Numero Maggio '05 EDITORIALE ED ECCOCI DI NUOVO Parafrasando i Rokes introduciamo questo primo, numero di “Fuori dal Mucchio On Line”, periodico in Rete che riprende il discorso dove si era interrotto con l’eliminazione dal Mucchio Selvaggio del quasi omonimo inserto (92 uscite tra l’aprile 1996 e il dicembre 2004); un discorso che è comunque in qualche modo proseguito nel “Fuori dal Mucchio” da due pagine che dallo scorso gennaio appare regolarmente sul Mucchio mensile, del quale il “FdM On Line” è la naturale estensione. Per chi non lo sapesse, “Fuori dal Mucchio” - nella veste parallela di inserto mensile da 16 pagine e rubrica settimanale da due - è stato per tutta la sua esistenza il più ampio strumento di informazione critica esistente nell’editoria italiana a proposito del panorama rock (in senso molto lato) nazionale più o meno “di nicchia”: il posto dove l’attività dei nostri gruppi o solisti inquadrabili come “Emergenti Autoprodotti Esordienti Sotterranei Di culto” ha insomma potuto essere propagandata in modo dignitoso. Ed è nostra intenzione rimanere fedeli a tale filosofia anche in questa nuova avventura in Internet, seria come la precedente per quanto riguarda la selezione degli argomenti - i dischi e gli artisti continuano a essere “scelti”, e con cura - e il modo di affrontarli. Almeno per un po’, “Fuori dal Mucchio On Line”, presenterà una struttura diversa da quella “definitiva”: la necessità di recuperare un gran numero di lavori pubblicati nel periodo della nostra (seppur non totale) assenza ci ha infatti spinti a privilegiare recensioni e interviste, tagliando in tutto (in questo numero) o in parte (nei successivi) gli spazi dedicati ad altro (concerti, demo, notizie, retrospettive) che saranno via via ampliati e ripristinati con il normalizzarsi della situazione. A partire da questo maggio 2005, l’appuntamento con “Fuori dal Mucchio On Line” è dunque fissato all’inizio del mese, grossomodo in contemporanea all’uscita nelle edicole del Mucchio, al quale ovviamente vi rimandiamo. Buona lettura. Federico Guglielmi [email protected] Per invio materiale: Guglielmi c/o Il Mucchio, Via Lorenzo Il Magnifico 148, 00162 Roma Pagina 1 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Miura In testa Volume/Edel Anni orsono, il diverbio insanabile tra Omar Pedrini e Francesco Renga ha di fatto privato la scena rock nazionale di una delle sue più significative realtà degli ultimi due decenni. Se infatti il cantante si è lanciato felicemente ai vertici delle classifiche con un pop elegante e perfetto per la sua invidiabile voce, il leader Pedrini, prima di diventare merce televisiva, ha ridisegnato la band, cercando ambiziosi cordoni ombelicali con il rock progressivo dei ’70 senza mai centrare perfettamente il bersaglio. Dalla diaspora finale dei Timoria fuoriescono questi Miura, guidati dal batterista Diego Galeri e dal bassista Illorca. “In testa” chiarisce che i due erano la vera spina dorsale rock della band, visto che l’album suona rugoso e melodico, in una sorta di grunge aromatizzato. Certo, le soluzioni compositive non paiono sempre originali anche se gli arrangiamenti vocali - a volte duetti in chiaroscuro, altre cori filtrati sono davvero belli, ma le canzoni funzionano; magari non al primo ascolto (un merito, non si fraintenda), ma la voce di Jack ha polmoni e coraggio e duella bene con i riff della chitarra dell’ex Zona, Killa. L’apertura “Azzurro ccrilico” è un potenziale hit da classifica, ma ancora meglio sono l’atto d’accusa “Sposo dell’aria”, la tormentata “Mi accendi i sensi” e gli intrecci elettroacustici di “Adesso”, capaci di coniugare liriche acide con un suono ruvido. A ben vedere (o sentire), molte note positive in casa Miura, per un esordio a tutto rock (www.miuramusic.com). Gianni Della Cioppa Lo.Mo Camere da riordinare Desvelos/Audioglobe C’erano una volta i Bartók, quintetto varesino autore di due eccellenti lavori - “The Finest Way To Offend You” (2001) e “Few Lazy Words” (2003) - dal fascino crepuscolare e, particolare non da poco, parecchio personali. A seguito dell’improvvido scioglimento della formazione, il pianista Loris Antoniazzi si è dedicato al progetto Hormiga, mentre il cantante Roberto Binda, Tommaso Canal (basso) e Raffaello Migliarini (batteria) hanno unito le forze con l’ex IK 14 Paolo Zangara (chitarra) e con l’australiano Darren Cinque (piano) per dare vita ai Lo.Mo, dei quali “Camere da riordinare” e il notevole debutto. Pagina 2 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Prodotto da Hugo Race, presente anche come ospite insieme a Marta Collica, il disco raccoglie dieci ballate intrise di malinconia e di blues urbano, ideale punto di incontro tra un certo cantautorato ombroso di origine italiana (Tenco su tutti, ma anche qualcosa di De André) e una tradizione di poeticità notturna che parte da Leonard Cohen e arriva a Nick Cave. Scandite dalle note del pianoforte e, di tanto in tanto, attraversate da improvvise scariche di elettricità, le intense composizioni dei Lo.Mo si muovono lungo sentieri poco illuminati ma ben frequentati, con Cesare Basile e, ancora di più, i primi La Crus (impressionante a tratti la somiglianza della voce di Binda con quella di Mauro Ermanno Giovanardi) come ideali compagni di un viaggio che ci auguriamo lungo e ricco di soddisfazioni. Quelle che, nel presente, titoli come “Dissolversi”, “Una sangre” o “Non era tempo per noi” garantiscono in abbondanza (www.lomofrequenze.com). Aurelio Pasini Chomski Chomski Stoutmusic/Audioglobe Mettere in contatto il post rock strumentale nella sua forma più collaudata - intrecci di chitarre, alternanza di vuoti e pieni e movenze rallentate - e una dimensione cantautorale sembra essere stata la spinta primaria dei torinesi Chomski, ovvero Enrico Manera, ex Bandamanera, Luca Morena, già chitarrista di Lalli, e Stefano Danusso, componente di Cletus e 2020K. Non si pensi però ad una costruzione a tavolino, poiché l’album di debutto del trio rappresenta piuttosto il naturale evolversi di una serie di incontri, decisivi per la realizzazione di un’idea suggestiva in partenza ma potenzialmente azzardata nel suo concretizzarsi. Le voci, innanzitutto: quella dello stesso Manera in “Sei ancora lì”, la cui melodia è appena accennata; quella di Tommaso Cerasuolo (Perturbazione), tenue presenza in “Pietra”; quella profonda di Paolo Manera nella cupa e riflessiva “Com’è (solo)”; e, infine, quella malinconica di Gigio Bonizio (ex COV) nella randagia “Se cade il cielo”, congedo ideale per un disco che, pur privilegiando le tinte tenui, accarezza più di una corda in chi è predisposto a un ascolto attento. Alle presenze vocali, fondamentali per l’economia del progetto, si aggiungono chitarra e violoncello (Gigi Giancursi ed Elena Diana, ancora dei Perturbazione) e il piano di Mario Congiu, completando una tavolozza che include anche Rhodes e percussioni e che nei suoi paesaggi sonori riesce a fissare emozioni all’apparenza impercettibili, ma destinate a lasciare traccia. In sintesi, una più che credibile terza via all’attuale indie rock italico ( www.stoutmusic.com). Alessandro Besselva Averame Pagina 3 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Super Elastic Bubble Plastic SUPER ELASTIC BUBBLE PLASTIC The Swindler RedLed/Self Fulminante l'esordio dei Super Elastic Bubble Plastic che, con “The Swindler”, fanno centro al primo colpo. Power (molto power!) trio mantovano nato come gruppo d'improvvisazione nel febbraio 2001 e che si esibiva live senza alcun pezzo preparato, sempre come un'unica jam session. Nascono da questi live i primi pezzi propriamente detti e il resto è storia recente: partecipazioni e riconoscimenti in vari concorsi locali e primi concerti come gruppo spalla. Ed è proprio in occasione di una di queste date che il gruppo ha fatto la conoscenza di Giulio Favero, batterista (ora ex) dei One Dimensional Man e poi produttore di questo "The Swindler": un concentrato di energia compressa in ventinove minuti per dieci brani, ed anche se i paragoni con il gruppo dell'Uomo a una Dimensione sono scontati e calzanti, i SEBP sono anche molto altro. Sono innanzitutto "My Emotional Friend", primo singolo (e video), dove la melodia e una batteria claustrofobica si rincorrono e si incrociano, ma sono anche "Souvenir d'Italie", tre minuti dominati da un riff lavico di basso dove la voce di Gionata, sempre in inglese, urla tutta la sua rabbia. Un rock dai contorni definiti e taglienti ma non per questo ostico, che potrebbe anche ricordare i Linea 77 meno metal-oriented, e che la masterizzazione di Madaski rende ancora più ambivalente: un disco riuscito e che dimostra come i tre ragazzi abbiano già le idee molto chiare. Dire che sentiremo ancora parlare di loro è si banale, ma anche tremendamente vero (www.superelasticbubbleplastic.net). Giorgio Sala Luca Faggella Fetish Storie di note Tutto ha il suo linguaggio, e stavolta Luca Faggella ha deciso che le cose avevano bisogno di un suono nuovo, diverso da quell’elegiaca aura yiddish che aveva caratterizzato la produzione più recente del cantautore livornese. Dunque, da “Fetish” s’alza un rock che arriva in faccia, senza mediazioni e narrazioni. Tutto più diretto e frustato, non è il lumicino ma la fiamma a riscaldare la quarta fatica di Faggella, a partire da quell’avvertimento in retro-copertina, “suonare a volume alto”. Ed è vero, l’uso di frequenze estreme, tra bassissimi e altissimi, necessita di Pagina 4 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 adeguato dispiegamento di watt. Faggella non è più l’acustico cantastorie di sommesse e tremolanti vicende del passato, ma il capobanda di una macchina punk-rock (Desirée Infascelli, Daniele Ercoli, Giulio Caneponi), calato nella confusione del presente. L’apertura di “Raggio” genera assoluta sorpresa, sembra di ascoltare “Kashmir” dei Led Zeppelin, con gli archi sottostanti a roteare orientaleggianti; “Pornostar” e “La lettera” si segnalano per ruggente personalità, mentre gli inserti rap (del Piotta) sul manifesto programmatico “Nuovavita” lasciano leggermente più perplessi. Faggella è un’anima divisa in due; e se il versante punk per ora ha preso il sopravvento, la formazione da chansonnier non si lava via con una passata di spugna. Così si coglie una cesura netta: dopo le fiammeggianti ostinazioni elettriche della title-track e le brumose sospensioni noir di “Nascosto” è come se iniziasse un altro disco. È ancora folk, ma è un obiettivo che fotografa Faggella solo di spalle (www.lucafaggella.com). Gianluca Veltri Le Forbici di Manitù Tagliare Small Voices Band tra le più longeve della nostra scena indipendente, alle Forbici di Manitù spetta il merito di aver sempre affrontato le proprie scelte stilistiche con lo spirito di chi è più interessato a sperimentare, a ricercare nei mendri più reconditi dell’arte sonora, piuttosto che a compiacere un pubblico realisticamente esiguo. Musicisti per passione, non certo per professione; così attraverso vent’anni di carriera, sette album e innumerevoli partecipazioni, il trio guidato dal misterioso Manitù Rossi ha suonato, manipolato, stravolto schemi e aspettative, imponendosi quale rappresentante tra i più autorevoli di certa musica irregolare che anche da noi conta parecchi accoliti. Trovato un partner ideale nell’etichetta pugliese Small Voices, la band celebra oggi la propria avventura con un doppio cd “antologico.” La prima parte raccoglie un dozzina di brani registrati “dal vivo in cantina”, pezzi tra i più rappresentativi del repertorio qui rivitalizzati in una singolare formula in bilico tra bassa fedeltà acustica e irriverenza elettronica. Sul secondo disco Le Forbici sfoggiano la loro principale attitudine, quella del “Tagliare” (e cucire), affidando altri episodi a una rete di amici e ospiti speciali - Maisie con Plozzer, Technogod, Erasermen, Valvola, Mauro Theo Teardo... - ovvero riconducendo in unico dj set con contributi a distanza (chi ricorda la “Mail Music” di Nicola Frangione?) alcuni loro cavalli di battaglia. Nessun “greatest hits” è mai stato così spiazzante, goliardico e funambolico( www.smallvoices.it). Pagina 5 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Fabio Massimo Arati The Valentines Life Stinks Tre Accordi/Self Per chi, come il sottoscritto, un paio di anni fa si era sbilanciato sull'esordio dei Valentines, vedere il nome di Daniel Rey quale produttore di “Life Stinks” non può che essere un toccasana per il proprio ego. E ancor più piacere si prova nel constatare come questa fiducia non sia stata affatto tradita dai quattro bolognesi capitanati da Mars e Vale, capaci di firmare un disco davvero coinvolgente. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, parliamo di punk'n’roll, con la maglietta dei Ramones sempre addosso e in testa tutto quanto di buono è venuto da oltreoceano negli ultimi trent'anni. Logico che ad accorgersi di loro, una sera che ci piace pensare uggiosa in quel di New York, sia stato proprio chi ha saputo negli anni stare più vicino ai fratelli di Rockaway Beach. Daniel Rey ha così voluto mettere la sua opera al servizio dei Valentines, un'opera che non ha stravolto il suono del combo ma che semmai ha contribuito a perfezionare e rendere al meglio quanto di buono già c'era. Ne sono usciti così undici episodi che, a partire da “I Really Die If You Want To”, sanno essere ora dolenti e aggressivi. La voce di Vale è migliorata ed è adesso capace di una più vasta gamma di sfumature, JJ e Matt, la sezione ritmica, sono semplicemente quanto di meglio si possa chiedere per questa musica e delle chitarre di Mars l'immagine migliore che viene in mente e che sembrano sanguinare dopo il suo trattamento. Non lasciatevi ingannare: non sono una qualunque "next big thing" da Detroit, sono semplicemente il segreto punk’n’roll meglio conservato d'Italia (www.valentinesrock.com). Giorgio Sala Northpole Northpole L’amico immaginario/Audioglobe La prima cosa da chiedersi, nel caso di un gruppo scomparso per anni dopo aver lasciato poche tracce sparse, è se sia valsa la pena attenderne il ritorno. Per i Northpole (Castelfranco Veneto, TV) la risposta è senza dubbio affermativa. Pagina 6 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Aggiungiamo che se qualcuno avesse creduto un po’ di più in loro a quest’ora parleremmo di una realtà ben più avviata, tanto più che i Nostri hanno ricevuto attestati di stima da parte del compianto John Peel (quando ancora cantavano in inglese li trasmise alla BBC presentandoli come la miglior band italiana) e hanno influenzato buona parte di quei gruppi che, a Nord Est, si sono ultimamente messi a rileggere a modo loro l’artigianato pop che ha prodotto i Tenco e i Paoli. Proprio il leader di uno di questi, il bellunese Fabio del Min (Non Voglio Che Clara), ha fornito alle loro nuove canzoni eleganti arrangiamenti d’archi - con il contributo al violoncello di Elena Diana dei Perturbazione - e tastiere assortite. Mentre una debuttante etichetta torinese, L’Amico Immaginario, ha dato loro asilo producendo questo omonimo album. Al resto ci ha pensato la band, mettendo in fila canzoni che sono l’una più bella dell’altra, fuori dal tempo e classiche ma allo stesso tempo dotate di un gusto per l’essenzialità che nasce nella new wave e tuttavia è perfetto per il presente emotivo raccontato dai testi: semplici ed efficaci in “Luca Marc”, storia ordinaria e tragica di malessere provinciale, carichi di spleen in “Adesso è limpido”, il cui incipit (“fanculo lo stile / se hai solo quello”) vale da solo il prezzo del biglietto (www.northpole.it). Alessandro Besselva Averame The Zen Circus Vita e opinioni di Nello Scarpellini, gentiluomo L’amico immaginario/Audioglobe Certo che sono davvero imprevedibili gli Zen Circus. All’inizio del 2004 “Doctor Seduction” aveva ampliato in maniera impressionante i loro orizzonti, allargandoli dal folk-punk stradaiolo alla Violent Femmes delle due prove precedenti fino a comprendere un pop molto più sfaccettato e curato, musicalmente come vocalmente. Ecco, poco più di un anno e mezzo dopo “Vita e opinioni di Nello Scarpellini, gentiluomo” rappresenta un ulteriore, inaspettato scarto. Stilistico, almeno in parte, ma soprattutto linguistico, ché per la prima volta il trio si cimenta con il francese (“Les poches sont vides, les gens sont fous”) e, in cinque brani su dodici, con l’italiano. E i risultati sono dei migliori: dalle atmosfere “bitt” de “L’amico immaginario” all’ironia beffarda de “L’inganno” passando per la poesia travestita da cinismo di “Aprirò un bar”, una “Fino a spaccarti due o tre denti” che non dispiacerebbe ad Amerigo Verardi il delirio assoluto de “I banbini sono pazzi!” (scritto proprio così, con la “n”), i Nostri paiono trovarsi davvero a proprio agio con la lingua di Dante per lo meno tanto quanto con l’inglese, quello di una “Colombia” che si chiude all’insegna dell’hard rock, del blues acustico “Summer (Of Love)” o, ancora, degli accenni melodici di “A Kind Of Pop Lullaby”. E poi, la strumentale “Visitded By The Ghost Of D. Boon”, eloquente fin dal titolo. Poche volte ci era Pagina 7 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 capitato di assistere a una crescita così veloce e soddisfacente: se il presente è dei più rosei, chissà cosa ci riserveranno per il futuro (www.thezencircus.com). Aurelio Pasini Kech Join The Cousins Black Candy/Audioglobe “Join The Cousins”, title track di apertura, riparte da “Are You Safe?”, esordio di un annetto fa che rielaborava in parte un precedente EP: un indie pop spigliato e figlio di ascolti importanti (su tutti Pixies e Breeders), e quindi una voce femminile che si aggancia alla mente con ritornelli killer, chitarre energiche ma anche spettinate e spigolose. Una conferma ma anche qualcosa di più, come chiariscono gli altri brani. In “I Don’t Need One” una partenza acustica guidata dall’armonica lascia spazio all’elettricità e poi a una coda vocale degna degli XTC, in “Pop Team” è l’intero scenario a essere virato pastello, con l’inserto di una tromba elegante e sfacciata tra vibrafoni scampanellanti e una voce che si cimenta col francese; tromba che poi ritorna nelle prime battute di “Coldground”, aggiungendo un tocco ironico a una ballata altrimenti malinconica, che alza gli amplificatori in chiusura. Assecondando il proprio lato più pop e morbido senza per questo rinunciare a uno sguardo obliquo e dispettoso, il gruppo monzese dimostra una maturazione compositiva che probabilmente tocca l’apice nella pimpantissima “Nu Beetle”, trascinante hit estivo con ricami di fiati e piano. Procedendo oltre, i Kech incontrano il country (“Clifford”), la new wave (“In A Basement”), il rock stradaiolo (“44 Times”), lasciando ogni volta tracce personali e maneggiando il tutto con un eclettismo davvero efficace, e con olimpica noncuranza. Senza far mai perdere di vista un’immediatezza che potrà far fare loro ancora parecchia strada (www.kechworld.com). Alessandro Besselva Averame Labyrinth Freeman Thunder/V2-Edel In un girovagare di etichette e dopo aver perso, già con il precedente “Labyrinth” (2003), il fondatore Olaf Thorsen, i Labyrinth raggiungono quota sei album in dieci Pagina 8 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 anni di storia, quindici se teniamo conto anche del primo periodo di apprendistato. Tanti, anzi tantissimi, se valutiamo il mercato discografico attuale, che stritola eroi, promesse e perdenti nel breve volgere di un paio di stagioni. Ma non deve stupire la longevità di questa band, capace di elevare l’heavy metal ad un rango di assoluto valore, sia per un songwriting versatile, spesso lontano dagli stereotipi noiosi del genere, e sia per l’utilizzo di liriche intelligenti, merito del bravissimo cantante Roberto Tirelli, da tempo una certezza, con la critica schierata tutta dalla sua parte. Dieci canzoni compongono questo “Freeman”, capaci di coniugare i passaggi classici di “Malcolm Grey” e le scorribande della title track con la ricerca sonora di “Face And Pay”, munita di tocchi jazz. E anche quando il quintetto solca i tappeti dell’heavy metal progressivo - “Deserter” e “Infidels”, per esempio, dimostra di sapersi muovere lontano dall’ovvio. Maturità ed eleganza, insomma per un heavy metal quasi perfetto. Allegato al CD, un DVD con materiale video, fotografie e altri “gadget” da cultori (www.labyrinthmusic.it). Gianni Della Cioppa Mariposa Pròffiti Now! Trovarobato/Audioglobe I Mariposa sono giunti al terzo album, e tutto si può dire tranne che siano sprovvisti di idee e personalità. È tuttavia impossibile, di primo acchito, non farsi venire in mente gli Stormy Six: tempi complessi, incroci sghembi, innesti ingegnosi, un approccio ai generi assolutamente privo di ogni nozione gerarchica. C’è dell’altro, tuttavia, a partire dalla geniale definizione di “musica componibile” fornita dagli stessi Mariposa i quali, dopo aver intervistato un numero impressionante di musicisti e addetti ai lavori sulla plausibilità della definizione stessa, hanno montato gli interventi in una serie di collage sonori posti tra un brano e l’altro. La carica eversiva e assolutamente spiazzante del loro universo poetico rappresenta poi il vero punto di forza: “Proffìti Now!” prende di mira in modo ellittico un paese irrimediabilmente berlusconizzato, a partire da una copertina che ruba l’estetica alla più misera delle campagne pubblicitarie per i saldi. Alla fine, però, al di là di temi affrontati e lucida follia, quello che resta è la qualità - e la varietà - dei brani, tra un’ode al celebre salatino maldestramente ingurgitato da George W. Bush (“Pretzel”), uno strumentale magmatico che evoca il prog più illuminato (“Teen Vaginas Can Destroy Your Life”) e una filastrocca che ruba l’incipit di batteria a “Sunday Bloody Sunday” costruendoci sopra una giga impazzita (“Porto rispetto”). Qualità che abbraccia questo godibile e geniale doppio album nella sua interezza (www.naufragati.com). Alessandro Besselva Averame Pagina 9 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Calle della morte Gente di malaffare Hau Ruck SPQR Tra i giovani gruppi attivi oggi in Italia, il Calle della morte è uno dei più particolari, in virtùdi una proposta artistica che fonde canzone d'autore e folclore rurale. Cresciuto sotto la stella nera della musica post industriale, il duo composto da Jonny B e Vinz (IHSV) ha saputo far proprie sia le oscure suggestioni acustiche, sia le spregiudicate istanze lo-fi generate da quell'eclettico movimento di deriva. Ascendenti che, calati nella visione popolare di vicoli e osterie novecentesche e riletti alla luce dell'imprescindibile insegnamento offerto dagli Ain Soph di Aurora, si trasfigurano negli otto canti della “Gente di malaffare”. La personale formula stilistica è tanto elementare quanto schietta e vivace: imprescindibimente folk nei suoi richiami alla tradizione popolare, goliardicamente arruffata nei grezzi arrangiamenti elettrici, passionale nella scelta dei campionamenti, piacevomente ruffiana negli azzeccati richiami al pop elettronico. La preponderanza di uno spirito decadente, che trova nella città di Venezia una straordinaria musa ispiratrice, convive con l'orgoglio vivo e guerresco dei miserabili, ovvero di combattenti che hanno accettato la sconfitta, senza mai volersi arrendere. Pertanto tra le note di questo primo CD - che giunge provvidenziale all'indomani di due 45 giri già divenuti chimere per collezionisti - non emergono mai atmosfere oscure e depresse, toni apocalittici e invocazioni alla fine del mondo: piuttosto, il ritratto eroico e fiero di una generazione che si sta estinguendo ( www.hauruckspqr.com). Fabio Massimo Arati Red Worms’ Farm Amazing Fooltribe “Two guitars and drums, we always do the same”. Sono gli stessi Red Worms’ Farm a chiarire la propria filosofia artistica in “Finish”, il brano che, nonostante il titolo, apre in maniera programmatica questo loro secondo album: due chitarre e una batteria, sufficienti a dare vita ancora una volta a una delle miscele più esplosive dell’indie-rock italico. Immutato nel tempo l’approccio, votato a una fisicità impetuosa al guado tra nervosismi di scuola noise/post-core e una rabbia liberatoria tipica del rock’n’roll meno incline ai compromessi, il trio padovano riesce a Pagina 10 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 comprimere in appena ventuno minuti dieci episodi fulminanti in cui, sorrette da un drumming travolgente, le chitarre creano riff disturbanti e ossessivi, mentre le voci arrivano dritte al sodo concedendo poco o nulla alla melodia. Semmai, rispetto al passato si riscontra una maggiore propensione verso il sintetico, da intendersi come sinonimo non tanto di elettronico - aggettivo che pure va tirato in ballo per descrivere l’accoppiata composta da “Rythm Is A Dance” e “Pop Song Remix”, posta immaginiamo non a caso al centro esatto del lavoro - quanto piuttosto di freddo, glaciale, minaccioso, senza peraltro che l’energia e l’umanità del tutto vengano mai meno (I’m Looking For”). “Amazing”, senza dubbio, ma tutt’altro che una sorpresa per chi, almeno una volta, si è imbattuto nei tre. E, vista la loro costante attività live, è davvero improbabile che non sia mai successo a chi segue anche solo occasionalmente questa rubrica ( www.halleynation.com). Aurelio Pasini Strippop Factory HKM/Venus Influenze britanniche, passaporto romagnolo: gli imolesi Strippop non nascondono il luogo di provenienza musicale. Discograficamente parlando è però raro incontrare gruppi emergenti che si cimentano con suoni di questo tipo, e occorre aggiungere in seconda battuta che i quattro se la cavano piuttosto bene nel riferirsi con competenza e inventiva a un determinato immaginario. Se “Boy Down”, con le sue chitarre sature e la batteria lanciata a gran velocità fa un po’ l’occhiolino a Brian Molko, i coretti appoggiati sul ritornello fanno subito pensare ai Blur più spensierati, mentre la ballata liquida “Regress” riporta ai Radiohead di “OK Computer”. Eppure, nonostante i riferimenti incrociati e facilmente individuabili, “Factory” non è solo un esercizio di stile imbevuto di esotismo - come lo è potenzialmente qualsiasi proposta autoctona pensata in inglese - perché brani come “The Last”, sorta di rock elettroacustico acido e deragliante, una “All Around” che, inizialmente orientata verso madchester si gonfia poi di chitarre quasi nu-metal, e il finale malinconico e quasi morrisseyano di “Never Want To Be Loved”, con un arpeggio minimale intrecciato alla tastiera e a una voce disillusa e fragile, rappresentano esempi più interessanti, l’elaborazione personale di un linguaggio ampiamente codificato. In ogni caso, come debutto sulla lunga distanza (registrato comunque nel 2003: il gruppo è già al lavoro su nuovi pezzi), un lavoro promettente: la stoffa è di buona qualità, sarà sufficiente prendere le misure con maggiore perizia (www.hkm.it). Alessandro Besselva Averame Pagina 11 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Linea Frontiera Casbah C'è un filo non troppo sottile, e non dubitiamo che sia rosso, che lega i sobborghi di Londra all'Emilia Romagna. E anche se ormai un quarto di secolo è passato dalle gesta dei Clash c'è, fortunatamente, chi ancora non ha dimenticato quella lezione e ne fa ancor'oggi tesoro: stiamo parlando dei Linea, giunti di recente all’esordio con questo "Frontiera". Mauro Zaccuri, cantante della band, è uno dei principali appassionati italiani della band di Strummer e Jones, della quale da sempre si preoccupa di divulgare l'opera, e questa pesante eredità si respira in ognuna delle tracce del disco. Un rock combattente che non evita la commistione con lo ska, il reggae e il punk e che cerca nelle liriche di farsi portavoce di un disagio sociale senza però banalizzare nessun concetto, con un inizio fulminante dal titolo "Ossigeno" e molte perle tra cui segnaliamo l'urgente "Temporaneo" e la coraggiosa "Alì (Boma Ye)", capace di "pungere e volteggiare" proprio come il personaggio che ne è protagonista. Un lavoro eclettico dove si notano una sezione ritmica compatta e precisa e arrangiamenti poco scontati, con le tastiere e i fiati che ogni tanto aggiungono colore e atmosfera a brani come “Gas” e “Ritorno”. Il paragone con gli ispiratori è scontato, ma i Linea, pur di fronte a una delle band più importanti della storia della musica, non sfigurano, e ci piacerebbe vederli dividere il palco con i Gang di cui raccolgono idealmente il testimone. Un disco appartenente a quella razza in via d'estinzione capace ancora di scaldare i cuori (www.i-linea.it). Giorgio Sala Finisterre La meccanica naturale Immaginifica/BTF Nuovo disco di studio per i genovesi Finisterre, stavolta prodotto da Franz Di Cioccio, con l’intento, già dichiarato nel precedente “In ogni luogo” (1999), di scrollarsi di dosso i clichè tipici e inequivocabili del rock progressivo stile ‘70 frequentato nei due primi, pur pregevoli album. Non è cosa da poco rimettere in discussione delle buone certezze consolidate a favore di un suono pop-oriented dai riflessi più moderni, e il quintetto guidato dall’eclettico Fabio Zuffanti (vari i suoi progetti paralleli, da LaZona a Quadraphonic sino al recente Aries) lo fa senza ruffianerie o forzature. La prospettiva è quella di una canzone nobile, intensa e ricca Pagina 12 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 di sfaccettature e colori, che non rinnega arrangiamenti e stratificazioni ancora a base di synth analogici e mellotron, con le chitarre ora in maggiore rilievo assieme a una scrittura più asciutta, figlia di certi Radiohead con sinergie cantautoriali, immagini che sfumano talora in respiri e dissolvenze dal sapore post-(indie)-rock (significativo il finale di “Incipit”). “La meccanica naturale” sembra esprimere in sè una transizione in qualche modo sofferta, la voglia di guardarsi dentro in cerca di una poetica più autentica, col rischio di approdare inconsapevolmente altrove, all’ombra di qualche altro modello di riferimento (la smaccata cadenza ferrettiana de “La maleducazione” era evitabile). Ma non vorremmo essere severi nei confronti di un ritorno comunque fascinoso, accurato nei