Progetto co-finanziato
dall’Unione Europea
Ministero dell’Interno
Fondo Europeo per l’Integrazione di Cittadini di Paesi Terzi
LA PARTECIPAZIONE DEGLI IMMIGRATI
ALL’ASSOCIAZIONISMO COME VEICOLO
DI INTEGRAZIONE SOCIALE
Rapporto di ricerca
A cura di:
LA PARTECIPAZIONE DEGLI IMMIGRATI
ALL’ASSOCIAZIONISMO COME VEICOLO
DI INTEGRAZIONE SOCIALE
Rapporto di ricerca
A cura di
Strategie srl
IPRS – Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali
La ricerca è stata realizzata da:
Emma Amiconi (Coordinatore), Strategie Srl
Moreno Benini, Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali
Raffaele Bracalenti (Referente Scientifico), Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali
Ginevra de Michelis di Slonghello, Strategie Srl
Pasquale Gallo, Consulente
Francesco Grandi, Consulente
Fabiana Musicco, Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali
Sandra Nisticò, Strategie Srl
Stampato Tipolitografia CSR
Via di Pietralata, 157 - 00158 Roma
Tel. 064182113 (r.a.) - Fax 064506671
INDICE
PREFAZIONE
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INTRODUZIONE
1. L’ESPERIENZA MIGRATORIA: DALLA ROTTURA ALLA RICOMPOSIZIONE DEI LEGAMI SOCIALI
2. L’ASSOCIAZIONISMO COME PRATICA PER LA RICOSTRUZIONE DEI LEGAMI SOCIALI
3. VERSO UNA NUOVA POSSIBILE RICONFIGURAZIONE DELLO SPAZIO
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DEL RICONOSCIMENTO DEGLI IMMIGRATI
4. PARTECIPAZIONE E CITTADINANZA ATTIVA DEGLI IMMIGRATI: IL QUADRO
5. IL VOLONTARIATO COME POSSIBILE PRATICA DI UNA CITTADINANZA ATTIVA
EUROPEO
PER GLI IMMIGRATI
6. PERCHÉ
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FARE DEL RAPPORTO TRA IMMIGRAZIONE E VOLONTARIATO
UN OGGETTO D’INDAGINE
CAPITOLO 1. IL VOLONTARIATO E L’ASSOCIAZIONISMO IMMIGRATO
1. IL VOLONTARIATO
1.1 Introduzione
1.2 Le caratteristiche del fenomeno
1.3 La ricerca ISTAT
1.4 La ricerca della FIVOL
2. L’ASSOCIAZIONISMO IMMIGRATO
2.1 Introduzione
2.2 Le caratteristiche del fenomeno
2.3 La ricerca del CNEL (2001) - Le associazioni dei cittadini
stranieri in Italia
CAPITOLO 2. LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI DEI PAESI TERZI
ALL’ASSOCIAZIONISMO E AL VOLONTARIATO
COME FATTORE DI INTEGRAZIONE SOCIALE
1. I RISULTATI DI UN’INDAGINE QUALI-QUANTITATIVA REALIZZATA TRA LE ASSOCIAZIONI
ISCRITTE AL REGISTRO DI CUI ALL’ART. 42 DEL D.LGS. 286/98 E
LE ORGANIZZAZIONI DI VOLONTARIATO DISCIPLINATE AI SENSI DELLA LEGGE 266/91
1.1 Premessa
1.2 L’ambito di ricerca: la costruzione e l’identificazione
degli interlocutori
1.3 Analisi dei dati: le organizzazioni di volontariato disciplinate
ai sensi della legge 266/91
1.4 Analisi dei dati: le associazioni iscritte al registro
di cui all’Art. 42 del D.lgs. 286/98
1.5. L’analisi comune del campione
1.6. In conclusione
2. I RISULTATI DEI FOCUS GROUP E DELLE INTERVISTE IN PROFONDITÀ
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CAPITOLO 3. GLI INDICATORI DI PARTECIPAZIONE DEGLI IMMIGRATI
1. PARTECIPAZIONE E ATTIVAZIONE SOLIDARISTICA DEGLI IMMIGRATI:
ALCUNE DIMENSIONI ANALITICHE DEL FENOMENO
2. GLI
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INDICATORI DI PARTECIPAZIONE DEGLI IMMIGRATI: UNA PROPOSTA
DI PANIERE TEORICO SINTETICO
CONCLUSIONI
CENNI PER UNA BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
REPORT DI SINTESI DELLE INTERVISTE
ALLE ASSOCIAZIONI IMMIGRATE
1) Anolf (Associazione Nazionale Oltre le Frontiere) – Molise
2) Associazione Baktalo Drom - Sicilia
3) Associazione Comunitaria Filippina – Sicilia
4) Associazione Rifugiati di Napoli – Campania
5) Società Cooperativa sociale Onlus - Dadaa Ghezo – Campania
6) Associazione di Volontariato A.I.U.D.U. Unione delle Donne Ucraine in
Italia – Campania
7) A.C.S.I.M. - Associazione Centro Servizi Immigrati Marche - Marche
8) Associazione degli Immigrati non comunitari
dell’Appennino Bolognese – Emilia Romagna
9) Associazione Almaghribia Onlus - Lombardia
10) Associazione Nigeriana Venezia e dintorni – Veneto
11) Associazione Ci Siamo Anche Noi – Lombardia
12) Associazione Donne Senegalesi – Emilia Romagna
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PREFAZIONE
Il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno gestisce il Fondo Europeo per l’Integrazione dei cittadini dei paesi terzi, istituito con
decisione del Consiglio dell’Unione Europea n. 2007/435/CE, il 25 giugno 2007,
nell’ambito del programma generale ‘Solidarietà e gestione dei flussi migratori’.
Il Fondo ha lo scopo di aiutare gli Stati membri dell’Unione europea a migliorare
la propria capacità di elaborare, attuare, monitorare e valutare tutte le strategie
di integrazione, le politiche e le misure nei confronti dei cittadini di Paesi terzi, lo
scambio di informazioni e buone prassi e la cooperazione per permettere ai cittadini di Paesi terzi, che giungono legalmente in Europa, di soddisfare le condizioni di soggiorno e di integrarsi più facilmente nelle società ospitanti.
In questo contesto, e in piena adesione ai contenuti dell’art . 3 del Testo Unico sull’Immigrazione che sollecita “…. interventi pubblici volti a favorire le relazioni familiari, l’inserimento sociale e l’integrazione culturale degli stranieri residenti in Italia, nel rispetto delle diversità e delle identità culturali delle persone, purché non confliggenti con l’ordinamento giuridico…” e che istituisce i Consigli Territoriali per l’Immigrazione “…. in cui siano rappresentati le competenti amministrazioni locali dello Stato, la Regione, gli enti locali, gli enti e le associazioni localmente attivi nel soccorso e nell’assistenza agli immigrati, le organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro, con compiti di analisi delle esigenze e di promozione degli interventi da attuare a livello locale …”, il Ministero dell’Interno ha inteso verificare, attraverso una ricerca quali-quantitativa su
scala nazionale, la portata e l’effetto sulla popolazione immigrata delle attività
svolte da diverse forme di associazionismo locale e di volontariato in termini di
integrazione dei cittadini stranieri.
Nel complesso intreccio di responsabilità e di ruoli rivestiti dalle istituzioni centrali dello Stato, dalle Regioni e dalle Autonomie locali, da un lato, e dalle forme di rappresentanza e di partecipazione, quali i Consigli Territoriali e le associazioni locali di diverso tipo e genere, si gioca, infatti, una partita di civiltà e
di impegno comune, tesa a migliorare le condizioni di inserimento e di permanenza nel nostro Paese dei cittadini immigrati. Molti sono gli ostacoli e le criticità che devono ancora essere superate per il pieno raggiungimento degli obbiettivi posti dal Testo Unico sull’Immigrazione, ed uno dei fattori principali che
possono fare la differenza in positivo è proprio quello della conoscenza, anche
attraverso l’ascolto della voce delle associazioni e del volontariato, delle realtà
e delle problematiche vissute a livello locale.
Il Ministero dell’Interno si è dunque posto in posizione di ascolto, proprio per
raccogliere suggerimenti ed indicazioni da poter offrire agli attori locali, primi
fra tutti i Consigli Territoriali, che pur essendo istituiti presso le Prefetture devono ancora raggiungere un livello di pieno ed efficace funzionamento.
Attraverso i risultati della ricerca presentata in questo volume, “La partecipazione degli immigrati all’associazionismo come veicolo di integrazione sociale”
realizzata dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione insieme alla società Strategie srl e all’IPRS – Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali, si
mettono quindi a disposizione degli attori più sensibili ed attenti una serie di
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informazioni, di dati e di considerazioni, a volte anche problematiche - in quanto si tratta di processi in continua evoluzione e mutamento e comunque sempre molto influenzati dal contesto socio-culturale ed anche economico più generale, che riguarda cioè anche il rapporto tra i cittadini italiani ed il mondo dell’associazionismo e del volontariato - con l’intento di offrire un concreto contributo di conoscenza per la migliore programmazione locale e nazionale e per la
pianificazione di nuovi interventi.
Prefetto Angelo Malandrino
Vice Capo Dipartimento Direttore Centrale
per le politiche dell’immigrazione e dell’asilo
Roma, giugno 2010
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INTRODUZIONE
1. L’esperienza migratoria: dalla rottura alla ricomposizione dei legami
sociali
La partenza dell’immigrato, pur se letta sempre più oggi come il frutto di un’impresa collettiva, nella misura in cui la partenza si attiva e si struttura lungo quel
complesso sistema di legami sociali e culturali rappresentato dalle reti famigliari, parentali, di vicinato, etniche, comporta inevitabilmente un iniziale momento di separazione da un universo simbolico e sociale di riferimento.
L’esperienza migratoria così intesa implica pertanto una rottura non molto dissimile da quella rappresentata da un rito di passaggio e, come in tutti i riti di passaggio, da tale rottura consegue una trasformazione sia dell’individuo, sia dello spazio, reale e simbolico. Tuttavia, è innegabile che questa nuova dimensione resti in
parte vincolata alle esperienze passate e la riarticolazione della propria presenza
nel mondo rappresenta non solo una contrattazione tra distinti universi simbolici,
quello di partenza e quello di arrivo, ma anche una ricostruzione di legami sociali,
quelli recisi a causa del viaggio e quelli attivati in virtù del viaggio.
In quello che, specialmente nei processi di sedentarizzazione, dove la stabilità
implica una maggiore interrelazione culturale, si manifesta come un composito scambio tra molteplici forme di vita – quella della società ospite e quelle di
cui il variegato mondo dell’immigrazione è composto – le identità singole o collettive riflettono instabilità e il nuovo spazio diventa allora un luogo interpretativo multiforme. In un mondo in cui sia il punto di partenza che quello di arrivo sono culturalmente in movimento e la ricerca di punti stabili di riferimento
può essere molto difficile, l’immigrato si trova dunque a dover definire lo spazio dal quale è possibile avviare la ristrutturazione di nuove forme di espressione collettiva, di nuovi rapporti intergenerazionali, di nuove reti di interscambio tra passato e presente, in breve, della propria identità sociale.
L’individuo migrante si trova così a dover inizialmente gestire un distacco, attivato dall’esperienza migratoria, caratterizzato da rotture, nostalgie, rimpianti per legami che sono rimasti nel Paese d’origine e che comunque offrono i contenuti per poter riempire e connotare questo spazio.
Solo in una seconda fase l’individuo migrante è in grado di attivare legami più
ampi e distanti e a vivere più concretamente, più direttamente, il rapporto con
il proprio paese di origine e con la propria rete relazionale: l’individuo, non ancora consolidatosi il suo percorso di inclusione nel terminale migratorio in cui
ha scelto di vivere, si proietta in un oltre più vasto ed allargato dove interagiscono il paese di adozione e la patria culturale di riferimento, certamente più
articolata, complessa e virtuale. Alla strutturazione di questo nuovo spazio translocale contribuiscono sia le cosiddette “social remittances” - idee, comportamenti, identità, capitale sociale, ovvero risorse sociali e culturali che gli immigrati portano con loro - sia la dimensione socio-culturale della società d’accoglienza. E gli immigrati partecipano in questo modo, contemporaneamente, nell’ambito del paese che hanno lasciato e di quello dove risiedono in quanto membri di comunità transnazionali.
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Infine, da questa dimensione translocale l’immigrato si trova ad occupare, contribuendo a connotarlo, lo spazio della società d’accoglienza. Diversificate le manifestazioni, i segni e i simboli esteriori di questo processo di transizione, rimescolamento e ridefinizione: mutano le usanze, si allarga la praticabilità degli spazi, ruoli e funzioni si ristrutturano, si aprono nuove prospettive individuali con
evidenti ripercussioni nell’ambito sociale. La connotazione del nuovo spazio è
allora un processo definito anche dallo sforzo e dalle modalità che gli immigrati utilizzano per connettersi al più vasto sistema della società ospite. Le risorse materiali, sociali e culturali che gli immigrati hanno a disposizione, tanto più
efficaci quanto più inserite all’interno di reti claniche o famigliari, diventano quindi utili strumenti di inserimento nel sistema o in alcune sue parti.
Dopo aver sperimentato una condizione di sradicamento, lontano dallo spazio
geografico, dalla cultura e dalla società di origine, l’immigrato giunge così ad
una riformulazione della propria presenza nel contesto ospite. Tra questi due
estremi si inserisce la trasformazione sociologica dell’immigrazione intesa come esperienza, singola e collettiva, di appropriazione, definizione ed identificazione di uno spazio. Durante tale percorso emergono processi di aggregazione
che modificano, alterano o ristrutturano i tradizionali rapporti tra gli individui:
si estendono le reti sociali, si modificano ulteriormente i rapporti interindividuali, si apre uno spazio nuovo e più complesso all’interno del quale prendono o
acquisiscono ulteriore consistenza forme di solidarietà intermedia o alternative, come le amicizie, la parentela estesa, gli etnicismi, i nazionalismi a distanza, le associazioni.
2. L’associazionismo come pratica per la ricostruzione dei legami sociali
Una di queste forme aggregative o solidaristiche, l’associazionismo su basi etniche, viene da più parti indicato come una di quelle forme che stanno segnando il passaggio dell’esperienza migratoria da pratica individuale o famigliare a
pratica collettiva e composita. La sua sempre più diffusa manifestazione rappresenterebbe appunto il passaggio da una fase pionieristica, nella quale il supporto e l’assistenza della propria famiglia, nucleare o estesa, svolge una funzione
protettiva e mediatrice per l’inserimento, ad una fase più strutturata ed organizzata, nella quale è il gruppo nazionale nel suo complesso ad essere determinante nell’individuazione non solo di soluzioni adeguate a facilitare l’arrivo e l’inserimento nella nuova società, ma anche a costruire modalità di rappresentanza politica e di riarticolazione dei legami con il proprio paese d’origine.
La letteratura in materia oscilla in genere tra due posizioni: da un lato, c’è chi
sostiene che una diffusa presenza di comunità straniere, pur importanti nell’offrire un valido supporto, anche psicologico, all’immigrato nella prima fase del
suo percorso migratorio, contribuendo al superamento delle difficoltà iniziali, può
dare l’impressione che gli stranieri rifiutino una completa interazione con il contesto ospite e preferiscano invece intendere l’integrazione come un processo occasionale e contingente, da cui entrare o uscire a seconda delle situazioni, allentando o irrigidendo i propri confini identitari. Dall’altro alto, c’è chi crede che
la condivisione di spazi e strutture con associazioni autoctone possa sviluppa-
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re un senso di corresponsabilità decisionale e gestionale ed una condivisione
nella pratica associativa che incrementa, invece di contrarre, le forme di interazione con il contesto ospite. In questo modo, poi, le istituzioni avrebbero di
fronte un interlocutore presente e riconoscibile, un soggetto sociale e politico
con cui interagire e con cui individuare appropriate soluzioni per lenire il disagio, favorire l’integrazione e ridurre il conflitto.
E’ certamente quest’ultima configurazione dell’associazionismo ad essere presa in considerazione dalla normativa sull’immigrazione nel nostro paese: la legge 40/98 all’articolo 42 – Misure di integrazione sociale – confermato anche dalla successiva legge 189/2002, stabilisce al comma 1 che “lo Stato, le regioni,
le province e i comuni, nell’ambito delle proprie competenze, anche in collaborazione con le associazioni di stranieri e con le organizzazioni stabilmente operanti in loro favore, nonché in collaborazione con le autorità o con enti pubblici e privati dei Paesi di origine, favoriscano” l’inserimento sociale, economico e
culturale degli stranieri. Ferme restando, poi, “le iniziative promosse dalle regioni e dagli enti locali, allo scopo di individuare, con la partecipazione dei cittadini stranieri, le iniziative idonee alla rimozione degli ostacoli che impediscono l’effettivo esercizio dei diritti e dei doveri dello straniero” (comma 3), è istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Consulta per i problemi
degli stranieri immigrati e delle loro famiglie, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri o da un Ministro da lui delegato (comma 4). Della Consulta
sono chiamati a far parte, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri,
oltre a diverse figure istituzionali e non anche “rappresentanti delle associazioni e degli enti presenti nell’organismo di cui al comma 3 e rappresentanti delle associazioni che svolgono attività particolarmente significative nel settore dell’immigrazione in numero non inferiore a dieci” (comma 4 a) e “rappresentanti degli stranieri extracomunitari designati dalle associazioni più rappresentative operanti in Italia, in numero non inferiore a sei” (comma 4 b).
Viene ribadita, inoltre, in questo articolo di legge, l’importanza delle amministrazioni locali nello sviluppo di una politica migratoria strutturata sulle esigenze del contesto. Già la legge 39/90 aveva attribuito un ruolo centrale alle Regioni per ciò che concerneva la gestione dell’associazionismo, in particolare in
merito all’istituzione di un registro regionale e al relativo sostegno finanziario
delle associazioni di immigrati iscritte. La 40/98, al comma 6, lascia ora alle Regioni anche la possibilità di “istituire, in analogia con quanto disposto al comma 4, lettere a), b), c), d) e g), con competenza nelle materie loro attribuite
dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato, consulte regionali per i problemi dei
lavoratori extracomunitari e delle loro famiglie”.
Oltre che dal grado di apertura delle legislazioni locali, la propensione degli stranieri ad associarsi sembra dipendere anche da altre variabili, quali quelle legate alle caratteristiche delle comunità, quelle connesse al coinvolgimento in reti associative ed alle loro caratteristiche, quelle inerenti il contesto istituzionale e legislativo. Così come da altri elementi quali l’apertura nei confronti dei residenti immigrati, lo sviluppo di un tessuto associativo denso e vitale, il rafforzamento delle reti di relazione tra cittadini stranieri e attori sociali locali, il coinvolgimento dei primi nelle modalità di partecipazione politica (Pizzolati, M., Associarsi in terra straniera, L’Harmattan Italia, Torino, 2007, p. 28). Resta pur
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vero che uno di questi fattori, la presenza e la relazione con il tessuto associativo autoctono, è oltre che stimolo per l’associazionismo immigrato anche fonte di problematicità perché, se è vero che esso può rappresentare una fonte di
apprendimento, è altresì vero che i rischi di fagocitazione delle associazioni immigrate sono elevati a causa della conoscenza maggiore del sistema dei servizi sociali da parte del terzo settore. Per non parlare poi della difficoltà che hanno le associazioni immigrate di essere concorrenziali quando si trovano a competere per le risorse con le associazioni locali.
Riprendendo quanto detto nel paragrafo precedente, anche le dinamiche dell’associazionismo immigrato risentono dell’interazione che gli immigrati stabiliscono con lo spazio nel quale si trovano a ricostruire i legami sociali infranti dall’esperienza migratoria. Come sottolineato in una ricerca promossa dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CODRES, La rappresentanza diffusa. Le forme di partecipazione degli immigrati alla vita collettiva, 2000,
www.cnel.it), il processo di integrazione e quello di rappresentanza sono, infatti, correlati tra di loro e si sviluppano lungo un percorso in cui si possono individuare sostanzialmente tre stadi: il primo inserimento, la rappresentanza, la
cittadinanza. Nelle prime fasi dell’inserimento, essendo le esperienze di socializzazione frammentate e marginali, risulta prevalente tanto il peso dei legami
etnico-parentali quanto quello della cultura di appartenenza. Successivamente,
in concomitanza del radicamento nel tessuto sociale del Paese, si sviluppano le
prime forme di partecipazione degli immigrati agli organismi di rappresentanza, spesso fondati su base nazionale, legate soprattutto alla rivendicazione dei
propri diritti. Infine, nell’ultima fase, caratterizzata da una diffusa richiesta di
visibilità sociale e dalla rivendicazione generalizzata di un diritto di appartenenza e di cittadinanza che esulerebbe dai circoscritti interessi di ogni singolo gruppo, prenderebbe forma un associazionismo di dimensione più allargata, che considera il terminale migratorio come spazio da strutturare e da definire congiuntamente agli autoctoni. Sebbene, poi, permangano barriere di tipo culturale “che
spesso fungono da ostacolo al dispiegamento della volontà di partecipazione delle fasce sociali dotate di inferiori strumenti culturali e sebbene persistano tuttora presso la popolazione immigrata modelli di comportamento che privilegiano forme di socialità di tipo monoetnico e circoscritto, dove prevalgono aspetti di separatezza ed autoreferenzialità”, va sicuramente rilevato che “la crescita delle esigenze connesse con la rappresentanza di interessi procede di pari
passo con il consolidamento dei processi di integrazione ed interrelazione con
il tessuto sociale, culturale ed economico delle zone di residenza e che le motivazioni all’origine della domanda di rappresentanza attengono per lo più alla
esigenza di vedere soddisfatti i bisogni collegati alle diverse manifestazioni della vita sociale (lavoro, richiesta di prestazioni di carattere socio-assistenziale,
attività politiche e culturali…), assumendo le forme di un riconoscimento reale,
sociale o politico, all’interno della società nel suo complesso”.
Al di là di queste caratteristiche generali, del significato e del ruolo dell’associazionismo, tutte le ricerche sottolineano che tale fenomeno si caratterizza per
essere estremamente volatile, differenziato e frammentato. E’ volatile perché
le associazioni sono spesso organizzazioni scarsamente istituzionalizzate, la cui
vita, molto frequentemente, è legata all’intraprendenza di un individuo o a rap-
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porti personali, amicali e familiari. E’ differenziato perché i sistemi associativi,
anche a livello locale, hanno caratteristiche assai diverse tra loro, non solo per
ciò che concerne la loro tipologia (associazionismo dell’emergenza, della cittadinanza o della rappresentanza), ma anche perché le varie comunità presentano una differente propensione all’associazionismo e sono organizzate in maniera assai varia. Infine, l’associazionismo è frammentato in quanto i sistemi associativi riflettono - sia nell’elevato numero di associazioni che nei rapporti di
scarsa collaborazione esistenti tra loro - non solo le divisioni tra le varie comunità etniche di riferimento ma anche quelle presenti al loro interno.
Tale configurazione dell’associazionismo determina tuttavia delle ripercussioni
nei rapporti tra associazioni e istituzioni. Queste ultime trovano infatti nelle associazioni un interlocutore fragile e spesso poco collaborativo, tanto che le politiche di integrazione ed inclusione vengono frequentemente realizzate prescindendo dal contributo delle associazioni. Il risultato è che le associazioni si sentono escluse dai processi decisionali e amministrativi e, a fronte di questa marginalità, gli immigrati percepiscono come inefficaci ed inutili le stesse associazioni. Ne consegue che le istituzioni sono portate ad agire prescindendo dal contributo di queste ultime, mentre gli immigrati sono orientati a forme di mobilitazione individualistica, privata e di clan invece che pubblica, istituzionale e politica (RF Sviluppo – Regione Marche, Le associazioni degli immigrati nelle Marche: organizzazione, funzioni e potenzialità, gennaio 2009, p.8 e seg.).
Ma al di là di questa tendenza generale, alcuni contesti territoriali hanno avviato
stimolanti forme di collaborazione con associazioni di immigrati, realizzando interessanti modelli di governance locale dell’immigrazione. La Toscana, ad esempio.
Qui la Regione ha posto al centro della responsabilità politica sui temi dell’immigrazione la qualità dei processi di integrazione, ovvero della partecipazione attiva
dei cittadini stranieri alla vita economica e sociale del territorio, attraverso l’allargamento del consenso e della gestione alla componente immigrata. Il governo regionale ha disegnato i piani di responsabilità dei vari livelli di governance attraverso il coordinamento e la promozione strategica di azioni a supporto delle amministrazioni locali e ha individuato una serie di interlocutori in tutti i settori della società civile, tra cui l’associazionismo immigrato. O le Marche, più specificamente il comune di Ancona, nel quale la programmazione delle politiche e degli
interventi discende dall’intercettazione dei bisogni del territorio alla cui individuazione concorrono tutti gli attori locali. E un posto privilegiato tra gli attori locali lo
occupa senza dubbio l’associazionismo sviluppato dai cittadini immigrati che si rivela in tal senso, al di là delle difficoltà esistenti nelle modalità di inclusione nei
processi decisionali, portatore di un valore aggiunto, ai fini dell’avvicinamento reciproco tra la popolazione immigrata e le istituzioni presenti nel territorio comunale (Censis, IPRS, Sinergia, L’Italia come laboratorio di integrazione. Modelli, pratiche, indicatori, Tipolitografia CSR, Roma, 2009).
Da questo punto di vista le associazioni degli immigrati svolgono una duplice funzione. Da un lato, sono canali di rappresentanza e partecipazione delle comunità
etniche e possono fungere da canali di trasmissione delle loro domande politiche,
da veri e propri “sensori” presenti sul territorio e nelle comunità etniche di riferimento. Dall’altro lato, possono collaborare attivamente all’elaborazione e all’implementazione delle politiche dirette alla popolazione immigrata.
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3. Verso una nuova possibile riconfigurazione dello spazio del riconoscimento degli immigrati
Tra la legge 943/86 e la legge 40/98 l’associazionismo immigrato conobbe un
forte impulso. La presa di coscienza da parte degli immigrati dell’importanza
del ruolo e della funzione che una struttura organizzata poteva assumere nel
favorire i percorsi di inserimento dei nuovi arrivati, considerando poi il forte incremento numerico che l’immigrazione stava avendo, e, in chiave più allargata, la capacità di avanzare rivendicazioni e sperimentare forme di partecipazione collettiva, portò l’associazionismo ad assumere un ruolo da protagonista tanto che questo può essere davvero definito, come la letteratura ha fatto, come
una sua età aurea. Anzi, la codificazione e la regolamentazione dell’associazionismo avviato dalla legge 39/90, che ne formalizzava il ruolo attraverso l’iscrizione agli albi regionali, ne influenzarono le caratteristiche soprattutto nella direzione di una maggiore strutturazione organizzativa, funzionale alla collaborazione con le istituzioni.
Tuttavia proprio questo elemento, congiuntamente ad un mutato clima politico
e sociale nei confronti degli stranieri, ha determinato l’avvio di una fase in cui
l’associazionismo sembra, come ancora ad oggi, aver perduto quella carica propulsiva e quella possibile proiezione comunitaria che le sue premesse sembravano contenere. La necessità, infatti, da parte delle istituzioni, di interagire con
organismi partecipativi e di rappresentanza degli stranieri forzò probabilmente
lo spirito associativo in direzione di una sua maggiore formalizzazione e rappresentatività, che probabilmente non erano così implicite nelle sue premesse. In
un clima politico, poi, in cui il peso dell’associazionismo e dei migranti in genere, ancora oggi non va al di là di una scarsa influenza esercitata nelle Consulte
locali in termini di compartecipazione ai processi decisionali relativi alle politiche
sociale e di integrazione, la lontananza dalle istituzioni si è accresciuta e gli spazi di intervento, anziché ampliarsi come la formalizzazione dell’associazionismo
lasciava intravedere, in realtà si sono ridotte a pura presenza formale.
In quella che molti autori considerano una fase di riflusso, l’associazionismo immigrato, in assenza di un protagonismo politico vero e proprio che fungesse da
collante, si è ripiegato su spazi interstiziali, per lo più secondo linee etniche, religiose, nazionali, in chiave solidaristica, culturale, ricreativa. Ma il solo collante etnico e nazionale è risultato insufficiente a strutturare un associazionismo
più trasversale, anche perché non infrequentemente il controllo delle posizioni
di potere attraverso le quali interagire con le istituzioni ed accedere, ad esempio, ai finanziamenti ad hoc ha prodotto nel tempo contrasti e fratture interne
allo stesso associazionismo.
E’ evidente che in questa situazione di riflusso rispetto alle attese ed ai possibili esiti positivi dell’associazionismo etnico, le associazioni immigrate si trovano nella necessità di dare vita ad un nuovo spazio del riconoscimento, sia interno sia esterno allo stesso associazionismo: da un lato c’è l’esigenza di recuperare rappresentatività e di conferire senso al proprio operato rispetto ai bisogni della popolazione straniera, dall’altro lato c’è l’urgenza di riconfigurare la
tipologia dei rapporti con il Paese ospite, magari approfittando di possibili spazi interstiziali per rivendicare partecipazione ed appartenenza. Proprio perché
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impossibilitato ad esprimere quella rappresentatività politica che sembrava essere il naturale sbocco di un percorso avviato con la regolamentazione normativa e con la partecipazione, seppure ancora in funzione consultiva, alla definizione delle politiche di integrazione, la priorità dell’associazionismo etnico sembra oggi essere divenuta quella di ricostruire la propria immagine. In questo
percorso diretto ad individuare la possibilità di praticare una nuova appartenenza e partecipazione allargata alla comunità territoriale in cui vivono sono chiamati a giocare un ruolo tanto gli immigrati intesi come singole individualità, quanto gli immigrati riuniti in un’associazione.
4. Partecipazione e cittadinanza attiva degli immigrati: il quadro europeo
Il documento europeo “A common agenda for integration framework for the integration of Third-Country Nationals in the European Union”, redatto nel 2005,
pone tra le priorità d’obiettivo per le politiche comunitarie di integrazione l’aumento, a livello dei singoli paesi membri dell’Unione, della partecipazione civica,
culturale e politica dei cittadini provenienti da paesi extracomunitari, insieme allo sviluppo del dialogo tra gruppi di migranti di diversa origine etnica con i governi e la società civile, come modalità per promuovere la cittadinanza attiva.
Già nel 2004, tramite il documento relativo ai “Common basic principles for immigrant integration policy in the European Union” gli indirizzi comunitari esprimevano la necessità che gli immigrati residenti nell’Unione Europea divenissero una voce attiva nella formulazione di politiche che li riguardano direttamente al fine di migliorare le loro condizioni ed accrescere il loro senso di appartenenza. Dove possibile, si dice nel testo di questo documento, gli stranieri devono essere coinvolti in tutti gli aspetti del processo democratico, ad esempio
tramite l’attivazione di processi di dialogo strutturati tra gruppi di migranti e
governi, mirati a stimolare la partecipazione attiva ed a generare intesa reciproca. Si esplicita, inoltre, che, dove possibile, gli immigrati dovrebbero essere coinvolti nelle elezioni politiche e comunali, entrando a far parte sia dell’elettorato attivo, sia di quello passivo.
Questo documento veniva redatto proprio pochi giorni dopo i lavori del Consiglio
Europeo sul rafforzamento della libertà, della sicurezza e della giustizia nell’Unione Europea, nei quali si incoraggiavano le istituzioni dell’Unione, nell’ambito delle loro competenze, a mantenere un dialogo aperto, trasparente e regolare con
associazioni rappresentative e con la società civile, nonché a promuovere e facilitare la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. In particolare, il Consiglio
Europeo invitava in quell’occasione la Commissione a prestare particolare attenzione alla lotta all’antisemitismo, al razzismo e alla xenofobia.
In questo ambito, pur riconoscendo che si erano già compiuti dei progressi importanti riguardo al trattamento equo dei cittadini dei paesi extracomunitari che
soggiornano legalmente nell’Unione Europea, il Consiglio europeo chiedeva che
fossero offerte pari opportunità di piena partecipazione alla società: gli ostacoli all’integrazione, diceva il programma, dovevano essere attivamente rimossi.
Nel quadro di quelle riflessioni, sempre nel 2004, veniva redatto il primo Handbook on integration for policy makers and practioners, quale strumento ope13
rativo mirato a suggerire standard perseguibili e criteri omogenei per la definizione di politiche e di interventi per la promozione e il supporto dell’integrazione positiva dei migranti. Un’intera sezione del manuale per policy maker e operatori era dedicato alla partecipazione attiva degli immigrati. In quella sede, in
sintesi, si diceva:
– le strategie che rispondono ad esigenze ed a situazioni particolari, in cui si
trovano gli immigrati e che capitalizzano le loro competenze, servono ad incentivare il loro senso di appartenenza e la partecipazione alla società civile;
– adattare i servizi alle esigenze specifiche dei vari gruppi sociali è uno sforzo
collettivo che richiede lo sviluppo di un’ottica interculturale nel servizio pubblico e privato;
– la cittadinanza attiva mette in luce le competenze degli immigrati e suggerisce il modo di trarne il massimo profitto sia per gli immigrati sia per la società civile nel suo complesso;
– la religione svolge spesso un ruolo positivo nel processo di integrazione, ruolo che può essere facilitato dal dialogo tra le comunità religiose di immigrati,
tra queste e la società in senso lato;
– la partecipazione politica è una delle componenti principali della cittadinanza attiva, dal momento che costituisce per gli immigrati un’opportunità di integrazione;
– la partecipazione politica dovrebbe essere favorita nelle sue svariate forme,
inclusi la naturalizzazione, il diritto di voto nelle elezioni amministrative e la
partecipazione agli organismi consultivi;
– gli organismi consultivi a livello locale e nazionale hanno il potenziale di stimolare la partecipazione politica da parte degli immigrati e di migliorare le
politiche di integrazione consentendo lo scambio tra punti di vista tra i rappresentanti degli immigrati e quelli di organismi governativi e non. Nel migliore dei casi, il lavoro è dinamico e i loro membri vengono sollecitati ad apportare contributi di alta qualità;
– riguardo alla partecipazione sociale, il volontariato è un settore in cui gli immigrati svolgono un ruolo importante come cittadini attivi, dal momento che,
facilitando la loro partecipazione e tenendo in considerazione il loro apporto,
esso contribuisce ad incentivare la loro integrazione e a mobilitare le loro competenze;
– dovrebbe essere incentivato il coinvolgimento di immigrati nelle esistenti organizzazioni di volontariato e l’ideale sarebbe che le strategie di reclutamento per i membri volontari tenessero conto delle diversità culturali;
– i governi, ai diversi livelli, possono dare il buon esempio applicando essi stessi tecniche e strumenti per incentivare l’apertura e l’inclusione, ad esempio
subordinando alla sussistenza di tali requisiti la concessione di sussidi o la partecipazione agli appalti pubblici.
L’edizione più recente dell’Handbook on integration for policy makers and practioners (2010) ribadisce ad un quinquennio di distanza le medesime riflessioni,
precisando l’offerta di opportunità ai singoli migranti o rappresentanti di associazioni di migranti di decidere autonomamente come cambiare le proprie condizioni di vita o partecipare alla vita pubblica contribuisce la rottura di schemi
presunti di dipendenza e l’insieme di atteggiamenti paternalisti che pesano sul-
14
le relazioni tra società d’accoglienza e gruppi di immigrati. Il principio “nulla su
di noi senza di noi” è fondamentale per il successo di ogni misura di empowerment e presuppone che gli utenti finali intervengano come attori principali nelle fasi di pianificazione, attuazione e monitoraggio. La valutazione e l’analisi dei
bisogni condotta dai diretti beneficiari di una misura di empowerment fornisce
il quadro per valutare situazioni personali o dei gruppi (formali ed informali) o
della comunità. Vi sono inoltre misure di empowerment che vengono, talvolta,
avviate a livello locale dai migranti stessi e, in seguito, finanziate dalle organizzazioni principali, siano esse autorità pubbliche, parti sociali, esponenti del
settore privato o della società civile. Le misure possono mirare ad emancipare
singoli migranti attraverso l’offerta di servizi, diversificando la base associativa
attraverso programmi a vasto raggio d’azione o fornendo una piattaforma per
la partecipazione dei migranti alla vita pubblica.
Il medesimo documento suggerisce per questo l’istituzione di piattaforme di dialogo tra rappresentanti di cittadini immigrati e governi locali, in cui le autorità
pubbliche e i leader della società civile assumano il ruolo di mediatori neutrali
(capaci di facilitare uno scambio di idee aperto e rispettoso), oppure quello di
moderatori, di semplice partecipanti, di esperti a cui si chiede un parere influente o, infine, quello dell’osservatore interessato. Tali piattaforme di dialogo possono, poi, dare origine a campagne di informazione, petizioni, referendum, corsi, veri e propri servizi pubblici, opuscoli informativi, festival, progetti di volontariato, relazioni di ricerca, libri di testo, siti web, attività artistiche e così via.
In questo caso, le autorità pubbliche o enti privati possono occuparsi del finanziamento e/o della soprintendenza di eventuali accordi che scaturiscono da queste piattaforme di dialogo.
All’attività di indirizzo si è affiancata un’iniziativa di mappatura e indagine sulle diverse forme di partecipazione degli immigrati, finanziate attraverso il European found for the integration of third country national 2007-2013 finalizzate ad individuare possibili azioni per un progressivo coinvolgimento degli immigrati nella vita civica e politica degli stati membri. Ad oggi, sono stati redatti
tre distinti programmi, contenenti obiettivi e azioni mirate. Per l’anno 2007, gli
obiettivi specifici includevano:
– l’implementazione di una reale integrazione, come un processo dinamico a due
direzioni, nel senso di mutuo accordo tra migranti e autoctoni, con il diretto
coinvolgimento di autorità locali e organizzazioni della società civile;
– l’incoraggiamento alla partecipazione dei cittadini provenienti dai paesi terzi
nella formulazione di politiche di integrazione, specialmente a livello locale e
regionale.
Se il programma riferito all’anno 2008 non conteneva obiettivi che riguardassero direttamente la cittadinanza attiva degli immigrati, in quello relativo al 2009,
invece, si è previsto di:
– aumentare il valore del ruolo dei rappresentanti della società civile nel definire, implementare e valutare le politiche di integrazione degli immigrati;
– aumentare l’efficacia delle piattaforme di dialogo, al fine di avere un impatto sul processo di decision-making;
– promuovere la conoscenza e la comprensione dei processi di integrazione che
stanno prendendo piede a livello locale;
15
– aumentare lo scambio di informazioni tra gli stakeholder responsabili delle misure di integrazione a livello regionale e locale.
L’altro ambito in cui la riflessione sulla partecipazione degli immigrati (e sulle
modalità per la sua misurazione e monitoraggio) è stata sviluppata a livello europeo è quello delle Conferenze ministeriali. I risultati delle riflessioni della Conferenza ministeriale del 2007, si richiamano esplicitamente alle discussioni della Conferenza europea sulla partecipazione attiva dei giovani appartenenti a minoranze etniche tenutasi a Copenaghen nel 20061 e alla Conferenza sull’integrazione dei cittadini tenutasi a Rotterdam sempre nel 20062, sulla base dei quali il Consiglio europeo invita i NCPI (National Contract Points of Integration) a
considerare approcci che abbiano come finalità quella di includere l’intera cittadinanza; in particolare:
– trovare un accordo sui significati e sui diversi approcci all’idea di partecipazione e sul concetto di cittadinanza;
– promuovere la partecipazione degli immigrati alla vita della società locale in
cui sono inseriti, oltre a vari altri aspetti del processo di integrazione.
Nell’ambito della Conferenza Ministeriale del 2008 si è dedicata particolare attenzione alla partecipazione civica delle donne immigrate, nel quadro della promozione dell’uguaglianza di diritti tra uomo e donna. Anche in questa sede si
è ribadita agli NCPI la necessità di promuovere la partecipazione degli immigrati alla vita della società locale in cui sono inseriti. In quell’occasione vengono inoltre presentati i risultati della mappatura delle azioni promosse dai singoli stati e delle diverse realtà locali mirate al dialogo interculturale e tra queste viene inclusa l’idea di partecipazione civica attraverso l’apprendimento della lingua nazionale.
Il documento di lavoro di questa conferenza (Strenghthening actions and tools
to meet integration challenges) sottolinea in particolare come, pur considerando le forme differenziate della partecipazione e la varietà di approcci alla cittadinanza attivi all’interno degli stati membri, le politiche di partecipazione siano
ancora deboli, identificando quali fattori chiave per la partecipazione alla vita
1 European Conference on active participation of ethnic minority youth in society (Copenhagen, September 2006): “un’integrazione che abbia successo può far sì che i migranti si prendano carico delle proprie responsabilità sociali e che siano in grado di godere dei propri diritti. L’integrazione è un
nodo cruciale che garantisce la coesione e la stabilità sociale, la massimizzazione dei contributi economici e sociali dei migranti e che aumenta la qualità della vita degli stranieri, così come quella degli autoctoni. E’ necessario tendere sia verso la garanzia dei diritti umani dei migranti in generale,
con un’attenzione particolare ai giovani, combattendo contro ogni forma di discriminazione, sia verso una condizione di realizzazione del loro potenziale. Assicurare che c’è una vera uguaglianza di
opportunità sia nell’accesso al mercato del lavoro, sia nel sistema educativo è un aspetto di vitale
importanza.”
2 Conference on Integrating Cities (Rotterdam October 2006): “Uno degli scopi riguarda il dialogo
e la partecipazione dei cittadini immigrati nella società. Il raggiungimento di questo scopo implica la condivisione dei principi comuni: uguaglianza tra uomini e donne, uguali opportunità per tutti senza discriminazioni, libertà di educazione, religione, opinioni politiche; libertà di associarsi e di
partecipare ai processi decisionali nel rispetto delle regole democratiche, promuovere la cittadinanza attiva e il dialogo; rispettare le differenze, evitando violenza e isolamento”
16
democratica e per il supporto al processo di integrazione, in particolare, lo sviluppo di dispositivi di consultazione durante il processo decisionale e la partecipazione alle elezioni amministrative e politiche.
In generale, iniziative di cittadinanza attiva ed educazione civica vanno a supportare una maggiore partecipazione dei cittadini stranieri alla comunità ed alla
sua vita democratica e, inoltre, favoriscono la comprensione dei valori e dei diritti dei cittadini nella società di riferimento, oltre alla consapevolezza delle responsabilità degli immigrati stessi, incrementando il senso di appartenenza. Queste considerazioni sono contenute nel documento conclusivo della Conferenza Ministeriale del 2010: The consolidation of the EU framework on integration.
5. Il volontariato come possibile pratica di una cittadinanza attiva per
gli immigrati
Si parla di volontariato quando l’azione volontaria si ispira al concetto di gratuità, inteso come donazione, disinteresse, condivisione, ovvero come scelta di
realizzazione personale, in una prospettiva di relazioni solidali con gli altri, di
sviluppo e valorizzazione del bene comune. Ma proprio perché si estende ad una
dimensione più allargata quale quella comunitaria, il volontariato, oltre che risposta di natura soggettiva, costituisce una risposta al contempo collettiva ad
un emergente bisogno di relazionalità reciproca. Rappresentando, in questo senso, una risorsa per far agire i valori di solidarietà, partecipazione e cittadinanza, il volontariato può aiutare l’immigrato a costruire un rapporto con la società d’accoglienza non fondato solo ed esclusivamente sulla logica del binomio diritti-doveri ma anche su un concetto allargato di partecipazione sociale: l’alterità etnico-culturale può diventare così anche un soggetto da coinvolgere nella
costruzione di un modello di cittadinanza attiva, e per questa via promuovere
un’immagine diversa dell’immigrazione e del suo apporto alla società. E’ nella
motivazione prosociale, quindi, che il volontariato può diventare strumento ulteriore per il riconoscimento dell’immigrato, proprio perché l’azione disinteressata di cui come volontari ci si fa portatori è carica di una componente valoriale riconosciuta all’esterno e che aiuta nel raggiungimento del rispetto di sé, nella partecipazione aperta alla vita di una comunità percepita come propria, nella praticabilità di una scena pubblica che non sia solo quella lavorativa.
La possibilità di muoversi lungo la china dei modelli di partecipazione incentrati sul concetto di prossimità, su quello di comunità – intesa come dimensione
dell’interazione sociale - su quello di responsabilità verso la comunità di appartenenza, sulla percezione di uno spazio pubblico collettivo che deriva dalla presenza sul territorio, permette così all’immigrato di diventare parte attiva nella
costruzione di opportunità sociali all’interno di quel patto tra Stato, enti locali
e cittadini su cui si costruiscono le relazioni sociali e comunitarie.
