Numero Febbraio '08
EDITORIALE
Secondo numero del 2008 di “Fuori dal Mucchio”, e nuova infornata di recensioni e
interviste – più le abituali appendici “Sul palco” e “Dal basso” – dedicate a quanto di
meglio agita l’underground nostrano. Una panoramica a trecentosessanta gradi che
svaria tra stili e generi, con l’unico comun denominatore rappresentato dalla qualità
delle proposte – elemento essenziale per cercare di fare una selezione seria in un
panorama quanto mai affollato.
A tal proposito, ci teniamo a ricordare ancora una volta a quanti – artisti, promoter,
etichette – volessero farci pervenire il loro materiale che una copia del tutto va
sempre inviata a entrambi i curatori di questo spazio (tutte le indicazioni le trovate
seguendo il link “Per contatti”, qui a destra); per facilitare le cose, poi, il consiglio è
sempre quello di contattare anche almeno uno dei collaboratori fissi dell’inserto.
Ciò detto, non ci rimane che augurarvi come al solito buone letture e buoni ascolti.
A rileggerci tra un mese.
Aurelio Pasini
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Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it
Numero Febbraio '08
AA.VV.
The Vegetable Man Project Vol. 5
Yellow Shoes
“La Oggetti Volanti Non Identificati intende pubblicare, entro il 2030, mille differenti
versioni di ‘Vegetable Man’ di Syd Barrett, raccolte in cinquanta volumi”. Siamo così
arrivati – pur con un cambio di ragione sociale dell’etichetta – a un decimo di un
viaggio più che utopistico, talmente folle che si sta realizzando dentro le nostre
orecchie, anno per anno, con grande soddisfazione. Non si tratta soltanto di velleità
psichedelica, ma di un tributo permanente, profuso da tutte le band del mondo, che
si dipana con una creatività senza – apparente – fine.
Sarà infatti per il tema che affrontano, ma le venti band di “The Vegetable Man
Project Vol. 5” sono capaci di spaziare dai sospiri dei tedeschi Sula Bassana alle
striature folk dei nostrani Gretel e Hansen, dall’acid pop della Valerio Rivoli One
Man Band ai riverberi spaziali dei statunitensi NC-17. Non si tratta soltanto di
rivedere, infatti, una canzone straordinariamente oscura e altrettanto
straordinariamente bella della nostra storia musicale, ma di calarsi in un mondo
caleidoscopico senza timore e parecchia creatività. Il risultato, anche per
l’ascoltatore di passaggio, può essere esaltante, oltre a fornire una carta geografica
inattesa dell’underground sonoro di questo Pianeta. Quando cominciò il volo di
questo progetto, pensavamo francamente alla solita – e condivisibile – follia di Dario
Antonetti e soci. Oggi ci auguriamo di vedere atterrare la navicella con le sue mille
lezioni “vegetali”, anche prima del 2030 (xxxx).
John Vignola
Andrea Rottin
Songs About Nightmares
Madcap Collective
Il pianeta Syd Barrett è ormai lontano ma col suo campo gravitazionale continua ad
attrarre nuovi navigatori interstellari. L'ultimo in ordine di tempo è Andrea Rottin, ex
Oswald e co-fondatore del Madcap Collective, un artista che giunge
all'appuntamento con il primo disco solista sull'onda di un folk-rock che con la
musica del Cappellaio Matto ha più di un punto di contatto. Come è chiaro sin dal
titolo, richiamo evidente alle fascinazioni dell'inconscio e giusta introduzione a un
veloce trattato su fase R.E.M. e dintorni.
A tenere le fila del disco pensano brani come “Truck Song” e “Austria”, ottimi esempi
di folk song “in movimento” e omaggi nemmeno troppo velati al Kurt Cobain dell'
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Numero Febbraio '08
”Unplugged In New York”; “Elegy” e “Gentle Voices”, visioni ombrose irruvidite da
nastri al contrario e sussurri dall'iperspazio (della mente, va da sé); “Country Style”
e “Explode!”, rincorse a perdifiato in stile Violent Femmes mixate a rumorismi
Pavement. Episodi, quelli citati, permeati dalla più classica delle estetiche lo-fi –
simile per certi versi, a quella adottata dai colleghi di etichetta Father Murphy – e da
un approccio alla melodia che pur optando quasi sempre per il percorso meno
lineare, riesce a mantenere un livello di immediatezza invidiabile. Una scelta in
grado di garantire mezz'ora di ottima musica, che nel peggiore dei casi, renderà
sopportabili le vostre nottate insonni (www.myspace.com/madcapandrea).
Fabrizio Zampighi
Betularia
La stanza di ardesia
Suoni Sommersi
L’idea non è particolarmente originale, né poco diffusa: fondere un rock di grande
impatto, stratificato, dalle grandi aperture aeree e spaziali, con un ceppo melodico
inconfondibilmente italico, facendolo infiltrare tra i muri di suono in modo un po’
trasversale e obliquo. Ad esempio, sfruttando un certo approccio al discorso vocale,
un poco cantilenante e reiterativo, memori della lezione ferrettiana, meno evidente
tra le nuove leve di musicisti ma non meno influente dell’insegnamento degli Agnelli
e dei Godano. Questa è l’operazione che tentano i toscani Betularia, ma va detto
che non è la via più liscia e semplice quella che hanno deciso di intraprendere per
arrivarci. Ci mettono dell’impegno, cercano di aggirare l’ostacolo della banalità, si
vede che ci credono e che non sono musicisti ingenui, di primo pelo. Eppure la
veste che si cuciono addosso è in troppe occasioni pesante, poco maneggevole, a
tratti magniloquente: si prenda a tale proposito “Etere fluido”, troppo gonfia di
grandeur radiofonica che si trasforma in prevedibile suono FM, e, per lo stesso
motivo, “Sagome”, o ancora “L’esodo dei girasoli”, troppo appiattita su una forma di
pop un poco anonima, nonostante gli spazi immensi suggeriti dalle tastiere
orchestrali. Segnali positivi vengono invece dall’incedere minaccioso e quasi
tooliano (fatte le debite distanze, e ridotto il coefficiente di violenza sonora) di
“Ferrovecchio”, ma il lavoro di ricompattamento e messa a fuoco dei materiali
costitutivi del progetto è ben lungi dall’essere completato (www.betularia.com).
Alessandro Besselva Averame
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Numero Febbraio '08
Blind Cave Salamander
Blind Cave Salamander
Blossoming Noise
Da alcuni anni Fabrizio Modenese Palumbo si è imposto come vero e proprio punto
di riferimento della scena post-industriale, non solo italiana. Parallelamente alla sua
avventura con i Larsen, condotta con sperimentale tenacia sin dalla prima metà dei
’90, organizza concerti (in calendario Current 93, Baby Dee, Laibach, Michael Gira),
gestisce uno studio di registrazione (O.F.F. Recordings) ed è attivo nel progetto
Post Romantic Empire (centro culturale promotore di mostre e rassegne ma anche
piccola label). Il suo curriculum di musicista è ricco di collaborazioni e di produzioni
intraprese in solitudine o in sinergia con altri artisti, italiani e non.
La più recente prende il nome di Blind Cave Salamander e coinvolge anche Paul
Beauchamp dei Gullinkambi, Marco Milanesio dei DsorDNE e la violoncellista Julia
Kent, già attiva con Antony & The Johnsons. Lo scorso mese di novembre – proprio
mentre a Faenza si svolgeva il MEI – il gruppo ha presentato il suo primo omonimo
CD, aprendo a Venezia le uniche due date italiane della cult band inglese Nurse
With Wound.
La figura un po’ malinconica e un po’ ripugnante dell’anfibio cieco, che vive in
cunicoli freddi ed angusti, lontano dalla luce del sole, ispira le toccanti partiture
strumentali del quartetto che, sulla base di semplici accordi di chitarra mandati in
loop, elabora scenari sonori di notevole efficacia, a tratti dolci ed onirici, a volte più
tetri e carichi di angoscia. Ne scaturisce un piccolo gioiello di musica d’avanguardia,
che travalica brillantemente l’abusato manierismo di certo dark ambient e di
parecchie altre pratiche rumoriste che affollano gli scaffali della mia discoteca
privata (www.blindcavesalamander.com).
Fabio Massimo Arati
Coffee Orchestral
Tobacco Symphony
Jestrai
Partendo dal presupposto che io, in questo tipo di musica, ci sguazzo dalla mattina
alla sera, non posso che plaudere all’opera di questi Coffee Orchestral, prodotto tra
folk e songwriting puro da quella provincia bergasmasca ad oggi conosciuta solo per
i Verdena e i suoi più o meno tristi cloni. L’istinto mi guida nei luoghi della mente in
cui risiedono quei dischi a cavallo tra rock underground e il cantautorato arpeggiato
più tenue e delicato, ove la melodia emerge poderosa nella struttura semplice ed
efficace della canzone da tre minuti: Chris Brokaw, l’Evand Dando solista,
Grant-Lee Phillips, Elliott Smith, Chris & Carla. Senza dimenticare, però, i
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contemporanei che la band mette tra i “top” della propria pagina MySpace, come
Ray La Montagne, i Kings Of Covenience e Damien Rice. Il folk di “Tobacco
Symphony” non è, però, soltanto pizzicato e malinconico, ma si perde in ariosi
ritornelli, dall’aria vagamente “dreamy”, come se fossero cantanti su una spiaggia al
tramonto ma senza falò e coppiette che limonano. “My Night Is Already Gone”,
“Follow My Dying”, “Country Club” e “A Winter’s Tale” sono solo alcune tra le tredici
canzoni che compongono un disco che si stampa nella testa e che ti convince ad
essere ascoltato e non accantonato là assieme al resto della marmaglia. Insomma,
non è la solita furbata all’italiana. Vivaddio c’è ancora qualcuno che suona la musica
che si sente dentro, che fa quello che vuole fare (
www.myspace.com/coffeeorchestral).
Hamilton Santià
Dario Antonetti
L’estetica del cane
Yellow Shoes
Non abbiamo voglia di contare gli anni che Dario Antonetti ha speso facendo
musica, prima negli indimenticati Kryptasthesie, poi come solista mascherato,
agitatore (non troppo) nascosto, ideatore di progetti di passione pura e di musiche
espanse. Sarebbe come dichiarare i nostri stessi trascorsi, non siamo ancora pronti.
