S.B.T.I. Bovalino
Francesco Perri
Una battaglia per la libertà
Associazione Culturale “F. Perri” – Careri (RC)
PREMESSA
Gli articoli di Francesco Perri, qui riuniti, provengono dalla “Voce Repubblicana” (1921-1925).
Ciascuno di essi porta in calce la firma con cui l’autore li sottoscrisse: alcuni col vero nome, altri con
gli pseudonimi Pan e – dal 23 settembre 1923 – Paolo Albatrelli, corrispondente da Lugano.
Quest’ultimo pseudonimo fu necessario, per depistare le squadre fasciste, che cercavano Perri per
farlo tacere, secondo i metodi riservati agli avversari politici più ostinati.
L’Associazione culturale che porta il suo nome, ha recuperato gli scritti riproducendoli in
fotocopia dalla collezione della “Voce”, custodita nella Biblioteca Nazionale di Roma e, per gli
articoli in questa mancanti, dalla collezione della “Voce”, custodita nella Biblioteca della Fondazione
Feltrinelli di Milano.
Agli argomenti in essi trattati hanno rivolto e rivolgono l’attenzione studiosi di grande prestigio
intellettuale. Non pochi dei quali ritengono sia arrivato il momento di una sobria ed equilibrata analisi
dell’esperienza totalitaria del fascismo e delle dittature del XX secolo e del ruolo in essa svolto dagli
intellettuali.
Con questi scritti intendiamo portare un contributo in tale direzione, con umiltà, con l’affetto che ci
lega all’autore, con la convinzione di offrire la testimonianza di analisi ed argomentazioni, di una
cronaca in tempo reale molto utile a livello storiografico.
La nostra è una piccola associazione periferica alle falde dell’Aspromonte, che ritiene doveroso
rompere il silenzio su Francesco Perri, che i fascisti combatterono perché loro irriducibile avversario;
e gli antifascisti della cultura egemone di questo ultimo cinquantennio preferirono invece ignorare.
I soci anziani della nostra associazione ebbero il privilegio di ascoltare dalla voce del loro autore
molte delle analisi, vicende, avvenimenti in questa silloge raccontati.
Erano gli anni Cinquanta, Francesco Perri, già settantenne, poteva realizzare il desiderio di
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trascorrere brevi soggiorni durante l’estate nel paese natale, tra la gente e i paesaggi evocati, con
filiale affetto, negli scritti più belli. Aveva tanta voglia di parlare, di raccontare e raccontarsi, di
trasmettere a noi, allora giovani, le esperienze, tristi e liete, della sua travagliata esistenza, i rapporti
con i protagonisti della vita politica e culturale dell’epoca.
Le conversazioni si svolgevano durante le passeggiate lungo la strada rotabile, tra l’azzurro Jonio e
l’Aspromonte, al bar mentre si sorbiva la granita con gli aromi dei limoni appena colti negli orti
vicini, o sul limitare di casa di qualche compagno della fanciullezza con cui Perri amava rievocare
luoghi, fatti, avvenimenti del passato.
Il suo volto si velava di tristezza, quando evocava le scelte più coraggiose della sua vita, tra cui
quella di aver posto a rischio il pane e l’educazione dei suoi quattro figli abbandonando l’impiego alle
Poste.
Ammiravamo in lui la fermezza della sua vita morale, la coerenza tra pensiero e azione, il forte
convincimento etico. Quel suo “sesto senso”, diceva, “che lo aveva sempre guidato verso le scelte
giuste della vita”.
Era fiero di essersi tenuto lontano dal nugolo degli intellettuali, artisti, poeti, romanzieri, eleganti
elzeviristi, che, con la loro abilità dialettica, avevano sostenuto che col fascismo si sarebbe aperta una
nuova era nella storia, non solo dell’Italia, ma del genere umano per i secoli avvenire.
Lo indignava soprattutto il pensiero che a tanto servilismo avessero partecipato molti ex
combattenti, che, come lui, avevano lottato per la libertà del Belgio, per la difesa della Francia, per
porre al bando la guerra e fondare una società più giusta. Ed ora accettavano supinamente la
distruzione di ogni libertà, la sovversione dei valori del Risorgimento abbandonandosi all’esaltazione
di un uomo, che, prima di salire al potere aveva cambiato programma tante volte.
Portava a suo merito di essere stato il primo in Italia a denunciare le bande armate della milizia
fascista, di essere stato additato da Mussolini al pubblico dileggio quale emulo di Gasti, il famoso
questore di Milano, che in altri tempi l’aveva fatto arrestare”.
Noi lo ascoltavamo in rispettoso silenzio. Sapevamo che gli interessi sociali altissimi, il senso dello
Stato, l’amore profondo per la patria non erano retorica sul suo labbro; che si era arruolato volontario
nella prima guerra mondiale rinunciando all’esonero che gli spettava; che aveva combattuto la
dittatura e si era dimesso dall’impiego quando gli fu chiesto di dar conto del suo passato di libero
cittadino; che non aveva tradito se stesso e la sua arte davanti alle difficoltà della vita.
Nessuna simpatia aveva per un certo giornalismo.
“I giornalisti sono spesso gazzettieri che vendono per trecento franchi mensili la coscienza e la
penna”, diceva, ricordando Mazzini.
La sua militanza nel PRI fu più vicinanza ideale al partito, che s’ispirava al pensiero di Mazzini e
alla migliore tradizione del Risorgimento, che vicinanza di interessi con una certa classe politica.
Orfano del padre a dodici anni, con modeste risorse economiche, il sesto senso lo aiutò a frenare i
vagheggiamenti giovanili di diventare un giorno un grande poeta. Appena poté cercò un posto di
lavoro. E un grande lavoratore egli fu nella vita.
Quando i doveri di uomo e di cittadino lo sollecitarono a dare il suo contributo in difesa della
libertà e della giustizia sociale egli “corse alla penna come un soldato all’arma” come scrisse un noto
critico (Domenico Mondrone, “Civiltà Cattolica”, 17 agosto 1940) analizzando i suoi romanzi più
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noti: “I Conquistatori”, “Emigranti”; e ci pare che gli articoli da noi raccolti in questo volume ne siano
un’anticipata testimonianza.
Ci sembra utile ricordare che la collaborazione alla “Voce” inizia con la denuncia appassionata
delle condizioni tristi in cui versa la Calabria a sessant’anni dall’“Unità”; e con l’esortazione ai
conterranei di non indulgere alle lamentele sulle responsabilità altrui, e di rimboccarsi le maniche per
fare essi ciò che le istituzioni non vogliono o non possono fare.
Emergono da queste pagine alcuni dei temi dibattuti ai nostri giorni come la questione morale, il
liberalismo, l’impegno politico come servizio per il bene comune, il senso dello Stato, l’amore per la
patria.
I venditori di illusioni, gli sciacalli, i demagoghi, i commercianti delle calamità storiche e naturali
ci sono sempre stati e sempre l’umanità li troverà davanti a sé lungo il percorso della storia.
La storia, maestra di vita, li registra, e attraverso le sue analisi e interpretazioni aiuta ad
individuarli, a conoscerli per meglio isolarli e combatterli.
A questo abbiamo anche pensato nel riunire in volume questi scritti da custodire nell’archivio
dell’Associazione, a disposizione degli studiosi.
Siamo consapevoli della necessità di opportune annotazioni, di un indice sistematico, di
un’autorevole presentazione, che li accrediti per una proficua lettura, soprattutto da parte dei giovani,
la cui mente, libera da incrostazioni ideologiche, non oppone aprioristici rifiuti. La nostra fatica si
ferma qui; non abbiamo né mezzi, né l’ardire di proseguire. Auspichiamo che in futuro altri prosegua
e dia senso al nostro lavoro.
Ringraziamo i proff. Francesca Minuto Peri e Luigi Schirripa per i suggerimenti e la
collaborazione disinteressata con cui ci sono stati vicini.
Careri, luglio 1999
Il Presidente Vincenzo Perri
Dalla Calabria
“La Voce Repubblicana”, 2 marzo 1921
Chi volesse, con sicurezza di riuscita, tentare una stroncatura del regime attuale in Italia, e
liquidare moralmente la monarchia, non potrebbe scegliere campo più propizio per la sua critica e per
le sue osservazioni di questo angolo disgraziato della penisola. Perché quando un regime in 60 anni di
governo non ha trovato la forza di avviare ad uno stadio superiore di vita una regione posta in una
delle zone più propizie del Mediterraneo, non ha diritto ad ulteriori dilazioni: bisogna mandarlo via,
come si manda via un cameriere stordito che rompe i piatti o un fattore che ruba sulle rendite.
Quando ero ragazzo ricordo di aver conosciuto un vecchietto brontolone, padre di un canonico mio
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buon professore di latino, il quale vecchietto, quando si trovava in certe campagne, con le più
guardinghe cautele, rimpiangeva il tramontato governo borbonico. “Eh! perdinci!, mormorava, altri
tempi! Tutta la fondiaria era 30 grana, con 50 ducati si comprava una foresta, con 12 carlini un
vestito. Si viveva tranquilli e perfino i briganti erano galantuomini. Ora... perdinci! Garibaldi, fu la
nostra rovina!”. A me giovinetto di ginnasio, con l’animo pieno dell’epopea del Risorgimento, quelle
palinodie parevano estremamente comiche, e non sapevo persuadermi come quel vecchio ripudiasse il
nuovo regime per rimpiangere quello tramontato che per me era caratterizzato dalla frase enfatica di
Gladstone: - Negazione di Dio -. Oggi mi accorgo che il recriminare di quel vecchio, nonostante il
suo triste oscurantismo, aveva la sua brava ragione di essere. In fondo in fondo cosa voleva dire quel
vecchio? Perché il regime borbonico era una negazione di Dio, e cioè, della giustizia sociale? Perché
aveva un re spergiuro e ignorante, perché era amministrato da una burocrazia corrotta e corruttrice,
perché mancava di leggi sociali, di libertà, di diritti democratici, perché accanto a quelli di una
burocrazia servile e corrotta favoriva gli interessi di una aristocrazia bestiale, imbelle e
ignorantissima. Ora, pensava il vecchio brontolone, meno che il re spergiuro, tutto questo ben di Dio
lo abbiamo anche oggi: burocrazia corrotta e più famelica di prima, ceto dominante quello dei
cosiddetti “galantuomini” rappresentanti la sottospecie più bassa e poltrona della borghesia mondiale,
analfabetismo sino al 75%, non viabilità, né ferrovie, né igiene, né giustizia sociale, con l’aggravante
di tasse inaudite per tutte le funzioni private e famigliari; unica via di scampo l’emigrazione. Ecco
perché quel vecchio rimpiangeva il re lazzarone.
Ora io credo non vi sia cosa più triste per il cuore di un repubblicano che vedere menomato il
valore del Risorgimento dalla politica della monarchia. Studiando l’azione del regime monarchico di
questi ultimi decenni è necessario arrivare alla conclusione che, nelle regioni d’Italia dove esso trovò
la civilizzazione ed il progresso in cammino per opera dei passati governi, quivi permise, nella
migliore delle ipotesi, che civilizzazione e progresso continuassero il loro sviluppo; dove avrebbe
dovuto promuovere e risanare non promosse né risanò, anzi si servì delle forze retrograde
dell’ambiente per mantenersi in piedi.
E questa è la funzione più delittuosa di cui possa essere accusato un regime.
Ma è inutile recriminare; agire bisogna perché si faccia noi quello che non sanno e non possono
fare gl’istituti politici.
Le geremiadi intorno alla miseria del Mezzogiorno finiscono col somigliare alle proteste dei
poltroni contro il destino.
Io dico: studiamo dei problemi concreti, presentiamoli all’opinione pubblica e al Governo,
agitiamoli in piazza, con violenza rivoluzionaria se occorre (e sì che occorre per spazzar via le cricche
locali), e noi avremo debellata la “vandea” dove ogni governo rabberciatore recluta la sua bassa
manovalanza per tenere in piedi l’edificio crollante.
Studiare e porre questi problemi, utilizzare le forze latenti, dovrebbe essere funzione dei partiti,
specialmente di quelli rivoluzionari, ma hanno i partiti rivoluzionari un programma concreto di azione
per queste regioni? No, assolutamente. Tanto per parlare dei due partiti più forti, i popolari e i
socialisti, esaminiamo la loro azione quaggiù. I popolari che a Bergamo, a Cremona, in Lomellina,
corrono il palio coi socialisti per risolvere il problema della terra, nel mezzogiorno sono alleati agli
usurpatori dei beni demaniali, ai latifondisti, alla più grassa e poltrona borghesia contro i contadini e i
combattenti. Per esempio, in Calabria, gli usurpatori dei demani comunali in Caraffa, S. Agata e
Casignana ebbero come loro naturali alleati i deputati popolari. I socialisti aprono un prestito
comunista per la propaganda nel Mezzogiorno ed hanno la “marxistica” idea di conquistarlo con delle
concioni più o meno fiammeggianti sulle eternamente pendenti rivendicazioni sociali.
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Questa è una mentalità sterile e dannosa che non ha portato né porterà frutto alcuno. Eppure oggi il
mezzogiorno d’Italia, si trova in un momento più che mai propizio alle trasformazioni sociali.
L’elemento che soleva emigrare in massa e che è la forza viva di queste regioni, oggi dopo la guerra, è
presente e combattivo. La scarsezza proverbiale di denaro liquido non esiste più nei paeselli del sud,
dove il rialzo dei prezzi dei generi agricoli ha prodotto risparmi notevoli, poiché quaggiù si è
estremamente sobri, fino al sacrificio. Un fermento magnifico agita questa regione, il popolo ha
volontà di rinnovamento, esplosioni improvvise di furore popolare danno il segno più caratteristico di
questo lievito nuovo che agita la massa. Il paese di Mammola reclama una ferrovia e per protestare
contro le mene dei politicanti che la ostacolano (per la miserabile idea di non subire espropriazioni, a
tanto siamo quaggiù) tagliano le comunicazioni, ripudiano le autorità e proclamano quello che il
sottoprefetto chiamò con ironia “la repubblica”. Careri e Natile, due minuscoli villaggi delle pendici
joniche, con la bandiera in testa riversano tutta la popolazione sui demani comunali e vi prendono
violentemente possesso.
Sono episodi inauditi per queste regioni. I contadini chiedono di combattere, di essere guidati alle
più spinte rivendicazioni. Essi stessi hanno posto un problema pratico, cardinale, e cercano di
risolverlo: quello delle usurpazioni demaniali. Quale partito rivoluzionario li aiuta, li comprende,
quale conosce a fondo questo problema veramente rivoluzionario per l’avvenire del grande
proletariato agricolo meridionale? Nessuno.
Mi proverò, in un articolo che seguirà, di presentarlo agli amici repubblicani.
Francesco Antonio Perri
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Torniamo alla melonaia
“La Voce Repubblicana”, 31 marzo 1921
Si scioglierà o non si scioglierà la Camera? Tutta la stampa romana la vuole morta e con questa
tutta la stampa in Italia, che non ha l’intelligenza delle responsabilità. I repubblicani potrebbero
dichiararsi indifferenti di fronte alle manovre preparatorie, ed al fatto, quando avverrà, perché noi altri
non abbiamo nessun interesse a vedere conservata in vita la Camera attuale.
Ma quando ci raccogliamo a considerare la imbecillità facilona, la intelligenza e soprattutto la
malafede con cui certa stampa divulga e giustifica la manovra del governo, ci sentiamo forzati ad
uscire dalla nostra indifferenza per convincere di mendacio tutta questa canea di mediocri gazzettieri.
I quali fino ad oggi, invasati dall’ebbrezza della reazione montante, pare non si fossero accorti che lo
scioglimento della Camera non è un provvedimento di polizia che possa essere preso così, sic et
simpliciter, come si farebbe per arrestare un Malatesta qualunque, ma investe una delicatissima
questione di diritto costituzionale.
Ci volle la cosiddetta “gaffe” di Modigliani per ricordare a costoro l’articolo 9 dello statuto. Ma
ricordarlo non significa capirlo, ed i giornali della capitale sono lì per dimostrare la loro
incomprensione e la loro malafede.
L’Epoca p.e. dice che se l’onorevole Giolitti ascoltasse il voto dei gruppi e non sciogliesse la
Camera verrebbe stabilito un precedente che non solamente è anticostituzionale, ma che sembra
(all’Epoca) antistatale?!
L’Epoca non ha capito quello che almeno ha capito la Tribuna, e cioè che, per legittimare
l’esercizio di quella prerogativa sovrana cui si appella con tanto scalpore la stampa dei plutocrati,
deve esistere un contrasto tra il potere legislativo e quello esecutivo.
Ora, poiché onestamente non può affermasi che allo stato attuale questo contrasto esista, non può
onestamente giustificarsi un atto sovrano che sciolga la Camera senza vedervi dentro una violazione
della sovranità popolare ed un intrico di politica dinastica.
Perché sarebbe sciolta la Camera attuale? Perché non funziona abbastanza, dicono alcuni. Ed ecco
il Tempo enumerare (sia pur attribuendole a Giolitti) le benemerenze di questa Camera che in sette
mesi approvò un bagaglio di leggi considerevole, permise al Governo di risolvere con un colpo di
forza la questione di Fiume, approvò la legge relativa all’aumento del prezzo del pane e portò il
disavanzo (son parole del Tempo) da 10 a 4 miliardi. Ecco il Giornale d’Italia scrivere nella sua
cronaca di chiusura della Camera che essa aveva preso le vacanze dopo un intenso periodo di lavoro
fecondo. Dunque la Camera funziona ed ha funzionato.
Ma ammettiamo anche che essa non volesse più funzionare e che domani con una spallata
rovesciasse il governo. Si potrebbe perciò ricorrere legittimamente allo scioglimento della assemblea
legislativa? Ha sciolto forse la Camera Nitti quando fu per due volte rovesciato dal potere? Se Giolitti
non potrà più governare, se ne vada, e si tentino non uno ma dieci esperimenti per vedere di formare
un governo che possa crearsi una maggioranza attraverso l’accordo dei vari partiti; e solo quando
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questo accordo non fosse possibile potrebbe il sovrano, servendosi delle sue prerogative, intervenire e
sciogliere l’assemblea. Questo è lo spirito della costituzione vigente in Italia, ed il rispetto di questo
spirito fu uno dei più fini accorgimenti politici del re attuale. Ma gli amici della monarchia oggi in
Italia sono molto più imbelli di quanto il re non sia e parlano a vanvera di prerogative che non hanno
mai capito. Perciò quando Modigliani scopre il gioco, essi si allarmano, e dichiarano che la Camera
deve morire perché, non seguendo il governo nella sua uscita di protesta davanti all’attacco alla
corona, essa ha dimostrato di avere un’anima contraria alle istituzioni.
Questa contrarietà, purtroppo, non esiste ancora di fatto nella nostra Camera, ma, se ciò fosse,
potrebbe essa essere sciolta? Non dichiarò Nitti al principio di questa legislatura che la nostra Camera
è una “Costituente” in permanenza?
Ma è inutile discutere con gente di malafede. Lo scioglimento della Camera è un provvedimento di
conservazione monarchico-plutocratica che fa capo a tutto un piano di reazione. Un vero piano
infernale. Si vuol tornare alla classica melonaia, quando alle maggioranze non si chiedeva
collaborazione o discussione ma ossequio supino e più supina obbedienza. Quella stessa stampa che
durante i molti anni di dittatura giolittiana aveva deplorato come un segno di marasma negli istituti
parlamentari l’acquiescenza delle maggioranze personali, oggi, al soffio di un po’ di maretta, si mette
le mani ai capelli e grida: Torniamo al pantano. Durante dodici anni, prima della guerra, Giolitti aveva
abituato l’Italia ad un suo governo personale, nell’interesse della monarchia e della plutocrazia, nel
quale governo, il parlamento non era che una turba di servitori in gran parte disonesti, che si
ripagavano con titoli cavallereschi e con ogni sorta di loschi affarismi, della loro acquiescenza
politica.
In parlamento non vi erano più partiti, non discussioni, non opposizione ma l’attività del tempio di
Gerosolima.
Questa Camera in gran parte rinnovata, inquieta, inesperta, che non è stata nei suoi elementi nuovi,
permeata dai grandi interessi privati e dalle vecchie clientele, costringe il governo ad un nervosismo a
cui, in casa nostra, non siamo più abituati. Ora, davanti a questa Camera, dovrebbe essere portato
presto il progetto sul controllo delle fabbriche, il progetto sull’esame di Stato, quello sulla gestione dei
giornali, i progetti sulla burocrazia.
Pensate che enorme cumulo d’interessi intaccati, e con quanti mezzi il mondo borghese tenterà di
allontanare da sé questo amaro calice. Offensiva fascista, dunque, su tutta la linea.
Gittiamo nel terrore il paese abbandonandolo a queste bande armate, cui terranno man forte le
forze di pubblica sicurezza; spaventiamo e spezziamo dove è possibile le organizzazioni proletarie
comunque e dovunque esse siano, incendiamo giornali e circoli, utilizziamo a gran suono di grancassa
i morti di questi moti convulsi. Poi sciogliamo la Camera e con il fascismo trionfante in piazza,
mandiamo via dalla assemblea legislativa il più delle forze indipendenti. Con una maggioranza amica,
del tipo di quella della Camera francese, ci sarà possibile sciogliere la Confederazione del lavoro, il
Sindacato ferrovieri, la Federazione dei sindacati ferrovieri, la Federazione dei sindacati
postelegrafonici, gittare a mare quanto ci fu imposto dagli organi proletari, e con quell’amabile terrore
costituzionale che non ha nemmeno il coraggio della sua perfidia potremo ricominciare la nostra
attività affaristico-patriottica che ci apportò sempre così cospicui frutti.
Questo è il piano inconfessabile e brutale del governo della monarchia; questa è l’attuazione di
quella giustizia sociale che l’on. Giolitti pose, salendo al potere, in capo al suo programma. Gli
italiani, dopo aver fatta la guerra sono abbandonati alla mercé di un governo che favorisce
apertamente il brigantaggio politico, fomenta la guerra civile, specula bassamente sui movimenti
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convulsi che generano le passioni e sul nervosismo ed il marasma economico della nazione.
Gli spiriti liberi d’Italia prendano nota delle incredibili violenze perpetrate con la complicità dei
poteri che sono preposti all’ordine pubblico, prendano nota del fatto che il governo perpetra la più
pericolosa delle violenze sulla volontà della nazione sciogliendo la Camera dei deputati senza quel
minimo di giustificazione che comporta lo spirito della costituzione vigente.
Noi non chiediamo, e tanto meno speriamo, che la Camera sciolta si trovi un altro Pallamaglio e
continui la sua vita; ma se ciò avvenisse, voi vedreste coloro stessi che hanno dichiarato la Camera
una Costituente in permanenza, disperderla con il piombo e con la fiamma.
Anche oggi come nell’Ottantanove i giornali della grassa borghesia fanno le sottili distinzioni di
Target, è questa Camera rappresentante del popolo? Sì, nel senso di “plebe” poiché è risaputo (lo
dicono loro) che nelle ultime elezioni i borghesi non hanno votato.
Dunque bisogna scioglierla non rappresentando essa veramente la Nazione che, come è noto, è
composta da tutti i patrioti, banchieri, aggiottatori, cavalieri, e commendatori, giornalisti pagati,
briganti mantenuti, burocrati poltroni; e dalla sovrana specie dei trivellatori. Costoro sono la Patria.
Ed è per reagire contro questa Patria di disonesti che le plebi rinnegano la Patria di Mazzini, la Santa,
la benefica Patria, e danno modo agli smobilitati del patriottismo di declamare sulle piazze con una
mano sul cuore e l’altra sul gruzzolo della vergogna.
Pan
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La carta del baro
“La Voce Repubblicana”, 14 aprile 1921
Permettetemi di insistere sopra la questione della legalità. Noi vogliamo e dobbiamo condurre il
processo alla monarchia con tutte le forme e giacché i difensori di essa sono più sguaiati del
sopportabile, non dureremo molta fatica. Parrà strano che noi repubblicani si sia in prima linea, quasi
diremmo soli, a difendere lo spirito di una costituzione che non abbiamo mai accettato e che
vorremmo distruggere a furor di popolo.
Se lo facciamo è per dimostrare ancora una volta che la monarchia usa della sua legge, del suo
patto col popolo, come il baro che tiene la carta nella manica. Vogliamo scoprire (ahimè! di quanti
Colombo hanno bisogno l’imbecillità e la malafede delle nostre classi dirigenti!) l’equivoco colossale
e fraudolento che in occasioni come la presente viene a galla ed irride. Ecco perché insistiamo su
questo argomento che per il resto non ha per noi una eccessiva importanza. Non è forse la lealtà dote
precipua della nostra monarchia? Illuminiamola.
Qualche scrittore giornalista, scendendo, per eccesso di condiscendenza si capisce, sul nostro
terreno, in difesa della violenza alla sovranità popolare, credette opportuno sfoderare nientemeno che
il diritto divino, che, come tutti sanno, è consacrato e riconosciuto nello Statuto Albertino. Ed è
appunto qui che si annida l’inganno e che trionfa la lealtà.
Che cosa è lo Statuto? È la carta fondamentale del regnicolo piemontese, copiato dalla Francia ed
adottato in Italia mentre la Francia lo ripudiava.
Questa carta fondamentale è stata accettata dalle classi dirigenti e fatta accettare al popolo nel
plebiscito, con il proposito di rinnovarlo con un tuffo salutare nella costituzione inglese e
specialmente nella pratica parlamentare della democrazia britannica. Tale era il pensiero del
liberalismo italiano e da tali principii esso derivò ogni sua forza ed ogni prestigio.
Così nacque l’equivoco. Lo Statuto rimaneva la base fondamentale dello Stato italiano, ma la
pratica del governo lo superava costantemente, in quanto il re che per il nostro diritto pubblico
dovrebbe essere supremo moderatore diventava invece nella pratica di fatto una parte del parlamento,
un collaboratore ed un contraente. Si fa così luogo a quella che il Sonnino chiamerà più tardi
usurpazione parlamentare dei diritti della corona. Di fatti nel 1897, quando la camarilla di corte,
vedendo scossa la monarchia per la disastrosa politica del tempo e per la vergogna di Adua, preparava
quella reazione che diede poi così tragiche conseguenze e culminò nel delitto di Monza, l’on. Sonnino
nella Nuova Antologia, gennaio 1897, in uno scritto intitolato Torniamo allo Statuto si scagliava
contro questa pratica di governo che aveva dato alla rappresentanza nazionale i poteri propri del re.
Lamentava in poche parole che in Italia si fosse fatto luogo ad un regime parlamentare sul tipo inglese
anziché ad uno costituzionale su tipo tedesco. Eppure su questo equivoco la monarchia aveva sempre
vissuto e su di esso furono in seguito pacificati gli animi e superata la crisi che aveva lasciata
tragicamente aperta il re defunto.
Per questo equivoco la monarchia da una parte, con lealtà, e il parlamento dall’altra, hanno sempre
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considerato il nostro sistema politico come qualche cosa di ibrido; non del tutto costituzionale, non del
tutto parlamentare. Una vera costruzione equivoca in cui la monarchia quando si crede o si vede
appoggiata fortemente dalle classi plutocratiche e dirigenti mette fuori la carta del baro, e quando
invece sente vento di tempesta si rannicchia dietro il parlamento onde i buttafuori del regime vengono
alla ribalta per dichiarare: “Ma in Italia è necessaria una repubblica quando il re è meno di un
presidente della Francia?”. Ed è per questo equivoco che i giornali borghesi confondono prerogative
con privilegio.
Confondono? Ma no che non confondono, questi mariuoli. Ve n’è fra essi di quelli che
confonderebbero un asino tra le pive, ma alcuni altri sanno quel che si dicono, e se fanno, come si dice
al mio paese, il zingaro briaco, è perché il grido di Modigliani è deplorato, ahimè! anche da Filippo
Turati. Chi difenderà dunque o popolo d’Italia, i tuoi diritti se non lo fanno coloro che accudiscono
costantemente alla tua prosperità? Coloro che hanno il monopolio dei tuoi dolori e delle tue
rivendicazioni?
Noi denunciamo, per quel che può valere una denuncia contro una illegalità, contro una furfanteria,
contro un equivoco ai danni del popolo d’Italia di oggi, noi denunciamo e deploriamo questa
gherminella della monarchia per cui un regime personale è gabellato per regime parlamentare per cui i
dissidi fra i poteri dello Stato non debbono risultare dai dibattiti in seno alla rappresentanza della
sovranità, ma dipendono e sono dichiarati dalle opinioni, dai giudizi e dai capricci personali di un
presidente dei ministri. Se esistono ancora dei partiti sovversivi in Italia, se vi è della gente che non ha
il fegato guarito dalla paura per il dilagare delle bande di Saturnino, se alcuno conserva ancora la
fierezza di vivere libero per liberamente esprimere le proprie inclinazioni e le proprie idee, seguirà la
nostra protesta. Oggi un bestiale lezzo di connubi esala dalla nostra vita politica e ci è dato di assistere
all’indecoroso spettacolo di una borghesia sedicente liberale, di un partito cattolico, di una
massoneria, di un democraticume che si congregano nel segnacolo di un ideale di Patria a cui il santo
nome non fa che dar carattere di sacrilegio.
Pensate il Corriere della Sera combatte nella stessa corte dove combatte la Stampa e il Tempo e il
Popolo d’Italia.
La parola d’ordine è una: schiacciare il proletariato, rinforzare nelle loro posizioni tutte le classi
parassitarie che si appoggiano e appoggiano la monarchia, perché la cuccagna continui, e l’Italia, tra
un “valzer” ed una elemosina,
perpetui la sua vita grama di grande Nazione senza indipendenza effettiva, esprimendo dal suo seno
una miriade di lavoratori senza lavoro designati all’esodo biblico dell’emigrazione per cui in circa
sessant’anni più di cinque milioni d’italiani abbandonarono la Patria per non più rivederla.
In mezzo all’imbestiarsi universale, vogliamo sentire ancora lo spasimante e fiero orgoglio di
essere soli a smascherare le losche manovre, le illegalità, gli arbitrii di un regime che non può (e noi
non lo pretendiamo) rinnegare se stesso, suicidarsi per il bene di un popolo che per lui non ha che un
valore decorativo.
Tocca al popolo stesso svegliarsi, guardarsi intorno, esaminare i propri interessi, misurare le
proprie forze e deliberare, nei futuri comizi ed in seguito, con un’azione fattivamente rivoluzionaria,
se i suoi destini debbano ancora essere alla mercé di quelle cricche affaristiche, di quei disonesti che
fino ad oggi lo hanno governato nel nome di un regime che non ha tradizioni storiche in casa nostra, e
che in una Europa più o meno sinceramente repubblicana si regge con il servilismo verso le
plutocrazie straniere fuori di casa e col concorso di tutte le corruzioni, di tutte le sopraffazioni, di tutti
gli sfruttatori presso di noi.
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S.B.T.I. Bovalino
Pan
Socialismo italiano
“La Voce Repubblicana”, 22 aprile 1921
Lo spettacolo che offre in questo momento il Socialismo italiano è talmente confuso e desolante
che non si può considerare senza uno stringimento al cuore.
Noi siamo stati accusati, specialmente dai patrioti di guerra, di far le smorfie affettuose al
Socialismo, per ingraziarcelo, dicono alcuni. Quali sarebbero però i benefici che ci ripromettiamo da
codesta tenerezza lo sa Iddio. Ogni atto e atteggiamento in difesa dei lavoratori, per una
trasformazione che abbia in sé gli elementi di giustizia, predicati da Mazzini, viene gabellato per
bolscevismo.
La verità è invece più chiara ed intuitiva per gli uomini di buona volontà.
La verità è che noi non possiamo non interessarci di una partita che rappresenta in Italia una grande
parte dei lavoratori organizzati, perché il nostro elemento è il popolo. La leggenda di un partito
repubblicano che raccoglie solamente spiriti d’eccezione, uomini colti, filosofanti, idealisti, deve una
buona volta tramontare. Mazzini non disse: Dio e intellettuale, o Dio e idealista, ma disse: Dio e
popolo. Bisogna dunque tornare al popolo, inteso nella sua totalità di uomini produttivi e combattivi,
liberi in ogni campo da ogni schiavitù, compresa quella del salario, ed ai quali deve essere assicurato
l’intero frutto del proprio lavoro. Se questo è socialismo, ben sia: ma è il socialismo di Mazzini.
Ecco il perché di certe nostre simpatie, anzi di tutte le nostre simpatie al movimento operaio,
all’interesse delle classi lavoratrici che certi patrioti accomunano nel loro odio al partito socialista.
E poi, siamo onesti. Non occorre essere servili per riconoscere che tra vittorie e sconfitte, tra
abnegazioni ideologiche e clamorose aberrazioni verbali, tra la speculazione di molti mestieranti
arrivisti e la fede evangelica di poche anime pure, il socialismo da quarant’anni rappresenta in Italia
una forza ed una attività politica di prim’ordine. Nel loro libro l’Italia di oggi i signori King e Okey
scrivevano alcuni anni fa: “Il diffondersi assai rapido del socialismo, la sua apparizione come partito
parlamentare (il libro fu scritto subito dopo il regicidio di Monza), l’assorbimento da parte sua di ciò
che vi é di meglio nel pensiero nazionale, costituiscono il fatto principale dell’odierna politica
italiana”. L’avere in seguito quel partito tradito ogni fiducia riposta in lui, non toglie che esso rimanga
un fattore politico della più alta importanza.
Noi come repubblicani non abbiamo granché da lodarci di esso; disprezzò per tesi e per settarismo
i valori massimi del pensiero mazziniano, fu coi repubblicani in lotta aperta e spesso sleale.
Volete di più? Partito sedicente rivoluzionario, mentre pone a fondamento della sua azione la
conquista del potere politico, fu solo tendenzialmente repubblicano, e cioè a chiacchiere.
In effetti fu tra i partiti quello che, non sempre inconsciamente, cooperò più di ogni altro al
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S.B.T.I. Bovalino
consolidamento della monarchia in Italia, adombrando presso le masse il famoso principio lanciato dal
buon servitore della dinastia, Giovanni Giolitti, che con la monarchia è possibile anche la più ardita
riforma. Allontanò così il proletariato dalla visione del problema politico che, come vedremo, è la
chiave di volta di ogni altra soluzione sociale.
Oggi potremmo dire ai socialisti: tu l’as voulu George Dandin, ma a che pro? Se il socialismo
fosse rappresentato esclusivamente dagli acidi suoi dirigenti, dei quali una buona metà manca della
fede necessaria a sostenere una idea, e i due terzi di ogni competenza intellettuale e morale; se il
socialismo fosse un’accozzaglia di Bucchi, di Caroti, di Misiano, noi potremmo fare dell’ironia
anche pietosa, ma l’ironia diventa tragica quando pensiamo che dietro costoro stanno tre milioni di
organizzati, e cioè la più vasta falange proletaria che conti oggi l’Italia, e che questa falange poderosa
ora giace al suolo come la carcassa di una alfana slombata che subisce rantolando ogni specie di
soprusi.
Come mai questa forza che ha mandato 156 deputati alla Camera, che ha circa 4000 Camere del
lavoro, l’amministrazione di 2800 comuni, un giornale quotidiano con una tiratura altissima; questo
partito ch’è il meglio organizzato in Italia, che tenne per circa due anni la nazione sotto l’incubo di
una rivoluzione radicale, che ha in mano le più potenti associazioni di funzionari pubblici, come mai
dico, permette si esercitino contro di lui le più inaudite violenze? E ciò, notate, non dal parte del
governo come tale, come tutore dell’ordine pubblico, ma attraverso un movimento prettamente
rivoluzionario, anzi anarchico, che la borghesia gli ha creato contro e che il governo favorisce
apertamente senza pudore.
È un fenomeno che a guardarlo superficialmente riuscirebbe inesplicabile, ma che ha invece la sua
brava spiegazione.
La forza del socialismo era una forza fittizia perché mancava quell’elemento di profonda, diremmo
quasi religiosa convinzione spirituale senza la quale ogni idea non può avere vitalità. Nato in Italia per
la propaganda di pochi intellettuali, fu accolto dalle plebi senza essere capito, sotto l’aculeo del
bisogno materiale, in un periodo in cui la miseria delle nostre sfere politiche si rifletteva come
un’ombra gigantesca sulla vita del popolo. Né poteva essere altrimenti.
Il suo contenuto teorico fu il rompicapo degli economisti e dei filosofi per circa mezzo secolo. Il
suo contenuto morale, raffazzonato sulle teorie materialistiche (che, se Dio vuole, son morte per tutti
meno che per i socialisti) è tutt’ora una cosa fluida se non anco evanescente.
Le nostre plebi, cristiane nell’educazione, primitive nella cultura o assolutamente incolte, ebbero di
questo socialismo non una idea, ma una pseudoidea: la pseudoidea che lo rappresentava come il sole
dell’avvenire, cioè come una cosa vaga ed indeterminata, come un futuro di giustizia splendente in un
orizzonte lontano come un’aurora boreale.
Pure quello fu il momento epico del socialismo, quando esso, pur indeterminato ed evanescente,
aveva un contenuto nettamente politico, antimonarchico, tendeva non al piatto di lenticchie ma alla
conquista integrale del potere e alla trasformazione della società.; questo momento eroico dileguò
presto.
Entrato in parlamento il socialismo fu attratto nell’orbita politica cosiddetta progressista iniziata da
Zanardelli e perseguita con maggiore furberia da Giolitti; il quale abbagliò i dirigenti del partito
concedendo loro una minima parte di quello che perfino Bismarck aveva concesso fin dal 1885 nella
imperiale Germania degli Hohenzollern.
Così, dietro questi vicoletti equivoci, il partito socialista perdette ogni vigore, diventò una postema
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S.B.T.I. Bovalino
sulla quale il proletariato piangerà le sue amare lacrime in ogni congresso.
Provatevi a leggere i resoconti deai congressi dal 1902 in poi e voi troverete questo tragico
ondeggiamento che si risolve in una tragica immobilità: Riforme o rivoluzione? La quistione politica
non si affaccia che di soppiatto o se si affaccia viene soffocata con un artificio polemico da
componimento liceale.
Sentite come parla Filippo Turati, il Giasone infausto ed eterno del socialismo nostrano: “I
repubblicani della Italia del Popolo sono più ribelli di noi, perché se vi deve esser la pregiudiziale, se
la repubblica è cosa urgente, non si può farla per evoluzione, quindi l’atto risolutivo è necessario,
s’impone dunque la rivoluzione.
Noi diciamo invece che siamo più repubblicani, perché vogliamo una repubblica nell’animo del
popolo, una repubblica sostanziale ovunque. Noi non facciamo oggi la lotta diretta contro la
monarchia perché la monarchia per ora non costituisce ostacolo alle nostre conquiste.” (Vedi il
resoconto del congresso di Bologna, 1904).
Sapete quali erano queste mirabolanti conquiste? Quelle che le menti discretamente illuminate di
conservatori tipo Villari e Franchetti predicavano come un elemento indispensabile alla monarchia
ed alla borghesia. Sarebbe come si levasse un inno alla superiore umanità di un asinaio che accetta il
consiglio banale di chi lo ammonisce: guarda che se non dai da mangiare al tuo asino, ti muore. Ecco
la benemerenza della monarchia: diede da mangiare all’asino perché non morisse. Ed è perciò che
l’asino la dichiara progressista!
Che cosa derivò da questo indirizzo? che la massa si afflosciò su se stessa, inasprì i suoi egoismi
dimenticando il sole dell’avvenire e l’aurora lontana di giustizia per una controversia di salario,
imparò a rubare borghesemente nelle cooperative e nei circoli vinicoli, e condì le sue buone digestioni
domenicali con un eqwuivalente rituale tanto prediletto dagli italiani: una sparata retorica comiziale
sulla futura rivoluzione. In fatto di educazione del popolo la repubblica di Turati ottenne quanto
appare luminosamente da questi esempi.
In una provincia fra le più rosse d’Italia, un municipio socialista aveva disposto di pagare agli
operai le medicine durante il periodo di guerra. A conti fatti quel municipio dovette pagare, in meno
di tre anni, oltre duecentomila lire di medicine, perché gli operai organizzati facevano tutti, compresi i
famigliari, delle cure annuali di Proton e di Ferro China Bisleri e ciò con la complicità dei medici
specialisti.
Come vedete la Repubblica di Turati, quando sarà, sarà più allegra di quella di Platone.
Ma non scherziamo perché la cosa è tragica davvero.
Quello che avvenne al partito socialista durante la guerra e dopo è più tragico ancora.
Fermo sulle posizioni negative che aveva affermato dopo il 1912 specialmente per l’influenza
dell’ultra rivoluzionario Mussolini, il partito socialista italiano fu il solo in Europa che ripudiò
tenacemente la guerra e quando con il trattato di Versailles crollarono le speranze di coloro che
l’avevano predicata come un fatto democratico ed un ideale di giustizia, il partito socialista parve per
un istante un trionfatore. Tutta la bestialità degli individui, degli affarismi e dei Governi, venuta a
galla nella immensa conflagrazione, parve dar ragione in un certo modo a questi negatori irriducibili.
Il nostro socialismo vide in meno di due anni triplicato il numero dei suoi iscritti. Tutti i disillusi, i
facinorosi che volevano rivestire di umanitarismo la loro mentalità tipicamente fascista, tutti gli
arrivisti si riversarono nel seno di questo partito che resero idropico e polisarcico. Il fenomeno russo
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S.B.T.I. Bovalino
finì col dare il crollo alla mentalità evanescente di un Bombacci o di un Gennari. Dopo tanti anni di
balbettamenti riformistici venne l’ubriacatura rivoluzionaria che non trovò limiti, e la mentalità di
questo momento catastrofico sta consacrata negli inni che irisuonavano per le vie:
Avanti o popolo /alla stazione /rivoluzione /vogliamo far.
Di fronte a questa orgia di bestialità incosciente, gli uomini più eminenti del partito si sono
spaventati. Non solo veniva travolto il passato, ma anche il senso comune ed ogni apparenza di
serietà.
Che cosa volevano i rivoluzionari? Accidenti non lo sapevano neppur loro; o meglio, volevano
vagamente imitare i russi sulla scorta di alcune formule emanate dal Governo dei Soviet, ma così,
senza misurare neppure la portata di quello che volevano fare. Tanto è vero che essi stessi furono i
principali responsabili del crollo delle loro idealità bolsceviche quando inconsciamente si mostrarono
meravigliati e spaventati davanti alle condizioni reali del popolo russo. Fu allora che in Italia tutti
dissero: ma costoro sono dei poveri scemi.
In realtà era ammissibile e coraggioso pensare che davanti alla terribile situazione russa i socialisti
si accingessero ad una difesa tragica ma conseguente delle responsabilità del governo sovietico, avuto
riguardo ai precedenti e alla trasformazione radicale avvenuta nella compagine della società russa,
mentre è stato segno di invincibile debolezza mentale mostrarsi sorpresi di ciò che era accaduto dando
così a vedere che i socialisti nostrani non avevano compreso le vere implicazioni di una rivoluzione
radicale e che in una situazione analoga non avrebbero saputo prendere in pugno la situazione.
Furono così abbattute insieme sia le velleità rivoluzionarie che quelle riformistiche. Noi andiamo
incontro ad un periodo tragico di oppressione proletaria, che il regime organizza con tutti i mezzi e
che potrà avere lunga durata.
Questa convinzione ci viene suggerita dalla passività delle masse proletarie davanti allad una
violenza fascista esercitata da un pugno di sicari. In città come Milano, dove a dir poco esistono 80
mila operai atti alle armi, meno di mille fascisti spaventano e picchiano mezzo mondo.
La Lomellina è percorsa da meno di un centinaio di facinorosi ed è inerte, l’Emilia e la Romagna
socialiste pare non esistano più. Cosa avverrà del proletariato italiano? Esso non può morire, se anche
morisse il partito socialista néè si possono cancellare gli interessi di classe con dei colpi di pistola o
con le bombe. Troverà forse il proletariato per altra via il modo di rialzarsi e rovesciarsi come una
formidabile ondata contro il regime e spazzare con esso tutti i detriti che lo assecondano? È quel che
vedremo.
Le reazioni della storia hanno spesso datoa la spinta alle rivoluzioni più radicali.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
Il fascismo
“La Voce Repubblicana”, 26 aprile 1921
Nell’aprile 1919, mentre ancora il fascismo era una istituzione nascente che non aveva trovato la
via dell’America, un ignoto tracciava sull’Italia del Popolo di Milano un profilo di Benito Mussolini.
In quel profilo era detto fra l’altro: “Quest’uomo non privo di un certo ingegnaccio superficiale, ma
brillante, animato da una accanita ambizione e corazzato da una strafottenza marinettiana; questo
uomo che ha un giornale a sua disposizione e forse anche del denaro (detto adesso, quel forse sarebbe
ingenuo), che ha in un certo senso i poteri dello Stato che lo favoriscono, perché le sue grida
rivoluzionarie non sono che degli abbaiamenti alla casta luna; quest’uomo può trascinare molti e
molto corrompere in Italia”.
Modestia a parte, queste sono state profetiche parole. Egli ha corrotto tanto che oggi l’Italia
ufficiale, la miserabile Italia degli affarismi e del democraticume, quella Italia che da sessanta anni
compie i propri baratti attorno al carroccio della Monarchia, si trova di fronte a quest’uomo ed al
movimento da lui creato nelle condizioni di certe signorie medioevali davanti ad un capitano di
ventura.
Esaurita nel suo contenuto sociale ed economico, messa davanti alle risultanze della sua politica
disgraziata, incapace di sostenersi con l’ausilio della legge ch’è divenuta un meccanismo senza
funzione, la borghesia considera come una liberazione lo scorrazzare di questo movimento
extralegale; e subito dopo avere deplorato con alte grida le aberrazioni del bolscevismo scervellato, si
serve di metodi infinitamente più violenti e brutali per prendere respiro. Non solo adesso accetta, ma
sollecita unl’alleanza ed unla dipendenza di questo movimento facinoroso di assoluta minoranza, che
non ha e non può avere alcun contenuto, essendo impostato sopra un motivo puramente negativo:
combattere il bolscevismo, anzi il socialismo.
Il liberalismo italiano, dopo le promesse democratiche della grande guerra, ritorna alla funzione
sua caratteristica, che il Bolton King, l’eminente storico della nostra rivoluzione, così tracciava nel
suo libro sull’Italia contemporanea:
“Uno dei primi fatti che colpiscono l’osservatore della vita italiana è la confusione e la decadenza
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S.B.T.I. Bovalino
dei vecchi partiti politici. Essi han perso fede nei loro principi, nel loro paese, in se stessi, l’azione
loro si riduce ad un fatto puramente negativo: opporsi al socialismo in tutte le sue manifestazioni e
ridurre i diritti del parlamento, o, come forse essi preferirebbero, metterlo alla difesa della proprietà e
dell’autorità. Tutti costoro vorrebbero usare dello Stato non solo perché li guardi dalla legislazione
sociale del lavoro, ma anche perché metta danaro nelle loro tasche”.
Come vedete, sotto gli auspici dei fasci di combattimento, siamo ritornati alla funzione negativa
dei partiti in Italia e quindi all’annullamento dell’attività politica.
Il liberalismo che ha sempre sanato con la forza e col sangue del popolo le ferite inferte alla
nazione dal suo patriottismo declamatorio, oggi vuol permettersi un’estrema orgia di superficialità e di
declamazione e si accoda ai fasci di combattimento. I suoi stessi nemici non avrebbero potuto
augurargli una fine più miserabile.
Dico fine e non intendo con questo predire la caduta prossima delle camorre nazionali che, come
tutti i parassiti, hanno una vitalità tenacissima, ma intendo fine in quanto questa, io credo, sia l’ultima
tappa della sua abiezione.
Per preparare la reazione si è riusciti a creare in Italia un’atmosfera irresponsabile: la paura o la
malafede rende reticenti giornali come il Corriere della Sera che pur essendo un foglio tipicamente
conservatore, e pur rappresentando vasti interessi privati, aveva sempre potuto servirsi della sua larga
indipendenza economica per mantenere nelle lotte politiche una certa dirittura formale, e aveva saputo
in altri tempi opporsi all’infuriare della balordaggine nazionalista.
È inutile recriminare: oggi siamo a questo. Combattiamo e torniamo al nostro assunto, come
dicono i predicatori.
Che cosa sono i fasci di combattimento e che chi è il loro creatore?
Le definizioni dei fasci sono molte. Per Mussolini i fasci sono l’Italia, il sale della terra, per il
Corriere della Sera sono indice del risveglio della coscienza nazionale, e questo, dopo una guerra
tremenda combattuta e vinta strenuamente da tutto il popolo, è un po’ forte; a meno che essa non sia
stata combattuta in istato di sonnambulismo. Per la “Stampa” i fasci sono qualche cosa di tanto
equivoco da essere messi alla coda del movimento liberale.
Noi evitiamo dal definirli per non essere considerati settari e non vogliamo raccogliere le dicerie
che corrono insistenti specialmente nelle plaghe dove essi sono più aggressivi, intorno alla vitalità
economica veramente lauta di cui godono. In Italia è talmente radicata la pratica della corruzione e del
tradimento che non si ammette passione senza corruzione. I francesi si vantano di averci fatto fare la
guerra mediante la sapiente distribuzione di venticinque milioni. Che meraviglia, dunque, se il
pubblico, vedendo scorrazzare in automobile delle bande di uomini ben vestiti, che non ebbero mai
per il passato una opinione politica, e che oggi si atteggiano ad arcangeli della patria vendetta, dica:
gatta ci cova! Fossero anche i fascisti più impenetrabili del romano Fabrizio, sarebbero egualmente
attinti dal sospetto.
Perciò passiamo sopra a questo argomento ed esaminiamo il fascismo nel suo programma e nella
sua attività quotidiana.
Non è una novità che i fasci non abbiano un programma: Mussolini lo dichiarò molte volte,
considerando come merito, il non avere, anzi il rifuggire con orrore dai programmi fissi. Il programma
fascista è una specie di carpe diem oraziano che non ha altro di fisso che la posa gladiatoria. Il
fascismo io me lo figuro come una specie di moschettiere, che non si sa come viva, ma pur vive,
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sempre ben vestito e stivalato, coi baffi al vento ed il cappello piumato ondeggiante. “Io difendo
l’onore della Francia” grida con voce stentorea e sguaina la spada così per vendicare un sopruso,
come per una beffa al suo pennacchio. L’onore della Francia è per lui qualche cosa come l’onore del
corpo, l’onore della brigata, l’onore del pennacchio, cucinati insieme con qualche altro ingrediente di
natura meno spirituale.
Il fascismo dichiara: “Il mio programma è tutto in una parola: Italia”. Ma sotto questo facile
usbergo può nascondersi il programma di tutti i pescicani, di tutti i banchieri, di tutti i giocatori di
borsa, di tutti i fornitori dello Stato, di tutti i bagarini.
Non vi è aggiottatore o warrantista o trivellatore o burocrate corrotto che non si dichiari
innamorato cotto della Patria e che non abbia avuto almeno una commenda per meriti speciali. Mai
questa povera Italia ebbe tanti amatori come durante la guerra, e mai fu tanto devastata da costoro.
Quelli che l’amavano davvero non lo dicevano ma morivano per lei.
Dichiararsi patrioti non basta, anzi è men che niente, pericolosissimo identificare sé o il proprio
partito con la Patria, con questo stratagemma vi è della gente che trasferisce danaro pubblico alle
proprie tasche e poi dichiara candidamente, quand’anche non l’ostenta in tono burbanzoso: “Io
accresco la ricchezza nazionale”.
Allora resta inteso che il fascismo non ha alcun programma, e non si badi troppo a quello elettorale
non si pompeggi troppo: prima delle’ elezioni sarà fascisticamente bastonato, sfigurato e mutilato
tanto che non lo riconoscerà più neppure suo padre, il fascismo è dunque tutto nell’azione.
Esaminiamo allora questa azione, diamole uno sguardo d’insieme, e voi vedrete che noi avremo
modo di constatare come il fascismo insieme al decimo sommerso del massimalismo, infama
cotidianamente la Patria nel modo più crudele. Vi sono delle plaghe in cui la libertà individuale, di
pensiero, di associazione, l’inviolabilità del domicilio, persino la libertà di vestire come si vuole è un
pietoso ricordo d’altri tempi. Gruppi di giovinastri, con bastoni ferrati, ostentanti le mazze delle
rivoltelle, stazionano sulle piazze braveggiando. Un sospetto, un fazzoletto rosso, un giornale che si
ha in mano, un libro scritto, un mandato amministrativo, una opinione espressa possono esporvi a
bastonature, sputi, schiaffi, revolverate senza misericordia. Un giudizio men che ortodosso sui fasci
può gittarvi nelle mani di una canizza, che può uccidere senza che un cane di carabiniere indaghi sulla
vostra uccisione. Ti proibiscono di stare in un posto, ti chiedono la tua opinione, che deve essere
conforme alla loro, ti impongono di non uscire, di non andare a teatro, di non pubblicare il tuo
giornale.
Mario Mariani viene picchiato e scacciato da Carpi, perché socialista, l’on. Graziadei consegnato
ai carabinieri perché lo mandino via da Firenze, l’on. Cagnoni non può più circolare in Lomellina
perché l’ordinò Mussolini.
L’Italia è diventata un inferno, un paese inabitabile.
Ora io per amore di Patria debbo credere fermamente che questea attività di certo fascismo non
facciano parte del programma dei fasci, perché ciò equivarrebbe alla soppressione delle libertà più
elementari senza le quali è meglio morire.
E debbo egualmente credere che se le autorità non intervengono è perché con quella sapienza
politica che le distingue hanno frainteso il suggerimento del governo. In caso contrario meglio sarebbe
imbracciare un fucile e darsi alla macchia.
Tutto questo in un paese come il nostro in cui certe libertà non si possono discutere senza
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S.B.T.I. Bovalino
sopprimere i cittadini che le godono, a me pare, sia il peggior servizio reso alla Patria. Chi ama la
Patria deve soprattutto desiderare che essa sia fornita di tutte le libertà civili, in caso contrario essa
non si ama ma s’infama: e noi siamo a questo. Ho sentito dire da puri conservatori: se, Dio ci liberi,
questo stato di fatto dovesse continuare sarebbe la rivoluzione.
Ma a prescindere da ogni apprezzamento, che cosa rappresenta, che valore ha politicamente una
simile attività politicamente? Ci vuole tutta la vana e ventosa mentalità di Mussolini e tutta la viltà
della stampa borghese per proclamarla un risveglio dell’animo nazionale. In effetti il fascismo è un
fenomeno assai velenoso per la vita italiana, primo perché è inconsistente, secondo perché è
anarchico, terzo perché in un paese come l’Italia dove non ha attecchito la cavalleria, ma attecchisce e
prospera la camorra spagnola, un movimento come quello dei fasci è contagioso per quel tanto di
bravazzone che ha in sé, e che non è se non una forma inferiore del coraggio.
Questo movimento ha tutte le caratteristiche mentali del suo creatore e raccoglie intorno a sé gente
che, in fondo, crede di poter continuare a vivere con uno spirito di avventura che altro non è che un
relitto della nostra guerra e cova in sé un forte lievito di anarchismo. Se la borghesia italiana fosse
all’altezza di quella inglese, il fascismo sarebbe stato curato come una malattia sociale; in Italia è stato
dichiarato una crisi puberale! Pensate allo stato di salute di un organismo che per guarire di una
malattia se ne inocula una più grave e più subdola. È proprio vero: Quos vult perdere Juppiter
dementat.
Pan
Candidati: Mussolini
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S.B.T.I. Bovalino
“La Voce Repubblicana”, 28 aprile 1921
Abbiamo parlato del Fascismo: parliamo del creatore del Fascismo.
Premetto un ricordo personale. Nel gennaio 1920 quando fu annunziata la pubblicazione del
quotidiano Umanità Nuova, organo degli anarchici, io, parlando con un amico, mi meravigliavo come
un partito come l’anarchico potesse sostenere il peso economico di un quotidiano specialmente in
queisti tempi.
Il mio amico mi sussurrò che si parlava di una forte somma sborsata da Giulietti, ed io esterrefatto:
Giulietti? ma se Giulietti è un entusiasta di D’Annunzio? “Ebbene, mi rispose sorridendo il mio
amico, ti pare strano? Quello del capitano Giulietti è il temperamento più anarchico d’Italia”.
Non conosco il segretario della gente di mare, ma non è vero che egli sia il temperamento più
anarchico d’Italia, questo onore spetta al creatore dei fasci di combattimento.
Malatesta di fronte a lui non è che un principiante, un teorico non senza una larga base di spirito
evangelico. Mussolini è anarchico per istinto, inconsapevolmente, per forma mentale. La borghesia
italiana, così cafona e ottusa com’è, non si accorge del profondo veleno che quest’uomo diffonde
nell’organismo nazionale, ma non è lontano il giorno in cui si risveglierà con dei crampi nel sistema
cerebro-spinale che le faranno fare molte smorfie.
Carattere vulcanico, disordinato ed evanescente nella sua cultura generica ed in quella specifica,
incapace di qualunque serenità. Il Mussolini deve la sua fortuna al fatto che egli impersona una forte
quantità di difetti propri all’anima e al temperamento italiano: tali sono la superficialità,
l’improntitudine, la vuotaggine retorica, la ineducazione politica, la smargiasseria e il basso coraggio
rissaiuolo.
Non un atto o uno scritto o un gesto nella sua vita che abbia della compostezza, della serenità; egli
fuma continuamente come un vulcano; il suo cervello sembra attaccato da eretismo, dalla satiriasi
dell’azione.
A quale campo politico egli appartiene? Quali sono le sue idee? Quale la sua costruzione politica?
Se leggete i suoi articoli, voi vedete un lampeggiamento di occhi stralunati. Ripetendo le parole di
quel tale ignoto dell’Italia del Popolo vi pare di vedere un uomo che per la prima volta sale sul “tapis
roulant”: la tela gli passa sotto i piedi ed egli annaspa, urla, si aggrappa, strepita, ansima ed è sempre
al medesimo posto.
Se egli fosse stato, com’era nel 1911, alla testa del socialismo, alla fine della guerra noi avremmo
avuto un esperimento ungherese di repubblica dei “consigli del popolo”. Quand’egli dice che uomini
come Turati, d’Aragona, Serrati, ecc. non sono uomini capaci di far la rivoluzione, non dice una frase,
per fare la rivoluzione e cioè, per attuarla con un colpo di mano, senza pensarci sopra, come una
specie di settimana rossa in grande, non c’è che lui.
La sua improntitudine poi è senza limiti. Pensate che egli, dalla fine della guerra ad oggi, non ne ha
indovinata una, non ha lanciato un’idea, non ha lanciato un indirizzo, eppure oggi appare come un
trionfatore. Egli avversò la tesi di Bissolati, anzi compì la prima e più clamorosa violenza contro la
libertà di parola, sostenendo la tesi del nazionalismo più cicalone. Ciò non impedì però che proprio
lui, quando la soluzione del problema adriatico diede ragione a quell’altissimo spirito, saltasse
sfacciatamente in prima linea per gridare: abbiamo vinto! la nostra tesi ha trionfato!
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S.B.T.I. Bovalino
Non esiste uno speculatore sulla guerra più accanito e spregiudicato di lui, e ciò perché proprio
l’atmosfera tra l’anarchico e il tirannico che si respirava durante la guerra era il suo elemento.
Rientrare nella legalità, nella attività riconfortante della pace, nel tranquillo svolgimento della
operosità nazionale è per lui una cosa insopportabile: è come mettere il guinzaglio al gatto. Perciò:
gergo di guerra nei suoi articoli, formazione di guerra nei suoi battaglioni, e quell’eterno riferirsi alla
guerra alla quale in fondo in fondo egli deve la sua fortuna.
Uomo senza onestà spirituale, (della sua onestà personale non mi curo) egoista senza scrupoli,
educato alla vita delle fazioni in quella magnifica Romagna dove la passione politica è forte come
l’amore, egli riuscì in tempi di affievolimento del partito socialista, a presentarsi come riformatore.
Scacciato dal socialismo al principio della guerra, egli si trovò nella necessità assoluta di crearsi
un’altra piattaforma su cui valorizzare il suo spirito e la sua azione genuinamente anarchica. Creò il
fascismo richiamando presso di sé un nugolo di giovani spesso generosi ma che avevano preso la
guerra un po’ come un mestiere, contenti di battersi per una specie di elezione estetica e per uno sfogo
naturale.
Dapprima i fasci dovevano essere l’antipartito per eccellenza, e pareva avessero qualche cosa come
un embrione di programma.
Ma Mussolini ha la fobia dei limiti e poi, visto che, spremi e spremi, di programmi vitali non ne
partoriva alcuno, si gittò famelicamente su tutte le questioni di attualità abbaiando come un cane da
pagliaio a sostegno del lato più acceso di qualunque soluzione.
Il bluff è il suo forte: egli riuscì a creare stati d’animo veramente morbosi in Italia, ridendosi di
ogni possibile conseguenza. Fece credere ai borghesi ch’era prossima una dittatura militare nello
stesso tempo che ne faceva vedere imminente una bolscevica; fece credere a D’Annunzio che tutta
l’Italia si sarebbe mossa (anzi che i fasci si sarebbero mossi e che i fasci fossero l’Italia) ma durante le
operazioni contro Fiume stette, come tutti gli altri fascisti, tranquillamente a casa a mangiarsi il
panettone per non far scendere in piazza i suoi quattro gatti e farli sculacciare dalle guardie regie.
Oggi egli ha fatto credere a tutti che il fascismo è una organizzazione potentissima e i bloccardi
accettano la sua ripugnante imposizione per paura di lasciarlo solo e scoprirne il giuoco.
Se il fascismo entrasse nei blocchi, potrebbe varare una trentina dei suoi candidati, ma se si
presentasse da solo non raccoglierebbe in tutta l’Italia molti più suffragi di quanti ne raccolse nel
1919. Diventerebbe palese così il colossale bluff montato da quest’uomo senza scrupoli che
rappresenta nella politica nostra quello che i napoletani chiamavano un tempo “o pazzariello”.
Qualcuno dirà, come si spiega dunque il largo seguito che ha quest’uomo? Prima di tutto il seguito
non è affatto largo, ma per quel che è, bisogna pensare alla assoluta ineducazione delle classi dirigenti
in Italia. Dov’è presso di noi quella illuminata borghesia che fa i suoi buoni affari fuori di casa, con
gli onesti commerci, ed ama lo Stato e non sfrutta la nazione? Le nostre industrie si reggono sopra una
impalcatura di dazi protettori, la nostra agricoltura, dove non è scadente, deve alla pressione delle
classi proletarie, che organizzandosi chiesero salari e contratti più umani, se adottò dei sistemi
moderni.
Cosa importa a costoro dello Stato? Non sono io il primo a dirlo che la nostra borghesia è
monarchica per calcolo.
Ora una siffatta borghesia non va tanto per il sottile, inella Sicilia si serve della mafia, nel
napoletano della camorra e nel resto d’Italia del fascismo. E poi vi meravigliate che Mussolini abbia
un seguito? Ma non avete mai visto a Milano, nel cervello d’Italia, proprio in Piazza del Duomo, certi
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S.B.T.I. Bovalino
circoli folti di gente intorno ad uno strillone rivendugliolo? “Signori questa cravatta costa 20 lire in
qualunque negozio, io non la vendo né a 20, né a 10 e neppure a 5, ma ve la regalo per la misera
moneta di 4,90...”. Tutta la gente assiste a bocca aperta pur sapendo che quello è un imbroglione. Così
è l’Italia.
Pan
La Gioventù d’oggi
“La Voce Repubblicana”, 13 maggio 1921
L’appello appassionato ai giovani apparso sulla Voce dell’8 Maggio merita un più lungo discorso
ed un dibattito più crudo. Lo spettacolo che oggi dà di sè la nostra gioventù e specialmente quella
universitaria, è talmente impressionante che molti si domandano, quale sarà il domani d’Italia quando
nelle file della sua classe dirigente entreranno questi coraggiosi giovanotti che armati di pugnale e di
rivoltella formano oggi i nuclei più cospicui e più attivi delle milizie fasciste.
Un grande sconforto invade il cuore per le sorti della cultura e della Patria.
Se voi assisteste ad una festa fascista quasi non vorreste credere ai vostri occhi. Al fianco di
schiere di affittuari, di sfaccendati, di smobilitati senza impiego, di avventurieri dal viso patibolare
che fanno un fascismo di mestiere, armati, mantenuti e scagliati come elemento d’assalto dove il caso
lo richiede; accanto a tutta questa gente in mezzo a cui circola spesso il rifiuto della società e della
morale, vedreste dei battaglioni di studenti universitari, vestiti bene, spesso con pantaloni e stivali
militari e il fez rosso o nero, armati di tutto punto, che si avviano cantando “giovinezza” alla parata.
Perché bisogna sapere che Mussolini al fascismo ha voluto dare una vera struttura militare e nelle
plaghe dove egli porta personalmente il verbo della nuova redenzione, vuol passare in rivista le sue
forze. Gli studenti universitari figurano sempre in buon numero in queste adunate. All’apparire del
Duce si dà l’attenti; egli passa, il battaglione stormisce come un filare di pioppi ben cresciuti e ben
allineati, presenta le armi (pugnali, mazze ferrate, moschetti) e vibra tutto di entusiasmo quando il
capo squadra ha l’onore di serrare la mano all’ex socialista rivoluzionario Mussolini.
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S.B.T.I. Bovalino
Poi, cessata la rivista, questi giovani si riversano nelle città che hanno la sventura di ospitarli,
scorrazzano cantando dei versi come questi:
con un colpo di pugnale, / giustizia si farà.
Oppure:
Apri Pinin / ch’è morto Lenin,
e invadono le case private imponendo con l’arma in pugno di gridar così e così, di esporre la bandiera
nazionale, d’incoccardarsi nel modo che piace a loro e ai loro dirigenti. Poi mangiano a sbafo,
gozzovigliano e solleticano le rotondità di un gran numero di ragazze a cui non par vero di gridare:
evviva l’Italia tra i baffi morbidi di uno studente universitario.
E questa gente è quella che studia, come si diceva una volta, “umanità”, quella che si trova o
dovrebbe trovarsi a contatto cotidiano con i grandi spiriti del passato, con i grandi poeti, i giuristi, gli
scienziati; gli uomini che dedicarono la loro vita immortale (poiché vivrà eterna nelle loro opere) ai
dolori e alle speranze degli uomini, tanto più grandi quanto più di umanità abbracciarono col loro
sguardo e contennero col loro cuore. Costoro sono i medici di domani, quelli che dovrebbero nei paesi
di campagna, fra le plebi rurali, e nei borghi operai delle città, curare le malattie dei lavoratori,
accostarsi con spirito di sacrificio ai dolori e alle miserie tipiche della povera gente che non ha pane,
che contrae nel lavoro fecondo e terribile i più terribili mali, che trema al rezzo della malaria, che
prende il tifo nelle marcite, la tubercolosi nelle officine e nelle cartiere, o viene stroncata da congegni
lampeggianti come da macchine di guerra.
Ecco coloro che dovrebbero essere domani i magistrati, gli amministratori della giustizia in nome
di un principio superiore di amore fraternoumano e di necessità sociale, coloro che dovrebbero
tutelare e garantire la libertà civile del cittadino; che dovrebbero accostarsi con l’animo aperto alle più
vaste comprensioni, alle miserie morali dell’uomo, agli omicidi passionali, ai ladri, ai degenerati, alle
deformità dell’anima che spesso sono frutto della miseria, della difettosa costituzione della società,
della ereditarietà incoercibile.
Sono infine costoro che domani dovranno perpetuare in casa nostra, in questa patria del diritto, di
Dante, dell’umanesimo, di Mazzini, nella Patria delle idee più universali che risplendono davanti agli
uomini, sono costoro che dovrebbero perpetuare la tradizione sovrana del nostro pensiero, spiegare ai
nostri figli la nostra poesia, la nostra cultura eminentemente democratica, la nostra arte, il nostro
pensiero libero profondamente umano, sereno, pieno di luce come il nostro mare e il nostro cielo.
Ma quale apostolato, quale insegnamento, quale comprensione, quale valore può venire fuori da
una gioventù facinorosa, egoista, diciamo la orribile parola sanguinaria, che reprime col terrore la
libertà, che scaccia dall’aula universitaria i professori non ortodossi, che si allea al conservatorismo
più losco ed affaristico, e partecipa ad una guerra civile senza scopi programmatici definiti, senza
idealità, riempiendo il vuoto buio della propria coscienza con la parola profanata di Patria?
Ricordo la lettera che Emilio Zola durante il processo Dreyfuss scrisse ai giovani del suo paese:
“Ove va la gioventù? Quale movente la anima? Quando ero giovane vidi il quartiere latino fremente
delle fiere passioni della giovinezza: amore per la libertà, odio per la forza brutale che schiaccia i
cervelli e comprime le anime”.
Tutto questo amore di cose grandi e sacre pare tramontato dall’animo dei giovani, avvelenati da un
falso miraggio, da un patriottismo verbale e fraudolento che all’ombra del tricolore perpetra ogni sorta
di delitti. La gioventù perde ogni misura ed ogni venerazione, non studia e se studia non comprende; i
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S.B.T.I. Bovalino
suoi impeti non hanno altezza, il suo ideale è ristretto, il soffio dell’umanità non lo ravviva.
Fichte diceva ai tedeschi nei suoi celebri discorsi: “Siate, o tedeschi, patrioti, e non cesserete di
essere cosmopoliti”. Noi parafrasando ed ispirandoci all’insegnamento di Giuseppe Mazzini,
potremmo dire: “Siate cosmopoliti, o giovani d’Italia, e non cesserete di essere patrioti”. Perché cosa è
mai questo vostro patriottismo piazzaiolo, sanguinario e spavaldo, quale valore ha la vostra opera
distruttrice contro le organizzazioni sindacali dei contadini e degli operai che, se rinnegarono la Patria
nelle piazze, la difesero poi nelle trincee e sul mare? Ricordatevi che se gli operai e i contadini si
lasciarono ingannare da fatui pastori, l’inganno fu facilitato da coloro che negarono loro il pane e la
giustizia e che oggi si servono di voi per negargliela ancora più aspramente!
Ma è proprio poi amore di patria il vostro, o giovani, se prestate il vostro braccio ed il vostro
entusiasmo agli imboscati che la guerra sfuggirono senza neppure poter accampare la pregiudiziale
ideale dei socialisti, se vi rendete complici di coloro che capeggiano il protezionismo industriale, che
ingoiano i bilanci dello Stato, che corrompono la nostra vita politica? Come potrà, non dico
accrescere, ma conservare la libertà questa nostra Patria se i suoi valori ideali vengono annichiliti, se
la gioventù degli studi si sceglie come condottieri uomini che non hanno nella loro vita quella purità
cavalleresca, quella tenerezza di carattere che rifulge contro tutte le tempeste?
Ma ahimè! purtroppo i nostri giovani hanno perduto la reverenza per la scienza e per le grandi
figure. Quegli stessi che fremono d’entusiasmo davanti a Mussolini osano poi, all’Università di Pavia,
per esempio, andare di notte sotto le finestre del senatore Golgi, scienziato e gloria nostra di fama
europea, e gridargli un sacco di insolenze: Va la senatur, non sappiamo cosa farci della tua cellula.
Cosa si può sperare da una simile gioventù?
Questo è uno dei sintomi più tremendi della decadenza delle nostre scuole.
Tuttavia, chi, come il sottoscritto, ha frequentato per otto anni circa i corsi e le aule universitarie e
preso due lauree, ha avuto campo, purtroppo, di accorgersi come la decadenza venga anche dall’alto.
Esistono professori in Italia, che quando non sono dei boriosi ignoranti, sono, pedantissimi
compilatori, che, talvolta, nel loro ricco corredo di pubblicazioni non hanno un solo volume organico
dove vi sia qualcosa di più che paziente e miope erudizione. Ricordo un tale che, alla vigilia di
ottenere una cattedra di storia, e ciò durante la guerra, presentava come massimo titolo una
pubblicazione sui motti celebri di Casa Savoia.
Professori senza larga visione spirituale, presuntuosi, irritabili, pedanti, che non formano più dei
discepoli, non fondano scuole, non suscitano intorno a sé quel vortice di energie che rese celebri tanti
maestri.
Ora, con la guerra, molti di questi professori, dopo essersi scagliati a testa bassa contro i tedeschi,
credono attingere il massimo della virtù educatrice esaltando la Patria, e spogliano l’idea di patria dal
concetto che la completa e la sublima: quello di umanità. Così siamo noi che ricadiamo nell’errore che
abbiamo rimproverato alle Università tedesche prima della guerra, e cioè di avere perduto la
Germania allontanando la sua gioventù, e quindi la sua futura classe dirigente da quello spirito di
universalismo che aveva costituito la sua gloria nel periodo romantico e che l’aveva posta
intellettualmente alla testa della cultura e della letteratura europea.
Ma, riconosciamolo con dolore, in casa nostra vi è di peggio: vi è un blaterare patriottico che non
ha sostanza né serietà, un patriottismo di parata che si proclama rispettabile perché tale lo hanno
proclamato i suoi stessi banditori.
Gli studenti che non se ne accorgono, o usurpano il nome di studenti per le loro scarse qualità
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S.B.T.I. Bovalino
intellettuali, e allora non hanno vere colpe, o lo usurpano per le basse qualità d’animo ed allora sono
condannabili. Saranno questi uomini che dovranno dirigere il futuro d’Italia: che la sua buona stella
l’assista e che il progresso umano non debba in avvenire esser assoggettato ad altre leggi, diverse da
quelle che lo hanno governato fino ad oggi.
Pan
Noi e il Fascismo
“La Voce Repubblicana”, 17 maggio 1921
L’organo magno del fascismo non segue alla lettera la prescrizione dello scrittore di grido
Francesco Meriano, il quale, per una sua speciale intimità con la grammatica, che noi avremmo
offesa, lo consiglia di non occuparsi di noi. L’organo del fascismo invece, fingendo di non accorgersi
di quanto scrive Meriano, segue la nostra opera ed è sinceramente addolorato della nostra ostilità
verso il nostro esercito della salute. “Noi conveniamo”, dice il Popolo d’Italia, che il movimento più
affine a quello dei fasci è quello repubblicano. Lo abbiamo detto e proclamato mille volte. Non è
colpa nostra se i rapporti che potevano essere di buon vicinato fra noi e i repubblicani sono diventati
qua e là freddi ed ostili. Quando abbiamo visto l’Avanti farsi forte dell’autorità dell’organo
repubblicano...”.
Ma guarda un po’! Noi che con la nostra autorità conferiamo autorità all’Avanti! La Vocetta a furia
di canto fermo, sta diventando un tenorino. Siamo veramente stupiti della nostra birbante vitalità.
Però l’organo del fascismo esagera alquanto quando giudica la nostra opera.
Noi abbiamo espresso sul fascismo e sui suoi uomini quello che a noi parve la verità in piena e
serena buona fede, abbiamo giudicato questo movimento con la stessa implacabile e ferma obiettività
con cui giudichiamo, per nostra abitudine, gli uomini e i partiti, e ciò, non per sfogo personale, per
partigianeria, ma per quell’ardente amore alla verità ed alla Patria, cui s’informa l’opera nostra di
repubblicani e di giornalisti.
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S.B.T.I. Bovalino
Se ci si convincerà d’errore noi saremo orgogliosi di rettificare i nostri giudizi pubblicamente. E
poiché l’organo del fascismo pare ci tenga alla nostra stima, noi gli diciamo: Qua la mano, s’essa è
pulita, noi la stringeremo volentieri. Il fascismo ci permetterà certe precauzioni. Esse per noi sono
questioni di vita o di morte: noi non abbiamo che la nostra onestà e la nostra fede e un contatto impuro
potrebbe perderci irrimediabilmente.
Noi abbiamo sempre avversato, come avversiamo il fascismo, per un doppio ordine di
considerazioni: considerazioni d’ordine patriottico e considerazioni d’ordine morale.
Patriottico perché noi siamo abituati a riguardare come Patria, più che la furfantesca compagnia dei
politicanti e degli affaristi di qualunque risma, la grande massa dei lavoratori di tutte le classi, ed
anche nei periodi in cui più infieriva la infernale predicazione del bolscevismo bombacciano,
abbiamo sempre guardato con simpatia il loro movimento, abbiamo compatito i loro errori, sicuri
come eravamo, che l’acquazzone rivoluzionario si sarebbe sciolto ahimè! in molte lacrime per la
classe lavoratrice, ma si sarebbe sciolto.
Potevamo anche noi speculare sui loro errori grandissimi, ma noi non speculammo mai sull’errore
dei nostri fratelli, e sentiamo ribrezzo di tutti coloro che per legittimare una persecuzione cinica e
impressionante, fanno ricadere sulle masse l’errore di poche eminenti vanità. E non si allarmi il
fascismo, se noi, che non daremmo a certi patrioti il nome di amico, per tutto l’oro del mondo, siamo
disposti a chiamare fratelli i lavoratori, anche quando essi, avvelenati da una dottrina che nega valori
altissimi, negarono in un momento di aberrazione, la Patria. E poiché siamo convinti che una delle
ragioni che indussero i lavoratori a negare questa benedetta Patria, fu la sfiducia verso coloro che la
reggono, li chiamiamo a raccolta per spazzare tutto il marcio che rende odioso l’organismo statale e
creare ,con loro e per loro, una Patria più giusta, più onesta, più grande.
I fasci dicono di avere delle affinità spiccate col movimento repubblicano. Quali di grazia? Non
certo quella degli incendi e delle spedizioni punitive, tanto meno quelle delle coercizioni sanguinarie
della volontà altrui, non la intolleranza prepotente di cui i fascisti fanno quotidianamente professione.
L’unica affinità sarebbe da ricercare nella tendenza, che il fascismo predica di avere, verso
l’istituto repubblicano. Ebbene, a costo di dare un gran dispiacere al cuore dei fasci noi dichiariamo
apertamente che una repubblica instaurata attraverso la dittatura di una minoranza facinorosa, contro
le classi lavoratrici, una repubblica di pescecani come quella francese non la vogliamo. Preferiamo
combattere ancora per altri vent’anni, essere perseguitati, incarcerati, imbavagliati, ma non vogliamo
che sull’asservimento dei lavoratori i peggiori elementi del grasso industrialismo e della speculazione
bancaria diano allo stato l’impronta della loro volgare e maldestra politica di trafficanti e di mezzani
arricchiti.
E noi domandiamo sinceramente al fascismo se non abbiamo ragione di concepire simili timori
quando lo vediamo a Milano levato su gli scudi dalla potente consorteria daegli industriali e dei
banchieri, nell’Emilia e nelle Romagne dagli agrari, nel Mezzogiorno dai latifondisti. E poi che razza
di repubblica vuol darci il fascismo senza un programma completo e concreto, senza una linea
direttiva, mascherato dietro un fuoco pirotecnico di parole che svaniscono nell’aria come bolle di
sapone? Adotterà forse il programma dì quegli inveterati conservatori coi quali oggi festeggia la
carnevalata elettorale, o introdurrà in Italia il regime comunale che il D’Annunzio istituì a Fiume?