dettagli, con uno spessore e una profondità di rado riscontrabile nel panorama rock nazionale (www.immaginifica.it). Loris Furlan Alberto Motta & Claudio Sala Al loro ingresso nella hall, con tutte le buche Great Machine Pistola/Audioglobe Pubblicata in regime di autoproduzione lo scorso anno, questa ultima fatica di Alberto Motta e Claudio Sala - la quarta, stando alle note stampa - viene ora ristampata dalla Great Machine Pistola, il che dovrebbe garantirle, se non altro, una più facile reperibiltà. Un bene, perché le piccole gemme di psichedelia (elettro)acustica contenute in “Al loro ingresso nella hall, con tutte le buche” meritano la maggiore diffusione possibile. Otto il loro numero, nessuna meno che interessante e, a suo modo, stralunata nelle musiche come nei testi, tutt’altro che lineari o scontati. Idealmente, l’universo sonoro a cui si rifà il duo lombardo è saldamente ancorato nella seconda metà degli anni ’60, dove hanno radice tanto il delizioso e sghembo pop di “Ellamay”, storia di amore e droga, quanto una “Scarafaggi” che non stupisce essere ispirata al “Pasto nudo” di Burroughs e la conclusiva, drammatica “Decàde”, dedicata da Motta alla morte del fratello Andrea e contrassegnata da intensi lampi di elettricità. Di contro, in “Giò riff” l’atmosfera è più vicina al blues, e “Tra Francesco e Dio” è facilmente definibile come cantautorale, nell’accezione meno ammuffita del termine. Insomma, in appena venticinque minuti il CD riesce a creare un universo sonoro dietro la cui apparente semplicità si nascondono mille sfumature e altrettante emozioni, cesellate con una cura tutta artigianale e con l’aiuto prezioso di amici come Giulia Larghi al violino e Luca Pozzi dei Vanillina alla batteria (www.shinseiki.it ). Aurelio Pasini Pagina 13 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Vega Enduro Big Time 25:33 P.M. Desvelos-Macaco/Audioglobe Secondo album per i bresciani Vega Enduro, dopo un sorprendente esordio di un paio di anni fa all’insegna di un garage psichedelico ispirato e inventivo, volutamente sfocato e impressionista nei suoni quanto assolutamente a fuoco nei contenuti e nel padroneggiare riferimenti classici all’acid rock e al revival psichedelico degli Anni Ottanta, dai Television Personalities a Julian Cope passando per Robyn Hitchcock. Anche questa volta ha preso parte ai lavori Giovanni Ferrario, leader dei Micevice, nel ruolo di produttore artistico e in questo caso pure di membro della band, chitarrista aggiunto in buona parte dei pezzi. La vena Sixties del gruppo, che si manifesta al meglio in una “Skeleton Parade” che pare uscita fresca fresca da qualche oscura band attiva nella Summer Of Love londinese, anno 1967, è la direttiva su cui si sviluppa l’intero lavoro, anche se questa volta gli esperimenti in studio hanno un ruolo maggiore, gli arrangiamenti sono più ricchi e organizzati (“The Womb”, “Just A Minute To Forget”). Il suono è più elaborato nel suo complesso, ma anche più vario, le deviazioni non irrilevanti (“Place To Make A Stand”, “H+C”). Fa invece capolino, nelle prime battute della conclusiva “Underground Freakout”, il fantasma dei Portishead a braccetto con la lontana memoria di una ballata coheniana, chiusa da una coda che mantiene la promessa del titolo. Un modo per dire, alla fine, che i Vega Enduro sono probabilmente un fenomeno di nicchia, destinato però a incuriosire chiunque ami il pop eclettico e ingegnoso (www.desvelos.it). Alessandro Besselva Averame Dounia Monkey Il Manifesto Ancora quel sapore di sabbia bianchissima: tornano i Dounia, una delle esperienze che meglio sanno dare un senso all’abusata categoria della mediterraneità. Non imprigionandola negli stereotipi né traducendola in cartolina. Nulla di consolatorio, in “Monkey, secondo episodio a quattro anni da “New World”. Il gruppo siculo-palestinese imprime alla sua musica un sigillo necessario e testardo, con un lavoro anticonvenzionale di escavazione nel cuore della world music. Non bisogna pensare a un’etnica variopinta ma piuttosto a Jobim e Veloso, o, per varie analogie, Pagina 14 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 alla ricercatezza di certi Radiodervish. Così non deve sorprendere se già nell’iniziale “Taracta L’anya” si colgono disparati echi, dalla musica sudamericana al Novecento colto: il contrabbasso di Giovanni Arena, percosso con l’archetto sui registri alti, suona come un violoncello. È un vero quartetto di archi ad accompagnare “Darabni U Baka”: astenersi giocherelloni, qui si fa “world da camera”. La scelta del suono acustico è assoluta, la chitarra classica di Vincenzo Gangi è in cerca di risuonanze armoniche originali; i colpi percussivi di Riccardo Gerbino sanno di pietre e rami. E poi, la plastica voce di Faisal Taher, il quarto palestinese del quartetto di Catania, affiancato in “El hob el aama” da Hugo Race (anche coautore), con effetti spiazzanti. La tastiera timbrica è arricchita dalle presenze di Riccardo Tesi all’organetto, dalle marimba di Enrico G. Bertazzi e dal sax alto di Gianni Gebbia. “Monkey” è un’opera multimediale: il libretto è corredato da un racconto in quattro parti, “Avvistamenti”, dello scrittore Sal Costa (www.dounia.it). Gianluca Veltri CetoMedio Ketchup o Maionese? Derotten Una copertina ideata apposta per catturare, e magari scandalizzare qualche benpensante, con Bush e Bin Laden facce della stessa medaglia è l'azzeccato biglietto da visita dei CetoMedio e del loro "Ketchup o Maionese?". Con simili premesse è quasi obbligato che il contenuto sia destinato a dividere; l'ennesimo e inutile gruppo del nord est, oppure ottimo punk rock e testi intelligenti? Probabilmente nulla di tutto ciò, o meglio una via di mezzo. Il combo vicentino ha per l'occasione pescato dal proprio passato di demo e autoproduzioni, sedici episodi, li ha ri-registrati aggiungendovi un paio di tracce inedite, e per arricchire il già ricco piatto ha inserito in formato mp3 tutto quanto registrato fino a oggi, oltre a foto e video. Un “album-monstre” che però alla resa dei conti non si distacca molto, dal punto di vista musicale, dal cliché punk rock in italiano che ha in gruppi come Punkreas i numi tutelari. Diverso il discorso per i testi che, talvolta vicini al demenziale talvolta più duri, inveiscono contro la società, in particolar modo quella del vicentino così abilmente ritratta in "Cowboy del Nordest". Tra una parodia in chiave hardcore dell'inno di Forza Italia - con "Faccetta Nera" - e brani come "Radio Padania", l'immaginario dei Cetomedio è di quelli che o si amano o si detestano, anche se da queste parti preferiamo soffermarci sulle amare risate che i cinque ragazzi riescono a strappare piuttosto che su quanto di evitabile "Ketchup o Maionese?" contiene (www.derotten.it). Giorgio Sala Pagina 15 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Red House Blues Revue Essential Ordinary Revolutions Load Up-Lake/Venus Secondo capitolo della collaborazione - ormai non più estemporanea - fra lo statunitense Sean Meadows (June of 44) e l’italianissimo David Lenci, già tecnico del suono per Uzeda e Shellac, produttore e titolare dei celebrati studi di registrazione Red House di Senigallia, dove si è fatta gran parte della storia dell’indie-rock degli ultimi anni. Un sodalizio che, dopo un esordio targato Gamma Pop uscito nel 2002, torna in pista con l’aggiunta della parola Revue alla ragione sociale, ma con il parco-collaboratori immutato (i Laundrette e Fabio Verdini dei Gang). Quel che ne risulta è un lavoro in cui le ascendenze post-noise dei titolari vengono collocate in contesti sonori non lontani da acidità tipicamente Seventies, sorretti più dagli intrecci tra le chitarre che dalle partiture vocali. Ciò detto, va comunque sottolineata l’abilità dell’ensemble di creare soluzioni che riescono a suonare non banali pur non rifuggendo mai da una certa codificazione, come del resto è lecito aspettarsi da personaggi di tale calibro. Lo dimostrano sufficientemente bene la strumentale “In The Stoner House” e la cover in chiave indie della beatlesiana “I’m So Tired” (inclusa come ghost-track), o ancora gli intermezzi “Anthroversight” e “Pinball Maturation”, probabilmente i momenti più sperimentali del lotto. Le sorprese più piacevoli arrivano però alla fine: prima con una “Innamorata” acidula alla maniera di certe cose passate di Flaming Lips e Mercury Rev, poi con una “I Found The Way” marcatamente cantautorale ( www.redhousebluesrevue.com). Aurelio Pasini Greenwall From The Treasure Box Rock Revelation/BTF A fronte dei tentativi di fuga dal “progressive” c’è anche chi, senza sensi di colpa (e perché mai?), procede beatamente lungo i sentieri del suono sinfonico dai tratti romantici, contaminazioni jazz, sviluppi in forma di suite, iconografie fantasy eccetera. È il caso dei Greenwall, formazione romana giunta al terzo album che ruota intorno alle composizioni e alle tastiere dell’esperto Andrea Pavoni. Dietro la grafica fumettistica accattivante e surreale, e dietro il titolo da esportazione, “From The Treasure Box”, nasconde liriche e approcci melodici di chiara tradizione Pagina 16 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 italiana, arrangiamenti eleganti per canzoni che, pur ricche di policromie, non amano inutili cerebralità e rimangono sostanzialmente tali nella centralità vocale di Sofia Baccini (ex Presence) e Michela Botti, non solo belle voci, ma altresì animate da considerevole forza interpretativa. Tratti distintivi che accompagnano una sinfonicità aggraziata dai colori a pastello, suggestioni introspettive che abbracciano metafore (“Il cunicolo”, “Dondolando su laghi di cristallo”, “Pollicino”). Non mancano poi le classiche, ampie sequenze strumentali, dall’assaggio de “La Gabbia” sino ai ventisei minuti di “Preludio... To The End”, tipica progressione e alternanza tra dolcezza e dinamismo, immagini che si sovrappongono con maggiore complessità timbrico-ritmica e destrezza fusion. Roba buona da progsters si direbbe, ma sarebbe riduttivo per un lavoro che permane fruibile, ispirato