Presentazione
Questo volume, come tutti del resto, ha una sua storia. Ma in
questo caso, più che in altri, la storia della ricerca può illustrare
la qualità e la portata dei risultati raggiunti. Il primo e certamente più rilevante elemento risiede nella modalità di individuazione del tema d’indagine. La ricerca come spesso accade non è stata progettata sulla base della disponibilità di un materiale documentario. Al contrario lo studio tenta di dare risposta ad un
quesito preciso: quale era il profilo del setificio meridionale nella tarda età moderna? Ma proporre tale quesito significa in primo luogo mettere in discussione un paradigma interpretativo
(costruito su pochi lavori specifici e sulle autorevoli considerazioni degli “scrittori di economia” riformisti o no del Mezzogiorno) che sembrava solido. Secondo questo paradigma il setificio era un settore contrassegnato da un declino irreversibile e
da una impermeabilità a processi innovativi (tecnici, di organizzazione della produzione, commerciali). In realtà il quesito iniziale si poneva come obiettivo quello di delineare un quadro del
setificio più completo e documentato di quello restituito dalla
letteratura disponibile. Solo in seguito le evidenze documentali
hanno suggerito una revisione più profonda dell’interpretazione
precedente. Ma a questo punto la ricerca ha inaspettatamente
modificato il suo percorso. Invece di liquidare i giudizi degli
storici e degli autori del tempo attraverso un’interpretazione di
segno opposto, l’indagine opportunamente ha riletto quelle pagine con rigore per ritrovare tra le righe (e talora nelle contraddizioni) tracce di una storia diversa o meglio delle diverse storie
del setificio meridionale. In questo modo spunti, riflessioni, ipotesi sono stati per così dire ricollocati in un quadro non soltanto
nuovo ma anche più complesso. Un secondo aspetto è quello
che riguarda il tentativo di confrontare problemi e soluzioni del
setificio meridionale con i setifici dell’Italia centrale e soprattutto settentrionale. Un’operazione condotta con rigore selettivo,
che mira a recuperare dati e conoscenze utili per colmare i vuoti
6
Presentazione
della documentazione senza tradire la diversità dei modelli organizzativi.
La ricerca organizza l’esposizione seguendo le fasi del processo produttivo; in sostanza segue il percorso di un prodotto
agricolo che si trasforma in prodotto industriale. Per fare questo
incrocia i saperi della tradizione agronomica e tecnico-tessile
con le informazioni delle fonti. Ne deriva un’analisi attenta che
porta alla luce aspetti trascurati (o non adeguatamente sviluppati) del setificio meridionale. Così nel campo della gelsicoltura
emerge uno scenario composito costituito da diversi modelli; si
delinea una geografia che individua differenti significati della
pianta in relazione alla specificità del sistema agrario (gelseto
specializzato, gelso combinato con coltivazione arboree, gelso
collegato al seminativo). Di pari rilievo la scoperta dell’affermarsi in alcune aree del gelso bianco che mette in crisi il presupposto dominio assoluto del gelso nero (spia di
un’arretratezza marcata). Ancora la ricerca si sofferma ad analizzare l’organizzazione della produzione attraverso un’attenta
valutazione dei rapporti costi/benefici condotta con padronanza
di linguaggio tecnico e capacità di penetrare nella struttura contabile dei documenti esaminati. La commercializzazione della
foglia nelle sue differenti modalità contrattuali apre una riflessione interessante sulla correlazione tra prezzo della foglia/prezzo della seta in un contesto in cui si percepisce distintamente come la natura dei contratti possa di volta in volta incentivare o sconsigliare l’investimento nella produzione serica.
I problemi della bachicoltura sono affrontati attraverso l’uso
dei trattati coevi; qui l’analisi utilizza materiali del primo Ottocento (il testo del Columella e la Statistica murattiana) per delineare un quadro della bachicoltura che può ricostruire la situazione del secolo precedente. Anche in questo caso lo spazio dedicato ad un aspetto apparentemente di scarso rilievo quale
quello della commercializzazione del seme finisce per aggiungere un ulteriore elemento alla ricostruzione del mercato dei fattori produttivi del setificio meridionale. Quando si affronta il tema dell’allevamento e del mercato dei bozzoli il pregiudizio di
un setificio meridionale settecentesco già irreversibilmente distaccato dai modelli dell’Italia settentrionale viene pesantemente
messo in discussione. Non solo: il ventennio finale del secolo
XVIII registra importanti processi di modernizzazione che riguardano gli aspetti commerciali, tecnici e fiscali. In particolare
Presentazione
7
l’idea di un sistema fiscale che per così dire rimodella la sua
struttura sulle nuove esigenze del setificio rappresenta un risultato interessante.
Questa linea interpretativa della ricerca viene ampiamente
sviluppata quando affronta il tema della trattura. Anche in questo caso ritroviamo diversi modelli nel Mezzogiorno, anche in
questo caso il sistema della trattura senza perdere il suo specifico profilo (attività regolata dal sistema fiscale e decentrata nei
luoghi di produzione della materia prima) mostra una evidente
permeabilità ai processi innovativi. Penso alla trasformazione
delle macchine, penso alla proposizione del tema della standardizzazione del prodotto. La revisione di un punto di vista ormai
consolidato deriva dalla possibilità di osservare la stessa realtà
attraverso nuovi sguardi: quello esterno di un Domenico Caracciolo che osserva a Londra la seta meridionale sul mercato inglese e quello interno dei conflitti che come sempre fanno emergere squarci del contesto normalmente ignorati da altri tipi di fonti. Il processo di trasformazione certamente non fu lineare, al
contrario si sviluppò incontrando difficoltà e resistenze ma alla
fine del secolo si affermarono nuove tecniche e nuovi modelli di
organizzazione della trattura.
Dopo aver illustrato gli elementi qualitativi della dinamica
del setificio nel quinto capitolo i dati, raccolti attraverso un minuzioso lavoro di archivio, confermano per un verso l’articolata
geografia della sericoltura meridionale e per l’altro il ruolo di
assoluta rilevanza rivestito dal setificio calabrese (in particolare
Calabria Citra la cui produzione si sviluppa in maniera
significativa nel corso del Settecento). Il lavoro si occupa infine
dell’organizzazione del commercio di seta nel Regno
nell’intento (conseguito) di individuarne i protagonisti (produttori, arrendatori, negozianti, corporazioni, Stato e comunità) e
le strategie tra privilegio, consuetudini e convenienze.
I contenuti del volume ridisegnano il profilo di un settore
importante dell’economia meridionale mettendo in luce l’utilità
di un approccio che analizza l’oggetto di indagine distinguendo
le differenti aree economiche. Ma al di là dei risultati e del caso
di studio affrontato merita apprezzamento la metodologia utilizzata. Nella sostanziale assenza di fonti dirette (materiale documentario prodotto al fine di documentare la struttura e i risultati del setificio meridionale) il sentiero dell’indagine ha attraversato territori poco esplorati (il tema e le fonti sui conflitti)
8
Presentazione
o altri molto conosciuti (i temi e le fonti sugli arrendamenti e
sulle finanze) recuperando informazioni e dati. Questo lavoro
oscuro ha comportato la ricostruzione della storia amministrativa dei processi di sedimentazione del materiale documentario.
La ricerca proprio perché riesce a spostare in avanti la riflessione sul setificio meridionale apre nuove questioni e solleva
nuovi interrogativi. Questioni e interrogativi che si aggiungono
a quelli proposti dai numerosi lavori dedicati al setificio italiano
pubblicati negli ultimi anni. Le nuove conoscenze evidentemente consentono agli studiosi di avanzare nuove e più complesse
questioni sui diversi aspetti. D’altra parte mi sembra che emerga
un elemento di fondo dal carattere non trascurabile. Osservando
realtà differenti sotto il profilo geografico (Friuli, Lombardia,
Bologna e Romagna, Genova, Piemonte, Lucca, il Mezzogiorno) e sotto quello cronologico (dal medioevo al secolo XIX) ritroviamo un’ampia gamma di modelli di setificio. Tale molteplicità appare non tanto e non solo il risultato di differenze imputabili alle tecniche produttive e/o alla qualità dei prodotti. Certamente si registrano accelerazioni e ritardi ma in un quadro di
progressiva convergenza. Ciò che determina il permanere della
diversità sembra a mio avviso imputabile alle forme della organizzazione della produzione manifatturiera; e tali forme sembrano determinate dalle condizioni giuridiche, fiscali, istituzionali e sociali dei territori della seta. Proprio per questo giudicare
e misurare i diversi modelli in base ad un prototipo evolutivo
determinato appare un’operazione di scarso interesse. Voglio
dire che (come si registra a proposito dello sviluppo locale italiano successivo agli anni ’70 del XX secolo) è del tutto fuori
luogo immaginare l’esistenza di un unico modello di riferimento
che in prospettiva storica si traduce in uno strumento di misurazione del grado di sviluppo di altre esperienze. Piuttosto occorre riconoscere l’esistenza di una molteplicità di modelli che
caso per caso, realtà per realtà, sperimentano (con o senza successo) differenti modalità di combinazione dei fattori produttivi. Questo volume sul setificio meridionale, in forma esauriente
e talora esaustiva, restituisce una realtà popolata da molteplici
modelli e delinea una chiave interpretativa innovativa che giustamente orienta l’attenzione sulle condizioni di contesto sociale
e istituzionale.
Alberto Guenzi
Premessa
Nel corso dell’età moderna il settore serico fu tra i più importanti dell’economia del Regno di Napoli. La gelsicoltura e la
sericoltura consentirono di incrementare i redditi agricoli e le
disponibilità monetarie di migliaia di famiglie contadine. Il
commercio della seta grezza richiamò capitali, coinvolse negozianti regnicoli e stranieri e vide impegnata una fitta schiera di
piccoli e grandi armatori, spedizionieri, assicuratori, ecc. che
garantirono il trasporto via mare o via terra sia all’interno sia
verso l’estero. La seta calabrese e meridionale provvide ad alimentare le “industrie” di Napoli, Catanzaro e Cava de’ Tirreni
che, se sul mercato internazionale andarono incontro, dopo le
vette cinquecentesche, ad un graduale e irreversibile declino, sul
mercato interno continuarono a soddisfare una domanda varia
e diversificata e a contrastare la concorrenza dei manufatti stranieri. La seta fu anche tra le voci attive di maggior consistenza
della bilancia commerciale del Regno, così come gli esiti della
sua tassazione o i fitti degli arrendamenti rappresentarono cospicue e nei fatti insostituibili fonti di entrata per le esigenti finanze del viceregno spagnolo, di quello austriaco e del regno
borbonico.
Ancora nel XVIII secolo, dalle testimonianze dei contemporanei e sulla scorta dei pochi ed episodici dati disponibili, risulta che nel loro complesso le attività di produzione e commercio
della seta conservavano nell’economia del Regno un rilievo
considerevole. Eppure questa realtà incontrovertibile emerge in
qualche misura appannata negli studi storici dedicati alla sericoltura meridionale e per conseguenza nelle interpretazioni e
nei lavori di sintesi dedicati alla sericoltura italiana nel periodo.
In effetti la storiografia, di fronte all’evoluzione tecnica e
produttiva indotta in altre aree della penisola dalla crescita della
domanda internazionale di seta, più che tentare una ricostruzione ed una verifica dei caratteri, dell’organizzazione e delle
dinamiche della sericoltura meridionale, ne ha proposto
10
Premessa
un’interpretazione per il XVIII secolo in termini di arretratezza, di ritardo, di stagnazione o di decadenza. Di qui, a seconda
dell’oggetto privilegiato negli studi, l’accento posto di volta in
volta sul mancato aggiornamento delle tecniche di allevamento
dei bachi o, più spesso, di quelle di trattura, sull’inefficienza
delle tecniche mercantili o sull’inadeguatezza delle scelte colturali dei gelsicoltori meridionali; limiti e fattori di arretratezza
riconducibili più o meno direttamente, nel comune giudizio
storiografico, ad un sistema fiscale vessatorio e retrivo – che lasciava gli arrendamenti dei dazi sulla seta arbitri degli assetti e
dei metodi della sericoltura –; ad un ceto proprietario ed imprenditoriale inetto, chiuso ai mutamenti che si registravano
negli altri stati italiani ed in Europa e rivolto alla mera conservazione dei profitti garantiti dal monopolio del credito alla
produzione che il sistema dei contratti alla voce assicurava; ed
infine, sullo sfondo, ad un governo, corresponsabile o quanto
meno spettatore inerte e disorientato, incapace di spezzare gli
equilibri consolidatisi attorno alla sericoltura e di farsi promotore e artefice del mutamento e del progresso.
In questo quadro, la produzione serica del Mezzogiorno nel
XVIII secolo non avrebbe partecipato alla crescita sperimentata
dalle aree “avanzate” dell’Italia centrosettentrionale e, quasi naturale corollario di un’interpretazione in termini di fattori di
ritardo, il Mezzogiorno della seta avrebbe irrimediabilmente
imboccato la strada della marginalizzazione. Il declino della sericoltura meridionale si profilerebbe come un’occasione mancata di sviluppo economico, laddove le aree avanzate andavano
ponendo le basi del successivo sviluppo ottocentesco.
E però le analisi che hanno denunciato limiti e ritardi della
sericoltura del Regno di Napoli, le gravi mancanze del ceto imprenditoriale e le responsabilità del governo sono basate su ricostruzioni storiche che presentano fragilità di non poco momento sotto il profilo delle evidenze e degli apporti documentari, come non di rado, incidentalmente, si è riconosciuto dagli
stessi autori che le hanno proposte o si è rilevato dagli storici
che a quelle ricostruzioni hanno attinto o si sono richiamati. La
limitatezza degli apporti documentari trova spiegazione nella
estrema dispersione delle fonti disponibili, nella mancanza di
fondi archivistici omogenei e di serie documentarie che consentano di pervenire ad una compiuta conoscenza dell’articolata
realtà della sericoltura meridionale. E forse lo stato delle fonti
Premessa
11
rende ragione dell’ampio ricorso della storiografia alla messe di
scritti che, negli anni ’80 e ’90 del XVIII secolo, gli illuministi
meridionali dedicarono all’industria serica.
Ma le memorie dedicate dai riformatori ai problemi
dell’industria serica del Regno, per lo più contrassegnate dal dichiarato obiettivo di suffragare la dannosità del sistema di esazione dei dazi sulla seta, andrebbero collocate ed interpretate
nel quadro dell’acceso dibattito che alimentarono e arricchirono; un dibattito che a fine secolo vide incalzato il governo napoletano su questa come su altre questioni altrettanto cruciali, e
qui basti citare la questione feudale, la disputa sulla libertà del
commercio dei grani o anche il tema del riassetto del Tavoliere
di Puglia. La tensione ideale, l’impegno critico e gli accenti polemici cui fu improntata la battaglia dei riformatori ed il clima
in cui anche il dibattito sulla questione della seta si svolse dovrebbero indurre ad una maggiore cautela nell’accoglierne le
analisi. Così che la decadenza della sericoltura che i riformatori
lamentarono e che ispirò le loro considerazioni e le loro proposte merita di essere indagata e vagliata sia per poterne soppesare
le reali dimensioni e l’estensione che assunse nelle diverse aree
di produzione del Regno, sia per poter valutare le cause congiunturali e strutturali che la determinarono.
Queste e altre considerazioni intorno alla storiografia che,
specificamente o in chiave comparativa con le altre aree di produzione italiane, si è occupata della sericoltura del Mezzogiorno sono all’origine dell’impostazione e della curvatura che si è
inteso dare al presente lavoro. In particolare, della scelta di esaminare in modo sistematico, sulla base di una varietà di fonti,
in parte inedite, in parte inesplorate ai fini di una storia della sericoltura, le diverse fasi del ciclo di produzione e commercializzazione della seta, una scelta che è parsa obbligata per poter valutare se, in quali condizioni e con quali esiti il Regno seppe rispondere all’espansione della domanda di seta e ai nuovi equilibri nella divisione internazionale del lavoro che si andarono affermando nel XVIII secolo.
Il volume sviluppa e approfondisce la mia tesi dottorale dal
titolo La produzione di seta nel Regno di Napoli nel XVIII secolo, elaborata nel triennio 1996-1999 nell’ambito del dottorato
di ricerca in Storia Economica con sede amministrativa presso
l’Istituto Universitario Navale di Napoli (collegio dei docenti:
12
Premessa
professori Luigi De Matteo, Luigi De Rosa, Luciana Frangioni,
Ciro Manca e Maria Ottolino).
Il lavoro di ricerca si è svolto prevalentemente presso
l’Archivio di Stato di Napoli, dove ho potuto giovarmi della
partecipe assistenza del personale addetto alle sale di consultazione, del fattivo sostegno della direttrice, Felicita De Negri, e
della consulenza del dott. Fausto De Mattia, che ha voluto fare
suoi molti degli interrogativi che l’indagine archivistica via via
poneva.
Nella fase finale di preparazione del volume ho potuto avvalermi delle strutture e delle competenze dell’Istituto di Storia
Economica del Mezzogiorno del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Ringrazio pertanto, per la collaborazione professionale
e amichevole offertami, Ilaria Zilli, già direttrice dell’ISEM, i
ricercatori dell’Istituto, il tecnico Salvatore Cristadoro e il tecnologo Antonio Marra.
Desidero esprimere sincera riconoscenza ad Alberto Guenzi, oltre che tutor durante il dottorato, solido punto di riferimento per la tematica del setificio e non solo. Così come ringrazio Nicola Ostuni, per la critica e amichevole attenzione dedicata al mio lavoro e le non poche discussioni su singoli suoi
aspetti, e Luigi Mascilli Migliorini, per le stimolanti occasioni
di studio e di riflessione. Un pensiero grato rivolgo al prof. Silvio Zotta, per avermi introdotto alla ricerca storica, e a Connie
Damiani, per il tempo condiviso negli anni del dottorato. Ringrazio infine i molti amici e colleghi variamente chiamati a
spendere la loro esperienza nel corso del lavoro, e mi scuso per
non poterli in questa sede citare singolarmente.
Luigi De Matteo ha vissuto con me la ricerca e la stesura del
volume. Il debito che sento, però, è di altra natura. Gli devo
l’idea iniziale e, poi, un costante orientamento metodologico e
intellettuale.
La dedica è per Franco, Gabriella e Stefania, tre filosofie di
vita che amo profondamente.
Capitolo I
La gelsicoltura
1. Localizzazione e andamento
«Dopo gli ulivi le piante più preziose sono i gelsi, per
1
l’industria ricchissima della seta» . Così esordisce Giuseppe
Maria Galanti in una breve nota dedicata ai Gelsi, nella parte
della Descrizione geografica e politica delle Sicilie in cui delinea
il Prospetto generale delle ricchezze naturali del Regno. E prosegue: «tutte le province producono questa pianta», affermazione promettente, subito ridimensionata, però, dalla nutrita
lista delle eccezioni: nelle tre province pugliesi la gelsicoltura è
pressoché estinta, già limitata dall’estensione del pascolo in Capitanata, progressivamente soppiantata dall’ulivo in Terra di
Bari e d’Otranto; è altresì esercitata poco e malvolentieri in Basilicata, negli Abruzzi e in Molise, a motivo delle «estorsioni»
o, comunque, degli oneri derivanti dal sistema di esazione dei
dazi sulla seta.
Si deve ritenere che nel corso del XVIII secolo il versante
adriatico del Mezzogiorno sia stato teatro di un notevole declino della gelsicoltura. Nelle Puglie e in Molise, scrive Domenico
Grimaldi nel 1780, «vi sono ancora de’ vecchi, che si sovvengono di aver veduto i gelsi in gran numero, dove ora nè pure se ne
2
vede uno» . In qualche misura anche altrove, in Abruzzo e in
Calabria, i gelsi si vanno riducendo, non solo perché alle vecchie piante non se ne aggiungono di nuove, ma anche per
un’opera, difficile dire quanto diffusa e sistematica, di loro deliberata distruzione. Nella documentazione coeva ritorna periodicamente, dai primi decenni del ’600 in poi, il riferimento
alla distruzione dei gelsi come al più eloquente sintomo di crisi
della sericoltura, ma l’immagine dello sradicamento dell’albero
1
2
GALANTI 1789, t. III, p. 135.
GRIMALDI 1780, p. 15n.
Capitolo I
14
e di ciò che l’albero rappresenta – capitali investiti, tempo, lavoro,
opportunità – più che a comprovare la contrazione di un settore
economico, magari in favore di impieghi più remunerativi, sembra
rivolta ad emblematizzare una condizione di disperazione e di im3
potenza di fronte alle angherie degli ufficiali degli arrendamenti ,
3
È opportuno almeno accennare al sistema degli arrendamenti e in particolare alle vicende degli arrendamenti istituiti sui dazi sulla seta. Fin dal XVI
secolo, nel Regno di Napoli, all’imposizione di un dazio – sulla produzione,
sul consumo, sull’importazione ed esportazione delle merci, su alcuni uffici –
fu generalmente connessa l’istituzione di un arrendamento. Il governo “arrendava” un dazio affidandone la riscossione ad un appaltatore in cambio di
un canone annuo o di una parte dei proventi del dazio. Allorquando, tra Cinque e Seicento, la Corona si trovò nella necessità di dover contrarre prestiti,
vincolò a beneficio dei suoi creditori il canone o i proventi di taluni dazi, secondo una determinata ragione d’interesse sui capitali presi a prestito. Le
pressanti esigenze finanziarie del viceregno spagnolo (1503-1707) – in particolare, ed in misura via via crescente, nella prima metà del XVII secolo – produssero un significativo incremento della pressione fiscale e del numero degli
arrendamenti, come pure l’alienazione da parte del governo, a favore dei suoi
creditori, di diversi cespiti d’entrata. Dopo la rivolta antispagnola del 1647 il
governo si vide costretto ad abolire taluni dazi e, in generale, a ridurre la pressione fiscale, ma dovette contestualmente garantire le rendite dei suoi creditori: i due obiettivi furono conseguiti mediante la redistribuzione delle fonti
d’entrata superstiti tra tutti i creditori e l’assegnazione ai creditori stessi in
solutum et pro soluto dell’amministrazione dei relativi arrendamenti, conservando la Corona su ciascuno di essi soltanto il diritto di esigere una somma
annua costante, per un totale di 300.000 ducati, definita “dote di Cassa Militare”. Gli arrendamenti istituiti sui dazi di produzione e commercializzazione
della seta contribuivano alla “dote” per 39.510 ducati, cioè all’incirca per il
13%. I dazi sulla seta, che nel 1655 sarebbero stati «in piena proprietà [...] ceduti à creditori del fisco», furono ridotti da 60 a 38 grana a libbra in Calabria
e da 55 a 37 grana a libbra nelle altre province, e distribuiti in quattro arrendamenti per la Calabria (denominati grande; delle due grana 5; delle grana 3;
di Bisignano) e due arrendamenti (definiti grande e delle grana 5) per ciascuno dei sette ripartimenti fiscali in cui erano suddivise le altre province (Terra
di Lavoro, Contado di Molise e Capitanata; Principato Citeriore da Eboli in
qua; Principato Citeriore da Eboli in là; Principato Ulteriore; Basilicata; Terra d’Otranto e Terra di Bari; Abruzzo). In seguito, e fino all’abolizione del
sistema degli arrendamenti nel 1806, il governo tentò o, talvolta, semplicemente minacciò di ricomprare gli arrendamenti alienati nel 1649, con l’intento
di riportare all’erario i relativi gettiti o anche soltanto per costringere i possessori (i consegnatari) a ricontrattare i diritti acquisiti e, in definitiva, a indurli a
cospicui versamenti nelle casse dello Stato. L’Arrendamento grande della seta
di Terra di Lavoro fu ricomprato nel 1690, quelli delle grana 3 di Calabria e
La gelsicoltura
15
agli assalti della fiscalità, o all’inerzia di una burocrazia lenta e
4
ottusa .
A metà Settecento, l’adozione di un provvedimento regio
che proibiva l’abbattimento dei gelsi attesterebbe la particolare
5
gravità assunta dal fenomeno , tanto più se si considera che nel
Regno, come anche in Sicilia, erano stati assai rari gli interventi
legislativi in materia di gelsicoltura, consueti invece nell’Italia
6
centrosettentrionale . Si è a conoscenza del solo divieto di esportazione della foglia di gelso che, introdotto nella seconda
7
metà del XVI secolo, rinnovato nel 1601 , non sembra fosse più
in vigore nel corso del XVIII secolo, quando l’eventualità che la
8
foglia potesse esportarsi non suscitava particolari allarmi .
delle grana 5 di Calabria e delle province furono incorporati al fisco nel 1760;
nello stesso anno furono ricomprati anche l’Arrendamento grande di Principato Ultra e di Principato Citra da Eboli in là. L’Arrendamento grande di
Principato Citra da Eboli in qua fu ricomprato nel 1783; quelli di Terra
d’Otranto e Bari e di Abruzzo non furono oggetto di ricompra ma nel 1789
furono aboliti assieme ai relativi dazi. L’Arrendamento grande di Calabria fu
costantemente preso in affitto dal fisco a partire dal 1751. Cfr. DE ROSA 1958;
GALANTI 1806, t. II, pp. 478-482; ASN, Arrendamenti, f.lo 2183.
4
Di questo tenore le considerazioni presenti in JANNUCCI 1767-69, parte
II, p. 303; GRIMALDI 1780, p. 13 e sgg.; CARACCIOLO 1785, p. XXII. Su Giovan Battista Maria Jannucci si vedano VENTURI 1969 e l’ampio saggio introduttivo di Franca ASSANTE (1981) all’edizione da lei curata dell’Economia del
commercio. Per un profilo biografico ed intellettuale di Domenico Grimaldi e
Giuseppe Maria Galanti ci si limita a segnalare VENTURI 1962. Per un’analisi
del pensiero economico dei riformatori meridionali, DI BATTISTA 1990.
5
Del divieto danno notizia i tre autori citati alla nota precedente, ma la
Prammatica III De incisione arborum pubblicata il 6 febbraio 1759 (in GIUSTINIANI 1803-1808), rivolta a regolamentare in modo organico l’intera materia, non menziona i gelsi tra le 11 specie di cui era vietato il taglio.
6
LAUDANI 1996, p. 28. Anche in Sicilia l’intervento pubblico si limitò ad
alcuni decreti di proibizione del taglio degli alberi. L’economista siciliano
Vincenzo Emanuele Sergio, in una Memoria Apologetica redatta nel 1766, ricordava un dispaccio regio del 30 gennaio 1740 che proibiva «il taglio, e
l’estraordinarie incisioni de’ Gelsi» e ne chiedeva l’applicazione, auspicando,
in generale, l’intervento del governo a sostegno della gelsicoltura, in LAUDANI 2000, p. 142.
7
Allorquando si ribadì che «da questa provintia [Calabria Ultra] no se
possa extrahere per extraregnum semente de sete, fronde de celsi ne cannizzi», ASN, RCS, Partium, vol. 1534, f. 40r.
8
Nel giugno del 1783 l’amministratore delle Dogane e dell’Arrendamento
16
Capitolo I
Ad ogni modo, la contrazione della gelsicoltura non interessò tutte le aree di produzione del Regno. Nessun segno di crisi
nell’area campana, nella penisola sorrentina, nell’agro nolano.
Anzi, un’espansione della gelsicoltura nelle campagne di Napoli e dei suoi casali, attribuita all’esenzione dal dazio sulla seta di
cui l’intero territorio beneficiava, è segnalata da Jannucci alla
9
fine degli anni ’60 come un processo in corso già da tempo e
confermata nel 1780 da Domenico Grimaldi e in seguito dal
10
Galanti .
Quanto alla Calabria di fine secolo, l’allarme dei riformatori
trova un riscontro solo parziale nelle attente e dirette osserva11
zioni del Galanti. Intanto, il suo Giornale di viaggio non registra casi di volontaria distruzione di gelsi. Il divieto legislativo
doveva aver prodotto qualche effetto o più semplicemente, come avrebbe sostenuto Roccantonio Caracciolo, aveva aguzzato
l’ingegno di quanti avevano escogitato «il modo d’eludere impunemente la legge – ad esempio – trapiantar le vigne nelle ter-
della Seta del paraggio di Reggio, Pietro Musitano, bloccò, su richiesta dei
bachicoltori calabresi, un consistente traffico di esportazione di foglia dalle
coste di Scilla in direzione della Sicilia. Informò il Supremo Consiglio delle
Finanze della sua iniziativa e da Napoli, nell’approvarla, si raccomandò al
Musitano di verificare se la produzione di foglia non sopravanzasse il bisogno
locale, «nel qual caso, trattandosi di fronda che immediatamente si secca, o
marcisce, sembra che non sia giusto che li Padroni della medesima la perdano», ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Reggio, 6 giugno 1783.
9
JANNUCCI 1767-69, parte II, pp. 299-300.
10
GRIMALDI 1780, p. 15n.; GALANTI 1790, t. IV, p. 241. Il gelso era una
pianta assai comune nella città di Napoli. Fino a qualche decennio fa ben
quattro strade erano ad esso intitolate. Di queste, vale la pena di ricordare il
vico lungo Gelso, che deriva il suo appellativo dal nome che una vasta area –
situata tra via Toledo, a pochi passi dal Palazzo Reale, e la collina di San Martino – aveva assunto nei primi decenni del XVI secolo – Le Celse o Le Ceuze
–, dopo che il conte di Castrovillari ne era entrato in possesso e vi aveva impiantato «una quantità di celsi, e mori e bianchi, per alimentare i bombici della seta». Ben 16 moggia di terra, all’incirca 5 ettari che, destinati in seguito
all’acquartieramento delle truppe spagnole, sarebbero tornati ad una funzione
più propriamente urbana, conservando tuttavia la funzione di luogo di «ricreazione», di prostituzione, al quale i napoletani lo avevano destinato, cfr.
DORIA 1979, p. 202.
11
GALANTI 1792.
La gelsicoltura
17
re, che prima erano destinate per li soli gelsi: segreto certissimo
12
per far che periscano e si secchino interamente in pochi anni» .
Per la verità, non vi era accordo tra gli esperti sull’opportunità di affiancare i gelsi e le viti – «il Gelso è un albero amico della vite», assicurava Vincenzo Corrado nel suo trattato di
13
agricoltura – e nei fatti tale associazione non era infrequente
nelle campagne meridionali. È però certo che la vite rappre14
sentava un’alternativa colturale al gelso , in particolare
nell’area di Reggio, alla quale verosimilmente il Caracciolo si
riferiva. In un rapporto del novembre del 1789, il locale amministratore dell’Arrendamento della Seta avvertì il Supremo
Consiglio delle Finanze che la piantagione dei gelsi «vacava» a
vantaggio della vite. Aggiunse che, malgrado avesse dimostrato ai proprietari terrieri il danno che ne sarebbe loro derivato,
inducendoli a riflettere, tra l’altro, sul sensibile incremento del
prezzo della foglia registrato in quell’anno, «niun riparo erasi
dato» e dunque «in pochi anni» l’industria della seta sarebbe
15
decaduta .
Il Galanti non segnala particolari mutamenti colturali in corso nel reggino. Nota invece che più a nord, nell’attuale piana di
16
Gioia, i gelsi non erano «soppiantati» , e che in particolare a
Laureana, le cui principali e copiose produzioni consistevano in
olio e seta, l’ulivo si stava affermando a discapito del gelso: «il
costume è di piantare gli ulivi in mezzo a’ gelsi; come quelli
17
crescono questi si tagliano» . Considerazioni simili fa per le
campagne di Satriano, sul Mar Ionio – «le coltivazioni principali sono olivi e gelsi. La coltivazione de’ primi guadagna sem18
pre più luogo a spese de’ gelsi» –, per la vicina Catanzaro e per
19
Monteleone . Riflettendo sullo stato generale della Calabria
Ulteriore il Galanti può concludere che, per quanto i due prin12
CARACCIOLO 1785, p. XXIII.
CORRADO 1804, t. I, p. 218.
14
Nel corso del XVI secolo l’espansione della gelsicoltura calabrese era
avvenuta soprattutto a spese della viticoltura, cfr. GALASSO 1967, p. 173.
15
ASN, MF, fs. 2693, Reggio, 16 novembre 1789.
16
GALANTI 1792, p. 192.
17
Ivi, p. 186.
18
Ivi, p. 163.
19
Ivi, pp. 148; 182.
13
Capitolo I
18
cipali prodotti della provincia, seta e olio, siano entrambi «oppressi dagli arrendamenti», è tuttavia «una specie di disgrazia il
possedere seta [...] Di qui è derivato che si rivolgono oggidì ver20
so l’olio come un genere meno esposto a vessazioni» . Valutazioni analoghe esprimeva negli stessi anni Giuseppe Palmieri,
consigliere e poi direttore del Supremo Consiglio delle Finanze
e presidente di una “Giunta per il disgravio del dazio della seta”
istituita nel 1789: «la gravezza de’ dritti, oltre il giusto segno
opprime egualmente l’olio, e la seta; ma il dritto proibitivo, e la
vessazione sua indivisibil compagna a cui è soggetta la seta, e di
cui è esente l’olio ha cagionata una gran varietà nel fato, e nella
sorte di queste due derrate. Al favore della libertà gli oliveti esistono, ed ancor si accrescono, laddove i gelsi non han potuto
resistere al peso della gravezza de’ dritti raddoppiato, e reso in21
sopportabile dalla schiavitù» .
Lo scenario offerto dalla Calabria Citeriore appare più articolato. Per buona parte del litorale tirrenico, da Amantea a Belvedere, «il terreno è ingombro quasi tutto di alberi e specialmente di gelsi». E tuttavia «lo scoraggiamento per la piantagione de’ gelsi è universale» e induce a rivolgersi piuttosto all’ulivo
o, soprattutto, al fico e alla vite. L’ulivo, in realtà, non costituisce un elemento caratteristico del paesaggio agrario; Paola, ad
esempio, «ha pochissimi ulivi [...] per li guasti che fanno gli animali alle coltivazioni». Ma le opportunità per diversificare la
produzione, pur ridotte, sono colte con sollecitudine: limoni e
cedri, uve passe, castagne, fichi secchi. Si risponde come si può
al calo dei prezzi della seta e della foglia di gelso che si registra
22
in quell’area . Verso l’interno, gelseti e frutteti dominano le
zone a ridosso dei nuclei abitati, ma anche qui le nuove piantagioni privilegiano il fico e l’ulivo. Viceversa, la coltivazione dei
gelsi è in espansione nella parte settentrionale della provincia,
23
ad Acri , e anche in quella meridionale, da Cosenza in direzione di Nicastro, «solo perché le terre marnose sono soltanto a24
datte a questo genere di coltivazioni», chiosa il Galanti .
20
Ivi, p. 184.
PALMIERI 1789, p. 202n. Su Giuseppe Palmieri si veda VENTURI 1962.
22
GALANTI 1792, pp. 282-286.
23
Ivi, p. 279.
24
Ivi, p. 260.
21
La gelsicoltura
19
Nelle Calabrie la gelsicoltura era tradizionalmente praticata
sia in forma specializzata sia in associazione ad altre colture,
25
prevalentemente uliveti, vigneti e frutteti . L’analisi della destinazione colturale dei fondi ecclesiastici incamerati e alienati dal
governo negli anni ’80 e ’90 del XVIII secolo, nel quadro degli
interventi seguiti al terremoto del 1783, indica che nella Calabria Ultra in quasi un quarto dei fondi nei quali è rilevata la
26
presenza di gelseti la gelsicoltura era l’unica coltura praticata
(su terreni di estensione variabile tra 0,5 e 6,6 ettari); un quinto
dei fondi era destinato a gelseto e uliveto e poco meno di un
quinto a gelseto e faggeto (tra 0,16 e 10 ettari); poco più di un
decimo dei fondi vedeva l’associazione della gelsicoltura ad una
singola coltura diversa dal faggio e dall’ulivo, in primo luogo
alla vigna o al terreno seminativo o arborato, ma in qualche caso anche al noceto, al castagneto, al bosco, all’agrumeto, al
giardino; ed infine, nel restante quarto dei fondi, di estensione
media più ampia dei precedenti, il gelso risulta associato ad almeno due colture, di cui una costituita ancora una volta da fag-
25
Cfr. GALASSO 1967, pp. 162-166, con uno Schema dell’utilizzazione del
suolo calabrese alla fine del secolo XVI alle pp. 168-169.
26
Sono stati elaborati i dati riportati nell’Elenco degli acquirenti e dei fondi acquistati nel periodo della Cassa Sacra (1784-1796) ricostruito da Augusto
PLACANICA (1979, Appendice I, pp. 431-552). Su 5.547 fondi alienati, per
un’estensione complessiva di 38.007,58 tomolate pari a circa 12.660 ettari, si è
accertata la presenza di gelseti in poco meno di 200 fondi – per un totale di
900 ettari oltre ad una trentina di terreni di cui non è indicata l’estensione.
Pochi, sembrerebbe, ma per l’interpretazione dei dati va tenuto presente, in
primo luogo, che Placanica non ha sempre potuto stabilire la destinazione
colturale dei terreni alienati, ed è particolarmente spiacevole la lacuna
dell’intero comprensorio di Sant’Agata, nell’area di Reggio – 16.000 abitanti
per una produzione ufficiale di oltre 10.000 libbre di seta l’anno. In secondo
luogo, sono indicate soltanto le colture prevalenti del fondo e pertanto un
modesto numero di gelsi, pianta assai comune, potrebbe non essere stato affatto registrato. Così, ad esempio, nel distretto di Catanzaro i gelseti risultano
presenti soltanto in 10 dei 240 fondi alienati, ma lo stesso Placanica in un precedente lavoro segnala, per gli stessi anni, «la presenza molto frequente, in
proporzioni non grandi ma con puntualità, del gelso, là dove sussistesse coltivazione arborea o seminativo arborato; non si trattava di veri e propri gelseti,
ma di piante di gelso variamente, ma costantemente, presenti nell’uliveto, nel
frutteto, nel vigneto, ecc.», PLACANICA 1970, p. 60.
20
Capitolo I
gi o ulivi, variamente associati alle altre colture già richiamate
ma non di rado anche ai querceti.
Riguardo alla localizzazione, oltre un quarto dei fondi era
situato nel distretto di Reggio e quasi la metà sul versante
ionico della provincia, tra Catanzaro e Stilo. I gelseti specializzati risultano distribuiti in modo sostanzialmente uniforme, mentre l’associazione del gelso ad altre colture riflette gli
orientamenti colturali e le caratteristiche geomorfologiche
delle diverse aree: gli agrumeti, i vigneti e per buona parte
dei fondi anche i faggeti sono concentrati nell’area di Reggio,
l’associazione gelso-ulivo è invece particolarmente frequente
nei distretti ionici di Badolato e Squillace e nella piana di
Gioia, aree per le quali il Galanti segnalava un’accentuata
concorrenza dell’ulivo a spese del gelso.
Nella provincia di Terra di Lavoro e nei Principati i gelseti
specializzati erano probabilmente poco diffusi. Doveva prevalere una disposizione analoga a quella osservata nei poderi toscani, nei quali «i gelsi ven[iva]no piantati lungo i margini dei
campi, sui bordi dei fossi, senza sottrarre terra ad altri impie27
ghi» . Un’ipotesi indirettamente confermata dalla singolare circostanza che le storie dell’agricoltura dedicate all’area campana
contengono rari e generici riferimenti alla gelsicoltura, ma corroborata anche da testimonianze dirette. In un atto di compravendita stipulato nel 1790 un terreno sito a Boscotrecase, casale
di Napoli, era così descritto: «un pezzotto di territorio di moggia 4 in circa con tre stanze dentro di esso cellajo per disponere
il vino con cortiletto coverto con suo portencino, arbustato, vitato fruttato, e seminatorio detto territorio con corona di celze
28
nei laterali di esso» . Ed ancora, le condizioni di affitto di una
terra denominata Monteoliveto grande, situata in San Sebastiano, «di moggia 223 e cinque quarte [...] arbustata, vitata e seminatoria, con piedi di celse», imponevano al conduttore «rispetto
ai celsi [...] la piantagione da farsene in giro, e per gli estremi di
dette masserie, compresi anche j viali framezzo, di buon busto,
27
MALANIMA 1982, p. 104. Anche nella Lombardia di metà Settecento il
gelso non era una coltura specializzata: era associato prevalentemente
all’aratorio semplice e avitato o anche, nelle zone di alta e media collina, alla
vite, cfr. ZANINELLI 1982, p. 521.
28
ASN, Pandetta di conservazione, fs. 1109.
La gelsicoltura
21
29
fuori terra di diametro un terzo di palmo» . Nel 1811, il redattore della Statistica murattiana per la provincia di Principato
Citeriore rilevava che i gelsi erano poco curati dai contadini e
che però, «per buona fortuna», non mancava loro l’«alimento»
poiché erano per lo più piantati «accosto delle acque, perché
negli orti, o a valer di piantoni, onde barricarvi delle siepi, o per
limitar de’ sentieri». Osservava ancora che «i celsi più sfortunati» erano piantati in «quella parte del fondo che si limita con
qualche strada, e questa tal volta è consolare e di molto traffi30
co» .
2. L’arretratezza mediterranea: gelso bianco, gelso nero
Le principali innovazioni affermatesi tra XVI e XIX secolo
nella gelsicoltura mondiale furono, in sintesi, la riduzione della
taglia del gelso, l’applicazione di particolari tecniche di potatura
e l’introduzione di nuove specie in luogo del tradizionale gelso
nero (Morus nigra). Tali innovazioni, rivolte ad accrescere la
produttività della pianta e ad abbreviare i tempi morti tra messa
a dimora e sfruttamento della pianta stessa, concorsero a determinare l’affermazione delle aree di produzione che via via le
31
adottarono . Le aree di «progressiva emarginazione sericola»,
coincidenti col Mediterraneo meridionale e comprendenti anche il Mezzogiorno d’Italia, si caratterizzarono, secondo Zanier, per la sopravvivenza di «tecniche e pratiche colturali del
29
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 37, a.1802. Nel 1790 il duca Nicola Maria di Sangro acquistò per circa 24.000 ducati a Casoria, casale di Napoli, una masseria di 41 moggia «arbustata, vitata e seminatoria, circondata da
alberi di celsi [...] denominata lo Pepe [...] con cortile, forno, maccaronaria,
stiglio, osteria, beccheria, cappella, sei stanze superiori, due loggie e portone
fuori la strada», cit. in MAIELLO 1986, p. 44n. I gelsi erano presenti anche
all’interno delle starze, territori destinati «a coltura specializzata, o promiscua, di piantagioni arboree o arbustive», come la starza di Sancariello, 45
moggia, in Caivano, appartenente agli Spinelli di Fuscaldo, dove si trovava
anche un fusaro per la macerazione della canapa, ibidem.
30
«Qual lunga riga non se ne osserva per il viaggio da Cava in Napoli?, e
da Salerno in Evoli?», STATISTICA 1811, vol. IV, p. 622.
31
ZANIER 1990, p. 11 e sgg.
Capitolo I
22
tutto scomparse altrove […] ad esempio, per la sopravvivenza
32
del Morus nigra sino agli inizi di questo secolo» .
Non è evidentemente in discussione la qualità dei filati prodotti grazie alle diverse tecniche di coltivazione o alle differenti
varietà di gelso impiegate, bensì il costo di produzione della foglia e, dunque, della seta che, insieme ad altri fattori, avrebbe
reso meno competitive sul mercato internazionale le sete del
bacino del Mediterraneo rispetto ai filati prodotti nell’area definita «della sericoltura europea avanzata, […] inclusa in un
grande triangolo rovesciato con i vertici rispettivamente nel
33
Friuli, nelle Cevennes e nelle Marche» .
Per quanto riguarda le specie coltivate nel Mezzogiorno, va
abbandonata la diffusa opinione di un incontrastato dominio
del gelso nero. Tradizionalmente le due principali aree di produzione serica del Regno, le Calabrie e la Campania, a grandi
linee si distinguevano per l’impiego, rispettivamente, del gelso
nero e del bianco. A detta dei contemporanei la maggiore finezza e leggerezza delle sete campane e, viceversa, la robustezza delle calabresi erano da attribuire proprio alla varietà di foglia adottata. Si riconosceva tuttavia che la correlazione tra tipo
di foglia e finezza della seta non era poi così diretta: la qualità
del terreno e l’età del gelso potevano incidere sulle proprietà
nutritive della foglia e, così, sulla qualità del filo prodotto dal
34
baco . Ne era prova evidente il maggior pregio delle sete prodotte nei dintorni di Reggio rispetto a quelle del resto della Calabria Ultra, ascritto, ad esempio, dal Columella Onorati alla
«diversità del fondo, e delle meteore» che «molto contri35
bui[vano] alla bontà della foglia» . Ed in effetti ancora agli inizi
del XIX secolo i bacologi italiani non erano affatto concordi
36
nell’indicazione del tipo di alimentazione ottimale per i bachi .
Ma la tradizionale linea di demarcazione nella diffusione del
gelso bianco e del nero non era netta. Essa appare confermata in
Terra di Lavoro, dove erano coltivate cinque varietà di gelso:
bianco, bolognese, romano, majatico e rosso, tutte “a foglia
32
Ivi, p. 11.
Ivi, p. 8.
34
PALMIERI 1789, p. 199.
35
COLUMELLA ONORATI 1817, p. 11.
36
ZANIER 1990, p. 16.
33
La gelsicoltura
23
37
bianca” eccetto l’ultima, meno diffusa . Il Columella Onorati
sosteneva di aver osservato nei dintorni di Napoli tre varietà di
gelso: a foglia bolognese, a foglia palermitana e a foglia bianca
“nostrale”. Le ultime due, più diffuse, erano rispettivamente a
frutto rosso e bianco, ma la bianca “nostrale” era largamente
38
preferita nell’allevamento dei bachi . Pure nel salernitano il gelso bianco era dominante ma, ancora nell’area campana, quasi
ovunque nell’avellinese e anche in numerose località del Princi39
pato Citra il Morus nigra era diffusissimo . I «1207 gelsi» moli40
sani erano per la maggior parte della specie nigra . In Terra
d’Otranto è attestata la larga diffusione di gelsi bianchi
41
all’inizio del XVIII secolo . Negli Abruzzi erano coltivati sia il
bianco sia il nero, ma era più diffuso il secondo. Nell’Abruzzo
Ultra I i bachi si alimentavano con “foglia bianca” fino alla se42
conda spoglia, in seguito con la “nera” .
Nelle Calabrie, la diffusione del gelso bianco nell’area co43
sentina è documentata almeno dalla metà del ’700 e il Galanti,
37
STATISTICA 1811, vol. IV, p. 384. La malattia dei gelsi più diffusa era
l’«ulcere», che rendeva le piante «orride, e disparute» e ingialliva le foglie; la si
combatteva praticando «presso l’ulcere un taglio lungo 4 pollici affinché la
pianta inferma trasudi l’umore malsano».
38
COLUMELLA ONORATI 1817, p. 10.
39
STATISTICA 1811, vol. IV, pp. 622; 718.
40
Ivi, vol. I, p. 327.
41
ASN, Arrendamenti, f.lo 2172. Il fatto che nel documento sia indicata la specie di gelso fa ritenere che nella provincia fosse coltivato anche il
gelso nero.
42
STATISTICA 1811, vol. I, pp. 26; 252.
43
Nell’agosto del 1752, al Notaio Nicola Arcuri di Scigliano, inquisito di
contrabbando di seta, furono sequestrati, tra gli altri beni, «una possessione
con terre, Caporarizzo, e Celsi negri, nel luogo detto la Cotura […] si tiene
per conto proprio, ne percepisce ogn’anno di fronda cantara trenta incirca, e
di terraggio circa tumola 15 di grano; [...] Una possessione alborata di celsi
negri, e bianchi, con terre libere nel luogo detto la Via di Lupia […] si tiene
per conto proprio, di rendita circa tumola otto di grano, carlini venti di fronda bianca, e cantara 2 di fronda negra [sic!], e tumola cinque di castagne verdi». In Melito, casale di Cosenza: «una possessione nominata fagliara [di circa
3 tomolate], e due altre casette per commodo di bestiame, alborata di castagne, vigna, celsi negri, e bianchi […] si tiene a metà da Domenico Spasato del
Casale di Carpenzano, e ne percepisce di sua portione, tra musto, fronda, castagne, ed altro, ducati 10 incirca». Nell’ambito del medesimo processo Paolo
Arcuri, anch’egli di Scigliano, risultò in possesso, tra l’altro, di un «compren-
24
Capitolo I
nel 1792, riferisce che nelle due province calabresi si era ormai
consolidata la pratica di alimentare i bachi con entrambi i tipi di
44
foglia, alternandoli come negli Abruzzi , perché gli allevatori
ritenevano che l’uso esclusivo del bianco potesse pregiudicare la
resa del seme. «L’esperienze fatte sopra di ciò – osservava il Ga45
lanti – conchiudono piuttosto contro del loro uso» .
L’impiego congiunto delle due specie di gelso caratterizzerà
la bachicoltura calabrese anche in seguito, nella prima metà del
XIX secolo. L’introduzione del Gelso delle Filippine e del morettiano, promossa dalle locali Società economiche in conformità alle indicazioni degli agronomi del tempo, non conobbe il favore degli allevatori, come pure non attecchì che in poche località l’alimentazione dei bachi con la foglia del solo gelso bian46
co .
In conclusione, nel Mezzogiorno settecentesco erano presenti un’area di produzione serica, quella campana, in cui il gelso bianco era predominante, in virtù di un’evoluzione secolare
che, come si era verificato anche altrove in Italia, ne aveva visto
47
la diffusione almeno fin dai primi decenni del XVI secolo ; e
un’area, quella appenninica, comprendente anche le Calabrie, in
cui il gelso bianco, pur avendo conosciuto una certa, e talvolta
sorio di case palazziate, consistenti in tre cammare, con una sala, cucina, e dispensa, stalla, e cantina [...] un giardino attaccato a dette case, alborato di celsi,
e fichi di circa tre tommolate di terreno» e in Calvisi di «un Palazzo, con
giardino di sotto, terre libere, celsi negri, e pochi bianchi […] si tiene per conto proprio, e ascendente l’annua rendita in carlini 30 incirca; Una possessione
[...] [di tre tomolate, seminata ad orzo, sita] nel luogo detto la Cotura, alborato di Celsi negri detti piantoni [altrove: «di piante piccole»] […] si tiene a metà da Pietro Sacco, e fitti, ne percepisce, circa docati 6 annui di sua portione
[...] una possessione del Quartiere di Lupia, nominata il manco, con Torre,
celsi negri, e vigna […] si tiene in coltura da Francesco Belsito, ne percepisce
ogn’anno, di sua portione, docati 10 incirca», ASN, Pandetta miscellanea, fs.
101, f.lo 7, Atti di sequestro fabbricati per esecuzione di ordine del Sig. Marchese di Vallesantoro Sopraintendente Generale del Regio Arrendamento delle
Seti nelle Calabrie…, I, ff. 5-8 e II, ff. 4; 8.
44
GALANTI 1792, passim ed in particolare pp. 148; 262.
45
Ivi, p. 262.
46
In alcune località i bachi erano nutriti con foglia nera negli ultimi otto
giorni dell’allevamento, in altre dopo la seconda o anche dopo la terza spoglia, L. GRIMALDI 1845, p. 53.
47
V. nota 10.
La gelsicoltura
25
una larga diffusione, non aveva soppiantato il tradizionale gelso
nero. La convivenza delle due specie apre l’interrogativo, particolarmente pregnante per il territorio calabrese, circa la tenace
sopravvivenza, nel lungo periodo, del Morus nigra, malgrado i
decantati vantaggi, ben noti ai contemporanei, della coltivazione e dell’impiego del gelso bianco.
Una prima risposta si può ricercare negli Studi statistici sulla
Calabria Ultra II di Luigi Grimaldi, redatti nel 1845 ma nondimeno utili laddove l’autore si sofferma a confrontare e ponderare i “pregi” delle due specie di gelso diffuse nella sua Calabria. Il Grimaldi mostra di conoscere bene le caratteristiche del
gelso bianco: tra le altre, la possibilità di “sfogliarlo”, ovvero di
impiegarlo nella produzione, in tempi ragionevoli, tra il 2° e il
6° anno di età (mentre il nero si “sfogliava” tra l’8° e il 12° anno) nonché la sua capacità di vegetare prima del nero e di fornire, senza subire danno, un secondo raccolto di foglia nell’anno.
Ma anche i gelsi neri presentavano vantaggi significativi, che il
Grimaldi così elencava: «non richieggon molta cura nella scelta
del clima, poiché […] vegetano lodevolmente per fino alle falde
della Sila ed in montagne ove la vite non reggerebbe o appena:
nemmeno richieggono molta cura nella scelta del terreno […]
non han bisogno della stessa attenzione che è necessaria alla
coltura de’ bianchi: van meno soggetti alle malattie ed intemperie; ed han più lunga vita».
La quantità di lavoro richiesta dalla coltivazione dai due tipi
di gelso non può essere trascurata nel valutare la propensione
per l’uno o per l’altro. La ripartizione della terra e la prevalenza
in numerose aree calabresi del latifondo, l’utilizzazione del lavoro bracciantile, pagato a giornata, e la perenne carenza di
manodopera, sia per l’obiettiva scarsità della popolazione, sia
proprio per la massiccia adozione di lavoro saltuario e per le
migrazioni stagionali, potrebbero aver reso comparativamente
più conveniente la coltivazione di una specie di gelso meno esigente. Ma il ricorso all’una o all’altra specie non poteva non dipendere anche dalle rispettive rese. E le rese di ambedue risultavano differenti a seconda delle caratteristiche del terreno. Il
Grimaldi osservava in particolare che «il quantitativo della foglia tra i neri e i bianchi varia secondo i luoghi, ma ordinaria-
Capitolo I
26
mente può ritenersi che in que’ di montagna i neri ne danno
più de’ bianchi, e nei marittimi quasi la metà e sempre meno
48
di questi» .
Il gelso bianco, insegnano gli agronomi, privilegia il terreno di collina. Luciano Cafagna ha rilevato che «nella regione di collina si ha il grande sviluppo della gelsicoltura»
49
lombarda . Su dimensioni minori, l’espansione della gelsicoltura nel goriziano avviene «specialmente in pianura e nella
50
fascia pedemontana» . Ed in Terra di Lavoro, come si è detto, il gelso nero è praticamente scomparso a fine ’700, e in
ogni caso non trova impiego in sericoltura. Viceversa, esso
era diffuso nelle zone più interne della provincia campana, a
ridosso della catena appenninica, negli Abruzzi e in Molise.
Per la Calabria non si può accertare se la distribuzione delle
due specie riflettesse rigorosamente la situazione altimetrica
del territorio, ma appare verosimile che la montuosità della
regione e la concorrenza di altre colture sui terreni collinari
51
– solo il 9% del territorio calabrese è costituito da pianure –
abbiano favorito la permanenza di una specie di gelso che si
rivelava più adatta a sopravvivere sui rilievi e, secondo quanto affermava il Grimaldi, più produttiva del concorrente gel52
so bianco .
48
L. GRIMALDI 1845, p. 53. Sono di grande interesse anche le pagine dedicate dal Grimaldi alla descrizione delle pratiche colturali più diffuse, dei sistemi di propagazione del gelso, delle tecniche di potatura, e così via.
49
CAFAGNA 1990, p. 7. Ma si veda anche ZANINELLI 1982, laddove rileva
che il gelso era «una tipica coltura dell’altopiano asciutto a nord di Milano e
nella bassa collina», p. 521.
50
PANARITI 1996, p. 50.
51
Annuario ISTAT 1985. L’odierna regione Calabria coincide con le antiche province di Calabria Citra ed Ultra.
52
In Sicilia, la preferenza accordata al Morus nigra è stata spiegata con «la
sua grande resistenza tanto alle calure estive che ai climi più freschi della bassa
montagna, […] la grossezza e la carnosità delle sue foglie, e soprattutto […] la
durata delle sue rese». Se ne sottolinea altresì la «resa assai elevata, a bassi costi di produzione», ostacolo determinante all’introduzione di altre specie di
gelso, LAUDANI 1996, pp. 28; 30.
La gelsicoltura
27
3. Costi e rapporti di produzione
La diffusione del gelso condivide e sembra determinare le
sorti della sericoltura. Nel 1587 s’interrogava la Calabria
sull’opportunità di sperimentare un «secreto» che avrebbe consentito una seconda “raccolta” di seta ogni anno, ma i produttori calabresi a loro volta si domandavano, non tanto a che
prezzo avrebbero venduto una produzione raddoppiata, ma in
che modo avrebbero nutrito i bachi, escludendo di poter duplicare lo sfruttamento dei gelsi esistenti e non ritenendo proba53
bilmente di poterne impiantare di nuovi . In quegli anni la sericoltura calabrese aveva raggiunto la sua massima espansione.
Due secoli dopo è ancora il gelso a fissare il livello, in questo
caso minimo, della produzione: nel cupo scenario tratteggiato
da Jannucci, i bachi non si allevano che «a proporzione di quelle fronde di celsi che per le campagne si ritrovano, per non per54
derne totalmente il frutto» .
Nel 1780 Domenico Grimaldi stimava la produzione serica
del Regno in un milione di libbre l’anno ed asseriva che sarebbe
raddoppiata se il «rovinoso regolamento» di esazione dei dazi
sulla seta «non svogliasse i Popoli dalla facilissima coltivazione
55
de’ Gelsi» . Ora, l’Arrendamento della seta regolamentava, dal
rivelo dei bozzoli prodotti dagli allevatori, alla trattura e fino
alla commercializzazione del filato, buona parte del ciclo della
seta, ma non interveniva sulla produzione della foglia di gelso.
La complessa e «viziosa» macchina per la percezione dei dazi si
metteva in moto soltanto al termine del nutricato, mentre neppure risulta che gli appaltatori o gli amministratori degli arrendamenti, nelle loro corrispondenze col governo, si siano mai
interessati ai proprietari dei gelsi, alle tecniche di coltivazione,
alla distribuzione della fronda o alla sua tassazione. Eppure
Grimaldi stabiliva un nesso causale tra il metodo di percezione
dei dazi sulla seta e la dismissione della gelsicoltura, e quindi tra
56
questa e la contrazione della produzione serica .
53
ASN, RCS, Diversi, II numerazione, vol. 63.
JANNUCCI 1767-69, parte II, p. 299.
55
GRIMALDI 1780, p. 16.
56
«Il pretesto per togliere a’ Popoli la proprietà sopra la seta, e vessarli in
tanti modi si fu per vantaggiare le Finanze, ma la rendita di esse riguardo alla
54
28
Capitolo I
Per la verità, le modalità attraverso le quali il sistema fiscale
pregiudicava la gelsicoltura non erano precisate dal Grimaldi,
ma il collegamento doveva essere ben evidente se, pochi anni
dopo, Roccantonio Caracciolo proponeva di abolire il dazio
sulla seta preservandone i proventi mediante un’imposta sulla
foglia di gelso, argomentando così la proposta:
Da che cosa producesi la seta? Da’ filugelli. Ed i filugelli? da’ bachi. Ed i bachi? dal nutrimento della fronda de’ gelsi. Dunque il
dazio che pare imposto sulla seta, è in sostanza posto e va realmente a cadere sulla fronda de’ gelsi. A che dunque tormentarsi
con un sì ruinoso, e stentato giro, quando possiam ottenere
l’intento per la via più corta?57
Il Caracciolo, in modo più esplicito del Grimaldi, sosteneva
che l’imposta sulla seta, giuridicamente a carico, a discrezione
delle parti, del venditore o dell’acquirente del filato, traslava,
diremmo oggi, sul proprietario della foglia di gelso. Per intendere appieno ciò che appariva scontato ai due riformatori ocseta cresce, e decresce a proporzione della coltivazione de’ Gelsi, la quale a
motivo della viziosa percezione del dazio, trovandosi tra di noi diminuita almeno per la metà; ne siegue la perdita di più centinaja di migliaia di docati
all’anno per le Regali Finanze, e di due e più milioni, che la nazione perde annualmente per il minor prodotto di questa preziosa derrata», ivi, pp. 16-17. E
ancora, «se poi si volesse appurare giudiziariamente la vera cagione della diminuzione, o del totale deperimento di tal coltivazione [...] si sentirebbe una
voce unanime de’ Popoli, che griderebbe altra non esser stata la cagione, fuorchè la vessazione del Dazio», ivi, p. 15. Analogamente nel 1640 la Sommaria
riferiva che in Calabria «per le nove impositioni fatte sopra detto arrendamento delle sete di quelle provintie, già si è incominciato dalli particolari a
tagliare li arbori di celsi et arare li territorii dove stanno detti celsi per seminarli di grano et altre vittuaglie, piantando anco in essi piedi di olive, per esserli detta industria di seta più presto dannosa che utile», ASN, RCS, Notamenti, vol. 42, ff. 142v-143, cit. in GALASSO 1967, p. 372n.
57
CARACCIOLO 1785, p. XXVI. Nel 1789 fu proposto al Supremo Consiglio delle Finanze un progetto per l’introduzione di un dazio di 1 grano «su
ogni albero grande di Olive, Gelsi, Amendole e Scuscelle». Il Consiglio si
mostrò poco interessato al progetto così come era stato proposto, cioè come
fonte di nuovi introiti per l’Erario, ma, sottolineando che non era «punto
nuovo», ritenne di rimetterlo alla neocostituita “Giunta per l’abolizione del
dazio sulla seta” perché lo valutasse e riflettesse sulla possibilità di trasferire il
dazio dal filato alle piante di gelso, ASN, MF, fs. 2693, inc. 24.
La gelsicoltura
29
correrebbe un’analisi minuta dei rapporti di produzione, dei
costi e della ripartizione dei costi di produzione della seta. Occorrerebbe, in sostanza, uno studio specifico. In questa sede, si
riporteranno i non numerosi casi che alcune memorie coeve e la
recente storiografia hanno registrato, approdando ad una conclusione prevedibile, che si anticipa: in Terra di Lavoro, nel cosentino, a Reggio si profilano modelli d’impresa, sistemi di
conduzione, strumenti di credito e modi di commercializzazione vari e variamente articolati, evidentemente connessi ai caratteri dell’economia locale, alla prevalenza del latifondo piuttosto
che della piccola e media proprietà, della cerealicoltura piuttosto che delle colture specializzate, ai caratteri della circolazione
monetaria e dell’accesso al credito, all’accessibilità dei mercati e
così via, che soltanto una o più ricerche mirate, che individuassero elementi comuni e possibili tipologie, consentirebbero di
analizzare e comparare in modo compiuto.
Un primo modello d’impresa è descritto dallo stesso Caracciolo che, attingendo alla sua esperienza, nell’intento di documentare i ridotti margini di profitto della sericoltura, fornisce
un’esemplificazione dei costi, ricavi e profitti relativi ad un anno medio, ovvero un anno in cui l’allevamento dei bachi e la re58
sa in seta manifestino un andamento normale . Il punto di vista
del Caracciolo è quello del gelsi-bachicoltore: proprietario della
terra su cui coltiva i gelsi, proprietario dell’edificio in cui fa praticare il nutricato, proprietario delle materie prime e degli attrezzi necessari all’allevamento dei bachi. In altre parole, ha sostenuto i costi d’impianto dell’attività – capitale fisso: il costo
della terra in cui sono coltivati i gelsi e quello delle piante,
dell’edificio e delle attrezzature destinati al nutricato – e sostiene i costi correnti di produzione – capitale circolante: l’acquisto
del seme-bachi, la manodopera per l’allevamento dei bachi, per
la coltura dei gelsi e la raccolta della foglia. Versa annualmente
l’imposta catastale sul gelseto che possiede. Sono a suo carico
tutte le fasi del processo produttivo. Il rischio, «l’incertezza
della riuscita de’ bachi», è ridotto dalla prassi di cointeressare
all’esito del raccolto la manodopera addetta al nutricato e alla
58
CARACCIOLO 1785, pp. LXXII-LXXIX.
Capitolo I
30
raccolta e trasporto della foglia, remunerandola con un terzo
del ricavato della vendita della seta prodotta nell’anno.
Il fatto che nell’impresa del Caracciolo il produttore di gelsi,
l’allevatore dei bachi e il venditore della seta coincidano potrebbe far sospettare che la proposta di spostare la percezione
del dazio dal filato alla foglia e l’argomentazione che la sosteneva, secondo la quale nei fatti il dazio già andava «realmente a
cadere sulla fronda de’ gelsi», derivassero dalla particolare condizione dello stesso Caracciolo. Ma diversi elementi fanno presumere che egli avesse in mente anche modelli d’impresa diversi
dal suo e che, con Grimaldi, ritenesse la gelsicoltura la fase del
ciclo di produzione più esposta ai costi e ai rischi dell’industria
serica. Non a caso, a commento del “calcolo” dei costi e ricavi
annuali dell’intero ciclo di produzione della seta, il Caracciolo
espresse un’amara riflessione soltanto sulla situazione della gelsicoltura, concludendo che «i proprietarj debbono per necessità
59
lasciare estinguere le piante de’ gelsi» .
Si consideri il conto. Il Caracciolo calcola i costi di produzione sulla base del numero di cannizze impiegate, i graticci sui
60
quali erano posti i bachi da allevare. Ne considera 100 , su cui
ipotizza di allevare i bachi prodotti da 12 once di seme-bachi. Il
capitale iniziale comprende innanzitutto un dato numero di
gelsi che garantisca la produzione di 80 cantara di foglia, e dunque il terreno su cui piantarli (due quartaronate a 60 ducati) e le
piante (800 ducati); quindi il locale in cui praticare il nutricato,
inclusi «gli attrezzi e proviste necessarie, col loro annuale rimpiazzo e consumo» (200 ducati). In totale il capitale richiesto
dall’impresa ammonta a 1.060 ducati. Mediamente saranno
prodotte 41.8 libbre di seta che, vendute a 16 carlini la libbra,
daranno un ricavo di 66,66 ducati e 8 cavalli, da cui si devono
però dedurre 7,2 ducati per la «manifattura», cioè la trattura
dei bozzoli (18 carlini al giorno per quattro giorni): restano
59,46 ducati e 8 cavalli. I costi sostenuti ammontano a 19,82 ducati e 2 cavalli – un terzo del ricavo, decurtato del costo della
59
Ivi, pp. LXXVIII-LXXIX.
A giudicare dalle scarsissime testimonianze disponibili, la bigattiera del
Caracciolo era di dimensione relativamente grande. Nella prima metà del
XVII secolo nel reggino le case di nutricato si attestavano di norma sulle 40
cannizze, giungendo di rado fino a 70 o a 100, ARILLOTTA 1981, p. 139.
60
La gelsicoltura
31
trattura – ai «coloni» impiegati nell’allevamento dei bachi e
nella raccolta della foglia, 4 ducati per la coltura dei gelsi, 6 du61
cati per l’imposta catastale, 1,2 ducati per la «sconocchiatura» .
In totale 31,02 ducati e 2 cavalli. «Restano dunque di netto al
proprietario» 28,44 ducati e 6 cavalli e «per conseguenza il detto suo capitale di ducati 1060 gli rende meno del 3 per cento».
Va rilevato che il Caracciolo non opera una distinzione netta
tra capitale fisso e circolante – nei 200 ducati ascritti a «capitale» per il nutricato fa rientrare anche il seme-bachi acquistato di
anno in anno, la legna «per riscaldare i bachi in giornate fredde» e in generale, si è riferito, l’«annuale rimpiazzo e consumo» delle attrezzature. Così come va detto che la resa di 12 once di seme in 41.8 libbre di seta è notevolmente inferiore a quella ottenuta negli stessi anni in altre aree di produzione del Re62
gno . Infine, anche il prezzo di vendita della seta indicato nel
calcolo sembra piuttosto basso. I primi anni ’80 videro, è vero,
una notevole contrazione dei mercati di sbocco delle sete meridionali, con pesanti ricadute sui prezzi. Nel 1781 e nel 1782 la
voce della seta di Reggio fu effettivamente fissata a 16 carlini la
libbra. Ma va tenuto conto, da un lato, che nel critico trentennio 1778-1807 soltanto in cinque stagioni le sete reggine fecero
registrare un prezzo alla voce pari o inferiore ai 16 carlini la
63
libbra e, dall’altro, che in generale i produttori benestanti non
erano vincolati da contratti di compravendita anticipata della
seta alla voce ed avevano pertanto l’opportunità di spuntare sul
mercato prezzi più vantaggiosi. In definitiva, pare di poter sostenere che quello indicato dal Caracciolo non debba essere assunto come un prezzo corrente o, ancor meno, come un prezzo
medio bensì come il prezzo minimo al di sotto del quale sareb64
be risultato conveniente rinunciare all’impresa .
61
La sconocchiatura consisteva nello staccare i bozzoli dalle «conocchie»
[CARACCIOLO 1791, p. 6], ovvero dal bosco, operazione attualmente definita
sbozzolamento.
62
Si veda il par. 2.4.
63
Cfr. Tabella 6.1. Sui contratti e sui prezzi alla voce si veda il par. 6.2.
64
Del resto lo stesso Caracciolo, nell’auspicare una riduzione del carico fiscale sulla seta e nel riconoscere che l’individuazione dei «mezzi» più idonei a
conseguire tale obiettivo travalicava le sue «forze», si «restrin[se] a far presente, che il proprietario reggitano per ottenere un competente frutto de’ suoi
32
Capitolo I
Nel ricapitolare e volendo distinguere i costi relativi ai due
settori dell’impresa, per l’allevamento di 12 once di seme, corrispondenti a 100 cannizze di bachi, e per la coltivazione di «un
dato numero di gelsi, che producano 80 cantaia di fronda» per
alimentare i bachi, i costi, tra fissi e variabili, sarebbero ammontati a 870 ducati per la gelsicoltura e a quasi 230 per la bachicoltura (cfr. Tabella 1.1). I costi d’impianto del gelseto sono largamente prevalenti. Il solo acquisto delle piante comporta un
costo quattro volte superiore a quello stimato per la costruzione dell’edificio adibito al nutricato e per la dotazione delle attrezzature. È vero che il Caracciolo asserisce di aver indicato
una cifra irrisoria per edificio e attrezzi, di aver «suppo[sto] la
più grande economia e commodo per poter risparmiare». Ma si
deve anche considerare che non tutti i “proprietari” optavano
per un investimento immobiliare consistente come quello effettuato dal Caracciolo, potendo utilizzare, adattandoli, locali di
cui avevano la disponibilità, adibiti durante l’anno ad altri usi e
convertibili in bigattiere nei 30-40 giorni entro cui di norma si
svolgeva il nutricato.
TABELLA 1.1. Costi di impianto e di gestione di un gelseto e di una bigattiera per l’allevamento di 100 cannizze di bachi (1785)
Gelsicoltura
Acquisto del terreno
Catasto
Acquisto delle piante
Manodopera addetta alla coltura
Totale
Bachicoltura
Edificio, attrezzi, legna, semente
Manodopera addetta all’allevamento
“Sconocchiatura”
Trattura
Totale
ducati
60
6
800
4
870
200
19,82 e 2 cavalli*
1,20
7,20
228,22 e 2 cavalli
* 1/3 del ricavo.
Fonte: elaborazione da CARACCIOLO 1785, pp. LXXII-LXXIX.
capitali, [avrebbe] dov[uto] per ogni libbra di seta introitare almeno carlini
sedici, netti e franchi di spese e dazio», CARACCIOLO 1785, p. LXXIX.
La gelsicoltura
33
Il costo variabile più oneroso, il lavoro, è remunerato con
«la terza parte del prezzo che si ricava dalla seta». Il rapporto
tra proprietario e coloni si configura come una compartecipazione, l’apporto fornito dai coloni, il lavoro, è remunerato in
funzione del risultato conseguito dall’impresa e secondo una
prefissata ripartizione del ricavo, ovvero del prodotto. E più
precisamente non del prodotto del lavoro dei coloni, i bozzoli,
ma della seta tratta: i ricavi, infatti, sono ripartiti dopo essere
stati decurtati del costo della trattura della seta, vale a dire di un
costo cospicuo – all’incirca l’11% del prezzo della seta nel calcolo riportato dal Caracciolo – che viene così ad essere parzialmente scaricato, in ragione della quota di ricavo loro ascritta, sui coloni. In altri termini, il costo della trattura non ricade
integralmente sul proprietario ma risulta ripartito tra proprietario e coloni nella stessa proporzione di 1 a 3 stabilita per la ripartizione del ricavo. Restano invece a carico del proprietario
gli altri costi variabili, che sono peraltro assai ridotti, e l’onere
della vendita della seta.
La prassi della remunerazione della manodopera col terzo
dei ricavi merita qualche considerazione. Essa consentiva al
proprietario di contenere il rischio di annate negative ancorando il più cospicuo dei costi variabili all’esito dell’impresa, ma in
caso di annate particolarmente rovinose, di «totale fallenza de’
bachi o di troppo scarsa raccolta», era possibile che il proprietario dovesse sopportare integralmente la perdita poiché, faceva
osservare il Caracciolo, diveniva difficile ottenere dai coloni la
restituzione delle «anticipazioni» che di norma si accordavano
loro nei mesi che precedevano l’allevamento.
Anche in Calabria Citra la parte colonica equivaleva ad un
65
terzo del prodotto . Nell’Italia centrosettentrionale sembra
65
Nel luglio del 1764 l’Eletto del Popolo di Cosenza propose di sovvenire
le esauste finanze cittadine imponendo un dazio una tantum di 1 grano (pari a
12 cavalli) a libbra sulla seta prodotta nella provincia. Il progetto, fermamente
rigettato dalla Sommaria, era stato inizialmente giudicato equo dal Preside
provinciale sulla considerazione che il nuovo peso sarebbe risultato «quasi
insensibile, mentre otto Cavalli andarebbero a carico de’ Benestanti, e Possidenti della fronda colla quale nutrisconsi li bacchi di seta, e quattro altri cavalli andarebbero a carico de’ Colonj, ch’hanno travagliato in tale industria»,
ASN, RCS, Consulte, vol. 272, 17 luglio 1764. Il Galanti in riferimento al versante tirrenico della Calabria Citeriore, nell’area di Paola, annota: «In questo
34
Capitolo I
imporsi un rapporto più favorevole ai coloni, ma la comparazione è tutt’altro che agevole, sia per la mancanza di notizie
puntuali relative al periodo, sia per la diversità di usi e condizioni contrattuali. Nella Lombardia preunitaria i bozzoli erano
di solito divisi a metà tra proprietario e coloni, ma gli usi riguardo alla ripartizione della foglia di gelso, coltivata oltre che
raccolta dagli stessi coloni, potevano variare sensibilmente ed
inoltre, allorché «si riconosc[eva] l’insufficienza della foglia del
fondo, si s[oleva] comprare la foglia a spesa comune, ed in ogni
caso poi il mezzaiuolo paga[va] la sua metà di semente [seme66
bachi] al proprietario che [aveva] la scelta della qualità» .
Nella dimostrazione prospettata dal Caracciolo, si è visto,
l’acquisto del seme-bachi, la coltura dei gelsi ed anche
l’eventuale acquisto di qualche ulteriore partita di foglia sono a
carico del proprietario. E se alle prime due voci, seme e coltura
dei gelsi, corrispondono costi complessivamente modesti – rispettivamente, 2,4 e 4 ducati –, l’ultima voce, seppure eventuale,
littorale di questa provincia vi è un uso degno di osservazione. Buona parte
della gente rustica abita continuamente nelle campagne. Li proprietarj de’ poderi danno la casa a’ loro villani: dividono egualmente con essi la frutta così
verde che secche che si estimano precedentemente da un pubblico esperto, il
mosto a metà, la coltura delle vigne a carico solamente del villano;
dell’industria della seta il padrone mette la foglia ed il villano le fatiche e del
prodotto costui riceve il terzo», GALANTI 1792, p. 292. Si veda anche SPIRITI
1793, p. 144.
66
JACINI 1857, p. 217. I patti relativi alla bachicoltura descritti per la Lombardia possono probabilmente estendersi a tutta l’Italia centrosettentrionale,
cfr. GIORGETTI 1974, p. 297; CHICCO 1995, p. 119 e sgg. Galasso in merito
alla gelsibachicoltura calabrese del XVI secolo rileva, senza peraltro palesarne
i termini, «consuetudini e norme contrattuali nettamente più favorevoli ai
detentori della terra e del capitale di quanto accadesse in altre attività agricole». Riconduce il fenomeno in parte «all’alto grado di remuneratività della
sericoltura e in parte all’offerta di manodopera che [...] poteva essere in questo settore ancor più forte che in altri», GALASSO 1967, p. 176. Nella prima
metà del XIX secolo, tuttavia, le consuetudini vigenti in Calabria erano probabilmente più simili a quelle dell’Italia centrosettentrionale: alla ripartizione
sopra descritta, infatti, si affiancava e forse prevaleva la ripartizione del prodotto a metà tra fornitore della foglia e allevatore, con «la semenza a comun
peso» e la divisione a metà delle spese di trattura, L. GRIMALDI 1845, p. 60.
La gelsicoltura
35
costituisce motivo di forte preoccupazione ed è tra i più temuti
67
rischi dell’impresa .
Il proprietario o conduttore di un gelseto poteva affidare la
raccolta delle foglie e l’allevamento dei bachi anche a manodopera salariata, singole persone o intere famiglie, retribuita, è stato rilevato con particolare riferimento alle Calabrie, con una
68
somma «prefissata sulla base del prodotto prevedibile» .
Nell’area di Reggio, per questa come per altre attività, era frequente l’anticipazione del salario sotto forma di prestito, il cosiddetto “soccorso”, anche molti mesi prima dell’effettivo svolgimento dell’attività. Era altresì frequente che il contratto impegnasse il lavoratore per più anni. In un contratto stipulato nel
settembre del 1773 il lavoratore si obbligava a recarsi con la
madre per i successivi cinque anni presso il giardino del proprietario «per fare nutricato»: il compenso pattuito era di 2,8
ducati all’anno, dei quali egli riceveva subito 7 ducati, la metà
69
dell’intero compenso .
67
Il Caracciolo descrive in nota i costi dell’impresa non quantificabili: oltre al «pericolo straordinario», e leggerei gravissimo piuttosto che eccezionale, di non pareggiare le spese nel caso che l’allevamento fallisca del tutto e di
perdere, oltretutto, il denaro anticipato ai coloni, egli annovera «il pericolo,
che corre di comperare a prezzi esorbitanti se, accade, che gli manchino quattro o cinque cantaia di fronda; essendosi arrivata a pagare due fino a 4 ducati a
cantaio più tosto che perdere interamente le dette 100 cannizze». Infine, non
si può «dar prezzo» alle «spese e le fatiche che ogni proprietario soffre trasportandosi con tutta la sua famiglia sul luogo, ed assistendovi personalmente
sino alla fine d’una industria sì gelosa, e nella quale può in cento maniere essere danneggiato», CARACCIOLO 1785, p. LXXVIII. Spese e fatiche connaturate ad ogni forma di colonia parziaria, in cui «il possidente [...] è vincolato alla
necessità di concedere minute cure ed esatta sorveglianza all’operato di colui
cui affidava tanta parte della sua azienda, e che la miseria, l’ignoranza o la frode possono agevolmente traviare dal retto sentiero», BOCCARDO 1859, t. III,
p. 234.
68
PLACANICA 1985, p. 256.
69
Ivi, p. 303. Placanica nota che la concessione da parte degli imprenditori
reggini di «soccorsi» e di anticipazioni anche ingenti sul salario pattuito sottintende un «bisogno di assicurarsi in tempo la manodopera» e suggerirebbe,
dunque, «una modesta e relativa autonomia per un certo ceto contadino» che
sarebbe da collegarsi ai caratteri propri dell’economia reggina del tempo, in
cui «all’operosità dei ceti rurali si apri[vano] campi di attività e di guadagno
molteplici». D’altro canto, numerosi fattori, quali i mediocri compensi eroga-
36
Capitolo I
Infine, nell’ambito della piccola proprietà contadina, la bachicoltura poteva essere commisurata alle risorse materiali e
umane disponibili, con l’impiego della foglia prodotta dai gelsi
piantati ai margini del campo e del lavoro dei membri del nucleo familiare, soprattutto donne e ragazzi, normalmente non
70
occupati nelle attività agricole dei mesi primaverili . Alla piccola proprietà possono assimilarsi i sistemi di conduzione che riservavano al conduttore del fondo una parte della foglia prodotta.
4. Il mercato della foglia di gelso
Accanto al modello d’impresa fin qui considerato, in cui la
gelsicoltura e la bachicoltura risultano integrate in un unico
processo produttivo e finanziate dal medesimo capitale, si configurano i casi in cui l’una e l’altra attività erano svolte in modo
esclusivo. Il conduttore o il proprietario di un gelseto cui fosse
riconosciuta la completa o parziale disponibilità della foglia a71
vevano due alternative: venderla o scambiarla contro seta .
ti e la vischiosità dei salari nel lungo periodo, ridimensionano l’idea di una
effettiva, pur «modesta» emancipazione dei lavoratori e rimandano a quello
che appare il denominatore comune della economia calabrese, la «mancanza
di capitali» e la conseguente necessità di procurarli alle condizioni e secondo
le formule più varie, anche vincolando a condizioni sfavorevoli, e per anni e
anni, il proprio lavoro, ivi, pp. 299-304. In quest’ultimo senso anche VILLANI
1977, p. 8.
70
La zappatura e la mondatura del grano, da metà marzo alla fine di aprile, e la zappatura della vigna, tra fine aprile e inizi di maggio, occupavano
prevalentemente manodopera maschile. Le donne erano invece impiegate
soprattutto in autunno, nella raccolta delle olive e dell’uva, DELILLE 1977,
pp. 117-120.
71
La feudalità calabrese destinava alle colture specializzate soprattutto i
fondi burgensatici, raramente condotti in demanio, più spesso affittati a canone parziario. Quanto alla quota spettante al proprietario, nei primi decenni
del ’600 la camera baronale dei Ruffo di Calabria esigeva la metà della foglia
prodotta nei gelseti di Calanna, GALASSO 1967, p. 166; CARIDI 1995, p. 124 e
passim. È stato sostenuto che nel cosentino i contratti di enfiteusi e di affitto
riservavano la foglia al proprietario e che in questi ultimi era apposta la condizione che qualora il proprietario avesse stabilito di vendere la foglia ai contadini ne sarebbe stato ripagato «in contanti, o in seta», CAPALBO 1988, pp.
La gelsicoltura
37
La prima contrattazione per la vendita della foglia avveniva,
almeno in Calabria, sulla base della valutazione dell’albero, della sua età e del terreno in cui era piantato, talora d’inverno,
72
quando la pianta non era ancora germogliata . Di norma,
l’importo pattuito all’atto dell’acquisto era versato al termine
73
della stagione serica . La raccolta della foglia era rimessa
all’iniziativa dell’acquirente, che ne sopportava il costo.
Nell’area di Reggio nel corso della seconda metà del XVIII secolo il salario del raccoglitore di foglia si mantenne stabilmente
74
a 1,5 carlini al giorno oltre al vitto ; in Terra di Lavoro, alla fine
75
del secolo, era stimato in 1-2 carlini il cantaro .
82-83. Gli Studi statistici pubblicati nel 1845 dalla Società economica di Calabria Ultra II dedicano solo poche righe alla conduzione dei gelseti: a parte il
caso di compartecipazione del colono all’allevamento dei bachi, i gelseti «si
fittano esigendone l’importo in contante o in seta», L. GRIMALDI 1845, p. 35.
In generale, la piena disponibilità padronale della foglia di gelso può considerarsi il «patto tradizionale» nel rapporto di colonia parziaria, GIORGETTI
1974, p. 296. Era vigente anche in Sicilia nei contratti di affitto, di colonia miglioratoria o perpetua, talora riconoscendosi a favore del colono il diritto di
prelazione sull’acquisto della foglia, mentre l’enfiteusi poteva garantire al
contadino l’uso della foglia dei gelsi da lui piantati, LAUDANI 1996, pp. 32; 37.
La divisione della foglia a metà tra proprietario e mezzadro sembra essere stata prevalente in Toscana tra Cinque e Seicento ma nel corso del XVIII secolo
potrebbe essersi determinato «un peggioramento della posizione del colono e
la tendenza del proprietario ad appropriarsi totalmente del ricavato dalla vendita della foglia», MALANIMA 1982, p. 104.
72
Il Caracciolo informa che «il modo ordinario di vender la fronda non è altro che apprezzarla sull’albero stesso, abbandonandolo al compratore per raccoglierla a suo piacere. Anzi il più delle volte queste vendite e questi apprezzi si
fanno in tempo di verno quando la fronda non è ancora sbucciata; mentre in
qualunque tempo basta ai periti la sola vista dell’albero, e della qualità del terreno; nè vi è timore che s’ingannino», CARACCIOLO 1785, p. XXIX.
73
«Ma mi dica di grazia chi è quello, che paga il prezzo delle fronde, facoltoso, che sia, prima di raccoglier le Sete?», ASN, AA. EE., fs. 3546, Risposta
su i varj Progetti delle Sete del Regno.
74
PLACANICA 1985, p. 302.
75
ASN, MF, fs. 2455, incc. 19; 28. Il referendario del Supremo Consiglio
delle Finanze, Giuseppe Mazzoni, sottopose al Consiglio due stime dei costi
di produzione della seta in Terra di Lavoro, che saranno di seguito esaminate.
Nella prima, presentata nel 1789, attribuì alla raccolta della foglia, «alla più
scarsa ragione», il costo di 2 carlini a cantaro; nella seconda non fornì indicazioni sul sistema di pagamento, limitandosi ad indicare il costo di 10 carlini
per la raccolta di 10 cantara di foglia.
Capitolo I
38
Il prezzo della foglia di gelso presentava oscillazioni notevoli da un anno all’altro, ma anche nel corso della medesima stagione, oscillazioni variamente connesse all’entità della produzione, che dipendeva dalle vicende meteorologiche, e
all’andamento della sericoltura, e cioè alla quantità di bachi al76
levati e alla durata del nutricato . Nel Grafico 1.1 sono indicati
i prezzi praticati nell’area di Somma – in Terra di Lavoro – sulla
foglia venduta all’inizio e alla fine di ciascuna stagione serica dal
1788 al 1808. I prezzi iniziali variarono dai 6 ai 26 carlini a cantaro, i prezzi finali andarono da un minimo di 4 ad un massimo
di 50 carlini a cantaro. La variazione stagionale più ampia comportò un incremento del prezzo del 312%.
GRAF. 1.1. Variabilità stagionale del prezzo della foglia di gelso. Prezzi della foglia a Somma all'inizio e alla fine di ogni stagione negli anni
1788-1808 (carlini per cantaio)
60
50
carlini
40
30
20
10
0
1788 1789 1790 1791 1792 1794 1795 1796 1797 1798 1800 1801 1802 1803 1804 1805 1807 1808
anno
Fonte: elaborazione da ASN, MF, fs. 2455 (1788-1803) e da ASN, Voci di vettovaglie, b. 151 (1804-1808).
76
Il consumo di foglia per oncia di seme-bachi era elevatissimo: stando al
citato calcolo del Caracciolo, occorrevano 80 cantara (kg.7.120) di foglia per
12 once di seme, circa 6 cantara e 2/3 (kg.600) di foglia ad oncia, ma, come si
vedrà, la quantità di foglia somministrata nel corso dell’allevamento variava
sensibilmente nelle diverse aree di produzione del Regno, probabilmente in
relazione alle differenti varietà di gelsi presenti sul territorio. Un gelso nero
d’alto fusto produce da 1 a 3 cantara di foglia soltanto a partire dall’età di 20
anni; da 1 a 10 cantara a partire dai 30 anni, nel suo massimo sviluppo.
La gelsicoltura
39
I produttori di Somma attribuirono i sensibili incrementi di
prezzo registrati nei primi anni dell’800 all’intervento sul mercato di acquirenti napoletani, o più precisamente, di «Incettatori de’ luoghi franchi» i quali «essendo immuni dal dazio, [avevano] comprata la fronda ne’ luoghi soggetti in pregiudizio de’
Negozianti di questi luoghi, che non po[teva]no per lo dazio
77
che paga[va]no gareggiare coi primi nel prezzo della fronda» .
Il dazio chiamato in causa è quello sulla seta, pari a circa 4 carlini a libbra: i produttori napoletani, esenti, erano in condizione
di acquistare la foglia a prezzi più elevati, e così turbavano il
mercato locale fino a costringere gli industrianti di Somma a rinunciare in tutto o in parte al nutricato, e comunque pregiudicando l’esito dell’annata poiché i bachi «riuscivano di cattivis78
sima qualità, per la mancanza di dette foglie» .
Ma le ragioni della variabilità del prezzo della foglia erano
anche altre. Basti considerare che a Somma l’impennata dei
prezzi più acuta si registrò nel 1808, quando il dazio sulla seta,
77
ASN, MF, fs. 2455, a.1801.
ASN, Voci di vettovaglie, b. 151, a.1803. Per ragioni analoghe nel 1786
gli allevatori di alcuni comuni del Principato Ultra ricorsero al Preside provinciale, prima, e alla Camera della Sommaria, poi, chiedendo che fosse loro
riservato il diritto di acquistare la foglia «bianca e nera» prodotta localmente.
Miravano, in questo caso, ad impedire la concorrenza degli allevatori di Mercogliano e di altre università della provincia esenti dal dazio sulla seta. Sostennero di intraprendere annualmente «tanta industria di seta, quanto ne
soffr[iva] la fronde naturale del territorio loro» e che se si fosse permesso agli
allevatori esenti dal dazio di concorrere nella compravendita della foglia, «a
caggione di detta franchigia, essi soli [avrebbero fatto] tale industria». Poggiarono il ricorso, da un lato, sul diritto, secondo «il disposto di tutte le leggi,
che ciascheduno si [avvalesse] dell’uso proprio per i prodotti che nascono nel
proprio teritorio» e, dall’altro, sull’interesse del Fisco all’incremento della
produzione serica nelle aree soggette al dazio, piuttosto che in quelle che ne
erano esenti. Conseguito in prima istanza il divieto per i possessori di gelsi
loro concittadini di vendere la foglia «a persone non soggette alla regia gabella», gli allevatori videro però ridimensionato il loro successo da un successivo
disposto della Sommaria secondo cui gli industrianti esenti dal dazio sulla seta
avrebbero potuto acquistare ovunque la foglia loro necessaria, «preferendosi
però alla compra di dette frondi i Naturali de respettivi Paesi, dove tal genere
si produce per loro consumo», ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 24,
Scritture per le Università del Montefredano, Prata, Grotta Castagna, ed altre
in provincia di Principato Ultra vs. le Università de’ Luoghi Franchi di detta
Provincia.
78
Capitolo I
40
abolito dal Medici pochi mesi prima dell’ingresso del Bonaparte a Napoli, non poteva aver condizionato il mercato della foglia.
In effetti, in condizioni normali, un certo incremento del
prezzo della foglia era fisiologico: la domanda aumentava man
mano che si procedeva nell’allevamento dei bachi, che consumavano quantità via via crescenti di foglia e diventavano voracissimi nei giorni che precedevano la cosiddetta «salita al bo79
sco», tempo in cui smettevano di alimentarsi . Ma le stagioni
“normali” nel ventennio in esame rappresentarono
un’eccezione. Numerose circostanze concorsero a rendere incerto l’andamento dei prezzi. Talora sfavorevoli condizioni meteorologiche ridussero la disponibilità della foglia. In seguito
alla gelata della notte del 16 aprile 1795 «restò brugiata [la foglia] de’ Luoghi bassi di Terra di Lavoro». In quel caso il subitaneo incremento del prezzo della foglia nella fase iniziale del
nutricato indusse gli «industrianti proprietarj» di gelsi «ad abbandonare la propria industria gittando i vermi» per lucrare direttamente sulla vendita della foglia, con la conseguenza che il
locale raccolto di bozzoli si ridusse di un terzo rispetto all’anno
precedente. Nel 1797 e nel 1798 furono le nebbie a «guastare»
80
la foglia e sostenerne il prezzo . Pioggia e umidità potevano
anche provocare uno o più giorni di ritardo nella salita al bosco
dei bachi e, prolungando la fase in cui il consumo giornaliero di
foglia era più elevato, imporre all’allevatore di acquistare nuove
e più ingenti partite di foglia proprio quando l’offerta sul mercato si era ridotta. Ed in questa circostanza l’allevatore, giunto
ormai al termine dell’impresa, era di certo più esposto all’arbitrio del venditore della foglia, come testimonia il Caracciolo
79
Per avere quanto meno un ordine di grandezza della distribuzione del
consumo e dunque della domanda di foglia nel corso dell’allevamento, si consideri che, attualmente, fatto uguale a 1 il consumo giornaliero di foglia nei
primi 4 giorni di allevamento, esso è pari a 2,4 nei giorni dal 5° all’8°; a 10 dal
9° al 12°; a 25 dal 13° al 17°; a 75 dal 18° al 23°-25° giorno di vita del baco,
CHERUBINI 1986, p. 103. In una relazione letta nella Reale Società
d’Incoraggiamento di Napoli il Columella Onorati riferiva che «nelle vicinanze di Napoli la foglia de’ gelsi si paga nel principio carlini 7 in 10 il cantaro, e verso la fine, cioè dopo la quarta muta de’ bigatti, carlini 15 in 20, e ancor 30, e 40 il cantaro», COLUMELLA ONORATI 1817, p. 61.
80
ASN, MF, fs. 2455, incc. 60; 70; 74.
La gelsicoltura
41
che annovera tra i rischi dell’impresa «il pericolo, che corre di
comperare [la foglia] a prezzi esorbitanti [...] più tosto che per81
dere interamente» i bachi .
All’opposto, qualora per la cattiva qualità del seme o per le
intemperie l’allevamento avesse segnato il passo fin dall’inizio,
la disponibilità di foglia sarebbe risultata in eccesso rispetto alla
domanda, determinando un decremento del prezzo. Nel giugno
del 1788 l’amministratore dell’Arrendamento della seta di Calabria Citra riferiva al Supremo Consiglio delle Finanze che per
la «notabile mancanza di semenza [...] in tutti j luoghi è remasta
82
quasi un terzo della fronda, che non si è consumata» . Anche
nelle altre province del Regno il disastroso raccolto dell’anno
precedente aveva indotto gli allevatori a produrre e lavorare
modeste quantità di seme, che oltretutto risultarono scarsamen83
te produttive rispetto alle rese ordinarie . Nel ’94, a Somma,
toccò alle ceneri del Vesuvio di pregiudicare il nutricato, nel ’96
84
al «vento scirocco a Levante, micidiale de’ bachi» . Nel 1804 il
prezzo delle foglie «di botto sbassò molto perche […] li Bachi
patirono moltissimo per il cattivo tempo», e ancora nel 1807 «il
raccolto [...] è stato scarso per effetto del poco smaldimento
81
V. nota 67. Una testimonianza del 1605 resa da un ufficiale dell’Arrendamento in Reggio descrive bene i meccanismi attraverso i quali una stagione
molto fredda e umida poteva danneggiare l’andamento del nutricato: «per la
stagione contraria che è andata, le industrie, et impresi della seta, non sono
andate molto bene, ne come si sperava, havendo per le pioggie e freddi, che
sono stati, tardato [i bachi] a maturarsi molti giorni più dell’ordinario, e solito, che soleno maturarsi per lo che diedero travaglio, e molta spesa, et interesse alli populi per havernosi con la lunghezza del tempo mangiato le frondi di
qua et à molti fù necessario mandare per fronda per le terre convicine a comprarne con prezzo alto, che fu in alcune parti a docati 2, e più il cantaro. Dal
che le massarie delli Nutricati non sono riuscite bene, e come si sperava; E per
il mancamento di dette frondi, o difetto della stagione, li fonicelli nel far della
seta non rendono ne fanno quella seta come solevano rendere per ordinario a
tempo che la stagione andava bene», ASN, Archivi privati, Archivio Pignatelli d’Aragona Cortes, serie Napoli, sc. 64, f.lo 3, Copia del libro dei decreti
dell’Udienza Ducale per la Voce della Seta di Monteleone dal 1582 al 1767.
82
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Cosenza, 21 giugno 1788.
83
ASN, MF, fs. 2455, inc. 1.
84
ASN, MF, fs. 2455, incc. 53; 62.
Capitolo I
42
della semenza de’ Bachi da seta; il prezzo della fronda de’ Celsi
85
principiò a carlini diciasette, e quindi ribassò fino a dieci» .
Non sono documentati casi di accaparramento della foglia a
86
fini speculativi . Sembra piuttosto che intorno alla sua commercializzazione, in talune aree, ruotasse un nutrito e variegato
gruppo di intermediari, dal grosso proprietario fondiario – che,
oltre a «fare il nutricato» nei propri gelseti, compra e vende
partite di foglia da immettere sul mercato – all’orefice – che affianca all’attività principale la compravendita di numerosi generi di mercanzie – alla «vera folla di centinaia e centinaia di piccoli e piccolissimi produttori di seta, di canapa o di essenze»
che integrano i loro redditi commerciando per lo più piccole
87
partite di materie prime, e tra queste anche la foglia di gelso .
Numerose testimonianze confermano che la foglia rappresentava il costo più elevato per l’allevatore di bachi; si è visto,
ad esempio, che i produttori di Somma sostenevano di essere
stati costretti a rinunciare del tutto al nutricato negli anni in cui
il prezzo della foglia era risultato particolarmente alto. L’iter
88
per la formazione della voce della seta di Terra di Lavoro
comportava l’acquisizione agli atti non solo dell’esito della
produzione, dei prezzi correnti delle sete napoletane e calabresi
e dell’entità delle scorte dell’anno precedente, ma anche del
prezzo della foglia praticato all’inizio e alla fine della stagione
serica. Ed è significativo che non si facesse altrettanto, o comunque non in maniera sistematica, nella formazione della voce
85
ASN, MF, fs. 2455, inc. 101 e ASN, Voci di vettovaglie, b. 151.
Nel goriziano all’espansione della domanda di bozzoli, alla metà del
’700, fece seguito l’iniziativa di un ristretto numero di speculatori che affittavano buona parte dei gelsi durante l’inverno, a costi contenuti, assicurandosi
il controllo dell’offerta e, così, del prezzo della foglia nella seguente primavera, PANARITI 1996, pp. 60-61. Tentativi di monopolizzare il mercato della foglia dovettero essere compiuti a Napoli alla metà del ’500. Un bando del 1556
prescrive, riguardo alle «fravole, e frondi de’ celsi, che nessuno le compri per
rivenderle, ma si vendano per li Padroni, che le portano né si vadano ad incontrare», BNN, Collezione dei fogli volanti, Banc. 8 B(1, Reassunto de’ bandi
della fedelissima Città di Napoli, p. 24.
87
PLACANICA 1985, pp. 257; 281-282. I casi descritti sono relativi all’area
di Reggio.
88
Sui contratti di compravendita anticipata della seta al prezzo della voce
si veda il par. 6.2.
86
La gelsicoltura
43
di Cosenza e di Monteleone, dove l’approvvigionamento della
foglia avveniva per lo più al di fuori del mercato.
Due note analitiche dei costi di produzione della seta in Terra di Lavoro (Tabella 1.2), sottoposte al Supremo Consiglio
delle Finanze allo scopo di dimostrare che la sericoltura era
condotta in perdita, rivelano chiaramente il peso, anche in valore assoluto, del costo della foglia. Per il bachicoltore campano
rappresentava all’incirca i 2/3 dei costi di produzione della seta
grezza. Se si esclude dal calcolo il costo della trattura, che atteneva ad una fase successiva del ciclo di produzione, e si ipotizza
il caso di un allevatore impegnato nella sola produzione dei
bozzoli, il costo della foglia raggiungerebbe i ¾ del valore del
prodotto. Il prezzo della foglia è stimato a 18 carlini per cantaro nel 1789 e a 12 carlini il cantaro nel 1791, secondo i prezzi
correnti.
TABELLA 1.2. Costi di produzione di 10 libbre di seta in Terra di Lavoro negli anni 1789 e 1791
Voci di spesa
Seme (1 oncia)
Foglia di gelso
Raccolta della foglia
Materiali
Manodopera*
Trattura
Totale
1789
carlini
10
144
16
10
15
20
215
%
4,6
67,0
7,5
4,6
7,0
9,3
100,0
1791
carlini
12
120
10
10
25
20
197
%
6,0
61,0
5,0
5,0
12,8
10,2
100 0
*Calcolata a 5 grana al giorno.
Fonte: elaborazione da ASN, MF, fs. 2455, incc. 19; 28.
Senza addentrarsi in un’analisi minuta delle due note dei costi di produzione, attendibili nell’articolazione e nella proporzione delle diverse voci, ma presumibilmente viziate nella
quantificazione dal dichiarato intento del redattore di dimostrare al governo le critiche condizioni d’esercizio della bachicoltura, va rimarcato che la notevole incidenza del costo della
foglia, la sua variabilità e la sostanziale rigidità degli altri costi
dell’attività supportano l’ipotesi di un’elevata correlazione tra
l’andamento del settore serico e la remuneratività della gelsicol-
44
Capitolo I
tura. L’offerta di foglia nel medio periodo può considerarsi una
variabile indipendente: per le caratteristiche intrinseche del bene e per la sua deperibilità non è possibile farne un uso alternativo né sospendere la vendita in attesa di condizioni di mercato
più favorevoli, né orientarsi a mercati diversi e lontani, con poche eccezioni connesse a condizioni particolari – come nel caso
delle opportunità fornite dalla vicinanza della capitale e dalla
presenza dei suoi “incettatori” esenti dal dazio sulla seta. Viceversa, la domanda di foglia poteva variare. E dunque, se le variazioni stagionali del prezzo della foglia potevano prevalentemente ricondursi a fattori contingenti – ed in particolare, date
le aspettative iniziali, alle vicende della produzione della foglia e
dell’allevamento dei bozzoli – il livello dei prezzi di medio periodo sembra collegarsi più in generale all’andamento del settore serico, in particolare all’andamento della domanda interna e
internazionale di seta. Il prezzo della foglia si mantenne su livelli modesti negli anni Novanta, gli anni della contrazione del
mercato della seta, della chiusura del mercato francese ai negozianti operanti a Napoli, mentre fu mediamente più elevato al
volgere del secolo, quando si riaprirono, seppure per pochi anni, i tradizionali mercati di sbocco della seta meridionale. È a
partire dal 1797 che la voce di Terra di Lavoro riguadagna e supera, e di molto, il livello dei 18 carlini la libbra, al di sotto del
quale era rimasta per oltre un decennio; ed è ancora a partire
dal 1797 che gli amministratori di Somma denunciano la presenza di incettatori di foglia napoletani, presumibilmente indotti a spingersi al di fuori dei tradizionali circuiti di approvvigionamento dall’insufficienza delle aree di produzione cui ordinariamente si rivolgevano.
5. La compravendita della foglia alla voce della seta
Anche la foglia di gelso, come ogni altro bene, poteva essere
venduta, oltre che al prezzo corrente, ad un prezzo futuro ed
eventuale. Sembra, tuttavia, che accanto ad una pratica che comunque rimandava al mercato della foglia, qual era la vendita
anticipata del prodotto, durante l’inverno, al prezzo che sarebbe corso nella successiva primavera, se ne fosse affermata
un’altra che agganciava il prezzo della foglia al prezzo della seta, o meglio, al prezzo alla voce della seta. Tale pratica avrebbe
La gelsicoltura
45
conosciuto una certa diffusione nella provincia di Calabria Citra, ed è documentata in particolare per gli anni ’90 del secolo.
L’acquirente della foglia s’impegnava a corrispondere al venditore i 2/3 del prezzo alla voce di una libbra di seta per ogni cantaro di foglia acquistato. In altri termini, secondo una definizione coeva, il prezzo della foglia «si ragguaglia[va] per il valore
89
di oncie otto seta costa per ogni cantajo» . Il tipo di seta indicato – costa – è per l’appunto la qualità di seta sulla quale annualmente era fissato il prezzo alla voce nella provincia di Calabria Citra.
Sembra riproporsi quella compartecipazione – due terzi al
proprietario della foglia, un terzo agli industrianti impegnati
nel nutricato – già segnalata nel caso del proprietario gelsibachicoltore, e che più in generale si è indicata come tipica dei
rapporti colonici nel Mezzogiorno settecentesco. Ma è evidente
che tra i due tipi contrattuali esiste una differenza sostanziale:
nella compravendita della foglia alla voce della seta non si realizza una compartecipazione del proprietario della foglia
all’esito dell’impresa, il cui rischio ricade interamente sul bachicoltore che deve in ogni caso versare un importo commisurato
alla quantità di foglia acquistata, indipendentemente dalla quantità di seta che le condizioni atmosferiche, la qualità del semebachi o la sua perizia come allevatore gli consentono di produrre. Il rischio del venditore della foglia attiene piuttosto all’esito
complessivo della stagione serica, alla quantità globale di seta
prodotta e alla domanda di seta sul mercato, condizioni tutte, in
definitiva, che avrebbero dovuto trovare una formalizzazione
nel prezzo alla voce.
Federico Tortora, appaltatore prima ed amministratore
poi per oltre un ventennio dell’Arrendamento della seta di
Terra di Lavoro e attivissimo promotore, come si vedrà, di
riforme fiscali come di perfezionamenti tecnici rivolti
all’incoraggiamento del settore, chiamato di frequente dal
governo ad esprimersi su questioni afferenti alla sericoltura,
ebbe a sostenere che riconoscere al venditore della foglia i
2/3 del prezzo alla voce gli sembrava un «eccesso, perché
calcolando le spese, che vi occorrono, non restano mai que-
89
ASN, MF, fs. 2455, inc. 37.
Capitolo I
46
ste compensate dall’altro terzo, che resta a beneficio
degl’Industrianti». Concludeva che «con vantaggio» i venditori della foglia avrebbero potuto accontentarsi dei tre quinti
della voce, lasciando così ai bachicoltori quel margine di
guadagno indispensabile a far sì che non rinunciassero definitivamente ad imbarcarsi in un’attività così poco remunera90
tiva, quando non condotta in perdita .
Al Tortora era stato chiesto un parere sulle contestazioni
che da più parti erano pervenute al governo in merito all’ultima
decretazione della voce della seta di Calabria Citra, del luglio
del 1793. Numerosi ricorsi lamentavano che il consesso preposto alla fissazione della voce era composto in prevalenza da
proprietari di gelsi i quali, vendendo la foglia alla voce, tendevano a far prevalere il loro privato interesse ad una voce elevata
sull’obiettiva valutazione dei più generali parametri che avrebbero dovuto essere vagliati. Ma se ai proprietari di gelsi poteva
essere imputato l’interesse a mantenere alto il livello della voce,
ai ricorrenti, negozianti napoletani e calabresi, poteva ascriversi
la finalità diametralmente opposta di voler comprimere per
quanto potevano il livello della voce, da cui dipendeva, nel loro
caso, la quantità di seta che avrebbero potuto ricevere in cambio delle caparre e dei crediti erogati agli industrianti nel corso
dell’anno.
Sulla questione del giusto prezzo della seta e sulle dinamiche
e sui divergenti interessi che governavano la fissazione della voce si tornerà più diffusamente nel seguito del lavoro, ma intanto
va rilevato che nella messe di memorie e di consulte prodotte in
merito alla decretazione della voce del 1793 non è dato rilevare
riflessioni critiche intorno a quel sistema, con l’unica eccezione
dell’osservazione del Tortora sull’iniquità del criterio di ripartizione della voce della seta e sull’opportunità di ritoccare a favore degli industrianti la quota-parte della voce spettante al
venditore della foglia.
L’osservazione del Tortora sul ridotto margine di guadagno
che quel sistema lasciava ai bachicoltori calabresi e l’analoga
conclusione cui giungeva il referendario Giuseppe Mazzoni nel
90
ASN, MF, fs. 2455, inc. 49, Federico Tortora al Marchese Corradini,
presidente interino del Supremo Consiglio delle Finanze, Napoli, 19 novembre
1793.
La gelsicoltura
47
presentare al Supremo Consiglio delle Finanze i due calcoli su
riportati sui costi di produzione della seta in Terra di Lavoro
inducono a qualche considerazione. Sembra che il bachicoltore
calabrese operasse, in via teorica, in una condizione non dissimile da quella del bachicoltore campano. Anche quest’ultimo
acquistando la foglia al prezzo di mercato finiva per pagarla
all’incirca i due terzi del prezzo di vendita della seta, che per
l’area di Somma si può assumere pari alla voce di Terra di Lavo91
ro . Anche in questo caso la foglia sarebbe stata pagata indipendentemente dall’esito dell’impresa. Oltretutto il valore della
foglia stimato in due terzi del prezzo della seta discende dalla
presunzione che il bachicoltore campano ottenesse 10 libbre di
seta dall’oncia di seme allevato – una resa media? – ma la resa
del seme o dei bozzoli era tutt’altro che costante, e dunque il
rapporto prezzo della foglia/prezzo della seta poteva risultare
più o meno favorevole a seconda della quantità di seta effettivamente ottenuta. Ciò valeva anche per il bachicoltore calabrese, il quale poteva ottenere per ciascun cantaro di foglia più o
meno di una libbra di seta, e averlo pagato di conseguenza meno o più dei due terzi di quanto effettivamente ricavato dalla
92
vendita della seta prodotta . In questi termini la differenza tra i
due tipi di compravendita della foglia, al mercato o alla voce,
stava nel rischio e nelle occasioni di speculazione connessi ai
due sistemi, tanto per il venditore quanto per l’acquirente della
foglia. Con la vendita alla voce entrambi si ponevano al riparo
dalle considerevoli oscillazioni che il prezzo della foglia poteva
subire, ma ad un tempo rinunciavano alla possibilità di ampliare
il loro guadagno beneficiando di eventuali, favorevoli condizioni del mercato. Ambedue le eventualità, di rialzo e di ribasso
del prezzo della foglia, erano attuali ed in certa misura impre91
L’indice di Pearson calcolato sulla serie dei prezzi medi della seta praticati a inizio stagione a Somma nel ventennio 1788-1807 e della voce di Terra
di Lavoro nello stesso periodo è 0,95. Le due serie di dati in ASN, MF, fs.
2455 e ASN, Voci di vettovaglie, b. 151.
92
A questo proposito va rilevato che, in teoria, il bachicoltore poteva non
aver contratto prestiti o anticipazioni sulla produzione, e dunque, non vincolato a vendere alla voce, poteva anche spuntare un prezzo più elevato, e ridurre in proporzione l’incidenza dell’acquisto della foglia. Oppure poteva aver
prodotto una seta di miglior qualità della seta costa, e averne ricavato, anche
vendendola alla voce, un introito maggiore.
Capitolo I
48
vedibili, come sopra si è tentato di dimostrare. Rispetto
all’ampiezza del margine di guadagno, o di perdita, che le variazioni del prezzo della foglia potevano determinare, il Grafico
1.2 illustra con sufficiente chiarezza quanto fosse variabile il
rapporto tra il prezzo di un cantaro di foglia e quello di una
libbra di seta alla voce. Un cantaro di foglia poté costare in media anche 10 carlini in più o in meno di una libbra di seta, valutata alla voce 20 carlini nel primo caso, 18,5 carlini nel secondo.
A giudicare dai dati rappresentati nel Grafico 1.2, in alcuni
anni la bachicoltura in Terra di Lavoro sarebbe stata, sulla carta, realizzata in perdita ma, in primo luogo, va rimarcato che
l’equazione “un cantaro di foglia uguale ad una libbra di seta” è
spesso indicata nelle fonti coeve ma va intesa come
un’approssimazione. In uno dei due calcoli presentati dal Mazzoni, ad esempio, per la produzione di dieci libbre di seta erano
93
stimate sufficienti otto cantara di foglia . In secondo luogo, va
considerato che un certo numero di bachicoltori poteva disporre della foglia prodotta nei propri campi e ricorrere solo marginalmente al mercato, rimettendoci però, evidentemente, il maggior profitto conseguibile dalla vendita della foglia.
Ciò posto, tuttavia, è possibile che l’impresa fosse talora
condotta in perdita, o che si rinunciasse a portarla a termine
nei momenti in cui il prezzo della foglia era molto alto, optando per la vendita della foglia prodotta dai propri gelsi
piuttosto che per il suo impiego nell’allevamento diretto dei
94
bachi .
93
Sul consumo di foglia si veda anche il par. 2.3.
Poiché «generalmente si tiene, che i Vermi da Seta consumino due volte
più di foglia nel tempo, che mangiano eccessivamente, di quello abbiano consumato per l’addietro, così se di tutta la quantità della foglia, che si ha, non ne
rimangono ancor due terzi alla quarta muta, gli è mestieri il comperarne,
quando però sia un prezzo, che ci si possa guadagnare; altrimenti essendo la
foglia a un prezzo eccedente, e abbisognandone tanta quantità, che superasse
il profitto se ne ricaverebbe da’ bozzoli, sarà meglio vendere, o gettare i Vermi da Seta più degli altri tardivi, che sopravvanzano», BOISSIER DE SAUVAGES
1781, p. 48.
94
La gelsicoltura
49
GRAF. 1.2. Prezzo della foglia di gelso a Somma (media tra prezzi iniziali e prezzi finali registrati in ciascuna stagione) e voce della seta in
Terra di Lavoro (1788-1808)
35
30
carlini
25
20
15
10
5
0
17
88
17
89
17
90
17
91
17
92
17
93
17
94
17
95
17
96
17
97
17
98
anno
prezzo della foglia (a cantaro)
17
99
18
00
18
01
18
02
18
03
18
04
18
05
18
06
18
07
18
08
voce della seta (a libbra)
Fonte: elaborazione da ASN, MF, fs. 2455 (1788-1803) e da ASN, Voci di vettovaglie, b. 151 (1804-1808). I dati di riferimento sono riportati nella Tabella
1.3.
Quanto al sistema di vendita della foglia alla voce della seta,
esso tutelava i contraenti dal rischio delle variazioni stagionali
del prezzo della foglia, e si può supporre che si sia diffuso in
aree strutturalmente deboli, in cui questa tutela preventiva costituiva la condizione d’accesso all’impresa per i bachicoltori,
perché ancorava il costo della foglia ai ricavi attesi dalla bachicoltura e ne differiva il pagamento all’epoca della vendita della
seta, e per i proprietari della foglia, che se ne assicuravano così
il completo smaltimento ad un prezzo comunque non irrisorio.
Anche in questo caso, in definitiva, la remuneratività della gelsicoltura dipendeva dall’andamento generale del settore serico,
espresso dal livello della voce della seta.
La foglia di gelso poteva essere accordata al bachicoltore anche in cambio di una parte della seta prodotta. Si è detto che i
patti agrari in uso nel Mezzogiorno riservavano prevalentemente al proprietario del fondo la piena disponibilità della foglia.
Gli riservavano ancora, secondo le poche notizie reperite, i due
terzi della seta prodotta dal colono, nel caso che a quest’ultimo
fosse consentito di utilizzare nel nutricato la foglia padronale.
Capitolo I
50
Ma al di fuori dei rapporti colonici, la sola testimonianza di cui
si dispone in merito al rapporto di scambio foglia/seta praticato
nel Mezzogiorno è fornita da Giuseppe Spiriti secondo il quale,
per consuetudine, un cantaro di foglia era accordato al bachicoltore per sei once di seta, con il costo della trattura a carico
95
del venditore della foglia . Difficile dire quanto e dove fosse
diffuso questo contratto, complessivamente più favorevole al
bachicoltore.
Per concludere, la varietà dei patti agrari e dei sistemi di
vendita della foglia di gelso e la scarsità delle testimonianze disponibili impediscono di trarre conclusioni generali sulla remuneratività della gelsicoltura nel Mezzogiorno settecentesco.
È possibile abbozzare una geografia delle pratiche commerciali
della foglia, in cui l’area campana si distingue per un più accentuato ricorso al mercato, mentre nelle due Calabrie, con qualche riserva per l’area di Reggio, sembra prevalere la concessione
della foglia in cambio di una parte della seta prodotta
dall’allevatore, nell’ambito dei rapporti colonici ma anche al di
fuori di essi. A suffragare l’ipotesi che in Terra di Lavoro il bachicoltore rimanesse nel pieno possesso della seta prodotta
concorrono numerose memorie coeve che lo descrivono come
direttamente rivolto al mercato, libero dunque da obblighi contratti con i possessori della foglia, mentre gli industrianti calabresi «sono per lo più [...] uomini senza alcuna proprietà di
fondi ed eseguono quest’industria mercé la fronda e le anticipazioni de’ proprietarj, di manieracchè questa seta appena nasce,
96
passa nel dominio de’ benestanti» .
Sarebbe in ogni caso azzardato valutare la remuneratività
della gelsicoltura al di fuori del contesto economico e sociale in
cui essa era praticata. Se in numerose aree del Mezzogiorno, e
segnatamente nelle Calabrie, la gelsicoltura costituiva per il
proprietario terriero solo una parte del complesso sistema di
relazioni che vincolavano il colono o il bracciante, oltre che per
i pochi giorni in cui si esauriva la bachicoltura, per l’intero arco
dell’anno e per l’insieme delle attività connesse all’azienda agricola, se questo è vero, tentare di calcolare la convenienza ad in-
95
96
SPIRITI 1793, pp. 136-137.
Ivi, p. 144.
La gelsicoltura
51
vestire ma soprattutto l’opportunità di disinvestire in un singo97
lo settore potrebbe risultare fuorviante .
TABELLA 1.3. Prezzi della foglia di gelso a Somma all’inizio e alla fine
di ciascuna stagione serica e voce della seta di Terra di Lavoro (17881808)
Anno
1788
1789
1790
1791
1792
1793
1794
1795
1796
1797
1798
1799
1800
1801
1802
1803
1804
1805
1806
1807
1808
Prezzo della foglia
(carlini per cantaio)
Prezzo iniziale
Prezzo finale
6,0
8,0
18,0
22,0
21,0
13,5
11,0
4,0
18,5
13,0
16,0
18,0
10,0
12,0
12,0
22,0
15,0
10,0
14,0
19,0
7,0
10,0
10,0
15,0
26,0
20,0
25,0
12,0
12,0
35,0
14,0
40,0
15,0
15,0
17,0
16,0
10,0
50,0
Voce della seta
(carlini per libbra)
17,0
15,0
16,5
17,0
18,0
17,5
13,5
16,0
15,0
18,0
18,5
16,0
18,0
16,5
19,5
20,0
19,0
21,0
22,0
22,0
18,0
Fonte: elaborazione da ASN, MF, fs. 2455 (1788-1803) e da ASN, Voci di vettovaglie, b. 151 (1804-1808).
97
La «immensa profittabilità» dell’impresa di bachicoltura e trattura della
seta dei Barracco, nella seconda metà dell’Ottocento, «dipendeva dal suo essere parte dell’impresa latifondista» e, pertanto, si spiegava almeno in parte con
sistemi di relazioni e di convenienze «difficilmente traducibili in termini monetari», PETRUSEWICZ 1990, p. 122.
Capitolo II
La bachicoltura
1. Manuali, trattati e statistiche
Nel 1789, nel presentare la prima edizione del suo trattato di
bachicoltura, Vincenzo Corrado spiegò che l’opera intendeva
colmare la singolare lacuna che presentava il campo della manualistica tecnico agraria napoletana. Se infatti altrove, negli
«Stati culti di commercio», si contavano numerosi gli studi sulla
«educazione» dei bachi da seta, nel Regno di Napoli, malgrado
fosse «speditissimo» il commercio interno ed internazionale di
seta, non si era ancora provveduto a pubblicare un compendio
1
delle norme cui gli allevatori avrebbero dovuto attenersi .
Per la verità qualche anno prima, nel 1781, era stata pubbli2
cata a Napoli la traduzione dell’opera di Boissier de Sauvages ,
mentre negli anni ’90 avrebbero visto la luce le traduzioni degli
articoli dedicati alla gelsibachicoltura nei Dizionari di Valmont
3
di Bomare e dell’abate Rozier . I periodici scientifici e letterari
1
Norma d’educazione e governo per bachi da seta sulla pratica ed esperienza di frà Vincenzo Corrado e dallo stesso alla Maestà di Re Ferdinando IV
delle Due Sicilie dedicata e consacrata, Napoli, presso Michele Migliaccio,
1789, p. VII. Il trattato, con poche modifiche, fu ripubblicato dal Corrado nel
secondo dei due tomi della Scuola di generale agricoltura, e pastorizia adatta
alle varie province del Regno di Napoli ed insieme il trattato delle api, e dei
filucelli, Napoli, presso Vincenzo Orsino, 1804.
2
Della maniera di far nascere, e di nutrire i bachi da seta. Trattato del Sig.
Abb. Boissier de Sauvages della Società Reale delle Scienze di Mompellier, e
delle Accademie Imperiale Fisico-Botanica, e de’ Georgofili di Firenze. Diviso
in quattro parti. Con due trattati, uno della coltivazione de’ gelsi, l’altro
sull’origine del mele, tradotto dal Francese. Aggiuntevi alcune Note, oltre a
quelle, che stanno nel Testo Francese per maggior compimento dell’Opera, in
Napoli, presso Gennaro Verriento, a spese di Vincenzo d’Aloysio, e dal medesimo si vendono nella sua Libreria a S. Filippo e Giacomo, 1781.
