Numero Maggio '05
EDITORIALE
ED ECCOCI DI NUOVO
Parafrasando i Rokes introduciamo questo primo, numero di “Fuori dal Mucchio On
Line”, periodico in Rete che riprende il discorso dove si era interrotto con
l’eliminazione dal Mucchio Selvaggio del quasi omonimo inserto (92 uscite tra
l’aprile 1996 e il dicembre 2004); un discorso che è comunque in qualche modo
proseguito nel “Fuori dal Mucchio” da due pagine che dallo scorso gennaio appare
regolarmente sul Mucchio mensile, del quale il “FdM On Line” è la naturale
estensione.
Per chi non lo sapesse, “Fuori dal Mucchio” - nella veste parallela di inserto mensile
da 16 pagine e rubrica settimanale da due - è stato per tutta la sua esistenza il più
ampio strumento di informazione critica esistente nell’editoria italiana a proposito del
panorama rock (in senso molto lato) nazionale più o meno “di nicchia”: il posto dove
l’attività dei nostri gruppi o solisti inquadrabili come “Emergenti Autoprodotti
Esordienti Sotterranei Di culto” ha insomma potuto essere propagandata in modo
dignitoso. Ed è nostra intenzione rimanere fedeli a tale filosofia anche in questa
nuova avventura in Internet, seria come la precedente per quanto riguarda la
selezione degli argomenti - i dischi e gli artisti continuano a essere “scelti”, e con
cura - e il modo di affrontarli.
Almeno per un po’, “Fuori dal Mucchio On Line”, presenterà una struttura diversa
da quella “definitiva”: la necessità di recuperare un gran numero di lavori pubblicati
nel periodo della nostra (seppur non totale) assenza ci ha infatti spinti a privilegiare
recensioni e interviste, tagliando in tutto (in questo numero) o in parte (nei
successivi) gli spazi dedicati ad altro (concerti, demo, notizie, retrospettive) che
saranno via via ampliati e ripristinati con il normalizzarsi della situazione.
A partire da questo maggio 2005, l’appuntamento con “Fuori dal Mucchio On Line”
è dunque fissato all’inizio del mese, grossomodo in contemporanea all’uscita nelle
edicole del Mucchio, al quale ovviamente vi rimandiamo. Buona lettura.
Federico Guglielmi
[email protected]
Per invio materiale: Guglielmi c/o Il Mucchio, Via Lorenzo Il Magnifico 148, 00162
Roma
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Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it
Numero Maggio '05
Miura
In testa
Volume/Edel
Anni orsono, il diverbio insanabile tra Omar Pedrini e Francesco Renga ha di fatto
privato la scena rock nazionale di una delle sue più significative realtà degli ultimi
due decenni. Se infatti il cantante si è lanciato felicemente ai vertici delle classifiche
con un pop elegante e perfetto per la sua invidiabile voce, il leader Pedrini, prima di
diventare merce televisiva, ha ridisegnato la band, cercando ambiziosi cordoni
ombelicali con il rock progressivo dei ’70 senza mai centrare perfettamente il
bersaglio.
Dalla diaspora finale dei Timoria fuoriescono questi Miura, guidati dal batterista
Diego Galeri e dal bassista Illorca. “In testa” chiarisce che i due erano la vera spina
dorsale rock della band, visto che l’album suona rugoso e melodico, in una sorta di
grunge aromatizzato. Certo, le soluzioni compositive non paiono sempre originali
anche se gli arrangiamenti vocali - a volte duetti in chiaroscuro, altre cori filtrati sono davvero belli, ma le canzoni funzionano; magari non al primo ascolto (un
merito, non si fraintenda), ma la voce di Jack ha polmoni e coraggio e duella bene
con i riff della chitarra dell’ex Zona, Killa. L’apertura “Azzurro ccrilico” è un
potenziale hit da classifica, ma ancora meglio sono l’atto d’accusa “Sposo dell’aria”,
la tormentata “Mi accendi i sensi” e gli intrecci elettroacustici di “Adesso”, capaci di
coniugare liriche acide con un suono ruvido. A ben vedere (o sentire), molte note
positive in casa Miura, per un esordio a tutto rock (www.miuramusic.com).
Gianni Della Cioppa
Lo.Mo
Camere da riordinare
Desvelos/Audioglobe
C’erano una volta i Bartók, quintetto varesino autore di due eccellenti lavori
- “The Finest Way To Offend You” (2001) e “Few Lazy Words” (2003) - dal fascino
crepuscolare e, particolare non da poco, parecchio personali. A seguito
dell’improvvido scioglimento della formazione, il pianista Loris Antoniazzi si è
dedicato al progetto Hormiga, mentre il cantante Roberto Binda, Tommaso Canal
(basso) e Raffaello Migliarini (batteria) hanno unito le forze con l’ex IK 14 Paolo
Zangara (chitarra) e con l’australiano Darren Cinque (piano) per dare vita ai Lo.Mo,
dei quali “Camere da riordinare” e il notevole debutto.
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Numero Maggio '05
Prodotto da Hugo Race, presente anche come ospite insieme a Marta Collica, il
disco raccoglie dieci ballate intrise di malinconia e di blues urbano, ideale punto di
incontro tra un certo cantautorato ombroso di origine italiana (Tenco su tutti, ma
anche qualcosa di De André) e una tradizione di poeticità notturna che parte da
Leonard Cohen e arriva a Nick Cave. Scandite dalle note del pianoforte e, di tanto in
tanto, attraversate da improvvise scariche di elettricità, le intense composizioni dei
Lo.Mo si muovono lungo sentieri poco illuminati ma ben frequentati, con Cesare
Basile e, ancora di più, i primi La Crus (impressionante a tratti la somiglianza della
voce di Binda con quella di Mauro Ermanno Giovanardi) come ideali compagni di un
viaggio che ci auguriamo lungo e ricco di soddisfazioni. Quelle che, nel presente,
titoli come “Dissolversi”, “Una sangre” o “Non era tempo per noi” garantiscono in
abbondanza (www.lomofrequenze.com).
Aurelio Pasini
Chomski
Chomski
Stoutmusic/Audioglobe
Mettere in contatto il post rock strumentale nella sua forma più collaudata - intrecci
di chitarre, alternanza di vuoti e pieni e movenze rallentate - e una dimensione
cantautorale sembra essere stata la spinta primaria dei torinesi Chomski, ovvero
Enrico Manera, ex Bandamanera, Luca Morena, già chitarrista di Lalli, e Stefano
Danusso, componente di Cletus e 2020K. Non si pensi però ad una costruzione a
tavolino, poiché l’album di debutto del trio rappresenta piuttosto il naturale evolversi
di una serie di incontri, decisivi per la realizzazione di un’idea suggestiva in partenza
ma potenzialmente azzardata nel suo concretizzarsi. Le voci, innanzitutto: quella
dello stesso Manera in “Sei ancora lì”, la cui melodia è appena accennata; quella di
Tommaso Cerasuolo (Perturbazione), tenue presenza in “Pietra”; quella profonda di
Paolo Manera nella cupa e riflessiva “Com’è (solo)”; e, infine, quella malinconica di
Gigio Bonizio (ex COV) nella randagia “Se cade il cielo”, congedo ideale per un
disco che, pur privilegiando le tinte tenui, accarezza più di una corda in chi è
predisposto a un ascolto attento. Alle presenze vocali, fondamentali per l’economia
del progetto, si aggiungono chitarra e violoncello (Gigi Giancursi ed Elena Diana,
ancora dei Perturbazione) e il piano di Mario Congiu, completando una tavolozza
che include anche Rhodes e percussioni e che nei suoi paesaggi sonori riesce a
fissare emozioni all’apparenza impercettibili, ma destinate a lasciare traccia. In
sintesi, una più che credibile terza via all’attuale indie rock italico (
www.stoutmusic.com).
Alessandro Besselva Averame
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Numero Maggio '05
Super Elastic Bubble Plastic
SUPER ELASTIC BUBBLE PLASTIC
The Swindler
RedLed/Self
Fulminante l'esordio dei Super Elastic Bubble Plastic che, con “The Swindler”,
fanno centro al primo colpo. Power (molto power!) trio mantovano nato come gruppo
d'improvvisazione nel febbraio 2001 e che si esibiva live senza alcun pezzo
preparato, sempre come un'unica jam session. Nascono da questi live i primi pezzi
propriamente detti e il resto è storia recente: partecipazioni e riconoscimenti in vari
concorsi locali e primi concerti come gruppo spalla. Ed è proprio in occasione di una
di queste date che il gruppo ha fatto la conoscenza di Giulio Favero, batterista (ora
ex) dei One Dimensional Man e poi produttore di questo "The Swindler": un
concentrato di energia compressa in ventinove minuti per dieci brani, ed anche se i
paragoni con il gruppo dell'Uomo a una Dimensione sono scontati e calzanti, i SEBP
sono anche molto altro. Sono innanzitutto "My Emotional Friend", primo singolo (e
video), dove la melodia e una batteria claustrofobica si rincorrono e si incrociano,
ma sono anche "Souvenir d'Italie", tre minuti dominati da un riff lavico di basso dove
la voce di Gionata, sempre in inglese, urla tutta la sua rabbia. Un rock dai contorni
definiti e taglienti ma non per questo ostico, che potrebbe anche ricordare i Linea 77
meno metal-oriented, e che la masterizzazione di Madaski rende ancora più
ambivalente: un disco riuscito e che dimostra come i tre ragazzi abbiano già le idee
molto chiare. Dire che sentiremo ancora parlare di loro è si banale, ma anche
tremendamente vero (www.superelasticbubbleplastic.net).
Giorgio Sala
Luca Faggella
Fetish
Storie di note
Tutto ha il suo linguaggio, e stavolta Luca Faggella ha deciso che le cose avevano
bisogno di un suono nuovo, diverso da quell’elegiaca aura yiddish che aveva
caratterizzato la produzione più recente del cantautore livornese. Dunque, da
“Fetish” s’alza un rock che arriva in faccia, senza mediazioni e narrazioni. Tutto più
diretto e frustato, non è il lumicino ma la fiamma a riscaldare la quarta fatica di
Faggella, a partire da quell’avvertimento in retro-copertina, “suonare a volume alto”.
Ed è vero, l’uso di frequenze estreme, tra bassissimi e altissimi, necessita di
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adeguato dispiegamento di watt.