quanto ben suonato, che saluta con una toccante ghost-track dove le parole pesano tanto quanto gli svolazzi tastieristici e i tempi dispari (www.greenwall.it). Loris Furlan Fausto Balbo FALBO Snowdonia/Audioglobe Ad impressionare non è tanto il delirio sonoro che producono i musicisti, giacché questi rientrano nel novero degli artisti, a cui tutto è permesso; piuttosto mi preoccupa la meticolosa perizia con cui Cinzia La Fauci e Alberto Scotti della Snowdonia continuano a collezionare opere assolutamente ostiche e impenetrabili. Balbo l’avevamo già incontrato agli inizi del secolo con quel “Zero” che certo non dava adito ad eventuali aperture pop. E “Flabo”, suo secondo CD, è ancora più radicale, indecifrabile, disturbante. Elettronica minimale, frequenze in saturazione, campionamenti distorti all’insegna d’irriducibili visioni psicotrope, dal momento che accordi e melodie fanno parte di un'altra dimensione. Poi d’un tratto, dopo parecchi minuti di crepuscolare vaneggiamento, il chitarrista piemontese concede anche qualche sprazzo di epico lirismo; quasi a voler significare di poter fare molto più di quanto non voglia concederci per l’occasione. Allora viene il dubbio che sia tutto uno scherzo, magari orchestrato ad arte dal bimbo annoiato raffigurato in copertina; questi escogita inutili formule matematiche al cospetto di un cadavere di donna, formoso e purulento. Tutto è tinto di rosa, proprio come in un gioco per cinici ed ingenui fanciulli (www.snowdonia.it). Fabio Massimo Arati Pagina 17 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Concetto Serranò Autotram La Matricula/Venus Per chi, come chi scrive, è abituato a incasellare ogni artista in questa o quella corrente, in un genere piuttosto che in un altro, uno come Concetto Serranò è un rebus ed una boccata d'aria allo stesso tempo. Il personaggio: trentuno anni, origini calabro-siciliane ma nato e cresciuto a Milano, è appassionato da sempre di musica e il suo curriculum vanta una collaborazione attiva con i cabarettisti del laboratorio "Scaldasole" e la fondazione, nel 2001, di "Caravanserraglio", un movimento di cantautori milanesi che ha sede sul palco de "La Casa 139", con conseguente successo di pubblico e critica. Logica quindi la tentazione di un disco a proprio nome, consumata con questo "Autotram", che in meno di un'ora sintetizza l'immaginario da cantastorie folk’n’roll, come lui stesso ama definirsi. Un ritorno, quindi, a suoni tipici del meridione, con organetto e marranzano a far da contraltare alle chitarre, ma anche una robusto ingresso nel mondo rock con basso e batteria e piglio decisamente poco “tradizionalista”. Ma la cosa più interessante sono i testi, affreschi di vita fuori dal tempo (“Come quelli dell'Armata Brancaleon”) o ritratti di una bizzarra e sterminata galleria di personaggi che, proprio come Cocò, vivono di notte e dormono di giorno. Un disco che, a parte qualche momento meno ispirato sul piano musicale, dimostra come il cantautore non sia una razza sempre uguale a se stessa ma una “creatura” viva e capace di confrontarsi col resto del mondo musicale (www.concettoserrano.com). Giorgio Sala Addamanera Nella tasca de il zio Lizard/Audioglobe Vengono da Messina e hanno aderito al cartello della “musica componibile” dei Mariposa. Composizioni come tessere, pezzi di un lego. Prendere “Neurogenesi”, brano iniziale: accelerazioni e decelerazioni, corpo centrale strumentale in 7/4, coda visionaria alla Bill Frisell. Un immaginario favolistico, che dall’Alice di Carroll e da Hansel & Gretel si congiunge a certo progressive bucolico flauto e chitarra. Nelle parti cantate potrebbero ricordare a tratti i Baustelle, gli Addamanera, ma sono più pazzerelloni e genialoidi dei toscani. Più guastatori e meno interessati alla forma-canzone. Preferiscono scomporla e decomporla, la canzone. Messina come Canterbury, porta di scrigni sonori, testi brevi che gettano il sasso nello stagno, dispettosi. Pagina 18 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 E una varietà di sfumature timbriche invero ammirevole: dal clarinetto alla chitarra baritono; dal violino all’oboe, il gruppo siciliano - quartetto di base, ma in realtà ensemble largo - dà vita a quell’idea molto in voga a cavallo dei ’70 di musica come carosello, coralità creativa e bizzarra. Tracce dilatate, psichedeliche, caotiche, come “Lemonjelly” (dieci minuti e mezzo), cinque-parole-cinque e suoni rarefatti. “La barca” è invece una specie di volo magico cantato in siciliano, una canzone cosmica che piacerebbe a Claudio Rocchi. Insomma, l’orizzonte dovrebbe essere delineato: fricchettoni, torrenziali, sempre pronti a degenerare, in punta di sconfinamento. Un esordio così coraggioso, e con tanta personalità, va seguito con interesse e con fiducia (www.modomusica.com/lizard). Gianluca Veltri Taras Bul’ba Incisione Wallace/Audioglobe Pur variando anche parecchio tra di loro, con pochissime eccezioni tutte le proposte di casa Wallace hanno una caratteristica comune: quella di presentarsi inizialmente come ostiche, ma di fornire, ascolto dopo ascolto, numerosi spunti interessanti, riuscendo sempre a non cadere nell’onanismo fine a se stesso: un rischio che in un ambito come quello della “sperimentazione” è dietro l’angolo. Non fanno eccezione a questa regola aurea i Taras Bul’ba (il nome è quello di una novella di Gogol’): al primo ascolto, i ventisei minuti di “Incisione” suonano duri e aggressivi, cattivi persino, lasciano poco spazio per respirare, travolgono senza troppi complimenti e, sovente, fanno male; però, una volta terminati, viene voglia di risentirli, di sottoporsi nuovamente al trattamento. E così, lentamente, si arriva ad apprezzare l’equilibrio tra una fisicità incontrollabile e un lavoro di fino su suoni e sfumature (grazie anche alla collaborazione con Fabio Magistrali), tra una sezione ritmica tellurica e una chitarra che si muove su territori mai banali o anche solo lineari, con il contorno di tutta una serie di voci campionate a rendere l’ambiente ancora più sinistro e apocalittico. Muovendosi in una terra di mezzo tra sfuriate (post) metal, math rock alla Don Caballero, cavalcate schizoidi alla Primus e velati accenni di psichedelia, il trio non scende a compromessi e crea scenari tanto inquietanti quanto ricchi di fascino, a partire da quella “Morder (unter uns)” della quale esiste anche un riuscito videoclip (www.wallacerecords.com). Aurelio Pasini Pagina 19 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Offlaga Disco Pax Offlaga Disco Pax è un nome che ultimamente sentiamo spesso, tanto per l’idea di realizzare nel 2005 un disco “sul socialismo” - “Socialismo tascabile (Prove tecniche di trasmissione)”, per la Santeria/Audioglobe - quanto per la profondità dei versi recitati sopra tessiture di note di chitarre, che sembrano accentuare il carattere e la dignità della parola che sfonda i muri. Ma se un giorno il potere andasse alla musica e non più ai soldi? Per ora un primo passo lo fanno questi tre ragazzi da Reggio Emilia che rispondono alle nostre domande con all’occhiello i loro nobili ideali. Voi viaggiate forti delle vostre idee e ne fate un manifesto. Che responsabilità sentite ad avere un microfono? (Max) Raccontiamo storie, quasi tutte vere. Sono personali, alcune si svolgono su un fondale politico leggermente distorto e vagamente provocatorio. Sappiamo di cosa parliamo, perché parliamo di noi stessi. Non crediamo però di poter incuriosire la Digos. Quando vi siete incontrati, e com’è partito questo progetto musical-narrativo? (M) Ci conosciamo da circa cinque anni grazie a comuni frequentazioni di luoghi di socializzazione reggiani, tipo il negozio di dischi dove Daniele lavora come “lurido clerk”. Nel gennaio 2003 Enrico e Daniele mi proposero di utilizzare alcuni miei racconti per un loro progetto in italiano da iscrivere a un piccolo concorso locale. Iniziammo così, armati fino ai denti del nostro candore. Avevi composto i testi prima, oppure musiche e parole sono cresciute insieme? (M) I racconti sono stati scritti in un periodo di poco precedente alla nascita del gruppo e solo in seguito sono stati accorciati e rielaborati per le esigenze dei brani: con le musiche anche le parole hanno bisogno di qualche ritocco. Queste stesure, più asciutte e stringate, mi sembrano migliori delle originarie. Vi hanno mai detto che avete “copiato” dai Massimo Volume distorsioni e voce narrante? (Enrico) Non so, se lo pensassero i diretti interessati mi riterrei preoccupato. Per loro. Di quello che dice la stampa invece non mi stupisco mai, sia in positivo che in negativo, in particolar modo se si tratta del carrozzone degli accostamenti. A me capita spesso quando sono a casa di parlare suonando la chitarra o viceversa. (M) Credo che per evitare di fare confronti improponibili basterebbe ascoltarci. Testi e atmosfere musicali sono agli antipodi dei Massimo Volume, esperienza epocale e gruppo che ammiriamo ma che non rappresenta un nostro principale punto di riferimento stilistico. La mia presenza scenica inoltre è talmente naïf che un eventuale raffronto risulterebbe ridicolo. (Daniele) Enrico l’altro giorno mi raccontava che nel 1963 Ray Davies si fece costruire un amplificatore apposta per ottenere la distorsione di “You Really Got Me”. Nessuno però ci ha mai paragonato ai Kinks. Pagina 20 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Musicalmente, chi vi ha influenzato per questo disco? (D) I nostri ascolti finiscono spesso nella wave tra fine ’70 e inizio ’80, e sicuramente questo ha caratterizzato la produzione. Non ci si limita comunque a quel periodo, ci si proietta anche verso il presente. Abbiamo cercato di tirare fuori il meglio dalla nostra strumentazione senza andare contro i nostri gusti e senza forzare le cose. (E) Durante il 2004 ho ascoltato al solito di tutto, dai Mamas & Papas ai Clouddead, Lcd soundsystem, Factory, techno detroitiana, Constellation, This Heat, Flying Lizards, John Carpenter, Savage Republic e trance in genere... Questo comunque è un omaggio alla gente di