Numero Dicembre '05
EDITORIALE
Scriviamo queste righe che abbiamo ancora le orecchie, la gola e le gambe provate
per le “fatiche” del Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza – ancora una
volta, un bagno di folla e di musica incredibile. Ringraziando tutti quelli – e sono stati
in tanti – che sono passati a salutarci allo stand del Mucchio Selvaggio e ci hanno
lasciato il loro materiale (tranquilli, ogni CD verrà ascoltato, anche se è impossibile
che tutto venga recensito), non possiamo non rimarcare come quest’anno più che
mai la kermesse faentina sia stata al centro di un gran numero di critiche. A partire
da quelle contenute in una lettera aperta dei Perturbazione, i quali tuttavia,
nonostante gli intenti iniziali, alla fine hanno giustamente scelto di intervenire
comunque, per dibattere con gli organizzatori e cercare di chiarire le proprie
posizioni. Proprio nel corso di questo incontro, collocato purtroppo in una sede
infelice, sono uscite idee a nostro avviso fondamentali per la crescita della
manifestazione; ed è emersa la mancanza di una direzione artistica precisa, in
grado non solo di coordinare il tutto, ma anche di effettuare un maggiore lavoro di
selezione per quanto concerne i premi assegnati e i concerti – il cui numero è da
ridurre drasticamente in entrambi i casi, in modo da valorizzarli maggiormente.
Senza contare che l’assenza dal M.E.I. di alcune importanti realtà discografiche
indipendenti di casa nostra deve far riflettere al pari delle tante parole spese. D’altra
parte, però, l’impressione sempre più forte è che in certi ambiti indie il confronto con
ciò che sta al di fuori della “scena”, e quindi col mercato “vero”, sia visto non come
un’occasione di crescita, bensì come uno svendersi a non ben precisate logiche
commerciali. Un atteggiamento infantile e, alla lunga, dannoso, quasi che cercare
una qualche forma di guadagno fosse qualcosa di cui vergognarsi, quando invece la
vera indipendenza è anzitutto economica. Tanti, insomma, gli spunti di riflessione,
sui quali si discuterà a partire dalle prossime settimane. Nel frattempo, vi
proponiamo un numero di Fuori dal Mucchio particolarmente ricco di interviste e
recensioni, fotografia di un panorama “emergente, autoprodotto, esordiente,
sotterraneo, di culto” mai così vitale, in barba a una crisi che non sembra voler aver
termine. Prima di lasciarvi alla lettura, però, cogliamo l’occasione – calendario alla
mano – per augurare buone feste a tutti quanti, lettori e collaboratori, nella speranza
di ritrovarci nel 2006 più sereni e, soprattutto, più riposati. Ne abbiamo davvero
bisogno.
Aurelio Pasini
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Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it
Numero Dicembre '05
Milaus
jjj
Black Candy/Audioglobe
I Milaus hanno un po’ asciugato il loro rock frastagliato e invasivo, ma senza
perdere in forza propulsiva e senza rinunciare alle soluzioni meno scontate. Le
canzoni di “jjj” sono più eleganti e compatte rispetto al precedente “Rock Da City!”, i
contorni più netti, le costruzioni in qualche modo più stilizzate e agili. Il lavoro di
casello ha tutta via reso per certi versi più efficace un indie rock che nasce, se
vogliamo trovare legami filologici, dalle parti dei dEUS – ai quali è accomunato da
una vena eclettica di fondo, da uno sporcare il suono senza perdere mai di vista il
nucleo melodico – e che in questa occasione diventa di volta in volta ballata
chitarristica screziata di elettronica (“It’s Coming”), contenitore punk-funk nel quale
instillare abbondanti dosi di malinconia (“She’s Back Again”, l’ancora più tagliente
“Searching In All Love Songs”), omaggio alla bassa fedeltà con contrappunti di
violino (“Attitude To The Funny Things”), canzone alcolica da osteria trasformata in
sgangherato valzer indie-rock (“As I Used To Be”). Canzoni che si dimenano per
sfuggire a facili appartenenze, ma coerenti al quadro d’insieme. Probabilmente, se
proprio vogliamo trovare una qualche carenza, manca l’hit, il momento trascinante,
ma siccome “jjj” è il genere di disco la cui riuscita va valutata anche (soprattutto?)
attraverso l’attenzione riservata ai particolari e al mondo sonoro che intende
evocare, si tratta di un’assenza del tutto trascurabile (www.milaus.it).
Alessandro Besselva Averame
The Death Of Anna Karina
New Liberalistic Pleasures
Unhip/Wide
La Unhip Records non sbaglia un colpo. Alla terza uscita ufficiale, dopo Settlefish e
Disco Drive, l’etichetta sforna l’ottimo “New Liberalistic Pleasures”, secondo lavoro
dei The Death Of Anna Karina. La band, già nota da qualche anno nel circuito
alternativo bolognese, ha alle spalle un self-titled spigoloso riconducibile alla voce di
genere “screamo”, etichetta monolitica che al presente sembra scrollarsi di dosso.
Non si tratta di un distacco netto, ma piuttosto di un’evoluzione che assorbe e dilata
il passato personale del quintetto - ora sestetto - sbocciando in una rosa più ampia
di ascendenze sonore, che traduce la veemenza di genere in un punk-funk venato
di synth-pop matrice Eighties. Buoni esempi dei risultati prodotti dalla nuova
direzione intrapresa sono la quasi title-track “I Hear The Seduction Of New
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Liberalistic Pleasures On Your CD” e, calembour che verrà colto dai più attenti, “Me
And Wittgenstein Down By The Schoolyard”, anthem affascinante, cupo e surreale.
Anche la finale “Instrumental”, che chiude la tracklist con un crescendo di pianoforte,
merita menzione speciale.
È valsa la pena di fare il salto senza rete: arty senza essere pretenziosi - le citazioni
si cinematografiche e non si sprecano - colti ed efficaci, scegliendo la strada della
maggiore accessibilità i The Death Of Anna Karina si affermano senza ombra di
dubbio come una delle band più interessanti della penisola. E lo fanno con un disco
la cui intensità va ben oltre le aspettative (http://www.thedeathofannakarina.com/).
Marina Pierri
Extrema
Set The World On Fire
Ammonia-V2/Edel
Attivi fin dal 1987, i milanesi Extrema sono un’istituzione dell’heavy metal italiano.
Furono i primi a dare credibilità alla scena nazionale anche all’estero e a
confrontarsi su palchi prestigiosi con band straniere. Questo nonostante due
prolungate pause e annessi ritorni, dei quali quello recente del 2001 sembra il più
convincente e speriamo duraturo. Infatti, nonostante le buone gratificazioni raccolte,
la mia sensazione è che gli Extrema avrebbero potuto raggiungere traguardi ben più
prestigiosi. Sarebbe bastato non arrendersi nei momenti cruciali, quando i sogni
hanno cozzato contro la realtà. Facile a dirsi, meno a farsi. Ma ciò che conta adesso
è che Tommy Massara e compagni siano ancora qui a macinare canzoni con quella
energia che non è mai mancata; forse con meno sogni, ma più entusiasmo di un
tempo. Un realismo che ha fruttato un album che rappresenta il picco del gruppo.
Infatti gli Extrema non erano mai stati così convincenti in termini di concretezza e
produzione. Le canzoni hanno una loro fisionomia, dove il thrash metal, elemento
cardine di ogni loro passo, si fonde con sonorità più moderne, per alimentare un
suono originale, e la parola crossover assume il significato più nobile. Dal mazzo
pesco gli assi di “Free Again”, poderoso stoner metal, l’incedere terremotante di
“Restless Soul” e “Lamice And Dynamite” e la title track, impreziosita da un
luminoso assolo di chitarra. Stupisce invece il tocco melodico di “Carol”, preludio
alla chiusura – banale invero – di “Ace Of Spades” dei Motorhead (
www.extremateam.com).
Gianni Della Cioppa
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Numero Dicembre '05
PAY
Federico Tre
Punkrocker’s/Venus
Si può suonare rock – anzi, punk rock’n roll – in Italia con intelligenza? Una buona
risposta a questa domanda la danno da sempre i PAY. La capacità di non prendersi
troppo sul serio, assieme a ironia ed irriverenza, non è infatti mai mancata alla
formazione milanese, che stavolta si è cimentata addirittura con una “punk rock
opera” intitolata “Federico Tre (e il destino infausto)”. Un’idea ambiziosa, che ha
impegnato il gruppo per molto tempo, ma che si gusta tutta d’un fiato e fa pensare,
grazie i suoi continui parallelismi all’attualità italiana e non solo. La storia è un
classico: un despota di un paese di fantasia opprime la popolazione, ma la
resistenza lavora nell’ombra per rovesciare la tirannide e, lieto fine obbligatorio, ci
riuscirà non senza colpi di scena. Molti gli ospiti chiamati per interpretare i vari
personaggi: da Freak Antoni a Olly ex-Shandon al clownesco, e geniale, Alberto
Camerini, citando solo i principali. Musicalmente siamo sempre in area rock-punk
anche se, rispetto al passato, i PAY hanno saputo condensare molti più spunti
sonori, citando anche l’opera e la musica classica. Nessun brano spicca tra gli altri –
del resto essendo un’opera bisogna ascoltarlo nella sua totalità per apprezzarlo al
meglio, ed il tutto è completato da un libretto curatissimo che, in tempi di musica
usa-e-getta, ci sembra più unico che raro. Solo dai PAY sarebbe potuta venire fuori
un’idea così genialmente fuori di testa come questa, e del resto solo i PAY sono
capaci di metterla in pratica con risultati così buoni (http://www.ammore.net/).