Invece, Dario è pronto a esordire senza maschere, con tutte le sue sane follie, per
proporre quello che lui può intendere per un disco d’autore. Dalla copertina, con il
volto di Barrett che scruta da un televisore acceso, alle canzoni vere e proprie,
sospese tra nevrosi contemporanee dell’underground (“L’artista indipendente”),
all’amore & poesia (“Canzone d’amore per una testa di cazzo”), alla libera
associazione di pensieri (il brano che dà il titolo al CD) al libero cazzeggio (“Canto
del gioiello della via di mezzo”), fino al meraviglioso equilibrio fra alienazione
quotidiana e umorismo contemporaneo (“Neance un elefante”). Non aspettatevi
particolari sperimentazioni o voli pindarici, nel senso anche deteriore del termine:
qui ci sono melodie decise, influssi barrettiani coltivati con cura, un lavoro su echi e
chitarre che non sacrifica, mai, i testi. Così, il dischetto risplende di luce propria nel
livore della scena di oggi, al punto da meritarsi un posto d’onore nella produzione
italiana degli ultimi dodici mesi, senza temere paragoni con progetti molto più visibili
e supportati.
Manufatti che devono assolutamente emergere dai bassifondi, a cui appartengono
solo in parte (www.myspace.com/darioantonetti).
John Vignola
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Deny
Sharing Ghosts
Seahorse/Goodfellas
Una attività sommersa lunga alcuni anni, aggregatasi intorno a Luca Bellavista e
Mariano Festa, entrambi irpini, entrambi cantanti e chitarristi, e infine il debutto
discografico sotto l’egida della Seahorse di Paolo Messere: i Deny, diventati un
quartetto con il basso di Federico Preziosi e la batteria di Pasquale Tomasetta,
arrivano all’esordio con una buona dose di maturità e una serie di input musicali
metabolizzati con gusto, visibili ma non ostentati. Ci sono varie anime in queste
canzoni, e spesso si alternano all’interno delle stesse, come accade in “Only Love
To…”, che parte come un rock blues hendrixiano e poi si assesta sulle forme di una
ballata spettrale con DNA post-punk, evoluzione prolungata in una coda di
distorsioni e fraseggi chitarristici che a chi scrive fanno venire in mente i
Motorpsycho. Le screziature noise tornano ancora in “Your Smell”, dove la batteria
organizza una struttura a base di sfilacciamenti sonori che poco alla volta si
aggregano in un groove dalle vaghe coloriture funk, con tanto di raccordi affidati a
potenti riff spigolosi ed esplosioni di fragore chitarristico. Se dovessimo fare un
unico appunto a questo lavoro, interessante biglietto da visita di un gruppo dalle
grandi potenzialità, dovremmo dire che la pronuncia inglese è a tratti davvero un po’
troppo approssimativa; pur avendo sempre ritenuto che questo fosse l’ultimo dei
problemi – non lo è per molti gruppi non anglofoni che cantano in inglese – in questo
caso rischia di diventarlo (www.myspace.com/denymusic).
Alessandro Besselva Averame
Dirty Trainload
Rising Rust
Side
Sotto la sigla Dirty Trainload si celano i baresi Marco Del Noce e Bob Cillo,
“alternative blues duo” in cui il primo canta, suona l’armonica e utilizza percussione
assortite, il secondo si occupa principalmente di suonare la chitarra, azionare loop di
basso e macchine ritmiche d’epoca. La somma delle parti risulta piuttosto
interessante: un blues sporco e cazzuto, di quelli che tanto più si allontanano dalla
tradizione, tanto più le sono vicini, senza scordarsi della lezione proveniente
dall’immaginario mutante legato al genere dopo l’avvento di Jon Spencer e da una
sana base garage rock. Eccellenti le tre cover, una “I Asked Water, She Brought Me
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Gasolina” targata Tommy Johnson, una trasfigurata versione punk’n’roll di “These
Boots Are Made For Walking”, dal songbook di Lee Hazlewood, ed infine una
luciferina e velocissima “Mad Man Blues” tratta dal repertorio di John Lee Hooker.
Non sono da meno i brani autografi, in particolare una dilatatissima e minacciosa
“Bad Thoughts About Irene”, una “Waiting All The Time” dal vago aroma Suicide e la
doorsiana “Luna-Tic”, mentre “Police Car” e “TV Screen Watcher” sfoggiano vecchi
trucchi e mestiere senza impantanarsi nella routine. Una patina di voci distorte,
disturbi vari ed elettronica povera fornisce poi una ulteriore dimensione di
fascinazione: non una spennellata di coolness per piacere al pubblico di oggi, ma
una efficace soluzione espressiva che non occulta polvere e sudore (
www.dirtytrainload.com).
Alessandro Besselva Averame
DonSettimo
DonSettimo
Malintenti/Jestrai
Per quanto possa essere buono, è difficile che un esordio discografico non mostri
alcun segno di immaturità, ché la voglia di strafare è qualcosa che si impara a
gestire e a reprimere solo col tempo. Non è tuttavia questo il caso del debutto
omonimo dei DonSettimo, compagine incentrata intorno al cantante e
multistrumentista Settimo Serradifalco. Tutto, in queste dieci canzoni, è
perfettamente al suo posto: gli strumenti si incastrano che è una meraviglia, le
parole tracciano solchi che le musiche sottolineano in maniera quanto mai efficace e
gli scenari creati dal loro incontro evocano una frontiera bruciata dal sole; tra la natia
Sicilia e il West, tra Tom Waits, i Calexico e Cesare Basile, che non stupisce più di
tanto ritrovare qui nella doppia veste di ospite e produttore. Chitarre arrugginite,
percussioni secche ma non prive di raffinatezza, ma anche aperture acustiche e
melodiche niente affatto banali. Tra inquietudine, rabbia e romanticismo, dieci
ballate che suonano minimali anche quando, a ben sentire, gli strumenti in gioco
non sono pochi, compresi archi e fiati che sanno di Balcani più che di Messico. Il
tutto a supportare un songwriting visionario ed evocativo, che prende gli stilemi dal
cantautorato classico e li stravolge in nome di un impressionismo magari un po’
ermetico ma di grande fascino. Si ascoltino – a mero titolo di esempio, ché la qualità
dei brani in scaletta è costantemente alta – l’iniziale “Tra guerra e morra”, con un
coro di bambini a sottolinearne l’incedere cantilenante, una “Mangiacristo” elettrica e
nervosa e la più lieve “Autosaloon”, le suggestive “Il diritto e il rovescio” e “Jah Mah
Elfnaa”, una “Chiodi enn Clock” stridente e cullante insieme. Difficile non
innamorarsene (www.myspace.com/donsettimo).
Aurelio Pasini
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Elton Junk
Because Of Terrible Tiger
Forears
Impeto Birthday Party, architetture dEUS, destrutturazioni Primus. Quali che siano
le vostre preferenze musicali, è con questi tre nomi che dovrete scendere a patti
avvicinandovi a “Because Of Terrible Tiger” dei bolognesi – d'adozione – Elton
Junk. Magari trovando il modo di “simpatizzare” anche col nichilismo di una new
wave spigolosa (“100.000”) o i deliri fuori sincrono di un noise spettrale (“Spare Me”
e “Gasolina”), i rami storti di una scrittura al rallentatore (“Sister”) o la solennità di
crescendo massicci (“I Will Run”), sempre con la certezza di avere a che fare con
materiale altamente infiammabile. Come infiammabile era il disco precedente della
formazione senese, quel “Piss On A Dead Tree And Watch It Grow” pubblicato in
free download dalla Anomolo (lo trovate all'indirizzo www.anomolo.com) e
ricchissimo di elettricità paranoica.
In “Because Of Terrible Tiger” l'approccio cambia rispetto al passato, i suoni si
asciugano, le geometrie aspirano a un equilibrio formale raggiungendo un buon
livello di coesione, pur nell'ottica di una musica che rimane dissonante, dinamica,
ruvida. Un rock sotterraneo costruito su chitarra elettrica, basso e batteria che non
fa nessuna concessione al pop, ma è capace comunque di affascinare grazie al
rigore abrasivo che disperde (www.myspace.com/eltonjunk).
Fabrizio Zampighi
Fata
La percezione del nero
Zeta Promotion
Sempre più spesso, essendo coinvolti nell’ascolto di molta musica italiana
“emergente”, pare di vivere in una irreale propagazione degli anni 80. Irreale perché
gli aspetti di quel periodo che sono oggetto dell’attuale revival, musicalmente
parlando, all’epoca avevano una visibilità assai limitata, mentre ora ci sembra quasi
di ricordare, sottoposti ai nuovi impulsi e ai ricordi ricreati dal revival postmoderno
degli ultimi anni, che non fosse affatto così. Inglobati nel flusso di questo
affascinante – dal punto di vista sociologico soprattutto, da quello strettamente
musicale ci pare un po’ meno – paradosso revisionista, gli emiliani Fata propongono
un pop dalle angolari e ombrose traiettorie dark-wave, ben bilanciato tra chitarre e
sintetizzatori. Prodotto con competenza e con il contributo al mixer in una manciata
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di brani di Marco Trentacoste, “La percezione del nero” possiede i lati positivi e i
difetti di molti progetti che si muovono sulle direttive di cui sopra. Lati positivi
riassumibili nella bravura esecutiva e nella capacità di evocare atmosfere
riconducibili ai settori del movimento new romantic meno compromessi o alla new
wave colorata di scuro. I difetti si concentrano soprattutto in un cantato un poco
affettato, e in una scrittura che non ci pare difettosa nel voler inseguire suggestioni
da pop radiofonico – quello non sarebbe di per sé un difetto – quanto nell’essere un
poco troppo anonima e già sentita in rapporto all’ambizione espressa (
www.fataweb.org).
