Anno XXVII
N. 2
Aprile / Maggio 2006
Euro 2,00
Dalle «vasche termali» delle Antiche Terme
riemerge la storia del Comune dʼIschia
Storia della ricerca archeologica (II)
Il golfo di Napoli e lʼisola dʼIschia
Antologia di viaggiatori tedeschi
Elementi vegetazionali e fitosociologici
che caratterizzano il territorio di Forio (II)
Mostre (Museo del Mare) - Roccotelli - Il mio viaggio a Ischia
Periodico di ricerche e di temi turistici, culturali, politici e sportivi
Dir. responsabile Raffaele Castagna
La Rassegna dʼIschia
Anno XXVII- N. 2 Aprile/Maggio 2006 - Euro 2,00
Periodico di ricerche e di temi turistici,
culturali, politici e sportivi
Editore e direttore responsabile Raffaele Castagna
La Rassegna dʼIschia
Via IV novembre 25 - 80076 Lacco Ameno (NA)
Registrazione Tribunale di Napoli n. 2907 del 16.2.1980
Iscritto al Registro degli Operatori di Comunicazione
con n. 8661.
Stampa Tipolito Epomeo - Forio
Le opinioni espresse dagli autori non impegnano la rivista - La collaborazione ospitata sʼintende offerta gratuitamente - Manoscritti,
fotografie e disegni (anche se non pubblicati), libri e giornali non
si restituiscono - La Direzione ha facoltà di condensare, secondo le
esigenze di impaginazione e di spazio e senza alterarne la sostanza,
gli scritti a disposizione. Per recensioni inviare i volumi.
Sommario
3
Il recupero dellʼArchivio comunale dʼIschia
5
Forio mette in rete il suo patrimonio culturale
7
Storia della ricerca archeologica (II)
12
LʼAssociazione Amici del Museo del mare
premia pescatori e navigatori
13
Rassegna Libri
16
«Gast auf Ischia» e «Ischia, tremila voci...»
due preziose fonti di informazioni
18
Ischia e il tramonto politico
19
Il golfo di Napoli e lʼisola dʼIschia
Antologia di viaggiatori tedeschi
34
Elementi vegetazionali e fitosociologici
che caratterizzano il territorio di Forio (2)
38
Tradizioni contadine
La pietra del palmento
39
Mostre
Roccotelli, il mio viaggio a Ischia
42
2006 Anno Ibseniano
44
Regine sul trono di Napoli
47
«Le Primavere italiche» (Liriche di G. Amalfitano)
49
Personaggi isolani
Ischia Film Festival
IV edizione 2006
La IV edizione di Ischia Film Festival si svolgerà
nellʼultima decade del mese di giugno 2006. La manifestazione nasce, come si sa, «con lʼintento di conferire un riconoscimento artistico alle opere, ai registi,
ai direttori della fotografia e agli scenografi che hanno
valorizzato “location” italiane o straniere, e ne hanno
rappresentato la realtà umana, storica e sociale, promuovendone così la cultura, le tradizioni e le bellezze
ed infondendo nello spettatore il desiderio di visitarle
per provare in prima persona le emozioni ricevute».
LʼIschia Film Festival si propone inoltre come luogo di ricerca, di approfondimento e di confronto sul
cinema internazionale legato al fenomeno del Cineturismo.
Sono previste le seguenti sezioni di concorso: Lungometraggi italiani – Lungometraggi stranieri – Cortometraggi – Documentari – Opere fuori concorso, e i
seguenti premi assegnati da una giuria internazionale:
Premio Ischia Film (al lungometraggio, al cortometraggio, al documentario, che hanno maggiormente
valorizzato località italiane e straniere negli anni 20052006), Premio Castello Aragonese (al miglior regista),
Premio Aenaria (al miglior scenografo), Premio Epomeo (al miglior direttore della fotografia), oltre a riconoscimenti e menzioni speciali.
Per aggiornamenti notizie www.ischiafilmfestival.it
Regine
sul trono di Napoli
nel periodo borbonico
Manifestazione compresa tra i Grandi Eventi della Regione Campania, curata dalle Aziende di Cura,
Soggiorno e Turismo di Capri, Ischia e Caserta,
in svolgimento tra aprile e maggio 2006 nellʼisola
dʼIschia, con una serie di mostre, spettacoli e proposte gastronomiche. I luoghi che ospiteranno le varie
iniziative vanno dal Castello Aragonese al Palazzo
Reale, dalla Torre di Michelangelo alla Colombaia,
a Villa Arbusto.
conto corrente postale n. 29034808 intestato a
Raffaele Castagna - Via IV novembre 25
80076 Lacco Ameno (NA)
www.larassegnadischia.it
[email protected]
Dalle «vasche termali» delle Antiche Terme
riemerge la storia del Comune dʼIschia
LʼVIII edizione della Settimana della Cultura (3-8 aprile 2006), organizzata dalla Soprintendenza Archivistica per la Campania, ha come centro il Comune dʼIschia per un evento che
si pone in contrasto, positivamente, con lʼindifferenza sempre imperante verso quel complesso
di carte e di fascicoli su cui è segnata tanta storia del paese: il recupero e la valorizzazione
dellʼarchivio che, secondo quanto dice il sindaco Giuseppe Brandi, «rappresenta un itinerario
da percorrere prima ancora che una meta da raggiungere, al fine di assicurare la trasmissione
alle future generazioni di una parte rilevante della storia dellʼisola dʼIschia, conservata tra le
polverose pagine dei volumi e dei documenti che ci si appresta a restituire alla piena fruibilità
della comunità isolana e degli studiosi dopo anni di colpevole degrado ed abbandono».
Perché però a questo decisivo passo faccia seguito veramente la concreta possibilità di «riconsegnare ai cittadini un bene presente solo nella memoria dei più anziani e completamente
sconosciuto alle nuove generazioni», occorre che si realizzi in tempi brevi il restauro del salone delle Antiche Terme Radioattive Comunali, per ospitare in modo permanente il riemerso
archivio comunale.
Intanto è possibile constatare e scoprire i primi risultati dellʼopera portata avanti dal Soprintendente Archivistico per la Campania, Maria Rosaria de Divitiis, e dai suoi collaboratori, le dottoresse Angela Spinelli e Maria Antonietta Tagliatatela in una mostra presentata
presso la Biblioteca Comunale Antoniana.
Un altro evento inserito nella Settimana della Cultura è la mostra di documenti dellʼArchivio
Diocesano di Caserta dal 1500 al 1800 (Caserta, Curia Vescovile, Salone SantʼAugusto: 3/7
aprile 2006), presentata con il titolo: Le Carte della Diocesi raccontano la città. «Con la tutela rivolta alla conservazione - scrive il Soprintendente archivistico per la Campania, Maria
Rosaria de Divitiiis - si propongono alla fruizione e quindi alla valorizzazione le incredibili,
preziose testimonianze storico-artistiche, architettoniche, archivistiche e librarie che la Chiesa ha realizzato e prodotto in tutti i luoghi delle città, grandi e piccoli, tra cattedrali, basiliche,
chiese, conventi e complessi devozionali che rendono attrattori di eventi culturali e di ricerca
anche remoti luoghi di montagna del nostro Paese».
Per quanto concerne lʼisola dʼIschia riportiamo i seguenti scritti.
La cultura dellʼarchivio
Non è il caso di sottacere la sconcertante situazione
e lo stato di conservazione dellʼarchivio storico del Comune di Ischia, verificati alcuni mesi fa dal funzionario
di questa Soprintendenza, se lo stesso sindaco Giuseppe
Brandi nel suo intervento parla “di colpevole degrado
ed abbandono”. Dopo la raccapricciante scoperta che
parte del patrimonio documentario era collocato nelle
ex vasche termali, la dottoressa Tagliatatela, grazie al
fondamentale sostegno del Segretario Generale, dott.
Amodio, e poi del prezioso intervento della dottoressa
Buono, si è fortemente impegnata per la “riemersione”
dei faldoni, registri e tante altre carte di questo Archivio. Ed ora, avendo lʼobiettivo di portare a conoscenza
dei cittadini di Ischia, da una parte delle responsabili-
tà oggettive di questa privazione della loro memoria
e dallʼaltra del recupero intrapreso con il fattivo impegno del Comune, come primo risultato inauguriamo
questa significativa mostra per lʼVIII Settimana della
Cultura che impegna la nostra Soprintendenza in diversi centri della Regione. Devo ricordare che alla notizia della situazione archivio-vasche termali (un vero
ossimoro per chi rifletta minimamente sulle condizioni
in cui vadano conservate le carte, innanzitutto in luoghi
asciutti e ben areati) mi sentii molto avvilita, perché
dovevo constatare ancora una volta come da qualche
decennio sia scomparsa la cultura dellʼarchivio, proprio nei luoghi più famosi nel mondo, più fiorenti per
il turismo, storia antica e bellezze naturali e proprio
ora che la più aggiornata normativa (quella del testo
unico n. 490 del 1999 e poi del Codice per i Beni Cul-
turali, D.Leg. n. 42 del 2004) pone la responsabilità
degli archivi comunali direttamente e con diversi livelli sanzionatori in capo ai Sindaci. Comunque si deve
accogliere con ottimismo ed è opportuno festeggiare
lʼinaugurazione della mostra in questa VIII Settimana
della Cultura che simboleggia e vuole comunicare che
lʼarchivio è riemerso, dallʼoblio, dallʼincuria e che sarà
puntualmente riordinato, ben condizionato ed allocato opportunamente. Senza facili entusiasmi perché il
lavoro sistematico, dopo questo primo intervento, che
ha dato minima dignità al recupero e possibilità di un
primo censimento dellʼesistente, dovrà proseguire con
cura e buona volontà da parte dellʼAmministrazione,
favorendo un progetto che dovrà aver rispetto e risanare il colpevole degrado per lʼincuria anche per il lavoro di riordinamento effettuato, da valenti archivisti
di questa Soprintendenza, anni addietro. Si potrà così
tentare di ritrovare le carte più antiche dei Parlamenti
del 1788 e altro che viene menzionato nelle relazioni
elaborate mentre per ora si risale alla storia del Comune come istituito a partire dal decennio francese in cui
pure si rilevano ancora vuoti nella serie delle delibere
del decurionato. Si esprime anche lʼauspicio che alla
prossima occasione lo spazio del Salone delle Antiche
Terme Radioattive Comunali restaurato possa avere
ripreso la sua piena funzionalità per esposizioni, tradizionali eventi e concerti raccontati in alcune immagini di giornali e opuscoli che il Comune conserva. La
mostra è arricchita da fotografie che costituiscono la
documentazione della sistemazione dellʼarchivio storico già avviata. A questo punto desidero ricordare la
collaborazione archivistica della dottoressa Angela
Spinelli, anche lei funzionario di questa Soprintendenza, e il supporto di Gigi Viglione per la grafica. Quel
che resta sperare è che possa emergere dallʼarchivio o
da altre istituzioni, o collezioni private qualche raccolta di antiche fotografie, una fonte documentaria che è
fortemente considerata per la validità che si affida alla
fotografia, come supporto indispensabile per la ricerca,
per gli approfondimenti di tanti aspetti della vita materiale del nostro passato.
Maria Rosaria de Divitiis
Soprintendente Archivistico per la Campania
La storia di una città è leggibile nei suoi documenti
La Settimana della Cultura, principale evento del
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, giunge
questʼanno alla sua ottava edizione. Nel quadro delle
manifestazioni promosse dalla Soprintendenza Archivistica per la Campania, lʼidea di scegliere Ischia, tra
i comuni della provincia di Napoli, nasce dallʼintento
di dare diffusione alla Città del recente recupero del
proprio archivio storico municipale. Si vuole, con una
mostra documentaria, comunicare agli ischitani che tra
non molto potranno riappropriarsi delle loro memorie civiche che rischiavano di andare disperse a causa dellʼincuria degli uomini. Un patrimonio culturale
è formato da testimonianze artistiche e documentarie
e se le chiese, i monumenti, gli edifici, i quadri sono
sicuramente più di facile approccio e di maggiore fruibilità, non bisogna trascurare che la storia di una Città è
leggibile nei suoi documenti. Nellʼarco di questʼanno è
stato fatto sicuramente molto per il recupero dellʼarchivio del Comune e le foto, esposte in mostra, sono una
testimonianza “dellʼarchivio riemerso” dalle ex vasche
termali. La competenza e sensibilità dimostrata nel
settore archivistico comunale dal Segretario Generale,
Giovanni Amodio, nonché la sua tenacia, hanno reso
possibile che lʼarchivio cambiasse “veste”, anche per il
prezioso aiuto di Antonio Lumio, Raffaele Mirabella e
Mario Pilato. Inoltre se oggi, a breve tempo dal recupero, si è realizzata una mostra documentaria, è pur grazie
4 La Rassegna dʼIschia 2/2006
alla professionalità e al vivace entusiasmo per il mondo archivistico della dottoressa Assunta Buono a cui va
riconosciuto il merito del certosino lavoro impiegato
nellʼarchivio storico comunale della sua Città. Molto
ancora si dovrà fare per rendere in futuro i documenti
accessibili agli studiosi e a tutti coloro che vorranno
scoprire le proprie radici culturali. Sarà necessario iniziare, quanto prima, lʼordinamento di quelle carte che
pur apparendo spesso “vecchie e polverose”, rappresentano un bene prezioso perché garantiscono la sopravvivenza della nostra identità culturale. La mostra
rappresenta un esempio del patrimonio documentario
e librario di proprietà del comune dʼIschia. Ad aprirla
è lʼantico diario delle “clarisse isclane”, datato 15751911, del Convento di S. Maria della Consolazione,
divenuto di proprietà comunale durante il decennio
francese (1806-1815).
Il 2 agosto 1806 Giuseppe Bonaparte emanò, nel
Regno di Napoli, la legge per lʼeversione della feudalità avviando così un procedimento che portò (con
la successiva legge del 13 febbraio 1807 e con quella
di Gioacchino Murat del 7 agosto 1809) alla soppressione dei monasteri e allʼincameramento dei loro beni.
Un manoscritto di notevole interesse è inoltre la platea
dei territori della famiglia Polverino, risalente al 1740.
Continuando il nostro percorso, oltre a tanti altri documenti selezionati in archivio e ad altri volumi pregiati
della biblioteca comunale, troviamo esposti in bacheca
due registri del Decurionato. Nella delibera, datata 20
ottobre 1827 si discute dellʼeventualità di progettare un
porto nel lago, in unʼaltra del 17 settembre 1854, anno
dellʼinaugurazione del porto dʼIschia, si legge che il
Comune, venendo a mancare lʼintroito derivante dalla
pesca, fa richiesta dʼindennizzo “per la perdita del lago
ridotto a porto”. Di notevole interesse è la relazione
sulle acque termali, stilata dal professor Silvestro Zinno il 14 maggio del 1881 che fa unʼapprofondita analisi, qualitativa e quantitativa, delle acque minerali. È
proprio «...in virtù della loro importanza», come troviamo scritto nel documento, «che il municipio dʼIschia
ha fatto sorgere uno stabilimento balneare a proprie
spese, la cui costruzione è stata affidata allʼarchitetto
Giuseppe Florio. Lo stabilimento, or ora costruito, offre tutte le comodità richieste al bisogno, è spazioso
ed elegante… non è inferiore ai migliori stabilimenti
dʼEuropa». Le pagine della relazione presentano purtroppo molte tracce di muffa e per evitare che si perda
testimonianza del loro scritto è necessario provvedere
quanto prima ad un loro restauro. Nellʼarchivio storico
del Comune si conserva, inoltre, il carteggio riguardante lʼonorificenza concessa dalla Città dʼIschia allʼonorevole Benito Mussolini. In mostra, insieme ad altri
atti che testimoniano tale evento, troviamo la delibera
del 4 agosto 1923, con cui «il Consiglio Comunale...
esprimendo ammirazione e gratitudine per provvidenze a favore del Mezzogiorno dʼItalia e particolarmente
Napoli e provincia acclama onorevole Mussolini cittadino onorario isclano al grido di viva lʼItalia». Del
7 agosto dello stesso anno è il telegramma, a firma del
Presidente del Consiglio, in cui si leggono le testuali
parole: «Sono fiero di essere cittadino onorario vostra
isola bellissima che amo e grido con voi viva la nostra
adorabile Italia».
Il percorso espositivo si chiude con le lettere inviate
dai militari della Seconda Guerra Mondiale, alcuni dei
quali prigionieri nei campi di concentramento, ai loro
familiari. Le missive erano allegate, come richiesto dal
Comune, alle domande di sussidio straordinario inoltrate dai parenti «dei militari alle armi in condizioni di
bisogno». Non è stato un caso chiudere la mostra con
un argomento così forte e toccante che invita ancora
una volta a riflettere sullʼimportanza del documento
come fonte della nostra storia. Per non dimenticare,
salvaguardiamo la memoria.
Maria Antonietta Taglialatela
(Soprintendenza Archivistica per la Campania)
www.foriocultura.it
Forio mette in rete il suo patrimonio culturale
Forio alla riscoperta del suo passato. Storia e turismo una relazione
possibile è un progetto di valorizzazione del patrimonio culturale foriano. Voluto dal Comune di Forio, è
stato realizzato dal Dipartimento di
Discipline Storiche “Ettore Lepore”
dellʼUniversità degli Studi di Napoli
Federico II e finanziato dalla Regione Campania, in modo particolare
dallʼAssessorato di Marco Di Lello.
La scelta del Comune di affidarsi
ad unʼistituzione altamente specializzata come lʼUniversità non è stata
casuale. Da qualche anno, infatti, il
Dipartimento ha avviato unʼintensa attività di sperimentazione dellʼapplicazione dellʼinformatica alla
ricerca storica, bibliografica ed archivistica e ha attivato un Corso di
perfezionamento in Saperi Storici e
Nuove tecnologie, che è oramai una
realtà didattica consolidata, con la
partecipazione di docenti e studiosi
del campo provenienti da diverse
università italiane.
A loro è stata affidata la realizzazione di un progetto di valorizzazione del patrimonio culturale foriano,
che contribuisca ad avvicinare la cittadinanza ad un patrimonio spesso
avvertito come estraneo, e a modificare nel tempo lʼimmagine turistica
di Forio tradizionalmente associata
al turismo di massa.
Obiettivi ambiziosi, ma possibili,
da perseguire attraverso un corretto
programma di valorizzazione e di
divulgazione, che coinvolge gli abitanti, gli studiosi, le scuole, gli ope-
ratori turistici ed i turisti. I primi risultati di questo intenso lavoro, che
abbraccia in un unico sguardo retrospettivo, le risorse culturali foriane,
sono visibili allʼindirizzo www.foriocultura.it da cui si accede al portale Forio Cultura. Un patrimonio da
scoprire.
Forio Cultura, una grande banca
dati on line, è concepita come un
sistema informativo aperto, ciò significa che questo grande gestore di
contenuti è destinato ad incrementarsi nel tempo sia con successivi
contributi, frutto di nuove proposte
culturali, come scavi archivistici, bibliografici e artistici, condotti presso
giacimenti documentali anche esterni al Comune, sia con proposte, che
si spera giungano da una opinione
La Rassegna dʼIschia 2/2006
5
pubblica resa più sensibile. Le risorse sono tante e strutturate in sei
sezioni: storia, patrimonio storicoartistico, artisti ed intellettuali, tradizioni, itinerari e risorse bibliografiche.
Ogni sezione apre un ventaglio su
nuove opzioni dalle quali è possibile
accedere ad informazioni sulla storia
foriana, sulle risorse archivistiche,
sui personaggi, sui costumi e le curiosità storiche.
