Numero Febbraio '07
EDITORIALE
Ben ritrovati a tutti in questo secondo appuntamento del 2007 col nostro inserto
virtuale dedicato all’underground tricolore. Un 2007 che, se tanto ci dà tanto, rischia
seriamente di diventare l’anno in cui sono usciti più dischi rock italiani di sempre. Sì,
rischia, perché contemporaneamente il mercato è sempre più in crisi; e, impietose,
le cifre lo confermano.
Stupisce, allora, che nascano continuamente nuove etichette, e che quelle già
esistenti (e più o meno affermate) realizzino nuove produzioni a ritmi francamente
inspiegabili. Intendiamoci, non mancano proposte di livello più che buono, ma in
questo marasma rischiano di perdersi, di non trovare ossigeno a sufficienza per
sopravvivere e farsi notare.
Il che inevitabilmente rende il nostro lavoro ancora più complicato, imponendo
un’attenzione ancora maggiore a tutto ciò che esce e portandoci a criteri sempre più
selettivi per quanto riguarda il materiale da recensire e gli approfondimenti da fare.
Compito che continueremo a svolgere con il massimo impegno, cercando di volta in
volta di tirare “fuori dal mucchio” solamente le cose più meritevoli di attenzione.
Ragione per cui ci preme ancora una volta invitare gruppi ed etichette a seguire le
istruzioni riportate nella pagina “Per invio materiale” linkata qui a fianco.
Detto questo, non ci rimane che augurarvi buona lettura. E, come sempre, buoni
ascolti.
Aurelio Pasini
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Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it
Numero Febbraio '07
Anonimo FTP
Lo sguardo al cielo
Il re non si diverte/Audioglobe
Il cammino dei milanesi Anonimo FTP inizia nel 2002, cinque sono quindi gli anni
che ci separano da quel “Vetro” che aveva acceso i riflettori su un gruppo all’epoca
ancora decisamente riverente verso i suoi modelli (il rock italiano tra underground e
overground della prima metà degli anni '90), ma certamente non intenzionato a
seguire dei modelli prestabiliti. “My Dreams”, del 2004, poneva gli accenti su una
certa “abrasività” di fondo e i testi – sempre ad opera del cantante Vince Merlino –
sottolineavano un’attitudine realista che, nonostante le inevitabili zone d’ombra che
potevano far scambiare la band per una sciapa copia degli Afterhours, voleva
dimostrarsi vero e proprio punto di forza. Arriviamo così nel 2007, anno de “Lo
sguardo al cielo”, opera terza – e prima per "Il re non si diverte", in quanto i
precedenti lavori sono stati stampati da Load Up e Midfinger – di una band che,
lavoro dopo lavoro, fa passi da gigante e suona ogni volta più convinta, più
personale e più accattivante. In questa nuova fatica, infatti, gli Anonimo FTP danno
prova definitiva della loro passione per la psichedelia e per certi suoni ruvidi che,
partendo dal post-grunge, arrivano in territori che ammiccano a certi Motorpsycho.
Un passo da gigante enorme però compensato dalla penna di Merlino, che non
viaggia al pari della musica. Le fotografie di questo disco – undici, per la precisione
– sembrano già viste, non stupiscono e non riescono ad accattivare così come
vorrebbero. Ed è un vero peccato, dato che gli arrangiamenti del tessuto musicale
non sono secondi a nessuno. Un passo avanti e due di lato, quindi, sperando che il
futuro non riservi altro che balzi in avanti che gli Anonimo possono sicuramente
compiere (www.anonimoftp.com).
Hamilton Santià
Dente
Anice in bocca
Jestrai
Scorrendo velocemente i crediti di questo disco ci imbattiamo subito in un nome
familiare, Amerigo Verardi, che lo ha “aggiustato” con Claudio Chiari dei Baustelle e
con lo stesso titolare alla Fabbrica di Plastica. E ascoltando queste canzoni capiamo
subito che non poteva essere altrimenti: il cantautorato lo-fi, surreale, malinconico,
registrato tra le mura casalinghe di Dente ha più di un punto in comune – no,
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Numero Febbraio '07
nessuna carenza di idee o di creatività, solo la condivisione di un’attitudine - con
l’arte pop e psichedelica dell’artista brindisino, che non sembra avere avuto molti
continuatori in questi ultimi anni. Dente, già chitarrista e cantante dei modenesi La
Spina, condivide con Verardi leggerezza e sguardo inconsueto, un punto di vista
che troviamo nei titoli (“Io della bellezza non me ne faccio un cazzo”, “Stimolividi”,
“Gommadonna”, “Un bacio e un omicidio”) e nei testi (“Le gambe cortissime / di tutti
i tuoi “per sempre” / cadono inciampando / dentro a un mio ragionamento / ed è
difficile caderci dentro / se la testa non c’è più”, recita la illuminante “Le gambe”). Le
canzoni che vanno a comporre “Anice in bocca”, debutto assai interessante e
superiore alla media italica, sono brevi frammenti di poesia lunare, imparentati con
certe pagine del primo Bugo e con certo cantautorato indipendente americano, che
vanno sempre a segno senza pretendere di possedere alcuna verità, ma con la
consapevolezza di avere un sacco di cose da dire (www.jestrai.com).
Alessandro Besselva Averame
Dilatazione
Too Emotional For Maths
Slowmotionpinguino
I toscani Dilatazione fanno post-rock – anche se forse sarebbe più corretto
chiamarlo rock strumentale –, o almeno così verrebbe da dire al primissimo ascolto
di questo album, che del resto, sin dal titolo, sul più dibattuto “non genere”
dell’ultimo decennio (e sulla sua costola più razionalista, il math rock) sembra pure
scherzarci su. Ma fin da subito c’è qualcosa che non quadra, in questa
approssimativa teoria da primo ascolto, e sono le soluzioni ritmiche: non che il disco
sia straordinariamente originale e di rottura, visto che è impossibile non farsi venire
in mente punti di riferimento, tuttavia la vivacità ritmica delle costruzioni
(impressionante in tal senso “Venerdì mattina: è tutto come prima, come se niente
fosse”) aggira l’ormai inflazionato alternarsi di arpeggi, muri di suono, pianissimo e
fortissimo per concentrarsi su una esplorazione sonora più movimentata, circolare e
stratificata, con più piano elettrico e meno chitarre, più “black” e meno “bianca”: più
Tortoise e Him (quelli di Chicago, non i tamarri scandinavi) che Mogwai se
vogliamo, ma con il gusto sufficiente per non assomigliare troppo né agli uni né agli
altri. Completa il quadro la presenza discreta ma comunque importante di Amaury
Cambuzat degli Ulan Bator, che regala sporadici interventi vocali e qualche chitarra,
producendo senza trasfigurare la materia. Niente di nuovo, dicevamo, forse non
troppo generosamente: ma parliamo pur sempre di quel già sentito che ci piace
riascoltare più e più volte, soprattutto se è realizzato con questa perizia e questa
passione (www.dilatazione.org).
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Numero Febbraio '07
Alessandro Besselva Averame
Dioniso
Dalla mia camera
La Matricula/Venus
Sono giovani e bravi, i Dioniso. Sono quattro e due di essi – Mattia e Rocky Pattaro
- sono fratelli. Sono giovani e giovanilistici e neo-british: “Non mi basterai”, nelle
scampanellate della chitarra, richiama abbastanza chiaramente i Coldplay; l’ariosa
“Aria” è gallagheriana anche nei vezzi vocalizzanti; “Ottoetrentadieciagosto” è un
quadretto di acqua marina da New Acoustic Movement.
L’alternanza è tra veloci sgroppate elettriche e ballad. Forse il rock’n’roll si fa
perdonare più a cuor leggero qualche ingenuità, anzi la ricomprende senz’altro. “Un
gran bel film”, per esempio, trasmette l’urgenza cinematografica e l’entusiasmo delle
prime volte; “Solo sulla luna” ruggisce ansiogena, pregevole. “Chiudi gli occhi nei
miei” (“cosa farei per te/ brucerei”) risulta invece una dedica un po’ leziosa. “Pioggia
e caffè” cerca di sposare insieme i due aspetti, con risultati apprezzabili (ottima la
coda acida). Sorprendente la somiglianza del giro iniziale di “Come tutto il resto non
è” (peraltro forse miglior pezzo dell’album) con “Quanno chiove” di Pino Daniele: se
è un omaggio voluto, il contesto non lo richiede poi tanto; se non lo è, la casualità
lascia perplessi.
Buona la produzione, limpide le sonorità in un disco ben suonato. Vorremmo
risentire i Dioniso, in una prossima prova, magari liberati dall’assillo di essere a tutti i
costi troppo fighi e perfetti. Non ne hanno bisogno. Perché sono bravi (
www.dioniso-band.com).
Gianluca Veltri
Don Quiból
Don Quiból
Canebagnato
Specie se seguite per lavoro la scena italiana, sicuramente vi lamentate della
stessa cosa: ci sono troppe etichette discografiche, la qualità media delle produzioni
è mediocre e i dischi sono spesso di una mediocrità imbarazzante che per recensirli
devi davvero fare i salti mortali. Copione già visto, vero? Eppure quando la nuova
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etichetta del giorno è la Canebagnato si dimentica tutta la rabbia repressa. Sarà
perché, a differenza di molti riempi-scaffali, i dischi finora proposti dalla piccola label
meneghina sono tutti di qualità sopraffina. E si parla di qualità a tutto tondo, a partire
dalle confezioni e dalle grafiche bellissime – tutti eleganti digipack – per arrivare alla
musica. Prima Paolo Saporiti, poi Don Quiból. È musica senza tempo, che si
fonda sulle immortali radici e lotta ogni giorno per renderle più forti, per farle durare
più a lungo. Don Quiból funziona come una sorta di ensemble aperto in cui
trovano posto Christian Alati (chitarre elettriche, basso e pianoforte), Lucio Sagone
(batterie e percussioni varie) e lo stesso Saporiti, che ci mette la voce e le chitarre
acustiche. Assieme costruiscono questo artigianale intarsio di folk, country e
post-rock dove il deserto confina con l’edilizia urbana di Milano. Ed è una di quelle
sensazioni bellissime che vorresti non terminassero mai, quasi al punto di non voler
togliere il disco dal lettore. Perché certo, spesso la roba finisce in una mensola in
alto e non la ascolti più, ma quelle poche volte che esce qualcosa di davvero
interessante ti rendi conto che devi farlo sapere a più persone possibili (
www.canebagnato.org).
Hamilton Santià
Ennio Rega
Lo scatto tattile
Scaramuccia/Egea
Sviluppare al massimo la propria sensibilità, fino a sentirsi angosciato. È l’attitudine
di Ennio Rega, al suo terzo lavoro discografico. Un album maiuscolo, lo diciamo
senza giri di parole. Quando tanta sensibilità non è al servizio di un minimalismo
ripiegato su se stesso, ma è in grado di generare complessità affascinanti come “Lo
scatto tattile”, allora è benedetta.