Giorgio Sala
Gomma Workshop
Cantina Tapes
Madcap Collective/Snowdonia/Audioglobe
A leggere sul retro le due etichette interessate già si capisce a cosa si va incontro.
Si tratta della Snowdonia (Maisie, Fausto Balbo, Aidoru) e del Madcap Collective
(Father Murphy su tutti): label interessate alla sperimentazione, alla rivisitazione e
alla dissacrazione del verbo del rock. L’artefice ultimo di questo coerente processo
artistico che collega le esperienze delle case madri è Gomma Workshop, monicker
dietro il quale si nasconde Vittorio Demarin, già autore di quell’“Almanacco
moderno” che, l’anno scorso, ci offriva dieci esperimenti sonori che parevano
variazioni sul tema della “Revolution 9” di beatlesiana memoria.
“Cantina Tapes” ci propone – al di là del parodistico titolo – un viaggio senza
interruzioni dimentico dei confini di genere e dei canovacci stilistici, qui visti come
prigioni dalle quali si vuole evadere. La musica si alimenta attraverso un’attenzione
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onnivora per elementi delle più disparate tradizioni: l’etnico dalle eco cinesi, il folk,
un pianoforte dal tocco jazzato, l’elettronica artigianale e i campionamenti costruiti
col taglia-e-cuci. Tutti fattori che si mescolano e si fondono in un’opera priva di
bussola ma con un obbiettivo chiaro e specifico: far avanzare di un passo il discorso
artistico di un rock senza confini, non omologato e figlio di un’ambizione priva di
qualsiasi eccesso retorico. Forse non è un pilastro del nuovo “pop” come in giro
sembra essere considerato, ma il coraggio ha comunque dato splendidi frutti (
http://www.maledetto.it/).
Hamilton Santià
Osram
Inglese subacqueo
Zahr/Goodfellas
Al post-rock si può aderire in maniera fedele e con poco margine di rischio, eppure
cimentarsi con un'etichetta così pesante e monolitica comporta anche un
fondamentale atto di coraggio: stamparsela addosso vuol dire affiggersi un genere
sull’orlo della giacca, rassegnandosi a seguirne le coordinate e replicarne almeno in
parte la (non)struttura. Nel migliore dei casi si apporta al genere qualcosa di
mutante; nel peggiore lo si ripete seguendone con devozione e ortodossia gli stilemi
sonori, il che equivale più o meno al comportarsi come una sorta di ricetrasmittente
che capta e passa in loop gli Slint da anni. "Inglese subacqueo", nuovo lavoro degli
Osram, si colloca da qualche parte nel continuum tra innovativo e classico, sebbene
l'accento cada più di frequente sull'arrangiamento standard, quasi rigorosamente
analogico e quasi rigorosamente vecchia scuola. Alla band mancano - forse,
programmaticamente - lo slancio emotivo ed i crescendo drammatici di casa
Constellation o dei Mogwai; piuttosto, la razionalità degli schemi sonori di lunghe
cavalcate come "Bande di plancton" o "Coniglio miao" rimanda ai June of 44 più
lineari ed cerebrali. Per gli amanti del genere, sicuramente un lavoro di buon livello;
per gli altri, la conferma dell’esistenza di quella che si configura come la nuova wave
post-rock italiana, che qualche tempo fa è passata per l'ottimo disco dei Deep End e
oggi arriva qui (http://www.amiciprofumati.it/).
Marina Pierri
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Atletico Defina
Atletico Defina
Lucente/Venus
Chi frequenta abitualmente l’underground milanese senz’altro conosce già il nome
di Pasquale Defina. Per gli altri, basti dire che, nell’ultimo decennio, ha affiancato in
veste di chitarrista prima Cristina Donà e poi per l’accoppiata Clementi-Agnelli,
prima di dar vita ai Volwo, con cui nel 2002 ha pubblicato l’interessante “Viva
Vittoria”. Ora, tre anni e tutta una serie di esperienze lavorative dopo, fra cui quella
di autista per una principessa araba, il Nostro torna alla guida di un nuovo progetto,
che lo vede affiancato da amici come Mauro Pagani, il produttore Taketo Gohara e
la sezione ritmica degli Afterhours, ovvero Giorgio Prette (batteria) e Andrea Viti
(basso). E, volendo, proprio gli Afterhours potrebbero essere il primo nome che
viene alla mente ascoltando queste dieci tracce, similitudine autorizzata da certe
sonorità chitarristiche in acido e, ancor di più, da determinati passaggi vocali molto
agnelliani. Si tratta comunque di un paragone che Defina sa scrollarsi di dosso
abbastanza bene, specie quando le strutture si deformano e le sonorità si
contaminano e si fanno meno prevedibili e più interessanti, come nel caso di
“Crimea” della stralunata “Il mal di testa” o di una “Fermatevi” sottilmente
inquieta(nte). Una buona impressione che viene confermata anche da episodi
(relativamente) più tradizionali come l’elettrica “In equilibrio” e il potenziale singolo “Il
modo migliore”. Il che – temiamo – non basterà a dare maggiore visibilità al loro
autore, ma certificano bene le sue doti di artigiano rock (www.atleticodefina.com).
Aurelio Pasini
Daniele Brusaschetto
Mezza luna piena
Bar La Muerte/Audioglobe
Chi frequenta i bassifondi dello scenario rock nazionale più genuino, si sarà già
imbattuto in Daniele Brusaschetto, figura poliedrica con un bel po’ di dischi e
collaborazioni alle spalle, ma soprattutto apprezzato autore di un art-pop-rock dalla
personalissima tensione poetica. Una scrittura certamente atipica, la sua, che
sembra passare dallo stomaco prima di diventare suono e parola attraverso
straordinarie intuizioni, e che dunque, non essendo ascrivibile a categoria alcuna,
sa eludere d’un colpo tutti i più consueti luoghi comuni della canzone d’autore.
“Mezza luna piena”, quinta tappa discografica personale, è ancora una volta una
trama senza vie intermedie, un lavoro rigorosamente autogestito nella consueta
dimensione lo-fi, senza filtri o condizionamenti esterni. Un viaggio che si svolge fra
vibranti schizzi noise e più toccanti dolcezze, di cui la conclusiva “Stella stellina”,
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quasi nove minuti di carezzevole ninna nanna strumentale, è mirabile esempio.
L’attitudine a sonorità dirette e insieme oblique – talvolta striate da un’elettronica
essenziale mai sovrapposta al dissonante ed epidermico respiro chitarristico – e le
parole che tracciano immagini imprevedibili e surreali attraverso un cantato
monocromatico non possono non far pensare al Battiato più sperimentale e
intimistico. Riferimento non certo irrilevante per una personalità, quella di
Brusaschetto, di inequivocabile spessore, rara e autentica circostanza di poesia
“elettrica” italiana, senza indulgenze o riverenze verso lidi anglo-americani (
www.danielebrusaschetto.com).
Loris Furlan
Tuma
Uncolored (Swing’n’Pop Around Rose)
L’Amico Immaginario/Audioglobe
E tre. Dopo Studio Davoli e Populous, entrambi ospiti di questo disco peraltro (i
primi rappresentati da Matilde Davoli, impegnata come seconda voce in buona parte
della scaletta, il secondo produttore e ospite in “M. Guitar”), un nuovo personaggio
proveniente dal Salento – luogo ultimamente sempre più svincolato da
quell’immaginario etno-folk che lo ha portato alla ribalta negli ultimi anni – esce allo
scoperto. Ventiquattrenne, con alle spalle alcune esperienze in formazioni
post-hardcore, Giorgio Tuma debutta discograficamente per la piemontese L’Amico
Immaginario con un disco che è un manifesto quasi perfetto di leggerezza applicata
al pop. Una leggerezza che passa attraverso la bossa nova, l’easy listening della
riscoperta lounge, il retrofuturismo elettronico degli Stereolab, Fred Neil (una “Fred
And The Dolphins” dall’inequivocabile titolo e dall’altrettanto inequivocabile tocco
alla chitarra), richiami al Morricone più sofisticato, quello di “Metti una sera a cena”
(“Shu Panda”), e certe melodie in punta di piedi dal DNA tropicalista; il tutto
amalgamato da una produzione che infiltra qualche puntello elettronico dove
occorre e che mostra, soprattutto, una personalità ben visibile al di là dei mondi
preesistenti inevitabilmente evocati. Un disco incantevole – termine che, ce ne
rendiamo conto, va utilizzato con parsimonia, ma che questa volta è proprio il caso
di tirare fuori dal cassetto in cui lo avevamo riposto (www.tumamusic.com).
Alessandro Besselva Averame
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Vision Divine
The Perfect Machine
Scarlet/Audioglobe
Nati come una costola dei Labyrinth per iniziativa del chitarrista Olaf Thorsen, che
poi ha preferito dedicarsi solo al nuovo progetto, i Vision Divine con questo “The
Perfect Machine” raggiungono la quarta prova di studio, che arriva dopo la
pubblicazione di un DVD dal vivo. Un traguardo notevole se pensiamo alla povertà
di mezzi della discografia italiana. Ma non è tutto, infatti l’album è prodotto da Timo
Tolkki, chitarrista e mentore degli Stratovarius, una delle band più stimate e di
successo degli ultimi quindici anni nei circuiti heavy metal. Dopo l’ingresso del
nuovo cantante Michele Luppi (di cui vi abbiamo riferito il mese scorso, in occasione
del suo debutto solista), che aveva irradiato i solchi del precedente “Stream Of
Consciousness”, bisognava verificare la crescita e la tenuta della nuova line-up. La
risposta è arrivata e nel migliori dei modi: “The Perfect Machine”, recensito con il
massimo dei voti da quasi tutte le riviste europee di settore, è infatti la prova che
siamo al cospetto di un gruppo vero, capace di misurarsi con i giganti del metal. La
registrazione è potente ma non spigolosa, la scrittura trascinante e imperlata di
melodia, il gusto compositivo agile, esaltato dalla voce di Luppi, terminale perfetto
per l’incalzare dei tappeti sonori di chitarre e tastiere. Non c’è mai la sensazione di
inutilità tra queste nove brillanti canzoni. Razza superiore (
http://www.visiondivine.com/).
