Essere infermieri in dialisi Assistenza infermieristica nei Presidi Ospedalieri dell’Ausl di Ferrara cambia modello pag. 9 pag. 10 Un approccio di sistema contro la medicina difensiva. Curare il proprio aggiornamento attraverso la lettura pag. 24 pag. 33 Periodico del Collegio IPASVI di Ferrara - Anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 www.ipasvife.it Il sa pro O rà ss N s im -L o o IN lo E L’evoluzione delle competenze infermieristiche Per contattarci Sommario Orari di apertura al pubblico: EDITORIALE DEL PRESIDENTE 1 FOCUS: COMPETENZE SPECIALISTICHE 2 Lunedì e Giovedì Martedì Venerdì 15.30 - 18.00 09.00 - 12.00 09.00 - 11.00 - Evoluzione delle competenze infermieristiche. Tel. 0532-64302 Fax 0532-67140 - Essere infermieri in dialisi: specialisti ma non solo. E-mail: [email protected] SPERIMENTAZIONI ORGANIZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA 10 [email protected] - Assistenza infermieristica nei Presidi Ospedalieri dell’AUSL di Ferrara cambia modello. Sito internet: www.ipasvife.it - Handover Bedside. Dalla “consegna” al passaggio delle informazioni al letto del paziente: studio osservazionale presso la piattaforma chirurgica dell’Ospedale di Argenta. via del Naviglio 33/a 44123 Ferrara - “Il Coordinatore Infermieristico come garante del percorso perioperatorio per la disabilità”. Il Collegio è disponibile per iscrizioni, trasferimenti ad altro Collegio, cancellazioni, rilascio di Certificati d’iscrizione e variazioni di residenza. - Il protocollo ERAS a Ferrara. EVIDENCE BASED PRACTICE 25 - Less is more: un approccio di sistema contro la medicina difensiva. NOTIZIE DAL COLLEGIO 32 - Tabella raffronto polizze per infermieri. - Il “Fondo IPASVI FE” nella biblioteca di scienze della salute. - Guida al lavoro in Gran Bretagna. NORME PER GLI AUTORI Collegio Provinciale IPASVI di Ferrara 42 L’ISCRIZIONE ALL’ALBO È “AUTOCERTIFICABILE” Il Certificato d’iscrizione, viene rilasciato in tempo reale dalla Segreteria del Collegio e quindi può essere ritirato immediatamente dal richiedente, presentandosi presso la sede del Collegio; per ragioni burocratiche legate alla normativa sulla privacy, se il richiedente è impossibilitato al ritiro presso la sede, deve rilasciare delega al ritirante, oppure può richiedere l'invio presso il proprio domicilio tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, rifondendo il Collegio per il costo sostenuto. È possibile inoltre, proporre al Collegio, quesiti inerenti la professione. Chi desidera ricevere NEWS sugli eventi organizzati dal Collegio può inviare la propria mail all’indirizzo: [email protected] INFERMIERE COLLEGIO Periodico del Collegio Provinciale IPASVI di Ferrara - anno XXVI n. 2 Il collegio IPASVI di Ferrara visto l’aumento del numero di quote annue di iscrizione inevase, nei prossimi mesi si affiderà per la riscossione delle stesse a Equitalia! Direzione, Redazione, Amministrazione: via del Naviglio 33/a - Ferrara Tel. 0532 64302 - Fax 0532 67140 - E-mail: [email protected] Direttore responsabile: Sandro Arnofi Stampa: Cartografica Artigiana via Béla Bartòk 20/22 - 44124 Ferrara Rivista chiusa in tipografia il 30 ottobre 2015 Poste Italiane S.p.A. - spedizione in Abbonamento Postale - DL. 353/2003 (conv. in L. 27/02 /2004 n. 46) Art. 1, comma 2, DCB Ferrara Redazione e progetto grafico: Commissione Comunicazione/Rivista Loredana Gamberoni, Gloria Gianesini, Cristiano Mainardi, Andrea Menegatti, Barbara Sofritti, Simone Vincenzi Il prossimo numero della rivista che presumibilmente verrà pubblicato entro fine anno sarà esclusivamente in formato elettronico. Potrete consultarlo sul sito del Collegio www.ipasvife.it Gli iscritti che hanno lasciato la loro mail alla segreteria verranno avvisati tramite posta elettronica della pubblicazione. EDITORIALE anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 1 Quale infermiere vedremo nel futuro? Alcune osservazioni sulla proposta della Federazione Nazionale sullo sviluppo professionale del Presidente La Federazione Nazionale IPASVI all’inizio dell’estate ha lanciato una coraggiosa proposta sullo sviluppo della professione dell’Infermiere che invito a leggere con attenzione. (vedi le prime pagine della rivista). Siamo in presenza di una proposta molto forte, molto bella e convincente. Si tratta di cambiare l’infermiere che potrà essere oltre a generalista anche specializzato in alcune aree. L’idea di prevedere una carriera articolata oltre alla gestione anche sul piano assistenziale clinico fornisce un nuovo impulso a molti infermieri che vogliono avanzare nella carriera senza perdere contatto con il malato. Questa trasformazione arriverà a lambire il confine con altre professioni ed infatti alcune professioni sanitarie vedono negativa la crescita delle competenze dell’Infermiere per i conflitti che possono sorgere ma anche per “poteri” che si spostano. Le Aziende Sanitarie avranno sicuramente interesse verso questo modello per i possibili risparmi che si potrebbero realizzare ma anche per la maggiore appropriatezza assistenziale che gli Infermieri più competenti potrebbero consentire di raggiungere. Visto che siamo nei tempi della revisione della spesa, citare risparmi ed appropriatezza significa essere molto realisti ma proprio per i progressivi tagli in sanità, è necessario che noi tutti abbiamo bene chiare alcune fondamentali priorità. La prima dev’essere la difesa ed il sostegno al Servizio Sanitario Nazionale e pubblico con carattere universalistico, la seconda dev’essere la centralità del cittadino. Per far ciò dobbiamo usare meglio le risorse e riorientare le organizzazioni verso i bisogni della popola- Il Presidente del Collegio IPASVI di Ferrara Sandro Arnofi zione che chiede più servizi per la cronicità, maggiormente diffusi nel territorio concentrando i centri sanitari per acuti. La proposta della Federazione non è esclusiva per gli Infermieri infatti lo stesso schema può essere sviluppato anche per le altre professioni sanitarie come le ostetriche, i fisioterapisti, i tecnici di laboratorio o di radiologia. La crescita contestuale di tutte le professioni sanitarie sicuramente darà una nuova energia a tutti gli operatori che hanno trascorso un lungo periodo di difficoltà conseguente alla crisi che ha attanagliato il paese ed anche per le continue vessazioni basate sui pregiudizi nei confronti del pubblico impiego. La proposta è molto accattivante ma la strada per realizzarla è molto in salita ed irta di ostacoli. La prima difficoltà è legata al rinnovo del contratto di lavoro del pubblico impiego che vede una proposta da parte del governo di 8 euro lordi mensili di aumento degli stipendi e con poca benzina si fa poca strada. Nel contratto si dovranno anche affrontare una serie di argomenti normativi come ad esempio il riconoscimento dell’esistente ed i conseguenti crediti da riconoscere per chi vorrà specializzarsi. Allo stesso tempo dovranno essere previste modalità per spostarsi “fuori” dal confine dell’area della specializzazione in quanto a seguito della riforma “Fornero” si resterà al lavoro fino a 65 anni e probabilmente sarà necessario cambiare attività passando a quelle più compatibili. Sarà molto interessante vedere nelle organizzazioni delle varie degenze come si inseriranno gli Infermieri perfezionati, gli Infermieri masterizzati e quelli con laurea magistrale di tipo assistenziale oltre a quali inquadramenti, ed in questo caso tutti potremo essere coinvolti. La formazione sarà, auspichiamo, universitaria ed uniforme per tutto il paese ed anche questo percorso è tutto da costruire. Io credo che si dovrebbe partire dalle aziende e dalle Università più attrezzate ed iniziare almeno la fase sperimentale perchè sicuramente dovremo attraversare un momento transitorio più o meno lungo. Per il momento è in atto la fase di dialogo istituzionale ed è necessario far conoscere agli Infermieri la proposta perchè va compresa, condivisa e diffusa. Dobbiamo far riconoscere facilmente i punti di forza della innovazione professionale che si propone non nascondendo i punti di debolezza e tutto ciò lo dobbiamo fare con le associazioni, gli enti, i cittadini ed i pazienti. Naturalmente sarà un percorso lungo e non sappiamo come finirà ma credo sia molto importante che gli Infermieri abbiano una loro proposta perchè anche in questo modo si difende e sostiene il servizio sanitario e la salute dei cittadini. 2 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 FOCUS: COMPETENZE SPECIALISTICHE Evoluzione delle competenze infermieristiche Documento approvato dal Comitato Centrale della Federazione Nazionale dei Collegi (FNC) Ipasvi con delibera n. 79 del 25/4/15 Premessa In un recente rapporto, l’OCSE ha, da una parte, confermato che il SSN italiano garantisce buone performance a fronte di una spesa contenuta, e, dall’altra, ha invitato il nostro Paese a rivedere i modelli erogativi e i luoghi dell’offerta sanitaria, stante l’oggettiva modificazione dei bisogni di salute e della domanda di servizi conseguenti all’aumento delle patologie cronico degenerative, all’invecchiamento della popolazione e alle molteplici forme di fragilità. Numerosi studiosi del settore sanitario hanno evidenziato che un’ulteriore riduzione del finanziamento del SSN inciderebbe direttamente sull’offerta sanitaria e produrrebbe una diminuzione della fruibilità dei servizi sanitari e socio sanitari da parte dei cittadini più deboli. Essi affermano anche che, per il mantenimento dei principi che definiscono il SSN e per la sostenibilità complessiva del Sistema, è necessario dare maggiore forza e spazio alle potenzialità dei professionisti sanitari, innovare i modelli organizzativi e i processi di lavoro, oltre che aumentare l’efficienza e l’appropriatezza del Sistema stesso. In questo quadro, è, quindi, necessario un approccio più “solido” e “ambizioso” nella ridefinizione dei modelli organizzativi e assistenziali e, soprattutto, nell’innovazione e ridefinizione dell’assistenza primaria, ancora prevalentemente orientata a servizi “tradizionali” anziché “di iniziativa”, ossia impostati sulla logica “dell’andare verso il cittadino”, sulle reti multiprofessionali di presa in carico e di continuità assistenziale. È altresì necessario ampliare l’assistenza nel domicilio, attivare gli ospedali di comunità, le case della salute e i servizi ambulatoriali di prossimità. Modalità assistenziali, tutte, in cui le professioni sanitarie – infermieri in primis – costituiscono una risorsa fondamentale. Le indicazioni e gli obiettivi contenuti nel vigente “Patto per la salute” prendono atto del contesto demografico ed epidemiologico e pongono specifica attenzione all’efficacia, all’appropriatezza, alla sostenibilità del Sistema e alla necessità di valorizzare, rafforzandolo, il patrimonio professionale operante nel Sistema stesso. La legge 190/2014 – comma 566 – richiama a sua volta gli orientamenti del Patto per la salute e pone le basi per intervenire su ruoli, funzioni e modalità operative dei professionisti sanitari, sostenendo l’evoluzione delle loro competenze – anche attraverso percorsi di formazione complementare – e privilegiando i sistemi a rete e il lavoro in squadra. La Federazione Nazionale dei Collegi Ipasvi (FNC) In coerenza con i disposti del DM 739/94 e della legge 43/06 la FNC IPASVI ha costantemente sostenuto, presentato proposte e attivato iniziative che potessero dare corso all’evoluzione in senso specialistico delle competenze degli infermieri e degli infermieri pediatrici. La FNC, vista la legge 190/2014 – comma 566 – in cui si promuove l’evoluzione delle competenze dei professionisti sanitari attraverso percorsi di formazione complementare, ha costituito un gruppo di infermieri esperti (v. allegato 1) nell’ambito della formazione infermieristica e della gestione e organizzazione dei processi assistenziali nelle strutture sanitarie, per elaborare una proposta che definisca la prospettiva della FNC per quanto attiene la tematica “evoluzione delle competenze”, indicando tipologia funzionale, percorso formativo e agibilità nell’organizzazione dell’infermiere: • con competenze cliniche “perfezionate”; • con competenze cliniche “esperte”; • con competenze cliniche “specialistiche”. La proposta richiama i contenuti della Bozza di Accordo tra il Governo e le Regioni “…recante ridefinizione, implementazione e approfondimento delle competenze e delle responsabilità professionali dell’infermiere e dell’infermiere pediatrico” proponendo, però, una riformulazione del Sistema formativo infermieristico in relazione: • ai disposti dell’art. 4 del predetto Accordo in cui si afferma FOCUS: COMPETENZE SPECIALISTICHE anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 3 dei servizi e risultati di qualità all’utenza. Su entrambi gli assi sono posizionati quattro livelli di competenza dell’infermiere acquisiti attraverso specifici percorsi formativi. I livelli di competenza procedono da “a” a “d”. Schema1: Esemplificazione dei livelli formativi che “in relazione all’attuazione delle modalità e dei percorsi di cui all’art. 3 saranno inoltre rivisitati i piani di studio delle Lauree, delle Lauree Magistrali e dei Master universitari di I e II livello”; • all’esigenza di trovare un nuovo punto di equilibrio tra quanto richiesto dal Sistema sanitario e socio sanitario e ciò che il Sistema formativo è in grado di offrire per i percorsi di preparazione del personale; • alla necessità di rendere spendibili nel mercato del lavoro, le diverse tipologie di competenze infermieristiche, considerato quanto affermato dall’art. 3 comma 1 del suddetto Accordo “lo sviluppo delle competenze e delle responsabilità … avrà come riferimento le scelte di programmazione nazionale e regionale per migliorare la presa in carico della persona, la continuità assistenziale fra ospedale e territorio, il governo dei bisogni assistenziali, sanitari e socio sanitari delle persone, delle famiglie e della comunità assi- stita”… e “…dei modelli organizzativi sia ospedalieri sia territoriali, a iniziare dall’organizzazione dei presidi ospedalieri per intensità di cure e dai modelli di intensità assistenziale“. La Proposta La proposta è sintetizza dallo schema sotto riportato che si articola su due assi: • l’asse della clinica: che rappresenta la linea della “produzione” di servizi e del governo dei processi assistenziali. Sull’asse della clinica si posizionano, direttamente e a livelli incrementali diversi, le competenze/responsabilità agite dagli infermieri nei confronti dell’utenza; • l’asse della gestione: che rappresenta la linea del governo dei processi organizzativi e delle risorse. Sull’asse gestionale si posizionano, a livelli incrementali diversi, le competenze agite dagli infermieri in rapporto alla gestione delle risorse e a quelle scelte che, agendo sul contesto organizzativo, facilitano/garantiscono l’efficacia e l’appropriatezza I livelli formativi corrispondono: • a un approfondimento delle competenze sull’asse della clinica attraverso un processo incrementale, sostenuto da una formazione adeguata, di irrobustimento e di specializzazione delle conoscenze e delle capacità assistenziali agite dall’infermiere in un determinato settore o in un’area clinica, sia in relazione all’identificazione dei bisogni di assistenza infermieristica e all’erogazione e valutazione di prestazioni e risultati, sia in relazione governo dei processi assistenziali specifici; • a un’espansione delle competenze sull’asse della gestione attraverso un processo estensivo che parte dalle competenze “core disciplinari” dell’infermiere e muove verso conoscenze e capacità proprie del governo delle risorse e processi organizzativi. Il livello “a” di entrambi gli assi, corrispondente all’infermiere generalista in possesso di laurea triennale o titolo equivalente, non necessita di modificazioni sostanziali. Il livello “a” rappresenta, in ogni caso, la matrice “core” della competenza da cui originano i successivi livelli di approfondimento o di espansione I livelli di approfondimento delle competenze cliniche sono: • Infermiere con perfezionamento clinico (livello b) Si riferisce a un infermiere che ha seguito un corso di perfezio- 4 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 namento universitario che lo ha messo in grado di perfezionare le sue competenze “core” applicate a un’area tecnico operativa molto specifica (esempio: gestione accessi venosi) • Infermiere esperto clinico con master (livello c) Si riferisce a un infermiere che si è formato con un master universitario di primo livello che lo ha messo in grado di approfondire le sue competenze declinandole in un settore particola- FOCUS: COMPETENZE SPECIALISTICHE re dell’assistenza infermieristica. È l’infermiere esperto di parti di processo assistenziale o di peculiari pratiche assistenziali settoriali (ad esempio: anestesia/ analgesia, strumentazione e tecnica chirurgica, dialisi, endoscopia, wound care ecc.) • Infermiere specialista clinico con laurea magistrale (livello d) Si riferisce a un infermiere che si è formato con laurea magistrale in Scienze Infermieristiche Schema 2: Esempio di utilizzo dei livelli professionali in area chirurgica Schema 3: Esempio di organigramma con orientamento in una delle aree previste dall’accordo Stato Regioni (area cure primarie servizi territoriali/distrettuali; area intensiva e dell’emergenza/urgenza; area medica; area chirurgica; area neonatalogica/pediatrica; area salute mentale e dipendenze). È l’infermiere specialista clinico in grado di orientare, governare (impostare, supervisionare, monitorizzare, valutare) sia i processi assistenziali tipici di una certa area clinica e presenti in qualsiasi struttura (dalla più piccola alla più complessa, dalla più generalista alla più specializzata), sia le competenze professionali necessarie per realizzarli. Quest’ultimo livello comporta la necessità di reimpostare i piani di studio delle Lauree Magistrali sui sei filoni formativi corrispondenti alle sei aree sopra menzionate. I livelli di espansione delle competenze gestionali sono: • Infermiere con perfezionamento gestionale (livello b) Si riferisce a un infermiere che ha seguito un corso di perfezionamento universitario che lo ha messo in grado di perfezionare le sue capacità in relazione a specifiche funzioni organizzative (esempio: bed management). • Infermiere coordinatore con master (livello c) Si riferisce a un infermiere che si è formato con un master universitario di primo livello che lo ha messo in grado di acquisire conoscenze e capacità di governo dei processi organizzativi e di risorse in unità organizzative. • Infermiere dirigente con laurea magistrale (livello d) Si riferisce a un infermiere che si è formato con laurea magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche a indirizzo gestio- FOCUS: COMPETENZE SPECIALISTICHE nale/formativo che lo ha messo in grado di assumere responsabilità di governo di processi organizzativi e di risorse presso strutture e servizi sanitari di vario livello (dipartimento, area, piattaforma, presidio, distretto) nonché presso corsi di laurea e settori formativi aziendali. Questo livello comporta la necessità di reimpostare i piani di studio delle Lauree Magistrali su un filone squisitamente gestionale e formativo e di rivedere l’esclusività prevista dalla legge 43/2006 del possesso del solo master universitario di primo livello per assumere la funzione di coordinamento. ALCUNE ANNOTAZIONI SULLE SCELTE DEFINITORIE E METODOLOGICHE ADOTTATE PER LA STESURA DEL DOCUMENTO QUADRO SULL’EVOLUZIONE DELLE COMPETENZE INFERMIERISTICHE Per la stesura del “documento quadro” sull’evoluzione delle competenze infermieristiche, il gruppo di lavoro della FNC Ipasvi, ha operato alcune scelte definitorie e metodologiche che si ritiene opportuno esplicitare per una migliore analisi del documento stesso. Sul concetto di competenza e sulla sua descrivibilità Tra le varie definizioni di competenza presenti in letteratura, una in particolare è ripresa frequentemente: quella proposta inizialmente da G.O. Klemp nel 19801, 1 2 3 4 5 6 ripresa da R.E. Boyatzis2, successivamente riformulata più compiutamente da L. M. Spencer e S. M. Spencer3 e, infine, utilizzata da W. Levati e M.V. Saraò nel loro testo più famoso4: “per competenza intendiamo una caratteristica intrinseca individuale, causalmente collegata a una performance efficace e/o superiore in una mansione o in una situazione e valutabile sulla base di un criterio stabilito”. Gli autori concepiscono la competenza come il prodotto dell’interazione di alcune componenti, di cui tre5 “core”: le capacità, le conoscenze, le esperienze finalizzate. I concetti di conoscenza e di esperienza finalizzata non richiedono particolari specificazioni, mentre il concetto di capacità è da distinguere dal concetto di abilità. Abilità traduce il termine inglese skill ed è spesso usato impropriamente per definire le competenze. “La distinzione terminologica non è secondaria perché chiarisce la prospettiva di analisi in cui ci si pone. Il termine “capacità” deriva dal latino capax, ovvero che può contenere (si dice anche di recipienti spaziosi, capaci). Il termine “abilità”, invece, deriva dal latino habilis, cioè maneggevole6”. Etimologicamente, quindi, la capacità evoca un significato di contenimento, mentre l’abilità quello di manipolazione. Ne deriva che per migliorare un’abilità è necessario esercizio, addestramento (rendere destro); mentre per migliorare una anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 5 capacità è necessaria una vera e propria formazione che aiuti il soggetto ad ampliare il proprio “contenitore” mentale, vale a dire, le proprie referenze teoricoconcettuali. Questo aspetto è fondamentale per comprendere la definizione di competenza avanzata stante che secondo questa prospettiva le capacità sono distinguibili in: - capacità gestuali (più propriamente abilità gestuali); - capacità relazionali; - capacità intellettive (relative, in campo professionale, ai processi diagnostici, decisionali, valutativi). In ragione della definizione sopra riportata, si pone il problema della descrivibilità della competenza che, in quanto “caratteristica intrinseca dell’individuo” non può essere descritta direttamente. Descrivere una competenza, peraltro, è necessario perché una persona si definisce competente non perché ritiene di esserlo, ma perché è riconosciuta tale da altri. Questi ultimi, per la loro valutazione, non possono che basarsi sull’osservazione della performance del soggetto, “causalmente collegata alla competenza”. Tale osservazione, come in tutti i processi valutativi, deve essere confrontata con un “atteso” condiviso da una comunità professionale. L’atteso, nel nostro caso, è rappresentato dalle attività professionali che sono la manifestazione della competenza e, quindi, le descrittrici della stessa. È ovvio che ogni opera di descrizione è selettiva e non Klemp G.O., The assessment of occupational competence, report to the National Institute of Education, 1980. Boyatzis R. E., The competent manager: a model for effective performance, Wiley & Sons, New York, 1982. Spencer L. M., Spencer S. M., Competenza nel lavoro, modelli per una performance superiore, FrancoAngeli, Milano, 1993. W. Levati , M. V. Saraò, Il modello delle competenze. Un contributo originale per la definizione di un nuovo approccio all’individuo e all’organizzazione nella gestione e nello sviluppo delle risorse umane, FrancoAngeli, Milano, 2003 Gli autori considerano anche altri elementi che influiscono sulla competenza (attitudini, motivazioni e contesto) che, però, ai fini del presente lavoro non sono prioritari. Blandino G., Le capacità relazionali, prospettive psicodinamiche, Utet, Torino, 1996, p. 3-4. 