Pianista, orchestratore e cantante passionale, Rega si circonda di un dream team,
che merita di essere citato per intero: il pirotecnico chitarrista svedese Lutte Berg,
anche co-arrangiatore; Luca Pirozzi, basso in costante contro-melodia
“pastoriuzzata”; Pietro Iodice alla batteria; un trio di voci strumentali del calibro di
Paolo Innarella (sax), Denis Negroponte (fisarmonica) e del violinista classico Luigi
De Filippi. Due pezzi sono poesie di Pessoa musicate: “La poesia” (“felice bruma
intorno al pensiero”) è un tango dissanguato; “Nulla” uno pseudo-valzerino da
camera sull’amore imperfetto. Sopra una scrittura che scava la roccia e s’insinua
senza pacificazioni, schivando ogni stereotipo, Rega costruisce storie da scoprire –
vivaddio – in attesa di sorprese. Che arrivano! Musicalmente, certo. Il talento
melodico-armonico di Rega ci è noto (qualche anno fa scrisse anche le partiture per
Le Mystère des Voix Bulgares). Ma arrivano anche perché il cantautore salernitano
si mette a nudo come in un’autocoscienza, senza contemplare il suo ombelico;
piuttosto, immergendo se stesso nello shaker del mondo (www.enniorega.com).
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Gianluca Veltri
Giuliano Dottori
Lucida
Il re non si diverte/Audioglobe
Ogni anno che passa gli appassionati di musica italiana si rendono conto di quanto
sia stata importante la lezione degli Afterhours. Il problema è che, come in tutte le
scuole, c’è chi si limita a imparare un elenco di nozioni prive di significato e invece
chi assimila i concetti fondamentali, va oltre le apparenze, fa bagaglio e sfrutta tutto
quello che è stato imparato a proprio favore. Giuliano Dottori è certamente uno di
questi ultimi, quegli studenti brillanti che magari non eccellono nei voti ma che
sanno di valere molto di più di quei secchioni pappagalli che tanto non faranno altro
che copiare qualcos’altro per tutta la vita. “Lucida” va oltre. “Lucida” è l’esempio di
come il rock, legato alla canzone d’autore, possa dare ancora un nuovo significato
ad emozioni e sensazioni che sembravano trite e ritrite tra l’ennesimo maudit che
gioca a fare il Baudelaire e il gruppo post-tutto troppo impegnato ad
autocommiserarsi per scrivere una canzone intelligente. Dottori è della scuola
nobile. Parte da lontano (De André, Fossati), flirta col presente (Manuel Agnelli, ma
anche Cesare Basile e Moltheni) e unisce il tutto alla sua passione per le melodie
decise ma non prive di dolcezza. Ed è per questo che “Lucida” funziona, per la sua
personalità e il suo cantautorato curato, levigato e assolutamente privo di banalità.
Forse in certi casi è anche giusto esagerare, ma credo che sia esattamente così che
deve suonare un disco dove il rock e la canzone d’autore hanno la pretesa di
andare di pari passo (www.giulianodottori.it).
Hamilton Santià
Jacopo Andreini
Bossa storta
Saravah
Dopo l’esordio in proprio avvenuto con “Vs 900” e pubblicato Burp/Bar La Muerte,
ecco arrivare il seguito: “Bossa storta”, prodotto dalla francese Saravah Records.
Sin dal primo istante si sente un’angolazione atipica rispetto a quella italiana per
questo album solista di Jacopo Andreini. Solista si fa per dire, visto che ci sono
numerosi ospiti che vanno da Chiara Locardi a Nicola Ratti, da Edoardo Ricci a
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Numero Febbraio '07
Matteo Binnici. I suoi amici musicisti insomma, ma anche ragazze bellissime
incontrate per caso e rincontrate ancora per caso che il Nostro ha fatto entrare nella
sua musica piena d’ossa sporgenti, crampi per la troppa dedizione al suono, poesie
scritte dietro una cartolina di Schiele: l’Italia che incontra il mondo immenso di
Andreini che, dotato di estrema empatia, cattura il cuore della musica. Diverse
sfumature si propongono nell’ascolto: dalla bossa nova ai suoni etnici,
dall’avanguardia jazz al battito delle pentole da cucina, dalla salsa mescolata
all’improjazz “Crampes”al pop (per qualche secondo) che apre il CD con la voce
splendida di tale Alicia Wade. Non a caso infatti il titolo è “Canção pra Alicia”.
Qui la melodia della chitarra intervallata da una risata si trasforma in sax e
raggiunge un nuovo territorio dominato dal soffio conturbante dei fiati Una parte
importante è poi il ruolo quasi nuovo per Andreini di vocalist malinconico e
struggente, come in “Coi”, dove canta in francese, accompagnato da percussioni
leggere e sax strabordanti; oppure nella versione riarrangiata di “Io sì” di Luigi
Tenco. Album amabile (www.jacopoandreini.too.it).
Francesca Ognibene
Kech
Good Night For A Fight
Black Candy/Audioglobe
Arrivati alla fatidica terza prova discografica, i monzesi Kech dimostrano di non
avere perso il loro riconoscibile tocco, a metà strada tra l’indie-rock d’Oltreoceano
(lungo l’asse Pixies-Pavement) e certo pop inglese della seconda metà degli anni 80
(un nome su tutti: i Popguns). Anzi, se a posteriori il precedente “Join The Cousins”
(2005) poteva mostrare qualche lieve segno di involuzione, con “Good Night For A
Fight” si ritorna alla freschezza del debutto “Are You Safe?” (2003), supportata però
da una maggiore sicurezza nei propri mezzi, quella che solo una attività dal vivo
quantitativamente e qualitativamente (i concerti di spalla a Graham Coxon, Franz
Ferdinand e I Am Kloot) rilevante può dare. Spazio, dunque, a melodie a presa
rapida, contagiose nella loro obliqua orecchiabilità, con la voce di Giovanna Garlati
sugli scudi, e ad arrangiamenti che, pur senza mai uscire troppo dal seminato, si
fanno apprezzare per gradevolezza e gusto. A rendere il piatto ancora più gustoso,
poi, l’esordio al microfono del chitarrista Nicola Perego, il cui contributo vocale (nella
title-track così come nella spensierata “First Time” e in “Please Don’t Say No”) rende
il piatto ancora più gradevole. Insomma, un più che soddisfacente punto di incontro
tra l’esuberanza degli esordi e la inevitabile maturazione; e, ascoltando tracce come
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Numero Febbraio '07
“The Coup” e, ancora di più, “Get Away” e “Beachvolley”, l’impressione è che non
manchino i margini per una ulteriore crescita (www.kechworld.com).
Aurelio Pasini
Libera Velo
Riffa
Octopus/Self
Napoli, o meglio, la scena musicale napoletana deve avere un’identità musicale
piuttosto forte: perché saltano subito all’occhio e all’orecchio stilemi riconoscibili, che
ti fanno dire in pochi secondi che sì, questo disco è stato pensato e suonato
all’ombra del Vesuvio. Questa identità, attenzione, riesce ad essere forte perché sa
rinnovarsi: e quindi non stiamo dicendo che c’è un modo napoletano di fare musica
(altrimenti saremmo rimasti ancora ai mandolini; o, ben che vada, a Pino Daniele),
ma ce ne sono un buono numero, tutti in qualche modo significativi. Ascoltare
questo “Riffa” di Libera Velo porta immediatamente alle traiettorie di 99 Posse e 24
Grana. Anzi, nel primo caso, sarebbe meglio dire di Meg e della sua successiva
carriera da solista – la somiglianza nel modo di cantare e di rifinire le linee
melodiche in certi momenti è veramente forte. Per quanto riguarda i 24 Grana, il loro
batterista Roberto Minale ha arrangiato il disco. Peraltro, proprio gli arrangiamenti o
ancora meglio la consistenza sonora di buona parte del disco è la cosa che meno ci
convince: il beat debole di “Skifato”, il mixaggio non convincente di “Soffitta”, e
potremmo continuare… Peccato, perché Libera Velo ha stoffa: “Purga”, “Mura
antiche”, la filastrocca non stucchevole “Momenti rilassanti” sono ottime canzoni,
ben congegnate, ben condotte, ben interpretate. “La llorona” si porta dietro troppa
Teresa De Sio, vero, e in generale il definitivo salto di qualità, problemi di
produzione a parte, lo si avrà quando Libera Velo riuscirà a creare una voce
definitivamente sua, sintetizzando e superando i modelli passati e presenti delle
conterranee. Ma già così c’è da essere soddisfatti (www.liberavelo.it).
Damir Ivic
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May I Refuse
Weather Reports
Black Candy/Audioglobe
Il ritorno del bel tempo dopo un periodo in cui la tempesta sembrava non dovesse
finire più. Questo dicono – prendendo a prestito il titolo di questo loro secondo disco
– le previsioni del tempo per i fiorentini May I Refuse. Impegnativi, infatti, gli ostacoli
da loro affrontati in questi anni. Dopo un esordio (“Everything Stops Her Breathe”)
che li aveva segnalati come un nome da seguire nell’ambito della scena emo
tricolore, infatti, prima le promesse non mantenute di una casa discografica – segno
che anche in ambito indipendente, purtroppo, non mancano gli squali – e poi
l’abbandono di uno dei membri avevano portato la band sull’orlo dello scioglimento.
Una eventualità scongiurata prima dall’interesse della Black Candy e poi da un
quanto mai provvido rimpasto di organico. Queste, in sintesi, le traversie che hanno
portato a “Weather Reports”, una raccolta di canzoni in cui le asperità sono mitigate
(anche se, a dire il vero, qualche sobbalzo non manca) in favore di un pop
romantico e avvolgente, in cui le melodie languide disegnate dalla voce sono
sostenute dagli intrecci elettroacustici di chitarre e pianoforte, nell’ambito di
composizioni fluide nella forma come nelle sonorità. Fascinose, indubbiamente, ma
che faticano a lasciare il segno, mancando forse di un po’ di quella incisività
necessaria per lasciare una traccia duratura nella memoria anche una volta
terminato l’ascolto. Durante il quale, comunque, cullano e conquistano con discreta
facilità (www.mayirefuse.net).
Aurelio Pasini
Metal Carter
Cosa avete fatto a Metal Carter?
Vibra/Self
A Roma sono un fenomeno già da un po’ di tempo, ora la loro fama si sta
estendendo dappertutto. Peccato che spesso si estenda nel modo sbagliato. Si
equivoca, e si equivoca male: la si prende un po’ in caciara, si pensa che sia tutto
un teatro dell’orrore gaglioffo e artificioso fatt’apposta per strappare sorrisi e
concedersi crasse e innocue escursioni nel mondo del trash con tanto di sghignazzi,
dando di gomito. Nulla di più sbagliato. “Truce Klan non gioca / usa ogni sorta di
droga / non segue nessuna cazzo di moda”: questo incipit di “Ammazzami” mette le
cose in chiaro. Prendetele sul serio queste parole: vi aiuterebbero a capire davvero
cos’è questa posse romana di MC. Così come questo disco di Metal Carter
potrebbe essere un’ottima sintesi della traiettorie artistiche che percorre il Klan.
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Perché Carter, come MC, è tecnicamente scarso, il suo flow è trascinato e incerto,
ma in “Hardcore Pt.” 1 la dichiarazione programmatica è chiara, “Per me il rap serio
/ deve rimanere grezzo”; perché il senso di inquietante condizione borderline aleggia
in ogni singolo secondo di questo album, anche al di là di quel che possono dire
esattamente le parole; perché ci sono motti improvvisi e assurdi, farseschi solo in
apparenza, ma se senti come vengono rappati, con che foga e nitida convinzione,
ne capisci il senso vero. In tutto questo, c’è una viscerale onestà e sincerità di fondo
che non fa ridere per niente, no no. Anzi. Spaventa. Inquieta. Ma non siamo alla
spettacolarizzazione del disagio psicologico, alla Mondo Marcio, per intenderci.