Gianni Della Cioppa
Green
Of Love And Soul
Ivory Gates/Frontiers
A due anni dall’esordio “Life”, con modifica ed ampliamento della line-up e cambio
di label, tornano a farsi sentire i toscani Green, una delle poche band italiane
consacrate all’hard rock melodico, genere che richiede produzioni impegnative e
che spesso paga dazio nei confronti dei big americani. Rispetto al debutto,
direzionato verso il pomp rock, questa replica suona più moderna, sia nella stesura
compositiva che negli arrangiamenti. Un caso eclatante è la voce filtrata di “Fight
For Truth”, vezzo tipicamente nu-metal, ma ci sono anche altre piccole scelte che
confermano questa ipotesi. Va detto però che i Green scrivono sempre canzoni dal
taglio classico, con uno spettro melodico che chiama in causa tanto Bon Jovi quanto
i Journey, autentici giganti del genere. A pilotare la navicella che decolla in copertina
è Fabrizio Pieraccini, cantante, polistrumentista, unico compositore e capitano
dell’equipaggio, ed è sotto la sua guida che, brano dopo brano, i Green dimostrano
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comunque di essere una band di rock melodico competente. Infatti “Receive Me”, la
ballata dall’alto tasso zuccherino “Do It Now”, il refrain a pieni polmoni di “Hate Me”,
“Freedom”, i cori incrociati di “There’s No Wind”, la dolce e spietata “One Day” e le
divagazioni strumentali della title-track assestano il gruppo un gradino più in alto di
tanti replicanti di genere sparsi in giro per il mondo (www.thegreen.it).
Gianni Della Cioppa
Cataldo Perri
Bastimenti
Squilibri
Che bello, che ci siano ancora lavori come “Bastimenti”. Caldi, densi, nati dalla
passione e modellati dalla bravura, in cui l’esperienza diventa ricchezza universale.
Cataldo Perri, che si permette di fare il musicista per diletto (è medico, gli hanno
insegnato che di musica non si campa), ha composto questo lavoro, ch’è anche uno
spettacolo teatrale portato in giro in tre continenti, pensando alla vicenda del nonno,
partito negli anni ‘20 per Buenos Aires a cercare fortuna. Lì trovò invece perdizione
e vita grama, non tornò più e lasciò la famiglia in Calabria ad aspettarlo invano.
“Bastimenti”, proposto in pillole anche al MEI, è concepito come un disco narrativo,
che parte da “Baciala questa terra” (la Calabria jonica – le valli di origano, il libeccio,
la Magna Graecia), prosegue con tarantelle e tanghi tra la più nobile musica etnica e
respiro d’autore, nostalgie sudamericane (“La festa del ritorno”, ispirata al romanzo
omonimo di Carmine Abate) e sguardo balcanico, con una sensibilità vicina al jazz.
Splendidi musicisti: Armando Corsi, Mario Arcari (entrambi deandreiani, per dire), il
sassofonista Paolo Innarella, Lutte Berg alla chitarra fretless, il contrabbassista
Giovanni De Sossi, Checco Pallone maestro di tamburi a cornice, Enzo Naccarato
alla fisarmonica e Piero Gallina al violino. Poesia cesellata, struggente (si ascolti
“Ninna sonni” con il canto di Rosa Martirano), dedicata agli anti-eroi che non hanno
realizzato i loro sogni (www.cataldoperri.it).
Gianluca Veltri
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Progetto M.B.
Contrappunti
Snowdonia / Audioglobe
“Pop sbilenco per carnevali lisergici, bozzetti di rock ‘n' roll deviato, bislacco
cantautorato onirico, musichette da luna park per folletti sbronzi, psichedelia
spicciola, quadretti sonori per filmini surreali, fantasticherie medievali, scherzetti
sintetici di elettronica povera, bozzetti lo-fi di musica da cameretta”. Così definisce
la propria musica Marco Bucci, riuscendo nell’intento di sintetizzare in tre righe e
meglio di chiunque altro etica ed estetica alla base di questo “Contrappunti”. Un
disco che è una sorta d’esordio ufficiale, pur raccogliendo il meglio della produzione
strumentale concepita dal musicista tra il 1999 e il 2004: una seconda vita
”istituzionale” che segna l’inevitabile cesura con un passato fatto di autoproduzioni e
cd casalinghi.
C’è da dire che il Nostro non se la cava male in fase di scrittura, se l’obiettivo è –
come crediamo – portare alla luce una musica minimale costruita su chitarre
decorative, tastiere strutturali, batterie appena accennate ed elettronica quasi
impalpabile. A dimostrarlo le atmosfere avvolgenti di “Vesna serba”, che fa il verso
al Badalamenti di “Twin Peaks”, l’organo inquietante di “Allorquando”, le aperture
mediorientali – una sorta di Lawrence d’Arabia in salsa Morricone - di brani come
“Circo MB”.
Progetto M.B. mantiene un approccio alla materia a metà strada tra Cool Edit Pro e
studio di registrazione, passatempo della domenica pomeriggio e musica seria,
rivelando al mondo un artista “educato” e in grado di costruire vibrazioni da
appartamento assolutamente piacevoli (www.progettomb.it).
Fabrizio Zampighi
Davide Camerin
Dedalo
La Luna e i Falò/Audioglobe
È un buon momento per i cantautori italiani. In termini commerciali rischio di essere
smentito, ma se valutiamo la qualità, credo che l’affermazione si possa condividere.
Forse la definizione cantautore non ha più lo stesso valore di un tempo e, anche in
termini strettamente musicali, l’approccio si è modificato negli anni, ma se cercate
qualcuno che vi faccia rivivere le sensazioni passate, dove la parola si incastonava
in una strumentazione essenziale ma non per questo povera, sono certo che il
trevigiano Davide Camerin non vi deluderà. “Dedalo” è il suo terzo album, arriva
dopo “40 m2” e “Natale parabellum”, ed è certamente il lavoro più maturo, dove
l’equilibrio tra liriche, più emotive e meno metaforiche del passato e musiche
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asciutte e circolari è praticamente perfetto. Persino la voce di Davide appare più
sicura e si incunea morbida e crudele, con parole che odorano di poesia (“…nelle
notti d’inverno a contare stelle… e l’anima gridava dentro di noi”, in “Canto
amaranto”), lanciano dardi di fuoco (“Non le senti le televisioni che mischiano tette
con Dio..:”, in “Cena con erbe aromatiche”) o cantano l’amore (“Amore della notte”),
mentre l’iniziale “Dedalo” ha quasi bagliori da ballata progressiva, unica – bella –
anomalia di un album intenso e sensibile, pur nella sua essenzialità. Davide
Camerin canta la sua terra antica, stupenda e lacerata, e i sentimenti di tutti, dando
vita a un incrocio che genera battiti di cuore ad ogni nota. Peccato che “Dedalo”
resterà merce per pochi intimi (www.lizardrecords.com).
Gianni Della Cioppa
Sunflower
Invisible
Midfinger/Venus
Tre anni di attività, alla ricerca di un equilibrio credibile tra rock sporco e rumoroso e
una raffinatezza formale che privilegia le soluzioni melodiche e fa collidere
elettronica (poca) e chitarre (molte). Il risultato di questa ricerca è “Invisible”,
raccolta di dodici brani che il trio – Nico Di Florio (voce e chitarra), Gianluca Di Toro
(basso) e Francesco Di Fiorio (batteria) – ha inciso lo scorso anno con la
produzione di Andrea Di Giambattista, chitarrista dei Malerba e fonico del Santo
Niente, e il contributo di Federico Giannini, ex Giuliodorme, e Loreto di Giovanni, ex
Vanadea. Un risultato discreto e promettente, con a tratti qualcosa di ancora
inespresso, nelle svisate hard della title-track ad esempio, oppure nell’acustica un
po’ slavata e già sentita che innerva l’intera “Blinded”. Tutto questo non va a
discapito della riuscita di buona parte degli episodi, primo fra tutti una cupa e
trascinante “In My Room”, basso e batteria come macigni, voce distorta e pulsare
rock’n’roll, e poi la ballata acida che prende forma in “Where Is My Hollywood”, il
muro di chitarre che esplode ad intervalli regolari nella introduttiva “KC”, altrimenti
affidata a percussioni e tastiere, e ancora la chiusura, introdotta da un piano
spettrale, affidata alle dilatazioni lisergico-orchestrali di “Spider”. Sul tutto, una
moderna sensibilità psichedelica agisce sulle sfumature e convince quasi sempre,
come abbiamo detto. È su quel quasi che, viste le buone premesse, occorre
lavorare ancora un poco (www.sunflower.us).
Alessandro Besselva Averame
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The Rookies
Out Of Fashion
Misty Lane/Teen Sound
Pubblicando l’esordio sulla lunga distanza dei piacentini Rookies – in precedenza
soltanto due EP su vinile – la Misty Lane da Roma, si conferma etichetta attenta alle
sonorità fieramente passatiste del garage rock. Compagno di camera di quei
Preachers di cui ci occupammo qualche mese fa, il quintetto emiliano ribadisce
l’estetica della label capitolina con una calibrata miscela di omaggi all’epoca d’oro
dei Nuggets.