3
Trattato sopra la coltura del gelso in generale ed in particolare, del signor
Valmont di Bomare. L’arte di far schiudere e di educare i Vermi da Seta ad
54
Capitolo II
napoletani pure avevano e avrebbero dedicato largo spazio ai
4
temi della sericoltura, attraverso recensioni di opere recenti o
anche illustrando le iniziative e gli esperimenti promossi da Ac5
cademie italiane e straniere o dalle Società Economiche che operavano in altri stati della penisola e che, con risultati limitati,
proprio in quegli anni si tentava di introdurre anche nelle province napoletane.
uso del Levante, colle osservazioni sulla maniera di educarli in Francia, del
Signor della Tour d’Aigues. La maniera di tirare la Seta, e la spiegazione del
Molino per filare la medesima ad uso di Piemonte. Con figure, in Napoli,
presso G.P. Merande, Negoziante di Libri nella strada della Trinità Maggiore
al Numero 8, 1796; Trattati dell’educazione de’ vermi di seta, degli insetti e
degli uccelli domestici, ritratti da’ Dizionarj dell’Enciclopedia, di Rozier e di
Valmont di Bomare. Tradotti dal Francese, Napoli 1800.
4
Qualche esempio: il Giornale enciclopedico d’Italia o sia memorie scientifiche e letterarie raccolte da’ giornali di Bologna, di Vicenza, di due Ponti ecc.
recensì nel 1785 (n. V, p. 40) il trattato Dell’influenza dei Gelsi sopra la salute
degli Uomini. Considerazioni di Nicola Vasani Medico condotto, Verona,
presso gli eredi Moroni; nel 1787 (n. II, p. 14) il Discorso economico
sugl’insetti cioè api e vermi da seta, col modo pratico di allevarli, conservarli,
moltiplicarli, e cavarne il corrispondente lor frutto, Roma, presso Arcangelo
Casaletti, 1786, dell’abate Giuseppe Torre di Campostella (ma de Compostela) e nel 1789 (n. XXIV, p. 40) i Ricordi importanti per una felice riuscita de’
Filugelli, o vermi da seta di Enrico Mozzi. Nel giudizio di Nino Cortese il
Giornale enciclopedico d’Italia era «di scarsa importanza, perché privo di originalità» (CORTESE 1965, p. 314), ma va segnalato l’intento divulgativo dei
suoi redattori che a proposito del Discorso economico notavano: « È scritto in
uno stile alquanto trascurato, e ripieno persino de’ più popolari idiotismi, ma
appunto per questo noi ne speriamo maggior frutto, perché così lo vediamo
più a portata de’ più idioti leggitori, e de’ medesimi contadini».
5
Nel Giornale letterario di Napoli per servire di continuazione all’Analisi
ragionata dei libri nuovi – a giudizio del CORTESE, «la migliore rivista che
abbia avuto Napoli nel Settecento» (1965, p. 320) – si esaminava, ad esempio,
nel 1795 (vol. XXIII, p. 108) il Rapporto degli Accademici Gaetano Bettinelli;
e Gio: Serafino Volta sul progetto de’ filandieri Termanini e Zena intorno al
metodo di filare la seta a freddo con risparmio di legna, e di tempo, e con maggiore abbondanza, e bontà di prodotto, indirizzato al direttorio della R. Accademia di Mantova, presso l’erede Pazzoni, 1794, giudicandolo assai positivamente. Si tornava sul tema qualche mese dopo per dare notizia di un esperimento di filatura a freddo eseguito a Monza da Francesco e Gaspare Calini,
secondo il metodo di Carlo Castelli, del buon esito dell’iniziativa e della
promozione del nuovo sistema in Milano e a Monza, auspice il Magistrato
politico-camerale (vol. XXXII, p. 106).
La bachicoltura
55
Piuttosto, nella fioritura di iniziative editoriali cui si assisté
nel Regno a partire dagli anni ’80, continuò a mancare, se si eccettua l’opera del Corrado, un’autonoma produzione di studi e
di manuali concernenti gli aspetti tecnico-pratici della bachicoltura e delle complementari attività della gelsicoltura e della trattura della seta. E ciò malgrado il fatto che tanto la pubblicistica
meridionale quanto il governo dedicarono molta attenzione
all’industria serica nazionale e ai suoi problemi. È vero che, in
generale, la riflessione dei riformatori, le iniziative e gli interventi governativi si concentrarono sulla questione del carico fiscale che gravava sulla sericoltura. Ma il dibattito dell’ultimo
ventennio del ’700 intorno alle difficoltà del settore inevitabilmente toccò, nelle memorie del Grimaldi, dello Spiriti, del Palmieri, anche l’aspetto delle tecniche di produzione della seta
grezza, appuntandosi in particolare sull’arretratezza del sistema
di trattura dei bozzoli e sulla necessità di introdurre nel Regno
il metodo detto “alla piemontese”. Così come ben quattro diversi bandi emanati in materia tra il 1791 ed il 1806 furono dettati dall’esigenza di promuovere un aggiornamento delle tecniche di trattura.
Per parte sua, il trattato del Corrado sembra sostanzialmente
ignorare la realtà meridionale, rivelando una conoscenza approssimativa delle pratiche e delle tecniche del Regno e ignorando le più scottanti problematiche che in quegli anni si andavano dibattendo. Il trattato si limita a fornire un breve elenco
delle località del Mezzogiorno in cui era praticata l’industria serica e a dedicare un passaggio alla recente istituzione della manifattura reale di San Leucio. Ma nella parte dedicata alla trattura, ad esempio, non c’è traccia della faticosa e contrastata transizione dal tradizionale e aborrito mangano calabrese al mangano “alla piemontese”: vi si sostiene semplicemente che gli
«strumenti per tirare da Bozzoli la seta, son comuni, e si san da
tutti; sebbene il Sovrano benefico Principe […] nuove machine
ha fatto introdurre […] dalle quali se ne sperimenta un vantaggio grandissimo, onde queste già dette machine di più vantaggiosa modellatura, lo stesso Principe le farà introdurre in tutte
6
le Province de’ suoi Regni» . In realtà l’intero trattato, piuttosto
6
CORRADO 1789, pp. 50-51.
56
Capitolo II
che sulla «pratica ed esperienza» dell’autore, come annunciato
dal titolo, sembra elaborato sulla base delle più comuni nozioni
di bachicoltura e di trattura della seta, con poca o nessuna ade7
renza alle tecniche peculiari al Regno di Napoli .
Ad ogni modo, in particolare per l’età moderna sono scarsamente indagati le forme e i meccanismi di diffusione delle co8
noscenze e delle pratiche agronomiche e, pertanto, l’assenza di
manuali, di trattati o di opuscoli divulgativi sul modello delle
istruzioni diffuse dalla Società Patriottica in Lombardia non autorizza a trarre significative conclusioni in ordine al grado di
aggiornamento della gelsibachicoltura meridionale.
Quel che è certo è che, per il XVIII secolo, si dispone di elementi di conoscenza piuttosto scarsi, sia per l’assenza di manuali adeguatamente documentati, sia per il fatto che le memorie degli scrittori di cose rustiche ed economiche del Regno dedicano soltanto pochi cenni alle prime fasi del ciclo di produzione della seta. Gli osservatori più critici delle condizioni
d’esercizio della sericoltura, e più generosi di dettagliate ed impietose comparazioni tra le vetuste tecniche di trattura in uso
nel Regno e i procedimenti e gli strumenti introdotti da tempo
in Europa, sembra non ritenessero meritevoli di particolare attenzione i metodi adoperati dai contadini cui era affidato
l’allevamento dei bachi. Jannucci, ad esempio, dedicò diverse
pagine alla descrizione dei «disordini la cui pratica ed abuso fa
sì che non riesca d’intera perfezione un genere cotanto specioso», ma non si soffermò su «disordini» nell’allevamento dei bachi, ed anzi esplicitamente affermò che «non vi è motivo di far
ragionamento circa la maniera di nudrire, pulire e coltivare i
9
vermi della seta poiché è tal materia ben nota ad ogni uno» .
Qualche riserva al riguardo venne sollevata invece dal Galanti
nel suo Giornale di viaggio, dove annotò che nella Calabria Ulteriore «l’educazione de’ vermi (meno che in Reggio e Giojosa)
è nella massima scioperatezza e si esegue a capriccio» e che a
Nicastro «non si sa l’arte di nudrire i bachi. La semente che
7
Basti dire che il Corrado attribuisce le operazioni di trattura a manodopera femminile, ma nel Mezzogiorno, a differenza che nel resto d’Italia, nella
trattura era impegnata quasi esclusivamente manodopera maschile.
8
Sul rapporto tra teoria e pratiche reali cfr. FUMIAN 1991.
9
JANNUCCI 1767-69, parte II, p. 303.
La bachicoltura
57
10
s’impiega e la fronda de’ gelsi dovrebbe dare il triplo» . Ma,
pur senza sottovalutare il significato della testimonianza del
Galanti, la limitatezza delle sue osservazioni non consente una
qualche valutazione generale della maggiore o minore efficienza
allocativa della bachicoltura meridionale.
11
Un utile, seppure controverso indicatore dell’efficienza dei
sistemi di allevamento è costituito dalla resa in bozzoli o in seta
del seme impiegato, ma, come si dirà, i dati di cui si dispone sono sporadici e disomogenei. L’organizzazione dispersa e a carattere familiare della bachicoltura e l’assenza, a livello locale o
centrale, di controlli amministrativi o di imposizioni fiscali sulla produzione del seme e dei bozzoli non hanno alimentato testimonianze documentarie o dato luogo a rilevazioni che consentano una qualche misurazione della produttività.
Il primo trattato di bachicoltura ampiamente informato sugli
12
usi regnicoli fu pubblicato solo nel 1817 . Espressamente rivolto «alle Persone industriose del Regno di Napoli», il trattato
nacque nell’ambito delle attività della Reale Società d’Incoraggiamento di Napoli e si deve all’iniziativa di Niccola Columella
13
Onorati . Lo spunto per la preparazione del trattato fu fornito
dalla lettura del celebre Dell’Arte di governare i bachi da seta di
14
Vincenzo Dandolo : questi, con «somma gentilezza», aveva inviato copia dell’opera alla Società e il Columella Onorati, incaricato di commentarla, ne trasse ispirazione per l’elaborazione
di una Memoria pratica ed economica di bachicoltura che, assieme al Giudizio sull’opera del Dandolo, venne a costituire il
trattato dato alle stampe nel 1817.
La prima e più estesa indagine sulla sericoltura nel Regno di
Napoli fu compiuta in occasione della redazione della Statistica
murattiana, la rilevazione generale delle risorse, della popolazione e dell’economia del Mezzogiorno effettuata tra il 1811 e il
1815. I limiti di questa come di analoghe rilevazioni statistiche
10
GALANTI 1792, pp. 148; 251.
FEDERICO 1994, p. 118 e sgg.
12
Dell’educazione de’ bachi da seta per animarne l’industria nel Regno di
Napoli, e di Sicilia, Napoli, presso Giovanni de Bonis, 1817.
13
Per un esauriente profilo del Columella Onorati si veda DE LORENZO
1995.
14
Milano, Sonzogno, 1815.
11
Capitolo II
58
compiute nel periodo napoleonico negli altri stati italiani ed in
15
Francia sono noti . È anche evidente che la Statistica murattiana fotografa la condizione della sericoltura meridionale in
una fase di trasformazione delle tecniche e dell’organizzazione
della produzione. Ciò nonostante, essa rappresenta, assieme al
trattato dell’Onorati, un utile strumento di cognizione delle caratteristiche della bachicoltura meridionale, in particolare per i
riferimenti alle tecniche o agli usi che affondavano le loro radici
in tempi remoti, e che presumibilmente non avevano subito negli ultimi decenni variazioni di grande momento.
16
La Statistica fornisce intanto una geografia della bachicoltura nel Mezzogiorno e conferma che le province adriatiche e
ioniche erano impegnate nel settore in misura assai ridotta. Le
espressioni adottate dai redattori non danno adito a dubbi di
sorta. Per le tre province pugliesi si afferma che la bachicoltura
17
18
era «quasi ignota» , o «ridotta pressocché a nulla» ; per il Molise, che l’«industria di filugelli» era oggetto di applicazione da
parte di «qualche amatore […] più per divertimento che per in19
dustria» ; per l’Abruzzo Citra, che non ne restava che «uno
20
scheletro informe» . Ricorre la contrapposizione tra un non
meglio definito passato, in cui la sericoltura avrebbe conosciuto
una più o meno marcata diffusione, e la presente condizione di
abbandono. La contrazione del settore è imputata al cambiamento della moda e alla preferenza per la coltivazione del cotone (Terra d’Otranto); agli «ostacoli» e alle «gravi imposte
dell’antico governo» (Capitanata, Abruzzo Ultra II) e con questi, in tempi recenti, anche alla «viltà del prezzo, e [a]l difetto
del commercio» (Abruzzo Citra); alle «gravezze» e all’espansione dell’olivicoltura (Terra di Bari), alla mancanza di libertà
15
Cfr. l’accurato studio di SOFIA 1988.
Sono considerate soltanto le relazioni finali relative a ciascuna provincia,
pubblicate a cura di Demarco nel 1988, ed in particolare le voci Vermi da seta
della sezione «Caccia, pesca, economia rurale» e Manifatture di seta della sezione «Manifatture». Le relazioni provinciali furono redatte sulla base dei
rapporti e delle notizie rimessi dai singoli comuni, ma la documentazione che
dovette essere prodotta non risulta conservata in modo sistematico.
17
STATITICA 1811, vol. I, p. 467.
18
Ivi, vol. II, p. 207.
19
Ivi, vol. I, p. 345.
20
Ivi, vol. I, p. 275.
16
La bachicoltura
59
di commercio (Abruzzo Ultra I). In questo quadro a tinte fosche, un segnale positivo si coglieva nell’impegno del governo
nella promozione della gelsicoltura e nell’attribuzione di premi
agli imprenditori del settore, che aveva prodotto qualche effetto, ad esempio, nell’Abruzzo Ultra I, all’epoca composto dai
distretti di Teramo e di Penne.
Lo scenario diviene più dinamico se si rivolge l’attenzione
alle province campane. Nella parte settentrionale della Terra di
Lavoro la bachicoltura era pressoché assente, nel Principato Ultra era esercitata nel distretto di Avellino e, meno, in quello di
Ariano. Approssimativamente nelle attuali province di Napoli,
Caserta e Salerno era viceversa molto estesa. Tuttavia per il salernitano si lamentava una produzione largamente inferiore alle
potenzialità del territorio che si attribuiva all’estrema dispersione che la bachicoltura presentava, praticata ovunque ma «in
dettagli così piccioli, che vale solo a picciolissimi domestici lavori, i quali valgono di ordinario uso particolare delle fami21
glie» . Così che, se si eccettuavano alcuni «pusillanimi speculatori» che arrivavano a produrre un centinaio di libbre di seta
l’anno, i soli grandi produttori operavano in Sanseverino e, in
minor misura, a Montecorvino e nelle piane di Salerno.
Resta da dire delle due Calabrie. Le relazioni della murattiana segnalano uno stato di decadenza, forse più accentuato
nella Calabria Ultra, ed in entrambe le province la causa è individuata nel «ristagno del commercio» che si andava sperimentando ormai da diversi anni. L’entità della produzione stimata
per la Calabria Ultra, 70.000 libbre di seta all’anno, indica una
contrazione di oltre la metà rispetto ai livelli medi di venti anni
prima, mentre le stime relative alla Calabria Citra, rimandando
ai dati del quadriennio 1802-1805 (in media 213.000 libbre
l’anno), non consentono di quantificare «l’avvilimento assoluto» della sericoltura denunciato dal redattore.
La gelsicoltura, com’è naturale, presentava una diffusione
sul territorio ed una rilevanza economica nel complesso corrispondenti a quelle della bachicoltura. Va rilevato, tuttavia, che
le relazioni lasciano intravedere, nell’andamento dei due settori
all’interno di ciascuna provincia, dinamiche diversificate, non
21
Ivi, vol. IV, p. 663.
Capitolo II
60
univoche, che sottintendono sviluppi tutt’altro che lineari. Nelle Calabrie e nell’Abruzzo Ultra I la dismissione della gelsicoltura sembra aver proceduto di pari passo con la contrazione del
settore serico; nelle Puglie e nell’Abruzzo Citeriore, invece, i
gelsi continuavano ad abbondare malgrado la sericoltura fosse
stata quasi completamente abbandonata; nel nolano, infine, nel
Principato Ulteriore e nell’Abruzzo Ultra II la mancanza di
gelsi frenava la tendenza della sericoltura ad espandersi ulteriormente.
2. Produzione e mercato del seme
L’allevamento dei bachi da seta aveva inizio con la schiusa di
quello che con termine moderno si definisce seme-bachi e che
nel periodo in esame era denominato nel Mezzogiorno sempli22
cemente seme, semenza, semente o, raramente, uova .
Il seme poteva essere prodotto dagli stessi allevatori. Al termine dell’allevamento si rinunciava a far filare una parte dei
bozzoli prodotti, consentendo così la nascita delle farfalle da
destinare alla riproduzione. Tale era probabilmente il caso più
frequente ma, sebbene non si fosse ancora affermata una netta
specializzazione tra produttori di seme e allevatori di bachi,
non tutti gli allevatori producevano e conservavano il seme di
anno in anno.
Nel 1778 i «governanti» delle università «della Costa» – la
costiera amalfitana – lamentarono che «alcune persone forastiere» avevano venduto agli allevatori locali «semenza Calabrese
[...] avendoci dato ad intendere di essere semenza sorrentina».
La testimonianza, nel dimostrare la pratica dell’acquisto del
seme, suggerisce anche l’esistenza di una gerarchia della qualità
nella quale il seme calabrese risultava peggiore del sorrentino
per cui, secondo i governanti, avrebbe determinato per
quell’anno il fallimento del nutricato: il seme calabrese «ave
prodotto i vermini infermi», dichiararono, e particolarmente
voraci, costringendo gli allevatori ad ingenti e costosi acquisti
di foglia. Dello stesso tenore le affermazioni dei governanti di
22
Semenza era il termine corrente anche in Piemonte, GASCA QUEIRAZZA
1986, p. 455; seme nel goriziano, PANARITI 1996, p. 54.
La bachicoltura
61
Gragnano, secondo i quali i bozzoli erano «usciti spontati da
23
tutte due le parti, per cui non si [era] potuto traere Sete» .
Ma come stabilire se gli allevatori «della Costa» acquistavano il seme sistematicamente, di anno in anno, o soltanto in modo saltuario? In effetti esisteva un mercato, più mercati del seme, di cui non si è tuttavia in grado di precisare struttura ed e24
stensione .
Una prima divisione del lavoro, pur imperfetta, tra zone di
produzione del seme e zone di allevamento del baco da seta
sembra configurarsi all’interno dell’area campana. La prima testimonianza del fenomeno risale alla metà degli anni ’70 del
’700.
Gli appaltatori dell’Arrendamento grande della seta di Principato Citra da Eboli in qua – la cui giurisdizione si esercitava
sulla penisola sorrentina incluse Castellammare e l’isola di Capri – erano soliti chiedere periodicamente ai governatori
dell’Arrendamento un «escomputo» sul canone che era stato
pattuito. Le intemperie, il vento di scirocco, le «eruzioni de’
fuochi, e ceneri del Vesuvio» erano le ragioni ordinariamente
addotte dagli appaltatori per dimostrare le «scarsissime raccolte
di seta» realizzate nel ripartimento, e per giustificare la richie25
sta . Ma nel 1774, per la prima volta, l’appaltatore Simone Calabrese rappresentò ai governatori, oltre ai consueti «dissordini
della staggione», una nuova causa di flessione della produzione
serica locale, e di contrazione degl’introiti del dazio: l’«essersi
dagl’Industrianti di seta della maggior parte de’ Follari, seu
Follicelli da seta [i bozzoli] serviti per uso di semenza, e non già
23
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 33, f.lo 9. Gli allevatori di Piano di Sorrento, invece, attribuirono il fallimento del nutricato all’impiego di foglia acquistata nella vicina Castellammare, foglia che, «come più grossolana», era
risultata «di detrimento ai vermini [...] già nati ed avezzi alla delicata fronda
de’ nostri luoghi», ibidem.
24
Il ricorso all’acquisto del seme è testimoniato anche in Terra di Lavoro e
a Reggio: 10-12 carlini l’oncia, «e quella di perfettissima qualità fino a carlini
quattordici l’oncia», in Terra di Lavoro negli anni 1789-1792 (cfr. Tabella 1.2
e ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 1, f. 309v e f.lo 32, f. 24 e sgg.); 2
carlini per oncia a Reggio alla metà degli anni ’80, CARACCIOLO 1785, p.
LXXVn.
25
ASN, Arrendamenti, f.lo 2262; ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32,
f.lo 38.
Capitolo II
62
di farli traere in seta». Nel 1780 l’appaltatore subentrato al Calabrese addusse la medesima ragione nella sua richiesta di «e26
scomputo» .
Di norma, la concessione di uno scomputo del canone era
collegata al verificarsi di circostanze straordinarie ed impreviste, ma il fenomeno denunciato dagli appaltatori sembrava ormai assumere un carattere di continuità, tant’è che i governatori
dell’Arrendamento stabilirono nel luglio del 1780 che tra i
«patti, leggi e condizioni» dell’appalto si includesse la condizione che «non po[tesse] più servire di pretesto ad escomputi di
essersi li follari non già tratti in seta, ma convertiti, ed impiegati
27
in semente» . Ciò nonostante, nel 1785 il nuovo appaltatore risollevò la questione, sottoponendola direttamente all’atten28
zione del sovrano . Gli allevatori del ripartimento, «e specialmente di Sorrento, e suo Piano – denunciò – pongono [i bozzoli] in grandissima quantità a farli bucare dal Palombe [la farfalla], per far le semenze, le quali non solo servono per la schiusa
dell’anno susseguente in detti luoghi, e suo intero ripartimento,
ma l’estraggono fuori, e ne proveggono tutta la Provincia di
29
Terra di Lavoro, ed altri luoghi» . Una parte dei bozzoli, dunque, era sottratta alla produzione di seta e destinata alla produzione del seme-bachi, che era poi in parte conservato per
l’allevamento dell’anno successivo, in parte venduto al di fuori
dei confini del ripartimento, ovvero della giurisdizione
dell’Arrendamento.
Le richieste di «escomputi» ed i ricorsi degli appaltatori dipendevano dal fatto che l’esazione del dazio avveniva sulla seta
grezza, non sui bozzoli prodotti dagli allevatori né sul seme che
questi avessero prodotto e conservato o venduto. Nel ricorso
26
Ibidem. Simone Calabrese, appaltatore per il quadriennio 1773-77 per
6.800 ducati l’anno, ottenne uno scomputo di 3.200 ducati. Giacomo Cotecchia, appaltatore per il quadriennio 1777-81 per 7.300 ducati l’anno, ottenne
uno scomputo di 2.000 ducati.
27
ASN, Arrendamenti, f.lo 2262.
28
L’Arrendamento grande della seta di Principato Citra da Eboli in qua
era stato “ricomprato”, vale a dire incamerato, dalla Regia Corte nell’ottobre
del 1782, ASN, Arredamenti, f.lo 2263, f. 152.
29
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Il Procuratore dell’Arrendamento generale delle sete della provincia di Principato Citra d’Eboli in qua,
e suo ripartimento…, s.d., esaminato il 9 settembre 1785.
La bachicoltura
63
del 1785, la prassi denunciata configurava, secondo
l’appaltatore, una sorta di frode fiscale, un espediente escogitato
dai produttori locali per sottrarsi al pagamento del dazio sulla
seta. Ma, al di là della forzatura, si ribadiva che l’Arrendamento, secondo il contratto d’appalto, veniva «ad acquistar
dritto sulli folleri medesimi quando da quelli si estraessero le
seti» e che dunque legittimare il nuovo uso significava privare
l’appaltatore di ogni diritto sulla produzione locale ed anche,
evidentemente, del gettito atteso dall’esazione del dazio. Ne sarebbe derivata l’incapacità dell’appaltatore di ottemperare al
versamento del canone dovuto all’Erario, non per ragioni a lui
imputabili ma, si rimarcava, perché veniva «a mancarli la cosa
locata», espressione, quest’ultima, che profilava per il fisco la
minaccia di una vertenza legale intorno all’inadempienza contrattuale in cui l’appaltatore sarebbe incorso.
Nel ricorso si prospettavano tre possibili provvedimenti:
vietare agli allevatori di produrre più seme di quanto ne occorreva, nei confini del ripartimento, per l’allevamento dell’anno
successivo; realizzare, sembrerebbe, una sorta di rilevazione e
30
tassazione della locale produzione di bozzoli ; introdurre un
dazio sul seme “esportato”, dazio che garantisse lo stesso introito che sarebbe stato percepito se gli allevatori avessero prodotto, come avrebbero dovuto, seta piuttosto che seme. La replica del Supremo Consiglio delle Finanze fu ferma: «si ponga
in lista che non ha luogo la domanda». Il ricorso non meritava
alcun intervento del governo, né l’acquisizione da parte del
Consiglio di ulteriori informazioni o del parere degli organismi
locali, come solitamente si procedeva in casi analoghi.
Le pretese dell’appaltatore, dunque, non furono ritenute
fondate. Di certo non era veritiera l’affermazione secondo cui
nella penisola sorrentina non si produceva altro che seme, mentre in Terra di Lavoro «tutti li folleri, che nascono se ne estrae
tutta seta, senza neppure farne per lo di lor ripartimento». In
penisola all’inizio degli anni ’80 la seta si produceva, ed in
31
quantità tutt’altro che modeste . Né d’altro canto appare plau30
Si chiedeva che gli allevatori «denunci[assero] li folleri nati, e quelli, che
vogliono far bucare per la semenza, et facta coacervazione ne sodisf[acessero]
la convenevole gabella», ibidem.
31
Nel 1782 26.911 libbre, delle quali 5.537 raccolte nel “Ripartimento del-
64
Capitolo II
sibile che gli allevatori di Terra di Lavoro dipendessero interamente dal seme-bachi sorrentino.
Il fenomeno tuttavia era diffuso e tendeva ad allargarsi e, in
questo senso, la data del ricorso potrebbe contrassegnare il
momento di svolta nel quale l’attività dei sorrentini si sarebbe
definitivamente orientata alla produzione di seme per il mercato. Nel 1790 il nuovo appaltatore, Aniello Massa, avrebbe tentato senza successo di proibire «il Commercio de’ Bachi, che
sono destinati a produrre seme». L’amministratore generale
della Dogana di Napoli, Vincenzo Pecorari, incaricato dal Supremo Consiglio delle Finanze di recarsi in Sorrento per garantire il regolare svolgimento della stagione serica, stabilì che non
si poteva impedire «l’acquisto de’ Follari per la Fabbrica del
Seme da Seta» poiché tale commercio era necessario all’esecuzione di un’attività che «somministra[va] [il seme] per l’industria di moltissimi altri luoghi del Regno, e perciò dannevol cosa sarebbe [stata] l’impedirne la fabbrica». Si riconosceva, in definitiva, l’esistenza di un’attività indipendente e specializzata,
quella dei «fabbricanti di Seme da Seta», cui era riconosciuto, in
deroga alla regolamentazione vigente, il diritto di acquistare la
32
materia prima necessaria, i bozzoli .
Nel 1796 Federico Tortora, all’epoca amministratore degli
arrendamenti della seta di Terra di Lavoro e di Principato Citra
da Eboli in qua, acquistò in Piano di Sorrento 1.038 once di
«semenza d’agnolilli», al prezzo di 2,7 carlini l’oncia, «fatta per
33
conto della Regia Corte» . Nel 1798 ne acquistò 1.300 once, a
34
3-3,1 carlini l’oncia . Nel 1799, l’anno della repubblica giacobi35
na, 221 once al prezzo di ben 54,6 carlini l’oncia. . Nel 1800,
36
663 once a 3-3,3 carlini l’oncia . Nel 1804, 1.324 once a 3,3-3,5
carlini l’oncia, sempre in Piano di Sorrento o in località limitro-
la Costa”, ovvero il versante meridionale della penisola, l’attuale costiera amalfitana fino a Salerno, e 21.374 nel “Ripartimento di Sorrento”, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 53. Sui livelli di produzione dell’area v. il par. 5.4.
32
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 1, f. 9. Sul regime commerciale
dei bozzoli v. il par. 2.5.
33
ASN, Arrendamenti, f.lo 2310.
34
ASN, Arrendamenti, f.lo 2313.
35
ASN, Arrendamenti, f.lo 2315.
36
ASN, Arrendamenti, f.lo 2319.
La bachicoltura
65
37
fe . In quello stesso anno, nella filanda di Luigi d’André, sita
in Sorrento, si filavano bozzoli acquistati nel ripartimento di
38
Nola !
Il processo di specializzazione poteva dirsi compiuto. Anni
dopo, il Columella Onorati, per dare «notizie più distinte sul
nostro metodo» di conservazione del seme, riteneva di descri39
vere i procedimenti in uso a Vico Equense e a Sorrento .
Non si può escludere che si trattò di una specializzazione
orientata, almeno in parte, alla produzione di seme per gli allevamenti tardivi effettuati nel mese di luglio, quando era ormai
terminato l’allevamento principale che si svolgeva in primavera.
L’area campana era probabilmente la sola nel Regno in cui si
40
facevano due e forse anche tre “raccolte di seta” all’anno e nel
nolano il secondo allevamento si allestiva sicuramente con seme
41
di provenienza sorrentina . Le testimonianze esaminate non
avvalorano l’ipotesi che nel Regno si allevassero razze di Bombix mori polivoltine – che danno due o più generazioni di farfalle nella medesima annata –, ed è dunque possibile che la di-
37
ASN, Arrendamenti, f.lo 2336.
Ibidem.
39
Il seme «si fa deporre dalle farfalle su le frondi di fichi: dopo giorni 7 in
8, quando cioè ha acquistato un color violaceo-oscuro, s’immerge nel vino
generoso, e vi si rimane per ore 5 in 6: indi tolto il debole, che galleggia, quello del fondo si fa asciugare all’ombra su d’un setaccio: appresso si chiude con
turacciolo in fiaschetti di argilla cotta, dopo di averli tenuti per la seconda
volta nella fornace accesa, perché sieno asciuttissimi, e dopo di essersi raffreddati. E sospesi in stanze fresche, e ventilate per tutto il mese di Gennajo,
nell’altro seguente si trasportano nelle grotte, e si sospendono: ne’ principj di
Aprile si estraggono dalle grotte pel loro nascimento», COLUMELLA ONORATI 1817, pp. 12-13.
40
Sui tre allevamenti annuali in Terra di Lavoro riferisce il GALANTI 1789,
t. III, p. 135, ma è senz’altro più attendibile il dato dei due allevamenti, confermato da numerose altre fonti, ad esempio in ASN, MF, fs. 2455, inc. 1.
41
STATISTICA 1811, vol. IV, p. 384. Anche in altre aree di produzione per
il secondo allevamento si utilizzava seme-bachi sorrentino. Nel 1782
l’appaltatore dell’Arrendamento della seta di Principato Citra da Eboli in là
(sulla cui giurisdizione si veda la Tabella 5.2) incluse nel conto, in esito, 66
ducati per 96 once di seme (6,875 carlini a oncia) acquistato in Agerola per
“dispensarlo” agli allevatori del ripartimento; e, in introito, il dazio esatto su
173.3 libbre di «sete tardive» prodotte con quel seme, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 97.
38
Capitolo II
66
sponibilità del seme durante l’estate dipendesse da particolari
42
tecniche di conservazione adottate nella penisola sorrentina o,
forse, dalla qualità di seme che vi si produceva.
In qualche caso nella fase di approvvigionamento del seme
interveniva, in qualità di intermediario, il locale appaltatore del
dazio sulla seta, interessato non solo a garantire il buon andamento della stagione serica ma anche ad approfittare delle ulteriori occasioni di guadagno che, grazie al suo ruolo, gli si offrivano.
Nella primavera del 1788, ad esempio, in Principato Ultra gli
allevatori si ritrovarono del tutto sprovvisti di seme perché, dopo il magro raccolto di bozzoli dell’anno precedente, «di quella
pochissima quantità di follari […] gl’industrianti non [avevano]
pensa[to] a conservarne porzione per la semenza del venturo
anno secondo il solito, ma quasi tutti li follari li [avevano fatti]
ridurre in seta, per non perdere dell’intutto le spese, che avean
essi fatte». Per sbloccare la situazione l’appaltatore aveva fatto
«venire da fuori Provincia a sue spese una quantità di semenza»
senza la quale «non si sarebbe affatto posta tale industria». Sebbene introdotto «a sue spese», quel seme era poi stato rivenduto «a caro prezzo» agli allevatori, come qualcuno di essi ebbe a
43
testimoniare in seguito .
Ma, indipendentemente da situazioni di emergenza,
l’appaltatore poteva intervenire nell’organizzazione della produzione dell’area sottoposta alla sua giurisdizione vendendo il
seme agli allevatori, ma anche erogando crediti, assicurandosi
una parte consistente del prodotto e occupandosi, infine, della
44
sua commercializzazione . Si avrà occasione di ritornare sulle
42
La tecnica della prolungata immersione del seme nel vino, ad esempio,
era mal vista dal Dandolo poiché ritenuta responsabile della dilatazione del
tempo di “nascita” dei bachi. Interrogati sulla questione dall’Onorati, i «nostri contadini di Vico Equense» spiegarono che «bisognava ubbriacare i semi,
acciocché i filugelli dormissero sino alla primavera, e sino alla foglia novella, e
che dormendo sì lungo tempo le uova non si guastavano», COLUMELLA ONORATI 1817, p. 13.
43
ASN, Arrendamenti, f.lo 2280.
44
Nel libro mastro del 1772-73 dell’appaltatore dell’Arrendamento di
Principato Ultra, Giuseppe Testa di Avellino, sono minutamente annotate,
assieme agli introiti ed esiti connessi alla gestione dell’Arrendamento, numerose operazioni di compravendita di seme e di seta grezza, ASN, Arte della
La bachicoltura
67
attività di finanziamento della produzione – mediante
l’erogazione di caparre o la concessione di prestiti agli allevatori
– e di intermediazione nella commercializzazione della seta
grezza. Intanto si può osservare che gli appaltatori non erano
semplici esattori, erano “negozianti”, per cui è ragionevole aspettarsi che, in generale, gestissero l’appalto in modo non dissimile da come gestivano gli altri “negozi”.
Riguardo alla compravendita di semenza le testimonianze
sono numerose. Si è accennato ad una iniziativa dell’appaltatore
dell’Arrendamento di Principato Citra da Eboli in là rivolta a
promuovere gli allevamenti di «sete tardive», e forse allo stesso
scopo fu effettuata una compravendita di seme dall’appaltatore
45
del dazio di Principato Ultra nel giugno del 1772 . Si è altresì
riferito degli acquisti di seme compiuti dal Tortora tra il 1796
ed il 1804. Si può aggiungere che anche nei bilanci dell’amministrazione forzosa dell’Arrendamento di Terra di Lavoro tenuta dallo stesso Tortora dal 1785 al 1789 compaiono l’acquisto
46
e la vendita di seme per diverse centinaia di ducati l’anno e che
nel 1792 egli acquistò 1.905 once di seme e nel 1793 2.048 onSeta, II numerazione, f.lo 84. Ancora a titolo di esempio, nell’aprile del 1784
l’appaltatore del dazio della Terra di Siderno, in Calabria Ultra, nel reclamare
al Supremo Consiglio delle Finanze la soddisfazione di un credito maturato
negli anni precedenti proprio in relazione all’appalto, motivò la sua premura
con l’intenzione di «somministrare [il denaro] agli Industrianti di seta, che gli
necessita per compra di Fronda, ed utensilj, e baracche de Nutricati, e perciò
sollecita, che se gli faccia tal pagamento per potere applicarsi ora che è il proprio tempo per suo vantaggio, e del Regio Arrendamento», ASN, Segreteria
d’Azienda, in ordinamento, ricorso rimesso dal Supremo Consiglio delle Finanze all’amministratore generale delle Dogane di Calabria Ultra Alessandro
Persico, Napoli, 24 aprile 1784.
45
Nei giorni 10 e 16 giugno l’appaltatore acquistò 127 once di seme per un
esborso di 106,7 ducati e ne rivendette 118 ricavandone 117,9 ducati. Provvide
pochi mesi dopo ad assicurarsi altre 130 once per la stagione successiva, a poco più di 100 ducati. Il seme comprato nel giugno era diviso in quattro partite,
due delle quali acquistate da tal Pasquale la Monica di Nocera de’ Pagani rispettivamente a 5,12 e 5,15 carlini l’oncia, e le altre da Bartolomeo della Canfora a 15 e 18 carlini l’oncia. La differenza di prezzo potrebbe derivare dalla
qualità del seme che, tuttavia, fu poi rivenduto indistintamente al prezzo di 10
carlini l’oncia. Il seme acquistato nell’autunno, in buona parte dal della Canfora, fu pagato a 6-8 carlini l’oncia, ASN, Arte della seta, II numerazione, f.lo
84.
46
ASN, Arrendamenti, f.lo 2281.
Capitolo II
68
47
ce . Le ragioni dell’intervento dell’appaltatore sono chiare: incentivare la produzione locale, dal cui esito dipendevano i
48
proventi dell’appalto . Negli anni ’90, però, quando gli arrendamenti situati sulle sete campane furono amministrati in demanio, la distribuzione del seme, talora a titolo gratuito, fu
anche esplicitamente orientata alla promozione della sericoltura, con particolare attenzione ai «luoghi vicini al Regal Sito
49
di San Leucio» .
Non si è potuta ricostruire la regolamentazione in materia di
esportazione del seme nel XVIII secolo. Nel corso della seconda metà del ’500 la Regia Camera della Sommaria, su domanda
degli appaltatori dell’Arrendamento della seta, aveva ripetutamente fatto pubblicare un bando con cui si proibiva
l’esportazione di «semente, et fronde». La motivazione della
proibizione non lascia dubbi sugli scopi del provvedimento:
«per che si dette semente et fronde non fossero extratte ne si
extrahessero tanto se ne sariano fatte et nati in Regno et esso
50
Arrendatore ne haveria hauto il debbito deritto» . In una versione del bando del 1601 all’obiettivo della tutela dell’interesse
dell’Arrendamento si aggiungeva quello di salvaguardare
l’interesse dell’Erario, che pure percepiva un diritto
sull’esportazione della seta ma non del seme: esportare il seme
equivaleva ad «inventare nuova fraude circa l’extrattione dele
47
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 1, ff. 250-251. Nei due anni il
seme fu acquistato al prezzo medio di 3,9 e di 2,8 carlini l’oncia.
48
I bilanci del Tortora del periodo 1785-89 mostrano che la spesa per
l’acquisto del seme sovente sopravanzava largamente l’introito derivante dalla
sua vendita, ma ciò non sorprende perché poteva risultare conveniente distribuire il seme persino gratuitamente, o quasi. Si consideri che l’appaltatore esigeva un dazio di oltre 4 carlini a libbra di seta, e che da un’oncia di seme si
ricavavano in Terra di Lavoro almeno 8-10 libbre di seta. D’altra parte, lo
stesso Tortora, nel marzo del 1792, a proposito di un’ingente partita di seme
acquistata dai vecchi appaltatori e poi rimasta invenduta, suggerì al Supremo
Consiglio di distribuirla gratuitamente agli industrianti di Terra di Lavoro
giacché il Fisco «col prodotto del dazio di quella seta, che nasce dalla suddetta
semenza [avrebbe potuto] esuberantemente compensarsi dell’importo della
medesima», ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 1, f. 114.
49
ASN, Arrendamenti, f.lo 2336.
50
ASN, RCS, Partium, vol. 1327, f. 146, bando 26 settembre 1594, che
rinnovava i bandi 13 agosto 1573 e 6 marzo 1582.
La bachicoltura
69
51
sete» . All’epoca e in seguito, l’area in cui risultavano più elevati i rischi di “furtive estrazioni” di seme, e non solo di seme, era
quella gravitante intorno allo Stretto di Messina, per ragioni che
si possono agevolmente intuire: la vicinanza delle coste calabrese e siciliana, la frequenza dei rapporti commerciali e dei movimenti delle imbarcazioni anche di piccolo cabotaggio, la difficoltà di controllare un litorale vasto e frastagliato, la dimensione della sericoltura siciliana e la presenza in Messina di operatori anche stranieri.
Tuttavia governo ed appaltatori del dazio sulla seta dovettero misurarsi più spesso con il contrabbando di bozzoli e soprattutto di seta grezza, sui quali si contano numerosi provvedimenti nel corso del XVII e XVIII secolo e un gran numero di
processi. Sul contrabbando di seme e, più in generale, sulla sua
circolazione, la legislazione tace, e solo in rare occasioni, in particolare nel corso del ’700, è dato imbattersi in interventi del
governo in materia, interventi che attestano la preoccupazione
di assicurare la disponibilità di seme per l’industria interna ma
che non chiariscono se l’antico divieto di esportazione del 1601
fosse ancora in vigore. La scarsezza di seme della primavera del
1788, registratasi un po’ ovunque nel Regno, fu aggravata in
Terra di Lavoro dall’esportazione in direzione della Francia di
52
7-800 once , ma forse si trattò di un episodio isolato, di un ricorso del tutto eccezionale dei francesi al mercato napoletano.
Il governo, in effetti, ne rimase in qualche modo sorpreso: in
maggio si chiedeva al Palmieri, all’epoca consigliere del ramo
doganale del Supremo Consiglio delle Finanze, di informarsi
«con riserva […] se sia vera l’estrazione fatta da Sorrento dai
53
Francesi, ed altri, della semenza della seta» . Pochi mesi dopo il
Supremo Consiglio invitò gli amministratori doganali calabresi
ad usare «ogni vigilanza, e prudenza, affinché dall’Industrianti
di seta si avessi avuto cura della semenza de filugelli, per averne
nel venturo anno a loro sodisfazione». Da Cosenza il de Leon
assicurò di essersi uniformato alle direttive napoletane, e che
comunque si sarebbe provveduto ad «usare ogni cura, ed atten51
ASN, RCS, Partium, vol. 1534, f. 10r-v, 6 gennaio 1601 e f. 40, 12 febbraio 1601.
52
ASN, MF, fs. 2455, inc. 1.
53
ASN, MF, fs. 1374.
Capitolo II
70
54
zione per evitar[e] qualunque estrazione» di seme . La possibilità che il seme fosse esportato non appariva remota, ma il mancato richiamo a norme proibitive lascia aperto l’interrogativo
sul regime commerciale allora in vigore.
Ad ogni modo, vietata o no, l’esportazione del seme non
doveva raggiungere proporzioni tali da sollecitare più incisivi
interventi del governo o degli appaltatori dell’Arrendamento,
sempre attenti, questi ultimi, nell’osteggiare qualunque pratica
che potesse minacciare i loro interessi.
3. Ambienti e tecniche d’allevamento
Le tecniche di bachicoltura in Europa, nel corso dell’età
moderna e fino alla prima metà del XIX secolo, rimasero fondamentalmente immutate. Tra Sette e Ottocento si pervenne a
livello teorico e sperimentale alla definizione di metodi che avrebbero consentito significativi incrementi delle rese medie in
55
seta o del rendimento medio del seme impiegato ma, nei fatti,
il progredire delle conoscenze e l’individuazione di procedimenti idonei ad incrementare la produttività degli allevamenti
non raggiunsero gli allevatori, che rimasero ancorati a «pratiche
arretrate collegate alle condizioni di precarietà e povertà dei locali e delle attrezzature dove di fatto si esplicava l’assoluta mag56
gioranza degli allevamenti» . A fine ’700, le tecniche in uso nel
Mezzogiorno non dovevano essere molto diverse da quelle adottate nel resto d’Italia.
L’allevamento aveva inizio con la schiusa del seme. Il metodo più comune per provocarla, nel Mezzogiorno come
nell’Italia settentrionale, consisteva nel porre le uova al «calore
del seno di una donna», metodo aborrito dagli agronomi fin
54
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’amministratore generale
delle Dogane di Calabria Citra Francesco Saverio de Leon al Direttore del
Supremo Consiglio delle Finanze Ferdinando Corradini, Cosenza, 16 agosto
1788.
55
Nel XIX secolo con l’espressione “resa in seta” s’intendeva il rapporto
tra peso dei bozzoli e peso della seta da essi prodotta; con l’espressione “rendimento” si indicava il rapporto tra peso dei bozzoli e peso del seme impiegato per produrli, FEDERICO 1994, p. 120.
56
ZANIER 1990, p. 23.
La bachicoltura
71
dalla metà del ’700 e che tuttavia continuò ad essere largamente
57
praticato dai contadini ben oltre la metà del secolo seguente .
Gli informati redattori della Statistica murattiana denunciavano
che risultava pressoché ignoto nelle province del Regno l’uso di
stufe, che avrebbero garantito una temperatura costante e controllata per la «esplosione della semenza», ma osservavano anche che forse il buon clima primaverile ne rendeva superfluo
58
l’impiego . Faceva eccezione la provincia di Calabria Ultra, dove però il ricorso alle stufe era limitato ai «tempi assai rigidi e
59
piovosi» . La scatola o il panno dove era riposto il seme potevano essere esposti anche al calore del focolare o del sole; talvolta erano sistemati nel «paglione» del letto ovvero «al caldo
moderato de’ materassi su de’ quali si dorme».
Alla schiusa del seme seguiva il vero e proprio allevamento
dei bachi. In Terra di Lavoro come in Calabria, e nel resto
d’Italia, l’invalicabile limite ad un ben regolato allevamento era
rappresentato dall’angustia dei locali ad esso adibiti. Si trattava
spesso di locali situati nelle case dei contadini, soffitte o ambienti destinati alle ordinarie necessità domestiche nel corso
dell’anno e rivoluzionati nelle poche decine di giorni del nutricato. E dunque le descrizioni degli ambienti in cui gli allevamenti si svolgevano, nel Regno come altrove, abbondano di espressioni di raccapriccio e di sconforto per le pessime condizioni igieniche o per la trascuratezza e la superficialità con cui
60
si svolgeva «un’industria sì preziosa» . Tra i motivi di biasimo
57
Tale metodo «declinò seriamente solo con l’introduzione sistematica del
seme “industriale” dopo la pebrina, alla fine dell’800», ivi, p. 50.
58
STATISTICA 1811, vol. II, p. 403.
59
Ivi, vol. II, p. 578.
60
L’orrore per le condizioni d’esercizio della bachicoltura è un sentimento
relativamente recente negli osservatori napoletani. I riformatori settecenteschi, come si è avuto modo di sottolineare, erano assai poco preoccupati delle
pratiche contadine, appuntandosi la loro riflessione e i loro strali quasi esclusivamente sulle tecniche di trattura. Costituiscono un’interessante testimonianza in tal senso le ottimistiche considerazioni fatte da Domenico Grimaldi
dopo il terremoto del 1783 in Calabria: «l’industria della seta, che dura circa
40 giorni, altro non richiede, che rustiche casette, e semplicissimi, e poco dispendiosi utensili per eseguirli. Quindi non ostante le rovine accadute nella
Calabria, non sarà difficile piantar delle barracche, per sostituirle alle case distrutte, e sarà facilissimo di rifar tutti gli utensili, che si richiedono
72
Capitolo II
ricorrenti, il fatto che i bachi fossero sistemati in «stanze poco
solitarie, niente, o pochissimo ventilate, onde i forti rumori (inimici della tranquillità di loro travaglio) […] gli appaurano,
onde tante fiate si sbalzano in giù, o almeno si arrestano dal lo61
ro lavoro» ; stanze «esposte all’inclemenza delle stagioni» o
62
sporche o dense di fumo .
L’alternativa alla casa contadina, la bigattiera, conobbe in Italia solo una breve stagione di consensi, agli inizi dell’800, legata alla tenace propaganda dei bacologi e destinata a chiudersi
ben presto, forse perché la concentrazione dei bachi aumentava
il pericolo di contagio in caso di malattia o forse perché, per gli
esborsi monetari che comportava, risultava per i proprietari più
onerosa della tradizionale compartecipazione all’impresa dei
63
contadini . Nei fatti, gli ambienti e le condizioni in cui continuò ad effettuarsi la maggior parte degli allevamenti erano ben
diversi e lontani dalle prescrizioni minuziosamente suggerite
dagli esperti, «l’“orribile affollamento” degli allevamenti in lo64
cali angusti e maleodoranti fu la regola e non l’eccezione» .
Nel Regno di Napoli, l’eccezione alla regola era
rappresentata dalla provincia di Calabria Ultra, ed in
particolare, forse, dall’area di Reggio, dove di frequente i
proprietari terrieri più facoltosi facevano costruire edifici
pell’industria di questa preziosa derrata», GRIMALDI 1783, p. 4.
61
STATISTICA 1811, vol. IV, p. 623.
62
Le descrizioni fornite dai redattori della Statistica murattiana non sono
particolarmente accurate, sovente si limitano a rilevare non più di qualche aspetto dell’allevamento, talvolta l’ambiente in cui si svolgeva, talaltra la frequenza dei pasti somministrati ai bachi o le modalità di riscaldamento degli
ambienti, e così via. Per lo più, sono segnalate le pratiche considerate errate e
dannose alla buona riuscita dell’allevamento. Ad esempio, il redattore della
provincia di Terra di Lavoro si limitò ad osservare «1° che essi [i bozzoli]
vengono spesso soffogati dal soverchio calore delle stanze in cui si nutriscono; 2° allorché si veggono assaliti da torpore, non si usa profumar le stanze
con aceto; 3° spesso per inavvertenza col somministrare la foglia umida, si
produce ne’ filugelli la malattia del giallame che fa perire intere famiglie», ivi,
vol. IV, p. 384. Fa eccezione la descrizione relativa al sistema di allevamento
in uso in Abruzzo Citra, più dettagliata: sembra che nella provincia
l’allevamento si svolgesse con ogni cura e secondo le norme canoniche, dalla
scelta del seme, alla predisposizione dei locali, alla nettezza dei canicci in cui i
bachi si sviluppavano, ivi, vol. I, p. 252 e sgg.
63
ANGELI 1982, p. 16; FEDERICO 1994, p. 20.
64
ZANIER 1990, p. 24.
La bachicoltura
73
facoltosi facevano costruire edifici destinati all’allevamento dei
bachi, definiti case di nutricato, che sembrano costituire una vera e propria pertinenza dei gelseti e, in generale, del fondo rustico. Negli anni ’60 del ’700, ad esempio, quasi tutti i terreni
del «cavalier don Domenico Genoese, discendente da una nobi65
le famiglia reggina», erano dotati di case di nutricato .
In Calabria Ultra è documentato l’uso di collocare i cannicci
(i contenitori su cui erano posti i bachi, denominati cannizze o
cannaj) gli uni sugli altri, con un sistema presumibilmente simile a quello oggi definito “a castello”, che da un lato consente di
moltiplicare lo spazio utilizzabile, dall’altro rende più complicate per gli allevatori le operazioni di alimentazione dei bachi e
66
di pulizia dei ripiani e del locale . Il sistema “a castello” non era
65
PLACANICA 1985, p. 252. Cfr. anche LO SARDO 1991 p. 262 e MAFRICI
1986, p. 159, che riporta il caso di un «bracciale» di Montebello proprietario
di una «casa dove si nutrica il serico». Ancora una volta va segnalata la contiguità non solo geografica dell’estrema punta meridionale calabrese con la Sicilia orientale, per cui la Laudani annota la dotazione di taluni fondi con magazzeni o, anche qui, case di nutricato, LAUDANI 1996, pp. 38-39. Sono meno
frequenti le testimonianze relative ad altre aree della Calabria. Don Pietro Paolo Giannuzzi ed i suoi fratelli possedevano a Rossano, sul versante ionico
della Calabria Citra, un podere «con un casino di fabbrica di più membri, per
uso de’ medesimi e de’ Coloni» dove avevano fabbricato un edificio
«nell’altezza di palmi diece, che contiene due camere terrane, larghe in quatro,
[e lunghe] palmi 16, una stalla, a due posti, capace per otto cavalli, ed una pagliara larga palmi undeci, e lunga palmi sedici, e [...] le nominate camere terrane, servir dovranno per uso di Taverna a Passaggieri, perché la strada è frequentata, ed alla quantità di sciabbacari, che di Està, e di Inverno, con i Pagliari, sono situati nella marina, e le due camere superiori alle terrane, venendo a compimento, servir debbono, per uso del nutricato, giacché la maggior
parte della rendita di detto Podere, consiste in Celsi», ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 4, f. 8, Atti ad istanza di D. Fortunato Amarelli della Città
di Rossano in Calabria Citra con D. Pietro Paolo, e Fratelli Giannuzzi di detta Città circa l’impedimento di alcune fabriche che si costruiscono, a.1783. Al
1845 si contavano in Calabria Ultra II solo quattro «bigattiere provvedute di
stufe e di istrumenti atti a misurare le variazioni atmosferiche. Sono esse regolarmente costruite senza offrir nulla di notabile. Perloppiù però la educazione
[dei bachi] ha luogo sopra graticci qua e là sparsi nelle oscure, basse, non ventilate e talvolta non asciutte casipole de’ contadini», L. GRIMALDI 1845, p. 59.
Una descrizione delle bigattiere e delle filande dei Barracco in PETRUSEWICZ
1990, p. 122.
66
È di qualche interesse la lista degli elementi che componevano la strut-
74
Capitolo II
adoperato nelle altre province del Regno, dove i canestri o le
ceste in cui erano riposti i bachi erano sistemati su tavole poste
sul pavimento. Nel Principato Citeriore le «grandi ceste» «l’una
67
avanti l’altra si poggia[vano] ne’ tavolati» . In Calabria Citra, i
bachi si tenevano fino alla seconda spoglia in canestri collocati
presso il letto o accanto al focolare, ed in seguito erano trasferiti
nelle soffitte, su «tavole» o «intavolati», in mezzo ai quali si fa68
cevano bruciare i carboni in caso di cattivo tempo .
L’allevamento dei bachi, o agnolilli o lavoranti o semplice69
70
mente vermi , competeva alle donne . La raccolta delle foglie
di gelso poteva essere affidata, come si è riferito, a manodopera
esterna, pagata a giornata o a peso, ma poteva occupare quotitura su cui si svolgeva l’allevamento dei bachi, con i relativi costi, fornita dal
Caracciolo allo scopo di dimostrare l’entità dell’investimento necessario: «la
sola fabbrica della casa costa ducati 200. Ci voglion poi, ogni 20 anni altri ducati 11 per 40 stanghe e 400 cavicchi per formare 10 imposte per riporvi i bachi: ogni 10 anni altri ducati 3, per 400 pertiche per traversare e sostenere le
cannizze: altri ducati 33 ogni 5 anni per comperare 100 cannizze, 200 cannizzelle e 200 perticoni: circa ducati 8 ogni anno di legne per riscaldare i bachi in
giornate fredde, per scale &c., e carlini 24 a ragione di grana 20 l’oncia per
oncie 12 semente di serico per dette 100 cannizze: sicché […] non basterebbono ducati 500 di capitale per i suddetti articoli; e molti proprietarj sono in
questo caso», CARACCIOLO 1785, p. LXXVn. L’edificazione di bigattiere verticali, «interessanti esempi di architettura rurale», conobbe una certa diffusione nelle Cevennes, ZANIER 1990, p. 24.
67
STATISTICA 1811, vol. IV, p. 622.
68
Ivi, vol. II, pp. 401-406.
69
L’uso del termine agnolilli era comune a numerose province mentre
quello, estremamente suggestivo, di lavoranti sembra esclusivo dell’area di
Otranto.
70
«Dirò poco, ma dirò tutto, manifestando che questa rispettabile sebbene scarsissima industria è affidata alle donne. La trascuragine dunque, la
poca previdenza, ed il baratto che son per lo più il retaggio delle donne, sono i caratteri delle direttrici di quest’opera. […] L’assistenza continuata, e
perenne che merita questa genia non si prattica, certamente da colei, cui
molto cale dippiù il porco, il fuso, la gallina, cui potrebbe anche badare senza ritogliere a moribondi benefattori, quelle ore di polizia e di assistenza
nell’apprestargli il meschino nutrimento di mal condizionato fogliame»,
STATISTICA 1811, vol. IV, p. 623. L’opinione del redattore di Principato Citra è stata riportata per la sua espressività piuttosto che perché rappresentativa di un sentimento condiviso, ché anzi da altri si sosteneva che il buon
andamento del settore era da ascriversi proprio alla pazienza delle donne
cui era affidato, cfr. ivi, vol. I, p. 254.
La bachicoltura
75
dianamente anche le stesse donne impegnate nell’allevamento,
71
da sole o accompagnate da altri membri della famiglia .
Tra le incombenze più gravose figuravano la pulizia dei ripiani e l’alimentazione dei bachi, che doveva essere costantemente garantita nel corso della crescita e che comportava il frequente rimpiazzo delle foglie che via via erano consumate. In
Calabria Citra la foglia era rinnovata due, tre volte al giorno fino alla seconda spoglia, 3-4 volte al giorno dalla terza spoglia in
72
poi . Il Galanti ebbe ripetutamente a deplorare l’uso, in alcune
aree calabresi, di triturare la foglia somministrata ai bachi fino
73
alla seconda e talvolta alla terza spoglia ma il Columella Onorati avrebbe in seguito sostenuto che era «di sommo vantaggio
il tagliar minutissimamente la foglia nella prima e nella seconda età [… perché] tutti i tagli, che si fanno nella foglia moltiplicano gli orli umidi, a cui i bachi si attaccano; e poche once
di foglia presentano tanti lati, che bastar possono a dugento
mila boccuzze, che tutte nel tempo stesso mangiassero in pic74
colo spazio» .
La quantità di foglia somministrata ai bachi poteva variare
sensibilmente da un anno all’altro in ragione della durata
dell’allevamento o della bontà della foglia impiegata. In generale, ciascuna varietà di gelso forniva foglie con proprietà nutrizionali e intrinseche proprie, ben note agli allevatori. L’Onorati
riferiva che delle tre varietà di gelso presenti nei dintorni di
Napoli, a foglia bolognese, a foglia palermitana e a foglia bianca nostrale, quest’ultima era privilegiata dagli allevatori sia perché forniva una foglia meno acquosa della palermitana, e poteva perciò essere impiegata nell’allevamento subito dopo la raccolta, sia perché i bachi che se ne nutrivano andavano meno
soggetti a morbi; ma la varietà palermitana pure era apprezzata
perché forniva una foglia «più polputa delle altre», mentre la
bolognese era giudicata di «poca sostanza alimentizia per i bachi» e quindi risultava scarsamente diffusa. La quantità di foglia
necessaria dipendeva dalle proprietà della pianta e dalla sua età:
71
ASN, Arrendamenti, f.lo 2172.
STATISTICA 1811, vol. II, p. 405.
73
«Le femmine non si vogliono capacitare del contrario», GALANTI 1792,
pp. 196; 279.
74
COLUMELLA ONORATI 1817, pp. 17-18.
72
Capitolo II
76
per l’allevamento di un’oncia di seme occorrevano in teoria 10
cantara di foglia bianca nostrale o, in alternativa, solo 7 cantara
75
di foglia palermitana .
La diffusione di diverse varietà di gelso potrebbe spiegare le
rimarchevoli differenze tra una provincia e l’altra riguardo alla
quantità di foglia somministrata ai bachi. Sette, otto, dieci can76
tara di foglia per oncia di seme in Terra di Lavoro ; quattro-sei
77
78
cantara in Calabria ; quattro cantara in Abruzzo Citra ; soltan79
to due cantara in Principato Ultra .
L’ultima fase dell’allevamento, al termine del periodo di alimentazione e di crescita dei bachi, richiedeva la predisposizione
del cosiddetto «bosco» sul quale i bachi maturi «salivano» e
cominciavano a formare il bozzolo. Il «bosco» era costituito da
«fascine di viti, di ginepro, de’ piccioli rami di quercia», o anche
80
da «spranghe di ginestre» .
4. Dimensione e produttività degli allevamenti
Allo stato delle conoscenze e della documentazione disponibile non è possibile stimare la dimensione media e la produttività degli allevamenti, quante once di seme fossero annualmente poste a schiudere e quanti bozzoli i singoli allevatori fossero soliti produrre. La scarsità delle fonti dipende soprattutto
dall’assenza di controlli sulla bachicoltura. La produzione, conservazione e, l’anno seguente, l’impiego del seme erano lasciati
all’iniziativa degli allevatori. Al termine del nutricato essi dovevano presentare agli amministratori locali o agli ufficiali
dell’Arrendamento i cosiddetti riveli dei coculli o dei follari,
75
Ivi, p. 10.
STATISTICA 1811, vol. IV, p. 386; ASN, MF, fs. 2455.
77
GALANTI 1792, pp. 148; 279; CARACCIOLO 1785, pp. LXXIII-LXXV;
STATISTICA 1811, vol. II, p. 402.
78
STATISTICA 1811, vol. I, p. 254. Il redattore asserisce che erano somministrate 100 decine di foglia per oncia di seme. Si è qui ipotizzato che la decina
sia quella normalmente utilizzata come unità di misura per la lana, equivalente a kg.3,56.
79
Ivi, vol. IV, p. 719.
80
Ivi, vol. I, p. 253; vol. IV, p. 719.
76
La bachicoltura
77
81
cioè dei bozzoli prodotti , e sulla base dei riveli gli appaltatori
determinavano il numero di «Maestri Trattori» necessario in
ciascuna località. Ma i riveli, probabilmente compilati in modo
approssimativo, avevano il solo scopo di fornire una sommaria
ricognizione della locale produzione di bozzoli, e ciò non deve
averne favorito la conservazione. Non è un caso che nel Regno
di Napoli, a differenza che altrove, le stime ufficiali della produzione serica e quelle proposte dagli autori settecenteschi non
furono mai espresse in termini di bozzoli, e tanto meno di seme
allevato, ma sempre di seta grezza.
Una stima della dimensione degli allevamenti è impedita anche dall’eterogeneità delle unità di misura e di peso adottate
nelle province del Regno tanto per il seme quanto per i bozzoli
e dalla difficoltà, nella maggior parte dei casi, di stabilire
un’equivalenza tra le unità indicate nelle fonti e quelle note. Si
adottavano sia pesi e misure che si richiamavano, almeno nella
denominazione, a quelli in uso per la misurazione di altri beni,
82
83
come il tomolo o il rotolo , sia pesi e misure specifici – espres81
ROHLFS 1932-38 fa risalire la voce cucuddu o cucullu al latino cucullus,
cappuccio.
82
Il tomolo era una misura di capacità normalmente utilizzata per gli aridi,
equivalente a l.55,31 (per le equivalenze si vedano MARTINI 1883 e SALVATI
1970), spesso adottata per pesare i bozzoli. Ad esempio, nel 1634 le terre di
«Cinque Frondi, Polestini San Giorgio et il Vallo» in Calabria Ultra lamentarono la scarsa resa in seta dei bozzoli sperimentata quell’anno, 2.5-3 libbre di
seta per tomolo di «cocullo seu funicello» contro le consuete 4.5-5 libbre per
tomolo «alla mesura di detto Vallo et piana», ASN, Archivi privati, Archivio
Pignatelli d’Aragona Cortes, serie Napoli, sc. 64, vol. 3, Copia del libro dei
decreti dell’Udienza Ducale per la Voce della Seta di Monteleone dal 1582 al
1767.
83
Ad esempio, nel giugno del 1789 un allevatore di S. Pietro in Scafati tentò di trasportare e far filare a Boscoreale, casale di Napoli, circa 30 rotoli di
bozzoli, incorrendo per questo nel reato di contrabbando, ASN, MF, fs.
2455, inc. 3. Il rotolo pesava circa kg.0,89, corrispondeva cioè alla centesima
parte del cantajo. Era il cosiddetto rotolo al sottile detto anche rotolo al 33,
ovvero del peso di 33 once – in realtà 33 once e 1/3. Ma in alcune province il
rotolo si utilizzava al colmo, cioè del peso di 48 once, circa kg.1,28, ASN,
Visite economiche, fs. 55, f.lo 357. La questione sta nel definire quale misura
fosse adottata per i bozzoli, e il medesimo interrogativo andrebbe sciolto anche riguardo alla foglia di gelso. In alcuni paesi della Calabria Citra, infatti, il
rotolo per il peso della foglia s’intendeva senz’altro al 33, ma non era una
prassi generale: il Caracciolo che, si ricorderà, aveva proposto di trasferire il
78
Capitolo II
si, ad esempio, col nome dei diversi contenitori utilizzati per
conservare i bozzoli o per raccogliere il seme, la cui capienza è
difficile da accertare. Così gran parte della documentazione
rinvenuta (testimonianze rilasciate nel corso di procedimenti
giudiziari, note compilate dai trattori, ricorsi di diversa natura
che contengono riferimenti alla dimensione degli allevamenti)
non risulta utile allo scopo per l’impossibilità di definire e
84
85
comparare misure quali le coppe , i cozi , le cannizze, le meza86
87
88
role , gli stoppelli , i quarti , i quattroni, etc.
dazio della seta sui gelsi, opportunamente prevedeva che per misurarne il
prodotto si sarebbe dovuto «aboli[re] il differente uso nel pesar la fronda ne’
varj paesi», CARACCIOLO 1785, p. XXXIII. Proponeva di uniformare il peso
della foglia al cantaio al trentatre, misura forse corrispondente al cantaio
piccolo di 36 rotoli equivalente a poco più di kg.32, ma argomentava nel seguito della trattazione sul rapporto tra bontà della foglia e quantità necessaria a produrre una libbra di seta riferendosi senz’altro al cantaio di kg.89,
ivi, p. LV.
84
Con l’eccezione delle cannizze, questo ed i termini che seguono indicano con tutta probabilità sottomultipli del tomolo, ma «in alcune provincie,
come nelle Calabrie, il tomolo si divide in otto stoppelli e ciascuno di questi
in quattro parti. In altre il tomolo si divide in sedici parti. Oltre a tali difformità nelle suddivisioni, accrescono vieppiù la confusione i nomi diversi assegnati alle diverse suddivisioni», AFAN DE RIVERA 1841, p. 211. Nello Squarciafoglio della quantità delle sete che si filano da mastri tiratori di questa Terra di S. Valentino per gli anni 1699 e 1700 le partite annotate dai trattori riportano consecutivamente le coppe di bozzoli filati, il numero di mancanate,
il numero di fezze (matasse?) ed infine le libbre di “seta fina” ricavate. Ad esempio, 12 coppe di bozzoli si tiravano in 3 mancanate e 21 fezze e rendevano
tra 6.2 e 8.4 libbre di seta, in media circa 7 once di seta per coppa di bozzoli,
ASN, Archivio Farnesiano, fs. 1291, f.lo 59.
85
Anche in questo caso, un sottomultiplo del tomolo, AFAN DE RIVERA
1841, p. 211. Cozi o cozzi, adottato per misurare il seme in Calabria Ultra, nel
Cinque-Seicento: «si fece un apparecchio universale più del solito […] già che
quelli soleano nutricare doi e tre cozzi nel presente notricarono 4 et 6», ASN,
Archivi privati, Archivio Pignatelli d’Aragona Cortes, serie Napoli, sc. 64, vol.
3, Copia del libro dei decreti…
86
Misura adottata per indicare il peso dei bozzoli in Reggio, l’anno il
1793, ASN, MF, fs. 2455.
87
Lo stoppello nell’area di Reggio equivaleva all’ottava parte del tomolo,
ASN, Visite economiche, fs. 55, f.lo 357. In Terra d’Otranto era adottato, insieme al tomolo, per indicare il peso dei bozzoli: un tomolo di bozzoli rendeva
3.1-3.6 libbre di seta; uno stoppello di bozzoli, 0.43-0.73 libbre di seta, elaborazione da ASN, Arrendamenti, f.lo 2180, a.1718.
La bachicoltura
79
Ne consegue che neppure è possibile stimare la produttività
dei fattori allocati alla bachicoltura, come anche, a fortiori, tentare di raffrontare i livelli di produttività raggiunti nelle province napoletane con quelli delle altre aree di produzione serica
italiane. Del resto, se pure si disponesse di dati soddisfacenti,
sarebbe estremamente ardua sotto il profilo euristico la definizione di parametri che consentissero di addivenire ad una stima
della produttività. Se si volesse, ad esempio, utilizzare il rapporto tra peso del seme allevato e peso dei bozzoli prodotti, definito nel XIX secolo “rendimento”, occorrerebbe conoscere preliminarmente le diverse razze di seme allevato, dalle cui proprietà dipendeva la quantità di bozzoli che gli allevatori erano
potenzialmente in grado di produrre. Ma, anche a parità di razza, il rendimento era fortemente condizionato dalla quantità di
alimento somministrato e di lavoro impiegato – in particolare
per il conseguimento di migliori condizioni igieniche – che influiva sulla mortalità dei bachi e pertanto sul numero assoluto
di bozzoli prodotti. In effetti, l’aumento del rendimento si otteneva innanzitutto con un più largo impiego dei fattori, e pertanto non può essere adottato come indice di maggiore produt89
tività .
È certo, comunque, che nel XVIII secolo il progresso tecnico nella bachicoltura fu molto limitato e le innovazioni che avrebbero potuto determinare un apprezzabile divario di produttività tra le diverse aree seriche furono, oltretutto, di diffusione ed efficacia assai dubbie.
A proposito della gelsibachicoltura otto-novecentesca è stato rilevato che «comparare i livelli di sviluppo della gelsibachicoltura in paesi diversi è estremamente difficile, per la mancanza di dati e la presenza di almeno tre possibili criteri di valuta88
Unità di misura dei bozzoli a Reggio, anni 1733-34. Due quarti, ma anche due quarti colmi di fonicelli, ossia bozzoli, erano stimati in dogana per 5
libbre di seta, ASN, Arrendamenti, f.lo 2198.
89
Un altro parametro di valutazione della produttività potrebbe essere la
resa in seta del seme impiegato ma, a parte che si prospetterebbero obiezioni
analoghe a quelle sollevate sul rapporto seme-bozzoli, si tratta di un parametro che introduce un ulteriore elemento di incertezza in quanto include una
fase della lavorazione diversa e indipendente dall’allevamento, la fase della
trattura dei bozzoli, la cui maggiore o minore efficienza influisce sulla produzione di seta per unità di peso dei bozzoli filati.
Capitolo II
80
zione: le qualità intrinseche del prodotto, la sua presentazione e
90
la produttività dei fattori» . Ora, le “difficoltà” del metodo
comparativo evidenziate per l’Otto-Novecento si accrescono,
rasentando l’impraticabilità, nello studio della gelsibachicoltura
del XVIII secolo, per la mancanza di dati e per la sostanziale
omogeneità e staticità delle tecniche di allevamento adottate nel
periodo. Se è verosimile che le tecniche di bachicoltura calabresi
al 1910, dopo almeno mezzo secolo di innovazioni strutturali
che avevano mutato il volto della sericoltura europea, fossero
91
«preadamitiche» , appare invece poco plausibile e, in definitiva,
infondata l’affermazione secondo cui nel ’700 «nel Veneto e nel
Mezzogiorno l’arte del baco era esercitata in forme ancora più
92
primitive che in Lombardia» . Sul piano delle tecniche non
sembra sussistessero differenze di grande momento, mentre in
termini di produttività, per quanto si è appena detto, non è possibile pervenire con qualche fondatezza ad una valutazione della maggiore o minore efficienza allocativa degli allevamenti meridionali rispetto a quelli del resto d’Italia.
Esemplari, in tal senso, le considerazioni svolte da Niccola
Columella Onorati a proposito della produttività degli allevamenti lombardi e napoletani. A dire del Dandolo, in Lombardia
da un’oncia di seme si ricavavano 30 libbre grosse (di 28 once)
di bozzoli che, in seta, rendevano all’incirca 7 libbre napoletane. «Ora – chiosava il Columella Onorati – le nostre contadine
senza bigattiere stabili, senza stufe, senza termometri, senza igrometri, e senza tanti utensili ec. da un’oncia di seme, essendo
la stagione favorevole, raccolgono più seta che in Lombardia
93
non fanno» . Gli episodi non mancavano, taluni forse leggendari, come il caso della donna di Torre Annunziata che era riuscita ad ottenere 60 libbre di seta da due once di seme e che poi,
però, dopo l’allevamento, «cadde inferma» per l’eccessiva fatica
sofferta. Meno eclatanti, ma riferiti come ordinari, i risultati degli allevatori di Portici, di Resina, di Massa Lubrense, che da
un’oncia di seme non ricavavano meno di 18 libbre di seta; o
90
FEDERICO 1994, p. 134.
Atti della commissione d’inchiesta per le industrie bacologica e serica,
Roma, Crivelli, 1910, citato in FEDERICO 1994, p. 131.
92
CAIZZI 1968, p. 96
93
COLUMELLA ONORATI 1817, p. 42.
91
La bachicoltura
81
degli allevatori dei casali di Napoli, 14-15 libbre di seta per oncia di seme. Certo, a condizione che il clima si mostrasse clemente, o meglio, che «la stagione non si mostri nimica a tal in94
dustria» , ma sulle ricadute che avverse condizioni meteorologiche potevano avere sull’esito dell’allevamento ci si è già soffermati.
Come spiegare quei risultati? Era e sarebbe oggi ragionevole
attribuirli alla maggiore produttività degli allevamenti condotti
in Terra di Lavoro rispetto a quelli lombardi, e non solo lombardi?
Il Columella Onorati in qualche passo dell’opera aveva confrontato i nuovi metodi di allevamento proposti dal Dandolo
con le pratiche meridionali, soprattutto napoletane, lasciando
intendere come il consolidarsi di talune di quelle pratiche, apparentemente dannose o comunque non conformi ai dettami
degli esperti, rispondesse di frequente alle condizioni climatiche, alla conformazione del territorio, all’esperienza degli uomini che le avevano scelte e tramandate nelle varie e fortemente
differenziate province del Regno. L’agronomo meridionale era,
insomma, cauto nell’accogliere i suggerimenti dello stimato collega lombardo e, talvolta, anche pronto a difendere e legittimare
le tecniche locali difformi da quanto in sede teorica si andava
elaborando. E tuttavia finì per attribuire gli straordinari rendimenti sopra riportati, più che all’abilità degli allevatori, alle
condizioni ambientali, alle favorevoli condizioni climatiche del
Mezzogiorno: «convengo, che al nostro bel clima più, che
all’Arte de’ Coltivatori si debba la prosperità del Setificio na95
zionale» .
Appare evidente che, allo stato, il quadro delle conoscenze
sulla produttività della bachicoltura meridionale resta limitato.
Quel che è certo è che, anche sotto questo profilo, il Mezzogiorno continentale non può essere assunto come un’area di
produzione omogenea.
94
Ivi, p. 43. Nel napoletano «il maggior nimico de’ bigatti» era il «favonio,
o sia il vento urente, o bruciante, che spira fra l’est, e il sud», che il Columella
consigliava di combattere oscurando l’ambiente in cui si svolgeva
l’allevamento e versando in terra «acqua naturale» il cui vapore avrebbe reso
«meno affannosa la respirazione animale», ivi, pp. 57-58.
95
Ibidem.
82
Capitolo II
Alla fine degli anni ’80, nell’ambito di un procedimento che
gli appaltatori dell’Arrendamento avevano promosso allo scopo
di ottenere uno scomputo del canone, alcuni allevatori della
provincia di Principato Ultra furono chiamati a fornire la loro
testimonianza sulla più volte richiamata stagione serica del
1787. Sebbene gli allevatori non costituiscano un campione
rappresentativo quanto alla dimensione degli allevamenti della
96
provincia , appare interessante richiamare quest’aspetto delle
loro testimonianze. Essi dichiararono di allevare normalmente
3-4 once di seme, da cui assicuravano di ricavare circa 10 libbre
di seta per oncia, «se il tempo si fusse mediocremente portato,
giacche quando [c’era] stata buona annata» la resa saliva a circa
15 libbre di seta per oncia di seme. Dichiararono altresì che nel
1787 il volume della produzione aveva subito un vero e proprio
tracollo e che le rese si erano mantenute intorno alle 3 libbre di
seta per oncia di seme. L’unico caso di allevamento di 2 sole
once di seme denota aspettative di gran lunga superiori tanto
con riguardo ad anni normali – 11.3 libbre per oncia – quanto
per anni particolarmente fertili – ben 20 libbre di seta per oncia
97
di seme allevato . Ma non è da escludere che i dati forniti sovrastimassero le rese effettive se qualche decennio dopo si poteva indicare in 5 libbre per oncia di seme la resa media degli
98
allevamenti della provincia .
In Abruzzo, ai principi dell’800, la resa risultava ancora infe99
riore, all’incirca 4 libbre di seta per oncia di seme , mentre nel
1797 per produrre una libbra di seta occorrevano 12-13 libbre
100
di bozzoli . Quanto alle Calabrie, il Caracciolo, si ricorderà,
dichiarava di poter ricavare dall’allevamento di 12 once di seme
poco meno di 42 libbre di seta, neanche 4 libbre per oncia.
Sembra davvero poco: a fine ’500 nella stessa area di Reggio si
101
stimava la resa in seta di un’oncia di seme in 8 libbre . In Cala96
Testimoniarono tre «massari», un negoziante di lana, un negoziante di
vaccine, un negoziante di «vari generi di vettovaglie», un «Giudice a contratti». Altri cinque testimoni dichiararono di «abitare a case proprie e vivere del
suo».
97
ASN, Arrendamenti, f.lo 2280.
98
STATISTICA 1811, vol. IV, p. 719.
99
Ivi, vol. I, p. 254.
100
ASN, MF, fs. 2455.
101
ASN, RCS, Diversi, II numerazione, vol. 63, f. 155v.
La bachicoltura
83
bria Citra, al 1811, la resa pure era stimata in 8 libbre di seta per
oncia. In Terra di Lavoro, le citate stime dei costi di produzione della seta presentate al Supremo Consiglio delle Finanze negli anni 1789 e 1791 indicano una resa media di 10 libbre di seta.
Vent’anni dopo la resa in seta era stimata in 12 libbre per oncia
102
di seme .
Le rese più elevate dunque erano raggiunte in Terra di Lavoro, ma è opportuno ribadire che il risultato non era necessariamente sinonimo di maggiore produttività degli allevamenti,
tanto più se si considera che a quelle rese corrispondeva un impiego di foglia largamente più elevato di quello delle altre province.
5. La liberalizzazione del commercio dei bozzoli
L’ultima fase della vita del baco, la formazione del bozzolo,
segnava la conclusione del lavoro degli allevatori i quali, separati i bozzoli che volevano lasciar sfarfallare per la riproduzione,
si occupavano dell’essiccazione dei rimanenti oppure li raccoglievano semplicemente in ceste o in canestri in attesa che aves103
sero inizio le operazioni di trattura . La trattura cominciava
nei giorni immediatamente successivi alla fine del nutricato e si
svolgeva nei luoghi stessi, o nei contermini, in cui gli allevatori
producevano i bozzoli, pubblicamente, nei luoghi stabiliti dagli
102
STATISTICA 1811, vol. IV, p. 386.
Ad una temperatura di 20-25° la crisalide dà origine alla farfalla in 2024 giorni; a 30-35° in 15-18 giorni, ROSTAND 1947, p. 74. Secondo il Columella Onorati nel napoletano il processo si compiva in 10-15 giorni, COLUMELLA ONORATI 1817, p. 64. Poiché l’uscita della farfalla dal bozzolo, il cd.
sfarfallamento, poteva danneggiare il filo di seta, era necessario uccidere la
crisalide o, in alternativa, filare il bozzolo prima dello sfarfallamento. Gli allevatori merdionali erano per lo più restii all’uso di stufe o forni «per far perire
le crisalidi» «perché si crede generalmente che indurisca la seta, e la rende difficile alla trafila», un’opinione condivisa dagli esperti, cfr. ivi, p. 62. Qualora
non fosse possibile far eseguire la trattura in tempi ragionevoli, gli allevatori
preferivano esporre i bozzoli al calore del sole «finocchè non si sente alcun
rumore al didentro de’ medesimi», STATISTICA 1811, vol. I, pp. 25; 134; 253;
vol. II, pp. 208; 406; 578; vol. IV, p. 385.
103
Capitolo II
84
appaltatori dei dazi sulla seta, d’accordo con gli amministratori
locali.
Si deve ritenere che lo svolgimento della trattura nell’area di
produzione dei bozzoli riducesse i costi, oltre che i rischi, del
trasporto verso il mercato. Non che i costi di trasporto della seta tratta non fossero elevati, ma restavano inferiori a quelli che
il trasferimento dei bozzoli avrebbe comportato. In età moderna e ancora nel corso del XIX secolo, la localizzazione della
trattura decentrata e prossima ai luoghi di produzione dei bozzoli costituiva un modello organizzativo comune a quasi tutte
le aree di produzione serica europee, con la significativa eccezione di Bologna, città nella quale, oltre alle attività più tipicamente urbane della filatura e della tessitura della seta, si concentrava anche la trattura dei bozzoli che i produttori delle campagne circostanti, cui era in ogni caso fatto divieto di esportare,
104
erano obbligati a vendere nel mercato urbano del Pavaglione .
Ma nel Mezzogiorno un mercato dei bozzoli non si formò
che negli ultimi decenni del XVIII secolo. Gli allevatori, di
norma, non vendevano i bozzoli, li facevano filare e poi vende105
vano la seta che ne ricavavano . Non sembra che, fra Cinque e
Seicento e fino alla metà del Settecento, il commercio di bozzoli
fosse espressamente vietato. Qualche piccola partita era esportata nella prima metà del ’700 da Monteleone o da Reggio in direzione di Napoli, ma si trattava di poche decine di tomoli
l’anno, stimati in dogana per 30-40 libbre di seta, su cui i venditori erano tenuti a versare all’Arrendamento della Gabella di
Bisignano un dazio di 7 cavalli a libbra. Talora il cassiere locale
precisava che oggetto dell’«estrazione» erano «coculli perciati»
104
Al di là dei pur enunciati obiettivi di tutela dei «poveri contadini venditori», l’obbligatorietà della compravendita dei bozzoli all’interno della Fiera
era funzionale all’esigenza di garantire il prelievo fiscale sui bozzoli, BALDI
1982 p. 561. Anche nel goriziano la trattura era svolta prevalentemente nei
centri di Gorizia e, in minor misura, di Gradisca e Cormons, PANARITI 1996,
p. 76.
105
Soltanto negli Abruzzi il commercio dei bozzoli era praticato e diffuso,
sebbene soggetto alla concessione di una licenza da parte dell’appaltatore del
dazio sulla seta. Un esemplare di licenza di «potere incettare Follari», nella
quale si fa obbligo all’acquirente di far eseguire la trattura nello stesso territorio in cui ha incettato i bozzoli, in ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 52.
La bachicoltura
85
106
o «coculli spunti», forse bucati . Questo piccolo commercio,
tuttavia, scomparve dopo la metà del secolo. Un flusso più consistente interessò probabilmente il mercato siciliano: alcuni Stati delle imbarcazioni entrate nel porto di Messina nell’agosto
del 1735 segnalano un buon numero di feluche provenienti da
Tropea e di altre imbarcazioni che trasportavano da diverse località delle Calabrie bozzoli e «malafrij», ossia scarti di seta, in
107
quantità imprecisate .
La commercializzazione dei bozzoli aveva richiesto fin dal
XVI secolo specifici provvedimenti che garantissero la regolare
esazione del dazio, che si calcolava e si pagava in base alla seta
tratta, di cui l’appaltatore conosceva la produzione individuale
grazie al controllo esercitato proprio durante la trattura. Alla
metà del ’500 si dovette regolamentare il caso di un certo numero di allevatori calabresi che non portavano a «cavare le sete deli follari ali tempi debiti che si cavano per l’altri in detta provintia, ma quelli si teneno in le loro case per mesi, et etiam per uno
anno, e ne fanno caviar le sete quando pare, e piace a loro, et etiam trabalzano detti follari da uno loco ad un’altro». La Sommaria non vietò ai produttori di rimandare la trattura al momento da loro reputato più opportuno, ma impose che essi
rivelassero all’Arrendamento la quantità di bozzoli prodotti,
perché se ne avesse cognizione e si potesse poi a tempo debito
108
esigerne il dazio .
Una prammatica del 1643, reiterata nei decenni seguenti, ispirata da analoghe preoccupazioni fiscali, provvide a vietare ai
«Tesorieri, e Percettori Provinciali, Baroni delle Terre, ed altri
Creditori» di rivalersi sui propri debitori impadronendosi dei
bozzoli che questi avessero prodotto o anche, come accadeva,
di sottrarre loro «le sete ne’ manganelli», ovvero nel mentre si
andava espletando la trattura e prima che gli ufficiali
dell’Arrendamento ne avessero potuto annotare l’importo e la
109
proprietà . La legge consentiva di procedere al sequestro della
106
ASN, Arrendamenti, f.li 2208 e 2215.
ASN, AA. EE., fs. 4853.
108
ASN, RCS, Diversi, II numerazione, vol. 63, f. 127r-v, bando 20 luglio 1564.
109
Prammatica XXXV De extractione seu exportatione animalium, auri,
argenti, et aliorum prohibita, 12 dicembre 1643.
107
86
Capitolo II
seta solo in presenza di un ufficiale dell’Arrendamento, ed in
ogni caso salvaguardando «la perfezione dell’opera», «acciocché tanto il creditore abbia la sua cautela, quanto l’Arrendatore
il suo diritto», «e che sempre questo diritto sia preferito a tutti
gli altri debiti». E qui vale la pena di notare che tra gli altri crediti semplici, posposti al credito garantito dell’Arrendamento,
figuravano persino le imposte regie, i cosiddetti fiscali,
all’esazione dei quali erano deputati i Tesorieri e i Percettori
provinciali. Tali ultime prescrizioni erano ancora in vigore alla
fine del XVIII secolo.
In effetti, le limitazioni alla circolazione dei bozzoli furono
dettate, più che dall’intento di proteggere l’industria interna, da
quello di limitare il campo all’evasione fiscale e nelle successive
applicazioni delle poche norme emanate in materia prevalse
un’interpretazione fortemente restrittiva delle facoltà dei produttori, che finirono per non poter disporre del frutto della loro attività. Basti richiamare un episodio registratosi in Reggio
nel 1785. Dopo il terremoto del febbraio del 1783, e per alcuni
anni, il governo, tra le altre agevolazioni, aveva garantito un
concreto sostegno economico a coloro che intendevano applicarsi all’allevamento dei bachi, sostegno erogato sotto forma di
prestito da rimborsarsi dal debitore, al termine della stagione
serica, con il ricavato della vendita della seta. Nel luglio del
1785 il Tenente Natale Poulet, «ufficiale incombenzato dal Vicario Generale Pignatelli», fece emanare un bando con cui si
avvertivano «coloro che [avevano] ricevute delle somme anticipate per l’industria delle sete, che in disconto del di loro debito
si sarebbero ricevuti anche i Follari». Sulla facoltà concessa ai
debitori, il locale amministratore del dazio sulla seta, Pietro
Musitano, sollecitò l’intervento del Supremo Consiglio delle
Finanze perché risolvesse l’evidente contraddizione in cui si era
incorsi: il Poulet, e con lui il Pignatelli, proclamava la facoltà di
saldare i debiti in bozzoli, mentre, dal canto suo, il Musitano,
secondo il solito, aveva fatto diramare gli ordini «di farsi da ogni rispettivo industriante lo rivelo del Follare, e di non amoverlo, ò passarlo da una casa, all’altra […] giacché altrimenti facendosi non si può tenere un conto esatto del follare, e potrebbe con tal pretesto ogn’uno profittarsi con variare li nomi, e co-
La bachicoltura
87
sì nella scrittura non può farsi il confronto, ed aversi raggione
110
della mancanza» .
L’aver rivelato l’entità della produzione non costituiva garanzia sufficiente per l’Arrendamento né autorizzava il produttore a poter trasportare liberamente e dunque vendere o cedere
a qualunque titolo i bozzoli prodotti. Intervenendo nella controversia tra i due ufficiali, il Consiglio sulle prime intimò al Pignatelli di far revocare il bando, per così dire, liberista ma poi,
per le proteste e sulle assicurazioni fornite dallo stesso Pignatelli che si sarebbe proceduto con ogni cautela per preservare gli
interessi dell’Arrendamento, optò per una richiesta al Musitano
di un ulteriore, più meditato parere sulla vicenda. Di fatto, il
contrasto non fu sciolto ed entrambi gli ufficiali agirono eludendo le ragioni e i metodi dell’altro. Il Consiglio, ad ogni modo, in questa come in altre circostanze, manifestò negli affari di
Calabria un orientamento chiaramente favorevole agli interessi
dell’Arrendamento che, è bene ricordare, era in quegli anni
amministrato direttamente dal governo.
Un mercato interno dei bozzoli, si è detto, prende forma nel
Regno intorno agli anni ’80 del XVIII secolo, in coincidenza
con l’introduzione di nuovi sistemi di trattura e delle prime filande. Nel 1781-82 si effettuarono con il patrocinio governativo
i primi esperimenti di trattura “alla piemontese” in Terra di Lavoro, che preludevano all’organizzazione delle fabbrichescuole regie di San Leucio, vicino Caserta, e dei convitti del
Carminello al Mercato e di San Giuseppe al Borgo di Chiaja,
entrambi in Napoli. Tra il 1784 e il 1785 si consumò la brevissima stagione della Regia Fabbrica degli Organzini di Reggio.
Qualche anno dopo i fratelli Roccantonio e Innocenzio Caracciolo istituirono la Scuola di Villa San Giovanni e nel 1797 fu
fondata la filanda de’ Giunchi, ancora in Reggio.
Si avrà occasione di ritornare sul dibattito, sulle iniziative
del governo e su quelle private che avrebbero accompagnato e
111
favorito l’evoluzione dei metodi di trattura nel Regno . Quel
110
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’amministratore delle
dogane di Reggio Pietro Musitano al Supremo Consiglio delle Finanze, Reggio, 8 luglio 1785; Il Tenente Generale Francesco Pignatelli a Nicola Maria
Vespoli, Napoli, 30 luglio 1785.
111
V. i parr. 4.3 e 4.4.
Capitolo II
88
che si vuole intanto sottolineare è che l’introduzione della trattura “alla piemontese” obbligò a rinunciare ad un sistema di esazione del dazio e di organizzazione degli arrendamenti secondo il quale, ai fini dell’accertamento della seta da tassare, si
rendeva necessario vietare il commercio dei bozzoli ed imporre
che la trattura dei bozzoli prodotti in una determinata area si
svolgesse in quella stessa area, collettivamente e contemporaneamente, nel luogo a tal fine predisposto dall’appaltatore. In altri
termini, impose il superamento della «Legge fondamentale
dell’Appalto» secondo cui «j foderi s’abbiano a trarre dove nascono, poiché altrimenti riuscirebbe impossibile all’Affittatore
112
di assicurare il dazio» . L’adozione delle nuove tecniche presupponeva localizzazioni e durata della lavorazione incompatibili con il modello di organizzazione tradizionale.
Valga ad esempio l’iter seguito nel 1789 dai Caracciolo per
poter impiantare una filanda presso la loro residenza di Villa
San Giovanni, detta all’epoca le Fosse. I Caracciolo ricorsero al
sovrano «enunciando di voler migliorare la tiratura delle sete
nelle Calabrie» ed esponendo il progetto d’«introdurre l’uso di
Piemonte, e di Sorrento». A tal fine, chiesero espressamente
«l’abilitazione mediante le sovrane provvidenze contro alcuni
usi, e regolamenti dell’arrendamento» ritenuti d’ostacolo
all’iniziativa. In particolare, reclamarono quattro autorizzazioni: comprare i bozzoli in qualunque luogo della provincia; trasportarli liberamente e gratuitamente; espletare la trattura con
gli strumenti e nei luoghi da essi prescelti, esonerati dall’obbligo di servirsi dei «pubblici mangani»; ed infine, commerciare
in ogni tempo la seta che avessero prodotto, senza dover aspettare la redazione da parte dell’Arrendamento del «Bilancio Generale della nascita della seta in tutto il paraggio». Le richieste
113
dei Caracciolo furono accolte .
112
ASN, MF, fs. 2693, inc. 22.
Il 12 giugno si comunicava al Palmieri che il re aveva «benvolentieri accordato» ai Caracciolo «la grazia da essi implorata», e la settimana seguente se
ne dava comunicazione agli amministratori doganali in Monteleone e Reggio,
affinché i «reali interessi non soffri[sser]o verun detrimento» dalle agevolazioni concesse e perché «si po[tesse] in caso di bisogno, dare ogni altro provvedimento, che conven[isse]», ASN, MF, fs. 2455, inc. 14; Segreteria
d’Azienda, in ordinamento, Napoli, 19 giugno 1789.
113
La bachicoltura
89
È evidente che l’abilitazione dei Caracciolo all’acquisto dei
bozzoli costituiva una deroga ad personam alla regolamentazione ordinaria, che restava vigente. Così come già da qualche
anno si effettuavano in regime di deroga, riconducibile in questo caso anche al carattere pubblico delle imprese interessate, gli
acquisti di bozzoli in Terra di Lavoro e nei Principati per
l’approvvigionamento della filanda di San Leucio e dei due
convitti napoletani.
Nell’ultimo decennio del secolo si aprì un varco all’iniziativa
privata nella sola provincia di Terra di Lavoro, forse nella scia
della vicenda dei Caracciolo, che potrebbe aver indotto il governo ad una riconsiderazione della normativa in materia al fine
di favorire la diffusione del nuovo sistema di trattura, o forse,
più semplicemente, per rispondere ad istanze degli imprenditori
locali. Fatto sta che il 7 maggio del 1790 il Supremo Consiglio
delle Finanze, in vista dell’asta per il nuovo affitto dell’Arrendamento della seta di Terra di Lavoro, stabilì in linea di
principio che, «chiedendosi la licenza da qualche persona cognita al Supremo Consiglio per la compra de’ Foderi per tirar la
seta ad organzino, ò col mangano corto per la perfezion delle
sete, se gli dovesse accordare, dandosene parte all’appaltatore».
La determinazione del Consiglio fu corroborata e ampliata dalla sovrana risoluzione del 24 maggio che, nell’accordare
l’appalto a Goffredo de Bellis, prescrisse che «chiunque voleva
far compra di foderi per tirarli all’organzino, non se gli dovesse
dar molestia alcuna dall’Affittatore». L’acquirente dei bozzoli
avrebbe comunque provveduto al versamento del dazio, mentre
le eventuali maggiori spese sofferte dall’appaltatore per la supervisione delle operazioni di trattura, che verosimilmente si
sarebbero prolungate oltre i termini consueti, sarebbero state
accollate all’Erario, defalcandole dall’importo del canone pat114
tuito .
Ma l’anno seguente alla prima domanda di licenza per
l’acquisto di bozzoli, presentata da Giacomo Brussone,
115
l’appaltatore, Vincenzo Parlati, oppose un fermo rifiuto . Il
114
ASN, MF, fs. 2693, inc. 22.
Il Brussone, sul quale si avrà occasione di ritornare, aveva «implorato il
permesso di poter comprare» 80 cantara (kg.7.120) di bozzoli in Terra di Lavoro «colla facoltà di poterli trasportare nel suo Filatoio di San Giovanni à
115
90
Capitolo II
Parlati presentò un dettagliato ricorso al Supremo Consiglio
delle Finanze con il quale, nell’appellarsi sul piano giuridico al
complesso di prerogative riconosciute ab antiquo agli appaltatori dell’Arrendamento a tutela dei loro proventi, mosse una
serie di obiezioni paventando rischi di diversa natura e portata:
il pericolo di contrabbando connesso alla libera circolazione dei
bozzoli, l’eventualità che il trasporto e la ritardata trattura potessero pregiudicare il rendimento, e di conseguenza ridurre
l’imponibile dell’Arrendamento, ed infine il dubbio, non ancora fugato malgrado gli esperimenti dell’ultimo decennio, che la
trattura “alla piemontese” potesse rendere una minore quantità
di seta, e dunque di denaro, per unità di peso di bozzoli filati.
Il ricorso dell’appaltatore fu rimesso ad una giunta eretta nel
gennaio del 1791 con il compito di riformare «le Leggi statutarie» dell’Arte della Seta della capitale, e in particolare «i regolamenti dell’arte dei Filatori, Tintori, Pettinagnoli, Tessitori, e
Calzettari». La giunta era composta, per volontà del sovrano,
da alcuni dei più insigni fabbricanti e negozianti di seta napoletani. Ne facevano parte, «sotto la direzzione, e Presidenza» del
Palmieri, Francesco Caracciolo, Giuseppe de Ruggiero quondam Stefano, Michele Avitabile, Lorenzo Spasiano, Giovanni
Frate e, in qualità di segretario senza voto, il cancelliere del
116
Consolato dell’Arte della Seta, Vincenzo Palazzi .
La giunta, dunque, esaminò il ricorso e, nell’aprile del 1791,
sottopose al Supremo Consiglio un’articolata rappresentanza
nella quale si replicava alle obiezioni che l’appaltatore aveva
sollevato. Quanto al rischio che la concessione di commerciare i
bozzoli potesse dar luogo a frodi e, come temeva l’appaltatore,
offrire il pretesto per trasferire i bozzoli dai luoghi di produTotuccio per farli filare all’organzino», ibidem. Sulla vicenda si è soffermato
anche LEPRE 1963, pp. 153-160.
116
ASN, MF, fs. 2693, inc. 10. Francesco Caracciolo, fratello di Innocenzio e di Roccantonio, per aver dato «chiare pruove dei propri talenti, e del suo
spirito Patriotico, e del suo indefesso zelo per migliorare le arti, come ha praticato recentemente per migliorare la trattura della seta», fu nominato «primo
membro» della giunta, con il compito di «radunarla, ed animarla [...] e riferire
tutto quel, che occorre, e conviene» al presidente Palmieri. La giunta fu istituita su richiesta dell’Arte della Seta di Napoli, perché provvedesse ad una
riforma che sembrava ormai imposta «dalle vicende, e mutazione dei tempi,
come han pratticato gli Stranieri più accorti».
La bachicoltura
91
zione soggetti al dazio ai luoghi che ne erano esenti, la giunta
ricordò che la sovrana risoluzione del 24 maggio aveva stabilito
che «la compra» dei bozzoli doveva avvenire «col preventivo
avviso dell’Arrendatore», e pertanto quest’ultimo avrebbe potuto «benissimo alle [consuete] diligenze aggiungere la vigilanza su le partite de’ foderi [che si commerciavano], per evitare,
che vadano à gettarsi ne’ luoghi franchi». Riguardo al pericolo
che i bozzoli potessero risultare danneggiati dal trasporto o
dalla cattiva essiccazione o dalla lentezza nell’espletamento della trattura, argutamente si faceva rilevare che «simile inconveniente interessa[va] assai più il Compratore, che l’appaltatore, e
che perciò il primo, e non il secondo [doveva] aver la premura
d’invigilare, che non accad[esse] un sì fatto danno». Infine, sul
minor rendimento in seta della trattura “all’organzino” rispetto
al sistema tradizionale, la giunta, pur osservando che già «varie
passat’esperienze dimostra[va]no che questa differenza non esist[eva], ò [era] di poca considerazione», suggerì che proprio
nella filanda del Brussone sarebbe stato consigliabile effettuare
nuovamente «un pubblico saggio, ed esperimento», visto che
l’appaltatore aveva «fortemente insistito su questa pretensione»
117
e «per evitare l’occasione di ogni giusta doglianza» .
118
Il Supremo Consiglio accolse il parere della giunta . La
Prammatica che nel 1792 regolamentò l’intero settore per la so117
ASN, MF, fs. 2693, inc. 22.
Ibidem, dispaccio 25 aprile 1791. Secondo Aurelio LEPRE (1963) la vicenda del Brussone è esemplificativa di come il governo attuasse una «politica notevolmente timida» nei confronti degli appaltatori, agendo «sul piano strettamente legale, contrattuale» (p. 157), tentando di “convincerli” della bontà dei
nuovi sistemi di trattura e manifestando, in tal modo, «la sostanziale debolezza
della sua azione» (p. 160). Un giudizio che muove dalla infondata premessa che
la dialettica tra governo e appaltatori sottendesse un confronto tra lo Stato e un
istituto feudale dotato di privilegi e prerogative in contrasto con l’interesse della
collettività, tant’è che, per Lepre, «l’unico modo veramente e completamente
efficace per agire contro gli arrendatori» sarebbe stato «un’azione di carattere
generale, tale da condurre all’abolizione dell’arrendamento stesso, o alla ricompra» (p. 155). In realtà all’epoca molti arrendamenti, e tra questi anche quello
della seta di Terra di Lavoro, erano già stati oggetto di ricompra da parte della
Regia Corte e l’interesse da tutelare era, dunque, proprio quello del governo a
non veder scemare il gettito del dazio sulla seta. Mentre l’approccio
“contrattuale” nel contraddittorio con l’appaltatore era pienamente coerente
alla natura di un rapporto regolato, per l’appunto, da un contratto d’appalto.
118
Capitolo II
92
la provincia di Terra di Lavoro, dalle norme per la trattura dei
bozzoli al nuovo regime fiscale, andò oltre, stabilendo che «volendo qualche Negoziante, o Fabbricante di questa Piazza [la
città di Napoli], o Benestante Provinciale comprare Folleri per
tirarli per conto proprio, o all’Organzino, o col Mangano corto, gli è permesso colla facoltà anco di nominare i Maestri, o
Maestre Tiratrici di sete, mediante però la licenza del Regio
Amministratore [del dazio], a cui deve esser nota la buona fede
di chi la chiede, [e] il luogo non sospetto a frodi per la vicinanza
119
de’ Casali franchi» .
Ma, tra le preoccupazioni manifestate dall’appaltatore nel
suo ricorso, si sarebbe rivelato fondato il timore che la liberalizzazione del commercio dei bozzoli potesse tradursi in un
incontrollabile flusso dalle aree di produzione soggette al dazio alle aree che ne erano esenti, quali erano i “Casali franchi”
di Napoli. D’altra parte, la contiguità di aree o singoli comuni
sottoposti a regimi tributari differenti aveva costituito da
sempre un problema con il quale i governi avevano dovuto
misurarsi per prevenire il contrabbando ed assicurare
l’efficacia della loro azione fiscale, nel settore serico come negli altri.
Ad ogni modo, quando nel 1788, per la prima volta, si era
stabilito che gli allevatori di Terra di Lavoro che avessero voluto vendere i bozzoli alla filanda di San Leucio avrebbero potuto
recarsi con il prezioso carico, «con ogni libertà, e senza il menomo impedimento», nella stessa San Leucio o nella vicina località di Cacciabella, dove erano state collocate le “regie bilance” per il peso della merce, a causa dell’intenso contrabbando
che ne era seguito si era stati costretti a ritornare sul provvedi120
mento . Nei sei anni precedenti, l’acquisto dei bozzoli era stato effettuato dagli incaricati regi direttamente nei luoghi di
produzione, in particolare nell’area di Caserta e di S. Agata dei
Goti, in modo da non provocare particolari turbative alle attività di controllo degli ufficiali dell’Arrendamento. Peraltro, erano
state acquistate partite di bozzoli per quantità relativamente
modeste, seppure in continuo aumento, dalle poche centinaia di
119
Prammatica VIII Serificium, 5 marzo 1792, Capitolo IV.
Anche per quanto segue, ASN, Arrendamenti, f.li 2281; 2284; ASN,
MF, fs. 1370.
120
La bachicoltura
93
chili del periodo 1782-84 ai 3.500 chili del 1785, agli 11-12.000
chili degli anni 1786 e 1787. Nel 1788, forse anche per il ragguardevole livello di consumo raggiunto dalla filanda leuciana –
circa 34.400 chili di bozzoli quell’anno – si era deciso di lasciare
ai produttori l’iniziativa della vendita e l’onere del trasporto dei
bozzoli nelle due località a tal fine organizzate.
Gli effetti del provvedimento secondo l’appaltatore del dazio di Terra di Lavoro, Federico Tortora, erano stati drammatici: un buon numero di allevatori, «non contenti del prezzo vantaggioso di carlini 6 a rotolo pagatili dalla Maestà Vostra […]
l’han portati a man franca a traere ne’ luoghi convicini, immuni
dal Dazio». Secondo la stima del Tortora, confermata dalla rilevazione effettuata per ordine della Soprintendenza sui registri
doganali e sulle note dei trattori, la produzione di seta greggia
dei luoghi franchi quell’anno era «saltata» a circa 60.000 libbre
contro una media di circa 14.000 del decennio precedente, prova incontrovertibile dell’immissione in contrabbando di bozzoli prodotti in aree soggette al dazio. Il Tortora aveva chiesto e
ottenuto di essere risarcito dall’Erario per la mancata esazione
del dazio sulle sete tratte dai bozzoli «furtivamente» immessi
121
nei luoghi franchi .
Tra i ricorsi dell’appaltatore e lo sbigottimento del governo,
il primo esperimento di liberalizzazione della circolazione dei
bozzoli, liberalizzazione parziale, strettamente funzionale alle
esigenze di approvvigionamento delle filande regie, si era esaurito nell’arco di una stagione. Nel novembre di quello stesso
1788 si era stabilito che l’anno seguente si sarebbe preventivamente comunicata all’appaltatore la quantità di bozzoli necessaria alle filande regie e che con la sua assistenza si sarebbe ef-
121
Inoltre il Tortora ottenne, insieme agli appaltatori dell’Arrendamento
degli altri ripartimenti campani, che l’Erario si facesse carico del dazio sulla
seta tratta in San Leucio e nel convitto del Carminello di Napoli. Il «danno
dei folleri portati nei luoghi franchi» fu inizialmente liquidato per 18.539,55
ducati, poi ridotti a 15.516,66, cifra notevolissima se rapportata all’introito
complessivo realizzato quell’anno dall’Arrendamento di Terra di Lavoro,
meno di 40.000 ducati, mentre il dazio sulla seta tratta nelle filande regie ascritto al solo ripartimento di Terra di Lavoro ammontò a 6.163,21 ducati,
ASN, Arrendamenti, f.lo 2281.
Capitolo II
94
fettuato l’acquisto sul posto, «per impedire ogni tentativo di
122
frode, che mai si potesse commettere dagli Industrianti» .
L’estensione della facoltà di acquisto dei bozzoli ai privati
sancita nel ’92 ampliò il rischio di «furtive estrazioni» in direzione dei luoghi franchi, mentre non sortirono gli effetti sperati
le precauzioni che pure erano state introdotte, l’una fin dal
1790 – l’obbligo di dare preventiva comunicazione dell’acquisto
all’appaltatore – e l’altra con la Prammatica del 1792 – il vincolo
del «luogo non sospetto a frodi per la vicinanza de’ Casali franchi». Oltretutto, nella concreta applicazione della normativa,
nei casali di Napoli era stato interdetto il commercio dei
bozzoli, e con esso la facoltà di impiantare filande. Ciò
nonostante, la liberalizzazione «risvegli[ò] la malizia
dell’Uomo alla frode», lamentava il Tortora nel 1793, a meno di
due anni dall’ema-nazione della Prammatica, precisando che «la
pruova del danno si rileva dalla straordinaria quantità della seta,
che oggi si raccoglie in questi luoghi franchi». La soluzione del
problema richiedeva, a suo avviso, un provvedimento radicale,
l’abro-gazione dei privilegi fiscali dei casali di Napoli e degli
altri luoghi franchi della provincia.
Un’idea non nuova, di cui si era discusso nel 1777 in seno alla giunta cui era stato affidato il compito di reperire risorse per
il “rimpiazzo” dei proventi dell’abolito Arrendamento del Tabacco. Si era pensato allora proprio al dazio sulla seta, agli inconvenienti che scaturivano dalla vicinanza di luoghi franchi e
di luoghi soggetti al dazio, al vantaggio che dall’equiparazione
fiscale avrebbero tratto sia l’Erario, che avrebbe introitato il dazio da imporre ai luoghi franchi, sia l’Arrendamento della seta,
finalmente dispensato dall’onere del controllo dei confini e sollevato dalle ingenti perdite cagionate dal contrabbando. Ma poi,
123
per un solo voto contrario, l’ipotesi era stata scartata .
122
ASN, MF, fs. 2455, inc. 3. Il dispaccio 6 novembre 1788 in ASN, Arrendamenti, f.lo 2281. In effetti tale soluzione era considerata transitoria.
Quando, nel maggio del 1789, il Supremo Consiglio delle Finanze comunicò
al sovrano che l’Arrendamento di Terra di Lavoro era stato conferito in amministrazione al Tortora, il re ne approvò le decisioni, «meno che
dell’incarico da darsi al Tortora di procurare i follari per la M. S., volendo che
tutti restino nella libertà di venderli, e vuole che si solleciti il Piano che si dovrà fare in questo articolo», ASN, MF, fs. 2455, inc. 5.
123
ASN, MF, fs. 2693, inc. 33.
La bachicoltura
95
Su proposta del Tortora, nel novembre del ’93 il Supremo
Consiglio delle Finanze affidò ad una giunta il compito di «esaminare, e proporre da qual peso potevansi sgravare detti luoghi franchi, per gravarli del dazio della seta». Ma la giunta,
composta dal Luogotenente della Regia Camera della Sommaria marchese Mazzocchi, dall’Avvocato Fiscale Cianciulli, dal
Fiscale Nicola d’Ajello e dal Presidente dell’Acqua, non approdò ad alcun risultato. Nel 1797 la questione fu nuovamente affidata all’Ajello, a cui furono questa volta affiancati lo stesso
Tortora e Niccola Codronchi, consigliere del ramo doganale
del Supremo Consiglio delle Finanze. Malgrado il coinvolgimento del Tortora, primo sostenitore del progetto, non si riuscì
124
ad attuare la riforma . All’insuccesso di certo contribuì la congiuntura politica internazionale che, proprio nel 1793, avrebbe
indotto il Regno di Napoli ad aderire alla prima coalizione antifrancese ed imposto, di lì in avanti, una politica economica e finanziaria condizionata dalle necessità belliche e, pertanto, poco
aperta ad interventi e riforme dagli esiti incerti.
Soltanto nel 1804, presentato ancora dal Tortora, fu approvato un piano che prevedeva la riduzione del dazio sulla seta in
Terra di Lavoro e nei Principati da 42 a 34 grana a libbra e la
contestuale estensione di tale dazio ai luoghi che in precedenza
ne erano stati esenti. I casali di Napoli sarebbero stati «esuberantemente» compensati del nuovo gravame grazie
all’abolizione dei dazi doganali «sui generi di necessità», ma
soprattutto avrebbero goduto della «libertà di vendere i bachi
da seta» e degli «effetti favorevoli della introduzione delle filande alla Piemontese, che non gli eran permesse, per impedire
125
la facilità di frodare il dazio a’ luoghi soggetti limitrofi» . La
nuova regolamentazione, che finalmente attuava la perequazione fiscale tra aree esenti ed aree soggette al dazio, rimase in vigore per soli due anni poiché nel 1805 sopraggiunse la generale
126
soppressione dei dazi sulla produzione di seta grezza .
124
Ibidem.
ASN, MF, fs. 2636, inc. 14, Federico Tortora al segretario d’Azienda
Luigi de’ Medici, Napoli, 2 febbraio 1805. Il testo del provvedimento, pubbli(17
cato il 4 aprile 1804, in BNN, Collezione dei fogli volanti, Banc. 8 B .
126
Prammatica IX Serificium, 4 settembre 1805.
125
Capitolo II
96
La Prammatica del 1792 subordinava la facoltà di commerciare i bozzoli al loro impiego nella trattura “all’Organzino”
oppure “col Mangano corto”. Negli anni seguenti l’ambito di
liceità del commercio fu ulteriormente ridotto, potendosi vendere e comprare bozzoli esclusivamente allo scopo di esercitare
127
la trattura “all’Organzino” . Agli inizi del nuovo secolo tale
vincolo fu parzialmente mitigato. Con dispaccio 29 agosto 1805
si stabilì che sarebbe stato lecito a chiunque «l’incettar follari
per trarne seta commune», ma soltanto allorquando fosse terminata la provvista delle «filande ad organzino», tra le quali,
comprensibilmente, conservava una posizione privilegiata quella di San Leucio «come la prima fabrica madre di
quest’industria novellamente nel Regno introdotta; ed anche
per non far mancare la materia all’industriosa Colonia leucia128
na» . Pochi mesi dopo la regolamentazione sarebbe stata estesa
ai due Principati.
Sulla dimensione del commercio dei bozzoli, la sola filanda
di San Leucio assorbiva nei primi anni ’90 oltre Kg. 35.000 di
bozzoli, nel 1805 circa Kg. 71.000 e nel 1810, dalla sola Terra di
129
Lavoro, poco meno di Kg. 50.000 . Nel 1791 il convitto del
Carminello al Mercato in Napoli incettò circa Kg. 9.000 di
130
bozzoli .
In Terra di Lavoro dopo la riforma fiscale promossa dal
131
Tortora nacquero in pochi anni almeno 18 filande , in prevalenza a ridosso della capitale, tra San Giovanni a Teduccio e
Portici. Nel 1804 si ha notizia di una filanda in Albertini, vicino
Ottaviano, di Giacomo Brussone; due in San Giovanni a Teduccio, l’una di Tommaso Warington e l’altra di Paolo Fenizio;
127
Nel luglio del 1798, con riguardo alle richieste da più parti pervenute di
poter incettare i bozzoli «per tirar la seta co’ mangani corti di palmi cinque di
diametro» si approvava l’iniziativa del Tortora che aveva «in coerenza dei Sovrani ordini avuti oretenus, fatta sospendere tale incetta, ma permettersi la
compra dei Follari solamente a quei, che tirano la seta alla Piemontese», ASN,
Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Palazzo, 4 luglio 1798, a Niccola Codronchi.
128
ASN, MF, fs. 2517, inc. 5.
129
ASN, Arrendamenti, f.li 2281; 2284; ASN, MF, fs. 2517, inc. 19; STATISTICA 1811, vol. IV, p. 385.
130
ASN, Arrendamenti, f.lo 2284.
131
ASN, MI, II inventario, fs. 5066.
La bachicoltura
97
tre in Portici, di Pascale Ronco, Luigi Cavalieri e Vincenzo
Spedaliere; una in Sorrento, di Luigi d’André; ed un numero
imprecisato «site in tutta la riviera di San Giovanni a Teduccio
132
sino a Resina» .
Difficile valutare l’impatto del nuovo regime commerciale
dei bozzoli sulla bachicoltura campana. La domanda pubblica
si rivolgeva prevalentemente agli allevatori dell’area casertana e
di Sant’Agata dei Goti. Alla fine degli anni ’80 gli incaricati regi
per l’approvvigionamento della filanda di San Leucio corrispondevano poco più di 6 carlini a rotolo di bozzoli, un prez133
zo, a detta di molti, «vantaggioso» , ma si ha motivo di ritenere che negli anni seguenti le condizioni siano state meno favorevoli agli allevatori. Per salvaguardare la competitività dei tessuti leuciani rispetto a quelli importati, garantendo alla filanda
regia la disponibilità e il contenimento del costo della materia
prima, il governo si servì dell’amministratore dell’Arrendamento, Tortora, per incanalare verso San Leucio senza intoppi
e, soprattutto, aggirando la concorrenza degli incettatori privati, la necessaria quantità di bozzoli. Anche dopo l’abolizione
del dazio e dell’Arrendamento, il Tortora, nominato Soprintendente Generale de’ Tiratori di Seta di Terra di Lavoro, continuò a svolgere il delicato e, per quanto sorretto dalla regola134
mentazione del 29 agosto 1805, ufficioso compito . E si può
dunque ipotizzare che, almeno fino agli inizi dell’800, al di là
del pur enunciato obiettivo di voler acquistare i bozzoli a
132
ASN, Arrendamenti, f.lo 2336.
Nel 1788 i bozzoli acquistati nell’area di Somma furono pagati a 6,3-6,6
carlini il rotolo, ASN, MF, fs. 2455, incc. 1; 19.
134
Fino al 1805 il Tortora aveva garantito l’approvvigionamento della filanda di San Leucio gestendo «con sopraffina prudenza» «tutti que’ cerimoniali, e formalità» dell’Arrendamento che controllava in qualità di amministratore, ad esempio procrastinando la concessione delle licenze di trattura e
di incetta dei bozzoli ai privati. Dopo l’abolizione del dazio, su proposta dello stesso Tortora, fu emanato un regolamento che, nel conferirgli l’incarico di
Sovrintendente, lasciava alla sua «prudenza [...] di regolar la cosa» in modo
che sul mercato dei bozzoli fosse mantenuta «la preferenza» alla colonia leuciana, pur senza imporre vincoli formali alla circolazione dei bozzoli e
all’iniziativa dei filandieri privati, ASN, MI, II inventario, fs. 5066; MF, fs.
2517, incc. 5; 19. Il Tortora fu confermato nell’incarico anche nei primi due
anni del regime francese.
133
Capitolo II
98
135
«prezzi giusti, e regolari» , la domanda leuciana, piuttosto che
stimolare, tendesse a comprimere il livello dei prezzi.
La domanda di bozzoli da parte delle filande private – che in
una prima fase si rivolse prevalentemente all’area di produzione
136
dell’agro nolano – acquistò consistenza all’inizio del nuovo
secolo, facendo registrare un deciso slancio solo dopo il 1805,
anche grazie all’allargamento della facoltà di incettare bozzoli a
coloro che adottavano il sistema di trattura tradizionale; così
che acquisti di bozzoli da parte di privati assunsero dimensioni
ragguardevoli in un periodo successivo a quello qui esaminato.
D’altra parte, dopo il 1805 le condizioni di esercizio della
bachicoltura subirono un radicale mutamento rispetto al passato. Da un lato, l’abolizione dell’Arrendamento e del connesso
sistema di controlli sulla produzione e circolazione della seta e,
dall’altro, la progressiva diffusione delle filande per la trattura
della seta ed il conseguente ampliamento del mercato dei bozzoli, determinarono un assetto del tutto nuovo nella struttura
commerciale del settore.
Nel 1811, il redattore della Statistica murattiana per la provincia di Terra di Lavoro sosteneva che tra le ragioni che impedivano di trarre il massimo profitto dalla bachicoltura si doveva
annoverare la difficoltà di taluni allevatori di occuparsi direttamente della trattura dei bozzoli e della vendita della seta «a
tempo opportuno». Spesso gli allevatori erano «astretti a vendere i bozzoli ad una bassa ragione di carlini 3-4 il rotolo, così
una parte del profitto passa[va] ai negozianti che li acqui137
sta[va]no» .
Gina
135
ASN, MF, fs. 2517, inc. 19.
ASN, Arrendamenti, f.lo 2336.
137
STATISTICA 1811, vol. IV, p. 387.
136
Capitolo III
La trattura
1. La regolamentazione
Nei primi anni di regno di Carlo di Borbone diversi organismi consiliari e di governo furono chiamati ad esaminare memorie e ad esprimere pareri sulle critiche condizioni
dell’industria serica napoletana. La contrazione del settore appariva evidente – «dicha Nobil Arte està casi menos que perdida en este Reyno», dichiarò il sovrintendente d’Azienda Gio1
vanni Brancaccio nel 1735 – ed aveva dato luogo ad un considerevole numero di ricorsi e di appelli al sovrano che provenivano dagli operatori che a diverso titolo ne erano colpiti: produttori di seta grezza, tessitori, tintori di nero, mercanti di sete
forestiere che reclamavano riforme, riduzioni fiscali, revisioni
dei regolamenti di produzione, maggiore libertà commerciale, e
così via.
Il sostegno e la promozione delle attività industriali rientravano tra gli obiettivi di politica economica del governo. Era largamente diffusa la convinzione che la crisi dell’industria serica,
come quella di altre attività manifatturiere, dovesse essere affrontata soprattutto attraverso la definizione di «capitoli e regolamenti» atti a garantire la qualità dei prodotti, «la buona fe2
de, e la puntualità, frà tutti i fabbricanti ed artisti» . In altre parole, il ritorno agli antichi splendori sarebbe stato garantito
dall’aggiornamento e da una puntuale osservanza delle regole
corporative.
Tuttavia, la riflessione delle magistrature napoletane intorno
alla crisi del settore serico, pur ruotando intorno alla riforma
delle «regole» dell’Arte, non si appuntò soltanto su di essa. Nel
1
ASN, Segreteria d’Azienda, fs. 1, f.lo 27. Su Giovanni Brancaccio si veda
il profilo curato da Gaspare De Caro in DBI, vol. XIII (1971), pp. 776-778.
2
ASN, Segreteria d’Azienda, fs. 9, f.lo 11.