“Nella mia mano” preoccupa davvero. E in "Chi odia Metal Carter", con grande
lucidità si dice “Io non sono un Tupac del cazzo / Io mi faccio i cazzi miei / Mi faccio
di birra sul mio terrazzo”. No spettacolarizzazione appunto, non si marcia sulle
proprie sfighe e sui propri fantasmi: li si subiscono. Insomma, il mondo di Metal
Carter è proprio una cosa altra: per nulla piacevole, per nulla divertente, per nulla
amabile. Proprio per questo, abbiamo un altissimo rispetto per questo CD, lo
troviamo a suo modo gran cosa, e ve lo consigliamo. Ma approcciatelo con lo spirito
giusto, sennò non serve a niente (www.truceklan.com).
Damir Ivic
Nohaybandatrio
Tsuzuku
Zone di Musica
Fenomenale. Non stiamo tanto a girarci attorno: questo “Tsuzuku”, è fenomenale.
Che bisognasse aspettarsi qualcosa di buono era in parte prevedibile: l’unione di
Fabio Recchia (già eminenza grigia della scena avant-core romana), Marcello Allulli
(sassofonista di vaglia in ambito jazz) ed Emanuele Tomasi (immerso anche
nell’avventura MiceCars) sulla carta prometteva. Ma poteva anche essere uno di
quei progetti basati soprattutto sull’improvvisazione, con supposta libertà stilistica
sbandierata e confusione effettiva sciorinata – insomma, una di quelle cose in cui si
diverte più chi suona che chi ascolta. Invece questo album è un piccolo miracolo di
equilibri e di cura: perché se l’improvvisazione c’è, e in alcuni momenti è anche
abbastanza radicale, se la voglia di stupire l’ascoltatore aggredendolo non manca,
come da tradizione jazzcore, se la cerebralità dell’approccio non è poca, e non lo è,
bisogna però al tempo stesso dire che al contrario di altri progetti simili qua c’è una
grande disciplina compositiva. È rispettato un equilibrio sensato tra parti
improvvisate e parti suonate, c’è una qualità altissima in ogni riferimento (se si cita il
jazz, lo si cita bene, se si cita il prog, lo si cita bene, se si cita il post rock, lo si cita
bene: e guardate che accade di rado, molti si fermano più al gesto in sé che alla
sostanza), ma comunque si è sempre alla ricerca di una scorrevolezza di fondo, che
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renda la musica digeribile anche per chi non si ascolta i Naked City a colazione. Gli
Zu sono veterani e caposcuola, gli Squartet sono degni allievi (anche se per ora
sono meglio dal vivo che su disco); ma Nohaybandatrio è ben sulla strada di andare
perfino oltre, grazie al senso per la scorrevolezza di cui prima. Le specificazioni nel
booklet, necessarie quanto scritte in modo un po’ pedante, su come il Trio sia in
qualche modo un finto sestetto, le lasciamo a voi. Ché davvero vorremmo
spendeste un po’ di euro per questo CD (www.myspace.com/nohaybandatrio).
Damir Ivic
OJM
Under The Thunder
Go Down/Audioglobe
Se oggi esiste un vero esempio di globalizzazione, questo è dato dal mondo del
rock’n’roll. Da qualche anno rimbalzano ovunque le collaborazioni più impensate,
cordoni ombelicali che allacciano gruppi e musicisti in ogni angolo del pianeta.
Prendete questi OJM: italiani fino al midollo, eppure suonano così acidi e cattivi,
come amavano le band storiche di Detroit, tanto da convincere Michael Davis,
bassista degli MC5 (che di quella scena erano gli alfieri principali), a produrre
questo nuovo loro capitolo discografico. La cosa poi è poi sfociata oltre, visto che
troviamo Davis nei cori di “Sixties”, uno dei pezzi simbolo dell’album. Non cercate
soluzioni di cesello, qui si suona rock polveroso, gli orpelli stanno a zero. Chitarre
che eruttano riff colloidali, una voce che pare vetriolo, ma ha una sua rabbiosa
melodia e poi ogni canzone trasuda quell’energia primordiale che sempre vorremmo
ascoltare quando si citano Blue Cheer, Stooges, MC5 (appunto!), Kyuss e Grand
Funk Railroad (i primi, aggiungo io) come riferimenti principali. Negli OJM non ci
sono segreti, tanta energia, ma anche brani con buone idee: una “Dirty
Nights”dall’impatto deflagrante, “I’m Not An American” (come dire, dell’America amo
il rock e solo quello) e “Lonelynes”, cavalcata hard psichedelica di quasi otto minuti,
che cita persino i Led Zeppelin. Attivi dal 2000 e forti di una provata esperienza live,
gli OJM firmano con “Under The Thunder” il loro lavoro più maturo e appaiono pronti
al meritato salto di qualità. Una curiosità: il booklet presenta otto diverse copertine,
tutte con la stessa matrice tempestosa; dipende come piegate le pagine. Anche
questo è rock’n’roll (www.ojm.it)!
Gianni Della Cioppa
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Olocombustioni Paniche
We Have Blood Inside
Shyrec
New wave e dintorni per Olocombustioni Paniche, quello dei padri fondatori ma
anche quello dei figliocci più o meno legittimi come gli Interpol.
Poco altro da aggiungere sul contesto di appartenenza della band di stanza a
Padova, formazione che licenzia un esordio discografico diretto e immediato forse
non particolarmente originale – i confini di genere vengono rispettati – tuttavia forte
di dieci variazioni sul tema piuttosto interessanti. A riprova “Clean Face”, cavalcata
epico-depressa chitarra e voce alla Bowie; “Escape”, pregevole trattato post- punk
sulle dissonanze fuori scala; gli automatismi in bilico e il basso martellante di “Better
Than Me” o gli stacchi a singhiozzo vagamente jazzati di “Illusion Of Time”. Nei
quarantacinque minuti del disco c'è spazio anche per aperture stilistiche di più
ampio respiro come il rock robusto di “My pennello” o l'intermezzo riappacificatore di
“Scraps”, nell'ottica di un suono che sceglie coscientemente di allontanarsi dalle
strutture troppo ossessive per cedere– generalmente - al fascino della melodia. Vis
declamatoria e buona maturità compositiva completano il quadro (
www.olocombustioni.com).
Fabrizio Zampighi
Ossi Duri
L’ultimo dei miei cani
Electromantic/Venus
Pur in ritardo, non potevamo non parlare degli Ossi Duri: troppo bravi, simpatici,
soprattutto clownescamente zappiani perché formatisi in anni di praticantato nel
laboratorio di zio Frank, a suon di canzoni rivisitate e relativi dischi e partecipazioni
varie. E finalmente arriva un disco di brani di propria composizione, divertente sin
dal gioco di parole del titolo, che del geniaccio di Baltimora raccoglie, tra tanto di
proprio, l’irriverente gusto per il divertissement, per il cambio di scena ludico e
repentino di parole e musica che diventano un tutt’uno, per la citazione e la parodia,
per gli equilibrismi tra generi musicali sorretti da straordinaria e pirotecnica
padronanza strumentistica.
Per questo ci soffermeremmo meno sui testi, che a volte vorremmo più caustici, a
favore di una rigogliosa sovrapposizione di riff heavy, digressioni jazz, siparietti easy
listening, certamente vicini all’amico Elio e alle sue Storie Tese, con cui gli Ossi Duri
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hanno collaborato in passato e dalle cui fila arriva Rocco Tanica col suo piano salsa
quale ospite nell’ottimo “Siga secca”. Un magistrale frullatore coadiuvato da vari
ospiti, ironico e burlesco, tra irridenti coretti femminili e fiati spianati, sempre sorretto
da brillante destrezza ed esuberanza tecnico-compositiva. “Solo e giovane” è,
emblematicamente, una delle svariate scoppiettanti canzoni caricaturali, ritratto di
un adolescente con le sue tipiche insicurezze, supportata anche da un bel video
visualizzabile nel sito www.ossiduri.com. Un modo per conoscerli più da vicino: ossi
duri ma non troppo, commestibili, giocherelloni, travolgenti come pochi (
www.electromantic.com).
Loris Furlan
Perizona Exp.
Ora è sempre
Lizard/Audioglobe
Collaborazione allargata tra la Lizard, la Black Desert e la Skunk Records, senza
dimenticare il contributo della Pick Up e la distribuzione Audioglobe, per questo
album dei pescaresi Perizona Exp.. Il tutto confezionato in un’elegante copertina
cartonata, con libretto allegato con testi e una foto che è quasi un miracolo di
bellezza agreste. Come dire, la musica è importante, ma perché sprecare
un’occasione trascurando la parte grafica? Si accende poi lo stereo e si capisce che
il recente chiacchierio – positivo – intorno a questa band è giustificato. Anzi, è
meritato. Infatti sin dall’apertura di “Ora è sempre” (che segue gli intrecci sonori
dell’intro “A te”), l’impressione è che i Perizona Exp. abbiano i mezzi per stupire, con
un suono che subito pare elitario, ma che poi si trasforma, canzone dopo canzone,
in un circolo di note e confusioni a tratti familiari, in un girovagare tra elettronica,
rumori e forse avanguardia. Ma in realtà non è così, è che i tre (quattro? Cinque?)
musicisti hanno il dono di semplificare il difficile, e così accade il miracolo che la
psichedelia sembri roba per tutti, che il post-rock assuma le sembianze di un pop
addomesticato e che il rock – diciamo prog, diciamo indie – si trasformi in qualcosa
che pare anche logico. Al primo ascolto (e anche al secondo!) non tutto è così
semplice; poi, quasi all’improvviso, tutto appare chiaro e i Perizona Exp. diventano
semplicemente una band da amare, da ascoltare a più riprese, da scoprire e
riscoprire nel loro finto ermetismo che, nota più nota meno, ha il dono di apparire se
non facile, certamente godibile anche a chi non è solito avventurarsi in territori
lontani dal classico e – vogliamo dirlo? – rigido schema della canzone rock, tutta
strofe e ritornelli. Una grande band, speriamo se ne accorgano in tanti (
www.perizona.net).
Gianni Della Cioppa
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Numero Febbraio '07
Plasma Expander
Plasma Expander
Wallace – Here I Stay/Audioglobe
Da Captain Beefheart agli US Maple, passando per Can e Amon Düül:
sono soltanto alcuni dei riferimenti stilistici dichiarati dai Plasma Expander sulle
pagine del loro MySpace. Nomi che lasciano trasparire forti ambizioni,
fortunatamente giustificate da un talento non comune.
Mettendo a frutto l’esperienza maturata in precedenza con altre formazioni
underground (tra cui Bron Y Aur e Cue Lie) il power trio guidato da Fabio Cernia
esordisce con un CD omonimo, integralmente strumentale, prodotto dalla Wallace in
sinergia con la giovane etichetta Here I Stay. La chiave di lettura è quella di certo
hard-core evoluto che già negli anni 90 trovava validi interpreti in gruppi del giro post
rock quali Don Caballero e Storm & Stress.
Che si rivelino con furiose cavalcate elettriche, in stacchi improvvisi, derive
psichedeliche o impervi percorsi ritmici, le strategie sonore del terzetto tradiscono
comunque una dirompente visceralità. Dunque un album energico e di forte impatto,
che tuttavia riserva anche episodi più quieti, introversi e riflessivi, quasi ad
assecondare l’indole oscura del suo produttore: quello stesso Simon Balestrazzi già
mente dei T.A.C., che dopo essersi trasferito a Cagliari (dalla Padania natia) ha
contribuito alla crescita della scena locale, diventando un punto di riferimento negli
ambienti musicali isolani (www.myspace.com/plasmaexpander).
