Indice
Evento e storia. Introduzione
Merio Scattola
/·HYHQWR/HYLDWDQR
2. Cartografia politica
3. Prima
4. Durante
5. Dopo
6. Alla fine
p. 1
1
5
6
12
40
56
Alcune osservazioni su Il libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglione
nel sistema del dialogo rinascimentale
Giacomo Comiati
p. 57
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
Merio Scattola
p. 73
1. Punto di partenza. Linguaggio e politica
2. Ragione e forza nel Novecento
3. Storia del pensiero politico e storia dei concetti
4. Storia del linguaggio politico e repubblicanesimo
5. Forma e contenuto
6. Definizione formalHGLXQD¾FRPXQLWjGLGLVFRUVR¿
7. Una comunità di discorso esemplare. La scuola di Salamanca
8. 6FKHPLSHUO·LQterpretazione formale dei testi
9. Le ¾FRPXQLWjGLGLVFRUVR¿HXURSHH
10. La relazione tra le forme e i contenuti politici
11. Anche le forme possono determinare i contenuti
12. Gli scambi tra le comunità di discorso
13. La forma e il suo significato storico
73
74
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80
81
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101
106
IV
Iconografia del Leviatano.
L’importanza del frontespizio nelle opere politiche del Seicento
Federica Poletti
1. Introduzione
2. Leviatano. Iconografia del frontespizio
3. Il corpo politico nell’immaginario aristotelico.
Caspar Faccius e John Case
4. La teoria della sovranità di Hobbes
5. Il Leviatano e la tradizione
6. Conclusioni. La filosofia politica tramite le immagini
Le parole e le cose nella lingua del Leviatano
Marco Malvestio
1. Introduzione
2. La teoria del linguaggio di Hobbes prima del Leviatano
3. La teoria del linguaggio nel Leviatano
4. Motivazioni e conseguenze
di una teoria del linguaggio nel Leviatano
5. Il Leviatano e le teorie del linguaggio dell’antichità classica
6. Conclusione
Diritto di resistenza e legittimità del potere
Paolo Scotton
1. Un’aporia nel dispositivo del Leviatano
2. Il diritto di resistenza. Interpretazioni a confronto
3. L’autorevolezza a servizio dell’autorità
4. Individuo e legittimità del potere. Considerazioni finali
Dal teatro allo scacchiere. La concezione del potere di Bernard Mandeville
Giacomo Gambaro
p. 109
109
110
111
116
121
124
p. 127
127
128
133
137
141
149
p. 151
151
159
168
176
p. 181
V
Tirranide e stato di natura. Sul rifiuto dHOO·DVVROXWLVPRJLXVQDWXUDOLVWD
nelle Tragedie Cinque di Gian Vincenzo Gravina
Enrico Zucchi
1. Diritto naturale e stato di natura da Grozio a Rousseau
2. Giusnaturalismo in Italia.
Tempi e modi della ricezione italiana tra Sei e Settecento
3. La riflessione graviniana sul giusnaturalismo moderno tra punti
di contatto e prese di distanza. DDOO·DVVROXWLVPRDOORius sapientioris
4. Oltre Machiavelli.
le Tragedie Cinque di Gravina e il diritto naturale moderno
Kant. Politica, morale e storia
Silvia Gabbatore
1. Introduzione
2. /·Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico.
Storia e diritto
3. ,OSURJUHVVRPRUDOHGHOO·XRPR
4. La collocazione intermedia del diritto
¾8QFHUWRHORJLRGHOPDOH¿
6. Conclusioni
La statistica. LHRULJLQLODPDWHPDWLFDHO·Università di Padova
Francesca Garbin e Clara Silvano
1. IntroduziRQH/·XWLOLWjGHOODVWDWLVWLFD
2. Un nuovo approccio ai fenomeni sociali
3. 'DOO·DULWPHWLFDSROLWLFDDOODVWatistica
4. La formulazione probabilistica
HO·HVWHQVLRQHGHLFDPSLGLDSSOLFD]LRQH
5. La statiVWLFDQHOO·8QLYHUVLWjGL3DGRYD
6. Una figura tra mondo politico e accademico. Luigi Bodio
7. Gli oppositori della statistica
p. 193
193
202
210
215
p. 227
227
229
236
241
244
249
p. 251
251
256
257
261
266
275
279
Appendice
p. 283
Indice dei nomi
p. 287
Merio Scattola
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
1. Punto di partenza. Linguaggio e politica
Poniamo come punto di partenza un’affermazione generale che possa fungere
come il primo assunto concesso da entrambi i contendenti impegnati in un’ indagine dialettica, e tale principio sia il seguente: «La politica è una forma di esperienza umana inerente all’ordine dell’argomentazione». Potremmo poi estendere e approfondire questa prima nozione convenuta e procedere identificando e valutando le caratteristiche dell’argomentazione che interviene nel discorso politico: se essa sia razionale e di quale tipo di razionalità debba trattarsi.
Per confermare questa identità tra politica e discorso, possiamo naturalmente
portare a conferma le definizioni classiche di Aristotele (384-322) e di Platone
(428-348). Il primo notoriamente fa coincidere la sfera pratica della politica (e
anche la scienza che da essa può derivare e che verte su di essa) con l’esercizio
del linguaggio e del ragionamento.
L’essere umano è infatti un πολιτικὸν ζῷον perchè possiede il λόγος, cioè può
ragionare e può comunicare i suoi pensieri, e in questo scambio genera azioni
comuni1. Entro lo stesso arco di considerazioni Platone ritiene che la relazione
politica sia essenzialmente un πείθειν καὶ πείθεσθαι, un convincere ed obbedire2,
che per funzionare correttamente deve essere simmetrico e che corrisponde
perciò a quella stessa relazione che Senofonte (430?-355?) e Aristotele descrissero come ἄρχειν καὶ ἄρχεσθαι e che in questa formulazione troviamo inalterata
fino alla prima età moderna3. Il punto di partenza è dunque il λόγος, non il
κράτος o la δύναμις.
Aristoteles, Politica, a cura di William David Ross, Oxonii, E typographeo Clarendoniano, 1957, lib. I, cap. 2, 1253a 1-29, pp. 3-4.
2 Plato, Κρίτων [Crito], in Id., Opera. Tomus I tetralogias I-II continens, a cura di Ioannes
Burnet, Oxonii, E typographeo Clarendoniano, 1900, 51E-52A.
3 Xenophon, Opera omnia. Tomus IV. Institutio Cyri, a cura di E. C. Marchant, Oxonii,
E typographeo Clarendoniano, [1910], lib. I, cap. 6, par. 20; Aristoteles, Politica, lib. I,
cap. 1, 1252a 15-16; cap. 5, 1254b, 21-35; lib. III, cap. 4, 1277b 11-16; Pierre Grégoire
[Petrus Gregorius Tholosanus], De republica libri sex et viginti, in duos tomos distincti, Lugduni, Sumptibus Ioannis Baptistae Buysson, 1596, lib. I, cap. 1, par. 18, pp. 9-10; Iohannes
Althusius, Politica methodice digesta atque exemplis sacris et profanis illustrata. Editio tertia
1
74
Merio Scattola
2. Ragione e forza nel Novecento
Molti orientamenti storiografici e filosofico-politici del Novecento hanno
screditato intenzionalmente e sistematicamente l’essenza argomentativa o linguistica della dimensione politica e hanno semmai identificato il suo fondamento in un nucleo irrazionale ed extralinguistico, in qualcosa che, essendo anteriore al principio di formazione e di rappresentazione, deve essere pensato, ma
meglio sarebbe dire ‹posto› giacché esso può solo imporsi, come forza, tensione, volontà, potenza. Tra i molti indirizzi che nel Novecento hanno seguito
questa via nell’intendere la politica, si possono ricordare in primo luogo la critica dell’ideologia e la sociologia della conoscenza, che, mentre dimostrano o tentano di dimostrare che ogni argomento nell’ordine del discorso è la razionalizzazione di un impulso personale o di un interesse sociale, cioè di una forza extrarazionale ed extrascientifica, concludono che nessun prodotto dell’ideologia
è mai disinteressato, ingenuo, neutrale, ma dipende da una ‹struttura sociale›,
parziale o totale, sottostante4. Eventualmente solo la scienza che analizza
l’ideologia può rivendicare per sé di essere una forma di conoscenza disinteressata e perciò razionale. Il pensiero viene in tal modo riportato alla forza in due
modi. In primo luogo il ragionamento critico, che scopre un motivo ulteriore al
di sotto dell’argomentazione razionale è riflessivo e può applicare gli stessi
strumenti anche a se stesso. Perciò la stessa critica che la scienza rivolge alla ideologia può essere ritorta contro la scienza che a sua volta può essere smascherata come un’ulteriore ideologia. In questo circolo ermeneutico vizioso
nessun ragionamento può essere indipendente, autoconsistente, ma funge sempre da strumento in vista di un fine non argomentativo che lo supera. Forse la
prima formulazione di questo metodo si trova nella genealogia della morale,
dove Friedrich Nietzsche (1844-1900) sostiene che le argomentazioni ideali del
(1603), Herbornae Nassoviorum, (Christophorus Corvinus), 1614, rist. Aalen, Scientia
Verlag, 1981, cap. 1, par. 34, p. 10.
4 Karl Mannheim, Ideology and Utopia. An Introduction to the Sociology of Knowledge (1929),
trad. amer. di Louis Wirth e Edward Shils, New York, Harcourt, Brace and Co., London, Routledge and Kegan Paul, 1954, cap. 5, par. 1, pp. 237-239. Cfr. Vilfredo Pareto,
Trattato di sociologia generale (1916), Firenze, G. Barbera, 1923, vol. 1, cap. 6, parr. 850861, pp. 434-438; Id., Compendio di sociologia generale, a cura di Giulio Farina, Firenze, G.
Barbera editore, 1920, capp. 6-7, pp. 154-277; Mario Stoppino, Ideologia, in Dizionario di
politica, a cura di Norberto Bobbio e Nicola Matteucci, Torino, Utet, 1976, pp. 464a476a; Ferruccio Rossi-Landi, Ideologia. Per l’interpretazione di un operare sociale e la ricostruzione
di un concetto, Roma, Meltemi, 2005, pp. 83-84.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
75
cristianesimo corrispondono a una condizione di tensione energetica particolarmente bassa5. In secondo luogo una considerazione sociologica della conoscenza concepisce gli atti di pensiero e le sue manifestazioni, le argomentazioni
(o ‹derivazioni› nel linguaggio di Vilfredo Pareto)6, come funzioni dell’equilibrio
sociale, che servono a realizzare, mutare o stabilizzare una determinata situazione collettiva. In tal modo la verità dell’argomento deriva dalla sua efficacia
nell’intervenire su una situazione complessa di fattori e il pensiero stesso vale
come una forza che entra in un gioco complesso di forze, quale è il mondo sociale. Anche in questo caso si può pensare che il tentativo di Friedrich Nietzsche di pensare nei suoi ultimi scritti il mondo come un campo di forze in una
sofisticata combinazione di azioni e reazioni sia una conseguenza della sua critica genealogica o sia strettamente legato a essa7.
Tra gli altri orientamenti del Novecento che hanno applicato questo schema
alla politica, si può ricordare in primo luogo la dottrina delle relazioni internazionali che, soprattutto nella versione proposta da Hans Morgenthau (19041980)8, ha immaginato i rapporti tra stati in condizione di perfetta anarchia perché i soggetti di questi rapporti, gli stati, sarebbe individui in sé autocentrati, irrisolvibili in un discorso comune e quindi, da questo punto di vista, irrazionali9.
Dobbiamo a Friedrich Meinecke (1862-1954) una delle più lucide ed efficaci
formulazioni di questo rifiuto della sfera argomentativa o etica ovvero del trionfo della forza contro il linguaggio. Nell’introduzione alla sua Idea della ragion di
stato (1924) Meinecke sostiene infatti che la storia degli stati moderni sarebbe
Friedrich Nietzsche, Zur Genealogie der Moral. Eine Streitschrift (1887), in Id., Werke in
drei Bänden. Zweiter Band, a cura di Karl Schlechta, München, Carl Hanser Verlag, 1966,
Abhandl. 1, par. 10, pp. 782-785; Id., Aus dem Nachlaß der Achtzigerjahre, in Id., Werke in
drei Bänden. Dritter Band, a cura di Karl Schlechta, München, Carl Hanser Verlag, 1966,
(W II 2), p. 612 e (Mp XVII), pp. 866-867. Cfr. Id., Der Wille zur Macht. Versuch einer
Umwertung aller Werte (1906), a cura di Peter Gast ed Elisabeth Förster-Nietzsche, Stuttgart, Kröner, 1952, Buch II, Kap. 2, par. 266, pp. 189-190.
6 Pareto, Compendio di sociologia generale, cit., cap. 67 pp. 219-277.
7 Nietzsche, Aus dem Nachlaß der Achtzigerjahre, cit., (Mp XVII), p. 874: «Eine Vielheit
von Kräften, verbunden durch einen gemeinsamen Ernährungsvorgang, heiißen wir
‹Leben›»; (W II 5), p. 775.
8 Hans Morgenthau, Politics among Nations; id., L’uomo scientifico versus la politica di potenza. Un’introduzione al realismo politico (1946), Roma, Ideazione Editrice, 2005.
9 Sergio Pistone, Relazioni internazionali, in Dizionario di politica, a cura di Norberto
Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, Torino, Torino, Utet, 21983, pp.
949a-959b.
5
76
Merio Scattola
costitutivamente dominata da due principi contrapposti che egli chiama κράτος
ed ἦθος. Κράτος è il principio irrazionale della forza che spinge e costringe ogni
stato a espandersi sia verso l’esterno sia verso l’interno senza rispettare alcun
limite e non obbedendo ad altre norme che a quelle della sua conservazione e
del suo incremento. Ἦθος è al contrario il principio di razionalizzazione o di
argomentazione, che riporta il comportamento degli stati a regole universali di
giustizia. Per la loro stessa natura i due principi sono asimmetrici perché solo
l’uno è in grado di agire, mentre l’altro è disarmato e può solo intervenire con la
dissuasione su una materia che gli resta estranea10. Perciò ἦθος non può mai governare o guidare le manifestazioni di κράτος, ma può solo frenarlo o moderare
le sue manifestazioni, così che alla fine il dualismo risulta essere in realtà un
monismo e mezzo11.