100
Capitolo III
corso della prima «conferenza confidenziale» sul commercio,
3
tenutasi il 10 giugno del 1739 , nel prendere atto della peggiore
qualità dei manufatti nazionali rispetto a quelli stranieri, si discusse il problema del prezzo delle seterie napoletane, un prezzo che le esponeva persino sul mercato interno alla concorrenza
di quelle prodotte all’estero, in particolare in Francia. La «inferior condizione» dei manufatti napoletani fu attribuita
all’inosservanza delle «Leggi dell’Arte della Seta», leggi che, si
riconosceva, dovevano essere riviste per «riformare quello che
si troverà difettoso, ed insufficiente, ed aggiungersi quello che
si riputerà necessario, a causa della mutazione de’ tempi, e va4
rietà delle mode» . Ma si faceva poi rilevare che gli stranieri riuscivano a smerciare in Napoli seterie che avevano prodotto con
materia prima importata proprio dal Regno, e dunque dopo aver «soggiaciuto à tutte le spese d’un doppio trasporto, ed assicurazione, ed al quadruplice dazio d’immissione, e d’estrazione
da questi Regni, e dagli altri Paesi ove sono state lavorate». Il
prezzo competitivo, la loro rinomanza e la «propensione naturale degli abitanti per le Robbe estere» spiegavano la preferenza
accordata ai tessuti francesi rispetto a quelli di produzione locale.
Qual era l’origine degli alti prezzi dei tessuti napoletani? La
causa andava ricercata nell’elevato costo della vita nella capitale,
dove «i viveri sono molto cari, e conseguentemente carestosi gli
artisti, i quali, per mantenersi colla loro famiglia, hanno da guadagnare a proporzione di quanto spendono». E pertanto si suggeriva di «cercare i modi» di decentrare la produzione in località dove i commestibili fossero meno costosi, una soluzione
3
Erano presenti il duca di Termoli, il conte di Prades, Francesco Ventura,
Girolamo Arena, l’Avvocato Fiscale Matteo di Ferrante, Pietro Contegna e
Giovanni Brancaccio, ASN, Tribunali Antichi, Supremo Magistrato di Commercio, fs. 1728.
4
Ibidem. L’ultimo statuto dell’Arte della Seta di Napoli risaliva al 12 settembre 1647, noto come Capitoli della cosiddetta rivoluzione di Masaniello,
riportato in TESCIONE 1933. Nel 1684, inoltre, erano state pubblicate le norme per la lavorazione dei tessuti elaborate e applicate in Spagna, ma vincolanti
anche per coloro che volessero immettervi seterie dall’estero, inclusi i napoletani, Prammatica VII, De magistris artium, seu artificibus, Napoli 18 maggio
1684. Per questa e le altre prammatiche citate di seguito, se non diversamente
indicato, si rimanda alla raccolta di GIUSTINIANI 1803-1808.
La trattura
101
prospettata però con qualche cautela poiché urtava contro il
plurisecolare privilegio che faceva della capitale l’unica città del
Regno in cui era consentito l’esercizio dell’industria serica, con
l’eccezione di Catanzaro per la produzione dei velluti e, su sca5
la minore, di un paio di altri centri calabresi . Per sostenere la
produzione nazionale appariva anche necessario accrescere i
dazi d’importazione sui manufatti esteri, così come si auspicava
che il sovrano avesse voluto manifestare la sua preferenza per le
stoffe napoletane e, con il suo esempio, avesse indotto la corte a
fare altrettanto, «come hanno praticato tutti i Principi, che
hanno voluto introdurre, ed accreditare le manufatture de’ loro
propri Stati».
Qualche anno prima la Regia Camera della Sommaria era
stata chiamata ad esprimersi su una supplica dei «Tessitori di
Drappi di Seta» di Napoli. I tessitori avevano chiesto di poter
nominare un loro «Capo, e Conduttore», una sorta di garante
della qualità dei tessuti, che li tutelasse dalle prevaricazioni e dai
soprusi che subivano dai «Mercadanti» i quali, per incrementare i profitti, li inducevano a commettere frodi o a lavorare aggirando le regole dell’Arte. Se non si fosse posto un freno
all’avidità dei mercanti, sostenevano i tessitori, la corporazione
ne sarebbe stata screditata e i forestieri, come già era accaduto
negli ultimi anni, non avrebbero più acquistato le stoffe napoletane. La Sommaria, respingendo l’analisi dei tessitori, non ne
accolse la richiesta: l’Arte della Seta aveva già «i suoi Consoli, e
6
Tribunali, e privilegi» e pertanto a nulla sarebbe valsa
l’istituzione dell’invocato «Conduttore», mentre la decadenza
dell’industria serica non discendeva dalla «cattiva amministrazione» della corporazione, ma «dall’uso frequente de’ Drappi
Forastieri, che ancorché più volte proibiti, pure si son sempre
7
introdotti, come tuttavia s’introducono» .
5
La prima determinazione in tal senso risaliva al 1488. Sebbene al di fuori
di una chiara cornice istituzionale, e in frequente conflitto con la corporazione napoletana, l’industria serica era esercitata anche nella città di Cava de’
Tirreni. Su questi temi si veda il par. 6.1.
6
Il Consolato dell’Arte della Seta era composto da un rappresentante dei
tessitori, uno dei negozianti napoletani ed uno dei negozianti forestieri. Origine, giurisdizione e vicende istituzionali della corporazione nella prima età
moderna in PESCIONE 1923.
7
ASN, RCS, Consulte, vol. 172, 25 febbraio 1735. L’intera vicenda in
102
Capitolo III
Nel maggio del 1741 furono riformate le «Regole, overo Statuti per l’esercizio, e per lo governo della Nobile arte della Se8
ta» . L’incipit della prammatica rivela che anche in
quell’occasione si partì dall’assunto che la crisi dell’industria
interna fosse in stretta correlazione con gli sviluppi che il settore faceva registrare all’estero. I paesi che nel passato «con somma avidità ricercavano da Napoli li lavori di seta» avevano introdotto al loro interno sia la sericoltura sia l’industria della seta, e si erano impegnati con così grande zelo nella diffusione di
tale industria che ormai realizzavano «lavori cotanto eccellenti,
che non meno in tutte le Regioni di Europa, ma nel medesimo
Regno di Napoli sono con sommo ardore ricercati». Di qui il
declino dell’Arte napoletana, un declino commerciale da cui era
derivata un’ulteriore, grave conseguenza, il peggioramento della
9
qualità dei tessuti prodotti . Il nuovo statuto avrebbe rinnovato
gli antichi stabilimenti, «aggiugnendo, o mutando quelle cose,
che non riescono conformi al gusto, ed al genio del Secolo presente», per ricondurre l’industria napoletana all’antica condizione «di stima, e di perfezzione».
In definitiva, la decadenza del settore era addebitata allo sviluppo dell’industria serica in paesi che in pochi decenni da importatori di tessuti napoletani si erano trasformati in esportatori verso il Regno; e quindi alla perdita dei tradizionali mercati
di sbocco e alla contrazione dello stesso mercato interno, cui
contribuiva la mediocre fattura delle produzioni nazionali. Era,
questa, l’interpretazione prevalente della crisi, e raramente ci si
spingeva a considerare la qualità della materia prima, la seta
grezza, e i modi in cui si svolgevano la sua produzione e prima
lavorazione, la trattura dei bozzoli.
Sotto questo profilo acquista particolare interesse una relazione del Brancaccio dell’aprile del 1735 al segretario d’Azienda
ASN, Segreteria d’Azienda, fs. 1, f.lo 27. Si veda anche RAGOSTA PORTIOLI
1999, pp. 353-354.
8
Prammatica IV Serificium, 12 maggio 1741.
9
Giacché «non facendosi un grande smalto delli lavori a tale Arte appartenenti, così fuora del Regno, come nel Regno medesimo, coloro li quali prima mettevano una somma applicazione alla fabrica delli Drappi, delli Nastri,
e degli altri infiniti lavori di Seta, han dismesso un sì fatto diligente studio, e
non hanno molto curato di fare colle antiche esquisitezze le loro manifatture», ibidem.
La trattura
103
Montealegre, nella quale, in merito alla citata supplica dei tessitori napoletani, si manifestava qualche perplessità
sull’interpretazione che la Sommaria aveva dato della decadenza dell’Arte. Era innegabile, asseriva il Brancaccio, che
l’incessante importazione, anche contro le proibizioni vigenti,
di ingenti partite di stoffe forestiere avesse contribuito al declino; ma la vera causa del processo in corso andava ricercata altrove, in «antecedentes desordenes», in negligenze che non attenevano alla perizia dei setaioli napoletani e alla loro capacità
di produrre merci di qualità, in grado di contrastare la concorrenza straniera. A giudizio del Brancaccio, la «principal origen»
della decadenza risiedeva nel «no trabajarse la seda desde su
principio de buena calidad» e nel fatto che la seta di qualità migliore, «la mas subtil», fosse per lo più esportata grezza, in contrabbando, sicché non rimaneva nel Regno, a disposizione dei
setaioli napoletani, che la seta peggiore, «la gorda, y ninguno se
puede servir de la buena, que es precisa por hazer los generos
10
perfectos» . Era, dunque, tecnicamente impossibile che i tessuti
napoletani eguagliassero gli stranieri. Sul piano delle proposte il
Brancaccio, limitandosi a caldeggiare il rispetto dei capitoli
dell’Arte ed una più decisa lotta al contrabbando di seta grezza,
rinviò la definizione di un più generale programma
d’intervento all’esame di una giunta che di lì a poco sarebbe sta11
ta istituita per la materia del commercio .
Si avrà occasione di ritornare sulla politica economica del
periodo carolino. Per il momento basti segnalare che, benché
non fosse ignorata l’importanza delle fasi iniziali, agricole, della
produzione della seta come degli altri grandi prodotti
d’esportazione del Regno, tuttavia, sia sul piano delle analisi, sia
10
ASN, Segreteria d’Azienda, fs. 1, f.lo 27.
La Giunta di Commercio fu istituita nell’estate del 1735 e composta di
quattro giuristi – Orazio Rocca, Matteo di Ferrante, Francesco Ventura e
Domenico Caravita – e tre negozianti «dei principali di questa città» – Francesco Mele, Gennaro Antonio Brancaccio e Bartolomeo Rota, AJELLO 1976,
p. 586 e sgg. Inizialmente tra i «Negozianti più prattichi di questa Capitale»
chiamati a far parte della Giunta figurava anche il duca Giuseppe Brunasso,
che tuttavia si dimise quasi subito, in agosto, «giachè si ritrova con grandi occupazioni e fatighe, si per la carica dell’Elettato del Popolo, come anche per le
continue incumbenze, che continuamente tiene di S.M.», ASN, Segreteria
d’Azienda, fs. 1, f.li 35 e 37.
11
104
Capitolo III
su quello concreto degli interventi, il governo finì per dedicare
poco spazio ai metodi e alle tecniche di lavorazione della seta
come dell’olio, del sapone, dell’acquavite, etc. Nei primi anni di
ritrovata autonomia del Regno di Napoli, dopo oltre due secoli
di dominazione straniera, altre questioni dovettero apparire più
urgenti: la riforma delle tariffe doganali, l’abolizione dei privilegi di bandiera di cui godevano i bastimenti francesi, inglesi e
spagnoli, la stipula di trattati commerciali, l’istituzione di un
banco mercantile per il cambio diretto con le piazze estere, etc.
Materie sulle quali la Giunta di Commercio, prima, ed il Supremo Magistrato di Commercio, poi, furono ripetutamente
chiamati a vagliare ed elaborare i numerosi progetti da sotto12
porre all’attenzione del nuovo sovrano . È pur vero, però, che
una concezione ed una pratica d’intervento nella promozione e
regolamentazione delle attività agricole o di quelle attività di
prima lavorazione dei prodotti agricoli svolte in loco dai contadini stentò ad affermarsi negli ambienti di governo. Negli anni
1737 e 1738, in particolare, accampando le obiettive difficoltà di
esercitare un’azione efficace in campo agricolo, si ritenne di
non accollare alla Giunta di Commercio la disamina delle molteplici, auspicabili «provvidenze circa la coltura, e concia delle
merci» con la motivazione che «non potendo darsi regole, né
tampoco invigilarsi alla loro osservanza, f[osse] duopo lasciar
oprare i contadini secondo il loro genio, essendo la preferenza
ed il maggior prezzo delle [merci] migliori l’unico stimolo ca13
pace d’indurli a darvi maggior attenzione ed a perfezionarle» .
Tra le «provvidenze» temporaneamente accantonate figuravano
quelle relative alle prime fasi della lavorazione della seta, le operazioni del «tirare, cuocere, e tuorcere le sete», di cui era pur
nota l’inadeguatezza.
Sarebbe toccato al Supremo Magistrato di Commercio, subentrato nel 1739 alla Giunta nella sua funzione consultiva, di
12
Sul significato e sui limiti dell’azione del Supremo Magistrato di Commercio in materia di corporazioni e attività produttive si veda MASCILLI MIGLIORINI 1992, p. 95 e sgg. e, in generale, la bibliografia ivi citata. Sugli artefici delle riforme o, anche, dei progetti di riforma del primo periodo carolino,
AJELLO 1979. Ancora utile per un inquadramento istituzionale ALLOCATI
1955.
13
ASN, Segreteria d’Azienda, fs. 9, f.lo 11.
La trattura
105
predisporre e pubblicare tra il 1740 e il 1741 un complesso di
norme dirette a regolamentare alcune fasi del ciclo di lavorazione della seta e, tra queste, anche la trattura. Il 17 marzo 1740
furono approvati i «regolamenti per l’ottima riuscita della Tinta
14
nera della Seta» ; il 2 maggio le «Istruzioni per regolare la ma15
niera di ben trarre la seta» e quelle per le «tinte di varj colori» ;
ed infine, il 12 maggio del 1741, le citate «Regole, overo Statuti
16
per l’esercizio, e per lo governo della Nobile arte della Seta» .
La prammatica del 1740 si può considerare il primo organico
intervento normativo in materia di trattura. Le precedenti disposizioni, tutte emanate, per quanto si è potuto accertare, nel
corso del XVI secolo, avevano obiettivi delimitati. Tra i capitoli
per l’appalto dell’Arrendamento della seta di Calabria del 1564
figurava il divieto per i trattori di porre nelle matasse «piombo,
17
petre, mallafri et altre bruttitie» . Di contenuto più chiaramente tecnico, ma ancora circoscritto, era l’articolo «Del Ligar della
Seta» incluso nei Capitoli dell’Arte della Seta di Napoli pubblicati il 21 gennaio del 1573: la corporazione napoletana vi stabilì
che i trattori non mischiassero alla seta i melafri e capi mangani,
cioè gli scarti della lavorazione, e che non utilizzassero gli scarti
18
e lo spago per «ligare» le matasse di seta . Ma sembra che la
14
Prammatica I Serificium, pubblicata il 6 aprile 1740.
Prammatiche II e III Serificium, pubblicate il 21 maggio 1740.
16
Prammatica IV Serificium, pubblicata il 17 maggio 1741. All’epoca il
Supremo Magistrato di Commercio era così composto: il duca di Termoli, il
duca di Corigliano, che rivestiva la carica di commissario generale dell’Arte
della Seta, Francesco Crivelli, Pietro Contegna, Donato Cangiano, Anna
Giovan Battista di Vaucoulleur in qualità di referendario, il duca di Fragnito,
Matteo di Ferrante, Carlo Ruoti, Gennaro Antonio Brancaccio, il duca di Casalicchio e, in qualità di segretario, Giovanni Ruggiero.
17
«Item per evitare le fraude, et falsità che soleno commettere ale sete che
si vendeno in lo presente Regno, ponendo dentro le matasse piombo, petre,
mallafri et altre bruttitie per lo fraudare li compratori, si ordina et comanda
per lo presente banno a tutti mastri, et maestre che faranno dette sete le dobbiano lavorare nette senza dette fraude […] sotto pena di quattro tratti di
corda, et altra pena riservata alla Regia Corte». A carico dei «padroni» delle
sete si prevedeva il sequestro delle partite artefatte, ASN, RCS, Diversi, II
numerazione, vol. 63, f. 82v.
18
«Che non sia persona alcuna, che lighi, o facci ligare la seta cruda con
spago bianco o rosso, o altro colore, ne con filo, ne con altra qualsivoglia cosa, eccetto che con seta della medesima bonta, che la matassa, che si liga, et
15
106
Capitolo III
prescrizione fosse frequentemente disattesa, tant’è che alla fine
del XVI secolo i consoli dell’Arte ricorsero ripetutamente nella
Regia Camera della Sommaria perché rinnovasse il divieto. La
19
Sommaria ne accolse sistematicamente le istanze , anche contro
20
le pretese dell’Arrendamento , ma ancora nel luglio del 1594 i
consoli ricorsero sostenendo che, quanto al divieto di mischiare
gli scarti alla seta, si commettevano «più fraude al presente che
prima». In quella circostanza chiesero, ed ottennero, di poter
destinare una sorta di ispettore, indicato in tal Francesco Militia, che con altri sei individui, tre per la Calabria Citra e tre per
la Calabria Ultra, fosse autorizzato a vigilare sul lavoro dei trattori ed «inquidere ed arrestare le sete che contra la forma de
21
detti banni se farano, et se sono facte» .
La richiesta della corporazione individuava una questione
nodale, la necessità di predisporre un sistema di controlli che
garantisse il rispetto delle poche norme stabilite. Ma nel corso
del XVII secolo sembra che l’Arte abbia tralasciato di intervenire in materia, sia sul piano normativo – lo statuto riformato
22
nel 1647 non contemplava articoli riguardo alla trattura – sia
su quello dei controlli che erano stati reclamati alla fine del secolo precedente. Certo è che nel XVIII secolo la corporazione
napoletana non svolgeva alcuna attività di sorveglianza del lavoro nei luoghi in cui si svolgeva la trattura.
non si ponga dentro la ligatura melafri, alias Capi mangani, ne altra cosa nessuna, ne tampoco si ponga dentro di esse matasse nessuna delle cose predette,
ma sia la matassa, et ligatura tutta di seta», in TESCIONE 1933, pp. 48-49.
19
ASN, RCS, Partium, voll. 1208; 1327.
20
Nel luglio del 1593 i governatori dell’Arrendamento della seta chiesero
la revoca del bando sul motivo che «il prohibire che dette sete non si ligano
con spago è grandissimo interesse dell’arrendamento et giusta il solito antico,
le quale sempre sono ligate con spago». La Sommaria, sentiti anche i consoli
dell’Arte, non accolse la domanda dei governatori, stabilendo che il bando
restasse in vigore, «eccetto in la Città di Cosenza, et Casali, in la quale Città
di Cosenza, et Casali le sete che in essa si fanno se ligano del modo sincome
prima dell’expeditione del preinserto banno se ligavano; però non se ci haverà
da ponere malafri, et sporlature iuxta detto preinserto banno», ASN, RCS,
Partium, vol. 1208, f. 36.
21
ASN, RCS, Partium, vol. 1327, f. 65v.
22
Capitoli della cosiddetta rivoluzione di Masaniello, 12 settembre 1647,
in TESCIONE 1933.
La trattura
107
Ben più ricche e articolate erano le norme di trattura stabili23
te dall’Arte della Seta di Catanzaro nel 1569 , cui però erano
assoggettati soltanto i trattori che lavoravano sete destinate al
consumo dell’industria catanzarese. Anche in questo caso, non
sembra che il controllo dell’Arte sull’attività dei trattori sia stato conservato a lungo. Non ne rimane traccia nei capitoli seicenteschi della corporazione, né risulta che ad essa fosse riconosciuta alcuna facoltà in tal senso nel corso del XVIII secolo.
Non sono note le circostanze che portarono, nella prammatica del 1740, a disciplinare la materia della trattura, un campo
23
Lo statuto dell’Arte della Seta di Catanzaro dell’8 maggio 1569 conteneva tre capitoli relativi alla trattura. Nel primo si spiegavano preliminarmente
le ragioni per cui si era resa necessaria la regolamentazione di un’attività fino
ad allora non disciplinata: «perché si vede per esperienza, che per non haversi
ancora posto alcuno ordine et forma alli mastri patellari [i trattori] quali fanno la seta, si sono causati et causano molti danni alli citadini et la seta non si fa
bona come si conviene, et si commetteno molte fraudi per detti mastri, per
tanto […] si statuisce et ordina che detti mastri patellari, lavorando seta dilicatura, non possano mettere ne lavorare più de un quarto de cucullo per ogni
acqua, et lavorando seta comune, mezo tumulo, et facendo orsojo, tre quarti,
et che l’animulo de la dilicatura non possa essere più de tre palmi et mezo de
barra a barra, et de la comune et orzojo, non possa essere più de cinque palmi,
sotto la pena di un ducato ogni volta che si contravenera». Nel primo capitolo, dunque, si stabiliva la quantità massima di bozzoli che i trattori potevano
dipanare contemporaneamente in relazione al tipo di seta che dovevano produrre – dilicatura, comune ed orsojo – e si stabiliva altresì per ciascuna qualità
di seta la dimensione dell’animulo, il mangano (cfr. ROHLFS 1932, alla voce
animulu, tradotto “arcolaio”, che l’Autore ipotizza derivare dal greco volgare
ανXµιον). Con il secondo capitolo si prevedeva che i consoli potessero «eligere […] uno mastro experto di detta arte , et quello deputare per soprastante,
che habia da rivedere dui volti il giorno tutti li patelli». Il «soprastante» sarebbe stato retribuito a spese dei trattori, tenuti a versargli 15 grana ciascuno,
ed avrebbe incassato la metà delle multe eventualmente inflitte ai trattori. Infine, si stabiliva con l’ultimo capitolo che i «mastri patellari» non potevano
«buttare li vermi, ne quelli stringere, o mettere in barile, ma quelli debiano
lassare sopra li patelli insino à tanto che venera detto capo mastro seu soprastante per potersi conoscere si detti vermi sono tutti spogliati, o si viene il difetto dal cucullo, o dal maestro che lo lavora, sotto la pena de cinque carlini
ogni volta che contravera», in ARTE DELLA SETA IN CATANZARO, pp. 31-32.
Nel bando con cui si rendevano noti i capitoli dell’arte si specificava che
«l’animulo de la dilicatura non possa essere piu de tre palmi et mezo il manganello de barra à barra, et de la comune a orzojo che non passi cinque palmi», ivi, pp. 39-40.
108
Capitolo III
nuovo e, si direbbe, distante dagli sperimentati ambiti di regolamentazione del settore serico, che andavano dalla definizione
delle norme di produzione dei tessuti alla prescrizione dei procedimenti per la tintura; una regolamentazione che era stata da
sempre orientata a corroborare l’organizzazione ed il funzionamento della corporazione napoletana e rivolta, in definitiva,
ai suoi matricolati. In effetti, l’incipit della prammatica suggerisce che si era pervenuti a regolamentare la trattura preoccupati
del perfezionamento del filato di seta in quanto materia prima
per l’industria serica interna, e quindi muovendo dall’intento di
sostenere e migliorare l’Arte della Seta napoletana: la condizione «la più necessaria indubitatamente» per la perfezione delle
stoffe di seta era «la finezza, ed egualità della seta, la qual cosa
principalmente dipende dalla perizia, e diligenza di trarla, e svi24
lupparla da suoi foderi, detti volgarmente folleri» .
La prammatica regolamentava una fase della lavorazione
svolta da soggetti non organizzati in forma corporativa e che
non ebbero, fino alla fine del XVIII secolo, alcun vincolo rispetto all’Arte della Seta di Napoli né delle altre città in cui era
praticata l’industria serica. I «Maestri Trattori» erano scelti di
anno in anno dagli appaltatori dell’Arrendamento della seta.
Erano autorizzati a svolgere la loro attività mediante la concessione di una licenza scritta di validità stagionale rilasciata gratuitamente, che andava esibita, in caso di controllo, agli ufficiali
dell’Arrendamento. In calce e sul retro della licenza i trattori
erano tenuti a segnare, giorno dopo giorno, il nome del proprietario o dei proprietari dei bozzoli portati a filare ed il numero di matasse ed il peso in libbre di ciascuna partita di seta
tratta. Le licenze così annotate erano poi restituite all’appaltatore e costituivano, riscontrate con un’analoga annotazione
fatta dagli amministratori locali, il documento su cui si sarebbe
basata la riscossione del dazio, cui si poteva procedere anche
dopo diversi mesi.
Il sistema delle licenze consentiva all’appaltatore di conoscere il numero e la dislocazione dei trattori in attività, di demarcare la linea di confine tra sete “nate” lecitamente, perché tirate ed
annotate da trattori regolarmente autorizzati, e sete “nate” ille-
24
Prammatica II Serificium, 21 maggio 1740.
La trattura
109
citamente e di disporre di una rilevazione della proprietà e della
quantità di seta tratta in ciascun ripartimento ai fini
dell’esazione del dazio. Ma, al di là delle finalità fiscali, la facoltà dell’appaltatore in materia di licenze e di controllo dei trattori si concretava da tempo anche nella vigilanza sulla perizia tecnica e sul corretto espletamento della trattura da parte dei Mae25
stri e dei loro “discepoli” . Tale vigilanza, però, si esercitava
non sulla scorta di norme di lavorazione codificate ma sulla base di un patrimonio di conoscenze e di tecniche acquisite e
condivise e dotate, pertanto, del vigore della consuetudine.
La prammatica del 1740 formalizzava il ruolo degli arrendatori di garanti della qualità del lavoro dei trattori, stabilendo
che dovessero «invigilare, che li Trattori siano esperti, e diligenti nel loro mestiere, e non essendo tali non debbano, e ne possano farli traere dette Sete» (cap. VIII). L’obbligo era accompagnato dalla minaccia di «rigorose pene» a carico degli arrendatori inadempienti, sebbene tali pene non fossero precisate. Si
stigmatizzavano, inoltre, gli abusi commessi nella concessione
delle licenze, condannando la prassi di esigere dai trattori sei
carlini in cambio della licenza e vietando di ricevere da questi
«cos’alcuna», neanche a titolo di regalo, poiché le licenze avrebbero dovuto essere concesse «gratis, senz’interesse alcuno»
(cap. VII).
Le Istruzioni per il corretto svolgimento della trattura erano
contenute in sei brevi capitoli valevoli per tutte le province del
Regno, compresa la città di Napoli e i suoi casali, e in tre capitoli riguardanti alcune particolari aree di produzione calabresi.
Si stabiliva in non più di sei per ogni mangano – la ruota, o aspo, intorno alla quale si avvolgevano i fili di seta – il numero di
matasse che era consentito tirare, e che il peso di ciascuna matassa non oltrepassasse le sei once (cap. I). Si disponeva che la
25
Nel 1604 gli ufficiali dell’Arrendamento di Reggio asserirono che in
quell’anno la produzione serica sarebbe stata piuttosto mediocre rispetto agli
anni precedenti sia per il cattivo tempo sofferto, sia anche «per usarsi da noi
diligentia sopra li mastri che cavano la seta, che si facci, come già si è fatta, et
la fanno di ogni bontà et perfezioni», ASN, Archivi privati, Archivio
Pignatelli d’Aragona Cortes, serie Napoli, sc. 64, f.lo 3, Copia del libro dei
decreti dell’Udienza Ducale per la Voce della Seta di Monteleone dal 1582 al
1767, Fede degli ufficiali della Regia Gabella della Seta di Reggio, Reggio, 17
luglio 1604.
110
Capitolo III
trattura si facesse «sempre a croce tonda, e non a mezza croce»
(cap. II). I trattori dovevano separare e consegnare ai proprietari, perché questi ne ricavassero «mezza seta» o per l’uso che avessero ritenuto più conveniente, i cosiddetti «maschioni», ovvero i bozzoli doppi (cap. III). Era loro vietato di «servirsi delle
pelliccie, capo mangani, ed annettatura delle sete, per ligare le
matasse delle medesime, ne ponerle dentro dell’istesse matasse»
(cap. IV). I trattori dovevano restituire gli scarti della lavorazione ai proprietari, perché li vendessero separatamente come
«capicciole» (cap. V). Infine, si prescriveva che la «mercede»
spettante ai trattori dovesse essere incrementata dalle 10 grana
per libbra di seta tratta che d’ordinario essi percepivano a 12,5
grana (cap. VI).
Le sete calabresi della qualità detta «di appalto, a Cirella»,
quali erano quelle prodotte nelle località di «Belvedere, Luzzi,
Fagnano, Malvito, Torano, Cavallerizze, e di Reggio», avrebbero dovuto tirarsi «a Cirella, e non croce, ne mezza croce», e i
trattori sarebbero stati retribuiti secondo «la loro congrua, e
giusta mercede a proporzione della diligenza, e fatiga, che da
essi loro s’impiegherà in detta trattura» (cap. IX). Per le sete
«tratte d’appalto di Costa» si richiamavano le norme generali
contenute nei capitoli dal primo al quarto (cap. X) mentre per
la trattura delle «Sete di Monteleone, Guardavalle, Badulati, Satriano, Girace, Soreto, Girifalco, ed altri luoghi convicini» si
confermava la «giusta mercede di grana x per ogni libra, consolito pagarseli, non ostante qualsisia abuso introdotto» (cap. XI).
La prammatica, dunque, si preoccupava che fossero garantite le capacità professionali dei trattori e regolamentava i sistemi
di lavorazione – numero e peso delle matasse, separazione dei
bozzoli doppi e degli scarti e incrociamento dei fili (cui si riferi26
scono le espressioni «a croce tonda» e «a mezza croce» ). In
rapporto ai quattro sistemi di trattura contemplati (oltre a quello ordinario, il sistema di trattura «a Cirella», il sistema
«d’appalto di Costa» e quello delle «sete di Monteleone» e di
26
A commento di questo capitolo del bando, nel 1780 Domenico Grimaldi avrebbe scritto: «La perfetta qualità della seta dipende principalmente dalle
replicate incrocicchiature sul mangano. Il regolamento di Torino ne ordina
sino a quindici: ma il nostro Bando [...] ordina l’incrocicchiatura assai diversa
di quella che si fa all’uso di Piemonte», GRIMALDI 1780, p. 84n.
La trattura
111
altre località della Calabria Ultra) si stabilivano modalità e ammontare della retribuzione. La mercede era fissata in 12,5 grana
a libbra di seta tratta, prevedendo così un incremento del 25%
della retribuzione praticata in quegli anni, ma per lavorazioni
meno impegnative, quali quelle praticate per le sete “di Monteleone”, si considerava ancora adeguata la retribuzione di 10
grana a libbra, mentre non si determinava il compenso per procedimenti di trattura più laboriosi, rimandandosene la definizione agli accordi tra produttori e trattori. Infine, la prammatica non conteneva prescrizioni relative agli strumenti di produzione; un’omissione da rimarcare se si considerano le minute
descrizioni della struttura della bacinella, dell’aspo e del «va e
vieni» contenute nelle Lettere Patenti promulgate in Piemonte
27
nel 1667 .
La regolamentazione introdotta nel 1740 rimase immutata
per circa un decennio. Nel 1751 si registra un nuovo intervento
normativo, anche in questo caso diretto a promuovere il perfezionamento dei tessuti napoletani, pregiudicati dal mediocre
livello qualitativo dei filati. L’Arte della Seta, recita il bando, «si
è veduta, e si vede tutto giorno andare in decadenza per colpa
de’ trattori, che o poco pratici, o poco amatori di fare il loro
dovere, non sieguono le Regole, e le Leggi prescritte loro». In
realtà nella presentazione del provvedimento traspare una più
chiara consapevolezza delle interconnessioni esistenti fra i diversi comparti e dei danni che la debolezza di un comparto poteva arrecare all’intero settore serico, oltre che al paese e alle sue
28
finanze . Ciò malgrado, circa i metodi di trattura, ci si limitò a
27
Cfr. CHICCO 1992, pp. 206-209.
La cattiva qualità dei filati costituiva un «disordine notabilmente dannoso in varie guise allo Stato, perché tali sete malamente tratte si vendono assai
meno di quelle, le quali si traggono in buona forma, perché i nostri drappi
difettosi non hanno esito per fuori, ed appresso di noi medesimi sono posposti di buona voglia a’ drappi forestieri, benché si paghino il terzo di più, e perché esitandosi poca quantità de’ nostri drappi va a diminuire l’industria delle
sete in tutto il Regno», Bando 29 aprile 1751 riportato nella Prammatica V
Serificium, … giugno 1754. Il bando fu elaborato da una Conferenza «per lo
stabilimento del Commercio interno, ed esterno» istituita in gennaio, sulla
quale si veda p. 279.
28
112
Capitolo III
ribadire le regole sancite nel 1740, intervenendo soltanto sulla
29
determinazione della retribuzione dei trattori .
Con tutta probabilità una riforma delle tecniche doveva
rientrare nel nuovo quadro normativo: pochi giorni prima della
pubblicazione del bando la Sommaria, nel predisporre la gara
per l’appalto dell’Arrendamento della seta di Calabria, aveva
“appuntato” che l’aggiudicatario non avrebbe potuto pretendere riduzioni del canone adducendo la nuova regolamentazione
che si era in procinto di pubblicare «intorno al modo e maniera
30
di trarsi la seta, variandosi l’antico metodo sin ora osservato» .
Ma, di fatto, «l’antico metodo» di trattura non fu riformato.
Innovazioni significative riguardarono il sistema di controllo delle operazioni di trattura, le pene da comminare ai contravventori e lo snellimento delle procedure per l’accertamento
31
dei reati . La vigilanza restava affidata agli appaltatori del dazio
32
e ai loro ufficiali , ma furono investiti della responsabilità del
controllo anche i bilancieri, gli ufficiali regi incaricati di pesare
33
le sete dopo la trattura . Infine, ai consoli dell’Arte della Seta di
29
Constatato che i trattori, nonostante la prescrizione legislativa, avevano
continuato ad essere retribuiti «indistintamente» nella misura di 10 grana a
libbra di seta tratta, si stabiliva che la trattura «a cirella» dovesse essere compensata con 15 grana a libbra e la trattura delle sete «Piane», ovvero delle sete
di Monteleone, Guardavalle, ecc., a 12,5 grana a libbra, ibidem.
30
ASN, RCS, Notamenti, I ruota, vol. 192, 19 aprile 1751.
31
I trattori che avessero contravvenuto alle Istruzioni sarebbero incorsi
nella pena di 25 ducati a beneficio del Fisco e di sei mesi di carcere. Si stabiliva
che dovessero allegare a ciascuna partita di seta da loro tirata una «cartella»
sulla quale avrebbero indicato il loro nome. La ricognizione di partite di seta
tirate in modo difforme da quanto prescritto nella prammatica sarebbe stata
considerata sufficiente «per la pruova del delitto in genere, e del delitto in specie» a carico del trattore indicato nella cartella ed avrebbe comportato
l’immediata applicazione della sanzione prevista, Bando 29 aprile 1751 riportato nella Prammatica V Serificium, … giugno 1754.
32
Con espressioni severe si richiamava l’obbligo degli appaltatori di concedere la licenza di tirare la seta esclusivamente a soggetti di sperimentata abilità, intimando che non «ardis[sero] di usare dissimulazione, benché minima,
circa l’abilità, e le operazioni de’ detti Trattori; ma [fossero] obbligati […] di
proccurare, ed invigilare per loro parte al puntuale adempimento di tutto il
contenuto nel [...] Bando», ibidem.
33
I bilancieri dovevano verificare che ciascuna partita di seta fosse corredata della cartella e che fosse stata tirata «nelle forme, e con le sopravvolute
diligenze» mentre, nell’eventualità che avessero accertato inadempienze, era-
La trattura
113
Napoli fu fatto obbligo di denunciare le sete di cattiva qualità,
sebbene non fossero chiarite le procedure del loro intervento
per l’accertamento delle frodi e non si prevedesse alcuna san34
zione a loro carico in caso di inosservanza .
La pubblicazione e l’applicazione della nuova regolamentazione furono demandate al Supremo Magistrato di Commercio. Nel
1754, ad appena tre anni dall’emanazione, si ritenne necessario ripubblicare il bando. E poi ancora, una nuova pubblicazione fu autorizzata nel 1756, in qualche modo provocata da un ricorso dei
35
mercanti e dei filatori dell’Arte della Seta di Napoli . Evidentemente, malgrado un complesso di norme particolarmente cogenti
anche a carico dei trattori, non si ottenevano i risultati sperati. Nel
giugno fu inviato ai consoli dell’Arte un dispaccio con il quale, nel
dare l’avviso della reiterazione, si precisò che era loro compito
«reconocer la [seda] que se introduce en la Aduana para ver si esta
tirada en la forma prescripta y proceder contra los trasgressores».
In altre parole, i consoli non dovevano limitarsi a denunciare i reati di cui fossero eventualmente venuti a conoscenza in virtù del loro incarico, ma erano investiti della verifica sistematica di tutte le
partite di seta immesse nella Dogana di Napoli, e quindi di larga
parte della produzione regnicola, visto che sarebbero sfuggite al
loro controllo soltanto le sete lavorate in Calabria e a Cava de’
Tirreni, o esportate direttamente dalla Calabria. Alla verifica dei
consoli corrispondeva l’obbligo fatto agli ufficiali della Dogana di
36
Napoli di non permettere le spedizioni di sete «que non hayan
37
sido reconocidas por los Consules dela arte» .
no tenuti a sequestrare le partite di seta e a redigere ed inviare in brevissimo
tempo al sovrano, «per lo canale della Real Segreteria di Stato, Guerra, e Marina», una dettagliata relazione. Qualora fossero venuti meno ai loro compiti, sarebbero stati condannati a un anno di carcere e alla perdita dell’ufficio, ibidem.
34
Si prevedeva soltanto che «pervenendo in questa Capitale sete di mala
qualità non tratte nel modo, e forme sudette, locchè si riconoscerà da’ Consoli dell’Arte, ed altri ad arbitrio di Sua Maestà [il bilanciere] incorrerà nella pena di un anno di carcere, e perdita dell’uffizio etc. [...] perciò la sola ricognizione delle dette partite di sete, che sarà fatta come sopra in questa Capitale,
servirà per pruova del delitto in genere, e del delitto in specie», ibidem.
35
Prammatiche V e VI Serificium, … giugno 1754 e 18 maggio 1756.
36
Con il termine «spedizione» s’indicava l’autorizzazione fornita dagli ufficiali doganali ai negozianti per il ritiro delle merci dai magazzini doganali.
37
ASN, Arte della Seta, II numerazione, f.lo 494, El Marques de Squilaci a
114
Capitolo III
Se si considerano gli anni in cui furono pubblicati i bandi
non si può escludere che, insieme al dichiarato obiettivo di garantire la buona qualità della materia prima impiegata
nell’industria serica napoletana, s’intese anche rispondere alle
sollecitazioni provenienti dalla domanda estera di sete meridionali, ampliatasi a partire dalla seconda metà degli anni ’30,
quando era stata parzialmente liberalizzata l’esportazione del
38
grezzo . D’altra parte, l’amministrazione diretta dell’Arrendamento della seta di Calabria, preso in affitto dalla Corte nel
1751 e poi costantemente mantenuto, di quadriennio in quadriennio, fino al 1805, poté richiamare più che in passato
l’attenzione del governo sulle vicende del settore e sulle esigenze del mercato, incoraggiando interventi più penetranti.
Come si vedrà, il governo sarebbe nuovamente intervenuto a
regolamentare la trattura soltanto nel 1792, malgrado già a partire dagli anni ’80 si contassero numerose iniziative pubbliche e
private che spingevano per l’adozione del sistema di trattura
“alla piemontese”.
2. Regolamentazione e innovazione
Nel giugno del 1765 Domenico Caracciolo, inviato straor39
dinario del Regno di Napoli presso la corte britannica , indirizzò da Londra al ministro Tanucci due memorie nelle quali
prospettò la necessità di promuovere una riforma dei sistemi di
40
trattura meridionali . Al di là del suo esito infruttuoso, la proposta del Caracciolo costituì l’occasione per una riflessione sugli strumenti di trattura adottati nel Regno e sulle caratteristiche e i mutamenti intervenuti nella domanda estera di filati meridionali.
los Consules dela arte dela seda dela Ciudad de Napoles, Portici, 19 giugno
1756.
38
Sul regime commerciale si veda il par. 6.1.
39
Inviato straordinario a Torino dal 1754, Domenico Caracciolo era stato
trasferito a Londra nel 1764 e vi sarebbe rimasto fino al settembre del 1771.
Per un profilo del Caracciolo, PONTIERI 1929 e GIARRIZZO 1965.
40
ASN, AA. EE., fs. 4863.
La trattura
115
Il Caracciolo, forse esortato da alcuni negozianti e filatori
41
inglesi o da regnicoli che operavano a Londra , derivò le sue
osservazioni da un’investigazione diretta da lui stesso compiuta
sulla seta che si commerciava sulla piazza londinese. Riferì di
essersi recato personalmente «in uno de’ più ricchi magazini» e
di avervi esaminato le numerose partite di seta grezza che vi si
vendevano, sete provenienti dall’Italia, dalla Spagna, dal Levante. Aveva constatato che le sete importate dalla Calabria e dalla
Sicilia erano «di qualità superiore alle altre, quanto alla materia,
ma inferiore nella parte che riguarda l’industria degli uomini,
motivo per cui ven[ivano] pagate meno delle altre». Una riforma dei sistemi di trattura gli appariva pertanto urgentissima, ma
era dell’avviso che il realizzarla sarebbe stata «cosa lunga, e difficile», ed «impossibile senza l’ajuto de Filatoj Bolognesi, e
Piemontesi, e senza il braccio del Governo».
Ciò nondimeno, suggerì di apportare una prima modifica agli strumenti per la trattura utilizzati nel Regno, modifica che
avrebbe rapidamente incentivato la domanda di sete napoletane
e consentito, soprattutto, un incremento del loro prezzo sul
mercato londinese. Il diametro delle matasse prodotte nei diversi stati italiani, in Spagna e nel Levante aveva dimensioni variabili – dai 2-3 piedi delle matasse romane, bolognesi, pesaresi,
fiorentine e piemontesi, ai 10-12 piedi delle matasse turche e
napoletane. Ora, spiegava il Caracciolo, la maggiore ampiezza
di diametro delle matasse napoletane le rendeva «difficili ed incomode a dipanarsi, e lavorarsi, sul motivo, che le stanze a tal
uopo addette siano assai picciole» e che, per la rigidità del clima
londinese, la filatura non si svolgeva mai all’aria aperta, «neppure nel colmo dell’Està». La tendenza dei fili a spezzarsi e la
difficoltà di porle nell’«annolajo» costituivano altri inconvenienti che le matasse napoletane presentavano. Ne derivava la
pretesa dei filatori londinesi di retribuzioni più elevate e la
compressione del prezzo delle sete regnicole sul mercato londinese. Le sete meridionali erano «ricercatissime in Inghilterra»
perché ritenute specialmente idonee «per la trama delle stoffe
leggiere, e delle gravi, e per la manifattura delle calzette, e fazzoletti, e per cucire». Le sete calabresi, in particolare, erano
41
Sulla prima ipotesi cfr. CHICCO 1995, p. 276 e n.; la seconda ipotesi è
avanzata, con altre, in LAUDANI 2000, p. 62.
116
Capitolo III
considerate «le più adatte per contraffare le stoffe d’India, e
della China che sono al presente in gran moda». Insomma, rimarcava il Caracciolo, la domanda di sete del Regno era considerevole, si doveva soltanto rendere le matasse di più agevole
lavorazione, di modo che potesse essere annullata quella differenza nel costo della filatura che al momento ne avviliva il
prezzo.
Il diametro delle matasse, è evidente, dipendeva dal diametro
del mangano. Il Caracciolo suggeriva che si procedesse con determinazione ad abbandonare i mangani tradizionali e ad adottarne di diametro inferiore: «si brucino nelle Calabrie, ed in Sicilia tutte le ruote vecchie, ed a spese delle rispettive comunità
si costruiscano le nuove della sopranotata grandezza delle matasse di Romagna, Toscana, e Piemonte, quanto a dire, che non
eccedessero due, ò tre piedi di diametro». Ma poi riconosceva
che un metodo draconiano non avrebbe incontrato il favore
della popolazione e che sarebbe stato consigliabile promuovere
la diffusione dei nuovi mangani con agevolazioni ed incentivi,
ad esempio, concedendo una riduzione della metà del dazio di
esportazione a coloro che producevano matasse di diametro in42
feriore . Infine, sospettando che l’adozione di mangani più piccoli potesse determinare una contrazione della produzione
giornaliera dei trattori, e dunque una riduzione dei loro guadagni, giacché, si ricorderà, essi erano prevalentemente retribuiti a
cottimo, il Caracciolo osservò che l’incremento del prezzo delle
sete ridotte in matasse piccole avrebbe dovuto consentire ai
proprietari della seta di erogare ai trattori mercedi più elevate,
compensando anche con larghezza il calo della loro produzione
giornaliera.
Sulla proposta del Caracciolo furono chiamati ad esprimere
un parere il Magistrato di Commercio di Napoli, presieduto da
Giovan Battista Maria Jannucci, e quello di Palermo. In una
lunga consulta del marzo del 1766 la magistratura napoletana
cominciò col contestare che le matasse napoletane presentassero un diametro di 10-12 piedi, ovvero di 12-14 palmi napoletani, oltre tre metri: «di sì fatte matasse, e di sì strabbocchevole
42
«Ma supponendo altronde ne’ nostri Nazionali, e specialmente ne’ Calabresi, e Siciliani, indocilità, e poca disciplina [...] si potrebbe far pagare la
mettà del dazio della uscita alle matasse corte», ibidem.
La trattura
117
grandezza non se ne veggono tra noi, nè per quanto si sappia ne
43
sono gia mai uscite da questi Regni» . Le matasse prodotte nel
Regno non erano di diametro fisso, lavorandosi «secondo il vario stile di alcuni luoghi delle Provincie» e, comunque, in Calabria Citra, e specialmente nello “stato della Valle” (Cosenza),
da diversi anni si era introdotto l’uso di mangani più piccoli,
grazie ai quali si producevano matasse di diametro inferiore, «e
tali appunto, quali le desiderano gl’Inglesi, e […] da anno in
anno vedesi sempre avanzare la quantità di seta tratta in questo
modo, perché si è conosciuto infatti esser più ricercata da’ forastieri, e che si venda da’ Proprietarj con qualche profitto di più
dell’ordinario». Quanto poi all’incremento del prezzo delle sete
tirate in matasse «più corte», non era particolarmente sensibile:
«tal profitto non suole oltrepassare di molto i carlini due per
ogni libra in confronto de’ prezzi à cui sogliono da tempo in
tempo correre le migliori sete».
La differenza nel diametro delle matasse, sottolineava la magistratura napoletana, non doveva influire soltanto sulla maggiore o minore facilità di lavorazione. Se le sete napoletane fossero state di qualità uguale o addirittura superiore alle sete degli
altri stati italiani, l’Inghilterra, «nazione commerciante», «non
avrebbe certamente esitato, né indugiato punto ad ingrandire le
stanze addette a dipannarle: anzi avrebbe già a quest’ora costrutti ampj lavoratorj, à tal uopo adattati». In altre parole, si
avanzava il dubbio che alla «forma delle matasse» fosse in qualche modo connessa una diversa qualità della seta, che il tipo di
mangano potesse «contribuire alla miglior qualità della materia». Ma, sia che la questione del diametro sottintendesse un
problema di qualità, sia che direttamente pregiudicasse «lo
smaltimento del genere à forastieri, e specialmente agl’Inglesi»,
si ritenne di poter senz’altro adottare la riforma, che appariva
vantaggiosa al commercio con l’estero.
Il Caracciolo aveva indicato due ostacoli che si sarebbero
potuti frapporre alla riforma, l’uno politico e l’altro tecnico:
l’«indocilità de’ nazionali», cui sarebbe stato arduo imporre il
passaggio al mangano «corto», e «il dubio […] del minor lavoro
che farebbe in un giorno una ruota più picciola, al confronto di
43
Ibidem. Nella consulta si stimava il piede inglese all’incirca un sesto più
lungo del palmo napoletano.
118
Capitolo III
una più grande». Il Supremo Magistrato palesò la loro insussistenza. Per la questione tecnica bastava una «osservazione semplicissima, che nasce dalla sola meccanica»: la quantità di seta
tratta dipendeva dalla velocità del giro della ruota, non dalla sua
dimensione, e dunque se il trattore avesse impiegato «la stessa
forza nel muoverla, e la stessa destrezza nel somministrare i capi della seta» avrebbe prodotto la medesima quantità di seta,
con la sola differenza che la ruota piccola avrebbe subito un
maggior numero di giri «nello stesso spazio di tempo» in cui la
ruota grande ne subiva uno soltanto.
Quanto alle possibili resistenze dei trattori, occorreva considerare che la spesa che essi avrebbero dovuto sopportare per
la fabbricazione delle piccole ruote sarebbe stata «di pochissimo momento», mentre l’introduzione del nuovo strumento nel
Regno non costituiva «una spiacevole novità» poiché già in
numerose località si utilizzavano mangani delle dimensioni richieste e, in definitiva, si trattava di disporre «la riduzione di
tutte le ruote alla uniformità di una certa misura (che già si trova introdotta, e pratticata) [piuttosto] che una novità, che possa
recare incomodo, ò dispendio alcuno». Si sarebbe dovuta emanare una prammatica che, nel rinnovare le precedenti istruzioni
sul numero e peso delle matasse e sull’obbligo di separare i
bozzoli doppi e i cascami della seta, imponesse l’uso del «mangano corto, che abbia di diametro palmi 3 ½ [m.0,92] ò siano
palmi 10 ½ di circonferenza, la qual misura sarebbe inferiore di
poco à quella che attualmente si usa nella Provincia di Calabria
44
Citra, e specialmente nello stato della Valle» .
Il Magistrato di Commercio di Palermo, sentiti anche i Consolati dell’Arte della Seta di Palermo, Messina e Catania, fu di
parere opposto a quello della magistratura napoletana. Ricordò
che la riforma dei sistemi di trattura era stata tentata in Sicilia
44
Ibidem. Affinché la riforma fosse effettivamente attuata ed anche per assicurare il rispetto dei precedenti regolamenti, che correvano il rischio di «rimanere inosservati, e di niun vigore, siccome per lo passato è addivenuto», i
«Capi Mastri» avrebbero dovuto ritenersi «risponsabili per j manovali subalterni» e, si suggeriva, il sovrano avrebbe potuto individuare un ministro «fornito di vigilanza, e di presenza, e di fermezza di spirito, al quale conferi[re]
ampia facoltà per invigilare alla più esatta e puntuale osservanza» del regolamento.
La trattura
119
già tre volte, nel 1714 «bajo el Governo de Savoya», nel 1740 e
nel 1754, ma era stata tenuta sempre ferma la norma secondo
cui la dimensione del mangano doveva collocarsi tra i 9 e i 10
palmi di diametro. I tentativi d’introduzione dei mangani corti
si erano ripetutamente scontrati con la «intrinseca imposibilidad de poderse tirar la seda de aquel Reyno al igual dela de
Piemonte, por ser de naturaleza mas consistente y fuerte nazida
delos morales negros a diferencia dela del Piemonte, que es ligera y fina por que alli los morales, ò Gelsi son blancos». Le sete siciliane erano intrinsecamente diverse da quelle piemontesi,
e a nulla sarebbe valso adottare il mangano corto se non a produrre una «perturbazion universal sin alguna utilidad». Quanto
al rapporto tra domanda estera e dimensione delle matasse, si
assicurava che il commercio delle sete siciliane, in particolare in
direzione della Francia, era talmente florido che «por la facilidad del exito y por la estimazion que se haze de ellas con ventajoso prezio, suele avezes escasearse dela necesaria para el consumo dela Sicilia; por que para ciertas estofas y varos labores
son preferidas aquellas sedas alas del Piemonte». In definitiva,
poco o nulla doveva interessare al governo se le sete si esportavano in direzione della Francia piuttosto che dell’Inghilterra. Il
sistema di trattura avrebbe dovuto restare inalterato, così come
era stato «con replicadas leyes confirmado, accepto al Pueblo, y
juzgado necesario como adaptado unicamente ala qualidad delas sedas, y del Pais en tantos tentativos hechos para introducir
45
una novedad tan peligrosa» .
La consulta del Magistrato di Commercio di Palermo fu inviata nel maggio del 1766 all’omologa magistratura napoletana,
insieme alle memorie dei tre consolati siciliani, con l’ordine di
valutarne il contenuto e di «ascoltare senza rumore qualche
46
trattore di quelli della Costa d’Amalfi, e il Presidente Lignola ,
45
Ibidem. Le due memorie del Caracciolo, la consulta del Supremo Magistrato di Commercio di Palermo ed una Memoria Apologetica sulla lavorazione della seta in Sicilia redatta da Vincenzo Emanuele Sergio a sostegno
dell’iniziativa del Caracciolo sono ora pubblicate in LAUDANI 2000.
46
Definito da Carlo Antonio Broggia «negoziante degnissimo ministro»
[BROGGIA 1764, p. 96], il Lignola era presidente di Cappa Corta della Regia
Camera della Sommaria.
120
Capitolo III
e considerato tutto riferire nuovamente». Ma la progettata riforma dei mangani vide la luce solo diversi anni dopo.
Le consulte prodotte dalle due magistrature, napoletana e siciliana, chiariscono alcuni aspetti di rilievo della sericoltura meridionale. Il Mezzogiorno continentale e la Sicilia, che presentano storie della sericoltura simili sotto il profilo, ad esempio,
della fiscalità o dei rapporti di produzione nella gelsibachicoltura, prospettano scenari molto diversi per quanto attiene
all’evoluzione dei sistemi di trattura. La consulta della magistratura palermitana attesta che la questione della dimensione
del mangano nell’isola era tutt’altro che nuova. Viceversa, i ministri napoletani sembrano affrontare un argomento di cui intendono appena i termini. Si adotta in Sicilia un’espressione che
comparirà solo quindici anni dopo nelle memorie dei riformatori napoletani e nei dispacci di governo: «tirare all’uso di Piemonte», intendendo con quest’espressione tanto l’adozione di
un tipo di mangano diverso, più piccolo del tradizionale “grande mangano” napoletano e siciliano, quanto la possibilità di ottenere dall’intero processo di trattura un filato sottile ed eguale,
un filato le cui caratteristiche erano già note sul mercato internazionale e generalmente associate alla produzione piemontese.
In Sicilia la trattura «all’uso di Piemonte» era stata introdotta fin dal 1754, nel setificio della Nuova Compagnia di Commercio di Messina. La sua introduzione era avvenuta anche grazie al Caracciolo che, all’epoca residente in Piemonte, aveva inviato da Torino un esperto, Ottavio Pignata, il quale avrebbe
diretto il setificio per 15 anni, vale a dire dalla fondazione dello
47
stabilimento fino al fallimento della compagnia proprietaria .
47
LAUDANI 1996, p. 76. «A carico, e spese» del Pignata, o Pignatta, sarebbe giunto in Messina nel 1756 un altro piemontese, il macchinista Giacomo
Ottone, «peritissimo nell’arte di fabbricar machine di legname, e molini di
seta, carta, ferri, farine, acque ed altri modelli di nuova invenzione, e per ciò
ben cognito in varie parti dell’Europa». L’Ottone sarebbe «indi a poco» fuggito da Messina per rifugiarsi prima a Malta e poi in Francia. Arrestato a Lione, divenne oggetto di contrasto tra la Corte di Napoli e quella di Parigi poiché quest’ultima rifiutava di riconsegnarlo. Dopo due anni di «contestazioni»,
la Francia accondiscese alle pretese del governo napoletano in cambio del dissequestro di un bastimento francese che era stato confiscato e trattenuto per
sei mesi in Castellammare con l’accusa di contrabbandare tabacco, ASN, Casa
Reale Antica, Diversi, fs. 857, Palazzo, 9 giugno 1760. Verosimilmente, si
La trattura
121
Ma l’adozione dei mangani “alla piemontese” nel setificio di
Messina fu probabilmente il frutto di una privativa. Al contrario di quanto accadeva nel Mezzogiorno continentale, in Sicilia
la trattura non costituiva una fase della produzione indipendente dall’industria urbana e corporata. Gli statuti dei Consolati
dell’Arte della Seta di Messina, Catania e Palermo contemplavano una «rubbrica dei manganelli» in cui erano descritte le regole cui i «maestri manganellari» si sarebbero dovuti attenere. I
trattori erano iscritti al Consolato della giurisdizione in cui operavano ed erano tenuti a sottoporsi ad un esame per
48
l’accertamento della loro abilità . Così, quando alla fine degli
anni ’70 in Messina la trattura “alla piemontese” cominciò a diffondersi grazie all’intraprendenza di un certo numero di negozianti locali, fu il Consolato dell’Arte della Seta a pretendere
che i nuovi sistemi fossero proibiti. Ma il fatto è che in Sicilia
una specifica norma stabiliva la dimensione del mangano – «la
misura dei manganelli non po[teva] esser meno di palmi 9, né
49
più lunga di palmi 10» – e un organismo di controllo vigilava
sui soggetti impegnati nella trattura e sul rispetto delle regole
prescritte per il suo svolgimento.
Sembra peraltro che la tenacia con cui le corporazioni siciliane difesero il “grande mangano” non discendesse da considerazioni di ordine tecnico bensì dall’obiettivo di conservare il
controllo su una fase della lavorazione altrimenti tendente al
decentramento e ad una «dimensione rurale e domestica». Analoghe finalità, ma nell’intento di salvaguardare la riscossione del
dazio sulla seta, ponevano anche i gabelloti sulla linea della difesa del “grande mangano” che, «per le sue dimensioni e per la
laboriosità della sua utilizzazione», più difficilmente poteva
sfuggire alla loro sorveglianza. In definitiva, «gli interessi dei
detentori della gabella e quelli dei Consolati della Seta» conver-
trattava del medesimo «Giacomo Ottone, costruttore di macchine per la trattura» che all’inizio degli anni ’30 si recò in Inghilterra insieme a Nicola Amatis, negoziante di seta di Torino, per un progetto di introduzione e diffusione
della sericoltura nelle colonie americane, CHICCO 1995, p. 82.
48
LAUDANI 1993, pp. 408-409.
49
Cit. in LAUDANI 1996, p. 73.
122
Capitolo III
gevano in una politica di interdizione dell’innovazione tecnolo50
gica e organizzativa nella trattura .
Le prammatiche emanate a Napoli nel 1740 e nel 1751 non
stabilivano la dimensione del mangano né le caratteristiche degli strumenti da utilizzare per la trattura. Di fatto, non esisteva
51
una prescrizione tassativa in materia e, anzi, nelle due prammatiche si era ritenuto di dover esplicitamente estendere le istruzioni generali alla trattura delle sete «a Cirella», delle sete
«Costa» e delle «Piane», termini che indicavano tipi di seta ottenuti con procedimenti di trattura differenti. Nella citata consulta del 1766 si ammetteva che nel Regno vi era «qualche divario nella grandezza delle matasse, che si manifattura[va]no secondo il vario stile di alcuni luoghi delle Provincie» e che in
particolare in alcune aree della Calabria Citra si era diffuso
«l’uso di trarre la seta in matasse più corte». Ovvero con mangani più piccoli.
Non si vuole sostenere che la trattura “alla piemontese” sia
stata introdotta nel Regno con largo anticipo rispetto a quanto
si è finora ritenuto. Il sistema piemontese contemplava un articolato complesso di prescrizioni relative alla forma della bacinella, al ricambio dell’acqua, alla struttura del «tornio» e del «va
52
e vieni», allo spessore del filo, ecc. rispetto alle quali il diametro del mangano costituiva soltanto uno degli elementi caratterizzanti, e forse neanche il più importante.
Quel che si vuole però rilevare è che sul piano legislativo
non esisteva alcuna prescrizione ostativa della diffusione di quel
sistema di trattura, o meglio, degli strumenti comunemente denominati “alla piemontese”. La scelta della dimensione del
mangano e della caldaia e dell’altezza della fornace o l’adozione
del «va e vieni» non erano vietati dalle norme vigenti nel Re50
LAUDANI 1997, pp. 1.226-27 e passim.
Come si è riferito, lo statuto dell’Arte della Seta di Catanzaro del 1569
prescriveva la dimensione del mangano, o meglio, dei mangani per la produzione di diverse qualità di filati, ma le prescrizioni non potevano valere
che per le aree di produzione che servivano l’industria catanzarese. Dato
che il palmo catanzarese coincideva con quello napoletano (cfr. DE CAMELIS 1901, pp. XIX-XXII), il diametro del mangano era stabilito in non più
di m.0,92 per la seta «dilicatura» ed in non più di m.1,31 per la seta «comune» e «orsojo».
52
CHICCO 1992, pp. 206-209.
51
La trattura
123
gno. Gli ostacoli erano altri. Si è già detto dei vincoli posti alla
libera circolazione dei bozzoli. Inoltre il sistema piemontese,
dilatando considerevolmente la durata della trattura, avrebbe
reso più complessa la vigilanza a fini fiscali. In altri termini, alcune regole introdotte a tutela dei proventi fiscali potevano impedire innovazioni tecnologiche e organizzative e persino
un’utilizzazione ottimale dei fattori disponibili. In concreto,
non era consentita l’organizzazione della trattura all’interno di
filande e, con essa, l’adozione del sistema piemontese, perché vi
si opponevano i divieti: 1) di commerciare i bozzoli; 2) di svolgere la trattura in luoghi diversi da quelli prestabiliti e 3) in periodi diversi da quelli prestabiliti.
Il sistema piemontese postulava, in definitiva, mutamenti
nell’organizzazione della trattura che effettivamente si scontravano con talune consuetudini regnicole, come l’impiego di manodopera maschile, o, peggio ancora, con le prerogative che da
tempo immemorabile erano state riconosciute agli Arrendamenti. E tuttavia, come si è visto anche a proposito del mercato
del seme e dei bozzoli, allorquando il governo fu chiamato a
deliberare su questioni nelle quali gli interessi fiscali e degli Arrendamenti entravano in conflitto con le iniziative dei produttori di seta, la bilancia, seppure con qualche incertezza nei tempi e nelle modalità d’attuazione, finì per pendere dal lato
dell’incentivo alla produzione e al commercio piuttosto che da
quello della tutela dei consolidati interessi che ruotavano intorno all’esazione dei dazi sulla seta. A tal riguardo, la consulta del
Magistrato di Commercio di Napoli del 1766 costituisce una
testimonianza inequivocabile: la normativa in materia di trattura non poneva vincoli all’introduzione di nuovi strumenti, il
governo era aperto alla promozione di riforme nel settore e nelle sue valutazioni non emergeva alcun condizionamento o preoccupazione per gli interessi o per le possibili opposizioni degli
53
Arrendamenti .
53
Giovan Battista Maria Jannucci, presidente del Supremo Magistrato di
Commercio e firmatario della consulta del 1766 sulla «riforma delle matasse»,
predispose in quegli stessi anni ed inserì nell’opera Economia del commercio
una sorta di regolamento «per la vera perfezione» della trattura su cui vale la
pena di soffermarsi brevemente. Intanto va rilevato che Jannucci nell’esporre
il suo progetto non ipotizza, come pure aveva fatto in merito ad altri progetti,
124
Capitolo III
3. Organizzazione fiscale e arretratezza tecnologica
Nel 1780 Domenico Grimaldi diede alle stampe un saggio
destinato a raccogliere non pochi consensi e a sollecitare nel
governo una nuova e più feconda riconsiderazione
dell’arretratezza dei sistemi di trattura adottati nel Regno. Le
54
sue Osservazioni economiche influenzarono e orientarono il
dibattito dei riformatori napoletani ed i provvedimenti adottati
dal governo nell’ultimo ventennio del secolo. Grimaldi aveva
inteso affrontare, «secondo i verj principj della scienza economica», il «regolamento economico» che nel Regno disciplinava
l’«industria più ricca dello Stato», l’industria della seta, e dimo-
che alla sua realizzazione potesse opporsi la resistenza degli Arrendamenti.
Nota che la fase della trattura, in teoria, avrebbe dovuto essere affidata a manodopera femminile, «a cagione della maggiore gentilezza della mano», e che
però, «poiché nel regno è questo mestiere degli uomini», sarebbe stato preferibile non imporre un mutamento di così forte impatto sulle consuetudini locali. Per il resto, elencava un nutrito numero di regole che dichiarava di aver
estrapolato in parte dalle Lettere Patenti piemontesi, in parte dalla regolamentazione napoletana poiché entrambe contenevano a suo avviso prescrizioni necessarie al perfezionamento della trattura. Quanto alle maestranze, gli
appaltatori avrebbero dovuto prestare grande attenzione alla scelta di soggetti
esperti e probi, «con obligare essi (com’è di ragione) ad essere risponsabili
d’ogni loro mancanza». Passava quindi a descrivere le caratteristiche degli
impianti, adottando talora la terminologia del regolamento piemontese o anche riportandone fedelmente interi capitoli, la qual cosa non sorprende se si
riflette alla mancanza di analoghe prescrizioni nella normativa napoletana.
Descriveva i «fornelletti» – auspicando l’adozione di quelli «inventati da Isac
Francesco Mattej colà in Torino o sia nel Piemonte, e publicati da quella Corte agli 11 luglio 1747» [su cui si veda CHICCO 1995, p. 174] – la «caldaja», ossia la bacinella piemontese – che doveva essere «ovata e sottile e profonda poco più di mezzo palmo», corrispondente forse al «quarto di raso» del regolamento piemontese – la distanza dell’«aspo» dalla caldaia, e così via. Sulla dimensione della ruota riprendeva le conclusioni della consulta del 1766: non
doveva avere un diametro superiore ai 2-3 piedi, per la maggiore facilità di
lavorazione delle matasse e perché sarebbe in tal modo migliorata la qualità
della seta. Si soffermava sulla scelta dei bozzoli, sul numero e sul peso delle
matasse, sul ricambio dell’acqua nella bacinella, ecc. Infine, caldeggiava il sistema di retribuzione adottato in Piemonte, dove la trattura era pagata a giornata, JANNUCCI 1767-69, parte II, pp. 303-310.
54
Osservazioni economiche sopra la manifattura e commercio delle sete del
Regno di Napoli, Napoli, presso Giuseppe Maria Porcelli, 1780.
La trattura
125
strare come quel regolamento cagionasse un «gravissimo danno
alle Regali Finanze; ma di più opprime[sse] i Popoli, scoraggia[sse] l’Agricoltura, avvili[sse] le nostre manifatture, e rovi55
na[sse] il nostro Commercio» . Sui temi sollevati dal Grimaldi
– perfezionamento della trattura tradizionale, promozione del
sistema “alla piemontese”, abolizione degli Arrendamenti della
seta – si sarebbero misurati progetti di riforma e interventi
normativi che hanno già richiamato l’attenzione degli storici,
56
57
Aurelio Lepre e Patrick Chorley in primo luogo. Ma non è
inopportuno riesaminare i passaggi principali dell’opera del
Grimaldi, sia per rievocare i termini della riflessione tardosettecentesca riguardo alla seta, sia per tornare sulla corrente interpretazione storiografica delle vicende della sericoltura meridionale, che dalle analisi dei riformatori ha tratto origine e alimento.
Il «regolamento» additato dal Grimaldi per le «perdite immense» che causava al paese consisteva nell’apparato di norme
che, per garantire l’esazione dei dazi, organizzavano l’articolato
sistema di controlli e vincoli sulla produzione e commercializ58
zazione della seta . A giudizio del Grimaldi, il «regolamento»
55
Ivi, p. 2.
Aurelio Lepre definisce l’opera di Grimaldi «il più importante lavoro riformistico sull’industria e commercio della seta e sulle questioni relative al
loro sviluppo» ed aggiunge che «ebbe certamente una vasta influenza, contribuendo in maniera determinante a porre all’attenzione del governo e della
corte la questione», LEPRE 1963, p. 107.
57
CHORLEY 1965.
58
Nel mese di giugno i Sindaci delle università del Regno in cui si produceva seta ricevevano dagli allevatori i riveli dei bozzoli prodotti e li rimettevano all’appaltatore dell’Arrendamento che, a sua volta, inviava nelle università i trattori ed i sostituti, detti anche annotatori, incaricati di assistere alla
trattura. La trattura si svolgeva in un «sito pubblico del Paese, dove sono
piantati i mangani, e dove i Cittadini danno a tirare la Seta de’ loro rispettivi
filoggelli, non potendoli portare altrove senza controvenire al regolamento,
con cui si minaccia la pena del controbando». Al termine di ciascuna giornata
di lavoro le matasse erano pesate dal pesatore (o bilanciere) incaricato
dall’università ed annotate in due registri, compilati e conservati uno dal Sindaco, o da un suo deputato, e l’altro dal sostituto. I proprietari erano poi tenuti a vendere la seta ai cosiddetti Regi compratori, mercanti precedentemente
autorizzati dall’appaltatore mediante la concessione di una licenza. Il venditore, a richiesta dell’appaltatore, doveva «esibire il discarico» della vendita, «al56
126
Capitolo III
danneggiava l’erario perché induceva controllori e controllati
59
alla frode e al contrabbando , l’agricoltura perché scoraggiava
60
la coltivazione dei gelsi , l’industria serica e il commercio perché impediva «la perfetta tiratura della Seta» e dunque la produzione di filati di qualità sia per l’industria interna, sia per
61
l’esportazione . La critica del Grimaldi non si appuntava
sull’entità dei dazi stabiliti sulla seta ma sul metodo attraverso il
quale i dazi erano riscossi, una posizione che rispecchiava una
più generale concezione del rapporto tra tassazione e floridezza
del paese, tra intervento dello Stato ed esigenze dell’economia:
«non sono i dazj, che opprimono i Popoli, ma è quando la percezione irregolare partorisce vessazioni, che feriscono il diritto
di proprietà, impediscono la libera circolazione, scoraggiscono
l’agricoltura, e restringono il commercio: tali sono gli effetti del
62
presente regolamento sopra la seta» .
La questione non era nuova. L’organizzazione degli Arrendamenti della seta, le pratiche che gli appaltatori ed i loro ufficiali adoperavano nella percezione del dazio e per incrementare,
anche illecitamente, i loro profitti e, in generale, i danni che il
sistema arrecava ai produttori di seta erano stati deplorati ben
prima dell’ondata riformista di fine secolo, cui il saggio del
Grimaldi fece da battistrada. Nella seconda metà degli anni ’60,
Jannucci aveva sostenuto che la produzione di seta nel Regno
sarebbe considerevolmente aumentata «se li popoli non fussero
vessati da mille angarie, dagli amministratori, appaldatori e subalterni, per cui si sconfidano di coltivar tale industria», ed aveva descritto gli abusi che a suo giudizio danneggiavano mag63
giormente i produttori . E una trentina d’anni prima Giovanni
Pallante, nella sua Memoria per la riforma del Regno, aveva asserito che sulla sericoltura gravavano «tante speciosissime formalità inventate, tanti pesi aggiunti e tante avanie [sic!] introdotte, che gl’industrianti non ci trova[va]no quasi niente o
trimenti per qualunque picciola mancanza caderà nella pena del controbando», GRIMALDI 1780, pp. 3-6.
59
Ivi, pp. 6-13.
60
Ivi, pp. 13-18.
61
Ivi, pp. 19-37.
62
Ivi, p. 50.
63
JANNUCCI 1767-69, parte II, p. 290 e sgg.
La trattura
127
niente affatto di utile, ma tutto [anda]va al fisco ed a’ suoi assas64
sini» .
Fu comunque il Grimaldi a sollevare il tema dell’impatto del
sistema di esazione del dazio sulla qualità del prodotto ponendo al centro della sua analisi il rapporto tra organizzazione del
prelievo e tecniche di trattura: «tanto è proibire direttamente la
perfetta tiratura della seta, quanto è impedire i mezzi assoluta65
mente necessarj per eseguirla» . Il «regolamento» vietava «rigorosamente» e «con leggi penali» di modificare i mangani, ma i
mangani tradizionali, consentendo al più di produrre trame di
discreta qualità, non erano tecnicamente idonei per la produzione di sete “all’organzino”, ovvero filati particolarmente sottili e regolari, da utilizzare come ordito nei tessuti. «Io so, che
nel Regno questo termine è affatto ignoto», osservava il Grimaldi, «ma in tutti gli altri Stati di Europa, dove si tira la seta è
noto che, senza l’organzino è impossibile di aver belle manifatture di questa materia». E l’unico sistema di trattura in grado di
fornire perfetti organzini era, notoriamente, il piemontese:
«senza il mangano alla Piemontese, tal tiratura si rende fisica66
mente impossibile» . La situazione del Regno presentava aspetti paradossali: se gli altri Stati europei gareggiavano nella promozione della sericoltura e della trattura “alla piemontese”, nel
napoletano, non solo non esisteva «alcun regolamento, che ri67
guardasse la perfetta tiratura» ma, «quel che sembra incredibi64
PALLANTE 1735-37, p. 186. Per un profilo biografico di Giovanni Pallante si veda l’ampio saggio introduttivo della curatrice del volume, Imma Ascione, ivi, p. 9 e sgg.
65
GRIMALDI 1780, p. 19 e sgg.
66
Ivi, p. 25. «Fuori delli Stati del nostro Sovrano, tutto il resto dell’Italia
tira le sete col mangano alla Piemontese. Le due Provincie della Francia, che
producono seta, fanno lo stesso. L’Augusto Re Cattolico non sono molti anni, che informato dei vantaggi di tal tiratura l’introdusse ne’ suoi Regni, e le
belle manifatture di Valenza perfezionate dopo tale introduzione, ne fan fede.
Noi soli dunque in tutta l’Europa tiriamo la seta colli mangani simili a quelli
di sei secoli addietro. Noi soli restiamo nella barbarie per riguardo alla tiratura della seta. A chi mai dobbiamo questo bel privilegio? Al regolamento nel
percepire il dazio!», ivi, p. 29.
67
Ivi, p. 24. Nel denunciare l’assenza di una normativa sulla trattura il
Grimaldi incorreva in un abbaglio, cui peraltro rimediava inserendo alla fine
del saggio un’appendice in cui, riferendo di essere venuto a conoscenza del
bando del 1754 «appena tirati i fogli», troppo tardi per correggersi, ne ripor-
128
Capitolo III
le», il sistema fiscale proibiva di fatto la trattura all’organzino,
poiché «proibendo di cambiare il nostro mangano, il di cui
meccanismo è direttamente opposto al meccanismo del mangano Piemontese, viene per conseguenza ad impossibilitarci di
poter tirare la seta all’organzino».
L’arretratezza dei sistemi di trattura e la “fisica impossibilità” di produrre organzini che ne conseguiva si riflettevano gravemente sulla competitività dell’industria serica interna e sulla
redditività del commercio con l’estero. Nella tessitura di drappi, calze, nastri, veli, spiegava il Grimaldi, erano necessari filati
diversi a seconda che fossero impiegati nell’impannatura o
nell’orditura del tessuto: i filati impiegati nell’impannatura erano denominati trame, quelli per l’orditura si definivano pelo o
orsojo. I fabbricanti forestieri utilizzavano le sete regnicole come trame, mentre per l’orsojo si servivano dell’organzino, ovvero di un filato di qualità «più fina, più sottile, e più flessibile» di
quello per trame, che rendeva i loro tessuti particolarmente
pregiati, «più ben battut[i], più fort[i], di canna uguale, senza
peli, e di colore vivo, brillante, e durevole». I fabbricanti napoletani non avrebbero mai potuto eguagliare la qualità dei tessuti
forestieri perché impiegavano sia per trama che per orsojo la
«seta tirata alla nostra usanza», «dal che ne siegue, che noi soffriamo un commercio passivo di drappi di seta, e che le nostre
manifatture di tal materia non si potranno mai estraregnare con
profitto, malgrado l’ultimo sovrano regolamento, che le rese
68
franche dal dazio d’estrazione» .
D’altra parte, aggiungeva il Grimaldi, la competitività dei
prodotti esteri non stava soltanto nella migliore qualità e nella
vaghezza dei tessuti: l’impiego dell’organzino era vantaggioso
anche sotto il profilo del rapporto tra costi e rese. Rispetto alla
trattura tradizionale, la trattura “alla piemontese”, a parità di
peso della seta, forniva un maggior numero di fili che, opportava integralmente il testo, per poter sfuggire ad una «giusta critica» e perché
la trascrizione del bando, «al presente trascurato, ed ignoto nelle nostre Provincie», gli dava l’occasione di commentarne le prescrizioni, ivi, pp. 79-108.
68
Il Grimaldi si riferisce all’abolizione del dazio del Minuto, o Minutillo, un «diritto di miglioria» che si pagava in Napoli sull’esportazione di
prodotti lavorati. Il Minuto fu abolito con prammatica de vectigalibus del
15 agosto 1779.
La trattura
129
tunamente incannati e torti, avrebbero assicurato al tessitore un
più elevato numero di fili per ordito. Poiché i tessuti si vendevano «a misura, e non a peso», «ecco la ragione per cui il fabbricante, che sa il suo mestiere, comprerà il perfetto organzino
69
la metà più di prezzo, non che le migliori sete del Regno» .
L’arretratezza della trattura tradizionale procurava «un
danno visibile» nel commercio con l’estero. Nel Regno erano
annualmente prodotte ed immesse nella Dogana di Napoli
all’incirca un milione di libbre di seta, «non calcolando quelle
che si estraggono in controbando». Di queste, 400.000 erano
impiegate dai fabbricanti della capitale e le restanti 600.000 erano destinate all’esportazione. Le sete prodotte nel Regno, perché impiegate dagli stranieri esclusivamente per trama, per cucire e per fare galloni, «si vend[eva]no ad un prezzo inferiore di
tutte le altre dell’Italia tirate all’organzino». Così che
l’introduzione del mangano “alla piemontese” avrebbe consentito di diversificare l’offerta, di esportare sia seta per trama, sia
seta per ordito, incrementando in misura considerevole gli introiti che la «nazione» avrebbe potuto «ricavare dal forestiere»
poichè la seta all’organzino era valutata «sempre un terzo di più
cara della seta per trame». Sarebbe stato sufficiente tirare
all’organzino anche solo la metà delle sete annualmente esportate per introitare non meno di 300.000 ducati in più. Ma «la
69
E rimarcava che «non vi è fabbricante forestiere, il quale non si faccia le
maraviglie, che gli artieri Napoletani si possano lusingare di far drappi perfetti», ivi, pp. 31-32. Questa la dimostrazione proposta dal Grimaldi della convenienza della trattura “alla piemontese” e del fatto che i due sistemi di trattura, tradizionale e “alla piemontese”, fornivano la medesima quantità di seta
tratta, variando soltanto il numero e le caratteristiche dei fili: «figuriamo quaranta libre di filogelli dell’istessa qualità. Venti libre si facciano tirare col nostro mangano ordinario, e venti libre col mangano alla Piemontese, il prodotto nel peso sarà uguale tanto coll’una, tanto coll’altra tiratura; ma si conoscerà, che le 20 libre tirate alla Piemontese, resero p.e. due libre di seta la quale
per esser tirata sottile, ed uguale contiene centotrenta mila fili sottili, lucidi,
flessibili, ed ugualissimi; e che le venti libre di filogelli tirati col nostro mangano, resero due libre di seta, la quale come più grossa contiene, p.e. soli cento mila fili grossi, nervosi, e dissuguali. […] Le due libre di seta tirata col nostro mangano per esser composte di soli centomila fili grossi, quando saranno
incannati, e torti per uso di pelo, o sia di orsojo diventeranno trentamila fili; e
le due libre di seta tirata alla Piemontese composte di cento trentamila fili sottili […] diventeranno quarantamila fili del più bell’organzino», ivi, pp. 27-30.
130
Capitolo III
stranezza del regolamento» impediva la trattura all’organzino e
costringeva la «nazione» ad un commercio assai meno redditi70
zio .
La soluzione prospettata dal Grimaldi per rimuovere gli impedimenti all’adozione della trattura “alla piemontese” era
l’abolizione degli Arrendamenti della seta. Non del dazio, che
poteva a suo parere essere preservato affidandone la riscossione
alle università, ma degli Arrendamenti, con il loro macchinoso
e dannosissimo «regolamento». Corollario dell’abolizione sa71
rebbe stata la completa liberalizzazione della trattura . Il Grimaldi, infatti, ritenendo, a torto, che non vi fosse alcuna regolamentazione governativa in materia, era convinto che, soppressi gli Arrendamenti, si sarebbe prodotto un vuoto normativo
nel quale i produttori avrebbero potuto scegliere il sistema di
trattura ritenuto più vantaggioso. E la «libertà di tirar la seta a
proprio piacere» avrebbe determinato l’immediata adozione del
sistema piemontese, ovvero, della «perfetta tiratura della seta»,
anche se sarebbe stato opportuno che il Sovrano avesse patrocinato le «prime sperienze» di «trattura alla Piemontese», affinché «si conoscesse il valore degli Organzini, al presente ignoti
72
al Regno» .
La diffusione della trattura “alla piemontese” avrebbe prodotto benefiche ripercussioni sull’intero settore. I produttori di
seta avrebbero visto «accrescere almeno di un terzo le [loro]
73
rendite» . I fabbricanti napoletani avrebbero potuto produrre
tessuti in grado di competere con i forestieri sia sul mercato interno sia sul mercato estero, «perché niuna Nazione potrà avere
l’Organzino a più buon prezzo, che l’averanno i nostri Manufatturieri». Le famiglie contadine avrebbero avuto nuove occasioni di guadagno poiché il sistema piemontese richiedeva «as70
Ivi, pp. 33-37.
«S.M. lascierà libera la tiratura, e libero il commercio della seta», ivi, p. 41.
72
Ivi, p. 60 e sgg. Lepre propone un’interpretazione radicalmente diversa:
«La questione del miglioramento della qualità […] era per il Grimaldi legata
esclusivamente a quella legislativa: era sufficiente per lui, che la legislazione,
sull’esempio di quella piemontese, si adeguasse al progresso tecnico e lo promuovesse anche nel napoletano con opportune misure […] per migliorare la
produzione bastava, secondo il Grimaldi, varare dei provvedimenti e farli poi
rispettare», LEPRE 1963, p. 113.
73
GRIMALDI 1780, p. 66.
71
La trattura
131
solutamente» l’impiego di manodopera femminile, di donne e
74
ragazze altrimenti prive di opportunità di lavoro . Infine,
l’adozione della trattura all’organzino avrebbe «per necessità»
provocato l’introduzione dei «Torcisete ad acqua», macchine
«ignote tra noi, giusto perché non adopriamo l’Organzino nelle
nostre manifatture», e la cui diffusione, spiegava il Grimaldi,
era stata a lungo ostacolata in Europa dalla «gelosia» degli inventori, i Torinesi. Ma poi il «Cavalier Lombe [...] ebbe la fortuna di tirarne il disegno, e di farlo eseguire nella gran Brettagna sua padria. [...] Dopo tal fatto i Torcisete Torinesi si sono
divulgati, ed al presente niente di più facile, che averne de’ si75
mili» .
4. Le condizioni della trattura
Mentre sull’introduzione del sistema “alla piemontese” e,
più in generale, sulla questione dell’innovazione nella sericoltura si tornerà in seguito, intanto è opportuno soffermarsi
sulle effettive condizioni della trattura tradizionale e sui
condizionamenti che il «regolamento» degli Arrendamenti
esercitava sulla sua organizzazione ed efficienza, tentando,
per quanto è possibile, di ricorrere a fonti dirette o, comunque, alternative a quelle rappresentate dalla letteratura riformista di fine ’700.
74
«Or nelle nostre Provincie il Contadino è miserabile, malgrado che guadagna più di ogni altro Contadino Italiano e Francese, giusto perché nella sua
famiglia le donne, le ragazze ed i ragazzi stanno con le braccia incrocicchiate
per mancanza di lavoro adattabile al loro sesso, ed alla loro età. Ma introducendosi la tiratura all’Organzino, e la libertà sopra la seta, allora saranno necessarie tante donne e ragazze, che l’ozio, e la miseria saranno banditi dalla
classe più numerosa de’ cittadini, vantaggio, che la nazione dovrà alla tiratura
della seta alla Piemontese», ivi, pp. 68-69.
75
Ivi, p. 70. La storia dell’introduzione in Inghilterra del filatoio idraulico
piemontese ad opera dei fratelli John e Thomas Lombe rientra tra i più noti
episodi di spionaggio industriale, e tra i più significativi. Sui Lombe e sui tentativi fatti nella prima metà del ’700 per diffondere la sericoltura nelle colonie
americane, al fine di riscattare l’Inghilterra dalla dipendenza dai mercati italiani, si veda CHICCO 1995, p. 73 e sgg.
132
Capitolo III
Va innanzitutto ribadito che, al contrario di quanto sostenuto dal Grimaldi, il «regolamento» non vietava l’adozione di
strumenti diversi da quelli tradizionali, di mangani di diametro
minore, di bacinelle e caldaie di forma e dimensioni diverse, e
cosi via. Nei capitolati d’appalto dei dazi sulla seta, dalla metà
del ’500 alla fine del ’700, non compariva alcuna prescrizione
riguardo agli strumenti impiegati nella trattura. D’altra parte
non meraviglia che il governo, che non aveva legiferato in materia nei quattro provvedimenti emanati tra il 1740 ed il 1756, e
che riconosceva esplicitamente la varietà dei sistemi adottati nel
Regno, non ritenesse di dover fissare norme relative agli strumenti di trattura all’interno dei capitolati d’appalto di un dazio.
Accadeva però che gli appaltatori, interpretando estensivamente il compito di controllo loro assegnato nelle prammatiche, si
spingessero a prescrivere all’interno delle licenze concesse ai
trattori la dimensione del mangano da utilizzare. Non si trattava di un diritto formalmente riconosciuto bensì di un’iniziativa,
76
peraltro occasionale , di alcuni appaltatori che con tutta probabilità si limitavano a tradurre in regola scritta le consuetudini in
uso nell’area sottoposta alla loro giurisdizione.
Ad ogni modo, il cardine su cui poggiava l’organizzazione
degli Arrendamenti era, in effetti, l’esercizio di una rigorosa
sorveglianza della trattura. Spettava all’appaltatore la scelta dei
luoghi in cui far allestire le caldaie e in cui far collocare i mangani, così come la determinazione del giorno in cui si poteva
dare inizio alla trattura. I trattori erano autorizzati dall’appaltatore e sorvegliati dal suo sostituto o annotatore, l’ufficiale incaricato dell’annotazione quotidiana di tutte le partite di seta
lavorate. Una volta “annotata”, «la Seta subbito diventa[va]
77
schiava» , soggetta, cioè, al pagamento del dazio e alle norme
stabilite per la compravendita e per la estrazione per infra o per
76
Negli anni ’50 del XVIII secolo le licenze di trattura per il ripartimento
di Terra di Lavoro, oltre a richiamare le istruzioni contenute nelle prammatiche, prescrivevano che il mangano fosse «di palmi otto, e non ultra» [m.2,1],
ASN, Pandetta nuovissima, fs. 1922, f.lo 52433, ff. 24-36. Ma, ad esempio, le
licenze per il ripartimento di Reggio negli anni ’70 non contenevano alcuna
prescrizione in merito alla dimensione del mangano, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 98.
77
GRIMALDI 1780, p. 5.
La trattura
133
extra Regnum. La commercializzazione della seta “annotata”
ed i suoi successivi trasferimenti erano subordinati ad apposite
registrazioni atte a garantire l’esazione del dazio.
I Regi Compratori, i soli soggetti autorizzati – dall’appaltatore – a commerciare seta nelle province, erano tenuti a
denunciare gli acquisti; ciascun acquisto era segnato in registri
tenuti dall’appaltatore e comportava il trasferimento dell’obbligo di versare il dazio dal venditore all’acquirente della seta.
Il dazio doveva essere in ogni caso versato entro il 5 di aprile –
cosiddetti Fatali di aprile – dell’anno successivo a quello di
produzione della seta, e poteva essere corrisposto anche in
Napoli qualora la seta fosse stata lì venduta. La seta non “annotata” o la cui compravendita non fosse avvenuta in conformità alle norme stabilite era automaticamente soggetta a sequestro con l’accusa di contrabbando per chiunque ne fosse
78
stato trovato in possesso .
Grazie all’“annotazione” della seta appena tirata l’appaltatore era a conoscenza della quantità e della titolarità della
seta prodotta in ciascuna località della sua giurisdizione. Era
poi interesse dei proprietari della seta di notificare ogni transazione, ogni compravendita che fosse successivamente intervenuta giacché, qualora l’appaltatore non ne avesse avuto notizia, avrebbe potuto rivalersi alla scadenza di aprile sul primo
79
proprietario “annotato” durante la trattura . In tal modo
78
Un’esauriente descrizione dell’organizzazione degli Arrendamenti in
ASN, AA. EE., fs. 4864, Giovanni Ascenzio de Goyzueta, Consulta a Sua
Maestà per il meccanico governo delle seti, su’l rapporto del Marchese Caracciolo Ministro in Londra, Napoli, 4 agosto 1770.
79
Nella seconda metà del XVIII secolo, in caso di «mancanze», ovvero
qualora il dazio non fosse ancora stato versato entro il mese di aprile
dell’anno successivo a quello di produzione della seta, l’Arrendamento della
seta di Calabria, all’epoca amministrato dal governo, si rivaleva non sui «particolari Industrianti di Seta de’ rispettivi Paesi» ma direttamente sulle università cui gli industrianti appartenevano. Le università potevano poi a loro volta
rivalersi sugli effettivi debitori del dazio, di cui avevano notizia poiché tenevano registri analoghi a quelli dell’Arrendamento, ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Il Supremo Consiglio delle Finanze all’amministratore
delle Dogane di Reggio Pietro Musitano, Napoli, 25 maggio 1784.
134
Capitolo III
all’Arrendamento era garantita l’esazione del dazio, mentre si
80
rendeva ben più agevole la ricognizione dei contrabbandi .
Il sistema era definito nelle sue linee essenziali fin dal XVI
secolo. I capitolati d’appalto degli Arrendamenti, almeno a partire dal 1560, vietavano di collocare caldaie e mangani per la
trattura se non dopo aver avvisato gli ufficiali preposti e averne
ottenuto il rilascio della bulletta, un semplice riscontro della dichiarazione dell’intento di effettuare la trattura. Stabilivano inoltre che al termine di ciascuna settimana di lavoro, o anche
giorno per giorno a richiesta dei sostituti che percorrevano le
province, i trattori erano tenuti a dare esatta notizia di tutte le
quantità di seta lavorata e dei nominativi dei proprietari cui ap81
parteneva .
80
Quanto all’efficacia dell’organizzazione fiscale nella lotta al contrabbando, il sovrintendente della Reale Azienda, de Goyzueta, riferì al Tanucci:
«che si facci il controbando nelle Calabrie non è cosa nuova [...] però qualunque fussero le diligenze, e le custodie per impedirlo, è impossibile di conseguire l’intiero fine […] è sicuro, che se diligenza, e precauzione per gli altri
prodotti si usa, non può esser migliore ne maggiore quella per il ramo delle
sete», ASN, AA. EE., fs. 4864, Napoli, 1 settembre 1769.
81
«In primis si ordina , et comanda da parte di detta catt.ca M.tà […] tanto
ali patroni, li quali voleranno fare cacciare le sete dali folleri, seu fonicelli,
quanto ali mastri, seu maestre che le voleranno cacciare non possano fabricare, ne ponere a lavorare caldare, ne mangani, seu manganelli in nesciuno loco
senza saputa deli substituti di detto mag.° Arren.re et di quelle datone manifesto, et ottenutone la bulletta, et li detti patroni di dette sete ut supra quando
vorranno incominciare a farle cavare da detti mastri seu maestre non li debbiano fare cavare si essi non donano prima similmente manifesto ali detti officiali, qualmente voleranno fare cavare le sete, acciò di quelle habbiano notitia,
et le possano scrivere in loro libri [...] le quale sup.te bullette si habbiano da
fare per detti officiali senza pagamento alcuno. Item perche lo detto m.co Arren.re tenerà l’officiali et substituti per ciascuna terra, quali anderanno di per
di per li mangani dove si cacciano dette sete a notare la quantità delle sete che
si cavano con li nomi, et cognomi deli patroni d’esse: Per tanto s’ordina, et
comanda alli mastri seu maestre, et altri patroni di dette sete, che ogni domenica siano tenuti dar notitia alli substituti, et officiali di detto m.° Arren.re di
quella terra nella quale si cavarà, et farà cavare detta seta di tutta quella quantità che haveranno cavato, seu fatto cavare da detti mastri in quella settimana
Et volendo li substituti andare di per di a pigliare detto manifesto, siano tenuti a requisitione di detti officiali darli notitia, et manifesto di tutte le dette sete
che saranno state cavate in quel tempo, nel quale detto officiale anderà a pigliare detto manifesto da detti mastri et patroni di seta con lo nome, et co-
La trattura
135
L’obbligo di collocare i mangani nei soli luoghi indicati
dall’appaltatore fu introdotto soltanto in seguito, forse nei pri82
mi decenni del XVII secolo . La concentrazione della trattura
in luoghi obbligati facilitava il controllo, oltre, verosimilmente,
a far conseguire all’appaltatore un risparmio sulle «provvisioni»
mensili agli ufficiali, consentendo di ridurne il numero e
l’impegno.
A giudicare dalle testimonianze dei riformatori, i luoghi
preposti alla trattura solo in rare occasioni erano edifici chiusi,
protetti, in cui i trattori potessero attendere con applicazione ed
attenzione al loro lavoro. Viceversa, i mangani erano «posti ordinariamente in pubblica strada a retta linea l’un dopo l’altro,
83
aperti da per tutto senz’altra copertura, che un cattivo tetto» .
Un’organizzazione tanto approssimativa e, per certi versi, precaria si spiegava col timore degli appaltatori che «se si permettessero i mangani in luogo ritirato, e non fossero tutti riuniti a
vista del pubblico, la maggior parte della seta scapperebbe ine84
vitabilmente in contrabbando» . Ed in effetti, nei bandi «per la
retta amministrazione» degli Arrendamenti che periodicamente, a richiesta degli appaltatori, il governo faceva pubblicare, un
apposito capitolo regolava la materia. Vi si proibiva di tirare la
seta «in luoghi chiusi, e privati, oppure che fossero immuni della Real giurisdizione» mentre si prescriveva che «le fornaci, e
mangani [...] dovranno stare in strade publiche, acciò possano li
sostituti, che saranno a tal oggetto destinati andare in giro per li
gnome di detti patroni, quale notitia, seu manifesto si debbia dare integramente, senza diminutione ne fraude alcuna», ASN, RCS, Diversi, II numerazione, vol. 63, f. 80r-v.
82
«Ordiniamo, che i manganelli, dove si cava la detta seta, non si possano
fabbricare, né tenere in altri luoghi, che ne’ situati per li Commessarj de’ contrabbandi, che pro tempore sono stati di detto Arrendamento [...] sotto pena
a’ Mastri d’Atti [sic!], che cacceranno dette sete in altre parti, di tre anni di
galea, e i Patroni di dette sete, oltra la perdita di esse, incorrano in pena, i Nobili di tre anni di relegazione, e gl’Ignobili di tre anni di galea», Prammatica
XXXV De extractione seu exportatione animalium, auri, argenti, et aliorum
prohibita del 12 dicembre 1643, che rinnovava una prammatica del 20 giugno
1628.
83
CARACCIOLO 1785, p. XIII.
84
Ivi, p. XIVn.
136
Capitolo III
luoghi di detta Provincia, per invigilare, acciò non si commet85
tano fraudi» .
La scena che poteva offrirsi a chi si fosse trovato ad assistere
ad una giornata di lavoro in certi paesini calabresi di metà ’700
doveva risultare senz’altro suggestiva. La trattura si svolgeva, a
detta del Caracciolo, in un’atmosfera da «baccanali»: «cotesta
rustica gente sentendosi nudrita e pagata come mai non lo è nel
resto dell’anno, si mette in bell’umore, ed ama all’eccesso di
motteggiare con chi passa, quasi un suo privilegio antico; sicchè
i mangani hanno un’aria di baccanali, e si tira giù come viene
86
viene» . Pure volendo considerare eccessiva la descrizione del
Caracciolo, lo svolgimento pubblico e le condizioni generali in
cui aveva luogo la trattura non erano certo le più propizie ai fini
dell’accuratezza e della diligenza del lavoro dei trattori.
Tuttavia, in molte altre località la trattura si svolgeva in condizioni migliori, in locali chiusi e, talora, fabbricati ad hoc, di
anno in anno. Per le Calabrie qualche testimonianza emerge dai
processi istruiti dopo l’eversione della feudalità, davanti alla
Commissione feudale. Poco indagati dalla storiografia, i diritti e
gli abusi feudali esercitati nel campo della sericoltura dovettero
governare in misura non irrilevante l’«economia della seta» di
alcune aree meridionali. Riguardo alla trattura, alcuni comuni
calabresi ricorsero contro le pretese dei baroni locali, accusati di
lucrare sul possesso, o sull’usurpato possesso, dei locali ad essa
adibiti. Il Comune di Morano ricorse contro il principe di Scalea accusandolo di esigere 8 ducati «da ogni maestro lavoratore
di seta perché gli dà il comodo del locale per l’esercizio di tal
mestiere, e di vietare a’ cittadini il costruir fornaci ed ogni altro
87
bisognevole per tale oggetto» . Il comune di Paola accusò l’ex
barone di riscuotere da ciascun trattore 5 carlini «per il locale
85
ASN, Arrendamenti, f.lo 2303.
CARACCIOLO 1785, p. XIIIn. In un Regolamento per il lavoro delle sete
rimesso all’Agente di Fagnano Sig. D. Carlo Cervino nel 1787 Tommaso Firrao, principe di Luzzi, raccomandava al suo agente di andar «spesso in giro
per le Fornelle osservando se i Mastri lavorano a dovere, e precisamente verso
il tardi del giorno, che trovandosi li trattori stanchi, e riscaldati dal caldo, e
dal vino, sogliono tirarla grossa e sporca», ASN, Archivi privati, Archivio
Sanseverino di Bisignano, Miscellanea, fs. 366.
87
SENTENZE DELLA COMMISSIONE FEUDALE, vol. 10 (1809), p. 170 e sgg.,
sentenza 14 ottobre.
86
La trattura
137
88
delle fornella che si fabbrica nelle [pubbliche] strade» . Il comune di Rose accusò il principe di Luzzi di esigere 2 carlini da
ogni trattore «per locale ove situa il fornello, malgrado che il
89
locale sia di esso comune» . Tre casi che illustrano situazioni
assai diverse. Nel primo caso il locale adibito alla trattura era
una struttura permanente, di proprietà del barone, cui si contestava l’esercizio di un diritto proibitivo, costringere, cioè, i cittadini a servirsi esclusivamente del suo locale, facendosene pa90
gare l’uso . Nel secondo caso il locale era edificato di anno in
anno ed il barone esigeva un compenso perché era collocato in
strade di cui «si ha appropriat[o]». Nel terzo caso il locale,
permanente, era di proprietà del comune, ma il barone esigeva
ugualmente di essere pagato. Il dispositivo della sentenza lascia
trapelare un’altra notizia: il barone di Rose, pur non possedendo il locale, era proprietario di alcuni «fornelli» edificati al suo
91
interno , come a dire, di alcuni spazi attrezzati per la trattura.
Il caso del barone di Rose non era atipico. Fulcantonio Ruffo di Calabria, principe di Scilla, possedeva nel suo feudo 12
«posti di manganelli con caldare per la seta», che nel 1786 erano
dati in fitto a 4 ducati ciascuno, e lo spazio «della Caldara della
92
Scaldaria», affittato per 3 ducati . Nella città di Reggio pure esistevano strutture permanenti, le «logge da cavar seta», di proprietà di privati, anche non nobili, concentrate nelle due località
93
in cui si svolgeva la trattura, Malfetano e Castelnuovo . Quando, nel 1782, in seguito ad un’alluvione, le logge di Castelnuovo
88
Ivi, vol. 3 (1810), p. 365 e sgg., sentenza 12 marzo.
Ivi, vol. 1 (1810), p. 251 e sgg., sentenza 5 gennaio.
90
La commissione feudale riconobbe il diritto del barone di pretendere un
compenso per l’uso del locale, restando però liberi i cittadini di «costruir delle
fornaci» anche altrove.
91
Il barone «si astenga di esiger gli annui carl. 2 da ogni massaro trattore
di seta pel locale ove situa il fornello, e gli sia salvo il diritto di esiger l’affitto
de’ proprj fornelli».
92
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 99, f.lo 28.
93
Il «canatore di seta» (trattore) Antonino Caridi e il «calzolaro» Antonino Porcello possedevano entrambi una «loggia di manganelli» nel posto Malfetano, MAFRICI 1986, pp. 148; 160. Il patrizio reggino Cesare Catizzone «avea da’ suoi maggiori» «una loggia con mangano» in Castelnuovo, ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Il Governatore di Reggio alla Sopraintendenza, Reggio, 13 luglio 1782.
89
138
Capitolo III
andarono distrutte, tutti i «possessori di loggia» dovettero fare
richiesta in Soprintendenza per ottenere l’autorizzazione alla
94
riedificazione . Nel 1789 nel «posto Malfetano» erano all’opera
74 trattori, che lavoravano quotidianamente circa 700 libbre di
seta, e nel «posto del Castelnuovo» 68 trattori, per circa 640
libbre di seta al giorno, benché l’amministratore doganale rimarcasse che «mai accade d’essere sempre uguale il numero de
mangani, solendo accadere vacanze ò per mancanza di Legni ò
95
di infermità de’ trattori» .
In generale, sembra che la localizzazione della trattura dovesse soddisfare un insieme di condizioni e di interessi diversi,
talora divergenti. Oltre che a fattori di ordine tecnico (la disponibilità di acque abbondanti e limpide, la natura pianeggiante
del terreno e l’assenza di vento) e all’esigenza di controllo da
parte dell’Arrendamento, che imponeva luoghi “pubblici e aperti”, la scelta della località soggiaceva anche al gioco dei rapporti di forza all’interno delle singole comunità, derivanti, ad
esempio, dalla presenza di soggetti (nobili, possidenti, notabili
locali) in grado di far valere diritti più o meno fondati giuridicamente ma, nondimeno, goduti ed efficacemente difesi laddove le circostanze lo consentissero. All’inizio degli anni ’70 tal
Pietro Maria Fanuele, che faceva «grossa industria di Seti per
Mercadanti Napoletani», prese in fitto e adibì alla trattura uno
stabile nell’università di Castelfranco, presso Cosenza, in località Fontanisi. Inizialmente allestì 3-4 «fornaci», portate poi al
numero di 10. L’iniziativa incontrò però l’opposizione del duca
di Cerisano e principe di Castelfranco, Domenico Maria Sersale, che nel 1772 presentò ricorso contro «alcuni naturali di cervello torbido» che pretendevano di «costruire fornaci di traere
seta in luoghi non soliti», conseguendo un laconico decreto col
quale si disponeva che non si contravvenisse al regolamento
96
dell’Arrendamento . L’anno seguente il procuratore del duca
94
Ibidem.
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Girolamo Coscinà a Ferdinando Corradini, direttore del Supremo Consiglio delle Finanze, Reggio, 14
agosto 1789.
96
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 106, f.lo 6, Atti per l’Ill. Duca di Cerisano, e Principe di Castelfranco con D. Pietro Maria Fanuele della Terra di Castelfranco circa la situazione delle fornaci, ut intus, per le sete. Castelfranco
95
La trattura
139
tornò all’attacco, allegando al nuovo ricorso varie testimonianze riguardo al fatto che il «luogo pubblico, e solito» nel quale si
svolgeva la trattura era quello denominato Fontana di Pantosa e
che, pertanto, illecitamente si erano allestite fornaci dal Fanuele
in Fontanisi. Oltretutto lo stesso Fanuele aveva fabbricato altre
tre fornaci in uno stabile di sua proprietà in località Santa Lucia.
I successivi ricorsi consentono di illuminare gli interessi e i
«partiti» che animavano la comunità locale. Da un lato il duca
che, a giudizio di molti, tentava di preservare il provento di 12
carlini a fornello (per circa 30 fornelli edificati ogni anno) che
percepiva se la trattura si svolgeva nei suoi possedimenti, tra i
quali rientrava Fontana di Pantosa, e che, soprattutto, opponendosi ad un’organizzazione della trattura decentrata e al di
fuori del suo controllo, intendeva salvaguardare una posizione
97
privilegiata nell’acquisizione del prodotto locale . Dall’altro lato il Fanuele, sostenuto sia dalle autorità cittadine – che, pur attribuendo la responsabilità della vertenza alle brighe dell’e-
(oggi Castrolibero, GALANTI 1792 [Placanica], p. 259n.) e Cerisano, che intorno al 1780 contavano rispettivamente 774 e 1.600 anime (ASN, AA. EE.,
fs. 4888), producevano all’incirca 9.000 libbre di seta l’anno, cfr. ASN, Pandetta miscellanea, fs. 106, f.lo 6, Atti per l’Ill. Duca di Cerisano…
97
Nel 1798, ricorrendo in Sommaria, ancora una volta, al fine di impedire
che la trattura si svolgesse al di fuori dei suoi possedimenti, il duca Gironamo
Maria Sersale, figlio ed erede di Domenico Maria, avrebbe motivato la richiesta dichiarando esplicitamente che la sua rendita «consiste[va] nel raccolto
delle seti [degli allevatori...] nomeno per la fronda, che se li somministra, che
per causa di vittuaglie denaro, ed altro che si somma, a segno che, quod absit,
mancasse la raccolta delle seti, non se ne percepi[rebb]e dalli feudi rendita alcuna», ibidem. Ma, al di là della redditività dell’investimento nella sericoltura
e, in senso lato, dei benefici economico-finanziari che garantiva, va sottolineata la valenza sociale e politica attribuita in sede locale al controllo della produzione e circolazione della seta. Il principe di Luzzi Pietro Maria Firrao
spiegava al figlio che «tale seccante, ed anche dolorosa industria, deve farsi a
qualsiasi costo, perché porta oltre l’esazione delle proprie rendite, l’intera subordinazione de’ sudditi», ASN, Archivi privati, Archivio Sanseverino di Bisignano, Carte, fs. 239, Napoli, 25 luglio 1772, cit. in COVINO 1997-98, p.
297, che rimarca in particolare che «il soccorso accordato a coloro che allevavano il baco rinsaldava i vincoli di patronato. Rinunciare a gestire l’incetta
avrebbe significato abdicare al controllo politico e sociale, nonché economico
del territorio con sicuro vantaggio dei notabili più intraprendenti», ivi, p. 291.
140
Capitolo III
rario del duca, più che al duca stesso, tennero a precisare che
nella «situazione di fornaci i Baroni non hanno diritto di sorte
alcuna» – sia dall’amministratore generale delle Dogane e
dell’Arrendamento della seta di Calabria Citra de Leon, che aveva autorizzato il Fanuele ad organizzare la trattura nei due
edifici in considerazione della gran quantità di seta che questi
annualmente ricavava dalla foglia somministrata agli allevatori
98
locali . Entrambe le parti, peraltro, motivarono ricorsi e controricorsi con l’intento di conseguire la localizzazione della
99
trattura più idonea sotto il profilo tecnico o organizzativo . Ad
ogni modo, il tentativo di sottrarsi alle pretese del duca non riuscì e la trattura fu nuovamente spostata in Pantosa.
Nel corso della vertenza la posizione del governo, che
all’epoca amministrava l’Arrendamento di Calabria, si mantenne decisamente pronta ad aderire alle pur mutevoli istanze locali volta per volta avanzate. Purché restassero garantite talune
condizioni generali, la localizzazione della trattura era lasciata
alla determinazione delle comunità e rispondeva, pertanto, agli
100
equilibri e agli interessi locali .
98
Il de Leon aveva precisato che la concessione non istituiva un diritto
privativo in capo al Fanuele, potendosi da chiunque allestire altre «fornelle
[...] fino a tanto, che vi si riconoscerà esservi acqua, a sufficienza», ASN, Pandetta miscellanea, fs. 106, f.lo 6, Atti per l’Ill. Duca di Cerisano…
99
Quando, nel 1774, della questione fu investito il preside provinciale,
questi inviò sul luogo un attuario col compito di stabilire in quale delle diverse località concorressero i requisiti imposti dal regolamento. L’attuario incontrò il Fanuele, il sindaco, l’erario del duca e un buon numero di persone
«dell’uno, e dell’altro partito, che vi erano accorsi». La tensione era talmente
alta che decise che le parti scegliessero periti di loro fiducia, quattro ciascuna,
per l’accertamento che si doveva compiere, ibidem.
100
Nel 1777 i governanti di Castelfranco, evidentemente riconciliatisi col
Sersale, chiesero, ed ottennero, di spostare la trattura in un’altra località di
proprietà del duca, Revotisi, sempre adducendo ragioni tecnicoorganizzative, ma due anni dopo, allorquando Revotisi passò nelle mani del
patrizio cosentino Valerio Telesio, implorarono di tornare nuovamente in
Pantosa, dichiarando stavolta senza mezzi termini che «il dritto della situazione delle fornelle da traer seta compete[va] all’Illustre Possessore, che
n’esigge[va] carlini 12 per ogni fornella, nel qual possesso ne sta[va] ab immemorabili», e il governo accolse la richiesta, ASN, Pandetta miscellanea, fs.
93, f.lo 48, Atti per gli attuali magnifici Governanti della Terra di Castelfranco in Provincia di Calabria Citra.
La trattura
141
Tutt’altra la situazione delle province campane. In numerose
università i trattori operavano separati, in cortili o nei locali
messi a disposizione dai privati. Interessante la testimonianza
fornita nel 1791 da alcuni «naturali» dell’università di Sarno.
Per la locale produzione di bozzoli era necessario costruire annualmente circa 50 «fornace di fabrica». Le caldaie erano costruite «nelle proprie case di abitazioni, ne cortili, e ricinti de
naturali predetti». I proprietari delle abitazioni, cortili, etc.
concorrevano alle spese di fabbricazione «soccomb[endo] per li
materiali, cioè in calce e pietre per l’edificazione di dette fornace, e rispetto alla fatica del mastro fabricatore che importava
per ogni fornace carlini due si pagavano questi dalli trattori [...]
e qualche volta anco si pagavano da essi [proprietari]». Nel caso
che le fornaci fossero costruite all’aperto, i proprietari si facevano carico dell’allestimento di un tetto composto di «tavole,
ed alle volte di frasche» per proteggere i trattori «dal sole, e dalla pioggia». Infine, era a loro carico anche l’alloggio dei trattori,
qualora questi fossero «forastieri». Com’è naturale, coloro che
si accollavano tali spese ed incomodi non erano mossi da spirito
di servizio nei confronti dei concittadini ma erano «contentissimi» di sopportare ogni disagio per «il ricompenzo che ne avevano anzi magiore col guadagno che rimaneva a loro beneficio
101
della straccia, e cenere» .
In definitiva, la documentazione rimanda un quadro
dell’organizzazione e dei luoghi della trattura ben più articolato
di quello prospettato dai riformatori, quadro nel quale si deve
notare un altro aspetto particolare che non trova riscontro nelle
altre aree di produzione serica italiane: l’impiego pressoché esclusivo di manodopera maschile. Secondo il Caracciolo, lo
svolgimento pubblico e collettivo della trattura impediva
l’utilizzo di manodopera femminile: «mai le donne vili che sieno d’estrazione, non si accomoderanno ad apprendere
quell’arte. A nulla servirebbe di sopprimere a loro favore la sevizia delle pene minacciate a’ maestri trattori della seta. La sola
idea di tanti conti che debbono rendere al Fisco, e di tante persone che hanno diritto di andarle intorno e molestarle, fa che
102
più tosto vorrebbero perir di fame» . Ma, a parte che, come si
101
102
ASN, MF, fs. 2455, inc. 30.
CARACCIOLO 1785, p. LXXX.
142
Capitolo III
è appena documentato, in alcune aree di produzione le modalità
di svolgimento della trattura si presentavano diverse, si deve ritenere che le ragioni del monopolio maschile, più che nella pratica pubblica della trattura, vadano ricercate in più complesse
dinamiche economiche e demografiche che richiederebbero
un’appropriata analisi. Specialmente se si considera che nel XVI
secolo la trattura vedeva impegnati sia uomini che donne o,
come recitavano i bandi cinquecenteschi, i «mastri, seu maestre
cacciasete». E in Terra d’Otranto e di Bari, ancora nei primi decenni del ’700, la trattura vedeva impegnate anche, e forse esclusivamente, donne, le «mastre trattrici», che lavoravano nei cor103
tili di case loro o «di una paesana» .
Ma chi erano e come si formavano i “Maestri trattori”? Il
Grimaldi riferisce che la trattura «colli mangani grandi» richiedeva l’impiego di tre uomini – «l’uno che si chiama il Maestro,
un altro il Discepolo, ed il terzo per assistere alla Caldaja, e per
104
levare i vermi» – ma molte altre fonti riferiscono del solo maestro e, raramente, del «lavorante» o «garzone» o «discepolo».
Le licenze di trattura stampate a Reggio negli anni ’70 del ’700
erano intestate al «Maestro Trattore di Seta» e accanto al nome
del maestro, segnato a penna, c’era anche quello del «suo disce105
polo» . È tuttavia probabile che i due fossero affiancati da un
terzo soggetto, più o meno qualificato, addetto al ricambio
dell’acqua nella bacinella e alla separazione degli scarti dai vermi appena spogliati. Di certo a Reggio erano coadiuvati dal
«Cacciaverme ed Inserviente dell’accqua» che era, però, ingaggiato dal proprietario dei bozzoli e retribuito a parte, normalmente «in tanti vermi e malafre», valutabili in 25 grana al gior106
no .
103
ASN, Arrendamenti, f.li 2172 e 2180.
GRIMALDI 1780, p. 67.
105
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 98. Cfr. anche ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 1, in cui figurano numerose testimonianze di trattori che fanno
riferimento ad un solo discepolo, spesso un figlio o un fratello.
106
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Calcolo delle differenze resultate nello Scandaglio fatto in queste Reali Scuole di Villa San Giovanni jeri
15 ottobre ed anno 1792 tra il Mangano Petrucci ed il mangano ad uso di Torino, in presenza di S.E. il Sig. Marasciallo D. Giovanni Danero Governatore
Politico e Militare della Real Piazza di Messina, di D. Litterio Vallone, e di D.
Pietro Bennato Filatorarj di detta Città, e di noi sottoscritti Notaj.
104
La trattura
143
Non risulta che la capacità professionale dei trattori fosse
soggetta ad esami o ad accertamenti da parte di soggetti dotati
di comprovata competenza. I trattori erano autorizzati
dall’appaltatore e a quest’ultimo la prammatica del 1740 e le
successive degli anni ’50 imponevano, con la minaccia di pene
severissime, la scelta di soggetti «esperti, e diligenti nel lor mestiere». Ma non è dato sapere a quali criteri l’appaltatore informasse il suo giudizio. «Gli Affittatori per loro maggior profitto
107
adoprano Tiratori inesperti», sosteneva il Palmieri , ma in che
modo la selezione di maestranze poco qualificate consentiva di
incrementare la redditività dell’appalto?
Uno squarcio sulle modalità di assegnazione delle licenze è
offerto dagli atti di una lunga vertenza giudiziaria che contrappose l’università di Boscotrecase, casale di Napoli, agli appaltatori dell’Arrendamento della seta di Terra di Lavoro e da un
conflitto sorto in relazione alla gestione dell’Arrendamento
d’Abruzzo.
Nell’estate del 1756 il procuratore dell’università di Boscotrecase fece pervenire al sovrano un dettagliato ricorso contro
«gli Appaldatori passati, e presenti» del dazio sulla seta di Terra
di Lavoro. L’università avrebbe dovuto godere della «libertà di
chiamare a suo arbitrio i Mastri Trattori di seta [...] e quanti ad
essa piaceria [...] e di non pagar per [le sete …] dazio, ò Dogana
108
alcuna, per che franca, come Casale di questa Capitale» ma, in
contrasto con tali prerogative, gli appaltatori avevano introdotto «varj abusi, e pregiudizi»: imponevano i trattori da loro prescelti, dai quali esigevano un versamento di 150 ducati; inviavano «Trattori poco esperti, ed in numero non vastante, e quel
ch’è più, sempre tardi, e per breve tempo, di modo che le seti
vengono di malissima qualità, e buona parte di esse si perde»,
trattori che, oltretutto, pretendevano 15 grana a libbra di seta
107
PALMIERI 1789, p. 189n.
Entrambe le prerogative, autonomia nella scelta dei trattori ed esenzione da qualunque dazio sulla seta, erano state confermate in tempi relativamente recenti, nel 1721, e corroborate dal versamento da parte dell’università
di 130 ducati a beneficio della Regia Corte, a titolo di transazione per la revoca della «sospensione delle franchizie della seta» che era stata stabilita l’anno
precedente. Uno stralcio della vertenza del 1720-21 in ASN, Arrendamenti,
f.lo 2182.
108
144
Capitolo III
tratta, «con il ben mangiare, ed abitazione», mentre la prammatica fissava la retribuzione in 12,5 grana; ed infine, tenuti a fornire gratuitamente ai negozianti le licenze di commerciare la seta, gli appaltatori «esigge[vano] secretamente grana 5 per ciascheduna libbra, e poi li [davano] detta licenza, o sia Dispenzale
109
firmato gratis» .
A sostegno delle sue accuse l’università produsse una «fede
di verità» nella quale tre trattori della terra di Furore, un paesino della costiera amalfitana di 300 anime, ammettevano di aver
versato all’appaltatore 155 ducati per la concessione delle licenze di tirare la seta in Boscotrecase. In particolare, tal «Michele
capomastro trattore» dichiarò di aver stipulato con uno degli
appaltatori del dazio, Domenico Contaldi, un vero e proprio
contratto rogato per mano di un notaio, mediante il quale si era
impegnato a versare subito un acconto di 46 ducati, col patto di
versare i restanti 109 nel momento in cui l’appaltatore gli avesse
consegnato le licenze per poter tirare la seta in Sanseverino, una
volta terminata la trattura in Boscotrecase. Gli altri due trattori
attestarono che, dei 155 ducati, «tanto da noi, quanto da altri
nostri compagni, ogn’uno di noi deve corrispondere la sua rata
al sudetto Mastro Michele».
Il ricorso fu rimesso a Francesco Ventura, presidente del
Supremo Magistrato di Commercio, con un dispaccio col quale,
ignorando la questione degli abusi degli appaltatori, gli si ordinava di far osservare «puntualmente [...] el Real Bando, que
prescrive las leyes y reglas, con que se debe tirar la seda, para
que venga en la devida perfecion»; il bando, si ricordava, era
stato da poco rinnovato, e della sua efficacia il Supremo Magistrato doveva farsi carico, anche proponendo eventuali, ulteriori provvedimenti che meglio si attagliassero al caso in esame.
L’anno seguente, un nuovo ricorso degli eletti di Boscotrecase, ai quali si erano presentati, inviati dall’appaltatore, un
«Capo Mastro Trattore di Seta chiamato Matteo di Florio, con
diversi mastri trattori con mangani, ed altri stigli necessarj».
Ora, gli eletti non avrebbero voluto pregiudicare l’esito della
causa intentata all’appaltatore avallando la designazione dei
109
ASN, Pandetta nuovissima, fs. 1922, f.lo 52433, Atti originali per
l’università di Bosco Tre Case di Napoli con il magnifico appaltatore delle Sete
della Provincia di Terra di Lavoro.
La trattura
145
trattori da lui compiuta. Ma poi, all’approssimarsi del tempo
per la trattura dei bozzoli, erano «condiscesi, che per questa
volta tantum [...] si fossero posti li mangani da detti maestri».
Senonché il di Florio aveva voluto «prima pattizzare il prezzo
se li dovea dare per la tractura pretendendo grana 15 a libra [...]
stante si trovava pagato all’affittatore duc.200 per poter venire à
trarre in questo Casale». E alle proteste degli eletti il di Florio
in termini espliciti aveva opposto che «quante volte la licenza
datali dall’affittatore havea luogo non potea far à meno di esiggere grana 15 à libra, ma se quella non bisognava, e l’università
avea la facoltà di accordarla, egli avrebbe fatte traere dette sete
ad un carlino la libra». Il Magistrato di Commercio decretò che,
«senza pregiudizio» per la valutazione in sede processuale delle
ragioni degli uni e degli altri, fosse intanto lecito all’appaltatore
di destinare i trattori in Boscotrecase. Ed anche questa volta la
110
questione degli abusi fu elusa , così che l’anno seguente il pro111
blema si ripropose in termini pressoché identici .