Tantissime le foto a colori, che documentano lo stato di conservazione del patrimonio storico-artistico
e divulgano, ad un pubblico potenzialmente vasto, i tesori miracolosamente sfuggiti alla furia del dilagante abusivismo. È questo il caso
del pavimento della Cappella Regine incredibilmente scampato alla
demolizione e conservato presso il
Museo Industriale di Napoli.
Grazie alle nuove tecnologie tornano a Forio, anche se solo virtualmente, alcuni dei reperti archeologici venuti alla luce a Punta Chiarito,
durante i lavori di scavo, che hanno
portato alla scoperta di strutture di
epoca greco-arcaica.
Particolare attenzione meritano i
cataloghi interni, dai quali si accede
alle diverse sette banche dati, riguardanti i beni architettonici, le opere
dʼarte, le maioliche, gli autori, gli
artisti contemporanei e le foto storiche.
Tutte le schede sono state ideate e
implementate dalle studiose Felicia
Lamonaca e Raffaella Di Meglio sotto la direzione scientifica dei proff.
Roberto Delle Donne e Pierluigi Totaro, con la consulenza dellʼesperto
di comunicazione informatica Alfredo Cosco.
In modo particolare le schede delle opere dʼarte sono state realizzate
tenendo conto degli standard catalografici dellʼIstituto Centrale del Catalogo e della Documentazione. Nonostante ciò, si è ritenuto opportuno
operare una semplificazione delle
stesse per renderle più accessibili al
grande pubblico. Ogni scheda, come
6 La Rassegna dʼIschia 2/2006
sopra accennato, è accompagnata da
un ricco apparato fotografico a colori, realizzato appositamente per il
progetto.
Particolare attenzione, nella sezione autori, si dedica a due storici
cenacoli culturali di Forio: il Bar
Maria e la Libreria Mattera.
Interessante la sezione dedicata
agli itinerari turistici, dove si presentano percorsi dʼautore, legati allʼarte
e alla sfera religiosa.
Non meno interessante la sezione
bibliografica, dove si presenta una
raccolta dei testi e dei periodici che
parlano di Forio, fornendo, dove
possibile, anche indicazioni relative
alla distribuzione nelle principali biblioteche nazionali.
Un lavoro intenso, che merita di
essere scoperto ed esportato oltre i
confini foriani, per abbracciare in un
unico contenitore tutte le risorse culturali dellʼisola dʼIschia.
Felicia Lamonaca
Ad un secolo, lʼeruzione
del Vesuvio del 1906
Sul sito www.vesuvioweb.com è possibile leggere la rievocazione dellʼeruzione del Vesuvio avvenuta nel 1906, che ne distrusse con grandi
colate laviche il versante est. Una storia raccontata dai testimoni. Un anno
dopo lʼevento Camillo Balzano diede alle stampe un celebre libro dove
raccontò la storia. Il grande storico Stanislao Ascione di Torre del Greco
in un altro pregevole testo nel 1956 fece parlare i testimoni e descrisse nei
dettagli le fasi. Vincenzo Marasco, oggi, ricerca le fonti storiche, “interroga i monumenti” e riscrive la storia dellʼeruzione nei momenti salienti. Moltissime le immagini inedite tra le quali le partiture dellʼInno alla
Madonna della Neve, la croce che venne portata in processione, le lapidi
commemorative dellʼepoca. Poi ancora le fotografie dei personaggi che
vissero quei drammatici momenti. Tom Gidwitz archeologo, vulcanologo
e scrittore, ci fornisce materiale interessantissimo sulle vicende storiche
di quellʼanno. Hanno collaborato alla celebrazione del Centenario: Tom
Gidwitz, Vincenzo Marasco, Salvatore Argenziano, Gianna De Filippis,
Aniello Langella.
Storia della ricerca archeologica *
II **
Dopo aver sommariamente delineato la storia della
ricerca archeologica a Ischia, vale la pena soffermarci
su qualche momento dellʼindagine storica relativa allʼisola.
Lʼanalisi delle fonti letterarie aveva già permesso
a studiosi dei secoli passati di postulare una presenza
euboica sullʼisola. Vi sono state diverse opinioni, ovviamente prima delle ricerche di Buchner, sulla localizzazione degli insediamenti testimoniati dalle fonti:
e se prevaleva la tendenza a riconoscere nellʼacropoli
di Monte di Vico la Pithekoussa degli Eubei [ad es.
Tableau Topographique (68); Maiuri (69); Beloch (70)
riconosceva a Monte di Vico tracce di insediamento almeno dal V sec. a. C. fino allʼetà imperiale, ma lasciava
aperto il problema dellʼinsediamento euboico], Jasolino (71) [cf. anche Corcia (72)] poneva la città al c.d.
“Castellone” [anche Mazzella (73), che vedeva ruderi
di un antico castrum presso il balneum Castilionis].
Pais (74), pur riconoscendo un insediamento a Monte
di Vico, fa notare come lʼarea più adatta alla produzione di ceramica, alla difesa e allo sfruttamento delle
risorse termali si trovava intorno al Castello dʼIschia,
ricco di rovine (Jasolino 75) non meglio datate, ricordato in un documento del 1036 come Castrum Gironis;
un abitato poteva trovarsi presso Casamicciola, sepolto
da unʼeruzione. In epoca più recente, Maiuri (76) riesamina la questione, accettando una dislocazione tra
* Alessandro Corretti, in Bibliografia topografica
della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche,
VIII-Siti, 1990 (Scuola Normale Superiore di Pisa, Ecole
française di Roma, Centre J. Bérard di Napoli).
** La prima parte è stata pubblicata nel n. 1/2006
68 Tableau topographique et historique des Iles dʼIschia, de
Ponza, de Vandotene, de Procida et de Nisida: du Cap de
Misène et du Mont Pausilipe par un Ultramontain, Napoli
1822, pp. 48-184.
69 A. Maiuri, Pithecusana, PP, II, 1946, 155-184.
70 J. Beloch, Campanien, 1890, 209, 447, 468.
71 G. Iasolino, Deʼ rimedi naturali che sono nellʼIsola
dʼIschia, hoggi detta Ischia, Napoli 1588.
72 N. Corcia, Storia delle Due Sicilie, dallʼantichità più remota al 1789, Napoli 1845, II, 155-164.
73 S. Mazzella, Opusculum de Balneis … cit.
74 E. Pais, Per la storia di Ischia e di Napoli nellʼantichità…, cit.
75 G. Iasolino, op. cit.
76 A. Maiuri, Pithecusana, cit.
lʼabitato euboico (Monte di Vico) e il presidio siracusano (Castello dʼIschia).
Collegato allʼesame delle fonti letterarie è anche il
problema della toponomastica ischitana, relativamente
complessa. Il nome moderno dellʼisola, ricordato per
la prima volta, come Iscla, in una lettera di Leone III a
Carlo Magno dellʼ813 (Algranati 77; Annecchino 78),
viene fatto risalire ora al greco ischys, con riferimento
alla fortezza posta al Castello dʼIschia (Mazzella 79),
ad un culto di Apollo Ischi (Algranati 80), oppure,
forse più probabilmente, lo si fa derivare da un insula
maior, attraverso Iscula > Iscla > Ischia (Annecchino
81; Schick 82). Inoltre, il problema di una possibile
influenza etrusca nella forma toponomastica, peraltro
discussa, Inarime, ha spinto molti studiosi a ricercare
altri ʻfossiliʼ etruschi nel patrimonio linguistico ischitano (ad es. Ribezzo 83; Trombetti 84; Bertoldi 85;
Alessio 86; Wikén 87); altri ancora (Buonamici 88;
Bonacelli 89) riconoscono invece nella toponomastica
elementi semitici; le affinità toponomastiche tra Ischia
e la regione africana intorno a Capo Bon vengono invece spiegate da Pais (90) con una migrazione di coloni campani alla fine della repubblica. Quando ancora
lʼarcheologia non aveva documentato materialmente
quanto Ischia fosse stata aperta a contatti e influssi me77 G. Algranati, Ischia, Bergamo 1930
78 R. Annecchino, Sulla toponomastica flegrea, AAP, N.S.
IV, 1950-52, 247-254.
79 S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli
1601, 18-19.
80 G. Algranati, op. cit.
81 R. Annecchino, op. cit.
82 C. Schick, A proposito di due recensioni, SE, XXVI,
1958, 305-311.
83 F. Ribrezzo, La originaria unità tirrena dellʼItalia nella
toponomastica, RIGI, IV, 1920, 83-97, 95 n. 1.
84 A. Trombetti, La lingua etrusca e le lingue preindoeuropee del Mediterraneo, SE, I, 1927, 213-238.
85 V. Bertoldi, Relitti etrusco-campani…, SE, VII, 1933,
279-293.
86 G. Alessio, Una voce toscana di origine etrusca, Gighero
«arum v. sp.» <gigarus id., SE, XI, 1937, 253-262, 258.
87 E. Wikén, Die Kunde der Hellenen von dem Lande und
den Völkern der Appenninhalbinsel bis 300 v. Chr., Lund
1937, 76.
88 G. Buonamici, Dubbi e problemi sulla natura e la parentela dellʼEtrusco, SE, I, 1927, 239-253, 244.
89 B. Bonacelli, La scimmia in Etruria, SE, VI, 1932, 341382, tavv. XIV-XVI.
90 E. Pais, op. cit.
La Rassegna dʼIschia 2/2006
7
Storia della ricerca archeologica
diterranei, la glottologia muoveva alcuni passi, forse
ancora incerti, in questa direzione.
Un altro campo di ricerca è costituito dai tentativi di
porre in relazione le varie eruzioni documentate dalle
fonti letterarie con le colate laviche o gli strati di cenere
e lapilli identificabili sul territorio isolano.
Un contributo interessante è ovviamente in Corcia
(91), ma è Mercalli (92) che, sulla base del terremoto
di Casamicciola del 1883, riprende in mano il problema da un punto di vista scientifico. Riconosce forse
nellʼeruzione ricordata da Plinio quella che portò alla
formazione del porto dʼIschia (contra Ciaceri 93, per il
quale lʼeruzione pliniana non è identificabile); ricorda
una prima eruzione storica [VI-V sec. a. C; seguito anche da Beloch (94) e da tutta la tradizione di studi successiva] che avrebbe cacciato gli Eretriesi, una seconda eruzione (intorno al 400 a.C.) che avrebbe cacciato
i Siracusani, e altre in età romana, fino al terremoto
del 1228 e allʼeruzione del 1302; riferisce poi a Isernia
lʼeruzione del 93 a. C. ricordata da Giulio Ossequente.
Beloch e Pais ricordano tre eruzioni in età preromana,
lʼultima delle quali sarebbe quella ricordata da Timeo,
mentre le prime due avrebbero allontanato rispettivamente Euboici e Siracusani. Ciaceri accetta i dati ormai tradizionali, salvo alzare al 470 a.C. lʼabbandono
siracusano (e di conseguenza lʼeruzione). Buchner (95)
stabilisce per la prima volta un rapporto tra fenomeni
vulcanici e sismici e documentazione archeologica, ritenendo che la fine dellʼabitato dellʼetà del Bronzo e del
Ferro di Castiglione fosse dovuta allʼeruzione del Monte Rotaro, la stessa che avrebbe cacciato gli Euboici.
Lo stesso strato di lapilli che copre Castiglione compare anche in altri luoghi dellʼisola, e vi si sovrappone un
livello con materiali non anteriori alla fine VIII-inizio
VII sec. a. C, coperto a sua volta dallʼeruzione del cratere di Porto dʼIschia. Per uno studio complessivo sulle
eruzioni ʻstoricheʼ si rimanda a Paolo e Giorgio Buchner (96) e, molto più recentemente, a Buchner (97),
con nuovi dati e modifiche delle precedenti opinioni.
91 N. Corcia, op. cit.
92 G. Mercalli, I terremoti e le eruzioni dellʼisola dʼIschia,
La Rassegna Nazionale, VI, 1, 1884, 40-52.
93 Ciaceri, II, 311-317.
94 J. Beloch, op. cit.
95 G. Buchner, Nota preliminare sulle scoperte preistoriche
dellʼisola dʼIschia, BPI, LVI, 1936-1937, 65-93.
96 P. e G. Buchner, Die Datierung der vorgeschichtilicher
und geschichtilicher Ausbrüche auf der Insel Ischia, Die
Naturwissenschaften,XXVIII, 1940, 553-564.
97 G. Buchner, Eruzioni vulcaniche e fenomeni vulcanico-
8 La Rassegna dʼIschia 2/2006
La posizione riguardo allʼeruzione che avrebbe formato il promontorio di Zaro, margine NO dellʼinsenatura
di S. Montano, e che Buchner datava allʼetà di Timeo,
muta radicalmente quando in un crepaccio della colata
lavica si scopre ceramica appenninica (Buchner), e si
osserva che i tumuli di VIII e VII sec. a. C. nella necropoli sono realizzati con la trachite di Zaro (Ridgway).
Sempre dallʼesame dei dati della necropoli si ricava
che lʼeruzione del Monte Rotaro sarebbe avvenuta intorno al 600 a. C, e non sarebbe quindi il motivo della
cessazione di vita sul sito di Castiglione, abbandonato
più di un secolo prima; quanto allʼeruzione, che portò
alla formazione del lago di Porto dʼIschia (collegato al
mare solo nel 1854), essa sarebbe da collocare posteriormente al V sec. a. C. La presenza di grossi macigni
tra le rovine della struttura I nellʼarea ʻindustrialeʼ indica che comunque una prima fase abitativa fu chiusa,
intorno al 720 a. C. (Klein 98), da un terremoto. Di
notevole interesse lʼindividuazione, sia sulla base dellʼesame dei materiali provenienti dai paleosuoli coperti
dai detriti vulcanici che dalla valorizzazione di notizie
di Porzio (99), di Fazello (100) e di Capaccio (101), di
unʼintensa attività sismica ed eruttiva per tutto il corso
dellʼetà imperiale, che darebbe ragione del minore interesse manifestato dai Romani per Ischia rispetto, ad
esempio, a Baia. Un altro problema storico affrontato
dagli studiosi anche prima delle ricerche di Buchner
è la definizione dello status di Ischia dal V sec. a. C.
(dominio siracusano) in poi.
Per Pais Ischia passa a Roma non nel 326 a. C, ma
nellʼ82 a. C, al tempo della occupazione sillana. Peterson (102), fraintendendo i precedenti lavori di Beloch
e Pais, pensa invece che Ischia sia passata a Roma nel
326 a. C, e fosse ceduta a Napoli da Augusto in cambio
di Capri. Secondo Maiuri (103) lʼabbandono di Ischia
da parte dei Siracusani e il conseguente passaggio dellʼisola sotto Napoli si sarebbero verificati intorno al
440 a. C, quando la città partenopea entra nella sfera dʼinfluenza ateniese. Nellʼ82 a. C. Silla lʼavrebbe
tettonici di età preistorica e storica nellʼisola dʼIschia, in
«AA. VV., Tremblements de terre…», 145-188.
98 J. Klein, A Greek Metalworking Quarter, Eight Century
Excavations on Ischia, Expedition, XIV, 2, 1972, 34-39.
99 S. Porzio Puteolano, De conflagratione agri Puteolani,
s.l. s.d. [Napoli 1538].
100 T. Fazellus, De rebus Siculis, decades duae, Palermo,
1560, I, 1, 7-8.
101 G. C. Capaccio, Historiae Neapolitanae libri duo, Napoli 1672, II, 181.
102 R. M. Peterson, The Cults of Campania, Roma, 1919,
220-221.
103 A. Maiuri, op. cit.
staccata da Napoli (Pais), che lʼavrebbe riottenuta al
tempo dello scambio con Capri: a questʼultimo periodo
risalirebbe la famosa iscrizione di Lacco Ameno, i cui
arxantes sarebbero i duoviri del municipio napoletano.
Per Buchner (104) la presa di possesso di Ischia da parte di Napoli risale al 421 a. C. (105), quando la caduta
di Cuma in mano sannitica apre la via alle ambizioni
napoletane; quanto allʼoccupazione sillana di Ischia,
essa sarebbe testimoniata, tra lʼaltro, dallʼabbandono
del Monte di Vico, da collocare, in base ai dati archeologici, nella prima metà del I sec. a. C. (Buchner); da
ultimo anche Frederiksen 106). Queste interessanti ricerche storiche possono usufruire delle recenti acquisizioni in campo archeologico solo in misura limitata,
dato che lʼenorme interesse suscitato dalle scoperte
relative a Ischia ʻeuboicaʼ ha messo parzialmente in
ombra le problematiche concernenti le epoche successive. Giustamente Morel (107) sottolinea che a Ischia
si è imitata non solo ceramica geometrica, ma anche
ionica, attica, per giungere alle produzioni pre- e protocampane (108); non si hanno dati sicuri per la produzione di ceramica Campana A: fornaci di età ellenistica
(Monti 109) e di età imperiale (Buchner in Morel 110)
si trovano sotto la basilica di S. Restituta; a Ischia si
producono forse lucerne dalle stesse caratteristiche tecnologiche della Campana A, anfore con diversi bolli
di produttori (greci, campani, romani), bols à reliefs
con bollo in caratteri latini arcaici (Morel); Frederiksen
pensa che lʼargilla di Ischia, lʼunica nel bacino flegreo,
costituisse la materia prima per le produzioni di terra
sigillata individuate a Pozzuoli. Se le testimonianze
monumentali di età romana non sono poi numerosissime, sembra tuttavia che lʼaffermazione di Buchner
Niola (111), secondo la quale lʼisola sarebbe stata negletta in età romana, andrà forse sfumata, anche se i
frequenti terremoti attestati per lʼetà imperiale (Buchner 112) avranno certo ostacolato la vita sullʼisola: le
epigrafi coprono lʼetà tardo-repubblicana e imperiale
fino al III sec. d. C, e una più organica ricerca potrebbe
104 G. Buchner, s. v. Ischia, EAA, IV (1961), 224-229.
105 G. Buchner, Pithekoussai. Alcuni aspetti particolari,
ASAA, LIX, 1981, 263-273.
106 M. Frederiksen, Campania, a cura di N. Purcell, Oxford
1984, passim.
107 J. P. Morel, Aspects de lʼartisanat dans la Grande Grèce
Romaine, ACT XV, 1975, Napoli 1976, 263-324.
108 J. P. Morel, Céramique Campanienne. Les Formes, Texte, Rome 1981, 44, 47, 634.
109 P. Monti, Ischia preistorica, greca, romana, paleocristiana, Napoli 1970.
110 J. P. Morel, Aspects, cit.
111 D. Buchner Niola, LʼIsola dʼIschia. Studio geografico,
Napoli 1965.
112 G. Buchner, Eruzioni, cit.
condurre a individuare una Ischia ellenistica e romana forse non meno economicamente vitale e aperta al
commercio della Pithekoussa euboica.
Per quanto poi attiene i risultati delle ricerche di Buchner incentrate sulla fase ʻeuboicaʼ di Ischia, le problematiche aperte o comunque ampliate da attendibili
dati archeologici sono numerose e vaste e non è materialmente possibile renderne conto in questa sede. Si
enucleeranno quindi alcuni punti di discussione preferenziali.
In primo luogo la necropoli di San Montano getta
nuova luce sul rituale funerario degli Eubei e permette
quindi ipotesi sulla struttura sociale in madrepatria e
oltremare.
