente per soggetti con disabilità motoria. Cosa
importa se non posso correre è stato
scritto proprio grazie a questa complicata apparecchiatura informatica:
per ogni singola lettera, Marinella
dà un colpo al mouse con una contrazione delle gambe, l’unico movimento che la malattia le concede.
Nel libro, Marinella Raimondi
affronta anche temi al centro del
recente dibattito pubblico. L’autrice
ha seguito con attenzione le storie
di Piergiorgio Welby e Eluana
Englaro: «Davanti a tanto dolore e
tanto mistero sarebbe stato opportuno stare in silenzio. Invece tutti,
politici, uomini della Chiesa e
gente comune, hanno voluto spendere la loro squallida, inconsapevole, arrogante e inutile parola per
giudicare», scrive Marinella.
«All’eutanasia non ci penso proprio. Io amo la vita, anche questa
vita a metà. Voglio ancora vivere,
per mille motivi. Ma quando la sofferenza toglierà ogni possibile gioia,
allora io invoco il diritto di scelta».
Marinella Raimondi, Cosa importa se non
posso correre, Mursia, pagine 208, euro 12.
L’AMORE DOPO LA PARAPLEGIA
Il romanzo autobiografico di Enrico Marzetti.
R
imetti a noi i nostri debiti è
un romanzo autobiografico
che racconta il percorso per-
30 - LISDHA NEWS
sonale, accidentato e sofferto, di un
giovane alle prese con un grave handicap fisico. Da quando gli viene
detto che si tratta di cancro e che è
necessario un intervento chirurgico
lungo, complesso e altamente invalidante, inizia per lui un temibile
quanto avventuroso viaggio per
mari del tutto sconosciuti, un'odissea (sottolineata dai nomi omerici
attribuiti a gran parte dei personaggi, soprattutto femminili) che si
rivela essere soprattutto una crescita
ed un'evoluzione intima. Muove da
lì la ricerca di una ragione filosofica
al quotidiano patire, la richiesta
d’aiuto del cuore verso l’intelletto,
in una commistione di ragione e
sentimento che permettono al protagonista di tirarsi fuori da qualunque
pantano di delusione e disperazione.
"Racconta la tua storia. Dai il tuo
esempio. Dì a tutti che è possibile, e
allora altre persone avranno il
coraggio di affrontare le proprie
montagne". Queste parole di Paulo
Coelho, riportate all'inizio del volume, ben descrivono il tentativo del
protagonista di trovare un significato al proprio percorso umano, scoprendo un nuovo modo di amare.
Enrico Marzetti, Rimetti a noi i nostri debiti.
Biografia di un amore, Edizioni Il Ciliegio,
pagine 241, euro 15.
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
LA VITA DA DENTRO
di Emanuela Giuliani
CREDERE
Una vita di fede non è
un equilibrio tranquillo.
Una vita di fede è uno
squilibrio permanente
in Dio”. (B. Besret)
N
egli ambienti ecclesiali talvolta si parla dei cosiddetti
“credenti non praticanti”, di
coloro cioè che affermano di credere in Dio ma non partecipano alla
vita della Chiesa né cercano il nutrimento dei sacramenti. Eppure più di
una voce oggi prova ad invertire i
termini e afferma l’esistenza di
un’altra categoria, quella dei “praticanti non credenti”, di chi non si
perde una funzione religiosa ma il
cui cuore è lontano da Dio.
Ma cosa significa allora credere?
Non è una questione di lana caprina, al contrario penso sia un tema
che interessi anche atei o dubbiosi
perché oggi a questo riguardo c’è
una grande confusione. Confusione
che complica sempre la ricerca della
verità.
Nel cercare di dare una minima
risposta (con tutti i suoi limiti) non
posso prescindere dalla mia formazione, perciò il riferimento primario sarà alla fede cristiana.
Nel vangelo di Marco tra le prime
parole di Gesù troviamo: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc
1,16). Quel “credete” significa:
siate saldi, irremovibili, mantenendo i vostri piedi fermi, senza tentennamenti. È un forte invito a fidarsi
della Parola ricevuta, dell’Amore
con cui si è amati, ad accettare come
formatore della nostra coscienza il
vangelo stesso affinché plasmi il
cuore, dia coraggio e sveli ogni
inganno.