110
E, difatti, nell’agosto i trattori ricorsero al presidente della Sommaria e
consigliere del Supremo Magistrato di Commercio Antonio Belli, incaricato
della causa, lamentando che gli eletti avevano ordinato la sospensione delle
retribuzioni ad essi spettanti; il Belli ordinò al Preside di Salerno di costringere i proprietari della seta ad adempiere al pagamento, «sempre che dai trattori
siasi osservato quanto si prescrive nel citato Banno». Gli eletti dell’università
a loro volta ricorsero contro la decisione del Belli, sostenendo che i trattori
avevano già spuntato da molti produttori da 15 a 20 grana a libbra di seta tratta, e che la decisione di far sospendere i pagamenti mirava ad ottenere dai trattori una nota di tutte le sete tirate, e dei pagamenti già conseguiti, per poter
calcolare la retribuzione complessiva ad essi spettante. Gli eletti aggiungevano
di essersi obbligati «nomine proprio pagare a beneficio di detto Matteo [il di
Florio…] tutta quella summa in cui sarebbe risuldato creditore [...] fatta la
deduzzione di quello indebitamente dal medesimo si è esatto». Il 23 agosto il
Belli decretò che il governatore locale, «chiamando a sé le parti, procur[asse]
di concordarle prontamente, usando a tal’effetto ogni mezzo prudenziale, ed
efficace, in guisa che senza ulteriori ricorsi, e senza spesa restino le parti quietate, ed in caso contrario faccia giustizia de plano, e sommariamente», ibidem.
111
L’appaltatore destinò nuovamente in qualità di «capo mastro» il di Florio il quale, presentatosi a metà maggio in Boscotrecase, «si ha fatto lecito di
far sentire, ch’egli non più di diece mangani può mettere in questo casale sudetto; ma anche vuole prima pattizzare il quanto deve esiggere per libra di
seta per trattura». Gli eletti informarono il governatore locale delle pretese del
di Florio, paventando il «non poco danno, ed interesse» che avrebbero patito
i cittadini di Boscotrecase e chiedendogli di ordinare al di Florio «che subbito
146
Capitolo III
In seguito la lite si arenò, forse anche perché l’università,
«oppressa da debiti, e liti, non [aveva] potuto rilevarsi». Ma
gli abusi dell’appaltatore, sostenne il procuratore di Boscotrecase in un nuovo ricorso presentato nel 1769, erano «più
che mai cresciuti» e l’università, «veggendosi dalla violenza,
arte, ed industria degli pro tempore Arrendatori, spogliata»
dei suoi diritti, aveva deciso di promuovere con rinnovato
vigore la prosecuzione della vertenza. L’appaltatore fu denunciato, oltre che per i soliti «abusi», perché aveva «surroga[to] anche persone sustitute su le fornaci nel tempo della
trattura», aveva, cioè, inviato i sostituti, gli ufficiali ordinariamente deputati all’annotazione delle sete soggette al dazio:
Boscotrecase era esente dal dazio sulla seta e dunque, si sosteneva nel ricorso, l’invio dei sostituti era rivolto al solo fine
di «estorquere da i trattori» denaro in cambio della conces112
sione della licenza di trattura .
Di tutt’altra natura la vertenza relativa agli Abruzzi. Nel
1785, diversamente da quanto praticato nei decenni precedenti,
le due imposizioni stabilite sulla seta – l’una di 30 grana e l’altra
di 6 grana circa a libbra – furono gestite separatamente: il cosiddetto Arrendamento grande, che era di proprietà dei consegnatari, vale a dire dei possessori di capitali situati sui proventi
del dazio, fu appaltato a Domenico Madonna, di Lanciano;
l’Arrendamento piccolo, che era stato ricomprato dalla Regia
Corte fin dal 1760, in mancanza di offerte per l’affitto fu ammi113
nistrato in demanio . In luglio il Madonna ricorse in Soprintendenza lamentando l’ingerenza di un ufficiale dell’Arrendamento piccolo, Antonio Albertolli, destinato nell’università
destinato avesse li mangani in questo casale al numero opportuno di trentacinque» e che accettasse di essere retribuito secondo le tariffe regolamentari,
ibidem.
112
Ibidem. Non si conosce l’esito della controversia, ma sulla questione
dei sostituti l’università dovette risultare soccombente se nel maggio del 1778
l’appaltatore Nicola Pignataro ottenne senza difficoltà di poterli inviare non
solo in Boscotrecase, ma «in tutti li luoghi franchi, affinche possano invigilare
su li trattori per li suoi interessi», ASN, Arrendamenti, f.lo 2269.
113
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 52, Atti ad istanza del Magnifico
D. Domenico Madonna di Lanciano, affittatore dell’Arrendamento delle Sete
e Zafferano delle due Province di Abruzzo, contro i Governatori
dell’Arrendamento.
La trattura
147
di Pacentro, «uno de’ principali luoghi d’industria di sete», nel
dare licenze ai trattori e ai Regi Compratori «di Seta e Follicelli». Tali prerogative, sosteneva l’appaltatore, gli appartenevano,
come gli appartenevano «tutte le solite ricognizioni tanto in
denaro, che in Lacci di seta» che si esigevano da trattori e Regi
Compratori. L’appaltatore esigeva due carlini per ciascuna licenza di trattura e altrettanti per quelle di incetta di bozzoli e di
seta, ed esigeva inoltre «tre lacci di seta [...] per ciascuna caldaja
114
nel Sabato per regalia de’ Compratori, chiamata norma» . Il
Madonna sosteneva nel ricorso che tali riscossioni competevano al solo Arrendamento grande, mentre l’Arrendamento piccolo aveva il diritto «di far vigilare, di fiscalizzare, ma di niente
introitare», ad eccezione, ovviamente, del dazio. La pretesa del
sostituto dell’Arrendamento piccolo di esercitare le stesse prerogative dell’Arrendamento grande avrebbe condotto alla «deteriorazione di questo capo d’industria»: «pagamento di licenze
esigerà l’Arrendatore. Pagamento di licenze esigeranno
l’amministratori. Se quello che vuole l’uno, gli altri non vorranno, ecco un dissordine. Dissordine e confusione [...] con dispendj notabili. E se alcuno dovrà estrarre piccola quantità di
seta, le sole spese di licenze ne assorbirà il valore».
Sul ricorso, la Soprintendenza domandò una relazione ai governatori dell’Arrendamento grande delle sete e zafferano
115
d’Abruzzo che ricordarono che «secondo le Istruzioni di detto Arrendamento, e come si prattica per tutti gli Arrendatori di
sete del Regno, espressamente vien proibito far la menoma esazione per dritto, sotto qualunque pretesto, o colore, dovendole
concedere gratis, ad ogni richiesta». Insomma, il Madonna pretendeva «dritti, ed emolumenti non concessili, e non appartenentili» e dunque «invano si duole [...] anzi questo Governo
[...] riflettendo, che queste indebite esazioni offendono
all’Industria delle sete, si protesta contro il Madonna, e fa istanza di astenersene in avvenire per non assoggettarsi a riprensione».
114
I «lacci di seta» sono definiti anche «calli o principiature di seta» e «lacciuoli volgarmente detti principii di Mancanate», ibidem.
115
I governatori degli arrendamenti rappresentavano gli interessi dei consegnatari.
148
Capitolo III
Le due realtà disvelate dalla controversia intentata dal casale
di Boscotrecase e dal ricorso dell’appaltatore dell’Arrendamento grande d’Abruzzo appaiono nella sostanza differenti.
Le prammatiche vietavano agli appaltatori di ricevere denaro o
qualunque altro «regalo» dai trattori, giacché le licenze si dovevano concedere «gratis senza interesse alcuno», ed anzi depre116
cavano esplicitamente «li carlini sei introdotti per abuso» in
cambio della concessione della licenza. I trattori di Pacentro
versavano, a titolo di «diritto» all’Arrendamento per la concessione della licenza, una cifra modesta, due carlini; un «diritto»
illecito, rispetto alla normativa vigente, ma che era percepito da
tutti gli interessati, dagli stessi trattori, dagli appaltatori, dagli
amministratori locali, come consuetudinario e, sembrerebbe, di
nessun intralcio all’industria locale. Un “diritto” per certi versi
assimilabile ai versamenti pretesi dai baroni di talune università
117
calabresi . Viceversa, nel caso denunciato dall’università di Boscotrecase si profila, si direbbe oggi, un’ipotesi di concussione.
L’appaltatore percepiva una somma cospicua, 150-200 ducati da
una trentina di trattori, pari a circa 50-65 carlini ciascuno, – un
esborso che induceva i trattori a chiedere una retribuzione superiore a quella ordinaria – e la percepiva non a titolo di «diritto» di concessione della licenza, bensì in cambio della concessione di poter lavorare in una determinata località.
La diversa causa ed incidenza dei due esborsi rinvia alle differenze che correvano tra le aree di produzione serica del Regno. Nel casale di Boscotrecase si producevano alla fine degli
anni ’80 del secolo all’incirca 9-10.000 libbre di seta. Con i contigui casali di Torre Annunziata e Boscoreale formava una sorta
118
di comprensorio di oltre 14.000 abitanti la cui produzione si
119
aggirava sulle 16.000 libbre di seta l’anno . All’incirca quanto
l’intera provincia, e ripartimento fiscale, di Principato Ulterio-
116
Prammatica II Serificium, 21 maggio 1740, cap. VII, reiterato nel 1751,
1754 e 1756.
117
E ancora, in una memoria su Belvedere (Calabria Citra) rimessa al Galanti nel 1792 si denunciava un illecito versamento di 5 carlini cui il bilanciere
assoggettava i trattori, GALANTI 1792b, p. 509.
118
GALANTI 1790, t. IV, p. 256.
119
ASN, Arrendamenti, f.lo 2298.
La trattura
149
120
re . Più di quanto si produceva nel ripartimento del Principato
121
Citeriore da Eboli in là , che includeva pressappoco l’attuale
provincia di Salerno, esclusa la costiera amalfitana. Il casale di
Boscotrecase presentava livelli di produzione che assicuravano
ai titolari della licenza di trattura guadagni certi e di tutto riposo rispetto alla gran maggioranza dei trattori, sovente costretti a
spostarsi in due, e talvolta in tre località per poter lavorare un
122
centinaio di libbre di seta o anche meno .
In che misura fosse diffusa la pratica denunciata da Boscotrecase è difficile dire, anche perché, essendo vietata, non trova
alcun riscontro nei registri degli Arrendamenti. Ma si deve ritenere che si trattasse di una tipologia di abuso rara o quanto me123
no infrequente , connessa, si è detto, alla maggiore appetibilità,
120
Nel 1789 furono annotate 13.993 libbre. Con poche eccezioni, in ciascuna delle località della provincia dove si svolse la trattura si lavorarono meno di 300 libbre di seta. Superarono le mille libbre le università di Cervinara
(1.002 libbre), di Bagnuli (1.444 libbre), di Vitulano (1.591 libbre) e di Montella (1.601 libbre), ASN, Arrendamenti, f.lo 2280.
121
Meno di 10.000 libbre nel 1786, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 97.
122
Qualora si verificassero circostanze straordinarie e tali da ridurre considerevolmente la locale produzione di bozzoli, i trattori potevano intraprendere anche lunghi viaggi alla ricerca di occasioni di guadagno. Così, ad esempio, a proposito della catastrofica stagione serica del 1787, tal Giuseppe Rispoli, sartore e trattore di seta di Avellino, ricordava: «tutti i trattori stavano a
spasso, ed io non avendo trovato a fatigare in niuna parte di questa stessa
provincia [Principato Ultra] dove maggiormente aveano danneggiato le gelate
per essere composta di tutti luoghi montagnosi, mi portai a fatigare nella provincia di Terra di Lavoro [...] Di là volli portarmi nel ripartimento di Sorrento, e propriamente nella Terra di Agerola per vedere se avessi potuto fatigare
nel trarre qualche partita di seta, e procacciarmi qualche poco di pane, ma
neppure trovai a fatigare, anzi molti trattori di colà, che non aveano trovato a
fatigare volevano portarsi in Calabria, ed io ciò sentendo volli con medesimi
unirmi, sicche stando per partire verso la mettà del mese di luglio di detto anno viddi che molti Trattori Calabresi erano venuti in detta terra da Calabria
per fatigare, giacché colà non ci era da fare, per cui giudicando che tal pessima
annata estraordinaria era precorsa per tutto il Regno me ne tornai in questa
mia Padria», ASN, Arrendamenti, f.lo 2280.
123
Informatori ben attenti a denunciare al governo i molteplici inconvenienti degli Arrendamenti non ne fanno parola ed anzi il Grimaldi,
nell’analitico commento alla prammatica del 1751 posto in appendice alle Osservazioni economiche, lascia intendere che la proibizione di vendere le licenze era risultata efficace, GRIMALDI 1780, p. 89n.
150
Capitolo III
per i trattori, di talune aree di produzione, ma anche al tentativo degli appaltatori di assicurarsi un introito persino sul pro124
dotto delle poche località esenti dal dazio sulla seta .
Sarebbe di grande interesse poter inquadrare sotto il profilo
professionale i soggetti addetti alla trattura. Caracciolo, riprendendo quasi alla lettera le parole del Grimaldi, lamentava che i
trattori e i loro assistenti non erano che «contadini o artefici,
che ne’ due mesi che suol durare la tiratura della seta, si di125
stra[eva]no dall’ordinarie loro fatiche» , una testimonianza generica che conferma come, anche nel Mezzogiorno, la trattura
non fosse un’attività svolta in modo esclusivo, né avrebbe potuto essere altrimenti giacché durava, per l’appunto, al più un
paio di mesi. In realtà, è pressoché impossibile risalire alle occupazioni abituali esercitate dalla folta schiera di trattori –
nell’ultimo ventennio secolo erano forse 1.800 nella sola Terra
126
127
di Lavoro , altrettanti in Calabria Citra –, così come stabilire
in che misura essi appartenessero alla categoria degli “artefici”
o a quella dei contadini. Le poche testimonianze raccolte indicano una netta prevalenza degli “artefici”. Nel 1789 tra Sora ed
Isola del Liri, ai confini con lo Stato Pontificio, erano all’opera,
tra gli altri, un solo «bracciale» ma due falegnami, due calzolai,
128
un «sartore» ed un «cardalana» . Su dieci trattori di Nocera e
124
Tra i numerosi processi a carico degli appaltatori che si sono esaminati,
il solo che prospetti un abuso analogo a quello rilevato in Boscotrecase riguarda una università esente dal dazio della seta, Mercogliano, che denunciò
l’appaltatore, tra le altre ragioni, perchè «estorque dagli appaltati Trattori, che
manda in detta Terra […] somme eccessive per dar loro la licenza; donde avviene, che poi da detti Trattori siano gravati i Cittadini», ASN, Pandetta miscellanea, fs. 93, f.lo 34, Atti ad istanza del magnifico Regio Arrendatore delle
sete e sue imposizioni della provincia di Principato Ultra con alcuni naturali
della Terra di Montesarchio, ed altri luoghi, per controbando di seta ut intus, e
l’università, e Particolari Cittadini di Mercogliano, a.1780.
125
CARACCIOLO 1785, p. XIII n.
126
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 93, f.lo 63, f. 25, a.1782. Federico Tortora nel 1796, in una fase di contrazione della produzione e quando una parte
dei bozzoli era filata “alla piemontese” da maestranze femminili, considerò
che fossero all’opera all’incirca 1.400 trattori, ASN, MF, fs. 1406, 25 aprile
1796. Al 1806 ne contava circa 1.500, ASN, MI, II inventario, fs. 5066.
127
Nel 1790 furono rilasciate nella provincia 1.788 licenze di trattura,
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 10, f. 18.
128
Tal Pasquale Muscella, impiegato durante l’anno nel lanificio di Gaeta-
La trattura
151
Pomigliano d’Arco che nel 1798 furono chiamati a deporre
nell’ambito di un processo, soltanto uno si dichiarò «bracciale»,
uno si disse «bottecajo», uno «ferraro», due erano falegnami,
129
due «cannavari» e tre «bottari» . In Avellino era all’opera un
130
«sartore» mentre nel 1790 due trattori di Gimigliano, presso
131
Catanzaro, erano l’uno calzolaio, l’altro «sartore» . Caso singolare, sembra che alla metà del ’700 a Reggio, in occasione della redazione del catasto, taluni indicassero quale occupazione
132
principale quella di trattori . Ad ogni modo, la non marginale
presenza di «artefici», anche se non raggiungesse le proporzioni
emerse dalla occasionale documentazione rinvenuta, profila un
gruppo di lavoratori tutt’altro che improvvisati ed inadeguati a
svolgere le operazioni cui erano chiamati.
Alla medesima conclusione portano alcuni dati relativi alle
aree di provenienza dei trattori. Dalle non numerose testimonianze disponibili, che peraltro non concernono le Calabrie, si
ricava che essi provenivano per lo più da aree circoscritte: dalla
penisola sorrentina e, in particolare, dalla “Costa”, cioè il versante amalfitano, e soprattutto dall’università di Furore e da
quella di Agerola; dall’agro nolano, soprattutto da Campasano
e dalla contigua Cicciano; da una ristretta area del Cilento, e
spesso dai comuni di Roscigno e di Sacco. Forse è azzardato
parlare di specializzazione, ma è un fatto che l’università di Fu133
rore, 298 anime secondo quanto riporta il Galanti , fornisse
maestranze a Boscotrecase come a Policastro, a Torella come a
Eboli. Oltre il 70% delle 11.000 libbre di seta prodotte nel 1782
nel ripartimento di Principato Citra da Eboli in là fu lavorato
da trattori provenienti da Furore e da Agerola (36%), Roscigno
134
(ab. 992) e Sacco (ab. 1.635) . Su 95 licenze di trattura concesse
no Polsinelli in Arpino, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 83, f.lo 1.
129
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 32, ff. 92-112 e 239-251.
130
ASN, Arrendamenti, f.lo 2280.
131
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 83, f.lo 1.
132
Cfr. MAFRICI 1986, pp. 148-149.
133
GALANTI 1790, t. IV, p. 349.
134
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 97. Per i dati demografici si rimanda ancora al Galanti. A proposito di Agerola (2.960 anime) il Giustiniani annota che i
suoi abitanti «vivono colle rendite, che danno le [...] selve, e coll’industria della
seta. Molti escono pure dalla loro patria, e si portano in diversi luoghi del Regno a trarre la seta», GIUSTINIANI 1797-1805, t. I (1797), ad vocem.
152
Capitolo III
nel 1772 in Principato Ultra, 54 erano state richieste da trattori
provenienti dall’agro nolano – e di questi ben 26 di Campasano
135
– e altre 17 da trattori della Costa . A Ottaviano, alle falde del
Vesuvio, la trattura era svolta prevalentemente dai sorrentini,
«giacché in questo paese pochissimi sanno fare un tal mestiere»,
e un po’ più a nord, a Somma, da trattori della non lontana
136
Pomigliano d’Arco . Di frequente, le liste dei trattori relative
ad aree diverse restituiscono nomi e cognomi che ricorrono,
all’inizio come alla fine del secolo: i di Florio, i Cuomo, i Ferrajolo, i Villano, i Pollio compaiono anche dieci, dodici volte nello stesso ripartimento con i diversi esponenti, verosimilmente,
del medesimo gruppo familiare.
E a tal proposito, si ricorderà che nella vicenda di Boscotrecase è emersa la figura del «capo mastro trattore», il di Florio,
che, piuttosto che come garante della perizia degli altri trattori
e supervisore del lavoro altrui, si pone come rappresentante degli interessi del gruppo e, talora, come una sorta di leader: il di
Florio stipula il contratto con l’appaltatore per la concessione
delle licenze e tenta di “patteggiare” con gli eletti la retribuzione della trattura. In quel contesto i trattori non lavoravano isolati gli uni dagli altri, ciascuno secondo il proprio interesse. Essi
si accordano, si organizzano e fanno fronte comune, aiutati in
ciò anche dalla comune provenienza dalla terra di Furore.
La trattura, rapportata peraltro al tempo relativamente breve
che assorbiva, costituiva un’importante occasione di guadagno.
I trattori lavoravano quantità di seta variabili da poche decine
ad oltre 300 libbre a stagione, ma può essere utile provare a
stimare costi e ricavi di una stagione “media”, ad esempio, per
150 libbre di seta che richiedevano, all’incirca, 20 giorni di lavoro. Se si considera una retribuzione, bassa, di 12,5 grana a libbra, si può stimare un ricavo di 18,75 ducati, al netto del vitto e
135
ASN, Arte della Seta, II numerazione, f.lo 94.
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 32, ff. 128 e sgg. e ff. 239 e sgg.
È probabile che anche nelle Calabrie fossero presenti aree in cui i trattori avevano raggiunto un maggior grado di abilità e di rinomanza. Da Belvedere, ad
esempio, ogni anno «200 cittadini escono per altre province per la [...] trattura» (GIUSTINIANI 1797-1805, t. II (1797), ad vocem), e il Galanti poteva sostenere che nelle Calabrie «la seta buona è effetto de’ negozianti, che si scelgono il trattare [ma più probabilmente il “trattore”] de’ paesi dove si tira bene
la seta con averne cura particolare», GALANTI 1792, p. 148.
136
La trattura
153
dell’alloggio, che erano a carico dei produttori, ma al lordo delle piccole somme – con poche eccezioni, 2-3 ducati al massimo
137
– che in alcune aree i trattori versavano agli ufficiali regi , a
quelli dell’Arrendamento o ai baroni locali. E da cui si deve detrarre altresì la paga del discepolo, che nel 1775 a Reggio am138
montava a 14,5 grana al giorno escluso il vitto : su 20 giorni,
139
2,9 ducati, da raddoppiare se il vitto era a carico del trattore .
Restavano al trattore almeno una dozzina di ducati, oltre 6 car140
lini al giorno , una somma rilevantissima se si considera che un
salario elevato, qual era quello di un mastro fabbricatore in Na141
poli, fu nel corso del secolo di 3-4 carlini , mentre i lavoratori
agricoli percepivano salari di molto inferiori, normalmente 1,5142
2 carlini, ma talvolta anche meno di un carlino al giorno .
137
Il percettore e il credenziere del Regio Fondaco delle Sete di Reggio esigevano ciascuno 1 carlino «per ogni licenza che si concede a’ Mastri Trattori
del Paraggio» e 1 carlino per la licenza concessa ai «Mastri Trattori di Reggio
per il primo anno tantum, che si chiamano mastri novelli». Nel 1753,
nell’ambito di un più vasto progetto governativo di revisione dei diritti esatti
dagli ufficiali del Regno, la «tariffa dei diritti» di pertinenza del percettore fu
parzialmente modificata, e fu dimezzato il diritto esatto per ogni licenza di
trattura. La «tariffa» del credenziere fu uniformata a quella del percettore nel
1760. Anche in Cosenza si versavano al percettore 0,5 carlini a licenza. Inoltre, ancora a Reggio, i trattori versavano al pesatore del Regio Fondaco 2 carlini ciascuno all’anno, «e questi perché [il pesatore] in ogni fine del lavoro della seta, fa distinto notamento ad ogn’uno d’essi delli giornati di seta che han
lavorata partita per partita e giorno per giorno, quale notamento serve si per
cautela del Regio Arrendamento, come per essi mastri trattori per esigere dalli
Padroni della seta le di loro fatighe», ASN, Pandetta nuova seconda, fs. 120,
f.lo 4, Atti per la formatione della tariffa, et istruttioni dell’Officio del Regio
Credenziere del Fundaco delle sete della Città di Reggio.
138
PLACANICA 1785, p. 303.
139
Placanica stima che il vitto di un lavoratore agricolo equivalesse a 15
grana al giorno, ibidem.
140
La stima proposta risulta nella sostanza confermata dal dato, reale, della
retribuzione spettante a fine secolo ai trattori di Reggio, pagati a giornata: 10
carlini, inclusa la paga del discepolo, ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Calcolo delle differenze resultate nello Scandaglio fatto in queste Reali
Scuole di Villa San Giovanni jeri 15 ottobre ed anno 1792 tra il Mangano Petrucci ed il mangano ad uso di Torino...
141
ROMANO 1965, p. 51.
142
PLACANICA 1785, p. 303-304.
Capitolo IV
Le sete
1. Il problema della qualità della seta
Tirare la seta «grossa» o «sporca» significava non separare
nel corso della trattura gli scarti, cioè le «pelliccie, capo mangani, ed annettatura delle sete», le parti del bozzolo che rendevano il filato meno pregiato. In teoria gli scarti, le straccie, i ma1
lafrj e «tutto il morto, che casca dalla seta» avrebbero dovuto
essere riconsegnati ai proprietari dei bozzoli, i quali avrebbero
2
potuto farli lavorare per poi venderli come capisciole . Inoltre si
dovevano preventivamente separare dagli altri i bozzoli doppi, i
maschioni, che, subita la trattura, fornivano la cosiddetta mezza
seta o setone. Così stabiliva la prammatica del 1740. Ma dal
punto di vista del trattore la meticolosa separazione degli scarti
e dei bozzoli doppi si traduceva in un dispendio di tempo e di
denaro, sicché tra le raccomandazioni che il governo rivolgeva
agli appaltatori figurava talvolta quella di vigilare «che la Seta
ven[isse] a perfezione, e della qualità più desiderata» impeden1
Con tale espressione si indicava «quella specie di camicia con cui nella di
lui manifattura, resta coperto tutto il verme de’ follari», CARACCIOLO 1791,
p. 23.
2
Sembra che la lavorazione degli scarti non fosse praticata in tutte le province del Regno. I Caracciolo riferiscono che nel cosentino «ignorandosi fin
anche l’arte di cardare i folleri bucati; vanno in Fiumefreddo i Greci a comprarseli, assieme con detti resti della caldaja a prezzi molto vili», CARACCIOLO 1791, p. 26. Viceversa proprio attorno alla lavorazione del «morto della
seta» ruotava l’economia del piccolo centro di Acquarola, nel salernitano:
«tutti gl’individui di detta Terra quasi al numero di 700 esercitano il mestiere
di cardare follari, straccie, e tutto il capo morto, che casca dalla seta», ASN,
Pandetta miscellanea, fs. 83, f.lo 31, Diligenze per esecuzione d’ordini della
Generale Regal Sopraintendenza a suppliche del Sindaco, Deputati, e Naturali
d’Acquarola contro li subaffittatori di Follari, anni 1777-78. Qualche indicazione sulla lavorazione degli scarti a Napoli nella seconda metà del XVI secolo in RAGOSTA PORTIOLI 2000, p. 469.
156
Capitolo IV
do che gli industrianti, i produttori, soffrissero danni per la negligenza dei trattori, «lo che avv[eniva] per l’avidità di guada3
gnare sul quantitativo maggiore delle libbre delle Sete» .
L’eventualità di una cattiva trattura si riconduceva alla “avidità”
dei trattori che, per accrescere i propri guadagni, potevano adoperarsi perché dalla lavorazione “nascesse” una maggiore
quantità di seta, una pratica indotta dal meccanismo di calcolo
della retribuzione che, si ricorderà, era generalmente commisu4
rata al peso della seta tratta .
Piacerebbe poter derivare da elementi oggettivi, più che da
testimonianze indirette, un giudizio sulla qualità del lavoro dei
trattori meridionali. Si potrebbe effettuare, sulla base delle poche note di trattura rintracciate, una rilevazione della quantità
di seta tratta quotidianamente da ciascun trattore, o del peso
5
delle matasse lavorate . Il dato, assumendo che ad una maggiore
3
ASN, Arrendamenti, f.lo 2283. Nel caso citato, l’avvertimento andò
all’amministratore forzoso dell’Arrendamento della seta di Basilicata, barone
Vincenzo Vergallitto, subentrato nel 1785 a Giulio Saja.
4
Opportunamente, le Lettere Patenti piemontesi del 1667 fissavano «lo
scarto minimo che la lavorazione doveva comportare: una libbra di “moresca”
(lo strato superiore del bozzolo) per rubbo di bozzoli» e imponevano che la
trattura fosse retribuita a giornata, CHICCO 1992, p. 207. «Dopo l’operazione di
“pelatura dei cochetti” [i bozzoli ...] è da ottenersi nell’immersione anche la separazione di quelle parti di filamenti imperfetti e interrotti che costituiscono i
primi strati del bozzolo: questo è detto “cavare la moresca da cocchetti” [...] e
“ben purgar li cochetti dalla moresca”», GASCA QUEIRAZZA 1986, p. 463.
5
Le prammatiche prescrivevano un peso non superiore alle 6 once, ma talora erano disattese. Nell’isola di Ischia si lavoravano matasse del peso di 9-11
once, ma anche 15 e 17 once, ASN, Arrendamenti, f.lo 2298. Nel ripartimento
di Somma, in Terra di Lavoro, nel 1799, le matasse contenevano da 4 once
fino ad una libbra, o poco più, di seta, e il medesimo trattore lavorava matasse
di peso variabile: ad esempio, un trattore impegnato in Ottaviano lavorò matasse del peso di 5, 7, 9 e fino a 10 once, ASN, Arrendamenti, f.lo 2314. Ma in
Reggio, negli anni ’70, le matasse contenevano normalmente meno di 6 once
di seta, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 98. Quanto alla produzione giornaliera, a Reggio alla fine degli anni ’80 i trattori lavoravano, in media, nove libbre
e mezzo di seta al giorno, ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’amministratore doganale di Reggio Girolamo Coscinà al direttore del Supremo
Consiglio delle Reali Finanze Ferdinando Corradini, Reggio, 24 luglio 1789.
Nella Terra di San Valentino, in Abruzzo, nell’estate del 1699 e del 1700, non
si lavoravano più di 8-9 libbre al giorno, e di norma 6 o 7 libbre, ASN, Archivio farnesiano, fs. 1291, f.lo 59.
Le sete
157
quantità di seta tratta in un giorno corrisponda una peggiore
qualità del filato prodotto o, analogamente, che le matasse di
peso più elevato fossero il frutto di procedimenti di lavorazione
meno accurati, potrebbe costituire un utile parametro di valutazione. Ma, seppure si disponesse di dati seriali, per procedere
ad un’analisi come quella ipotizzata si dovrebbe poter preventivamente individuare l’intervallo della produzione giornaliera o
del peso delle matasse entro il quale valutare la qualità del lavoro come adeguata, mediocre o scadente. E, ancor prima, si dovrebbe poter delineare un quadro definito, una sorta di geografia dei sistemi di trattura adottati nel Regno e dei differenti tipi
di seta che vi si producevano.
Giuseppe Spiriti in un progetto elaborato alla fine del ’700,
nell’ambito dei numerosi progetti che da più parti allora si andavano avanzando al fine di individuare un sistema di riscossione dei dazi sulla seta meno complesso e oneroso di quello
praticato dagli Arrendamenti, propose che «ogni fornello pagar
dovesse [...] quel che fosse corrisposto all’importo del dazio di
6
quelle tante libbre che si sarebbe scandagliato potere estrarre» .
Si suggeriva, cioè, di esigere «da ogni mangano una somma fissa
fondata sul numero delle libre di seta, che suole trarre in ogni
7
giorno» . Ma il numero di libbre da attribuire a ciascun mangano sarebbe dipeso dal tipo di mangano utilizzato e dalla qualità
di seta che si voleva ottenere:
Un’organzino, ad esempio, nel corso d’un giorno non ne può lavorare che una libbra e mezza in circa. Un mangano comune de’
nostri quando tira la seta ad uso di appalto colle girelle, non suole
estrarne che cinque in sei libbre ad un di presso, quando la tira ad
appalto semplice, ne può sperare nove o dieci, quando lavora a costa suol ricavarne fino a dodeci libbre, e qualche cosa dippiù quando travaglia ad uso di assortimento e di marina8.
Va sottolineato che le cinque classi di produzione giornaliera individuate nel progetto descrivono, peraltro in modo sommario, il prodotto atteso dai sei tipi di trattura praticati nella
6
SPIRITI 1793, p. 142.
PALMIERI 1789, p. 193.
8
SPIRITI 1793, p. 147.
7
158
Capitolo IV
sola provincia di Calabria Citra. In definitiva, sarebbero troppe,
allo stato delle conoscenze, le incognite di una funzione che
tentasse di correlare la qualità del lavoro dei trattori e la quantità di seta da essi tratta in un giorno – incognite quali il tipo di
strumenti adoperati, la qualità dei bozzoli tirati e il tipo di filato
che si voleva ottenere. E ciò, insieme alla frammentarietà dei
dati e alle difficoltà ed incertezze che susciterebbe l’interpretazione dei suoi risultati, induce a non indugiare oltre su una
possibile analisi seriale. Piuttosto, sarebbe utile comprendere se
operavano condizionamenti, regole non scritte, economiche o
extra-economiche, che potevano impedire che la trattura si
svolgesse secondo i canoni prescritti nelle prammatiche – che
per ammissione dello stesso Grimaldi, se applicati, consentiva9
no la produzione di trame «scelte, e sincere» – o se vigevano
regole che fossero, a fortiori, in grado di contrastare la diffusione della trattura “alla piemontese”.
Non vi è dubbio che il sistema di retribuzione a libbra, ov10
vero a cottimo, poteva pregiudicare la qualità del prodotto .
Jannucci, che conosceva il regolamento piemontese, avvertì che
«la mercede alli trattori non [avrebbe dovuto] essere a ragion di
libra ma a giornate», consigliando di fissare un tetto massimo di
produzione per ciascun trattore, per l’intera stagione, che pro11
poneva in 200 libbre di seta . Anni dopo il Grimaldi, nel commentare la regolamentazione napoletana, patrocinò l’uso di Torino «per la ragione evidente, che se la tiratura si pagasse a libra,
i Tiratori, per fare maggior peso di seta affrettarebbero il lavoro; e tralasciarebbero le necessarie diligenze per la perfetta tira12
tura» .
Il Grimaldi, in verità, riteneva che il sistema di retribuzione
a giornata fosse una misura necessaria ma che da sola non avrebbe garantito il perfezionamento della trattura, e di fatti,
malgrado il pagamento a giornata fosse già stato introdotto in
9
GRIMALDI 1780, p. 104.
Sui vantaggi del pagamento a giornata nella trattura, CHICCO 1992, p.
209; PONI 1981, p. 403 e sgg., al quale si rinvia, più in generale, per l’analisi
delle cause e delle implicazioni del passaggio dal compenso a cottimo a quello
giornaliero nella filatura.
11
JANNUCCI 1767-69, parte II, p. 309.
12
GRIMALDI 1780, p. 88n.
10
Le sete
159
diverse località del Regno, «siccome non si usano le dovute diligenze nel tirar la seta, così [...] niente contribuisce alla qualità
13
di quella» . Il fatto che, là dove era stata adottata, la retribuzione a giornata non aveva comportato miglioramenti significativi
indica che altri fattori agivano sui caratteri e gli esiti del lavoro
dei trattori.
Si deve ritenere che l’interesse degli appaltatori ad incrementare la base imponibile dell’Arrendamento, la quantità complessiva di seta tratta, potesse sospingere i trattori a lavorare in modo affrettato e superficiale. Gli scarti della seta erano soggetti
ad un dazio notevolmente più esiguo del dazio gravante sulla
seta tratta, 1 grano a libbra rispetto alle 37 grana a libbra di seta.
Le prammatiche del 1740 e del 1751, con una formulazione che,
pur confusamente, sottintende una possibile convergenza
d’interessi tra appaltatori e trattori, recitavano: «che verun Arrendatore, seu Appaltatore di seta possa esiggere da’ Maestri
Trattori [...] li carlini sei introdotti per abuso da’ medesimi per
darli la licenza di poter traere le sete sudette, e mischiare in esse
le pelliccie, maschioni, o altro per dar peso alle sete, ad oggetto
di esigerne la Gabella». Dunque, gli appaltatori, i soggetti istituzionalmente deputati a vigilare sul lavoro dei trattori, erano
portatori di un interesse, l’incremento del prodotto in seta, divaricante rispetto al compito loro affidato. Loro obiettivo era la
massimizzazione del profitto nei quattro-sei anni di durata
dell’appalto, un obiettivo che poteva indurre ad una gestione
rapace dell’appalto piuttosto che ad una valutazione di lungo
periodo dell’interesse collettivo all’incremento del settore.
Non è inopportuno ricordare la differenza di condizione, di
obiettivi e di interessi che correva tra l’Arrendamento della seta
e i suoi appaltatori. L’Arrendamento era l’istituzione depositaria del diritto di esazione del dazio e di tutte le prerogative
connesse a tale diritto. Gli appaltatori erano coloro che ottenevano il temporaneo conferimento del diritto di esazione e delle
connesse prerogative. Arrendamento ed appaltatori non costituiscono due soggetti equiparabili sul piano dell’analisi e riconducibili ad un complesso d’interessi uniforme ed omogeneo. Si
rivedano le considerazioni dei governatori dell’Arrendamento
13
Ibidem.
160
Capitolo IV
della seta d’Abruzzo, laddove condannarono le «indebite esazioni» fatte dall’appaltatore, asserendo che «offend[eva]no
all’Industria delle sete», e «si protesta[rono] contro» il suo ope14
rato . I governatori curavano gli interessi dei consegnatari, i
possessori di partite dell’Arrendamento, cioè di un capitale situato sugli introiti del dazio, sul quale percepivano un interesse
variabile che dipendeva dall’andamento del settore. I consegnatari, la maggior parte dei consegnatari, non erano speculatori,
non effettuavano ardite operazioni di trasferimento di capitali
da un impiego all’altro, ma erano per lo più orientati a preservare ed incrementare la rendita del capitale laddove era investito. I governatori, «alla di cui cura stanno affidati gli interessi
dell’Arrendamento e de’ Consegnatarj», censurarono l’operato
dell’appaltatore avendo riguardo, per l’appunto, alla tenuta e
all’espansione del settore.
I modi e i risultati della trattura della seta andrebbero poi
valutati tenendo conto degli interessi, oltre che dei trattori e
degli appaltatori, anche degli industrianti, produttori dei bozzoli e proprietari della seta tratta, interessi di cui il governo ed i
riformatori sembrano non occuparsi affatto. Eppure è ragionevole aspettarsi che, a certe condizioni, anche i proprietari della
seta potessero preferire che dalla trattura si ricavasse una più
elevata quantità di seta meno pregiata, piuttosto che una minore
15
quantità di seta di migliore qualità .
Nel Regno di Napoli la remunerazione del capitale impiegato nell’allevamento dei bachi non dipendeva direttamente
dall’esito dell’allevamento, dai bozzoli prodotti e dal loro prezzo di vendita, ma dall’esito della trattura, dalla quantità di seta
tratta e dal suo prezzo. Si considerino i seguenti dati. Nel 1799
nel ripartimento fiscale di Somma, in Terra di Lavoro, larga
parte degli allevatori ottenne dalla trattura meno di dieci libbre
14
V. supra, p. 147.
L’amministratore forzoso dell’Arrendamento della seta di Principato
Ultra, Gaetano Persico, nell’ottobre del 1792 lamentò che l’osservanza del
nuovo Regolamento per la perfetta tiratura della seta – sul quale ci si soffermerà nel trattare della riforma della trattura tradizionale – aveva «cagionato in
tempo non proprio il massimo disturbo negl’industrianti, e trattori, dappoi
che essendosi voluta tirar la seta a miglior perfezione se n’è in conseguenza
minor quantità ricavata», ASN, Arrendamenti, f.lo 2303.
15
Le sete
161
di seta. Non furono infrequenti partite di una, due libbre o anche di poche once di seta. Ad esempio, il solo trattore impegnato nella terra di Palazzuolo lavorò 222 libbre di seta, l’intera
produzione locale, per ben 41 allevatori. Di questi, uno ricevette 27 libbre, tre circa 12 libbre, i restanti trentasette, in media,
poco più di 4 libbre ciascuno. Il caso di Palazzuolo si può considerare rappresentativo della distribuzione della proprietà della
seta dell’intero ripartimento: pochi si approssimavano alle 10
libbre, pochi si attestavano intorno alle 15 libbre, pochissimi,
una trentina di nomi, producevano tra 20 e 40 libbre di seta.
C’era poi, su livelli molto più elevati, un’élite composta di una
quindicina di grossi proprietari: Ciro de Felice, che fece tirare
in Somma 324 libbre di seta; Francesco Tuorlo, 142 libbre; Andrea de Felice, 850 libbre, di cui 370 all’organzino, sempre in
Somma; Felice Turbolo, in Mariglianella, oltre 100 libbre; Errico di Siena, in Marigliano, oltre 300 libbre; Saverio Ferraro, in
Ottajano, circa 300 libbre; Vincenzo Duraccio, ancora in Otta16
jano, circa 200 libbre, e così via .
Forse non tutte le aree di produzione del Regno presentavano una distribuzione della proprietà della seta analoga a quella
del ripartimento di Somma, che peraltro si riferisce ad un momento in cui il commercio dei bozzoli era stato liberalizzato.
Ma, poiché la conduzione familiare degli allevamenti poneva di
per sé un limite alla dimensione della produzione individuale, si
può ipotizzare che la larga maggioranza dei produttori disponesse di un esigua quantità di bozzoli. E il divieto di commerciare i bozzoli imponeva che la frammentazione della proprietà,
connessa al sistema di allevamento dei bachi, si protraesse e
mantenesse durante la successiva fase della trattura della seta.
A questo punto ci si può chiedere, per un verso, cosa comportasse sotto il profilo tecnico eseguire, su partite di appena
tre-quattro chili di bozzoli, un’accorta separazione dei doppi e
degli scarti e, ancor più, la trattura separata delle diverse qualità
di bozzoli; per l’altro, se fosse conveniente per i piccoli allevatori ottenere dalla trattura una minore quantità di seta, più netta e pregiata, piuttosto che una maggiore quantità di seta di
17
qualità inferiore . È evidente che il nodo del problema sta nel
16
17
ASN, Arrendamenti, f.lo 2314.
Occorrerebbe conoscere a) la quantità di seta ottenibile per unità di pe-
162
Capitolo IV
fatto che la trattura non costituiva un’attività organizzata in
impresa. I trattori non erano, come nel resto d’Italia, imprenditori che lavoravano per proprio conto o, talora, per conto di
committenti ma, comunque, sopportando costi e rischi
dell’impresa. Essi non potevano acquistare i bozzoli, non organizzavano la produzione, non rivendevano il prodotto finito.
Lavoravano per conto degli allevatori, normalmente a cottimo
ma anche, per lavorazioni più complesse, pattuendo le condizioni della retribuzione con il committente cui spettava la scelta
del tipo di lavorazione cui far sottoporre i bozzoli, scelta che
doveva soggiacere al perseguimento del maggior profitto, date
le spese sostenute per l’allevamento e i prezzi attesi sul mercato
della seta.
Su un piano generale, per mettere a fuoco le strategie degli
industrianti si deve intanto considerare chi detenesse la disponibilità effettiva della seta. In particolare nelle Calabrie era diffuso il ricorso degli allevatori alla vendita anticipata della produzione per usufruire di una particolare forma di credito che si
18
concretava nella stipulazione del contratto alla voce e che nella
sua formulazione più diffusa imponeva al debitore di restituire
in seta, valutata al prezzo alla voce, il capitale ricevuto dal creditore. Ora, l’allevatore indipendente, non indebitato, che vendeva direttamente la seta da lui prodotta, poteva risultare interessato alla qualità della seta oltre che alla sua quantità, ma
l’allevatore che sapeva di dover cedere la seta ad un creditore, e
di doverne cedere tante libbre quante ne occorrevano per raggiungere l’importo del suo debito, e che sapeva che la voce della
19
seta, il «prezzo della restituzione» , sarebbe stata stabilita non
dal creditore, sulla base della valutazione della qualità della seta
fornitagli, ma da un organismo deputato a fissare la voce relativa ad un’intera area di produzione, quell’allevatore doveva ave-
so dei bozzoli da una trattura «perfetta» e quella ottenibile da una trattura
meno accurata; b) la differenza del prezzo di vendita dei due tipi di seta ottenibili con i diversi procedimenti di trattura. Andrebbe inoltre considerato che
sui produttori poteva agire la prospettiva di lucrare sugli scarti della lavorazione, che per lo più restavano in loro possesso.
18
Sui contratti alla voce si veda il par. 6.2.
19
MACRY 1972, p. 862.
Le sete
163
re interesse ad ottenere la massima quantità possibile di seta dai
bozzoli da lui prodotti, ed un interesse minore alla sua qualità.
Il dibattito che nella seconda metà del ’700, a più riprese ma
con maggiore intensità e ricchezza nei primi anni ’80, si appuntò sui contratti alla voce, intorno all’opportunità o meno di vietarli e ai metodi più idonei a garantire la rispondenza del prezzo alla voce alle dinamiche del mercato, affrontò, tra l’altro, la
questione delle ricadute del contratto sulla qualità del prodotto.
La voce era reputata «diametralmente nemica» della qualità
«giacché ciascun Produttore, quando non viene allettato di ritrarre prezzo maggiore della sua Seta, non può, né deve deside20
rar mai, né mai curare la buona qualità» . In realtà la voce esprimeva il prezzo di una determinata qualità di seta, cui gli al21
tri tipi dovevano rapportarsi , ma inevitabilmente non si davano «tante voci, quante [erano] le partite delle sete de’ rispettivi
22
Produttori» e, dunque, in qualche misura, le critiche al sistema
erano fondate.
Va però considerato che, se si riduceva l’interesse alla qualità
della seta nel produttore-debitore, al contrario aumentava quello del creditore cui la seta sarebbe stata ceduta, e assumono una
valenza particolare i casi, non infrequenti, in cui il creditore acquistava o veniva comunque a disporre anticipatamente, attraverso i contratti alla voce o altri patti o consuetudini di cui a
tempo debito si dirà, della produzione di un elevato numero di
allevatori di una determinata località. In tali casi il diretto e sicuro dominio su ingenti partite di seta muoveva presumibilmente ad un maggior interesse alla accuratezza del lavoro dei
20
ASN, AA. EE., fs. 3546, Risposta su i varj Progetti delle sete del Regno.
Tra le posizioni più significative si vedano, per i sostenitori del carattere usurario e vessatorio dei contratti alla voce, Trojano ODAZI (1782 e 1783) e, sul
fronte opposto, è noto, Ferdinando GALIANI (1780) ma anche Vincenzo PECORARI (1783). Cfr. AJELLO 1991, p. 696.
21
«Quando la seta è cattiva [...] nella voce à un prezzo assai minore»,
ASN, AA. EE., fs. 3546, [Giuseppe Spiriti], Memoria su le seti delle due Provincie di Calabria, che serve per togliere alcune difficoltà insorte contro un
nuovo sistema d’esazione umiliato al Supremo Consiglio delle Finanze per abolirsi il presente, che si usa nella riscossione del Dazio sulle medesime. Cfr.
anche il par. 4.2.
22
Ivi, Risposta su i varj Progetti delle sete del Regno.
164
Capitolo IV
23
trattori piuttosto che all’ammontare della seta prodotta . Contestualmente si accresceva la capacità di controllo e di determi24
nazione della qualità del lavoro e del prodotto .
23
Dal già citato Regolamento per il lavoro delle sete rimesso all’Agente di
Fagnano (Calabria Citra) dal principe di Luzzi nel 1787: «Farà obligare li Maestri Trattori di ciascheduna Terra a lavorare in commune, procurando, che
non passino per Maestri, quei che effettivamente non lo sono, o che per cattivo costume hanno per lo passato trascurato il proprio dovere. Frà questi eliggerà un Capo Maestro, il quale dovrà inviggilare acciocche il lavoro riesca di
tutta perfezzione, ed esattezza. Procuri di far anticipatamente costruire le
furnelle, ed indi a dar principio al lavoro subito, che si saranno fatte le rivele,
essendo necessario, che le nostre sete giungano presto in questa Capitale, e
prima che da altri Negozianti si siano ricevute altre partite. Nel principiarsi il
lavoro darà al Capo Maestro Trattore la mostra della seta che da qui si manderà lavorata con la necessaria finezza ed uguaglianza a norma del Regio Banno, la quale farà considerare a tutti detti Maestri Trattori, affinche la tirino
simile ad essa, cioè fina, uguale, e netta di Stuppoli, che communemente costà
si dicono Villi. Nel corso poi della giornata tanto l’Aggente, che il Capo Maestro anderanno spesso in giro per le Fornelle osservando se i Maestri lavorano
a dovere [...]». L’agente dovrà inoltre assicurarsi che sia frequente il ricambio
dell’acqua nelle bacinelle, «riuscendo di miglior colore la seta», e, in caso di
inosservanza di questa o di altre regole, «o per inespertezza, o per malizia»,
da parte di qualcuno dei trattori, «si faccia desistere», ovvero lo si sollevi
dall’incarico, facoltà, questa, che doveva espressamente risultare dagli accordi
precedentemente fatti coi trattori. L’agente doveva proibire che il lavoro fosse
affidato ai discepoli e, a tutela degli industrianti, garantire che la seta fosse
correttamente annotata dal bilanciere. E, ancora, «li pomi delle marrelle si devono legare con un picciol laccio di seta sopraposto, e non già con repari, e
molto meno con la seta strappata [...] devono essere piccoli, e strettamente
legati, affinche compariscano ben rotondi, e per conseguenza, piccole devono
essere le Marrelle. Una tal diligenza assolutamente è necessaria, badandosi
molto da questi compratori alla perfezzione de’ pomi, ed alla picciolezza di
essi, d’onde a prima vista fanno idea della finezza della seta». La seta doveva
essere «bene asciutta, caggionando perdita notabile il riceversi la seta, non solo umida, ma fresca, come costà si suol dire, e se ciò accaderà la farà appendere ad una corda nella Sala esposta al vento, che è l’unico mezzo per renderla
ricettibile. [...] terminata l’intera ricezzione si darà principio ad infagottarla,
facendone prima tre divisioni. Nella prima si metterà la più perfetta; nella seconda quella, che non ha alcun positivo difetto; e nella terza quella difettosa
in qualche parte, o per il colore, o per la grossezza, o per l’inuguaglianza. Fatta una tale scelta si formaranno li Fangotti di Libre 152 l’uno, ne quali la seta
più perfetta si metterà in qualche quantità sotto, e sopra, ed in mezzo l’altra
della seconda divisione, con formarsi un piccolo fangotto di seta di scarto di
quella della terza divisione. Li Fangotti devono essere strettamente legati, do-
Le sete
165
In definitiva, si può estendere al Mezzogiorno quanto è stato osservato riguardo al caso bolognese, laddove si è sostenuto
che «lo spessore del filo [...] era un punto di contrattazione e di
25
scontro in cui si misuravano complesse tensioni sociali» , mentre, in generale, la questione della trattura e della sua qualità nel
Mezzogiorno continentale ha rivelato aspetti più differenziati e
complessi di quelli che la storiografia, sulla scorta degli scritti e
delle analisi del riformatori, ha finora evidenziato. Certo, la
prammatica del 1740 non istituiva un efficiente sistema di controllo dell’osservanza delle poche norme emanate. Peggio, affidava il controllo a soggetti che potevano avere interesse a non
applicarsi alla punizione dei trattori negligenti, o che addirittura potevano istigare ad un lavoro poco accurato. E forse gli
stessi produttori, piccolissimi produttori o produttori senza
proprietà della seta, potevano mostrare scarsa sollecitudine
nell’indurre i trattori ad impegnarsi per realizzare un prodotto
di qualità. Ma, d’altro canto, è difficile credere che i trattori fossero tutti inesperti e impreparati, considerando la formazione
che la stessa pratica del mestiere poteva loro fornire e soprattutto che in molti casi, provenendo da famiglie e da località nelle
quali il mestiere vantava una lunga tradizione, avevano potuto
avvalersi dell’esperienza maturata nell’ambiente d’origine.
Mentre la stessa prammatica, non regolamentando in modo capillare gli strumenti e i metodi di lavorazione e lasciando aperto
il campo alla diversificazione degli uni e degli altri, offrì
un’opportunità che – lo si è già rilevato e vi si tornerà ancora –
fu colta nelle Calabrie come in Terra di Lavoro. I sistemi di acpoche si sarà in essi riposta diligentemente la seta. Nelle cartelle da mettersi
dentro li Fangotti suddetti, sinotarà il numero delle Concate, e delle Marrelle,
ma non già il numero delle Libre. Non permetta in conto alcuno, che si trasportino le sete nel Cetraro [il porto d’imbarco], se il tempo non sarà sicuro,
per evitare di farle bagnare per istrada», ASN, Archivi privati, Archivio Sanseverino di Bisignano, Miscellanea, fs. 366.
24
Ancora con riferimento a Fagnano, il principe di Luzzi Tommaso Firrao constatava che «essendo i Magnati di quella Terra obbligati [a vendergli la
seta prodotta], è più facile indurre quej Mastri Trattori, che in vero sono
buoni, a lavorare con qualche esattezza», ASN, Archivi privati, Archivio Sanseverino di Bisignano, Carte, fs. 244, Fagnano, 12 febbraio 1780, cit. in COVINO 1997-98, p. 227.
25
PONI 1981, p. 390.
166
Capitolo IV
cesso al credito, le modalità d’esazione del dazio e l’assenza di
una efficace regolamentazione dei sistemi di trattura potevano
influenzare ma non determinare la qualità della trattura nel Regno. Le differenze anche notevoli tra le diverse aree e località di
produzione inducono ad una maggiore cautela e a più approfondite verifiche. Tanto più che nel Mezzogiorno continentale,
come si avrà occasione di documentare, si produceva un’ampia
gamma di filati che, valutati secondo un largo ventaglio di
prezzi, si distinguevano anche in ragione del sistema di trattura
adoperato.
D’altra parte occorrerà soffermarsi anche sulla questione
della mancata diffusione della trattura “alla piemontese” che la
storiografia, alla ricerca dei «fattori di ritardo», ha ritenuto di
spiegare con quegli stessi fattori che nel Regno influenzavano la
trattura tradizionale.
2. Le sete del Regno
Sin dal XVI secolo nel Mezzogiorno continentale si producevano numerose qualità di filati. Ad un sistema di denominazione e classificazione comune alle altre aree di produzione serica italiane – sete «grosse», «fine», «extrafine» –, si sovrapponeva l’identificazione della qualità del filato in base all’area o,
nella maggior parte dei casi, in base alla provincia in cui era
prodotto. Come si vedrà, tuttavia, nella pratica e sul piano merceologico erano presenti anche denominazioni che rispondevano ad altri criteri di identificazione del filato come, ad esempio,
il tipo di trattura subita.
Nel 1549 si definiva «grossa» la seta prodotta in Calabria
Citra, nelle Puglie e a Cava, «fine» la seta abruzzese e dell’area
campana. Nel 1607 si qualificava «extrafine» la seta prodotta a
26
Reggio e, ancora, in Abruzzo . Alla metà del ’700, ad uno
sguardo d’insieme, la geografia qualitativa ed il sistema di classificazione apparivano sostanzialmente immutati. Jannucci rife26
PONI 1997, p. 732n. Già nel basso medioevo l’Abruzzo produceva seta
di prima qualità, apprezzata sul mercato fiorentino più della messinese, calabrese e marchigiana e «superata solo dalla migliore produzione spagnola e di
Modigliana», FELICE 1998, p. 84. Cfr. anche BATTISTINI 1997b, p. 32.
Le sete
167
riva che nelle Calabrie e in Basilicata «riesce la seta perfetta, ma
un pò greve e grossetta», con l’eccezione dei filati di Reggio e
di poche altre località calabresi, di miglior fattura, e che «perciò
sempre vendonsi a maggior ragione dell’altr[i] che nella Calabria produc[on]si»; «più leggiera e sottile ed atta a perfettissimi
lavori» la seta di Terra di Lavoro, abruzzese e di Terra
d’Otranto, superata in pregio soltanto da quella prodotta «nei
27
casali e ville di Napoli e nelle costiere del suo Cratere» . Più
sommaria, vent’anni dopo, la rassegna del Galanti: la seta prodotta in Terra di Lavoro «è più ricercata, perché è più fina e
leggiera: quella della Calabria è più forte, e ne’ contorni di Reggio è migliore che nel resto delle Calabrie. Sopra tutte le altre
28
sono eccellenti quelle di Sorrento e delle colline di Napoli» .
La classificazione dei filati secondo la provincia in cui erano
prodotti trovava una formalizzazione nelle voci della seta che
ogni anno si decretavano in alcune province. Ciascuna voce doveva esprimere il prezzo della seta sulla base di parametri interni alla provincia – entità della produzione, costo della foglia di
gelso, circolazione monetaria – e teneva anche conto, per le caratteristiche stesse del prodotto, dell’apprezzamento del mercato esterno, napoletano e forestiero, e delle vicende qualitative e
quantitative delle altre aree seriche del Regno ed estere.
L’esigenza di riflettere nel prezzo alla voce le differenze che
correvano nelle qualità dei filati prodotti nelle diverse province
impose, per prassi fino alla metà del ’700 e poi per decreto regio, di fissare la voce di una provincia in misura invariabilmente, anche se non proporzionalmente, superiore, o inferiore, rispetto a quella delle altre province. Nel 1604 i “procuratori della città di Reggio”, nel rappresentare gli interessi dei produttori
reggini presso l’udienza ducale di Monteleone, deputata alla decretazione della voce della provincia di Calabria Ultra, tra le ragioni a sostegno dell’istanza di una voce eccezionalmente alta
addussero che per le sete prodotte in Calabria Citra, «di pigior
qualità», la voce era stata fissata quell’anno a ben 20 carlini,
«che rispetto alle seti di questo basso deveria avanzarsi doi carlini, et mezzo, et tre per libra come [...] si ha soluto osservare li
27
28
JANNUCCI 1767-69, parte II, p. 290.
GALANTI 1789, t. III, p. 135.
168
Capitolo IV
anni passati». Ed in effetti in quegli anni la voce di Monteleone
fu fissata da 1 a 3 carlini e per valori tra il 4,7 e il 18,3% in più
29
rispetto a quella di Cosenza .
In realtà, la produzione reggina rappresentava un caso a sé:
per quanto la voce della seta stabilita in Monteleone fosse elevata, non poteva in alcun modo riflettere il valore dei filati prodotti a Reggio, «sete fine [...] di miglior qualità, che portano più
30
sfrido, e maggior prezzo delle manifatture» . I produttori reggini tra il 1685 ed il 1695 per sette volte chiesero ed ottennero
che in Monteleone si decretasse, oltre alla voce consueta, una
voce distinta per le sete di Reggio «e sue consimili [...] di gran
lunga di maggior condizione, bontà, e qualità di altre sete piane
31
di questa provincia» , voce che fu fissata per cinque volte a 2
carlini in più per libbra e le altre due ad 1 carlino in più per libbra rispetto alla voce stabilita per il resto della provincia. In seguito, i produttori reggini guadagnarono il definitivo affrancamento dalle decretazioni di Monteleone, allorché le autorità cittadine furono autorizzate a stabilire autonomamente la voce
delle sete prodotte a Reggio “e suo paraggio”, ovvero in un territorio intorno a Reggio che corrispondeva, pressappoco, alla
circoscrizione doganale.
Si può ipotizzare che l’emancipazione delle sete di Reggio
dalle decretazioni della voce fatte in Monteleone fosse in buona
misura collegata al progressivo declassamento delle sete di Calabria Ultra, ad un allargamento del divario qualitativo intervenuto tra i filati di maggior pregio del Regno, quelli di Reggio, e
i filati prodotti nelle restanti aree di produzione della provincia.
Tra ’500 e ’600, si è riferito, le sete di Reggio potevano essere
valutate alla voce 1-2 carlini in più rispetto alle altre sete della
Calabria Ultra, che a loro volta erano valutate 1-3 carlini in più
rispetto ai filati di minor pregio, prodotti in Calabria Citra; nel
XVIII secolo la gerarchia appariva radicalmente mutata: le sete
reggine si valutavano alla voce a 3,5-4,5 carlini in più rispetto
29
ASN, Archivi privati, Archivio Pignatelli d’Aragona Cortes, serie Napoli, sc. 64, fs. 3, Copia del libro dei decreti dell’Udienza Ducale per la Voce della Seta di Monteleone dal 1582 al 1767.
30
Ivi, Comparsa dell’ufficiale dell’arrendamento delle sete, in nome, e per
parte de’ Signori Governatori del medesimo, 24 luglio 1685.
31
Ivi, decreto per la voce di Monteleone, 24 luglio 1685.
Le sete
169
alle sete di Calabria Citra, che a loro volta erano valutate a circa
32
un carlino in più delle sete di Monteleone .
Nella decretazione della voce, dunque, occorreva rispettare
il livello qualitativo dei filati prodotti in ciascuna provincia in
rapporto a quelli prodotti nelle altre province. Ma la gerarchia
qualitativa tra le province rispecchiava soltanto la condizione
ordinaria o prevalente del filato prodotto in ciascuna di esse in
quanto al loro interno si davano produzioni di diversa qualità
la cui denominazione rimandava, innanzitutto, al nome della
località – terra, comune, casale... – in cui il filato era prodotto.
Nel 1585 la voce della seta di Calabria Ultra fu fissata a 15,75
carlini per libbra, «eccettuate le sete di Riggio Calantra di Fiomara di Muro, Bagnara Sciglio, Sinopoli, et filocastro per esserno di miglior bontà declaramo a carlini 16,5 la libra et quelle di
Nicotera a carlini 17,5». La voce delle sete di Nicotera superava
di un buon 17% la voce stabilita per le altre sete della provincia,
ed un’ulteriore distinzione, pur meno sensibile, era ritenuta necessaria per i filati prodotti a Reggio e nei suoi dintorni.
Il paraggio di Reggio, si è detto, rispetto al resto della provincia costituiva un’area di produzione delimitata e dotata di
uno standard qualitativo ben distinto. Tuttavia, a fine ’500, anche nel cuore dello Stato di Monteleone, a Nicotera, le proprietà della foglia di gelso o del seme impiegato, le tecniche
d’allevamento dei bachi o di trattura dei bozzoli consentivano
di superare, e di molto, la qualità dei filati delle altre località
della provincia. Due secoli dopo il Galanti, in occasione della
visita compiuta nel 1792, poteva suddividere le sete prodotte in
Calabria Ultra in quattro gruppi, distinti in base ai luoghi di
produzione: di miglior qualità i filati di Reggio e del suo paraggio, quindi quelli di Catanzaro e di Pentone, un casale di Taverna, al terzo posto le sete di Serrastretta, di Gizzeria e di Cicala, ed infine tutte le altre, «più pesanti, di mal colore e condi33
zione» .
Ma la denominazione dei filati meridionali basata sulla provenienza, come si è anticipato, non esauriva la nomenclatura in
uso. Dopo il 1585, richiamata dalla Sommaria all’osservanza
32
33
Cfr. Tabella 6.1.
GALANTI 1792, p. 147.
170
Capitolo IV
“del solito et consueto”, l’udienza ducale di Monteleone in occasione della decretazione della voce non poté esprimere che un
solo “prezzo”, da valere appunto nei possedimenti dei duchi di
Monteleone, fatta salva la facoltà degli interessati di ricorrere
all’udienza stessa per «le sete d’alcune terre [che] devono andare in maggior prezzo». Nella decretazione annuale della voce
l’uditore ducale si limitò a fare espressa eccezione per le sete di
Nicotera, o “lavorate alla tratta di Nicotera”, e per le sete “alla
tratta d’Abruzzo” o “lavorate all’uso di Abruzzo”. E fino alla
fine del ’600 si susseguirono ricorsi e petizioni da parte di amministratori locali o di ufficiali dell’Arrendamento, volti ad ottenere una espressa enunciazione del fatto che la voce provinciale si dovesse «intendere delle sete piane, et dell’infima condi34
zione nella quale non s’includano le sete di miglior qualità» .
Analogamente, la voce della seta di Calabria Citra si stabiliva
nel XVI secolo sulle sole sete de assortamento o semplicemente
sete assortimenti, mentre nel XVIII secolo era stabilita sulle cosiddette sete costa. Quanto ai filati che vi si producevano nel
XVIII secolo, il Galanti riferisce che:
Nella provincia vi sono cinque generi di seta li quali si diversificano e si tirano secondo l’uso al quale sono destinate. 1°, seta di assortimento, ch’è una seta tirata grossa come spago e serve per cucire, e si ricerca dalla piazza di Napoli più della fine; 2°, seta marina,
tratta più fina, serve così per cucire che per drappi, e si paga grana
10 di più a libbra; 3°, seta di costa tirata più fina per lavori di drappi lisci, e si paga grana 10 di più della precedente; 4°, seta di assalto
liscia, e si tira più fina della precedente: serve per drappi ed armosini, e si paga altre grana 10 di più della precedente; 5°, seta assalto
a cirella: si paga altre grana 10 di più dell’antecedente e serve per
lavori fini. Li primi quattro generi si tirano a mangano corto di
cinque palmi di diametro; l’ultimo di nove palmi di diametro35.
34
ASN, Archivi privati, Archivio Pignatelli d’Aragona Cortes, serie Napoli, sc. 64, fs. 3, Copia del libro dei decreti..., istanza presentata all’udienza ducale dal Procuratore dei Poveri di Monteleone, s.d. ma 1642. Il corsivo è mio.
35
GALANTI 1792, p. 289. La dettagliata descrizione merceologica del Galanti si differenzia da quella succitata di Giuseppe Spiriti, riformatore e, quel
che più interessa, produttore di seta, soltanto per l’aggiunta di un sesto tipo di
filato, ad uso d’organzino, e in alcune denominazioni – la seta assalto è definita appalto; l’assalto a cirella del Galanti diviene appalto colle girelle.
Le sete
171
In definitiva, la classificazione dei filati meridionali in base
all’origine – la provincia, prima di tutto, e la singola località –
risulta senz’altro predominante nelle testimonianze coeve, ma
essa 1) non esauriva il ventaglio delle qualità dei filati prodotti
nel Regno; 2) non era l’unica adottata – sete piane, sete assortimenti, sete costa –; e 3) da indicativa del filato prodotto in una
determinata area (sete di Nicotera) aveva preso a designare una
tipologia di filati (sete alla tratta di Nicotera) che, originari di
una determinata località, potevano essere prodotti anche altrove
con requisiti tecnici e di qualità che la denominazione geografi36
ca evocava .
Per quanto le fonti esaminate siano piuttosto avare di indicazioni sul grado di diversificazione della produzione e, soprattutto, sulle caratteristiche tecniche dei filati prodotti nel Regno,
si può affermare che tale diversificazione sussistesse e fosse più
37
ampia di quanto la storiografia non riconosca , riflettendosi,
com’è naturale, in un scala dei prezzi altrettanto ampia.
Nella Tabella 4.1 sono riportati le denominazioni ed i prezzi
di vendita dei filati provenienti dalla Calabria Citra contrattati a
Napoli tra l’estate del 1793 ed il gennaio del ’94. Evidentemente, alle 25 denominazioni non corrispondevano altrettanti tipi
di filato. Ma si noterà l’uso congiunto dei diversi criteri
d’identificazione del prodotto, dal tipo di trattura subita – con
girelle – al luogo di produzione. Il ventaglio dei prezzi non risulta particolarmente ampio ma va considerato, da un lato, che
si tratta di sete provenienti dalla sola Calabria Citra e, dall’altro,
che sono prezzi relativi ad una fase di drammatica contrazione
del commercio serico, in particolare delle sete calabresi.
36
Le sete sambatello, rinomate fin dal XVI secolo, derivavano il loro nome da una località prossima a Reggio, la salita Sambatello, dove si situavano i
mangani per la trattura e dove «i maestri della seta usavan dell’acqua chiarissima, che scaturiva da una vicina roccia». Ma nel tempo si definì sambatello
tutta la seta dell’area che si presentava «al modo Sambatello» e la restante,
«più grossa e meno lucida, seta reggiana o di paraggio», SPANO’-BOLANI
1891, pp. 58-59.
37
A giudizio di Poni «nell’Italia padana e centrale [...] le sete, pur distinte
per area di provenienza, erano valutate anche sulla scala della loro finezza e
uniformità (sopraffine, fine di prima, di seconda sorte, ecc.) a cui corrispondevano sui mercati locali, come in quelli internazionali, diversi ventagli di
prezzi. Ma non era così nel Mezzogiorno d’Italia», PONI 1997, p. 720.
172
Capitolo IV
TABELLA 4.1. La diversificazione dei filati meridionali. Sete grezze di
Calabria Citra vendute a Napoli nel 1793-94
Tipo di filato
Appalto girelle di Luzzi
Appalto girelle buone
Appalto sublime di S. Fili
Appalto girelle sublime
Appalto sublime
Appalto sublime di S. Sisto
Appalto di Paola
Appalto sublime di Rende
Appalto girelle
Appalto di Carolei
Appalto sublime di Carolei
Sete di Paola
Appalto fine
Appalto di Cerisano
Sete con girelle di Scalea
Appalto buone
Sete di S. Lucido
Sete del Cetraro
Appalti
Appalto mediocre
Appalto di Rende
Appalto di Belmonte
Appalto di Fiumefreddo
Marine
Appalto Mediocre ossia scadente
Prezzo (in carlini)
agosto-ottobre dicembre-gennaio
19,5
19
20
19,8-21
18,75-19,75
19,75-20
18,5
19,5-19,65
19,5
17,5
19-19,6
18,5-18,6
19,25-19,3
19,25
19,1
19
18,25
17,5-18,4
18,95
18,75
18,75
18,6
17,3
17-17,5
17,75-18
17,4-18
18
17,75
17
16,75-17
16,5
Fonte: elaborazione da ASN, MF, fs. 2455, inc. 50.
Un’ulteriore, preziosa testimonianza è fornita da una me38
moria sulle sete prodotte nel Regno di Napoli redatta, insieme
38
Archives Nationaux de Paris, AE, B III, 408, Framery, Mémoire sur le
soies que produit le Royaume de Naples, Naples, 30 Mars 1811. Desidero ringraziare il prof. Silvio Zotta che, con la consueta generosità, mi ha segnalato e
Le sete
173
a numerose altre relative ai diversi settori della vita economica
del Regno, negli anni della dominazione francese, in un periodo
dunque successivo a quello qui esaminato e successivo altresì
all’introduzione nel Regno della trattura “alla piemontese”, vale
a dire del prezioso organzino e, dunque, di una nuova occasione di diversificazione.
39
Framery, autore della memoria , riferiva che le sete «le plus
fines» del Regno erano quelle del Vomero, di Sorrento, dei Casali, le Paesanes di Nocera – tutte adatte a fornire trame a due
capi – e le Paesanes de Nola – lievemente inferiori ma ugualt
mente ricercate soprattutto a S. Etienne dove, in trama a due
capi o in pelo, trovavano largo impiego nella fabbricazione dei
nastri. Tra questi filati, meritavano la qualifica di «surfines» le
sete dites du Vomero et de Cazale, apprezzate a Lione per le
belle trame ed esportate in Svizzera e in Germania, sia in trama
sia in pelo ad un capo. Trovavano ampio smercio anche le sete
di Sorrento, sebbene l’uso di tirarle au grand tour, come le sete
dei Casali, limitasse la domanda al prodotto semilavorato. Le
sete Paesanes de Nola et de Nocera, tirate au petit tour, sebbene
meno «fines» delle precedenti, consentivano la produzione di
trame a due capi assai belle e di trame ad un capo «légère, brillantes, égales et nettes»; esse tuttavia arrivavano più difficilmente sul mercato estero perché incettate dai fabbricanti napoletani
che le giudicavano più adatte di altre alle loro particolari produzioni. Intorno alle filande di San Leucio e di Fosso San Giovanni, si riferiva infine, si era sviluppata la produzioni di organzini.
Il Framery passava poi alla descrizione dei filati calabresi. Le
sete dette Reggio Sambatelle erano facilmente riconoscibili e
senz’altro le migliori tra quelle prodotte in Calabria, «assez unies trés nettes, extrémement coloreés et brillantes». Si esportavano per lo più grezze ed erano particolarmente ricercate
t
t
all’estero, soprattutto dai fabbricanti di S. Chaumont e S. Etienne. Le cosiddette sotto Reggio, altrimenti dette Reggie Belardes, erano «seduisantes» per la loro somiglianza con le più
messo a disposizione il documento.
39
Il Framery, vice console francese a Napoli, redasse rapporti su diversi
altri settori produttivi e sulle condizioni demografiche del Regno, cfr. VILLANI 1978, p. 108n.
174
Capitolo IV
pregiate Sambatelle, ma la differenza tra le due qualità di filato
non poteva sfuggire ad un acquirente esperto.
Le sete Girelles, tirate sia con il piccolo sia con il grande
mangano, sebbene fossero meno dotate «de coleur et
d’apparance» erano da taluni preferite alle Sambatelle poiché in
trama «font moins de déchet à la teinture et conservent plus de
lustre». Risultavano adatte nella produzione di «etoffes riches
et pour les galons». Erano preferite quelle prodotte nel Priorato di Belvedere.
Le sete Apaltes «sont de diverses qualités qui varient à
l’infini et se sousdivisent encore en plusieurs autres». Andavano
intanto distinte le sete Apaltes à flottes longues, utilizzabili solo
in pelo, da quelle à flottes courtes, senz’altro superiori, adatte a
fornire sia trame sia pelo, e di cui si faceva un commercio ragguardevole. Le sete Apaltes di miglior qualità erano quelle di
San Filo, San Sisto, Rendo e Viriello, tutte tirate al mangano
corto, che in trama erano paragonabili per sottigliezza e leggerezza alle Paesanes, le quali erano nondimeno «plus nettes et
unies». Seguivano in pregio le sete Apaltes di Montecino, Cazolio e Belmonte, queste ultime particolarmente reputate, che ridotte in pelo guadagnavano «une apparance brillante». I rimanenti tipi di sete Apaltes, più scadenti, risultavano difficilmente
distinguibili dalle sete à assortir. Le sete Apaltes si esportavano
in gran quantità verso il Portogallo, soprattutto le Paola Apaltes.
Le sete Costes, di qualità più modesta, erano ciò nondimeno
assai ricercate, soprattutto a Lione, dove si impiegavano «pour
la couture et les broderies». Infine, si producevano le sete Piane
de Monteleone, «toutes grosses, pesantes, assez sales».
La descrizione dei filati del Regno proposta dal Framery si
presta ad alcune considerazioni. Innanzitutto, la classificazione
provinciale, largamente adottata nella memorialistica napoletana, è qui del tutto assente. Solo poche qualità di filati sono definite esclusivamente in base all’area di produzione – sete del
Vomero –, mentre la denominazione “tecnica” – sete appalti,
sete girelle – è il più delle volte considerata dal redattore insufficiente a qualificare il filato. Si rendono necessarie ulteriori
specificazioni, relative al luogo di produzione, al tipo di trattura praticata o alle caratteristiche e alla destinazione del particolare tipo di filato che si vuole descrivere. Si alternano e sovrappongono molteplici parametri di identificazione e classificazio-
Le sete
175
ne dei filati meridionali che, in definitiva, sembrano sfuggire ad
una valutazione standardizzata, ad una misurazione che consenta di coglierne con immediatezza le caratteristiche tecniche –
numero delle bave, spessore, ecc.
Nella scala dei prezzi delle principali qualità di filati, entro
cui, evidentemente, si dovranno collocare le qualità intermedie,
la differenza di prezzo tra la migliore e la peggiore qualità è assai marcata – gli organzini di San Leucio costano quasi il doppio delle sete piane di Monteleone – ma quel che è più interessante è che, anche tralasciando gli organzini ed esaminando soltanto le produzioni tradizionali, sussiste uno scarto del 45%
(cfr. Tabella 4.2).
TABELLA 4.2. La diversificazione dei filati meridionali. Le principali
sete grezze del Regno ed il loro prezzo (1810 ca.)
Prezzo
Prezzo
Tipo di filato
(carlini)
(carlini)
Sete dei dintorni di San Leucio 28-32 Sete di Nola
20
” di Villa S. Giovanni
28-32
” Reggio Sambatelle
20
” del Vomero
24
” Appalto1a qualità
19
18
” di Sorrento
23
”
”
2a qualità
” dei Casali
22 ½
”
”
3a qualità
17
” di Nocera
21
” Piane di Monteleone 16 ½
Tipo di filato
Fonte: Archives Nationaux de Paris, AE, B III, 408, Framery, Mémoire sur le
soies que produit le Royaume de Naples, Naples 30 Mars 1811.
La memoria esaminata non può considerarsi esauriente. Il
redattore prende in considerazione soltanto le sete prodotte in
Calabria e in Terra di Lavoro, delle quali pure non fornisce una
piena rappresentazione; non compaiono le sete abruzzesi e del
salernitano, non s’intravedono le numerose filande di organzini
che all’epoca erano sorte a ridosso della capitale, all’Arenella,
borgo cittadino, a Portici, a Barra, ma anche altrove in Terra di
Capitolo IV
176
40
Lavoro e nell’avellinese . Le assenze sembrano qualificare il
punto di vista dell’autore: egli probabilmente considera, o conosce, le sole sete destinate al mercato estero che, a margine,
durante il blocco continentale era ben più ristretto di quanto
la memoria del Framery induca a ritenere. Ma anche da questa
angolazione la descrizione conserva il carattere di un compendio, di un resoconto orientativo, di un quadro d’insieme
che, per quanto più ricco e articolato di altri, resta contrassegnato dalla sinteticità e dal ridotto grado di definizione
dell’oggetto osservato. Probabilmente per approssimarsi ad
una ricostruzione appena soddisfacente dell’articolazione
produttiva, e dei criteri di classificazione, della produzione serica meridionale occorrerebbe calarsi nel vivo delle corrispondenze commerciali, degli ordinativi, delle contrattazioni.
Nel 1803 da Lione si potevano commissionare alla filanda
dei Caracciolo di Villa San Giovanni 20 balle di sete «S. Giovanni, de 10/12 cocons», 10 balle di sete «pour organcins de
30 à 32 deniers», 5 balle di sete ancora «pour organcins de 26
à 28 deniers», 15 balle di sete «en beau blanc, de 34 à 35 de41
niers» . Certo, la filanda dei Caracciolo, come quella di San
Leucio, costituiva una realtà particolare sia sotto il profilo
istituzionale – era sorta in deroga alla regolamentazione
vigente in tema di acquisto della materia prima e di
organizzazione della trattura – che sotto il profilo
imprenditoriale, per capitali impiegati e innovazioni
introdotte. Ma resta il fatto che la memoria del Framery, per
quanto più ricca e informata di analoghe descrizioni del
tempo, si limita ad un generico accenno, proprio con riguardo
alle filande di Villa San Giovanni, ad una produzione di
organzini, non lasciando trapelare né la diversificazione
dell’offerta, né tanto meno i criteri di denominazione e
classificazione dei filati prodotti.
40
ASN, Arte della Seta, II numerazione, f.lo 491.
ASN, MF, fs. 2636, Pierre Coste ai Sigg. Roccantonio ed Innocenzio Caracciolo, Lyon, 24 fevrier 1803.
41
Le sete
177
3. Introduzione e diffusione della trattura “alla piemontese”
Dopo la pubblicazione delle Osservazioni economiche, le
questioni sollevate da Domenico Grimaldi – necessità di una
radicale riforma del sistema di tassazione della seta e di un rinnovamento tecnologico della trattura orientato alla diffusione
del sistema piemontese – furono oggetto di riflessione e di più o
meno articolati progetti d’intervento «inside and outside the
government», anche se «the distinction is a tenuous one as the
illuministi, the reformers, who pressed for the reform [...] were
either government officials or closely connected with the go42
vernment» .
Tuttavia, precedentemente, in almeno tre occasioni il governo napoletano era intervenuto su istanze o vertenze in materia
di introduzione del sistema di trattura “alla piemontese”. Della
prima occasione, riguardante la Sicilia, riferisce lo stesso Grimaldi. In Messina era stato introdotto da alcuni anni l’uso dei
mangani “alla piemontese” ma poi, «per ragioni veramente ridicole», il Consolato dell’Arte della Seta ne aveva deliberato la
43
dismissione . Ne era sorta una «stranissima controversia» tra
consoli ed imprenditori messinesi che, ancora in corso nel momento in cui il Grimaldi scriveva, si sarebbe conclusa con la vit44
toria del Consolato . Ma nella contesa, almeno inizialmente, il
governo napoletano, chiamato ad avallare le decisioni del Consolato, aveva manifestato un orientamento cautamente favorevole alle ragioni degli imprenditori. Il 5 giugno del 1779, in particolare, aveva sospeso ogni decisione e rimesso l’esame della
controversia ad un «rispettabilissimo soggetto del nostro foro»
con un dispaccio, riportato dal Grimaldi, nel quale si ricordava
che «l’articolo degli organzini» era stato «promosso, e sostenuto in Torino con diverse leggi per l’utile, che se ne trae[va]» e
che dunque era lecito sospettare che «in Messina [fosse] stato
rigettato per privati fini d’interesse, che le consulte di quelli
Magistrati per l’abolizione di detti organzini [fossero] state effetto delli particolari maneggi e non dirette al vantaggio di quella popolazione».
42
CHORLEY 1965, p. 203.
GRIMALDI 1780, p. 20 e sgg.
44
LAUDANI 1996, p. 76.
43
178
Capitolo IV
La questione era venuta all’attenzione del governo ancora
una volta nell’agosto del 1778, a seguito dell’iniziativa del «magistrato della città di Reggio» di sottoporre al sovrano un memoriale con il quale, oltre ad invocare più attenti controlli sul
lavoro dei trattori e a proporre di incaricare della vigilanza, accanto all’amministratore dell’Arrendamento, quattro deputati
cittadini, domandava l’autorizzazione a poter utilizzare «mancani corti, e mancanelli alla Piemontese». Il memoriale fu rimesso alla Soprintendenza, ma non risulta che abbia dato luogo
45
a particolari provvedimenti .
Infine, tra la fine del 1779 e gli inizi del 1780 si discusse la richiesta del principe di Cariati di «far tirare gli organzini per uso
della fabbrica delle sete nelli suoi Feudi di Varapodi, Pedauli,
46
Paracorio, Plati, e Careri» . Già in passato il principe aveva ottenuto l’autorizzazione per i feudi di Palmi e Oppido, pagando
di tasca propria gli annotatori «per il tempo in più che richiede
la trattura all’organzino»; gli organzini, 200 libbre, erano destinati alla «Fabrica delli Calidori, e Camellotti, che volle eriggere
in Palmi». Sulla nuova richiesta, l’amministratore dell’Arren47
damento diede parere favorevole . La Soprintendenza, invece,
si mostrò piuttosto riluttante ad abbandonare la logica della
concessione limitata, che aveva informato la precedente decisione, e a rilasciare una concessione aperta, sebbene valevole
soltanto nell’ambito dei feudi del principe. In particolare, manifestò il timore che, «traendosi la seta coll’organzino, siccome si
ha più fina [... che] con i mangani grandi», gli introiti dell’Ar48
rendamento potessero scemare . Non solo, si temeva che alla
45
ASN, MF, fs. 1342, Palazzo, 20 agosto 1778.
ASN, MF, fs. 1346, Palazzo, 6 gennaio 1780.
47
Ibidem. Si ricorda che l’Arrendamento della seta di Calabria fin dal 1751
era stato preso in affitto dalla Regia Corte ed era gestito localmente dai tre
amministratori generali delle dogane, rispettivamente, di Calabria Citra, Calabria Ultra e del paraggio di Reggio. All’epoca della richiesta del principe di
Cariati, amministratore per la Calabria Ultra era il barone Alessandro Persico.
48
«Il vettigale di gr.37, che si esigge sopra la seta è imposto sulla quantità
di ogni libra, e non sopra la qualità; permettendosi dunque l’uso degli organzini, co’ quali minor quantità di seta si trae, viene l’arrendamento a patir detrimento, perché sarà minore il fruttato di quello che si è fatto finora, sopra la
quantità, che si è ricavata colli mangani grandi», ibidem.
46
Le sete
179
domanda del Cariati potessero seguire analoghe richieste di industrianti calabresi spinti dall’autorevole esempio del principe,
e che dunque l’autorizzazione, oltre che foriera di pregiudizi
per l’Erario, potesse costituire un pericoloso precedente. La
consulta non convinse il sovrano e, anzi, le ragioni addotte per
motivare il diniego furono ritenute «contrarie all’industria e alla
perfezione dei lavori nazionali». Rigettandone il parere, si invitò la Soprintendenza a proporre «un espediente, che assicur[asse] l’interesse del Re, e che non fac[esse] torto alla maggior perfezione».
Insomma, non che il Grimaldi, nel perorare la causa della
trattura all’organzino, combattesse contro i mulini a vento, ma
certo le sue Osservazioni economiche videro la luce in un momento in cui nel Regno si registravano iniziative volte ad innovare i sistemi di trattura e in sede di governo si manifestava attenzione, se non apertura, alle istanze che in tale direzione si
muovevano. Resta da stabilire se le richieste della città di Reggio e del principe di Cariati rappresentassero una parte di una
più estesa domanda di innovazione che attraversava il Regno o,
piuttosto, esprimessero esigenze specifiche e circoscritte, potendo essere considerate, in un caso, come la spia di un mutamento nella composizione della domanda estera di una porzione delle sete regnicole – le sete reggine – e, nell’altro, come un
interessante ma isolato esempio di intraprendenza di un feudatario napoletano.
La reale domanda d’innovazione è ben descritta dalle modalità di diffusione della trattura all’organzino nel Regno dopo il
1780, modalità che non si esauriscono nelle storie della Regia
49
Fabbrica di San Leucio e della celebre filanda dei Caracciolo di
Villa San Giovanni, ma che appaiono tuttavia contrassegnate da
limiti e da lentezze che meritano di essere indagati. A partire
dal ruolo svolto dalla corporazione napoletana o, in altri termini, dalla domanda interna.
Ragionando dei «vantaggi della perfetta tiratura della seta» e
delle benefiche ricadute che l’introduzione degli organzini avrebbe prodotto sull’economia del Regno, il Grimaldi aveva
49
Cfr. DELL’OREFICE 1999, p. 252n., secondo cui «l’unico tentativo di adottare la “tiratura della seta all’organzino” fu compiuto nel 1781 a San Leucio».
180
Capitolo IV
concluso che l’Arte della Seta della capitale ne sarebbe stata la
prima e più prospera beneficiaria. Si prospettava per l’industria
serica napoletana il rapido recupero del mercato interno, e forse
qualcosa in più poiché il Regno, riscattato da un gravoso «commercio passivo», avrebbe anche potuto intraprendere un lucroso
«commercio attivo», «tanto col Levante, quanto col Nort
50
[sic!]» . Il Grimaldi concludeva invitando il Consolato dell’Arte
della Seta di Napoli ad essere «il primo a dar l’esempio di supplicare la Clemenza del Sovrano per la libertà della seta, e
pell’introduzione della tiratura alla Piemontesa nel Regno».
L’Arte della Seta di Napoli accolse prontamente l’invito e
indirizzò al sovrano una corposa memoria a stampa nella quale
si aderiva apertamente – anche riprendendone ampi brani – alle
51
Osservazioni economiche del Grimaldi . Una tale consonanza
non meraviglia, anche perché, nell’interpretazione del riformatore, i fabbricanti napoletani apparivano vittime incolpevoli di
abusi perpetrati lontano dai loro laboratori. La «decadenza fatale» della sericoltura nel Regno e dell’industria della seta della
capitale aveva avuto inizio, secondo i consoli, alla fine del secolo precedente, dopo l’alienazione dei dazi sulla seta da parte del
governo, per le «oppressioni, e disordini» cui gli arrendatori
avevano sottoposto gli industrianti. Di più, «nel mentre, che la
seta gemea nel Regno sotto l’oppressione dell’appalto, nel resto
dell’Italia la libertà chiamava il genio a perfezionarla»: si era inventato in Torino e diffuso in Italia e in Francia l’«ordigno» per
la trattura all’organzino, e l’organzino era poi stato progressivamente adottato «in tutte le più celebri manifatture d’Europa,
come l’unica qualità di seta per lavorare i drappi più belli, e perfetti». Le ripercussioni sull’industria napoletana erano state ro52
vinose .
50
GRIMALDI 1780, p. 63 e sgg.
BNN, 79 T 4 (16, Memoria umiliata alla Maestà del Re N.S. per parte de’
Consoli della Nobil Arte della Seta, s.d. ma 1781.
52
«Allora sì, che la manifatture di quest’Arte, a cui era ignoto fino il nome
dell’Organzino, [...] non poterono più sostenere, né la comparazione, e molto
meno la concorrenza colle manifatture straniere. Cessò così affatto il commercio Attivo di detta Arte, e s’accrebbe tra noi prodigiosamente il commercio Passivo delle manifatture straniere, essendo molti anni, dacchè uomo, o
donna, che si vuol distinguere coll’eleganza degli abiti, sente vergogna di vestire un drappo di seta lavorato nel Regno», ibidem.
51
Le sete
181
Tuttavia nel nuovo secolo, ma soprattutto, col nuovo regime
politico e grazie alle «cure benefiche» di Carlo di Borbone, abbandonata l’idea che la «preferenza» accordata ai tessuti forestieri derivasse dal «pregiudizio nazionale per le cose, che vengono dall’estero», si era cominciato ad «indagare la vera cagione
della decadenza» e se ne era individuata l’origine nella «pessima» trattura della seta. Ma una cosa era individuare il male, altra era comprenderne le cause. Il Supremo Magistrato di Commercio, artefice della prammatica del 1740, aveva attribuito la
cattiva trattura all’imperizia e alla negligenza dei trattori, «non
già al meccanismo del nostro mangano, al divieto barbaro di
cambiarlo, e sopra tutto alli disordini dell’Arrendamento». Della «innocente svista» del Magistrato erano in parte responsabili
gli stessi «negozianti, ed artieri» napoletani, soggetti «probi, e
zelanti, ma niente istruiti né del Mangano Piemontese, né
dell’Organzino, né di quelle operazioni elementari, che rendono le manifatture straniere tanto superiori alle nostre». Chiamati in quell’occasione dal Magistrato a proporre i mezzi idonei a migliorare la qualità dei filati, non erano stati in grado di
cogliere l’opportunità che si era offerta loro. E altrettanto era
accaduto in seguito, all’epoca della riforma del bando del 1751,
quando ancora «non si avea cognizione alcuna di tal qualità di
seta». Ora, invece, la situazione era mutata, «il grande arcano
53
della Seta» era stato svelato .
A dire dei consoli, dunque, l’«arcano» che aveva reso i filati
e i tessuti forestieri più fini e pregiati dei meridionali sarebbe
rimasto ignoto ai fabbricanti napoletani per oltre un secolo dopo la sua prima regolamentazione, in Piemonte, nel 1667. Il sistema piemontese era noto a Napoli almeno dal 1755, per le iniziative connesse alla sua introduzione in Messina, nel setificio
53
«Questa Nobil’Arte è pienamente istruita della tiratura all’Organzino
[...] onde freme di vedersene priva, e calcola, e deplora le immense perdite,
che ne risente. Nelle Segreterie, e ne’ Supremi Magistrati di questa Capitale è
pur nota una tale importantissima verità; e dopo pubblicata la citata memoria
[le Osservazioni economiche del Grimaldi], i lumi per riguardo alle sete sono
sparsi generalmente in tutta la Nazione. [...] noi, che rappresentiamo la Nobil’Arte della Seta; e che per dovere della nostra carica dobbiamo invigilare
alla dilei perfezione, saremmo colpevoli di una imperdonabile negligenza [...]
se non le umiliassimo le più giuste fervorose suppliche per questo importantissimo oggetto di perfezionare la tiratura delle Sete nel Regno», ibidem.
182
Capitolo IV
54
della Nuova Compagnia di Commercio , mentre sembra che
nel 1739 fosse stato sottoposto al governo per la prima volta un
55
progetto d’impianto di un filatoio ad acqua . Ma ciò non contraddice e rende, semmai, più pregnante l’ammissione della
corporazione napoletana sulla sua ignoranza riguardo ai mutamenti intervenuti all’estero nelle tecniche di produzione e nel
mercato della seta grezza, filata e tessuta. Né meno significativo
è che l’estraneità della corporazione agli sviluppi tecnici e di
mercato si sarebbe protratta anche nei decenni seguenti.
Nella scia del Grimaldi, anche i consoli prospettarono
l’opportunità di una riforma spontanea dei sistemi di trattura,
54
Il marchese Domenico Caracciolo, all’epoca inviato straordinario a Torino, aveva inviato a Napoli «un rapporto circa il nuovo sistema di lavorazione della seta alla Piemontese, con sette tavole riproducenti i piani e sezioni per
l’impianto di un filatoio completo ad acqua, ed una memoria a stampa con
relativa vignetta della nuova invenzione del cavalletto a ruota del geometra
Carlo Fogliarino di Grugliasco», TESCIONE 1932, p. 78. I documenti citati dal
Tescione (ASN, Farnesiane, fs. 1619) su questa e altre rilevantissime notizie
riguardo all’introduzione negli anni ’80 della trattura all’organzino sono andati distrutti nel 1943.
55
Risale al 21 aprile del 1739 una consulta della Regia Camera della Sommaria con la quale si valutava la proposta di Giovan Francesco Guiller
d’introdurre in Napoli «à sue spese li filarini ò sian Molini d’acqua per le sete
ad oggetto che questi si escan a simiglianza di quelle di Francia, Torino, Bologna, e Firenze». Il Guiller domandò una privativa ventennale sui suoi Molini, fatta salva la libertà dei fabbricanti napoletani di servirsene o meno, «ed a’
prezzi che si converranno per detto lavoro». La Sommaria, sentiti l’Avvocato
Fiscale del Real Patrimonio ed il Consolato dell’Arte della Seta, si mostrò tiepida ma infine favorevole al progetto. «Siccome non è da molto sperare ne’
nuovi Proggetti, così non è prudenza ‘l rifiutarli sempre che ne spesa ne pregiudizio apportano al Stato delle cose presenti e future». Il Guiller non chiedeva alcuna sovvenzione né una posizione privilegiata che potesse pregiudicare i filatori napoletani. Chiedeva, è vero, una privativa, ma «dovendo l’introduttore soggiacer alla spesa dell’incertezza dell’esito, conviene altresì che abbia il compenso del costo, e del pericolo, ed ancora il premio dell’opra». Eventualmente, in fase di definizione del progetto, la Sommaria avrebbe “trattato” sulla durata della privativa e sulla possibilità di guadagnare al fisco
«qualche somma corrispettiva», ASN, RCS, Consulte, vol. 184, ff. 87-88.
Nell’agosto del 1774 fu rimesso al Supremo Magistrato di Commercio il progetto di Giuseppe Panay, «figlio di Maestro, e Maestro fabricante di stoffe di
seta della città di Lione», per l’introduzione in Napoli, oltre che di alcuni telai, di una «macchina per ordire e incannare organzini», ASN, Tribunali antichi, Supremo Magistrato di Commercio, fs. 1728.
Le sete
183
da promuoversi con qualche pubblica e solenne «esperienza
comparativa» tra il metodo tradizionale e quello “alla piemontese” che senza dubbio, a loro avviso, avrebbe convinto i produttori di seta del vantaggio di rivolgersi al nuovo sistema. Nella memoria i consoli suggerivano che la trattura “alla piemontese” avrebbe potuto avviarsi dapprima nei casali di Napoli,
un’area esente dai dazi sulla seta e, di conseguenza, non soggetta alla giurisdizione e al rischio di opposizione degli Arrendamenti. Tanto più, osservavano, che «i follari delle vicinanze di
Napoli sono per qualità originaria i migliori tra tutti quelli del
Regno» e perciò, insieme a quelli di Terra di Lavoro, i più adat56
ti alla produzione di organzini . In un secondo momento, riformato il “regolamento” degli Arrendamenti, anche gli industrianti delle altre aree di produzione avrebbero senz’altro adottato il nuovo sistema di trattura.
L’Arte si offrì di sovrintendere al primo, pubblico esperimento di trattura “alla piemontese” chiamando in Napoli «alcune abilissime Tiratrici forestiere» e affiancando loro alcune
donne napoletane perché ne apprendessero la tecnica.
L’esperimento fu effettuato in quello stesso anno 1781 con «fe57
lice successo» . E certamente si procedette nel 1782 ad un secondo esperimento, in cui furono affidati alle maestre Margherita Barra e Maria Marchesa poco meno di kg.1.400 di bozzoli
(15 cantara, 50 rotoli e 20 once) dai quali furono ricavate 416.5
libbre di seta. Ed ancora, nel 1783, furono comprati, prevalentemente in Sorrento, e tratti all’organzino quasi kg.2.000 di
bozzoli (22 cantara e 24,75 rotoli) per 542.3 ½ libbre di seta, per
56
Era piuttosto diffusa l’opinione che le sole sete campane fossero idonee
alla produzione di organzini in ragione delle qualità «intrinseche» alla foglia
del gelso bianco che vi si adottava per l’alimentazione dei bachi. Si vedano ad
esempio PALMIERI 1789, p. 199 e CARACCIOLO 1785, p. LXIV.
57
GRIMALDI 1783, p. 6. «Le sperienze furono fatte sotto l’ispezione del
Consiglier Galiani, mia, e del Consolato dell’Arte della Seta di questa Capitale. Il peso del prodotto delle scambievoli tirature fu egualissimo, ma la
seta tirata alla Piemontese dalli medesimi follari, riuscì così perfetta, che fu
apprezzata sei carlini più a libra delle più scelte sete del Vomero, le quali,
com’è noto si vendono sempre maggiore delle altre migliori sete del Regno», ivi, p. 7.
184
Capitolo IV
una resa nei due anni, rispettivamente, di 1 a 10.35 e 1 a 11.4 di
58
bozzoli .
Negli stessi anni la trattura “alla piemontese” s’introduceva,
su iniziativa e con capitali pubblici, in San Leucio e nei due
convitti napoletani di San Giuseppe al Borgo di Chiaia e del
59
Carminello al Mercato .
Soltanto nel 1791 fu liberalizzato il commercio dei bozzoli
nell’area campana, mentre è dell’anno successivo la riforma della legislazione in materia di trattura. Pertanto per quasi un decennio il perfezionamento della trattura tradizionale e
l’introduzione di quella “alla piemontese” furono promossi
senza modificare la legislazione vigente ma puntando, per il sistema tradizionale, sulla puntuale esecuzione del bando del
1751, inasprito dalla previsione di pene particolarmente severe a
60
carico dei trattori inadempienti , e, per la trattura “alla piemon-
58
ASN, Arte della seta, II numerazione, f.lo 88, Squarcio del secondo esperimento di trarre le sete all’organzino dell’anno 1782 al [sic], nel quale sono
minutamente annotate le singole partite di bozzoli acquistate, i tessitori ai
quali furono successivamente somministrati i filati, il tipo di tessuti che realizzarono ed il loro prezzo di vendita.
59
I primi acquisti di bozzoli effettuati per San Leucio risalgono al 1782:
4,16 ¾ cantara di bozzoli che resero 293 libbre di seta che, tirata a tre capi, «si
mandò nella Real Tappezzeria», ASN, Arrendamenti, f.lo 2284. Il 2 giugno
1783 Federico Tortora, appaltatore dell’Arrendamento di Terra di Lavoro, già
proponeva di inviare nella «terra di Palma» «la Maestra Tiratrice di seta
all’uso di Piemonte, che stà nel Carminello, per così far apprendere a varie
ragazze, che colà vi sono il nuovo modo di tirar le Sete all’Organzino, ed aversi poi nell’anno venturo più Donne capaci di far le Maestre», ASN, Arrendamenti, f.lo 2281. Sulla organizzazione interna della fabbrica di San Leucio e
del convitto del Carminello si veda INCARNATO 1993. Nel convitto di San
Giuseppe a Chiaia, che accoglieva i figli dei marinai ed era finalizzato prevalentemente all’istruzione nautica, la scuola di trattura “alla piemontese” ebbe
vita breve, solo tre anni, cfr. SALVEMINI 1999, anche riguardo alla politica
borbonica in campo assistenziale.
60
Nella primavera del 1783 il Cimitile scriveva all’amministratore doganale di Reggio, Musitano, di aver «riconosciuta la cattiva qualità delle sete nate
in questa provincia nello scorso anno, proveniente dalla maniera impropria,
colla quale vengono tirate» e lo incaricava di «eseguire a puntino» le prescrizioni del bando del 1751 «con aggiungere alle pene comminate l’altra di tre
mesi di carcere per ciascuno, da eseguirsi irrimisibilmente», ASN, Segreteria
d’Azienda, in ordinamento, Reggio, 11 aprile 1783.
Le sete
185
tese”, sulle dimostrazioni volte a rendere di pubblico dominio
gli strumenti, le tecniche e i vantaggi del nuovo sistema.
Anche in Calabria fu applicato lo schema della promozione
del metodo piemontese attraverso il semplice “esempio”, nelle
due direzioni della organizzazione di pubbliche e solenni «esperienze comparative» e della creazione a spese del governo di
fabbriche-scuole per l’istruzione delle maestranze. Nel maggio
del 1784 il Grimaldi, che da due anni era assessore del Supremo
Consiglio delle Finanze per il ramo delle arti e manifatture, fu
incaricato di «introdurre l’arte di tirar perfettamente la Seta in
quella Provincia, e quindi stabilirvi una scuola» sotto la sua di61
rezione . Nel luglio dello stesso anno la Regia Fabbrica degli
Organzini e manifattura era già allestita in Reggio – secondo le
istruzioni del Grimaldi e grazie al concreto interessamento di
Roccantonio Caracciolo, suo «strettissimo amico» – e il 12 agosto, con la direzione del lionese Jean Renaud, si dava inizio alla
trattura piemontese con sedici maestre messinesi e quattro ge62
novesi che tirarono 2.417 libbre di seta . Il 30 di agosto, giacché
«vi erano varj pareri in Reggio sopra la riuscita di tal nuova tiratura», il Grimaldi, giunto nella città, ritenne di organizzare
una «pubblica sperienza» che riscosse, anch’essa, un vero «suc63
cesso» . E nei mesi seguenti frequentarono la scuola, per apprendervi le tecniche, trentuno trattori provenienti da tutta la
provincia, destinati nel progetto ad istruire a loro volta le donne dei paesi di provenienza e a dirigerne poi il lavoro, e venti
ragazze, sedici di Reggio e quattro di Monteleone. Il Grimaldi
mirava ad aumentare progressivamente negli anni successivi il
numero di allieve, tanto da poter preannunciare che «non sarà
difficile, che prima del 1790 nel Territorio di Reggio vi sia un
numero di tiratrici paesane proporzionato alla quantità di seta,
che nel medesimo Territorio producesi». Sempre che fossero
61
GRIMALDI 1785, p. VI.
Oltre alla descrizione del Grimaldi cfr. COTRONEO 1904.
63
GRIMALDI 1785, p. XI. «Gl’industrianti sopra tutto n’erano trasportati
nell’esaminare la Seta tirata alla Piemontese così lucida fina ed eguale, e calcolavano insieme il deciso vantaggio del maggior peso, che produce tal tiratura»,
ivi, p. XV.
62
186
Capitolo IV
superati «alcuni ostacoli, che non si poterono né prevenire, né
64
evitare nel primo anno di quello stabilimento» .
Tuttavia, già nel maggio del 1785 la scuola di Reggio chiuse i
65
battenti, per ragioni vagamente indicate dai Caracciolo ma, in
66
definitiva, rimaste “oscure” . Si avanza qui l’ipotesi che la breve
parabola della scuola sia da ricollegarsi agli ambiti d’intervento
che le erano stati assegnati nel suo stesso progetto istitutivo. Nel
1782 il Grimaldi, in un rapporto al Supremo Consiglio delle Finanze riguardo alle condizioni della sericoltura nel Regno e ai
mezzi per ristorarla, aveva garantito che la creazione ad opera del
governo di scuole di trattura “alla piemontese”, indispensabili
per la formazione delle maestranze, avrebbe potuto procedere
secondo un suo «Piano» grazie al quale il sovrano avrebbe finanziato le scuole «senza del menomo interesse del suo Real Era67
rio» . Il piano non era descritto, si indovina, però, il convincimento del riformatore che le scuole, introdotte con l’impiego di
capitali pubblici, avrebbero immediatamente attirato iniziative e
investimenti dei produttori locali, liberando l’Erario da qualun68
que ulteriore impegno finanziario .
64
Ivi, pp. XXI-XXII.
I Caracciolo sembrano attribuire il fallimento della scuola all’imperizia
delle filatrici chiamate da Messina – «residui dell’antica scuola della fu Real
Compagnia» – e Genova – «che avevano esse medesime gran bisogno
d’imparare» – e del direttore Renaud, che «possedeva appena una piccola ombra di teorica, ma affatto niuna pratica», CARACCIOLO 1791, pp. 27-28. Domenico Grimaldi, invece, nel rapporto sul primo anno di attività della scuola
aveva riservato al Renaud parole lusinghiere, sottolineandone l’ampia competenza anche riguardo alle successive fasi della lavorazione della seta e prospettando una collaborazione di lungo termine per promuovere l’aggiornamento
dell’industria serica reggina e catanzarese, GRIMALDI 1785, pp. XXXIIXXXVII. Il Renaud, in effetti, si dichiarava «disegnatore» e inizialmente aveva domandato al governo napoletano di poter impiantare telai nella capitale e
comporre disegni, anche a beneficio dei setaioli napoletani, ASN, Pandetta
comune, fs. 1380bis. L’impegno finanziario del governo – «modesto», a giudizio di DI BATTISTA (1990, p. 103) – ammontò a circa 10.000 ducati, CARACCIOLO 1795, p. 35.
66
CHORLEY 1965, p. 235; COTRONEO 1904, p. 324.
67
ASN, AA. EE., fs. 3546, documento non firmato né datato ma di Domenico Grimaldi, 1782.
68
«Or queste tali Scuole si dovrebbero introdurre nel Regno per lo primo
anno a conto del Re, e sotto l’immediata sua Protezione, coll’interessarvi alquanti proprietarj di seta, che dimorano sul luogo [...] Sua Maestà poi intro65
Le sete
187
Certo è che Roccantonio Caracciolo nel 1785, nel secondo
anno di vita della scuola di Reggio, curò personalmente, e «a
sue spese», la lavorazione di alcuni particolari filati perché servissero da esempio delle potenzialità della nuova trattura, «onde si arguisse il grand’utile che col corso del tempo può ottenersi da detta fabbrica: e ciò a fine di dar coraggio e trovare attendenti che s’incaricassero della medesima ora che non dee più
69
andare per conto del Re» . Il Caracciolo tentava di dimostrare
la redditività della filanda per spingere gli imprenditori locali a
rilevarla. Un tentativo che diede qualche frutto, tant’è che comunicò al Supremo Consiglio delle Finanze che erano disponibili e «pronte le persone per incaricarsi di detta Real fabrica a
conto proprio, se Sua Maestà si [fosse] degna[ta] [di] far accordar loro un capitale di dieci mila ducati ad estinguere al 6 per
70
cento in 28 anni» . Ma la proposta non dovette risultare con71
vincente e la fabbrica, come si è detto, cessò ogni attività .
ducendo per suo conto la proposta Scuola, non verrebbe a soffrire interesse
alcuno, per quelle ragioni che non mancherei di esporre nel piano dell’esecuzione delle dette scuole», ibidem.
69
ASN, AA. EE., fs. 3546. Il corsivo è mio. Questi i dettagli delle lavorazioni fatte eseguire dal Caracciolo: «da tre qualità di folleri ha fatto tirare a
sue spese cinque colori di seta; cioè l’orsoio bianco da’ folleri bianchi, il verdino da’ folleri verdini; e finalmente da un follero di semente di Spagna ha
ottenuto tre colori, cioè dalla spoglia esterna l’orsoio incarnatino; dal corpo di
mezzo l’orsoio arancino, e dal fondo del follero l’orsoio petto di canario [...].
Quindi ha fatto tessere in Reggio con que’ telai cattivi e dagl’inesperti maestri
che ivi si trovano, due pezze di veli per abiti da donna. Il primo largo tre palmi, coll’orsoio incarnatino e lamette d’oro. Il secondo coll’orsoio petto di canario e lamette d’argento: largo due palmi. E finalmente una stofetta con argento e senza argento in due pezze, composta dall’orsoio bianco crudo,
dall’orsoio bianco tinto rosa, e dall’orsoio verdolino crudo».
70
«Daranno tutte le maggiori cautele, e sono contenti di proseguire detta
fabrica d’orsoi [...] senza alterare ne’ punti essenziali il sistema attuale
dell’Arrendamento della seta», ibidem.
71
Si rilegga alla luce di quanto detto il capitolo della Relazione del Grimaldi intitolato Per quanto tempo sarà necessaria la Scuola di Reggio, in cui,
difendendo un’iniziativa che, evidentemente, già escludeva di veder passare in
mani private, il riformatore tornava a più riprese su quanto fosse «necessario», o «dell’ultima importanza, ed indispensabile insieme», «che la Cassa sacra pros[eguisse] a mantenere a conto suo la Scuola di Reggio», GRIMALDI
1785, pp. XX-XXV.
188
Capitolo IV
In generale, l’iniziativa privata nella diffusione del metodo
piemontese fu decisamente limitata. L’unico episodio di rilievo,
72
in parte ricostruito dalla storiografia , è legato al nome dei Caracciolo e alla filanda che eressero in Villa San Giovanni nel
1789, sorta inizialmente come «anything more than a private
business venture» e divenuta nel 1792, con un finanziamento
governativo di 30.000 ducati, la Scuola Reale della Villa San
73
Giovanni . Nel 1794 nella filanda furono lavorate 4.413 libbre
74
di organzino ed oltre 12.000 libbre di seta «alla sangiovanni» .
72
TESCIONE 1932; CHORLEY 1965; CINGARI 1990; DI BATTISTA 1990;
CHICCO 1995.
73
CHORLEY 1965, p. 235. Nonostante la sovvenzione statale, si deve ritenere che l’iniziativa dei Caracciolo conservasse un carattere privatistico: il
sovrano voleva che «dette Scuole continu[assero] per loro conto» mentre il
finanziamento, a carico dell’Intendenza degli Allodiali, avrebbe dovuto essere restituito a partire dal quinto anno dalla sua erogazione a 2.000 ducati
l’anno senza interessi, «riserbandosi non però la Maestà Sua di gratificarnegli
allorché avran condotto a fine tutta la loro Intrapresa nel Paraggio di Reggio», ASN, MI, I inventario, fs. 2249, Napoli, 8 marzo 1792. In questo senso
anche DI BATTISTA 1990, p. 105. Per una descrizione degli ambienti e dei
macchinari della filanda, CINGARI 1990. Sull’iter seguito dai Caracciolo per
poter impiantare la filanda, si veda supra, p. 88.
74
La trattura «alla sangiovanni», messa a punto dagli stessi Caracciolo,
costituiva una variante del sistema tradizionale. Nel 1794 la filanda contava
50 mangani “alla piemontese” – che lavorarono a pieno ritmo nei tre mesi tra
la fine di giugno e il 22 settembre, «eccetto alcuni mangani vacati a vicenda
per malattie delle maestre, o per essersi guastati i fornelli, il che verso
l’ultimo fu in numero abbastanza considerevole» – e 42 mangani “alla sangiovanni” – che furono impiegati in modo più discontinuo per le difficoltà
incontrate nell’approvvi-gionamento di bozzoli, CARACCIOLO 1795, pp. 913. Nel 1789, primo anno di attività, nella filanda erano stati impiegati solo
sei mangani, tre dei quali erano «all’uso di Sorrento», due «all’uso di Piemonte» ed uno «all’uso di Ales». L’amministratore doganale di Reggio, Girolamo Coscinà, incaricato dal Supremo Consiglio delle Finanze di «osservare l’andamento» della filanda, aveva descritto ammirato al presidente Corradini la qualità delle sete che vi si tiravano, sete «della più migliore perfezione, attenta l’attenzione de suddetti fratelli Caracciolo, che fanno usare nel
distinguere la qualità de follari, facendo adattare a ciascuna diversi gradi di
calore di acqua, m’ancora distinguendo li colori di detti follari, per venire le
matasse delle sete tutte di una forma, per la quale fanno ancora usare la vigilanza di fare asciuttare le sete nelli stessi mangani, senza adoprare fuoco, e
senza esponerle al sole, e le conservano in una stanza esposte alla ventilazione», ASN, Segreteria d’Azien-da, in ordinamento, L’amministratore dogana-
Le sete
189
Il successo dei Caracciolo indusse il governo a ritentare nel
1797 l’esperimento di una scuola in Reggio finanziando
l’allestimento di una colonia della filanda di Villa San Giovan75
ni , nota come Filanda de’ Giunchi, dal nome della località do76
ve era insediata . Ma, come si vedrà, almeno inizialmente vi si
77
produssero quasi esclusivamente «sete sangiovanni» .
La Calabria non conobbe in quegli anni altre iniziative di rilievo. Sembra, anzi, che nell’area di Reggio nel 1790 gli organzini fossero prodotti esclusivamente dai Caracciolo, se è vero
che «il solo don Salvatore Pontari di questa città proseguì per
qualche anno a proprie spese la tiratura delle sete all’organzino,
ma che per mancanza de’ mezzi fu costretto ad abbandonare
78
l’impresa» . Il Galanti riferisce che nel 1786 in Catanzaro «il
barone Don Tommaso Schipani, Don Giuseppe Salzano e Don
Saverio Laudari per puro spirito patriottico fecero venire da
Messina tre tiratrici di organzino ed a loro spese si fecero costruire le macchine ed introdussero tre fornelli». Ma anche questa iniziativa ebbe vita breve. Furono prodotte soltanto 300 libbre di seta. «Non piacquero gli organzini a’ fabbricanti delle
drapperie perché mancano gli strumenti di prepararli come sa79
rebbero i torciseta» .
Anche nell’area campana, a quasi dieci anni dall’appello dei
consoli dell’Arte della Seta di Napoli, la produzione di organzini stentava a decollare o, per dirla col Palmieri, a divenire «di
80
pratica più generale» . I primi esperimenti intrapresi dal Grile di Reggio Girolamo Coscinà al Supremo Consiglio delle Finanze, Reggio,
31 luglio 1789.
75
CINGARI 1990, p. 315; CHORLEY 1965, p. 237.
76
ASN, MF, fs. 2455, inc. 72.
77
Furono installati 38 mangani, solo 2 “alla piemontese”, ASN, MF, fs.
1425, Niccola Codronchi al re, 9 marzo 1800.
78
Cit. in PLACANICA 1979, p. 343.
79
GALANTI 1792, pp. 147-148.
80
PALMIERI 1789, p. 197. Le considerazioni del Palmieri appaiono di particolare interesse nell’attuale mancanza di dati relativi alla diffusione della
trattura all’organzino fino agli inizi degli anni ’90. Sul periodo si può riferire
che nel salernitano (giurisdizione dell’Arrendamento della seta di Principato
Citra da Eboli in là) nel 1785 furono prodotte, a Marsico Nuovo, 360 libbre
di sete all’organzino su un totale di 8.031 libbre annotate nel ripartimento; nel
1786, a Marsico Vetere, 481 libbre su 9.741, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 97.
A margine, la percentuale di organzini sul totale della produzione fu rispetti-
190
Capitolo IV
maldi e dalla corporazione napoletana non ebbero un seguito
commisurato alle attese. A giudizio del Palmieri, l’inerzia dei
produttori di seta sarebbe potuta venire meno in presenza di
una vivace domanda di organzini da parte dei fabbricanti napoletani.
Non è inopportuno ricordare che il procedimento di trattura forniva un filato grezzo che, prima di essere utilizzato dai
tessitori, doveva essere sottoposto alle ulteriori, successive operazioni dell’incannatura e della torcitura. Le tradizionali operazioni di incannatura e torcitura del filo, adeguate alla lavorazione di sete tirate «all’antica usanza», risultavano «lunghe, difficilissime, dispendiose, e con sfrido straordinario della medesima
81
seta» tirata «alla Piemontese» . Affinché le sete tirate
all’organzino potessero essere impiegate dai fabbricanti del Regno era dunque necessario adottare, oltre al mangano, anche il
filatoio, o «Torceseta alla Piemontese [...] una macchina mera82
vigliosa, per render facili le mentovate due operazioni» . Lo avrebbe constatato anche il Galanti a proposito del fallito esperimento catanzarese ma il Grimaldi già nella Relazione del 1785
aveva esortato il governo ad accollarsi un ulteriore impegno finanziario per introdurre il filatoio nella scuola di Reggio.
Una condizione singolare, per un osservatore esterno.
Nell’Italia padana fino alla metà del XVII secolo l’evoluzione
dei sistemi di trattura, «il processo di assottigliamento e omogeneizzazione della seta greggia», era stata soprattutto il portato di un processo di adeguamento della seta alle caratteristiche
ottimali richieste per il suo impiego nei mulini alla bolognese;
in altri termini, «l’introduzione dei mulini alla bolognese nel
processo produttivo implicava una ristrutturazione della trattura e la produzione di un filo premodellato alla trazione di stru-
vamente del 4,4 e del 4,9%, rispettando quel tetto massimo del 5% verificato
dal Poni a Bologna per gli anni 1773-90, PONI 1981, p. 413n.
81
GRIMALDI 1785, p. XXVIII, che chiosava: «è tale la perdita del tempo, e
lo sfrido per incannare, e torcere la Seta alla Piemontese cogli ordegni all’uso
del Regno, che i fabricanti di Seta dell’istessa Capitale si sconfidano
d’adoprarla nelle proprie manifatture». A Bologna i filati più resistenti e sottili presentavano «prezzi proibitivi per i mercanti che facevano riferimento ai
tradizionali filatoi a mano», PONI 1981, p. 402.
82
GRIMALDI 1785, p. XXVIII. Sui filatoi, PONI 1976; MAIOCCHI 1980.
Le sete
191
83
menti meccanici» . Nella seconda metà del XVII secolo, anche in
altre aree dell’Italia centrosettentrionale, a Bergamo, ad esempio,
l’introduzione dei filatoi idraulici «si intreccia con un sensibile mi84
glioramento ed assottigliamento delle sete gregge locali» . Nel caso piemontese, «furono forse i problemi di produzione del filatoio
Galleani di Torino ad indirizzare il governo sulla via della riforma
85
dei sistemi di trattura» e dell’elaborazione ed attuazione di quel
fortunato sistema di regole «frequentemente ristampate, riassunte,
tradotte, e più o meno parzialmente assimilate, applicate e discus86
se» nei decenni seguenti.
Nel Regno il processo di diffusione dei sistemi piemontesi si
era avviato seguendo un percorso inverso, si tentava di promuovere la trattura “alla piemontese” prima ed indipendentemente dalla diffusione dei filatoi. Se questo è vero, si sarebbero
fino ad ora fraintesi i termini del “ritardo” del Mezzogiorno. Il
nodo da sciogliere non starebbe nella mancata o tormentata introduzione della trattura “alla piemontese” ma della meccaniz87
zazione della filatura .
83
PONI 1981, p. 402. La filatura meccanica avrebbe prodotto una quantità
di scarti della lavorazione insostenibile rispetto all’elevato costo della materia
prima e pertanto i mulini da seta «obbligarono a modificare a monte le tecniche di trattura per produrre filati più robusti, capaci di resistere a una trazione
divenuta cieca», PONI 1997, p. 718. «Bisognava insomma trarre fili più resistenti. [...] Il problema fu risolto riducendo le soglie di variabilità dello spessore del filo, producendo cioè fili più omogenei. Ma seguendo questa via diventò possibile la produzione di fili non solo più resistenti ma anche più sottili», PONI 1981, p. 402.
84
Ivi, p. 403.
85
CHICCO 1995, p. 38.
86
PONI 1981, p. 404.
87
Un nodo che non riguarda esclusivamente l’Italia meridionale. In Toscana furono costruiti due filatoi ad acqua all’inizio del XVII secolo, a Pescia,
ma per assistere a nuove iniziative si deve fare un salto di oltre 150 anni ed
approdare al filatoio eretto a Pisa negli anni ’60 del XVIII secolo, seguito da
poche altre realizzazioni nei decenni seguenti, MALANIMA 1982, pp. 244-248.
Sull’azienda serica degli Scoti di Pescia dalla metà del XVIII alla metà del
XIX secolo, TOLAINI 1997. Non è plausibile l’ipotesi che il ritardo con cui i
filatoi compaiono nel Regno di Napoli sia da ricondurre al «rigido controllo
esercitato sulla torcitura dalle corporazioni urbane» (BATTISTINI 1997b, p.
82n.) ché anzi la tendenza, almeno nel XVIII secolo, è piuttosto al decentramento di questa fase della lavorazione per quote non irrilevanti del prodotto
grezzo (v. par. 6.1).
192
Capitolo IV
Occorrerebbe accertare quanti e quali filatoi, a partire dagli
anni ’80 del ’700, fossero in attività nel Regno. Sono noti quelli
impiantati a spese dell’Erario in San Leucio e nel convitto del
Carminello al Mercato, e i filatoi impiantati dai Caracciolo a
88
Villa San Giovanni . Inoltre, all’inizio degli anni ’90 fu costruito un filatoio a San Giovanni a Teduccio, un casale a ridosso
della capitale, a spese e di proprietà di Giacomo Brussone, che
89
all’epoca era anche direttore del filatoio del Carminello . Quella del Brussone è la sola iniziativa privata di cui si ha notizia,
ma sarebbero necessarie ulteriori ricerche.