Le tombe di Cuma [Buchner (113); Valenza Mele
(114), che si occupa più specificatamente delle tombe
di VI e V sec. a. C], quelle di Eretria (Bérard 115) e
quelle di Ischia si completano a vicenda. Al momento,
infatti, non sono state identificate a Ischia tombe appartenenti al ceto aristocratico e presentanti le caratteristiche di ricchezza e prestigio evidenti in sepolture come
la tomba Artiaco 104 di Cuma o quella dellʼheroon di
Eretria, sebbene Buchner (116), tenendo conto che la
necropoli pitecusana è stata scavata solo in minima
parte (tra il 2,5 e il 5 % per Ridgway 117), sostenga che
queste sepolture non dovevano mancare; sono invece
perfettamente documentate tombe e rituali funerari
(differenziazione tra inumazione e cremazione; probabile libagione sul tumulo dei cremati; inumazioni con
corredi poveri o inesistenti; deposizione di amuleti, in
prevalenza orientali, nelle sepolture infantili) che in altre necropoli (ad es. Cuma) non sono state identificate
o comunque documentate.
La ʻnovitàʼ della situazione ischitana consiste in
parte nellʼaver documentato una ʻcomunità di medio
livelloʼ (Ridgway), forse prevalentemente artigianale,
che emerge anche al di fuori dellʼambito funerario: si
pensi alla firma di vasaio, la prima a comparire su un
vaso greco, dallʼorlo di cratere rinvenuto nel quartiere
di Mazzola (Buchner; Klein; recentemente sottolineato
da Heilmeyer 118); nella stessa area, una casa absida113 G. Buchner, Cuma nellʼVIII secolo a. C., osservata dalla
prospettiva di Pithecusa, in «I Campi Flegrei nellʼArcheologia e nella Storia», Convegno internazionale. Roma, 1976,
Roma 1977, 131-148.
114 N. Valenza Mele, La necropoli cumana di VI e V sec.
a. C. o la crisi di unʼaristocrazia, in «AA. VV., Nouvelle
contribution» cit. 97-124.
115 C. Bérard, Lʼheroon à la Porte de lʼouest. Eretria.
Fouilles et recherches III, Berne, 1970.
116 G. Buchner, Cuma nellʼVIII sec., cit.
117 D. Ridgway, Lʼalba della Magna Grecia, Milano 1984.
118W. D. Heilmeyer, Fruhgriechische Kunst…, Berlin 1982,
108-109.
La Rassegna dʼIschia 2/2006
9
Storia della ricerca archeologica
ta (la struttura I), distrutta intorno al 720 a. C, viene
interpretata da Fusaro (119) come lʼabitazione di un
artigiano che intende manifestare unʼelevazione di
rango edificando, in dimensioni ridotte, secondo modelli costruttivi nobili. Sembra quindi di cogliere una
dinamica sociale, forse più rapida negli stanziamenti
oltremare, che probabilmente ha un importante riflesso
nello sviluppo interno della madrepatria (Snodgrass
120.
Ma la particolarità della struttura sociale pitecusana, come viene messa in luce dai risultati degli scavi,
emerge quando si constata lʼeterogeneità etnica e culturale dello stanziamento.
È ormai accertata la presenza di un nucleo orientale (fenicio o nord-aramaico: Garbini 121; Bondì 122;
importante anche la possibilità di scambi con orientali residenti a Rodi), integrato nella comunità euboica
al punto di usufruire della medesima area necropolica
e di medesimi rituali funerari (Buchner 123). Accanto a queste presenze genericamente ʻorientaliʼ, e che
sembrano appartenere ad un ceto economicamente
elevato, abbiamo anche presenze indigene, da identificare innanzitutto nelle donne dei primi immigrati,
che avrebbero continuato ad usare le anelleniche fibule
a navicella; diverso il caso di alcuni adulti inumati in
posizione rannicchiata, secondo un rituale che trova riscontro in area daunia (si ricordi la presenza a Ischia di
ceramica daunia e di unʼiscrizione messapica o daunia
su di unʼanfora locale: lʼestrema povertà della sepoltura sembra indicare un infimo status sociale, forse uno
schiavo di origine daunia (DʼAgostino 124).
Ma anche al di là della constatazione di presenze
eterogenee, la cui entità è difficilmente valutabile, lʼimportanza storica di Ischia risiede nella varietà di com119 D. Fusaro, Note di Architettura domestica greca nel periodo tardo-geometrico e arcaico, DʼArch, N.S. IV, 1, 1982,
5-30, 234.
120 A. M. Snodgrass, Archaeology and the Rise of the Greek
State. An inaugural Lecture, Cambridge 1977, 33.
121 G. Garbini, Unʼiscrizione aramaica da Ischia, PP,
XXXIII, 1978, 143-150.
122 S. F. Bondì, in «Phönizier im Western. Die Beiträge des
Internationalen Symposion….», 1979, 182, 302.
123 G. Buchner, Testimonianze semitiche dellʼVIII sec. a. C.
a Pithekoussai, PP. XXXIII, 1978, 130-142.
124 B. DʼAgostino, Appunti sulla posizione della Daunia
e delle aree limitrofe rispetto allʼambiente tirrenico, in «La
civiltà dei Dauni nel quadro del mondo italico», Atti del XIII
convegno di studi etruschi e italici, Manfredonia 1980, Firenze 1984, 249-261, 253, 254, 256.
125 G. Buchner, Nota preliminare, cit.
126 M. Gras, LʼEtrurie minière et la reprise des échan-
10 La Rassegna dʼIschia 2/2006
ponenti culturali che qui si incontrano, interagiscono,
e si diffondono talora in forme mutate. Da una parte,
infatti, lʼambiente italico acquisisce elementi culturali dellʼambiente euboico in forma pressoché diretta
(si pensi allʼalfabeto, o al particolare rituale funerario,
che, nella sua forma più elevata, sarà rapidamente e
avidamente fatto proprio dalle ʻaristocrazie guerriereʼ
etrusche e italiche). Ma in altri casi le influenze subite
dallʼarea tirrenica sono ben più complesse: si pensi che
lʼimitazione pitecusana dei piatti fenici red slip ware,
decorata con uccelli tratti dal patrimonio iconografico
euboico, è forse allʼorigine dei noti ʻpiatti a aironiʼ dellʼambiente etrusco (Buchner); si pensi al caso dellʼurna
di Sulcis, che unisce decorazione euboica e forma italica (Buchner; Bondì; anche Tronchetti); si pensi infine
alle anfore ischitane, che indubbiamente risalgono a
prototipi orientali (ad es. le canaanites jar), ma che a
Ischia si innestano su una locale tradizione protostorica (i grandi vasi contenitori rinvenuti a Castiglione
dʼIschia: Buchner) e ricevono forse unʼinfluenza dalle
anfore commerciali greche, sviluppandosi autonomamente e fornendo quindi con ogni probabilità un modello formale alle future anfore commerciali etrusche
(Gras; Buchner 127).
Ancora più involuta è la matassa di apporti culturali
in senso lato, che si vuole vedere allʼorigine di importanti trasformazioni interne al mondo etrusco-italico
(incremento quantitativo e qualitativo della metallotecnica; differenziazione sociale e presa di coscienza
di unʼaristocrazia; in alcuni casi, deciso orientamento
verso forme insediative proto-urbane) che è difficile
non collegare in qualche misura con il fervido stanziamento pitecusano (per tutti Ridgway 128).
Siamo quindi condotti ad accennare alle esigenze
che hanno portato allo stanziamento euboico a Ischia:
sembra ormai che la tesi estremamente primitivista di
una fondazione a carattere eminentemente agricolo,
sostenuta da Cook (129) e da Graham (130) non renda
ges entre lʼOrient et lʼOccident: quelques observations, in
«LʼEtruria Mineraria», Atti del XII Congresso di Studi etruschi e italici, Firenze-Populonia-Piombino 1979, Firenze
1981, 1-20.
127 G. Buchner, Pithekoussai, cit. – idem, Articolazione sociale, differenze di rituale e composizione dei corredi nella
necropoli di Pithekoussai, in «G. Gnoli – J. P. Vernant (ed.):
La Mort, les Morts dans les sociétés anciennes», Cambridge
1982, 275-287.
128 D. Ridgway, op. cit.
129 R. M. Cook, Reasons for the Foundation of Ischia and
Cumae, Historia, XI, 1962, 113-114.
130 A. J. Graham, Colony and Mother City in Ancient Gree-
mensione dellʼattività siderurgica, altrimenti si rischia
di porre sullo stesso piano la forgiatura di utensili per
uso locale, finora documentata, e la riduzione del minerale ferroso destinata ad alimentare una manifattura
locale e una più ampia commercializzazione di metallo
semilavorato e di prodotti finiti, che attende invece di
essere comprovata dal reperimento di scorie di riduzione e in grande quantità. Nellʼorizzonte pitecusano di
VIII sec. a. C, caratterizzato dallʼintensa attività metallurgica, occorrerà, in attesa di dati materiali, rivalutare
forse il ruolo del rame e degli altri metalli rispetto al
ferro (sia consentito di ricordare Mente, re dei Tafi, che
in Od., 1, 184 si reca a Temesa per scambiare ferro con
bronzo); non è improbabile poi che proprio ad un interesse greco nei confronti del rame toscano (e elbano) si
debbano la valorizzazione e lʼinizio dello sfruttamento
intensivo, del minerale ferroso dellʼisola dʼElba che, secondo Ps. Arist., Mir., 93, sarebbe apparso dalle stesse
miniere in cui precedentemente si cercava il rame: non
è forse un caso che, come indicato da Bakhuizen (133),
lʼunico altro esempio di cava ʻbimetallicaʼ si trovi in
Eubea.
ce, Manchester 1964, 219-221 – idem, Patterns in Early
Greek Colonisation, JHS, XCI, 1971, 35-47.
131 P. Mureddu, Cruseia a Pithekoussai, PP. XXVII, 1972,,
407-409.
132 G. Buchner, Mostra degli scavi di Pithecusa, in «Incontro di studi sugli inizi della colonizzazione greca in Occidente», Napoli-Ischia 1968, DʼArch, III, 1-2, 1969.
133 S. C. Bakhuizen, Chalcis-in-Euboea, Iron and Chalcidians Abroad, Leiden 1976, passim.
Lacco Ameno - Scavi di San Montano
giustizia della composita struttura sociale e della vasta
rete di apporti culturali riconoscibili a Ischia. Decisiva
a questo proposito è stata la scoperta del ʻquartiere industrialeʼ di Mazzola, che ha permesso di affiancare, alla
intensa produzione ceramica ischitana, una multiforme
attività metallurgica, peraltro esplicitamente menzionata nelle fonti (131), e che, analogamente alla ceramica,
continua fino in piena età romana. Si nota innanzitutto
la presenza di metalli il cui approvvigionamento imponeva contatti con diverse aree mediterranee: e se per il
ferro la provenienza è unanimemente ritenuta elbana
(Buchner 132; la presenza di minerali ferrosi a Ischia
è stata generalmente contestata, sebbene lʼautore del
Tableau Topographique osservi, allo sbocco delle vallate, depositi di sabbia nera con particelle attratte dalla
calamita), per il rame si può pensare alla Sardegna (ad
es. lʼurna di Sulcis di cui supra), ma anche allʼarea mineraria di Populonia e dellʼElba, mentre per i metalli
preziosi, oltre che alla Sardegna (Ridgway), ci si doveva rivolgere alla Spagna meridionale (a Ischia si sono
trovate fibule iberiche: Ridgway). Il piombo, rinvenuto
in contesti di età romana, poteva provenire da tutte le
aree indicate. Per rame, argento, oro abbiamo tracce di
una lavorazione secondaria, consistente nella manifattura di oggetti dʼuso a partire da metalli semilavorati
(che potevano essere lingotti, barre, oggetti fuori uso
e riutilizzati), mentre per il piombo abbiamo lingotti e
minerale, e per il ferro sia frammenti di massello che
un frammento di minerale. È auspicabile quindi una
più attenta indagine anche metallo-tecnica sui materiali ischitani, e in particolare sulle scorie ferrose,
una delle quali rinvenuta in un contesto di VIII sec. a.
C. nella necropoli, allo scopo di definire sia il tipo di
lavorazione che aveva luogo a Ischia, sia la reale di-
La Rassegna dʼIschia 2/2006
11
Una vita dedicata al mare
LʼAssociazione Amici del Museo del Mare premia pescatori e navigatori
Domenica 26 marzo 2006, lʼAssociazione Amici del Museo del Mare, nellʼambito del Premio “Una vita dedicata al
mare” ha consegnato targhe di riconoscimento ad un gruppo
di uomini: pescatori e navigatori ischitani, che hanno avuto
nella loro vita un intenso e continuo rapporto con il mare
basato sulla gratitudine per quanto esso offre, sullʼamore per
la sua bellezza e sul rispetto per la sua forza.
Sono stati premiati: Antuono DʼAmbra, Michele Orotelli, Antonio Manzi, Salvatore Mattera, Francesco Di
Meglio, Ferdinando Amato, di Ischia; Aniello Buonocore,
Bernardo Pascale, Giacinto Calise, Aniello Patalano, di
Lacco Ameno; Giuseppe Di Maio di Forio; Domenico Barricelli di SantʼAngelo.
Le targhe sono state consegnate dal sindaco dʼIschia Giuseppe Brandi e dal Giudice Dr. Albino Ambrosio.
Lʼiniziativa ha tra lʼaltro evidenziato quanto profondo impegno, senso del dovere e sacrificio ci sia nella vita di questi
uomini che, attraverso lʼesperienza di tanti anni ed un rapporto così diretto, quasi di osmosi, con il mare, che significa
però anche cielo e terra, luna, stelle, sole e venti, hanno acquistato tanta conoscenza e sapienza.
I premiati hanno riferito aneddoti ed eccezionali momenti
della loro attività sul mare. In particolare Antuono e Giovan
Giuseppe DʼAmbra hanno ricordato come cinque anni fa
riuscirono a salvare sulla secca delle Formiche un pescatore
subacqueo in gravissimo pericolo di vita; Giuseppe Di Maio
di Forio ha detto che il suo rapporto con il mare è continuo
ed essenziale per la sua vita ed insieme ai colleghi ha invitato ad amare e rispettare il mare; Anellino Patalano di Lacco
Ameno, sollecitato dai presenti, ha declamato alcune delle
sue poesie conseguendo ammirazione ed applausi.
Quando gli dei del cielo
espatriarono
e sulla terra
allor si rifugiarono,
qualcun di loro
dʼIschia
sʼinnamorò.
Come dono di nozze
una fascia
di mare azzurro
poi la vestì,
con un mantello
verde
la coprì
che lo tenesse
per il sottosuolo
che non si raffreddasse.
E tutto questo
avvenne
a Mezzogiorno.
12 La Rassegna dʼIschia 2/2006
***
Beviam, beviam,
fratelli,
che il vino
è molto bello:
fa rinfrescar
lo stomaco
e infiamma
il cervello,
ma chi sa
pensare
se la potrà
cavare.
Usate questo metodo,
i guai
mandate via:
Ha concluso la manifestazione il dott. Albino Ambrosio
con un intervento particolarmente profondo e sentito nei riferimenti ai pescatori ed al mare (Giuseppe Silvestri).
mangiate cibi sani,
bevete in allegria,
usando questo metodo,
il mondo è un piacere.
Solo lo chiama
pessimo
chi non lo
sa godere.
Poesie di Aniello Patalano
Rassegna
LIBRI
La Torre delle ginestre
Vita a SantʼAngelo dʼIschia
di Hans Dieter Eheim
Imagaenaria Edizioni Ischia. Titolo originale: Der Ginsterberg. Leben in SantʼAngelo dʼIschia. Traduzione di Nicola Luongo. In copertina: SantʼAngelo di Ernst Bursche
(elaborazione grafica di un particolare); pp. 224, febbraio
2006.
di Nicola Luongo
Hans Dieter Eheim, psicologo e studioso berlinese, amante della poesia di Paul Celan e della musica
di Franz Schubert, giunse per la prima volta a SantʼAngelo dʼIschia nel 1982, alla ricerca di una località
tranquilla, lontana dal turbinio della vita metropolitana e dal conseguente stress.
Già nel primo anno il soggiorno a SantʼAngelo
arrecò in lui il senso di benessere e di riposo tanto
agognato, cosicché si convinse a ritornare negli anni
con una costanza assoluta e puntuale e con una curiosità sempre più profonda di conoscere in tutti i suoi
aspetti il territorio e la realtà di questo piccolo borgo
e dei suoi abitanti, la cui operosità, lʼaudace spirito
imprenditoriale e il versatile ingegno ne hanno fatto
una stazione termale e balneare rinomata nel mondo.
Ospite in Casa Garibaldi, adornata da un giardino lus-
sureggiante di melograni, ibischi, oleandri, mimose e
ulivi, viene trattato dai gestori come un componente
della loro famiglia, con naturalezza e semplicità e ciò
rende ogni sua vacanza sempre gradita e piacevole.
Agli inizi della primavera del 1998, sulla base degli
appunti raccolti nel corso degli anni, nasce lʼidea di
scrivere il libro “La Torre delle ginestre” che, corredato da diciotto belle illustrazioni di artisti che soggiornarono a SantʼAngelo, la Casa editrice Imagaenaria
ha recentemente pubblicato in una veste tipografica
elegante e ben curata.
La pubblicazione è un viaggio di mezzo secolo che
rievoca la vita di SantʼAngelo - una volta villaggio di
pescatori e marinai che solcavano i mari per trasportare il vino ischitano in terraferma, anche sulle coste
africane -, nonché una testimonianza di riconoscenza
verso un lembo di terra non ancora raggiunto da insediamenti caotici e innaturali. Lʼinteresse per SantʼAngelo, la sua storia e le sue tradizioni diventa più
acuto nel momento in cui lʼautore conosce una briosa
e vivace signora tedesca nativa di Brema, giunta a
SantʼAngelo nel 1959, che ama lʼarte e la bellezza,
contraria ad ogni forma di conformismo e convenzionalismo, tanto da abbandonare il marito dopo pochi mesi di matrimonio e da intraprendere numerosi
viaggi, tra cui quello a SantʼAngelo, dove conobbe un
uomo di mare, Tonino Barricelli, che diventò lʼuomo
della sua vita e col quale, superando notevoli difficoltà economiche e ambientali, aprì una pensioncina
che agli inizi ospitò soprattutto gli artisti conosciuti
da Dolly, provenienti da Monaco e altre città della
Germania. La signora si rivela una preziosa affabulatrice che rievoca con emozione e naturale rimpianto
gli anni del periodo postbellico, quando giungevano a
SantʼAngelo famosi scrittori, diplomatici, scienziati,
attori, esponenti di nobili famiglie dai nomi famosi.
Ma soprattutto gli artisti, ciascuno con le sue piccole
manie e geniali intuizioni, erano gli ospiti più amati
da Dolly la quale ritiene che lʼarte sia il viatico più
efficace per diffondere il nome e la fama di una città o
di un paese nel mondo. La donna, amica e confidente
di artisti come Werner Gilles, Werner Heldt, Eduard
Bargheer, Ulrich Neujahr, è quindi in grado di riferire
interessanti particolari sulla loro personalità e attività
che ce li fa sentire più vicini e apprezzar ancora meglio il loro valore professionale umano.