Faggella non è più l’acustico cantastorie di sommesse e tremolanti vicende del
passato, ma il capobanda di una macchina punk-rock (Desirée Infascelli, Daniele
Ercoli, Giulio Caneponi), calato nella confusione del presente. L’apertura di “Raggio”
genera assoluta sorpresa, sembra di ascoltare “Kashmir” dei Led Zeppelin, con gli
archi sottostanti a roteare orientaleggianti; “Pornostar” e “La lettera” si segnalano
per ruggente personalità, mentre gli inserti rap (del Piotta) sul manifesto
programmatico “Nuovavita” lasciano leggermente più perplessi. Faggella è un’anima
divisa in due; e se il versante punk per ora ha preso il sopravvento, la formazione da
chansonnier non si lava via con una passata di spugna. Così si coglie una cesura
netta: dopo le fiammeggianti ostinazioni elettriche della title-track e le brumose
sospensioni noir di “Nascosto” è come se iniziasse un altro disco. È ancora folk, ma
è un obiettivo che fotografa Faggella solo di spalle (www.lucafaggella.com).
Gianluca Veltri
Le Forbici di Manitù
Tagliare
Small Voices
Band tra le più longeve della nostra scena indipendente, alle Forbici di Manitù
spetta il merito di aver sempre affrontato le proprie scelte stilistiche con lo spirito di
chi è più interessato a sperimentare, a ricercare nei mendri più reconditi dell’arte
sonora, piuttosto che a compiacere un pubblico realisticamente esiguo. Musicisti per
passione, non certo per professione; così attraverso vent’anni di carriera, sette
album e innumerevoli partecipazioni, il trio guidato dal misterioso Manitù Rossi ha
suonato, manipolato, stravolto schemi e aspettative, imponendosi quale
rappresentante tra i più autorevoli di certa musica irregolare che anche da noi conta
parecchi accoliti.
Trovato un partner ideale nell’etichetta pugliese Small Voices, la band celebra oggi
la propria avventura con un doppio cd “antologico.” La prima parte raccoglie un
dozzina di brani registrati “dal vivo in cantina”, pezzi tra i più rappresentativi del
repertorio qui rivitalizzati in una singolare formula in bilico tra bassa fedeltà acustica
e irriverenza elettronica. Sul secondo disco Le Forbici sfoggiano la loro principale
attitudine, quella del “Tagliare” (e cucire), affidando altri episodi a una rete di amici e
ospiti speciali - Maisie con Plozzer, Technogod, Erasermen, Valvola, Mauro Theo
Teardo... - ovvero riconducendo in unico dj set con contributi a distanza (chi ricorda
la “Mail Music” di Nicola Frangione?) alcuni loro cavalli di battaglia. Nessun
“greatest hits” è mai stato così spiazzante, goliardico e funambolico(
www.smallvoices.it).
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Fabio Massimo Arati
The Valentines
Life Stinks
Tre Accordi/Self
Per chi, come il sottoscritto, un paio di anni fa si era sbilanciato sull'esordio dei
Valentines, vedere il nome di Daniel Rey quale produttore di “Life Stinks” non può
che essere un toccasana per il proprio ego. E ancor più piacere si prova nel
constatare come questa fiducia non sia stata affatto tradita dai quattro bolognesi
capitanati da Mars e Vale, capaci di firmare un disco davvero coinvolgente. Per chi
si fosse perso le puntate precedenti, parliamo di punk'n’roll, con la maglietta dei
Ramones sempre addosso e in testa tutto quanto di buono è venuto da oltreoceano
negli ultimi trent'anni. Logico che ad accorgersi di loro, una sera che ci piace
pensare uggiosa in quel di New York, sia stato proprio chi ha saputo negli anni stare
più vicino ai fratelli di Rockaway Beach. Daniel Rey ha così voluto mettere la sua
opera al servizio dei Valentines, un'opera che non ha stravolto il suono del combo
ma che semmai ha contribuito a perfezionare e rendere al meglio quanto di buono
già c'era. Ne sono usciti così undici episodi che, a partire da “I Really Die If You
Want To”, sanno essere ora dolenti e aggressivi. La voce di Vale è migliorata ed è
adesso capace di una più vasta gamma di sfumature, JJ e Matt, la sezione ritmica,
sono semplicemente quanto di meglio si possa chiedere per questa musica e delle
chitarre di Mars l'immagine migliore che viene in mente e che sembrano sanguinare
dopo il suo trattamento. Non lasciatevi ingannare: non sono una qualunque "next
big thing" da Detroit, sono semplicemente il segreto punk’n’roll meglio conservato
d'Italia (www.valentinesrock.com).
Giorgio Sala
Northpole
Northpole
L’amico immaginario/Audioglobe
La prima cosa da chiedersi, nel caso di un gruppo scomparso per anni dopo aver
lasciato poche tracce sparse, è se sia valsa la pena attenderne il ritorno. Per i
Northpole (Castelfranco Veneto, TV) la risposta è senza dubbio affermativa.
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Aggiungiamo che se qualcuno avesse creduto un po’ di più in loro a quest’ora
parleremmo di una realtà ben più avviata, tanto più che i Nostri hanno ricevuto
attestati di stima da parte del compianto John Peel (quando ancora cantavano in
inglese li trasmise alla BBC presentandoli come la miglior band italiana) e hanno
influenzato buona parte di quei gruppi che, a Nord Est, si sono ultimamente messi a
rileggere a modo loro l’artigianato pop che ha prodotto i Tenco e i Paoli. Proprio il
leader di uno di questi, il bellunese Fabio del Min (Non Voglio Che Clara), ha fornito
alle loro nuove canzoni eleganti arrangiamenti d’archi - con il contributo al
violoncello di Elena Diana dei Perturbazione - e tastiere assortite. Mentre una
debuttante etichetta torinese, L’Amico Immaginario, ha dato loro asilo producendo
questo omonimo album. Al resto ci ha pensato la band, mettendo in fila canzoni che
sono l’una più bella dell’altra, fuori dal tempo e classiche ma allo stesso tempo
dotate di un gusto per l’essenzialità che nasce nella new wave e tuttavia è perfetto
per il presente emotivo raccontato dai testi: semplici ed efficaci in “Luca Marc”,
storia ordinaria e tragica di malessere provinciale, carichi di spleen in “Adesso è
limpido”, il cui incipit (“fanculo lo stile / se hai solo quello”) vale da solo il prezzo del
biglietto (www.northpole.it).
Alessandro Besselva Averame
The Zen Circus
Vita e opinioni di Nello Scarpellini, gentiluomo
L’amico immaginario/Audioglobe
Certo che sono davvero imprevedibili gli Zen Circus. All’inizio del 2004 “Doctor
Seduction” aveva ampliato in maniera impressionante i loro orizzonti, allargandoli
dal folk-punk stradaiolo alla Violent Femmes delle due prove precedenti fino a
comprendere un pop molto più sfaccettato e curato, musicalmente come
vocalmente. Ecco, poco più di un anno e mezzo dopo “Vita e opinioni di Nello
Scarpellini, gentiluomo” rappresenta un ulteriore, inaspettato scarto. Stilistico,
almeno in parte, ma soprattutto linguistico, ché per la prima volta il trio si cimenta
con il francese (“Les poches sont vides, les gens sont fous”) e, in cinque brani su
dodici, con l’italiano. E i risultati sono dei migliori: dalle atmosfere “bitt” de “L’amico
immaginario” all’ironia beffarda de “L’inganno” passando per la poesia travestita da
cinismo di “Aprirò un bar”, una “Fino a spaccarti due o tre denti” che non
dispiacerebbe ad Amerigo Verardi il delirio assoluto de “I banbini sono pazzi!”
(scritto proprio così, con la “n”), i Nostri paiono trovarsi davvero a proprio agio con la
lingua di Dante per lo meno tanto quanto con l’inglese, quello di una “Colombia” che
si chiude all’insegna dell’hard rock, del blues acustico “Summer (Of Love)” o,
ancora, degli accenni melodici di “A Kind Of Pop Lullaby”. E poi, la strumentale
“Visitded By The Ghost Of D. Boon”, eloquente fin dal titolo. Poche volte ci era
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capitato di assistere a una crescita così veloce e soddisfacente: se il presente è dei
più rosei, chissà cosa ci riserveranno per il futuro (www.thezencircus.com).
Aurelio Pasini
Kech
Join The Cousins
Black Candy/Audioglobe
“Join The Cousins”, title track di apertura, riparte da “Are You Safe?”, esordio di un
annetto fa che rielaborava in parte un precedente EP: un indie pop spigliato e figlio
di ascolti importanti (su tutti Pixies e Breeders), e quindi una voce femminile che si
aggancia alla mente con ritornelli killer, chitarre energiche ma anche spettinate e
spigolose. Una conferma ma anche qualcosa di più, come chiariscono gli altri brani.
In “I Don’t Need One” una partenza acustica guidata dall’armonica lascia spazio
all’elettricità e poi a una coda vocale degna degli XTC, in “Pop Team” è l’intero
scenario a essere virato pastello, con l’inserto di una tromba elegante e sfacciata tra
vibrafoni scampanellanti e una voce che si cimenta col francese; tromba che poi
ritorna nelle prime battute di “Coldground”, aggiungendo un tocco ironico a una
ballata altrimenti malinconica, che alza gli amplificatori in chiusura. Assecondando il
proprio lato più pop e morbido senza per questo rinunciare a uno sguardo obliquo e
dispettoso, il gruppo monzese dimostra una maturazione compositiva che
probabilmente tocca l’apice nella pimpantissima “Nu Beetle”, trascinante hit estivo
con ricami di fiati e piano. Procedendo oltre, i Kech incontrano il country (“Clifford”),
la new wave (“In A Basement”), il rock stradaiolo (“44 Times”), lasciando ogni volta
tracce personali e maneggiando il tutto con un eclettismo davvero efficace, e con
olimpica noncuranza. Senza far mai perdere di vista un’immediatezza che potrà far
fare loro ancora parecchia strada (www.kechworld.com).
Alessandro Besselva Averame
Labyrinth
Freeman
Thunder/V2-Edel
In un girovagare di etichette e dopo aver perso, già con il precedente “Labyrinth”
(2003), il fondatore Olaf Thorsen, i Labyrinth raggiungono quota sei album in dieci
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anni di storia, quindici se teniamo conto anche del primo periodo di apprendistato.
Tanti, anzi tantissimi, se valutiamo il mercato discografico attuale, che stritola eroi,
promesse e perdenti nel breve volgere di un paio di stagioni. Ma non deve stupire la
longevità di questa band, capace di elevare l’heavy metal ad un rango di assoluto
valore, sia per un songwriting versatile, spesso lontano dagli stereotipi noiosi del
genere, e sia per l’utilizzo di liriche intelligenti, merito del bravissimo cantante
Roberto Tirelli, da tempo una certezza, con la critica schierata tutta dalla sua parte.