A giudizio del Palmieri, la diffusione della trattura “alla
piemontese” non avrebbe dovuto incontrare grossi ostacoli,
comportando un investimento complessivamente modesto sia
sotto il profilo finanziario – richiedeva una «spesa [...] così piccola, che si può fare da tutti» ed impiegava manodopera femminile «la di cui opera costa meno» – sia sotto il profilo delle
cognizioni tecniche. Non si poteva dire altrettanto del filatoio
che necessitava di «spesa, ed arte», così che i «Particolari» sembravano restii ad intraprendere un’attività che imponeva un
90
consistente investimento iniziale . E il Palmieri, lo si è accenna88
Il filatoio ad acqua del Carminello fu montato nel 1787 dagli operai genovesi Giambattista Ferrando e Angelo Pareta, forse sui disegni inviati da
Domenico Caracciolo nel 1755, TESCIONE 1932, p. 213. Il primo filatoio dei
Caracciolo entrò in produzione, con qualche difficoltà, il 3 novembre del
1794. I Caracciolo riferiscono di essersi serviti per la sua costruzione dello
stesso capomastro che aveva fatto «il filatorio a Chiaja», ma non risulta
l’esistenza di un filatoio nel convitto di San Giuseppe e appare più probabile
che intendessero in realtà riferirsi a quello installato nel convitto del Carminello, CARACCIOLO 1795, pp. 28; 24. In seguito, il primo filatoio fu sostituito
da un «gran filatoio» «costruito secondo le più esatte regole di Torino [...] da
Capo maestro Sartoris di Torino», ASN, MI, I inventario, fs. 2249.
89
ASN, MF, fs. 1397.
90
PALMIERI 1789, p. 197. Il Brussone investì 4.600 ducati nel filatoio di
San Giovanni a Teduccio, ASN, MF, fs. 1397. Nel 1793 gli Architetti Regi
Vincenzo Ferraresi e Giuseppe Giordano stimarono, sulla base delle spese
sostenute per il Carminello, che la costruzione in Isola di Sora di una filanda
dotata di 20 fornelli e di un filatoio ad acqua sarebbe costata 6.000 ducati. Si
notava che i lavori sarebbero stati senza dubbio meno dispendiosi di quelli
condotti in Napoli «per il prezzo minore, che ivi costano i legnami, e perché
l’opera de’ lavoratori si paga sempre meno che a Napoli», ASN, MF, fs.
2885bis.
Le sete
193
to, riteneva che la riluttanza all’innovazione dei produttori di
bozzoli e di coloro che avrebbero potuto impiegare i loro capitali nell’impresa della filatura della seta era riconducibile alla
limitatezza della domanda interna. «Lo stimolo più forte per
scuotere i Particolari, ed il mezzo più efficace per introdurre da
per tutto così il mangano, come la machina Piemontese, sarebbero i bisogni, e le richieste della seta tirata all’organzino, e
preparata dalla machina Piemontese per le manifatture».
A quanto pare, i fabbricanti napoletani non esprimevano
una domanda di organzini tale da sollecitare gli auspicati investimenti nel settore. L’osservazione del Palmieri sembra confermata dalle vicende del filatoio Brussone. Ad esso era inizialmente annessa una filanda per la trattura “alla piemontese” dotata di 16 caldaie, giudicate sufficienti, si deve presumere, a tenerlo in opera. Nel 1792 il Brussone raddoppiò la capacità del
filatoio e contestualmente si impegnò a lavorarvi sete grezze
prodotte nella fabbrica di San Leucio e, una volta filate, ad essa
destinate per le successive fasi della lavorazione. Nell’occasione
ottenne di poter acquistare bozzoli ed effettuare in proprio la
trattura “alla piemontese” nel caso fosse venuta meno la domanda leuciana. Nel 1794 l’evento temuto si verificò e il Brussone dovette dunque operare per proprio conto. Tuttavia chiese
subito «il permesso di situare nella di lui casa alcuni telai di
stoffe, e altro, per poter smaltire le sue sete». Sulla sua domanda, poi accolta, fu sentito Domenico Cosmi, direttore del convitto del Carminello, il quale giudicò «doveroso, e giusto accordarglisi il permesso di aprire la chiesta fabbrica di Seterie [...]
perché non gli resti la macchina inoperosa, e li operai [circa 40]
esposti alla fame e perché possa [...] tener sempre in azione il
filatoio [...] giacché non avendo oggi modo di vendere la seta
fuori Regno, che ritrarrebbe dalla filanda e dal filatoio, per
91
quello gli resterebbe una perdita notabile» . In definitiva, il direttore del Carminello non considerò affatto la possibilità che
gli organzini del Brussone trovassero smaltimento presso i fabbricanti della capitale.
Riguardo ai modesti risultati dei provvedimenti adottati dal
governo per la diffusione del sistema piemontese e al ruolo ri-
91
ASN, MF, fs. 1397.
194
Capitolo IV
vestito dalla corporazione napoletana, il Palmieri ebbe a dire
che, malgrado fosse «lontano da tutto ciò che sent[iva] la coazione» e considerasse «la libertà come l’unica madre
dell’industria», laddove la libertà non generava progresso e, anzi, scoraggiava l’iniziativa privata e comprometteva l’esito delle
«cure benefiche del Sovrano» si rendeva indispensabile un intervento normativo che imponesse ai fabbricanti ciò che spontaneamente non sembravano orientati a fare, una «Legge, o statuto del Consolato, ch’esig[esse] la seta tirata all’organzino per
92
stama de’ determinati drappi» . Qualche anno dopo i
Caracciolo, muovendo dall’esperienza diretta di chi già
produceva filati di qualità, giunsero ad una conclusione
93
analoga , lamentando, sembrerebbe, non tanto la difficoltà di
piazzare sul mercato napoletano i costosi filati di Villa San
94
Giovanni , quanto la resistenza dei negozianti ad accettare che
alla diversificazione produttiva della filanda dovesse
corrispondere la diversità dei prezzi dei filati offerti.
Sostenevano, in particolare, che i fabbricanti napoletani
«manca[va]no tutti nella cognizione principale della loro arte,
cioè nella cognizione del titolo o sia calibro del filo».
Il titolo era una «misura di qualità [...] capace di definire i
gradi di finezza e quindi il prezzo relativo dei filati di seta».
Tecnicamente, il titolo era semplicemente il peso di un filo di
seta di lunghezza prestabilita. Per una lunghezza del filo co95
stante – stabilita dall’ideatore del sistema, il ginevrino Mathè ,
in 400 aulnes – il peso, o titolo, esprimeva lo spessore del filo.
Più elevato il peso, o titolo, più spesso il filo. E dunque, più elevato il titolo, meno pregiato il filo. Il “provino”, la macchina
per misurare il titolo, divenne «di uso comune fra i grandi mer-
92
PALMIERI 1789, p. 198. Si ricorda che il Palmieri avrebbe presieduto la
giunta eretta nel 1791 per riformare, su istanza dell’Arte della Seta, «i regolamenti dell’arte dei Filatori, Tintori, Pettinagnoli, Tessitori, e Calzettari».
93
«Bisogna dunque obbligargli a perfezionare la loro arte», CARACCIOLO
1795, pp. 15-18.
94
A giudizio di Chorley, «the merchants – at any rate initially – were not
prepared to pay more for Villa San Giovanni silks than for those produced by
the traditional methods», CHORLEY 1965, p. 239.
95
Da identificarsi forse con Isaac Francesco Mattei, cfr. PONI 1997, p732n.
Le sete
195
canti di seta (che operavano tra Torino, Lyon, Parigi, Berlino e
96
la Provenza)» negli anni ’70 del XVIII secolo .
I Caracciolo si avvalevano di uno strumento per la misura97
zione del titolo, l’assaggiatore . Le sete «alla sangiovanni» prodotte nel 1794 ed immesse sul mercato napoletano erano risultate «sopra l’assaggiatore» di «quattro differenti titoli, cioè 10
98
in 12, 12 in 14, 14 in 16, e 16 in 20» . Ma invano si era tentato
di spuntare sulla piazza di Napoli prezzi proporzionati ai quattro fili proposti. «Uno de’ più periti mezzani» della capitale
non aveva ravvisato differenze apprezzabili e tali da giustificare
99
la diversità dei prezzi . Evidentemente, i napoletani non conoscevano, o comunque non utilizzavano il provino nelle loro
transazioni. Peggio, i Caracciolo denunciavano l’«assurdo uso
delle nostre piazze dove i fabbricanti comperano per così dire la
seta ad occhi chiusi, pagandola non secondo il merito ma secondo il nome del luogo dove nasce la seta». Se i negozianti acquistavano la seta sulla base del luogo di produzione e senza
valutare le sue caratteristiche intrinseche, ogni iniziativa rivolta
96
Ivi, pp. 720-722. Sull’argomento anche TOLAINI 1997.
L’assaggiatore fu definito dagli stessi Caracciolo, nel 1801, come quel
«celebre istromento inventato verso la metà dello spirato secolo, con l’ajuto
del quale son’incredibili i progressi che i Piemontesi han fatto nella cavatura,
nell’arte di assortire il filo, e ne’ loro filatoj», ASN, MF, fs. 2636, cit. in CINGARI 1990, p. 311.
98
CARACCIOLO 1795, p. 15. Il titolo degli organzini, riferisce PONI (1997,
p. 722), era normalmente compreso in valori tra 24 e 60. Secondo il Dizionario delle arti e de’ mestieri pubblicato a Venezia negli anni ’70 del ’700 (citato
in PONI 1976, p. 315n.) il rapporto tra peso e lunghezza del filo «si esprime
con numeri che vanno dal 3 fino al 300». È interessante seguire i Caracciolo
nella loro descrizione delle pratiche “oltramontane”. I fabbricanti napoletani,
dicono, «impareranno anche essi a conoscere il calibro del filo, e pagarlo esattamente secondo il merito colla stessa precisione geometrica, che gli oltramontani hanno introdotta, e che è veramente meravigliosa; come si ricava da’
filatorj torinesi che lavorano per loro conto. Quivi minora il prezzo
dell’organzino, ogni bava di più (anzi quattro quinti, imperocchè il valore
d’una bava è computato per due danari e mezzo), che entra nella composizione de’ due fili di seta, da cui vien formato l’organzino; procedendo ivi il detto
calibro sulla differenza di due in due danari; organzino cioè di 20 a 22 danari,
di 22 a 24 danari, di 24 a 26 danari &c», CARACCIOLO 1795, p. 18.
99
Il mezzano avrebbe esclamato: «che primo? che secondo? che terzo filo?
sono tutti suocci», vale a dire, sono tutti uguali, ibidem.
97
196
Capitolo IV
al perfezionamento delle tecniche di trattura e alla produzione
di filati via via più sottili ed uniformi era destinata ad infrangersi di fronte ad un mercato che nei fatti misconosceva il maggior
valore del prodotto offerto. Questa era la conclusione dei Caracciolo, a proposito della quale si è potuto sostenere che «the
rigid and conservative commercial structure of the kingdom,
the characteristic passivity of its merchant class, made it very
100
difficult for an improved product to find a place» .
Ma è plausibile che negozianti e fabbricanti napoletani non
operassero altra distinzione merceologica che quella basata sul
luogo di produzione? Nel 1793 furono contrattate sul mercato
napoletano 25 qualità di seta provenienti dalla sola Calabria Ci101
tra . A titolo di esempio, le sete «appalto girelle» erano presenti in quattro sottotipi: appalto girelle, appalto girelle buone, appalto girelle sublimi e appalto girelle di Luzzi. Solo l’ultimo tipo di filato era “qualificato” anche dal luogo di provenienza. In
secondo luogo, filati provenienti dalla medesima area di produzione potevano spuntare, nello stesso mese, prezzi differenti: la
seta appalto di Cerisano fu venduta nel dicembre del 1793, dallo
stesso negoziante, a 18,4 e a 17,5 carlini la libbra, uno scarto neanche modesto del costo unitario, circa il 5%, e che su partite,
consuete, di 2.000 libbre comportava una differenza di prezzo
di ben 180 ducati. In terzo luogo, l’apprezzamento sul mercato
napoletano delle sete provenienti dalle medesime aree di produzione variava nel tempo. Sono gli stessi Caracciolo a riferirlo,
102
non senza una punta di comprensibile orgoglio . Il luogo di
100
CHORLEY 1965, p. 239. Nello stesso senso, PONI 1997, p. 720.
Cfr. Tabella 4.1 e, in generale, il par. 4.2.
102
Le sete «del territorio di Fiumara di Muro, in cui è situata Villa San
Giovanni, migliorate col nuovo metodo delle Scuole, ottennero nella Piazza
di Napoli il prezzo di due, sino a tre carlini di più a libbra delle sete reggiane,
che prima si riputavano le migliori della Calabria, e si vendevano sino a due
carlini di più di quelle di detto Territorio di Fiumara», ASN, MF, fs. 2517,
inc. 12. È quanto i Caracciolo asserirono nel 1805, quando i nuovi metodi di
trattura avevano ormai dispiegato tutti i loro effetti. Ma già molti anni prima,
nel 1791, ricordando le loro prime iniziative «per migliorare la seta comune»
di Fiumara – consistenti esclusivamente nella distribuzione gratuita agli allevatori del seme-bachi detto «incarnatina di Spagna» e nell’accorta selezione
dei trattori cui affidare il dipanamento dei bozzoli –, avevano riconosciuto di
aver visto rapidamente colmato il divario di due carlini a libbra tra le sete di
101
Le sete
197
produzione della seta, a Napoli come sulle principali piazze europee, concorreva, insieme alle caratteristiche intrinseche del
103
filato, a farne il prezzo .
Sarebbe prudente non sottovalutare la ragione che aveva indotto i Caracciolo ad inveire contro le pratiche mercantili napoletane, e cioè il fatto che non erano state apprezzate le differenze intercorrenti tra i quattro tipi di filo prodotti, differenze
rilevate da una macchina, l’assaggiatore, ma non dal mezzano
napoletano. La macchina vedeva ciò che al mezzano sfuggiva,
ma questo non può meravigliare. Secondo Poni il provino inizialmente, quando era ancora poco diffuso, fu utilizzato anche
per sfruttare “opportunisticamente” le «asimmetrie informative» che si erano prodotte tra coloro che possedevano e coloro
che non possedevano il nuovo strumento di misurazione. Coloro che ne disponevano potevano «trarre grandi vantaggi comprando a peso e vendendo sulla base delle informazioni ottenute dal provino, una volta definita, ma in segreto, la maggiore
104
sottigliezza del filato» . Nel caso napoletano, le «asimmetrie
informative» giocano un ruolo opposto, penalizzando il venditore “informato”. E questo, certo, per l’arretratezza tecnica
dell’acquirente. Sulla cui «characteristic passivity» si ha tuttavia
ancora ragione di dubitare.
Fiumara e quelle di Reggio, CARACCIOLO 1791, pp. 28-29.
103
Ad esempio, «sul mercato di Amsterdam gli orsogli italiani venivano
quotati separatamente a seconda del luogo di produzione e della qualità»,
PONI 1976, p. 315n.
104
PONI 1997, p. 721. Divenuto in seguito di uso comune, il titolo non avrebbe più supportato un «uso opportunistico» quale quello descritto, ma
anzi, grazie all’oggettività nella misurazione dei filati, avrebbe favorito «la
fiducia negli scambi mercantili». In realtà Poni va oltre, suggerendo che il passaggio ad un uso meno opportunistico del titolo presupponesse «trasformazioni più profonde di carattere economico e morale» e affondasse «nella reciprocità, nella giustizia, in quegli onesti comportamenti mercantili per cui
all’utile di una delle parti contraenti corrispondeva l’utile dell’altra parte». Si
richiama Paolo Mattia Doria per dire che «in una società come quella del Regno di Napoli, dove il commercio è concepito come un rapporto a somma
zero [...] è altamente improbabile che scambi (anche ripetuti) fra i mercanti
portino alla creazione di rapporti basati sulla fiducia», ivi, pp. 727; 730. E poi,
in nota: «Ovviamente si può sostenere che l’introduzione di standard misurabili può sostituire la fiducia dislocandola verso un terzo partner: l’istituzione
certificante». Ovviamente.
198
Capitolo IV
Tornando ai caratteri della domanda interna, occorrerebbe
chiarire perché i fabbricanti napoletani non espressero una domanda di organzini tale da fornire un adeguato incentivo alla
diffusione della trattura “alla piemontese” e, soprattutto, alla
meccanizzazione della filatura. In questa sede si può soltanto
suggerire che l’analisi delle vicende dell’Arte della Seta di Napoli dovrebbe esser condotta, oltre che tenendo conto delle categorie interpretative elaborate dalla storiografia per spiegare le
performances sei-settecentesche di altri centri industriali italiani, anche, e forse soprattutto, illuminando il rapporto che si
dovette instaurare tra l’industria urbana e corporata e la neoistituita fabbrica di San Leucio, sui cui splendori molto si è indugiato, ma che deve ancora essere indagata in merito all’impatto
105
che esercitò sulle dinamiche dell’industria locale .
A partire dagli anni ’90, l’adozione della trattura
«all’organzino» nell’area campana risultò favorita, da un lato,
dalla liberalizzazione del commercio dei bozzoli a beneficio di
coloro che impiantavano filande “alla piemontese” e, dall’altro,
dalla riforma della trattura tradizionale che, efficacemente promossa, come si vedrà, dall’amministratore dell’Arrendamento,
Federico Tortora, ne innalzò la qualità e i costi rendendo comparativamente meno onerosa l’adozione della trattura “alla
piemontese”. Ma, malgrado le migliori condizioni, la diffusione
del nuovo sistema, per quel che risulta, non fu straordinaria: 18
filande al 1805 in Terra di Lavoro, esclusa Napoli, 2-3 filande
106
nelle altre province campane . Una diffusione, forse, proporzionata alla ristrettezza della domanda interna e alle alterne e in
quegli anni certo non sostenute dinamiche della domanda estera. E proporzionata altresì agli oneri finanziari e ai rischi cui i
privati dovettero soggiacere nella fase di avviamento – dall’approntamento delle nuove macchine alla formazione delle mae105
Indicazioni in tal senso in BIANCHINI 1839, p. 511, secondo cui la fabbrica di San Leucio costituiva «un pericoloso concorrente alle altre fabbriche»
del Regno.
106
ASN, MI, II inventario, fs. 5066. Nell’attuale carenza di dati sarebbe
azzardato esprimere un giudizio sulla effettiva diffusione della trattura “alla
piemontese”. Nel bilancio dell’Arrendamento di Terra di Lavoro del 1802
risulta tirata “alla piemontese” l’11% della produzione di seta grezza: 12.964
libbre di cui appena il 10,6% prodotte in filande private, il resto in San Leucio
e nelle altre filande regie, ASN, Arrendamenti, f.lo 2332.
Le sete
199
107
stranze – ostacoli sui quali persino i più accesi sostenitori del108
la «nuova tiratura», i Caracciolo, dovettero convenire , tanto
da concludere che la ragione principale per cui «la folla» si mostrava riluttante ad adottare il sistema piemontese andava cercata nella consapevolezza che quel sistema avrebbe inizialmente
portato «poco o niuno vantaggio, e raddoppiamento grande di
fatiche, oltre ai rischi da correre per la novità. [...] i nostri propri conti dimostrano; che la nuova tiratura non può dar guadagno ed un guadagno moderato al particolare; se non quando resa già perfetta e familiare, possa con facile e sicuro passo esten109
dersi da per tutto» .
Non è da escludersi che la nutrita presenza di stranieri nelle
file dei «Proprietarj di Filande» per la trattura all’organzino, al110
la vigilia del governo francese a Napoli , sia almeno in parte da
ricollegarsi alle conoscenze tecniche, al know-how che essi possedevano, più che all’apporto di capitali e di capacità imprenditoriali. Ma l’iniziativa straniera nel Regno, oltre che in riferimento a fattori più propriamente endogeni, va letta anche alla
luce delle vicende internazionali, prima fra tutte la contrazione
dei tradizionali mercati di approvvigionamento del setificio inglese. Sembra infatti che buona parte degli organzini campani
fosse destinata al mercato londinese «che l[i] ricerca[va] a qua-
107
«Appare inoltre chiaro [...] che era assai difficile, per i privati, procurarsi macchine e manodopera all’estero e che l’intervento dello stato era indispensabile, perché soltanto esso era in grado di sostenere le spese necessarie,
approfittando anche dell’apparato diplomatico», LEPRE 1963, p. 160 e sgg.
Sull’impegno e sugli oneri sostenuti dal governo per San Leucio si veda TESCIONE 1933.
108
Se «avessimo avuto maestre perfette; avremmo dalla stessa quantità di
folleri ricavato 245 libbre più di seta; [...] avremmo in oltre trovato nel totale
della seta, quattro quinti d’orsojo di prima sorte; quandochè le allieve non ce
ne han dato che poco più di un quinto. E calcolato l’importo di queste due
differenze, si trova montare, almeno almeno, a ducati mille di perdita», CARACCIOLO 1795, pp. 38-39.
109
Ibidem. In effetti nella filanda di Villa San Giovanni le sete “alla sangiovanni” si lavoravano per conto di numerosi industrianti-proprietari di
bozzoli mentre le sete “alla piemontese” erano prodotte dai Caracciolo «per
loro proprio conto [...] e ciò perché detti industrianti non amano tal sorta di
avventura», ASN, MF, fs. 1425, Niccola Codronchi al re, 9 marzo 1800.
110
ASN, MF, fs. 2517, inc. 19.
200
Capitolo IV
lunque prezzo, venendogli denegate dagli altri luoghi del conti111
nente» .
Sulla diffusione della trattura “alla piemontese” al di fuori
dell’area campana il silenzio della documentazione e l’assenza
112
di studi non consentono verifiche significative .
Ad ogni modo, nel trattare della diffusione del nuovo sistema è necessario almeno un accenno alla questione del ruolo rivestito dagli Arrendamenti. L’opposizione di alcuni appaltatori
si manifestò in due atteggiamenti. Da un lato, si è riferito, si
cercò di impedire la liberalizzazione del commercio dei bozzoli
111
Ibidem.
Si dispone solo di qualche testimonianza relativa all’Abruzzo chietino
dove le iniziative della Società Patriottica, dai modesti risultati nei tentativi di
propagazione del Morus alba, sortirono invece gli effetti sperati dall’impegno
profuso nella diffusione della trattura “alla piemontese”. Nel 1795 si poteva
riferire che sull’esempio della filanda del Conservatorio delle Orfane di Santa
Maria Maddalena in Chieti – istituita a spese della Società nel 1790, dotata di
tre fornelli e diretta da Maestre filatrici chiamate dallo Stato Pontificio – «alcuni particolari Cittadini, si diedero anch’essi ad erigere nuove Fabbriche,
sullo stesso nuovo modello, sotto la direzione parimente di Maestre forestiere, non solo in vari luoghi della Città, ma ancora in alcune Terre circonvicine,
dov’erano le antiche mal regolate filande», Giornale letterario di Napoli per
servire di continuazione all’Analisi ragionata dei libri nuovi, Napoli, presso
Aniello Nobile, vol. XXXII, 1 agosto 1795, p. 102; ASN, AA. EE., fs. 3546,
Francesco Valignani al consigliere del Supremo Consiglio delle Finanze Niccola Codronchi, Chieti, 24 aprile 1790. Riguardo alle Calabrie, si registrano alcune iniziative individuali di carattere diverso ma nel complesso, sembrerebbe, assai modeste. Nel 1796 il sacerdote Vincenzo Stella della Terra di
Sant’Andrea fu autorizzato ad effettuare la trattura all’organzino con una caldaia; l’anno seguente il Supremo Consiglio delle Finanze accolse la domanda
del sacerdote di impiegare due caldaie, sulla considerazione che «anche in
Piemonte la regola, che non vi sia filanda senza un Direttore, à luogo solamente da due fornelli in sù», ASN, MF, fs. 1411, 7 maggio 1797. La preoccupazione che le regole piemontesi fossero correttamente applicate emerge anche dal parere espresso dal Consiglio sulla richiesta del napoletano Carlo Ropoli di allestire una filanda a Paola, con 12 «Maestre Trattrici» e «secondo
l’uso del Piemonte», parere che risultò favorevole ma condizionato alla verifica, a distanza di una anno, del rispetto da parte del Ropoli dei canoni torinesi,
«troppo necessarj per ottenere un durevole, e perfetto regolamento delle sete», ASN, MF, fs. 1430, 29 maggio 1801. Si segnala, infine, il progetto di Vincenzo Telesio di introdurre una scuola di trattura “ad uso di Piemonte”
nell’Orfanotrofio di Cosenza, di cui era governatore, ASN, MF, rg. 36, 14
maggio 1796.
112
Le sete
201
adducendo che essa avrebbe nuociuto alla capacità di controllo
della produzione e, dunque, all’esazione del dazio. Dall’altro
lato, assumendo che la nuova trattura comportasse una riduzione della produzione di seta greggia per unità di peso dei
bozzoli lavorati, si tentò di far accogliere il principio per cui il
dazio sulle sete tirate “alla piemontese” dovesse calcolarsi secondo un predeterminato rapporto tra seta imponibile e bozzo113
li impiegati . Ma mentre l’ipotesi di un sistema di tassazione
differenziale si arenò per la ferma opposizione incontrata nel
governo, che stabilì fin dall’inizio che il dazio dovesse versarsi
114
«sopra il quantitativo delle sete effettivamente dato» , viceversa, il commercio dei bozzoli fu assoggettato ad una serie di vincoli e di limitazioni che non ne favorirono l’allargamento. Si
trattò, tuttavia, di una scelta che non discese dall’accondiscendenza o, peggio, dalla sudditanza del governo a più o
meno legittimi diritti degli Arrendamenti, che peraltro erano
stati in buona parte ricomprati e/o si amministravano in demanio. Fu piuttosto originata dal timore del governo di veder
scemare il gettito di una voce di bilancio di tutto riguardo e,
nell’area campana, da un’aperta politica di protezione delle imprese statali, e innanzitutto della fabbrica di San Leucio.
E così, per un verso, gli ostacoli posti al commercio dei bozzoli e, quindi, all’impianto di filande e, per l’altro, la ristrettezza del mercato interno e la chiusura di quello internazionale disincentivarono l’iniziativa privata, almeno fino ai primi
dell’800, fino a quando, cioè, la riforma e poi l’abolizione della
113
Nel 1789 l’amministratore forzoso dell’Arrendamento di Principato
Citra da Eboli in qua, Mariano Balsamo, chiese che il dazio sulle sete tirate
all’organzino fosse calcolato «a ragione di rotola tre follari per ciascuna libera
[sic!], siccome ordinariamente si ricava dall’intera Provincia […] e poiche è
venuto in mente calcolare la gabella […] non già nel quantitativo che ordinariamente ricavasi da folleri, cioè a ragione di libre 33 a cantara, ma sibene
sull’effettivo quantitativo, che se n’è ricavato, dapoiche lavorandosi la seta
all’uso piemontese, e colla massima perfezione, come si prattica nel Convitto
del Carminello molto dà di sfrido nella trattura togliendosi i capimangani, i
maschioni, ed ogn’altro capomorto della seta, ed in conseguenza appena se ne
ricavano libre 24 a cantara, cosi tal miglior trattura colla perdita di sette, o otto libre a cantara, non devesi rifondere a danno del comparente», ASN, Arrendamenti, f.lo 2300.
114
Ibidem.
202
Capitolo IV
tassazione sulla produzione della seta ed una pur temporanea
riapertura dei traffici mediterranei rianimarono un settore che
si era trovato esposto ai contraccolpi della congiuntura economica e politica internazionale.
Alcune di queste circostanze contrassegnarono, com’è naturale, anche i modi e gli esiti della riforma del sistema di trattura
tradizionale.
4. La riforma della trattura tradizionale
Il primo tentativo di riforma del sistema di trattura tradizionale fu probabilmente compiuto nel 1788 e fu promosso, ancora una volta, da Domenico Grimaldi, che organizzò a Reggio
un esperimento di trattura «alla sorrentina», un sistema affine a
quello reggino e presumibilmente ritenuto dal riformatore di
più agevole adozione rispetto al sistema piemontese. Sembra
però che l’azione del Grimaldi non fosse accolta con favore dagli operatori locali: «la Cabala per altro seguita in Reggio alla
sordina, e finché soffia un certo vento, tutto ciò che si propone
da me, si à premura di non farlo riuscire». In giugno informava
il Palmieri di aver incontrato difficoltà nel «trovar follari per
dar lavoro alli mastri sorrentini per un mese, secondo il convenuto». Il Grimaldi aveva raccolto un certo «numero di firme
d’alquanti Industrianti» della città, ma non tante da garantire il
«pieno del contratto» ai due trattori che aveva fatto giungere in
Reggio, per cui stava valutando l’opportunità di destinarne uno
ai fratelli Caracciolo, i quali gliene avevano fatto richiesta «per
115
istruire i trattori del Paraggio di Fiumara» .
L’anno seguente i Caracciolo avrebbero effettivamente introdotto la trattura «alla Sorrentina» nella filanda allestita in
Villa San Giovanni, ma in seguito vi avrebbero adottato la trattura “alla piemontese” e quella detta «alla sangiovanni», che ritenevano potesse facilmente diffondersi nella provincia e che,
svolta da maestranze maschili, era stata da loro ideata sul mo116
dello del sistema tradizionale . Nel 1797 la trattura «alla san115
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Domenico Grimaldi a
Giuseppe Palmieri, Reggio, 28 giugno 1788.
116
«La miglioria de’ mangani alla Sangiovanni si è di aver ridotto l’aspo a
Le sete
203
giovanni» sarebbe stata introdotta nella filanda de’ Giunchi di
117
Reggio, inizialmente dotata di 36 mangani .
La riforma della legislazione in materia di trattura fu elaborata dalla giunta istituita nel gennaio del 1791 con l’incarico di
riformare gli «Statuti» di tutti i settori afferenti all’Arte della
118
Seta – filatura, tintura, tessitura, ecc. Come primo provvedimento, nella primavera dello stesso anno, la giunta, nel reiterare
il bando del 1751, lo integrò con l’obbligo di «accortare il diametro del mangano lungo» alla misura di sette palmi (m.1,84),
nonché con la determinazione del diametro del «mangano cor119
to» in non più di cinque palmi (m.1,31) .
L’iniziativa della giunta, ispirata a criteri di gradualità, preluse alla più generale riforma introdotta l’anno seguente con
l’emanazione del Regolamento per la perfetta tiratura della seta. Il Regolamento conteneva norme precise, ma la sua applicazione non fu imposta in modo perentorio e rigido. La considerazione delle «diverse costumanze de’ luoghi, ove nasce la seta»
indusse la giunta ad un orientamento «prudente», ad evitare costrizioni e a propendere, piuttosto, per una penetrazione progressiva e mediata delle regole che aveva stabilito. Così, assieme
al Regolamento, la giunta predispose le Istruzzioni generali agli
cinque palmi di diametro, ed il numero de fili a quattro, di fare
l’incrocecchiatura fino a 34 croci, col mezzo di un castelletto fornito di due
ciambelle, adattarsi tre aspi per ogni mangano, acciò si dia tempo alla seta di
asciugarsi, ed aver istruito a’ Maestri della cognizione del grado del calore
dell’acqua». A ciascun mangano erano addetti tre uomini, ASN, MI, I inventario, 2249.
117
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, a. 1801, Spiegazione delle
Parti componenti il Fornello, ed il Mangano per trarre e dipanare la seta da’
Bozzoli. Machine già poste in uso nella nuova Filanda erettasi in Calabria, e
propriamente fuori le Porte della Città di Reggio, a firma dell’Ingegner Antonio Faustini, s.d. e Bando dato in Messina da D. Giovanni Danero, Governatore Politico e Militare di Messina e Regio Delegato della Real Fabbrica delle
sete nella Villa San Giovanni, a. 1797. Desidero ringraziare la dott.ssa Concetta Notaro per avermi mostrato tali documenti, da lei raccolti per la redazione della sua tesi di laurea in Archeologia industriale dal titolo Le filande in
Calabria tra il XIX e il XX secolo, Roma, Università degli Studi di Roma “La
Sapienza”, A.A.1998-99.
118
V. supra, p. 90.
119
Si riconosceva, peraltro, la «piena libertà» di adottare mangani di diametro inferiore a quello prescritto, ASN, MF, fs. 2693, inc. 31.
204
Capitolo IV
Amministratori delle Provincie, agli Appaltatori del Dazio della
seta, ed a’ Deputati da eliggersi per ben eseguire il regolamento
prescritto, istruzioni che riprendevano e commentavano ciascun
articolo del Regolamento, segnalando ai soggetti cui ne era demandata l’esecuzione le misure da adottare in via transitoria e
fino alla «intera osservanza della Legge», che si sarebbe ottenu120
ta, si prevedeva, «in pochi anni» .
In altre parole, mentre il Regolamento configurava il sistema
di trattura ottimale, che nelle intenzioni della giunta si sarebbe
dovuto adottare in tutto il Regno, le Istruzioni contemplavano
una nutrita serie di eccezioni che, in concreto, accoglievano la
marcata diversificazione dei sistemi di trattura, limitandosi a
vietare soltanto le pratiche considerate particolarmente dannose
per la qualità della seta e quelle di più agevole e immediata correzione. Nei fatti, le Istruzioni finirono col definire l’ambito
dell’innovazione. L’osservanza ed il successo della riforma furono rimessi all’intraprendenza e alla capacità di persuasione
degli amministratori locali (sindaci e deputati), degli appaltatori
del dazio e degli amministratori provinciali e, in qualche modo,
alla disposizione degli industrianti a rispondere alle loro sollecitazioni.
L’amministratore del dazio sulla seta di Terra di Lavoro,
Federico Tortora, si distinse per spirito d’iniziativa e per
121
l’efficacia dei provvedimenti adottati , che comunque non
120
Ad esempio, il Regolamento prescriveva l’adozione di mangani di diametro non superiore ai 5 palmi, ma le Istruzioni avvertivano di consentire
l’uso di quelli di 7 palmi nei luoghi in cui il mangano corto non era ancora
stato introdotto; il Regolamento stabiliva che il trattore dovesse utilizzare due
mangani, così che, «terminato che ha di lavorare sul primo», non sottoponesse la seta al calore del fuoco per asciugarla rapidamente, ma la lasciasse asciugare naturalmente, sul primo mangano, continuando a lavorare sul secondo,
mentre le Istruzioni precisavano che tale prescrizione era vincolante solo per i
trattori abruzzesi, o meglio, per i proprietari abruzzesi, «che costumano di far
costruire i mangani a proprie spese»; il Regolamento vietava di lavorare più di
quattro matasse per volta, le Istruzioni elevavano il limite a sei matasse. Regolamento ed Istruzioni in ASN, MF, fs. 2693, inc. 32, pubblicati in LEPRE 1963,
pp. 175-179.
121
Il Tortora dichiarò di essersi personalmente recato nel maggio del 1792
in ciascuno dei 130 paesi di Terra di Lavoro in cui si svolgeva la trattura per
individuarvi «i luoghi propri, e comodi» dove far costruire le fornaci e le tettoie a norma del regolamento, intervenendo anche coattivamente sulle ammi-
Le sete
205
conseguirono l’uniformità dei sistemi di trattura adottati
122
nell’area . Non sembra invece che operassero con eguale solerzia gli amministratori delle Calabrie, dove la riforma pure dispiegò i suoi effetti, ma non tutti di segno positivo: gli industrianti lamentarono, almeno in una prima fase, di essere colpiti
più che favoriti dalla nuova regolamentazione. La scelta dei
bozzoli e l’accorta separazione degli scarti comportavano una
riduzione della quantità di seta tratta ed una maggiore quantità
dei cosiddetti «capi morti della seta», che normalmente appartenevano al proprietario ma che non lo compensavano della riduzione in peso della seta grezza. Inoltre, l’accuratezza nel lavoro ed alcune prescrizioni, come il divieto di lavorare più di
sei matasse per “manganata”, dilatavano la durata della trattura,
123
con pesanti ricadute sul piano dei costi . D’altra parte, la rinistrazioni dimostratesi recalcitranti o negligenti nel provvedere alla loro costruzione, ASN, MF, fs. 2455, inc. 30. Va rimarcato che al Tortora fu anche
lasciato un ampio margine di manovra nella revisione della regolamentazione
in materia di esazione del dazio. La Prammatica VIII Serificium del 5 marzo
1792, valevole nei soli ripartimenti che il Tortora amministrava (Terra di Lavoro, Principato Ultra e Pincipato Citra da Eboli in qua), prescriveva non
solo il Regolamento per la perfetta tiratura della seta da lui reinterpretato ma
anche la liberalizzazione del commercio dei bozzoli, l’accorpamento dei piccoli dazi di Dogana in un’unica imposta di più agevole corresponsione ed il
dimezzamento del dazio sulla «mezza seta, o sia Setone», cioè la seta tratta dai
bozzoli doppi.
122
In Terra di Lavoro le sete «correnti», le cosiddette «Prajanesi», erano tirate con il mangano di 5 palmi di diametro, in non più di 6 matasse alla volta,
e la normativa imponeva una retribuzione non inferiore alle 13 grana a libbra;
per le sete «sorrentine» si adottava ancora il mangano di 7 palmi, si lavoravano 4 matasse per volta ed il trattore doveva essere retribuito con non meno di
15 grana a libbra, ASN, MF, fs. 2517, inc. 16. Nel 1796 le sete tirate «alla sorrentina» erano valutate a 3-4 carlini la libbra più delle «prajanesi», ASN, MF,
fs. 2455, inc. 62.
123
Valgano a questo proposito le riflessioni fatte nel 1793 nell’ambito della
riunione per la decretazione della voce della seta di Reggio, allorquando si
sottolinearono «le gravi spese, che in quest’anno gl’industrianti più, e quasi
un terzo maggiore anno sofferto per la tiratura delle sete, poiche la dove, negli
altri anni, si lavoravano da Mastri Trattori nove fino a dieci mezarole di follaro colla mercede di carlini dieci per ogni giorno, in quest’anno non se ne lavorano più che cinque, sino a sei mezarole, e s’è pagata loro la stessa mercede
coll’istesso consumo di legnia, oltre degl’altri danni, che si soffrono con tirarsi la seta più fina», ASN, MF, fs. 2455, inc. 47.
206
Capitolo IV
forma fu introdotta in un periodo di sensibile calo dei prezzi. Il
calo – rilevabile dall’andamento delle voci della seta (cfr. Tabella 6.1) – potrebbe aver dissuaso soprattutto i piccoli produttori
dall’abbracciare le nuove tecniche, come conferma la testimonianza dei Caracciolo sulla resistenza incontrata tra “la minuta
124
gente” a far tirare i bozzoli «alla sangiovanni» .
TABELLA 4.3. La produttività di alcuni sistemi di trattura. Un esperimento condotto in Villa San Giovanni nel 1792 (mangano «ad uso di
Torino» = 100)
Sistema di trattura
Mangano «ad uso di Torino»
Mangano «Petrucci»125
Mangano «ad uso di Reggio»
Mangano «ad uso di Sorrento»
Consumo Bozzoli
di legna* lavorati
100
203
568
157
100
100
400
400
Seta Durata della
tratta lavorazione
100
92
431
451
100
90
72
80
* Nel Calcolo la legna impiegata nella trattura «ad uso di Torino» (18,5 rotoli)
e secondo il sistema Petrucci (37,5 rotoli) è valutata a 34 grana il cantaro;
quella impiegata nella trattura «ad uso di Sorrento» (29 rotoli) e secondo il
sistema di Reggio (105 rotoli) a sole 25 grana il cantaro, «perché tagliat[a]
gross[a]».
Fonte: Elaborazione da ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Calcolo
delle differenze resultate nello Scandaglio fatto in queste Reali Scuole di Villa
San Giovanni jeri 15 ottobre ed anno 1792 tra il Mangano Petrucci ed il mangano ad uso di Torino, in presenza di S.E. il Sig. Marasciallo D. Giovanni Danero Governatore Politico e Militare della Real Piazza di Messina, di D. Litterio Vallone, e di D. Pietro Bennato Filatorarj di detta Città, e di noi sottoscritti Notaj.
124
I «malevoli» «presero a persuadere il pubblico che bisognava fuggir le
scuole, dove si bada principalmente a far bella la seta; quandoché l’interesse
del proprietario, specialmente nell’attuale avvilimento de’ prezzi, vuole anzi
che si badi non alla bellezza ma alla quantità della seta; giacché paga sempre lo
stesso per la giornata della cavatura, onde quanto più seta il trattore gli cava in
una giornata, tanto più gli addolcisce il prezzo della fattura. Il detto sofisma
servì in prima ad arrestare il solito concorso de’ follari della minuta gente di
Scilla», CARACCIOLO 1795, p. 11.
125
Sulle discusse tecniche del Petrucci, che diresse la filanda di Villa San
Giovanni per un paio d’anni e fu poi sostituito nel 1793 dal torinese Francesco Bal, si veda CHICCO 1995, pp. 279-286, dove sono descritti i sistemi di
reclutamento dei tecnici stranieri nel Mezzogiorno ed alcune curiosità tratte
dall’autobiografia del Bal, pubblicata a cura di LAMBERTI 1994.
Le sete
207
Fin dall’aprile del 1792, per favorire la penetrazione della riforma e «animare gl’Industrianti a far cavare le loro sete nelle
due Calabrie col Mangano di 5 palmi», si approvò la proposta
di Francesco Caracciolo di decretare due voci della seta, la prima per le sete «lunghe», cioè ordinarie, e la seconda per le sete
tirate col mangano corto. L’ideatore del progetto aveva altresì
suggerito che in quel primo anno le sete tirate col mangano corto fossero valutate «alla voce» un carlino in più delle «lunghe»,
e che negli anni seguenti si procedesse proporzionando la seconda voce alla «perfezione delle sete». La ratio del provvedi126
mento, rilevata anche dal Chorley , appare evidente. Non si
può concordare invece sulla sua «importanza». Alla prova dei
fatti, e fin dal primo anno, si rivelò, in certo senso, superfluo.
Nell’area di Reggio trovò applicazione soltanto a partire dal
127
1797, in relazione all’istituzione della filanda de’ Giunchi , segno della mancata adozione del mangano corto ma anche indizio della validità dei sistemi di trattura adottati tradizionalmente nell’area che, pur con il mangano «lungo», garantivano la
produzione di filati di qualità. Si trattava di sistemi nei quali
l’uso del mangano corto avrebbe potuto apportare significativi
perfezionamenti soltanto se si fosse accompagnato ad una nutrita serie di accorgimenti tecnici e di controlli sul lavoro per i
quali si rendeva indispensabile l’organizzazione accentrata della
filanda, come si dimostrava nella trattura «alla sangiovanni» ideata dai Caracciolo e applicata nella filanda de’ Giunchi.
Nella provincia di Calabria Ultra il provvedimento ebbe
pronta esecuzione ma la voce delle sete tirate col mangano corto dal 1792 al 1805 (ultimo dato disponibile) mantenne costantemente il divario iniziale di un carlino a libbra in più rispetto
alle sete tirate «all’antica usanza», insomma, la loro qualità non
avrebbe segnato progressi apprezzabili. O addirittura la decretazione della doppia voce fu effettuata in Monteleone per mero
126
CHORLEY 1965, p. 227.
La voce della seta tirata “alla sangiovanni” nella filanda de’ Giunchi si
attestò sui 2-3 carlini in più rispetto a quella ordinaria di Reggio. Nel dettaglio: nel 1797, 20 carlini la libbra contro i 18 della voce ordinaria; nel 1798, 23
e 20,5 carlini; nel 1800, 22 e 19 carlini; dal 1801 in avanti sempre due carlini in
più rispetto alla voce ordinaria: 19,5 carlini nel 1801, 22 nel 1802, 22,5 nel
1803; 23 nel 1804, ASN, MF, fs. 2455, incc. 72; 76; 83; 89; 92; 99; 103.
127
208
Capitolo IV
ossequio al decreto del ’92, continuandosi in provincia a dipa128
nare i bozzoli esclusivamente «co’ grandi argani» .
Infine, nella provincia di Calabria Citra il provvedimento
non fu applicato per la semplicissima ragione che il mangano di
5 palmi di diametro si adottava ormai da decenni. Gli industrianti locali fecero rilevare che «non è la lunghezza o cortezza
129
del mangano quella che faccia la seta buona, ò cattiva» . E difatti le sete tirate col mangano corto non presentavano caratteristiche omogenee e già da tempo sul mercato locale e su quello
napoletano ottenevano un apprezzamento commisurato al loro
valore. Anche il prezzo alla voce, che tradizionalmente era decretato sulle cosiddette sete costa, ai fini della definizione dei
contratti veniva adeguato dai contraenti all’effettiva qualità della seta scambiata. Il provvedimento governativo, si osservava,
fissando d’autorità il prezzo alla voce delle sete tirate col mangano corto ad un carlino in più rispetto alle «lunghe», avrebbe
prodotto effetti contrari a quelli che si proponeva, avrebbe,
cioè, disincentivato la produzione di filati di miglior fattura
giacché sarebbe stata «confusa nello stesso avanzo, così la seta
buona, che l’infima».
Le testimonianze coeve sulla progressiva penetrazione della
riforma sono concordi nel registrare l’allargamento del divario
qualitativo tra le sete campane, migliori, e quelle calabresi, che
«continua[va]no a tirarsi nell’antica rozzezza». Fin dal 1791 i
problemi che ne conseguivano sul piano del rapporto tra le diverse voci della seta furono costantemente sottolineati durante
la sessione annuale per la decretazione della voce di Terra di
Lavoro. Si avvertiva che tale voce esprimeva l’apprezzamento
del mercato per sete di qualità sensibilmente più elevata delle
calabresi, e che pertanto nel decretare le voci di Cosenza e di
Monteleone si sarebbero dovuti riconsiderare i precedenti crite128
Secondo il redattore della Statistica murattiana, in provincia non si conosceva altro strumento, STATISTICA 1811, vol. II, p. 578. Si deve però procedere con cautela nell’accogliere le osservazioni dei redattori in merito alla dimensione dei mangani: a vent’anni dalla riforma, si poteva definire «grande»
anche il mangano di 5 palmi di diametro nelle aree in cui si era consolidato
l’uso di mangani di 3,5 palmi, come in Principato Citra, cfr. ivi, vol. IV, p.
623.
129
ASN, MF, fs. 2455, inc. 35.
Le sete
209
ri di commisurazione delle rispettive qualità di seta a quella
130
campana . A poco meno di vent’anni dalla riforma, nel 1809, i
due deputati alla «liturgia» della decretazione, Giovanni Martini, procuratore regio del Magistrato di Commercio, e Cesare
Ginestous, membro della Camera di Commercio, proposero al
Ministro dell’Interno che le voci di Calabria si fissassero in
modo del tutto indipendente e «senza avere il solito riguardo a
quella» di Terra di Lavoro. Il punto, in realtà, non era più soltanto il divario di qualità. Non si poteva continuare a parametrare il valore delle sete calabresi sulle campane anche per la loro diversa rispondenza alle esigenze del mercato: «le sete di
Terra di Lavoro essendo più atte alle manifatture Nazionali
della Capitale, vengono ora più ricercate che quelle di Calabria,
le quali per la maggior parte ordinarie, più dure, e tirate anche
con minor maestria sono solamente proprie alla esportazione.
Intanto siccome scarsissime sono le richieste che dall’Estero
vengono nella Piazza di Napoli, per essere generalmente indebolito il commercio, perciò abondantissime sono le residuali
partite di sete di Calabria dell’anno scorso, e queste a prezzi assai bassi, si offrono, senza trovarsi chi voglia acquistarne, ove
per contrario quelle di Terra di Lavoro sono annualmente quasi
tutte assorbite da’ Manifatturieri Napoletani. Se da queste adunque dovrà prendersi una certa norma per fissarsi la voce di
131
quelle di Calabria, esse saranno care, ed invendibili» .
In Terra di Lavoro il conseguimento di livelli qualitativi più
elevati non fu una conquista definitiva ma il risultato instabile
di una serie di variabili che possono ricondursi alla efficacia dei
controlli esercitati sulla trattura e alle sollecitazioni del mercato. Entrambi i fattori agivano, fatte le debite distinzioni, anche
nelle aree “avanzate” della sericoltura italiana, quali il Piemon132
te , né avrebbe potuto essere altrimenti perché, al di là degli
sviluppi tecnologici registrati nel corso dell’età moderna, la
qualità del prodotto restava largamente dipendente dal fattore
lavoro, e dunque, da una parte, da una sua efficiente organizzazione all’interno delle filande e/o dal controllo di organismi
130
ASN, MF, fs. 2455; ASN, Voci di vettovaglie, b. 151.
ASN, Voci di vettovaglie, b. 151, Giovanni Martini e Cesare Ginestous
al Ministro dell’Interno, Napoli, 2 luglio 1809.
132
Cfr. CHICCO 1995, in particolare p. 157 e sgg.
131
210
Capitolo IV
pubblici e, dall’altra parte, dai caratteri della domanda interna e
internazionale, che poteva o meno sostenere, ovvero assorbire,
un prodotto la cui migliore qualità implicava costi di produzione più elevati e, di conseguenza, prezzi più alti.
Dopo l’abolizione degli Arrendamenti della seta e del connesso sistema di sorveglianza sulla trattura Federico Tortora fu
nominato «Sovrintendente Generale de’ tiratori di seta» delle
133
province campane perché presiedesse alla concessione di patenti alle maestranze addette alla trattura e incentivasse la diffusione del sistema piemontese, ma anche col compito ufficioso di
controllare il mercato dei bozzoli per garantire l’approvvigionamento della filanda leuciana. Con l’avvento al trono di
Giuseppe Bonaparte il Tortora fu inizialmente confermato
134
nell’incarico ma, dopo un paio d’anni, ne fu sollevato. La sola
emissione delle patenti ai trattori fu poi affidata ai consoli
dell’Arte della Seta, forse nei primi mesi del 1810. Il sensibile
peggioramento che si registrò nella qualità della seta grezza fu
per lo più attribuito al venir meno della vigilanza o alla superfi135
cialità con cui l’Arte rilasciava le patenti di trattura . Ma lo
scadimento dipendeva in buona misura anche dalla contrazione
del commercio internazionale. Lo rilevò Ginestous nel giugno
del 1814, quando cominciarono a ravvivarsi le contrattazioni e,
dopo una lunga serie negativa, il prezzo della seta prese a rialzare: «è dunque questo il momento d’incoragire i produttori, i
133
Per Terra di Lavoro, ASN, MI, II inventario, fs. 5066, dispaccio 29 agosto 1805. Per i Principati, ASN, MF, fs. 2517, inc. 9, dispaccio 19 settembre
1805.
134
ASN, MI, II inventario, fs. 5066, dispaccio 27 maggio 1806.
135
L’amministratore generale della fabbrica di San Leucio nell’aprile del
1810 così ammoniva i consoli dell’Arte della Seta: «ho veduto con mio dispiacere da due anni a questa parte un abuso, che merita tutta la riflessione, cioè
quello di permettersi nel Regno, e fin anche sotto gl’occhi della Maestra Real
Fabbrica di San Leucio l’incetto de’ Folleri e la trattura delle sete a tutte sorti
di persone mal versate, ed inespertissime di tal nobil arte [...] non si accordino
più licenze di trarre la seta, se non che a quelle persone, che sappian perfettamente l’arte della trattura, quasi sempre ad organzino, e sian provisti delle
opportune machine, e non sian pregiudicate le Reali Fabbriche di San Leucio,
e Portici nei loro indispensabili provisionamenti», ASN, MI, II inventario, fs.
5066. E ancora nel luglio si rivolgeva ai deputati dell’Arte l’accusa di accordare «indifferentemente dei permessi, a chiunque ve ne domanda, per la trattura
delle sete», ASN, Arte della Seta, II numerazione, f.lo 491.
Le sete
211
quali vedendo compensate da un vantaggio proporzionato le
loro fatiche, si decideranno a migliorarne la trattura, negletta
136
nei scorsi anni per la perdita che gliene risultava» .
136
ASN, Voci di vettovaglie, b. 151, Cesare Ginestous alla Commissione
da Sua Maestà eretta per la fissazione della voce delle sete di Napoli, e Terra
di Lavoro, Napoli, 28 giugno 1814.
Capitolo V
L’andamento della produzione nel lungo periodo
1. Il problema storiografico
Nei capitoli dedicati alla gelsicoltura e alla bachicoltura si è
rilevato che entrambe le attività, pur praticate in quasi tutte le
province del Regno, presentavano diffusione sul territorio e livelli di produzione fortemente differenziati. Le osservazioni
degli illuministi meridionali e le relazioni prodotte per la redazione della Statistica murattiana consentono di affermare che
alla fine del ’700, mentre in alcune province, in particolare
nell’area adriatica e ionica, la sericoltura, attestandosi su livelli
di produzione mediocri o insignificanti, rappresentava
un’attività minore, svolta da un ristretto numero di contadini e
con modeste ricadute sull’economia locale, in altre province, o
in talune, più ristrette aree di certe province si assisteva invece a
“raccolte” di seta decisamente abbondanti, e la sericoltura co1
stituiva la «principale industria della popolazione» , nel duplice
senso di attività produttiva prevalente e di insostituibile occasione per incrementare il reddito familiare e per procurarsi disponibilità monetarie.
Si è insomma delineata una prima, approssimativa geografia
delle aree di produzione serica del Mezzogiorno. Ma gli scritti
dei riformatori e le relazioni della murattiana non hanno consentito di pervenire ad una valutazione soddisfacente dell’ammontare della produzione serica del Regno, né tanto meno alla
determinazione dei livelli di produzione delle singole aree. I
pochi dati di produzione di alcune province riportati nella murattiana, è appena il caso di rilevare, riguardano un periodo
successivo a quello qui esaminato e per di più influenzato dalle
perturbazioni indotte dal blocco continentale. Quanto alle
1
L’espressione è frequente all’interno dei ricorsi o delle memorie redatte
dalle università calabresi; si veda, ad esempio, in ASN, MF, fs. 2455.
214
Capitolo V
memorie dei riformatori, i dati che vi compaiono
sull’ammontare della produzione serica del Regno o, talora,
sulla produzione calabrese sono episodici e scarsamente comparabili. D’altra parte, si tratta per lo più di stime che si riferiscono agli ultimi due decenni del secolo, funzionali alle analisi
che si intendevano sviluppare e proposte nell’intento di offrire
un’idea di massima della dimensione della produzione regnicola. Fa eccezione la Descrizione geografica del Galanti nella quale il riformatore, in coerenza con il suo approccio descrittivostatistico all’economia, riportò gli affitti o gli introiti percepiti
in alcuni anni dai diversi Arrendamenti istituiti sulla seta (Grafico 5.1).
In definitiva, poco si conosce della dimensione della produzione serica meridionale e della sua distribuzione geografica,
ma soprattutto non sono affatto note le dinamiche di produzione di lungo periodo, tanto del Mezzogiorno nel suo complesso quanto, a maggior ragione, delle sue principali aree di
produzione, la Terra di Lavoro e le Calabrie.
I due studi che la storiografia ha dedicato alla sericoltura ca2
labrese e regnicola nel XVIII secolo , nella scia dei giudizi e delle analisi dei riformatori, accreditano una situazione di crisi, di
abbandono delle attività di bachicoltura e gelsicoltura da parte
di una popolazione oppressa da infiniti soprusi, da un sistema
capestro di acquisizione del credito e, soprattutto, dall’esosa e
ottusa amministrazione degli ufficiali degli Arrendamenti. La
crisi della sericoltura ne emerge come un assioma, un’evidenza
3
acquisita e indistinta . È un fatto che di recente si è dovuto osservare che «è difficile dire» se il «declino» della produzione serica meridionale fu assoluto o relativo, se, nell’ambito di un generale e talora «spettacolare» processo di espansione della seri2
LEPRE 1963; CHORLEY 1965. Il tema, com’è naturale, è stato toccato in
numerosi altri lavori, per lo più di sintesi e che, nell’approccio e nelle linee
interpretative, non si discostano dai due citati.
3
Chorley nota che «the decadence of the silk industry [...] was almost a
commonplace to contemporaries. [...] it appears as an established fact, in support of which there is hardly the need to adduce evidence»; contestualmente,
peraltro, lamenta l’assoluta mancanza di dati che consentano di verificare il
“luogo comune” della crisi, fatta eccezione per le stime dei Galanti, Grimaldi,
ecc., «but – conclude – there seems no reason to reject the verdict of contemporaries, unanimous and decided as it is», CHORLEY 1965, pp. 179-180.
L’andamento della produzione
215
coltura, il Mezzogiorno continentale vide effettivamente ridursi
la produzione di seta greggia e filata, o se il presunto declino
meridionale emerga soltanto dal confronto con le performances
4
settecentesche di altri stati italiani .
GRAF. 5.1. Distribuzione degli introiti degli Arrendamenti grandi della Seta (1775-1789)*
Abruzzi
2,0%
Terra di Lavoro
17,3%
Principato Citra da Eboli
in là
0,9%
Calabria
71,5%
Basilicata
1,2%
Principato Citra da Eboli
in qua
4,1%
Principato Ultra
2,7%
Terra d'Otranto e di Bari
0,3%
* I dati su cui è costruito il grafico non sono omogenei: il dato relativo a Calabrie e Basilicata è un introito effettivo mentre gli altri rimandano ai fitti
concordati nei rispettivi appalti e, per le Puglie, al gettito medio di un decennio. Per alcuni Arrendamenti sono considerati gli affitti stipulati alla metà degli anni ’70, per le Calabrie il gettito del 1781, per altri (Terra di Lavoro; Principato Citra da Eboli in qua; Abruzzi) gli affitti stipulati nella seconda metà
degli anni ’80.
Fonte: elaborazione da GALANTI 1806, t. II, pp. 479-482.
Non si è potuto misurare e periodizzare l’asserito declino,
valutare le condizioni strutturali e congiunturali delle regioni
seriche meridionali (caratteristiche geo-economiche, trend de4
PONI 1997, p. 718.
216
Capitolo V
mografico, sistemi di conduzione agricola, alternative colturali) e tener conto delle mutevoli dinamiche del mercato internazionale, e talora si è finito per estendere acriticamente ai decenni precedenti le problematiche maturate nel tardo XVIII
secolo, senza una verifica dell’incidenza degli interventi di politica economica pur adottati dai Borbone e dai loro ministri
nel periodo.
In questo quadro è parso necessario tentare una ricostruzione dell’andamento della produzione serica meridionale nel
XVIII secolo allo scopo anche di individuare, nei limiti consen5
titi dalle fonti , eventuali discordanze intervenute tra le diverse
province ed aree del Regno. L’analisi è stata condotta focalizzando l’attenzione sulle principali aree di produzione: le Calabrie, la Terra di Lavoro e la penisola sorrentina, non senza considerare i pochi dati disponibili sulle aree di produzione minori.
2. Le aree di produzione minori
I livelli di produzione delle province in cui la sericoltura
rappresentava un’attività minore non dovettero discostarsi dalla
soglia raggiunta negli anni ’70, quando, come si dirà, si registrò
una notevole e generale espansione della sericoltura meridionale. Ad ogni modo, la scarsità della documentazione relativa alla
produzione serica delle aree “marginali” consente di fornire
soltanto qualche indicazione al riguardo.
5
Ci si è avvalsi dei conti degli Arrendamenti della seta. Per gli anni in cui
gli Arrendamenti erano gestiti in fitto è noto solo l’«estaglio», cioè il canone
pattuito, poiché gli appaltatori non erano tenuti a presentare alla magistratura
fiscale – la Sommaria – un conto analitico della loro gestione. Solo in rare occasioni gli appaltatori presentavano al governo conti più particolareggiati,
normalmente per documentare un imprevedibile crollo intervenuto nella produzione al fine di ottenere una riduzione o una sospensione del canone. La
fonte utilizzata presenta le caratteristiche e i limiti di tutte le rilevazioni effettuate con finalità fiscali, tenendo conto, per di più, che riguarda un settore notoriamente oggetto di una vivace attività di contrabbando. Per tali ragioni i dati
proposti non possono descrivere che per approssimazione, per difetto, la reale
consistenza della produzione serica, mentre si possono considerare idonei a descrivere il trend di medio e lungo periodo della sericoltura meridionale.
L’andamento della produzione
217
TABELLA 5.1. Distribuzione della produzione serica in Principato Ultra nel 1785*
Località
Airola
Altavilla
Arpaise
Arpaja
Atripalda
Avellino
Bagnuli
Baronia
Candida
Capriglia
Casinati ed Ajello
Cassano
Castelvetere
Cervinara
Chiusano
Contrada
Fontanarosa
Forchia
Forino
Grottolella
Lapio
Mercogliano
Mojano
Monteforte
Montefredano
Montella
Montenarano
Montesarchio
Nusco
Ospedaletto
Totale
libbre
213.2.0
81.....0
115.8.0
61.1.0
181.1.0
465. . .0
1,470.8.0
134.8.0
606.4.0
60.....0
268.2.0
166.6.0
421.10.
1,116.9 0
384.10 .
91.4.0
80.8.0
231.4.0
336.....0
218.6.0
102.4.0
937.5.0
183.7.0
389.4.0
196.5.0
1,430.7.0
142.6.0
155.1.0
721.11.
200..00
Località
Pannarano
Paolise
Patruni di Forino
Picarelli
Pietra Castagnara
Prata
Rotondo
S. Stefano
S. Agata di Solofra
S. Angelo a Scala
S. Angelo dell’Esca
S. Angelo Lombardi
S. Giorgio di Montefusco
S. Marco
S. Martino di Cervinara
S. Potito
S. Agata de Goti
Salza e Sorbo
Serino
Solofra
Torretta
Summonte
Torella
Torrioni e Petroni
Villamaina e Patierno
Vitulano
Valle
Torelli e S. Giacomo
Terra Nova e S. Martino
Pietra de Fusi
libbre
107.....0
159.5.0
158.7.0
361 ....0
276.11.
78.4.0
117.10
251.2.0
122.8.0
269.1.0
90.10.
52.3.0
120.7.0
165.1.0
193.11.
244.6.0
412.9.0
162.1.0
377.7.0
521.7.0
106. 00
117.9.0
197.4.0
107.3.0
74.2.0
1,352.10.
720.00
136.00
124.00
115.00
18,457.3..
* In corsivo le località esenti dal dazio sulla seta.
Fonte: ASN, Arrendamenti, f.lo 2280. Sono rispettate le denominazioni originali delle località.
218
Capitolo V
TABELLA 5.2. Distribuzione della produzione serica nel ripartimento
dell’Arrendamento della seta di Principato Citra da Eboli in là nel
1782
Località
libbre Località
libbre
Agnone
111.10 Ortodonico
93.80
Calabritto
441.40 Palo e Buccino
57.10
Camella
147.20 Perdifumo
228.11
Cammarota
169.50 Petina
96.10
Campagna
144.10 Piaggine Soprane e Sottane 111.90
Cannicchio
169.80 Policastro
240.50
Capizzo
119.90 Polla
84.11
Capossele
147.50 Porto di Sapri
72.10
Castello dell'Abate
122.80 Postiglione
510.20
Castello di S. Lorenzo e Felitto 151.60 Rocca dell'Aspide
102.30
Castelluccia
85.90 Roscigno
107.10
Colliano
423.60 Rotino e Lustra
146.40
Controne
105.90 S. Angelo Fasanella
199.80
Corleta
56.50 S. Giacomo
387.30
Diano
63.50 S. Lorenzo della Palude
62.90
Eboli
90.30 S. Manco
95.20
Galdo
56.10 S. Mauro del Cilento
167.30
Giungano
159.70 S. Pietro
56.70
Guarrazzano e Malafede
151.20 S. Rufo
261.00
La Valle
236.20 Sacco
107.10
Lauriano
278.10 Sala
44.30
Li Porcili in Cilento
63.60 Senerchia
149.20
Libonati
108.70 Sessa
85.40
Magliano Vetere
439.70 Sicignano
674.50
Marsiconuovo
676.00 Terranova
113.90
Massascusa e Vallo di Novi 386.10 Torchiara
276.70
Matonti
127.00 Valva
96.20
Montano e Laurino
199.90 Vatolla
187.00
Monte Cicerale
143.40 Vietri di Potenza
148.60
Monteforte
243.60 Zoppi, Cosentini e Capogrossi 126.80
Ortato
119.20
Totale
11,029.10
Fonte: ASN, Pandetta miscellanea, fs. 97. Sono rispettate le denominazioni
originali delle località.
Gli Abruzzi produssero nel 1729 poco più di 16.000 libbre
di seta, meno nei tre anni successivi, descritti dall’appaltatore
del dazio come straordinariamente infausti per ragioni climati-
L’andamento della produzione
219
6
che e per «il passaggio delle truppe Cesaree» . Nel 1747
l’Arrendamento fu appaltato per l’«esorbitante estaglio» di
6.009 ducati, un canone che poteva risultare vantaggioso per
una produzione non inferiore alle 20.000 libbre. Ma
l’appaltatore anche in quegli anni lamentò l’inclemenza del
tempo ed in particolare i danni patiti dai gelsi in seguito alle ge7
late del 1748 . Nel 1785 l’Arrendamento fu appaltato per 4.440
ducati, somma che suggerisce un’aspettativa di almeno 15.000
8
libbre di seta l’anno .
Anche in Principato Ultra negli anni ’70 e ’80 dovevano
9
prodursi tra le 15 e le 20.000 libbre di seta l’anno . Nel 1790 e
nel 1791 l’appaltatore dichiarò una produzione, rispettivamente, di 14.000 e di 12.000 libbre circa, ma Federico Tortora, nel
contestarne le asserzioni riguardo alle perdite sofferte, giudicò
«falso l’allistamento esibito» allegando a riprova le quasi 19.000
libbre di seta del ripartimento immesse nel primo anno nella
10
Dogana di Napoli .
L’area del salernitano che ricadeva sotto la giurisdizione
dell’Arrendamento di Principato Citra da Eboli in là (Tabella
5.2) produceva all’inizio degli anni ’70 circa 8.000 libbre di se11
ta . La notevole crescita della produzione degli anni seguenti
comportò che l’appalto dei due dazi sulla seta balzasse dai 2.659
ducati del sessennio 1775-80 ai 5.020 ducati del sessennio 178186, ma le aspettative degli appaltatori andarono in parte deluse:
l’area produsse in media nel secondo sessennio circa 8.500 lib-
6
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 33, f.lo 21. Nel 1730 furono annotate
13.944 libbre; nel 1731, 10.612 libbre; nel 1732, 9.003 libbre.
7
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 33, f.lo 11.
8
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 52.
9
L’Arrendamento grande fu appaltato nel sessennio 1772-78 a Giuseppe
Testa per 4.400 ducati, ASN, Arte della Seta, II numerazione, f.lo 84; nel sessennio 1778-84 a Cristofaro Rega per 6.151 ducati, ASN, Arrendamenti, f.lo
2276; nel sessennio 1784-90 ai fratelli Gennaro Natale e Giovanni Ruggero
per 4.485 ducati, ASN, Arrendamenti, f.lo 2280; e nel 1790 in amministrazione forzosa a Gaetano Persico per circa 4.430 ducati, ASN, Arrendamenti, f.lo
2303. Visti i fitti degli anni precedenti e successivi al sessennio 1778-84, nel
Grafico 5.1 la dimensione relativa della produzione della provincia è chiaramente sovrastimata.
10
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 1, f. 25 e sgg.
11
GALANTI 1790, t. IV, p. 479.
220
Capitolo V
12
bre l’anno, con un massimo di 11.000 libbre nel 1781 . Nel
13
1791 l’Arrendamento fu ancora appaltato per 2.718 ducati ma
tra il 1799 e il 1805 furono registrate in media 1.700 libbre
14
all’anno, con un massimo di 3.057 libbre nel 1803 .
La produzione della Basilicata, infine, nell’arco del trentennio sembra aver fatto registrare un andamento analogo a quello
15
del salernitano. Dalle 10.000 libbre degli anni ’70 alle 2.500
libbre in media nel periodo 1798-1804, con un massimo di
16
4.450 libbre nel 1803 .
3. La Terra di Lavoro
L’andamento della produzione serica in Terra di Lavoro è
descritto dal Grafico 5.2, costruito sulla base dei canoni
d’affitto dell’Arrendamento grande di Terra di Lavoro, Capitanata e Contado di Molise, che esigeva il dazio di grana 30 ¼ a
libbra di seta, e degli introiti effettivi maturati sull’esazione del
dazio negli anni in cui l’Arrendamento fu amministrato in demanio. L’Arrendamento era stato “ricomprato” dalla Regia
Corte nel 1690, dopo essere stato per alcuni decenni in possesso
17
dei consegnatari . Fu quasi sempre appaltato, ma fu certamente
amministrato per conto della Regia Corte nel decennio 1741-50
(e forse fin dal 1736), nel 1789 e dal 1792 fino all’abolizione del
dazio decretata nel 1805. Si sono rappresentati graficamente solo gli anni 1708-1788 – distinguendo gli “estagli” dagli introiti
effettivi – poiché a partire dal 1789 i conti rintracciati non consentono di isolare le entrate derivanti dal dazio delle grana 30.
Ma sarà di seguito descritto anche l’andamento della produzione negli anni ’90 e nei primi anni del XIX secolo.
12
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 97.
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 1, f. 107.
14
ASN, Arrendamenti, f.li 2012; 2316; 2321; 2325; 2329; 2335; 2339; 2340;
2343; 2344.
15
GALANTI 1790, t. IV, p. 479. Nel 1778 furono annotate 8.448 libbre,
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Il Segretario d’Azienda al Re,
Napoli, 7 novembre 1778.
16
ASN, Arrendamenti, f.li 2318; 2322; 2326; 2330; 2337.
17
ASN, Arrendamenti, f.lo 2183.
13
L’andamento della produzione
221
La giurisdizione dell’Arrendamento si esercitava, oltre che
sulla Terra di Lavoro, anche sulla Capitanata e sul Contado di
Molise, ma il contributo delle due province era talmente modesto – poche centinaia di libbre l’anno – da potersi considerare
irrilevante ai fini dell’analisi.
Nel periodo austriaco l’Arrendamento fu concesso in fitto
sessennale per poco più di 3.000 ducati l’anno, salendo a 6.000
ducati nel 1730. Durante gli anni ’40 garantì introiti lordi –
maturati sull’esazione del dazio – tra i 6.000 e i 10.000 ducati
annui.
Nel 1751, concesso nuovamente in fitto, fu aggiudicato per
un «estaglio» più che doppio (14.160 ducati) rispetto
all’introito maturato nell’ultimo anno in amministrazione. Negli appalti stipulati negli anni successivi il fitto registrò considerevoli incrementi che raggiunsero i 24.000 ducati nel 1769 e superarono i 39.000 ducati negli anni ’80. Aumenti spettacolari
che seguivano, è evidente, una altrettanto spettacolare crescita
della produzione serica.
I rari dati diretti relativi alla produzione serica consentono,
da un lato, di dar corpo alle eloquenti ma astratte cifre di gestione dell’Arrendamento e, dall’altro, di calarsi nelle dinamiche di produzione interne alla provincia, tentando di individuare le aree che maggiormente contribuirono all’evoluzione che si
è delineata. Occorre però avvertire che alcuni dei dati disponibili sono tratti da ricorsi di appaltatori che, adducendo la sopravvenienza di eventi straordinari che avevano provocato
drammatiche cadute della produzione, miravano ad ottenere
uno sconto del canone. Si tratta cioè di dati che non possono
essere assunti come indicativi dell’andamento medio della produzione, sia perché si riferiscono a stagioni sfavorevoli, sia perché non si può escludere che l’appaltatore, che li forniva, potesse essere indotto a ritoccarli per avvalorare ulteriormente la sua
richiesta.
Negli anni ’40, quando l’Arrendamento era amministrato
per conto della Regia Corte, la produzione serica fu in media di
poco inferiore alle 30.000 libbre l’anno. Di queste, meno di 500
18
erano prodotte in Capitanata e Molise . Nel corso degli anni
18
ASN, Arrendamenti, f.li 2204; 2206; 2209; 2210; 2213; 2219; 2220; ASN,
RCS, Notamenti, II ruota, vol. 381.
222
Capitolo V
’50 e dei primi anni ’60, a giudicare dalle dinamiche dei fitti, la
produzione dovette all’incirca raddoppiare.
GRAF. 5.2. L'espansione della produzione serica in Terra di Lavoro
(1708-1788). Introiti ricavati dall'appalto o dall'esazione del dazio
dell’Arrendamento grande.
migliaia di ducati
40
35
30
25
20
15
10
5
0
5
178
1
178
7
177
3
177
9
176
5
176
1
176
7
175
5
175
3
175
1
175
0
175
9
174
8
174
7
174
6
174
5
174
4
174
3
174
2
174
1
174
6
173
0
173
4
172
8
171
2
171
8
170
anno
Canoni
Introiti effettivi
Fonte: fitti 1708; 1713, DI VITTORIO 1969, p. 234; fitti 1718; 1724, ASN, Arrendamenti, f.lo 2183; fitto 1730, ASN, Casa Reale Antica, Diversi, fs. 751;
amministrazioni 1741-1749, ASN, Arrendamenti, f.li 2204; 2206; 2209; 2210;
2213; 2219; 2220; amministrazione 1750, ASN, RCS, Notamenti, II ruota, vol.
381; fitto 1751, ivi, vol. 382; fitto 1753, ASN, Arrendamenti, f.lo 2227; fitti
1757 e sgg., ASN, Arrendamenti, f.li 2235; 2245; 2257; 2265; 2281.
Nei primi anni ’70 furono registrate 47.000 libbre di seta, ma
le numerose richieste di «escomputi» o di sospensioni dei versamenti dovuti alla Corte avanzate dagli appaltatori delle diverse province segnalano che si trattò di anni particolarmente difficili. L’appaltatore del dazio di Terra di Lavoro, Giuseppe di
Leva, presentò nel 1772 un accorato ricorso nel quale sosteneva
che negli ultimi due anni per le «nevi, e le gelate cascate fuori
staggione [...] le Terre, e Villaggi le più feraci ed ubertose di tale
industrioso prodotto diedero appena per mettà il raccolto di
detta seta». Particolarmente colpito risultava il ripartimento di
L’andamento della produzione
223
19
Somma per le «reiterate eruzioni del Vesuvio» del 1771 . Come
si vedrà, anche nelle Calabrie tra il 1770 e il 1772 le spedizioni
di seta verso la capitale si attestarono su livelli tra il 20 ed il
40% in meno rispetto al decennio precedente.
L’andamento dei fitti suggerisce un notevole aumento della
produzione nel corso degli anni ’70 e nella prima metà degli
’80. Nel 1785 e 1786 la provincia produsse oltre 150.000 libbre
20
di seta l’anno . La critica stagione del 1787, determinata dalla
eccezionale inclemenza del tempo, vide crollare la produzione a
21
circa 60.000 libbre . Nel 1788 furono prodotte 94.000 libbre e
l’anno successivo, superati gli strascichi dell’87, furono
raggiunte le 188.000 libbre di seta. Nel 1790, circa 100.000 e, nel
22
’91, 115.000 libbre . Gli anni ’90, in generale, videro una più o
meno sensibile contrazione della produzione, che in ogni caso
23
non sembra sia scesa mai al di sotto delle 120.000 libbre , una
contrazione congiunturale destinata ad essere presto superata,
ove si consideri che nel 1805 si poté sostenere, sia pure con una
probabile esagerazione, che «il prodotto di libre 150.000 circa
19
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 41.
ASN, Arrendamenti, f.lo 2281.
21
Nella testimonianza del Tortora, amministratore forzoso dell’Arrendamento, «la mattina de 22 aprile fuor di ogni aspettativa, e fuor di stagione si
viddero tutte le montagne coverte di neve, il tempo rivoltato alla più orribile
rigidezza, e geli, che brugiarono tutta la fronda, e [...] pioggia di due mesi
continui, tanto nemica alla coltura de’ bachi», ibidem. Sulla «crisi del 1787» in
Piemonte, che vide crollare la produzione di bozzoli a circa un terzo dei livelli ordinari, CHICCO 1995, p. 306 e sgg. Sull’impatto della crisi di sottoproduzione nei centri industriali europei, KRIEDTE 1986, p. 283.
22
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 1, f. 131.
23
ASN, Arrendamenti, f.li 2310; 2313; 2315. Nel 1799 l’Arrendamento
fruttò assai poco, ma la contrazione va attribuita alle difficoltà incontrate dagli ufficiali nell’accertare l’entità della produzione e nell’ottenere il versamento del dazio. Il Tortora affrontò spese notevoli ed incontrò non pochi problemi per «la renitenza de debitori del dazio suddetto, che anche ha ricercato
la forza armata per poterli obligare a pagarli il dazio [...] di cui si credevano
essi industrianti di esser franchi, perché raccolta in tempo della sedicente Republica». Alcuni ufficiali furono espressamente destinati all’esazione del dazio «di quelle sete che si sono immesse in Napoli senza la debita spedizione in
tempo dell’Anarchico governo», ASN, Arrendamenti, f.lo 2315, ma si veda
anche ASN, MF, fs. 2693, inc. 34, Federico Tortora al re, Napoli, 27 agosto
1799.
20
224
Capitolo V
antico, e solito a raccogliersi in questa Provincia di Terra di La24
voro, ora si vede riportato a circa libre 300.000» .
Va sottolineato che, con l’eccezione del dato del 1805,
sull’origine del quale il documento citato nulla lascia trapelare, i
dati di produzione riferiti riguardano le sole sete soggette al dazio. Non comprendono la produzione delle aree esenti – in particolare alcuni casali di Nola, circa 4.000 libbre l’anno, e i casali
di Napoli, di cui si dirà tra breve – e non comprendono le sete
tirate in San Leucio da bozzoli prodotti in provincia, circa
25
10.000 libbre negli anni 1800 e 1802 , forse 20.000 nel 1804 o
26
1805 .
La giurisdizione dell’Arrendamento comprendeva l’intera
provincia di Terra di Lavoro, ovvero pressappoco le attuali
province di Napoli e di Caserta fino ai confini dello Stato Pontificio e, verso sud, l’estrema fascia settentrionale interna della
provincia di Salerno. Un’area molto vasta, in larghissima parte
non impegnata nella sericoltura. Il 90% della produzione di seta proveniva infatti da una ristretta porzione del territorio situata alle pendici del Vesuvio che si prolungava, verso l’interno,
nell’agro nolano e, verso sud-est, verso Nocera. Un’altra piccola quota della produzione, in forte incremento dopo l’impianto
della filanda e fabbrica di San Leucio, era fornita da Caserta e
dintorni. Non a caso, ai fini dell’organizzazione dell’esazione
l’Arrendamento era suddiviso nei quattro ripartimenti di Somma, Nola, Nocera e Capua. I primi tre, un quadrilatero di 40
per 30 chilometri, produssero nel 1789 oltre 180.000 libbre di
seta.
Il conto dell’Arrendamento del 1802 rivela l’ammontare di
sete tirate «alla piemontese», 12.964 libbre su circa 120.000 tassate nei quattro ripartimenti. Gli organzini furono prodotti soprattutto in San Leucio (5.675 libbre), nel convitto del Carmi-
24
ASN, MF, fs. 2517, inc. 19, s.d. ma 1805. Certo è che l’anno precedente
nella provincia furono annotate circa 200.000 libbre di seta, incluse le sete esenti dal dazio, ASN, Arrendamenti, f.lo 2336.
25
ASN, Arrendamenti, f.li 2319 e 2332.
26
«Alla Real Fabbrica di San Leucio abbisognano nommeno di circa libre
20.000 seta per tener occupate le braccia di quella Colonia [...] e per aver questa quantità di seta, deve necessariamente acquistare circa 800 cantara [circa
kg.71.200] di Follari», ASN, MF, fs. 2517, inc. 19, s.d. ma 1805.
L’andamento della produzione
225
nello (1.413 libbre) e nella Real Fabbrica de’ Nastri di Portici
(4.496 libbre) e soltanto una quota insignificante, poco più del
10%, in filande private, il cui contributo sarebbe però divenuto
rilevante a partire dal 1804. Infine, nel 1802 le aree interessate al
commercio dei bozzoli destinati alle filande furono quelle di
Capua – quasi il 60% della sua produzione – e di Nola,
27
l’11.6% .
TABELLA 5.3. Distribuzione della produzione serica in Terra di Lavoro (1789-1791)
Ripartimenti
Nocera
Somma
Nola
Capua
Casali franchi di Napoli
Altro*
Totale
a. 1789
libbre
66,737.0
33,867.1
70,648.7
16,748.5
58,149.6
6,471.0
252,621.7
a. 1790
libbre
39,416.10
18,265.60
31,090.11
5,145.00
33,203.11
16,929.80
144,051.10
a. 1791
libbre
45,888.11
27,199.00
34,944.10
6,125.00
37,677.00
12,538.00
164,372.90
* I bilanci non sono omogenei: in alcuni anni riportano le sete lavorate in San
Leucio o nel Carminello, in altri quelle prodotte a Benevento o nei casali
franchi di Nola. È probabile che talune voci fossero di volta in volta trascurate e che pertanto l’ammontare effettivo della produzione fosse sempre superiore a quello indicato.
Fonte: Per l’anno 1789, ASN, Arrendamenti, f.lo 2297. Per il 1790 ed il 1791,
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 1, f. 131 e sgg., Bilancio del fruttato
dell’Arrendamento delle Sete di terra di Lavoro delle due ultime annate 1790
e 1791, Napoli, 28 luglio 1792.
I casali di Napoli erano esenti dal dazio sulla seta. A partire
dal 1779 fu loro imposto un dazio di 2,5 grana a libbra, qualche
anno dopo elevato a 4 grana per l’accorpamento di altre piccole
imposte doganali, ma si trattava, appunto, di imposte doganali
28
che solo a partire dalla riforma del 1785 furono incluse nei
conti dell’Arrendamento. Ciò spiega la scarsità di indicazioni
27
ASN, Arrendamenti, f.li 2332; 2336.
Bando 16 giugno 1785 in ASN, Raccolta dei Reali dispacci a stampa, II
numerazione, vol. XI. Sulla riforma si veda il par. 6.1.
28
226
Capitolo V
sulla loro produzione. I primi dati disponibili sono relativi al
decennio 1774-1783 e si riferiscono non alla produzione ma alle
spedizioni verso Napoli delle sete prodotte. I dati mostrano oscillazioni molto ampie da un anno all’altro: poco meno di
20.000 libbre nel ’74, 11.700 libbre nel ’75, quasi 30.000 nel ’76
e poi un lento e progressivo calo fino alle 10.000 libbre circa dei
29
primi anni ’80 e ad un minimo di 4.300 libbre nel 1783 .
TABELLA 5.4. Spedizioni di seta grezza prodotta nei casali di Napoli
nel 1789
Casale
Arzano
Afragola
Barra
Bosco trecase
Bosco Reale
Cassandrino
Calvizzano e Mugnano
Casalnovo
Casoria
Fratta Maggiore
Grumo e Nevano
Miano, Piscinola e Marianella
Polvica e Chiajano
Melito
Totale
libbre
265.40
2,187.40
1,661.30
9,939.30
4,013.10
230.40
895.10
1,421.70
2,417.10
1,389.10
1,124.50
1,848.10
2,235.70
1,037.00
Casale
Marano
Portici
Panicocoli
Ponticiello
Soccavo e Pianura
Resina
S. Giovanni a Teduccio
S. Giorgio a Cremano
S. Pietro a Patierno
S. Sebastiano
Secondigliano e Casavatore
Torre A.G.P. [Annunziata]
Torre del Greco
libbre
2,408.00
1,266.90
1,055.70
945.40
2,135.40
1,992.30
654.50
3,338.30
940.11
1,547.10
120.30
2,217.70
5,719.00
55,008.30
Fonte: ASN, Arrendamenti, f.lo 2298. Si riproducono le denominazioni dei
casali così come riportate nel documento.
Anche negli anni seguenti le spedizioni dai casali conservarono
un andamento altalenante, ma su livelli molto più consistenti, tra
30
un minimo di 20.000 ed un massimo di oltre 49.000 libbre , fino
31
allo straordinario risultato del 1789, oltre 58.000 libbre .
29
ASN, Arrendamenti, f.lo 2281.
Ibidem.
31
ASN, Arrendamenti, f.lo 2298. La differenza rispetto al dato della Tabella 5.4 dipende dal fatto che una piccola parte delle spedizioni era soggetta
ad un regime fiscale differente.
30
L’andamento della produzione
227
Nel 1790 furono registrate 33.203 libbre, l’anno seguente
32
33
33.677 . Nel 1802 furono spedite quasi 54.000 libbre di seta
ma l’andamento del settore continuò ad essere caratterizzato da
una marcata variabilità: nel 1805 il governo calcolava «prudenzialmente» gli introiti attesi dai casali su una produzione di 3034
40.000 libbre l’anno .
4. La penisola sorrentina
L’Arrendamento di Principato Citeriore da Eboli in qua aveva giurisdizione sulla penisola sorrentina e sull’isola di Ca35
pri . Un’area ristretta, contigua e quasi naturale prolungamento
di quella parte di Terra di Lavoro in cui la produzione serica
manifestò un andamento particolarmente dinamico nel corso
del secolo.
A partire dal 1769 e fino al 1782 la produzione sembra attestarsi tra le 15 e le 26.000 libbre (Grafico 5.3). Ma i dati, anche
in questo caso, tratti dai ricorsi presentati in Soprintendenza
dagli appaltatori allo scopo di ottenere sospensioni o sconti
sul canone pattuito, si riferiscono ad anni di magra, determinati sia dalle avverse condizioni atmosferiche sia anche dalla
«gran quantità di semenza cavata da’ follari» nella penisola,
ovvero dalla specializzazione dell’area nella produzione di
seme per il mercato, che si risolveva in una contrazione della
produzione di seta grezza su cui l’appaltatore poteva esigere il
dazio.
L’andamento dei fitti quadriennali, d’altra parte, mostra una
tendenza simile a quella osservata in Terra di Lavoro, ed anche
l’impennata nella produzione verificatasi nel 1789 lascia ipotizzare che la penisola sorrentina ne abbia condiviso le vicende. A
36
giudicare dall’entità dei fitti , la penisola doveva produrre non
32
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 1, f. 131.
ASN, Arrendamenti, f.lo 2332.
34
ASN, MF, fs. 2517, inc. 3.
35
L’Arrendamento era organizzato nei due ripartimenti di Sorrento – il
versante settentrionale della penisola, da Capri a Castellammare – e della Costa – il versante meridionale, l’odierna costiera amalfitana, fino a Gragnano.
36
L’Arrendamento fu appaltato per 6.910 ducati nel quadriennio 1769-73;
33
Capitolo V
228
meno di 30-35.000 libbre di seta l’anno. Tuttavia gli appaltatori
non versarono effettivamente l’intero ammontare dei canoni inizialmente pattuiti e, pertanto, l’aumento dei canoni,
nell’attestare un trend in costante ascesa, non consente di misurare gli incrementi reali della produzione serica dell’area. Ad
ogni modo, la densità di allevamenti in penisola doveva essere
davvero elevata se riusciva a produrre non solo ragguardevoli
quantità di seta grezza ma anche svariate migliaia di once di
37
seme-bachi per il mercato .
GRAF. 5.3. Produzione di seta grezza nella penisola sorrentina
(1769-1805)
45
40
migliaia di libbre
35
30
25
20
15
10
5
0
1805
1804
1803
1802
1801
1798
1800
1799
1791
1790
1789
1782
1780
1779
1778
1775
1777
1774
1773
1769
1771
1770
anno
Fonte: ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.li 53; 48 (1769-77; 1782); ivi, fs.
33, f.lo 9 (1777-80); ivi, fs. 101, f.lo 1 (1790-91); ASN, Arrendamenti, f.li
2297; 2317; 2320; 2324; 2334; 2339 e 2343 (1789; 1798-1805).
8.289 ducati nel 1773-77; 9.100 ducati nel 1777-81; 11.300 ducati nel 1781-85;
12.679 ducati nel 1790, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.li 53 e 48; fs. 33,
f.lo 9; fs. 101, f.lo 1.
37
Cfr. par. 2.2.
L’andamento della produzione
229
5. Le Calabrie
Nelle Calabrie, più che altrove nel Regno, il contrabbando
era particolarmente attivo e diffuso, per ragioni in parte intuibili e note. Nel 1739 i governatori dell’Arrendamento della seta di
Calabria ammettevano che «non può da chi si sia darsi certezza
38
della vera quantità di sete si faccia in dette Provincie» . Riconoscevano, in altri termini, l’impossibilità di una esatta valutazione della produzione serica calabrese. Quanto alla misura del divario tra seta prodotta e seta rilevata, i governatori riferirono
che l’anno precedente erano state annotate 438.212 libbre di seta, «potendosi aggiungere alla detta somma il terzo, che si crede
essersi potuto mandare in controbando, con essersene occultata
39
la notizia» .
In realtà, l’intenso contrabbando che si svolgeva lungo le coste calabresi non costituiva la sola ragione della ridotta capacità
di controllo sulla produzione effettiva. Un fattore non secondario era il sistema di esazione del dazio, di cui di rado
l’Arrendamento si occupava direttamente. Le «università setifere» erano per lo più appaltate a privati o, di rado, ai baroni o
alle stesse università, che si occupavano dell’annotazione delle
sete prodotte e si obbligavano a versare all’Arrendamento
l’importo del dazio su un predeterminato numero di libbre di
seta. Prima di stipulare il contratto d’appalto si procedeva alla
«coacervazione» (il calcolo della media) della seta annotata negli anni precedenti nella o nelle università per cui era stata presentata l’offerta. Nell’accordo, poi, si stabiliva, ad esempio, che
le università di Spezzano e Zumpano erano appaltate per 2.560
libbre. Se le due università avessero prodotto meno di 2.560
libbre, l’appaltatore avrebbe comunque dovuto versare
all’Arrendamento il dazio sul numero di libbre appaltate. Se,
viceversa, la produzione avesse sopravanzato il numero di libbre concordato, all’appaltatore sarebbero restate 5 grana per
ogni libbra in più rispetto a quelle appaltate, spettando le restanti 25 grana a libbra all’Arrendamento. Il sistema dava luogo
38
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Giovanni Brancaccio a
Francesco Orlando, Palazzo, 30 maggio 1739.
39
Ibidem.
230
Capitolo V
40
ad abusi di varia natura , lasciando evidentemente
l’Arrendamento, per quel che qui più interessa, nella pressoché
totale incapacità di conoscere l’effettivo ammontare della produzione.
A partire dal 1751 e fino al 1805, fino a quando, cioè, furono
aboliti i dazi sulla seta, il governo assunse la gestione dell’Ar41
rendamento della seta di Calabria . Il segretario d’Azienda
Brancaccio nel maggio del ’51, nel conferire a Leopoldo De
42
Gregorio l’amministrazione dell’Arrendamento , lo esortò ad
impegnarsi nell’estirpazione del contrabbando chiarendo che il
sovrano si era indotto all’amministrazione in demanio in vista
43
di tale obiettivo prioritario .
40
Gli appaltatori: a) non si adoperavano ad annotare le sete “franche”, in
particolare le sete “ecclesiastiche”, non soggette al dazio o soggette ad un dazio più basso e dunque meno spendibili all’atto della definizione dei conti con
l’Arrendamento, e in generale di più complicata esazione; b) piuttosto che
accontentarsi delle 5 grana a libbra, potevano accordarsi con i produttori disposti a dar loro anche 15-20 grana a libbra pur di non far annotare le loro
sete come “soggette”.
41
ASN, RCS, Notamenti, I ruota, vol. 192, 4 e 16 maggio 1751. L’appalto
dell’Arrendamento di Calabria era stato aggiudicato il 26 aprile a Innocenzo
Maria Rossi per quattro anni a 129.000 ducati l’anno. Il Regio Fisco, rilevandolo alle stesse condizioni, esercitò una sorta di diritto di prelazione, la cui
legittimità fu peraltro oggetto di discussione tra i magistrati della Sommaria,
ivi, 4 maggio 1751. Sul tema del fondamento giuridico della politica di ricompra degli arrendamenti, DE ROSA 1958.
42
Leopoldo De Gregorio, marchese di Vallesantoro e poi di Squillace, era
Soprintendente Generale della Reale Azienda di Napoli, un «organo speciale,
creato per la cura degli arrendamenti di proprietà della Regia Corte, amministrati direttamente o concessi in affitto». Per un inquadramento istituzionale
si veda MAIORINI 1991, pp. 42-44.
43
«Estando el Rey enterado de los grandes y frequentes contrabandos,
que cada dia mas han ido aumentando en el Arrendamiento [...] con menoscabo considerable de los intereses de sus consigatarios, el que se refunde tambien en danno de los Reales Intereses por las furtivas extraciones, que se cometen [...] ha querido S.M. interponer su Sobrana providencia, y authoridad,
tomando por su real cuenta el afito de dicho Arrendamiento [...] concede S.M.
a V.S. todas las facultades mas ampias para esta administracion, con absoluta
indipendencia del tribunal de la Camara de la Sumaria, del delegado, y Governadores del mismo Arrendamiento, y de otros, y qualesquiera Ministros,
encargando S.M. a V.S. por objeto, y punto principal la extirpacion de los
controbandos a cuya fin se deverà aplicar seriamente, y dar todas la providencias, y disposiciones mas eficaces, que le parecieren mas convenientes, siendo
L’andamento della produzione
231
Negli scritti dei riformatori ricorre l’idea che il contrabbando costituisse l’unico mezzo a disposizione dei produttori calabresi per realizzare qualche profitto e che la gestione governativa combatté con tanta energia tale pratica da contribuire al de44
clino della sericoltura . Va detto che non si è trovato alcun riscontro documentale di una lotta per la repressione del contrabbando particolarmente serrata. Sembra anzi che gli ufficiali
addetti alla vigilanza approfittassero del loro ruolo per arro45
tondare le magre provvigioni accordate dall’Erario . Semmai
qualche risultato il governo poté ottenerlo sul piano della pre46
venzione, sul versante del sistema di appalto del dazio e dei
47
rapporti con il clero , ma è certo che numerose testimonianze
la expresa Real voluntad, que sea del arbitrio libre de V.S. el poner, y quitar
los Administradores Locales, Caseros, Credenzeros, y todos, y qualesquiera
Oficiales, y Subalternos, los quales deveran estar bajo la immediata iurisdicion de V.S., establecer, y reformar sueldos, y gastos, afitar parages, formar
nuevos apaltos, y hacer todo, y quanto creiere V.S. mas expediente, y oportuno», ASN, MF, fs. 2230, Il marchese Brancaccio al marchese di Vallesantoro,
Palazzo, 7 maggio 1751.
44
Cfr. CHORLEY 1965, p. 190. L’idea del ruolo positivo svolto dal contrabbando è presente anche in contesti diversi da quello del Mezzogiorno: «se
il Contrabbando, ed il Frodo non avessero lasciato un compenso all’industria
dei Produttori, con mantenere di fatto una specie di libertà nelle Contrattazioni, si sarebbe spogliata la Toscana di Gelsi, e si sarebbe perduta la manifattura dei Bozzoli», Lettera d’un trattore provinciale a un setajolo di Firenze
sulla libertà del prezzo della seta, Firenze, presso Anton-Giuseppe Pagani, e
Comp., 1788, p. 30.
45
«È indubitato, ed incontrastabile, che in ogn’anno [...] ogni Paese faccia
maggior quantità di seta di quella, che esigge la Regia Corte, quale si estrae in
contrabando, che non è riparabile, e che produce ad essi Paesi una continua
uscita, ed incursione di Ministri dell’arrendamento, che non fanno altro, che
ricattare coloro, che appurano aver fatto contrabandi, senza profitto della regia Corte, giacchè niun contrabando mai si prende. Prova ciò essersi veduto
ne’ Bilanci non altro, che contrabandi presi, importanti un’anno tre, un altro
quattro, ed al più sette docati», ASN, AA. EE., fs. 3546, s.d. (ma 1782 ca.).
46
Opportunamente, gli appalti delle «università setifere» stipulati negli
anni ’80 accordavano all’appaltatore 15 grana per ogni libbra di seta eccedente
il numero concordato, ed in generale il sistema dell’appalto, o del “partito”
come pure si definiva, fu progressivamente abbandonato.
47
Roccantonio Caracciolo riferisce che il governo aveva ottenuto la «totale
abolizione delle franchigie degli Ecclesiastici» (CARACCIOLO 1785, p. XXII)
ma, allo stato, è impossibile precisare l’entità della produzione serica del clero. Il trattamento degli ecclesiastici, tema di grande interesse sotto il profilo
232
Capitolo V
segnalano l’eccezionale estensione del fenomeno anche nella seconda metà del secolo: all’inizio degli anni ’90 il Tesoriere provinciale di Calabria Ultra denunciò che un terzo della seta prodotta a Monteleone non era affatto registrata, mentre soltanto
48
4.000 delle 8.000 libbre prodotte a Gerace erano rivelate .
giurisdizionale, fu oggetto di continue vertenze, di aggiustamenti e di compromessi anche in sede locale. Fin dal XVI secolo, in teoria, gli ecclesiastici
non avrebbero dovuto godere di un trattamento privilegiato ma, all’atto pratico, minacciando scomuniche e pene eterne, avevano finito per sottrarsi al
versamento del dazio o per concordare con l’Arrendamento condizioni affatto peculiari, ad esempio, che per una produzione inferiore alle 10 libbre dovessero versare solo 2 carlini a libbra di seta e per una produzione superiore
l’intero diritto, BSNSP, ms. XXIX-A-6, f. 272 e sgg. Dal 1694 al 1738 fu concesso agli ecclesiastici un «rilascio» della metà del dazio sulla seta. Avrebbero
dovuto versare l’intero dazio sulla «porzione colonica», cioè sulla seta prodotta dai coloni parziari ma, anche su quella, dichiaravano il falso, sostenevano di essersi serviti «di gente di casa e loro servi». In definitiva,
l’assoggettamento al regime fiscale restava «alla discrezione delli stessi Ecclesiastici» che, finanche quando erano colti in flagrante contrabbando, «a forza
di censure» contro gli ufficiali o i «supremi Regj Ministri» riuscivano ad evitare ammende e a restare in possesso della loro seta, ASN, Segreteria
d’Azienda, in ordinamento, Giovanni Brancaccio a Francesco Orlando, Palazzo, 30 maggio 1739. Abolito il «rilascio», le difficoltà di esazione rimasero
immutate. Nel 1741 il principe di Tarsia presentò al sovrano un veemente ricorso nel quale chiese che il vescovo di Bisignano fosse sollecitato ad intervenire contro i contrabbandi commessi dagli ecclesiastici e a manifestare un più
chiaro sostegno dei diritti dell’Arrendamento. Il principe aveva appaltato il
dazio sulla seta prodotta nei suoi feudi facendo assegnamento, sostenne nel
ricorso, sugli introiti ricavabili dagli ecclesiastici grazie all’abolizione del «exempcion de la mitad del derecho», ma incontrava notevoli difficoltà ad assoggettare gli ecclesiastici alla nuova disposizione né poteva contare sulla collaborazione del vescovo. Sul ricorso fu consultata la Camera di Santa Chiara
la quale considerò che «siccome è giusto, che con termini generali si insinui, e
prevenghi a’ Vescovi, che invigilino a finche gli Ecclesiastici loro sudditi non
commettano controbanni, così all’incontro non conviene farsi ad istanza di
un Barone [...] poiché i Baroni possono facilmente abusarsene per mezzo de’
propri Ministri». Insomma, gli ecclesiastici avrebbero dovuto pagare il dazio,
e «con termini generali» si sarebbe dovuta «insinuare» ai vescovi l’efficacia
della nuova disposizione fiscale, ma non a prezzo di un conflitto aperto, quale
si sarebbe prodotto se il principe fosse stato dotato di più cogenti mezzi di
pressione sulle ambigue posizioni del vescovo, ASN, Real Camera di Santa
Chiara, Bozze di Consulta, vol. 53, 20 luglio 1741.
48
GALANTI 1792, pp. 180; 168.
L’andamento della produzione
233
Ad ogni modo, per ricostruire l’andamento della produzione delle Calabrie, disponendo di dati molto scarsi, si è ritenuto
di ricorrere a rilevazioni fiscali che erano effettuate al momento
della commercializzazione della seta calabrese. Sulle sole sete
calabresi, infatti, oltre al dazio sulla “nascita” gravava un dazio
sull’estrazione per infra e per extra Regnum: tutte le sete calabresi, laiche o ecclesiastiche, esenti o soggette al dazio di produzione, se spedite fuori dalle Calabrie, a Napoli o all’estero,
erano soggette al versamento di 7 grana a libbra, la cosiddetta
gabella di Bisignano.
Ai fini dell’analisi è importante conoscere in che misura la
seta prodotta in Calabria ne era estratta, vale a dire, sia pure con
le cautele più volte ribadite sull’origine fiscale dei dati, il rapporto tra le registrazioni dei due dazi, quello sulla nascita e
49
l’altro sulla commercializzazione . Il confronto si è potuto effettuare per il 1731, il 1738 e il 1777. Nel 1731 furono annotate
328.000 libbre ed estratte 295.515 libbre; nel 1738 ne furono
50
annotate 438.212 ed estratte 355.039 ; nel 1777 ne furono annotate 634.270, incluse però quelle prodotte in Basilicata che po49
I due Arrendamenti – di Bisignano e grande di Calabria – operarono a
lungo, almeno fino agli anni ’80 del XVIII secolo, in modo del tutto separato.
In alcuni anni accadde persino che fosse estratta dalle Calabrie più seta di
quella “nata”, cioè registrata, nella stagione. Secondo l’amministratore doganale di Calabria Citra «la nascita ogni anno resta spedita, anzi si osserva che la
spedizione sempre oltrepassa la nascita in tre, e quattro mila libbre più ò meno», ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’amministratore doganale
Francesco Saverio de Leon al Supremo Consiglio delle Finanze, Cosenza, 16
luglio 1785. Fatto meno singolare di quanto può apparire se si considerano, in
primo luogo, le riferite conseguenze del sistema degli appalti, cui
l’Arrendamento grande fece ampio ricorso, in secondo luogo, la circostanza
che alla gabella di Bisignano erano soggette anche le sete esenti dal dazio di
produzione, quali quelle ecclesiastiche, e, infine, che il consumo interno delle
Calabrie era contenuto, riducendosi alla sola domanda espressa dall’industria
dei velluti di Catanzaro e alle poche migliaia di libbre consumate in Paola,
Monteleone, e Reggio, un’industria, quest’ultima, definita dal Galanti «una
vera bagattella», GALANTI 1792, p. 210.
50
Per i due dati di produzione, ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Giovanni Brancaccio a Francesco Orlando, Palazzo, 30 maggio 1739.
L’estrazione del 1731 è stimata sul gettito dell’Arrendamento di Bisignano
riportato in DI VITTORIO 1973, p. 232; quella del 1738 risulta dal conto
dell’Arrendamento conservato in ASN, RCS, Notamenti, II ruota, vol. 369.
234
Capitolo V
51
52
tevano ammontare a circa 8.000 libbre , ed estratte 581.996 .
Fu quindi estratto dalle Calabrie nei tre anni, rispettivamente, il
91%, l’81% e il 92% della produzione regolarmente annotata.
Una conferma della elevatezza della percentuale delle sete “estratte” rispetto a quelle “nate” emerge dall’elaborazione di alcune voci del conto dell’Arrendamento grande di Calabria del
53
1781, riferito dal Galanti . Il Galanti riporta gli introiti percepiti dall’Arrendamento nelle dogane di Napoli e di Cava, su sete
certamente estratte, e quelli derivanti dalle cosiddette “sete
mancanti”, ovvero non spedite ma consumate in Calabria. In
quell’anno il 92.5% degli introiti fu ricavato da sete immesse
sul mercato napoletano e cavese, il 4,7% da sete consumate
dall’industria di Catanzaro ed il restante 2,8% da sete destinate
54
alle altre aree di produzione calabresi . In definitiva, se la seta
commercializzata costituiva una parte così ampia dell’intera
produzione calabrese, il suo andamento e la sua distribuzione
geografica, in assenza di eventi perturbatori della normale attività di spedizione e commercializzazione, possono considersri
55
espressione delle dinamiche produttive delle Calabrie .
Prima di procedere all’esame delle estrazioni di seta grezza
dalle Calabrie è opportuno rammentare che la sericoltura, al pa51
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Il Segretario d’Azienda al
Re, Napoli, 7 novembre 1778.
52
ASN, Arrendamenti, f.lo 2273.
53
GALANTI 1806, t. II, pp. 480-481.
54
Ai 145.498 ducati introitati nella Dogana di Napoli corrisponderebbe
l’immissione di oltre 580.000 libbre di seta. Le Calabrie nel 1781 produssero
625.057 libbre di seta, ibidem.
55
Galasso ha sostenuto che «il gettito della gabella di Bisignano è la spia
migliore per seguire le vicende della sericoltura calabrese», GALASSO 1967, p.
370. I conti annuali della gabella di Bisignano sono stati utilizzati in passato
nel citato studio del Galasso dedicato alla Calabria cinquecentesca e in uno
dei due volumi dedicati dal Di Vittorio alle vicende politiche, economiche e
finanziarie del Regno di Napoli durante la dominazione austriaca, DI VITTORIO 1973. Va rilevato che il Di Vittorio analizza i conti di Bisignano come relativi ad un dazio imposto sull’esportazione della seta (ivi, p. 273). Ma, come
si è detto, la gabella di Bisignano si versava allorquando la seta prodotta nelle
Calabrie usciva dai confini provinciali, sia che fosse diretta in altre province
del Regno, sia che fosse diretta all’estero. D’altra parte, come si spiegherà, nel
corso del XVIII secolo l’esportazione della seta grezza dalle Calabrie fu quasi
sempre vietata.
L’andamento della produzione
235
ri delle altre attività agricole, era soggetta ad oscillazioni anche
ampie da un anno all’altro connesse per lo più alle condizioni
meteorologiche e quindi indipendenti dall’andamento della
domanda o dal numero degli addetti alla produzione. La resa in
seta dei bachi allevati poteva variare sensibilmente a seconda
delle variazioni del clima, e così pure la disponibilità ed il prez56
zo della foglia di gelso necessaria al nutrimento dei bachi .
Fino alla metà degli anni ’40 l’andamento delle estrazioni si
mantenne sostanzialmente stabile, più sostenuto tra il 1725 ed il
1729 e dopo il 1737 (Cfr. Tabella 5.6 e Grafico 5.7). Furono estratte in media 300.000 libbre di seta l’anno, 340.000 nei due
periodi indicati come più dinamici. Anche nel mutato quadro
delle relazioni politiche ed economiche seguite all’avvento al
trono di Carlo di Borbone e, in particolare, dopo la liberalizza57
zione dell’esportazione della seta grezza , le spedizioni calabresi non mostrarono dunque una particolare vivacità e superarono di poco i livelli precedenti – eccetto che nel 1737 (407.000
libbre), probabilmente l’anno stesso in cui fu autorizzata
l’esportazione del grezzo.
Il crollo delle spedizioni del 1743 fu determinato dall’epidemia di peste diffusasi in Messina e nella Calabria meridionale:
la seta grezza fu prodotta e commerciata soltanto nella Calabria
cosentina e a Catanzaro. Ancora nel 1744 e nel 1745 fu vietato
58
l’allevamento dei bachi nell’area di Reggio .
56
Due esempi settecenteschi: «In questo anno 1740 [...] feci la pianta delli
celsi [...] e per la troppo siccità seccò tutto e fu bisogno ritornarla a piantare»;
nel 1767 «successe cosa che non si ricordano li vecchi, la primavera freddissima: [...] li serici sono quasi tutti morti per il freddo, e fra tanto la fronda si
vende a grana due il rotolo, credo che hanno sparito per il freddo e Dio sa se
fanno frutto», G. B. MOJO - G. SUSANNA, Diario di quanto successe in Catanzaro dal 1710 al 1769, a cura di U. Ferrari, Chiaravalle Centrale, 1977, cit.
in PLACANICA 1985, pp. 25; 36.
57
Sul regime commerciale si veda il par. 6.1.
58
Nel 1744, nel confermare il divieto di allevare i bachi «per i soli luoghi
ristretti dentro il cordone di Torre Cavallo», il Supremo Magistrato di Commercio accolse la proposta della Deputazione della Salute di esentare la popolazione «da ogni peso, e contribuzione alla quale fussero obbligati per ragione
di detta seta, non ostante qualunque patto, anche espresso di caso di peste»,
ASN, Casa Reale Antica, Diversi, fs. 798, 23 aprile 1744.
236
Capitolo V
Nella seconda metà degli anni ’40 furono raggiunte in media
le 400.000 libbre, ma con un leggero calo alla fine del quinquennio. Le aspettative dei negozianti napoletani, al 1750, non
erano rosee. Si stimava che «trà fertile, ed infertile» nell’intero
Regno fossero annualmente commercializzate 400.000 libbre di
59
seta . Le Calabrie all’epoca coprivano oltre l’80% dell’intera
produzione regnicola ma, prudentemente, non si attribuiva ai
recenti e non ancora consolidati incrementi delle estrazioni calabresi un carattere di stabilità.
Nel 1751 si registra un primo, notevole balzo in avanti, si
superano le 530.000 libbre, con un incremento del 36% rispetto
alla media del quinquennio precedente. A partire dal 1751, si è
riferito, lo Stato prese ad amministrare l’Arrendamento di Calabria e la coincidenza induce ad ipotizzare che l’incremento
delle spedizioni potesse derivare almeno in parte da una maggiore efficienza degli ufficiali addetti al controllo sulla nascita
della seta o anche, più probabilmente, dall’assoggettamento del
clero al versamento del dazio e, dunque, dalla sistematica registrazione delle sete «ecclesiastiche». Senonché non risulta che le
due amministrazioni – degli arrendamenti grande e della gabella
di Bisignano – operassero con qualche forma di coordinamento, benchè non si possa escludere che la prima registrazione del
prodotto rendesse più sicuro il pagamento del dazio sulla spe60
dizione , mentre è certo che le sete «ecclesiastiche» erano sog59
ASN, Pandetta nuovissima, fs. 261, f.lo 4003.
Nell’agosto del 1752 fu stipulata una convenzione tra il Soprintendente
della Regia Dogana di Napoli e dell’Arrendamento di Calabria, Leopoldo De
Gregorio, e i deputati della gabella di Bisignano. Il De Gregorio aveva domandato un versamento di 2.000 ducati l’anno a titolo di contributo per le
spese che la Regia Corte aveva e avrebbe sostenuto per «escludere tutti li controbandi» nelle Calabrie. La domanda del De Gregorio fu discussa dai deputati che infine, «siccome sono di gran giovamento alla Gabella tutti gli espedienti presi [...] poiché da fruttato di quest’anno appariva qualche avanzo di
quello pervenuto negli anni passati», accettarono di sottostare al versamento
ma posero alcune condizioni, tra le quali la principale era di voler ricevere
annualmente «copia autentica della nascita delle sete». La convenzione fu stipulata ma, sembra, mai eseguita nella parte relativa all’obbligo di comunicare
ai deputati di Bisignano le registrazioni relative alla “nascita” della seta.
Trent’anni dopo l’amministratore della gabella, Santolo Guerrasio, presentò
un ricorso con il quale reclamava il rispetto della convenzione del ’52, ma
l’amministratore dell’Arrendamento di Calabria Citra, Francesco Saverio de
60
L’andamento della produzione
237
gette alla gabella di Bisignano anche prima del ’51. In altre
parole, l’efficienza dei controlli potrebbe spiegare una parte
dell’incremento registrato nel 1751 ma non dare conto della
prolungata fase di forte e generale espansione della sericoltura,
rilevabile anche dall’andamento dei fitti dell’Arrendamento di
Terra di Lavoro, un’espansione che, dopo una repentina contrazione nel biennio ’52-’53, avrebbe assunto un notevole slancio nel ’54 e poi, ancora, nel 1757.
L’impennata del 1757, 680.000 libbre, segna l’apice di questa
prima fase di crescita. Dal 1754 al 1762 furono estratte dalle Calabrie annualmente, in media, 602.000 libbre di seta. Nel corso
degli anni ’60 le spedizioni si mantennero tra le 550 e le 650.000
libbre ma con un andamento incerto e tendenzialmente decrescente, con apprezzabili segnali di ripresa tra il 1768 ed il 1769,
rispettivamente 640.000 e circa 600.000 libbre. La lettura proposta è avvalorata, anche per gli anni per i quali non sono disponibili i conti della gabella di Bisignano, dall’andamento degli
introiti netti dell’Arrendamento della seta di Calabria (Grafico
5.4).
Il decennio ’70 fu contrassegnato da un consistente incremento delle spedizioni ma anche, sembrerebbe, da una più
marcata instabilità, difficile da spiegare senza l’ausilio di testimonianze dirette. In particolare, il drastico calo dei primi tre
anni, in media 440.000 libbre nelle stagioni 1770-72, si potrebbe
ricondurre a quegli stessi “disordini” meteorologici denunciati
dagli appaltatori per l’area campana e che colpirono gravemente
61
anche la sericoltura piemontese . Ma anche negli anni seguenti,
almeno fino al 1779, le spedizioni manifestarono un andamento
altalenante. Il decennio 1770-1779 espresse sia il livello minimo
(362.000 libbre nel 1772) sia il livello massimo (754.000 libbre
nel 1779) del quarantennio 1751-1791, così che la media delle
Leon, cui fu subito ordinato di consegnare al Guerrasio copia dei «libretti»
con l’annotazione della “nascita” della seta, rispose che la «pretenzione» del
Guerrasio era «cosa totalmente nuova, ne mai vi è stato simil’esempio in questa Amministrazione». Di rimando, il Supremo Consiglio delle Finanze gli
ordinò di «sospend[ere] ogni passo», ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’amministratore generale delle Dogane di Calabria Citra Francesco
Saverio de Leon al Supremo Consiglio delle Finanze, Cosenza, 16 luglio 1785.
61
LEVI 1967, p. 803.
Capitolo V
238
spedizioni del decennio (circa 570.000 libbre) risulta scarsamente rappresentativa dell’andamento reale del settore.
GRAF. 5.4. Introiti netti dell'Arrendamento della seta di Calabria
(1751-1769)
100000
80000
ducati
60000
40000
20000
0
-20000
176
8
9
6
7
176
176
4
5
176
176
2
3
176
176
0
1
176
176
8
9
176
175
6
7
175
175
5
175
175
3
4
1
2
175
175
175
175
anno
Fonte: elaborazione da ASN, AA. EE., fs. 4864, Dimostrazione dell’introitato
nella Cassa della Tesoreria Generale dal pervenuto ne’ seguenti anni
dall’Arrendamento delle Seti di Calabria, di proprietà de’ consegnatarj, e che
dalla regia Corte si tiene in affitto, e per suo conto si fa amministrare sotto
l’ispezione del Soprintendente della Reale Azienda, dedotto l’estaglio di
duc.106473,69, che si paga a detti consegnatarj, ed ogni altra spesa forzosa per
mantenimento del medesimo, colla distinzione degl’anni d’Ispezione del Marchese di Squillace, q.m D. Giulio Cesare d’Andrea, e di D. Giovanni de Goyzueta, 4 agosto 1770.
Nel complesso, dagli anni ’40 alla fine degli anni ’70 si ebbe
un’espansione, e ben evidente. Per meglio apprezzarne il significato è opportuno richiamare gli sviluppi che la sericoltura calabrese aveva fatto registrare nei secoli precedenti. Nel periodo
della sua maggiore prosperità, tra gli anni ’80 del ’500 ed i primi
30 anni del ’600, essa aveva garantito 7-800.000 libbre di seta
62
l’anno . I pochi dati relativi alla seconda metà del XVII secolo
adombrano una contrazione di circa la metà rispetto ai livelli
62
GALASSO 1967, pp. 172; 369-370.
L’andamento della produzione
239
63
del periodo d’oro , ed ancora nel primo quarantennio del
XVIII secolo, come si è visto, furono commercializzate poco
più di 300.000 libbre di seta l’anno. La netta crescita degli anni
’50, e poi la nuova spinta degli anni 1773-79 riportarono le Calabrie, seppure per poche stagioni, ai livelli raggiunti nel periodo
della sua massima espansione. Si è già riferito che non è possibile
stimare la resa media in seta dei bozzoli impiegati nella trattura
ma applicando un rapporto di 1:12, comune in altre aree di produzione, le Calabrie avrebbero prodotto in alcuni anni oltre 10
milioni di libbre, cioè più di 3.200mila chili di bozzoli.
È probabile che la fase ascendente si sia chiusa proprio con
il 1779, benchè non siano mancate altre stagioni vivaci, come
quella del 1789 (oltre 700.000 libbre spedite), anno di ragguardevoli livelli di produzione anche nell’area campana. Le lacune
della serie inducono a qualche cautela nella valutazione
dell’ultimo periodo considerato, ma anche se negli anni per i
quali non sono disponibili i dati di commercializzazione le Calabrie avessero largamente superato la soglia delle 650.000 libbre, non muterebbe il quadro di complessivo ristagno e poi di
contrazione che il settore dovette subire e che certamente assunse carattere di tracollo nella seconda metà degli anni ’90.
Per gli ultimi anni del secolo, in assenza di dati annuali di e64
strazione o di produzione , si può ricorrere ad un’indagine sul
settore effettuata dal governo nel 1805. L’indagine, condotta dal
consigliere del ramo doganale del Supremo Consiglio delle Fi65
nanze , rientra nel quadro delle iniziative e dei progetti indiriz63
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 20, f.lo 63. Nel 1641 furono gabellate
567.864 libbre e nel 1653 473.204 libbre, GALASSO 1967, p. 370. Nel 1690 furono spedite 301.560 libbre di seta, ASN, Arrendamenti, f.lo 2144.
64
I conti della gabella di Bisignano conservati nel fondo Arrendamenti
dell’Archivio di Stato di Napoli si arrestano al 1792, mentre i volumi dei notamenti della Regia Camera Sommaria, cui si è fatto ricorso per integrare la
prima serie, già a partire dal 1785 non riportano le copie dei conti.
65
Per quanto segue si rimanda ad una consulta del Supremo Consiglio
delle Finanze conservata in ASN, MF, fs. 2517, inc. 3, s.d. ma approvata dal
sovrano «fuori consiglio» il 12 marzo 1805, e ad una Memoria sulle sete di
Calabria conservata in ASN, Archivio Borbone, fs. 310, f.lo 8, anch’essa non
datata ma redatta presumibilmente nello stesso anno ed ampiamente citata nei
suoi contenuti nella consulta del Supremo Consiglio, che la attribuisce al suo
consigliere per il ramo doganale.
240
Capitolo V
zati alla riforma dei dazi sulla seta che sfociarono
nell’abolizione di tutte le imposte di produzione e commercializzazione diverse dai diritti di dogana. Il consigliere adoperò
una serie di parametri relativi al decennio 1780-89, al decennio
66
1792-1801 e al sessennio 1796-1801 .
Gli introiti lordi ricavati da tutti i dazi sulla “nascita” della
seta nel Regno offrivano una prima misura dell’evoluzione del
settore. Nel decennio 1780-89 si erano ricavati in media 295.749
ducati l’anno; nel decennio 1792-1801 222.107 ducati (-25%) e
nel sessennio 1796-1801 201.833 ducati (-31.8%). Il confronto
convinceva della «progressiva decadenza di un tal cespite», ma
la contrazione era da attribuirsi quasi esclusivamente al minore
apporto delle Calabrie. L’introito annuale netto dell’Arrendamento di Calabria nel primo decennio era stato in media
di 77.435 ducati, nel secondo decennio di 11.795 ducati e nel
sessennio di 1.708 ducati. Una caduta di notevoli proporzioni,
ma da non sopravvalutare poiché sul dato incideva l’eccezionalità del 1799, un anno inevitabilmente oneroso e poco
fruttuoso per gli Arrendamenti istituiti sulla “nascita” della seta, in special modo proprio in Calabria dove nel marzo per disposizione del cardinale Fabrizio Ruffo, che guidava l’insurrezione sanfedista, in concreto si abolì temporaneamente
67
l’Arrendamento . In effetti, sulla media del secondo decennio
gravava pesantemente il dato del sessennio. E difatti il decremento registrato nei cespiti medi della gabella di Bisignano e
del «grano a libbra del Conservatorio», entrambi relativi alle
spedizioni di seta e solo indirettamente danneggiati dai provvedimenti del Ruffo, fu assai meno vistoso, passando dai 49.545
ducati del decennio 1780-89 ai 32.613 ducati (-34.2%) del decennio 1792-1801 ai 30.062 ducati (-39,4%) del sessennio 179668
1801 .
66
Alla mancanza dei dati del 1799 relativi alla provincia di Calabria Ultra
– «a cagion dell’anarchia» – si ovviò utilizzando i dati del 1802.
67
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Niccola Taccone, amministratore generale dei Regi Arrendamenti e Dogane della Provincia di Calabria
Ultra, Monteleone, 29 marzo 1799.
68
Il «grano a libbra del Conservatorio» gravava sulle spedizioni di seta effettuate in tutto il Regno, ma nella composizione del dato l’incidenza della
gabella di Bisignano, relativa alle Calabrie, di 7 grana a libbra, è nettamente
prevalente.
