Numero Novembre '06
EDITORIALE
Come da consuetudine ormai più che consolidata, novembre è il mese in cui viene
assegnato il premio “Fuori dal Mucchio” a quello che, a nostro avviso, è stato il
migliore album di esordio italiano dell’ultima stagione discografica; quella, nel caso
specifico, compresa tra il settembre 2005 e l’agosto 2006. Per arrivare a una
decisione, un mese e mezzo fa abbiamo operato una prima selezione di trenta titoli
e l'abbiamo sottoposta a una giuria composta dal nostro staff fisso (Fabio Massimo
Arati, Alessandro Besselva Averame, Giuseppe Bottero, Gianni Della Cioppa, Loris
Furlan, Federico Guglielmi, Damir Ivic, Francesca Ognibene, Aurelio Pasini,
Gabriele Pescatore, Giorgio Sala, Hamilton Santià, Gianluca Veltri, John Vignola,
Fabrizio Zampighi, Enzo Zappia) e da alcuni amici-ospiti, ovvero Emiliano Colasanti
(ex Losing Today), Fausto Murizzi (Rockit), Gianluca Polverari (Radio Città Aperta)
ed Eliseno Sposato (Radio Libera Bisignano), chiedendo a ciascuno cinque
preferenze. Sommati i voti, il vincitore è risultato essere “Setback On The Right
Track” (2nd Rec./Wide) dei Tellaro, con dieci preferenze. Alle sue spalle, “Caduto”
(Trovarobato/Macaco/Audioglobe) di Alessandro Grazian (otto voti) e, pari merito
al terzo posto, “You Are Nervous” (Fosbury/Audioglobe) dei By Popular Demand,
“Dal fronte dei colpevoli” (autoprodotto) degli Elettronoir e “Pomeriggi similabissali”
(Point Of View/CNI) di Angelica Sauprel Scutti, tutti con sette voti.
Questa la lista degli altri titoli nominati:
LELE BATTISTA –Le ombre (Mescal/Sony)
BEAUCOUP FISH –Come l’acqua (Bagana/Edel)
BLACK EYED SUSAN –And Silence Will Begin Soon (Mizar/Audioglobe)
BLOWN PAPER BAGS –Arm Your Cameras (Suiteside/Goodfellas)
BLUME – In tedesco vuol dire fiore (Pippola/Audioglobe)
CACTUS –Cactus (Hate)
MARCO FABI – La scelta (Wing/Edel)
FELDMANN – Watering Trees (Stoutmusic/Audioglobe)
ETTORE GIURADEI & MALACOMPAGINE – Panciastorie (Mizar/Audioglobe)
GUIGNOL – Guignol (Lilium/Venus)
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HOT GOSSIP – Angles (Ghost/Audioglobe)
LUBJAN – 1 [OneUno] (Faier/Venus)
VALENTINA LUPI – Non voglio essere Cappuccetto Rosso (Altipiani/Edel)
MASOKO – Bubu’7te (Snowdonia/Audioglobe)
MORKOBOT – MoRkObOt (Lizard/Audioglobe)
MY DEAR KILLER – Clinical Shyness (Madcap Collective/Under My Bed/Eaten By
Squirrels)
MARCO NOTARI – Oltre lo specchio (Artes/Sony)
POLVERE – Polvere (Wallace/Audioglobe)
POST CONTEMPORARY CORPORATION – Gerarchia ordine disciplina
(MDL/Misty Circles/Old Europa Café)
NICOLA RATTI –Prontuario per giovani foglie (Megaplomb/Wide)
SCARAMOUCHE –Scaramouche (EMI)
TOTÒZINGARO CONTROMUNGO – La grande discesa (L’Amico
Immaginario/Audioglobe)
TUMA – Uncolored (Swing’n’Pop Around Rose) (L’Amico Immaginario/Audioglobe)
TYING TIFFANY – Undercover (Jato Music/Wide)
VIOLA –Don’t Be Shy (N3/Self)
Il disco dei Tellaro entra così nell'albo d'oro ai vincitori delle scorse edizioni, ovvero
“Ogni città avrà il tuo nome” dei Santa Sangre, “Tempo di vento” di Lalli,
“Sussidiario illustrato della giovinezza” dei Baustelle, “Rise And Fall Of Academic
Drifting” dei Giardini di Mirò, “Capellirame” dei Valentina Dorme, “The
Mistercervello LP” degli es, “Pai Nai” dei Methel & Lord e “Socialismo tascabile
(prove tecniche di trasmissione)” degli Offlaga Disco Pax. La premiazione, come
sempre, avrà luogo nell'ambito del Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza,
dove - come sempre - saremo presenti in forze con un nostro stand.
Complimenti ai vincitori, dunque, e arrivederci al prossimo anno per la decima
edizione del premio “Fuori dal Mucchio”.
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Federico Guglielmi – Aurelio Pasini
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Acid Brains
Far Away
UdU/Goodfellas
Meno di trenta minuti per otto canzoni che proiettano i toscani Acid Brains – qui alla
loro opera seconda – tra i migliori interpreti italiani di quel che resta del grunge. E
per grunge intendo quello vero (non quello di ragazzini come The Calling e
Hoobastank), quel suono sporco e ruvido che alla fine degli anni ’80 già covava e
che è poi esploso con l’inizio del decennio successivo, con l’intento – si diceva – di
rimettere le cose a posto, nel troppo colorato carrozzone del rock’n’roll di quel
periodo. Le cose non sono andate esattamente così, ma molto di buono è rimasto.
Come testimoniano questi quattro ragazzi con il cuore che batte al ritmo giusto. La
devozione che traspare dalle loro canzoni per il grunge – più Nirvana che
Soundgarden – è reale: come il genere insegna, le chitarre avanzano rigide su un
tessuto ritmico variegato ma solido, e la voce di Stefano Giambastiani canta
strascicata e malata. Detto questo, appare evidente che il limite degli Acid Brains è
l’assoluta mancanza di originalità, ma “Do You Wanna Hear Me?”, “Be Like I Wanna
Be”, “Mirror” e “Something Wrong” suonano convincenti pure dal punto di vista della
produzione, scarna ed efficace. Allineati anche i testi, assolutamente poco solari.
Sono davvero lontani i tempi in cui Kurt Cobain faceva paura: oggi la sua eredità
suona lucida e potente in ogni angolo del mondo, anche in una cantina umida del
centro Italia. Band da seguire con attenzione (www.acidbrains.com).
Gianni Della Cioppa
Anatre Supreme/Yokotobigeri
Yokotobigeri/Anatre Supreme
Be Here/Escape From Today
Il locale è a soqquadro, quasi fosse stato investito da una potente deflagrazione che
ha divelto porte e rovesciato tavolini; eppure al bancone del bar si osservano
sospettosi due loschi personaggi: un animale dal becco giallo, vestito di tutto punto,
ed un omone con gli occhi a mandorla. Probabilmente Anatre Supreme e
Yokotobigeri si sono appena esibiti: la sala è balzata in aria ma i due sorseggiano
un bicchiere in tutta tranquillità. Se soltanto il promoter avesse ascoltato l’omonimo
mini-CD condiviso tra le due formazioni, avrebbe probabilmente rinunciato a
testarne la potenza esplosiva.
Fisicità e forte impatto sonoro sono alla base della filosofia espressiva dei due
gruppi, che nella circostanza propongono una mezz’oretta di musica strumentale di
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matrice hard rock, comunque contaminata da irregolari e forsennate citazioni punk,
free jazz e progressive. I primi – un classico power trio chitarra/basso/batteria –
hanno un approccio più immediato e istintivo e preferiscono giocare sulla potenza
piuttosto che sulla dinamicità. Gli altri invece – due chitarre, basso e doppia batteria
– usano un linguaggio un po’ più complesso, lavorando maggiormente sui cambi di
tempo e sugli effetti corali del loro irruente incedere.
Registrato e missato da Fabio Magistrali nell’autunno del 2005, il CD è inoltre
riprova del fermento culturale e dello spirito di collaborazione che anima l’agguerrito
underground lodigiano (www.behererecords.altervista.org).
Fabio Massimo Arati
Arpia
Terramare
Lizard-Andromeda/Audioglobe
Sono praticamente dei veterani, i capitolini Arpia, visto che si sono formati
addirittura nel 1984. Eppure, “Terramare” è soltanto il loro secondo album (il
precedente, “Liberazione”, risale al 1995). Come a dire che alla sovrapproduzione
imperante la formazione preferisce una gestione più oculata delle uscite – pure
troppo, verrebbe da dire, che in casi come questo il rischio è che il pubblico di
riferimento si dimentichi di loro. Il che sarebbe un vero peccato, ché la formazione
ha parecchie frecce al proprio arco.
Come suggerito dal titolo, il disco è incentrato sul rapporto tra mare e terra, su una
continuità tra i due elementi che finisce per trasformarsi in una reciproca attrazione
dai contorni quasi sessuali. Un tema il cui svolgimento viene svolto nell’ambito di un
metal classico e dai forti accenti teatrali, in cui la durezza delle chitarre viene in
parte stemperata dalle tastiere e dalle melodie, tra un richiamo al prog-psichedelico,
un intermezzo acustico e lontani echi sabbathi. A rendere il tutto ancora più
stratificato, testi che riprendono più o meno liberamente composizioni del Tasso
come di Cavalcanti e di Cielo d’Alcamo (ma anche il Charlie Chaplin di “Monsieur
Verdoux”), resi con la giusta enfasi dalle voci di Leonardo Bonetti e Paola Feraiorni.
Date le premesse, il rischio di cadere nel pretenzioso era davvero forte. Invece,
l’ensemble romano ha dato vita a un CD ricco di fascino e di spunti; un po’ “old
school”, certo, ma che meriterebbe di essere ascoltato almeno una volta anche da
chi non è solito frequentare certi lidi musicali (www.arpia.info).