Crede forse il Fascismo che noi gli siamo grati, come fanno gli stupidi conservatori, di aver
sostituito la sua tirannia violenta a quella dei bolscevichi?
Niente affatto. Fummo contro i bolscevichi che ieri reprimevano la libertà, siamo contro i fascisti,
oggi, perché la reprimono e la offendono. La nostra dottrina è soprattutto dottrina di elevazione e di
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S.B.T.I. Bovalino
educazione spirituale, noi siamo sinceri quando deploriamo le violenze e non possiamo giustificarle
da qualunque parte vengano.
L’unico punto che ci unisce ai fasci di combattimento è l’amore all’Italia. Noi non neghiamo la
ingenua fede dei neofiti, specialmente dei giovani studenti, ma accanto ai pochi sinceri, quanti
degenerati, quanti pescatori nel torbido, quanti imboscati, quanti affaristi, non escluso qualche
candidato.
Quello che non riusciamo però a spiegarci è una cosa: come mai i fascisti che si dimostrano
accaniti, spesso con ragione, contro i negatori del tricolore non disdegnano contatti, e più che contatti,
con istituti ed uomini che sul patriottismo speculano a milioni, che contribuirono ad elevare il cambio
più che le agitazioni operaie, che incanaglirono e incanagliscono i prezzi, che per sfuggire alle tasse
mandarono all’estero i loro denari o li convertirono in gioielli.
Ma perché il nostro patriottismo deve ridursi sempre ad un tamburello sulla pelle proletaria?
E poi, ciò che ci divide dai fascisti in modo irreparabile è la questione morale. Se anche volessimo
sorvolare su certi contatti non potremmo fare a meno di domandare al fascismo con franchezza:
“Donde vengono i vostri milioni? poiché per fare quello che fate voi, ci vogliono dei milioni. Camion,
automobili, side-car a centinaia marciano, per voi senza risparmio; tutti sanno che, nei vostri raduni,
gli uomini delle vostre squadre mangiano a migliaia nei vostri raduni senza pagare individualmente, e
che i militi delle spedizioni punitive sono pagati lautamente. Voi aAvete aeroplani a disposizione per
le vostre feste, giornali che vi sostengono, che nascono come per incanto, milioni di vostri manifesti
tappezzano le mura delle città, centinaia di vostri candidati affrontano ingenti spese elettorali pur
essendo individualmente dei poveri diavoli, ex ufficiali disoccupati, impiegati, gente che, quando l’ha,
ha una sola ricchezza: il fegato.
Badate, noi non vi accusiamo di corruzione, ma ci permetterete di rimanere perplessi davanti ad
una abbondanza fantastica di cui ignoriamo le fonti in questo tempo di feroci egoismi e di nessuna
idealità.
Potete voi rispondere esaurientemente alle nostre domande? potete voi divorziare dalla grassa
matrona che vi menate a braccetto per una capanna ed un cuore repubblicano?
Via... quella vostra mano ha molti anelli e delle macchie di sangue italiano. Lavate le macchie,
levate gli anelli e poi se ne riparlerà.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
Obiettivi raggiunti
“La Voce Repubblicana”, 22 maggio 1921
Con questo titolo la Stampa di Torino ragiona del risultato delle elezioni e dichiara con sfrontata
improntitudine che il responso delle urne ha pienamente giustificato lo scioglimento della Camera ed
ha confermato la verità di quanto il governo aveva asserito quando ne propose al Re il provvedimento.
Tutto l’articolo è una falsità compilata consapevolmente, sotto la preoccupazione di non dover
riconoscere, davanti alla forza incoercibile dei fatti che le asserzioni del Governo erano gratuite e non
rispondenti al vero, che la Camera fu sciolta sotto la pressione della stampa e della conservatoria
monarchica e plutocratica, e che in fin dei conti la violenza esercitata contro il popolo e contro lo
spirito della legge, non produsse neppur in modo approssimativo quegli effetti che si ripromettevano i
nostri buoni patrioti.
A confermare quanto diciamo siano testimoni le cifre e i fatti.
Le elezioni, la Stampa lo disse più volte, erano state indette per portare al Parlamento una tale
massa di rappresentanti del partito liberale tale da che potersse formare quella maggioranza necessaria
al Presidente del Consiglio per l’attuazione di un programma di ricostruzione al quale si erano
mostrati inadatti o restii a collaborare i due grandi partiti popolari, cioè, socialisti e popolari. Le forze
di questi due partiti che non rappresentavano più le masse che le avevano elette dovevano tornare alla
Camera decimate e tali da non potere, anche volendo, ostacolare la politica di un ministero che
volesse governare contro o senza di loro. Lo spirito della Nazione era stato profondamente mutato dal
1919 ad oggi, i socialisti non avevano più il suffragio dei loro due milioni di elettori. Il patriottismo
bluffistico e petroliero aveva ubriacato tutti.
Somari!
I popolari che erano cento ritornano alla Camera in numero di centosette, i repubblicani lievemente
accresciuti di numero hanno lasciato nelle masse buon lievito per le prossime nuove elezioni, i
socialisti, nonostante le divisioni interne, e le incredibili violenze che in certe province non permisero
un solo comizio o l’affissione di un manifesto, ritornano alla Camera in numero di centoquaranta,
forza lievemente diminuita ma formidabile per ostacolare la via non ad uno ma a cento ministeri.
Le forze popolari, che si volevano sbaragliare, tornano compatte e quasi intatte all’attacco, e per
colmo dell’irrisione, non solo il partito liberale non torna alla Camera accresciuto, ma vi rientra
invece ridotto di numero, poiché al posto di una trentina di liberali e democratici subentrano altrettanti
fascisti, i quali, la Stampa lo sa, appartengono a quella categoria di “elementi politici”, la cui presenza
nelle liste ha per il cittadino tranquillo e amante della legalità sapore di “forte agrume”.
Non uno solo degli obiettivi che si prefiggevano le classi plutocratiche e la monarchia è stato
raggiunto;: la vita del ministero Giolitti ha i giorni contati, e dopo la sua caduta, attraverso un
ininterrotto capitombolio di ministeri che durerà sei mesi, ci avvieremo ad altre elezioni. Questa
Camera non può vivere;: se i socialisti e i popolari non vorranno coprirsi di ridicolo e di infamia,
dovranno liquidarla prima di sei mesi.
Perché un governo si formi una maggioranza qualunque con la Camera uscita da queste elezioni,
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S.B.T.I. Bovalino
bisogna che si gitti di nuovo in braccio ad uno dei due grandi partiti che si volevano morti. Pensare
che i socialisti possano collaborare con una maggioranza di blocchisti a noi pare macabro. Se anche la
tesi collaborazionista di Treves e Turati dovesse prevalere essi certamente vorrebbero che ciò
avvenisse col diavolo piuttosto che con questa manica di reazionari che avevano preordinato il loro
macello.
Con un’altra Camera non è difficile che la collaborazione socialista sia possibile: con questa lo
escludiamo se l’uomo parlamentare non è di parecchio più ignobile dell’uomo comune.
Resta l’ipotesi che vogliano collaborare i popolari ed allora noi prevediamo che i radico-liberali
dovranno lasciare per via più d’uno dei loro pudori. Ci pare, però, estremamente difficile che i
popolari vogliano collaborare con un governo che dopo essersi servito della loro forza, li aveva gittati
come zavorra inutile in mezzo alla tempesta fascista. Come indice della fiera antipatia dei popolari al
blocco sta il fatto che in qualche circoscrizione, come p.e. in quella di Milano-Pavia, dove la loro lista
non era completa, molti di essi aggiunsero nomi di fascisti moderati anziché di uomini bloccardi. E
questo è un colmo che non si era mai visto.
Ma nella Camera attuale vi è una incognita che a mio giudizio è la più formidabile di tutte:
l’incognita fascista.
Se i fascisti si fossero presentati da soli non avrebbero in tutta l’Italia racimolato tanti posti quantei
sono le dita di una mano. Imbrancatisi nei blocchi, essi portarono nei comizi e nella propaganda quella
loro rumorosa e brutale insolenza che mentre spaventò i timidi, li valorizzò in modo incredibile presso
quel ceto medio borghese e affaristico che forma la base del partito liberale e delle sue sottospecie. La
loro presenza rese inutile ogni programma poiché il programma era rappresentato da una bandiera
tricolore e da una mazza ferrata, e costrinse tutti i candidati a proclamare per le piazze d’Italia che il
fascismo era il salvatore della Patria. Ho sentito con le mie orecchie Innocenzo Cappa prorompere in
questa lirica volata: “Iddio vi benedica, o fascisti, voi ci avete salvati!”.
Mandati alla Camera senza avere esposto un programma, o esponendo tanti programmi quanti
erano i candidati, tutti i cosiddetti liberali-blocchisti si troveranno all’apertura della Camera davanti ad
un dilemma inevitabile.
Per preparare questa elezione il governo aveva reso il fascismo padrone incontrastato del campo in
Italia. Si picchiano, si bastonano, s’intimarono dimissioni alle amministrazioni comunali e provinciali,
si agisce, in una parola, in un regime di violenza legalizzata. Ora le elezioni sono state fatte e se una
tale pratica di violenza dovesse continuare, sarebbe veramente il suicidio dello Stato e delle
istituzioni. Qualunque ministro dell’interno, qualunque capo di governo deve intervenire per mettere
fine a questa vera ed autentica delinquenza faziosa.
La pattuglia fascista si opporrà, perché se ciò non facesse, la Camera dovrebbe concedere
l’autorizzazione a procedere contro i quattro quinti dei deputati fascisti, e il gruppo si trasferirebbe
alle carceri penali. Cosa faranno in questa contingenza i blocchisti che si sono serviti della violenza
fascista per riuscire nel loro disegno?
Avranno il coraggio di gettarli a mare o rimarranno attaccati ad essi come il loro peccato?
E se i fascisti, non teneri verso le istituzioni parlamentari, perduti dietro quell’apocalittico
disordine mentale che li distingue porteranno nelle aule di Montecitorio i loro metodi consueti e
renderanno impossibile il funzionamento dell’assemblea legislativa, cosa faranno i buoni conservatori,
i liberali, i rinnovatori, i combattenti, i democratici che non amano certi giuochi pericolosi?
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S.B.T.I. Bovalino
Può darsi che questa sia la vigilia di avvenimenti clamorosi e che a furia di scherzare col fuoco
qualcuno stia per scottarsi le mani.
Pan
Il lamento dei suicidi
“La Voce Repubblicana”, 1 giugno 1921
Poche volte nella nostra vita di giornalisti ci venne fatto di godere con tanta soddisfazione e con
tanta espansione come da qualche giorno a questa parte, e poche volte sentimmo così legittimo
l’orgoglio dell’opera nostra. I nostri articoli chi non lo sa? hanno e debbono avere la vita delle rose;
essi, secondo il detto dello squisito poeta francese, vivono l’espace d’un matin. Ma quando una fede
profonda, un’accorata passione ispirano l’opera giornalistica, avviene alcuna volta che nel giudizio
degli uomini e degli avvenimenti ci venga fatto di afferrare un lato sostanziale del momento che
osserviamo ed allora il tempo, che, come Penelope distrama la notte quello che noi tessiamo il giorno,
rispetta la nostra opera anzi la rafforza alla prova indiscutibile dei fatti.
Non possiamo fare a meno di rallegrarcene.
In questi giorni, per esempio, leggemmo un’intervista dell’on. Mussolini sul Giornale d’Italia, e
poi un coro di proteste, di alte grida, di corrucci contro le affermazioni tendenzialmente repubblicane
del leader dei fascisti. Il quale risponde a questo clamante giubilo com’è nelle sue consuetudini, a
colpi di scudiscio, che fanno levare le berze. “Non si è mai visto spettacolo più buffo di questo
strepitare di mandrie liberali e democratiche che fingono sorpresa. Ma di che si sorprendono alla fine
questi signori? Della loro stupidità? Hanno torto. Perché essa è palese ad oculos come si diceva una
volta”.
Mirabile! noi che abbiamo detto di Benito Mussolini quello che tutti sanno e che confermiamo,
oggi più che mai, persuasi di essere i soli ad averlo capito; non possiamo nascondere un tremito di
soddisfazione, e perché no? d’ammirazione per tanta franchezza. Proprio così! stupidi sono,
cominciando dall’Himalaia della scemenza, il Giornale d’Italia, fino alla coda di Corradini. Più
stupidi di così si muore. – E se Dio vuole morranno questi molluschi della politica, questi ammalati
d’incomprensione cronica, questi poltroni in mala fede che non darebbero un capello, non
sacrificherebbero un’ora della loro quiete laboriosa per difendere non dico la monarchia, ma nessuna
delle loro idee che invano si affaticano a diventar convinzioni.
Vuoti come budelli, si sono lasciati gonfiare spropositatamente dalle rosse fauci del fascismo senza
pensare che dopo la gonfiatura, viene la punzonatura. Ora l’enfant terribleterribile li puncica come
dicono a Roma, e costoro si svuotano con un lamento triste e flatulento.
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S.B.T.I. Bovalino
Pure, se ci proviamo a studiare un poco a fondo le ragioni di questa incomprensibile
incomprensione della borghesia italiana troviamo che essa fa parte di quella più vasta ineducazione
politica che affligge la nostra disgraziata Patria. In casa nostra i più illuminati conservatori apparvero
e furono considerati come dei pericolosi rivoluzionari. Noi pencolammo sempre tra due correnti, tra
due ideali ambedue falsi: il Valentino, ch’è la caricatura del pensiero machiavellico, e Cola da Rienzo,
che taglia l’aria con la spada verso i quattro punti cardinali gridando: questo è mio, questo è mio,
questo è mio, questo è mio.
Il giornalismo, organo supremo dell’opinione pubblica, è nelle mani di un branco di cafoni che lo
finanziano, e di un altro branco di nullatenenti intellettuali che lo professano. Ma quello che più fa
ribrezzo in cotesta canaglia, non è la superba ignoranza, ma la assenza di una vera passione, sia essa
per la Patria, per l’umanità o per il diavolo. Altrimenti come potrebbe giustificarsi un cicaleccio che
pare un biascichio di sonnolenti? Come sarebbe giustificabile la pretesa dei conservatori milanesi tipo
Perseveranza o degli scemi romani tipo Giornale d’Italia di voler chiudere Benito Mussolini nella
gabbia delle marce fregole conservatrici?
Noi dicemmo e vedemmo bene (lasciate che su la bestialità di questo giornalismo poltrone io perda
ogni pudore di modestia), quando scrivemmo del Mussolini: “La nostra borghesia, così beota e cafona
com’è, non si accorge del profondo veleno che questo uomo insinua nell’organismo nazionale, ma
non è lontano il giorno in cui essa si sveglierà con dei crampi al sistema cerebro-spinale, che le
faranno fare molte smorfie”. Ah! Profetica anima mia! le smorfie cominciano, i suicidi di coloro che
hanno dichiarato essere il fascismo la luce del mondo, il risveglio della coscienza nazionale, ora si
allarmano solo perché questo preteso risveglio non dichiara indispensabile, alla salute della patria,
l’impiastro della monarchia. Non toccate il “Tabù” altrimenti non siete patrioti. Per ragionare secondo
il vostro ordine d’idee, o emeriti somari, la miglior prova della inutilità, anzi del danno che la
monarchia apporta alla Patria è questo: che un ardente risveglio della coscienza nazionale ripudia
questa istituzione, anzi vuole ignorarla.
E voi repubblicani non siete contenti? perché esultate dichiarando di avere compreso gli uomini e
gli avvenimenti, se aveteva avversato un movimento repubblicano della vastità del fascismo?
Grazie, signori, non siamo idioti come voi. Noi guarderemo in bocca al cavallo mussoliniano, anzi
senza e prima di guardarlo in bocca noi sappiamo ch’è un pessimo e bizzarro maremmano, che
ruzzolerà giù per i burroni tutte le carrette alle quali è attaccato. Alla vostra ha già sparato delle coppie
di calci formidabili, e noi siamo troppo intelligenti per servircene.
Può darsi che Benito Mussolini voglia fare una repubblica in Italia, ma non è la nostra. Voi altri
conservatori gli avete dato di che sperare permettendogli la creazione di un vero esercito armato di
alcune migliaia di uomini, con formazioni agilissime, inquadrate militarmente, comandato da ex
ufficiali audaci che giurano fedeltà a lui come al Re. State attenti e vedrete: il giuoco si serra. Intanto
noi crediamo che i partiti farebbero bene a guardare con un po’ più di intelligenza questo movimento
fascista. Non i vecchi partiti, ma quelli che attingono le loro forze dal popolo, affinché quell’autentico
colpo di stato (non quello della Perseveranza) che si prepara, non giunga inatteso. I suicidi preparano
l’omicidio della libertà.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
I militi gloriosi
“La Voce Repubblicana”, 3 Giugno 1921
Questo articolo mi ronza nella testa da più mesi. Voglio mandarlo a spasso a mortificazione di
tante emerite e benemerite vanità, e specialmente di quelle che hanno raggiunto Montecitorio.
Il tipo del profittatore di guerra più noto è quello che comunemente si denomina pescecane, cioè
l’uomo d’affari che trasforma ipso facto in affare anche il macello umano, diventa fornitore,
intraprenditore, impiomba i buoi, applica cartone alle scarpe, lo trasforma in salametrasforma in
salami ogni porcheria, requisisce generi alimentari, incetta tessuti: in una parola, spreme danari anche
dalla più spaventosa delle miserie umane.
Ma accanto ai pescecani questo esiste un’altra specie di profittatori che paiono meno nocivi e che
invece, indirizzando lea loro speculazionie verso le ricchezze morali di un popolo, possono
danneggiarlo in modo anche più irreparabile. Mi spiego con un esempio.
Prendiamo le nostre guerre del risorgimento. Accanto a coloroquelli che le fecero veramente, col
braccio e con la mente, e che, finite le guerre, ritornarono tranquilli come Cincinnato allea loro attività
abitualie, sorse una miriade di combattenti e pseudo-combattenti i quali sbandierarono sulle le
gazzette e nelle piazze le loro benemerenze di eroi, chiedendo posti, prebende, cattedre universitarie e
seggi al Parlamento. Parecchi di loro, nonostante le ferite riportate, erano dei lestofanti e finirono in
galera; altri ebbero dei posti, anche cospicui, nei quali, ahimè! non portarono né capacità intellettuale
né valore morale. E ciò per la notissima ragione che Francesco De Sanctis espresse mirabilmente
quando scrisse: “Uno può essere martire, può combattere e morire per il suo paese, ed essere indegno;
la grandezza non è nell’azione, è nello spirito che si mette dentro”.
Ora per l’ultima guerra dell’indipendenza la speculazione si è ripetuta in forme diversissime e
fastidiose. Voi sentite gridare per le piazze, e lo avrete sentito ripetere mille volte nei comizi
bloccardi: bisogna valorizzare la guerra.
Che cosa significa, di grazia, valorizzare la guerra, e chi l’ha valorizzata?
Valorizzare il nostro intervento è una velleità di certe correnti pseudo-rivoluzionarie che hanno
perduto i connotati per via e che potrebbero lasciarci in santissima pace una buona volta.
Non resta che il desiderio legittimo di valorizzare la guerra in sé e nei suoi effetti; e cioè nei valori
autentici, sociali, nazionali ed internazionali ch’essa ha prodottoi, e questo non mi pare possa essere
fatto con la predicazione din piazza. I fatti hanno in sée stessi il loro valore indiscutibile e non si
accresce tale valore con tutte le chiacchiere di questo mondo.
I confini storici e geografici raggiunti, rappresentano realtà che nessuno può svalorizzare, lo spirito
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S.B.T.I. Bovalino
nazionale temprato ad una prova così epica e dura, la sanità morale e fisica del nostro popolo che
superò trionfalmente 0la tempesta, sono fatti che nessuno può sopravvalutare e nessuno potrebbe
negare o disconoscere.
Ma chi, dopo aver fatta la guerra e dopo averla accettata come una tremenda necessità sociale,
dopo essersi ripromesso la rigenerazione del mondo da un così spaventoso lavacro di sangue, ha oggi
il coraggio di magnificare e valorizzare la guerra nei suoi effetti internazionali e sociali? E ciò, notate
bene, non per lo sfinimento materiale dell’Europa, ma per sfinimento politico e sociale. Chi ha il
coraggio di magnificare una guerra che non raggiunse uno solo degli obiettivi di pacificazione umana
e di giustizia tra i popoli?
L’Europe Nouvelle dopo l’approvazione del trattato di Versailles riportava una freddura che
caratterizza e definisce gli effetti internazionali e sociali della grande guerra: “I nostri diplomatici
hanno preparato con cura una guerra giusta e duratura”.
Se vi è della gente che si sente di valorizzare la guerra in questo campo si accomodi, ma non creda
di fare così gl’interessi del proprio paese.
I poveri non possono profittare che del trionfo dell’ideale e della giustizia.
L’Italia avrebbe profittato del trionfo dell’idea mazziniana che pure fu il viatico dei popoli negli
ultimi anni di guerra. Quell’idea fu tradita e l’Italia perdette tutti i suoi profitti.
Ma io ho il fondato sospetto che questi retori ventosi che vogliono ad ogni costo valorizzare la
guerra, non tendano invece ad altro che a valorizzare se stessi. In caso contrario Cche cosa potrebbe in
caso contrario giovare al loro assunto quell’additarsi che fanno l’un l’altro costoro, quell’esibire in
pubblico le decorazioni di cui sono fregiati, quell’istituire le “trincerarchie” come nuovi titoli di
nobiltà? Sì, aver fatta la guerra è cosa nobile e santa, ma credete voi d’essere i soli ad averla fatta, o
per caso credereste di essere i più meritevoli per le medaglie che vi siete guadagnate? Ma dove sono le
medaglie d’oro in Italia? Quante sono? Vengano fuori, espongano le motivazioni delle loro
decorazioni, ed io mi impegno di trovare fra i contadini soldati almeno centomila che hanno meritato
in guerra più di loro. M’impegno di trovare nelle capanne della Sardegna e della Calabria diecimila
vecchiette e vecchietti che hanno dato tutti i loro figli, tutto il loro sangue e forse anche il pane della
loro vecchiaia a questa Santa Patria, ed oggi non scendono in piazza a vantar benemerenze, ma vivono
con un piccolo ritratto o tre o quattro ritratti dei loro figli morti in guerra, tra le figure dei loro santi
tutelari.
E quando penso a questi eroi, quando ricordo gli eroismi umili ed oscuri di tutti i fanti, di tutti gli
alpini, quando ricordo le giornate terribili del Carso, certo eroismo sbandierante mi fa pena ed anche
un pochino ribrezzo.
Mi fanno pena certe medaglie d’argento che ho visto durante la campagna elettorale presentarsi al
pubblico con la smorfia artistica di Mario Bonnard, l’eroe del cinematografo, ostentando
all’occhiello il nastrino azzurro e ragionando di questioni sociali. Ah! quei ragionamenti! le teste di
molti di costoro somigliano stranamente a certi salvadanai di ragazzi poveri nei quali due o tre soldini
fanno un rumore d’inferno.
E costoro vogliono ad ogni costo farsi notare, esser acclamati come grandi benemeriti della Patria,
e soprattutto andare in Parlamento, non senza aver prima bastonato quegli stessi contadini che furono
soldati umili, tristi e grandi in trincea, in nome di quell’ideale umano che oggi tradiscono e traducono
in una fiera di imbecille esibizionismo. Eh, via, buona gente, rispettate la guerra e rispettate se vi è
possibile, voi stessi. Questo saltabeccare sui dolori del mondo; questo accattare vano ed insolente
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S.B.T.I. Bovalino
Per una seria riforma della burocrazia
“La Voce Repubblicana”, 29 Giugno 1921
Coloro che durante l’agitazione degli impiegati statali ebbero la dabbenaggine di illudersi sulla
buona volontà e sulla possibilità di una seria riforma della burocrazia col regime attuale e
specialmente sotto il consolato di Giovanni Giolitti a quest’ora, speriamo, si saranno fatti un concetto
approssimativo di quello ch’è il governare oggi in Italia e quanto questo governare sia in rapporto con
gli interessi della Nazione. Il Governo non tardò a mettere fuori il suo progetto di riforma che,
giustamente (oh! sancta simplicitas) osserva la Stampa, ha una portata essenzialmente politica. “Esso
infatti, continua la Stampa, non è una riforma della pubblica amministrazione” sulla quale il
parlamento non avrebbe, in linea di massima, che un potere consultorio. E poiché tutti erano
d’accordo nel riconoscere come elemento essenziale della riforma futura un largo decentramento per
arrivare alla semplificazione delle funzioni e allo sfrondamento degli organi superflui, ecco la Stampa
a dichiararci che la futura riforma sarà solo tendenzialmente decentratrice (il fascismo fa scuola) e che
il sospirato decentramento, quando verrà, verrà per gradi.
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S.B.T.I. Bovalino
Voi avrete certamente capito che nessuna riforma seria sarà attuata e neppure tentata, la burocrazia
rimarrà quella di prima poltrona, succhiona, corrotta e mastodontica, i servizi andranno male come
sempre, si avranno periodicamente altre agitazioni, altri arresti nell’economia nazionale, altri fermenti
malsani e il progetto ora proposto da Giolitti avrà la sola funzione ch’è destinato ad avere, quella cioè
di ricattare uomini e partiti, ed essere strumento di vendetta governativa verso quei funzionari che
danno ombra.
Ecco dunque, in questa disgraziata Italia a che cosa è servito un mese di agitazioni violente, quasi
rivoluzionarie che arrestarono con incalcolabili danni del pubblico le funzioni statali e stavano per
aprire la via a più vasti e dolorosi movimenti di masse e di partiti.
Pare che il nostro Stato sia colpito da una specie di abulia, come quella che colpisce gli alcolizzati,
i morfinomani e i coltivatori di amori solitari; la corruzione non è più una deviazione accidentale, essa
non si domina, non si isola o si supera come negli organismi moralmente sani. Essa è diventata natura,
funzione dell’organismo e non può essere estirpata senza sopprimere il sofferente. Di fronte a questo
fatalismo tragico, a questa diabolica persistenza del sabotaggio della Nazione, voi vi domandate, cosa
farà la stampa, quella stessa stampa che durante l’agitazione degli impiegati sembrava presa da un
così ardente furore di rinnovamento, che riconosceva indispensabile, urgentissima, indilazionabile una
riforma, seria, profonda, fondamentale? La stampa molto probabilmente dirà quello che dice il
giornale torinese di Frassati, cioè che l’on. Giolitti con questo progetto si prepara un’altra, la ennesima
delle benemerenze storiche la quale grandeggerà nelle coscienze del paese. Tutto questo senza
avvertire ombra di ridicolo, in parola di onore. La verità è invece questa: che il progetto così com’è
stato presentato dal governo è men che niente, una coglionatura e una stupidaggine anche in ciò che
riguarda lo sfollamento che non potrà aver luogo senza aver prima progettato e messo in esecuzione
una radicale semplificazione dei servizi. E ciò per la ragione semplicissima (e chi ha un po’ di pratica
dell’organismo attivo delle nostre amministrazioni non può contraddirmi) che negli uffici non esiste
neppure l’ombra di personale esuberante, avuto riguardo alle necessità organiche del servizio. Sono le
funzioni che sono spesso inutili, non i funzionari. Se si abolisce o si trasforma la funzione, il
funzionario preposto si renderà libero, in caso contrario guai a toccarlo, bisogna sostituirlo subito con
una altra unità o con lavoro straordinario.
Quando l’on. Giolitti farnetica di sfollamento sa di dire una frase senza senso, specialmente per gli
impiegati delle amministrazioni più numerose e a carattere tecnico. Prendiamo per esempio
l’amministrazione postelegrafonica. In essa non solo esistono impiegati superflui, ma sono numerosi
gli uffici direttivi tenuti da funzionari di grado inferiore e parecchie decine di milioni sono spesi ogni
anno per servizi straordinari. All’ufficio pacchi di Milano è tanta la penuria d’impiegati che a coloro
che vi sono adibiti sono assegnate tante ore straordinarie quante non è possibile (dico possibile non
compatibile) fare in un giorno. A Roma negli uffici di piazza Dante tra straordinario ed
intensificazione si spende quasi quanto per gli stipendi. Quelle centinaia di funzionari preposti al
controllo dei vaglia sono tanto insufficienti alla bisogna che si trovano ancora il controllo dell’anno
1914 e lavorano a cottimo.
Dove si vorrà trovare il personale esuberante, nelle finanze, dove, non sono ancora sei mesi, furono
assunti 1500 nuovi funzionari d’ordine e di concetto? Nelle scuole medie se il 40 per cento delle
cattedre sono coperte da supplenti specialmente di sesso femminile e perfino da studenti universitari?
Nella magistratura se vi sono centinaia di preture senza titolare?
Quello dell’on. Giolitti non è che uno dei soliti diversivi che tanto più si raccomandano agli
inesperti quanto maggiormente sono indeterminati. Ricordate il progetto per i sopraprofitti di guerra?
Accolto da tutti come un atto di giustizia, salutato anche dai socialisti, sta diventando per via una
presa per il manico. E il controllo operaio? Del resto sarebbe ridicolo pretendere che il governo
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S.B.T.I. Bovalino
attuale, o uno qualunque dei governi regi, si accinga davvero ad una sistemazione fondamentale della
pubblica amministrazione dello Stato e della burocrazia, che vorrebbe quanto dire alla moralizzazione
dello Stato e della burocrazia. Sarebbe come pretendere che uno stomaco eliminasse gli acidi che
secerne durante la digestione. La burocrazia nei regimi forti è uno dei cardini dello Stato per la sua
attività e per la sua rettitudine; nei regimi deboli, nei regimi di compromesso, è una riserva di
corruzione e di corruttibilità. Il governo si serve di essa per tacitare richieste, per sedare malumori, per
favorire clientele delle quali poi si serve per i suoi fini. Tale è la situazione nostra. Il settanta per cento
degli impiegati è meridionale, il settanta per cento dei fedeli al regime e al ministero è anche
meridionale, fra burocrazia e governo corre un rapporto di dipendenza che sono il substrato della
nostra vita politica. Una seria riforma che cominci dalla contabilità dello Stato e scenda giù fino alle
aziende a tipo industriale, decentrando, sopprimendo un numero spaventoso di sovrastrutture, di
controlli, di pseudo responsabilità regolamentari che eliminano quelle personali e danno luogo
naturalmente all’ostruzionismo. Stabilire su nuove basi l’istruzione professionale e non professionale;
farla finita una buona volta con la pratica maledetta delle carte in regola che oggi costituisce l’unico
merito delle nostre amministrazioni: ecco quanto è necessario. Il governo attuale, anzi il regime, non
può farlo perché una delle fonti maggiori della sua forza sta nella corruzione della burocrazia,
attraverso la quale esso corrompe e ricatta. Cosa vuol fare dunque il governo? Domanda pieni poteri.
Ora bisogna leggere un po’ a fondo in questi pieni poteri. Ciò significa che il governo non ha
assolutamente in animo di attuare quella vera riforma generale da tutti invocata, ma una specie di
provvedimento di polizia in grande, servendosi, per l’eliminazione degli elementi torbidi e per le
modificazioni tecniche locali, dei grossi papaveri di ciascun dicastero. E ciò del resto è naturale
perché i ministri nelle cose dell’amministrazione che dirigono sono tutti dei maestosi ignoranti.
Quale riforma verrà fuori dalle menti degli alti burocrati ve lo lascio pensare; se volete farvene
un’idea vi cito un esempio.
Sotto il pontificato di Giolitti, quando il dicastero delle poste era tenuto dal povero Callisano, la
Commissione tecnico-reale nominata nel 1909 dall’on. Ciuffelli presentò un grosso volume
contenente una riforma generale di tutti i servizi. Naturalmente quando l’agitazione degli impiegati
terminò, il ministro non attuò uno iota di quanto vi era nella relazione. Volle invece lasciar traccia di
sé con delle riforme originali e ,sotto l’ispirazione evidente di qualche pezzo grosso del suo gabinetto,
degno, per imbecillità, di tutti i gran cordoni dell’universo, propose l’istituzione dei cosiddetti espressi
urgenti. Il povero Campanozzi, ex ispettore e allora deputato, sudò sette camicie per dimostrare che
quegli espressi urgenti erano una cosa pazzesca. Fu zittito e il Senato, Dio l’abbia in gloria, propose
una specie di lode al ministro Calissano, che aveva rinnovato l’amministrazione postelegrafica.
Conclusione: il servizio degli espressi urgenti si rivelò qual era, una emerita scempiaggine e
dovette essere rapidamente soppresso lasciando un deficit di qualche milione.
Io dico: si vuole in questo momento di spumante reazione attuare un grosso provvedimento di
polizia a danno degli impiegati? Si concedano i pieni poteri. Si vuole invece una vera, seria riforma
dell’amministrazione? Si neghino, e l’assemblea legislativa con l’assistenza dei tecnici indispensabili
getti le basi concrete di una riforma generale, intelligente e la imponga al governo e a se stessa.
Quello che è vergognoso è la stupida abitudine al ricatto di certi giornali ufficiosi, i quali sono
pronti a dichiarare colpevoli di lesa Patria quei partiti e quei deputati che non accettano il progetto del
Governo.
La Tribuna, per esempio, con una pagina che rivela i disonesti propositi del Governo, propositi di
rappresaglia e di vendetta, parla di penose necessità e di odii privati, e chiama responsabili della
mancata riforma coloro che non voteranno i pieni poteri.
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S.B.T.I. Bovalino
Perché non dire ch’è un vero tradimento? Diamine! Giolitti è l’Italia, la faccia tosta di Corradini è
l’Italia e, perché no? Il laticlavio di Malagodi è anche l’Italia.
Pan
Educazione burocratica
“La Voce Repubblicana”, 1 Luglio 1921
È opinione comune che statali siano dei poltroni, dei disonesti e dei parassiti. Ad affermare cosa
diversa da questo assioma, ormai passato in giudicato, si correrebbe pericolo di farsi linciare da molti
ben pensanti. Dall’Avanti all’ameno Travaso tutti i giornali sono ornati della tradizionale vignetta in
cui l’eroe della mezza manica sonnecchia sopra un giornale spalancato sul tavolo. Anzi come tutte le
cose che la malignità pubblica elabora e colora, anche la poltroneria degli impiegati ha le sue
leggende, i suoi episodi gustosi che vi scodellano in treno o alla tavola dell’albergo tutti i commessi
viaggiatori e i mercanti di suini.
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S.B.T.I. Bovalino
Ora io non mi voglio assumere l’impresa di redimere gli impiegati da questa accusa che ha la sua
brava ragione di essere, ma dico che il pubblico ha torto di non indagare sulle cause determinanti di
questo fenomeno della poltroneria negli addetti ai pubblici servizi. Il torto del pubblico è di non capire
che tutto deriva dal sistema, dall’ordinamento e dall’educazione, o meglio ineducazione, a cui è
sottoposto il funzionario, nell’amministrazione che serve.
Il primo colpo mortale che riceve l’impiegato assumendo il suo lavoro in una amministrazione
pubblica è quello di perdere la sua personalità: egli non è più che una macchina che eseguirà quelle
date funzioni senza la minima partecipazione della sua intelligenza e senza altra responsabilità che
quella che deriva da un complicato formulario che non può essere osservato senza arrestare ed arenare
il servizio. Egli non ha la facoltà di muoversi, di giudicare, di provvedere; la spesa di un centesimo
deve essere approvata a Roma con dei procedimenti così estenuanti che fanno perdere il coraggio
anche ad un mulo. Gli uffici vanno avanti così per forza d’inerzia senza lo sforzo di una sola
intelligenza fra quelle che li dirigono. Con questa educazione l’impiegato perde ogni iniziativa, ogni
personalità e si preoccupa solamente di tenere in ordine una sola cosa: il protocollo. Da qui balza fuori
il principio funesto delle “carte in regola” per cui un ufficio può andare a rotta di collo, ma se le carte
sono in regola, cioè, se il regolamento è stato osservato, il funzionario nella peggiore delle ipotesi è
nominato commendatore. Eliminata così ogni influenza della personalità, dell’intelligenza e della
sagacia, il funzionario sa quale è la sua missione: lavorare come una macchina.
Ma a questo punto si domanda: se l’intelligenza non è tenuta in conto lo sarà almeno l’attività?
Nemmeno per sogno. I furbi, i meno fieri di carattere si assicurano invariabilmente i migliori posti,
quelli, cioè, dove si lavora poco, dove si fa la mosca cocchiera e si riscuotono le maggiori indennità.
Le sedi preferite sono assegnate a quelli che hanno più protettori, a costoro i posti di fiducia, le
missioni lucrose, le promozioni. Il tal dei tali è parente o amico dell’on. tale, non viene mai in ufficio
perché addetto alla persona della tale eccellenza o sotto eccellenza, riscuote non di meno lo stipendio
aumentato dalle indennità di lavoro straordinario e di cointeressenza, il massimo che si possa
guadagnare nella carriera. Il tal altro invariabilmente ogni anno ha alcuni mesi di missione nelle più
belle stazioni climatiche; quel terzo ottiene un trasferimento dove e quando vuole.
Il funzionario che avesse della buona volontà di lavorare la perde di fronte a questa vasta
corruttela, si persuade che il miglior modo di fare il suo interesse è quello di fare il suo comodo, di
non preoccuparsi troppo, perché non l’ombra di un merito gli verrebbe riconosciuta. Perché lavorare,
perché essere attivo e sagace se queste virtù non sono tenute in alcun conto nelle amministrazioni
pubbliche? Farsi degli amici in alto: ecco quel che vale, ed ecco come il funzionario diventa poltrone
e corrotto, ecco come attraverso il favoritismo e la pessima amministrazione si prepara e si coltiva
questo il tipo di funzionario che illustrato da Scalarini e quello più pericoloso ed odioso che, di
quando in quando, e pour cause, la giustizia acciuffa e bolla d’infamia, come speriamo avverrà dei
ladri dnelle terre liberate. I quali evidentemente erano uomini di fiducia se furono loro assegnati quei
posti.
Così si uccide non solo l’attività, ma anche la disciplina. Iustitia fundamentum regni, dicevano gli
antichi e dove non vi è giustizia non vi può essere né rispetto alle leggi né disciplina. I dirigenti sono
esautorati, oltre che da un livellamento imbecille e demagogico degli stipendi, e qualche volta da una
vera e propria inferiorità, dalla intromissione del potere politico. Quel tale non deve essere toccato
qualunque cosa faccia; quel tal altro si dà ammalato quando crede, quel terzo fa il suo comodo.
Poiché nulla è più eloquente di un esempio sentite questa.
Un neo-funzionario delle finanze mandato per la sua prima nomina in alta Italia, ottiene una
licenza straordinaria per le elezioni, e rimane circa due mesi arbitrariamente assente. La delegazione
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del tesoro da cui dipende, gli sospende l’invio dello stipendio. Fatte le elezioni costui ritorna, fa
revocare il provvedimento della delegazione ed annunzia trionfalmente che fra quindici giorni sarà
mandato a prestare servizio al suo paese. Il che avvieneè regolarmente avvenuto.
Si vuol favorire uno a spese dell’erario? Ecco come si fa. Nel tale ufficio sono in organico tre
ispettori ma non ve n’è che uno. Bisogna far figurare che si è provveduto mandandone un altro e
perciò si trasferisce in quell’ufficio il cav. Tale. Però il cav. tTale non raggiunge la nuova residenza
perché è dichiarato indispensabile in uno degli uffici romani, dove si reca regolarmente ogni giorno
dalle 5 alle 6 pomeridiane per sbrigare la corrispondenza personale, ma naturalmente gli viene pagata
l’indennità di missione che attualmente è di cinquanta lire giornaliere. Tutti i funzionari sanno queste
cose e considerano le amministrazioni che servono, con legittimo disprezzo.
In tali organismi la disciplina non può esistere e non esiste. Per mantenerla si ricorre a tutte le viltà,
anche allo sperpero del denaro. Durante l’ultimo ostruzionismo in una direzione provinciale del regno
avviene questo: poiché l’ostruzionismo praticato nei grandi centri rendeva irrisorio il lavoro degli
uffici, il direttore propone di abolire, per quel periodo, lo straordinario perché il lavoro era così esiguo
che poteva essere sbrigato senza l’ausilio di una maggiore spesa. Il capo ufficio e l’ispettore si
opposero dichiarando che lo straordinario era intangibile altrimenti gli impiegati si sarebbero dati
anch’essi all’ostruzionismo.
Così si educano i funzionari in Italia. È colpa loro se sono poltroni, se sono corrotti? Pure, a
proposito di corruzione è bene spezzare una lancia a favore della gran massa degli impiegati. Se il
pubblico conoscesse la vita privata e la vita d’ufficio di certi, di innumerevoli funzionari, poveri,
modesti, che mentre fanno uno sforzo gigantesco per tenere a galla il loro bilancio domestico,
maneggiano milioni, che sono a contatto con la parte più spregiudicata e più losca dell’affarismo, e
pure si mantengono onesti e fedeli; se il pubblico conoscesse alcune di queste coscienze rette, di
questi buoni padri di famiglia, non li tratterebbe con tale disprezzo. In un sistema amministrativo
corrotto sono dei benemeriti; se uno sforzo, un impulso di rinnovamento moralizzasse la vita pubblica
e quindi l’amministrazione italiana sarebbero senza dubbio funzionari eccellenti.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
Per non dimenticare
“La Voce Repubblicana”, 19 Luglio 1921
Gli episodi di sangue e di brigantaggio politico di questi giorni scorsi debbono rimanere impressi
nella mente del popolo italiano a lettere di fuoco come i marchi che si imprimono sulle cosce dei buoi.
Nessuno di quelli che hanno combattuto, nessuno di quelli che hanno un morto nella terra redenta,
nella terra delle 13 battaglie deve dimenticare gli episodi di Viterbo e di Treviso.
Nessuno che serbi ancora la dignità del cittadino e l’orgoglio di essere italiano e libero dovrà mai
dimenticare che nel 1921 e cioè esattamente tre anni dopo la battaglia del Piave, un esercito di italiani
armati di fucili, bombe, mitragliatrici ed elmetti invase la città di Treviso che tre anni fa difendemmo
contro il nemico, gettando il terrore nella popolazione inerme e sotto gli occhi della regie autorità
civili e militari distrusse le sedi di due partiti e i loro organi di pubblicità e propaganda che,
nell’esercizio delle libertà garantite dalla legge, mai avevano oltrepassato i limiti che regolano le civili
competizioni. Ricordare bisogna e ricercare dove vanno ricercate le vere responsabilità.
Che cosa rappresentano in fondo in fondo gli episodi di Treviso e di Viterbo? Una delle tante
operazioni che il fascismo va impunemente eseguendo da otto mesi in ogni parte d’Italia, aiutato ed
armato da coloro che si sono arricchiti durante la guerra e dopo col sangue delle nostre vene, e che,
per difendere la loro posizione di privilegio, hanno assoldato un branco di rinnegati ambiziosi,
transfughi di tutti i partiti, senza idee, senza cuore, senza, non dirò patriottismo, ma senza alcuna
rispettabilità morale.
Costoro hanno in parte inquadrato, in parte letteralmente assoldato tutti gli smobilitati del
patriottismo, i propagandisti, gli straccioni morali nobilitati, per via della guerra, da una divisa di
ufficiale, i degenerati criminali, gli esclusi dall’esercito e dalle professioni civili per delitti comuni, e
li hanno messi a disposizione della grossa borghesia e dei fittavoli avidi di terra per schiacciare con la
violenza il socialismo e tutte le organizzazioni proletarie che minacciavano i profitti dei Falpalà
nostrani.
Che cosa fece il governo del Re di fronte a queste organizzazioni a delinquere? Le protesse, le
incoraggiò nella maniera più delittuosa ed immorale che possa adottare un governo civile assicurando
agli adepti di queste bande criminali l’impunità per tutti i delitti commessi contro le persone e le cose.
Senza questa impunità, senza gli attestati di stima che ricevettero sotto il governo Giolitti, queste
disperatissime squadre non si sarebbero trovate ancora oggi a scorrazzare e a delinquere
insanguinando il paese nel corso di cento e cento azioni delittuose effettuate dentro e fuori delle loro
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province. Per valorizzare maggiormente questo esercito di nuovo genere ed i suoi capi, sotto le
pressioni inconfessabili degli agrari, dei conservatori, dei forcaioli e e dei ladri del denaro pubblico, il
governo sciolse la Camera e gittò in braccio al fascismo i falsi democratici di ogni confessione e i
tremebondi rappresentanti dell’idea liberale.
Fu un buco nell’acqua, va bene, ma la delinquenza organizzata ebbe anche un rappresentante in
Parlamento e nessuno degli eletti dei partiti popolari sentì il bisogno morale ed il coraggio di ripetere
all’entrata del Duce alla Camera il gesto che la democrazia dei tempi di Cavallotti ebbe per Ferruccio
Macola che in fondo aveva fatto tanto meno di costui. Invece egli si vide accolto come un trionfatore
e diventò più baldanzoso che mai pensando e constatando che in Italia non si aveva più soverchia
sensibilità morale e che nella rappresentanza nazionale come avevano posto i disertori di guerra
potevano benissimo avere posto anche i disertori dell’onestà e del pudore civile.
Oggi dopo otto mesi di soprusi, di angherie, di uccisioni e di maltrattamenti, il popolo italiano,
stanco, abbrutito da tanto arbitrio, accenna a destarsi e il governo del Re interviene ricordandosi che
per assicurare la convivenza civile esiste in Italia un codice che può essere applicato anche alle
guardie armate della borghesia. Ma qui bisogna ragionare e ricordare. Se il governo interviene, non è
perché gli stiano veramente a cuore la libertà dei cittadini o la vita di centinaia e migliaia di lavoratori,
il governo interviene perché sente il brontolare del tuono, della rivolta, perché se non intervenisse, noi
avremmo in Italia delle spaventose notti di S. Bartolomeo, perché nell’animo popolare cova tanto odio
che se (Dio salvi la Patria) avrà modo di esplodere, il sangue scorrerà a fiumi e la monarchia sarà
spazzata come un fuscello davanti all’uragano.
Ecco perché interviene oggi il governo. Ed a testimoniare la sua storica, grandiosa responsabilità,
basta dare un’occhiata ai provvedimenti promessi dal governo. Credete voi che essi siano
provvedimenti eccezionali? Nemmeno per sogno! Nel codice penale comune, nelle leggi di pubblica
sicurezza c’è tanto da schiantare, non uno, ma mille fascismi.
Applichiamo la legge comune.
Oh! miserabili traditori della patria e del popolo italiano perché dunque non lo avete applicato fino
ad oggi il codice? O sono le leggi armi di partito e di classe di cui vi servite ai vostri fini? E perché ci
venite a dire che il vostro regime è un regime di libertà e di principi democratici al di sopra delle
classi? Questo bisogna ricordare o Italiani, o combattenti, o parenti doloranti dei nostri morti, sacra
falange dei lavoratori, questo soprattutto: che il governo del re non vi protesse nemmeno nei limiti
dell’umanità, che vi abbandonò come un corpo vile nelle mani della delinquenza, che vi tradì non
applicando quelle leggi che sono il fondamento della sua autorità e del vostro patto civile.
E ricordare bisogna anche quali sono stati i giornali ed i partiti che hanno elevato una protesta per
tanto scempio e per tanto tradimento e quali invece sono gli uomini che nel nome della patria hanno
sulle piazze d’Italia inneggiato alla milizia fascista, allo spirito fascista, alle prepotenze fasciste.
Ed ora una proposta. Si è parlato qualche volta di chiedere al governo un risarcimento dei danni
patiti dalle organizzazioni proletarie e dai loro giornali in seguito alle distruzioni fasciste. No, per Dio,
il fascismo può pagare di saccoccia e vi assicuro io che, se le leggi, le semplici leggi civili e penali dei
nostri codici saranno applicate, il fascismo avrà un salasso che gli dorrà per un pezzo. Si deve e si può
ricercare a quali fasci di combattimento appartengono coloro che hanno distrutto tanti giornali,
cooperative, circoli, camere del lavoro ecc. Le spedizioni punitive, fatte per mezzo di camion,
side-car, armi e gente assoldata e venuta dal di fuori, hanno evidenti tracce che riconducono a ben
identificate organizzazioni locali. Nel direttorio dei diversi fasci vi è gente danarosa, vi sono noti
arricchiti di guerra, pescicani, agrarii e simili.
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S.B.T.I. Bovalino
Si chiamino in giudizio costoro e comincino il partito repubblicano ed il partito popolare a chieder
conto delle distruzioni di Treviso. Vediamo che cosa dirà la magistratura competente quando
proveremo che le distruzioni di Treviso si debbono al tal e talaltro fascio che per la spedizione
avevano prestabilito i mezzi, gli itinerari, le liste di proscrizione ecc.
Non c’è da illudersi: una magistratura che assolve in istruttoria un fascista omicida e feritore di due
operai può fare tante cose. Ma sarà anche questo un modo magnifico di preparare la rivoluzione, per
smascherare e convincere di partigianeria il più importante potere dello Stato.
Pan
Amnistia ai contadini
“La Voce Repubblicana”, 29 luglio 1921
Speriamo che, nonostante la sorda ostilità degli agrari e la bestialità di certi giornali del
conservatorismo anarcoide, il ministro Mauri riesca ad imporre al Gabinetto Bonomi e al
Parlamento l’iniziativa per una amnistia ai contadini, condannati o sotto giudizio per l’invasione delle
terre, specie nel cremonese e nel meridione.
Siamo favorevoli a questa amnistia per un mucchio di ragioni e specialmente per le seguenti:
1° I contadini condannati o incriminati sono nella immensa maggioranza degli ex combattenti, a
cui il possesso della terra fu promesso da tutti i propagandisti del fronte interno, dai giornali e dai
partiti, non esclusi quelli che oggi si fanno un dovere, nella loro immensa malafede, di dipingerli
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S.B.T.I. Bovalino
come bolscevichi.
Ora se con criteri discutibilissimi, ma che pur prevalsero, fu concessa amnistia ai disertori di tutte
le guise, sarebbe un atto di suprema ingratitudine negarla ad autentici combattenti che hanno la sola
colpa di aver creduto alle promesse dei tempi difficili.
2° Perché l’invasione delle terre, dove avvenne, non fu niente affatto un fenomeno bolscevico,
antistatale, ma un tentativo di pressione sui detentori di vasti latifondi e sul governo per indurli a una
migliore utilizzazione della terra, secondo il principio ormai accettato da tutti i partiti e dagli uomini
mediocremente onesti, che la proprietà privata deve avere una funzione eminentemente sociale.
Della giustezza delle richieste dei contadini fa fede il fatto che nel cremonese, dopo mesi di lotte
ardentissime, di processi e di condanne, le parti in contesa stipularono un accordo in cui veniva
implicitamente a trionfare il principio sostenuto dalle leghe miglioline, cioè l’abolizione di fatto, del
salario nella sua forma tipica.
3° Perché in molti casi l’invasione delle terre (e qui mi riferisco specialmente al Mezzogiorno)
avvenne per rivendicare diritti non prescrittibili delle popolazioni, diritti che erano stati dai privati
direttamente e dal governo indirettamente calpestati, come lo sono tuttora.
E qui bisogna spiegarsi più diffusamente anche con un po’ di storia retrospettiva.
In molti paesi del Mezzogiorno le invasioni dei contadini, tutti ex combattenti iscritti regolarmente
alla associazione, avvennero per rivendicare ai comuni la proprietà delle terre demaniali. In altri
termini è avvenuto questo. I contadini sapevano che le terre demaniali spettanti ai comuni in forza
della legge eversiva dei beni feudali del 1806 erano state usurpate quasi tutte dagli ex feudatari, da
politicanti e camorristi del luogo, da gente insomma che appartiene a quella classe indefinibile e
disprezzabile, che viene chiamata classe dei galantuomini. Le plebi rurali senza beni di fortuna, in un
paese ad agricoltura estensiva, dove la mano d’opera trovava poco e mal rimunerato impiego, aveva
negli anni che vanno dall’870 al ‘914, risolto il problema emigrando in America. Per la guerra, molti
emigranti erano ritornati, altri che avrebbero potuto emigrare rimasero per difendere la Patria di modo
che dopo la smobilitazione, ormai chiuse le porte dell’America, moltissimi contadini smobilitati si
trovarono nelle condizioni più critiche.
Allora si domandarono: “È o non è vero che noi abbiamo salvato la Patria? È o non è vero che nei
momenti di pericolo ci hanno promesso giustizia, lavoro, terra? ecc. ecc. Questo è il momento di
costringere il governo a mantenere qualche promessa, di farci rendere giustizia. Chiediamo le terre
che ci furono rubate, le terre dei nostri comuni e non avremo più bisogno di andare in America.
Per richiedere queste terre vi erano due modi: ricorrere alle vie legali o imporre il problema con un
atto di forza. Per le vie legali i contadini avevano già subito, nel passato, tante sconfitte quante erano
le volte che avevano tentato di porre il problema.
La camorra governativa e delle amministrazioni comunali era un ostacolo che sarebbe stato
ingenuo affrontare con illusioni di successo. Non rimaneva che il colpo di forza e fu tentato. Bandiera
tricolore in testa, grida di viva il Re, viva la Regina, abbasso i proprietari, e si invasero le terre
contestate. Si capisce benissimo che nella invasione non si andò tanto per il sottile nello stabilire i
limiti e tanto meno si tenne quel contegno disciplinato che sarebbe stato necessario. Vi furono razzie
perfide e deplorevoli, distruzioni ingiustificate, e corse anche qualche bastonata.
Ma il principio era giusto e che non vi fosse altra via da tentare lo dimostrerò in un prossimo
articolo, rifacendo un po’ la storia delle contestazioni demaniali di qualche comune.
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Il governo intervenne regolarmente con la forza, furono intentati numerosi processi, alcuni dei
quali per furto, qualificando così bestialmente l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Si tentò, in
una parola, e si riuscì in parte, a schiantare questo movimento di masse inusitato da noi, facendo
dileguare dalla mente dei contadini una illusione che, persistendo, avrebbe potuto essere
perniciosissima, l’illusione, cioè, che le camorre locali erano in qualche modo battibili, sia pure sul
punto della giustizia sociale.
Questa illusione fu spezzata inesorabilmente senza che l’associazione dei combattenti, guidata
talvolta da politicanti, arrivisti, mestatori si occupasse minimamente della cosa. L’On. Gasparotto,
Gran Lama del rinnovamento, credo non abbia sentito mai parlare di questo.
L’on. Siciliani, calabrese e letterato, sognava la ricostituzione del sacro romano impero, e l’on.
Barrese, altro figlio della Calabria, per non fare come Erostrato, si recò a Fiume e fece per un quarto
d’ora parlare e ridere di sé.
Ora si tratta di vedere se in un paese dove Misiano fu mandato al Parlamento, sia pure per una
considerazione non politica, e dove migliaia di disertori beneficiarono della magnanimità del sovrano,
si possa negare a questi poveri contadini ex combattenti, una amnistia, specialmente quando si pensa
che lo Stato, coi suoi organi politici e legislativi non solo non ha fatto nulla per rendere loro giustizia,
ma si prepara sempre più a negarla, mantenendosi solidale con gli usurpatori e coi politicanti.
Così va posto il problema secondo noi.
Intanto aspettiamo che in Parlamento qualche partito di quelli che amano dirsi proletari si occupi e
proponga al Ministero una soluzione onesta e radicale della cancrenosa questione dei demani
comunali.
Facciamo invito formale ai nostri amici repubblicani per i quali ricostruire la vita economica dei
comuni è un punto cardine del programma di partito. Particolarmente in Calabria, ogni comune
potrebbe, se fosse amministrato da gente onesta, rivendicare con successo la propria quota di beni
demaniali. Alcuni hanno più volte tentato questa rivendicazione e sono stati sconfitti dalle
insufficienze della legge e dalle influenze politiche, essendo spesso interessati direttamente nella
faccenda uomini politici che laggiù hanno il monopolio della giustizia. Intanto le porte
dell’emigrazione si sono ristrette se non addirittura serrate, per le limitazioni imposte dai paesi che
accoglievano i nostri emigranti, per l’alto costo dei viaggi e soprattutto per la crisi che travaglia
dovunque la produzione.
Nel Mezzogiorno, mancando l’emigrazione, rimanendo inalterato il sistema estensivo delle colture,
senza commerci, senza lavori pubblici, si ha un rifiorire di delitti di sangue e di attentati contro la
proprietà, che impressiona. I contadini chiedono lavoro e terre e non trovando né l’uno né le altre si
danno all’abigeato, alla grassazione, ad ogni sorta di delitti. Come si intende venire in soccorso di
quelle popolazioni contadine?
Si è parlato, in un primo tempo, dopo l’armistizio, di un progetto sullo spezzettamento del
latifondo, di una applicazione del decreto Visocchi-Micheli ma poco o nulla si è fatto e dove si è
fatta qualche concessione si dovettero vincere difficoltà incredibili.
Un contadino mi diceva che la Commissione speciale, inviata per esaminare un terreno chiesto dai
combattenti in forza del decreto Visocchi-Micheli, tentava di farlo considerare come ben coltivato
mentre in esso vi erano macchie di bosco dalle quali furono scovati dei lupi. Bisogna far qualche cosa.
Vedremo in un prossimo articolo in che senso si potrà agire per aiutare l’agricoltura e il lavoratore del
Mezzogiorno.
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Pan
L’amnistia ai contadini e la questione demaniale
II
“La Voce Repubblicana”, 30 luglio 1921
In un precedente articolo accennai alla questione demaniale nel Mezzogiorno e dissi che in molte
zone dove avvennero le invasioni delle terre, dette invasioni ebbero origine dal desiderio di quelle
popolazioni di rivendicare ai loro comuni, e quindi al loro lavoro, le terre usurpate dai privati.
Dissi anche che l’invasione fu un atto di forza disperato che i contadini tentarono, poiché sul
terreno legale era loro impossibile combattere per molte ragioni, e specialmente perché le sconfitte
patite per il passato, in barba alla legge e alla giustizia, li rendevano scettici sul risultato di un ulteriore
esperimento legale.
Poiché queste affermazioni vanno dimostrate, io farò qui un po’ di storia delle sconfitte dei comuni
e della origine della questione demaniale.
Con le leggi eversive sulla feudalità nel 1806 di Giuseppe Bonaparte, una parte dei beni feudali
passarono ai comuni. Per le assegnazioni, prima (decreti 2 Novembre. 1807 e 27 Febbraio 1809), fu
nominata una commissione feudale, poi (decreto 23 Ottobre. 1809) furono nominati dei commissari
ripartitori dei quali uno fu lo storico Pietro Colletta.
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I Borboni, con la legge 12 Dicembre. 1816 e il nuovo regime con legge 20 Marzo 1865 investirono
delle facoltà di giudicare e dirimere le controversie i capi delle province, e che le controversie fossero
tante ed insanabili lo vediamo dal fatto che nel 1879 il Governo sentì il dovere di intervenire con una
certa energia. Emanò allora una circolare nella quale diceva tra l’altro “Il Governo del re, compreso
del diritto che ha la classe operaia agraria di non essere defraudata nella sua legittima aspettativa della
ripartizione di terreni provenienti dall’abolizione della feudalità, sente imprescindibile il dovere di
fare ogni sua mossa, perché la provvida opera riprenda il suo corso e al proletariato non sia ritardato
ulteriormente il beneficio per cui dall’abbietta condizione di cafone, il cittadino s’innalzi allo stato di
agricoltore. Augurandosi perciò che i comuni, nel prestare al Governo il loro illuminato concorso,
s’ispirino al fine altamente umanitario e sociale cui intendevano le leggi del 1806, invita i prefetti e fa
assegnamento sulla loro vigorosa iniziativa perché si accingano senza indugio a raccogliere esatte
notizie intorno alla estensione dei terreni che ancora rimangono a quotizzarsi”.
Scopo di questa circolare non era tanto quello di rivendicare ai comuni le terre che avevano
usurpato loro i vecchi feudatari e i signori del luogo, quanto quello di quotizzare e distribuire ai
contadini quel poco che rimaneva dei beni demaniali. Le quotizzazioni furono un colpo terribile per i
demani comunali.
Divisi i terreni in piccoli lotti e distribuiti ai nullatenenti, rimasero incolti per mancanza di capitale
o furono divorati da prestiti ad usura. Comunque, ritornarono rapidamente nelle mani di pochi o vi si
ridussero costituendo, dove non vi era, il latifondo.
Diversa e lacrimevole fu la sorte delle terre usurpate; queste continuarono a rimanere nelle mani
degli usurpatori e la classe dirigente, che costituiva la camorra e l’alta amministrazione, si servì di
mezzi diversissimi per impedire provvisoriamente o definitivamente la rivendica dei beni usurpati.
Il primo mezzo fu quello di disperdere nei comuni e negli archivi provinciali le carte e i documenti
relativi ai diritti dei comuni sulle terre contestate. Vi sono così degli archivi comunali e provinciali in
cui non esiste traccia di operazioni demaniali.
Dove questa sottrazione di documenti non fu possibile si premette sulle autorità politiche perché le
operazioni sollecitate dai comuni non avessero luogo o si risolvessero a loro danno. Cosa facilissima.
Quando un comune intende iniziare un’operazione demaniale deve fare la richiesta al prefetto, il
quale, quando crede (notate che la procedura è la stessa anche oggi), nomina un agente demaniale,
ordinariamente un praticone di sua fiducia.
Costui si reca sul posto, si sceglie gli indicatori tra i più vecchi cittadini del luogo, ed assistito da
un perito misuratore, rileva l’usurpazione e fa la sua relazione al prefetto. Il prefetto giudica con
l’assistenza di un magistrato e contro il suo giudicato si può ricorrere alla Corte d’Appello. È ingenuo
rilevare con quanta serenità e libertà il prefetto può giudicare quando questo giudizio può intaccare
forti interessi di uomini politici, di capi di partito, di grandi elettori. Se il giudizio deve essere
pronunciato in tempo di elezioni si preme sui consigli comunali e magari li si sciolgono.
Qualche volta il prefetto si pronuncia per la non demanialità del terreno contestato.
Il Comune ha tempo di appellarsi alla Corte di Appello, ma gli viene impedito con minacce e
magari con provvedimenti più radicali; l’appello non avviene, il giudicato del prefetto è accettato ed
in questo modo si perde il diritto ad ogni azione di rivendica.
Così furono definitivamente spogliati moltissimi comuni.
Qualche volta invece il comune si appella e allora cosa avviene?
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Avviene che un piccolo comune il cui bilancio annuo sì e no raggiunge le 20 mila lire si trova alle
prese con 3 o 4 grossi proprietari i quali, se altro non avessero per far fronte alle liti, avrebbero i
redditi delle vaste terre usurpate dei quali si servono per impedire ai legittimi proprietari, che sono i
comuni, di riprendere quello che è stato loro tolto.
Ognuno vede quanto la legge sia insufficiente e bestiale sia nella prima istanza, affidando alle
autorità politiche il giudizio, sia nella seconda lasciando i piccoli e poveri comuni alle prese con i loro
ricchi spogliatori.
A leggere i documenti delle lotte sostenute da alcuni piccoli comuni c’è da sentirsi stringere il
cuore. Uno di questi comuni dopo vari conati nel 1844, ‘45, ‘53, ‘78, ‘81 rinnova la richiesta di
operazioni demaniali nel 1889 e l’agente demaniale mandato dal prefetto così chiude la sua relazione:
“E qui giova intrattenere per un momento la V.S. Ill.ma sulle condizioni miserrime in cui versa
nell’attualità la classe laboriosa di questo comune, in cui i cittadini si trovano stretti in una cerchia di
ferro per mancanza di un pezzo di terreno da cui trarre la sussistenza delle loro famiglie, giacché con
tanti demani (più di mille ettari per cui il comune paga circa 5000 lire di fondiaria) non possiede nulla,
trovandosi tutti, tutti usurpati, in conseguenza di che non ha potuto venire in loro aiuto, e quel che è
peggio i detti lavoratori sono bersaglio dei ricchi signori di quelle contrade i quali si servono delle
braccia estranee per coltivare le loro terre”.
Nello stesso tempo ed in seguito a questo rapporto il medesimo comune in una seduta straordinaria
del 12-1-1900 così chiude una sua deliberazione:
“Il presente conato sarà l’ultimo se l’autorità preposta non darà aiuto e forza a questa
amministrazione comunale, venuta su con questo programma e missione affidatale dall’intero popolo
a cui si fanno avanti due vie, e cioè, o la reintegra demaniale, e così tirare l’esistenza e sostenere la
povera famiglia, o disertare il paese imprecando ed emigrando in America in cerca di quel pane che il
proprio paese gli nega”.
In quell’anno partirono dall’Italia per l’estero 352.782 emigranti, il piccolo comune veniva ancora
unao volta sconfitto e nel 1920 in un tentativo di ribellione dava circa 80 deferiti all’autorità
giudiziaria per furto, devastazione, esercizio arbitrario delle proprie ragioni ecc. ecc.
Ecco le forze bolsceviche contro cui lanciano i loro fulmini i nazionali patrioti, ecco come si fanno
in Italia gli interessi della produzione e del popolo. Va, patriottismo degli italiani, affogati in un cesso.
Pan
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I salvatori d’Italia
“La Voce Repubblicana”, 1 ottobre 1921
La stampa è a rumore. Cosa è avvenuto? La guerra civile imperversa.
Ma questa non è una novità. Ormai essa è stata assunta a strumento di governo,: dal regime
monarchico che la alimenta e la favorisce, con ogni mezzo e specialmente per mezzo dei poteri statali,
esercito, polizia, magistratura, giornalismo. Non è vero?
Ah! miserabili, buffoni, indegni della polvere che un vento villano vi getta in faccia, cefalopodi
della politica, retori gonfi come otri, a cui sta bene in bocca il nome di Patria, come un garofano in
bocca ad un somaro, siate almeno coerenti, non rinnegate la vostra azione di ieri, la vostra propaganda
delinquente, il vostro panciuto spirito di parte.
Se l’Italia fosse vicina ad una vera e grande azione rivoluzionaria voi, voi dirigenti dell’opinione
pubblica, onesti mantenuti, della truffaldineria borghese, voi sostenitori di un vecchio ordine che
crolla e non ha neppure il beneficio della vergogna nella sua caduta, voi per i primi dovreste pendere
dai lampioni delle pubbliche vie.
Con che coraggio civile, oggi deplorate il morto di Bari o i morti di Modena, voi che da dieci
mesi alimentate col vostro incoraggiamento la violenza, non esclusa quella esercitata in parlamento?
Siete voi che dei delinquenti comuni avete creato personaggi politici, avete acclamato coloro che
bastonavano i rappresentanti della Nazione, bruciavano i villaggi slavi, nella Venezia Giulia,
assaltavano i paesi, davano alle fiamme circoli, case, cooperative, poderi. Voi non avete avuto una
parola di deplorazione, il governo non ebbe un agente per coloro che a Firenze bastonarono a sangue
l’on. Graziadei, a Lucca l’on. Modigliani, a Pavia l’on. Maffi, a Piombino l’on. Mingrino; voi
avete, durante il periodo delle elezioni generali, consacratoi come eroi nazionali questi delinquenti,
avete coltivato con ogni cura quello che chiamavate il risveglio dello spirito nazionale, come se una
nazione, che ha combattuto per quattro anni, l’avesse fatto in stato di sonnambulismo. Quando penso
alla vostra opera, o miserabili, io giustifico anche Lenin, che soppresse totalmente la libertà di stampa
nel suo paese; voi non siete delle coscienze della Patria, ma dei soffioni che emanate gas pestilenziali,
nocivi alla salute pubblica.
Quando il carnevale elettorale imperversava e la miseria morale ostentava i suoi pennacchi, al
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braccio della malafede e della indigenza intellettuale, tutti costoro, con la debolezza di certe femmine
che tanto più amano il maschio quanto è più canaglia, andavano pazzi per le bravate dei salvatori
d’Italia.
E noi fummo soli o quasi soli, in quel tempo, a denunciare ed ammonire, a deprecare i destini di
questa povera Patria che ha la disgrazia di essere tanto amata dai suoi peggiori sfruttatori.
Vi fu chi ci chiamò, allora, maledici, biliosi, cattivi fuori ordinanza, ci si rivoltò contro anche
qualcuno dei nostri. Fummo accusati di miopia, d’incomprensione, di malvagità e perfino..., che Dio
perdoni ai nostri censori, di poco amore per la Patria.
Oggi possiamo avere l’amara soddisfazione di aver visto bene, d’essere i soli ad aver visto bene.
E dobbiamo avere oggi l’umiliazione di vedere in testa ad un articolo del Giornale dei deficienti
d’Italia, le parole sante “Per la Patria”. Ma perché non avete scritto, on. Bergamini, “Per la Pancia”
con lettera maiuscola? Non perché voi sia,te un venduto, ma perché la politica che voi sostenete è la
più grettamente, la più stupidamente, la più strettamente materialistica e classista, che si possa
immaginare, la politica di quelle classi parassitarie, nemiche di ogni rinnovamento, di ogni riforma,
che hanno un concetto coreografico della grandezza della Patria, quel concetto che voi col vostro
giornale avete contribuito a diffondere fra la parte peggiore degli italiani che, disgraziatamente, è
anche la maggiore.
Ma ormai è inutile recriminare. L’Italia monarchica, burocratica e borghese, si trova attanagliata da
questa ferrea contraddizione: appoggiarsi a quelle classi cui manca il terreno sotto i piedi e che
tentano di sopravvivere con l’esercizio della violenza, e rigettare le classi popolari, che aprirebbero
una nuova era di trasformazione e di progresso per la Nazione, ma congederebbero il regime.
Pan
Il congresso socialista visto dai repubblicani
Un partito di astensionisti
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S.B.T.I. Bovalino
“La Voce Repubblicana”, 20 Ottobre 1921
A congresso finito più d’uno sentirà il bisogno di domandarsi: “Che cosa farà ora il partito
socialista? Che cosa hanno stabilito i congressisti di Milano, come agiranno, quale sarà l’opera dei
126 deputati, delle organizzazioni, di tutto quel complesso d’istituti ch’è gestito dalle forze socialiste?
A Bologna avevano dichiarato senz’altro di voler fare la rivoluzione; a Livorno l’hanno rimandata,
rigettando la tattica violenta come inefficace e pericolosa; a Milano hanno respinto la collaborazione
senza accettare la tattica rivoluzionaria”.
I congressi socialisti oramai si riducono ad una discussione su quel che si deve o non si deve fare.
È il partito che discute sui canoni teorici, non le forze vive del proletariato che deliberano davanti alla
realtà.
Proprio quello che il Secolo chiama “il partito fine a se stesso”. Data questa specie di soliloquio
amletico non è meraviglia se chi sta alla finestra, anche dopo cinque giorni di tempestosa eloquenza,
non sappia quale è la via che il socialismo ha scelto per la sua azione avvenire. La rivoluzione no,
certamente.
È tanta la paura che hanno dell’azione i dirigenti, che non hanno neppure osato affrontare in pieno
o porre nella sua vera luce un fatto che riempie da un anno la vita italiana d’inquietudine e quella del
partito socialista di rovine e di lutti.
I congressisti di Milano, come i teologi di Bisanzio, dissertano accanitamente se la luce del
Monte-Tabor sia stata creata o increata mentre i turchi di Maometto entrano in S. Sofia.
È una cosa ripugnante sentir dire a Bacci: “Nonostante il fascismo i quadri del partito sono al
completo”, mentre Matteotti ammonisce: “Guardate che se in alcune regioni: Ferrarese, Polesine,
Emilia, Mantovano non si muore più come una volta è perché non si vive più”.
Ripugnante oltre misura è udire la Direzione del partito affermare che l’unica tattica che rimaneva
al proletariato di fronte alla guardia bianca era quella dell’albero manzoniano il quale, al cader della
burrasca, ricompone naturalmente i suoi rami e riceve la grandine come il ciel la manda.
Considerare il fascismo italiano alla stregua della guardia di Horty o della polizia inglese in
Irlanda è tale una delittuosa balordaggine da superare ogni apprezzamento. È il partito socialista che
gitta ai piedi della reazione quaranta e più anni di libertà democratiche senza un impeto solo di
ribellione.
Da questo congresso è emersa l’assenza assoluta nel partito di quella dinamica spirituale dalla
quale nascono, non dirò mutamenti, ma propositi di mutamento sociale. Per quattro giorni fu un
torneo di sottigliezze, di personalismi pettegoli, di civetterie oratorie che, fra le altre cose, stanno
oramai per cadere di moda.
Quale è la teoria che ha trionfato? Nessuna. Serrati e Baratono sono forse i più opachi fra i
parlatori del congresso, quelli che hanno meno di tutti il coraggio e l’onestà di trarre dal loro pensiero
le necessarie conseguenze.
La quinta essenza del pensiero di Serrati è questa: “È vero o non è vero che la borghesia è allo
stremo, che essa non potrà risolvere la sua crisi e crollerà sotto il peso delle sue colpe? Se sì,
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lasciamola morire”.
Che la borghesia si trovi in condizioni tutt’altro che floride è una verità lapalissiana; la stessa
reazione armata non è altro che un tentativo rivoluzionario, anarchico del capitalismo per mantenersi
con la forza.
Giacché il diritto non è sufficiente, in quanto la realtà supera in ogni istante i canoni del vecchio
Stato liberale, la borghesia si trasferisce senz’altro sul terreno della violenza, superando d’un salto
tutti i pregiudizi democratici.
La crisi borghese è profonda ed è reale perché non solo è crisi politica, ma investe tutto il
complesso mondo dell’economia. Quella che era l’armonica interdipendenza economica degli stati
civili e che era come il respiro della nostra civiltà super-attiva, super-produttiva e materialistica è
colpita da una specie di grave malattia del ricambio.
La moneta in molte parti d’Europa non ha più valore, i grandi mercati delle nazioni plutocratiche
sono deperiti o impoveriti, la disoccupazione è enorme, il costo della vita in continuo aumento. A
questo sconquasso economico fa riscontro quello morale; nessun principio né religioso né gerarchico
né etico fa presa sugli uomini; le coscienze vanno alla deriva e si urtano e si esasperano alla ricerca di
un punto d’appoggio. Ma se questo è il quadro del mondo borghese non bisogna dimenticare che la
borghesia avverte il pericolo in cui versa e purtroppo non è una classe frolla come la nobiltà romana,
ma è una classe che attraverso un secolo di frenetica attività, unica nella storia del mondo, ha portato
il ritmo della civiltà fino alla vertigine.
Ora questa classe ha già largamente fatto balenare davanti al proletariato la spada della dittatura. I
borghesi gridano contro la dittatura quando essa è proclamata necessaria dal proletariato, ma sono
pronti ad attuarla in ventiquattrore col ferro e col fuoco. Quale è il contegno che deve tenere il
proletariato di fronte alla classe avversaria che lotta col coraggio della disperazione? Aspettiamo che
muoia, risponde Serrati. Già, questa affermazione mi fa ricordare un articolo del colonnello Barone,
il quale, durante la battaglia del Dunaiaz affermava sul Giornale d’Italia essere la Germania e
l’Austria allo stato preagonico. Accidenti a quella agonia!.
Il proletariato, di fronte alla crisi borghese, dovrebbe essere un vero esercito, una forza inflessibile,
incalzante, consapevole, non perduta dietro le fisime apocalittiche di una palingenesi impossibile, o,
quanto mai, dannosa, dovrebbe battersi per conquistare, spalto per spalto, i ridotti della fortezza
nemica, dovrebbe trarre vantaggio da ogni minimo errore dell’avversario, e soprattutto spazzare gli
ostacoli che impediscono l’avvento in Italia di una vera democrazia in cui sia il popolo stesso, unico e
solo, a darsi un governo ed a disporre dei proprii destini. Se il socialismo avesse un potente organismo
propulsivo, ardente, sensibile ed agile, un vero strumento di guerra e non una vecchia classe di
moccolanti piagnoni ed insinceri, non avrebbe bisogno di andare al potere per sentir scricchiolare
sotto la propria pressione, vasta ed implacabile, l’organismo statale italiano che non ha alcuna
intrinseca solidità. Ma il partito socialista si è dato al fachirismo più melenso, all’evangelismo,
all’astensione su tutta la linea. La borghesia, lo sento, ne ha saggiato la resistenza ed ha ripreso
coraggio. Credeva di doversi battere ad armi corte contro un nemico che reputava terribile; si è
accorta invece che la forza del proletariato è come quella del bue che, come sempre, anche questa
volta può venir sfruttata ai propri fini. Perciò con una mano presenta lo zuccherino della
collaborazione e con l’altra brandisce la frusta pronta a farla sibilare fino allo strazio. Oh... là!
Fantoccio, balli o non balli? Il grosso fantoccio non balla ma minaccia frignando sotto la frusta. Vera
immagine dell’immortale personaggio del Porta, Giovanin Bongè:
Mi sota con un anem de lion /e lü, tonfete un alter scopasson.
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S.B.T.I. Bovalino
Pan
Dopo il Congresso di Venezia
Un partito di orientati in un mondo di disorientati
“La Voce Repubblicana”, 28 ottobre 1921
Il Congresso dei popolari, dopo quello dei socialisti a Milano, fa l’effetto di un ragionamento dopo
un balbettio senile. Qui vi è una direttiva, discutibile quanto volete, ma individuata, vi è un
dominatore che sa quel che vuole ed ha i piedi sul terreno sodo dei fatti, vi è un robusto senso della
realtà che voi potrete benissimo chiamare opportunità senza per nulla diminuirne il valore, e
soprattutto vi è un senso di serietà, un tecnicismo, una competenza nell’affrontare e studiare i diversi
problemi che invano cerchereste nei congressi sulle novantanove maniere della democrazia e del
liberalismo.
Credo sia stato questo il congresso in cui si sia parlato meno per simboli, in cui si sia fatto meno
uso di certe nobili e venerabili astrazioni che arricchiscono il guardaroba di tutti i partiti: Patria,
umanità, lavoro, progresso, libertà, grandezza d’Italia e simili parolone che somigliano tanto ai gusci
delle cicale morte sotto gli ulivi, vuoti come silique aperte e decolorate dal tempo.
È precisa la sensazione che i popolari siano guidati bene, da una mente lucida e fattiva, che
formino un amalgama che nonostante la divergenza di vedute, li tiene uniti e disciplinati.
È perfettamente inutile attardarsi a criticare la loro azione se presenta delle incoerenze, se appare
soverchiamente opportunistica, se non ha quella rigidezza formale e magari sostanziale cara a qualche
seguace del purismo. Il partito popolare è un partito di realizzazione che, se non ha impeti, ha
dell’equilibrio da vendere e conosce perfettamente qual è la sua forza.