Fabio Massimo Arati
Sannidei
Frammenti di realtà
Jjona
Sei anni di attività intensi per i Sannidei, che raggiungono con questo “Frammenti di
realtà” il quarto album: un traguardo che non molti possono permettersi in Italia,
anche tra i cunicoli dell’underground. Ma è un traguardo meritato, perché i Sannidei
hanno scelto una strada non facile, vincendo la sfida. Infatti a convincere in questo
quartetto dell’area piemontese è l’abilità di scrittura, grazie a un hard rock blues
incastonato sulla lingua italiana, esempio raro e illuminato confortato da risultati
convincenti. Eppure, a ben vedere, pare davvero di ascoltare le successioni di
accordi di Free, Cream e Spooky Tooth, gente che l’hard rock venato di blues l’ha
codificato e trasmesso ai posteri, ma con questa brillante anomalia: i testi in italiano
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appunto, probabilmente nemmeno troppo lontani dai temi, classici, degli originali,
dove l’amore e tutte le sue sventure (“Non sarà per sempre”), amicizia e le sue
baldorie e quasi mai argomenti “importanti” trovino la perfetta collocazione. La voce
di Diego Tuscano, liscia e solida, si adagia sui riff di Giancarlo Ventrice con abilità,
mentre la sezione ritmica di Giuliano Danieli e Stefano Trieste carbura passaggi e
rende il tutto omogeneo. Capita poi che ne “Il bosco”, “Colore diverso”, la ballata
“Sannidei” ci sia spazio per fraseggi di puro blues, con la chitarra che suona assolo
estirpati dagli standard del genere. “Dammi il tempo di amarti” è munita di un riff
magnificamente funk, che pare roba di Sly & The Family Stone, e non da meno
l’andatura pigra di “Scenica”, mentre “Senza di me” è un convincente hard rock, fino
alla chiusura ruvida di “3D”. Dal vivo danno il meglio, testimone pure Robert Plant
con complimenti annessi, ma anche in studio i Sannidei ci sanno fare. Come
sempre, ed è un peccato, troppo povera (e pure confusa) la veste grafica del CD (
www.sannidei.it).
Gianni Della Cioppa
The Icelighters
Sublimazione
Red Ice/Goodfellas
Dopo una carriera decennale di piccoli traguardi e piccoli passi, incontri
provvidenziali (David Lenci, che ha registrato l’autoprodotto “Red House EP”; il
produttore Peppe De Angelis, responsabile del primo demo nel 2001 e ora di questo
disco), i sorrentini Icelighters debuttano finalmente sulla lunga distanza con questo
“Sublimazione”. Una raccolta di canzoni all’insegna di un rock screziato di
distorsione, indie nell’indole quanto legato ad una vena particolarmente melodica
che attraversa anche i momenti più rumorosamente densi (una “Coniglio” che riesce
a coniugare tale vena melodica con un impianto quasi stoner, tra chitarre liquide e
magmatiche), trovando poi una collocazione più naturale e prevedibile (“Brivido di
gioia”) quando si concede scorribande più leggere tra arpeggi e atmosfere più
scanzonate. Non difettano le buone intenzioni e pure qualche intuizione notevole
(bella ad esempio la rivisitazione molto italica e battistiana della “gioventù sonica”
che prende vita in “Sogno senza regole”), anche se manca un po’ la scintilla in
grado di far deflagrare questo materiale – buono di per sé – in forme più originali e
dirompenti. “Sublimazione” resta in ogni caso un buon esempio di rock italiano
cantato in italiano. Se volessimo essere un po’ severi diremmo che c’è ancora da
lavorare, ma del resto qualsiasi formula è perfettibile. E in questo caso, a costo di
sembrare banali, ci teniamo a specificare che la stoffa c’è tutta (www.icelighters.com
).
Alessandro Besselva Averame
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The LoveCrave
The Angel And The Rain
Repo/Audioglobe
A dirigere i The LoveCrave ritroviamo, va detto con piacere, la cantante Francesca
Chiara, gradevole meteora apparsa sul palco dell’Ariston di Sanremo 1999 più per
assurde logiche contrattuali che per piacere personale. Infatti all’epoca Francesca
cantava nei The Flu, sorta di punk-rock band, ma le porte del festival
nazionalpopolare si sarebbero aperte solo se compariva come solista, condizione
che a malincuore venne accettata. Il frutto di quell’esperienza è riportato nel CD “Il
parco dei sogni”, undici brani di (pop) rock italiano impreziositi da una vocalità
convincente. Oggi roba per collezionisti. Segue un periodo di silenzio, dovuto agli
scontati balzelli contrattuali, con conseguente crisi e tutto il resto. Anni di lavoro
oscuro, con un passaggio anche letterario (una raccolta di racconti a sfondo rock),
fino alla nascita dei The LoveCrave, che grazie ai servigi di MySpace trovano una
collocazione quasi immediata presso la label tedesca Repo Records. Ne viene fuori
questo esordio a base di gothic metal, ottimo nella forma ma facilmente collocabile
stilisticamente, privo insomma di quel tocco di imprevedibilità che quasi sempre
vorremmo ascoltare. Ciò non toglie che “The Angel And The Rain” sia un ottimo
compendio di melodie cupe e avvolgenti, trascinate da una vocalità senz’altro
godibile e sicura. Refrain ammalianti, introdotti e sostenuti da riff scroscianti, con
tastiere sempre in evidenza. I temi lirici sono quelli classici del gothic rock: città
oscure, vite emotivamente straziate, adolescenze interrotte e corrotte, amori fragili
che si consumano nella mancanza di comunicazione. Gothic metal, tracce di dark e
new wave, pezzi di HIM e magari Evanescence, il tutto valorizzato dall’ottima
produzione del chitarrista Tank Palamara, collaboratore storico della cantante.
Niente da dire: tutto funziona bene tra questi dieci pezzi; per esempio “Runaway”
sarebbe un singolo perfetto per MTV. Magari però un pizzico di originalità in più non
avrebbe guastato (www.lovecrave.com).
Gianni Della Cioppa
The Mojomatics
Songs For Faraway Lovers
I dischi della valigetta/Goodfellas
Se i Mojomatics fossero tedeschi (come tedesca è l’etichetta che ha pubblicato il
loro esordio, facendoli conoscere in Europa), o norvegesi, anziché veneti…
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D’accordo, questa l’avete già sentita, possiamo saltarla a piè pari, concentrandoci
sulla sostanza del loro secondo lavoro, uno disco magnificamente antimoderno e
arrogantemente – una strafottenza genuina e ruspante – svincolato da quanto (non)
accade in questo 2007. Del resto la geografia, in queste canzoni, conta assai poco,
così come concetti quali modernità, innovazione, sperimentazione. Dimenticateli,
ché la formazione si tuffa senza remore, con irruenza e magnifica precisione, e un
“physique du rôle” che riesce naturale, senza calcolo, in una tradizione che
non chiede null’altro che completa dedizione a se stessa, una tradizione di cui
hanno fatto parte gente come Dylan, The Band, i gruppi portati alla luce dai vari
“Nuggets”, certi moderni (in quanto attivi qui e ora) “hobos” dell’alt-country. Quasi
nessun brano sopra i due minuti, un tiratissimo concentrato di chitarre sporche,
bluegrass, palpitanti evocazioni garage (magnifica “Right Or Wrong”, piacerebbe da
morire a Roky Erikson, con quell’armonica impazzita sul finale, e pure i Radio
Birdman la suonerebbero volentieri) e un suono che sembra davvero di essere ad
Austin, Texas, nel 1966, quando sta per esplodere la psichedelia. Non possiamo
che complimentarci con i Dischi della Valigetta per la scelta del primo disco in
catalogo, perché hanno azzeccato il jolly. È solo rock’n’roll, certo, ma con i
controcoglioni (www.mojomatics.com).
Alessandro Besselva Averame
The Slapsticks
Rollin’ The Dice
Nicotine
Sano, vecchio (in senso solo metaforico, ché dai calci che tira e dalle urla che
emette pare di più un neonato) rock’n’roll, senza limiti di età né frontiere
spaziotemporali. Ed è proprio in virtù del r’n’r che questi cinque ragazzi bolognesi
suonano – e lo fanno in maniera credibile – come se venissero dagli States della
seconda metà degli anni 70, un terzo di glam alla New York Dolls e due terzi di punk
alla Dead Boys. Una miscela di ingredienti che i Nostri sanno amalgamare con
risultati esplosivi, giocando con stilemi e cliché (anche visivi) senza però che questi
prendano il sopravvento sulla musica. Che, a scanso di equivoci, è ad alta
gradazione di decibel e ritmo, veloce e potente senza però eccedere in
sguaiataggine e con melodie tirate a lucido da esibire in bella mostra al fianco delle
chitarre e degli occasionali inserti di pianoforte. Complice anche la produzione di
Mars dei concittadini Valentines, gli Slapsticks hanno quindi dato vita a un disco che
omaggia con irriverente freschezza i maestri del genere (a partire dalla ghost-track:
una rilettura vitaminizzata di “I Wanna Be Your Boyfriend” dei Ramones) e diverte
non poco nel suo approccio stradaiolo e “sleazy”. Il che ci pare corrisponda in pieno
agli obiettivi che i cinque ragionevolmente si erano preposti: insomma, prendendo a
prestito il titolo del CD, un tiro di dadi decisamente fortunato (
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www.theslapsticks.com).
Aurelio Pasini
Uncode Duello
Ex æquo
Wallace/Audioglobe
Se la musica contemporanea è frutto della semplificazione, della riduzione ai minimi
termini di pompose strutture e melodie tramandate per secoli, non è detto che sia
anche immediata e fruibile soltanto in virtù di una linearità sintattica e di una
scarnificazione del suono. Anzi spesso scade nel concettuale, nel puro
intellettualismo, divenendo appannaggio esclusivo di uditori accademici o di fanatici
dell’elitarismo underground. Negli ultimi tempi Xabier Iriondo – con i suoi
innumerevoli progetti dai nomi astrusi – ha spesso rischiato di oltrepassare i limiti
della piacevole fruibilità. Già il primo omonimo album degli Uncode Duello, che
ormai risale a due anni fa, palesava tendenze affatto dottrinali. In realtà tanto Xabier
quanto Paolo Cantù – che al pari disputa questo “duello senza codici” – la sanno
lunga anche in fatto di spontaneità ed immediatezza, vantando entrambi invidiabili
trascorsi rockettari. Infatti, proprio quando emerge l’anima più schietta e genuina dei
due, il discorso diventa più interessante. Perché la lotta tra sperimentazione e
standard elettrico, tra improvvisazione e impulsività hard core, tra minimalismo
strutturale e romantico sentimentalismo non deve mai decretare né vinti né vincitori.
“Ex æquo” dunque, nel nome di una tenace e stoica ricerca dell’equilibrio
perfetto, alla cui buona riuscita contribuiscono altri amici e compagni di palco quali
Roberto Bertacchini (Sinistri), Claudia De Simone (Agatha) e Federico Ciappini (Six
Minute War Madness) (www.wallacerecords.com).