3. Storia del pensiero politico e storia dei concetti
Il merito di aver invece sottolineato nella seconda metà del Novecento
l’essenza comunicativa della politica spetta in ambito più filosofico-politico a
Hannah Arendt (1906-1975), che di fronte alle minacce dell’economia e della
tecnica ha insistito sull’esistenza di una dimensione peculiare e insostituibile
dell’agire umano12, mentre nel campo della storia politica o della storia delle
dottrine politiche o della storia delle idee in generale un grande contributo in tal
senso è stato dato da un lato da John Pocock e Quentin Skinner, cioè dalla
Scuola di Cambridge e dall’altro lato dalla Begriffsgeschichte tedesca13.
Friedrich Meinecke, L’idea della ragion di stato nella storia moderna (1924), trad. it. di
Dino Scolari, Firenze, Sansoni editore, 1977, (1. ed. it. 1942), Introduzione, pp. 1-22.
11 Merio Scattola, Meinecke, Machiavelli e la ragion di stato, in Machiavelli nella storiografia e
nel pensiero politico del XX secolo, a cura di Luigi Marco Bassani e Corrado Vivanti, Milano,
Giuffrè Editore, 2006, pp. 167-206. Il problema del rapporto tra monismo e dualismo
risale ad Alfred Vierkandt, Der Dualismus im modernen Weltbild, Berlin, Pan-Verlag Heise,
1923. Cfr. Id., Recensione a Friedrich Meinecke, Die Idee der Staatsräson in der neueren Geschichte,
in «Kant-Studien», 33, 1928, pp. 299-300.
12 Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana (1958), trad. it. Milano, Bompiani,
1994, pp. 18-57. Cfr. Gaetano Rametta, Comunicazione, giudizio ed esperienza del pensiero in
Hannah Arendt, in Filosofia politica e pratica del pensiero. Eric Voegelin, Leo Strauss, Hannah
Arendt, a cura di Giuseppe Duso, Milano, Franco Angeli, 1988, pp. 235-287, qui pp.
236-251.
13 Il merito di avere avvicinato l’uno all’altro questi due orientamenti scientifici e di
avere tentato una loro sintesi spetta a Melvin Richter, Conceptual History (Begriffsgeschichte)
10
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
77
L’uno e l’altro indirizzo mettono a fuoco due aspetti diversi del linguaggio
politico ovvero della politica come linguaggio, nel primo caso più rivolto alle
dinamiche dell’uso, alla pragmatica linguistica, nell’altro caso più consono alle
strutture permanenti, alla grammatica. Se non si fa troppo torto ai termini introdotti da Ferdinand de Saussure (1857-1913) nella linguistica generale14, si potrebbe dire che la scuola di Cambridge si è più rivolta alla parole, mentre la Begriffsgeschichte si è occupata prevalentemente della langue.
Entrambi gli indirizzi sono stati avviati da un saggio nel quale furono stabiliti i principi metodologici fondamentali che ciascuno dei due orientamenti avrebbe dovuto applicare e sviluppare. Reinhart Koselleck (1923-2006) propose
il manifesto della sua storia concettuale nel 1967 nell’articolo Richtlinien für das
Lexikon Politisch-sozialer Begriffe der Neuzeit, pubblicato nell’Archiv für Begriffsgeschichte15. Ancora più esplicita è stata la presa di posizione di Quentin Skinner
a favore della politica come linguaggio in un suo intervento metodologico pubblicato in History and Theory nel 196916 e questa posizione è stata difesa da John
Pocock in molti suoi saggi17. Come è noto, Skinner muove dalle riflessioni sul
and Political Theory, in «Political Theory», 14, 1986, pp. 604-637; Id., The History of Political
and Social Concepts. A Critical Introduction, New York, Oxford University Press, 1995; Id.,
Appreciating a Contemporary Classic. The Geschichtliche Grundbegriffe and Future Scholarship, in The Meaning of Historical Terms and Concepts. New Studies on Begriffsgeschichte, a cura di
Hartmut Lehmann e Melvin Richter, Washington D. C., German Historical Institute,
1996, pp. 7-19.
14 Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale (1916), trad. it. di Tullio De Mauro, Bari, Editori Laterza, 1974, Introduzione, cap. 4, pp. 28-30. Cfr. Giulio Lepschy, La
linguistica strutturale, Torino, Giulio Einaudi editore, 1966, pp. 45-46.
15 Reinhart Koselleck, Richtlinien für das Lexikon politisch-sozialer Begriffe der Neuzeit, in Archiv für Begriffsgeschichte, 11, 1967, pp. 81-99. Cfr. Id., Begriffsgeschichte und Sozialgeschichte 1972, in Historische Semantik und Begriffsgeschichte, a cura di Id., Stuttgart, KlettCotta, 1978, pp. 19-36; Id., Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici (1979), Genova, Marietti, 1986, pp. 110-122.
16 Quentin Skinner, Meaning and Understanding in the History of Ideas, in «History and
Theory», 8, 1969, pp. 3-53, rist. abbreviato in Id., Visions of Politics. Volume 1: Regarding
Method, Cambridge, Cambridge University Press, 2002, pp. 57-89.
17 John Greville Agard Pocock, Texts and Events: Reflections on the History of Political
Thought, in Politics of Discourse. The Literature and History of Seventeenth-Century England, a
cura di Kevin Sharpe e Steven N. Zwicker, Berkeley, University of California Press,
1987, pp. 21-34; Id., Languages and Their Implications. The Transformation of the Study of Political Thought (1989), in Id., Politics, Language, and Time. Essays on Political Thought and History,
Chicago, The University of Chicago Press, 1989, pp. 3-41; Id., The History of Political
78
Merio Scattola
linguaggio avanzate da John Austin (1911-1960) e da John Searle (1932-)18. La
lingua non è infatti solamente trasmissione denotativa di dati, ma articola anche
altre funzioni metalinguistiche e illative. Alcune azioni degli uomini avvengono
infatti attraverso la lingua. Si può perciò pensare che ampie sfere dell’esperienza
umana siano regolate da questa pragmatica linguistica. Assieme al diritto questo
può essere certamente il caso della politica19.
La politica può quindi essere immaginata come una dimensione comunicativa vigente all’interno di una determinata comunità umana. La lingua politica
deve inoltre essere costituita da due sfere o componenti. Dobbiamo infatti pensare che esista una grammatica della politica, una langue, che stabilisce quali cose
si possono fare con la lingua e in che modo. Questa dimensione, pur conservando inalterata la sua forza normativa, risulta tuttavia invisibile e astratta, presente solo nella mente dei parlanti. Ciò che invece è perfettamente visibile sono
i singoli atti di parole, che tuttavia sono sempre realizzazioni imperfette e materiali della langue. Ma gli atti di parole, proprio perché avvengono nel campo reale
della comunicazione, producono sermpre l’effetto di confermare o di contestare
una determinata regola linguistica, quando la applicano fedelmente ovvero
quando la violano. Perciò la comunicazione politica può anche essere considerata come una continua lotta per la convalida delle regole e/o per la loro sostituzione con paradigmi linguistici concorrenti, i quali nascono in un primo tem-
Thought. A Methodological Inquiry (1962), in Id., Political Thought and History. Essays on Theory
and Method, Cambridge, Cambridge University Press, 2009, pp. 3-19; Id., Verbalizing a
Political Act. Towards a Politics of Speech (1973), ibidem, pp. 32-50; Id., Political Ideas as Historical Events. Political Philosophers as Historical Actors (1980), ibidem, pp. 20-50; Id., The Reconstruction of Discourse. Towards the Historiography of Political Thought (1981), ibidem, pp. 51-66;
Id., The Concept of Languae and the métier d’historien. Some Considerations on Practice (1987),
ibidem, pp. 87-105; Id., Quentin Skinner. The History of Politics and the Politics of History,
ibidem, pp. 123-142.
18 John Langshaw Austin, How to do things with words. The William James Lectures delivered at Harvard University in 1955, Oxford, Clarendon, 1962; John Searl, Speech Acts. An
Essay in the Philosophy of Language, Cambridge, Cambridge University Press, 1969.
19 Quentin Skinner, The Foundations of Modern Political Thought. Volume One. The Renaissance, Cambridge, Cambridge University Press, 1978, Preface, p. xiii: «What exactly does
this approach enable us to grasp about the classic texts that we cannot grasp simply by
reading them? The answer, in general terms, is I think that it enables us to characterize
what their authors were doing in writing them.»
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
79
po come usi devianti, ma infine si impongono nelle consuetudini dei parlanti e
diventano a loro volta langue ovvero grammatica20.
Questo modello di lingua politica ha importanti conseguenze per la costruzione della dimensione storica perché in primo luogo risulta evidente che ogni
discorso pubblico andrà riferito al suo contesto, alla sua grammatica, d’origine,
all’interno del quale sono decifrabili le intenzioni comunicative originarie del
parlante. Poiché la storia è un insieme complesso di testi e di contesti, un testo
può ovviamente anche essere decontestualizzato, cioè spostato dalla sua collocazione storica originaria, dove è stato prodotto, e può essere trasferito in un
altro luogo o in un altro tempo, che lo recepisce21. Le intenzioni originarie andranno in questo caso perdute e saranno generati nuovi sensi del testo. In secondo luogo la storia intera appare come un interagire di testi e di azioni linguistiche, poste tutte sullo stesso livello. In terzo luogo andrà persa la distinzione
tra un livello profondo o strutturale dell’esperienza umana, nel quale agiscono le
forze storiche e il livello superficiale o sovrastrutturale, che può valere come
luogo delle giustificazioni ideologiche o delle ripercussioni e delle reazioni nel
campo del pensiero22. Il modello interpretativo ‹struttura vs. sovrastruttura› distrugge infatti la possibilità di avere una dimensione autonoma o autosufficiente
della politica, che è ridotta a strumento per giustificare le dinamiche di forze più
profonde. Perciò, in quarto luogo, se si pensa alla politica in termini linguistici,
si conserva la sua perfetta autonomia, almeno nei termini di una sfera del discorso.
Ibidem, p. xiii: «We can begin to see not merely what arguments they were presenting, but also what questions they were addressing and trying to answer, and how far
they were accepting and endorsing, or questioning and repudiating, or perhaps even
polemically ignoring, the prevailing assumptions and conventions of political debate.»
21 Hans Robert Jauß, Literaturgeschichte als Provokation, Frankfurt am Main, Suhrkamp,
1970; Id., Ästhetische Erfahrung und literarische Hermeneutik, Frankfurt am Main, Suhrkamp,
1982; Id., Rückschau auf die Begriffsgeschichte des Verstehens (1992), in Id., Wege des Verstehens,
München, Wilhelm Fink Verlag, 1994, pp. 11-29. Cfr. Helmut Pfeiffer, Rezeptionsästhetik,
in Reallexikon der deutschen Literaturwissenschaft, a cura di Klaus Weimar, Harald Fricke e
Jan-Dirk Müller, Berlin, Walter de Gruyter, 2003, Bd. 3, pp. 285b-288a.
22 Cfr. Herfried Münkler, Machiavelli. Die Begründung des politischen Denkens der Neuzeit
aus der Krise der Republik Florenz, Frankfurt am Main, Fischer Taschenbuch Verlag, 1984,
p. 15: «Der von Machiavelli eingeleitete Paradigmawechsel […] ist nicht die einsame Tat
eines Genies […], sondern das Ergebnis der politischen, ökonomischen und sozialen
Veränderungen, die in Florenz seit dem 13. Jahrhundert stattgefunden haben.»
20
80
Merio Scattola
4. Storia del linguaggio politico e repubblicanesimo
La lettura della dimensione politica come lingua e come scambio comunicativo può essere intesa sia in senso formale sia in senso materiale. Con
l’espressione ‹senso materiale› si possono comprendere le posizioni che concretamente vengono difese nel dibattito politico di un certo contesto; con ‹aspetto
formale› si possono indicare le norme o le forme linguistiche utilizzate per comunicare determinati contenuti. La dottrina della repubblica mista è, per esempio, un contenuto particolare che può essere trasmesso o discusso in forme differenti23, in un libero commento alle Storie di Tito Livio (59 a. C.-17 d. C.), in un
trattato dedicato a una sola città, in un’esposizione sistematica del sapere politico tramandato, in una tavola sinottica illustrata24. Nello stesso modo la dottrina
della monarchia e del re può essere esposta in un’orazione, in un trattato o in
uno speculum principis25. Poiché nel lavoro storico sulle epoche passate abbiamo a
che fare con testi scritti o con artefatti umani, edifici, manufatti, prodotti, che
valgono come segni e come testimoni, possiamo generalizzare le ultime considerazione e dire che le dottrine o le ideologie sono elaborate in differenti generi
letterari.
Le premesse metodologiche di Quentin Skinner, che esaltano l’aspetto linguistico e comunicativo della politica, promettono perciò di porre in forte rilievo anche gli aspetti formali della lingua politica e fanno sperare in una vasta
messe di dati e di indagini sul versante delle forme utilizzate dal discorso politico, cioè nel campo dei suoi generi letterari, dei codici e delle convenzioni. Di
fatto il suo lavoro si concentra quasi esclusivamente sull’identificazione e sulla
difesa della tradizione repubblicana quale variante costituzionale della libertà26,
23 Wilfried Nippel, Mischverfassungstheorie und Verfassungsrealität in Antike und früher
Neuzeit, Stuttgart, Klett-Cotta, 1980; Merio Scattola, Le tradizioni tedesche della costituzione
mista alle soglie dell'età moderna, in «Filosofia politica», 19, 2005, pp. 97-108; Alois Riklin,
Machtteilung. Geschichte der Mischverfassung, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft,
2006.