Ascoltando questo “Out Of Fashion” vengono in mente i Creation di “Making Time”, i
Count Five e i Blues Magoos. Fieramente e dichiaratamente “fuori moda” quindi,
con chitarre acide su tappeti di Hammond, coretti, armonie vocali e cavalcate piene
di fuzz in cui domina la voce alla Gordon Gano – l’unico riferimento più recente del
1965 – di Giovanni Orlandi.
Un disco certamente didascalico, ma suonato e arrangiato con un’attenzione e una
passioni quasi maniacali per il dettaglio: ascoltate “I Walk Alone” e non vi sembrerà
vero di essere nel 2005. In fondo, sarebbe troppo facile additare queste matricole
per la loro scarsa originalità o l’attitudine furbetta con cui pescano a mani basse da
oltre quarant’anni di garage rock. Baggianate. In contesti del genere, l’unica cosa
che conta è il coefficiente di divertimento che un disco può dare. E in questo caso
specifico le percentuali sono decisamente alte. Roteate i caschetti e rispolverate gli
stivaletti quindi, il party è cominciato e non finirà prima di parecchio tempo (
http://mistylanemusic.com).
Hamilton Santià
Lostiguana
El segundo
Terrible Trebe Records
Chissà cosa penseranno i fan del prog romantico di questi Lostiguana, guidati dal
chitarrista Max Michieletto, che nei primi anni novanta aveva acceso con gli Asgard
la fiamma del rock progressivo epico e pomposo. Oggi Max, dopo alcuni anni
nebulosi ma che gli hanno permesso di vincere a mani basse un concorso di MTV
per la rilettura migliore di un brano di Jimi Hendrix, è tornato in pista con il fratello
Marco alla batteria in una band che cancella di colpo tutto il superfluo del passato,
riducendo il rock all’essenziale, ovvero riff, ritmica e voce. Tra i solchi di questo “El
segundo” (il secondo album del gruppo, appunto), non c’è però il blues asciutto che
si potrebbe pensare, ma un ibrido che fonde i Free con melodie orecchiabili –
verrebbe da dire quasi alla Bryan Adams, ma c’è il rischio di essere troppo sfacciati.
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Numero Dicembre '05
Resta l’evidenza di un bel CD, di puro rock, immediato, ma non ruffiano, ben cantato
dal batterista e magnificamente suonato. Sorprende che Max si conceda pochi
virtuosismi, ma il suo stile è oramai consolidato, fatto di poche note ma buone, e
anche quando si lascia andare si percepisce la maturità di un musicista di caratura
superiore. Quattordici brani, a dir poco la metà di ottimo livello, più due bonus in
chiusura: “Twyl” (un solo di batteria) e “Union”, ghirigoro acustico che rievoca i giorni
degli Asgard (www.lostiguana.com).
Gianni Della Cioppa
Geloso
La realtà è ciò che non se ne va quando smetti di crederci
Autoprodotto
Nella cornice di un’Italia sorprendentemente disposta a giocare con gli stereotipi di
quel genere fin troppo ripreso e cesellato che è il post-rock, i Geloso di “La realtà è
ciò che non se ne va quando smetti di crederci” fanno la loro parte e la fanno
piuttosto bene. La loro formula sonora è distante qualche anno luce dalla
matematica (che “non è un opinione”, titolo di uno dei loro pezzi) classica del
fraseggio omogeneo e crescente comune alla scena di Louisville; piuttosto, la band
ruba con prudenza e disinvoltura le coordinate di viaggio del post-grunge di
formazioni interessanti e sottovalutate come i Billy Mahonie o i primi Motorpsycho –
influenze molto palesi, ad esempio, nella buona “È tempo di asparagi e di fragole”.
Tra qualche synth poco invadente e la geometria analogica di una chitarra, un
basso ed una batteria impegnate in un dialogo quasi sempre armonioso, gli
arrangiamenti che incorniciano le nove tracce di questo buon debutto sono caldi e
compositi, ben curati e piacevolmente frammentati e frammentari. La sensazione
tangenziale è che per arrivare al noise manchi solo un piccolo, decisivo passo: per
accorgersene, è sufficiente ascoltare “Casanova”, seconda traccia del disco che ben
racchiude l’anima dello stile del neonato trio. Niente di nuovo sotto il sole, su questo
non c’è dubbio; ma nello scatolone dei ripescaggi di genere questo lavoro, finora
passato molto di soppiatto, coglie nel segno pur non aggiungendo, né togliendo,
niente più del dovuto (http://www.geloso.altervista.org/).
Marina Pierri
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Numero Dicembre '05
Alberto Cantone
Angeli e ribelli
Autoprodotto
Se chiedete a Treviso e dintorni di Alberto Cantone, può capitare non di rado di
trovare qualcuno che sappia parlarvi di questo generoso cantastorie dotato di una
gran bella timbrica vocale alla De André, dal cui repertorio tante volte ha attinto
come appassionato novello “suonatore Jones” nei numerosi concerti fra i locali della
provincia. “Angeli e ribelli” giunge ora, senza fretta, a mettere in rilievo l’Alberto
Cantone autore vero con quattordici canzoni tutte sue, condivise con tanti amici
musicisti come i pregevoli Gianantonio Rossi (chitarra, pianoforte, clarinetto) e
Sandro Gentile (percussioni). Ed è una carrellata di racconti e anime inquiete, in cui
la bellezza e la leggerezza (esistenziale) degli “angeli” trova coesione con la parte
più terrena, politica (perché no?), antagonista e “controvento” dei ribelli: storie che
sfioriscono come quella di Lili Marlene (“Marlene”), storie disilluse ai margini come
quella de “Il dottore del bar del porto”, storie che sanno di mare e di vino, di giovani
soldati perduti in una guerra dal “ghigno globale“ (“Siete venuti a cercare”).
Un’ineccepibile padronanza interpretativa, con imprescindibili e nitidi riferimenti
cantautoriali dietro l’angolo, si accompagna sempre a un’intensità e sincerità poetica
di prim’ordine, sia quando il tratto si fa più lieve e sospeso (“Rosellina”, “Una goccia
di brina”, “Il destino”), sia quando Cantone si fa ironico e sferzante affabulatore
come ne “Il pornoattore”, registrata dal vivo a Radio Sherwood di Padova, feroce
satira sull’attuale rapporto tra studente e mondo del lavoro (www.albertocantone.it).
Loris Furlan
Airportman
Son(g)
Autoprodotto
Nati su iniziativa di due ex componenti dei cuneesi Rataré, Giovanni Risso e Marco
Lamberti, gli Airportman sono un terzetto strumentale (completano la formazione
Paolo Bergese e l’intervento di alcuni ospiti) che ha deciso di muoversi sul terreno
della completa autarchia e della autoproduzione. Il rumore di questo loro “Son(g)” –
quarto album della serie, amplificato da alcune esibizioni in solitaria e altre in
compagnia di una nostra vecchia conoscenza, Stefano Giaccone – ha tuttavia
trasceso i confini della angusta confezione artigianale che lo contiene. Se non
originalissime – un rock strumentale rarefatto e minimale, a tratti imparentato col folk
e con certe sonorità desertiche d’oltreoceano, affidato a chitarre, percussioni,
fisarmoniche e tastiere – le nove composizioni di questo lavoro, lungo una mezz’ora
scarsa, hanno comunque molto da raccontare, tra una splendida “Pablo”, che
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Numero Dicembre '05
sciorina inquiete melodie in minore degne dei primi Tortoise, e una atmosferica,
suadente “Canzone d’amore”. Manca una voce che reciti i bei testi allegati al CD,
ma forse non è il caso di cercarla: le note suonate e i paesaggi disegnati dagli
strumenti dicono già molto senza ricorrere ad appigli linguistici. Non sappiamo se i
tre preferiscano continuare a muoversi ai margini del mercato – scelta comunque
rispettabilissima – ma ci auguriamo che qualcuno decida di investire un po’ di tempo
e denaro in un progetto valido come questo. Ne varrebbe davvero la pena (
www.airportman.com).
Alessandro Besselva Averame
Midryasi
Midryasi
Iron Tyrant
Dietro gli pseudonimi di Convulsion, Jon Guanera e Sapappah, si celano i
protagonisti dei Midryasi un trio dell’area lombarda, che debutta su CD dopo
qualche anno di esperienza dal vivo, trascorso a macinare riff sulfurei e sciabolate
acide, con chitarre deliranti, un po’ come se i primi Black Sabbath, suonassero
canzoni dei Judas Priest.
Doom metal quindi, ma privo dell’uniformità che fin troppo spesso attanaglia tale
stile. Infatti tra i solchi di questo esordio, capace di canalizzare al meglio l’attitudine
live della band, ascoltiamo una predisposizione reale, fatta di blues amplificato
all’ennesima potenza, dove il riff introduttivo è solo una possibile partenza, che trova
forma poi nel dipanarsi della canzone.
Titoli come “Hypnopriest”, “Acid Darkness”, “Profund” e “Center Of Thunderrr” danno
una visione completa del suono acre e pungente del trio, che scopre del tutto le
carte nei due pezzi conclusivi, “Esionh Mann Szaghae” e “Cornicembalus”, frutto di
lunghe improvvisazioni registrate in sala prove (“…from cave improvisation”…) e
che testimoniano un’attitudine rude e primitiva. Se non cercate melodie e certezze, i
Midryasi sapranno offrivi le giuste e cupe vibrazioni (www.irontyrant.net).