Credere è uno scudo che affronta
N. 64 - GENNAIO-MARZO 2010
ogni paura, quella che fa perdere la
lucidità e la capacità di discernere
tra il vero bene e il vero male e la
paura della morte che non appare
più come “nemica”.
Credere significa fidarsi più di Dio
che di se stessi, prendere sul serio le
parole di Gesù che ti può chiedere di
affrontare la tempesta ma nella consapevolezza che Lui non ti farà
annegare nella disperazione.
Credere vuol dire non agitarsi.
Credere non è solo sapere che Dio
c’è, ma riconoscere questo Dio nelle
pieghe della propria vita e cercarlo
sempre, senza stancarsi. Credere è
dare del “Tu” al Signore con una
confidenza grande, sicuri che “Lui
ci conosce fino in fondo” (cfr. Sl
139, 14). Credere significa piangere
ed intercedere per un’umanità spesso ferita ma anche dura di cuore,
senza però prenderne le distanze.
Ma non basta: per i profeti
dell’Antico Testamento il contrario
del credente è l’incredulo che alla
fin fine è un idolatra. Quando fai di
te stesso un idolo da accontentare e
riverire sempre e comunque, quando fai del lavoro, dei soldi, del pote-
re, della cultura, anche degli affetti
umani, tante “divinità” a cui “sacrificare”, allora non sei più credente
ma incredulo. E questo piano piano
ti trasforma, ti rende ricattabile, ti fa
sentire più sicuro vivendo da “schiavo” e lentamente la tua libertà interiore si affievolisce.
Chi crede invece non soccombe
sotto la paura di perdere, anche se sa
che perderà tanto nella vita e ne
patirà come tutti. Ha una certezza
che lo tiene in piedi, questa parola
di Gesù: “Nessuno potrà rapirvi
dalla mia mano” (cfr. Gv 10,28). Sa
che solo lui può decidere di allontanarsi dal Signore perché nessun
altro potrà separarlo da Cristo. E
allora non entrerà in crisi nera sotto
la pressione di una minaccia o se
chiuderanno una chiesa, se verrà a
mancare un prete, se toglieranno un
crocifisso dalla parete (pur soffrendone), perché è ben consapevole che
nessuna di queste cose può togliergli Dio.
Infatti Gesù ce l’ha stampato nel
cuore, nel sorriso, negli atteggiamenti, nei gesti perché ogni giorno
si sforza di abbracciare i Suoi stessi
sentimenti: così lo testimonia tra gli
uomini! E persevera nel porre la sua
vita nella mani della Sua misericordia, sapendosi debole e in tanti
angoli remoti della sua anima pure
un po’ cattivo.
Il credente non è il perfetto: è colui
che davanti al discorso delle
Beatitudini dice: “Signore mi sembra così strano che i poveri, i miti, i
misericordiosi, chi piange, gli operatori di pace e di giustizia, siano
beati. Ma mi fido di Te e della tua
Parola .” Accetta che Gesù lo scandalizzi, che gli cambi la mentalità
ed inizia così un percorso anche
faticoso perché Dio ti rivolta come
un guanto e ti toglie tutte le tue certezze. Allora non basta andare a
messa la domenica per dirsi credente. Né basta aderire alla “tradizione”. La fede che salva è molto di
più!
LISDHA NEWS - 31
Aiuta
chi difende i diritti dei disabili
Destina il tuo 5 x mille a Lisdha News!
Anche quest’anno puoi destinare il 5 per mille dell’Irpef alla nostra Associazione.
Il 5 per mille non sostituisce l’8 per mille (destinato alle confessioni religiose)
e non costa nulla per il cittadino contribuente.
E’ una quota delle imposte a cui lo Stato rinuncia per devolverlo alle associazioni no
profit per sostenere la loro attività.
Trasforma la tua dichiarazione dei redditi in un’occasione concreta di solidarietà.
Ci aiuterai a continuare la nostra azione a favore dei diritti della persone con disabilità.
Ecco come fare
In tutti i modelli per la Dichiarazione dei redditi (Unico, 730, CUD ecc.), troverai
un’apposita scheda per la destinazione del 5 per mille. Firma nel riquadro dedicato
G. Giuliani
alle onlus e riporta il codice fiscale dell’Associazione il Girasole onlus:
95036690121
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