Fabio Massimo Arati
Vintage Violence
Cinema
autoprodotto/Goodfellas
Già parte del collettivo di gruppi milanesi che ha dato vita alla compilation “Cadaveri
a passeggio”, recensita qualche tempo fa su queste pagine virtuali, i Vintage
Violence danno seguito all’esordio pubblicato lo scorso anno con questo conciso
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saggio di appena sei brani spalmati su 19 minuti. La dimensione ideale per la
musica che propone il quintetto, dichiaratamente ispirata a sonorità garage e
caratterizzata allo stesso tempo da un approccio alla melodia volutamente
elementare ma piuttosto coinvolgente. I testi sono a tratti in po’ ingenui, forse, ma si
sposano benissimo all’irruenza del suono, che pur recuperando stilemi
collaudatissimi risulta essere piuttosto fresco e convincente. Sono parole semplici
ma livide di rabbia e determinazione, una rabbia che è riprodotta efficacemente dal
riff affilato, à la Clash, de “Le cose cambiano”, da quello altrettanto incisivo ma più
metallico e quasi hard che introduce “Quanto fa male pugnalarsi in gola” (una
riflessione sull’incomunicabilità metropolitana in una Milano che è, come da
manuale, inospitale, senza però trasformarsi in luogo comune) e infine da quello più
elaborato, di matrice hardcore/post punk, particolarmente efficace, che regge “Il
malgoverno”. Alla più atmosferica e lirica title-track, in chiusura, il compito di
estrapolare dal cuore del gruppo il lato più cupo e meditativo, senza però
dimenticare tracce di elettricità sottopelle. Tirando le somme, “Cinema” ha dalla sua
freschezza, concisione ed energia. Non è affatto poco, di questi tempi (
www.vintageviolence.it).
Alessandro Besselva Averame
You Should Play In A Band
You Should Play In A Band
Black Candy/Audioglobe
Nuove band emiliane crescono. Anche se i percorsi sono diversi dai soliti. Fratelli
minori della Juniper Band (alla formazione originale si sono aggiunti Maria Giulia
Degli Amori e Lele Montanarella), riferimenti da cercare direttamente dall’altra parte
dell’Oceano, gli You Should Play In A Band esordiscono con un album omonimo
pubblicato dalla fiorentina Black Candy, che negli ultimi anni difficilmente ha
sbagliato un colpo, e prodotto da Bruno Germano dei Settlefish.
Chitarre acustiche, doppia voce, strumenti tradizionali, pianoforte e fiati: per gli
appassionati, troppa grazia. Owen, Ida, Neutral Milk Hotel, Mojave 3, il Neil Young
più agreste: l’immaginario di cui si sono nutriti i ragazzi è riconoscibile e
coinvolgente, fatto di toni rarefatti e cavalcate quasi western, di rimandi
cinematografici e divagazioni slacker eppure, in qualche modo, assolutamente
personale, almeno per i territori italiani. Songwriting di classe (ma alcuni pezzi sono
recuperati dall’archivio della Juniper Band, e completano la scaletta un paio di
cover), suggestioni vintage, gusto per le melodie: difficile chiedere di più ad
un’opera prima in grado di mescolare le delicatezze di “Every Hour Wounds, Last
One Kills” con la ruggine della younghiana “When You Dance You Can Really
Love”, le atmosfere di frontiera di una “Gemini” che sembra rubata ai Calexico con
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lo slowcore di “Tweedle”. Undici brani, non uno da scartare: undici solitudini che
intrigano e accarezzano (www.youshouldplayinaband.com).
Giuseppe Bottero
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Alessandro Raina
“Nema fictzione” (City Living/Audioglobe) non è soltanto un disco, né solo un libro,
ma entrambe le cose e anche di più: è una ricognizione sentita e colta al tempo
stesso sul Novecento italiano, visto attraverso alcuni dei suoi personaggi principali e
raccontato per mezzo della parola sia scritta che cantata. Un progetto che ha come
protagonista un trio formato dal cantante Alessandro Raina, il multistrumentista
Pierluigi Petris e Giacomo Spazio (grafico, artista e discografico). È lo stesso Raina
a raccontarcene la genesi.
Quali sono state, per sommi capi, le tappe che hanno portato alla
realizzazione di “Nema fictzione”? Che metodo di lavoro avete seguito, e
come definiresti il ruolo di ognuno, anche in funzione di quello degli altri?
L’idea venne a Giacomo molti anni fa. Io stavo pensando a un seguito per il mio
primo disco, “Colonia Paradi’es”, e lui elaborò gli spunti di entrambi pensando a
un’opera corale sul ‘900 italiano, ma in basso profilo, non un tributo né un lavoro di
pura fantasia. Da subito Giacomo insistette perché me ne fregassi dei “formati” e
continuassi ad affiancare canzoni e scritti. La parte letteraria è nata così, attraverso
anni di correzioni, abbandoni, aggiunte e inversioni di rotta. Giacomo ha ideato
l’artwork in perfetta autonomia, come è giusto, ed è più che probabile che abbia
sviluppato un concetto salvo poi riconcepirlo da capo più volte. Immagino che i testi
siano custoditi nel suo archivio segreto a cui nessuno ha accesso… Pierluigi mi ha
aiutato da subito a dare una forma compiuta a canzoni e temi che ho composto nel
corso degli anni. Proviene da un versante musicale molto più colto e “importante”, e
ha accettato con grandissima umiltà e innocenza di dedicare il suo tempo alla
manciata di canzoni che strimpellavo nel suo studiolo. In tutto io, Giacomo e
Pierluigi siamo stati nella stessa stanza per una o due volte. Ma è impossibile
immaginare il lavoro come appare oggi senza la mano di ognuno di loro.
Che criteri avete seguito nella scelta dei personaggi da trattare? C’è stata
qualche esclusione, diciamo così, eccellente?
Nessun criterio ragionato. Ci siamo seduti a un tavolo e abbiamo compilato una
lista. Come a un’asta fallimentare abbiamo avanzato le nostre offerte con molta
spontaneità, passando in rassegna il Novecento di entrambi. Dalla lista iniziale
abbiamo eliminato molti nomi, a volte non senza scontri d’opinione. Ritengo ogni
esclusione eccellente. Quella operata con maggior dispiacere, almeno da parte mia,
riguarda Edoardo Agnelli, il cui ritratto inedito resta il più bello e compiuto.
Come vi siete mossi al momento di abbinare i personaggi alla musica? O, per
meglio dire, quale strada avete seguito per “trasformarli” in canzoni? Vi siete
basati maggiormente su elementi biografici oggettivi o su ricordi e sensazioni
personali?
Le canzoni sono dediche musicali ad alcuni personaggi che mi è parso consono
cantare più che modellare nei versi. Un’opera di non fiction si basa su tutti gli
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elementi che hai elencato, ma in modo molto organico. La cosiddetta non-fiction
identifica un tentativo di scrittura immaginativa, che ricorre ad elementi biografici a
cui si applica una “perturbazione” (in narratologia si usa proprio questo termine). Si
tratta dunque di far vivere o rivivere momenti, di sfasare i piani di realtà partendo
dalla realtà stessa, che arrivando a noi sottoforma di brani, biografie, opere e
documentari è già di per sé adulterata, mitizzata e più volte riscritta.
C’è stata qualche canzone (o qualche abbinamento canzone-persona) che si è
rivelata particolarmente difficile da mettere in pratica? A bruciapelo, a quale ti
senti più legato e perché?
La grande disinvoltura con cui Pierluigi (che normalmente passa dal jazz a Bach ai
musical caleidoscopici di Gennaro Cosmo Parlato) ha maneggiato una forma così
“povera” di musica pop ha reso la scrittura molto più semplice. È stato
assolutamente naturale spiegargli cosa fosse un mood “electro-pop”, molto più facile
di quanto non fosse per me cogliere le sue intuizioni, totalmente slegate dalle
definizioni di genere e per queste molto più puramente musicali.
Che aspettative riponi in un progetto del genere, se vogliamo ambizioso, la
cui valenza artistica e culturale va ben oltre il mero discorso musicale?
Dal punto di vista letterario l’unica aspettativa era quella di mettere insieme un’opera
coerente, centrifuga per natura, che traducesse le differenze (di età, di sensibilità, di
trascorsi) dei suoi ideatori conservando intatta la passione e il trasporto verso un
secolo irripetibile, quello appena concluso. Se questo lavoro sarà apprezzato al di
fuori del parco chiuso della stampa musicale, dei blog e del pubblico di fronte al
quale io sono nato e cresciuto purtroppo dipende da fattori che né tu né io possiamo
determinare. Credo che un lavoro simile possa legittimamente ambire a uno spazio
sul notevolissimo supplemento culturale del "Sole 24 Ore" così come passare
totalmente inosservato. Ne ho viste di tutti i colori e sono pronto al peggio, in senso
buono e meno buono… Ma sarebbe già qualcosa se, e parlo soprattutto della mia
generazione, un’opera come la mia risvegliasse la curiosità di chi, per sua colpa,
ignora ad esempio che la cultura gay in Italia non è fatta solo di Vladimir Luxuria,
Grillini e Platinette, ma anche di personaggi come Mario Mieli. O di chi si
scandalizza per le violazioni dei diritti a Guantanamo avendone letto sul sito di
"Repubblica" e non ha mai fatto un passo indietro sulla storia della condotta bellica
americana, per scoprire che i campi di concentramento ce li avevano anche i nostri
alleati, in Texas, e lì ci finivano in tanti, giovani repubblichini di Salò o chi
semplicemente si trovava dalla parte sbagliata al momento sbagliato. Parlo di un
personaggio come Giuseppe Niccolai, una figura capitale per comprendere i
drammatici risvolti dell’ideologia in un’Italia di guelfi e ghibellini.
Con che occhi vedi, voltandoti indietro, l’esperienza coi Giardini di Mirò? Cosa
ti ha lasciato, artisticamente e umanamente?
La mia esperienza con i Giardini nasce il giorno che contattai Jukka (Reverberi,
chitarrista dei Giardini di Mirò, NdI), folgorato dall’“Iceberg EP” che resta per me il
loro capolavoro (e “Pearl Harbour” la sua quintessenza). Mi concesse un’intervista
per una fanzine – “Cemento e vetro”- di cui stampai tre copie. Nel corso del tempo
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divenni il loro fan più affezionato, vendetti i dischi ad un loro concerto e fui chiamato
da Corrado (Nuccini, l’altro chitarrista della band, NdI) a cantare su un progetto
country-pop (i Tiger Wood) mai pubblicato. Poi ci furono litigate, provocazioni e
riavvicinamenti. Infine la fatidica telefonata e il balzo sul bellissimo galeone di
“Punk… Not Diet!”. Un balzo fatto di passione, incoscienza, di predestinazione e
casualità al contempo. Un’esperienza che mi ha abbellito e travolto la vita, che ad
oggi considero un magnifico dono e un privilegio. Forse non del tutto recepita
dall’esterno e certamente non sempre rasserenante, ma che trip ragazzi passare
dalla propria scrivania di provincia a rubare i succhi di frutta nel camerino di Beck…
Sì, proprio quel Beck!
Infine, puoi parlarci brevemente di un altro progetto che ti vede coinvolto, gli
Amor Fu?
L’Amor Fu è un gioiellino che riposa nel suo scrigno in attesa di essere notato o
indossato per una serata importante e, da quel momento in poi, introdotto nell’alta
società. Non posso e non voglio anticipare nulla, siamo in piena gestazione, ma è
un progetto che cresce bene e a cui auguro una vita bella e tumultuosa.
Contatti: www.myspace.com/alessandroraina
Aurelio Pasini
Franziska
Il disco che non t’aspetti. Il cambiare pelle per non rinunciare a se stessi. Dal punto
di vista dell’approccio si potrebbe definire così “FRNZK” (Venus), non a caso
sottotitolato “The New Sound Of Franziska”. Un lavoro che vede importanti
cambiamenti, prima a livello di formazione e poi, di conseguenza, di suono: le
ritmiche giamaicane ci sono sempre, ma ora come ora è preponderante l’aspetto
Dancehall, con un risultato tanto diverso dalle opere precedenti quanto riuscito. Ne
abbiamo parlato, volentieri, con Francesco “Ciccio” Bolognesi e Riccardo Libertini: a
loro la parola.