6 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 può riprodurre il tutto. “Una persona può essere riconosciuta come competente non solo se è capace di compiere con successo un’azione ma anche se è capace di comprendere perché e come si agisce … di agire con autonomia, … di reinvestire le proprie competenze in un altro contesto”7. In ogni caso, pur nella consapevolezza dei limiti di tale operazione, essa è assolutamente necessaria per effettuare in modo condiviso, comunicabile e comprensibile, la scelta di quei comportamenti attesi, descritti sotto forma di attività professionali, in presenza dei quali si può affermare che una persona è competente. Sul rapporto tra competenza esperta e avanzata I professionisti esperti, di fronte a una situazione da affrontare, dimostrano buona capacità di inquadramento della stessa, riconoscendone analogie e differenze con esperienze pregresse e dimostrano buona capacità nell’affrontare una strategia operativa, ancorandola a soluzioni già sperimentate con successo. I professionisti con competenza avanzata sono soggetti già esperti che affrontano le situazioni non solo utilizzando le proprie esperienze pregresse, ma anche identificando, progettando, negoziando e realizzando, anche in termini multiprofessionali, nuove strategie operative, quando quelle disponibili non sono sufficienti o convincenti. 7 8 9 10 FOCUS: COMPETENZE SPECIALISTICHE La competenza avanzata8 è, quindi, un’estensione della competenza esperta da cui si distingue per il fatto che, mentre quella esperta - come dice il termine - si acquisisce in gran parte in modo esperienziale, quella avanzata si acquisisce attraverso un arricchimento del repertorio di saperi attraverso percorsi formativi universitari. Ciò che caratterizza particolarmente la competenza avanzata, è la disposizione del soggetto a porsi in una dialettica continua tra generale e particolare. In altri termini il soggetto è in grado, costantemente, di far riferimento a modelli teorici e a quadri concettuali (il generale) che gli forniscono la struttura mentale per riflettere e orientarsi nell’operatività (il particolare). Sul modello delle competenze ISFOL In Italia, tra i vari modelli di analisi delle competenze che negli anni si sono succeduti, uno in particolare - l’ISFOL - ha avuto una certa risonanza anche in campo infermieristico9. Il modello Isfol è stato utilizzato nel 2012 per la costruzione, poi superata, dei primi allegati della bozza di accordo tra il Governo, le Regioni e PPAA sulla ridefinizione, implementazione e approfondimento delle competenze e responsabilità dell’infermiere e dell’infermiere pediatrico. Nonostante la sua notorietà, il gruppo di lavoro della FNC Ipasvi ritiene che il modello Isfol presenti alcune criticità applicative nel campo infermieristico, soprattutto in relazione alle competenze specialistiche. L’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) è un Ente nazionale di ricerca dotato di autonomia scientifica, metodologica, organizzativa, amministrativa e contabile; è sottoposto alla vigilanza del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con un ruolo storicamente esercitato nel campo delle politiche formative, del lavoro e sociali. Lo scopo dell’Isfol è quello di contribuire alla crescita dell’occupazione, al miglioramento delle risorse umane, all’inclusione sociale e allo sviluppo locale. Tale missione di ampio respiro è stata rivolta, fin dall’inizio, a qualsiasi realtà lavorativa, ma, peculiarmente ai sistemi produttivi10 in ragione delle aree di interesse del Ministero del Lavoro. Per sua natura, quindi, l’Isfol non si occupa specificamente dei settori sanitari che, peraltro, afferiscono a un altro Ministero, sono correlati alle politiche sanitarie (e non a quelle del lavoro) e hanno caratteristiche diverse da quelle di quei settori produttivi. Il modello Isfol che si articola in competenze di base, trasversali e tecnico professionali, risente fortemente di tale approccio generalista e risulta non del tutto applicabile all’ambito sanitario come può essere evinto attraverso le definizioni che l’Isfol11 ha dato dei tre tipi di competenza: • competenze di base: capacità (quali, ad esempio, parlare inglese, usare un computer, sa- Le Boterf G., Costruire le competenze individuali e collettive, Guida editore, Napoli, 2008, p. 95. Oberle K.; Allen M., “The nature of advanced practice nursing“, Vol.49, number 3; Nursing outlook, 2001. Vedi “Speciale competenze” in L’infermiere 4/2007 p. 1-40. In una pubblicazione del 1997 si presentano cinque ambiti professionali: settore turistico alberghiero comparto ristorativo ricettivo; qualità nell’industria; settore metalmeccanico, automazione industriale, produzione; amministrazione, finanza e controllo; automazione d’ufficio. 11 ISFOL (1998), Unità Capitalizzabili e crediti formativi. Metodologie e strumenti di lavoro, a cura di G. Di Francesco, Franco Angeli. FOCUS: COMPETENZE SPECIALISTICHE per cercare lavoro) riconosciute come prerequisiti per l’accesso alla formazione e considerate imprescindibili per inserirsi o reinserirsi positivamente nel mondo del lavoro e per fronteggiare in modo positivo le situazioni di cambiamento; • competenze trasversali: capacità non connesse a una specifica attività o posizione lavorativa, e che possono essere applicate in più ambiti lavorativi e di vita; comprendono la capacità di diagnosi, di relazione, di problem solving, di decisione; • competenze tecnico-professionali: l’insieme dei saperi (conoscenze specifiche e procedurali) e delle tecniche connesse all’esercizio efficace di determinate attività operative proprie di specifici processi di lavoro. Alla luce di tali definizioni si può ritenere che l’impostazione di tale modello non sia del tutto appropriata alla natura del “documento quadro” per le seguenti motivazioni: - le competenze di base, in quanto requisiti d’ingresso al mondo del lavoro, non danno conto della specificità delle competenze infermieristiche; - le competenze trasversali, in quanto competenze metodologiche, tendono ad attestarsi su un livello troppo generale, eludendo la dimensione specialistica e le sue differenti declinazioni nelle varie aree (ad esempio: comunicare in pediatria è diverso che in area critica; diagnosticare bisogni di assistenza nell’area chirurgica ha contenuti diversi ri- spetto all’area della salute mentale; ecc..); - le competenze tecnico professionali evidenziano, già nel titolo, solo la componente tecnica della dimensione professionale e richiamano, nel linguaggio infermieristico, significati mansionaristici che non pare opportuno rievocare. Sui riferimenti utilizzati dal gruppo In alternativa al modello Isfol, il gruppo ha fatto riferimento, oltre che al concetto di competenza prima citato e alle sue componenti, ad altre referenze infermieristiche che coniugano la definizione della competenza con la dimensione formativa necessaria per conseguirla. Il primo riferimento è il lavoro di Patricia Benner12 che applica all’infermieristica il modello Dreyfuss sull’acquisizione delle capacità. Nei confronti delle competenze professionali enucleate dalle reali situazioni cliniche e categorizzate per aree funzionali, Benner teorizza cinque livelli di padronanza (dal principiante all’esperto); livelli che consentono di distinguere i percorsi formativi necessari per sostenerli. Il secondo riferimento è rappresentato dal Progetto europeo Tuning che è parte di quel vasto processo di convergenza e rinnovo dei sistemi universitari europei, iniziatosi alla fine degli anni novanta, e tutt’ora in corso. Il Progetto Tuning Europa ha sviluppato un metodo, utile per la progettazione o il rinnovo dei corsi di studio, fondato sulle competenze e sui cosiddetti risultati di apprendimento, siste- anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 7 matizzati anche dai cosiddetti Descrittori di Dublino. Nell’ambito di tale progetto, si sono costituiti vari gruppi di ricerca che hanno compiuto un’ampia consultazione volta a identificare le competenze generali e specifiche di alcune discipline pilota. Uno dei gruppi più attivi è stato quello infermieristico che ha contribuito a elaborare il documento “Tuning Eductional Structures in Europe 2010”13 nel quale le competenze vengono organizzate in alcune aree funzionali. Sia il lavoro di Benner sia il progetto Tuning hanno optato per un’organizzazione delle competenze per aree funzionali corrispondenti a contenuti professionali e non a categorie metodologiche come quelle del modello Isfol (competenze di base, trasversali, tecnico professionali). Il gruppo, pertanto, ha ritenuto maggiormente appropriato far ricorso a una struttura analoga anche se, dovendo prendere atto del contesto e della lingua italiana, ha fatto riferimento anche alle aree funzionali che emergono dal profilo professionale dell’infermiere (DM 739/94) che rimane la matrice su cui si innestano le competenze specialistiche. I tre riferimenti (Benner, Tuning, Profilo Professionale), quindi, sono stati utilizzati come coordinate entro le quali si è articolato in modo originale il lavoro del gruppo che ha organizzato le competenze nelle 5 aree funzionali (valutazione dei bisogni di assistenza infermieristica, progettazione e organizzazione clinico-assistenziale, realizzazio- 12 Benner P, “L’ eccellenza nella pratica clinica dell’infermiere. L’apprendimento basato sull’esperienza” , McGraw-Hill, Milano, 2003. 13 Loknoff, J. et al., 2010. Tuning educational Structures in Europe 2010. A Tuning guide to formulationg degree programme profiles, including programme competences and programme learning outcomes, Bilbao: Univerisidad de Bilbao. 8 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 ne coordinata di interventi, valutazione clinico-assistenziale, formazione-consulenza-ricerca). Sull’utilizzo del termine “approfondimento” ed “espansione” delle competenze Lo schema utilizzato per disegnare l’architettura del sistema infermieristico che si viene a delineare nel “documento quadro” sull’evoluzione delle competenze infermieristiche, utilizza FOCUS: COMPETENZE SPECIALISTICHE due termini per denominare gli assi cartesiani: quello di “approfondimento delle competenze” nell’asse della clinica (ascisse) e quello di “espansione delle competenze” nell’asse della gestione (ordinate). Il livello di visione di sistema e di astrazione del documento sull’evoluzione delle competenze infermieristiche, rende evidente che l’utilizzo dei termini “approfondimento” ed “espan- sione”, mutuati da “job enrichment” e “job enlargement” concetti in uso nella Sociologia del lavoro - non intendono richiamare all’effettuazione di analisi delle strategie operative legate al contesto di gestione dei lavoratori all’interno di specifici ambiti produttivi, ma unicamente raggiungere l’obiettivo di facilitare “professionalmente” la lettura dello schema stesso. Allegato 1 GRUPPO INFERMIERI ESPERTI NELLA FORMAZIONE INFERMIERISTICA E GESTIONE E ORGANIZZAZIONE DEI PROCESSI ASSISTENZIALI NELLE STRUTTURE SANITARIE Sen. Annalisa Silvestro Dottore magistrale in scienze infermieristiche ed ostetriche. Master di II livello in Ricerca organizzativa nelle aziende sanitarie. Componente del Comitato centrale della FNC Ipasvi. Rosaria Alvaro Professore associato in Scienze infermieristiche Università Tor Vergata - Roma. Presidente cdl triennale in infermieristica. Presidente cdl magistrale in scienze infermieristiche ed ostetriche. Stefania Di Mauro Professore Associato in Scienze Infermieristiche. Presidente Consiglio di Coordinamento Didattico Laurea in Infermieristica, Laurea in Ostetricia, Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche - Università di Milano Bicocca. Giorgio Magon Dottore magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche. Direttore SITRA Istituto Europeo di Oncologia - Milano. Giuseppe Marmo Dottore Magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche. Coordinatore didattico corso Laurea Magistrale Scienze Infermieristiche e Ostetriche - Università Cattolica del Sacro Cuore, Facoltà di Medicina e chirurgia di Roma polo formativo Piccola Casa della Divina Provvidenza - Presidio Sanitario Ospedale Cottolengo di Torino. Beatrice Mazzoleni Dottore magistrale in Scienze infermieristiche ed ostetriche Tutor Corso di Laurea in Infermieristica Università degli Studi di Milano Bicocca - Sezione di Corso A.O. Papa Giovanni XXIII Bergamo. Segretaria del Comitato centrale della FNC Ipasvi. Antonella Peluso Dottore magistrale in Scienze infermieristiche ed ostetriche. Dottore magistrale in Economia Aziendale. Direttore Dipartimento Professioni Sanitarie e Sociali ASL NA 2 Nord. Laura Rasero Professore associato in Scienze infermieristiche Università degli studi di Firenze. Presidente cdl in scienze infermieristiche e ostetriche. Direttore Uoc ricerca e sviluppo delle clinical practice. Luisa Zappini Dottore magistrale in Scienze infermieristiche ed ostetriche. Dirigente servizio Centrale Unica per l’Emergenza - dipartimento protezione civile - Provincia Autonoma di Trento. Presidente del collegio IPASVI di Trento. Maurizio Zega Dottore magistrale in Scienze infermieristiche ed ostetriche PhD. Responsabile Uoc Servizio infermieristico, tecnico e riabilitativo, Policlinico “Agostino Gemelli” – Roma. FOCUS: COMPETENZE SPECIALISTICHE anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 9 Essere infermieri in dialisi: specialisti ma non solo M. Chiara Pintori, CPSE Coordinatore Dialisi, Azienda Ospedaliero Universitaria di Ferrara Il Comma 566 della Legge n. 190 del 23 dicembre 2014. Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2015), sancisce la nascita delle competenze specialistiche dei professionisti sanitari. Una tappa voluta e raggiunta non senza molteplici difficoltà. Ancora oggi ci domandiamo dove siamo, dove vogliamo andare e chi si riconoscerà in ciò che è declinato nel comma 566. L’infermiere di dialisi si può dire specialista? Esprimo qui il mio pensiero cercando di suscitare il dibattito tra i colleghi che operano in questo come in altri campi similari. A mio avviso e sono convinta anche secondo il lettore, le competenze espresse dai professionisti che operano all’interno dei servizi di dialisi, emodialisi e dialisi peritoneale, trovano pieno riconoscimento da quanto dichiarato nel comma 566. Credo che parlare di dialisi sia superfluo perché molti dei lettori avranno sicuramente ricevuto una formazione generale (infermiere generalista come declinato nel Documento approvato dal Comitato Centrale della Federazione Nazionale Collegi Ipasvi con delibera n. 79 del 25 aprile 2015), su cosa è la dialisi e come si svolge. Ma viverla dall’interno e osservare tutti i giorni la messa in campo di attività, approcci a tecniche dialitiche molteplici e complesse, istruzione di percorsi assistenziali, fa capire come la messa in campo di professionalità tanto specifiche ed individuabili in un ambito così articolato, riconduce a quella sola persona, l’infermiere, detentrice di molteplici informazioni e capace di assimilarne altre. Cosa voglio dire: l’infermiere che svolge le sue funzioni in dialisi, è un professionista abile e competente, in grado di mettere a disposizione le proprie conoscenze, frutto anche di un percorso formativo articolato e che richiede un tempo di addestramento che va dai tre ai sei mesi (Requisiti specifici per l’accreditamento delle Strutture di Nefrologia e Dialisi in Emilia Romagna). Occorre circa un anno perché l’operatore si possa definire autonomo, ma non esperto, per diventare tale, occorreranno almeno altri 18/24 mesi di apprendimento sul campo. In una realtà così complessa come quella della Dialisi, si intrecciano molteplici attività che richiedono il sapersi destreggiare fra il paziente che necessita di assistenza in emergenza, perché il trattamento dialitico ha determinato sbalzi pressori, cali volemici, alterazioni elettrolitiche e quello che richiede sostegno e aiuto perché non ce la fa più a sopportare la propria condizione di malattia. L’insufficienza renale cronica, è una malattia terminale e il paziente lo sa, come sa che affidarsi ad una macchina che sostituisce la funzione del proprio rene, necessità dell’aiuto di un professionista che la sappia condurre, è un po’ come guidare. Ecco l’infermiere è “l’autista” di quella macchina e più ne conosce le funzioni, meglio la sa utilizzare e sfruttare e diventa attento nel trovare alternative, in collaborazione col medico, quando un trattamento dialitico dimostra non essere l’ottimale. Ed è bravo a sorvegliare il paziente a lui affidato, pronto ad accogliere ogni variazione dei parametri, ma anche dello sguardo, della voce, del colorito della cute, del sensorio. Sono attenzioni che si sviluppano col tempo, col progredire delle conoscenze, delle “competenze”. Quelle competenze che diventano così tanto specifiche, da definire l’infermiere esperto di dialisi. È la figura insostituibile e capace il cui ruolo è calato in un universo fatto di persone, pazienti, colleghi e di macchine, quelle indispensabili per sostituirsi alla funzione del rene oramai fuori uso. L’inventore della macchina per dialisi è stato un genio, ma la mente umana che la sa condurre, è impareggiabile. E formarsi non basta mai, ci sono tecniche sofisticate, frutto di ricerche e scoperte sempre nuove, per le quali l’infermiere deve tenersi continuamente aggiornato e mettersi a disposizione della scienza per applicare quanto appreso. Può sembrare un lavoro pretta- mente tecnico, e in parte lo è, ma poi emerge la parte umana che fa parte di noi e fa in modo che l’operatore, non sia solo uno specialista per il paziente, ma diventa l’amico, quasi il confidente e scopri così l’articolo dell’ultimo minuto pubblicato da un paziente, che definisce il personale della dialisi una grande famiglia. E poi c’è l’infermiere sconvolto perché chiamato in reperibilità, ha dovuto prestare assistenza ad una paziente ricoverata in rianimazione, che necessita di dialisi per un evento acuto molto grave e si rende conto che è quella stessa paziente vista il giorno prima con la quale aveva parlato, scherzato, e non può fare a meno di commuoversi pensando che con quella dialisi probabilmente non la salverà perché il suo destino è segnato. Capisci così che c’è ben che altro oltre quelle attività meccaniche svolte in modo quasi routinario, L’aspetto umano, l’ascolto attivo, il conoscere i problemi famigliari e sociali, il farsi carico di situazioni a volte più grandi di noi, ma non ne puoi fare a meno perché sai che quel paziente, quella persona ti è stata affidata e non lo vedrai per un solo giorno o una settimana, lo vedrai per mesi, anni. La sua vita diventerà parte integrante della vita della grande famiglia che è la realtà della dialisi. E allora riconosci che fare educazione terapeutica, favorire la compliance del paziente, mettere in atto l’ascolto attivo, sono capacità trasversali ad ogni professionista, ma diventano specifiche se calate nella realtà nella quale si opera. È così che io vedo un infermiere esperto in ambito dialitico, è una realtà molto simile a tante altre, ma che ho voluto descrivere per riflettere un attimo sul nostro ruolo che non si ferma solo all’ambito tecnico, ma che richiede una volta di più advocacy (supporto attivo alla persona) oltre che professionalità, caring (prendersi cura) oltre che capacità, accountability (avere la responsabilità dell’assistenza) oltre che competenza e il lettore cosa ne pensa? 