D’altro canto è la stessa legislazione a riconoscere al volontariato questa funzione, ovvero la possibilità di colmare l’assenza istituzionale e di rendersi artefice della messa in opera di interventi, in modo particolare per quelle aree dove il pubblico da solo non riesce a soddisfare in pieno i bisogni socio-assistenziali principali e a garantire i livelli essenziali di assistenza. La stessa Costitu17
zione della Repubblica Italiana, all’articolo 118, invita lo Stato, le Regioni, le Città metropolitane, le Province ed i Comuni a favorire “l’autonoma iniziativa dei
cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. La Legge quadro sul volontariato –
la legge 266/91 – riprende quanto affermato dalla Costituzione e nel primo comma dell’art 1 stabilisce che “la Repubblica italiana riconosce il valore sociale e
la funzione dell’attività di volontariato come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, ne promuove lo sviluppo salvaguardandone l’autonomia
e ne favorisce l’apporto originale per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile e culturale individuate dallo Stato, dalle regioni, dalle province autonome”. Successivamente, la Legge 328/2000, che ha aperto la strada
alla ridefinizione dell’assetto dello Stato Sociale in Italia, individua nel volontariato uno dei soggetti chiamati a partecipare alla concertazione tra pubblico e
privato, da includere soprattutto nella fase di messa in opera degli interventi
da realizzare3.
Ma il sistema delle responsabilità e le specifiche attribuzioni di competenza, ripartite tra i diversi livelli istituzionali, comportano la necessità di coniugare il livello di programmazione con un livello che risulti adeguato e funzionale alla rappresentanza, promozione e protezione degli interessi specifici della popolazione, nelle singole comunità locali, adeguate per territorio e popolazione. All’interno di questo principio di sussidiarietà tra istituzioni e società civile, il Piano
di zona, strumento offerto alle comunità locali per leggere, valutare, programmare e guidare il proprio sviluppo, è venuto ad essere una modalità strategica
per governare le politiche sociali e per organizzare quindi, a livello territoriale,
soggetti diversi che intervengono sui bisogni e sulla domanda sociale per la costruzione di una politica integrata di “comunità”.
E’ evidente che una tale partecipazione alla programmazione, in quanto organizzazione, ed alla realizzazione, anche come singolo coinvolto nelle attività di un’organizzazione di volontariato, comporta inevitabili vantaggi sociali per gli immigrati. Il Rapporto francese relativo al progetto europeo “Involve - L’engagement bé3 L’art.1, comma 4, riconosce che “gli enti locali, le regioni e lo Stato, nell’ambito delle rispettive competenze, riconoscono e agevolano il ruolo degli organismi non lucrativi di utilità sociale, degli organismi della cooperazione, delle associazioni e degli enti di promozione sociale, delle fondazioni e degli
enti di patronato, delle organizzazioni di volontariato, degli enti riconosciuti delle confessioni religiose con le quali lo Stato ha stipulato patti, accordi o intese operanti nel settore nella programmazione, nella organizzazione e nella gestione del sistema integrato di interventi e servizi sociali.”
L’art.5 afferma che “per favorire l’attuazione del principio di sussidiarietà, gli enti locali, le regioni
e lo Stato nell’ambito delle risorse disponibili in base ai piani di cui agli articoli 18 e 19, promuovono azioni per il sostegno e la qualificazione dei soggetti operanti nel terzo settore anche attraverso politiche formative ed interventi per l’accesso agevolato al credito ed ai fondi dell’Unione europea. Ai fini dell’affidamento dei servizi previsti dalla presente legge, gli enti pubblici, fermo restando quanto stabilito dall’articolo 11, promuovono azioni per favorire la trasparenza e la semplificazione amministrativa nonché il ricorso a forme di aggiudicazione o negoziali che consentano ai
soggetti operanti nel terzo settore la piena espressione della propria progettualità, avvalendosi di
analisi e di verifiche che tengano conto della qualità e delle caratteristiche delle prestazioni offerte e della qualificazione del personale. Le regioni […] adottano specifici indirizzi per regolamentare i rapporti tra enti locali e terzo settore, con particolare riferimento ai sistemi di affidamento dei
servizi alla persona.[…]”
18
névole et civique des migrants et des minorités ethniques”4, sottolinea il fatto che
un impegno associativo degli immigrati conferisce loro un ruolo e delle competenze particolari riscontrabili in una capacità di mobilizzazione e di strutturazione, in un coinvolgimento nella vita cittadina, in una cittadinanza rinforzata o nuova. La maggior parte delle persone di origine immigrata non confina la propria
attività volontaria alle sole associazioni immigrate bensì a quelle “generali”, ovvero le associazioni sportive, culturali, caritatevoli, sanitarie, ambientali. Il volontariato permette agli immigrati di rendersi utili alla comunità, di difendere una
causa, di incontrare genti culturalmente diverse, di sviluppare o acquisire competenze particolari, utilizzabili anche nella vita professionale, d’utilizzare proficuamente il proprio tempo libero, di condividere le proprie esperienze.
Consapevole dell’importanza del volontariato nella costruzione di uno spazio comune e nella diffusone di valori transnazionali, il Centro europeo del volontariato ha
diffuso un documento dal titolo “Vers une Année européenne du bénévolat 2011”.
In tale documento, il Centro ha ribadito il ruolo dei volontari nella costruzione di
un’identità europea ancorata sui valori della coesione sociale, della solidarietà, della partecipazione attiva, ed invitava ad operare per “la réduction des obstacles et
de la discrimination auxquels sont confrontées les personnes qui souhaitent entreprendre des activités bénévoles, plus particulièrement les migrants, les ressortissants de pays tiers et les personnes victimes d’exclusion sociale”. Se, dunque, da
un lato, il progetto “Involve” sottolineava la funzione che il volontariato può avere
per lo sviluppo di un senso comunitario tra gli immigrati e di una nuova cittadinanza, dall’altro lato, il documento del Centro europeo del volontariato faceva riferimento alla presenza oggettiva di una serie di ostacoli e di atteggiamenti discriminatori
che possono limitare l’effettiva partecipazione degli immigrati alla pratica del volontariato – alcuni dei quali di natura socio-culturale, legati al considerare gli immigrati come esclusivi beneficiari di progetti di volontariato e non come partner, all’immagine negativa che la società restituisce loro, alle difficili interazioni con la burocrazia
che nel richiedere determinate procedure per la creazione di un’associazione rischia
di escludere gli stranieri. Allo stesso tempo il progetto “Involve” individuava anche
una serie di fattori ostativi all’acceso al mondo del volontariato legati alla condizione propria degli immigrati, ovvero la possibilità di sperimentare uno stato di irregolarità, la scarsa padronanza della lingua locale, la scarsa autostima (molti stranieri
confrontandosi ad una serie di difficoltà logistiche e lavorative hanno un’immagine
negativa di loro stessi e delle loro capacità), la scarsa conoscenza del mondo associativo e del ruolo protagonista che vi potrebbero avere, le difficoltà economiche.
6. Perché fare del rapporto tra immigrazione e volontariato un oggetto d’indagine
Quale tipo di solidarietà è ancora possibile in società sempre più plurali e differenziate? Quali forme di cooperazione, in una società nella quale le tradizio4
Il progetto, realizzato su iniziativa del Centre Européen du Volontariat (CEV) e finanziato dall’Unione europea nel quadro del Programma INTI (Immigrazione e richiedenti asilo), ha visto coinvolti i
seguenti Paesi: Austria, Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Ungheria.
19
nali forme di identificazione sociale sono in crisi, sono in grado di difendere oggi gli individui al margine o quelli bisognosi? La solidarietà sarà esclusivamente fondata su un’appartenenza a comunità segmentate o sarà ancora possibile
lo sviluppo di un concetto di benessere collettivo?
E’ certo che oggi la solidarietà sociale sia in crisi, quella solidarietà scaturita dai
sistemi di welfare finalizzata al perseguimento di obiettivi sociali di tipo egualitario e redistributivo. Sorta dal riconoscimento dell’uguaglianza di diritto tra
tutti i membri della collettività, e frutto di un legame instaurato tra estranei fondato sul principio della comune appartenenza, la solidarietà così concepita ha
escluso dal proprio ambito tutte quelle prestazioni fondate sul riconoscimento
di un bisogno particolare e di una relazione specifica.
Oggi, invece, nuovi bisogni di cura, di assistenza, di protezione emergono dal
tessuto sociale e richiedono nuove risorse solidaristiche, nuovi meccanismi di
responsabilizzazione collettiva. Non sono pochi gli osservatori che vedono oggi
proprio nell’azione delle organizzazioni del terzo settore i germi di una nuova
cultura della solidarietà, l’ambito organizzativo e professionale più favorevole
allo sviluppo di nuove forme di aiuto e solidarietà, in grado di superare la crisi
della cittadinanza e di affermare nuove forme di responsabilità civile e sociale
(Ranci, C., Oltre il welfare state, Il Mulino, Bologna, 1999, p. 87).
E’ a questa funzione che, come parte del terzo settore, assolve anche il volontariato, la cui azione non si riduce solo a dover rispondere a bisogni sociali insoddisfatti ma anche ad attivare funzioni organizzative, identificative e comunicative finalizzate a dare continuità, riconoscimento e senso a questo tipo specifico di solidarietà (ibidem, p. 105). L’organizzazione di volontariato diviene così il luogo di mediazione in cui le motivazioni e gli interessi dei singoli componenti si traducono in un definito orientamento collettivo e l’impegno e le motivazioni ideali dei propri membri sono trasformati in azioni solidaristiche rivolte
all’esterno. E proprio perché finalisticamente orientati e concepiti all’interno di
una struttura aggregativa, gli interventi volontari acquistano senso tanto agli
occhi di chi li compie quanto nei destinatari, e valore solidaristico che si rafforza nella sua reiterazione.
Ed è questa sua proiezione identitaria, aggregativa e valoriale, veicolata dalla
solidarietà, trasversale anche alle differenti configurazioni culturali che stanno
dando forma ai terminali migratori, a rappresentare oggi uno strumento di partecipazione ed identificazione comunitaria per gli immigrati.
Si tratta di un terreno certamente poco esplorato e poco conosciuto; la maggior parte delle indagini tende soprattutto ad analizzare la forma di partecipazione per eccellenza degli immigrati, ovvero l’associazionismo etnico o a considerare come di esclusivo dominio degli autoctoni la partecipazione alle organizzazioni di volontariato, trascurando, forse in parte anche perché fenomeno recente, la presenza degli immigrati all’interno di queste ultime. E’ tuttavia inevitabile che il consolidamento della presenza e le trasformazioni sociologiche che hanno caratterizzato il fenomeno migratorio in Italia negli ultimi anni abbiano avuto ripercussioni notevoli anche sulla partecipazione alla
vita comunitaria ed alla rete relazionale che la configura. Quando prima si faceva riferimento al determinarsi di una possibile configurazione di un nuovo
spazio del riconoscimento per gli immigrati attraverso un maggiore coinvolgi-
20
mento nella vita comunitaria e di una trasformazione del senso dell’associazionismo si intendeva proprio questo, ovvero l’opportunità e la possibilità che
a partire dal volontariato come libera scelta e come offerta disinteressata alla comunità si possano originare nuove esperienze di partecipazione e di cittadinanza attiva e di riconoscimento dell’appartenenza. Si potrebbe aprire cioè
un circolo virtuoso in cui è la nuova identità comunitaria a generare sostegno
sociale ma a sua volta anche lo scambio di risorse all’interno della trama di
relazione di cui l’individuo immigrato è parte è in grado di determinare un nuovo spirito comunitario. Insomma, il volontariato come percorso alternativo per
l’integrazione.
Se l’associazionismo etnico permette di costruire, anche perché strutturato su
premesse e finalità diverse, una relazionalità parziale con la società ospite, il
volontariato è invece in grado di spostare l’ottica da un “tra qui ed altrove” –
tipica di un associazionismo etnico quale si è finora configurato - ad un più stabile, e ibrido, “qui”.
Ciò non esclude che l’associazionismo etnico sia in grado di collegarsi, talvolta
in maniera preponderante, alla società di riferimento, almeno in una dimensione di pressione politica, al fine di vedersi riconosciuti spazi di agibilità legittimati e regolati dal diritto; tuttavia (ed in parte, seppure brevemente, si è accennato al rischio di riflusso contemporaneo dell’associazionismo di fronte ad
una legittimazione o incompletezza del suo ruolo politico) la tendenza generale, anche per le limitate possibilità di affermazione e affrancamento dal “tutoraggio” dell’associazionismo italiano, è quella di vincolare la solidarietà all’interno del proprio gruppo, sia inteso in senso rigidamente etnico, sia inteso come macrocategoria di immigrati.
Ferma restando la funzionalità dell’associazionismo etnico ai fini delle facilitazioni e degli aiuti che questo può offrire ai nuovi arrivati nell’inserimento nel
contesto ospite, è comunque evidente, anche laddove destinataria degli interventi sia una popolazione mista (composta cioè da autoctoni e da immigrati),
che le sue possibilità di stabilire ponti verso la determinazione di una comune
appartenenza sono limitate.
E’ infatti vero che attraverso il capitale sociale gli immigrati soddisfano vari ordini di necessità, dal sostegno alla trasformazione delle identità individuali e di
gruppo, dall’aiuto reciproco allo sviluppo di strategie di coping nel nuovo contesto, dalla gestione dei primi e successivi contatti con la società maggioritaria
alla costruzione di spazi di azione resi agevoli dall’esistenza di rapporti di fiducia, dallo sviluppo di progetti imprenditoriali alla costruzione di una identità sociale e di spazi di partecipazione politica. Così come è altrettanto vero che, prendendo a prestito una terminologia usata negli studi relativi al capitale sociale,
l’appartenenza a reti sociali fondate su “legami” (bonding) possa essere prima
precondizione e poi complementare all’appartenenza a reti fondate su “ponti”
(bridging), nel senso che maggiore è il numero di “legami” che una persona
stabilisce con il proprio gruppo, maggiore la probabilità che, sulla base della rete attivata da tali “legami”, crei “ponti” con altri attori sociali al di fuori di esso. Tuttavia, la costruzione e l’attraversamento di “ponti” se facilita la condivisione di spazi non implica automaticamente che l’individuo percepisca come propria la comunità con la quale interagisce o per dirla in altri termini che si sia
21
sviluppata oltre che un’integrazione strutturale, culturale, sociale anche e soprattutto un’integrazione identitaria5.
Al contrario, l’agire sociale frutto di una libera scelta e rivolto in forma disinteressata alla comunità in cui si è inseriti può permettere lo sviluppo di un’altra
forma di partecipazione ed appartenenza, caratterizzata dal reciproco combinarsi di una dimensione personale e soggettiva – l’appartenenza percepita – e
di una dimensione collettiva – l’appartenenza riconosciuta dagli altri MEMBRI
della comunità. In questo senso, l’impegno e la partecipazione in un’organizzazione di volontariato da parte degli immigrati rappresentano certamente degli
indicatori concreti del livello di partecipazione raggiunta e percepita e delle strategie di integrazione adottate e ricercate. Ma quanto questo quadro teorico trovi rispondenza nella realtà ancora non ci è dato saperlo a sufficienza.
Quella tracciata è appunto una teoria delle possibilità del volontariato come strumento facilitatore di percorsi di integrazione possibili che coniuga la teoria dell’eteroriconoscimento con quella dell’autoriconoscimento. Come detto in precedenza, ancora poco si sa della capacità di attrazione delle Organizzazioni di Volontariato sugli immigrati e del ruolo che questi svolgono all’interno delle organizzazioni, se cioè c’è una condivisione di finalità ed interessi, se c’è partecipazione nella gestione e negli incarichi o se invece si è ancora in una fase in cui
l’immigrato presta la sua opera come volontario senza entrare nei processi decisionali dell’organizzazione di cui è parte.
Così come poco ancora si sa delle ragioni che spingono gli immigrati a scegliere di percorrere, in una fase avanzata dell’immigrazione qual è oggi nel nostro
Paese, la strada dell’associazionismo o la strada del volontariato, o quali sono
le ragioni che impediscono ad un’associazione etnica di diventare un’organizzazione di volontariato.
Il rapporto tra mondo del volontariato e immigrazione è pertanto un campo di
indagine aperto, le cui dinamiche possono contribuire a gettare luce sulle nuove modalità di integrazione, o meglio su quanto le forme associative legate al
volontariato possano essere l’esito di un’appartenenza comunitaria già avviata
e percepita come tale tanto dagli immigrati quanto dagli autoctoni o piuttosto
lo strumento per rendere effettiva la partecipazione comunitaria grazie alla condivisione dell’elemento valoriale insito nell’azione volontaria. Del resto, proprio
perché è organizzato, ramificato sul territorio, iscritto nei registri regionali, il
volontariato è mappabile ed identificabile in quanto a finalità, componenti, struttura, certamente meno aleatorio di altre forme aggregative o associative che
molte volte sfuggono ad una catalogazione istituzionale, rendendone perciò difficile l’analisi.
5
Per integrazione strutturale si intende l’acquisizione dei diritti e l’accesso all’appartenenza, alle
posizioni e agli status delle istituzioni ospiti (scuola, lavoro, formazione). Con integrazione culturale, ci si riferisce a mutamenti nei processi cognitivi, culturali, comportamentali ed attitudinali. Il
numero e la possibilità di stabilire amicizie, matrimoni, relazioni e associazioni caratterizzano l’integrazione sociale. Infine, l’integrazione identificazionale esprime il senso di appartenenza ed identificazione con la società ospite (EFFNATIS, Effectiviness of National Integration Strategies Towards
Second Generation Migrant Youth in a Comparative European Perspective, Final Report, versione
ciclostilata, Bamberg, 2001).
22
CAPITOLO 1. IL VOLONTARIATO E L’ASSOCIAZIONISMO IMMIGRATO
1. Il volontariato
1.1 Introduzione
Oggi il volontariato è un elemento fondamentale per il funzionamento della nostra società, non solo per i servizi offerti ma anche per la cultura e i valori che
esprime, quali la centralità della persona, l’attenzione verso i più deboli e i più
sofferenti, il senso di responsabilità e di partecipazione alla vita sociale, il rispetto per gli altri, la solidarietà. Sulla base di questi valori, il volontariato svolge alcune funzioni fondamentali: stimola le istituzioni pubbliche per una presa in carico dei più deboli; anticipa le risposte dello Stato ai bisogni sociali emergenti o
si sostituisce ad esse; diffonde coscienza sul territorio; integra i servizi pubblici.
Un primo elemento distintivo dell’azione volontaria è rappresentato dall’atteggiamento di solidarietà gratuita nei confronti dei soggetti più deboli e dei loro bisogni attraverso la messa in atto di forme di aiuto da parte di persone che mettono gratuitamente a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze.
Una seconda caratteristica dell’azione volontaria è la ricerca di identità e di appartenenza, ricerca che si risolve con l’adesione al gruppo ed alle sue attività
di servizio.
L’attività prestata gratuitamente, senza scopo di lucro e con fini di solidarietà,
rappresenta il cardine su cui si fonda la legge 266/91 che definisce, promuove
e regolamenta il volontariato e l’organizzazione di volontariato. Quest’ultima viene definita dalla medesima legge come quell’organizzazione in cui i volontari
svolgono un ruolo determinante e prevalente, senza fine di lucro, con cariche
elettive e vita democratica.
La legge 266/91, legge quadro sul volontariato, ne ha dunque riconosciuto il
valore sociale e la funzione come espressione di partecipazione, solidarietà e
pluralismo, promuovendone lo sviluppo, salvaguardandone l’autonomia e favorendone l’apporto originale per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile e culturale individuate dallo Stato, dalle regioni, dalle province autonome e dagli enti locali (art. 1). La legge ha mostrato poi di recepire molti
degli aspetti del dibattito sul ruolo e la funzione del volontariato, in particolare
quelli rivolti a considerare quest’ultimo non esclusivamente come soggeto gestore di determinati servizi ma come entità da valorizzare nell’elaborazione delle politiche pubbliche.
Non è improprio affermare che la legge ha rafforzato l’interesse delle ODV a intrattenere rapporti con il settore pubblico e attraverso il meccanismo delle convenzioni ha orientato le medesime ODV a allargare lo spettro della propria offerta, sebbene tale meccanismo abbia poi aperto la strada a forme di concorrenzialità tra le organizzazioni. Oggi il volontariato costituisce comunque un arcipelago di iniziative assai variegato, territorialmente abbastanza diffuso, che
si presenta come una realtà consolidata, dotata di strutture e risorse che ne
garantiscono l’esistenza e l’operatività, impegnate nella produzione di servizi che
hanno in larga parte ricevuto un riconoscimento da parte delle amministrazioni pubbliche e dei cittadini.
23
Generalmente, l’azione volontaria tende a concentrarsi nelle aree di bisogno più
classiche come la sanità ed i servizi sociali. E’ proprio per questa caratteristica
che essa viene anche descritta con il termine di volontariato sociale, quasi a distinguerla da altre forme di volontariato meno orientate ai bisogni alla persona e meno spinte da finalità esplicitamente altruistiche. Si pensi a quel vasto
universo che solo indirettamente può essere considerato solidaristico: organizzazioni che si occupano di ambiente, di tutela del territorio, di beni culturali, di
attività di animazione del tempo libero, le quali tuttavia svolgono una funzione
sociale di rilievo, offrendo ai cittadini grosse opportunità di impiegare il tempo
in maniera diversa, in attività cioè che possono essere definite pro-sociali.
Volendo ridurre ad alcuni modelli generali la molteplicità e l’articolazione dell’azione volontaria, una possibile chiave interpretativa, nella molteplicità delle pratiche
con cui viene offerto il servizio e delle forme di appartenenza, muove dai diversi significati che può assumere la pratica della solidarietà. Ne scaturiscono allora tre modelli interpretativi, ciascuno dei quali legato ad una fase specifica di maturazione
del volontariato: il primo di tipo assistenziale, il secondo legato alla lotta all’emarginazione, il terzo di professionalità sociale. Nel modello assistenziale, l’azione solidaristica si concretizza nello sviluppo di una rete di relazioni individuali fondate sull’aiuto e sull’ascolto che non richiedono alcuna preparazione tecnica né un impegno
quotidiano ma piuttosto la disponibilità a un’interazione umana temporalmente circoscritta. Sul piano dei rapporti interni, queste organizzazioni adottano una struttura centralizzata, con una forte concentrazione delle funzioni e dei processi decisionali. Il contributo del volontario resta confinato all’attività pratica.
Nel modello della lotta all’emarginazione, emerso nella seconda metà degli anni settanta, l’azione volontaria ha fatto propri ed ha rielaborato in chiave di intervento
sociale i contenuti di protesta dei movimenti sociali. Rispetto al volontariato assistenziale questo modello mostra un orientamento meno ripartivo e più promozionale, volto a coinvolgere ed a socializzare preventivamente le fasce deboli e ad utilizzare modelli di riabilitazione adeguati ai bisogni. Dal punto di vista organizzativo,
tale modello si caratterizza per la collegialità nell’assunzione delle responsabilità e
delle decisioni. La partecipazione dei volontari è quindi molto intensa così come elevato è il coinvolgimento nei processi organizzativi e decisionali.
Il terzo modello, infine, sorto negli ultimi anni, è quello della professionalità sociale. In esso figurano organizzazioni che gestiscono servizi specifici, che richiedono contenuti professionali elevati e che lavorano a stretto contatto con enti
e istituzioni del settore pubblico. Le organizzazioni gestiscono in proprio servizi qualificati e integrati con quelli istituzionali e gradualmente evolvono verso
forme di cooperazione economica e imprenditorialità sociale. La struttura organizzativa ricalca quella di un servizio professionale: numero limitato di membri, livelli di impegno variabili, concentrazione del livello decisionale, presenza
di uno staff amministrativo retribuito. L’impegno dei volontari si caratterizza per
una forte motivazione individuale e per l’utilizzo di competenze specifiche. Il processo di riqualificazione dell’immagine e del ruolo del volontariato investe oltre
che le identità individuali anche la dimensione dell’agire e le condizioni necessarie per un agire proficuo: accanto alla disponibilità, diventa un fattore rilevante anche la competenza (Tomai, B., Il volontariato. Istruzioni per l’uso, Feltrinelli, Milano, 1994, pp. 45 e seg.).
24
1.2 Le caratteristiche del fenomeno
Se definire l’oggetto d’indagine è una priorità, non sempre scevra da difficoltà, di
qualunque analisi sociale, ciò è ancor più vero quando si studia il volontariato.
Cosa si intende per ODV? Un’organizzazione con volontari? Un’organizzazione a prevalenza di volontari? Un’organizzazione conforme a quanto stabilito nella L. 266/’91?
Si tratta di un grosso problema concettuale e metodologico, non risolto dalla
stessa comunità scientifica, tanto che le due ricerche più aggiornate condotte
negli ultimi anni – quella dell’ISTAT del 2003 e quella della FIVOL del 2006 –
danno rappresentazione di un fenomeno diverso.
I dati ISTAT 2003 sull’universo delle unità iscritte ai registri del volontariato rappresentano un contingente importante sotto il profilo quantitativo (21.021 organizzazioni, anche se a rispondere è stato il 75% di tale universo) ma molto
eterogeneo dal punto di vista qualitativo per le diverse definizioni di ODV mutuate dai differenti criteri di inclusione nei registri di Regioni e Province.
I dati della FIVOL fanno invece riferimento alle organizzazioni che hanno i requisiti stabiliti dalla legge 266/91 e che sono rintracciabili in maniera netta nella Carta dei Valori del Volontariato, ovvero la gratuità e la solidarietà, che sono i due
elementi che fondano il paradigma del volontario, la sua identità e peculiarità, la
democraticità, ovvero l’autogoverno delle ODV e la relativa autonomia.
1.3 La ricerca ISTAT
Al 31 dicembre 2003 erano 21.021 le organizzazioni di volontariato attive sul
territorio nazionale. Rispetto alla rilevazione del 1995, che ne contava 8343, le
organizzazioni iscritte ai registri regionali e provinciali erano aumentate del 152%.
La distribuzione sul territorio appariva molto disomogenea anche se con il tempo i divari territoriali si erano ridotti: il 28,5% delle ODV era localizzato nel Nordovest, il 31,5% nel Nord-est, il 19,3% nel Centro, e il 20,7% nel Mezzogiorno.
Il maggior numero di organizzazioni continua ad essere localizzato nel Nord del
Paese, ma nel tempo risulta crescente il peso di quelle meridionali. Nello specifico, rispetto ala 1995, si osservano variazioni negative dei valori relativi alle
ODV presenti nel Nord-ovest e nel Centro (rispettivamente -4,2% e – 3,3%),
e positive dei valori che riguardano invece le ODV del Nord-est e del Centro (rispettivamente + 1,2% e + 6,3%).
Area territoriale
Nord-ovest
Nord-est
Centro
Sud
Totale
1995
n
2728
2528
1886
1201
8343
%
32,7
30,3
22,6
14,4
100
1997
n
3349
3665
2611
2085
11.710
%
29
31
22
18
100
Anni
1999
n
4431
4823
3014
2803
15.071
%
29,4
32
20
18,6
100
2001
n
%
5250 28,7
6000 32,8
3439 18,8
3604 19,7
18.293 100
2003
n
%
5977 28,5
6626 31,5
4064 19,3
4354 20,7
21.021 100
Fonte: ISTAT
Anche la distribuzione regionale mostra un ridimensionamento delle differenze.
Le regioni con il maggior numero di ODV rimangono la Lombardia, il Veneto,
l’Emilia-Romagna e la Toscana; quelle con il numero minore la Valle d’Aosta e
25
il Molise. Tuttavia, se nel 1995 le prime quattro regioni raccoglievano il 59%
delle organizzazioni, nel 2003 tale quota scende al 46,9%.
Regione
Piemonte
Valle d’Aosta
Lombardia
Liguria
Nord-ovest
Trentino AA
Veneto
Friuli
Emilia-Romagna
Nord-est
Toscana
Umbria
Marche
Lazio
Centro
Abruzzo
Molise
Campania
Puglia
Basilicata
Calabria
Sicilia
Sardegna
Sud
Totale
Fonte: ISTAT
26
ODV
%
1626
7,7
90
0,4
3499 16,7
762
3,6
5977 28,5
1727
8,2
2018
9,6
701
3,3
2180 10,4
6626 31,5
2144 10,2
460
2,2
799
3,8
661
3,1
4064 19,3
283
1,3
166
0,8
964
4,6
530
2,5
253
1,2
448
2,1
642
3,1
1068
5,1
4354 20,7
21021 100
ODV per regione
Var.% 2003-1995
134,6
157,1
107,4
142,7
119
327,5
131,4
197
114,1
161,9
60
165,9
348,9
240,7
115,6
214,4
591,7
457,2
227,2
351,8
138,3
1067,3
136,8
263,1
152
ODV per 10.000 ab.
3,8
7,4
3,8
4,8
3,9
17,9
4,3
5,9
5,3
6,1
6
5,4
5,3
1,3
3,7
2,2
5,2
1,7
1,3
4,2
2,2
1,3
6,5
2,1
3,6
In termini di variazioni percentuali, le regioni del mezzogiorno crescono con tassi superiori alla media nazionale, mentre diminuisce il peso delle regioni del Nord.
La Sicilia, il Molise, la Campania, la Basilicata e le Marche mostrano incrementi delle organizzazioni iscritte almeno doppi di quello nazionale.
Anche rispetto alla concentrazione territoriale delle organizzazioni rispetto alla
popolazione residente, emergono differenze regionali marcate. Considerando come indice di diffusione il numero di organizzazioni per diecimila abitanti, il rapporto varia da 17,9 unità per il Trentino a 1,3 unità per Lazio, Puglia e Sicilia,
con un dato nazionale che si attesta a 3,6 organizzazioni ogni 10.000 abitanti.
Rispetto al periodo di costituzione si registra una diminuzione del numero delle associazioni più anziane a vantaggio di un incremento di quelle più giovani
(nate tra il 1996 ed il 2003). Se si prendono a riferimento le ODV nate dopo il
1980, si rileva che esse rappresentavano il 61,3% del totale nel 1995, il 65,8%
nel 1997, il 72,7% nel 1999, il 74,6% nel 2001, il 79,7% nel 2003. La costituzione di nuove organizzazioni ha avuto un notevole incremento nel periodo 19962000, durante il quale si è costituito un quarto della popolazione attiva nel 2003.
I volontari iscritti ai registri regionali nel 2003 sono 825.955, dei quali il 45,6%
donne. Rispetto al 1995 si registra un aumento della presenza femminile pari
al 5,5%. La distribuzione dei volontari per regione risulta del tutto analoga a
quella delle organizzazioni, con una maggiore concentrazione di essi nelle aree
settentrionali rispetto a quelle centro-meridionali (28,4% nel Nord-ovest, 31,5%
nel Nord-est, 21,4% al Centro, 18,6% nel Sud).
27
Regione
Piemonte
Valle d’Aosta
Lombardia
Liguria
Nord-ovest
Trentino AA
Veneto
Friuli
Emilia-Romagna
Nord-est
Toscana
Umbria
Marche
Lazio
Centro
Abruzzo
Molise
Campania
Puglia
Basilicata
Calabria
Sicilia
Sardegna
Sud
Totale
Totale
31.074
1.189
94.096
21.092
147.451
24.500
39.357
12.713
74.005
150.575
84.589
5.974
13.100
19.107
122.770
3.266
1.452
11.949
7.526
3.542
8.904
1.857
21.989
60.485
481.981
Volontari per regione
1995
Volontari
Volontari
per ODV
ogni 10.000 ab.
45
72,5
54
159,1
56
105,4
67
127,2
54
98,8
61
268,3
45
88,8
54
106,9
73
188,6
60
144
63
240,1
35
72,3
74
90,8
99
36,7
65
111,7
36
25,7
61
43,8
69
20,7
46
18,4
63
58,1
48
42,9
34
49
132,4
50
29
58
84,1
Totale
59.143
2.254
139.971
33.489
234.857
89.832
62.139
25.259
83.068
260.298
104.718
10.920
29.143
32.027
176.808
8.586
3.929
41.594
17.034
9.012
18.841
20.824
34.172
153.992
825.955
2003
Volontari
per ODV
36
25
40
44
39
52
31
36
44
39
49
24
36
48
44
30
24
43
32
36
42
32
32
35
39
Volontari
ogni 10.000 ab.
138,5
184,7
151,4
212,3
154,3
933,4
133,8
210,8
212,3
239,2
293,7
128,8
193,7
61,5
158,9
66,8
122,1
72,2
42,2
151,0
93,7
41,6
208,0
74,5
142,7
Fonte: elaborazione IPRS su dati ISTAT
Così come per le organizzazioni, l’incremento maggiore si registra nel meridione, dove il numero dei volontari è più che raddoppiato rispetto al 1995. E anche la quota di volontari sul totale nazionale passa dal 12,5% del 1995 al 18,6%
del 2003. Nelle regioni centrali l’incremento percentuale è più contenuto, mentre al Nord cresce più nell’area orientale che non in quella occidentale.
Per quanto riguarda il numero dei volontari presenti nelle organizzazioni, dal
1995 al 2003 si nota una tendenza ad operare con un numero di volontari
più contenuto. Nel Centro, il numero medio di volontari continua ad essere
nel 2003, così come lo era stato nel 1995, superiore alla media nazionale.
Nel Nord-ovest esso invece era inferiore nel 1995 ed è invece pari alla media nazionale nel 2003; nel Nord-est esso era superiore nel 1995 ed è pari
nel 2003. Al Sud il numero dei volontari era inferiore nel 1995 e continua ad
essere inferiore nel 2003.
Osservando la distribuzione dei volontari in relazione alla popolazione residente (numero di volontari ogni 10.000 abitanti), si osserva in primo luogo una crescita dal 1995 al 2003 (da 84 a 143) e ancora una volta una marcata differenziazione territoriale: rispetto infatti ad una media nazionale di 84 volontari nel
1995 e di 143 volontari nel 2003, il Nord e il centro continuano dal 1995 al 2003
28
a far registrare valori di poco superiori (rispettivamente 99 e 112 nel 1995, 154
e 158 nel 2003), il Sud valori decisamente inferiori (29 nel 1995, 74 nel 2003),
il Nord-est valori di gran lunga superiori.
Analizzando poi il dato diacronicamente e per singola regione, cresce notevolmente il numero dei volontari in rapporto alla popolazione residente – considerando i valori al di sopra della media nazionale - in Trentino (passando da 268
del 1995 a 933 del 2003), della Liguria (da 127 a 212), del Friuli (da 106 a
210), delle Marche (da 90 a 193), della Basilicata (da 58 a 151) e della Sardegna (da 132 a 208).
Nettamente inferiori al dato nazionale del 2003 i valori di Lazio (61), Puglia (42)
e Sicilia (41).
1.4 La ricerca della FIVOL
Le unità esaminate sono state 10.493 su un universo di partenza di 40.000 organizzazioni. Si tratta della quarta rilevazione effettuata dalla FIVOL la quale,
a detta dei realizzatori, fornisce più conferme che novità.
A) La crescita delle organizzazioni. Continuano a crescere le organizzazioni di volontariato negli ultimi anni, anche se, rispetto al passato, diminuisce l’intensità. Le unità nate negli ultimi cinque anni (2002-2006) rappresentano il
18,9% del totale, mentre nelle precedenti rilevazioni quinquennali raggiungevano valori percentuali più elevati: il 28% nel 1992-1996 e il 21,4% negli anni 1997-2001.
B) Diffusione tendenzialmente più equilibrata sul territorio nazionale.
Come è già emerso da precedenti rilevazioni, si attenua il divario della presenza delle ODV nelle diverse aree del Paese in ragione di una crescita proporzionalmente maggiore negli ultimi 5 anni al Sud (18,3%).
Anno di nascita
Fino al 1978
Dal 1979 al 1991
Dal 1992 al 2001
Dal 2002 al 2006
Totale
Distribuzione territoriale delle ODV per anno di nascita
ODV
Nord
Centro
20,4
19,8
29,3
27,2
36,8
39,1
13,5
13,9
100
100
Sud
9
26,8
45,9
18,3
100
Fonte: rilevazione FIVOL 2006
C) Crescente espressione della cittadinanza attiva. La nascita delle organizzazioni è sempre più connotata dall’iniziativa di gruppi di cittadini e meno
dalla tradizionale capacità di affiliazione dei centri nazionali del volontariato. Tra
le ODV nate nell’ultimo quinquennio, quelle cosiddette “indipendenti” costituiscono il 73,8% a fronte del 63,8% del 1996-2000 e del 57,4% del periodo 19901995. Se ciò può significare una maggiore frammentazione, allo stesso tempo
può rappresentare una novità di senso nell’agire volontario, una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita ed ai bisogni comunitari.
29
D) Aumento della componente del volontariato che opera su temi e problemi sociali emergenti. Pur confermandosi il settore socio-assistenziale e sanitario quello in cui opera il maggior numero di organizzazioni (59,4%), cresce
l’incidenza percentuale delle unità che operano nei settori della partecipazione
civica, in particolare negli ambiti dell’educazione e formazione, della protezione civile, della tutela e promozione dei diritti e della cultura. Aumenta poi anche l’impegno per la solidarietà internazionale (10% delle ODV esaminate).
E) Assottigliamento delle compagini solidaristiche. Si assiste ad una molecolarizzazione del fenomeno volontaristico, determinata dalla nascita di unità con pochissimi fondatori (questi non erano più di cinque nel 24,1% delle unità nate nel periodo 1990-95, nel 31% delle unità nate nel quinquennio successivo e nel 41% delle unità nel periodo più recente), dal modesto numero medio di partecipanti (nella maggioranza dei casi - 53,2% - le ODV non superano
i 20 operatori considerando anche altri eventuali attivisti) e dal numero medio
di volontari continuativi (34 unità nel 1997, 22 nel 2001 e 19 nel 2006, dato
quest’ultimo che rappresenta il 56,2% dei volontari complessivi (“saltuari” compresi) di contro il 58% del 2001.
Classi di volontari
Fino a 2
Da 3 a 5
Da 6 a 10
Da 11 a 20
Da 21 a 50
Oltre 50
Totale
Totale v.a.
Distribuzione delle ODV per classi di volontari
continuativi suddivisi per area geografica
ODVT per area geografica
ODV in totale
Nord
Centro
Sud
10,4
10,2
11,1
9,9
23,1
22,5
22,6
24,9
27,6
26,2
27,1
30,6
19,8
20,4
19,5
18,8
12,8
13,7
12,5
11,4
6,3
7
7,2
4,4
100
100
100
100
10.491
5.189
2.511
2.791
Fonte: rilevazione FIVOL 2006
Ne emerge una situazione caratterizzata da “organizzazioni dei presidenti” e dalla presenza di poche persone disposte a farsi carico in modo duraturo e responsabile delle ODV. Il rischio che ne potrebbe conseguire è l’autoreferenzialità delle organizzazioni e la frammentazione del fenomeno in tante piccole unità che
renderebbe molto più arduo realizzare forme di coordinamento e spingerebbe
a cercare rapporti privilegiati con l’Amministrazione pubblica.
F) Mutamento nella composizione dei gruppi. Diminuiscono le ODV composte dai soli volontari, a causa della crescita degli organismi di tipo associativo e mutualistico (la maggioranza delle ODV opera sia a vantaggio dei propri
aderenti che dei non aderenti); e della presenza di operatori remunerati nel volontariato organizzato. Rispetto al 1997, le ODV dotate di personale retribuito
sono incrementate di 14 punti percentuali tra il 1997 e il 2006 (26 su 100),
mentre sono diminuite le ODV di soli volontari (15,3%).
30
Composizione interna delle ODV nelle tre ultime rilevazioni
Totale ODV
Tipologia
1997
2001
Solo volontari
34
21
Mix volontari e retribuiti
12,3
21,2
Volontari e altri non retribuiti *
53,7
57,8
Totale
100
100
2006
15,3
25,6
59
100
*Si tratta di giovani in servizio civile, religiosi o soci non attivi
Fonte: rilevazione FIVOL 2006
La crescita delle ODV con operatori professionali è in parte connessa con le difficoltà a garantire il ricambio dei volontari all’interno delle organizzazioni, e in parte dipende da una crescita operativa inevitabile in certi ambiti di intervento ed è
sicuramente alimentato dagli standard di personale e dai criteri di qualità e continuità richiesti dalle convenzioni, in crescita, con le Amministrazioni pubbliche.
G) Tendenziale capacità di reperimento delle risorse umane e finanziarie. L’andamento delle risorse umane gratuite e dei finanziamenti negli ultimi
due anni rivela complessivamente una situazione dinamica. Il contributo maggiore all’incremento viene dai volontari confermando il modello di reperimento
delle risorse peculiare del volontariato. 4 unità su 10 negli ultimi due anni rivelano stabilità per risorse umane e finanziarie, mentre l’incertezza o la perdita di entrambi i tipi di risorsa riguarda il 23% dei casi. Sono le ODV più piccole ad essere maggiormente sofferenti rispetto al reperimento delle risorse.
Andamento delle risorse umane e finanziarie in totale e per dimensioni
ODV
ODV per classe di operatori
Andamento risorse
in totale Fino a 10 Da 11 a 20 Da 21 a 40 Oltre 40
Crescono i volontari e i finanziamenti
10,5
4,7
8,4
12,9
16,8
Crescono solo i volontari
16,6
9,6
15
20,1
22,5
Crescono solo i finanziamenti
9,7
8,6
10,2
9,1
10,9
Stabilità di entrambi
40,2
49,6
42,3
37
30,8
Incertezza
17,1
19,8
18
15,6
14,8
Perdita di entrambi
4,6
6,2
4,6
4,1
3,3
Non valutabile
1,3
1,5
1,5
1,2
0,9
Totale
100
100
100
100
100
Fonte: rilevazione FIVOL 2006
Se diminuisce il numero dei volontari che più costantemente sostengono le attività dei gruppi, aumentano invece le ore di tempo da essi complessivamente
donate per organizzazione: dalle 75 del 2001 alle 95 del 2006.
H) Sensibile ripresa dell’impegno giovanile. I giovani sono presenti come
volontari continuativi nel 47,8% delle ODV analizzate e nel 13,3% dei casi costituiscono la metà o la maggioranza di essi. L’area di maggior presenza di giovani è il Mezzogiorno.
31
Classi di ampiezza
Nessun giovane
Da 1 al 50%
Oltre il 50%
Totale %
Totale v.a.
Presenza giovanile nelle ODV per area territoriale
In Totale
Nord
Centro
52,2
56,7
53,9
34,5
33,8
33,8
13,3
9,5
12,3
100
100
100
10.438
5.151
2.497
Sud
42,5
36,4
21,1
100
2.790
Fonte: rilevazione FIVOL 2006
Il dato è presumibilmente il riflesso di un crescente impegno promozionale, registrato negli ultimi anni, da parte delle ODV e dei Centri di Servizio per il Volontariato all’interno delle scuole, nonché dell’attenzione privilegiata delle ODV
per le giovani generazioni.
I) Pubblicizzazione e crescente collaborazione con servizi ed enti pubblici. Negli ultimi anni si è registrata una forte richiesta di iscrizione ai registri
del volontariato da parte delle ODV, che raggiunge oggi l’83% delle unità esaminate mentre rappresentava il 75% nel 2001 e il 52% nel 1997. Tale crescita è dovuta ad una serie di motivi quali una maggiore efficienza procedurale
delle regioni del Sud, il decentramento alle Province della gestione del registro,
la tendenza all’autonomia delle organizzazioni locali appartenenti ad una rete
nazionale, l’iscrizione al registro come vincolo per la partecipazione ai bandi.
2. L’associazionismo immigrato
2.1 Introduzione
Uno degli aspetti che da sempre caratterizza il dibattito sull’integrazione riguarda il ruolo delle associazioni che gli immigrati hanno costituito nei paesi di approdo, con una fondamentale funzione sociale.
Il periodo compreso tra gli anni ottanta e novanta è caratterizzato dalla nascita e dal decollo dell’associazionismo immigrato costituito per affrontare le condizioni degli immigrati in Italia.
Infatti è proprio l’incremento dell’immigrazione per lavoro e la presa di coscienza da parte di molti migranti del loro progressivo radicamento nel nostro territorio, oltre all’inasprimento delle loro condizioni di vita e di lavoro che hanno
indotto alla nascita delle associazioni che avevano come scopo iniziale: il sostegno agli immigrati, sia dal punto di vista materiale attraverso l’orientamento, l’assistenza nelle pratiche burocratiche, l’alloggio, la ricerca di un lavoro, la
rivendicazione dei propri diritti), che ricreativo culturale attraverso l’organizzazione di feste, e di attività finalizzate alla preservazione della cultura d’origine.
Un altro importante impulso alla creazione di associazioni e coordinamento di
immigrati in questi anni fu dato dalle prime leggi sull’immigrazione. I nuovi
spazi aperti dalla legge 943 del 30 dicembre 1986 (Norme in materia di collocamento e di trattamento dei lavoratori extracomunitari immigrati e contro
le immigrazioni clandestine) in ordine alla partecipazione e alla regolarizza-
32
zione, il riconoscimento del diritto alla tutela dell’identità culturale sono stati
all’origine di una rilevante crescita di associazioni di immigrati iscritte all’albo
regionale, fenomeno che ha contribuito ad un ulteriore incremento dell’associazionismo immigrato.
In questo periodo si assiste alla nascita di un associazionismo indotto, che risponde più all’esigenza delle società di accoglienza, che a quella degli immigrati.
La tendenza attuale invece è quella di occupare spazi diversi, meno problematici, creando gruppi di confronto che si occupano di sport, tempo libero, promozione della cultura d’origine, organizzazione di feste e celebrazioni varie.