Alessandro Besselva Averame
Jacinto Canek
Banditi
Cinico Disincanto
Ai tempi del loro esordio autoprodotto, un mini di sei pezzi (qui in parte rielaborati), i
Jacinto Canek – dal nome di un ribelle maya del 1700 – pur ingenui e disordinati, mi
avevano colpito a tal punto, che mi ero offerto di aiutarli nella promozione. Poi ci
siamo persi di vista; Verona – la mia e loro città – non è una metropoli, ma i gruppi
pullulano e il tempo per tutti non c’è, inoltre il mio ruolo mi impone un certo distacco,
altrimenti tutti telefonano, tutti chiedono, tutti sperano. Non è il caso di questi
ragazzi, che ritrovo, quasi casualmente, al secondo lavoro, per una label romana.
Dovevano scegliere i Jacinto Canek: stare dalla parte del crossover, che ben si
espandeva in origine, o amplificare gli inserti etnici, delineati dalla voce femminile di
Francesca Longhin (contraltare angelico dell’ugola rocciosa del titolare Mirko
Fischetti), da percussioni e strumenti adeguati. Ad ascoltare i tredici pezzi di questo
“Banditi” si direbbe che il gruppo sia ancora indeciso: ci sono elementi di entrambe
le fazioni, l’immagine si è fatta più violenta e moderna, una sorta di “Arancia
meccanica” del rock, accantonando i costumi etnici degli esordi, mentre il suono non
manca di carichi pesanti come “Banditi”, “Mio nonno”, l’inno “Divise”, con tracce rap,
hip hop e metal, fino alla filastrocca “I ragazzi della via glu glu”. Ma le cose migliori
sono, a mio avviso, nella seconda parte del CD, quando i Jacinto Canek,
amplificano la componente lisergica e popolare, infatti “Fuoco e cenere”, “Sabbie
mobili”, la stupenda danza popolare di “Galleggio leggero”, con tanto di violini al
seguito e il tam tam elettrico di “Serpente nero”, non si trovano nei pennini di troppi
stantii imitatori dispersi sul suolo rock italico. Non tutto è delineato, ma “Banditi” è un
bel tentativo di “esserci” (www.jacintocanek.com).
Gianni Della Cioppa
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Jokifocu
Nuvole di passaggio
Micropop/Jestrai
Trovare un punto d’incontro credibile tra tradizione melodica italiana e istanze
(indie)rock più tipicamente statunitensi. Una sfida che hanno raccolto in molti,
spesso però con risultati tutt’altro che memorabili. Tra i risultati in tal senso più
apprezzabili ricordiamo l’esordio dei toscani Jokifocu, “Rapideffusioni”, datato 2002.
Ora, dopo quella che musicalmente parlando è quasi un’eternità, il trio torna alla
carica con “Nuvole di passaggio”, confermandosi come una band dotata di buone
idee e di spiccata personalità. Ancora una volta gli estremi entro cui ci si muove
sono un abrasivo rock chitarristico che molto deve alla lezione dell’underground
americano degli ultimi due decenni abbondanti (Pixies, Pavement, tanto per fare
due nomi) e la finta ingenuità del bitt tricolore; elementi ben miscelati in canzoni di
spessore, tra ironia tagliente e intenso intimismo, rabbia intrisa di malinconia e
divertito citazionismo. A reggere il gioco, la sacra triade chitarra-basso-batteria,
spalleggiata di volta in volta da violoncello, sax e tastiere, con un’attenzione tutta
particolare (e assolutamente lodevole) per la pastosità dei suoni e la grana delle
voci. Molti i momenti degni di menzione – dall’incalzante apertura di “Ordinario”
all’eterea “Guardodormi” (presente anche in versione remix), dal pop sghembo di
“Happy Days” all’esplosione sul finale di “Afa” – nella scaletta di un disco maturo ed
equilibrato, convincente tanto nei singoli episodi quanto nella sua interezza (
www.myspace.com/jokifocu).
Aurelio Pasini
Jolaurlo
InMediataMente
Tube/Venus
Gli Jolaurlo di 'InMediataMente', seconda prova sempre per Tube, dimostrano una
decisa volontà a non lasciarsi incasellare in alcun cliché. Non si fanno problemi a
infarcire i loro pezzi di campioni e “giocattoli sonori”, ma lo fanno registrando in
analogico al The Cave di Catania; un posto, per fare un esempio, dove in passato
sono transitati pure gli Afterhours. L'intento, spiegano i diretti interessati, è stato
quello di catturare l'energia live della formazione, per questo la scelta di chiamare in
regia Daniele Grasso, che indubbiamente s'è divertito parecchio a lavorare su
chitarre, basso e batteria. Composto principalmente in tour, e quindi nelle situazioni
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più disparate, “InMediataMente” riesce nella difficile impresa di superare un esordio
che molto aveva fatto parlare. Certo, il carisma della voce di Marzia Spano
contribuisce molto al risultato, ma anche i testi stavolta sembrano più efficaci, sia
quando vogliono descrivere che quando diventano più critici. Si riesce anche, ed è il
caso di “Poesia inutile”, a ballare con il cervello acceso, e anche se le classifiche
non la pensano come me non è forse questo che dovrebbe fare la musica
“giovane”? Io continuo ad arrovellarmi su questioni che non avranno mai
spiegazione, voi evitate di perdere tempo e date una chance a “InMediataMente”, di
sicuro sarà tempo investito bene (www.jolaurlo.it).
Giorgio Sala
Kiave
7 Respiri
MKrecords
Nel mare magnum dell’hip hop italiano, il calabrese Kiave è sempre stato uno di
quelli da tenere sott’occhio, per gli scrutatori più attenti. Senza alzare la voce, senza
usare particolari effetti speciali, senza avere doti vocali incredibili (il timbro di voce è
medio, ai limiti dell’anonimo) o tecniche fantasmagoriche (la metrica è al servizio dei
contenuti, non il contrario), il rapper ora trasferito a Roma ha sempre dimostrato di
essere un bravo studente del rap: rispettoso verso i maestri, in grado di discernere
le nozioni che contano davvero senza seguire quelle più scintillanti o ammiccanti.
Questo cd ne è una piena conferma. Tanta pulizia alla fine in parte si sconta, vero,
perché non ci sono dei momenti in questo “7 respiri” in cui, ascoltando, si fanno
balzi sulla sedia o si grida al miracolo; ed è anche da dire che, una volta che si è
bravi studenti, dopo un po’ diventa il tempo di spiccare il volo e ambire a diventare
caposcuola – questa la priorità per il prossimo album di Kiave. Visto che sì, ci
teniamo che ci sia un album successivo suo, perché già questo soddisfa: basi
azzeccate (ottima “C.S.3” di Macro Marco, altrettanto buoni i contributi di Turi in un
paio di occasioni, per il resto non male Impro), testi mai tirati via. Talora questi ultimi
sono troppo ragionevoli, troppo sensati, o troppo prevedibili, non mancano però i
momenti in cui è chiaro che Kiave svetta rispetto al grosso dei suoi colleghi della
nuova generazione (quella successiva ai Kaos, Colle, eccetera, tanto per
intenderci), valga come prova quanto fa e dice in “Non manca niente”. Sette, quindi.
Ma pretendiamo l’otto col prossimo lavoro (www.mirkokiave.com).
Damir Ivic
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Mariano Deidda
Rosso Rembrandt
Promo Music
Dopo l’immersione pessoiana lunga anni, Deidda si addentra in un nuovo spazio
letterario, dedicato a Grazia Deledda, nell’ottantesimo anniversario del Nobel. Il
Portogallo e la Sardegna non sono tanto distanti.
“Rosso Rembrandt” musica undici frammenti della grande scrittrice di Nuoro,
vestendoli con secchezza di note eleganti come vento e pietra. Deidda avvolge il
mondo interiore dell’autrice di “Canne al vento”, come lui sarda migrante, in una
musica d’autore jazz di estrema finezza, da camera, con echi etnici, essenziale. I
versi pieni di nostalgica vitalità, traboccanti di immagini e colori - la “penombra
d’acqua tersa”, il “bronzeo baglior” - sembrano scritti apposta per il canzoniere di
Deidda, protetti dentro mura di suoni sottili e scintillanti come il cristallo.
In “Sul mare” l’oud di Alexandar Sasha Karlic sottolinea un senso di sperdutezza,
voce e fisarmonica imbastiscono per “Il mio fiorellino” una melodia ch’è un prato
fiorito. Il pezzo che dà il titolo all’album è l’unico composto interamente da Deidda.
Anche in questo nuovo lavoro Deidda ha voluto timbriche speciali, regalandosi ospiti
eccezionali, che impreziosiscono il quartetto-base pianoforte, contrabbasso,
fisarmonica e sax soprano (a cui sovente si aggiunge la batteria). Non dei semplici
nomi per la confezione, ma straordinari facitori di suoni, come il trombettista inglese
Kenny Wheeler, che interviene in diverse tracce, lasciando un forte segno (
www.marianodeidda.com).
Gianluca Veltri
Pig-Tails
Brainwash
IndieBox/Self
Come ho potuto non conoscerli prima? Sì, perché tutto avrei pensato guardando la
copertina di “Brainwash”, secondo CD di questa formazione mantovana, tranne che
di trovarmi davanti a dell’ottimo punk’n’roll in inglese. Le influenze sono sempre
quelle, a metà tra Social Distortion, Beach Boys e tutto il r’n’r di strada dai ’70 fino
ad oggi, ma non è facile rimescolarle per creare qualcosa di piacevole e che eviti il
già sentito. Registrato presso lo studio della loro etichetta, il Living Rhum,
“Brainwash” suona levigato ma non troppo, proprio per non perdere quella
spontaneità che è propria del genere e di una formazione a tre. Energia e sudore
per raccontare storie di vita e quello che di questa vita non va, con una certa
malinconia di fondo che traspare da pezzi come “Infectious” o “Deep Down Love”,
quest’ultimo certamente tra i migliori del lotto. Un gruppo dicevamo con i giusti punti
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Numero Febbraio '08
cardinali, tant’è vero che ha deciso di rifare un brano dei compianti Teen Idols, forse
il gruppo surf-punk più influente degli anni 90.