L’andamento della produzione
241
Le Calabrie, si osservava ancora nell’indagine del 1805, avevano prodotto in media circa 600.000 libbre di seta l’anno
69
nel decennio 1780-89 , poco meno di 430.000 libbre nel se70
condo decennio, quasi 400.000 nel sessennio . Le spedizioni
di seta nel secondo decennio si erano mantenute mediamente
sulle 386.000 libbre e nel sessennio sulle 358.000 libbre annue.
Difficile stabilire quando cominciò la caduta della produzione serica calabrese. La media annua di 600.000 libbre prodotte nel decennio ’80 conferma l’ipotesi di un andamento
scarsamente dinamico delle spedizioni. Dalla pur lacunosa serie dei conti di Bisignano scaturisce una media di circa
544.000 libbre di seta spedite annualmente, un dato che rispecchia il rapporto nascita/spedizione emerso dall’indagine
del 1805 a proposito degli anni ’90. Si sarebbe verificata dunque soltanto una lieve contrazione rispetto ai valori medi del
decennio precedente. Ci si può anche spingere ad affermare
che fino alla fine degli anni ’80 le sorti del settore non fossero
ancora segnate. Nel 1782 e nel 1783 furono spedite circa
600.000 libbre di seta l’anno, e si ha motivo di ritenere che ri71
sultati analoghi furono raggiunti anche nel 1785 . Se il 1787,
come si è più volte ricordato, fu un anno di crisi, anche fuori
dal Mezzogiorno, ancora nel 1789 furono spedite, si è riferito, oltre 700.000 libbre di seta. Dopo di che, il declino si fece
evidente. Per il decennio 1792-1801 il «massimo respettivo
prodotto» di ciascuno dei luoghi di produzione calabresi si
calcolò in 609.000 libbre, con un prodotto medio del periodo,
però, attestato su circa 430.000 libbre, mentre il livello più elevato di spedizioni aveva raggiunto appena le 442.000 lib72
bre . I due ultimi dati segnalano uno stato di recessione fin
69
ASN, MF, fs. 2517, inc. 3, f. 17.
ASN, Archivio Borbone, fs. 310, f.lo 8.
71
Alcuni Notamenti delle nascite delle sete relativi a 49 università della
Calabria Citra, che fornivano all’incirca un quarto della produzione serica
della provincia e che possono dunque essere considerate rappresentative delle
dinamiche locali, indicano per il 1782 una produzione di 77.702 libbre; nel
1783 80.575 libbre; nel 1784 56.126 libbre e nel 1785 75.003 libbre di seta,
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’amministratore doganale di
Calabria Citra Francesco Saverio de Leon al direttore del Supremo Consiglio
delle Finanze Nicola Maria Vespoli, Cosenza, 27 agosto e 3 settembre 1785.
72
ASN, Archivio Borbone, fs. 310, f.lo 8.
70
242
Capitolo V
dai primi anni ’90, che non poté subire che qualche ulteriore e
non determinante contraccolpo alla fine del decennio, quando
le Calabrie retrocessero ai livelli di produzione degli anni ’40.
All’inizio del nuovo secolo furono immesse nella Dogana di
73
Napoli dalle due Calabrie tra le 250 e le 400.000 libbre di seta .
Nel 1802 la sola Terra di Lavoro fornì quasi 180.000 libbre di
74
seta .
Il dato delle estrazioni calabresi finora considerato nasconde
le dinamiche interne alle diverse aree di produzione, che nella
seconda metà del ’700 non presentarono un andamento omogeneo. Nei grafici 5.8, 5.9 e 5.10 sono rappresentate le spedizioni
di seta effettuate rispettivamente dalla Calabria Citra, dalla Calabria Ultra e dal paraggio di Reggio. Nel grafico 5.11 sono
rappresentate le medie mobili quinquennali delle spedizioni effettuate dalle tre aree. Infine, nella Tabella 5.7 sono riportati i
numeri indice elaborati sia per le singole aree che sul totale annuo delle spedizioni.
L’evidenza di maggior rilievo appare la progressiva divaricazione dell’ammontare delle spedizioni effettuate dalla Calabria
Citra e dalla Calabria Ultra. Fino alla fine degli anni ’40 dalle
75
due aree furono spedite grosso modo le stesse quantità di seta .
Già nel corso degli anni ’50 l’incremento delle spedizioni calabresi vide un maggiore contributo relativo della Calabria cosentina. Il dato più interessante, però, emerge dal confronto negli
anni successivi a quello che si è definito il primo ciclo di espansione della sericoltura calabrese. Negli anni ’60 il complessivo
rallentamento nella crescita del settore fu, a ben guardare, il
frutto di due dinamiche assai diverse. La Calabria cosentina subì effettivamente una battuta d’arresto che, comunque, preludeva ad una nuova stagione di crescita e che non avrebbe ripor73
Della raccolta del 1800 furono immesse 357.154 libbre (ASN, MF, fs.
2455, inc. 88); di quella del 1801, 258.196 libbre (ivi, inc. 93); del 1802,
257.503 libbre; del 1803, 396.092 libbre; del 1804, 310.047 libbre (ASN, Voci
di vettovaglie, b. 151).
74
ASN, Arrendamenti, f.lo 2332.
75
Fino al 1740 i conti della gabella di Bisignano non distinguono le spedizioni del paraggio di Reggio da quelle del resto della Calabria Ultra, ma tenendo conto che la produzione reggina si aggirava sulle 30-40.000 libbre si
può senz’altro affermare che la provincia di Cosenza e la provincia di Monteleone, esclusa Reggio, spedissero all’incirca la stessa quantità di seta.
L’andamento della produzione
243
tato le spedizioni, se non episodicamente, al di sotto dei livelli
raggiunti negli anni ’50. La Calabria Ultra, invece, cominciò già
allora il suo progressivo declino, brevemente interrotto soltanto
alla metà degli anni ’70. Allo stesso modo, nella Calabria cosentina la contrazione sperimentata a partire dagli anni ’80 rappresentò, senza considerare l’eccezionale stagione del 1789, un assestamento su spedizioni ancora collocabili tra il 76 ed il 106%
in più rispetto al primo periodo borbonico, mentre la Calabria
Ultra a malapena toccò i livelli di inizio secolo, attestandosi su
spedizioni tra il 15, il 20 e fino al 37% in meno rispetto all’anno
76
base considerato .
77
Quanto all’area di Reggio , vi si nota la minore frequenza di
variazioni brusche e accentuate, quasi che il settore presentasse
nel suo complesso una maggiore stabilità e fosse meno esposto
ai fattori che determinavano la notevole variabilità delle altre
aree di produzione calabresi. Le spedizioni manifestarono un
andamento analogo a quello della Calabria cosentina, risentendo forse più marcatamente della contrazione degli anni ’60 ma
mostrando anche, in generale, una minore suscettibilità ai tracolli stagionali – si vedano i dati del 1763, del 1772 e del 1787– e
78
resistendo più a lungo alla congiuntura negativa di fine secolo .
76
Nel 1802-1805 la Calabria Citra produsse mediamente 213.000 libbre di
seta l’anno (STATISTICA 1811, vol. II, p. 401), manifestando un ulteriore decremento di circa il 20% rispetto agli inizi degli anni ’90 ma conservandosi
ampiamente al di sopra dei livelli di produzione precedenti alla prima espansione degli anni ’50. Il dato è confermato dalle immissioni di seta dalla provincia nella Dogana di Napoli nelle tre stagioni 1802-1804, rispettivamente,
181.276, 267.148 e 180.069 libbre. Negli stessi anni dalla Calabria Ultra furono immesse 57.979, 107.084 e 106.672 libbre, ASN, Voci di vettovaglie, b.
151. Il redattore della Statistica murattiana per la provincia di Calabria Ultra
(inclusa l’area di Reggio) avrebbe indicato una produzione di circa 70.000 libbre di seta all’anno, STATISTICA 1811, vol. II, p. 579.
77
Le località comprese nel paraggio di Reggio sono elencate nella Tabella
5.8.
78
Negli anni 1802-1804 da Reggio furono immesse nella Dogana di Napoli, rispettivamente, 18.249, 21.864 e 23.316 libbre di seta, ASN, Voci di vettovaglie, b. 151. Ma il sensibilissimo decremento delle immissioni reggine a Napoli, oltre il 60% in meno rispetto alla fine degli anni ’80, andrebbe interpetato come il segno di un più ampio ricorso degli operatori locali all’esportazione diretta.
244
Capitolo V
6. Il quadro generale
Le risultanze emerse dalla ricostruzione che si è proposta
presentano importanti implicazioni sul piano storico e storiografico sulle quali si avrà occasione di ritornare in sede di conclusioni. Intanto, alla luce dei dati esaminati, è utile soffermarsi
sulla questione dell’ammontare della produzione serica del Regno di Napoli, del suo andamento generale e per aree di produzione nel periodo.
Negli anni ’80 del ’700 i riformatori napoletani indicavano la
produzione annuale in circa un milione di libbre di seta grez79
za . Nei fatti, tuttavia, più che alle cifre offerte dai riformatori,
la letteratura ha fatto riferimento, per il suo valore comparativo, ad un documento veneto della fine del XVIII secolo nel
quale sono indicati la produzione e il valore della seta prodotta
nei diversi stati italiani e in Europa, nonché le importazioni di
seta effettuate in Europa dall’Asia. Il documento, pubblicato da
80
Poni nel 1976 , fino a qualche anno fa il solo che consentisse la
comparazione dei livelli di produzione serica degli stati italiani,
attribuisce al «Regno di Sicilia» una produzione di 400.000 libbre venete, circa 375.000 libbre napoletane. L’espressione «Regno di Sicilia» è stata interpretata come relativa ai due regni di
Napoli e di Sicilia.
Di recente il documento veneto è stato riconsiderato da Battistini alla luce degli ormai numerosi studi dedicati alla sericol81
tura italiana e sulla base di fonti coeve note o inedite . Rilevato
il «grave errore di valutazione» delle autorità venete riguardo
alla produzione delle due Sicilie, l’Autore ha proposto una
nuova stima della produzione del Regno di Napoli che, però,
poggiando su un’interpretazione erronea dei dati riportati dal
Galanti, ne sottovaluta, ancora una volta, l’effettivo ammontare. Secondo tale stima all’inizio degli anni ’80 il Regno di Napoli avrebbe prodotto 1.000.000 di libbre di seta grezza, nelle
quali l’Autore ha ricompreso ben 250.000 libbre di seta in con-
79
Ad esempio, GRIMALDI 1780, p. 16.
Quantità e valore del prodotto della seta gregia in Europa calcolata a seconda delle respettive qualità a peso e valuta veneta, in PONI 1976, p. 347.
81
BATTISTINI 1997a.
80
L’andamento della produzione
245
82
trabbando . In realtà il Galanti nel 1788 indicò una produzione
di 1.100.000 libbre incluso il contrabbando, calcolato nella misura del 10% «per lo meno» del milione di libbre regolarmente
annotate. Va aggiunto per completezza che il dato indicato dal
Galanti è a sua volta il risultato di una stima effettuata sulla base di calcoli ufficiali relativi alla produzione media di un non
83
precisato decennio anteriore al 1780 . Lo stesso Galanti nel
1806, nella seconda edizione della Descrizione geografica, indicò una produzione di 1.000.000 di libbre, con la medesima av84
vertenza sull’entità del contrabbando .
I dati di produzione delle diverse province del Regno che si
sono ricostruiti confermano le cifre aggregate del Galanti. Tuttavia si può aggiungere che il livello del milione di libbre dovette episodicamente essere toccato fin dalla metà degli anni ’50,
come sembrano attestare le spedizioni calabresi e la produzione
dell’area campana e come risulta dall’ammontare della seta
grezza immessa nella Regia Dogana di Napoli o esportata nel
periodo. Si ricorre anche in questo caso ad un dato fiscale: nel
Grafico 5.5 sono rappresentate le sete soggette ad un’imposta
straordinaria di un grano a libbra introdotta nel 1750 e abolita
nel 1766, un’imposta che non colpiva le sete destinate al consumo locale calabrese né quelle prodotte da soggetti esenti da
imposte della stessa natura. Di conseguenza, poiché le sete non
rilevate si può senz’altro ritenere che ammontassero a circa
85
200.000 libbre l’anno , negli anni in cui la seta soggetta al dazio
sfiora le 800.000 libbre si può stimare una produzione vicina o
pari ad un milione di libbre di seta, sempre al netto del contrabbando.
Un’altra questione sulla quale è opportuno intrattenersi
concerne l’andamento di medio e lungo periodo della produzione serica del Mezzogiorno continentale. I dati che si sono
forniti inducono a ritenere che il Regno non rimase estraneo
alle dinamiche che contraddistinsero la sericoltura delle altre
aree italiane. Nel complesso, la produzione serica dovette
82
Ivi, p. 892.
GALANTI 1806 (I ed. 1788), t. II, pp. 483; 485n.
84
Ivi, p. 485.
85
È una stima prudente. Il Galanti nel 1788 considerava che almeno
300.000 libbre di seta sfuggissero ad analoghe rilevazioni fiscali, ibidem.
83
Capitolo V
246
all’incirca raddoppiare nell’arco di un ventennio, tra gli anni ’30
e gli anni ’50, e registrare ulteriori incrementi nel corso degli
anni ’70, giungendo a superare di gran lunga quel milione di
libbre l’anno cui era pervenuto il Galanti basandosi sulla produzione media di un decennio.
GRAF. 5.5. L’andamento della produzione serica. Seta grezza sottoposta al pagamento del «grano a libbra di seta nuovamente imposto»
(1750-1765)
900
migliaia di libbre
800
700
600
500
400
300
200
100
0
65
17
3
76
64
17
c.1
di
276
t.1
ot
2
-6
61
17
1
-6
60
17
0
-6
59
17
9
-5
58
17
8
-5
57
17
7
-5
56
17
6
-5
55
17
5
-5
54
17
4
-5
53
17
3
-5
52
17
2
-5
51
17
1
-5
50
17
anno
Fonte: elaborazione da ASN, Pandetta Nuovissima, fs. 261, f.lo 4003.
In effetti, di fronte all’incremento delle “estrazioni” calabresi alla metà del XVIII secolo (poco più di 500.000 libbre
l’anno), non si era mancato di rilevare «una certa ripresa del ciclo», ma la si era sommariamente qualificata come «un recupero
86
piuttosto che un’espansione» . I dati ricostruiti impongono di
riconsiderare tale lettura anche su di un piano comparativo.
L’espansione della produzione serica piemontese nel corso del
87
XVIII secolo non assunse ritmi così diversi da quelli che si registrarono nel Mezzogiorno (Cfr. Tabella 5.5). Analogamente,
la sericoltura lombarda tra la metà e i primi anni ’80 del ’700
subì un incremento di circa il 40%, passando da una produzio-
86
87
VISCEGLIA 1997, p. 115.
Cfr. CHICCO 1995, p. 125 e passim.
L’andamento della produzione
247
ne di 700.000 libbre piccole a circa un milione di libbre piccole
88
di seta tratta «nelle annate di abbondante raccolto» .
TABELLA 5.5. La crescita della produzione di bozzoli in Piemonte
1719-88
Anni
Bozzoli consegnati, in rubbi
(1 rubbo= kg. 9,222)
1719-21
1728-33
1735-41
1752-60
1761-70
1771-80
1781-88
192.000
247.000
260.000
391.000
470.000
509.000
443.000
µ
Variazioni
percentuali
(1719-21=100)
100
129
135
204
245
265
231
Fonte: CHICCO 1995, p. 144.
Il «declino» del Mezzogiorno, a rigore, si dovrebbe collocare nell’ultimo ventennio del secolo, quando però, è noto, anche
le altre aree di produzione serica italiane entrarono in una fase
di stagnazione. Nel decennio 1780-89 il Regno produsse, in
media, circa 850.000 libbre di seta l’anno, al netto del contrab89
bando . Una contrazione sensibile che fin dal suo primo manifestarsi, all’inizio degli anni ’80, aveva richiamato l’attenzione
90
del governo , e che tuttavia era destinata ad accentuarsi ulteriormente, come dimostra l’andamento decrescente del gettito
del grano a libbra del Conservatorio (Grafico 5.6), per una lettura critica del quale valgono le osservazioni fatte a proposito
del Grafico 5.5. Al 1802, aggregando i dati delle singole aree, la
produzione doveva toccare a malapena le 700.000 libbre.
88
MOIOLI 1982, pp. 157-158. La libbra milanese equivale a 326 grammi.
Cfr. anche BATTISTINI 1997a, p. 901.
89
ASN, AA. EE., fs. 3546, Francesco Caracciolo al Re, Napoli, 2 agosto
1790.
90
V. par. 6.1.
Capitolo V
248
migliaia di libbre
GRAF. 5.6 L’andamento della produzione serica. Seta grezza sottoposta al pagamento del “grano a libbra del Conservatorio” (1787-1796)
1000
900
800
700
600
500
400
300
200
100
0
7
-9
96
17
6
-9
95
17
5
-9
94
17
4
-9
93
17
3
-9
92
17
2
-9
91
17
1
-9
90
17
0
-9
89
17
9
-8
88
17
8
-8
87
17
anno
Fonte: elaborazione da ASN, MI, II inventario, fs. 5066, Stato delle rendite, e
Pesi del Real Conservatorio de SS.ti Filippo, e Giacomo della Nobil Arte della
Seta, Napoli, 2 agosto 1806.
Infine, le dinamiche di produzione delle diverse aree del Regno non furono uniformi. L’espansione della sericoltura non
interessò tutte le aree e, laddove fu registrata, assunse dimensioni estremamente differenziate. Si è detto delle Calabrie, della
produzione serica triplicata nella Calabria cosentina e nell’area
di Reggio e del blando coinvolgimento della provincia di Monteleone. E si è detto, ma va rimarcato, dell’eccezionale incremento che si ebbe in Terra di Lavoro, un fazzoletto di terra che
da area marginale, con le 10-15.000 libbre del primo periodo
borbonico, giunse alla fine degli anni ’80 a fornire all’incirca un
quarto dell’intera produzione regnicola, quota destinata ad accrescersi nei decenni seguenti, quando la Terra di Lavoro
garantì fino a 300.000 libbre di seta all’anno, mentre le Calabrie
segnavano il passo e apparivano ormai avviate al tramonto. Così che, a fine secolo, più che una crisi generale, sembra essersi
profilato un mutamento nella composizione per aree di produzione del prodotto meridionale.
L’andamento della produzione
249
In questo quadro marcatamente diversificato, la generalizzante categoria “Mezzogiorno” appare inadeguata e a tratti
fuorviante ai fini di una corretta analisi e comprensione delle
vicende della sericoltura meridionale. Di fatto, il solo elemento
certamente comune alle aree seriche del Mezzogiorno era il carico fiscale, il “peso” degli Arrendamenti. Ma, a parità di «vessazioni» e «soprusi», le dinamiche di produzione, le condizioni
e le risposte delle diverse aree furono ben diverse. Di qui, peraltro, anche una nuova conferma della riduttività della tesi che
riconduce il declino della sericoltura del Mezzogiorno all’arretratezza e al peso del sistema degli Arrendamenti.
TABELLA 5.6. Spedizioni di seta grezza dalle Calabrie per aree di produzione (1734-1792) (in libbre)
Anno
1734-35
1735-36
1736-37
1737-38
1738-39
1739-40
1740-41
1741-42
1742-43
1743-44
1744-45
1745-46
1746-47
1747-48
1748-49
1749-50
1750-51
1751-52
1752-53
1753-54
1754-55
1755-56
1756-57
1757-58
1758-59
1759-60
Calabria
Citra
132.420
145.395
Calabria
Ultra
186.140
160.603
153.053
Paraggio di
Reggio
181.494
163.180
313.914
308.575
221.685
194.436
171.668
407.825
355.039
324.721
Totale
147.308
138.838
145.875
156.316
128.335
18.011
41.693
48.158
345.317
315.331
163.886
139.771
184.853
192.373
178.027
170.990
159.476
253.951
227.725
227.325
307.725
272.801
169.121
164.547
186.946
167.553
148.701
206.326
204.362
150.636
245.790
3.886
78.181
54.115
37.123
32.780
37.588
76.288
60.761
71.057
76.601
416.458
432.155
411.035
402.096
371.323
345.765
536.565
492.848
449.018
630.116
295.124
350.589
288.189
262.859
239.642
246.409
186.950
199.324
79.799
82.727
81.586
74.929
614.565
679.725
556.725
537.112
250
TABELLA 5.6. (continua)
1760-61
1761-62
344.349
1762-63
297.862
1763-64
205.553
1764-65
313.207
1765-66
1766-67
1767-68
296.939
1768-69
347.676
1769-70
1770-71
276.108
1771-72
272.129
1772-73
195.968
1773-74
385.013
1774-75
1775-76
291.733
1776-77
361.357
1777-78
308.117
1778-79
1779-80
423.034
1780-81
322.578
1781-82
1782-83
337.592
1783-84
345.217
1784-85
281.306
1785-86
1786-87
1787-88
166.933
1788-89
303.710
1789-90
402.284
1790-91
267.718
1791-92
259.313
1792-93
265.294
Capitolo V
231.582
209.827
158.477
215.595
72.160
68.983
66.629
56.953
648.091
576.672
430.659
585.755
169.491
210.319
62.844
82.919
529.274
640.914
133.194
111.217
104.277
217.412
89.502
84.903
61.773
100.288
498.804
468.249
362.018
702.713
163.760
186.416
169.998
97.163
106.432
103.881
552.656
654.203
581.996
221.436
138.141
110.436
95.915
754.906
556.634
177.282
157.851
103.422
89.537
96.639
74.017
604.411
599.707
458.745
122.919
133.406
205.128
123.805
155.147
97.978
73.419
91.313
94.945
89.922
88.068
75.893
363.271
528.429
702.357
481.445
502.528
439.165
Fonte: ASN, RCS, Notamenti, II ruota (d’ora in poi Notam.), voll. 365-370
(1734-39); ASN, Arrendamenti (d’ora in poi Arrend.), f.li 2205; 2207; 2211
(1741-43); ivi, f.li 2214-15; 2218 (1745-47); Notam., voll. 379-380 (1748-49);
Arrend., f.lo 2221 (1750); Notam., vol. 382 (1751); Arrend., f.li 2225; 2226;
2229; 2231-33; 2237; 2239 (1752-59); ivi, f.li 2244; 2246; 2249; 2251 (1761-65);
ivi, f.lo 2258 (1767); Notam., vol. 398 (1768); ivi, voll. 399-401 (1770-72); Arrend., f.lo 2267 (1773); Notam., vol. 404 (1775); Arrend., f.li 2271-73 (177677); ivi, f.lo 2278 (1779); Notam., vol. 407 (1780); Arrend., f.lo 2279 (1782);
Notam., voll. 410; 414 (1783-84); Arrend., f.li 2286; 2289 (1787-88); ivi, f.li
2305-07 (1790-92).
L’andamento della produzione
251
TABELLA 5.7. Spedizioni di seta grezza dalle Calabrie per aree di produzione (1741-1792). Contributo percentuale di ciascuna area e numeri indice su base 1741-42*
Anno
1741-42
1742-43
1743-44
1744-45
1745-46
1746-47
1747-48
1748-49
1749-50
1750-51
1751-52
1752-53
1753-54
1754-55
1755-56
1756-57
1757-58
1758-59
1759-60
1760-61
1761-62
1762-63
1763-64
1764-65
1765-66
1766-67
1767-68
1768-69
1769-70
1770-71
1771-72
1772-73
1773-74
1774-75
1775-76
1776-77
1777-78
Calabria Citra Calabria Ultra
% sul
totale
42.7
44.0
89.0
33.5
43.6
46.8
44.3
46.0
46.1
47.3
46.2
50.6
48.8
48.0
51.6
51.8
49.0
53.1
51.6
47.7
53.5
56.1
54.3
55.4
58.1
54.2
54.8
52.8
55.2
52.9
Reggio
Totale
Indice
% sul
Indice
totale
% sul
totale
Indice
Indice
100.0
94.2
99.0
94.9
125.5
130.6
120.8
116.1
108.3
172.4
154.6
154.3
208.9
200.3
238.0
195.6
178.4
233.8
202.2
139.5
212.6
201.6
236.0
187.4
184.7
133.0
261.4
198.0
245.3
209.2
45.2
40.7
11.0
65.5
39.9
40.0
46.5
45.1
43.0
38.5
41.5
33.6
39.0
39.0
36.2
33.6
37.1
35.7
36.4
36.8
36.8
32.0
32.8
26.7
23.8
28.8
30.9
29.6
28.5
29.2
12.1
15.3
0.0
1.0
16.5
13.2
9.2
8.9
10.9
14.2
12.3
15.8
12.2
13.0
12.2
14.6
13.9
11.2
12.0
15.5
9.7
11.9
12.9
17.9
18.1
17.0
14.3
17.6
16.3
17.9
100.0
115.5
0.0
9.3
187.5
129.8
89.0
78.6
90.1
183.0
145.7
170.4
183.7
191.4
198.4
195.7
179.7
173.1
165.4
159.8
136.6
150.7
198.9
214.7
203.6
148.2
240.5
233.0
255.3
249.2
100.0
91.3
47.5
120.6
125.1
119.0
116.4
107.5
100.1
155.4
142.7
130.0
182.5
178.0
196.8
161.2
155.5
187.7
167.0
124.7
169.6
153.3
185.6
144.4
135.6
104.8
203.5
160.0
189.4
168.5
100.0
82.1
11.5
174.5
108.2
105.3
119.6
107.2
95.1
132.0
130.7
96.4
157.2
153.3
157.6
119.6
127.5
148.1
134.2
101.4
137.9
108.4
134.5
85.2
71.1
66.7
139.1
104.8
119.3
108.7
252
TABELLA 5.7. (continua)
1778-79
1779-80
56.0 287.2
1780-81
58.0 219.0
1781-82
1782-83
55.9 229.2
1783-84
57.6 234.3
1784-85
61.3
191
1785-86
1786-87
1787-88
46.0 113.3
1788-89
57.5 206.2
1789-90
57.3 273.1
1790-91
55.6 181.7
1791-92
51.6 176.0
1792-93
60.4 180.1
Capitolo V
29.3
24.8
29.3
26.3
22.6
33.8
25.2
29.2
25.7
30.9
22.3
141.7
88.4
113.4
101.0
66.2
78.6
85.3
131.2
79.2
99.2
62.7
14.7
17.2
14.8
16.1
16.1
20.2
17.3
13.5
18.7
17.5
17.3
264.9
230.0
214.7
231.8
177.5
176.1
219.0
227.7
215.7
211.2
182.0
218.6
161.2
175.0
173.7
132.8
105.2
153.0
203.4
139.4
145.5
127.2
* Il 1741-42, l’anno base, è il primo per cui la documentazione restituisce una
voce separata per le sete spedite dal paraggio di Reggio. È un anno medio, nel
senso che la seta commercializzata in quell’anno (345.317 libbre) è di poco superiore a quella commercializzata in media nei 7 anni precedenti (343.378 libbre).
Fonte: elaborazione dalle fonti citate alla Tabella 5.6.
Località
Reggio
Bagnara
Fiumara di Muro
S.Lorenzo
Motta San Giovanni
S.Ruberto
Roccaforte della Baronea
Condofuri della Baronea
[Tot. «Stato di Bagnara»]
Scilla
Calanna
S. Giuseppe
S.Stefano
Laganadi
S. Alessio
[Tot. Scilla e Stato di Calanna]
S.Agata e suoi casali
Sambatello
Cardeto
Bova e casale di Africo
Montebello
Pentidattilo
Brancaleone
Bruzzano
Palizzi
Mussorofà
Totale
1761
50.596
292
4.040
1.073
1.531
690
372
405
[8.403]
1788
691
793
598
423
253
[4.546]
1.831
2.510
688
543
1.165
1.393
837
603
313
73.428
1760
46.297
338
4.744
880
904
506
174
311
[7.857]
1.639
644
750
565
387
213
[4.198]
2.352
2.168
442
397
582
910
649
451
202
66.505
73.330
1762
52.439
297
3.636
1.195
984
615
423
440
[7.590]
1515
695
744
454
408
293
[4.109]
3.043
2.486
621
405
1.011
704
409
307
206
68.033
1763
50.165
127
3740
716
1.146
651
287
255
[6.922]
1.213
545
812
264
246
230
[3.310]
2.229
2.010
365
395
402
1.490
324
262
159
1764
41.170
229
4.152
925
1.212
611
532
443
[8.104]
1.365
549
817
271
248
257
[3.507]
1.940
2.289
391
415
441
1.566
330
260
190
729
61.332
1765
40.048
261
3.394
1.116
1.163
685
282
220
[7.121]
1.058
423
805
167
192
191
[2.836]
1.601
2.849
324
300
534
879
341
450
332
685
58.300
73.874
1766
50.105
339
4.170
1.644
1.433
866
672
420
[9.544]
1.373
629
1.015
503
280
301
[4.101]
2.635
2909
501
546
1.173
1.003
465
381
511
68.983
1767
48.307
165
4.058
1.524
1.281
789
558
293
[8.668]
1.051
630
1.004
542
268
306
[3.801]
2.209
2.257
409
500
1.044
816
397
304
271
TABELLA 5.8. Distribuzione della produzione serica nel paraggio di Reggio (1760-1783)
86.499
1768
61.134
416
4.371
1.975
1.396
840
660
517
[10.175]
1.755
752
1.100
642
334
419
[5.002]
2.457
2.364
464
685
1.591
1.127
579
407
514
1770
59.315
144
7.984
1.384
1.309
740
649
411
[12.621]
2.020
1.021
1.227
1.515
614
630
[7.027]
3.664
4.244
1.002
833
1.039
1.585
805
610
186
92.931
1769
57.638
208
7.329
1.310
1.403
695
601
156
[11.702]
2.019
881
840
1.745
730
628
[6.843]
3.407
3.927
1.000
696
1.097
1.560
1.077
763
295
90.005
82.974
1771
53.036
216
7.143
1.465
949
528
462
265
[11.028]
2.119
1.103
1.371
1.000
621
606
[6.820]
3.272
3.074
891
804
987
1.456
754
592
260
62.697
1772
42.024
67
5.391
715
457
431
274
226
[7.561]
2.963
644
638
571
497
535
[5.848]
2.019
2.077
390
572
427
570
528
583
98
100.784
1773
67.021
149
8.095
1.300
1.039
646
603
314
[12.146]
3.007
1.065
1.341
1.170
712
720
[8.015]
3.639
4.086
810
978
1.025
1.034
831
872
327
70.012
1774
43.018
208
4.125
633
572
512
293
250
[6.593]
4.458
1.489
1.980
794
707
648
[10.076]
3.266
2.012
677
457
657
1.069
811
1.006
370
1775
64.180
228
6.321
1.230
1.294
610
356
415
[10.454]
5.426
1.931
2.175
1.075
906
875
[12.388]
3.781
2.869
835
780
786
632
793
233
1.192
98.923
1776
68.422
251
7.066
1.249
1.139
640
257
337
[10.939]
5623
2.331
2801
867
849
882
[13.353]
3.844
4.272
773
720
913
1.069
1.010
1.253
306
1.856
108.730
1783
61.913
170
7.527
1.926
1.897
535
509
367
[12.931]
3.479
2.442
2.416
1.569
997
877
[11.780]
4.735
3.855
1.369
1.523
961
1.167
869
431
2.146
103.680
1782
57.694
253
5.971
1.798
1.781
558
509
459
[11.329]
4.640
2.518
2.447
1.856
881
931
[13.273]
4.554
3.916
1.343
1.262
780
1.121
805
417
1.861
98.355
# Negli anni 1770-75, «Brancaleone e Staiti».
Fonte: ASN, Pandetta miscellanea, fs. 98, f.lo 6. Per gli anni 1782 e 1783, ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’amministratore
delle Dogane Pietro Musitano al principe di Cimitile, Reggio, 24 ottobre 1783.
Località
Reggio
Bagnara
Fiumara di Muro
S. Lorenzo
Motta S. Giovanni
S. Ruberto
Roccaforte della Baronea
Condofuri della Baronea
[Tot. «Stato di Bagnara»]
Scilla
Calanna
S. Giuseppe
S. Stefano
Laganadi.
S. Alesio
[Tot. «Stato di Scilla»]
S. Agata e suoi casali
Sambatello
Cardeto
Bova e casale di Africo
Montebello
Pentidattilo
Brancaleone#
Bruzzano
Palizzi
Melito
Totale
TABELLA 5.8 (continua)
0
50
100
150
200
250
300
350
400
450
500
550
600
650
700
750
3
175
0
175
7
174
4
174
1
174
8
173
5
173
2
173
9
172
6
172
3
172
0
172
7
171
anno
9
178
6
178
3
178
0
178
7
177
4
177
1
177
8
176
5
176
2
176
9
175
6
175
Fonte: elaborazione da Di Vittorio 1973, p. 232 (anni 1717-33); ASN, RCS, Notamenti, II ruota, (d’ora in poi Notam.), voll. 365-370
(1734-39); ASN, Arrendamenti (d’ora in poi Arrend.), f.li 2205; 2207; 2211 (1741-43); ivi, f.li 2214-15; 2218 (1745-47); Notam., voll.
379-380 (1748-49); Arrend., f.lo 2221 (1750); Notam., vol. 382 (1751); Arrend., f.li 2225; 2226; 2229; 2231-33; 2237; 2239 (1752-59); ivi, f.li 2244; 2246; 2249; 2251 (1761-65); ivi, f.lo 2258 (1767); Notam., vol. 398 (1768); ivi, voll. 399-401 (1770-72); Arrend., f.lo 2267
(1773); Notam., vol. 404 (1775); Arrend., f.li 2271-73 (1776-77); ivi, f.lo 2278 (1779); Notam., vol. 407 (1780); Arrend., f.lo 2279
(1782); Notam., voll. 410; 414 (1783-84); Arrend., f.li 2286; 2289 (1787-88); ivi, f.li 2305-07 (1790-92).
migliaia di libbre
800
GRAF. 5.7. Spedizioni di seta grezza dalle Calabrie (1717-1792)
2
179
0
50
100
150
200
250
300
350
400
450
17
41
17
43
17
45
17
47
17
49
17
51
17
53
17
55
17
57
17
59
17
61
17
63
anno
17
65
17
67
17
69
17
71
17
73
17
75
17
77
GRAF. 5.8. Spedizioni di seta grezza dalla Calabria Citra (1741-1792)
17
79
17
81
17
83
17
85
17
87
17
89
17
91
Fonte: ASN, Arrendamenti (d’ora in poi Arrend.), f.li 2205; 2207; 2211 (1741-43); ivi, f.li 2214-15; 2218 (1745-47); ASN, RCS, Notamenti, II ruota (d’ora in poi Notam.), voll. 379-380 (1748-49); Arrend., f.lo 2221 (1750); Notam., vol. 382 (1751); Arrend., f.li 2225;
2226; 2229; 2231-33; 2237; 2239 (1752-59); ivi, f.li 2244; 2246; 2249; 2251 (1761-65); ivi, f.lo 2258 (1767); Notam., vol. 398 (1768); ivi,
voll. 399-401 (1770-72); Arrend., f.lo 2267 (1773); Notam., vol. 404 (1775); Arrend., f.li 2271-73 (1776-77); ivi, f.lo 2278 (1779); Notam.,
vol. 407 (1780); Arrend., f.lo 2279 (1782); Notam., voll. 410; 414 (1783-84); Arrend., f.li 2286; 2289 (1787-88); ivi, f.li 2305-07 (1790-92).
migliaia di libbre
0
50
100
150
200
250
300
350
400
450
17
41
17
43
17
45
17
47
17
49
17
51
17
53
17
55
17
57
17
59
17
61
17
63
17
67
an n o
17
65
17
69
17
71
17
73
17
75
17
77
17
79
GRAF. 5.9. Spedizioni di seta grezza dalla Calabria Ultra (1741-1792)
17
81
17
83
17
85
17
87
17
89
17
91
Fonte: ASN, Arrendamenti (d’ora in poi Arrend.), f.li 2205; 2207; 2211 (1741-43); ivi, f.li 2214-15; 2218 (1745-47); ASN, RCS, Notamenti, II ruota (d’ora in poi Notam.), voll. 379-380 (1748-49); Arrend., f.lo 2221 (1750); Notam., vol. 382 (1751); Arrend., f.li 2225; 2226;
2229; 2231-33; 2237; 2239 (1752-59); ivi, f.li 2244; 2246; 2249; 2251 (1761-65); ivi, f.lo 2258 (1767); Notam., vol. 398 (1768); ivi, voll. 399401 (1770-72); Arrend., f.lo 2267 (1773); Notam., vol. 404 (1775); Arrend., f.li 2271-73 (1776-77); ivi, f.lo 2278 (1779); Notam., vol. 407
(1780); Arrend., f.lo 2279 (1782); Notam., voll. 410; 414 (1783-84); Arrend., f.li 2286; 2289 (1787-88); ivi, f.li 2305-07 (1790-92).gina
migliaia di libbre
0
50
100
150
200
250
300
350
400
1767
1765
1763
1761
1759
1757
1755
1753
1751
1749
1747
1745
1743
1741
anno
1789
1787
1785
1783
1781
1779
1777
1775
1773
1771
1769
Fonte: ASN, Arrendamenti (d’ora in poi Arrend.), f.li 2205; 2207; 2211 (1741-43); ivi, f.li 2214-15; 2218 (1745-47); ASN, RCS, Notamenti, II ruota (d’ora in poi Notam.), voll. 379-380 (1748-49); Arrend., f.lo 2221 (1750); Notam., vol. 382 (1751); Arrend., f.li 2225;
2226; 2229; 2231-33; 2237; 2239 (1752-59); ivi, f.li 2244; 2246; 2249; 2251 (1761-65); ivi, f.lo 2258 (1767); Notam., vol. 398 (1768); ivi,
voll. 399-401 (1770-72); Arrend., f.lo 2267 (1773); Notam., vol. 404 (1775); Arrend., f.li 2271-73 (1776-77); ivi, f.lo 2278 (1779); Notam.,
vol. 407 (1780); Arrend., f.lo 2279 (1782); Notam., voll. 410; 414 (1783-84); Arrend., f.li 2286; 2289 (1787-88); ivi, f.li 2305-07 (1790-92).
migliaia di libbre
450
GRAF. 5.10. Spedizioni di seta grezza dal paraggio di Reggio (1741-1792)
1791
0
50
100
150
200
250
300
350
400
450
anno
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
17
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
1
41 743 745 747 749 751 753 755 757 759 761 763 765 767 769 771 773 775 777 779 781 783 785 787 789 791
Paraggio di Reggio
Calabria Ultra
Calabria Citra
GRAF. 5.11. Spedizioni di seta grezza dalle Calabrie per aree di produzione. Medie mobili quinquennali (1740-1792)
Fonte: elaborazione da ASN, Arrendamenti (d’ora in poi Arrend.), f.li 2205; 2207; 2211 (1741-43); ivi, f.li 2214-15; 2218 (1745-47); ASN,
RCS, Notamenti, II ruota, (d’ora in poi Notam.), voll. 379-380 (1748-49); Arrend., f.lo 2221 (1750); Notam., vol. 382 (1751); Arrend., f.li
2225; 2226; 2229; 2231-33; 2237; 2239 (1752-59); ivi, f.li 2244, 2246, 2249, 2251 (1761-65); ivi, f.lo 2258 (1767); Notam., vol. 398 (1768); ivi,
voll. 399-401 (1770-72); Arrend., f.lo 2267 (1773); Notam., vol. 404 (1775); Arrend., f.li 2271-73 (1776-77); ivi, f.lo 2278 (1779); Notam., vol.
407 (1780); Arrend., f.lo 2279 (1782); Notam., voll. 410; 414 (1783-84); Arrend., f.li 2286 e 2289 (1787-88); ivi, f.li 2305-07 (1790-92).
migliaia di libbre
Capitolo VI
L’organizzazione del commercio
1. La regolamentazione
1
Il commercio della seta grezza era regolato da un complesso
di norme rivolte ad assicurare l’esazione dei dazi di produzione
e ad impedire il contrabbando. I Regi Compratori erano i soli
autorizzati ad acquistare seta grezza nei luoghi di produzione.
La relativa licenza si otteneva di anno in anno avanzandone
formale richiesta all’appaltatore dell’Arrendamento che era obbligato a rilasciarla gratuitamente a chiunque gliene facesse domanda. In realtà, in alcune province gli appaltatori esigevano un
2
“diritto” di concessione della licenza che si sommava a quelli
legalmente pretesi dai Percettori e dai Credenzieri dei fondaci
3
delle sete . Ma non si trattava di esborsi tanto onerosi da prefigurare significative barriere all’entrata.
Ottenuta la licenza, i Regi Compratori non potevano acquistare seta fino all’apertura ufficiale delle contrattazioni, che era
decretata dall’appaltatore al termine della trattura e dopo la
compilazione dei registri in cui erano annotate le sete “nate”
nella stagione secondo i rispettivi luoghi di produzione. Una
volta aperte le contrattazioni, i Regi Compratori erano tenuti a
comunicare all’appaltatore gli acquisti effettuati perché questi
potesse provvedere a registrarli “in discarico” al venditore e “in
carico” all’acquirente, sul quale si trasferiva, con la seta, l’ob1
Il mercato degli scarti meriterebbe una trattazione specifica che la documentazione esaminata non consente di svolgere in modo soddisfacente.
2
Ad esempio, in Abruzzo per la licenza di Regio Compratore l’Arrendamento esigeva 2 carlini, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 52.
3
Il Percettore del Regio Fondaco delle sete di Reggio esigeva 41 carlini dai
Regi Compratori di Reggio e 1 carlino da quelli del paraggio. Il Percettore di
Cosenza esigeva 10 carlini a licenza, ASN, Pandetta nuova seconda, fs. 120,
f.lo 4. Un esemplare di licenza in ASN, Archivi privati, Archivio Sanseverino
di Bisignano, Miscellanea, fs. 366.
262
Capitolo VI
bligo di ottemperare al versamento del dazio. Inoltre, quando i
Regi Compratori intendevano “estrarre” la seta al di fuori del
ripartimento fiscale dovevano fornire anche idonea «plegeria»,
4
farsi cioè garanti dell’esecuzione della spedizione , ed ottenere il
5
«responsale» , una sorta di certificato su cui erano annotati gli
estremi della spedizione: il nome del Regio Compratore e del
destinatario, il mezzo di trasporto, il peso e il numero di balle o
fagotti di seta spediti. Analogo certificato accompagnava la
merce e garantiva la legalità della spedizione.
La seta grezza prodotta nelle Calabrie e nelle altre province
del Regno e non impiegata nell’industria locale doveva essere
obbligatoriamente spedita ed immessa nella Regia Dogana di
Napoli o in quella di Cava de’ Tirreni. Intorno a tale obbligo,
introdotto alla fine del XVI secolo, si era andato strutturando il
regime commerciale della seta in vigore nel ’700. È dunque opportuno richiamarne le antiche origini e accennare agli sviluppi
che la normativa aveva subito nel tempo.
La corporazione napoletana tra XV e XVII secolo aveva
condotto una lotta senza quartiere contro la diffusione nel Regno della lavorazione della seta. Aveva dovuto cedere soltanto
in due casi, o meglio, soccombere di fronte a due privilegi altrettanto solidi quanto quello napoletano, goduti dalle città di
Catanzaro e di Cava de’ Tirreni. Due privilegi assai diversi. Catanzaro era stata «la prima città calabra, e per più secoli l’unica
6
a lavorar seta nei continentali domini», forse fin dall’XI secolo .
4
L’ufficio di «cautum est ò sia di Mastrodattia delle seti delle Calabrie»
aveva «l’incombenza di prendere idonea, e sussistente Plegeria per le Seti che
si estraggono dalle Province di Calabria per immetterle, ne luoghi, e Terre per
dove l’estraenti avran domandata l’estrazzione spedendone il Mandato
d’estrazzione, prefiggendo all’estraente opportuno e congruo termine secondo sarà la distanza del luogo ove vorranno immetterle di portarne fede
dell’immissione sotto pena d’intercetto». L’ufficio, concesso con Real Cedola
del 22 luglio del 1666 ad Ottavio Costa, apparteneva nel 1752 al dottor Giovan Carlo Costa, con la facoltà di nominare suoi sostituti nelle località «ove
sono officiali ordinarj delle Gabelle delle Seti», ASN, RCS, Consulte, vol.
227, ff. 47v-49v.
5
«Responsali» erano denominate tutte le «polizze della dogana, dove è
notata la persona che ha spedito la merce, la qualità di essa e quello che ha pagato», GALANTI 1794, t. II, p. 447.
6
L. GRIMALDI 1845, p. 45.
L’organizzazione del commercio
263
Così, quando nel 1488, allo scopo di favorire la giovane industria napoletana, fu vietata la lavorazione della seta nel resto del
7
Regno , l’industria catanzarese, in particolare quella dei velluti,
fu espressamente esentata dal divieto e, nel 1519, poté dotarsi di
un proprio Consolato. Ma la storia dell’industria di Catanzaro,
nelle sue linee essenziali, è nota, sebbene manchino studi esau8
rienti sotto il profilo storico economico .
Dell’industria di Cava de’ Tirreni, invece, per tutta l’età moderna, si conosce ben poco: che nel XV secolo l’arte della seta
era fiorentissima, che ancora nel secolo successivo si potevano
contare numerose famiglie impegnate nella filatura e nella tessitura della seta, ed infine che nel Sei-Settecento l’industria cavese
9
partecipò al generale processo di decadenza del settore .
La difficoltà di definire la natura e la consistenza
dell’industria cavese discende dalla indeterminatezza che accompagnò fin dalle origini il diritto di Cava ad esercitare
l’industria della seta e dal fatto che Cava, al pari di Napoli, era
città privilegiata, anche sul piano fiscale, e dunque sfuggiva, in
quanto esente, alle rilevazioni doganali. Allo stato ci si deve limitare ad ipotizzare che proprio la condizione di cittadini privilegiati permise ai cavesi di esercitare l’industria serica, malgrado le disposizioni di legge e gli attacchi della corporazione
napoletana. Sul piano strettamente giuridico, infatti, la lavorazione della seta era loro preclusa. Il divieto di filare e tessere seta fuori dalla città di Napoli e suoi borghi stabilito nel 1488,
con la sola eccezione di Catanzaro «per i velluti tantum», fu poi
10
più volte ribadito almeno fino al 1647 , benché, di fatto, la filatura e in misura minore la tessitura si esercitassero anche in altre località del Regno, come la reiterazione del divieto indiret11
tamente testimonia .
7
La Lettera di Gioviano Pontano del 5 maggio 1488 «vole et comanda,
che da qua avante non sia persona alcuna che presuma fare la dicta Arte in
altro loco che in la dicta Cità de Napoli», in TESCIONE 1933, p. 28.
8
Oltre ai citati Studi statistici di Luigi Grimaldi, si vogliono ricordare
MARINCOLA SAN FLORO 1874 e LUPI LONGO 1967.
9
POLVERINO 1716; TESCIONE 1932; APICELLA 1964; GRAVAGNUOLO
1994; PISAPIA 2000.
10
Capitoli della così detta rivoluzione di Masaniello, Napoli, 12 settembre
1647, in TESCIONE 1933, pp. 56-67.
11
Nel 1555 fu respinta la domanda della città di Cosenza di poter istituire
264
Capitolo VI
L’efficacia spiegata dalla proibizione appare dunque assai
dubbia. Nel 1586 l’Arte della Seta di Napoli intentò una causa
contro i cavesi accusandoli di non rispettare il diritto esclusivo
della capitale. L’esito del processo, ancora in corso nel 1615,
non è noto, ma di certo fu scorporata la posizione dei filatori,
sull’assunto che il divieto del 1488 concernesse la sola tessitura.
In merito all’entità dell’infrazione, l’arrendatore della Dogana
di Napoli, nel riferire che i drappi prodotti dai tessitori cavesi
erano venduti in loco a mercanti stranieri che poi li smerciavano nel Regno e all’estero, stimò che a Cava si lavorassero
80.000 libbre di seta all’anno, di cui 20.000 provenienti dalle
12
Puglie .
Nella seconda metà del XVII secolo sembra che il rapporto
tra l’industria di Napoli e quella di Cava abbia subito un’evoluun proprio Consolato, richiesta sostenuta con la motivazione che «di tanto
tempo che non è memoria de homo in contrario se have in la città prefata de
Cosenza et soi casali soluti tessere seta, et da certi anni in cqua si è ditta arte
incommenzata ad aumentare», cit. in GALASSO 1967, p. 209. Negli anni ’80
del XVI secolo, su istanza dei consoli dell’Arte di Napoli, furono inviati ufficiali del fisco in Principato Citra, Principato Ultra e Calabria a stanare «gli
esercitanti l’arte della seta» contro i privilegi e i capitoli della corporazione
napoletana: in quella circostanza fu accertata la presenza di filatori e/o tessitori a Torre del Greco, Siano, Costa d’Amalfi, Cosenza e, naturalmente, a Cava,
ASN, Pandetta nuova seconda, fs. 188, f.lo 14. La Prammatica XXXIV De
extractione seu exportatione animalium, auri, argenti, et aliorum prohibita del
22 ottobre 1641 cita, tra i «Luoghi del presente regno, ne’ quali vi sono telai,
filatorj, tinte, ed altre manifatture di sete», Sanseverino, Reggio, Monteleone,
Cava e la Costa d’Amalfi. Sembra che la città di Reggio nel 1612 avesse ottenuto il privilegio di tessere seta, JANNUCCI 1767-69, parte II, p. 297; SPANO’BOLANI 1891, p. 58. Sulla lavorazione della seta nell’alta valle del Calore tra
XVI e XVII secolo si veda PASSARO 2000.
12
ASN, Pandetta nuova seconda, fs. 188, f.lo 14. Nel 1597 Cava ottenne il
regio assenso su alcuni capitoli che in parte integravano le norme introdotte
dodici anni prima per regolamentare «l’arte de le opere bianche», e che però
contenevano anche alcune disposizioni «per lo bono regimento de l’arte de
filati et seta, et de seta absoluta», disposizioni prevalentemente relative alla
filatura ma anche alla lavorazione di «trene et passamani». Vi si stabiliva, inoltre, che i quattro «huomini experti» che il sindaco e gli Eletti eleggevano ogni
anno «per lo governo dell’arte del’opere bianche» dovessero occuparsi anche
delle attività di lavorazione della seta e che due di essi sarebbero stati scelti tra
gli «artisti del opera de filati et seta, et di seta absoluta», riportato in ABIGNENTE 1886, pp. XXXIX-XLIV.
L’organizzazione del commercio
265
zione se è vero che «i mercanti [napoletani] continua[va]no a
spostare la tessitura di stoffe meno pregiate fuori dalla città ed
13
in particolare a Cava» . Mentre è accertato che nella prima
metà del ’700 i napoletani ricorrevano all’industria di Cava per
la filatura di una parte della seta grezza immessa nella capitale
che, una volta restituita, era sottoposta a Napoli alle successi14
ve fasi della lavorazione . Soltanto nel 1755 vi fu stabilito un
15
Consolato . In definitiva, per quanto in frequente conflitto
con la capitale almeno fino alla metà del XVII secolo, la lavorazione della seta fu sempre praticata, e ciò spiega perché nel
13
RAGOSTA PORTIOLI 1999, p. 353.
Nelle Istruzioni, che dovranno osservare li magnifici Sostituti Credenzieri del Regio Arrendamento delle Sete di Calabria, e sue imposizioni della
Città della Cava, datate Napoli, 24 maggio 1751, all’articolo XV si disponeva
che gli ufficiali dovessero «tenere conto chiaro, lucido e distinto delle sete,
che da questa Regia Doana di Napoli si mandano a lavorare in essa Città della
Cava, registrando li responsali de’ prestiti di dette sete con la sua giornata,
nome, e cognome del mercante, seu filatoraro che l’ave prese a lavorare, tempo prescrittoli al detto lavoro, e ritorno delle medesime in Napoli, [...] avvertendo di riconoscerle subito al di loro arrivo, e riscontrarne il peso prima di dispensarsi alle Maestre, e ponersi in filatorio a lavoro, delle quali partite di sete,
ne dovranno mandare mese per mese altro bilancio in potere del magnifico razionale una con quelle partite che saranno finite di lavorarsi, e ritornate in Napoli, descrivendo la giornata del di loro ritorno, seu partenza dalla Città della
Cava per questa di Napoli», ASN, Pandetta miscellanea, fs. 98, f.lo 1, f. 79.
15
ASN, Pandetta Vassallo, fs. 24, f.lo 18. Il dispaccio regio che ordina «la
Creazione de Consoli della Nobil Arte della Seta della Città della Cava», al
fine dichiarato di regolamentare e controllare un’industria esercitata, fino ad
allora, liberamente, porta la data del 9 agosto 1755. Il dispaccio è allegato allo
«Statuto per la Città della Cava», diviso in due sezioni, una rivolta alla regolamentazione interna della istituenda corporazione (elezione dei consoli, iscrizione alla corporazione degli artigiani già attivi, nuove immatricolazioni,
pene per i trasgressori, ecc.), l’altra relativa alle norme di lavorazione dei tessuti. Pur rimandando alla medesima fonte l’istituzione della corporazione è
fissata al 1741 in RAGOSTA PORTIOLI 1999, p. 353. Dal catasto onciario di
Cava de’ Tirreni, redatto tra il 1752 e il 1754, risultano 132 addetti alla tessitura di seta, galloni e lacci tra maestri e lavoranti, quasi tutti localizzati nel quartiere di Sant’Auditore; e 30 filatorari con 12 lavoranti, tra Sant’Auditore e
Passiano, su una popolazione attiva di 4.984 individui e un totale di oltre
15.200 abitanti, TAGLÈ 1978, pp. 223; 229.
14
266
Capitolo VI
’700, oltre che a Napoli, anche a Cava era consentito immette16
re seta grezza .
A partire dalla metà del ’700, come si dirà, la facoltà di lavorare la seta fu estesa alle Calabrie e ciò permise lo sviluppo di
una modesta industria serica in diverse località – Paola, Rogliano, Cosenza, Palmi, Reggio e Monteleone – in alcune delle quali, peraltro, sembra che la lavorazione non fosse mai stata del
17
tutto abbandonata . Anche la filatura si svolgeva per lo più nei
confini dell’industria urbana, a Napoli, Catanzaro e Cava fino
alla metà del ’700 e poi anche nei centri calabresi citati. Con la
rimarchevole eccezione della penisola sorrentina, verso la quale
i mercanti e i fabbricanti napoletani inviavano parte della seta
grezza acquistata nel Regno perché fosse filata e poi reintrodot18
ta nella capitale .
Le origini dell’obbligo d’immissione a Napoli e a Cava de’
Tirreni della seta grezza – o, secondo la definizione coeva, «seta
sana» – prodotta nelle province risalgono probabilmente al
1580, alla «concordia» allora suggellata tra la Regia Corte e
l’Arte della Seta della capitale che pose fine ad una disputa intorno alla percezione dell’imposta di un carlino a libbra
19
sull’«extractione di seta per extra regnum» in vigore dal 1555 .
16
Non è possibile al momento stimare la dimensione dell’industria cavese.
Al 1786 erano attivi 150 telai per un consumo di 9.000 libbre di seta l’anno
(GALANTI 1793, t. I, p. 168), ma sembra fosse in corso una congiuntura negativa indotta dall’abolizione, nel 1778, di un dazio sui manufatti prodotti a
Napoli – il dazio del minuto o minutillo – ritenuto particolarmente gravoso
soprattutto dai mercanti stranieri. L’abolizione del dazio avrebbe reso più
convenienti i tessuti napoletani, distraendo la domanda dalle meno pregiate
produzioni cavesi, GALANTI 1794, t. II, p. 360. Il declino dell’industria cavese
è rilevato anche dal Giustiniani: «le manifatture di seta son pure in pregio, ma
molto decadute da quelle, ch’erano un tempo», GIUSTINIANI 1797-1805, t. III
(1797), p. 406.
17
Palmi, in realtà, aveva ottenuto «il privilegio dell’arte della seta e della
lana» fin dal 1735, grazie alla «divozione dimostrata» dai suoi abitanti al Borbone che, diretto a Palermo per l’incoronazione, aveva dimorato alcuni giorni
nella cittadina calabrese, DE SALVO 1899, p. 229.
18
Nel 1746 furono inviate da Napoli a Piano di Sorrento oltre 90.000 libbre di seta grezza prodotta in Terra di Lavoro e nelle Calabrie, ASN, Pandetta nuovissima, fs. 2822, f.lo 65604; ASN, RCS, Dipendenze, II serie, fs. 85,
f.lo 107.
19
ASN, RCS, Diversi, II numerazione, vol. 63, ff. 159-163.
L’organizzazione del commercio
267
L’arrendatore del dazio aveva promosso un giudizio in Sommaria contro la corporazione napoletana, accusando i matricolati di sottrarsi al versamento del dazio d’estrazione. A suo dire,
essi simulavano di acquistare la seta grezza «per uso di detta arte» al fine di usufruire dell’esenzione di cui l’Arte beneficiava,
per poi invece esportarla «secretamente senza pagare li regij diritti». L’arrendatore aveva chiesto che i matricolati dessero
«conto di quello che facevano di dette sete, et in che si erano
convertite», per poter accertare che la seta acquistata in franchigia fosse effettivamente impiegata nella lavorazione. Ma la corporazione aveva opposto un rifiuto. I consoli, obbligati per legge a tenere un registro delle produzioni dei matricolati, riconobbero che nei fatti non avevano mai adempiuto all’obbligo
per il «gran danno, et disturbo» che l’esatta annotazione avrebbe comportato, ma non avevano intenzione di adempiervi in
futuro a vantaggio dell’arrendatore. E respinsero anche la proposta di stabilire preventivamente una «certa et sufficiente
quantità» di seta da assegnare all’Arte, che essi stessi avrebbero
dovuto ripartire tra i matricolati, per «essere cosa difficilissima
il dividerla».
In questa situazione si ritenne che l’espediente più «sicuro»
consistesse nell’anticipare il versamento del dazio al momento
dell’estrazione della seta dalle province in cui era prodotta, sia
che fosse effettivamente esportata, sia che fosse destinata ad altri luoghi del Regno o all’Arte della capitale, per tutelare così la
Regia Corte, e per essa l’arrendatore, dal pericolo di frodi ad
opera dei matricolati. Così si stabilì di «pagarse il carlino per
libra del extractione di seta per extra regnum ancor che non si
extrahe». Il che però comportava che il dazio ricadesse anche
sui napoletani, violandone l’immunità.
Sottoposto il progetto al vaglio della corporazione, questa lo
20
accolse ma pose la condizione, il «patto espresso», che «le sete
20
La corporazione non mancò di sottolineare che, benché la seta «si riputa[sse] mercantia exempta, et cossì li homini exempti che quella maneggia[va]no con privilegio concesso dall’arte», in realtà era «la più suggetta di
tutte le mercantie, et paga[va] più diritti con tutta la franchigia d’ogni altra
mercantia [...] tal che detto exercitio, et mercantia [era] dignissima d’ogni consideratione, et pietà, acciò per l’advenire non [fosse] più molestata», ivi, f.
160r-v.
268
Capitolo VI
sane, ò follari non si havessero possuto extrahere da regno si
non manifatturate», dove per «manifatturate» si intendeva «di
tutti lavori di filatorij». Chiese, cioè, l’introduzione del divieto
di esportazione della seta grezza. Il divieto avrebbe potuto sospendersi soltanto nel caso in cui i consoli avessero attestato
che «le sete fussero in tanta abundantia che li manifattureri
quelle non potessero lavorare» e comunque, in quel caso, la
corporazione avrebbe riscosso due grana a libbra di seta «sana»
esportata, «in parte del emenda del danno che detta arte pate
per non posserle lavorare, et per il carlino che paga del quale è
21
immune» .
Il Consiglio Collaterale accolse quasi integralmente le richieste dell’Arte, determinando che da allora in avanti fosse vietata l’esportazione di sete «sane» da tutte le province del Regno, eccettuate le province abruzzesi per quella quantità che erano solite esportare; che l’esportazione di sete «sane» fosse
permessa soltanto in seguito ad espressa «licentia, et accordio
da farsi con li magnifici consoli, et deputati dell’arte»; che «li
accordij» si facessero con l’intervento di un ministro regio e,
infine, che fosse lecito ai consoli esigere sugli «acordij» non più
di 15 carlini a balla di seta da versare «in beneficio del arte et
subsidio di poveri, et povere alli quali si leverà il manifatturare
22
di dette sete» .
Nel provvedimento non era esplicitato l’obbligo d’immissione a Napoli di tutta la seta grezza prodotta nel Regno,
ma è evidente che, fatta eccezione per i casi in cui il Consolato
avesse acconsentito a far sospendere il divieto di esportazione
del grezzo, la seta regnicola non avrebbe potuto avere altra destinazione che Napoli, l’unica città, con Catanzaro, in cui ne
23
era permessa la lavorazione .
21
Ivi, f. 160v.
Le due grana a libbra richieste dai consoli avrebbero comportato
l’esazione di 55 carlini su una balla di 275 libbre. Il provvedimento, immediatamente esecutivo, è del 27 ottobre 1580, ibidem.
23
Le provvisioni emanate dalla Sommaria per l’esecuzione del provvedimento proibivano l’esportazione di seta grezza e, subito dopo, ribadivano
risolutamente il divieto di filare e tessere seta nelle province, stabilendo «che
non sia persona alcuna che da cqui avante presuma fare lavorare, et tessere
nesciuna sorte di seta sotto pena di perdere le sete, drappi, telari, et altri acconci, et altra reserbata ad arbitrio si sua ecc.a et di questa regia camera. Re22
L’organizzazione del commercio
269
Le modalità di esecuzione e di concreta applicazione del
provvedimento non sono del tutto chiarite. Al principio del divieto di esportazione del grezzo salvo diversa indicazione del
Consolato sembra si sia sostituita una sorta di regolamentazione mobile, secondo la quale in taluni periodi l’esportazione era
vietata ed era rimessa ai consoli la facoltà di liberalizzarla, in altri vigeva il meccanismo inverso, l’esportazione del grezzo era
libera, a meno che il Consolato non avesse manifestato di volersi avvalere del suo diritto di far serrare le frontiere e convoglia24
re così verso la capitale l’intera produzione serica . In direzione
di una regolamentazione aperta dovettero spingere le vivaci
pressioni degli arrendatori, poco sensibili alle politiche di protezione dell’industria interna e interessati piuttosto ad ampliare
i canali di sbocco della seta, anche grezza.
Difficile dire se l’industria napoletana assorbisse effettivamente le 7-800.000 libbre di seta annualmente estratte dalle Ca25
labrie alla fine del ’500 o se non mirasse piuttosto a contenere
servato però li homini et citatini commoranteno in la città di Catanzaro alli
quali sarà permesso l’apparecchiare, et fare drappi in quella quantità che lo
hanno osservato per il passato, et non ultra sotto le medesime pene», ivi, f.
162v.
24
Ad esempio, nel 1588 la Sommaria proibì l’esportazione della seta grezza per un mese, esportazione che altrimenti, si deve supporre, sarebbe stata
libera. Il decreto della Sommaria non fu eseguito ma sostituito da una decisione del Collaterale secondo la quale le sete non si sarebbero dovute esportare fino a nuovo ordine, ASN, RCS, Partium, vol. 1327, f. 98. Nel luglio del
1591, su richiesta dei governatori dell’Arrendamento e sentiti i consoli
dell’Arte, la Sommaria decretò la libera esportazione del grezzo, ancora una
volta «fino ad altro ordine di questa Regia Camera», ASN, RCS, Partium,
vol. 1208, f. 63. Nell’agosto del 1594 per «la mala ricolta di sete» i consoli ottennero che «si serri la tratta di dette sete» fino a nuovo ordine, o quanto meno «per tutta la feria di Salerno, al qual tempo può havere certezza V.E. della
ricolta di dette sete». I consoli temevano in particolare il recente approdo delle «galere di genua che in poche hore» avrebbero incettato non solo le 400
balle già concesse in passato ma così tante balle che «non resterà seta in regno», ASN, RCS, Partium, vol. 1327, f. 98. Le «galere di genua» evocate dai
consoli dovevano far parte del convoglio statale che fin dagli inizi del XVI
secolo la Repubblica organizzava ed inviava a Messina e nel napoletano proprio per il trasporto della seta, e noto appunto come «flotta della seta», SIVORI 1972, p. 910.
25
Nel 1607-08 furono immesse e lavorate a Napoli 631.000 libbre di seta
grezza e filata, RAGOSTA PORTIOLI 2000, p. 472. Intorno alla lavorazione del-
270
Capitolo VI
il prezzo della materia prima che, a giudizio dei produttori calabresi, era salito al punto da aver contribuito alla contrazione
26
della domanda estera . In un Discorso che non si estraha sete
sane da Napoli si tentava di dimostrare che le sete prodotte nel
Regno erano addirittura insufficienti a garantire il pieno impiego delle maestranze napoletane e l’assorbimento delle «infinite
commissioni venute da fuori Regno, per drappi, e lavori di seta
in Napoli, che non se l’hanno possuto complire, per mancamento di sete, e drappi per più di tre mesi». Ed ancora,
«l’Arrendatore dice, che quest’anno si fanno balle 3.500 di seta;
e dato che fosse vero, ne anco bastano per l’arte, poiche con esserno venute l’anno passato balle 2406 si stiede uno quarto
dell’anno à spasso [...] di modo che se avesse avuto mille, e più
27
balle di seta, ne anco l’averia bastato» .
Le vicende dell’Arte della Seta di Napoli, sulle quali la storiografia non ha ancora fatto piena luce, esulano dagli obiettivi
del presente lavoro. È tuttavia necessario sottolineare un aspetto talora trascurato nell’interpretazione delle dinamiche della
sericoltura meridionale. La produzione e la commercializzazione della seta grezza non erano organizzate in funzione del
mercato estero ma in buona misura rispondenti alle esigenze
dell’industria interna, e innanzitutto della domanda napoletana
che assorbiva, ancora nel XVIII secolo, circa 300.000 libbre di
28
seta all’anno .
la seta ruotava, è noto, larga parte delle forze produttive della capitale. Nel
1624 i consoli dichiararono che la corporazione contava, tra i suoi matricolati
«vivi», «cinque milia in circa tra Mercanti, Mastri tessitori, Tintori, Filatorari,
Lavoranti, Garzoni, Creati di Potecha, Maestre, et anco figli d’alcuni d’essi
prenominati, sotto del quale exercitio di detta nostra Arte crediamo, et tenemo per fermo, che in questa Città nci campano più di trecento milia anime
circa l’exercitare quella in lavorare, cavare, comprare et vendere, fabricare
drappi, et altro», ASN, Pandetta comune, f.lo 592. La città di Napoli al 1607
contava poco meno di 270.000 abitanti, PETRACCONE 1974, p. 13.
26
Cfr. GALASSO 1967, pp. 358-359.
27
BSNSP, ms. XXIII-A-5, ff. 263-266, s.d. Nel documento una balla di sete «crude», cioè filate, è computata per 275 libbre. Nel 1752 una balla di sete
«sane a matasse» destinate all’esportazione pure era dichiarata per 275 libbre
(ASN, RCS, Consulte, vol. 227, f. 53v), ma le balle inviate dalle Calabrie erano sicuramente di circa 200 libbre e i fagotti di circa 150 libbre.
28
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Il Segretario d’Azienda al
Re, Napoli, 7 novembre 1778. Analogo dato si ricava da JANNUCCI 1767-69,
L’organizzazione del commercio
271
Nel 1641, ma forse fin dal 1628, fu introdotto l’obbligo
d’immettere nella Regia Dogana di Napoli la seta grezza pro29
dotta nel Regno, che fosse o meno destinata all’esportazione ,
nell’intento, stando alla lettera del provvedimento, di colpire il
vivacissimo contrabbando che si svolgeva lungo le coste calabresi, notoriamente incontrollabili per la molteplicità degli approdi disabitati e protetti da insenature e promontori.
Seppure decretata nel 1641, la concentrazione della produzione nella Dogana di Napoli era certamente già da tempo un
obiettivo perseguito dall’Arrendamento della seta di Calabria,
tanto che aveva coinvolto e minacciato il polo industriale di
Cava de’ Tirreni. Risale al 1626 una vertenza in materia tra la
città e l’Arrendamento, che aveva deciso di negare i permessi di
30
spedizione della seta calabrese a Cava . Chiamato dalla Sommaria a render conto dell’iniziativa, l’Arrendamento aveva sostenuto che erano tante «la fraude che si comettevano, et ancora
in parte si cometteno, per le speditione si facevano le provincie
di sete per la Città della Cava, Vieteri, et loro destritto, che furno necessitati ordinare a’ loro locotenenti non dovessero spedire per detti lochi ma per la Dohana Grande di Napoli». La decisione dei ministri napoletani fu favorevole a Cava, il cui consumo di sete calabresi fu allora stimato in circa 60.000 libbre
l’anno, delle quali però a mala pena un quarto risultava spedito
regolarmente, e Cava, unico centro nel Regno, poté continuare
ad importare seta direttamente dalle Calabrie, senza dipendere
da Napoli.
parte II, p. 290, laddove stima il consumo interno di materia prima in 400.000
libbre, delle quali all’incirca un quarto si può presumere fossero lavorate in
Calabria e a Cava de’ Tirreni.
29
JANNUCCI 1767-69, parte II, p. 297, fa risalire l’obbligo d’immissione alla Prammatica XXXIV De extractione seu exportatione animalium, auri, argenti, et aliorum prohibita del 22 ottobre 1641, che stabiliva che «niuna persona di qualsivoglia stato, grado, e condizione si sia [...] presuma, nè ardisca
di vendere, nè comprare, nè fare il sensale per comprare, nè vendere sete sane,
se il venditore non mostrerà le spedizioni della Regia Dogana di essere state
spedite dette sete, e pagati i Regj diritti», ma si veda nello stesso senso la
Prammatica XXVII De extractione, seu exportatione animalium… del 20 giugno 1628.
30
ASN, Pandetta dell’ex attuario Negri, fs. 278, f.lo 5.
272
Capitolo VI
Nel corso della seconda metà del XVII secolo il regime
commerciale non subì mutamenti di rilievo. Le sete grezze
continuarono a doversi spedire nella Dogana di Napoli o a
Cava e a potersi o meno esportare a seconda della congiuntura
e delle decisioni assunte a Napoli. In generale, «o affatto non
vi furono, o pur furono rarissime le proibizioni di estrarre la
seta cruda [...] E la raggione si è, che la libertà di estrarre la seta cruda non à mai in questo Regno penuria, o mancanza al31
cuna partorito» . All’incirca «si soleano permettere
32
l’estrazioni per fuori Regno di 400 balle di seta ogn’anno» ,
ma di certo il quantitativo poteva variare in rapporto alle circostanze.
Col nuovo secolo, o meglio, con la dominazione austriaca lo
33
scenario mutò. Già con prammatica del 28 maggio 1709 si decretò il divieto d’esportazione delle sete «crude» nell’ambito di
una generale e confusa riforma che, mentre vietava l’introduzione di seterie estere, imponeva un nuovo dazio all’esportazione delle sete lavorate. Una riforma che, nel rivelare
l’urgenza di reperire risorse finanziarie negli anni del coinvolgimento austriaco nella guerra di successione spagnola, preannunciava l’orientamento protezionistico che quattro anni dopo
avrebbe trovato più compiuta attuazione. Nel novembre del
1713 fu emanato un dispaccio regio che vietava, senza eccezioni, l’esportazione di seta grezza. Anche in questo caso i due obiettivi, sostegno all’industria interna e acquisizione di ulteriori
risorse finanziare, sembrano confondersi: «essendosi stabilita la
Nuova Imposizione de carlini tre per ongia sopra la Regia Dogana, [il sovrano] ordinò, che le dette sete non s’estraessero per
fuori Regno, acciò che nella manifattura d’esse, possono vivere
34
tanti poveri, che lavorano, e si sostentano con quest’Arte» .
31
BSNSP, ms. XXI-D-30, Consulte ed Istruzzioni del Supremo Magistrato di Commercio [ma in realtà della Giunta di Commercio], consulta 4 luglio
1737, f. 244.
32
BSNSP, ms. XX-B-22, f. 31.
33
In DE SARIIS 1794, t. IV, pp. 251-253.
34
ASN, RCS, Dipendenze, II serie, fs. 74, f.lo 263, [Francesco Radente]
Relazione del Regio Credenziere della Regia Dogana di Napoli circa i dritti
doganali: ordinata detta relazione per l’organo della Segreteria di Stato e
Guerra in data 8 ottobre 1718 e rimessa con data 11 febbrajo 1719, f. 15v.
L’organizzazione del commercio
273
Il divieto di esportazione ebbe conseguenze giudicate pressoché unanimemente nefaste sull’andamento della produzione
serica, sul livello dei prezzi della seta grezza e sulla diffusione
del contrabbando; conseguenze che neanche apparvero compensate da apprezzabili progressi dell’industria napoletana. E
fu altresì ritenuto causa indiretta, tra le altre, della contrazione
dei proventi del dazio sulla seta. «Morendo in questo Regno
tutte le sete, che qui nascono, vi è una copia grande di seta senza speranza di poterla spacciar fuora Regno; e perciò si apre
l’adito a’ mercadanti di pagarle à quel prezzo, che torna à lor
35
conto» . Il «correr il prezzo delle sete molto baratto» induceva
i produttori a rivolgersi al contrabbando o a «cambiare i celzeti
in oliveti, o vigne», ed entrambe le opzioni si risolvevano in una
contrazione dell’ammontare di seta grezza soggetta al dazio.
D’altra parte, vietare l’esportazione del grezzo equivaleva a vietare l’esportazione tout court poiché, per la «inferior condizio36
ne» della tinta napoletana , «non si dà caso, che vadano fuori
37
sete qui lavorate se non che qualche poca quantità per l’Indie» .
Di qui la proposta di ritornare alla «naturale, ed antica libertà»
di esportare seta grezza, una libertà incondizionata o, eventualmente, da regolare «con le dovute moderazioni», stabilendo, ad esempio, che nei mesi da luglio a ottobre l’incetta fosse
riservata ai napoletani e che soltanto dopo tale termine i produttori potessero esportarla.
35
BSNSP, ms. XX-B-22, f. 31. Si tratta di una memoria del luglio 1730 redatta dal Delegato dell’Arrendamento della seta e relativa alle ragioni del deterioramento dei proventi del dazio.
36
Copre più di tre secoli la storia delle politiche di riforma e di controllo
dei sistemi di tintura adottati nel Regno, in particolare della «tinta nera», antico e perduto vanto dell’industria napoletana. Sulle vicende del XVI e XVII
secolo, RAGOSTA 1988.
37
BSNSP, ms. XX-B-22, f. 32v. Qualche anno dopo la Giunta di Commercio avrebbe espresso un giudizio altrettanto impietoso sulla capacità
dell’industria napoletana di affermarsi sui mercati esteri: «le sete, che in questa Città si lavorano, non sono gionte a quel pregio, e a quella perfezione, che
invogliano le brame de’ Forastieri ad averle, per conseguenza o picciolissima,
o niuna estrazione vi è fuori Regno di cotai lavori di seta; e le più frequenti,
ma non di molto rilievo, ne di notabil profitto per la Regia Dogana, sono
l’estrazioni per il medesimo nostro Regno», BSNSP, ms. XXI-D-30, Consulte
ed Istruzzioni…, consulta 4 luglio 1737, f. 245.
274
Capitolo VI
Ma il divieto restò in vigore fino alla fine del periodo au38
striaco . Toccò ai ministri borbonici di tornare sulla questione
e di deliberare la riapertura dell’esportazione del grezzo. Le
prime istanze di revisione del regime protezionistico furono a39
vanzate fin dal 1735 dalla Città di Reggio e poi, nel maggio del
40
1736, da Cosenza . Le due domande sollecitavano interventi
assai diversi. Reggio, lamentando che i produttori di seta «per
detta proibita estrazzione» erano costretti a vendere a «bassissimo prezzo di modo che non ne rimane[va] nemmeno la spesa
che vi necessita[va]», chiese che l’esportazione fosse nuovamente permessa. Cosenza, invece, avanzò una richiesta ben più articolata e radicale, reclamò che «los dueños dela seda», i padroni
della seta, «pudiessen venderla, fabricarla, y transportarla, a
donde, y como les tuviesse mas quenta». Insomma, da un lato,
la prospettiva di tornare all’antico regime dell’esportazione libera ma sottoposta alla preventiva immissione nella Dogana di
Napoli, e pertanto gestita dai mercanti napoletani e regolata da
Napoli; dall’altro, il miraggio del completo riscatto della provincia dal diritto esclusivo della capitale e dalle esigenze di approvvigionamento dell’industria napoletana.
Sul ricorso di Reggio fu sentito il delegato governativo
dell’Arrendamento della seta, marchese Ferrante, il quale confermò che la proibizione aveva prodotto il crollo del prezzo
della seta, «in guisa, che non arrivano quasi ad uguagliare la
spesa necessaria per la di loro costruzzione», e l’allargamento
41
del contrabbando , mentre «li professori, seu lavoratori del38
Il Di Vittorio riferisce che «nel complesso nel periodo austriaco si esportavano tra le 285.000 circa e le 357.000 circa libbre all’anno di seta grezza», DI VITTORIO 1973, p. 273. In effetti i dati riguardano l’«estrazione» dalla
Calabria in direzione di Napoli e di Cava, descrivono cioè un flusso commerciale interno.
39
ASN, RCS, Consulte, vol. 172, ff. 54v-55v, Consulta a S. M. intorno alla
pretensione della Città di Reggio per l’estrazione delle sete sane dal Regno di
Napoli, 30 marzo 1735.
40
ASN, Casa Reale Antica, Diversi, fs. 752.
41
Il marchese di Puyzieulx, ambasciatore francese a Napoli dal 1735 al
1739, nelle sue Observations sur le commerce de France dans le Royaimes de
Naples, et Sicile considerò che il divieto di esportare la seta grezza era «stato
fatto colla mira di far lavorare il popolo di Napoli, ed impedire che le sete non
si estraessero in contrabando, ma ne [era] derivato un effetto affatto contra-
L’organizzazione del commercio
275
l’arte sudetta son divenuti assai più miserabili di prima». Propose pertanto che l’esportazione fosse consentita negli ultimi
quattro mesi dell’anno serico, da febbraio a maggio, il che avrebbe dovuto garantire l’industria napoletana. Si spinse poi a
suggerire che ai produttori calabresi che si fossero risolti ad esportare la loro seta fosse consentito di «trattarne le vendite
fuori Regno senza esser forzosamente tenuti mandarle in
Napoli». Il suo parere fu accolto dalla Sommaria, che lo giudicò
«molto giusto ed equo, di niuno pregiudizio alla nobil arte della
seta e di positivo, e sommo sollievo a’ Naturali delle Provincie
42
di Calabria» .
La rappresentanza di Cosenza fu rimessa nella primavera del
1736 alla «Junta para el alivio, y beneficio del Reyno», o «Junta
del alivio», che elaborò e rimise al sovrano una consulta che
perveniva a conclusioni analoghe a quelle del Ferrante, tanto da
far ritenere che questi vi avesse contribuito o quanto meno che
la giunta fosse in qualche modo a conoscenza degli orientamenti che stavano emergendo in materia. Ma la giunta era stata
chiamata ad esprimersi anche sull’opportunità di estendere alla
città di Cosenza il privilegio di filare e tessere la seta. E qui essa
si pronunciò a favore di un provvedimento di portata generale,
sostenendo con energia la necessità di «permitir la Fabrica dela
Seda en los mismos parajes donde se coje, o en otros qualesquiera dela Provincia, ò del Reyno», e rimarcando che si sarebbe dovuta non solo permettere ma promuovere la diffusione
della lavorazione della seta in tutto il Regno. L’esportazione di
seta grezza, in definitiva, avrebbe dovuto essere consentita, ma
come ultima e marginale occasione di smercio per quelle sete
che l’industria interna non fosse stata in grado di assorbire.
Non sono note le decisioni assunte dal sovrano in relazione
ai ricorsi di Reggio e di Cosenza. Quanto alla liberalizzazione
della lavorazione della seta, il Galanti riferisce che le Calabrie e
Cava erano le sole aree del Regno sottratte al «giogo» del privirio, e la maggior parte passa[va] addirittura dalle provincie in mano de’ stranieri, atteso il profitto considerabile, che vi [era], evitandosi la spesa del trasporto, e li diritti di entrata, e sortita», ASN, AA. EE., fs. 4863, Sobre los derechos que pagan los Franceses, y otra naciones extrangeras por los generos que
introducen, y sacan de este Reyno, a.1736.
42
ASN, RCS, Consulte, vol. 172, ff. 54v-55v.
Capitolo VI
276
43
legio napoletano e, forse nella scia del Galanti, anche il Bianchini ricorda che durante il regno di Carlo «il Governo ristabi44
liva le fabbriche in Calabria» . Non si può aggiungere altro, né
al momento si può datare il provvedimento con cui fu accordato ai calabresi di lavorare le loro sete. Certo, la libertà di filare e
tessere non rivoluzionò le dinamiche locali, non produsse difficoltà di approvvigionamento per l’industria napoletana e non
45
lasciò a fine secolo tracce significative .
Riguardo al regime commerciale, la proposta del Ferrante fu
accolta solo nella parte che meno toccava i consolidati interessi
che ruotavano intorno alla seta. Si permise l’esportazione della
seta grezza da dicembre a maggio, per dar modo ai matricolati
napoletani di provvedersene secondo il loro bisogno nei primi
sei mesi dalla “nascita”, ma non fu revocato l’obbligo
d’immettere l’intera produzione regnicola nella Regia Dogana
di Napoli. Il limite dei sei mesi fu in seguito abrogato o co46
munque disatteso , mentre la facoltà di esportare restò in ogni
43
GALANTI 1789, t. III, p. 168.
BIANCHINI 1839, p. 511.
45
Nel suo Giornale di viaggio il GALANTI (1792) annotò che in Monteleone erano all’opera 4 telai con cui si lavoravano «damaschi, amoerri, armesini,
fazzoletti, rasi, taffettà, ecc.» per 3.000 libbre di seta all’anno (p. 182); in Cosenza 4 telai per calze e in Paola 6 telai utilizzati per «tutto ciò che si fa a Catanzaro», di proprietà del catanzarese Vitaliano Rocca, che si era trasferito a
Paola da otto anni e vi aveva costituito una società che, avviata in grande e
«con molto maggior numero» di telai, si era poi sciolta, lasciando il Rocca in
grosse difficoltà finanziarie (p. 286); in Reggio, «pochi telai di lavori di seta
che si fanno per commissioni e non per commercio» e 8 telai per calze (p.
210). Tra il 1760 e il 1775 Reggio impiegò «per uso di telara» quantità di seta
decisamente modeste, meno di mille libbre l’anno, segnando una breve parabola ascendente intorno al 1762 (1.461 libbre) e fino al 1768 (2.544 libbre) per
poi tornare bruscamente ai livelli iniziali, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 98,
f.lo 6. Nell’ottobre del 1797 fu accordata alla città di Reggio e al suo paraggio
la franchigia doganale per il commercio interno ed estero di manufatti in seta
e calamo; contestualmente fu estesa al commercio estero la franchigia precedentemente accordata a Catanzaro per le sole immissioni in Napoli di seterie,
ASN, MF, fs. 1413, 27 ottobre 1797.
46
Già il 1 dicembre del 1739 il Supremo Magistrato di Commercio riferiva
di aver concesso l’esportazione di sette balle di seta «non ostante non fosse
maturato il tempo fissato per il provedimento di questa città sul riflesso che
avendone S.M. data la licenza, ed essendone stati pagati gli diritti, non era ne
decoroso al Governo, ne convenevole al Commercio sospenderne la negozia44
L’organizzazione del commercio
277
caso subordinata all’assenso del sovrano che di volta in volta, in
base all’esito della produzione e all’andamento della domanda
interna, valutava le richieste di esportazione presentate dai ne47
48
gozianti , richieste che furono quasi sempre accolte .
La decisione di non consentire l’esportazione diretta dalle
Calabrie va valutata, oltre che sul piano degli orientamenti governativi in materia di libertà commerciale, alla luce dei due
forti centri d’interesse che, pur con motivazioni diverse, convergevano verso la conservazione della Dogana di Napoli come
fulcro della commercializzazione della seta: l’Arrendamento di
Calabria, impegnato a limitare il raggio d’azione del contrabbando, e i negozianti napoletani, preoccupati di difendere la lu49
crosa posizione di privilegio sul mercato della seta .
La questione tornò all’ordine del giorno alla metà degli anni
50
’40 , ma soltanto a partire dal 1752 e fino al 1761 i Regi Comzione», ASN, Tribunali Antichi, Supremo Magistrato di Commercio, fs. 1728.
47
L’iter per la concessione dei permessi di esportazione in ASN, RCS,
Consulte, vol. 227, ff. 53v-54v, Consulta a S.M. per la restituzione delle suddette quantità de’ deritti pagati per le suddette quantità di sete non estratte, 11
novembre 1752. Si vedano anche ASN, Archivio farnesiano, Appuntamenti
del Consiglio di Stato e di Reggenza, Libro XXII, vol. 1534 e, per l’ultimo
ventennio del secolo, ASN, MF, fss. 1903; 2455; 2531.
48
«L’estrazione della seta è stata sempre aperta, per cui nel presentarsi i ricorsi se ne sono spediti gli ordini», ASN, MF, fs. 2531, Nota del Supremo
Consiglio delle Finanze, s.d. ma ottobre 1798. La sistematica concessione del
permesso di esportazione spiegherebbe perché il Galanti considerava il relativo dazio una tratta sciolta, come si definivano i dazi «su i generi che liberamente si possono estrarre fuori stato». «Tali generi sono mandorle, carubbio,
legname, seta, solfo, miele, canapa, vini, agrumi e cose simili che non interessano la pubblica annona. Quando poi si vogliono estrarre grani, biade, legumi, olio, ecc. ci bisogna il permesso del sovrano, e dicesi tratta legata», GALANTI 1794, t. II, p. 465.
49
Né l’Arrendamento, né i negozianti napoletani, com’è naturale, si opposero alla liberalizzazione dell’esportazione della seta grezza. In realtà, non
sono emerse neppure opposizioni all’ipotesi, ancora in discussione nel 1737,
che ai produttori calabresi venisse concessa la facoltà di esportare la seta grezza direttamente dalle Calabrie. La sola reazione di cui si ha notizia fa capo
agli arrendatori della Dogana di Napoli, interessati ai diritti di estrazione sulle
sete immesse nella capitale, cfr. BSNSP, ms. XXI-D-30, Consulte ed Istruzzioni…, ff. 243v-246v, 4 luglio 1737.
50
Nel luglio del 1745 il console generale veneto Giacomo Antonio Piatti
scrisse al Senato: «si sente proferito ordine per le Calabrie, con cui si dà la
278
Capitolo VI
pratori poterono effettuare direttamente dai porti calabresi le
loro spedizioni «per extra Regno».
Dal 1751 il governo aveva preso in affitto l’Arrendamento
della seta di Calabria per cui la decisione di consentire
l’esportazione diretta potè essere assunta in una condizione di
relativa autonomia dalle pressioni dei consegnatari, ovvero dei
titolari di partite dell’Arrendamento, giacché il rischio di una
recrudescenza del contrabbando sarebbe ricaduto sull’Erario.
D’altra parte non si può escludere che, permettendo l’esportazione diretta, si aspirasse a riportare nella legalità quella parte
della seta calabrese che, notoriamente, comunque giungeva sui
mercati esteri direttamente dalle Calabrie.
La gestione governativa dell’Arrendamento e il nuovo regime commerciale rientravano in una serie di misure adottate a
sostegno della sericoltura calabrese e dello stesso Arrendamento o, più correttamente, dei proventi che assicurava. All’origine
di tali misure stavano, da un lato, le continue «lagnanze» che
giungevano dalle province contro i «gravi disordini» e i sistemi
di esazione arbitrari e oppressivi subiti dai produttori, tanto
che si temeva – e in qualche misura, negli ultimi 2-3 anni, si era
51
sperimentata – una «diminuzione dell’industria» . Dall’altro
lato, le «voci» secondo cui «le cose dell’Arrendamento [anda52
va]no male» : i capitali situati sull’esazione del dazio appariva53
no «molto deteriorati di rendita» , per i «disordini» di cui si è
detto ma anche, si insinuava, per la scorretta gestione tenuta
54
negli anni precedenti dai governatori .
facoltà e permesso ad ognuno di poter estraiere qualsivoglia sorte di detto genere [...] loché ha caggionato un susurro grandissimo alli consuli dell’arte della seta e si crede che se ne facci ricorso alla Corte», CORRISPONDENZE DIPLOMATICHE VENEZIANE 1739-51, p. 637.
51
BSNSP, ms. XXIX-A-6, Consulta per l’abolizione degli abusi introdotti
nell’Arrendamento delle sete, s.d. ma 1751-52.
52
ASN, RCS, Notamenti, I ruota, vol. 192, 29 marzo 1751.
53
E di fatti due partite dell’Arrendamento grande e della gabella di Bisignano, di 1.761 e 1.179 ducati circa, furono vendute all’asta per soli 739 e 831
ducati circa, per una rendita, rispettivamente, del 3.16 e del 3.88%, ASN,
RCS, Consulte, vol. 253, Arrendamenti pervenuti alla Real Azienda dalla
transazione passata colli nazionali genovesi, 3 agosto 1751, f. 70.
54
ASN, RCS, Notamenti, I ruota, vol. 192, 29 marzo 1751. In effetti, poco
prima di subentrare nell’affitto dell’Arrendamento il sovrano aveva istituito
L’organizzazione del commercio
279
Il sovrano, dunque, si era accollato l’affitto dell’Arrendamento e aveva incaricato la Conferenza del Commercio «in55
terno ed esterno» di individuare i «mezzi da rimettere in buono stato l’industria della seta». E quest’ultima aveva individuato
la «primitiva cagione» delle difficoltà del settore nell’«essersi
affatto confuse le regole da tenersi per lo sicuro riscotimento
del dazio della seta, con quelle da promuoverne l’abondanza in
56
questa Capitale» . L’accento cadeva, è evidente, sul regime
commerciale che imponeva di vendere in Napoli la produzione
serica calabrese, una norma, si rimarcava nella consulta, che
«non deriva[va] già da bisogno [...] per mettere in salvo
l’esazione del Reggio Dazio, ma sibbene per [...] profitto de’
nostri Mercadanti». Dunque «il vero sicuro, e sodo mezzo» per
incentivare i produttori calabresi stava nel «far loro respirar
qualche aura di libertà sulla loro industria», nel consentire che
disponessero di un terzo della seta prodotta «per convertirla a
proprio uso, o per estrarla infra o extra Regno».
In mancanza del testo del provvedimento con cui si autorizzò l’esportazione diretta, se ne sono potuti dedurre gli ambiti di
applicazione attraverso l’esame dei rendiconti della gabella di
57
Bisignano , che dedicano una voce separata alle spedizioni destinate all’estero. Queste furono effettuate nei primi due anni
dai fondaci di Amantea (Calabria Citra), Monteleone (Calabria
Ultra) e Reggio; in seguito Amantea non fece registrare partite
una deputazione incaricata, tra l’altro, della revisione e discussione dei vecchi
conti e della formazione di «un nuovo regolamento degl’Esiti ed Introiti»,
ASN, RCS, Consulte, vol. 225, 16 settembre 1752.
55
ASN, Raccolta dei Reali dispacci a stampa, II numerazione, vol. II, Real
Decreto de Su Magistad con que ordena el establecimiento de una Conferencia
que entienda generalmente en discurrir, y consultar los medios mas oportunos
para restaurar, y hacer florecer el Comercio asì interno, como externo de sus
Dominios, 4 gennaio 1751. Il decreto istitutivo indicava quali componenti della Conferenza, «sin formalidad, ni precedencia», con il Fogliani: il comandante generale delle Forze Marittime Michele Reggio, il presidente del Sacro Regio Consiglio marchese Carlo Danza, il Luogotenente della Sommaria marchese di Ferrante, l’Avvocato Fiscale marchese Mauri, il Capitano Nicola di
Mayo, il consigliere del Supremo Magistrato di Commercio Antonio Belli, il
sovrintendente De Gregorio, l’Eletto del Popolo Giovanni Celentano e Pietro
Lignola, entrambi consoli del Tribunale del Regio Consolato di Napoli.
56
BSNSP, ms. XXIX-A-6, Consulta per l’abolizione degli abusi…
57
ASN, Arrendamenti, f.li 2225-26; 2229; 2231-33; 2237; 2239; 2244.
Capitolo VI
280
per extra, né vi furono registrazioni da altri fondaci della Calabria Citra. Le spedizioni furono effettuate sempre a partire dal
mese di ottobre.
È difficile ascrivere al libero gioco del mercato la breve ma
58
intensa stagione del fondaco di Amantea , le esportazioni effettuate dai soli fondaci di Monteleone e Reggio e infine l’assenza
di spedizioni nei vivacissimi mesi di agosto e settembre. Più
probabile che siano intervenute precise deliberazioni governative e che il permesso di esportare limitato a determinati fondaci
e a certi mesi mirasse a restringere la portata del provvedimento
o ad evitare che attraverso la breccia aperta si finisse con
l’alimentare un contrabbando incontrollabile. La repentina cancellazione del solo fondaco della Calabria Citra non trova spiegazioni soddisfacenti, anche se la più accentuata dipendenza finanziaria dai negozianti della capitale e i più stretti legami
commerciali con Napoli potrebbero aver svolto un ruolo non
secondario nella revoca della concessione.
GRAF. 6.1. Spedizioni totali ed esportazioni dirette di seta grezza dalle
Calabrie (1752-1761)
750
700
650
migliaia di libbre
600
550
500
450
400
350
300
250
200
150
100
50
0
1752
1753
1754
1755
1756
1757
anno
Quota esportata
1758
1759
1760
1761
Totale spedizioni
Fonte: ASN, Arrendamenti, f.li 2225-26; 2229; 2231-33; 2237; 2239; 2244; anno 1760, ASN, Pandetta nuovissima, fs. 261, f.lo 4003.
58
Nel 1752 fu spedito all’estero il 34,6% (12.325 libbre) delle sete «estratte» da Amantea; nel 1753 il 27% (7.898 libbre), ASN, Arrendamenti, f.li 2225;
2226.
L’organizzazione del commercio
281
Nel decennio l’ammontare delle sete esportate si mantenne
in media intorno all’8% del totale delle spedizioni dalle Calabrie, con un massimo del 13,5% nel 1758 (Grafico 6.1). Ma il
dato aggregato è poco significativo. Gli esiti del provvedimento
si possono meglio valutare considerando le spedizioni effettuate dalle due aree che ne beneficiarono per l’intero periodo, la
Calabria Ultra e il paraggio di Reggio. Il Grafico 6.2 mostra il
contributo delle due aree all’esportazione diretta. La Calabria
Ultra esportò annualmente da un minimo di 9.000 (a.1753) ad
un massimo di circa 50.000 libbre di seta grezza (a.1758), pari
queste ultime al 26,6% del totale delle spedizioni effettuate in
quell’anno. Ma in media esportò soltanto il 13% delle sete spedite. Ben più consistente la quota relativa delle esportazioni
reggine, il 28,4% in media nel periodo, con punte del 31-41%
negli anni 1756-58 e 1760.
GRAF. 6.2. Spedizioni totali ed esportazioni dirette di seta grezza dalla
Calabria Ultra e dal paraggio di Reggio (1752-1761)
300
migliaia di libbre
250
200
150
100
50
0
1752
1753
1754
1755
1756
1757
1758
1759
1760
1761
anno
Spedizioni dalla Calabria Ultra
Esportazioni
“
“
Spedizioni dal paraggio di Reggio
Esportazioni
“
“
Fonte: ASN, Arrendamenti, f.li 2225-26; 2229; 2231-33; 2237; 2239; 2244; anno 1760, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 98, f.lo 6.
282
Capitolo VI
Certamente Reggio, rispetto al resto della provincia, godeva
del vantaggio della vicinanza alla Sicilia – che sotto il profilo
amministrativo e doganale era considerata un paese estero – ed
in particolare a Messina, vivace centro commerciale verso cui
poté agevolmente confluire una parte delle esportazioni reggine. Ma è anche un fatto che la produzione serica reggina era
59
fortemente rivolta al mercato estero .
Quanto all’impatto del nuovo regime commerciale, la Calabria cosentina, esclusa dalla concessione, manifestò tassi d’incremento delle spedizioni analoghi e talvolta superiori a quelli
delle due aree che ne beneficiarono. Queste ultime seguirono
percorsi assai diversi: la sericoltura reggina subì una battuta
d’arresto negli anni immediatamente successivi alla revoca del
provvedimento, ma nel complesso mostrò un andamento simile
a quello della Calabria Citra o anche migliore nel corso degli
anni ’70. Viceversa la Calabria Ultra conobbe le sue stagioni più
floride proprio alla metà degli anni ’50 mentre dopo il ’62 imboccò la strada della stagnazione e poi del regresso verso i livelli di produzione di inizio secolo (Cfr. Tabella 5.7). Tuttavia, alcune considerazioni inducono a ridimensionare almeno in parte
l’importanza dell’esportazione diretta per le dinamiche produttive dell’area di Monteleone. Intanto, come si è detto, solo nel
1758 fu sfruttata appieno l’opportunità offerta dal provvedimento giungendo ad esportare un terzo delle sete spedite. Ma
appare ancor più rilevante il fatto che, nel decennio, il prezzo
delle sete locali si mantenne molto basso, ciò che sembra suggerire una modesta sollecitazione del mercato estero verso le pro60
duzioni dell’area .
Si potrebbe insomma concludere che l’obbligo d’immissione
della seta grezza a Napoli poco influiva sulle potenzialità del
settore serico calabrese, ma in realtà in assenza di testimonianze
59
Si veda il par. 6.3.
La voce della seta di Monteleone fece registrare i valori più alti negli anni 1749-53 (14-18,6 carlini) e dopo il 1761 (13,8-17,2 carlini la libbra), ASN,
Archivi privati, Archivio Pignatelli d’Aragona Cortes, serie Napoli, sc. 64, f.lo
3, Copia del libro dei decreti dell’Udienza Ducale per la Voce della Seta di
Monteleone dal 1582 al 1767, passim.
60
L’organizzazione del commercio
283
e riscontri sulle concrete modalità di attuazione del provvedi61
mento non è consentito esprimersi con compiutezza.
Nel 1762 la possibilità di esportare dalle Calabrie, si è riferi62
to, fu revocata . Alcuni anni dopo Giovanni Ascenzio de Goyzueta, Soprintendente Generale della Reale Azienda ed “ispettore” dell’Arrendamento di Calabria per conto della Regia
Corte, avrebbe motivato la decisione con l’intento di contenere
63
il contrabbando .
Al Goyzueta era stata rimessa dal Tanucci una lettera del
marchese Domenico Caracciolo, ambasciatore a Londra, nella
quale si riferiva che «alcuni Negozianti di quella città» avevano
garantito che si commetteva «un grande contrabbando annuale
di seta dalle Province di Calabria e Sicilia per mezzo di filughe
per Livorno». Sulla denuncia del Caracciolo il Goyzueta, dopo
aver descritto l’articolato sistema di controlli attuati sui produttori e sui Regi Compratori, assicurò che, rispetto alle sete regolarmente «annotate», non si era mai dato luogo a contrabbandi.
Il contrabbando, a suo avviso, poteva verificarsi soltanto qualora le sete non fossero affatto «annotate», ed in tal caso sarebbe
dovuto avvenire con il concorso dei numerosi ufficiali che a vario titolo erano incaricati della vigilanza sul movimento della
61
Ad esempio, in sede locale potevano essere frapposti ostacoli alla concessione della licenza d’esportazione.
62
Dovettero dipendere dalla concessione di permessi speciali le esportazioni dirette effettuate da Reggio nel febbraio del 1763 (39 balle per 7.800 libbre) e nel febbraio del 1764 (6.621 libbre) e, nella stagione 1764-65, dalla stessa Reggio (6.200 libbre) e da Monteleone (1.670 libbre), ASN, Arrendamenti,
f.li 2246; 2252; ASN, Pandetta miscellanea, fs. 98, f.lo 6.
63
«Entrato io nel Ministero della Sovraintendenza, ritrovai stabilita dal
mio predecessore, di permettersi l’estrazioni per fuori Regno in dirittura dalle
Calabrie, di un certo quantitativo corrispondente del raccolto più, o meno
della quarta parte, ed avendo dubitato, che sotto questo colore si avesse potuto estrarre seta in controbando, prevenni li rispettivi amministratori di più
non accordarlo, ma che tutte le sete le avessero fatte venire in questa Capitale
secondo l’antico solito, ed in fatti son quattro, o cinque anni, che così si sta
praticando», ASN, AA. EE., fs. 2864, Napoli, 9 settembre 1769. Dal 1751 al
1759 era stato a capo della Soprintendenza Leopoldo De Gregorio, marchese
di Vallesantoro e di Squillace. Il De Gregorio nel 1759 seguì Carlo di Borbone in Spagna e fu sostituito da Giulio Cesare d’Andrea e poi, nel 1761, dal
Goyzueta.
Capitolo VI
284
64
seta , «e quando così accadesse, non si potrebbe diversamente
riparare, come non mai si è potuto intieramente impedire il
controbando». Di qui la decisione da lui assunta all’atto del suo
insediamento di tornare all’antico sistema di veicolare tutta la
seta grezza verso la capitale. Né avrebbe potuto disporsi altrimenti, spiegò, perché «essendo la situazione delle Calabrie di
molta estensione di marine, e la maggior parte spiaggie disabbitate, e senza verun ricovero, quasi impossibile si rende poterle
tutte guardare, e ben possono accadere de’ controbandi, come
sempre vi sono stati per mezzo di quella gente ad una tale indu65
stria addetta, e che poco, o nulla, fa conto della propria vita» .
All’inizio degli anni ’80, ai primi segnali di contrazione della
produzione serica calabrese, il governo tornò ad interrogarsi
sulle misure da adottare per sostenere il settore e, con esso, «il
Ramo più specioso tra tutte le Derrate della Rendita del Regio
66
Erario» e, ancora una volta, si tornò sulla questione della liberalizzazione del commercio estero. Domenico Grimaldi nelle
sue Osservazioni economiche aveva indicato il problema prioritario della sericoltura nel sistema di esazione dei dazi sulla seta,
nella “viziosa” macchina degli Arrendamenti, che a suo giudizio era all’origine delle difficoltà in cui il settore si dibatteva e
64
«La frode adunque potrebbe supporsi, che non tutta la seta ne’ libretti
stessi si registrasse, e che di cento libre, (per modo di esempio) se ne assentassero 50, la qual cosa dovrebbe seguire colla concorrenza, ed intelligenza degli
annotatori, Maestri Trattori, Cancellieri, Visitatori, e Squadre [...] ma né tampoco basterebbe la complicità di tutti gli accennati individui, poiché per estrars’in controbando queste sete non annotate, vi dev’essere la concorrenza,
per permettere l’imbarco, degli Ufficiali Regj, come sono Mastri Portulani,
Assistenti di Caricamenti, Vicesegreti, Cavallari, Torrieri, ed altri, e la connivanz’ancora delle Guardie di mare, che l’Arrendamento tiene, ritrovandosi a
tal’effetto stabiliti nelle Calabrie tre filugoni con venti marinari ciascheduno,
dove anche vi si ritrovano imbarcati buon numero di Fucilieri, comandati da
un loro Tenente, ed altri Soldati Militari, che sono incaricati specialmente di
continuamente scorrere la ben lunga estenzione di quelle marine, nota a Vostra Eccellenza; ed in maniera ripartiti, uno per il paraggio di Reggio, e l’altri
due per quegli altri mari di Ponente, e Levante, affinché potessero impedire
non solo i controbandi di seta, o altri prodotti del Regno, ma altresì le furtive
immissioni, e disbarchi di sali, Tabacchi, Ferri, ed Acciaj», ibidem.
65
Ibidem.
66
ASN, AA. EE., fs. 3546, Risposta su i varj Progetti delle sete del Regno.
L’organizzazione del commercio
285
67
andava, pertanto, radicalmente ripensata . Il Supremo Consi68
glio delle Finanze ne accolse, in via di principio, le argomentazioni ma il nodo, allora e negli anni seguenti, restava
l’individuazione di una riforma del sistema di esazione dei dazi
69
tale da salvaguardarne il gettito .
Nel 1782 il Consiglio raccolse una serie di pareri incluso,
com’è naturale, quello del Grimaldi che ribadì che i rimedi, le
regole auree per risollevare le Calabrie, erano a suo giudizio tre,
«Libertà, riforma della Percezione del Dazio; ed Istruzione», e
nella «Libertà» includeva l’opportunità per i produttori di
commerciare la seta senza vincoli di sorta, riscattati dall’obbligo
di «far venire senz’alcuna necessità tutte le sete delle Provincie
nella Capitale, dove con tale strano ed inutile regolamento, pochi negozianti profittano a spese della miseria de’ proprietarj
70
Provinciali» . La riforma del sistema fiscale proposta dal Grimaldi prevedeva di addossare alle singole università un’imposta
annuale fissa, da calcolarsi in base al prodotto massimo o medio
in seta di un certo numero di anni, e le stesse università avrebbero dovuto provvedere a ripartire come meglio avessero creduto la somma loro assegnata tra i produttori locali. Il problema era come indurre le università ad accollarsi il nuovo onere.
Il principe di Migliano, membro del Consiglio, elaborò uno
«schizzo di Editto, in cui dandosi libertà per lo commercio estero di parte della seta delle Calabrie, si potesse eccitare le U71
niversità ad appaltarsi» . Si riteneva, in altri termini, che le uni67
Cfr. supra, par. 3.3.
Il Supremo Consiglio delle Finanze all’atto della sua istituzione, nel 1782,
era così composto: presidente, il principe di Cimitile; membri di diritto, i segretari di Stato Sambuca, Acton e De Marco; consigliere onorario con voto deliberativo, il principe di Migliano; consiglieri ordinari e togati, il presidente della
Sommaria, Mazzocchi, e il consigliere del Sacro Regio Consiglio, Corradini;
segretario, Nicola Vespoli; assessori, Ferdinando Galiani al commercio, Domenico Grimaldi all’agricoltura, Nicola d’Ajello alle dogane e arrendamenti. Sul
contesto politico e sugli obiettivi del nuovo organismo si veda AJELLO 1991.
69
Sulle giunte istituite a tal fine nel 1789 e nel 1791 e sui diversi progetti
elaborati, ma mai attuati, nel periodo, cfr. CHORLEY 1965.
70
ASN, AA. EE., fs. 3546, documento non datato né firmato ma di Domenico Grimaldi, 1782.
71
ASN, AA. EE., fs. 3546, Caserta, 5 febbraio 1783. Nello stesso fascio
anche l’editto progettato dal principe di Migliano e un Metodo d’esecuzione
del Piano proposto per l’Esazione del Dazio delle Sete di Calabria.
68
286
Capitolo VI
versità sarebbero «di buon grado» accondiscese alle richieste
del governo qualora fosse stato loro prospettato un vantaggio
immediato e certo a fronte del nuovo carico di cui le si voleva
gravare. Si mirava, in definitiva, a contemperare la salvaguardia
del gettito dei dazi sulla seta, l’affrancamento dai costi e dalle
tensioni sociali che si accompagnavano alla lotta al contrabbando e l’espansione della produzione serica nelle Calabrie.
Non si trattava di un’idea nuova, era stata, anzi, già compiu72
tamente formulata alla fine degli anni ’30 . In verità, non mancarono, negli anni ’80, posizioni di più chiara ispirazione liberista, che propugnarono la soppressione di tutti i vincoli che in
vario modo condizionavano il settore. Tuttavia, malgrado un
clima largamente favorevole alla riforma, gli esiti del dibattito e
delle proposte furono assai modesti. A partire dal gennaio del
1783 l’autorizzazione all’esportazione diretta fu accordata ai
produttori del paraggio di Reggio. La «grazia», limitata ad un
terzo della produzione, fu motivata con l’intento di «maggior73
mente animare» la sericoltura di quell’area . Il mese seguente il
Supremo Consiglio “appuntò” che in entrambe le Calabrie
«non [fosse] più tenuto il proprietario della seta di portarla a
Napoli, ma li [fosse] permesso di poterla estrarre da quei luo74
ghi, che dal re saranno destinati» e nel maggio l’amministratore generale delle Dogane di Calabria Ultra, Alessandro
Persico, ricevette istruzioni sulle modalità di attuazione «della
libertà accordatasi [...] all’estrazione della seta per fuori Re75
gno» . Ma, per quanto non si possa escludere che la direttiva, di
72
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Giovanni Brancaccio a
Francesco Orlando, Palazzo, 30 maggio 1739.
73
Le prime tre spedizioni furono effettuate in gennaio, marzo e aprile per
un totale di 10.800 libbre, su pinchi genovesi, ASN, Segreteria d’Azienda, in
ordinamento, Pietro Musitano al Supremo Consiglio delle Finanze, Reggio, 25
aprile 1783. L’11 febbraio il console veneto Andrea Alberti informò il Senato
che «sulli riccorsi della città di Reggio ed in riflesso alla rappresentata giacenza di molta quantità di sete, fu conceduto in via provisionale il permesso
dell’estrazione per fuori Regno d’una terza parte dell’annuo prodotto», CORRISPONDENZE DIPLOMATICHE VENEZIANE 1778-90, p. 350.
74
ASN, MF, fs. 2230, Appuntamenti del Supremo Consiglio d’Azienda, 7
febbraio 1783.
75
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Alessandro Persico al Supremo Consiglio delle Finanze, Monteleone, 24 maggio 1783. Il 28 luglio il
L’organizzazione del commercio
287
76
cui dà notizia anche il Galanti , sia stata applicata per qualche
anno, è certo che dal 1786 in avanti non ebbe più esecuzione,
mentre le esportazioni dirette dalle Calabrie continuarono ad
essere effettuate esclusivamente da Reggio.
L’obbligo d’immissione nella Dogana di Napoli fu invece
77
gradualmente abolito nell’area campana tra il 1785 ed il 1792 .
Le norme per la commercializzazione della seta restarono nel
78
complesso immutate ma, ottenuta la prescritta licenza, industrianti e negozianti erano liberi di trasportare la seta grezza in
Napoli, nei suoi casali, in Sorrento o dovunque i loro affari li
inducessero a commerciarla nei confini del Regno. Per quanto
riguarda il sistema di esazione dei dazi spettanti all’Arrendamento e alcune altre imposte che pure si versavano nella Dogana di Napoli, si stabilì che gli operatori dell’area campana
provvedessero a corrispondere quanto dovuto direttamente
all’appaltatore, sul luogo di produzione, entro un mese dalla
conclusione della trattura.
Nel complesso la riforma semplificava le transazioni. Produttori, incettatori e acquirenti finali, oltre a non essere più costretti a compiere viaggi intermedi, non dovevano ora sottostare alle lungaggini e alle possibili prepotenze connesse
all’esazione affidata agli ufficiali doganali. Su un altro piano,
consentì ai produttori di sottrarsi all’intermediazione commer-
Persico informò il Cassiere della Dogana di Roccella, Francesco Saverio Majorana, che il Consiglio aveva destinato la Marina di Roccella come «secondo
imbarcatoio delle sete per extra», ivi, Majorana al Supremo Consiglio delle
Finanze, Roccella, 6 agosto 1783.
76
GALANTI 1806, t. II, p. 486. «Nel 1785 fu liberata di tale servitù [del
commercio riservato ai Regi Compratori e dell’obbligo d’immissione nella
Dogana di Napoli] Terra di Lavoro e la Calabria, ordinandosi che pagatisi
tutti i diversi vettigali sulla seta nel luogo della nascita, si potesse liberamente
contrattare, e che per un terzo si potesse ancora dalla Calabria direttamente
estrarre».
77
Bando 16 giugno 1785 (Terra di Lavoro) in ASN, Raccolta dei Reali dispacci a stampa, II numerazione, vol. XI; bandi 27 giugno 1787 (Principato
Citra da Eboli in là) e 5 marzo 1792 (Principato Citra da Eboli in qua e Principato Ultra) in GIUSTINIANI 1803-1808.
78
Per commerciare la seta grezza occorreva la licenza dall’appaltatore che
emetteva anche i responsali per certificare la legalità dell’«estrazione» della
seta dal ripartimento.
288
Capitolo VI
79
ciale dei negozianti napoletani . La riforma, però, traslava
l’esazione dei dazi, anticipandola nel tempo e facendola materialmente ricadere non più sugli acquirenti che «spedivano»,
cioè prelevavano la seta precedentemente immessa nella Dogana, ma sui produttori o su chi risultava in possesso della seta al
momento dell’«estrazione» dal ripartimento fiscale, e comunque entro un mese dalla fine della trattura. Si trattava di un risvolto negativo di cui il legislatore aveva tenuto conto concludendo che i vantaggi che la regolamentazione avrebbe arrecato
80
avrebbero sopravanzato ampiamente gli svantaggi .
Dopo la riforma la Terra di Lavoro non si allontanò in misura apprezzabile dai ragguardevoli livelli di produzione cui era
pervenuta.
2. I produttori e le forme del commercio. I contratti alla voce
Nel Regno di Napoli la seta grezza, come altrove i bozzoli,
poteva essere venduta nell’ambito delle fiere e dei mercati locali
o sul luogo di produzione, sia dopo la sua “nascita” sia prima,
mediante contratti di compravendita anticipata. Dalla documentazione consultata non emerge un ruolo significativo dei
81
mercati istituzionalizzati come luogo di scambio della seta .
79
Nel 1788 i consoli dell’Arte della Seta riferivano che non tutte le sete regnicole erano «nella contrattazione fra’ nostri Mercanti; giacchè le sete di Terralavoro per la libertà accordata da Vostra Maestà all’Industrianti si portano
da’ medesimi in questa Capitale, e si vendono a’ fondachieri, e Fabbricanti»,
ASN, Arte della Seta, II numerazione, f.lo 509.
80
«Perché considera Sua Maestà [che] l’esorbitanza di esiggersi questi tai
diritti nelli propri luoghi, e non già nell’immissione in Dogana [...] viene
compensata dalla libertà che ciascuno acquista col traficare la Seta con libertà,
e senza inceppamento, come meglio li torna conto per qualunque luogo gli
piaccia, senza trattenersi in Napoli per giorni, per farne la spedizione, e senza
pagarne gli altri esorbitanti diritti agli Ufficiali della Dogana, a quali spetta
farne la spedizione medesima», bando 16 giugno 1785 in ASN, Raccolta dei
Reali dispacci a stampa, II numerazione, vol. XI.
81
L’importanza della fiera di Soriano, in Calabria Ultra, è testimoniata negli anni ’30 ed ’80 del XVII secolo (ASN, Archivi privati, Archivio Pignatelli
d’Aragona Cortes, serie Napoli, sc. 64, f.lo 3, Copia del libro dei decreti…) e
alla fine del XVIII secolo (ASN, MF, fs. 2455, inc. 65). Sulla «debolezza relativa della rete meridionale delle fiere e dei mercati d’età moderna» e sulle po-
L’organizzazione del commercio
289
Ben più frequenti dovettero essere le vendite sui luoghi di produzione.
Nella compravendita anticipata, all’atto della stipula del
contratto, talora diversi mesi prima del “raccolto”, il produttore riceveva dal compratore una somma di danaro o
l’equivalente in merci (grano, foglia di gelso, ecc.) che, a seconda degli accordi, poteva costituire o un anticipo sul prezzo di
una determinata quantità di seta, che il produttore si obbligava
a fornire al momento del “raccolto”, oppure l’intero corrispettivo, con l’obbligo, in tal caso, del produttore di fornire
all’acquirente “tanta seta” a concorrenza della somma, o del valore, ricevuto. In entrambi i casi il prezzo a cui sarebbe stata valutata la seta non era prestabilito ma i contraenti per la sua determinazione si rimettevano alla voce di una determinata piazza, cioè ad un prezzo ufficiale decretato dalle autorità locali
dopo il “raccolto”, di norma in luglio. Per questa ragione i contratti di compravendita anticipata prendevano il nome di contratti alla voce.
Non è possibile precisare in che misura si ricorresse alla
82
vendita dopo la produzione o a quella anticipata . Secondo allitiche ottocentesche per il rafforzamento delle riunioni periodiche allo
scopo di «lasciare ai proprietari il controllo, oltre che della produzione,
della circolazione [...] senza l’interposizione “dei sensali, dei rivenduglioli
e dei monopolisti”», si veda SALVEMINI-VISCEGLIA 1991b, pp. 68-70 e passim.
82
Un approccio quantitativo al problema del grado di diffusione della
compravendita anticipata è compromesso dal fatto che i contratti alla voce,
benché stipulati davanti al notaio, non erano registrati nei protocolli notarili
bensì tra i cosiddetti Penes Acta, ovvero tra le obbligazioni a breve termine, la
cui conservazione, per evidenti ragioni, fu meno puntuale, cfr. PLACANICA
1982, p. 47. Cinzia Capalbo ha esaminato 2.034 contratti alla voce stipulati a
Cosenza tra il 1750 ed il 1810. Per il 62,5% dei contratti ha potuto stabilire
l’ammontare della seta fornita dai produttori, 32.118 libbre nei 60 anni esaminati. Negli altri contratti è indicata soltanto la somma erogata dal compratore,
da restituirsi in “tanta seta” al prezzo alla voce. L’Autrice, pur rilevando la
lacunosità della fonte, in merito all’ammontare della seta venduta anticipatamente conclude che «non si trattava certo di poca cosa» rispetto al totale delle
sete annualmente prodotte in Calabria, CAPALBO 1988, p. 75 e passim. Una
conclusione che non si può accogliere tenendo conto che nella sola Cosenza
furono sgabellate, nel periodo, dalle 50 alle 105.000 libbre di seta ogni anno.
Sullo scarso valore rappresentativo dei Penes Acta cfr. PLACANICA 1982, p. 48.
290
Capitolo VI
cune testimonianze della fine degli anni ’70 gli industrianti della
provincia di Terra di Lavoro «vend[eva]no da più anni le sete a
83
prezzo finito, e dopo fatto il raccolto» . Anche nel corso degli
anni ’80 e ’90 si poteva sostenere che le sete della provincia erano «di pieno libero commercio, ed ognuno ha la libertà dopo
pagata la Gabella di venderle, e contrattarle con chiunque gli
84
piaccia a picciole, o grosse partite» . In effetti, le sole testimonianze in senso contrario risalgono al periodo francese. Il redattore della Statistica murattiana per la Terra di Lavoro, nel calcolare che, sulla carta, l’allevamento dei bachi arrecava ai produttori «un vantaggio grandissimo», consentendo «in brevissimo tempo» remunerazioni nell’ordine del 100%, osservò che
tra le numerose circostanze che concorrevano a ridimensionare
il profitto degli allevatori vi era anche quella che «molti prendono le anticipazioni sull’industria, e sono poi obbligati a ven85
dere il prodotto ad un prezzo minore» .
Nelle Calabrie era diffuso il sistema della vendita anticipata,
mediante i vari tipi di contratti alla voce, ma con un’estrema variabilità da un anno all’altro e da un’area all’altra. Tra le numerose testimonianze intorno alla discontinuità del ricorso all’una
o all’altra forma di vendita, si considerino i casi, rispettivamente, di Reggio e Curinga, un piccolo centro della Calabria Ultra.
Nel 1778 il «Congresso» deputato alla decretazione della voce
della seta di Reggio appuntò che i «Compratori» «in
quest’anno veruna somma trovansi anticipata [...] e si potranno
perciò avvalere della loro libertà in comprar le sete, dove e per
quanto lor potrà riuscire, a seconda delle commissioni, che ri86
ceveranno dai loro Principali» . All’opposto, nel 1793 i governanti dell’università di Curinga lamentarono come «avendo Iddio gastigato questa Terra colla penuria nel presente anno i Cittadini di essa furono astretti contr[arre] de vari debiti per potere scampare la vita, specialmente colla vendita anticipata delle
87
seti» .
83
ASN, MF, fs. 1342.
ASN, MF, fs. 2455, inc. 1.
85
STATISTICA 1811, vol. IV, p. 386.
86
ASN, MF, fs. 1342.
87
ASN, MF, fs. 2455, inc. 48.
84
L’organizzazione del commercio
291
In generale, nel Regno di Napoli il sistema della compravendita anticipata di tutti i prodotti agricoli – soprattutto cereali e olio – era largamente diffuso, tanto che si è potuto affermare che la voce – del grano, dell’olio, della seta, ecc. –, il prezzo
ufficiale cui rimandavano i contratti di compravendita anticipata, «era la regina delle contrattazioni e uno sterminato numero
88
di contadini le era subordinato» . Ciò nonostante, e malgrado
in più occasioni si sia sostenuto che la comprensione dei rapporti tra mercanti e ceti agrari meridionali non può prescindere
dal loro studio, la storiografia ha dedicato ai contratti alla voce
un’attenzione limitata.