Il partito popolare sa di poter disporre del più forte, ed omogeneo dei gruppi parlamentari, di un
gruppo che non è prigioniero di nessuna pregiudiziale teorica, e che nel giuoco di Montecitorio, come
si presenta attualmente, ha una influenza decisiva su tutte le combinazioni. È un partito che ha
dell’audacia e che non ha paura di accostarsi ai problemi sociali e manipolarli, forgiarli, modificarli,
neutralizzarli.
È nella memoria di tutti il gracidio della stampa conservatrice in orgasmo per la possibilità di una
collaborazione con i socialisti. Democratici, forcaioli, nazionalisti, agrarii, levavano alte grida contro
l’immane pericolo. Il senatore Bergamini, prima di accettare la collaborazione di Turati e
Modigliani, avrebbe preteso praticar loro l’operazione di Origene; gli agrari tenevano pronto il loro
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S.B.T.I. Bovalino
esercito. I popolari non si spaventarono per niente all’idea di collaborare con i socialisti sopra un
terreno di riforme fondamentali; passarono sopra all’ateismo programmatico, al rivoluzionarismo e a
tanti altri atteggiamenti, considerandoli per quelli che sono, ma videro soltanto, nel loro e nell’altro
grande partito, l’esistenza delle medesime masse, coi loro bisogni immediati che aspettano una
soluzione.
Ed ecco la misura della miopia in cui sono caduti in Italia il così detto partito liberale, la
democrazia e il radicalismo:; essii popolari sono oggi ben lungi dal rappresentare una nuova
incarnazione di quel partito oscurantista che a noi ragazzi veniva descritto come il babau del
progresso, col cappuccio e lo spegnitoio. Oggi un’intera marmaglia di spiriti forti, di oratori di
cartello, di mangia-preti in zuppa di vino, di predicatori di una morale laica che teorizza la privata
immoralità, tutti questi Prometei con l’esca e l’acciarino, corrono affannati dietro il giovane rampollo
del vecchio e malfamato clericalismo accusandolo niente meno che di bolscevismo, di
rivoluzionarismo, di voler infangare, come un qualunque marxista, le sacre impalcature del mondo
borghese. Il giovanottone non li cura: si gode la sua salute e li domina con la propria vigoria,
lasciandoli brontolare, poveri rammolliti, sulla loro inanità.
Ma usciamo di metafora. Il partito popolare è un partito temibile perché dimostra una capacità di
adattamento prodigiosa, perché è diretto bene, è servito da uomini di autentico valore, si appoggia ad
una dottrina morale altissima, venti volte secolare, ed ha una base quanto mai solida nelle masse e
nella tradizione del nostro paese che fu e sarà cristiano e cattolico nella sua sterminata maggioranza.
Abbiamo detto temibile perché esso ha in sé tutti gli elementi per prevalere. Ma, badiamo bene, il
suo rivoluzionarismo, è illusorio, alla base della sua dottrina vi è un insopprimibile fondo di
conservazione sociale, monarchica e gerarchica. Tutte le libertà che esso predica vanno a finire in un
vicolo scuro, e la più allettante di esse, quella di insegnamento, non è, in fondo in fondo, che la libertà
di poter di indottrinare le masse a proprio piacimento.
Questo partito è ancora troppo giovane e non ha, per ragioni intuitive di tattica, allineato ancora
tutte le sue pedine. Ma le sue ambizioni sono immense come il suo buon senso e la sua accortezza, e
quando fosse in grado di mettere tutte le carte in tavola si vedrebbe chiaramente che più di un pericolo
si nasconde sotto la sua untuosa bonomia, e più di un viottolo scuro vi è tra le strade che esso si
propone di percorrere.
Bisogna dunque stargli alle costole, sorvegliarlo, fronteggiarlo. Ma è segno d’impotenza senile, di
poltroneria, d’insipienza tentare di combatterlo con le vecchie armi, con la bassa calunnia e col
sarcasmo volterriano, in una parola coi ferrivecchi dell’anticlericalismo massonico. Se vi è valore
negativo, impulso pettegolo nella storia della politica e della cultura del nostro ultimo cinquantennio,
esso è proprio questo spirito anticristiano germinato su quella ubriacatura scientifica che va sotto il
nome di materialismo e che contribuì a distruggere molti valori spirituali in casa nostra ed infarcì la
storia, la letteratura e l’arte di una miriade di errori madornali.
Purtroppo di questa malattia non andarono esenti neppure i migliori intelletti, ma essi la portarono
con dignità.
Ora si vuol ritornare all’Asino di infelice memoria? O si vuole per caso sfruttare l’effetto che la
parola bolscevico fa sulla nostra tremebonda borghesia?
Il partito popolare va combattuto sul terreno dei fatti e delle opere, con programmi concreti, non
con motti di spirito, e per combattere sul terreno dei fatti è necessario che la classe dirigente, i partiti
tutti, si abituino prima di tutto ad essere onesti con se stessi, a pensare, a studiare e che abituino i loro
polmoni a respirare aria più pura e più energica che non sia quella dei caffè.
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Oggi la politica deve essere fatta con in mano le tavole della questione sociale: esse vanno rivedute
e corrette profondamente rinunciando a quello che non si può più difendere. Se i diversi partiti non si
persuaderanno di questa verità fondamentale è meglio si ritirino dalla lotta.
In ogni modo i popolari, se non saranno battuti sul terreno dei programmi concreti, non tarderanno
a dominare senza contrasto.
E quel giorno, qualche buon valore del liberalismo calerebbe a picco come un’ancora divelta dalla
catena.
Pan
Il problema fondamentale
“La Voce Repubblicana”, 6 novembre 1921
Nel programma di tutti i partiti, dal popolare al democratico, dal liberale al fascista, all’agrario vi è
un principio, un postulato di ordine politico che si presenta come fondamentale: “Bisogna restaurare
l’autorità dello Stato”. Tutti sentono che il nostro organismo statale è malato, che non funziona più, o
funziona assai imperfettamente, che le basi su cui fondava la sua autorità non sono più salde (se mai
lo furono), che, in una parola, esso non ha più il controllo necessario sulle forze in contrasto che
spesso lo sorpassano, gli si sostituiscono, lo trascurano e alcune volte lo ignorano del tutto.
Ora chi dice “Stato” dice disciplina, dice forza, potere, uniformità d’indirizzo. Uno Stato in cui
tutte le forze, pur sviluppandosi in libertà, non siano circoscritte e disciplinate, non è uno Stato, ma è
una anarchia, e cioè l’antistato. Uno Stato in cui i partiti dilagano in ogni istante nella illegalità, in cui
la forza pubblica, l’amministrazione della giustizia, il potere tutorio, l’esercito, fanno della politica
militante, uno Stato in cui il Parlamento non fa più leggi, ma delega, più o meno apertamente, al
governo i suoi poteri, sia pur attraverso formule legali; uno Stato simile non funziona, non ha autorità,
è colpito da paralisi e volerlo mantenere inalterato è un delitto contro la Patria e contro la comunità.
Perché dal mantenimento di esso non può nascere che lo sfacelo interno, la guerra civile e il marasma
economico.
Si trova il nostro Stato in uno stadio di così avanzato dissolvimento? Se siamo noi ad affermarlo,
non siamo presi sul serio, perché siamo notoriamente settari. Ma non siamo noi ad affermarlo: lo
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S.B.T.I. Bovalino
affermano tutti i partiti, tutti i governi, tutti i giornali. A riportare i brani dei discorsi parlamentari
degli uomini più devoti alle istituzioni, in cui si afferma la necessità di ridare autorità allo Stato, ci
sarebbe da riempire un grosso volume. Le leggi esistono ma non sono applicabili. Così disse Nitti in
Senato all’epoca dello sciopero ferroviario e postelegrafonico; la stessa cosa ripeté Giolitti al tempo
dell’occupazione delle fabbriche e nel periodo eroico-elettorale del fascismo; identica constatazione
deve fare o fa tutti i giorni Bonomi.
I governi sentono che gli organismi politici e militari non rispondono più; per porre riparo alla
guerra civile il governo è costretto a trasferire più di quaranta tra prefetti, sottoprefetti e questori, a
cambiare gli alti comandi della forza pubblica; la quale è talmente inquinata di politicantismo, da
consigliare il passaggio dell’arma dei carabinieri dal ministero della guerra a quello dell’interno. Anzi
su questo annunciato provvedimento si è avuta una piccola scaramuccia giornalistica. Un deputato
fascista, con la competenza comune a tutti in quel partito, o movimento che sia, domanda in una
interrogazione al ministro dell’interno se non crede opportuno sottrarre le forze di pubblica sicurezza
alle oscillazioni della politica di Montecitorio. La “gaffe” è marchiana ed allora un filosofo interviene
e lo rimbecca: “Che diamine? non capite che questa è una calunnia, un’accusa d’incostituzionalità, un
denigrare i poteri e le leggi fondamentali?”. Ma ecco che, neanche a farlo apposta, il Generale
Giardino muove al ministro dell’interno la medesima domanda con una più precisa, identica,
calunniosa dichiarazione.
E non solo le milizie di pubblica sicurezza sono inquinate dal male, ma tutto l’esercito, i cui
Ufficiali, dall’armistizio ad oggi, hanno preso parte a comizi, a zuffe, a spedizioni punitive nonostante
le circolari che lo vietano, senza parlare dei regolamenti di disciplina. Gravissima soprattutto è poi la
inattività del potere legislativo.
Nessuno potrà negare che il parlamento in Italia è dal 1915 che non discute più un bilancio. Si va
avanti a furia di esercizi provvisori e di decreti-legge. Un periodo di attività si ebbe durante il
ministero Giolitti, ma di tutti i progetti approvati allora, cinque o sei al massimo, uno solo ebbe
veramente attuazione, quello sull’aumento del prezzo del pane.
Anche per deplorare questo arresto di funzioni vi è tutta una letteratura giornalistica. Caposaldo del
programma Giolitti, nel discorso di Dronero, fu quello di restituire il parlamento alle sue funzioni.
Ma ciò pare non sia stato possibile neppure a Giolitti se egli stesso, sciogliendo la Camera nello
scorso aprile, dichiarava dover consigliare al monarca quel provvedimento per via della carente
funzionalità dell’assemblea legislativa.
L’assemblea si ricompose, attraverso i comizi, più arruffata e malata di prima e il ministero
Bonomi in circa sei mesi ebbe dalla Camera una legge sola: una delega di pieni poteri.
Questi sono fatti; non interpretazioni ma dati reali che dimostrano che lo Stato è in crisi, che esso
brancola nel buio, ed ha bisogno di rinnovarsi completamente soprattutto nelle sue basi sostanziali.
Quando i partiti invocano il ripristino dell’autorità dello Stato, dicono una frase inutile; l’autorità è
come l’onore: non si ripristina. Un comandante che non gode la stima dei suoi subordinati, un
professore che non è rispettato dai suoi alunni, un capo fabbrica che non ha prestigio sui suoi
lavoratori, hanno un bel affannarsi: essi non riusciranno con nessun mezzo repressivo a farsi stimare,
rispettare, ubbidire. Le fonti dell’autorità sono nello spirito, e vera disciplina di una comunità è quella
sola che si fonda sulla simpatia, sull’accettazione spontanea, sul rispetto delle leggi che la governano.
Quando questa forza morale manca, un governo non ha altro mezzo che la reazione, la dittatura; chi
non riconosce questa verità inganna consapevolmente o stoltamente se stesso.
Ora, da che cosa ha origine questa indisciplina delle forze nazionali contro lo Stato? Ed è tutta
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S.B.T.I. Bovalino
indisciplina questo dilagare d’illegalità in ogni campo?
Vi è più di uno scrittore politico intelligente che, nell’interesse della borghesia, consiglia un
rinnovamento delle classi dirigenti attraverso un assorbimento di forze popolari energiche e fattive.
Per questi scrittori la crisi è dovuta al logorio delle vecchie classi dirigenti che vanno rinsanguate, e
anche questo è vero.
Ma per noi vi è qualche cosa di più profondo in questa crisi, vi è un cancro da estirpare ed esso è il
regime. Giustifichiamo il nostro asserto.
Per dir questo noi non partiamo dal postulato storico della dottrina repubblicana per cui la
monarchia è una forma spuria, parassitaria, antidemocratica di governo. Noi giudichiamo la
monarchia per quello che è in casa nostra, con tutte le sue perfettibilità e la sua attitudine verso le
riforme.
Essa è un equivoco persistente che impedisce ogni chiarificazione, è un simbolo stinto, senza
funzione sua propria, posto nel giuoco delle forze nazionali in apparenza per equilibrarle mentre in
effetti non fa che neutralizzarle, deviarle ed attutirle.
Quelli che dicono: la monarchia è garanzia d’ordine, vogliono riferirsi a quella specie d’ordine che
regna nelle corsie degli ospedali. Un ordine statico, senza prospettive, senza dinamismo.
Per questa mancanza di chiarificazione, di urti aperti e di contatti diretti al di fuori di ogni simbolo,
davanti alla realtà vivente della Nazione, noi siamo ancora, dopo sessant’anni di unità, a domandarci
se esiste in Italia una coscienza nazionale e se per caso il regionalismo non comprometterebbe l’unità
della Patria.
Perciò ci troviamo senza una disciplina, in una anarchia molto peggiore di quella tedesca,
paragonabile forse a quella spagnola, altro paese retto da una monarchia progressista!
Ripristinare l’autorità dello Stato? Si, è necessario. Ma se volete una disciplina statale dateci uno
Stato in cui si possa credere e che si possa amare, non una monarchia da servire.
Pan
Dalle bande al partito
“La Voce Repubblicana”, 15 novembre 1921
Una delle ragioni che ci fecero prendere posizione decisamente contraria al Fascismo fin dal suo
primo apparire fu la sua inconsistenza spirituale ed intellettuale, la ignorante improntitudine dei suoi
capi, la loro mancanza di preparazione in ogni campo, l’abuso scientifico della speculazione che
oramai accompagna o precede i movimenti politici e sociali come la fioritura precede la
fruttificazione.
Quando si pensa che la testa forte del fascismo è Mussolini, e cioè la ignoranza temeraria e la
superficialità rumorosa fatta persona, si può tranquillamente fare a meno di annoverare questo
movimento fra i movimenti seri. L’importanza assunta nella nostra vita politica dal Duce non ci
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meraviglia affatto e non ci fa ricredere di una sola virgola. Un brillante scrittore francese, il Barbey
d’Aurevilly una volta scrisse di noi: L’Italie veut toujours avoir de grands hommes, et quand elle n’en
a pas, elle en fabrique en carton verni. Faute de grives on tue des merles en France; en Italie, quand
en n’a pas d’aigles en prend des tourterelleors.
Non sono i francesi veramente quelli che possono fdarci lezioni in materia di montature, ma è un
fatto che noi spesso ci sorprendiamo inginocchiati con comprensione davanti ad una cipolla,
affaccendati ad elevarle inni ed incensi.
Che il partito repubblicano abbia fin dal primo giorno sentito davanti al fascismo l’odore
dell’allium coepa è segno della sua educazione spirituale solida e del suo istinto generoso?.
Per dare un giudizio sui fascisti e sul fascismo, noi non attendemmo che esso passasse dal bastone
alla penna, e dallo strabuzzamento degli occhi a quel poco di faccia seria che gli è consentito. Ma
quello che ieri poteva sembrare una nostra opinione gratuita, un giudizio personale, un errore magari,
sta per diventare una verità controllabile, acquisibile ed accessibile a tutti coloro che leggono i
giornali sia pure esclusivamente a scopo digestivo. Il fascismo si trasforma in partito, di dota di una
disciplina mentale e di un programma. Naturalmente anche in questo la testa forte è sempre il Duce, il
quale nel numero del 9 ottobre del Popolo d’Italia pubblica le linee programmatiche del partito
nascituro, qualche cosa come una carta fondamentale.
Non è possibile riportare tutto lo scritto di Mussolini perché esso occupa circa tre pagine di
giornale. Cercheremo di riassumere. “Queste sono”, dice l’estensore, “le linee fondamentali
dell’edificio. L’esordio è soprattutto importante perché tende a stabilire le nostre posizioni mentali,
politiche, di fronte ai concetti di Nazione, di Stato, di Umanità. Da questi concetti discende
logicamente tutta l’azione politica pratica del fascismo”.
Orbene a Mussolini questa volta è venuta meno anche quell’accortezza che lo assistette spesso
nella sua carriera avventurosa. Se egli avesse letto uno dei pensieri di Giacomo Leopardi, non avrebbe
certamente scritto queste linee programmatiche. Dice il Leopardi: Il più certo modo di celare agli altri
i confini del proprio sapere è di non oltrepassarli. Ora il Duce aveva accreditato fra in un eccelso
stuolo di farmacisti di villaggio, di fittabili, ufficiali in ritiro, caffettieri, piccoli negozianti, giovincelli
di belle speranze, e sarte intellettuali, l’idea che egli fosse un cervello politico di prim’ordine, una
specie di Napoleone. A vederlo strepitare nei comizi, (ed ora nelle cerimonie ufficiali dove egli ci
tiene ad assumere, come dicevano i soldati di Francesco Borbone, la “faccia feroce”); a leggerlo
quotidianamente sul Popolo d’Italia, dove egli ruotando la durlindana della sua eloquenza aggressiva
par costantemente affaccendato a superare i tempi e la storia, quella brava gente credeva sul serio alla
sua grandezza. Ma ora! oh Dio, come è buffo un autore in mutande! Eccolo, il creatore, il cervello
vulcanico; ecco questo Tartarin autentico presentarvi il suo trofeo di caccia africana: un asino da
ortolano.
Vediamo un po’ di che cosa si tratta:
I° “La Società Nazionale è un organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni che
furono, che sono e che saranno di cui gli individui sono gli elementi transeunti: quindi subordinazione
dei singoli e dei loro interessi ai superiori interessi dell’organismo nazionale.
“Lo stato deve quindi dedicare la somma delle sue attività al rinvigorimento, allo sviluppo, alla
espansione della Nazione Italiana, per il raggiungimento dei fini da cui dipendono ed in cui si
legittimano le fortune dei singoli individui e delle singole classi, ecc.
Perché tali fini siano raggiunti il Fascismo pensa che lo Stato debba gradualmente, ma
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necessariamente, rinunciare ad ogni funzione monopolistica, per limitarsi ad esercitare le sue funzioni
d’ordine politico-giuridico, il che significa: d’ordine morale”.
Questo è l’esordio, il cappello filosofico del programma, quello che l’estensore chiama: la sua
posizione politica (voleva dire teorica, perché la politica è prassi) di fronte ai concetti di Nazione,
Stato, Umanità.
C’è quanto basta per dimostrare ampiamente che il Duce può capitanare benissimo delle spedizioni
punitive ma non dettare programmi, perché gli manca, non solo l’intuizione creatrice degli uomini
superiori, ma anche la elementare preparazione che ogni mediocre giornalista si forma sui manuali
Hoepli. Tanto da correre il rischio di presentarsi nell’anno di grazia 1921, (cioè, dopo settanta anni di
Marxismo, di materialismo storico, di lotta di classe, di progresso negli studi sociologici e giuridici,
dopo una letteratura oceanica sulla filosofia del diritto, in piena lotta sociale); e proclamare, con il
candore di una faccia marmorea, come ultima Tule della concezione dello Stato, la vecchia sdentata
teoria della socialità, che ha la barba lunga fino a Platone e che, vedete ironia del caso, mena dritta al
Comunismo ed alla ipertrofia delle funzioni statali.
Venire oggi a ripetere per disteso alcuni vecchi errori di Geremia Bentham e della scuola delle
armonie economiche e da tali premesse dedurre che lo Stato per raggiungere i suoi fini mondiali deve
rinunciare, per esempio, al monopolio sulle poste o a quello sulle assicurazioni è tale una
improntitudine da far stupire.
Il fatto è che queste linee programmatiche non sono un programma ma lo sforzo del Duce di
conciliare l’inconciliabile: la sua assoluta mancanza di solida cultura con la necessità in cui si trova di
dare un movente, un contenuto d’idee ad un partito che non ne ha alcuno; il suo spirito ribelle,
individualista, anarchico per natura, e la sua automobile da settanta cavalli.
La sua teoria dello stato è una raffazzonatura di idee incomplete, fluttuanti, un cibreo di
nazionalismo, liberismo e individualismo mescolati insieme.
L’evoluzione dello Stato e dell’idea dello Stato in questi ultimi decenni per lui è un libro chiuso
con sette suggelli, egli non sa per assolvere quali funzioni lo stato liberista si trasformò in quello ch’è
attualmente.
La questione più scottante, quella della funzione della proprietà privata che oggi è assalita da ogni
parte dalle folle popolari non è accennata affatto nel programma fascista, al lavoro non è stata
riconosciuta neppure quella preminenza tra i fattori di produzione che gli riconosce anche la sporca
democrazia. Per contro vi è una proposta strabiliante che io mi auguro di non aver capitoa bene,
altrimenti dovrei dire che il Fascismo ci ricaccerebbe a Pelloux.
“Il Fascismo”, è scritto nelle linee programmatiche sopra citate, “agirà perché sia sancita l’effettiva
responsabilità di ordine pubblico dei singoli e delle associazioni nei casi di inadempienza dei patti di
lavoro liberamente conclusi”.
Cosa significa questo? Patti di lavoro liberamente conclusi sono tutti quelli in cui il datore offre ed
il lavoratore accetta un dato salario per una data prestazione. Ma oggi qualunque lavoratore può
scindere “ipso facto” un patto di lavoro quando gli garba, mettendosi in sciopero, senza incorrere in
una responsabilità di ordine pubblico.
Similmente può fare l’imprenditore. Per questa libertà si è tanto lottato e contestarla oggi sarebbe
una stoltezza senza confini.
Vorrà il fascismo negare il diritto di sciopero? Chiamare in giudizio gli scioperanti per danni?
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Cose inaudite.
Evidentemente codquesta gente non pensa quel che dice. Perduta dietro le astrazioni di un
patriottismo eretistico, acclamata da molti, sostenuta dai numerosi interessi che serve, scambia le sue
allumacature per affreschi giotteschi.
Noi le rivediamo le bucce e ci godiamo un mondo.
Pan
Il fascismo e lo Stato
“La Voce Repubblicana”, 16 novembre 1921
Dopo quello che dicemmo nel precedente articolo, sulla filosofia politica del Fascismo e sulle basi
scientifiche del suo programma, potremmo esimerci dall’intavolare sull’argomento una discussione.
Per far ciò bisognerebbe che il fascismo accettasse dei dati fondamentali.
Per discutere di aritmetica con un tale bisogna che questo tale sia d’accordo con voi almeno in
questo: che uno ed uno fanno due. Se costui invece dice: “Uno ed uno fanno due quando contate voi,
quando conto io fanno cinque, anzi fanno quello che voglio io” – voi gli rispondete: “Va a Mombello
o a Racconigi, o ad Aversa e Girifalco”, a seconda del luogo dove vi trovate.
Col fascismo capita così: esso parla di Stato, di Nazione, di libertà, di grandezza della Patria con
significati particolari e propri alla mentalità confusionaria dei suoi teorici.
Mussolini dice: “La Nazione è un fatto che non può essere superato”, eppure tutto nella nostra
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civiltà tende al superamento della Nazione. Essa in economia è già superata senza speranza di
resurrezione e tanto meglio sarà per l’economia e per la civiltà del mondo se questo superamento sarà
effettivo e riconosciuto da tutti come un valore pratico e insopprimibile”. Ma qui c’è miopia non
contraddizione.
Il guaio è quando parla di Stato. “Che cosa è lo stato? Lo Stato è il governo, anzi lo Stato siamo
noi”. Piano! Noi chi? Gl’italiani tutti, tutti gli organizzati politicamente per la difesa dei diritti, o i
fascisti, come classe veggente e privilegiata? Bisogna intendersi. Giacché si parla di questo interprete
dell’animo e della volontà nazionale, giacché a questo Stato si vuol delegare una somma di poteri e
dedicare tante rinunce e tante limitazioni della libertà personale, è bene precisare quale sarà
considerata come volontà della Nazione, se quella della maggioranza o quella di una qualsiasi
minoranza.
E qui incomincia la confusione delle lingue.
Non pare che i fascisti intendano parlare delle maggioranze attraverso cui fiorì lo Stato liberale e si
affermò la democrazia: essi anzi si vantano di aver seppellito il liberalismo politico e di quello
economico accettano soltanto quello produttivo, non quello commerciale e distributivo.
Essi disprezzano la democrazia e tutta la loro azione e la sostanza stessa del loro pensiero è
orientata verso una sottospecie di libertà che presuppone la dittatura.
Dichiarano di voler lo Stato forte, ma allo Stato vogliono dettare il loro pensiero e la loro volontà;
perciò in tutti gli organismi del potere essi si assumono una funzione di controllo e di protezione ch’è
assolutamente incompatibile con ogni libero ordinamento.
Nella mozione dell’on. Acerbo è detto: «Il gruppo fascista parlamentare deve fungere quale
presidio della libertà dell’assemblea». Si è mai sentita una più balorda affermazione di questa? La
libertà di una assemblea legislativa demandata ad un esiguo gruppo di essa, al di fuori del suo
regolamento?
Ogni passo di questa gente verso la libertà è un salto oltre la libertà.
Non di meno questo sarebbe niente, se gli assertori di questa pseudo dottrina individualistica ed
egemonica fossero conseguenti.
In momenti di sfacelo come quelli in cui navighiamo sono necessari forse dei gesti spregiudicati ed
una politica che annulli alcune libertà per ricercare la vera libertà.
Lenin non fece diversamente in Russia, dove soppresse la costituente ed instaurò una dittatura
ferrea, col ferro e col fuoco.
Una cosa sarebbe se i fascisti dicessero: “L’ordine attuale non va, noi ne imporremo un altro e lo
sosterremo con la forza fino alla soppressione e all’assorbimento dei nostri avversari”. Ma accettare lo
Stato democratico per imbavagliarlo, accettare il parlamento per dominarlo, dichiararsi eredi del
liberalismo per vantarsi di aver ucciso lo Stato liberale, ammettere i partiti e negare loro la libertà di
agire in nome di certe buffe astrazioni, questo è ciòquello che non sappiamo giustificare o quanto
meno inquadrare in una dottrina politica.
E’ inutile ragionarci sopra. Il fascismo non solo non ha una dottrina ed una disciplina, ma è
incapace assolutamente di forgiarsela. Si attendeva questo congresso con una certa ansia, in certi
ambienti; il fascismo diventa partito, sapremo finalmente cosa vuole, quale disciplina accetta, quale è
il suo pensiero e la sua politica. I leaders avevano promesso mari e monti, da questa specie di
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aristocrazia spirituale, da questi figli diretti del generoso risorgimento doveva venire fuori chi sa quale
fascio di luce ad illuminare le tenebre della nostra vita politica. Invece, il congresso di questi genuini
rappresentanti della nazione, si chiude fra la esecrazione della città che li aveva ospitati, con qualche
morto e nessuna idea.
Noi non ci eravamo ingannati, e non abbiamo creduto mai che i ragni si potessero trasformare in
bachi da seta. Ma nella improntitudine di questa gente vi è anche del comico. Essi si richiamano a
Mazzini, essi, gl’imperialisti, i nazionalisti gretti e miopi, gli individualisti anarcoidi, gli
antidemocratici, antiliberali, antiproletari, essi che scambiano la più sconcia retorica con la fede, che
hanno preso denari da tutte le mani, che si sono accomunati con i più loschi sfruttatori della nazione,
costoro, attratti dalla gran luce mazziniana saltabeccano intorno al sereno e divino profeta d’ogni
libertà, e dichiarano con una sicumera pietosa di volerne integrare il pensiero. Accidenti alla
modestia!
Difatti, come integratori del pensiero di Mazzini hanno tutti i numeri. Potrebbero fare alla dottrina
mazziniana quello che Daniele da Volterra detto il “brachettone” fece al giudizio di Michelangelo
della Sistina: coprirle le nudità dell’internazionalismo e del pensiero sociale, così ostiche e così
contrarie al capo del fascismo.
Ma veniamo alla conclusione.
Il fascismo partito, come quello delle bande armate, è senza programma e senza base, se
programma non vuol considerarsi quel rimasticaticcio che il Mussolini chiamò linee programmatiche
e che rimane le mille miglia al di sotto di ogni programma di partito sinora enunciato.
Di fronte allo Stato esso rimane quello che fu sempre, un aggregato rivoluzionario, inquadrato
militarmente nonostante il codice penale, e sempre pronto alla difesa degli interessi più canaglieschi e
delle più sciagurate declamazioni.
Pan
Noi accusiamo
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S.B.T.I. Bovalino
“La Voce Repubblicana”, 18 novembre 1921
Il commento alla coreografia del povero fante, trascinato a dormire in un suo sonno eterno, sotto le
zampe del cavallo reale è venuto fulmineo, spettacoloso. La nuova storia dell’Italia, secondo la frase
enfatica di un giornale romano, è incominciata proprio a Roma, nella città delle eterne memorie e
delle eterne speranze, con un’altra cerimonia che risuscitò nelle pietre della città eterna i brividi di
un terribile passato.: e di ciò la Roma storica non si è sgomentata.
Alquanto scocciati sono rimasti i romani d’oggi, i quali sapevano (alcuni) che in altri tempi il Foro
e le vie dell’Urbe erano state percorse e dominate dalle squadre di Saturnino, che si chiamavano
l’anti-senato, sapevano della calata di Genserico e dei Lanzi, ma credevano che oggi, sotto il felice
regno monarchico costituzionale di cui gode l’Italia, non fosse più possibile una simile infamia,
specialmente, dopo una spettacolosa funzione di carattere nazionale.
Invece era necessario proprio persuadere i romani, l’Italia e il mondo, che tra gli spettacoli
militareschi, destinati alla valorizzazione delle istituzioni agonizzanti e l’anima della Nazione non vi è
nessuna comunione, nessun contatto, nessuna relazione, e che ancora una volta le manifestazioni di
forza antiproletaria, che il governo inscena nell’interesse della conservazione, sollevano come
un’ondata gigantesca l’anima del popolo.
Nel momento in cui scrivo, non conosco i commenti della stampa romana, ma quella milanese e
quella piemontese non hanno potuto fare a meno di porsi il quesito: chi è il responsabile di queste
vergognose giornate?
La corrente giolittiana accusa il governo di non aver adottato contro le bande armate quei
provvedimenti che, in piena Camera, Giolitti aveva dichiarato di non poter adottare per ragioni di
politica altissima (seduta della Camera del 26 giugno u.s.); i popolari lo accusano di aver permesso ai
fasci quello che non era stato permesso a loro, il Ministero è soddisfatto di essersela cavata con sette
morti e poche centinaia di feriti.
Cosa si pretendeva dal Ministero in fondo? Che si fosse messo contro i fasci di combattimento?
Non ci mancherebbe altro! Durante le elezioni, tutti i ministeri li ebbero come mazzieri, l’on.
Gasparotto, che nel 1919 rifiutò la loro alleanza, nel 1920 li esaltò come primavera di forza e di
eroismo. È molto se non hanno schierato le truppe del presidio per rendere gli onori militari a questo
esercito di nuovo genere.
Il Corriere della Sera, sebbene sembri un po’ seccato, in fondo riconosce che la politica del
governo fu una politica di equilibrio fra le opposte pretese.
Come vedete il problema non è posto nella sua vera luce.
Esso non è un problema di partiti o una contesa di fazioni, è un problema di libertà.
Purtroppo oggi in Italia, questo problema non è più sentito come un problema nazionale, perché lo
Stato abbandonò la sua posizione classica di tutore della libertà dei cittadini, mettendosi al servizio
della più pazzesca reazione, e così uno dei più puri valori del risorgimento è sommerso ormai nel
sangue e nel furore. Ma i repubblicani hanno il dovere di sentirlo questo problema, di agitarlo e di
farne sentire alle folle l’enorme portata.
Esaminiamo il caso di Roma. La capitale fu invasa da circa ventimila squadristi. Che cosa sono
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queste squadre? un esercito in uniforme e perfino con gli elmetti. L’on. Mussolini dice nel suo
giornale del 12 novembre: Il fascismo non è soltanto un’organizzazione politica, ma è anche in un
certo senso militare. E se in sede politica si discute, quando i fascisti, sono inquadrati non discutono
più, ma obbediscono.
Che cosa rappresentino di fronte allo Stato queste forze armate lo si può rilevare da queste
spacconate: L’ordinanza del Prefetto di Roma con la quale si minacciava lo sfratto dei fascisti, è
rimasta inapplicata ed inapplicabile come una qualunque grida manzoniana. Le squadre fasciste
sono acquartierate entro la gran mole dell’Augusteoa, la quale si è trasformata in fortezza fascista
inespugnabile. Le varie squadre sono sottoposte ai rispettivi comandanti e tutto procede militarmente.
L’on. Mussolini anche questa notte ha dato ordine di conservare ad ogni costo la situazione
strategica della Mole augustea. (Popolo d’Italia, citato).
Voi mi direte che tutto ciò è brutto, ma intanto cotesti buffoni hanno tenuto per quattro giorni la
capitale in orgasmo, hanno immobilizzato il governo e se non hanno tentato di peggio, è perché erano
sicuri di essere massacrati per le vie di Roma dai robusti quiriti.
Ora noi ci domandiamo: Per quale delittuosa tolleranza si permette che uno dei partiti in Italia, e
precisamente quello che si appoggia ai ceti reazionari ed agli elementi più torbidi ed anarchici della
borghesia, possa costituire nel suo seno un vero esercito che ha già commesso innumerevoli sfratti,
incendi, ecc. ecc… Esiste per codesto partito si o no il codice penale?
Non si tratta di sciogliere i fasci di combattimento come organizzazione di partito, ma di sciogliere
le squadre di azione che sono una vera organizzazione militare, inquadrata gerarchicamente, armata e
costituita per compiere delle azioni delittuose.
Sarebbe tempo di accorgersene che queste squadre, costituiscono un vero e grave pericolo per la
pace pubblica e danno al partito al quale fanno capo, una preponderanza tutt’altro che artificiale nel
giuoco politico. Qui è una grave, profonda violazione dello statuto, un vero attentato alle libertà
pubbliche e civili.
Noi accusiamo formalmente il governo monarchico d’Italia di sopprimere di fatto la nostra libertà.
Permettendo una organizzazione armata in seno ad un partito, il governo del re attenta alle libertà di
tutti i partiti, a quella dei cittadini i quali da quasi un anno in Italia non possono organizzarsi o far
funzionare le loro molte organizzazioni, non possono stampare i loro giornali. È di ieri la minaccia,
fatta al direttore di un grande giornale milanese, al quale, per una nota di cronaca non benevola al
fascismo, fu minacciato di rendergli irrespirabile l’aria di Milano.
In che paese viviamo? È questo che incombe sull’Italia di Vittorio Veneto, il crepuscolo delle
pubbliche libertà?
Giriamo la domanda ai deputati repubblicani ed a quelli fra i deputati che ancora sentono la loro
missione.
Io non sono un penalista e quindi potrei sbagliarmi, ma non mi pare si possa avanzare dubbio sulla
illegalità di queste squadre d’azione, che del resto è stata riconosciuta dal Governo stesso in una
risposta ad una interrogazione riguardante gli arditi del popolo. Se esse non cadessero sotto la
sanzione dell’art. 235, cadrebbero sotto quella del 254; ma vi sono dieci mesi di guerra civile che le
fanno entrare a bandiere spiegate nel primo.
Che esse costituiscano delle organizzazioni militari nessun dubbio; che esse siano costituite per
compiere dei delitti è un fatto accertato dalle numerose e sanguinose spedizioni punitive e da non
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pochi conflitti con la forza pubblica. Se ciò fa comodo allo Stato monarchico per sopprimere con una
partita di giro le pubbliche libertà, non può essere tollerato più dalla nazione. Non da oggi noi
gettiamo l’allarme ma pare che questa povera Italia sia destinata a fare la figura dello schiavo Epitteto.
Ricordate l’episodio? Epitteto è percosso brutalmente dal suo padrone e con fredda rassegnazione
lo ammonisce: Badate che mi rompete una gamba – Il padrone infierisce peggio di prima e gliela
rompe per davvero; ed allora il povero Epitteto più freddo che mai: “Io ve lo avevo detto!”.
Vogliamo fare anche noi così col nostro governo monarchico costituzionale?
Pan
Risposta
“La Voce Repubblicana”, 24 novembre 1921
L’on. Mussolini ha letto trasecolando il mio articolo Noi accusiamo pubblicato il 18 Novembre nel
N. 258 della Voce.
In questo articolo io accusavo formalmente il governo monarchico di voler sopprimere, anzi, di
sopprimere di fatto le libertà costituzionali dei cittadini e dei partiti, permettendo che uno di essi, e
cioè il fascista, costituisse nel suo seno una organizzazione armata e inquadrata militarmente, alla
quale era accordata la più sfacciata impunità e qualche volta l’ausilio delle forze armate dello Stato.
E poiché la formazione, le finalità, l’attività quotidiana di questa appendice armata del partito
fascista è contraria al codice penale e ai principi di ogni libertà civile, e poiché essa esercita
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costantemente una implacabile, violenta funzione compressiva ed intimidatrice sulla attività e sulla
libertà degli individui e dei partiti io (e parlo in prima persona, perché non sono né la Sibilla né il
megafono del partito repubblicano), domandavo perché non si applicava nei confronti di cotesti
signori la legge comune che – sia detto tra parentesi all’on. Mussolini – non è sabauda ma italiana.
L’on. Mussolini perciò mi chiama emulo di Gasti, aspirante ad una questura del regno e parla di
enormità poliziesche e di Pelloux.
L’on. Mussolini non è un gran logico. Invitarlo a ragionare è (via... dedichiamogli una similitudine
eroica) come invitare un’aquila a passeggio. Ma io mi appello a quel tanto di buona fede ch’è rimasta
nel suo spirito sotto le burrasche delle sue ambizioni.
Il problema come l’ho posto io non è un problema di partito, ma di libertà al di sopra dei partiti.
Parlare di antifascismo, in questo caso, è semplicemente una sciocchezza.
Tutte le organizzazioni politiche e tutti i cittadini hanno il diritto al più completo godimento di
quelle libertà senza le quali non è oggi più concepibile la convivenza civile; tali sono la libertà di
organizzazione, di pensiero, di stampa e le diverse altre estrinsecazioni della libertà personale.
Contro queste libertà, il fascismo ha operato ed opera organicamente, con metodo, con brutalità
sanguinaria, con intolleranza sovrana, e gli organi di tali operazioni delittuose sono le famose squadre
d’azione costituite da ex arditi, ex ufficiali disoccupati, professionisti vari della violenza, fuoriusciti
fiumani e studenti, contro i quali, in ispecie, vorrei che la mia penna fosse un ferro rovente.
Queste squadre hanno soffocato e polverizzato col delitto le organizzazioni proletarie della valle
padana, hanno bruciato centinaia di case, diecine di giornali, cooperative e circoli, hanno bastonato e
sfrattato dalle loro case numerosissimi cittadini, hanno attuato spedizioni mostruose, come quella di
Treviso, per colpire due giornali e due partiti che avevano il torto di agire e di far propaganda secondo
i loro principi.
L’on. Mussolini va orgoglioso di queste milizie fanatiche, le passa in rassegna militarmente, le
spinge all’azione, e cioè al delitto, e sente di avere in esse, e in esse solamente, la vera forza del suo
partito. Forza sopraffattrice, provocatrice, violenta, incivile.
Se questo è vero, e non vi è canaglia in mala fede che possa negarlo, perché trasecolare se sul
giornale dei repubblicani d’Italia, del partito cioè ch’è l’erede diretto e il depositario dei valori ideali
del Risorgimento, un libero cittadino ha invocato la legge per il rispetto di tutte le libertà? Che l’on.
Mussolini rotolando nel vortice delle sue trasformazioni abbia perduto la nozione della libertà? Ma se
lui l’ha perduta noi non rotoliamo, noi abbiamo ancora il culto non solo della parola ma dell’idea e
della pratica, e siamo pronti a difenderla su tutti i campi da quello polemico a quello pugilistico.
La distinzione fra squadre d’azione e organizzazione politica è una gesuiteria, dice l’on. Mussolini.
No; la vostra confusione è, più che gesuiteria, malafede fraudolenta.
Come non si possono confondere guardie rosse e partito socialista, arditi del popolo e comunisti,
avanguardisti e repubblicani, non si può tener buona per voi la speciosa confusione tra fascisti e
squadre d’azione.
Voi sapete che non tutti i fascisti, fra i quali vi sono dei bottegai beceri e dei fittabili cafoni che
hanno paura di ammazzare un coniglio, voi sapete che non tutti i vostri trecentomila iscritti sono
disposti a salire sopra un camion ed a trasferirsi da una provincia all’altra per scopi incendiari. Per
queste bisogne il fascismo ha dei nuclei agili di iscritti inquadrati, e perfino dei veri salariati. E’
contro questi tricolorati malandrini che commettono ogni specie di violenze e di delitti che noi
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invochiamo la legge, non contro il partito che vorremmo vedere una buona volta abbandonare le vie
della guerra civile, per le vie maestre della libertà.
L’on. Mussolini è riuscito con la sua grandiosa abilità illusionistica a creare un nuovo tipo di
delitto, quello patriottico, e sotto questa etichetta riesce a smerciare tutto un fondaccio di delinquenza
volgare e barabbesca. Ma egli potrà ingannare gl’imbecilli del conservatorismo italiano, tipo Giornale
d’Italia non i repubblicani.
Noi non dimentichiamo i fascisti assassinati, ma non permettiamo di sfruttare a scopi liberticidi le
follie di un irresponsabile, come nel caso della strage del Diana. Noi non dimentichiamo le guardie
rosse, ma non vediamo come da una violazione della legge possa nascere la pretesa di legalizzare una
serie di violazioni sistematiche, più bestiali ed insopportabili di quanto non comporti la semplice
ritorsione.
Noi diciamo a tutti, fascisti, socialisti, comunisti, arditi di tutte le specie e al governo, che la libertà
ci è necessaria, che essa è l’essenza della nostra dottrina, che noi abbiamo troppa fede nei valori
repubblicani per non difenderla strenuamente contro tutti, nell’interesse nostro e della civiltà italiana.
Se vi è qualcuno che perpetua l’opera di Pelloux, in questa faccenda, non siamo noi ma voi che
instaurate nella lotta politica i metodi della più medioevale intolleranza, che abbattete gli operai
perché cantano inni sovversivi, che odiate il rosso come i tacchini e volete inculcare il patriottismo col
metodo di Radetzky.
Chiedere che vi sia proibito di dare lezioni di italianità a randellate, di sopprimere la libertà degli
altri partiti, di sfoggiare una preponderanza tutt’affatto artificiale con le intimidazioni e le violenze è
dovere di ogni cittadino che si onori di tal nome.
Non cianciamo, per carità, di fucilazioni in massa, di prigionia collettiva e simili balordaggini. La
mia campagna contro il Fascismo è consegnata nelle colonne di questo giornale e ci vorrebbe un
vigore logico molto superiore a quello dell’on. Mussolini per
presentarla come reazionaria e liberticida.
Essa è acre, a volte biliosa, ma l’onorevole Mussolini, ch’è un fegato di bue ambulante, non vorrà
accusare di eccessività me che non sono che un fegatino di pollo ma che ho su di lui il vantaggio
incomparabile di essere meno prestidigitatore e più amante della verità. Nessuna fucilazione in massa
dunque, ma l’applicazione per le squadre fasciste della legge comune, alla quale è deferita la difesa
della libertà di tutti, la stessa legge che viene applicata contro le organizzazioni degli arditi del popolo
e di tutte quelle organizzazioni armate che mettono in pericolo la vita e la tranquillità politica e civile
dei cittadini.
Noi non facciamo le distinzioni patriottiche del senatore Bergamini perché ancora non siamo
diventati senatori per imbecillità senile, ma diciamo delinquente a chi lo è.
Se il fascismo avesse fede nei valori che predica finirebbe col persuadersi da se stesso che la sua
azione quotidiana è, in definitiva, contraria ai suoi interessi. Ma ahimè! questa fede gli manca: e poi vi
è quella benedetta questione della mentalità ch’è invincibile come l’istinto.
Santa Teresa piangeva un giorno la settimana sulla infelicità del demonio che per la sua malvagia
natura non può amare: Sul Fascismo bisognerebbe piangere in permanenza perché, poveretto, ha perso
ogni orientamento. Le origini rivoluzionarie dei suoi uomini maggiori, distese sul letto di Procuste
del Conservatorismo che difende interessi bestiali, determinano un delirium tremens intellettuale nel
quale non si capisce dov’è la testa o dove è la coda.
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Vi sono nel complesso, e specialmente nell’attività dell’on. Mussolini, degli sforzi seri per dare
una fisionomia a questo movimento, ma i pensieri dell’on. Mussolini nascono incoerenti, con la
disposizione, anzi con l’istinto del cozzo.
Nello stesso numero in cui il Mussolini consegna il suo trasecolamento per il mio articolo, si
leggono cose come queste: Certi gesti inconsiderati – come ormai quello troppo noto della
imposizione di togliersi il cappello davanti ai gagliardetti – non devono essere più compiuti.
Altre manifestazioni piccine d’intolleranza devono assolutamente cessare. Costringere gli estranei
a gridare viva l’Italia o ad esporre il tricolore significa fare del leninismo a rovescio. L’uomo che voi
costringete a gridare viva l’Italia, sarà un antipatriota per tutta la vita.
Ah! per Dio! ci siamo. Questi propositi sono saggi. Ma non vi fidate; contemporaneamente a questi
propositi viene denunciato il trattato di pace. Voi vedrete che quegli agnellini domani metteranno le
corna e cozzeranno.
E allora? Allora io credo di non rubare il mestiere a nessun Bonfanti-Linares se, invece di vederli
cozzare contro la pancia dei cittadini, chiedo che cozzino contro gli articoli di una legge.
Pan
Socialisti e popolari
“La Voce Repubblicana”, 13 aprile 1922
La fatalità volle che, in un periodo in cui la forza degli eventi spinge sulle vie rivoluzionarie anche
i conservatori ( il Fascismo della seconda maniera non è che una rivoluzione per la conservazione).,il
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S.B.T.I. Bovalino
Partito Socialista non abbia avuto né una tempra né una mente rivoluzionaria. Oggi, dopo le fanfare
bagologiche di quattro canaglie che passarono all'altra sponda e vivono oggi in latitanza, il partito
torna con tutte le sue piazze a Turati, al riformismo evangelico, al principe del buon senno e si avvia,
magnis itineribus, verso la collaborazione.
Non sappiamo se le gravissime difficoltà pratiche e teoriche, di programma e di tattica, di finalità
ultime e di conquiste contingenti saranno superate e se, quindi, i socialisti si accorderanno coi
popolari per una azione di governo, ma se ciò avvenisse ciò costituirebbe la vittoria più clamorosa del
fascismo.
Uccidere gli operai, bruciare le case del popolo, disperdere con la violenza le organizzazioni è
meno che niente. Le energie e i problemi del proletariato sono come l'olio nell'acqua. Voi potete
agitare il miscuglio ridurlo ad una emulsione torbida in cui non si capisca più dove l'olio sia andato a
finire, ma se lasciate un momento in calma la miscela, l'acqua si scevera dall'olio e questo ricompare
in larghe anella alla superficie.
Non, quindi, contro le forze proletarie, come elemento di trasformazione e di inquietudine sociale
può avere alcuna funzione apprezzabile la reazione attuale, ma può ben averla nei rapporti con il
partito come organismo politico.
Costringerlo a collaborare, a squalificarsi, ecco il piano dei più illuminati conservatori tipo Giolitti
e dei più fedeli monarchici.
Costoro sanno che se il socialismo crebbe rigoglioso fino ad oggi ed esercitò l'egemonia che
esercitò sul mondo del lavoro, ciò avvenne per il suo contenuto ideale e rivoluzionario, perché in esso
le plebi, divenuto quasi evanescente il buon socialismo mazziniano, che aveva del socialismo tutte le
qualità senza averne i difetti, videro il vessillo della loro emancipazione politica ed economica.
Quando il socialismo cesserà di essere quello che fu e diventerà un partito di governo, in regime
borghese, esso perderà ogni attrattiva ed ogni valore rivoluzionario. Le plebi si rivolgeranno altrove.
L'aspirazione a questo risultato costituisce lo sforzo massimo della politica monarchica di questi
ultimi tre anni; pare che la missione assegnata da Giolitti e da Bonomi alle squadre di combattimento
sia questa: cacciare il socialismo verso la collaborazione a colpi di randello, sia pure per un istinto di
difesa estrema. Il socialismo è già su quella via e, quel che è peggio, coi popolari. Noi crediamo che il
socialismo non potrebbe scegliere un mezzo più disastroso “per liquidarsi e ne diciamo le ragioni.
La collaborazione tra socialisti e popolari e cioè, fra i due grandi partiti delle masse, potrebbe
essere un bene per la nazione ma ad un sol patto: al patto cioè che i due partiti si accordassero sopra
un programma di rinnovazione totale dello Stato, cominciando dal regime, e poiché un tale
programma non potrebbe attuarsi senza una lotta accanitissima, i due partiti suddetti dovrebbero
essere pronti con tutti i loro uomini ad affrontare quella lotta. L'impotenza dello Stato attuale ad
attuare od anche ad assecondare una qualunque riforma sostanziale è manifesta ormai per mille segni
ed attraverso i ripieghi e gli accomodamenti a cui ricorre. Il massimo di progresso attuato in Italia
durante questo periodo è un innegabile progresso industriale che tuttavia è fittizio e si mantiene solo
con il sacrifizio dell'agricoltura e collo sfruttamento del popolo lavoratore. Le classi e le categorie
parassitarie, talvolta anche con la complicità di settori del mondo del lavoro, hanno costituito una
mastodontica struttura intrisa di interessi e sostenuta dalla burocrazia, contro la quale è inutile
presentarsi col cerotto di qualche riformetta.
D'altro canto neppure le riformette concederebbero i cosiddetti liberali, tanto è vero che contro la
possibilità di un accordo fra popolari e socialisti hanno lanciato i loro fulmini, non solo il non mai
abbastanza lodato giornale dei deficienti e la onesta Idea Nazionale , ma anche il Corriere della Sera
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S.B.T.I. Bovalino
che pure, nel 1910, voleva dare in mano lo Stato ai massimalisti per un esperimento! Questa gente,
non riconosce alle masse il diritto d'interloquire nel governo dello Stato, se non con voto consultivo, e
per non venire ad una rottura aperta e violenta, passa il governo da una luogotenenza ad un ministero
balneare.
Tali ministeri, nati dallo inconciliabile contrasto tra il potere esecutivo e quello legislativo, si
chiamano enfaticamente ministeri di conciliazione o “ministeri nazionali”, ed hanno il mandato di non
toccare i problemi che imposterebbero lotte ad oltranza e quindi chiarificazioni e quindi riforme
radicali. Questi governi, ricattati dai deputati, ricattano a loro volta l'istituto parlamentare, legiferando,
in una condizione di larvata dittatura, a tutto beneficio delle classi parassitarie e delle camorre
nazionali, che per le iniquità del sistema diventano parte essenziale della vita pubblica. (Ansaldo,
Ilva, Banca di sconto insegnino).
Si deve risolvere il problema del bilancio dissestato? Si ricorre ad una esosa tassazione che
Gigione chiama eroica.
Si deve fronteggiare la disoccupazione? Si sgomitolano milioni nelle fauci dei pescecani. Si deve
riparare alla crisi industriale? Dogane eroiche d'isolamento. Tutti provvedimenti che potrebbero essere
illustrati da Scalarini con una vignetta in cui un lavoratore svenato versi per i molti pori la propria
sostanza vitale. Questo stato di fatto è quotidianamente deplorato perfino dalla stampa gialla; è ormai
insito nel sistema, è tutto uno con le classi dirigenti, e coi poteri fino al culmine. Bisogna rompere
questa delittuosa catena, e questo è il compito rivoluzionario delle classi popolari. Pensare ad un
accordo con coloro che pur di mantenere le loro posizioni di predominio e di rapina, hanno
organizzato la guerra civile, è una ingenuità sconfinata.
Ora, di un programma di trasformazioni radicali del sistema non c'è nemmeno da parlare; né i
socialisti e men che mai i popolari hanno in mente una simile trasformazione. La loro unione, lo
dichiarano apertamente uomini dell'uno e dell'altro partito, e lo manifestano le condizioni donde
nacquero i primi approcci, è ispirata alla necessità di una difesa sindacale contro lo schiavismo agrario
. Unione dunque negativa, come quella che accomunò nel blocco elettorale d'infelice memoria, ogni
genere di brutture conservatrici.
E' inutile illudersi: un governo popolare-socialista, al momento attuale, non potrebbe essere che un
governo antifascista, un governo cioè che tendesse a ripristinare le libertà civili, attualmente alla
mercé di quattro tirannelli di provincia. Ma il ripristino delle libertà significherebbe la rinascita della
forza sindacale proletaria, specialmente nelle zone agrarie, e la inevitabile riacutizzazione di quelle
competizioni economiche fra capitale e lavoro che sono conseguenza dell’attuale sistema produttivo e
distributivo e che, volere o volare, non possono svolgersi senza assumere degli aspetti extralegali.
La grande offensiva contro le federazioni contadine, ed in genere contro gli organismi sindacali,
non fu mai nient’altro che un energico tentativo per ricacciare il lavoro nello stato d'inferiorità in cui
si è sempre trovato. Il fittabile che deve trattare alla pari con il bracciante, il capo-fabbrica che si trovi
ad avere nell'operaio non una unità passiva di produzione, ma un eguale, sono dei controsensi nel
regime capitalistico attuale. L'offensiva degli agrari non ebbe altro scopo che questo: distruggere gli
uffici di collocamento, spezzare le reni alle organizzazioni, al monopolio della mano d'opera che ora
fatalmente rinasce nei sindacati fascisti poiché le leggi economiche sono come quelle naturali,
nessuno le farà mai deviare dal loro corso.
La restaurazione della libertà porterebbe inevitabilmente al ricostituirsi delle organizzazioni ed al
ritorno delle lotte che il randello ha sospese ma non spente. Assisteremo allora ad una nuova e più
clamorosa montatura dell'opinione pubblica, e forse ad un ritorno più cruento della guerra civile.
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S.B.T.I. Bovalino
Ai conservatori e a quella media borghesia che vive di stipendio e di spettacoli patriottici non
parrebbe vero di poter denunciare il governo popolare-socialista come un governo. di feroce reazione,
e voi vedrete quanti liberali che hanno fino ad oggi rinnegato se stessi, piangerebbero sulle rovine del
loro amato liberalismo sventrato e scotennato dai bolscevichi bianchi e rossi. Se questo tentativo il
socialismo lo facesse con la democrazia, avrebbe minori possibilità d'infamia, ma coi popolari!
Il partito popolare in Italia, in questa Italia eternamente asettica e faziosa, è un partito tollerato. La
democrazia, il liberalismo, la burocrazia e la massoneria che purtroppo hanno ancora nelle mani tutta
la vita nazionale, il giorno in cui potessero, senza pericolo o con una certoa lustroa di legittimità
sollevare contro di essa la tempesta, la solleverebbero con molta più voluttà che non contro i
socialisti! E questo avverrebbe inevitabilmente quando i partiti delle masse, nell'interesse dei loro
rappresentati, tentassero veramente di uscire da quel letto di Procuste su cui la camorra, imperando,
vuol tenere inchiodata la nazione.
In una parola: o i socialisti non faranno nulla sul serio, e saranno placidamente incamerati dal
regime, o tenteranno qualcosa di solido, e saranno aspramente combattuti e certamente battuti.
Essi non hanno capacità rivoluzionarie ed il periodo oggi è rivoluzionario tanto quanto nel 1919.
Le famose restaurazioni, sempre annunciate sono sempre latitanti, perché sotto la reazione, mugge e
sobbolle la tempesta. I partiti rivoluzionari, che abbandonano oggi il loro posto per collaborare in seno
a regimi squalificati e cadenti sono ben degni del loro destino.
Pan
Diritto di proprietà e pericolo sociale
“La Voce Repubblicana”, 14 maggio 1922
Molti giornali ingenui, non importa se anche autorevoli, prima che si aprisse la Camera, il 4
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S.B.T.I. Bovalino
maggio, avevano preannunciato, come escluso dai progetti da discutere, quello del latifondo; perché,
dicevano questi giornali, non è da credere che il governo voglia affrontare una battaglia grossa sopra
un argomento tanto importante e di contenuto fortemente polemico, mentre è impegnato con i suoi
uomini migliori e col Presidente del Consiglio alla conferenza di Genova. Errore! Il progetto sul
latifondo è sul tappeto e lo si discute a Camera quasi deserta, e quel che è peggio, sulla sua risoluzione
si va manifestando una inquietante unanimità. La manovra del governo sta per riuscire a meraviglia e
il vecchio sergente Facta dimostra di sapere il fatto suo molto meglio di quanto si osasse credere. In
altri termini il governo non voleva affatto discutere il problema del latifondo, esso voleva piuttosto
liquidarlo attraverso una discussione parlamentare. Vi riesce brillantemente. I contadini avranno
l’illusione che si è parlato e trattato dei loro interessi, i latifondisti respireranno più liberamente,
perché, Dio mio! ogni tanto il governo, per aver l’aria di fare qualche cosa è costretto a regalare loro
qualche passeggero patema d’animo.
Del resto era fatale che questo progetto venisse seppellito cosi. Quale partito lo voleva, quale è
sceso in campo per sostenerlo e, prima di ogni altra cosa, per studiarlo? Io immaginavo che almeno i
due grandi partiti di masse, coloro che rappresentano o pretendono di rappresentare i contadini si
fossero preparati bene ,tecnicamente alla discussione, anche perché furono due socialisti qualche mese
fa a presentare un progetto riguardante la terra. Invece, tanto i socialisti quanto i popolari o si sono
presentati senza preparazione o non si sono presentati affatto. Difatti i vuoti sono enormi anche nei
settori di sinistra e quelli che parlano, parlano sulle generali, con quella ignara astrattezza che
caratterizza tutte le cicale del parlamento.
Il governo, dunque, non si è ingannato intorno alla possibilità, per la Camera attuale, di affrontare
seriamente la discussione di un progetto d’interesse nazionale. Questa Camera, come la precedente, ha
più valore pugilistico che legislativo. Se volete che essa si animi, chiamatela alla zuffa verbale, alla
invettiva becera, ma non gli chiedete opere proficue, e soprattutto non la fate pensare.
Fino ad oggi la discussione fu condotta avanti placidamente, tra la platonica indecisione riservata
delle destre che stanno a guardia del diritto di proprietà, e le sciocchezze della sinistra che non ha
alcuna conoscenza precisa del problema.
Il problema del latifondo è un problema regionale, anzi eminentemente meridionale, come ben
disse la Voce del 5 maggio e quindi nella discussione di esso si ripete l’eterno inconveniente di tutta la
nostra legislazione, la quale, tra gli altri, ha questo fondamentale difetto: di essere una legislazione
nazionale unitaria da applicare egualmente in ogni parte della penisola, mentre al contrario, almeno
una metà delle regioni alle quali essa è destinata, o non ne sentono il bisogno e l’utilità, o non possono
vederla applicata.
Questo è l’argomento principe a favore del decentramento e dell’autonomia regionale.
Prendiamo, per esempio, la legge sulle assicurazioni sociali. V’invito a prendervi la briga di
riscontrare le statistiche delle diverse regioni e vedrete che nel Mezzogiorno essa non è affatto
conosciuta, o viene applicata in misura irrisoria. In alcuni circondari essa subì la medesima sorte che
subirono e subiscono le leggi sulla istruzione obbligatoria, sull’igiene e sulla nettezza urbana ecc. ecc.
Nella nostra Camera, la parte veramente attiva, che agisce sotto la pressione delle masse e dei
grandi interessi organizzati, è quella che rappresenta le regioni progredite dell’alta e della media Italia.
La grande mandria meridionale non è che una massa bruta di manovra, e diventa combattiva
solamente quando si trattano piccoli affari della pretura di Roccacannuccia!
Anche il progetto sul latifondo, per quanto elargito dall’on. Nitti, che è un meridionale, fu
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S.B.T.I. Bovalino
preparato sotto la pressione indiretta (ed ecco un vero espediente demagogico) dei partiti di massa, i
quali, com’è noto a tutti, reclutano il novanta per cento dei loro uomini nelle regioni dove o il
latifondo non esiste affatto o è inquadrato nella grande agricoltura intensiva. Lasciate la discussione
del latifondo agli agrari dell’Emilia, del Bolognese e della Pianura padana, dove le grandi aziende
hanno bisogno di grandi capitali, e dove ogni palmo di terra è utilizzato e sfruttato al più alto grado,
ed è naturale che costoro abbiano buon gioco. Non è difficile a loro dimostrare come in determinate
zone e per certe culture spezzare il latifondo può presentarsi come un provvedimento dannoso alla
produzione, specialmente se all’azienda unitaria si vuol sostituire la piccola proprietà che non potrà
avere unità d’indirizzo.
In certe regioni molto progredite, se il latifondo esiste e se il proletario è assente, sono presenti ed
operosi i fittabili che sono imprenditori ed in un certo senso, dei veri e propri lavoratori essi stessi.
Qui la terra nella sua espansione unitaria è sfruttata con criteri tecnici perfetti e non è possibile
accampare la scusa dell’assenteismo dei padroni o dell’incultura.
Ma quale rapporto corre tra quel latifondo e quello della campagna romana, della Basilicata e della
Calabria che rappresentano quasi un terzo della superficie di quelle regioni?
Laggiù i latifondi sono pascoli che si estendono su intere colline, sono brulli, frattosi, screpolati e
lavati dalle acque, corrosi dai torrenti; sono montagne intere di castagni, di abeti, di brughiere o sono
plaghe granifere coltivate con metodi assolutamente primitivi, o invase dalle acque stagnanti che si
estendono in acquitrini mortiferi.
E tutto ciò in regioni riarse, in cui la terra dà quel che vuole, dove non si conosce l’affittanza, dove
i contadini lavorano senza garanzie di sorta e solo quel tanto ch’è necessario per assicurare una
rendita ai padroni.
In questo latifondo non è soltanto assente il padrone, ma sono anche assenti tutte o quasi tutte le
forze lavorative e gli arnesi della produzione; di questo latifondo bisogna occuparsi non di quello di
cui parla così bene e così tecnicamente il prof. Einaudi sul Corriere della Sera!.
Vogliamo veramente riformare l’agricoltura meridionale o vogliamo lasciarla nello “status quo?”
Se vogliamo riformarla e dare del lavoro ai nostri contadini, e in casa loro, non è possibile lasciare le
cose come stanno, abbandonando un terzo delle terre produttive in mano ai padroni attuali che
dimostrarono molto chiaramente di non saperle usare.
Ma, si dice, v’è il diritto di proprietà. Le leggi che regolano il diritto di proprietà non sono nuove
nella nostra e in altre legislazioni e furono portate davanti ai parlamenti proprio da vecchi liberali tipo
Siccardi e Cavour. Non abbiamo noi leggi sulla mano morta, sulle congregazioni, sui beni religiosi
ecc. ecc?.
Quando l’accertamento della proprietà e l’uso, o semplicemente il non uso che ne fanno i padroni è
nocivo alla collettività questa ha il diritto di intervenire.
Non mi pare possibile riconoscere ad un privato, solo perché ne è padrone, il diritto di distruggere
senza scopo un bosco che tanta influenza ha sul clima e sulla stabilità dei terreni di tutta una regione.
Non so perché, mentre si impedisce a chiunque non osservare le norme di igiene in un abitato, si
permetta al duca di Sarmoneta di mantenere alle porte di Roma, traendone laute rendite, enormi
estensioni di acquitrini malarici. Qui il diritto di proprietà diventa un pericolo sociale. O i proprietari
privati risanano e mettono in efficienza questi terreni, o interviene la collettività e lo fa nell’interesse,
non del proprietario, ma dei lavoratori.
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S.B.T.I. Bovalino
Ma, si dice: per mettere in valori questi terreni, per sanarli dalle acque, arginarli e regolare gli
scoli, dissodare ecc., sono necessarie ingenti somme. Come! lo Stato, quando si tratta di regalare dei
milioni agli armatori con la scusa della disoccupazione, bilancia con decreti legge centinaia di milioni
pur sapendo che sono somme erogate a fondo perduto e quando si tratta invece di dare del lavoro ai
contadini per opere di alto rendimento e di altissimo valore igienico fa il conto sull’unghia. Valgono
più e sono meglio spesi trecento milioni dati ad all’Ansaldo, al Parodi, al Cosulich che altrettanti spesi
nell’agro romano o negli acquitrini di S. Eufemia?
Si prendano le terre ai padroni ignavi e si diano alle associazioni dei contadini che, sotto una valida
direzione tecnica e con l’aiuto dello Stato, le mettano in valore. Si discuta pure sull’indennizzo,
sull’ammortamento dei capitali impiegati, ma si risolva qualche cosa definitivamente. Io sono
persuaso che, se l’agro romano, mediante un vasto risanamento ed una messa in coltura razionale,
venisse ad acquistare la fertilità della Lomellina, lo Stato ci guadagnerebbe a spendere due miliardi
pur non incassando un soldo,.
Ma lo Stato non ha mai voluto né mai avrà voglia di risolvere un problema troppo ponderoso
quant’è quello del latifondo e che tocca gli interessi delle sole regioni in cui il regime raccoglie le
ultime forze che gli consentono di sopravvivere.
Pensate alla sorte dei demani collettivi che Comuni e Province avevano nel Mezzogiorno, e che ora
formano il nucleo più grosso dei latifondi!
Lo Stato monarchico sarebbe capace di far sì che i contadini abbiano a pagare agli usurpatori
quegli stessi terreni che sono stati loro usurpati e di cui lo Stato impedì ed impedisce la rivendica per
vie legali. Ma non abbiate paura, se ciò farà comodo ai latifondisti, lo Stato lo farà. I contadini hanno
fame di terre e queste, anche nel Mezzogiorno, hanno dei prezzi addirittura fantastici. Dunque è il
momento buono e forse questo sarà l’unico risultato della presente discussione sul latifondo!
Pan
La crisi morale delle istituzioni: La burocrazia
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S.B.T.I. Bovalino
“La Voce Repubblicana”, 13 giugno 1922
Siamo alla vigilia di nuove gravi agitazioni dei dipendenti dello Stato, e quando le agitazioni,
giusta la logica dei fatti, sboccheranno nel boicottaggio dei servizi, è sicuro che si troveranno falangi
di benpensanti pronti a bollare col marchio dei nemici della Patria i poveri impiegati. Costoro però
non si accorgono che il boicottaggio è già in atto tutti i giorni all’infuori di ogni movimento
preordinato, che esso nasce dallo scontento dei funzionari, dalla corruzione profonda e vergognosa a
cui essi sono costretti ad assistere e spesso a partecipare; non si avvedono i guardiani dell’ordine che
le cose nelle amministrazioni vanno male perché gli impiegati non hanno, non dirò la voglia, ma
neppure la possibilità di riparare con la loro solerzia a un ordinamento disordinato e farraginoso al
quale è francamente difficile metter mano.
Ed è possibile affermare che gli statali perseguono un obiettivo unicamente economico? Se anche
ciò fosse, quale alto obiettivo oppone l’azione dello Stato al loro gretto egoismo classista? Che cosa
vuole lo Stato e che cosa ha fatto coi pieni poteri per risolvere il problema burocratico?
Quando or fa un anno il Governo dopo una subdola repressione, dichiarò di voler affrontare il
problema della burocrazia, noi gli negammo decisamente la fiducia, combattemmo la legge dei pieni
poteri, come meno efficace di una libera discussione parlamentare e ne dicemmo anche le ragioni.
Dicemmo che una riforma burocratica fatta dal governo coi pieni poteri, senza parlare degli arbìtri
canaglieschi a cui dava luogo, si risolveva, in ultima analisi, in una riforma affidata ai direttori
generali e ad altri alti funzionari delle amministrazioni, sotto il ricatto dei poteri occulti, che tanta
influenza esercitano in Parlamento, e delle clientele locali che ad esso fanno capo.
Molto meglio sarebbe stato costringere la Camera a porsi il problema nettamente, attraverso una
aperta e pubblica discussione, costringendo i deputati e i partiti ad assumere posizione davanti a una
serie di principi, ciò che avrebbe in qualche misura limitato le occulte attività che hanno fatto
naufragare i pieni poteri. Un deputato e un partito che avessero, per esempio, approvato il principio
che bisognava sopprimere le preture non aventi una determinata attività, non avrebbero forse osato
minacciare il finimondo quando questo principio, per essere applicato, avesse dovuto eliminare una
pretura sacra al loro cuore!
Coi pieni poteri si è indebolita anziché rafforzata l’autorità dello Stato. I pieni poteri valgono per
un governo dittatoriale la cui esistenza non dipenda dalla fronda parlamentare.
Un tal governo quando volle servirsi dei pieni poteri si trovò in mano non solo un arnese inutile,
ma una serie di disposizioni camorristiche. Nel tempo della decadenza della repubblica romana, tante
e tanto spaventose erano le concussioni che i governatori operavano nelle province, che i delegati di
queste imploravano dal Senato di non cambiare i governatori esistenti, anche se ladri come Verre,
poiché avevano paura che il sopravveniente fosse più tristo e più famelico di quello che andava via.
Noi oggi in Italia siamo ridotti a questo: che ci conviene di più pregare il governo di lasciare stare
le cose come stanno. Se si tenta di cambiarle, si peggiora e si dilapida l’Erario.
Questo è avvenuto con la legge riforma della burocrazia. Si dovevano eliminare 25.000 impiegati e
non se ne sono eliminati neppure un migliaio. Eliminare gli impiegati, intendiamoci, non le funzioni;
queste sono rimaste e sono state o sono per essere coperte con il ricorso al lavoro straordinario. Si era
stabilito un premio di otto mensilità a coloro che chiedevano spontaneamente di abbandonare
l’amministrazione ma questo premio è stato concesso, non a funzionari che avrebbero potuto rimanere
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S.B.T.I. Bovalino
ancora in servizio, ma a un gran numero di vecchi funzionari con più di 40 anni di servizio e 65 anni
di età, ai funzionari, insomma, che avrebbero dovuto essere comunque eliminati di autorità. Ognuno
di costoro si licenziò invece dall’amministrazione tesaurizzando una prebenda di almeno 15.000 lire.
Le donne, assunte senza garanzia di concorsi, non furono toccate, i quadri rimasero quali erano, un
giornale dei funzionari di prima categoria delle Poste e Telegrafi, annunzia come probabile il ritorno
ai gradi di caposezione, archivista, ecc.. ecc.. gradi già sepolti e ben sepolti.
In queste condizioni si capisce che lo Stato, non potendo mantenere il suo impegno di perequare le
tabelle e di aumentare gli stipendi, rimandi la soluzione alle calende greche.
Donde deriva questa impossibilità dello Stato a risolvere il problema della democrazia. Noi lo
dicemmo e ancora lo ripetiamo.
L’attuale amministrazione statale monarchica si regge sopratutto su questo intrigo di corruttele, di
arbìtri, di mangerie che prende il nome di burocrazia. E ciò non paia una esagerazione.
Durante l’ultima crisi che lasciò l’Italia senza governo, l’on. Mussolini, se non erro in un articolo
sul Popolo d’Italia, osservava che l’Italia senza governo andava quasi meglio, ed esclamava alquanto
comicamente e non senza una punta di ironia: Ah! Se non ci fossero quei bravi capi-divisione!
L’Italia di oggi è proprio l’Italia dei Capi-divisione, delle prebende, delle sinecure, dello
sfruttamento. Ah! se gli impiegati potessero essere ridotti a quello che erano vent’anni fa, miserabili e
paurosi! Allora si che lo Stato sarebbe capace di fare la voce grossa, e potrebbe ancora una volta usare
la coercizione per ripristinare la disciplina. E’ la strada che lo stato cerca ancora di percorrere.
Questi disgraziati che si credono uomini, che per una questione di pane si agitano sollevando tanto
fango lo annoiano. Cosa vogliono, insomma costoro? Che lo Stato rinunci a se stesso? Che riformi la
burocrazia? Che decentri, chiarisca? addio Stato allora, addio poteri occulti, addio corruzione,
prebende, influenze di bassa politica.
Persuadiamoci una buona volta che lo Stato, resistendo sulle posizioni attuali, difende la propria
vita e traiamone le conseguenze.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
In tema di servitù della gleba
“La Voce Repubblicana”, 15 giugno 1922
Il prof. Einaudi scrisse sul n. 135 del Corriere della Sera - 7 Giugno - un articolo che suscitò molte
animate discussioni. In detto articolo il nostro illustre maestro sostiene pressappoco questa tesi. I
sindacati rossi, attraverso più che un decennio, hanno costituito un vero monopolio di fatto della mano
d'opera, e si servono di questo per opprimere, ieri nei porti, oggi nelle plaghe del Bolognese, la libertà
di lavoro e di contrattazione. Contro questo stato intollerabile sono sorte delle organizzazioni
concorrenti, i sindacati fascisti i quali tentano di spezzare il monopolio delle leghe rosse. Ma ecco che
il governo interviene e, con decreti illiberali e antieconomici, trasforma un monopolio di fatto in un
monopolio di diritto e ci ricaccia nel medioevo alla servitù della gleba.
Quando si pensa che il prof. Einaudi è una specie di pitonessa dei ben pensanti in Italia, e che
queste cose sono state bandite sul Corriere della Sera, si comprenderà benissimo la loro importanza.
Da una settimana tutti i bottegai, i politici da caffè, i funzionari amanti del quieto vivere e delle
istituzioni, insomma, tutta la massa amorfa degli accidiosi conservatori parlano di servitù della gleba
facendosi forti della indiscussa ed indiscutibile autorità del prof. Einaudi.
Che cosa terribile è la scienza! Essa può diventare complice di enormi malefici e di volgari
mistificazioni.
Noi abbiamo grandissimo rispetto per il prof. Einaudi, fummo suoi scolari e imparammo prima ad
ammirarlo, e poi ad amarlo, per la sua fenomenale attività, per la lucidezza delle sue idee, per la sua
alta competenza e per la probità della sua vita; ma quando egli dall'episodio contingente del decreto
Mori, modesto episodio a cui la spettacolare montatura fascista diede l'aspetto di un problema
nazionale, risale il corso dei secoli e sostiene che quel decreto, è nientemeno che un ritorno al
medioevo, quasi saremmo autorizzati a domandarci: questo ragionare è frutto di ignoranza o di
malafede?
E poiché d'ignoranza non è il caso di parlare e neppure di malafede, davanti ad uno scienziato
probo come è Einaudi, dobbiamo convenire che ci troviamo di fronte ad uno di quei fenomeni di
degenerazione del conservatorismo a cui vanno soggetti anche gl'intelletti più lucidi e le coscienze più
rette.
Prima di passare a considerazioni di carattere generale, consideriamo il caso bolognese e il decreto
Mori nelle sue vere proporzioni.
Il decreto Mori intanto non è originale, almeno come principio, ed esso, più che un decreto di
portata veramente politica e di funzionamento economico, è uno dei tanti provvedimenti di polizia,
una misura precauzionale. Prima che a Bologna, una lotta eguale fra i sindacati fascisti, avanguardia
dell'agraria, e le organizzazioni proletarie, si ebbe, per esempio, nella Lomellina e nel Vercellese.
Gli obbiettivi del fascismo in questa lotta sono chiari: spezzare le organizzazioni proletarie,
costringere col bastone, con la fame, col crumiraggio, i lavoratori a disertare le leghe ed entrare,
volenti o nolenti nei sindacati fascisti, per poterne indirizzare le forze secondo i suoi progetti politici;
file:///C|/Documents and Settings/CSBT/Desktop/Una battaglia per la libertà.htm (80 di 208) [11/04/2003 12.47.33]
S.B.T.I. Bovalino
questo, per adesso, in seguito si vedrà.
A questi obbiettivi si perviene o attraverso la bufera violenta e con la mistificazione delle
concessioni terriere, come nel ferrarese, o con la tattica adottata in Lomellina.
Nella Lomellina avvenne questo. In un primo tempo, nonostante l'impiego su larga scala della
violenza, i fascisti non erano riusciti ad intaccare profondamente la compattezza delle organizzazioni
proletarie.
Dopo il congresso di Roma, quando cioè il fascismo accennò chiaramente a volersi costituire un
organismo sindacale proprio, anche nella Lomellina, con mezzi prevalentemente coercitivi, sorsero i
primi nuclei sindacali fascisti, che, favoriti dalla violenza, attrassero a sé un terzo circa delle forze
proletarie. Quando i dirigenti fascisti, che all’indiscutibile coraggio personale uniscono una chiara
visione del momento, credettero giunta l'ora propizia, nel marzo scorso, fecero pubblicare dall'Agraria
un manifesto denunciante ogni legame contrattuale con i sindacati proletari. Gli agrari dichiararono
nettamente di non voler più trattare con gli organi della lega contadina, ma di trattare d'ora in avanti,
per tutto ciò che concerne la mano d'opera, coi sindacati fascisti, considerando i non fascisti, come
lavoratori liberi al di fuori di ogni garanzia.
La lega proletaria tentò reagire, ma ogni reazione parve subito vana: tentare uno sciopero non fu
possibile perché il fascismo nel suo inesorabile assetto di guerra lo avrebbe schiacciato.
Le masse stanche, sfiduciate, senza capi, alla mercé dei violenti, fecero di necessità virtù e nella
quasi totalità acquistarono la tessera dei sindacati fascisti per avere comunque una qualche difesa e del
lavoro.
Non così avvenne nel vercellese, dove i capi non disertarono il campo e le masse, meglio
agguerrite, opposero una forte resistenza ai tentativi fascisti.
Quando nello scorso aprile si dovettero rinnovare i patti con l'Agraria, questa, sotto la direzione dei
fascisti, aveva tentato di ripetere il giuoco così ben riuscito in Lomellina, Ma cosa potevano offrire i
fascisti di mano d'opera locale? Promisero d'importarla e pare fosse loro intenzione d'importarla
dall'Italia centrale; ma qui le organizzazioni proletarie fecero loro capire che non si sarebbero lasciate
decapitare senza una forte resistenza, ed il Prefetto, da parte sua, dichiarò che non avrebbe permesso
l'importazione di mano d'opera da altre province se gli agrari si fossero rifiutati di trattare con gli
organismi locali, attraverso i suoi uffici riconosciuti.
Nel Vercellese non fu necessario un decreto di divieto perché gli agrari trattarono o si accordarono
con le leghe proletarie.
A Bologna invece si dovette ricorrere al decreto per evitare che migliaia di disoccupati reagissero
contro la mano d’opera importata ed avvenissero così delle jacqueries sanguinose.
Ma vi è di più: il decreto Mori fu preceduto da altre trattative e da altri provvedimenti governativi.
La prima vittoria sui sindacati rossi, il fascismo l’aveva ottenuta col decreto 4 ottobre 1921. Con quel
decreto il Governo, per venire incontro alle richieste fasciste che affermavano esser mutate le basi
dell’Organizzazione di vigilanza proposta dall’Ufficio di collocamento dei lavoratori della terra, ad
essa sostituì un Commissario governativo. A tale provvedimento le leghe proletarie, che tramite quella
Organizzazione avevano ben operato già da diversi anni, si adattarono; non così i fascisti. Costoro
volevano, in altri termini, mano libera per spezzare col crumiraggio organizzato la compagine
proletaria e costringere con la fame i lavoratori ad entrare nelle file dei sindacati fascisti.