Aurelio Pasini
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Beatrice Antolini
Big Saloon
Madcap Collective/Silly Boy Entertainment
A chi pensa che la psichedelia sia un genere morto e sepolto, capace soltanto di
auto-replicarsi secondo schemi ripetitivi e ormai arcinoti, Madcap e Silly Boy
rispondono con “Big Saloon”, di Beatrice Antolini. Tredici episodi in bilico tra Paolo
Conte e “avanti veloci” alla Buster Keaton, jazz e vaudeville, attitudine lisergica e
suoni giocattolo, capaci di auto-replicarsi in un flusso delirante e inarrestabile di
morphing stilistico. Se nei brani più eterei si riconosce l'imprinting di band come i
Jennifer Gentle – non a caso tra i crediti del disco ritroviamo Marco Fasolo, voce e
chitarra della formazione veneta –, diventa quasi impossibile seguire gli sviluppi del
suono negli altri episodi: “Monster Munch” passa dai cartoon al rum cubano, “Lazy
Jazy” unisce il cabaret a strascichi di jazz da camera, “Topogò (dancing mouse)”
pare un inseguimento tra Tom e Jerry, “Moved From A Town” cita i Portishead ma
senza far uso di elettronica, “Hi! Goodbye!” spedisce i Grateful Dead nello spazio. Il
tutto cesellato dal pianoforte e dalla miriade di strumenti di cui si occupa l'Antolini –
synth, chitarra acustica, basso, batteria, percussioni, violoncello, harmophone,
armadillo, portacenere, matita, metronomo, eccetera –, dal contrabbasso di Marco
Sadori e dalla chitarra/batteria del già citato Fasolo.
Nulla è come sembra in “Big Saloon” o, per meglio dire, nulla si crea e nulla si
distrugge. Tutto, invece, si trasforma, originando una caleidoscopica discesa negli
inferi della creatività che si rivela per la titolare del progetto come il più classico degli
esordi “col botto”. (www.maledetto.it)
Fabrizio Zampighi
Crap
Crap
Megaplomb/Wide
Se fra il 1997 e il 1999 avete assistito a un concerto di questo quartetto jazz, ma vi
mancava il supporto musicale da portare a casa, eccovi accontentati, dopo sette
anni grazie all’etichetta milanese Megaplomb. E ancora è tangibile l’elasticità di
movimento, ora spregiudicata e allegra come “Ragno di burro”, ora lugubre e
strisciante come in “Green fegatello”. È uno di quei dischi sudati, quando il sudore
non puzza ma è il tuo vero sangue che pulsa e ti spreme, ribolle e impazzisce, vola
addirittura e urla. Sangue vivo, come quello che sputano ogni giorno questi bravi
musicisti del tutto immersi in una scelta di vita: vivere di musica.
Quattro maestri, quattro fuoriclasse e ciascuno a modo suo rappresenta il comune
denominatore di un incontro breve, ma molto molto intenso. Il primo è Roy Paci,
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naturalmente alla tromba, poi Edoardo Ricci al sax contralto e clarinetto basso,
Helmut Cipriani al basso elettrico a sei corde e Jacopo Andreini alla batteria. Il
toscanaccio Edoardo Ricci, oltre a suonare, cura la copertina e il booklet con i suoi
bellissimi disegni ironici. C’è poi la sua poesia in “Sudone” dove usa la sua voce
magnifica (che lui ovviamente odia) ma che è tutta cuore e sentimento anche se
dice cosacce. Andreini in qualsiasi gruppo si trovi porta la sua “joie de vivre” con un
tocco enigmatico e felice e assieme a Cipriani suona il didjeridoo, ma anche pentole
da cucina.
Non so se avremo mai più modo di vedere i Crap suonare dal vivo, soprattutto per la
super star Roy Paci, però questo CD potrà lenire la delusione (www.megaplomb.it).
Francesca Ognibene
Dabol
Sisma
Gibilterra/Venus
Fosse uscito dieci anni fa, sarebbe un lavoro più che ottimo; uscito nel 2006, è
comunque materiale più che interessante. I napoletani Dabol ripercorrono
quell’itinerario che si snoda tra 99 Posse e Asian Dub Foundation, e lo fanno con
inappuntabile proprietà di linguaggio. Tant’è che scatta quel curioso meccanismo
per cui ti viene voglia di parlare più dei difetti del disco che dei pregi, come si fa coi
dischi “veri” e non con quelli nell’inquietante file “però per essere di una indie e per
giunta italiano, è proprio bello”, il file dell’assistenzialismo critico fatto a fin di bene,
sì, ma alla lunga pericoloso negli effetti. Ecco: i Dabol non hanno bisogno di tutto
questo. Hanno bisogno di sentirsi dire che devono staccare un po’ il loro suono dalla
lezione, per quanto ottima, dei due gruppi citati all’inizio, riattualizzarsi un po’, e lo
possono fare lavorando un po’ meglio sulla programmazione delle macchine e
dell’effettistica (e magari ascoltandosi i dischi di Various ed Andy Stott, se possiamo
dare un consiglio); poi anche i testi, nel classico filone-posse (ma questo non è un
male), possono migliorare i già buoni spunti. Detto questo, “Sisma” è un lavoro
riuscito che merita attenzione ed eseguito per bene, con una qualità sonora
interessante e sopra la media (spesso la pecca dei dischi italici è proprio questa).
Se diventa per i Dabol un punto di partenza e non un punto d’arrivo, risentiremo
parlare di loro a livelli seri, seri davvero. Tracce migliori: “Ronnevaje”, “Hi-Fi”,
“Babylon Survivor”, la title-track “Sisma” (www.dabol.net).
Damir Ivic
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Devocka
Non sento quasi più
CNI-Delta Italiana/Venus
Opposti che si respingono e contemporaneamente, si attraggono, creando un
continuo gioco di tensioni, sbalzi e cambi di umore e registro. Quelli che vanno a
comporre “Non sento quasi più”, disco di esordio dei ferraresi Devocka (parola
presa da “Arancia meccanica” e che sta a significare ragazza). Sia che lo si
consideri nel suo insieme, sia che invece lo si analizzi canzone per canzone, la
sensazione è sempre la stessa, e cioè che la musica del quartetto sia basata sulle
alternanze e i contrasti. Tra vuoti e pieni; tra avvolgente dolcezza e rabbia
inarrestabile; tra rumore e quiete; tra cantato e recitato. Figli tanto del punk e del
noise quanto dell’indie-rock, dei Marlene Kuntz quanto dei Massimo Volume, i
Devocka danno così vita a una proposta nervosa, sfuggente, claustrofobica,
impregnata da un fortissimo senso di disagio, ma che allo stesso tempo offre
occasionali – illusorie? – vie di fuga dagli incubi che crea. E così le chitarre graffiano
ma possono anche accarezzare, la sezione ritmica è impetuosa ma alla bisogna sa
passare in secondo piano, la voce di Igor declama furiosa ma quando serve non
esita a disegnare melodie, gli assalti vengono talvolta mitigati dalla presenza di
glockenspiel e cori femminili, oltre che dall’uso degli effetti. C’è ancora qualcosa di
incompiuto in tutto questo, qualche passaggio che magari non gira come dovrebbe,
qualche imperfezione da limare; dettagli, comunque, frutto di un’urgenza che
prescinde da calcoli e compromessi. Il che, in un certo senso, finisce per renderli
quasi dei pregi (www.devocka.it).
Aurelio Pasini
El-Ghor
Dada danzé
Seahorse/Goodfellas
L’amore per le forme dilatate e per le percussioni, ma anche per certo rock sonico
con ambizioni d’autore (Ulan Bator il primo nome che ci sovviene, soprattutto in
“Danzé”, e non solo per l’utilizzo del francese, e nella ancora più travolgente
cavalcata – inframmezzata dai colori più tenui di una ballata - che la segue, “In
segreto alla patria”), è alla base del progetto El-Ghor, nato nel 2003 in Campania e
accasatosi lo scorso anno presso la Seahorse Recordings, etichetta dei Blessed
Child Opera.. Un disco, “Dada danzé”, che, come abbiamo detto, si muove libero tra
confini sfumati, mescolando mondi differenti senza fare troppa attenzione alle
gerarchie, ai linguaggi e alla strumentazione: in questo amalgama un poco
anarchico e disordinato, ma mai fuori obiettivo, svettano canzoni mosse da venti di
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patchanka mediterranea, come “Sans lumière”, languori in forma di ballata che
piaceranno ai fan di Marco Parente (“Cane”), il post-rock in salsa maghrebina di
“Algore”, squassato da sintetizzatori in libera uscita, la grazia pop di “Rugiada” e le
sue ragnatele chitarristiche che avvolgono una melodia tenue. Se tralasciamo la
pronuncia francese di alcuni brani, a tratti un poco forzata, e qualche lieve
smagliatura nel tessuto d’insieme, possiamo dire che “Dada danzé” è un lavoro
decisamente buono, capace soprattutto di sfruttare una non comune potenzialità di
suggestione negli arrangiamenti (www.el-ghor.com).
Alessandro Besselva Averame
Fabio Orsi/My Cat Is An Alien
For Alan Lomax
A Silent Place
Più che per le esperienze di musicista folk, Alan Lomax è passato alla storia come
uno dei più intraprendenti entomusicologi dello scorso secolo. Grazie alle sue
ricerche, le espressioni musicali delle più disparate comunità rurali – non soltanto
americane – sono state documentate, poco prima che soccombessero
definitivamente sotto i colpi della radio e della TV. Lo studioso statunitense ha
lavorato parecchio anche in Italia, effettuando registrazioni sul campo in ogni nostra
regione.
A quattro anni dalla sua scomparsa, My Cat Is An Alien e Fabio Orsi hanno allora
deciso di rendergli omaggio con questo split CD, appena uscito per A Silent Place.
L’album racchiude due sole lunghe suite che divengono complementari – a
dispsetto delle differenze espressive tra i due progetti, il primo radicalmente
elettrico, il secondo più attento alla tradizione acustica – grazie alla manipolazione
di voci e suoni carpiti dal vasto archivio lasciato da Lomax.
Il gatto dei fratelli Opalio è sempre ben disposto a collaborazioni di questo tipo:
infatti nello stesso periodo e per la medesima etichetta ha dato alle stampe anche
un altro CD (condiviso con Christian Marclay e Okkyung Lee), sesto capitolo della
serie “From The Earth To The Spheres” avviata nel 2004 assieme a Thurstone
Moore. D’altro canto il percorso discografico del duo torinese progredisce
inarrestabile con incalzante periodicità ed è oramai vano tentare di monitorarlo
efficacemente (www.asilentplace.it).