sinistra, all’emiliano fiero della sua storia di ideologie. Qual è il vostro intento? (D) Non ci sono intenti particolari, se non fare molti concerti per promuovere il disco. Le storie di Max rispecchiano un immaginario in cui anche Enrico e io ci riconosciamo pur appartenendo alla generazione del decennio successivo al suo. (M) Vogliamo realizzare il Socialismo in un solo quartiere. Il vostro. (E) Emilia Nazione! Ascoltandovi sembra quasi di entrare in una vostra giornata. Come avete evitato l’effetto “sottofondo musicale”? In che modo la musica si è “spalmata” così morbida sulle parole? (D) L’idea iniziale era di fare una sorta di colonna sonora alle storie di Max. Non parlerei di sottofondo ma di completezza. Il tutto si riesce ad amalgamare in una cosa sola senza forzature. (E) Le ipotetiche colonne sonore si sono fatte presto canzoni, abbiamo cercato ciò che sentivamo più opportuno trovandolo senza troppa fatica né calcoli. Non ho mai pensato a qualcosa di morbido, lo ritengo un complimento. C'è un tacito accordo secondo il quale ognuno sta al suo posto, da sempre. (M) Enrico e Daniele quando sentono la parola “sottofondo” mettono mano alla pistola. Altre esperienze vissute, oltre la musica? (E) La musica si è presa una grossa fetta della mia vita, tra progetti musicali diversi, concerti visti e organizzati, grafica che spesso ruota comunque attorno ad essa. (D) Ho fatto un corso per cantiniere, un tempo sapevo fare il vino. Ora vendo dischi. (M) Non ho esperienze musicali precedenti e la mia passione per la scrittura è piuttosto recente. In attesa di eventuali sviluppi al momento ho un lavoro, una casa in affitto e sono single per scelta. Non mia. La musica sopra al palco piuttosto che sotto è arrivata che avevo trentasei anni. Sono un esordiente tardivo. Quando suonate in giro per locali, il pubblico come reagisce? (M) Sin dall’inizio abbiamo sempre trovato qualcuno disposto ad ascoltarci e a seguirci, e quasi mai risultiamo indifferenti. C’è chi non regge nemmeno fino al terzo brano mentre altri sembrano rapiti e quasi ipnotizzati, ma non so spiegare come ciò sia possibile. (D) È una grande occasione e un ottimo modo per “socializzare”. La reazione del pubblico è spesso diversa. C’è chi si fa prendere dai testi di Max e li segue riga per Pagina 21 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 riga sui librettini che distribuiamo prima del concerto e chi invece preferisce seguire le musiche. Chiaramente c’è anche chi se ne va e basta. (E) Suonare in giro è meravigliosamente stimolante. A prescindere da come viene accolto ciò che proponiamo c'è tanto da imparare, soprattutto dalle diversità. Francesca Ognibene Contatti: www.offlagadiscopax.it Bikini The Cat Giovani ma con le idee già ben chiare, i veronesi Bikini The Cat - Leila Gharib (voce e chitarra), Giorgio Pighi (basso) e Arrigo Cestari (batteria) - hanno esordito da pochi giorni con “Cold Water, Hot Water, Very Hot Water” (La Matricula/Venus), che rilegge istanze tipiche dell’indie-pop statunitense alla luce di una personalità già ben definita, sospesa tra slanci melodici e impeti rabbiosi. Incuriositi, abbiamo approfondito la conoscenza con il trio al gran completo. Questa la sintesi della nostra chiacchierata. Volete fare una breve storia del gruppo e delle tappe che vi hanno portato alla registrazione del disco? (Leila) I Bikini The Cat nascono più o meno nell’estate del 2003. Abbiamo dedicato alcuni mesi alla composizione, cercando di ottenere una musica che fosse la sintesi di tre persone diverse, con tre stili, motivazioni e approcci differenti ma equilibrati tra loro. Velocemente c’è stata la realizzazione di un demo che ha suscitato l’interesse della critica locale e non. Dopo una buona attività live e la partecipazione a svariati festival, concorsi e compilation, ci siamo impegnati nell’incisione di un album completo. Finita la registrazione abbiamo ricevuto una proposta dall’etichetta La Matricula e la distribuzione Venus, così siamo pian piano arrivati fino a questo punto. A proposito, nasce prima la canzone “Bikini The Cat” o il nome della band? In ogni caso, qual è la sua origine? (L) Nasce prima la canzone: Bikini era la gatta dell’appartamento di quando studiavo a Venezia, e aveva la particolarità di essere nera con una macchia bianca raffigurante esattamente un bikini. Bikini la gatta è diventata “Bikini The Cat”, e aveva un suono perfetto per il nome del gruppo. Nonostante siate all’esordio vi siete prodotti da soli il disco, senza aiuti esterni. La cosa vi ha creato qualche problema a livello pratico durante le session? In ogni caso, è segno che avete le idee già ben chiare su quello che deve essere il vostro sound... (L) Inizialmente l’album era stato registrato a livello casalingo proprio per riuscire ad Pagina 22 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 avere un prodotto discreto senza tantissime spese, ma il risultato non ha soddisfatto le nostre esigenze; così abbiamo fatto un investimento per dare alle canzoni il giusto valore e siamo andati a registrare a Le Pareti Sconnesse di Verona. Le idee chiare le avevamo, siamo entrati in studio con aspettative circa quale sarebbe stato il suono generale. Le parti, le voci, le strutture erano tutte decise, a livello di arrangiamento era tutto pronto per essere inciso. Da canzone a canzone, ma a volte anche all’interno di una stessa composizione, a emergere sono alternativamente un vostro lato più aggressivo oppure uno più melodico, più pop. Quale dei due sentite più vostro? (L) Ci piace abbracciare lati emotivi diversi nell’ambito di uno stesso brano, credo sia una cosa piuttosto evidente... molte canzoni sembra contengano altre canzoni ma riusciamo a mescolare bene il tutto e servire una bella torta originale. Noi stessi amiamo il pop più sbarazzino come gli sfoghi rabbiosi del punk più malato. Sicuramente è una tattica molto utilizzata quella del “poppizzare” qualcosa per rendersi più fruibili, per noi invece è solamente puro divertimento nelle parti più melodiche, puro sfogo nelle parti aggressive. Non c’è un aspetto che ci appartenga di più... per necessità siamo costretti a dare spazio a tutto, sia alla melodia che al disagio. Il titolo dell’album, si legge nelle note stampa, è legato a qualcosa che vi è successo a Londra. Potete raccontarcelo? (L) Un giorno a Londra ci è successo di entrare in un bagno pubblico e, in mancanza di miscelatori dell’acqua, abbiamo trovato tre rubinetti: uno per l’acqua fredda, uno per l’acqua calda e uno per l’acqua molto calda: “cold water, hot water, very hot water”, appunto... tipico umorismo inglese. Oltre al suono della ripetizione, ci piaceva l’idea dell’acqua, dello scorrere, del cambiamento, dello sviluppo delle emozioni e delle idee da fredde a calde fino a molto calde. Voi stessi avete detto che la definizione migliore per la vostra musica è “post-punk”. Come avete fatto la conoscenza con determinate sonorità e cosa ne pensate del loro attuale revival? (Giorgio) La chiamiamo post-punk perché suona bene... non crediamo in una chiara definizione del genere, serve solamente come orientamento generico per chi vuole ascoltare la nostra musica. Siamo cresciuti con il sound a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90 e stiamo cercando di attualizzarlo. In ogni caso, la nostra cultura musicale spazia dal beat al revival odierno. Il revival è ciclico e inevitabile, molte volte è un passaggio per giungere a qualcosa di nuovo. L'ingrediente innovativo sta nel come sono stati scelti e assemblati generi passati. Leila, hai realizzato tu l’artwork del disco: per caso hai interessi anche nel campo dell’illustrazione e della pittura? (L) Più nell’illustrazione. Amo la tecnologia come supporto dell’arte, ti permette di gestire e potenziare un’immensità di idee. Cerco di curare il più possibile i lati artistici del gruppo paralleli alla musica: il sito Internet, la grafica del booklet, le Pagina 23 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 locandine, eccetera. È una grande soddisfazione riuscire a controllare tutto, questo però non vuol dire che siamo chiusi a collaborazioni, anzi, affidare un aspetto a persone professionali sarebbe molto interessante ma per ora, se naturale, arrangiarsi è la cosa migliore. Aurelio Pasini Contatti: www.bikinithecat.com Central Unit A volte ritornano. A volte il nuovo capitolo è ancora più entusiasmante dei vecchi, se non fosse per quell'aurea di culto e di mistereo che con il tempo avvolge gli artisti più sotterranei. Pionieri del nuovo rock italiano, sagaci manipolatori di musiche elettroniche al confine tra new wave ed avanguardia, i Central Unit sono tornati alla ribalta dopo circa vent'anni di inattività. Hanno prima riscattato la memoria affievolita dei loro due misconosciuti lavori in vinile - il 12"EP "Loving Machinery" (1982) e l'elleppì omonimo, uscito l'anno successivo - ristampandoli entrambi in un unico CD; poi hanno dato nuovamente prova del proprio talento con l'intrigante "Internal Cut" (MP Records). Li abbiamo raggiunti, nella speranza di poter recuperare almeno in parte quattro lustri di assoluto silenzio. Riprendiamo il discorso dal 1983, quando uscì il vostro primo LP: cosa accadde dopo e quali furono le motivazioni del vostro scioglimento? La CGD, nonostante il contratto firmato e svariate riunioni, non riuscì a definire un progetto globale per lanciarci, anche dal punto di vista dell'immagine. Dissero che ci stavano lavorando, ma poi non se ne fece nulla. Il disco, pertanto, non fu oggetto di promozione alcuna. D'altro canto, i rapporti con la major ci privarono in qualche modo della nostra purezza: ci convincemmo infatti di poter raggiungere il successo; quindi orientammo di proposito la nostra musica verso certa new wave allora molto di moda. I risultati furono pessimi, la CGD ci abbandonò e poco dopo ci sciogliemmo. Quali stimoli vi hanno spinto ad aggregare nuovamente la band, recuperando un nome dimenticato per tanti anni? Ci eravamo lasciati in ottimi rapporti e a tutti noi l'esperienza Central Unit è