Dieci canzoni compongono questo “Freeman”, capaci di coniugare i passaggi
classici di “Malcolm Grey” e le scorribande della title track con la ricerca sonora di
“Face And Pay”, munita di tocchi jazz. E anche quando il quintetto solca i tappeti
dell’heavy metal progressivo - “Deserter” e “Infidels”, per esempio, dimostra di
sapersi muovere lontano dall’ovvio. Maturità ed eleganza, insomma per un heavy
metal quasi perfetto. Allegato al CD, un DVD con materiale video, fotografie e altri
“gadget” da cultori (www.labyrinthmusic.it).
Gianni Della Cioppa
Mariposa
Pròffiti Now!
Trovarobato/Audioglobe
I Mariposa sono giunti al terzo album, e tutto si può dire tranne che siano sprovvisti
di idee e personalità. È tuttavia impossibile, di primo acchito, non farsi venire in
mente gli Stormy Six: tempi complessi, incroci sghembi, innesti ingegnosi, un
approccio ai generi assolutamente privo di ogni nozione gerarchica. C’è dell’altro,
tuttavia, a partire dalla geniale definizione di “musica componibile” fornita dagli
stessi Mariposa i quali, dopo aver intervistato un numero impressionante di musicisti
e addetti ai lavori sulla plausibilità della definizione stessa, hanno montato gli
interventi in una serie di collage sonori posti tra un brano e l’altro. La carica eversiva
e assolutamente spiazzante del loro universo poetico rappresenta poi il vero punto
di forza: “Proffìti Now!” prende di mira in modo ellittico un paese irrimediabilmente
berlusconizzato, a partire da una copertina che ruba l’estetica alla più misera delle
campagne pubblicitarie per i saldi. Alla fine, però, al di là di temi affrontati e lucida
follia, quello che resta è la qualità - e la varietà - dei brani, tra un’ode al celebre
salatino maldestramente ingurgitato da George W. Bush (“Pretzel”), uno strumentale
magmatico che evoca il prog più illuminato (“Teen Vaginas Can Destroy Your Life”)
e una filastrocca che ruba l’incipit di batteria a “Sunday Bloody Sunday”
costruendoci sopra una giga impazzita (“Porto rispetto”). Qualità che abbraccia
questo godibile e geniale doppio album nella sua interezza (www.naufragati.com).
Alessandro Besselva Averame
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Calle della morte
Gente di malaffare
Hau Ruck SPQR
Tra i giovani gruppi attivi oggi in Italia, il Calle della morte è uno dei più particolari,
in virtùdi una proposta artistica che fonde canzone d'autore e folclore rurale.
Cresciuto sotto la stella nera della musica post industriale, il duo composto da Jonny
B e Vinz (IHSV) ha saputo far proprie sia le oscure suggestioni acustiche, sia le
spregiudicate istanze lo-fi generate da quell'eclettico movimento di deriva.
Ascendenti che, calati nella visione popolare di vicoli e osterie novecentesche e
riletti alla luce dell'imprescindibile insegnamento offerto dagli Ain Soph di Aurora, si
trasfigurano negli otto canti della “Gente di malaffare”.
La personale formula stilistica è tanto elementare quanto schietta e vivace:
imprescindibimente folk nei suoi richiami alla tradizione popolare, goliardicamente
arruffata nei grezzi arrangiamenti elettrici, passionale nella scelta dei
campionamenti, piacevomente ruffiana negli azzeccati richiami al pop elettronico. La
preponderanza di uno spirito decadente, che trova nella città di Venezia una
straordinaria musa ispiratrice, convive con l'orgoglio vivo e guerresco dei miserabili,
ovvero di combattenti che hanno accettato la sconfitta, senza mai volersi arrendere.
Pertanto tra le note di questo primo CD - che giunge provvidenziale all'indomani di
due 45 giri già divenuti chimere per collezionisti - non emergono mai atmosfere
oscure e depresse, toni apocalittici e invocazioni alla fine del mondo: piuttosto, il
ritratto eroico e fiero di una generazione che si sta estinguendo (
www.hauruckspqr.com).
Fabio Massimo Arati
Red Worms’ Farm
Amazing
Fooltribe
“Two guitars and drums, we always do the same”. Sono gli stessi Red Worms’
Farm a chiarire la propria filosofia artistica in “Finish”, il brano che, nonostante il
titolo, apre in maniera programmatica questo loro secondo album: due chitarre e
una batteria, sufficienti a dare vita ancora una volta a una delle miscele più
esplosive dell’indie-rock italico. Immutato nel tempo l’approccio, votato a una fisicità
impetuosa al guado tra nervosismi di scuola noise/post-core e una rabbia liberatoria
tipica del rock’n’roll meno incline ai compromessi, il trio padovano riesce a
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comprimere in appena ventuno minuti dieci episodi fulminanti in cui, sorrette da un
drumming travolgente, le chitarre creano riff disturbanti e ossessivi, mentre le voci
arrivano dritte al sodo concedendo poco o nulla alla melodia. Semmai, rispetto al
passato si riscontra una maggiore propensione verso il sintetico, da intendersi come
sinonimo non tanto di elettronico - aggettivo che pure va tirato in ballo per
descrivere l’accoppiata composta da “Rythm Is A Dance” e “Pop Song Remix”,
posta immaginiamo non a caso al centro esatto del lavoro - quanto piuttosto di
freddo, glaciale, minaccioso, senza peraltro che l’energia e l’umanità del tutto
vengano mai meno (I’m Looking For”).
“Amazing”, senza dubbio, ma tutt’altro che una sorpresa per chi, almeno una volta,
si è imbattuto nei tre. E, vista la loro costante attività live, è davvero improbabile che
non sia mai successo a chi segue anche solo occasionalmente questa rubrica (
www.halleynation.com).
Aurelio Pasini
Strippop
Factory
HKM/Venus
Influenze britanniche, passaporto romagnolo: gli imolesi Strippop non nascondono il
luogo di provenienza musicale. Discograficamente parlando è però raro incontrare
gruppi emergenti che si cimentano con suoni di questo tipo, e occorre aggiungere in
seconda battuta che i quattro se la cavano piuttosto bene nel riferirsi con
competenza e inventiva a un determinato immaginario. Se “Boy Down”, con le sue
chitarre sature e la batteria lanciata a gran velocità fa un po’ l’occhiolino a Brian
Molko, i coretti appoggiati sul ritornello fanno subito pensare ai Blur più spensierati,
mentre la ballata liquida “Regress” riporta ai Radiohead di “OK Computer”. Eppure,
nonostante i riferimenti incrociati e facilmente individuabili, “Factory” non è solo un
esercizio di stile imbevuto di esotismo - come lo è potenzialmente qualsiasi proposta
autoctona pensata in inglese - perché brani come “The Last”, sorta di rock
elettroacustico acido e deragliante, una “All Around” che, inizialmente orientata
verso madchester si gonfia poi di chitarre quasi nu-metal, e il finale malinconico e
quasi morrisseyano di “Never Want To Be Loved”, con un arpeggio minimale
intrecciato alla tastiera e a una voce disillusa e fragile, rappresentano esempi più
interessanti, l’elaborazione personale di un linguaggio ampiamente codificato. In
ogni caso, come debutto sulla lunga distanza (registrato comunque nel 2003: il
gruppo è già al lavoro su nuovi pezzi), un lavoro promettente: la stoffa è di buona
qualità, sarà sufficiente prendere le misure con maggiore perizia (www.hkm.it).
Alessandro Besselva Averame
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Linea
Frontiera
Casbah
C'è un filo non troppo sottile, e non dubitiamo che sia rosso, che lega i sobborghi di
Londra all'Emilia Romagna. E anche se ormai un quarto di secolo è passato dalle
gesta dei Clash c'è, fortunatamente, chi ancora non ha dimenticato quella lezione e
ne fa ancor'oggi tesoro: stiamo parlando dei Linea, giunti di recente all’esordio con
questo "Frontiera". Mauro Zaccuri, cantante della band, è uno dei principali
appassionati italiani della band di Strummer e Jones, della quale da sempre si
preoccupa di divulgare l'opera, e questa pesante eredità si respira in ognuna delle
tracce del disco. Un rock combattente che non evita la commistione con lo ska, il
reggae e il punk e che cerca nelle liriche di farsi portavoce di un disagio sociale
senza però banalizzare nessun concetto, con un inizio fulminante dal titolo
"Ossigeno" e molte perle tra cui segnaliamo l'urgente "Temporaneo" e la coraggiosa
"Alì (Boma Ye)", capace di "pungere e volteggiare" proprio come il personaggio che
ne è protagonista. Un lavoro eclettico dove si notano una sezione ritmica compatta
e precisa e arrangiamenti poco scontati, con le tastiere e i fiati che ogni tanto
aggiungono colore e atmosfera a brani come “Gas” e “Ritorno”. Il paragone con gli
ispiratori è scontato, ma i Linea, pur di fronte a una delle band più importanti della
storia della musica, non sfigurano, e ci piacerebbe vederli dividere il palco con i
Gang di cui raccolgono idealmente il testimone. Un disco appartenente a quella
razza in via d'estinzione capace ancora di scaldare i cuori (www.i-linea.it).
Giorgio Sala
Finisterre
La meccanica naturale
Immaginifica/BTF
Nuovo disco di studio per i genovesi Finisterre, stavolta prodotto da Franz Di
Cioccio, con l’intento, già dichiarato nel precedente “In ogni luogo” (1999), di
scrollarsi di dosso i clichè tipici e inequivocabili del rock progressivo stile ‘70
frequentato nei due primi, pur pregevoli album. Non è cosa da poco rimettere in
discussione delle buone certezze consolidate a favore di un suono pop-oriented dai
riflessi più moderni, e il quintetto guidato dall’eclettico Fabio Zuffanti (vari i suoi
progetti paralleli, da LaZona a Quadraphonic sino al recente Aries) lo fa senza
ruffianerie o forzature. La prospettiva è quella di una canzone nobile, intensa e ricca
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di sfaccettature e colori, che non rinnega arrangiamenti e stratificazioni ancora a
base di synth analogici e mellotron, con le chitarre ora in maggiore rilievo assieme a
una scrittura più asciutta, figlia di certi Radiohead con sinergie cantautoriali,
immagini che sfumano talora in respiri e dissolvenze dal sapore post-(indie)-rock
(significativo il finale di “Incipit”).
“La meccanica naturale” sembra esprimere in sè una transizione in qualche modo
sofferta, la voglia di guardarsi dentro in cerca di una poetica più autentica, col
rischio di approdare inconsapevolmente altrove, all’ombra di qualche altro modello
di riferimento (la smaccata cadenza ferrettiana de “La maleducazione” era evitabile).