Una sorpresa, questo è stato per me “Brainwash”. E anche la piacevole scoperta di
un gruppo giovane capace di tenere il passo di chi da molti anni più di loro porta
avanti il rock’n’roll nella sua versione più stradaiola. In fondo perché non dar loro
una possibilità? Potreste sempre darmi ragione, no? (www.pigtailsmusic.com)
Giorgio Sala
Princesa
JP
Madcap Collective
Torna il Cappellaio Matto con il suo manipolo di artisti strampalati e dischi
stralunati. Questa volta, però, il cast prevede un alto tasso di malinconia con
l’esordio di Princesa, personaggio già incontrato nella nostra storia come bassista
degli Oswald e che finisce la costruzione di quel ponte cominciato anni fa da Stop
The Wheel. Il cantautore mostra se stesso con la voce riverberata e i delicati accordi
di chitarra acustica che si fanno ora malinconici, ora decisi e quantomeno prepotenti
mentre prendono la strada in solitaria o si fanno accompagnare da una batteria, da
una tastiera o da altri arzigogoli elettronici oltre all’immancabile aiuto di Vittorio
Demarin (presenza continua dei dischi del collettivo). “JP” dura solo ventisette
minuti, ma è l’ennesimo caso in cui si potrebbe tirare quel vecchio e reiterato adagio
secondo il quale la bontà dei dischi non si misura certo in minuti. Né in visibilità.
Perché i dischi del Madcap Collective sono gemme rare che si palesano per pochi
fortunati. È sempre successo e forse sempre succederà. Ed è un peccato, perché
da qualche parte in mezzo alle canzoni di Princesa vivono i fantasmi di Nick Drake,
di Tim Hardin ma anche di Sparklehorse e Mark Oliver Everett. Roba di sostanza,
che merita certamente di più di quanto raccoglierà. Ma questa è l’Italia, bellezza (
www.myspace.com/principiniz).
Hamilton Santià
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Numero Febbraio '08
Quartetto Magritte
Cofferatzinger
Belfagor
Maurizio Minardi coglie lo spirito del tempo, proponendo un’inedita crasi tra il
sindaco bolognese e il Santo Padre: “Cofferatzinger” è il risultato, dissacrante e
dissonante. Il musicista di origine calabrese, ormai di stanza a Bologna,
effervescente nelle sue svariate identità – con gli Oz, con i Magritte, da autore
sospeso tra elegante classicità e vortici di moderno – riunisce il Quartetto con
elementi ormai tutti diversi dalla formazione primigenia. Le linee melodiche principali
sono affidate alla fisarmonica di Massimo Tagliata, la ritmica al contrabbasso di
Felice Del Gaudio e alla batteria di Roberto Rossi. Le coordinate della proposta
strumentale del Quartetto restano però immutate: un buongusto discreto, il tango e il
jazz, ricercatezza e grande bravura.
La tastiera – pardon, la tavolozza – dei Magritte è a tinte varie: se “Buon
compleanno” si abbandona su morbidezze che ricordano il Pat Metheny targato Lyle
Mays, “La sposa ideale” è memoria cattiva e tagliente come da lezione del maestro
Astor Piazzolla. Su “Questa non è una rumba” se tendi l’orecchio par di sentire la
voce di Cammariere a cantare. Il 6/4 di “Via senza nome”, riproposta anche in un
postludio à la Satie, è cinema allo stato puro, sebbene senza immagini, e “Mare
d’Aral” è un angolino di nostalgia chatwiniana per un Oriente assai poco scontato,
che porta in Asia Centrale. Splendida elegiaca chiusura con la trasognata “Breton” (
www.quartettomagritte.it).
Gianluca Veltri
Re Dinamite
Re Dinamite
Godown/Audioglobe
I Re Dinamite nascono dalle ceneri di due band, una dedita al rock’n’roll più grezzo
e l’altra di area stoner. Aggiungiamo a tutto questo una puntina di blues ed ecco che
la ricetta è pronta. Niente di nuovo, insomma, nelle nove tracce contenute nel
debutto omonimo di questo power-trio, ma francamente la cosa non costituisce
affatto un problema. Non c’è un attimo di pausa nella mezz’ora del CD, tra riffoni
potenti, ritmiche rocciose, distorsioni belle piene e un tocco della psichedelia più
acida e hard. Vengono in mente gli Steppenwolf, i boogie luciferini degli AC/DC, gli
Stooges e, come si diceva, lo stoner, rimescolati in una miscela quanto mai
esplosiva e coinvolgente – come dimostra, del resto, l’appartenenza della band al
roster della Godown, etichetta che in questo genere di suoni è già da tempo una
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garanzia. Registrato (come si conviene in questi casi) in presa diretta e completato
nell’arco di tre giorni appena, “Re Dinamite” è un concentrato di r’n’r magmatico e
stradaiolo, pesante – nel senso di heavy – in certe soluzioni e genuino al cento
percento, anche quando di avventura nel territorio delle dodici battute per poi
saturarlo fino a farlo collassare (“Loves Of Bacco”). Volendo trovare alla formazione
un difetto, questo potrebbe risiedere in una personalità ancora non del tutto definita,
tale da renderla immediatamente riconoscibile fin dal primo ascolto; nondimeno,
visto e considerato che si tratta di un’opera prima, e che oltretutto l’ambito di
appartenenza è fin troppo codificato, il problema è davvero minimo, e al momento
del secondo ascolto già non si pone più (www.myspace.com/redinamite).
Aurelio Pasini
Shape
Under The Skin
autoprodotto
David Nizi e Claudio Spizzo sono entrambi giovani, brillanti e con alle spalle un
percorso musicale di tutto rispetto, il primo come musicista compositore, il secondo
come ingegnere del suono. Dall’esperienza comune nei Madreluna, è del 2006 la
decisione di creare un progetto musicale parallelo per dare forma e sostanza a
materiale prettamente elettronico, ma non dimentico di una certa attitudine rock.
Nasce così Shape, con cui in pochi mesi sono stati prodotti tre singoli, altrettanti
(ottimi) video e l’album “Under The Skin”. Quest’ultimo si porta dietro l’ambizione di
musicare l’omonimo libro di Michel Faber (“Sotto la pelle”, pubblicato da Einaudi nel
2000), ma è bene precisare che qualsiasi sia il vostro rapporto con lo scrittore
olandese, la qualità del disco e di ogni singolo brano, non cambia di un grammo.
L’apertura è affidata ad “A9” e nell’incedere si possono scorgere passati ascolti di
folli tedeschi incravattati, ma è con la successive “Unforgettable” e “Radiocar” che si
entra nel vivo di un disco in cui l’energia spesa dal duo per generare suoni, non può
che crescere esponenzialmente sul dancefloor. Ad immaginare come debbano
suonare live queste tracce viene voglia di saltare come piccole scimmie, nevvero? E
anche quando il ritmo si spezza o rallenta (“The Gift”, “Isserley”) si rimane in uno
stato di allerta costante, una sorta di ottovolante musicale. Ci sono, va detto, alcuni
momenti poco riusciti (“Ablak Farm” e “Poison”) in cui si sperimenta un genere,
l’IDM, che non sembra appartenere al duo, ma è più un mero puntiglio e con la
conclusiva e delicata “Here I Am!” avrete già fatto pace con loro e con voi stessi (
www.shapeprod.com).
Giovanni Linke
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Numero Febbraio '08
Skruigners
Niente dietro niente davanti
Tube/Venus
Non ti sei ancora completamente ripreso dai malanni di stagione – e il prossimo
anno il vaccino lo faccio sicuro!- che già ti trovi a dover consegnare questa
recensione. Niente di così problematico se non fosse che il gruppo in questione si
chiama Skruigners. Piccolo ripasso per chi se li è persi: entrati nel loro dodicesimo
anno di carriera il gruppo lombardo è forse l’esponente più in vista della piccola ma
agguerrita scena hardcore in italiano; quindi, come potete ben immaginare, non il
gruppo migliore per farsi passare il mal di testa. Ma la loro caratteristica più
apprezzata è ben sintetizzata da un titolo come “Niente dietro niente davanti”,
ovvero la totale assenza di filtri o “censure” in quello che è ormai diventato il loro
marchio di fabbrica. Ridurre però la loro musica ai soli, seppur illuminanti, testi è
però ingiusto, perché nonostante le molte defezioni che ne hanno minato da sempre
la formazione musicalmente siamo di fronte allo “stato dell’arte” dell’hardcore, con
stacchi vertiginosi, velocità assassine e tanta tecnica. Complimenti quindi a Ivan e a
Carlame, capaci come sempre di radunare attorno a loro le persone con le giuste
motivazioni e capacità. Tra ben diciannove pezzi, tanti sono quelli che fanno parte
del lavoro, non è facile scegliere i più rappresentativi, anche se sia musicalmente
che liricamente il finale di “Suono per i soldi” è il giusto calcio in pancia che ci si
aspetta dagli Skruigners. E che speriamo voglia riservarcene altri del genere per il
futuro (www.skruigners.net).
Giorgio Sala
The Calorifer Is Very Hot!
Marzipan In Zurich
MyHoney
Non si può negare che alla MyHoney abbiano un orecchio particolarmente felice
per il pop. Nulla che cambi le sorti della storia della musica occidentale, dirà
qualcuno, a proposito del catalogo dell’etichetta lombarda. Possiamo anche essere
d’accordo, ma il loro ci pare un progetto più consistente di quelli riconducibili a molte
altre realtà che fanno riferimento ad un certo immaginario “da cameretta”, naif, vizi
autoreferenziali annessi. Dopo le uscite targate Le Man Avec Les Lunettes, ecco
arrivare su direttive in qualche modo simili (arrangiamenti ingenui che tengono in
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Numero Febbraio '08
piedi un pop di scuola britannica, nel senso di originato da ripetuti ascolti di Kinks,
Beatles, XTC e quant’altro riconducibile ad una certo mondo musicale,
apparentemente esile ma in realtà dotato di intuito e spessore compositivo) il
ventiquattrenne Nicola Donà, che si presenta con il quasi maccheronico nick di The
Calorifer Is Very Hot! e che in questo “Marzipan In Zurich” mette in fila nove brani il
cui titolo è composto da una sola parola. Le voci e le armonie vocali si appoggiano a
chitarre acustiche ed elettriche e ad un armamentario tecnologico-ritmico da
rigattiere, in canzoni che a volte stanno a malapena insieme, eppure sono sempre
caratterizzate da un guizzo o da una intuizione particolare. “Pand” (un mix tra i
Ramones e il primo Costello) e la movimentata “Take” i brani migliori. Disco
imperfetto, talento assai promettente (www.myhoney.it).