10 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA Assistenza infermieristica nei Presidi Ospedalieri dell’AUSL di Ferrara cambia modello a cura di Marika Colombi, Direzione Infermieristica e Tecnica AUSL di Ferrara Cristiano Pelati, Direzione Infermieristica e Tecnica AUSL di Ferrara Anna Maria Ferraresi, U.O. Formazione Interaziendale Loredana Gamberoni, Professore a contratto Unife Premessa Il Presidio Ospedaliero dell’Ausl di Ferrara aggrega funzionalmente 3 Ospedali, Mazzolani Vandini di Argenta, SS. Annunizata di Cento e Ospedale del Delta di Lagosanto, che insistono sul territorio dell’Azienda USL di Ferrara in un’ottica di integrazione e compatibilità con la distribuzione territoriale delle restanti strutture sanitarie con cui definire un assetto complessivo capace di garantire l’ottimale integrazione fra le funzioni ospedaliere e quelle territoriali. Le funzioni assistenziali sono aggregate secondo il modello organizzativo dipartimentale, tenuto conto dell’affinità delle diverse discipline ovvero della complementarietà esistente fra le branche specialistiche. Sono collegate in rete garantendo integrazione funzionale, efficienza gestionale, competenza tecnica ed efficacia delle prestazioni. I dipartimenti travalicano i perimetri dei singoli stabilimenti Ospedalieri. Presidio Ospedaliero di Argenta Le funzioni di coordinamento delle due articolazioni portanti dell’impianto complessivo del Presidio Ospedaliero (Dipartimenti e Stabilimenti Ospedalieri) sono affidate al Dipartimento “Direzione Assistenza Ospedaliera” il cui Direttore presiede il Collegio di Presidio, rivolto ai Direttori di Dipartimento Ospedaliero, e i Collegi di Stabilimento, rivolti ai Responsabili di Unità Operativa. La Regione Emilia Romagna, con il DGR 217/2014 “LINEE DI PROGRAMMAZIONE E FINANZIAMENTO DELLE AZIENDE DEL SERVIZIO Presidio Ospedaliero di Cento SANITARIO REGIONALE PER L’ANNO 2014” del 24/02/2014 vede confermarsi, per la programmazione sanitaria regionale dell’esercizio 2014, l’obiettivo inderogabile del pareggio di bilancio, che costituisce vincolo e obiettivo sia per il Servizio Sanitario Regionale nel suo complesso che per le singole Aziende sanitarie, perseguibile attraverso le misure precedentemente richiamate, attraverso le azioni di qualificazione del sistema sanitario che da tempo sono state promosse a livello regionale, quali la riorga- Presidio Ospedaliero del Delta nizzazione del modello di assistenza ospedaliera per intensità di cura e per intensità assistenziale, il riordino delle cure primarie e la revisione dei modelli organizzativi, nonché attraverso il proseguimento delle azioni di sostenibilità e di razionalizzazione poste in essere a livello aziendale. Emerge quindi dalla DGR 217/ 2014 che “l’intensità di cure” rappresenta l’elemento guida per la creazione del “nuovo ospedale” tout court. Tale riorganizzazione delle attività ospedaliere vede il superamento dell’articolazione per Unità Operative differenziate secondo la disciplina specialistica. Da dicembre 2013, l’Azienda USL ha intrapreso la riorganizzazione delle strutture ospedaliere secondo il modello per intensità di cura e complessità dell’assistenza, che ha coinvolto attivamente circa 200 operatori e ha portato alla pubblicazione del documento aziendale “Linee di consenso tra i professionisti aziendali sulla riorganizzazione per intensità di cura e complessità dell’assistenza – Azienda USL di Ferrara”. SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA All’interno degli Ospedali dell’Azienda USL di Ferrara, si possono individuare le seguenti piattaforme logistiche con i seguenti livelli di intensità di cura: - piattaforma intensiva (Ospedale di Cento e del Delta), per pazienti ad alta intensità assistenziale, comprendente posti letto di terapia intensiva e subintensiva afferenti a diverse discipline; - piattaforma medica (Ospedale di Cento, del Delta, di Argenta), caratterizzata dall’aggregazione delle specialità di area medica, nella quale si distinguono un livello medio di intensità delle cure (specificatamente per i pazienti che provengono dal Pronto Soccorso), ed un’area a bassa intensità dedicata alla cura delle post-acuzie o low care, lungodegenziali e riabilitative, per pazienti provenienti anche dalla piattaforma chirurgica. - piattaforma chirurgica (Ospedale di Cento, del Delta, di Argenta), caratterizzata dall’aggregazione delle specialità di area chirurgica con un livello medio di intensità delle cure, nella quale concentrare esclusivamente i pazienti che necessitano di intervento chirurgico. All’interno sia della piattaforma medica, sia della piattaforma chirurgica è possibile distinguere livelli di intensità diversi, in correlazione alla tipologia di ricovero: - un livello medio alta riferito a ricoveri con accesso diretto da PS o programmati (es: ricovero da PS in area medica, ricovero programmato long surgery in area chirurgica); - un livello medio bassa (es: ricovero in lungodegenza postacuzie o ricovero programmato in day surgery). Nell’ambito della riorganizzazione ospedaliera per intensità di cura, La Direzione Infermierisitca e tecnica Aziendale ha proposta alla Direzione Generale il Progetto M. Mantey Aziendale relativo al modello del Primary Nursing. Il cuore del Primary Nursing è l’assegnazione chiara ed individualizzata delle responsabilità nella presa delle decisioni relative al percorso assistenziale del paziente da parte dell’Infermiere Referente o “Infermiere Primary”. L’ospedale per intensità di cure così come il Primary Nursing introducono due figure fondamentali: il medico e l’infermiere di riferimento, come declinato nel documento “Linee di consenso tra i professionisti aziendali sulla riorganizzazione per intensità di cura e complessità dell’assistenza – Azienda USL di Ferrara”. Primary Nursing: Il modello Il Primary Nursing è un sistema di erogazione dell’assistenza che si focalizza sulla relazione pazienteinfermiere e sulla comunicazione e sulla continuità delle cure, essenziali per una pratica sicura; si basa sulla promozione del ruolo naturale dell’infermiere quale gestore dell’assistenza. La scelta di rivedere il modello è oggi improcrastinabile in quanto è impensabile continuare a lavorare come 50 anni fa. Le esigenze dei cittadini, la formazione e le 1. M. Mantey ”la Pratica del primary nursing”, Pensiero scientifico editore, Roma, 2008. anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 11 competenze dei professionisti sono cambiate, il contesto sanitario è in continua evoluzione e nei nostri ospedali le attività assistenziali sono ancora vincolate ai compiti e alle funzioni. Questa situazione, diffusa nelle corsie italiane, non contribuisce al riconoscimento, da parte dei pazienti e dei loro famigliari, dell’infermiere quale professionista autonomo e responsabile, in grado di prendersi cura della persona e di pianificare il processo assistenziale ed educativo conseguente alla situazione clinico assistenziale accertata. Per rispondere a questa esigenza dei professionisti e alla necessità di garantire cure di qualità ai pazienti nasce l’esperienza dell’implementazione del Primary Nursing, un modello per l’erogazione dell’assistenza infermieristica basata sulle relazioni e guidata dalle risorse. Lo studio e lo sviluppo di tale modello organizzativo risalgono alla fine anni Sessanta inizi anni Settanta negli Stati Uniti, Marie Manthey1 è l’infermiera che ha approfondito e sviluppato i concetti di cura legati al primary nursing. Gli obiettivi del Primary Nursing (PN) sono: sostenere il personale infermieristico, riconoscere e conferire loro più autonomia, autorità e potere decisionale e fornire al paziente ed alle loro famiglie un’assistenza personalizzata sia dal punto di vista umano che professionale. Il P.N. sostiene la pianificazione assistenziale con gli altri specialisti, essenziale in un sistema di erogazione dell’assistenza basato sul lavoro di team e si oppone alla centralizzazione del sistema decisionale, contribuendo alla diffusione della delega. Il modello del primary nursing si basa su quattro elementi cardine che sono: • l’attribuzione e l’accettazione da parte di ciascun professionista 12 • • • • • anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 della responsabilità personale nel prendere decisioni; l’assegnazione dell’assistenza quotidiana secondo il metodo dei casi (case method); la comunicazione diretta da persona a persona; nel modello del Primary Nursing la responsabilità per ogni paziente è affidata in modo continuativo ad un infermiere di riferimento dall’ammissione in ricovero alla dimissione.L’attribuzione di responsabilità del processo assistenziale di un paziente ad un infermiere è il vero “core” del modello. In questo modello un infermiere è il responsabile delle cure infermieristiche di un determinato paziente dall’ammissione alla dimissione. L’infermiere di riferimento è il detentore delle informazioni riguardanti il paziente ed il responsabile della trasmissione totale o parziale di tali informazioni ai colleghi e agli altri componenti del team; Nel secondo elemento cardine Manthey descrive come avviene la costruzione ottimale del binomio paziente/infermiere. Il Case Method ha come obiettivo principale quello di migliorare la corrispondenza tra i bisogni manifesti o potenziali del paziente e le abilità degli operatori. I principali criteri da tenere in considerazione per l’assegnazione dei pazienti agli infermieri di riferimento sono: 1. i bisogni assistenziali rilevati attraverso la fase di assessment infermieristico all’ingresso; 2. le capacità/competenze e i punti di forza dei professionisti che compongono l’equipe assistenziale. L’assegnazione secondo il case method mette al centro del processo di assistenza il paziente e non l’organizzazione, in base ai bisogni del paziente stesso, l’organizzazione si adatta. Il modello del primary prevede sostanzialmente l’abbattimento della piramide comunicativa e i SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA filtri tra operatori/operatori ed operatori/paziente: chi a vario titolo interviene nel processo di cura di un determinato paziente comunica direttamente con gli altri professionisti responsabili delle cure. • Abbattendo i filtri della comunicazione le informazioni riguardanti le cure si approfondiscono e si accentrano sui bisogni del paziente. I professionisti, infermieri, medici, fisioterapisti, dietisti si incontrano fra loro e discutono direttamente del piano di cura del paziente. Il modello integra nella figura dell’infermiere di riferimento il ruolo di erogatore dell’assistenza e il ruolo di pianificatore delle cure. L’infermiere di riferimento pianifica le attività assistenziali nella documentazione determinando una linea di continuità nel percorso di cura. L’infermiere associato che sostituirà nella turnistica l’infermiere di riferimento dovrà continuare quanto pianificato dal primo, mantenendo la sorveglianza sulle problematiche aperte. IL PROGETTO AZIENDALE La sfida rappresentata dell’implementazione del nuovo modello assistenziale, prevede un passaggio culturale importante poiché va a modificare gli elementi negativi del modello funzionale fortemente strutturati, che hanno dato scarsa visibilità alla specificità professionale e all’offerta di un’assistenza infermieristica erogata in modo sistemico a tutti i pazienti. Oggi è indispensabile ripensare all’aspetto organizzativo aziendale in modo da coinvolgere il maggior numero di operatori dando loro autonomia e visibilità. Con questo scopo è stato effettuato un progetto formativo/organizzativo o meglio di formazione/azione costituito da fasi articolate nel biennio 2015-2016: 1a fase - costituzione del comitato scientifico di Progetto della Di- rezione Infermieristica e Tecnica Ospedaliera a sostegno dell’implementazione del modello Primary Nursing in tutte le sue fasi nonché definizione di un set minimo di degli indicatori di risultato e di outcomes,per rappresentare a tutti gli stakeholders la significatività del progetto in termini di efficacia assistenziale ed efficienza organizzativa ed infine redigere e diffondere il relativo manuale operativo aziendale; - formazione residenziale (svolta nel primo semestre 2015) “Ruoli e competenze delle professioni sanitarie nelle organizzazioni di intensità di cura e complessità dell’assistenza”, con costituzione di una rete aziendale di referenti, con funzione di gruppo a sostegno della verifica di fattibilità del modello e successiva funzione di facilitatori dell’implementazione. 2a fase - Azione di benchmarking con visita studio guidata all’Azienda Sanitaria di Biella effettuata il 20 e 21 maggio 2015. - “Lancio del progetto” con seminario di approfondimento rivolto a tutto il personale infermieristico e medico delle sedi individuate, svolto il 28 maggio 2015, e a cui hanno preso parte il Direttore Sanitario Dott. M. Marabani, il Direttore Dipartimento Assistenza Ospedaliera, Dott. S Nola e la Dott.ssa B. Caselli, Responsabile Direzione Infermieristica e Tecnica Aziendale. Il Dott. Pelati, Responsabile DIT Area Ospedaliera, ha definito gli obiettivi del progetto. 3a fase - Attivazione di gruppi di lavoro in capo al Comitato di Progetto relativi a: • Revisione documentazione (accertamento, pianificazione assistenziale, relazione di dimissione infermieristica); • analisi delle competenze (bi- SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA lancio di competenze e competenze attese per setting assistenziale); • progettazione della seconda fase di formazione sul Primary Nursing prevista per la fine del secondo semestre 2015 e per tutto l’anno 2016, che consiste: w primo livello di alfabetizzazione (possibilmente in FAD) – requisito minimo per accedere alla formazione di 2 livello; w formazione di formatori con la funzione di esperti e facilitatori del modello; w formazione dei coordinatori; w formazione di secondo livello rivolta al personale delle aree di sperimentazione; w formazione specifica relativa al ragionamento clinico sempre rivolta alle aree sperimentali); w sperimentazione; w analisi degli indicatori di sperimentazione (a sei mesi dall’avvio e ad un anno). ATTORI E RESPONSABILITÀ Il progetto ha visto coinvolti numerosi attori con responsabilità diverse quali: - Direzione Sanitaria Aziendale: per l’approvazione del progetto e per le indicazioni di carattere generale; - Direzione Infermieristica e Tecnica Aziendale titolare del progetto che quindi ha la responsabilità dello stesso partendo dall’individuazione del gruppo di progetto, dalla definizione anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 13 Il gruppo ferrarese con il personale dell’ASL di Biella nella visita studio del 20 e 21 maggio2015 del tempogramma, con funzione anche di sostegno e facilitazione nonché di verifica degli stati di avanzamento. In particolare, si è identificato un Referente aziendale di progetto, che rappresenta il collegamento aziendale delle attività previste dal progetto, il monitoraggio degli stati di avanzamento e l’interfaccia con i coordinatori assistenziali finalizzati all‘uniformità dell’implementazione. Infine, verifica i risultati in itinere e finali. - Il personale delle UO sedi di sperimentazione che sono gli attori primi di tutto il progetto; - Direzione Medica di Presidio per la facilitazione dello stesso attraverso il coinvolgimento dei dirigenti medici; Il nuovo ospedale di Biella - Articolazioni organizzative delle Direzioni Infermieristiche e Tecniche Ospedaliere per il supporto decisionale, il sostegno e la facilitazione a livello di singolo Presidio Ospedaliero; - Coordinatori assistenziali: referenza applicazione modello per il setting di riferimento. - Referente DIT di Presidio per il monitoraggio progressione del progetto all’interno del Presidio e proposta di nuovi stati di avanzamento; - Referente formazione: per l’analisi fabbisogni formativi specifici, la predisposizione del materiale didattico, l’accreditamento ECM degli eventi formativi, per l’animazione attività formative. 14 SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 2a fase: Attività di benchmarking e visita studio all’ASL di Biella Essendo il benchmarking un processo sistematico e continuo di confronto tra un’azienda e altre ritenute migliori,con lo scopo di comparare la propria efficienza in termini di qualità e best practice (Karlof e Ostblom2), si è optato per l’ASL di Biella in quanto nel panorama italiano rappresenta la realtà che ha applicato il modello in modo sistematico e continuo con un disegno strategico ben chiaro. L’ASL di Biella ha iniziato il progetto nel 2007 sperimentando il modello nell’area medica e successivamente in modo graduale lo ha applicato a tutte le Unità operative ospedaliere, e sta iniziando la sperimentazione nelle aree territoriali. L’incontro di due giornate ha visto coinvolti una parte degli infermieri, coordinatori e dirigenti del gruppo di progetto con lo scopo di verificare la fattibilità del progetto. Nel riquadro il comunicato dell’ufficio stampa dell’Asl di Bella con il quale si è data comunicazione alla città di questa iniziativa. COMUNICATO STAMPA (a cura dell’ufficio stampa dell’ASL di Biella) L’APPLICAZIONE DEL “PRIMARY NURSING” IN AUSL FERRARA: STUDIO SUL CAMPO - UNA DELEGAZIONE “FERRARESE” AL NUOVO OSPEDALE DELL’ASL BI Dodici professionisti, tra coordinatori ed infermieri dell’Azienda Unità Sanitaria Locale e del Collegio IPASVI di Ferrara, hanno potuto osservare l’esperienza biellese di assistenza infermieristica “Primary Nursing” basata sulla teoria dell’infermiere di riferimento Mercoledì 20 e giovedì 21 maggio scorso, una delegazione di 12 persone, tra coordinatori ed infermieri, dell’Azienda sanitaria di Ferrara ha fatto visita all’Ospedale degli Infermi di Biella per osservare sul campo l’applicazione del “Primary Nursing”. Si tratta di un modello di assistenza infermieristica che l’ASL BI ha introdotto in forma sperimentale nel 2006, grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella. All’epoca, l’Azienda Sanitaria Locale di Biella fu tra le prime in Italia ad approntare questo modello che prevede la presa in carico del paziente da parte di un singolo infermiere, il quale diventa, di fatto, operativamente responsabile del percorso assistenziale dell’ammalato 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per tutta la durata della degenza. La delegazione ferrarese, accolta da Antonella Croso, Responsabile della Direzione delle Professioni Sanitarie, e da Claudia Gatta, coordinatore infermieristico del Dipartimento di Medicina dell’ASL BI, ha potuto toccar con mano l’applicazione del “Primary Nursing” nei reparti dell’ospedale biellese e constatare quanto l’esperienza condotta sia, in tal senso, innovativa e, al tempo stesso, consolidata. Marika Colombi, responsabile assistenziale del Dipartimento Medico e Chirurgico della Direzione Infermieristica e Tecnica ospedaliera dell’AUSL di Ferrara, commenta: «Ciò che abbiamo visto al “Degli Infermi” ci ha reso consapevoli del fatto che il modello è applicabile ed estendibile a tutti i reparti ospedalieri. Inoltre, osservando l’esperienza sul campo ci siamo resi conti che, se sostenuto, questo percorso può elevare la professionalità dell’infermiere all’interno del presidio». La visita della delegazione fa seguito alla partecipazione dell’ASL BI a due convegni che si erano svolti rispettivamente nel marzo e nell’ottobre del 2014, proprio a Ferrara. Al termine della visita è stato posta ai partecipanti questa domanda “di questa esperienza che cosa ha colpito di più, quali i punti di forza e di debolezza”? Ecco le risposte di alcuni partecipanti: Alessandro infermiere Presidio di Cento: «mi è piaciuto vedere l’atto pratico di questo modello, la sua applicazione ed il confronto con chi lo ha attuato e si scontra tutti i giorni con i problemi che sorgono e mi porto a casa una leva su cui far forza con i colleghi restii al cambiamento e la leva è il richiamarli alla responsabilità, perché il modello mette in evidenza la responsabilità dell’infermiere verso il paziente e verso gli altri, non saprei dire cosa non mi 2. Bengt Karlöf, Svante Östblom: Benchmarking, Wiley 1993. è piaciuto… è molto diverso da quello che sto facendo adesso, il giro letti ecc, è una rottura con l’attuale modello utilizzato, occorre essere supportati nella forma adeguata». Gigliola Infermiera Presidio di Argenta: «mi porto a casa una risposta al mio modello ideale di professione infermieristica, affron- SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA tare il mio lavoro come è fatto oggi ha portato ad una abitudine, una routine operativa, l’obiettivo è farsi carico del paziente, ho visto che questo è possibile, e quindi posso incitare i miei colleghi al cambiamento perché siamo in un momento di cambiamento non solo organizzativo ma anche culturale e quindi di rispondere anche ai colleghi che si sono adagiati alla routine ed hanno perso lo stimolo a cambiare». Anna: Coordinatore Area Medica Presidio di Argenta: «ho affrontato questo percorso perché credo molto in questo nuovo modello, ho letto un libro, ma mi aspettavo qualcosa di più volevo vedere una realtà, mi porto a casa l’entusiasmo di questa equipe che è riuscita a realizzare questo progetto. Sono molto carica di fiducia e speranza che spero di portare anche agli altri colleghi, penso che possiamo farcela, il PN è uno strumento di lavoro che vede al centro la responsabilità, lavorare con responsabilità dà la possibilità di portare a casa qualcosa agli infermieri, che sono sottoposti a trasformazioni fatte dall’alto e che non sempre condividono, ciò che mi ha lasciato dubbi è la preparazione che prevede step importanti ad esempio l’appropriarsi dell’educazione terapeutica ora molto disattesa, ce la possiamo fare, perché abbiamo visto che qualcuno ce l’ha fatta…». Marika: Responsabile Infermieristica Dipartimento: «molto entusiasmo e la consapevolezza della fattibilità, la possibilità di portare a casa il progetto, mi porto molte informazioni operative, molti suggerimenti derivanti dagli errori fatti dai colleghi, da evitare aspetti negativi: abbiamo un assetto regionale e aziendale che potrebbero essere frenanti il progetto,ma ce la faremo». Daniela. Direzione Infermieristica e Tecnica di Cento: «è stata un’esperienza più che positiva perché ci ha dato la possibilità di verificare sul campo il metodo di ap- plicazione di questo