Partiamo con ordine: riuscite a sintetizzare il processo, che immagino lungo,
che ha portato a definire FRNZSK?
Semplicemente sono stati gli ultimi tre anni di vita musicale comune che hanno
determinato la nascita delle nuove canzoni e di questo suono che, pur mantenendo
una forte identità nella musica in levare, ha pretese di allargare la propria diffusione
anche in ambiti più omogenei e trasversali. Il nostro gusto comune è virato verso
un’identità più internazionale, ed essendo noi una realtà musicale che da sempre
suona la musica che gli piace fare, abbiamo seguito i nostri istinti nello spingerci
sempre più avanti, arrivando ad osare su atmosfere, anche elettroniche, che fino a
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qualche anno fa erano lontane dalla nostra identità. Ora tutto questo fa parte di noi,
sia sul disco che dal vivo, e costituisce un’importante ossatura nell’album
“FRNZSK”.
Cos’è stato, se c’è qualcosa di preciso, che ha scatenato tutto questo?
Direi che c’è stata l’evoluzione di una scena internazionale, tra cui citerei i Seeed,
Gentleman e gli stessi Sud Sound System, che ci ha fatto capire che potevamo
creare anche noi in Italia un prodotto con certe sonorità con credibilità. Devo
ammettere che la spinta ad affrontare certi suoni e certe atmosfere è arrivata
quando Roddy Labonté è entrato a far parte della crew, e cioè ormai più di due anni
fa. Non ci eravamo mai spinti in territori così dancehall, ma con lui ci siamo arrivati
in modo naturale. La condivisione con la band della sua cultura musicale, fatta di
riddim oltre che di dancehall, si è naturalmente inserita anche sotto la nostra pelle,
iniziando a farci suonare, nella testa e negli strumenti, queste nuove idee.
Mi hai preceduto: ottimo l’inserimento di un nuovo cantante; vi apre infinite
possibilità…
L’arrivo di Roddy è stato in realtà un’aggiunta ad un organico che era già mutato.
Dopo l’uscita del nostro precedente disco (“Hot Shot”, V2, NdI) abbiamo iniziato
subito a comporre nuovi brani. Li abbiamo cambiato cantante, e Piero Comite
diventa il nuovo frontman dei Franziska sostituendo Paolo. Nasce quindi l’esigenza
di creare nuovi spunti sonori in cui meglio riconoscersi, e nel comporre le nuove
song ci si avvicina più al reggae, seguendo quella che è la spontanea attitudine del
gusto generale dei membri del collettivo Franziska. Stavamo sperimentando.
Cambiavano i modi in cui nascevano le nostre canzoni, cercavamo di contaminarci.
A questo punto l’incontro quasi casuale con Roddy. Eravamo in studio, suonava una
nostra base - sulle note di “Feel Free” dei Cream - e Roddy si è messo le cuffie al di
là del vetro: c’è stato un innamoramento reciproco immediato. Da lì la scrittura dei
nuovi pezzi ha potuto contare sul dualismo tra la più melodica voce di Piero e quella
ritmica di Roddy.
I vostri testi sono sempre in bilico tra privato e pubblico, o sbaglio? Quando
scrivevate "the world is turning" pensavate più a voi stessi o al mondo intero?
Abbiamo bisogno di raccontare le nostre sensazioni nei confronti del mondo. E
l’analisi delle cose passa sempre attraverso sé stessi. Per cui mi sembra naturale
che nel guardare al mondo lo si faccia con i propri occhi, e che si racconti un po’
dell’uno ed un po’ dell’altro. Abbiamo sentito l’esigenza in questo album, anche e
soprattutto per le cose che stanno succedendo al pianeta terra dal punto di visto
sociale, politico e ambientale, di creare canzoni dai contenuti forti, dal pubblico al
privato, alternate a momenti di “svago temporaneo”. Parliamo del mondo che
cambia, di bambini, di amicizia, di rispetto e di verità. Si prega e si balla, perché la
testa ha anche bisogno di distrarsi e divertirsi. E la godibilità del disco è data anche
dagli episodi più danzerecci e ricreativi che abbiamo voluto inserire.
Devo dire che anche la registrazione è molto dancehall…
“FRNZSK” è stato un vero “work in progress”, e lo abbiamo voluto produrre in toto. Il
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poter lavorare in un proprio studio ci ha permesso di dedicarci senza limiti di tempo
alla composizione e all’arrangiamento delle nuove canzoni. Da qui la scelta, dettata
dall’evoluzione di ogni singola traccia, di alternare pezzi suonati a basi più
elettroniche, di sperimentare con le voci, di imparare e giocare con suoni ed effetti e
di poterci servire di collaborazioni artistiche di amici musicisti. Le quindici tracce
presenti su questo album sono la parte finalizzata del lavoro fatto in questi due anni.
Siete in giro ormai da tanti anni: come valutate lo stato di salute della musica
in levare in Italia?
Direi che i gruppi più noti che da tanti anni calcano i palchi italiani sono in ottima
salute. La musica reggae sta acquisendo sempre più ascoltatori, sta entrando nella
cultura musicale italiana. Sintomatico anche il fermento tra i giovani: tante nuove
realtà si stanno avvicinando ad un suono che sta conoscendo un buon momento di
diffusione nella penisola. Noto però la scarsa possibilità di uscire allo scoperto per
tanti gruppi, di avere spazi per suonare nei locali se non si ha già un nome. Vedo un
rifiorire di band e di idee che spero avranno la possibilità di esprimersi e farsi vedere
come abbiamo avuto anche noi nel corso degli anni.
Contatti: www.franziska.it
Giorgio Sala
Grimoon
Alberto Stevanato – voce e chitarra – e Solenn Le Marchand - voce, analog synths,
organizzatrice delle immagini – ben rappresentano, nell'intervista che segue, l'anima
dei Grimoon: un' entità creativa perennemente in fibrillazione capace di musicare la
fantasia applicata alla quotidianità. Un approccio ben sintetizzato dall’album “La
lanterne magique” (Macaco/Audioglobe).
I Grimoon rappresentano un punto di incontro musicale ma anche umano tra
Francia e Italia, oltre che un ambiente accogliente per musicisti dalla
provenienza più disparata. Da dove nasce l'esigenza di formare una band di
questo genere?
Alberto: Più che dall’esigenza, i Grimoon nascono dal caso, dalla fortuna di essersi
incontrati, dalla voglia di collaborare assieme e di condividere le proprie esperienze
musicali e artistiche.
Se doveste identificare le linee guida del marchio Grimoon...
A: Musica immagini e fantasia…
L'esordio discografico del gruppo si configura come un progetto piuttosto
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ambizioso: da una parte un disco a metà strada tra chanson francese, folk,
atmosfere crepuscolari e psichedelia; dall'altra un DVD che pur
rappresentando l'ideale contraltare della musica – alcune scene del film
diventano veri e propri videoclip –, è anche un entità a sé stante con una
storia indipendente. Quale delle due facce della stessa medaglia è stata di
ispirazione per l'altra?
Solenn: In realtà sia le nostre canzoni che i nostri video sono complici e nascono
dalla necessità di dare “libero sfogo” alla nostra fantasia. Mi spiego con un
esempio: la canzone “Moka” è nata perché avevo in mente un’idea di
cortometraggio che avrebbe avuto come protagonista una moca del caffè che si
beveva da sola. Poi alla fine abbiamo elaborato la storia (del video) e quindi
abbiamo scritto il testo della canzone. In questo caso è l’immagine/video ad ispirare
la creazione musicale. Ma non di rado succede il contrario: dalla musica nasce un
testo e dal testo un video. D’altra parte sia per scrivere i testi che per ideare i video,
ci lasciamo influenzare molto da quello che vediamo: immagini, sensazioni
percepite, fotografie, ecc. Ci piace osservare il mondo che ci circonda e riversare a
modo nostro quelle sensazioni, sia nelle canzoni che nei video. Insomma, tutto
questo per dire che per noi musica e immagini sono strettamente legate; siamo
dipendenti dalla fantasia, è più forte di una droga. Alla base di tutto c’è il bisogno di
esprimersi e di liberare i nostri sogni, e chissà, forse far sognare qualcuno. Il film è
la continuazione di questa ricerca.
Visionaria la musica del CD ma altrettanto visionaria l'atmosfera che si
respira nel supporto visivo allegato. Colpa delle location in cui si è girato ma
soprattutto dalle maschere piuttosto singolari utilizzate per i personaggi. Cosa
vi ha spinto ad una scelta estetica così precisa e in che modo l'artificio delle
maschere può essere ricondotto al messaggio del film?
S: I Grimoon vivono a Venezia, nella città delle maschere. In realtà non ci rendiamo
conto di quanto le maschere ci influenzino: le vediamo sempre e diventano parte
della nostra quotidianità. Ma poi la maschera è un oggetto particolare: nasconde per
svelare meglio. È il concetto del teatro di maschere. C’è anche un fatto proprio
estetico. Mi spiego: il cinema è immagine in movimento, la maschera è invece fissa,
in un certo senso va contro la natura stessa del cinema. Mi piaceva l’idea di far
incontrare movimento e staticità. E poi, la maschera sottintende il sogno, stuzzica la
fantasia, e questo forse è il motivo principale di questa scelta. Molti personaggi di
fiabe portano la maschera e il nostro film vuole essere una sorta di fiaba, moderna
dal gusto rétro.
Come riuscite a trasporre on stage lo stretto connubio che c'è tra musica e
immagini?
S: dal vivo suoniamo e proiettiamo i nostri cortometraggi: il nostro spettacolo è
quindi una sorta di cinema musicato. La realizzazione di questo progetto non è stata
semplice: girare un corto per ogni canzone ti costringe a pensare sempre in
immagini. È un ottimo modo per tenere la fantasia allenata: la palestra dei sogni.
Così i nostri concerti diventano piccoli sogni a occhi aperti. Credo che anche il
pubblico si permetta questi sogni durante le nostre esibizioni…almeno lo spero…
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L'interazione tra aspetto visivo e sonoro, oltre a guadagnare sempre più
spazio sul supporto fisico, sembra essere ormai un punto fisso anche in
concerto (pensiamo ad esempio, anche all'esperienza radicale de La Grande
Orquestra De La Muerte). Una possibilità in più per chi suona o il futuro del
live in una società in cui l'immagine – nel senso di oggetto concreto – diventa
fondamentale?
S: indubbiamente musica e immagini fanno parte di una grande categoria: l’arte. Ma
è proprio perché stanno sotto questa categoria che c’è secondo me la necessità di
non confonderli e di lasciare ad ognuno la propria identità. Aggiungere immagini alle
proprie musiche deve essere una scelta dettata da una necessità (all’inizio per noi
c’era la volontà di mostrare le nostre canzoni per abbattere il muro della lingua –
cantiamo in francese). In questa società consumatrice di immagini (fisse o in
movimento, troppo spesso di consumo), se ne è perso il senso e l’estetica. Credo
sia importante ridare una propria identità all’immagine. L’immagine slegata dal
consumismo, dalle leggi del mercato se vogliamo. La musica e l’immagine hanno
una propria estetica ma anche una propria grammatica, hanno una dignità artistica e
sono indipendenti l’una dall’altra. Credo sia importante che non si perda il senso e la
dignità di ogni arte.