Nel 1961 Rosario Villari, nel sottolinearne l’«enorme diffusione nelle campagne del Regno», segnalò l’assenza di indagini
mirate che ponessero i contratti alla voce «nel rilievo adeguato
all’importanza ed alla funzione che ebbe[ro] nella storia
89
dell’agricoltura meridionale» . Analoghi rilievi avanzò qualche
90
anno dopo Giuseppe Galasso , che pure poté segnalare la recente pubblicazione del Chorley nella quale, dedicandosi ampio spazio al dibattito dei riformatori meridionali sui contratti
alla voce, si propone una prima analisi del loro impatto
91
nell’ambito dell’olivicoltura . I meccanismi economici e finanziari connessi a tali contratti sono stati poi compiutamente stu92
diati da Paolo Macry con riferimento alla cerealicoltura .
Infine, per quanto riguarda la seta, si è accennato, Cinzia
Capalbo ha esaminato un certo numero di contratti relativi alla
compravendita anticipata di seta stipulati nel sessantennio
1750-1810, letti come «specchio della struttura sociale e pro-
88
PLACANICA 1982, p. 29.
VILLARI 1977, p. 34.
90
GALASSO 1967, p. 282n.
91
CHORLEY 1965, pp. 83-139. La ALIFANO (1998) è tornata sul ruolo dei
riformatori e sulla politica del governo in merito al controllo della voce
dell’olio negli anni ’80 del XVIII secolo.
92
MACRY 1972 e MACRY 1974. PLACANICA (1990), nel descrivere il «largo
spettro di fattispecie contrattuali a contenuto economico, da una parte, e
dall’altra, il ventaglio dei contratti agrari stricto sensu» che concorrevano al
perseguimento di un «oggettivo disegno di conservazione [sociale]», dedica
alcune pagine ai contratti alla voce, insistendo in particolare sulla loro natura
usuraria (ma anche «para-usuraria» o «quasi usuraria»), pp. 264; 273-277.
89
Capitolo VI
292
93
duttiva» della Calabria . Ma nella valutazione delle implicazioni e del concreto operare del contratto alla voce la Capalbo si è
limitata ad estendere al settore serico l’analisi condotta dal
94
Macry riguardo al commercio dei cereali . Un approccio fuorviante poiché l’analisi del Macry è incentrata su una caratteristica strutturale del mercato del grano – ciclo stagionale dei prezzi
che, in condizioni normali, garantisce un certo margine di pro95
fitto ai compratori alla voce – che non può astrattamente applicarsi al mercato della seta che, anzi, non consentiva previsioni sull’andamento dei prezzi non solo da un anno all’altro ma
96
anche nel corso della medesima stagione .
La verità è che il contratto alla voce nell’ambito della sericoltura meridionale ed in particolare le sue implicazioni in
termini, tra l’altro, di formazione dei prezzi della seta e di ripartizione dei rischi della produzione tra produttori e compratori richiederebbero una ricerca specifica. In questa sede ci
si limiterà ad accennare ai caratteri principali e all’evoluzione
storica di tale contratto in riferimento al più ampio quadro
delle forme di compravendita anticipata in uso nelle diverse
aree italiane di produzione serica, al fine di sgombrare il campo da una superficiale e sbrigativa rappresentazione del contratto alla voce come elemento proprio e caratterizzante
dell’economia meridionale.
Allo stesso modo che nel Mezzogiorno, la vendita anticipata
della produzione era estremamente frequente nell’Italia settentrionale. Del resto, attraverso di essa venditori e acquirenti si
assicuravano, rispettivamente, lo smaltimento e la disponibilità
del bene oggetto della trattativa. Per i piccoli produttori o per
coloro che risiedevano lontano dai mercati di sbocco era altresì
conveniente sollevarsi dagli oneri connessi alla vendita diretta
del prodotto. La ragione principale del ricorso alla vendita anti97
cipata stava, però, nell’“atto di Credito” cui essa era normal93
Si apprende, ad esempio, che a Cosenza i compratori-anticipatori erano
patrizi o almeno erano qualificati dal «don», «ad indicare la chiara appartenenza alle classi socialmente più elevate», CAPALBO 1988, p. 80.
94
Ivi, pp. 82-85.
95
MACRY 1972, p. 878.
96
Cfr. FEDERICO 1994, pp. 33-37.
97
BOCCARDO 1859, t. I, p. 163, alla voce «Anticipazione», nella quale non
L’organizzazione del commercio
293
mente collegata. Se nel Mezzogiorno l’acquirente all’atto della
stipulazione del contratto versava al produttore una somma di
danaro o altro valore a titolo di anticipazione sul prezzo della
seta, nell’Italia settentrionale tale anticipazione soleva effettuarsi sul prezzo dei bozzoli che il produttore avrebbe fornito al
termine dell’allevamento. Ma comunque la compravendita anticipata si traduceva in un vero e proprio sistema di «crédit à la
production [...] normal pour toutes les grandes denrées
98
d’exportation» , vitale in economie prive di fonti e forme di
credito alternative.
In Piemonte «la maggior parte del raccolto» di bozzoli era
99
venduta con il sistema della vendita anticipata . Anche nel goriziano «il meccanismo del prestito restituito sotto forma di
galletta [fu] una delle forme più usuali di rifornimento di mate100
ria prima» . Per la Lombardia, Angeli sembra circoscrivere
nell’ambito dei rapporti colonici il ricorso dei produttori al
credito ed il corrispondente impegno a cedere al proprietario
terriero i bozzoli, o meglio, la quota colonica dei bozzoli pro101
dotti . Ma l’Autore fa anche riferimento, in generale, alla
«consuetudine invalsa di concordare gli acquisti e i prezzi di
vendita parecchi mesi in anticipo sui raccolti», benché non dica
se nella consuetudine rientrasse qualche forma di pagamento
102
anticipato del prodotto . Per la Toscana, è stato rilevato che i
“mezzani” anticipavano danaro ai trattori perché acquistassero
i bozzoli dai produttori, li lavorassero e poi cedessero loro la
sono menzionati contratti analoghi a quello descritto, ma che tuttavia fornisce
un utile inquadramento teorico: «riguardo al diritto ed alla pratica mercantile,
vi ha anticipazione quando uno concede ad altro un valore qualunque, senza
farsene dare immediatamente il contraccambio, ma stipulando che questo gli
verrà consegnato entro un determinato tempo. Da questo generale punto di
veduta, Anticipazione e Atto di credito sono sinonimi [...] coloro che, in generale, danno altrui un valore ricevendone una semplice promessa, fanno
un’anticipazione ed insieme un atto di credito».
98
AYMARD 1976, p. 132.
99
CHICCO 1995, pp. 128-140. Fino a «due terzi degli abitanti del regno vivevano a credito perché prendevano anticipazioni in grano che pagavano al
tempo della raccolta dei bachi e del vino», LEVI 1967, p. 810.
100
PANARITI 1996, pp. 61-62.
101
ANGELI 1982, pp. 83-92.
102
Ivi, p. 88n.
Capitolo VI
294
103
seta grezza ; quanto ai produttori, secondo una testimonianza
coeva i contadini «con il prodotto dei Bozzoli dimett[eva]no
ordinariamente i debiti contratti nella rigida, ed infeconda sta104
gione d’Inverno» , il che però potrebbe indicare sia che i contadini pagassero in bozzoli i loro debiti, sia che li onorassero
con quanto ricavato dalla vendita dopo il raccolto. In Sicilia era
diffuso un contratto di compravendita nel quale il creditore
105
“anticipava” al produttore la foglia di gelso . A Bologna, infine, sembra configurarsi una situazione assai diversa: l’intera
produzione di bozzoli doveva confluire ed essere contrattata
nel mercato del Pavaglione, luogo istituzionalmente deputato
allo scambio. Nel Pavaglione, a meno di turbative quali quelle
indotte a partire dal 1770 dalla costituzione di un vero e proprio “cartello industriale” ad opera dei mercanti di veli, vigeva
106
«un regime di concorrenza» .
Un elemento centrale del contratto di compravendita anticipata era il criterio di fissazione del prezzo della seta o dei bozzoli che il venditore avrebbe ceduto al compratore. In Lombardia le vendite anticipate contenevano talora una clausola detta
«a rapporto», che agganciava il prezzo dei bozzoli al prezzo
107
corrente su una determinata piazza e ad una determinata data .
Nel goriziano gli acquirenti si assicuravano i bozzoli «ad un
prezzo inferiore a quello di mercato» e durò meno di due anni
108
il tentativo di fissarne il prezzo d’autorità . In Piemonte i bozzoli erano contrattati «alla comune» – o «prezzo comune» –,
cioè al prezzo medio ufficiale di una determinata area, oppure
«al miglior prezzo», ma sembra che spesso i produttori dovessero «accontentarsi d’un arbitrario prezzo», soggiacendo alle
condizioni imposte dai compratori: «il commercio oggigiorno
praticato dei cochetti non è libero, anziché ne godono di tale
dispotismo li loro compratori, che non solamente più non rimane ai venditori facoltà di poterne conseguire equitativo prez103
BATTISTINI 1998, p. 165.
LETTERA D’UN TRATTORE PROVINCIALE 1788, p. 34.
105
LAUDANI 1996, pp. 31-35.
106
GUENZI 1997, p. 752 e passim.
107
ANGELI 1982, p. 88n.
108
PANARITI 1996, p. 61. Il prezzo «della metà», che era fissato dal Magistrato commerciale, fu abolito nel maggio del 1758.
104
L’organizzazione del commercio
295
zo, ma li riduce alla triste condizione di doverli consegnare
senza veruno patuito valore alla loro qualunque siasi discrezio109
ne» .
Allorquando era rispettato, il patto di valutare i bozzoli alla
«comune» non rappresentava per i produttori la garanzia di ottenere un «giusto prezzo». La «comune» era il prezzo medio
dei bozzoli in una data area di produzione, ma sulla sua determinazione poteva influire l’azione di quegli stessi compratori
che formalmente vi si sottomettevano. Laddove buona parte
della produzione era stata anticipatamente venduta a pochi
compratori, questi ultimi «sono sempre fra essi d’accordo sul
prezzo che vogliono dare a conto, il quale a compra finita si
propone poi da medesimi per il totale prezzo della merce, onde
non potendo contendersi questa connivenza fra gli accompratori che sono pochi, manca quindi la necessaria proporzione
110
colla grande quantità dei venditori» . Nel tentativo di «frenare
gli abusi» dei compratori, nel 1759 la decretazione della «comune» di ciascun Dipartimento fu affidata al Magistrato del
Consolato di Commercio, che avrebbe dovuto assumere le sue
decisioni sulla base delle «segrete sommarie informazioni» per109
Riflessi del medico Besso sul presentaneo commercio dei cocchetti, e successivo piano di nuovo commercio dei medesimi, Archivio di Stato di Torino,
Corte, Materie economiche, Commercio, cat. IV, mazzo 8 d’addizione, cit. in
CHICCO 1995, p. 133n. L’erogazione dell’anticipazione non avveniva a titolo
gratuito. Talora l’interesse sul denaro o sul valore dei beni somministrati al
produttore era fissato nell’accordo. Altre volte l’interesse non era esplicitato
ma nondimeno scaturiva dalle modalità d’attuazione del contratto stesso:
«suppongasi fatta l’imprestanza del grano al principio di gennajo, essendone il
valore corrente di quattro lire ciascuna emina; se il pagamento è differito al
fine di giugno, è pattuito in ragione di £ 4 soldi 5; si riscuote per interesse il 6
¼ per cento in sei mesi, che vuol dire il 12 ½ all’anno. Se si patteggia che si
restituisca il valore corrente ne’ mesi di marzo o aprile [...] l’interesse diviene
generalmente più forte», Sentimenti del Sensale Giurato Lorenzo Scalaffiotti,
Archivio di Stato di Torino, Corte, Materie economiche, Commercio, cat. IV,
mazzo 10 d’addizione, ivi citato, p. 131n. In generale, «i tassi d’interesse applicati sugli anticipi [...] superavano largamente quelli praticati usualmente»,
ivi, p. 131.
110
1785 Sentimento del Consiglio del Commercio riguardo alla fissazione
della quantità de’ consumi da admettersi ad ogni qualità e titolo di seta, Archivio di Stato di Torino, Corte, Materie economiche, Commercio, cat. IV,
mazzo 8 d’addizione, ivi citato, p. 135n.
296
Capitolo VI
venute dai giudici territoriali. Ma tale sistema non evitava i maneggi dei compratori, e si giunse a proporre che il Magistrato
non dovesse attenersi ai prezzi medi emersi dalle compravendite locali ma a quelli praticati «sul generale dello stato, con quel
giusto ed equitativo arbitrio che il Magistrato stimerà di prati111
care» .
In Sicilia, fin dal 1559 era stato introdotto un sistema di fissazione ufficiale del prezzo della seta tratta rivolto a regolare
esclusivamente i contratti di anticipazione. Coloro che somministravano foglia di gelso ai produttori a titolo di anticipazione erano obbligati a valutare la seta loro ceduta al momento del raccolto al prezzo della «meta». La «meta» era un
«prezzo convenzionale annuo fissato in base a una valutazione
112
dei prezzi medi dell’anno precedente» . A giudizio della
Laudani, il sistema della «meta» avvantaggiava sistematica113
mente il compratore .
111
Ibidem.
LAUDANI 1996, p. 31.
113
Il vantaggio del compratore risiedeva nel fatto che «riceveva una certa
quantità di seta equivalente al prezzo della fronda anticipata in tempi di scarsità e poteva aspettare (al contrario del contadino costretto a commercializzare subito) che il prezzo della seta rincarasse per rivenderla. Egli così aveva un
doppio vantaggio: il primo sulla differenza del prezzo alto della fronda rispetto a quello medio della seta, che quindi veniva restituita in quantità maggiori,
e il secondo sul rialzo del prezzo nei momenti di minore abbondanza», ivi,
pp. 31-32. Le conclusioni della Laudani presentano numerosi lati oscuri. Innanzitutto, si lascia in secondo piano un elemento di cui sfuggono le possibili
ricadute e che tuttavia doveva esercitare qualche peso, e cioè il fatto che la seta
fosse valutata ad un prezzo agganciato non ai prezzi corsi nella stagione ma a
quelli dell’anno precedente (di tutto l’anno precedente? o solo del momento
del raccolto?). In secondo luogo, quali sono i «tempi di scarsità» della foglia?
Difficile credere che i proprietari usassero anticipare la foglia di gelso soltanto
negli ultimi sette giorni dell’allevamento, o soltanto allorquando si verificavano alluvioni che ne riducevano la disponibilità sul mercato (sulla variabilità
dei prezzi della foglia si veda supra, par. 1.4). Infine, si è già rilevato, sarebbe
da dimostrare che il mercato della seta manifestasse dinamiche analoghe al
mercato del grano, in altri termini, che i primi prezzi fossero i più bassi
dell’anno. Ad esempio, dall’analisi dei prezzi dei bozzoli sul mercato del Pavaglione nel 1790 emerge che i prezzi più bassi si registrano all’inizio ma anche alla fine della Fiera, e in generale «quando le quantità contrattate sono
assai modeste mentre tendono sensibilmente a salire nel periodo in cui le contrattazioni sono più consistenti», BALDI 1982, p. 565.
112
L’organizzazione del commercio
297
Quanto al Regno di Napoli, a partire almeno dalla metà del
XVI secolo era stata vietata «la compra delle vettovaglie della
futura stagione a prezzi fissi [...] essendo solo permesso di farne
l’incetta all’eventuali prezzi della voce; poiché fu riputata simile
ad un jactum reris potendo sortire meno o più di quello che taluno s’ideò ad essere o profigua o dannosa, così al venditore
114
come al compratore» . Le vendite anticipate di qualunque derrata erano legali allorquando obbligavano le parti ad un prezzo
eventuale, incerto, e tale era considerato il prezzo alla voce.
Nelle parole del consigliere del Supremo Consiglio delle Finanze, Niccola Codronchi, «il contratto alla voce è un contratto di azzardo, in cui nessuna delle parti può pretendere di esser
salva dal danno, ch’essendo eventuale, poteva non aver luogo,
115
siccome potevano averlo circostanze favorevoli e propizie» .
Ogni altro accordo tra le parti in merito alla determinazione del
prezzo era considerato nullo. Nel 1629 l’Udienza provinciale di
Calabria Ultra ribadì che se le parti pattuivano di valutare la seta «a’ primi prezzi [...] detti primi prezzi s’intendano conforme
116
alla voce» . L’obbligo di regolare i contratti di anticipazione
secondo la voce avrebbe dovuto compensare il naturale squilibrio nel potere contrattuale delle parti, tutelare il contraente più
debole, il venditore-debitore, dal contraente più forte, il com117
pratore-anticipatore .
114
JANNUCCI 1767-69, parte III, p. 668. Il divieto di fare «anticipazioni in
denaro, per ricevere indi vettovaglie ad un prezzo fisso» fu ribadito ancora
alla fine del XVIII secolo. Si vedano i dispacci 19 settembre 1795 e 1 luglio
1802 in ASN, Raccolta dei Reali dispacci a stampa, II numerazione, tomi XV,
f. 31, e XVIII, f. 112.
115
ASN, MF, fs. 2455, inc. 74, Napoli, 8 luglio 1798. L’espressione «contratto d’azzardo» è adoperata con piena cognizione dei principi della probabilità e dei giochi, cfr. CODRONCHI 1783, dove comunque, tra gli esempi di
contratti relativi alle tre categorie di contratti d’azzardo individuate (tontine,
gioco del lotto, contratti di assicurazione, ecc.), non compare il contratto alla
voce. Nell’efficace definizione di Ferdinando Galiani, il contratto alla voce
«altro non è che una vendita di frutto immaturo con anticipazione di denaro,
a cui si dà lucro d’interesse incerto», GALIANI 1780, p. 309.
116
ASN, Archivi privati, Archivio Pignatelli d’Aragona Cortes, serie
Napoli, sc. 64, f.lo 3, Copia del libro dei decreti…, Seminara, 20 luglio 1630.
117
Cfr. MACRY 1972, pp. 865-866.
298
Capitolo VI
Così, nel XVIII secolo, nel Regno le vendite anticipate si regolavano sul prezzo alla voce, un prezzo ufficiale decretato nelle diverse piazze sulla base dei prezzi emersi dalle contrattazioni effettuate localmente dopo il raccolto. La voce era decretata
dalle autorità locali – sindaci, governatori, deputati cittadini,
ecc. – in concorso con i compratori e i produttori o i loro rappresentanti. Le voci più importanti, punto di riferimento per i
118
contratti relativi alle principali aree di produzione del Regno ,
erano sottoposte all’approvazione delle supreme magistrature
119
della capitale o comunque erano suscettibili di rettifica in caso
di ricorsi contro le decretazioni effettuate in sede locale.
Che cosa rappresentava e come si formava il prezzo alla voce? Macry, con riferimento al grano, ha proposto una distinzione tra le voci dei centri minori e quelle stabilite nei principali
centri cerealicoli del Regno. Le prime «risultano essere, molto
120
spesso, semplici prezzi correnti» , mentre le seconde erano
«qualcosa di molto diverso dal prezzo corrente». Le voci principali, infatti, costituivano «un indice del rapporto tra domanda
e offerta al suo primo stadio», ed in tal senso erano «effettivamente il primo prezzo che si forma[va] sul mercato meridionale», ma nella loro determinazione intervenivano anche «motivi
di ordine generale» che le rendevano un «prezzo realmente po121
litico» . Così, la voce del grano di Foggia nel corso del XVIII
secolo risultò in alcuni anni più alta, in altri più bassa della media dei prezzi correnti registrati dopo il raccolto. Sulle decisioni
delle autorità preposte alla sua fissazione pesavano «non soltanto valutazioni specifiche sulle congiunture produttive e sullo
stato dell’agricoltura e del settore mercantile, ma – più in generale – [...] gli orientamenti complessivi di politica economica
122
portati avanti dal governo centrale» .
118
Ad esempio, le voci di Foggia, di Taranto e di Crotone per il grano, la
voce di Gallipoli per l’olio, le voci di Terra di Lavoro, di Monteleone, di Cosenza e di Reggio per la seta.
119
A seconda dei prodotti e dei periodi, la Regia Camera della Sommaria,
il Supremo Magistrato di Commercio, la Soprintendenza della Reale Azienda
o il Supremo Consiglio delle Finanze.
120
MACRY 1974, p. 21.
121
Ivi, pp. 16-17.
122
Ivi, pp. 23-24.
L’organizzazione del commercio
299
In che misura quanto osservato dal Macry con riferimento
alle voci del grano si può estendere alle voci della seta? La natura del prezzo alla voce della seta si modificò nel corso dell’età
moderna e la voce presentò caratteristiche diverse a seconda
delle piazze in cui era decretata.
Nel 1555 il principe di Bisignano regolamentò nei seguenti
termini i contratti di compravendita anticipata della seta stipulati nei suoi domini:
quelli che hanno comperato o compreranno la seta innanzi tempo
ad otto et a nove carlini la libra, perché in questo casu li comperatori sono certi de lucro e non vi è incertitudine che havesse potuto
valere più o meno, per causa che l’incertitudine fa il contrato alias
inlicito, però li venditori siano tenuti solamente restituire il capitale, e quelli che l’hanno comparata a dieci carlini ad alto, perché ci è
la detta incertitudine, la compera è valida e volemo che se li doni la
seta, ma per l’havere comperata innanzi tempo e si trovano li venditori molto lesi, li comperatori habbiano da supplire il prezzo
come vale alla comone voce, ma un carlino manco123.
I contratti nei quali il prezzo fosse stato fissato dalle parti
erano da considerarsi nulli, il debitore avrebbe conservato la disponibilità della seta prodotta e avrebbe dovuto rendere al creditore il capitale ricevuto. I contratti che non fissavano un limite superiore al prezzo della seta erano ritenuti validi ma, quanto
al prezzo, le parti si sarebbero dovute regolare sulla «comone
voce, ma un carlino manco». Il documento è di estremo interesse. Esso rivela che all’origine la voce doveva coincidere con la
«comone voce» dei prezzi praticati in una determinata località.
Poteva essere, cioè, ciò che in Piemonte era il «prezzo comu124
ne», un «prezzo corrente», o forse un «giusto prezzo» . Ma va
123
ASN, RCS, Diversi, II numerazione, vol. 88, cc.280v-281v, cit. in GAp. 281.
124
Si consideri la seguente testimonianza, risalente alla fine del XVI o agli
inizi del XVII secolo, riguardante la voce del grano: la voce «la hazian unos
viejos los mas antiguos, honrrados y desapasionados [...] los quales teniendo
consideracion al gasto que los labradores hazian en sembrar y recojer y a como les acudia el año, declaravan el precio que les parecia conveniente y justo
[...] y esta declaracion era como una tassa de suerte que ordinariamente el trigo se vendia despues ante a menos que a mas de la dicha voz», BNN, ms.
S.Martino, n.61, cit in GALASSO 1967, p. 282n.
LASSO 1967,
300
Capitolo VI
anche sottolineato che il principe di Bisignano stabilì che coloro che compravano seta «innanzi tempo» anticipando ai produttori un certo «capitale» dovessero dopo il raccolto valutare
la seta ad un prezzo inferiore a quello «comone», nella misura
di un carlino: fissò, in altri termini, un interesse sul capitale an125
ticipato ai produttori .
Nel tempo la voce, mutando radicalmente natura e significato, sarebbe divenuta ciò che Macry ha definito il «prezzo della
126
restituzione» , un prezzo, cioè, decretato espressamente con
l’obiettivo di regolare i contratti di compravendita anticipata
delle derrate. Nelle aree di produzione dove più ampio era il
ricorso di produttori e compratori ai contratti alla voce, la voce
stabilita dalle autorità locali diveniva cruciale per la definizione,
da un lato, della remunerazione del lavoro di migliaia di produttori e, dall’altro, della remunerazione del capitale anticipato
dai compratori. La valenza politica della voce diveniva evidente.
Nelle piazze principali ciò comportò che alla decretazione
prendessero parte attiva, oltre alle autorità locali, anche i diretti
interessati: venditori, compratori e, talvolta, rappresentanti del
governo centrale. Comportò altresì, argomenta Macry, che la
voce decretata si discostasse in misura più o meno ampia dai
prezzi correnti, dipendendo in definitiva la sua determinazione
127
«dai reali rapporti di forza tra le parti interessate» .
Per quanto riguarda la voce della seta, sembra che dalla fine
del ’500 alla fine del ’600 fossero decretate due voci, una a Cosenza, l’altra a Monteleone. Non si può escludere che altre località decretassero proprie voci della seta, ma è probabile che le
voci dei centri di produzione minori fossero agganciate alle
principali.
Le procedure per la fissazione della voce nelle due città erano sostanzialmente diverse. A Cosenza, i «Sindaci, Mastro Giurati, et Eletti» raccoglievano i prezzi praticati localmente sulle
125
GALASSO 1967, p. 235, riferisce che intorno al 1530 la seta era valutata a
circa 13-14 carlini per libbra e nel 1560 a 20-22 carlini la libbra. Calcolando il
rapporto di un carlino sul prezzo minimo (13 carlini) e su quello massimo (22
carlini) l’interesse sarebbe stato fissato tra il 4,5 e il 7,7% su base annua, ma su
capitali o valori prestati anche per pochi mesi.
126
MACRY 1972, p. 862.
127
MACRY 1974, p. 24.
L’organizzazione del commercio
301
«seti assortimenti» il 22 luglio, giorno della Maddalena, e decretavano poi «il comunale che più generalmente corse» come
prezzo a cui si dovevano pagare «le sete comprate, e vendute
128
innanzi tempo» . A Monteleone, almeno a partire dal 1582, la
decretazione della voce rientrava tra le prerogative del duca, era
effettuata in coincidenza con la fiera della Maddalena,
nell’ultima settimana di luglio, e regolava i contratti di compravendita anticipata stipulati «nella Terra e Stato di Monteleone».
In realtà, fino alla fine del XVII secolo, la voce di Monteleone,
detta anche «della Maddalena», costituì un punto di riferimento
anche per i contratti stipulati al di fuori dei domini ducali, ad
129
esempio a Reggio . La voce era decretata dall’uditore, o governatore, ducale che convocava, per sentirne i pareri, il Sindaco
dei nobili, il Sindaco degli «honorati», l’Avvocato e il Procuratore dei Poveri, l’Avvocato e il Procuratore della Città ed un
buon numero di negozianti, di norma una decina ma talora anche più. A partire dal 1680 fu convocato anche l’Arrendatore
generale del dazio sulla seta.
I dati e gli elementi di valutazione sui cui si fondava la fissazione della voce di Monteleone erano ben più ampi di quelli
adottati a Cosenza. Il governatore raccoglieva informazioni
non solo sui prezzi «corsi alla giornata» nei domini ducali ma
anche su quelli praticati a Napoli, a Cosenza e «nelle terre fuori
di Regno». Riceveva dai Sindaci delle diverse terre informazioni
sull’andamento del “raccolto”. Considerava «la spesa fatta» nel
nutricato e l’ammontare della produzione serica locale. Ed aveva «ancora mira, et pensiero alla commodità, che ha havuta del
dinaro chi li ha ricevuto, et interesse, di chi l’ha dato». Valutava
la congiuntura commerciale, il «concorso di compratori», la
«quantità di dinari» affluiti anche dall’estero, «la quantità delle
sete vecchie remaste dell’anno prossimo passato». Valutava, infine, eventuali riforme fiscali, nuove imposte istituite sulla seta
o riforme comunque rilevanti per il settore.
In effetti, il margine di discrezionalità nella formazione della
voce di Monteleone, proprio per la varietà di parametri che si
128
ASN, Archivi privati, Archivio Pignatelli d’Aragona Cortes, serie
Napoli, sc. 64, f.lo 3, Copia del libro dei decreti …, a.1588.
129
Ivi, Supplica dei Sindaci di Reggio, 20 luglio 1589 e passim. V. anche supra,
par. 4.2.
302
Capitolo VI
130
consideravano, era notevole . Ma anche il procedimento adottato a Cosenza, in astratto più vincolante per i soggetti deputati
alla decretazione e maggiormente aderente alle dinamiche del
mercato locale, poteva prestarsi ad artifici ed accorgimenti che ne
minassero l’obiettività, per esempio, nella fase di selezione dei
prezzi tra i quali andava individuato «il comunale» su cui era fissata la voce o anche, fintanto che la voce fu calcolata sulla base
delle contrattazioni effettuate in un determinato giorno – sembra
che fino ai primi decenni del XVII secolo fossero presi in considerazione gli scambi effettuati il 22 di luglio – mantenendo artifi131
cialmente deboli le contrattazioni fino a quella data .
130
La mancanza, per tutta l’età moderna, di dati relativi ai prezzi correnti
della seta impedisce di stabilire se e in quali circostanze la discrezionalità
dell’uditore ducale si traducesse in un vantaggio, rispetto ai prezzi correnti,
per i venditori o per i compratori della seta. Ricorsi e lamentele, non numerosi, provenivano da entrambe le parti. Nel 1642 il Procuratore dei Poveri, notaio Marcantonio Sica, sostenne che «da molti anni in qua la voce [era] stata di
maniera, che non vi ci pote[va] restar luoco di querela a detti Signori Negozianti», ivi, s.d. ma 1642. Viceversa, nel 1702 la duchessa di Monteleone dovette difendere in Consiglio Collaterale il suo diritto a decretare la voce annuale della seta nelle forme consuete, diritto contestato dai mercanti che si
sentivano danneggiati dalle decretazioni ducali: il procuratore dichiarò in
Collaterale che «da qualche tempo a questa parte per essersi fatta in poca
quantità la raccolta, et con gran travaglio delli Poveri bracciali, ha convenuto
a proporzione publicare la voce, [... ma] l’ingordigia di alcuni mercanti, non
restando sodisfatti, ricorsero» e ottennero che alla decretazione della voce
prendesse parte anche l’Uditore provinciale. «Restò deluso il di loro disegno», ricordò il procuratore, poiché l’Uditore provinciale avallò le decretazioni ducali ed anzi «si diede qualche cosa più di quello che l’aveva publicato». Il Consiglio Collaterale aderì all’istanza del procuratore di «ordinare che
si osservi il solito a fine di non preciudicarsi per detta ingordizia [...] l’utilità,
et comodo publico di quella Provincia», ivi, Napoli, 8 luglio 1702.
131
A Gallipoli la voce dell’olio si formava sulla base della media dei prezzi
correnti degli oli nuovi corsi nei due mesi precedenti la data in cui era fissata
l’assemblea per la decretazione della voce. Ma sulla decretazione pesavano
anche altri parametri, quali l’entità della produzione e l’andamento della domanda internazionale. In tal modo i produttori erano salvaguardati «against
the mercantile trick of trying to bring down the voce by fraudulent contracts
of sale at very low prices». Tale era l’interpretazione più diffusa ma forse,
ipotizza Chorley, la discrezionalità era indirizzata a compensare «the gap between the voce price and the higher prices» che sarebbero corsi nei mesi successivi, CHORLEY 1965, p. 95. Si è riferito dei maneggi dei compratori per
condizionare il livello della comune in Piemonte.
L’organizzazione del commercio
303
In questo quadro, non è certo che gli interessi dei produttori – i «poveri industrianti» – potessero essere meglio garantiti da un metodo di formazione della voce all’apparenza automatico ma di fatto ugualmente passibile di manipolazioni
all’interno e all’esterno del consesso deputato alla decretazione, piuttosto che da un procedimento in certa misura discrezionale che teneva conto di una pluralità di fattori, dal costo
della foglia di gelso alle dinamiche del mercato internazionale.
Nella seconda metà del XVIII secolo l’autonomia delle autorità calabresi fu irregimentata, o forse, più correttamente, fu
collocata in un sistema di equilibri e di controlli che lasciava
alle autorità locali un margine di manovra molto più limitato.
Jannucci riferisce di una riforma «recente» in virtù della quale
le voci di tutte le derrate si sarebbero potute pubblicare solo
dopo aver ottenuto l’approvazione o soggiaciuto all’eventuale
132
«moderazione» da parte del sovrano .
Non sono note le circostanze nelle quali maturò tale riforma
e se proprio in quell’occasione il governo procedette ad una ri133
considerazione della funzione della voce della seta . Quel che è
certo è che negli anni ’70 il sistema di fissazione delle voci risultava profondamente diverso. A parte la soggezione delle decretazioni locali all’approvazione regia, che pure rappresentava
una novità rispetto al passato, erano decretate annualmente
quattro voci principali: la voce di Cosenza, o di Calabria Citra,
la voce di Monteleone, o di Calabria Ultra, la voce di Reggio e
132
JANNUCCI 1767-69, parte III, p. 673. La citata Copia del libro dei decreti fu «estratta dall’originale» dall’«archiviario della Casa del Duca di Monteleone» l’8 marzo 1768. Si può avanzare l’ipotesi che tale Copia fosse redatta in
occasione della riforma, forse al fine di opporre al provvedimento governativo il privilegio ducale di decretare la voce secondo le forme consuete.
133
Si sconta la scarsità di documenti relativi ai decenni centrali del XVIII
secolo fino alla metà degli anni ’70 che si spiega, senza entrare nel merito degli
assetti e delle competenze istituzionali, con il fatto che il fondo genericamente
definito della Segreteria d’Azienda, e relativo a tutti i rami dell’economia e
delle finanze del Regno, è in buona parte non consultabile perché ancora in
corso d’ordinamento. Parte del fondo della Segreteria d’Azienda per gli anni
1777-1806 confluì fin dal XIX secolo nel fondo del Ministero delle Finanze,
aperto alla consultazione: di qui la maggiore disponibilità di fonti per l’ultimo
trentennio del ’700.
304
Capitolo VI
la voce di Somma, o di Terra di Lavoro. La voce di Terra di
Lavoro era il cardine dell’intero sistema poiché da essa le voci
delle Calabrie “prendevano norma”. Le voci calabresi, cioè, si
dovevano stabilire in sede locale attenendosi ad una differenza
di alcuni carlini in più o in meno rispetto alla voce di Somma,
a seconda della qualità delle sete prodotte nelle diverse aree di
produzione calabresi rispetto a quelle prodotte in Terra di Lavoro. Ad esempio, la voce di Reggio, «giusta le regali determinazioni», si poteva fissare fino a 2 carlini in più rispetto alla
voce di Terra di Lavoro, «per riguardo che le seti di Reggio si
134
considerano di assai miglior qualità» . Le voci di Cosenza e
di Monteleone erano viceversa più basse di quella di Terra di
Lavoro nella misura, rispettivamente, di circa 3 e 4 carlini la
libbra.
In realtà non fu stabilito un rapporto costante, né in termini
assoluti, né in termini percentuali, tra la voce di Somma e le voci
135
calabresi . La voce di Somma costituiva però un punto di riferimento, un parametro che lasciava in sede locale un margine di
manovra ben più ristretto. Si consideri che in alcuni anni nelle
Calabrie le voci furono fissate prima che in Somma, ma allorché
si determinò la voce di Somma e risultò che rispetto ad essa le
voci calabresi si presentavano incongrue, si provvide pronta136
mente a modificarle . Ad ogni modo, la relazione intercorrente
tra la voce di Terra di Lavoro e quelle delle Calabrie è efficacemente descritta dai coefficienti di correlazione calcolati sulle
137
voci finora individuate (cfr. Tabella 6.1) : 0,91 per Monteleone/Somma; 0,95 per Cosenza/Somma; 0,96 per Reggio/Somma.
134
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’interino amministratore
delle Regie Dogane di Reggio Antonio Alberto Micheroux al Supremo Consiglio delle Finanze, Reggio, 23 agosto 1788.
135
Non «v’è gradazione designata e certa, o termine che non possa trasandarsi, comecche dipenda tutto dalla natura del genere, dall’ubertosità, e dalle
circostanze del commercio che possono ricevere ed in meglio, ed in peggio,
combinazioni infinite», ASN, fs. 2455, inc. 49.
136
Nel 1778 la voce di Reggio, inizialmente stabilita a 20 carlini la libbra,
fu portata a 19,5 carlini dopo aver ricevuto la comunicazione della decretazione fatta a Somma per 18,5 carlini. Stessa sorte subirono le voci di Cosenza
e di Monteleone, ASN, MF, fs. 1342, 8 ottobre e 19 novembre 1778.
137
Nel classico studio di FARAGLIA (1878, pp. 249-251) figura una serie dei
prezzi della seta nelle diverse province «secondo la voce» degli anni 1788-
L’organizzazione del commercio
305
TABELLA 6.1. Voci della seta di Somma, Reggio, Cosenza e Monteleone (1777-1805) (carlini per libbra)
Anno
1777
1778
1779
1780
1781
1782
1783
1784
1785
1786
1787
1788
1789
1790
1791
(a)
23,5
18,5
18,0
18,0
15,0
14,5
(b)
24,5
19,5
17,5
18,5
16,0
16,0
(c)
20,1
15,5
14,1
15,2
13,0
12,6
17,0
17,0
20,0
17,0 18,0
15,0 16,0
16,5
17,0
14,3
13,5
(d) Anno
16,6 1792
14,5 1793
12,6 1794
14.4 1795
12,6 1796
11,6 1797
1798
1799
13,0 1800
12,8 1801
15,3 1802
14,0 1803
1804
1805
(a)
18,0
17,5
13,5
16,0
15,0
18,0
18,5
16,0
18,0
16,5
19,5
20,0
19,0
21,0
(b)
18,0
14,0
16,5
15,0
18,0
20,5
18,0
19,0
17,5
20,0
20,5
21,0
23,0
(c)
15,40
13,60
11,00
12,00
11,60
14,00
13,00
14,60
13,60
16,75
17,10
15,80
16,00
(d)
15,0
12,3
10,0
11,0
11,0
13,0
14,1
12,5
13,6
12,4
15,0
15,0
14,0
15,6
14,5
(a) Terra di Lavoro (b) Reggio (c) Calabria Citra (d) Calabria Ultra.
Fonte: ASN, MF, rgg. 32 e 33; fss. 1342, 2455 e 2694; Segreteria d’Azienda, in
ordinamento, La Soprintendenza della Reale Azienda agli amministratori
delle Dogane di Calabria Citra, Calabria Ultra e del Paraggio di Reggio, Napoli, 31 luglio 1782; L’amministratore generale delle dogane di Calabria Citra
Francesco Saverio de Leon al Direttore del Supremo Consiglio delle Reali Finanze, Cosenza, 13 agosto 1785; L’amministratore generale delle Dogane di
Calabria Ultra marchese del Vinchiaturo al Supremo Consiglio delle Finanze,
Monteleone, 21 luglio 1787.
Un aspetto significativo della voce di Terra di Lavoro merita
di essere rimarcato perché aiuta a chiarire la logica che presiedeva all’intero sistema. Come si è riferito, i produttori di Terra
di Lavoro ricorrevano assai di rado alle vendite anticipate. Nei
verbali delle riunioni per la decretazione della voce si ribadiva
sistematicamente che la voce da stabilirsi non era destinata ad
incidere sulle contrattazioni che si effettuavano nella provincia
poiché produttori e compratori vendevano e acquistavano «a
1805, ma si sono riscontrate diverse incongruenze rispetto alle decretazioni
delle voci conservate in ASN, MF, fss. 2455 e 2693, peraltro citati da Faraglia
come fonte.
306
Capitolo VI
prezzo finito, e dopo il raccolto». La voce di Terra di Lavoro,
pertanto, nell’ultimo quarto del XVIII secolo, non aveva altra
funzione che quella di regolare le voci calabresi. Ma il fatto che
la regolazione dei contratti stipulati nelle Calabrie dipendeva da
una voce che non trovava applicazione nell’area di produzione
in cui era fissata non può essere interpretato come «a characte138
ristic administrative anomaly» . Va, al contrario, inteso come
un chiaro segnale dell’attenzione e della volontà di regolazione
del governo riguardo ai rapporti tra compratori e produttori
nelle Calabrie.
In effetti, nella procedura per la formazione della voce di
Somma il governo svolgeva un ruolo rilevante. Attraverso la
presenza dell’Avvocato Fiscale della Regia Camera della Sommaria, del Razionale e del Procuratore Fiscale della Soprintendenza della Reale Azienda o, dopo il 1789, di un membro del
Supremo Consiglio delle Finanze, il governo era direttamente
rappresentato nella riunione in cui si decretava la voce sulla
scorta delle informazioni relative all’andamento del raccolto, ai
costi sostenuti dagli allevatori, alle «ricerche da fuori Regno»
delle sete regnicole e ai prezzi corsi in Terra di Lavoro e a Na139
poli . Il rappresentante del governo ascoltava i pareri degli altri
partecipanti su quale dovesse essere la voce da proporre al sovrano ed infine gli sottoponeva una accurata relazione nella
quale esprimeva, con un certo margine di autonomia rispetto ai
pareri raccolti, la sua opinione sulla voce da stabilire. Quasi
140
sempre il sovrano ne accolse le proposte . Nelle Calabrie, invece, pur partecipando alle rispettive riunioni, gli amministra138
CHORLEY 1965, p. 192.
Alla riunione partecipavano i governanti, il Priore e l’Abate dei Padri
Domenicani di Somma, un console dell’Arte della Seta di Napoli, un negoziante napoletano e l’appaltatore dell’Arrendamento della Seta di Terra di
Lavoro.
140
Ad esempio, nel 1790 tutti i partecipanti alla «liturgia» della decretazione si espressero per una voce tra i 15,5 e i 16 carlini la libbra, ma fu accolta la proposta del commissario del Supremo Consiglio delle Finanze di
fissare la voce a 16,5 carlini la libbra, ASN, MF, fs. 2455, f.lo 24. Nei dispacci del 1789 e 1790 con cui si incaricava Giuseppe Mazzoni di intervenire alla riunione per la fissazione della voce si precisava che era suo compito
«assicurare gl’inte-ressi de’ poveri industrianti di tal genere delle due Calabrie», ivi, f.li 17; 24.
139
L’organizzazione del commercio
307
tori doganali di Calabria Citra, di Calabria Ultra e del paraggio di Reggio si limitavano a registrarne l’esito e a comunicarlo
al sovrano perché questi approvasse o “moderasse” la decretazione locale.
La voce della seta di Terra di Lavoro, principale parametro
per la formazione delle voci calabresi, si formava sulla base dei
prezzi correnti in Terra di Lavoro, ed in larghissima parte li rifletteva, ma rispondeva, in ultima analisi, a valutazioni di natura
politica. Che effetti produsse sui rapporti tra produttori e compratori calabresi l’ancoraggio ad un mercato strutturalmente
diverso da quello calabrese? E a quali criteri il governo informò
le sue decretazioni?
A queste, come pure ad altre domande che la questione dei
contratti alla voce pone non è possibile al momento dare risposte esaurienti. In prima approssimazione si può osservare che
nella formazione delle voci della seta non operavano o, quanto
meno, non operavano nella medesima direzione alcuni di quei
«motivi di ordine generale» che avevano larga influenza nella
determinazione delle principali voci del grano – si pensi agli obiettivi di politica annonaria e alla connessa ingerenza «scoper141
tamente calmieratrice» del governo nella decretazione delle
voci relative ai tradizionali mercati di approvvigionamento della
capitale. Certo, se il popolo di Napoli chiedeva pane, i suoi
fabbricanti chiedevano seta grezza a costi contenuti. Il governo
si mostrò particolarmente attento alle istanze dell’Arte della Seta di Napoli in merito, ad esempio, al regime delle esportazioni
di seta grezza. Il divieto sancito nel 1713 e poi, dalla fine degli
anni ’30, la liberalizzazione limitata agli ultimi sei mesi
dell’anno serico dovevano garantire non tanto l’approvvigionamento di materia prima ai matricolati della capitale – che
non risulta ne abbiano mai sofferto la scarsità – quanto il contenimento del suo costo.
Occorrerebbe dunque qualificare il ruolo svolto dal governo
nella fissazione delle voci della seta, stabilire in che misura e con
quali obiettivi intervenisse ad indirizzare e, talora, a modificare
le decretazioni effettuate in sede locale. Dalla documentazione
esaminata non emerge una politica di calmieramento della voce,
141
MACRY 1972, p. 868.
308
Capitolo VI
ma si tratta di un aspetto che meriterebbe ben altro approfondimento. Presumibilmente, il contenimento del costo della seta
grezza era efficacemente perseguito dal governo attraverso
142
un’accorta gestione dei permessi di esportazione che, assieme
all’obbligo d’immissione a Napoli dell’intera produzione serica
del Regno, garantiva ai matricolati sia la disponibilità sia il contenimento dei prezzi della materia prima.
Più rilevante e delicato era il problema di conseguire un equilibrio tra interessi degli allevatori e interessi dei negozianticreditori della seta. La difficoltà nella formazione della voce risiedeva nel fatto che le conseguenze potevano risultare gravissime «quando non si [era] bilanciato questo prezzo in maniera
conducente, e per l’Industrianti, e per li Compratori, onde risulta[va] il discapito dei primi, o lo scoraggimento degli altri».
Si rischiava di costringere i venditori a cedere la seta ad un
prezzo inferiore ai costi sostenuti per produrla o, viceversa, di
imporre agli acquirenti di ricevere la seta ad un prezzo superiore a quello di mercato o comunque tale da non consentire loro
di conseguire i profitti sperati. In tal caso i negozianti, non avendo trovato conveniente «anticipar danaro alla voce per poter
comprare le Sete a maggior vantaggio a prezzo finito, si potrebbero ritirare da un tal Negoziato, e necessariamente restarebbero delusi li poveri Industrianti per quel soccorso, che li
mancarebbe, e che li bisogna per il sostentamento della vita, e
143
per coltivare l’Industria» .
142
È probabile che ogni anno, nell’autunno, il Segretario d’Azienda sottoponesse al sovrano un rapporto riepilogativo sull’esito della stagione serica,
sia sotto il profilo dell’andamento della produzione, sia con riguardo agli introiti maturati dal fisco in relazione ai diversi dazi istituiti sulla “nascita delle
sete”. Finora si è individuato soltanto uno di tali rapporti, relativo all’anno
1778. Al suo interno, con gli altri dati, il Segretario comunica al re che «il solito consumo per l’uso dell’arte, si è sempre considerato circa libre 300.000 e
queste deducendosi dalla nascita delle libre 1.048.725,6 ne avanzarebbero libre
748.725,6, per le quali si può regolare l’Estrazione, che anche volendosi regolare per metà, sarebbe più di libre 374.000», ASN, Segreteria d’Azienda, in
ordinamento, Il Segretario d’Azienda al Re, Napoli, 7 novembre 1778. Di
certo ogni anno il Sovrintendente della Reale Azienda doveva rimettere al Segretario, perché lo sottoponesse al sovrano, un bilancio «general, y distinto
del introitado, y pagado» dall’Arrendamento di Calabria, ASN, MF, fs. 2230.
143
ASN, MF, fs. 2455, inc. 1.
L’organizzazione del commercio
309
In periodi di fiacchezza del mercato e di abbassamento dei
prezzi della seta, la composizione dei divergenti interessi diveniva ardua o addirittura, in alcuni anni, s’imponeva una scelta
che gli ufficiali governativi incaricati di presiedere alle riunioni
per la fissazione della voce tradussero nelle due risoluzioni estreme di privilegiare la stessa sopravvivenza dei produttori, da
144
un lato, o la misura del profitto mercantile, dall’altro .
Negli ultimi due decenni del ’700 il prezzo alla voce, con i relativi contratti, non sempre garantì margini di profitto commisurati
alle aspettative dei negozianti. Interrogato intorno ai «comodi»
che potevano «mancare agl’Industrianti», l’ammi-nistratore
dell’Arrendamento in Calabria Citra rispose che quel che essi pativano era «la mancanza di danaro, perché [...] per lo poco utile da
più anni ricavato da Negozianti, si sono ristuccati di anticipare il
loro danaro all’Industrianti, e tutto deriva dalla situazione della
Voce, che si mette alle volte senza considerazione da quel reggi145
mento e per lo spazio di molti anni si è sempre perduto» . A
Reggio i negozianti si tutelavano dall’alea o, sembrerebbe, dalle
sicure perdite in cui sarebbero incorsi se avessero stipulato contratti alla voce aggirando la normativa: «quantunque non compariscono contratti di caparra per incetta di dette seti, si cuopre però
maliziosamente tal caparra sotto contratto di mutuo coll’intelligenza tra il compratore, ed il venditore di stare il danaro per caparra di seta». Certo è che nel 1788, a fronte di una voce di 18 car146
lini la libbra, il prezzo corrente non superava i 15 e mezzo .
144
Nel 1793 il Supremo Consiglio delle Finanze, «avute presenti le calamità della passata indizione per quello riguarda i generi di prima necessità, onde
i poveri bracciali, fra quali gl’Industrianti della Seta, si sono ammiseriti [...] ha
seriamente ponderato, che per animare, e promuovere quest’industria, conviene che l’Industriante vi trovi il suo profitto, ch’è l’unico mezzo da incoraggiarvelo; e che se bene il Negoziante dovess’essere in perdita di qualche
grano in un’anno, ciò niente significa in proporzione de’ grossi lucri, e guadagni fatti sullo stesso genere, e sulle fatighe degl’istessi individui negli anni trascorsi», ASN, MF, fs. 2455, inc. 50.
145
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’amministratore generale
delle dogane di Calabria Citra Francesco Saverio de Leon al Supremo Consiglio delle Finanze, Cosenza, 9 luglio 1785.
146
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’interino amministratore
delle Regie Dogane di Reggio Antonio Alberto Micheroux al Supremo Consiglio delle Finanze, Reggio, 23 agosto 1788.
Capitolo VI
310
In conclusione, una volta delineato il quadro delle condizioni in cui nel Regno si realizzavano le vendite anticipate della seta grezza e segnalate le specifiche e complesse dinamiche politiche, economiche e sociali di cui la voce della seta era espressione, non è possibile andare oltre. La questione dei contratti alla
voce nell’ambito della sericoltura meridionale nel XVIII secolo,
così come nei secoli precedenti, non si presta a letture univoche
e ad interpretazioni generali, né tanto meno può essere spiegata
per analogia con la funzione che la voce venne in concreto a
svolgere in altri settori. Reclama, è appena è il caso di ribadirlo,
una documentata e autonoma analisi.
La vendita della seta grezza effettuata dopo il raccolto e la
vendita anticipata attraverso i contratti alla voce non esauriscono le forme dello scambio o, se si vuole, della circolazione della
seta. Una parte della produzione serica non era commerciata
dai produttori, era ceduta mediante patti o in virtù di obblighi
che escludevano dal mercato singoli produttori o tutti i produttori di alcune aree di produzione.
Si possono individuare almeno tre casi in cui un certo numero di produttori o intere aree di produzione non accedevano al
mercato: il trasferimento di tutto o di parte del prodotto al
proprietario della foglia di gelso, l’assoggettamento ad abusi
feudali e la vendita anticipata della produzione serica attuata
dalle università.
Sui patti tra gli allevatori e i proprietari della terra o gli erogatori della foglia di gelso si è avuto modo di soffermarsi in
147
precedenza . Basti ora ricordare che nelle Calabrie, di norma, i
patti agrari riservavano al proprietario i due terzi della seta
prodotta dall’allevatore. Per l’area di Reggio, inoltre, è testimoniata la prassi di cedere al proprietario tutta la seta prodotta, ricevendone in cambio un terzo del ricavato dalla vendita. Così, a
parità di seta offerta, si presentavano sul mercato non i numerosissimi produttori ma un più ristretto numero di proprietari
che disponevano delle partite di seta ricevute dai propri coloni
o dagli allevatori cui avevano venduto la foglia in cambio di una
predeterminata quantità di seta.
147
Cap. 1, parr.3-5.
L’organizzazione del commercio
311
Quanto al secondo caso, sorvolando sull’ovvia confluenza
nelle mani del feudatario di cospicue quantità di seta prodotta
con foglia di gelso di sua proprietà o comunque nell’ambito di
accordi con i produttori che rientravano nelle consuete forme
148
negoziali , talune testimonianze lasciano intendere come in alcuni feudi il barone s’impossessasse coattivamente e alle condizioni da lui stabilite dell’intera produzione locale. Il Galanti, ad
esempio, racconta che «tutta la seta che nasce ne’ feudi di Bagnara», appartenenti ai Ruffo di Bagnara, era incettata dal barone secondo il seguente sistema: «si distribuisce dall’erario
[l’amministratore del feudo per conto del barone] ogni anno un
porco a famiglia, il quale deve servire a compensare la seta che
per forza dalle squadre si prende, e se il porco non arriva a fare
il prezzo della seta non si cura pagare il dippiù, oltre la bassa
ragione con cui si paga la seta ed il prezzo elevato con cui viene
149
pagato il porco» .
Il comune di Morano, in Calabria Citra, dopo l’eversione
della feudalità ricorse alla commissione feudale perché fosse
impedito al principe di Scalea di «astringere que’ cittadini a
vendere per forza a lui le sete che fanno per industria e di pa150
garle al prezzo che gli piace» . Il comune di Lauria, in Basilicata, accusò l’ex barone di voler «far suo privativo il negozio della
151
seta» . I comuni di Pentadattilo e Mileto, in Calabria Ultra,
denunciarono che il marchese di San Luca «costringeva i citta152
dini a fare a suo conto l’industria della seta» . Il comune di
Palmi, in Calabria Ultra, chiese che l’ex baronessa Cristina Spinelli, principessa di Cariati, si astenesse dal «pretendere la com153
pra e vendita forzosa della seta e degli olj de’ cittadini» .
148
Naturalmente si registravano abusi feudali anche nell’accaparramento
della foglia. Si vedano ad esempio tra le SENTENZE DELLA COMMISSIONE FEUDALE, il comune di Mammola (Calabria Ultra) contro il marchese di Squillace, sentenza 11 dicembre 1809, e il comune di San Giorgio (Principato Citra)
contro Antonio Sarno Prignano, sentenza 13 giugno 1810.
149
GALANTI 1792, p. 215.
150
SENTENZE DELLA COMMISSIONE FEUDALE, vol. 10 (1809), sentenza 14
ottobre.
151
Ivi, vol. 11 (1809), sentenza 18 novembre.
152
Ivi, vol. 12 (1810), sentenza 11 dicembre.
153
Ivi, sentenza 22 dicembre.
312
Capitolo VI
La legislazione in materia non dava adito ad incertezze sulla
libertà dei privati di disporre in generale dei loro prodotti ed in
154
particolare della seta . Ciò nonostante la «maggior parte de’
Baroni, massimamente della Calabria», aveva continuato ad
impossessarsi delle sete prodotte dai vassalli, «nel che oltre
l’oppressione, che vi è della natural libertà di vendere le merci à
chi più piace, e à chi gli torna conto, sono costretti à patire mille violenze, così nel peso, che di esse fanno, come nel prezzo,
che per quelle danno, perocchè si vuol dare in altrettante robbe,
155
le quali valutano à loro arbitrio» .
Difficile accertare se il feudatario incettasse le sete prodotte
nei suoi feudi a condizioni effettivamente svantaggiose per i
produttori, come la maggior parte delle testimonianze indicherebbe, mentre si deve ritenere che le sete incettate non fossero
poi riversate sul mercato locale ma incanalate – dall’agente o
dall’erario del barone – in partite di migliaia di libbre verso la
capitale o all’estero e vendute, per lo più, mediante trattative
con i principali negozianti operanti a Napoli.
Non diversamente dai piccoli produttori, ma per somme e
secondo accordi ben differenti, i feudatari si indebitavano e utilizzavano la seta e gli altri prodotti del feudo come mezzo di
pagamento dei debiti contratti. Carlo Ruffo, duca di Bagnara,
ricorse ripetutamente negli anni ’40 del ’700 a prestiti dei «pubblici negozianti» napoletani Gennaro e Ottaviano Brancaccio e
Giuseppe de Rosa, prestiti che da contratto poterono essere restituiti «in contanti o in seta». Nel caso di un prestito di 11.000
ducati ottenuto nel 1743 i Brancaccio, garanti, si occuparono
direttamente della commercializzazione a Napoli «secondo il
prezzo corrente» della seta inviata dai feudi di Bagnara e di
156
Maida .
154
Prammatiche de Baronibus II del 1466 e XXII del 1563. Quest’ultima
stabiliva che «qualsivoglia Barone non osi in modo alcuno di vietare, né proibire detti lor Vassalli, né persona alcuna di poter vendere à loro libertà dette
lor sete à chi lor piace, ed estrarre per tale effetto, pagando i debiti deritti,
senza alcun’impedimento, né contradizione, sotto pena di oncie cento, ed altro à nostro arbitrio».
155
BSNSP, ms. XX-B-22, f. 33.
156
I negozianti, «oltre alle somme accreditate, trattenevano per la loro
intermediazione una provvigione del 2 per cento per le vendite a contanti e
del 3 per cento per quelle effettuate “a credenza”», CARIDI 1995, p. 173.
L’organizzazione del commercio
313
Analogamente, nel 1735 il principe di Tarsia, «avendo passato convenzione con don Giuseppe Giordano, per la corrisponzione di alcune summe il mese, gl’avea egli all’incontro assignati
in soddisfazione delle suddette quantità, i frutti che pervenivano dalle sue Terre di Terranova, e Spezzano», in particolare,
157
grano e seta .
Nel terzo caso, verosimilmente peculiare al Mezzogiorno,
un certo numero di produttori non accedeva al mercato perché
le università vendevano anticipatamente una parte o tutta la
produzione serica dei loro cittadini ad un particolare acquirente, qualificato talora nei relativi contratti come “appaltatore
della seta”. Nell’ottobre del 1759 l’università di Cotronei e
Giovanni Paulo del Vecchio, di Napoli, stipularono un contratto definito di «appaldo delle seti» della durata di «anni due continui, ed altri due di rispetto», con i due anni «di rispetto» a di158
screzione dell’appaltatore del Vecchio . In base al contratto il
del Vecchio si impegnava a compiere «tutti li pagamenti a’ creditori fiscalarij, e istrumentarij de la medesima università anno
per anno, e terzo pro terzo» e l’università si obbligava a «darli,
e consegnarli tutte le seti nascerando, e si filarando in detta Terra in ogni anno». In altri termini, l’appaltatore si accollava tutti
gli oneri finanziari dell’università verso lo Stato («debiti fiscalarij») e verso altri creditori («debiti istrumentarij») ovvero si impegnava a versare alle scadenze previste («terzo pro terzo») tutte le somme, analiticamente elencate nel contratto, che
157
Oltre all’impegno assunto con il duca Giordano, importante negoziante
di seta (cfr. Tabella 6.8), il principe di Tarsia aveva stipulato un contratto con
Gaspare Penza, impegnandosi a fornirgli 2.014 libbre di seta al prezzo di
2.300 ducati. Quando giunsero a Napoli le 2.000 libbre di seta destinate al
Penza, spedite da Taverna e Spezzano dagli «Aggenti» del principe Carlo
Campagna e Maurizio Rodatà, il duca Giordano le fece sequestrare: il Tarsia
si era rifiutato di consegnargli alcune partite di grano per il «bassissimo prezzo» a cui l’aveva valutato, e così cercava di rifarsi sulla seta. Portata nel tribunale della Gran Corte della Vicaria, la controversia si chiuse con un versamento del principe di Tarsia al Giordano di 4.383 ducati, ASN, Casa Reale
Antica, Diversi, fs. 751.
158
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 47. Cotronei era situata nell’entroterra calabrese, alle falde della Sila, sul versante ionico. Prima del terremoto del 1783 contava 1.024 anime, Segreteria d’Azienda, in ordinamento,
a.1799.
314
Capitolo VI
l’università era tenuta a versare al Fisco e ai soggetti verso i
quali risultava a vario titolo debitrice. In cambio, l’università si
obbligava a vendere all’appaltatore l’intera produzione serica
locale, che il del Vecchio avrebbe dovuto valutare al prezzo alla
voce di Monteleone. Si sarebbe proceduto ad una compensazione: l’università rimborsava in seta il del Vecchio per le somme da questi sborsate, e dunque l’appaltatore avrebbe effettivamente versato all’università soltanto l’importo delle sete che
eccedevano la quantità necessaria a rimborsarlo del suo credito.
Il contratto conteneva alcuni patti accessori di un certo interesse. Il costo della trattura era interamente a carico
dell’appaltatore ma l’università si obbligava a pagare ai trattori
«il viaggio, casa, letto, oglio, e tutto altro li bisognerà a riserba
della trattura». L’appaltatore, che avrebbe scelto liberamente i
trattori «tanto forastieri, quanto cittadini», s’impegnava a
«somministrare» al Sindaco, ogni anno, entro il primo marzo,
45 ducati «in ajuto a’ Sericatrici». L’università avrebbe provveduto a «non far uscire ne meno un’oncia di seta da detta terra,
ma consegnarsi tutta ad esso [...] anche quella Chiesastica, e
d’ogni altra qualsisia persona», con l’eccezione di quella prodotta da tal don Muzio Vega, «ove corre per proprio conto». In
caso di «estrazioni» di seta all’insaputa dell’appaltatore,
l’università avrebbe dovuto versargli 6 carlini per ogni libbra di
seta «estratta», cioè sottrattagli.
In un contratto simile, stipulato nel 1724 tra l’università di
Stilo ed il «pubblico negoziante» napoletano don Domenico Palumbo, l’università avrebbe dovuto cedere non tutta la seta prodotta ma soltanto la quantità necessaria a rimborsare il Palumbo
dei pagamenti effettuati per suo conto. Anche in questo caso la
seta sarebbe stata valutata «alla voce della Maddalena». In base al
contratto, va sottolineato, al Palumbo sarebbe spettato un inte159
resse del 6% «pro rata temporis» sui capitali sborsati .
A fondamento degli «appalti delle sete» stava evidentemente, insieme alla generale scarsità del numerario, la possibilità
dell’università di ottenere credito per far fronte ai suoi oneri finanziari, ma le premesse giuridiche e le concrete implicazioni
159
ASN, Attuari diversi, fs. 51, f.lo 1. Il «Contado di Stilo» prima del terremoto del 1783 contava 1.879 anime, ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, a.1799.
L’organizzazione del commercio
315
che tali contratti potevano comportare restano indeterminate. Il
contratto vincolava direttamente due soggetti, l’appaltatore e
l’università, ma quest’ultima si impegnava a fornire come corrispettivo un bene prodotto da altri. Inoltre l’appaltatore
s’impegnava ad onorare per conto dell’università sia i debiti «fiscalarij» sia i debiti «istrumentarij». Che tipo di rapporto legava
i cittadini – produttori e non produttori di seta – all’università?
A che titolo l’università poteva accollare loro debiti che a rigore
160
erano di sua stretta pertinenza ?
Accanto ai tre casi descritti, si potevano determinare altre
circostanze nelle quali, di fatto, i produttori venivano in contatto con un solo acquirente. Alcune testimonianze suggeriscono
che talvolta gli appaltatori dei dazi sulla seta, nonostante fosse
loro espressamente vietato, approfittavano delle facoltà connesse al ruolo che rivestivano per impossessarsi della produzione
delle località che ricadevano sotto la loro giurisdizione, ad esempio, procrastinando la concessione delle licenze ai Regi
Compratori ed inducendo così i produttori più poveri e bisognosi a vender loro la seta piuttosto che aspettare l’apertura ufficiale delle contrattazioni. Nel 1791 il Supremo Consiglio delle
Finanze, nel proporre al sovrano che l’Arrendamento della Seta
nelle province campane fosse amministrato direttamente dal Fisco piuttosto che dato in affitto ad appaltatori, colse la differenza sostanziale tra i due sistemi di riscossione nella natura
stessa dell’appalto e nell’obiettivo prioritario che muoveva a richiederne la concessione: «la molle [sic!], che [...] muove
[l’appaltatore], è non già il pubblico, ma il proprio privato utile
e vantaggio; e da questo regolato unisce, avvalendosi delle Leggi del Bando, tante altre restrizioni, ed allacciamenti, affinché
per non regolari vie, e per una quasi necessità, venga a cadere
160
La Prammatica XI De administratione universitatum del 24 novembre
1606 vietava agli amministratori delle università la stipulazione di contratti
alla voce, prevedeva pene particolarmente severe (tre anni di relegazione per i
nobili, di «galea» per gli «ignobili») e, si noti, stabiliva che fossero «obbligate
le persone, e i beni [degli amministratori] a rifare alle Università [...] tutt’i
danni, ed interessi patiti». Nella stessa prammatica si ricollegava il ricorso ai
contratti alla voce al tentativo di aggirare («in frode») il divieto per le università di «pigliare danari a cambj», disposto l’anno precedente (Prammatica X
De administratione universitatum del 17 marzo 1605).
316
Capitolo VI
nelle proprie mani tutta la seta, che nasce al più vile prezzo, in
161
danno de’ poveri Industrianti» .
Sembra che ciò accadesse di frequente in Principato Ultra.
Federico Tortora, nell’esaminare la domanda di “rilascio” del
canone presentata nel 1792 dall’appaltatore Gaetano Persico,
obiettò che la “perdita” lamentata dal Persico sull’esazione del
dazio doveva essere stata certamente «compensata dall’utile
maggiore ricavato dalla compra delle sete», come confermavano
«le doglianze» delle università contro «l’avidità di esso appaltatore, che con privativa si ha comprato tutte le sete [...] contro la
Legge costituzionale, che rigorosamente glie lo proibisce, a
162
prezzi vili, ed indiscreti» .
In altri casi l’appaltatore non aveva bisogno di ricorrere ad espedienti ai limiti della legalità per impossessarsi della produzione
serica. Nelle località in cui non si realizzava alcun concorso di negozianti l’appaltatore finiva per essere il solo possibile acquirente
della seta locale, perché in ragione del suo ufficio era presente –
personalmente o attraverso i «sostituti» – in ciascuno dei luoghi di
produzione della sua giurisdizione, per quanto isolati essi fosse163
ro . In alternativa, i produttori avrebbero dovuto recarsi nelle lo161
ASN, MF, fs. 2455, inc. 29.
ASN, Pandetta miscellanea, fs. 101, f.lo 1. Nel 1773 l’università di Bagnulo ricorse contro l’appaltatore dell’Arrendamento di Principato Ultra,
Gaetano Testa, denunciando che «avendosi posto in mente di gir comprando
dette sete in tempo, che va esigendo la di loro gabella, usa tante violenze ai
mercadanti compratori delle medesime, che si costituisce in necessità di non
comprarle; onde i poveri non trovando a venderla, ed avendo bisogno di denaro per pagare il catasto, la detta gabella, ed altri debiti, si veggono astretti di
venderla a lui a vilissimo prezzo, come è avvenuto specialmente quest’anno
[...] ove il detto Arrendatore dopo aver differita la sua venuta, a fine
d’ingabellare, con tanto danno de’ Cittadini di detta Terra, ha posto i medesimi con tal maniera in necessità di vendergliela alla vil ragione di carlini 13 la
libra, e se ciascuno non glie l’avesse voluta dare, egli l’inabilitava a venderla ad
altri, col differire ad ingabellarla [...] ed il pegio è stato che pesatasi da lui medesimo la seta, che si comprava, i poveri venditori sono stati ancora fraudati
nel peso», ASN, Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 44. Dello stesso stesso tenore le accuse mosse nel 1780 dall’università di Montesarchio all’appaltatore
Cristofaro Rega, in ASN, Pandetta miscellanea, fs. 93, f.lo 34.
163
Il grado di isolamento, è evidente, dipendeva non tanto dalla effettiva
distanza dai luoghi di smercio della seta ma dalla disponibilità di mezzi di trasporto e dai relativi costi. Piace riproporre le riflessioni di un osservatore
162
L’organizzazione del commercio
317
calità in cui si svolgevano mercati e vendere direttamente il loro
prodotto. Ma, impegnati nel lavoro dei campi, non erano sempre
in condizione di occuparsi personalmente della vendita della seta,
e comunque il costo del viaggio verso i luoghi di smercio avrebbe
assorbito buona parte del ricavato della vendita delle piccole parti164
te di seta che producevano .
Non è dato conoscere quanta parte della produzione serica
fosse venduta direttamente dai produttori e quanta pervenisse
nella disponibilità di proprietari terrieri, di feudatari, di acquirenti alla voce e di appaltatori, che andavano a comporre
l’effettiva offerta di una parte della seta sul mercato locale o direttamente sul mercato napoletano. Si può però tentare di stabilire un ordine di grandezza del contributo relativo dei due tipi
di offerta, diffusa e parcellizzata quella dei produttori, più concentrata l’altra, esaminando le caratteristiche della domanda di
seta sul mercato calabrese.
Il commercio della seta grezza nei luoghi di produzione era
riservato ai Regi Compratori. La concessione della licenza, fornita gratuitamente a chiunque ne facesse richiesta, non costituid’eccezione, Luigi de’ Medici, incaricato di visitare le Calabrie nel 1790: «Si
preparano Università, Ospedali, Orfanatrofii ad un paese, che non ha strade
per le quali si possa passare, dove l’uso de’ carri da trasporto è così raro, che
se ne vedono taluni, che appena possono servire per poche miglia all’intorno
delle Città principali, e per la disaggiatezza delle strade possono con due Bovi
trasportare appena il quinto del peso, di cui si caricano in Terra di Lavoro [...]
non si tratta di mancanza di strade da correr la posta, mancano le strade pe’
carri da trasporto, cosicchè in molti luoghi per mettere le derrate alla Marina,
quantunque sieno nella piccola distanza di non più di trenta miglia, pe’ disaggi che s’incontrano, vi si spende quasi più del loro valore intrinseco», ASN,
AA. EE., fs. 4255, Pensieri sulla Calabria ulteriore, luglio 1790. Sulle condizioni delle comunicazioni stradali nel Mezzogiorno settecentesco e sugli interventi del governo nel periodo si vedano OSTUNI 1991; DE ROSA 1982.
164
Nel 1792 Federico Tortora, nel rilevare che si andava sperimentando «la
mancanza di Compratori delle sete nei luoghi distanti dalla Capitale», osservò
che per questa ragione negli anni precedenti «gl’industrianti dello Stato di
Galluccio, di Rocca Monfino ed altri luoghi lontani, [erano] stati astretti a
consegnar la loro seta agli appaltatori pro tempore, per il prezzo di non più di
carlini 13 in 14 la libbra». Il Tortora, amministratore del dazio, ritenne di interpretare diversamente il proprio ruolo, indusse i produttori di quelle località a riunire in un’unica partita le poche libbre di seta prodotte da ciascuno e si
impegnò a venderle per loro conto nella capitale, ASN, Pandetta miscellanea,
fs. 32, f.lo 86.
318
Capitolo VI
va un meccanismo di selezione o di limitazione della concorrenza ma un pratico espediente per la cognizione dei soggetti
165
impegnati nel commercio di un prodotto d’interesse fiscale .
Le ridotte o insussistenti barriere all’entrata farebbero presupporre un certo dinamismo nelle contrattazioni, una discreta affluenza di acquirenti nelle aree di produzione della seta e la presenza di un nutrito gruppo di piccoli speculatori. La documentazione rintracciata è quanto mai avara di testimonianze ma
sembra che nelle Calabrie non si verificasse un concorso particolarmente vivace di Regi Compratori nell’acquisto della seta.
Tra il 1751 ed il 1754 a Reggio e nel suo paraggio furono ri166
chieste in media ogni anno 43 licenze . Le 66.000 libbre di seta
167
mediamente prodotte in quegli anni furono pertanto commerciate da non più di 43 operatori, con una media di oltre
1.500 libbre di seta ciascuno.
Nel 1798 in Calabria Citra furono accordate 161 licenze per
una produzione di circa 155.000 libbre di seta, poco più di 960
libbre pro capite. In realtà, 26 Regi Compratori non effettuarono alcun acquisto di seta così che la quota pro capite sale a qua168
si 1.150 libbre . È anche nota la quantità di seta effettivamente
trattata nell’anno da ciascuno dei Regi Compratori. Soltanto in
165
Nel 1771 l’appaltatore dell’Arrendamento di Terra di Lavoro, Giuseppe
di Leva, ebbe a sostenere che la licenza di Regio Compratore «indistintamente si dà e quello, che è più non si può negare per le leggi dell’istruzioni».
L’occasione dell’intervento è di qualche interesse. Tal Giuseppe Sorrentino,
Regio Compratore nel ripartimento di Nola, aveva acquistato regolarmente
600 libbre di seta che però aveva poi venduto illegalmente, cioè senza richiedere il «responsale». L’appaltatore, dunque, non sapeva chi fossero i destinatari della seta e non era in condizione di esigerne il dazio. Poteva rivalersi sui
produttori o sul Sorrentino. Quest’ultimo risultò essere un negoziante di Cava de’ Tirreni, stabilitosi in Nola due anni prima per avviare un «fondaco ben
ricco di panni ed altri generi corrispondenti a questo mestiere, forse di valore
di più di 15.000 ducati, ma in poco tempo condusse così male il suo negozio»
da fare bancarotta. Fuggito da Nola, aveva lasciato nel fondaco merce per un
valore di circa 2.500 ducati, su cui era in corso l’esecuzione fallimentare. Il di
Leva ottenne il sequestro della merce a concorrenza del suo credito, ASN,
Pandetta miscellanea, fs. 32, f.lo 39.
166
ASN, Pandetta nuova seconda, fs. 120, f.lo 4.
167
Per gli anni 1751 e 1752, ASN, RCS, Notamenti, II ruota, voll. 382; 383;
per gli anni 1753 e 1754, ASN, Arrendamenti, f.li 2226; 2229.
168
ASN, Visite economiche, fs. 55, f.lo 359.
L’organizzazione del commercio
319
sette furono impegnati in commerci al di sotto delle 100 libbre,
coloro che acquistarono meno di 400 libbre di seta furono nel
complesso appena 31, il 23% del totale, mentre larga parte della
produzione fu commerciata da operatori che mossero partite di
migliaia di libbre (Cfr. Grafici 6.3 e 6.4).
Regi Compratori
GRAF. 6.3. Seta grezza commerciata in Calabria Citra nel 1798.
Distribuzione dei Regi Compratori per classi di libbre
di seta commerciata
30
28
26
24
22
20
18
16
14
12
10
8
6
4
2
0
9
99
-9
00
90
9
99
-8
00
80
9
99
-7
00
70
9
99
-6
00
60
9
99
-5
00
50
9
99
-4
00
40
9
99
-3
00
30
9
99
-2
00
20
9
99
-1
00
15
9
49
-1
00
10
9
99
050
9
49
040
9
39
030
9
29
020
9
19
010
99
0-
classe
Fonte: elaborazione da ASN, Visite economiche, fs. 55, f.lo 359.
I casi di Reggio e della Calabria Citra paiono indicare che,
nonostante la dispersione della produzione e l’agevolezza
dell’accesso al mercato, gli operatori impegnati nell’acquisto
della seta all’interno delle aree di produzione erano pochi, ed
elevata la dimensione dei loro commerci. Ciò dipendeva almeno in parte dai caratteri dell’offerta di seta sul mercato calabrese. Una parte della produzione serica “nasceva” già venduta, in
virtù dei patti o delle consuetudini che si sono descritti. I contratti alla voce, naturalmente, rientravano nel novero dei sistemi
che privavano i produttori della disponibilità della seta ancor
prima di averla prodotta. La seta venduta alla voce, di fatto,
169
non concorreva a formare l’offerta sul mercato locale . La confluenza della seta nelle mani degli appaltatori, dei proprietari
169
Sul contratto alla voce come strumento di «estraniazione degli agricoltori dal momento distributivo» cfr. MACRY 1972, p. 862 e MACRY 1974, p. 18.
Capitolo VI
320
della foglia o dei feudatari riduceva gli ambiti delle piccole transazioni, delle contrattazioni di poche decine di libbre e, in definitiva, contribuiva anch’essa a determinare la concentrazione
del commercio locale tra pochi e ricchi negozianti. D’altra parte, la via obbligata della commercializzazione, dalle Calabrie a
Napoli, non doveva incoraggiare un ampio concorso di operatori sul mercato calabrese.
libbre
GRAF. 6.4. Seta grezza commerciata in Calabria Citra nel 1798.
Distribuzione della seta per classi di libbre di seta commerciata
dai Regi Compratori
28000
26000
24000
22000
20000
18000
16000
14000
12000
10000
8000
6000
4000
2000
0
099
10
0
-1
9
9
20
0-
29
9
30
40
50
15
20
30
10
40
50
60
90
70
80
00000
00
00
00
00
00
00
00
00
00
49
99
39
-2
-1
-1
-3
-4
-5
-9
-6
-7
-8
9
9
9
99
49
99
99
99
99
99
99
99
99
9
9
9
9
9
9
9
9
9
9
classe
Fonte: elaborazione da ASN, Visite economiche, fs. 55, f.lo 359.
3. Negozianti provinciali, negozianti napoletani
170
Investire nel settore serico era «un affare molto rischioso» .
Lo era per gli allevatori come per i negozianti che, in provincia
e nella capitale, anticipavano danaro in conto seta o incettavano
il prodotto grezzo per convogliarlo verso la domanda interna o
internazionale. Tuttavia il rischio, l’imprevedibilità del prezzo
della seta e, dunque, del profitto poteva non ricadere
ugualmente sui diversi operatori ma essere ridotto o distribuito
asimmetricamente a vantaggio dell’una o dell’altra categoria.
170
FEDERICO 1994, p. 33.
L’organizzazione del commercio
321
Sul mercato della seta, regole e forme del commercio sembra
convergessero nel contenere il numero di operatori e, in tal
modo, nel limitare la concorrenza sia dal lato dell’offerta sia da
quello della domanda. Nulla di atipico rispetto ai caratteri
171
dell’impresa commerciale europea in età moderna assecondata, in questo senso, dalle imperfezioni del mercato ma anche,
spesso, dall’intervento dello Stato a sostegno di singoli o di categorie di imprenditori. È il caso, nel Regno, della condizione
privilegiata dei negozianti napoletani, verso i quali doveva essere incanalata quasi tutta la produzione serica regnicola, che fosse o meno destinata all’industria della capitale.
Agivano, dunque, diversi meccanismi di riduzione o redistribuzione del rischio, i cui esiti non sono di agevole decodificazione, specialmente in assenza di serie dei costi di produzione
e di commercializzazione e dei prezzi della seta sui vari mercati.
Su un piano generale, è probabile che i profitti degli allevatori
fossero ridotti al minimo nelle aree distanti dai luoghi di smercio della seta, controllate da pochi negozianti, o strutturalmente
povere, nelle quali era più frequente il ricorso a contratti di
compravendita anticipata che, di certo, non consentivano ai debitori grosse speculazioni.
Più complesso il rapporto tra le province e la capitale. Nelle
prime, si è visto, il prodotto subiva una prima concentrazione
che poteva, in teoria, compensare il naturale squilibrio di forze
nei confronti dei negozianti napoletani. Ma la relazione tra i
due gruppi, tra negozianti provinciali e napoletani, non si presta a valutazioni sommarie.
Al riguardo, dopo aver definito gli ambiti delle categorie
“negozianti provinciali” e “negozianti napoletani”, si può
proporre un’analisi limitata ai rapporti commerciali tra le Calabrie e Napoli, per i quali la documentazione è più ricca e
172
continua .
171
SUPPLE 1978, passim. «Il rischio e l’incertezza davano ovviamente origine a sistemi intesi a ridurne l’impatto mediante una limitazione della concorrenza», ivi, p. 475.
172
L’analisi è condotta sulle cautele della gabella di Bisignano, che documentano le singole spedizioni di seta effettuate dalle Calabrie, ed in particolare la data della spedizione, il nome del Regio Compratore che la effettuava,
l’ammontare della seta spedita, il nome del negoziante destinatario e il mezzo
322
Capitolo VI
La licenza di Regio Compratore abilitava sia all’acquisto sul
luogo di produzione sia allo smercio della seta al di fuori dei
confini del ripartimento fiscale. Ma non tutti i Regi Compratori
erano impegnati nelle “spedizioni” della seta a Napoli, a Cava
o, negli anni in cui fu consentito, all’estero. Ad esempio, in Calabria Citra nel 1798 poco più della metà dei Regi Compratori
spedì, a Napoli o a Cava, in tutto o in parte, la seta acquistata.
Gli altri esaurirono i loro commerci nei confini della provin173
cia . Inoltre, tra i Regi Compratori che provvedevano ad indirizzare la seta verso i luoghi di destinazione, alcuni erano i diretti venditori della seta o comunque incaricavano della vendita
i loro corrispondenti, altri invece operavano come intermediari,
limitandosi ad acquistare ed inviare la seta per conto di committenti. In altre parole, la qualifica di Regio Compratore non
individua una categoria precisa ma raccoglie un gruppo di operatori molto composito. Con l’espressione “negozianti provinciali” si è ritenuto di individuare i Regi Compratori impegnati,
come venditori, committenti o commissionari, nella spedizione
della seta dalle Calabrie a Napoli, a Cava o all’estero.
Allo stesso modo anche i negozianti della capitale costituivano una categoria non omogenea: taluni operavano in proprio,
altri su commissione degli operatori provinciali e/o esteri, altri
di trasporto impiegato. L’amministratore della gabella di Bisignano, infatti,
sottoponeva ogni anno al controllo della Regia Camera della Sommaria i rendiconti compilati nelle forme succinte del conto, del bilancio e levamento del
conto e del ristretto del conto, ma doveva produrre anche le cautele del conto, i
documenti giustificativi delle singole voci di bilancio. Gli introiti erano giustificati attraverso le fedi degli ufficiali doganali che nelle Calabrie erano incaricati dell’esazione della gabella, fedi in cui sono riportate analiticamente tutte
le spedizioni effettuate. La serie delle cautele conservata nel fondo Arrendamenti dell’Archivio di Stato di Napoli è discontinua e fortemente lacunosa,
tre soli volumi relativi alla prima metà del XVII secolo e una ventina di volumi relativi al XVIII secolo. Ai fini dell’analisi si è selezionato un campione di
11 anni, cioè un anno ogni 4-6, nell’arco del cinquantennio 1742-92, collocato
in ASN, Arrendamenti, f.li 2208 (1742); 2215 (1746); 2225 (1752); 2233 (1757);
2246 (1763); 2258 (1767); 2267 (1773); 2273 (1777); 2279 (1782); 2291 (1788);
2307 (1792), cui si rimanda ove non diversamente indicato. Non risulta che
l’Archivio di Stato di Napoli conservi per le altre aree di produzione del Regno una documentazione analoga a quella individuata per le spedizioni effettuate dalle Calabrie.
173
ASN, Visite economiche, fs. 55, f.lo 359.
L’organizzazione del commercio
323
ancora non commerciavano seta grezza ma l’acquistavano per
farla lavorare a Napoli e provvedere alla vendita del prodotto
finito. La definizione “negozianti napoletani” è pertanto intesa
a designare gli operatori – singoli, società, napoletani o stranieri
– che a qualunque titolo risultano destinatari a Napoli della seta
spedita dalle Calabrie.
Nel XVIII secolo, la regolamentazione del commercio serico calabrese imponeva che gli operatori provinciali effettuassero le loro spedizioni per infra o per extra regnum soltanto dopo
aver immesso la seta in alcuni fondaci, ovvero dogane, autorizzati. L’assetto dei fondaci delle sete subì qualche modifica nel
corso del secolo. Negli anni ’30 e ’40 si poteva spedire seta da
174
quindici fondaci, otto dei quali erano situati in Calabria Citra ,
quattro in Calabria Ultra – Monteleone (o Pizzo), Catanzaro,
Tropea e Palmi – e tre nel paraggio di Reggio – Reggio, Scilla e
Bagnara. Nel 1751 furono soppressi i fondaci di Montalto, Ros175
sano, Belvedere e Palmi. Alla metà degli anni ’70 fu abolito il
fondaco di Bagnara e, infine, nel 1789 fu reintrodotto il fondaco
176
di Belvedere . Dai fondaci di Monteleone e di Reggio fu normalmente spedito pressappoco il 90% della seta delle due aree.
174
Gli otto fondaci della Calabria Citra, con la distribuzione percentuale
della seta spedita dalla provincia nel 1742, erano: Amantea (7%), Belvedere
(3,1%), Castrovillari (0,2%), Cetraro (11%), Cosenza (27,9%), Montalto
(26%), Paola (21,8%) e Rossano (3%).
175
La soppressione dell’importante fondaco di Montalto si tradusse in un
sensibile incremento delle immissioni in quello di Paola. Nel 1757 la distribuzione percentuale della seta spedita dai cinque fondaci della provincia fu la
seguente: Amantea, 8%; Castrovillari, 1%; Cetraro, 9%; Cosenza, 30%; Paola, 52%.
176
Nell’agosto del 1788 i «regimentarj del Comune» di Belvedere avevano
domandato di essere reintegrati nel «beneficio della situazione del fondaco
delle seti per l’estrazione nel Regno». Dopo l’abolizione del fondaco erano
stati costretti a spedire le loro sete da Cetraro, «ventimiglia distante da colà,
che sono tutte strade disastrose, e pericolose, ed insicure per la vita», ma in
particolare negli ultimi anni, «per motivo del gran numero de Foresciti, che vi
stavano nel Bosco del Cedraro», avevano avvertito il peso dell’obbligo di trasportarvi la seta giacché «oggi piucche mai si è fatto disastroso tal Bosco, areca un pregiudizio grande a quelli, che conducono i fangotti di seta, perché in
prima si lacerano li medesimi, ed in secondo arrischiano la vita, e la robba, e si
dispendiano per il viaggio così lungo», ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Il Supremo Consiglio delle Finanze all’amministratore generale del-
324
Capitolo VI
Dopo il 1751, fatta eccezione per Catanzaro e Castrovillari,
tutti i fondaci risultarono situati sul versante tirrenico, in località marittime o, come Cosenza, non lontane dal mare. La presenza di un fondaco in Catanzaro non richiede particolari
commenti. Castrovillari, situata all’interno, lungo la «strada di
177
Calabria» che collegava Napoli a Reggio , all’estremità settentrionale della provincia, fu, com’è naturale, l’unica località dalla
quale il trasporto della seta, a Napoli o a Cava de’ Tirreni, avveniva via terra, in quantità solitamente modeste, meno di
178
10.000 libbre l’anno . E fu altresì la località che intrattenne più
intensi contatti con i negozianti di Cava, cui era destinata
all’incirca metà della seta annualmente spedita.
La commercializzazione della seta calabrese fu gestita, in
media, da 180 operatori l’anno, con punte di 219 e di 199, rispettivamente, nel 1757 e nel 1773 – gli anni, tra quelli esaminati, in cui furono spedite le più consistenti quantità di seta – e
con un minimo di 143 e 150 operatori all’inizio e alla fine del
cinquantennio considerato. In generale, come si evince dal dato
relativo alle spedizioni pro capite (Tabella 6.2), alle variazioni
dell’ammontare della seta spedita ogni anno non corrisposero
variazioni proporzionali nel numero degli operatori.
Di diversa estrazione sociale e professionale, dal notaio al
“padrone” d’imbarcazione, i negozianti provinciali risultano
variamente impegnati sul piano della dimensione dei commerci.
Si è ritenuto di raggrupparli in base alle quantità di seta spedita
individuando cinque classi piuttosto ampie che possano cogliere il diverso grado di coinvolgimento nell’attività (Tabella 6.3).
le dogane di Calabria Citra Francesco Saverio de Leon, Napoli, 6 agosto
1788. Secondo il Giustiniani, a Belvedere si produceva seta «di buona qualità,
ma non oltrepassa il quantitativo, che a libbre 4.000 annue», GIUSTINIANI
1797-1805, t. II (1797), ad vocem.
177
GALANTI 1789, t. III, p. 74.
178
Alla metà degli anni ’70 il governo tentò di incentivare il trasporto via
terra delle sete di Calabria «e restringere l’immissione per mare tanto pericolosa per l’interessi della negoziazione». L’affittatore del procaccio di Calabria,
«affine d’incoraggirlo ad una durissima impresa», fu esentato dal pagamento
del canone e da qualunque altro diritto solitamente dovuto lungo il tragitto
verso la capitale. L’iniziativa, però, non ebbe esiti apprezzabili, ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, Nicola Ajello al Supremo Consiglio delle Finanze, Napoli, 26 agosto 1785.
L’organizzazione del commercio
325
La prima classe individua un gruppo di piccoli operatori, che
spedirono da poche decine a non oltre 500 libbre di seta
nell’anno, un gruppo inizialmente significativo – 26-27% del
totale negli anni ’40 – ma destinato a perdere sensibilmente terreno nel corso del tempo; in media, circa 30 operatori. La classe
più numerosa, una settantina di operatori, spediva tra le 500 e le
2.000 libbre di seta. Sebbene in misura meno vistosa e con andamento altalenante, anche questo gruppo manifesta un calo
tendenziale nel periodo. Nell’insieme, il peso relativo delle due
classi minori si ridusse dal 60,8% del totale degli operatori in
media negli anni ’40, ’50 e ’60 al 50,5% degli anni ’70 e ’80.
TABELLA 6.2. La commercializzazione della seta grezza calabrese: i
negozianti provinciali (1742-1792)
Anno
1742
1746
1752
1757
1762
1767
1773
1777
1782
1788
1792
Negozianti
(n°)
143
179
189
219
186
187
199
179
167
157
150
Totale seta
Quota pro capite
spedita* (libbre)
(libbre)
315.528
2.206
430.662
2.406
492.848
2.608
679.375
3.102
576.373
3.099
529.274
2.830
702.713
3.531
581.832
3.250
604.411
3.619
528.433
3.366
438.760
2.925
* Si noteranno per alcuni anni piccole differenze (su valori percentuali largamente inferiori allo 0.5%) rispetto ai dati della Tabella 5.6, che dipendono da
incongruenze tra i dati riportati nei bilanci generali e quelli emersi dalle cautele, qui privilegiati per il tipo di analisi che si sta conducendo (v. nota 172).
Fonte: elaborazione da ASN, Arrendamenti, f.li 2208; 2215; 2225; 2233; 2246;
2258; 2267; 2273; 2279; 2291; 2307.
Dall’altro lato, si registra una crescita nelle altre tre classi di
operatori di calibro medio-alto, alto e altissimo. Gli incrementi
più significativi si osservano nella classe 2.001-5.000 libbre, ma
a partire dagli anni ’70 si ingrossarono le file di tutte le classi
maggiormente impegnate. Una cinquantina di operatori si collocava tra le 2.001 e le 5.000 libbre l’anno, una ventina tra le
5.001 e le 10.000 libbre e una decina oltre le 10.000 libbre, pre-
326
Capitolo VI
senti questi ultimi con un minimo di 4 (1742) e un massimo di
15 operatori (1773).
La progressiva diminuzione del peso assoluto e relativo degli operatori piccoli e medio-piccoli trova rispondenza
nell’ammontare della seta da loro commerciata. Le prime due
classi spedirono negli anni ’40 tra un quinto e un quarto del totale della seta e poi, dopo una prima contrazione alla metà del
secolo, finirono per attestarsi a poco più di un decimo del totale
delle spedizioni.
Nell’esaminare il grado di concentrazione delle spedizioni
occorre considerare che l’attività dei Regi Compratori si esplicava nei confini di una singola area (Calabria Citra, Calabria
Ultra o paraggio di Reggio) e di norma di un singolo fondaco,
sebbene un certo numero di operatori della Calabria Citra effettuasse spedizioni da due o tre fondaci della provincia. Così
che il grado di concentrazione va verificato non in generale, sul
dato aggregato delle tre aree, ma in rapporto alla seta spedita da
ciascuna area, o addirittura in rapporto alle spedizioni effettuate dal singolo fondaco.
In effetti, talora accadeva che buona parte delle partite di seta inviate da un fondaco di piccola o di media importanza facesse capo ad uno o due operatori. In questi casi, di solito, le ingenti spedizioni erano destinate ad un unico negoziante napoletano. Ad esempio, nel 1767 due Regi Compratori, Antonio
Marsico e Gaetano Veltri, inviarono da Amantea 30.000 libbre
di seta al negoziante napoletano Domenico d’Amico, il quale
peraltro ricevette dallo stesso fondaco ulteriori partite da altri
operatori minori, assorbendo in totale il 70% delle 60.000 libbre spedite nell’anno da Amantea.
Più in generale, si riscontra un certo grado di concentrazione delle spedizioni all’interno di ciascuna area. Nella Calabria
Ultra non meno di un quarto e in media il 29,4% delle spedizioni fu gestito dai quattro più grossi operatori di anno in anno
attivi sulla piazza. Lievemente più bassa la quota delle spedizioni effettuate dai primi quattro operatori nella provincia di
Calabria Citra, in media il 23,9% del totale dell’area.
Sovente da un’annata ad un’altra di quelle considerate, e
quindi a distanza di quattro-sei anni, e talvolta anche per periodi più lunghi, nelle prime dieci posizioni si ritrovano gli stessi
operatori. In Calabria Citra, si mantengono sempre su livelli
ragguardevoli, negli anni ’50 e ’60, Francesco Garritano e Nico-
L’organizzazione del commercio
327
la Stocchi, e poi i Lambiase dai primi anni ’60 alla fine degli anni ’80, i Pamfilio negli anni ’70, Nicola Guido tra il ’77 e l’82 e
ancora, tra la fine degli anni ’80 ed il ’92, gli Occhiuzzo e Vitale
Perugino.
In Calabria Ultra la permanenza è ancor più marcata. I di
Francia, Filippo nel 1746 e poi, fino al 1767, Onofrio, risultano
stabilmente insediati tra i primi tre negozianti della provincia.
Nel 1752 Onofrio commercia un quinto della seta immessa nel
fondaco di Monteleone, 36.800 libbre inviate per circa due terzi,
in partite medie o piccole, anche di sole 150 libbre, ai più importanti negozianti della capitale, ed il resto all’estero, probabilmente in Francia, se fa fede il fatto che 10.800 libbre furono
imbarcate sulla polacca del capitano francese Lorenzo Arciatore. E negli anni ’70, quando la sua attività appare sensibilmente
ridotta, muove ancora 5-7.000 libbre di seta, inviate in poche
partite a due o tre grossi negozianti napoletani.
All’incirca negli stessi anni, dalla metà degli anni ’40 alla metà degli anni ’60, accanto ai di Francia era stabilmente insediato
tra i primi quattro operatori Luc’Antonio Ceniti, anch’egli in
relazione con numerosi negozianti della capitale. Nel decennio
179
1767-77 emerge il nome di Francesco Barletta che, al contrario degli altri, era e rimase anche negli anni successivi, allorquando i suoi affari risulteranno ridimensionati, saldamente
collegato a tre sole importanti case di negozio napoletane, quelle di Giulio Palomba, di Pasquale Cerio e dei de Ruggiero. Dal
1777 al 1788, infine, il commercio serico di Monteleone fu dominato da Nicodemo d’Agostino, che continuò a spedire 2030.000 libbre di seta all’anno anche nella fase di maggiore contrazione della produzione locale e quando ormai i più diretti
inseguitori, tra i quali si ritrova ancora Francesco Barletta,
muovevano 5-8.000 libbre di seta. Questi i negozianti più attivi,
ma in generale anche tra gli operatori di medio calibro o che solo occasionalmente raggiungono i vertici del commercio locale
si possono scorgere permanenze individuali e familiari di lungo
179
Probabilmente lo stesso Francesco Barletta di Giojosa che nel 1782 appaltò per quattro anni l’esazione del dazio sulla seta prodotta a Giojosa, per
7.000 libbre l’anno, ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento,
L’amministratore generale delle Dogane di Calabria Ultra Alessandro Persico
al Supremo Consiglio delle Finanze, Monteleone, 28 giugno 1783.
328
Capitolo VI
o lunghissimo periodo. I d’Alessandria, Giovanni fino al ’62,
Gregorio dal ’67 al ’77, Domenico dall’82 al ’92, Andrea Mandarani, Emanuele Sergiovanni, i Gagliardi, Pietro de Duca, dai
primi anni ’30 alla fine degli anni ’50, e ancora i Gaudioso, i
Gerace, e così via. Il ruolo che ricoprivano nel commercio della
seta e nella vita economica locale trova un preciso riscontro nella regolarità con cui erano convocati in occasione della riunione
180
per la decretazione della voce della seta di Monteleone .
In entrambe le aree, solo di rado compaiono nomi nuovi tra
i grossi operatori e, in tal caso, sembra intrattenessero rapporti
esclusivi o comunque preferenziali con uno o due negozianti
della capitale. Nel 1746 in Calabria Citra i due più importanti
operatori risultano Bernardo e Bartolomeo Marigliano, il primo attivo a Paola e Cosenza, il secondo a Paola. Tempi e modi
della loro attività appaiono di qualche interesse. Il 24 agosto
Bartolomeo spedì dal fondaco di Paola un’unica partita di
13.500 libbre di seta. Il destinatario era Gennaro Antonio Brancaccio, negoziante di rilievo e consigliere del Supremo Magi181
strato di Commercio . La seta fu trasportata sull’imbarcazione
di Domenico Chiappetta di Fiumefreddo. Bernardo Marigliano, invece, effettuò le sue spedizioni due mesi dopo: il 25 ottobre, da Cosenza, 2.900 libbre di seta e pochi giorni dopo, il 7
novembre, da Paola, 11.540 libbre, ancora una volta in un’unica
partita, all’indirizzo del Brancaccio, col medesimo trasportatore
182
che, peraltro, nell’occasione, non imbarcò altra seta . Un altro
esempio: Saverio Michele inviò seta unicamente al negoziante
napoletano Giuseppe de Ruggiero quondam Stefano, 32.637
libbre, il 27 settembre 1782, sull’imbarcazione di Nicola Bruno
180
ASN, Archivi privati, Archivio Pignatelli d’Aragona Cortes, serie
Napoli, sc. 64, f.lo 3, Copia del libro dei decreti…, passim.
181
Si veda anche MACRY 1974, p. 357.
182
Circostanza non comune che induce ad ipotizzare che avesse assunto
un obbligo specifico in tal senso. Nel 1787 il principe di Luzzi, da Napoli,
istruì il suo agente locale nei seguenti termini: «si proibisca espressamente,
che sopra la Barca della Seta vi vadino Passaggieri ancorche Vassalli, ne vi si
ammetta robba di altri, eccetto quella diretta a me o al mio Agente di qui, e
molto meno Seta, quanto fusse un oncia di chi, che sia, siccome ne sta con
publica scrittura obbligato il Padrone della Barca», ASN, Archivi privati, Archivio Sanseverino di Bisignano, Miscellanea, fs. 366, Regolamento per il lavoro delle sete rimesso all’Agente di Fagnano Sig. D. Carlo Cervino.
L’organizzazione del commercio
329
di Fiumefreddo, che quell’anno non effettuò altri carichi. In altri casi la relazione tra il negoziante provinciale e quello napoletano non appare così esclusiva, per quanto risalti la predominanza di uno, due destinatari delle spedizioni. Si è detto, però,
che la presenza di nomi nuovi tra i grossi operatori non è frequente, e ancor meno lo è in Calabria Ultra.
TABELLA 6.3. Distribuzione dei negozianti provinciali e delle spedizioni per classi di seta spedita (1742-1792)
Anno
1742
1746
1752
1757
1762
Classi di seta Numero di
spedita (libbre) negozianti
1-500
39
501-2.000
59
2.001-5.000
30
5.001-10.000
11
oltre 10.000
4
Totale
143
1-500
47
501-2.000
68
2.001-5.000
41
5.001-10.000
17
oltre 10.000
6
Totale
179
1-500
41
501-2.000
71
2.001-5.000
52
5.001-10.000
19
oltre 10.000
6
Totale
189
1-500
33
501-2.000
87
2.001-5.000
57
5.001-10.000
30
oltre 10.000
12
Totale
219
1-500
25
501-2.000
80
2.001-5.000
51
5.001-10.000
18
oltre 10.000
12
Totale
186
Numero di
Seta
negozianti (%) spedita (%)
27,3
3,1
41,2
21,8
21,0
30,9
7,7
23,6
2,8
20,6
100,0
100,0
26,2
3,1
38,0
17,7
22,9
31,6
9,5
29,5
3,4
18,1
100,0
100,0
21,7
2,2
37,6
15,6
27,5
33,1
10,0
27,5
3,2
21,6
100,0
100,0
15,1
1,4
39,7
14,5
26,0
26,6
13,7
31,6
5,5
25,9
100,0
100,0
13,4
1,5
43,0
15,6
27,4
28,1
9,7
21,9
6,5
32,9
100,0
100,0
330
TABELLA 6.3. (continua)
1-500
501-2.000
1767 2.001-5.000
5.001-10.000
oltre 10.000
Totale
1-500
501-2.000
1773 2.001-5.000
5.001-10.000
oltre 10.000
Totale
1-500
501-2.000
1777 2.001-5.000
5.001-10.000
oltre 10.000
Totale
1-500
501-2.000
1782 2.001-5.000
5.001-10.000
oltre 10.000
Totale
1-500
501-2.000
1788 2.001-5.000
5.001-10.000
oltre 10.000
Totale
1-500
501-2.000
1792 2.001-5.000
5.001-10.000
oltre 10.000
Totale
Capitolo VI
38
77
40
21
11
187
23
73
62
26
15
199
23
66
60
20
10
179
21
65
41
28
12
167
31
46
57
12
11
157
20
61
44
17
8
150
20,3
41,2
21,4
11,2
5,9
100,0
11,5
36,8
31,1
13,1
7,5
100,0
12,8
36,9
33,5
11,2
5,6
100,0
12,6
38,9
24,5
16,8
7,2
100,0
19,7
29,3
36,3
7,7
7,0
100,0
13,3
40,7
29,3
11,3
5,3
100,0
2,3
16,0
22,6
26,8
32,3
100,0
1,2
11,7
29,2
25,6
32,3
100,0
1,2
13,4
33,1
24,2
28,1
100,0
0,9
12,8
21,8
31,6
32,9
100,0
1,9
9,6
35,2
15,0
38,3
100,0
1,5
15,3
31,5
26,6
25,1
100,0
Fonte: elaborazione da ASN, Arrendamenti, f.li 2208; 2215; 2225; 2233;
2246; 2258; 2267; 2273; 2279; 2291; 2307.
L’organizzazione del commercio
331
Dal quadro generale si discosta fortemente Reggio. Negli
anni considerati risultano attivi da un minimo di 9 ad un massimo di 20 operatori, in media il 7,6% rispetto al dato complessivo delle Calabrie. Senza dubbio un numero esiguo in rapporto all’entità delle spedizioni che vi si effettuavano, in media, il
14,7% della seta calabrese. Inoltre, anche negli anni che videro
una più nutrita presenza di operatori, larga parte della seta fu
gestita da un gruppo assai ristretto. I quattro negozianti che, di
anno in anno, effettuarono le spedizioni più ingenti coprirono
almeno la metà e fino al 65-70% del totale. Nel 1762 nessun
negoziante spedì meno di 3.000 libbre. Nel 1782 il 90% delle
spedizioni fu gestito da 9 operatori.
L’evidente concentrazione del commercio reggino nelle mani di pochi, grossi operatori si ricollega in parte all’attiva partecipazione di un gruppo di notabili locali. I Casile, i Marra, i
Lucisano, i Plutino, Antonino Calarco, Antonino Chirico, gli
Spataro (Domenico e, dal ’73, Giorgio) ricorrono quasi puntualmente tra i Compratori e, in particolare negli anni ’50 e ’60
e all’inizio degli anni ’80, controllano oltre la metà delle spedi183
zioni. Si tratta di patrizi reggini, i Plutino , di notai, Giambattista Casile, e, spesso, di proprietari terrieri che eseguivano
l’«industria del nutricato» nelle loro terre, «trasport[avano] il
follaro per cavarlo in seta ne’ mangani» situati a Reggio, ottenevano la licenza di Regi Compratori e si occupavano anche,
ma non esclusivamente, della commercializzazione della seta di
184
loro proprietà .
Ma spesso le posizioni di maggior rilievo, le spedizioni più
consistenti, fanno capo a personaggi che sembrano coinvolti
occasionalmente nel commercio della seta, al punto che negli
anni considerati compaiono una sola volta tra i Regi Compratori del paraggio. Tal Giorgio Bettes, che spedì oltre 10.000 libbre nel 1757, di cui circa 6.000 all’estero; Domenico Billa, quasi
185
19.300 libbre nel 1773; o Bernardo Bosurgi , 24.500 libbre nel
1777; Filippo Diano, oltre 16.500 libbre, e Giuseppe Auteri,
183
PLACANICA 1985, p. 275.
ASN, Pandetta nuova seconda, fs. 120, f.lo 4.
185
Nel 1779 i Bosurgi comparivano tra le tredici famiglie «probe e benestanti» di Reggio, PLACANICA 1979, p. 53.
184
332
Capitolo VI
ben 30.900 libbre nel 1788; Francesco Antonio la Nucara, oltre
186
25.000 libbre nel 1792 .
Di norma, tali negozianti spedivano larga parte della seta a
uno o, al più, due negozianti residenti a Napoli o, negli anni in
cui fu concessa l’esportazione diretta, in Sicilia. Ad esempio,
ben 14.000 delle 19.300 libbre di seta spedite da Domenico Billa
nel 1773 avevano due soli destinatari, la ditta Lorin, Desferre e
Meuricoffre e la André, Guglielmo Forquet e C., società
operanti a Napoli. Bernardo Bosurgi spedì nel 1777 24.500
libbre di seta, delle quali oltre 13.600 furono inviate alla
Meuricoffre, Peschaire e C. e 8.200 al negoziante Domenico
Basire. Più estesi furono i rapporti di Giuseppe Auteri che nel
1788 spedì 9.600 libbre di seta a Messina e le restanti 21.000
libbre, o poco più, a Napoli, e precisamente 2.200 e 3.200 libbre
rispettivamente alla Liquier e Falconnet e alla Meuricoffre,
Scherb e C., 1.200 libbre a Francesco Servo, soltanto 50 libbre a
Domenico de Ruggiero ma, infine, circa 14.500 libbre alla
società di Reymond e Piatti. Nello stesso anno Filippo Diano
spediva a Messina, quasi esclusivamente all’indirizzo dei
Signori Laudamo, 15.000 delle 16.500 libbre complessivamente
spedite.
Anche per gli operatori che ricorrono con una certa continuità si registrano in alcuni anni notevoli incrementi nelle spedizioni destinati, per lo più, a pochi, illustri negozianti a Napoli. Giorgio Spataro, ad esempio, attivo tra il ’73 ed il ’92, nel
1773 inviò alla Lorin, Desferre e Meuricoffre 9.000 delle 15.900
libbre spedite. Nel 1777 la dimensione dei suoi traffici risulta
notevolmente ridimensionata, 5.400 libbre distribuite tra 5 negozianti della capitale. Nel 1782 un balzo in avanti, 14.400 libbre spedite, delle quali 7.500 inviate a Giovanni Peschaire, a
Napoli. Ed ancora, nel 1788 spedisce 18.500 libbre, di cui 8.000
alla Meuricoffre, Scherb e C., 4.000 alla Liquier e Falconnet e
3.200 alla Liquier, Falconnet e C. Nel 1792 scende a circa 5.000
libbre, tutte destinate alla Meuricoffre e C.
In definitiva, quel che, rispetto al resto delle Calabrie, sembra caratterizzare il commercio serico di Reggio è il ridotto
186
Per quanto la periodicità dei dati proposti non consenta di affermare
con certezza che il loro coinvolgimento nel commercio della seta fosse occasionale, la circostanza che tale fenomeno si verifichi solo in quest’area rende
plausibile ipotizzarlo.
L’organizzazione del commercio
333
numero di operatori, l’elevatezza del livello medio delle spedizioni ed il fatto che gli operatori impegnati su decine di migliaia
di libbre di seta erano per lo più in relazioni d’affari o comunque collegati ad un ristretto numero di società operanti a Napoli o a Messina. E tra le società operanti a Napoli, a partire dagli
anni ’70, si fa più evidente il peso dei negozianti stranieri, o meglio di una decina di negozianti stranieri i cui nomi ricorrono e
si combinano nelle diverse società attive nei diversi anni o anche nello stesso anno.
Nel 1788 i consoli dell’Arte della Seta di Napoli potevano
asserire che la seta dell’area di Reggio non entrava nel circuito
commerciale napoletano perché arrivava in Dogana «per conto
de’ Negozianti esteri» ed era poi da questi inviata ai loro «cor187
rispondenti Esteri» . In altre parole, i negozianti con sede a
Napoli non ricevevano la seta reggina con l’incarico di venderla
per conto degli operatori locali ma, al contrario, erano questi
ultimi ad essere incaricati di farne l’acquisto sul luogo di produzione e di inviarla a Napoli o anche, negli anni ’50 e dopo il
1783, direttamente all’estero per conto dei negozianti di Napoli
o di loro committenti esteri. Insomma, molti di essi potevano
agire in qualità di commissionari.
Una conferma del ruolo del mercato estero nel commercio
della seta reggina insieme ad ulteriori indicazioni sulle pratiche
mercantili adottate emerge da una vertenza risalente al 1785.
Nell’agosto di quell’anno Federico Roberto Meuricoffre,
«principal complimentario della Ragion contante [sic!] in questa Piazza Meuricoffre Scherb e C.», rivolse al sovrano una
supplica nella quale sollecitava «opportuni espedienti per il
pronto riparo» di alcuni «abusi» che si commettevano
dall’amministratore doganale del paraggio di Reggio, Pietro
188
Musitano . Due anni prima il Meuricoffre aveva intrapreso un
viaggio «per affari della sua Casa di commercio» raggiungendo,
tra le altre tappe, Lione. «Moltissimi Negozianti di quella Piaz187
ASN, Arte della Seta, II numerazione, f.lo 509. Cfr. anche CARACCIO1785, p. LXXVIIIn., «tutta o quasi tutta la seta reggiana è destinata per
extra».
188
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, corrispondenza tra
l’amministratore doganale Pietro Musitano e il Supremo Consiglio delle Finanze, novembre 1785.
LO
334
Capitolo VI
za fecero delle lagnanze, che delle sete di Reggio in Calabria,
comprate colla nelli mesi di Settembre, ed Ottobre, e nell’atto
stesso pagatone il prezzo, non se ne sentiva la spedizione immediatamente, ma bensì dopo quattro in sei mesi».
Gli «abusi» lamentati consistevano, dunque, nella tendenza
dell’amministratore doganale a procrastinare sia la concessione
delle licenze di spedizione, sia la partenza delle imbarcazioni da
Reggio fino al raggiungimento del «pieno carico», per evitare che
fosse imbarcata seta di contrabbando. Ne conseguiva che le sete
del paraggio giungevano a Napoli e all’estero a distanza di diver189
si mesi rispetto al momento dell’acquisto .
I negozianti lionesi, riferiva ancora il Meuricoffre, «per una
tal tardanza, molto pregiudiziale a’ loro interessi, [avevano] sospes[o] le commissioni» e ritenuto di affidargli una memoria invitandolo a rappresentare le loro ragioni a Napoli, fiduciosi che il
governo le avrebbe accolte perché «troppo giust[e] e conform[i]
alla ragione» e perchè «la nostra città di Lione è quella, che fa
maggior consumo delle sete di vostro Regno».
190
Nella memoria i negozianti ricordavano che «spessissimo»
negli anni precedenti avevano protestato per i ritardi nelle spedizioni di seta sia presso il Meuricoffre sia presso altre case di
commercio di Napoli loro commissionarie, e che l’uno e le altre,
declinando ogni responsabilità, avevano sempre attribuito i ritardi alla condotta dell’amministratore doganale di Reggio. I lionesi avevano «avuto pazienza», perchè «le spedizioni non [ave-
189
Le spedizioni del paraggio erano effettivamente concentrate in tre,
quattro mesi al massimo – di norma a partire dal mese di settembre, ma talora
non prima di novembre – e in pochissimi giorni del mese, mentre negli altri
fondaci non sembra fossero posti vincoli riguardo alla data delle spedizioni.
Inoltre in Reggio le spedizioni erano spesso effettuate su cinque o sei imbarcazioni che trasportavano ingenti quantità di seta. Oltre ai citati volumi di
cautele, si veda, per gli anni 1760-76, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 98, f.lo 6.
Per le esportazioni, cfr. Tabella 6.4.
190
La memoria, allegata alla supplica del Meuricoffre, era datata Lione 17
aprile 1784 e firmata da B. Coste pere et fils; Finguerlin et Schaer; Delessers et
fils; J.B. Gauget; Devillas et Bonnafous; Ph.e Gaillard Grenus e C.; V.e Delafous fils et Rount; Pomaret Rilliet d’Arnol; Jean Ant. Roux et fils; J.M. Muguet et Ricard; freres Cynard et Scherb; S. Jordan l’aine; Couderc pere fils et
Pallavant. Nell’elenco figurano alcuni tra i principali negozianti di seta di
Lione, cfr. CAYEZ 1993, p. 599.
L’organizzazione del commercio
335
vano] eccessivamente tardato», fino a che negli ultimi due anni le
sete erano state spedite da Reggio addirittura nel mese di mar191
zo , con la conseguenza che sarebbero state ricevute «sei mesi in
192
circa dopo la compra, ed all’epoca di una nuova raccolta» . Avevano pertanto stabilito di non «commettere» seta fintanto che
non fosse stata loro concessa «la libertà di spedire senza verun
interruzione tanto per una sola Balla, come per cento».
Sulla questione fu sentito il Supremo Magistrato di Commer193
cio , dal quale si riconobbe che l’oggetto della supplica era «così
grave, e rilevante» da sollecitare «la maggior sollecitudine» del
governo e, sul momento, l’immediata concessione delle licenze di
spedizione «delle sete comprate da’ Negozianti esteri [...] come
essi le richiedano, e non mettendo in campo pretesti». La magistratura napoletana manifestò viva preoccupazione per i rischi
connessi alla sospensione di ogni commissione decisa dai negozianti lionesi e, più in generale, per la situazione della seta regnicola sul mercato internazionale. «A noi fa infinita paura che non
venga alla fine a scanalarsi questo importante ramo del nostro
commercio col disgustarne gli esteri a segno di fargli rivolgere
altrove se, Dio non voglia, ciò avvenisse, sarebbe perduto per
sempre, e seccato cotesto Ramo di Commercio senza potersi
tornare a far rivivere». E continuava, «mille ragioni abbiamo di
aver tal timore, ed ora si aggiunge quella che dà l’America delle
tredici Provincie unite, tralle quali vi sono la Giorgia, e le due
Caroline, il clima delle quali è ottimo per la coltura de’ Gelsi». In
altri termini, il Regno non era il solo produttore di seta per il
mercato internazionale ed era esposto alla concorrenza anche di
191
In effetti, nella stagione 1782-83 le prime spedizioni furono registrate
nel mese di dicembre, le successive in febbraio, marzo e maggio, ASN, Arrendamenti, f.lo 2279.
192
« È ben dispiacevole a’ commettenti stranieri, tali che siamo, dopo aver
spesso fatto comprare sete in settembre ed in ottobre, di dover soffrire un ritardo» di tanti mesi. «Esito troppo dispiacevole per correrne il rischio», poiché «da noi non si fanno simili compre, se non pel preciso bisogno delle nostre manifatture [... e] per il consumo dello stesso anno», ASN, Segreteria
d’Azienda, in ordinamento, corrispondenza tra l’amministratore doganale
Pietro Musitano e il Supremo Consiglio delle Finanze, novembre 1785.
193
La consulta del Supremo Magistrato di Commercio, datata 30 settembre 1785, fu firmata dal presidente Antonio Spinelli e dai consiglieri Ferdinando Galiani, Vincenzo Boraggine e Ippolito Porcinari, ibidem.
336
Capitolo VI
nuove aree di produzione; per cui il vantaggio derivante da consolidati e tradizionali rapporti commerciali andava preservato,
evitando di indurre la domanda estera a rivolgersi ai suoi competitori. Bisognava «far subito comprendere a’ Negozianti Lionesi,
che le loro discrete e ragionevoli domande han meritato benigno
accoglimento presso Vostra Maestà», che già da quell’anno non
avrebbero subito ritardi nelle spedizioni di seta e che «in appresso» si sarebbe provveduto a porre riparo agli «altri inconvenienti
fino a restituire ad un onesta, e frenata libertà cotesto commercio
importantissimo delle Calabrie».
Dal canto suo, l’amministratore doganale negò ogni addebito.
Chiamato dal Supremo Consiglio a render conto degli «impedimenti» provocati negli anni precedenti agli operatori locali, e
ammonito, per il futuro, di «spedir subito, e non frapporre indu194
gi» , sostenne di essere vittima di «dicerie» diffuse «per denigrare la [sua] stima». A suo parere, «il vero mottivo del ritardo delle
spedizioni nasce[va] dall’impontualità de’ Compratori Commissionati». «Affinché codesti francesi non suffrissero ritardo, come
dicono, bisogna che appoggiassero le loro commesse a persone
puntuali, ed oneste».
I «Compratori Commissionati» dovevano svolgere un ruolo
di rilievo nella commercializzazione delle sete reggine. Qualche
anno dopo Antonio Alberto Micheroux, subentrato al Musitano
nella carica, riferì al Supremo Consiglio di essere stato sul punto
di sospendere le contrattazioni locali poiché gli appariva «troppo
vile» il prezzo che si andava praticando. Aveva tentato di persuadere i «Compratori» ad incrementare il prezzo fatto ai «Particolari Industrianti di Seta», ma quelli avevano controbattuto
«dimostrando[gli] con lettere la limitazione avuta da’ [...] loro
195
Principali» .
194
L’intimazione era perentoria, «altrimenti obligherà a detto Supremo
Consiglio a dar de’ passi di suo dispiacere», ibidem.
195
ASN, Segreteria d’Azienda, in ordinamento, L’interino amministratore
delle Regie Dogane di Reggio Antonio Alberto Micheroux al Supremo Consiglio delle Finanze, Reggio, 23 agosto 1788. Il Micheroux non aveva sospeso le
contrattazioni, sia «perché un tal passo non è di mia facoltà», e sia perché temeva «i risentimenti de Poveri, li quali astretti dall’urgenza del bisogno non
possono non uniformarsi a tale infelice circostanza nell’atto stesso che tutta
ne sentono la gravezza».
L’organizzazione del commercio
337
TABELLA 6.4. Spedizioni di seta grezza da Reggio «per fuori Regno»
(1752-1762; 1783-1792)
Anno(a) Mese
Trasporto
X Polacca “San Giuseppe” del capitano francese
Lorenzo Arciatore
1752 XI Feluca di padron Giovan Battista Pontillo di Scilla
XI Imbarcazione di padron Martino Marcianò di
Gallico
1753 XII ?
1754 X ?
X ?
1756
XI ?
XI Feluca “S.M. di Porto Salvo” di padron Giuseppe Costa di Messina
XI Feluca “S.M. di Porto Salvo” di padron Antonino Longordo di Scilla
1757
XI Feluca “S.M. di Porto Salvo e SS.mo Ecceomo”
di padron Diego Prestia di Messina
XI Feluca “S.M. di Porto Salvo e S. Francesco di
Paola” di padron Domenico Prestia di Messina
X ?
1758
XI ?
XII Feluca “S.M. di Porto Salvo” di padron Giuseppe Costa di Messina
XII Feluca “S.M. di Porto Salvo” di padron France1759
sco Antonio di Elia di Scilla
XII Feluca “S.M. di Porto Salvo e SS.mo Ecceomo”
di padron Diego Prestia di Messina
? Feluca di padron Giuseppe Pappalardo di Napoli
? Imbarcazione di Diego Prestia di Messina
1760
? Nave di padron Giovanni d’Elia di Napoli
? Feluca di padron Costantino Alibrando di Messina
1761
? Imbarcazione di Giuseppe Costa di Messina
? Nave di padron Giovanni d’Elia di Napoli
1762 II Feluca di padron Giuseppe Costa di Messina
I Pinco “L’Immacolata Concezione e S. Antonio
di Padua” di Stefano Arimondo, genovese
(c)
1782 III Pinco di Bartolomeo Ferrara, genovese
IV Pinco “S. Immaculata Concezione” di Giovan
Battista Novella, genovese
II Nave del capitano Guglielmo Rombinson di
1783
Londra
1784 III Paranza di padron Carmine Toro di Messina
IX Tartana di Luigi Mainer, francese
XI Tartana di Giovan Battista Day, “Imperiale Au1787
striaco”
XII Barca di Giuseppe Laganà
Libbre Totale(b)
6.160
5.601
12.761
1.000
18.001
17.800
24.309
26.209
1.900
16.070
6.600
34.202
3.030
8.502
16.200
25.655
9.455
7.600
2.200 14.900
5.100
6554
8565
8120
8.950
4.800
8.150
7.800
3.200
3.000
23.239
21.900
7.800
10.800
4.600
5.400
1.400
10.000
3.000
11.200
?
?
24.200
Capitolo VI
338
TABELLA 6.4. (continua)
1788
1789
1791
1792
VIII Imbarcazione di Giuseppe Laganà
X Imbarcazione di Giuseppe Marcianò di Gallico
X Imbarcazione di Giovan Battista Catalano della
Fossa
XI Imbarcazione di Giuseppe Marcianò di Gallico
XI Imbarcazione di Giuseppe Navarega di Messina
XI Imbarcazione di Francesco Marcianò di Gallico
I Imbarcazione di Vincenzo Candeloro di Reggio
IV Imbarcazione di Francesco Romeo di Reggio
X Imbarcazione di Giuseppe Marcianò di Gallico
X Imbarcazione di Giovanni Salazzarro di Reggio
X Imbarcazione di Domenico L’Abbate di Reggio
X Imbarcazione di Francesco Romeo di Reggio
X Tartana “La Vittoria” del capitano Alessandro
Guisè, francese
XI Imbarcazione di Paolo Romeo di Reggio
? ?