Il simbolo di SantʼAngelo, la Torre, un cono di
lava di terra lapillosa, secondo lo storico Giuseppe
dʼAscia, su cui sorgeva appunto una torre crollata
La Rassegna dʼIschia 2/2006
13
per effetto delle cannonate della
flotta anglo-sicula contro i francesi che la difendevano, ha suggerito allʼautore il bel titolo “La Torre
delle ginestre” che ha una valenza
più profonda nella lingua originaria
tedesca perché “Der Ginsterberg”
(letteralmente “La montagna delle
ginestre”) ha una evidente assonanza col termine “Der Zauberberg”
(“La montagna incantata”), il capolavoro di Thomas Mann a cui
chiaramente lʼautore si è ispirato
nellʼinvenzione del titolo.
Il libro è una rassegna attenta e
scrupolosa della vita di SantʼAngelo nella sua evoluzione storica e territoriale e non solo rievoca elementi
del passato tipici di una civiltà antica, come il rito arcaico nella piazza
del paese della macellazione di un
bue che viene ammazzato dietro
una porta e ciascuno compra il pezzo di carne desiderato per il pranzo
domenicale, oppure il lavoro faticoso dei mulattieri che incitavano,
talvolta con ruvide imprecazioni, i
loro muli stracarichi di mercanzia
o di barili di vino, per i viottoli in
direzione di Serrara. Inoltre sono
esaltati i benefici delle cure termali
in moderne strutture ricettive come
il Parco Termale Tropical, le Terme
Linda, i Giardini Apollon e nel contempo viene decantato il piacere di
passeggiare e scoprire angoli incontaminati e primordiali, tra le campagne delle Madonnelle, di Ruffano e
del Fondolillo. Ma il vero angolo di
concentrazione della mente e dello spirito e fucina delle riflessioni
necessarie per la stesura del libro,
per Hans Dieter Eheim è il Bar Ridente nella famosa piazzetta, dove
nel passato sostavano giornalisti,
scrittori, pittori come Werner Gilles
ed Ernst Bursche “uomo di grande
umanità”.
Da questo posto è possibile godere di unʼampia vista sino alle
coste di Capri, ma soprattutto si
avverte profondo il fascino che la
Torre delle ginestre esercita direttamente sugli avventori e gli ospiti.
14 La Rassegna dʼIschia 2/2006
Lʼanalisi descrittiva dello scrittore
non si limita soltanto ai luoghi e ai
personaggi del borgo da lui ritenuti più interessanti, come il parroco
don Vincenzo, il pescatore Aniello
e i giocatori di carte nei bar, ma si
estende alle località e agli aspetti
culturali folcloristici più significativi dellʼintera isola dʼIschia, come
la processione di Santa Restituta
a Lacco Ameno che ricorda, a suo
dire, una festa in Andalusia durante la Semana Santa, il fascino
paesaggistico del Parco Termale
Negombo, le bellezze ancora intatte
del borgo marinaro di Ischia Ponte
e della pittoresca Forio, con le sue
torri saracene e la fama di cenacolo
di artisti, letterati, pensatori, soprattutto negli anni ʼ50 e ʻ60.
Da studioso di psicologia e quindi da acuto conoscitore dellʼanima
umana, Hans Dieter Eheim coglie
non solo gli aspetti gradevoli di
questʼisola felice, ma anche il senso della caducità della vita e del dolore sul volto di persone del posto
segnate dalle malattie e dalle sofferenze che gli ricordano le parole
di Shankara, un filosofo indiano,
impresse sulla tomba di un amico
sepolto nellʼidilliaco cimitero del
borgo, secondo il quale la nostra
vita è un sogno, simile alla neve che
si scioglie al sole, ai lampi che si
spengono prima di vederli o a ombre fuggevoli e transeunti.
Nicola Luongo
Napoli e i Napoletani
di Carlo Del Balzo
Treves Editore. In copertina: Anonimo, Napoli dallʼinizio della Riviera di
Chiaia, metà del XIX secolo. Grafica
e impaginazione di Enzo Migliaccio,
dicembre 2005.
Ristampa dellʼopera di Carlo Del
Balzo, edita nel 1885 e illustrata
da Armenise, Dalbono e Matania.
Lʼautore (1853-1908) annovera tra
le sue pubblicazioni anche unʼopera dettagliata sul terremoto di Casamicciola del 1883 (Cronaca del
tremuoto di Casamicciola).
Del Balzo nel prologo dichiara di
non aver scritto questo libro per vaghezza del pittoresco, ma con uno
scopo civile: far conoscere Napoli e
i Napoletani aʼ forestieri e paesani.
«Non si valuti cotesta affermazione - egli scrive - come puerilità
vanitosa di cervello malato, perché
finora di Napoli e dei Napoletani
si è parlato spesso con talento descrittivo al lattemiele, o con acredine biliosa di femminuccia; ma con
giustezza e imparzialità assai poco.
Pochi Napoletani hanno scritto
libri intorno a Napoli, ma eglino,
pur scrivendone con garbo e con
vedute esatte, hanno parlato, quasi
sempre, di Napoli, di conventi, di
chiese, di quadri, di musei, e quasi mai dei Napoletani. Coloro poi
che scrivono nei giornali, o per affettazione morbosa di colore locale
o per amore dellʼeffetto, talvolta
calunniano il popolo napoletano,
talʼaltra lo confettano. Fra i tanti è
unʼeccezione il Villari, che. nelle
Lettere Meridionali ha trattato bene
la quistione igienico-sociale di Napoli. Pochi tra gli Italiani, non Napoletani, hanno scritto di Napoli, e
cotesti pochi, a loro volta, o hanno
visto troppo bene o troppo male: il
Ferrigni, ad esempio, ha visto bianchissimo quasi tutto, e il Fucini nerissimo. Ad esaminare gli stranieri,
da Goethe, a Dumas, a Taine, alcuni
hanno voluto fare, semplicemente,
la concorrenza ai pittori, e ci hanno
solo parlato di azzurri e di verdi, di
trasparenze glauche e di ombre profumate, e ci hanno ripetuto fino alla
sazietà: vedi Napoli e poi muori; ed
altri di Napoli non hanno visto che
i Lazzaroni, e con furia villana ci
hanno coperto di ingiurie e di sarcasmi, come il meschino autore della
Verité sur lʼItalie.
Tutti ne hanno parlato con superficiale presunzione, tranne il buon
Marco Monnier e la gloriosa vedova di Alberto Mario.
Io ho potuto sbagliarmi, non ho
veduto tutto, forse, o non mi son
ricordato di tutto; ma mi sono studiato di mostrare Napoli comʼessa
è, e i Napoletani come essi sono.
Il mio libro, votato allʼimparzialità, è, nel tempo stesso, una difesa
e unʼaccusa. Vi è la confutazione
di molte accuse ingiuste e lʼaccusa
di molte pecche imperdonabili; vi è
la difesa, perché coloro che non ci
conoscono, imparino a stimarci; e
lʼaccusa, perché ai mali si trovi rimedio efficace e pronto con iniziativa di Napoletani.
Spesso a noi tutto si è negato con
la sicumera degli ignoranti, concedendoci solo il lusso delle canzoni,
ed io, pur dedicando amorose pagine alla storia del canzoniere nostro,
mesto e gaio insieme, spiritoso e
pieno di sentimento, ho voluto ricordare i nostri grandi musicisti e i
filosofi, e, specialmente, gli artisti,
dimenticati dallʼinvidia di storici mediocri e pettegoli, tra i quali,
censurabilissimo, il Vasari. Ogni
giorno si è buttato in faccia del
nostro popolo il motto ingiurioso
del dolce far niente, ed è bene aver
dimostrato, parlando dei così detti
Quartieri Bassi che, se i popolani di
Napoli non lavorano più degli altri,
essi lavorano come gli altri, ma in
case senza igiene e con una alimentazione a base di erbe e di farinacei. E son lieto di aver predicato la
demolizione dei quattro quartieri di
Porto, Pendino, Mercato e Vicaria,
resi lugubremente famosi dalle recenti stragi del colera, e di aver domandato in nome della pietà, della
civiltà e della patria, la trasformazione di Napoli insano, quando lo
Stato neghittoso dormiva, e i padri
del Comune dissanguavano lʼerario
municipale in pretesi abbellimenti
della città.
Mi lusingo che la difesa e lʼevocazione di glorie obliate o sconosciute non mi abbiano fatto velo
allʼintelletto. Ho parlato, senza ambagi, crudamente, delle vergogne
di Napoli. Un resto del lazzarismo
rimane ancora e Napoli deve spegnerlo. Come devesi spegnere la
triade incivile della superstizione,
della sporchezza e della camorra.
Lʼabbici e la spugna debbono far
perdere anche la memoria del miracolo di S. Gennaro e dei microbi.
Ed allora il popolino napoletano diventerà popolo, quando nessuno si
farà intimidire dalla Misericordia:
così il camorrista chiama il suo col-
tello, ironicamente.
Ho voluto presentarvi i Napoletani, e specialmente i popolani, come
sono, bandendo ogni convenzionalismo di frase o di idea; e però ho stimato inutile di parlarvi delle chiese
e di altri monumenti: cercateli nelle
Guide.
Troverete un poʼ di Toledo, di
Santa Lucia, di Posilippo, di Frisio,
di Piedigrotta e di Vesuvio, perché
non è possibile dipingere compiutamente lʼuomo senza dipingere
lʼambiente in cui vive: ogni rappresentazione di brano della commedia umana ha bisogno della sua
scena.
Or, qui, sarei ingrato, se non menzionassi con compiacimento vivissimo lʼopera degli artisti valorosi
che han voluto portare il prezioso
concorso del loro talento per rendere compiuto e più chiaro il mio lavoro. Raffaele Armenise, Edoardo
Matania ed Edoardo Dalbono non
hanno bisogno del mio elogio, ma io
debbo a loro il mio ringraziamento:
non mai, forse, in Italia, guardando
le vignette di un libro, si è notato
una fusione così perfetta tra il testo
e la matita e una riproduzione più
felicemente esatta della realtà nella
duplice forma di attori e di palcoscenico».
***
Rievocazione degli
anni 1950-1999 negli aspetti che più li
hanno caratterizzati e quali risaltano
dalla visione e dalla
lettura di giornali e pubblicazioni
dʼepoca: un compendio di fatti e
avvenimenti
molteplici
La Rassegna dʼIschia 2/2006
15
«Gast auf Ischia» («Ospite a Ischia» nella versione italiana)
e «Isola dʼIschia: tremila voci, titoli, immagini»
due preziose fonti di informazioni
di Isabella Marino
(in «IL GOLFO»
del 18 marzo 2006)
Lʼopera di ricerca più recente di
Raffaele Castagna, “Isola dʼIschia:
tremila, voci, titoli, immagini”, è un
agile e utile punto di riferimento per
chiunque la consulti. Che si tratti di
persone che dispongono già di una
buona conoscenza della realtà isolana nelle sue diverse articolazioni come di chi ha ancora molto da
sapere su Ischia, al di là di quello
che appare fin troppo evidente anche dopo un breve soggiorno. E da
questo punto di vista risultano particolarmente interessanti le ultime
pagine del volumetto, fonti preziose
già per lʼAutore che potrebbero anche diventarlo per tutti i suoi lettori. Ma pur senza addentrarsi troppo
nella consultazione, basta un rapido
sguardo per rendersi subito conto
dellʼenorme quantità di materiali
16 La Rassegna dʼIschia 2/2006
raccolti, altrettante testimonianze
di quanto sulla nostra isola sia stato
scritto su giornali e riviste, oltre che
sui libri. Da parte di scrittori italiani
e stranieri.
Altra fonte rimarchevole per la
completezza e il valore è un classico,
il “Gast auf Ischia” di Paul Buchner,
che nella bella traduzione di Nicola
Luongo di quattro anni fa, fornisce
un quadro rivelatore degli illustri visitatori approdati ad Ischia negli ultimi secoli, i quali, non limitandosi a
godere del viaggio, ne trassero spunto e ispirazione per opere letterarie
e artistiche a beneficio dei posteri.
Due contributi molto diversi, quelli
di Castagna e di Buchner, che tuttavia, per le loro caratteristiche specifiche, dovrebbero essere proposti
come lettura oltre che agli ischitani
di nascita, anche a quei “forestieri”
che per motivi più o meno contingenti intrecciano per qualche tempo
le loro vicende personali con lʼIsola
Verde. Una lettura da consigliare caldamente, prima di altre, per evitare
fin dallʼinizio un pregiudizio di fondo che connota spesso lʼapproccio
di chi giunge dalla terraferma. Che,
cioè, Ischia, per il solo fatto di essere unʼisola, non possa che vivere di
riflesso del continente, soprattutto in
campo culturale. Ciò che ne farebbe
una comoda spugna per qualunque
idea o iniziativa di importazione,
anche di non alto profilo. Opinione,
questa, che si sposa alla perfezione
con lʼatteggiamento supponente con
il quale spesso relatori o promotori
culturali vengono a diffondere il loro
verbo sullo “scoglio”, approfittando
dei tanti convegni, incontri e iniziative organizzati per tutto lʼanno dagli isolani stessi nellʼintento - onesto e sacrosanto - di arricchire con
i contributi più vari la vita culturale
della comunità. Già qualche anno or
sono, dopo una conferenza di alcuni
soloni continentali che aveva suscitato stupore e disappunto nel pubblico ischitano, ci venne lʼimpulso di
affidare alla parola scritta un ideale
invito-preghiera ai “forestieri” a non
trattare gli isolani come ignoranti sprovveduti con lʼanello al naso.
Purtroppo, con il passare del tempo,
ci si ritrova non di rado e con immutata amarezza a riscontrare lo stesso
approccio superficiale e offensivo.
Un approccio da ignoranti, in quanto frutto di un deficit di conoscenza
di fondo, che falsa a priori lʼatteggiamento nei confronti della realtà
dellʼisola e dei suoi abitanti. Errori
di valutazione che, se risultano alla
prova dei fatti finanche offensivi,
vengono spesso favoriti a monte dagli stessi isolani, troppo disponibili
ad accogliere ciò che viene dallʼesterno indipendentemente dalla sua
validità intrinseca e, al tempo stesso, troppo timidi nel valorizzare con
giusto orgoglio la propria storia e
tradizione culturale, ancorché antica
di qualche secolo, se non vogliamo
andare ad attingere a periodi più remoti. Senonché, anche senza andare
a scomodare la storia, restando ai
tempi recenti e, dunque, quasi alla
cronaca, vale la pena di ricordare, su
queste pagine dedicate alla cultura,
che sulla nostra isola, sia pur tra mille contraddizioni e tante inadeguatezze, si è riusciti ad organizzare eventi
di tutto rispetto e di grande respiro,
anche internazionale. Basti pensare
alle grandi mostre dʼarte che sono
state ospitate dal Castello Aragonese, alla Torre di Guevara, a Villa
Arbusto, alle gallerie private, dalla
lelasi alla Del Monte. Da Morandi, a Manzù, a Burri, a Pomodoro,
ai grandi vedutisti dellʼOttocento, a
Salgado, a Warhol, solo per restare
agli appuntamenti di maggior rilievo tra quelli ideati e organizzati a
Ischia e dagli ischitani. Opere di valore mondiale, arrivate dai musei e
collezionisti di ogni parte del mondo
o affidate direttamente dai maestri
(come Pomodoro), che sono rima-
ste esposte anche per periodi lunghi, creando, grazie alle particolari
atmosfere dei luoghi prescelti, degli
eventi meritevoli di commenti lusinghieri da critici di vaglia.
Né sono mancati convegni di alto
livello, con intellettuali di chiara
fama, che hanno trovato uno stimolo
in più nel confrontarsi con lʼambiente isolano. E questo, del resto, ha
offerto condizioni ideali ad artisti,
scrittori, poeti che sono passati da
queste parti, compreso qualche premio Nobel.
E nel quadro delle arti, non possono mancare i riferimenti agli appuntamenti musicali di qualità che sono
stati realizzati sullʼisola ogni anno,
soprattutto durante la bella stagione.
Troppo, tutto questo, perché ci sia
chi, da fuori, ancora consideri Ischia
semplice terra di conquista, dal
nome spendibile per mettere in piedi alla meno peggio appuntamenti
pseudoculturali, approfittando della
relativa disponibilità degli isolani.
Un rischio che si moltiplica in prospettiva della bella stagione, quando lʼesigenza di ampliare lʼofferta
culturale a beneficio soprattutto dei
turisti può comportare che si arrivi
a mettere in secondo piano la qualità delle proposte. O a sottovalutare
lʼimpatto di iniziative mediocri, anche se magari “vendute” per appuntamenti imperdibili destinati a far
parlare di sé. Cʼè, tanto più in questa
fase di messa a punto dei progetti
per i prossimi mesi, lʼesigenza imperativa di puntare sulla qualità più
che sulla quantità. Di privilegiare
proposte culturali serie, che continuino il cammino di qualificazione e
diversificazione dellʼofferta culturale isolana giunto a buon punto negli
anni recenti e non lo contraddicano,
arrivando a cancellare le esperienze
positive fatte con cadute di immagine che risulterebbero imperdonabili. Ischia ha un patrimonio di arte
e storia straordinario, che va tutelato
e valorizzato come merita. E come
si comincia, anche se timidamente, a
fare in concreto. E a quella dotazione di fondo deve saper abbinare proposte, idee e iniziative contingenti
adeguate al livello di ciò che è già
presente sul territorio. Rifiutando a
priori, con coraggio e decisione, tutto ciò che può rischiare di far compiere un salto allʼindietro. Ciò che
non corrisponde di certo allʼinteresse degli isolani né di quanti vengono
a Ischia anche attirati da richiami di
natura culturale.
Quando si ha alle spalle un grande passato come quello dellʼisola
che vide lʼalba della Magna Grecia,
il primo imperativo categorico per
tutti deve essere di non tradirlo. Anche a costo di rinunciare a qualche
manifestazione superflua.
In ricordo di
Giovanni Verde
Il 27 marzo 2006 lʼAsociazione Culturale Nazionale “Fantasynapoli”
di Gaetano Maschio ha presentato a Forio (Cinema delle Vittorie) una
scenetta di vita foriana, poesia e canto, dal titolo “Nzàurete”, in un atto,
del poeta foriano Giovanni Verde nel cinquantesimo anniversario della
sua morte.
Giovanni Verde (Forio 1880-1956), laureato in giurisprudenza, si dedicò
anche alla poesia e alle arti figurative; a Napoli frequentò i cenacoli letterari e conobbe scrittori ed artisti, come DʼAnnunzio, Di Giacomo, Bovio,
Serao. Collaborò ai quotidiani Il Mattino e Il Giorno, diresse periodici
isolani quali Il Gerone e LʼAquilotto. Oltre le raccolte poetiche, scrisse La
saga di Pitecusa, pubblicata postuma nel 1973.
La Rassegna dʼIschia 2/2006
17
La nota
Ischia
e il tramonto politico
Dopo due legislature il sen. Salvatore Lauro, eletto
per Forza Italia nella Casa delle Libertà, non si è presentato alle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006,
preannunciando invece la sua partecipazione alle prossime elezioni amministrative come sindaco di Napoli
appoggiato da un “ ressemblement” di destra che va
dai monarchici ai consumatori.
Mi pare una severa sconfitta per Salvatore Lauro,
che in Senato ha portato avanti il progetto di legge per
le isole minori italiane e così da paladino delle piccole isole Lauro passa a quello delle grandi metropoli,
proponendo una mega-città metropolitana che vada
da Roma a Napoli. Ma, oltre le proposte di ingegneria
istituzionale di livello sovracomunale, i due mandati di Lauro lasciano ben poco di concreto. Stupisce e
mortifica il fatto che un ischitano, che è stato per due
volte eletto nel Senato della Repubblica, non lasci sul
proprio territorio un “proconsole” o meglio ancora una
classe dirigente. Nessuno dei cento consiglieri dei sei
Comuni dellʼisola dʼIschia si riconosce nelle sue posizioni politiche e ne eredita il patrimonio politico oltre
che lʼimpegno nelle proprie realtà comunali che sono
quelle dalle quali partono effettivamente tutte le riforme.