Poiché il Governo si oppose, per misure elementari di umanità e di polizia, a questo nefando
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S.B.T.I. Bovalino
tentativo, il fascismo sferrò un’offensiva in grande stile sotto gli occhi esterrefatti del Governo che
dovette venire a certi patti, dei quali ancora non conosciamo i termini. Ma li conosceremo.
Ed è contro un provvedimento provvisorio di polizia che il prof. Einaudi scomodò la sua alta
competenza scientifica, facendo una capatina nel medio evo. Se nella faccenda vi è qualche cosa di
medioevale, questa è la parata fascista, vero episodio da basso impero, contro in quale, né il prof.
Einaudi né le vestali varie del conservatorismo trovarono un vero accenno di riprovazione.
Ma in questo articolo noi abbiamo tentato di ridurre alle sue vere proporzioni il decreto Mori e la
battaglia bolognese, trasformata dall’autorità del prof. Einaudi in una battaglia per la civiltà e le
libertà elementari.
Vedremo in un prossimo articolo quale è la portata dottrinale del problema a cui il nostro illustre
maestro diede un significato così spettacoloso.
Pan
Intorno alla servitù della gleba II°
“La Voce Repubblicana”, 16 giugno 1922
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S.B.T.I. Bovalino
Seguitiamo il discorso.
Abbiamo visto in un precedente articolo quale era la vera elementare portata del decreto Mori: un
semplice provvedimento di polizia e, notate, di carattere sospensivo. Dov'è la servitù della gleba? Il
prof. Einaudi c'insegna che questa consisteva in una serie di disposizioni legislative per cui nel medio
evo, si costringevano gli uomini a vivere sulla terra dove erano nati, proibendo loro di recarsi altrove,
cioè dovunque, a migliorare la loro sorte. V'è qui un decreto che proibisce ai lavoratori del ferrarese o
del bolognese di recarsi dove diavolo vogliono, in Toscana, in Lombardia, in Francia, in America?
Chi proibisce loro di diventare tutto quello che possono diventare, per le loro conoscenze tecniche,
abbandonando la terra, il paese e anche la Patria? Ci vuole un bello sforzo logico per ampliare, come
ha fatto il prof. Einaudi, il decreto Mori fino a farlo diventare una legge medioevale. Sospendere
temporaneamente l'immigrazione dei lavoratori in quattro comuni del Bolognese significa ristabilire la
servitù della gleba? Prof. Einaudi, quel vostro articolo è una mala azione.
Cosa rimane, dunque, delle proteste intorno a questo argomento? Un'osservazione importante ed è
questa: le leghe rosse hanno costituito un vero monopolio della mano d'opera. Se questo è vero
bisogna pensarci. Ma esiste veramente questo monopolio, o esso non è qualche cosa di più semplice e
di meno serpentesco? E' un privilegio da distruggere o non è piuttosto uno sforzo per equilibrare le
posizioni iniziali senza l'eguaglianza delle quali non esistono contratti ma strozzinaggi perfidi ed
incivili?
Vediamo.
Il prof. Einaudi fa un po' la storia del sorgere di questi monopoli. In un primo tempo, egli dice, i
lavoratori impegnarono una battaglia sacrosanta contro il codice penale vigente che interdiceva loro la
libertà di lavoro, di organizzazione e di sciopero, e la vinsero. Potremmo osservare al prof. Einaudi
che i vari liberaloni del novantottismo consideravano quella battaglia come un attentato alle sacre
tavole del vivere civile, e che se è vero che gli uomini invocano la libertà solo quando è ad essi utile, è
altrettanto vero che le classi dirigenti della borghesia riconoscono come sante le battaglie che il lavoro
perde mentre quelle dal lavoro vinte sono tutte e sempre attentati all'ordine costituito. Ma andiamo
avanti. Gli operai, dunque, hanno vinto una santa battaglia quando hanno ottenuto il diritto di
organizzarsi. E che cosa sono le organizzazioni? Un mezzo per portare un equilibrio nelle posizioni
iniziali tra il lavoratore e il datore di lavoro. E' chiaro che il lavoratore isolato non contratta ma
subisce il contratto di lavoro e questo non lo dico io, non lo dice Mazzini solamente, ma fior di
economisti borghesi come Maffeo Pantaleoni.
La merce lavoro venduta dal lavoratore isolato non ha un vero valore di mercato: il lavoratore
posto tra un salario di fame e la fame accetta il meno peggio. Questo è antieconomico e di fronte al
lavoratore isolato la presenza del Sindacato, anche nei rapporti del costo di produzione, è già un alto
progresso. Il Pantaleoni in uno dei suoi bellissimi studi: Osservazioni sui sindacati e sulle leghe
(Sandron vol. 2°) dice a questo proposito: Il perfezionamento strutturale delle leghe sarà senza
dubbio un giorno una delle maggiori economie di costi reali, e ogni invenzione, ovvero ogni
neoplasmo in questa direzione equivale, in quanto ad effetti economici, alla invenzione di un
perfezionismo meccanico. La mira è la costruzione di compensi economici ognora più compiuti.
In questa ultima via il sindacato capitalistico ( in questo caso l'agraria) per suo interesse deve
venire incontro alla lega, poiché un complesso economico non si può ottenere che se un cemento lega
altresì i produttori di servizi ai produttori di altri beni. (pag. 200).
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S.B.T.I. Bovalino
Per condurre l'equilibrio nelle posizioni iniziali tra il lavoro e il capitale sorge il sindacato. I
lavoratori uniti trattano attraverso i loro uffici coi datori di lavoro alla pari, ed il contratto si stipula, in
base al criterio di ofelimità (?). Se questa è la funzione del sindacato e se esso rappresenta un
altissimo interesse per i lavoratori, è naturale che ad esso accorrano tutti gli interessati e che gli uffici
sindacali abbiano l'apparenza di esercitare un monopolio.
Non staremo qui a ricordare quanti economisti borghesi, e di altissimo valore, hanno negato il
carattere di monopolio ai sindacati. Piuttosto diciamo: Che i sindacati siano necessari è pacifico, che
essi, riconosciuti necessari, debbano funzionare è un'illazione necessaria, altrimenti tanto varrebbe che
non esistessero.
Come funzionano, anzi, come possono funzionare i sindacati? Avocando a sé la contrattazione
della mano d'opera, senza impedire, si capisce, che organismi similari sorgano accanto ad essi per gli
stessi scopi. Ma la loro azione degenera dice il prof. Einaudi.
Non è purtroppo contro la degenerazione che si è ingaggiata l'odierna battaglia, bensì contro
l'esistenza stessa del sindacato, perché si dice che la sua azione normale è un monopolio ed è
antieconomico ed antiliberale. Qui sta il nodo della questione e non altrove, e noi siamo risoluti a
smascherare tutte le mistificazioni più o meno dottrinarie del nazional-fascismo.
La classe abbiente, osservando il tempo propizio, cerca di spezzare gli organismi sindacali proletari
allo scopo di rompere apertamente e definitivamente la eguaglianza nelle posizioni contrattuali
iniziali, polverizzando l'offerta della merce lavoro o conglobandola in organismi sindacali di cui essa
abbia il sicuro controllo.
Negli organismi sindacali fascisti, il contratto è subordinato ad una clausola illusoria e canagliesca,
sì, canagliesca! ch'è la seguente: “Salvi sempre i supremi interessi della Nazione”.
E' inutile dire che gli interessi della Nazione sono identificati con quelli dei più loschi sfruttatori.
La posizione di equilibrio è così rotta e i lavoratori ritornano a quello che erano prima del 1900.
Questo può non essere (anzi non è certamente) l'obiettivo dei vostri dotti ragionamenti, On.
Maestro ma voi difendete le mire di coloro che attentano alla vita degli organismi sindacali.
Il monopolio degli organismi rossi è una fantasia. Da anni, accanto ai sindacati rossi sorgono e si
affermano quelli dei popolari, convivono non senza aspra lotta (e la difesa dei rossi in questo giornale
è un pegno di onestà e di superiorità morale dei repubblicani), i sindacati repubblicani; sorsero di
recente quelli economici della Cise e finalmente quelli fascisti.
Pretendere che gli organismi sindacali rossi non si difendano dalla concorrenza è stolido ; gridare
al monopolio nei posti dove essi hanno i nove decimi delle forze organizzate, significa voler impedire
il loro funzionamento normale. Perché, di grazia, come potrebbe funzionare un sindacato che ha i
nove decimi della mano d'opera, senza contrattare coi datori del lavoro nella maniera normale, cioè,
concedendo o negando la propria merce lavoro secondo il principio di ofelimità?
Per avere ragione di opporsi al funzionamento, o come si dice enfaticamente monopolio dei
sindacati proletari, bisognerebbe dimostrare che la loro azione monopolistica ha danneggiato
l'agricoltura dove essi l'hanno esercitata, mentre non è possibile provare questo con nessuna
mistificazione.
Le plaghe più fertili e meglio coltivate, quelle dove i fittavoli sono più ricchi son proprio quelle in
cui le leghe hanno avuto più forza e più influenza.
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S.B.T.I. Bovalino
E allora? Allora tutto questo baccano non è che una volgare montatura.
Per i lavoratori, intanto, da questa battaglia nasce un monito. E' chiaro ormai che lo Stato è, con
tutte le sue forze e con tutte le sue debolezze, schierato contro gli organismi sindacali che sono la
spina dorsale dell'influenza politica proletaria. Per eliminare dalla rappresentanza parlamentare le
forze che rappresentano le masse non vi è che un mezzo, visto che il bastone e la corruzione non
giovarono a nulla: sbaragliare i sindacati che sono le basi elettorali della sinistra. Lo Stato monarchico
dei banchieri dei ladri, dei magistrati corrotti, dei lestofanti di ogni specie è tutto in armi contro le
organizzazioni proletarie. Dai molluschi del socialismo ufficiale non c'è da sperare nulla, codesti
vigliacchetti non aspettano che di essere sedotti e trascinati al potere.
La classe lavoratrice deve persuadersi che in una sola cosa ha da sperare: nella sua coscienza di
classe e nella sua strenua resistenza. Una resistenza combattiva della classe lavoratrice vale più di 12
Turati al potere. Perché questo Stato miserabile, che non crede a nulla, non crede neppure nell'utilità
della reazione. Esso si fa trascinare come una insegna tinta dalle mani dei più audaci, contento di
adagiarsi al di sopra delle fazioni che mettono nella difesa dei propri interessi più fervore e cinismo.
Lo dicemmo già: questo Stato non sarebbe neppure alieno dal servirsi delle orde socialiste, se i
socialisti riprendessero forza; ed è per questo che da due anni si preparano in Italia le milizie della
reazione e della guerra civile. Perché anche coloro che oggi difendono lo stato monarchico in realtà
non lo amano e non lo stimano e molto probabilmente saranno coloro che lo ammazzeranno.
Pan
L'utopia liberale
“La Voce Repubblicana”, 23 giugno 1922
Uno degli esempi più tipici di millantato credito, a cui si abbandonano gli uomini dell'attuale destra
parlamentare è quello per cui questi signori si dichiarano discendenti o continuatori ideali della
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S.B.T.I. Bovalino
vecchia destra storica che governò l'Italia dall'epoca dei plebisciti fino al 18 Marzo del 1876. Cosicché
assistiamo allo spettacolo sconcio ed immorale di uomini che stanno per dare gli ultimi colpi di
piccone alla cadente baracca dello Stato liberale, mentre si arrogano il diritto di rappresentare nel
Parlamento e nel paese il pensiero e la pratica politica di coloro che, moderando i loro ardori
rivoluzionari, accettarono questa Italia monarchica, così come balzò dal travaglio delle rivoluzioni, e
dedicarono le migliori energie della loro vita per darle un assetto, una legislazione, una
amministrazione da vero Stato moderno; una individualità nazionale, sotto la guida del grande
pensiero liberale.
E' chiaro che quegli uomini di destra furono i naturali nemici del repubblicanesimo: furono dunque
i nostri nemici. Ma quanto più alti e rispettabili essi erano dei nostri avversari di oggi, e come noi, a
parte ogni divergenza di pensiero politico, ci sentiamo affascinati dalla loro onesta morale, dalla
sincerità delle loro passioni di parte! Essi accettarono le istituzioni francamente e quando esse non si
erano ancora consolidate attraverso le camorre, gli onesti uomini della destra si ripromisero di
consolidarle attraverso la giustizia, l'ordine, il regime illuminatamente democratico.
Essi accettarono la monarchia costituzionale, ma di questa monarchia avevano un altissimo
concetto, essi volevano e speravano fermamente che la monarchia costituzionale non potesse vivere se
non a patto che si serbasse un governo “rigidamente morale”.
“La nozione giuridica della irresponsabilità del re e quella della responsabilità dei ministri basta
alla tutela della reputazione e della sicurezza del monarca solo fino ad un certo punto, insino a che,
cioè, si tratti di deviazioni accidentali e parziali degli atti di un governo dalle regole della giustizia e
del bene pubblico; ma quando l'azione ministeriale diventa per sistema corrotta ed ingiusta, allora la
figura del re che copre col suo nome ed autorizza con la sua firma
gli atti in cui quella si esplica, riesce contennenda agli occhi del popolo, in guisa da apparire
moralmente inferiore alla figura di un qualunque privato che si rispetti, il quale terrebbe ad onta di
servire di strumento alla malvagità altrui. La sorte di una monarchia costituzionale ridotta in questi
termini è decisa”.
Chi scriveva queste parole era una delle più belle figure della vecchia destra, Silvio Spaventa, del
quale il 15 giugno ricorse il primo anniversario della morte.
Per commemorare lo Spaventa fu scelto Antonio Salandra, capo spirituale della destra attuale, la
quale, come già dissi millanta il credito della eredità della destra storica. Ma le eredità possono essere
passive o attive. Gli eredi che non hanno la fortuna di ereditare dei beni, ereditano dei debiti. E' il caso
della destra attuale e dell'on. Salandra.
Quel piccolo Cavour non trovò di meglio nella sua commemorazione che riconoscere onestamente
che l'eredità loro pervenuta dalla vecchia destra era un'utopia: l'utopia della monarchia costituzionale
morale, dello Stato onesto, al disopra dei partiti, della retta amministrazione, del rispetto alle vecchie
libertà, dell'unione armonica delle classi sociali. Lo Stato, come l'avevano concepito quegli onesti
uomini che avevano appartenuto alle società segrete, avevano sofferto i ceppi e la galera, si erano
abbeverati largamente alle fonti del pensiero e dell'ardore mazziniano, quello stato non fu attuato in
Italia e non è attuabile.
Il fango ed il disordine annegano le libertà e le istituzioni, la democrazia italiana, in sessant’anni di
malaugurati esperimenti, si è corrotta fino alle midolla e le necessità di una nuova rivoluzione per un
nuovo risorgimento sono sentite da tutti.
Fin qui Salandra fu onesto. Dove l'onestà gli fece assolutamente difetto fu là dove parlò di una
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S.B.T.I. Bovalino
funzione storica della utopia ed esortò i presenti, fra i quali facevano bella mostra di sé nazionalisti e
fascisti, a non dimettere l'idea dello Spaventa, cioè, dello Stato, insieme mistica e filosofica, lo Stato
alto, dignitoso, morale, geloso delle libertà pubbliche e private, paternamente imparziale, dominatore
o almeno moderatore dei partiti e delle forze intrinsiche del popolo.
Quanti di coloro che col Salandra millantavano l’eredità di Silvio Spaventa amavano ed amano uno
stato siffatto? Nulla di quello che era fede, tendenza ideale, pratica della vita, integrità politica, onestà
privata, patrimonio comune alle grandi figure della destra storica, è nella pratica politica e nel
programma della destra attuale. Se Silvio Spaventa avesse potuto apparire in mezzo a quegli uomini
che lo commemoravano avrebbe riconosciuto in essi i più fieri nemici del suo pensiero.
Egli aveva detto: La libertà non vive e non prospera se non dove regna l'ordine, e questo non è
sicuro e benefico se non dove regna la libertà”.
E ancora: Lo Stato deve esservi e vi è appunto per questo, che l'interesse di un partito, di una classe
o di un individuo non predomini ingiustamente sopra l'interesse degli altri. Un governo di partito
significa, e non può significare più di questo, cioè che la direzione generale dello Stato, l'indirizzo
della sua politica interna ed esterna, i concetti delle leggi e delle riforme amministrative e sociali
corrispondano alle idee e ai bisogni della maggioranza del paese. Ma questa direzione dello Stato,
data al partito preponderante, non deve opprimere lo Stato, nè la giustizia e l'eguaglianza giuridica che
ne è l'anima informatrice; la giustizia per tutti e verso tutti così per la maggioranza come per la
minoranza. La protezione giuridica e la protezione civile, chiamando così tutti gli altri beni che i
cittadini hanno diritto di chiedere allo Stato, oltre alla tutela del diritto, dev'essere intesa uguale,
imparziale, accessibile a tutti, anche sotto un governo di parte, l'amministrazione dev'essere secondo
la legge non secondo l'arbitrio e l'interesse di un partito, e la legge dev'essere applicata a tutti con
giustizia ed equanimità verso tutti”.
Lo Spaventa disse che il rispetto alla legge è la virtù cardinale dello Stato libero” e parlando dei
prefetti pronunciò queste parole veramente belle ed attuali: Non è possibile continuare cosi, se si pensi
alle condizioni dei nostri prefetti, i quali, nel passaggio dei diversi partiti al Governo, sono obbligati
a rappresentare una parte, in cui non so se l'abbassamento del carattere umano possa essere
giustificato dalle necessità dell'ufficio di cui si servono.
Volete un altro esempio della parentela spirituale della destra attuale con Silvio Spaventa? Voi
sapete che oggi i vari Federzoni e Mussolini non trovano sufficienti le inframmettenze del potere
politico nelle amministrazioni pubbliche, dove gli impiegati sono passabilmente garantiti da leggi e da
regolamenti, ed hanno spesso una discreta indipendenza spirituale. Costoro, oltre che per ragioni
economiche, vorrebbero le amministrazioni pubbliche in mano ai privati per asservire politicamente
gli animi degli impiegati. Questo gli uomini della destra attuale non lo dicono, ma è chiaro che le mire
economiche degli speculatori che a loro fanno capo, si armonizzano con le loro mire di speculatori
politici.
Orbene, lo Spaventa non solo difese sotto ogni punto di vista il monopolio di Stato dei grandi
servizi pubblici, ma quando volle obiettare a coloro che magnificavano la produttività delle aziende
private di fronte a quelle pubbliche, trovò degli accenti di un'onestà e superiorità miracolosa. Se noi
potessimo avere - egli scriveva - innanzi ai nostri occhi le dilapidazioni, le malversazioni, i baratti, le
turpitudini commesse da un infinito numero di società anonime costituitesi in Europa, da mezzo
secolo in qua, e potessimo istituire un paragone con le amministrazioni pubbliche degli stati europei,
noi avremmo ad inorgoglire della natura umana, perché dove non è solo il sordido interesse che ci
spinge ad agire, ma l’adempimento di un dovere come nelle amministrazioni pubbliche, gli effetti
dell'opera nostra si veggono, non solo più morali, ma più utili che nelle società private, nelle quali
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S.B.T.I. Bovalino
altro stimolo non c'è se non l'interesse individuale che non si fa valere con l'onestà del lavoro, con il
credito legittimamente acquistato, ma con la frode, i raggiri, l’aggiotaggio e tutti gli altri vizi che
deturpano la storia di molte delle società anonime dell'Europa.
Tali erano gli uomini migliori della vecchia destra, e ognuno vede quali profonde antinomie
esistono tra quello che fu il loro pensiero politico e quello della destra salandrina.
E' interessante però il fatto che dalla bocca del più autorevole rappresentante della frazione
parlamentare e di quell'area di partiti che millantano crediti dalla destra storica, sia stata constatata
questa profonda verità, già proclamata come inevitabile dai repubblicani fin dagli inizi del nuovo
regno d'Italia. Che l'idea, di fondare uno Stato moderno ben amministrato, sotto le ali di una
monarchia costituzionale, di una monarchia morale, è miseramente fallita e si è rivelata, dopo
sessant’anni, una utopia irrealizzata ed irrealizzabile.
Se gli uomini integerrimi della vecchia destra potessero vedere la profonda immoralità della nostra
amministrazione, lo scempio della libertà, l'asservimento degradante della giustizia, la tracotanza della
conservazione sociale che investe come un flutto tempestoso e batte contro i ripari della legge, se tutte
queste cose vedessero i vecchi ed onesti monarchici della destra non avrebbero proposto al re il giro di
esibizione che gli proposero gli attuali governanti, ma gli avrebbero detto candidamente “Maestà,
giacché quelli che governano, governano in vostro nome, e giacché la vostra firma è quella che dà
sanzioni alle leggi, giacché queste leggi sono inique o calpestate, e le libertà di cui voi siete custode,
non esistono più, non è dignitoso per voi presentarvi alle plebi martoriate a cui né le leggi, né il patto
fondamentale danno più alcuna garanzia. Voi che siete personalmente onesto non vorrete apparire
moralmente inferiore a qualunque privato che si rispetti, il quale terrebbe ad onta di servire di
strumento alle altrui malvagità”. Dunque restate in casa, le plebi ripeteranno uno dei loro santi e
profondi proverbi: occhio non vede e cuore non duole. Invece, quasi a supremo insulto ai dolori del
popolo, si è organizzato quello che il mio amico Chaque chiama il giro d'Italia a testimoniare la
sensibilità morale dei governanti e del resto.
Anche questa come tante altre monarchie finirà probabilmente in un tragico carnevale. La vecchia
destra lo ha predetto.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
Fuori dagli equivoci
“La Voce Repubblicana”, 25 giugno 1922
Il Secolo del 20 giugno in un articolo acuto e brillante discute di collaborazionismo, e dopo averlo
invocato, sostenuto e diremmo quasi sollecitato senza riserve, ora cerca di delimitarlo, di chiarirne gli
obiettivi. La democrazia s'accorge - finalmente! - che non basta persuadere i socialisti a collaborare
per poter governare l'Italia e cerca di tranquillizzare anche la parte avversaria.
Le preoccupazioni di una pax notevolissima del partito socialista e delle organizzazioni operaie,
gli allarmi della stampa moderata, dice il Secolo, gli equivoci in parte alimentati da opposizioni,
interessate, le recenti vicende parlamentari hanno ingenerato in molti la persuasione che il fine
massimo che si propongono i fautori della collaborazione consiste in una vasta opera di polizia, diretta
a battere in breccia il fascismo.
E' bene dissipare subito questo equivoco, è bene dissiparlo in omaggio, prima di tutto, alla verità,
e poi per dignità degli stessi socialisti, della stessa Confederazione. Che cosa vogliono i
collaborazionisti della destra socialista e della Confederazione? Fare un governo o fare un
ministero? E' bello essere chiari, poiché i due termini non sono affatto sinonimi. Contro il fascismo si
può fare un ministero, non si può fare un governo. Un ministero che si proponesse come obbiettivo la
liquidazione del fascismo sarebbe spazzato via in poche settimane o precipiterebbe sotto il ridicolo.
Qui, o noi c'inganniamo, o il Secolo aumenta, anziché dissiparlo, l'equivoco contro cui parte in
guerra.
Che cosa significa liquidare il fascismo? Bisogna intenderci.
Il fascismo partito politico organizzato, con i suoi sindacati, con le sue cooperative, i suoi giornali,
i suoi uffici culturali, i suoi circoli, le sue idee; questo fascismo, io non credo vi sia alcuno in Italia
con un briciolo di buon senso e dì onestà politica che lo voglia liquidare. Sarebbe un delitto e per
fortuna un delitto impossibile. Gli stessi socialisti più colpiti e più intolleranti non potrebbero pensare
con la minima speranza di successo ad una tale azione repressiva. Dunque contro il fascismo partito
legale, vivente nei limiti della legge, nessuna rappresaglia e nessuna persecuzione. I socialisti stanno
constatando tutti i giorni quello che si guadagna ad agire contro lo spirito della libertà.
I fascisti lo vedranno in un periodo non lontano anch'essi, e impareranno a loro spese che al di
fuori di quello spirito non si possono ottenere neppure vittorie durature.
Se però i destri del Socialismo e quelli della Confederazione non hanno nel loro programma (come
noi per il rispetto al loro elementare buon senso opiniamo) un progetto di persecuzione settaria della
organizzazione fascista, nelle sue attività lecite e legali, essi l'hanno certamente contro quanto nel
fascismo è delittuoso, arbitrario, illegale, opprimente. Contro il fascismo partito no; ma contro il
sindacalismo fascista, contro la propaganda fascista no; ma contro il fascismo organizzazione armata,
che ordina le mobilitazioni, invade le città, paga le cinquine, distribuisce il rancio, cita all'ordine del
giorno, sì; contro il fascismo che opprime le libertà civili, e che incendia le tipografie, picchia i
giornalisti, intima ordini perentori a mezzo mondo, sì.
Contro questo fascismo è elementare dovere di qualunque governo agire, se questo dovrà essere
veramente tale o non semplicemente un ministero messo liì per coprire, con una finzione, la nullità di
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S.B.T.I. Bovalino
un istituto che in sostanza non esiste più.
E di qui sarebbe il caso che i collaborazionisti, per chiarire, anche nel loro interesse, domandassero
esplicitamente alla Democrazia che fino allora sembrava presa da una vera passione per il
collaborazionismo dei destri, nel caso dovesse trovarsi in un governo con i socialisti se sarebbe
disposta ad appoggiare anche con la sua azione quello che con una frase enfatica si va invocando da
due anni, cioè la restaurazione dell'autorità statale contro tutte le fazioni e i partiti e quindi anche
contro il fascismo.
Questo è importante a sapersi perché altrimenti la collaborazione sarebbe una vera e propria
prostituzione senza mercede.
Ma ahimè! neppure questo si può fare. Il perché lo dice chiaramente il Secolo nel suo articolo
citato. A parte il fatto, ogni giorno più visibile, che il fascismo costituisce per sé stesso una forza
potente, una cosa non si deve dimenticare, ed è questa, che tutti gli organi del potere esecutivo,
esercito, magistratura, regia guardia, carabinieri, vedono nel fascismo - se a torto od a ragione non
importa. - il liberatore dell'Italia dal pericolo bolscevico. Con questo non si vuol dire affatto che gli
organi dello Stato siano cosi legati al fascismo, sino a porsi, per il fascismo contro lo Stato; si vuole
semplicemente dire che un governo il quale proponesse una specie di spedizione punitiva contro il
fascismo non potrebbe in alcun nodo contare sui propri strumenti.
E chi segnerebbe di grazia i caratteri ed i confini di cotesta pretesa spedizione punitiva, il governo
che dovrebbe ordinarla o gli organi esecutivi che dovrebbero ubbidire? Dove finisce il ripristino della
legalità e comincia la persecuzione settaria? Terribili interrogativi che la Democrazia ha fino ad oggi
finto di ignorare e dissimulare dietro una focosa passione per il collaborazionismo, ma che dovrà ben
porsi anch'essa, un giorno o l'altro per non far piangere di compassione sulla sua gaglioffa imbecillità.
Per uscire veramente dall'equivoco, questo soprattutto bisogna dire: se si vuole cioè pervenire al
ripristino dell'autorità statale o ci si vuol destreggiaresi ancora, a seconda degli eventi, sperando che le
passioni imperversanti. si consumino entro il loro stesso ardore e che la stanchezza apporti quella
lugubre tregua nella cronaca di sangue che le leggi sono insufficienti a stabilire. Ora la Democrazia
non vuole e non può volere la prima cosa che la porrebbe davanti a soluzioni definitive. Essa non ama
il fascismo anarchico, prepotente, furioso che in un certo senso le rompe le uova nel paniere e non si
persuade che si possono fare degli affari in politica senza andarlo predicando sui tetti. Ma contro il
fascismo non vuole e sa di non potersi porre nettamente perché - ed ecco l'inestimabile beneficio che
regalò all'Italia il governo della monarchia progressista - gli organi del potere esecutivo non
ubbidiscono più al potere centrale, le stesse forze armate sono un organismo asservito a pregiudiziali
partigiane e non vi è speranza di sanare per le vie normali una sì profonda e vasta corruzione. Cosa si
può dunque fare, cosa potrà fare un governo qualsiasi che vorrà ripristinare l'impero della legge,
l'autorità dello Stato? una rivoluzione. Quando i poteri dello Stato sono asserviti ad un partito e questo
partito ha di contro altri partiti di masse che si vedono oppressi da quei medesimi poteri ai quali è
affidata lo loro tutela e la loro difesa, non vi è che una sola soluzione possibile: quella rivoluzionaria.
Ed ecco come sessant'anni di mal governo di ineducazione politica, di compromesso tra le aspirazioni
delle plebi e gli interessi di una borghesia cupida e di corta veduta; ecco come la continua deviazione
delle forze spirituali della Nazione, per armonizzarle con gli interessi di una dinastia senza tradizioni,
sbocca nettamente ora nella guerra civile.
La Democrazia non dice che cosa intende per spedizione punitiva contro il fascismo non dice che
vorrebbe si facesse in caso di collaborazione coi socialisti circanella le attività antilibertariea ed
illegalie di questo partito. Molto probabilmente essa vorrebbe fare dei due partiti opposti, socialismo e
fascismo, quello che certi burattinai fanno coi loro fantocci: Pulcinella bastona furiosamente nel primo
atto Pantalone, nel secondo atto Pantalone dà lo sgambetto a Pulcinella e lo manda lungo e disteso per
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terra, nel terzo le bastonate saranno ancora per Pantalone e così via: intanto tra i pomidori marci e i
torsoli di cavoli che cadono sulla scena qualche palanca cade nella cassetta e la baracca va avanti di
fiera in fiera trasportando ed esibendo la sua lercia miseria.
Quelli che ci fanno una figura da cani veri, in questa faccenda, sono i socialisti collaborazionisti, i
quali dopo essere stati lusingati da ogni parte dell'orizzonte a collaborare, al momento in cui si
dichiarano pronti a sacrificare la loro speronata verginità, si veggono rigettati da tutti.
Noi, ripetiamolo s'è necessario ancora per la ennesima volta, restiamo fermi alla nostra idea ch'è
questa. La situazione oggi in Italia è profondamente rivoluzionaria perché da una parte vi è la
borghesia che vuol trasformare nettamente lo Stato liberale in strumento nettamente di classe,
dall'altra vi è il proletariato che resiste come può sulle posizioni conquistate nel vecchio Stato
borghese democratico, per non essere ricacciato nelle vecchie lande della miseria e della
disorganizzazione.
L'esercito d'assalto è potente ed audace, mentre quello proletario resiste più con la mole che con la
volontà di difesa, esso è inerte come spesso nella storia, le forze del popolo, mentre l'altro si serve del
potere, cioè delle armi che per metà appartengono al proletariato, per combattere il suo avversario.
Questo stato di tensione elettrica favorito dallo stesso governo direttamente ed indirettamente con
l'azione e l'inerzia può sboccare in un temporale rivoluzionario o in un nuovo equilibrio fecondo di
forza.
Ma perché si verifichi quest'ultima ipotesi è indispensabile che la borghesia abbia di contro un
esercito agguerrito, pronto alla difesa e all'offesa.
L'equilibrio sociale è sempre il risultato di due forze opposte ed equivalenti. Il miglior modo per
scongiurare oggi in Italia la guerra civile è quello di prepararsi ad essa. Almeno si eviterà nel caso che
essa debba scoppiare, di essere maciullati a discrezione.
Pan
Gli immortali princìpi
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“La Voce Repubblicana”, 7 luglio 1922
Oggi parlano tutti male della democrazia, ma non tutti per lo stesso motivo.
Alcuni la vilipendono perché è di moda far così e per darsi una certa aria di spregiudicati.
Per costoro parlar male della democrazia è come una volta parlar male dei preti, della religione e
recitare l'inno a Satana. Altri la maltrattano come un'amante civetta e forse anche infedele, della quale,
nonostante tutte le angosce e le perfidie, si rimane sempre pazzamente innamorati. Altri ancora la
odiano non solo perché è contraria ai loro interessi, ma anche alla loro mentalità, e perché avvertono,
nel vento delle tempeste sociali, che la democrazia è veramente in crisi come pensiero e come pratica.
E questi sono i veri antidemocratici.
La mentalità dì costoro è vecchia quanto il mondo e quanto la tirannide ed affiora sempre allorché
un ciclo sociale è compiuto, un equilibrio politico scosso. Oggi questa mentalità è più che mai
rinascente e baldanzosa, anche perché coloro che la predicano e la professano si sono affrancati da
tutti i vincoli della serietà e della coerenza e fanno una politica nella maniera dei Paladini o dei
moschettieri: ogni ragione sulla punta della spada.
Costoro non hanno scrupoli o rispetto di sorta, non sentono né l'obbligo di ragionare, né quello di
persuadere; non fanno il pettegolezzo democratico di corridoio, né attaccano quella cosa inesistente
ch'è la democrazia parlamentare italiana. Rompono in guerra invece contro quelli che si è convenuto
chiamare gl'immortali principi e che non solo furono la passione degli uomini del nostro
Risorgimento, ma sono la base delle costituzioni politiche di tutta l'Europa, anzi del mondo moderno.
Sentite per esempio che cosa scrive l'on. Mussolini sul Popolo d'Italia del 2 luglio, in un articolo
intitolato Camera e paese. Dopo aver notato, ed a ragione, che la Camera attuale è una mandria
scomposta di politicanti, e dopo aver affacciato il fondato sospetto che il paese sia degno della
Camera che sia è eletta, l'on. Mussolini scrive: “Ora dato che ci sia bisogno di un parlamento e dato
che si voglia avere un parlamento che non sia una banda di idioti o di postulanti, bisogna cominciare
dal migliorare con opportune razionali selezioni deil bestiame elettorale. Poi bisognerà sopprimere il
criterio di eguaglianza fra i componenti di cotesto bestiame. Mettere in causa, insomma, il suffragio
universale altrimenti definibile come la suprema mascherata della Democrazia. Poi riesaminare i
sistemi elettorali (ahi! aAhi! campagne del 1919! nota del trascrittore) perché s'è conseguenza
logica e necessaria della proporzionale, un perpetuo ballo di S. VITO dei governi, è chiaro che la
proporzionale non dovrà più essere considerata come un principio acquisito sacro ed intangibile.
Periscano pure i principi immortali, ma si salvi la vita!
Qui, come ognuno può vedere, non si attacca la democrazia per modo di dire ma nella sua stessa
essenza. Una volta certi concetti erano il risultato di una lunga, paziente e coscienziosa elaborazione
di una dottrina, oggi nelle mani di certi uomini politici diventano un espediente sperimentale
empirico, e quindi la ricerca di un assetto della società diventa una specie di ricerca della pietra
filosofale.
Le considerazioni che potrebbero farsi su questo argomento sono infinite e di diverso genere. Si
potrebbe osservare che quegli esperimenti a cui vorrebbe ritornare l'on. Mussolini, per salvare la vita e
correggere i mali del suffragio universale, sono già stati fatti ed hanno portato frutti ben più disastrosi
di quelli che oggi si deplorano, almeno nell'interesse delle grandi maggioranze. Si potrebbero
ricordare all'on. Mussolini le polemiche ardenti che egli stesso sostenne a favore della proporzionale
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nel 1919, quando non era stato proclamato Orlando Furioso della reazione rivoluzionaria. Gli si
potrebbe fare osservare che, se la proporzionale in una Camera e in un paese asservito alle camorre e
alle clientele portò un certo scompiglio e rese precaria la vita dei ministeri, rese nondimeno possibile
l'andata a Montecitorio ad un paio di centinaia di rappresentanti delle classi lavoratrici, e sta
ricostruendo la fisionomia dei partiti che non esistevano più. Se i ministeri non vivono è perché il
regime non ha mai affrontato problemi, ma ha sempre manipolato veleni.
Ma non è qui il nodo della questione. L'on. Mussolini è una delle più tipiche mentalità
antidemocratiche dell'Italia attuale ed in questo è coerente perché lo è per istinto: egli può dire
veramente di non aver cambiato affatto, ma di aver trasportato le sue attività dalla dittatura tirannica
della borghesia. Egli, in una parola, nega alle maggioranze il diritto di autogovernarsi alle
maggioranze, e quindi colpisce al cuore la democrazia.
Quando egli parla del governo della cosa pubblica, nonostante il sindacalismo
fascista, che è una contraddizione strumentale in termini della strumentalità, pare uno di quei padroni
di greggi, che ragioni della selezione dei montoni e delle pecore vecchie, della vendita degli agnelli e
della fattura dei formaggi. Di modo che noi assistiamo a questo fatto strabiliante: che all'indomani
della grande guerra, che chiamò tutti i cittadini d'ogni classe e categoria a combattere per quelli che
erano chiamati interessi comuni, vi è chi dichiara che questi cittadini eguali e coscienti davanti al
nemico, non sono più né uguali né coscienti davanti alle urne. Il besti
ame da macello è utile, quello elettorale no. Bisogna selezionare, distinguere, classificare.
A questo punto noi ci permettiamo di dire all'on. Mussolini quanto segue:.
Facendo un salto a piè pari sulla vostra eroica ignoranza e su quella vostra non meno grande
incoerenza, poiché voi parlate del corpo elettorale e parlate quindi anche di noi ci permettiamo di
domandarvi: con quale autorità, in base a quale principio voi deliberate limitazioni ai nostri diritti? Se
il suffragio universale è oggi il mezzo con cui noi tutti cittadini prendiamo parte alla vita pubblica,
mandiamo i nostri rappresentanti al Parlamento, ai comuni, alle province, diamo autorità alle leggi e al
re le funzioni, è chiaro che per limitare la nostra facoltà di votare, il nostro diritto, voi dovete
interrogare la nostra volontà.
La volontà del popolo diventa moderatrice degli Stati da quando tramontarono due principi
medioevali: quello teocratico e quello dinastico. Per abbattere definitivamente questi due principi,,
nell'ultima guerra, si diceva: la libertà è dove la volontà del popolo si sostituisce alla volontà di una
persona sola o di poche persone. Su questi principi si regge tutto l'organismo politico europeo e quello
delle repubbliche americane; su questi principi si resse Roma repubblicana, ch'è poi la grande Roma, e
si ressero le repubbliche greche nel periodo migliore della. loro gloria. Questa è la democrazia.
Se voi questi principi li negate, fateci il riverito piacere di farci conoscere a quali altri principi
volete affidare il diritto di governare, su quali autorità vi volete basare, come volete legittimare un
potere qualsiasi sulle masse. Quando si è antidemocratici classici, come voi on. Mussolini, si ha
l'obbligo di esserlo elasticamente, cioè ragionando.
Un grande nostro storico e giornalista, Guglielmo Ferrero, in un suo articolo sul Secolo,
pubblicato, mi pare, in seguito al colpo di mano su Fiume, notava opportunamente come l'ultimo
fondamento di una qualsiasi autorità, oggi, è il suffragio universale. Se noi neghiamo anche questo,
piomberemo nella più spaventosa anarchia e ritorneremo brancolando sulle vecchie vie della
tirannide.
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Credete voi che noi non vediamo nei difetti gravissimi delle democrazie gli inconvenienti del
suffragio? Certo la democrazia è in crisi, essa è soggetta a corrompersi, ed i suoi mali sono tremendi.
Ma non è negando il principio ch'è l'ultima ancora di salvezza, che si correggono i mali della
democrazia, ma cercando di attuarla.
Quando si è antidemocratici classici, come voi on. Mussolini, si ha l'obbligo di esserlo
classicamente, cioè ragionando integralmente, e cercando in pari tempo di elevare le masse fino alla
comprensione del loro diritto, del loro dovere e della loro responsabilità.
E' possibile parlare di fallimento della democrazia in una Italia dove la corruzione sistematica del
popolo e degli istituti democratici è il più efficace mezzo di governo?
Anche a Roma la democrazia si corruppe quando le elezioni al consolato si facevano coi danari
delle commissioni provinciali e alle votazioni concorrevano i bassi fondi delle suburre, rimpinzati di
vino e di teste di montone. Anche nei gloriosi comuni la democrazia si corruppe quando cominciò ad
essere manipolata dai vescovi e dai mercanti. Ma la democrazia vera fu essa mai attuata, o non è
piuttosto un principio dal quale non possiamo stornare lo sguardo senza piombare nel buio della
barbarie?
Ma l'on. Mussolini è un volitivo, lo si sa ormai, ed alla massa oppone il fascio delle volontà elette.
Benissimo, ma noi siamo per la democrazia delle volontà combattive ed eroiche, non per quelle delle
mandrie belanti, e ci auguriamo che quelle moltitudini che, volontariamente o no, misero la loro vita
in trincea tra la Patria e il nemico sappiano, vogliano, oggi con più religioso fervore, mettere questa
vita tra il nemico e la libertà.
E non sarà difficile che sull'altra sponda, tra le fronti che si leveranno loro contro a combatterle,
esse non abbiano a scorgere quella dell'on. Mussolini che vuol rinnovare il mondo attraverso i ferri
vecchi della tirannide.
Non hanno detto i danesi che l'Italia è l'avvenire d'Europa? Perbacco, bisogna non frustrare le
speranze dei nostri amici danesi e di tutti quegli altri amici che, vivendo inla pace e la prosperità,
illudono la nostra torbida indigenza carezzando le nostre velleità di nobili decaduti.
Pan
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Istituzioni, partiti e libertà
“La Voce Repubblicana”, 15 luglio 1922
Le giustificazioni più accreditate, del collaborazionismo in seno al Partito Socialista e alla
Confederazione del Lavoro, a quanto io sappia, sono le seguenti. Noi dobbiamo collaborare, dicono i
social-confederali, per difendere la nostra esistenza e quella delle nostre organizzazioni e dei nostri
istituti. Le forze sindacali, che fanno capo a noi, sono state sgominate con la violenza e quellie che
resistono sono tenute sotto un regime di terrore e quasi diremmo fuori dalla tutela delle leggi. Le Case
del popolo bruciate, le cooperative distrutte, i nostri uomini esiliati, la libertà di pensiero, d'unione, di
stampa abolite, in alcune zone, completamente.
Continuando di questo passo le nostre forze sindacali non potranno più funzionare e quindi si
scioglieranno, e sciolti i sindacati non solo la forza politica, la ragione d'essere economica dei partiti
sarà nulla, ed il proletariato diventerà materia inerte nelle mani della borghesia reazionaria, avida di
guadagni e di vendetta.
Per ripristinare le libertà elementari noi siamo costretti a collaborare con i partiti borghesi, avere
nelle mani i poteri pubblici, senza di che non è possibile l'esercizio delle sopra lodate libertà.
A questo punto sorge spontanea la domanda: “Ma le libertà civili nello Stato Italiano, sotto il
fiorente regime monarchico costituzionale, sono una concessione dei vari governi di parte o di classe
che si avvicendano al potere, o sono un patto fondamentale che nessun partito e nessun governo può
violare?”.
A questa domanda bisogna rispondere categoricamente perché dalla risposta possono trarsi delle
conseguenze di un peso enorme.
Se le libertà fossero una concessione dei governi di parte o di classe, la vita politica della nazione
diventerebbe uno scannatoio, e un manicomio. Non solo l'esercito, ma anche il concetto delle libertà
muterebbe col mutare dei governi, e poiché ogni partito avrebbe non solo la volontà ma la elementare
necessità di vivere, la lotta diventerebbe veramente una selvaggia “struggle of life”, s'è vero che la
libertà è necessaria come il pane.
In un regime siffatto, per le minoranze non vi sarebbe possibilità di esistenza, e per le maggioranze
che potessero assicurare l'esercizio del potere, l'esistenza, si convertirebbe in una vigilia d'armi
permanente o in una lotta a coltello senza quartiere.
Nessuno Stato si potrebbe reggere o si è mai retto lungamente su tali principi.
E' ovvio invece che la convivenza delle classi e dei partiti, sia pur in lotta fra di loro è basata sopra
un minimum di libertà stabilite e accettate da tutti come base etica e giuridica dello Stato.
E a garanzia di queste libertà le classi ed i partiti pongono un patto fondamentale ed una autorità al
di sopra dei partiti e delle classi che si rende mallevadrice del mantenimento di quel patto. Qui è un
monarca, là è un presidente di repubblica, in altri posti è un imperatore, in altri un consiglio di
oligarchi, di magnati, di popolani ecc.
Il giorno in cui questo patto fondamentale di libertà venisse violato e lo Stato cadesse in balia di
una fazione o di un partito e, per esercitare i propri diritti civili, fosse necessario impossessarsi del
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governo, quel giorno lo Stato, come unione armonica di classi e di partiti sotto una legge comune
liberamente accettata, non esisterebbe più, e l'autorità, posta a salvaguardia delle istituzioni e
mallevadrice della loro intangibilità, sarebbe inutile èe nociva, in quanto servirebbe a perpetuare una
finzione giuridica a danno delle minoranze e di coloro che ancora rispettano la legge.
In questo caso le minoranze e i partiti che avessero a cuore, non l'anarchia nello Stato, ma l'ordine
ed il progresso, non l'arbitrio delle fazioni, ma la libertà e la legalità non potrebbero esitare un istante
a schierarsi apertamente e fieramente contro questa finzione giuridica, ad atterrarla con tutte le armi
della lotta politica e sulle sue rovine crearne un'altra più onesta, più forte e più civile.
Accettarla, sia pure per prevalere o per difendersi sarebbe un delitto, in quanto si accetterebbe un
istituto che per debolezza o per volontà tradisce la sua missione e manca al suo fine e al suo dovere.
Oggi in Italia siamo a questo. La monarchia che aveva, fin dagli inizi del Risorgimento, mancato ai
suoi fini di educatrice del popolo, di elevatrice morale e materiale della Nazione, ora manca
completamente alla sua funzione di tutrice delle libertà civili sancite dallo Statuto ( se pur vogliamo
dare a quella corte un valore plebiscitario che essa in effetti non ha). Se vi fu mai occasione e ragione,
diciamo meglio, se mai si presentò opportunità e necessità di combattere una lotta politica e
istituzionale di stile per rivendicare le libertà fondamentali contro la monarchia che si rivela ormai
apertamente come una bugiarda finzione nelle mani dei più audaci e spregiudicati violatori, essa è
l'attuale. Il proletariato italiano procedente col sol dell'avvenire alla testa, sotto la guida del
social-riformismo turatiano e prampoliniano, un bel giorno si accorge che le basi stesse della sua
esistenza sono minate, che esso non può né pensare, né agire, né manifestare liberamente le sue idee, e
che ogni proletario può perfino essere ammazzato, avere distrutta la casa, venire esiliato senza che le
leggi lo proteggano minimamente. Il proletariato è meglio pasciuto ma come il cane di guardia non è
libero; ha barattato per un piatto di lenticchie la primogenitura.
In queste condizioni di fatto, dopo aver sferrato una offensiva spietata contro il proletariato e
contro i suoi istituti, dopo aver annullateo quasi completamente le garanzie costituzionali, corrotti ed
asserviti i poteri pubblici, la borghesia che all'ombra delle istituzioni da sessant'anni esercita
l'industria del governo della cosa pubblica, invita, un po' con le buone, un po' con le cattive, il
proletariato ad andare al governo, ad accettare il regime, a legittimarlo, a rinforzarlo, e il proletariato
nella persona dei suoi uomini politici più autorevoli si affanna ad accettare.
In ciò meno fiero e meno avveduto della parte più accesa dei suoi nemici, i quali avvertono
l'insidia che s'annida in un istituto il cui governo diventa con la massima facilità istrumento dei partiti
e delle fazioni, e comprendono che esso è una troppo debole garanzia sia per gli uni come per gli altri.
In tal guisa ancora una volta il socialismo italiano sposta la lotta dal campo tipicamente politico:
dov'èe v’è una questione radicale, fondamentale di libertà esso vede soltanto una questione di
tornaconto limitata al momento; dove la lotta mette in causa le istituzioni, esso non vede che un
episodio della lotta tra i partiti ed accetta la tesi avversaria per meglio farsi abbattere domani.
Perché quello stesso ragionamento che fanno oggi i socialisti, lo faranno domani i fascisti, i
democratici, i liberali, i popolari, ecc. ecc... I partiti si alternano, ed è necessario si alternino al potere,
per attuare quella parte del programma di riforme amministrative, politiche, economiche, fiscali che è
sostenuto e reclamato dalla maggioranza del paese, non mai per ripristinare le libertà fondamentali
che debbono essere fuori causa. Dal momento che il ripristino del codice penale, dei diritti civili, del
funzionamento della giustizia. diventa programma di un partito: siamo fritti. I fascisti domani ci
obbligheranno per legge a tenere sul capezzale un ritratto di Mussolini e a gridargli tre alalà al mattino
e tre alla sera; i popolari ci imporranno l'obbligo di presentare alla Pasqua il polizzino della
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comunione, e i socialisti quello di santificare il primo maggio con una sbornia di vino cooperativo.
Non tutti si accorgono e si rendono conto, ma la vita degli Stati si basa più che su la forza delle
baionette che li difendono, su quella dei principi che li costituiscono. Specialmente per le minoranze e
per le opposizioni i principi sono tutto.
Fino ad oggi nessun partito in Italia aveva accettato il principio che per esercitare le libertà
fondamentali fosse necessario avere il proprio partito al governo. Ora questo principio è accettato dai
socialisti, e bisogna riconoscere schiettamente che esso è un principio veramente rivoluzionario, anzi
convulsionario addirittura. Avranno di che felicitarsi con sé stessi nell'avvenire.
Pan
Verso dove va il mondo
16 L“La Voce Repubblicana”, 16 luglio 1922 “La Voce Repubblicana”22
Noi veramente non ce lo siamo mai domandati. Lasciamo questa bisogna a coloro che si orientano
col vento come le banderuole o come i guerrieri di lamiera sui camini.
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S.B.T.I. Bovalino
Per noi il mondo è andato e andrà sempre verso sinistra, cioè verso la sua trasformazione, verso la
libertà per la maggior parte degli uomini, verso la partecipazione delle masse alla vita pubblica, al
godimento ed alla sofferenza della civiltà.
Riteniamo che ciò avverrà fino a che non sarà possibile sopprimere le idee di eguaglianza, di
libertà e di giustizia che sono il lievito della storia. La storia dà ragione a noi, ma anche se ciò non
fosse, noi non piegheremo mai verso la destra: la tendenza verso sinistra è un bisogno della nostra
anima, non un calcolo politico. Se Giuseppe Mazzini, quando vide sul molo di Genova i profughi
politici, laceri tristi e macilenti, prepararsi a salpare verso l’esilio, si fosse domandato “Dove va il
mondo?”, molto probabilmente si sarebbe messo a fare il poliziotto della real casa di Savoia, e non
avrebbe pensato nelle carceri di Savona alla Giovane Italia; non avrebbe organizzato e predicato la
rivoluzione e certamente non avremmo avuto nel ‘60 la patria unita.
Se S. Paolo sulla via di Damasco, mentre rimuginava nel pensiero la storia del Galileo crocifisso,
perché si dichiarava re d’Israele, si fosse fatta la stessa domanda si sarebbe messo a fare il pubblicano.
Difatti cosa c’era da sperare dalle dottrine ultra-democratiche del buon Gesù, in un tempo in cui la
democrazia romana aveva toccato l’imo della corruzione, ed il mondo stanco e unificato, sotto una
legge si abbandonava, tutto intero, al dominio di un uomo?
Più a destra di così il mondo non poteva andare. Eppure Paolo, sotto il tormento del suo pensiero,
cadde riverso nella polvere, ed una voce, la voce di milioni di schiavi, di provinciali taglieggiati, gli
gridò dall’alto, con la voce del suppliziato del Golgota: “Perché mi perseguiti?” Così avvenne ch’egli,
romano di nascita, invece di appaltare gabelle diventò l’apostolo delle genti.
Potremo dire che gli uomini che più operarono nella storia non si fecero mai questa domanda,
essendo essa una domanda da spiriti angusti e da bassi mercanti; ma poiché oggi questa domanda è
posta e si vuole su di essa organizzare un ricatto, esaminiamola.
Dove va il mondo? Verso destra, dice Virgilio Gayda.
Giustissimo! Difatti esso va verso il precipizio. Le condizioni dell’Europa non furono mai così
tremende come oggi, le finanze di tutti gli Stati in isfacelo, la pace interna turbata da rivolte e da
assassini di ogni genere, la pace esterna armata, instabile e diffidente, le classi sociali in guerra fra di
loro, i commerci arenati, la disoccupazione allarmante.
Chi ha prodotto questo stato di cose? Chi ha negoziato la pace utilizzando il sangue e le sofferenze
di milioni di uomini, chi ha regolato le ripartizioni territoriali, le zone d’influenza, il riassetto politico
e finanziario dell’Europa? Chi ha diretto l’economia mondiale?
Adagio, furfanti della stampa gialla, fu la politica di destra.
L’inasprimento del protezionismo, la politica chiusa, l’esclusivismo nazionale in economia, la
rapacità dell’alta finanza, sono la realtà di ieri e di oggi. Sotto la politica sciovinista dei francesi, e
quella accortamente individualista dell’Inghilterra che hanno dominato il mondo degli affari e il
mondo diplomatico, ecco i frutti splendidi che l’Europa raccoglie da una tale politica.
Fino ad oggi della pretesa politica socialistoide dell’Italia non fu attuato un etteo; essa si è ristretta
nei libri di qualche ministero e nelle enfatiche declamazioni di Genova, per far piacere
all’Inghilterra. Ufficialmente In realtà essa non ebbe alcuna influenza positiva e nessuna applicazione
all’estero, perché non ebbe ha la forza per imporre le sue vedute, ed all’interno perché non ne ha per
attuarle.
Sostenere che l’attuale stato di cose si debba allea tendenzea dellai sinistra, ad una influenza di
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idee socialistiche o comunistiche, è di una tale temerarietà che potrebbe dichiararsi impossibile se i
fatti non dimostrassero che l’audacia di certa gente è superiore ad ogni misura e ad ogni possibilità.
Noi diciamo a costoro: carte in tavola, quali legislazioni, quali indirizzo di governo, quale corrente
politica internazionale di sinistra determinò, con la sua prevalenza, i mali politici ed economici di cui
muore l’Europa? Dove una tale politica fu attuata, dove essa ha oggi ufficialmente cittadinanza? In
Italia forse? E vediamo un po' come, con la legislazione e con gli atti del governo alla mano.
L’Italia in economia non solo ha continuato a battere le vecchie vie del protezionismo isolatore ma
ha attuatoa recentemente una tariffa doganale che è fra le più inique della sua storia economica.
La legge sui sopraprofitti di guerra èe quella della nominatività dei titoli, che non si sa poi perché
vengoano dichiarate leggi demagogiche, non furono mai attuate; il progetto sul controllo sindacale
delle fabbriche fu dimenticato anche da coloro che lo avevano imposto.
Non riforme in ordine ai tributi abbiamo avuto, non al regime delle terre, non un solo
provvedimento che tentasse di modificare, non diciamo di intaccare il regime della proprietà privata.
Le uniche novità che abbiamo avutoe in fatto di economia furono le clamorose cadute di aziende
industriali malsane, e il crontrollo della Banca di Sconto che mise a nudo le benemerenze di quella
cricca di avventurieri che si sono sempre proclamati tutori della Patria e delle sue fortune, e che
finanziano largamente, con danari rubati al popolo, i giornali di destra. In politica interna all’anarchia
bolscevica subentrò più pericolosa e organizzata quella fascista, che sta distruggendo ogni vestigia di
libertà privata e pubblica, e che, ironia del caso, fu proclamata trionfalmente vittoria della politica di
destra.
Siete tutto voi. Avete fatto tutto voi, avete avuto la responsabilità del potere fino ad oggi; tutte le
leggi e i provvedimenti portano l’impronta della vostra mentalità e della vostra volontà; avete fatto la
politica estera che avete voluto anche contro la volontà dichiarata del Parlamento, e con che faccia
venite a parlare di politica di sinistra? Dov’è questa politica di sinistra in Italia? Saremmo curiosi di
saperlo.
Il fatto è che se i sovversivi non esistessero, per certe canaglie bisognerebbe inventarli, perché il
sovversivo è la testa di turco, è l’alibi dietro il quale i forcaioli hanno sempre nascosto le conseguenze
dei loro errori.
Ma cosa vogliono in sostanza costoro? A che cosa tende questo spirito antidemocratico,
individualistico, che minaccia restaurazione ad ogni piè sospinto, che dovrebbe rivedere le Carte
Costituzionali, fondare nuove gerarchie, nuove autorità? L’individualismo è la religione dei forti; vi è
oggi la possibilità sociale che tali uomini sorgano, che la società possa magari affidarsi loro, magari o
perfino servire, ad alcune di codeste individualità prometee che dominanoassaltano la natura umana?
Perdio, se ciò fosse possibile, se tali uomini sorgessero, non sarebbe forse male che le fortune della
democrazia subissero una temporanea eclissi fino alla creazione di nuovi valori universali. Le eclissi
non hanno mai oscurato permanentemente il sole e Napoleone non riuscì menomamente ad intaccareò
menomamente i principi democratici della Rivoluzione Francese. Il guaio è invece che coloro che
farneticano di gerarchie, di nuove mete, di individualismo e di élites, sono dei mediocri ladruncoli
mediocri, dei poveri diavoli che non saprebbero dirigere un collegio di provincia; uomini senza idee,
senza onestà, senza altro merito che quello di saper sfruttare in tempi tristi la loro audacia e la loro
fortuna.
Questi beceri del nazionalismo pseudo-letterario, questi gatti spelacchiati ti prendono pose da leoni
e miagolano contro la folla: e non sanno fare di meglio che rubar topi nelle soffitte e fette di lardo in
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S.B.T.I. Bovalino
cucina. Andate là, poveri gatti, non sarete voi che devierete il mondo dal suo cammino. Esso va verso
la sua redenzione e i dolori di oggi sono pegno per la speranza di domani.
Pan
La frode della monarchia costituzionale
“La Voce Repubblicana”, 22 luglio 1922
Forse siamo pervenuti a quella difesa attiva del proletariato che purtroppo s'identifica con la guerra
civile, che il governo del re prepara da due anni con stupida incoscienza e delittuosa perfidia, e che
noi abbiamo preveduto come una dolorosa necessità e come la sola maniera di uscire da questa
condizione di intollerabile schiavitù in cui ci ha piantato il benedetto regime del nostro paese. O prima
o poi questo si doveva prevedere perché le plebi, nonostante l'azione addormentatrice del Partito
socialista, hanno delle reazioni istintive che potranno essere stroncate, ma si manifestano
irresistibilmente. Siamo dunque alla guerra civile, e ci siamo arrivati attraverso la bastonatura
unilaterale: i comuni liguri costituiscono una specie di lega lombarda contro l'invasore, in
Piemonte scoppia spontaneo uno sciopero politico di solidarietà coi lavoratori novaresi, comitati
d'azione sorgono dovunque e le milizie proletarie si preparano a battersi sullo stesso terreno scelto
dall’avversario.
Quando si pensa che questa lotta non è che una lotta fratricida e che è gravida di spaventose
conseguenze, viene il freddo nel sangue.
Di chi la responsabilità? Non è difficile indicarla dal momento che al partito fascista furono
consegnate ed asservite fin dagli inizi del 1921 le forze armate, gli uffici politici, le leggi dello Stato,
ed un presidente del Consiglio discutendo la politica del suo gabinetto ed implicitamente quello del
suo predecessore, dichiarò in pieno parlamento che la Nazione aveva ripreso animo e forza attraverso
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S.B.T.I. Bovalino
questo subdolo rovesciamento di valori che si denomina fascismo, che fu valorizzato con senile
incoscienza dal più astuto e devoto amico della monarchia.
Contro questo movimento anarcoide nel senso volgare e non dottrinale della parola, noi siamo in
campo fin dal primo numero di questo giornale. Quando i sapienti mitriati della filosofia politica, tipo
Miranda, si affannavano a ricercare le origini spirituali, la portata sociale, il contenuto filosofico del
fascismo, noi ottusi e scettici quanto testardi dicemmo subito: Il fascismo è un movimento spurio,
bluffistico e anarcoide, al servizio di loschi interessi e di sciagurate ambizioni, i cui mezzi di
sussistenza provengono dalla borghesia cretina dei plumai (scrittori di basso conio? Da penna a
piuma?) e dei mandriani arricchiti, per la quale lo Stato è zero, la Patria è zero e la pace sociale è
meno che zero. Essa non pensa che ai suoi affari e si fa difendere anche dai ladri se ciò le torna
comodo.
Erano i tempi in cui i suddetti filosofi gongolavano davanti alla sapienza politica di Giolitti, il
quale, dopo aver addomesticato il socialismo nei bei tempi fruttiferi della politica riformistica, aveva
ora, con una aquilina intuizione, condotto in parlamento ed addomesticato anche il fascismo. Gente
miope e poltrona che farebbe meno male alla società se sapesse meno e che si esercita a ragionare
senza passione come certi ragni a gettare tra ramo e ramo le loro fila dopo una pioggia primaverile.
Ora i nodi vengono al pettine e la Stampa, aguzzino maggiore del nume Giolitti e della sua politica
progressista, definisce cosi il fascismo: "movimento anarchico che tende con tutti i mezzi legali e
antilegali di impadronirsi delloe Stato e di tutta la vita nazionale per stabilire la sua dittatura assoluta
ed unica".
A quale scopo si tende al possesso dello Stato? Alla completa soppressione delle libertà
costituzionali pubbliche e private, ch'è quanto dire alla distruzione dello Statuto e di tutta l'opera
liberale del Risorgimento italiano. Ecco quello che diciamo noi da circa due anni, ed ecco come, o
filosofi imbecilli, il fascismo si riattacca a Mazzini ed alla tradizione eroica del Risorgimento. E tutto
questo fu preparato ed attuato dallo stesso governo del re al quale il popolo italiano ha affidato, bene o
male, la garanzia delle sue libertà civili, con i mezzi concessi al medesimo per la tutela dell'ordine,
della legge e dell'eguaglianza.
La conclusione è questa: lo Statuto non esiste più, il governo della monarchia lo ha abolito di fatto.
Si chiude così, tra i fiumi torbidi della guerra civile, una vecchia leggenda di lealtà. Tutti noi che ci
entusiasmammo dalla lontana puerizia davanti alla vignetta del re galantuomo, opponente un
melodrammatico rifiuto a Radeszcki dopo Novara, possiamo oggi constatare con mano dov'è andato a
finire certo preteso galantuomismo.
Diciamo questo, s'intende, senza rammarico, semplicemente come una constatazione di fatto, ed a
riprova di quanto fossero nel vero i repubblicani denunciando, fin dagli inizii, la frode della
monarchia costituzionale, accettata ed imposta al popolo dalle vecchie classi parassitarie dei vecchi
regimi.
Ora è ridicolo e temerario richiamarci allo Statuto, volerlo ripristinato, quando la sua virtuale
soppressione è avvenuta per opera delloa stesso potere delegato a tutelarlo e a proteggerlo.
La monarchia per i suoi fini e per l'interesse delle classi che a lei si appoggiano, e dissanguano
sotto la sua ombra la nazione, è, secondo noi, liquidata moralmente e giuridicamente.
La difesa attiva il popolo è costretto a tentarla fuori dalla legge e contro gli organi del potere
esecutivo esautorati ed asserviti. Da chi dovrebbe essere ubbidito, perché e per chi rimane questo
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S.B.T.I. Bovalino
potere monarchico? Per le classi popolari no, ché lo hanno sempre avversato e se lo sono trovato
sempre nemico meno quando un preteso liberalismo serviva alla corruzione ed al consolidamento del
suo potere.
Per le classi medie e plutocratiche no, perché sono quelle che armano e sostengono il fascismo ch'è
notoriamente contro lo Stato, non solo, ma contro le libertà civili, che per la monarchia fino ad oggi
erano l'unica ragione d'essere. Per le classi legittimiste (per dir così) no, essendo esse legate a filo
doppio alla reazione rivoluzionaria.
Ed ecco una tremenda crisi d'autorità, ecco perché lo Stato e il Governo, da chiunque sia per essere
presieduto, quali che siano i partiti che lo sostengono, non ha più autorità e la difesa dei cittadini, dei
beni e delle persone è affidata al caso o alla iniziativa personale.
Di fronte a questo stato di fatto il proletariato deve riporre la propria salvezza in uno spirito
combattivo ed attivo. Esso sappia ch'è in guerra dichiarata, non per il suo presente e avvenire
economico, ma per il più alto dei problemi politici che possa presentarsi ad un popolo: la propria
libertà civile.
La lotta è esclusivamente politica e bisogna combatterla con ardore e costanza.
In fondo, questa battaglia la borghesia e la monarchia la combattono unite sulle estreme trincee
della loro linea.
Il liberalismo doveva condurre alla valorizzazione delle forze del popolo e alla loro elevazione
materiale e morale, come alla soppressione del privilegio monarchico ch'è sempre tramontato dove il
popolo acquista nozione della propria forza.
La monarchia e quel tale liberalismo tattico senza fede, spaventati dalle conseguenze a cui conduce
la dottrina accettata, si armano ed escono fuori dalla legge. Non si erano accorti costoro che il
liberalismo non è una dottrina statica, ma eminentemente dinamica, e che le sue conseguenze sono
rivoluzionarie.
Illudersi che senza un'aspra lotta si possa superare questo periodo è un errore che potrebbe essere
fatale al proletariato.
La difesa attiva s'impone e l'obiettivo è politico: contro la monarchia e per le libertà civili.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
Questioni di forza
“La Voce Repubblicana”, 30 luglio 1922
La crisi da cui è agitata l’Italia di oggi ha dei commentatori molto pessimistici all’estero, ma presso
di noi il bel cielo concilia le buone digestioni e, si sa, le buone digestioni sono le balie del buon umore
e dell’ottimismo. Perciò troviamo fra i nostri giornalisti dei commentatori che non senza acume ed
abilità considerano i fenomeni della nostra politica attuale come fenomeni di crescenza. Niente di
male, dicono costoro, e soprattutto niente crisi né d’istituti né di istituzioni. Il sistema parlamentare è
solido e la monarchia anche. in tTutto questo subbuglio non è che il un fenomeno di assestamento dei
nuovi ceti sociali che cercano d’inquadrarsi nei partiti per salvaguardare e valorizzare i loro interessi.
Bisogna intanto dimenticare ricordare che questo inquadramento ed assestamento avviene
attraverso la proporzionale che ha sconvolto le abitudini quietiste e comparesche della vecchia
camera. Oggi al posto delle clientele vi sono i partiti organizzati in grandi masse nel Paese, che
portano alla Camera non le voci delle ristrette clientele locali e provinciali, ma i problemi che agitano
gli strati sociali che essi rappresentano. Contro questa nuova realtà sta la mentalità tradizionale,
l’abitudine alle maggioranze omogenee e ubbidienti, che non avevano legami diretti con i problemi
delle masse e quindi agivano con maggiore indipendenza.
Bisogna che questo stato di fermento si plachi, che la proporzionale modifichi attraverso
esperimenti le vecchie abitudini inveterate, che i partiti e gli organi stessi dei partiti sappiano
muoversi liberamente nella nuova atmosfera politica. Quando tutto questo avverrà, la crisi dileguerà
come per incanto.
Accettiamo per comodità polemica questa tesi e diciamo subito che essa, osservata sotto un certo
punto di vista, è giusta, non in quanto esclude la esistenza della crisi negli organi fondamentali dello
Stato, ma in quanto rileva ed esamina un rapporto di contrasti sociali nei partiti che è una realtà. Noi
potremmo dire che la crisi di regime balza fuori netta e precisa proprio da questo sovrapporsi dei
partiti alle clientele, in questo spuntare di problemi concreti dove una volta non vi erano che delle
transaizioni. Qui è la sostanza della nostra lotta antimonarchica. Noi dicemmo e ripetiamo: quando la
monarchia avrà esaurito i diversivi e si troverà di fronte ai problemi, essa cadrà in ginocchio. Essa è
già in ginocchio; e cadrà perché non sappia dominare e risolvere nei limiti della libertà, e secondo uno
spirito di libertà, i contrasti ed i problemi concreti. Il parlamento naufragherà anch’esso perché non sa
trovare un terreno d’azione nel campo delle riforme radicali che si impongono. Ma lasciamo
all’avvenire il compito di darci ragione eo di smentirci oe ritorniamo all’esame della situazione.
La violenta lotta politica attuale in Italia è determinata dal fatto che tre grandi partiti di massa si
contendono il potere: il socialista, il popolare e il fascista. “Tre ideologie, dice il Secolo,
profondamente diverse che lottano ciascuna per il proprio trionfo, il quale si risolverebbe
necessariamente nella distruzione dei quadri provenienti dal liberalismo conservatore e dalla
democrazia moderata che occupano il sommo della piramide politica”. Poco male.
Su quale terreno possanosiano per trovare una possibilità di convivenza e di collaborazione queste
tre grandi forze così diverse ed autentiche fra loro non indaghiamo; lo dirà l’avvenire ch’è sempre
tanto fecondo di sorprese in fatto di politica.
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S.B.T.I. Bovalino
Quello che è necessario stabilire pregiudizialmente, invece, è un problema questo che implica un
fondamentale problema di libertà. Quale deve essere l’atteggiamento dello Stato di fronte alla lotta
egualmente legittima di questi tre partiti? A questa domanda bisogna rispondere in modo esauriente,
senza sottintesi.
Secondo l’on. Sarocchi lo Stato dovrebbe iniziare, senza indugio, luna lotta radicale di sterminio
contro i partiti antinazionali. E così addio conquista dello Stato da parte del più numeroso ed antico
dei partiti concorrenti: esso, non avrebbe né il diritto al potere e neppure il diritto alla cittadinanza.
Sarebbe proprio l’Italia che aprirebbe per prima la crociata contro un partito che ha cittadinanza sotto
tutti i regimi e tutte le latitudini e che verrebbe battuto in breccia col ferro e col fuoco come una volta
i nemici della religione e della verità rivelata.
Intanto la denominazione di antinazionale è mera denominazione assurda. Quali sono i partiti
antinazionali? Quelli contrari alla vita della Nazione. Allora in Italia tali partiti non esistono. Lo stesso
partito comunista non è “sic et simpliciter” antinazionale, tant’è vero, che dove esso è arrivato al
potere, ha costituito il suo bravo Stato, bene o male non discutiamo, e costituisce d è già l’entità
nazionalista di tutti i “sempre pronti” dell’universo. Un partito concepito come capace di distruggere
l’unità nazionale e di dare l’Italia in mano agli stranieri è una mostruosità polemica volgarizzata
nell’interesse della reazione.
Tutti i partiti sovversivi, quando mai, sono antistatali in quanto sulle rovine dello Stato attuale
vorrebbero creare un altro Stato più conforme alle loro teorie e ai loro interessi. In questo caso il più
antistatale dei partiti è quello fascista e lo dichiara apertamente tutti i giorni.
In ogni modo la teoria sarrocchiana che è poi quella di tutta la destra, tenderebbe non ad un futuro
assetto di forze contrastanti, ciò che sarebbe conforme alla dottrina liberale e allo spirito della
democrazia, ma alla soppressione di una delle forze contrastanti e concorrenti al dominio dello Stato.
E giacché l’appetito vien mangiando, perché uno e non due? Anche i popolari col loro
sindacalismo, con la loro confessionalità, col loro universalismo cattolico potrebbero essere
considerati come perseguitabili e perseguitati.
Così l’assetto si otterrebbe attraverso la dittatura di uno dei partiti ed è appunto questo che
minaccia il fascismo e che si appresta ad attuare.
Ora la proersecuzione della lotta politica e la possibilità di funzionare dello Stato stanno appunto in
questa possibilità: che i partiti, quanti che siano e di qualunque importanza, possano agire con
completa libertà e dalle stesse posizioni iniziali, senza di che quelli che non otterranno questa parità di
trattamento saranno costretti ad uscire dalla legge e proseguire la lotta con i mezzi rivoluzionari.
Ed è appunto qui che s’innesta la questione capitale di questo ragionamento. Può lo Stato, così
com’è oggi, seguire la destra e il Fascismo nelle loro velleità liberticide, può la monarchia iniziare e
proclamare la crociata contro i partiti cosiddetti antinazionali senza violare la cartosa fondamentale e
tutto lo spirito stesso della Nazione?
In effetti lo fa, la violazione è un fatto compiuto, anche se non ma non apertamente dichiarato. I
ministri si affannano a proclamare lo spirito della libertà, l’ossequio alla democrazia, il rispetto alla
legge scritta ecc. ecc.
Noi diciamo: uscite dall’equivoco, gettate la maschera.
Volete abolire le leggi di libertà, impedire il pensiero, l’organizzazione, l’opinione? Impediteli, ma
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S.B.T.I. Bovalino
apertamente. Si sappia almeno a chi si deve ubbidire, se alle vecchie o alle nuove leggi, se al vecchio
o al nuovo spirito così autorevolmente rappresentato dalle squadre di combattenti. Siamo noi in
regime di libertà o non più? Perché in tal caso chi vorrà sottostare vi resterà e chi non vorrà andrà via,
in esilio, si getterà allo sbaraglio, si tirerà magari un colpo in testa, ma cercherà di risolvere la propria
posizione.
La libertà vi leva già il respiro? Allora via dai piedi. Il Risorgimento è stato un’epopea di spiriti
liberi e non deve essere cassato ed annullato dai suoi peggiori profittatori. Volete voi annullarlo,
modificare le leggi, abolirlo, distruggere lo Stato democratico per creare uno stato oligarchico? Fatelo,
convocate una Costituente, interrogate il popolo, vediamo se esso vi permetterà di manomettere le sue
libertà. Finché questo non farete noi abbiamo il diritto di dirvi che voi e solamente voi siete fuori della
legge, non i partiti sovversivi di qualunque colore essi siano.
Ma oggi – e guai chi non si persuaderà di questa limpida verità – la pregiudiziale legalitaria è
sorpassata, i rapporti tra i partiti sono arrivati a quel punto di saturazione oltre il quale non vi è che la
guerra guerreggiata. Questo è implicitamente riconosciuto da tutti per quanto la paura delle
conseguenze di una lotta aperta ricacci molti verso le miti visioni della pacificazione. Anzi, per colmo
della frenesia, vi sono moltissimi, e fra i più autorevoli uomini politici, i quali considerano come
illegittima la illegalità.
Stando così le cose, il proletariato e quella parte della borghesia minuta i cui interessi non sono
rappresentati nelle falangi che conducono all’offensiva reazionaria, quegli intellettuali che amano
ancora le grandi idee di diritto, di umanità, di libertà, i mazziniani che hanno ancora fede in una
missione sacra del proprio paese, si persuadano che sono aperti nuovamente i giorni in cui per la
libertà si può ancora morire.
Bisogna prepararsi alla lotta aperta e violenta, non aver paura, secondo la frase dell’on. Giolitti,
perché i popoli e le classi che hanno paura non è male che servano. E l’impiego della forza si impone
anche per il fatto che al di sopra della caduta di istituti e d’istituzioni quel tale rapporto di contrasto tra
i partiti è e rimane, e dovrà risolversi per un verso o nell’altro in un aspetto, in un equilibrio o in una
oppressione. Tutto dipenderà dalla quantità di energia, di risoluzione, di coraggio che le classi
popolari e la democrazia sapranno opporre a coloro che, senza ambagi, oramai proclamano le loro
velleità dittatoriali.
Dissi democrazia, ma non intendo parlare di quella parlamentare o di quella sedicente tale in certa
borghesia cittadina. Intendo di quella democrazia ch’è nello spirito profondo del nostro popolo la cui
tradizione è tutta repubblicana, come la sua migliore storia e contro la quale con un compromesso
lacrimevole è stato truffato lo spirito del Risorgimento.
Questione di forza dunque. Bisogna reagire contro le sdue mentalità una balordamente, l’altra
gaglioffamente pacifista che fanno capo al partito socialista e alla sedicente democrazia.
I socialisti, specialmente quelli del gruppo serratiano, credono che questo imperversare non sia che
un fenomeno che non si ripara con l’azione, ma con la resistenza passiva. E’ un vento di tempesta che
passa, sono convulsioni del sistema capitalistico che si risolvono secondo il ritmo della storia messa al
servizio del proletariato.
I democratici, invece, guardano ai fenomeni attuali come uno di quegli esperti medici che non
credono alle medicine e sanno che negli organismi robusti la natura ripara da sé e riporta il corpo
all’equilibrio della salute. Questo per quei pochi, se ve ne sono ancora, che sono in buona fede.
Parlar diversamente, presentare il problema come un problema di forza è per loro incitare alla
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S.B.T.I. Bovalino
guerra civile, di cui si addolora il mio eccellente amico Mario Missiroli.
Ebbene sì: quando le leggi dello Stato sono impotenti o calpestate, gli organi del potere non
funzionano o sono asserviti, la violenza impera, il brigantaggio funziona, le libertà sono svanite, cosa
rimane al povero cittadino che non è disposto ad entrare nelle bande, o a rinunciare ai propri diritti di
uomo libero? La ribellione e se essa è guerra civile, sia pure il solo caso in cui diventa santa.
Pan
Democrazia meridionale
“La Voce Repubblicana”, 29 agosto 1922
Il fascismo con la sua dichiarazione di voler conquistare il Mezzogiorno ha messo in allarme
buona parte della Democrazia. Eppure questa dichiarazione, e conseguentemente conseguentemente
quest’l’azione, erano da aspettarsi: il Fascismo è stato fino ad oggi, ed è ancora, guidato da un uomo
di una volontà implacabile e di sperticate ambizioni, era stolto pensare che esso si adattasse a lasciare
metà dell’Italia a quella subdola democrazia multicolore, che durante le crisi frequenti di questa
legislatura, rappresentò per il Fascismo e per i ministeri in carica la più subdola delle forze avverse.
Avversario subdolo perché non aperto, perché senza idee, senza programma, tenuto su dalla sua
stessa leggerezza come la saponata,che si deformava ad ogni tocco, aggregato dai minuscole e
meschine vanità personali. Fu la democrazia che rovesciò sulla politica interna Bonomi, senza trovare
il coraggio di seguire e assegnare ald un nuovo ministero una linea d’indirizzo chea valesse a
ripristinare la legge e l’autorità dello Stato. Fu la democrazia che allettò con mille moine i socialisti
verso la collaborazione maturando la levata di scudi contro il Facta della prima incarnazione; e che
quando poi scoppiò la crisi, si spaventò delle conseguenze di un indirizzo di sinistra e tentò con tutti i
mezzi d’imporre un ministero Orlando che anche costituzionalmente era un controsenso.