Contatti: www.grimoon.com
Fabrizio Zampighi
Kama
Un versante della sua vena è surreale, ironica. Potremmo pensare a una zona
musicale delimitata da Rino Gaetano, Daniele Silvestri, Povia, anche se lui dice
“queste cose preferisco lasciarle decidere a voi”. Per altri versi si avvertono forti
contiguità con Jeff Buckley e Radiohead (“due nomi fuori dalla mia portata, io mi
limito a scrivere le canzoni come mi vengono”). Lui è Kama, al secolo Ale Camattini.
Il suo album d’esordio è “Ho detto a tua mamma che fumi” (Eclecticus
Circus-V2/Edel), apprezzato esempio di una via italiana al pop sempre difficile da
trovare.
Che rapporto hai con in cantautori classici? Hanno fatto parte della tua
formazione?
Vengo da una famiglia di musicisti, in casa mia assieme ai Beatles e alla musica
classica si ascoltava tantissima musica d’autore. Dalla, Bertoli, De André, De
Gregori, Graziani, Nannini, Lauzi… Mio padre è una specie di enciclopedia vivente
della musica italiana e spesso mi lasciavo ammaliare dai suoi racconti. Credo che
alcuni di questi cantautori abbiano raggiunto dei livelli di sensibilità nella scrittura
che tutt’ora non ha eguali al mondo. Anche adesso non mi faccio mancare i dischi di
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Bersani, di Pacifico e di tanti altri. In sintesi, nella mia formazione, hanno senza
dubbio avuto un ruolo più importante questi nomi che non i Radiohead o Buckley.
Ti senti parte di una “scena milanese”? Quali sono secondo te i suoi
connotati, rispetto ad altre scene italiane?
Io non sono milanese, sono un brianzolo con cuore parmigiano. Ho il sentore che
non si tratti di una scena, quella milanese, quanto di una serie di piccole individualità
non troppo solidali tra loro.
Con il gruppo degli Scigad hai collaborato con Afterhours, Carmen Consoli,
Bluvertigo. Cosa ti è rimasto di quelle esperienze?
Valutando l’aspetto umano e la mia crescita individuale, mi è rimasto molto. Ho
cominciato a fare concerti a 15 anni, e negli anni d’oro della musica indipendente
italiana. È ovvio che calcare palchi grossi e con tanto pubblico, ti rende un po’ più
disinibito. Devo tuttavia dire che al termine della mia esperienza di batterista
l’ambiente in questione mi aveva un po’ annoiato e deluso. A Milano ogni gruppo
faceva gara a sé, mentre a Roma, per esempio, la scena si arricchiva di
collaborazioni. Artisti meno noti potevano contare sull’appoggio di quelli già
affermati. Che poi, se ci pensi, è una storiella che va ad alimentare gli stereotipi del
milanese bauscia e del romano compagnone.
Sembra che anche nella proposizione di te come personaggio, oltre che
musicista, tu voglia affermare la portata rivoluzionaria della normalità. Cos’è
che ci ha trasformato così? Perché siamo diventati così brutti, così incapaci di
vivere, semplicemente?
Non so se ho una risposta da darti. Anni fa mi capitò di studiare una tribù originaria
del Senegal, i Diola. Mi incuriosì sapere che bambini, adulti ed anziani dedicano più
di 4 ore al giorno all’ attività ludica e meno di tre al lavoro. Un equilibrio perfetto che
durava da millenni. Fame e carestia sono arrivate nel momento in cui i giovani
scappavano da villaggi per andare a lavorare nelle città. Dodici ore di lavoro
giornaliere in fabbrica per potere comperare un paio di jeans e una Coca Cola. Cosa
ci trovi di razionale?
Nulla.
Ad ogni modo, comprendere chi siamo, hic et nunc, implica un certo sforzo che
forse non siamo più disposti a fare. Preferiamo la comodità, fisica e anche mentale.
Ci lasciamo intrattenere dalla tv, dalle automobili e dai supermercati per non
affrontare i grandi dilemmi della storia. Con i soldi compriamo l’opportunità di non
farci troppe domande.
Ci tieni a mantenere un tiro pop, non snob, a rimanere leggero. Facciamo un
gioco: qual è la formula per il pezzo pop perfetto? In percentuali.
Diciamo che se dovessimo cucinare una torta il pan di Spagna sarebbero i Beatles,
la crema tutti i cantautori italiani degli ultimi trent’anni. La panna montata, le gocciole
di cioccolato, la frutta fresca la deve mettere chi scrive la canzone, ed è quello che
fa davvero la differenza.
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Hai due lauree. Il tuo mestiere, anche da grande, è quello di musicista? Come
mai?
La seconda laurea è in tecniche audioprotesiche, alla facoltà di medicina mentre la
prima l’ho conclusa con una tesi sull’ipoacusia infantile. Mi sono innamorato del
problema dell’udito e mi occupo di fare sentire chi ci sente poco (così magari si
compra pure il mio CD…). Scherzi a parte, mi piace studiare e conoscere, mi piace
pormi delle domande e cercare le risposte. Fa bene al mio senso critico, sento che
mi fa crescere e migliorare. Vorrei lasciare un, seppur piccolo, segno del mio
passaggio su questo pianeta, possibilmente positivo. Quindi tengo tante porte
aperte. Quello del cantante è un ruolo, non la mia persona. Tolgo il cappello e
ritorno nella vita reale.
Alle chitarre il tuo disco si avvale delle performance di Lorenzo Corti, Musical
Buzzino, già valida spalla di Cristina Donà, Cesare Basile. Com’è stata l’intesa
con lui?
Lorenzo è un grande chitarrista, con molto talento. Credo che sia riuscito ad entrare
in sintonia con quello che suono, e che abbia dato un contributo significativo. Anche
Paolo Mauri è stato essenziale nella buona riuscita del disco. Per me è stata
un’occasione, ho imparato molto registrando “Ho detto a tua mamma che fumi” ed
ho tanti amici in più. Manca solo il Lucano, insomma.
Ci parli della tua partecipazione al CD tributo dedicato a De Gregori, allegato
con Mucchio Extra? Com’è andata? La scelta di “L’abbigliamento di un
fuochista” è stata tua?
La scelta è stata mia e assai celere. Quando mi è stato chiesto di preparare il mio
contributo al cd tributo ho pensato subito a “L’abbigliamento del fuochista”. “Titanic”
è un disco meraviglioso il cui vinile maneggiavo da ragazzino. Mi piaceva l’idea di
condividerlo con un cantautore e di confrontarmi con lui. Bugo ha accolto con
entusiasmo, abbiamo trascorso una giornata esilarante in studio e il risultato è
piaciuto tantissimo a tutti e due. Dimostrazione in più del fatto che la musica italiana
è più viva che mai, basta tirarla fuori dagli scaffali.
Contatti: www.alekama.it
Gianluca Veltri
Murièl
All’esordio con “Il movimento necessario” (JatoMusic/Wide) dopo un lungo periodo
di assestamento e di gavetta, i fiorentini Murièl presentano la loro visione musicale
ricca di sfumature, tra impressionismo e solida scrittura pop, alla cui riuscita ha
contribuito l’esperienza di produttore di Paolo Benvegnù. Ecco quanto ci hanno
svelato del loro mondo sonoro.
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Domanda d'obbligo, essendo esordienti: ci raccontate come è nato il gruppo,
come avete intrecciato le vostre rispettive strade, e cosa è successo nel lungo
periodo di incubazione intercorso dalla nascita del gruppo all'uscita di questo
disco?
I Murièl si sono formati alla fine del 2000, alcuni di noi (Maurizio, Mirko e Francesco)
avevano già suonato assieme in progetti precedenti, nati durante il periodo delle
superiori, tra i banchi di scuola e una sala prove dispersa nella campagna all'ombra
di un casolare. Poi ci eravamo un po' persi per strada, ma la voglia di ricominciare
un nuovo percorso ha portato a riunirci con l'innesto di Fabio alla batteria. Le nostre
attitudini alla composizione hanno cominciato a prendere forma col passare del
tempo, la saletta prove è divenuta una seconda casa e ci siamo ritrovati in modo
naturale a dare vita a forme compositive articolate, con ampio spazio alla musica ed
un occhio di riguardo ai testi. La voglia di sperimentare le varie soluzioni possibili ci
ha portato ad includere altri strumenti come violoncello e fiati. Abbiamo iniziato a
partecipare a diversi concorsi, ed una tappa fondamentale è stato il Rock Contest
organizzato da Controradio, dove abbiamo conosciuto Paolo Benvegnù, che è poi
divenuto il produttore artistico del nostro disco. Ultima tappa, ma solo in senso
puramente cronologico, è stato l'incontro con Lorenzo Montanà, che ha creduto,
assieme a tutta Jato Music, a Wide e a Promorama nel nostro lavoro, infondendo
energie e determinazione per la realizzazione del disco.
Se dovessi definire in una parola la vostra musica, la definirei chiaroscurale:
ci sono dissonanze, un canto nervoso e gridato ma anche pop, e pure inserti
assai solari di fiati. Un'idea movimentata di musica (del resto avete intitolato il
disco "Il movimento necessario"), che mi pare abbiate voluto rappresentare
anche attraverso il suono del disco...
Dare una definizione coerente alla nostra musica credo sia una bella impresa!!
Forse la definizione che più ci riguarda è quella di Pop Indipendente, in quanto
contemporaneamente apparteniamo alla scena “indipendente” e ricerchiamo una
“indipendenza” compositiva. Di sicuro non siamo un gruppo che può essere calato a
pieno titolo all'interno di una categoria o di un genere, perché da un lato, per nostra
stessa natura, tendiamo a fare riferimento ad ascolti molto diversi, e dall'altro siamo
attratti da una idea compositiva eterogenea. Inevitabilmente siamo stati molto
sensibili al tema del suono, ricercando la dimensione adatta alle sensazioni che
volevamo trasmettere. Questo ha portato a far convivere all'interno del disco
momenti ed elementi molto diversi, dove i colori sono la componente fondamentale,
in perenne contrasto tra gelo e calore. E poi, altra cosa certa è che nella
composizione de "Il movimento necessario" abbiamo visto passare molte stagioni
fuori dalla finestra e questo ha influenzato molto il disco!
Domanda correlata alla precedente: nella progettazione del suono del disco
ha messo mano un produttore come Paolo Benvegnù, che mi pare in sintonia
con la vostra concezione musicale, eclettica ma comunque compatta. Che tipo
di apporto è stato il suo?
L'apporto di Paolo è stato importante e determinante sotto molteplici profili. Con
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Paolo c'è una forte intesa umana che viene prima di qualsiasi altra cosa, e questo ci
ha aiutato molto anche nei momenti difficili dell'esperienza in studio. A mente fredda
posso dire che con noi ha lavorato sull'approccio, sull'intenzione e sulla
determinazione quanto sulla struttura dei pezzi, ma pur sempre rispettando la nostra
identità umana e sonora. Non è mai intervenuto invasivamente sui pezzi, e questo la
dice lunga sulla sua capacità di entrare dentro le dinamiche emotive e non di un
gruppo, senza considerare la forte stima che proviamo per quello che è riuscito a
fare in tutti questi anni.
C'è un tema forte, almeno a livello di suggestione poetica, in questo disco,
ovvero la fine dell'inverno vista come punto di equilibrio tra la malinconia del
passato e una positività rivolta al futuro... era nelle intenzioni iniziali oppure vi
siete ritrovati, ad un certo punto, con canzoni che parlavano di questo tema?