Gianni Della Cioppa
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Numero Dicembre '05
Impossibili
Ve le suoniamo ancora
Derotten
In un’ipotetica classifica relativa alla “dedizione alla causa” musicale, gli Impossibili
non farebbero davvero brutta figura. Si, perché questi tre ragazzi portano avanti con
costanza e devozione il verbo del punk rock più diretto e sincero, e lo ribadiscono
con questo “Ve le suoniamo ancora”. Il suono ramonesiano degli esordi si è
rinvigorito e, sebbene il gruppo non abbia dimenticato la lezione dei “tre accordi e
via”, ora i brani suonano molto più veloci e selvaggi, come si può facilmente intuire
fin dall’iniziale “Kriminali”. Anche i testi ora sparano ad altezza d’uomo, e sia che si
parli delle televisioni musicali sia che si tirino in ballo le nuove generazioni qui non si
fanno sconti per nessuno, con uno sguardo lucido e cinico sui tempi che stiamo
vivendo. Non sempre però le parole sono messe a fuoco, e troppo spesso i testi
risultano essere un insieme di slogan, tanto che il rischio di dire banalità è reale.
D’altra parte, però, il sottoscritto trova un difetto quello che per il gruppo è una scelta
ben precisa, per cui il problema non si pone. Interessante è invece notare la
presenza, in cinque brani, di Mastino alla batteria: l’ex Punkreas sa il fatto suo e la
sezione ritmica compie un notevole salto di qualità. Resta quindi ben poco da
aggiungere: mezz’ora – per quindici brani – di pugni ben assestati in faccia, e alla
fine si conferma quanto promesso dal titolo: gli Impossibili ce le hanno suonate
ancora, e sembrano intenzionati a continuare a farlo per molto tempo (
www.derotten.it).
Giorgio Sala
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Numero Dicembre '05
Gea
Arrivati al terzo disco con “Bailamme Generale” (Ilrenonsidiverte/Audioglobe), i Gea
si raccontano attraverso le parole del cantante e chitarrista Stefano Locatelli. Una
conversazione spigliata e sincera che cerca di fare il punto della situazione sui primi
otto anni di vita di una band che, con onestà e consapevolezza, sa mettersi
continuamente in discussione.
“Bailamme Generale” è il vostro terzo lavoro. Quando avete cominciato,
pensavate di arrivare a questo punto?
Non abbiamo mai ragionato sulle lunghe distanze. Abbiamo sempre proceduto per
gradi, lasciandoci guidare dalle emozioni per razionalizzarle poi in un secondo
momento. Quando si formarono i Gea, nel 1998, l’aspettativa era di fare buona
musica che ci rappresentasse e che ci facesse divertire. Ed è quello che ancora
oggi ci motiva.
Il disco è anche il primo numero di catalogo della nuova realtà discografica,
Ilrenonsidiverte. Come mai non incidete più per Santeria? Come vi trovate con
questa etichetta?
Santeria ha deciso, di comune accordo con noi - che non stavamo attraversando un
buon momento - di favorire altri suoi artisti. Visti i risultati, ha avuto ragione. Siamo
comunque rimasti in ottimi rapporti. Ilrenonsidiverte è invece una sfida figlia di una
scommessa pazza: dare visibilità a opere nate insieme all’etichetta stessa. Potrebbe
essere una possibile via per far fronte alla crisi discografica: progetti piccoli ma
completi, in totale sinergia tra etichetta e artista. Sono pazzi? Può darsi. Però
potrebbe funzionare.
Come sta andando il disco? Avete raggiunto obbiettivi che magari ai tempi
non immaginavate?
A tutt’oggi i primissimi risultati paiono decisamente incoraggianti. È comunque
ancora troppo presto per trarre delle conclusioni. L’importante era riuscire a
pubblicare in modo dignitoso il nostro terzo album. Questo è sempre stato l’unico
vero obiettivo dei Gea: comporre musica, registrarla e proporla nel miglior modo
possibile. Altri obiettivi, magari di profitto, vista la nostra natura, sono irrealistici.
Per quanto riguarda la musica, il vostro rock è sempre volto ad una ricerca
sospesa tra il post-grunge e certa psichedelia. A mio avviso pare non sappiate
ancora che direzione prendere. Avete qualche idea a riguardo?
In realtà lo consideriamo uno dei nostri tratti caratteristici. Mi spiego: noi ci
muoviamo all’interno di un “minimo sindacale” stilistico che è il rock. Poi, dentro
questa cornice, non ci poniamo vincoli troppo rigidi. Non l’abbiamo mai fatto.
Crediamo di aver sviluppato, nel tempo, una personalità musicale definita che non
nega indagini musicali diverse. L’importante è che le canzoni abbiano una loro
coerenza interna e che ci rappresentino. Questo è il nostro modo di fare musica, da
sempre. Non è detto poi che tutte le ciambelle riescano col buco. Siamo consapevoli
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che questa cosa possa determinare reazioni diverse. Può succedere. Non abbiamo
mai preso male recensioni che ci definivano così, ci può stare. L’importante è che
traspaia la nostra onestà. Il nostro “non scegliere” è una scelta consapevole.
Quando ci ascolti noi ti diciamo: “Ecco i Gea al 100 percento, nel bene e nel male”.
Come mai cantante in italiano? Certi passaggi sembrano un po’ arditi, al
limite dell'artificioso. Cantare in inglese non sarebbe più facile?
Anche la scelta della lingua fa parte di un percorso di maturazione preciso. Un
tempo cantavamo in inglese ma ci siamo resi conto che, vivendo e suonando in
Italia, la fruibilità del messaggio dei testi veniva un po’ meno. Anche qui è una sfida
continua e non sempre può apparire vinta. Comunque non abbiamo mai rinnegato
l’inglese, infatti anche sul nuovo album c’è un brano in quella lingua. Diciamo che va
anche un po’ a ispirazione.
Come nascono le vostre canzoni? A volte sembrano prendere una piega
molto personale mentre, magari nella stessa riga, si trasformano in qualcosa
ad argomento molto più “generico”.
È il nostro vissuto personale, nel nostro mondo. È un dialogo continuo tra noi e ciò
che ci circonda. Un po’ come le parti musicali dei brani: lo spunto spesso è singolo,
ma poi viene negoziato affinché divenga patrimonio di tutti. Visto da fuori può
sembrare macchinoso, ma è il nostro modo di condividere emozioni. I risultati
possono poi dare adito a valutazioni diverse, ma la sincerità di porsi all’esterno è
totale.
Come vedete la situazione italiana per gente che fa musica rock in italiano
come la vostra? Alcuni vostri colleghi - tipo i Renoir - stanno incontrando non
poche difficoltà.
In effetti il genere “rock cantato in italiano” è in un periodo per nulla positivo. Non
siamo assolutamente trendy! Però sorrido: sei o sette anni fa era da sfigati cantare
in inglese. Oggi è il contrario. Ancora una volta, la sincerità nel porsi credo sia il
fattore che determina il successo o meno di un progetto, italiano o inglese che sia.
Per successo considero anche la longevità, la credibilità. Non abbiamo mai creduto
che il fattore linguistico possa incidere sulla bontà o meno di un gruppo, anche se
alla fine ognuno segue la strada che preferisce.
Hamilton Santià
Contatti: http://www.geaband.com/
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Milaus
Nati nel 1997, i valtellinesi Milaus rappresentano una piacevole anomalia, all’interno
del panorama indipendente italiano. Considerati da molti la risposta autoctona ai
dEUS, danno ora alle stampe “jjj” (Black Candy/Audioglobe), terza prova sulla lunga
distanza che ce li mostra, se possibile, maturi e, in qualche modo, pacificati. Proprio
da questa base abbiamo tentato un’analisi accurata e, speriamo, poco superficiale
del percorso del quintetto, capace di confermare pienamente le belle parole spese
per il precedente “Rock Da City”, punto di partenza per le nostre domande.
Sono passati circa due anni dalla pubblicazione di “Rock Da City”. Che cosa
è successo nel frattempo?
Umanamente tanto, e musicalmente pure! Abbiamo acquisito maggiore
consapevolezza. Ci siamo accorti che quello che ci unisce alla fine è l’onesta con
cui vogliamo fare le cose: non fingere, non studiare o programmare, ma mettere in
musica ciò che sentiamo di esprimere, che talvolta è ricercato, talvolta più
pacchiano, a volte serio e altre volte più scanzonato.
Come si sono svolte le registrazioni di “jjj”?
Se “Rock Da City” è stato registrato d’impulso, in due settimane serrate d’agosto,
“jjj” è stato creato in sessioni separate tra la primavera e l’estate del 2004. Un po’
per necessità, un po’ per scelta. Il disco è stato registrato da Lorenzo (basso e voce
della band, NdI) con l’aiuto di Fabio Magistrali: è stato come lavorare in casa, senza
l’urgenza di contare le ore e i minuti.
Quali sono le evoluzioni più significative del vostro suono? Insomma, è
corretto parlare di un processo di maturazione del vostro songwriting?
Sicuramente c’è della maturazione. La cosa più evidente è il fatto che ora il gruppo
compone assieme: molte canzoni di “jjj” sono nate spontaneamente e abbastanza
velocemente in seno al gruppo, spesso da improvvisazioni, senza che nessuno
dicesse “ora cambiamo qui, ora ci fermiamo qua...”.
I vostri due precedenti album hanno avuto una distribuzione anche nei Paesi
Bassi. È un’esperienza che si ripeterà anche per questo lavoro?
