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Culture
martedì 15 | luglio 2008 |
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martedì 15 | luglio 2008 |
Un nuovo libro della
filosofa, “Trasposizioni”,
mette l’accento sulla
necessità di costruire
un’etica sostenibile
del presente, un modo
per sfuggire, da una
parte, all’accettazione
del nuovo a tutti i costi,
dall’altra al rimpianto
del passato.
Un discorso giusto
ma che rinuncia
alla prospettiva
più importante:
trasformare l’esistente.
Una politica riformista
che non convince
e che rischia
di non cogliere
il problema
oggi più scottante:
come rilanciare
i movimenti
di controcondotta
Anna Simone
Quando in Italia uscì Madri, mostri e macchine di Rosi Braidotti - grazie ad Annamaria Crispino e alla manifestolibri che lo ha da poco ripubblicato in una nuova edizione ampliata - parte del femminismo
italiano, soprattutto di ultima generazione, tirò un sospiro di sollievo: finalmente l’esperienza femminile del poter mettere al mondo
un essere vivente perdeva tutta quell’aurea mistica, etica e morale che aveva inchiodato il corpo femminile alla sua funzione riproduttiva, all’interno di un sistema normativo e prescrittivo, per secoli e secoli.
La maternità intesa come “destino” diventava qualcos’altro. Senza
mai uscire dalla tradizione europea degli studi sulla differenza sessuale, Rosi Braidotti ci consentiva di pensare la maternità come una tra
le esperienze possibili del corpo femminile e non come “l’esperienza” con la e maiuscola, ma soprattutto ci consentiva di risignificare
quella dimensione romantica e melensa della maternità che ci era
stata cucita addosso prevalentemente dagli uomini.
Un saggio dell’urbanista Carlo Cellamare
Roma, Rione Monti
Elogio della lentezza
Enzo Scandurra
Braidotti,
ma che cos’è
il femminismo
se si dimentica
la libertà?
Un nodo, un grimaldello attraverso cui
è stato possibile pensare il proprio corpo
come un “freak”, una felice mostruosità,
un’eccedenza abnorme in grado di sovvertire la norma, molto più simile ad un
immaginario gotico che ad un immaginario legato alla tradizione del dolce stil
novo.
Un libro di rottura, insomma, seppure
sempre pensato e prodotto all’interno
della tradizione di studi del pensiero europeo della differenza sessuale. Da allora
Rosi Braidotti ha prodotto altri testi, quasi sempre “troppo” ambiziosi, sino a quest’ultimo appena edito da Luca Sossella
- sempre a cura di Anna Maria Crispino
- dal titolo Trasposizioni. Sull’etica nomade (pp. 343, euro 18). Zigzagando tra innumerevoli autori e autrici Braidotti tenta la difficilissima
impresa di accorpare in un solo volume molti dei temi che attanagliano il dibattito politico, filosofico,
sociologico e antropologico con-
temporaneo - dalla globalizzazione
alla “natura umana”, dall’etica alla
morale, dalla genetica al postumanesimo, dal razzismo al tempo,
dalla memoria all’immaginazione a volte riuscendoci, a volte perdendosi tra i mille rivoli aperti dal suo
metodo “rizomatico” ovviamente
mutuato da Gilles Deleuze e da Felix Guattari dei famosi Mille piani.
La cartografia del presente che ci
consegna Braidotti in questo ambizioso lavoro, pur aprendo continuamente varchi, soglie critiche,
pieghe, pur attraversando il pensiero positivo e vitalista sempre di matrice deleuziana tanto quanto le soglie del pensiero negativo resta
sempre, però, come imbrigliata all’interno di una prospettiva riformista.
La sua tesi è chiara fin dalle prime
pagine: viviamo in un mondo in
cui il post ’89 ha segnato la fine
delle ideologie classiche (marxismo, comunismo, socialismo e
femminismo) e l’inizio di un’epoca
di passioni tristi, di “apatia morale”
legate all’individualizzazione dei
desideri e delle aspettative che, però, devono condurci verso la messa
a punto di nuove pratiche di resistenza. Per fare questo, però - suggerisce Braidotti - dobbiamo altresì evitare di cadere nelle trappole
del pensiero dualistico e dicotomico del presente che ci vuole o a favore del nuovo (lei si riferisce prevalentemente alle bio-tecnologie) o
a favore della nostalgia di “ciò che
è stato”. Al contrario bisognerebbe
pensare, dal suo punto di vista,
«un’etica della sostenibilità» che
non ci faccia uscire dal presente
provando, invece, a risignificarlo
attraverso modalità e pratiche politiche duttili, flessibili, nomadiche.