Ad oggi le associazioni rappresentano un quadro, seppur parziale, della vita politica nazionale e di quella del paese di provenienza, raffigurando un importante filtro negli scambi con il mondo esterno.
In Italia non esistono ad oggi ricognizioni sistematiche di livello nazionale delle caratteristiche della partecipazione degli immigrati ad associazioni, organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale (Cnel-Codres 2000),
mentre si sono succeduti negli anni in modo regolare ricostruzioni della partecipazione sociale (in particolare al sindacato, Mottura, 2000; 2003; 2004; 2006;
2008; 2010) e approfondimenti sulla partecipazione politica e le formule di rappresentanza diffusa (senza pretesa di esaustività: Cnel, 1999; Zincone, 1999,
Cnel-Codres, 2000; Caponio, 2000;2001; Mauri, 2001; Carpo, Perin, Magrin,
2003; Ires, 2003; Attanasio, 2004; Caritas, 2005; Sise, 2006; Codini, 2009).
Le rilevazioni realizzate da Istat (2000; 2001; 2006) sulle organizzazioni di volontariato,come in precedenza evidenziato, non riportano alcuna informazione
che consenta una ricostruzione delle origine nazionale dei volontari e collaboratori. Alcuni rilievi empirici di tipo qualitativo utili a ricostruire alcune dinamiche della partecipazione degli immigrati all’associazionismo solidaristico che opera a favore dell’integrazione dei migranti si trovano in particolare nei lavori di
Ambrosini (2002, 2005); Camozzi (2004); Campomori.
Relativamente all’associazionismo immigrato esistono pochi approfondimenti e
ricognizioni di livello nazionale, anche di ordine quantitativo (Carchedi, 2000;
Vicentini, Fava, 2001; Tradardi, 2002; Cnel 2003,) quanto piuttosto approfondimenti (e monitoraggi sistematici) dedicati a singoli contesti territoriali (senza pretesa di esaustività: Borri, 2004; Guolo, 2004; Caselli, 2006; Ceschi, 2006;
Pallidda, Consoli, 2005; Mantovan, 2005, 2007; Pizzolati, 2007; Bellagamba,
2007; Camozzi, 2008; Caselli, 2008; Pravisano, 2008; Pepe, 2009; Caselli, Grandi, 2010) e i risultati di una indagine di tipo campionario (Cesareo, Blangiardo, 2009) a valere sul livello nazionale che copre alcune dimensioni della partecipazione all’associazionismo degli immigrati. A queste diverse esperienze territoriali (censimenti, mappature, indagini campionarie, monitoraggi sistematici
promosse dagli Osservatori dell’immigrazione, etc.) si aggiungono le indagini
esplorative del presente progetto.
2.2 Le caratteristiche del fenomeno
Le associazioni di immigrati vantano comunque un certo peso politico perché
molto spesso rappresentano l’unico intermediario per le istituzioni italiane; le
associazioni attraverso i propri rappresentanti costituiscono per la maggior parte l’unico punto di contatto tra gli enti locali e gli immigrati, tanto che in non
33
pochi casi il loro potere contrattuale è decisamente superiore alla loro rappresentatività ed al reale riconoscimento che hanno da parte dei singoli.
Grazie all’insieme delle relazioni vissute all’interno dell’associazione che facilitano
gli incontri, il dialogo, lo scambio, aumentano le opportunità per acquisire maggiori conoscenza sul contesto locale in cui si vive e si sviluppano le capacità di controllo dell’immigrato sulla realtà esterna. Inoltre le associazioni svolgono una funzione psicologica non indifferente perché, in special modo per gli immigrati arrivati da poco, rappresentano un fattore di sicurezza e di ancoraggio che in qualche
modo li difende dal cadere vittima della nostalgia, della solitudine ecc.
Occorre tuttavia fare attenzione che l’associazione, invece di favorire l’integrazione, non si trasformi in un facile ghetto-rifugio per chi, fuori dal proprio paese, tenda a ricostruire in piccolo la normalità di partenza, così da generare un
processo di chiusura e non di apertura e di confronto. In effetti le associazioni
di immigrati sono l’ambiente dove si rinnova l’identità culturale, dove vengono
rivissuti i contenuti tipici di un sistema di partenza al quale non si intende rinunciare.
Quando gli immigrati sono portatori di un’identità chiusa e si concentrano solo
sulla salvaguardia, attenti ad impedire qualunque contatto con l’esterno, difficilmente l’identità contribuisce all’integrazione e al contrario favorisce processi
di esclusione e marginalizzazione. Al contrario, quando gli immigrati sono caratterizzati da un’identità aperta questa favorisce le relazioni e di conseguenza
anche l’integrazione. Questo avviene anche per le associazioni. Se esse si strutturano in modo in modo autoreferenziale invece di aiutare i propri membri a
migliorare le proprie capacità di gestione della vita in immigrazione, pur mantenendo vivi gli aspetti culturali originari, esse divengono una sorta di ghetto
all’interno del quale di auto-segregano. D’altro canto è molto comodo, anche
dal punto di vista psicologico, fare affidamento su un mondo chiuso, che rispecchia la società di partenza invece di dover affrontare le difficoltà che ci sono
fuori.
L’associazione appare quindi funzionale all’integrazione e all’inserimento individuale se è strumentale e non costituisce il fine di se stessa.
2.3 La ricerca del CNEL (2001) - Le associazioni dei cittadini stranieri
in Italia
I dati maggiormente esplicativi del fenomeno dell’associazionismo immigrato in
Italia (sebbene aggiornati al 2001) sono rintracciabili all’interno della ricerca promossa dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) - Organismo
Nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale degli stranieri-Le Associazioni dei Cittadini Stranieri (curata dalla Fondazione Corazzin Venezia).
Attraverso l’indagine si è cercato di analizzare il fenomeno dell’associazionismo straniero in Italia e della sua reale dimensione, attraverso un’analisi territoriale ben definita, unitamente agli obiettivi dell’associazionismo e le finalità stesse.
Le associazioni di cittadini stranieri in Italia monitorate sono 893, concentrate
in misura maggiore nel Centro-Nord e nel Nord-Ovest. Nel Meridione, invece,
gli immigrati stentano a radicarsi.
34
Area territoriali
Nord Ovest
Nord Est
Centro
Centro Nord
Sud
Isole
Totale
% sul totale
29,3
11,0
14,4
29,8
8,5
6,9
100
La maggior parte delle associazioni straniere si concentra nel Centro-Nord e nel
Nord-Ovest dove, in percentuale sul totale, sono rispettivamente il 29,8% e il
29,3%, contro il 14,4% del Centro l’11% del Nord-Est, l’8,5% del Sud e il 6,9%
delle Isole.
Un dato rilevante da considerare è che nel Nord-Ovest si registra il numero maggiore di stranieri, mentre al Centro risulta più alta la presenza di cittadini stranieri se calcolata rispetto alla popolazione residente. In generale, le associazioni tendono a concentrarsi nei grandi centri (Milano, Roma, Torino, Firenze), ma
se al Centro e nel Nord-Ovest sorgono soprattutto nei capoluoghi di regione,
nelle altre aree sono preferite le città di provincia.
Continente
di riferimento
America Latina
Asia
Est Europa
Medio Oriente
Nord Africa
Resto Africa
Altro
Totale
Associazioni dei cittadini stranieri per continente
di riferimento e areee geografiche
Nord
Nord
Centro
Centro
Est
Ovest
Nord
5,7
3,9
41,2
23,5
29,4
9,2
8,5
34,1
23,2
15,9
5,7
7,8
43,1
33,3
9,8
3,6
6,3
15,6
46,9
15,6
10,6
8,4
31,6
38,9
14,7
29,1
9,6
28,2
32,7
13,1
36,1
15,5
25,5
25,2
13,4
100
11,0
29,3
29,8
14,4
Sud
2,0
8,5
3,9
6,3
5,3
10,4
9,9
8,5
Isole
0,0
9,8
2,0
9,4
1,1
5,8
10,6
6,9
Guardando invece alla provenienza degli associati emerge come quelle africane rappresentino la maggioranza (39,7%), seguite da quelle asiatiche (12,8%),
da quelle dell’Est Europa e dell’America Latina (5,7% rispettivamente). Ma più
di un terzo (36,1%) è rappresentato da associazioni nate all’interno di strutture italiane o miste, che fanno riferimento a più gruppi stranieri.
Leggendo la presenza dell’associazionismo straniero riferita ai singoli gruppi ed
alle diverse realtà regionalil, le comunità rappresentate sono in tutto 68 e tra
queste le principali sono le seguenti: marocchine (6,6%), arabe (6,5%), senegalesi (5,7%), albanesi (3%), nigeriane (2,7%), ivoriane (2,2%), peruviane e
cingalesi (2%), filippine, tunisine ed egiziane (1,9%).
Per quanto riguarda il tipo di appartenenza, prevalgono le associazioni etniche
(60,7%), seguite da quelle multietniche (25,6%) e interetniche (14,5%), che
prevedono la collaborazione tra nazionalità diverse.
Se si considerano invece le finalità delle associazioni, il 26,4% sono di tipo co35
munitario (dove il legame si basa soprattutto sul comune gruppo di origine), il
22,4% socio-culturali, il 14,5% socio-sindacali, il 12,9% culturali, il 12,3% religiose e l’11,4% sociali. Tra quelle religiose, 7 su 10 sono musulmane, mentre
tra le finalità sociali più perseguite figurano: il lavoro (10%), la cooperazione
con i paesi in via di sviluppo (7,4%), la solidarietà (5,7%), la questione femminile (4,7%), le cause politiche (3,7%).
36
CAPITOLO 2. LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI DEI PAESI TERZI ALL’ASSOCIAZIONISMO E AL VOLONTARIATO COME FATTORE DI INTEGRAZIONE SOCIALE
1. I risultati di un’indagine quali-quantitativa realizzata tra le associazioni iscritte al registro di cui all’art. 42 del D.Lgs. 286/98 e le Organizzazioni di Volontariato disciplinate ai sensi della Legge 266/91
1.1 Premessa
L’indagine sulla partecipazione degli immigrati alla vita associativa in generale,
intesa sia come opportunità per un’accresciuta partecipazione sociale sia come
possibile veicolo di integrazione, ha esplorato tre distinte forme associative, vale a dire l’associazionismo etnico, l’associazionismo che opera a favore degli immigrati (le associazioni iscritte al registro di cui all’articolo 42 del D.Lgs. 286/98),
nel quale questi ultimi possono essere sia agenti che destinatari del servizio,
ed infine il volontariato.
La scelta di esplorare i tre ambiti sopra descritti oltre che da un criterio di esaustività teorica è stata dettata anche dalla consapevolezza che dalla loro liminarità tematica (azioni di supporto ad immigrati) può originarsi un percorso evolutivo che, al consolidarsi delle occasioni di interazione e scambio con il contesto ospite, porta le associazioni etniche a trasformarsi in, o comunque a cooperare strettamente con, associazioni miste ed a istituzionalizzarsi sino a scomporsi o a confluire nel mondo del volontariato, una volta consolidatasi l’integrazione nella vita comunitaria.
Associazionismo
etnico
Associazionismo
registro Legge
286/98
Volontariato
Del resto, questo passaggio evolutivo delle forme associative è anche un passaggio evolutivo degli stessi immigrati, che si muovono in origine all’interno di
associazioni etniche per soddisfare i bisogni primari legati all’inserimento, per
poi “militare” più attivamente in associazioni miste e più strutturate per la condivisione di un progetto di costruzione di una società multiculturale, sino a sentirsi parte di una comunità ed a fare della solidarietà un principio aggregatore
che facilita il processo di integrazione. Si ha così una prima fase, di cui l’associazionismo etnico si fa interprete, in cui l’immigrato ha dei bisogni da soddisfare e la società ospite è distante o assente ed i servizi che questa offre per
la sua assistenza ed accoglienza non sono sempre sufficienti a garantire il benessere psico-fisico del nuovo arrivato: l’associazione etnica diventa così stru-
37
mento di inserimento e luogo di compensazione identitaria che aiuta, guida e
sostiene l’immigrato. Segue una seconda fase, in cui i percorsi di inserimento
si sono consolidati e la famigliarità tra immigrato e contesto ospite è cresciuta
ma non è ancora sufficiente a garantire al primo condizioni di equità di condizione e di diritti rispetto agli autoctoni: le associazioni che operano a favore degli immigrati si trovano così a partecipare alla costruzione di una nuova società che sappia fornire risposte adeguate e garantire forme di integrazione. Infine, la terza fase: la partecipazione alla vita comunitaria ed alla rete relazionale si consolida e la percezione di appartenenza al contesto socio-territoriale in
cui l’immigrato si è insediato origina nuove esperienze di partecipazione e di
cittadinanza attiva. La nuova identità comunitaria genera sostegno sociale e la
partecipazione al volontariato contribuisce al rafforzamento di un nuovo spirito comunitario: il volontariato diventa così un percorso che rafforza e porta a
compimento l’integrazione.
Integrazione
Volontariato
Associazionismo
registro Legge 286/98
Associazionismo
etnico
Partecipazione
E’ evidente che questo non rappresenta un modello perfetto di evoluzione dell’associazionismo quanto un possibile percorso ideale verso l’acquisizione di forme partecipative maggiori a cui corrispondono altrettanto maggiori livelli di integrazione. E di questo percorso può farsi artefice sia un’associazione che, mutando di tipologia, entra gradualmente più a contatto con la società d’accoglienza sino a partecipare ai processi decisionali (non ultimi quelli volti a gestire l’immigrazione), sia il singolo che sente come proprie altre forme associative sino
a fare della solidarietà un concetto transculturale che introduce a una configurazione più completa di integrazione. Del resto, anche i dati raccolti nella nostra indagine a proposito delle presenze immigrate nel mondo dell’associazionismo (diffuse pur se predominanti all’interno delle associazioni etniche o miste) e del loro coinvolgimento nella gestione dell’immigrazione a livello locale
confermano che in concomitanza di maggiori livelli di partecipazione ed intera-
38
zione con la società ospite, anche nei processi decisionali (presenti purtroppo
solo in pochi contesti), si determina una maggiore volontà di condividere percorsi comuni e di percepirsi come parte di una comunità “integrata”.
Di questa possibile trasformazione lineare dell’associazionismo ha tenuto conto la
presente indagine ed ha suddiviso il proprio oggetto di studio in due distinti ambiti: il primo, relativo alle associazioni strutturate e normate, ovvero le associazioni iscritte al registro e le organizzazioni di volontariato; il secondo, relativo alle cosiddette associazioni etniche. Dando infatti per scontata la partecipazione degli immigrati all’associazionismo etnico, si è voluto separare l’oggetto di studio in due
ambiti proprio per verificare, da un lato, attraverso un questionario, quanto la presenza immigrata sia diffusa nelle altre associazioni e quanto di questo ideale percorso evolutivo verso una maggiore partecipazione degli immigrati è possibile rintracciare in forme associative più codificate, riservando uno spazio anche alla percezione sul ruolo delle associazioni immigrate nei processi decisionali locali sulle
politiche migratorie; dall’altro lato, attraverso l’intervista in profondità, quali sono
le difficoltà che incontrano invece le associazioni di immigrati per passare da una
mera azione di sostegno e di aiuto ai nuovi venuti ad un’azione di collaborazione
con gli organi territoriali deputati alla gestione dell’immigrazione e quindi ad un
ruolo più attivo e partecipe sul territorio.
Il quadro che ne è emerso è risultato essere piuttosto complesso e se la presenza immigrata è elevata nelle associazioni etniche ed in quelle iscritte al registro
per motivazioni certamente legate alla natura e tipologia di tali associazioni (interventi diretti a favore degli immigrati e del loro inserimento sul territorio), è invece scarsa la partecipazione alle associazioni di volontariato, a conferma di quanto
la componente immigrata dell’associazionismo trovi ancora difficoltà o non sia ancora pronta ad accettare come proprie forme di associazionismo più partecipative
della vita comunitaria e più interattive con il tessuto sociale locale.
Ma al di là delle possibilità limitate di agibilità politica e sociale e dei conseguenti percorsi differenti che si possono originare e che, come detto poc’anzi, non
necessariamente possono condurre a questa evoluzione lineare dell’associazionismo verso forme di praticabilità, anche politica, del territorio, è stato da più
parti riconosciuta la centralità dell’associazionismo, fatto da e con gli immigrati, nella costruzione di forme di partecipazione attraverso le quali dare concretezza al concetto di integrazione. Si tratta di un concetto che sembra ormai largamente acquisito, e che del resto risulta in linea con quanto la stessa Unione
europea ha ribadito a proposito della duplice dimensione dell’integrazione, concetto da intendersi come un processo continuo di lungo termine di dinamico adattamento reciproco tra immigrati e società di accoglienza, fatto di diritti e responsabilità per i primi, di attivazione di opportunità e di allargamento della partecipazione per la seconda.
L’indagine realizzata, se da un lato conferma l’accresciuta importanza dell’associazionismo nel creare integrazione, dall’altra evidenzia quanto ancora siano
presenti lacune e spazi di agibilità politico-sociale per gli immigrati e quanto la
dimensione biunivoca dell’integrazione richieda ancora un coinvolgimento maggiore per questi ultimi.
Così come è evidente la presenza di uno scollamento tra il piano teorico e quello pratico rispetto all’importanza del processo dinamico dell’integrazione, lad39
dove le forme di coinvolgimento e di partecipazione all’elaborazione delle politiche migratorie resta limitato, soprattutto per le associazioni di immigrati.
Eppure al di là di questa percepita marginalità, una parte seppur modesta delle associazioni immigrate, a testimonianza della volontà di contribuire comunque all’attivazione di spazi di agibilità e partecipazione cui dare forma e contenuto, costruendo così percorsi di aggregazione ed integrazione, assegna centralità ad attività che, a partire da tematiche identitarie, favoriscono la reciproca conoscenza, la relazionalità e lo scambio culturale, così come la stessa Unione europea invita a fare per dare concretezza e fattibilità al’integrazione. Laddove, quindi, molte associazioni di immigrati si fermano nel garantire la fruizione culturale e religiosa non presente sul territorio ai propri destinatari, una
parte, ancora modesta, vivifica invece questi contenuti interpretandoli come strumenti per proiettarsi all’esterno, come opportunità per far conoscere la propria
immagine alla società ospite non in una semplice dimensione interculturale ma
come via per attivare il dialogo, recuperando così quell’elemento dialogico che
deve essere alla base dell’integrazione e su cui invece spesse volta ancora non
si struttura la relazione tra nuovi venuti e territorio.
Certamente alcuni contesti territoriali sono più propensi di altri ad intendere i
processi di integrazione come momenti dialogici ed a coinvolgere così le associazioni di immigrati o le associazioni miste nei processi decisionali o nell’elaborazione delle politiche a livello locale, come registrato dalla ricerca in alcuni
contesti territoriali, in occasione di quell’approfondimento qualitativo realizzato attraverso i focus-group che hanno coinvolto esperti, attori e stakeholders
dell’associazionismo e dell’immigrazione. Al di là, comunque, di questa situazione ancora perfettibile, l’indagine ha potuto rilevare sia attraverso le testimonianze delle associazioni immigrate, sia attraverso la percezione degli addetti
ai lavori (associazioni iscritte al registro, organizzazioni di volontariato, stakeholders locali), l’apporto dato dalla presenza delle associazioni etniche o degli
immigrati all’interno delle altre associazioni alla riflessione sul concetto di integrazione ed all’evoluzione del significato e della sua percezione sul territorio.
Quella necessaria dialogicità del rapporto, quel mutuo contribuire alla costruzione della partecipazione, quel sentimento di allargata appartenenza comunitaria, impliciti nel concetto di integrazione così come viene concepito a livello
europeo, ed intorno al quale si stanno definendo le politiche migratorie locali
nel nostro Paese, sono potuti divenire patrimonio comune non solo teorico ma
anche pratico, pur in presenza di ritardi e dissonanze presenti sul territorio, anche perché le associazioni di immigrati ed i singoli cittadini di Paesi terzi impegnati nel mondo dell’associazionismo hanno apportato una serie di improrogabili contenuti alla riflessione collettiva.
1.2 L’ambito di ricerca: la costruzione e l’identificazione degli interlocutori
A) Le organizzazioni di volontariato disciplinate ai sensi della Legge
266/91
La realizzazione dell’indagine ha reso necessaria una prima fase nella quale sono state individuate le organizzazioni oggetto della nostra ricerca, ovvero quelle organizzazioni di volontariato regolamentate ai sensi della legge 266/91, iscrit-
40
te nei registri regionali di tutto il territorio nazionale e impegnate nella realizzazione di attività riportabili a cinque determinati settori di attività: sanità e assistenza, cultura, istruzione e sport, protezione civile, tutela dei diritti, tutela
dell’ambiente. Un numero residuale di altre organizzazioni, la cui azione non
poteva essere compresa nei sopra riportati cinque settori di attività, è stato ugualmente contemplato e racchiuso sotto la categoria “altro”.
Il campione è stato costruito secondo criteri di estrazione probabilistica ed ha
tenuto in considerazione la distribuzione territoriale (per 4 macroaree principali: Nord-ovest, Nord-est, Centro, Mezzogiorno) ed i settori di attività (suddivisi nelle tipologie sopra elencate). Le ODV sono state individuate a partire dai
registri delle organizzazioni di volontariato delle regioni e delle province autonome disponibili nella loro versione più aggiornata (art. 6 L 266/91) on line. In
alcuni casi, quando tali fonti non erano disponibili, si è ricorso anche alle banche dati online del C.E.S.V. (Centro Servizi per il Volontariato).
L’operazione di campionamento si è rivelata complessa, in quanto, in molti casi, gli elenchi non erano aggiornati o erano incompleti. In alcuni casi, risultava
che varie organizzazioni avevano cessato le attività. Si è giunti così ad individuare 380 organizzazioni, così suddivise:
• Nord-ovest: 57 organizzazioni nel settore Sanità e assistenza, 21 in quello
della cultura, istruzione e sport, 10 nell’ambito della protezione civile, 3 nella tutela dei diritti e 13 catalogate come “Altro”, per un totale di 104;
• Nord-Est: 67 organizzazioni nel settore Sanità e assistenza, 23 nel settore
cultura, istruzione e sport, 11 nella Protezione Civile, 4 nella tutela dei diritti, 14 catalogate come “Altro”, per un totale di 119;
• Centro: 43 organizzazioni nel settore Sanità e assistenza, 16 in quello relativo a cultura, istruzione e sport, 7 nella Protezione Civile, 2 nella Tutela dei
Diritti, 9 catalogate come “Altro”, per un totale di 77;
• Mezzogiorno: 45 organizzazioni nel settore Sanità e assistenza, 16 nel settore Cultura, istruzione e sport, 8 in quello della Protezione Civile, 2 nella Tutela dei Diritti, 9 catalogate come “Altro”, per un totale di 80.
Si è poi provveduto a costruire lo strumento d’indagine, ovvero un questionario da somministrare ai responsabili delle organizzazioni, così strutturato:
• una prima parte relativa all’anagrafica dell’organizzazione;
• una seconda parte relativa alle caratteristiche ed agli ambiti di intervento dell’organizzazione;
• una terza parte relativa al rapporto tra l’organizzazione ed i volontari stranieri;
• una quarta parte relativa alla percezione del significato e del ruolo del volontariato straniero ai fini dell’integrazione sociale.
41
Hanno restituito il questionario 91 organizzazioni. Questo il quadro complessivo:
Situazione
Sanità
Assistenza
Nord – Ovest
Compilati
Contattati, non
hanno restituito
il questionario
Non rispondono
Cessata attività
Non vogliono collaborare
Totale
Nord – Est
Compilati
Contattati, non
hanno restituito
il questionario
Non rispondono
Cessata attività
Non vogliono collaborare
Totale
Centro
Compilati
Contattati, non
hanno restituito
il questionario
Non rispondono
Cessata Attività
Non vogliono collaborare
Totale
Mezzogiorno
Compilati
Contattati, non
hanno restituito
il questionario
Non Rispondono
Cessata attività
Non vogliono collaborare
Totale
Settore
Cultura Protezione
Tutela
Istruzione
Civile
dei diritti
Altro
Totale
18
3
0
1
6
28
22
11
1
5
57
6
12
0
0
21
3
7
0
0
10
0
2
0
0
3
6
1
0
0
13
37
33
1
5
104
14
9
1
3
4
31
24
21
1
7
67
6
7
1
0
23
3
6
0
1
11
0
1
0
0
4
3
5
2
0
14
36
40
4
8
119
8
5
3
1
1
18
22
13
0
0
43
5
6
0
0
16
1
3
0
0
7
1
0
0
0
2
4
3
1
0
9
33
25
1
0
77
5
7
1
0
1
14
19
19
0
2
45
3
4
2
0
16
3
3
1
0
8
0
2
0
0
2
3
4
1
0
9
28
32
4
2
80
Le associazioni iscritte al registro di cui all’art. 42 del D.Lgs. 286/98
Il campione oggetto di indagine è rappresentato dalle organizzazioni iscritte al
“Registro delle associazioni e degli enti che operano a favore degli immigrati”Prima sezione (Attivo dal novembre 1999 e aggiornato al maggio 2009) pubblicato sul sito internet del Ministero del lavoro e delle politiche sociali (presso
la Direzione Generale dell’Immigrazione).
Il campione oggetto della presente indagine è composto da 511 organizzazioni, suddivise territorialmente secondo il seguente schema:
42
Regione
ABRUZZO
BASILICATA
CALABRIA
CAMPANIA
EMILIA ROMAGNA
FRIULI VENEZIA GIULIA
LAZIO
LIGURIA
LOMBARDIA
MARCHE
PIEMONTE
PUGLIA
SARDEGNA
SICILIA
TOSCANA
TRENTINO ALTO ADIGE
UMBRIA
VALLE D’AOSTA
VENETO
Totale
Numero di Organizzazioni
16
2
18
28
20
9
134
16
71
5
60
14
2
53
15
2
19
1
26
511
Sono state selezionate all’interno di detto registro solo quelle unità di rilevazione riconducibili alla seguente definizione operativa di associazione di immigrati esplicitata in sede di Offerta Tecnica: “aggregazioni entro cui parte preponderante delle attività promosse sia in carico in prevalenza ad immigrati provenienti dai paesi “a forte pressione migratoria”, tra i quali è possibile comprendere sia i cittadini provenienti da pesi terzi sia dagli stati esteuropei recentemente entrati a far parte dell’Unione Europea”.
Vista la complessità dell’intervento, si è provveduto a suddividere in fasi l’attività operativa come indicate qui di seguito.
Fase 1) Ricerca degli indirizzari completi. Un numero sufficientemente ridotto del campione complessivo delle organizzazioni è risultato irrintracciabile
a causa dell’assenza dei recapiti telefonici e di posta elettronica. Nello schema
che segue si riporta il numero delle organizzazioni non rintracciabili suddivise
per area geografica:
Regione
ABRUZZO
CAMPANIA
LAZIO
LIGURIA
SICILIA
UMBRIA
Totale
N. Organizzazioni
non rintracciabili
3
2
5
2
11
1
24
43
Fase 2) Selezione del campione. Successivamente all’individuazione delle organizzazioni potenzialmente rappresentative del campione di indagine, si è provveduto a richiedere loro il ruolo e il numero di cittadini immigrati tra le seguenti categorie: 1) Soci 2) Aderenti 3) Volontari 4) Altro.
Tale richiesta è stata finalizzata alla parametrizzazione della ricerca tenendo conto di quanto indicato in sede di offerta tecnica, in base alla quale sarebbero state intervistate solo quelle unità riconducibili alla definizione di associazione di
immigrati citata sopra. Hanno risposto positivamente alla domanda 82 organizzazioni.
Fase 3) Invio del questionario. Dato il numero piuttosto limitato delle organizzazioni potenzialmente disposte ad essere coinvolte nell’indagine, si è ritenuto opportuno inviare comunque il questionario a tutte le organizzazioni del
campione (pari a 487).
Alla data prefissata come termine ultimo per la consegna dei questionari hanno restituito il questionario compilato 94 organizzazioni, con la seguente suddivisione territoriale:
Regione
ABRUZZO
BASILICATA
CALABRIA
CAMPANIA
EMILIA ROMAGNA
FRIULI VENEZIA GIULIA
LAZIO
LIGURIA
LOMBARDIA
MARCHE
PIEMONTE
PUGLIA
SARDEGNA
SICILIA
TOSCANA
TRENTINO ALTO ADIGE
UMBRIA
VALLE D’AOSTA
VENETO
Totale
N. Organizzazioni
rintracciate
13
2
18
26
20
9
129
14
71
5
60
14
2
42
15
2
18
1
26
511
Questionari
ricevuti
1
0
6
4
6
4
21
4
23
0
13
3
1
3
3
0
1
0
5
98
Tasso
di risposta
7,7%
0
33%
15,4%
30%
44%
16%
29%
33%
0%
22%
21%
50%
7%
20%
0%
5%
0%
19%
Si precisa che 4 questionari sono stati ricevuti oltre la data limite, per cui non
sono stati conteggiati nel riepilogo sopra indicato.
44
1.3 Analisi dei dati: le organizzazioni di volontariato disciplinate ai sensi della legge 266/91
A) Anagrafica delle organizzazioni
Sono soprattutto concentrate nel Nord del paese (32% nel Nord-ovest, 33% nel
Nord-est) le 91 organizzazioni di volontariato che hanno risposto al questionario loro somministrato.
Area geografica
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
Frequenza
%
% cumulativa
29
30
19
13
91
31,9
33,0
20,9
14,3
100,0
31,9
64,8
85,7
100,0
Più della metà (56% circa) sono costituite da più di dieci anni, dimostrando dunque una certa longevità,
Anno di costituzione
Fino a 5 anni
Da 6 a 10
Da 11 a 15
Oltre 15
Totale
Frequenza
%
% cumulativa
22
18
23
28
91
24,2
19,8
25,3
30,8
100,0
24,2
44,0
69,2
100,0
ed un rapporto diretto tra la volontà di fare dell’intervento sociale una scelta operativa e l’immediata trasposizione di tale scelta in attività, visto che nella quasi totalità dei casi l’anno di costituzione è coinciso con l’anno di inizio delle attività.
Anno inizio attività
Fino a 5 anni
Da 6 a 10
Da 11 a 15
Oltre 15
Totale
Frequenza
%
% cumulativa
20
17
23
31
91
22,0
18,7
25,3
34,1
100,0
22,0
40,7
65,9
100,0
Si tratta di un campione che in quanto a numero di persone che ne fanno parte esprime una certa polarizzazione: il 46% è infatti definibile come organizzazione di piccole dimensioni, il 54% come organizzazione medio-grande.
Componenti organizzazione
Fino a 15
Tra 16 e 25
Tra 26 e 100
Più di 100
Totale
Frequenza
%
% cumulativa
22
20
29
20
91
24,2
22,0
31,9
22,0
100,0
24,2
46,2
78,0
100,0
45
Sono nella quasi totalità dei casi organizzazioni di natura laica,
Natura dell’organizzazione
Laica
Religiosa
Totale
Frequenza
85
6
91
%
93,4
6,6
100,0
% cumulativa
93,4
100,0
iscritte per lo più alla sezione sanità e servizi sociali del registro nazionale previsto dalla Legge 266/91. L’altro ambito di attività prevalente è rappresentato
poi dalla cultura.
Sezioni registro
Risposte
N
27
5
27
6
20
11
10
15
121
Sanità
Sanità - sottosezione donatori sangue
Servizi sociali
Ambiente, natura ed animali
Cultura
Protezione civile
Tutela e promozione diritti
Altro
Totale
%
22,3%
4,1%
22,3%
5,0%
16,5%
9,1%
8,3%
12,4%
100,0%
n.b.: un’organizzazione può essere iscritta in più sezioni per cui le risposte totali sono 121.
Il campo di attività preminente è quello socio-assistenziale e sanitario: entrambi
fanno registrare un’incidenza del 45% delle risposte, dato del resto in sintonia
con quello relativo alla sezione del registro nella quale le ODV sono iscritte.
Campo di attività preminente
Frequenza
Socio-assistenziale
Educazione e formazione
Ricerca
Religione
Sanitaria
Ricreativa
Tutela e promozione dei diritti
Protezione civile
Cooperazione
e solidarietà internazionale
Altro
Totale
23
13
1
1
18
2
6
10
25,3
14,3
1,1
1,1
19,8
2,2
6,6
11,0
%
% cumulativa
25,3
39,6
40,7
41,8
61,5
63,7
70,3
81,3
5
12
91
5,5
13,2
100,0
86,8
100,0
Va osservato che in qualche misura la giovinezza di una ODV sembra pesare
sul tipo di attività che da questa verrà prevalentemente svolta. Tutela e promozione dei diritti, protezione civile, cooperazione e solidarietà internazionale
rappresentano quegli ambiti dove, a parte il settore socio-assistenziale che sembra essere trasversale all’anzianità delle organizzazioni, si concentrano le attività delle giovani ODV, in sintonia quindi con i nuovi bisogni espressi dal sociale (immigrazione, disastri ambientali, missioni umanitarie).
46
Campo di attività preminente
Socio-assistenziale
Educazione e formazione
Ricerca
Religione
Sanitaria
Ricreativa
Tutela e promozione
dei diritti
Protezione civile
Cooperazione e solidarietà
internazionale
Altro
Totale
Anni
Fino a 5 anni Da 6 a 10
6 (30%)
5 (29,4%)
0
3 (17,6%)
0
1 (5,9%)
0
0
3 (15%)
2 (11,8%)
0
0
3 (15%)
5 (25%)
da inizio attività
Da 11 a 15
Oltre 15
5 (21,7%)
7 (22,6%)
5 (21,7%)
5 (16,1%)
0
0
1 (4,3%)
0
5 (21,7%)
8 (25,8%)
1 (4,3%)
1 (3,2%)
1 (5,9%)
2 (11,8%)
2 (10%)
1 (5,9%)
1 (5%)
2 (11,8%)
20 (100%) 17 (100%)
Totale
23 (25,3%)
13 (14,3%)
1 (1,1%)
1 (1,1%)
18 (19,8%)
2 (2,2%)
1 (4,3%)
1 (4,3%)
1 (3,2%)
2 (6,5%)
6 (6,6%)
10 (11%)
2 (8,7%)
2 (8,7%)
23 (100%)
0
7 (22,6%)
31 (100%)
5 (5,5%)
12 (13,2%)
91 (100%)
Sono poche le organizzazioni che dispongono di sedi di proprietà; la maggior
parte coabita con altri organismi (57%), anche se un 20% dispone di sedi in
affitto. Non sembra trattarsi di soluzioni assolute, dal momento che qualche organizzazione, dando più di una risposta, implicitamente dà conto della possibilità di una concomitante soluzione alloggiativa a seconda delle circostanze o opportunità. Che quella logistica sia una preoccupazione lo rivela anche un 20%
circa di risposte che indicano l’abitazione dei propri membri come un possibile
luogo associativo.
Tipologie delle sedi
Risposte
Di proprietà
In affitto
Messe a disposizione da altro organismo
Presso l’abitazione di uno dei suoi membri
Totale
N
6
21
61
19
107
%
5,6%
19,6%
57,0%
17,8%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
La maggior parte delle ODV dimostra di essere stata regolarmente attiva negli
ultimi dodici mesi ed anzi una percentuale elevata (34%) ha anche aumentato
la propria attività, a dimostrazione di una certa vivacità, funzionalità e presenza del volontariato sul territorio, nonché di un’altrettanto certa continuità nel
reperimento delle risorse finanziarie.
Frequenza attività durante
l’ultimo anno
E’ stata regolarmente attiva
Ha aumentato la propria
attività (interventi, servizi,
prestazioni)
Ha ridotto la propria attività
Totale
Frequenza
%
% cumulativa
53
58,2
58,2
31
7
91
34,1
7,7
100,0
92,3
100,0
47
Una terza parte delle ODV intervistate è il nodo locale di un’organizzazione nazionale. Tale proporzione si avvicina fortemente ai valori riportati nella citata ricerca Fivol del 2006, nella quale si evidenziava la crescita rispetto alla precedente rilevazione delle ODV indipendenti, elemento questo che indica come la
frammentazione possa rappresentare una maggiore partecipazione localistica dei
cittadini alla vita ed ai bisogni comunitari.
Nodo locale
Si
No
Totale
Frequenza
28
63
91
%
30,8
69,2
100,0
% cumulativa
30,8
100,0
La maggior parte svolge prevalentemente le attività solo nella propria regione (68%).
Circa un quinto del campione proietta la propria azione anche in altre regioni ed
un 7% in altri paesi. Un campione di ODV, dunque, tendenzialmente locale.
Contesto territoriale
di intervento
Anche in altre regioni
Anche in altri Paesi
Solo nella propria regione
Totale
Frequenza
%
% cumulativa
22
7
62
91
24,2
7,7
68,1
100,0
24,2
31,9
100,0
Tale stretto rapporto con il territorio e con la vita locale si traduce in un forte
impegno a sviluppare relazioni con altri organismi al fine di operare più efficacemente per una trasformazione del contesto. Ben il 75,8% (69 ODV) ha infatti sviluppato una modalità di intervento a rete,
Lavoro di rete
Si
No
Totale
Frequenza
69
22
91
%
75,8
24,2
100,0
% cumulativa
93,475,8
100,0
che investe tanto il versante della società civile e del terzo settore, quanto quello istituzionale. Nel primo caso, esso si realizza prevalentemente attraverso la
collaborazione con altre organizzazioni di volontariato (38%) ed organismi del
terzo settore (16,5%),
Rapporti con altri organismi
Altre organizzazioni di volontariato
Associazioni di promozione sociale
Centri sociali, centri socio-ricreativi
Strutture religiose
Altri organismi del terzo settore
Comunità di straneri
Altro
Totale
n.b.: possibili più risposte
48
Risposte
N
49
24
9
12
21
7
5
127
%
38,6%
18,9%
7,1%
9,4%
16,5%
5,5%
3,9%
100,0%
nel secondo caso, per lo più con i comuni, le asl e i centri di formazione, a conferma dell’importanza del ruolo ricoperto dal volontariato sul territorio.
Enti
Risposte
Comune e/o Comunità montana, Piani di zona
Partiti, sindacati
Fondazioni ex-bancarie o di diritto civile
Organizzazioni internazionali
Imprese, banche
Azienda Sanitaria Locale (ASL)
Rappresentanze diplomatiche
Scuole, Centri di Formazione professionali
Altro
Totale
N
71
2
19
9
8
43
1
44
11
208
%
34,1%
1,0%
9,1%
4,3%
3,8%
20,7%
,5%
21,2%
5,3%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
B) I RAPPORTI CON IL CENTRO SERVIZI PER IL VOLONTARIATO (CESV)
E’ alta la percentuale di coloro che, su tutto il territorio nazionale, hanno fruito dei servizi del CESV e che intrattengono rapporti con questa struttura di coordinamento.
Rapporti con il CESV
Si
Non conosco i servizi del CESV
Non conosco il CESV
Totale
Frequenza
81
5
5
91
%
89,0
5,5
5,5
100,0
% cumulativa
89,0
94,5
100,0
E’ soprattutto al centro ed al Sud che emergono percentuali più alte di ODV, rispetto a numero di ODV presenti nella medesima area territoriale di appartenenza, che non conoscono il CESV o i suoi servizi.
Area geografica
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
Rapporti
con il CESV
89,7%
93,3%
84,2%
84,6%
89,0%
Non conosco
i servizi del CESV
3,4%
3,3%
10,5%
7,7%
5,5%
Non conosco
il CESV
6,9%
3,3%
5,3%
7,7%
5,5%
Totale
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
E’ abbastanza diversificata la natura della collaborazione instaurata con il
CESV, anche se a prevalere sono attività di consulenza ed informazione,
49
Servizi del CESV
Risposte
N
40
59
37
55
191
Promozione e comunicazione del volontari
Consulenze
Formazione/progettazione
Informazione
Totale
%
20,9%
30,9%
19,4%
28,8%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
con alcune varianti locali. Ad esempio, rispetto alle singole aree geografiche di
riferimento, i servizi più richiesti dalle ODV del Nord-est sono la consulenza e,
in secondo piano, la formazione, mentre le ODV del Sud richiedono più frequentemente servizi informativi e consulenze.
Area geografica
Nord-ovest
Nord-est
Centro
Sud e isole
Totale
Promozione e
comunicazione
14 (53,8%)
14 (50%)
8 (50%)
4 (36,4%)
40
Consulenze
18 (69,2%)
24 (85,7%)
9 (56,3%)
8 (72,7%)
59
Servizi CESV offerti
Formazione/
Informazione
progettazione
11 (42,3%)
17 (65,4%)
17 (60,7%)
19 (67,9%)
6 (37,5%)
10 (62,5%)
3 (27,3%)
9 (81,8%)
37
55
Totale
26
28
16
11
81
N.B.: Percentuali e totali calcolati sulle risposte – possibili più risposte
C) I DESTINATARI DELLE ATTIVITÀ
La maggior parte delle ODV rivolge le proprie attività solo o prevalentemente
ad italiani (52%) con una possibile proiezione “residuale” anche verso gli stranieri mentre il 26% afferma di destinarle in egual misura ad entrambi.
Destinatari attività
Solo cittadini italiani
Prevalentemente italiani
ed in misura minore stranieri
Prevalentemente stranieri
ed in misura minore italiani
In eguale misura gli uni
e gli altri
Solo cittadini stranieri
Dipende dalla tipologia
degli interventi
Totale
Frequenza
18
%
19,8
% cumulativa
19,8
30
33,0
52,7
6
6,6
59,3
24
1
26,4
1,1
85,7
86,8
12
91
13,2
100,0
100,0
Se analizziamo questo dato in rapporto al numero delle associazioni che contano volontari stranieri tra i propri affiliati (24 ODV su 91), la percentuale di interventi rivolta solo o prevalentemente a cittadini italiani scende dal 52% circa al 45,8% e se tale dato viene messo in rapporto a quell’8,3% di interventi
50
rivolti prevalentemente a stranieri ed al 29,2% di interventi realizzati in egual
misura verso entrambi i destinatari da parte delle ODV con volontari stranieri,
si delinea una maggiore tendenza da parte di queste ultime ODV ad allargare
il proprio spettro di intervento in un senso che tenga conto dei nuovi equilibri
etnico-culturali della società.
Presenza
volontari
stranieri
Sì
No
Totale
Destinatari attività
Prevalentemente Prevalentemente
italiani e in stranieri e in
Solo italiani
misura minore misura minore
stranieri
italiani
In eguale
misura
gli uni e
gli altri
45,8%
28,4%
33%
29,2%
25,4%
26,4%
26,9%
19,8%
8,3%
6%
6,6%
Dipende
Solo stranieri dagli interventi
1,5%
1,1%
16,7%
11,9%
13,2%
Totale
100%
100%
100%
Quando gli interventi sono rivolti anche a cittadini stranieri i principali destinatari sono rappresentati soprattutto dalle classiche tipologie da immigrazione da
lavoro (uomini, donne, minori) ed in misura residuale da quelle tipologie che
invece sono vittima o comunque soggetti più esposti alle problematiche ed agli
effetti patologici o indesiderati dell’immigrazione (minori non accompagnati, rifugiati, vittime di tratta).
Stranieri destinatari degli interventi
Uomini
Donne
Minori
Minori non accompagnati
Rifugiati
Richiedenti asilo
Individui fruitori di protezione umanitaria
Individui fruitori di protezione sociale
Totale
Risposte
N
43
52
36
5
3
4
4
4
151
%
28,5%
34,4%
23,8%
3,3%
2,0%
2,6%
2,6%
2,6%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
Da notare tuttavia che in rapporto alla medesima area territoriale di appartenenza sono proprio le ODV del Sud a far registrare percentuali più elevate di interventi a favore di quelle altre tipologie di stranieri (minori non accompagnati (18,2),
rifugiati (18,2%), richiedenti asilo (27,3%) e individui fruitori di protezione sociale ed umanitaria (18,2%), a conferma dello stretto rapporto generatosi negli
ultimi anni nell’area meridionale tra prima accoglienza, emergenza e meridione a
seguito degli sbarchi di clandestini sulle coste di Sicilia e Calabria.
51
Area geografica
Nord-ovest
Nord-est
Centro
Sud e isole
Totale
Stranieri destinatari degli interventi
Uomini
Donne
Minori
12 (54,5%)
13 (52%)
12 (80%)
6 (54,5%)
43
14 (63,6%)
19 (76%)
13 (86,7%)
6 (54,5%)
52
7 (31,8%)
13 (52%)
9 (60%)
7 (63,6%)
36
Minori
non
accompagnati
Rifugiati
Richiedenti
asilo
Individui
fruitori di
protezione
umanitaria
Totale
1 (4,5%)
0
0
1 (4%)
1 (4%)
1 (4%)
1 (6,7%)
0
0
2 (18,2%) 2 (18,2%) 3 (27,3%)
5
3
4
1 (4,5%)
1 (4%)
0
2 (18,2%)
4
22
25
15
11
73
N.B.: percentuali e totale calcolati sul numero delle risposte (possibili più risposte)
Analogo il discorso che in tal senso può essere fatto se si prende in considerazione la variabile legata alla presenza di immigrati tra le fila dell’organizzazione. Anche in questo caso, infatti, rispetto a quelle ODV che non hanno volontari stranieri è decisamente più alto il numero di organizzazioni (13 contro 3)
che afferma di effettuare interventi a sostegno di categorie deboli, forse in concomitanza di una maggiore sensibilità e conoscenza del fenomeno migratorio
determinata proprio dalla presenza di cittadini stranieri tra i propri volontari.