Ma non vorremmo essere severi nei confronti di un ritorno comunque fascinoso,
accurato nei dettagli, con uno spessore e una profondità di rado riscontrabile nel
panorama rock nazionale (www.immaginifica.it).
Loris Furlan
Alberto Motta & Claudio Sala
Al loro ingresso nella hall, con tutte le buche
Great Machine Pistola/Audioglobe
Pubblicata in regime di autoproduzione lo scorso anno, questa ultima fatica di
Alberto Motta e Claudio Sala - la quarta, stando alle note stampa - viene ora
ristampata dalla Great Machine Pistola, il che dovrebbe garantirle, se non altro, una
più facile reperibiltà. Un bene, perché le piccole gemme di psichedelia
(elettro)acustica contenute in “Al loro ingresso nella hall, con tutte le buche”
meritano la maggiore diffusione possibile. Otto il loro numero, nessuna meno che
interessante e, a suo modo, stralunata nelle musiche come nei testi, tutt’altro che
lineari o scontati. Idealmente, l’universo sonoro a cui si rifà il duo lombardo è
saldamente ancorato nella seconda metà degli anni ’60, dove hanno radice tanto il
delizioso e sghembo pop di “Ellamay”, storia di amore e droga, quanto una
“Scarafaggi” che non stupisce essere ispirata al “Pasto nudo” di Burroughs e la
conclusiva, drammatica “Decàde”, dedicata da Motta alla morte del fratello Andrea e
contrassegnata da intensi lampi di elettricità. Di contro, in “Giò riff” l’atmosfera è più
vicina al blues, e “Tra Francesco e Dio” è facilmente definibile come cantautorale,
nell’accezione meno ammuffita del termine.
Insomma, in appena venticinque minuti il CD riesce a creare un universo sonoro
dietro la cui apparente semplicità si nascondono mille sfumature e altrettante
emozioni, cesellate con una cura tutta artigianale e con l’aiuto prezioso di amici
come Giulia Larghi al violino e Luca Pozzi dei Vanillina alla batteria (www.shinseiki.it
).
Aurelio Pasini
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Vega Enduro
Big Time 25:33 P.M.
Desvelos-Macaco/Audioglobe
Secondo album per i bresciani Vega Enduro, dopo un sorprendente esordio di un
paio di anni fa all’insegna di un garage psichedelico ispirato e inventivo,
volutamente sfocato e impressionista nei suoni quanto assolutamente a fuoco nei
contenuti e nel padroneggiare riferimenti classici all’acid rock e al revival
psichedelico degli Anni Ottanta, dai Television Personalities a Julian Cope
passando per Robyn Hitchcock. Anche questa volta ha preso parte ai lavori
Giovanni Ferrario, leader dei Micevice, nel ruolo di produttore artistico e in questo
caso pure di membro della band, chitarrista aggiunto in buona parte dei pezzi.
La vena Sixties del gruppo, che si manifesta al meglio in una “Skeleton Parade” che
pare uscita fresca fresca da qualche oscura band attiva nella Summer Of Love
londinese, anno 1967, è la direttiva su cui si sviluppa l’intero lavoro, anche se
questa volta gli esperimenti in studio hanno un ruolo maggiore, gli arrangiamenti
sono più ricchi e organizzati (“The Womb”, “Just A Minute To Forget”). Il suono è più
elaborato nel suo complesso, ma anche più vario, le deviazioni non irrilevanti
(“Place To Make A Stand”, “H+C”). Fa invece capolino, nelle prime battute della
conclusiva “Underground Freakout”, il fantasma dei Portishead a braccetto con la
lontana memoria di una ballata coheniana, chiusa da una coda che mantiene la
promessa del titolo. Un modo per dire, alla fine, che i Vega Enduro sono
probabilmente un fenomeno di nicchia, destinato però a incuriosire chiunque ami il
pop eclettico e ingegnoso (www.desvelos.it).
Alessandro Besselva Averame
Dounia
Monkey
Il Manifesto
Ancora quel sapore di sabbia bianchissima: tornano i Dounia, una delle esperienze
che meglio sanno dare un senso all’abusata categoria della mediterraneità. Non
imprigionandola negli stereotipi né traducendola in cartolina. Nulla di consolatorio, in
“Monkey, secondo episodio a quattro anni da “New World”. Il gruppo
siculo-palestinese imprime alla sua musica un sigillo necessario e testardo, con un
lavoro anticonvenzionale di escavazione nel cuore della world music. Non bisogna
pensare a un’etnica variopinta ma piuttosto a Jobim e Veloso, o, per varie analogie,
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alla ricercatezza di certi Radiodervish. Così non deve sorprendere se già nell’iniziale
“Taracta L’anya” si colgono disparati echi, dalla musica sudamericana al Novecento
colto: il contrabbasso di Giovanni Arena, percosso con l’archetto sui registri alti,
suona come un violoncello. È un vero quartetto di archi ad accompagnare “Darabni
U Baka”: astenersi giocherelloni, qui si fa “world da camera”. La scelta del suono
acustico è assoluta, la chitarra classica di Vincenzo Gangi è in cerca di risuonanze
armoniche originali; i colpi percussivi di Riccardo Gerbino sanno di pietre e rami. E
poi, la plastica voce di Faisal Taher, il quarto palestinese del quartetto di Catania,
affiancato in “El hob el aama” da Hugo Race (anche coautore), con effetti
spiazzanti. La tastiera timbrica è arricchita dalle presenze di Riccardo Tesi
all’organetto, dalle marimba di Enrico G. Bertazzi e dal sax alto di Gianni Gebbia.
“Monkey” è un’opera multimediale: il libretto è corredato da un racconto in quattro
parti, “Avvistamenti”, dello scrittore Sal Costa (www.dounia.it).
Gianluca Veltri
CetoMedio
Ketchup o Maionese?
Derotten
Una copertina ideata apposta per catturare, e magari scandalizzare qualche
benpensante, con Bush e Bin Laden facce della stessa medaglia è l'azzeccato
biglietto da visita dei CetoMedio e del loro "Ketchup o Maionese?". Con simili
premesse è quasi obbligato che il contenuto sia destinato a dividere; l'ennesimo e
inutile gruppo del nord est, oppure ottimo punk rock e testi intelligenti?
Probabilmente nulla di tutto ciò, o meglio una via di mezzo. Il combo vicentino ha
per l'occasione pescato dal proprio passato di demo e autoproduzioni, sedici
episodi, li ha ri-registrati aggiungendovi un paio di tracce inedite, e per arricchire il
già ricco piatto ha inserito in formato mp3 tutto quanto registrato fino a oggi, oltre a
foto e video. Un “album-monstre” che però alla resa dei conti non si distacca molto,
dal punto di vista musicale, dal cliché punk rock in italiano che ha in gruppi come
Punkreas i numi tutelari. Diverso il discorso per i testi che, talvolta vicini al
demenziale talvolta più duri, inveiscono contro la società, in particolar modo quella
del vicentino così abilmente ritratta in "Cowboy del Nordest". Tra una parodia in
chiave hardcore dell'inno di Forza Italia - con "Faccetta Nera" - e brani come "Radio
Padania", l'immaginario dei Cetomedio è di quelli che o si amano o si detestano,
anche se da queste parti preferiamo soffermarci sulle amare risate che i cinque
ragazzi riescono a strappare piuttosto che su quanto di evitabile "Ketchup o
Maionese?" contiene (www.derotten.it).
Giorgio Sala
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Red House Blues Revue
Essential Ordinary Revolutions
Load Up-Lake/Venus
Secondo capitolo della collaborazione - ormai non più estemporanea - fra lo
statunitense Sean Meadows (June of 44) e l’italianissimo David Lenci, già tecnico
del suono per Uzeda e Shellac, produttore e titolare dei celebrati studi di
registrazione Red House di Senigallia, dove si è fatta gran parte della storia
dell’indie-rock degli ultimi anni. Un sodalizio che, dopo un esordio targato Gamma
Pop uscito nel 2002, torna in pista con l’aggiunta della parola Revue alla ragione
sociale, ma con il parco-collaboratori immutato (i Laundrette e Fabio Verdini dei
Gang). Quel che ne risulta è un lavoro in cui le ascendenze post-noise dei titolari
vengono collocate in contesti sonori non lontani da acidità tipicamente Seventies,
sorretti più dagli intrecci tra le chitarre che dalle partiture vocali. Ciò detto, va
comunque sottolineata l’abilità dell’ensemble di creare soluzioni che riescono a
suonare non banali pur non rifuggendo mai da una certa codificazione, come del
resto è lecito aspettarsi da personaggi di tale calibro. Lo dimostrano
sufficientemente bene la strumentale “In The Stoner House” e la cover in chiave
indie della beatlesiana “I’m So Tired” (inclusa come ghost-track), o ancora gli
intermezzi “Anthroversight” e “Pinball Maturation”, probabilmente i momenti più
sperimentali del lotto. Le sorprese più piacevoli arrivano però alla fine: prima con
una “Innamorata” acidula alla maniera di certe cose passate di Flaming Lips e
Mercury Rev, poi con una “I Found The Way” marcatamente cantautorale (
www.redhousebluesrevue.com).
Aurelio Pasini
Greenwall
From The Treasure Box
Rock Revelation/BTF
A fronte dei tentativi di fuga dal “progressive” c’è anche chi, senza sensi di colpa (e
perché mai?), procede beatamente lungo i sentieri del suono sinfonico dai tratti
romantici, contaminazioni jazz, sviluppi in forma di suite, iconografie fantasy
eccetera. È il caso dei Greenwall, formazione romana giunta al terzo album che
ruota intorno alle composizioni e alle tastiere dell’esperto Andrea Pavoni.
Dietro la grafica fumettistica accattivante e surreale, e dietro il titolo da esportazione,
“From The Treasure Box”, nasconde liriche e approcci melodici di chiara tradizione
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italiana, arrangiamenti eleganti per canzoni che, pur ricche di policromie, non amano
inutili cerebralità e rimangono sostanzialmente tali nella centralità vocale di Sofia
Baccini (ex Presence) e Michela Botti, non solo belle voci, ma altresì animate da
considerevole forza interpretativa. Tratti distintivi che accompagnano una sinfonicità
aggraziata dai colori a pastello, suggestioni introspettive che abbracciano metafore
(“Il cunicolo”, “Dondolando su laghi di cristallo”, “Pollicino”). Non mancano poi le
classiche, ampie sequenze strumentali, dall’assaggio de “La Gabbia” sino ai ventisei
minuti di “Preludio... To The End”, tipica progressione e alternanza tra dolcezza e
dinamismo, immagini che si sovrappongono con maggiore complessità
timbrico-ritmica e destrezza fusion. Roba buona da progsters si direbbe, ma
sarebbe riduttivo per un lavoro che permane fruibile, ispirato quanto ben suonato,
che saluta con una toccante ghost-track dove le parole pesano tanto quanto gli
svolazzi tastieristici e i tempi dispari (www.greenwall.it).