Questa democrazia flaccida e traditrice, che si era avvantaggiata delle forze del fascismo nei
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S.B.T.I. Bovalino
blocchi ed aveva elevatoi inni al nuovo spirito redentore sulle piazze, mentre in parlamento prendeva
il fascismo come pretesto per la rotazione dei portafogli fra i suoi adepti, sta sullo stomaco a
Mussolini. Esso se ne vuol liberare. Dove ha il suo quartier generale la Democrazia? nel
Mezzogiorno. Invadiamo il Mezzogiorno; la conquista del napoletano è indispensabile sia che si
voglia tentare il colpo di Stato legale attraverso il parlamento sia che si voglia tentare quello illegale
attraverso l’insurrezione. La democrazia o sarà assorbita dal Fascismo o sarà sgominata nel suo covo
naturale.
Questo il piano.
Contro questo piano d’invasione cosa faranno i deputati meridionali? Il congresso della
democrazia, che a Napoli doveva quasi coincidere, quasi, a Napoli con la manifestazione fascista din
settembre pare sia stato rimandato sine die. La democrazia non si difenderà dunque. Perché? E’ sicura
del fatto suo, o almeno si illude di esserlo.
Un ex deputato, eccellente professionista ed uomo onesto più di quanto non comporti l’ambiente in
cui vive, mi diceva la primavera scorsa a Reggio Calabria:
“Noi qui non abbiamo fascismo perché non ne abbiamo bisogno. Il fascismo lo abbiamo da un
secolo, funziona benissimo e costa molto meno di quello settentrionale”.
In questa risposta è forse contenuto il perché della sicurezza che ostentano i democratici
meridionali di fronte alla minacciata invasione fascista.
Essi sanno che il fascismo è nato e si è sviluppato rapidamente come certi vermi malefici, là dove
esistevano leghe, sindacati, cooperative che si trovavano in lotta col capitale specialmente terriero.
Nel Mezzogiorno eminentemente, anzi esclusivamente agricolo, non esistono leghe, non camere del
lavoro, non cooperative.
Contro chi impegnerà battaglia il fascismo e su quali forze si appoggerà? Gli agricoltori dell’alta e
media Italia trovano un loro tornaconto ad alimentare il fascismo un tanto per pratica, dato che esso li
difende contro gli scioperi rovinosi e li libera dalla soggezione dei contratti di lavoro.
Per quali controprestazioni i latifondisti meridionali darebbero aiuti al fascismo se essi non hanno
contratti, non hanno leghe di contro, non hanno uffici di collocamento?
Per qualche riottoso non è necessario assoldare delle bande; bastano due tre tenitori di bordelli
privati a ricondurlo sul buon sentiero.
In altri termini nel Mezzogiorno la borghesia bestiale, camorristica e corrotta comanda già
dovunque su tutta la linea, non ha avversari apprezzabili: ha costituitoa una vasta rete di favoritismi,
di ladrocini, di omertà con cui amministra la regione e non teme nessuno.
La stessa proporzionale che ha sconvolto nell’altra metà d’Italia tutta la vita politica, nel
Mezzogiorno ha rimandato al parlamento presso a poco gli stessi uomini. I diversi candidati hanno
dato ad ogni lista il contributo del proprio collegio e della propria clientela: la difficoltà stava in
questo: dare a ciascuna lista e quindi ai diversi candidati un programma comune. Esso fu subito
trovato nella parola democrazia che, poverina, non impegna nessuno, né a credere in quello che dice,
né ad attuare quello che promette - né èe questo è il meglio - a precisare quello che s’intende per
democrazia.
Qui sta l’essenza della democrazia nel parlamento e nel Mezzogiorno d’onde essao proviene.
Qualche ingenuo si meraviglia che le diverse democrazie dopo avere nei congressi esposti dei
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S.B.T.I. Bovalino
programmi, al momento di venire all’applicazione s’inalberino per esempio, davanti alla mancata’
assegnazione di un sottosegretariato. Eppure la storia della deputazione meridionale dovrebbe
insegnare qualche cosa. Dal Mezzogiorno vennero sempre mandati al parlamento repubblicani,
riformisti, socialisti, dinamitardi tipo Labriola, ma nessuno dei partiti da costoro rappresentati ebbe
mai una organizzazione apprezzabile in quelle regioni. Salvo qualche rara e nobile eccezione, come
nel caso Colajanni, i sedicenti repubblicani, socialisti ecc, non rappresentavano che se stessi, o
quando mai, rappresentavano una reazione scomposta e qualche volta disperata del corpo elettorale
contro le innumerevoli nullità che in quel tempo avevano almeno il pudore bestiale di chiamarsi
semplicemente ministeriali.
Ora si chiamano tutti democratici.
Su quali forze si appoggia questa sedicente democrazia nel Mezzogiorno, e quali potranno essere i
termini di una lotta tra essa e il fascismo? E’ quello che vedremo in un prossimo articolo. Se noi
potessimo vincere la nostra irriducibile avversione verso il fascismo diremmo che esso potrà prendere
delle proporzioni vastissime e di una importanza incalcolabile.
Vedremo.
Pan
Mezzogiorno e il Fascismo
“La Voce Repubblicana”, 2 settembre 1922
Dicemmo in un precedente articolo che il fascismo, non potendo svolgere nel Mezzogiorno il suo
programma negativo, mancando laggiù gli istituti proletari, contro i quali, normalmente, esso dirige la
sua azione, potrebbe darsi che rifiutasse l’alleanza che gli fosse offerta dalle camorre locali, e si
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S.B.T.I. Bovalino
accingesse ad un arditissimo lavoro, alla organizzazione di forze sindacali per strappare le masse alla
sedicente democrazia.
Per far ciò esso ha denari, organizzatori risoluti, forze politiche e temerarietà.
In tal caso, a quali forze si rivolgerebbe la sua volontà organizzatrice? Quali problemi concreti
potrebbe esso presentare alle masse con la promessa di risolverli, e tali da potere interessare le masse
medesime?
Sulle condizioni del Mezzogiorno corrono inesattezze e leggende innumerevoli, propalate anche da
uomini di scienza, e ciò perché il Mezzogiorno è stato, fino ad oggi, studiato in massima parte da
impressionisti, attraverso pezzi di colore, senza conoscere la sua vera struttura economica e le sue
tradizioni storiche.
Fra le altre leggende vi è quella che dipinge il Mezzogiorno come un paese appartenente ad una
decina di latifondisti accanto a cui vive un proletariato abbrutito e innumerevole. Ciò è falso. Il
Mezzogiorno manca nelle sue grandi linee di un vero e proprio proletariato, e questo è il suo male.
Quel proletariato agricolo che è costretto a premere sul governo e sulla proprietà fondiaria per vivere e
ch’è il lievito e la ricchezza dell’Emilia, della Romagna e della Lomellina, laggiù non esiste, almeno
non esiste con carattere ben definito.
Accanto al latifondo che rappresenta circa il trenta per cento della superficie in Basilicata, in
Calabria e nella Sicilia, vi è uno spezzettamento antieconomico ed infinitesimale di beni terrieri. I
nullatenenti veri e propri , che non possiedono null’altro che il proprio lavoro, sono in alcune zone
meno del dieci per cento; specialmente per il fatto che in questi ultimi trent’anni gli emigranti, col
gruzzolo guadagnato in America, hanno acquistato in gran parte un pezzetto di terra eo costruita una
casa.
La maggioranza assoluta della popolazione è costituita da questi minuscoli proprietari che sono le
classi più miserabili che si possa dare al mondo.
Queste piccole proprietà che spesso non raggiungono l’estensione di un ettaro, situate in una
regione arida, ma divorata dalle sporadiche acque torrenziali, senza strade, coltivata con metodi
primordiali, è tagliata fuori da ogni possibilità di sviluppo. In condizioni non migliori si trova la
proprietà di maggiore ampiezza, sia per mancanza di capitali, sia per mancanza di volontà per il fatto
che il denaro impiegato non renderebbe, data l’assenza di strade, di mezzi di trasporto e di sbocchi
commerciali.
Perciò si vedono vasti latifondi, terreni estesi, senza case coloniche, senza sistemazioni,
abbandonati ai pascoli ed all’empirismo della coltivazione estensiva. Non contratti agrari, non
mezzadrie, non impiego di mano d’opera, tutto sonnecchia e langue.
Sconosciuta o quasi la concimazione razionale, nessuno uso di macchine agricole, assenti i
proprietari, inesistente la vera affittanza.
Il terreno dà quello che il sole spontaneamente produce.
Non solo mancano le organizzazioni proletarie, ma anche quelle padronali, manca ogni indirizzo
agricolo: manca in una parola l’economia moderna.
Vastissime zone di beni appartenenti ai comuni, e su cui i cittadini avevano diritto a far legna, a
pascolare, ecc..., sono state usurpate da privati, ed i bilanci comunali ridotti alla miseria, sono integrati
con fior di milioni dallo Stato, in seguito alla legge del 1909.
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S.B.T.I. Bovalino
Intanto mancano gli edifici scolastici, le istituzioni d’igiene, l’acqua potabile e qualche volta anche
il camposanto.
Queste cose dette dal Franchetti, dal Sonnino e dal Villari, più di quarant’anni fa, esistono oggi
come allora, e bisogna che ogni tanto una bestiale rivolta alla Verbieno si produca laggiù, perché gli
organi dell’opinione pubblica facciano le alte meraviglie.
Spezzare questa costituzione economica e sonnecchiosa, costringere il Governo ad attuare le opere
pubbliche, deliberate fin dal 1906 e delle quali mancano ancora i progetti, organizzare i piccoli
proprietari attraverso le cooperazioni, i grandi, costringerendoli i grandi nel loro interesse a
valorizzare e sistemare i latifondi, organizzare costituire e inquadrare un proletariato agricolo,
rivendicare ai comuni i beni demaniali: ecco una opera di straordinario valore per un partito attivo,
ecco un valore che trasformerebbe l’Italia. Per creare dei sindacati formidabili, e quindi delle
formidabili cooperative di produzione basterebbe prospettare e risolvere il problema delle
rivendicazioni demaniali. Ogni comune ha le sue rivendicazioni e tutti mordono il freno.
Ecco una serie di problemi che potrebbe porsi il fascismo nel Mezzogiorno per costituire una forza
propria al di fuori delle attuali camorre democratiche.
Di tutto questo esso non farà nulla, ma se lo facesse si ricordi del sottoscritto. Avversario oscuro,
ma irriducibile del fascismo, io, per il giorno in cui questo, o un qualunque partito, anche quello del
diavolo, partisse in guerra contro le camorre locali, chiedo un posto di squadrista. Porterò con me nel
tascapane il mio rancio, e la mia cinquina come gli antichi legionari, ma combatterò in prima fila,
purché il Mezzogiorno sia redento.
Pan
Figure democratiche
“La Voce Repubblicana”, 20 settembre 1922
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S.B.T.I. Bovalino
Vi sono uomini in Italia - e ve ne furono per nostra disgrazia - che riuscirono, non si sa come, a
crearsi in politica, in letteratura, nell'arte, una fama ed una posizione assolutamente sproporzionata al
loro valore reale. Se li sentite parlare in pubblico, e se riuscite a non farvi impressionare dai fumi della
loro retorica bolsa e rugiadosa, voi vi meravigliate con voi stessi. Questo - direte con perplessità - è un
oratore di grido, è un uomo politico?
Se seguite la loro azione in Parlamento o in seno ai partiti, voi vedrete cotesti uomini eternamente
galleggianti sugli avvenimenti, armati del salvagente di una formula che ha le braccia più larghe della
misericordia di Dio.
Vi sono, tra costoro, alcuni che cambiano apertamente partito, e non una volta sola, e con
coraggiosa pudicizia confessano la loro trasformazione giustificandola come possono, o non
giustificandola affatto.
I più tipici però sono coloro che hanno la malinconia di una coerenza formale. Essi rimangono
fedeli alla loro etichetta anche se casca il mondo, la loro abilità sta nell'applicarla a tutte le battaglie e
nello spacciare un medicamento che sia come una specie di “chiave della salute”.
Sinceramente fra queste due specie di uomini i più ignobili e vitandi sono i secondi.
Finché noi ci troviamo di fronte ad un Tommaso Monicelli, che, da redattore capo de l'Avanti,
passa all'Idea Nazionale e al Giornale di Roma, possiamo stringerci nelle spalle e dire: “Poveretto
deve vivere anche lui”.
Non gli chiediamo nessuna giustificazione delle sue metamorfosi e lo consideriamo per quello che
è effettivamente: un salariato della penna, che ha la goffaggine di mostrare in pubblico i lividi delle
sue catene, spacciandole per eroiche contusioni delle fatiche di Ercole.
Quando ci troviamo davanti ad un Benito Mussolini, che dalle prime cariche del partito socialista,
arriva alla villana soddisfazione di passare sopra un tappeto di bandiere rosse, calpestando il simbolo
di una “sua” vecchia fede, diciamo: “Quello è un uomo ed nonil capo din un partito; la sua vitalità è
troppo esuberante e dinamica, la sua funzione è quella del lievito che fa fermentare, e delle forze
sociali accelererà la maturazione e la corruzione”.
Mussolini non ha bisogno di giustificazione: esso è come una ruota sopra un piano inclinato. Il
meglio che si possa fare di lui è di farlo, s'è possibile, deviare verso il bene o il meno peggio.
Ma di grazia, quando ci troviamo, per esempio, davanti ad un Luigi Gasparotto, cosa possiamo
dire?
Gasparotto è un demosociale della pubblica pazienza. Anche durante la Settemplice divisione
della democrazia il nostro bravo ministro della guerra rimase fedele a se stesso. Ancora ieri alla
radunata della Federazione democratica sociale di Milano, per discutere l'atteggiamento da
assumere nelle prossime amministrative, cotesto trombone, contabile della democrazia si presentò
tutto d'un pezzo, coerente, sempre coerente nello spaccio del mirabile specifico “chiave della salute”.
Vale la pena di dedicare a questa estrema fatica dell'on. Gasparotto e della democrazia milanese
qualche quarto d'ora di esame.
Vedrete che la disinvoltura di certi uomini è veramente senza confini. L'uomo dovrebbe chiamarsi:
l'animale disinvolto.
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S.B.T.I. Bovalino
L'on. Gasparotto, come grosso calibro della radunata, venne invitato a fare la relazione politica del
gruppo parlamentare della democrazia sociale, che, come è risaputo, è il nucleo più avanzato dellae
democraziae, una specie di punta estrema verso la sinistra.
La democrazia sociale contribuì potentemente a determinare la crisi dei Ministeri, Giolitti,
Bonomi, Facta, crisi avvenute tutte sul terreno della politica interna, cioè, contro il dilagare della
illegalità fascista e contro la destra reazionaria.
Dopo la crisi del Ministero Facta, l'on. Gasparotto, ricorda, la democrazia sociale, fu favorevole
alla composizione di un Ministero di sinistra presieduto da Bonomi, al quale gli attribuiva persino il
proposito di sciogliere i corpi armati. Ma, è pacifico, questa adesione ad un Ministero di sinistra non
impegnava per niente l'on.Gasparotto ad un qualunque sentimento di ostilità verso questa “giovinezza,
che ha” - secondo la sua frase -– “rialzato il concetto di Patria”- toujours le poumon direbbe quel
personaggio di Molière -– “e a cui disperatamente si attacca il paese”. Figuratevi! se il paese vi si è
attaccato cosa potrà fare l'on. Gasparotto? Vi si attacca anche lui portando a tracolla la democrazia
sociale.
Ma egli vuol essere ad ogni costo coerente, la democrazia è col popolo, la bandiera nazionale deve
coprire le classi lavoratrici che hanno dato il sangue nella guerra. Egli non è contrario alla
collaborazione, ma non l'accetta per ragioni retrospettive; non approva la violenza, ma i risultati di
essa gli strappano un sorriso d'indefinibile simpatia.
Tutto il suo discorso è una mirabile fatica di equilibrio, per conservare la coerenza formale e
consumare il tradimento sostanziale alla democrazia.
In conclusione è lui, che tra i fervorini filofascisti dell'avv. De Dominicis - un democratico - che
esalta l'occupazione violenta di Palazzo Madama, le timide ed oneste riserve dell'ex consigliere
Spanò e la sciagurata improntitudine di Riccardo Luzzatto, trova la formula non polemica, blanda,
complessiva, amorfa di un ordine del giorno patriottico a prova di bomba. Noi faremo blocco con tutte
le forze costituzionali, dice Gasparotto, che accetteranno il nostro programma democratico. Quale?
Eccolo, sublimato in poche formule evanescenti: “L'assemblea, richiamate le tradizioni della
democrazia radicale e sociale costantemente ispirate ai chiari concetti che la Patria è l'entità reale più
possente della vita dei popoli, ed il Comune è l'organo di rappresentanza di tutte le categorie dei
cittadini e della difesa dei legittimi interessi delle classi produttrici lavoratrici delibera di partecipare
alla battaglia elettorale amministrativa con le forze cittadine che nell'orbita dei su esposti principi si
propongono di attuare con spirito decisamente democratico, senza rancori di fazioni, un programma di
severa restaurazione economica e di giustizia amministrativa e di progresso civile, in armonia alle
funzioni ed alle esigenze di un moderno comune italiano”.
Io credo che Mussolini, davanti al ballo goffo di questo trampoliere della politica, stringerà,
secondo il suo costume, le mascelle, e gli verrà sulle labbra una smorfia di disprezzo.
Non sfuggirà al suo acume lo sforzo dell'on. Gasparotto dì concedersi, salvando, come si dice,
l'onore agli occhi del mondo.
Il suo ordine del giorno è una specie di asilo, con sette porte, che dà su sette strade, e dove si
possono alloggiare i pellegrini della Mecca e quelli del S. Sepolcro.
Noi facciamo una semplice domanda: sapete che cosa significa democrazia, signor Gasparotto e
soci della democrazia milanese?
Se lo sapete, come potete, attraverso una formula, piatta, opaca, accingervi ad una alleanza con
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coloro che apertamente, nella teoria e nella pratica, rinnegano la democrazia, battono in breccia le
istituzioni e lo Stato democratico, disprezzano il suffragio universale, auspicano il governo di pochi,
dichiarando la legislazione sociale, di cui l'on. Luzzatto, attribuisce il merito alla democrazia
socialeradicale o radicale che sia, come una calamità da distruggere e disperdere radicalmente?
Fate il piacere, signori demosociali, di leggere questi due periodi di Arturo Labriola, che, per il
momento, attraversa un quarto d'ora di vena democraticao: Vari partiti democratici oggi sembrano
scarsamente o parzialmente consapevoli dei capi loro, frutto di povera educazione politica e di una
più scarsa sensibilità negli avvenimenti. Non sentiamo infatti parlare i loro corifei, come se i padroni
d'Italia fossero sempre loro, e come se la violenta soppressione delle amministrazioni e delle
organizzazioni tenute dalla classe lavoratrice, non avessero già privata la democrazia politica dei
suoi validi ripari? Che democrazia può esserci in un paese in cui migliaia di comuni legalmente eletti
sono dispersi con la forza più spietata, e le organizzazioni professionali, che sono la incarnazione e la
realtà concreta della opinione comune, di quella coscienza generale, che vuol rappresentare la
democrazia, vivono trepide della propria esistenza, esposte ad ogni istante ad un colpo di mano, che
mandi in frantumi quelle che non sono ancora state distrutte? Solo la più rara ottusità politica e la
più esemplare incapacità ad intendere democrazia che sia, può spiegare l'olimpico atteggiamento dei
corifei delle nostre democrazie. (Secolo?. del 15 sett.).
Ma io non credo sia il caso di parlare di ottusità politica o di esemplare incapacità nel caso dei
demosociali milanesi alla Gasparotto. Costoro non sono ottusi né incapaci, sono in mala fede. La loro
democrazia è come l'eleganza di certi tangheribarbieri,(?) una ritoccatinapulitura imposta dal
barbiere.
Se il fascismo metterà fuori dalla circolazione questa genia di retori insinceri, di trafficanti, di
pavoni montati, farà un'opera veramente patriottica.
Cotesta sedicente democrazia in Italia è, forse, dopo la monarchia il più grave incaglio alla
chiarificazione delle idee e all'urto netto e definito delle forze sociali in contrasto.
Auguriamoci che muoia: sarà una vera fortuna.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
Noi e gli altri
“La Voce Repubblicana”, 23 settembre 1922
Verso la fine di agosto La Voce Repubblicana pubblicò un brano di lettura di Arcangelo Ghisleri,
il più venerando e il più fedele, fra quelli della vecchia guardia, alle pure idealità mazziniane; non in
quanto esse siaono utilizzabili sotto la forma di un patriottismo blaterone e decorativo, ma in quanto
sono sostanza di un ideale di emancipazione e di elevazione nazionale ed umana.
In quella lettera il nostro autorevole maestro diceva a tutti i repubblicani d’Italia pressappoco
questo: “Restate fermi e fedeli ai nostri principii, siate soprattutto repubblicani e non vi lasciate
deviare dallo sconforto della solitudine, o dallo spettacolo delle altrui improvvise fortune, o ancora dal
timore della reazione monarchica.
Quelli che oggi trionfano non potranno mantenere le loro posizioni, perché fondate sull’arena
mobile della violenza: quelli che vi perseguitano esercitano le loro difese estreme. Nessuna delle leggi
oggi in campo potrà risolvere radicalmente il problema dello Stato che intristisce e va alla deriva.
Presto verrà il giorno in cui l’ubriacatura reazionaria sarà smaltita, lasciando la Nazione più spossata
che mai; i ripari della corruttela monarchica non reggeranno più, le forze illusorie, venute su
improvvisamente e rapidamente come i funghi, si esauriranno e si romperanno contro la ferrea realtà
del divenire sociale.
Allora verrà la nostra ora. In quel giorno se il partito repubblicano sarà rimasto fedele al popolo e
alle idealità della vera democrazia e al principio di libertà sarà il solo a cui si rivolgeranno le masse
sconfortate e deluse”.
L’ammonimento di Arcangelo Ghisleri è pieno di sapienza perché è pieno di fede, e ad esso io
credo si sarà ispirato il nostro amico on. Conti parlando recentemente ad un redattore dell’Epoca,
intorno al nostro partito.
Io credo che il partito batta la sua via giusta nonostante le accuse amene di antropidismo (?) degli
uomini rimasti ad un repubblicanesimo sterile ed esclusivamente patriottico. Saremo pochi , saremo
perseguitati, ma il presente lavora per noi.
Di fatti da quattro anni, in mezzo ad un vorticoso moto di avvenimenti politici che ricordano i
tempi più torbidi della nostra storia nazionale e prenazionale, il partito repubblicano è rimasto, perin
un certo tempo, quasi appartato ed isolato; ma oggi ha la soddisfazione di constatare che di tutti i
programmi di ricostruzione, di tutti i tentativi dì rinnovazione non rimane che polvere, o fumo pronto
a svanire. Il problema ancora oggi resta posto come il partito repubblicano lo pone da decenni e come
lo ha posto dopo l’armistizio. La crisi, è crisi di Stato, istituzionale, spirituale; essa non sarà risolta né
dall’eclettismo sornione ed utilitario del partito popolare, né dall’abberrante inconsistenza del
massimalismo, né dal patriottismo brigantesco e decorativo del fascismo.
Per risolverlo bisogna risalire alle fonti, all’origine del male.
Bisogna ricercare perché una nazione che da settant’anni è pervenuta all’unità politica non abbia
ancora unità morale ed educazione morale; perché uno Stato che si dichiara liberale e democratico
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non ha posseduto e non possiede una vera, stabile democrazia, perché non abbia moralità
amministrativa, indirizzo politico personale e preciso; perché esso cada periodicamente in balia di
forze reazionarie o disgregatrici che possono arrivare fino alla distruzione delle libertà civili e delle
garanzie costituzionali.
Questa visione radicale della crisi in cui si dibatte il nostro Stato noi non possiamo imporla al
pubblico con i mezzi consueti ai partiti di massa. Noi non abbiamo sindacati di grande importanza,
che ci seguano, non abbiamo un numeroso gruppo di deputati che possa entrare come elemento
determinante nelle manipolazioni dell’alchimia parlamentare. Il nostro partito composto di minoranze
elette e fedeli, è certamente fuori dal giuoco ardente degli interessi delle diverse categorie che
aduggiano lo Stato. Ma è appunto in ciò che sta la nostra superiorità e la vitalità della nostra idea e del
nostro programma; nel superare gl’interessi contingenti e particolari in una visione superiore
dell’interesse nazionale.
In questi ultimi tempi alcuni scrittori affrontarono coraggiosamente il problema della monarchia,
con l’aria del serparo che grida: Ohibò! avete voi paura di prendere in mano questo aspide
dell’Appennino? Ecco che io lo prendo, gli caccio il dito in bocca e me lo pongo al collo come un
amuleto.
E’ questa un’astuzia molto nota negli ambienti ufficiali.
Costoro nel discutere della legittimità della Monarchia hanno riconosciuto quasi unanimemente
che il problema istituzionale non è sentito, che se discussione vi è stata essa è all’infuori e al disopra
del partito repubblicano.
Anche il Missiroli, ch’è tutt’altro che un ufficioso e un ortodosso, dichiarò il partito repubblicano
liquidato nell’opinione pubblica e tra le forze politiche efficienti.
Ora il guaio sta appunto in questo che il popolo italiano, pur affidandomandando costantemente a
questo vecchio partito costantemente una minoranza di spiriti eletti ed ardenti, ha perduto dietro falsi
miraggi la visione fondamentale del suo maggiore interesse, dei suoi problemi e del suo avvenire.
Esso Ppassa così, continuamente avvelenato dalla politica perfida della monarchia, da una aberrazione
massimalista ad una fascista, dalla fumosa retorica del nazionalismo, alla subdola e bassa corruzione
della democrazia liberale.
Ma il problema rimane immutato ed il Missiroli stesso in un suo libro ora ristampato dalla
Zanichelli (La Monarchia socialista, seconda edizione, Zanichelli, Bologna) quando vuol guardare il
problema dello Stato Italiano, quando esamina la crisi da cui esso è travagliato, non fa che ripetere in
sostanza quello che i repubblicani dicono da diecine di anni: che il problema dello Stato italiano è
istituzionale, che la sua crisi è una crisi spirituale, che la conquista monarchica non ha risolto, ma
corrotto, deviato, falsato le forze e le aspirazioni del Risorgimento.
Non importa che il Missiroli proponga una soluzione diversa dalla nostra: l’analisi fondamentale è
la stessa, la diagnosi del male è identica.
Qual è l’atteggiamento dei partiti di massa di fronte a questo Stato che muore un poco ogni giorno,
che trascina la sua esistenza tra povertà e convulsioni, tra vani conati e insufficienze deleterie? Il
Socialismo o è coi massimalisti, perduto dietro le astrazioni apocalittiche di una trasformazione totale
della quale non ha neppure un concetto ed una visione precisa; o coi neo-collaborazionisti del
riformismo razzola nel concimaio della monarchia in cerca di residui di cucina.
Il popolarismo in due anni di quasi onnipotenza ha dimostrato di non sapere essere diverso da
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quello che deve e può essere un partito cattolico confessionale in Italia; e cioè un partito che agisce
sullo Stato come dall’esterno di fuori, rimanendo estraneo incoercibilmente ed irrimediabilmente
estraneo alla sua morale, al suo spirito ed alle sue finalità. Esso, nonostante i programmi intelligenti e
radicali di don Sturzo, si muove sempre con una catena al piede; estraneo ed ostile al liberalismo ch’è
il suo nemico storico, nemico alla democrazia liberale-massonica, avverso per principio al socialismo
contro il quale è invocato dalle classi abbienti e conservatrici;, esso non potrà mai passare alla
direzione dello Stato e dovrà vivere ai margini ricattando un po’ i partiti e un po’ la monarchia.
Resta il fascismo: ma che cosa vuole il fascismo? Lo sa Iddio ch’è onnipotente e sa tutto.
Esso vuole distruggere lo Stato democratico liberale e si costituisce una forza sindacale di
prim’ordine, si appoggia cioè al sindacato ch’è la quintessenza della democrazia; combatte il
bolscevismo in nome della libertà individuale, per l’elevazione del vir sulla massa bruta, e comprime
tutte le libertà da quella di pensiero a quella di parola, da quella di stampa a quella di opinione.
Era tendenzialmente repubblicano, ora non lo è più, riconoscendo alla monarchia una serqua di
benemerenze storiche. Si riferisce nelle sue declamazioni agli spiriti del Risorgimento e poi dichiara
che la monarchia con la soluzione che ha dato alle varie forze spirituali della nostra epopea ha ben
meritato dal popolo e dalla Patria.
Quali di queste forze risolverà la crisi dello Stato italiano?
Non occorre essere maldicenti per dichiarare fin a questo momento che il peggiore antipatriottismo
è oggi praticato da coloro che, pur vedendo la Nazione convulsionata e disfatta, continuano a chiudere
gli occhi sulla vera portata dei problemi che la interessano.
Intanto lo Stato non esiste che nominalmente, ogni principio di autorità, di disciplina, di libertà è
manomesso e disperso, i poteri non funzionano più e sono abulicamente asserviti alle fazioni che si
contendono il campo.
Di fronte a tanto sfacelo i repubblicani rimangono fedeli alle loro promesse e ai loro principi. Sono
e rimangono estranei a tutti gli eccessi, egualmente lontani dalla reazione tricolorata come dalla follia
del massimalismo.
Il ridurre, come tentano fare alcuni, la nostra azione ad una questione di antifascismo o
filobolscevismo è segno di miopia o di mala fede.
Noi possiamo e dobbiamo guardare dall’alto il gioco scomposto dei partiti e molto ci giova
rimanere estranei alle loro manipolazioni: rimarremo così anche al disopra delle responsabilità nel
giorno non lontano e fatale del redde ratiomem.
Nel suo doppio aspetto politico e sociale della crisi nazionale, la monarchia potrà difficilmente
affrontare con fortuna la soluzione: la mediocrità rachitica delle sue vedute non reggerà allo sforzo ed
al cozzo di tempi così fortunosi e dinamici.
E’ necessario ridare autorità allo Stato; assetto alle finanze, giustizia e libertà al popolo che ha
combattuto e ch’è oggi agitato da profondi dilemmi fenomeni intensi di coscienza. Le classi dirigenti
dei loro partiti lo esortano alla dittatura, unica via di scampo sul terreno politico, ma su quello
economico dove andare? Come ristorare le finanze, la produzione, rianimare i commerci, dare
impulso alle industrie? Come conciliare le classi, riconoscere al lavoro i suoi diritti, disciplinare le
forze sociali se manca un organo moderatore, la cui superiorità morale sia indiscussa, la cui autorità
derivi dalla volontà popolare diretta, libera, fiduciosa?
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Lo Stato monarchico corruttore, non potendo dare una soluzione a questi problemi, cadrà e
purtroppo nel crollo danneggerà un po’ tutti.
Noi dobbiamo tenere accesa la fiaccola della libertà, perché il popolo la segua nel giorno in cui si
sveglierà impoverito e deluso.
Senza di essa cadremo tutti nel buio della tirannide o delle lotte faziose che ostacolarono per
centinaia di anni la unità nazionale.
Pan
Il discorso di Udine
“La Voce Repubblicana”, 27 settembre 1922
Il Popolo d'Italia del 23 Settembre, parlando dei commenti della stampa sul discorso tenuto a
Udine dall'on. Mussolini, diceva: “La prima pagina del quotidiano repubblicano è largamente
dedicata, quasi in segno di lutto, al discorso di Udine”. Lutto perché? per il definitivo seppellimento
della tendenzialità? Ahimè no! Fra i pochi titoli di merito che noi rivendichiamo al nostro giornale vi
è quello di aver fin dal primo giorno rimosso coi piedi, dal suo cammino, questo volgare espediente
ingannatore.
Vi sono stati, purtroppo, anche nelle nostre file, degli ingenui che hanno abboccato all'amo, e si
sono - che Dio li perdoni - anche rivoltati contro di noi, perché abbiamo rifiutato costantemente ogni
contatto col fascismo e con la sua pretesa tendenzialità. Se cotesti ingenui hanno della fede
autenticamente repubblicana, ritorneranno a noi delusi e pentiti; se sono degli sciagurati sul tipo di
coloro che hanno costituito il famoso fascio repubblicano genovese, affoghino pure nel ridicolo ch'è
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S.B.T.I. Bovalino
il loro elemento.
Certo il discorso di Udine può diventare per noi un motivo di sincero cordoglio non nei riguardi del
nostro Partito, ma nei riguardi della Patria. Il sapere che domani quasi fatalmente il Governo della
cosa pubblica sarà dalla monarchia delegato ad un partito come il fascista, tirannico e sconclusionato
insieme, che governerà col bastone, sopprimerà le ultime vestigia delle libertà civili, inizierà una
politica scervellata di colpi di testa e di pericolose avventure all'Estero, opprimerà le forze del popolo,
rafforzerà sia pur provvisoriamente la monarchia, darà l'Amministrazione in mano alla pescecanaglia
sfruttatrice e profittatrice; il vedere come imminente questo funesto esperimento e non poterlo evitare,
il constatare come l'opinione pubblica sia largamente orientata ed esaltata verso questa che noi
chiamammo sempre una ubriacatura pseudo letteraria, utilizzata dal conservatorismo più ottuso e
canagliesco del mondo, non può che addolorarci ed impensierirci. Questa Italia in cui gli alunni dei
licei, e qualche volta anche i professori, scrivono con orripilanti errori di grammatica, dalle cui
università sono sparite le figure dei grandi maestri, e se alcunao rimane è tenutao in soggezione e
sospetto; questa Italia senza guide spirituali, in balia di trafficanti e politicanti sfacciati, di
commendatori e di bari, di pubblicisti venduti e di avventurieri senza scrupoli, è ben degna di essere
fascista e di farsi governare dal sig. Mussolini. Forse non esiste mezzo migliore per guarirla dalla sua
triste superficialità, dal suo istinto carnevalesco, dalla insincerità e debolezza di carattere. Quasi quasi
quella che in un recente articolo Arturo Labriola chiama “la nostra enorme stupidità” se ci addolora
ad un certo punto c'indispettisce anche perché - diavolo - un popolo che è alla vigilia di farsi
governare dalle teorie esposte nel discorso di Udine è un popolo cui una lezione sta bene. E la storia
nel dare tali lezioni è inesorabile.
In quanto a noi non abbiamo motivo di cambiare il nostro atteggiamento o di abbandonarci a delle
recriminazioni leggendo il discorso di Udine. Più atti ufficiali emana il fascismo; più manifestazioni
sgomitola l'on. Mussolini, più sono i dati di fatto che confermano il nostro giudizio sul partito e
sull'uomo. Il fascismo a Milano come a Roma, a Bologna come a Firenze, ad Udine, oggi, come
domani a Napoli è e sarà sempre un movimento senza idee, un partito senza programmi, una
costruzione senza basi: esso altro non è che una effimera creatura tentativo del vecchio spirito retrivo,
tirannico e perciò anarchico, perché anarchia e tirannide sono concetti contigui, - vestitao da un abile
giocoliere di tutti i falsi orpelli di un movimento ideale. Perché la sua debolezza intrinseca si riveli
interamente, è bene che operi, che costruisca. In questo senso è necessario che il fascismo vada al
Governo e si assuma interamente lea sue responsabilità. Saranno dolori, ma è bene che siano. Poi
verrà la chiarificazione.
Ma torniamo al discorso di Udine.
Poiché l'on. Mussolini è condannato ad un costante auto-superamento, possiamo dire che,
nell'ultimo discorso, egli ha ancora una volta superato se stesso. Non sapremmo dire se si è superato
maggiormente nella superficialità o nella disinvoltura. Esaminiamo:
Dopo un accenno all'unità della Patria, tratto dai manuali di storia ad usum Monarchiae, vi si parla
di una Roma imperiale della quale non si sa quale sarebbe la missione. La Roma imperiale antica ebbe
la missione di propagare il diritto, quella papale il Cristianesimo, quella mazziniana doveva propagare
la democrazia e la fratellanza dei popoli sotto la luce del dovere . Quale missione assegna l'on.
Mussolini alla sua Roma imperiale? Nel discorso non è detto, né è facile dedurlo da altre
manifestazioni ulteriori del fascismo. Per costoro Roma è un argomento retorico, una frase messa lì
per fare sull'animo della folla impressionabile l'effetto che fa un rullo di tamburi davanti a un reparto
di cavalleria.
Passiamo alla disciplina: “Io sono per la più rigida disciplina” dice l'onorevole Mussolini, ma come
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S.B.T.I. Bovalino
sempre, dimentica di dire quali debbono essere le fonti spirituali di questa disciplina. A chi, a che cosa
e perché si deve ubbidire? Bisogna pensare che gli uomini, fino a prova contraria, sono ragionevoli e
prima di ubbidire si domandano se il potere che li domina è legittimo, s'è degno e donde deriva.
Finché si parla di disciplina ai reparti armati va bene, ma quando dai reparti si vuol trasportare cotesta
disciplina nella Nazione, ogni uomo mediocremente ragionevole capisce che tale disciplina deve
avere una sostanza, un pensiero, una fonte spirituale.
Di tale contenuto ideale l'on. Mussolini non si preoccupa. Egli ha della disciplina un concetto tra il
vecchio sottufficiale e il signorotto medioevale. <<”Un governo”, egli dice, “che crede che i problemi
siano risolvibili soltanto dal punto di vista politico, perché le mitragliatrici non bastano se non c'è lo
spirito che le faccia cantare, non è un governo degno di noi.. Noi imporremo la disciplina senza
preoccuparci dello spirito, faremo cantare le mitragliatrici contro tutti coloro che attenteranno alla vita
dello Stato che noi creeremo”>>.
E quale è questo Stato? Eccolo: “Lo Stato non rappresenta un partito, lo Stato rappresenta la
collettività nazionale, comprende tutti, supera tutti e si mette contro chiunque attenti alla sua
imprescrittibile sovranità”.
La Stampa di Torino, poveretta, con una premura che ha del comico grida trionfalmente a questo
punto : “Ma bene, ma bene, quello è proprio il nostro Stato, il nostro e caro Stato
liberale-democratico”.
Già proprio quello Stato che il fascismo sta maciullando da due anni, quello contro cui parte in
guerra.
Cosa bisogna concludere a questo punto? Che se l'on. Fera, secondo una frase di Giolitti, parla
prima di pensare, l'on. Mussolini, anche pensando, non può mettere assolutamente un po’ d'ordine in
quella confusione che ha in testa. Egli, in una parola, non sa quel che dice. Insofferente di qualunque
principio, che egli chiama pregiudizio, destituito di qualunque scrupolo morale, egli non ha
nemmanco la sensibilità del ridicolo che è insito nelle sue formidabili contraddizioni. Lo Stato che
egli enuncia è proprio lo Stato liberale, per il quale i partiti sono eguali ed egualmente liberi di
organizzarsi, di agire, per diventare Stato alla loro volta. Un tale Stato non ha altro limite, che quello
della legge liberamente discussa ed accettata da tutti, e non si opponendosi all'attività dei partiti, che
tendono alla sua trasformazione. Ed è appunto in questa sua possibilità di trasformazione perenne e di
adattabilità ch'è riposto il segreto della sua vita inesauribile. Un tale Stato non può porre nelle sue
leggi una discriminatinzione versofra coloro che lo vogliono riformare sia pur dalle fondamenta,
perché se ciò facesse non rappresenterebbe tutti. O l'on. Mussolini crede che la difesa di un partito
debba essere nelle sue finalità materiali solamente? Non hanno i partiti le loro ragioni ideali, il loro
pensiero ch'è più importante di ogni difesa economica?
Ma cotesto Stato, dice l'on. Mussolini, è uno Stato che coltiva e protegge delle forze che attentano
alla sua vita. No, signor mio, che tendono alla sua trasformazione, e tutti, o quasi tutti gli Stati, sono
tali. Quando essi sono forti, ben costrutti, gelosi della legge e della libertà di tutti, non hanno paura di
nulla. Come per .esempio. lo Stato inglese. In quel paese non è permesso dare una bastonata ad un
anarchico, perché lo si sente gridare: abbasso lo Stato. L’anarchico è padronissimo di dire quello che
vuole e il cittadino che fascisteggia bastonandolo va in galera.
Questo stato non vi piace? padronissimo di ripudiarlo, ma ripudiatelo, benedetto uomo, non lo
prendete per insegna, ripromettendovi di fracassargli i connotati.
Ma dove il discorso dell'on. Mussolini raggiunge il culmine della contraddizione volgare e della
piramidale disinvoltura, è là dove parla del regime. Perché siamo noi repubblicani? Perché vediamo
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S.B.T.I. Bovalino
che vi è un re che non è abbastanza monarca.
Cerchiamo di ragionare. Cosa significa essere repubblicani? Volere che la somma dei poteri derivi
dal popolo e sia amministrata da lui direttamente. Che cosa significa un monarca non abbastanza
monarca? Un re che non sa fare abbastanza da sé, all'infuori e al di sopra del popolo. Ed allora il
ragionamento, chiamiamolo cosìi, dell'on. Mussolini si risolverebbe in questo: Noi vogliamo dare i
poteri al popolo, perché vi è un re che non sa essere tiranno.
Mi pare inutile illustrare la contraddizione di questo ragionamento.
Ma l'on. Mussolini cade in un altro non meno grossolano errore.
Si può, egli dice, trasformare lo Stato (trasformazione che secondo l'on. Mussolini è un progresso,
e progresso reso possibile dall’a esistenza delloi uno Stato liberale, che ha permesso al fascismo di
nascere, vivere,e diventare potenteza) senza toccare il regime? Sì, risponde trionfalmente.
No, diciamo noi, e non solo per le ragioni ideali del nostro partito, ma sul terreno di difesa dello
stesso istituto monarchico, se esso deve pur difendere, nel suo interesse, la propria dignità ed il
proprio contenuto.
La monarchia piemontese diventò candidata al governo d'Italia dal giorno in cui elargì lo Statuto;
la sua superiorità storica di fronte agli altri regimi si è rivelata in questo, in quanto ha accolto in un
certo limite, le aspirazioni del liberalismo e della democrazia rivoluzionaria. Da quarant'anni essa ha,
più o meno onestamente, favorito i compromessi con le forze progressive, si è adattata, ha corrotto, ha
profittato, ma mancando di una vera base storica e di un contenuto ideale, ha trovato la sua ragione
d'esistere in questa serie di compromessi.
In altri termini: essa nata ed accettata in seguito dad un compromesso, tra le forze della rivoluzione
e quelle della conservazione, ha la sua ragione di esistere in quanto è garanzia della continuità di uno
Stato liberale-democratico. Il giorno in cui lo rinnegasse essa sarebbe morta, rinnegherebbe la sua
ragione di esistere. Diventerebbe la monarchia della conservazione, non quella del liberalismo e della
democrazia.
Come vedete, io faccio l'advocatus diaboli della monarchia. Ora poiché l'on. Mussolini vuole un re
più re dell'attuale, vuole una costituzione diversa dall'attuale, uno Stato che non sia più, anzi sia
l'antitesi dello Stato liberale democratico, ma ne sia l'antitesi non può che urtare anche contro la
monarchia ch'è la custode (dovrebbe essere veramente così ma ormai i buoi sono scappati) dello Stato
che l'on. Mussolini vuol distruggere. Pretendere di mantenere la monarchia sic et simpliciter
semplicemente è cosa degnao della mentalità fascista che svuota di ogni contenuto gli istituti e pone
loro in mano un manganello in mano.
Se la monarchia fosse veramente quella che dicono i suoi servi sciocchi ed i suoi teorici, essa
direbbero al fascismo: “Io sono contro di voi fin da questo momento, perché voi siete per la tirannide,
contro la libertà”.
Ma la monarchia tenne fede, a Vignale, allo Statuto perché le tornava conto. Lo straccia ora
quotidianamente, e domani, con Mussolini al Governo, lo sopprimerà. Oramai, in sessant’anni di
politica corruttrice, si è costituita una base incrollabile sulle camorre e su gli affarismi, ha attutito in
gran parte degli italiani lo spirito eroico d'indipendenza del Risorgimento, e può quindi impunemente
disprezzare le sue ragioni ideali.
Sotto questo punto di vista l'andata al potere del fascismo è da noi invocata come un elemento
chiarificatore. L'on. Mussolini mette la monarchia con le spalle al muro e le grida: butta giù la
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maschera, e poiché la monarchia la butterà, gli italiani la vedranno qual è in effetto: bugiarda,
corruttrice e tirannica ove non soccorra anche l'inganno e la paura.
Pan
Esame
“La Voce Repubblicana”, 7 novembre 1922
Se qualcuno crede che noi abbiamo motivo di dolerci per quanto è avvenuto in questi giorni in
Italia s’inganna. Ai fini dell’avvenire repubblicano, noi consideriamo gli avvenimenti odierni come i
più propizi che si siano svolti dal giorno dell’unificazione ad oggi, e crediamo che in nessuna
occasione, come in questa, la necessità di trasformare politicamente dalle fondamenta lo Stato italiano
sia parsa chiara e inequivocabile. Coloro che ci accusano di voler cambiare le insegne dei tabaccai e
degli uffici del registro si accorgeranno, speriamo! che noi volevamo cambiare invece i poteri che
tengono in mano i destini della patria e le libertà politiche e civili di tutti i cittadini; che tali beni
gelosi e inalienabili noi volevamo fossero custoditi dal popolo stesso a cui appartengono perché
negavamo ai poteri che le detenevano ogni capacità e ogni volontà a salvaguardarli e a custodirli. E
poiché la salvaguardia di tali beni è per noi il problema fondamentale di ogni popolo civile, noi
mettevamo la trasformazione del regime avanti tutto, perché pensavamo che una nave è sicura quando
è ben diretta da chi ha la capacità e la volontà di dirigerla.
Non fummo ascoltati, e qualche volta fummo perfino derisi, e così si arrivò al colpo li Stato, al
passaggio delle libertà pubbliche nelle mani dei capi di una fazione, i quali hanno patteggiato coi
supremi poteri con la spada in pugno, ed hanno operato baldanzosamente il baratto della costituzione.
L’esame degli avvenimenti può essere fatto con la massima serenità perché è troppo eloquente.
Da circa due anni in Italia, i poteri pubblici, detenuti dalle vecchie classi parassitarie della
sedicente democrazia e del sedicente liberalismo, incoraggiarono ed armarono un movimento
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controrivoluzionario, per far fronte alle forze popolari che, sebbene mal guidate, si agitavano con
forza avanzavano per la soluzione di formidabili problemi politici ed economici. Tali problemi la
vecchia, gaglioffa democrazia non poteva risolvere: la sua pelle era vizza come quella delle
tartarughe. Perciò essa, rappresentata in modo incomparabile dal vecchio corruttore di Dronero,
armò e si servì del fascismo come di un’arma reazionaria per abbattere l’ubriacatura bolscevica, ma
soprattutto per disorganizzare il proletariato che stava per diventare, con i suoi organismi sindacali,
uno Stato nello Stato e minacciava molte posizioni parassitarie. Per favorire il fascismo, la classe
dirigente calpestò ogni legge ed ogni principio fino a permettere che un vero esercito armato si
costituisse nella nazione ed asservì ad esso tutti i più gelosi poteri dello Stato da quello militare a
quello giudiziario.
Con quella cecità, ch’è propria delle classi decrepite, la classe dirigente non comprese l’essenza e
le prospettive possibilità del Fascismo che era un movimento di giovani ambiziosi e tenaci,
provenienti quasi tutti dalle file del sovversivismo più acceso e che improntavano ogni loro atto ed
ogni loro propaganda di questo spirito iconoclasta ed eversore.
Sostenuto dalle classi agrarie ed industriali per i loro fini antisindacali ed antiproletari, guardato
con simpatia dalla conservatoria miope e senza fede, acclamato per i suoi gesti e per i suoi riti dalla
gioventù, composto in gran parte, nei suoi quadri, dai naufraghi della smobilitazione e da politici di
professione, il fascismo esso giganteggiòa e quando si volle arrestarne la marcia non si fu più in
tempo. Dopo due anni di corruzione e di svalutazione sistematiche, gli organi del potere non
funzionavano più. Allora la classe dirigente sentì la necessità di assorbire o almeno di addomesticare
il fascismo, facendolo entrare nel circolo morto della vecchia politica parlamentare. Il fascismo si
ribellò e fece benissimo: “Noi abbiamo – esso disse – una nostra forza, una nostra fisionomia, una
nostra mentalità che vogliamo conservare, in mancanza d’altro, tra la baldanza e la freschezza della
gioventù”. Per diventare un partito di governo e putrefarci nello sciacquamento sonnacchioso dei
corridoi montecitoriali non valeva la pena che noi facessimo quello che abbiamo fatto. Noi non
aspiriamo a diventare un duplicato del riformismo o del radicalismo, non vogliamo accordarci conal la
vecchia sfiancata democrazia e con ail liberalismo, che poi non è che una prateria dì conservatori
improsciuttiti. Vogliamo lo Stato per noi e lo prenderemo anche con la violenzatemente!?
Se la classe dirigente avesse avuto ancora una larva di buonsenso e di spirito di conservazione,
avrebbe per lo meno tentatoa una difesa e soprattutto si sarebbe accorta del pericolo che lao
sovrastava.
Invece essa fu cieca fino all’estremo limite del possibile. Dopo il discorso di Napoli quasi tutti i
giornali tubavano come paperi intorno a Mussolini rallegrandosi con lui perché tra le due soluzioni:
quella legale e quella insurrezionale, questi aveva scelta quella legale. Egli, invece, aveva già tutto
pronto per il colpo di Stato, e non fece mistero neanche in quelnel suo discorso delle sue effettive
intenzioni.
Che cosa fece lo Stato di fronte all’aut-aut di questo partito armato? Nulla, pensò ad un delitto
mostruoso, allo stato d’assedio, e cioè ad una guerra civile su vasta scala, che il Corriere della Sera
chiamava la difesa della Costituzione.
La Costituzione, mio caro Corriere, non si poteva più difendere perché era stata massacrata da
molto tempo e aveva assistito al massacro facendo pollice verso. Quando lo Stato si trovò disarmato
di fronte alle forze fasciste e si comprese che la difesa non si poteva tentare senza un estremo pericolo
per l’istituto monarchico, allora si tentò il baratto. Si trattò con le forze sediziose e si accettarono
punto per punto le imposizioni purché fosse salva la vecchia finzione.
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S.B.T.I. Bovalino
Ormai siamo in regime di dittatura e poco o nulla potrà fare il parlamento per infrenarla poiché
esso è momentaneamente svalutato nella coscienza pubblica, la quale a sua volta non ha più né la
capacità né la volontà di reagire. Quasi quasi diremmo che non ha più l’abitudine della libertà, tanto
questo principio sacro fu calpestato e falsato durante quattro anni. Che sia così lo provano le
manifestazioni pubbliche di organi delicati i quali di quello che dicono dovrebbero misurare il peso e
la portata. Non abbiamo visto il Corriere della Sera, l’organo europeo, dichiararsi grato all’on.
Mussolini quando non era ancora, intendiamoci capo del Governo, di avergli restituitoa la libertà di
comparire e commentare?
Noi non sapevamo, non credevamo che la libertà potesse essere una concessione di privati cittadini
e di capi di partito. Non abbiamo visto l’on. Barzilai, presidente dell’associazione della Stampa,
invocare con un untuoso telegramma libertà per i giornali dal neo presidente del Consiglio? Non
abbiamo noi un corpo di leggi che definiscono e delimitano i nostri diritti? Abbiamo bisogno di
accattonare, sia pur dal Presidente del Consiglio, quelle libertà, che sono un diritto inalienabile ed
insopprimibile, e che nessuno neanche il re, può limitare senza il nostro consenso?
Ecco il tragico dell’ora attuale. Noi non abbiamo la fierezza, l’orgoglio, la passione della libertà:
sessant’anni di corruzione, di adattamento, di deformazione monarchica, hanno ucciso in noi quel
senso geloso delle libertà pubbliche e private che sono la caratteristica più eminente di un popolo
libero e civile.
Il terreno per la dittatura esiste, la voce nostra non è forse che un soffio sperduto nei clamori di una
tempesta.
Ma i popoli soffrendo imparano a rianimare la libertà e questi tempi sono i più propizi perché
all’amore e alla passione di essa si ritorni;, guai a coloro che perdono la fede nel trionfo dei sacri
principi. Per noi repubblicani oggi incomincia un periodo di lavoro che porta con sé le più alte
promesse.
Al nuovo governo dittatoriale noi non faremo che una sola ammonizione ed è questa: la nostra
libertà completa, intera, assoluta non dipende da voi, non vogliate macchiare ulteriormente la vostra
condotta con delitti contro la nostra libertà, anche perché voi questo lo fareste in nome dell’Italia di
Vittorio Veneto, alla quale noi non siamo estranei perché abbiamo come voi sofferto e combattuto.
Agli italiani diciamo: una vecchia menzogna è morta:, la libertà monarchica, prepariamo le vie alla
nuova libertà, quella repubblicana.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
“Parce Sepulto”
“La Voce Repubblicana”, 12 novembre 1922
Gli storici futuri di questo agitato periodo politico, che va dalla guerra di Libia all'avvento della
dittatura fascista, troveranno in questo scorcio dell'ottobre 1922 due avvenimenti che li riempiranno di
allegro stupore. I due avvenimenti coincidono e s'illuminano a vicenda: uno è l'apoteosi di Giolitti,
come uomo di Governo, in occasione del suo 80mo compleanno, l'altro è la rivoluzione fascista che
segna il tramonto definitivo, se Dio vuole, della politica e della mentalità giolittiana nel governo dello
Stato.
Mentre la stampa d'ogni colore e le classi dirigenti osannavano al vecchio timoniere e lo
chiamavano a salvare le pericolanti fortune delle loro clientele, si levava un turbine che schiantava
ogni cosa. Come Eolo, Giolitti aveva aperto il sacco dei venti, liberando questuno zeffiretto che
doveva servire, secondo la sua politica tradizionale, a cacciare dal cielo le nubi sovversive.
Lo zeffiro si trasformò in uragano ed il primo ad essere sommerso fu il vecchio moderatore delle
tempeste parlamentari.
Voi mi direte, con Sallustio, che tutte le cose fatte invecchiano, che tutte le cose sorte tramontano
ed è quindi naturale che anche Giolitti con la sua politica doveva chiudere il proprio ciclo.
Ma il ciclo della politica può chiudersi in due modi: con un passaggio o con un crollo. Quello di
Giolitti si chiuse con un crollo, con una svalutazione, con una negazione totale. Anzi c'è di peggio.
Egli che aveva avuto l'Italia costituzionalmente integra la lasciò costituzionalmente annichilita, aveva
avuto, bene o male, un parlamento che all'epoca della sua andata al potere, aveva combattuto delle
battaglie epiche a favore delle pubbliche e private libertà, e la lascia il paese con un parlamento
completamente squalificato che accetta come una mandria di conigli un colpo di Stato, assume le
responsabilità di una dittatura in regime costituzionale, ed annichilito nella sola attività che gli era
propria, l'intrigare, non ha più né la forza né la ragione di esistere.
Giolitti Ttrovò l'Italia con qualche libertà e la lascia senza alcuna, perché non sono libertà quelle
che si concedono ma quelle che esistono nello spirito e negli istituti giuridici dei popoli.
Noi non abbiamo dedicato, all'epoca delle feste, alcun articolo al vecchio statista che era stato il
più accorto, devoto e pericoloso servitore della monarchia. Oggi possiamo anche noi dedicargli una
lode sincera.
Costui, senza volerlo, a furia di servirsi dei veleni, ne propinò anche all'istituto, che aveva così
fedelmente servito, una dose della quale nessuno può essergli grato se non noi che desideriamo
legittimamente il suo tramonto.
La politica, e la classe impersonate in Giolitti, non hanno solo perso è cacciata via dail potere,
come fu al suo tempo fu della vecchia destra, né fu sono state sconfittea sul terreno parlamentare
come la vecchia conservatoria pelluxiana; essea sono stateviene spazzatea via come una corrosione,
una lordura, senza nemmeno l'onore delle armi.
Una lacrima sulla lorosua caduta sarebbe una lacrima sacrilega. E notate che l'azione di pulizia è
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S.B.T.I. Bovalino
stata fatta da una generazione nuovissima che fu sempre nemica di Giolitti e adel Giolittismo e a
Giolitti e che cominciòa la sua marcia con l'intervento in guerra, esecrato dal vecchio statista
piemontese, in omaggio ad una sua concezione politica accorta ma angusta, che ha sempre disprezzato
i valori morali e le forze spirituali.
Se la disfatta di Giolitti si fosse limitata al terreno tattico sarebbe stata normale, ma essa investe
tutta la sua azione politica e, quel che è più importante, i rapporti fra la politica parlamentare e la
Monarchia, tra l'istituto che rappresenta la volontà popolare e le forze dei partiti, e la corona che di tali
forze deve servirsi per governare tenendo fermo un punto: la costituzione.
Per la cerimonia del suo compleanno tutti i giornali furono concordi nel riconoscere alla sua
politica questa sua caratteristica virtù: l'agnosticismo morale, la sapiente utilizzazione,
l’addomesticatura, e l’integrazionecollocazione di tutte le forze e degl'impulsi nuovi nel quadro del
regime e del governo monarchico costituzionale.
Egli non ha mai ostacolato una novità, le ha sempre tutte accettate e castrate, le ha fatte sue e
quindi snaturate. L'uno dopo l'altro: democrazia, radicalismo, socialismo furono allettati o giocati,
compromessi o assorbiti. Non partiti, non idee, ma amministrazione. Da ciò l'ingigantirsi e
fossilizzarsi della burocrazia, e il marasma dei partiti al cui posto si sostituivano le clientele. Questo
agnosticismo morale portava, con la conseguente insensibilità, ad una libertà che si potrebbe anche
chiamare eccessiva sotto certi punti di vista.
Uno Stato senza idee non ha passioni, ed uno Stato senza passioni non ha intolleranze. Ora è
risaputo che l'intolleranza è un fiore amarissimo che nasce sul tronco della fede.
Lo Stato di Giolitti non mancava certo di libertà, ma mancando di fede faceva sì che i cittadini, i
ceti e le classi si servissero di quellalei come di una licenza vera e propria. La libertà non era una
porta che girava su cardini fissi e robusti, ma una palla che ruzzolava e che era presa allegramente a
calci da tutti coloro che desideravano svagarsi e da tutti coloro che tenevano il campo.
Con l'avvento del fascismo questo mondo è tramontato e la pratica giolittiana fu rovesciata proprio
nel giorno in cui veniva esaltata al cospetto della storia.
Dicemmo che con il mondo e la politica giolittiana venne anche rotto quel rapporto che esisteva tra
l'attività, e i diritti del parlamento e la corona. Giolitti aveva senza dubbio servito fedelmente la
Monarchia.
Il maggior merito della sua politica stava appunto nell'aver saputo accreditare la leggenda di una
monarchia eminentemente progressista, che non rifiuta il suo appoggio a nessuna trasformazione
sociale, che è capace di andare incontro alla democrazia come al radicalismo, al socialismo stesso,
insferendo il meglio di queste sue idealità nel campo delle sue realizzazioni.
In realtà la monarchia non poteva fare altro che svellere, dall'insieme di una concezione politica,
dei dettagli, dei punti programmatici e realizzabili, naturalmente snaturandoli, naturalmente, e
rendendoli effimeri.
Da ciò quel governo, o meglio quella serie di governi che ondeggiavano tra la reazione e la licenza,
alla mercé di tutti gli impulsi delle masse e di tutti gli intrighi di corridoio; i governi che contribuirono
enormemente ad accreditare quella pessima fama di cui gode la democrazia, e a far sorgere un
irresistibile impulso verso forme più decise ed energiche di politica e di reggimento.
Non è possibile, dicevano molti, e noi fra questi, che il corpo della nazione sia abbandonato alla
mercé di tutte le malattie che gli sopravvengono, fidando nella sua robustezza naturale, non è
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possibile lasciarlo oggi in mano al massimalismo scervellato e domani in mano al fascismo
prepotente, eliminando così, cinicamente, le une forze con le altre e chiamando la stanchezza, pace
sociale.
Questi impulsi, questi partiti, questi fermenti rivelano dei problemi; si affrontino i problemi e,
stabilito il modo di risolverli attraverso i principi dello Stato e la consultazione popolare, si risolvano
prontamente e decisamente.
Ma la politica di Giolitti e quindi la quintessenza della politica monarchica stava appunto in
questo: nell'eludere i problemi ed elidere le forze politiche che avessero una spina dorsale.
Nel tentativo di elidere il fascismo, Giolitti e tutta la sua politica tradizionale caddero bocconi.
La vecchia epoca è chiusa ed un'altra comincia, non solo per l'Italia come nazione, ma per la
Monarchia come fu sempre intesa dai vecchi partiti.
Giornali con tanto di barba monarchica conservatrice, o non si sono ancora pronunciati sulla
costituzionalità della soluzione fascista o hanno dichiarato abbastanza esplicitamente che l'istituto è
salvo solo nella forma ma profondamente mutato nella sostanza.
La sedicente destra attuale s'illude di essere tornata alla Statuto sic et simpliciter., Ma non basta
dire: torniamo al Quarantotto quando a quella data seguì Cavour e il sessanta; e quando il nostro
diritto costituzionale fu, attraverso la scienza e la pratica di cinquant'anni, una continua
collaboraevoluzione e, in un certo senso, una trasformazione della vecchia carta che si avvicinava
sempre più al classico diritto inglese. Oggi si vuole che il re governi, e in questa frase vi è un progetto
di riduzione dei diritti del parlamento.
Giolitti comandava al parlamento corrompendolo: oggi non si vuol più corromperlo, ed è bene, ma
lo si vuole violentare, si comincia anzi col violentarlo.
In ogni modo il vecchio equilibrio è spezzato e groasse battaglie si accenderanno su questo terreno,
durante le quali l'ultima ragione di esistere dell'istituto monarchico dileguerà. Tal sia di esso.
Al vecchio mondo che dilegua con i suoi uomini in un turbinoso tramonto non si rivolgono ormai
che dei vecchi interessi incanagliti.
Noi che lo combattemmo sempre ma respiriamo volentieri questa ardente aria di battaglia anche se
in essa si levano i fumi di un rogo dove bruciano alcune garanzie di libertà. Brucia con esse un mondo
di bassezze, di viltà, di incoscienza: le suppellettili di nemici che non avevano passione e che erano
per noi doppiamente disprezzabili.
Bruciano sul medesimo campo tante illusioni proletarie e soprattutto questa: che sianmo possibili
rivoluzionari verbali, senza l'ausilio dello spirito, senza la volontà diel sacrificio che, secondo una
immortale espressione, si possa risolvere il problema sociale come se si trattasse di un problema di
cucina.
Spirito ci vuole, onestà, fermezza, fede, sacrificio. Il proletariato deve formarsi un'anima eroica se
vuol fare la sua rivoluzione, deve guardare ai beni spirituali prima che a quelli materiali, e persuadersi
che senza questi beni la storia si subisce e non si attua.
Chi non è pronto a morire per la propria idea non è degno di alcun avvenire e nemmeno della
libertà.
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Pan
Dietro il carro del vincitore
“La Voce Repubblicana”, 16 novembre 1922
Noi abbiamo fama di essere intransigenti antifascisti, ed a questa nostra qualità ci teniamo molto,
anzi ci teniamo molto più ora, che il fascismo è, potremmo dire, arbitro della nostra vita. Non è per un
gusto estetico di fare dei bei gesti da ribelli che riaffermiamo la nostra posizione al partito trionfante:
è invece perché la nostra opposizione, anche quando per l’asprezza del linguaggio parve astiosa ed
unilaterale, fu sempre dettata da una profonda e sentita passione, da una fede radicata, da una visione
dell’interesse della Patria e del superiore ideale dell’Umanità che ha le sue scaturigini in un ardente
amore.
Possiamo ingannarci, ma non vogliamo ingannare, possiamo non comprendere ma non odiare per
bassi fini di parte. Con un tale spirito noi fummo avversari del fascismo e nulla oggi ci ripugna tanto
quanto certe revisioni, certi pentimenti, e il codazzo degli amici improvvisati dietro il carro vincitore.
Vi è molta gente che ieri parlava del fascismo con una mano davanti alla bocca, con certi modi che
pareva dovessero sospendere il corso del sole, mentre oggi non solo fa il lacchè al fascismo ed ai suoi
uomini non solo, ma ne esalta oltre ogni moderazione le idealità, l’energia, il patriottismo e del
movimento fascista spreme in un bicchiere il saporoso succo filosofico. Non vi è al mondo gente più
ignobile di questa genia di leccapiatti, che hanno un solo formidabile coraggio: quello di portare in
giro con bronzea disinvoltura una pretesa di rispettabilità. Noi fummo e rimaniamo avversari del
fascismo per le ragioni esposte numerose volte, con coraggio, attraverso un anno e mezzo di vita e di
attività giornalistica ardente e combattiva.
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S.B.T.I. Bovalino
Ciò premesso, a scanso di equivoci in mala fede, sentiamo che la nostra battaglia contro questo
movimento vulcanico e trionfante cambia aspetto ora che il fascismo non è più un partito, ma è lo
Stato, ha in mano le responsabilità e le fortune della Nazione. Oggi quanto ebbimo a dire altre volte
intorno alla sua inconsistenza ideale, alla sua mancanza di programmi, potrebbe apparire superfluo ed
ozioso dal momento che il fascismo è già alle prese con i formidabili problemi materiali della nazione.
Oggi esso non deve più promettere ma attuare, non deve più filosofare ma vivere, agire. In termini
concreti: pacificare l’interno, risollevare l’autorità dello Stato, dare una linea di dignità e di
moderazione alla nostra politica estera, risanare il bilancio, riattivare le industrie e la produzione,
riorganizzare le finanze, riordinare la burocrazia ed i servizi pubblici.
Perciò noi non vogliamo tentare di gettare dubbi ed incertezze intorno alla sua politica neppure
quando abbiamo il motivo di farlo. Il più formidabile nemico del fascismo ora che esso è passato al
governo è quell’atmosfera di attese messianiche con cui si rivolgono a lui tutte le classi sociali e tutti i
ceti cittadini. Venuto su da una rivoluzione, dopo quattro anni di semi-anarchia nelle leggi e
nell’amministrazione, insediatosi con propositi di rinnovamento sulle rovine morali e materiali di
vecchie camorre e di partiti decrepiti, esso ha acceso nei cuori degli italiani delle sperticate speranze.
Tutti aspettano non si sa che cosa, ma certo un qualche cosa che ripulisca, rifaccia e ringiovanisca.
Ora esso, pur troppo, è costretto a lavorare sui vecchi licci dello Stato monarchico burocratico, ed è
in un certo senso relegato alla rima obbligata. Non potrà quindi fare miracoli. In ogni modo c’è tanto
da fare in questa vecchia Italia tarmata e brancolante, che un partito giovane cheil quale assume il
potere in regime di larvata dittatura può fare molte cose buone nell’amministrazione e nella politica.
Attendiamo dunque con tranquillità, ed auguriamoci che esso possa con l’azione di governo
riparare in un certo senso alla sua povertà di contenuto.
Quest’azione di governo non possiamo giudicare ancora: nessuna linea né nuova né precisa si è
annunziata negli atti e nei propositi del nuovo governo, se una novità non è l’energia un po’ soldatesca
di certe circolari e di certi atteggiamenti. In altri termini, se i macchinisti sono più giovani e più
energici, la macchina è sempre quella vecchia che ansima ad ogni passo.
A noi, più che l’attività, dà da pensare la mentalità del nuovo governo.
E’ noto che alla base della nostra avversione al fascismo stava e sta l’avversione alla sua mentalità
troppo inneggiante, troppo eclettica, troppo nebulosa e soprattutto assolutamente monarchica e quindi
tirannica. Di questa mentalità sentiamo il fortore in mille dichiarazioni e in molti ufficiali
atteggiamenti del nuovo governo.
Prendiamo per esempio quello che si dice dell’ordine interno che il porro unum est necessarium
perché la ricostruzione si avvii.
Il presidente del Consiglio dichiara: la pacificazione avverrà, i fascisti ubbidiscono a me
ciecamente ed io voglio che ogni azione extralegale finisca: mi opporrò per ottenere ciò, e colpirò
anche i miei amici.
Che cosa significa tutto questo? che noi siamo alla pacificazione, che abbiamo condotte le forze
sociali a quell’equilibrio nel quale esse le contese si svolgono pacificamente senza contrasti
sanguinosi? Nemmeno per sogno. Significa invece che, governando Mussolini, i suoi amici ed il suo
partito, per non dar delle noie al governo, lasceranno vivere gli altri partiti, sospenderanno le
somministrazioni delle purghe gratuite delle purghe e delle bastonate, sempre che gli altri non abusino
della loro longanimità.
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S.B.T.I. Bovalino
Se per una ipotesi balorda, ed offensiva per il parlamento italiano, l’on. Mussolini non avesse più
la fiducia del parlamento e ridiventasse un semplice capo-partito ed un semplice deputato, l’Italia ad
un suo cenno potrebbe ricadere ipso facto, nella barbarie dei quattro anni ora trascorsi, che a vittoria
ottenuta, dispiace anche all’on. Mussolini.
Può dirsi tranquilla e libera una nazione quando la sua tranquillità interna, le stesse garanzie
elementari di sicurezza dei cittadini, dipendono dalla volontà di un capo - partito, sia pur esso capo del
governo?
Nella mentalità volontaristica dell’on. Mussolini, ch’è un volontaristico, esiste invincibile una
tendenza alla sopravvalutazione di un concetto di disciplina che somiglia maledettamente a quella che
praticano i preti quando ingozzano i loro scolari di latino e di colpi di ferula. A ciò aggiungete una
smodata sopravvalutazione di sé e del suo partito che eglisso identifica tout court con l’Italia. Con una
tale mentalità mezzo mistica mezzo patologica egliMussolini (e con lui il governo) agisce come se
discendesse direttamente dal Monte Sinai, portando sulle braccia le tavole segnate dal dito di Dio.
Non vorremmo che l’Italia fosse promossa a coniglio per gli esperimenti in corpore vili del
fascismo.
Queste nostre riserve di massima sono dettate da una vera preoccupazione ed è questa: che il
fascismo ci voglia, attraverso una finzione costituzionale, condurre ad una vera ed effettiva schiavitù,
ad una specie di sottomissione passiva, ad un cesarismo illuminato, in cui il governo maneggi il corpo
sociale, come una materia bruta, non nell’interesse di una collettività concreta di uomini, ma di una
entità astratta, letteraria, di un fantasma retorico al quale i perdigiorni possono sacrificare la verginità
delle loro muse, ma le plebi non hanno interesse di sacrificare nulla come non lo ha la civiltà.
Questo è quello che sentiamo il dovere di osservare, senza astio ma senza debolezze davanti al
fascismo diventato Governo.
Pan
L’emorragia dell’Italia
“La Voce Repubblicana”, 24 novembre 1922
Abbiamo detto che non vogliamo attaccare frontalmente l’attività del Gabinetto Mussolini, ciò che
del resto sarebbe praticamente inutile; perché le nostre parole al momento attuale avrebbero la sorte di
quella tale semente di cui parla la parabola evangelica. Una parte del seme cadde tra i sassi e non
germogliò.
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S.B.T.I. Bovalino
Quando l’opinione pubblica è falsata, violentata e disorientata com’è oggi in Italia, la critica non
ha alcuna efficacia. Oggi sulla nostra vita politica pesa il torpore e l’esaltazione di una sbornia
magistrale, e finché i fumi di questa ubriacatura non si saranno dissipati è vana ogni querimonia ed
ogni consiglio. Ci terremo, per così dire ai margini delle pratiche mussoliniane, ragionando sulle
generali di qualche problema enunciato nel programma ministeriale.
Per esempio dell’emigrazione.
Ricordo l’anno in cui preparavo la tesi di laurea. Mi ero rivolto al professore Roberto Michele,
allora libero docente di economia all’Università di Torino, ed attualmente titolare della cattedra di
Basilea, per avere un consiglio circa il tema da trattare, ed egli mi parlò a lungo e con passione del
problema della nostra emigrazione. Il Michele, che aveva acquistato non solo la cittadinanza, ma
anche l’anima di un italiano, non negava la necessità dell’emigrazione, ed in una certa misura anche il
beneficio che essa rappresentava per l’Italia la sua grande emigrazione, ma era preoccupato dal fatto
che numerosissimi emigranti non lasciavano, ma abbandonavano la Patria per non più ritornarvi né
ricchi né poveri. Non solo i più bisognosi, ma anche i più audaci, i più coraggiosi ed intraprendenti
lasciavano l’Italia: si costituivano fuori di qui una famiglia, si creavano degli interessi e delle fortune
e perdevano con la cittadinanza ogni legame anche spirituale con la Patria, anche spirituale.
L’emigrazione, diceva il Michele, ci manda in casa cinquecento milioni all’anno di lire, ma ci porta
via cinquanta mila cittadini che per noi sono definitivamente perduti. E’ un dissanguamento, una
emorragia che a lungo andare farà sentire i suoi effetti.
Invece della tesi propostami dal Michele ne scelsi un’altra, e feci male, ma il problema
dell’emigrazione mi occupò spesso la mente. Io, che appartengo ad una regione che nel periodo più
acuto del flusso migratorio mandò nelle Americhe fino ial settanta per cento dei suoi uomini atti al
lavoro senza rinnovarsi, anzi danneggiandosi moralmente e fisiologicamente, non arrivai mai a
persuadermi della necessità di un così immenso depauperamento delle nostre forze produttive. Noi
siamo in troppi, mi son sempre detto, non possiamo tutti vivere e prosperare sul nostro suolo, perché
la nostra razza è forte ed altamente prolifica, e l’Italia, pur avendo fama di essere la magna pars
frugum, non è abbastanza ferace per nutrirci. Ma abbiamo noi fatto, facciamo noi tuttoe quello che
sarebbe necessario fare per sfruttare, per mettere in valore interamente e compiutamente la nostra
terra? Non mi pare.
In una buona metà d’Italia l’agricoltura razionale non esiste, un terzo circa della Basilicata, della
Calabria e della Sicilia sono invase da latifondi incolti e mal coltivati, sfruttati a pascoli magri, o a
culture cerealicole con metodi primordiali. Abbiamo vastissime terre da risanare, tutti i torrenti e i
fiumi del medio e del basso Appennino da arginare, riscattando delle buone terre fruttifere, abbiamo
intorno a Roma un immenso pantano.
Riconosco anch’io la necessità di mandare all’estero una parte dei lavoratori ma non prima di aver
impiegati in casa nostra quelli che possono essere impiegati con profitto ed incremento specialmente
dell’agricoltura specialmente, che dovrebbe essere per noi il cespite maggiore della ricchezza. Finché
lasceremo la nostra agricoltura allo stato attuale, finché per non turbare i sonni dei grossi proprietari,
dei latifondisti, dei più esosi sfruttatori della proprietà privata noi lasciamo disoccupate le nostre
masse lavoratrici, l’emigrazione non può essere riguardata che come una emorragia defluente dal
corpo della Nazione, come una valvola di sicurezza, uno sfogatoio contro le forze del lavoro che nella
disoccupazione forzata sarebbero costrette a premere con tuttoe il loro peso sull’assetto economico
attuale e determinare, o in un senso o nell’altro, una modificazione.
Ora eliminare gli umori maligni da un organismo può essere buona terapeutica, ma aprire la via
liberarsi dialle forze vive non può produrre che indebolimento, specialmente quando queste forze vive
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S.B.T.I. Bovalino
sono eliminate per conservare un equilibrio vitale di intrinseca debolezza. E’ il caso nostro.
Perché la questione è tutta qui.
Noi dichiariamo disoccupati moltissimi lavoratori per non turbare la quiete degli sfruttatori della
proprietà. Ai contadini che combattevano si erano promesse le terre. Noi discutiamo Ben sappiamo
quanto di inganno, di demagogico vi era in questa promessa, ma pur spogliandola della sua
fraudolenza e della sua demagogia questa promessa poteva essere ottimamente mantenuta con grande
beneficio dell’agricoltura e della produzione.
Numerose cooperative di combattenti si erano costituite specialmente nel Mezzogiorno ed alcune
di esse avevano ottenuto, superandoattraverso un canagliesco ostruzionismo dei prefetti e di tutte le
commissioni provinciali, delle terre incolte o mal coltivate che avevano buone rese produttive. Tali
concessioni o furono ritirate prima dell’avvento del Ministero Mussolini, o furono abbondantemente
innaffiate nel sangue, (vedi i fatti recenti del comune di Casignana), e finalmemte vennero stroncate
con un primo significativo provvedimento del Ministro on. De Capitani che, a sentir lui ed il Duce,
rappresenta l’Italia di Vittorio Veneto. Come se l’Italia di Vittorio Veneto, anziché del FANTE, del
contadino, fosse quella dei latifondisti meridionali.
Ora, con l’inverno alle porte, con la disoccupazione crescente si sente più che mai la necessità di
aprire lo sfogatoio dell’emigrazione, e l’Italia rimane sempre la eterna proletaria che si dissangua per
vivere; eternamente incapace di chiarire il compromesso tra le forze nuove della Nazione e i privilegi
delle vecchie classi parassitarie.
Per fortuna la cosa non è tanto facile, poiché contro l’emigrazione in genere, e contro la nostra in
ispecie, molti mercati si sono premuniti e fra essi il più vasto e ricco di tutti: l’America del Nord.
Sebbene noi le mandassimo i nostri contadini e terrazzieri meridionali in nessuna parte, gente rotta a
tutte le fatiche ed a tutte le privazioni e quindi utilizzabili nei lavori più gravosi possibili, anche di
quelli essa ora vuol farne a meno.
Perciò, In ogni modo se i lavoratori del Mezzogiorno non emigrano in massa la colpa non è tutta del
governo, neppure di quello di Vittorio Veneto che ha assuntoa ufficialmente la tutela e la
rappresentanza dei combattenti.
La verità sull’emigrazione nostra è questa: l’Italia deve mandare una parte dei suoi lavoratori in
altre terre a lavorare, ma di tutti quelli che manda, una buona metà sarebbero impiegabili in casa
nostra, nella nostra agricoltura. Prima di aprire le vie dell’emigrazione, di promuoverla, si promuova
la trasformazione del latifondo, si costringa la proprietà a diventare altamente redditizia almeno di
quel tanto che le comporta il nostro clima e la qualità del nostro suolo, si costringano gli agrari
meridionali a fare patti colonici che diano pane e dignità ai lavoratori. Quando si sarà fatto tutto
questo si sarà fatto allora si aprano le porte all’emigrazione.
Ma le mie sono pretese malinconiche. Non avevano ragione i Gracchi quando volevano ricostituire
quella classe di soldati coloni che era stata la forza di Roma? Pure i Gracchi furono uccisi, e quel
perfetto fascista di Marco Tullio Cicerone qualche anno dopo tuonava che con le leggi agrarie si
voleva rovinare la repubblica. Per essere maestra della vita la Storia si ripete.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
Per l’azione futura
“La Voce Repubblicana”, 14 dicembre 1922
Negli articoli che ho letto fin qui sull’argomento, ed anche in quello notevole dell’on. Conti sul N.