24 Cfr. infra il saggio di Federica Poletti, pp. 109-125 e l’Appendice.
25 I diversi significati del concetto di monarchia sono ricostruiti da Horst Dreitzel,
Monarchiebegriffe in der Fürstengesellschaft. Semantik und Theorie der Einherrschaft in Deutschland
von der Reformation bis zum Vormärz. Band 1. Semantik der Monarchie, Köln, Weimar, Wien,
Böhlau Verlag, 1991.
26 Skinner, The Foundations of Modern Political Thought. Volume One. The Renaissance, cit.,
pp. 3-65; Id., The Republican Ideal of Political Liberty, in Machiavelli and Republicanism, a cura
di Gisela Bock, Quentin Skinner e Maurizio Viroli, Cambridge, Cambridge University
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
81
che non viene caratterizzata in alcun modo formalmente pregnante rispetto ad
altre situazioni. Dunque l’operazione metodologica consiste nell’accoppiamento
di un programma di pragmatica linguistica con una costruzione dottrinale particolare, quella repubblicana, mentre resta ancora del tutto intatto, e forse anche
ignorato, il campo d’indagine delle forme e del loro significato nel quadro di
una politica concepita come linguaggio. È dunque indifferente che Niccolò Machiavelli (1469-1527) abbia composto discorsi e non trattati? A che cosa si deve
questa scelta? Alla sua insufficiente preparazione umanistica e quindi fondamentalmente alla contingenza? Oppure c’è un legame necessario, o quanto meno argomentabile, fra i ragionamenti che Machiavelli propose e il modo in cui li
espresse? E a che punto o a che livello si deve collocare questo legame? È una
scelta tattica legata alle condizioni del discorso politico a Firenze negli anni
1513-1517? Oppure ha un nesso più profondo, strategico, con il discorso politico che Machiavelli formula nei suoi manoscritti e che consegna, volontariamente o involontariamente, alle tradizioni della repubblica e della ragion di stato? Queste domande sono certamente ancora più rilevanti se pensiamo che esse
sono formulate all’interno di un quadro teorico che intende la politica come
comunicazione linguistica e che esse valgono per materiali che si concepiscono
come uno scambio argomentativo.
5. Forma e contenuto
Per la tradizione repubblicana, ammesso che essa esista in quest’accezione,
come per qualsiasi altra comunità di discorso, dobbiamo dunque interrogarci se
esista questo collegamento fra forma e contenuto. Ma prima ancora dobbiamo
chiederci che cosa siano e quali siano queste che abbiamo qui ora chiamato
‹comunità di discorso›, come esse siano definibili e soprattutto se esse si possano determinare in termini formali27.
Press, 1990, pp. 293-309; Martin van Gelderen, Aristotelians, Monarchomachs and Republicans: Sovereignty and respublica mixta in Dutch and German Political Thought, 1580-1650, in
Republicanism. A Shared European Heritage. Volume I. Republicanism and Constitutionalism in
Early Modern Europe, a cura di Id. e Quentin Skinner, Cambridge, Cambridge University
Press, 2002, pp. 195-217.
27 Merio Scattola, Zu einer europäischen Wissenschaftsgeschichte der Politik, in Werkstatt Politische Kommunikation. Netzwerke, Orte und Sprachen des Politischen, a cura di Christina
Antenhofer, Lisa Regazzoni e Astrid von Schlachta, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 2010, pp. 23-54, qui pp. 32-34; Id., La storia dei saperi politici nell’Europa moderna, in
82
Merio Scattola
Potremmo pensare che le ‹comunità di discorso› siano semplicemente ‹tradizioni politiche›, cioè l’insieme degli interlocutori che condividono un determinato ragionamento o una certa ideologia. Machiavelli è stato per esempio ascritto
alla scuola del repubblicanesimo umanistico28 e nello stesso ambito è stata identificata un’esplicita linea atlantica29, così come, in termini più generali, Martin
Wight (1913-1972) ha riportato tutte le opzioni possibili nella storia delle relazioni internazionali a quelle che ha chiamato ‹le tre tradizioni›30, mentre per il
federalismo è stata usata la metafora della sorgente per indicare il punto in cui
una corrente di pensiero avrebbe origine31. In tutti questi casi abbiamo tuttavia
una definizione contenutistica della tradizione perché quest’ultima è concepita
come la linea lungo la quale un determinato materiale viene trasmesso da un
un’epoca all’altra. I singoli, i gruppi o le generazioni sono pensati come un insieme di persone disposte in fila, cioè sull’ordine del tempo, e impegnate a pasConcordia Discors. Scritti in onore di Giuseppe Duso, a cura del Gruppo di Ricerca sui Concetti Politici, Padova, Padova University Press, 2012, pp. 197-225, qui pp. 206-209. Per
una definizione sociologica della comunità di discorso cfr. Robert Wuthnow, Communities of Discourse: Ideology and Social Structure in The Reformation, The Enlightenment and European Socialism, Cambridge, Massachusetts, Harvard University Press, 1989; Randall Collins,
The Sociology of Philosophies. A Global Theory of Intellectual Change, Cambridge, Massachusetts, Belknap Press of Harvard University, 1998.
28 Skinner, The Foundations of Modern Political Thought. Volume One. The Renaissance, cit.,
pp. 180-185 intende il discorso di Machiavelli, fatte salve due eccezioni, «as a relatively
orthodox contribution to a well-established tradition of Republican political thought».
Cfr. Id., Machiavelli’s Discorsi and the pre-humanist origins of republican ideas, in Machiavelli and
Republicanism, cit., pp. 121-141. Cfr. anche Münkler, Machiavelli, cit., p. 15:
29 John Greville Agard Pocock, The Machiavellian Moment. Florentine Political Thought
and the Atlantic Republican Tradition, Princeton, Princeton University Press, 1975. La traduzione italiana di Alfonso Prandi utilizza un termine diverso. Cfr. Id., Il momento machiavelliano. Il pensiero politico fiorentino e la tradizione repubblicana anglosassone (1975), Bologna,
Il Mulino, 1980.
30 Martin Wight, International Theory. The Three Traditions, a cura di Gabriele Wight e
Brian Porter, Leicester and London, Leicester University Press, 1991; Id., Four Seminal
Thinkers in International Theory. Machiavelli, Grotius, Kant and Mazzini, a cura di Gabriele
Wight and Brian Porter, Oxford, Oxford University Press, 2005. Cfr. anche Traditions of
International Ethics, a cura di Terry Nardin e David R. Mapel, Cambridge, Cambridge
University Press, 1992.
31 Charles S. McCoy e Joseph Wayne Baker, Fountainhead of Federalism. Heinrich
Bullinger and the Convenantal Tradition. With a Translation of De testamento seu foedere Dei
unico et aeterno (1534), Louisville, Kentucky, John Knox Press, 1991.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
83
sarsi di mano un mano un blocco di idee ben definito che è stato escogitato dal
capofila e che nel procedere passo dopo passo rimane invariato o subisce cambiamenti tali da non intaccare la sua identità. Può naturalmente anche darsi il
caso che la fila sia talmente lunga che il suo inizio si perde nell’oscurità dei tempi passati. In ogni caso, la tradizione si definisce a partire dal fatto che tutti i
suoi membri condividono lo stesso materiale ovvero il medesimo complesso di
idee o giudizi sul mondo. Se infatti, nel passare da un membro all’altro della catena il contenuto subisse un mutamento che cambiasse la sua identità, la linea di
trasmissione sarebbe spezzata e nascerebbe una nuova tradizione.
Per definire invece in termini puramente formali una comunità di discorso
dovremmo concentrarci non tanto, o non solo, sui contenuti ideologici, ma soprattutto sui modi in cui essi sono trasmessi e sui loro linguaggi. Ricorrendo alle
teoria delle funzioni linguistiche32, potremmo tentare di stabilire in primo luogo
chi siano i protagonisti dello scambio comunicativo, chi siano cioè gli emittenti
e i riceventi del messaggio. In tal senso il significato dell’espressione ‹comunità
di discorso› potrebbe risultare molto vicino a ciò che di solito si intende con
‹comunità politica›. Per quanto questo sembri un compito semplice, è effettivamente difficile stabilire con qualche esattezza quale sia l’ambito a cui si rivolge un autore quando si esprime in termini politici. A chi parlava Francisco de
Vitoria (1492-1546) quando compose la sua duplice lezione sulla guerra e sugli
Indiani d’America? Ai suoi allievi di Salamanca? Ai suoi colleghi? Al re di Spagna, ai sudditi spagnoli, alla cristianità, ai nativi del Nuovo Mondo? A chi si rivolgeva Giacomo VI Stuart (1566-1625, re di Scozia dal 1567, re d’Inghilterra
dal 1603) dal quando compose il Basilikon doron nel 1599? Al principe Henry e
poi al principe Charles? Ai sudditi del regno di Scozia o a quelli del regno
d’Inghilterra? Agli altri regnanti europei33? Fortunatamente, almeno in alcuni
casi, le comunità nelle quali hanno operato i parlanti o gli autori politici si possono definire in termini formali abbastanza sicuri. Si può cioè identificare il loro
contesto in base alle categorie o alle funzioni del linguaggio che essi adottano e
in tal senso esse perimetrano anche la loro estensione. Nello stesso modo, tautologicamente, diciamo che parlanti italiani sono tutti coloro che parlano
32 Roman Jakobson, Linguistica e poetica (1958), in Id., Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 2008, pp. 181-218, qui pp. 185-193.
33 Merio Scattola, A Challenge in Political Theology. James I and Early English Puritans on
the Sources and Limits of Secular Authority, in Queen and Country. The Relation between the Monarch and the People in the Development of the English Nation, a cura di Alessandra Petrina,
Bern, Peter Lang, 2011, pp. 259-295.
84
Merio Scattola
l’italiano e nel momento stesso in cui qualcuno parla, sappiano se appartiene o
no a questo gruppo.
6. Definizione formale di una ‹comunità di discorso›
Per nostra fortuna alcuni testi del passato – e questa situazione vale particolarmente per i secoli della prima età moderna – dichiarano esplicitamente o in
forma non troppo criptica da chi siano stati prodotti, a chi si rivolgano e per
quale motivo essi instaurino un rapporto di comunicazione con i loro interlocutori. Essi in tal modo definiscono esplicitamente la comunità entro la quale avviene l’argomentazione che essi propongono, e di tale comunità danno non tanto le coordinate materiali, cioè le dottrine in cui quel gruppo umano si riconosce, quanto le specifiche formali, cioè i codici linguistici e comportamentali che
lo caratterizzano. Alcuni testi, spesso specializzati in questa funzione, ricostruiscono anche espressamente i singoli elementi del codice linguistico che deve
essere applicato in un certo contesto: la lingua, i generi letterari, i temi ammissibili, le forme dell’argomentazione, i metodi dell’esposizione34. Altri testi definiscono il loro ambito di comunicazione ovvero la comunità all’interno della quale operano perché i loro componenti si riconoscono facendo l’uno riferimento
all’altro e generando quella che possiamo chiamare una ‹comunità di citazione›
nella quale tutti i membri identificano esplicitamente chi faccia parte legittimamente del medesimo discorso35. Questa può anche essere definita una ‹comuniQueste informazioni erano raccolte e trasmesse nella prima età moderna da scritti
che avevano il compito di avviare allo studio di una determinata disciplina, come la giurisprudenza o la medicina, o che erano pensati come introduzione nell’esposizione sistematica di una singola materia. Cfr. Id., Dalla virtù alla scienza. La fondazione e la trasformazione della disciplina politica nell’età moderna, Milano, Franco Angeli, 2003, pp. 47-82; Id.,
Kaspar Schoppe und die Entwicklung der politischen propädeutischen Gattungen, in Kaspar Schoppe
(1576-1649) Philologe im Dienste der Gegenreformation. Beiträge zur Gelehrtenkultur des europäischen Späthumanismus, a cura di Herbert Jaumann, Frankfurt am Main, Vittorio Klostermann, 1998, pp. 177-200. Una funzione propedeutica o isagogica poteva essere affidata
anche al genere letterario delle bibliografie. Cfr. Id., Geschichte der politischen Bibliographie
als Geschichte der politischen Theorie, in «Wolfenbütteler Notizen zur Buchgeschichte», 20,
1995, pp. 1-37.
35 Merio Scattola, Konflikt und Erfahrung. Über den Kriegsgedanken im Horizont frühneuzeitlichen Wissens, in Kann Krieg erlaubt sein? Eine Quellensammlung zur politischen Ethik der
Spanischen Spätscholastik, a cura di Heinz-Gerhard Justenhoven e Joachim Stüben, Stuttgart, Verlag W. Kohlhammer, 2006, pp. 11-53, qui pp. 16-18; Id., Krieg des Wissens-Wissen
34
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
85
tà di citazione orizzontale o trasversale› e si può distinguere da un’altra variante
che possiamo chiamare ‹comunità di citazione verticale o longitudinale›, nella
quale i partecipanti di un medesimo discorso si dispongono sull’asse del tempo
e si riconoscono come un raggruppamento omogeneo perché ammettono le
stesse fonti o lo stesso capostipite, come avviene nella comunità religiosa, ovvero si dispongono l’uno dopo l’altro nella successione dei momenti storici.
Proviamo a formulare un esempio di uno di questi fenomeni storici.