E fin qui ci si potrebbe stare se, pe-
rò, l’etica della sostenibilità non
fosse sempre e solo un esercizio per
attivare una critica al mondo “così
com’è” senza mai stravolgerlo fino
in fondo. Braidotti ha senz’altro ragione quando cerca, con i suoi
mezzi e i suoi strumenti filosoficopolitici, di spostare tutto sull’etica
provando a risignificarla e tirandosi fuori dalle letture reazionarie
tanto di moda perché, effettivamente, oggi la politica sembra essere diventata solo etica e morale.
Ma non si pone fino in fondo una
domanda che invece è la grande
domanda del presente: lavorare per
un’etica della sostenibilità in tutti i
campi del sapere e quindi anche
delle pratiche è la stessa cosa che
tentare nuovi tagli e rotture in grado di riportarci all’interno di un
ethos della libertà come paventato
già da Foucault alcuni decenni fa?
Oggi come oggi non viene prima il
bisogno di libertà, la decostruzione
dei saperi-poteri e poi, eventualmente, anche la costruzione di
un’etica della sostenibilità? Tra i
mille rivoli claustrofobici di una
politica sempre più prossima ad attivare i più beceri meccanismi di
controllo e securitari, l’urgenza
prioritaria di un pensiero femminista non dovrebbe essere quella di
rivendicare libertà prima ancora
che sostenibilità?
Le pagine che Braidotti dedica a
Impero di Toni Negri e Michael
Hardt sono assai intense e significative. Lei dice che per quanto sia
stata efficace la fotografia del presente globalizzato messa a punto
dai due autori non è stata altresì in
grado di produrre cambiamento alcuno affidando il tutto alla “moltitudine” che, in quanto forza rivoluzionaria, avrebbe dovuto sovvertire l’esistente. Una forza che, secon-
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do Braidotti, sembra essere più una
metafisica disincarnata della rivoluzione che non un principio di realtà. Una critica condivisibile se
guardiamo al presente dei movimenti nati a Genova, ma anche un
bisogno di “prendere le distanze”
che porta Braidotti a sposare fino
in fondo le tesi del riformismo di
matrice social-democratica senza
interrogarsi molto, invece, su chi e
come oggi può incarnare il demone
del cambiamento che non necessariamente può prodursi solo provando a risignificare il presente a
partire dalla differenza di sesso e
colore. Si trasforma, infatti, solo
ciò che già c’è. Ma siamo certe che
rendere sostenibile ciò che già c’è
possa in futuro produrre qualcosa
di buono? No ne abbiamo la certezza e infatti pur considerando
questo testo importante e significativo è importante sottolineare co-
me non basti esercitarsi, nel produrre dissensi nomadici e rizomatici, nei confronti di un presente altrettanto nomadico e rizomatico.
In poche parole se il mondo ci
chiede di essere flessibili non basta
imparare a diventare flessibili, a
frammentare l’unitarietà della soggettività per cavalcare le mille onde
del presente provando anche, talvolta, a resistere attraverso l’esercizio del pensiero critico. Occorre fare molto di più, probabilmente
perché la posta in gioco è più alta:
come fare per evitare che le nostre
soggettività siano sempre assoggettate ad un potere, ad una norma,
ad una condotta? Per esempio potremmo imparare dai movimenti
dei migranti, delle femministe, dei
trans, dei gay, delle lesbiche, dei subalterni etc. Un esercizio che Butler e Spivak provano a fare in quest’ultimo libretto di imminente
uscita in Italia da Filema, Chi canta
lo Stato-Nazione?, riferimento esplicito ad una pratica di lotta messa a
punto dal movimento dei migranti
negli Stati Uniti. Loro cantano nelle manifestazioni l’inno statunitense per sovvertirne il senso, per sovvertire quell’idea secondo cui si appartiene ad uno Stato Nazione solo in virtù del vincolo di sangue e
non per il solo fatto di essere lì in
quel momento. Ma loro cantano
anche per dirci che la possibilità
del “diritto ad avere diritti” conta
più di tante parole, di tanti libri, di
tanti pensieri perché chiama in causa la loro esperienza reale, il loro
bisogno di libertà che non è poi
tanto diverso dal nostro. Insomma:
più lotte, più libertà, più conflitto
e meno sostenibilità. O meglio:
prima le lotte e la libertà e poi, se
proprio vogliamo riconfigurare il
presente, più sostenibilità.