Loris Furlan
Fausto Balbo
FALBO
Snowdonia/Audioglobe
Ad impressionare non è tanto il delirio sonoro che producono i musicisti, giacché
questi rientrano nel novero degli artisti, a cui tutto è permesso; piuttosto mi
preoccupa la meticolosa perizia con cui Cinzia La Fauci e Alberto Scotti della
Snowdonia continuano a collezionare opere assolutamente ostiche e impenetrabili.
Balbo l’avevamo già incontrato agli inizi del secolo con quel “Zero” che certo non
dava adito ad eventuali aperture pop. E “Flabo”, suo secondo CD, è ancora più
radicale, indecifrabile, disturbante. Elettronica minimale, frequenze in saturazione,
campionamenti distorti all’insegna d’irriducibili visioni psicotrope, dal momento che
accordi e melodie fanno parte di un'altra dimensione. Poi d’un tratto, dopo parecchi
minuti di crepuscolare vaneggiamento, il chitarrista piemontese concede anche
qualche sprazzo di epico lirismo; quasi a voler significare di poter fare molto più di
quanto non voglia concederci per l’occasione. Allora viene il dubbio che sia tutto uno
scherzo, magari orchestrato ad arte dal bimbo annoiato raffigurato in copertina;
questi escogita inutili formule matematiche al cospetto di un cadavere di donna,
formoso e purulento. Tutto è tinto di rosa, proprio come in un gioco per cinici ed
ingenui fanciulli (www.snowdonia.it).
Fabio Massimo Arati
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Concetto Serranò
Autotram
La Matricula/Venus
Per chi, come chi scrive, è abituato a incasellare ogni artista in questa o quella
corrente, in un genere piuttosto che in un altro, uno come Concetto Serranò è un
rebus ed una boccata d'aria allo stesso tempo. Il personaggio: trentuno anni, origini
calabro-siciliane ma nato e cresciuto a Milano, è appassionato da sempre di musica
e il suo curriculum vanta una collaborazione attiva con i cabarettisti del laboratorio
"Scaldasole" e la fondazione, nel 2001, di "Caravanserraglio", un movimento di
cantautori milanesi che ha sede sul palco de "La Casa 139", con conseguente
successo di pubblico e critica. Logica quindi la tentazione di un disco a proprio
nome, consumata con questo "Autotram", che in meno di un'ora sintetizza
l'immaginario da cantastorie folk’n’roll, come lui stesso ama definirsi.
Un ritorno, quindi, a suoni tipici del meridione, con organetto e marranzano a far da
contraltare alle chitarre, ma anche una robusto ingresso nel mondo rock con basso
e batteria e piglio decisamente poco “tradizionalista”. Ma la cosa più interessante
sono i testi, affreschi di vita fuori dal tempo (“Come quelli dell'Armata Brancaleon”) o
ritratti di una bizzarra e sterminata galleria di personaggi che, proprio come Cocò,
vivono di notte e dormono di giorno. Un disco che, a parte qualche momento meno
ispirato sul piano musicale, dimostra come il cantautore non sia una razza sempre
uguale a se stessa ma una “creatura” viva e capace di confrontarsi col resto del
mondo musicale (www.concettoserrano.com).
Giorgio Sala
Addamanera
Nella tasca de il zio
Lizard/Audioglobe
Vengono da Messina e hanno aderito al cartello della “musica componibile” dei
Mariposa. Composizioni come tessere, pezzi di un lego. Prendere “Neurogenesi”,
brano iniziale: accelerazioni e decelerazioni, corpo centrale strumentale in 7/4, coda
visionaria alla Bill Frisell. Un immaginario favolistico, che dall’Alice di Carroll e da
Hansel & Gretel si congiunge a certo progressive bucolico flauto e chitarra. Nelle
parti cantate potrebbero ricordare a tratti i Baustelle, gli Addamanera, ma sono più
pazzerelloni e genialoidi dei toscani. Più guastatori e meno interessati alla
forma-canzone. Preferiscono scomporla e decomporla, la canzone. Messina come
Canterbury, porta di scrigni sonori, testi brevi che gettano il sasso nello stagno,
dispettosi.
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E una varietà di sfumature timbriche invero ammirevole: dal clarinetto alla chitarra
baritono; dal violino all’oboe, il gruppo siciliano - quartetto di base, ma in realtà
ensemble largo - dà vita a quell’idea molto in voga a cavallo dei ’70 di musica come
carosello, coralità creativa e bizzarra. Tracce dilatate, psichedeliche, caotiche, come
“Lemonjelly” (dieci minuti e mezzo), cinque-parole-cinque e suoni rarefatti. “La
barca” è invece una specie di volo magico cantato in siciliano, una canzone cosmica
che piacerebbe a Claudio Rocchi. Insomma, l’orizzonte dovrebbe essere delineato:
fricchettoni, torrenziali, sempre pronti a degenerare, in punta di sconfinamento. Un
esordio così coraggioso, e con tanta personalità, va seguito con interesse e con
fiducia (www.modomusica.com/lizard).
Gianluca Veltri
Taras Bul’ba
Incisione
Wallace/Audioglobe
Pur variando anche parecchio tra di loro, con pochissime eccezioni tutte le proposte
di casa Wallace hanno una caratteristica comune: quella di presentarsi inizialmente
come ostiche, ma di fornire, ascolto dopo ascolto, numerosi spunti interessanti,
riuscendo sempre a non cadere nell’onanismo fine a se stesso: un rischio che in un
ambito come quello della “sperimentazione” è dietro l’angolo. Non fanno eccezione
a questa regola aurea i Taras Bul’ba (il nome è quello di una novella di Gogol’): al
primo ascolto, i ventisei minuti di “Incisione” suonano duri e aggressivi, cattivi
persino, lasciano poco spazio per respirare, travolgono senza troppi complimenti e,
sovente, fanno male; però, una volta terminati, viene voglia di risentirli, di sottoporsi
nuovamente al trattamento. E così, lentamente, si arriva ad apprezzare l’equilibrio
tra una fisicità incontrollabile e un lavoro di fino su suoni e sfumature (grazie anche
alla collaborazione con Fabio Magistrali), tra una sezione ritmica tellurica e una
chitarra che si muove su territori mai banali o anche solo lineari, con il contorno di
tutta una serie di voci campionate a rendere l’ambiente ancora più sinistro e
apocalittico. Muovendosi in una terra di mezzo tra sfuriate (post) metal, math rock
alla Don Caballero, cavalcate schizoidi alla Primus e velati accenni di psichedelia, il
trio non scende a compromessi e crea scenari tanto inquietanti quanto ricchi di
fascino, a partire da quella “Morder (unter uns)” della quale esiste anche un riuscito
videoclip (www.wallacerecords.com).
Aurelio Pasini
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Offlaga Disco Pax
Offlaga Disco Pax è un nome che ultimamente sentiamo spesso, tanto per l’idea di
realizzare nel 2005 un disco “sul socialismo” - “Socialismo tascabile (Prove tecniche
di trasmissione)”, per la Santeria/Audioglobe - quanto per la profondità dei versi
recitati sopra tessiture di note di chitarre, che sembrano accentuare il carattere e la
dignità della parola che sfonda i muri. Ma se un giorno il potere andasse alla musica
e non più ai soldi? Per ora un primo passo lo fanno questi tre ragazzi da Reggio
Emilia che rispondono alle nostre domande con all’occhiello i loro nobili ideali.
Voi viaggiate forti delle vostre idee e ne fate un manifesto. Che responsabilità
sentite ad avere un microfono?
(Max) Raccontiamo storie, quasi tutte vere. Sono personali, alcune si svolgono su
un fondale politico leggermente distorto e vagamente provocatorio. Sappiamo di
cosa parliamo, perché parliamo di noi stessi. Non crediamo però di poter incuriosire
la Digos.
Quando vi siete incontrati, e com’è partito questo progetto musical-narrativo?
(M) Ci conosciamo da circa cinque anni grazie a comuni frequentazioni di luoghi di
socializzazione reggiani, tipo il negozio di dischi dove Daniele lavora come “lurido
clerk”. Nel gennaio 2003 Enrico e Daniele mi proposero di utilizzare alcuni miei
racconti per un loro progetto in italiano da iscrivere a un piccolo concorso locale.
Iniziammo così, armati fino ai denti del nostro candore.
Avevi composto i testi prima, oppure musiche e parole sono cresciute
insieme?
(M) I racconti sono stati scritti in un periodo di poco precedente alla nascita del
gruppo e solo in seguito sono stati accorciati e rielaborati per le esigenze dei brani:
con le musiche anche le parole hanno bisogno di qualche ritocco. Queste stesure,
più asciutte e stringate, mi sembrano migliori delle originarie.
Vi hanno mai detto che avete “copiato” dai Massimo Volume distorsioni e
voce narrante?
(Enrico) Non so, se lo pensassero i diretti interessati mi riterrei preoccupato. Per
loro. Di quello che dice la stampa invece non mi stupisco mai, sia in positivo che in
negativo, in particolar modo se si tratta del carrozzone degli accostamenti. A me
capita spesso quando sono a casa di parlare suonando la chitarra o viceversa.
(M) Credo che per evitare di fare confronti improponibili basterebbe ascoltarci. Testi
e atmosfere musicali sono agli antipodi dei Massimo Volume, esperienza epocale e
gruppo che ammiriamo ma che non rappresenta un nostro principale punto di
riferimento stilistico. La mia presenza scenica inoltre è talmente naïf che un
eventuale raffronto risulterebbe ridicolo.
(Daniele) Enrico l’altro giorno mi raccontava che nel 1963 Ray Davies si fece
costruire un amplificatore apposta per ottenere la distorsione di “You Really Got
Me”. Nessuno però ci ha mai paragonato ai Kinks.
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Musicalmente, chi vi ha influenzato per questo disco?
(D) I nostri ascolti finiscono spesso nella wave tra fine ’70 e inizio ’80, e sicuramente
questo ha caratterizzato la produzione. Non ci si limita comunque a quel periodo, ci
si proietta anche verso il presente. Abbiamo cercato di tirare fuori il meglio dalla
nostra strumentazione senza andare contro i nostri gusti e senza forzare le cose.
(E) Durante il 2004 ho ascoltato al solito di tutto, dai Mamas & Papas ai Clouddead,
Lcd soundsystem, Factory, techno detroitiana, Constellation, This Heat, Flying
Lizards, John Carpenter, Savage Republic e trance in genere...