Alessandro Besselva Averame
TV Lumière
Per amor dell’Oceano
Seahorse/Goodfellas
Non ci sono grandi variazioni in questo nuovo album degli umbri TV Lumière,
rispetto all’esordio omonimo di due anni e mezzo fa. O meglio, ce n’è una piuttosto
importante, che riguarda il come e non il cosa. Affidato alla cura di Paolo Messere
dei Blessed Child Opera, l’estatico e dolente trascinarsi (si manifesta qua e là il
pulsare malato di gruppi come gli amati Swan) di questa musica ha potuto fare
affidamento su un nitore di suono e di soluzioni musicali sconosciuto in precedenza.
Se nel caso di “TV Lumière” la presenza di Amaury Cambuzat alla produzione e
occasionalmente alla chitarra aveva in qualche modo reso ingombrante l’influenza –
comunque presente – degli Ulan Bator, in “Per amor dell’Oceano” il risultato è
decisamente più personale. Dato evidente nella lunga, sepolcrale e claustrofobica
“Prima luce”, un brano che tuttavia evidenzia anche quello che è ancora il punto
debole del progetto: un utilizzo della voce e della parola declamata che non esce del
tutto da sé, che non sembra insomma ancora del tutto sicuro di ciò che vuole dire, e
che a volte si avvita su sé stesso facendo ricorso ad un immaginario gotico e
decadente forse un poco inflazionato. Se da questo lato i segnali non sono del tutto
positivi, la pasta musicale in cui si immergono le parole è adeguatamente densa e
suggestiva, sia che scavi nelle cripte dell’anima (“La voliera”), sia che ci si
abbandoni a delicate sfumature e arpeggi post rock (“Milit”). Un passo avanti,
comunque la si veda (www.tvlumiere.it).
Alessandro Besselva Averame
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Numero Febbraio '08
Annie Hall
Ingiustamente sottovalutati, gli Annie Hall hanno dato alle stampe un gran disco
(“Cloud Cuckoo Land”, per Pippola Music/Audioglobe). Un lavoro che sottolinea la
voglia di certa Italia musicale di superare le stantie “regole del gioco” dell’indie-rock
per seguire la propria personalità. Ne abbiamo parlato con Fabio Dondelli,
portavoce della band bresciana.
Cominciamo con una domanda “ambientale”. Brescia non è Chicago, ma negli
ultimi tempi sono uscite molte band pop dalla vostra città. Mi vengono in
mente gli Edwood e i Le Man Avec Les Lunettes. Si può parlare di una vera e
propria “scena” o sarebbe una forzatura?
Ne parlavo giusto oggi a pranzo. Senza esagerare, credo si possa trattare di una
sorta di momento di grazia di Brescia. È un periodo in cui nascono molti progetti
interessanti oltre a quelli da te citati, c’è molto entusiasmo e, parallelamente,
nascono posti in cui suonare. Si spera di “ampliare” il bacino di utenza per cercar di
dare un significato più collettivo a ciò che sta accadendo. Il fine è quello di
coinvolgere più gente possibile, insomma, per evitare di continuare a farsi di
continuo i complimenti a vicenda. D’accordo, è bello, ma dopo un po’ assume
quell’aria di tristezza che caratterizza il panorama “indie” da cui si cerca di sfuggire.
Tutte queste band hanno una loro precisa cifra stilistica. Voi, ad esempio,
seguite un certo connubio tra la tradizione del folk americano e le melodie più
smaccatamente pop, senza rinunciare ad una certa vena modernista. Quando
avete messo su gli Annie Hall, a cosa pensavate?
A dire il vero siamo nati senza un intento preciso, senza una direzione da seguire.
Eravamo e siamo quattro persone a cui piace molto suonare e riteniamo di avere
uno spirito critico sufficientemente sviluppato per proporre a testa alta quello che
facciamo senza paragoni o pregiudizi vari. La scintilla che ci ha fatto partire è forse
uno dei concerti più belli della mia vita. Estate 2004, Oratorio (si, oratorio) di Chiari
(vicino a Brescia), Wilco. Ho sempre timore di ripetermi quando lo dico, ma
assistere ad un concerto del genere in un oratorio di paese tra altalene e carte da
briscola ti fa capire tante cose.
Questo disco arriva dopo due EP autoprodotti e la vostra crescita è sempre
stata costante. Vi ponete come obbiettivo il superamento di certe barriere? La
forma e la sostanza vanno a braccetto e ogni nuova canzone è più matura
delle precedenti. Penso sia un bel risultato.
È bello che tu percepisca queste cose. Diciamo che col passare dei mesi siamo
arrivati ad un livello di conoscenza personale molto intimo ed è una cosa molto
bella. Si condividono emozioni e situazioni e si ha l’occasione di diventare amici nel
vero senso della parola perché si è costretti a vivere insieme e a confrontarsi su
cose molto intime e personali. È un’esperienza che ti fa crescere di continuo e di
conseguenza cresce la nostra musica soprattutto per noi, bella o brutta che sia.
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Numero Febbraio '08
Il disco è uscito per Pippola, un’etichetta piccola ma che fa le cose per bene
(penso al packaging o anche solo al fatto di organizzare parecchi concerti con
Organetta). Cosa vi ha portato a scegliere quest’etichetta? Avevate altre
offerte? Come vi trovate?
Prima di pubblicare il disco ero io che chiamavo, scrivevo, spedivo, richiamavo,
riscrivevo e rispedivo. Filosofia do-it-yourself, ovviamente forzata dalle circostanze
del panorama odierno. Poi, un giorno, siamo approdati al circolo Arci Ponterotto di
Montelupo Fiorentino dove prima è nata un’amicizia e poi (dopo mesi di mail, SMS e
telefonate) è nato il disco. E’ stato tutto molto genuino e naturale e ne andiamo
particolarmente fieri. Poi è nata Organetta, l’agenzia di Booking più ganza d’Italia,
ma questa è un’altra storia. Ah, il packaging è opera di mia mamma, bisogna dirlo.
Ciao mamma.
Come vive, una band che si rifà a sonorità prettamente americane, la
situazione di provincialismo tipicamente all’italiana che si può respirare
attorno alla scena musicale?
Il provincialismo è un argomento fondamentale effettivamente. Tutti i gruppi che
suonano e che non riescono a “espatriare” dopo un po’ di tempo vanno a morire
(che a volte è un peccato, ma a volte è anche un bene!). Noi cerchiamo di uscire
dai confini per due motivi principali: anzitutto vogliamo portare in giro la nostra
musica il più possibile e poi, da buoni nostalgici, crediamo ancora che la musica
possa cambiare qualcosa. In ogni caso cerchiamo di farlo nella maniera più
spontanea possibile facendo semplicemente quello che ci piace e quello che ci
viene senza seguire mode o tendenze. Mi pare abbastanza chiaro.
Le canzoni del vostro disco si piegano verso territori minimali, sia come
mood generale, sia come testi. Da dove arrivano le vostre ispirazioni? Sono
avventure e storie di tutti i giorni o magari anche un certo tipo di letteratura
che vi colpisce?
Le ispirazioni vengono da molti versanti. Musicalmente parlando penso che negli
Annie Hall si concentri molto la passione per il sound west-coastiano e l’america dei
chitarroni e dei ritornelli da spiaggia, il cantautorato italiano e il pop britannico di
stampo chiaramente e imprescindibilmente beatlesiano. Questo a grandi linee. Poi
se si entra nel dettaglio, beh, allora cito il power-pop dei Big Star, il cantautorato
lisergico e geniale di Robyn Hitchcock, Elliott Smith, Dylan, Eels e mi fermo qui
altrimenti esagero! Dal punto di vista letterario non credo ci siano chiare influenze
nei nostri testi. Sinceramente, ci si limita a parlar di cose semplici in maniera
semplice.
Oltre alla letteratura, c’è altro che vi ispira nel vostro universo? Il cinema, ad
esempio, del resto, vi chiamate come un film di Woody Allen.
Beh si, il cinema di Woody Allen (anch’esso, a sua volta, ricco di richiami al passato
e ai grandi maestri che l’hanno formato) è stato uno degli inconsapevoli punti di
partenza. La sua capacità di miscelare ironia e malinconia in maniera così semplice
è davvero disarmante. Divertirsi e commuoversi al tempo stesso è cosa da pochi.
Ed è cosa preziosa.
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Numero Febbraio '08
Con il primo disco gli Annie Hall sono diventati grandi o hanno appena
cominciato a crescere?
Sicuramente la seconda che hai detto. Anche se sembra una di quelle risposte tipo
“la canzone più bella è quella che dobbiamo ancora scrivere”. Stiamo giusto ora
registrando dei provini per pezzi che finiranno sul prossimo disco e ci rendiamo
conto progressivamente che c’è molto su cui lavorare e non può che essere un
bene. Significa che le idee ci sono, per fortuna!
Cosa dobbiamo aspettarci da voi nel futuro prossimo o remoto?
Beh intanto speriamo di continuare ad aver la possibilità di far musica e di poterla
portare in giro. Poi magari chi lo sa. Scrivere la nuova “Jingle Bells” e vivere di
rendita per le prossime dieci generazioni. OK dai, mi accontento di un prossimo
disco.
Contatti: www.anniehall.it
Hamilton Santià
Christian Rainer & Kiddycar
Un LP, “How This Word Resounds”, uscito per la Fridge/Goodfellas, mentre la
Seahorse si occupa della sua distribuzione digitale. Nato dalla collaborazione tra
Christian Rainer (cantante, pianista, artista visivo, regista) e i Kiddycar di Arezzo;
questi ultimi appena usciti con l’esordio “Forget About”, mentre il secondo album
ufficiale di Rainer uscirà in marzo. Ne parliamo con Valentina Cidda (voce della
compagine toscana) e Christian.
Com'è avvenuto il vostro primo incontro?
Christian: È avvenuto via MySpace. Valentina mi aveva contattato per fare un brano
insieme, poi a quel brano non abbiamo mai lavorato, ma in compenso ne abbiamo
registrati altri otto.
Valentina: Pensai che sarebbe stato bello fare qualcosa insieme e glielo scrissi.