modello, un modello di tipo professionale che garantisce la continuità e l’attenzione puntata sul paziente e alla continuità dell’assistenza e va ad elevare la professionalità dell’infermiere». Enrico: Direzione Infermieristica e Tecnica Presidio di Argenta: «esperienza più che positiva soprattutto per aver visto e sentito dagli operatori il percorso che loro hanno fatto negli anni dal 2007 ad oggi, vedere che i problemi che loro hanno riscontrato soprattutto nell’implementazione del modello PN erano proprio quelli che erano previsti nel manuale della Mantey, ad esempio la fiducia che loro dovevano conquistare come infermiere primary, l’assegnazione dei casi agli associati, ciò che mi ha colpito è vedere che tutta la parte documentale è stata fatta in funzione della realtà operativa in cui veniva svolta senza troppe parti legate a modelli teorici di riferimento,ma molto più legato ad aspetti funzionali, l’aspetto del PN che più si è evidenziato è il ruolo dell’infermiere nel prendere in carico il paziente dal momento in cui viene effettuato il primo accertamento e che poi viene accompagnato sempre con un occhio alla dimissione». Maria Rosa: Coordinatrice Lungodegenza Argenta: «mi ha colpito l’entusiasmo dei colleghi, della voglia di implementare il processo, la voglia di crescere, la possibilità di trasformare percorsi parcellizzati in qualcosa di veramente infermieristico». Giovanna: Coordinatrice Presidio del Delta: «esperienza fantastica, vedere applicato qualcosa letto solo sui libri è gratificante, l’aspetto più bello è l’entusiasmo delle persone ed anche il fatto che tanti strumenti ci stanno portando al PN, quindi le difficoltà che sembravano insormontabili all’inizio, ora lo sembrano molto meno, quello che mi è piaciuto meno è che abbiamo parlato solo con i coordinatori ed i formato- anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 15 ri, non abbiamo sentito la voce degli infermieri». Carolina: Direttore Corso di Laurea in Infermieristica: «interessante soprattutto per l’immagine professionale che l’infermiere primary presenta al paziente, per la trasparenza della pianificazione assistenziale ed anche perhè adeguato al tirocinio gli studenti che possono verificare sul campo che si può lavorare ”diversamente”; oggi l’infermiere ha bisogno di avere un’immagine professionale forte che gli permetta di esprimere le competenze, essere infermiere vuol dire saper pianificare e prendersi in carico il paziente e soprattutto nella fase di dimissione e nella comunicazione ed educazione terapeutica». Rossella Responsabile Infermieristica Dipartimento FT: «tante idee e lo stimolo ad iniziare a lavorare, le condizioni verificate sono positive,le due giornate ben organizzate e questo ha reso possibile fare quesiti e rispondere ai dubbi con i quali eravamo partiti e che avevano reso ”impossibile o quasi” l’idea di realizzazione di questo modello, i vincoli organizzativi della nostra azienda ci creeranno problemi, però ci sono le condizioni favorevoli per iniziare il progetto». Conclusioni A conclusione della visita di benchmarking a Biella è stato chiesto ai partecipanti di diventare componenti della network che si sta costruendo tra le aziende che adottano il PN allo scopo di supportare e supportarsi nel percorso, anche questa è un’opportunità da non lasciarsi sfuggire perché è nella rete di condivisione di pareri,esperienze, successi ed insuccessi che una comunità professionale cresce ed avanza, dando visibilità del proprio operato ai cittadini che sono la ragione di esistere dell’infermieristica. E come dice Florence Nightingale “l’infermieristica è una professione nobile, ma tocca a voi infermieri renderla nobile”. 16 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA HANDOVER BEDSIDE: Dalla ‘‘consegna’’ tradizionale al passaggio delle informazioni al letto del paziente: studio osservazionale presso la piattaforma chirurgica di Argenta Farinelli Sara, A cura di Laureanda in infermieristica, Università di Ferrara e Colombi Marika, Relatore Riassunto La cosiddetta consegna infermieristica rappresenta da sempre una modalità di comunicazione propria delle equipe infermieristiche. In qualsiasi setting assistenziale (ospedaliero, territoriale, domiciliare) in cui sia garantita una continuità assistenziale relativa ad un processo infermieristico, essa costituisce un momento imprescindibile di scambio delle informazioni tra colleghi sulle condizioni clinico-assistenziali dei pazienti in carico. Le consegne rappresentano il momento di scambio di tutte le informazioni utili a svolgere il turno successivo per garantire la continuità assistenziale, riducendo la possibile comparsa di eventi avversi. La sperimentazione del modello Handover Bedside che si è svolta presso la Piattaforma Chirurgica di Argenta si è avvalsa di un tutor metodologico esterno, esperto del tema e delle modalità di implementazione del modello. La fase pilota aveva lo scopo di orientare la consegna infermieristica verso modalità organizzative che garantissero qualità comunicativa e sicurezza delle informazioni e verificare le possibilità di estendere il progetto a tutte le piattaforme aziendali. Introduzione Il passaggio delle informazioni rappresenta un momento indispensabile nella comunicazione che caratterizza praticamente tutte le realtà sanitarie, è una costante della professione infermieristica ed ha delle motivazioni fondate nella continuità assistenziale. Le modalità di passaggio di informazioni al cambio turno lavorativo rappresentano un momento fondamentale per rispondere ai reali bisogni dei pazienti e per la loro presa in carico. Tradizionalmente il passaggio della Fig. 1 - Ospedale “Mazzolani-Vandini” di Argenta consegna si svolge nella guardiola infermieristica ed è messo in discussione, come emerge dalla letteratura, sia per la qualità delle informazioni trasmesse che per il tempo sottratto all’assistenza diretta. Essa consiste nel passaggio di informazioni aggiornate fra gli infermieri sulle condizioni di salute dei pazienti e ne trasferisce la responsabilità al turno successivo. Si svolge di solito in un ambiente isolato lontano dal paziente, non promuove la sua partecipazione attiva e crea le circostanze per una “catarsi” del personale(6). La consegna tradizionale La forma tradizionale della consegna ha la funzione di mantenere la continuità assistenziale (Holly 2009)(22), ma anche l’autorità e il controllo sul paziente, senza promuovere la sua partecipazione ed autonomia. La consegna è un elemento importante della giornata lavorativa di ogni infermiere, tuttavia spesso si tralasciano i bisogni del malato, il progetto assistenziale, l’efficacia degli interventi infermieristici e la pianificazione della dimissione. La consegna tradizionale a volte tende a dilungarsi inutilmente senza ragioni e con contenuti non essenziali ai fini dell’assistenza del paziente(32). Attraverso lo studio e la ricerca in letteratura per quanto riguarda la consegna tradizionale, si è rilevato che i fattori che influenzano uno scorretto passaggio di informazioni sono lo stress, il tempo, una comunicazione inefficace e la presenza di contenuti non pertinenti al passaggio delle informazioni. Meissner in un articolo del 2007(34), riferisce che più della metà degli infermieri in Italia è scontento del passaggio di informazioni al cambio del turno per le tante interruzioni e l’insufficienza/inadeguatezza delle notizie. Altri autori come Postal (2006)(37) e Leslie (2013)(30) riferiscono nei rispettivi articoli quanto le interruzioni e le distrazioni durante la consegna siano elementi che disturbano e possono causare errori nella comunicazione e nelle cure. Spooner in un articolo del 2014 ha pubblicato uno studio in cui spiega che una “efficace consegna clinica comporta la comunicazione di informazioni rilevanti per il paziente da un fornitore di assistenza ad un altro ed è fondamentale per garantire la sicurezza del paziente”. Kerr D. et al. in un articolo del 2011 parla della consegna infermieristica come rituale e dice che esaminarne le caratteristiche e le funzioni offre la possibilità di individuare le aree che necessitano di miglioramento e modifica per quanto riguarda la qualità dello stile attuale di consegna. Questo studio ha trovato che nella consegna tradizionale manca il coinvolgimento del paziente e le informazioni essenziali. In un’altra Fig. 2 - Consegna ricerca del 2013 tradizionale SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA Kerr D. et al.(31) propongono il passaggio di consegna infermieristica al letto del paziente come modello di pratica infermieristica incentrato su di esso. Nel 2014 Lu S. ripropone la precedente affermazione dell’articolo di Kerr D. aggiungendo che questo porta alla possibilità di ridurre gli eventi avversi e migliorare gli standard di cura(27), nonché la sicurezza del paziente stesso. La consegna al letto del paziente La consegna al letto del paziente può essere definita come la presenza degli infermieri al cambio del turno al letto del paziente, e consiste nello scambio di informazioni con la sua partecipazione attiva, garantendo una maggiore trasparenza e una migliore continuità assistenziale. Anziché scambiarsi le informazioni nel solito “luogo appartato” (sala infermieri), secondo molti autori il contesto migliore è il letto del paziente (bedside handover), perché viene promosso il suo coinvolgimento assicurando un’interazione diretta tra professionisti e utente per chiarire e concordare il piano di assistenza. Quest’ultima modalità previene la stereotipizzazione dei pazienti, scoraggia commenti e fa risparmiare tempo(9). In una ricerca di Benaglio et al. (2006)(6), la consegna al letto del paziente viene considerata una sfida, poiché abbandonare la consegna tradizionale rappresenta uno ‘’shock culturale’’. Questa modalità di consegna coinvolge i pazienti nella pianificazione dell’assistenza e facilita il contatto col personale infermieristico. Gli infermieri possono completare le informazioni che hanno sui pazienti con l’osservazione diretta, ma anche familiarizzando con pazienti e parenti riguardo i problemi e le decisioni da assumere. Le consegne al letto del paziente sono considerate più oggettive dagli autori che le hanno analizzate in letteratura poiché contengono meno commenti soggettivi e stereotipati sui pazienti e più dati sulle loro reali condizioni di salute. Il modello di ‘’bedside handover’’ è vissuto dagli infermieri come una modalità migliore di passaggio di informazioni rispetto al modello tradizionale, e i pazienti hanno una percezione positiva del loro ruolo nel passaggio delle consegne”. La centralità dell’uomo nel processo di cura, negli anni, ha visto la professione infermieristica ricercare nuovi modelli nelle modalità di passaggio di informazioni al cambio turno permettendo così all’infermiere di riavvicinarsi al letto del malato e di recuperare spazi significativi per la pianificazione assistenziale centrata sui bisogni della persona. Questo tipo di passaggio di informazioni al letto del paziente è quasi inesistente in Italia, anche se da diversi anni è studiato, presente in letteratura e praticato in diverse realtà. L’attività osservazionale La sperimentazione del modello “Handover Bedside” si è svolta presso la Piattaforma Chirurgica di Argenta, progetto pilota coordinato dalla Direzione Infermieristica e Tecnica Ospedaliera Ausl di Ferrara. Si è avvalsa di un tutor metodologico esterno, esperto del tema e delle modalità di implementazione del modello Handover Bedside. Lo scopo era quello di orientare la consegna infermieristica verso modalità organizzative che garantissero qualità comunicativa, sicurezza delle informazioni e al contempo si volevano anche verificare le “possibilità” di estendere il progetto a tutte le piattaforme aziendali. La sperimentazione si è basata sulla teoria del cambiamento di Lewin la quale è stata largamente usata nelle ricerche che trattano la consegna al letto del paziente. L’applicazione della teoria consiste nello scongelamento delle vecchie abitudini, nel cambiamento e nella trasformazione delle stesse in base alle conoscenze acquisite Fig. 3 - Format utilizzato da entrambi i settori della piattaforma chirurgica di Argenta. anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 17 per, infine, ricongelare nuove e più adeguate procedure operative sottolineando l’innovazione apportata. Con questa sperimentazione, si perseguivano diverse azioni di miglioramento: - la qualità del passaggio delle consegne nell’assistenza infermieristica (handover) in termini di sicurezza e coinvolgimento del malato, promuovendo la sua partecipazione; - si propone di ricercare, valutare e monitorare il processo del cambiamento; - ci si propone di migliorare la continuità assistenziale e la qualità delle cure; - si vuole giungere ad una personalizzazione delle cure; - si punta ad un maggior coinvolgimento dei pazienti; - aumento della qualità delle consegne con la delineazione anche di una checklist della consegna al letto. L’obiettivo è quello di effettuare una buona consegna con una comunicazione volta a rendere complice il paziente, anche attraverso la collaborazione con il coordinatore infermieristico. Il reparto pilota della sperimentazione è la piattaforma chirurgica dell’ospedale di Argenta e si è svolta nel periodo di Aprile-Maggio 2014. La piattaforma chirurgica è divisa in due settori: 1) Settore Ortopedia; 2) Settore Chirurgia. I due settori sono costituiti ognuno da 12 posti letto (12 nel settore blu e 12 nel settore rosso), con 11 stanze a due letti e 2 stanze con un solo letto. I pazienti ricoverati nel periodo dela sperimentazione sono stati 52 in ortopedia e 31 in chirurgia. Nella fase pilota è stata coinvolta l’intera equipe assistenziale infermieristica e OSS. I turni degli infermieri sono suddivisi in: - pomeriggio (2 infermieri turnisti, 18 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 1 OSS); - mattina (2 infermieri turnisti, 1 infermiere diurnista, 2 OSS); - notte (2 infermieri turnisti). L’infermiere diurnista con un turno dalle ore 7:00 alle ore 14:00 dal lunedì al venerdì con delle responsabilità e compiti che comprendono entrambi i settori. Durante l’orario della consegna, generalmente i parenti non sono presenti poiché l’orario di visita del pomeriggio é dalle 12:30 alle 13:30, per poi ricominciare alle 18:30 alle 20:30. L’orario della consegna del pomeriggio (in guardiola) era dalle ore 13:55 alle 14:10, anche se in realtà il tempo si prolungava. Gli OSS svolgevano una loro consegna a parte (dalle 13:25 alle 13:35). SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA Fig. 4 - Scheda di monitoraggio "Controllo della continuità della consegna al letto". La situazione Pre-Handover Nella Unità Operativa la consegna dei due settori è effettuata contemporaneamente nella guardiola infermieristica non essendo disponibile una stanza dedicata ad ognuno dei due gruppi. Ogni settore utilizza un “format”, ovvero uno strumento di sintesi contenente il data set minimo di informazioni che devono caratterizzare il momento del passaggio delle consegne, il quale viene aggiornato informaticamente ad ogni cambio turno ed è sempre consultabile a monitor oppure stampabile per entrambi i settori. La proposta attuativa Si è voluto intraprendere un percorso basato sul passaggio di consegna al letto del paziente, sperimentarlo e valutarlo. Oltre al paziente possono essere coinvolti anche eventuali familiari/caregiver, se presenti al letto del paziente. Il progetto di sperimentazione ha previsto l’utilizzo di un questionario denominato “before e after”, somministrato sia prima dell’avvio. Esso era costituito da domande chiuse volte ad indagare gli aspetti di sicurezza, completezza, continuità, chiarezza e coinvolgimento per quanto riguarda il passaggio di informazioni e la partecipazione del paziente. Durante gli incontri di preparazione alla fase pilota, il gruppo di sperimentazione ha deciso di mantenere il format per le consegne già in uso (in quanto già molto standardizzato) presso la piattaforma chirurgica; sono stati definiti i criteri di inclusione e di esclusione e sono state condivise le modalità comunicative al Fig. 5 - Estratto dei risultati complessivi della scheda di monitoraggio come in figura 3. fine di garantire la privacy. Nella fase sperimentale, per verificare la continuità delle consegne, successivamente all’introduzione della modalità Handover, è stato introdotto il “modulo di controllo della continuità della consegna” che doveva essere compilato per ogni settore quotidianamente, subito dopo il passaggio delle informazioni al letto del paziente, del turno della mattina verso quello del pomeriggio. La consegna al letto si esegue contemporaneamente per i due settori della piattaforma chirurgica: i due infermieri settoristi (quello che finisce il turno e quello che lo inizia) si recano al letto del paziente stanza per stanza. L’infermiere con funzione di attività diurna (presente dal lunedì al venerdì) e che non partecipa attivamente al passaggio di consegne, ha la responsabilità di garantire la possibilità di effettuare il passaggio di consegne con la modalità Handover, intercettando tutte le possibili interferenze e interruzioni (è responsabile dei ricoveri urgenti, telefonate, campanelli, ecc.). Se non ci sono interferenze partecipa alla consegna in un settore a scelta. Anche l’OSS rimane principalmente a disposizione degli utenti in modo tale che le consegne non vengano mai interrotte. Al momento del ricovero viene richiesto il consenso e vengono informati i pazienti (e/o eventualmente i caregiver) della sperimentazione in atto. I pazienti con integrità cognitiva e/o il caregiver/familiare sono sempre coinvolti nel processo di cura. Sintesi dei dati La scheda di “controllo della continuità della consegna” ha permesso di raccogliere informazioni sulla validità dello strumento handover. Si è potuto in particolare verificare come le consegne al letto migliorino la sicurezza, aumentino la trasparenza e permettano di identificare le priorità SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA assistenziali. Quelli in figura rappresentano solo una parte dei dati complessivi analizzati con la scheda di controllo della continuità, ma ciò che si è notato è che sono stati coinvolti numerosi pazienti e talvolta anche qualche parente (anche se in numero variabile) dall’inizio alla fine della sperimentazione e come si può vedere nel commento del 9 Aprile la consegna al letto ha permesso di identificare una notizia importante altrimenti sfuggita. Sono stati poi analizzati i risultati dei questionari “before” e “after” che esaminavano aspetti fondamentali dell’assistenza precedentemente descritti, prima e dopo l’handover bedside. Ciò che ne è emerso, per i relativi punti, è che: - la sicurezza è aumentata in termini di priorità assistenziali e percezione del paziente; - il quadro clinico è più completo; - il grado di continuità assistenziale è aumentato. - l’infermiere di riferimento è meglio riconosciuto dal paziente; - il paziente è più coinvolto. Le uniche iniziali difficoltà emerse riguardavano principalmente l’utilizzo di termini meno tecnici e più semplici da parte del personale, per farli comprendere meglio al paziente e ai familiari. Difficoltà che si risolse all’avanzare dell’implementazione del nuovo modello di consegna. Le percezioni... GLI OPERATORI: All’inizio della fase di cambiamento dalla consegna tradizionale a quella al letto del paziente, ciò che si avvertiva era l’ansia data dal fatto di doversi “esporre” dinanzi al paziente, presentarsi e interagire con lui (e gli eventuali caregiver) con i colleghi presenti. Durante il percorso di sperimentazione, via via che si prendeva “pratica” con il modello, l’ansia si è molto attenuata lasciando spazio al coinvolgimento e ad una comunicazione Bibliografia 1. 2. 3. 4. Benaglio Carla, Piffer Lucio, Sperotto Sara, Matteo Vezzoli, Silvia Albanese, Erica Piva. Modelli innovativi di continuita dell’assistenza: dalle consegne alla consegna al letto del malato. Assistenza infermieristica e ricerca. 2006 25-2: 105-108. Holly C., A systematic review of nursing inter-shift reports in adult acute care settings, vol.7-2009. McMurray A, Chaboyer W, Wallis M, Fetherston C. Implementing bedside handover: strategies for change management. Journal Clinical Nursing. 2010 Sep;19(17-18): 25809. Meissner A., Nurses’ perceptions of shift handovers in Europe – Results from the Eu- 5. 6. 7. 8. efficace con l’utente. Sono stati raccolti direttamente dagli operatori molti messaggi positivi, come: - “abbiamo una valutazione immediata delle condizioni del paziente”; - “abbiamo meno interruzioni, nessuno che entra ed esce ma siamo solo noi ed il paziente”; - “pensavamo di impiegare molto più tempo, in realtà non è aumentato”; - “si recuperano alcune informazioni legate al fatto di vedere in faccia i pazienti”; - “i pazienti apprezzano molto e sono soddisfatti perché si sentono maggiormente presi in carico”; - “ma noi finita la sperimentazione siamo obbligati a tornare alla vecchia modalità o possiamo mantenere questa?”. PAZIENTI E CAREGIVER: Tutti i pazienti e i caregiver hanno gradito questa nuova metodologia del passaggio di consegne, si percepisce la loro soddisfazione di essere coinvolti e d’attenzione nei loro confronti. Prima della sperimentazione, la consegna tradizionale in un ambiente chiuso e confinato non permetteva il coinvolgimento né dei pazienti né dei familiari. Durante la sperimentazione non si è mai verificato che paziente o famigliari non acconsentissero a partecipare alla sperimentazione. Non sono stati riferiti problemi di imbarazzo e problematiche relative al non rispetto della privacy. Concludendo... L’handover bedside ha portato molti aspetti positivi e di miglioramento riguardanti l’assistenza in ambito chirurgico, permettendo un rapido colpo d’occhio nell’immediato e successivo postoperatorio Il coinvolgimento e la partecipazione attiva dei pazienti, come riportato del modulo di controllo della continuità della consegna, possono far au- ropean Nurses’ Early Exit Study, Journal of Advanced Nursing, 2007. Postal N., La consegna infermieristica e come viene trasmesso il dolore all’interno dell’equipe: due ricerche qualitative in contesti chirurgici, IPASVI TN, Novembre-Dicembre 2006. Leslie L, Linda A., Hoffman R., Holly L., Utilizing Bedside shift report to improve the effectiveness of shift handoff, JONA vol.43, 2013. Lu S, Kerr D, McKinlay L. Bedside nursing handover: patients’ opinions. Int Journal Nursing Practice. 