Fabio Massimo Arati
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FFD
Kuore ribelle
About Rock-Sugar/Warner
Come nel più classico degli “a volte ritornano”, rieccoci a parlare di un nuovo lavoro
dei parmigiani FFD. Il loro primo vero disco d’inediti, se escludiamo la raccolta “Old
Style - Rarities & Unreleased” del 2003, da sei anni a questa parte, e sono molte le
novità qui presenti. Accanto al microfono di Mono si è infatti raggruppata una nuova
band, la più longeva (e migliore) mai avuta dal combo, e la musica si è adeguata:
non più solo il punk e l’Oi! di strada ma un rock a 360 gradi. E per capire come il
tempo abbia lavorato bene ai fianchi degli FFD basta ascoltare quello che segue la
sferragliante “Cheap Song For The Broken Hearts”, ovvero “Valeria”, scorretta
canzone d’amore-odio con un tiro melodico d’alta scuola. Ma non è l’unica sorpresa
di “Kuore ribelle”; c’è il sole ed il ritmo del “Ragamuffin All Day”, con Dr. Guanche
degli Yellow Elephant alla seconda voce, e di “Sono storie”, ma ci sono anche “I’m A
Junk” e “Quasi come nei film” con il loro rock solido e accattivante. Lunga e
rinomata, come si deve per un gruppo dalla lunga e importante storia, la lista degli
ospiti: da Mario Riso (Rezophonic) a Joxemi (Ska-P, No Relax) passando per Lella
dei Settevite e la sezione fiati della Banda Bassotti capitanata da Sandokan. Un
disco, “Kuore ribelle”, con la quale ritroviamo, con piacere, un gruppo vivo ed in
forma, e a cui perdoniamo volentieri qualche imperfezione forte di brani dal sicuro
appeal e di una grinta non comune. Ma non fateci aspettare altri sei anni (www.ffd.it
).
Giorgio Sala
Furlan Shop Orchestra
Banda di masnadieri
Alma Music/Materiali Sonori
Dopo la parentesi colta rappresentata dal “Tesoro di Bacicin Parodi”, Fabio Furlan
riapproda alla pop music. Molte suggestioni di Sudamerica, in “Banda di
masnadieri”, in una sorta di traversata per mari e coste che il chitarrista veneto
intraprende. “In questo vecchio porto” è una storia flamencata e un po’ nostalgica di
riviera e “donne che sanno così bene e di mare”; il fronteporto del paese torna come
scenario in “Il drago Ermione”, che su tempo in levare mette in bocca ai pescatori
una favola moderna di raggi verdi, draghi e vongoloni, costante iconografica del
libretto. “I buoni uffici” potrebbe essere un pezzo di nuova musica brasiliana, ricco di
ingegnose armonie vocali. “Prendimi per mano” è un tango del dormiveglia cantato
da Patrizia Laquidara. A proposito: i cantanti sono cinque, le voci si sommano e si
moltiplicano (il leader non canta).
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Con “L’apostolo” e “Il superbo moto” – entrambe su tempi terzinati e arie soffici
d’antan - Furlan si fa messaggero, per bocca del cantante Vittorio Capuzzo, del
meraviglioso mondo femminile, con particolareggiati zoom anatomici,
rispettivamente sulle tette (“seriche o puntute, tonde o delicate”) e sulle anche
(“elastiche rotondità son vele tese”). Allegro sì ma leggerino assai il “Tarzan nello
spazio” delle Antille, mentre “La radio messicana”, strumentale conclusiva, è un bel
giocattolino di chitarre classiche che potrebbe rimandare al Capossela più
desperado (www.almamusic.it).
Gianluca Veltri
Goose
Tutto come allora
Seahorse/Goodfellas
Un pop rock di discreta fattura e di matrice americana con violini, Rhodes e
strumentazione elettroacustica a infarcire le trame, quello dei sardi Goose; un
formato che anziché inseguire la lingua inglese, come spesso avviene in questi casi,
si affida con un notevole sprezzo del pericolo all’italiano. Scelta coraggiosa, almeno
negli intenti: è un peccato però che a tanta attenzione per suoni, strumenti e
arrangiamenti corrisponda troppo poco spesso una scrittura altrettanto brillante. La
partenza di “Domenica d’estate”, nonostante le chitarre e il tocco produttivo di Paolo
Messere, anima degli ottimi Blessed Child Opera, per la cui etichetta Seahorse
Recordings esce questo “Tutto come allora”, non è delle più confortanti. Non tanto
per i testi, che sono pure interessanti, ma per la prova vocale, un po’ sottotono e
appiattita su certi standard del rock in italiano meno inventivo e più standardizzato.
In altri episodi le cose vanno decisamente meglio, ad esempio nella atmosferica e
avvolgente “Notizie di me”, che si adagia su un letto di oblunghe rifrazioni
chitarristiche e produce una ballata non banale, gestita con il dovuto pathos e con la
dovuta attenzione per le sfumature emotive. Alla luce di questo brano, e di almeno
un altro paio di episodi che si elevano sulla media del disco come “Road Movie”,
stradaiola ma con morigeratezza, e “Ozioso”, country and western rilassato e
dilatato come da titolo, sospendiamo il giudizio su un gruppo che speriamo ci possa
riservare qualche sorpresa in futuro (www.goosemusic.com).
Alessandro Besselva Averame
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Herself
God Is A Major
Jestrai/Venus
Immersi nel mare della discografia indipendente italiana si impara a nuotare. Arriva
un disco di un’etichetta e sai già quello che ti aspetta, più o meno. Fino ad Herself,
ad esempio, sapevo perfettamente come avrebbe suonato un disco della Jestrai.
Che cos’è successo? Da dove diavolo spunta fuori una roba del genere? Dove sono
finiti i power-chord e l’attitudine post-grunge? Il cantato in italiano e la spasmodica
ricerca dei nuovi Verdena? Finalmente abbiamo cambiato rotta, e non poteva
esserci sorpresa migliore. Insomma, “God Is A Major” è proprio un grande ritorno ed
Herself – monicker di Gioele Valeti, proveniente dalla Sicilia, terra di altri cantautori
"americani" come Cesare Basile e Pietro De Cristofaro – si conferma talento
sopraffino e grande canalizzatore di influenze. Nelle canzoni di “God Is A Major”
convivono Mark Linkous, Mark Oliver Everett e Daniel Johnston, e non c’è una
citazione che non sia metabolizzata e resa alla perfezione. Lo-fi per anime erranti,
musica che di italiano ha solo la provenienza geografica mentre il cervello, l’anima e
magari anche il corpo stanno già da tutt’altra parte. Musica da esportazione che non
verrà mai considerata musica da esportazione. Ed è un peccato, perché si tratta di
un disco capace di sorprendere e stupire. Qualità non da poco considerando l’anno
discografico che sta per concludersi. A mio avviso, tra le cose migliori pubblicate in
Italia negli ultimi tempi. (www.herselfweb.com).
Hamilton Santià
Jersey Line
Misery Club
Wynona-Ammonia/Edel
Erano stati in molti, tra cui il sottoscritto, a spendere parole buone per i Friday Star,
e la fine precoce di quell'avventura aveva lasciato la netta sensazione di
un'occasione sprecata. Anche se indietro non si torna non possiamo quindi che
accogliere con piacere “Misery Club”, esordio sulla lunga distanza - dopo un primo
EP per Valium - dei Jersey Line, che del combo romano raccolgono l'eredità. E i
riferimenti non sono cambiati di molto: un rock intenso ed emotivo che, da queste
parti, potremmo paragonare ai Seed’n’Feed più maturi e che oltreoceano raccoglie
già da tempo parecchi consensi e si sta affermando anche da noi. La voce di Gianni
è tra le migliori in circolazione, ed il gruppo gli cuce addosso melodie ariose
puntando più su atmosfere raffinate che non sulla grinta, pure presente in episodi
come “My Failure” o “The Control”. L'esperienza della band si sente poi in
arrangiamenti mai piatti e banali, così come in una registrazione casalinga ma
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azzeccata. Purtroppo per loro manca un singolo che possa far breccia nelle alte
sfere dell'airplay, ma la qualità globale di “Misery Club” se lo meriterebbe
ampiamente. Nella speranza che qualche addetto alla programmazione li noti non ci
resta che darvi appuntamento on the road, con il tour che i Jersey Line stanno
preparando per la promozione del lavoro e che, speriamo, li dovrebbe portare in giro
per l'Europa. Ne avrebbero davvero merito (www.thejerseyline.com).
Giogio Sala
Lilith
Una diversa abilità
Skontro
È accattivante, l’esordio sulla lunga distanza del quintetto umbro dei Lilith. Si può
migliorare, limando una certa enfasi che a volte soffoca una vena sotterranea
pregevole; o facendo della compattezza espressiva un pregio assoluto, senza
rischiare la graniticità. Tolto il dente di ciò che funziona meno, va detto che “Una
diversa abilità” possiede diversi pregi. È pop d’introspezione, (melo)drammatico, con
una qualità dei testi decisamente alta. Eccelle quando il romanticismo viene
spezzato e spazzato da chitarre improvvisamente maligne (alla Marlene Kuntz),
come avviene nella sequenza iniziale “1991” (dalla forma-canzone stranissima, una
sequenza di movimenti brevi giustapposti),“Da qui”, “La nostra diversa abilità”. O
quando l’accompagnamento chitarristico si fa trama ipnotica e incantatoria: “Questa
storia”, la finale “Terra”, dall’incedere iterativo. Si mastica il sapore di un passato
che si materializza in “Animazione” (“qui, all’altro capo di tutto quel futuro”). “Libertà”
è liberamente tratta da “Liberté” di Paul Eluard; “Leggenda” è la perla dell’album ed
è il brano più sfuggente alle catalogazioni, di “meraviglia non addomesticata”. Anche
se a tratti si può pensare ai Coldplay (in “Quello che riveli”, per esempio), il
riferimento più utile è con gruppi come gli Starsailor, la loro descrittività
impressionistica, stessa cognizione del dolore, stesso - perché no –
sentimentalismo (www.lilithworld.com).
Gianluca Veltri
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Numero Novembre '06
News For Lulu
Ten Little White Monsters
Zahr/Goodfellas
Piccoli esordienti crescono, e la Zahr si conferma una delle migliori speranze per
l’underground italiota. Ormai tutti si guardano le scarpe e chi ha voglia di rischiare?