7. Una comunità di discorso esemplare. La Scuola di Salamanca
Francisco de Vitoria, che abbiamo citato brevemente sopra, viene inserito
nella così detta ‹Scuola di Salamanca› o ‹Tarda Scolastica› o ‹Scolastica Spagnola›
e viene anzi ritenuto il fondatore di questa corrente o tradizione teologica e giuridica, che a sua volta viene distinta nelle due fasi ‹prima› e della ‹seconda generazione della Scuola di Salamanca›, e, viene fatta terminare con Francisco Suárez, dopo circa un secolo di intensa attività e produzione letteraria36. Per definire l’identità della Scuola di Salamanca si fa generalmente ricorso alle dottrine
difese e propagate dai suoi esponenti, ovvero si applica quella che sopra abbiamo chiamato una definizione contenutistica di questa comunità intellettuale, ed
è proprio per seguire fedelmente questa scelta che diviene inevitabile introdurre
articolazioni e fratture interne. Infatti se l’interesse per Tommaso d’Aquino
(1225-1274) resta generalmente costante e può essere utilizzato come un criterio unificante, altri elementi di contenuto mostrano tante e tali differenze che,
se dovessimo giudicare solamente in base a essi, dovremmo concludere che non
esiste nessuna unitaria Scuola di Salamanca. Francisco de Vitoria e i suoi colleghi, che operavano nella prima metà del Cinquecento, erano infatti rigorosamente intellettualisti; intellettualismo e volontarismo teologico si scontrarono
des Krieges. Konflikt, Erfahrung und System der literarischen Gattungen am Beginn der Frühen Neuzeit, Padova, Unipress, 2006, pp. 41-43.
36 Questa divisione in fasi è stata difesa da Luciano Pereña, Estudio preliminar. La tesis
de la paz dinámica, in Francisco de Vitoria, Relectio de iure belli o paz dinámica. Escuela
Española de la Paz. Primera generación 1526-1560, a cura di Luciano Pereña, Vidal Abril,
Carlos Baciero, Antonio Garcia e Francisco Maseda, Madrid, Consejo superior de
investigaciones científicas, 1981, pp. 27-94. Cfr. anche Id., La Universidad de Salamanca,
forja del pensamiento político español en el siglo XVI, Salamanca, Universidad de Salamanca,
1954.
86
Merio Scattola
aspramente alla fine del medesimo secolo, mentre all’inizio del secolo successivo Francisco Suárez sostenne una posizione moderatamente volontarista37.
L’affinità di questi autori è invece molto più evidente quando si considera
l’aspetto formale. Essi infatti si citano reciprocamente quando le circostanze
cronologiche lo permettono. Domingo de Soto (1494-1560) nomina Francisco
de Vitoria come suo amico e maestro38; Diego de Covarrubias y Leyva (1524?1602) e Domingo Báñez (1527-1604) a loro volta ricordano esplicitamente
Domingo de Soto39, e Francisco Suárez (1548-1617) menziona Diego de Covarrubias e Domingo de Soto40, i quali, tra l’altro, assieme a Fernando Vázquez de
Menchaca (1512-1569), entrano nel canone delle fonti teologiche e giuridiche di
ambito europeo interconfessionale, tanto da essere frequentemente presenti
nelle opere di Iohannes Althusius o di Hugo Grotius41. Quest’ultimo inoltre
Franco Todescan, Lex, natura, beatitudo. Il problema della legge nella scolastica spagnola
del secolo XVI, Padova, Cedam, 1973; Id., Il problema del diritto naturale fra Seconda Scolastica
e giusnaturalismo laico secentesco. Una introduzione bibliografica, in Iustus ordo e ordine della natura. Sacra doctrina e saperi politici fra XVI e XVIII secolo, a cura di Fausto Arici e Franco
Todescan, Padova, Cedam, 2007, pp. 15-61; Id., «Nolite silere theologi in munere alieno». Il
perché di una ricerca sulla Seconda Scolastica, in «Silete theologi in munere alieno.» Alberico Gentili e
la Seconda Scolastica, a cura di Marta Ferronato e Lucia Bianchin, Padova, Cedam, 2011,
pp. 185-217, qui pp. 203-208.
38 Domingo de Soto, Relección De dominio, a cura di Jaime Brufau Prats, Granada,
Universidad de Granada, 1964, par. 36, pp. 162-164.
39 Domingo Báñez, El derecho y la justicia. Decisiones de iure et iustitia. Salamanca 1594,
Venecia 1595, a cura di Juan Cruz Cruz, Pamplona, Ediciones Universidad de Navarra
S.A., [2008], quaest. 57, art. 1, arg. 6, p. 42; art. 4, concl. 2, p. 80; Diego de Covarrubias
y Leyva, Regulae Peccatum, De regulis iuris, Libro Sexto, relectio (1554), in Id., Opera omnia
multo quam prius emendatiora ac multis in locis auctiora, in duos divisa tomos. Tomus primus,
Venetiis, Apud haeredem Hieronymi Scoti, 1581, pp. 521-586, qui part. 1, par. 1, p.
524a; par. 5, p. 527b e 528a.
40 Francisco Suárez, De legibus I. De natura legis (1612), a cura di Luciano Pereña,
Madrid, Consejo Superior de Investigaciones Científicas Instituto Francisco de Vitoria,
1971, lib. I, cap. 8, par. 4, p. 150; Prooemium, p. 7; lib. I, cap. 5, par. 1, p. 78; cap. 6,
par. 20, p. 122; cap. 7, par. 1, p. 128.
41 Iohannes Althusius cita questi tre autori, tra gli altri casi, quando introduce la figura degli efori e quando discute il diritto di resistenza. Cfr. Althusius, Politica methodice
digesta, cit., cap. 18, parr. 18 e 20, pp. 282-283 e cap. 38, par. 9, p. 887: «Similiter, quando
summus magistratus absoluta potestate seu plenitudine potestatis in administratione sua
utitur et repagula atque vincula, quibus humana societas est obserata, revellit et perfringit.
37
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
87
considerò nella stesura del suo De iure praedae commentarius del 1606 circa questi
autori come una sorta di gruppo omogeneo che rappresentava omnium theologorum iurisque prudentum consensus e si propose di confutare le conclusioni degli avversari con le loro stesse armi42.
A questo mutuo riconoscimento, che spesso avviene sul piano trasversale
della contemporaneità, si può aggiungere anche l’asse longitudinale della successione nel tempo, e utilizzando entrambe le coordinate è possibile sviluppare un
criterio di giudizio specifico di queste situazioni. La tecnica biblioteconomica ha
infatti elaborato uno strumento specifico per l’identificare in modo certo i libri
antichi, soprattutto incunaboli e cinquecentine, nelle loro diverse edizioni, varianti e ristampe, che spesso sono indiscernibili se si considera il solo frontespizio. Questo accorgimento si chiama ‹impronta› o fingerprint e consiste in una
stringa di caratteri riuniti in quattro gruppi, ciascuno dei quali è a sua volta formato da quattro lettere, simboli o numeri, rilevati nelle ultime due righe di quattro pagine prestabilite nella pubblicazione da classificare. A questi sedici caratteri segue un numero, che indica la carta o la pagina da cui è tratto il terzo gruppo
di caratteri, e infine l’indicazione dell’anno di pubblicazione dell’opera. Il presupposto su cui si basa questo metodo è che un’unica stringa di sedici caratteri
può essere identica in due esemplari solo se essi sono stati stampati con i medesimi tipi, senza alcuna variazione, mentre cambiamenti anche minimi nella
composizione, come aggiunte, tagli e sostituzioni, dovrebbero riflettersi immediatamente in un diverso ordine delle righe e dello specchio di stampa e dovrebbero perciò generare impronte divergenti.
Possiamo costruire uno strumento analogo anche per gli autori della Scuola
di Salamanca e ottenere così un’impronta delle loro fonti rilevando quali autorità risultino citate da ciascuno scrittore, in quale proporzione esse compaiano e
in quale ordine siano disposte. Applicando questo semplice metodo statistico
Hugo Grotius, De iure praedae commentarius. Ex auctoris codice descripsit et vulgavit H. G.
Hamaker, Hagae Comitum, Apud Martinum Nijhoff, 1868, cap. 8, p. 84. Cfr anche ibidem, cap. 6, p. 63; cap. 15, p. 322. Cfr. Alfred Dufour, Les Magni Hispani dans l'œvre de
Grotius, in Die Ordnung der Praxis. Neue Studien zur Spanischen Spätscholastik, a cura di Frank
Grunert e Kurt Seelmann, Tübingen, Max Niemeyer Verlag, 2001, pp. 351-380; Franco
Todescan, «Sequuntur Dogmatica De Iure Praedae.» Law and Theology in Grotius’s Use of Sources
in De Iure Praedae, in Property, Piracy and Punishment. Hugo Grotius on War and Booty in De
iure praedae - Concepts and Contexts, a cura di Hans Blom, Leiden and Boston, Brill,
2009, pp. 280-309, qui p. 283. Sulle fonti spagnole di Hugo Grotius cfr. Peter Haggenmacher, Grotius et la doctrine de la guerre juste, Paris, Presses Universitaires de France, 1983,
pp. 274-275, 348-351 e 365-367.
42
88
Merio Scattola
agli autori spagnoli del Cinquecento, si può chiaramente osservare che essi da
un lato essi si citano l’un l’altro, trasversalmente, mentre dall’altro lato, nel senso longitudinale della storia, essi si riferiscono sempre alle stesse autorità e sempre nello stesso modo, ossia secondo una medesima distribuzione statistica. Se,
per esempio, consideriamo gli scritti sulla guerra di Francisco de Vitoria, di
Domingo de Soto, di Melchor Cano (1509-1560) e di Diego de Covarruvias,
notiamo in primo luogo che si tratta di lectiones o di relectiones, di opere molto simili per codice stilistico, occasione della creazione, destinatari43. Inoltre questi
tre autori mostrano la medesima impronta delle fonti44. L’autorità maggiormente citata è infatti in tutti i casi Tommaso d’Aquino, che con la sua Quaestio 40.
De bello, compresa nella Prima Secundae della sua Summa theologiae, fornisce anche
la base del commento. Seguono alcuni importanti passi presi dal Vecchio testamento, in modo particolare dal Deuteronomio, e quindi alcuni luoghi del Nuovo testamento. Al terzo posto per frequenza compaiono i libri del diritto canonico,
con un’evidente prevalenza del Decreto sulle Decretali. Infine sono ricordati autori
del sedicesimo secolo di orientamento irenico, quali Adrian Florisz, cioè papa
Adriano VI (1459-1523, papa dal 1522), e Iohannes Driedo di Turnhout
(1480?-1535). Tra gli autori del Cinquecento frequenti sono anche i compilatori
di Summae o Summulae confessorum, come Silvestro Mazzolini da Prierio (Sylvester
Prierias, 1456?-1523).
8. Schemi per l’interpretazione formale dei testi
Già con l’aiuto di questo primo esempio si intuisce facilmente che una comunità di discorso ossia una comunità di citazione, cioè un gruppo di autori uniti da un vincolo di solidarietà comunicativa, si caratterizza non solamente per
il riconoscimento reciproco, nel senso orizzontale e trasversale del tempo, o per
il riferimento a un canone costitutivo comune, nel senso verticale e longitudinale della storia, ma anche per alcune rilevanti circostanze del comportamento
condivise da tutti i suoi esponenti. Ma come possiamo classificare e schematizzare gli ambiti e le categorie nelle quali si manifestano queste affinità?
43 Francisco de Vitoria, Relectio de iure belli, in Id., Relectio de iure belli o paz dinámica, cit.,
pp. 95-207; Id., Quaestio de bello, ibidem, pp. 209-261; Domingo de Soto, Quaestio 40 de
bello, ibidem, pp. 299-321; Melchor Cano, Quaestio 40 De bello, ibidem, pp. 323-342; Diego
de Covarrubias, De iustitia belli adversus Indos, ibidem, pp. 343-363.
44 Scattola, Konflikt und Erfahrung. Über den Kriegsgedanken im Horizont frühneuzeitlichen
Wissens, pp. 18-21; Id., Krieg des Wissens-Wissen des Krieges, pp. 43-50.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
89
Poiché si tratta di funzioni linguistiche, potremmo usare strumenti tratti dalla teoria generale del linguaggio e dalla semiotica contemporanee, ma possiamo
anche rammentare che già la retorica antica elaborò schemi utili per la classificazione delle componenti di un discorso o per descrivere la situazione nella
quale esso si produce. Avendo quest’agio, è certamente preferibile guardare
all’età protomoderna con i suoi stessi occhi e usare gli stessi strumenti di cui essa disponeva.
Giacomo Aconcio (1492?/1520?-1566?) ricordò nel suo De Methodo, hoc est de
recta investigandarum tradendarumque scientiarum ratione (1558)45 uno schema
dell’argomentazione che risaliva a Quintiliano (34?-96) e, attraverso di lui, alla
retorica ellenistica di Ermagora di Temno (I sec. a. C.) e alla sua dottrina delle
sette circostanze (chi, che cosa, dove, quando, perché, in che modo, con che
mezzi)46. Lo schema di Giacomo Aconcio e di Quintiliano prevedeva cinque
elementi. «Primum itaque considerandum est et quis et in qua causa et apud
quem et in quem et quid dicat» 47.
45 Giacomo Aconcio, De methodo, hoc est de recta investigandarum tradendarumque scientiarum ratione, Basileae, Per Petrum Pernam, 1558, p. 26: «Primum (Quintilianus inquit)
considerandum est et quis, in qua causa, et apud quem, et in quem, et quid dicat. Haec
omnia in qua causa et apud quem et quid dicat, non alio pertinere arbitrabamur quam
ad orationis materiam et subiectum.» Cfr. Id., De methodo e opuscoli religiosi e filosofici, a cura
di Giorgio Radetti, Firenze,Vallecchi, 1944; Paolo Rossi, Giacomo Aconcio, Milano, Fratelli Bocca, 1952; Charles Donald OʼMalley, Jacopo Aconcio, trad. it. di Delio Cantimori,
Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1955; Jacopo Aconcio: il pensiero scientifico e l’idea di
tolleranza, a cura di Paola Giacomoni e Luigi Dappiano, Trento, Editrice Università degli
Studi di Trento, 2005.
46 Marcus Tullius Cicero, De inventione (1949), a cura di H. M. Hubbell, Cambridge
Massachusetts, Harvard University Press, 1976, lib. I, cap. 6, pp. 16-18; Franz Susemihl,
Geschichte der Griechischen Litteratur in der Alexandrinerzeit. Zweiter Band, Leipzig, Druck und
Verlag von B. G. Teubner, 1892, pp. 471-477; Georg Thiele, Hermagoras. Ein Beitrag zur
Geschichte der Rhetorik, Straßburg, Verlag von Karl J. Trübner, 1893, pp. 37-43 (dottrina
delle circumstantiae); Ludwig Radermacher, Hermagoras 5-8, in Paulys Realencyclopädie der
classischen Altertumswissenschaft. Neue Bearbeitung, a cura di Georg Wissowa, Stuttgart, J. B.