Amareggia, anche a chi come noi ha proposto per
anni ed anni - oltre un trentennio - una politica di
“programmazione” per lʼisola dʼIschia, constatare che,
nonostante un evidente sviluppo maturo, Ischia non
abbia ancora né una programmazione – sia urbanistica
sia economica - né una politica comprensoriale, tanto è vero che siamo ancora alla “guerra dei porti” tra
Casamicciola e la Città dʼIschia ed alla guerra dei trasporti marittimi con la messa in discussione dellʼarmamento pubblico e la richiesta di sovvenzioni di quello
privato.
Non solo non è stata avviata una politica di programmazione – che prima si chiamava “concertata” e che
oggi si chiama “strategica” – ma non sono nati neanche
i nuovi strumenti come la Comunità Isolana che Lauro
ha proposto per i sei Comuni né sono stati ripristinati
i vecchi come lʼAzienda di Cura Soggiorno e Turismo
delle isole di Ischia e Procida che è commissariata da
oltre ventʼanni ed alla Regione – ente locale competente - giace lʼennesimo disegno di legge di razionalizzazione degli enti turistici presentato questa volta dal
18 La Rassegna dʼIschia 2/2006
di Giuseppe Mazzella
nuovo assessore regionale al turismo, il socialista-radicale Marco Di Lello.
Lʼisola si trova quindi non solo senza una nuova classe dirigente – né di centro-destra né di centro-sinistra
- ma senza nemmeno i nuovi e vecchi “contenitori”
che avrebbero potuto avviare una concreta concertazione intercomunale nellʼattesa – vana ed infinita – del
Comune Unico, altra proposta di legge regionale che
giace negli uffici del Consiglio Regionale della Campania.
Non si vede allʼorizzonte nemmeno un protagonismo degli imprenditori che pare sembrino interessati
soltanto alla veloce riconversione della loro offerta turistica per lo sconvolgimento dei tradizionali mercati
come quello tedesco.
Salvatore Lauro non solo non si presenta più ma
continua il suo impegno politico nella città di Napoli abbandonando le isole. Ha abbandonato il collegio
anche il deputato dellʼUlivo Sergio DʼAntoni che, catapultato ad Ischia per equilibri, è ritornato nella sua
Sicilia sperando in una rielezione. Ischia non ne sentirà
la mancanza perché il soggiorno politico è stato breve
e solo di facciata.
Le questioni perpetue di Ischia sono ancora sul tappeto. Bisognerà attendere tempi migliori e sperare in
una nuova classe dirigente che si affacci sulla scena.
Certamente la nuova o riciclata classe dirigente che
ci ha proposto la Seconda Repubblica ha fallito. Bisogna passare con grande velocità alla Terza Repubblica.
***
Eventi di aprile / maggio
9-16 aprile
Riti, tradizioni e manifestazioni della Settimana
Santa: Corsa dellʼAngelo - Pellegrinaggio del popolo di Casamicciola Terme al Santuario di S. Restituta in Lacco Ameno.
Aprile / maggio
Le Regine sul trono del Regno di Napoli (mostre e
manifestazioni varie).
Maggio
Lacco Ameno: 16, 17 e 18, festa di Santa Restituta
con processioni e la Sacra Rappresentazione dellʼapprodo della Santa nella baia di San Montano.
Ischia - Il Castello (da Kaden)
A cura di Raffaele Castagna
Il golfo di Napoli e lʼisola dʼIschia
Antologia di viaggiatori tedeschi
dal Grand Tour al Turismo
Testi tedeschi e italiani - I parte
B. Bansi
A. Böcklin
C. G. Carus
J. W. Goethe
W. Kaden
J. Paul
Traduzione di
Goethe - Eruzione del Vesuvio
Nicola Luongo
La Rassegna dʼIschia 2/2006
19
Barbara Bansi
(1777- 1863)
La mia visita all’isola d’Ischia nel
1805, in «Miscellanea delle più
recenti conoscenze del mondo»,
1811
(Casamicciola, Sentinella) - Una terrazza ombreggiata da rami di mirto
serviva da ingresso: qui si godeva una vista divina, anche più bella rispetto al tragitto per cui mi avevano trasportato i miei portantini. Venne
il momento di entrare nelle camere. Trovai una donna attempata, i cui
tratti regolari del viso e l’aspetto che ispirava soggezione m’incussero
riverenza. Lei era la bisnonna della famiglia, una matrona di 82 anni.
Una tranquilla vita di pace aveva appena solcato la sua fronte; parlava
volentieri, preferibilmente dei tempi passati. Mi prese subito per mano
e mi disse: «Lei è ammalata; sia la benvenuta. Da noi guarirà. Per gli
stranieri l’acqua della nostra isola è prodigiosa, solo per gli indigeni essa
non ha alcuna virtù terapeutica». - «Mi è stato detto che lei è una pittrice. Trentadue anni fa in questa
casa venne anche una giovane donna: mi fece il ritratto, perché mi trovava bella. Anche il padre dell’artista era pittore. Poi ha dipinto mio marito, che poco tempo dopo è morto».
Spalancai gli occhi e vidi il ritratto ben fatto di un uomo, firmato con il
nome Kauffmann. Il nome mi sorprese. Mi richiamò alla memoria l’immortale Angelica, mia connazionale, il cui padre era anche lui pittore.
Infatti presto mi convinsi che lui e lei erano quelli che trenta anni fa soggiornarono su quest’isola. Solo il pensiero che Angelica avesse abitato
nella stessa casa, in cui mi trovavo, mi rese il soggiorno ancora più gradito. Anche io, appena mi fui un po’ ristabilita, feci il ritratto della buona
vecchia, che una volta aveva fatto da modella alla più famosa artista del
secolo scorso. - Per me fu come se non potessi più abbandonare l’isola, dove tutto
il mio modo di essere e di pensare si armonizzava come in nessun altro
posto. -
Barbara Bansi (1777 -
???)
Mein Besuch auf der Insel Ischia im Jahre 1805, in «Miszellen für die neuste Welkunde», 1811
- (Casamicciola, Sentinella) Eine von Myrthenzweigen
beschattete Terrasse diente als Eingangssaal, von wo man
eine himmlische und noch viel schönere Aussicht hatte, als
von jener Stelle, auf welcher meine Träger geruht hatten.
Ich musste nun aber wohl auch in die Zimmer gehen. Ich
fand eine betagte Frau, deren regelmässige Gesichtszüge
und Achtung gebietendes Äussere mir Ehrfurcht einflössten. Es war die Urgrossmutter der Familie, eine Matrone
von zweiundachtiz Jahren. Ein stilles Friedensleben hatte
kaum ihre Stirn gefurcht. Sie sprach gern, und am liebsten
von verflossenen Zeiten. Sie nahm mich sogleich bei den
Händen und sagte: «Sie sind krank; sein Sie willkommen.
Sie werden bei uns genesen. Für Fremde ist das Wasser
unserer Insel von bewunderungswürdigen Tugenden, nur
für die Eingeborenen hat es keine Heilkraft». - „Man hat mir gesagt Sie wären Malerin, Vor zweiund-
20 La Rassegna dʼIschia 2/2006
dreissig Jahren kam ein junges Frauenzimmer in dies
Haus. Sie hat mein Bildnis gemacht, weil sie mich schön
fand. Der Vater der Künstlerin ist auch Maler gewesen.
Da hat er denn meinen Mann gemalt, der bald nachher
gestorben ist”.
Ich schlug die Augen auf, und sah das gutgearbeitete
Bildnis eines Mannes, signiert mit dem Namen Kaufmann. Der Name überraschte mich. Er mahnte mich
an die unsterbliche Angelika, meine Ländsmannin, deren Vater ja auch Maler gewesen. Und in der Tath, bald
wurde ich überzeugt, dass er und sie es waren, die vor
dreissig Jahren auf dieser Insel weilten. Der Gedanke nur,
Angelika habe das gleiche Haus bewohnt, in welchem
ich mich jetzt befand, machte mir den Aufenthalt noch
viel angenehmer. Auch ich, sobald ich etwas hergestellt
war, machte das Bildnis der guten Alten, die einst der
berühmtesten Künstlerin des vorigen Jahrhunderts zum
Modell gedient hatte.
- Es war mir, als könnte ich die Insel nicht mehr verlassen, wo alles mit meiner Art zu sein und zu denken
übereinstimmte wie nirgends. -
Arnold Böcklin
(1827-1901)
Memorie. Pagine del diario di
Böcklin alla moglie Angela, Berlino 1910
Ad Angela Böcklin, Ischia 28 luglio1880
Spero che tu abbia ricevuto il mio telegramma da Napoli. Il giorno
seguente, domenica, di buon’ora sono partito col signor Schmidt per
Ischia, dove abbiamo trovato una camera a Villa Drago per 15 giorni. Il
13 agosto dobbiamo trovare un altro alloggio, lo troveremo senz’altro.
Oggi ho fatto il terzo bagno termale, ma è impossibile riscontrare effetti positivi in così poco tempo. Avverto un certo cambiamento, mi duole
poco la spalla sinistra. Forse è un buon segno, l’acqua fa effetto.
Non è facile raccontarti come trascorro le giornate, come ammazzo il
tempo. Mi alzo alle 5 e vado allo stabilimento termale. Là aspettano già
venti persone, quasi tutte vecchie con grucce, e parlano una lingua per
me incomprensibile. Prendo un caffè nero e aspetto quasi un’ora per
entrare nel bagno. Nella vasca, che per me è troppo piccola, mi annoio a
morte e guardo sempre l’orologio alla parete per vedere se la mezzora è
trascorsa – cinque minuti nella vasca sono più lunghi di un’ora fuori. Alle
7 o anche più tardi la noia finisce e vado in un vicino bar a fare colazione:
caffè nero senza latte – che non hanno – con un panino raffermo, e poi
mi dirigo verso la spiaggia, mi siedo all’ombra di uno scoglio e osservo
il mare con le navi che passano e penso a mille cose. Verso le 11 arriva
il caldo eccessivo e allora ritorno a casa per osservare ancora il mare o
per scrivere, come sto facendo adesso. A mezzogiorno arriva il signor
Schmidt e poco dopo appare Gaetano con il pranzo: un pezzetto di carne fredda, frutta, pane e vino che quest’anno per fortuna è ottimo.
Alla stessa, 16 agosto 1880
Non ho voglia di cominciare alcuna cosa, non mi viene la minima
ispirazione per un quadro. Continuo a non fare niente altro che sedermi
sugli scogli vicino al mare e raramente prendere il mio Ariosto, che ho
sempre con me, per leggere qualche verso.
Sia per l’aria che per la monotonia del mare o per il caldo, non lo so,
Arnold Böcklin (1827-1901)
Memoiren. Tagebuchblätter von Böcklins Gattin Angela,
Berlin 1910
- An Angela Böcklin - Ischia 28. Juli 1880
Ich hoffe, dass Du mein Telegramm aus Neapel erhalten haben wirst. Tags darauf, Sonntag in der Früh reiste
ich mit Herrn Schmidt nach Ischia, wo wir auf 15 Tage
zwei Zimmer in der Villa Drago gefunden haben. Auf den
13. August müssen wir ein anderes Unterkommen finden
- wir werden es auch finden.
Heute habe ich das dritte Mineralbad genommen, es
ist aber unmöglich, so schnell eine günstige Wirkung
nachzuweisen. Ich fühle eine gewisse Änderung, hauptsächlich schmerzt mich ein wenig die linke Schulter.
Vielleicht ists ein gutes Zeichen, dass das Wasser wirkt.
Kaum könnte ich Dir sagen, was ich den ganzen Tag
treibe, die Zeit totzuschlagen. Um 5 stehe ich auf und
gehe in die Badeanstalt. Dort warten schon an die 20
Leute, fast alle alt, mit Krücken, und die eine mir unverständliche Sprache reden. Ich nehme einen schwarzen
Kaffee und warte vielleicht eine Stunde, bis ich ins Bad
steigen kann. In der Wanne, die für mich viel zu klein ist,
langweile ich mich ganz verdammt und schaue immerzu
nach meiner Uhr an der Wand, ob die halbe Stunde noch
nicht herum ist - 5 Minuten in der Wanne dauern wie eine
Stunde in der Freiheit. Um 7 oder auch später geht die
Langweile zu Ende, und dann gehe ich in ein nahegelegenes Kaffeehaus frühstücken, schwarzen Kaffee ohne Milch - die haben sie nicht - mit einem uralten Brötchen, und
dann wandre ich an den Strand, setze mich in den Schatten eines Felsens und betrachte das Meer mit den Schiffen, die vorbei fahren, und denke tausend Dinge. Gegen
11 wirds zu heiss, und dann kehre ich nach Hause zurück,
um nochmals das Meer zu betrachten oder zu schreiben,
wie ich jetzt tue. Um Mittag kommt Herr Schmidt, und
bald nachher erscheint Gaetano mit dem Frühstück - ein
Stückchen kaltes Fleisch, Obst, Brot und Wein, der dies
Jahr glücklicherweise ausgezeichnet ist.
An dieselbe - Ischia, 16. August 1880
Noch habe ich keine Lust etwas zu beginnen, es kommt mir nicht der geringste Einfall für ein Bild. Ich tue
weiter nichts, als am Meer auf Felsen zu sitzen und selten
meinen Ariosto vorzunehmen, den ich stets bei mir habe,
um wenige Verse zu lesen.
La Rassegna dʼIschia 2/2006
21
ma ora capisco molto bene come un anacoreta possa trascorrere cento
anni nel deserto, senza perdere la pazienza. Quando non si pensa a
niente, credo, la mente dorme.
Carl Gustav Carus
Viaggio attraverso la Germania,
l’Italia e la Svizzera nel 1828,
Lipsia 1835
- (Capri, Monte Solaro) Come sono rigogliosi qui i versanti del monte
con i cespugli di mirto, come i fichi germogliano abbondanti! Io stesso
rimango ammirato da questi dintorni: un ramo di mirto in mano per spronare l’asino, una grossa arancia dolce che spunta dal gilet e pericolosissimi sentieri montani così facilmente percorribili a cavallo. –
- (Ischia, il Castello) Ancora una volta il sole al tramonto si rifrangeva
attraverso la nuvolaglia, il fumo giallo delle nubi si rifletteva accanto alle
lunghe ombre nuvolose sul mare, il sole si inabissava in scintillanti colori,
e in belle proporzioni le pendici dell’Epomeo si stagliavano davanti alla
foschia luminosa della sera. Il primo piano della terrazza sembrava uno
strano coronamento di questa bella immagine. Non meno originale d’altra parte il gruppo della piccola torre con la bandiera spiegata al vento,
accanto al pilastro vuoto, su cui è poggiata l’asta della bandiera, ogni
volta che questa viene ammainata. -
Obs die Luft ist, ob die Monotonie des Meeres, ob
die Hitze, ich weiss es nicht, aber ich verstehe jetzt sehr
gut, wie ein Einsiedler 100 Jahre in der Wüste zubringen
kann, ohne die Geduld zu verlieren. Wenn man an nichts
denkt, so schläft, glaube ich, das Gehirn!
Carl Gustav Carus
Reise durch Deutschland, Italien und die Schweiz im Jahre
1828, Leipzig 1835
- (Capri. Monte Solaro) Wie dicht sind hier die Bergabhänge mit Myrtengebüsch bewachsen, wie üppig sprossen Feigen überall hervor! Ich kam mir selbst wunderlich
vor in diesen Umgebungen: einen Myrtenzweig zum An-
treiben des Esels in der Hand, eine grosse süsse Orange
aus der Weste hervorstehend und die bedenklichsten Bergwege so ganz bequem hinanreitend!
- (Ischia, Kastell) Noch einmal brach die untergehende
Sonne durch das Gewölk, das Rauchgelb der Wolken
spiegelte sich neben den langen Wolkenschatten auf
dem Meere, in glühenden Farben sank die Sonne und in
schönen Massen lagen die Höhen des Epomeo vor dem
leuchtenden Abendgewölk. - Der Vordergrund der Terrasse wirkte eingenthümlich zur Absschliessung dieses
schönen Bildes. - Nicht minder originell andrerseits die
Gruppe des kleinen Flaggenthurms mit wehender Flagge,
daneben der freistehende Pfeiler, auf welchem der Mastbaum der Flagge, wenn er niedergelassen ist, aufruht. -
Goethe - La Solfatara
22 La Rassegna dʼIschia 2/2006
Johann Wolfgang
Goethe (1749-1832
Viaggio in Italia (1786-1788)
St. Agata, 24 febbraio 1787
(…) Mola di Gaeta ci salutò di nuovo con i suoi rigogliosi aranceti.
Ci fermammo qualche ora. La baia antistante la cittadina offre uno dei
panorami più suggestivi, il mare vi sciaborda sin nelle vicinanze. Se l’occhio segue la riva destra e raggiunge l’estremo corno della mezzaluna,
si vede su uno scoglio la fortezza di Gaeta a modesta distanza. Il corno
a sinistra si estende molto oltre; dapprima si scorge una catena di montagne, poi il Vesuvio e le isole. Ischia si trova di fronte, quasi al centro.
Qui trovai sulla riva le prime stelle e i primi ricci di mare. Una bella foglia verde, come la carta velina più fine, e uno strano materiale detritico:
più frequentemente le solite pietre di calcare, talvolta anche di serpentino, diaspro, quarzo, breccia silicea, granito, porfido, marmo vero, vetro
di colore verde o blu. I suddetti minerali difficilmente sono prodotti in
questa regione, probabilmente sono ruderi di vecchi edifici e così vediamo come davanti ai nostri occhi l’onda possa giocare con le meraviglie
del mondo passato.
Ci fermammo volentieri, volendo conoscere l’indole di persone che si
comportavano quasi come selvaggi.
Allontanandoci da Mola, si godono sempre bei panorami, nonostante
si perda il mare. L’ultima vista è un’amena insenatura marina, che ho
disegnato. Poi segue un ricco frutteto, recintato con piante di aloe. Osservammo un acquedotto che serpeggiava dalla montagna attraverso
rovine, ignote e intricate.
Napoli, 27 febbraio 1787
Ieri ho trascorso la giornata in tutta tranquillità per aspettare la fine
di un piccolo disagio fisico, oggi mi sono abbandonato alla pazza gioia
ed ho trascorso il tempo, osservando meravigliose bellezze. Si dica, si
Johann Wolfgang Goethe
Italienische Reise (1786-1788)
- (1749-1832)
St. Agata, den 24. Februar 1787
[...] Mola di Gaeta begrüsste uns abermals mit den
reichsten Pomeranzenbäumen. Wir blieben einige Stunden. Die Bucht vor dem Städtchen gewährt eine der
schönsten Aussichten, das Meer spült bis heran. Folgt
das Auge dem rechten Ufer und erreicht es zuletzt das
Hornende des halben Mondes, so sieht man auf einem
Felsen die Festung Gaëta in mässiger Ferne. Das linke
Horn erstreckt sich viel weiter; erst sieht man eine Reihe
Gebirge, dann den Vesuv, dann die Inseln. Ischia liegt fast
der Mitte gegenüber.