Vorremmo che si ripetesse, visto che i contatti ci sono!
Pur uscendo per un’altra label, la fiorentina Black Candy, “jjj” vede la
partecipazione, per quanto riguarda l’artwork, di Giacomo Spazio. Qual è stato
il suo ruolo all’interno del vostro percorso e, di conseguenza, quanto ha
influito sulla vostra estetica, decisamente curata?
L’amicizia con Spazio è nata così: all’epoca chi studiava a Milano passava da lui,
non capiva quasi nulla di quello che diceva e riportava agli altri quando tornava in
valle. E’ nato tutto intorno ad un continuo fraintendimento! Poi, pian piano, i suoi
messaggi sono trapelati...
Non si tratta tanto di curare la parte estetica, quanto di dedicare maggiore
attenzione alla qualità del prodotto: un CD è fatto di musica e canzoni, ma anche di
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una copertina ed un supporto rigido, per cui è giusto curare fino in fondo anche
quest’aspetto! E questo è anche una risposta ad un mondo di tendenze e di prodotti
“U.S.A. e getta”!
“jjj” è un titolo abbastanza singolare. Potete spiegarne la genesi?
E’ saltato fuori, suonava bene e ci è piaciuto: è un nonsense che può avere molti
significati. In alcune canzoni si parla di John e Jesus: due J potrebbero essere
queste, manca la terza!
Da molti anni, ormai, frequentate l’underground musicale italiano. Qual è
l’idea che ne avete ricavato?
Mah, tanto per dare una risposta diversa si può dire che abbiamo notato una certa
regionalità nei gruppi: come per formaggi e salumi, anche per la musica il fattore
geografico un po’ incide. Senza chiaramente generalizzare troppo, viene in mente il
Veneto, gente tosta, da cui sono venuti alcuni tra i gruppi più tosti – sia come
attitudine sia come scelte e gusti musicali – degli ultimi anni. Penso, per esempio,
agli One Dimensional Man, ai Redworm’s Farm, ai Jennifer Gentle, ai G.I. Joe. E
credo che un discorso simile valga anche per l’Emilia-Romagna.
Ci sono band che sentite particolarmente vicine, per attitudine e sensibilità?
Parecchie, praticamente molte di quelle con cui abbiamo suonato, perché alla fine
tutto sfocia nell’amicizia! Comunque, per fare qualche nome si possono citare
TIOGS, Zen Circus, Redworm’s Farm, Julie’s Haircut, Duner, Fourire, Bob Corn,
News For Lulu.
Immagino che ora partirete con l’attività live. Ci sono delle date o degli
appuntamenti particolari?
Grazie anche a Labile, che è la nostra nuova booking agency, stanno saltando fuori
un po’ di date. La cosa più importante è che ora siamo in quattro, in quanto Max
(voce, violino e chitarra del gruppo, NdI) per un po’ non ci seguirà dal vivo. I concerti
fatti finora sono più aggressivi e anche un po’ più free, visto che in quattro è più
facile improvvisare, per cui stiamo lavorando parecchio su questo aspetto. Stiamo
cercando una dimensione live che finalmente ci soddisfi completamente!
Giuseppe Bottero
Contatti: http://www.milaus.it/
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By Polular Demand
I By Polular Demand vengono dalla provincia di Padova e il loro esordio “You Are
Nervous” è appena uscito per Fosbury (distribuzione Audioglobe). Hanno una buona
impronta chitarristica per essere così giovani. Disintorpiditevi dunque, perché ci
troviamo di fronte a un ottimo quartetto che lascia senza pause. Questo disco,
infatti, è tutto una tirata che esplode in “Wicked Boy” e “Don’t Care Sweet Bear”. E
poi non c’ è niente da fare, la presenza in cabina di regia di Giulio “Ragno” Favero
(ex One Dimensional Man) si fa sempre sentire. Risponde alle domande Alberto
Scapin, il chitarrista. Completano il gruppo Giovanni Sabbini al basso, Diego Dal
Bon alla batteria e Fabio Campagnolo alla voce.
Con le canzoni di quali artisti avete imparato a suonare?
Bella domanda, vediamo: con mezzo riff e due note di basso dei Led Zeppelin, una
posa di Jim Morrison e qualche rullata assortita dei soliti noti…
Quando e com’è iniziata la vostra storia musicale?
Sul finire del 2001 nel profondo Nord-Est, a Galliera Veneta, in provincia di Padova.
Alberto, che suonava la chitarra, e Giovanni, che suonava il basso, trovano Claudio,
il batterista, e ingaggiano Fabio alla voce. Tutto avviene un po’ per caso, dalla scelta
del nome della band “a grande richiesta” fino all’arrivo di Diego, il batterista attuale.
La scelta di questo genere è dovuta all’amore per qualche rock’n’roll band in
particolare?
È dipesa molto da una cinquina di nomi pesanti che citeremmo solo sotto tortura.
Scherzo. Diciamo P.J. Harvey (a cui abbiamo indiscriminatamente dedicato un
brano), The (International) Noise Conspiracy (di cui apprezziamo grinta e divisa),
One Dimensional Man perché sono made in Italy ma allo stesso tempo molto di più,
Jon Spencer e la sua Blues Explosion, perché lui è il “maestro”, e infine Mark
Lanegan, perché la sua voce ti rimbomba dentro l’anima e ti fa battere il cuore forte
forte.
Continuando con le scelte: cantare in inglese invece?
Prova tu a dire “Bellissimo il Montana… vorrei andarci con la mamma…”. Intanto
non fa rima e poi saremmo stati presi per pazzi. O forse no? E' probabile che se mai
faremo un altro disco, questo sarà cantato completamente in italiano. Sentiamo
realmente il bisogno di esprimere qualcosa nella nostra lingua madre ma per ora
riteniamo di non avere un lessico sufficientemente forbito. Per quello ci sono già
Valentina Dorme, Northpole, es e Artemoltobuffa.
Di cosa parlano le vostre canzoni? Entrate nei particolari.
Parlano in maniera essenziale della post-modernità: il ruolo dell’artista nella società
contemporanea, la nuova frontiera del suono, la ricerca applicata alla canzone pop,
le radici nere della musica blues, l’amore furtivo come declinazione del sesso
rubato, l’immaginario orrorifico-cinematografico di certi blockbuster americani e, per
finire, di una nota casa produttrice di bombolette spray.
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Numero Dicembre '05
Questo disco è il risultato di un periodo preciso passato subito in sala di
registrazione o sono canzoni sparse che poi avete messo insieme?
Non siamo quel che si dice un gruppo prolifico dal punto di vista musicale:
dedichiamo alla musica una sera a settimana, quando va bene, e con questi ritmi in
due anni siamo riusciti a completare una dozzina di brani. Due dei quali sono rimasti
fuori dalla porta dello studio di registrazione.
Come sono andate le registrazioni con Giulio “Ragno” Favero?
Molto bene. Giulio sa offrire un’elevata professionalità a un prezzo modico. E questo
è un grande pregio. Poi lui è una persona molto disponibile e precisa. Ha subito
messo in chiaro che il disco era “registrato” e non “prodotto” da Giulio Favero. Infatti
la produzione artistica dei brani l’abbiamo curata in proprio. Abbiamo fatto tutto in
sei giorni: non volevamo perdere l’entusiasmo iniziale in estenuanti sessioni di
registrazione.
Nella vostra copertina, vi dilettate a fotografare attimi di terrore. Qualche
attinenza con la vostra musica che vi preme sottolinearci?
Assolutamente sì: noi facciamo un po’ paura, a volte. E poi ci piaceva l’idea di fare
un disco indie con una copertina in cui la più o meno tipica “donna indie”
soccombesse in maniera, come dire, esemplare. Poi c’è un brano, “Shark Attack”,
che chiude il disco in un certo modo e se andrete ad ascoltare troverete le due cose
intimamente legate. Quindi ascoltate il disco, non fermatevi alla copertina!
Come è avvenuto l’incontro con la Fosbury di Treviso?
Tre di noi fanno parte dell’Associazione Culturale La Spina (www.laspina.info) che è
l’organizzatrice da due anni del Fosbury Festival. Qui ci siamo conosciuti, ma già da
tempo frequentavamo Mario dei Valentina Dorme. Poi loro si sono fatti avanti e noi
abbiamo risposto “Sì, lo voglio”. Semplicemente così.
Come strutturerete il vostro live act?
Guarda, è già tutto pronto: magliette rosse e cappelli di paglia. Basta trovare le
occasioni per esibirsi. La scaletta è già fatta e il furgone sempre acceso.
Vi sono video in vista per qualcuna delle vostre canzoni?
In teoria dovremmo parlarne col nostro regista di fiducia che è quello che ha
risposto a tutte queste domande, e cioè io. C’è da tempo questa strana idea di un
video con un cowboy texano che vuole andare nel Montana a farsi una vita nuova,
ma non riesce a staccarsi dalla mamma. Vedremo, magari più avanti. Adesso
vogliamo solo pensare ai prossimi concerti, quindi a nulla!
Francesca Ognibene
Contatti: www.bypopulardemand.it
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Numero Dicembre '05
Tying Tiffany
A pensar male si fa peccato, ma… eccetera eccetera. Ecco. Lo conoscete anche voi
il proverbio, no? È così che uno può anche permettersi di arrivare un po’ scettico
all’appuntamento con l’intervista a Tying Tiffany. Ovvero colei che ora ha fatto uscire
un disco – “Undercover” (Suoni di Jato/Wide) – facendosi precedere dalla fama di
essere una Suicide Girl di diffusa notorietà e di disinibite pose fotografiche, e
presentandosi adesso come una che fa electro(clash?) e che nei suoi pezzi è
talmente furba da strizzare subito l’occhio a un gruppo (fin troppo) hype come LCD
Soundsystem, tanto per dire. Insomma, pare un piccolo bignami dell’opportunismo.