280 della Voce, ho trovato delle buone cose, delle ottime idee e proposte, ma non ho trovato una cosa
essenziale: la posizione ideale rivoluzionaria, lo spirito rivoluzionario.
Si discute se a noi convenga organizzare una determinata classe di lavoratori, attraverso la difesa
dei loro interessi, se noi dobbiamo considerare come probabili amici gl’impiegati, i contadini, gli
intellettuali; si tracciano i limiti delle nostre possibilità organizzative e non si parla di un interesse
altissimo, il più alto e geloso per una nazione civile, che’ è oggi leso gravemente in tutto il popolo
italiano, e che apre la via alle più svariate e capricciose violazioni degli ’interessie materiali di tutto il
popolo italiano e. Non si pensa che il nostro compito, il nostro dovere, oggi più che mai, è quello di
accogliere la protesta, il grido di tutti quelli che subiscono la violazione più grave, quella della libertà,
attraverso la quale passano poi le violazioni e gli arbitri economici.
Non si pensa che oggi, in questi momenti di corruzione e di vigliaccheria collettiva, quelli che
conservano la fierezza e il coraggio di protestare sono pochi, ma domani saranno falangi, quando
gl’interessi colpiti saranno immensi e la corruzione del nuovo regime dittatorio sarà diffusa e quindi
tanto più odiosa per quanto più è pretenziosa e violenta.
Preoccuparsi di metodi d’organizzazione in un paese dove il parlamento è abolito di fatto, dove il
codice penale esiste soltanto per determinati cittadini, dove il capo del governo ha una sua milizia
particolare a sostegno della sua dittatura personale e di quella della sua parte,; parlare di democrazia
in uno stato dove le leggi finanziarie , le riforme tributarie, la politica estera sono fatte al di fuori e al
di sopra del parlamento, e dove si può dichiarare impunemente che la Camera vive al solo patto che
non eserciti le sue funzioni, ecco quello che io chiamo mentalità destituita di spirito rivoluzionario.
Perfino il Corriere della Sera ed è quanto dire! dopo l’insediamento dell’attuale governo, diceva su
per giù questo: “Noi siamo sicuri che gli uomini nuovi risolveranno molti problemi, ma prima di
rallegrarci per la loro azione futura, attendiamo di vedere che cosa farannoemo per il ritorno della
nostra libertà, poiché nessun beneficio, in ogni campo, potrebbe ripagarci dalla perdita di questo bene
supremo”.
Ora il Corriere della Sera si è tranquillizzato, perché la sua libertà, quella cioè di aiutare con
meticolosa pudicizia la dittatura e la reazione gli è stata resa intera, essendo essa più preziosa che
innociuva, ma non crediamo si possano tranquillizzare gli italiani che stanno sperimentando ogni
giorno, in mille occasioni, e, possiamo dire, con un esperimento decisivo nelle elezioni
amministrative, di quali e quante libertà si gode oggi nel nostro paese.
La verità è che oggi in Italia non può avere luogo una vera e propria lotta politica, perché né gli
individui né gli istituti possono usare di quelle libertà elementari senza le quali la vita politica non è
che una violenza arbitraria ed una oppressione.
Riconosco con immensa desolazione che oggi in Italia i problemi di libertà non sono sentiti, che
noi facciamo, in un certo senso, una figura un po’ comica ad occuparci di simili faccende e che
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S.B.T.I. Bovalino
l’esempio viene dalle classi colte e dilaga poi nelle più umili.
Abbiamo visto il parlamento dimostrare una insensibilità morale ripugnante, il giornalismo
vendersi o accucciarsi, la cultura levare ditirambi al nuovo Napoleone. Vediamo ogni giorno nuovi
partiti e nuove coscienze prostrarsi davanti al fatto compiuto, e molti uomini aderire alla tirannia sotto
il pretesto del patriottismo.
Costoro somigliano a quei mariti che conoscono le loro sventure coniugali e le sopportano, quando
non ci mangiano sopra, essi dicono, per non turbare la pace domestica.
Orbene in mezzo a tanta insensibilità, a tanto servilismo è necessario, è bello che noi difendiamo il
concetto di libertà anche se non saremo ascoltati.
Se non riusciremo in una primo tempo a farlo apprezzare, riusciremo in un secondo tempo. I
problemi della libertà possono sembrare in sé problemi astratti ma essi diventano subito concreti nella
pratica, quando vanno inevitabilmente a toccareno inevitabilmente gli interessi sociali delle categorie
più umili , sullelle quali le categorie privilegiate e soverchianti tentano di addossare il caricomondo
dell’amministrazione statale e dei bisogni sociali.
A questo noi ci siamo già, poiché il governo non potrà relegare la sua azione alle pose gladiatorie
dei primi giorni, ma dovrà pur mettersi all’opera per restaurare l’ordine, le finanze ed i servizi
pubblici.
E per far questo esso ha già dichiarato, anzi si è già accinto a colpire le classi povere, eo soprattutto
il lavoro, riservando costituendo un vero e proprio privilegio ai redditi del capitale.
E poiché tutto questo vien fatto in regime di pieni poteri, senza il consenso delle masse popolari
(non si vorrà gabellare, speriamo, come consenso libero quello del parlamento) ne deriva che tutta
l’azione del governo avrà i caratteri di una vera tirannia di classe e non tarderà a scatenare delle
proteste e dei contrasti formidabili.
Ecco della materia incandescente da utilizzare per la nostra azione futura. Non meno oscura è la
politica estera (?)del regime, che dalla abolizione dell’articolo 5 sta passando alla censura
preventiva in tempi normali.
Dove ci condurrà questo empissimo trionfo faccendiero non lo sappiamo, ma non è difficile
prevedere anche delle gravi complicazioni nella politica internazionale. L’Italia si è associata alla
Francia per tentare lo sfasciamento della nazione germanica e non sarà difficile vedere quanto prima i
nostri bersaglieri accanto ai senegalesi nelle provincie renane alla ricerca di quelle indennità che la
Germania non può pagare perché le manca la possibilità materiale.
In una parola: noi prevediamo tempi sempre più torbidi, perché mai dalla tirannia e dalla
ingiustizia germinarono la pace e la prosperità e perciò riteniamo doversi tenere acceso lo spirito
rivoluzionario, per investire al momento del redde rationem l’istituto responsabile e frantumarlo
definitivamente.
La nostra vigilanza su questo punto deve essere implacabile per non permettere più alla monarchia
il suo vecchio gioco cioè gittare a mare i partiti che l’avevano asservita, quando essi avranno fallito il
loro scopo. Oggi questo gioco non dovrebbe essere reso più possibile, perché con la rivoluzione
dell’Ottobre l’istituto monarchico mutò radicalmente la sua funzione storica, rinnegò la sua tradizione
mercé la quale era riuscito a carpire l’adesione del vecchio spirito rivoluzionario che abbracciava, con
una linea media comune, dai cavouriani ai mazziniani, tutti coloro che provenivano dalla democrazia
e dal liberalismo.
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S.B.T.I. Bovalino
Con l’avvento del Fascismo al potere, la monarchia cessa di essere un istituto equilibratore tra i
partiti, una garanzia per le libertà costituzionali, per diventare uno strumento di classe e di partito.
Questo noi dobbiamo illuminare, e dimostrare educando gli spiriti ad un indomito spirito
rivoluzionario. Per seminare questo seme, ogni categoria, ogni classe è buona, dovunque vi è una
protesta, un arbitrio, una ingiustizia, quivi dovremo trovarci noi, reclamando per questo disgraziato
popolo italiano , secondo lo spirito del Risorgimento, un diritto di cui godono ormai anche i turchiL:,
quello di governarsi da sé, secondo lo spirito del Risorgimento.
E’ necessario perciò rigettare come pericolosi i suggerimenti di acquiescenza, di sottomissione
sotto il pretesto dell’amor patrio. La Patria noi l’amiamo perché ci garantisce ogni libertà, altrimenti
non possiamo amarla, e se altri la riduce ad una prigione noi abbiamo il dovere di spezzare con la
fronte le sbarre di questa prigione e renderci liberi.
Partendo da questa posizione ideale, rivoluzionaria ci domandiamo: bisogna svolgere la nostra
azione predicando alle turbe o organizzare le forze che vogliamo utilizzare in una azione futura?
A mio avvivo Ddobbiamo inquadrare le forze del proletariato. Le idee dello Schiavetti in questo
campo sono idealmente molto delle più pure idealmente ma sono, a mio giudizio, sterili. Lo Schiavetti
vuole che noi ci avviciniamo e predichiamo al popolo, ma il popolo perché ci ascolti deve accorgersi
che non solo lo esortiamo a soffrire, predicandogli il dovere, ma lo aiutiamo a combattere.
L’organizzazione è uno dei principi fondamentali del nostro partito e non comprendo perché noi
dovremmo rifuggervi per attenerci ad una pratica strettamente pedagogica. Anzi, nel campo sindacale
noi dovremmo portare quell’ardore idealistico, quello spirito fiero e combattivo ch’è proprio della
nostra tradizione e della nostra dottrina; dovremmo formare nel proletariato quello spirito eroico senza
il quale la sua redenzione è un’utopia, perché la fame rende bestiali, non eroi.
Organizzazione dunque, in tutti i campi, preparazione con la stampa, attraverso i sindacati, nelle
istituzioni di cultura di quello spirito di opposizione guerriera e risoluta contro la monarchia che dovrà
essere utilizzato quando l’esperimento tirannico in corso darà i suoi frutti.
Queste sono le mie idee per l’azione futura.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
Pacificazione interna
“La Voce Repubblicana”, 16 dicembre 1922
Il Governo si dichiara soddisfatto della situazione politica all’interno. Difatti da qualche tempo
sono grandemente diminuiti i conflitti sanguinosi, le rappresaglie, le invasioni e gli omicidi politici,
nonostante che la sorveglianza preventiva sia stata completamente abolita. Qua e là qualche violenza
sporadica, si verifica ancora, qualche dose di olio di ricino viene ancora somministrata, ma in
generale, si può dire che viviamo in un momento di calma, sia pure apparente, ma sempre
tranquillizzante.
Come è avvenuto tutto ciò e così rapidamente? Chi ricorda il Popolo d’Italia del periodo
antecedente al colpo di stato, sa che i conflitti giornalieri, le rappresaglie erano tutte dovute a giusta
ritorsione da parte dei fascisti, i quali erano inevitabilmente colpiti in ogni loro manifestazione dalla
vile imboscata e dalla vile provocazione. Ora di punto in bianco, con una sorveglianza enormemente
diminuita, e con una aumentata comprensione da parte dei fascisti, ecco che i sovversivi sospendono
immediatamente le imboscate e le provocazioni, ed in un batter d’occhio, per la taumaturgica virtù del
nuovo governo, l’atmosfera della politica interna si rasserena.
Non aveva, dunque, torto quel deputato sardo quando, nel suo coraggioso discorso, in risposta a
quello del presidente del Consiglio disse: “La storia dirà quanta parte di responsabilità spetti alla
situazione politica in genere, e quanta al partito fascista per l’indebolimento dell’autorità statale e il
turbamento dell’ordine pubblico durante il biennio 1921-22”. Ora si chiarisce quanta buona fede e
quanta verità vi era nella stampa filofascista e nel Popolo l’Italia specialmente, quando addossavano
la colpa dei continui conflitti politici al sovversismo.
Ma siamo veramente alla pacificazione? Sarebbe ingenuo illudersi. La pace e la calma attuale non
è che apparente. Sotto la cenere è il fuoco. La pacificazione attuale può ben chiamarsi la pacificazione
della paura. Il fascismo ha ridotto a zero la libertà dei partiti avversari: essi hanno il diritto di vivere,
in quanto, o sono assolutamente innocui, o rinunciano a qualunque manifestazione di vitalità. La
prova di questo l’abbiamo nella cronaca delle elezioni amministrative, nelle quali, salvo che nelle città
grandissime città come Milano, le elezioni si son fattenno con gli organi del fascismo militare
mobilitati, e quindi con, alle costole, migliaia di squadristi alle costole, e costoro,che dove stazionano,
annullano ipso facto, ed automaticamente l’autorità di pubblica sicurezza. E’ così che in quasi mezza
Italia i municipi popolari e socialisti furono conquistati alla carica dal fascismo.
Questo stato di fatto potrebbe e dovrebbe determinare delle reazioni, ma la stanchezza è immensa,
il proletariato è sfiduciato, senza capi, e senza preparazione a qualsiasi genere di lotta violenta, mentre
gli avversari, oltre che alla loro formidabile organizzazionepreparazione particolare, oggi hanno nelle
loro mani lo Stato con tutti i suoi poteri difensivi ed offensivi. E’ naturale dunque che l’istinto di
conservazione unito ad una considerazione d’ordine pratico- l’evidente inutilità di ogni reazione
violenta- attutiscae gli spiriti di ribellione e ci diaà questa torva e grigia atmosfera di acquiescenza che
fa male al cuore.
Due fiori malvagi potrebbero fiorire in questa atmosfera tempestosa di pacificazione: l’attentato
dinamitardo e la società segreta. L’Italia non ha dunque la sua pacificazione interna e non l’avrà fino
al giorno in cui non saranno ritornati i presupposti di ogni pacificazione sociale: la giustizia e la
libertà. Ma prima di tutto bisogna domandare a noi stessi attraverso un chiaro e fermo esame di
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S.B.T.I. Bovalino
coscienza, se noi tendiamo alla pacificazione, o al ripristino della libertà. Se alla prima cosa, vestiamo
il saio, dedichiamoci alla negromanzia, alla ricerca della pietra filosofale e perverremo rapidamente
alla pacificazione eliminando la nostra opposizione materiale ed ideale. Invece di fondare e di
mantenere in vita dei partiti aumentiamo il numero dei penitenti e dei conventi.
Se invece vogliamo combattere per il ritorno della libertà, allora bisogna persuadersi che chi
combatte, corre dei rischi e che senza rischi è stupida anche la vittoria. Io, quando l’altro giorno lessi
la lettera di Raffaele Rossetti sulla Giustizia quasi piansi di consolazione. Vi è dunque ancora
qualcuno in Italia, e non degli ultimi, che osa levare la sua voce, che non ha paura di essere bastonato
ed ucciso per la propria idea? E pensai, che se tra gli uomini rappresentativi ve ne fossero anche solo
duecento in Patria che avessero il coraggio di esprimere la loro opinione, di opporsi alla marea che
ingoia tutto, la riscossa sarebbe vicina.
Lo spettacolo però più degradante, oggi non è quello che danno gli oppressi, ma i convertiti, non
quello degli operai percossi, ma quello dei paperi politici che fanno la ruota intorno al governo,
spiando e magnificando ogni atto ed ogni pensiero, quello di certi uomini, che, da una guardinga
opposizione, oggi sono passati ali servizio del fascismo, rinunciando a quello che è il maggiore
orgoglio di un uomo politico: la difesa delle proprie idee.
La pacificazione il Governo l’ottiene e tende ad ottenerla così, eliminando con le buone o con le
cattive le opposizioni, e legittimando con una tinta di democrazia e di costituzionalità un reggimento
arbitrario e personale. Noi non aderiamo e non dobbiamo aderire a questa pacificazione. E’ così bello
– moralmente intendo, non esteticamente – essere soli a sostenere un’idea, a gridare contro una
ingiustizia, e tanto più bello, quanto più siamo soli. Questa passione di cui sanguina il mio cuore,
scriveva Emilio Zola nella prefazione ad Una Campagna, io l’adoro, e tutto darei per essa.
E’ necessario non confonderci con la marmaglia dei convertiti ed attendere: la nostra ora verrà,
intendo l’ora della nostra idea, non delle nostre persone. Noi non siamo che servi devoti dell’idea e le
idee sono come i figlioli: si amano di più quandose danno più dolori.
Pan
L'esperimento
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S.B.T.I. Bovalino
“La Voce Repubblicana”, 16 febbraio 1923
Nel 1920, durante l'imperversare del più becero massimalismo parolaio, una mattina, viaggiando
da Genova a Milano, incontrai in treno un mio amico, professore, molto intelligente e molto quotato
nell'ambiente socialista.
Attaccammo discorso naturalmente sulla situazione politica.
Alla Camera in quei giorni si era discusso, ed era stato sommerso, per opera dei socialisti, un
tentativo dell'on. Nitti di elevare il prezzo del pane, e l'ambiente massimalista era in rumore contro
l'on. Casalini che col suo ordine del giorno moderato, aveva ottenuto dal gruppo parlamentare
socialista trenta voti contro i trentuno ottenuti adall'ordine del giorno dell'on. Donati.
- Ma insomma - dissi io al mio amico - dove vogliamo arrivare con questa opposizione scervellata
ed inconsistente? Io deploro che uomini come te, influenti in seno al partito, non si adoperino per dare
una linea, un contenuto preciso a questa opposizione. Nelle Camere del lavoro e nei circoli socialisti
voi vi siete lasciati prendere completamente la mano, completamente, da una manica di imbecilli
facinorosi, spesso semi-analfabeti ai quali voi intellettuali avete inculcato, senza accorgervene, la
spirocheta della retorica. Cotesti beceri tra un diciarebbe e un compagno la quale conducono il partito
alla più scema delle perdizioni. Io so che tu e molti altri come te non siete d'accordo con costoro:
Perché non reagite?
- Caro mio, - rispose l'amico, facendosi piccino piccino, non abbiamo nulla da fare;, le masse sono
nelle mani dei massimalisti e noi siamo tolleranti in quanto ci adattiamo alla loro predicazione.
Bisogna lasciar fare al massimalismo il suo esperimento.
- Può darsi che tu abbia ragione - ripresi - ma la cosa è molto triste e pericolosa. Gli esperimenti i
medici li fanno sui cani, sui conigli o sui porcellini d'India. Se non riescono il danno è lieve;, voi li
fate sul popolo e le conseguenze saranno quanto mai dolorose e terribili. Guai se la società dovesse
diventare campo di esperimenti per le ideologie e pseudo ideologie di minoranze faziose. Del resto ciò
avviene perché di idee fisse e precise non ne abbiamo più e andiamo tutti a tentoni.
Intanto il treno giungeva a Milano. A Porta Nuova ci lasciammo con molta malinconia, e non ci
trovammo più sino al 1922 sul treno Milano-Roma. Quando ci vedemmo quel tale esperimento aveva
portato i suoi terribili frutti, e già le condizioni della libertà in Italia erano tali che il nostro dialogo
avvenne in un corridoio e a bassa voce.
- Ebbene gli chiesi, hai visto a che cosa siamo pervenuti?
- Non me ne parlare rispose: e il peggio deve arrivare ancora.
Il peggio è arrivato: siamo ad un nuovo esperimento: quello fascista. Anche oggi i giornali e gli
uomini che vogliono velare con un eufemismo la propria vigliaccheria dicono che questo è un
esperimento che bisogna lasciar svolgere in piena libertà, prima di tutto perché non è possibile in
alcun modo opporvisi, e poi perché vi sono in esso delle promettenti possibilità.
Noi oggi come ieri eleviamo il nostro ammonimento e diciamo: Badate bene che gli esperimenti si
fanno sugli animali, non sui popoli. Quando si fanno sui popoli, sono essi stessi che debbono
consentirli in piena libertà, o chi li compie si assume una ben tremenda responsabilità.
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S.B.T.I. Bovalino
Ma ormai è convenuto che nessun limite si debba o si possa opporre all'esperimento fascista, e che
questo esperimento debba essere condotto non secondo un piano prestabilito, ma secondo il capriccio
o il senno - a seconda dell'umore - di un uomo che non ha che titoli ben scarsi per una sì alta bisogna.
Essendo l'Italia una malata in condizioni disperate, il medico dell'opinione pubblica l'ha abbandonata,
un po' per paura, un po' per disperazione, all'on. Mussolini il quale con la prestezza e la goffaggine di
un flebotomo si è rimboccatoe le maniche e la sta riducendo peggio di un Ecce Homo.
Proprio così, o turiferari miserabili del rinnovamento fascista, il Governo che oggi mena la scure
sul tronco della nostra amministrazione e legislazione dà, nella sua inesperienza, dei terribili colpi nel
cuore dell'albero, nei principi e quando l'opera sarà finita avremo di che ridere. Esaminiamo.
Gli atti principali del Governo fascista, se non c'inganniamo, sono i seguenti: 1° Abolizione di fatto
del Parlamento nazionale; 2° Costituzione del Gran Consiglio fascista; 3° Creazione della milizia
Nazionale; 4° Riforma burocratica; 5° Riforma tributaria; 6° Amnistia.
In progetto abbiamo: 1° Modificazione della legge elettorale; 2° Riforma del Codice Civile e
Penale; 3° Consiglio della produzione, in via di attuazione.
Esaminando a prima vista tutto questo bagaglio di riforme, le quali rispondono per altroe a vecchie
necessità ed a vecchi tentativi, a prima vista si è indotti a credere che il Governo abbia veramente fatto
un lavoro enorme e sia sulla via di risolvere i problemi più vasti che interessano la vita nazionale. Ed
in verità bisognerebbe essere dei settari volutamente ciechi e maligni per non riconoscere che qualche
cosa di buono, di forte e di serio si sia attuato o stia per attuarsi.
Ma le riforme del Governo fascista debbono essere divise in due categorie, quelle economiche eo
prevalentemente economiche di cui il fascismo non fu che l'attuatore, essendo esse nei programmi dei
partiti e dei governi passati, o derivando la loro origine da discussioni di giornalisti e di competenti in
materia, e quelle prevalentemente o ed esclusivamente politiche, ed in queste, perché tutte sue, il
fascismo ha importatoe le caratteristiche più spiccate della sua mentalità: l'illegittimità, la violenza, la
ingiustizia, la impreparazione, la superficialità.
Si abolisce di fatto il Parlamento (vi è ancora qualche imbecille in Italia che si senta rappresentato
a Montecitorio da un suo deputato nella sua qualità di cittadino?) per sostituirlo con che cosa?
Con il cesarismo illuminato dell'on. Mussolini. Si costituisce in funzione di organo politico,
accanto, anzi al di sopra del parlamento, un Consiglio composto dagli uomini
più eminenti di un partito, e questo Gran Consiglio funziona come un vero e proprio corpo
deliberativo della politica del paese. Sotto i dettami di esso si costituisce un corpo armato, o meglio si
legalizza l'esistenza di un esercito rivoluzionario al quale si assegnano denominazioni e compiti
nazionali, mentre esso non ha alcuna funzione specifica di carattere nazionale.
Di più, si recluta questo esercito fra gli aderenti ad un solo partito e gli si assegnano le funzioni più
delicate a cui può essere chiamato un corpo ed un cittadino: funzioni di polizia e di pubblica
sicurezza.
Vi può essere una più triste e scervellata svalutazione della legittimità e dell'autorità dello Stato?
Con questi provvedimenti il Governo fascista ha svalutato non solo gli istituti come il erano in
Italia, già svalutati per se stessi - Parlamento, il Consiglio dei Ministri e gli organi di Pubblica
Sicurezza -– organismi che, per altro, in Italia, erano già svalutati per se stessi –ma, ciò che è più, ha
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S.B.T.I. Bovalino
svalutato i principi su cui questi istituti si fondavano ed in questo, appunto, il lavoro del fascismo è
terribilmente rivoluzionario.
Che cosa è nel nostro diritto ed in quasi tutto il diritto europeo il Consiglio dei Ministri? E' un
consesso di segretari del potere esecutivo che si assumono le responsabilità, davanti al Parlamento e al
Paese, degli atti di esso potere. Che cosa è diventato il nostro Consiglio dei Ministri? Una classe di
asini costretti ad assumersi la responsabilità degli atti di un uomo e delle deliberazioni di un organo di
partito che non deve rispondere a nessuno.
Che cosa dovrebbero essere gli organi di la pubblica sicurezza? Una organizzazione militarizzata o
no, d’individui al servizio dello Stato, reclutati dietro determinate garanzie, che non esercitano e non
possono esercitare altra attività che quella di sorvegliare perché le leggi e segnatamente il Codice
penale, non siano violati a danno della quiete pubblica e dei privati cittadini. Questa funzione così
delicata ed importante viene ora delegata a dei privati cittadini, appartenenti ad un determinato partito
che i quali spesso sono dei minorenni, che esercitano le loro professioni e i loro commerci in
concorrenza con altri, che non hanno né garanzia, né obblighi e non danno garanzie, e che esercitando
le loro funzioni di polizia nei luoghi stessi dove esercitano i loro mestieri ed hanno i loro interessi e
che possono perciò essere tratti quasi fatalmente a servirsi della loro qualità di funzionari pubblici per
esercitare delle vendette personali.
Chi se n'è accorto di tutto questo in Italia? Nessuno.
Vogliamo parlare della riforma burocratica? Che la riforma fosse da attuare, nessun dubbio; ma nel
modo in cui tende ad attuarla il governo fascista, il criterio politico tende a sopraffare, in modo totale
e fondamentale, il criterio amministrativo, e anche qui tramite gli arbitrii e, con le persecuzioni, i
favoritismi e soprattutto con il disprezzoando delle leggi che garantiscono lae posizionei del pubblico
funzionario, si arriva a distruggere un altro fondamento dell'amministrazione: la fedeltà dei suoi
servitori. Se un Governo può gittare a mare un funzionario in barba. alle leggi, secondo le quali egli
prestò giuramento, perché il giuramento stesso deve conservare il suo valore?
Chi garantisce i superstiti di oggi, che domani un altro Governo non distrugga quello che oggi è
stabilito come intangibile?
Vogliamo parlare della amnistia che svaluta in pieno il potere che la emana? Vogliamo parlare
della riforma tributaria in cui l'empirismo si accoppia alla partigianeria, e lo Stato è paragonabile ad
un’a arnia in cui le api operaie pagano tutti i tributi ed i pecchioni godono beatamente i loro privilegi
di riproduttori?
Terribile cecità!
Quando l'esperimento fascista sarà terminato non resterà in piedi un solo principio del vecchio
Stato, che pur con tutti i suoi difetti e le sue manchevolezze era il frutto del lavoro politico ed
ideologico di due secoli. Che cosa avremo al suo posto? Il pensarci solamente mi mette il freddo nel
sangue.
L'on. Mussolini non dice: Dopo di me il diluvio, ma lo prepara. E sarà un diluvio senza precedenti.
Pan
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S.B.T.I. Bovalino
LA POLITICA ESTERA DEL FASCISMO
Guapperia C
“La Voce Repubblicana”, 26 Settembre 1923
Quali sono le caratteristiche della politica estera inaugurata dall'on. Mussolini? Bisogna
distinguere, per questa polemica, due aspetti di essa: l'aspetto ufficiale e quello ufficioso. Ma badate
bene che, se noi per la serietà del nostro esame, facciamo questa distinzione, non la fanno affatto
all'estero, specialmente nel campo dell'opinione pubblica. All'estero, dato il loro carattere di
ufficialità, alcuni giornali, che in Italia, a quanto si dice, indennizzano i propri compratori, hanno oggi
come oggi, ed in politica estera, più importanza del Corriere della Sera. Cosicché le scemenze dello
Impero e le spacconate pacchiane e partigiane del Popolo d'Italia fanno testo. Questi organi ufficiosi
quindi compromettono quel tanto di moderazione che è nella politica estera dell'on. Mussolini.
Questi, assuntosi il peso delle responsabilità, ebbe l'avvedutezza e la prudenza, di correggere molte
delle sue vedute di politica estera e subito dopo i primi attacchi al suo governo d in un certo caso
cercò di tranquillizzareò l'opinione pubblica europea, con i primi attacchi al suo governo. Ma poiché
la politica estera, in questo critico momento, può dare più noie che glorie, e Mussolini si trovò, quasi
direi quasi tatticamente impacciato dal suo buon senso.
La mentalità fascista irrequieta, immaginosa, letteraria, messianica, non puòoteva tollerare che il
Duce, alla Consulta, cammini in pantofole. Perciò Mussolini mentre nello stesso tempo, che negli atti
ufficiali va cauto, con quel suo lavoro d'intelligente propaganda circolante, non lascia alcuna
occasione per far balenare agli occhi delle legioni, abituate ahimè! alle glorie della marcia su Roma, le
ali di altre vittorie, di altre conquiste. Ammonisce in quei discorsi i venti e le nubi, ruotando gli occhi,
inarca i muscoli e gridando, come un giorno faceva Guglielmo II: Qui ci sono io!! ...
In una parola fa il guappo per tenersi in carattere coi suoi amici e col suo partito.
Ed ecco la petulante, compromettente caratteristica della nostra politica estera. Noi facciamo i
guappi, abbiamo l'aria un po' tartarinesca e un po' mafiosa di chi cerca di attaccar briga, non fosse
altro che per far vedere che è robusto e che ha dei pugni sodi. A rendere impopolare e insopportabile
questo atteggiamento all'estero, aiutano mirabilmente uomini come l'on. Giunta p. es., o giornali
come l'Impero, il Popolo d'Italia, l' Idea Nazionale.
Tutti i luoghi comuni della bizantineria letteraria sono buoni per eccitare la già nervosa compagine
della nostra gioventù, e mentre si crede di ingarbugliare il sentimento patriottico, s'ingrandisce
all'interno la mentalità esaltata e retorica del nazionalismo ed, all'estero, l'avversione per la nostra
nazione presentata come avida di avventure e di contese.
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S.B.T.I. Bovalino
Il giornalismo ufficiale che, più che a fondare la grandezza della Patria, pare affaccendato a gittare
le basi di una nuova dinastia di conquistatori, parla a tutto spiano di popolo eletto (anche questo
residuato del visconte Gabineau abbiamo imparato dai tedeschi), di superiorità della nostra razza, di
aquile imperiali e di simili oscenità.
Questa maniera di trattare dall'alto in basso popoli più potenti, più ricchi e più civili di noi è di una
petulanza sconcertante; irrita anche i nostri migliori amici. La letteratura è una bella cosa, ma quando
è portata nella politica è una delle forme più nauseanti del ridicolo ed in questa singolare forma di
ridicolo l'Italia ufficiale ed ufficiosa gavazza fino agli occhi.
Gridando ai quattro venti che vogliamo essere rispettati, valutati, ammirati ecc., siamo diventati
antipatici a tutti. Ho letto in questi giorni delle frasi sui giornali ufficiosi, delle frasi e delle
constatazioni di fatto da far accapponare la pelle, che invece vengono scodellate al pubblico con una
incoscienza che fa paura. “Ci siamo accorti, dicono costoro, “che abbiamo pochi amici in Europa, che
siamo quasi soli, che la Francia, su la cui sull’adesione armata ed interessata della Francia non
bisogna illudersi, che tutte le nazioni, grandi e piccole, ci sono state contrarie nella nostra vertenza
con la Grecia.” E vi pare poco, signori della stampa gialla? Vi pare un buon risultato per la politica
estera del nostro Governo?
Ora noi ci domandiamo: come avvenne che essendo l'Italia l'offesa, reclamando essa unala
riparazione giusta, riconosciuta tale da tutto il mondo, siamo riusciti ad alienarci la simpatia di tutti i
governi e di tutti i popoli? Evidentemente la giustizia delle riparazioni da noi richiestea venne
offuscata dalla inurbanità, dalla prepotenza, dal tono sconcertante con cui il nostro Governo le ha
formulate.
LAll'estero si è dispostio a riconoscere la giustezza di un nostro diritto, non ad ammirare i gesti
gladiatori di un uomo che è tratto da necessità di politica interna a forzare il tonio ed a varcare i limiti
che ogni buona e serena diplomazia deve assegnarsi sotto pena di ostracismo.
Soprattutto ha urtato mezzo mondo la considerazione quasi ingenerosa che l'on. Mussolini ha
sentenziato con tanto furore proprio contro la Grecia, popolo petulante e fastidioso, sì, ma piccolo e
rovinato quasi completamente da una sconfitta recente e da un cronico malgoverno.
Anche questa sproporzione di forze tra l'offensore e l'offeso ha indispettito molti.
Ma tutto questo non interessa il Fascismo. Esso è inebriato, ha bisogno di espandersi, di fare
ammirare la sua prestanza, il suo coraggio, e pare voglia ripetere la frase fatale della Germania del
1916: “Più saranno i nemici, più sarà la gloria”. E furono sorbe!.
Adagio, dunque, ragazzi, freno ai nervi e alla lingua. La politica estera non si fa esponendo sopra
ogni piazza le polveri asciutte, non si fa mostrando i pugni e squalificando in interviste, di molto
discutibile gusto, le amicizie storiche, che non si possono sono affatto liquidare come “frasi
convenzionali”.
L'on. Mussolini disse in un momento di cattivo umore parlando dell'Inghilterra: “Spero che questa
lezione cocente di realismo politico guarirà molti italiani di certo loro amore per le frasi
convenzionali”. La stampa ufficiosa naturalmente, con la superficialità che la distingue, applaudì il
Duce. Ma c'è da sorridere molto amaramente davanti ad un giudizio come questo.
L'amicizia tradizionale tra l'Italia e l'Inghilterra fu una frase convenzionale? Lo è ancora oggi? E'
quello che vedremo.
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Lugano, settembre 1923
Paolo Albatrelli
L'effimero trionfo della Francia sulla Germania
Vittorie di Pirro C
“La Voce Repubblicana”, 11 ottobre 1923
La stampa italiana, quasi unanime, ha considerato la caduta definitiva della resistenza tedesca e la
resa a discrezione del Reich, come una grande vittoria di Poincaré, ed anche l'on. Mussolini in una
intervista ha magnificato la tenacia del primo ministro francese.
Noi crediamo invece che cotesta pretesa vittoria sia un cattivo affare per la Francia, frutto di quella
sciagurata politica nazionalista che minaccia di annullare il miglior risultato della guerra mondiale: la
caduta della dinastia e della classe dominante militarista in Germania e la sua sostituzione con una
democrazia operaia. Noi crediamo che, se questa avesse potuto consolidarsi oltre il Reno, ciò avrebbe
equivalso, per la Francia, ad un contratto d'assicurazione.
Naturalmente questo nostro modo di vedere, per i realizzatori del nazionalismo, è una puerilità da
idealisti, una ingenuità da poeti mancati; ma non è la prima volta che i realizzatori, senza scrupoli e
senza morale, cadono con la fronte per terra, davanti alle utopie della giustizia e del buon senso.
Per chiarire il nostro pensiero, rifacciamoci al trattato di Versaglia.
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S.B.T.I. Bovalino
La Francia, nonostante la vittoria schiacciante e totale sulla Germania, non si presentò affatto
tranquilla al tavolo della pace. La principale sua preoccupazione fu quella di assicurarsi delle garanzie
per l'avvenire, perché la sua secolare nemica, per quanto prostrata e disfatta, rimaneva sempre più
forte di lei. Se avesse potuto, essa avrebbe fatto all'impero tedesco il trattamento che Roma inflisse a
Cartagine, ma questo non era possibile anche per l'opposizione delle altre potenze dell'Intesa; ed allora
essa chiese ed ottenne un impegno difensivo da parte delle due più potenti firmatarie, l'Inghilterra e
l'America. L'America indignata per il carattere canagliesco della pace, dopo tanto sangue e tanto
sciupio di promesse ideali, non approvò l'operato di Wilson; e poiché la garanzia inglese era
subordinata a quella americana venne anche essa a mancare.
Allora la Francia si trovò più nervosa che mai. A cosa era valsa dunque la guerra? Quali erano i
suoi frutti? Le soddisfazioni coreografiche di Versaglia, lo spettacolo triste della Germania chiamata
nella persona di Walter Ratenau a discolparsi come un delinquente comune, la riconquista dei bacini
carboniferi lorenesi? Tutte belle cose, e dolcemente parlanti all'orgoglio francese, ma la Germania era
sempre in piedi, ferita, ma sempre formidabile e terribile, e la Francia rischiava di trovarsela davanti a
breve scadenza senza poter contare sopra un aiuto sicuro.
Fu allora che la politica poincarista apparve ai Francesi come una necessità. Se i nostri amici ci
lasciano soli, non s'immischiano nei rapporti nostri con la Germania. Noi l'abbiamo lasciata in piedie,
cedendo alla tesi anglo-americana, perché costoro ci avevano promesso delle garanzie; dal momento
che tali garanzie non esistono più ci garantiamo come possiamo, ed il miglior modo di garantirci è
quello di ridurre in frantumi la nostra nemica, di annullarla politicamente ed economicamente e di fare
del popolo tedesco un popolo di schiavi e di mendicanti disperati.
Questo il piano folle del nazionalismo francese; e diciamo folle, non perché esso sia inumano ed
incivile - in politica non riconosciamo sentimentalismi - ma perché esso è inattuabile e partorisce
effetti assolutamente contrari a quelli che è destinato a produrre. Pretendere di distruggere un popolo
di sessanta milioni di abitanti, con una educazione nazionale, una tradizione, un'arte, una cultura di
primissimo ordine; pretendere di trasformare attraverso l'oppressione, la fame, l'umiliazione, una
razza guerriera in un immenso ghetto di mendicanti, nel centro d'Europa, è tale una idea pazzesca, che
solo i nazionalisti possono concepire. Se anche la Francia riuscisse nei suoi tentativi separatisti, non
risolverebbe affatto la questione; peggio poi se gittasse la Germania nelle braccia del bolscevismo.
Bisogna tener presente che il bolscevismo non è niente affatto smidollato come il vecchio
umanitarismo socialista d'infelice memoria; il bolscevismo è una teoria guerriera, e senza indugiare un
istante, il giorno in cui pervenisse al potere, farebbe suo il programma dei nazionalisti e si
preparerebbe alla guerra. Prova ne sia il fatto che in Germania i battaglioni comunisti di Radek
marciano cantando la Marsigliese accanto ai seguaci di Hitler.
Il signor Poincaré vede capitolare il governo, non il popolo tedesco, e questo è il punto nero della
vittoria.
Intanto si parla apertamente di ritorno della Monarchia, ed il nazionalismo tedesco prende il
sopravvento sul pacifismo operaio. Il militarismo e la lotta disperata per l'esistenza si presentano come
il solo rimedio contro tanti mali. Nello stesso tempo le istituzioni repubblicane che, nonostante i
sacrifici e le umiliazioni non riuscirono ad ottenere tregua dal nemico implacabile, sono squalificate
nell'anima del popolo.
Qual è e dov'è la pretesa vittoria di Poincaré? Dicemmo che in politica i sentimentalismi non hanno
cittadinanza, ma non ve l'hanno neppure i gesti e le soddisfazioni sentimentali: come quelli di cui si
gloria Poincaré. La sua politica, è, per noi, totalmente sbagliata nell'interesse della Francia e della
pace europea.
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Dal momento che distruggere la Germania non era possibile e che, pur bisognava garantirsi contro
un suo ritorno offensivo, il miglior modo di garantirsi, secondo noi, era questo: facilitare nella
Germania lo sviluppo di una democrazia pacifista, favorire la repubblica, dare al popolo tedesco la
sensazione precisa che le megalomanie dei suoi governanti e della sua dinastia militarista l'avevano
condotto alla rovina, e che quelle classi, quei metodi, quelle aspirazioni che formavano il programma
della Germania imperiale dovevano essere abbandonati, se si voleva avere diritto di cittadinanza nel
consesso dei popoli civili. Del resto questa era la tesi che tutti i popoli e i governi dell'Intesa avevano
esposto quando la vittoria, non ancora ottenuta, aveva bisogno di essere invocata attraverso una tesi di
moralità e di buon senso. Con una tale promessa si era arreso nel 1918 il popolo tedesco.
Oggi la realtà è questa: la Francia ha vinto apparentemente, il governo tedesco è ai suoi piedi con
la corda al collo, come i messi milanesi davanti a Federico Barbarossa prima di Legnano, ma il popolo
tedesco ritorna verso il suo furore guerriero e davanti alle masse affamate ed umiliate si presentano gli
esempi della Turchia e dell'Irlanda. Intanto la repubblica agonizza, come agonizzerà ogni altro
regime che non assuma quale suo simbolo la spada. La Francia vuole la guerra di rivincita e l'avrà: ed
essa sarà il frutto più cospicuo della sua politica.
A questo punto ci domandiamo: l'Italia con la sua politica che atteggiamento ha assunto in
confronto della politica francese? L'on. Mussolini va dicendo ai quattro venti che egli ha in cima ai
suoi pensieri lo Stato Nazione che incarni un'idea morale.
Quale è l'idea morale e l'idea politica del Governo e quindi della Nazione italiana di fronte alla
Germania? Vogliamo noi distrutta la nazione tedesca, noi che fummo i banditori e gli apostoli più
devoti dell'idea di nazionalità? E' di maggiore interesse per noi avere in Germania un popolo
democraticamente ordinato, libero, pacifico, o un impero militare che ripigli la politica di Federico II
e di Bismark e del defunto Stato Maggiore?
I nostri uomini politici parve favorissero la politica francese di coercizione perché ritenevano
legittime le riparazioni nella loro maggiore ampiezza, ma ad un certo punto apparve chiaro, anche ai
ciechi, che l'affare delle riparazioni non era che un pretesto dietro cui Poincaré confondeva le sue mire
di annientamento politico della nazione germanica. InA quel punto la solidarietà italiana doveva
mancare e invece non mancò. Non che la Francia abbia fatto di tale solidarietà gran conto: difatti essa
trattò anche ultimamente con l'Inghilterra senza curarsi di noi, che avremmo fatto così il suo giuoco
senza avere neanche cura della nostra dignità e dei nostri interessi.
Ma in questa faccenda la nostra politica appare alquanto guardinga e misteriosa: forse l'on.
Mussolini non volendo alienarsi le simpatie del nazionalismo francese, anche per ragioni di politica
interna, non si scopre completamente. Noi d'altro canto saremmo temerari se volessimo portare un
giudizio definitivo sull'atteggiamento del governo, senza riconoscere quello che esso solo è in grado
di conoscere.
Vedremo a fatti compiuti.
Se gettiamo uno sguardo, però, alle vicende della politica europea, quanti motivi di amarezza.
Cinque anni di stragi, di sacrifici, di sangue, per il trionfo, non delle idee per cui si è combattuto, ma
di quelle contro cui si è combattuto.
Paolo Albatrelli
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S.B.T.I. Bovalino
Punti fermi?
“La Voce Repubblicana”, 25 ottobre 1923
Il prof. Luigi Miranda ha pubblicato, sul Popolo d'Italia del 19 ottobre, un articolo dal titolo
“Punti fermi”, che può essere istruttivo esaminare, perché è un articolo che ostenta delle pretese
scientifiche.
Dice il Prof. Miranda: “I giornali d'opposizione hanno riportato, con ostentato compiacimento, le
affermazioni che conel recente congresso regionale liberale sono state fatte in difesa della costituzione
e della sua evoluzione progressiva, che sarebbe minacciata dall'istituzione di non so quale
cancellierato. Può essere opportuno, una volta per sempre (il Miranda crede di tagliare la testa al toro
col suo solido ragionamento) alla vigilia del primo anniversario della Marcia su Roma, raccogliere la
provocazione per chiarire alcuni concetti fondamentali.
Non c'è cosa più stupida che la insinuazione, aperta o larvata, di un cancellierato Mussolini.
Cancelliere è quel capo di Governo che deriva la sua autorità da una investitura unilaterale della
Corona, ed agisce, pertanto, come semplice delegato della corona stessa, sotto la responsabilità del
Monarca. E’ possibile che il duce del Fascismo, che ha ricevuta l'investitura deal Governo dopo la
Marcia su Roma ed in seguito ad essa, cioè dopo una rivoluzione fatta dalle milizie volontarie e dai
sindacati di mestiere, possa essere considerato come un semplice delegato della Corona? Se Mussolini
fosse stato portato al Governo da un pronunciamento militare si potrebbe considerarlo come un
cancelliere: ma può essere considerato tale Mussolini, portato da un così largo e travolgente
movimento dell'opinione popolare, e confermato dall'esplicito consenso dei due rami del parlamento?
L'assurdo è evidente”.
Il Prof. Miranda deve contare sopra una straordinaria ingenuità e smemorataggine degli italiani,
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S.B.T.I. Bovalino
altrimenti non avrebbe impostato così il ragionamento. E' anche un cattivo monarchico per tirar fuori,
alla vigilia della Marcia su Roma, certi argomenti su cui i buoni amici della Monarchia cercano di far
piovere quanto più è possibile la cenere dell'oblio.
Mussolini è un cancelliere? Nemmeno per sogno! Ha ragione il prof. Miranda. Mussolini è un
monarca, che fa una sua politica estera personale, una politica interna arbitraria, ha un suo esercito, un
suo Consiglio dei ministri, un suo Stato Maggiore ed una sua casa militare. Quando mai si vide un
cancelliere che avesse alle sue dipendenze esclusive alcune centinaia di migliaia di armati, legati da
un giuramento di fedeltà a lui e provenienti dal suo partito? Solo i re hanno le loro milizie, non i capi
di Governo.
E poi Mussolini fu chiamato al potere per arbitrio della Corona?
Ma nemmeno per sogno. La cronaca è lì per dimostrare la falsità di questa accusa indegna, dei
sovversivi o dei liberali inaciditi, e lo vedremo esaminando gli avvenimenti di un anno fa. Cosa ha
fatto il re chiamando Mussolini al potere? “ Ancora una volta - dice il bravo Miranda, - interpretò e
sanzionò, come ufficio del sovrano, la volontà preminente della Nazione”.
Vediamo se è vero in fatto ed in diritto.
Per dimostrare quello che ci proponiamo, e cioè che il prof. Miranda ha torto marcio, non ci
avvaliamo neppure di quella diceria che corre sulle bocche di tutti e che cioè il sovrano avesse, in un
primo tempo, firmato il decreto di stato d'assedio. Ammettiamo che ciò non sia vero.
Il re si trovò il 24 e il 25 ottobre di fronte ad un movimento rivoluzionario armato, che
s'impossessò degli organi più delicati dell'amministrazione statale: dall'andamento di questo moto
rivoluzionario e dalla reazione dell'opinione pubblica si accorse che ad esso faceva capo una larga
corrente della volontà nazionale ed allora chiese le dimissioni del vecchio gabinetto e cosa fece?
Come interpretò il sentimento nazionale? offrendo la presidenza a Salandra. Ma Mussolini non si
accontentò di questa soluzione e disse che per un gabinetto Salandra non valeva la pena di fare tanto
chiasso. Allora il Sovrano offrì a lui la presidenza, ma l'on. Mussolini impose: mi telegrafi e mi offra
esplicitamente l'incarico di costituire il Governo.
Queste non sono invenzioni nostre: è cronaca, anzi è storia, anzi troppo recente. Un sovrano che
agisce attraverso un procedimento di questo genere che cosa interpreta? Il prof. Miranda dice che
interpreta l'anima nazionale; Dio tenga sano lo stomaco e il cervello del prof. Miranda! Noi diciamo
che dal momento che l’on. Mussolini era a capo di un movimento sedizioso, di un esercito armato, e si
era messo in aperta lotta col Governo allora in carica, potrebbe questo far sorgere il sospetto che il
sovrano non potesse più agire con quella libertà assoluta ed inequivocabile che dà tanta forza e
legittimità ai suoi atti. E in queste cose il sospetto è una cosa molto grave. Ma c'è di peggio.
Il sovrano sa meglio del prof. Miranda che l'organo legittimo con cui si manifesta la volontà
nazionale è il parlamento, e che il solo mezzo per interpretare questa volontà è quello di interpretare la
volontà dell'assemblea legislativa. Non esiste in diritto costituzionale un organo della volontà del
popolo che si chiami milizia volontaria, piazza, arengo, comizio. Quando mai queste possono essere
manifestazioni con le quali il popolo avverte il sovrano che il parlamento non risponde più all'anima
nazionale e che va sciolto!?
Se il sovrano avesse voluto interpretare legittimamente l'anima nazionale avrebbe dovuto sciogliere
la Camera, indire i comizi ed attraverso la fisionomia della nuova assemblea interpretare la
costituzione del Governo. La vecchia Camera era mussoliniana? No assolutamente. Si curvò
spaventata e perplessa alla volontà del dominatore quando lo vide insediato in Roma alla testa delle
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S.B.T.I. Bovalino
sue legioni, e se lo trovò davanti accigliato e brutale a minacciare come imminente non solo la morte
dell'assemblea, ma, dato l'umore dei tempi e le garanzie superstiti, anche quella tipica dei suoi
componenti. Perché l'on. Mussolini non disse: Io vi faccio tagliare tutti a pezzi, ma i nove decimi dei
convenuti sapevano che ciò poteva essere fatto impunemente ad un minimo cenno di rivolta.
Con un procedimento di questo genere il prof. Miranda può, impunemente anche lui, parlare di
consenso esplicito delle due Camere tanto nessuno gli crederà né dentro né fuori.
Per questo, e lo tenga ben presente il Prof. Miranda, tutto quanto vieneè attuato, in fatto di leggi,
dal Governo fascista è profondamente ed originariamente incostituzionale.
E infine quale opinione pubblica interpretò il sovrano? E dove e quando, e come poteva l'opinione
pubblica estrinsecarsi, quando nella nazione tutti gli organi di essa erano o paralizzati o annullati,
addirittura sotto la pressione di un esercito armato contro folle inermi e indifese? Se i giornali sono
organi attendibili della opinione pubblica, i maggiori giornali italiani del tempo furono o perplessi o
ostili alla soluzione. Dalla Stampa al Mondo, dal Corriere della Sera, al Paese, al Secolo, tutti con la
poca libertà loro consentita, stigmatizzarono il colpo di stato e dichiararono che l'istituto monarchico
ne usciva umiliato e diminuito.
I grandi partiti di massa erano contrari al fascismo, il Mezzogiorno ancora quasi completamente
assente, e chi dice Mezzogiorno dice la metà dell'Italia.
Che cosa rimane dunque del ragionamento del prof. Miranda? Ben poco.
Rimane l'affermazione che con la soluzione data alla marcia su Roma, il re dimostrò di essere
come il suo gran nonno, il migliore custode della libertà italiana!.
E questo è anche vero. Di fatti non si è mai parlato tanto di libertà, di violazioni dello Statuto, della
Costituzione, delle leggi come dall'avvento del fascismo in qua, e mai prima nella storia d'Italia un
presidente dei ministri aveva potuto impunemente dichiarare che egli ed il suo partito passavano
trionfalmente sul corpo della putrefatta dea libertà. Non era mai avvenuto che, nel parlamento e sui
giornali, gli uomini di un partito e lo stesso capo del Governo, rivolgendosi all'opposizione,
dichiarasse che la vita degli avversari deve essere riconosciuta come una concessione generosa del
partito dominante.
Anche sotto Crispi si parlò di libertà costituzionali, ma le repressioni di Crispi e perfino le trovate
di Pelloni erano nell'ortodossia costituzionale. Oggi si difendono le nostre libertà facendoci presente
che se viviamo e operiamo, e se ci è permesso di comprare un giornale e magari di scriverlo, se ci è
ancora consentito esprimere un'idea diversa da quella del Governo, ciò avviene perché l'on. Mussolini
nella sua generosa longanimità non ha ancora disposto dì sopprimerci.
Chi ha detto a S.M. che questo significa interpretare la nostra anima e difendere le nostre libertà?
Se si potesse dire: “Chi non si sente difeso alzi la mano”, l'Italia sarebbe un'immensa selva di mani
alzate per la protesta e per la minaccia.
Paolo Albatrelli
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S.B.T.I. Bovalino
Della libertà in Italia
“La Voce Repubblicana”, 27 novembre 1923
Per quanto l’on. Mussolini sia il più abile spacciatore di frasi convenzionali che esista oggi in
Italia, non di meno egli ostenta e nutre, in parte legittimamente, un cordiale disprezzo per questa
specie di chincaglierie intellettuali.
Per disprezzare la frase convenzionale non è necessario ripudiarla, tutt’altro! L’on. Mussolini la
disprezza soprattutto perché ne è signore, e conosce fondamentalmente il valore pratico di essa.
Perciò, mentre la usa largamente, la deride in bocca e nel cervello dei suoi oppositori.
Egli per esempio, col finissimo intuito che lo distingue, in questo genere di mariolerie, si è accorto
che molti di quelli che parlano di libertà in Italia non hanno un’idea precisa di quello che vogliono.
Per alcuni di essi la libertà è una invocazione poetica che conferisce nobiltà e magari martirio onorario
a coloro che la proclamanoacciano. Per altri la libertà è il Parlamento, per altri la Democrazia, per altri
ancora è una specie di vino vecchio, un elisir concentrato dei principi dell’Ottantanove.
Perciò l’on. Mussolini a coloro che gli parlano di libertà dà dell’imbecille a bassa voce ed ad alta
voce dice: “Non agitate dei fantasmi!”. Per costringere l’on. Mussolini a rispondere diversamente
bisognerebbe precisargli il concetto di libertà e fargli intendere senza possibilità di equivoci che dietro
l’aspirazione a questo bene supremo vi è una volontà operante attiva e decisa. Finché noi ci
limiteremo a presentargli le nostre richieste sotto forma di lamentele, di riferimenti ideali, di difesa di
vecchi istituti ormai squalificati dalla pratica e dal corrotto abito democratico, noi non abbiamo diritto
ad essere trattati come gente seria, come non avremo alcuna probabilità di vincere la nostra battaglia.
E qui bisogna avere il coraggio di riconoscere che una parte di quello che l’on. Mussolini ha
realmente distrutto, che molte delle istituzioni democratiche, attraverso le quali ci eravamo abituati a
vedere le garanzie e quasi a riconoscere l’essenza stessa della libertà, sono ormai profondamente
corrose dal tempo e squalificate e non risorgeranno mai più. Tentare di rimetterle in vita è come voler
resuscitare i morti.
Non bisogna illudersi: ogni istituto nasce da una idea informatrice, da un principio ed insieme da
una necessità. Teoricamente dovrebbe avere un determinato sviluppo, una utilità, un fine. Quando
viene attuato, nei contatti con la realtà, e soprattutto con quella sporca realtà ch’è lo spirito dell’uomo,
questo istituto si trasforma e si deforma in modo tale che a un dato punto non è più riconoscibile e, per
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S.B.T.I. Bovalino
i fini a cui è destinato, non è più utile. Può anche diventare nocivo ed in tal caso è segno di staticismo
spirituale, di inerzia colpevole volerlo mantenere in vita. Gli spiriti attivi non hanno e non debbono
avere misoneismi.
Ora per venire ad un caso specifico sarebbe il colmo per noi, che ci dichiariamo orgogliosamente
rivoluzionari e che accusiamo ogni giorno Mussolini del peccato di reazione, concentrare il problema
della libertà sotto le forme della difesa del Parlamento. E questo stanno facendo molti in Italia,
mettendo così il Governo fascista in una felicissima situazione difensiva.
La difesa del Parlamento bisogna lasciarla alla opposizione costituzionale, ai monarchici che la
fanno più per amore del regime che per difesa della libertà. Il Parlamento è una di quelle istituzioni
che hanno fatto il loro tempo. In ogni modo il popolo in esso non viene più rappresentato, esso non
aveva più una coscienza, una fede, non era più amato da nessuno. Quando un istituto riceve, senza
reagire, in pieno viso gli affronti che l’on. Mussolini lanciò al nostro Parlamento, e quando un popolo
vede così sanguinosamente offeso l’organo, che rappresenta la sua vita politica e la sua volontà, così
sanguinosamente offeso, senza accennare a un segno di reazione che non si muove, è segno evidente
che tra questo popolo e quell’istituto non esiste più alcun legame e che quell’istituto è virtualmente
morto.
La distinzione a cui si lasciò andare in un secondo tempo il presidente del Consiglio, e cioè che le
sue parole aspre erano dirette non all’Istituto in sé ma all’assemblea dell’epoca, è una distinzione che
ha valore in sede filosofica: politicamente non vale nulla. Il nostro Parlamento non funzionava più, ed
una delle ragioni per cui il fascismo, al momento in cui tentò il suo colpo di forza, fu accolto come
una liberazione anche da molti che intimamente non sentivano per lui alcuna simpatia fu questa: si
credette finita l’opera dell’accademia parlamentare, finito lo spettacolo indecoroso di
cinquecentotrentacinque mestatori che, mentre i problemi più gravi battevano alle porte, si
abbandonavano alle subdole manovre di corridoio per soddisfare le loro piccole ambizioni
coreografiche.
Inutilizzato e squalificato l’organo della rappresentanza popolare, la dittatura si insediò
comodamente riuscendo a darsi l’aria di essere legittima e salvatrice della Patria.
Ora è giusto che per coloro, che vedono nella distruzione dell’ordine costituzionale la perdita
distrutta dellea garanziea diella libertà, vera, è giusto che il ritorno alla vita parlamentare sia
l’obiettivo cruciale dell’opposizione, per noi rivoluzionari quel ritorno sarebbe un regresso sulla via
della chiarificazione.
Perché un ritorno alla tradizionale attività parlamentare che cosa si significherebbe? Potrebbe
significare due cose, a seconda che l’on. Mussolini facesse le elezioni col sistema dei blocchi più o
meno larvati, o le facesse da solo, col suo partito, deciso adi dare all’Italia una camera tutta fascista.
Nel primo caso andrebbe alla Camera un buon numero di democratici, demo-socialisti, liberali
puri, liberali protestanti i quali o si adatterebbero supinamente, come ora fanno, ai dettami del
dittatore, riservando a sé gli affari e le corruzioncelle locali, o,e per un’ipotesi addirittura temeraria,
sarebbero disposti a rovesciareerebbe l’on. Mussolini solo per poter ritornare al baratto consueto.
Nel secondo caso avremmo una camera di ras, di squadristi, di emeriti vigliacchi, convertiti al
fascismo nel momento del trionfo, ed allora il Parlamento si ridurrebbe a questo: le sedute si
aprirebbero con un triplice “alalà” al Duce ed all’Italia imperiale, si chiuderebbero al canto di
giovinezza. I giornalisti all’on. De Nicola, invece di offrire il tradizionale ventaglio, offrirebbe una
bacchetta d’ebano per la direzione del coro. Discussioni non se ne farebbero più e sulle sorti
dell’Italia, ed alla tutela della libertà veglierebbe più che mai l’illuminata volontà dell’on. Mussolini.
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S.B.T.I. Bovalino
Niente dunque difesa della libertà attraverso il Parlamento.
In altri termini la mia tesi è questa: superando il fascismo l’Italia dovrebbe superare
contemporaneamente la menzogna costituzionale della monarchia, per arrivare ad uno Stato
veramente democratico nello spirito e negli istituti. La lotta contro il fascismo è per noi un episodio, è
la lotta contro una di quelle perversioni che la monarchia usa periodicamente e di cui si serve la
monarchia per mantenersi al potere. Il nostro obbiettivo è più in alto e per colpire più in alto
dobbiamo colpire l’istituto attraverso cui il ricatto e la menzogna si perpetuano.
Giacché tanto il fascismo quanto la monarchia, umiliata quest’ultima pur nel suo apparente trionfo,
ci offrono questa mirabile piattaforma di lotta, la difesa della libertà, giacché su questa piattaforma,
sia pure con fini e con intendimenti diversi, si vengono a trovare uomini d’ordine e rivoluzionari,
monarchici e repubblicani, uomini di cultura e partiti politici, bisogna fare in modo che tutte queste
forze convergano verso unla nostra soluzione, e questa soluzione non è da ricercare apertamente nel
ripristino della finzione parlamentare. Noi dobbiamo impostare in modo preciso, netto, nuovo, la lotta
in favore della libertà, fuori dai luoghi comuni e dalle romanticherie convenzionali di cui giustamente
il Presidente del Consiglio si ride, e quel che più importa fuori dagli schemi dei vecchi istituti.
Riportiamo il problema della libertà nel cuore e nella coscienza dell’individuo: è il solo modo di
farne un soldato.
Chiarirò in altro articolo il mio concetto.
Paolo Albatrelli
Della libertà in Italia: II°
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S.B.T.I. Bovalino
“La Voce Repubblicana”, 29 Novembre 1923
In un precedente articolo dissi: “Riportiamo il problema della Libertà nella coscienza e nel cuore
dell'individuo”: ciò significa mettersi in una posizione iniziale veramente rivoluzionaria, concepire la
difesa della propria libertà come un aspetto della lotta per la propria conservazione.
Difendere la propria libertà significa difendere la propria personalità come uomini e come cittadini.
Questa difesa deve essere qualche cosa d'istintivo, d'immediato e soprattutto di personale. Le
associazioni, i sindacati, i partiti stessi hanno raggruppatoe le forze degli individui ma hanno deviato o
impedito la formazione delle coscienze, hanno ridotto i gregari in greggi che reagiscono solo
attraverso una formula e per mezzo dell'azione collettiva. L'individuo così aggregato non ha che una
scarsa reattività.
La prova inconfutabile di questo l'abbiamo avuta con la reazione fascista. Quando i Sindacati
furono sgominati e l'azione collettiva fu resa difficile e impossibile, ogni opposizione svanì, migliaia
di coscienze si piegarono per tornaconto, per inerzia, per bestiale vigliaccheria.
La fermezza, le profonde convinzioni, la fede alle proprie idee e, quel che è peggio, l'amore di sé
stessi, la dignità personale, parvero e paiono tutt'ora banditi dalla coscienza degli italiani. L'Italia
fascista è un emporio di bassezza e di vigliaccheria tanto ch'è possibile a molti mestatori arrivati, o
commendatori ben pensanti, considerare l'atteggiamento di Raffaele Rossetti come l’eccentricità di
un fanatico.
Coscienze diritte nella patria di Dante non ne esistono più.
Ora bisogna rieducare gli uomini come i fanciulli, dire loro: siate dignitosi, non vi lasciate
bastonare, purgare, vilipendere come si direbbe al proprio figlio: non ti cacciare le dita nel naso, non ti
grattare la testa.
La forza della reazione è dovuta molto più alla acquiescenza colpevole o alla servilità della massa
che alla forza materiale di cui dispone. Vi è in ognuno di noi un dominio inesplorabile ed inviolabile
contro cui si infransero sempre oe sempre s'infrangeranno tutti i tentativi della tirannide: questo
dominio è il pensiero, il territorio della coscienza.
Nessuno può giustificarsi quando permette che questo inviolabile dominio sia violato: eppure oggi
si possono vedere a centinaia uomini politici, giornalisti, uomini di scienza e dignitari, magistrati e
professori che di questa dedizione menano vanto come di un sacrifizio fatto sull'altare della Patria.
Spesso, leggendo le cronache degli avvenimenti italiani, e le burbanzose auto-apologie dei nuovi
padtroni e dei loro seguaci, mi domando: “Come è possibile che in un paese come il nostro, ed in
tempi come i nostri un paio di centinaia di neuropatici e di arrivisti riescano ad imporre una loro
dittatura, deleghino a sé stessi il potere di pensare per tutti, di provvedere alle relazioni internazionali
per tutti, secondo un loro modo incontrollabile, di limitare le libertà, di spendere i denari, e giuocare
con le fortune dello Stato senza che una vasta, irresistibile sollevazione di coscienze ne chieda loro
conto”?
E rispondo malinconicamente a me stesso che ciò avviene proprio perché le coscienze sono
addormentate o avvilite. Suscitare e risvegliare queste coscienze ,una per una, nei cittadini, fare che
ognuna si levi nel suo ambito, nel campo delle sue attività e relazioni, contro ogni coercizione, chieda
la sua cittadinanza nella vita politica, domandi d'intervenire in ciò che la riguarda, si ribelli con ogni
energia contro la minorità politica a cui la vogliono condannare, non si sa in forza di quale diritto,
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S.B.T.I. Bovalino
uomini che non sanno di essere uomini qualunque solo perché manca loro a cui, per essere comuni,
non manca che l'equilibrio e la conoscenza di sé stessi.
Bisogna dire chiaramente e senza sottintesi a tutti coloro che si sentono inviati da Dio, che si
dichiarano aristocrazia e pretendono di comandare: no, voi siete uomini come noi, con i nostri stessi
diritti e non sempre col nostro patriottismo, la nostra dirittura, la nostra capacità; voi non avete nessun
potere di limitare la nostra libertà, di predisporre senza il nostro consenso del nostro avvenire e di
quello dei nostri beni più gelosi e spirituali; voi non comanderete se non in quanto noi vi investiremo
di un comando, di una facoltà; non amministrerete se non sotto il nostro controllo. Se voi tenterete
delle violenze contro di noi ci difenderemo con la stessa violenza, come ci difenderemmo se un ladro
ci aggredisce al buio.
E tutto questo non bisogna solamente dirlo ma farlo, ognuno per conto suo, in ogni occasione
senza indulgere quealle piccole vigliaccherie ed acquiescenze cotidiane. Non è possibile, mi direte
voi, reagire contro la immensa forza di Leviatano con le forze singole degli individui; ma non si tratta
di partire a testa bassa contro l'attuale organizzazione statale per un'azione decisiva di liberazione, si
tratta solo di isolarsi, differenziarsi, togliere alla sua influenza il dominio della nostra coscienza,
sentirsi come dice il Gobetti in Rivoluzione Liberale di un'altra razza, che non si piega non transige,
neppure sotto lo specioso pretesto della ricostruzione e dell'amor di Patria.
Se la volontà è il più alto prestigio dell'uomo e se il problema della libertà è anch'esso un problema
di volontà, come opina il presidente del Consiglio, noi dobbiamo dimostrare a chi non è persuaso
ancora che la nostra volontà è altrettanto inflessibile quanto qualunque altra e che sopra di noi non è
possibile stabilire un qualunque pacifico dominio che non abbia la nostra approvazione.
Questa è, a mio modo di vedere, la migliore e più dignitosa forma di opposizione.
Paolo Albatrelli
Discussionie nostre
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S.B.T.I. Bovalino
Libertà e Parlamento
“La Voce Repubblicana”, 5 dicembre 1923
Ringrazio l'amico Bordoni e La Voce Repubblicana d'aver, il primo con un articolo e la seconda
con un breve commento, aperto un dibattito sulle idee contenute nel mio scritto del 27 Novembre col
titolo: Della Libertà in Italia.
Tanto Bordoni quanto La Voce non sono d'accordo con me quando affermo che il Parlamento è
ormai squalificato e che la lotta per la libertà in Italia non può e non deve essere più impostata più
sulla difesa del Parlamento che fu già l'organo democratico con cui il popolo partecipava al potere
legislativo. Anzi La Voce osserva che io non avrei distinto sufficientemente fra parlamento come
istituzione e l'attuale parlamento italiano.
Io invece la distinzione l'ho fatta in modo esplicito e l'ho anche qualificata.
E' detto nel mio articolo del 27: “La distinzione a cui si lasciò andare in un secondo tempo il
Presidente del Consiglio, e cioè, che le sue parole aspre erano dirette non all'istituto in sé ma
all'assemblea di quell'epoca è una distinzione che ha valore in sede filosofica, politicamente non val
nulla”.
Fatta la distinzione, nonostante il parere contrario de La Voce, continuo a qualificarla.
Un istituto politico è quello che è pel fatto non quello che dovrebbe essere, e l'istituto parlamentare
sta dimostrando attraverso mille prove, di non poter essere più la vera rappresentanza della volontà del
popolo. Almeno fino a che durerà l'attuale ordinamento sociale il quale, più che a sviluppare, è
propizio ad infamare la democrazia.
Il problema è di portata non solo italiana, ma generale, e si ricollega a quella famosa domanda:
dove va il mondo?
Oggi vi è in tutti i paesi costituzionali una tendenza a reagire anche con la violenza contro la
insufficienza e la miseria del parlamentarismo. Qui in Italia la reazione trionfò col fascismo. In
Ispagna coi somaten, in Francia si prepara coi camelots du roi, in Germania con le centurie di Hitler.
Perfino in Olanda il Parlamento mette il potere regio nel più grave imbarazzo e la pazienza pubblica a
ben dura prova.
Questi sono i sintomi di malessere che sorgono intorno all'istituto parlamentare in moltissimi paesi.
, Ne sono la prova il disprezzo verso lae cosiddetta democrazia che che sta diventando un luogo
comune assai accreditato, e la incapacità stessa del Parlamento che sarebbe una istituzione sorpassata
alla quale mal si affiderebbe l'interesse e la libertà di un Popolo. Noi ne sappiamo qualcosa in
proposito.
Per reagire contro la insufficienza delle assemblee popolari le classi dominanti ricorrono alla
dittatura ed accusano di lesa patria coloro che, difendendo le istituzioni parlamentari, hanno l'aria di
difendere non l'organo democratico della partecipazione popolare al potere legislativo, ma lo sfacelo
della Nazione.
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S.B.T.I. Bovalino
E' quello che avvenne in Italia e in Spagna e che avverrà molto probabilmente in altri paesi. Non è
che in Italia la reazione e la monarchia abbiano fatto ricorso alla dittatura esclusivamente per salvare
la Patria contro il malgoverno parlamentare, ma è certo che questo malgoverno diffuse e diede e dà
loro mille pretesti per giustificare e magnificare la loro azione.
In Italia ritornare al parlamentarismo significherebbe ritornare a Facta, a Bonomi, a Nitti, e
sinceramente, nonostante la orribile compressione fascista, nell'interesse nazionale non ne varrebbe la
pena.
Per noi repubblicani v'è poi un'altra ragione per non difendere il Parlamento ed è questa. Il
Parlamento è organo essenzialissimo dell'attuale ordinamento monarchico, tanto essenziale che si
costrinse il Fascismo a rispettarlo almeno formalmente perché fino a quando esso è in piedi l'Italia,
nonostante la dittatura, ha sempre l'aria di governarsi da sé. Esso è l’organo principale della truffa
monarchico-costituzionale e se il Fascismo lo abolisse ci farebbe il più segnalato dei favori: Con che
cosa lo sostituiremo si chiede il Bordoni. Il Fascismo lo ha già virtualmente sostituito col cervello del
Duce, e in sottordine coi consigli tecnici. I socialisti domani lo sostituirebbero coi sindacati, i
comunisti coi Soviet, la monarchia assoluta col gerentocomio o col consiglio della Corona, noi coi
nostri bravi istituti di democrazia diretta.
L’importante è che questa menzogna muoia, che non si possa più dire che l’Italia è una monarchia
costituzionale e che il Parlamento unitamente col re fa le leggi, quando non fa altro che costituire un
inganno per il popolo.
Non basta dichiarare morta ogni istituzione, dice l’amico Bordoni, bisogna sostituirla con una
migliore. Giustissimo rispondo io, ma quando questa istituzione è morta non possiamo dissimularci il
suo trapasso per il timor panico di non sapere come la sostituiremo. La morte è inesorabile, e chi si
attacca ai cadaveri s’infetta.
L’amico Bordoni pensa forse che io con la mia dichiarazione di rivoluzionarismo integrale voglia
riferirmi a chi sa quali salti mortali e sconsiderati. Niente di tutto questo. Io mi fermo e mi inserisco
nella realtà, non faccio progetti catastrofici, anzi seguo passo passo le modificazioni della nostra vita
politica e vedo in essa due vie e due tendenze.
L’una tenderebbe, dopo quel po’ po’ di terremoto ch’è avvenuto, a ricondurre la nostra vita politica
alla vecchia pratica costituzionale precedente alla marcia su Roma, e ciò nell’interesse esclusivo della
monarchia, l’altra audace, confusa, imprecisa che fa capo all’on. Mussolini e che tende a sostituire
con qualche cosa gli istituti già superati, e soprattutto a sostituire il Parlamento.
Questa sostituzione, secondo me, sarebbe di una portata rivoluzionaria incomparabile comunque
avvenisse, e noi non dovremmo opporci per nessuna ragione al mondo. Abolito il parlamento, una
delle colonne maestre della monarchia crollerebbe e in queste cose si sa come si comincia non si sa
come si finisce.
Unirsi come vorrebbe il Bordoni alle forze che con noi possano iniziare la difesa di tutte le libertà
compresa quella parlamentare, unirsi cioè alla Stampa al Mondo al Corriere della Sera che della
libertà se ne sono sempre inzufolati allegramente e che ora difendono attraverso il Parlamento non le
libertà, ma la monarchia e le loro clientele detronizzate, sarebbe come diceva la Ninetta di Carlo
Porta:
cumprasesi i corni cont i so danè.
Non si tratta, amico Bordoni, di fantasticare dietro una società futura irrealizzabile ma di favorire
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S.B.T.I. Bovalino
quegli atti e fatti che squalificano un ordine e chiudono un'epoca, aprendo alle ardenti attività e alle
coscienze un'epoca nuova. Per questa nuova epoca io vorrei educare le coscienze chiamandole a
meditare il problema della libertà.
L'on. Mussolini, è ormai risaputo, è un conservatore per tattica ed un rivoluzionario anarcoide per
temperamento e dalla sua improvvisazione di genialoide noi abbiamo molto da attenderci.
Quando egli avrà abolito in Italia il Parlamento come organo politico della rappresentanza
popolare, allora comincerà il periodo aureo del partito repubblicano.
Paolo Albatrelli
___________
Questo articolo dell’amico Albatrelli, da noi ricevuto all’ultimo momento, richiede una
chiarificazione riposata e precisa. Ne riparleremo domani.
N.d.R.
L’equivoco Liberale
“La Voce Repubblicana”, 25 marzo 1924
Ho letto, qui nella solitudine del mio esilio materiale e spirituale, il discorso dell’on. Giolitti e
prima di commentarlo volli attendere quello dell’on. Salandra. Questi due sono i più eminenti
rappresentanti di quel partito che in Italia oh! Qquanto a sproposito! Va sotto il nome di liberale.
Vediamo, dissi io, fra di me, in questi tempi di polemiche intorno al concetto e alla pratica della
libertà, che cosa di nuovo ha da dire nell’argomento il partito che da esso prende il nome.
Il liberalismo ha parlato, ma intorno alla libertà o non ha detto nulla o ha approvato il governo
fascista. Possiamo dire, credo, senza tema di essere tacciati per maldicenti o mistificatori del pensiero
altrui, che per il cosiddetto liberalismo italiano, quello che fece l’Italia, e la condusse da Novara a
Vittorio Veneto, secondo la sonante espressione dell’on. Salandra, un problema di libertà oggi, in
Italia, non esiste se non nella montatura di quei quattro imbecilli malinconici che si intestano a non
comprendere il fascismo.
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S.B.T.I. Bovalino
E guardate che allegro paese è mai l’Italia. Liberale è l’on. Salandra che considera il governo di
Mussolini come l’applicazione più autentica del liberalismo puro, liberale è il Corriere della Sera che
tace corrucciato sotto la tenda per difetto di libertà, liberale è Giolitti che appoggia senza riserve il
governo, liberale è La Stampa che considera profondamente intaccata la costituzione, liberale è l’on.
Amendola che considera la 27ma legislatura come sede vacante la 27ma legislatura, liberale è il
Giornale d’Italia, che richiama all’ordine l’on. Amendola. A tutto questo risponde il governo
rinnegando in blocco il liberalismo e la teutocrazia, considerando superata la loro ideologia e la loro
pratica e quella stessa stampa fascista che presenta Salandra come fascista onorario, innalza come
gagliardetto di battaglia le rimasticature di Enrico Corradini, anti-liberale, imperialista,
anti-democratico.
Di fronte a tanta confusione di idee e di lingue nel campo avversario noi potremmo abbandonare
ogni proposito di discussione perché non si può e non si deve discutere con coloro che sono in
malafede. Ed in malafede sono tutti costoro che cercano di conciliare l’inconciliabile, il governo che
accetta come uomini suoi dei liberali dichiarati, mentre respinge come peste ogni contatto teorico e
pratico col liberalismo; in malafede sono uomini e giornali che proclamandosi liberali e democratici
appoggiano un governo che non manca certo di chiarezza nel disprezzare le loro ideologie. Ma noi
non discutiamo con loro e per loro, discutiamo per quei pochi spiriti superstiti per cui esiste ancora un
minimum di onestà spirituale e per l’avvenire.
Anzi non discutiamo: facciamo delle constatazioni.
Il liberalismo vero e proprio in Italia non è mai esistito ed è un errore grandissimo, in cui cadono
molti, identificare il liberalismo con quel movimento progressista piemontese che ha come suo
massimo esponente il Conte di Cavour.
Il liberalismo puro, quello del Risorgimento fu rivoluzionario ed ebbe origine dai fermenti che
lasciò la rivoluzione francese.
Camillo di Cavour, da quel grande politico che era, accettò di quel liberalismo quello che poteva
giovare all’avvenire e alla grandezza della Monarchia dei Savoia, ma non sognò mai di subordinare
allora o nell’avvenire questa alle esigenze e allo svolgimento di quello. Ora il liberalismo ha la
possibilità di sviluppi infiniti ed in ciò sta la sua vitalità inesauribile.
E’ naturale dunque che, quando questi sviluppi minacciano lo “status quo” monarchico, i
rappresentanti del liberalismo cavourriano si trovino contro il liberalismo vero e proprio, come si
trovano oggi Giolitti e Salandra. Il persistere ancora ad identificare il liberalismo cavourriano con
tutto il liberalismo del Risorgimento è un magistrale equivoco. Bisogna avere il coraggio, una buona
volta, di dire certe cose per uscire dall’equivoco. Il liberalismo cavourriano è quello che ha fatto
l’Italia? Sarebbe come dire che essa è stata fatta dall’esercito piemontese.
La verità è che il Risorgimento è opera non solo dell’esercito piemontese, del conte di Cavour,
della politica accorta della Monarchia, ma che accanto a questi fattori vi è un fattore di primissimo
ordine, anzi spiritualmente il massimo dei fattori, ch’è quello rivoluzionario, mazziniano a cui oggi si
fa il trattamento del parente povero.
Quando i liberali italiani avranno superato il liberalismo cavourriano allora potranno veramente
chiamarsi liberali e parlare in nome di un’idea che non si arresta certo davanti qualunque istituto
monarchico ma va oltre, per metodi e per vie infinite, quante sono le combinazioni delle forze sociali.
Allo stato attuale il liberalismo è un brutto paravento dietro cui si nascondono molte birbe
matricolate.
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S.B.T.I. Bovalino
Avviene di esso quel che avviene del combattentismo che io vorrei veder cancellato per togliere a
molti cialtroni la piattaforma più propizia alle loro speculazioni. Così Ccome la parte più cospicua dei
combattenti negano schierata dietro il combattentismo nega le più pure profonde ragioni spirituali
dell’intervento, così i liberali nostrani, nascosti dietro l’etichetta del liberalismo, negano i principi
fondamentali del Risorgimento. Per quelli, l’intervento diventa qualcosa come l’aspirazione ad una
Italia imperiale, prepotente ed avida di dominio, una specie di Germania prussificata, per questi il
Risorgimento è lo sforzo di più generazioni, il sacrificio sanguinoso e generoso di un popolo per
portare a Roma la Monarchia piemontese. Noi non siamo naturalmente di questo parere e per noi gli
uomini che parlano in nome di un simile Risorgimento predicano al deserto.
Quando i massimi esponenti di quelle idealità liberali che dalla tradizione patriottica del
Risorgimento ripetono la loro autorità morale ed i loro ideali, quando codesti liberali, dico,
considerano la grande epopea esclusivamente come un profitto dell’istituto monarchico
esclusivamente, si mettono fuori di ogni verità storica e fuori del nostro rispetto. Ma non noi, che non
accettiammo mai la finzione plebiscitaria, dobbiamo risolverci, a rifare un esame della situazione;
debbono rifare questo esame e risolversi coloro che, pur mantenendosi fedeli alla monarchia,
vorrebbero superarne la funzione.