2014 Oct;20(5): 451-9. Kerr D , Lu S, McKinlay L. Bedside handover enhances completion of nursing care and documentation. Journal Nursing Care Quality. 2013 Jul- Sep;28(3): 217-25. 9. anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 19 mentare la sicurezza e la qualità assistenziale. Prima di questa sperimentazione, la modalità abituale nei cambi turni infermieristici prevedeva la consegna in guardiola, a volte frettolosa o carente di informazioni essenziali riguardanti il paziente. Nella piattaforma chirurgica di Argenta sede della sperimentazione pilota, la logistica strutturale e in particolar modo della guardiola non garantiva un ambiente a favore di una comunicazione efficace. L’Handover ha permesso di superare anche le problematiche relative alla logistica. I dati presenti in letteratura sono stati ampiamente confermati dai risultati di quanto è stato sperimentato e valutato attraverso la scheda di controllo della continuità e i questionari, sia per quanto riguarda le risposte positive degli operatori ed il loro entusiasmo, sia per quanto riguarda alcuni commenti dei pazienti e dei loro familiari, che dall’avvento dell’introduzione della metodologia dell’handover hanno percepito una maggior presa in cario da parte dall’equipe infermieristica. USCIAMO DALLA GUARDIOLA! L’apertura al cambiamento ed all’innovazione degli operatori sanitari è la premessa fondamentale per una crescita professionale diffusa. L’handover bedside dovrebbe risultare uno stimolo per tutte le altre realtà italiane come lo è stato per l’azienda USL di Ferrara, in modo da diffondere il messaggio che porta con se, cioè della centralità del paziente nel processo di cura e del suo essere il valore aggiunto dell’agire infermieristico. Inoltre, ritengo sia importante e utile diffondere anche nelle Università la metodologia di consegna, al fine di stimolare non solo gli infermieri ma anche gli studenti, futuri infermieri, all’applicazione dell’ascolto attivo e della comunicazione efficace in un posto non così difficile da raggiungere: Il letto del malato. Burns-Stewart S. Bedside report: a critical issue. Critical Care Nurse 1981;1:6-7. 10. Bisogni L, Bellinceri S, Quattrocchi S. Il passaggio della consegna tradizionale alla consegna al letto del malato. Implementazione del modello di “bedside handover” in due Aziende Sanitarie, una in Piemonte e una in Lombardia, IPASVI Alessandria, Periodico di informazione della professione infermieristica, dicembre 2007 N.3-4, anno IV, pag.69. 11. Diamante Iavarone, “Il passaggio della consegna infermieristica, ne abbiamo davvero bisogno? Alla ricerca di opportunita di miglioramento”, IPASVI Rivista “L’Infermiere” N.4-2014. 12. Giampiera Bulfone, Marinello Sumathy, Simonetta Grubissa, Alvisa Palese. Trasferire efficacemente informazioni e responsabilita attraverso le consegne: revisione della letteratura. Assistenza Infermieristica e Ricerca, 2012, 31: 91-101. 13. Poletti P., Handover: il passaggio delle consegne chiave della sicurezza, Centro di ricerca e Formazione, Padova, 2012 (pag. 2432). 14. Wildner, J., Ferri, P. Patient participation in change-of-shift procedures: The implementation of the bedside handover for the improvement of nursing quality in an Italian hospice. Journal of Hospice and Palliative Nursing. 2012;14:216– 224. 15. Andrea Fabbo, La continuita assistenziale, Dipartimento di cure Primarie (Distretto di Mirandola), 55° Congresso Nazionale SIGG, Firenze, 30 Novembre 2010. 20 SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 “Il Coordinatore Infermieristico come garante del percorso perioperatorio per la disabilità” A cura di Silvia Polastri, infermiera addetta alla strumentazione, Blocco Operatorio Polispecialistico, AOU Ferrara INTRODUZIONE L’assistenza alle persone con disabilità si fonda sull’integrazione tra i servizi sanitari, socio-sanitari, sociali, e sul coinvolgimento delle famiglie, del volontariato, delle associazioni. È un sistema di assistenza a rete che ha l’obiettivo di favorire l’autonomia personale e l’integrazione scolastica, sociale e lavorativa. Quando il disabile si rivolge ad una struttura ospedaliera perché presenta bisogni che in quella sede avranno una risposta, si rende necessario identificare una persona che si faccia garante del percorso ad hoc, ideato appunto per i pazienti diversamente abili. Identifico questa persona nel Coordinatore Infermieristico, e lo definisco “garante del percorso”. Lavoro all’Azienda Ospedaliero Universitaria S. Anna di Cona Ferrara, come infermiera addetta alla strumentazione presso il Blocco Operatorio Polispecialistico; spesso accogliamo pazienti disabili che necessitano di intervento chirurgico e, non essendo adottato in Azienda un percorso ad hoc per questa tipologia di pazienti, ogni professionista mette in atto i meccanismi e comportamenti che ritiene più idonei nella gestione dell’utente e dei familiari. MATERIALI E METODI Il contesto di riferimento è la Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Anna di Cona-Ferrara; è stato rilevato, attraverso la consultazione delle liste operatorie, il nume- ro di pazienti disabili che nel periodo 01/11/2013-31/10/2014 sono stati sottoposti ad intervento chirurgico in chirurgia polispecialistica. Inoltre è stata effettuata una indagine allo scopo di evidenziare eventuali elementi di difficoltà percepiti e/o rilevati nella assistenza a pazienti diversamente abili; percezione individuale, quindi soggettiva, dei professionisti che nell’ambito lavorativo si trovano a gestire pazienti portatori di disabilità, all’interno del percorso perioperatorio.La popolazione selezionata include quindi gli “attori” coinvolti nella gestione del paziente disabile inserito nel percorso di gestione perioperatoria; nello specifico: s presidenti di Associazioni di volontariato; s infermieri e coordinatori infermieristici in servizio presso CUNICO, sala operatoria polispecialistica, degenza chirurgie specialistiche; s dirigenti medici di anestesia, audiologia, chirurgia craniomaxillo-facciale, odontostomatologia; Lo strumento utilizzato è un questionario contenente tre domande a risposta aperta, che indagano rispettivamente: s la sensibilità (Pensa che nella AOU di Cona-Ferrara sia utile un percorso dedicato per la presa in carico dei pazienti disabili?); s la esperienza (Ha incontrato difficoltà nella gestione ed assistenza di pazienti disabili? Se si, quali?); s il futuro/ proposte (Cosa chiederebbe all’Azienda per miglio- rare la gestione dei pazienti disabili? Quali suggerimenti darebbe?). Il questionario è stato consegnato personalmente agli interessati, e ritirato in un successivo momento. Sono poi state analizzate le risposte fornite. RISULTATI Nel periodo preso in esame (01/11/2013-31/10/2014) i pazienti disabili che sono stati sottoposti ad intervento chirurgico presso il Blocco Operatorio Polispecialistico, per le specialità di Audiologia, Chirurgia CranioMaxillo-Facciale ed Odontostomatologia sono stati complessivamente 129, 56 femmine (51.2%) e 63 maschi (48.8%); il 69% dei pazienti ha età maggiore agli 18 anni. Le problematiche dei pazienti sottoposti ad intervento chirurgico possono essere così riassunte: • Audiologia: pazienti ipoacusici o non udenti; • CCMF: pazienti portatori di malformazioni craniche, patologie genetiche e/o ereditarie, ritardo mentale; spesso sindromici; • Odontostomatologia: pazienti portatori di handicap sia fisico sia psichico e/o non collaboranti. Dalla analisi delle risposte date ai questionari, emergono criticità vissute sia dagli utenti sia dagli operatori, criticità legate sia agli ambienti sia all’organizzazione del lavoro, diverse a seconda del ruolo che si ricopre. SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 SPECIALITÀ TOTALE PAZIENTI femmine < 18 aa femmine >18 aa maschi < 18 aa maschi >18 aa AUDIOLOGIA 34 7 12 1 14 CCMF 58 13 16 11 18 ODONTOSTOMATOLOGIA 37 3 15 5 14 • Le associazioni di volontariato parlano di mancanza di una “cultura della disabilità” da parte del sistema organizzativo, con conseguente non considerazione del disabile come tale, in riferimento anche alla mancanza di un percorso dedicato. Il disabile può presentare un problema cognitivo, più o meno importante, il che porta ad una difficile gestione del tempo: “non hanno il senso del tempo e dell’attesa, si agitano, non sanno aspettare… conseguentemente, l’attesa diventa difficoltosa ed impegnativa anche per chi accompagna il disabile; i familiari devono chiedere favori personali per potere avere la precedenza, spiegando le difficoltà di fronte allo stesso disabile che si sente umiliato e ancora una volta diverso”. Propongono quindi un protocollo per la disabilità ed una organizzazione che preveda e garantisca visite programmate in giornate stabilite e dedicate, con appuntamenti ad orari precisi; accesso alla diagnostica e alla sala operatoria in fasce orarie dedicate, con accesso diretto, senza attesa; equipè dedicata con professionista competente di riferimento, nel momento in cui si accede al servizio; miglioramento “istituzionale”, non solo come atto di volontà del singolo, ma progetto strutturato e percorso dedicato. • I professionisti sanitari rilevano la sensazione di solitudine nella gestione dei pazienti disabili e la percezione di poca attenzione da parte dell’organizzazione, sia riguardo le problematiche sia la gestione; emerge l’esigenza di un percorso dedicato, che tenga conto della “diversità” di questi pazienti. Si auspica quindi, per il futuro, la realizzazione di un ambiente definito “protetto”, situazione creata ad hoc per dare risposta alla tipologia dei bisogni dell’utente; ambiente che possa tutelare il disabile, proteggendolo dall’ indifferenza, dalla curiosità, dalla superficialità alle quali spesso è soggetto, garantendo un percorso che tenga conto delle diverse esigenze (dettate dalla criticità) che queste persone hanno. L’ esigenza degli operatori è di un processo perioperatorio, che si faccia carico dell’utente dal momento delle indagini diagnosticoterapeutiche, fino alla dimissione dalla struttura ospedaliera, passando per l’atto chirurgico; la stessa attenzione che va data ai pazienti deve essere riservata anche ai familiari o alle persone di riferimento per il disabile. Il personale che si prende cura di queste “situazioni” deve essere adeguatamente formato, affinchè possa mettere in atto una vera relazione d’aiuto con il disabile e con i familiari. Gli operatori sentono altresì l’esigenza del coinvolgimento di un professionista che si occupi dell’aspetto sociale di queste situazioni, e lo identificano come facente capo all’area comunicazione della Azienda. 21 I professionisti che lavorano in sala operatoria sentono l’esigenza di locali, dedicati per la sosta pre e post operatoria del paziente e del familiare che lo accompagna, spazi fisici nei quali il disabile possa essere adeguatamente preparato all’intervento chirurgico in tranquillità e nel pieno rispetto della privacy e della diversità; al contempo, in questi locali la tranquillità sarebbe anche degli operatori, che potrebbero gestire ed assistere il paziente con maggiore dedizione e meno frenesia. CONCLUSIONI E PROPOSTE Con l’obiettivo di garantire ai cittadini prestazioni sanitarie che siano efficaci, appropriate, sicure, accettabili, efficienti, continuative ed accessibili (in quanto disponibili in senso qualitativo e quantitativo ed erogate in luoghi che rispettino i diversi gradi di capacità delle persone), rispettando i principi di equità, imparzialità, partecipazione e trasparenza, partendo dalla Mission Aziendale, propongo la realizzazione di un percorso agevolato per gli utenti diversamente abili che necessitano di terapia chirurgica e quindi dell’obbligato passaggio in Camera Operatoria. Tale percorso vuole garantire continuità assistenziale, accoglienza ospitale, equità e personalizzazione delle cure nei confronti di persone già tanto vulnerabili; è pensato tenendo presente le diverse esperienze maturate 22 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 dai professionisti e le competenze acquisite nel corso degli anni presso le sale operatorie della chirurgia polispecialistica. Il progetto proposto “Diversamente Amica per la Sala Operatoria” parte dall’obiettivo di “far nascere un servizio pubblico partendo dal bisogno di una parte di cittadini” e propone un percorso assistenziale perioperatorio che garantisca equità nel rispetto della disabilità. Le caratteristiche di questo progetto sono: • percorsi personalizzati (ogni paziente presenta una realtà ed un vissuto diverso); presenza di un familiare o di persona comunque conosciuta dal paziente, es. membro delle associazioni di volontariato (il non noto incute timore in ogni persona, molto di più in disabili che abbiano difficoltà nelle relazioni interpersonali; l’avere vicino una persona di riferimento favorisce la tranquillità del paziente e dà sicurezza sia al disabile che ai professionisti); professionisti dedicati (coordinatore CUNICO responsabile del gruppo, leader e “capitano del vascello”; progetto di formazione, accreditato ECM per tutti i professionisti, dedicato alla gestione del paziente disabile, tenuto da professionisti che abbiano già sviluppato competenze specifiche in materia); • alleanze assistenziali con familiari e associazioni di volontariato: importante tessere reti di collaborazione fra i professionisti e gli utenti, così da stimolare sinergie; • spazio dedicato, ambiente ad impatto positivo per utente e familiare: coordinatore responsabile di creare tali spazi, sfruttando gli ambienti già esistenti ed ottimizzandone l’utilizzo; • strumento di integrazione organizzativa per i professionisti (esperienze pregresse); • sensibilizzazione al valore della differenza e diversità: aggiorna- SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA mento della pagina internet dell’Azienda Ospedaliera; creazione di un opuscolo informativo da distribuire agli utenti, reperibile presso il Punto di Accoglienza dell’Azienda; stipula di contratti fra URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico) e associazioni di volontariato accreditate; • all’interno della Sala Operatoria: spazio dedicato, comfort, team dedicato, percorso dedicato e monitorato. Il tema dell’accessibilità e fruibilità dei percorsi sanitari per le persone con disabilità riveste notevole importanza, in quanto permette un adeguato rapporto tra il sistema delle cure e la possibilità di usufruirne da parte dei cittadini. Tal percorsi devono essere costantemente monitorati al fine di permettere una coerente applicazione degli accordi sottoscritti, e un’eventuale modifica degli stessi, ove necessario. È auspicabile anche la attivazione di un percorso dedicato relativamente alla “prestazione di pronto soccorso”, che tuteli il disabile anche in una situazione di urgenza/emergenza: all’arrivo in Pronto Soccorso alla persona con disabilità in condizioni non critiche, indipendentemente dal tipo di patologia manifestata, verrà assegnato il “codice colore giallo” al fine di assicurare tempestività nel percorso diagnostico/terapeutico, tempi di attesa ridotti, osservazione continua e idonea protezione; se invece le condizioni presentate sono critiche, verrà assegnato un “codice colore rosso”. Gli attori coinvolti nella realizzazione di questo progetto sono vari e differenti fra loro, ognuno con ruolo specifico e responsabilità che ne deriva: Direzione Generale, Direzione Medica, Direzione delle Professioni, Posizione Organizzativa Piastra Operatoria; coordinatori CUNICO, Blocchi Operatori, U.O. di degenza; rappresentanza di medici, infermieri, OSS di Sala Operatoria; U.O. Comunica- zione e Accoglienza; CCM; Board Equità Aziendale. Nella proposta di questo percorso ho ritenuto fondamentali alcuni aspetti legati sia al paziente sia agli operatori, visti come “compensazione” per un ulteriore sforzo organizzativo da compiere: soddisfazione dell’utente disabile e dei familiari per la assistenza ricevuta, per una positiva “presa in carico”, per un processo che ha dato risposte di qualità a reali bisogni espressi; questa soddisfazione si manifesta poi con le note di merito e le segnalazioni positive che vengono inoltrate all’URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico) e che danno una grande gratificazione ai professionisti certezza di garantire un processo assistenziale di sicurezza sia fisica, sia ambientale, sia psicologica, quindi sicurezza sia per l’utente che per gli operatori; dalla sicurezza nasce poi la qualità, di conseguenza processo sicuro e qualitativamente buono verifica per un continuo miglioramento: non ci si deve mai fermare al raggiungimento di un risultato positivo, anzi questo traguardo deve essere visto come nuovo punto di partenza. Vanno sempre valutati gli ambiti di miglioramento mantenendo però alta la attenzione al cambiamento, che in questo momento è inevitabile ed inarrestabile; cambiamento che riguarda la tipologia di bisogni espressi (e non) dagli utenti, quindi la tipologia delle risposte da garantire, e che richiede adeguamento continuo. “Solo quando ogni mattoncino sarà stato collocato al posto giusto, potremo dire che il nostro obiettivo è raggiunto; ma anche quando il progetto sarà stato approvato e partirà, mai dovrà venire meno il nostro coraggio di guardare oltre l’orizzonte… “. SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 23 Il protocollo ERAS a Ferrara A cura di Elisabete Maria Dos Santos Valgode, CPSI Clinica Chirurgica Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara Carlo Feo, Professore associato in Chirurgia Generale Università di Ferrara - UO Clinica Chirurgica, Azienda Ospedaliero Universitaria di Ferrara Stefano Camerani, Dirigente Medico U.O. Anestesia e Rianimazione Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara Il concetto di approccio multimodale al paziente chirurgico è stato introdotto verso l’inizio degli anni ’90 dal Professor Henrik Kehlet, a Copenhagen. Consapevole dell’importanza della gestione perioperatoria come momento chiave per migliorare i risultati della chirurgia, Kehlet cominciò a interrogarsi sulla validità dei dogmi della tradizione. Egli concentrò la sua attenzione sull’analisi dei fattori di rischio perioperatori, sulla risposta metabolica alla chirurgia, sulla fisiopatologia della genesi del dolore post-operatorio e notò come le procedure perioperatorie tradizionali non fossero adeguate a prevenire e ottimizzare tutti questi aspetti. Kehlet sottolineò come, nonostante i recenti progressi in ambito anestesiologico e chirurgico, la chirurgia maggiore fosse ancora gravata da complicanze cardiache, polmonari, ematologiche ed infettive. Il chirurgo danese identificò come principale responsabile di questo andamento l’approccio unimodale della gestione tradizionale, non basata su evidenze scientifiche. Per ottenere un concreto miglioramento del decorso post-operatorio era necessario focalizzarsi sulla patogenesi delle comuni complicanze, la cui maggiore incidenza si riscontra nelle prime giornate post-operatorie. Kehlet propose così nel 1997 un innovativo programma di gestione perioperatoria (dal periodo pre-operatorio alla terzaquarta giornata post-operatoria) del paziente candidato a chirurgia colorettale che chiamò “Multimodal rehabilitation programme”. Una collaborazione multidisciplinare tra anestesista, chirurgo ed infermiere professionale dedicato era dunque fondamentale per il successo di questo nuovo approccio multimodale. Nel 1999, Kehlet e Mogensen pubblicarono i primi risultati ottenuti dall’applicazione di questo programma: un’ospedalizzazione mediana di soli due giorni dopo un intervento di resezione colica. Trascorsero pochi anni dalla diffusione di questo innovativo approccio multimodale in altre realtà chirurgiche e risultati simili vennero pubblicati negli Stati Uniti. Nel 2001 Fearon and Ljungqvist fondarono l’Enhanced Recovery After Surgery Study Group (ERAS Group), una collaborazione tra università e dipartimenti specializzati di chirurgia di cinque Paesi del Nord Europa (Scozia, Svezia, Danimarca, Norvegia e Paesi Bassi). L’obiettivo era quello di sviluppare e uniformare il protocollo introdotto da Kehlet e collaboratori, in modo tale da rendere il più omogeneo possibile il programma. Il gruppo impiegò circa un anno per analizzare la letteratura e aggiornare il protocollo precedentemente usato da Kehlet. Durante l’analisi dei protocolli perioperatori in uso nelle diverse divisioni chirurgiche, risultò evidente che venivano utilizzate procedure differenti e che ciascun reparto di chirurgia applicava al massimo il 30-40% di quanto veniva definito in letteratura come best practice. In considerazione dell’importante differenza tra il protocollo “ottimale” in base alle indicazioni della letteratura più recente e i vari protocolli in uso a seconda della tradizione locale, il Gruppo decise di raccogliere evidenze dai più autorevoli studi clinici controllati randomizzati, revisioni sistematiche e metanalisi per supportare ogni singola procedura adottata. Un elemento fondamentale nello sviluppo del protocollo fu la compilazione di un database estremamente dettagliato