Quindi ci siamo incontrati e ci siamo sentiti in sintonia non solo con la musica ma
anche sulle idee filosofiche estetiche di base e tantissime altre realtà artistiche: arte
visiva e contemporanea, pittura, letteratura. È un’intesa profonda dal punto di vista
artistico, capirsi su tutti i fronti per utilizzare lo stesso linguaggio.
Come mai avete intitolato l' LP “How This Word Resounds” riprendendo una
frase contenuta in “Elsewhere”?
C.: La frase fa parte del testo scritto da Valentina per “Elsewhere”. L'idea di usarla
per il titolo è mia. Mi è piaciuta immediatamente per la sua capacità di proiettarti in
un tempo e luogo “altri”. E' una frase per così dire "audio/video" e allo stesso tempo
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si tratta di un luogo che non si manifesta pronunciandolo, ma al contrario il suo
nome vuol dire che lo devi cercare e devi continuare a farlo perché per sua stessa
natura non può mai essere trovato. Il suono di questa parola fa pensare ad un
piccolo angolo di paradiso dove rifugiarsi.
V.: In realtà nel titolo del vinile non sai di che parola stai parlando. “Elsewhere”
come altrove è un po’ l’emblema del nostro spirito romantico. L’idea che ovunque
sei, in qualsiasi presente vivi, qualsiasi cosa vedi o fai c’è sempre un altrove che
non ti lascerà mai soddisfatto. Questo è lo spirito che secondo me dovrebbe avere
qualsiasi artista per sapersi discernere da se stesso.
In che occasione avete composto le canzoni?
C.: Ho raggiunto i Kiddycar ad Arezzo con qualche idea in testa da cui partire per
iniziare a lavorare, ma per lo più cose scritte appena il giorno prima e completate in
treno. Così sono nate “Dit de l'amour” e “Dit de la distance” ad esempio. Gran parte
del lavoro è stato fatto in loco: scrivere, arrangiare, registrare, tutto nella casa/studio
dove abbiamo trascorso quei giorni. Quindi ci siamo anche molto affidati all'attimo.
In una settimana abbiamo composto e registrato il disco.
V.: È una collaborazione interamente alla pari e quindi quattro canzoni sono partite
interamente da Christian e altre quattro interamente dai Kiddycar e poi ci abbiamo
lavorato insieme.
Ci sono altri artisti che ascoltavate mentre stavate componendo le canzoni
che in qualche modo sono entrati nel progetto?
C.: Non in particolare. Con questa storia di MySpace occupo il mio tempo ad
ascoltare quelli che mi fanno richieste di amicizia prima di accettarli o meno. Devo
dire che il livello è piuttosto alto, però è difficile essere influenzati da questo tipo di
ascolto.
V.: Mentre lavori è secondario pensare a un altro artista perché non è fonte di
ispirazione ma a lavoro finito colleghi determinati mondi. Sono convinta che i brani
non sei tu a scriverli ma è come se fossero delle particelle nell’aria che aspettano la
giusta sintonia tra persone che collaborano. Solo nella musica è così importante
l’alchimia giusta e se c’è è quasi un incantesimo.
Quale è stata la canzone più spontanea tra queste? “La recette de Noël”
ad esempio fa venire fuori il vostro lato più felice.
V.: “La recette de Noël” è uno scherzo. Era un giro e una melodia che Stefano
ha scritto dieci anni fa e finalmente è arrivato il momento giusto per farla ascoltare.
Prima abbiamo registrato sul mini-disc, poi passato sul digitale e fatto un mix.
C.: Per quanto mi riguarda la canzone più spontanea è stata “Your Big Hands”,
perché non nasce da precedenti appunti o bozze. Mi è interamente venuta in mente
quando eravamo già in studio, un miracolo che ogni tanto si avvera per fortuna.
Dovevo assolutamente scrivere qualcosa dedicato a Manigrandi e ad un certo punto
tutte le sensazioni accumulate negli ultimi mesi hanno spinto così tanto da venire
alla luce sotto quella forma.
Una storia che vorrei conoscere è quella della canzone “Le temps du noircir”,
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dove le vostre voci quasi si abbracciano una sopra l'altra, l'altra sopra l'una.
C.: Questo è un brano la cui musica avevo scritto troppi anni fa per ricordarlo. Due
anni fa a Milano ho ripreso quella musica per caso riscrivendo il testo, che poi è
quello attuale in francese, che parla di un desolante giorno al quinto piano di un
palazzo in città in cui avresti vitale bisogno di qualcuno intorno che non c'è. Cantarla
con Valentina in duetto e all' unisono mi sembrava il giusto modo per darle
un'ulteriore sfaccettatura di personalità, perché in definitiva considero le creazioni
artistiche come degli individui con la loro personalità complessa. Ascoltare un brano
è come conoscere qualcuno intimamente già alla prima stretta di mano.
La copertina ha invece un risvolto macabro.
C.: La copertina è stata una mia idea fulminea. E' macabra ma anche grottesca ed
ironica, comunque la trovo piuttosto affine alle altre mie produzioni artistiche. Ci
serviva qualcosa che facesse pensare all'inverno, al natale, a tutto ciò che di bello
può esserci in loro, ma anche al loro rovescio della medaglia. Un albero può servire
per essere addobbato all'interno di una casa, così come per scaldare chi sta fuori. E
può scaldare come anche incendiare. Come nella musica e nel vivere in genere, gli
strumenti per fare le cose giuste ce li abbiamo tutti, il problema è il libretto delle
istruzioni.
Farete dei live assieme per presentare il progetto?
C.:Certo, ci siamo visti di recente per mettere in piedi il live a cui abbiamo aggiunto
altri quattro pezzi oltre quelli del disco. Non so esattamente quando partirà, ma
penso a breve.
V.: Molti brani li abbiamo riarrarrangiati senza pianoforte ma con la chitarra elettrica
e concepiti in modo diverso. Dove c’è la possibilità però di suonare con il pianoforte
Christian suonerà il suo strumento e abbiamo in programma anche un pezzo a
quattro mani.
Contatti: www.myspace.com/kiddycarchristianrainer
Francesca Ognibene
Lucertulas
Passano gli anni, cambia la line-up, ma questo combo veneto, mantiene intatto il
suo appeal verso il pubblico rock (?!) che non ama lasciarsi sedurre da tabulati
predefiniti. La critica li osanna e cita progressivo, hardcore, crossover e psichedelia,
in un'altalena di riferimenti da capogiro. Poi li ascolti e non ci trovi nessun
ingrediente di quelli citati altrove, ma un suono scarno, ruvido e coraggioso, eppure
così vitale da graffiare, anche l'ascoltatore navigato, ben oltre l'epidermide. Prova ne
è il recente "Tragol de rova", uscito per la sempre più coraggiosa Robotradio. Per la
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precisione, i Lucertulas sono Cristian Zandonella (chitatrra), Federico Aggio (basso
e voce) e Daniele De Vecchi (batteria).
Spesso si legge che il rock di una volta (ma quale volta…?), era libero e privo
di legami, mentre quello di oggi è chiuso da vincoli esclusivamente
commerciali. Io non la penso affatto così ed anche ascoltando gruppi come il
vostro, la mia convinzione cresce ancora di più. Voi, nelle vesti di gruppo, ma
–immagino – anche osservatori esterni ed interni al panorama musicale, cosa
mi dite a questo proposito?
C.Z.: Sono d'accordo in parte con ciò che tu dici: guardandomi in giro vedo una
marea di gruppi che scimmiottano in maniera più o meno evidente stili e formule
trite e ritrite da una vita. E' per questo che con Lucertulas abbiamo sempre cercato
in sede di composizione di scartare tutto ciò che suonava troppo già sentito o troppo
facilmente incanalabile in un genere preciso. La musica per me è sempre stata in
continua evoluzione e mutamento grazie soprattutto a persone che hanno guardato
sempre un po' più in la degli altri. Questa spinta innovatrice e, come tu dici, libera
col passare del tempo si e' via via affievolita: al giorno d'oggi infatti, sebbene ci sia
ancora molto da scoprire in ambito sia armonico che compositivo, pare che siano
pochissimi ad avere la forza di ricercare novità e soluzioni diverse delle solite che
comunque danno sicurezza e anche una certa gratificazione soprattutto a livello di
consensi dal pubblico.
Tanta varietà di stili, seppur in qualche modo attanagliati ad un rock paludoso
e selvaggio, arriva da che tipo di ascolti? E come vi approcciate alle
composizioni e come approdate a chiudere il cerchio e a dire che un pezzo è
finito o necessita ancora di lavoro?
F.A.: Il background d'ascolto di ognuno di noi è molto differente, troviamo dei punti
in comune in band come Oxbow, Jesus Lizard, Arabonradar, per citarne alcune. I
pezzi nascono da improvvisazioni successivamente rielaborate e fissate in modo da
ottenere una formula fissa anche se però non tutte le strutture sono così ferme anzi
spesso nei live sono soggette a variazioni.
La copertina e in generale la grafica del libretto, quanto è importante per voi e
nel caso di “Tragol de rova” ha qualche significato particolare? E nei testi
cosa cercate di comunicare?
F.A.: Per la grafica ci siamo affidati a Giovanni Donadini (bassista dei With Love)
non ha un significato preciso; siamo molto amici e ci piacciono molto i suoi lavori, ci
sembrava come di fare tutto in famiglia! I testi nascono in parte dalle cose che ci
accadono tutti i giorni (vedi "Pratum" ad esempio che parla del bambino che ha
avuto Daniele, il nostro ex batterista ) oppure "Ops!" che parla di un matrimonio; il
resto dei testi sono derive di libero pensiero.
Per quanto riguarda i concerti, riuscite a trovare occasioni per suonare con
una buona continuità o, come spesso accade, vi dovete accontentare di . Vi è
mai capitato di entrare in conflitto con il pubblico o al contrario di convincerlo,
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dopo eventuali resistenze iniziali?
C.Z.: È molto difficile per una band pseudo-sconosciuta come la nostra riuscire ad
avere una certa credibilità di fronte a chi organizza concerti; al di là delle amicizie
che sono sempre fondamentali per poter girare a suonare non è facile farsi sentire
soprattutto per una questione di pubblico: un gestore di un locale ovviamente ricerca
sempre qualcosa che richiami più gente possibile e quindi si rivolge con più
frequenza ed interesse ad una certa tipologia di band. Una cosa che a mio avviso
può aiutare un gruppo è la stampa, nel senso che le recensioni possono diventare
quella credenziale in più di fronte a chi non ti ha mai sentito.