Chi avrebbe lanciato i News For Lulu? Fanno indie-pop, ma non quell’indie-pop che
attualmente va di moda tra i blog (o meglio, sui MySpace… anche questi trend
cambiano) perché ammicca, fa occhiolini e ti seduce. Qui si parla di musica
indipendente sul serio. Pop che guarda all’america – Wilco? – e sembra sapere
come comportarsi nonostante l’assoluta mancanza di un’impostazione commerciale.
Insomma, per ogni centinaio di dischi pubblicati dall’intraprendente discografico di
turno capita ancora di trovarsi davanti a prodotti di tal fattura. L’esordio dei News
For Lulu promette un sacco. Si nutre di zone d’ombra intriganti e fasci di luce
melodici da lasciare piacevolmente colpiti (“Christmas Monkey”, ma dove sono i 45
giri quando servono?). “Ten Little White Monsters” racchiude dentro di sé un talento
che sta aspettando la giusta consapevolezza per esplodere. Siamo ancora dalle
parti del "vorrei ma non posso", ma non perché siano incapaci – a dire il vero si
tratta di uno dei migliori esordi dell’ultima tornata – ma perché ancora privi del
carattere e della piena consapevolezza delle loro potenzialità. Potrebbero diventare
davvero dei grandi e speriamo di essere, per una volta, lungimiranti. Perché l’Italia
ha bisogno come l’aria di band in grado di dire qualcosa, dirlo bene e dirlo forte. (
www.newsforlulu.com)
Hamilton Santià
Nuovi Orizzonti Artficiali
Quindiciditadispazio
i.presume/EMI
Nati nel 1999, vincitori dell’edizione 2001 di Rock Targato Italia e già titolari del
demo-EP ”Agravitantrico” (2003), i milanesi Nuovi Orizzonti Artficiali si sono spostati
a Torino e hanno registrato “Quindiciditadispazio” con la collaborazione artistica di
Fabrizio “Cit” Chiapello e Andrea Bove dei Dr. Livingstone, nonché dell’espertissimo
Carlo U. Rossi al missaggio per i primi due singoli “0.36 (frequenza stabile)” e
“Svelando Salomè”.
Nonostante il logo richiami “La moda del lento” dei Baustelle, il sestetto lombardo
non ha niente in comune con i toscani, a parte che nelle dieci tracce in scaletta le
voci di Paolo Soffientini ed Emanuela Colli si alternano e si sovrappongono in modo
analogo a quelle di Francesco e Rachele. Pop-rock ed elettronica, strumenti elettrici
più synth, programmazioni e sampling, melodie e cadenze danzerecce fanno infatti
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Numero Novembre '06
immediatamente pensare ai Bluvertigo o ai Subsonica, mentre le liriche dispensano
omaggi a Dostoevskij e ad Andrea Pazienza e si scagliano contro materialismo,
diktat della società contemporanea e deprecabili filosofie dell’apparenza. Si può e si
deve migliorare, ma la bizzarria di “Processo a Lugìn”, l’amara ballata “Una lettera
d’addio” al mondo o la vivacità de “La fabbrica” rappresentano passi apprezzabili
verso il necessario obiettivo di una maggiore originalità stilistica. Originale, magari,
come la scatola inviata assieme alla copia promozionale del CD: un’esplosione di
gommapiuma colorata che nasconde una birra da mandar giù durante l’ascolto (
www.nuoviorizzontiartificiali.it).
Elena Raugei
Pinktronix
Right On Delay
Irma
In generale non ci siamo mai fatti sedurre particolarmente dalla stupidera
electroclash, e tutto il revival su certi anni ’80 ci ha più fatto arricciare il naso che
divertire. Teoricamente, tutto ciò dovrebbe allora portarci a guardare con sospetto e
scarso entusiasmo a questo “Right On Delay”, un disco che esce nel 2006, ha
equalizzazioni da 2006 e strutture compositive da dancefloor contemporaneo, ma
per il resto è profondamente piantato in quello che accadeva due decenni fa.
Eppure, accade il contrario. Anzi, risentendo le dodici tracce di questo lavoro ci
siamo detti che forse si può effettivamente ripescare del buono, da quel periodo lì,
da quell’elettropop un po’ plasticoso un po’ cupo, ancora debitore della new wave.
Quello che fa la differenza è che i Pinktronix hanno fatto sano artigianato a livello
compositivo. Ci sono canzoni, in questo disco, non solo la voglia di (re)inseguire un
suono alla moda. C’è un progetto organico, dove i vocalist ospiti sono messi nella
condizione di esprimesi al meglio (menzione d’onore per y:dk, vecchio leone dei
Technogod, ma bravi anche Lorenzo Montanà, Tying Tiffany e gli altri coinvolti). I
due pinktronici Alex Dandi e Fresh Drumma, pur facendo le cose per bene, hanno
avuto l’umiltà di sistemarsi nella dimensione giusta e l’accortezza di non farsi
cogliere dall’ansia di suonare iperattuali. Tutto ciò rappresenta anche un limite,
soprattutto a livello di spendibilità su un mercato internazionale per questo lavoro
(se arrivi da un paese del terzo mondo dell’elettronica come l’Italia, devi stupire con
effetti modaioli e/o accodarti all’ultimo trend, non al penultimo come nel caso di
questo disco), ed è un peccato, ma almeno qua dalle nostre parti si spera che si
darà il giusto risalto ad un album non clamoroso, non geniale, non indimenticabile,
ma sicuramente solido e che si fa ascoltare. E non paraculo come le cose tanto
incensate di Canzian, a dirla tutta (www.pinktronix.com).
Damir Ivic
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Numero Novembre '06
Proto K Distillery
Tetrachord For Water Troubles
No Reason
Formatisi ormai tre anni fa, i Proto K Distillery sono un interessante incrocio di
sonorità californiane – loro stessi citano New Found Glory e Jimmy Eat World – con
atmosfere dal sentore pop rock. Per presentarsi hanno scelto i nove brani che
compongono questo EP (ma la durata non è quasi da album) insipidamente
intitolato “Tetrachord For Water Troubles”. Problemi di “toponomastica” a parte,
però, la musica è interessante. Con una produzione un po' piatta a dire il vero, e con
in generale una mancanza di mordente - e in questo oltreoceano sono campioni -,
ma la miscela ritmo-melodia del combo funziona abbastanza bene. Certo, la vocalità
deve ancora crescere un po' per amalgamarsi meglio col resto del sound, ma
quando le cose vanno al loro posto, “Jonny & Mary Ballad”, i risultati sono più che
buoni. Molto bello anche l'intermezzo acustico di “She's So Sweet”, segno che forse
proprio nei momenti più tranquilli i Proto K Distillery trovano, per ora, la loro
dimensione più congeniale. Se solo avessero osato di più in sede compositiva – e di
questo non ne avrebbero bisogno soltanto loro – il risultato sarebbe stato più
esaltante, ma anche senza ulteriori slanci non possiamo che promuovere, seppur
con riserva, questo esordio. Le cose difficili, per loro, iniziano adesso. Buona fortuna
(www.protokdistillery.com).
Giorgio Sala
The Banshee
Public Talks
Suiteside/Goodfellas
La voce, nell’iniziale “Talking On The Phone”, fa venire in mente i Gang Of Four, e
riaffiorano subito nostalgie new wave; la musica è tiratissima e irruenta, si sente che
chi l’ha prodotta ha mandato a memoria certo post punk angolare e spigoloso, ma
anche più immediati testi obbligatori del punk, quello nato dall’esigenza di ridare
nuova linfa al buon vecchio rock’n’roll (Buzzcocks e Jam, per fare due nomi). Arrivati
al secondo pezzo, “So Long”, ci viene subito in mente un nome: Franz Ferdinand.
Ed è proprio il gruppo scozzese a manifestarsi con più insistenza nelle tracce di
questo “Public Talks”, debutto dei giovanissimi The Banshees da Genova: una
formula pop esagitata e nervosa, con una batteria che pulsa suggerendo schemi
disco-punk, il tutto in una chiave appena meno rifinita, suoni sporchi e distorsioni
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spesso in primo piano. E quindi? Ne viene fuori un album con tutti i pregi e i difetti
del caso, divertente e frizzante, suonato con competenza e pure con quel poco di
strafottenza che non guasta mai, ma inevitabilmente derivativo, anche se gli spunti
sono gestiti con una certa cura ed equilibrio. Sospeso tra omaggio e creatività, e
prodotto da Gabriele Barone (Valvola, S.H.A.D.O. Records), il disco contiene
qualche perla (“Games People Play”, con un basso particolarmente incisivo) e una
scaletta complessivamente di buona fattura, assolutamente al livello delle
produzioni straniere. Manca il colpo di scena. Ma per quello, probabilmente, c’è
ancora tempo (www.thebanshee.it).
Alessandro Besselva Averame
The Wild Week-End
Orrendo rock
Nicotine
Come si fa a descrivere in poche parole un gruppo come i Wild Week-End?
Definendoli come un efficace bignami di (quasi) tutta la musica del '77? O come un
power trio salernitano che, dopo un esordio targato sempre Nicotine, si presenta più
in palla che mai? “Orrendo rock”, questo il nome della loro seconda fatica, è di certo
un piacere per le nostre orecchie. Suona un po' Radio Birdman e un po' Dead Boys,
e i Wild Week-End premono l'acceleratore a fondo sul giro forsennato di “You Make
Me Feel Better”, un rock'n‘roll che va a 45 giri invece che a 33. Sono decisamente
lontani dal concetto di alta fedeltà sonora, ed è un piacere ascoltare gli amplificatori
saturi di “You Can Use It”, dove si sentono anche echi di Buzzcocks. Il
miglioramento rispetto alla precedente prova c'è ed è evidente: arrangiamenti più
scarni ed efficaci e una maggiore matrice aggressiva fanno di questi dodici pezzi,
più la misfitsiana “Vampira”, un ottimo antidoto “contro il logorio della vita moderna”.
D'accordo, è sempre la solita cosa: ma perché privarcene; forse per correre dietro
all'ultimo trend misconosciuto? No. Grazie. A noi basta una “Paralyzed” per essere
contenti, e per dare il giudizio finale parafrasiamo loro stessi: certamente “rock”,
tutt'altro che “orrendo” (http://www.thewildweekend.net/).