Non solo, se si eccettuano i minori non accompagnati, le organizzazioni prive
di volontari stranieri non hanno tra i destinatari delle proprie azioni le altre categorie deboli o a rischio.
Complessivamente, dunque, sulle 16 associazioni che affermano di rivolgere i
propri interventi anche ad altre categorie di migranti che non siano esclusivamente uomini, donne e minori, e che quindi interagiscono anche con le derive
emergenziali del fenomeno migratorio, pesano sia la variabile geografica sia la
presenza di volontari stranieri.
Presenza
volontari
stranieri
Stranieri destinatari degli interventi
Uomini
Sì
No
Totale
Donne
Minori
20 (83,3%) 22 (91,7%) 12 (50%)
23 (46,9%) 30 (61,2%) 24 (49%)
43
52
36
Minori
non
accompagnati
2 (8,3%)
3 (6,1%)
5
Rifugiati
Richiedenti
asilo
Individui
fruitori di
protezione
umanitaria
Totale
3 (12,5%) 4 (16,7%)
0
0
3
4
4 (16,7%)
0
4
24
49
73
N.B.: percentuali e totale calcolati sul numero delle risposte (possibili più risposte)
D) LA VARIABILE GEOGRAFICA
Analizzando i dati secondo l’area geografica di appartenenza delle ODV, è possibile notare una certa incidenza del territorio sulle caratteristiche del fenomeno.
52
1) Anno di costituzione
Nel Sud e nelle isole è forte l’incidenza delle organizzazioni di più giovane costituzione - circa il doppio (46,2%) rispetto a quanto espresso a livello generale (24,2%). Al contrario, nel Nord, ed in parte nel centro, rispetto alla propria
area di riferimento prevalgono le organizzazioni costituitesi da più tempo, ovvero da oltre dieci anni.
Area geografica
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
Fino a 5 anni
17,2%
20,0%
26,3%
46,2%
24,2%
Anni dalla costituzione
Da 6 a 10
Da 11 a 15
20,7%
24,1%
26,7%
30,0%
15,8%
21,1%
7,7%
23,1%
19,8%
25,3%
Totale
Oltre 15
37,9%
23,3%
36,8%
23,1%
30,8%
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
2) Numero di persone che fanno parte delle ODV
Analogamente, anche rispetto al numero di persone che fanno parte dell’organizzazione, sono ancora il Sud e le isole a caratterizzarsi rispetto alla medesima area di riferimento per le organizzazioni piccole, formate da non più di 25
persone, mentre quelle del Nord, in particolare del Nord-ovest, si caratterizzano per dimensioni certamente più ampie.
Area geografica
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
Numero di persone che fanno parte dell’Organizzazione
Fino a 15
Tra 16 e 25
Tra 26 e 100
Più di 100
27,6%
17,2%
41,4%
13,8%
23,3%
16,7%
33,3%
26,7%
26,3%
21,1%
26,3%
26,3%
15,4%
46,2%
15,4%
23,1%
24,2%
22,0%
31,9%
22,0%
Totale
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
3) Attività
Si tratta comunque di organizzazioni in prevalenza regolarmente attive negli ultimi dodici mesi, la cui attività è talvolta aumentata. Rispetto alla variabile geografica, sono proprio le ODV del Sud e delle isole a far registrare rispetto alla
medesima area territoriale un tasso di aumento delle attività maggiore (46,2%)
che in altre zone del paese, con un’incidenza percentuale di circa dodici punti
superiori alla media (34,1%). Va anche sottolineato il fatto che, sempre al Sud,
esiste una quota di organizzazioni, seconda solo al Nord-ovest, e pari alla media generale (7,7%), che ha ridotto le proprie attività.
53
Area geografica
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
Negli ultimi dodici mesi l’Organizzazione di Volontariato:
ha aumentato
è stata
ha ridotto
la propria attività
regolarmente
(interventi, servizi, la propria attività
attiva
prestazioni)
58,6%
27,6%
13,8%
56,7%
40,0%
3,3%
68,4%
26,3%
5,3%
46,2%
46,2%
7,7%
58,2%
34,1%
7,7%
Totale
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
4) I rapporti con il territorio
Come visto in precedenza, la maggior parte delle ODV confina il proprio intervento nella regione al registro della quale è iscritta. A questa dimensione locale sembrano essere più propense le ODV del Nord e del centro, mentre al Sud,
sempre rispetto al totale delle ODV che operano nella stessa area, gli interventi sembrano caratterizzarsi per un maggiore respiro transregionale.
Dislocazione
attività
Anche in
altre regioni
Anche in
altri Paesi
Solo nella
propria regione
Totale
Area geografica
Nord-ovest
Nord-est
Centro
Sud e isole
Totale
6 (20,7%)
4 (13,3%)
5 (26,3%)
7 (53,8%)
22 (24,2%)
2 (6,9%)
2 (6,7%)
2 (10,5%)
1 (7,7%)
7 (7,7%)
21 (72,4%)
29 (100%)
24 (80%)
30 (100%)
12 (63,2%)
19 (100%)
5 (38,5%)
13 (100%)
62 (68,1%)
91 (100%)
Ben il 75% delle ODV agisce in rete con altre realtà
Lavoro di rete
Si
No
Totale
Frequenza
69
22
91
%
75,8
24,2
100,0
% cumulativa
75,8
100,0
in particolare al Sud, dove è ben il 92% delle ODV operanti in quest’area ad
adottare un intervento di rete.
ODV in rete
Sì
No
Totale
54
Area geografica
Nord-ovest
Nord-est
Centro
Sud e isole
Totale
23 (79,3%)
6 (20,7%)
29 (100%)
22 (73,3%)
8 (26,7%)
30 (100%)
12 (63,2%)
7 (36,8%)
19 (100%)
12 (92,3%)
1 (7,7%)
13 (100%)
69 (75,8%)
22 (24,2%)
91 (100%)
5) La partecipazione di volontari stranieri
Sono soltanto 24, ovvero il 26%, le organizzazioni composte anche da volontari stranieri.
Presenza volontari stranieri
Si
No
Totale
Frequenza
24
67
91
%
26,4
73,6
100,0
% cumulativa
26,4
100,0
Distribuite equamente sul territorio nazionale, mostrano nel Sud, se il dato viene analizzato in rapporto alle ODV presenti in una medesima area territoriale,
un’incidenza percentuale maggiore rispetto ad altre aree del paese.
Area geografica
Nord-ovest
Nord-est
Centro
Sud e isole
Totale
Sì
7 (24,1%)
6 (20%)
5 (26,3%)
6 (46,2%)
24 (26,4%)
Presenza volontari stranieri
No
22 (75,9%)
24 (80%)
14 (73,7%)
7 (53,8%)
67 (73,6%)
Totale
29 (100%)
30 (100%)
19 (100%)
13 (100%)
91 (100%)
La maggior parte dei volontari stranieri hanno cominciato a collaborare con le
ODV nella seconda metà degli anni ’90, anche se ben il 43% circa ha avviato
attività di collaborazione durante gli anni ’80. Se analizzato per area geografica, tale dato mostra come, rispetto all’area territoriale di appartenenza, nelle
ODV del Sud e del centro gli stranieri siano entrati in un periodo più precoce
rispetto alla tendenza in atto nel Nord del paese, dove al contrario, specialmente nel Nord-est, sono più recenti i casi di affiliazione straniera. Sul dato del Nordest pesa certamente il fatto che questa area del paese si è dimostrata polo di
attrazione lavorativa proprio a partire dagli anni ’90, con processi di radicamento ed inserimento nella società locale, di cui appunto il volontariato costituisce
un riflesso. Anche tra le ODV che la momento non hanno volontari stranieri nel
proprio organico, quelle del Nord e del centro mostrano processi di affiliazione
e collaborazione più recenti, mentre al Sud tale processo è più equilibrato nel
tempo.
55
Presenza
volontari stranieri
Anzianità di collaborazione
Durante
anni ‘80
Prima metà
anni ‘90
Seconda metà
anni ‘90
Totale
3 (42,9%)
0
3 (60%)
3 (50%)
9 (37,5%)
0
1 (16,7%)
1 (20%)
1 (16,7%)
3 (12,5%)
4 (57,2%)
5 (83,3%)
1 (20%)
2 (33,3%)
12 (60%)
7 (100%)
6 (100%)
5 (100%)
6 (100%)
24 (100%)
3 (13,6%)
4 (16,7%)
2 (14,3%)
4 (57,1%)
13 (19,4%)
2 (9,1%)
1 (4,2%)
1 (7,1%)
0
4 (6%)
17 (77,3%)
19 (79,2%)
11 (78,6%)
3 (42,9%)
50 (74,6%)
22 (100%)
24 (100%)
14 (100%)
7 (100%)
67 (100%)
Sì
Nord-ovest
Nord-est
Centro
Sud e isole
Totale
No
Nord-ovest
Nord-est
Centro
Sud e isole
Totale
6) La percezione della presenza degli stranieri
La ridotta presenza degli stranieri all’interno delle ODV intervistate trova una
corrispondenza anche nella percezione che della partecipazione degli stranieri
al volontariato hanno le medesime ODV intervistate: per il 73% di esse infatti
la partecipazione è ritenuta essere scarsa. Una parte del campione, il 22%, la
ritiene comunque bilanciata in rapporto alla loro presenza sul territorio e solo
il 4% la considera significativa.
Presenza stranieri
Scarsa
Bilanciata in rapporto alla
loro presenza sul territorio
Significativa
Totale
Frequenza
67
20
4
91
%
73,6
22,0
4,4
100,0
% cumulativa
73,6
95,6
100,0
Analizzando il dato per area geografica, mentre nel Nord-ovest e nel centro si
avverte comunque un’assenza da colmare rispetto alla partecipazione al volontariato da parte degli stranieri, nel Nord-est e nel Sud una parte ancorché esigua delle ODV (il 10% ed il 7,7% rispetto alle relative aree geografiche di appartenenza) ritiene che tale partecipazione sia già significativa.
56
Area geografica
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
Ritiene che la partecipazione dei volontari stranieri
nelle organizzazioni di volontariato sia
Bilanciata in rapporto
Significativa
Scarsa
alla loro presenza
sul territorio
72,4%
27,6%
73,3%
16,7%
10,0%
78,9%
21,1%
69,2%
23,1%
7,7%
73,6%
22,0%
4,4%
Totale
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
E tale giudizio potrebbe essere messo in relazione a quel 43% circa di ODV che ritiene la presenza degli stranieri nel volontariato aumentata negli ultimi cinque anni.
La presenza degli stranieri è:
Diminuita
Rimasta costante
Aumentata
Totale
Frequenza
7
45
39
91
%
7,7
49,5
42,9
100,0
% cumulativa
7,7
57,1
100,0
Se infatti leggiamo il dato per area geografica, risulta che è elevata la percentuale delle ODV che, rispetto al totale delle ODV presenti nella medesima e rispettiva area di appartenenza, sia nel Nord-est (46,7%) ma soprattutto nel Sud e nelle isole (54% circa) percepiscono la presenza degli stranieri nel mondo del volontariato in aumento. In particolare, se guardiamo al dato delle sole ODV del Sud e
delle isole, tale giudizio trova riscontro anche in quel valore percentuale – 46,2%
– che, come visto in precedenza, mostrava proprio al Sud un’incidenza percentuale, rispetto al totale dell’area meridionale, di ODV con volontari stranieri maggiore rispetto ad altre aree del paese. Gli stranieri, dunque, residenti nel Sud sembrano essere maggiormente visibili in attività solidaristiche e trovare così nel volontariato una forma di partecipazione sociale maggiore rispetto ad altre aree del
paese, e tale evidenza si conferma anche ad un livello percettivo.
Area geografica
Diminuita
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
13,8%
6,7%
5,3%
7,7%
Anzianità di collaborazione
Rimasta
Aumentata
costante
55,2%
31,0%
46,7%
46,7%
47,4%
47,4%
46,2%
53,8%
49,5%
42,9%
Totale
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
Anche la presenza di volontari stranieri nelle fila delle ODV sembra determinare un aumento della percezione rispetto alla partecipazione degli stranieri al mondo del volontariato. E’ probabile che il contatto e la famigliarità dei rapporti che
si instaura tra chi condivide una medesima mission umanitaria e solidaristica
incida anche sulla formazione della propria percezione, facendo apparire prati-
57
ca consolidata ciò che invece è probabilmente solo una tendenza.
Presenza volontari
stranieri operanti
Si
No
Totale
Ritiene che la partecipazione dei volontari stranieri
nelle organizzazioni di volontariato sia
Rimasta
Aumentata
Diminuita
costante
8,3%
29,2%
62,5%
7,5%
56,7%
35,8%
7,7%
49,5%
42,9%
Totale
100,0%
100,0%
100,0%
E) IL PROFILO DEI VOLONTARI STRANIERI
I volontari stranieri delle 24 ODV che hanno risposto di avere tra le proprie fila personale straniero sono entrati in contatto con le rispettive organizzazioni
di appartenenza in gran parte attraverso un contatto diretto (26,8%) e la conoscenza personale di altri volontari italiani (25%). Anche la conoscenza personale di volontari stranieri rappresenta una via significativa di contatto (16%),
a conferma di quanto la via informale o non strutturata di diffusione delle informazioni sul volontariato e di sensibilizzazione per una scelta solidaristica sia
ancora predominante nei confronti degli stranieri, forse anche in ragione della
loro pensata marginalità rispetto ai canali informativi.
Contatti con l’organizzazione
Risposte
Campagne di adesione
Sito internet
Contatto diretto presso sede
Conoscenza personale di altri volontari italiani
Conoscenza personale di altri volontari stranieri
Perché hanno usufruito dei servizi dell’ODV
Parrocchia
Altro
Totale
N
6
6
15
14
9
4
1
1
56
%
10,7%
10,7%
26,8%
25,0%
16,1%
7,1%
1,8%
1,8%
100,0%
Ma chi è il volontario straniero che entra in contatto con il mondo del volontariato censito in questa indagine?
Si tratta per lo più di individui compresi tra i 35 ed i 50 anni,
Fascia d’età dei volontari stranieri
tra 18 e 25 anni
tra 25 e 35 anni
tra 35 e 50 anni
oltre i 50 anni
Totale
non indicato
non rilevato
Totale
Totale
58
Frequenza
4
4
10
2
20
4
67
71
91
%
20,0
20,0
50,0
10,0
100,0
% cumulativa
20,0
35,0
80,0
100,0
con un livello di istruzione medio-alto (un 53,6% risulta essere in possesso di
un diploma di scuola secondaria e un 25% in possesso di una laurea)
Titoli di Studio
Scuola Primaria
Scuola Secondaria
Laurea
Formazione Post laurea
Totale
Risposte
N
5
15
7
1
28
%
17,9%
53,6%
25,0%
3,6%
100,0%
n.b.: percentuale calcolata su coloro che hanno risposto
proveniente per lo più dall’Europa (37,2%) e dall’Africa del Nord (22,9%)
Aree geografiche di provenienza
Europa
Africa del Nord
Altra Africa
Asia
America del Nord
America Latina
Oceania
Totale
Risposte
N
13
8
2
4
2
6
0
35
%
37,2%
22,9%
5,7%
11,4%
5,7%
17,1%
0,0%
100,0%
n.b.: percentuale calcolata su coloro che hanno risposto
e con un percorso di insediamento e di radicamento nel territorio già avviato (il
47,6% delle ODV dichiara essere diffuso tra i propri affiliati stranieri il permesso di soggiorno per lavoro, ed il 33,3% quello per motivi di famiglia.
Pochi, ovvero il 4,4%, occupano cariche direttive o di coordinamento all’interno dell’organizzazione
Cariche direttive o di coordinamento ricoperte
Si
No
Totale
non indicato
non rilevato
Totale
Totale
Frequenza
4
18
22
2
67
69
91
%
4,4
19,8
24,2
2,2
73,6
75,8
100,0
e la maggior parte destina il proprio lavoro all’esecuzione delle attività e solo
marginalmente viene occupato a costruire relazioni o a progettare le attività.
Dunque, un profilo di immigrato che, al di là delle sue competenze e del suo
radicamento nella società ospite, trova quasi esclusivamente uno spazio operativo nel mondo del volontariato, i cui ruoli direttivi restano invece ancora troppo lontani dai suoi possibili impieghi.
59
Ambito di intervento dei volontari alle ODV
Coordinamento delle attività
Progettazione delle attività
Attivazione di contatti istituzionali
Pubbliche relazioni
Proselitismo di nuovi volontari
Esecuzione delle attività
Totale
Risposte
N
3
4
2
5
2
16
32
%
9,4%
12,5%
6,3%
15,6%
6,3%
50,0%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
F) LA PERCEZIONE DEL VOLONTARIO STRANIERO
L’analisi del versante percettivo è stata realizzata su tre assi: la difficoltà di accesso e partecipazione al mondo del volontariato, l’utilità personale e sociale
che da tale partecipazione può derivare, il possibile viatico all’integrazione che
essa può offrire6.
1) La difficoltà di partecipazione al volontariato
Le difficoltà di accesso e partecipazione al volontariato da parte degli stranieri
si ritiene siano soprattutto dovute a due fattori: uno di ordine conoscitivo, l’altro legato agli stili di vita ed al rapporto con il contesto ospite.
Scarsa conoscenza del mondo
del volontariato
Scarsa integrazione nel tessuto sociale
Difficoltà di conciliare tempo di lavoro
e tempo libero
Irregolarità status giuridico
Frequenza
%
68
62
74,7
68,1
57
62
62,6
68,1
Solo in secondo piano vengono indicate problematiche comunicative legate alla lingua o alla difficoltà a comprendere i valori che il volontariato diffonde ed
il concetto di prestazione gratuita e volontaria. Pochi infine i consensi dati a problemi di irriducibilità culturale.
Comprensione linguistica
Disinteresse
Ostacoli culturali e religiosi
Frequenza
49
52
36
%
53,8
57,1
39,6
Sembrerebbe, dunque, che le barriere all’accesso ed alla partecipazione al vo6
Le tabelle che seguono, alla voce frequenza, riportano un valore che corrisponde alle preferenze date a “molto” ed “abbastanza”, la cui percentuale è calcolata in rapporto al totale dei 91 intervistati
60
lontariato siano più legate agli stili di vita ed ai percorsi di inserimento che possono limitare la conoscenza del contesto e delle opportunità che questo offre,
anche in termini di solidarietà, e che possono rendere difficile l’interazione con
il tessuto sociale, che non alle attitudini culturali. L’assenza dell’immigrato dal
mondo del volontariato sarebbe pertanto percepita come occasionale e temporanea, legata ad una fase del percorso di inserimento nel contesto ospite nella quale l’immigrato è ancora sospeso tra due dimensioni e l’appartenenza è
ancora in divenire.
2) L’utilità che può derivare agli immigrati dalla partecipazione al volontariato
A conferma del valore comunque riconosciuto al volontariato, una larga parte
degli intervistati ritiene che gli immigrati nutrono un reale interesse per le attività svolte, soprattutto per la possibilità di sentirsi utili nei confronti dei più
bisognosi, di chi si trova cioè in uno stato di difficoltà simile a quello sperimentato da loro stessi.
Interesse per le attività svolte
Opportunità di integrazione sociale
Sentirsi utili ai propri connazionali
o agli immigrati in genere
Desiderosi di aiutare chi è
in uno stato di difficoltà
Sentirsi utili alla società
Frequenza
64
72
%
70,3
79,1
64
70,3
65
48
71,4
52,7
Quanto poi la partecipazione al volontariato può offrire in termini di integrazione sociale lo conferma anche un’altra risposta: il 58,2% ritiene che entrare nelle organizzazioni di volontariato contribuisce a diffondere una migliore immagine dell’immigrazione.
Più scarsi, invece, i consensi (44%) intorno alla partecipazione intesa come modalità per rendersi più simili agli italiani, risposta che lascia intravedere come
alla solidarietà sia attribuita una dimensione transculturale e che proprio in virtù di ciò non possa costituire uno strumento per rendersi simili agli italiani.
3) La partecipazione al volontariato come strumento di integrazione
E’ abbastanza diffusa la consapevolezza che la partecipazione al volontariato
possa favorire ed accelerare i percorsi di integrazione, facilitando attraverso il
contatto con gli operatori ma anche con i destinatari la conoscenza ed il dialogo interculturale. Anzi, essa può promuovere anche una nuova modalità lavorativa all’interno delle organizzazioni, sviluppando negli operatori l’attitudine collaborativa e l’abitudine al confronto con la diversità. Non solo, ma c’è chi ritiene (58,2%) che la loro presenza contribuisce a rendere possibili le attività dell’organizzazione, dando atto così dell’importanza della funzione e del ruolo, ancorché non numeroso, degli immigrati all’interno delle organizzazioni.
61
Questa proiezione sociale della partecipazione al volontariato è confermata, anche se con consensi minori, da quelle associazioni che credono che tale partecipazione possa avvicinare l’immigrato al mondo socio-lavorativo italiano.
Favorisce l’integrazione sociale
Facilita il dialogo interculturale
Sviluppa attitudine collaborativa
Avvicina al mondo socio-lavorativo italiano
Contribuisce a rendere possibili le attività
Frequenza
81
82
66
61
53
%
89
90,1
72,5
67
58,2
Riassumendo…
Sebbene i numeri a disposizione non siano elevati – ricordiamo che solo 91
delle 380 organizzazioni selezionate hanno risposto al questionario loro inviato – è possibile individuare alcune linee di tendenza ed elementi di riflessione, che potranno essere verificati ed approfonditi successivamente.
1) Innanzi tutto colpisce la relativa disponibilità a partecipare ad un’iniziativa
come questa, promossa dal Ministero dell’Interno. Per converso, possiamo però affermare con certezza che le 91 ODV che hanno risposto hanno mostrato
di essere le più sensibili, le più motivate, certo una punta d’eccellenza in grado di offrire informazioni, ancorché parziali, su un fenomeno quale quello del
rapporto tra volontariato ed immigrazione ed attente anche a capire le implicazioni che questo rapporto può avere sull’accrescimento della partecipazione
civica degli stranieri alla comunità di riferimento.
2) Situate soprattutto nel Nord del paese ed attive in particolare nel settore
sanitario ed in quello dei servizi sociali, le 91 ODV analizzate si caratterizzano per longevità (più della metà del campione è attivo da più di dieci anni),
per un lavoro di rete che coinvolge enti, istituzioni e terzo settore, per una
certa propensione ad agire nel proprio territorio regionale.
3) Le ODV più giovani, ovvero quelle la cui attività è cominciata più recentemente, hanno una tendenza maggiore delle più anziane ad aprirsi ad ambiti
di intervento che rappresentano le nuove sfide del volontariato sociale (immigrazione, ambiente, cooperazione e solidarietà internazionale).
4) Sono soprattutto gli italiani i destinatari degli interventi. Tuttavia, anche se
non in forma strutturata e preferenziale, una serie di azioni solidali sono rivolte anche a stranieri. Al di là delle azioni di supporto volte a favorire i percorsi di inserimento, nuovi interventi vengono pensati per altrettanto nuovi destinatari (minori non accompagnati, rifugiati, richiedenti asilo, individui fruitori di protezione umanitaria e sociale), soprattutto da parte delle ODV meridionali, ovvero quelle i cui territori si confrontano con le problematiche migrato-
62
ri originatesi con gli sbarchi e l’immigrazione clandestina. Su questa nuova tipologia di interventi pensata per nuovi destinatari pesa anche una variabile legata all’origine dei componenti dell’organizzazione: laddove fanno parte dell’organico delle ODV anche cittadini stranieri c’è una maggiore tendenza ad allargare il proprio ambito di intervento all’emergenza sociale di cui le nuove tipologie di immigrati sopra descritte sono espressione.
5) Esiste una forte incidenza della variabile geografica sulle attività e la configurazione delle ODV intercettate. Nel Meridione e nelle Isole, infatti, le ODV
sono più giovani, più piccole, hanno incrementato la loro attività negli ultimi
dodici mesi ed hanno una tendenza a rivolgere i propri interventi anche al di
là della propria regione. Inoltre, l’incidenza percentuale di ODV con volontari
stranieri rispetto al totale delle ODV presenti nel meridione e nelle isole è maggiore che in altre aree del paese.
6) E’ possibile tracciare il profilo del volontario straniero: un individuo la cui
età è compresa tra i 35 ed i 50 anni, di istruzione medio-alta, proveniente dall’Europa e dall’Africa del Nord e con un percorso di insediamento e di radicamento nel nostro paese già consolidato, tuttavia ancora escluso da mansioni
direttive all’interno dell’organizzazione ed impiegato quasi esclusivamente nella realizzazione delle attività.
7) Viene percepita una certa difficoltà nell’accesso al volontariato da parte degli immigrati, per ragioni legate soprattutto agli stili di vita ed ai percorsi di
inserimento. Nonostante ciò, si avverte essere presente tra la popolazione straniera un generale interesse per le attività ed i valori promossi dal volontariato, al quale viene attribuito un altissimo potenziale di integrazione e di facilitazione del dialogo interculturale.
1.4 Analisi dei dati: le associazioni iscritte al registro di cui all’art. 42
del D.LGS. 286/98
A) ANAGRAFICA DELL’ASSOCIAZIONE
La maggior parte delle associazioni intervistate – 55, ovvero il 58,6% - è concentrato nel Nord del paese (42,6% nel Nord-ovest, 16% nel Nord-est).
Area geografica
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
Frequenza
40
15
25
14
94
%
42,6
16,0
26,6
14,9
100,0
% cumulativa
42,6
58,5
85,1
100,0
63
Si tratta di associazioni con tassi di anzianità operativa elevati (circa il 70% ha
avviato le proprie attività da più di dieci anni) e che, di conseguenza, mostrano una buona longevità ed un buon radicamento territoriale.
Anni da inizio
Fino a 10
Da 11 a 20
Più di 20
Totale
non rilevato
Totale
Frequenza
24
40
28
92
2
94
%
25,5
42,6
29,8
97,9
2,1
100,0
% cumulativa
26,1
69,6
100,0
Cooperative sociali, associazioni senza scopo di lucro e associazioni di volontariato rappresentano le principali forme giuridiche del campione.
Forma Giuridica
associazione senza scopo di lucro
associazione di volontariato
cooperativa sociale
organizzazione non governativa
fondazione
ente morale
altro tipo di organizzazione
Totale
Frequenza
21
19
35
1
5
1
12
94
%
22,3
20,2
37,2
1,1
5,3
1,1
12,8
100,0
% cumulativa
22,3
42,6
79,8
80,9
86,2
87,2
100,0
Andando ad analizzare il dato per area geografica, le tre forme giuridiche prevalenti si mantengono sostanzialmente vicine ai valori medi nelle diverse zone
del paese, fatta eccezione per le associazioni di volontariato che prevalgono nel
Sud e nelle isole (28,6% rispetto ad una media nazionale del 20,2%).
Forma Giuridica
Nord-ovest Nord-est
Centro
Sud e isole
Associazione senza scopo di lucro 8 (20%)
3 (20%)
8 (32%)
2 (14,3%)
Associazione di volontariato
9 (22,5%)
3 (20%)
3 (12%)
4 (28,6%)
Cooperativa sociale
16 (40%)
6 (40%)
9 (36%)
4 (28,6%)
Organizzazione non governativa
0
0
0
1 (7,1%)
Fondazione
5 (12,5%)
0
0
0
Ente morale
0
0
0
1 (7,1%)
Altro tipo di organizzazione
2 (5%)
3 (20%)
5 (20%)
2 (14,3%)
Totale
40 (100%) 15 (100%) 25 (100%) 14 (100%)
Totale
21 (22,3%)
19 (20,2%)
35 (37,2%)
1 (1,1%)
5 (5,3%)
1 (1,1%)
12 (12,8%)
94 (100%)
La maggior parte delle associazioni svolge le proprie attività presso sedi in affitto (47,8%) o messe a disposizione da altri organismi (32,8%).
64
Sedi
Risposte
Di proprietà
In affitto
In uso gratuito o comodato messe a
disposizione da altro organismo
In uso gratuito o comodato presso
l’abitazione di uno dei suoi membri
Totale
N
18
64
%
13,4%
47,8%
44
32,8%
8
134
6,0%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
Nella gran parte dei casi (86,2%), queste associazioni non sono diramazioni di
organizzazioni a livello nazionale. Infatti solo una piccola parte del campione
(13,8%), ovvero tredici associazioni, risultano dipendere da quelli che sono i
loro organismi a livello nazionale.
Diramazioni nazionali
Si
No
Totale
Frequenza
13
81
94
%
13,8
86,2
100,0
% cumulativa
13,8
100,0
Ciò che caratterizza il campione è anche un certo grado di dinamicità operativa. Il 92,6%, ovvero la quasi totalità delle associazioni, ha incrementato negli
anni la propria attività sul territorio.
L’associazione
Ha incrementato
la propria attività
Ha ridotto la propria attività
Ha sospeso l’attività
Totale
Non rilevato
Totale
Frequenza
87
4
1
92
2
94
%
% cumulativa
92,6
4,3
1,1
97,9
2,1
100,0
94,6
98,9
100,0
Le attività vengono poi realizzate con cadenza regolare e concordata (93,6%), a testimonianza non solo della capacità operativa e di precisi indirizzi programmatici.
L’associazione svolge
Attività con cadenza regolare
e concordata
Attività episodica in
corrispondenza di eventi specifici
Totale
Frequenza
%
% cumulativa
88
93,6
93,6
6
94
6,4
100,0
100,0
ma anche di una certa capacità di fund raising, ovvero di una certa continuità
nell’accesso alle risorse necessarie allo svolgimento delle attività: ai fini dello
65
svolgimento delle attività ordinarie, la maggior parte delle risorse utilizzate dalle associazioni proviene infatti da finanziamenti di enti pubblici o istituzioni
(35,8%), con le quali è stata probabilmente attivata un’interazione e collaborazione tali da garantire un flusso più o meno regolare di risorse monetarie.
Provenienza dei fondi per le attività
Risposte
Le quote di iscrizione dei soci
Contributi volontari da parte dei soci
Contributi volontari o sponsorizzazione
da parte di privati
Finanziamenti da parte di Enti pubblici
o Istituzioni italiane
Finanziamenti da parte di enti pubblici
o Istituzioni straniere
Altro
Totale
N
45
21
%
19,7%
9,2%
36
15,7%
82
35,8%
10
35
229
4,4%
15,3%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
B) LA COMPONENTE “IMMIGRATA” TRA GLI APPARTENENTI ALL’ASSOCIAZIONE
Sono 83 (circa il 90%) le associazioni che dichiarano di annoverare tra le proprie fila cittadini immigrati, in larga parte (62,8%) di varie cittadinanze, nessuna prevalente.
Cittadinanze
Tutti o quasi della stessa
cittadinanza
Di varie cittadinanze
con una prevalente
Di varie cittadinanze,
nessuna prevalente
Totale
Non rilevato
Frequenza
%
% cumulativa
10
10,6
12,0
14
14,9
28,9
59
83
11
62,8
88,3
11,7
100,0
Nella maggior parte delle associazioni (il 31%) gli immigrati operano come personale retribuito; in alcune di esse (22, ovvero il 15% circa) gli immigrati operano anche come volontari, ricoprendo per lo più il ruolo di mediatori culturali.
66
Ruolo degli immigrati nell’associazione
Soci fondatori non retribuiti
Socio ordinario non retribuito
Soci aderenti non retribuiti
Soci fondatori retribuiti
Socio ordinario retribuito
Socio aderente retribuito
Socio sostenitore
Socio lavoratore
Volontario
Personale retribuito (escluso i soci)
Altro
Risposte
N
11
11
5
5
4
4
2
22
22
46
16
%
7,4%
7,4%
3,4%
3,4%
2,7%
2,7%
1,4%
14,9%
14,9%
31,1%
10,8%
n.b.: possibili più risposte
La maggior parte degli immigrati presenti nelle associazioni7 sono donne (una
stima del 65% circa contro il restante 35% di uomini), nella quasi totalità dei
casi individui di prima generazione, sostanzialmente adulti (il 50% circa ha un’età
compresa tra i 25 ed i 35 anni, ed il 26% tra i 35 ed i 50 anni).
Sotto 18 anni
2%
Numero immigrati suddiviso per fasce d’età
Tra 18 e 25 anni Tra 25 e 35 anni Tra 35 e 50 anni
13%
49,6%
25,3%
Oltre 50 anni
10,1%
Da notare che sulla composizione per età degli immigrati associati esercita un
certo influsso sia la variabile relativa all’area geografica di appartenenza delle
associazioni sia quella relativa alla loro anzianità. Il bisogno di solidarietà attraverso il coinvolgimento nella vita associativa sembra essere nel Sud espressione anche dei più giovani e dei più adulti fra gli immigrati: nella fascia d’età
18/25 (24%) ed in quella over 50 (18,8%), le associazioni del Sud e delle isole annoverano infatti più immigrati rispetto alle altre associazioni del resto del
paese, mentre fanno registrare valori più bassi nella fascia d’età 25-50 anni.
Composizione per fasce d’età degli immigrati presenti
suddiviso per area geografica delle associazioni
Area geografica Sotto i 18 Tra 18 ed i 25 Tra 25 e 35 Tra 35 e 50 Oltre i 50
Nord-ovest
0,5%
12,4%
50%
32,6%
4,5%
Nord-est
0
16%
45,7%
26%
12,3%
Centro
0,4%
9,3%
55,1%
19,9%
15,3%
Sud e isole
0
24%
41,7%
15,5%
18,8%
Totale
2%
13%
49,6%
25,3%
10,1%
Totale
100% (36)
100% (12)
100% (19)
100% (9)
100% (76)
7
I dati che di seguito sono forniti, e le percentuali relative, si basano sul numero delle risposte valide che non sempre corrispondono al numero delle associazioni che hanno dichiarato di avere immigrati tra i propri associati, ovvero 82. Di volta in volta, perciò, il numero di riferimento e le relative percentuali sono quelle riportate in tabella.
67
Per ciò che riguarda l’altra variabile, sono le associazioni più giovani (meno di
dieci anni) che fanno registrare tra i propri aderenti un maggior numero di immigrati al di sotto dei 25 anni (18% rispetto ad una media del 13,5%). Al contrario, nelle associazioni con più di venti anni di attività sono presenti più immigrati nella fascia d’età 35/50 (31,6% contro una media del 26,2%).
Composizione per fasce d’età degli immigrati presenti
suddiviso per anni di attività delle associazioni
Anni di attività Sotto i 18 Tra 18 ed i 25 Tra 25 e 35 Tra 35 e 50 Oltre i 50
Fino a 10 anni
0,4%
18,2%
47,2%
24,6%
9,6%
Da 11 a 20 anni
0,5%
13,7%
51,9%
23,5%
10,4%
Più di 20 anni
0%
9,3%
48,6%
31,6%
10,5%
Totale
0,3%
13,5%
49,8%
26,2%
10,2%
Totale
100% (19)
100% (33)
100% (22)
100% (74)
Una parte degli immigrati, il 28,7%, ricopre cariche direttive; anche se si tratta di un dato incompleto, dal momento che solo 75 associazioni hanno risposto a questa domanda, la quota di immigrati impiegata nei ruoli direttivi si mantiene ancora bassa (solo un terzo circa delle associazioni).
Cariche direttive ricoperte
Si
No
Totale
non rilevato
Totale
Frequenza
27
48
75
19
94
%
28,7
51,1
79,8
20,2
100,0
% cumulativa
36,0
100,0
Ed anche su tale dato vengono ad incidere le due variabili precedentemente considerate, quella geografica e quella legata all’anzianità delle associazioni. Nel
primo caso, è il Nord-ovest a far registrare valori decisamente superiori alla media di circa otto punti percentuale, mentre è il Nord-est a porsi decisamente al
di sotto (meno quindici punti percentuali) di quel 36% totale di associazioni presso le quali gli immigrati ricoprono cariche direttive.
Area geografica
Nord ovest Nord est
Centro
Al momento attuale, i cittadini
immigrati (di prima e seconda
generazione) ricoprono cariche
direttive o di coordinamento
all’interno della vostra
organizzazione?
Totale
Totale
Sud e isole
Si
43,8%
21,4%
36,8%
30,0%
36,0%
No
56,3%
100,0%
78,6%
100,0%
63,2%
100,0%
70,0%
100,0%
64,0%
100,0%
L’altra variabile, si diceva, è quella dell’età delle associazioni: è nelle associazioni più giovani che tendenzialmente gli immigrati si trovano a ricoprire anche
cariche direttive o di coordinamento (le associazioni che hanno iniziato la propria attività meno di dieci anni fa fanno registrare un’incidenza percentuale di
68
ben sedici punti maggiore rispetto alla media). E’ probabile che le associazioni
più giovani siano espressione di una nuova modalità lavorativa e di un nuovo
modo di interloquire con la componente immigrata, ritenuta quest’ultima elemento imprescindibile, anche perché ormai radicata sul territorio, per rispondere ai bisogni anche organizzativi, e non solo operativi, di un’associazione.
Fino a 10
Al momento attuale, i cittadini
immigrati (di prima e seconda
generazione) ricoprono cariche
direttive o di coordinamento
all’interno della vostra
organizzazione?
Totale
Anni da inizio attività
Da 11 a 20
Più di 20
Totale
Si
52,6%
34,5%
28,0%
36,0%
No
47,4%
100,0%
65,5%
100,0%
72,0%
100,0%
64,0%
100,0%
E‘ decisamente alto il livello di istruzione degli immigrati presenti nelle associazioni: il 53% delle associazioni che hanno risposto a questa domanda (76) afferma che tra i propri associati sono presenti immigrati con un diploma di secondaria superiore ed il 32% dichiara che gli immigrati associati dispongono di
una formazione universitaria (laurea e post-lauream).
Livello di istruzione degli immigrati presenti nelle associazioni
Scuola primaria
Scuola secondaria
Laurea
Formazione post laurea
13,3%
53,1%
27%
6,6%
Ed ancora una volta leggiamo il dato alla luce delle due variabili significative
già considerate. Per quanto riguarda la variabile geografica, è nel Sud e nelle isole che l’incidenza dei diplomi secondari fa registrare valori superiori alla media di cinque punti percentuali, mentre è nel Nord-ovest che la laurea
supera di cinque punti la media. Ma è ancora nel Sud che prevale, questa
volta di otto punti percentuale, la presenza di individui con una formazione
post-laurea.
Livello di istruzione degli immigrati suddiviso per area geografica delle associazioni
Area
Scuola
Scuola
Formazione
Laurea
geografica
primaria
secondaria
post-laurea
Nord-ovest
11,7%
52,7%
31,6%
4%
Nord-est
12,3%
50%
29%
8,7%
Centro
16%
53,1%
25,6%
5,3%
Sud e isole
14,5%
58,9%
7,8%
18,8%
Totale
13,3%
53,1%
27%
6,6%
Per quanto riguarda la variabile relativa all’età delle associazioni (a questa domanda rispondono 75 associazioni), è nelle associazioni più giovani che prevale il livello di istruzione universitario e post-universitario.
69
Livello di istruzione degli immigrati suddiviso per anni di attività delle associazioni
Anni
Scuola
Scuola
Formazione
Laurea
di attività
primaria
secondaria
post-laurea
Fino a 10 anni
10,8%
46%
32%
11,2%
Da 11 a 20 anni
13,9%
47,2%
32,4%
6,5%
Più di 20 anni
15,4%
68,1%
13,6%
2,9%
Totale
13,5%
53%
26,9%
6,6%
Come gli immigrati sono entrati in contatto con l’associazione? Nel 47,5% dei
casi attraverso la medesima associazione, sia in quanto destinatari di un servizio (17,5%), sia per contatto diretto (28,9%). Ma anche il passaparola continua ad essere tra le forme preferite. La pubblicizzazione dell’associazione ed
i veicoli informativi in generale non sembrano essere stati efficienti per fare proselitismo.
Modalità di contatti con le associazioni
Risposte
N
9
18
20
56
38
34
19
194
Hanno aderito alle nostre campagne di adesione
Dal nostro sito internet con candidatura spontanea
Attraverso materiale informativo
Tramite un contatto diretto presso la nostra sede
Tramite passaparola
Dopo aver ricevuto un servizio dall’associazione
Altro
Totale
%
4,6%
9,3%
10,3%
28,9%
19,6%
17,5%
9,8%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
C) L’INTERVENTO DELL’ASSOCIAZIONE
Fornire assistenza a categorie svantaggiate, sostenere le fasce deboli, contribuire alla costruzione di una società interculturale: sono soprattutto questi gli
obiettivi delle 94 associazioni intervistate.
Obiettivi associazione
Accoglienza e sostegno
all’inserimento
Formazione/Istruzione
Intercultura
Socio-assistenziali
Altro
Vuote
Totale
I opzione
%
II opzione
%
III opzione
%
14
8
18
30
24
0
94
15
8,5
19,1
32,1
25,3
0
100,0
13
6
16
38
9
12
94
13,8
6,4
17,1
40,4
9,5
12,8
100,0
2
9
18
22
10
33
94
2,2
9,5
19,1
23,4
10,6
35,2
100,0
Per cercare di conseguire questi obiettivi, il 27,6% delle associazioni intervistate svolge le proprie attività in ambito comunale, il 26,7% svolge le proprie attività anche in provincia, mentre una parte, il 23,1%, lavora in ambito anche
70
regionale. Poche le associazioni che proiettano il loro intervento anche in altre
regioni o in altri paesi (le due voci fanno registrare complessivamente un 12%).
Dunque, una prospettiva di intervento relativamente locale.
Ambito Territoriale
Il Comune
La provincia
Alcune province
La regione
Altre regioni
Altri Paesi
Totale
Risposte
N
62
60
24
52
17
10
225
%
27,6%
26,7%
10,7%
23,1%
7,6%
4,4%
100,0%
In tutte le aree del paese è presente una tendenza abbastanza generale a svolgere le proprie attività a livello comunale, provinciale e regionale. Tuttavia, se
si analizza il dato rispetto alla variabile territoriale ed a quella relativa all’anzianità delle associazioni, si può notare che la tendenza a proiettare il proprio
ambito di intervento anche nelle altre regioni è una caratteristica delle associazioni presenti al Sud e nelle isole (il 35,7% del totale area meridionale) e delle associazioni più giovani (il 29,7% delle associazioni la cui attività è iniziata
da meno di dieci anni).
Ambito territoriale di intervento delle associazioni suddiviso per area geografica
Ambito territoriale di intervento
Area geografica
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole
Totale
Comune
29 (74,4%) 9 (60%) 18 (72%) 6 (42,9%)
62
Provincia
26 (66,7%) 6 (40%) 20 (80%) 8 (57,1%)
60
Alcune province
12 (30,8%) 5 (33,3%) 3 (12%) 4 (28,6%)
24
La regione
20 (51,3%) 9 (60%) 14 (56%) 9 (64,3%)
52
Altre regioni
5 (12,8%)
3 (20%) 4 (16%) 5 (35,7%)
17
Altri Paesi
4 (10,3%)
0
3 (12%) 3 (21,4%)
10
Totale
39
15
25
14
93
N.B.: erano possibili più risposte
Ambito territoriale di intervento delle associazioni suddiviso per anni di attività
Area di intervento
Anni di attività
Fino a 10
Da 11 a 20
Più di 20
Totale
anni
anni
anni
Comune
15 (62,5%)
28 (71,8)
18 (64,3%)
61
Provincia
17 (70,8%)
27 (69,2%)
15 (53,6%)
59
Alcune province
5 (20,8%)
8 (20,5%)
10 (35,7%)
23
La regione
12 (50%)
23 (59%)
15 (53,6%)
50
Altre regioni
7 (29,2%)
3 (7,7%)
5 (17,9%)
15
Altri Paesi
3 (12,5%)
5 (12,8%)
2 (7,1%)
10
Totale
24
39
28
91
N.B.: erano possibili più risposte
71
Le attività principali delle organizzazioni sono orientate soprattutto nel campo
educativo/formativo (15,2%), in quello culturale (12,8%) e in quello dell’insegnamento linguistico (10,6%), ovvero in quei settori nei quali l’intervento di supporto agli immigrati è rivolto essenzialmente a favorire l’inserimento nella società ospite.