Domanda tranello: cosa pensate dalla stampa musicale? Utile, inutile,
venduta, assente? Ed eventualmente come la vorreste?
C.Z.: Come dicevo prima la stampa può risultare molto utile per un gruppo che vuol
farsi conoscere anche se al giorno d'oggi è abbastanza trascurata come mezzo
d'informazione; ovviamente è più comodo sedersi davanti alla TV e vedersi i video
dei gruppi fighi piuttosto che sedersi in poltrona con un giornale e leggere.
Polemiche a parte ho sempre considerato la stampa musicale come una sorta di
fratello maggiore pieno di consigli e informazioni su gruppi e situazioni e quindi è
sempre stata per me fonte di ispirazione, non posso che ritenerla una cosa positiva.
Ovviamente ciò che ho detto, non vale per tutti i giornali di musica!
Sesso, droga e rock’n’roll. Ha ancora senso per voi fare questo tipo di
associazione o ne avete qualcuna alternativa?
M.C.: Questo poteva aver valore per i Guns n'Roses! Scherzi a parte noi pensiamo
a suonare e a divertirci... Il resto vien da sé.
Tra dieci anni vi vedete…
M.C.: Saggi e con le barbe lunghe!
Contatti: www.myspace.com/lucertulas
Gianni Della Cioppa
Red Worms’ Farm
“Cane Gorilla Serpente” (Infecta/Goodfellas) è il nuovo album dei veneti Red
Worms’ Farm, matura prova di essenziale potenza rock’n’roll. Ecco i pensieri del
trio, svelati attraverso le identità fittizie che hanno fornito lo spunto per il titolo
dell’album.
La prima domanda, inevitabile: il titolo è un trasfigurazione/stilizzazione della
vostra immagine pubblica di musicisti, ci spiegate in dettaglio qual è il
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percorso che vi ci ha portato?
Cane: La nostra immagine pubblica è sempre stata celata. Questo per evitare di
essere riconosciuti come musicisti anziché band. La trasfigurazione/stilizzazione
che tu intravedi è volontà di emergere come gruppo diverso, anche solo nel modo di
porsi.
Gorilla: In tutto il nostro percorso le scelte scaturiscono in maniera spontanea,
naturale, a volte quasi casuale. Il titolo nasce in occasione di un concerto nella
profonda campagna intorno a Rovigo. Quasi tutti i gruppi che suonavano
presentavano i componenti nella classica maniera, così Marco, per prendere in giro
il rito, ci ha presentati con: “alla chitarra Cane, alla batteria Gorilla e all'altra chitarra
Serpente”. Da quel momento, pur non avendo ancora pronti i pezzi per il nuovo
disco, sapevamo già come chiamarlo: sono gli animali che più si avvicinano alle
nostre singole personalità, diverse ma complementari.
Serpente: Il pretesto è stato abbastanza casuale, come spesso accade con le
intuizioni migliori. Come gruppo abbiamo sempre voluto stilizzare le singole
caratteristiche (graficamente, prima con delle ombre, poi con dei controluce e
adesso con delle sagome), ci piace parlare dell'armonia e non degli accordi che la
compongono. Ma non è una operazione concettuale, non vogliamo di certo
nascondere le nostre identità o introdurre la logica del mistero (mi vengono in mente
i Residents), anzi, vogliamo essere più diretti: siamo quello che suoniamo, le
coreografie ci interessando di meno...
Ho detto stilizzazione non a caso, anche il suono è stilizzato, nel senso di
asciugato quanto più possibile, ridotto all'osso, nudo, comunque
violentissimo. Dite che è il secondo vostro disco che affrontate
"abbandonando lo spirito live", ma mi pare di capire che questo abbandono si
trasformi in una ulteriore scarnificazione. In quest'ottica, l'attacco di batteria
di “Beastie” potrebbe provenire dai Daft Punk.
C.: La sintesi è il mezzo con cui evidenziamo e sottolineiamo i nostri pensieri. Nella
musica cerchiamo di concentrare il nostro vissuto, le paure, le incomprensioni, le
speranze. C'è una relazione ambivalente tra quello che sei e quello che fai, e la
nostra musica, appunto, prende spunto da e anima con sensazioni nuove la nostra
vita. L'attacco di “Beastie” potrebbe provenire da un sacco di pezzi, in fondo è
abbastanza banale...
G.: Se penso che agli inizi facevamo pezzi che duravano anche 10 minuti, mi rendo
conto che il nostro modo di comporre è cambiato notevolmente. Oggi ci piace
scarnificare i pezzi, togliere piuttosto che aggiungere, eliminare il superfluo, rendere
quasi robotici i nostri brani e il loro suono, in parte condizionati dal nostro diverso
modo di vivere e dall'ambiente che ci circonda, sempre più frenetico ed “industriale”.
E' un processo quasi inconscio, spontaneo e naturale. Abbiamo aver capito che in
fase di registrazione è quasi impossibile esprimere l'energia e la tensione tipica di
un nostro concerto. Nei dischi precedenti abbiamo cercato di riprodurre il più
fedelmente possibile l'intensità sonora del live, ma con il tempo e l'esperienza ci
siamo resi conto che sono due fasi profondamente diverse: cambiano le tensioni, le
energie e le emozioni. Per quanto riguarda i Daft Punk, è un gruppo che ci piace,
ma non così tanto da influenzarci.
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S.: Facciamo musica semplice e diretta, la logica dell'eliminazione del superfluo ne
è una caratteristica fondamentale. La questione, comunque, resta sempre cosa si
intende comunicare con un pezzo, nel senso che non ci siamo mai posti delle regole
a priori. “Human After All” è un disco eccezionale ma pensare ad un accostamento
a quel duo avanguardistico e concettuale è troppo azzardato!
Non avete semplicemente scelto la strada dell'autoproduzione, ma avete
deciso di dar vita, con altri, ad una realtà un po' particolare, almeno nel suo
"manifesto programmatico", ovvero Infecta. Ce ne potete parlare?
G.: L'idea iniziale era quella di autoprodursi interamente il disco, in quanto
nell'ultimo periodo ci siamo trovati a gestirci quasi da soli. In seguito, parlando con
Manuele Fusaroli, fonico dello studio NHQ di Ferrara dove abbiamo registrato i
nostri ultimi dischi, è nata l'idea di creare un nuovo progetto nel quale inglobare tutte
le produzioni che hanno a che fare con forme artistiche. Non solo musica ma anche
fumetti, libri, video. Il progetto è ancora “in fieri” ma abbiamo accettato
immediatamente e di buon grado, l'idea ci pare molto stimolante ed abbiamo la
possibilità di collaborare con persone con cui si è creata una grande affinità di
intenti. Il progetto Infecta poi si avvicina moltissimo alle idee portate avanti tanti anni
fa dalla Halley Records (la nostra prima etichetta), e per noi è una sorta di
rigenerante ritorno a quegli anni.
Da che cosa nasce il vostro amore per Douglas Adams, che omaggiate
esplicitamente in “Forty Two”?
S.: L'ironia e la genialità di Douglas Adams ci ha spesso tirati fuori dalle pesantezze
quotidiane, non potevamo che farci ispirare e comporre un pezzo che spero sia
almeno intenso e imperfetto quanto l'universo di cui parla...
È da un po' di anni che frequentate la scena indipendente italiana, che ne
pensate? Vale ancora la pena combattere per la sua salute oppure, come
sostiene qualcuno, la stagione più creativa è finita?
C.: La scena indipendente italiana è qualcosa di cui tutti parlano ma che nessuno
riesce a definire. Da parte mia non sento di appartenervi, non la vedo, vedo
piuttosto un universo di persone che indipendentemente producono e fanno. A volte
hanno contatti, a volte no. Non c'è un vero e proprio sottobosco uniforme in cui
identificarsi. Se il culmine della scena indipendente italiana è il MEI, allora bisogna
combattere per annientarla!
S.: Non credo che esistano stagioni più o meno creative, la creatività per me non
segue leggi esponenziali, anche se viviamo in un periodo di transizione verso
qualcosa che deve ancora prendere forma. In questi anni abbiamo avuto occasione
di incontrare tantissime realtà che venivano definite indipendenti e che non lo erano
molto: grossi investimenti alle spalle, molti agganci e soprattutto esagerate
ambizioni pecuniarie, a partire dai cachet. Indipendente, per noi, ha sempre
significato, oltre alla libertà di fare un po’ quello che si vuole, arrangiarsi con i propri
mezzi. Ora i mezzi per autoprodursi sono maggiori, tutto è diventato più accessibile
e questo dovrebbe fare bene all'indipendenza e male a chi ha sempre cercato di
creare il business. Mi rendo conto che è un discorso eticamente complesso, ma
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spero che serva a eliminare i privilegi nazionalistici di cui hanno goduto molte band.
Contatti: www.halleynation.com
Alessandro Besselva Averame
Valerio Piccolo
Ha un respiro decisamente newyorkese, il debutto discografico del casertano
Valerio Piccolo. Traduttore italiano delle poesie di Suzanne Vega (per minimum fax),
Piccolo è di casa al Greenwich Village. Il suo album “Manhattan Sessions”
(Filibusta/Goodfellas), è stato prodotto da Mike Visceglia, musical director di
Suzanne Vega. Ne abbiamo parlato con il diretto interessato.
Inevitabile partire da Suzanne Vega, la tua mentore. Parlaci di come
l´hai conosciuta.
È cominciato nel 2000. Lavoravo come traduttore per la minimum fax, e Marco
Cassini (fondatore e capo editore) acquistò i diritti del libro di Suzanne. Fu affidata a
me la traduzione. Uscito il libro, "Solitude Standing", ci presentammo da lei durante
un concerto a Napoli, e tra noi ci fu immediatamente feeling. Dopo invitammo
Suzanne in Italia per la promozione del libro, e da lì in poi siamo andati in "tour" a
più riprese (circa 30 date nel giro di 4 anni) con uno spettacolo-format a metà tra il
concerto e il reading, con una serie di scambi linguistici fatti di poesie, gag e
racconti semiseri. Minimum fax ha filmato la data romana per farne un cofanetto
libro + DVD curato da me, "Giri di parole".