Giorgio Sala
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Numero Novembre '06
Zita Ensemble
Volume 1
Lizard/Audioglobe
Quando un’etichetta, nel caso specifico la Lizard, ha come tema dominante il motto
“open mind”, appare evidente che non potranno uscire banalità dal suo catalogo. Ed
è quasi sempre così: un mondo (universo?), fatto di suoni a fasi alterne, di strumenti
che funzionano a tre pistoni, di composizioni che si scompongono, in un’altalena di
estasi e catarsi. Dischi non omologati, gruppi diversi e diversificati, che sembrano
avere un unico comune denominatore: l’originalità. Appartiene anche a questa rara
razza l’esordio degli Zita Ensemble, trio che fa capo a Luca Vicenzi, sorta di art
director – musicale e non – di una successione di canzoni che poi tali non sono, e
che messe insieme rappresentano l’esordio del gruppo. Sin dal primo ascolto,
traspare un’originalità spontanea, che non nasce dal nulla, che ha sempre
riferimenti, non così facile da individuare però. E il vero gusto sta non tanto nel
cercare le risposte, ma nel calarsi nella musica, lasciarsi avvolgere da scarabocchi a
base di jazz rock e fusion, da catarsi post rock e accelerazioni ad un passo dallo
heavy metal. Il tutto senza che niente prenda il sopravvento, ma regni un equilibrio
costante. Nonostante l’apparente difficoltà, questo “Volume 1” è uno dei lavori più
belli e assimilabili degli ultimi anni della Lizard, forse anche per quello tocco
anomalo di psichedelia vecchio stampo che di tanto in tanto fa capolino (
www.lizardrecords.it).
Gianni Della Cioppa
Zu With Xabier Iriondo/Iceburn
Phonometak Series 1
Phonometak-Wallace/Audioglobe
Questa è la prima emanazione discografica di quel
laboratorio-installazione-negozio di strumenti musicali atipici che risponde al nome
di Soundmetak e che Xabier Iriondo ha aperto a Milano con l’intenzione di
trasformarlo in un crocevia delle musiche più estreme e periferiche: uno split
rigorosamente in vinile a dieci pollici tra gli americani Iceburn e gli Zu (i quali hanno
coinvolto il chitarrista nelle session) che inaugura una nuova etichetta, la
Phonometak. Tralasciando per questioni di target e formato la prova degli
statunitensi – il cui jazz-core disarticolato e imponente si dipana lungo quattro brevi
momenti improvvisativi, tra schemi free, risonanze prog e noise-jazz –,
concentriamo lo sguardo sul trio romano, le cui composizioni sono infiltrate dalla
presenza disturbante di un Iriondo alle prese con chitarra, table guitar e fonti sonore
inconsuete. Difficile anche questa volta trovare una pecca nella prova dei romani e
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dell’ospite, sempre attenti a non ripetersi pur restando all’interno di schemi già
collaudati: ne escono fuori una “Big Sea Warnings” con fischi e frequenze impazzite
che si infilano in una fittissima sassaiola di basso e batteria e Luca Mai impegnato in
un inconsueto canto di gola che si avvicina a certo death metal, una “Momentum”
allucinata e distorta, una “3 Rivers Conjunction” tutta stop’n’go e strumenti
imbizzarriti, una metallica, cupa “How We’re Being Manipulated” ed infine una
magmatica e convulsa “It’s Irrelevant Now”. Ancora una volta impeccabili (
www.wallacerecords.com).
Alessandro Besselva Averame
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Numero Novembre '06
Dufresne
Prendete un gruppo di quel nord-est operoso per definizione. Fateli incontrare con i
Linea 77, che della Torino post-automobili incarnano da tempo il lato più rock e
selvaggio. Cosa può succedere? Che i secondi facciano esordire i primi,
all'anagrafe Dufresne, con un disco come “Atlantic” (V2/Edel). Un lavoro fresco e
decisamente attuale, ma al tempo stesso meditato e poco incline ad arruffianarsi
classifiche e trend momentanei. Ne parliamo con la band in questa illuminante
intervista.
Innanzitutto potete parlarmi un po' di voi? C'è qualcosa dei Dufresne che
nessuna biografia ha mai scritto e vi farebbe piacere si sapesse?
Beh, siamo un gruppo di Vicenza e qui la situazione è dura; se non sei un
commercialista oppure non hai un azienda con un buon fatturato sei tagliato fuori, c
è ben poco d'altro da dire. La nostra storia come puoi notare è semplice, non ci
stiamo a questo tipo di mentalità ed abbiamo deciso di suonare e cercare di fare le
cose con il massimo impegno. Cerchiamo di rendere felici le nostre giornate, ed
anche se purtroppo siamo ancora obbligati ad occupare dei piccoli lavori che non
portano a nulla, speriamo un giorno le cose cambino.
"Atlantic" è appena uscito e sono già in molti a parlare molto bene di voi: la
cosa vi spaventa o è uno stimolo a far meglio?
Oddio, è chiaro che se si parla troppo bene di una cosa poi si rischia di deludere le
aspettative, però in un certo senso leggere queste cose dà una forte carica e
soprattutto ci rende orgogliosi del lavoro fin qui svolto. È ancora troppo presto per
capire bene la situazione, quindi vedremo quel che succederà, ti posso però dire
che comunque non abbiamo nulla da perdere, abbiamo fatto tutto con il cuore e nel
modo più onesto possibile; forse qualcuno lo ha recepito.
Alternate cantato in italiano ed in inglese; quali sono i motivi di questa scelta
e quali lingua preferite?
I motivi sono che non vogliamo avere nessun tipo di limite nella nostra musica, e
questo riguarda sia il genere che, appunto, il linguaggio da utilizzare. Non ti
nascondo che, con due tour in Europa, ci piacerebbe la gente apprezzasse di più
l'inglese, pero è vero che con l'italiano comunichiamo meglio: cazzo, è la nostra
lingua, e quando un testo ed una melodia funzionano così è ancora meglio, anche
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se sicuramente più complesso.
Quanto può influire secondo voi il successo di gruppi come ad esempio gli
Atreyu?
Mah, non penso abbia influito più di tanto; gli Atreyu e le altre band che sono
esplose in questi ultimi tempi non sono certo i Metallica, e non ho idea di quante
persone possano conoscerli. Però certamente tutti questi nuovi gruppi aiutano
magari a far capire nuove soluzioni e nuovi suoni, e questo non può che farci
piacere.
Sono in molti, anche per via del management, ad accomunarvi ai Linea 77;
credi che toccherà anche a voi trovare i consensi prima all'estero e solo in un
secondo momento in Italia? Non è un po' frustrante come prospettiva?
Effettivamente è capitato anche a noi di essere delusi dall'Italia, soprattutto appena
tornati dal tour europeo pensando alla super organizzazione che abbiamo trovato e
la forte risposta del pubblico. Ho però notato dei miglioramenti per quanto riguarda
la nostra band: ultimamente vediamo un più gente ai concerti ed un maggiore
coinvolgimento, speriamo e crediamo quindi che la media ascolti sempre di più un
certo tipo di sound. Parlando dei Linea 77, invece, siamo onorati di essere
paragonati a loro, anche se facciamo generi diversi. Sono convinto che anche
grazie a loro il livello del rock in Italia si è alzato, e pensa che hanno fatto tutto da
soli in un momento veramente duro: grandi. Sono i nostri padrini e ne siamo fieri.
Conosco il modo di lavorare di Darian Rundall (già produttore dei Persiana
Jones) e la sua pignoleria. Secondo voi l'esperienza con lui vi ha insegnato
qualcosa?
Darian, che tra l'altro è appena venuto a trovarci a Vicenza perché doveva lavorare
con un altro gruppo italiano, è stato fondamentale per noi. Ci ha fatto capire cos'è il
professionismo e come va suonato uno strumento. Personalmente mi ha distrutto
ma anche insegnato mille cose: è davvero molto pignolo e preciso, e siamo molto
soddisfatti del risultato. Abbiamo però anche lavorato ai pezzi in italiano con David
Lenci. Per chi lo conosce devo dire che è un produttore particolare, registra infatti
su bobine analogiche avendo un suono molto live ma potente e compatto allo
stesso tempo, è stato bellissimo lavorare anche con lui e entrambi hanno fatto molto
per noi.
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Concludiamo con una curiosità: qual è la cosa più stupida che hanno mai
scritto (o detto) su di voi?
Devo dirti sinceramente che non abbiamo molti nemici, anzi quasi nessuno, anche
se potrebbe essere che ne abbiamo e non lo sappiamo (risate, NdI). Comunque sia
cerchiamo di concentrarci di più sul nostro gruppo che non sulle cose attorno, di
conseguenza non c'è qualcosa che ci dia particolare fastidio. Di sicuro si diranno
cose stupide ma preferisco concentrarmi su cose più positive ed importanti per noi.
Contatti:www.dufresne.it
Giorgio Sala
Elle
A tre anni dall’acclamato “People Dancing In The A.M.” i veneti Elle ritornano a far
sentire la loro voce vellutata con “Bstrong” (Urtovox/Audioglobe), disco ancora più
minimale del precedente e situato in un interessante territorio dove convergono
riferimenti indie, scrittura notturna e lounge metabolizzata e spoglia. Ne parliamo
con Matteo Caroncini, chitarra e voce.
La prima domanda è inevitabile: come mai sono passati ben tre anni
dall'uscita di “People Are Dancing In The A.M.”? Immagino che la buona
accoglienza del disco, anche oltre confine, abbia fatto la sua parte
nell'allungare i tempi, in ogni caso ci potete fare una breve cronistoria di
questo periodo?
Mentre continuavamo a ballare sulle note di “People”, le nostre mani iniziavano già
a scarabocchiare gran parte di “Bstrong”. Man mano che le luci di “People”
iniziavano a spegnersi, la voglia di alzare un altro sipario diventava sempre più
palpabile e trascinante. Il processo è sempre uguale: vivi qualcosa, lo fai tuo e lo
riporti all’esterno sottoforma di musica. Col passare dei giorni abbiamo capitò però
che stavamo lavorando su qualcosa che doveva avere una dimensione ben precisa,
meno spontanea o “rilassata”. Insomma, “Bstrong” era un nuovo esercizio di
approccio e scrittura che ci ha impegnato non poco: era necessaria una particolare
sintonia tra di noi che, per motivi personali di ciascuno, faticava e sprigionarsi. Poi,
nei primi mesi del 2005, improvvisamente, abbiamo caricato gli strumenti in
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macchina e siamo spariti per una decina di giorni in campagna: abbiamo fatto la
cosa giusta al momento giusto perché siamo tornati con una preproduzione di
quindici pezzi. Da lì solamente tempi tecnici di registrazione, stampa, grafiche, piani
discografici.