contenente tutti i dati demografici dei pazienti e le specifiche delle procedure. Il continuo sviluppo di 24 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 nuove tecniche e la condivisione delle differenti realtà dei vari gruppi riguardo alle fasi di implementazione del protocollo ricoprì inoltre un ruolo fondamentale nell’analisi della transizione tra pratiche tradizionali e il nuovo approccio standardizzato. Tutto questo permise di uniformare le pratiche fino a ottenere dati statisticamente coerenti ed attendibili, che resero possibile la codifica di raccomandazioni da parte del comitato dell’Evidence Based Medicine, che avvenne nel 2005 per le resezioni coliche e nel 2009 per la chirurgia rettale. Visto l’interesse crescente a livello internazionale, il Gruppo ha deciso di intraprendere l’organizzazione di sessioni di formazione internazionali alle quali ha anche partecipato il gruppo di Ferrara. La diffusione della best practice servirà anche per aiutare a formare reti di ricerca clinica che possono ulteriormente migliorare la cura dei numerosi pazienti che ogni anno vengono sottoposti a chirurgia colorettale. In sintesi: I protocolli di cure peri-operatorie ERAS (Enhanced Recovery After Surgery) sono piani multidisciplinari e interprofessionali di cura che offrono al paziente una ripresa funzionale precoce dopo interventi di chirurgia maggiore. I protocolli ERAS rappresentano un cambiamento del paradigma di cura peri-operatoria sotto due aspetti. In primo luogo, mettono in discussione le pratiche tradizionali e le sostituiscono con altre fondate su solide evidenze scientifiche. In secondo luogo, pianificano con attenzione tutte le fasi di cura del paziente, dall’arruolamento fino alla dimissione post-operatoria, coinvolgendo diverse figure professionali (chirurghi, anestesisti, infermieri e nutrizionisti). L’infermiere è dotato di strumenti per l’assistenza che gli permettono di gestire in autonomia vari aspetti SPERIMENTAZIONI ORGANIZZATIVE AZIENDE SANITARIE FERRARA della ripresa funzionale del paziente, con eventuale supporto del medico in caso di deviazione dal normale decorso post-operatorio. ERAS A FERRARA Nel 2012, è stato costituito presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara un gruppo multidisciplinare (chirurghi, anestesisti e infermieri), con l’intento d’implementare i protocolli ERAS in chirurgia colo-rettale. Dalle linee guida ERAS sono stati stesi protocolli anestesiologici, chirurgici ed infermieristici tenendo conto della realtà ferrarese. Questi protocolli sono stati condivisi con tutto il personale della U.U.O.O. Nel gennaio 2013, è iniziato l’arruolamento dei pazienti nell’ambito di un progetto di ricerca finanziato dal Ministero della Salute e, nell’ottobre dello stesso anno, il gruppo multidisciplinare si è recato all’Università di McGill (Montreal, Canada) per condividere e discutere i dati preliminari dello studio in corso. Questa esperienza ha reso il gruppo molto unito e decisamente motivato nel perseguire gli obbiettivi prefissati. L’implementazione del progetto ha comportato una profonda rivisitazione dei protocolli di assistenza in uso e, conseguentemente, il gruppo multidisciplinare ha istituito corsi di aggiornamento per il personale sia medico sia infermieristico. Si è resa necessaria, inoltre, la redazione di strumenti specifici per l’assistenza, quali: schema assistenziale di cure postoperatorie; piano assitenziale dedicato per la raccolta dati; diario di bordo per il paziente. Gli obiettivi raggiunti sono: • pazienti meglio istruiti sul percorso peri-operatorio che seguiranno; • recupero funzionale molto più precoce del paziente operato; • minor tempo dedicato da parte dell’infermiere all’assistenza di base con conseguente aumento di quello disponibile per l’educazione sanitaria; • dimezzamento della durata della degenza ospedaliera; • maggior soddisfazione sia del paziente sia degli operatori sanitari, • minori costi intra-ospedalieri. Punto di vista Infermieristico: In questo percorso l’infermiere ha sperimentato un profondo cambiamento poiché gestisce in modo autonomo, in relazione e condivisione con chirurgo e anestesista, il decorso del paziente. La soddisfazione maturata dal personale infermieristico con questa esperienza si è tradotta in un’apertura verso il cambiamento e una maggiore attenzione alle pratiche basate sulle evidenze rispetto al passato. In Clinica Chirurgica, dal Febbraio 2015, il protocollo ERAS dedicato è stato esteso anche ai pazienti affetti da tumore del retto sottoposti a escissione totale del mesoretto (TME) con ileostomia di protezione. In tale ambito, si è cercato di redigere un protocollo condiviso che offrisse lo stesso livello di qualità nell’assistenza di quello applicato per gli interventi di resezione colica. Far valere la nostra professionalità e capacità di perseguire obiettivi non è sempre facile, ma i risultati positivi raccolti fino a questo momento ci supportano. L’equipe infermieristica è consapevole di possedere le capacità di valutazione specifiche del proprio profilo, sicura nell’affrontare nuove sfide per il futuro che siano basate sulla condivisione e lavoro di squadra assieme al personale medico. Il gruppo di lavoro ERAS a Ferrara continuerà a lavorare sulla formazione del personale perseguendo il benessere del paziente. EVIDENCE BASED PRACTICE anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 25 Less is more: un approccio di sistema contro la medicina difensiva A cura di Antonino Cartabellotta, Lo studio pilota condotto da Agenas in quattro regioni (Lombardia, Marche, Sicilia, Umbria) ha restituito un quadro realistico delle percezioni dei medici italiani sulla medicina difensiva. Oltre la metà (58%) di quasi 1.500 medici ospedalieri intervistati dichiara di praticare la medicina difensiva, un fenomeno che pressoché tutti (93%) percepiscono in aumento. Tra le principali cause i medici intervistati indicano la legislazione sfavorevole (31%), il timore di essere citati in giudizio (28%) e le eccessive richieste, pressioni e aspettative di pazienti e familiari (14%). Gli stessi medici, consapevoli di esagerare, suggeriscono due strategie per contrastare la medicina difensiva: una maggiore aderenza alle evidenze scientifiche (49%) e la revisione delle norme che disciplinano la responsabilità professionale (47%). Considerato che la medicina difensiva genera un sovrautilizzo di servizi e prestazioni sanitarie (farmaci, test di laboratorio, indagini strumentali, visite specialistiche, ricoveri), Agenas ha stimato un impatto economico per la sanità pubblica di 910 miliardi di euro all’anno, in linea con le valutazioni della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari nella relazione di fine legislatura del gennaio 2013 [1]. Negli ultimi anni, caratterizzati da una crisi di sostenibilità della sanità pubblica e dalla vertiginosa crescita del contenzioso medicolegale, diverse istituzioni e organizzazioni hanno realizzato indagini ed eventi per valutare l’impatto economico della medicina difensiva e formulare svariate proposte per arginare il fenomeno (Box 1). Nel marzo 2013 la Fondazione Gimbe ha lanciato il progetto Salviamo il nostro Ssn [2], di cui la Carta Gimbe per laTutela della Salu- Presidente Fondazione Gimbe te e del Benessere dei Cittadini Italiani [3] rappresenta il documento programmatico. Considerato che l’art. 25 della Carta Gimbe afferma che “la pratica della medicina difensiva deve essere contrastata con informazioni e azioni a tutti i livelli, aumentando la consapevolezza sociale dei rischi e dei costi che genera”, viene qui riportata la posizione istituzionale della Fondazione sulla medicina difensiva. 1. IL SOVRAUTILIZZO DI SERVIZI E PRESTAZIONI SANITARIE: QUALI DETERMINANTI? L’enorme impatto economico della medicina difensiva stimato da Agenas – così come da altre indagini riportate nel Box 1 – è riferito all’overuse di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate: far- maci, test diagnostici, visite specialistiche, ricoveri. Tuttavia, il sovrautilizzo non consegue esclusivamente alla medicina difensiva, ma a numerose determinati tra loro sinergiche (Figura 1) che devono essere tenute in considerazione per fronteggiare adeguatamente il fenomeno (Box 1). Nel progetto Salviamo il nostro Ssn, la Fondazione Gimbe ha tradotto e adattato al contesto italiano la tassonomia sugli sprechi in sanità di Don Bervick et al. [4] (Tabella 1), che non prevede una voce specifica per la medicina difensiva, ma la considera una determinante della Categoria 1 (Sovrautilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci e inappropriate). L’espansione della medicina difensiva è avvenuta in un contesto culturale, professionale e sociale condizionato dall’im- Figura 1 - Le determinanti del sovrautilizzo di servizi e prestazioni sanitarie 26 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 EVIDENCE BASED PRACTICE Box 1 - Indagini, studi ed eventi sulla medicina difensiva in Italia (2010/2014) EVIDENCE BASED PRACTICE perativo more is better: infatti, i sistemi sanitari di tutti i Paesi industrializzati si sono progressivamente ipertrofizzati per offrire un numero sempre maggiore di prestazioni diagnosticoterapeutiche, che incrementano la spesa sanitaria e aumentano la soddisfazione di cittadini e pazienti, spesso senza migliorarne lo stato di salute. Inoltre, gli stessi sistemi sanitari hanno costruito perverse logiche di finanziamento e incentivazione di erogatori e professionisti, basate sulla produzione e non sull’appropriatezza delle prestazioni (tabella 1) Dal canto loro i medici, ispirati dal modello ippocratico, avvertono il dovere professionale di aiutare i pazienti sfruttando l’intero armamentario a loro disposizione, perché morte e malattia devono sempre essere combattute a ogni costo. Tuttavia, bisogna riconoscere che decisioni e prescrizioni non sono immuni da conflitti di interesse oggi alimentati da vari fattori [5]: seduzioni dell’industria farmaceutica e tecnologica, organizzazioni sanitarie che incentivano la produzione di servizi, reciproca solidarietà tra colleghi che genera offerta e induce domanda. Pertanto, se è indubbio che il timore di conseguenze medicolegali per aver tralasciato qualcosa spinge i professionisti a prescrivere ogni possibile test diagnostico e a mantenere un approccio terapeutico molto aggressivo, è altrettanto vero che la medicina difensiva configura spesso un legittimo paravento per giustificare tutte le inappropriatezze prescrittive. Se così non fosse, i contenziosi da eccessi diagnostici e terapeutici non sarebbero in costante ascesa, testimoniando che la medicina difensiva, di fatto, non riesce nemmeno a raggiungere il suo obiettivo primario [6]. Questo panorama estremamente variegato è completato da sentenze giudiziarie discutibili e avvocati senza scrupoli che contribuiscono a incrementare il contenzioso medicolegale, a cui i pazienti si aggrappano perché il sistema è incapace di ridurre le loro aspettative nei confronti di una medicina mitica e di una sanità infallibile [7]. Infatti, consistenti evidenze dimostrano che i pazienti tendono a sovrastimare i benefìci e a sottostimare i rischi degli interventi sanitari [8]: questo rende insostituibile il ruolo del medico nel fornire al paziente informazioni bilanciate su rischi e benefìci degli interventi sanitari, permettendogli di sviluppare aspettative realistiche e prendere decisioni realmente informate, diminuendo il ricorso alla medicina difensiva e i conseguenti sprechi [9]. 2. IL MOVIMENTO LESS IS MORE Per combattere il sovrautilizzo di servizi e prestazioni sanitarie, complesso fenomeno professionale, etico, sociale ed economico, da alcuni anni si è progressivamente diffuso a livello internazionale il movimento less is more [10] per contrastare un’idea di salute che si allontana sempre più dal concetto di as- Tabella 1 - Impatto degli sprechi sul Servizio sanitario nazionale anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 27 senza di malattia e cambiare la visione della medicina e dell’assistenza sanitaria. La crescita esponenziale di iniziative e progetti finalizzati a promuovere l’approccio less is more testimonia che non si tratta di un episodio isolato, né di una moda temporanea. • Choosing Wisely è una delle iniziative più note: lanciata dall’Abim Foundation in collaborazione con Consumer Reports nel 2012 [11], ha invitato le società scientifiche statunitensi a predisporre, tenendo conto delle evidenze scientifiche e del buon senso, un elenco di “cinque prestazioni sanitarie che medici e pazienti dovrebbero mettere in discussione perché a rischio elevato di inappropriatezza”, puntando sul recupero della relazione medicopaziente per discutere della inutilità di queste prestazioni e dei rischi associati. Oltre 70 società scientifiche hanno pubblicato le loro liste e altre sono in procinto di farlo [12]; inoltre ChoosingWisely ha innescato un vivace dibattito sul possibile impatto clinico, economico e sociale dell’iniziativa [13, 14, 15, 16, 17, 18, 19]. In Italia una iniziativa analoga, estesa anche a società scientifiche non mediche, è stata lanciata da Slow Medicine [20] con il progetto Fare di più non significa fare meglio [21]. • Il British Medical Journal, sulla scia di un numero monografico pubblicato nel 2002 [22], ha lanciato la campagna Too Much Medicine [23] per sensibilizzare pro- 28 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 fessionisti e pazienti sui rischi per la salute e sullo spreco di risorse conseguenti all’eccesso di medicalizzazione [24]; tutti gli articoli pubblicati sulla rivista sono archiviati in una sezione dedicata [25]. • Jama Internal Medicine (già Archives of Internal Medicine) nella sezione Less is more raccoglie evidenze per dimostrare che “meno sanità migliora la salute” [26]: a oggi sono stati pubblicati 161 articoli [27]. • La conferenza internazionale sull’overdiagnosis, lanciata nel 2013 dal Dartmouth Institute for Health Policy and Clinical Practice, è giunta alla 3ª edizione, quest’anno ospitata dai National Institutes of Health [28] con il supporto di prestigiose organizzazioni internazionali, tra cui il Centre for Evidencebased Medicine di Oxford e il British Medical Journal [29]. • Altre iniziative internazionali condividono la preoccupazione che la sanità di oggi prevede “troppa medicina e poca assistenza” [30]: Minimally Disruptive Medicine [31, 32], Right Care Alliance [33], Box 2 - Esempi di overdiagnosis EVIDENCE BASED PRACTICE Do No Harm Project [34]. Il movimento less is more affonda le radici su tre princìpi fondamentali che dovrebbero essere condivisi tra tutti gli attori della sanità: • essere consapevoli che test diagnostici e trattamenti inappropriati causano danni reali; • integrare le migliori evidenze scientifiche nelle decisioni cliniche, rispettando preferenze e aspettative del paziente; • ottimizzare le scarse risorse disponibili, riducendo gli sprechi. 2.1. Essere consapevoli che test diagnostici e trattamenti inappropriati causano danni reali Accanto alla ragionevole certezza che tutti i trattamenti (farmacologici e non) possono causare effetti avversi anche molto gravi, il sovrautilizzo di test diagnostici, seppur minimamente invasivi, può determinare complicanze anche severe. Per tale ragione è stato proposto di rimodulare il motto primum non nocere, ritenuto obsoleto perché il livello di rischio del paziente, mai pari a zero, deve essere sempre valutato in relazione ai potenziali benefìci degli interventi sanitari prescritti ed erogati. First do no net harm può essere una ragionevole evoluzione del motto [35], a patto di interpretarlo sempre nel contesto dei princìpi morali e dell’autonomia del paziente nell’esprimere le sue preferenze. Probabilmente è questa la motivazione per cui gli eccessi diagnostici e terapeutici (overdiagnosis e overtreatment), in parte generati dalla medicina difensiva e oggi causa di una consistente quota di sprechi, non riescono ad abbattere il contenzioso medicolegale,ma determinano paradossalmente il loro progressivo e costante aumento. Ad esempio, i test di imaging aumentano i rischi da radiazioni (infertilità, cancro) e, attraverso il fenomeno dell’overdiagnosis, comportano ulteriori interventi diagnosticoterapeutici non necessari, che a loro volta aumentano i rischi per il paziente e i costi per la sanità. L’overdiagnosis, “epidemia moderna” [36], si verifica quando in soggetti asintomatici viene diagnosticata una malattia EVIDENCE BASED PRACTICE che non sarà mai sintomatica, né causa di mortalità precoce. Nel senso più ampio del termine, l’overdiagnosis include tutte quelle situazioni che contribuiscono a etichettare come malate le persone sane, con problemi lievi e/o a basso rischio: l’eccesso di medicalizzazione, gli interventi terapeutici non necessari (overtreatment), la modifica delle soglie diagnostiche delle malattie, l’invenzione di nuove entità patologiche (disease mongering). Oggi sono numerose le patologie per le quali è stata documentata overdiagnosis: per alcune di queste le evidenze sono preliminari e in parte speculative, per altre invece più robuste e definitive [37] (Box 2). Anche se il driver fondamentale è costituito dal progresso tecnologico, numerosi fattori contribuiscono al fenomeno della overdiagnosis: l’evoluzione delle tecnologie diagnostiche che permettono di identificare anomalie anche minime, gli interessi dell’industria, la continua espansione delle definizioni di malattia, la definizione di nuove entità patologiche, l’orientamento dell’autorità giudiziaria a condannare l’underdiagnosis, ma non l’overdiagnosis, i sistemi sanitari che incentivano la medicalizzazione, la percezione socioculturale che more is better e che la diagnosi precoce è scevra di rischi. Nella pratica sono quattro le situazioni che contribuiscono ad alimentare il fenomeno dell’overdiagnosis. 1. Screening in soggetti asintomatici. Consistenti evidenze scientifiche dimostrano che gli screening oncologici identificano numerose lesioni non evolutive che non diventeranno mai sintomatiche, né saranno causa di mortalità precoce: si tratta delle cosiddette pseudodiseases o inconsequential diseases. Infatti, contrariamente alla percezione sociale che i tumori sono sempre malattie gravi e fatali, alcune neoplasie regrediscono spontaneamente, non progrediscono o crescono così lentamente che il paziente muore con il tumore e non per il tumore. Questi dati sono confermati da studi autoptici che rilevano nella popolazione generale un’elevata prevalenza di neoplasie subcliniche (mammella, pro- stata, tiroide) che accompagnano il paziente sino alla morte in maniera assolutamente silente. Analogamente, uno screening cardiologico in soggetti asintomatici e/o a basso rischio può determinare una overdiagnosis di aterosclerosi coronarica con conseguente overtreatment. 2. Aumentata sensibilità dei test diagnostici in soggetti sintomatici. Il progresso tecnologico ha determinato un progressivo aumento della sensibilità analitica sia dei test di laboratorio, in grado di rilevare concentrazioni sieriche sempre più basse, sia di quelli di imaging, capaci di identificare lesioni sempre più piccole. Questa evoluzione, se da un lato ha portato a valori prossimi al 100% la sensibilità dei test diagnostici (capacità di identificare i veri malati), dall’altro ne ha enormemente diminuito la specificità (capacità di escludere i soggetti sani). In altre parole, se è sempre meno probabile che un test diagnostico risulti falsamente negativo in soggetti malati, il numero di falsi positivi cresce parallelamente all’evoluzione tecnologica. Di conseguenza vengono diagnosticate patologie sempre più lievi che vengono trattate con gli stessi approcci terapeutici delle forme moderatesevere, contribuendo a sovrastimare l’efficacia dei trattamenti. 3. Overdiagnosis incidentale. La diffusione indiscriminata delle tecniche di imaging che esplorano addome, torace, pelvi, testa e collo identifica lesioni incidentali in oltre il 40% dei soggetti sottoposti ai test diagnostici per altre indicazioni. Considerato che la maggior parte dei cosiddetti incidentalomi sono lesioni benigne e che solo un numero molto esiguo di pazienti trae beneficio dalla diagnosi incidentale di un tumore maligno, la maggior parte di soggetti sperimenta ansia ed effetti collaterali conseguenti a ulteriori test diagnostici e terapie per una anormalità che non avrebbe mai causato alcun problema o per la quale una diagnosi precoce non migliora comunque l’esito. Come dimostrano vari anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 29 studi,il rapido incremento nell’incidenza di alcune neoplasie maligne (melanoma, carcinoma della tiroide e della prostata), contrapposto a tassi di mortalità relativamente stabili, rappresenta una suggestiva conseguenza dell’overdiagnosis, dovuta sia allo screening sia all’identificazione di incidentalomi [38]. 