Attività dell’associazione
Culturale
Politico
Sanitario
Sostegno all’inserimento abitativo
Prima e Seconda Accoglienza
Educativo/scolastico/formativo
Per l’insegnamento della lingua italiana
Sportivo
Sindacale
Economico
Artistico
Religioso
Aggregativo
Per la tutela legale
Per la cooperazione internazionale
Editoriale, comunicativa, collaborazioni
Altro
Totale
Risposte
N
63
6
35
34
51
75
52
7
5
8
6
4
42
38
23
23
20
492
%
12,8%
1,2%
7,1%
6,9%
10,4%
15,2%
10,6%
1,4%
1,0%
1,6%
1,2%
,8%
8,5%
7,7%
4,7%
4,7%
4,1%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
Ancora una volta analizzando il dato rispetto alla variabile geografica e soprattutto rispetto a quella dell’anzianità dell’associazione si notano alcune particolarità. Per quanto riguarda l’area geografica di riferimento, il 92,9% delle associazioni presenti nel Sud e delle isole realizza interventi anche in ambito culturale, mostrandosi particolarmente attiva rispetto alle associazioni di altre aree
del paese. Nel Sud si preferisce dunque affiancare ai classici interventi a supporto dell’inserimento anche quelli volti a costruire una società interculturale
ed a costruire spazi e momenti di socialità (l’altra voce che fa registrare più preferenze oltre all’ambito culturale è quella relativa all’ambito aggregativo -71,4%).
72
Ambito di intervento delle associazioni suddiviso per area geografica
Ambito territoriale di intervento
Area geografica
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole
Culturale
23 (57,5%) 9 (60%) 18 (72%) 13 (92,9%)
Politico
2 (5%)
1 (6,7%) 1 (4%)
2 (14,3%)
Sanitario
14 (35%) 4 (26,7%) 12 (48%) 5 (35,7%)
Sostegno all’inserimento
18 (45%) 5 (33,3%) 4 (16%)
7 (50%)
Prima e seconda accoglienza
23 (57,5%) 6 (40%) 14 (56%) 8 (57,1%)
Educativo/scolastico/formativo
31 (77,5%) 11 (73,3%) 22 (88%) 11 (78,6%)
Insegnamento lingua italiana
19 (47,5%) 10 (66,7%) 15 (60%) 8 (57,1%)
Sportivo
2 (5%)
0
3 (12%) 2 (14,3%)
Sindacale
1 (2,5%)
1 (6,7%) 2 (8%)
1 (7,1%)
Economico
4 (10%)
1 (6,7%) 1 (4%)
2 (14,3%)
Artistico
2 (5%)
0
2 (8%)
2 (14,3%)
Religioso
3 (7,5%)
1 (6,7%)
0
0
Aggregativo
16 (40%) 5 (33,3%) 11 (44%) 10 (71,4%)
Tutela legale
13 (32,5%) 6 (40%) 11 (44%)
8 (8%)
Cooperazione internazionale
11 (27,5%) 3 (20%) 4 (16%) 5 (35,7%)
Editoriale/comunicativo
10 (25%)
1 (6,7%) 7 (28%) 5 (35,7%)
Altro
12 (30%) 2 (13,3%) 4 (16%) 2 (14,3%)
Totale
40
15
25
14
Totale
63
6
35
34
51
75
52
7
5
8
6
4
42
38
23
23
20
94
n.b.: possibili più risposte
Per quanto riguarda l’anzianità delle associazioni, sono quelle più giovani, cioè
quelle che hanno iniziato l’attività da meno di dieci anni, a caratterizzarsi per
una certa specializzazione degli interventi: prevalgono infatti quelli realizzati in
ambito culturale (79,2%), educativo/formativo (91,7%) e linguistico (62,5%).
Il fatto che l’inizio delle loro attività sia coinciso con l’incremento delle presenze degli immigrati e con il consolidamento del fenomeno migratorio è probabile che abbia portato tali associazioni a preferire l’adozione di una strategia di
intervento più specializzata, mirata a facilitare l’inserimento piuttosto che orientata a risolvere problematiche legate alla prima accoglienza o all’emergenza.
73
Ambito di intervento delle associazioni suddiviso per anni di attività
Ambito di intervento
Anni di attività
Fino a 10
Da 11 a 20
Più di 20
anni
anni
anni
Culturale
19 (79,2%)
24 (60%)
19 (67,9%)
Politico
1 (4,2%)
3 (7,5%)
2 (7,1%)
Sanitario
10 (41,7%)
11 (27,5%)
12 (42,9%)
Sostegno all’inserimento
10 (41,7%)
17 (42,5%)
7 (25%)
Prima e seconda accoglienza
15 (62,5%)
20 (50%)
15 (53,6%)
Educativo/scolastico/formativo
22 (91,7%)
30 (75%)
22 (78,6%)
Insegnamento lingua italiana
15 (62,5%)
22 (55%)
14 (50%)
Sportivo
3 (12,5%)
2 (5%)
2 (7,1%)
Sindacale
3 (12,5%)
1 (2,5%)
1 (3,6%)
Economico
2 (8,3%)
4 (10%)
2 (7,1%)
Artistico
3 (12,5%)
1 (2,5%)
2 (7,1%)
Religioso
1 (4,2%)
1 (2,5%)
1 (3,6%)
Aggregativo
11 (45,8%)
19 (47,5%)
12 (42,9%)
Tutela legale
10 (41,7%)
19 (47,5%)
9 (32,1%)
Cooperazione internazionale
6 (25%)
10 (25%)
7 (25%)
Editoriale/comunicativo
7 (29,2%)
10 (25%)
5 (17,9%)
Altro
2 (8,3%)
13 (32,5%)
5 (17,9%)
Totale
24
40
28
Totale
62
6
33
34
50
74
51
7
5
8
6
3
42
38
23
22
20
92
n.b.: possibili più risposte
Solo una piccola parte delle associazioni rivolge i propri interventi esclusivamente agli immigrati; la maggior parte (88,3%) invece destina le proprie attività
sia ad italiani sia a immigrati, ritenendo che gli esiti dei percorsi di inserimento oltre che nelle azioni di supporto all’accoglienza ed all’inserimento possano
trovare maggiori possibilità di riuscita se affiancati da azioni interculturali che
interessino anche la popolazione ospite.
Destinatari attività
Solo ai migranti
Sia ad italiani sia a migranti
Totale
Frequenza
11
83
94
%
11,7
88,3
100,0
% cumulativa
11,7
100,0
I canali comunicativi attraverso i quali le associazioni pubblicizzano le loro attività abbracciano i diversi ambiti della comunicazione, andando da forme moderne, quali il proprio sito internet (24,6%), alla tradizionale diffusione di volantini (21%) fino al classico passaparola tra associati (20,4%).
74
Canali di comunicazione delle attività
Risposte
N
76
18
39
65
16
63
32
309
Il proprio sito internet
Un proprio giornalino d’informazione
La stampa, la radio o le televisioni locali
Volantini
Facebook o altri social network
Il passaparola tra associati
Altro
Totale
%
24,6%
5,8%
12,6%
21,0%
5,2%
20,4%
10,4%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
Si conferma anche in questo caso l’incidenza della variabile geografica: le associazioni del Sud e delle isole sono quelle che fanno più uso di materiale multimediale per comunicare con il territorio e dare visibilità ai propri interventi:
delle 14 associazioni presenti al Sud, tutte utilizzano internet e il 71,4% la stampa, la radio e le televisioni locali. Negli altri contesti territoriali in corrispondenza di queste voci i valori scendono invece notevolmente.
Canali di comunicazione delle associazioni suddivisi per area geografica
Ambito di intervento
Area geografica
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole
Il proprio sito internet
30 (75%) 11 (73,3%) 21 (84%) 14 (100%)
Un proprio giornalino d’informazione 9 (22,5%) 4 (26,7%) 4 (16%)
1 (7,1%)
La stampa, la radio, le televisioni locali
14 (35%) 8 (53,3%) 7 (28%) 10 (71,4%)
Volantini
29 (72,5%) 10 (66,7%) 16 (64%) 10 (71,4%)
Facebook o altri social network
6 (15%)
2 (13,3%) 3 (12%) 5 (35,7%)
Il passaparola tra associati
27 (67,5%) 7 (46,7%) 18 (72%) 11 (78,6%)
Altro
16 (40%) 4 (26,7%) 9 (36%) 3 (21,4%)
Totale
40
15
25
14
Totale
76
18
39
65
16
63
32
94
D) I RAPPORTI DELL’ORGANIZZAZIONE CON LA SOCIETA’ D’ACCOGLIENZA
La quasi totalità delle associazioni (93 su 94) ha rapporti con le istituzioni pubbliche italiane, in una forma abbastanza equamente distribuita tra provincia, comune, prefettura, questura e governo/ministeri.
Istituzioni pubbliche
Governo/Ministeri
Regione
Provincia
Comune/Ambito Sociale Territoriale
Prefettura
Questura
Scuole
Altro
Totale
Frequenza
57
36
75
69
68
74
24
41
444
%
12,8%
8,1%
16,9%
15,5%
15,3%
16,7%
5,4%
9,2%
100,0
N.B.: possibili più risposte
75
Se considerato secondo la variabile geografica, il dato relativo alla tipologia delle istituzioni con le quali le associazioni collaborano presenta alcune piccole differenze: ad esempio, nel Nord-ovest sono la provincia (90%) e la questura (90%)
i referenti istituzionali maggiormente interessati da questa collaborazione; nel
centro è il comune (87,5%), nel Sud i livelli di governo locale (provincia, comune e prefettura). Va tuttavia sottolineato anche il fatto che il peso percentuale dei rapporti con le scuole è al Sud decisamente più alto (42,9%) che nelle altre aree geografiche, a testimonianza ulteriore di quella volontà delle associazioni, già evidenziata in altri punti, di lavorare sull’intercultura per favorire la crescita del tessuto socio-culturale del territorio.
Referenti istituzionali delle associazioni suddivisi per area geografica
Ambito di intervento
Area geografica
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole
Governo/Ministeri
24 (60%)
9 (60%) 15 (62,5%) 9 (64,3%)
Regione
13 (32,5%) 6 (40%) 10 (41,7%) 7 (50%)
Provincia
36 (90%) 10 (66,7%) 18 (75%) 11 (78,6%)
Comune/Ambito Sociale Territoriale 29 (72,5%) 9 (60%) 21 (87,5%) 10 (71,4%)
Prefettura
30 (75%) 10 (66,7%)17 (70,8%) 11 (78,6%)
Questura
36 (90%) 13 (86.7%)17 (70,8%) 8 (57,1%)
Scuole
10 (25%) 4 (26,7%) 4 (16,7%) 6 (42,9%)
Altro
15 (37,5%) 8 (53,3%) 12 (50%) 6 (42,9%)
Totale
40
15
24
14
Totale
57
36
75
69
68
74
24
41
93
N.B.: percentuali e totali calcolati sulle risposte
Vediamo, nello specifico, la natura dei rapporti con i vari organi istituzionali. In
generale i rapporti si traducono soprattutto in finanziamenti e consultazioni e
meno nella realizzazione e, soprattutto, nella programmazione degli interventi. Fanno eccezione alcuni livelli di governo come la provincia, la questura, e in
parte le scuole, rispetto alle quali cresce il coinvolgimento delle associazioni nei
processi decisionali.
Tipologia dei rapporti
istituzionali
Istituzioni
Governo
Programmazione
interventi
Partecipazione/
Realizzazione progetti
Destinatari di finanziamenti
per specifici
Consultazione/dialogo
Totale
N.B.: possibili più risposte
76
Regione Provincia Comune Prefettura Questura
Scuole
Altro
4
12
38
20
24
57
12
37
4
18
42
18
22
47
10
27
44
31
83
18
12
60
26
23
129
35
41
114
42
46
134
48
12
164
13
6
41
5
5
74
Tipologia dei rapporti
istituzionali
Programmazione interventi
Partecipazione/
Realizzazione progetti
Destinatari di finanziamenti
per specifici
Consultazione/dialogo
Totale
Istituzioni
Governo Regione Provincia Comune Prefettura Questura Scuole
Altro
4,8%
20%
29,5% 17,5% 17,9% 34,8% 29,3% 50%
4,8%
30%
53%
30%
37,3%
20%
100% 100%
32,6%
15,8%
16,4%
28,7%
24,4% 36,5%
20,2% 30,7% 31,3% 29,3% 31,7% 6,8%
17,8% 35%
34,3%
7,3% 14,6% 6,8%
100% 100% 100% 100% 100% 100%
N.B.: possibili più risposte
Ed allo stesso tempo questa tendenza è meno visibile al Sud e nelle isole dove
il peso del coinvolgimento nella programmazione degli interventi rispetto agli
altri rapporti è maggiore che in altre aree del paese a livello regionale, provinciale, comunale, della questura, e in parte scolastico.
Tipologia rapporti con il
Tipologia rapposti istituzionali
Nord-ovest
Programmazione interventi
0
Partecipazione/Realizzazione progetti 1 (4,2%)
Destinatari di finanziamenti per specifici 18 (75%)
Consultazione/dialogo
14 (58,3%)
Totale
24
Governo/Ministeri
Area geografica
Nord-est Centro Sud e isole
1 (11,1%) 2 (13,3%) 1 (11,1%)
2 (22,2%)
0
1 (11,1%)
7 (77,8%) 13 (86,7%) 6 (66,7%)
4 (44,4%) 9 (60%) 4 (44,4%)
9
15
9
Totale
4
4
44
31
57
Tipologia rapporti con la Regione
Area geografica
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole
Programmazione interventi
4 (30,8%) 2 (33,3%) 1 (10%) 5 (71,4%)
Partecipazione/Realizzazione progetti 7 (53,8%) 4 (66,7%) 5 (50%) 2 (28,6%)
Destinatari di finanziamenti per specifici 4 (30,8%) 4 (66,7%) 5 (50%) 5 (71,4%)
Consultazione/dialogo
4 (30,8%) 4 (66,7%) 2 (20%) 2 (28,6%)
Totale
13
6
10
7
Totale
12
18
18
12
36
Tipologia rapporti con la Provincia
Area geografica
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole
Programmazione interventi
14 (38,9%) 5 (50%) 12 (66,7%) 7 (63,6%)
Partecipazione/Realizzazione progetti 22 (61,1%) 6 (60%) 9 (50%) 5 (45,5%)
Destinatari di finanziamenti per specifici 16 (44,4%) 5 (50%) 2 (11,1%) 3 (27,3%)
Consultazione/dialogo
9 (25%)
3 (30%) 8 (44,4%) 3 (27,3%)
Totale
36
10
18
11
Totale
38
42
26
23
75
Tipologia rapposti istituzionali
Tipologia rapposti istituzionali
77
Tipologia rapporti con il Comune
Area geografica
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole
Programmazione interventi
7 (24,1%) 1 (11,1%) 6 (28,6%) 6 (60%)
Partecipazione/Realizzazione progetti 9 (31%)
2 (22,2%) 3 (14,3%) 4 (40%)
Destinatari di finanziamenti per specifici 14 (48,3%) 4 (44,4%) 12 (57,1%) 5 (50%)
Consultazione/dialogo
16 (55,2%) 6 (66,7%) 13 (61,9%) 6 (60%)
Totale
29
9
21
10
Totale
20
18
35
41
69
Tipologia rapporti con la Questura
Area geografica
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole
Programmazione interventi
27 (75%) 10 (76,9%)13 (76,5%) 7 (87,5%)
Partecipazione/Realizzazione progetti 24 (66,7%) 7 (53,8%) 11 (64,7%) 5 (62,5%)
Destinatari di finanziamenti per specifici 27 (75%) 6 (46,2%) 11 (64,7%) 4 (50%)
Consultazione/dialogo
6 (16,7%) 3 (23,1%) 2 (11,8%) 1 (12,5%)
Totale
36
13
17
8
Totale
57
47
48
12
74
Tipologia rapposti istituzionali
Tipologia rapposti istituzionali
Sono 87, ovvero il 92%, le associazioni che hanno rapporti con altre realtà (associazioni, partiti, sindacati, gruppi, chiesa, ecc…) della società italiana, con qualche piccola differenza geografica: ad un totale coinvolgimento delle associazioni
del Sud corrisponde una minore rete di rapporti delle associazioni del centro.
Rapporti con altre realtà della società italiana
Si
No
Totale
non indicato
Totale
Frequenza
87
6
93
1
94
%
92,6
6,4
98,9
1,1
100,0
Area geografica
Nord ovest Nord est
Centro
L’organizzazione ha rapporti
significativi con altre realtà
(associazioni, partiti, sindacati,
gruppi, chiesa, ecc…)
della società italiana?
Totale
% cumulativa
93,5
100,0
Totale
Sud e isole
Si
97,4%
93,3%
84,0%
100,0%
93,5%
No
2,6%
100,0%
6,7%
100,0%
16,0%
100,0%
100,0%
6,5%
100,0%
La percentuale si riduce, scendendo all’86%, quando vengono indicati i rapporti significativi tenuti con altre associazioni/organizzazioni che si occupano di immigrazione o che sono promosse da migranti. Tale percentuale cresce tra le associazioni del Nord-ovest di ben dieci punti.
78
Rapporti con altre associazioni di immigrati
Si
No
Totale
non indicato
Totale
Frequenza
81
12
93
1
94
%
86,2
12,8
98,9
1,1
100,0
Area geografica
Nord ovest Nord est
Centro
L’organizzazione ha rapporti
significativi con altre associazioni/
organizzazioni che si occupano
di immigrazione o che sono
promosse da migranti?
Totale
% cumulativa
87,1
100,0
Totale
Sud e isole
Si
97,4%
73,3%
84,0%
78,6%
87,1%
No
2,6%
100,0%
26,7%
100,0%
16,0%
100,0%
21,4%
100,0%
12,9%
100,0%
Chi tesse maggiormente rapporti sul territorio con tutto l’universo del terzo settore senza distinzioni etnico-culturali è certamente il Nord-ovest, dove è presente una quasi sovrapposizione tra associazioni che hanno rapporti significativi con l’associazionismo italiano (94,7%) ed associazioni che hanno rapporti
significativi con l’associazionismo immigrato (97,4%).
Area geografica
Nord-ovest
Nord-est
Centro
Sud e isole
Rapporti con altre associazioni
di immigrati
Rapporti con realtà
associative italiane
Sì
No
Totale
Sì
No
Totale
Sì
No
Totale
Sì
No
Totale
Sì
No
Totale
94,7%
2,6%
97,4%
73,3%
97,4%
73,3%
76%
8%
84%
78,6%
2,6%
2,6%
2,6%
20%
6,7%
26,7%
8%
8%
16%
21,4%
100%
93,3%
6,7%
100%
84%
16%
100%
100%
78,6%
21,4%
100%
La volontà di tessere rapporti con altre realtà associative locali, e di valorizzare quindi il lavoro di rete, trova corrispondenza anche nella vasta partecipazione a forme di coordinamento (’87,2%).
Partecipazione a forme di coordinamento
Si
No
Totale
Frequenza
82
12
94
%
87,2
12,8
100,0
% cumulativa
87,2
100,0
79
Ancora una volta la variabile geografica esercita un peso determinante, ed ancora una volta il Nord-ovest ed il Sud e le isole rappresentano i contesti territoriali più sensibili ed aperti al lavoro di rete.
Area geografica
Nord ovest Nord est
Centro
L’Associazione partecipa a
qualche forma di coordinamento? Si
No
Totale
92,5%
7,5%
100,0%
86,7%
13,3%
100,0%
76,0%
24,0%
100,0%
Totale
Sud e isole
92,9%
7,1%
100,0%
87,2%
12,8%
100,0%
Tavoli di coordinamento, Piani di Zona, Consulte per l’Immigrazione, Consigli
Territoriali per l’Immigrazione: le associazioni si adoperano ad ampio spettro
per promuovere iniziative di integrazione ed interagire con i vari soggetti presenti sul territorio, cercando quella necessaria collaborazione con gli enti che a
livello locale si trovano a gestire l’immigrazione ed a programmare interventi di
assistenza ed integrazione.
Forme di coordinamento
Tavoli di coordinamento con amministrazioni
Consulte per l’immigrazione
Coordinamenti locali di migranti
Coordinamenti nazionali di migranti
Consigli Territoriali per l’Immigrazione
Piani di Zona
Altro
Totale
Frequenza
65
38
22
9
37
54
10
235
%
27,7%
16,2%
9,4%
3,8%
15,7%
23,0%
4,3%
100%
Ma vediamo nello specifico in che cosa si traduce questa partecipazione alle varie forme di coordinamento. Anche in questo caso, come già visto rispetto ai
rapporti con le istituzioni, il coinvolgimento nella programmazione degli interventi e nella definizione delle politiche è minore rispetto ad altre forme di partecipazione quali la realizzazione dei progetti, l’assistenza e l’orientamento, la
consulenza. E ciò è indipendente dal tipo di coordinamento al quale l’associazione partecipa, sia esso un tavolo di coordinamento, la consulta, il Consiglio
Territoriale o il Piano di Zona.
80
Tipologia rapporti
Programmazione
interventi
Consulenza
Partecipazione/
Realizzazione
progetti
Funzioni
consultive
Assistenza e
orientamento
Definizione politiche
Totale
Forme di coordinamento
Tavoli
di coordinamento
Consulte
Coordinamento locali
migranti
13
28
16
/
8
/
3
/
53
22
15
/
22
/
/
94
Piani
di Zona
Altro
18
/
33
/
7
/
5
25
41
4
/
/
19
32
3
/
/
60
10
/
33
4
/
12
/
11
73
/
22
128
/
4
18
Tavoli
di coordinamento
Consulte
Coordinamento locali
migranti
Piani
di Zona
Altro
13,8%
29,8%
26,7%
/
24,2%
/
25%
/
24,7%
/
25,8%
/
38,9%
/
56,4%
/
36,7%
36,7%
45,5%
/
41,7%
/
34,2%
26%
32%
25%
22,2%
16,7%
/
/
30,3%
33,3%
/
/
/
/
100%
/
100%
/
100%
/
100%
15,1%
100%
17,2%
100%
22,2%
100%
Tipologia rapporti
Programmazione
interventi
Consulenza
Partecipazione/
Realizzazione
progetti
Funzioni consultive
Assistenza e
orientamento
Definizione
politiche
Totale
CoordinaConsigli
menti nazionali Territoriali per
di migranti l’Immigrazione
Forme di coordinamento
CoordinaConsigli
menti nazionali Territoriali per
di migranti l’Immigrazione
E) I RAPPORTI DELL’ORGANIZZAZIONE CON LA SOCIETA’ DI PROVENIENZA
Sono invece poche le associazioni che intrattengono rapporti o collaborazioni
con i paesi di provenienza degli associati immigrati, confinando quindi la propria attività alla risoluzione delle problematiche che l’immigrazione determina
o comporta in Italia.
Rapporti con i Paesi di provenienza
degli associati immigrati
Si
No
Totale
Frequenza
%
33
61
94
35,1
64,9
100,0
% cumulativa
35,1
100,0
Anche in questo caso la variabile geografica ci permette di fare altre considerazioni: sono le associazioni del Sud e delle isole ad esprimere tassi elevati, in
81
rapporto alla propria area geografica di appartenenza, rispetto alle associazioni delle altre aree del paese, per quanto riguarda i rapporti con i paesi di origine degli immigrati.
Area geografica
Nord ovest Nord est
Centro
L’Organizzazione ha rapporti con
le istituzioni del Paese o dei Paesi Si
di provenienza degli aderenti?
No
Totale
32,5%
67,5%
100,0%
26,7%
73,3%
100,0%
Totale
Sud e isole
32,0%
68,0%
100,0%
57,1%
42,9%
100,0%
35,1%
64,9%
100,0%
Analogamente, anche in questo caso le associazioni più giovani sono quelle che
fanno registrare un tasso più elevato di rapporti con i paesi di origine degli immigrati.
Fino a 10
L’Organizzazione ha rapporti
con le istituzioni del Paese o
dei Paesi di provenienza
degli aderenti?
Totale
Anni da inizio attività
Da 11 a 20
Più di 20
Totale
Si
50,0%
32,5%
25,0%
34,8%
No
50,0%
100,0%
67,5%
100,0%
75,0%
100,0%
65,2%
100,0%
Tali rapporti sono per lo più orientate verso le ambasciate ed i consolati (47,3%),
ovvero verso quegli enti la cui collaborazione è fondamentale nella risoluzione
delle problematiche amministrative legate alla regolarizzazione dello status del
migrante. E’ però interessante notare che c’è anche una parte di associazioni
pari al 14,5% che intrattiene rapporti con istituti culturali dei paesi di origine.
Enti di altri paesi con cui le associazioni intrattengono rapporti
Ambasciate/consolati/uffici di rappresentanza
Governi nazionali
Governi/amministrazioni locali
Istituti culturali
Camere di commercio
Municipalità
Altro
Totale
Risposte
N
26
5
5
8
1
4
6
55
%
47,3%
9,1%
9,1%
14,5%
1,8%
7,3%
10,9%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
F) L’ORGANIZZAZIONE E L’INTERAZIONE CON LA SOCIETA’ DI ACCOGLIENZA
L’analisi del versante percettivo ruota attorno a due elementi: da un lato i rapporti con il territorio (qualità, difficoltà e possibilità di superamento), dall’altro
lato la partecipazione all’associazionismo (difficoltà e opportunità che questa può
offrire in termini di integrazione).
82
1) I rapporti con il territorio
Interazione e collaborazione, ovvero grande apertura ed interesse nei confronti delle attività e delle iniziative che le associazioni realizzano: un territorio, dunque, curioso ma anche consapevole dell’importanza assunta dall’associazionismo nella gestione delle problematiche migratorie locali.
Rapporto con il territorio
Problematico
Collaborativo
C’è un grande interesse per le nostre iniziative
C’è disinteresse per le nostre iniziative
Altro
Totale
Risposte
N
8
60
37
3
6
114
%
7,0%
52,6%
32,5%
2,6%
5,3%
100,0%
n.b.: possibili più risposte
In particolare al Sud tali livelli di collaborazione raggiungono dei valori percentuali superiori a quelli fatti registrare in altre aree del paese, a probabile conferma dell’integrazione delle associazioni nel tessuto sociale di riferimento e del
ruolo di supporto alle istituzioni che queste talvolta si trovano a svolgere. Analoghe considerazioni possono essere fatte anche nel caso delle associazioni più
giovani, per le quali l’interesse e la collaborazione nei confronti delle loro attività fa registrare valori percentuali rispettivamente superiori di circa dieci e quindici punti rispetto alle associazioni più anziane.
Natura del rapporto tra associazioni e territorio suddiviso per area geografica
Natura del rapporto con il territorio
Area geografica
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole Totale
Problematico
2 (5,3%)
1 (6,7%) 4 (16,7%) 1 (7,1%)
8
Collaborativo
23 (60,5%) 10 (66,7%)15 (62,5%) 12 (85,7%)
60
Di interesse per le iniziative
17 (44,7%) 5 (33,3%) 8 (33,3%) 7 (50%)
37
Di disinteresse per le iniziative
2 (5,3%)
0
1 (4,2%)
0
3
Altro
3 (7,9%) 2 (13,3%) 1 (4,2%)
0
6
Totale
38
15
24
14
91
Natura del rapporto tra associazioni e territorio suddiviso per anni di attività delle associazioni
Natura del rapporto con il territorio
Anni di attività
Fino a 10
Da 11 a 20
Più di 20
Totale
anni
anni
anni
Problematico
1 (4,3%)
4 (10%)
3 (11,5%)
8
Collaborativo
17 (73,9%)
26 (65%)
16 (61,5%)
59
Di interesse per le iniziative
12 (52,2%)
15 (37,5%)
10 (38,5%)
37
Di disinteresse per le iniziative
0
0
2 (7,7%)
2
Altro
2 (8,7%)
3 (7,5%)
1 (3,8%)
6
Totale
23
40
26
89
Ma quali sono le considerazioni sui possibili fattori di criticità che un’associazio-
83
ne di immigrati incontra nell’interazione con il territorio8? Due sono principalmente gli elementi che sono stati sottoposti all’attenzione degli intervistati, i
primi legati all’attitudine del territorio e delle istituzioni, i secondi alle caratteristiche delle associazioni.
Per quanto riguarda i primi è soprattutto la scarsa conoscenza delle finalità dell’organizzazione ed il loro mancato coinvolgimento da parte delle istituzioni ad
essere particolarmente evidenziato. Ma non viene trascurata la variabile legata alla possibile presenza di atteggiamenti discriminatori. Se, dunque, come abbiamo visto in precedenza, il rapporto con il territorio viene dalle associazioni
intervistate indicato come sostanzialmente positivo, quando le associazioni sono gestite in prima persona da immigrati sembra allora che subentri una certa
diffidenza che può prendere la forma di un’esclusione o di un ruolo marginale
nella partecipazione alla vita comunitaria.
Valore
Scarsa conoscenza delle finalità
delle organizzazioni
Mancato coinvolgimento da parte
delle Istituzioni Locali
Attitudine discriminatoria
Frequenza
%
72
76,6
63
54
67
57,4
Per quanto riguarda il secondo livello di criticità, le difficoltà di interazione con
il territorio, quando si parla di associazioni immigrate, vengono ritenute ascrivibili essenzialmente a fattori culturali e linguistici. Sarebbero pertanto i differenti stili di vita e una comunicazione imperfetta a rappresentare delle minacce alla coabitazione dell’associazione con il territorio. Le differenze religiose, al
contrario, sono ritenute scarsamente indicative rispetto alle possibili difficoltà
che le associazioni immigrate possono incontrare nell’interazione con il territorio, forse perché il versante spirituale di un individuo, di qualunque credo questi sia, si pensa possa coltivare valori universali di solidarietà e umanesimo, quei
valori cioè che un’associazione, sia essa di immigrati o italiana, si sforza di perseguire nei suoi interventi a supporto di migranti o alla ricerca di vie per facilitare l’interazione e quindi l’integrazione.
Differenze culturali
Differenze linguistiche
Differenze religiose
Frequenza
60
55
25
%
63,8
58,5
26,6
Come facilitare allora l’incontro con il territorio? Certamente è fondamentale,
anche ai fini di una migliore gestione delle problematiche migratorie a livello
locale, che le associazioni immigrate vengano maggiormente coinvolte a livello istituzionale nella programmazione e definizione degli interventi (relazioni con
8 Le tabelle che seguono alla voce frequenza riportano un valore che corrisponde alle preferenze date a “molto” ed “abbastanza”, la cui percentuale è calcolata in rapporto al totale dei 94 intervistati
84
enti locali, tavoli istituzionali, attività istituzionali, lavoro di rete). Il riconoscimento del ruolo e dell’operato dell’associazionismo immigrato attraverso la partecipazione alla gestione dell’immigrazione rappresenta così quella necessaria
legittimità istituzionale che conferisce visibilità sociale e dunque accesso ad una
migliore interazione con il territorio.
Maggiori relazioni con Enti Locali
Partecipazione a tavoli istituzionali
Coinvolgimento nelle attività istituzionali
Creazione di una rete con i soggetti coinvolti
nella gestione dell’immigrazione
Frequenza
86
83
83
%
91,5
88,3
88,3
88
93,6
Tuttavia, è altrettanto fondamentale che ci sia anche un riconoscimento dal basso, come dire una legittimità conquistata sul campo, attraverso la praticabilità
di spazi sociali ed una rappresentazione della propria specificità costruita da sé
stessi e non rappresentata da altri. Solo così si possono abbattere barriere, diffidenze ed incomprensioni ed a tal fine sono di estrema importanza tutti quei
momenti socializzazione e di scambio con il territorio che possono incrementare i rapporti con la società civile.
Attività culturali comuni
Movimenti di socializzazione
Iniziative sportive
Coinvolgimento dei cittadini
nelle attività dell’associazione
Frequenza
87
83
68
78
%
92,6
88,3
72,3
83
2) La partecipazione all’associazionismo immigrato
Rimasta costante (39,4%) o aumentata (52,1%): questa è la percezione sulla
partecipazione degli immigrati alle associazioni di loro connazionali o di altri immigrati, dato che certamente si fonda sulla reale crescita e sviluppo dell’associazionismo immigrato negli ultimi anni.
Partecipazione all’associazionismo
da parte degli immigrati
Diminuita
Rimasta costante
Aumentata
Totale
Frequenza
%
8
37
49
94
8,5
39,4
52,1
100,0
E’ nel Sud e nelle isole che tale dato supera di gran lunga quello delle altre aree
territoriali, raggiungendo il 78,6%, probabile indicatore di una corrispondenza
percepita, anche perché probabilmente visibile, tra processi di radicamento dell’immigrazione in quest’area geografica, partecipazione all’associazionismo ed
85
aumento del numero delle associazioni immigrate, le quali, soprattutto in aree
come quelle meridionali caratterizzate da cronici ritardi e carenze, si trovano a
svolgere una funzione di supporto per i nuovi arrivati ma anche di area di compensazione nella formulazione di nuovi processi identitari.
Area geografica
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
Ritiene che negli ultimi cinque anni la
partecipazione alle associazioni di immigrati sia
Rimasta
Diminuita
Aumentata
costante
5,0%
40,0%
55,0%
6,7%
40,0%
53,3%
16,0%
52,0%
32,0%
7,1%
14,3%
78,6%
8,5%
39,4%
52,1%
Totale
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
100,0%
Ma cosa può rendere difficile la partecipazione di cittadini stranieri all’associazionismo immigrato? Soprattutto difficoltà legate al proprio stile di vita, essendo troppo spesso gli stranieri vittime dei tempi di lavoro o degli obblighi famigliari, che inducono a stare al margine dei processi comunicativi, tanto che anche le finalità dell’associazionismo sono scarsamente conosciute: tale limite conoscitivo si trasforma così in un ostacolo alla partecipare alla vita associativa.
Ma c’è anche chi crede che gli immigrati nutrano scarsa fiducia nelle opportunità di tale pratica associativa e c’è chi pensa che il disinteresse sia legato alla
mancata redditività di questa attività, lettura forse eccessivamente indotta da
una visione dell’immigrato come esclusivo homo oeconomicus, per nulla interessato ad altri aspetti della vita sociale che non siano quelli determinati dal
conseguimento di lavoro e denaro.
Scarsa fiducia verso le opportunità
offerte dall’associazionismo
Disinteresse verso le attività non retribuite
Difficoltà nel conciliare tempi di lavoro
e tempi liberi
Irregolarità status giuridico
Scarsa conoscenza delle finalità
dell’associazione
Ostacoli di natura logistica
Frequenza
%
51
52
54,3
55,3
80
55
85,1
58,5
57
41
60,6
43,6
E allora cosa spinge quegli immigrati che praticano l’associazionismo a percorrere questa via? E’soprattutto l’opportunità di integrarsi socialmente, ovvero lavorare ed attivarsi con gli altri e per gli altri, partecipare insomma alla risoluzione dei bisogni degli immigrati e per questa via facilitare anche la reciproca
comprensione tra diversità e paese ospite.
Ma è anche condivisa l’idea che ci sia un interesse per le specifiche attività dell’associazione e, in particolare, per il fatto che tale attività permetta di sviluppare anche un senso di appartenenza culturale e nazionale, quasi restituendo all’immigra-
86
to una dignità che altrove rischia di essere misconosciuta. Di qui, poi, poi la possibilità di poter diffondere anche una migliore immagine dell’immigrazione.
Si sentono utili agli altri
Opportunità di integrazione sociale
Interesse per specifiche attività svolte
dall’associazione
Senso di appartenenza culturale e nazionale
Diffusione di una migliore immagine
sull’immigrazione
Frequenza
49
82
%
52,1
87,2
78
78
83
83
72
76,6
Riassumendo…
Sebbene i numeri a disposizione non siano elevati (94), anche nel caso delle
associazioni iscritte al registro di cui all’articolo 42, comma 2, D.lgs 286/98 è possibile individuare alcune linee di tendenza in virtù delle quali poter tracciare una schematica configurazione del fenomeno.
1) Sono 94 le associazioni censite, ubicate soprattutto al Nord, nella maggior
parte dei casi in attività da più di dieci anni, abbastanza radicate sul territorio, svolgono un’attività, incrementata negli ultimi anni, con cadenza regolare, in particolare nei settori culturali, educativo-formativo e linguistico.
2) Tra i propri associati è diffusa la partecipazione dei cittadini immigrati, in
prevalenza donne, di prima generazione, di un’età compresa tra i 25 ed i 50
anni, con un livello di istruzione medio-alto, con una partecipazione ai settori
direttivi e di responsabilità dell’associazione ancora limitato.
3) L’area geografica e gli anni di anzianità dell’associazione hanno un peso fondamentale nella configurazione delle caratteristiche del campione.
E’ al Sud che si trovano le associazioni con gli associati più giovani, con la componente immigrata più istruita, con una maggiore attitudine a proiettare il proprio intervento anche in altri contesti regionali, a realizzare attività in ambito
culturale, ad avere rapporti con i paesi d’origine dei migranti, a lavorare con
le istituzioni, a sviluppare rapporti significativi con altre realtà associative della società italiana ed a lavorare in rete ed in forma collaborativa con il territorio.
E’ nelle associazioni che hanno iniziato la propria attività da meno di dieci anni che ci sono gli associati più giovani, gli immigrati che occupano con più facilità cariche direttive e con un livello di istruzione più alto, una maggiore diversificazione dei settori di intervento (culturale, educativo-formativo, linguistico), più orientati a favorire processi di socializzazione ed a costruire momenti di intercultura che non a risolvere esclusivamente i prioritari bisogni legati all’accoglienza ed all’inserimento.
87
4) Nei rapporti con le istituzioni o nelle varie forme di coordinamento a cui partecipano, il ruolo delle associazioni è soprattutto relegato all’esecuzione di progetti o alla funzione consulenziale. Ridotto è invece l’apporto loro richiesto in
fase di programmazione degli interventi o di definizione delle politiche. Tale
tendenza è in parte attenuata nel Sud e nelle isole dove, rispetto ad altri contesti, il coinvolgimento delle associazioni nella fase decisionale è più elevato
che nel resto del paese.
5) Gli intervistati ritengono che le associazioni di immigrati incontrano una serie di difficoltà ad interagire con il territorio, sia per chiusure istituzionali, sia
per la presenza di attitudini discriminatorie, sia per idiosincrasie culturali. La
partecipazione alla vita ed alle attività delle associazioni immigrate è comunque percepita in crescita, anche perché si ritiene che essa svolge per gli immigrati un’importante funzione di integrazione sociale nonché, al contempo,
di rafforzamento dell’identità e dello spirito d’appartenenza.
1.5. L’ANALISI COMUNE DEL CAMPIONE
Il totale delle organizzazioni di volontariato regolamentate ai sensi della Legge
266/91 e delle associazioni iscritte al registro di cui alla Legge 286/98 considerate dalla nostra ricerca ammonta a 185, situate soprattutto nel Nord (61,6%).
Area geografica
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
Frequenza
69
45
44
27
185
%
37,3
24,3
23,8
14,6
100,0
% cumulativa
37,3
61,6
85,4
100,0
Sostanzialmente bilanciato al Sud, il rapporto tra le due tende a mutare al centro ed al Nord-ovest, dove prevalgono le associazioni, ed al Nord-est, dove prevalgono le ODV.
Area geografica
Nord ovest
Nord est
Centro
Sud e isole
Totale
Tipologia
ODV 266/91
Ass 286/98
31,9%
42,6%
33,0%
16,0%
20,9%
26,6%
14,3%
14,9%
100,0%
100,0%
Totale
37,3%
24,3%
23,8%
14,6%
100,0%
la maggior parte delle associazioni che hanno risposto si trovano in Piemonte,
Liguria, Val d’Aosta, Lombardia e Lazio; la maggior parte delle ODV, oltre Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, si trovano in Emilia-Romagna e in Veneto.
88
Regioni
Piemonte +Liguria + Valle d’Aosta
Lombardia
Emilia Romagna
Veneto
Trentino + Friuli
Toscana
Marche+Abruzzo+Umbria
Lazio
Campania +Puglia+Molise
Calabria
Sicilia + Sardegna
Totale
Tipologia
ODV 266/91
Ass 286/98
25,3%
20,2%
6,6%
24,5%
12,1%
5,3%
15,4%
5,3%
5,5%
4,3%
6,6%
4,3%
6,6%
2,1%
7,7%
19,1%
3,3%
5,3%
4,4%
4,3%
6,6%
5,3%
100,0%
100,0%
Totale
22,7%
15,7%
8,6%
10,3%
4,9%
5,4%
4,3%
13,5%
4,3%
4,3%
5,9%
100,0%
Per quanto riguarda gli anni di anzianità, le ODV oggetto d indagine sono in attività da meno anni rispetto alle associazioni: il 66% delle prime è in attività da
meno di quindici anni, con una concentrazione del 40% nella fascia al di sotto
dei dieci anni; il 56,5% delle seconde è invece attivo da più di quindici anni.
Anni da inizio attività
Fino a 5 anni
Da 6 a 10
Da 11 a 15
Da 15 a 20
Più di 20
Totale
Tipologia
ODV 266/91
Ass 286/98
22,0%
1,1%
18,7%
25,0%
25,3%
17,4%
8,8%
26,1%
25,3%
30,4%
100,0%
100,0%
Totale
11,5%
21,9%
21,3%
17,5%
27,9%
100,0%
Pochissimi sono gli immigrati che ricoprono cariche direttive (16,8% su un totale di 97 risposte),
Cariche direttive ricoperte da immigrati
Si
No
Totale
non indicato
non rilevato
Totale
Totale
Frequenza
31
66
97
2
86
88
185
%
16,8
35,7
52,4
1,1
46,5
47,6
100,0
% cumulativa
32,0
100,0
e questa assenza da ruoli di responsabilità da parte degli immigrati è presente in maggior misura tra le ODV.
89
Al momento attuale, qualche volontario
straniero ricopre cariche direttive o
Si
di coordinamento all’interno
della vostra organizzazione?
No
Totale
ODV 266/91
Ass 286/98
18,2%
36,0%
32,0%
81,8%
100,0%
64,0%
100,0%
68,0%
100,0%
E sono proprio le ODV del Nord-ovest, sebbene siano la parte più numerosa del
campione di ODV, a mostrare l’assenza della componente immigrata nelle cariche direttive.
Tipologia realtà
associativa
ODV 266/91
Ass. 286/98
Cariche direttive
Area geografica
ricoperte da
volontari stranieri Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole
Sì
0
33,3%
25%
20%
No
100%
66,7%
75%
80%
Totale
100%
100%
100%
100%
Sì
43,8%
21,4%
36,8%
30%
No
56,3%
78,6%
63,2%
70%
Totale
100%
100%
100%
100%
Totale
18,2%
81,8%
100%
36%
64%
100%
Le preferenze del campione si bilanciano rispetto alla percezione se la presenza immigrata sia rimasta costante o sia aumentata. Sono soprattutto le associazioni 286/98 a ritenere che questa sia aumentata, e tale impressione è certamente dovuta al crescente numero di immigrati impegnati nel mondo dell’associazionismo, sia come parte di associazioni etniche, sia come parte di associazioni miste.
Partecipazione immigrata
negli ultimi cinque anni
Diminuita
Rimasta costante
Aumentata
Totale
Tipologia
ODV 266/91
Ass 286/98
7,7%
8,5%
49,5%
39,4%
42,9%
52,1%
100,0%
100,0%
Totale
8,1%
44,3%
47,6%
100,0%
Anche sul versante della percezione (difficoltà alla partecipazione e utilità della partecipazione) è possibile osservare qualche differenza tra ODV ed associazioni. Ma
prima un breve cenno metodologico. Sono state considerate quelle domande formulate nel medesimo modo che sul versante percettivo erano volte ad analizzare
lo stesso item. Sono poi state considerate, ed accorpate, le preferenze date a molto ed abbastanza, delle quali è stato calcolato il totale. Successivamente il dato è
stato scorporato tra ODV ed associazioni al fine di verificare eventuali discordanze di parere tra le due, cogliendo le differenze statisticamente significative.
Per quanto riguarda le difficoltà che hanno gli immigrati di partecipare alla vita associativa, agli ostacoli linguistici ed a quelli culturali viene attribuito un valore superiore al 50%. Ma mentre rispetto ai primi c’è un sostanziale bilancia-
90
mento tra i due campioni, per quanto riguarda i secondi emerge una differenza statisticamente significativa, che assume, per le associazioni 286/98, un valore superiore undici punti percentuali rispetto alla media dell’intero campione
e di ben 24 punti percentuali rispetto alle ODV.
Al contrario, sebbene, poi, gli ostacoli di natura religiosa facciano registrare un
valore medio decisamente inferiore al 50% - 33% - lo scarto tra ODV e associazioni è di tredici punti – 39,6% contro 26,6%.
Rispetto alla partecipazione all’associazionismo come strumento di opportunità
sociale, c’è un generale consenso sulle possibilità che questo possa offrire agli
immigrati in tal senso: è generale infatti l’uniformità nei consensi tra i due campioni a proposito del vantaggio che la partecipazione può offrire come fattore
di utilità sociale e integrazione sociale. Emergono invece differenze statisticamente significative rispetto all’interesse che la partecipazione alle attività suscita negli immigrati ed al ruolo che essa può svolgere per diffondere una migliore immagine dell’immigrazione. In entrambi i casi sono le associazioni 286/98
ad esprimere differenze statisticamente significative, nel primo caso di tredici
punti percentuale in più rispetto alle ODV e di circa sei rispetto al dato complessivo; nel secondo caso di ben diciotto punti in più rispetto alle ODV e di undici rispetto al dato complessivo.