A livello di suggestione poetica i testi dipingono scenari esistenziali, e nel disco si
passa da digressioni di particolare crudezza a riflessioni malinconiche e ancora ad
aperture positive, nel rispetto di quel "movimento necessario" che per noi è il senso
orario delle cose. Abbiamo cercato di rappresentarlo parlando attraverso due
elementi ed il loro rapporto: colore e tempo. Alcuni pezzi contenuti in questo disco
sono nati molto tempo fa, e dichiarare che fin dall'inizio avremmo avuto chiare le
nostre intenzioni finali sarebbe davvero presuntuoso. Certo è che nel tempo è
cresciuta la consapevolezza che quelle canzoni sarebbero potute diventare un
disco, e tutto è stato rielaborato, registrato e confezionato seguendo una logica ben
precisa. Nel disco è presente una forte linea concettuale, la cui chiave di lettura si
trova all'interno della canzone "Autoritratto", starà poi agli ascoltatori più curiosi
attribuirle un possibile significato.
Diteci qualcosa sul Trydog Lab, sorta di laboratorio creativo e produttivo di
cui fanno parte i Murièl e altre realtà: stringersi sotto un tetto e muoversi in
più direzioni, non strettamente musicali, è un buon antidoto alle crescenti,
inevitabili difficoltà di chi opera nel campo della musica indipendente?
Trydog Lab è una vera e propria piattaforma espressiva a cui collaborano
attivamente i diversi componenti dei gruppi con la finalità di creare uno spazio vitale
all’interno della musica indipendente italiana. Si tratta di un laboratorio musicale
dove confluiscono idee ed altri progetti come Soloincasa - a forte tinte cantautoriali e Dilatazione - scenari d'ispirazione cinematografica -, diverse identità legate da una
comune volontà comunicativa. A prescindere dal fatto che il mondo discografico
attraversa un lungo periodo di crisi, la discografia indipendente non è comunque
scevra da responsabilità per certe scelte poco felici. Chi prova ad introdursi nello
scenario indipendente italiano non tarda a comprendere le logiche (realmente fini a
se stesse) che guidano certe esaltazioni del gruppo o dell'artista di turno. Se vuoi,
Trydog Lab, nel nostro immenso piccolo, è un movimento necessario; spinti ad
unirci dalla volontà di ricercare e creare un nuovo percorso possibile per chi vuole
tentare di comunicare realmente qualcosa.
Contatti: www.murielmusic.it
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Alessandro Besselva Averame
Ronin
I Ronin sono il gruppo di Bruno Dorella (Ovo, Bachi da Pietra, nonché titolare della
Bar La Muerte) che si fa accompagnare volontariamente da Chet Martino (Pin Pin
Sugar, oltre che patron della Megaplomb) al basso e da Enzo Rotondaro alla
batteria (suo amico da dieci anni fa, da quando erano degli squatter punk), e
involontariamente da Nicola Ratti (solista e membro dei Pin Pin Sugar) alla chitarra,
che si ostina a non considerarsi membro del gruppo. “Lemming” è il secondo album,
pubblicato come il precedente e omonimo dalla Ghost/Audioglobe.
Bruno, com’è nata l’idea di creare un progetto come i Ronin, così lontano dai
vostri generi musicali praticati di consueto?
Da sempre non riesco a vivere di solo noise, di sola avanguardia, punk o hardcore.
Ho bisogno di una pluralità d’esperienze più vasta possibile, sia come ascoltatore
che come musicista. Il progetto nasce nella mia testa già nel 1997/98, un giorno in
cui suonavo con i Wolfango a Pesaro. Era un festival all’aperto estivo, poi venne un
diluvio, per cui nessuna band riuscì a suonare quella sera, tranne un gruppo di
musicisti ungheresi che si misero sotto il tendone e suonarono acustici per due ore
e mezza, con tutta la gente attorno. Furono bravissimi e suonarono molto bene.
Questa cosa si è letalmente unita alla mia passione per la musica da colonna
sonora, molto lenta alla Morricone e Badalamenti passando per Labradford e Pan
American e con la mia propensione ad ascoltare musica estremamente triste. Un
misto di queste cose mi hanno dato la voglia di partire con i Ronin, però ho fatto un
po’ di fatica a trovare i musicisti giusti. Il brano “La banda” è il tentativo di
costruzione a memoria, quindi sbagliato, di quello che mi ricordo di uno dei pezzi
che quel gruppo ungherese suonò proprio quella sera a Pesaro.
In “Lemming” sono presenti, come di consueto per i Ronin, numerosi ospiti.
Vogliamo parlarne?
Per me Ronin resta comunque un progetto di una colona sonora che va al di là del
gruppo. Dal vivo siamo due chitarre, basso e batteria. Però se su disco ho bisogno
di un fagotto, di un sassofono piuttosto che di una fisarmonica vorrei poterli inserire,
perché mi piace avvicinarmi al genere colonna sonora.. Da lì nasce l’esigenza di
aggiungere ospiti per dare quel clima particolare ad un determinato pezzo che poi
dal vivo riarrangiamo come gruppo. Tutti gli ospiti che abbiamo, sono nella maggior
parte dei casi amici. È il pezzo in sé che “chiama” determinati strumenti. Ad esempio
su “Il galeone”, c’è la straordinaria cantante Ami Denio che vive a Seattle e
collabora con i più grandi nomi dell’avanguardia o del free jazz. Fa anche musica
popolare e suona la fisarmonica, ma soprattutto usa la voce in una maniera
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pazzesca. E spero che riusciremo a fare un tour assieme perché è davvero brava.
L’abbiamo conosciuta in occasione di un concerto degli Ovo, quando era venuta a
lasciare due o tre suoi CD perché le eravamo piaciuti. Visto che era Amy Denio mi
veniva anche un po’ da ridere, pensando che da ascoltatore era già un punto di
riferimento per me.
Alessandro Baronciani, unisce il primo e il secondo disco dal punto di vista
della grafica. Perché vi piace? In che modo sta bene ai Ronin come stile?
Alessandro è un amico e poi, il suo stile è veramente valido e professionale e lavora
a tutti i livelli quindi dalle grosse ditte al gruppo punk che fa la grafica al 7’’. L’ho
voluto per il primo disco perché volevo una cosa molto pulita ed elegante e infatti lui
ha capito subito e il logo che ha scelto è diventato quello ufficiale dei Ronin. Poi
invece sul secondo disco avevamo un’esigenza involontariamente “timburtoniana” e
quindi abbiamo affittato dei costumi alla Scala di Milano e la cornice in cui siamo
stati inseriti è un libro di fotografie dell’Ottocento che la nostra fotografa Francesca
Grilli aveva in casa. Questa copertina quindi è una collaborazione tra lei e
Alessandro.
Avete intitolato il vostro disco “Lemming”…
I lemming sono una specie di topastri grossi che procreano tantissimo, quindi ad un
certo punto hanno questa specie di autoregolamentazione sociale che li vede
suicidarsi a centinaia, buttandosi coraggiosamente in uno strapiombo nel mare. I
Ronin sono un concept della sconfitta e ho sempre considerato i funerali come la
colonna sonora dell’eroe che soccombe. E il lemming ha un suo fascino per me. Mi
immagino questo topastro molto influente nella società animale che ad un certo
punto comincia a correre e tutti gli corrono dietro e si ammassano tipo pifferaio
magico.
Su “Lemming” siete certamente più ostici. Rispetto al vostro esordio vi ho
“riconosciuti” solo da “Portland” in poi. Com’è cambiato il vostro modo di
comporre?
È vero. Forse perché nel debutto avevamo in mente una cosa molto morriconiana
che poi lo è fino ad un certo punto. Per “Lemming” ho adottato una forte alternanza
tra pezzi veramente pesanti nel senso di larghi e ariosi come “Il mantra infernale” o
“Lemming” e brani quasi etnici influenzati dalla musica brasiliana o altri etiopi. A mia
mamma quest’ultimo disco non è piaciuto mentre gli altri si. Questo è sintomatico.
“You Need It, Then It Comes” non è una vostra composizione, come anche “Il
galeone”. In che modo vi hanno conquistato fino a farle poi diventare vostre?
Sono scelte molto diverse. “Il galeone” è un canto anarchico che in realtà è stato
semplicemente messo in musica sulla base di una canzone popolare, infatti la sua
melodia si ritrova in centinaia di canzoni della tradizione popolare italiana. E viene
classificato innanzi tutto come canto politico, però a differenza degli altri ha un testo
molto poetico, molto metaforico assolutamente non sloganistico. Inoltre è in minore
e anche questo è raro nei canti politici. Invece “You Need It, Then It Comes” nasce
da una collaborazione mia con i Cerberus Shoal: loro fanno delle colonne sonore di
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CD in cui un musicista scrive un testo e degli accordi o una melodia, da cui
prendono spunto gli altri musicisti e lo interpretano a modo loro. Quando mi hanno
mandato testo e note di questa canzone l’ho vista subito come un pezzo totalmente
Ronin. L’ho dovuta registrare da solo perché c’era una scadenza per questo lavoro,
era estate e non ho potuto incontrare gli altri del gruppo, però l’ho suonata in chiave
Ronin.
Contatti: www.ghostrecords.it
Francesca Ognibene
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La Grande Orquestra De La Muerte
La Tenda, Modena, 19/1/07
Oscurità e ferocia, narrazioni crude e vicende sanguinarie, crescendo marziali e
repentini passaggi di scena: questi i principali ingredienti del set de La Grande
Orquestra De La Muerte. Un live che in realtà non è un semplice live, dal momento
che ci si trova davanti ad un' installazione vera e propria in cui dimensione visiva (la
proiezione di un “corto” in piena regola) e parte sonora (la musica della band)
scendono a patti per integrarsi perfettamente tra loro.
Il cinema muto che torna d'attualità, insomma, e diventa opera filmica in parte
digitale, in parte realmente recitata, in parte artificio artigianale, in un gioco di ombre
e luci, colori e particolari, che rapisce, conquista, colpisce a fondo, lo stomaco e il
cuore. Sul palco Martino Pompili (Slugs) più una serie di validi collaboratori – tra cui
Nazim Comunale dei Caboto -, a dar vita ad una cornice musicale inquietante
quanto ragionata, coinvolgente quanto poco incline al compromesso, fatta di chitarre
nervose e percussioni, urla e tastiere, strumenti classici ed elettronica. Un fluire di
note che descrive, preannuncia, sottolinea e finisce per tenere lo spettatore
letteralmente incollato allo schermo fino al termine dello spettacolo.
Fabrizio Zampighi
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Ninive
“Un equilibrio instabile tra l’aridità del deserto e la dolcezza della campagna
assopita al tramonto”. Così i Ninive descrivono la propria musica. Ed effettivamente
la proposta del duo di Legnano è di quelle che evocano ampi spazi aperti, meglio se
illuminati dalla pallida luce della luna: ballate (in italiano) dalla struttura
prevalentemente acustica che di tanto in tanto mostrano i muscoli e si tingono di
colori psichedelici e waitsiani; asciutte e senza fronzoli; semplici ma dotate di quel
qualcosa in più – a livello di scrittura come di intensità – in grado di distinguerle dalla
massa del cantautorato folk-rock. Undici i brani contenuti nel CD-R marchiato
MtherFuckArt “Questo disco non esiste”, quattro dei quali possono essere ascoltati
– e noi vi consigliamo caldamente di farlo – sul sito www.myspace.com/ninivesucks.
Aurelio Pasini
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Fuori Dal Mucchio è a cura di Federico Guglielmi e Aurelio Pasini - online at http://www.ilmucchio.it
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Numero Febbraio `07