Hier fand ich am Ufer die ersten Seesterne und Seeigel ausgespült. Ein schönes grünes Blatt, wie das feinste Velinpapier, dann aber merkwürdige Geschiebe: am
häufigsten die gewöhnlichen Kalksteine, sodann aber
auch Serpentin, Jaspis, Quarze, Kieselbreccien, Granite, Porphyre, Marmorarten, Glas von grüner und blauer
Farbe. Die zuletzt genannten Steinarten sind schwerlich
in dieser Gegend erzeugt, sind wahrscheinlich Trümmern
alter Gebäude, und so sehen wir denn, wie die Welle vor
unsern Augen mit den Herrlichkeiten der Vorwelt spielen
darf. Wir verweilten gern und hatten unsere Lust an der
Natur der Menschen, die sich beinahe als Wilde betrugen. Von Mola sich entfernend, hat man immer schöne
Aussicht, wenn sich auch das Meer verliert. Der letzte
Blick darau ist eine liebliche Seebucht, die gezeichnet
ward. Nun folgt gutes Fruchtfeld, mit Aloen eingezäunt.
Wir erblickten eine Wasserleitung, die sich vom Gebirgʼ
her nach unkenntlichen, verworrenen Ruinen zog.
Dann folgt die Überfahrt über den Fluss Garigliano. Man
wandert sodann durch ziemlich fruchtbare Gegenden
auf ein Gebirgʼ los. Nichts Auffallendes. Endlich der erste vulkanische Aschenhügel. Hier beginnt eine grosse,
herrliche Gegend von Bergen und Gründen, über welche
zuletzt Schneegipfel hervorragen. Auf der nähern Höhe
eine lange, wohl in die Augen fallende Stadt. In dem Tal
liegt St. Agata, ein ansehnlicher Gasthof, wo ein lebhaftes Feuer in einem Kamin, das als Kabinett angelegt ist,
brannte. Indessen ist unsere Stube kalt, keine Fenster, nur
Läden, und ich eile, zu schliessen.
Neapel, den 27. Februar 1787.
Gestern brachtʼ ich den Tag in Ruhe zu, um eine kleine körperliche Unbequemlichkeit erst abzuwarten, heute
ward geschwelgt und die Zeit mit Anschauung der herrliLa Rassegna dʼIschia 2/2006
23
racconti, si congetturi ciò che si vuole, qui, più che altrove, si va al di là
di ogni descrizione. La riva, le baie, le insenature del mare, il Vesuvio,
la città, i sobborghi, i castelli, i ritrovi! Di sera siamo andati anche alla
Grotta di Posillipo, dove il sole al tramonto splende sino all’altro lato. Ho
perdonato coloro che a Napoli perdono la testa e mi sono ricordato con
emozione di mio padre che aveva avuto quella impressione indimenticabile specialmente da quegli oggetti che oggi ho visto per la prima volta.
E, come si dice che l’uomo a cui è apparso un fantasma non sarà più
sereno, così al contrario si potrebbe dire che non potrà mai essere del
tutto infelice chi ha la possibilità di ritornare a Napoli. Quanto a me, ora
sono perfettamente tranquillo e, a modo mio, spalanco gli occhi soltanto
davanti a meraviglie veramente straordinarie.
Napoli, 2 marzo
Sono salito sul Vesuvio, nonostante il tempo fosse nuvoloso e la vetta
avvolta dalle nubi. In carrozza sono arrivato a Resina, poi su un mulo
ho iniziato la scalata tra i vigneti; infine a piedi sulla lava del 1771 che
aveva già fatto crescere su di sé un muschio fine, ma consistente. Così
procedemmo seguendo la lava.
La capanna dell’eremita emergeva in alto, a sinistra. Più in lontananza, la montagna di cenere, la cui scalata è una faticaccia. Due terzi della
cima erano ricoperti di nuvole. Finalmente raggiungemmo l’antico cratere, ora tutto colmato; trovammo le nuove lave di due mesi e di quattordici
giorni già raffreddate, ed anche una fragile di cinque giorni.
Salimmo per una collina vulcanica appena formatasi che emanava
vapori da ogni lato. Il fumo davanti a noi svanì e volli andare verso il cratere. Eravamo immersi nel vapore circa cinquanta passi, quando questo
diventò così intenso che a stento riuscivo a vedere le mie scarpe.
Il fazzoletto sulla bocca non mi serviva a nulla, la guida era scomparsa. I miei passi sui frantumi di lava eruttati erano insicuri, mi sembrò
opportuno ritornare indietro e rinviare la vista desiderata ad una giornata
serena e con meno fumo. Intanto ho imparato quanto sia difficoltoso
chsten Gegenstände zugebracht. Man sage, erzähle, male,
was man will, hier ist mehr als alles. Die Ufer, Buchten
und Busen des Meeres, der Vesuv, die Stadt, die Vorstädte,
die Kastelle, die Lusträume! - Wir sind auch noch abends
in die Grotte des Posilipo gegangen, da eben die untergehende Sonne zur andern Seite hereinschien. Ich verzieh
es allen, die in Neapel von Sinnen kommen, und erinnerte
mich mit Rührung meines Vaters, der einen unauslöschlichen Eindruck besonders von denen Gegenständen, die
ich heut zum erstenmal sah, erhalten hatte. Und wie man
sagt, dass einer, dem ein Gespenst erschienen, nicht wieder froh wird, so konnte man umgekehrt von ihm sagen,
dass er nie ganz unglücklich werden konnte, weil er sich
immer wieder nach Neapel dachte. Ich bin nun nach meiner Art ganz stille und mache nur, wennʼs gar zu toll wird,
grosse, grosse Augen.
Neapel, den 2. März
Bestieg ich den Vesuv, obgleich bei trübem Wetter und
umwölktem Gipfel. Fahrend gelangtʼ ich nach Resina,
sodann auf einem Maultiere den Berg zwischen Weingär-
24 La Rassegna dʼIschia 2/2006
ten hinauf; nun zu Fuss über die Lava vom Jahre Einundsiebenzig, die schon feines, aber festes Moos auf sich
erzeugt hatte; dann an der Seite der Lava her.
Die Hütte des Einsiedlers blieb mir links auf der Höhe.
Ferner den Aschenberg hinauf, welches eine sauere Arbeit ist. Zwei Dritteile dieses Gipfels waren mit Wolken
bedeckt. Endlich erreichten wir den alten, nun ausgefüllten Krater, fanden die neuen Laven von zwei Monaten
vierzehn Tagen, ja, eine schwache von fünf Tagen schon
erkaltet.
Wir stiegen über sie an einem erst aufgeworfenen
vulkanischen Hügel hinauf, er dampfte aus allen Enden.
Der Rauch zog von uns weg, und ich wollte nach dem
Krater gehn. Wir waren ungefähr fünfzig Schritte in den
Dampf hinein, als er so stark wurde, dass ich kaum meine
Schuhe sehen konnte.
Das Schnupftuch vorgehalten half nichts, der Führer
war mir auch verschwunden, die Tritte auf den ausgeworfenen Lavabröckchen unsicher, ich fand für gut,
umzukehren und mir den gewünschten Anblick auf einen
heitern Tag und verminderten Rauch zu sparen. Indes
respirare in tale ambiente. Del resto la montagna era immersa nel silenzio. Né fiamme, né boati, né emissione di lapilli si verificarono durante il
tempo trascorso lassù. Al momento l’ho ispezionata, per assediarla nel
vero senso della parola appena il tempo migliorerà. Le lave che vi ho
trovato erano materiali a me per lo più noti. Ma ho scoperto un fenomeno
che mi sembrò molto strano e che analizzerò in modo più appropriato
e sul quale desidero ricevere informazioni da esperti e collezionisti. Si
tratta di un rivestimento a forma di stalattite di un fumaiolo vulcanico, un
tempo ricoperto da una volta, ma ora aperto ed emergente dall’antico
cratere poi colmato. Questa solida roccia grigiastra, a forma di stalattite,
a mio parere, si è fomata per sublimazione delle esalazioni vulcaniche
più flebili senza l’apporto di umidità e senza fusione; ci sarà l’occasione
di approfondire l’argomento.
Oggi 3 marzo, il cielo è coperto e soffia lo scirocco. Qui ho visto gente
di ogni tipo, bei cavalli e strani pesci. Sulla posizione della città e le sue
meraviglie, tante volte descritte ed esaltate, nessun’altra parola.
«Vedi Napoli e poi muori», dicono da queste parti.
Napoli, 3 marzo 1787
Che nessun napoletano voglia allontanarsi dalla sua città, che i suoi
poeti decantino con efficaci iperboli la sua felice posizione geografica,
non deve essere motivo di disapprovazione, anche se vicino sorgesse
qualche altro minaccioso Vesuvio. Qui ci si dimentica completamente di
Roma. A confronto della posizione libera e aperta di Napoli, la capitale
del mondo nella valle del Tevere risulta un vecchio convento in posizione
infelice.
Caserta, 16 marzo 1787
Napoli è un paradiso; ognuno vive in una sorta di ebbro compiacimento. È capitato anche a me e quasi non mi riconosco più, ho l’impressione
di essere un altro uomo. Ieri mi chiedevo: «O sei stato folle fin ora, oppure lo sei adesso».
weiss ich doch auch, wie schlecht es sich in solcher Atmosphäre Atem holt. Übrigens war der Berg ganz still.
Weder Flamme, noch Brausen, noch Steinwurf, wie er
doch die ganze Zeit her trieb. Ich habe ihn nun rekognosziert, um ihn förmlich, sobald das Wetter gut werden will,
zu belagern.
Die Laven, die ich fand, waren mir meist bekannte
Gegenstände. Ein Phänomen habʼ ich aber entdeckt, das
mir sehr merkwürdig schien und das ich näher untersuchen, nach welchem ich mich bei Kennern und Sammlern erkundigen will. Es ist eine tropfsteinförmige Bekleidung einer vulkanischen Esse, die ehemals zugewölbt
“war, jetzt aber aufgeschlagen ist und aus dem alten, nun
ausgefüllten Krater herausragt. Dieses feste, grauliche,
tropfsteinförmige Gestein scheint mir durch Sublimation
der allerfeinsten vulkanischen Ausdünstungen ohne Mitwirkung von Feuchtigkeit und ohne Schmelzung gebildet worden zu sein; es gibt zu weitern Gedanken Gelegenheit.
Heute, den dritten März, ist der Himmel bedeckt und
ein Scirocco weht. Sehr gemischte Menschen, schöne
Pferde und wunderliche Fische habe ich hier übrigens
schon genug gesehn. Von der Lage der Stadt und ihren
Herrlichkeiten, die so oft beschrieben und belobt sind,
kein Wort. »Vedi Napoli e poi muori!« sagen sie hier.
»Siehe Neapel und stirb!«
Neapel, den 3. März
Dass kein Neapolitaner von seiner Stadt weichen will,
dass ihre Dichter von der Glückseligkeit der hiesigen
Lage in gewaltigen Hyperbeln singen, ist ihnen nicht zu
verdenken, und wenn auch noch ein paar Vesuve in der
Nachbarschaft stünden. Man mag sich hier an Rom gar
nicht zurückerinnern; gegen die hiesige freie Lage kommt einem die Hauptstadt der Welt im Tibergrunde wie ein
altes, übelplaciertes Kloster vor.
Caserta. del 16. März 1787
Neapel ist ein Paradies, jedermann lebt in einer Art
von trunkner Selbstvergessenheit. Mir geht es ebenso,
ich erkenne mich kaum, ich scheine mir ein ganz anderer
Mensch. Gestern dachtʼ ich: «Entweder du warst sonst
toll, oder du bist es jetzt».
La Rassegna dʼIschia 2/2006
25
Venerdì, 30 marzo
All’alba ci siamo ritrovati tra Ischia e Capri, forse ad un miglio da quest’ultima, quando il sole si presentò maestoso dietro le rocce di Capri e
Capo Minerva. Il Kniep ha disegnato con molta cura i contorni delle rive
e delle isole coi loro diversi aspetti, approfittando anche della lentezza
del tragitto. La nostra rotta proseguì con un vento debole. Verso le quattro, non fu più visibile il Vesuvio, al contrario si scorgevano ancora Capo
Minerva ed Ischia, che verso sera scomparvero ugualmente alla nostra
vista. Il sole avvolto dalle nubi si tuffò nel mare, in una scia tutta di bagliori purpurei, lunga parecchie miglia. Successivamente i nostri occhi non
videro più terraferma; l’orizzonte era un circolo di acqua e rischiarava la
notte un bel chiaro di luna.
16 maggio 1787
(…) Dal ponte di coperta con piacere vidi l’isola di Capri già a una
discreta distanza e il nostro battello seguiva una rotta tale da lasciarci
sperare di entrare nel golfo: ciò che in realtà avvenne poco dopo. Così
abbiamo avuto la soddisfazione, dopo una notte di disagi, di ammirare in
una luce diversa gli stessi oggetti che la notte prima ci avevano affascinati.
Ben presto lasciammo dietro di noi quella pericolosa isola di scogli.
Ieri avevamo ammirato da lontano il fianco destro del golfo, così apparvero davanti a noi anche il castello e la città, quindi Posillipo a sinistra,
con le varie lingue di terra che si estendevano fino a Procida e Ischia.
Tutto si svolgeva sul ponte, dove, in prima fila c’era un prete greco, molto entusiasta del suo Oriente, e che interrogato dagli abitanti del posto,
tutti intenti a salutare con commovente slancio la loro bellissima terra,
che cosa pensasse di Napoli al paragone di Costantinopoli, rispondeva
molto pateticamente: «Anche questa è una città».
Arrivammo in perfetto orario nel porto, brulicante di gente. Era il momento più frenetico della giornata. Appena i nostri bagagli e gli altri oggetti furono sbarcati e depositati sulla riva, subito due facchini se ne
Freitag, den 30. März
Bei Tagensanbruch fanden wir uns zwischen Ischia
und Capri, ungefähr von letzterem eine Meile. Die Sonne
ging hinter den Gebirgen von Capri und Capo Minerva
herrlich auf. Kniep zeichnete fleissig die Umrisse der
Küsten und Inseln und ihre verschiedenen Ansichten; die
langsame Fahrt kam seiner Bemühung zustatten. Wir
setzten mit schwachem und halbem Winde unsern Weg
fort. Der Vesuv verlor sich gegen vier Uhr aus unsern Augen, als Capo Minerva und Ischia noch gesehen wurden.
Auch diese verloren sich gegen Abend. Die Sonne ging
unter ins Meer, begleitet von Wolken und einem langen,
meilenweit reichenden Streifen, alles purpurglänzende
Lichter. Auch dieses Phänomen zeichnete Kniep. Nun
war kein Land mehr zu sehen, der Horizont ringsum ein
Wasserkreis, die Nacht hell und schön der Mondschein .
Montag, den 16. Mai 1787.
[...] Vom Verdeck sah ich mit Vergnügen die Insel Capri in ziemlicher Entfernung zur Seite liegen und unser
Schiff in solcher Richtung, dass wir hoffen konnten, in
26 La Rassegna dʼIschia 2/2006
den Golf hineinzufahren, welches denn auch bald geschah. Nun hatten wir die Freude, nach einer ausgestandenen harten Nacht dieselben Gegenstände, die uns abends vorher entzückt hatten, in entgegengesetztem Lichte
zu bewundern.
Bald liessen wir jene gefährliche Felseninsel hinter
uns. Hatten wir gestern die rechte Seite des Golfs von
weitem bewundert, so erschienen nun auch die Kastelle
und die Stadt gerade vor uns, sodann links der Posilipo
und die Erdzungen, die sich bis gegen Procida und Ischia
erstreckten. Alles war auf dem Verdeck, voran ein für seinen Orient sehr eingenommener griechischer Priester, der
den Landesbewohnern, die ihr herrliches Vaterland mit
Entzücken begrüssten, auf ihre Frage, wie sich denn Neapel zu Konstantinopel verhalte, sehr pathetisch antwortete: »Anche questa è una città!« -»Auch dieses ist eine
Stadt!«
Wir langten zur rechten Zeit im Hafen an, umsummt
von Menschen; es war der lebhafteste Augenblick des
Tages. Kaum waren unsere Koffer und sonstigen Gerätschaften ausgeladen und standen am Ufer, als gleich zwei
occuparono; appena accennammo che avremmo alloggiato a casa dei
Moriconi, subito corsero coi bagagli come se portassero un bottino di
guerra, tanto che non riuscivamo a seguirli nemmeno cogli occhi per le
strade affollate e per la movimentata piazza. Kniepp aveva la cartella
sotto il braccio, così avremmo salvato almeno i disegni, se quei facchini,
meno onesti dei poveri diavoli napoletani, ci avessero portato via quello
che la tempesta ci aveva risparmiato.
folgen konnten. Kniep hatte das Portefeuille unter dem
Arm, und wir hätten wenigstens die Zeichnungen gerettet, wenn jene Träger, weniger ehrlich als die neapolitanischen armen Teufel, uns um dasjenige gebracht hätten,
was die Brandung verschont hatte.
Lacco Ameno (da Kaden)
Lastträger sich derselben bemächtigten, und kaum hatten
wir ausgesprochen, dass wir bei Moriconi logieren würden, so liefen sie mit dieser Last wie mit einer Beute davon, so dass wir ihnen durch die menschenreichen Strassen und über den bewegten Platz nicht mit den Augen
Jean Paul
(1765-1825)
Titan
“... La terra dormiva... con due bracci cingeva il bel mare di Napoli,
a destra, a Posillipo, era ricca di vigneti fiorenti sino alla riva, a sinistra
teneva le città e abbracciava le sue onde e le sue navi, attraendole al
suo seno. Come una sfinge la frastagliata Capri sorgeva tenebrosa
all’orizzonte nell’acqua e sorvegliava la porta del golfo. Dietro la città
fumava nell’etere il vulcano e a volte gli scintillii giocavano tra le stelle.
Ora la luna affondava dietro gli olmi di Posillipo, la città si oscu-
Jean Paul
(1765-1825) - Titan
„... Die Erde schlief... mit zwei Armen umfasste sie
von Neapel aus das schöne Meer, auf ihrem Rechten,
auf dem Posilipo, trug sie blühende Weinberge weit in
die Wellen und auf dem Linken hielt sie Städte und um-
spannte seine Wogen und seine Schiffe, und zog sie an
ihre Brust heran. Wie eine Sphinx lag dunkel das zackige
Capri am Horizont im Wasser und bewachte die Pforte
des Golfs. Hinter der Stadt rauchte im Aether der Vulkan
und zuweilen spielten Funken zwischen den Sternen.
Jetzt sank der Mond hinter die Ulmen des Posilipo
hinab, die Stadt verfinsterte sich, das Getöse der Nacht
La Rassegna dʼIschia 2/2006
27
rava, il fragore della notte si smorzava, i pescatori scendevano a riva,
spegnevano le loro fiaccole e si distendevano sulla rena, la terra sembrava addormentarsi e il mare svegliarsi. Un vento dalla costa sorrentina
sollevava le tranquille onde - chiaramente brillava la falce di Sorrento
irradiata dalla luna e dal mattino contemporaneamente come argentei
campi - la colonna di fumo del Vesuvio si dissolveva, e dalla montagna
di fuoco una lunga pura aurora si diffondeva sulla costa come su un
mondo straniero… Ci siamo imbarcati, quando l’aurora accendeva le
montagne, e la navicella spinta dal venticello mattutino scivolava veloce
sul mare. Prima di aver doppiato il promontorio di Posillipo, il cratere
del Vesuvio rigettò lentamente nel cielo il figlio incandescente, il sole,
ed il mare e la terra s’infiammarono. La mezza cinta terrestre di Napoli
con i suoi palazzi color dell’aurora, la sua piazza-mercato dalle navate
oscillanti, il brulichio delle sue ville sulle montagne e sulla riva, ed il trono verdeggiante di Sant’Elmo, si prospettarono orgogliosi tra due monti
davanti al mare.