E’ presumibile pensare che gli immigrati dimostrino maggiore interesse per attività di associazioni iscritte al registro previsto dalla Legge 286/98, ovvero di
associazioni che rivolgono il proprio intervento a specifico favore di immigrati
con l’obiettivo di facilitare i percorsi di inserimento nel contesto ospite. Ed indirettamente promuovere una migliore immagine dell’immigrazione.
Sulle difficoltà di partecipazione, sono le ODV a considerare più delle associazioni la religione come un fattore ostativo all’ingresso degli immigrati nell’associazionismo, forse perché portati ad identificare eccessivamente i valori del volontariato con quelli religiosi della società d’accoglienza ed a ritenere perciò troppo differenti i principi che le distinte religioni promuovono.
Items - %
Molto-Abbastanza
Difficoltà di partecipazione
all’associazionismo
Lingua
Ostacoli di natura culturale
Ostacoli di natura religiosa
Utilità della partecipazione
Fattore di utilità sociale
Opportunità di integrazione
sociale
Interesse per le attività
che vengono svolte
Diffusione di una migliore
immagine dell’immigrazione
Differenza
statisticamente
significativa
Totale
ODV 266/91
Ass 286/98
56,2%
51,9%
33,0%
53,8%
39,6%
39,6%
58,5%
63,8%
26,6%
52,4%
52,7%
52,1%
83,2%
79,1%
87,2%
76,8%
70,3%
83,0%
*
67,6%
58,2%
76,6%
*
*
*
* statisticamente significativa differenza tra ODV e ass.
91
Riassumendo…
1) Il campione nella sua interezza è fortemente rappresentativo dell’area geografica settentrionale;
2) le ODV censite sono generalmente in attività da meno anni rispetto alle associazioni;
3) gli immigrati, quando presenti, ricoprono in misura residua cariche direttive o nient’affatto, come nelle ODV del Nord-ovest; è comunque all’interno delle associazioni 286/98 che si registra una maggiore presenza degli immigrati
nei settori direttivi.
4) la presenza degli immigrati nel mondo dell’associazionismo è ritenuta essere per lo più in aumento; su tale dato influisce più il giudizio espresso dalle associazioni che quello delle ODV, per le quali gli immigrati sono invece in
prevalenza rimasti numericamente costanti;
5) la partecipazione all’associazionismo viene comunque globalmente ritenuta elemento utile per favorire i percorsi di inserimento nel contesto ospite. Tuttavia, viene percepita una difficoltà nell’accesso dovuta, per le associazioni,
ad ostacoli di natura culturale, per le ODV, ad ostacoli di natura religiosa. Inoltre, le associazioni più delle ODV ritengono che gli immigrati sono spinti a percorrere la via dell’associazionismo soprattutto perché nutrono un reale interesse per le attività svolte e per diffondere una migliore immagine dell’immigrazione.
1.6. IN CONCLUSIONE
Per lo più adulti di età compresa tra i 25 ed i 50 anni, la cui presenza è ritenuta in aumento e sulla cui consistenza esercita un certo peso la componente femminile, con alti livelli educativi, impegnati ed identificati con gli scopi delle associazioni, motivati: questo lo schematico profilo dell’immigrato coinvolto nell’associazionismo intercettato dalla nostra ricerca.
Eppure, nonostante l’ampia e diffusa percezione tra gli addetti ai lavori dell’utilità sociale dell’associazionismo come strumento di promozione dei percorsi di
inserimento, gli immigrati fanno ancora fatica, sebbene il fenomeno migratorio
nel nostra paese si sia consolidato ed ampie fasce di popolazione straniera si
siano ormai radicate, a trovare nell’associazionismo uno spazio di socializzazione che sia in grado di veicolare appieno i loro bisogni, di dare loro adeguate
rappresentatività e rappresentazione e soprattutto in grado di riconoscere le loro competenze. Nonostante gli alti livelli educativi, gli immigrati presenti nelle
ODV e nelle associazioni iscritte al Registro coinvolti nella nostra indagine si trovano infatti ad essere soprattutto impiegati nella esecuzione delle attività, a ve-
92
dere ridotto il loro accesso alle cariche direttive, e ad essere esclusi dalla programmazione degli interventi.
In questo senso, al di là del valore intrinseco, del ruolo che ricopre e delle proiezioni in termini di integrazione sociale che può offrire alla componente straniera, l’adesione all’associazionismo sembra essere un percorso ancora da configurare, in particolare nella sua dimensione volontaristica (ovviamente si fa qui
riferimento all’associazionismo italiano, di associazioni cioè nelle quali gli immigrati non sono la componente prioritaria né esclusiva, di associazioni quindi di
cui si fa parte, come volontari o personale retribuito, insieme ai cittadini autoctoni). Del resto, il fatto che la presenza immigrata sembri essere ristretta prevalentemente alle associazioni iscritte al Registro, potrebbe indicare un indicatore di un livello di partecipazione sociale ancora in larga parte orientato dalla
risoluzione di bisogni primari e, in alcuni casi, dalla presenza di una possibile
empatia culturale e sociale tra i nuovi venuti e la società ospite, piuttosto che
dalla percezione di un’appartenenza condivisa e stimolante alla partecipazione
su temi di comune interesse. L’essere relegato ancora troppo al margine della
partecipazione alla vita comunitaria determina forse la mancanza di quell’individuazione di interessi condivisi che permettono collaborazioni stabili e forme
di rappresentanza comune, quali un’associazione può offrire.
Laddove il fenomeno dimostra invece una maggiore vivacità, e forse una maggiore tendenza a quell’utilità sociale in termini di integrazione di cui l’associazionismo dovrebbe essere espressione, è proprio in quei contesti dove l’immigrazione da poco è divenuta un fenomeno strutturale, come nel Mezzogiorno,
ed in corrispondenza di associazioni giovani, ossia di più recente fondazione, il
cui entusiasmo e la cui vitalità coinvolgono l’intero tessuto sociale del territorio di riferimento e possono divenire per gli immigrati strumento di partecipazione condivisa, di accesso comunitario, di riconoscimento sociale.
Tuttavia, tali elementi di originalità vanno letti ed interpretati, e non solo alla
luce del fatto che l’indagine in oggetto ha intercettato una parte circoscritta del
fenomeno, in una prospettiva futura, intesi cioè più come potenzialità che non
come definita configurazione attuale. Sebbene infatti la consistenza ed il radicamento del fenomeno migratorio stiano lentamente contribuendo alla trasformazione dei criteri di cittadinanza e di partecipazione sociale, la funzione dell’associazionismo sembra ancora essere eccessivamente determinata da un
“prendere parte a” piuttosto che da un “essere parte di”.
Se ciò è vero per l’associazionismo immigrato comunemente inteso (quello che nel
presente testo è stato definito come associazionismo 286/98) è ancora più vero per
il volontariato. Alla luce di quanto raccolto nel corso della ricerca, questo non sembra infatti ancora rappresentare quel naturale esito delle forme associative verso una
solidarietà estesa alla comunità ed al territorio di residenza. In questo che può essere definito come un cammino da ultimare verso una più competa integrazione, il
volontariato infatti non è in grado ancora di combinare appieno la dimensione personale e soggettiva – l’appartenenza percepita - con la dimensione collettiva – l’appartenenza riconosciuta dagli altri membri della comunità – sulla base delle quali l’immigrato come soggetto partecipe di una comunità concorre, anche attraverso il riconoscimento delle proprie competenze e del proprio ruolo, all’individuazione ed al
soddisfacimento dei bisogni del territorio di cui è parte.
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2. I risultati dei focus group e delle interviste in profondità
Al termine della fase preliminare condotta attraverso l’analisi desk, sono stati
realizzati quattro focus-group a livello territoriale, ovvero per le seguenti macroaree principali: Nord-ovest, Nord-est, Centro e Mezzogiorno.
L’obiettivo è stato quello di riflettere su quanto e come la partecipazione degli
immigrati (in qualità di attori e non solo di beneficiari dei servizi offerti dal terzo settore) abbia influenzato l’evoluzione del concetto di integrazione e favorito lo sviluppo di politiche e interventi volti ad una maggiore integrazione degli
immigrati stessi nella società italiana, oltre a verificare quanto l’associazionismo immigrato sia effettivamente veicolo per la loro integrazione sociale.
Le città sedi di svolgimento degli incontri sono state individuate tenendo conto sia della presenza fattiva delle associazioni in queste stesse quattro macroaree, sia delle specificità territoriali in termini di maturazione dei processi di integrazione degli immigrati.
Come risaputo, le Regioni italiane che vantano una maggiore presenza di associazioni di cittadini immigrati sono la Lombardia, l’Emilia Romagna, la Toscana, il Lazio, il Piemonte e il Veneto, laddove nel Sud e nelle isole, salvo rare eccezioni, l’associazionismo straniero risulta meno radicato. La scelta delle sedi
dei focus group è quindi ricaduta sulle seguenti Regioni e città: Lombardia (Milano), Emilia Romagna (Bologna), Lazio (Roma), Calabria (Catanzaro), al fine
di poter svolgere un’indagine maggiormente rappresentativa del fenomeno a livello nazionale.
A partecipare a tali incontri sono state invitate figure provenienti dalle diverse
realtà pubbliche e private attivamente impegnate in iniziative e progetti in tema di integrazione di immigrati, che avessero una conoscenza approfondita delle dinamiche territoriali e degli esiti degli interventi messi in campo in tale settore. Complessivamente i focus group hanno coinvolto 53 partecipanti, tra cui
esperti di immigrazione, rappresentanti di istituzioni, associazioni e organizzazioni di volontariato, di enti in house e strumentali e altre strutture che operano a favore di immigrati e rifugiati.
In parallelo alla realizzazione dei focus group è stata effettuata un’indagine tramite intervista a dodici associazioni di immigrati presenti su tutto il territorio
nazionale (rappresentative di altrettanti casi di eccellenza), non iscritte alla prima sezione del Registro del Ministero del Lavoro di cui all’art. 42 del D.Lgs.
286/98 cui fa riferimento il presente studio, al fine di ampliare ulteriormente il
campione di indagine. Al registro sono infatti iscritte associazioni che svolgono
attività a favore dell’integrazione sociale degli stranieri, ma, per la maggior parte, esse sono costituite principalmente da cittadini italiani. Al fine di ottenere
un riscontro diretto da parte dei cittadini immigrati, si è quindi provveduto a
rintracciare tra i casi di eccellenza quelle organizzazioni composte per la maggior parte da cittadini immigrati, che potessero raccontare le proprie esperienze di accoglienza e di crescita nel nostro paese.
L’obiettivo delle interviste è stato quello di approfondire dodici casi di eccellenza per ricostruire i fattori di contesto e strutturali che hanno consentito la partecipazione dei cittadini immigrati alla vita associativa e per elaborare una prima valutazione circa il contributo all’integrazione che l’associazionismo ha dato.
Le associazioni sono state individuate facendo riferimento ai seguenti criteri:
94
anzianità e stabilità dell’associazione, radicamento sul territorio, in termini di
visibilità e riconoscimento sia da parte delle istituzioni che da parte dei cittadini stranieri e non, grado di capacità operativa, numero progettualità attivate,
grado di efficacia ed efficienza degli interventi attivati.
La suddivisione territoriale delle interviste è la seguente:
Macroarea
Centro - Nord
Centro- Sud
Regione
Lombardia
Veneto
Emilia Romagna
Marche
Molise
Campania
Sicilia
N. interviste
2
1
2
1
1
3
2
Si tratta per lo più di associazioni miste, con una prevalenza di stranieri all’interno della compagine societaria, le cui finalità spaziano dall’assistenza ai bisogni primari relativi alla prima accoglienza, all’organizzazione di iniziative in campo sociale e culturale, alla sperimentazione di percorsi di inserimento nella società ospite, fino ad arrivare alla realizzazione di iniziative mirate rivolte a target particolari quali i rifugiati o le donne.
I RISULTATI
Da rilevare che i risultati e le conclusioni che saranno presentati di seguito servono a completare il quadro conoscitivo ricavato dalla elaborazione dei questionari, ma proprio perché fanno riferimento ad una realtà in continua evoluzione, non possono considerarsi esaustivi del complesso mondo dell’associazionismo immigrato, delle forme, dei contenuti e delle problematiche ad esso legati.
Al di là di alcune differenze territoriali più o meno evidenti, rilevate ad esempio, confrontando i risulati dei focus group di Bologna o Milano da una parte,
dove sono presenti livelli di integrazione degli immigrati molto alti, testimoniati anche da una diffusa presenza di seconde generazioni e di Catanzaro dall’altra, dove la gran parte di cittadini stranieri vive una condizione di marginalità
e, terminata la loro funzione sociale (il lavoro), tendono ad integrarsi in misura molto lieve negli altri luoghi della convivenza civile – è possibile ricavare dall’indagine qualitativa condotta sulle associazioni di immigrati alcuni elementi comuni.
Come viene quindi identificato il mondo dell’associazionismo immigrato? Quali
i punti di forza e di debolezza? Quale il contributo delle associazioni alle politiche di integrazione e inclusione?
I punti di forza
Il numero di associazioni di immigrati presenti in Italia sta a dimostrare la forte voglia di partecipazione che esse esprimono autocostituendosi in enti associativi. Una delle principali caratteristiche dell’associazionismo immigrato è infatti quella di essere un mondo molto ricco ed eterogeneo. Una ricchezza ed
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una eterogeneità anche in termini di forme giuridiche adottate, di composizione societaria, di settore di attività o di tipologia di utenza prevalente.
Vi sono associazioni espressioni di una sola nazionalità o area di provenienza,
quelle di genere, quelle generazionali, quelle più squisitamente politiche, quelle con un profilo culturale, altre dichiaratamente sportive, altre ancora professionali, oppure quelle che nascono sulla base di una identità religiosa. Proprio
per questo, secondo alcuni, non è possibile parlare di “un associazionismo degli immigrati”.
I punti di debolezza
Una ricchezza ed una eterogeneità certamente positive ma che, talvolta, si traducono in dispersione e, quindi, in mancanza di visibilità o addirittura in concorrenza tra le varie associazioni di immigrati e quelle italiane, laddove sarebbe invece auspicabile fare leva sugli interessi generali, degli immigrati tutti e
sulla condivisione comune dei valori che l’associazionismo può rappresentare.
Da qui la necessità, rilevata sia nel corso dei focus group che delle interviste,
di una maggiore collaborazione tra associazioni in termini di valorizzazione degli interventi in rete o, laddove non esistenti, di creazione di una vera e propria
rete di associazioni che persegua obiettivi comuni.
Ciò è ancora più vero se si pensa all’ampio numero di associazioni monoetniche che, proprio perché spesso non riescono ad uscire da una ristretta dimensione comunitaria, rischiano di generare settarismi e a diffondere quell’idea di
associazioni di immigrati quali luoghi personalistici, egocentrici ed autoreferenziali. La mancanza di risorse finanziarie e strumentali o di informazioni, la frequente disorganizzazione, la poca specializzazione delle risorse umane e, non
da ultimo, la mancanza di tempo da dedicare all’associazione, inciderebbero poi
sulla fragilità strutturale delle associazioni, sul loro essere estremamente instabili ed estemporanee. E nella pratica, questo si traduce anche nell’imposibilità
di attivare consapevoli strategie organizzative ed economico-gestionali proprie
di un’organizzazione. Frequentemente, significa anche l’impossibilità di accedere a finanziamenti pubblici.
Ed è stato anche rilevato, nel corso del focus group di Milano, che le associazioni, proprio perché non economicamente autosufficienti, sono spinte verso il
personalismo e verso l’erogazione di servizi quale unica fonte di sostentamento, perdendo, di conseguenza, la loro vocazione sociale, culturale e politica. Come conseguenza, le comunità di immigrati non si identificherebbero più nelle
associazioni cercherando altrove possibili percorsi di integrazione.
Cosa è emerso
L’associazionismo immigrato di oggi è certamente un mondo complesso per le
caratteristiche più o meno positive sopra citate, ma è anche un mondo complesso in termini di grandi potenzialità.
Si tratta infatti di un mondo caratterizzato da una grande voglia di fare e fattività, orientato non più solo alla progettualità ed al quotidiano. Le associazioni di oggi sono estremamente orientate al futuro, determinate e consapevoli
che solo un’associazione, meglio di chiunque altro, conosce i problemi degli immigrati, i loro bisogni e desideri e che sia indispensabile stabilire spazi di con-
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fronto con le istituzioni affinché il loro ruolo ed il loro peso in termini di contributo effettivo – e non più solo conoscitivo – alla elaborazione di politiche di integrazione e inclusione possa essere riconosciuto e concretizzato. A parere delle associazioni di stranieri, come anche rilevato nel corso del focus group di Roma, non è infatti più possibile pensare che solo singoli stranieri scelti da organismi ed enti italiani e collocati nelle istituzioni locali, sindacali e professionali
- pur non mettendo in discussione la loro qualità e competenza - possano conoscere e rappresentare le istanze dell’immigrazione. Tra l’altro, l’immigrato di
oggi punta a vivere stabilmente nel paese d’accoglienza, lavorando, instaurando rapporti sociali duraturi e spesso creando una famiglia.
A fronte, quindi, dell’incremento delle presenze degli immigrati e, soprattutto,
del consolidamento del fenomeno migratorio, le associazioni di immigrati hanno saputo interpretare tali trasformazioni evolvendosi attraverso l’adozione di
nuove modalità organizzative, nuove finalità e obiettivi da perseguire, nuovi linguaggi da diffondere.
Questo passaggio evolutivo è testimoniato prima di tutto dalla sempre maggiore diversificazione degli interventi delle associazioni, che non contemplano più
solo azioni di emergenza per i nuovi arrivati, ma che puntano a conferire alle
associazioni un ruolo da protagonista sul territorio coinvolgendo la comunità tutta. Ne è la prova la consapevolezza, rilevata anche nelle interviste ai casi di eccellenza, che è necessario mettere a sistema gli innumerevoli interventi positivi realizzati dalle associazioni uscendo dalla logica della progettualità ed auspicando un ruolo anche nelle fasi di programmazione. O ancora, il moltiplicarsi
delle associazioni miste, vero punto di forza dell’associazionismo che opera a
favore degli immigrati, consapevoli che proprio l’eterogeneità della compagine
sociale amplia le potenzialità dell’associazione in termini conoscitivi. Ne è la prova, inoltre, il moltiplicarsi delle reti territoriali e delle iniziative di comunicazione sul territorio, utilizzando anche strumenti multimediali per coinvolgere soprattutto le giovani generazioni. E, a tale proposito, molto significativa è la sempre maggiore presenza delle seconde generazioni all’interno delle associazioni
di immigrati e la consapevolezza, da parte delle associazioni del loro imprescindibile contributo. Si tratta di giovani che, consapevoli della funzione di supporto dell’associazionismo, credono che l’impegno in prima persona alla vita dell’associazione possa contribuire, anche in virtù del loro ruolo di ponte con la società ospite, a costruire un nuovo protagonismo degli immigrati. Ma anche giovani che vedono nell’associazionismo un luogo dove poter strutturare la loro identità di soggetti transculturali.
Da notare, inoltre, come la presenza degli immigrati all’interno delle associazioni abbia contribuito a modificare il concetto di integrazione ed il modo di fare integrazione. L’integrazione, vista dal lato delle associazioni, non si traduce
più, infatti, solo in un’offerta di servizi e risposte a bisogni immediati che, seppur meritevoli, rappresentano solo uno dei molteplici canali attraverso il quale
l’immigrato può conoscere la realtà del paese di accoglienza. Lo stesso termine integrazione viene sostituito nel linguaggio associativo, riflettendo maggiormente quell’approccio culturale all’integrazione che le associazioni di oggi tentano di veicolare. Nel corso del focus group di Milano, ad esempio, si è parlato
di convivenza, intesa come rispetto (e non più solo adattamento) reciproco e
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mescolanza delle culture sul territorio. Crescita, perché l’apertura all’interculturalità è arricchente, comporta una trasformazione identitaria, stimola a diventare più critici, meno assolutisti e amplia il proprio campo di tolleranza. E ancora, protagonismo come costruzione di una soggettività dell’immigrato e perché, da più parti, emerge la necessità di dare agli immigrati una propria voce
nei luoghi politici decisionali e questo non solo per parlare delle proprie condizioni socio-economiche, ma anche dei propri desideri e delle proprie aspettative. In questo senso, come rilevato nel corso del focus group di Roma, l’’associazionismo di oggi non può più essere interpretato come associazionismo “per”
gli stranieri, ma come associazionismo “degli” stranieri.
L’associazionismo di oggi diviene anche luogo per la costruzione della cittadinanza, del senso di responsabilità e di doveri. L’associazionismo può infatti aiutare sia nel senso di una rivendicazione dei propri diritti ma anche nel senso di
una educazione ai propri doveri. L’associazionismo di oggi si configura anche
come luogo per contribuire a ridefinire valori sulla base del rispetto dell’integrità di una persona.
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CAPITOLO 3. GLI INDICATORI DI PARTECIPAZIONE DEGLI IMMIGRATI
1. Partecipazione e attivazione solidaristica degli immigrati: alcune dimensioni analitiche del fenomeno
Come appare chiaro nelle riflessioni offerte dai documenti europei relativi alla
promozione della partecipazione degli immigrati nelle società d’accoglienza per
il segmento tematico che interessa nello specifico il presente progetto, una delle dimensioni d’attenzione riguarda l’attivazione civica e solidaristica degli immigrati nell’ambito delle organizzazioni della società civile (organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, associazioni di immigrati) che si
occupano di promuovere l’integrazione degli immigrati e di contribuire non solo alla fase realizzativa degli interventi ma anche alla loro fase di definizione e,
da ultimo, in parallelo al percorso di maturazione e radicamento di queste esperienze e delle formule organizzative, di prendere parte al decision making istituzionale (negli ambiti di concertazione pluriattoriale) contribuendo in diversa
forma all’elaborazione degli indirizzi e delle politiche di integrazione locale.
Questo spettro di opportunità si declina per ogni stato membro nel concreto dei
singoli contesti nazionali e locali intrecciandosi con le condizioni specifiche prodotte dalle legislazioni in vigore e dalle caratteristiche proprie dei sistemi di
welfare e dei criteri d’accesso alla sfera dei diritti civili, sociali e politici, nonché
alle modalità di gestione e agli attori coinvolti nella realizzare le politiche di integrazione.
E’ dunque guardando a questo insieme di fattori che è possibile contestualizzare le dinamiche di partecipazione degli immigrati nei diversi territori e indagare le dimensioni che più da vicino ne influenzano le traiettorie di attivazione
e ne definiscono il legame con il processo di integrazione.
La discrepanza tra società civile e sfera pubblica e ancora tra comunità di cittadini e insieme di persone residenti è spesso segno strutturale della difficoltà,
quando non dell’impossibilità, per una porzione progressivamente più consistente di società civile, di contribuire alle decisioni che li riguardano direttamente.
E’ in questo quadro di accesso parziale al godimento dei diritti che, da un lato,
trova la sua giustificazione ufficiale anche la mobilitazione, per quanto parziale e deficitaria, dei dispositivi pubblici di protezione verso queste quote di popolazione e dove, dall’altro, si inserisce, a limitazione degli effetti più degenerativi di questa dinamica, la mobilitazione volontaristica dei cittadini e il ruolo
che hanno assunto in questo specifico policy field le organizzazioni della società civile.
Se si guarda al contesto italiano dell’ultimo trentennio un ambito rilevante in
cui le iniziative solidaristiche sono intervenute a compensare i deficit dell’offerta pubblica delle politiche di welfare è stato proprio quello dell’inclusione sociale delle popolazioni immigrate.
La relazione strutturale che negli anni si è definita tra formule e obiettivi della
mobilitazione solidaristica e processi di inclusione della popolazione immigrata
nel nostro paese, da un lato, rende inscindibile la riflessione intorno all’integrazione dall’analisi delle caratteristiche, dei modelli e delle dinamiche che hanno
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interessato le iniziative solidaristiche (le matrici culturali di riferimento, gli obiettivi perseguiti, la codificazione dei bisogni, la composizione delle risposte, gli
immaginari sulla trasformazione sociale, il confronto con la sfera dei diritti, ecc.)
e dall’altro, dall’approfondimento delle forme di partecipazione attiva e dal ruolo interpretato dagli stessi immigrati, non solo nella loro posizione di “utenti” e
ricettori di prestazioni ma anche di attivatori di interventi e di protagonisti della mobilitazione solidaristica, con le trasformazioni che questo ha comportato
(sullo sfondo delle evoluzioni anche strutturali e di maturazione del fenomeno
migratorio) nella composizione delle culture della solidarietà, nelle modalità e
strategie di intervento, nella complicazione ed arricchimento della definizione
stessa dei concetti di inclusione e di integrazione, nell’espressione avanzata di
“pratiche di cittadinanza” e di responsabilità civile e, attraverso questo, nell’incremento o nel decremento del divario tra società e capacità politica di riconoscimento e accessibilità ai diritti.
Nello spazio lasciato scoperto e non presidiato dall’iniziativa pubblica si è dunque assistito ad una eterogenea e diffusa elaborazione di iniziative solidaristiche che nella regolazione micro-sociale dei diversi contesti territoriali ha di fatto concorso alla produzione e maturazione eterogenea di integrazione dal basso. Questo quadro complesso di esperienze di intervento insieme alla galassia
eterogenea di attori che le ha promosse, unito alla strutture di opportunità generate dai fabbisogni di manodopera della nostra economia, ha compensato in
larga misura la scarsa regolazione istituzionale degli ingressi e l’insufficienza
strutturale dei sistemi dell’accoglienza del contesto italiano.
Supplenza e/o affiancamento operativo dei servizi formali della rete pubblica
dei servizi, forme di pressione e lobbying sulle strutture istituzionali, creazione
di reti di coordinamento tra più attori e mobilitazione di risorse umane e materiali ad integrazione di quanto messo a disposizione dall’autorità pubblica, hanno prodotto negli anni non solo maggiori opportunità di inserimento per le popolazioni immigrate ma hanno anche sedimentato culture organizzative, arricchito e ampliato i panieri delle prestazioni accompagnando l’evoluzione della sfera dei bisogni parallela alla maturazione del profilo migratorio e all’avanzamento delle carriere di inclusione, modificato nella loro sfera di influenza le inadeguate rappresentazioni culturali sul fenomeno migratorio, contenuto gli effetti
maggiormente conflittuali e dirompenti per la coesione sociale delle comunità
locali, da ultimo, si sono occupati nelle diverse forme concesse o tollerate dell’assistenza alla componente irregolare dell’immigrazione.
La dimensione che nell’economia del presente progetto è centrale approfondire è quella del “coinvolgimento degli immigrati” sia sotto il profilo della partecipazione individuale sia nella forma dell’attivazione organizzativa servizi di supporto all’integrazione, in altri termini, da un lato, la partecipazione individuale
alle forme di mobilitazione solidaristica a favore dell’inclusione socio-economica delle popolazioni immigrate all’interno di organizzazioni di volontariato e altre agenzie di solidarietà, dall’altro, lo sviluppo auto-organizzato da parte degli stessi immigrati di gruppi e associazioni finalizzate al supporto dell’integrazione nel contesto italiano e in diverso grado inserite nella rete delle mobilitazioni solidaristiche e nel sistema interistituzionale e sussidiario attivo nei territori per lo sviluppo delle politiche per l’integrazione.
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In termini generali, sia che si guardi alla partecipazione individuale degli immigrati a forme di partecipazione volontaria sia che si osservino le dinamiche dell’associazionismo immigrato, la doppia dinamica di cui si devono valutare gli esiti riguarda contemporaneamente sia il prender parte, cioè agire per promuovere gli interessi e i bisogni di un attore; ma anche il far parte, cioè riconoscere
di appartenere a un sistema, identificarsi con gli interessi generali della comunità” così come auspicato anche dalle politiche europee. Tale duplice accezione
richiede che si analizzino a livello micro le diverse pratiche che definiscono i processi di attivazione solidaristica, il campo di relazioni dei partecipanti, lo spettro delle motivazioni e degli obiettivi che alimentano la mobilitazione, al fine di
decifrare il profilo di integrazione e di “cittadinanza attiva” che emerge dalle diverse dinamiche partecipative che coinvolgono i soggetti immigrati.
Dai risultati delle recenti analisi empiriche realizzate negli ultimi anni in Italia
sulla partecipazione degli immigrati alla società civile ed in particolare al tessuto associativo è possibile ricavare una paniere sintetico di funzioni che queste esperienze svolgono a livello individuale e di contesto, quali ad esempio:
– la capacitazione degli individui e apprendimento delle abilità tecniche, professionali e politiche spendibili sul mercato o all’interno delle istituzioni pubbliche;
– la funzione espressiva nella gratificazione dell’atto, dell’appartenenza a una
rete di persone simili o nell’intensità emozionale correlata alle pratiche o a
fatti pubblici
– la funzione di democratizzazione, nell’allargamento dei canali di partecipazione;
– la funzione culturale nella promozione di esperienze interculturali e di prossimità sociale in cui si trasferiscono anche significati valoriali e di codice d’appartenenza che costruiscono nuove opportunità di interazione e nuove competenze interculturali;
– la funzione di controllo sociale, come si è già sottolineato ad esempio in riferimento all’immigrazione irregolare, per l’attenzione al contenimento delle tensioni legate alle emergenze sociali.
L’analisi minuta e di approccio etnografico è stata in grado di ricostruire a livello qualitativo alcune delle caratteristiche dinamiche, di ordine organizzativo e
relazionale, che definiscono l’esperienza variegata dei percorsi partecipativi oggetto d’indagine, mettendo a fuoco anche le criticità, i punti di debolezza e ambiguità di alcune dinamiche che devono essere tenute in considerazione nella
loro complessità e multidimensionalità anche in riferimento alla possibilità di definire strumenti sintetici di monitoring come un paniere di indicatori.
Ci sono analisi che rilevano le asimmetrie di potere nella gestione della vita associativa tra volontari italiani e stranieri, le incidenze di composizione negli organi e i livelli di inclusione degli associati immigrati nei processi decisionali, gli
ambiti di impegno e di azione prevalente dei volontari immigrati, le diverse culture della solidarietà che si confrontano, gli approcci paternalistici, l’egocentrismo e il controllo personalistico di alcune organizzazioni.
L’ampio spettro delle motivazioni che gli immigrati riferiscono quale base della
loro attivazione solidaristica verso altri immigrati registra dinamiche legate al
bisogno di offrire un supporto a chi vive esperienze di disagio e malessere pro101
curate dalla condizione di migrante ma anche al beneficio simbolico e di ruolo
che se ne ricava nella relazione di aiuto, l’impegno nei confronti di altri immigrati come pratica rivendicativa di una sfera di diritti e tutele che appare inadeguata e che anche attraverso la mobilitazione solidaristica trova la sua opportunità d’espressione.
L’esperienza relazionale all’interno dell’associazione si può presentare come un
nucleo succedaneo e alternativo all’esperienza sociale quotidiana e in questo
senso rappresentare un’opportunità non solo simbolica di valorizzazione e impiego di competenze sottovalutate e sottoimpiegate nel mercato del lavoro o,
più in generale, nel contesto sociale allargato ma anche come luogo in cui si ripropongono asimmetrie di potere e subalternità decisionale.
Oltre a questo l’ambito relazionale all’interno di alcune configurazioni associative sembra meglio contribuire al rafforzamento del capitale sociale misto degli immigrati, quale ulteriore veicolo per l’inclusione e la trasmissione di informazioni, opportunità, intermediazione, moltiplicazione delle istanze di voice, etc.;
in altre, può invece rafforzare i legami di tipo nazionale/etnico all’interno di gruppi omogenei e limitare le esperienze di interazione con il gruppo italiano.
Al campo relazionale infrassociativo si aggiunge quello delle relazioni che l’associazione instaura con altri soggetti del terzo settore e con i diversi nodi della rete istituzionale e dei dispositivi di programmazione territoriale. Il posizionamento rispetto agli altri attori territoriali che operano nel campo delle politiche pubbliche e l’eventuale partecipazione del soggetto associativo ad organi
di decisione e definizione degli interventi per l’integrazione nei territori, è una
dimensione che può indirettamente descrivere (insieme al dato del posizionamento dei migranti all’interno degli organi direttivi) il contributo che la partecipazione dei migranti offre ai processi di integrazione.
L’elevata differenziazione di esperienze e l’ambivalenza di alcune condizioni, dimostrano l’importanza dell’analisi empirica e la ricchezza dei fattori in gioco sia nelle
dinamiche di partecipazione che vedono coinvolti i migranti all’interno di organizzazioni di volontariato italiane e delle associazioni di immigrati per valutare la dimensione pluralista delle società contemporanee, osservare quale identità si genera all’interno della mobilitazione solidaristica (in termini di definizione dell’appartenenza e di progressione del percorso inclusivo) e delle forme di riconoscimento reciproco tra immigrati e comunità ricevente (sia nelle pratiche quotidiane intersoggettive “di faccia”, sia negli spazi di espressione e responsabilità occupati, sia nel coinvolgimento nei processi decisionali e nelle scelte collegiali di programmazione territoriale) anche come sperimentazione di pratiche di convivenza, di formazione e di
rafforzamento di competenze spendibili anche fuori dal contesto solidaristico e da
ultimo, complessivamente, come percorsi di responsabilità che non si esauriscono
negli effetti sulla sfera individuale e micro-sociale ma che si articolano in un processo che investe la sfera pubblica e i contesti sociali allargati. A fronte di questa
complessità rimane la necessità che gli strumenti di monitoring statistico di questo
fenomeno possano contemplare una ricchezza di dimensioni descrittive elevata e
che possano dialogare ed integrarsi con rilevazioni e interpretazioni di tipo qualitativo che sappiano valorizzare le diverse connotazioni territoriali e compensare con
informazioni interpretative ed analitiche i risultati sintetici ottenuti attraverso l’impiego di indicatori statistici.
102
2. Gli indicatori di partecipazione degli immigrati: una proposta di paniere teorico sintetico
La riflessione intorno alle misure di monitoraggio dell’integrazione (e di valutazione degli effetti delle politiche di integrazione) è corsa in parallelo al processo di definizione del quadro concettuale e di indirizzo per il governo europeo
del fenomeno migratorio.
Il Consiglio d’Europa ha promosso fra i primi un’accurata riflessione teorico-metodologica sui dispositivi di monitoraggio e di misura dell’integrazione già a partire dalla metà degli anni ’90, riflessione che è ancora in corso con nuove accezioni e aggiornamenti che interessano anche da vicino l’oggetto della nostra
riflessione.
I documenti fondamentali che permettono di fotografare in termini sintetici i passaggi della riflessione e delle attività promosse dal Consiglio sugli indicatori di
integrazione sono:
• Conseil de l’Europe (1995), Les mesures et indicateurs d’intégration, Strasbourg, Editions du Conseil de l’Europe.
• Conseil de l’Europe (2000), Diversité et cohésion: des nouveaux défis pour
l’intégration des immigrés et des minorités, Editions du Conseil de l’Europe,
Strasbourg.
• Conseil de l’Europe (2003), “Proposition d’indicateurs pour mesurer l’intégration des immigrés et des minorités pour tendre vers une égalité des droits et
des chances de tous les résidents”, Travail présenté au Conseil de l’Europe
par Michel Villan, Président du comité d’experts sur l’intégration et les relations intercommunautaires ( MG-IN ), Strasbourg
• Conseil de l’Europe, CDMG (2004), La nécessité de définir des indicateurs d’intégration, Editions du Conseil de l’Europe, Strasbourg.
• Conseil de l’Europe, CDMG (2004), Indicateurs d’intégration. Manuel de l’utilisateur, Strasbourg.
E’ in particolare nei documenti del 2004 che il CDMG del Consiglio d’Europa formalizza una definizione di indicatori di integrazione e propone un set di procedure di elaborazione di panieri di indicatori al fine di promuovere lo sviluppo di
sistemi di monitoraggio basati su una metodologia condivisa. Ci interessa in particolare questo documento perché vi si trova una riflessione operativa sul tema
della partecipazione delle popolazioni immigrate.
La proposta del CDMG ruota intorno alla centralità del concetto di coesione sociale nella definizione di “buona integrazione”: “non può darsi buona integrazione senza coesione sociale e non può darsi buona coesione sociale senza una
buona integrazione degli immigrati”.
La coesione sociale è presentata quale combinazione di tutti gli elementi e i processi che rendono le società capaci di garantire benessere durevole a tutti i loro membri, oltre ad un eguale accesso alle risorse disponibili, il rispetto della
dignità nella diversità, l’autonomia individuale e collettiva e la partecipazione
responsabile.
In questo quadro gli indicatori di integrazione sono finalizzati a valutare tre aspetti distintivi dei processi di integrazione, ovvero:
103
1. valutare le attività dello Stato e delle istituzioni sociali, le loro pratiche e le
loro risorse, le loro regole e i loro standard;
2. valutare le condizioni e le relazioni degli individui nel confronto con la società, il grado di uguaglianza formale e di non discriminazione, di dignità e
di riconoscimento, di indipendenza e di sviluppo personale, di partecipazione e di cooperazione;
3. valutare la fiducia, i valori,i sentimenti, la percezione di integrazione e di benessere e i legami sociali.
Il monitoraggio, quindi, in questa prospettiva, è finalizzato a misurare il ruolo
effettivo dello Stato e del quadro giuridico ed istituzionale nella promozione dell’integrazione, assegnando a questo tre gruppi distinti di funzioni chiave: la funzione di garanzia dei diritti, dell’assolvimento della funzione regolatrice e di offerta di rimedi, la funzione di facilitazione.
Gli indicatori vengono quindi distinti in tre macroinsiemi principali: 1. i diritti
fondamentali; 2. la lotta contro la discriminazione e la xenofobia; 3. la promozione della partecipazione.
Gli indicatori servono in particolare a valutare la riuscita relativa delle misure
destinate a promuovere l’integrazione all’interno di otto dimensioni chiave specifiche e per ciascuna dimensione, sottoponendo a valutazione gli aspetti specifici dei risultati ottenuti dallo Stato e dagli attori sociali, il livello di integrazione, gli elementi soggettivi e simbolici dell’integrazione. Le otto dimensioni individuate dal CDMG sono: occupazione, reddito, alloggio, salute, alimentazione, educazione, informazione, cultura.
L’articolazione di paniere teorico che deriva da questa riflessione diviene allora
la seguente (riportiamo solo la prima sezione in cui viene contemplata la dimensione della partecipazione):
104
ASSICURARE LE BASI DELLE FUNZIONI PUBBLICHE PER GLI IMMIGRATI DENTRO UN QUADRO
DI COESIONE SOCIALE
A. ASSICURARE I DIRITTI FONDAMENTALI
1. Indicatori per valutare le attività dello stato e delle istituzioni sociali
2. Indicatori per valutare il grado di integrazione all’interno di ambiti specifici
2.1. Garantire i diritti fondamentali
2.2. Riconoscere i diritti identitari e i diritti alla differenza
2.3. Garantire l’uguaglianza davanti alla leggi, in particolare nell’accesso all’informazione sui diritti e la giustizia
2.4. Garantire il buon funzionamento e la qualità della democrazia. Definire e rendere trasparenti le regole di responsabilità civile
3. Gli elementi immateriali
B. LOTTARE CONTRO LADISCIRMIANZIONE E LA XENOFOBIA
1. Indicatori per valutare le attività dello stato e delle istituzioni sociali
2. Indicatori per valutare il grado di integrazione all’interno di ambiti specifici
2.1. Eliminare le forme di stigmatizzazione
2.2. Lottare contro le forme di razzismo e di xenofobia
2.3. Lottare contro le forme di isolamento e di sfruttamento
2.4. Lottare contro il cattivo funzionamento dei processi democratici, gli abusi e gli eccessi di
potere
3. Gli elementi immateriali
C. FAVORIRE LA PARTECIPAZIONE
1. Indicatori per valutare le attività dello stato e delle istituzioni sociali
2. Indicatori per valutare il grado di integrazione all’interno di ambiti specifici
2.1. Accesso alle opportunità di autorganizzazione
2.2. Riconoscimento dei ruoli e dei contributi
2.3. Inclusione entro le istituzioni cittadine
Per ciascuna delle dimensioni e delle sottodimensioni elencate, il Consiglio d’Europa identifica in aggiunta una serie di indicatori teorici, la cui definizione operativa è lasciata all’implementazione specifica dei panieri dei singoli stati, sulla
base delle priorità previste dai piani di integrazione nazionali e delle disponibilità di materiale statistico o di elementi qualitativi a copertura delle dimensioni
d’interesse.
Per quanto concerne il monitoraggio delle azioni di promozione della partecipazione e del coinvolgimento dei cittadini all’interno della società vengono identificate per la descrizione delle strutture di opportunità dei contesti e del ruolo dello Stato tre sottodimensioni:
– la democrazia rappresentativa
– la democrazia sociale
– la democrazia partecipativa
Riportiamo qui di seguito le indicazioni relative alla seconda e terza dimensione che riguardano più da vicino il segmento di pratiche di partecipazione che
riguardano la presente riflessione (escludendo quindi la partecipazione politica
e quella relativa alle organizzazioni sindacali:
105
DEMOCRAZIA
SOCIALE
DEMOCRAZIA
PARTECIPATIVA
AZIONE
LEGISLATIVA
AZIONE
REGOLATIVA
Autorità
pubblica
Libertà di
associazione e
organizzazione
Autorità
pubblica
Fondi per
supportare il
settore no-profit
Cittadini
Importanza del
settore no-profit
e delle
organizzazioni di
volontariato
Media
Informazioni
sulla democrazia
sociale
Autorità
pubblica
Libertà di
associazione
Autorità
pubblica
Finanziamenti
pubblici per le
ONG e le
associazioni di
cittadini
Sgravi fiscali
sulle donazione
alle ONG
Riconoscimenti
di qualità sociale
e ambientale
Media
Informazioni
sulla democrazia
sociale
Provvedimenti
sul lavoro
volontario
Diritto di di
manifestazione
Cittadini
Organizzazioni
che si occupano
di economia
solidale
Reti locali e
regionali
Cittadini
cittadini
stipendiati nelle
organizzazioni in
attività di
solidarietà di
base
AZIONE
CORRETTIVA
AZIONE
FACILITATRICE
Coordinamento,
protocolli,
contratti tra
autorità pubblica
e settore noprofit, ODV, APS,
ecc.
Media
Considerazione
delle differenze
culturali e
religiose nei
media
Ore dedicate
all’educazione
civica nelle
scuole
Campagne di
sensibilizzazione
della
partecipazione
Bilanci
partecipati
Consultazioni e
dialoghi tra
autorità pubblica
e associazioni,
ONG,ODV, etc.
Reti territoriali
per lo sviluppo
locale/regionale
Ulteriori approfondimenti sono stati proposti di recente sempre dal Consiglio d’Europa su un tema che riguarda nello specifico l’associazionismo immigrato per il
campo di intervento transnazionale che è in grado di attivare. L’approfondimento delle politiche di co-sviluppo e delle dinamiche correlate al fenomeno del transnazionalismo (Caselli, 2008) hanno spinto il CDMG ad analizzare le diverse dimensioni che caratterizzano l’impegno intrapreso dagli immigrati residenti negli stati membri nei confronti del paese d’origine.
La tematica del co-sviluppo si inserisce infatti nello sforzo propositivo del Con-
106
siglio d’Europa a sviluppare un approccio integrato sulla tematica dell’inclusione socio-economica degli immigrati: in altri termini, proporre un quadro interpretativo che tenga unite la riflessione sulle migrazioni economiche contemporanee con la tematica della coesione sociale e dello sviluppo economico. I contenuti di questa riflessione in forma articolata sono contenuti nella Dichiarazione finale dell’Ottava Conferenza dei Ministri Responsabili per gli Affari Migratori, del settembre 2008.
Il tema del co-sviluppo nell’economia della riflessione che accompagna l’elaborazione di un paniere di indicatori di monitoraggio della partecipazione degli immigrati nel contesto degli stati membri presenta alcuni elementi di interesse,
perché obbliga a concentrare l’analisi su un punto di tensione che tiene unite
contemporaneamente diverse dimensioni che appaiono strettamente correlate
alla maturazione del profilo migratorio espresso dalle società europee, dai legami trasnazionali che i flussi generano, dalla tensione costante tra investimento sociale e sviluppo economico quale nuova sfida per ripensare, non solo alla
scala locale, le nuove politiche pubbliche e la funzione degli interventi a favore della coesione sociale, da un lato, e dello sviluppo del benessere e della sua
diffusione universale, dall’altro.
Se si guarda infatti a quanto contenuto nella Raccomandazione relativa al cosviluppo e agli immigrati che operano per lo sviluppo dei loro paesi d’origine
elaborata dal CDMG è possibile in forma sintetica raccogliere alcuni elementi di
stimolo per la ricerca di nuove dimensioni e sottodimensioni da contemplare per
gli sviluppi futuri della azioni di monitoraggio dell’integrazione. Vista la natura
delle azioni di co-sviluppo, l’elaborazione di indicatori analitici in grado di monitorare questa dimensione permettono:
– di misurare il grado di formalizzazione e strutturazione dell’esperienza associativa dei migranti nei paesi d’accoglienza;
– misurare la capacità di investimento e il potere di mobilitazione di risorse di
capitale umano ed economico;
– misurare lo sviluppo di competenze tecniche e gestionali necessarie per la realizzazione di progettualità complesse sia dal punto di vista dei processi che
del coordinamento delle relazioni;
– valutare il processo di costruzione di processi e di attori di sviluppo;
– misurare il livello di scambio e collaborazione tra i soggetti migranti e gli attori istituzionali delle società d’accoglienza;
– valutare il grado di integrazione degli immigrati all’interno delle società ospiti, (condizione necessaria perché possano farsi promotori di iniziative di cosviluppo).