X Imbarcazione di Francesco Filocami di Messina
X Imbarcazione di Vincenzo Candeloro di Reggio
X Pinco di Bartolomeo Ferrara, genovese
XI Imbarcazione di Michelandelo Sofio di Scilla
XI Imbarcazione di Vincenzo Candeloro di Reggio
2.000
4.000
1.600
4.000 24.600
1.800
5.200
5.200
800
1000
2.400
3.600
?
13.000
3.400
2.600
?
2.800
3.200
4.800
808
3.600
23.410
15.208
(a) È considerato l’anno serico, da giugno a maggio dell’anno seguente.
(b) Per gli anni in cui i dati parziali potrebbero essere incompleti non è stato
riportato il totale delle spedizioni effettuate, a meno che non fosse comunque
noto.
(c) L’esportazione diretta dal fondaco di Reggio fu autorizzata nel gennaio del
1783.
Fonte: ASN, Arrendamenti, f.li 2208; 2215; 2225-26; 2229; 2232-33; 2237;
2239; 2246; 2279; 2286; 2291; 2306-07. Gli anni 1760 e 1761 in ASN, Pandetta
miscellanea, fs. 98, f.lo 6. Gli anni 1783, 1784 e 1789 in ASN, Segreteria
d’Azienda, in ordinamento, corrispondenza con l’amministratore delle Dogane di Reggio, anni 1784, 1785 e 1789.
Nella Calabria Citra i rapporti tra i negozianti locali e i napoletani paiono decisamente diversi. Numerose testimonianze
indicano che un buon numero di negozianti provinciali operava
196
in proprio . Nel circuito commerciale e finanziario che sembra
prevalere, i negozianti provinciali ricorrevano al credito dei na-
196
ASN, MF, fs. 2455 e Pandetta miscellanea, fs. 93, f.lo 51.
L’organizzazione del commercio
339
197
poletani, per il quale corrispondevano un interesse del 6% o
198
anche maggiore allorquando «le circostanze» lo imponevano ;
quindi prestavano o anticipavano il danaro ricevuto agli industrianti della provincia, stipulando contratti alla voce; infine,
acquistavano o ricevevano la seta comprata anticipatamente e la
spedivano a proprio rischio a Napoli, dove i negozianti napoletani si occupavano della vendita per una «provisione» del 2%
sul valore della merce venduta.
Gravavano sul negoziante provinciale i costi di trasporto, i
pesi doganali, le imposte a vario titolo istituite sulla seta, il fitto
del magazzino per la conservazione della seta in Dogana, il diritto di «mezzania» al «mezzano» napoletano eventualmente
199
incaricato dell’apprezzamento della merce e ogni altra spesa
(cfr. Tabella 6.5).
In Piemonte un circuito analogo caratterizzava i rapporti tra
i negozianti torinesi e i filandieri: i primi accordavano crediti ai
secondi per l’acquisto dei bozzoli, esigendo un interesse almeno del 6%, e si occupavano poi della vendita del filato perce200
pendo una commissione «normalmente» del 2% . Va sottoli197
ASN, MF, fs. 2455, inc. 49, Federico Tortora al Marchese Corradini, presidente interino del Supremo Consiglio delle Finanze, Napoli, 19 novembre 1793.
198
Ad esempio, negli anni a cavallo tra XVIII e XIX secolo, cfr. ASN, MF,
fs. 2455, inc. 68 (a.1797) e inc. 85 (a.1800; 1803). Sulla crisi finanziaria
dell’epoca, VILLANI 1977, p. 213 e sgg.
199
I mezzani di cui si avvalevano i negozianti e i fabbricanti della capitale
erano matricolati dell’Arte della Seta di Napoli o, nelle parole dei consoli,
«tutti figli dell’Arte [...] prescelti fra li di lei Individui li più esperti della qualità, condizione, luogo, assortimento, e del respettivo prezzo, che secondo le
circostanze de’ tempi corre in Piazza». I mezzani non dovevano essere muniti
di patente o di concessione, né dovevano versare alcuna somma al Consolato
in relazione all’esercizio della mezzania. I negozianti erano liberi di avvalersi
o meno della loro opera: stipulavano «tal volta li contratti col reciproco consenso, o con chirografo privato, e tal volta colla semplice e nuda parola, seguendo ciascuno de’ contraenti la fede dell’altro». Se ricorrevano ai mezzani,
allora «pel di loro incomodo, e fatighe, e poi pesar[e] [la seta] per farne la
consegna a’ compratori se gli sono dati carlini 6 dal venditore, e 5 dal compratore per ciascuna balla del peso di libre 200, e per li fancotti del peso di libre
150 carlini 5 dal venditore, e 4 dal compratore; e questa ricognizione tal volta
è stata anco di meno», ASN, Arte della Seta, II numerazione, f.lo 509.
200
CHICCO 1995, pp. 226-234. Sul problema del «reperimento dei capitali
necessari al finanziamento della campagna serica», ivi, p. 217 e sgg.
340
Capitolo VI
neato che i negozianti torinesi e anche, direttamente, i negozianti provinciali delle aree periferiche ricorrevano al credito
estero per “girare” le somme ottenute ai filandieri ad un tasso
201
d’interesse del 6%, pari a quello loro praticato dagli stranieri .
Nel Regno di Napoli, invece, non sembra che il credito estero
svolgesse un ruolo significativo, come testimonia il caso dei negozianti lionesi che, si è visto, usavano pagare le sete in settem202
bre e ottobre, dopo il raccolto .
TABELLA 6.5. Imposte e costi di commercializzazione di una balla (200
libbre) di seta grezza spedita dal fondaco di Cosenza e venduta a Napoli nel 1793
Spese
Dazi
Diritti ad ufficiali
marittimi e doganali
Diritti diversi
Trasporto verso e dal porto
Importo (carlini)
in Calabria
a Napoli
in Calabria
a Napoli
in Calabria
a Napoli
in Calabria
a Napoli
Imballaggio
Nolo
Assicurazione marittima*
Magazzino nella Dogana di Napoli
Intermediazione commerciale**
Senseria
Totale
Costo a libbra
Prezzo di vendita a libbra
160,0
670,1
21,2
7,7
22,0
31,3
10,0
2,5
830,10
28,90
53,30
12,50
10,00
10,00
108,00
5,00
72,00
6,00
1.136,10
5,68
18,00
*3% sul valore della merce.
**2% sul valore della merce.
Fonte: elaborazione da ASN, MF, fs. 2455, inc. 49.
201
Ivi, pp. 423-424.
A partire dagli anni ’80 sembra che i capitali inglesi, mediante la stipulazione di contratti alla voce, comincino a svolgere un ruolo significativo nel
finanziamento dell’olivicoltura, fino a quel momento «dominato dalle grandi
ditte napoletane», ma non si registra un’analoga partecipazione nel settore
serico, LO SARDO 1991, pp. 250; 264.
202
L’organizzazione del commercio
341
Il flusso finanziario connesso al commercio della seta era
considerato vitale per l’economia calabrese: «il negoziato delle
seti, come il primo mobile di tutto ciò, che ivi si trafica à il
maggiore influsso», dichiararono i negozianti cosentini nel
203
1792 . E l’anno seguente affermarono che il loro interesse
coincideva con quello generale, «sostenendosi l’intiera Provincia coll’anticipazioni di denaro che si fanno dalli Mercadanti della Capitale a Compratori di Sete»; e non a caso, «essendo ingagliate le sete per le critiche circostanze di detto
Commercio, si [era] veduto sensibilmente mancare nella Pro204
vincia il numerario, ed il giro delle Tratte per la Capitale» .
Non si dispone di testimonianze dirette sui rapporti commerciali intercorrenti tra gli operatori della Calabria Ultra ed i
napoletani, ma le argomentazioni avanzate dai negozianti della capitale nei ricorsi contro le decretazioni delle voci della seta delle due province calabresi consentono di ravvisare il differente ruolo da essi svolto nella commercializzazione della seta
prodotta nelle due aree. Dalle contestazioni mosse dai napoletani alle voci della seta di Calabria Citra – naturalmente, allorquando la voce era giudicata troppo alta – si evince che il danno che essi avrebbero subito sarebbe stato indiretto in quanto
connesso alle conseguenze, queste sì immediate, che avrebbe205
ro sofferto i negozianti provinciali . Qualora la voce fosse ri203
ASN, MF, fs. 2455, inc. 38.
In particolare, «se negli anni scorsi il Traente pagava il cambio per avere
il Contante, in questo anno, anche con offrirsi il Cambio da chi paga il Contante non è possibile aversino delle Tratte, e la raggione che j Compratori di
seta non possono avvalersi sopra j loro corrispondenti, e Mercadanti nella
Capitale per le sete invendute, che si vedono ingagliate nella Regia Dogana, e
nej magazzini dell’istessi Compratori», ASN, MF, fs. 2455, inc. 46.
205
Ad esempio, sette «pubblici Negozianti di seta» della capitale ricorsero
nel 1793 contro la decretazione della voce di Cosenza sostenendo che «se si
[fosse] conferma[ta] la voce suddetta, i Negozianti della Provincia [sarebbero]
anda[ti] a soccumbere [...] e producendo una tal perdita la rovina loro, [sarebbero] resta[ti] inabilitati i supplicanti di proseguire ad essi le anticipazioni di denaro, che essendosi da anno in anno ristrette per i fallimenti accaduti per causa
delle alterati voci, [sarebbe] anda[ta] vieppiù a diminuirsi l’industria in pregiudizio dello Stato, del vostro regio Erario, e de’ Coltivatori, a cui mancarebbe il
soccorso». Firmatari del ricorso furono Gaetano Persico, console dell’Arte della
Seta, Nicola Acampora, Domenico de Ruggiero, Giovanni di Majo, Pasquale
Cerio, Tomaso Ricciardi e Antonio di Bisogno, ASN, MF, fs. 2455, inc. 37.
204
342
Capitolo VI
sultata superiore a quella attesa, i negozianti provinciali sarebbero stati costretti a vendere la seta in Napoli a prezzi che
non avrebbero consentito di coprire i costi sostenuti per
l’acquisto alla voce e quelli di trasporto e vendita nella capitale. Nei ricorsi dei napoletani, cioè, si paventava la «rovina» dei
negozianti provinciali e, per conseguenza, l’impossibilità per i
napoletani di concedere loro i «soliti» prestiti in denaro. Al
contrario, nelle contestazioni alle decretazioni relative alla voce di Monteleone, i negozianti napoletani asserivano di essere
personalmente esposti a gravissime perdite, lasciando intende206
re di aver acquistato direttamente la seta locale alla voce .
Il quadro dei rapporti commerciali tra negozianti che operavano a Napoli e negozianti provinciali è difficile da ricom207
porre nella sua interezza . Sono emerse relazioni diversificate
all’interno di ciascuna area e soprattutto, si direbbe, tra
un’area e l’altra delle Calabrie. Nella Calabria cosentina i negozianti provinciali effettuavano a proprio rischio il commercio della seta, appoggiandosi ai «corrispondenti» napoletani
per la vendita nella sola piazza accessibile, ma sobbarcandosi
per intero gli oneri dell’operazione, dal finanziamento della
produzione, mediante l’anticipazione di capitali agli allevatori,
ai costi di trasporto e di assicurazione, a quelli di «conserva208
zione, e smercio delle sete» . All’altro estremo, i negozianti
206
Nel ricorso presentato nel 1805 contro la voce fissata in Monteleone i
negozianti napoletani sostennero che i «capricciosi, ed alterati sentimenti, se
si confermassero dalla Maestà Vostra produrrebbero la ruina de supplicanti,
de Regj Compratori della Provincia loro debitori, e degli stessi Industrianti,
poicché dovendosi vendere la seta a prezzo assai minore del Costo resterebbero inabilitati li supplicanti a poter continuare le solite anticipazioni», aggiungendo inoltre che la voce da loro proposta (14 carlini la libbra contro i
15,6 decretati in Monteleone) pure rappresentava un «prezzo» «svantaggioso
per li supplicanti, e per li Regj Compratori». Il ricorso fu firmato da Giuseppe de Ruggiero quondam Stefano, Michele Avitabile quondam Simone, Pasquale Cerio, Francesco Acampora, Falconnet e C., Leonardo Tramontana e
Giovanni di Majo quondam Alfonso, ASN, MF, fs. 2694, inc. 5.
207
Si scontano l’assenza di studi quali quelli dedicati, ad esempio, ai circuiti dello scambio nelle Puglie (cfr. SALVEMINI-VISCEGLIA 1991b e i lavori ivi
citati) e, su un altro piano, l’incertezza e la frammentarietà dei risultati che la
ricerca su fonti eterogenee può offrire.
208
ASN, MF, fs. 2455, inc. 51.
L’organizzazione del commercio
343
reggini sembrano operare prevalentemente su commissione
dei negozianti napoletani o stranieri.
Il quadro si prospetta altrettanto variegato, è evidente, se si
209
sposta l’obiettivo sui negozianti attivi nella capitale . Gli operatori impegnati di anno in anno nella commercializzazione di
210
seta calabrese furono nel periodo, in media, un’ottantina.
Anche meno, in realtà, perché nell’elaborazione ci si è attenuti
strettamente alle denominazioni dei negozianti o delle società
così come risultano dalle registrazioni degli ufficiali doganali,
il che può aver indotto a considerare sotto voci separate la
211
medesima società o il medesimo negoziante e, di conseguen209
Va ricordato che l’analisi concerne i soli negozianti impegnati
nell’acquisto e/o nella commercializzazione della seta calabrese, e limitatamente alla parte della loro attività connessa, appunto, alla seta calabrese. Certamente molti si dedicarono anche o, forse, esclusivamente al commercio delle
sete campane o di altre aree di produzione. Ad esempio, Nicola Donnaperna
nel periodo 1746-57 ricevette poche centinaia di libbre di seta calabrese, per lo
più da Monteleone, ma nel solo mese di settembre del 1750 “per suo conto”
pervennero a Napoli dalla Basilicata e dal Principato Citra da Eboli in là oltre
2.600 libbre di seta, ASBN, Banco di San Giacomo, Giornale di Banco, 16 ottobre 1750, ff. 312-313. I Savarese, tra i più importanti negozianti di seta calabrese, commerciavano sicuramente anche sete campane, ASN, Pandetta nuovissima, f.li 54526; 54540. Mentre, in generale, la composizione delle attività
economiche e finanziarie dei negozianti di maggior calibro si articolava in una
pluralità di settori e di interessi di cui si percepiscono appena i contorni.
210
Riguardo alla seta calabrese inviata a Cava de’ Tirreni, i negozianti impegnati nella sua commercializzazione, attivi esclusivamente su quella piazza,
negli anni considerati furono di norma 5 o 6 e ciascuno di essi importò dalle
Calabrie da poche decine fino ad un massimo di 6.000 libbre di seta, ma in
media poco più di 1.000 libbre l’anno. Particolarmente duratura la presenza
dei Coda (Gaetano negli anni ’40, Giuseppe nel decennio successivo e in seguito Andrea, Vincenzo e Michelangelo), dei Carramone (Domenico, Antonio e Francesco) e degli Sparano, mentre in generale non si assiste ad una particolare mobilità dei pochi operatori locali. L’industria serica di Cava de’ Tirreni assorbì, almeno a partire dagli anni ’40, una percentuale assai modesta
delle spedizioni calabresi, circa il 2%, e anche meno dalla metà degli anni ’50.
L’industria di Cava, peraltro, non dipendeva soltanto dalle forniture calabresi
ma impiegava i filati prodotti localmente – le cosiddette «sete Paesane» – e
quelli prodotti nel salernitano – alla metà degli anni ’80, da poche centinaia a
2.000 libbre l’anno, ASN, Pandetta miscellanea, fs. 97.
211
Si sono, ad esempio, tenute distinte le due società Liquier e Falconnet e
Liquier, Falconnet e C., entrambe attive nel 1788 (rispettivamente 6.247 e
4.593 libbre di seta), e le quattro società facenti capo a Cesare de Ruggiero nel
344
Capitolo VI
za, a sottostimare la quantità di seta effettivamente trattata da
taluno.
Il numero di negozianti si mantenne relativamente stabile
nel tempo. All’espansione della produzione e del commercio
di sete calabresi non si accompagnò un significativo incremento nel numero di coloro che, a Napoli, ne curavano la collocazione sul mercato. Il dato relativo alla quota pro capite di seta
commerciabile è, in questo senso, inequivocabile (Tabella 6.6)
e rivela una crescita della dimensione media delle imprese individuali più marcata di quella riscontrata per i negozianti
provinciali. Altro è, evidentemente, stabilire se tale crescita si
sia tradotta in una progressiva concentrazione del commercio
serico napoletano.
Si è ritenuto di elaborare una distribuzione per classi determinate in base alla quantità di seta trattata, individuando
classi di ampiezza diverse da quelle adoperate nell’analisi del
commercio degli operatori provinciali in quanto i napoletani
gestivano, di norma, quantitativi di seta ben più consistenti
(cfr. Tabella 6.7). Le prime due classi – rispettivamente, in
media, 25 e 30 operatori – manifestano nel periodo una presenza piuttosto stabile, tendenzialmente decrescente la prima,
solo temporaneamente ridotta la seconda nel corso degli anni
’60 e nei primi anni ’70. Nell’insieme rappresentarono negli
anni ’40 il 77-78% degli operatori, che trattarono all’incirca
un quarto della seta calabrese; scesero in seguito al 70%, con
tassi minimi del 61% nel 1762 e 1773 e del 65% nel 1782, attestandosi su circa un quinto della seta commerciata, assai meno
negli anni di contrazione.
Anni, questi ultimi, che in generale videro una più nutrita
presenza di negozianti nella terza classe, in media 11 operatori
ma fino a 19 (1762) e su movimenti di seta intorno al 20% del
1773: la Cesare de Ruggiero, Figlio e Genero (5.638 libbre), la Cesare de Ruggiero, Figli e Genero (4.030 libbre), la Cesare de Ruggiero e Figli (4.992 libbre)
e la Cesare de Ruggiero, Figlio e Socero (6.469 libbre). Sono stati considerati
separatamente i casi di negozianti con lo stesso nome ma per uno dei quali
figura anche il nome del padre, ad esempio, nel 1767, Nicola Palomba (4.901
libbre) e Nicola Palomba quondam Matteo (8.761 libbre), e si è altresì tenuto
distinto Giuseppe Giordano (5.409 libbre nel 1767) dal titolato duca Giuseppe Giordano (22.873 libbre).
L’organizzazione del commercio
345
totale, ma con forti scostamenti verso il basso e, in generale,
con una sensibile diminuzione per numero di presenze e per
seta trattata (poco più del 10%) negli ultimi quattro anni considerati.
TABELLA 6.6. La commercializzazione della seta grezza calabrese: i
negozianti napoletani (1742-1792)
Anno
1742
1746
1752
1757
1762
1767
1773
1777
1782
1788
1792
Negozianti
(n°)
64
76
89
102
88
86
85
80
72
80
66
Totale seta
commerciata (libbre)
284.124
420.560
429.398
593.039
561.936
527.729
694.210
575.824
594.080
501.070
423.404
Quota pro capite
(libbre)
4.439
5.534
4.825
5.814
6.386
6.136
8.167
7.198
8.251
6.263
6.415
Fonte: elaborazione da ASN, Arrendamenti, f.li 2208; 2215; 2225; 2233; 2246;
2258; 2267; 2273; 2279; 2291; 2307.
Per contro, il contributo relativo degli operatori di livello alto
e altissimo è decisamente crescente, dal 10% degli anni ’40, al 1516% degli anni ’50 e ’60, al 18-20% dell’ultimo ventennio considerato. A partire, grosso modo, dalla metà del secolo, il gruppo
dei 12-18 negozianti delle due classi maggiori gestì tra il 60 ed il
212
75% della seta spedita dalle Calabrie . Ma è forse ancor più significativo il dato relativo alla percentuale di seta trattata dai
primi quattro operatori di anno in anno attivi sulla piazza napo212
Per un raffronto, negli anni prerivoluzionari a Lione i primi 15 negozianti controllavano il 56% del commercio della seta, CAYEZ 1993, p. 599. Ma
si veda anche CIRIACONO 1981, p. 175, sulla distribuzione delle importazioni
di seta a Lione negli anni 1637-1639, secondo cui 17 ditte controllavano il
73,2% della seta importata.
Capitolo VI
346
letana: un minimo del 31,6% del totale nel 1752, un massimo del
213
43,1% nel 1782 . Di più, a partire dal 1757 la ditta principale gestì oltre il doppio della seta trattata dai più diretti inseguitori: si
osservino nella Tabella 6.8 i dati relativi a Domenico d’Amico
dal ’57 al ’67, alla Stefano de Ruggiero e Figli nel ’72 e a Giuseppe
de Ruggero quondam Stefano dal ’77 al ’92.
TABELLA 6.7. Distribuzione dei negozianti operanti a Napoli e delle
spedizioni per classi di seta commerciata (1742-1792)
Anno
1742
1746
1752
1757
213
Classi di seta
commerciata
(libbre)
1-1000
1001-5.000
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
1-1000
1001-5.000
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
1-1000
1001-5.000
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
1-1000
1001-5.000
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
Numero di
negozianti
25
25
8
5
1
64
24
35
8
4
5
76
33
31
13
10
2
89
34
40
10
16
2
102
Numero di
negozianti
(%)
39,1
39,1
12,5
7,8
1,5
100,0
31,6
46,0
10,5
5,3
6,6
100,0
37,1
34,8
14,6
11,2
2,3
100,0
33,3
39,2
9,8
15,7
2,0
100,0
Seta
commerciata
(%)
3,3
23,1
22,0
37,5
14,1
100,0
2,3
21,8
13,8
17,3
44,8
100,0
3,5
18,8
19,8
37,9
20,0
100,0
3,3
16,4
12,4
45,6
22,3
100,0
In dettaglio: nel 1742, 40,8%; nel 1746, 37,6%; nel 1752, 31,6%; nel
1757, 32,2%; nel 1762, 33,7%; nel 1767, 37%; nel 1773, 38,6%; nel 1777,
35,1%; nel 1782, 43,1%; nel 1788, 39,4%; nel 1792, 38,6%.
L’organizzazione del commercio
TABELLA 6.7. (continua)
1-1000
1001-5.000
1762
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
1-1000
1001-5.000
1767
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
1-1000
1001-5.000
1773
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
1-1000
1001-5.000
1777
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
1-1000
1001-5.000
1782
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
1-1000
1001-5.000
1788
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
1-1000
1001-5.000
1792
5.001-10.000
10.001-30.000
oltre 30.000
Totale
26
28
19
13
2
88
30
30
13
11
2
86
25
27
17
10
6
85
20
36
10
8
6
80
15
32
9
13
3
72
27
29
8
14
2
80
21
26
6
12
1
66
29,5
31,8
21,6
14,8
2,3
100,0
34,9
34,9
15,1
12,8
2,3
100,0
29,4
31,8
20
11,8
7,0
100,0
25,0
45,0
12,5
10,0
7,5
100,0
20,8
44,4
12,5
18,1
4,2
100,0
33,7
36,3
10,0
17,5
2,5
100,0
31,8
39,4
9,1
18,2
1,5
100,0
347
2,4
12,2
23,0
38,8
23,6
100,0
2,8
16,1
19,1
34,2
27,8
100,0
2,2
10,1
17,7
21,6
48,4
100,0
2,1
16,9
10,3
24,4
46,3
100,0
1,2
13,5
10,9
35,7
38,7
100,0
2,2
13,9
10,3
42,9
30,7
100,0
2,8
17,7
10,9
44,2
24,4
100,0
Fonte: elaborazione da ASN, Arrendamenti, f.li 2208; 2215; 2225; 2233; 2246;
2258; 2267; 2273; 2279; 2291; 2307.
348
Capitolo VI
In generale si registra un alto grado di stabilità tra i negozianti impegnati nel settore, stabilità forse più accentuata tra i
grossi negozianti ma che si riscontra anche tra i medi operatori.
L’elevata concentrazione del commercio della seta calabrese
ed il debole turn over nell’ambito dello stesso ristretto gruppo
di operatori indurrebbero ad estendere al settore serico quanto
sostenuto da Macry a proposito del settore cerealicolo, regolato
e dominato, a suo giudizio, dall’«oligopolio distributivo» dei
214
negozianti napoletani . Ma si è piuttosto riluttanti ad accogliere una definizione dalle chiare implicazioni sul piano dell’equilibrio tra domanda e offerta, dei meccanismi di determinazione
dei prezzi e della ripartizione dei profitti connessi alla sericoltura e al commercio serico. In particolare, la molteplicità dei
ruoli e dei rapporti tra negozianti provinciali e napoletani complica e articola il quadro complessivo e induce ad evitare definizioni, e interpretazioni, generalizzanti.
Alcuni grandi negozianti di seta figurano tra i maggiori mer215
canti di frumento della capitale . Francesco Maria Ajelli, attivo
tra la metà degli anni ’40 e la metà degli anni ’60, inizialmente
poco impegnato nel commercio del grano, giunse a trattare fino
a 31.000 libbre di seta l’anno, ma in seguito, nei primi anni ’60,
gli anni della «grande carestia», tra le sue attività il commercio
cerealicolo avrebbe preso il sopravvento.
Ma il maggiore impegno in un settore a discapito dell’altro
non può considerarsi una regola, piuttosto le scelte d’investimento dei principali negozianti sembrano ispirate ad
un’oculata gestione degli affari e delle convenienze e quindi anche ad una diversificazione dei rischi. Macry ha rilevato «un
certo avvicendamento del personale addetto al commercio cere216
alicolo» in coincidenza della crisi produttiva del 1759-64 , se214
MACRY 1974, passim, e in particolare p. 325 e sgg.
Per i dati relativi ai mercanti granisti, MACRY 1974, p. 325 e sgg. Nella
Tabella 6.8 sono segnalati i negozianti di seta che effettuarono anche consistenti commerci di cereali. Non compaiono nella tabella, perché trattarono
meno di 10.000 libbre di seta negli anni considerati, ma risultano tra i grandi
mercanti granisti citati dal Macry, Giovanni e Domenico Colombo e i Ventapane, Carmine e Giovanni, presenti con continuità nel periodo esaminato ed
impegnati su partite di alcune centinaia o, talvolta, di poche migliaia di libbre
di seta.
216
MACRY 1974, in particolare alle pp. 329-334.
215
L’organizzazione del commercio
349
gnalando, ad esempio, il drastico ridimensionamento dei valori
assicurati su frumento da Francesco Maria Berio proprio nel
1759. Ma, come opportunamente avverte lo stesso Macry,
l’avvicendamento non implica «un crollo di certe imprese
commerciali»: il Berio, quanto al commercio serico, vantò una
continua e duratura presenza ai massimi livelli per quantità
commerciate.
Domenico d’Amico, che, assieme ai de Ruggiero, trattò in
assoluto le più elevate quantità di seta, fu anche tra i più cospicui mercanti granisti della capitale, nonché tra i maggiori azionisti e, nel 1761-63, direttore della Compagnia Reale delle Assi217
curazioni Marittime . Scelte private e attività professionale del
d’Amico appaiono strettamente collegate all’ambiente della
corporazione serica napoletana. Sposò la figlia di un «pubblico
Negoziante di sete» di Napoli, Paolo Giordano, ed era cognato
di Orazio Piscopo, console dell’Arte nel 1738. Risulta cassiere
218
generale degli Arrendamenti della seta di Calabria nel 1736 e
219
nel 1748 , e verosimilmente, data la continuità con la quale di
solito si ricoprivano tali uffici, dovette esserlo nell’intero arco
di tempo tra i due anni; e poi, dal 1750 al 1766, fu amministratore e cassiere del grano a libbra di seta nuovamente imposto,
un’imposta straordinaria connessa a un donativo effettuato
220
dall’Arte della Seta . Il d’Amico commerciò prevalentemente o
quasi esclusivamente seta prodotta in Calabria Citra. Nel 1767
il 94% della seta da lui commerciata proveniva da quella provincia, coprendo oltre 1/3 delle spedizioni effettuate in
quell’anno.
217
MACRY 1974, pp. 327-331; 361; 368. Sulle vicende della Compagnia,
ASSANTE 1979.
218
ASN, Arrendamenti, f.lo 2200.
219
ASBN, Banco di San Giacomo, Giornale di Banco, 25 settembre 1748,
ff. 169-171.
220
L’imposta fu istituita su istanza della corporazione per poter scontare
un debito contratto nel 1748, allorquando le fu accollato un esborso di 45.625
ducati a beneficio della Corona nell’ambito del donativo di 700.000 ducati
fatto dalla Città di Napoli, ASN, Pandetta nuovissima, fs. 261, f.lo 4003. Inizialmente il d’Amico, «attenta la sua qualità personale d’essere publico Negoziante», voleva accettare l’incarico non come cassiere ma come «depositario
Generale». A tale pretesa, però, la Sommaria oppose un secco rifiuto, ivi, ff.
55-56.
350
Capitolo VI
Altre fortune sembrerebbero più saldamente ancorate al
commercio della seta, quelle degli Schiani, ad esempio, o dei
Savarese. Giuseppe e Agostino Savarese, almeno dagli inizi degli anni ’30 e fino al 1777, e poi, nel 1782, Nicola, nipote di
Giuseppe e complimentario della Ragion cantante, cioè della
società, Giuseppe Savarese e Nipoti, sono stabilmente insediati
nel gruppo dei dieci maggiori negozianti di seta calabrese, collocandosi fino alla metà degli anni ’60 fra i primi tre. Dopo la
morte di Giuseppe, prima, e di Nicola, poi, la Giuseppe Savarese e Nipoti è ancora attiva ma, a giudicare dalla dimensione dei
suoi commerci calabresi, i tempi d’oro volgevano al termine,
mentre alcuni degli eredi del nome e delle fortune della famiglia
si dedicavano ad altre attività e si preoccupavano di esigere i
221
crediti precedentemente maturati .
Diversi negozianti erano consoli dell’Arte della Seta, ed in
222
particolare consoli “dei negozianti napoletani” . Di norma i
consoli, o ex consoli, non compaiono tra i negozianti di maggior levatura, forse perché privilegiavano l’attività industriale
rispetto a quella commerciale. Tuttavia a Bartolomeo Panzetta,
223
console dell’Arte nel 1763 , giunsero dalle Calabrie notevoli
quantità di seta negli anni ’40 e fino ai primi anni ’60. Così co224
me Giuseppe di Majo, console nel 1765 , compare tra i maggiori negozianti di seta a partire dagli anni ’70 (cfr. Tabella 6.8).
221
ASN, Pandetta nuovissima, f.lo 54540. Uno dei Savarese, Luca, fu giudice del Regio Tribunale dell’Ammiragliato.
222
Il Consolato dell’Arte della Seta di Napoli era composto dal console dei
tessitori, da quello dei negozianti napoletani e da quello dei negozianti forestieri. Si sono individuati Nicola Penta, console nel 1736 (ASN, RCS, Dispacci, vol. 164) e attivo negli acquisti di seta calabrese nel 1742; Orazio Piscopo,
console nel 1737 (ivi, vol. 165), attivo fino al 1752; Aniello Penta, console nel
1738 (ivi, vol. 168), registrato fino al 1752; Giuseppe Zutter, console dei negozianti forestieri nel 1751 e nel 1752 (ASN, RCS, Notamenti, I ruota, vol.
192), presente nel 1752 e nel 1757; Nicola Carola, console dei negozianti napoletani nel 1750, 1751, 1761 e 1768 (ibidem; ASN, AA. EE., fs. 910 e ASN,
Pandetta nuova seconda, fs. 329, f.lo 27), attivo dal ’52 al 1782; Gaetano Persico, console nel 1774 (ASN, Pandetta nuovissima, f.lo 54531) e attivo nel
1777; Nicola Acampora, console nel 1779 e nel 1789 (ASN, Arte della Seta, II
numerazione, f.lo 85 e ASN, Pandetta nuova seconda, fs. 329, f.lo 27) e attivo
dall’inizio degli anni ’80 ai primi anni ’90.
223
ASN, Arte della Seta, II numerazione, f.lo 81.
224
Ivi, f.lo 82.
L’organizzazione del commercio
351
Quanto ai negozianti stranieri, la loro presenza si fa più vivace dopo la metà del secolo, e in particolare a partire dagli anni
’60, quando il flusso commerciale tra Mezzogiorno e Francia
aveva largamente superato la fase di stagnazione del secondo
Seicento e dei primi trent’anni del XVIII secolo. Già sul finire
degli anni ’30, dopo l’insediamento al trono di Carlo di Borbone e con la nuova collocazione politico-diplomatica del Regno
di Napoli, la Francia «scopre l’olio ed il grano e riscopre la seta
225
meridionali» o, più precisamente, riguardo alla seta grezza,
può nuovamente rivolgersi alla produzione meridionale dopo il
ventennio di politica protezionistica degli Asburgo d’Austria.
Ma la crescita «vigorosa» dei traffici franco-napoletani si registra a partire dalla metà del secolo e fino agli anni della guerra
d’indipendenza americana.
Sotto il profilo della dimensione e distribuzione dei traffici
di seta calabrese, i negozianti stranieri non rivelano caratteri peculiari rispetto ai napoletani, se si eccettuano alcuni casi, già
messi in luce, di spiccato orientamento verso la seta reggina. Sul
mercato reggino, tuttavia, la prevalenza degli stranieri si fa evidente solo a partire dalla metà degli anni ’60, dopo la revoca
della concessione dell’esportazione diretta dalle Calabrie. Fino
ad allora la seta dell’area era stata commerciata quasi esclusivamente dai napoletani.
Tra gli stranieri, spiccano i Meuricoffre, appartenenti ad
un’antica famiglia di origine svizzera un cui membro, JeanGeorges, agli inizi del ’700 si era trasferito a Lione. Uno dei due
figli di Jean-Georges, Frederic-Robert, si stabilì a Napoli nel
1760, seguito anni dopo dal nipote Jean-Georges. La storia dei
rapporti tra Napoli e i Meuricoffre era appena iniziata e si sarebbe conclusa ben oltre un secolo e mezzo dopo, nel 1931, con
la morte di John, ultimo esponente del «ramo napoletano della
226
famiglia» . Federico Roberto Meuricoffre nel 1772 era in so227
cietà con Etienne Desferre . La Lorin et Desferre già operava a
Napoli da qualche anno, e trattava sete reggine (11.200 libbre
225
SALVEMINI-VISCEGLIA 1991, p. 117.
VARRIALE 1998, pp. 34-45. I Meuricoffre mantennero saldi legami con
la patria d’origine, la Svizzera, e di generazione in generazione rivestirono
l’incarico di Agenti Generali della Confederazione elvetica a Napoli.
227
ROMANO 1976, p. 109.
226
352
Capitolo VI
nel 1767). Nel 1773 alla Lorin, Desferre e Meuricoffre furono
inviate da Reggio ben 28.700 libbre di seta, un terzo delle spedizioni locali. Nel 1777 ancora Meuricoffre, ma stavolta in società con Giovanni Peschaire, compra seta a Reggio per 28.900
libbre. L’anno successivo inaugurò le sue attività la Meuricoffre,
228
Scherb e C. , che nel 1782 e nel 1788 trattò 20.709 e 17.510 libbre di seta reggina. Infine, la Meuricoffre e C. nel 1792 trattò,
sempre su Reggio, 20.242 libbre di seta. Non risulta che le diverse società che videro la partecipazione del Meuricoffre trattarono mai direttamente seta prodotta in altre aree calabresi.
Si è già avuto modo di rilevare che all’inizio degli anni ’80 la
Meuricoffre, Scherb e C. operava su commissione di alcuni negozianti lionesi, mentre i suoi soci si dichiaravano nel 1789
«Procuratori de’ Negozianti Donaudi, e Belliery di Marsi229
glia» . Ma in generale non meraviglia che le «maisons de commerce» stabilite nel Regno fossero «sempre in corrispondenza
con case di commercio della madre patria, particolarmente di
Marsiglia e, addirittura, talora, [...] delle vere e proprie filiali di
230
queste ultime» . L’attività e la rete di relazioni internazionali
di cui disponevano gli stranieri, peraltro, potevano tornare utili
231
ai negozianti napoletani e, all’occorrenza, anche al governo
che tuttavia, nel 1793, allorché il Regno di Napoli si alleò con
l’Inghilterra e le altre potenze contro la Francia rivoluzionaria,
non esitò a decretare l’espulsione dei francesi, sancita nel settembre.
I Peschaire, Simone e Giovanni, originari di Nimes, arrivano
a Napoli nel 1756. Non risultano impegnati nell’acquisto diret228
Sull’anno di costituzione della società, ibidem.
ASN, Pandetta Vassallo, fs. 21, f.lo 42.
230
ROMANO 1976, p. 110.
231
Ad esempio, nell’aprile del 1764 il console napoletano a Salonicco, Giuseppe Arena, riferì al Tanucci che «come Salonicco è una piccola piazza, è
impossibile ritrovare cambiali per Napoli, e fui necessitato prevalermi da questi Mercanti Francesi», e di fatti nel giugno dello stesso anno chiedeva di «far
pagare alli Signori Tessier Fratelli, e Comp. [ducati 366.7.4] […] per altri tanti
ricevuti in questa da’ Signori Fougasse, La Porterie, Rouffin, e Rivals». Analoghe richieste furono fatte nei giorni seguenti, sui Tessier e su tal Lejeans,
per un totale di oltre 20.000 ducati. Le ingenti somme erano destinate
all’approvvigionamento di grano per la capitale, ASN, AA. EE., fs. 2674, f.li
421; 438; 450; 470.
229
L’organizzazione del commercio
353
to delle sete calabresi fino a che, nel 1777, quando cessano le attività di Simone, Giovanni, in società col Meuricoffre, tratta, si
è riferito, quasi 30.000 libbre di seta reggina. Nel 1782, ancora
su Reggio, Giovanni Peschaire incetta oltre 13.000 libbre di seta, mentre in seguito dovette indirizzare altrove i suoi interessi
poiché le partite trattate furono davvero poca cosa. Dopo 37
anni di permanenza a Napoli, di cui 20 di domicilio fisso, Giovanni Peschaire fu vittima dell’editto di espulsione dei france232
si .
Anche i Liquier, ininterrottamente presenti a Napoli almeno
dall’inizio degli anni ’40, furono costretti a lasciare il Regno,
riuscendo ad ottenere una breve proroga di 40 giorni sulla data
233
della partenza per poter sistemare gli affari ancora in sospeso .
Così come abbandonarono Napoli i Meuricoffre, che si trasferirono a Ginevra, da dove però non cessarono di operare su
Napoli in società con Giovanni Sorvillo. Al solo Federico Roberto fu concesso di rientrare a Napoli nel 1797, mentre il nipo234
te dovette attendere l’arrivo dei napoleonidi .
Nella Tabella 6.9 sono riportati i dati relativi ai permessi
d’esportazione di seta grezza sinora individuati. Pur nella incompletezza della documentazione e quindi dei dati su cui è costruita, la tabella, nel confermare il ruolo rivestito dai negozianti stranieri nel commercio serico meridionale, segnala,
nell’alternarsi delle “nazionalità” delle case commerciali presenti a Napoli, gli effetti delle vicende politiche, diplomatiche e militari europee nella geografia degli scambi del Regno di Napoli.
232
DE VIVO 1995-96, p. 107.
Ibidem. Un Antonio Liquier fu console d’Olanda a Napoli alla metà
degli anni ’80, ASN, AA. EE., fs. 3546.
234
VARRIALE 1998, pp. 36-37.
233
Negoziante
Acampora Nicola quondam Donato
Ajelli Francesco Maria #
André Guglielmo, Forquet e C.
Avitabile Michele di Simone
Basire Domenico
Berio Francesco Maria #
Brancaccio Domenico Maria
Brancaccio Gennaro Antonio #
Brancaccio Nicola quondam Giuseppe
Catardi Andrea
Celestino Pietro e de Ruggiero Domenico quondam
Stefano
Cerio Pasquale
Chambeyront Andrea
Croce Giuseppe Maria
d'Amico Domenico #
de Ruggiero Giuseppe quondam Stefano
de Ruggiero Stefano
de Ruggiero Stefano e Figli
de Ruggiero Cesare, figlio e genero #
de Ruggiero Giuseppe
del Porto Gennaro
del Porto Giovanni
di Majo Alfonso quondam Vincenzo e figli
di Majo Ferdinando
di Majo Giovanni
di Majo Giuseppe
de Rosa Nicolò e Carlo
Donnarumma Filippo #
Ferro Domenico
Ferro Giuseppe
Giordano duca Giuseppe #
Lembo Giovanni #
Lignola Antonio e Pietro #
6.378
22.021
936
30.401
300
23.576
8.197
278
5.127
16.083
4.455
10.450
14.045
8.942
200
2.611
2.560
189
5.996
2.520
2.520
632
11.118
27.308
12.618
3.390
1.839
19.967
3.463
1762
12.250
20.989
12.767
1.754
18.401
12.694
14.191
1.603
13.721
3.468
10.259
11.703
1.500
8.994
1.978
512
101.391 101.229
19.141
8.854
22.135
31.060
1757
24.017
47.782
51.247
29.742
11.180
15.921
1752
400
17.654
490
1746
4.084
1742
13.487
5.403
9.529
22.873
15.580
600
4.801
3.125
13.070
9.532
9.639
1.169
11.202
10.249
6.587
14.279
1.200
5.896
1.492
10.218
5.809
5.805
5.432
32.972
83.526
31.283
32.911
43.381
13.626
12.059
601
1777
32.714
6.519
8.887
42.627
2.653
19.263
2.238
1773
8.928 39.360
39.320 135.650
5.638
107.412
13.833
7.374
13.043
14.422
250
14.101
796
1767
TABELLA 6.8. I maggiori negozianti di seta calabrese della capitale (1742-1792)*
8.630
4.031
9.580
13.639
5.593
15.284
13.866
3.323
162.108
22.316
11.286
21.724
36.150
3.027
11.639
1782
680
17.136
2.400
7.836
15.584
2.998
14.152
5.900
122.550
22.386
19.107
12.839
13.794
2.023
31.140
1788
10.234
8.212
4.485
15.071
10.863
12.085
5.400
103.387
18.184
14.723
21.765
16.846
1792
11.512
482
4.521
816
3.727
30.038
34.425
22.593
4.117
22.752
8.087
40.013
12.498
6.727
13.836
7.078
15.302
7.219
37.878
16.260
11.300
26.308
42.218
16.638
10.961
12.351
29.127
10.971
10.138
29.394
1.500
492
11.216
900
9.407
2.401
4.524
8.539
8.256
5.817
26.087
21.447
7.426
6.592
5.846
11.261
1.000
14.617
11.146
34.725
2.110
50.727
1.651
15.434
2.344
5.882
2.394
28.700
14.815
11.200
16.854
6.593
31.528
5.919
9.301
8.399
29.803
18.224
9.509
12.742
12.461
686
13.693
250
21.496
19.103
450
18.842
3.937
22.998
3.776
24.966
4.100
42.528
750
8.379
28.962
325
10.156
26.619
14.686
13.765
16.134
31.528
20.709
10.988
556
15.675
1.201
11.877
21.416
12.320
17.510
* Negozianti che trattarono oltre 10.000 libbre di seta calabrese in almeno un anno tra quelli considerati.
# Tra i maggiori mercanti granisti di Napoli (cfr. MACRY 1974, pp. 329-31).
Fonte: elaborazione da ASN, Arrendamenti, f.li 2208; 2215; 2225; 2233; 2246; 2258; 2267; 2273; 2279; 2291; 2307.
Liquier Flli e C.
Liquier Flli, Nepoti e Comp.
Lombardo Benardo
Lorin, Desferre, e Meuricoffre
Lorin et Desferre
Merolla Giovan Battista e Donato
Meuricoffre, e comp.
Meuricoffre, Peschaire e C.
Meuricoffre, Scherb e C.
Moschini Giovanni Antonio
Pacifico Gaspare e figli
Pagano Andrea e Nicola Maria #
Paladino Pietro
Palomba Domenico e figli
Palomba Giulio
Panzetta Bartolomeo
Perrelli Fabbiano quondam Aniello
Persico Pietro Antonio
Peschaire Giovanni
Picenna Michele
Piscopo Marc'Antonio
Reymond e Piatti
Realfonzo Rafaele
Rossi Gennaro quondam Giovan Battista
Rota Bartolomeo, marchese
Savarese Giuseppe e Agostino
Savarese Nicola
Schiani Domenico e Costantino
Spasiano Cristofalo
Spinelli Antonio
Spinelli Antonio quondam Cristofaro #
Tiriolo, principe di
TABELLA 6.8. (continua)
11.189
645
400
568
9.444
16.560
18.180
20.242
Capitolo VI
356
TABELLA 6.9. Permessi di esportazione di seta grezza concessi negli anni 1782-1806 (serie incompleta)
Anno
1782
Casa commerciale
Liberati Michelangelo e Domenico
Libbre
15.000
1784
Peschaire Giovanni
12.000
1787
Angleys Francesco
Forquet Carlo e C.
Liquier, Falconnet e Comp.
Meuricoffre, Scherb e Comp.
Raby, Ferrari e de Siebenthal, neg. francesi
Raby, Ferrari ed altri
5.000
4.000
10.000
12.000
5.000
5.000
1788
Angleys Francesco
Catalano Saverio
Meuricoffre, Scherb e Comp.
Peschaire Giovanni
Reymond, Piatti e C.
Principe di Tarsia (organzini di S. Leucio)
5.000
280
15.000
10.000
50.000
200
1789
Liquier, Falconnet e Comp.
Meuricoffre e Comp.
Peschaire Giovanni
Reymond, Piatti e C.
30.000
15.000
10.000
36.000
1793
Marcha Frebunel e C.
1794
Cappelluto Francesco Antonio, neg. napoletano
Christin Federico e C.
di Majo Giuseppe
Falconnet e Gibbs, neg. Brittannici
Forquet Carlo e C.
Fournier, De Gerande e C.
Reymond, Piatti e C.
Riccio Tommaso, neg. napoletano
Sorvillo Giovanni
Viesseux Giovanni e C.
4.000
1.180
4.000
554
20.000
20.000
6.000
10.000
5.920
6.000
10.000
1795
Bocchini Michele
Christin Federico e C.
di Majo Giuseppe
Falconnet e Gibbs, neg. Brittannici
Reymond, Piatti e C.
Tramontano Leonardo
2.400
2.000
2.220
6.000
45.000
3.000
1796
Christin Federico e C.
Falconnet, Gibbs e C., neg. Brittannici
Politi (Ferdinando), Guida e C.
Reymond, Piatti e C.
Riccio Tommaso
3.000
6.000
5.000
21.000
3.000
1797
Balzamo Giuseppe e Mariano
Cutler e Heigelin, neg. Brittannici
Ferrari, Freppi e C.
Mariani Luigi
Morra Leonardo e C.
Persico Gaetano
Politi (Ferdinando), Guida e C.
Prisman Bartolomeo, di Nazione tedesca
Reymond, Piatti e C.
Riccio Tommaso
Sorvillo Giovanni
5.000
4.900
6.000
3.400
3.000
5.550
20.000
5.700
10.000
1.600
14.000
L’organizzazione del commercio
357
TABELLA 6.9. (continua)
1798
Casaretti Angelo
Christin Federico e C.
Ferrari, Freppi e C.
Forquet Carlo e C.
Reymond, Piatti e C.
Rossi Domenico e C., di Napoli
5.000
4.000
2.225
3.000
25.000
2.000
1799
Scuotto Filippo, neg. napoletano
Sicignano e Becci, neg. napoletani
1800
Politi (Ferdinando), Guida e C.
Sorvillo Giovanni
1801
Andrè Guglielmo e Luigi Padre e Figlio
Burlat Antonio
Degen Federico
Falconnet e C.
Ferrari Giuseppe Mattia
Meuricoffre Federico Zio e Sorvillo
Pappalardo Domenico
Politi (Ferdinando), Guida e C.
Rossi Domenico e C., napoletani
Sorvillo Giovanni
Sorvillo Ignazio Giuseppe
6.000
10.000
5.000
6.000
5.000
56.000
21.400
11.000
5.100
8.000
1.500
1802
Andrè Guglielmo e Luigi Padre e Figlio
Burlat Antonio e C.
Falconnet e C.
Meuricoffre Federico Zio e Sorvillo
Musso, Canale e C.
Reymond L. e C.
26.000
5.000
51.000
38.000
14.000
15.000
1803
Andrè e Forquet
Meuricoffre Federico Zio e Sorvillo
4.000
24.000
1804
Andrè e Forquet
Bottalin Giuseppe
Cordiglio Domenico
Duroni e C.
Falconnet e C.
Meuricoffre Federico Zio e Sorvillo
Musso Stefano
Pane Domenico
Reymond Seniore, de Siebenthal e C., austriaci
4.000
15.000
5.000
1.800
10.000
32.000
4.000
4.000
16. 000
1805
Bottalin Giuseppe
Falconnet e C.
Meuricoffre Federico Zio e Sorvillo
Pane Domenico
Politi Ferdinando e C.
Riccio Carlo
20.000
30.000
32.000
4.300
5.000
5.000
1806
Falconnet e C.
Meuricoffre Federico Zio e Sorvillo
Pagliano, Rubino e C., francesi
3.000
6.000
950
850
600
5.000
8.000
Fonte: ASN, MF, fss. 1432; 1903; 2455; 2531; 2859; MF, rg. 34; Segreteria
d’Azienda, in ordinamento, ramo doganale del Supremo Consiglio delle Finanze, anni 1782; 1784; 1787; 1788-89.
Conclusioni
Si è proceduto ad un’analisi sistematica delle diverse fasi di
produzione e commercializzazione della seta, in coerenza con
l’obiettivo generale cui si è indirizzato il lavoro: lo studio della
sericoltura meridionale alla luce dei mutamenti e delle sollecitazioni che l’evoluzione del setificio produceva in Europa e nelle
aree più avanzate della penisola italiana, nonché, contestualmente, la verifica delle categorie e delle interpretazioni con cui
la storiografia ha finora spiegato la storia settecentesca della sericoltura meridionale.
Ne è emersa, in primo luogo, una realtà fortemente differenziata delle diverse aree di produzione serica del Regno a fronte
della quale le definizioni o, se si vuole, le categorie di “ritardo”,
“arretratezza”, “declino” si sono rivelate sotto molteplici aspetti inadeguate o, talvolta, del tutto errate. Si vogliono richiamare,
in sede di conclusioni, alcuni aspetti che sono risultati di particolare interesse.
I sistemi di allevamento nel Regno di Napoli non presentavano caratteri dissimili da quelli delle altre aree seriche italiane. A differenza che altrove, tuttavia, nel Regno vigeva il divieto per gli allevatori di commerciare i bozzoli prodotti, un
divieto di cui si sono potute accertare le ragioni, le modalità e
le implicazioni.
In effetti, il divieto del commercio dei bozzoli, assieme
all’obbligo di eseguire la trattura in luoghi “pubblici” e sottoposti all’ispezione degli ufficiali dell’Arrendamento, rispondeva
ad uno degli obiettivi primari dell’azione di governo in materia
fiscale, quello di assicurare i proventi del dazio sulla seta. Nei
fatti il divieto impediva la concentrazione della trattura
all’interno di filande, concentrazione che non avrebbe consentito di realizzare economie di scala ma che si sarebbe potuta tradurre in un maggiore controllo sulla trattura e, di conseguenza,
in una migliore qualità dei filati prodotti. In questo senso si
può concordare sulle conseguenze negative del sistema fiscale
Conclusioni
360
sulla qualità dei filati meridionali. E tuttavia, piuttosto che ragionare su quel che avrebbe potuto o dovuto accadere, è opportuno soffermarsi a valutare ciò che la ricostruzione storica ha
restituito, ed in particolare sui sistemi di trattura presenti e adottati nel Regno e sulla qualità dei filati effettivamente prodotti. Contestualmente, si deve affrontare la questione che si connette al sistema degli Arrendamenti ed alle conseguenze che esso provocò sulla sericoltura meridionale e ad interpretazioni
storiografiche secondo le quali gli arrendatori rappresentarono
1
un «ostacolo [...] sulla strada del progresso tecnico» .
Il quadro che si è andato definendo si ritiene abbia innanzitutto dimostrato che, al di là delle regole, nel Mezzogiorno
continentale nel XVIII secolo convivevano molteplici sistemi di
trattura, che per di più nel corso del secolo non rimasero immutati. Sul piano della regolamentazione, il governo intervenne
a disciplinare la trattura nel 1740 e nel 1751, in entrambi i casi
attenendosi alle indicazioni tecniche degli “esperti”, ovvero
dell’Arte della Seta di Napoli. Quale peso ebbero gli Arrendamenti in quella fase di elaborazione e di messa a punto della politica d’intervento nel settore? Il loro potere e capacità di interdizione furono allora a dir poco trascurabili e nel 1766,
nell’ambito della discussione sul progetto di Domenico Caracciolo di “riforma delle matasse”, allorquando si ipotizzò di imporre l’adozione del mangano corto in tutto il Regno, non fu
sollevata né si pose neanche marginalmente l’ipotesi di una possibile opposizione da parte degli Arrendamenti.
A partire dal 1780 la riforma dei sistemi di trattura assunse
nel Regno una rilevanza mai avuta in passato. Le scelte del governo a favore dell’introduzione della trattura «alla piemontese» e la politica di riforma del sistema tradizionale avrebbero
colpito gli interessi degli Arrendamenti. Alcuni appaltatori,
come si è avuto modo di documentare, tentarono di far valere il
loro punto di vista, ma anche in questa occasione dovettero adattarsi alle nuove regole introdotte dal governo.
Ma, al di là dei singoli episodi, la chiave di lettura del problema sta nel fatto che a partire dalla metà del ’700 gli Arrendamenti dei dazi sulla seta non potevano costituire un limite al-
1
LEPRE 1963, p. 153.
Conclusioni
361
le decisioni del governo in materia di sericoltura perché, in virtù della politica di ricompra della maggior parte degli Arrendamenti istituiti sulle sete campane e della costante reiterazione
dal 1751 al 1805 dell’affitto dell’Arrendamento di Calabria,
quasi tutti gli Arrendamenti risultavano tornati in demanio o
amministrati dal governo. Il problema, dunque, non stava
nell’esistenza di un «istituto feudale che era ormai inconciliabile
con le leggi oggettive dello sviluppo economico, che esso impediva e soffocava a tal punto, da provocare l’intervento del go2
verno» . Tra governo ed Arrendamenti, nella seconda metà del
secolo, non poteva sussistere opposizione poiché era il governo
stesso a gestire, direttamente o indirettamente, il sistema
d’esazione dei dazi sulla seta. Un conflitto poteva semmai nascere dalla difficoltà di conciliare l’esigenza della promozione
della sericoltura e quella della finanza pubblica; due esigenze
che convivevano all’interno del governo napoletano, destinate a
misurarsi e anche a scontrarsi, la tensione riformista e volta al
sostegno delle intraprese nazionali e le necessità finanziarie e le
pressioni di coloro che paventavano qualunque mutamento che
potesse pregiudicare gli introiti dell’Erario. Gli Arrendamenti,
nella seconda metà del XVIII secolo, non rappresentavano un
ostacolo istituzionale o giuridico ma un sistema di esazione che
garantiva introiti per diverse centinaia di migliaia di ducati
l’anno. I dazi sulla seta costituivano altresì una quota anche
consistente degli introiti posti a garanzia del debito pubblico, e
non meraviglia certo che la politica del governo fosse in qualche
misura condizionata dagli effetti di bilancio che l’abolizione dei
dazi sulla seta avrebbe prodotto, o dall’alea che si accompagnava a qualunque riforma del sistema di esazione dei dazi.
La prassi di concedere in appalto l’esazione del dazio potrebbe aver prodotto conseguenze negative sulla qualità della
trattura, per le ragioni e nella direzione che si sono esposte. Ma
si deve ritenere che prima e dopo le riforme degli anni ’80 e ’90
del Settecento – e anche dopo l’abolizione della tassazione sulla
seta del 1805 – l’evoluzione, o la mancata evoluzione, dei sistemi di trattura sia dipesa non tanto dalla politica governativa o
dalle pressioni degli appaltatori quanto piuttosto dall’inte-
2
LEPRE 1963, p. 118.
362
Conclusioni
razione tra le aree di produzione e quelle di destinazione della
seta grezza, in altri termini, dalle caratteristiche della domanda
di seta meridionale.
Nell’ambito di questa dinamica, il governo, con il suo carico di
obiettivi divaricanti, s’inserì prima episodicamente, nella prima
metà del secolo e fino agli anni ’80, e poi, allo scorcio del secolo,
più attivamente, con più compiuta consapevolezza degli sviluppi
interni ed internazionali in atto nel settore. Ma la sua azione comunque si esplicò entro limiti circoscritti, come improntata ad
una concezione del ruolo dell’intervento pubblico ben definita e
per certi versi non lontana da quella propugnata dai riformatori,
una concezione che qualche anno più tardi lo stesso sovrano,
nell’accogliere il suggerimento dei Caracciolo di dare ampia diffusione alle istruzioni piemontesi in materia di trattura all’organzino, avrebbe enunciato con chiarezza ed efficacia, precisando
che l’adeguamento a quelle istruzioni non avrebbe dovuto conseguirsi con metodi coercitivi e richiamandosi al «saldo principio
che la migliorazione delle arti, e delle manifatture unicamente dipenda dal calcolo del privato interesse, e che gli ajuti del governo
debbano esser soltanto diretti a rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla industria, de’ quali è il maggiore qualunque siasi li3
mitazione all’uso della proprietà» .
La liberalizzazione del commercio dei bozzoli, la promozione delle scuole di Reggio del 1784 e del 1797, il favore ed i
finanziamenti accordati ai Caracciolo, il Regolamento e le connesse Istruzioni del 1792 rispondevano appieno a quel «saldo
principio». Gli industrianti non dovevano essere obbligati ma
istruiti e messi nella condizione di scegliere il sistema di trattura
più vantaggioso.
In definitiva, il governo, più che a promuovere o ad imporre,
intervenne a «rimuovere gli ostacoli» ai progressi tecnici e organizzativi nella trattura. Intervenne, di fatto, solo a posteriori,
per aderire e dar corso ad istanze, progetti e misure che gli vennero prospettate, e che traevano origine dai mutamenti e dalle
nuove esigenze che il mercato sollecitava. L’evoluzione tecnologica della trattura dipese in primo luogo da dinamiche economiche, non politiche o istituzionali.
3
ASN, MF, fs. 2517, inc. 12, Portici 9 ottobre 1805.
Conclusioni
363
D’altra parte, appare insoddisfacente e poco fondata qualsiasi valutazione delle caratteristiche della trattura nel Mezzogiorno che prescinda dalla evoluzione della domanda interna ed estera di seta meridionale. La storiografia sul Mezzogiorno continentale si è finora soffermata sulla inerzia o sull’insufficienza
degli imprenditori e sulle carenze dell’azione dei governi, palesando anche i «vincoli, servitù o consuetudini» che, come in
Lombardia, anche nel Mezzogiorno limitavano l’iniziativa degli
imprenditori e quella del governo. Ma se è vero, come ha osservato Cafagna, che l’introduzione e la diffusione dell’innovazione, «del progresso [...] esigeva una forza propagatrice già
costituita [...] un ceto numeroso di imprenditori già svegli e con
piena disponibilità di mezzi ovvero l’opera altamente dinamica
4
di governi» , non è meno vero, come lo stesso Cafagna ha efficacemente rilevato, che «il vero grande propagatore si trovava
all’esterno: era la nuova tensione dei rapporti economici inter5
nazionali» .
Ora, è possibile che il Mezzogiorno non abbia potuto “agganciare” il «grande propagatore» dell’innovazione. Ma limitarsi a sostenere che la sericoltura napoletana ha scontato la tardiva introduzione degli organzini o dei mulini alla bolognese significa far dipendere dalla sola natura dell’offerta la dimensione
degli sbocchi di mercato, assumendo implicitamente che la domanda estera si rivolgesse unicamente e continuativamente ad
un unico tipo di filato e che si sarebbe senz’altro indirizzata al
Mezzogiorno piuttosto che al Piemonte se nel Mezzogiorno si
6
fosse provveduto a produrre quel tipo di filato . Ma significa
4
CAFAGNA 1990, p. 78.
«Perciò la considerazione del grande movimento di trasformazione sotto
il profilo stretto dei mutamenti tecnici ci conforta, anch’essa, in una visione
“comunicante” e non “comparativa” dei progressi della società europea tra il
Settecento e l’Ottocento, quale è invece sottintesa spesso dalla insistenza che
in taluni casi si porta sulla ricerca di “fattori di ritardo”», ivi, p. 79.
6
Un postulato del tutto infondato: «il mercato delle sete filate, degli organzini, delle trame, e delle innumerevoli sottospecie sotto cui erano classificate le sete gregge, era una realtà economica frazionata e molto specializzata.
Ogni piazza aveva, per le sue manifatture, delle esigenze specifiche di approvvigionamento, legate ai diversi tessuti prodotti, al tipo di tecnica esistente, alla
domanda del mercato, alla specializzazione complessiva per regioni e settori»,
BIAGIOLI 1990, p. 64.
5
Conclusioni
364
anche omettere di considerare l’eventualità che variabili di natura diversa, sia dal lato della domanda sia dal lato dell’offerta –
alternative colturali –, giocando a favore di determinate scelte,
possano aver influito sui caratteri e le dimensioni che il settore
serico venne ad assumere nel Mezzogiorno.
Nelle sue Osservazioni economiche, Domenico Grimaldi,
nel rappresentare le negative ricadute sul commercio estero della «cattiva» trattura della seta meridionale non sostenne che
quel commercio aveva subito, o avrebbe potuto subire una contrazione in ragione della cattiva qualità della seta offerta. Il
«danno» additato dal Grimaldi consisteva nel fatto che «le nostre sete si vendono ad un prezzo inferiore di tutte le altre
7
dell’Italia tirate all’organzino» . Ed in effetti, nel momento in
cui il Grimaldi scriveva, la sericoltura meridionale non era affatto in crisi. Si è documentato come a partire dalla fine degli
anni ’40 del ’700 il Regno conobbe una ragguardevole espansione della sericoltura, al pari di quanto accadeva altrove in Italia. Si conosce ancora poco delle vicende dell’industria serica
napoletana ma sembra che l’Arte della Seta della capitale consumasse all’incirca 3-400.000 libbre di seta l’anno. Se ciò risponde al vero, allora l’espansione della sericoltura rispose soprattutto alla vivacità della domanda estera, proveniente in particolare dalla Francia e, in minor misura, dall’Inghilterra. Come
si caratterizzò la domanda estera di sete meridionali? A quale
tipo di filati si rivolse?
L’espansione settecentesca non fu il risultato di una crescita
della produzione uniforme in tutte le aree seriche meridionali.
Al contrario, trasse alimento, da un lato, dalla crescita esponenziale di una ristretta area della Terra di Lavoro e, dall’altro, da
una produzione triplicata in due aree calabresi, l’area cosentina
e quella reggina. Cioè le aree in cui si producevano filati di miglior qualità. E piace sottolineare che, se in Terra di Lavoro e a
Reggio la produzione di filati «più fini» è testimoniata fin dal
XVI secolo, nel caso della Calabria cosentina si assiste ad un
netto progresso dei livelli qualitativi del Cinque-Seicento, progresso che comportò la diversificazione del prodotto locale e
soprattutto l’introduzione dei mangani corti, riguardo ai quali
7
GRIMALDI 1780, p. 35.
Conclusioni
365
il Magistrato di Commercio poté osservare nel 1766 che «da
anno in anno vedesi sempre avanzare la quantità di seta tratta in
questo modo, perché si è conosciuto infatti esser più ricercata
da’ forastieri, e che si venda da’ Proprietarj con qualche profitto
di più dell’ordinario».
Al contrario, la sericoltura segna il passo fin dalla metà del secolo nella Calabria Ultra, l’area che forniva i filati di minor pregio,
sebbene apprezzati per certe particolari produzioni. Piuttosto rapidamente si dovette comprendere che la domanda interna ed estera non si sarebbe discostata di molto dai livelli di metà secolo, e
che dunque ulteriori incrementi della produzione si sarebbero risolti in una caduta del prezzo delle sete locali. Nella Calabria Ultra dovette verosimilmente profilarsi una scelta: mutare le caratteristiche del filato offerto o attestare la produzione sui livelli che la
domanda espressa dal mercato consentiva e rivolgersi ad altri settori, primo tra tutti l’olivicoltura, settore tradizionale di quell’area
8
ed in fortissima espansione nel corso del secolo .
Ad ogni modo, nel complesso, non producendo organzini, il
Regno conobbe tra gli anni ’40 e gli anni ’80 un incremento della
produzione serica non dissimile da quello registrato nell’Italia centrosettentrionale nel periodo. Si potrebbe osservare che si trattava
di una crescita effimera poiché i filati meridionali erano destinati,
in prospettiva, a perdere progressivamente quota a vantaggio delle
più pregiate e/o tecnicamente avanzate produzioni settentrionali o
anche a vantaggio dei concorrenti asiatici. Lo stesso Grimaldi nel
1782, nel pieno della contrazione produttiva e commerciale seguita
al conflitto anglo-francese e alla crisi della grande fabrique di Lione, avvertì che «l’incaglio della vendita, e del prezzo» delle sete
meridionali si riconnetteva all’espansione della produzione ed al
miglioramento qualitativo dei filati prodotti negli altri Stati italiani
ed europei. Ma, ancora una volta, si vuol ribadire che più che in
astratto qualsiasi considerazione al riguardo dovrebbe muovere da
una valutazione delle condizioni effettive in cui produttori e negozianti operarono le loro scelte d’investimento. E le condizioni
effettive incentivarono a lungo la produzione di sete “dei casali” di
8
CHORLEY 1965; BEVILACQUA 1987. Le Puglie e la Calabria Ultra sono le
due aree del Mezzogiorno votate alla produzione dell’olio, e si è potuto osservare quanto fosse frequente l’associazione gelso-ulivo nella provincia calabrese.
366
Conclusioni
Napoli, di sete “paesane” di Terra di Lavoro e di sete calabresi tirate “al mangano corto” o di Reggio.
D’altra parte, l’esito delle iniziative che nel Mezzogiorno pure
si indirizzarono verso la produzione di organzini porta ad escludere che un largo abbandono della trama per l’organzino avrebbe
garantito sicure ed agevoli prospettive alla sericoltura meridionale.
Promosse e sostenute finanziariamente dal governo, le imprese
che a partire dai primi anni ’80 adottarono il sistema di trattura
«alla piemontese» ebbero una diffusione lenta e non incontrarono
il favore dei mercati. Il che sembra confermare che il Regno di
Napoli non subisse sollecitazioni in tal senso o che comunque
stentasse a farsi strada sul mercato degli organzini. Del resto, il
Piemonte rispondeva in modo eccellente alla domanda francese,
che rivestiva un ruolo preponderante anche nella composizione
della domanda estera di filati meridionali. Non c’era ragione perché i negozianti lionesi si rivolgessero al Mezzogiorno visto che
potevano ricorrere ad un centro di produzione meno distante e
con il quale intrattenevano intensi rapporti commerciali e finanziari. Si concorda, nella sostanza, con la considerazione secondo
cui «il mantenimento in questo settore degli antichi primati meridionali presupponeva un tasso d’innovazione tecnica e sociale e di
mobilitazione delle risorse ancora superiore a quello straordinario
in atto in vaste aree dell’Italia del Nord, dal momento che, ceteris
paribus, avrebbero agito a favore di queste ultime fattori di localizzazione di peso non secondario: un’ipotesi del tutto irrealisti9
ca» .
La crisi di fine secolo della sericoltura meridionale si inscrive
nella fase di contrazione che investì anche l’Italia centrosettentrionale, e che rimanda essenzialmente alle vicende francesi. Ma assunse per certi versi caratteri peculiari. La crisi fu tale, per quanto si è
potuto rilevare, soltanto nelle Calabrie, ed in particolare nella Calabria cosentina. All’origine del crollo, insieme alla generale caduta
della domanda estera, la contrazione della stessa domanda interna
che, grazie al venire meno della domanda estera di sete campane e
al generale abbassamento dei prezzi, poté rivolgersi alle migliori
produzioni della Terra di Lavoro e abbandonare le cosentine.
9
SALVEMINI-VISCEGLIA 1991, p. 151.
367
368
Equivalenze di monete, pesi, misure
1 ducato = 10 carlini = 100 grana
1 grano = 12 cavalli
1 libbra = 12 once = gr.320,76
1 oncia = gr.26,73
1 cantaro = 100 rotoli = kg.89,09
1 cantaro piccolo = 36 rotoli = kg.32,07
1 tomolo = l.55,32
1 moggio = 0,336 ettari
1 quattronata = 0,11 ettari
1 palmo = 0,263 metri
Fonti manoscritte e abbreviazioni
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Arrendamenti della Seta: f.li 2012; 2144; 2172; 2180; 2182-83; 2198;
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2239; 2244-46; 2249; 2251-52; 2257-58; 2262-63; 2265; 2267; 2269;
2271-73; 2276; 2278-81; 2283-84; 2286; 2289; 2291; 2297-98; 2300;
2303; 2305-07; 2310; 2313-22; 2324-26; 2329-30; 2332; 2334-37;
2339-40; 2343-44
Arte della Seta, II numerazione: f.li 81; 82; 84; 85; 88; 94; 491; 494; 509
Attuari diversi: fs. 51
Casa Reale Antica, Diversi: fss. 751; 752; 798; 857
Ministero dell’Interno: I inventario, fs. 2249; II inventario, fs. 5066
Ministero delle Finanze: fss. 1342; 1346; 1370; 1374; 1397; 1406; 1411;
1413; 1425; 1430; 1432; 1903; 2455; 2517; 2531; 2636; 2693; 2694;
2859; 2885bis; rgg. 32; 33; 36
Pandetta Comune: f.li 592; 1380bis
Pandetta dell’ex attuario Negri: fs.278
Pandetta di conservazione: fs.1109
Pandetta miscellanea: fss. 20; 32; 33; 83; 93; 97; 98; 99; 101; 106
Pandetta nuova seconda: fss. 120; 188; 329
Pandetta nuovissima: f.li 4003; 52433; 54526; 54531; 54540; 65604
Pandetta Vassallo: fss. 21; 24
Raccolta dei Reali dispacci a stampa, II numerazione, voll. II; XI; XV;
XVIII
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Regia Camera della Sommaria, Consulte: voll. 172; 184; 225; 227; 253;
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voll. 365-370; 379-383; 398-401; 404; 407; 410; 414
Fonti manoscritte e abbreviazioni
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Segreteria d’Azienda: ordinamento provvisorio, fss. 1; 9; in corso
d’ordinamento, come da citazioni nel testo
Tribunali Antichi, Supremo Magistrato di Commercio: fs. 1728
Visite economiche: fs. 55
Voci di vettovaglie: b. 151
BIBLIOTECA
NAPOLI
DELLA
SOCIETÀ NAPOLETANA
DI
STORIA PATRIA
DI
mss. XX-B-22; XXI-D-30; XXIII-A-5; XXIX-A-6
BIBLIOTECA NAZIONALE “VITTORIO EMANUELE III” DI NAPOLI
Collezione dei fogli volanti, Banc. 8 B
ARCHIVIO STORICO DELL’ISTITUTO BANCO NAPOLI
Banco di San Giacomo, Giornale di banco: 16 ottobre 1750; 25 settembre 1748
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Indice delle tabelle
Tab.1.1 Costi di impianto e di gestione di un gelseto e di
una bigattiera per l’allevamento di 100 cannizze di
p. 32
bachi (1785)
Tab.1.2 Costi di produzione di 10 libbre di seta in Terra di
Lavoro negli anni 1789 e 1791
» 43
Tab.1.3 Prezzi della foglia di gelso a Somma all’inizio e alla
fine di ciascuna stagione serica e voce della seta di
» 51
Terra di Lavoro (1788-1808)
Tab.4.1 La diversificazione dei filati meridionali. Sete grezze di Calabria Citra vendute a Napoli nel 1793-94
» 172
Tab.4.2 La diversificazione dei filati meridionali. Le principali
sete grezze del Regno ed il loro prezzo (1810 ca.)
» 175
Tab.4.3 La produttività di alcuni sistemi di trattura. Un esperimento condotto in Villa San Giovanni nel
1792
» 206
Tab.5.1 Distribuzione della produzione serica in Principato
Ultra nel 1785
» 217
Tab.5.2 Distribuzione della produzione serica nel ripartimento dell’Arrendamento della seta di Principato
Citra da Eboli in là nel 1782
» 218
Tab.5.3 Distribuzione della produzione serica in Terra di
Lavoro (1789-1791)
» 225
Tab.5.4 Spedizioni di seta grezza prodotta nei casali di Na» 226
poli nel 1789
Tab.5.5 La crescita della produzione di bozzoli in Piemonte
(1719-88)
» 247
Tab.5.6 Spedizioni di seta grezza dalle Calabrie per aree di
produzione (1734-1792)
» 249
Tab.5.7 Spedizioni di seta grezza dalle Calabrie per aree di
produzione (1741-1792). Contributo percentuale di
ciascuna area e numeri indice su base 1741-42
» 251
Tab.5.8 Distribuzione della produzione serica nel paraggio
» 253
di Reggio (1760-1783)
Tab.6.1 Voci della seta di Somma, Reggio, Cosenza e Mon» 305
teleone (1777-1805)
Tab.6.2 La commercializzazione della seta grezza calabrese:
i negozianti provinciali (1742-1792)
» 325
386
Indice delle tabelle
Tab.6.3 Distribuzione dei negozianti provinciali e delle
spedizioni per classi di seta spedita (1742-1792)
p. 329
Tab.6.4 Spedizioni di seta grezza da Reggio «per fuori Regno» (1752-1762; 1783-1792)
» 337
Tab.6.5 Imposte e costi di commercializzazione di una balla
(200 libbre) di seta grezza spedita dal fondaco di
» 340
Cosenza e venduta a Napoli nel 1793
Tab.6.6 La commercializzazione della seta grezza calabrese:
i negozianti napoletani (1742-1792)
» 345
Tab.6.7 Distribuzione dei negozianti operanti a Napoli e
delle spedizioni per classi di seta commerciata
(1742-1792)
» 346
Tab.6.8 I maggiori negozianti di seta calabrese della capitale
(1742-1792)
» 354
Tab.6.9 Permessi di esportazione di seta grezza concessi
negli anni 1782-1806
» 356
Indice dei grafici
Graf.1.1
Variabilità stagionale del prezzo della foglia di
gelso. Prezzi della foglia a Somma all'inizio e alla
fine di ogni stagione (1788-1808)
p. 38
Graf.1.2 Prezzo della foglia di gelso a Somma (media tra
prezzi iniziali e prezzi finali registrati in ciascuna
stagione) e voce della seta in Terra di Lavoro
» 49
(1788-1808)
Graf.5.1 Distribuzione degli introiti degli Arrendamenti
» 215
grandi della seta (1775-1789)
Graf.5.2 L’espansione della produzione serica in Terra di
Lavoro (1708-1788). Introiti ricavati dall’appalto o
» 222
dall’esazione del dazio dell’Arredamento grande
Graf.5.3 Produzione di seta grezza nella penisola sorrentina (1769-1805)
» 228
Graf.5.4 Introiti netti dell’Arrendamento della seta di Calabria (1751-1769)
» 238
Graf.5.5 L’andamento della produzione serica. Seta grezza
sottoposta al pagamento del «grano a libbra di
seta nuovamente imposto» (1750-1765)
» 246
Graf.5.6 L’andamento della produzione serica. Seta grezza
sottoposta al pagamento del «grano a libbra del
Conservatorio» (1787-1796)
» 248
Graf.5.7 Spedizioni di seta grezza dalle Calabrie (17171792)
» 255
Graf.5.8 Spedizioni di seta grezza dalla Calabria Citra
(1741-92)
» 256
Graf.5.9 Spedizioni di seta grezza dalla Calabria Ultra
(1741-92)
» 257
Graf.5.10 Spedizioni di seta grezza dal paraggio di Reggio
» 258
(1741-92)
Graf.5.11 Spedizioni di seta grezza dalle Calabrie per aree
di produzione. Medie mobili quinquennali
(1740-1792)
» 259
Graf.6.1 Spedizioni totali ed esportazioni dirette di seta
grezza dalle Calabrie (1752-1761)
» 280
388
Graf.6.2
Graf.6.3
Graf.6.4
Indice dei grafici
Spedizioni totali ed esportazioni dirette di seta
grezza dalla Calabria Ultra e dal paraggio di
p. 281
Reggio (1752-1761)
Seta grezza commerciata in Calabria Citra nel
1798. Distribuzione dei Regi Compratori per
classi di libbre di seta commerciata
» 319
Seta grezza commerciata in Calabria Citra nel
1798. Distribuzione della seta per classi di libbre
» 320
di seta commerciata dai Regi Compratori
Indice dei nomi
L’indice non include la presentazione, la premessa, le tabelle, i grafici, i tipografi e gli editori delle opere citate. In corsivo le ditte e gli arrendamenti.
Abignente Giovanni, 264n.
Acampora Francesco, 342n.
Acampora Nicola, 341n., 350n.
Acton John Francis Edward, 285n.
Afan de Rivera Carlo, 78n.
Ajelli Francesco Maria, 348
Ajello Raffaele, 104n., 163n., 285n.
Alberti Andrea, 286n.
Albertini Giambattista, principe di
Cimitile, 184n., 285n.
Albertolli Antonio, 146
Alifano Enrica, 291n.
Allocati Antonio, 104n.
Amarelli Fortunato, 73n.
Amatis Nicola, 121n.
Andrè, Guglielmo Forquet e C., 332
Angeli Stefano, 72n., 293-294n.
Apicella Domenico, 263n.
Arciatore Lorenzo, 327
Arcuri Nicola, 23n.
Arcuri Paolo, 23n.
Arena Girolamo, 100n.
Arena Giuseppe, 352n.
Arillotta Francesco, 30n.
Arrendamenti della seta, 14 e n., 27,
68, 70, 76, 85, 91n., 108, 123, 124n.,
125-126, 130-132, 134-135, 138,
147n., 149 e n., 153, 157, 159, 181,
183, 200-201, 210, 214, 216n., 240,
249, 261, 265n., 269 e n., 284, 359361
- d’Abruzzo, 14-15n., 143, 146-148,
159, 219, 261n.
- di Basilicata, 14n., 156n.
- di Calabria, 14-16n., 24n., 28n., 41
e n., 87-88, 105-106, 109n., 112, 114,
133n., 138, 140, 168n., 170, 178 e n.,
187n., 229-230, 231-233n., 234, 236-
237, 240, 271, 277-279, 283, 284n.,
308n., 309, 349, 361
- della Gabella di Bisignano, 84, 233234n., 236-237, 239n., 240-241,
242n., 278n., 279, 322n.
- di Principato Citra da Eboli in là,
14-15n., 65n., 67, 93n., 97 e n., 149,
151, 189n., 219-220, 287 e n., 315, 361
- di Principato Citra da Eboli in qua,
14-15n., 61-64, 93n., 97 e n., 198,
201n., 205n., 227 e n., 287 e n., 315,
361
- di Principato Ultra, 14-15n., 66n.,
67, 82, 93n., 97 e n., 150n., 160n.,
198, 205n., 219n., 287 e n., 315,
316n., 361
- di Terra di Lavoro, Contado di
Molise e Capitanata, 14n., 45, 64, 67,
89-90, 91n., 92-94, 97 e n., 143,
184n., 198 e n., 204, 205n., 220-221,
223n., 224-225, 237, 287 e n., 306n.,
315, 318n., 361
- di Terra d’Otranto e Terra di Bari,
14-15n.
Ascione Imma, 127n.
Assante Franca, 15n., 349n.
Auteri Giuseppe, 331-332
Avitabile Michele, 90
Avitabile Michele di Simone, 342n.
Aymard Maurice, 293n.
Bal Francesco, 206n.
Baldi Gaetano, 84n., 296n.
Balsamo Mariano, 201n.
Barletta Francesco, 327 e n.
Barra Margherita, 183
Barracco, famiglia, 51n., 73n.
Barretta Ignazio, duca di Casalicchio, 105n.
390
Indice dei nomi
Basire Domenico, 332
Battistini Francesco, 166n., 191n.,
244 e n., 247n., 294n.
Beccadelli e Reggio Giuseppe, marchese della Sambuca, 285n.
Belli Antonio, 145n., 279n.
Belsito Francesco, 24n.
Bennato Pietro, 142n.
Berio Francesco Maria, 349
Bettes Giorgio, 331
Bettinelli Gaetano, 54n.
Bevilacqua Piero, 365n.
Biagioli Giuliana, 363n.
Bianchini Lodovico, 198n., 276 e n.
Billa Domenico, 331-332
Bisignano, principe di v. Pietro Antonio Sanseverino
Bisignano, vescovo di v. Felice Solazzi
Boccardo Gerolamo, 35n., 292n.
Boissier de Sauvages Augustin, 48n.,
53 e n.
Boraggine Vincenzo, 335n.
Bosurgi Bernardo, 331-332
Bosurgi, famiglia, 331n.
Brancaccio Gennaro, 312
Brancaccio Gennaro Antonio, 103n.,
105n., 328
Brancaccio Giovanni, marchese,
99n., 100n., 102-103, 229n., 230, 231233n., 286n.
Brancaccio Ottaviano, 312
Broggia Carlo Antonio, 119n.
Brulart Louis-Philogène, marchese
di Puyzieulx e conte di Sillery,
274n.
Brunasso Giuseppe, duca di San Filippo, 103n.
Bruno Nicola, 328
Brussone Giacomo, 89 e n., 91 e n.,
96, 192-193
Cafagna Luciano, 26 e n., 363 e n.
Caizzi Bruno, 80n.
Calabrese Simone, 61-62
Calarco Antonino, 331
Calini Francesco, 54n.
Calini Gaspare, 54n.
Campagna Carlo, 313n.
Cangiano Donato, 105n.
Capalbo Cinzia, 36n., 289n., 291-292
Caracciolo Domenico, marchese,
114-117, 119n., 120, 133n., 192, 283,
360
Caracciolo Francesco Antonio, 90 e
n., 207, 247n.
Caracciolo Innocenzio, 87-89, 90n.,
155n., 176 e n., 179, 186 e n., 188189, 192 e n., 194-197, 199 e n., 202,
206-207, 362
Caracciolo Roccantonio, 15n., 1617, 28-34, 35n., 37-38n., 40, 61n.,
74n., 76-78n., 82, 87-89, 90n., 135n.,
136 e n., 141 e n., 150 e n., 155n., 176
e n., 179, 183n., 185-189, 192 e n.,
194-197, 199 e n., 202, 206-207,
231n., 333n., 362
Caravita Domenico, 103n., 182
Cariati, principi di v. Spinelli
Caridi Antonino, 137n.
Caridi Giuseppe, 36n., 312n.
Carlo di Borbone, I re di Napoli e di
Sicilia, III di Spagna, 99, 181,
235, 266n., 276, 283n., 351
Carola Nicola, 350n.
Carramone Antonio, 343n.
Carramone Domenico, 343n.
Carramone Francesco, 343n.
Casalicchio, duca di v. Ignazio Barretta
Casile Giambattista, 331
Casile, negozianti, 331
Castelli Carlo, 54n.
Castrovillari, conte di, 16n.
Catizzone Cesare, 137n.
Cattaneo Domenico, duca di Termoli, 100n., 105n.
Cavalieri Luigi, 97
Cayez Pierre, 334n., 345n.
Celentano Giovanni, 279n.
Ceniti Luc'Antonio, 327
Cerio Pasquale, 327, 341-342n.
Cerisano, duchi di v. Sersale
Cervino Carlo, 136n., 328n.
Cherubini Roberto, 40n.
Chiappetta Domenico, 328
Chicco Giuseppe, 34n., 111n., 115n.,
Indice dei nomi
121-122n., 124n., 131n., 156n., 158n.,
188n., 191n., 206n., 209n., 223n.,
246n., 293n., 295n., 339n.
Chirico Antonino, 331
Chorley Patrick, 125 e n., 177n.,
186n., 188-189n., 194n., 196n., 207 e
n., 214n., 231n., 285n., 291 e n.,
302n., 306n., 365n.
Cianciulli Michelangelo, 95
Cimitile, principe di v. Giambattista
Albertini
Cingari Gaetano, 188-189n., 195n.
Ciriacono Salvatore, 345n.
Clemente, marchesi di San Luca, 311
Coda Andrea, 343n.
Coda Gaetano, 343n.
Coda Giuseppe, 343n.
Coda Michelangelo, 343n.
Coda Vincenzo, 343n.
Codronchi Niccola, 95, 96n., 189n.,
199-200n., 297 e n.
Colombo Domenico, 348n.
Colombo Giovanni, 348n.
Columella Onorati Niccola, 22-23,
40n., 57-58, 65 e n., 66n., 75 e n., 8081, 83n.
Contaldi Domenico, 144
Contegna Pietro, 100n., 105n.
Corigliano, duca di v. Agostino Saluzzo
Corradini Ferdinando, marchese,
46n., 70n., 138n., 156n., 188n., 285n.,
339n.
Corrado Vincenzo, 17 e n., 53 e n.,
55 e n., 56n.
Cortese Nino, 54n.
Coscinà Girolamo, 138n., 156n.,
188-189n.
Cosmi Domenico, 193
Costa Giovan Carlo, 262n.
Costa Ottavio, 262n.
Coste, B., pere et fils, 334n.
Coste Pierre, 176n.
Cotecchia Giacomo, 62n.
Cotroneo Rocco, 185-186n.
Couderc pere fils et Pallavant, 334n.
Covino Luca, 139n., 165n.
391
Crivelli Francesco, 105n.
Cuomo, trattori, 152
Cynard, freres, et Scherb, 334n.
d'Agostino Nicodemo, 327
d'Ajello Nicola, 95, 285n., 324n.
d'Alessandria Domenico, 328
d'Alessandria Giovanni, 328
d'Alessandria Gregorio, 328
d'Amico Domenico, 326, 346, 349 e n.
Dandolo Vincenzo, 57, 66, 80-81
d'Andrea Giulio Cesare, marchese di
Pescopagano, 283n.
d'André Luigi, 65, 97
Danero Giovanni, 142n., 203n.
Danza Carlo, marchese, 279n.
de Bellis Goffredo, 89
De Camelis Ferdinando, 122n.
De Caro Gaspare, 99n.
de Duca Pietro, 328
de Felice Andrea, 161
de Felice Ciro, 161
de Goyzueta Giovanni Ascenzio,
133-134n., 283 e n.
De Gregorio Leopoldo, marchese di
Vallesantoro e poi di Squillace,
24n., 113n., 230 e n., 231n., 236237n., 279n., 283n.
De Gregorio, marchesi di Squillace,
311n.
Delafous, V.e, fils et Rount, 334n.
de Leon Francesco Saverio, 69, 70n.,
140 e n., 233n., 236n., 241n., 309n.,
324n.
Delessers et fils, 334n.
Delille Gèrard, 36n.
della Canfora Bartolomeo, 67n.
dell'Acqua Saverio, 95
della Tour d'Aigues, 54n.
Dell'Orefice Anna, 179n.
De Lorenzo Renata, 57n.
del Vecchio Giovanni Paulo, 313314
De Marco Carlo, 285n.
Demarco Domenico, 58n.
de' Medici Luigi, dei principi di Ottajano, 40, 95n., 317n.
de Rosa Giuseppe, 312
392
Indice dei nomi
De Rosa Luigi, 15n., 230n., 317n.
de Ruggiero Cesare, 343n.
de Ruggiero, Cesare, e Figli, 344n.
de Ruggiero, Cesare, Figli e Genero,
344n.
de Ruggiero, Cesare, Figlio e Genero, 344n.
de Ruggiero, Cesare, Figlio e Socero,
344n.
de Ruggiero Domenico, 332, 341n.
de Ruggiero Giuseppe di Stefano,
90, 328, 342n., 346
de Ruggiero, Stefano, e Figli, 346
de Ruggiero, negozianti, 327, 349
De Salvo Antonio, 266n.
de Sangro Nicola Maria, 21n.
De Sariis Alessio, 272n.
Desferre Etienne, 351
Devillas et Bonnafous, 334n.
De Vivo Filomena, 353n.
Diano Filippo, 331-332
Di Battista Francesco, 15n., 186n.,
188n.
di Bisogno Antonio, 341n.
di Ferrante Matteo, marchese, 100n.,
103n., 105n., 274-276, 279n.
di Florio Matteo, 144-145, 152
di Florio, trattori, 152
di Francia Filippo, 327
di Francia Onofrio, 327
di Leva Giuseppe, 222, 318n.
di Majo Giovanni di Alfonso, 341342n.
di Majo Giuseppe, 350
di Mayo Nicola, 279n.
di Siena Errico, 161
di Vaucoulleur Anna Giovan Battista, 105n.
Di Vittorio Antonio, 233-234n.,
274n.
Donaudi e Belliery, 352
Donnaperna Nicola, 343n.
Doria Gino, 16n.
Doria Paolo Mattia, 197n.
Duraccio Vincenzo, 161
Falconnet e C., 342n.
Fanuele Pietro Maria, 138-140
Faraglia Nunzio Federico, 304-305n.
Faustini Antonio, 203n.
Federico Giovanni, 57n., 70n., 72n.,
80n., 292n., 320n.
Felice Costantino, 166n.
Fenizio Paolo, 96
Ferdinando IV di Borbone, re di
Napoli e di Sicilia, 53n.
Ferrajolo, trattori, 152
Ferrando Giambattista, 192n.
Ferraresi Vincenzo, 192n.
Ferrari Umberto, 235n.
Ferraro Saverio, 161
Finguerlin et Schaer, 334n.
Firrao Pietro Maria, principe di
Luzzi, 139n.
Firrao Tommaso, principe di Luzzi,
136n., 137, 164-165n., 328n.
Fogliani d’Aragona Giovanni, marchese, 279n.
Fogliarino Carlo, 182n.
Fougasse, 352n.
Fragnito, duca di v. Antonio Montalto
Framery, 172n., 173-174, 176
Frate Giovanni, 90
Fumian Carlo, 56n.
Gagliardi, negozianti, 328
Gaillard, Ph.e, Grenus e C., 334n.
Galanti Giuseppe Maria, 13 e n.,
15n., 16-18, 20, 23-24, 33-34n., 5657, 65n., 75 e n., 76n., 139n., 148n.,
151 e n., 152n., 167 e n., 169-170,
189-190, 214 e n., 219-220n., 232233n., 234 e n., 244-246, 262n.,
266n., 275-276, 277n., 287 e n., 311 e
n., 324n.
Galasso Giuseppe, 17n., 19n., 28n.,
34n., 36n., 234n., 238-239n., 264n.,
270n., 291 e n., 299-300n.
Galiani Ferdinando, 163n., 183n.,
285n., 297n., 335n.
Galleani, 191
Garritano Francesco, 326
Gasca Queirazza Giuliano, 60n., 156n.
Gaudioso, negozianti, 328
Gauget, J.B., 334n.
Indice dei nomi
Genoese Domenico, 73n.
Gerace, negozianti, 328
Giannuzzi Pietro Paolo, 73n.
Giarrizzo Giuseppe, 114n.
Ginestous Cesare, 209-210, 211n.
Giordano duca Giuseppe, 313 e n.,
344n.
Giordano Giuseppe, negoziante,
344n.
Giordano Giuseppe, Regio Architetto, 192n.
Giordano Paolo, 349
Giorgetti Giorgio, 34n., 37n.
Giuseppe Bonaparte, 40, 210
Giustiniani Lorenzo, 15n., 100n.,
151-152n., 266n., 287n., 324n.
Gravagnuolo Paolo, 263n.
Grimaldi Domenico, marchese, 13 e
n., 15n., 16 e n., 27-28, 30, 55, 7172n., 110n., 124-128, 129n., 130-132,
142 e n., 149n., 150, 158 e n., 177 e
n., 179-180, 181n., 183 e n., 185-186,
187n., 189-190, 202 e n., 214n.,
244n., 284-285, 364-365
Grimaldi Luigi, 24n., 25-26, 34n.,
37n., 73n., 262-263n.
Guenzi Alberto, 294n.
Guerrasio Santolo, 236-237n.
Guido Nicola, 327
Guiller Giovan Francesco, 182n.
Incarnato Gennaro, 184n.
Jacini Stefano, 34n.
Jannucci Giovan Battista Maria,
15n., 16 e n., 27 e n., 56 e n., 116, 123124n., 126 e n., 158 e n., 166, 167n.,
264n., 270-271n., 297n., 303 e n.
Jordan, S., l’aine, 334n.
Kriedte Peter, 223n.
Lamberti Maria Carla, 206n.
Lambiase, negozianti, 327
la Monica Pasquale, 67n.
la Nucara Francesco Antonio, 332
La Porterie, 352n.
Laudamo, 332
Laudani Simona, 15n., 26n., 37n.,
73n., 115n., 119n., 120-122n., 177n.,
294n., 296 e n.
393
Laudari Saverio, 189
Lauria, duchi di v. Ulloa y Lanzina
Lejeans, 352n.
Lepre Aurelio, 90-91n., 125 e n.,
130n., 199n., 204n., 214n., 360-361n.
Levi Giovanni, 237n., 293n.
Lignola Pietro, 119 e n., 279n.
Liquier Antonio, 353n.
Liquier e Falconnet, 332, 343n.
Liquier, Falconnet e C., 332, 343n.
Liquier, negozianti, 353
Loffredo Antonio, principe di Migliano, 285 e n.
Lombe John, 131 e n.
Lombe Thomas, 131n.
Longo Vincenzo Maria, marchese
del Vinchiaturo, 305
Lorin et Desferre, 351
Lorin, Desferre e Meuricoffre, 332,
352
Lo Sardo Eugenio, 73n., 340n.
Lucisano, negozianti, 331
Lupi Longo Carolina, 263n.
Luzzi, principi di v. Firrao
Macry Paolo, 162n., 291-292, 297n.,
298-300, 307n., 319n., 328n., 348-349
Madonna Domenico, 146-147
Mafrici Mirella Vera, 73n., 137n.,
151n.
Maiello Carmine, 21n.
Maiocchi Roberto, 190n.
Maiorini Maria Grazia, 230n.
Majorana Francesco Saverio, 287n.
Malanima Paolo, 20n., 37n., 191n.
Mandarani Andrea, 328
Marchesa Maria, 183
Marigliano Bartolomeo, 328
Marigliano Bernardo, 328
Marincola San Floro Filippo, 263
Marra, negozianti, 331
Marsico Antonio, 326
Martini Angelo, 77n.
Martini Giovanni, 209 e n.
Mascilli Migliorini Luigi, 104n.
Massa Aniello, 64
Mathè, 194
Mattei Isaac Francesco, 124n., 194n.
394
Indice dei nomi
Mauri Carlo, marchese, 279n.
Mazzocchi Filippo, marchese, 95,
285n.
Mazzoni Giuseppe, 37n., 46, 48,
306n.
Mele Francesco, 103n.
Meuricoffre, negozianti, 351 e n.,
353
Meuricoffre e C., 332, 352
Meuricoffre Federico Roberto, 333334, 351-353
Meuricoffre Jean-Georges, 351, 353
Meuricoffre Jean-Georges, 351
Meuricoffre John, 351
Meuricoffre, Peschaire e C., 332
Meuricoffre, Scherb e C., 332-333,
352
Michele Saverio, 328
Micheroux Antonio Alberto, 304n.,
309n., 336 e n.
Migliano, principe di v. Antonio
Loffredo
Militia Francesco, 106
Moioli Angelo, 247n.
Mojo Giovan Battista, 235n.
Montalto Antonio, duca di Fragnito,
105n.
Montealegre José Joaquin Guzman de,
marchese e poi duca di Salas, 103
Monteleone, duchi di v. Pignatelli
Mozzi Enrico, 54n.
Muguet, J.M., et Ricard, 334n.
Muscella Pasquale, 150n.
Musitano Pietro, 16n., 86-87, 133n.,
184n., 333 e n., 335n., 336
Notaro Concetta, 203n.
Occhiuzzo, negozianti, 327
Odazi Trojano, 163n.
Orlando Francesco, 229n., 232233n., 286n.
Ostuni Nicola, 317n.
Ottone Giacomo, 120-121n.
Palazzi Vincenzo, 90
Pallante Giovanni, 126, 127n.
Palmieri Giuseppe, marchese, 18 e
n., 22n., 55, 69, 88n., 90 e n., 143 e n.,
157n., 183n., 189 e n., 190, 192-194,
202 e n.
Palomba Giulio, 327
Palomba Nicola, 344n.
Palomba Nicola di Matteo, 344n.
Palumbo Domenico, 314
Pamfilio, negozianti, 327
Panariti Loredana, 26n., 42n., 60n.,
84n., 293-294n.
Panay Giuseppe, 182n.
Panzetta Bartolomeo, 350
Pareta Angelo, 192n.
Parlati Vincenzo, 89-90
Passaro Gennaro, 264n.
Pecorari Vincenzo, 64, 163n.
Penta Aniello, 350n.
Penta Nicola, 350n.
Penza Gaspare, 313n.
Persico Alessandro, barone di Lustra,
67n., 178n., 286 e n., 287n., 327n.
Persico Gaetano, 160n., 219n., 316,
341n., 350n.
Perugino Vitale, 327
Peschaire Giovanni, 332, 352-353
Peschaire Simone, 352-353
Pescione Raffaele, 101n.
Petraccone Claudia, 270n.
Petrucci Vincenzo, 206n.
Petrusewicz Marta, 51n., 73n.
Piatti Giacomo Antonio, 277n.
Pignata Ottavio, 120 e n.
Pignataro Nicola, 146n.
Pignatelli, duchi di Monteleone, 301
Pignatelli Ettore, duca di Monteleone,
303n.
Pignatelli Francesco, dei principi di
Strongoli, 86-87
Pignatelli Giovanna, duchessa di
Monteleone, 170, 302n.
Pisapia Agnese, 263n.
Piscopo Orazio, 349, 350n.
Placanica Augusto, 19n., 35n., 37n.,
42n., 73n., 139n., 153n., 189n., 235n.,
289n., 291n., 331n.
Plutino, negozianti, 331
Pollio, trattori, 152
Polsinelli Gaetano, 150n.
Polverino Agnello, 263n.
Indice dei nomi
Pomaret Rilliet d’Arnol, 334n.
Poni Carlo, 158n., 165-166n., 171n.,
190-191n., 194-196n., 197 e n., 215n.,
243 e n.
Pontano Gioviano, 263n.
Pontari Salvatore, 189
Pontieri Ernesto, 114n.
Porcello Antonino, 137n.
Porcinari Ippolito, marchese, 335n.
Poulet Natale, 86
Prades, conte di v. Antonino Ventimiglia e Valguarnera
Puyzieulx, marchese di v. LouisPhilogène Brulart
Radente Francesco, 272n.
Ragosta Portioli Rosalba, 102n.,
155n., 265n., 269n., 273n.
Rega Cristofaro, 219n., 316n.
Reggio Michele, 279n.
Renaud Jean, 185, 186n.
Reymond e Piatti, 332
Ricciardi Tomaso, 341n.
Rispoli Giuseppe, 149n.
Rivals, 352n.
Rocca Orazio, 103n.
Rocca Vitaliano, 276n.
Rodatà Maurizio, 313n.
Rohlfs Gerhard, 77n., 107n.
Romano Ruggero, 153n., 351-352n.
Ronco Pascale, 97
Ropoli Carlo, 200n.
Rossi Innocenzo Maria, 230n.
Rostand Jean, 83n.
Rota Bartolomeo, marchese di Colletorto, 103n.
Rouffin, 352n.
Roux, Jean Ant., et fils, 334n.
Rozier Jean-Francois, 53, 54n.
Ruffo Carlo, duca di Bagnara, 312
Ruffo di Bagnara, cardinale Fabrizio,
240
Ruffo di Calabria Fulcantonio, principe di Scilla, 137
Ruffo di Calabria, famiglia, 36n.
Ruffo, duchi di Bagnara, 311
Ruggero Gennaro Natale, 219n.
Ruggero Giovanni, 219n.
395
Ruggiero Giovanni, 105n.
Ruoti Carlo, 105n.
Sacco Pietro, 24n.
Saja Giulio, 156n.
Saluzzo Agostino, duca di Corigliano,
105n.
Salvati Catello, 77n.
Salvemini Biagio, 289n., 342n.,
351n., 367n.
Salvemini Raffaella, 184n.
Salzano Giuseppe, 189
Sambuca, marchese della v. Giuseppe Beccadelli e Reggio
San Luca, marchesi di v. Clemente
Sanseverino Pietro Antonio, principe di Bisignano, 299-300
Sarno Prignano Antonio, barone di
San Giorgio, 311n.
Sartoris, 192n.
Savarese, negozianti, 343n., 350
Savarese Agostino, 350
Savarese Giuseppe, 350
Savarese, Giuseppe, e Nipoti, 350
Savarese Luca, 350n.
Savarese Nicola, 350
Scalea, principe di v. Vincenzo Spinelli
Schiani, negozianti, 350
Schipani Tommaso, barone della
Leporina, 189
Scoti, 191n.
Sergio Vincenzo Emanuele, 15n.,
119n.
Sergiovanni Emanuele, 328
Sersale Domenico Maria, duca di
Cerisano e principe di Castelfranco, 138 e n., 139-140n.
Sersale Gironamo Maria, duca di
Cerisano e principe di
Castelfranco, 139n.
Servo Francesco, 332
Sica Marcantonio, 302n.
Sivori Gabriella, 269n.
Sofia Francesca, 58n.
Solazzi Felice, vescovo di Bisignano,
232n.
Sorrentino Giuseppe, 318n.
396
Indice dei nomi
Sorvillo Giovanni, 353
Spanò-Bolani Domenico, 171n.,
264n.
Sparano, negozianti, 343n.
Spasato Domenico, 23n.
Spasiano Lorenzo, 90
Spataro Domenico, 331
Spataro Giorgio, 331-332
Spedaliere Vincenzo, 97
Spinelli Antonio di Cariati, 335n.
Spinelli Cristina, principessa di Cariati, 311
Spinelli di Fuscaldo, famiglia, 21n.
Spinelli Ferdinando Vincenzo, principe di Tarsia, 232n., 313 e n.
Spinelli Giovan Battista, principe di
Cariati, 178-179
Spinelli Vincenzo, principe di Scalea,
136, 311
Spiriti Giuseppe, 34n., 50 e n., 55,
157 e n., 163n., 170n.
Squillace, marchesi di v. De Gregorio
Stella Vincenzo, 200n.
Stocchi Nicola, 326
Supple Barry, 321n.
Susanna Gregorio, 235n.
Taccone Niccola, 240n.
Taglè Rita, 265n.
Tanucci Bernardo, marchese, 114,
134n., 283, 352n.
Tarsia, principe di v. Ferdinando
Vincenzo Spinelli
Telesio Valerio, 140n.
Telesio Vincenzo, 200n.
Termanini, 54n.
Termoli, duca di v. Domenico Cattaneo
Tescione Giovanni, 100n., 106n.,
182n., 188n., 192n., 199n., 263n.
Tessier Fratelli e Comp., 352n.
Testa Gaetano, 316n.
Testa Giuseppe, 66n., 219n.
Tolaini Roberto, 191n., 195n.
Torre de Compostela Giuseppe, 54n.
Tortora Federico, 45-46, 64, 67,
68n., 93-97, 150n., 184n., 198, 204 e
n., 205n., 210, 219, 223n., 317n.,
339n.
Tramontana Leonardo, 342n.
Tuorlo Francesco, 161
Turbolo Felice, 161
Ulloa y Lanzina, duchi di Lauria,
311
Valignani Francesco, 200n.
Vallesantoro, marchese di v. Leopoldo De Gregorio
Vallone Litterio, 142n.
Valmont di Bomare Jacques
Christophe, 53 e n., 54n.
Varriale Elio, 351n., 353n.
Vasani Nicola, 54n.
Vega Muzio, 314
Veltri Gaetano, 326
Ventapane Carmine, 348n.
Ventapane Giovanni, 348n.
Ventimiglia e Valguarnera Antonino,
conte di Prades, 100n.
Ventura Francesco, 100n., 144
Venturi Franco, 15n., 18n.
Vergallitto Vincenzo, barone, 156n.
Vespoli Nicola Maria, 87n., 241n.,
285n.
Villani Pasquale, 36n., 173n., 339n.
Villano, trattori, 152
Villari Rosario, 291 e n.
Vinchiaturo, marchese del v. Vincenzo Maria Longo
Visceglia Maria Antonietta, 246n.,
289n., 342n., 351n., 367n.
Volta Giovanni Serafino, 54n.
Warington Tommaso, 96
Zanier Claudio, 21 e n., 22n., 70n.,
72n., 74n.
Zaninelli Sergio, 20n., 26n.
Zena, 54n.
Zotta Silvio, 173n.
Zutter Giuseppe, 350n.
Indice dei luoghi
L’indice non include la presentazione, la premessa, le tabelle, i grafici e i luoghi di edizione delle opere citate. Non comprende: Calabria, Europa, Italia,
Mediterraneo, Mezzogiorno, Napoli, Regno di Napoli. Include, senza dedicarvi voci separate, gli aggettivi (ad es. la voce dell’indice Cosenza rinvia anche a cosentino), ma non nel caso di denominazioni tecniche e merceologiche
(ad es. trattura alla piemontese).
Abruzzi, 13, 23-24, 26, 82, 84n., 146,
156n., 166-167, 170, 175, 204n., 218,
261n., 268
Abruzzo Citra, 58, 60, 72n., 76,
200n.
Abruzzo Ultra I, 23, 59-60
Abruzzo Ultra II, 58, 60
Acquarola, 155n.
Acri, 18
Agerola, 65n., 149n., 151 e n.
Albertini, 96
Amalfi, Costa d’, 60-61, 64n., 119,
144, 149, 151-152, 227n., 264n.
Amantea, 18, 279, 280 e n., 323n.,
326
America, Stati Uniti d’, 335
America, colonie d’, 121n., 131n.
Amsterdam, 197
Arenella, 175
Ariano, 59
Arpino, 151n.
Asia, 244, 365
Avellino, 23, 59, 66n., 149n., 151, 176
Badolato, 20, 110
Bagnara, 169, 311-312, 323
Bagnuli, 149n., 316n.
Barra, 176
Basilicata, 13, 167, 220, 233, 311,
343n.
Belmonte, 174
Belvedere, 18, 110, 148n., 152n., 174,
323-324n.
Bergamo, 191
Berlino, 195
Bologna, 54n., 84, 115, 165n., 182n.,
190n., 294
Boscoreale, 77n., 148
Boscotrecase, 20, 143-146, 148-149,
150n., 151-152
Cacciabella, 92
Caivano, 21n.
Calanna, 36n., 169
Calore, Valle del, 264n.
Calvisi, 24n.
Campania, 16, 20, 22-24, 26, 43, 47,
50, 59, 61, 65, 68, 93, 97, 141, 166,
183n., 184, 189, 198-201, 208-210,
237, 239, 245, 287, 315, 343n., 366
Campasano, 151-152
Capitanata, 13, 58, 221
Capri, Isola di, 61, 227 e n.
Capua, 224-225
Careri, 178
Carolina, North-, 335
Carolina, South-, 335
Carpenzano, 23n.
Caserta, 59, 87, 92, 97, 224, 285n.
Casola, 174
Casoria, 21n.
Castelfranco, 138 e n., 139-140n.
Castellammare, 61 e n., 120n., 227n.
Castrolibero v. Castelfranco
Castrovillari, 323n., 324
Catania, 118, 121
Catanzaro, 17, 19n., 20, 101, 107 e
n., 122n., 151, 169, 186n., 189-190,
233n., 234-235, 262-263, 266, 268,
269n., 276n., 323-324
Cava de' Tirreni, 21n., 101n., 113,
166, 234 e n., 262-266, 271-272,
274n., 275, 318n., 322, 324, 343n.
Cavallerizze, 110
Cerisano, 138 e n., 139n., 196
Cervinara, 149n.
Cetraro, 165n., 323n.
Cévennes, 22, 74n.
398
Indice dei luoghi
Chieti, 200n.
Cicala, 169
Cicciano, 151
Cilento, 151
Cina, 116
Cinquefrondi, 77n.
Contado di Molise, 13, 23, 26, 58,
221
Cormons, 84n.
Cosenza, 18, 23, 29, 33n., 36n., 41n.,
43, 69, 70n., 106n., 117, 138, 153n.,
155n., 168, 200n., 208, 233n., 235,
237n., 241n., 242-243, 248, 261n.,
263-264n., 266, 274-275, 276n., 282,
289n., 291n., 298n., 300-304, 309n.,
323n., 324, 328, 341-342, 364, 366
Cosenza, casali di, 23n., 106n.
Cotronei, 313 e n.
Crotone, 298n.
Curinga, 290
Eboli, 21n., 151
Fagnano, 110, 136n., 164-165n., 328n.
Filocastro, 169
Firenze, 53n., 115, 166n., 182n., 231n.
Fiumara di Muro, 169, 196n., 202
Fiumefreddo, 155n., 328-329
Foggia, 298 e n.
Francia, 58, 69, 100, 119, 120n.,
127n., 131n., 180, 182n., 274-275n.,
327, 336, 351-352, 364, 366
Friuli, 22
Furore, 144, 151-152
Gallipoli, 298n., 302n.
Galluccio, 317n.
Genova, 185, 186n., 269n., 278n.,
286n.
Georgia, 335
Gerace, 110, 232
Germania, 173
Gimigliano, 151
Ginevra, 353
Gioia, Piana di, 17, 20, 77n.
Giojosa, 56, 327n.
Girifalco, 110
Gizzeria, 169
Gorizia, 26, 42n., 60n., 84n., 293-294
Gradisca, 84n.
Gragnano, 61, 227n.
Grecia, 155n.
Grotta Castagna, 39n.
Guardavalle, 110, 112n.
India, 116
Indie, 273
Inghilterra, 115, 117, 119, 121n., 131
e n., 199, 340n., 352, 364
Ischia, Isola d', 156n.
Isola del Liri, 150
Isola di Sora, 192n.
Lanciano, 146 e n.
Laureana, 17
Lauria, 311
Levante, 54n., 115, 180
Lione, 120n., 173-174, 176 e n.,
182n., 195, 333-336, 340, 345n., 351352, 365-366
Livorno, 283
Lombardia, 20n., 26, 34 e n., 56, 8081, 246, 293-294, 363
Londra, 114-115, 133n., 199, 283
Luzzi, 110, 196
Maida, 312
Malta, 120n.
Malvito, 110
Mammola, 311n.
Mantova, 54n.
Marche, 22, 166n.
Mariglianella, 161
Marigliano, 161
Marsico Nuovo, 189n.
Marsico Vetere, 189n.
Marsiglia, 352
Massa Lubrense, 80
Melito, 23n.
Mercogliano, 39n., 150n.
Messina, 69, 85, 118, 120-121, 142n.,
166n., 177, 182, 185, 186n., 189,
203n., 235, 269n., 282, 332-333
Messina, Stretto di, 69
Milano, 26n., 54n.
Mileto, 311
Modigliana, 166n.
Montalto, 323 e n.
Montebello, 73n.
Montecino, 174
Montecorvino, 59
Montefredano, 39n.
Indice dei luoghi
Monteleone, 17, 41n., 43, 77n., 84,
88n., 109n., 110-111, 112n., 167-170,
174-175, 185, 207-208, 232, 233n.,
240n., 242n., 248, 264n., 266, 276n.,
279-280, 282 e n., 283n., 287n.,
298n., 300-301, 303-304, 314, 323,
327-328, 342 e n., 343n.
Montella, 149n.
Montesarchio, 150n., 316n.
Montpellier, 53n.
Monza, 54n.
Morano, 136, 311
Napoli, casali di, 16, 20, 21n., 77n.,
81, 92, 94-95, 109, 143, 148, 167, 173,
183, 192, 224, 225-227, 287, 365
Nicastro, 18, 56
Nicotera, 169-171
Nîmes, 352
Nocera de' Pagani, 67n., 150, 173, 224
Nola, 60, 65, 173, 224-225, 318n.
Nola, casali di, 224
Nolano, agro, 16, 98, 151-152, 224
Olanda, 353n.
Oppido, 178
Ottaviano, 96, 152, 156n., 161
Pacentro, 147-148
Palazzuolo, 161
Palermo, 116, 118-119, 121, 266n.
Palma, 184n.
Palmi, 178, 266 e n., 311, 323
Paola, 18, 33n., 136, 174, 200n.,
233n., 266, 276n., 323n., 328
Paracorio, 178
Parigi, 120n., 195
Pedauli, 178
Penne, 59
Pentedattilo, 311
Pentone, 169
Pesaro, 115
Pescia, 191n.
Piano di Sorrento, 61n., 62, 64, 266n.
Piemonte, 60n., 111, 115, 116, 119120, 124n., 130n., 156n., 158, 181,
191, 195n., 200n., 209, 223n., 237,
246, 293-294, 299, 339, 362-363, 366
Pisa, 191n.
Pizzo, 323
Platì, 178
399
Policastro, 151
Polistena, 77n.
Pomigliano d'Arco, 151-152
Portici, 80, 96-97, 114, 176, 210n.,
225, 362n.
Portogallo, 174
Prata, 39n.
Principato Citeriore, 20-21, 23, 74 e
n., 89, 95-96, 208n., 210n., 264n., 343n.
Principato Ulteriore, 20, 39n., 59-60,
66, 76, 82, 89, 95-96, 148, 149n., 152,
210n., 219, 264n., 316
Provenza, 195
Puglie, 13, 58, 60, 166, 264, 342n.,
365n.
Reggio, 16n., 17, 19n., 20, 22, 28,
30n., 31 e n., 35 e n., 37, 41-42n., 50,
56, 61n., 72-73, 78-79n., 82, 84, 8687, 88n., 109n., 110, 132n., 137 e n.,
138n., 142, 151, 153 e n., 156n., 166169, 171n., 178-179, 184n., 185-187,
188n., 189-190, 196n., 202-203,
205n., 207 e n., 233n., 235, 242-243,
248, 261n., 264n., 266, 274-275,
276n., 279-282, 283-284n., 286-287,
290, 298n., 301 e n., 303-304, 307,
309-310, 318-319, 323-324, 326, 331336, 343, 351-353, 362, 364, 366
Rende, 174
Resina, 80, 97
Roccamonfina, 317n.
Roccella, 287n.
Rogliano, 266
Roma, 115
Romagna, 116
Roscigno, 151
Rose, 137
Rossano, 73n., 323n.
Sacco, 151
Saint-Chamond, 173
Saint-Etienne, 173
Salerno, 21n., 23, 59, 64n., 145n.,
149, 155n., 175, 189n., 219-220, 224,
269n., 343n.
Salonicco, 352n.
Sambatello, 171n.
San Fili, 174
San Giorgio (Calabria Ultra), 77n.
400
Indice dei luoghi
San Giorgio (Principato Citra), 311n.
San Giovanni a Teduccio, 89n., 9697, 192 e n.
San Leucio, 55, 68, 87, 89, 92, 93n.,
96-97, 173, 175-176, 179 e n., 184 e
n., 192-193, 198 e n., 199n., 201,
210n., 224 e n.
San Pietro in Scafati, 77n.
San Sebastiano, 20
Sanseverino, 59, 144, 264n.
San Sisto, 174
Sant'Agata, 19n.
Sant'Agata de' Goti, 92, 97
Sant'Andrea, 200n.
Sant'Auditore
San Valentino, 78n., 156n.
Sarno, 141
Satriano, 17, 110
Scigliano, 23n.
Scilla, 16n., 137, 169, 206n., 323
Seminara, 297n.
Serrastretta, 169
Siano, 264n.
Sicilia, 15 e n., 16n., 26n., 37n., 69,
73n., 85, 115-116, 118-121, 177, 244,
274n., 282-283, 294, 296, 332
Siderno, 67n.
Sila, 25, 313n.
Sinopoli, 169
Somma Vesuviana, 38-39, 41-42, 44,
47 e n., 97n., 152, 156n., 160-161,
223-224, 304 e n., 306 e n.
Sora, 150
Soreto, 110
Soriano, 288n.
Sorrentina, Penisola, 16, 60-61, 6366, 149n., 151, 216, 227-228, 266
Sorrento, 62, 64-65, 69, 97, 152, 167,
173, 183, 227n., 287
Spagna, 100n., 115, 166n., 187n., 196n.
Spezzano, 229, 313 e n.
Squillace, 20
Stato Pontificio, 150, 300n., 224
Stilo, 20, 314 e n.
Svizzera, 173, 351 e n.
Taranto, 298n.
Taverna, 169, 313n.
Teramo, 59
Terra di Bari, 13, 58, 142
Terra di Lavoro, 20, 22, 26, 28, 3738, 40, 42-44, 47-48, 50, 59, 61n., 6264, 65n., 68-69, 71, 72n., 76, 81, 83,
87, 89 e n., 92, 95-98, 132n., 149n.,
150, 156n., 160, 165, 167, 175-176,
183, 198, 204-205n., 208-209, 210211n., 214, 216, 220-222, 224, 227,
242, 248, 266n., 287n., 288 e n., 290,
298n., 304-307, 317n., 364, 366
Terra d'Otranto, 13, 23, 58, 74n.,
78n., 142, 167
Terranova, 313
Torano, 110
Torella, 151
Torino, 110n., 114n., 120, 121n.,
124n., 131, 158, 177, 180, 182n., 191,
192n., 195, 200n., 339-340
Torre Annunziata, 80, 148
Torre del Greco, 264n.
Toscana, 20, 37n., 116, 191n., 231n.,
293
Tropea, 85, 323
Valencia, 127n.
Valle, stato della, 117-118
Varapodi, 178
Veneto, 80, 244 e n.
Venezia, 195n., 278n., 286n.
Vesuvio, 41, 61, 152, 223-224
Vicenza, 54n.
Vico Equense, 65, 66n.
Vietri, 271
Villa San Giovanni, 87-88, 142n.,
153n., 173, 176, 179, 188-189, 191,
194 e n., 196n., 199n., 202, 203n.,
206n.
Viriello, 174
Vitulano, 149n.
Vomero, 173-174, 183n.
Zumpano, 229
Indice generale
Presentazione di Alberto Guenzi
5
Premessa
9
Capitolo I
LA GELSICOLTURA
13
1. Localizzazione e andamento, p. 13 - 2. L’arretratezza mediterranea: gelso bianco, gelso nero, p. 21
- 3. Costi e rapporti di produzione, p. 27 - 4. Il mercato della foglia di gelso, p. 36 - 5. La compravendita
della foglia alla voce della seta, p. 44
Capitolo II
LA BACHICOLTURA
53
1. Manuali, trattati e statistiche, p. 53 - 2. Produzione
e mercato del seme, p. 60 - 3. Ambienti e tecniche
d’allevamento, p. 70 - 4. Dimensione e produttività
degli allevamenti, p. 76 - 5. La liberalizzazione del
commercio dei bozzoli, p. 83
Capitolo III
LA TRATTURA
1. La regolamentazione, p. 99 - 2. Regolamentazione
e innovazione, p. 114 - 3. Organizzazione fiscale e
arretratezza tecnologica, p. 124 - 4. Le condizioni
della trattura, p. 131
99
402
Indice generale
Capitolo IV
LE SETE
155
1. Il problema della qualità della seta, p. 155 - 2. Le
sete del Regno, p. 166 - 3. Introduzione e diffusione
della trattura “alla Piemontese”, p. 177 - 4. La riforma della trattura tradizionale, p. 202
Capitolo V
L’ANDAMENTO DELLA PRODUZIONE NEL LUNGO
PERIODO
213
1. Il problema storiografico, p. 213 - 2. Le aree di
produzione minori, p. 216 - 3. La Terra di Lavoro, p.
220 - 4. La penisola sorrentina, p. 227 - 5. Le Calabrie, p. 229 - 6. Il quadro generale, p. 244
Capitolo VI
L’ORGANIZZAZIONE DEL COMMERCIO
261
1. La regolamentazione, p. 261 - 2. I produttori e le
forme del commercio. I contratti alla voce, p. 288 - 3.
Negozianti provinciali, negozianti napoletani, p. 320
Conclusioni
359
Carta della Calabria
367
Equivalenze di monete, pesi, misure
368
Fonti manoscritte e abbreviazioni
369
Opere e fonti a stampa citate
371
Indice delle tabelle
385
Indice dei grafici
387
Indice dei nomi
389
Indice dei luoghi
397
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La seta nel Regno di Napoli nel XVIII secolo