Dopo aver superato il promontorio di Posillipo, l’Epomeo d’Ischia apparve in lontananza come un gigante del mare, cinto da un bosco e con
la bianca vetta spoglia. A poco a poco apparvero sulla piana smisurata
le isole l’una accanto all’altra come paesi sparsi, e i promontori selvaggi
penetravano e affondavano nel mare, ed ora il regno delle acque si manifestò più grande e più vivo della terra arida, desolata, squallida…
Quando passammo davanti alla piccola Nisida, dove un tempo Bruto
e Catone dopo la morte di Cesare cercarono rifugio, - quando navigammo davanti all’affascinante Baia e al magico Castello, dove tre romani
decisero un tempo la spartizione del mondo, e davanti a tutto il promontorio, dove sorgevano le ville dei grandi benestanti romani, e quando
scorgemmo la montagna di Cuma, dietro la quale nella sua Literno visse
e morì Scipione l’Africano: la nobile vita degli antichi Grandi mi commosse fortemente…
Gioventù e rovine, il passato crollato e l’eterna esuberanza dell’esistenza coprivano il lido di Miseno e l’estesa costa, - sulle urne infrante di
verklang, Fischer stiegen aus, löschten ihre Fackeln und
legten sich ans Ufer, die Erde schien zu träumen, das
Meer aufzuwachen. Ein Wind von der Sorrentinischen
Küste trieb die stillen Wellen auf - heller schimmerte
Sorrentos Sichel vom Monde bestrahlt und vom Morgen
zugleich wie silberne Fluren - Vesuvʼs Rauchsäule wurde
abgeweht, und vom Feuerberge zog sich eine lange reine
Morgenröthe über die Küste hinauf, wie über eine fremde
Welt... wir stiegen ein, als die Morgenröthe die Gebirge
entzündete, und getrieben von Morgenlüftchen flog das
Schiffchen ins Meer hinaus. Ehe wir noch um das Vorgebirge des Posilip herumschifften, warf der Krater des
Vesuv den glühenden Sohn, die Sonne, langsam in den
Himmel, und Meer und Erde entbrannten. Neapels halber
Erdgürtel mit morgenrothen Palästen, sein Marktplatz von
flatternden Schiffen, das Gewimmel seiner Landhäuser
an den Bergen und am Ufer hinauf, und sein grünender
Thron von St. Elmo standen stolz zwischen zwei Bergen
vor dem Meere.
Da wir um den Posilipo kamen, stand Ischias Epomeo
wie ein Riese des Meeres in der Ferne, mit einem Wald
28 La Rassegna dʼIschia 2/2006
umgürtet und mit kahlem, weissem Haupt. Allmälig erschienen auf der unermesslichen Ebene die Inseln nacheinander wie zerstreute Dörfer, und wild drangen und
wateten die Vorgebirge in das Meer, und nun that sich
gewaltiger und lebendiger als das vertrocknete, vereinzelte starre Land, das Wasserreich auf...
Als wir vor dem kleinen Nisida vorbeikamen, wo einst
Brutus und Cato nach Cäsars Tod Schutzwehr suchten,
- als wir vor dem zauberischen Baja und dem Zauberschlosse, wo einst drei Römer die Theilung der Welt
beschlossen und vor dem ganzen Vorgebirge vorübergingen, wo die Landhäuser der grossen Römer standen,
und als wir nach dem Berge von Cuma hinabsahen, hinter
welchem Scipio Africanus in seinem Liternum lebte und
starb: so ergriff mich das hohe Leben der alten Grossen
gewaltig...
Jugend und Ruinen, einstürzende Vergangenheit und
ewige Lebensfülle bedeckten das misenische Gestade
und die ganze unabsehliche Küste, - an die zerbrochenen Aschenkrüge todter Götter, an die zerstückten Tempel Merkurs, Dianens, spielte die fröhliche leichte Welle
divinità morte, sui templi diruti di Mercurio e di Diana, giocavano l’onda
leggera gioiosa ed il sole eterno, - antichi solitari pilastri di ponti nel
mare, solitarie colonne di tempio e archi erano le tracce di un passato
ricco di gloria e di opulenza - gli antichi nomi sacri dei Campi Elisi, dell’Averno, del Mar Morto abitavano ancora sulla costa, - e rovine di rocce
e di templi giacevano le une sotto l’altre sulla lava colorata, - tutto rifioriva
e riviveva, la ragazza ed i navigatori cantavano, le montagne e le isole
emergevano nel nuovo fiammeggiante giorno, - i delfini giocavano accanto a noi, - le allodole canore svolazzavano vorticosamente nell’aria
sulle isole per loro piccole - e da tutte le parti dell’orizzonte venivano le
navi volando via come veloci frecce. Era davanti a me la divina esuberanza e la varietà del mondo, le corde vibranti della vita erano tese sul
ponticello di corda del Vesuvio e di Posillipo fino all’Epomeo...
Dopo qualche tempo arrivammo ad una lunga terra, esposta a nord,
per così dire il piede di un’unica montagna: era ormai la graziosa Ischia,
ed io sbarcai ebbro di felicità”.
und die ewige Sonne - alte einsame Brückenpfeiler im
Meer, einsame Tempelsäulen und Bogen sprachen im
üppigen Lebensglanze das ernste Wort - die alten heiligen Namen der elysäischen Felder, des Avernus, des todten Meeres wohnten noch auf der Küste - Felsen- und
Tempeltrümmer lagen untereinander auf der bunten Lava
- Alles blühte und lebte, das Mädchen und die Schiffer
sanken - die Berge und die Inseln standen gross im jungen
feurigen Tage - Delphine zogen spielend neben uns - singende Lerchen wirbelten sich im Aether über ihre engen
Kaden Woldemar
L’Isola d’Ischia nei suoi aspetti
naturali, topografici e storici del
passato e del presente, 1883
Inseln hinaus - und aus allen Enden des Horizonts kamen
Schiffe bergauf und flogen pfeilschnell dahin. Es war die
göttliche Ueberfülle und Vermischung der Welt vor mir,
brausende Saiten des Lebens waren über den Saitensteg
des Vesuv und Posilipo herüber bis an den Epomeo gespannt ...
Nach einiger Zeit kamen wir an ein langes, den Norden
verschlingendes Land, gleichsam der Fuss eines einzigen
Berges, es war schon das holde Ischia, und ich stieg seligtrunken aus
Ed ecco che emerge, solenne e possente dalle onde blu del mar Tirreno - noi la salutiamo pervasi dalla gioia ed emozionati - la fiera Ischia!
Diventa sempre più alta, manifesta sempre più le sue forme, finché svetta nella superba cima dell’Epomeo che guarda in lontananza nell’aria
azzurra. Una piramide regale, eretta dall’eternità per l’eternità in mezzo
allo sconfinato deserto del mare, ai piedi cinta da oasi innumerevoli, da
oasi felici, abitata da gente felice, così l’isola ci volge il suo saluto: una
promessa di gioia!
E un turista tedesco come non dovrebbe lasciarsi rapire dalla gioia,
lui, il più sensibile di tutti, se già prima centinaia di poeti provarono le
stesse sensazioni, centinaia di poeti da Virgilio ad Alfred de Musset, per
Kaden Woldemar (1838-
Die Insel Ischia in Natur-,Sitten- und Geschichts Bildern
aus Vergangenheit und Gegenwart, Luzern, 1883
Und dort steigt es auf, stolz und mächtig aus den blauen
Wogen des tyrrhenischen Meeres - wir grussen es freudig
erregt! - das stolze Ischia! Höher und höher steigt es, immer fester schliesst es seine Formen zusammen, bis es
in dem stolzen Haupte des weithinschauenden Epomeo
in dem blauen Aether gipfelt. Eine königliche Piramide,
vor Ewigkeiten für die Ewigkeit gebaut, mitten in der en-
dlosen Wüste des Meereʼs, den Fuss gegürtet von Oasen
ohne Zahl, von glücklichen Oasen, von glücklichen Menschen bewohnt, so grüsst die Insel zu uns herüber: eine
Verheissung der Freude!
Und wie sollte der deutsche Tourist sich nicht zur Freude hinreissen lassen, er, der empfänglichste von Allen,
wenn dies vor ihm hundert Dichtern doch ganz gleich
ergangen, hundert Dichtern von Virgil an bis Alfred de
Musset, von den neuesten ganz zu schweigen! Die Insel
hat bis jetzt noch jeden, der ihr sich nahete, sympathiLa Rassegna dʼIschia 2/2006
29
non parlare dei più recenti! L’isola sinora ha suscitato simpatia in tutti
quelli che le si sono avvicinati ed è noto che la simpatia vale più della
bellezza, ma Ischia è anche bella.
Impressionante è la vista dell’isola, a breve distanza, dal mare. Vediamo le coste molto frastagliate cinte da neri blocchi di lava, sui quali
scivola e spumeggia il mare con scrosciante sospiro; poi la spiaggia si
protende fra erte rupi, ma viene subito “sequestrata” dalla più lussureggiante vegetazione, là dove essa vuole estendersi sulla dolce superficie
alle falde dei monti; la rigogliosa ginestra, amica del suolo vulcanico,
costituisce il suo aureo ornamento. Ma l’intera larghezza della costa fino
a metà del fianco del Monte Epomeo, che si trova quasi esattamente
al centro dell’isola, è un variopinto giardino. Al chiarore del sole si distinguono chiaramente le forme e i generi dei singoli alberi. L’albero di
Minerva, l’ulivo luccicante di argento, si congiunge alla vite più scura nel
regno lussureggiante, tra cui emergono qua e là gli alberi caratteristici
del paesaggio italiano: il cipresso, il pino e tutte le gradazioni del verde
formano un’incantevole armonia col suolo di tufo marrone chiaro.
Ma quello che il vento con le sue agili ali soffia dalla campagna non è
l’alito stigio di un grave passato, è il profumo di erbe e di fiori lussureggianti, che si mescola col fresco odore dell’acqua marina, e alla vita più
recente servono anche le piccole località, gli agglomerati di case, le ville
dall’aspetto così ospitale, locande ed alberghi che si aggrappano alle
pendici dei monti, e solo ai più sontuosi riesce di emergere dal verde che
tende ad elevarsi sempre di più al cielo. Giacché sulle cime degli olmi
e dei pioppi si arrampica la vite, le rose formano delle alte siepi, alberi
di fico, ciliegio e melograno prosperano dispensatori di ombra; alberi di
arancio e limone si stringono gli uni agli altri in maniera così affettuosa
che il sole riesce a stento a penetrare sino ai frutti sparsi sul terreno.
Ischia è l’isola della frutta per eccellenza. Io vorrei, io potrei offrire su
una tavola imbandita una cesta di frutta cresciuta in questi giardini e in
aggiunta il vino di Ischia. Come riuscirebbero gradite le gustose mele di
sch angemuthet und Sympathie ist bekanntlich mehr als
Schönheit, aber Ischia ist auch schön.
Ueberwältigend ist der Blick auf das Eiland in einiger
Entfernung vom Meer aus. Wir sehen die reichgegliederte
Küste von schwarzen Lavablöcken gegürtet, über welche
die weissschäumende Brandung mit rauschendem Athem
gleitet; dann steigt der Strand in dunkeln schroffen Klippen empor; wird aber da, wo er sich zur sanft bergangelehnten Fläche ausdehnen will, sofort von der lieblichsten
Vegetation in Beschlag genommen; seinen Goldschmuck
bildet der reichblühende Ginster, der Freund vulkanischen
Bodens. Die ganze Breite aber von der Küste an bis über
die Mitte der Schenkel des Monte Epomeo, der fast genau
in dem Centrum der Insel steht, ist ein lustiger Garten.
Im hellen Sonnenschein unterscheidet man deutlich die
einzelnen Baumformen und Arten.
Der Baum Minervens, der silberglänzende Oelbaum,
theilt sich mit der dunkleren Rebe in das fruchtprangende
Reich, dazwischen ragen hier und da die charakteristischen Bäume italienischer Landschaft: die Cypresse, die
Pinie; und all das vielfach abgestufte Grün bildet eine rei-
zende Farbenharmonie mit dem lichtbraunen Tuffboden.
Was uns aber der Wind auf seinen muntern Flügeln beständig vom Lande herüberweht, ist nicht der stygische
Hauch ernster Vergangenheit, es ist der Duft lebendiger
Kräuter und Blumen, der sich mit dem frischen Geruche
des Meerwassers vermischt und gegenwärtigstem Leben
dienen auch, die kleinen Oertchen, die Häusergruppen,
die gastlich grüssenden Villen, Gasthäuser und Hotels,
die die Berghänge hinansteigen und unter denen es nur
den vornehmsten gelingt, aus dem hochstrebenden Grün
aufzutauchen. Denn über die Wipfel der Ulmen und Pappeln klettert der Wein, die Rosen bilden hohe Hecken, zu
breitschattender Fülle entwickeln sich Feigen-, Kirschund Granatenbäume; Orangen und Limonen schmiegen
sich so vertraulich dicht ineinander, dass die Sonne kaum
zu den Bodenfrüchten dringen kann.
Ischia ist die Fruchtinsel par excellence. Ich wollte,
ich könnte Ihnen einen Korb Früchte, in diesen Gärten
gebrochen, zu einer Festtafel liefern, und den Ischiawein
dazu. Wie würden sie Ihnen munden die würzigen Aepfel
Casamicciola (da Kaden)
Testaccio, una frazione di Barano, l’«Amareno» e il «Corvino», le torte
di ciliegio di Moropano, un’altra frazione di quel Comune, apprezzate
a Napoli. Ci si stupirebbe della notevole grandezza delle pesche, delle
albicocche e delle susine della cittadina di Ischia, della dolcezza degli
agrumi di Lacco e di Forio. I frutti del fico d’India, che cresce sul Monte di
Vico in un bosco impenetrabile, li considero una cosa originale, degna di
nota, sono il pasto preferito del popolo. E i grappoli di uva e il vino! Dove
potrebbero crescere in maniera più rigogliosa se non in un luogo dove li
nutre direttamente il sangue del cuore della terra? Sul suolo eroso dall’antico vulcano con latente vulcanicità, testimoniata dalle numerose sorgenti termali. L’uva bianca dell’isola, che viene coltivata in minima parte
anche nera, dà un vino particolare che, in mani più esperte, potrebbe
misurarsi sotto ogni aspetto con il vino del Reno. Il più richiesto è il vino
di Serrara, come quello di Forio, color ambra, abboccato, gradevole,
soprattutto quello di Montecorvo che è il re dei vini. La base di questo
vino bianco di Forio è l’uva che il vignaiolo qui chiama «Biancolella», lui
la mescola con la «Capolese» e la «Verdesca»; oltre a questi il popolo
distingue ancora l’uva Sorbigno, Codacavallo e Greco e Latino che forse
ricordano i primi e più antichi contadini dell’isola: greci e romani.
Così possiamo deliziarci dei frutti e del vino e a ciò si aggiunge il
Testaccio, einer Fraktion Baranos, die „Amareno” und
„Corvine”, die in Neapel vielbegehrten Kirschensorten
vom Moropano, einer andern Fraktion jener Gemeinde.
Staunen würden Sie über die gewaltige Grösse der Pfirsiche und Aprikosen und Pflaumen des Städtchens Ischia,
über die Süsse der „Agrumi” von Lacco und Forio. Die
Früchte des Opuntienkaktus, der auf dem Monte-di- Vico
in einem undurchdringlichen Wald zusammen wächst,
lege ich der Merkwürdigkeit wegen bei, sie sind eine
Lieblingsspeise des Volkes. Und die Trauben und der
Wein! Wo sollten sie üppiger gedeihen, als wo sie das
unmittelbare Blut des Erdherzens nährt? auf verwittertem
antikvulkanischem Boden mit latenter Vulkanicität, wovon die zahlreichen Thermalquellen zeugen. Die weisse
Traube der Insel, die blaue wird in geringer Menge kultivirt, giebt einen eigenartigen Wein, der, wenn er in geschicktere Hände geriethe, sich in jeder Beziehung mit
dem Rheinwein messen könnte. Am meisten gesucht ist
der von Serrara, wie der von Forio, er ist von leichter Bernsteinfarbe, lieblich und angenehm zu trinken, besonders
der von dem Hügel Montecorvo, der die Krone über alle
davon trägt. Die Basis dieses weissen Forio-Weines ist
die Traube, welche der Winzer hier „Biancolella” nennt,
er mischt sie mit der „Capolese” und der „Verdesca”;
ausser diesen unterscheidet das Volk noch die Trauben
Sorbigno, Coda-cavallo (Pferdeschwanz), und „Greco”
und „Latino”, was vielleicht an die ersten und ältesten
Weinbauern der Insel erinnert: Griechen und Römer.
mare generoso con il suo ricco bottino strappato ogni giorno in abbondanza. Quante leccornie ci consegna l’inesauribile pescheria. Su tutta l’isola ci
sono grandi quantità di gustose alici e sarde, spesso viene pescato anche
il pescespada. Alla Marina di Forio si trovano i delicati cefali, occhiate, spigole, e triglie note già ai romani buongustai come ghiottonerie. Ancora a
Forio in un posto chiamato Camerata si pescano preziose cernie, dentici
e ronchi. Con questi l’elenco dei pesci di Ischia non è ancora esaurito, occorre annoverare anche il merluzzo, il lacerto, il rotunno, il sauro e a Citara,
una frazione di Forio, i grandi calamari, a Lacco Ameno i tonni preferiti dal
popolo e pescati in grandi reti che abbiamo visto stendere per quasi tutto
l’anno a Ischia e vicino alla «Pietra della Triglia».
C’è quindi una sufficiente quantità di cibo per i nostri gusti e i nostri stomaci, anzi l’isola offre un’inesauribile abbondanza di prodotti della terra e lo
constatiamo sia quando attraversiamo l’isola a piedi, sia quando lo facciamo a dorso d’asino o su quei carri a due posti tirati da quegli agili cavallucci
e altrettanto svelti asinelli accompagnati dagli instancabili «ciucciari», servizievoli e chiacchieroni.
Durante queste escursioni si ha l’occasione di conoscere la popolazione
e, se si vuole - ne vale la pena -, di studiarla e certamente affezionarsi ad
essa. Non si può negare l’antica origine greco-romana; questa è impressa
su molti volti, nei loro dialetti, nei loro particolari usi e costumi. A prescindere dalla Marina e dai quartieri più esposti al movimento turistico, dobbiamo
assolutamente visitare le località alte dell’isola, come Campagnano, Piejo,
Barano, Moropano, Fontana, Serrara e altre. La gente di là mostra lineamenti marcati, in particolare hanno il naso e il mento dal fine taglio greco e
i grandi occhi profondi guardano con l’espressione di una lieve malinconia,
come riscontriamo su certi busti dell’antichità. Il colore scuro della pelle
sembra essere una caratteristica della stirpe, perché in questo gli Ischioti si
distinguono nettamente dagli abitanti vicini della terraferma, benché vivano
sotto lo stesso clima, con uguali occupazioni, esposti allo stesso sole.