Nei credits di “People Are Dancing In The A.M.” gli Elle sono un trio, con
Massimiliano Barbieri "ospite" al basso. Ora siete diventati ufficialmente un
quartetto, questa volta Massimiliano era parte delle dinamiche di scrittura fin
dall’inizio. È cambiato in qualche modo il vostro approccio compositivo nel
corso del tempo?
Mi ripeto: “Bstrong” ha avuto bisogno di un processo compositivo un po’ particolare.
Con “People Are Dancing In The A.M.” le cose erano nate e cresciute nelle nostre
camere da letto. Sia Nicola che io avevamo molto materiale su cui lavorare e, se
Tommaso ha fatto sue queste cose, Alien (Massimiliano) è entrato un po’ in corsa,
quando gran parte del lavoro era già stata decisa. Quindi se all’inizio eravamo due
binari che correvano paralleli, col tempo questi binari si sono avvicinati e fusi in
un’unica cosa. Vivi esperienze assieme, ti confronti, discuti anche animatamente,
ma dopo quasi tre anni di lavoro assieme la presenza e la partecipazione di
Massimiliano al progetto sono risultati un’ottima arma per “Bstrong”.
Se dovessi identificare questo disco con il suono di un solo strumento, direi
subito Fender Rhodes. Sembra essere il fulcro compositivo di buona parte dei
brani (le chitarre sono spesso dietro le quinte o comunque non hanno mai il
proscenio, se non in un paio di brani), è l'ingrediente che sviluppa nel disco
una atmosfera decisamente notturna. Mentre l'elettronica passa, in un certo
senso, da elemento della scrittura a mezzo produttivo. Siete d'accordo?
Molti dei brani di “Bstrong” sono stati scritti partendo solo da accordi e melodie al
piano, o con una chitarra acustica. Sono un grande fruitore dell’elettronica e dei
mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione e, servendomi del computer per
colorare i brani, ho quasi sempre utilizzato dei suoni di Fender Rhodes, strumento
che ha una sonorità ed un timbro che adoro. Personalmente mi sentivo a mio agio in
questa stanza rivestita di moquette che ci permetteva di stratificare suoni e
strumenti. E in questo senso gli strumenti analogici hanno avuto un po’ più spazio
rispetto ai cugini elettronici. Ma questi ultimi sono comunque stati fondamentali per
gran parte del nostro lavoro.
Al di là degli ingredienti con i quali avete rivestito i brani, mi sembra che la
vostra ricerca musicale sia diretta sempre più verso un suono spoglio ed
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essenziale: “Bstrong” è un disco di ampi spazi. È così?
Sinceramente, durante la scrittura non sto molto attento a certi cliché musicali o
strutturali. Ritengo più importante capire cosa vogliono dirmi gli accordi o le melodie.
Cerco semplicemente di seguire il mood, renderlo mio, lasciare che segua la strada
che più gli piace. Se questo poi porta ad una certa essenzialità , ben venga,
probabilmente il matrimonio tra me e la musica ha bisogno di questo. È anche vero
che come persone non siamo molto propensi ad apparire, e forse questo si
rispecchia nella nostra musica. Ognuno fa poco ma cerca di farlo al meglio.
Torniamo a un discorso già affrontato in una delle precedenti domande: mi
pare di poter dire che questo album possegga tutte le qualità per essere
promosso anche sui mercati esteri. Quali sono le vostre aspettative in tal
senso? Come giudicate attualmente la situazione delle band che cercano di
farsi conoscere anche al di fuori dei confini patri?
Sono convinto che fare musica in Italia non sia molto facile. O ci si aggrappa al
treno della musica leggera o l’esperienza indie è sempre molto complicata e difficile.
Ci sono molte band che hanno potenzialità e che riescono a tenere un live-set in
maniera perfetta, ma non trovano spazio perché non ci sono soldi per pagare i
cachet e, a meno che non si riempia il locale, di suonare non se ne parla. Purtroppo
è un cane che si morde la coda. In questo senso la ricerca di un’esperienza o di un
appoggio estero (dove forse la cultura musicale è un po’ più aperta in generale) è da
considerarsi una strada da percorrere. Il progetto Elle però non vive molto di questa
costante e affannosa ricerca. Forse continueremo a suonare anche solo seduti in
divano a casa nostra. È il vivere l’emozione.
Contatti: www.elleband.com
Alessandro Besselva Averame
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Franklin Delano
Arrivati al terzo disco, i bolognesi Franklin Delano si confermano punta di diamante
dell’intero panorama discografico italiano. “Come Home” (Ghost/Audioglobe) è un
lavoro bellissimo che ha tutti i numeri per proiettare la band nella ribalta che conta.
E non solo in Italia. Ne parliamo con Paolo Iocca e Marcella Riccardi, voci e chitarre
di questa band che ci rende un po’ più fieri di essere italiani.
"Come Home" rappresenta una specie di chiusura di un ciclo. Come siete
arrivati a questo compromesso forma/sostanza?
Perché lo chiami compromesso? Per noi rappresenta un'evoluzione normale.
C'erano brani nei dischi precedenti che potevano far presagire questo sviluppo. Che
sia una chiusura di ciclo, anche questo è prevedibile. Soprattutto per chi ci conosce
e sa che rifiutiamo di ripeterci e di affidarci a scelte di comodo. In ogni caso, l'idea di
fondo di "Come Home" è sempre stata quella di integrare la mole di stimoli derivati
dai nostri soggiorni negli States con la nostra precedente sensibilità, per migliorare
in realtà la filologia del nostro amore per la musica americana, senza rinunciare al
delirio sulla stessa, tipico del nostro stile. Penso che abbiamo raggiunto il massimo
in questa direzione, d'ora in poi l'America sarà un punto di partenza, non di arrivo.
La direzione però ovviamente non la conosciamo ancora…
Nell'ultimo anno ci sono stati diversi avvicendamenti. Scelte dovute o
semplici divergenze artistiche? Chi (o cosa) sono i Franklin Delano adesso?
Per un periodo la nostra line up con Vittoria Burattini alla batteria è stata idilliaca.
Poi c'è stata una crescente diversità di esigenze che ha portato a una momentanea
separazione. Al suo posto si sono avvicendati nell'arco di un anno ben tre batteristi:
Zeus Ferrari (Juniper Band), Lucio Sagone (titolare per il disco e per la maggior
parte dei concerti di questo ultimo periodo) e Andrea Dostuni (Cecile Demile). Per
fortuna questo valzer sfiancante per tutti sembra essere finito: Vittoria è tornata al
suo posto dietro ai tamburi dei Franklin. Purtroppo, almeno nel caso di Lucio e
Andrea, la lontananza e i vari impegni complicavano parecchio le cose. Intanto
Marcello Petruzzi si è aggiunto come bassista, ed è diventato colonna insostituibile
dei nuovi Franklin. Vittorio Demarin e Nicola Manzan si sono alternati per violino,
piano e organo. Ora i Franklin Delano sono un quintetto votato ad amplificare la
dinamica che già c'era quando eravamo in 3. Dal vivo ora ci si rende conto della
forza sonica di un quintetto che si auto-orchestra con equilibrio, e che è capace di
passare dal quasi silenzio al rumore puro. Provare per credere.
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Numero Novembre '06
Com'è andata la lavorazione del disco? Avete mixato il disco degli studi di
John McIntire.
È stata un'esperienza unica, e dobbiamo ringraziare Ghost Records per il grande
aiuto, senza il quale dubito che sarebbe stato lo stesso. Abbiamo finalmente avuto
una produzione esterna totale da parte di Brian Deck e tante possibilità tecniche e
professionali per trovare il suono e le idee migliori. Spero che ne sia valsa la pena.
Noi sicuramente abbiamo fatto tesoro di un'esperienza "privilegiata", che
sicuramente non potrà non farsi sentire anche sui nostri prossimi lavori, Chicago o
non Chicago.
Anche il parco ospiti è molto ricco, come sono stati coinvolti nel progetto?
A parte Jim Becker, gli altri sono amici di amici o contatti di Brian. E' stato molto
istruttivo vederli all'opera, ci ha insegnato molto.
Nuovo disco, nuova etichetta. Come siete arrivati alla Ghost? Come sta
andando la promozione del disco? Come vi trovate in una struttura più
"organizzata" rispetto alla Madcap?
Francesco Brezzi e Giuseppe Marmina ci hanno contattato di persona. È stato un
onore per noi ricevere i complimenti da una delle etichette più in vista del nostro
paese, con un roster invidiabile, da One Dimensional Man a Hot Gossip. La
promozione del disco? Meglio chiedere a loro! Io non ne so tanto, se non che le
recensioni sono molto positive, e le interviste come questa con te o telefoniche per
varie radio stanno fioccando numerose. Suoneremo anche in Tv a dicembre, per
"Larsen", su Rai Sat. Per me, che sono sempre stato in prima linea ad
autopromuovermi, è abbastanza strano restare seduto ad attendere mentre qualcun
altro svolge quest'attività al mio posto. Con Madcap siamo sempre rimasti un
gruppo di amici con obbiettivi comuni (d'altronde io e Marcella facciamo parte del
collettivo Madcap, al di là del discorso discografico). I parametri di giudizio devono
restare differenti. Madcap ha una filosofia tutta sua, è un collettivo di artisti a tutto
tondo, impegnata nei campi più disparati e con un'incredibile tasso di
"cross-pollination" tra arti diverse. Ghost è una vera e propria etichetta discografica,
un'impresa commerciale votata a pubblicare lavori discografici di qualità, e a
promuoverli investendo risorse e tempo per farle crescere sul mercato discografico
italiano e internazionale. Ghost è anzi molto attiva anche in Europa e negli States, e
sono sicuro che il nome crescerà anche fuori dal territorio nazionale.