Metzlersche Buchhandlung, 1912, Hbd. 15, coll. 692-696, qui num. 5, pp. 692-695; Armando Plebe, Breve storia della retorica antica, Milano, Nuova Accademia editrice, 1961,
pp. 109-114.
47 Marcus Fabius Quintilianus, [Institutio oratoria] The Orator’s Education. Book 6-8, a
cura di Donald A. Russell, Cambridge Massachusetts, Harvard University Press, 2001,
lib. VI, cap. 3, par. 28, p. 76; cfr. lib. III, cap. 11, par. 1, pp. 156-168. Cfr. anche lo
schema in tre parti di Aristoteles, [Rhetorica]. The ‹Art› of Rhetoric, a cura di John Henry
90
Merio Scattola
Possiamo eliminare da questa lista la circostanza Quid perché ci interessano
qui solamente gli aspetti formali. In qua causa e In quem si possono poi ritenere
come due aspetti diversi della stessa situazione, come il fine difensivo oppure
offensivo di uno stesso discorso, che talvolta si escludono reciprocamente, talvolta sono complementari. Restano dunque tre sole grandi parti del discorso:
«Chi dice, dove e a qual fine».
9. Le ‹comunità di discorso› europee
Se ora consideriamo il discorso politico europeo, ossia l’insieme di scambi
comunicativi letterariamente formalizzati, che tradizionalmente includiamo nei
molteplici livelli della storia delle dottrine politiche e della filosofia politica, sia i
‹maggiori›, sia i ‹minori›, sia i ‹minimi›, se nel complesso di questa lunga vicenda
isoliamo un singolo periodo, che nel nostro caso potrebbe opportunamente essere l’epoca moderna e particolarmente l’intervallo che include i secoli sedicesimo e diciassettesimo, e se infine a questo campione applichiamo i tre criteri
appena definiti, cioè il ‹Chi?›, il ‹Dove?› e il ‹A favore di chi/Contro chi?›, il risultato che otteniamo non è omogeneo né nello spazio né nel tempo. Gli autori
politici europei della età moderna non si assomigliano infatti tutti indistintamente, non operano tutti nei medesimi luoghi e non si rivolgono agli stessi interlocutori. La distribuzione delle loro caratteristiche non è tuttavia casuale, ma
disegna alcuni profili in sé omogenei e ben definiti, e distribuiti con una certa
regolarità sulla carta geografica dell’Europa moderna. Essi formano in tal modo
alcuni, pochi, raggruppamenti che vagamente coincidono con le grandi lingue
europee o con le nazioni maggiori, intendendo questo termine in un significato
assai lato.
Possiamo chiamare questi raggruppamenti come ‹comunità di discorso› in
senso proprio perché effettivamente essi sono caratterizzati dalla presenza di
una pratica comune di ragionamento, da uno stile unitario di argomentazione o
di discussione. La presenza di questo legame comune attraverso il discorso può
essere rilevata in tre modi. In primo luogo i membri di ciascuna di queste comunità sono, diremmo oggi, figure omogenee, ossia appartengono allo stesso
ceto o al medesimo segmento cetuale. In secondo luogo essi si riconoscono reciprocamente come interlocutori del medesimo discorso, mentre escludono gli
Freese, Cambridge Massachusetts, Harvard University Press, 1926, lib. I, cap. 3, par. 1,
p. 32.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
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estranei dalla loro cerchia, e ciò in modi sia espliciti sia impliciti. Per questo motivo le ‹comunità di discorso politico› possono essere facilmente considerate anche come ‹comunità di citazione›. In terzo luogo ciascuno di questi gruppi utilizza un ben definito codice linguistico o letterario, caratterizzato da una rigorosa combinazione di forme e di contenuti48.
Per chiarire le definizioni ora presentate forniamo due rapidi esempi. Il discorso politico a noi più vicino nella prima età moderna è certamente, accanto
al filone scolastico rappresentato da teologi cattolici come Roberto Bellarmino
(1542-1621), quel nutrito gruppo di autori italiani che si interessarono tra la fine
del Cinquecento e l’inizio del Seicento dei problemi della deroga e di dottrine
quali la ratio status, gli arcana imperii, la potentia rerum publicarum e che spesso trassero le loro considerazioni che su questi temi leggendo autori antichi come Tacito (56-117) e Seneca (4-65). Effettivamente la letteratura sulla ragion di stato
fu ufficialmente fondata in Italia da Giovanni Botero (1544-1617) e conobbe
nel nostro paese una grande diffusione con trattati sia in volgare sia in latino,
composti da Giovan Francesco Lottini (1512-1572), Giovan Battista Pigna
(1530?-1575), Scipione Ammirato (1531-1601), Ludovico Settala (1552-1633),
Ciro Spontone (1554?-1610), Federico Bonaventura (1555-1602), Girolamo
Frachetta (1558-1619), Gabriele Zinano (1557?-1635?), Giovanni Antonio Palazzo (1560?-1620?), Scipione Chiaramonti (1565-1652), Ludovico Zuccolo
(1568-1630), Pietro Andrea Cannoniero (1575?-1639), Virgilio Malvezzi (15951653)49. Traiano Boccalini (1556-1613), Gasparo Scioppio (Kaspar Schoppe,
1576-1649) e Tommaso Campanella (1568-1639) non furono estranei a questa
tradizione.
D’altronde anche i contemporanei intuivano che gli scrittori italiani erano
accomunati da interessi ben precisi e li riconoscevano come cultori di queste
dottrine che spargevano attorno a sé un certo alone inquietante. Non infrequentemente perciò nelle polemiche confessionali attizzate dalle guerre di reliScattola, La storia dei saperi politici nell’Europa moderna, cit., pp. 199-206.
Su questa letteratura cfr. Gianfranco Borrelli, Ragion di stato e Leviatano. Conservazione e scambio alle origini della modernità politica, Bologna, Il Mulino, 1993, pp. 63-222;
Horst Dreitzel, Die "Staatsräson" und die Krise des politischen Aristotelismus. Zur Entwicklung
der politischen Philosophie in Deutschland im 17. Jahrhundert, in Aristotelismo politico e ragion di
stato, a cura di Artemio Enzo Baldini, Firenze, Leo S. Olschki editore, 1995, pp. 129156; Vittor Ivo Comparato, Il pensiero politico della Controriforma e la ragion di Stato, in Il pensiero politico dell'età moderna, a cura di Alberto Andreatta e Artemio Enzo Baldini, Torino,
Utet, 1999, pp. 127-168. Cfr. anche Tommaso Bozza, Scrittori politici italiani dal 1550 al
1650. Saggio di bibliografia, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1949.
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49
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Merio Scattola
gione nel regno di Francia i difensori della parte ugonotta o i loro sostenitori
riformati accusavano gli ‹italiani› di essere consiglieri di male arti50.
Se finora il ‹Che cosa?›, l’argomento degli autori italiani, è risultato assai
compatto, non meno omogenei sono i tre criteri formali che definiscono la comunità di discorso italiana. Se consideriamo in primo luogo il ‹Chi?›, si può agevolmente osservare che tutti gli esponenti di questa letteratura impersonavano
varianti che oggi chiameremmo del ‹funzionario› di corte o di cancelleria: erano
infatti segretari, consulenti, consiglieri segreti, ambasciatori, addirittura spie.
Niccolò Machiavelli, riconosciuto come il capostipite di questo discorso, è infatti il Segretario per antonomasia, e tutti questi autori si riconoscevano come
parti di un medesimo discorso, di una élite riservata che aveva la sua rappresentazione finzionale nelle conversazioni del Parnaso di Traiano Boccalini.
Per la loro comunicazione questi scrittori elaborarono un proprio genere letterario che già da Niccolò Machiavelli fu fissato nella forma dei ‹discorsi› e che
ebbe molte realizzazioni nei secoli sedicesimo e diciassettesimo, pubblicate o
manoscritte, anche come discursus latini, un genere con il quale si intendeva un
ragionamento stilisticamente abbastanza sciolto, spesso organizzato nella forma
di un commento libero a un’autorità storica, a Tito Livio o a Tacito, ma non
vincolato alle consuetudini dotte della filologia intra- o intertestuale51. Ideal50 [Innocent Gentillet], Discours, sur les moyens de bien gouverner et maintenir en bonne paix
vn Royaume ou autre Principauté. Divisez en trois parties: asauoir, du Conseil, de la Religion et Police
que doit tenir un Prince. Contre Nicolas Machiavel Florentin, [Genève], [Stoer], 1576, Preface,
p. 14: «Mais dont procede ceste impudence à Machiavel de taxer et blasmer les François
de desloyauté et perfidie? veu que luy-mesme enseigne, que le Prince ne doit tenir la foy
qu’à son profit, et que l’observation de la foy est pernicieuse. Ie ne veux pas nier que de
ce temps ci plusieurs François Italianisez ne soyent perfides et desloyaux, ayans apris de
l’estre par la doctrine de Machiavel; mais ie nie bien que du temps de Machiavel, asavoir
du regne des Rois Charles VIII, Louys XII et François premier, ny auparavant, ny de
long temps apres, la nation Françoise ait esté contaminee de ce vice. Comme encores il
y a plusieurs bons et naturels François (grace à Dieu) qui detestent la perfidie et desloyauté, et ne sont point aderans aux exploits d’icelle qui font en France les Italiens et
Italianisez»; [Pietro Perna], Typographus candido lectori s. d., in Niccolò Machiavelli Nicolai
Machiavelli Princeps. Ex Sylvestri Telii Fulginatis traductione diligenter emendata. Adiecta sunt eiusdem argumenti aliorum quorundam contra Machiavellum scripta, de potestate et officio Principum, et
contra Tyrannos, Basileae, [Perna], 1580, fo. a2r-6v, qui fo. a4r.
51 Cornel A. Zwierlein, Discorso und Lex Dei. Die Entstehung neuer Denkrahmen im 16.
Jahrhundert und die Wahrnehmung der französischen Religionskriege in Italien und Deutschland,
Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 2006.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
93
mente un tale genere di scritture, pur entro le convenzioni della finzione letteraria, presupponeva una comunità ristretta di privati, di amici, che si scambiavano
opinioni inter parietes domesticos52 con un forte senso di complicità. I trattati sulla
ragion di stato, sia in Italia sia all’estero, adottarono generalmente questo codice
dei discursus, il quale, accanto al riconoscimento esplicito attraverso la citazioni
trasversale o longitudinale, permetteva anche un’altra e più sottile forma del
consentire, proprio di una comunità di custodi di un comune segreto che comunicano in pubblico con un linguaggio cifrato accessibile solo agli iniziati.
In questo modo sono definiti anche il ‹Dove?› e il ‹Per chi?›. Il luogo nei
quali opera e comunica questa comunità è evidentemente la corte o, meglio, sono i suoi spazi di servizio, non quelli di rappresentazione, e nella sua comunicazione essa include tutti coloro, che pur essendo attivi in luoghi diversi, sono in
grado di decodificare la lingua, in parte segreta, di questa comunità di elezione.
Se solo per confronto consideriamo la situazione della penisola iberica, rileviamo che lì, sebbene siano presenti anche profili simili a quelli italiani, il discorso politico è dominato nella seconda metà del Cinquecento da figure intellettuali del tutto differenti. I grandi esponenti della Scuola di Salamanca, come
Francisco de Vitoria, Domingo de Soto, Melchor Cano, Martín de Azpilcueta
(1491-1586), fino a Francisco Suárez, sono teologi e canonisti che operano contemporaneamente nelle università del regno e a corte come consiglieri del re
nelle vesti di suoi confessori. I luoghi e simboli della loro autorità sono la cattedra, in primo luogo quella di teologia, e il confessionale. Il genere letterario che
essi praticano è il commento alla Summa theologiae di Tommaso d’Aquino, dal
quale presto si autonomizzò la parte De iustitia et iure fino a definire uno tipo di
trattato teologico-giuridico destinato a essere il prodotto caratteristico della comunità di discorso spagnola53.
Jakob Bornitz, Discursus politicus de prudentia politica comparanda, a cura di Ioannes
Bornitius, Erphordiae, Sumptibus Heinrici Birnstilii, 1602, Amice Lector, fo. A6r:
«Subsiste paulisper, non te diu morabor; quae praemonenda visa, praefabor. De mediis
prudentiae civilis consequendae discursum habes, sed discursum tantum, amicis olim
intra privatos parietes propositum, nunc iisdem aliisque bonis viris urgentibus
publicatum. Hoc enim te cumprimis monitum vult author, ne forte quid amplius tibi
promittas aut in lectione desideres. Vestigia quaedam sunt et adytus, qui ad adyta
prudentiae civilis ducere visi, non ipsa prudentia.»
53 Merio Scattola, Domingo de Soto e la fondazione della Scuola di Salamanca, in «Veritas.
Revista de filosofia», 54, 2009, pp. 52-70.
52
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Merio Scattola
10. La relazione tra le forme e i contenuti politici
Possiamo dunque definire le comunità di discorso politico identificando il
profilo culturale degli interlocutori che formavano ciascuna di esse, il luogo in
cui tali figure operavano e il codice linguistico e letterario che essi utilizzavano
in modo esclusivo. A questo proposito si possono avanzare tre osservazioni,
che vengono ora anticipate sinteticamente e saranno esplicate con alcuni esempi
nei successivi tre paragrafi. Si può infatti osservare che il rapporto tra i contenuti e le forme del discorso politico, tra ciò che si dice e il modo in cui lo si dice,
tra le idee o ideologie propugnate e lo stile scelto per la comunicazione possiede
una sua necessità. In secondo luogo si può precisare questa prima constatazione
e verificare che il nesso di implicazione agisce in entrambe le direzioni. È certamente vero che certi temi esigono un loro proprio stile, ma si danno anche
casi nei quali la preferenza per determinate forme influenza la scelta dei contenuti. In terzo luogo le comunità di discorso si riconoscono certamente come
cerchie chiuse, ma allo stesso tempo possono intrattenere vari tipi di scambi, i
quali sono necessariamente filtrati dai codici attivi in ciascuna tradizione.