Però lo scetticismo non va mai usato come arma preventiva, quando incontri una
persona per la prima volta; ed è così che parlando con Tiffany si scopre di avere di
fronte una persona gentile, educata, cortese, per nulla arrogante. Ecco: l’arroganza
è il segno distintivo – quasi sempre – o di chi è molto genio, o di chi è discretamente
stupido e velleitario. Posto che Tiffany non è un genio leonardesco (e non pensiamo
si offenda nel sentirselo dire) come non lo siamo noi, possiamo dire che quello con
lei è stato un incontro piacevole con una persona piacevole e totalmente non
arrogante. Credeteci: proviamo zero piacere nel conversare con squinzie arriviste e
decerebrate. E Tying Tiffany tale non ci sembra. Quindi, abbiamo smesso di pensar
male. La ragazza, ci pare sincera; la ragazza, ci racconta queste cose.
Dai, su: non puoi cominciare l’intervista sorseggiando un tè. Non è per niente
rock’n’roll.
Ma il tè è buono, che ci posso fare? Sarà anche poco rock’n’roll, ma è buono…
Quanto c’è invece di rock’n’roll in te?
Credo che ci sia lo spirito, questo sì. Ma attenzione, qua bisogna spiegarsi per
bene: a me non piacciono per niente le classiche iconografie, quelle che vogliono
che per essere rock’n’roll bisogna essere ubriachi, alcolizzati, drogatissimi. Io non
sono così. Essere rock ha un altro spirito, o per lo meno a me piace questo spirito
qua: semplicemente essere liberi da schemi ed imposizioni. È questo, per me.
Essere rock è anche l’esigenza di esporsi, che penso ti appartenga.
No, veramente no. Non ho mai avuto una reale esigenza di stare sul palco.
Difficile crederti.
Nasce tutto dal mio amore per la musica: se sono finita su un palco, non è per il
palco in sé ma perché era semplicemente la conseguenza del mio amore per la
musica. Ho sempre suonato, basso, chitarra, piccole band padovane…
Sei di Padova, quindi.
Sì, ma trasferita a Bologna già da qualche anno.
Per studio o per cazzeggio?
Cazzeggio!
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Numero Dicembre '05
Anche se Bologna non è più il posto ideale per cazzeggiare, come poteva
essere fino a un po’ di tempo fa.
Guarda, io penso che il cazzeggio possa esserci in ogni città: basta praticarlo.
Sei soddisfatta della piega che stanno prendendo le cose, nella tua vita e
nella tua carriera da musicista?
Sì. Lo sono. Ecco: dovessi esprimere un desiderio, diciamo che vorrei avere più
date, io adoro suonare live.
Finora come è andata?
Finora è andata comunque bene. Ho suonato nei contesti più diversi: per dire, sono
passata da Rock In Idro con tutto il suo pubblico di punkettoni fino al Goa a Roma,
dove invece è più un regno di fighetti, di appassionati di indie ed electro.
Ecco: andiamo ad analizzare il tasso di maschilismo del gentile pubblico.
Cioè?
Cioè, robe del tipo “Ehi, che ci fa quella zoccola sul palco”…
Sai… Il punto è questo: cose di questo genere o non me le hanno dette, o non
hanno avuto il coraggio dirmele in faccia. Presumo sia vera la seconda, lo so, lo
so… Però davvero, di persona non è mai arrivato nessuno a tirare fuori questi
argomenti qua. L’ho visto fare invece spesso e volentieri su Internet: la solita
sciacquetta che tira fuori le tette e crede di far musica… Ma non me frega un cazzo
di tutto questo. Era inevitabile. Primo: fosse anche così, cosa te ne frega? Secondo:
fosse anche così, che male c’è? Terzo: amen, succede sempre. Basta che sei una
donna. Basta che sei una donna e tiri fuori una tetta. Oddio, non è nemmeno
necessario che la tiri fuori, sei comunque una che fa qualcosa solo perché l’ha data
a qualcuno.
A tutte queste cose, come rispondi?
Non rispondo. La tentazione di farlo magari per un attimo c’è, ma mi passa subito.
Chi ragiona in questo modo è talmente tanto lontano dal mio modo di vedere le cose
che dopo pochi minuti non ci penso nemmeno più. Chi mi conosce sa chi sono; e io
di mio non conosco nessuno che potrebbe ragionare in questo modo. A posto così.
Quindi credimi, mi arrabbio per un attimo ma mi passa subito, non riesco a starci
male. E comunque io odio i forum, non mi metterei mai a postare lì, già nei miei blog
scrivo pochissimo, figurati.
Per quanto riguarda invece le recensioni del disco? So che le leggi e le segui.
Su un sito recentemente è uscita una recensione che mi ha veramente inorgoglito, è
splendida: hanno capito l’attitudine che sta dietro al mio disco, che non vuole essere
un disco electroclash. Non ho voluto seguire nessuno moda: è che semplicemente a
me l’electro piace, così come mi piace l’EBM, l’industrial. Se uno ascolta rock, jazz o
punk nessuno gli viene a dire che ascolta musica già vecchia solo perché ora è
tornata di moda, mentre invece io devo sentirmi critiche tipo che ciò che sul disco è
già visto, già sentito… È vero: è già visto, è già sentito. Ma se uno fa un disco stoner
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non lo giudicano in questo modo, non lo stroncano a priori così. Questo è perché
forse l’elettronica è un genere musicale con meno storia, si è ancora abituati a
considerarlo un insieme di mode e non un genere di musica in sé.
L’elettronica è anche il clubbing: com’è il tuo rapporto con la club culture,
con l’uscire la sera nei locali?
È strano. Io nei locali ci vado quando ci lavoro, quando sono chiamata cioè a fare da
DJ (cosa che faccio con regolarità, anche in un programma radiofonico su Fashion
FM, anche se lì rispetto alle serate nei club faccio una selezione molto più notturna
e meno elettronica). Se sono lì dovendo lavorare, mi diverto molto; se invece vado lì
a basta, mi annoio, non so che fare…
Scusa: balli, conosci persone…
È che io sono schiva, sai?
Damir Ivic
Contatti: www.tyingtiffany.com
Sun Eats Hours
Inutile nascondersi dietro un dito: il sottoscritto segue, e stima, i Sun Eats Hours fin
dagli esordi. Ed è anche con un certo orgoglio che mi trovo a presentare “The Last
Ones” (Rude/Venus), ovvero il quarto lavoro della formazione vicentina. Un lavoro
che esce contemporaneamente in quattro continenti e che, soprattutto, mostra una
crescita continua sul piano musicale. Un piccolo motivo di orgoglio nazionale al
centro del dialogo – svolto perlopiù con il cantante Lore – che riportiamo qui di
seguito.
Partiamo dal titolo “The Last Ones”, ovvero “gli ultimi”. Come dobbiamo
considerarlo? Presunzione o umiltà?
È consapevolezza e disillusione, a partire dalla musica che suoniamo, storicamente
“da outsider”. Inoltre, più si va avanti e più notiamo come stia scemando l’interesse
attorno a questo genere, per cui chi come noi si rapporta con questa musica si
sente un po’ fuori dai giochi. Ci siamo anche sempre sentiti un po’ diversi, fuori dai
classici schemi e, anche per collocazione geografica, fuori dai giri che contano. Poi
c’è anche la consapevolezza che questa società addita come “ultimi” tutti coloro che
ricercano percorsi alternativi, soluzioni non immediate, soprattutto a livello politico e
sociale, e di come spesso ad avere successo siano persone che non hanno alcun
merito, un po’ come la frase di Al Pacino ne “Il padrino”, “più ho scalato la società,
più ho sentito il fetore”. Come vedi, ci sono tantissimi buoni motivi per intitolarlo così.
Visto il discorso allora te lo chiedo: ha un futuro nel 2005 il punk rock in tutte
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le sue forme?
Beh, questa è una domanda davvero difficile. Credo dipenderà moltissimo dai
gruppi e dalla musica che uscirà fuori, ma devi anche considerare l’influenza dei
media nelle scelte dei ragazzi. Si sono ridotti gli spazi per una musica che non sia
innocua: pensa alle televisioni musicali, diventate sempre meno contenuto e sempre
più estetica. È in atto una specie di lavaggio del cervello per cui il ragazzino medio
non riesce più a trovare attraente un genere come il punk. Spetta quindi ai gruppi
aprire e crearsi degli spazi in cui comunicare, ma sarà comunque un’impresa
davvero difficile.
Quindi diventa d’obbligo per un gruppo come il vostro essere distribuito in
quattro continenti…
Esatto, è sia una volontà che una necessità. Parliamoci chiaro: in Italia le vendite
sono crollate e i dati sono sconfortanti, per cui uscire dai confini è obbligatorio. Poi,
se suoni questa musica, e lo fai cantando una lingua internazionale come l’inglese,
è ovvio che più gente riesci a raggiungere più alta è la tua soddisfazione.
Qual è la nazione in cui al momento andate meglio?
Fuori dall’Italia stiamo raccogliendo grosse soddisfazioni in Spagna e Giappone, ma
siamo molto contenti anche per quanto fatto in Francia, Svizzera e Austria. Questo
disco poi è appena uscito per cui non ci sono ancora dati attendibili, ma l’interesse
c’è ed è molto, per fortuna.