Fare società, fare città, ricostruire il legame sociale, opporsi alla deriva di
questo capitalismo virulento e disumano che ci condanna tutti all’isolamento idiota e al consumismo eterodiretto
dai mass-media: questo dovrebbe essere il compito principale di una sinistra
che abbandona il paradigma della crescita verso quello della frugalità e della
convivenza. Il libro di Carlo Cellamare, Fare città. Pratiche urbane e storie di luoghi, (elèuthera, 2008, pp.183, euro
15,00) è un libro che ad una prima lettura appare innocuo e forse quasi sottotono: non si lascia andare a facili catastrofismi, non indugia alla rassegnazione, ci parla, al contrario, della vita
quotidiana di individui in carne ed ossa, con le loro pene, le loro passioni, il
loro abbandono al chiacchiericcio e
perfino alla pigrizia. Sono gli abitanti
del Rione Monti a Roma; non una comunità di persone che condividono
ma un universo di differenze che vanno dal “vecchio monticiano” alla star
del cinema, dal giornalista all’impegnato a sinistra, dal vecchio artigiano ai
piccoli caffè letterari sparsi un po’
ovunque. Ma ecco che ad una lettura
meno distratta i “vizi”, meglio sarebbe
chiamarle virtù, di questi abitanti locali si rivelano sovversivi: lentezza vs velocità, kairos vs tempus, il piacere di essere insieme, la generosità della vita in
comune, il godimento del tempo, contro le parole d’ordine di questa contemporaneità: competizione, crescita,
consumo. Cellamare, nella descrizione
di questi comportamenti, si rifà ad una
tradizione illustre: De Certeau
(L’invenzione del quotidiano), Simmel (La
metropoli e la vita dello spirito, Socievolezza, Saggio sull’intimità). Tradizione illustre quanto ignorata e mascherata dalle
grandi narrazioni sociologiche che hanno riscosso un ben più ampio successo.
Da una parte, dunque, ci sono le vite
vere, i luoghi, la costruzione del senso
dello stare insieme, dall’altra la governance fatta di regole, norme, prescrizioni, sfratti, dispositivi tecnici, professionisti della trasformazione fisica, amministratori, faccendieri, eletti. A poco a
poco, leggendo il libro, si svela quella
drammatica frattura tra le pratiche di vita quotidiane e la loro rappresentanza
politica, la vita del “palazzo” chiuso su
se stesso. Quella scollatura che Marramao definisce come rottura tra dimensione materiale e dimensione simbolica, tra rappresentanza e rappresentazione o, per dirla con le parole dell’autore,
che è urbanista, tra la città di pietra e la
città vissuta. Tra queste due dimensioni è stato scavato un abisso non più governabile: è il terreno sul quale cresce
quel disagio che è stato chiamato antipolitica. La destra può permettersi di rifiutare la complessità del contemporaneo perché fa appello alla “pancia”, la
sinistra no e allora le spetta, in primis,
il compito di ricucire vita materiale e
sua rappresentazione simbolica, ovvero, per citare Dominijanni «ritrovare il
nesso perduto fra obiettivi e soggettività, fini ed esperienza, progetto e narrazione». Il maggior pregio di questo libro dalla lettura facile, ma non banalizzante, è proprio quello di aver riportato la politica dentro le vicende umane,
di aver posto l’accento sulla gestione
della res publica sfidando la rappresentanza sul terreno del suo fallimento e
mirando alla ricostruzione del potere
dei cittadini espropriato dal buonismo
veltroniano, dalla governance. Il fallimento dell’esperienza del centro sociale Angelo Mai - occupato da un gruppo di senza casa il 17 novembre 2004,
trasformato in teatro e osteria, sgomberato il 4 ottobre 2006 e trasferito presso
l’ex bocciofila di via delle Terme di Caracalla - è ancora ferita aperta. Cellamare ce lo racconta con la solita pacatezza di linguaggio ma anche senza fare
sconti a nessuno. Fallimento della politica delle pratiche e dell’autogoverno
che non è riuscita a produrre un progetto di senso capace di diventare patrimonio collettivo del Rione Monti e fallimento ancora più grave della rappresentanza, delle istituzioni incapaci di
gestire il conflitto. Forse, senza una
sponda, la società civile, da sola, regredisce sui propri particulari. E i cosiddetti movimenti? Quelli che hanno attraversato e usato quell’esperienza di occupazione? Essi hanno mostrato tutta
la loro fragilità e non-innocenza. La loro vittoria di Pirro si è risolta nella gestione di frammenti, di nicchie dentro
le quali continuare a difendere le loro
marmoree microidentità. Così, sonnacchioso e pacioso, come l’immagine di
Aldo Fabrizi, noto romano, il Rione
Monti ha assistito alla parabola discendente di una delle esperienze di autogoverno più significative messa in atto
dai cittadini: quella della Rete Monti
che a differenza di altre esperienze, aveva coltivato la presunzione di coinvolgere l’intera società civile del Rione.
Per entrare in Monti, ci dice Cellamare
nella premessa, si deve scendere; forse
è anche questa una metafora politica.
Resta l’appello a fare città: un appello
da raccogliere se si vuole risalire la china della disfatta.
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Roma, Rione Monti Elogio della lentezza