Non è difficile confermare anche empiricamente la prima osservazione, cioè
la constatazione che il rapporto tra forme letterarie e contenuto di dottrina,
sempre implicato dalla presenza di un codice stilistico, non è ingenuo, ma è governato da una sua necessità interna. Non può essere effetto del caso o della
contingenza storica se un certo contenuto viene espresso in una determinata
forma, ovvero, detto altrimenti, non tutte le argomentazioni politiche possono
legarsi indifferentemente a tutte le forme. Abbiamo infatti già osservato che i
discursus furono utilizzati solo o prevalentemente per le dottrine della deroga
oppure che il Tractatus de iustitia et iure era dedicato a materiali della teologia scolastica e del diritto canonico. Allo stesso modo anche la comunità di discorso
politico operante nei territori del Sacro Romano Impero utilizzava soprattutto i
generi della comunicazione scientifica universitaria: la disputatio, il collegium, il
systema54. Nel caso dei discursus e del Tractatus de iustitia et iure abbiamo inoltre
constatato come questi due generi letterari fossero stati appositamente creati
per i materiali che dovevano esseri discussi nelle rispettive comunità di appartenenza e che la vicenda o evoluzione storica di questi modelli di scrittura dipese
strettamente dalla diffusione, dal successo o dall’insuccesso dei contenuti che
essi diffondevano.
54
Id., Dalla virtù alla scienza, cit., pp. 21-32.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
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11. Anche le forme possono determinare i contenuti
Assodato che tra forme e contenuti esiste un nesso necessario, possiamo in
secondo luogo constatare che tale rapporto non è sempre unilaterale o unidirezionale giacché in alcuni casi esso si muove in entrambe le direzioni. Potremmo
infatti a prima vista pensare che, dati determinati temi, essi implichino soluzioni
stilistiche specifiche e che siano solo gli uni a selezionare le altre. In tal senso la
ragion di stato, che è una dottrina scabrosa e sfuggente, poteva effettivamente
essere trattata in modo opportuno solamente con un genere plastico, quasi elastico, quale era quello dei discursus. Ma talvolta notiamo anche che sono le forme a condizionare i contenuti, in modo tale che, una volta eletto un particolare
genere letterario, l’autore è costretto a toccare alcuni temi prestabiliti, per ciascuno dei quali sono date poche posizioni alternative. Un caso significativo potrà chiarire questa situazione.
Se prendiamo come esempio il discorso politico tedesco, possiamo notare
che nel secolo diciassettesimo esso si svolse prevalentemente nelle università,
nelle quali a partire dai primi del Seicento si diffusero le cattedre di politica e
nelle quali fu elaborato uno specifico curriculum su base filosofica per la formazione del personale di corte e di governo. Questo progetto, che dominò la
prima metà del secolo ed ebbe i massimi riconoscimenti nei suoi primi due decenni, può essere chiamato anche ‹aristotelismo politico› e come tale in effetti è
stato definito dalla storiografia55. Questa politica dotta e accademica fissò molto
presto le consuetudini letterarie che governavano la sua elaborazione e la sua
trasmissione e che si cristallizzarono in un sistema molto articolato e chiaramente definito di generi letterari. Possiamo ricostruire con grande precisione
tutti i dettagli di questi modelli letterari perché essi sono stati descritti nelle bibliografie politiche del periodo, in schemi ed elenchi espliciti che accompagnavano le pubblicazioni e in un genere letterario particolare, la Disputatio de natura
politices, che si può chiamare anche ‹epistemologico› perché era deputato a chiarire preliminarmente le caratteristiche della disciplina politica in quanto forma
di sapere e rispondeva a domande quali: «Che tipo di conoscenza è la politica?»
55 Horst Dreitzel, Protestantischer Aristotelismus und absoluter Staat. Die Politica des Henning Arnisaeus (ca. 1575-1636), Wiesbaden, Franz Steiner Verlag, 1970; Id., Der Aristotelismus in der politischen Philosophie Deutschlands im 17. Jahrhundert", in Eckhard Keßler, Charles H. Lohr e Walter Sparn (cur.), Aristotelismus und Renaissance. In memoriam Charles B.
Schmitt, Wiesbaden, Otto Harrassowitz, 1988, pp. 163-192; Artemio Enzo Baldini, Premessa, in Aristotelismo politico e ragion di stato, cit., pp. 5-10.
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Merio Scattola
«Si può apprendere e come?», «Quali sono le sue parti?» e così via56. Sulla scorta
di questi materiali è possibile ricostruire fin nei minimi dettagli il sistema dei generi letterari della politica tedesca, accademica e non solo, il quale si presenta in
conclusione come lo schema articolato e complesso, ma completo dei luoghi
comuni che organizzavano tutti i possibili argomenti di questo insegnamento57.
Secondo tale topica una descrizione completa della disciplina politica, talvolta chiamata anche systema, doveva essere divisa in un numero finito di parti,
spesso dieci o dodici; ciascuna di queste doveva affrontare un tema fondamentale della materia e andava ordinata secondo una sequenza fissa. Per esempio, il
primo argomento della esposizione disciplinare doveva essere la già citata disputazione epistemologica De natura politices, alla quale doveva seguire la definizione della materia, identificata necessariamente nelle famiglie e in generale nella sfera economica, mentre in terzo luogo doveva comparire la discussione della
forma o essenza della comunità politica, ovvero della res publica, la quale richiedeva che preliminarmente si introducesse la distinzione tra civitas e res publica e si
chiarisse la nozione di civis. Ciascuno di questi grandi argomenti doveva poi essere suddiviso al suo interno in una serie di questioni particolari, anch’esse ordinate in una distribuzione rigorosamente prefissata. Johann Gerhard (15821637), che sarebbe diventato un decennio più tardi il massimo esponente
dell’ortodossia luterana, Heinrich Velsten (1580?-1611), Christoph Besold
(1577-1638), Christian Liebenthal (1586-1647) hanno fatto precedere alle loro
raccolte di disputazioni politiche elenchi dettagliati delle domande attinenti a
ciascuna di esse58. Heinrich Velsten, per esempio, prescrive che la seconda disputazione della sua Decade debba discutere tradizionalmente la società coniugale e debba rispondere ai seguenti dieci interrogativi.
1. Che cosa sia la famiglia e di quante persone abbia bisogno? 2. In quali gruppi
furono raccolti o avrebbero dovuto essere raccolti i primi uomini, quali furono i loro inizi e il fondamento e i progressi? 3. Che cosa sia la società coniugale e di quali
persone abbia bisogno? 4. Quale sia la causa efficiente del coniugio? 5. Se il consenso dei genitori o di chi fa le loro veci sia [fo. A4 v] non solo opportuno, ma anche
56 Scattola, Kaspar Schoppe und die Entwicklung der politischen propädeutischen Gattungen,
pp. 177-200.
57 Id., Repertorio sistematico, in Id., L’ordine del sapere. La bibliografia politica tedesca del Seicento, numero monografico di «Archivio della Ragion di Stato», 10-11, 2002-2003, pp.
337-439.
58 Id., Appendice B. Schemi topologici della disciplina politica, in Id., L’ordine del sapere, cit.
pp. 449-467.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
97
necessario per un coniugio legittimo? 6. Quale sia la materia del coniugio? 7. Se
dunque la poligamia debba essere condannata senza condizioni e che cosa si debba
pensare della poligamia dei patriarchi? 8. Quale sia la forma del vincolo coniugale?
9. Per quali cause oggi, al tempo del Nuovo Testamento, i coniugi possano divorziare in modo giusto e legittimo? 10. Quale sia il fine del coniugio? 59
Ciascuna di queste domande ammette due o più risposte, alternative o complementari, articolabili per mezzo della distinzione dialettica. Per esempio sembra sensato rispondere che la famiglia richiede il coniugio di due persone, ma è
anche vero che una famiglia rimane tale anche quando viene a mancare uno dei
due coniugi purché resti intatto il legame giuridico e si conti anche la prole.
Ognuna delle domande indicate nello schema della disputazione funge da
centro di aggregazione per differenti ragionamenti o argomentazioni e vale di
conseguenza come un luogo dell’invenzione, una sede ideale alla quale possiamo rivolgerci quando dobbiamo identificare quali argomenti siano possibili,
quali siano disponibili e quali siano stati elaborati e trasmessi a noi dalla tradizione. In tal senso ciascuna delle domande elencate negli schemi introduttivi
rappresenta in realtà un locus communis della dialettica e l’insieme complessivo di
tutti gli interrogativi disegna la topologia dell’intera disciplina della politica, la
carta geografica nella quale trovano collocazione tutte le nozioni prodotte da
questo sapere. Ovviamente il concetto di locus communis utilizzato in questo caso
ha subito una particolare evoluzione rispetto alla dottrina classica dei Topica di
59 Henricus Velstenius, Centuria quaestionum politicarum de natura et constitutione politices,
de societate coniugali, paterna et herili, de societatibus ortis, domo, pago, civitate et c., de ipsa republica
eiusque forma, legibus, iuramentis, de speciebus reipublicae, maiestate et magistratu, consiliariis, legatis
et principum administris et c., quae [...] praeside et autore magistro Henrico Velstenio [...] in inclyta
academia Witebergensi discussae et ventilatae, Witebergae, Excudebat Iohannes Schmidt,
1610, Index quaestionum, fo. A4r-B2v, qui fo. A4r-v: «1. Quid sit familia et quot personae ad eam requirantur? 2. Quinam primi hominum coetus colligendi aut collecti fuerint, initia et fundamentum et quaenam progressiones? 3. Quid sit societas coniugalis et
quaenam ad eam referantur? 4. Quae sit causa efficiens coniugii? 5. An consensus parentum aut eorum, qui loco parentum sunt, sit [fo. A4 v] non modo de honestate, sed
etiam de necessitate legitimi coniugii? 6. Quaenam sit materia coniugii? 7. An ergo polygamia simpliciter non sit ferenda et quid de polygamia patrum habendum sit? 8. Quaenam sit forma vinculi coniugalis? 9. Ob quas causas hodieque in Novo Testamento inter coniuges iuste et legitime divortium fieri possit? 10. Quis sit finis coniugii?»
98
Merio Scattola
Aristotele, di Cicerone (106-43) o di Boezio (475?-524)60, che prevedeva un
numero assai limitato di luoghi, tanto generali da fungere da categorie del discorso. Evidentemente nella dialettica del sedicesimo secolo la nozione di luogo
comune tendeva a coincidere con quella di argomento o, meglio, di rubrica o
capitolo degli argomenti così che l’insieme dei luoghi comuni concepiti in tal
modo, la topica, coincideva con la distribuzione dei contenuti in una disciplina,
con la dispositio disciplinae61 ovvero con l’ordine delle sedes materiarum.
Si può facilmente verificare che tutte le disputazioni politiche dedicate al
tema del matrimonio seguono lo schema di Velsten o modelli simili e che esse
articolano con un ordine diverso lo stesso limitato numero di domande. Se
schemi di tal natura sono nella loro sostanza topologie e se essi valgono per tutte le parti e per tutti gli argomenti della disciplina politica universitaria,
quest’ultima apparirà, se la consideriamo nel suo complesso e, per così dire, vista da una certa distanza, come un grande e articolato sistema di luoghi comuni
ordinati.
Con questa consapevolezza possiamo ora tornare alla nostra domanda sul
modo in cui le forme possono influenzare i contenuti, i generi letterari le prese
di posizione ideologiche. È ora evidente che ogni scrittore politico si trovasse a
operare con gli strumenti che abbiamo appena descritto, se sceglieva di comporre una disputazione o un trattato – e a ciò era costretto dalla sua posizione
accademica di professore o di studente – prima ancora di prendere in mano la
penna, sapeva esattamente a quante e a quali domande doveva rispondere e
quali argomenti aveva a disposizione per ciascun compito. Naturalmente poteva
scegliere tra soluzioni alternative o complementari, e perciò la sua prestazione
era combinatoria e compositiva. Ciascuno di quelli che finora abbiamo chiama60 Anicius Manlius Severinus Boethius, De differentiis topicis libri quatuor, in Patrologiae
cursus completus. Series Latina, a cura di Jacques-Paul Migne, Lutetiae Parisiorum, 1847, to.
64, coll. 1173-1216.
61 Bartholomaeus Keckermann, Manuductio ad studium philosophiae practicae atque adeo
inprimis ad studium politicum et historicum [= Apparatus practicus, sive idea methodica et plena totius philosophiae practicae, nempe ethicae, oeconomicae et politicae] (1609), in id., Operum omnium,
quae exstant, tomus secundus, in quo speciatim methodice et uberrime de ethica, oeconomica, politica
disciplina nec non de arte rhetorica agitur (1613), a cura Johann Heinrich Alsted, Genevae,
Apud Petrum Aubertum, 1614, coll. 7-248, qui cap. 2: De locis communibus regulae
quaedam tam generales quam speciales, pertinentes ad volumina locorum communium
practicorum, coll. 8-12. Cfr. Merio Scattola, L’utopia delle passioni. Ordine della società e controllo degli affetti nell’Isola di Felsenburg (1731-1745) di Johann Gottfried Schnabel, Padova,
Unipress, 2002, pp. 48-59.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
99
to ‹generi letterari› coincide dunque con una parte del sistema topologico di una
disciplina e di conseguenza non può essere pensato come un semplice insieme
di prescrizioni stilistiche perché esso allo stesso tempo contiene e gestisce un
nucleo di contenuti.