Per quanto riguarda la promozione all'estero avete già degli accordi?
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Ghost ci sta lavorando, ma mi informano sempre e solo a cose fatte. Mi pare giusto,
perché così non ho occasione di illudermi troppo - il mercato estero per noi italiani è
sempre doppiamente difficile. Sento comunque che qualcosa bolle in pentola…
Rispetto alle ultime esperienze, come percepite la scena italiana? Come mai
"emergere" resta sempre - se non di più - difficile?
Uhm, il discorso qui si fa complesso. L'Italia ha una scena competitiva e non lo sa.
Siamo ancora territorio di conquista, coloniale, da questo punto di vista. I giornalisti
spingono artisti esteri in pompa magna e lasciano a noi le briciole. Tante volte
abbiamo suonato con artisti stranieri dipinti come dei geni, e gli abbiamo dimostrato
di saper fare meglio. Questo non è successo solo a noi, è successo ancora prima a
Uzeda, Three Second Kiss, Settlefish, Jennifer Gentle, OvO, Giardini Di Mirò,
Yuppie Flu, e penso a tanti altri. Ma tutto ciò serve a poco se la stampa
specializzata non decide deliberatamente di essere finalmente "campanilista", così
come succede negli altri paesi. E' scandaloso anzi che qui in Italia regaliamo
attenzione incondizionata e lauti compensi (nei live) ad artisti che spesso (e lo so
personalmente) scelgono apposta l'Italia per tirare su un po' di soldi in più, cosa che
altrove gli riesce difficile.
Tornerete a suonare negli Stati Uniti?
Dipende da cosa succederà al nostro disco negli States. Se Ghost riuscirà a
piazzarlo nei negozi americani, cioè se riuscirà a trovare etichetta di appoggio,
distribuzione e promozione, noi siamo pronti a partire. L'America ci manca.
Nonostante i sacrifici, un tour negli States è sempre un'esperienza unica.
Contatti: www.franklindelano.org
Hamilton Santià
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Laghetto
“Pocopocalisse”, appena uscito per Donna Bavosa, è il secondo disco del gruppo
“hardcore-happy-space” bolognese dei Laghetto, che aveva esordito con “Sonate in
bu minore per quattrocento scimmiette urlanti”nel 2003. Considerano questo, però, il
loro vero primo album, quello che ci fa conoscere un modo di pensare e vivere la
musica e la vita senza fini di lucro. Il loro motto è “sostanza e non forma”. Ne
parliamo con Nico Ambrosino.
Come vi siete conosciuti?
Ratigher l’ho conosciuto quando avevo dieci anni e me lo porto in giro da sempre.
Gli altri due li ho incontrati a Bologna. E inizialmente il gruppo aveva un altro
batterista che poi ci ha lasciati. Poi abbiamo trovato Luca e adesso sono otto anni
che suoniamo insieme.
Cos’è che vi ha uniti secondo te? Qual è il vostro collante?
Il nostro collante è esserci conosciuti per sbaglio al di fuori delle istituzioni
psichiatriche. Nel senso che c’è una specie d’identificazione tra noi e i vari sciroccati
d’Italia. E noi riconosciamo che la cosa che ci unisce è essere particolarmente
dissociati mentalmente. Oltretutto da un po’ di tempo viviamo tutti insieme nella
stessa casa come i Red Hot Chili Peppers. Quindi automaticamente non capiamo
più la differenza tra niente, essendo le persone con cui ti vedi ogni giorno li ami e
ma li odi anche, se suoni con uno che non lava i piatti.
Il vostro modo di scrivere le canzoni, si basa su due elementi fondamentali:
l’ironia e la profondità.
La strada è quella tipica del menestrello e del buffone di corte che conosce una
cosa che sa anche il re. E però per dirla bisogna che la dica facendo ridere perché
sono delle verità che non sono mai esprimibili in una maniera che non sia quella del
menestrello perché se il re se ne accorge lo uccide. Perciò non lo vedrei come due
basi, ma come un unico modo che poi è il solo che a noi riesce perché la nostra è
una visione. Noi siamo ironici, ma anche esasperanti perciò non si può che ridere di
questa realtà.
Questo è disco è un po’ più definito nella stesura dei testi rispetto all’esordio:
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com’è cambiato il vostro modo di scrivere?
Il precedente è stato registrato in fretta: quando abbiamo trovato il nuovo batterista
l’abbiamo suonato e fatto uscire. “Pocapocalisse” è nato in varie fasi e noi lo
consideriamo, da un certo punto di vista, il nostro vero debutto. Nel nostro esordio
diciamo delle cose che adesso non riusciremmo a ripetere. Non c’è bisogno di
metterci molto impegno nello scrivere canzoni per il primo disco, perché negli anni
hai accumulato così tante frustrazioni o problemi che avresti voluto affogare che ti
viene naturale e quando hai detto tutto quello che avevi da dire ti rimane da scrivere
di ciò che succede nell’ultimo anno. Poi scatta il pericolo di scrivere cose con cui ti
identifichi solo in un momento. Però siamo contenti di come è venuto il disco, siamo
vicini ai nostri limiti.
Donna Bavosa Records produce i vostri CD, ma in realtà siete voi. Parliamo
di questa etichetta: come nasce e come si muove.
Nasce perché si basa sul concetto dell’autoproduzione. Noi facevamo delle canzoni
e nessuno ce le avrebbe fatte uscire nei canali delle etichette discografiche italiane.
I ragazzi che sono con me fanno fumetti che non avevano modi canonici di essere
pubblicati così è diventato più comodo autoprodurseli. L’ideale per me è
registrarselo, suonarselo, farsi le grafiche, le copertine, pubblicarselo e poi
distribuirselo tramite una serie di realtà connessi in rete nel circuito delle
autoproduzioni italiane. Noi quando organizziamo concerti ci teniamo molto a tenere
i prezzi bassi e anche i dischi devono costare nel circuito underground 7/8 euro.
Non siamo assolutamente d’accordo con chi dice che bisogna allargare la torta
perché così tutti ci mangiano e cioè i booking i locali, chi suona e chi ci lavora.
Questo, per noi non funziona perché in fondo è l’attuazione di un criterio liberista
applicato su una società a un microcosmo che invece dovrebbe essere separato.
Per noi il tutto si auto alimenta e per questo rimane lì ma non è mai un modo di
guadagnarci per nessuno e questo in tutti i campi in cui cerchiamo di esprimerci
anche ad esempio nel Donna Bavosa Fest.
Bene. Quindi Donna Bavosa quali altri gruppi ha pubblicato?
Riuscendo col tempo a mettere da parte qualche soldo dalle prime produzioni che
furono il primo dei Laghetto e gli Inferno, abbiamo fatto uscire il disco degli Infarto,
Scheisse!, una co-produzione per un gruppo pugliese, gli Hobophobic, e i Gerda di
Jesi, il miglior gruppo italiano del genere hardcore. Nei prossimi tempi faremo uscire
un gruppo di Pisa, i Violentbrekfast. Parallelamente produciamo i fumetti. I nostri albi
provengono per la maggior parte dai migliori disegnatori underground italiani e
volendo si trovare sul sito www.donnabavosa.com.
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Che caratteristiche deve avere un artista per uscire per Donna Bavosa?
Dal punto di vista musicale, faccio delle scelte che sono orientate a un’attitudine
punk. Ovviamente le sonorità che ci piacciono sono fondamentalmente hardcore
però c’è da dire che non scindiamo mai il prodotto musicale da chi lo fa. Pensiamo
di offrire molto di più dal punto di vista del contenuto e meno da quello artistico. In
tutto questo non c’è mai un lucro o qualcuno che pretende. Se ci mettiamo a parlare
di soldi in questa cosa qua, finiremmo per sporcarla.
Parliamo di Tuono Pettinato che rende effettivamente i vostri concerti un vero
spettacolo. Come nasce?
E’ il mio miglior amico. L’abbiamo sempre considerato uno di noi. I Laghetto sono
Tuono Pettinato più tre tipi che suonano intorno. Siamo noi i suoi veri turnisti. Poi,
senza di lui ormai non sarebbe più la stessa cosa. Noi non crediamo che lo
strumento che suona sia fittizio. Suona una chitarra di plastica ma per noi ha molto
più significato la sua chitarra che le nostre.
Sul sito dei Laghetto c’è la possibilità di scrivere la vostra biografia per i fan.
Ci ha fatto sempre ridere il gruppo che si scrive la biografia, che sono del tipo: ci
siamo formati nel marzo del 1998 poi è arrivato un altro, ci siamo cambiati le corde e
così via… Però ci piaceva fare interagire tutti gli sciroccati e i folli che incontriamo in
giro per l’Italia, quando andiamo a suonare e farli sentire anche loro una parte di noi,
perciò la biografia dei Laghetto la possono scrivere tutti, perché come aveva detto
una volta il mio amico pugliese, i Laghetto sono la dimostrazione che chiunque ce la
può fare.
Contatti: www.donnabavosa.com
Francesca Ognibene
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Marti
Marti è plurale: i Marti. Ma è singolare per l’anima che vi si cela dietro, quella di
Andrea Bruschi. Attore genovese (“Il partigiano Johnny”, “500!”, “Lavorare con
lentezza”), giramondo, innamorato della musica. Le loro influenze, rivendicate, sono
musica d'autore dark, new wave inglese, cabaret, musical anni '30, technopop,
espressionismo europeo. L’esordio dei Marti è “Unmade Beds” (Green Fog/Venus).
Ci racconti la tua formazione musicale a Genova?
Sono un ragazzo del ’68, mio fratello maggiore Aldo aveva un gruppo wave
sperimentale, i Modelli Prodotti, c’era un viavai di musicisti nel nostro appartamento.
In maniera fortunosa già conoscevo Throbbing Gristle, Bowie ed Eno a tredici anni.
Quando vidi il video di “Heroes” capii che c‘era qualcosa, sotto questa musica, di
impegnativo e pericoloso. Ho avuto un gruppo a 18 anni, i Broncobilly, facevamo
technopop, la Sony ci pubblicò in Giappone. Sempre mie canzoni in inglese. Ho
cantato in gruppi noise pop rock ma la mia anima era sempre per certi mondi e
melodie. E piano piano in mezzo a lutti e gioie ho creato Marti.
Ecco, com’è nata questa miscela che chiamiamo Marti?