Questo comunque è un omaggio alla gente di sinistra, all’emiliano fiero della
sua storia di ideologie. Qual è il vostro intento?
(D) Non ci sono intenti particolari, se non fare molti concerti per promuovere il disco.
Le storie di Max rispecchiano un immaginario in cui anche Enrico e io ci
riconosciamo pur appartenendo alla generazione del decennio successivo al suo.
(M) Vogliamo realizzare il Socialismo in un solo quartiere. Il vostro.
(E) Emilia Nazione!
Ascoltandovi sembra quasi di entrare in una vostra giornata. Come avete
evitato l’effetto “sottofondo musicale”? In che modo la musica si è “spalmata”
così morbida sulle parole?
(D) L’idea iniziale era di fare una sorta di colonna sonora alle storie di Max. Non
parlerei di sottofondo ma di completezza. Il tutto si riesce ad amalgamare in una
cosa sola senza forzature.
(E) Le ipotetiche colonne sonore si sono fatte presto canzoni, abbiamo cercato ciò
che sentivamo più opportuno trovandolo senza troppa fatica né calcoli. Non ho mai
pensato a qualcosa di morbido, lo ritengo un complimento. C'è un tacito accordo
secondo il quale ognuno sta al suo posto, da sempre.
(M) Enrico e Daniele quando sentono la parola “sottofondo” mettono mano alla
pistola.
Altre esperienze vissute, oltre la musica?
(E) La musica si è presa una grossa fetta della mia vita, tra progetti musicali diversi,
concerti visti e organizzati, grafica che spesso ruota comunque attorno ad essa.
(D) Ho fatto un corso per cantiniere, un tempo sapevo fare il vino. Ora vendo dischi.
(M) Non ho esperienze musicali precedenti e la mia passione per la scrittura è
piuttosto recente. In attesa di eventuali sviluppi al momento ho un lavoro, una casa
in affitto e sono single per scelta. Non mia. La musica sopra al palco piuttosto che
sotto è arrivata che avevo trentasei anni. Sono un esordiente tardivo.
Quando suonate in giro per locali, il pubblico come reagisce?
(M) Sin dall’inizio abbiamo sempre trovato qualcuno disposto ad ascoltarci e a
seguirci, e quasi mai risultiamo indifferenti. C’è chi non regge nemmeno fino al terzo
brano mentre altri sembrano rapiti e quasi ipnotizzati, ma non so spiegare come ciò
sia possibile.
(D) È una grande occasione e un ottimo modo per “socializzare”. La reazione del
pubblico è spesso diversa. C’è chi si fa prendere dai testi di Max e li segue riga per
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riga sui librettini che distribuiamo prima del concerto e chi invece preferisce seguire
le musiche. Chiaramente c’è anche chi se ne va e basta.
(E) Suonare in giro è meravigliosamente stimolante. A prescindere da come viene
accolto ciò che proponiamo c'è tanto da imparare, soprattutto dalle diversità.
Francesca Ognibene
Contatti: www.offlagadiscopax.it
Bikini The Cat
Giovani ma con le idee già ben chiare, i veronesi Bikini The Cat - Leila Gharib (voce
e chitarra), Giorgio Pighi (basso) e Arrigo Cestari (batteria) - hanno esordito da
pochi giorni con “Cold Water, Hot Water, Very Hot Water” (La Matricula/Venus), che
rilegge istanze tipiche dell’indie-pop statunitense alla luce di una personalità già ben
definita, sospesa tra slanci melodici e impeti rabbiosi. Incuriositi, abbiamo
approfondito la conoscenza con il trio al gran completo. Questa la sintesi della
nostra chiacchierata.
Volete fare una breve storia del gruppo e delle tappe che vi hanno portato alla
registrazione del disco?
(Leila) I Bikini The Cat nascono più o meno nell’estate del 2003. Abbiamo dedicato
alcuni mesi alla composizione, cercando di ottenere una musica che fosse la sintesi
di tre persone diverse, con tre stili, motivazioni e approcci differenti ma equilibrati tra
loro. Velocemente c’è stata la realizzazione di un demo che ha suscitato l’interesse
della critica locale e non. Dopo una buona attività live e la partecipazione a svariati
festival, concorsi e compilation, ci siamo impegnati nell’incisione di un album
completo. Finita la registrazione abbiamo ricevuto una proposta dall’etichetta La
Matricula e la distribuzione Venus, così siamo pian piano arrivati fino a questo
punto.
A proposito, nasce prima la canzone “Bikini The Cat” o il nome della band? In
ogni caso, qual è la sua origine?
(L) Nasce prima la canzone: Bikini era la gatta dell’appartamento di quando
studiavo a Venezia, e aveva la particolarità di essere nera con una macchia bianca
raffigurante esattamente un bikini. Bikini la gatta è diventata “Bikini The Cat”, e
aveva un suono perfetto per il nome del gruppo.
Nonostante siate all’esordio vi siete prodotti da soli il disco, senza aiuti
esterni. La cosa vi ha creato qualche problema a livello pratico durante le
session? In ogni caso, è segno che avete le idee già ben chiare su quello che
deve essere il vostro sound...
(L) Inizialmente l’album era stato registrato a livello casalingo proprio per riuscire ad
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avere un prodotto discreto senza tantissime spese, ma il risultato non ha soddisfatto
le nostre esigenze; così abbiamo fatto un investimento per dare alle canzoni il giusto
valore e siamo andati a registrare a Le Pareti Sconnesse di Verona. Le idee chiare
le avevamo, siamo entrati in studio con aspettative circa quale sarebbe stato il
suono generale. Le parti, le voci, le strutture erano tutte decise, a livello di
arrangiamento era tutto pronto per essere inciso.
Da canzone a canzone, ma a volte anche all’interno di una stessa
composizione, a emergere sono alternativamente un vostro lato più
aggressivo oppure uno più melodico, più pop. Quale dei due sentite più
vostro?
(L) Ci piace abbracciare lati emotivi diversi nell’ambito di uno stesso brano, credo
sia una cosa piuttosto evidente... molte canzoni sembra contengano altre canzoni
ma riusciamo a mescolare bene il tutto e servire una bella torta originale. Noi stessi
amiamo il pop più sbarazzino come gli sfoghi rabbiosi del punk più malato.
Sicuramente è una tattica molto utilizzata quella del “poppizzare” qualcosa per
rendersi più fruibili, per noi invece è solamente puro divertimento nelle parti più
melodiche, puro sfogo nelle parti aggressive. Non c’è un aspetto che ci appartenga
di più... per necessità siamo costretti a dare spazio a tutto, sia alla melodia che al
disagio.
Il titolo dell’album, si legge nelle note stampa, è legato a qualcosa che vi è
successo a Londra. Potete raccontarcelo?
(L) Un giorno a Londra ci è successo di entrare in un bagno pubblico e, in
mancanza di miscelatori dell’acqua, abbiamo trovato tre rubinetti: uno per l’acqua
fredda, uno per l’acqua calda e uno per l’acqua molto calda: “cold water, hot water,
very hot water”, appunto... tipico umorismo inglese. Oltre al suono della ripetizione,
ci piaceva l’idea dell’acqua, dello scorrere, del cambiamento, dello sviluppo delle
emozioni e delle idee da fredde a calde fino a molto calde.
Voi stessi avete detto che la definizione migliore per la vostra musica è
“post-punk”. Come avete fatto la conoscenza con determinate sonorità e cosa
ne pensate del loro attuale revival?
(Giorgio) La chiamiamo post-punk perché suona bene... non crediamo in una
chiara definizione del genere, serve solamente come orientamento generico per chi
vuole ascoltare la nostra musica. Siamo cresciuti con il sound a cavallo tra gli anni
’80 e ‘90 e stiamo cercando di attualizzarlo. In ogni caso, la nostra cultura musicale
spazia dal beat al revival odierno. Il revival è ciclico e inevitabile, molte volte è un
passaggio per giungere a qualcosa di nuovo. L'ingrediente innovativo sta nel come
sono stati scelti e assemblati generi passati.
Leila, hai realizzato tu l’artwork del disco: per caso hai interessi anche nel
campo dell’illustrazione e della pittura?
(L) Più nell’illustrazione. Amo la tecnologia come supporto dell’arte, ti permette di
gestire e potenziare un’immensità di idee. Cerco di curare il più possibile i lati
artistici del gruppo paralleli alla musica: il sito Internet, la grafica del booklet, le
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locandine, eccetera. È una grande soddisfazione riuscire a controllare tutto, questo
però non vuol dire che siamo chiusi a collaborazioni, anzi, affidare un aspetto a
persone professionali sarebbe molto interessante ma per ora, se naturale,
arrangiarsi è la cosa migliore.
Aurelio Pasini
Contatti: www.bikinithecat.com
Central Unit
A volte ritornano. A volte il nuovo capitolo è ancora più entusiasmante dei vecchi, se
non fosse per quell'aurea di culto e di mistereo che con il tempo avvolge gli artisti
più sotterranei. Pionieri del nuovo rock italiano, sagaci manipolatori di musiche
elettroniche al confine tra new wave ed avanguardia, i Central Unit sono tornati alla
ribalta dopo circa vent'anni di inattività. Hanno prima riscattato la memoria affievolita
dei loro due misconosciuti lavori in vinile - il 12"EP "Loving Machinery" (1982) e
l'elleppì omonimo, uscito l'anno successivo - ristampandoli entrambi in un unico CD;
poi hanno dato nuovamente prova del proprio talento con l'intrigante "Internal Cut"
(MP Records). Li abbiamo raggiunti, nella speranza di poter recuperare almeno in
parte quattro lustri di assoluto silenzio.
Riprendiamo il discorso dal 1983, quando uscì il vostro primo LP: cosa
accadde dopo e quali furono le motivazioni del vostro scioglimento?
La CGD, nonostante il contratto firmato e svariate riunioni, non riuscì a definire un
progetto globale per lanciarci, anche dal punto di vista dell'immagine. Dissero che ci
stavano lavorando, ma poi non se ne fece nulla. Il disco, pertanto, non fu oggetto di
promozione alcuna. D'altro canto, i rapporti con la major ci privarono in qualche
modo della nostra purezza: ci convincemmo infatti di poter raggiungere il successo;
quindi orientammo di proposito la nostra musica verso certa new wave allora molto
di moda. I risultati furono pessimi, la CGD ci abbandonò e poco dopo ci
sciogliemmo.
Quali stimoli vi hanno spinto ad aggregare nuovamente la band, recuperando
un nome dimenticato per tanti anni?