4. Ampliamento dei criteri diagnostici delle malattie. La continua modifica dei criteri diagnostici di numerose malattie contribuisce a incrementare il numero di soggetti malati, tanto che oggi l’intera popolazione anziana risulta affetta da almeno una condizione cronica, nonostante goda di ottima salute. L’ampliamento dei criteri diagnostici riguarda sia malattie asintomatiche, come l’osteoporosi, sia condizioni come le disfunzioni sessuali femminili, dove semplici problemi comportamentali vengono classificati come malattie, identificando nuove entità nosografiche (diseases mongering [39]). Ampliando le definizioni di malattia e abbassando i valori soglia, soggetti a basso rischio o con problemi molto lievi vengono etichettati come malati: considerato che in queste popolazioni si riducono i potenziali benefìci dei trattamenti, aumenta la possibilità che il loro profilo rischio/beneficio sia sfavorevole. Ad esempio, molti soggetti trattati a lungo termine per valori di colesterolo quasi nella norma o per una osteoporosi nearnormal non sperimenteranno mai l’evento (sindrome coronarica acuta, frattura) che costituisce l’obiettivo del trattamento. La modifica dei criteri diagnostici delle malattie viene effettuata da panel di esperti di organizzazioni e società scientifiche che mantengono relazioni finanziarie con l’industria farmaceutica e tecnologica [40], che a sua volta trae diretto beneficio dall’espansione del pool di pazienti potenzialmente trattabili [41]. Dal canto suo, l’industria mantiene ben salda l’influenza sui medici e sulla società, grazie al finanziamento di organizzazioni professionali, associazioni di pa- 30 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 zienti, fondazioni di ricerca, campagne di sensibilizzazione sulle malattie, iniziative di formazione continua. Le legittime preoccupazioni sulle conseguenze dell’overdiagnosis non escludono la consapevolezza che ancora oggi molti pazienti non hanno accesso a tecnologie diagnosticoterapeutiche necessarie a mantenere e migliorare il proprio status di salute. Tuttavia, in questo momento particolarmente critico per la sostenibilità della sanità pubblica è indispensabile recuperare risorse sprecate nell’erogazione di prestazioni sanitarie e servizi inappropriati e potenzialmente dannosi. 2.2. Integrare le migliori evidenze nelle decisioni cliniche, rispettando le preferenze del paziente Evidencebased medicine (Ebm) e processo decisionale condiviso (Pdc) sono due competenze professionali indispensabili per migliorare la qualità dell’assistenza, ottimizzare l’utilizzo delle risorse e migliorare l’esperienza di cura dei pazienti, ma la loro potenziale sinergia continua a essere sottovalutata [42]. Se l’Ebm “inizia e finisce con il paziente” [43], secondo il movimento less is more il medico – dopo aver identificato e valutato le migliori evidenze disponibili e averle integrate con la sua esperienza – deve definire attraverso il Pdc un percorso di cura individualizzato, tenendo conto delle migliori evidenze scientifiche, valutando le condizioni cliniche del paziente e rispettandone preferenze e valori. Le evidenze scientifiche devono sempre orientare la scelta di test diagnostici e trattamenti perché, nonostante il fascino delle innovazioni tecnologiche e farmacologiche, poche di queste novità hanno un reale impatto sulla salute [44]. Ovviamente nessuna fiducia incondizionata nelle evidenze, sia perché l’efficacia di almeno il 50% degli interventi non è mai stata adeguatamente valutata [45], sia perché i pazienti inseriti nelle sperimentazioni cliniche hanno caratteristiche troppo diverse da quelli assistiti nel mondo reale [46, 47] e la valutazione della loro EVIDENCE BASED PRACTICE generalizzabilità è molto complessa [48]. Il Pdc viene fortemente sostenuto perché i medici hanno l’obbligo etico di coinvolgere i pazienti nelle decisioni terapeutiche considerato che sono proprio loro – insieme a familiari e caregiver – a “subire le conseguenze” di queste decisioni. Inoltre, le evidenze dimostrano che un maggiore coinvolgimento dei pazienti li rende più informati e consapevoli nel valutare rischi e benefìci delle diverse opzioni terapeutiche, oltre che più soddisfatti delle consultazioni cliniche,anche se non conosciamo ancora l’impatto del Pdc sugli esiti assistenziali [49]. Il Pdc ha due obiettivi fondamentali: fornire ai pazienti informazioni complete sul profilo rischi-benefìci delle diverse opzioni terapeutiche e considerare nel processo decisionale i loro valori e loro preferenze. Quando il medico propone al paziente le possibili opzioni terapeutiche si assiste spesso a un disallineamento delle aspettative: in condizioni critiche tutti i pazienti hanno soprattutto bisogno di speranza, che assume la fisionomia di un nuovo farmaco, di un intervento chirurgico sperimentale, di terapie non convenzionali, di ulteriori consulti. Il medico si trova spesso impreparato a gestire queste esigenze della persona malata e, non riuscendo a mettere in campo l’empatia, non gli resta che prescrivere con il solo obiettivo di rassicurare il paziente, oggi sempre più vittima di venditori di speranze senza scrupoli. In realtà, viene spesso ignorato che la persuasione del paziente rappresenta una componente essenziale della moderna pratica clinica: secondo Shaw ed Elger [50], i medici che vogliono persuadere il paziente con modalità evidencebased dovrebbero assicurarsi di: • rimuovere i preconcetti del paziente al fine di sgombrare il campo e cogliere le sue reali aspettative; • fornire informazioni evidencebased sui benefìci e i rischi degli interventi sanitari; • offrire un’interpretazione razionale di queste informazioni, incluse le proprie convinzioni sulla migliore decisione; • utilizzare la razionalità, pur facendo leva sulla sfera emotiva del paziente; • evitare di generare nuovi preconcetti; • essere sensibili al cambiamento delle preferenze del paziente, perché una persuasione efficace può modificare le sue prospettive. La persuasione è uno strumento molto potente che il medico deve utilizzare con grande professionalità: infatti, se non utilizza le migliori evidenze scientifiche disponibili o se non mantiene un atteggiamento di trasparenza, la persuasione etica rischia di sfociare in manipolazione paternalistica. Peraltro, in un momento in cui gli sprechi conseguenti all’overuse e all’underuse erodono pesantemente le risorse del Ssn, una evidencebased persuasion, oltre a rinforzare l’alleanza pazientemedico, migliora l’appropriatezza delle scelte dei pazienti, riduce il consumismo sanitario e il contenzioso medicolegale, offre un contributo rilevante nel ridurre gli sprechi e,in ultima analisi, nel migliorare la sostenibilità dei sistemi sanitari. 2.3. Ottimizzare le scarse risorse disponibili riducendo gli sprechi Le determinanti del sovrautilizzo di servizi e prestazioni sanitarie (Figura 1) hanno progressivamente generato un’involuzione dell’obiettivo del Ssn, che oggi finisce per identificarsi con l’erogazione di servizi e prestazioni sanitarie, a dispetto di quanto sancito dalla legge 833/1978 che lo istituiva per “promuovere, mantenere, e recuperare la salute fisica e psichica di tutta la popolazione”. Chi spalleggia la non sostenibilità del Ssn è consapevole che il mercato della sanità è regolato dall’offerta di servizi e prestazioni sanitarie in grado, al tempo stesso, di modulare e soddisfare la domanda dei cittadini: da un lato inducendo i consumi (professionisti, Aziende sanitarie), dall’altro attuando il razionamento implicito (politica sanitaria). Questo equilibrio continua a sopravvivere indisturbato, sia perché il finanziamento di servizi e prestazioni sanitarie si basa su criteri quantitativi che non tengono conto della loro efficacia e appropriatezza, sia perché la sod- EVIDENCE BASED PRACTICE disfazione dei cittadini costituisce un potente strumento di consenso elettorale. Tuttavia, oggi che il tema della sostenibilità irrompe prepotentemente sulla scena, l’equilibrio offertadomanda rischia di saltare perché l’involuzione del Ssn ha generato una ipertrofia di strutture e servizi e un livello di inappropriatezza di prestazioni che il finanziamento pubblico non è più in grado di mantenere. Se è vero che i tagli lineari alla sanità rischiano di erodere il diritto costituzionale alla tutela della salute, la consapevolezza che le risorse non sono infinite deve indurre a limitare gli sprechi, limitando interventi sanitari inefficaci e inappropriati per mantenere la qualità dell’assistenza e contribuire alla sostenibilità del Ssn. In questo processo, oltre a promuovere tutti gli interventi di prevenzione non medicalizzata, inclusi quelli volti a modificare i determinanti sociali della salute, è indispensabile diffondere l’approccio less is more che oggi sembra l’unica strada per raggiungere il triplice obiettivo che tutti i sistemi sanitari dovrebbero perseguire: migliorare l’esperienza di cura del paziente, migliorare lo stato di salute delle popolazioni e ridurre il costo BIBLIOGRAFIA 1. Atti Parlamentari XVI Legislatura. Camera dei Deputati. Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali. 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Infatti, secondo il principio di giustizia distributiva, se l’etica del razionamento appartiene alla politica, l’etica della riduzione degli sprechi è legata anche alla professionalità dei medici, con le loro prescrizioni diagnosticoterapeutiche [52]. Di conseguenza,guidati da un equilibrato mix di evidenze e buonsenso, i medici dovrebbero collaborare con le istituzioni per identificare gli interventi sanitari inefficaci, inappropriati e dal low value, che riducono l’efficacia dell’assistenza, aumentano il rischio clinico per i pazienti e determinano un ingente spreco di risorse [53, 54, 55, 56]. E quando le evidenze scientifiche non supportano le richieste del paziente, il medico ha sempre il dovere etico di rifiutarle per contribuire a riformulare l’imperativo socioculturale more is better – che ha trasformato il cittadino/paziente in consumatore – in less is more, vessillo di una medicina parsimoniosa [57]. 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May C, Montori VM, Mair FS. We need mini- 31 medicina difensiva è solo una delle determinanti del sovrautilizzo di servizi e prestazioni sanitarie, fenomeno conseguente alle variabili interazioni tra numerose categorie di stakeholder in sanità (Figura 1). Di conseguenza, qualunque soluzione proposta per arginare il fenomeno della medicina difensiva non può prescindere dalla necessità di interventi sociali e culturali di sistema, in particolare dalla responsabilità pubblica di informare adeguatamente i cittadini sull’efficacia, sicurezza e appropriatezza degli interventi sanitari. Le tristi vicende del metodo Di Bella e di Stamina rappresentano, infatti, solo la punta dell’iceberg di quell’asimmetria informativa tra il mondo della ricerca e quello della sanità, che genera aspettative irrealistiche dei cittadini nei confronti di una medicina mitica e di una sanità infallibile. In ogni caso, nel percorrere la lunga e faticosa strada tracciata dal movimento less is more, occorre sempre ricordare agli innumerevoli scettici e detrattori che: “L’articolo 32 della Costituzione tutela il diritto alla salute dei cittadini italiani, ma non garantisce loro un accesso illimitato e indiscriminato a servizi e prestazioni sanitarie” [3]. mally disruptive medicine. BMJ 2009;339:b2803 32. Minimally Disruptive Medicine. Disponibile a: http://minimallydisruptivemedicine.org. Ultimo accesso: 8 marzo 2015 33. Lown Institute. RightCare Alliance. Disponibile a: http://lowninstitute.org/takeaction/jointherightcarealliance/. Ultimo accesso: 8 marzo 2015 34. University of Colorado School of Medicine.Do No Harm Project. Disponibile a: www.ucdenver.edu/academics/ colleges/medicalschool/departments/medicine/GIM/educ ation/DoNoHarmProject/Pages/Welcome.as px. Ultimo accesso: 8 marzo 2015 35. Sokol DK.“First do no harm” revisited. BMJ. 2013 Oct 25;347:f6426 36. Hoffman JR, Cooper RJ. 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L’analisi è stata svolta dal Collegio IPASVI di Torino in data 29/4/2015 NOTIZIE DAL COLLEGIO anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 33 Il “Fondo Collegio IPASVI-FE” nella biblioteca di scienze della salute Curare il proprio aggiornamento attraverso la lettura Premessa Nel periodo attuale la formazione continua e l’aggiornamento assumono e consolidano sempre di più un ruolo strategico per i professionisti e per le aziende in cui essi lavorano, in quanto servono non soltanto per affrontare le difficili sfide poste dalle complessità dell’agire professionale all’interno delle organizzazioni, ma anche per gestirne e indirizzarne azioni, obiettivi e fini in funzione della natura di utilità sociale che il lavoro infermieristico porta con sé, utilità sociale che è compito del Collegio professionale potenziare e valorizzare con varie azioni, una delle quali riguarda appunto l’autoaggiornamento attraverso la lettura scientifica e professionale. Relazione fondo IPASVI-FE 2014 Nel marzo 2013 la Biblioteca ha ricevuto in donazione duecentodue volumi della collezione del Collegio IPASVI di Ferrara, che occupano un arco temporale compreso tra il 1980 ed il 2011. Questi testi costituiscono un patrimonio scientifico indubbiamente molto rilevante. Le tematiche trattate sono numerose e molto spesso trasversali: dalle scienze infermieristiche generali e cliniche, alla metodologia della ricerca, alla assistenza infermieristica, all’Evidence Based Practice e Nursing, al management infermieristico, alla legislazione infermieristica nazionale e comunitaria europea. La Biblioteca ha istituito presso le proprie collezioni il fondo del Collegio IPASVI di Ferrara, denominato IPASVI-FE; ciò ha permesso di rendere disponibili non solo agli infermieri, ma anche ai professionisti dell’ambito sanitario, opere fino ad oggi poco fruibili nella loro sede originale. La Biblioteca ha valorizzato questo patrimonio degli infermieri ferraresi attraverso le seguenti procedure: - conteggio dei testi; - controllo dello stato delle monografie; - controllo del posseduto presso altre biblioteche italiane; - catalogazione dei testi nell’OPAC del Polo Unificato Ferrarese e conseguente indicizzazione in Indice SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale). L’OPAC (acronimo di On Line Public Access Catalogue) è un catalogo virtuale on line che ospita libri e riviste cartacee e raccoglie le registrazioni bibliografiche relative alle pubblicazioni possedute dalle biblioteche di Ferrara e Provincia, appartenenti al Polo Unificato Ferrarese. Attraverso il catalogo è possibile compiere ricerche di documenti di vario tipo all’interno del posseduto di tutte le biblioteche appartenenti al polo bibliotecario. Tutti i volumi del Fondo IPASVI-FE sono ammessi al prestito esterno e si possono consultare e richiedere alla Biblioteca. La donazione del marzo 2013 è stata incrementata con altri 52 volumi, acquistati grazie a due erogazioni liberali dello stesso Collegio del giugno 2013 e del marzo 2014. Questo ha permesso di incrementare e aggiornare il Fondo con testi pubblicati negli ultimi due anni. A seguito di ciò la Biblioteca ha riscontrato un incremento del prestito esterno da parte dell’utenza, in prevalenza composta da studenti soprattutto appartenenti al Corso di Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche. I prestiti riguardanti il Fondo IPASVI-FE hanno avuto un incremento del 53% dal 2013 al 2014, tra cui si segnalano 5 prestiti intersistemici (prestito a Biblioteche del Polo Unificato Ferrarese) e un prestito interbibliotecario (prestito a biblioteche esterne al Polo Unificato Ferrarese). Per incrementare il prestito e la consultazione del Fondo, nel corso di questi due anni sono state attuate alcune azioni atte a valorizzare questo patrimonio scientifico: - newsletter informative e di promozione inviate dalla Biblioteca a tutti i dipendenti dell’Azienda e al Collegio Provinciale IPASVI di Ferrara; - newsletter di presentazione inviata dall’Ufficio Stampa dell’Azienda a tutti i dipendenti; - articolo “Come consultare i volumi della Biblioteca del Collegio”, pubblicato sul periodico del Collegio Provinciale IPASVI di Ferrara (Anno XXIV n.1 – Luglio 2013 pag. 6); - presentazione del Fondo presso 7 Comitati di Dipartimento dell’Azienda; - sensibilizzazione dei docenti dei corsi di Laurea in Infermieristica, per incrementare l’utilizzo presso gli studenti dei testi che compongono il Fondo; - sensibilizzazione degli studenti e dei dipendenti attraverso corsi formativi di accesso ai servizi della Biblioteca; - accordo con il settore Ripartizione Biblioteche e Musei dell’Università degli Studi di Ferrara per lo scambio di libri (prestito intersistemico). I docenti dei Corsi di Laurea in Infermieristica continuano a richiedere titoli di li- Per questo motivo il collegio IPASVI di Ferrara, come si potrà evincere dalla relazione ricevuta dalla biblioteca dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria S.Anna, ha donato il patrimonio librario in suo possesso ed ha sostenuto finanziariamente (€ 1400 nel biennio 2012/14) l’acquisto di testi per i professionisti. (ndr) bri utili per i propri corsi di laurea e/o di approfondimento, per continuare ad arricchire la collezione e legarla maggiormente all’attività didattica in corso. Docenti, studenti e professionisti hanno espresso la preferenza/bisogno per il libro cartaceo, perché oggetto tangibile e di facile e veloce consultazione/lettura. La Biblioteca proseguirà anche nel 2015 l’opera di sensibilizzazione rivolta al personale sanitario, ai docenti e all’utenza esterna, in modo particolare verso gli studenti, per stimolare ulteriormente l’utilizzo del Fondo attraverso: - newsletter informative e di promozione periodiche; - attività di supporto per le tesi di laurea degli studenti, che includono ricerca bibliografica sulle banche dati on line in lingua inglese e sul catalogo dei libri in italiano; - corsi formativi sulle risorse, sui servizi e sul patrimonio bibliografico della Biblioteca; - consulenza e supporto rivolto agli utenti che utilizzano l’aula informatica sulle risorse della Biblioteca; - collaborazione con la docente Gloria Gianesini nell’ambito delle lezioni del Corso di Laurea in Infermieristica; - realizzazione di percorsi formativi rivolti al personale non dipendente sulle risorse e sulle banche dati open access; - presentazione del Fondo IPASVI-FE nell’ambito delle diverse iniziative promosse dal Collegio IPASVI di Ferrara. 34 NOTIZIE DAL COLLEGIO anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 Come ricercare i libri appartenenti al Fondo Collegio IPASVI Ferrara nel catalogo dei libri e delle riviste cartacee Opac Polo Unificato Ferrarese Il Catalogo (Opac) raccoglie le registrazioni bibliografiche relative alle pubblicazioni seriali cartacee ed alle monografie possedute da 62 biblioteche di Ferrara e Provincia. Accedi al Catalogo andando sulla sezione della Biblioteca di Scienze della Salute, Azienda OspedalieroUniversitaria di Ferrara www.ospfe.it/perlaformazione/biblioteca/defaultpage Per iniziare la tua ricerca, inserisci i dati in tuo possesso nei campi Autore e/o Titolo e/o Ricerca libera e seleziona @ ricerca L’Opac visualizzerà un elenco di risorse in ordine alfabetico. NOTIZIE DAL COLLEGIO anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 35 Potrai notare anche autore, titolo per esteso, anno di pubblicazione e tipo di risorsa. Se desideri cercare solo nel patrimonio bibliografico della Biblioteca, basterà selezionare dal menù scorrevole ARCISPEDALE S. ANNA Se desideri consultare risorse specifiche o per utilizzare più criteri di ricerca seleziona Altri canali (ricerca avanzata). Ti apparirà una maschera più completa per l’immissione dei dati in tuo possesso. Basterà scegliere nel box Natura Monografia, in Biblioteche Arcispedale S. Anna e in Ricerca libera ipasvi-fe. 36 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 NOTIZIE DAL COLLEGIO Il Catalogo visualizzerà tutti i libri appartenenti al FONDO COLLEGIO IPASVI FERRARA in ordine alfabetico. Se hai bisogno di ulteriore assistenza contattaci: [email protected] tutti i giorni, da lunedì a venerdì, dalle ore 09:00 alle ore 16:00. Biblioteca di Scienze della Salute Azienda Ospedaliero Universitaria di Ferrara Via A. Moro, 8 - 44124 Cona (FE) - Settore 1C0 - Stanza T06.04A - Tel. +39.0532.236.257 Fax +39.0532.236.392 - www.ospfe.it/perlaformazione/biblioteca/defaultpage NOTIZIE DAL COLLEGIO anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 37 Guida al lavoro in Gran Bretagna Il Royal College of Nursing, considerata la necessità dell’Inghilterra di reclutare personale infermieristico dai paesi comunitari e non, per rispondere ai bisogni sanitari degli inglesi, ha redatto le linee guida che pubblichiamo, per i colleghi che vogliono effettuare questa esperienza all’estero Executive summary Nurses from overseas have always made a valuable contribution to the NHS and care settings in the UK. We also have a history of relying on the migration of nurses from overseas to compensate for the shortfall of nurses at home. For the first time since the early 2000s it is becoming clear that there is a critical shortage of registered nurses in the UK. But both the UK and global nursing labour markets are changing and our increasing over-reliance on alternative sources is not sustainable. Health care providers across the UK are continually sounding the alarm over their ability to recruit permanent nurses. As efforts are made to increase productivity in the NHS and bring down the agency bill over the next year, Trusts will be even more reliant on expensive recruitment drives both in and outside of Europe to recruit staff. The RCN is increasingly worried that changes to the immigration rules will have a disproportionate impact on the retention and recruitment of nurses from outside Europe. Nurses will have to meet the £ 35,000 income threshold to remain in the UK; the salary of a senior nurse. This is a position that the majority of nurses would not reach within six years; the time afforded to nurses recruited from outside Europe under the immigration rules. In this report we show that up to 3,365 nurses currently working in the UK may have to leave the country from 2017 as a direct result of the 2012 immigration changes. If levels of recruitment stay the same, by 2020, 6,620 nurses will be impacted. If the UK were to begin to significantly increase the reliance on nurses from outside Europe to only half of what it was in the early 2000s we could see nearly 30,000 nurses being impacted by the changes. To recruit nurses from overseas incurs additionalcosts to the NHS and the independent