L’altro segmento di riflessione sugli indicatori di integrazione che guarda alla dimensione della partecipazione e della cittadinanza attiva è rintracciabile nel lavoro proposto dagli stati europei nell’ambito delle Conferenze interministeriali.
Anche in occasione dell’ultima conferenza interministeriale tenutasi a Zaragoza nell’aprile del 2010 si sono confermati i risultati del processo di discussione
sugli indicatori di monitoraggio dell’integrazione e delle dimensioni e delle metodologie da considerare per l’implementazione del paniere condiviso tra gli stati membri (Indicators and monitoring of the out come of integration policies,
2009).
107
Il documento nella presentazione del paniere sintetico, proprio per la policy area
che riguarda l’”active citizenship” sottolinea che ad oggi non si è raggiunta una
visione condivisa da parte di tutti gli stati membri dell’Unione sugli indicatori
che possono essere utilizzati per misurare e valutare la cittadinanza attiva dei
cittadini immigrati, soprattutto perché esistono differenti scopi e differenti quadri normativi rispetto alle politiche di integrazione e diversi modelli di cittadinanza che concorrono a realizzare differenziali significativi nell’accesso ai diritti politici, civili e sociali di ciascun stato membro.
Si è comunque confermata l’importanza dell’area di monitoraggio della cittadinanza attiva per il fatto che la partecipazione attiva degli immigrati al processo democratico e alle forme di attivazione che le società civili promuovono in
contesto democratico costituisce un supporto all’integrazione e va ad aumentare il loro senso di appartenenza. Il paniere sintetico ad oggi proposto dal coordinamento degli NCPI include, al momento, i seguenti indicatori:
– quota di immigrati che hanno acquisito la cittadinanza;
– quota di immigrati che hanno un permesso di soggiorno permanente o a lungo termine;
– quota di immigrati eletti fra i parlamentari o tra i consiglieri locali.
Per quanto riguarda altri panieri di indicatori nazionali di ambito europeo la prima survey sull’esistenza di sistemi di monitoraggio dell’integrazione attivi in Europa, realizzata sotto la supervisione del Dipartimento per le migrazioni, i rifugiati e l’integrazione del Governo Federale Tedesco su mandato dei partecipanti alla Conferenza di Vichy ha permesso l’acquisizione preliminare di informazioni base nel campo degli indicatori e dei sistemi di monitoraggio delle politiche di integrazione. Alla survey hanno risposto 20 dei 28 paesi europei contattati. Per quanto riguarda il tema della cittadinanza attiva solo tre paesi hanno
ad oggi sviluppato set minimi di indicatori che in due casi su tre riguardano più
l’inclusione degli immigrati nei meccanismi di rappresentanza politica e solo nel
caso tedesco, interessa anche la ricognizione della partecipazione alle associazioni. Nel paniere di indicatori elaborato dalla Germania la dimensione non è
infatti solo quella della cittadinanza attiva ma l’area tematica definita “Partecipazione sociale e politica, pari opportunità” che contiene i seguenti indicatori:
– Appartenenza a partiti e organizzazioni politiche;
– Eletti con sfondo migratorio;
– Partecipazione e appartenenza ad associazioni e organizzazioni;
– Quota di persone impegnate in ambito istituzionale (associazioni o altre organizzazioni);
– Quota di persone impegnate al di fuori dell’ambito istituzionale (associazioni
o altre organizzazioni);
– Impegnati in gruppi religiosi;
– Impegnati in associazioni sportive.
Sempre a livello europeo un’altra esperienza interessante di monitoraggio dell’integrazione legata alla valutazione d’efficacia dei Piani per le politiche di integrazione di carattere regionale è quella promossa dalla Junta de Andalucìa.
Il Piano Integrale per l’Immigrazione è il dispositivo ufficiale che definisce obiet-
108
tivi e indicatori di valutazione delle politiche regionali di integrazione per il triennio 2006-2009. Le aree di intervento individuate dal Piano sono 11 entro le quali si prevede anche il monitoraggio della partecipazione alla voce “area culturale, tempo libero, partecipazione”. Ogni area d’intervento viene descritta e contestualizzata rispetto alle norme, alle attività in essere ed alla ratio dei sistemi
e delle strutture di riferimento.
Per ogni singola area vi è poi una definizione di dettaglio che comprende, oltre
gli aspetti descrittivi generali, gli obiettivi specifici e per ciascun obiettivo specifico, con un dettaglio ulteriore, uno o più indicatori di monitoraggio e valutazione. Ad ogni area di policy individuata sono associati più obiettivi, specifici indicatori di valutazione per ogni obiettivo generale collegato, per l’obiettivo specifico relativo all’area considerata e per le singole misure dell’obiettivo specifico. Gli indicatori proposti dal Piano sono sia di tipo qualitativo che quantitativo.
Gli indicatori proposti per l’area della partecipazione e dell’associazionismo riguardano misure specifiche promosse dal piano sulla base dei seguenti obiettivi:
– promozione di misure per facilitare la partecipazione degli immigrati alle associazioni sportive per favorire momenti di socializzazione ed inclusione nella comunità locale;
– promuovere l’associazionismo delle donne immigrate per sostenere la loro partecipazione e facilitare la loro integrazione nella società d’accoglienza;
– promuovere la partecipazione dei giovani ai movimenti associativi giovanili;
– coinvolgere la popolazione immigrata nei programmi di volontariato.
Di seguito alcuni indicatori di monitoraggio utilizzati:
– numero di partecipanti di origine immigrata alle associazioni sportive,
– rapporto tra l’indice di associazionismo delle donne immigrate e l’indice di associazionismo delle donne andaluse,
– numero di associazioni che hanno beneficiato di sovvenzioni regionali in cui
sono presenti donne immigrate,
– numero di associazioni giovanili che contano iscritti immigrati sul totale delle associazioni giovanili,
– numero di associazioni giovanili che contano iscritti immigrati sul totale delle associazioni,
– conoscenza dell’associazionismo tra la popolazione immigrata,
– numero di giovani immigrati iscritti alle associazioni straniere sul totale della popolazione giovanile immigrata,
– numero di associazioni fondate da persone immigrate,
– numero di stranieri che partecipano a programmi di volontariato sul totale dei
partecipanti.
Sulla base dei risultati ricavati dalla letteratura disponibile, dalla comparazione
delle diverse esperienze territoriali e dall’insieme dei risultati ottenuti nel corso del presente progetto, nonché tenuti in considerazione gli indirizzi di livello
europeo e comparativamente altri set di indicatori implementati in Europa, si
propone di seguito una prima proposta di dimensioni e variabili su cui costrui109
re indicatori descrittivi del fenomeno.
La genesi del procedimento logico-cognitivo che soggiace alla costruzione di uno strumento di misurazione come quello rappresentato da un set di indicatori è da ricercarsi nella rappresentazione figurata che si dà del problema teorico, del concetto oggetto di analisi. Le fondamenta di questo percorso logico poggiano dunque su un
orientamento di carattere deduttivo, che subordina la sfera empirica a quella teorica, secondo l’approccio negativista. Quanto descritto nei paragrafi precedenti, l’analisi della letteratura e i risultati degli approfondimenti quali-quantitativi svolti nel corso del presente progetto sono utili innanzitutto per inquadrare la complessità del fenomeno e la sua multidimensionalità. A fronte della complessità del fenomeno va
assunto in partenza il fatto che di quel concetto l’indicatore coglierà solo quegli aspetti che possono essere empiricamente rilevati (rapporto parziale). Da questa osservazione consegue il fatto essenziale per cui nessun concetto complesso può essere
descritto efficacemente da un unico indicatore e per questo si fa ricorso a sistemi di
indicatori e un indicatore può descrivere più di un fenomeno complesso e questo richiede in sede analitica di distinguere all’interno dello strumento elaborato la parte
indicante (il segmento di significato condiviso con il concetto) e una parte estranea
(Marradi, 1984). La validità descrittiva dell’indicatore è direttamente proporzionale
all’ampiezza della sua parte indicante ovvero alla quantità di contenuto semantico
che l’indicatore condivide con il concetto che si vuole misurare.
L’aspetto ulteriore da tenere in considerazione in termini generali di fronte ad
uno strumento di monitoraggio descrittivo come questo e che si occupa di un
fenomeno fortemente correlato con le variabili territoriali, con il contesto legislativo, con il fattore temporale, etc. che il rapporto tra indicatore e concetto
oltre ad essere parziale è anche instabile in quanto condizionato: dal contesto
sociale in cui l’indicatore viene utilizzato, dal livello territoriale dell’unità d’analisi, del tempo (per effetto del mutamento del quadro legislativo, delle politiche, delle caratteristiche strutturali del fenomeno, ecc.).
Queste notazioni servono a richiamare il carattere di arbitrarietà della scelta dell’indicatore e dell’importanza della condivisione dei criteri di selezione e definizione degli indicatori da parte di chi li utilizza nella misura in cui un sistema efficace mira a selezionare un paniere ridotto di indicatori.
Alla definizione concettuale degli indicatori segue l’operazione (definizione operativa) che stabilisce la traduzione dell’indicatore in operazioni empiriche. A questo livello conta l’attendibilità dell’indicatore, in altri termini la capacità di registrare empiricamente le dimensioni e le proprietà degli oggetti. L’operazione di
definizione teorica degli indicatori (sull’asse di relazione indicatore-concetto) e
di declinazione operativa dell’indicatore (sull’asse di relazione indicatore-descrizione della proprietà) sono logicamente e cronologicamente indipendenti.
Si procederà quindi inizialmente ad elaborare una prima proposta di paniere di
dimensioni e variabili che consentano di costruire indicatori e successivamente
si procederà alla verifica delle fonti (in particolare alla disponibilità di fonti stabili) e delle misure disponibili per testarne eventualmente l’efficacia e l’usabilità per il calcolo degli indicatori oltre a valutarne la ripetibilità temporale. Si vedrà dunque successivamente come i criteri di selezione delle fonti sulla base
delle definizioni incontrino i limiti oggettivi correlati alla disponibilità delle informazioni, in particolare quando si opera con fonti amministrative e process
110
produced data ove i dati non sono raccolti a fini esclusivamente statistici. Inoltre, da ultimo, al fine di restituire informazioni rilevanti ai fini degli interventi e
delle politiche sarà importante valutare la disponibilità di dati di confronto con
la popolazione italiana per interrogare in modo più esaustivo i fattori (di natura strutturale, culturale, ecc.) che sovrintendono ai percorsi partecipativi.
Si procede di seguito ad identificare separatamente, seguendo l’impostazione
analitica del presente progetto, alcune dimensioni e indicatori teorici per il monitoraggio della partecipazione degli immigrati alle organizzazioni di volontariato e alle associazioni di immigrati.
a) Organizzazioni di volontariato
La definizione di organizzazione di volontariato adottata fa riferimento a quanto previsto dalla legge 266 del 1991, istitutiva dei registri regionali. Essa stabilisce che, indipendentemente dalla forma giuridica assunta e dal tipo di struttura utilizzata per l’espletamento delle attività, l’iscrizione ai registri regionali
delle organizzazioni di volontariato è concessa allorché esse:
• si avvalgano in modo determinante e prevalente di prestazioni volontarie e
gratuite dei propri aderenti;
• utilizzino lavoratori dipendenti o prestazioni di lavoro autonomo “esclusivamente nei limiti necessari al loro regolare funzionamento, oppure occorrenti
a qualificare o specializzare l’attività comunque svolta”;
• prevedano espressamente, negli accordi tra gli aderenti, nell’atto costitutivo
o nello statuto dell’organizzazione, “l’assenza di fini di lucro, la democraticità della struttura, l’elettività e la gratuità delle cariche associative, nonché la
gratuità delle prestazioni fornite dagli aderenti, i criteri di ammissione e di
esclusione di questi ultimi, i loro obblighi e diritti”;
• rispettino “l’obbligo di formazione del bilancio, dal quale devono risultare i
beni, i contributi o i lasciti ricevuti, nonché le modalità di approvazione dello stesso da parte dell’assemblea degli aderenti”.
1. Caratteristiche strutturali e distribuzione territoriale
VARIABILI
Numero di organizzazioni di volontariato
1.1
– regione e aggregato territoriale
– periodo di costituzione
– settore prevalente di attività
(approfondimento: servizi alla persona)
– tipologia d’utenza prevalente
– forma giuridica
– tipologia di struttura
– reti di collaborazione con soggetti pubblici e
privati (no profit e for profit)
– classi di volontari attivi
– classi di volontari attivi di origine straniera
– tipologia e classi di entrata economica
(pubblico, privato)
111
segue
1. Caratteristiche strutturali e distribuzione territoriale
1.2
Numero di organizzazioni di volontariato con
volontari attivi di origine straniera
– regione e aggregato territoriale
– periodo di costituzione
– settore prevalente di attività
– forma giuridica
– tipologia di struttura
– reti di collaborazione con soggetti pubblici e
privati (no profit e for profit)
Incidenza di organizzazioni di volontariato con
volontari attivi di origine straniera sul totale
delle organizzazioni di volontariato
– regione e aggregato territoriale
– settore prevalente di attività
– tipologia d’utenza prevalente
Incidenza di organizzazioni di volontariato con
rapporti stabili con associazioni di immigrati
– regione e aggregato territoriale
– settore prevalente di attività
– tipologia d’utenza prevalente
2. Risorse Umane
Numero delle risorse umane attive nelle
organizzazioni di volontariato
2.1
Numero di risorse umane di origine straniera
2.2.
VARIABILI
– sesso
– nazionalità
– classi d’età
– titolo di studio
– condizione professionale (occupati,
disoccupati, ritirati dal lavoro, altra
condizione)
– tipologia (dipendenti, collaboratori, volontari)
– regione e aggregato territoriale
– settore prevalente di attività
– forma giuridica dell’organizzazione
– tipologia di struttura
– modalità d’impiego (tempo pieno, parziale); di
collaborazione e di svolgimento dell’attività
(sistematica, saltuaria)
– sesso
– nazionalità
– classi d’età
– titolo di studio
– condizione professionale (occupati,
disoccupati, ritirati dal lavoro, altra
condizione)
– tipologia di presenza (dipendenti,
collaboratori, volontari)
– ruolo
– regione e aggregato territoriale
– settore prevalente di attività
(approfondimento: servizi alla persona)
– tipologia d’utenza prevalente
segue
112
segue
– forma giuridica dell’organizzazione
– tipologia di struttura
– modalità d’impiego (tempo pieno, parziale); di
collaborazione e di svolgimento dell’attività
(sistematica, saltuaria)
Numero medio di volontari di origine straniera
per organizzazione di volontariato
– sesso
– regione e aggregato territoriale
Tasso di crescita di volontari di origine straniera – sesso
– nazionalità
– regione e aggregato territoriale
Incidenza di volontari di origine straniera sul
totale dei volontari
– sesso
– regione e aggregato territoriale
Incidenza di volontari di origine straniera sul
totale della popolazione straniera
–
–
–
–
sesso
regione e aggregato territoriale
classi di età
nazionalità
Incidenza di stranieri con ruolo di
– settore prevalente di attività
presidente/vicepresidente in organizzazioni di
– regione e aggregato territoriale
volontariato sul totale dei membri con ruolo di
presidente/vicepresidente delle organizzazioni di
volontariato
Incidenza di stranieri con ruolo di
presidente/vicepresidente in organizzazioni di
volontariato sul totale dei membri di origine
straniera attive nelle organizzazioni di
volontariato
– sesso
– nazionalità
segue
b) Associazioni di immigrati
Si considerano qui le associazioni di immigrati iscritte al registro nazionale di
cui all’articolo 42, comma 2, D.lgs 286/98, estratte dalla versione più aggiornata del registro (ad oggi accessibile con aggiornamento al maggio 2009) che
rispondono alla seguente definizione operativa di associazione di immigrati: aggregazioni entro cui parte preponderante delle attività promosse sia in carico
in prevalenza ad immigrati provenienti dai paesi “a forte pressione migratoria”,
tra i quali è possibile comprendere sia i cittadini provenienti da pesi terzi sia
dagli stati esteuropei recentemente entrati a far parte dell’Unione Europea.
113
1. Caratteristiche strutturali e distribuzione territoriale
Numero di associazioni di immigrati
1.1
VARIABILI
– regione e aggregato territoriale
– periodo di costituzione
– ambito territoriale di attività
– settore prevalente di attività
– tipologia d’utenza prevalente
– forma giuridica
– tipologia di struttura
– reti di collaborazione con soggetti pubblici e
privati (no profit e for profit)
– classi di associati
– classi di associati per nazionalità
– tipologia e classi di entrata economica
(pubblico, privato)
Incidenza di associazioni di immigrati sul totale
delle associazioni iscritte al registro
– regione e aggregato territoriale
Incidenza di associazioni di immigrati con una
nazionalità prevalente sul totale delle
associazioni di immigrati
– regione e aggregato territoriale
Incidenza di associazioni di immigrati con
nessuna nazionalità prevalente
– regione e aggregato territoriale
Tasso di crescita delle associazioni di immigrati
(ultimi 5 anni)
regione e aggregato territoriale
2. Risorse Umane
Numero degli associati
2.1
VARIABILI
– sesso
– nazionalità
– classi d’età
– titolo di studio
– condizione professionale (occupati,
disoccupati, ritirati dal lavoro, altra
condizione)
– ruolo
– tipologia (dipendenti, collaboratori, volontari)
– regione e aggregato territoriale
– settore prevalente di attività
– forma giuridica dell’organizzazione
– tipologia di struttura
– modalità d’impiego (tempo pieno, parziale); di
collaborazione e di svolgimento dell’attività
volontaria (sistematica, saltuaria)
– settore prevalente di attività
– tipologia d’utenza prevalente
– forma giuridica dell’organizzazione
segue
114
segue
1. Caratteristiche strutturali e distribuzione territoriale
Numero medio di soci di origine straniera per
associazione di immigrati
– sesso
– regione e aggregato territoriale
Incidenza di associati di origine straniera sul
totale della popolazione straniera
–
–
–
–
Tasso di crescita degli associati di origine
straniera della classe d’età fino ai 29 anni nelle
associazioni di immigrati (ultimi 5 anni)
– sesso
– regione e aggregato territoriale
Tasso di crescita degli associati di sesso femminile
nelle associazioni di immigrati (ultimi 5 anni)
– regione e aggregato territoriale
– classi d’età
– nazionalità
Incidenza di associati stranieri con ruolo di
presidente/vicepresidente all’interno delle
associazioni immigrate sul totale dei membri
con ruolo di presidente/vicepresidente delle
associazioni di immigrati
– settore prevalente di attività
– regione e aggregato territoriale
Incidenza di associati stranieri con ruolo di
presidente/vicepresidente all’interno delle
associazioni immigrate sul totale degli associati
di origine straniera delle associazioni di
volontariato
– sesso
– nazionalità
sesso
regione e aggregato territoriale
classi di età
nazionalità
CONCLUSIONI
L’indagine ha esplorato il mondo del volontariato, nel suo rapporto con l’immigrazione, ritenendo che la dimensione solidaristica e partecipativa, di cui il mondo del
volontariato è espressione, sia un veicolo importante ai fini dell’integrazione della
popolazione immigrata nella società d’arrivo. L’indagine ha pertanto preso in considerazione tre distinte forme associative: le forme di associazionismo a cui hanno dato vita i cittadini immigrati (ad esempio in base alla comune appartenenza
etnica o nazionale); l’associazionismo che opera – anche o esclusivamente – a favore dei cittadini immigrati (identificabile attraverso l’elenco delle associazioni iscritte al registro di cui l’art. 42 del D.Lgs 286/98, di cui i cittadini immigrati possono
essere sia membri ed operatori volontari, sia destinatari di interventi) ed il mondo delle associazioni di volontariato (cioè il volontariato nel suo insieme, a prescindere dalla specificità dell’impegno delle associazioni nelle questioni connesse ai fenomeni migratori). La scelta di scomporre, in queste tre componenti, l’universo
oggetto d’indagine è stata dettata dalla convinzione che ciascuna delle tre componenti indica un diverso modo attraverso cui la popolazione immigrata può esprimere le proprie esigenze solidaristiche e partecipative. Parimenti, il confronto tra
il coinvolgimento dei cittadini immigrati in ciascuna delle tre forme di associazionismo sopra descritte fornisce informazioni in merito alla propensione della popo115
lazione immigrata ad avvalersi di una forma di associazionismo piuttosto che di
un’altra, per ottemperare – o per tentare di ottemperare – ai propri bisogni. Bisogni certamente vari, connessi ad esempio: all’esigenza di autorappresentarsi; all’esigenza di agevolare – a se stessi o ad altri – l’accesso al lavoro ed ai servizi;
alla volontà di esercitare il diritto alla cittadinanza attiva, anche attraverso le varie e molteplici attività di volontariato, che costituiscono ormai un aspetto diffuso
ed importante della partecipazione alla costruzione della società civile.
Le associazioni di cittadini immigrati, nate molte volte su base etnica o nazionale,
costituiscono la forma più spontanea di volontariato che la popolazione immigrata
esprime, anche per tradizione (peraltro riscontrabile in tutti i paesi d’immigrazione). Essa contribuisce senz’altro a fornire un concreto supporto ai percorsi d’integrazione, ma è poco incentivata e sostenuta dal sistema legislativo italiano.
Il sistema delle associazioni che operano a favore della popolazione immigrata
si presenta come una rete, attraverso cui passano anche molti cittadini immigrati. Costoro, dopo aver svolto un’esperienza all’interno di tali associazioni, sovente si dedicano anche ad attività di volontariato tout court.
Il sistema del volontariato – inteso come sistema del volontariato in generale –
fa registrare anch’esso una partecipazione di cittadini immigrati o di origine immigrata, di prima o di seconda generazione. Certamente, tale partecipazione costituisce, ad un tempo, sia un indice di integrazione, sia un veicolo di integrazione. Tuttavia, le presenze immigrate in questo settore sono relativamente modeste, a significare che la partecipazione al volontariato tout court resta al momento un po’ più lontana (rispetto alla partecipazione alle altre due forme di associazionismo) dalle traiettorie sociali della popolazione immigrata. In effetti, l’indagine mostra che il volontariato “degli immigrati”9 ed il volontariato “per gli immigrati”10 sono i settori in cui maggiormente si verifica la partecipazione della
popolazione immigrata, confermando l’ipotesi di una sorta di percorso: dapprima il cittadino immigrato tende maggiormente a coinvolgersi in forme di volontariato all’interno delle associazioni di immigrati, di cui spesso è membro in base alla comune appartenenza etnica o nazionale; oppure tende a svolgere attività di volontariato all’interno delle associazioni che operano a favore degli immigrati, di cui talvolta diventa membro; solo in una fase più matura del percorso d’integrazione, il senso di appartenenza e di partecipazione alla cittadinanza
attiva si esprime anche attraverso attività di volontariato tout court (cioè non direttamente connesse, né esclusivamente connesse alle questioni sociali relative
all’immigrazione) come nel caso esemplare delle seconde generazioni. Certamente, i risultati dell’indagine parlano di dimensioni numeriche relativamente modeste, a dimostrazione di un processo che è ancora in divenire ed ancora parzialmente incompiuto, ma che appare senza dubbio significativo. Alla domanda: “le
tre modalità di partecipazione al volontariato prese in esame costituiscono strumento d’integrazione?”, la risposta fornita dall’indagine è senza dubbio affermativa. Bisogna tuttavia aggiungere che ciascuna modalità presenta caratteristiche
distinte, cioè costituisce un diverso strumento d’integrazione.
9
Le associazioni costituite da cittadini immigrati, tra cui quelle su base etnica o nazionale.
Le associazioni di volontariato che svolgono – anche o esclusivamente – azioni a favore dei cittadini immigrati.
10
116
Le risultanze delle analisi qualitative (condotte attraverso focus group ed interviste a testimoni privilegiati) confermano il significato umano e sociale dell’interazione col contesto sociale d’arrivo, a cui la popolazione immigrata dà luogo, attraverso le tre forme di associazionismo esplorate dall’indagine. L’analisi
qualitativa consente altresì di dire qualcos’altro in merito al ruolo delle tre tipologie di associazioni (e delle tre dimensioni del volontariato di cui sono espressione) ai fini dei processi d’integrazione.
Il ruolo dell’associazionismo etnico e delle associazioni di immigrati ha la sua
importanza, ai fini dell’integrazione, quale fattore di spinta all’autorappresentazione. Queste associazioni sono inoltre luoghi d’incontro e di prima socializzazione, in grado di autoattivare risposte efficaci a numerosi bisogni dei cittadini immigrati (tra cui: inserimento nel mondo del lavoro attraverso i canali informali delle reti etniche o di connazionali, orientamento per l’accesso ai servizi, mantenimento dei contatti con la terra e con la cultura d’origine, possibilità
di svolgere attività ludico-ricreative).
L’elemento della socializzazione caratterizza anche la partecipazione alle associazioni “per immigrati”, di cui molti cittadini immigrati diventano membri (con diverso
grado di responsabilità) ed in cui svolgono attività di volontariato, dopo esserne stati beneficiari. Si tratta di un passaggio che in molti casi inaugura una logica di trasformazione, sia delle “associazioni d’immigrati”, sia delle “associazioni per immigrati”. Secondo questa logica, la distinzione tra le due tipologie di associazioni (associazioni di immigrati ed associazioni per immigrati) tende a perdere significato,
poiché entrambe confluiscono in una tipologia unica, che si può senz’altro definire
“meticcia”. Per l’appunto all’interno di questa morfologia “meticcia” dell’associazionismo, che vede la più significativa partecipazione della popolazione immigrata, si
presentano le migliori opportunità per far circolare le idee, discutere ed elaborare
proposte, in merito alle politiche per l’integrazione. Il tutto anche alla luce delle esperienze concrete – volte a favorire il positivo inserimento della popolazione immigrata all’interno della società d’arrivo – che tali associazioni hanno saputo realizzare.
S’è già detto del valore umano e relazionale della partecipazione al volontariato
tout court, che rappresenta il risultato di un’integrazione di fatto: segno estremamente concreto di un sentimento di piena appartenenza alla comunità e di condivisione della civicness, che si traduce nell’impegno concreto a contribuire al suo
sviluppo. La partecipazione di cittadini immigrati, o di origine immigrata, al volontariato in tutti i suoi ambiti – che spaziano dal sociale all’area sanitaria, dall’ambiente all’arte – traduce in concretezza il senso della loro integrazione ma, quasi
paradossalmente, contribuisce in misura minore a tematizzarlo. In effetti, ciò accade in piena conformità con la natura più intima del volontariato, che esprime la
solidarietà, senza aver bisogno di doverla “pensare prima di agirla”11.
11
Anche l’attenzione mediatica ha avuto più volte modo di rivolgersi verso azioni di solidarietà messe in atto da cittadini immigrati: accade talvolta che un cittadino immigrato, ancorché irregolarmente presente in Italia, compia un gesto eclatante di solidarietà nei confronti di un soggetto debole (oltre agli interventi di primo soccorso, è il caso degli sventati tentativi di furto, rapina o violenza) nonostante tale gesto comporti l’emersione della sua condizione giuridica irregolare. In questi casi, la solidarietà umana prevale sul calcolo delle ragioni egoistiche, in maniera inattesa – da
parte di un soggetto che il senso comune tende a ritenere “estraneo” – ed in generale controtendenza con l’atteggiamento più diffuso tra gli “appartenenti” alla comunità autoctona.
117
Diverso il caso delle associazioni “di immigrati” e “per immigrati”, in cui la questione dell’integrazione è fortemente tematizzata e fortemente dibattuta, sia dagli attori (i membri delle associazioni ed i volontari che operano al loro interno) sia da coloro che ne sono beneficiari. Torna qui la distinzione tra le due forme di associazionismo (tra immigrati e per gli immigrati) che appare ormai superata, almeno a parere degli osservatori più accorti, di fronte alla loro crescente interazione e di fronte alla loro crescente tendenza al “meticciato”, particolarmente evidente nel caso della partecipazione ad entrambe, da parte delle seconde generazioni.
Certamente, l’insieme delle indagini condotte lascia emergere una diffusa consapevolezza in merito al fatto per cui le politiche per l’integrazione non possono più essere intese come politiche che possano vedere i cittadini immigrati solo come beneficiari di azioni decise e compiute da altri: l’integrazione si sostanzia anche nell’ascolto del punto di vista della popolazione immigrata, che viene espresso anche attraverso la voce delle forme di associazionismo a cui essi
partecipano. Posto che l’integrazione indica quel processo di reciproca trasformazione, che avviene in seguito all’incontro tra la popolazione immigrata e la
società ospite e che implica una ridefinizione delle identità di entrambe; sia l’associazionismo degli immigrati, sia l’associazionismo per gli immigrati sono concordi nel riconoscere che gli immigrati debbono svolgere un ruolo attivo nei percorsi d’integrazione e rivendicano il loro diritto di essere ascoltati e di partecipare all’elaborazione ed alla realizzazione delle politiche che riguardano anche
la “loro” integrazione. Le associazioni costituite da cittadini immigrati, oltre che
come attori d’integrazione, si pongono per definizione come interlocutori dei policy makers, per ciò che riguarda l’individuazione degli obiettivi, delle strategie
e dei compiti di ciascun attore, in materia di politiche per l’’integrazione. Ancor
di più si afferma in questo ruolo l’associazionismo per immigrati, anche nella
misura in cui tende a diventare – come si diceva – l’associazionismo con gli immigrati, cioè quell’associazionismo “meticcio” che, in quanto espressione dei fermenti in atto nel tessuto sociale, costituisce un attore importante per la definizione delle politiche ed un attore col quale tali politiche vanno realizzate congiuntamente.
Se il tema dell’ascolto e della partecipazione dei cittadini immigrati è fuori discussione, il punto su cui si avverte maggior scambio e maggior riflessione è
costituito dall’interrogativo su cosa debba concretamente intendersi per integrazione – al di là della sintetica definizione prima proposta – e su come essa
debba concretamente avvenire, cioè come debbano essere pensate le politiche
per l’integrazione. Certamente, se l’idea di integrazione presuppone un movimento di reciproco avvicinamento12, le forme di associazionismo a cui partecipano i cittadini immigrati costituiscono luoghi d’incontro in cui tale avvicinamento è chiaramente evidente. Dunque il rafforzamento dell’associazionismo, in tut12
L’avvicinamento dei cittadini immigrati alle istituzioni, ai servizi ed ai modi della vita collettiva
presenti nella società ospite, congiuntamente all’avvicinamento delle istituzioni, dei servizi e del
contesto della società ospite, nei confronti dei cittadini immigrati. In accordo con la definizione proposta dal Parlamento Europeo nella risoluzione del 6 luglio 2006: “un processo bilaterale che presuppone la volontà e la responsabilità degli immigrati ad integrarsi nella società ospitante e, d’altronde, dei cittadini dell’Unione Europea di accettare ed integrare i migranti”.
118
te le sue forme ed in particolare laddove c’è quella presenza congiunta che promuove il “meticciato”, dà immediata concretezza ai percorsi di avvicinamento
che sostanziano l’integrazione. Da questo punto di vista, l’associazionismo di
immigrati, in particolare su base etnica o nazionale, sebbene svolga importanti funzioni di autorappresentazione, è stimolato a superare una dimensione per
così dire “egoistica”, dovuta alla tendenza a privilegiare il particolarismo dei legami interni, cioè ad anteporre l’interesse della comunità a quello della collettività. A quest’elemento di fragilità, intrinseco all’associazionismo degli immigrati, si aggiungono le fragilità secondarie all’orientamento legislativo italiano,
che appare poco propenso ad incentivare e sostenere lo sviluppo di comunità
etniche “forti”, che invece caratterizza alcuni modelli di pluralismo etnico adottati in altri paesi d’immigrazione. Del resto, l’associazionismo etnico viene riconosciuto come un player significativo laddove riesce a dar luogo ad occasioni
d’incontro e d’ascolto, cioè laddove riesce a sviluppare un’interazione con la società ospite, oltre che a promuovere l’organizzazione dei propri aderenti.
In merito a questo aspetto emerge il dato più significativo messo in luce dall’indagine: le forme di associazionismo che vedono la partecipazione di cittadini immigrati sono coinvolte nei meccanismi decisionali e nelle effettive possibilità d’intervento quando riescono a giocare un ruolo sociale evidente, nell’interazione
con la società ospite, accomunando risorse pienamente acquisite al sistema. Ed
è su questo punto che gli attori intervistati segnalano, da più parti, una scarsa
incisività dell’associazionismo degli immigrati e per gli immigrati (anche nelle sue
forme “meticcie”) che ancora fatica ad apportare il suo fattivo contributo, in termini di concreta partecipazione, alle politiche d’integrazione. Si tratta di un dato che certamente sorprende, poiché il terzo settore ha tradizionalmente giocato un ruolo significativo – esplicitamente riconosciuto anche dalla legge – nella
definizione e nella gestione delle politiche per l’integrazione in Italia.
Pare pertanto ragionevole ipotizzare che, nonostante i numerosi fermenti in atto, di cui l’indagine ha dato evidenza, il permanere di una debolezza dell’associazionismo – in termini di ancora scarsa incisività sui processi d’integrazione –
sia ascrivibile alla parziale fragilità delle politiche per l’integrazione in generale, piuttosto che alla mancanza di luoghi, occasioni e modalità di ascolto dei soggetti interessati. In sostanza, la percezione dei testimoni intervistati sembra rimandare alla sensazione della mancanza di un momento decisionale in merito
agli obiettivi concreti delle politiche, attraverso il cui raggiungimento l’integrazione effettivamente si realizza. Il tutto appare riconducibile a più fattori. Vi è
senz’altro una frammentazione degli attori – anche politici – unitamente ad una
carenza di coordinamento, perché la cosiddetta multilevel governance fa sì che
esistano diversi livelli di gestione delle politiche: a livello comunale, provinciale, regionale, nazionale, europeo. Vi è altresì una ragione di fondo, legata al
fatto per cui, negli ultimi anni, il sistema paese ha investito e lavorato di meno per precisare la definizione di un modello italiano di integrazione. La rinuncia – almeno parziale – all’individuazione di una proposta culturale, fatta di strumenti per valorizzare le peculiarità del paese in rapporto alle specificità del fenomeno migratorio che lo interessa, si è tradotta nella prevalenza del modello
indicato dall’Unione Europea (l’integrazione intesa come processo dinamico e
bilaterale di cui sopra s’è detto). Quel modello ha indubbiamente una forza con119
cettuale, poiché riconosce che l’integrazione non è un punto d’arrivo, bensì un
processo e poiché riconosce che quel processo non riguarda un solo attore ma
l’insieme degli attori. Tuttavia, nella forza del modello si nasconde anche la sua
debolezza: tutto può costituire integrazione e tutto di fatto la costituisce, rendendo assai sfuggente la possibilità di precisare un insieme più specifico di contenuti. Da qui, anche la difficoltà di individuare indicatori d’integrazione della
popolazione immigrata. Difficoltà che si presenta anche nel caso del rapporto
tra integrazione e partecipazione dei cittadini immigrati alle associazioni di volontariato. Infatti, oltre all’affermazione – sicuramente valida – che la partecipazione alle tre forme di associazionismo prese in considerazione dall’indagine
costituisce strumento ed indice di integrazione, risulta al momento problematico giungere all’identificazione di indicatori più specifici del significato di questo fenomeno, in termini di livelli di integrazione.
È d’obbligo inoltre segnalare che tutti gli attori del volontariato (afferenti alle
tre tipologie di associazioni prese in considerazione) vedono nell’impossibilità
di esercitare il diritto all’elettorato attivo e passivo – da parte dei cittadini immigrati – un punto di debolezza, che in parte vanifica il tentativo di leggere l’integrazione come processo bidirezionale, poiché l’espressione più forte di tale
bidirezionalità, che è data per l’appunto dalla partecipazione alle decisioni di ordine politico, non è al momento riconosciuta agli immigrati, attraverso il voto.
Nel riassumere le considerazioni conclusive, in merito ai risultati dell’indagine,
si è posto l’accento sugli aspetti complessivi del fenomeno in oggetto, all’interno del sistema paese. Come descritto in dettaglio nei capitoli precedenti, sussistono peraltro differenze tra le caratteristiche delle varie tipologie di associazioni, che riflettono le diversità geografiche. Tali differenze si connettono infatti ai diversi modelli di governance dell’immigrazione implementati a livello locale. In alcuni casi, il volontariato (ivi comprese le associazioni di immigrati e
per immigrati) appare più direttamente coinvolto nei processi decisionali (come avviene in molte regioni centro settentrionali). In altri, esso assume un ruolo più diretto nell’erogazione di servizi, ma è meno capace di dialogare in termini di scelte politiche ed operative.
Infine, un’ultima osservazione: se un indicatore del processo d’integrazione in
atto è rappresentato dalla condivisione di linguaggi ed obiettivi, è certamente
possibile dire che la comunità degli attori ascoltati – a cui afferiscono soggetti
sia italiani, sia immigrati – mostra un elevato grado di condivisione, più significativo di quello riscontrabile nella società complessivamente intesa. Ciò conferma che il volontariato non costituisce soltanto un luogo in cui si realizza la
quotidiana interazione – ed il reciproco avvicinamento – tra popolazione locale
e “nuovi venuti”, ma rappresenta altresì un luogo di dibattito fecondo, al cui interno il significato dell’integrazione viene costantemente ripensato e ridefinito,
alla luce dell’evoluzione del fenomeno migratorio e delle sempre nuove esigenze che esso fa sorgere.
120
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122
REPORT DI SINTESI DELLE INTERVISTE ALLE ASSOCIAZIONI IMMIGRATE
1) Anolf (Associazione Nazionale Oltre le Frontiere) – Molise
L’associazione è composta da cittadini stranieri espressione di 12 distinte nazionalità e da cittadini italiani; si occupa prevalentemente di fornire assistenza
per ciò che riguarda la soddisfazione dei bisogni primari legati all’accoglienza
ed all’inserimento e di guidare gli immigrati nella fruizione dei servizi, facilitando così i rapporti con le pubbliche amministrazioni. In questo modo l’associazione intende porsi come uno spazio di compensazione e di transizione per orientare i nuovi arrivati e fornire loro quel supporto necessario ad agevolare la familiarità con le pratiche amministrative e burocratiche.
L’associazione è composta solo da immigrati di prima generazione, non per scelta ma come conseguenza dello scarso interesse mostrato dai giovani, i quali
dedicano il loro tempo libero ai momenti di socializzazione extrascolastici con i
loro coetanei italiani, non avvertendo l’utilità sociale che potrebbero avere come membri di un’associazione, tanto nei confronti dei nuovi arrivati quanto nella costruzione di un nuovo rapporto con la società ospite che faccia leva proprio su questa loro funzione di individui-ponte, non ancora italiani (almeno a livello formale, perché i giovani di seconda generazione pensano, agiscono e socializzano come italiani), non del tutto immigrati.
La presenza delle seconde generazioni all’interno dell’associazione viene poi valutata di fondamentale importanza non solo per il consolidamento sul territorio
e lo sviluppo della partecipazione degli immigrati, anche in prospettiva futura,
ma anche per il rafforzamento del legame generazionale tra gli associati. Infatti, questa tensione verso la società d’accoglienza che i giovani manifestano, questa familiarità culturale e sociale con il contesto ospite, rischia di creare un distacco ed un rifiuto verso la cultura d’origine, una frattura intergenerazionale
che solo la partecipazione all’associazionismo potrebbe, al contrario, sanare.
Il rapporto tra gli immigrati presenti sul territorio e le associazioni è talvolta viziato da forme di opportunismo, dal momento che l’associazione è vista come fornitrice di un servizio e di un supporto, terminata l’esigenza dei quali cessano i rapporti. Altre volte si è spinti a frequentare un’associazione perché invitati da un amico, perché si può incontrare i propri concittadini o perché si ha bisogno di un luogo aggregativo. L’associazione non viene pensata come uno spazio dove elaborare e costruire, al di là della sua funzione di supporto, nuovi legami sociali, un ruolo di rappresentanza politica o di ricostruzione dei legami con il Paese d’origine,
sulla base della transculturalità dei processi diasporici. In questo modo si perde
un’opportunità, che è quella di porsi come luogo dove costruire e diffondere insieme nel territorio la propria immagine, magari sfuggendo al peso, o bilanciando il
peso, di stereotipi e pregiudizi, dove essere soggetti attivi e non semplici destinatari di un servizio, dove essere laboratorio per la costruzione di una nuova forma
di partecipazione sociale, condivisa ed elaborata congiuntamente.
1
I testi sopra riportati sono stati elaborati dal Gruppo di lavoro sulla base dei principali elementi
posti in luce dai diversi soggetti intervistati.
123
In questa situazione, che l’intervistato ritiene essere diffusa e non una semplice particolarità della propria associazione, il punto di forza attuale dell’associazionismo immigrato viene individuato nell’opera di sostegno e di supporto pratico all’inserimento dell’immigrato che esso può offrire, di aiuto concreto, di mediazione all’incontro con la società ospite.
Ed il punto di debolezza viene individuato, invece, oltre che nella scarsa capacità di coinvolgimento e di partecipazione degli immigrati, soprattutto nell’elaborazione di una nuova modalità di interazione con il contesto territoriale, come detto in precedenza, anche nella scarsa considerazione – e chissà che questo non sia anche una conseguenza di quanto appena detto - che all’associazionismo tributano le istituzioni. Ne consegue uno scarso coinvolgimento alla
vita politica locale, tanto che le associazioni, continuando ad essere escluse dai
processi decisionali o dalle definizione delle politiche, prendono parte alla vita
locale solo indirettamente. Dunque, anche se i rapporti con il territorio vengono definiti buoni (sono state avviate forme di cooperazione e partecipazione comune con altre associazioni, anche del terzo settore, a tavoli locali ed a progetti, sebbene spesso siano le amicizie locali ad essere determinanti nella tessitura di rapporti e di accesso ai finanziamenti), quello del rapporto con le istituzioni è un elemento da migliorare anche per rendere più efficace non solo l’azione dell’associazione ma anche la programmazione politica e la definizione degli interventi a favore dell’integrazione. Non si può ignorare il capitale umano
e conoscitivo - è stato detto nel corso dell’intervista - di un’associazione che
certo meglio di chiunque altro conosce i problemi degli immigrati, i suoi bisogni, le sue aspirazioni e che quindi può fornire utili elementi alla riflessione ma
anche alla programmazione degli interventi.
Ma le istituzioni continuano, spesso, a prescindere da questo apporto e le politiche di integrazione ed inclusione vengono sempre più realizzate prescindendo dal contributo delle associazioni. Il risultato è che queste ultime si sentono
escluse dai processi decisionali e amministrativi, mentre un pericoloso effetto
di ritorno si materializza: a fronte di questa marginalità, gli immigrati percepiscono come inefficaci ed inutili le associazioni, tanto che essi sono portati a rifiutare, come detto in precedenza, l’associazionismo come pratica e forma di
mobilitazione.
Non molto sviluppati sono infine i canali comunicativi dell’associazione e comunque confinati alla più classica delle vie di pubblicizzazione, ovvero le cene etniche e le iniziative culturali. In questo modo si raccolgono fondi e si diffondono
informazioni sulle attività dell’associazione, si coinvolge la cittadinanza locale,
si diventa maggiormente visibili sul territorio e si offre una migliore immagine
degli immigrati.
2) Associazione Baktalo Drom - Sicilia
Si tratta di un’associazione mista, della quale fanno parte cittadini stranieri di
diverse cittadinanze e cittadini italiani; è collegata all’ARCI e questo certamente le dà una proiezione sociale, una visibilità ed un protagonismo maggiori che
non altre associazioni.
124
E dell’ARCI riprende ovviamente lo spirito e le finalità: le attività dell’associazione si estendono a trecentosessanta gradi e vanno da iniziative in campo sociale e culturale, a forme di supporto ed assistenza alla prima accoglienza, dalla definizione dei percorsi di inserimento socio-lavorativo, alla promozione di forme di empowerment e all’individuazione di azioni sul versante dell’intercultura
e dei reciproci processi di comprensione e conoscenza con la società ospite.
La presenza delle seconde generazioni è assai diffusa: giovani certamente sensibili ai bisogni ed alle necessità dei nuovi arrivati, consapevoli della funzione
di supporto dell’associazionismo, che credono che l’impegno in prima persona
alla vita dell’associazione possa contribuire, anche in virtù del loro ruolo di ponte con la società ospite, a costruire un nuovo protagonismo degli immigrati anche nei processi decisionali, ma anche giovani che sono spinti a partecipare alla vita associativa per coltivare quella che la letteratura in materia definisce identità di ritorno. I giovani vedono dunque nell’associazione un luogo dove poter
strutturare la loro identità di soggetti transculturali.