Ci eravamo lasciati in ottimi rapporti e a tutti noi l'esperienza Central Unit è sempre
rimasta in un angolo del cuore. Avevamo provato a ritrovarci due volte, nel '90 e nel
'93, ma senza esiti apprezzabili. Al terzo tentativo, nel 2000, grazie anche ad alcune
integrazioni d'organico, è finalmente nata - di nuovo - una musica che ci assomiglia
e ci rappresenta. Il pretesto fu l'idea, purtroppo non realizzata, di un concerto per il
ventennale assieme ai Tuxedomoon, con cui invece non siamo mai riusciti a
suonare.
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"Internal Cut" ha avuto una gestazione piuttosto lunga: avete incontrato
problemi di carttere editoriale oppure vi siete arenati in fase creativa?
In un mondo perfetto, il disco avrebbe potuto uscire già a fine 2002. Tra l'attesa per
l'ultimazione negli Hawk Studios di Fabio Liberatori (dove l’album è stato
efficacemente missato da Gianrico La Rosa), vari problemi con la tipografia e il
tempo richiesto per ottenere l'autorizzazione a inserire i campionamenti, i mesi sono
passati veloci. Però nel frattempo siamo riusciti ad inglobare nel progetto il
trombettista Marco Tamburini, che ha interpretato le nostre atmosfere con grande
talento. Alla fine abbiamo benedetto il ritardo.
A cosa si riferisce il titolo?
Il "taglio interno" potrebbe essere quello che abbiamo ricucito riformando la band. In
realtà è il più convincente anagramma di Central Unit. Un altro è “Until Trance”,
anche se un po' più stiracchiato.
Dopo tanti anni, come è cambiato il vostro approccio alla composizione e agli
arrangiamenti?
Non molto. Ancora oggi, come allora, la musica nasce dall'idea di qualcuno - per lo
più il tastierista - a cui poi tutti contribuiscono. Si registra tutto e poi si lavora sugli
ascolti delle registrazioni. La differenza è che adesso hai subito a disposizione
materiale editabile, mentre allora era necessario suonare molto di più insieme.
L'hard disk ha preso il posto della musicassetta... Gli arrangiamenti sono
prerogativa di Lolli, che però ci consulta continuamente, a volte addirittura
proponendoci alternative tra cui scegliere.
Se negli 80 aveste potuto servirvi delle tecnologie oggi accessibili a tutti,
ritenete che il vostro sound sarebbe stato differente? Mi spiego meglio:
ritenete che gli strumenti di allora ponessero dei limiti alla vostra creatività?
No, non dovrebbe mai essere così. Lo strumento è appunto un mezzo, trasformarlo
in scopo è roba da edonisti. Il discorso cambia per le performance dal vivo, durante
le quali è necessario adattarsi, allora come oggi. Piuttosto, quando si ha vent'anni, il
limite può stare nella capacità di guardarsi dentro e capire con chiarezza quali sono
i propri obiettivi. Detto ciò, non c'è dubbio che con gli strumenti di oggi avremmo
prodotto un sound diverso. Ascoltando il vinile del 1983 si percepisce un suono
piccolo e ovattato; da questo punto di vista la ristampa su CD ha fatto miracoli.
A qualche mese dall'uscita, volete trarre un bilancio sulle sorti di quest'ultima
vostra fatica?
Forse sperare che il disco fosse acquistabile in qualche negozio in tre o quattro città
era un'utopia. Sta di fatto che la commercializzazione è inesistente. Se lo vuoi
comprare - e non sei di Bologna, dove i negozi se lo sono procurato - puoi solo
scrivere alla MP Records, che vende anche dal suo sito internet. Del resto, meno di
quel che fece la CGD è impossibile. Ci resta, come allora, il buon riscontro degli
addetti ai lavori. L'esperienza ci dice che quando la musica è usata per esprimersi,
l'aspetto commerciale può essere importante, ma non deve essere decisivo. Infatti
stiamo già lavorando a del nuovo materiale...
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Fabio Massimo Arati
Contatti: www.centralunit.com
Chomski
Sembra che a Torino, già capitale del nightclubbing, si stia negli ultimi tempi
affacciando una nuova realtà: quella del neo-cantautorato, che guarda alle radici ma
le contamina con atmosfere post. I risultato? Decisamente positivo. Lo dimostra, tra
le altre uscite, l’omonimo esordio dei Chomski, da poco edito dalla
Stoutmusic/Audioglobe.
Innanzitutto, quali tappe hanno portato alla realizzazione del vostro primo
album?
(Enrico) Nel 2002 io e Luca Morena abbiamo iniziato a suonare insieme a Stefano
Danusso, impegnato al basso e a Simone Sanna, alla batteria... ci si conosceva già
grazie a concerti, ascolti e frequentazioni di luoghi e persone, così è venuto naturale
iniziare a collaborare. Nel giro di due anni, con un demo in mezzo, la formazione si
è ridotta a tre elementi, e si è deciso che la cosa migliore fosse quella di registrare
un disco e poi suonare in giro, piuttosto che il contrario.
Arrivate da esperienze importanti, insieme a Lalli, Bandamanera, Cletus. Cosa
resta di quel pezzo di strada, nella vostra musica?
(E) Innanzitutto i rapporti con le persone e la consapevolezza che stare insieme è
difficile, delicato e complesso. In secondo luogo, l’idea che a rendere speciale la
musica sia un forte coinvolgimento emotivo, un continuo mettersi in gioco, che la
musica sia essenzialmente una relazione comunicativa all’insegna dell’urgenza e
che tecnica e professionismo vengano dopo. Poi tanta strada, luoghi, persone e
piccole ritualità da gruppo, una quotidianità fatta di occasioni per stare bene...
(Luca) Dal punto di vista musicale credo ci sia una certa continuità con le nostre
esperienze precedenti. Io ad esempio sono convinto che il sound della band che ha
accompagnato Lalli fino al 2000 fosse davvero unico nell’ambito della canzone
d’autore italiana degli ultimi anni. Quel modo di suonare, la sua intensità e
semplicità, è senza dubbio un patrimonio cui io ed Enrico siamo enormemente
legati.
La prima cosa che appare è il vostro nome. Credo che il riferimento sia
chiaro, ma la “licenza poetica” è da spiegare...
(E) È stato Luca a pensare il nome già dai tempi in cui improvvisavamo lunghe
session cervellotiche. Entrambi abbiamo alla spalle studi filosofici e una certa
passione politica: Noam Chomsky è un punto di riferimento, soprattutto per l’energia
e la lucidità nel tempo. A quel punto la “i” ha sostituito la “y” poco prima di andare in
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stampa, perché c’è un omonimo gruppo americano e una ricerca web si rivela
disastrosa…. svariate migliaia di pagine prima di arrivare a noi...
Nei Chomski si incontrano tradizione autoriale e atmosfere post. Come si
coniugano i due estremi, e quali sono le vostre fonti d’ispirazione?
(E) Ovviamente sono i due assi che caratterizzano la musica che preferisco... dagli
Slint in poi, passando per Mogwai e Sonic Youth e approdando a dozzine di altri
gruppi fra cui Bedhead, Early Day Miners, Jim Yoshii Pile Up, Van Pelt fino a L’altra,
Owen, Idaho, Low, Ida. Quel che facciamo è esattamente il nostro modo di stare
nella musica, con un’attitudine alla sperimentazione e all’iterazione di moduli
musical: inoltre, rimane il desiderio irrealizzabile di poter scrivere la canzone pop
struggente e perfetta.
(L) Credo che nel nostro modo di suonare ci sia un elemento naïf che rende le
cose più semplici nel coniugare gli estremi della forma-canzone e della sua
decostruzione. Semplicemente non facciamo quel che facciamo in maniera
premeditata. A volte, se non altro nelle prime fasi del processo di composizione, è
come se fossimo totalmente immersi e inconsapevoli.
Chomski sembra trasformarsi, a volte, in collettivo. Ci sono ospiti importanti,
da Tommaso Cerasuolo a Elena Diana, fino a Gigio Bonizio. Come sono stati
coinvolti nel progetto? Quanto è importante il loro contributo?
(E) Vogliamo essere un collettivo di produzione musicale fluido, in grado di
interagire con diversi soggetti di volta in volta, pur mantenendo un nucleo definito e
coerente. In particolare, ci piaceva suonare con quelle persone e per ognuno il
discorso è diverso. Elena e Mario hanno composto e improvvisato, Tommaso ha
cantato melodie e testi di fatto già scritti, ma ha avuto un ruolo enorme per la mia
voce; Paolo e Gigio hanno scritto in assoluta autonomia scegliendo il pezzo che più
hanno sentito loro... ognuno si è decisamente sintonizzato su Chomski e ha portato
la sua cosa. La loro presenza è decisiva e ha portato tonalità festive ed entusiasmo
anche quando noi stessi eravamo sfiduciati.
In che modo pensate possa evolversi il progetto, sia a livello di sonorità che
di attitudine nei confronti della musica?
(E) Vorrei continuare la strada tracciata, tra strumentali e canzoni, ma tutto si vedrà
quando penseremo veramente a nuovi materiali, abbiamo ancora un sacco di scarti
da riesumare o buttare, frammenti da sviluppare; l’attitudine rimarrà la stessa:
suonare come spazio di libertà ed espressione in vite che altrimenti non avrebbero
lo stesso gusto...
(L) Per quanto riguarda il suono, la dimensione elettroacustica è sicuramente il
nostro luogo naturale. Subiamo tremendamente il fascino della combinazione tra il
calore degli strumenti acustici e il freddo cristallino di quelli elettrici, ma una
direzione probabile sarà talvolta la separazione netta di questi due elementi.
Giuseppe Bottero
Contatti: www.stoutmusic.com
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Super Elastic Bubble Plastic
Giovani, esordienti e originari di Mantova, non proprio il “centro dell'impero”. Messa
così sembrerebbe poco interessante intervistarli, ma dopo aver ascoltato “The
Swindler” - per l'appunto esordio dei Super Elastic Bubble Plastic per la RedLed/Self
- si cambia idea in fretta: si tratta infatti di un lavoro tra i più freschi e interessanti gli
ultimi mesi, che meritava un'approfondimento. A questo si prestato volentieri
Gionata Mirai, da quasi dieci anni lettore del Mucchio, che possiede idee molto
chiare sulla (sua) musica. A lui la parola.
Potresti presentare il gruppo a chi non vi conosce? Ho poi letto che agli inizi i
vostri concerti erano in realtà delle lunghe jam: come mai una scelta così
atipica?