Questo quadro generale, che potremmo chiamare anche ‹topica politica›, descrive le possibilità di argomentazione lasciate alla scelta dell’autore e, fungendo
come un paradigma, definisce tutti i valori alternativi che possono occupare una
singola posizione sintagmatica e che, in tal modo, costruiscono e limitano il
mondo praticato dalla lingua. All’interno di questo universo strutturato, che
rappresenta il livello più generale della lingua politica, esistono anche altri livelli
inferiori che limitano ulteriormente la scelta dell’autore, ulteriori procedimenti
di formalizzazione che segnalano una prevalenza della forma sul contenuto.
Già ciascuna cerchia di discorso, elaborando e utilizzando specifici codici e
sistemi letterari, seleziona e riduce drasticamente le possibilità a disposizione dei
suoi interlocutori; all’interno di ciascuna cerchia, e quindi su un piano logicamente e cronologicamente successivo, si formano ulteriori grammatiche e paradigmi settoriali che introducono limitazioni aggiuntive e strutturano il discorso
politico in modo ancora più rigido. Un altro esempio sarà utile a comprendere
questi fenomeni.
All’interno della tradizione italiana della ragion di stato o in stretta relazione
con essa prese vita nella seconda parte del secolo sedicesimo un intenso dibattito sulle dottrine di Machiavelli, che conobbero alcuni estimatori, ma per una
porzione statisticamente preponderante furono combattute con reazioni di netto rifiuto o di critica severa62. La condanna morale di Machiavelli si costituì ben
presto in un vero e proprio paradigma antimachiavellico, una serie fissa di aggettivi, di formule, di verbi (pseudopoliticus, versipellis, Machiavellismus, Machiavellistae, Machiavellicus, Machiavellizatio, Achitophel, Achitophelismus, vulpeculae …), di collegamenti concettuali che erano assunti dagli interlocutori in modo irriflesso, quaRodolfo De Mattei, Dal premachiavellismo all’antimachiavellismo, Firenze, G. C. Sansoni, 1969, pp. 239-245; Giuliano Procacci, Machiavelli nella cultura europea dell’età moderna,
Roma-Bari, Giustino Laterza e figli, 1995, pp. 83-121. Cfr. soprattutto Antonio Possevino, Iudicium de Nuae militis Galli scriptis, quae ille Discursus politicos et militare inscripsit. De
Ioannis Bodini Methodo historiae, libris De republica et Daemonomania. De Philippi Mornei libro
De perfectione Christiana. De Nicolao Machiavello, Romae, Ex typographia Vaticana, (Apud
Dominicum Basam), 1592; Tommaso Bozio, De imperio virtutis sive imperia pendere a veris
virtutibus non a simulatis libri duo. Adversus Macchiavellum, Romae, Ex typographia Bartholomaei Bonfadini, 1593; Id., De robore bellico diuturnis et amplis catholicorum regnis liber unus.
Adversus Macchiavellum, Romae, Ex typographia Bartholomaei Bonfadini, 1593.
62
100
Merio Scattola
si inconsapevole, spesso senza alcuna conoscenza diretta dell’opera di Machiavelli. Antonio Possevino (1533-1611)che formulò il suo giudizio contro il Principe, non su Machiavelli, ma sull’Antimachiavelli (1576) di Innocent Gentillet
(1535-1588)63.
Di questo fenomeno, di questa autonomizzazione della lingua, si resero presto conto anche i contemporanei e infatti già Pietro Perna (1519-1582), l’editore
del Principe latino di Basilea, e Johann Niklaus Stupanus ovvero Giovanni Niccolò Stopani (1542-1625), il traduttore latino dei Discorsi, lamentarono il formarsi di uno spesso strato di linguaggio antimachiavellico che già alla fine del
secolo sedicesimo aveva compromesso seriamente la comprensione dell’opera
di Machiavelli64. Hermann Conring (1606-1681) ripeté le medesime considerazioni verso la metà del secolo successivo e notò come il Principe fosse criticato
anche nel dettaglio senza essere letto perché si era formato un repertorio di
giudizi standardizzati e presso che universalmente utilizzati65. Quasi un secolo
dopo Johann Friedrich Christ (1701-1756)compose il miglior studio su Machiavelli di tutto il secolo diciottesimo66, i De Nicolao Machiavello libri tres, partendo
dall’assunto che l’intera tradizione machiavellica e antimachiavellica andasse
sottoposta a un severo giudizio filologico e critico per separare la dottrina di
Machiavelli dal castello linguistico che si era formato su di essa e che viveva
ormai di esistenza autonoma. Le intenzioni dell’autore e il significato della sua
Possevino, Iudicium de Nuae militis Galli scriptis […]. De Nicolao Machiavello, cit., Cautio de iis, quae scripsit tum Machiavellus tum is, qui adversus eum scripsit Antimachiavellum, cui nomen haud adscripsit, pp. 157-166, qui pp. 157-162.
64 [Pietro Perna], Typographus candido lectori s. d., in Niccolò Machiavelli, Nicolai Machiavelli Princeps. Ex Sylvestri Telii Fulginatis traductione diligenter emendata. Adiecta sunt eiusdem
argumenti aliorum quorundam contra Machiavellum scripta, de potestate et officio Principum, et contra
Tyrannos, Basileae, [Pietro Perna], 1580, fo. a2r-6v; [Johann Niklaus Stupanus], Interpres
humano lectori s., in Niccolò Machiavelli, Disputationum de republica, quas Discursus nuncupavit, libri tres, trad. lat. di Johann Niklaus Stupanus, Mompelgarti, Folietus, 1588, fo. ¶2 r3v.
65 Hermann Conring, Viro generoso Gebhardo ab Alvensleven, in Niccolò Machiavelli,
Princeps cum animadversionibus Hermanni Conringii (1660), in Hermann Conring, Operum tomus II. [...], continens varia scripta ad historiam prudentiam civilem, et ius publicum imperii RomanoGermanici spectantia, a cura di Iohannes Wilhelmus Goebelius, Brunsvigae, Sumtibus Friderici Wilhelmi Meyeri, 1730, pp. 973-980, qui pp. 974-975.
66 Procacci, Machiavelli nella cultura europea dell’età moderna, cit., pp. 282-286.
63
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
101
opera sarebbero stati accessibili solo dopo avere separato del tutto Machiavelli
sia dal machiavellismo sia dall’antimachiavellismo67.
12. Gli scambi tra le comunità di discorso
A proposito delle comunità di discorso e dei sistemi dei generi letterari resta
una terza e ultima osservazione da avanzare. Finora abbiamo considerato le
comunità di citazione come gruppi trasversalmente e longitudinalmente chiusi,
come tradizioni che insistono su se stesse e che si evolvono per cause interne e
con dinamiche autonome, se non addirittura autoctone.
Se volessimo portare un ulteriore esempio di questi processi interni, potremmo citare il caso della scolastica spagnola e della così detta ‹Scuola di Salamanca›, che, come abbiamo visto, elaborò come suo precipuo genere letterario
il Tractatus de iustitia et iure. Nel corso del secolo sedicesimo l’aspetto delle opere
incluse in questo gruppo non rimase tuttavia immutato, ma subì una costante
evoluzione verso una indipendenza formale sempre maggiore68. I primi prodotti
della Scuola di Salamanca sono infatti commenti diretti alla Summa theologiae di
Tommaso d’Aquino che conservano fedelmente l’ordine originale delle materie
e adottano rigorosamente lo stile della lettura e dell’interpretazione testuale. Tali
sono anche le lezioni di Francisco de Vitoria, che vale come il fondatore
dell’intera scuola69. Nel corso del sedicesimo secolo questa forma tradizionale
fu modificata e arricchita da sempre più frequenti intrusioni di materiali provenienti da altre sedi e da argomentazioni formulate direttamente dai commentatori. Il trattato De iustitia et iure di Domingo de Soto segna il primo movimento
in questa direzione, che fu perseguita da Luis de Molina (1535-1600)70 e portò
Johann Friedrich Christ, De Nicolao Machiavello libri tres, Lipsiae et Halae Magdeburgicae, Apud Iohannem Christophorum Krebsium, 1731.
68 José Barrientos García, Los tratados De legibus y De iustitia et iure en la Escuela de
Salamanca de los siglos XVI y XVII, in «Salamanca. Revista de Estudios», 47, 2001, pp.
371-415; Scattola, Domingo de Soto e la fondazione della Scuola di Salamanca, cit., pp. 56-61.
69 Francisco de Vitoria, Comentários a la Secunda secundae de Santo Tomás, a cura di
Vicente Beltrán de Heredia, Salamanca, (Spartado), 1932-1952, voll. 1-6; Id., De legibus, a
cura di Simona Langella, Salamanca, Ediciones Universidad de Salamanca, 2009.
70 Luis de Molina, De iustitia et iure opera omnia (1602), Venetiis, Apud Sessas, 16111614, tractt. 1-5.
67
102
Merio Scattola
con Francisco Suárez (1548-1617) alla dissoluzione del tradizionale genere del
commentario71.
Si possono testimoniare molteplici casi o linee di evoluzione interna delle
comunità di discorso e dei loro generi, ma altrettanto frequenti sono anche gli
scambi da una comunità all’altra, che si possono comprendere sotto il concetto,
altrimenti noto, di ‹trasfert culturale›72. Poiché tuttavia la comunicazione avviene
nel nostro caso tra comunità caratterizzate da codici propri, il passaggio dall’una
all’altra, sia esso unilaterale o bilaterale, può avvenire sia in parte come diffusione di contenuti che rimangono invariati e sono perciò ‹recepiti› nella nuova cultura, sia in parte, e forse in massima parte, anche come una ricodificazione dei
materiali di partenza nella lingua di arrivo. Il ‹paradigma antimachiavellico›, che
abbiamo già considerato come caso di microlingua, offre un ottimo esempio
della prima situazione perché si propagò e quasi rimbalzò da una comunità
all’altra, superando tutte le differenze confessionali, rimanendo invariato nella
ricezione e arricchendosi a ogni nuovo passaggio di ulteriori elementi.
Restando nello stesso ambito italiano, la dottrina della ragion di stato può
valere come esempio della seconda situazione perché i contenuti di partenza di
questa tradizione furono profondamente risemantizzati nei codici di arrivo. La
ragion di stato, come abbiamo già detto, fu il prodotto tipico dei circoli dotti
italiani nel tardo sedicesimo e nel primo diciassettesimo secolo. Come problema, se non come nozione, essa fu rinvenuta anche nelle opere di Machiavelli,
ma la sua formulazione esplicita avvenne verso la fine del secolo e in senso
71 Francisco Suárez, Tractatus de legibus ac Deo legislatore in decem libros distributus,
Coninbricae, Gomez de Luoreyro, 1612.
72 Wolfgang Schmale, Cultural Transfer, in: «European History Online (EGO)», Leibniz Institute of European History (IEG), Mainz, 2012.12.05. URL: http://www.iegego.eu/schmalew-2012-en [2014.02.13]; Cornel A. Zwierlein, Komparative Kommunikationsgeschichte und Kulturtransfer im 16. Jahrhundert. Methodische Überlegungen entwickelt am Beispiel der Kommunikation über die französischen Religionskriege (1559-1598) in Deutschland und
Italien, in Kulturtransfer. Kulturelle Praxis im 16. Jahrhundert, a cura di Wolfgang Schmale,
Innsbruck, Studien-Verlag, 2003, pp. 85-120; Geoffrey P. Baldwin, The translation of political theory in early modern Europe, in Cultural Translation in Early Modern Europe, a cura di
Peter Burke e Ronnie Po-chia Hsia, Cambridge, Cambridge University Press, 2007, pp.
101-124; Irene Dingel, Streitkultur und Kontroversschrifttum im späten 16. Jahrhundert. Versuch
einer methodischen Standortbestimmung, in Kommunikation und Transfer im Christentum der Frühen Neuzeit, a cura di Ead., Mainz, P. von Zabern, 2007, pp. 95-112.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
103
conservativo a opera di Giovanni Botero73. Nel corso di una riflessione che si
estese lungo tutto il primo trentennio del Seicento, la comunità politica italiana
arrivò a un risultato di equilibrio, nel quale distinse una buona da una cattiva
ragion di stato, identificando la prima con le abilità e le soluzione prudenziali di
cui deve disporre il politico per governare la sua comunità e la seconda con le
male arti del tiranno74. Questa formula fu esportata in tutti i paesi europei con
esiti molto diversi, dipendenti in gran parte dalla ricodificazione nelle lingue politiche locali. Se consideriamo il regno di Francia e l’impero tedesco, ci troviamo
di fronte a due risultati opposti perché nell’un caso il valore simbolico della ragion di stato fu accentuato, mentre nell’altro caso esso fu indebolito, da una
parte sopravvalutazione, dall’altra sottovalutazione, innesco e disinnesco della
carica derogativa prodotta dalla dottrina. Nel regno di Francia la tematica della
ragion di stato fu infatti importata nel contesto delle polemiche che accompagnarono le guerre di religione e la violenta contrapposizione tra partiti religiosi.
In tal senso da Innocent Gentillet in poi, in forma implicita o esplicita, essa divenne la quint’essenza di tutte le male arti praticate dal tiranno, cioè
dall’oppressore della vera confessione75. Anche la sua rivalutazione nel concetto
di colpo di stato a opera di Gabriel Naudé (1600-1653) conserva, rovesciata in
positivo, la stessa deroga alla morale fino a quel momento condannata dalla tradizione teologica76.
73 Gianfranco Borrelli, Sapienza, prudenza ed obbedienza nel paradigma conservativo di Botero, in Botero e la ‹ragion di stato›, a cura di Artemio Enzo Baldini, Firenze, Leo S. Olschki
editore, 1992, pp. 91-103; id., Il modello conservativo della monarchia cattolica. La costruzione
dell’obbedienza in Botero, Bozio e Charron, in Repubblica e virtù. Pensiero politico e Monarchia Cattolica fra XVI e XVII secolo, a cura di Chiara Continisio e Cesare Mozzarelli, Roma, Bulzoni editore, 1995, pp. 497-509.