sempre rimasta in un angolo del cuore. Avevamo provato a ritrovarci due volte, nel '90 e nel '93, ma senza esiti apprezzabili. Al terzo tentativo, nel 2000, grazie anche ad alcune integrazioni d'organico, è finalmente nata - di nuovo - una musica che ci assomiglia e ci rappresenta. Il pretesto fu l'idea, purtroppo non realizzata, di un concerto per il ventennale assieme ai Tuxedomoon, con cui invece non siamo mai riusciti a suonare. Pagina 24 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 "Internal Cut" ha avuto una gestazione piuttosto lunga: avete incontrato problemi di carttere editoriale oppure vi siete arenati in fase creativa? In un mondo perfetto, il disco avrebbe potuto uscire già a fine 2002. Tra l'attesa per l'ultimazione negli Hawk Studios di Fabio Liberatori (dove l’album è stato efficacemente missato da Gianrico La Rosa), vari problemi con la tipografia e il tempo richiesto per ottenere l'autorizzazione a inserire i campionamenti, i mesi sono passati veloci. Però nel frattempo siamo riusciti ad inglobare nel progetto il trombettista Marco Tamburini, che ha interpretato le nostre atmosfere con grande talento. Alla fine abbiamo benedetto il ritardo. A cosa si riferisce il titolo? Il "taglio interno" potrebbe essere quello che abbiamo ricucito riformando la band. In realtà è il più convincente anagramma di Central Unit. Un altro è “Until Trance”, anche se un po' più stiracchiato. Dopo tanti anni, come è cambiato il vostro approccio alla composizione e agli arrangiamenti? Non molto. Ancora oggi, come allora, la musica nasce dall'idea di qualcuno - per lo più il tastierista - a cui poi tutti contribuiscono. Si registra tutto e poi si lavora sugli ascolti delle registrazioni. La differenza è che adesso hai subito a disposizione materiale editabile, mentre allora era necessario suonare molto di più insieme. L'hard disk ha preso il posto della musicassetta... Gli arrangiamenti sono prerogativa di Lolli, che però ci consulta continuamente, a volte addirittura proponendoci alternative tra cui scegliere. Se negli 80 aveste potuto servirvi delle tecnologie oggi accessibili a tutti, ritenete che il vostro sound sarebbe stato differente? Mi spiego meglio: ritenete che gli strumenti di allora ponessero dei limiti alla vostra creatività? No, non dovrebbe mai essere così. Lo strumento è appunto un mezzo, trasformarlo in scopo è roba da edonisti. Il discorso cambia per le performance dal vivo, durante le quali è necessario adattarsi, allora come oggi. Piuttosto, quando si ha vent'anni, il limite può stare nella capacità di guardarsi dentro e capire con chiarezza quali sono i propri obiettivi. Detto ciò, non c'è dubbio che con gli strumenti di oggi avremmo prodotto un sound diverso. Ascoltando il vinile del 1983 si percepisce un suono piccolo e ovattato; da questo punto di vista la ristampa su CD ha fatto miracoli. A qualche mese dall'uscita, volete trarre un bilancio sulle sorti di quest'ultima vostra fatica? Forse sperare che il disco fosse acquistabile in qualche negozio in tre o quattro città era un'utopia. Sta di fatto che la commercializzazione è inesistente. Se lo vuoi comprare - e non sei di Bologna, dove i negozi se lo sono procurato - puoi solo scrivere alla MP Records, che vende anche dal suo sito internet. Del resto, meno di quel che fece la CGD è impossibile. Ci resta, come allora, il buon riscontro degli addetti ai lavori. L'esperienza ci dice che quando la musica è usata per esprimersi, l'aspetto commerciale può essere importante, ma non deve essere decisivo. Infatti stiamo già lavorando a del nuovo materiale... Pagina 25 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Fabio Massimo Arati Contatti: www.centralunit.com Chomski Sembra che a Torino, già capitale del nightclubbing, si stia negli ultimi tempi affacciando una nuova realtà: quella del neo-cantautorato, che guarda alle radici ma le contamina con atmosfere post. I risultato? Decisamente positivo. Lo dimostra, tra le altre uscite, l’omonimo esordio dei Chomski, da poco edito dalla Stoutmusic/Audioglobe. Innanzitutto, quali tappe hanno portato alla realizzazione del vostro primo album? (Enrico) Nel 2002 io e Luca Morena abbiamo iniziato a suonare insieme a Stefano Danusso, impegnato al basso e a Simone Sanna, alla batteria... ci si conosceva già grazie a concerti, ascolti e frequentazioni di luoghi e persone, così è venuto naturale iniziare a collaborare. Nel giro di due anni, con un demo in mezzo, la formazione si è ridotta a tre elementi, e si è deciso che la cosa migliore fosse quella di registrare un disco e poi suonare in giro, piuttosto che il contrario. Arrivate da esperienze importanti, insieme a Lalli, Bandamanera, Cletus. Cosa resta di quel pezzo di strada, nella vostra musica? (E) Innanzitutto i rapporti con le persone e la consapevolezza che stare insieme è difficile, delicato e complesso. In secondo luogo, l’idea che a rendere speciale la musica sia un forte coinvolgimento emotivo, un continuo mettersi in gioco, che la musica sia essenzialmente una relazione comunicativa all’insegna dell’urgenza e che tecnica e professionismo vengano dopo. Poi tanta strada, luoghi, persone e piccole ritualità da gruppo, una quotidianità fatta di occasioni per stare bene... (Luca) Dal punto di vista musicale credo ci sia una certa continuità con le nostre esperienze precedenti. Io ad esempio sono convinto che il sound della band che ha accompagnato Lalli fino al 2000 fosse davvero unico nell’ambito della canzone d’autore italiana degli ultimi anni. Quel modo di suonare, la sua intensità e semplicità, è senza dubbio un patrimonio cui io ed Enrico siamo enormemente legati. La prima cosa che appare è il vostro nome. Credo che il riferimento sia chiaro, ma la “licenza poetica” è da spiegare... (E) È stato Luca a pensare il nome già dai tempi in cui improvvisavamo lunghe session cervellotiche. Entrambi abbiamo alla spalle studi filosofici e una certa passione politica: Noam Chomsky è un punto di riferimento, soprattutto per l’energia e la lucidità nel tempo. A quel punto la “i” ha sostituito la “y” poco prima di andare in Pagina 26 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 stampa, perché c’è un omonimo gruppo americano e una ricerca web si rivela disastrosa…. svariate migliaia di pagine prima di arrivare a noi... Nei Chomski si incontrano tradizione autoriale e atmosfere post. Come si coniugano i due estremi, e quali sono le vostre fonti d’ispirazione? (E) Ovviamente sono i due assi che caratterizzano la musica che preferisco... dagli Slint in poi, passando per Mogwai e Sonic Youth e approdando a dozzine di altri gruppi fra cui Bedhead, Early Day Miners, Jim Yoshii Pile Up, Van Pelt fino a L’altra, Owen, Idaho, Low, Ida. Quel che facciamo è esattamente il nostro modo di stare nella musica, con un’attitudine alla sperimentazione e all’iterazione di moduli musical: inoltre, rimane il desiderio irrealizzabile di poter scrivere la canzone pop struggente e perfetta. (L) Credo che nel nostro modo di suonare ci sia un elemento naïf che rende le cose più semplici nel coniugare gli estremi della forma-canzone e della sua decostruzione. Semplicemente non facciamo quel che facciamo in maniera premeditata. A volte, se non altro nelle prime fasi del processo di composizione, è come se fossimo totalmente immersi e inconsapevoli. Chomski sembra trasformarsi, a volte, in collettivo. Ci sono ospiti importanti, da Tommaso Cerasuolo a Elena Diana, fino a Gigio Bonizio. Come sono stati coinvolti nel progetto? Quanto è importante il loro contributo? (E) Vogliamo essere un collettivo di produzione musicale fluido, in grado di interagire con diversi soggetti di volta in volta, pur mantenendo un nucleo definito e coerente. In particolare, ci piaceva suonare con quelle persone e per ognuno il discorso è diverso. Elena e Mario hanno composto e improvvisato, Tommaso ha cantato melodie e testi di fatto già scritti, ma ha avuto un ruolo enorme per la mia voce; Paolo e Gigio hanno scritto in assoluta autonomia scegliendo il pezzo che più hanno sentito loro... ognuno si è decisamente sintonizzato su Chomski e ha portato la sua cosa. La loro presenza è decisiva e ha portato tonalità festive ed entusiasmo anche quando noi stessi eravamo sfiduciati. In che modo pensate possa evolversi il progetto, sia a livello di sonorità che di attitudine nei confronti della musica? (E) Vorrei continuare la strada tracciata, tra strumentali e canzoni, ma tutto si vedrà quando penseremo veramente a nuovi materiali, abbiamo ancora un sacco di scarti da riesumare o buttare, frammenti da sviluppare; l’attitudine rimarrà la stessa: suonare come spazio di libertà ed espressione in vite che altrimenti non avrebbero lo stesso gusto... (L) Per quanto riguarda il suono, la dimensione elettroacustica è sicuramente il nostro luogo naturale. Subiamo tremendamente il fascino della combinazione tra il calore degli strumenti acustici e il freddo cristallino di quelli elettrici, ma una direzione probabile sarà talvolta la separazione netta di questi due elementi. Giuseppe Bottero Contatti: www.stoutmusic.com Pagina 27 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Super Elastic Bubble Plastic Giovani, esordienti e originari di Mantova, non proprio il “centro dell'impero”. Messa così sembrerebbe poco interessante intervistarli, ma dopo aver ascoltato “The Swindler” - per l'appunto esordio dei Super Elastic Bubble Plastic per la RedLed/Self - si cambia idea in fretta: si tratta infatti di un lavoro tra i più freschi e interessanti gli ultimi mesi, che meritava un'approfondimento. A questo si prestato volentieri Gionata Mirai, da quasi dieci anni lettore del Mucchio, che possiede idee molto chiare sulla (sua) musica. A lui la parola. Potresti presentare il gruppo a chi non vi conosce? Ho poi letto che agli inizi i vostri concerti erano in realtà delle lunghe jam: come mai una scelta così atipica? I Super Elastic Bubble Plastic nascono quasi quattro anni fa, più per gioco che per altro. Ci conosciamo da una vita e un amico comune cercava un gruppo