I Super Elastic Bubble Plastic nascono quasi quattro anni fa, più per gioco che per
altro. Ci conosciamo da una vita e un amico comune cercava un gruppo da far
suonare nel megastore di abbigliamento in cui lavorava: ci siamo trovati là ed
abbiamo improvvisato per tutto il pomeriggio, ovvero circa cinque ore, il tutto senza
precedenti prove; che esperienza! La cosa si è ripetuta la settimana successiva, ed
è stato ancora meglio. Così ci siamo detti: "beh, se improvvisare tra di noi è così
divertente perché non continuare a farlo in giro?”, senza contare il fatto che un
gruppo di matrice rock dedito all'improvvisazione ci sembrava un'idea quantomeno
originale. Dopo un anno di brainstorming live sono venuti fuori i primi pezzi
strutturati, confluiti poi nell’EP “The Double Party Of The Widow”, seguito dopo poco
da “The Swindler”. Improvvisare serve a creare quel sottilissimo filo che lega un
gruppo mentre suona, è il sapere dove arrivare per poi lasciare lo spazio alla
batteria o al basso e sentire - non con le orecchie: è una questione di groove “dove” e “quando” sono gli altri due. E questo vale anche nel momento in cui
componi o suoni un pezzo dal vivo: ci è stato molto utile iniziare in quella maniera.
Come descriveresti “The Swindler”? E quanto ha influito, secondo te, la
relazione artistica che vi lega a Giulio Favero?
“The Swindler” è stato principalmente uno sfogo, concepito, scritto e registrato in un
momento di spaccatura emozionale, almeno per quanto riguarda me. È quel grido
naturale che serve per svegliarsi da un incubo; quei momenti in cui ti svegli pieno di
sudore, proprio come dopo aver suonato il disco. Giulio, oltre a essere un amico, è
un “catalizzatore di groove”: più che insistere sull’arrangiamento di un pezzo ti
rompe le palle per come lo suoni. Si preoccupa più di quello che vuoi dire con quello
che stai facendo che dei particolari, e questo è un approccio che noi tutti non
possiamo non condividere, visto anche quanto dicevo prima sul concetto di
improvvisazione. In questo devo ammettere che è stato fondamentale, e se il disco
suona così è anche merito suo.
Non vi hanno un po' stancato i continui paragoni col suo ex gruppo, ovvero i
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One Dimensional Man?
Ormai col tempo ci siamo abituati, anche se dopo un pò, sarò sincero, la cosa aveva
iniziato a stancarci. Comunque se di paragoni dobbiamo morire, meglio con loro che
con altre band, magari pessime...
Vi ha stupito tutta l'interesse che si è creato attorno a voi? In fondo siete solo
all’esordio...
Decisamente! Speravamo in un po’ d'attenzione, ma mai avremmo pensato in così
tanta. Ci ha colti davvero alla sprovvista. Il bello è che fino ad un anno fa non
trovavamo un’etichetta che fosse disposta ad investire su di noi, mentre adesso
stanno tutti gridando al miracolo. Sinceramente non so cosa pensare: o un sacco di
gente si sta mangiando le mani - cosa che non credo, in Italia siamo tutti troppo
orgogliosi - o abbiamo fatto un disco veramente carino, e lo spero ma non sta certo
a me dirlo. Oppure abbiamo solo un ottimo ufficio stampa... il che è comunque vero,
visto quanto si stanno impegnando i ragazzi della RedLed. Comunque la si possa
pensare, non possiamo che esserne soddisfatti.
Anche il video di "My Emotional Friend" è riuscito a fare breccia nelle playlist
delle TV musicali, oltre a vincere già premi: un miracolo?
Visto? Anche tu con il miracolo! (risate generali, ndr) Non c’è nessun miracolo, è
stata solo una brillante idea realizzata altrettanto bene... e qui va assolutamente il
nostro plauso al regista Marco Pavone, oltre a un sacco di video orrendi in
circolazione che non possono che averci favorito (altre risate, ndr).
In Italia, vista la situazione del mercato musicale, c'è ancora posto per un
groppo come il vostro?
Non sappiamo ancora se c’è posto per noi, stiamo comunque cercando di crearcelo.
È dura... ma credo, ed in fondo lo speriamo tutti, che la qualità alla lunga paghi,
anche poco, senza problemi. Stiamo anche lavorando a eventuali sbocchi all’estero,
ma al momento non so dirti come andrà a finire. Per il momento la nostra
preoccupazione principale è suonare, suonare e suonare. E nei ritagli di tempo
preparare il nuovo disco per poi suonare, suonare e suonare ancora.
Giorgio Sala
Contatti: www.superelasticbubbleplastic.net
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Bob Corn
Bob Corn è anche Tiziano, ed entrambi sono belle persone. Ho sempre ammirato
Tiziano per il suo modo di organizzare i concerti col cuore, e ora che in lui esiste
anche un Bob Corn - che scrive belle canzoni da applaudire, imparare a memoria,
custodire dentro e canticchiare - è diventato ancora più importante. Importante per
come opera, perché continua a far felice chi va ai concerti, suoi e/o di altri esponenti
del cosmo musicale che ruota attorno all’etichetta Fooltribe: Sprinzi, Red Worms’
Farm e l’ultima scoperta Majirelle.
Per anni hai organizzato concerti: come ti sei trovato, d'un tratto, anche tu sul
palco?
Non c'è una relazione stretta tra Tizio "organizzatore" e Tizio/BobCorn "artista".
Avevo queste canzoni, tutte scritte in un momento particolare della mia vita, canzoni
che “dovevo” scrivere per forza. Poi, quasi per gioco, sono arrivati il palco e i
concerti e il gioco è diventato serio. L’essere un promoter mi ha dato la possibilità
non solo di suonare ma anche di esibirmi dal vivo, organizzando concerti per me...
una cosa che suggerisco a tutti di fare.
Cosa si prova?
Mi emoziona molto salire sul palco. Anche perchè salgo sul palco “nudo”, con solo
le mie canzoni. E quando poi capisco che il pubblico ascolta ciò che faccio è tutto
molto bello. Si dà e si riceve, una sensazione davvero piacevole che ti mette in pace
con te stesso e con il mondo... e se non mi ascoltano suono per me come fossi a
casa, e non è comunque affatto male.
Le tue canzoni hanno un non so che di “fatato”: di cosa parlano?
“...all the songs composed thinking about girls...” , così ho scritto nelle note del CD.
Riguardano gli stati d'animo che nascono da un abbandono, un incontro, uno
sguardo, un sorriso, una parola. Per lo più sono canzoni "tristi". Se sto bene mi
faccio una passeggiata in campagna o un bicchiere di vino con gli amici, è raro che
prenda la chitarra e mi metta a suonare. “Fatate”? Strano, “fate” e “fato” nel mio
mondo non vanno tanto d'accordo. Per me, comunque, le canzoni sono
fondamentalmente una specie di esorcismo: butto fuori il male. Poi, una volta libero,
sono felice ad ogni nuova canzone, come anche quando suono per me o per tutti.
Scriveresti un pezzo in italiano?
In passato l’ho fatto, ma ora non mi pongo il problema. Mi vengono in inglese... o,
meglio, con le poche parole inglesi che conosco. Del resto ciò che devo esprimere è
molto semplice e immediato. Nessuna ricerca linguistica, cerco solo di sintetizzare e
raccontare con le parole ciò che sento “nascondendomi” un po’, visto che i miei testi
sono espliciti soprattutto per chi mi conosce bene.
Spesso un gruppo che si autoproduce mette su una label per produrre gli
amici. Tu invece avevi già la Fooltribe perchè hai pensato prima ai tuoi amici e
poi a te. Come va, in questo momento, l'attività dell'etichetta?
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Vorrei far capire che nel mio modo di fare le cose non c'è un piano o una
programmazione precisa: ho solo deciso di voler fare queste cose. Ma non ci sono
tempi, scadenze, contratti: sono e siamo soddisfatti di quello che abbiamo fatto
finora e del modo in cui l'abbiamo fatto. Nello specifico, è uscito da poco il nuovo
CD dei Red Worms’ Farm, che è una bomba e non perchè lo dico io. Ora si suona in
giro per promuoverlo. Prossime uscite dovrebbero essere un 7” di G.I.Joe, un CD di
Majirelle e il nuovo degli Sprinzi. Ripeto: non so quando e come, ma si faranno.
Questo è quello che conta. Recentemente qualcuno mi ha chiesto convinto: “...ma
come mai tutti i dischi e i gruppi della Fooltribe sono così fighi?” Era talmente
sincero nel dirmi questo che mi ha convinto e mi ha fatto pensare che siamo bravi e
fortunati. Ci piace la buona musica, che per mia esperienza personale arriva sempre
da buone persone.
Come mai Bob Corn? Suonava bene?
Mi è venuto così, senza pensarci. Poi mi sono dato le motivazioni: cantavo “in
americano” e mi serviva un nome americano. Mi stava e mi sta molto sulle balle
certa cultura americana e mi andava di pigliarli per il culo ironizzando sui pop corn: li
odio al cinema, sintesi di un certo modo di viver le cose. Di sicuro è un po' ridicolo e
ridere non fa male... e poi ci sono già Bob Log III e Bobby Conn: mi sono aggiunto
alla compagnia.
Stai suonando molto in giro. Ci racconti dell'esperienza più bella fin'ora?
Al Jazzabuglio di Cagliari nel giugno 2004, durante un tour di quindici date che mi
ero organizzato. Un pub con stanza separata per suonare. Stanza piena di gente
che seduta mi ascolta, ride e applaude convinta. Ho suonato tutte le canzoni che
sapevo fare, ma davvero tutte. Le ho suonate con l'intensità massima che posso
dare e ricevere. Dalla prima all'ultima parola, dalla prima all'ultima nota. Al massimo.
Non mi era mai successo così. E non è ancora ricapitato. Suonare in giro è
comunque la cosa che più mi ha dato soddisfazione nell'ultimo periodo. Incontrare
persone, scambiare esperienze, vivere la musica.
Hai scritto canzoni nuove?
Sì. Le ho anche già registrate, ma ho rotto il furgone e non ho i soldi per stampare il
secondo CD. Sono pezzi che comunque eseguo già da un po' dal vivo.
Se avessi iniziato a sedici anni cosa sarebbe successo secondo te? Avresti
fatto questo genere?
Bob Corn non è la mia prima esperienza musicale. Nei primi ‘90 urlavo in una band
grunge, i Fooltribe. Poi non mi andava più di urlare e ci siamo trasformati nei
Getsemani: primordiale post rock senza saperlo, con liriche italiche e lamentele
ferrettiane, visto che la cadenza emiliana è quella. Poi niente per anni. Poi Bob Corn
per danni.
Francesca Ognibene
Contatti: www.fooltribe.com
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