Il fascismo, se ha un merito, è quello di aver costretto e di costringere molti a riesaminare il
problema delle libertà politiche in Italia. Questo riesame è oggi nella coscienza di molti;, domani
diverràsarà un dilemma la cui soluzione sarà necessaria come l’aria, se la libertà è l’aria per le
organizzazioni civili.
Non bisogna avere fretta: se il fascismo chiudesse il suo ciclo rapidamente forse questo dilemma
sarebbe rimandato.
Molti oggi lo risolverebbero come un nuovo equivoco mentre domani non lo faranno più. Bisogna
dunque aspettare e lasciare che l’esperienza si sviluppi e che la monarchia si riveli interamente a tutti
compia tutta la sua funzione per dimostrare veramente quello che è.
Bisogna aspettare che i suoi fedeli subiscano ancora molte infedeltà e molte mortificazioni e che
molti conservatori, sul tipo dell’on. Amendola, perdano ogni speranza di conciliare la conservazione
della società nazionale e i diritti della libertà con la conservazione della monarchica.
Allora sarà la nostra ora.
Paolo Albatrelli
Il Mezzogiorno ed il Fascismo
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S.B.T.I. Bovalino
“La Voce Repubblicana”, 6 aprile 1924
Qualche settimana fa, mentre si polemizzava sui giornali intorno ad una avventata dichiarazione
del comm. Maggi sui rapporti tra le regioni meridionali e il Fascismo, mi venne in mente un episodio
che potrà essere chiamato storico da coloro che studieranno, a tramonto avvenuto, le tappe del famoso
movimento mussoliniano.
Mussolini, avendo determinato nell’estate del ‘22 di attuare la cosiddetta Marcia su Roma, pensò
che per la riuscita del suo progetto non poteva trascurare inarsi una metà dell’Italia: Il Mezzogiorno; e
da allora predispose l’adunata di Napoli, ed ebbe cura che fosse quanto più spettacolosa possibile.
Napoli, la sola vera grande città del Meridione, non solo è la sede universitaria donde escono i quattro
quinti dei liberi professionisti del Mezzogiorno, non solo è il centro spirituale più cospicuo della
regione, ma è soprattutto la vecchia capitale del Regno delle Due Sicilie, e certe posizioni storiche in
politica sono posizioni strategiche.
Conquistare spiritualmente Napoli significa avere il Mezzogiorno nelle mani, pensò Michelino
Bianchi, che nella città partenopea aveva già fatto, da studente scalcagnato, o nelle Camere del
Lavoro sindacali, le sue prove di piccolo Tanucci,. Ee per conquistare Napoli non è necessario molto
tempo né sono necessari molti mezzi.
Per i napoletani, diceva Ferdinando di Borbone, ci vogliono 3tre F: feste, farina, e forca.
Cominciamo con le feste ed abbagliamo con una parata militare in grande stile, con un corruscante
discorso del Duce, l’anima ignobilmente sentimentale di questa molle e meravigliosa cantatrice di
canzoni malinconiche.
Conquistata Napoli è conquistato l’unico centro strategico del Mezzogiorno, il resto verrà da sé.
Detto fatto: a Napoli si concentrarono circa 40.000 uomini con cavalleria, sanità e ambulanze e tuttio
il servizi necessario. Intorno al Duce si schieraronofigurano alcune personalità dell’esercito regolare
più rumorose che eroiche dell’esercito regolare, il presidente della Camera mandòa un messaggio di
saluto al capo del Fascismo,: e seguì il gran discorso di Mussolini al San Carlo.
Napoli diventòa il capolinea per una politica mediterranea in grande stile; al problema meridionale
vienene promessa, con un aggrottar di ciglia, la sospirata soluzione. Napoli apparveè conquistata,
Michele Bianchi ebbeha l’impressione che la Marcia su Roma non avrebbe avuto avrà il minimo
ostacolo dal Mezzogiorno e al Congresso, che tentava di discutere, dissce sorridendo: “Andiamo
ragazzi, a Napoli ce piove”... In realtà, Lle organizzazioni fasciste, le milizie, le squadre giovanili,
giornalismo, nel Mezzogiorno non esistevano se non in alcune zone dove le forze della borghesia
avevano avuto di fronte delle organizzazioni operaie come, per esempio, nelle Puglie. L’anima della
regione era estranea al Fascismo come lo è tuttora., ma questo non era un ostacolo alla conquista del
Mezzogiorno.
Il capo del Fascismo sapeva che il Mezzogiorno non si conquista ma si rimorchia, come sapeva che
il miglior modo per asservirlo era quello di avere in mano il governo. Perciò non si preoccupò troppo
di quella che enfaticamente vien detta si chiama conquista spirituale. Ai fini del governo bastava la
conquista amministrativa, essendo enormemente difficile conquistare una regione che non ha vere e
proprie correnti di idee, organizzazioni, unità e omogeneità né in cultura, né in politica, ma è
rappresentata da gruppi e specialmente da coscienze di intellettuali isolati, che agiscono in una specie
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S.B.T.I. Bovalino
di anarchismo individualistico, in mezzo ad un mondo o indifferente o asservito a vecchi pregiudizi,
sempre incostante e mobilissimo.
Eppure,Cpur con il Fascismo onnipotente nell’alta e nella media Italia, il Duce, che era andato
andava affascinando, con le sue esibizioni, mezza penisola, alle soglie del Mezzogiorno, proprio
quando misemette il piede in Napoli, la città più spensierata e, sia detto senza offesa, meno seria
d’Italia, il Duce, proveniente come un Nume da Milano, cervello della penisola, proprio a Napoli
venneiene per la prima volta discusso in seno al suo partito.
Ricordo che in seno a quella larva di Congresso che tenne il Fascismo tenne, dopo il discorso al
San Carlo, si misero sul tappeto delle questioni (non rammento in che termini e quali) presentate come
parto del cervello di Mussolini.
- Discutiamole - propose un avvocato meridionale.
Le idee di Mussolini non si discutono, disse quell’aquila della ricostruzione che è l’On. Farinacci.
A questa uscita i quattro quinti degli avvocati meridionali, abituati al cavillo sottile, gente che vive di
discussioni come di pane, allibirono.
- Come? - Domandò l’avvocato che aveva parlato per primoa - Mussolini non si discute? Ma allora
cosa siamo venuti a fare noi? Proclamatelo pure infallibile come il Papa e non se parli più, ma noi ce
ne andiamo -.
In questo episodio è tutta l’anima meridionale. Di fatti la prima scissione e forse la sola di carattere
idealistico avvenne a Napoli per opera del capitano Padovani. Nel Mezzogiorno furono inscenate le
prime proteste pubbliche quelle dette del “pedino”, al Mezzogiorno appartengono i maggiori e più
temibili oppositori del Fascismo, ed è di ieri una notizia di molto rilievo: gli studenti universitari di
Napoli sono al loro secondo comizio antifascista.
Ma v’è di più e di meglio. La letteratura italiana, eccezion fatta del solo vero grande scrittore che
esista, Gabriele D’Annunzio, si è tutta o quasi offerta in olocausto al movimento fascista. Ora a
Napoli vive uno scrittore di teatro che, senza dubbio, è fra i più significativi dell’ultimo trentennio.
Uomo di grande bontà, alieno dalla politica, dalle ambizioni, vero spirito napoletano, arguto,
possidente e indolente, non si sarebbe mai sognato di intervenire nella politica.
Ma il Governo Fascista con la sua prepotenza, con il suo spirito esclusivista, monopolizzatore, e
violento, urtò il tranquillo epicureismo di Roberto Bracco, e Bracco solo forse tra gli scrittori in
fama, osò ribellarsi alla tirannia, esponendo in una intervista, ch’è la più bella cosa detta
dall’opposizione, i motivi della sua ribellione.
Potremmo dire la sola, la vera opposizione ideale al Fascismo è nel Mezzogiorno, dove questo
movimento non ha assolutamente nessuna possibilità di porre piede.
La cosa però è spiegabilissima.
Il Fascismo, come il socialismo è nato dalla lotta di classe, anzi è un aspetto caratteristico della
lotta di classe. Il collaborazionismo che esso pone in cima al suo programma non è che la
collaborazione del bue con l’uomo.
Quello collabora evidentemente con questo ma in sudditanza e schiavitù. Nel Mezzogiorno
l’economia è ancora troppo arretrata per poter alimentare un organizzazioni di massafenomeno simile,
gli agrari del settentrione per dissolvere le organizzazioni contadine spesero dei milioni; quelli del
Mezzogiorno non spendono un soldo perché non hanno nemici da abbattere e sono tutti o quasi tutti
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S.B.T.I. Bovalino
dietro le bandiere della democrazia sociale.
Dal lato spirituale le cose vanno peggio ancora. I meridionali discutono anche sulla loro stessa
esistenza e non vi è mentalità più irrequieta, anarchica, propensa alla ribellione di quella delle genti
del Mezzogiorno. Anche nelle cose di religione il meridionale ondeggia tra idolatria e ribellione.
Nel 1746 il cardinale Spinelli, d’accordo col Papa e consenziente il Re di Napoli, tentò di
introdurre in questa città il tribunale del Santo Uffizio. Si ebbero tumulti invincibili e il tribunale fu
soppresso rapidamente. Napoli è oggi la prima città che si ribella al Santo Uffizio politico del
Fascismo.
Napoli, la città di Piedigrotta, delle coreografie, delle macchiette, si appresta a liquidare qualche
“tonitruante” macchietta politica. La spiegazione di tutto questo sta nella imperfetta conoscenza
dell’animo meridionale da parte del Duce e dei suoi consiglieri.
I meridionali sono ribelli nati; sono antidogmatici per eccellenza, ipercritici, insofferenti di tutto
quanto è dominio spirituale.
La massa è buia, immersa nella penombra di molte servitù, ma incapace, per difetto di ambiente e
di educazione, di manovrare organicamente.
Essa esprime dal suo seno l’istinto della ribellione in forme morbose. Ed abbiamo così la mafia, la
camorra e una incredibile fioritura di logge massoniche che sono come che dire cesse“absit iniuria
verbo”: i circoli camorristici “absit iniuria verbo” dei galantuomini.
Se Mussolini fosse andato nel Mezzogiorno a fare il suo giro di esibizioni coreografiche a base di
moschettieri inguantati, di saluti romani e di occhi feroci, sarebbe diventato la favola di tutte le
farmacie diel villaggio.
Pare impossibile ma è così: Quello che a Milano, nella capitale morale, fa curvare le schiene e
impallidire le belle dame incipriate, a Napoli farebbe e fa scoppiare dalla bocca del cocchiere e dello
scugnizzo uno di quei frizzi arsenicali che liquidano un uomo.
Valga questo di lode al Mezzogiorno: che esso è una regione morta nel suo complesso, ma
tremendamente viva nello spirito di quei solitari che, in fondo, dirigono colà l’opinione pubblica.
Senza idee, nel Meridione non si fa fortuna, perché la piccola borghesia meridionale è la più
corrotta, ma è anche la più acuta e intelligente della penisola.
Soprattutto non si fa fortuna col dogmatismo politico e nessuno può presentarsi sotto le spoglie del
Messia senza essere crocifisso sulla croce del ridicolo.
Paolo Albatrelli
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S.B.T.I. Bovalino
Per non svalutare le elezioni
“La Voce Repubblicana”, 15 Aprile 1924
In un articolo pubblicato alcuni giorni fa sul Popolo d’Italia e intitolato Stravinto il fascismo leva
il suo peana di vittoria in faccia all’esercito nemico ancor vivo ed in armi ma molto, a suo dire,
malconcio nei quadri.
Il fascismo dice: “Non solo abbiamo vinto con le armi e sul terreno della forza, ma con questa
battaglia elettorale abbiamo riportato una strepitosa vittoria. Sul vostro terreno, o signori
dell’opposizione, sul terreno della democrazia e del consenso. Oramai l’argomento più cospicuo di cui
si sono serviti fino ad oggi i nemici del fascismo, non è più utilizzabile; noi non tenmiamo un governo
perché un esercito di camicie nere ci permette di conservarlo, ma perché ce lo consente una
formidabile massa di cittadini. Oltre cinque milioni hanno votato per il fascismo, approvando la sua
politica e dando mandato di fiducia al Duce per la politica avvenire.
Smettetela dunque di squalificare la nostra vittoria, di accusare di violenza il nostro regime, se non
volete ritardare a tutto vostro danno quella pacificazione degli animi a cui pare tendano in buona o
malafede parecchi di voi”. Tutto questo detto, si capisce, dall’alto, con abbondanza di aggettivi
qualificativi, di minacce, e com’è precipuo allo stile del Duce il quale è stato molto probabilmente lo
scrittore dell’articolo, di deduzioni arbitrarie.
Leggendo quell’articolo io mi sono ricordato di un aneddoto che mi è stato raccontato in Italia e
che, se non è autentico, è magnificamente trovato.
Esso si riferisce alla visita di Angelo Musco all’On. Mussolini dopo la sua ascesa al potere.
Musco introdotto in un salone di palazzo Chigi, attendeva il Duce, e questi dopo breve attesa entrò
come una folata di vento, accigliato, con quei suoi occhi certamente preoccupati a dominare nemici
reali o immaginari. Musco da quell’inimitabile umorista ch’è, notò subito la sproporzione tra
quell’atteggiamento aggressivo e la modestia della cerimonia, e, rivolto al presidente un sorriso gli
disse in siciliano: “Eccellenza si calmassi”!
Anche noi rivolgiamo la stessa esortazione al Duce e al fascismo: Si calmassero! E vediamo di
ragionare.
Voi dite di avere stravinto? Ebbene, ammettiamolo pure. Potremmo fare più di una riserva intorno
al modo con cui questa vittoria fu ottenuta e alle sproporzioni che ha assunto; ma riconosciamo
lealmente che essa non è assolutamente spiegabile.“Ssoltanto” con le intimidazioni, con i brogli, con
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S.B.T.I. Bovalino
la corruzione e la violenza.
Non si possono letteralmente costringere cinque milioni di cittadini a votare a favore di un governo
se tra questo governo e l’anima popolare esiste veramente una inconciliabile antitesi di principi
politici, e soprattutto un’antitesi di interessi.
Voi avete effettivamente vinto, sia pure attraverso mezzi illegali e con la pratica della violenza
sistematica. Noi vi riconosciamo la legittimità della vittoria, anche se non delle sue proporzioni, e
rinunciamo per ragioni tattiche e per amore della pacificazione, anche alle più legittime riserve. Solo
ci permettiamo di invitarvi a trarre le conseguenze da questa vostra conclamata vittoria.
Avete voi effettivamente la persuasione di avere il consenso inequivocabile di cinque milioni di
italiani?. E allora che bisogno avete di tenervi ancora sul piede di guerra, di mantenere un esercito di
partito per la difesa della vostra politica o, se più vi piace, della vostra rivoluzione? I governi
democratici, quelli cioè che nascono dal consenso, trovano la forza nella grande massa del popolo che
li sostiene con il loro voto, e che mette perciò a loro disposizione, per la difesa della loro politica, le
forze dello Stato.
Esiste forse oggi in Europa un governo consensuale, democratico che abbia bisogno di una milizia
sua particolare, di sovrapporre e di confondere il Partito con lo Stato, di tenere come ninfa Egeria un
Gran Consiglio di partito, che getti le basi della politica al disopra e al di fuori del Consiglio dei
Ministri?
Oramai che l’esperimento delle urne è fatto èe che esso vi ha dato - a vostro dire - ragione;
giacché, sia pur nolente, siete sceso sull’arreingo democratico ed avete riportato una grande vittoria,
levatevi la bardatura di guerra, licenziate la milizia, distinguete nettamente tra partito e governo, in un
parola: smobilitate.
Voi accusate l’opposizione di voler deliberatamente offendere quella sovranità popolare che è il
cardine su cui si muove la sua azione antifascista, insinuando dal momento che essa insinua la
illegittimità di unaella Camera nata da un così vasto plebiscito di popolo. Ma se la svalutazione della
Camera può venire da qualcuno, questo qualcuno siete proprio voi, se non darete ad essa i diritti
sovrani che ha un’assemblea legislativa, se vi proponete di relegarla alla funzione di comparsa e di
formale legittimazione di un regime costituzionale che in effetti non esiste.
Voi dite, e lo avete ripetuto nei vostri manifesti di propaganda, che dall’estero ci guardano, che si
esso vuol vedere se questoil governo è veramente l’espressione del popolo o un regime di coercizione
armata.
Ecco una magnifica occasione per dimostrare all’estero che voi siete veramente l’eletto del popolo,
che il vostro governo è legittimo, che l’ultima a votazione ultima ha il suoun valore democratico vero,
eliminando intorno al governo quanto ancora ricorda la forza e la coercizione.
La vostra formula che la forza e il consenso possano coesistere, in una situazione politica, può
essere accettata nel solo caso che s’intenda essere la forza espressione e derivazione del consenso, non
collaterale ad esso.
Il consenso è tale in quanto potrebbe inrivolgersi altrove senza pericolo di essere ostacolato.
Giacché dall’estero ci guardano, on. Mussolini, giacché ci tenete alla pacificazione, giacché siete
sicuro che l’animo di cinque milioni di elettori è liberamente ed entusiasticamente con voi, liberatevi e
liberate il popolo italiano dalla pressione, perlomeno morale, di una milizia di partito che oramai non
ha più ragione di essere, rientrate nella legge, legalizzate la vostra rivoluzione, in modo che ognuno di
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S.B.T.I. Bovalino
noi, individuo, istituto, giornale, partito o sindacato sappiano quali sono i limiti della sua libertà, le
possibilità delle sue azioni e sia sicuro che questa libertà e queste possibilità siano salvaguardate da
una legge precisa, e non dipendano dalle buone o dalle cattive digestioni di qualche eccellenza o da
quelle di uno dei trecentomila squadristi che circolano armati nel Regno.
Ma voi tutto questo non farete, voi vorreste che la legittimità della Camera fosse riconosciuta
soltanto dall’opposizione poiché voi stesso non siete disposto a riconoscerla; voi vorreste che vi si
riconoscesse come eletto dal popolo senza rinunciare al presidio delle camicie nere.
Voi vorreste che all’interno e all’estero si riconoscesse la normalizzazione di una rivoluzione che
con la normalizzazione rsi teme di arenarsie, e che intende la pacificazione alla maniera romana: con
la scomparsa totale del nemico.
Non noi, dunque, infirmiamo il risultato delle elezioni, non noi, ma voi, le svalutate all’interno e
all’esterno; non noi, ma voi siete i responsabili della mancata pacificazione. Se voi foste veramente
sicuro della vostra vittoria non avreste e non dimostrereste, da una parte la preoccupazione che vi
desta un’opposizione, a vostro dire, decimata, frantumata, irriconoscibile e dall’altra lo strano
attaccamento a quegli ordigni rivoluzionari che costituiscono una vera e propria offesa alla lealtà di
quei cinque milioni di elettori che vi hanno dato i loro voti.
Ahimè! Probabilmente voi credete meno di noi alla vostra vittoria e meno che mai al consenso del
popolo italiano.
Paolo Albatrelli
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S.B.T.I. Bovalino
La marcia su Roma
e il 2 dicembre C
“La Voce Repubblicana”, 27 Aprile 1924
La vittoria ottenuta dal fascismo nei ludi cartacei del 6 aprile deve essere esaminata
ponderatamente perché essa può insegnare all’opposizione molte cose. Oggi parecchi si affannano a
svalutarlao ma sono fuori carreggiata. Per infirmarla efficacemente non vi era che un mezzo, il solo
legittimo e rivoluzionario, astenersi dalla lotta, e questo fu l’incubo del governo quando sciolse la
Camera. Il governoEgli temette più l’astensione che una rivolta armata dei partiti avversicontrari. Una
volta che i partiti di opposizione accettatarono la competizione lotta come fu nei termini impostia dal
governo, risulta privo di senso venire ora a svalutare la vittoria come il risultato della tradizionale
pastetta, delle violenze elettorali; è sciocco ed inutile. InDi un paese che ha tollerato che dove più di
una volta si affidò agli ergastolani la propaganda elettorale governativavenisse affidata a veri
ergastolani , non si può ragionevolmente pretendere di svalutare la vittoria elettorale del di un
qualsiasi governo accusandolo di violenza e di broglio.
La vittoria del fascismo è dunque piena, assoluta, inequivocabile, per servirci di una parola cara al
presidente del Consiglio?
Affrettiamoci a dichiarare che essa è, secondo la nostra tradizione, una vera vittoria, una di quelle
solite vittorie che ottennero sempre in Italia i cosiddetti governi costituzionali.
A parte una certa brutalità soldatesca, e la illegalità preesistente alla convocazione dei comizi, a
parte il meccanismo della legge elettorale, che rendendo arbitro il governo preventivamente della
accettazione più che della elezione dei candidati, determinò la precipitazione di tutti i consensi e di
tutte le viltà; a parte l’atmosfera rivoluzionaria che ancora grava sulle nostre teste, la campagna
elettorale del 6 aprile non differisce gran che da tutte le precedenti, indette e svolte sotto il controllo
dei cosiddetti “governi democratici”.
E così che si infamò sempre in Italia la democrazia mettendola a fare la cameriera del potere
esecutivo.
L’on. Mussolini è per natura e per dichiarazione antidemocratico, ma in queste elezioni si rivelò il
più eccellente servitore di S. Maestà democrazia che sia mai apparso sulla scena politica italiana.
Ed ha vinto come tutti i governi hanno sempre vinto in Italia e come vinceranno ancora fino a che
il potere esecutivo si preoccuperà più di corrompere che di educare la coscienza politica dei cittadini.
Quali sono gli elementi di questo successo elettorale del fascismo? Esaminiamoli.
I suffragi che ottenne il fascismo possono essere divisi in tre categorie:
1 – Quelli che si orientano come materia bruta verso tutti i governi, a qualunque partito
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appartengano, e di questi ne abbiamo una parte cospicua nel Mezzogiorno.
2 – Quelli dei veri fascisti, squadristi, sindacati e dell’innumerevole esercito di arrivisti profittatori
che formano il grosso del partito e vedono in esso e nel suo permanere al governo il mantenimento dei
loro privilegi, siano essi economici - (grossi stipendi, galloni, prebende)- o politici - (facoltà di
comandare, di bastonare, e di giudicare impuniti la massa anonima degli oppositori). -.
Ma queste due categorie, che pur sono cospicue per numero, non formano la vera forza del
governo.
Essa è costituita da una terza categoria che non sente i problemi della libertà, dell’ordine
costituzionale, e vuole un governo che governi, che assicuri la continuità degli affari, e
preferibilmente li favorisca; che dimostri, in una parola, di garantire un qualunque ordine purché sia
tale nelle linee generali.
Per questo la vittoria di Mussolini del 6 Aprile somiglia moltissimo a quella di Napoleone III dopo
il 2 Dicembre. I fascisti ufficiali e i fascisti gratuiti del giornalismo si sono indignati contro Il Tempo
perché aveva ravvicinato i due plebisciti, ma hanno torto.
L’ombra di Sedan (?)li atterrisce, ma nessuno ha colpa se i due fatti storici hanno una così stretta
affinità.
La degenerazione pseudo-democratica della Camera francese nel periodo che precedette il Colpo di
Stato, lo sgretolamento del potere centrale, le velleità di rinnovamento dei moti rivoluzionari postumi
del ‘47-‘48, hanno un esatto riscontro con la degenerazione parlamentare italiana del periodo
post-bellico. La piccola proprietà francese, attiva, economica e desiderosa dell’ordine, il partito
clericale, i legittimisti, la nobiltà vedevano nella seconda repubblica un grave pericolo per i loro
guadagni ed i loro privilegi. Napoleone III, buon conoscitore degli uomini, sapeva che i francesi non
amano la libertà quanto il fasto, la gloria militare ed il tranquillo prosperare dei buoni guadagni.
Si appoggiò alle classi agricole, al clero, volle apparire come il restauratore dei buoni costumi,
perseguitando persino i letterati, come il salvatore dell’ordine costituito in una Europa che era, come
lo è oggi, percorsa in tutti i sensi da una inquietudine rivoluzionaria.
L’On. Mussolini non fece diversamente.
Come quelloNapoleone, Mussolini fu portato sual potere dalle classi conservatrici, rurali ed
industriali. Da Ggente che durante la guerra aveva enormemente guadagnato enormemente durante la
guerra e vedeva in pericolo non solo i propri capitali, ma quella continuità degli affari, in un
determinato indirizzo economico, ch’era condizione indispensabile alla tranquillità e all’incremento
dei suoi profitti.
In questo senso l’Italia mussoliniana, degli on. Benni e Mantovani, del Grande Ufficiale
Mercanti e del comm. Borletti è la più completa antitesi dell’Italia di Vittorio Veneto.
Ed è questa l’Italia che diede i suffragi a Mussolini, che gli paga centinaia di giornali, di circoli, di
stipendiati e che gli sta d’intorno barattando, guadagnando e prosperando, mentre egli fa la ruota
come il tacchino, ad una fantastica Italia imperiale.
Questa è la base più solida del governo fascista e l’On. Mussolini può ripetere la frase di
Napoleone III come ne ripete la politica: Arricchitevi. L’ordine per la Curée è ristabilito.
Se così stanno le cose, se un consenso vi è e se questo consenso è dato anzi barattato dalla parte più
attiva, spregiudicata in alcune zone, tardigrada in altre, della borghesia quali sono gli insegnamenti
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S.B.T.I. Bovalino
che possono derivare all’opposizione? La politica si fa organizzando, attraverso le idee, i grandi
interessi. Contro gli interessi di questa Italia conservatrice, profittatrice, sorda a quei principi ideali
che sono l’atmosfera dove prospera e respira la grande produzione moderna; contro questa falange di
contadini arricchiti, di sensali con il tiro a due, di fittabili, di industriali, in cui vive vigile ed
insopprimibile l’anima del rigattiere, bisogna organizzare l’altra Italia, quella dei lavoratori di tutte le
classi e di tutte le categorie di cittadini che non considerano lo Stato come il tutore dei loro affari
privati, che non siano disposti a delegare ad uno o più uomini ciecamente il compito di governarli, che
non siano disposti a rinnegare se stessi per una decorazione o per un pennacchio, che sentano
soprattutto l’orgoglio di essere liberi, e che per essere tali siano anche disposti a rinunciare alla
ricchezza ed alla prosperità dei loro affari.
Questa classe di cittadini non è molto numerosa in Italia e sarebbe un grave errore il credere che
tutti coloro che hanno votato per il fascismo siano stati violentati. Più che i violentati sono i ciechi ed i
vili, e molti di costoro butterebbero a mare il fascismo se qualche cosa di più vile e di più obliquo
potesse essergli sostituito.
Su questa rigatteria politica e morale non si può edificare nulla di solido. La monarchia tira a
campare, il fascismo può spacciare le sue chincaglierie, noi non abbiamo che da pulirci le mani dai
possibili contatti.
Ancora una volta il problema dell’opposizione è problema di educazione politica e morale.
Paolo Albatrelli
Il duca Tommaso e i capponi di Renzo
“La Voce Repubblicana”, 18 Maggio 1924
Quando in uno dei passati numeri della Voce lessi, riprodotto da La Festa, il delizioso bozzetto di
Tommaso Gallarati Scotti intitolato La disgrazia di Renzo, non mi sarei aspettato mai che
quell’innocente componimento letterario, di squisito sapore manzoniano , avrebbe suscitato le ire
della stampa fascista. Mi sono ingannato.
Il governo forte, il partito armato della milizia nazionale e del consenso di cinque milioni di voti,
che ha monopolizzatoa o quasi la stampa, che non trova più altro limite al suo dominio trionfale, se
non quello di qualche chiusa e tetragona coscienza individuale, si dimostra sempre più di una
sensibilità morbosa. Che cosa aveva fatto poi in fondo il Gallarati Scotti? Aveva chiamato un po' alla
finestra lo spirito arguto e profondo di Don Lisander e gli aveva fatto osservare una scenata
post-elettorale nella sua amata Brianza.
Don Lisander, aveva deplorato? Ma se non erriamo è ancora in corso di discussione negli stessi
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ambienti fascisti la decima o dodicesima diatriba intorno alla normalizzazione, alla necessità di porre
un riparo all’illegalismo delle iniziative private, alla giustizia catalana degli squadristi perpetuamente
affaccendati a salvare la Patria. Anche il Popolo d’Italia di alcuni giorni or sono (purtroppo a me i
giornali giungono, in questa lontana Lugano, con un certo ritardo) ha dedicato al Duca Tommaso uno
dei suoi corsivi, nel quale, tra una scortesia ed un giudizio letterario, fa balenare qualche minaccia,
tanto per mantenere lo stile della Ditta.
Noi difendiamo il Duca Tommaso e diciamo, a scanso di equivoci, il perché.
Tommaso Gallarati Scotti non è dei nostri non solo perché non è repubblicano, ma perché in
diversissimi punti la sua mentalità, le sue credenze, il suo ideale politico e sociale sono agli antipodi
dei nostri. Potremmo anzi dire, senza turbare la cortese amicizia di cui egli ci onora, che la sua
ortodossia cattolica non ci piace, che la sua pulitezza aristocratica c’imbarazza, che il suo
conservatorismo, se anche se intelligente, ci ha nemici dichiarati e fierissimi.
Perché lo difendiamo dunque?
E’ chiaro:, perché è un uomo di fede ed un coraggioso, perché è un cattolico che non abbocca ai
crocefissi politici, un intellettuale che, mentre in Italia la classe a cui egli appartiene si prodiga a
quattro mani e con la fronte per terra per adoperare i nuovi “Dei” in cerca di uno stipendio o di una
lode, egli, l’esteta effeminato che, secondo il Popolo d’Italia trova il suo naturale regno nel
chiacchericcio dei salotti, non esita un istante a scendere mettersi apertamente in campocontro,
difendendo, non diremo la giustizia in assoluto, ma un suo concetto, un suo ideale di giustizia.
In questi tempi, che in grazia del manganello, potremmo chiamare di legno, questo spirito
delicatissimo e sereno, questo aristocratico che vive tra i libri e le poche e buone amicizie, ha il
coraggio, che pochissimi oggi hanno in Italia, di dire alla maniera manzoniana, con amabile e
profonda ironia, che la ingiustizia è ingiustizia e che non vi sono lenocini più o meno patriottici che
possano redimerla.
Quanti sono oggi in Italia gli uomini che hanno il coraggio delle proprie opinioni? Il Senatore
Albertini è diventato una specie di mostro favoloso, un vero cCalibano.
Non dico cCapaneo per non dispiacere al Governo.
Roberto Bracco è diventato un povero abborracciatore di commedie noiose a cui anche il nobile,
di cuore e di natali, Giannino Antoni Traversi scriveva: “Non troverai più un cane che ti rappresenti
una commedia”. Eppure, una volta, nobile significava libero.
Ora viene la volta di Gallarati Scotti. Il Popolo d’Italia lo chiama un raffinato, uno scrittore noioso
e blolso. Il Popolo d’Italia è in errore e non è sincero.
Dei libri di Gallarati Scotti alcuni rappresentano, anche dal lato del successo, una eccezione nel
loro genere. La Vita di Fogazzaro ha oltrepassato il ventesimo migliaio, ciò che non avviene, se non
per eccezione e per qualità negative, che ai migliori romanzi nostrani.
La critica a suo tempo se ne occupò, non con quella sufficienza stanca e abitudinaria sufficienza,
ma con interesse vivissimo.
La Vita di Dante è stata dichiarata, nel suo genere, un capolavoro, ed è certamente la più bella cosa
pubblicata durante il centenario dantesco.
Vogliamo parlare di Così sia?
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Così sia era una novella, che il Gallarati Scotti ridusse in dramma per espresso desiderio di
Eleonora Duse.
Il lavoro ebbe ostile la critica ed il pubblico in Italia. Nessuno però può dire che in esso, nonostante
i difetti anche gravi, non vi sia una nobiltà ed una elevatezza di intenzioni artistiche quasi ignota alla
maggior parte dei manipolatori teatrali oggi in voga. Del resto, se la Duse, che di teatro se ne
intendeva, e che nel teatro cercava più che le droghe, lo spirito profondo, se la Duse, diciamo, portò
questo lavoro per l’Europa e consentì di incarnare con la sua dolorosa umanità la creatura generata da
Gallarati Scotti, ciò prova che in essa vi era qualcosa di vivo e di profondo; e sinceramente, davanti ad
un giudizio della Duse noi possiamo permetterci il lusso di trascurare il giudizio del Popolo d’Italia.
Ma vi è di più: il Popolo d’Italia è insincero perché non è possibile che sia male informato.
Vi fu un tempo in cui il governo fascista in cerca di adesioni fra i valori intellettuali nel paese
aveva messo gli occhi anche sul Gallarati Scotti. Tutti sanno che a Milano – ed è stato riferito anche a
me, nel mio ultimo soggiorno in quella città prima dell’esilio – che il Ministro Gentile scrisse al
Gallarati una lettera molto cortese e benevola lettera, pregandolo a nome del governo di volersi recare
all’estero e precisamente, mi pare, in America, a tenere delle conferenze per volgarizzare in quel
paese la nostra cultura.
Come mai ora, di punto in bianco, il Gallarati Scotti è diventato un decadente, uno scrittore da
strapazzo, un effeminato?
Via! Bisogna essere superiori anche ai propri risentimenti e, quando si esercita la professione deli
prepotentei, si deve mettere fra le possibilità di imbattersi una volta tanto in uno spirito libero che non
si piega, che non si lascia né intimorire né affascinare, perché ha una sua precisa personalità, un suo
modo di vedere e di giudicare, e a tal modo non rinuncia, anche se i saggiatori ufficiali dei valori
nazionali minacciano di trattarlo con stanta grossolanità.
Per certi esteti, dice il Popolo d’Italia, il fascismo è troppo plebeo.
Ripetiamo quel che disse il Carducci in una occasione analoga: “non plebeo ma volgare”.
Difatti, quale cosa più volgare per uno spirito aristocratico che la bastonatura di contadini inermi,
la distruzione dei beni, la violenza contro la libertà di pensiero?
Don Rodrigo era una canaglia, ma una canaglia aristocratica. Avrebbe potuto far pestare Renzo,
farlo ammazzare dai suoi bravi, ma non lo fece. Oggi i tempi sono mutati.
Se Don Lisander scrivesse oggi il suo romanzo, Renzo finirebbe randellato come Cesare Forni e
Padre Cristoforo non ritornerebbe coi suoi piedi a Pescarenico, se invece che nel palazzotto di Don
Rodrigo s’introducesse nella sede di un fascio della Brianza.
Paolo Albatrelli
Per una opposizione
“La Voce Repubblicana”, 1 Giugno 1924
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S.B.T.I. Bovalino
Alcuni giorni fa La Voce Repubblicana ha pubblicato un articolo che ha avuto l’onore di una larga
discussione. Esso recava un titolo che aveva il sapore di sconfortante ironia: Necessità di una
opposizione . Ancora? Dopo circa due anni di dittatura fascista, fra tanti altri lamenti per la libertà
violata, non esiste in Italia una opposizione? Proprio così, non esiste; o quale essa è, per i fini che
dovrebbe proporsi, sarebbe meglio non esistesse. Perché, è risaputo, le opposizioni sono necessarie a
tutti i regimi. Esse si risolvono in ultima analisi in una preziosa collaborazione.
L’opposizione al fascismo, insincera, pusillanime, ondeggiante tra le intemperanze verbali, ed i più
pavidi tremori intimi, senza un programma neppure negativo, servì meravigliosamente al gioco
dell’on. Mussolini. I quattro quinti dell’opera del governo sarebbero stati privi di ogni valore legale,
se l’opposizione con la sua presenza e con la sua azione acefala e disordinata non li avesse legittimati.
La Camera attuale, lo strumento abilmente preparato dalla monarchia e dal fascismo per mascherare la
dittatura sotto le forme costituzionali, sarebbe veramente nata morta se miserevoli ambizioni e miopie
politiche non l’avessero resa vitale con l’intervento alle urne di tutte le opposizioni.
L’on. Mussolini può andare veramente fiero della sua abilità tattica, e può disprezzare
cordialmente quei quattro gatti che ancora si illudono di poter agire contro il suo governo sul terreno
politico.
Li portò fino ad oggi e li porterà in seguito dove vuole, li batté e li batterà isolati o a mucchi
secondo che l’un modo o l’altro sarà propizio alla sua strategia.
Perché avviene questo? E’ possibile che nessuno di questi oppositori, fra i quali vi sono pure delle
persone intelligenti, non riesca a comprendereano il gioco, e non si rendano conto degli errori in cui
l’opposizione persiste imperversano con la tattica attuale? Io ho parlato con qualcuno di codequesti
oppositori. Essi, pare impossibile, mentre vi danno ragione, prevaricano. Si accusano di miopia, di
insipienza fra di loro, sono diffidenti del dopo, e soprattutto mancano di coraggio e di un capo. La
nostra fede nella democrazia e nei suoi metodi ci impegna a pensarenon deve impedirci di riconoscere
lealmente che le battaglie, di qualunque natura esse siano, non possaono efficacemente essere
combattute efficacemente da comitati di salute pubblica, ma ora l’opposizione manca di un uomo che
sappia e possa assommare e conciliare in sé le opposizioni varie, smussare gli angoli, creare
l’entusiasmo combattivo, raccogliere intorno ad una formula media tutte le forze e lanciarle
all’attacco.
Non si domanderebbe certamente un anti-Mussolini, e cioè un despota che somigliasse più al
cliché che del Duce vanno facendo le fantasie e le paure popolari, che al Mussolini effettivo. Il quale,
sia detto una buona volta, non è l’uomo che crea gli equilibri delle forze disparatissime del suo
polisarcico e multicolore partito, ma l’uomo che con una sensibilità veramente stupefacente avverte
questicotesti equilibri e li impersona nelle mille varietà dei suoi atteggiamenti. Per avvertire gli
spostamenti delle sue masse e per dirigere le nuove orientazioni materiali e spirituali egli possiede una
specie di sesto senso che gli si potrebbe dire quasi infallibile.
Qualche cosa come l’istinto degli uccelli migratori che avvertono nel vento la direzione che
debbono dare al loro volo.
Quest’uomo abile, sensibile, autorevole, manca all’opposizione; essa è andata fino ad oggi
ondeggiando tra le recriminazioni astiose e la collaborazione forzata, senza sapersi dare una disciplina
ed un programma. Ma la mancanza di un capo non spiega tutto. Vi è anche la mancanza di un
programma. L’opposizione è impotente ad agire e a formulare un piano d’azione per due motivi: il
motivo istituzionale e il giudizio sul fascismo. Il secondo è superabile, anzi in qualche frazione
dell’opposizione è superato. Coloro che come il Corriere della Sera reputavano il fascismo un
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movimento di restaurazione liberale, si sono amaramente accorti del loro errore, e con essi, in difesa
della libertà, si potrebbe trovare un terreno d’intesa.
Ma con questi e con gli altri, sul terreno istituzionale è inutile insistere. Lo scoglio della monarchia
non riescono a superalo ed è inutile chiamarli come fece La Voce del 28 maggio, a trarre dal discorso
della Corona le dovute conseguenze. Tra la monarchia e la libertà essi dicono ancora: monarchia.
Se pensiamo che a questa debolezza indulgono anche gli unitari, che i popolari rivendicano una
loro autonomia, che i comunisti fanno, ed è bene, parte per se stessi, dove trovare le forze per una
opposizione seria al fascismo?
E se l’opposizione non si coalizza, se non trova un terreno d’intesa per un’azione comune, sopra
una formula intermedia, quale ridicola funzione sarà mai la sua in questi cinque anni di vita politica
parlamentare?
Questa è una domanda che noi dobbiamo proporci se vogliamo agire, e non senza irrigidirci in un
isolamento infecondo; e come noi debbono proporselao tutte le varie frazioni varie dell’opposizione
se vogliono svolgere con che abbiano veramente la dignità della loro funzione.
Secondo il concetto dell’On. Mussolini, e data la composizione della nuova Camera, l’opposizione
non ha che una sola funzione: subire la volontà del potere esecutivo fino all’osso, o collaborare sia
pure indirettamente, suggerendoapportando al governo le soluzioni che poi esso farà sue e attribuirà a
sé e alla sua maggioranza.
Tutte quelle possibilità di azione e di discussione che formano l’essenza del regime parlamentare,
l’azione della sua maggioranza, lo spostamento delle forze sono assolutamente precluse.
La minoranza dunque o opposizione che dir si voglia, o si coalizza, si dà un programma anche
minimo, e concerta un piano d’azione unitario, o è condannata a dare il più monumentale segno
d’impotenza e di miseria che si ricordi nella storia.
Gli uomini responsabili di tutti i partiti, coloro che guidano le varie frazioni varie dell’opposizione
ci pensino. Il richiamo del nostro giornale ebbe una larga risonanza di discussioni nella stampa ed è
evidente che risponde ad un bisogno universalmente sentito da tutti.
Non dovrebbe essere difficile trovare una formula media che risponda al desiderio di azione di
tutti, ed anche al patriottismo di tutti. Bisognerebbe, secondo il mio punto di vista, fissare due o tre
punti essenziali e aprire per l’avvenire un varco che fosse propizio a tutte le possibilità.
In un secondo articolo io farò delle proposte che, s’intende, sono semplicemente proposte personali
e non del partito.
E’ per questo che io firmo i miei scritti. Il nostro è un tentativo che può e deve essere fatto, anche
per sapere a quale punto di maturazione sono pervenute le idee dell’opposizione attraverso due anni di
dittatura e di confusionismo pseudo-costituzionale.
Perché io ho questo dubbio: che le diverse opposizioni più che animate da un vero e proprio spirito
di lotta, siano vittime di quella speciale forma di accidia che potrebbe essere denominata l’accidia
dell’oppositore.
L’oppositore spesso è impotente ed ha paura dell’azione. La sua protesta non nasconde un
programma, ma il vuoto assoluto.
Chiamarlo ad agire e ad assumersi delle responsabilità è come portarlo allo scannatoio. Forse per
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non uscire da questa comoda posizione gladiatoria di lottatore potenziale, l’opposizione nella sua
maggioranza si tiene stretta alla pregiudiziale monarchica. Bisogna passare sul terreno tattico per
svegliarla o per smascherare la sua inane imbecillità.
Paolo Albatrelli
Idee per una opposizione
“La Voce Repubblicana”, 10 giugno 1924
Prima di iniziare qualunque discussione su un programma di opposizione, bisogna intendersi
intorno ad alcune idee basilari e fissare dei punti fermi. Non è possibile combattere un avversario
quando alcuni combattenti vogliono distruggerlo, altri modificarlo, altri sostituirlo ed altri magari
conservarlo ed aggregarlo alle proprie file per servirsi della sua forza, a tempo e a luogo, contro i
compagni di oggi e le possibili soluzioni di domani. E’ necessario dunque mettersi d’accordo intorno
alla natura del nemico ed alla soluzione che si vuol dare ad una possibile vittoria su di lui. Il giudizio
sull’avversario deve essere unico perché o esso è veramente tale e bisogna distruggerlo, costi quel che
costi, o si hanno delle affinità con lui ed allora non si sta all’opposizione, si entra a far parte della sua
maggioranza tentando di modificarne la politica secondo le proprie vedute. Vi sono, per esempio,
numerosi uomini della cosiddetta opposizione, i quali tutte le volte che Mussolini pronuncia uno di
quegli abilissimi discorsi in cui fa omaggio di parole alle forme costituzionali, tirano un sospiro
dicendo: “Dio sia lodato”! “Eccolo che viene a noi”.
Mussolini, naturalmente, due giorni dopo, con un altro discorso distrugge le loro speranze,
presentandosi corrusco di folgori minacciose; ed allora gli pseudo-oppositori, vinti dallo sconforto,
riaffermano i loro propositi bellicosi.
Con simile gente è inutile intendersi: essi sono dei fascisti mancati che tra le altre cose mancano
di coraggio e che sarebbero, in una probabile lotta decisiva, un peso morto ed ingombrante. Bisogna
predisporre una opposizione tra uomini e gruppi che abbiano un identico concetto ed un uguale
giudizio sul fascismo e non dovrebbe essere difficile mettersi d’accordo su questo punto dopo
4quattro anni di guerra civile e venti20 mesi di governo fascista.
Basterebbe giudicare il fascismo dalla sua pratica di governo e dalle sue dichiarazioni dottrinali.
Come pratica di governo il fascismo è la dittatura di un uomo e di un partito armato che si è
servito delle forme costituzionali, in quanto queste, con un’abiezione senza confronti, si sono adattate
a coprire con l’il loro apparatoformale esteriore gli arbitrii della dittatura.
Per sua confessione e nel suo contenuto ideale, il fascismo è un movimento antiliberale ed
antidemocratico, un movimento di reazione netta e precisa ai principi della sovranità popolare
affermati con la rivoluzione francese e codificatio dalla scienza e dalla pratica attraverso tutto il secolo
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decimonono. E’ un movimento che si ricollega alle signorie, ed è quindi contro tutto lo spirito del
Risorgimento, contro il migliore patriottismo tradizionale della rinascita. E’ un movimento illegale ed
anarchico in quanto trae la sua forza da un uomo d’eccezione in cui l’ambizione soverchia di mille
cubiti l’amor di patria e che pone la propria volontà al di sopra e al di fuori di qualunque principio.
E’ un movimento immorale, anzi amorale, che non esiterebbe un istante a mettere a sacco e fuoco
l’Italia – l’adorata Italia – delle frasi comiziali, solo che la volontà popolare tentasse di gittare dal
loro seggio i vincitori e mettesse in pericolo le loro fortune personali. Quando, infatti, un uomo e un
partito pubblicamente affermano di essere pronti a mettere contro la volontà del paese le punte delle
loro baionette, quest’uomo e questo partito sono fuori da ogni patriottismo. Se il fascismo è tale, come
lo è difatti, non dovrebbe essere difficile trovare l’opposizione concorde nel desiderio di combatterlo
radicalmente.
Fissiamo dunque questo primo punto e non lasciamoci illudere dalle mille forme e dai mille
atteggiamenti contraddittori del pensiero e del governo di Mussolini. Il fascismo è dittatura e poiché è
formato da un fascio di volontà attorno ad una volontà preminente, bisogna opporgli nettamente un
altro fascio di volontà deciso, irriducibile, tetragono ad ogni lusinga e ad ogni minaccia, deliberato a
tutti gli sviluppi.
Vi prego di far bene attenzione a questa affermazione di volontà decisa senza di che ogni
opposizione sarà un’esercitazione onanistica di nessun conto. Mussolini è una volontà. Quando ci
saremo messi d’accordo intorno alla natura del fascismo ed alla necessità di combatterlo fissiamo un
altro punto. Cosa faremo quando il fascismo non sarà più? Qui è necessario farsi coraggio e deporre
tutte le pregiudiziali. E poiché della disciplina e del sacrificio bisogna dare esempio io propongo al
mio partito di conservare gelosamente nel suo programma particolare la pregiudiziale antimonarchica,
ema di non presentarla alla possibile opposizione come una cambiale da scontare in
anticipoprecedenza.
Siamo repubblicani convinti ed irriducibili ma non siamo tanto patrioti da non voler mettere a
sacco e fuoco l’Italia per attuare senz’altro la repubblica.
La nostra repubblica deve scaturire dalla volontà diretta del popolo, e deve consolidarsi e
mantenersi sulla sua educazione civile, sul suo patriottismo, sul suo spirito di sacrificio. Se la
maggioranza del popolo italiano non è con noi, noi non intendiamo usargli alcuna violenza.
Desideriamo però che esso sia interrogato liberamente e non sotto la pressione e la violenza di un
potere esecutivo senza scrupoli e senza morale.
Noi tTerremo per noi la nostra pregiudiziale a patto che tutti i partiti d’opposizione scendano sul
nostro terreno a parità di condizioni. Senza pregiudizialie di sorta, affidando alla volontà diretta del
popolo la soluzione di ogni problema istituzionale.
Anche su questo punto non dovrebbe essere difficile mettersi d’accordo. Abbattuto il fascismo
cosa faremo?
Nessuno credo pensi o si illuda di poter tornare “sic et simpliciter” alla cosiddetta pratica
costituzionale dell’ante-fascismo.
Sarebbe un vero delitto contro la patria e non sarebbe neppure possibile. Se positivamente il
fascismo non ha creato null’altro di positivo che un organo di violenza extra-legale (la milizia
volontaria), ha però agito come un veleno disgregatore sulla compagine dello Stato e sui partiti.
La stessa funzione corruttrice ed abulica del regime che per tanti anni aveva operato sotto le forme
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della legalità, col fascismo dovette smascherarsi e sbocciare nella violazione aperta e sfacciata della
costituzione.
Di più, la lotta contro il fascismo non sarà né facile né breve ed i suoi sviluppi potranno essere tali
da rendere necessario, quando essa sarà chiusa, una revisione completa di tutti i nostri istituti a cui
dovrà partecipare anche il fascismo a parità di diritti con tutti i partiti. Ed allora non vi è che una
soluzione possibile per coloro che amano veramente la Patria e vogliono che le convulsioni di questi
ultimi dieci anni abbiano uno sbocco legale, stabile, definitivo; interrogare finalmente il popolo
rappresentato da una “assemblea costituente”.
Qualunque istituto venisse fuori da una tale assemblea sarebbe veramente forte.
Si porrebbe così il rimedio alle angustie dello Stato italiano i cui mali maggiori derivarono e
derivano tutti o quasi tutti dalla debolezza della sua costituzione e dal suo difetto di origine.
Ad una revisione generale ed a profonde trasformazioni accennò chiaramente nel suo discorso di
Napoli anche il leader della opposizione costituzionale. Volere che questa funzione sia esercitata dal
parlamento come compito secondario sarebbe una ingenuità e potrebbe anche essere una truffa. Dopo
il fascismo la costituente.
Noi repubblicani ritorneremmo così al programma del 1919, programma che, se fosse stato attuato
allora, avrebbe risparmiato all’Italia le convulsioni di questi ultimi 5cinque anni, durante i quali il
governo centrale galleggiò sulle tempeste dei partiti come una zucca sopra le onde. Quando ci saremo
messi d’accordo su questi due punti capitali, lotta al fascismo e costituente, studieremo la tattica ed i
mezzi per combattere il fascismo.
Il quale è forte ma non è imbattibile.
Paolo Albatrelli
Discussioni nostre
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S.B.T.I. Bovalino
Il metodo dell’opposizione
“La Voce Repubblicana”, 13 giugno 1924
Se l’opposizione riuscirà a mettersi d’accordo sopra un giudizio unico intorno al fascismo e sopra
un unico obiettivo intorno alla conclusione che bisogna dare alla lotta, deve poi mettersi d’accordo
intorno ad un piano d’azione concreto.
Bisognerà capire il giuoco abilissimo dell’on. Mussolini che si è rivelato manovratore di
primissimo ordine.
E’ pacifico che, oggi come oggi, il fascismo non può essere affrontato che mediante un’azione
legale e pacifica. Che cosa bisogna fare? Bisogna rifiutare di battersi sul terreno scelto dall’on.
Mussolini e costringere lui ed il regime a svelarsi. Non lasciarli lavorare nel compromesso, non
prestarsi al loro giuoco.
Bisogna tener presente il modo con cui il fascismo ha preso il potere, come lo ha esercitato e come
ha tentato e tenta di legittimarlo, bisogna tener presente che l’on. Mussolini se è un uomo tenacissimo
ed audacissimo non è niente affatto un forte nel vero senso della parola. Anzi è un impulsivo, un
uomo che per la sua estrema sensibilità è estremamente influenzabile e che se trova delle volontà
tenaci come la sua è facilissimo a perder la tramontana o a venire ai più miti consigli. Fino ad oggi
egli non ha combattuto: ha semplicemente vinto, costringendo i suoi avversari ad una serie di rese a
discrezione. Bisogna farlo combattere standogli di fronte come unità attive, e senza subire l’influenza
della sua persona e della sua manovra.
Bisogna pensare che anche nella politica come in guerra non subire l’iniziativa del nemico, se non
è vincere è certamente sottrarsi alla sconfitta. Ora l’opposizione ha subito costantemente l’iniziativa
dell’on. Mussolini.
Il piano fascista è questo: non avendo potuto o voluto assumere il potere superando
democraticamente il regime ed i vecchi partiti, e sentendo d’altra parte necessario l’appoggio del
regime, esso si è proposto di attuare la dittatura rispettando però le formze per non compromettere la
monarchia.
In una nazione dove la dignità degli istituti politici fosse stata maggiore non sarebbe stato possibile
un programma di questo genere. Qualunque altra monarchia non avrebbe accettato un compromesso
tanto inefficace e puerile. Da noi è stato accettato con la mentalità del lazzarone che, dopo aver
ottenuto la grazia da S. Gennaro, gli nega il voto sghignazzando: “l’aggio fottuto”.
Se il piano del fascismo è quello detto sopra, il piano dell’opposizione dovrebbe essere questo:
impedire all’on. Mussolini di operare come ministro del re costituzionale, farlo uscire dalla comoda
apparente legalità e ricacciarlo sul terreno rivoluzionario vero e proprio.
Coloro che temono dall’attuazione di questo programma le impiccagioni in massa sono degli
imbecilli. Il fascismo ha trovato la pacchia, non solo materialmente, quando ha accettato il
compromesso della monarchia. Scoprirli entrambi è già una prima maniera per sconfiggerli
moralmente. E in quanto alle minacce di esecuzioni in massa l’on. Mussolini sa che esse sono più
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efficaci quando sono usate come mezzo intimidatorio che come mezzo di repressione.
Molti errori irreparabili sono stati commessi contro questo possibile programma della opposizione,
ma molto si può ancora fare. Oggi le opposizioni alla Camera non hanno nulla da fare o, meglio,
possono fare solamente una cosa, legittimare come leggi costituzionali, scaturite da un reale
funzionamento del Parlamento le leggi che al Governo piacerà di fare approvare da una maggioranza
acefala che vota come un esercito o come un convitto di minorenni. Non solo non è pensabile come
vorrebbe il Mondo che la maggioranza muti il suo atteggiamento, ma non è neppure augurabile.
Se il Parlamento, così com’è oggi, con ogni via preclusa per l’opposizione, funzionasse
regolarmente, l’opposizione sarebbe doppiamente sconfitta. Le opposizioni dunque escano da
Montecitorio. Discutere è collaborare: proporre disegni di legge è collaborare, accapigliarsi è
collaborare. Bisogna lanciare un messaggio al paese e non partecipare più alle sedute ed all’opera
legislativa di questa Camera. Il Governo ha una pletorica maggioranza: faccia tutto lui.
La minoranza ritenendo illegale e anticostituzionale la legge elettorale e la composizione del
Parlamento, ritenendo tirannico, illegale ed antistatutario tutto il regime fascista, si rifiuta di prendere
parte ai lavori dell’organo essenziale della costituzione fino a che questa non sarà ripristinata in tutta
la sua interezza.
Il governo continuerà a legiferare con la sua maggioranza? Si accomodi. Le opposizioni
seguiranno il lavoro legislativo da un osservatorio extra parlamentare e diranno la loro parola, con
opportuni comunicati, al paese. Delle leggi approvate è bene sia lasciata piena ed intera la
responsabilità, ed il merito, alla Camera fascista che secondo l’on. Mussolini deve rappresentare un
esperimento storico di portata universale.
Lasciate che legiferino i quattrocento Gorini e Casalini della maggioranza e che magari, per
variare la monotonia delle unanimità, in mancanza di altri bersagli, si bastonino di quando in quando
fraternamente per tenersi in esercizio.
Forse si darà luogo ad un esperimento che rimarrà unico nella storia dei parlamentari e negli annali
dell’umorismo. Contemporaneamente, e di conseguenza, bisogna agire nel paese. Lo stesso
atteggiamento tetragono e irriducibile che si assume in Parlamento o meglio nei riguardi del
parlamento, bisogna assumerlo individualmente e collettivamente nel paese. Riguardare il fascismo
come un esercito accampato, il governo nazionale come un governo esclusivamente rivoluzionario.
Non disubbidire alle leggi ma resistere con ogni mezzo, anche con la violenza, agli arbitri, ricorrere
molto più frequentemente, anzi in tutti i casi, alla magistratura, rendere in una parola sempre più
palesi ed evidenti le irregolarità e gli arbitri del regime.
Il Governo abolisce un giornale? Si Rricorraere al magistrato. Compie un arresto arbitrario? Si
Rricorraere al magistrato. La magistratura è ancora una difesa, ma se anche si rivelasse asservita ed
impotente, la sua inefficacia voluta o coatta sarebbe sempre un sintomo e determinerebbe sempre un
fermento.
Gli organi della polizia e gli ufficiali che dovrebbero salvaguardare l’incolumità delle persone si
rifiutano di farlo? Li si Cconducarli davanti al magistrato. Si denuncinoTradurre, per esempio, quei
carabinieri o quei funzionari sotto i cui occhi si è bastonato impunemente, quei prefetti che
comminano i bandi d’autorità, quei commissari di polizia che lasciano incendiare le cooperative. Si
potrebbero avere dei processi interessantissimi, non importa se inefficaci specificamente, e da una
serie di processi di questo genere, da una discussione presso le supreme magistrature sulla legalità
degli atti deli un regime, verrebbe fuori un lievito rinnovatore di primissimo ordine.
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S.B.T.I. Bovalino
Ancora: si sfruttinoare quanto più è possibile le libertà normalmente esistenti. Le libertà di
organizzazione, di riunione, di parola, di pensiero, non sono state abolite ufficialmente, bisogna
richiederne, nei limiti del possibile, il godimento pieno ed integrale.
Il maggior contributo di lotta debbono darlo le masse, le coscienze individuali nei paesi,
nell’esercizio della propaganda quotidiana e nella difesa energica e dignitosa della propria personalità
e della propria libertà.
Con questo piano si mette il fascismo in questa duplice alternativa: o entrare interamente nella
legalità perdendo gli attributi della dittatura o uscire dalla legalità ed agire apertamente sul terreno
rivoluzionario.
Tutte e due le vie lo porteranno progressivamente ad esaurirsi ed a liquidarsi. In ogni caso
chiariranno la situazione; e si uscirà così dall’equivoco di una dittatura che non è dittatura e di un
regime costituzionale che non è costituzionale.
I due poteri o si elideranno o entreranno in conflitto o si alleeranno ancora più apertamente di oggi,
ed allora quella chiarificazione che si produrrà nell’alto si produrrà nel basso, tra il popolo.
Se l’opposizione riuscirà a non subire più l’iniziativa dell’on. Mussolini e lo costringerà a
modificare il suo piano d’azione, essa otterrà, perciò solamente, una prima fondamentale vittoria.
Cosa farebbe l’on. Mussolini davanti ad una opposizione così energica, unanime, risoluta, manovrante
con un piano proprio? Entrerà nella legalità? Non gli sarà possibile perché sarebbe la sua irreparabile
sconfitta.
Ed allora passerà alla cosiddetta seconda ondata, gitterà la maschera del costituzionalismo,
chiuderà il Parlamento, proclamerà sospese le garanzie costituzionali?
Poiché questa è l’ipotesi più vera e più seria, bisogna veder che cosa dovrebbe fare l’opposizione
in un caso simile.
Paolo Albatrelli
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S.B.T.I. Bovalino
(Matteotti) La vera speculazione ed i veri responsabili
“La Voce Repubblicana”, 19 Giugno 1924
Nel delittuoso affare Matteotti vi è evidentemente una speculazione in corso; ma non da parte
dell’opposizione o del partito socialista. L’una e l’altro sono troppo spaventati e mortificati dal
mostruoso avvenimento che è lontano le mille miglia da competizioni, e dall’altro canto non sono
attrezzati e preparati per trarre un profitto positivo dall’enorme turbamento dell’opinione pubblica.
La speculazione la sta tentando il fascismo ed essa consiste nel far credere ad una sensibilità
morale, che non esiste e non è mai esistita nelle sue file e nel suo spirito, per cui un delitto che per il
fascismo in fondo rientra nella pratica di governo e negli affari di ordinaria amministrazione diventa
anche per essolui quello che è per tutto il mondo civile: un crimine barbaro, da banditi di macchia, da
regimi medievali.
L’On. Mussolini davanti al fatto inaudito, e con quel senso squisito che lo caratterizza, avvertì il
vento dell’opinione pubblica e perdette quasi il respiro. Fu preso dal panico;, ciò è provato soprattutto
dalle minacce da lui espresse (dimentico delle sue tante esegesi su Machiavelli) contro coloro che
avessero tentato di abbatterlo. contro coloro che tentassero di metterlo a terra, e dimenticò la sua
esegesi di Machiavelli.
Questo dimostra ancora una volta che Mussolini non è soltanto un falso forte, un falso patriota, un
falso conservatore, ma è anche un piccolo falso tiranno. A me è enormemente meno antipatico il
Mussolini che rifiuta di rispondere alla interpellanza per il tentato assassinio dell’On. Nitti nel suo
villino, o che giustifica cinicamente le bastonature di Misuri, di Forni e di Amendola, del Mussolini
che deplora con termini passatisti l’assassinio del deputato Matteotti.
Questo Mussolini è fuori dalla linea fascista. La vera linea fascista è quella dell’Impero che, in
occasione del viaggio presidenziale in Sicilia, inserisce tra le forze che salvarono l’Italia di Vittorio
Veneto anche la Mafia e la Camorra.
L’episodio Matteotti non è che un tipico episodio di mafia. Non per nulla due fra le colonne più
solide del governo fascista sono Michelino Bianchi, cosentino, e Carnazza, siciliano.
Se la speculazione in corso riuscirà, il fascismo, consegnando al magistrato tre o quattro
delinquenti comuni, dei quali tuttavia si è servito per tre anni di seguito per ogni specie di imprese
sanguinarie, darà modo all’on. Mussolini di mostrarsi attraverso uno dei suoi soliti gesti pittoreschi,
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come il paladino del diritto, dell’ordine, della giustizia e persino della libertà di pensiero e della civile
lotta politica.
Sarebbe il colmo! Fra tante altre speculazioni èsarebbe la più riuscita e caratteristica perché
darebbe valore a quella tale diversione pacificatrice di cui è un sintomo eloquente l’ultimo discorso
del Presidente. L’on. Mussolini sente ormai in modo indubbio che attraverso due anni di pressione
feroce ed incontrollata, esso non è riuscito ad altro che a suscitare intorno a sé onde irresistibili di
ostilità. Sente quindi affannoso il bisogno di battere un’altra via; ed ecco che uomini abituati
all’impunità, sforniti di senso politico, e forse anche premuti irresistibilmente da necessità di difesa
della loro losca attività di profittatori, gli organizzano questo delitto in un momento assolutamente
impropizio. Ma l’On. Mussolini è tale giocoliere capace di trarre profitto anche dalle sventure e sta
lavorando abilmente a tal fine.
Lasciamo che il gregge infame o vile ceda all’ultima ma non definitiva seduzione: noi rimaniamo
al nostro posto di accusatori implacabili e di implacabili antifascisti, oggi più che mai fieri ed
orgogliosi della nostra posizione di battaglia, oggi che il fascismo si macchia di delitti tanto mostruosi
che fanno orrore a lui stesso e a tutto il mondo civile. Ma la deplorazione e l’orrore non debbono
impedire la ricerca delle responsabilità. Anche qui bisogna essere conseguenti e implacabili. Le
responsabilità di questo delitto non sono nei manigoldi che l’hanno organizzato: esse sono nel regime
che ha eretto la sua fortuna e la sua potenza sul reato politico, qualificandolo reato nazionale, e sulla
utilizzazione della delinquenza comune chiamandola patriottismo.
Il Dumini dichiara in carcere: io non ho mai agito di mia iniziativa. Sempre per fini nazionali. Ci
volevano degli ex socialisti per ridurre la nazione, la Patria di Mazzini, ad un nel “Comitato d’affari”
di una classe di sfruttatori! Un regime che fa assolvere in istruttoria gli omicidi del Deputato Di
Vagno, che ha nelle sue file gli uomini di Roccastrada e fra i più alti dignitari gli uomini che
comandarono la strage di Torino, senza neppure un inizio di istruttoria giudiziaria; un regime che ha
al suo attivo la duplice bastonatura del Deputato Misuri e il tentato assassinio di Amendola e di Forni,
non può rigettare “sic et sempliciter” la responsabilità del delitto Matteotti. Questo non è che uno dei
tanti, più spettacoloso, più appariscente, ma specificamente non di molto più grave di tanti altri, più
grave ad es. del massimalista Piccinini. Chi era Amerigo Dumini?
Dicono che l’on. Dello Sbarba si sia rifiutato di assumerne la difesa. Io credo che il Dumini
dovrebbe trovare un collegio di difesa imponente tra i rappresentanti del Partito Fascista. Egli in fondo
non era che un delinquente comune che aveva messo i suoi istinti belluini a servizio di un partito, dal
quale aveva onori, stipendi e commissioni nazionali ed internazionali. Perché dovrebbe avere oggi
solo lui la galera, mentre i suoi complici continuano il loro ruolo di eroi nazionali?
Se questo orrendo delitto potrà essere svelato in tutti i suoi particolari retrospettivi e nei suoi oscuri
moventi, e tutte le forze che hanno mosso la macchina infernale potranno essere smascherate, la
sordida Italia degli arricchiti di guerra e degli speculatori della Vittoria presenterà un quadro tale da
richiamare alla memoria le epoche più losche della Roma Catialinaria ed imperiale. Ma la luce non
sarà fatta, non può essere fatta. Troppo alti interessi, troppe persone altolocate vi sono immischiate,
troppo il delitto s’incastra nel Regime.
Quel sottosegretario di Stato accusato pubblicamente di loschi affari che si dimette, quel capo
dell’ufficio stampa che ha per tanto tempo come uomo di fiducia il Dumini, quel geniale ed
intrepido direttore di foglio ultrafascista così fortemente indiziato; e poi la questura che sa e non
sa, che si contraddice, che aveva il dovere della sorveglianza specifica dell’on. Matteotti e che tace per
tre giorni e soprattutto il passato, la posizione di tutti gli esecutori materiali, fanno pensare che con la
migliore buona volontà Mussolini non riuscirà, non potrà far luce completa perché non si può
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S.B.T.I. Bovalino
chiamare la gente in casa propria per farla assistere alla prostituzione del proprio sangue.
Ed allora perché luce completa sia fatta si impone una altissima questione morale che noi
solleveremo senza esitare. Nessuno ha fiducia negli organi di accertamento fascista e, con tutta la
fiducia che si può avere nella magistratura, si è sempre di fronte al dubbio che il governo, confuso col
partito dominante, possa premere sulla magistratura, occultare, togliere per mezzo della polizia
preziosi mezzi di accertamento.
L’on. Mussolini dice: “Io sono personalmente al di sopra del delitto” e noi per ciò che si riferisce
all’organizzazione materiale di esso, non lo mettiamo neppure lontanamente in dubbio, ma non
possiamo d’altro canto considerare il Duce avulso dal suo partito, dai suoi collaboratori, dal suo
“Eentourage” ed infine dai mille loschi, furfanteschi affari che consolidano e sono a loro volta
consolidati dal suo governo e dal suo regime.
Perciò on. Mussolini un dovere vi si impone, e non solo a voi ma a tutta la vostra “troupe”: le
dimissioni. Lasciate che altri indaghi, lasciate in altre mani gli organi di polizia che altre volte hanno
notoriamente agito coi delinquenti di oggi, lasciate che la magistratura possa guardare nelle carte del
vostro partito senza limitazioni.
Dimettetevi tutti: senza di ciò l’istruttoria Matteotti si risolverà in una truffa alla quale potrà
abboccare la turba dei vostri servitori e dei vostri fanatici, ma a cui non abboccheremo noi e neppure
il mondo civile.
Dimettetevi. E’ un dovere.
Paolo AlbatrelliAlbarelli
La crisi Fascista:
Il tramonto di un anacronismo
“La Voce Repubblicana”, 25 giugno 1924
Queste due ultime tempestose settimane tempestose di politica interna sono state una prova
decisiva per la teoria mussoliniana di governo mussoliniana. L’antidemocrazia, l’antiliberalismo, il
cesarismo illuminato, il regime dittatorio dell’uomo provvidenziale, del neo Napoleone che fa tutto, si
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dimostrarono non solo inefficaci e caduchi, ma soprattutto pericolosi per allo stesso regime che ad essi
aveva affidato la sua stabilità.
Il vento impetuoso dell’opinione pubblica ha scardinato questi vecchi scenari medievali e l’On.
Mussolini con una milizia ai suoi ordini esclusivi, con i poteri dello Stato in mano, con una Camera
nella enorme maggioranza creata da lui pressoché dal nulla ed a lui fedelissima, si è trovato quasi
disarmato, investito da ogni parte dal sibilo potente dell’indignazione nazionale ed universale.
La potenza dello spirito si è levata implacabile contro i bastoni e le milizie, il senso morale si è
posto contro la volontà di potere, l’uomo comune, con la sua comune umanità, si è levata contro il ha
fatto fronte al presunto eroe. la cui moralità sta all’altezza della meta nella eccellenza del sogno.
Parlo, come vedete, per assurdo e di eroi e di mete e di sogni, per adeguarmi alle velleità più che
alla realtà fascista che è piena di infinite ed impudiche miserie.
Ahimè, il partito che credette di rappresentare l’Italia di Vittorio Veneto, rappresentato, a sua
volta, negli alti organi del ministero, da volgari ladruncoli, da biscazzieri e da delinquenti comuni!
Ahimè, vi sono eroi della “nuova era” che provengono dalle file infamate dei disertori davanti al
nemico, che hanno per amanti portinaie di postriboli e vivono notoriamente di delitti e di ricatti.
Questo è il tallone d’Achille del fascismo, e noi fummo i primi, i più caparbi sostenitori di questa
verità, e perciò fummo dichiarati miopi e velenosi. E su questo brulicame di delinquenza comune, – di
bassezza morale, di vizio esaltato e inverecondo a l’on. Mussolini - una ferrea volontà messa al
servizio di una sterminata ambizione - si era creatoa una siuaposizione di potenza che a lui, seguace
della morale machiavellica, parve incrollabile ed indipendente daglill’ influssio della disprezzabile
massa umana che si lascia sedurre ed intimorire dagli istrioni.
Il castello è crollato, almeno moralmente, e nulla varrà a rifargli una verginità a cui non ha diritto.
Intanto il Duce deve essersi finalmente persuaso che nel secolo ventesimo il mondo civile è
democratico nella sua essenza più profonda e che oggi non è possibile, oggi come ai tempi di
Machiavelli, organizzare la soppressione di Vitellozzo Vitelli giustificando il delitto con la ragione di
Stato.
L’impero e il cesarismo mussoliniano sono due pietosi anacronismi, due piante esotiche che non
possono fruttificare nell’atmosfera politica della nostra epoca, o danno frutti di cenere e tosco.
Quanto è avvenuto e quanto avviene rivelato da una imprevedibile tregua imposta dalle
circostanze, alla compressione del regime fascista, tutto questo marciume di attività scandalose in
seno al partito dominante e negli organi stessi del governo è frutto non solo della qualità degli uomini
della rivoluzione, della loro impreparazione, della loro stessa giovinezza, ma è altresì frutto del
metodo fascista, della mancanza di controllo democratico, non solo nelle nomine, ma nello
svolgimento delle attività varie di codesti personaggi. La libertà di stampa, la libertà cioè che deve
avere il più sciagurato dei cronisti di criticare la condotta di qualunque funzionario pubblico, di
qualunque ministro, non è tanto necessaria alla comunità quanto alle stesse forze che sono al potere.
Soltanto Nnella più ampia maggiore libertà solamente possono esistere il maggior controllo, e la
maggiore limitazione dell’arbitrio individuale e quindi il maggior limite alla bestia umana che
dormicchia in ognuno di noi.
L’On. Mussolini invece, salito al potere con gli uomini delle squadre d’azione, nell’applicare la sua
teoria di governo dittatorio, passò da esaltazione in esaltazione e da errore in errore. Credette di sanare
tutto imponendo silenzio alla stampa, che aveva in pugno, per mezzo di quell’eroico Cesarino Rossi
(che manipolava i delinquenti e i milioni), ed è tipica la tenace ingenuità del Duce quale traspare da
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due comunicati stesi di suo pugno e pubblicati dal Popolo d’Italia dopo il viaggio in Sicilia.
Quel guasta mestieri di Massimo Rocca, aveva messo in subbuglio la massa fascista con accuse
specifiche di corruzioni, di affarismi, di profitti illeciti. Un altro uomo che avesse avuto più a cuore la
moralità e la efficienza numerica del proprio partito, avrebbe indagato, colpito inesorabilmente i centri
infetti. Mussolini, invece, con una cecità psicologica e politica che appare inspiegabile, credette di
aver rimesso a posto tutto imponendo il silenzio ai giornali e cacciando Massimo Rocca. mentreE nel
silenzio, gli uomini del suo entourage trafficavano in combutta con la categoria più perversa e
dannosa di cittadini che prospera in ogni paese: quella dei falsi produttori, dei falsi capitani
d’industria, dei nuovi ricchi: cuori di ienae e cervelli da rigattierei.
Ma qui bisogna farsi una domanda: poteva agire diversamente il fascismo se al poppatoio di questi
rigattieri si era nutrito e irrobustito e se aveva portato al potere il loro programma?
Questo è il “punctum saliens” della questione.
L’eroe Mussolini con le sue velleità anacronistiche, con le sue pose istrioniche, con le sue
malaccorte e ciniche declamazioni non era che l’artista delegato a verniciare di patriottismo, di
cesarismo eroico, la svergognata Italia degli arricchiti di guerra. che credettero davvero nella
palingenesi comunista.
Dietro a un certo questo maresciallismo rimesso in ghingheri, dietro a questo un combattentismo
da compagnie di ventura a cui, per la più grave immaturità della mentalità italiana, hanno aderito,
purtroppo, molti autentici ed eroici combattenti, si nascondeva vi era quello ciò che costituiva la vera
l’ossatura del fascismo: la forza finanziaria.
Vi erano i più pericolosi e feroci conservatori a braccetto con quei tali pescecani che avevano troppo
facilmente guadagnato delle ingenti fortune durante la guerra e si erano abituati a considerare lo Stato
come unla piattaforma naturale delle loro manovre e dei loro affarismi.
Il Fascismo aveva trovato la formula adatta e perciò, secondo i fascisti, aveva salvato l’Italia che era
rappresentata poi esclusivamente da loro e dalla loro fortuna.
Quando Mussolini con le sue comparse si insediò al potere costoro credettero di avere veramente
in pugno la Nazione e gratificarono lautamentergamente tutti gli organi e le personalità fasciste, sicuri
di rifarsi comodamente in mille guise. E’ così che in ogni parte d’Italia sorsero giornali fascisti e
finanziati con larghezza inaudita; è così che i vecchi organismi giornalistici vennero presi d’assalto e
conquistati facilmente da bancarottieri, esaltati a loro volta anche essi come eroi da una turba di
sgrammaticati avventurieri della penna.
Ed è così che un povero diavolo come il Filippelli, povero diavolo intellettualmente, diventa
nientemeno che l’avversario del senatore Albertini, ed è nelle sue mani che gli organizzatori
dell’offensiva contro la federazione marinara di Genova hanno versato a fondo perduto ben 12
milioni in 9 mesi! Quando la storiaversione di questo torbido periodo dai basso-impero sarà fatta a
fondo, e forse le imprevedute circostanze ne affretteranno la data, bisognerà indagare senza
indulgenzeben virilmente intorno alle attività di questi falsi produttori che si erano illusi per un
momento di dominare e di sfruttare non solo gli organismi operai attraverso la gaglioffa formula della
collaborazione, ma di dissanguare e di corrompere tutta la vita statale col furto legale, con la
corruzione e col delitto premeditato.
Queste forze erano i piloni su cui il Fascismo basava ed elevava la sua potenza, i suoi uomini più
autorevoliltolocati interpretavano i desideri di questa categoria e lo stesso governo ne attuava la
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politica, mentre una più bassa e oscura rappresentanza ne portava a termine attuava i progetti
delittuosi. Non comprendiamo perciò come si possa ritenere oggi il fascismo al disopra del delitto
Matteotti e si voglia affidare ad esso il progetto di far giustizia. In ogni modo il fascismo come
movimento antidemocratico e come teoria antiliberale atta a governare una grande nazione cade
miseramente nello stesso giorno in cui si rivela come Comitato esecutivo di un’Italia corrotta di
profittatori senza scrupoli e di avventurieri della politica.
L’On. Mussolini, che come uomo di azione è certamente un uomo di prim’ordine, metta la sua
energia a servizio di una grande e civile idea s’è capace ancora di credere e di amare qualche cosa, e
se riuscirà a venir fuori incolume da questo scandalo sanguinoso.
Le sue rappresentazioni a base di vecchi scenari debbono finire, anzi sono virtualmente finite.
Attardarsi intorno ad esse è come morire.
Paolo Albatrelli
Secondo anniversario
“La Voce Repubblicana”, 23 ottobre 1924
L’on. Mussolini nel suo discorso ai costituzionali milanesi ha fatto la cronistoria della situazione
italiana nel periodo che precedette la marcia su Roma, e ha voluto dimostrare che la su lodata marcia
si era imposta a lui stesso come unico mezzo per salvare l’Italia dallo sfacelo.
Il governo non esisteva più che di nome, la più pericolosa anarchia minava gli organismi dello
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Stato, la polizia era impossibilitata a reprimere nonché a prevenire le quotidiane spedizioni punitive
che insanguinavano le città e le campagne.
Tutto questo è esatto.
Se non che l’on. Presidente ha dimenticato di chiarire un piccolo particolare, e cioè che l’anarchia
del 1921 era rappresentata dall’azione del suo partito e del suo esercito irregolare, precisamente come
nel 1919/1920 era rappresentata dall’azione del bolscevismo e delle guardie rosse.
La sola forza che minava l’autorità dello Stato nel 1921/22, la forza che seminava morti ed incendi,
che bastonava e bandiva uomini politici ed organizzatori, che invadeva città, che teneva assediati e
qualche volta, come a Modena, bastonava i prefetti, era il Fascismo. Di moti proletari nel 1921/22
non abbiamo che lo sciopero di cinque giorni a Roma per protestare contro la calata dei fascisti,
che terrorizzarono la capitale, e lo sciopero disgraziato dell’agosto, ultima inane ed impolitica
protesta contro la dilagante illegalità e la costante impunità di cui godeva il fascismo.
Tutto il resto è dovuto al partito dell’on. Mussolini: Sarzana, Roccastrada, Treviso, Bologna,
Trento sono delitti e moti fascisti.
Chi ha vissuto in provincia in quel periodo sa che non vi era uomo o giornale o istituto proletario
che non fosse costantemente in pericolo e a cui non bisognasse quotidianamente una sorveglianza per
non essere massacrato o distrutto dalle squadre d’azione.