Forse originato da questa stessa concezione “militante” e protagonista, almeno fin dove gli è permesso, il punto di forza dell’associazionismo viene individuato nella stessa volontà di associarsi, dal momento che ciò comporta la possibilità di autorappresentarsi e di diffondere, proprio perché attori e non solo
destinatari, attraverso azioni ed iniziative specifiche, un’immagine diversa. E questa stessa immagine può essere poi trasmessa a tutto il contesto, ivi inclusi anche gli altri immigrati, con delle forti potenzialità di accrescimento delle adesioni e, per questa via, di potenziamento del ruolo delle associazioni.
E’ invece l’eccessiva tendenza a formare associazioni monoetniche, che rischiano di generare settarismi, a rappresentare un punto di debolezza. Molte associazioni non riescono ad uscire fuori dalla ristretta dimensione comunitaria, dal
ruolo di fornitori di servizio, da luogo di aggregazione per incontri e feste, insomma dalla funzione di associazionismo dell’emergenza. Oggi c’è bisogno, ed
è un tema che ricorre più volte nelle parole dell’intervistato, di un passaggio,
di un salto, dell’acquisizione di una nuova dimensione comunitaria e di una nuova proiezione sociale dell’associazionismo. Oggi è opportuno fare leva sugli interessi generali, degli immigrati tutti, senza distinzioni comunitarie, e degli italiani della cui comunità si è parte, e sulla condivisione comune dei valori che
l’associazionismo può rappresentare. Oggi è sempre più urgente, anche perché
solo in questo modo si costruisce la partecipazione sociale, dare vita a momenti di confronto e di costruzione collettiva degli interventi e delle loro finalità, in
accordo con le associazioni italiane, le istituzioni e tutti coloro che sono interessati alla gestione attiva del fenomeno migratorio.
Sono certamente le condizioni di vita, molto spesso precarie, l’assenza di diritti, la difficoltà dei percorsi di inserimento, a spingere gli immigrati verso l’affiliazione all’associazionismo. Le motivazioni all’origine della domanda di rappresentanza risiedono dunque per lo più nell’esigenza di vedere soddisfatti i bisogni collegati alle diverse manifestazioni della vita sociale (lavoro, richiesta di
prestazioni di carattere socio-assistenziale, attività politiche e culturali).
Al di là di questo valido supporto pratico, talvolta le associazioni svolgono una
funzione compensatoria anche a livello psicologico, dal momento che riempiono un vuoto o un’assenza della comunità, dei famigliari, del paese di origine.
125
Quando il percorso di riconoscimento come soggetto portatore di diversità ammesso a pieno titolo alla vita ed alla partecipazione comunitaria nel territorio
di residenza stenta a definirsi, allora, l’associazione diventa il luogo principale
dove sfuggire a questa indeterminatezza, a questa mancanza di punti di riferimento – non essere né qui né altrove. La ricerca di quella dimensione identitaria che rischierebbe di andare perduta, acuendo così il senso di solitudine e
di sofferenza, diventa allora una valida motivazione all’associazionismo.
E’ solo quando le istituzioni si dimostrano sensibili che i rapporti con esse diventano produttivi. Purtroppo, molto spesso, è la chiusura, il distacco dalla
logica e dalla funzione dell’associazionismo a prevalere e le associazioni non
vengono per nulla coinvolte nelle definizione degli interventi e nelle scelte delle politiche. Nel caso dell’associazione intervistata, è questa seconda modalità di interazione a prevalere e lo scarso coinvolgimento si traduce in un depotenziamento delle funzioni e della logica dell’associazione. Non è tutto, però. Anche gli interventi proposti perdono di efficacia, privi come sono in parte di quell’elemento conoscitivo che può derivare solo dalla rappresentazione
dei bisogni degli immigrati che può dare un’associazione. Al contrario, con le
altre associazioni e con il terzo settore in genere è buona la collaborazione
che spesso si concretizza in interventi di rete ed in iniziative di sensibilizzazione territoriale, nella convinzione che un’azione efficace può essere raggiunta lavorando contemporaneamente sul versante della società ospite e su quello degli immigrati.
Certamente la partecipazione delle associazioni sarebbe fondamentale per una migliore definizione delle politiche, non solo a livello locale, ma anche nazionale. Purtroppo esse raramente vi concorrono, spesso perché poco considerate, altre volte
perché non riescono a lavorare in rete e nemmeno sono coinvolte dal territorio,
infine perché sono frammentate e dominate da logiche di separatezza ed autoreferenzialità. Anche quando questi elementi non prevalgono, non è infrequente che
le associazioni siano prive di una visione condivisa delle azioni da intraprendere
che, incidendo negativamente sulla capacità di rappresentanza e di rappresentazione, le rendono soggetti poco credibili dalle istituzioni.
Notevole importanza viene attribuita alla comunicazione, perché anche grazie
ad essa l’associazione acquista visibilità ed interagisce con il territorio. Consapevoli dell’importanza delle nuove forme di comunicazione, anche perché si guarda con interesse al coinvolgimento delle giovani generazioni, sono gli strumenti multimediali a prevalere. La diffusione dell’informazione sui propri progetti e
sulle proprie iniziative diventa così anche una possibilità di estendere reti comunicative e relazionali, di coinvolgere la cittadinanza e di dare dell’immigrato
una nuova immagine, quella cioè di un soggetto attivo che vuole concorrere attraverso una maggiore e diretta partecipazione sociale agli equilibri ed al benessere del territorio.
3) Associazione Comunitaria Filippina – Sicilia
L’associazione è composta esclusivamente da cittadini filippini e si occupa di fornire sostegno ed assistenza ai propri connazionali. L’obiettivo è quello di fun-
126
gere da tramite tra connazionali e istituzioni italiane ma di essere anche un punto di incontro e di riferimento per tutta la comunità.
Alla vita dell’associazione concorrono anche le seconde generazioni, interessate a ricostruire legami storico-culturali con il paese dei propri genitori e a sentirsi utili ai nuovi arrivati, anche in virtù del proprio ruolo di figure ponte con il
contesto ospite. Ed è certamente questo ruolo intermediario a rendere le seconde generazioni figure chiave nella crescita e nello sviluppo dell’associazionismo immigrato, soprattutto per ciò che riguarda la possibilità di porsi come
soggetto interlocutore delle istituzioni. Nate o cresciute nel paese ospite, le seconde generazioni possono aiutare a far uscire l’associazionismo dall’autoreferenzialità che spesso la contraddistingue (e che viene indicata come un punto
di debolezza dell’associazionismo in genere) ed a trasformarlo in un soggetto
aperto alla collaborazione ed all’interscambio con il territorio e con gli altri soggetti, istituzionali e no, che ne fanno parte. In questo senso, la partecipazione
dei giovani viene indicata come un punto di forza dell’associazione intervistata
ma anche dell’associazionismo in genere.
Altra positività riconosciuta all’associazionismo è quella relativa al rafforzamento
dell’identità che spesso, in un processo migratorio, si tende a perdere. E ancora
una volta il ruolo dei giovani è fondamentale in quel percorso di ricostruzione della propria identità che, all’interno di una visione dell’associazionismo proiettata verso forme di aperta collaborazione e scambio con la società d’accoglienza, è rivolta meno verso il passato che verso forme ibride e transculturali.
Un punto di debolezza dell’associazionismo è invece individuato nel rischio di
autoreferenzialità, e questa affermazione è tanto più importante ed in certa misura autocritica, provenendo da un’associazione come quella intervistata di natura monoetnica, orientata per lo più a fungere da supporto per i propri connazionali. Ne consegue che il rapporto con la società ospite rischia di diventare e di essere considerato come un processo occasionale e contingente, dal quale entrare o uscire a seconda dei momenti e delle opportunità, con una grave
ripercussione sull’immagine dell’associazione e sulla sua volontà di contribuire
alla costruzione di un senso comunitario di appartenenza, o di voler partecipare alla definizione degli interventi e delle politiche di integrazione.
Eppure, nonostante questa percezione di eccessiva chiusura, l’associazione mantiene, o cerca di mantenere, l’interazione con il territorio: diverse le forme di
collaborazione avviate con altre associazioni anche a livello regionale e qualche
accordo a livello istituzionale, come ad esempio con il Comune di Messina. Si
tratta comunque di iniziative volte a rendere più efficiente l’azione di sostegno
e supporto ai nuovi arrivati, orientate a fornire servizi ma scarsamente proiettate in una dimensione politica che porti l’associazione ad assumere un ruolo
da protagonista sul territorio e ad essere un soggetto attivo nella costruzione
degli equilibri sociali a livello locale, invece di delegare questo compito alle sole istituzioni.
Ed un indicatore di questa scarsa o del tutto assente partecipazione sociale è
rappresentato da un rapporto deficitario con i cittadini italiani: e le non molte
iniziative culturali o culinarie mirate a coinvolgere la cittadinanza, che invece
caratterizzano altre associazioni e che comunque rappresentano un buon canale di contatto e di scambio interculturale, non aiutano certo l’associazione in que127
sto senso. L’unica efficiente modalità di interazione con la comunità locale è delegata ancora una volta a quello strumento interculturale per eccellenza, capace di essere compreso e trasmesso al di là di ogni significativa differenza culturale o linguistica, vale a dire lo sport, sia attraverso l’organizzazione sia attraverso la partecipazione diretta ad alcune iniziative sportive.
In linea con quella che è la funzione principale attribuita all’associazione, ovvero
l’erogazione di servizi a supporto dell’inserimento dell’immigrato, è anche l’interpretazione della motivazione principale che spinge un immigrato ad entrare nelle
associazioni: l’utilità sociale per altri individui che stanno sperimentando o che possono sperimentare le sue medesime difficoltà. L’immigrato si adopera allora affinché l’associazione rappresenti un punto di riferimento ma anche un elemento di
forza per la comunità tutta, e si adopera per renderla uno spazio protetto e protettivo dove gli altri immigrati possano trovare un ambiente famigliare.
Ma anche un’altra può essere la motivazione che spinge un immigrato a far parte
di un’associazione, ovvero la possibilità di poter condividere momenti comuni, di
promuovere la propria cultura e di diffondere un’immagine differente dell’immigrazione, proprio attraverso la diffusione di conoscenze sul proprio paese. Gli immigrati sono consapevoli dell’importanza dell’impegno personale ai fini di un’adeguata rappresentazione all’esterno della propria comunità, anche per rafforzare gli equilibri locali e promuovere una vita armoniosa del contesto territoriale. In questo modo anche le associazioni forse eccessivamente chiuse o monoetniche possono, secondo le parole dell’intervistato, contribuire indirettamente alla costruzione di una
comunità territoriale ed alla messa a punto di interventi adeguati, pur in mancanza di una relazione continua ed interattiva con le istituzioni.
Questo apporto indiretto alla costruzione dell’integrazione a livello territoriale è
anche alla base della ferma convinzione dell’intervistato sul ruolo delle associazioni nella definizione delle politiche di integrazione. Anche quando queste non
sono direttamente attive nella costruzione di una rete territoriale possono infatti, attraverso una promozione della propria cultura e della propria immagine, come detto in precedenza, indirettamente trasmettere conoscenze sul mondo migratorio, sui bisogni dei migranti, sulle difficoltà e sulle problematiche che
un immigrato affronta quotidianamente sul territorio, arricchendo così quelle informazioni sulla base delle quali le istituzioni possono costruire e orientare le
politiche ma soprattutto le risorse. In questo senso le associazioni arricchiscono il bisogno conoscitivo delle istituzioni e queste, a loro volta, con un patrimonio conoscitivo accresciuto, vanno a connotare in forma più appropriata gli spazi di integrazione.
Sono soprattutto manifesti e volantini che pubblicizzano le iniziative di natura culturale o sportiva a rappresentare le principali forme attraverso le quali l’associazione comunica con il territorio. Si tratta di un contatto diretto che, nella volontà
dell’associazione, permette di essere immediatamente visibili sul territorio.
4) Associazione Rifugiati di Napoli – Campania
L’Associazione Rifugiati di Napoli è composta da stranieri che hanno ottenuto il
riconoscimento della protezione internazionale, provenienti da Burkina Faso, Co-
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sta d’Avorio, Benin, Camerun, Guinea e Pakistan; ma collaborano alle sue attività anche dei cittadini italiani.
L’A.R.N., per sua natura, è impegnata principalmente nella promozione di un’attività di informazione sull’asilo rivolta ai richiedenti asilo/rifugiati, alle istituzioni ed alla collettività e nella realizzazione di progetti per favorire l’accoglienza
e l’integrazione dei rifugiati a Napoli. Si tratta dunque di un’attività molto mirata e rivolta ad un target specifico, che nasce dalla consapevolezza, proprio
perché sperimentata in prima persona, delle difficoltà che un richiedente asilo
incontra e di quel senso di abbandono e di solitudine in cui rischia di precipitare in attesa della decisione.
Essendo un’associazione nata da poco, composta da rifugiati e orientata in uno
specifico ambito tematico, i componenti sono tutti immigrati di prima generazione. Anche se l’attività è molto specifica, l’intervistato è consapevole dell’importanza del ruolo dei giovani in quel processo di biunivoca conoscenza ed interazione che è l’integrazione. Coinvolgerli però in un’associazione di questo tipo è un po’ difficile perché questa è lontana, per la sua tipologia, dalle motivazioni che possono spingere un giovane a vedere nell’associazionismo una forma di promozione sociale o di ricerca di un’identità di ritorno.
I punti di forza dell’associazionismo degli immigrati sono invece rappresentati dalla possibilità di poter condividere delle esperienze comuni, di potersi sentire parte di un gruppo che sperimenta la stessa vita e le stesse difficoltà, di poter elaborare congiuntamente agli altri le problematiche connesse all’esperienza migratoria
ed all’inserimento nel contesto ospite. L’associazionismo è dunque importante perché svolge la funzione di un luogo di compensazione e di socializzazione, ma anche perché come gruppo, specie quando si parla di associazioni miste, ci si può
confrontare con gli italiani, non solo all’interno delle associazioni ma anche all’esterno, in particolare grazie alla maggiore rappresentatività e capacità di contrattazione che un’associazione mista può avere nei confronti delle istituzioni. In questo
modo l’associazionismo offre un apporto fondamentale nella costruzione comune
e condivisa di possibili percorsi di inserimento per gli stranieri.
I punti di debolezza sono rappresentati, invece, dalla mancanza di tempo per svolgere le attività dell’associazione. Gli immigrati dedicano la maggior parte del loro
tempo al lavoro e non è facile che questi rivolgano poi il poco tempo residuo ad
attività comunque impegnative da un punto di vista temporale, come quelle di un’associazione, specie quando queste attività significano supporto ed assistenza, costruzione di reti, attività sul territorio, partecipazione a progetti.
Un altro elemento che può incidere negativamente sull’efficiente funzionamento di un’associazione è quello rappresentato dall’impossibilità di poter contare
su un gruppo ben definito che partecipi alle attività dell’associazione, un gruppo cioè con il quale costruire una progettualità di lungo respiro, specie quando
si vuole che l’associazione diventi una parte attiva del territorio. Molto spesso,
infatti, gli immigrati sono costretti ad inseguire il lavoro e si muovono frequentemente all’interno del paese ospite, talvolta anche oltre i suoi confini. Programmare le attività e gli interventi contando sulla loro disponibilità e poi trovarsi
improvvisamente privi di persone che possono contribuire a mettere in pratica
tali attività diventa veramente un problema, che comporta automaticamente un
ridimensionamento dell’associazione e delle sue finalità.
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La molla principale che spinge un immigrato a partecipare alla vita di un’associazione è rappresentata dalla possibilità di condividere con gli altri membri uno
stesso progetto, di affrontare e cercare di risolvere le medesime problematiche
che in quanto immigrati interessano la vita di ognuno, di aiutarsi e venirsi incontro reciprocamente in una comune logica di solidarietà che va al di là della
singola cittadinanza, di elaborare un progetto comune che contribuisca a migliorare la propria condizione di stranieri.
Consapevoli che solo attraverso un attivo protagonismo sul territorio l’associazione possa diventare soggetto di cambiamento e trasformazione, l’A.R.N. ha
instaurato un rapporto di dialogo con le istituzioni territoriali e di proficua collaborazione con le altre associazioni e con la collettività (in particolare, ha accolto presso la sua sede alcuni studenti universitari per un periodo di stage formativo sull’immigrazione e sui rifugiati che ha ottenuto un positivo riscontro in
termini di presenze e di consensi).
Se solo le associazioni fossero coinvolte maggiormente dalle istituzioni l’apporto che esse potrebbero dare all’elaborazione delle politiche migratorie sarebbe
elevato. Ecco perché l’associazione, come detto in precedenza, punta a costruire reti territoriali ed a dialogare con le istituzioni, nella volontà di dare un apporto, anche indiretto, anche se non ufficiale, in termini conoscitivi alle problematiche ed ai bisogni degli immigrati, in particolare dei rifugiati, cercando di
fare in modo che, soprattutto rispetto a questi ultimi, il territorio offra risposte
concrete alle loro legittime aspettative ed al bisogno di sentirsi accolti e parte
di una nuova comunità.
Proprio al fine di diffondere conoscenze, bisogni e visibilità, l’associazione rivolge particolare attenzione alla comunicazione, ricorrendo a distinti strumenti. Certamente un ruolo di primo piano spetta alla comunicazione telematica (sito internet, mailing list, facebook), ma non si rinuncia a forme più tradizionali quali la distribuzione di volantini, eventi culturali e cene etniche. L’associazione ha
anche costituito un gruppo musicale che partecipa a numerosi eventi sul territorio, fungendo in questo modo da forma indiretta di pubblicizzazione dell’associazione e, più in generale, delle problematiche dei rifugiati.
5) Società Cooperativa sociale Onlus - Dadaa Ghezo – Campania
L’associazione è composta da cittadini stranieri e italiani ed opera esclusivamente a favore di donne sole o con prole, in stato di difficoltà e disagio, preoccupandosi di soddisfare i loro bisogni primari relativi alla prima accoglienza (alloggio, regolarizzazione dello status giuridico, supporto legale) ma anche di mettere a punto, anche per i loro figli, percorsi di inserimento nella società (lavoro, scuola, socializzazione).
Gli immigrati che fanno parte dell’associazione sono esclusivamente di prima generazione. Tuttavia, alcune iniziative ed interventi sul territorio sono stati effettuati anche attraverso il coinvolgimento delle seconde generazioni, ritenute un ponte conoscitivo di fondamentale importanza tra società ospite e nuovi arrivati.
E’ soprattutto il vissuto migratorio il punto di forza dell’associazionismo immigrato, quell’empatia derivante dalla condivisione di una medesima esperienza.
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Di fronte al disorientamento del nuovo arrivato ed alla sua ricerca di punti di
riferimento, l’associazione può, in virtù di questa stessa empatia, aiutare l’immigrato a costruire un rapporto con la società di accoglienza. Infatti, l’essere i
componenti dell’associazione loro stessi individui migranti, che hanno, in parte
o del tutto, sperimentato le stesse difficoltà dei nuovi arrivati, difficoltà legate
sia al viaggio sia all’inserimento nel contesto ospite, può rappresentare un elemento aggiuntivo, e certamente unico, da mettere nella relazione con l’immigrato. Ciò può così contribuire a generare un reciproco senso di empatia ed a
costruire su queste basi un rapporto che faciliti il processo di identificazione con
la società d’accoglienza.
Tuttavia, non mancano elementi di debolezza. Certamente il fatto che l’associazione non rappresenti l’unica attività per gli associati ma che anzi questi spendano la maggior parte del loro tempo nel lavoro, fa sì che l’operato sia in molti casi discontinuo e circoscritto pertanto a determinati momenti della giornata
o a determinate attività. L’associazione rischia di essere presente solo sulla carta e di offrire solo determinati servizi di supporto o di diventare solamente uno
spazio aggregativo-culturale. Ecco perché molto spesso sono le associazioni miste a rappresentare esse stesse, per la loro conformazione e struttura, un punto di forza nella funzione di supporto all’inserimento degli immigrati, non solo
perché l’eterogeneità degli associati rende il fattore tempo meno determinante ai fini della diffusione dei servizi, ma anche perché questa eterogeneità amplia le potenzialità dell’associazione in termini conoscitivi (da un lato, conoscenza del territorio e della sue modalità di funzionamento, dall’altro lato conoscenza del vissuto migratorio e dei bisogni degli immigrati). In questo senso l’associazionismo misto diventa una realtà operativa maggiore ed offre più risorse e
possibilità divenendo uno stabile punto di riferimento.
Gli immigrati sono generalmente spinti a far parte di un’associazione per ricreare un senso comunitario perduto, per riconnotare il proprio paese d’origine nel
nuovo spazio di insediamento, per disporre di uno spazio aggregativo definito
culturalmente, per elaborare le difficoltà legate all’esperienza migratoria ed a
quel senso di separatezza sperimentato, specialmente nelle fasi iniziali, nella
società di accoglienza.
Tuttavia, questa funzione, se non evolve verso forme di associazionismo più articolate, complesse, miste, con finalità più orientate a creare interazioni stabili e culturalmente meticcie, rischia di creare ghetti comunitari decontestualizzati e privi di contatto ed interazione sia con il versante italiano sia con il versante immigrato (le altre cittadinanze).
Il rapporto con il territorio è sostanzialmente buono ma si tratta di un rapporto che si è venuto costruendo nel tempo, specialmente sul versante istituzionale, fatto di reciproca fiducia e disponibilità a collaborare. Buono è anche il lavoro di rete con le altre associazioni di immigrati o che si occupano di immigrazione ed in genere con tutto il terzo settore. Un po’ più difficile il rapporto con
i cittadini, o meglio si sta operando per renderlo migliore, anche attraverso l’attivazione di momenti di reciproca conoscenza al fine di superare diffidenze e
preconcetti.
Certamente importante, anzi imprescindibile, l’apporto dell’associazionismo nella definizione di politiche di integrazione. Il problema è che questo spesso non
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viene ascoltato e nemmeno coinvolto. Anche se vengono attivate occasioni di
reciproco confronto e di collettivo coinvolgimento tra tutti i soggetti territoriali
che si occupano di immigrazione, come i tavoli tecnici, ad esempio, le proposte che scaturiscono dall’associazionismo raramente vengono considerate. Eppure proprio il contatto diretto delle associazioni con gli immigrati rende soggetti portatori di esperienze e di conoscenze utili alla programmazione degli interventi ed all’orientamento delle risorse e degli investimenti.
E’ soprattutto il passaparola il mezzo prioritario utilizzato per diffondere comunicazione e conoscenza; in breve è la rete di conoscenze e di associazioni su
cui si fa leva per veicolare informazioni e pubblicizzare iniziative e rendere così visibili il proprio ruolo, le proprie azioni, i propri servizi. Ma anche manifesti,
iniziative culturali, in particolare nelle scuole, convegni, mostre rappresentano
gli ulteriori strumenti di comunicazione utilizzati, sia per pubblicizzare l’associazione sia per diffondere dell’immigrazione un’immagine diversa.
6) Associazione di Volontariato A.I.U.D.U. Unione delle Donne Ucraine
in Italia – Campania
L’associazione è composta principalmente da cittadine ucraine ma sono presenti anche alcune cittadine russe e moldave. Per statuto è possibile anche la partecipazione di cittadini italiani.
L’associazione si occupa delle donne ucraine e delle loro problematiche famigliari. Fornisce anche servizi di supporto e assistenza ai loro figli. Con il Comune di Napoli è stato finanziato un progetto per una scuola per bambini ucraini
e l’associazione si sta adoperando per stipulare un accordo con il Ministero dell’educazione ucraino in vista di un riconoscimento anche in patria del titolo conseguito dai bambini ucraini.
Le seconde generazioni sono scarsamente rappresentate, esse sono più destinatarie di interventi che attori dell’associazione. Certamente la volontà è quella di coinvolgerle maggiormente in futuro, anche perché la loro presenza faciliterebbe il reciproco scambio e la conoscenza con il territorio. Allo stesso tempo le seconde generazioni manterrebbero vivo il legame culturale con la madrepatria che altrimenti rischierebbe di andare perduto, dal momento che molti giovani nemmeno conoscono il proprio paese d’origine né la lingua dei genitori. In questo senso, l’associazione può rappresentare per le seconde generazioni un contesto dove poter coltivare la propria identità multiculturale.
Tra i punti di forza dell’associazionismo viene indicata l’utilità sociale che questo viene ad avere per i nuovi arrivati, in particolare per quelli della propria comunità, ai quali prestare aiuto e supporto per il disbrigo di tutte quelle pratiche burocratiche relative all’accoglienza, alla regolarizzazione e all’inserimento. Viene così rimarcata la funzione vicaria dell’associazionismo rispetto all’assenza o alla lontananza o ancora al diverso linguaggio delle pubbliche amministrazioni e delle istituzioni del paese ospite e l’utilità che riveste per la società
italiana, preparando ed accompagnando un’utenza altrimenti impreparata all’interazione con la burocrazia.
Un altro elemento di forza dell’associazionismo è rappresentato dal fatto che
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esso viene ad essere un punto di riferimento e di incontro, uno spazio che permette l’aggregazione e la riunione, che permette di mantenere un contatto con
il paese d’origine e la propria cultura, in breve uno spazio dove poter elaborare la crisi della lontananza, della separazione e della possibile solitudine e ricreare legami sociali infranti.
Tra i punti di debolezza viene individuata la ancora scarsa rilevanza attribuita
all’associazionismo in termini di credibilità politica e capacità di rendersi controparte delle istituzioni, ragione per cui è relegato al margine dei processi decisionali sul fenomeno migratorio. Tale elemento può avere anche ricadute negative sugli stessi immigrati, che magari vorrebbero impegnarsi a fondo per migliorare la convivenza sul territorio ed influenzare le scelte politiche sull’integrazione, magari anche al solo livello territoriale, ma che di fronte ad un’associazione relegata al margine dei processi decisionali preferiscono non impegnarsi affatto, impiegando il loro tempo libero in altro modo.
Del resto quello del tempo libero è un elemento che può essere catalogato tra
i punti di debolezza. Molti immigrati spesso fanno grossi sacrifici per ritagliarsi
un po’ di tempo libero per partecipare alle attività dell’associazione, in quanto
la maggior parte degli aderenti si trova a dover lavorare per tutta la giornata.
A questi individui è opportuno fornire pretesti e stimoli per attrarli e riempire
di contenuti solidaristici ed altruistici il loro tempo non lavorativo.
Ciò che spinge l’immigrato a prendere parte alla vita di un’associazione è principalmente il bisogno di stare insieme ai propri connazionali e ciò è tanto più
vero quanto più il percorso migratorio si incontra ad uno stadio iniziale. I primi anni sono infatti considerati difficili per quanto riguarda l’adattamento e l’inserimento dei nuovi arrivati e l’associazionismo può fungere da luogo di mediazione, aiuto e supporto per rendere più facile l’inserimento di chi sta sperimentando le stesse difficoltà vissute da chi ha intrapreso in precedenza il viaggio
migratorio. Ma l’associazione è anche un luogo dove poter parlare la propria lingua e mantenere vivi i legami con il proprio paese.
Certamente con il passare del tempo alla motivazione iniziale si affianca anche
il bisogno di far sentire la propria voce all’esterno e di essere soggetto attivo,
proprio tramite l’associazione, nella definizione del contesto sociale, culturale e
politico nel quale ormai ci si trova a vivere, rivendicando così un legittimo protagonismo per la costruzione di nuovi equilibri comunitari.
Positivi i rapporti con le istituzioni, il comune di Napoli si è dimostrato nel corso di questi ultimi anni particolarmente sensibile e attento ai bisogni ed alle rivendicazioni dell’associazione. Purtroppo l’associazione non si sente così coinvolta come vorrebbe, la partecipazione a progetti locali è ancora scarsa, e questo carente coinvolgimento lo si avverte anche nel rapporto con le altre associazioni, specialmente quelle italiane, pur se i rapporti sono buoni con tutte. Si
è coinvolti in alcuni eventi o nelle attività di qualche azione progettuale ma si
partecipa solo come soggetti esterni e per momenti circostanziati. Con i cittadini i rapporti sono buoni.
Il ruolo delle associazioni nella definizione delle politiche di integrazione è certamente importante; ormai soggetti territoriali la cui presenza si è consolidata
ed in molti casi è altamente rappresentativa, le associazioni non possono più
venire ignorate, come purtroppo continua ad accadere oggi, soprattutto per l’ap133
porto conoscitivo che possono dare in termini di conoscenza delle problematiche e dei bisogni della popolazione immigrata e delle dinamiche territoriali. E’
un ruolo che andrebbe meglio definito, la cui importanza dovrebbe essere definitivamente acquisita dalle istituzioni.
Per quanto riguarda la comunicazione con il territorio, l’associazione si serve
soprattutto di tecnologie multimediali, come internet (dispone di un portale in
versione ucraina, russa, italiana e inglese), you tube, e la gestione di spazi in
alcune televisioni locali che hanno portato anche alla redazione di un telegiornale in russo ed in ucraino.
7) A.C.S.I.M. - Associazione Centro Servizi Immigrati Marche - Marche
L’A.C.S.I.M., Associazione Centro Servizi Immigrati Marche, è una associazione
di volontariato multietnica senza scopo di lucro che opera sul territorio marchigiano. Scopo principale dell’A.C.S.I.M. è quello di favorire l’integrazione sociale e lavorativa degli stranieri che vivono in Italia, nonché di promuovere la conoscenza multiculturale sul territorio provinciale, regionale e nazionale.
L’A.C.S.I.M. è nata nel 1997 per volontà dei suoi quattro soci fondatori ed ora
conta oltre 70 soci di diverse nazionalità. Non risultano, fra i membri dell’associazione, cittadini immigrati di seconda generazione.
Tra i vari servizi offerti dall’A.C.S.I.M. sul territorio vi sono: formazione professionale (finanziata e autofinanziata), sportello informativo, mediazione linguistico culturale, seconda accoglienza, accoglienza minori non accompagnati, eventi multiculturali.
Un primo punto di forza viene individuato nella capacità di un’associazione di
focalizzarsi sul concetto di integrazione dei cittadini e di portare avanti una politica di integrazione. Al centro del processo di integrazione sta il rispetto reciproco delle proprie diversità; anzi, le diversità possono essere fonte di arricchimento reciproco.
Altro punto di forza sta nella qualità dei servizi offerti, garantiti dalla presenza
di numerosi esperti con competenze specifiche. L’A.C.S.I.M. conta tra le proprie
risorse anche molti laureati con competenze in progettazione, gestione e rendicontazione; proprio grazie a queste competenze, ha potuto tessere una fitta
rete di relazioni stabili con il territorio e, in particolare, con enti locali, scuole,
che le ha permesso di candidarsi con successo, spesso anche come capofila di
raggruppamenti, per numerosi progetti rivolti all’integrazione degli immigrati.
A testimonianza di questo successo, il progetto Per vivere in Italia, finanziato
nell’ambito di un Avviso del Fondo Europeo per l’Integrazione dei Cittadini di
Paesi Terzi, ha ottenuto il punteggio più alto nella graduatoria dei progetti presentati su quell’Avviso.
Un terzo punto di forza viene individuato nella tipologia di servizi offerti da un’associazione. Sembrerebbero vincenti quelle associazioni che non puntano unicamente alla promozione della propria cultura ma quelle che riescono ad integrare l’aspetto culturale all’interno di un ventaglio più ampio di servizi. Tali servizi, inoltre, devono essere garantiti stabilmente. Solo in questo modo, ovvero
con una sede stabile e con orari che coprono il servizio di apertura al pubblico
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in modo continuativo, è possibile diventare un vero e proprio punto di riferimento per il territorio.
Il ruolo delle associazioni nella definizione delle politiche di integrazione è importante ma accade spesso che, seppur chiamate ad esprimere la propria voce, le associazioni non riescano ad avere un peso ed un influenza decisionale e
che tutto rimanga ad una fase “consultiva”.
L’A.C.S.I.M. è dotata di un sito Internet molto ricco di informazioni e si avvale
anche di ulteriori strumenti quali la stampa, la radio o le emittenti locali. Come
già detto, sebbene le attività dell’associazione non siano incentrate sulle attività culturali, vengono organizzati eventi con finalità di diffusione delle culture altre (convegni, mostre, festival, laboratori teatrali) sempre organizzati in collaborazione con gli enti locali.
8) Associazione degli Immigrati non comunitari dell’Appennino Bolognese
– Emilia Romagna
L’Associazione degli Immigrati non comunitari dell’Appennino Bolognese - A.I.A.B.
opera dal 2003 nei settori della mediazione interculturale, dell’organizzazione
di eventi, di attività sportive, artistiche e ricreative e non solo. L’A.I.A.B. gestisce anche numerosi sportelli informativi per stranieri su tutto il territorio della
Provincia di Bologna, diventando quindi punto di riferimento fondamentale per
tutto quello che riguarda le necessità degli immigrati nel settore amministrativo, legale e lavorativo, in particolare garantendo la semplificazione degli iter
burocratici.
Contrariamente a quanto avviene in altre strutture, molti dei servizi dell’A.I.A.B
vengono erogati agli stranieri a titolo gratuito.
Quali i punti di forza di un’associazione? Prima di tutto la prospettiva della convivenza che deve essere alla base dell’agire dell’associazione stessa. A vincere
sono le associazioni miste, ovvero quelle che puntano a creare e che creano
una maggiore convivenza civile fra immigrati di paesi diversi e fra immigrati e
italiani. E’ importantissimo, a tale proposito, sensibilizzare le comunità sul rispetto delle rispettive culture avvalendosi anche della mediazione culturale, intesa non solo come interpretariato.
In secondo luogo, viene indicata la capacità di erogare servizi diversificati che
rispondano anche ai bisogni immediati e reali degli immigrati: le associazioni
vincenti non sono quelle che organizzano solo feste ed eventi, non sono quelle basate unicamente sul carattere etnico-nazionale o religioso. Vincono, invece, quelle associazioni che riescono ad andare oltre la conservazione della propria identità. E ancora, la disponibilità finanziaria che rende possibile la partecipazione a bandi di gara o l’iscrizione ad appositi albi; la capacità di progettare e la capacità di dialogare con gli enti locali.
Tra i punti di debolezza dell’associazionismo vengono citati la mancanza di tempo, di mezzi e di spazi, ma anche la mancanza di riconoscimento degli immigrati. Da qui la necessità di insistere sul protagonismo degli immigrati, ad esempio invitandoli a partecipare maggiormente, in qualità di relatori, ad eventi, tavoli o altre manifestazioni.
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9) Associazione Almaghribia Onlus - Lombardia
L’Associazione Almaghribia Onlus, nata a Lecco nel 2007, conta ad oggi 35 soci.
E’ costituita prevalentemente da marocchini. Sono presenti, inoltre, 4 italiani.
Le attività dell’associazione possono essere ricondotte a tre macrocategorie:
La testimonianza socio-culturale, attraverso l’organizzazione di fiere e manifestazioni per pubblicizzare le tradizioni marocchine. La mediazione culturale, per facilitazioni linguistiche e culturali rivolte ai soci e le loro famiglie
La progettazione, per realizzare interventi nell’ambito del co-svilluppo economico
sociale e di accoglienza di origine (welfare transnazionale).
L’associazione partecipa a diverse reti. Il ruolo delle seconde generazioni è piuttosto limitato e le stesse non sono particolarmente rappresentate. In generale, esse ricoprono un ruolo a livello studentesco e il loro apporto di idee riguarda attività prettamente giovanili, quali l’informatica ed il web.
Tra i punti di forza dell’associazionismo immigrato viene indicata la possibilità di
stabilire un contatto più diretto con la comunità di accoglienza. Nelle associazioni
monoetniche le potenzialità sono maggiori in quanto vi è una maggiore capacità
di testimonianza della realtà nei confronti del territorio ospitante. Tra i punti di debolezza viene citato il fatto che alcune associazioni straniere, sia monoetniche che
plurietniche, tendono ad essere ripiegate su loro stesse, realizzando solo interventi rivolti alle comunità di appartenenza e non operando sull’intero territorio.
Circa i motivi che spingono gli stranieri ad associarsi, va fatta una distinzione. Alcune associazioni vengono costituite per godere di una certa considerazione verso la comunità, altre si fanno carico del problema di testimoniare un’idea del proprio paese d’origine diversa e più positiva rispetto a quella che si potrebbero essersi fatti gli italiani. In questo senso, tali associazioni cercano e vogliono essere
protagoniste di una sorta di “diplomazia parallela”.
Eccellenti i rapporti di Almaghribia con il territorio. L’associazione organizza ogni anno viaggi istituzionali in Marocco, intrattiene rapporti con l’ospedale, al quale offre
volontari e volontarie che rappresentano un importante riferimento anche per gli italiani. L’associazione fa parte del Consiglio territoriale per l’immigrazione e viene spesso contattata dalle istituzioni per avviare interventi di varia natura nel territorio.
Per incidere in modo significativo, le associazioni non devono avere una visione
politica, ma devono svolgere un ruolo di testimoni di una realtà vissuta sulla loro
pelle. E’ indispensabile che le associazioni fungano da veicolo per conoscere la comunità di riferimento in tutti i suoi aspetti e far uscire dai preconcetti; se ci si vuole impegnare a favore dell’integrazione, bisogna vivere quotidianamente il rapporto con gli immigrati. Per quanto riguarda la comunicazione con il territorio, l’associazione ha svariati interlocutori (volontari, reti a diversi livelli, rete delle associazioni di stranieri) e si avvale di strumenti quali il web, il passaparola e i volantini.
10) Associazione Nigeriana Venezia e dintorni – Veneto
L’associazione Nigeriana Venezia e dintorni è composta da un gruppo di Nigeriani. Tra le sue finalità: l’aiuto reciproco alle comunità di nigeriani e l’organizzazione di iniziative culturali.
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L’apporto delle seconde generazioni all’integrazione è fondamentale: esse sono
generalmente più aperte e più flessibili dei loro genitori e rappresentano un’importantissima leva ai fini dell’integrazione e della condivisione di intenti con i
cittadini italiani.
Il vero punto di forza dell’associazionismo immigrato è dato dalla rappresentatività che l’associazione acquisisce nei riguardi del territorio: rappresenta un tramite tra i cittadini ed il governo locale, rappresenta le esigenze dei cittadini stranieri e fornisce informazioni sulle possibilità di miglioramento nei rapporti con
le istituzioni. Per gli immigrati, l’associazione è inoltre un importante luogo di
socializzazione: rappresenta lo strumento per ritrovarsi in un ambito territoriale che non è il loro, un modo per condividere i problemi e affrontarli in modo
più facile.
Perché si agevoli l’integrazione, è fondamentale che i cittadini immigrati occupino un posto di rilievo nelle scelte politiche locali e nazionali. In questo modo
si potranno comprendere gli effettivi fabbisogni dei cittadini immigrati nei paesi di approdo. È necessaria una “cultura dello stare insieme” a tutti i livelli e,
soprattutto, a quello politico.
Ad oggi il rapporto con il territorio è piuttosto buono e i cittadini sono sufficientemente aperti con gli immigrati ma la strada da fare è ancora lunga per una
piena integrazione.
Circa gli strumenti di comunicazione utilizzati, vengono svolte riunioni periodiche con il Comune di San Donato del Piave per comunicare loro le iniziative portate avanti dall’associazione. L’associazione intrattiene rapporti con il Comitato
degli immigrati della Regione Veneto e con il Comitato Veneto Orientale. Molto
utilizzati il volantinaggio e la partecipazione a manifestazioni organizzate dalle
realtà del territorio.
11) Associazione Ci Siamo Anche Noi – Lombardia
L’associazione Ci Siamo Anche Noi nasce a Pavia nel 2007 per volere di un gruppo di donne ed è composta sia da italiani che da stranieri.
L’obiettivo dell’associazione è quello di aiutare la popolazione locale nel confronto con i nuovi cittadini, promuovendo tra loro la reciproca conoscenza, incominciando dall’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, come primo e indispensabile ponte tra i diversi cittadini, promuovendo l’incontro delle culture, l’accoglienza, il sostegno e la solidarietà a doppia corsia, facendo della diversità
una ricchezza per tutti.
L’apporto delle seconde generazioni è per ora limitato, nonostante l’associazione sia particolarmente attenta all’evolvere delle problematiche connesse al tema.
L’essere un’associazione composta da immigrati provenienti da paesi diversi e
da italiani è il vero punto di forza dell’associazione, che si riflette anche sulle
tipologie di attività che vengono realizzate e che vanno oltre la ricerca di risposte ai bisogni più immediati e con una riflessione attenta alla qualità ed al potenziamento dei servizi per gli immigrati. Le aree di intervento dell’associazione sono molteplici e riguardano:
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la formazione, attraverso la realizzazione di corsi di lingua italiana, di alfabetizzazione e di informatica
il sostegno per il disbrigo di pratiche amministrative, sanitarie, per la ricerca
del lavoro e della casa, attraverso lo sportello immigrazione
l’organizzazione di iniziative multiculturali e di sensibilizzazione sul tema dell’immigrazione.
I punti di forza dell’associazionismo immigrato vengono individuati nella possibilità di affrontare collettivamente problemi legati alla condizione dell’immigrato nella società di accoglienza e di mantenere vivi gli aspetti culturali originari,
laddove i punti di debolezza vengono individuati nella scarsa propensione al lavoro di rete e nella dispersione dei gruppi che, per questo, non sempre riescono ad avere un peso sufficiente per l’elaborazione di proposte comuni da sottoporre alle amministrazioni locali.
Le principali motivazioni della partecipazione degli immigrati alla vita associativa, nonostante siano diverse a seconda del tipo di associazione prescelta, possono essere principalmente ricondotte alla volontà di essere protagonisti sui temi dell’immigrazione, di far conoscere i propri problemi e proposte alla popolazione italiana e di far conoscere la propria cultura. In sintesi, la partecipazione degli immigrati alla vita associativa riguarda sia il bisogno di integrazione
sociale che il versante politico.
Nonostante le associazioni costituiscano sempre di più un punto di riferimento
per le amministrazioni pubbliche e, in primo luogo, per gli enti locali, i rapporti intrattenuti con le istituzioni sono corretti ma ancora limitati, buoni con le associazioni (l’associazione fa parte di Pavia Città Aperta) e crescenti con la popolazione locale.
Sul versante della comunicazione esterna, l’associazione risulta ben attrezzata: tra gli strumenti di comunicazione utilizzati troviamo un sito web aggiornato in modo costante, volantini, incontri pubblici, cene.
12) Associazione Donne Senegalesi – Emilia Romagna
L’associazione è situata presso il Centro Zonarelli di Bologna e svolge prevalentemente attività culturali, finalizzate a rafforzare il protagonismo delle donne
immigrate, prevenire e combattere le situazioni di disagio e fragilità che le coinvolgono.
Numerose sono infatti le difficoltà che le donne straniere, più degli uomini, incontrano nel processo di inclusione sociale: problemi di isolamento, scarse opportunità di apprendimento della lingua italiana, difficoltà di accesso al mondo
del lavoro, difficoltà di comunicazione con le istituzioni. Altre problematiche riguardano l’evoluzione dei modelli familiari, il disagio nei rapporti fra i diversi
ruoli nella famiglia immigrata, il problema della maternità vissuta in condizioni
di separazione dai figli.
Il punto di partenza dell’associazione e delle sue fondatrici è stata la consapevolezza circa il ruolo fondamentale di mediazione delle donne e di “ponte” per
favorire l’inclusione. Per questo, l’associazione Donne senegalesi ha puntato sull’offerta di attività culturali, considerate uno strumento ottimale per promuove-
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re l’integrazione e l’incontro, lottare contro l’esclusione sociale e l’emarginazione culturale delle donne migranti. Fra queste attività troviamo laboratori su saperi femminili, corsi di cucina etnica, feste e animazione nelle scuole, incontri
di sensibilizzazione su problemi sanitari e alimentari che riguardano le donne.
Tra i punti di forza dell’associazionismo viene indicata soprattutto la volontà di
valorizzare identità culturali differenti ed il dialogo interculturale per arrivare ad
una maggiore ricchezza culturale complessiva. L’associazionismo, inoltre, dà più
forza e più voce agli immigrati perché portatore di un interesse collettivo e non
solo individuale.
Tra i punti di debolezza dell’associazionismo vengono indicati la non piena capacità di incidere sui processi di programmazione, gestione e valutazione delle
politiche di integrazione; si auspica, per il futuro, un miglioramento in questo
senso.
Consapevole che la lotta alle situazioni di disagio e fragilità che coinvolgono le
donne straniere rende indispensabile una sempre maggiore sinergia tra tutti gli
attori del territorio, l’associazione ha avviato numerose collaborazioni con le istituzioni e le altre strutture che sul territorio lavorano per favorire l’integrazione
degli immigrati, primo fra tutti il Centro Zonarelli. L’associazione si avvale infatti degli spazi, del supporto materiale e organizzativo del Centro Zonarelli, reale punto di riferimento della città di Bologna per gli stranieri, le associazioni e
le istituzioni.
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Tel. 064182113 (r.a.) - Fax 064506671
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La partecipazione degli immigrati all