da far suonare nel megastore di abbigliamento in cui lavorava: ci siamo trovati là ed abbiamo improvvisato per tutto il pomeriggio, ovvero circa cinque ore, il tutto senza precedenti prove; che esperienza! La cosa si è ripetuta la settimana successiva, ed è stato ancora meglio. Così ci siamo detti: "beh, se improvvisare tra di noi è così divertente perché non continuare a farlo in giro?”, senza contare il fatto che un gruppo di matrice rock dedito all'improvvisazione ci sembrava un'idea quantomeno originale. Dopo un anno di brainstorming live sono venuti fuori i primi pezzi strutturati, confluiti poi nell’EP “The Double Party Of The Widow”, seguito dopo poco da “The Swindler”. Improvvisare serve a creare quel sottilissimo filo che lega un gruppo mentre suona, è il sapere dove arrivare per poi lasciare lo spazio alla batteria o al basso e sentire - non con le orecchie: è una questione di groove “dove” e “quando” sono gli altri due. E questo vale anche nel momento in cui componi o suoni un pezzo dal vivo: ci è stato molto utile iniziare in quella maniera. Come descriveresti “The Swindler”? E quanto ha influito, secondo te, la relazione artistica che vi lega a Giulio Favero? “The Swindler” è stato principalmente uno sfogo, concepito, scritto e registrato in un momento di spaccatura emozionale, almeno per quanto riguarda me. È quel grido naturale che serve per svegliarsi da un incubo; quei momenti in cui ti svegli pieno di sudore, proprio come dopo aver suonato il disco. Giulio, oltre a essere un amico, è un “catalizzatore di groove”: più che insistere sull’arrangiamento di un pezzo ti rompe le palle per come lo suoni. Si preoccupa più di quello che vuoi dire con quello che stai facendo che dei particolari, e questo è un approccio che noi tutti non possiamo non condividere, visto anche quanto dicevo prima sul concetto di improvvisazione. In questo devo ammettere che è stato fondamentale, e se il disco suona così è anche merito suo. Non vi hanno un po' stancato i continui paragoni col suo ex gruppo, ovvero i Pagina 28 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 One Dimensional Man? Ormai col tempo ci siamo abituati, anche se dopo un pò, sarò sincero, la cosa aveva iniziato a stancarci. Comunque se di paragoni dobbiamo morire, meglio con loro che con altre band, magari pessime... Vi ha stupito tutta l'interesse che si è creato attorno a voi? In fondo siete solo all’esordio... Decisamente! Speravamo in un po’ d'attenzione, ma mai avremmo pensato in così tanta. Ci ha colti davvero alla sprovvista. Il bello è che fino ad un anno fa non trovavamo un’etichetta che fosse disposta ad investire su di noi, mentre adesso stanno tutti gridando al miracolo. Sinceramente non so cosa pensare: o un sacco di gente si sta mangiando le mani - cosa che non credo, in Italia siamo tutti troppo orgogliosi - o abbiamo fatto un disco veramente carino, e lo spero ma non sta certo a me dirlo. Oppure abbiamo solo un ottimo ufficio stampa... il che è comunque vero, visto quanto si stanno impegnando i ragazzi della RedLed. Comunque la si possa pensare, non possiamo che esserne soddisfatti. Anche il video di "My Emotional Friend" è riuscito a fare breccia nelle playlist delle TV musicali, oltre a vincere già premi: un miracolo? Visto? Anche tu con il miracolo! (risate generali, ndr) Non c’è nessun miracolo, è stata solo una brillante idea realizzata altrettanto bene... e qui va assolutamente il nostro plauso al regista Marco Pavone, oltre a un sacco di video orrendi in circolazione che non possono che averci favorito (altre risate, ndr). In Italia, vista la situazione del mercato musicale, c'è ancora posto per un groppo come il vostro? Non sappiamo ancora se c’è posto per noi, stiamo comunque cercando di crearcelo. È dura... ma credo, ed in fondo lo speriamo tutti, che la qualità alla lunga paghi, anche poco, senza problemi. Stiamo anche lavorando a eventuali sbocchi all’estero, ma al momento non so dirti come andrà a finire. Per il momento la nostra preoccupazione principale è suonare, suonare e suonare. E nei ritagli di tempo preparare il nuovo disco per poi suonare, suonare e suonare ancora. Giorgio Sala Contatti: www.superelasticbubbleplastic.net Pagina 29 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Bob Corn Bob Corn è anche Tiziano, ed entrambi sono belle persone. Ho sempre ammirato Tiziano per il suo modo di organizzare i concerti col cuore, e ora che in lui esiste anche un Bob Corn - che scrive belle canzoni da applaudire, imparare a memoria, custodire dentro e canticchiare - è diventato ancora più importante. Importante per come opera, perché continua a far felice chi va ai concerti, suoi e/o di altri esponenti del cosmo musicale che ruota attorno all’etichetta Fooltribe: Sprinzi, Red Worms’ Farm e l’ultima scoperta Majirelle. Per anni hai organizzato concerti: come ti sei trovato, d'un tratto, anche tu sul palco? Non c'è una relazione stretta tra Tizio "organizzatore" e Tizio/BobCorn "artista". Avevo queste canzoni, tutte scritte in un momento particolare della mia vita, canzoni che “dovevo” scrivere per forza. Poi, quasi per gioco, sono arrivati il palco e i concerti e il gioco è diventato serio. L’essere un promoter mi ha dato la possibilità non solo di suonare ma anche di esibirmi dal vivo, organizzando concerti per me... una cosa che suggerisco a tutti di fare. Cosa si prova? Mi emoziona molto salire sul palco. Anche perchè salgo sul palco “nudo”, con solo le mie canzoni. E quando poi capisco che il pubblico ascolta ciò che faccio è tutto molto bello. Si dà e si riceve, una sensazione davvero piacevole che ti mette in pace con te stesso e con il mondo... e se non mi ascoltano suono per me come fossi a casa, e non è comunque affatto male. Le tue canzoni hanno un non so che di “fatato”: di cosa parlano? “...all the songs composed thinking about girls...” , così ho scritto nelle note del CD. Riguardano gli stati d'animo che nascono da un abbandono, un incontro, uno sguardo, un sorriso, una parola. Per lo più sono canzoni "tristi". Se sto bene mi faccio una passeggiata in campagna o un bicchiere di vino con gli amici, è raro che prenda la chitarra e mi metta a suonare. “Fatate”? Strano, “fate” e “fato” nel mio mondo non vanno tanto d'accordo. Per me, comunque, le canzoni sono fondamentalmente una specie di esorcismo: butto fuori il male. Poi, una volta libero, sono felice ad ogni nuova canzone, come anche quando suono per me o per tutti. Scriveresti un pezzo in italiano? In passato l’ho fatto, ma ora non mi pongo il problema. Mi vengono in inglese... o, meglio, con le poche parole inglesi che conosco. Del resto ciò che devo esprimere è molto semplice e immediato. Nessuna ricerca linguistica, cerco solo di sintetizzare e raccontare con le parole ciò che sento “nascondendomi” un po’, visto che i miei testi sono espliciti soprattutto per chi mi conosce bene. Spesso un gruppo che si autoproduce mette su una label per produrre gli amici. Tu invece avevi già la Fooltribe perchè hai pensato prima ai tuoi amici e poi a te. Come va, in questo momento, l'attività dell'etichetta? Pagina 30 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Vorrei far capire che nel mio modo di fare le cose non c'è un piano o una programmazione precisa: ho solo deciso di voler fare queste cose. Ma non ci sono tempi, scadenze, contratti: sono e siamo soddisfatti di quello che abbiamo fatto finora e del modo in cui l'abbiamo fatto. Nello specifico, è uscito da poco il nuovo CD dei Red Worms’ Farm, che è una bomba e non perchè lo dico io. Ora si suona in giro per promuoverlo. Prossime uscite dovrebbero essere un 7” di G.I.Joe, un CD di Majirelle e il nuovo degli Sprinzi. Ripeto: non so quando e come, ma si faranno. Questo è quello che conta. Recentemente qualcuno mi ha chiesto convinto: “...ma come mai tutti i dischi e i gruppi della Fooltribe sono così fighi?” Era talmente sincero nel dirmi questo che mi ha convinto e mi ha fatto pensare che siamo bravi e fortunati. Ci piace la buona musica, che per mia esperienza personale arriva sempre da buone persone. Come mai Bob Corn? Suonava bene? Mi è venuto così, senza pensarci. Poi mi sono dato le motivazioni: cantavo “in americano” e mi serviva un nome americano. Mi stava e mi sta molto sulle balle certa cultura americana e mi andava di pigliarli per il culo ironizzando sui pop corn: li odio al cinema, sintesi di un certo modo di viver le cose. Di sicuro è un po' ridicolo e ridere non fa male... e poi ci sono già Bob Log III e Bobby Conn: mi sono aggiunto alla compagnia. Stai suonando molto in giro. Ci racconti dell'esperienza più bella fin'ora? Al Jazzabuglio di Cagliari nel giugno 2004, durante un tour di quindici date che mi ero organizzato. Un pub con stanza separata per suonare. Stanza piena di gente che seduta mi ascolta, ride e applaude convinta. Ho suonato tutte le canzoni che sapevo fare, ma davvero tutte. Le ho suonate con l'intensità massima che posso dare e ricevere. Dalla prima all'ultima parola, dalla prima all'ultima nota. Al massimo. Non mi era mai successo così. E non è ancora ricapitato. Suonare in giro è comunque la cosa che più mi ha dato soddisfazione nell'ultimo periodo. Incontrare persone, scambiare esperienze, vivere la musica. Hai scritto canzoni nuove? Sì. Le ho anche già registrate, ma ho rotto il furgone e non ho i soldi per stampare il secondo CD. Sono pezzi che comunque eseguo già da un po' dal vivo. Se avessi iniziato a sedici anni cosa sarebbe successo secondo te? Avresti fatto questo genere? Bob Corn non è la mia prima esperienza musicale. Nei primi ‘90 urlavo in una band grunge, i Fooltribe. Poi non mi andava più di urlare e ci siamo trasformati nei Getsemani: primordiale post rock senza saperlo, con liriche italiche e lamentele ferrettiane, visto che la cadenza emiliana è quella. Poi niente per anni. Poi Bob Corn per danni. Francesca Ognibene Contatti: www.fooltribe.com Pagina 31 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it Numero Maggio '05 Pagina 32 Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it