sector. The RCN estimates that the NHS has spent over £ 20 million recruiting the 3,365 nurses already working in the UK who may have to return home because they are unlikely to meet the income threshold. If recruitment from outside Europe were to continue, by 2020 employers may have invested nearly £180 million on recruiting nurses who may have to leave the UK after six years. In an increasingly competitive global market we are making it harder for nurses to remain in the UK, as compared to other higher paid professions. At the same time, other countries around the world are looking at opening up their immigration policies to attract and supply more nurses, potentially placing the UK at a disadvantage. There are strong signs that the global shortage is becoming more severe with regions across the world predicting a shortfall of nurses that runs into the millions by 2020. We remain concerned about the impact that the UK shortage of nurses is having on both patient care and nurses in both the NHS and independent sector. The solution is in our own hands and the RCN has consistently called on Government to increase student commissions. Measures like this must be taken to increase the d mestic supply of nurses to match future need and to work towards self-sufficiency. We must finally move away from an over-reliance on nurses from overseas in the face of a worsening global nursing shortage. The UK nursing labour market Health care providers, both in the NHS and the independent sector, continue to report the challenges they are experiencing in both recruiting and retaining registered nurses. Struggling to recruit is just one symptom of the current shortage of nurses that exists in the UK. In April 2015 the RCN highlighted the impact the shortage was having on the NHS in England in our report Fragile Frontline. Lord Carter’s findings in his June 2015 interim report Review of Operational Productivity in NHS providers lead him to assume there may not be enough nurses to meet the post-Francis demand. In this report we further stress the shortage by focussing on the recruitment, international recruitment and the retention of internationally recruited nurses. Recruitment The RCN believes that the most effective way of increasing the supply of registered nurses is to train more nurses by increasing the number of commissioned student places. As we highlighted in The Fragile Frontline, the decision to cut student places from 2010 has directly contributed to the severity of the current shortage. Although the RCN acknowledges steps are being take to increase student commissions, we believe that workforce planners should further increase student places - not only to fill the current gap but also to address future demand; This is all the more critical in light of the fact that 37,645 stu- 38 NOTIZIE DAL COLLEGIO anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 dents across the UK were turned away from nursing courses in 2014. It will take at least three years for any significant increase in commissions to be felt by employers. In the short term, NHS organisations and independent providers are left with only two realistic solutions to boost nursing numbers quickly; firstly, to increase the use of bank and agency nurses or secondly, to recruit internationally. In our report Runaway agency spend, the RCN estimated that the NHS in England would spend nearly £1bn on agency nurses alone in 2014-15; a figure that has turned out to be a conservative projection. In the last three years, NHS agency spending increased significantly, from £ 1.8bn to £ 3.3bn for both nurses and locum doctors. The Department of Health in England has responded with plans to introduce a suite of measures to limit agency spending such as capping rates and total agency nursing spend for Trusts in deficit. As a result, Trusts in England will feel pushed to recruit permanent staff. Inevitably, faced with the current difficulties in finding permanent nursing staff in the UK, Trusts are likely to increase the search for registered nurses overseas. International recruitment As shown in Figure 1, the UK has always relied on the valuable con- tribution made by internationally recruited nurses. Figure 1 shows the total number of people from outside the UK registering with the Nursing and Midwifery Council (NMC). The last time the UK experienced a significant shortage in registered nurses was in the early 2000s. As a result, the UK’s reliance on internationally recruited nurses peaked with the UK recruiting over 16,000 nurses in 2001-2; the vast majority from outside the EEA. The UK responded by increasing student commissions and the reliance on internationally recruited nurses declined throughout the decade. Since 2013-14 numbers have begun to increase once again, as a direct result of the cuts to commissions in 2010, highlighting the UK’s boom and bust approach to workforce planning. In 2014-15, a total of 8,183 internationally recruited nurses joined the NMC register to work in the UK; 7,518 from within the EEA and 665 from outside the EEA. Figure 1 shows that since 2010 the majority of internationally recruited nurses have been recruited from within the EEA. For the first time, more nurses trained in Europe saw the UK as a viable option for employment. We believe there is a strong correlation between this and 2007-8’s economic crash Fig 1: Initial registrations on the NMC register broken down by EEA and Non-EEA Source: NMC freedom of information request, May 2015 which has led to the increased movement of nurses within the EEA. Given the changing international recruitment patterns, the need to address the impact on the UK health sector and health economies in other countries, and the need to ensure fair treatment of those being recruited, the RCN has published its formal position on international recruitment, available at www.rcn.org.uk/publications. Alongside the policy position on international recruitment we have launched practical guidance on international recruitment to promote best practice and to ensure nurses and employers are aware of their rights and responsibilities. This guidance is for nurses coming to work in the UK, employers and RCN representatives and can be downloaded from www.rcn.org.uk/ publications. Retention Another important aspect of the nursing shortage is the need to retain the staff currently working in the UK. Measures and incentives must be provided to help retain current staff. However, there are external factors which may hinder the retention of internationally recruited nurses in the UK. First, we know that nearly all employers currently recruiting nurses from within the EEA are struggling with retention. The Nursing Times recently reported that NHS Trusts in England were losing 28 per cent of their overseas recruits within two years. It is unclear whether these nurses have remained in the NHS, the UK labour market or returned home. What is clear, however, is that the movement of nurses within the EEA is more fluid than previous UK recruitment drives from outside the EEA. This may mean that the EEA is not necessarily a reliable and sustainable source of nurses for the UK. Secondly, the changes to the immigration rules in 2012 will impact on the retention of nurses already working in the UK but will also im- NOTIZIE DAL COLLEGIO pact on the future recruitment of nurses from outside the EEA. As of 6 April 2012, the immigration rules were amended by the Statement of Changes HC188 on 15 March 2012. These changes state that any nurse who entered the UK after 6 April 2011 on a tier 2 visa will need to earn £35, 000 to apply for indefinite leave to remain1. Under the new rules a nurse may only remain in the UK for a maximum of 6 years if the high income threshold is not satisfied. After this time the nurse will need to leave the UK, as further leave cannot be obtained on the basis of employment. This income threshold does not apply to applicants who fall within the Shortage Occupation List. To earn £ 35,000 a year a nurse would have to be in the middle-upper band 7 on the Agenda for Change pay scale. The vast majority of nurses who are being recruited by NHS providers, the independent sector and agencies are band 5 nurses. It is unlikely that a band five nurse will be in a position to earn this higher level salary within five years when they would need to apply for indefinite leave to remain. This was recognised in the Impact Assessment conducted by the Home Office, Impact Assessment: Changes to Tier 2 settlement rules, 1 January 2012. Significantly, the monthly cap for certificates of sponsorship has been met for the first time in June 2015; the annual limit is 20,700. This has implications in stopping or slowing down the recruitment of nurses from outside the EEA. Impact of the immigration changes NMC data shows the number of people who joined the NMC register every year and whether they were trained in or outside the UK and in or outside the EEA. From April 2011 to March 2015 3,365 nurses registered to work in 1 anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 the UK from outside the EEA. The majority of these nurses will not reach the £ 35,000 threshold to be eligible to apply for indefinite leave to remain, nor is there any other working visa that would allow them to remain working in the UK. Therefore, up to 3,365 nurses currently working in the UK may have to leave as a direct result of the 2012 immigration changes. This number refers to nurses currently on the NMC register. This number is conservative as there are nurses from outside the EEA from last year who will still be in the process of joining the register. Even if 10 per cent of these nurses were to progress to a mid-upper band 7 nurse salary 3,029 nurses would still potentially need to leave the UK. At a time when employers are being made to find efficiency savings, trips overseas to recruit are costly. There is currently a large variation in the cost of recruiting internationally. Anecdotally, we know that under current recruitment practices in the NHS the cost of recruiting a single nurse can range from £ 2,000 to as much as £ 12,000. Recruitment from outside the EEA is also likely to cost more than recruiting from within the EEA. These costs include all aspects of the HR process, from sourcing the nurse to when they start work. It is also reasonable to assume that independent sector providers incur similar additional costs when recruiting internationally. Based on an average of £6,000 per nurse, to recruit the 3,365 nurses already working in the UK who may be impacted by the changes would have cost the NHS approximately £ 20,190,000. Steps to improve the procurement process of overseas nurses may help to reduce some of the costs incurred by employers. However, it should be acknowledged that the NHS is spending resources on the recruitment of nurses who are very 39 likely to have to leave the UK after 6 years. Without a significant increase in the supply of nurses from within the UK it is also likely that the NHS will have to continue spending money on recruiting nurses from outside the EEA to replace those it will begin losing from 2017. Future impact Using the NMC data it is also possible to model the impact that the immigration changes will have on those in the UK workforce in 2020. We have explored two scenarios, both based on the assumption that 90 per cent of nurses recruited from outside the EEA will not meet the income threshold and will be impacted by the immigration rules, and that on average it costs around £ 6,000 to recruit a nurse. In the first scenario recruitment from outside the EEA remains at the same level as it was in 2014 until 2020; this would equate to around 600 nurses per year. On this basis: • 6,620 nurses would be impacted by 2020. • It will cost the NHS £39,717,000 in recruitment. In the second scenario recruitment from outside the EEA would increase steadily from now until 2020; this would equate to a rise from 600 nurses to around 8,000. Although recruiting 8,000 nurses per year from outside the EEA would be a significant increase from current levels, this number is actually only half the number of nurses recruited to the UK in 2001-2. If the demand for internationally recruited nurses increased in this way: • 29,755 nurses would be impacted by 2020. • It will cost the NHS £ 178,524,000 in recruitment. It is important to recognise the difficulties the labour market will have retaining nurses who have come to work in the UK from out- A tier 2 visa is initially granted for a period of three years. So long as the nurse is still needed in their position, an extension can be applied for – which may be granted for a maximum of 3 years. Under the previous immigration rules (Rule 245HF), there was no income threshold and a nurse simply needed to be paid the relevant salary for the position. 40 NOTIZIE DAL COLLEGIO anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 side the EEA. However, this also poses a significant recruitment challenge. If nurses know that it is unlikely they will reach the income threshold then some may be discouraged from coming to work in the UK. GLOBAL SHORTAGE The international context in which the UK recruits overseas nurses has, and will continue to change by 2020. This section gives a brief overview of the challenges which this context is likely to present to the UK in both the recruitment of nurses but also the retention of nurses trained in the UK; highlighting significant changes across emerging and developed nations since the 2000s. These factors show that the UK’s reliance on overseas nurses is not a sustainable long term strategy. Lessons from the 2000s In the early to mid-2000s the UK attracted large numbers of nurses from a variety of countries – particularly members of the Commonwealth. However, the negative impact of this recruitment drive on health systems which were considered to be fragile (under-resourced and vulnerable to external shocks) resulted in the Department of Health introducing ethical guidance on which countries the NHS should and should not recruit from in the future. The RCN has long supported this measure and would like to see private providers also subjected to this standard. Overview of key recruitment trends by 2020 Since the mid-2000s many ‘emerging’ world regions have undergone significant economic growth, industrialisation and urbanisation – especially the Middle East, Southeast Asia, the Indian sub-continent and China. The effect has been an explosion of internal demand for better and more extensive health provision, which in turn has led to a dramatic increase in domestic demand for nurses and other health professionals. Better pay and conditions, as well as training and education opportunities have only strengthened this ‘pull factor’. The map below highlights some of the key regional challenges which future UK recruitment efforts are likely to face. The numbered regions and countries have been matched to descriptive analysis lower down. 1) According to the World Bank, there was a shortage in India of 2.4 million nurses in 2012 and this trend is only likely to worsen. 2) In the Caribbean, the expectation is that by 2025 the region will face a shortage of 10,000 nurses thanks to migration to the US, the Middle East and other emerging regions. 3) Many economically emerging regions, such as the Middle East, are recruiting nurses from the West in order to meet their own shortfalls. In many cases, the terms and conditions offered to these professionals are much more lucrative, and so, in the future, the UK may have to compete with significantly more (and often well-resourced) competitors. 4) In 2012, the European Commission estimated that there would be of a shortfall of nearly 600,000 nurses in the EU by 2020ii. Furthermore, while recruitment to the UK from the EU/EEA has been strong in re- NOTIZIE DAL COLLEGIO cent years, a possible upturn in the eurozone economy could potentially see domestic demand for nurses recover - diminishing the largest and most accessible market for UK NHS Trusts to go to. 5) The Department of Health Affairs in the United States (US) projects a shortfall of 800,000 nursesiii. If the Affordable Care Act (also known as Obamacare) receives approval from the Supreme Court which is expected to happen in 2015, some analysts are predicting up to 400,000 new health care jobs could be created every year for a decade in the US. This would be in addition to the expected shortfalliv. The influential Institute of Medicine (IOM), a non-partisan think-tank heavily involved in policy formation, has actively encouraged the US Government to bolster international recruitment (especially from the UK, Europe and others) to help fill these posts. This will also be helped by the fact that the United States is simplifying their visa requirement systems in order to encourage inward migration of skilled workers – including nursesv. 6) Traditional destinations for UK nurse migration such as Australia are also predicting a dramatic increase in their own nurse shortfalls, with up to 109,000 nursing vacancies predicted by 2025 (nearly 27 per cent of the current national workforce). Canada, another historically strong destination for UK trained nurses, is also expecting a surge in shortage levels - up to 60,000 in the province of Ontario alone by 2022vi. i ii anno XXVI n. 2 - Ottobre 2015 7) Japan is also considering more aggressive overseas recruitment drives after a 2013 survey by the Care Work Foundation found that over 20 percent of nursing care facilities, including intensive-care old people’s homes, and entities providing care services received at home reported a shortage of staff. By 2025 this challenge will have increased and Japan will need to secure an additional 880,000 to 1 million nurses to meet demand. In light of these global trends the UK must be mindful that our own recruitment and workforce issues are not unique and UK employers are not operating in a vacuum. In the context of a worsening global shortage, nurses working in the UK are, and will continue to be, viewed as a potential labour source. As some countries move to open up their immigration policies to encourage the inward migration to specifically attract nurses, the fact that the UK is reforming its immigration processes with a view to making it more difficult for nurses to remain in the UK, places it at a significant disadvantage in an increasingly competitive global market. Conclusion As UK employers continue to struggle to recruit permanent nurses, we must be mindful that our own recruitment and workforce challenges are being experienced by other countries. We are not operating in isolation. Since 2010, nursing migration patterns to the UK have changed. For the first time, the vast majority of nurses coming to work in the UK are coming from within the EEA. However, early indications show that the EEA labour market is now 41 far more fluid which means that this labour source may not be reliable and sustainable long term. Migration from outside the EEA is encountering new barriers. The RCN is increasingly worried that changes to the immigration rules will have a disproportionate impact on the recruitment and retention of nurses. As a direct result of the 2012 immigration changes, up to 3,365 nurses currently working in the UK may have to leave the country from 2017. If we see international recruitment continue to increase, anywhere between 12,000 to 30,000 nurses could potentially be impacted. The RCN is concerned about the impact these immigration changes will have on individual nurses coming to work in the UK, their employers, the domestic labour market as a whole and the financial investment that will inevitably be lost when nurses have to return home. Whilst some countries move towards opening up their immigration policy to encourage the inward migration of nursing staff, the fact that the UK is reforming its immigration rules - with a view to making it more difficult for nurses to remain in the UK - places it at a real and significant disadvantage. Finally, the international context in which the UK operates and recruits nurses has, and will continue to change by 2020. Greater numbers of UK nurses may be attracted to work overseas in the increasingly competitive and fluid global market. The UK is increasingly at the mercy of the global trends and uncertainties highlighted in this report, over which it has no influence. The UK must urgently regain control by developing a self-sufficient nursing workforce. Nursing Times Vol 111 No. 7 pages 2-3 European Commission (2012), Action plan for the EU health workforce, European Commission staff working paper April 2012. http://ec.europa.eu/dgs/health_consumer/docs/swd_ap_eu_healthcare_workforce_en.pdf iii Spetz J and Given R (2009) The future of the nurse shortage: Will wage increases close the gap? US Department of Health Affairs. Available at: http://content.healthaffairs. org/content/22/6/199.full iv http://www.nursetogether.com/how-will-affordable-care-act-affect-nursing-profession v http://www.gmanetwork.com/news/story/372308/pinoyabroad/ofwguide/more-foreign-nurses-may-qualify-for-h-1b-visas vi http://careersinnursing.ca/new-grads-and-job-seekers/find-nursing-job/nursing-job-market vii http://www.japantimes.co.jp/opinion/2014/09/28/editorials/nursing-care-worker-shortage/#.VXF-kxtOWUk NORME PER GLI AUTORI La rivista Infermiere-Collegio pubblica articoli originali di natura scientifica, comunicazione di esperienze professionali, comunicazione di eventi congressuali e scientifici, lettere e richieste aventi carattere di interesse generale in campo Infermieristico, Medico e Sociale e comunque attinenti la Professione Infermieristica. 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