Spesso capita che entrare in contatto diretto con un nostro idolo provoca
frustrazione e delusione. Nel tuo caso pare proprio non sia andata così, vero?
Verissimo. Ho avuto la fortuna di conoscere una bellissima persona,
nient´affatto "diva", che ha condiviso con me pensieri e parole, e che non ha
esitato a darmi una mano nel momento in cui sono uscito allo scoperto come
cantautore. Grazie alle conversazioni con lei ho appreso una miriade di cose
preziose sul metodo di scrittura.
Sei originario di una città del Sud, Caserta. Com´è avvenuto il tuo
avvicinamento alle metropoli? Senti ogni tanto la mancanza della provincia?
L´ho presa un po´ "larga", ci ho messo pure un bell´annetto a
Mosca. La lunga "fuga" è cominciata a 22 anni, e mi ha portato a Roma poco più di
10 anni fa. Roma mi ha dato tutte le possibilità di esprimermi, e per questo la
considero la mia vera città. La "patria" non è quella che ti dà i natali, ma quella che ti
permette di essere te stesso fino in fondo. Pur essendo ovviamente legato a
Caserta (ma ammetto di non sentirne molto spesso la mancanza), sarò sempre in
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debito con Roma.
Fai la spola tra Roma e New York. Come funziona quest´alchimia?
È un´alchimia che funziona perché alimentata dall´amore. Amo New
York quanto amo Roma, sono state due città molto accoglienti con me, hanno
allargato le braccia senza farmi sentire un estraneo. A Roma vivo benissimo, ma se
per un po´ non vado a New York comincio a sentirne la mancanza. New York
musicalmente mi ha dato tutto: i musicisti, l´amico/produttore. I musicisti non
ragionano per compartimenti stagni e vengono a suonare con te anche solo perché
gli piace quello che fai.
Il disco vanta la produzione artistica di Mike Visceglia, lo storico musical
director della Vega da un quarto di secolo. Diciamo che sei andato sul sicuro.
In sua mancanza, alle cure di chi ti saresti affidato?
Su questo ho le idee molto chiare. Ti posso dare una risposta doppia, e due nomi.
Massimo Roccaforte è una persona a cui so di poter affidare qualsiasi mio pezzo,
perché me lo renderà sempre migliore. Da sempre, però, c´è una persona a
cui sogno di affidare interamente un mio progetto, perché so che ne capirebbe
anche le più imperscrutabili sfumature. È un amico, è di Caserta, ed è uno
scrupoloso e accoratissimo produttore. È Fausto Mesolella, ed è da sempre la
colonna sonora della mia vita.
Nel tuo orizzonte cantautorale, ci sono altri artisti verso i quali ti senti
stilisticamente debitore?
Musicalmente so da dove arrivano certi momenti delle mie canzoni. Magari non
sono note, armonie, passaggi, ma più che altro atmosfere, però io so che ci sono
pezzettini qua e là di David Crosby, Ani DiFranco, Michael Hedges, e anche tanta di
quella geniale semplicità che appartiene a un grande chitarrista che risponde al
nome di Fausto Mesolella. Per quanto riguarda la scrittura, a parte Suzanne non
credo di avere altri debiti. Credo di aver trovato una mia strada "di scrittore".
Il tuo disco d´esordio è suonato da musicisti prevalentemente
stranieri. Perché?
La genesi del disco è targata USA. Da lì è arrivata gran parte dell´ispirazione,
e da lì, soprattutto, arriva Mike Visceglia. Un amico, innanzitutto, e poi un grande
musicista, che ha dimostrato di credere in me fin dall´inizio. Il disco è stato
registrato in due diverse "session" a New York, e 9 delle 10 canzoni sono state
interamente suonate lì. Ed è stato Mike, ovviamente, a "reclutare" la band in loco
(inutile dire che su questo aveva carta bianca...).
I pochi italiani sono davvero buoni. "La chiave del regno" è una (tua)
traduzione da Suzanne con musica di Massimo Roccaforte, uno dei momenti
più belli del disco. Si avvale dell´accompagnamento agli archi di
Gionata e Andrea Costa. Com´è nato questo pezzo e come sei entrato
in contatto con i musicisti coinvolti?
Sono d´accordo con te nel definirlo uno dei momenti più belli del disco. Il mio
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legame con Massimo (che mi era stato presentato proprio da Mike Visceglia)
qualche mese fa è diventato molto più stretto. Avevo deciso di prendere una poesia
di Suzanne e di provare a musicarla e lui mi ha detto: perché non la scriviamo
insieme? Il complimento più emozionante che ho ricevuto da quando ho cominciato
questa avventura musicale. Massimo ha poi fatto sentire il pezzo ai suoi amici
Gionata e Andrea, i quali hanno accettato entusiasti di aggiungere la loro "firma".
Oggi, Massimo è pronto a impreziosire con la sua presenza anche il progetto live.
A proposito, com´è che proponi dal vivo il tuo repertorio? Utilizzi
anche il reading?
Il discorso live, che è nato molto prima, ha una strada tutta sua, diversa da quella
del disco. Attualmente la formazione "base" è in duo con un polistrumentista
romano, Fabio Bettini, che alterna basso fretless, tastiere e flauto traverso. Io ci
metto un bel po’ di effetti e la mia loop station, che tanto mi diverte. Il duo
all´occorrenza diventa trio (con Roccaforte) o quartetto (con il batterista
Mauro Munzi). Un´atmosfera ovviamente soft e intima. I reading sono parte
integrante dello spettacolo. Con Suzanne ho imparato la lezione, e credo molto nella
fusione di parole cantate e parole recitate. Ho almeno 4-5 momenti di letture: ci
sono i momenti in cui metto in loop il finale di una canzone, e leggo metriche per lo
più di musicisti (poesie di Suzanne o Ani DiFranco, canzoni tradotte di Dylan,
Young, Crosby), e ci sono momenti in cui leggo raccontini semiseri di autori italiani e
non (da Veronesi a Woody Allen), con una selezione curata da mio cugino
Francesco Piccolo (scrittore e scenaggiatore per Moretti, Soldini, Virzì, Ndr). I tempi
sono scientifici, quasi teatrali. E in fondo i piccoli teatri sono la cornice che più mi si
addice.
Contatti: www.valeriopiccolo.com
Gianluca Veltri
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L'OR
Teatro Alcione, Verona, 11 gennaio 2008
Dieci anni di storia, dipanati tra i soliti mille cambi di formazione - unica costante: il
cantante/chitarrista/compositore Emanuele Tinazzi - e milioni di sogni, con gli ultimi
diciotto mesi a fare le cose seriamente, tra concorsi, premi e concerti su concerti,
per arrivare preparati a questo momento, la presentazione del CD di esordio, diviso
in due episodi (ma ne parleremo in sede di recensione, tra un paio di mesi). Ora c’è
da raccontare due e mezza di concerto, in un teatro gremito all’inverosimile, con
cinquecento paganti, tutti intorno ai L’OR (acronimo di Like Outside Rain), che
giocano in casa, ma tra la folla ci sono molti attenti ascoltatori, desiderosi di capire il
perché di tanto rumore mediatico nazionale. La serata è speciale e la band, un
quartetto, allargato a sei (con componenti dei friulani Newborn), per questa
spettacolo semiacustico, non si risparmia, offrendo in due tempi (con tanto di pausa
centrale con intervista), tutto il proprio repertorio, più i rifacimenti di “Nuotando
nell’aria” dei Marlene Kuntz e “Male di miele” degli Afterhours. Ma ascoltando
l’enfasi di “Sacro fuoco”, “Amnesia” e “Quello che cercavo” con i duetti con la
cantante/modella Melissa Orefice (manca invece per questioni familiari, Jack
Piantoni dei Miura, ospite sul CD), la hit “Like Outside Rain”, le onde emotive di
“Morfina”, “L’estate”, “Il cielo che non vedo”, l’inedito “Sinusoide”, l’aggressione di
“Virus”, scritti con una competenza adulta e matura, più che i gruppi citati, vengono
in mente i Negramaro, con una maggior ricerca nei testi. C’è pathos, tutto funziona e
il pubblico applaude soddisfatto e convinto, fino all’ultimo bis, dove sul palco
salgono tutti gli ospiti, compresi gli Ape Regina, un’altra band locale, che aveva
presentato un pezzo. Bravi davvero, ma in versione elettrica mi aspetto meno
effettistica e più energia, considerando che la band sa offrire anche un’immagine più
rock e meno riflessiva. Dopo quanto visto e ascoltato, la sensazione è che, con un
pizzico di fortuna, i L’OR possano davvero fare il salto tra i grandi del rock(pop)
italiano.
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Hermitage
Fino a qualche anno fa bastava nominare il post-rock per vedere gli occhi degli
appassionati illuminarsi. Oggi, invece, capita di dare – anche solo inconsciamente –
a questa definizione una sfumatura non propriamente positiva, quasi si trattasse di
qualcosa di desueto, passato di moda. Cosa che,s e vogliamo, non è del tutto falsa.
Non mancano tuttavia band che, anche da queste parti, danno al (macro)genere
nuova linfa; magari senza rinnovarlo più di tanto, ma solo sulla base di composizioni
solide e idee valide. È questo il caso degli Hermitage, sestetto di stanza a Genova
che nelle tre composizioni strumentali dell’EP “As In Open Spaces” (uscito lo scorso
anno per la net e CD-R label Marsiglia) sfoggiano una maestria notevole nel
maneggiare molti degli stilemi tipici del post-rock: intrecci circolari di chitarre (ma
anche violino e sintetizzatori), progressive stratificazioni sonore, atmosfere dilatate e
un’attenzione tutta particolare per le dinamiche vuoti-pieni. Un lavoro più che buono
– con menzione dovuta almeno per la lunga“Next 5 Km” – che si può ascoltare sulla
pagina MySpace del gruppo (www.myspace.com/hermitagepostrock) e scaricare
gratuitamente dal sito della Marsiglia (www.marsigliarecords.it). Vale davvero la
pena fare la loro conoscenza.
Aurelio Pasini
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