74 Rodolfo De Mattei, Il problema della ‹ragione di Stato› (locuzione e concetto) nei suoi primi
affioramenti, in Il problema della ‹ragion di Stato› nell’età della Controriforma, Milano-Napoli,
1979, pp. 1-23; Chiara Continisio, Introduzione, in Giovanni Botero, La ragion di stato,
Roma, Donzelli, 1997, pp. XI-XXXII, qui pp. XIV-XVI.
75 Cfr. Corrado Vivanti, Le guerre di religione nel Cinquecento, Roma-Bari, Editori Laterza, 2007.
76 [Gabriel Naudé], Considerations politiques sur les coups d’Estat, A Rome [= Paris],
[D’après Barbier], 1639. Cfr. Julien Freund, La situation exceptionelle comme justification de la
raison d’Etat chez Gabriel Naudé, in Staatsräson. Studien zur Geschichte eines politischen Begriffs, a
cura di Roman Schnur, Berlin, Duncker und Humblot, 1975, pp. 141-164; Yves
Charles Zarka, Raison d’État, maximes d’État et coups d’État chez Gabriel Naudé, in Raison et
déraison d’État. Théoriciens et théories de la raison d’État aux XVIème et XVIIème siécles, a cura
104
Merio Scattola
Anche nell’impero tedesco la ragion di stato fu immediatamente riconosciuta come un argomento ‹italiano›, legato alle forme comunicative dei discursus e
alle pratiche della prudenza; essa tuttavia fu ricodificata nelle consuetudini dei
generi letterari della disciplina accademica77. Essa fu arricchita della dottrina
complementare degli arcana imperii o arcana rerum publicarum, il cui concetto era
stato elaborato in un trattato di Arnold Clapmar (1574-1604) pubblicato postumo nel 1605 e portato a dignità accademica da una disputazione di Christoph Besold (1577-1638) del 161478. Essa tuttavia entrò nella discussione politica del mondo tedesco dapprima nei generi letterari pertinenti al mondo della
di Id., Paris, Presses Universitaires de France, 1994, pp. 151-169. Cfr. anche Gabriel
Naudè, Bibliographia politica et arcana status, cum notis et observationibus literario-criticis, quae
auctorem partim illustrant, partim supplent, partim corrigunt. Praemissa Praefatione apologetica, in
qua Naudaeus a variis liberatur imputationibus. Auctore magistro Gladovio (1633), a cura di
Friedrich Gladow, Lipsiae, Apud Christophorum Hülsium, 1712.
77 Eberhard von Weyhe [pseud. Mirabilis de Bonacasa], Ficta Iuditha et falsa ex ea
sumpta doctrina, licere hostem quemcunque omni in loco sub praetextu amicitiae et simulationis religionis et ratione status interficere. Proposita et refutata per Mirabilem de Bonacasa contra Rosaeum, Marianam, Veronae [= Francofurti ad Moenum], Prostat in bibliopolio Emmeliano, 1614;
Wilhelm Ferdinand von Efferen, Manuale politicum de ratione status seu idolo principum, in quo
de vera et falsa forma gubernandi rempublicam, de religione, de virtutibus principum, de potestate ecclesiastica, de bello et pace compendiose agitur, Francofurti, Apud Ioannem Godefridum Schönewetterum, 1630; Sigismund Pichler, Discursus politicus de vera ratione status regii seu prudentia politica regia statum principis regnique firmandi, Christianorum principum non idolo, sed palladio,
resp. Theodericus a Bandemern, Regiomonti, Literis Reusnerianis, 1641; Johann Hieronymus Im Hof, Singularia politica, quae 25 capitibus sub nomine rationum status ea, quae a
principe in salutem status sui observanda et simul in republica imitanda sunt, docent, Norimbergae,
Impensis Wolfgangi Iunioris et Iohannis Andreae Endterorum, 1652, partt. 1-2; [Philipp Andreas Oldenburger], Politica curiosa sive discursus iuridico-politicus de statistis Christianis
eorumque officio et iure politico potissimum extraordinario per rationem status prudenter in politicis
applicando, ubique rationibus et exemplis novissimis repletus, Osterodae, Sumtibus et impensis
Bartholdi Fuhrmanni, 1686; [Johann Christoph Wagenseil], Directorium aulicum de ratione
status, in aulis imperatorum, regum, principum aliarumque personarum illustrium observanda, tractatus singularis ex itineribus variis aularumque frequentationibus annotatus, Hagae-Comitis [?], [s.
e.], 1687.
78 Arnold Clapmar, De arcanis rerumpublicarum libri sex. Ad amplissimum atque florentissimum senatum reipublicae Bremensis, a cura di Iohannes Clapmarius, Bremae, In officina typographica Iohannis Wesselii, 1605; Christoph Besold, De arcanis rerumpublicarum, et principum inter ipsos dignitatis praerogativa, resp. Daniel a Rantzow, in id., Collegii politici classis
posterior, Tubingae, Typis Iohannis Alexandri Cellii, 1614, disp. 5, pp. 18.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
105
corte e dei consiglieri, in modo particolare legati all’imperatore e ai ceti cattolici,
e fu in seguito consacrata nella politica universitaria da una dissertazione di
Hermann Conring del 165179. Da questo momento essa poté valere come un
argomento scientificamente giustificato accanto agli altri, senza alcun particolare
valore eversivo dell’ordine morale, tanto che la discussione accademica attorno
ai suoi temi si concentrò soprattutto sulla possibilità di poter determinare una
ragion di stato specifica del Sacro Romano Impero80. Infatti, come la compagine imperiale doveva essere dotata di una sua particolare costituzione, argomento di cui si occupava assiduamente la disciplina del diritto pubblico81, così doveva esistere anche una serie di scelte e accorgimenti prudenziali propri
dell’imperatore e delle altre figure di governo tedesche, e tali argomenti dovevano essere pertinenti esclusivamente alla disciplina politica. Attraverso questa
divisione della costituzione dall’amministrazione, la ragion di stato sarebbe stata
concepita nel passaggio tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo come il nucleo centrale della dottrina degli affari di governo, cioè della politica ripensata
nel quadro del diritto naturale moderno82. Se in Italia erano state originariamen79 Hermann Conring, Dissertatio de ratione status, resp. Henricus Voß, Helmestadii,
Typis Henningi Mulleri, 1651.
80 Bogislaus Philipp von Chemnitz [pseud. Hippolythus a Lapide], Dissertatio de
ratione status in imperio nostro Romano-Germanico, in qua tum qualisnam revera in eo status sit, tum
quae ratio status observanda quidem, sed magno cum patriae libertatis detrimento neglecta hucusque
fuerit, tum denique quibusnam mediis antiquus status restaurari ac firmari possit, dilucide explicatur,
[s. l.], [s. e.], 1640; Johann Wolfgang Textor, Tractatus iuris publici de vera et varia ratione
status Germaniae modernae, Altdorphii, Impensis Iohannis Henrici Schönnerstaedt, 1667;
Johann Heinrich Boeckler, In Hippoliti a Lapide dissertationem de ratione status in imperio
nostro Romano Germanico animadversiones, Argentorati, Impensis Iosiae Staedelii, 1674. Cfr.
Michael Stolleis, Arcana Imperii und Ratio Status. Bemerkungen zur politischen Theorie des
frühen 17. Jahrhunderts (1980), in Id., Staat und Staatsräson in der frühen Neuzeit. Studien zur
Geschichte des öffentlichen Rechts, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1990, pp. 37-72.
81 Cfr. Merio Scattola, Jakob Lampadius und die Auseinandersetzung um die Verfassung des
Heiligen Römischen Reiches, in Konfessionalität und Jurisprudenz in der frühen Neuzeit, a cura di
Christoph Strohm e Heinrich de Wall, Berlin, Duncker und Humblot, 2009, pp. 365391.
82 Id., Von der Politik zum Naturrecht. Die Entwicklung des allgemeinen Staatsrechts aus der
politica architectonica, in Science politique et droit public dans les facultés de droit européennes (XIIIeXVIIIe siècle), a cura di Jacques Krynen e Michael Stolleis, Frankfurt am Main, Vittorio
Klostermann, 2008, pp. 411-443; Id., Von der prudentia politica zur Staatsklugheitslehre. Die
Verwandlungen der Klugheit in der praktischen Philosophie der frühen Neuzeit, in Phronêsis –
Prudentia – Klugheit. Das Wissen des Klugen in Mittelalter, Renaissance und Neuzeit, a cura di
106
Merio Scattola
te escogitate e distinte due parti contrapposte, una virtuosa e una viziosa, in
Francia fu dunque recepita e riconosciuta solo la cattiva ragion di stato, mentre
in Germania fu accolta solo quella buona.
13. La forma e il suo significato storico
Abbiamo a più riprese constatato che la politica si può definire come un’ attività comunicativa e che essa consiste in uno scambio di argomenti o ragionamenti capaci di produrre un ordine di comando e di obbedienza senza violenza,
quello che Socrate nel Critone chiama un rapporto basato sul πείθειν καὶ
πείθεσθαι, sul convincere e sull’essere convinti. Perciò, trattandosi di un rapporto argomentativo e linguistico, la teoria della politica e la ricostruzione della sua
storia non può limitarsi a identificare solamente chi comanda e chi obbedisce e
le ragioni portate a giustificazione di questa distribuzione, ma deve anche indicare con quali mezzi e con quali codici si instaura questo rapporto. In questo
caso la forma è il contenuto, perché è il modo in cui viene realizzata la comunicazione che stabilisce come e chi debba comandare e come e chi debba obbedire. Se lo scambio argomentativo costituisce il nucleo essenziale del rapporto politico, le forme e i contenuti che lo caratterizzano sono un prodotto della riflessione, singolare o collettiva, la quale si manifesta in varie forme e in diversi stili,
occasioni e ambiti, dall’orazione privata fino al trattato filosofico accademico,
ma ha nella dottrina la sua espressione più alta, pura, consapevole. Perciò la storia del rapporto politico è in gran parte una storia delle ‹comunità di discorso
politico›, delle cerchie nelle quali sono stati elaborati, trasmessi e scambiati codici politici.
Dovremmo a questo punto chiederci se la storia del pensiero politico attuale, in tutte le sue varianti, assolva il compito che abbiamo delineato finora, e soprattutto se la storiografia di Cambridge, con la sua attenzione esclusiva per la
libertà repubblicana, e la storia concettuale, con la sua fissazione per il tempo
moderno, siano all’altezza di questo fine e possa ricostruire compiutamente
questa vicenda. Una storia delle comunità di discorso politico o semplicemente
una storia del discorso politico europeo resta dunque ancora tutta da scrivere,
ed essa sarà la vera storia delle dottrine politiche europee perché essa narra la
vicenda di un aspetto essenziale, forse del vero aspetto essenziale, di quella eAlexander Fidora, Andreas Niederberger e Merio Scattola, Porto, Fédération Internationale des Instituts d’Études Médiévales, 2013, pp. 227-259.
Per una epistemologia delle dottrine politiche europee
107
sperienza della conoscenza umana che è la politica. Questa nuova ‹storia del discorso politico› comincia dalla Grecia antica e continua fino ai nostri giorni, ha
un’identità storica e non antropologica e descrive i modi nei quali è stato organizzato il discorso politico nello spazio europeo. Essa delinea le ‹comunità di
discorso› nelle quali esso si è organizzato, utilizzando le categorie retoriche del
‹Chi?›, del ‹Dove?› e del ‹Per chi?›, in modo da costruire una carta geografica europea dei codici del ragionamento politico. Questa storiografia opera su quatto
direttrici o in quattro campi, che sono quelli definiti dall’incrocio delle due possibilità nello spazio, la ricostruzione dell’interno e dell’esterno, con le due possibilità nel tempo, la narrazione sincronica e quella diacronica.
Spazio
Interno
Esterno
‹Chi?›, ‹Dove?›, ‹Per chi?›
Codici, attori, contesti,
testi
Evoluzione dei linguaggi
e dei codici
Confini e confronti
Geografia del discorso
politico
Ricezione e transfert
Tempo
Sincronia
Diacronia
Ricostruire sincronicamente lo spazio interno di ciascuna comunità di discorso significa identificare gli attori, i luoghi, i destinatori, i codici linguistici, le
convenzioni comunicative (‹Chi?›, ‹Dove?› e ‹Per chi?›) che la costituiscono. Lo
spazio esterno nella sincronia, che è descritto dai confini di ciascuna comunità e
dai rapporti che essa intrattiene con tutte le altre comunità, produce una geografia politica europea. La diacronia interna è l’evoluzione dei linguaggi politici
sulla base di principi e forze autonomi, mentre, proiettandosi all’esterno, la diacronia genera la storia della ricezione e il transfert culturale.
La ricostruzione dell’aspetto formale ha anche un’ulteriore e più profonda
ripercussione sulla storia del pensiero politico. Essa infatti opera sempre in due
sensi complementari perché mette in luce sia le differenze sia le somiglianze tra
le varie comunità di discorso. Considerando soprattutto le differenze si identifica il sistema di varianti all’interno dell’epoca. Per esempio, come abbiamo fatto
noi nei casi citati sopra, si delinea le geografia dei codici linguistici europei nella
prima età moderna. Se tuttavia si registrano le somiglianze comuni a tutte le
comunità di uno stesso momento, si disegna il profilo epistemico di un’epoca,
si stabiliscono le caratteristiche che la differenziano dalle altre epoche. Tali profili sono la base di una storia epistemica della politica, capace di mostrare i
grandi quadri nei quali si è articolata l’esperienza collettiva del mondo. In modo
108
Merio Scattola
particolare essa può descrivere il passaggio da un concezione topologicodialettica a una sistematico-deduttiva del sapere pratico, dalla prudenza alla teoria dell’agire umano, e più in generale a due modi affatto diversi di esperire il
mondo che indicano cambiamenti a livelli anche più profondi di quello epistemico83.
83 Id., Ideen zu einer politischen Metaphysik, in Das Politische als Argument, a cura di Angela De Benedictis, Gustavo Corni, Brigitte Mazohl, Daniela Rando e Luise SchornSchütte, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht Unipress, 2013, pp. 61-103.
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