Avete riscontrato qualche diffidenza a proporvi in altre nazioni?
Certamente. Ti posso garantire che convincere un tedesco che un gruppo italiano
possa fare qualcosa a casa sua è davvero un’impresa. Fino a che non ascoltano la
musica la speranza è zero, se però riesci a farti ascoltare e a dimostrare che è un
progetto concreto e serio poi si ricredono e ti trattano a pari livello; a priori ci sono
una serie di pregiudizi, anche legittimi se vuoi, incredibili. Però, lasciamelo dire, è
questo che ti da soddisfazione, è leggere i dati delle radio di lingua tedesca e
scoprire che passano i tuoi brani, leggere recensioni dal Giappone del tuo disco,
solo per questo ne vale la pena.
Parliamo di musica: siete cresciuti molto rispetto ai precedenti lavori. I
recenti cambiamenti nella formazione hanno influito in questa maturazione?
Più che influito sono stati necessari per permettere di realizzare quello che avevamo
in testa. Siamo passati nello spazio di due dischi dallo status di “under 20” a quello
di “over 25”, e quindi è logico che questo si sia riflesso in ciò che suoniamo e in
quello che diciamo. Sappiamo che suoniamo un genere in cui è difficile inventarsi
cose nuove, ma noi lo amiamo! La sfida è stata proprio ripensare a certi elementi
rimanendo però in questo ambito, e per questo abbiamo anche scelto un produttore
artistico che ci ha aiutato in questo percorso.
E in cosa senti maggiormente l’apporto della produzione quando ascolti “The
Last Ones”?
Non ci sono suoni o melodie particolari sui quali si sente in concreto una mano
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esterna, ma è stato proprio tutto quanto il processo, prima creativo e poi di
registrazione, ad esserne influenzato. Avere sempre a che fare con un orecchio
esterno ci ha aiutato a spingere in avanti il limite delle nostre capacità: abbiamo
rivisto alcuni testi, studiato a fondo l’interpretazione da dare ad ogni singolo brano,
ascoltato musiche distanti da quanto suoniamo per prendere spunti ed idee, e
credimi che sono queste le cose che fanno la differenza.
Mi parlavate di ascolti musicali: cosa sta passando in questo momento sul
vostro stereo?
Io personalmente (Lore, NdI) sto rivolgendo in questo periodo più attenzione alla
lettura che non alla musica, anche perché se guardo i lavori usciti dal 2000 in poi
trovo veramente poco di interessante, comunque quasi niente di punk. Apprezzo
lavori molto distanti come ad esempio l’ultimo di Jovanotti, e poi di recente ho
colmato una lacuna mostruosa ascoltando, live e su disco, i Social Distortion
(finalmente!, NdI). Ecco, mi piace la musica quando riesce a emozionarmi, quando
riesco a sentire che è fatta con sincerità e passione; forse per questo non ne trovo
molta di questi tempi.
Giorgio Sala
Contatti: http://www.suneatshours.com/
Canadianas
Gli Slumber da Verona c’erano piaciuti molto con il loro esordio di due anni fa,
“Never Been A Girl” (Fosbury/Audioglobe), ma si sono sciolti subito. Succede. Il
bassista Massimo Fiorio però ha iniziato un’altra storia musicale con i suggestivi
Canadianas che debuttano appena nati con l’EP “The North Side Of Summer”
(Hoboken). Una buona presentazione, che si concretizza in sei canzoni di toccante
intensità. Ne parliamo con Massimo.
Togliamoci subito il dente: perché con gli Slumber è finita?
È finita abbastanza all'improvviso. Da un giorno all'altro il cantante ha deciso che ci
serviva una pausa e il resto del gruppo s'è detto d'accordo(io un po' meno, se
dobbiamo essere sinceri). Abbiamo fatto l'ultimo live nel febbraio del 2003, poi per
qualche mese s'è parlato di riprendere, ma alla fine tutto è definitivamente morto.
Peccato, perché abbiamo lasciato proprio nel momento in cui un gruppo dovrebbe
impegnarsi ancora di più per fare un altro passo in avanti.
Come sono nati i Canadians?
Quasi per caso. Un lavoro natalizio in un noto negozio di dischi mi ha fatto
conoscere Michele, il chitarrista, e quasi per scherzo abbiamo messo su il gruppo.
Duccio, voce e chitarra, lo conoscevo già da tempo, e ho pensato fosse la persona
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giusta da coinvolgere. Per la batteria è stato naturale richiamare il batterista degli
Slumber, Francesco. Ora come ora, sono poco più di otto mesi che suoniamo
assieme.
Queste dell’EP sono le prime e uniche canzoni che avete composto?
Sono sicuramente le prime che abbiamo fatto, ma non le uniche. Attualmente
abbiamo una quindicina di brani. Contiamo di registrare un disco completo nel caso
in cui una qualche etichetta decidesse di promuoverci in qualche modo, altrimenti
credo prepareremo un altro EP di sei o sette pezzi, da intitolare magari “The South
Side Of Winter”.
Come mai allora non avete aspettato di comporre più canzoni per fare un
album intero?
Perché questo EP è stato quasi interamente finanziato da Afide Sonoro (
http://www.afidesonoro.it/), che ogni anno organizza un festival molto bello qui a
Verona, e ogni volta promuove un paio di realtà locali. Quest'anno è toccato a noi, e
quindi l'EP è stata la soluzione migliore in fatto di costi e tempi. Dovevamo
assolutamente presentarlo per il festival, quindi non potevamo stare due mesi in
studio. E, in tutta sincerità, al tempo avevamo solo cinque o sei canzoni in
repertorio.
Quale è il vostro metodo “indie” di comporre?
Quasi sempre ci ritroviamo per le mani un pezzo nuovo senza rendercene conto.
Improvvisiamo per qualche minuto, se la cosa ci piace continuiamo fino a quando
non riusciamo a dare una forma compiuta a quello che stiamo facendo. Dal nulla
può arrivare un ritornello. E, quando arriva, non ce lo facciamo certo scappare. Poi,
sicuramente ci aiuta il fatto di avere una sala prove stupenda in un posto, se
possibile, ancora più stupendo. Magari un giorno vi organizzeremo un bel party di
presentazione di un eventuale disco.
Quali album avete ascoltato ripetutamente mentre componevate? E ne siete
stati influenzati?
Il disco degli Stars ci ha influenzati forse più a livello emotivo che non compositivo
(parlo per me e per Duccio). Poi, direi i Death Cab For Cutie e i sempreverdi
Weezer. O l'ultimo, splendido EP dei Grandaddy. Però, ripensando ai giorni passati
in studio, non ricordo ascolti particolari. Forse qualcosa che avevamo portato al
tecnico per dirgli "ci piacerebbe che la batteria suonasse così, le chitarre così, la
voce così, eccetera", quindi Fountains Of Wayne, Teenage Fanclub, Pavement,
Dinosaur Jr.… Non ricordo bene quei giorni, mangiavo e bevevo troppo.
Dove e com’è stato registrato l’EP?
L'abbiamo registrato in un bellissimo studio a Valeggio sul Mincio chiamato
“Sottoilmare”, assieme a Luca Tacconi, una persona squisita e bravissima, che
consigliamo a tutti. Abbiamo lavorato in maniera abbastanza classica. Prima le
batterie, poi basso, poi le mille chitarre e le centomila voci. Mix e mastering li
abbiamo fatti sempre nello stesso studio. A tutto ciò, abbiamo aggiunto cinquanta
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chili di Nippon, mille litri di vino e birra, caffè in vena e tantissima pazienza.
Com’è il lato nord dell’estate?
È un posto caldo, ma freddo. Luminoso ma in ombra. È quel luogo dove vieni subito
accolto bene ma poi ti rendi conto che, sotto sotto, c'è qualcosa di triste. Una finta
allegria. Oppure è un posto completamente diverso e io non ho capito niente. Forse
dovrei chiederlo al cantante, che ha scritto il testo della canzone che ha dato il nome
all'EP...
Com’è avvenuto il contatto con Hoboken Reconds, l’etichetta che vi ha
prodotto?
In realtà l'etichetta è mia, quindi ci siamo limitati a mettere il marchio “Hoboken
Records” sui dischi giusto per darci un tono e fare i fighi, e nulla più. Volevamo un
totale controllo sulla promozione e diffusione del’EP, e ci siamo riusciti
discretamente bene. Diciamo che c'eravamo posti alcuni obiettivi e ne abbiamo
raggiunti davvero tanti, per ora. Alcune recensioni ci hanno bollati come “i fighetti
dell'indie”. In realtà siamo quattro ragazzi bruttissimi e ci vestiamo malissimo, ma
non lo diamo troppo a vedere, perché siamo anche molto timidi.
Avevate proposto i Canadians alla Fosbury o a qualcun altro?
Gli unici contatti che abbiamo avuto finora sono stati con Black Candy e Urtovox,
ma ancora a giugno scorso, ai tempi di un demo mal registrato e mal suonato. L'EP
non lo abbiamo ancora spedito a nessuna etichetta. Fosbury ce l'ha perché
abbiamo avuto occasione di dividere il palco con una loro band, i simpaticissimi e
bravissimi By Popular Demand. Tra un paio di giorni, comunque, invierò in giro
qualche copia del disco. Come già fatto con gli Slumber, eviteremo spedizioni di
massa, concentrandoci solo su quei tre o quattro marchi che veramente ci
interessano. Ovviamente sarebbe molto bello tornare a lavorare con Fosbury, lo
ammetto.
Francesca Ognibene
Contatti: http://www.canadiansmusic.com/
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