Tutti sanno che le autorità politiche dovevano comminare esse stesse i bandi decretati dal fascio,
sotto lo specifico pretesto che non avevano mezzi per garantire l’incolumità di coloro che venivanodei
banditi.
Vi era un partito armato che teneva le piazze e le campagne e si sostituiva allo stato per attuare una
sua speciale giustizia catalana seguendo un piano strategico che veniva illustrando sui suoi giornali.
Anche il funzionamento del Parlamento fu relativo dopo l’entrata dei trenta fascisti a Montecitorio.
Senza il veto di costoro ad una coalizione delle sinistre, sotto la minaccia di un moto rivoluzionario,
non si sarebbe arrivati a Facta, o almeno non si sarebbe ritornati a lui. Ma Facta era l’uomo che
volevano i fascisti, perché era il solo che avrebbe fatto trovare disarmato lo Stato, quando essi
avessero tentato il colpo rivoluzionario per impossessarsi del potere.
Così la situazione del 1922 presentava delle identità impressionanti con quella del 1919/1920.
Anche qui era un partito che sconvolgeva il ritmo normale e minava l’autorità dello Stato, con
obiettivi naturalmente diversi, la cui portata può essere discussa quanto si vuole, ma il fenomeno era
quello. La sola differenza consisteva nel fattoin questo, che il bolscevismo non aveva un programma e
nemmeno un piano d’azione, mentre il fascismo di programma non ne aveva, ma di piani ne aveva
uno e rivoluzionario: conquistare ad ogni costo il potere.
Ed anche nel 1922 il solito Corriere della Sera, che nel 1920 aveva invitato i socialisti ad andare al
potere, invitava i fascisti ad andarvi scegliendo le vie legali.
Ora io mi domando: se nel 1920 il partito socialista, abbandonando le sue fantasticherie totalitarie
fosse andato al potere, accettando, come era naturale, la collaborazione della borghesia, nessuno si
sarebbe sognato di dire che il socialismo aveva salvato lo Stato dallo sfacelo. Anzi il Giornale d’Italia
deprecava quella possibilità come una sventura nazionale.
Eppure non si trattava che di dare uno sfogo legale, nell’ambito delle istituzioni, ad un incomposto
fermento rivoluzionario.
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S.B.T.I. Bovalino
Il fascismo invece va al potere per le vie insurrezionali, umilia il Parlamento, instaura una dittatura
feroce, trasporta le divisioni più delittuose dello spirito nazionale dalla mentalità del partito negli
organi dello Stato, e gli italiani benpensanti ripetono ancora che il fascismo ha salvato la Nazione.
Perché?
La verità è questa: che non era la nazione che si voleva salvare ma gli interessi degli arricchiti di
guerra, degli agrari e dei conservatori.
Dietro il fermento scomposto del bolscevismo spuntava la faccia triste ma sicura dei problemi del
dopoguerra ed era quello che temeva la borghesia. Le promesse della guerra bisognava seppellirle col
milite ignoto nel monumento di Piazza Venezia. Il fascismo ha fatto precisamente questo e quindi ha
salvato la Patria.
Salvati gli interessi particolari, la Nazione è salva anche se i suoi istituti fondamentali sono
annullati o umiliati, e le sue libertà civili sono in discussione come cento anni fa.
Nel quadro politico generale dunque la marcia su Roma rappresenta una specie di
accompagnamento funebre delle promesse e delle premesse rivoluzionarie della guerra, che
Mussolini, con gran pompa, all’indomani della sua assunzione al potere, depose sul cadavere del
milite ignoto.
Per la storia del il fascismo in particolare rappresenta anche un’altra cosa.
Essa si è imposta realmente aAd un certo momento esso si è addirittura imposto come una
necessità economica e psicologica.
Il bolscevismo era stato l’esplosione del disorientamento spirituale lasciato dalla guerra e del
risentimento delle masse per i risultati della pace: il fascismo era un’esplosione dello squilibrio
morboso e della disoccupazione spirituale della piccola borghesia ubriacata di retorica durante gli anni
del conflitto.
L’abilità del Duce fu appunto quella di aver saputo adunare intorno a sé, disciplinare e idealizzare
questo impeto e questa esplosione, mettendole al servizio delle classi conservatrici e della propria
ambizione.
Si costituì così un esercito che per due anni fu largamente finanziato con oblazioni degli industriali
e degli agrari.
Tutto questo doveva forzatamente sboccare nellain una conquista dello Stato.
La borghesia non poteva assumersi indefinitivamente il mantenimento di questa larga schiera di
disoccupati materiali e spirituali, né poteva a lungo pagare le spese dellei periodiche parate periodiche
e di una mobilitazionei permanente che costavano fior di milioni.
Né si potevano tenere in attesa tanti baldi giovani con le armi ai piedi mentre avevano una voglia
matta di esercitare le mascelle nel prosciutto delle cariche pubbliche e del bilancio.
Bisognava conquistare lo Stato, far sboccare in una azione rivoluzionaria la disoccupazione
materiale e spirituale che i reduci avevano portato con sé dalla guerra.
Questo è il legame ideale che unisce la Marcia su Roma a Vittorio Veneto, tutto il resto è retorica,
montatura, girandola verbale che non lascerà traccia di sé nel futuro esame storico degli avvenimenti.
Lasciamo che l'on. Panunzio giudichi la marcia come un avvenimento enormemente più
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S.B.T.I. Bovalino
importante della rivoluzione francese e di quella russa.
Un simile giudizio dato da un professore ordinario di filosofia del diritto potrà al più rappresentare
per gli studiosi dell'avvenire un indice malinconico della profonda depressione in cui è caduta la
nostra scienza ufficiale o, se più vi piace, il carattere degli scienziati. Non altro.
Già la portata della commemorazione odierna comincia a subire delle revisioni: il suo carattere
nazionale si restringe; i mutilati ed i combattenti la dichiarano una manifestazione di partito. I liberali
ed i democratici, a cui fanno capo gli uomini che l'hanno inscenata e finanziata, non sono più uniti, ed
il popolo, che assiste o partecipa alle recriminazioni per le perdute libertà, si accorge che dal 28
Ottobre non un'era nuova comincia, ma una oscura ora di terribili prove che ha inizio con una marcia
carnevalesca e potrebbe finire in una tragedia nazionale.
Il fascismo moralmente è morto, ma materialmente è ancora ben vivo e minaccioso ed i suoi capi
hanno la necessità assoluta di tenere il potere perché una resa dei conti potrebbe essere assai
pericolosa per molti di essi. Lo terranno quindi fino alle estreme conseguenze.
E se a queste estreme conseguenze si arrivasse – quod deus advertat – coloro che hanno armato,
finanziato, esaltato e portato al potere il Fascismo si accorgerebbero del delitto che hanno compiuto
verso la Patria.
E si vedrebbe soprattutto se gli istituti a cui era affidata la difesa delle libertà pubbliche, aprendo
nel 1922 alle camicie nere le porte di Roma, abbiano agito con illuminato patriottismo o non abbiano
piuttosto preparato alla povera eroica Italia di Vittorio Veneto una situazione tale da costringere i suoi
cittadini, dopo quattro guerre per l'indipendenza, a combattere ancora per riconquistare contro una
tirannide interna le elementari libertà civili.
In quel caso forse dal 28 Ottobre potrebbe cominciare per gli italiani una novella storia.
Paolo Albatrelli
Dedicato ai costituzionali:
Il giuramento della milizia
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S.B.T.I. Bovalino
“La Voce Repubblicana”, 29 Ottobre 1924
Il giuramento della milizia nazionale al Re è un avvenimento politico di primissimo ordine per noi
repubblicani perché lumeggia in modo veramente inequivocabile la posizione dell’istituto
monarchico, non solo davanti al fenomeno fascista, ma davanti alla sua funzione di tutore e di
difensore della libertà dei cittadini italiani.
Noi non critichiamo, non deploriamo, constatiamo e mettiamo agli atti per la storia di domani,
invitando i signori costituzionali e i costituzionaleggianti a meditare. E se la nostra richiesta non fosse
indiscreta, chiederemmo al Mondo alla Stampa al Giornale d’Italia e al Corriere della Sera che hanno
degli esperti in diritto costituzionale a loro disposizione, di fornirci qualche spiegazione.
La Milizia giura quindi fedeltà al Re, che cosa è questa milizia?
Un organismo militare, reclutato contro le regole, contro lo spirito delle leggi vigenti e dello
Statuto, nelle file di un solo partito. Che fosse così nessuno vorrà negarlo, io credo, almeno per le sue
origini, fino alla marcia su Roma.
Finché le camicie nere erano riunite in formazioni volanti, cadevano sotto la sanzione degli articoli
253-254 del codice penale, che nessuno mai si sognò di applicare.
Entrate in Roma, con un movimento insurrezionale, il loro capo tentò di legalizzarleo e con una
serie di decreti legge costituì un corpo esclusivamente ai suoi ordini, e se ne servì per salvaguardare sono sue parole- i diritti della rivoluzione che egli considerava continuamente in atto.
Che cosa vale questa legalizzazione consistente in decreti legge con o senza la ulteriore
approvazione del Parlamento? Assolutamente nulla. La costituzione della milizia sconvolge le basi
della monarchia costituzionale ch’è – almeno teoricamente – una costituzione a base democratica
legalitaria.
Può il re di una monarchia costituzionale a base parlamentare approvare che il capo del suo
governo, ch’è capo di un determinato partito politico, abbia un suo esercito che ubbidisca
esclusivamente a lui, che sia pagato con i denari di tutti i cittadini, ma che escluda dalle sue fila i nove
decimi di essi, e serva al partito al potere per attuare una politica che sconvolge le basi della carta
statutaria? Lo potrebbe un re assoluto, ma non un re costituzionale, perché un provvedimento di
questo genere verrebbe a sancire una duplicità di poteri che non è ammissibile, ed una disparità di
trattamento fra i cittadini dello Stato che ha solo riscontro nei regimi di casta dei popoli inferiori o nei
vecchi regimi a sistema schiavista.
Per la medesima ragione sarebbe nulla l’approvazione del Parlamento alla costituzione della
milizia in regime costituzionale parlamentare.
Gli istituti politico-giuridici, non sono delle botteghe in cui si possa mettere, per esempio, una
targa da fruttivendolo e dentro invece far la barba alla gente, ma hanno appunto il loro contenuto
giuridico ch’è modificabile e annullabile, ma non deformabile. Una cooperativa per azioni può essere
trasformata in accomandita, ma allora non si chiamerà più cooperativa per azioni.
Il sistema monarchico costituzionale è un istituto politico giuridico che comporta unicità dei poteri
nelle mani del re, ubbidienza dei cittadini ai poteri costituiti ed ubbidienza del re alla Costituzione,
uguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi, determinate garanzie di libertà, partecipazione del popolo
alla formazione delle leggi per mezzo del parlamento che deve funzionare con assoluta indipendenza
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S.B.T.I. Bovalino
nei limiti dei regolamenti interni della costituzione.
Ora un parlamento che in regime costituzionale rappresentativo, approvasse un provvedimento che
mettesse accanto al re un altro capo di forze armate, il quale, sia pure con il più furioso patriottismo,
sostenesse con queste armi una sua personale politica, eventualmente contro gli istituti fondamentali,
come il Parlamento e la Corona, questo stesso parlamento approverebbe nel momento stesso perciò la
fine della monarchia costituzionale rappresentativa.
La milizia è stata dunque, fino al 28 ottobre, una formazione rivoluzionaria, irregolare,
antistatutaria in attesa di sistemazione.
E fin qui, i costituzionalisti, superando dialetticamente lo scoglio del decreto reale, che costituisce
la milizia, avevano la scusa del periodo eccezionale o rivoluzionario e la speranza della prossima
sistemazione.
Ora la sistemazione avviene: e come avviene? Col giuramento al re.
Il capo dell’esercito irregolare, ch’è anche il capo del governo e capo del partito fascista, donde è
tratto questo esercito a lui devoto, lo presenta al re e gli dice con più o meno buona fede: “Questo mio
esercito che fece la rivoluzione è pronto a giurare fedeltà a voi e ai vostri successori, questo io ritengo
necessario, perché si sappia che il mio esercito non è contrario all’istituto monarchico, ma lo sostiene,
come del resto fa tutta la mia politica. Questo esercito non perde le sue caratteristiche di reclutamento,
non viene meno all’ubbidienza che deve a me e alla mia politica rivoluzionaria: esso è pronto ad ogni
mio cenno, ed io lo metto sotto la vostra protezione ed a sostegno della vostra casa”.
Cosa fa il re? Accetta il giuramento di questo organismo militare costituito contro le leggi, i cui
obiettivi sono la negazione dei principi di uguaglianza dei cittadini e della monarchia costituzionale
rappresentativa.
Prendiamo atto…
Ma, dicono i liberali di destra ed i fascisti: col giuramento al re, la milizia entra definitivamente
nella costituzione, perché si pone a presidio oltre che della rivoluzione, dell’istituto monarchico
costituzionale. Lasciamo andare la considerazione che non è possibile essere fedeli
contemporaneamente a due padroni, lasciamo andare che chi si pone a presidio della rivoluzione
fascista, non si può porre a presidio delle istituzioni che sono da essa in parte calpestate o falsate come
il parlamento o la corona. Ma noi ci domandiamo. Basta il giuramento al re per legalizzare una
qualunque associazione? Ma allora, sia detto senza alcuna intenzione offensiva, e a puro titolo di
esemplificazione, il capo di una banda di pregiudicati, potrebbe con un pubblico solenne giuramento
mettere sotto la protezione della corona il suo sodalizio!
Questa ipotesi è così atrocemente offensiva per la corona che noi repubblicani arrossiamo a
formularla sia pure per semplice necessità dialettica.
Evidentemente non basta che una associazione giuri fedeltà al re perché sia legale ed entri nella
costituzione, se questa associazione sconvolge le basi degli istituti politico-giuridici che ci reggono, il
suo giuramento alla corona e l’accettazione di questa possono costituire tutt’al più una approvazione
sovrana delle basi costitutive e dei fini di questa associazione, ma non mai la sua legalizzazione.
Il re non è niente affatto al disopra della legge e il giuramento a lui è intanto costituzionalmente
valido a legalizzare un istituto, in quanto questo istituto è conforme alla legge e la sua azione è diretta
alla conservazione di questa e delle sue fonti costituzionali. L’esercito, gli impiegati, i magistrati
giurano fedeltà al re solo quando hanno assunto il loro grado, il loro impiego e la loro funzione nelle
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S.B.T.I. Bovalino
forme legali e si dedicano ad una attività conforme alle leggi.
Che cosa rappresenterebbe il giuramento al re di un sindacato di borsa o puta caso di un esercito di
guardie rosse? Evidentemente un giuramento delle guardie di Bombacci e degli arditi del popolo non
avrebbe costituito la legalizzazione di quei corpi armati.
Ed allora domandiamo qual è la posizione della Monarchia in questa faccenda del giuramento della
milizia e se può essa conciliare la sua funzione storica con la costituzione, i fini e la disciplina della
medesima milizia.
Ai costituzionali la risposta; al popolo italiano la memoria dell’avvenimento.
Paolo Albatrelli
Che cosa è lo Statuto
“Con lo spirito dei tempi”
“La Voce Repubblicana”, 31 Ottobre 1924
Non mi è riuscito di trovare un giornale di nessun colore politico che abbia rilevata, nel dovuto
modo, una frase pronunciata con deliberato proposito, dal vecchio Boselli, davanti al re, nella
commemorazione albertiniana, che ha avuto luogo alcuni giorni or sono a Torino.
Eppure la frase ha un valore inestimabile, specie in questi momenti in cui i circoli e le correnti
monarchiche, dopo aver fatto il loro gioco attraverso il fascismo, tentano di rifarsi una tardiva
verginità, con la rivalutazione dello Statuto, presidio delle civili e politiche libertà, e di altri preziosi
beni nazionali, come ognuno può constatare ad occhio nudo, con un rapido sguardo alla nostra
situazione interna.
E’ noto che il venerando Boselli, come tutti i rappresentanti del liberalismo italiano, è un fascista,
uno di quei fascisti, per intenderci, che del fascismo accettano per profonda affinità spirituale la
scorza reazionaria conservatrice, e che non ne avvertono o ne compatiscono il nucleo centrale ch’è
rivoluzionario.
Ora il vecchio Boselli, magnificando l’atto magnanimo di Carlo Alberto davanti alla maestà del
nipote a cui è affidata la intangibilità della carta statutaria, è uscito in questa frase ad effetto che,
dicono le cronache, fu sottolineata da grandi applausi: “Egli – il vostro avo – promulgò lo Statuto, voi
lo manterrete intangibile, con lo spirito dei nuovi tempi”. In queste ultime sei parole vi è tutto il
liberalismo italiano; e si capisce benissimo come esso, attraverso i suoi rappresentanti più genuini
quali Salandra, Codacci Pisanelli, De Capitani e simili, si trovi in pieno accordo col Fascismo.
Noi non ci stancheremo mai di ripetere che il più gran guaio che possa capitare all’Italia è quello di
ricadere in mano di questa specie di liberalismo. Esso è peggiore del fascismo, perché questo è una
malattia acuta della quale, al più presto, l’organismo sano e resistente della nazione si libererà, mentre
quello è un vecchio enfisema cronico del quale chissà quando ed attraverso quali e quante dolorose
esperienze sarà possibile liberarsi.
Machiavelli diceva che le tirannie violente sono per la salute dei popoli da preferirsi alle tirannie
blande, perché le prime accendono gli spiriti rivoluzionari e fortificano il carattere nell’amore della
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S.B.T.I. Bovalino
libertà, queste, invece, addormentano gli spiriti e i caratteri e sono molto più difficili da eliminare.
Conservate lo Statuto con lo spirito dei nuovi tempi! Ecco una frase che l’Onorevole Mussolini può
invidiare al vecchio Boselli, una di quelle frasi forti, comprensive, nelle quali l’ardore militaresco dei
seguaci di Sant’Ignazio suole adombrare le più promettenti restrizioni mentali. L’Onorevole
Presidente del Consiglio non ha altro programma che questo: conservare lo Statuto secondo lo spirito
dei tempi nuovi, interpretato, questo è pacifico, da lui, nell’interesse del suo governo.
Non è lo Statuto quella via che mena a tutte le libertà e a tutte le evoluzioni? Sicuro…
Qual è lo spirito dei tempi nuovi?
Lo spirito d’autorità, di disciplina. Cinque anni di mobilitazione generale dell’umanità hanno
trasformato le nazioni in altrettante sterminate caserme, nelle quali il più grossolano degli avventurieri
coi galloni da caporale può intimare al cittadino il tradizionale: “Quando parlate con me fate silenzio”.
La gioventù non domanda, beata lei, che di servire, di sacrificarsi, di ubbidire, di battersi; le idee di
libertà, di umanità, di giustizia sono state detronizzate dalle idee di gerarchia, di nazione e di forza.
L’orizzonte si restringe, dite voi: è che voi non vedete le sterminate plaghe dell’orizzonte
imperiale.
Lo spirito dei tempi nuovi sostituisce alla democrazia l’autorità e con l’autorità la materia trionfa
sullo spirito, essendo, come insegna il filosofo Gentile, i manganelli più solidi dei cervelli.
In politica si è tornati alle pene corporali, e non so come, insieme al crocefisso, (o simbolo divino
di martirio per tutte le libertà, contro la mentalità farisaica, perdonami!) non sia divenuta stata
obbligatoria nelle scuole pubbliche anche la vecchia ferula.
Attraverso questi nuovi tempi non può essere mantenuto lo Statuto? Esso può esserlo è e senza
toccare una virgola.
Nelle leggi, dicono i giuristi, vi è da considerare la lettera e lo spirito, e se noi esaminiamo la
lettera ci accorgiamo che essa è in armonia con i nuovi tempi.
Difatti la base fondamentale dello Statuto è l’autorità regia: il re è il capo dello Stato, tutti i poteri
dipendono da lui, egli nomina e revoca i ministri, scioglie e convoca la Camera, quando gli piace,
promulga le leggi, dichiara la guerra e stipula la pace, stringe trattati di alleanza anche segreti, ed in
caso di urgenza semplicemente proclamata, può emanare per mezzo di decreti legge delle disposizioni
immediatamente esecutorie, sulle materie più disparate del mondo, da quella finanziaria a quella
militare, dalle imposte, alla libertà elementare dei cittadini.
Ciò, notiamo bene, senza venir meno neppure di una virgola al rispetto formale ed intrinseco dello
Statuto. E fin qui siamo nella più ampia corrente dello spirito nuovo.
Lo Statuto, è vero, riconosce alcuni diritti ai cittadini: quello di parlare, di pensare, di riunirsi, di
discutere e di scrivere liberamente.
Nessuno pensa di disconoscere o di discutere queste libertà e tanto meno il Presidente del
Consiglio;: solo, egli si serve della facoltà che gli accorda lo Statuto, di limitare volta a volta queste
libertà per motivi di ordine pubblico, ed è quello che ha fatto fino ad oggi.
Lo Statuto, anche qui, basta a tener a freno i partiti, ma se non bastasse i signori cittadini sono
pregati di non dimenticare che non è attraverso la libertà che i popoli diventano grandi, ma attraverso
la disciplina ed il rispetto dell’autorità. La testa, secondo il giudizio dell’on. Farinacci, non è fatta per
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pensare, ma per accennare di sì. Pensare non è necessario: l’on. Farinacci, per esempio, non ha mai
pensato e sta benissimo.
Vi è anche il Parlamento.
Ma che cosa è il Parlamento per lo Statuto se non una concessione del potere regio? Per esso il re
chiama il popolo a collaborare col potere esecutivo nella formazione delle leggi, ma se questa
collaborazione oltrepassa i limiti, e tende ad esercitare una funzione autonoma, questa tendenza
bisogna reprimerla.
In questo, fascismo e liberalismo sono d’accordo.
Adeguare lo Statuto allo spirito dei tempi nuovi in rapporto al Parlamento significa appunto
correggere la tendenza della rappresentanza popolare a sopravvalutare il contenuto democratico della
sua funzione e ridurla ad organo collaboratore del potere regio nei limiti della fedeltà e della
disciplina.
Questo è il senso intimo del ritorniamo allo Statuto per i liberali italiani, ed è giusto che essi non
vogliano stringere alcun rapporto con l’opposizione.
E’ bene chiarire alcune posizioni in questa confusaionaria ora politica. I liberali, lo proclamano:
contro il governo essi non hanno nessun desiderio di andare, solo esigono dall’on. Mussolini una certa
forma, ch’egli abbandoni certi atteggiamenti gladiatori, che tenga per sé e per il suo partito l’Italia, ma
che non lo gridi sulle piazze.
Se questo facesse l’on. Mussolini, i liberali lo proclamerebbero novello padre della Patria, il
fascismo si consoliderebbe e le istituzioni rimetterebbero le carte in regola di fronte all’opinione
pubblica, comportando lo Statuto, un meraviglioso adattamento allo spirito di tutti i tempi.
E con ciò si prova che la carta albertina è quella tale via che può portare a tutte le tirannidi, da
quella rossa a quella nera, come volevasi felicemente dimostrare.
L’elmetto e il littorio
“La Voce Repubblicana”, 13 novembre 1924
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S.B.T.I. Bovalino
I nodi sono venuti al pettine.
Noi abbiamo predetto che il fascismo avrebbe respintoe ed amareggiatoe tutte le forze che
contribuironoscono attivamente o passivamente al suo trionfo, nonché quelle che per un ingenuo
inganno o per fini inconfessabili avevano creduto di servirsi di questo farraginoso partito per tutelare i
loro interessi particolari o per restaurare valori patriottici. Così abbiamo avuto: massoneria,
socialdemocrazia, popolari, liberali, combattuti ed insultati non appena hanno accennato ad avere un
pensiero politico indipendente.
Ora è avvenuta la volta dei combattenti.
Con qual animo l’on. Mussolini aveva piantato i suoi talloni di cinico dominatore sulla piramide
del combattentismo, appare evidente dalle polemiche di questi giorni.
Ecco che cosa ha scritto il comm. Arnaldo sul giornale di suo fratello: Quando il fascismo al
potere ha compiuto tutto ciò che la nostra possibilità economica concede, quando tutte le
soddisfazioni di indole morale e materiale sono date ai combattenti gloriosi, quando il governo
custodisce il sacro fuoco dei ricordi e delle memorie, il compito nazionale verso i combattenti e i
mutilati è risolto.
E’ chiaro? Per il Fascismo l’Associazione dei Combattenti e dei Mutilati non doveva essere altro
che una specie di grossa agenzia di collocamento, nella quale i pezzi grossi potessero pescare delle
commende, delle medagliette, dei buoni stipendi e il servile pecus, impieghi pubblici a quindici lire
lorde giornaliere.
Il Governo non doveva a questa gente che dell’assistenza e la soddisfazione morale di vedere l’on.
Mussolini in tuba e ghette, custodire con sicumera pacchiana il sacro fuoco inginocchiandosi
periodicamente davanti al tumulo del Milite Ignoto.
Che balorda mentalità da profittatori! Per gente che si è presentata come rappresentante lo spirito
ideale della guerra non c’è male.
La verità è che l’On. Mussolini non ha mai capito la guerra se non nella maniera che gli è
possibile: come avvenimento da sfruttare; il suo interventismo sedicente rivoluzionario non era che un
pretesto per ricattare in seguito l’opinione pubblica e far passare sotto il manto dell’interventismo tutta
la merce avariata delle proprie ambizioni e di mal digerite ideologie.
L’educazione bassamente utilitaria appresa in quindici anni di socialismo militante, abbracciato e
perseguito come una carriera, l’avidità del suo spirito scettico, conoscitore e spregiatore di uomini, la
sua naturale ed invincibile superficialità gli impediscono di vedere la guerra e il combattentismo nel
loro vero aspetto religioso, come sacrificio di un popolo per un altissimo ideale che comprende ma
trascende anche la nazione.
Per lui valorizzare i combattenti significa farli commendatori, addobbarli con pennacchi nei ranghi
della milizia e fornirli di buoni stipendi, e poiché ciò non poteva essere fatto per tutti, a lui bastava
averlo fatto con i più audaci e spregiudicati. Valorizzare ed esaltare la vittoria per lui significa
declamarci sopra al cospetto del popolo, inscenare le più spettacolose parate.
Mentalità barbarica ed infantile, da contadino siciliano che non comprende l’estrinsecazione dello
proprio spirito religioso se non attraverso gli scoppi e le luminarie dei fuochi d’artificio.
Quando ai fascisti faceva comodo gabellare la loro azione come espressione del combattentismo,
allora questo aveva un valore ideale ed un contenuto politico. Oggi la politica è un’altra cosa, dice il
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S.B.T.I. Bovalino
comm. Arnaldo, ed il combattentismo deve essere superato.
E’ giusto. Noi sostenemmo questa necessità molto tempo prima del commendatore fratello, quando
in nome del combattentismo il suo grande congiunto andava ricattando le coscienze dei buoni italiani;
l’abbiamo sostenuta quando abbiamo visto sotto l’influsso di questo ricatto arrivare al potere i più
afsfrontati avventurieri ed i più abili imboscati, e quando il Parlamento fu invaso da giovincelli che
pur ostentando delle medaglie al valore, non avevano fatto in guerra la centesima parte di quello che
avevano fatto e sofferto migliaia e migliaia di ignoti cittadini, eroi umili e sublimi dei bombardamenti
tambureggianti, e che si servivano dei segni del loro valore per sostenere una tirannide che aveva nel
suo programma la persecuzione bestiale contro gli ideali più alti della guerra.
Noi avevamo le nostre ragioni ideali per proporre il superamento del combattentismo; ma il
fascismo come fa a proporlo ora dopo aver fatto una rivoluzione in nel suo nome di esso?
E’ bene però che il fascismo prenda atto che questo superamento non avverrà, anche perché quattro
anni di speculazioni e di sopravvalutazioni hanno esercitato nell’animo italiano il convincimento che
questo combattentismo qualche cosa deve pur essere se in suo nome si è compiuta la Marcia su Roma,
se da esso fu tirata fuori una nuova classe dominante e perfino una nuova aristocrazia che va a
cavallo, gioca in borsa e qualche volta va in galera per ignobili delitti comuni.
Ed è anche bene che il fascismo prenda atto che l’Associazione combattenti non è niente affatto un
pio istituto di collocamento, o un albergo di poveri a cui i bari della politica possano legare il
superfluo dei loro guadagni a sconto dei propriloro peccati.
Non è affatto vero che il compito del Governo sia finito, quando ha fatto commendatore Arangio
Ruiz, quando ha dato con solennità la Croce di Guerra a Farinacci ed ha nominatoi deputati della sua
maggioranza, cioè suoi servitori, un paio di centinaia di reduci. Né è sufficiente che il Governo
custodisca il sacro fuoco delle memorie e dei ricordi.
La guerra non fu una avventura per i pazzoidi, né uno sfogo per delinquenti, né una curée per
capitani d’industria, e nemmeno una crociata per dare dei regni ai cadetti ed ai cavalieri erranti della
politica professionale.
Non avendo capito questo, il Fascismo non capì il combattentismo, e credette con la sua bassa
mentalità utilitaria e pseudoromantica di aver rappresentato lo spirito dei reduci gettandosi con i suoi
amici sulla nazione come un branco di lupi famelici, e presentando il conto del loro preteso eroismo.
I veri combattenti non hanno mai chiesto per sé la Patria, ma chiedono che i fini per cui si è
combattuto non vengano falsati o delusi.
La guerra, senza parlare dei grandi ideali extranazionali ed umani che l’hanno resa santa, fu nei
suoi fini nazionali l’ultima guerra del Risorgimento, l’ultima cioè di quelle guerre che ebbero inizio
col passaggio del Ticino nel 1848 e finirono a Vittorio Veneto. Attraverso queste guerre il popolo
italiano intese rendersi libero dalle tirannie straniere e da quelle paesane, darsi una costituzione da
popolo civile, una unità politica e morale, diventare l’eguale dei grandi popoli moderni.
Questo nel suo complesso. In rapporto alle sue classi, il popolo povero, la piccola borghesia che
rappresentano gli otto decimi di coloro che hanno fatto davvero la guerra,degli intervenuti,
combatterono per il perfezionamento deglii questi istituti democratici che permetteranno loro di
partecipare alla vita dello Stato e per quella che potremmo chiamare la loro cittadinanza politica.
Tutto questo nega il Fascismo nella pratica e nella dottrina.
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S.B.T.I. Bovalino
Esso non ha nulla di comune coi combattenti. Se qualche cosa deve essere superato, questo qualche
cosa è il fascismo.
Paolo Albatrelli
I responsabili dell’avvento fascista:
i fiancheggiatori e gli istituti politici C
“La Voce Repubblicana” , 10 dicembre 1924
Fra coloro che levarono la voce contro la cosiddetta “gaffe” dell’amico Facchinetti, la più accanita
e scandalizzata si mostrò la carta stampata “fiancheggiatrice”, la quale con l’autorità che essa crede le
derivi dal suo molto recente antifascismo, sale in cattedra per ammonire Facchinetti ed i repubblicani
dichiarando che la Monarchia non si tocca, che essa è la massima garanzia di libertà, l’elemento
essenziale per l’equilibrio nella lotta politica; mentre invece la Repubblica sarebbe una rovina che
metterebbe la Patria, a rotazione sotto il calcagno di Nitti, Mussolini e perfino- horribile dictu - di
Don Sturzo.
Servendoci di un argomento polemico usato in questi giorni dall’on. Amendola, potremmo dire, a
quella stampa, che la Monarchia avrebbe meglio provveduto alla sua dignità e alla sua intangibilità
non facendosi porre in discussionetere come invece avviene; e non solamente da parte nostra che
siamo antimonarchici dichiarati, ma da parte di giornali ortodossi come l’organo romano di Palazzo
Sciarra che dichiarò il Governo del re fuori dalla Costituzione.
Ma prima di passare alla critica dell’istituto monarchico e di quello repubblicano noi dobbiamo
avanzare una contestazione pregiudiziale. Noi contestiamo ai giornali già fiancheggiatori e a molti
altri organi del recente antifascismo il diritto di essere antifascisti e di assumere dentro e nei riguardi
dell’opposizione il tono da mentore. Se i giornali hanno una responsabilità nella formazione
dell’opinione pubblica, e se il fascismo ebbe mai un consenso in Italia, la stampa fiancheggiatrice è
una delle responsabili della critica situazione attuale. Nessun giornale, per esempio, se si eccettua il
Corriere della Sera cooperò con tanta autorità e nessuno certo con tanto accanimento caparbio e
sconsiderato a valorizzare il fascismo nel periodo che va dalle elezioni del ‘21 alla Marcia su Roma,
come il Giornale d’Italia. Nessun altro si adoperò con tanto fervore a creare quell’atmosfera
crepuscolare dell’opinione pubblica in cui fu possibile al fascismo marciare sul potere, cinto di
un’aureola di eroismo e di patriottismo. .
Per non dimenticare
Quando nel 1921 si magnificavano le spedizioni punitive fasciste, o si taceva, o si consentiva
gesuiticamente, la Voce Repubblicana (e quindi il partito dell’on. Facchinetti) dichiarava fin dai primi
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S.B.T.I. Bovalino
suoi numeri che il fascismo era l’antirisorgimento, che l’attività delle bande armate era delittuosa
guerra civile e che si preparavano all’Italia giorni di dolore e di schiavitù.
Quando nell’ottobre 1921 i fascisti scesero per la prima volta a Roma e bastonarono furiosamente
una folla di cittadini ed apparvero per la prima volta nel loro inquadramento militare di esercito di un
partito, la stampa fiancheggiatrice faceva la ruota intorno al nascente organismo pseudo militare
mentre noi domandavamo lo scioglimento delle bande armate chiedendo al Governo semplicemente:
l’applicazione del Codice Penale.
Quando nell’ottobre del 1922 la redazione del Popolo d’Italia predicava passava ail dominio quasi
assoluto dello Stato da parte del fascismo, e il Parlamento era ingiuriato, e i prefetti venivano sostituiti
dai “ras” nel governo delle province, certi giornali di nostra conoscenza dichiaravano
ditirambicamente che l’Italia si preparava ad un’era di prosperità imperiale: e il Duce era paragonato a
Cesare e a Napoleone, e certi quei furfanti che oggi sono in galera, o sommersi sotto l’onda del
ridicolo, erano considerati personaggi storici.
Il partito dell’on. Facchinetti si raccolse invece in congresso, malinconico e triste, davanti alla
rovina che gli era davanti, per riaffermare la sua irriducibile opposizione al regime di certi
avventurieri, per deplorare il tradimento al popolo italiano la cui libertà veniva affidata alle milizie
irregolari di un partito, senza neppure l’ombra di una dignitosa riserva morale.
Certo antifascismo non solo è di data recentissima, ma è insincero; esso non parla in nome della
Patria e per un cocente amore di libertà e di armonia nazionale, ma in nome e nell’interesse di una
concezione politica e di forze politiche, alte o basse, che questa situazione disastrosa hanno creato,
che del fascismo si sono servite come di un mezzo di reazione e che ora gesuiticamente strillano come
oche spennate davanti allo spettacolo macabro dei delitti che altre volte hanno esaltato o tacitamente
approvato.
Di che cosa, per esempio, si scandalizza il Giornale d’Italia? Del quotidiano reato politico
commesso dai fascisti, della bastonatura, del martirio di Molinella? Ma dove era cotesto organo
magno, cosa pensava quando a Roccastrada furono in una giornata uccise nove persone, quando a
Torino furono ammazzati come cani idrofobi ed abbandonati nei campi 22 operai, senza che
neppure si tentasse l’ombra di un processo?
Si scandalizza forse dell’incendio di qualche circolo popolare o liberale o dell’invasione di qualche
loggia massonica?
Ed allora noi domandiamo dov’era l’organo di palazzo Sciarra quando i circoli socialisti e
repubblicani a migliaia venivano invasi e dati alle fiamme, quando venivano devastate le Camere del
Lavoro, le abitazioni private, e le cooperative, nel 1921-’22-’23.
Gli scrupoli di certi giornali sono molto più tardivi ed insinceri della pretesa conversione dell’on.
Mussolini alla legalità e hanno quindi meno diritto ad essere presi in considerazione.
Germania e Italia
Ed ora passiamo all’elogio della Monarchia ed al disprezzo della Repubblica. Qualche giornale
pensa che le istituzioni repubblicane avrebbero cacciato l’Italia durante questi cinque anni in un mare
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S.B.T.I. Bovalino
di guai ben più vasto di quello in cui la cacciò la monarchia.
Discussione impossibile, e quindi affermazionei gratuitae.
La Repubblica avrebbe portato Mussolini alla presidenza? Può darsi. Ma almeno avremmo avuto
un presidente, magari una dittatura ( ed in tal caso la Repubblica avrebbe cessato di esistere) ma non
un regime ibrido come quello che abbiamo ora in cui vi è una monarchia, due eserciti, due Consigli
dei Ministri ed una confusione grandissima in tutti i poteri dello Stato. Se altro non ci fosse a
dichiarare quella repubblica un male minore di questa monarchia vi sarebbe questo: che davanti alla
dittatura la repubblica sarebbe morta come una pianta senza aria, mentre la monarchia costituzionale
vive e prospera e, sia pur apparentemente e temporaneamente, si rafforza. Certo la repubblica non
avrebbe permesso che un partito, in barba alle leggi penali ed allo statuto si costituisse un esercito, lo
armasse e, conquistato il potere, mettesse questo esercito alle dipendenze di un uomo per i suoi fini,
per la sua ambizione e per la sua politica.
La differenza tra i due istituti politici non può essere precisata come, in un laboratorio chimico, la
differente reazione dei due acidi; essa deve desumersi dagli esempi storici tenendo sempre conto del
tempo e dell’ambiente.
Durante questi anni di dopoguerra Oggi si è avuto in Europa un esempio tipico, durante questi anni
di dopoguerra, della vitalità e della bontà dell’istituto repubblicano: l’esempio della Germania.
Mai popolo nella storia aveva subito una più terribile e totale sconfitta. Nazione ricchissima,
ordinata, potente, alla testa della civiltà in ogni ramo del pensiero e dell’azione, venne ridotta
politicamente a zero. Perdette la potenza commerciale, quella militare, e quella finanziaria ad un
tempo; non ebbe più flotta, né esercito, né colonie. Orgogliosissima, subì le più nere umiliazioni, patì
la fame, il suo denaro perdette ogni valore. Or bene: in questa nazione le istituzioni repubblicane
dominarono prima i disordini bolscevichi, poi i tentativi nazionalistici dei militarinti spodestati;
furono colpiti i delinquenti politici, fu fronteggiato e superato il movimento secessionista finanziato
dall’estero, furono riattivate le industrie, fronteggiato il caro-viveri, fu tenuta fede alle istituzioni ed
alla libertà. Hitler fu liquidato come un avventuriero. In Italia invece in condizioni politiche ed
economiche infinitamente più propizie, con un popolo ed un esercito vittorioso, con l’amicizia di tutto
il mondo, siamo stati ad un pelo dal vedere sfasciato l’esercito, attraverso l’episodio di Fiume; in
seguito un Hitler indubbiamente più abile, ma anche più istrione, con una serie di luoghi comuni, si
trasforma in eroe nazionale, crea un esercito armandolo con l’aiuto dei fiancheggiatori, sbaraglia col
ferro e col fuoco le istituzioni proletarie, prende d’assalto lo Stato, se ne impossessa, umilia la
monarchia, ed insieme e più fieramente, il Parlamento, eleva a mezzo principale di governo la
violenza illegale ed istituisce a favore proprio e dei suoi una subdola dittatura.
Ecco un esempio eloquente per la stampa fiancheggiatrice e per l’istituto monarchico italiano.
Paolo Albatrelli
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S.B.T.I. Bovalino
Riflessioni di Capodanno: Nel terzo anno dell'era nuova
“La Voce Repubblicana”, 3 Gennaio 1925
Sulla soglia del terzo anno della operettistica era fascista non è senza giovamento gittare uno
sguardo sul panorama politico che ci offre il nostro paese.
Il momento è quanto mai oscuro e sconfortante, ancora una delle esperienze tentate dal governo
monarchico crolla nel discredito e nella ignominia, e la nostra povera Patria somiglia sempre di più
alla famosa inferma dantesca che non riesce a trovar posa ai suoi mali.
Esaminiamo le posizioni nostre, degli amici e degli avversari dopo cinque anni di lotte disordinate
ed accanite, rese sempre più torbide dall'intervento non illuminato ma interessato del potere esecutivo
che ondeggia tra la reazione sanguinosa e la paura del domani. Evitiamo di trarre gli auspici per il
futuro.
Se esaminiamo le posizioni del partito repubblicano e del suo giornale possiamo con orgoglio
constatare che esse sono le medesime tenute fin dal 1921, all'epoca in cui ingaggiammo la lotta con la
nascente organizzazione fascista.
Il nostro angolo di battaglia rimase come un cuneo inespugnabile conficcato profondamente nelle
posizioni del nemico. Mentre tutte intorno le trincee dei diversi partiti cedevano sotto l'impeto o la
lusinga o s'inflettevano nell'esperimento della collaborazione o si sguarnivano per i calcoli errati e
congenita malafede, il piccolo cuneo repubblicano rimaneva sulla sua trincea imbattibile e irriducibile.
Fummo tentati con la famosa tendenzialità, lusingati con una limacciosa ostentazione di
patriottismo, ed infine assaliti con tutte le armi in Romagna e nelle Marche.
Non cedemmo di un pollice.
Ad esperimento virtualmente esaurito – e con quali risultati! – possiamo serenamente e non senza
orgoglio affermare che nessun partito comprese lucidamente il fascismo come lo comprendemmo noi;
nessuno si mantenne più estraneo ad ogni contatto ed ad ogni lusinga, nessuno ebbe meno
responsabilità di noi nel sorgere, nel trionfare e nel consolidarsi della oligarchia degli avversari che sta
per crollare ora rapidamente – giuste le nostre previsioni – sotto il peso e l'ignominia delle sue colpe.
Tutti i giornali e i partiti hanno avuto un momento di attesa e di perplessità o di debolezza davanti
al pronunciarsi di questo fenomeno iridiescente e ingannatore: noi non cedemmo mai, non
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S.B.T.I. Bovalino
c'ingannarono mai.
Vi furono nelle Romagne dei giovani generosi, arditi dannunziani, ex volontari che in un primo
tempo, per odio al socialismo paesano e per la difesa dei valori interventistici, parteciparono con
ardore all'opera repressiva del fascismo, ma furono degli isolati.
Il partito con i suoi organi responsabili, obbedendo alla sua tradizionale rigidità morale ed al suo
senso di equilibrio intuì subito nel fascismo tutta la povertà spirituale, la caducità, l'assenza di idee e
soprattutto di coscienza; ed a tutte le minacce come alle lusinghe rimase sdegnosamente sordlo.
Verso i primi del 1922 in un opuscolo di propaganda il partito repubblicano ammoniva:
1) I giovani: , che il Fascismo è una scuola d'ineducazione civile ed un falso miraggio di valori
irreali.
2) I repubblicani:, che esso è l'antitesi assoluta, inconciliabile del pensiero mazziniano in ogni
campo, non escluso quello patriottico.
3) I conservatori in cammino:, che il Fascismo,esso sbarrando con la violenza attraversando
violentemente la via il cammino adelle forze sociali in cammino, genera la guerra civile e la
dissoluzione nazionale.
4) Gli italiani tutti:, che essendo il Fascismoesso fuori dalle vie maestre della libertà non può che
generare la tirannide ed essere quindi fatale al nostro paese.
Non fummo ascoltati, la frenesia era al colmo e per la piazze d'Italia si cantava: Nel Fascismo è la
salvezza della nostra libertà!
Una volta parve ci fossimo ingannati in modo clamoroso. Mentre noi definivamo il fascismo un
movimento passeggero, imperniato sulla abilità istrionica di un uomo, esso con un colpo di forza, in
un delirio di consensi e di dedizioni, conquistava lo Stato: il Duce veniva paragonato a Cesare e a
Napoleone;, era l'inviato di Dio.
Noi rimanemmo fermi nella nostra negazione assoluta, ed ai vigliacchi che ci deridevano
saltabeccando intorno al carro del trionfatore e parlavano di una nuova era, rispondevamo sdegnosi:
Servile pecus! Non è una nuova era questa ma una quaresima di espiazione.
Eravamo nel vero, i soli che fossero nel vero in mezzo a tanta bassezza e a tanta cecità!
Quale, a due anni di distanza, l'aspetto del fronte di battaglia?
L'esperimento fu disastroso! Fiancheggiatori, democratici, popolari, socialisti, combattenti,e
simpatizzanti, tutti incalzano il fascismo e lo stringono d'assedio. Il partito si è rivelato quello che
effettivamente è: una immensa congerie di scorie conservatrici e rivoluzionarie maneggiato da pochi
violenti; il duce appare ormai nella sua vera veste di abile e cinico politicante, la cui volontà
implacabile è più che altro effetto di una impulsività non corretta da alcuna sensibilità morale. Alla
sua intelligenza politica, alla sua onestà spirituale, al suo patriottismo non vi è alcuno che creda più;,
egli appare oggi più che mai l'uomo del tapis-roulant che vive alla giornata, la cui politica è una serie
di esperimenti in corpore vili, un empirismo caparbio, e la cui grandezza deriva da una abile
autoesaltazione paranoica.
L'Italia è divisa e dilaniata dai partiti come non mai, sulle libertà civili e sulla carta fondamentale
grava l'ombra di un esercito di parte, in antagonismo con l'esercito nazionale;: i poteri dello Stato sono
corrotti e menomati, il parlamento ridotto ad un'ombra, il prestigio del nostro esercito all'estero è
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S.B.T.I. Bovalino
quale può essere, data la permanenza al potere di un governo a cui si muovono accuse di complicità in
una vasta e macabra serie di delitti.
La nazione è sotto l'incubo e il ricatto di una minaccia continua: lo scatenarsi delle “quadrate
legioni” per una larga operazione di guerra civile. Questo è il quadro della politica interna sulla soglia
del terzo anno dell'esperimento fascista.
Come uscire da questo ginepraio?
Gli eroi sbagliati della marcia su Roma, con una insensibilità morale inconfessabile, rimangono
aggrappati al potere e minacciano di non volerlo abbandonare senza aspra battaglia. Il potere per
simile gente oramai non significa solo mantenimento di privilegi, di lauti stipendi, di onori, ma
significa soprattutto l'elusione del magistrato e del codice penale. Da ciò l'accanimento per
conservarlo.
I partiti costituzionali avvertono chiaramente l'onda di discredito che sta per sommergere le
istituzioni e tentano di eliminare il fascismo con formule statuarie senza correre l'alea di una battaglia
il cui esito, se anche anche sefavorevole momentaneamente favorevole, sarebbe per questi partiti
sempre disastroso.
Le classi agrarie e plutocratiche che finanziarono a tutto loro profitto l'esperimento, se ne
infischiano delle istituzioni e di qualsiasi altra cosa ema di fronte al problema della successione
rimangono perplessi.
A chi affidare la barca? Dopo aver fatto tanto chiasso intorno alla inettitudine dei vecchi uomini
politici, gli zelatori del regime non hanno altri uomini da presentare per la successione che tre vecchi e
logori parlamentari: Giolitti, Orlando, Salandra. Costoro non danno alcun affidamento, e dietro a sé
più che forze di partiti organizzati hanno una più o meno lunga pratica trasformistica di governo. Dei
giovani costituzionali si teme, dei partiti di estrema si ha un terrore folle. Nessuno crede più alla
possibilità di una sistemazione pacificatrice che interrvengansenza buttare a mare molta zavorra del
passato ed aprire nuove vele per nuove rotte. Ma le nuove rotte spaventano e si rimane perciò legati
alle ultime fasi di un esperimento miserabile in cui non si sa se sia maggiore la inesperienza o la
malvagità.
Paolo Albatrelli
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S.B.T.I. Bovalino
Verso il Congresso Nazionale del Partito: L'Aventino e le elezioni C
L'Aventino e le elezioni
“La Voce Repubblicana”, 18 aprile 1925
Questo articolo, inviatoci alcune settimane fa dal nostro Albatrelli, fu tenuto allora in sospeso
perché non ne stimavamo opportuno, in quel periodo, la pubblicazione. Ora però che, il
avvicinandosi il Congresso Nazionale del Partito si avvicina, visto l’atteggiamento politico del
Partito deve essere riesumato e ridiscusso, l’articolo dell’Albatrelli, che non ha perso
sostanzialmente nulla della sua attualità, deve essere riesumato e ridiscusso e diviene utile e
interessante, qualunque sia l’opinione che ognuno di noi abbia intorno all’argomento in essoa
trattato.
Si è a lungo discusso in queste ultime settimane, e si discute ancora, intorno al preteso fallimento
della secessione aventiniana. I fascisti affermano che l'Aventino somiglia a quel tal cavaliere antico
che andava combattendo ed era morto; gli aventiniani si dichiarano ancora vivi e forti nelle loro
posizioni iniziali. Chi ha ragione?
Il pubblico – ed intendo per pubblico i simpatizzanti con la secessione – se non è persuaso del
decesso annunziato dai fascisti, non lo è neppure della intatta vitalità ed efficienza proclamata dagli
aventiniani.
L'Aventino ebbe, fu chiaro, un programma e una linea, fino all'annunzio della nuova legge
elettorale. Quando si parlò di elezioni, addio serenità, addio dichiarazioni di principio. Un sottile
turbamento s'insinuò nelle file dei secessionisti; i deputati, come altrettante sensitive, chiusero sotto
l'annunzio dell'uragano elettorale le loro gracili corolle protestatarie; e, guardando con gli occhi
sbarrati nel gineceo del proprio io, si domandarono: sono vivo o sono morto? E poiché, come avviene
sempre nei momenti di paura, il soliloquio avveniva ad alta voce, la domanda diventò collettiva. Fu un
coro che tutti hanno udito.
L 'Aventino si raccomandava l'anima.
Non per nulla l'on. Mussolini, fra i tanti ridicoli bluff intorno alle sue qualità di grande uomo,
possiede questa un’autentica qualità di prim'ordine: quella di conoscere gli uomini e di saperli
manovrare, attraverso i loro difetti, in un modo sorprendente.
Con la nuova legge elettorale egli provò, come si prova l'oro, la efficienza rivoluzionaria
dell'Aventino: e ora può gettar via la pietra di prova con disdegno. Oro? Ma che oro, è mondiglia!
Gli aventinisti diranno che questo è falso, che essi collettivamente, all'annunzio della nuova legge
elettorale, hanno fatto una dichiarazione precisa, escludendo che si potesse prendere in considerazione
la eventualità di una convocazione dei comizi fatta dall'attuale governo.
Ma gli eserciti quando sono preparati spiritualmente a squagliarsi non fanno delle dichiarazioni
preliminari di squagliamento. L'ordine del giorno per l'inizio della battaglia è bellicoso, ma il terrore
della paura è presente e dice: - Scappa, il nemico è invincibile!
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S.B.T.I. Bovalino
Difatti, dopo la fiera dichiarazione, si passò all'esame della situazione e della attività passata: le
elezioni indette da questo governo furono ritenute possibili, si parlò di blocchi elettorali, di accordi
con gli oppositori dell'aula e finalmente si parlò di coccodrilli. L'on. Turati, dopo avere ingoiata la
monarchia, si dichiara disposto a cacciarsi nello stomaco tutti i partiti dell'universo.
Fu allora che apparve evidente il fallimento dell'Aventino. Il gesto inizialmente rivoluzionario ed
efficace – vedremo in seguito quanto efficace – l'uscita dal Parlamento per protestare contro l'aperta
incostituzionalità di un governo e di una situazione politica, si vedeva il proprio sboccosboccare in
una battaglia prettamente costituzionale, in cui il Governo accusato di illegalismo, presiede alla
ricostituzione dell'organo essenziale della legalità, godendo di si ha per sé tutti i mezzi di forza, di
persuasione e di arbitrio necessari per riportare una vittoria che questa volta sarebbe, in un certo
senso, definitiva.
L'Aventino non ha ancora deciso, ma il suo spirito è evidentemente elezionista: andrà ai comizi e si
farà battere, mandando a Montecitorio un centinaio di arrampicatori che serviranno a dare il colore
costituzionale alla nuova Camera e a rendere più bello l'ultimo trofeo al duce fatale.
La sconfitta dell'Aventino sta nell'abbandono dei principii che avevano determinato ed informato la
secessione. Discutere di possibilità di ritorno nell'aula, di blocchi e di tattiche elettorali, mentre dura
ancora il governo Mussolini, significa non credere nella propria funzione, nella propria idea, significa
ammettere di avere commesso un errore gravissimo abbandonando la camera nel giugno scorso. Per
dover ritornare ad accapigliarsi col Governo, sarebbe stato meglio restare nell'aula e scagliarglisi
contro quotidianamente, inesorabilmente, tutto il materiale infiammabile del processo Matteotti.
Per manovrare con tattica il materiale da corridoio, non era necessario impostare unla lotta, sopra
una base e con con un gesto rivoluzionario, e su principii formidabili, che non comportano
transazioni.
Cosa rappresentò il gesto dell' Aventino nel giugno scorso? Questo: il Governo è fuori legge,
l'esercizio del mandato parlamentare non è possibile senza esporre coloro che volessero esercitarlo
con coscienza, a gravissimi pericoli. Noi perciò Perciò, noi rappresentanti,, non diciamo della
maggioranza, che non è necessario, ma di una cospicua parte della nazione, affermiamodichiariamo
«che il Governo è fuori della normalità costituzionale e disertiamo il Parlamento dichiarando che non
riprenderemo il nostro posto, se non quando la normalità sarà ripristinata in pieno”.
Quale effetto poteva avere questo gesto di carattere genuinamente rivoluzionario? Uno di questi
dueice: o la caduta immediata dei Governo o il suo logoramento.
Al primo, non vi era neppure da pensare. L'on. Mussolini è troppo coraggioso, e disinvolto per
spaventarsi di certe formalità democratiche che ancora inficiano la costituzione; la sua mentalità è
troppo antiparlamentare, perché egli possa dare una importanza tale al Parlamento, da considerarlo
organo essenziale all'esercizio del Potere. Il Parlamento, egli dice, funziona quando io voglio che
funzioni; che sia frequentato da 535 o da 250 deputati poco importa.
La maggioranza è con me. Essa non discute? Non deve discutere; gli eletti nel listone non furono
eletti sullo schema di un programma o su l'enunciazione di una serie di principii; essi dovevano
rappresentare una finzione costituzionale interna alla delega dei pieni poteri che a me aveva
fattofaceva il popolo italiano.
Niente caduta immediata dunque. Bisognava affidarsi al logoramento e il logoramento sarebbe
avveniva inesorabilmente avvenuto senza riparo. In sei mesi, la Camera creata per permettere al
governo cinque anni di lavoro fecondo sarebbe era finita o sarebbe apparsa svalutata. Nessuno si
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S.B.T.I. Bovalino
sarebbe occupatova più delle sue discussioni; se qualche seduta avesse presonde importanza l’avrebbe
a presande per l'opposizione dei vecchi elementi fiancheggiatori, che passati no ora a mano a mano
all’attacco. Il Governo avrebbe fatto ciò che fa quello che vuoleva, non vi sarebbe stato ha limite
nealla sua azione legale o arbitraria, ma la sua intima debolezza sarebbe stata sta appunto in questo
suo eccesso di potenza basato sul nulla, che non ha basi; per non morire soffocato il Governo esso
deve avrebbe dovuto sospendere quasi tutte le libertà e stroncare tutte le iniziative. E’Sarebbe sato lui
che andava combattendo, ma èera morto alla vita costituzionale.
Il governo Vvuol fare ora una nuova Camera? la faccia; ha tutti i mezzi per aumentare le comparse
da 300 a 535. Più grande sarà la sua vittoria elettorale, maggiore sarà la sua sconfitta morale. Non
bisognava avere fretta, non bisognava scoraggiarsi, andando in cerca di effimere vittorie immediate.
La posta non era la caduta di un ministero, ma la liquidazione di un periodo storico.
Accettare le elezioni con la promessa che esse saranno fatte in un regime di Llibertà? Sarebbe stata
una ingenuità sorprendente. Forse le elezioni del 1924 non sono state fatte in regime di libertà?
Nessuna disposizione restrittiva, che io sappia fu emanata in quella occasione; ma l' opposizione non
tenne che due comizi conditi abbondantemente di molte bastonate e non un manifesto poté essere
affisso che non fosse fascista.
L'on. Mussolini è più pericoloso quando dichiara di rispettare la legge che quando ne fa di nuove.
Per renderci accorti che siamo senza libertà civili egli non ha dovuto far altro che applicare le leggi
esistenti.
Nessuna lusinga doveva smuovere l'Aventino dal suo atteggiamento, esso agiva inesorabilmente ed
i continui arbitrii del Governo, la stessa presentazione della legge elettorale per rimuovere una
Camera completamente esautorata, erano indizii del nervosismo, del disagio in cui si trovava; e si
trova ancora il partito dominante e l'on. Mussolini.
QuelIl funzionamento che esplicatova dalla Camera era una mera illusione, nessuno si era mai
sognato di impedire il funzionamento materiale del Parlamento, quel che si voleva era infirmare
questo funzionamento e squalificarlo con la muta protesta e diffondendo, insensibilmente ma
inesorabilmente un profondo senso di sfiducia nell’opinione pubblica. con la diffusione di quello
spirito di sfiducia che lavorava insensibilmente ma inesorabilmente nell'opinione pubblica. Il
funzionamento di quella ella Camera, in quelle condizioni, sarebbe stato era di per sé un'accusa
continua, insistente, inesorabile, logorante non solo per il Governo, ma per il regime. Oltre la camera
vi era anche luna metà della Nazione che non si sentiva rappresentata, che veniva era dichiarata priva
fuori del godimento dei diritti comuni, e che si estraniava dalla politica ufficiale; facendosene un’altra
in modo dietto,direttamente, per proprio conto suo, con appoggiandosi alle correnti del popolo che la
sostenevano.
Questa era La lotta da condurre contro l'on. Mussolini, era come la famosa la lotta del puritano col
quacquero di cui si narra. .
Il puritano ed il quacquero si incontrano per una via di Londra; sono in carrozza.
Puritano - Lasciatemi il passo.
Quacquero: - Lasciatemelo voi, ho il diritto di averlo.
Puritano: - Aspetterò che vi stanchiate a rimaner lì.
Quacquero: (accende la pipa).
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S.B.T.I. Bovalino
Puritano (apre un giornale e si mette a leggere).
Quacquero - Quando avrete finito di leggere quel giornale, fate il piacere di passarmelo.
Il puritano si spaventa e lascia il passo.
Cosa ha fatto invece l'Aventino? Ha rinnegato praticamente i suoi principii, e si accinge ora a
riconoscere neal Governo di Mussolini dignità costituzionale, si prepara ai comizi!
Se è così, esso è morto. L'atto di decesso sarà registrato dai notai che legalizzeranno le firme per la
presentazione delle candidature. La sua funzione viene a mancare; non è necessario essere fascisti per
dichiararlo.
Paolo Albatrelli
Battute finali
“La Voce Repubblicana”, 7 maggio 1925
Siamo alla vigilia del Congresso del nostro partito, ma la discussione sulla Voce langue, perché
parecchi di quelli che hanno interloquito hanno preferito fare i predicatori di idee generali, anziché
fare i beceri, come hanno fatto e fanno brillantemente i giovani. Io che ho una spiccata tendenza verso
il becerismo polemico, è naturale che trovio un po’ moscia la discussione.
Fra le altre cose nessuno ha discusso a fondo l’ordine del giorno dell’on. Gaudenzi, eppure la
discussione si impernierà su quello, perché in esso sono racchiuse le direttive per il partito per il
passato, così come furono interpretate e attuate nel passato dalla Direzione e dal gruppo parlamentare
del partito. In esso vi è la direttiva futura da approvare o da respingere. Speriamo che la discussione al
Congresso avvenga in maniera più precisa e definita di quanto non si è potuto o voluto o saputo fare
su la Voce, ma io sento negli animi delle reticenze, e forse come delle titubanze: una specie di
disorientamento creato dall’influenza di quel dannato possibilismo che in Romagna ci diede nel 1922
la secessione e ora, a scanso di maggiori guai, potrebbe darci una direzione persistentemente
possibilista che comprometterebbescinderebbe irrimediabilmente una delle più promettenti possibilità
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S.B.T.I. Bovalino
storiche che si siano mai presentate al partito repubblicano per affermarsi e diventare, non solo
idealmente, come fu sempre, ma attivamente, nell’operante realtà una delle grandi forze politiche
della nazione.
Dissipiamo, per carità di patria, ogni titubanza ed ogni disorientamento; se siamo, come siamo in
effetto, soldati del Partito che ha le maggiori ricchezze spirituali, ritroviamo in noi stessi, nella
devozione all’idea e alla Nazione, la forza necessaria per dare alla battaglia attuale quel carattere
religioso che è uno degli elementi maggiori e migliori per far superare gli aspetti contingenti della
discussione, ed indicarci la buona via buona, la nostra via.
Noi siamo chiamati a discutere il passato, un passato terribilmente complesso, e a segnare le nuove
direttive per l’avvenire.
La presente Direzione del partito prese le redini in un momento tremendo e, bisogna riconoscerlo a
suo onore, fino al delitto Matteotti, tenne il suo posto con energia e sagacia; superò la crisi
secessionista, rimase inflessibile e fieramente avversao al fascismo, diede alla Voce un indirizzo
concretamente combattivo, come comportava la mentalità dello Schiavetti a cui deve andare la più
alta lode e la gratitudine del Partito.
Potremmo dire che fino al delitto Matteotti la Direzione non può essere discussa; va
semplicemente lodata e ringraziata. Al delitto Matteotti si effettua la secessione parlamentare che va
sotto il nome di Aventino ed i nostri aderiscono alla secessione. Fanno bene o male? Quali sono i
postulati della secessione? Sono essi repubblicani o costituzionali?
Prima di rispondere con un ragionamento bisogna tener presente anche un elemento indispensabile
ma irresistibile anche: l’elemento sentimentale. Davanti allo scompiglio che si sparse nelle coscienze
per la scomparsa del povero Matteotti, trincerarsi dietro pregiudiziali teoriche sarebbe stato
egoisticososo e ripugnante. La protesta si imponeva irresistibilmente al sentimento umano ancor
prima che al calcolo politico. La adesione alla secessione aventiniana è giustificata non solo per
questo: ma anche per considerazioni politiche. Se gli obiettivi dell’Aventino furono fin da principio
costituzionali (ritorno alla normalità) la tattica e lo spirito erano rivoluzionari, e poiché era possibile
(anche se in realtà solo fino a un certo punto veramente) pensare ad uno svolgimento della lotta in
senso intransigente e rivoluzionario, i nostri hanno fatto bene ad aderire alla secessione.
Il guaio comincia quando la secessione, dileguata la protesta sentimentale, essa assume un vero e
proprio carattere di lotta politica nell’ambito della costituzione, confini genuinamente ed
esclusivamente parlamentari, senza altra possibilità di altro atteggiamento.
Si spera inizialmenteprimo nello sgretolamento della maggioranza, si fanno concepire perfino
dall’on. Del Croix delle speranze spropositate di successione per una soluzione di destra, si carezzano
tutti i malinconici delusi del fascismo mancato; finalmente si punta sull’azione di Giolitti, Salandra e
Orlando, e perfino, ridicola ingenuità, su un ll’intervento superiore, senza pensare che talel’
intervento, con la maggioranza delle due camere nelle mani del governo, si presentava come un atto
del tutto al di fuori delle consuetudini costituzionali del re attuale.
Qui comincia la responsabilità della Direzione. La secessione non è più il pronunciamento di un el
terzo dei rappresentanti della nazione, a cui fa capo l’enorme maggioranza dei cittadini contro la
sovversione delle leggi fondamentali, ma la lotta contro il governo dell’on. Mussolini considerato
unico e solo responsabile dell’attuazione i attuare inesorabilemente del un suo programma liberticida
di governo. Gli obiettivi sono così limitati che si accetterebbe contro un per opporsi al governo
Mussolini si accetterebbe un governo Orlando o Salandra; e la tattica è tale che non comporta nessun
gesto che non sia pienamente contenuto nella più stretta ortodossia della costituzione. Un vero duello
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S.B.T.I. Bovalino
del sor Panera.
E quando il governo, con la energia che gli è propria, applica le misure restrittive del 3 gennaio,
ecco l’Aventino dichiararsi propenso (le correnti per la “discesa” sono di parecchi mesi fa) a
“discendere” dall’Aventino e ritornare nell’aula, senza aver ottenuto che delle pedate.
Conclusione: l’Aventino presto discenderà nell’aula e la pattuglia repubblicana vi sarà trascinata
dentro come un rottame del grande naufragio. Come vedete, una conclusione veramente malinconica.
La nostra adesione all’Aventino fu ingiustificata fino a che questo, tenendosi fedele alle sue
premesse ed alla tattica del primo momento, poteva fare nascereconcepire speranze di sviluppo
sempre più decise e conseguenti, verso soluzioni definitive; ma quando diventò una specie di
schermaglia, fuori del parlamento, per il ritorno ad un or dine giolittiano; fu un errore continuarla.
Del resto era prevedibile. La presenza dei popolari nel blocco era garanzia di ordine assoluto; né
uomini come l’on. Amendola possono essere indotti ad atteggiamenti eterodossi.
La secessione data la sua qual era eterogenea composizioneta doveva necessariamente finire come
finirà prima o poi: nell’aula come un branco di protestatari in fallimento.
Ma vi sono ancora nel nostro partito dei malinconici che dicono come quel g.m. a cui ha risposto
brillantemente l’on. Conti:. Non aAbbiamo fatto bene a combattercie per la linea subordinata per
questa all’esigua libertà che ci concede lo Statuto, dal momento che il questo regime ci priva di ogni
libertà. Bisogna rispondere: non solo abbiamo sbagliato per le ragioni addotte da Conti, ma per
un’altra ragione ancora: perché quesdto limitatol’ obiettivo è allo stato attuale irraggiungibile allo
stato attuale. Puntare sullo Statuto è non solo dannoso, ma ingenuo. Il fascismo non si liquida
facilmente e qui entriamo in quello che è la parte più importante della discussione, entriamo un po'
nella interpretazione e nella intuizione del presente momento politico.
Il fascismo è forte, scalzarlo non è facile e non può essere opera di un giorno o di un anno. Esso
non ha che due debolezze ma sono fondamentali.
Prefiggersi dDi fronte ad un movimento come quello fascista prefiggersi degli obiettivi limitati,
costituzionali, parlamentari equivale ad ammetter diè non aver capito niente né del fascismo né
dell’attuale momento politico. L’obiettivo, lo sbocco del momento presente è lontano, ma deve essere
radicale. La vecchia classe dirigentecompetitrice gioca una carta grossa e se il fascismo potesse
stabilizzarsi essa sarebbe ben giocata. Tuttavia, Ppoiché il fascismo non riuscirà a stabilizzarsiesso
non lo farà giochiamo anche noi la nostra grossa carta senza comprometterci, lasciando i democratici
e i conservatori illuminati, tipo Amendola, al loro sconsolato onanismo.
Né mi si dica che a prospettare luna guerra lunga e difficile si disaniminerà il popolo. Ciò che
disamninmerà il popolo sarà il fiasco dell’Aventino rientrante nell’aula, non la predicazione di una
lotta tenace, definitiva contro la tirannide. Durante la grande conflagrazione ci insegnavano che il
peggior delitto contro la saldezza della resistenza era quello di prospettare la lotta come facile e
d’imminente soluzione. I continui disinganni, lo sfumare continuosecutivo delle mete, degli limitati
obiettivi limitati è più deleterio che non la brutta ma eroica realtà.
Oggi bisogna porre agli italiani il problema nei suoi veri termini, che sono poi i termini posti dalla
realtà politica cittadina. L’Italia un bel giorno, dopo un esperimento semisecolare “et ultra” di regime
unitario monarchico, si è svegliata nelle condizioni di oggi. Riprendiamo la lotta interrotta al Sessanta,
e compiamo una buona volta, nello spirito e nelle istituzioni, l’Unità della patria.
Ma mi accorgo di aver scritto tanto senza discutere l’ordine del giorno Gaudenzi.
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Lo discuto brevemente. Prendiamo la sua parte essenziale.
1° - Astensione elettorale. Va bene.
2° - Proporre ai partiti rappresentanti l’Aventino una revisione degli ordinamenti costituzionali.
E qui bisogna intendersi – revisione dello Statuto fatta da una futura Camera col beneplacito del
potere esecutivo?
Ritengo sia da escludere nell’interesse dell’idea e dell’avvenire repubblicano una simile revisione.
La Camera intesa come una costituente in permanenza, secondo la teoria del defunto Nitti, è una
trovata amena di cui oggi si serve il fascismo con le sue proposte di revisione costituzionale.
Il padre spirituale dei soloni è Nitti.
Stabilire se lo Statuto è suscettibile di trasformazionei in senso democratico significa rafforzare lo
Statuto e comunque prenderlo come base per i futuri ordinamenti.
I partiti dell’Aventino, nella loro maggioranza, tendono appunto ad uscire dalla presente lotta
politica in questo modo. Noi però non possiamo aderire ad un simile punto di vista, né vogliamo
ancora continuare con gli esperimenti “in corpore vili”.
Se i partiti dell’Aventino, ammaestrati dalle lotte di questi ultimi tre anni, vogliono veramente
addivenire non ad una revisione, ma alla formazione di principi veramente democratici, accettino la
costituente, solo ed unico organo competente a modificare e a formulare una nuova carta, con la
garanzia massima che viene dalla volontà popolare liberamente espressa.
In caso contrario faremo da noi.
Questa chiarificazione deve avvenire prima che gli aventinisti abbiano abbandonato il monte
plebeo, per ritornare alla lotta parlamentare.
Non bisogna aver paura dell’isolamento, né timore di compromettere la la concordia concordia con
una fazione fautrice di una lotta sterile che porterebbe alla sconfitta ed all’abbandono da parte del
paese. tra i vinti, i quali saranno nella loro sterile lotta abbandonati dal Paese.
Paolo Albatrelli
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Deficienze recenti e remote del liberalismo Italiano
“La Voce Repubblicana”, 11 luglio 1925
Io mi vado domandando con grande stupore perché l’on. Salandra ed i suoi amici, ed in genere
tutti i liberali italiani, hanno abbandonato il Fascismo. Per le leggi posteriori al tre gennaio? Ma
questo è di una incoerenza oceanica! Prima del tre gennaio il governo fascista aveva creato delle
condizioni ed approvato delle leggi che sono, dal punto di vista liberale, molto più gravi e pericolose
delle leggi sulla stampa e sulla burocrazia.
Cito per tutte la creazione della milizia nazionale, di un corpo, cioè, armato, tratto esclusivamente
dalle file di un partito e posto alle dipendenze dirette del capo di questo partito e del governo.
Costituire, a guardia della politica di un partito ed alle dipendenze di un uomo un corpo armato, è ben
più grave che non l’articolo tre della legge comunale e provinciale applicato alla stampa. Pure l’on.
Salandra non solo approvò la costituzione della milizia quando essa non aveva ancora prestato
giuramento al re, enunciò a favore di tutti i provvedimenti del governo una teoria che, nella sua bocca
di professore di diritto pubblico interno, acquistava un valore di prim’ordine. Nel suo discorso di
Milano l’ex presidente dichiarò che tutto quanto aveva fatto e andava facendo il Fascismo era
costituzionale e in perfetta regola con lo Statuto dal momento che aveva avuto l’approvazione delle
due camere e il consenso del Capo dello Stato. Ed allora si domanda: Di grazia, le leggi posteriori al
tre gennaio non hanno avuto anch’esse l’approvazione formale dei suddetti poteri costituzionali? Se
basta l’approvazione formale dei suddetti poteri, è costituzionale tutto ciò che è approvato dalle
camere e firmato dal re, e voi siete in malafede nella vostra odierna opposizione. Se questa
approvazione non basta e si deve invece entrare nello spirito dei provvedimenti governativi, dovete
dimostrarci come la creazione della milizia è in armonia con lo spirito dello Statuto e col liberalismo.
Ma è inutile parlare del liberalismo vero coi liberali italiani: essi non sono liberali ed è doloroso
possano continuare a ricattare l’un’opinione pubblica esasperata e disorientata in nome di una idea
venerabile con la quale essi non hanno alcuna affinità.
La loro predicazione è pericolosa in sommo grado perché gli italiani, premuti dealla politica
brutale del fascismo sono propensi ad accettare una salute qualsiasi da chiunque, e specialmente dal
partito liberale che li aveva educati al compromesso ed al quietismo, e che promette ora una
sistemazione pacifica dei problemi. Gli italiani non sono abituati a fare degli sforzi per conquistare e
difendere le loro libertà e non vorrebbero farne; la morale violenta del fascismo li disorienta.
Ora bisogna che si abituino alla lotta, alla chiarezza, alla difesa eroica dei loro diritti; e a
tutto questo è più favorevole mille volte il fascismo che il cosiddetto liberalismo di Salandra e
Giolitti. Per questo noi consideriamo il liberalismo in riorganizzazione, come molto più
pericoloso del Fascismo.
Il Fascismo ha una sua politica autoritaria, esclusivista e accentratrice. Il popolo italiano è
chiamato a subirla o a crearsi degli istituti e dei governi più liberi. Non lo farà? Peggio per lui; ciò
significherà che esso rinuncerà ad essere un popolo moderno. D’altro canto il Fascismo per necessità
di vita è costretto a spezzare i vecchi stampi liberali; il parlamento è quasi ridotto a zero, sorgono
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organismi sindacali sotto forma di come organi dello Stato. Questa è materia pericolosa che sfugge
alle prescrizioni ed alle indagini; la materia sociale non è disciplinabile come nelle reazioni chimiche
la materia organica, e non si può dire se da un miscuglio viene fuori HOSO2 e non piuttosto CSO4 (
gli esperti non si formalizzino; io non sono esperto in reazioni chimiche!) Quel che è certo è che
dal Fascismo può venir fuori una rivoluzione mentre dal liberalismo di Salandra può venir fuori
soltanto qualche ministero Bonomi, con un ritorno a breve scadenza alle squadre d’azione.
Ed ora un’ultima osservazione.
I liberali dicono: noi abbiamo governato l’Italia per settant’anni e bene o male abbiamo portato il
popolo italiano al livello attuale; esso ha migliorato la sua agricoltura e i suoi commerci; ha una
industria, ha ferrovie, scuole, istituti d’istruzione e d’igiene, ha compiuto l’unità nazionale, ha
conquistato colonie, e finalmente ha sostenuto con ammirevole tenacia e valore l’ultima guerra,
superando rovesci terribili che avrebbero sfiancato un popolo sano.
Questo argomento in apparenza formidabile si smonta con molta facilità, ed i liberali, come
vedremo, non avranno di che lodarsi.
Per provare che l’azione dal partito liberale fu proficua alla salute ed alla prosperità del popolo
italiano bisognerebbe poter dimostrare cosa avrebbe fatto il medesimo popolo se avesse avuto un
regime più attivo, intelligente ed in ogni modo diverso.
Chiunque prendendo un ragazzo sano costituzionalmente sano, e mantenendolo in casa propria in
un ambiente naturalmente favorevole allo sviluppo, può presentare dopo quindici o venti anni un
giovanotto sano, resistente al lavoro e magari ubbidiente. Resta a vedere cosa avrebbe fatto, come si
sarebbe sviluppato nel fisico e nel morale, il medesimo giovanotto se fosse stato educato diversamente
ed alimentato meglio.
Il popolo italiano è un popolo che fisicamente ed intellettualmente ha qualità di primissimo ordine,
salute prolificità, intelligenza, iniziativa.
Favorito dalla natura e posto nel paese più bello del globo, abita una regione che per le Alpi è a
diretto contatto con le grandi civiltà ed i grandi mercati del centro d’Europa, e per il mare con tutti i
popoli del bacino del Mediterraneo dalle colonne di Ercole all’Asia minore. I suoi lavoratori sono i
primi del mondo per tenacia ed intelligenza, e cio è riconosciuto da tutti i paesi concorrenti. Questo
popolo mirabile, con tradizioni storiche che non hanno eguali, fu governato dal liberalismo in un
periodo di pace e di prosperità universale; e quali ne sono stati i risultati?che cosa ha fatto? una La
politica estera seguita è risultata balorda e subordinata, sempre al seguito di qualcuno; delle colonie
ebbe solo le briciole inattive di un vasto banchetto; i suoi lavoratori errarono raminghiarono fino a ieri
come iloti del grande capitalismo; la metà del territorio nazionale è ancora infestato dalla malaria e dal
latifondo; la sua agricoltura è arretrata, le sue industrie tecnicamente splendide si reggono soltanto
mercé un sistema di dazi dissanguatori, e l’analfabetismo ha ancora delle altezze, o per meglio dire,
delle bassezze sconosciute ai grandi popoli civili.
Quale l’educazione politica? Essa è tale che permette da tre anni il prosperare di un regime come
quello fascista, con l’adesione di una cospicua parte della cultura universitaria, della gioventù e della
borghesia piccola e media: mentre molti uomini di cultura dichiarano ancor oggi apertamente che il
popolo italiano non è maturo per un regime moderno di libertà.
In che cosa ha dunque progredito questo disgraziato popolo italiano? Nella sua crescente natalità?
Ma gli italiani quando fanno certe cose non usano prendere suggerimenti dai partiti politici.
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Il progresso realizzato dal nostro popolo non è che una parte di quello che si sarebbe avrebbe
potuto realizzare sotto un altro regime, ed è da attribuirsi più alla sua sanità fisica e morale che
nell’azione del suo regime politico.
Quando si dice che il popolo italiano nei momenti gravi trovò sempre delle forze insperate di
equilibrio e di buon senso per superare le burrasche, ciò deve intendersi nel senso che l’intrinseca
sanità del popolo, e la sua energia sempre rinnovantesi, dovette continuamente riparare con sforzi e
dolori all’azione deleteria di un reggimento insufficiente e dannoso.
Concludiamo.
Il liberalismo italiano non è liberalismo ma conservatorismo di bassa specie; la sua azione passata
può avere qualche merito tattico soltanto avuto riguardo alla immaturità politica del popolo italiano.
Posto davanti ai problemi della guerra il partito liberale rivelò se stesso, creando il fascismo: ed il suo
posto è al seguito del partito dominante.
Gli italiani, se vogliono diventare veramente un popolo libero e progredire, devono rigettare in
pieno la tutela del falso liberalismo monarchico, ed affrontare una buona volta la loro grande battaglia
politica. I tempi sono propizi l’esperimento fascista è in pieno svolgimento e fatalmente progredirà
fino alle estreme conseguenze e alla inevitabile rottura. Prepararsi alla successione del Fascismo con i
ferri vecchi del salandrismo e del giolittismo sarebbe come andare a nozze caricandosi sulle spalle una
cassa da morto.
Paolo Albatrelli
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Una battaglia per la libertà