Avevo il desiderio di incidere le canzoni scritte con il Fender Rhodes, negli anni in
cui ho fatto solo l’attore. Riportare il sapore di quelle canzoni che mi hanno salvato
la vita, e visto che ero abbastanza adulto, ho pensato che ce la potessi fare. Sono
andato in cerca di chitarra (Luca Pagnotta) e fisarmonica (Simone Maggi, anche
oboe, sax e piano). Poi ho trovato contrabbasso (Claudia Natili) e batteria (Andrea
Franchi, polistrumentista). Il disco parte da Genova da camera mia ma risente della
mia vita in giro per Europa, Regno Unito e USA, ma come tutte le cose sincere è
tornato a casa per ripartire.
Dei vari artisti che ti vengono accostati – Bowie, Cave, Depeche Mode, Soft
Cell – a quale ti senti più vicino?
Che domandina. Con i Depeche ci sono cresciuto, conosco tutti i pezzi a memoria e
a 14 anni ai tempi di “Some Great Reward” sono andato nel loro albergo a
conoscerli a Milano. Dei Soft Cell, “Non Stop Erotic Cabaret” e “The Art of Falling
Apart” mi hanno salvato la vita in tempi non sospetti, mi hanno fatto conoscere
un'altra dimensione rispetto ai scintillanti anni ‘80 da bere e vomitare. Nick Cave mi
ha insegnato tante cose, che la musica è un cosa seria, e che profondità e pazzia
vanno d’accordo. Bowie è un fantasma che si aggira a casa mia, soprattutto quello
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di “Low” “Heroes” e “Lodger”.
Impigliato negli anni ’80...
Non ci s’impiglia mai, si racconta quello che si sa e si è. Le cose che non si sanno
non si raccontano. Quelle che s’immaginano si ambientano magari nei mari del sud
della Malesia ma le facce dei buoni e dei cattivi sono quelle dei tuoi amici
d’infanzia..
Il tuo bagaglio artistico è inscindibile dal tuo amore per le immagini. Sei
soprattutto, attore. Ci parli della tua carriera tele-cinematografica?
Essere attore è un mestiere interessante, che si fonde con quello di musicista. In
Italia, rigidi come siamo, diciamo suonare e recitare, mentre in inglese si usa la
stessa parola, “play”. Ho lavorato con grandi registi come Greenaway o Apted e
anche in sempliciotte fiction italiane ("Incantesimo", "Un posto al sole", "Un prete tra
noi", NdI). Sto svolgendo questa avventurosa arte, o professione, con discreto
successo e tanta fatica, senza lasciarmi contaminare troppo da un certo ambiente
mainstream.
Riesce l’alchimia?
La storia della musica e del cinema è piena di musicisti-attori. Mai credere a quello
che gli altri pensano tu sia. Difficile, lo so, ma se lo fai sei fregato. Terence Stamp
ha venduto un milione di copie del suo libro di ricette, è lì che voglio arrivare, al
grande Terence!
Quanto ti appartiene l’inglese?
Inglese è uno strumento per la mia musica come il Rhodes o il sax. Scrivo
direttamente in inglese e me ne frego, vedo la mia musica come un’opera lirica, che
scrivo con il linguaggio adeguato.
Il disco è co-prodotto da Paolo Benvegnù. La sua firma sul lavoro mi pare
molto rispettosa. Come si è svolto il lavoro con lui?
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Benvegnù è amico e maestro che mi ha guidato in questo disco, è molto generoso
oltre che essere uno dei più bravi. Nel 2001 andai con i provini e mi disse: “Andrea,
questo disco è da fare, ci vorrà un po’ ma lo faremo”.
“Ci vorrà un po’”, vero. Dal 2001...
Ma è stato di parola, ha lavorato con noi come fosse il suo disco. Volevo Paolo a
tutti i costi, sapevo che in lui erano presenti certe matrici wave, e anche classiche,
che poteva far brillare nelle canzoni. Importante è stato anche il lavoro di Andrea
Franchi che suona tutto, nel disco.
Hai formato il gruppo nel 2001. Cos’hai fatto fino a oggi?
Suonato, recitato, mi sono tormentato, ho messo insieme i soldi per il disco, pagato
bollette, goduto, pianto, soggiornato a New York, Los Angeles e Roma, raccontato
storie, visto molti film, visitato cimiteri vivi, visto uffici morti, osservato le persone,
sorriso, abbracciato gli amici, svegliato nel profondo della notte convinto che un
fantasma mi stesse guardando, innamorato al meno una volta al giorno specie se
prendo il metrò e sempre cercato di crearmi una vita diversa da quella che
spacciano come vita da persone perbene.
Il video tratto dall’album è girato da Lorenzo Vignolo, in un posto al quale
tieni molto... È una fermata di autobus con orto botanico incorporato, ancora in
funzione subito uscendo da Genova verso Bogliasco. È di fine anni ‘40 e sembra un
quadro di Hopper. È un posto magico, sembra di essere nel New Mexico, invece
siamo in Liguria. Anche lo scatto della copertina è fatto lì, una parte del clip invece è
girata anche in uno degli ascensori che portano dalle alture alle viscere di Genova,
questa città difficile, ma misteriosa e magnifica.
Contatti: www.martimusic.net
Gianluca Veltri
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Reflue
Alfieri di un pop dalle mille sfaccettature abile nel miscelare psichedelia e raffinate
tessiture strumentali, rigurgiti ritmici e jazz, post-rock e pop, i Reflue arrivano – con
“A Collective Dream” (Shyrec) – alla seconda prova discografica convinti di poter
rientrare a pieno titolo in quel microcosmo “adulto” che ormai è l’indie italiano. Un
microcosmo che a dirla tutta pare ultimamente premiare gli sforzi della band
parmense, in questa sede rappresentata dal chitarrista nonché co-fondatore
Federico Del Santo.
“A Collective Dream” sembra un titolo piuttosto azzeccato per la vostra
seconda prova discografica. Da un lato il suono, con le sue complessità e
stratificazioni, che pare il risultato di un attento spunto corale, dall’altro i toni
piuttosto eterei che caratterizzano il lavoro e lo fanno assomigliare ad un
paesaggio quasi onirico.
Direi che la descrizione suona piuttosto bene. È stato un lavoro di paziente attesa,
dovuto in parte ai tempi inevitabilmente dilatati visti gli impegni di tutti i membri; in
parte alla difficile scelta sul come finalizzare tutte le idee che avevamo accumulato
nel frattempo, riguardo alla direzione che il lavoro doveva prendere.
La”collettività”in questo senso, è proprio riferita al “ grande compromesso” che
abbiamo dovuto raggiungere per chiudere i lavori, il paesaggio onirico è il risultato
che ne consegue. Non so quanto consciamente, però. Il suono va comunque in
quella direzione.
In cosa sono cambiati i Reflue di questo secondo disco rispetto all’esordio
“Slo-Mo”?
Siamo di 4 anni più vecchi prima di tutto. Non so se come conseguenza di questo,
ma abbiamo ascoltato molta musica “vecchia”. Molti classici rock, jazz e blues, e
questo credo che si senta, anche se tutto è rimescolato a dovere. L’approccio è
stato mediamente più” classic oriented”. A differenza di quanto accaduto con il
lavoro precedente non ci siamo preoccupati di qualche assolo di troppo o di lasciarci
andare ad improvvisazioni, che si trattasse di qualche finale o di un brano intero.
Tutto sommato ci siamo concessi una certa libertà espressiva.
In sede di recensione ho scelto un paragone piuttosto arrischiato,
accomunandovi a Yuppie Flu - per le raffinatezza delle trame e la cura nel
dettaglio - e al mood psichedelico “leggero” degli Yo la Tengo. Vi riconoscete
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in questa sommaria definizione?
Conosciamo entrambi i gruppi e li stimiamo entrambi, anche se nessuno dei due
rappresenta un punto di riferimento preciso. Intendo dire che i nostri ascolti principali
generalmente sono altri. Detto ciò, nel gioco delle citazioni e nei gradi di parentela
musicale, l’accostamento non è fuori luogo, abbiamo sentito di riferimenti molto più
bizzarri.
Come nasce un brano dei Reflue? L’impressione è che tutto arrivi
gradualmente, quasi per accumulazione.
È esattamente così. Sia che si tratti di arrangiare un brano già provvisto di struttura
che di dare forma ad un’idea più acerba, il processo è quello dell’addizione
graduale, che può poi diventare sottrazione nel caso ci sia troppa carne al fuoco.
Essendo in sei , la stratificazione delle parti è un processo naturale. Capita spesso
poi che la tastiera venga a stravolgere un arrangiamento già strutturato, per il
semplice fatto che il nostro tastierista Gianluca, vivendo a Verona, viene alle prove
quando può ed ogni tanto il suo intervento ritardato porta il brano in questione da
tutt’altra parte, per cui si riparte di nuovo, e così via. Qualche volta è un processo
liberatorio, altre volte è snervante.
Seguendo la vostra musica spesso si ha la sensazione che tutto proceda per
micro-variazioni, onorando più il “sentire” generale che l’orecchiabilità o la
classica forma canzone. Una ricerca costante della sfumatura invece che un’
imposizione della melodia.
La caratteristica dei Reflue, è quella di provare a far convivere la passione per
Ornette Coleman , Bill Frisell e Neil Young all’interno di una canzone,
semplicemente perché sono i nostri ascolti, insieme a tanti altri ovviamente.
Naturalmente si tratta di piccole sfumature, perché ci riteniamo fondamentalmente
un gruppo pop; questo però ci svincola abbastanza dalla ricerca di una schema
troppo rigido. Se ci imponessimo una struttura precisa, dovremmo rinunciare ad una
parte importante di ispirazione.
Se per assurdo doveste consigliare a qualcuno un disco di qualche altro
artista, da ascoltare per prendere confidenza con il suono Reflue, chi vi
sentireste di chiamare in causa?
Potremmo perdere il sonno nel pensare ad una risposta giusta, da buoni fanatici
della musica quali siamo. Comunque, se devo azzardare, direi Wilco e Radiohead
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(senza presunzione di accostamento, ovviamente), per l’approccio aperto e lo
sguardo perennemente in movimento tra tradizione ed evoluzione.
Contatti: www.reflue.it
Fabrizio Zampighi
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