In Früchten und Wein also können wir schwelgen und dazu
kommt das reiche Meer mit seiner ihm täglich frisch und
in reicher Fülle abgerungenen Beute. Wie viele Leckerbissen liefert uns das unerschöpfliche Magazin. Rings um
die Insel her giebt es in Fülle die feinen Sardinen und Sardellen, ebenso häufig wird der Schwertfisch gefangen. An
der Marine von Forio finden sich die delikaten „Cefali”,
„Occhiati”, „Spinole” und „Triglie”, den feinschmeckenden Römern schon als Delikatesse bekannt; ebendort, an
einem Orte „Camerata” genannt, fischt man die kostbaren
„Cernio”, „Dentici” und „Ronchi”. Damit ist aber das Register des Fischers von Ischia noch lange nicht erschöpft,
es verzeichnet ausserdem noch den Kabeljau, den „Lacerto”, den „Rotunno”, den „Sauro”, und, bei Cetara,
einer Fraktion von Forio, die grossen Tintenfische, bei
Lacco Ameno den allerdings mehr beim Volke beliebten
Thunfisch, der in grossen Netzen gefangen wird, die wir
fast das ganze Jahr hindurch bei Ischia und an der „Pietra
della Triglia” ausliegen sehen.
Ist so in ausreichender Menge für unsere Zunge, wie
für unsern Magen gesorgt, so bietet die Insel an landschaftlichen Genüssen eine unerschöpfliche Fülle, ob wir
32 La Rassegna dʼIschia 2/2006
dieselben zu Fuss, zu Esel oder in jenen kleinen zweisitzigen Karren machen, die von den kleinen muntern
Pferdchen und ebenso muntern Eseln gezogen, von den
unermüdlich schwatzenden dienstfertigen „Ciucciari”
begleitet werden.
Auf diesen Wanderungen haben Sie auch Gelegenheit,
das Volk kennen zu lernen, es, wenn Sie wollen - und es
verlohnt sich der Mühe - zu studieren, wobei Sie dasselbe
ohne Zweifel lieb gewinnen werden. Es kann seine antik
griechisch-römische Abstammung nicht verleugnen; diese prägt sich aus auf vielen Gesichtern, in ihrem Dialekt,
in ihren eigenartigen Sitten und Gebräuchen. Dazu müssen wir jedoch die von der Marine und den dem Fremdenverkehr am meisten ausgesetzten Quartieren absehen,
müssen wir die höhergelegenen; Ortschaften aufsuchen,
wie Campagnano, Piejo, Barano, Moropano, Fontana,
Serrara und andre. Die Menschen dort zeigen gross angelegte Züge, besonders haben die Käse, das Kinn den feine
griechischen Schnitt und die grossen tiefliegenden Augen
blicken meist mit dem Ausdrucke sanfter Schwermuth,
wie es uns auf manchen antiken Büsten begegnet. Die
dunkle Hautfarbe scheint eine Stammeseigenthümlichkeit
zu sein, denn durch sie unterscheiden sich die Ischioten
I Napoletani della città, per i quali molti si sono formati un giudizio generico sulle
popolazioni del Sud, non sono presi in considerazione in questa occasione, poiché
là il cambio delle nazionalità ha cancellato già da tempo l’originalità delle forme del
corpo e del viso.
Fra le donne e le ragazze delle citate località si trovano delle vere bellezze e delle figure regali, ma esse sfioriscono presto perché sono per lo più bestie da soma
per i mariti e nessuno si cura di esse. Due terzi della popolazione sono contadini,
il resto pescatori, navigatori e, una piccola parte in via di estinzione, artigiani.
Le donne sbrigano le faccende domestiche e aiutano gli uomini nei continui
lavori di campagna. Quelle anziane filano la canapa, tessono tele grezze, tappeti,
le giovani intrecciano paglia e ad ognuno, che sia stato ad Ischia anche soltanto
una giornata, restano impressi nella mente i graziosi canestri variopinti, i ventagli
e i cappelli che vengono offerti in vendita negli alberghi e davanti ai caffé. Il loro
abbigliamento festivo è il «corpetto», il busto orlato ai fianchi con frange dorate;
nella maniera in cui avvolgono il foulard intorno alle trecce nere, in modo che le
estremità cadano con grazia sulla schiena, sono maestre, mostrano che, malgrado
la vezzosa ingenuità, ne capiscono anche di civetteria.
Sarà difficile, però, intrattenersi con loro anche per chi ha imparato l’italiano con
un maestro fiorentino, con le migliori grammatiche e con metodi efficaci, perché
tutte parlano nel dialetto più oscuro, mescolato con una gran quantità di lemmi
antichi, greci, latini, spagnoli e di altri sostrati linguistici.
L’isola è divisa in sette comuni e si possono distinguere sette dialetti. Si capiscono più facilmente i dialetti di Lacco Ameno, di Casamicciola o di Ischia, cioè le
località sul lato settentrionale, aperto, frequentato, dell’isola. Sul lato meridionale e
nelle località di contadini situate in alto anche l’italiano dell’Italia centrale si sente
perduto, qui viene offerto un lessico ignoto. Sono note quattro motivazioni per cui
un popolo crea un suo proprio dialetto: imitazione involontaria, bisogno o necessità, comodità e capriccio. E a Ischia, come altrove, abbiamo occupazioni militari
mutevoli, le colonie, le alleanze, il commercio, i viaggi e via dicendo.
ganz wesentlich von den benachbarten Seeanwohnern,
die doch unter gleichem Klima in gleicher Beschäftigung,
derselben Sonne ausgesetzt, leben. Die Stadt-Neapolitaner, nach denen viele sich ihr Urtheil über des Südens
Volk gebildet haben, kommen hierbei nicht in Betracht,
denn dort hat der Wechsel der Nationalitäten die Originalität der Körper- und Gesichtsformen schon längst verwischt.
Unter den Frauen und Mädchen der genannten Orte
finden sich wirkliche Schönheiten und königliche Gestalten, sie verblühen aber rasch, da sie meist die Lastthiere
der Männer sind und gar keiner Pflege gemessen. Zwei
Drittel der Bevölkerung sind Weinbauern, der Rest Fischer, Schiffer und - ein verschwindend kleiner Theil Handwerker.
Die Frauen verrichten alle Hausarbeiten und helfen dem
Manne bei den unausgesetzten Arbeiten in der Campagna. Die Aelteren spinnen Hanf, weben grobe Leinwand,
Teppiche, die kleineren Mädchen flechten Stroh, und Jedem, der nur einen Tag auf Ischia war, sind die zierlichen
bunten Körbchen, Fächer und Hüte, die in den Hotels
und vor den Cafes feilgeboten werden, in der Erinnerung
geblieben. Ihre Festtracht ist das „Corpetto”, die Büste,
von scharlachrother Seite mit Goldfransen besetzt; in der
Weise, wie sie das buntfarbige seidene Kopftuch um die
dunkeln Zöpfe winden, so dass die beiden Enden zierlich
auf den Rücken hinabfallen, sind sie Meisterinnen, hier
zeigen sie, dass sie trotz aller reizenden Naivität sich auch
auf Koketterie verstellen.
Mit ihnen zu verkehren wird freilich schwer fallen, selbst dem, der sein Italienisch bei einem florentiner Maestro
und nach der besten Grammatik und Methode gelernt hat,
denn sie sprechen alle im dunkelsten Dialekt, der mit einer Menge antiker, griechischer, lateinischer, spanischer
und anderer Sprachreste gemischt ist.
Die Insel wird in sieben Gemeinden getheilt und sieben
Dialekte vermag man zu unterscheiden. Am leichtesten
zu verstehen sind die von Lacco Ameno, von Casamicciola und Ischia, also die der Orte an der offenen, und
darum frequentirtesten Nordseite der Insel. An der Südseite und in den hochgelegenen bäuerlichen Ortschaften
fühlt sich auch der Italiener Mittelitaliens verloren, hier
gebietet ein unbekanntes Vokabular. Bekanntlich giebt
man vier Gründe dafür an, dass ein Volk seinen eigenen
Dialekt herausbildet: unfreiwillige Nachahmung, Bedürfniss oder Noth, Bequemlichkeit und - Laune. Und da
haben wir auf Ischia, wie anderwärts, die wechselnden
militärischen Besatzungen, die Colonien, die Allianzen,
den Handel, die Reisen u. s. w..
La Rassegna dʼIschia 2/2006
33
Elementi vegetazionali e fitosociologici
che caratterizzano il territorio di Forio *
di Francesco Mattera
II
Le aree di interesse
naturalistico-ambientale
Zone Boschive climax a leccio, roverella, o miste
di leccio e roverella con penetrazioni di macchia
mediterranea
Alcune di tali comunità vegetali, aventi più il valore
di relitti vegetazionali che di veri e propri boschi, le
ritroviamo nella zona meridionale del territorio di Forio, e precisamente nel circondario agricolo di Panza,
in località Scannella e Cima fino al limitare del civico
cimitero, al limitare della vicina piana di Campotese e
poco oltre in località Citrunia in una zona calanchiva
che si protende fin quasi al mare. Altrove, sul promontorio di Marecoco, a Zaro, sulla dorsale ripida di Punta
Imperatore che si affaccia a Nord sulla baia di Citara,
vi sono altre zone piuttosto estese che sono connotate
da tale tipo di ecosistema. Come anche sulle pendici
ripide alte dellʼEpomeo ai margini dei castagneti della
Falanga e di Pennanova che pure in parte ne risultano
compenetrati, con accenno di arretramento della fustaia castanile. Lʼelevato valore naturalistico e paesaggistico di queste zone impone certamente lʼadozione
di precise misure protezionistiche volte soprattutto a
conservare e incrementare la biodiversità vegetale e
animale. Fondamentale tuttavia è la previsione di adeguate misure di presidio territoriale per la prevenzione
dei disastrosi incendi estivi che, spesso innescati negli incolti e nei terreni abbandonati dallʼagricoltura, si
propagano velocemente in queste aree boschive naturali producendo danni difficilmente valutabili. Oltre
alla pura e semplice guardiania, si rileva fondamentale
un costante lavoro di governo del sottobosco di pulizia della rete dei sentieri, di eliminazione periodica di
roveti ed alla creazione di fasce tagliafuoco in zone
particolarmente vulnerabili, ecc. Il tutto con interventi
a basso o nullo impatto ambientale, con lʼutilizzo delle tecniche di selvicoltura ed ingegneria naturalistica
più adatte al caso. Lʼadozione poi di tecniche moderne
di monitoraggio rapido del territorio (telerilevamento
satellitare, stazioni fisse computerizzate di rilevamento
incendi collegate a reti telematiche, GPS, GIS, ecc.)
* Note tratte dalla Carta dellʼuso agricolo e delle attività colturali in atto redatta dallʼagronomo dott. Francesco Mattera ([email protected]).
34 La Rassegna dʼIschia 2/2006
rappresenterebbero un traguardo importante per la migliore conservazione di tali importanti ecosistemi.
Zone di elevato valore naturalistico per la presenza di comunità vegetali autoctone e/o nicchie ecologiche di grande interesse per la presenza di specie
botaniche rare o rarissime
Tutta la fascia costiera del lato meridionale di Forio,
da Punta Chiarito, Sorgeto, e fino a Punta Imperatore, presenta unʼalternanza di praterie miste a frutici
(Euphorbia dendroides, Ferula ferulago,ecc.), arbusti
radi della macchia mediterranea (lentisco, alaterno,
mirto), macchie di canneto (Arundo donax), gruppi
anche piuttosto estesi di piante spontaneizzate (fico
dʼIndia, agavi, ecc.), con lembi anche cospicui di macchia mediterranea piuttosto ricca di specie (roverella,
leccio, erica, mirto, corbezzolo, filliree e, protesi nelle
zone più battute dal vento e con suolo scheletrico, lapilloso, cisti, rosmarino, ginestra, ginestrino, cineraria
marittima, ecc. Una zona particolarmente importante
da questo punto di vista è senzaltro tutta la fascia alta
e le pendici ripide meridionali ed occidentali di Punta
Imperatore.
La costa settentrionale, particolarmente di Punta Caruso e zone contermini, offre la stessa connotazione
naturalistica, seppure ha sofferto molto della dissennata opera dellʼuomo.
Nelle zone degli incolti e dei terrazzamenti ripidi
abbandonati dallʼagricoltura che sovrastano la zona di
Corbaro fino al limitare dei Frassitelli, di Pennanova fino alla Cava dello Scialicco, si ritrovano diverse fumarole, sedi endemiche di importanti stazioni di
Cyperus polistachyus, pianticella rarissima di origine
tropicale che in Europa cresce solo ad Ischia, vicino
appunto alle zone con attività fumarolica in atto. Nel
bosco della Falanga, nelle zone più umide e calanchive con banchi tufo cineritici affioranti, sembra vi siano
stazioni delle felci rare Woodwardia radicans e Pteris
longifolia.
Zona degli incolti terrazzati su pendici molto ripide da sottoporre a particolari piani di difesa idrogeologica
Si tratta di terreni un tempo coltivati a vite o a seminativo, ormai definitivamente abbandonati dallʼagricoltura per gli altissimi costi di coltivazione. Si rinvengono sulle pendici molto ripide dellʼEpomeo soprattutto
sul versante nord-occidentale che affaccia direttamente sullʼabitato di Forio. Gli antichi terrazzamenti sono
sostenuti ancora in gran parte dagli originari muri a
secco. In assenza di coltivazione tale modello sistematorio rappresenta una valida difesa contro il rischio di
erosione, sia quella idrica dovuta alle acque di pioggia
ruscellanti, sia quella eolica. Il maggior consolidamen-
to del suolo che deriva dal naturale inerbimento e dalla
crescita di arbusti e piccoli alberi, per quanto sporadici, è esaltato dal notevole imbrigliamento prodotto
dai muri in tufo verde dellʼEpomeo. Tuttavia, anche
per la ricorrenza di devastanti incendi estivi ed autunnali, questi pendii molto ripidi possono convogliare
verso valle cospicui volumi di terreno in occasione di
intensi ed improvvisi temporali. Unʼadeguata copertura vegetale con piante arbustive ad apparato radicale
profondo, scelte nel novero di quelle tipiche dei luoghi
e con forte capacità di adattamento alle condizioni di
suolo e di clima del posto, piantate direttamente sugli
antichi terrazzamenti, anche con una disposizione a fasce specialmente lungo le direttrici normali alle linee
di massima pendenza e, in generale nei siti con suoli
più fragili, potrà senzʼaltro migliorare tale situazione di
fragilità. Tra le specie più promettenti per tale funzione
consigliamo il lentisco (Pistacia lentiscus L.); lʼolivastro o oleastro (Olea oleaster L.); il carrubo (Ceratonia
siliqua L.); lʼalaterno (Rhamnus alaternus L.); il ciliegiolo (Prunus cerasifera L.), il pruno canino (Prunus
mahaleb L.), la robinia (Robinia pseudoacacia); ecc.
È ovvio che, laddove i vecchi muri a secco fossero franati o spanciati, sarebbe utile provvedere al loro rifacimento e consolidamento.
Boschi e pinete di origine antropica
Se si escludono i cedui castanili (ormai considerati ecosistemi naturali), nel Comune di Forio i boschi
sono assolutamente sporadici e, per lo più, di piccole
e piccolissime dimensioni. Il più importante è certa-
La Rassegna dʼIschia 2/2006
35
mente lʼacaceto (Robinia pseudoacacia) che si estende
al confine del Comune di Serrara Fontana in località
Frassitelli, costituito nei primi anni ʻ50 per rimboschire una zona a forte rischio di erosione. Più che boschi
e pinete veri e propri ritroviamo gruppi più o meno numerosi di pini domestici in località Baiola, sulla strada
che conduce allʼacquedotto provinciale, messi a dimora qualche tempo addietro dallʼAmm.ne Provinciale di
Napoli. Sporadici gruppi sempre di pino domestico sui
primi contrafforti dellʼEpomeo tra le località Chignole e Pennanova, ecc. Specialmente per questi piccoli
gruppi arborei, stante la loro innegabile funzione paesaggistica ed ambientale e, considerato il pericolo legato ad arbitrii da parte di privati o anche di pubbliche
amministrazioni poco consapevoli della loro importanza, sarà dʼuopo approntare e formalizzare, nei modi e
nei tempi opportuni, un adeguato schema normativo
di protezione specifica.
Caratterizzazione climatologica
generale del Comune di Forio
Il Comune di Forio occupa lʼintera fascia occidentale dellʼisola dʼIschia, con debole esposizione a
settentrione (a confine con Lacco Ameno e Casamicciola Terme) ed a meridione (a confine con Serrara
Fontana). Lʼemergenza vulcanico-tettonica del monte
36 La Rassegna dʼIschia 2/2006
Epomeo è lʼelemento principale che ne condiziona in
misura preponderante lʼespressione dei fattori climatici fondamentali, oltre naturalmente alla posizione
geografica, alla vicinanza del mare, ecc.
In via generale il clima di Forio è classificabile
come “Mediterraneo-caldo”, proprio della fascia fitoclimatica del Lauretum.
Più specificatamente, secondo lo schema bioclimatico dʼItalia proposto da Tomaselli, Balduzzi e Filippello, il clima di Forio è individuabile in quello della
Regione xeroterica, sottoregione termomediterranea,
del clima Mediterraneo, con un periodo di aridità
complessivo compreso tra 3 e 5 mesi, precipitazioni
concentrate nel periodo tardo-autunnale ed invernale e media di circa 800 mm. annui. Non infrequenti
sono tuttavia gli improvvisi acquazzoni primaverili
ed estivi, seguiti da prolungati periodi siccitosi che
con una periodicità di 4-5 anni, si spingono fino a durate di cinque/sei mesi consecutivi. In occasione delle
precipitazioni più intense si rendono manifesti vistosi
fenomeni erosivi dei suoli, soprattutto in quelle zone
dove ai tradizionali terrazzamenti sostenuti da muri
a secco si sono sostituiti disordinati insediamenti
abitativi che hanno stravolto lʼoriginario equilibrio
territoriale, con distruzione o profonda alterazione
del reticolo idrografico secondario e delle antiche ed
efficienti sistemazioni idrauliche agrarie. Il risultato
più eclatante, seppure non a carattere catastrofico, è
il sempre più frequente allagamento di strade e quartieri cittadini con copioso trasporto di fango e detriti
terrosi.
La temperatura non scende mai sottozero e rarissimamente si avvicina a questo limite, con medie estive
diurne molto alte (intorno ai 27-30° C). I microclimi
rinvenibili sono dovuti precipuamente ai fattori che
governano lʼesposizione e la giacitura allʼinterno delle singole zone in cui caratteristicamente e idealmente
si può dividere il territorio comunale. Rispetto agli altri comuni dellʼisola, Forio esibisce in tutte le stagioni
gradienti termici sensibilmente più elevati, associati
ad un minor grado di umidità e ad una maggiore radiazione solare. Queste condizioni influenzano grandemente sia lʼespressione fenotipica delle piante e dei
popolamenti vegetali spontanei, sia lo sviluppo ed i
risultati produttivi delle piante agrarie e delle coltivazioni ornamentali. Per quanto riguarda la coltura principale del comune, la vite da vino, tali condizioni, in
uno alle peculiarità chimico-fisiche e strutturali dei
terreni (terreni di buona fertilità naturale, ma generalmente poco profondi, con roccia madre in molti casi
affiorante), hanno imposto, quasi naturalmente, forme
di allevamento e potature di produzione completamente diverse dalle restanti plaghe viticole dellʼisola.
Quindi impalcatura bassa dei ceppi e potature corte e
con carico non eccessivo di gemme per sfuggire alle
condizioni di aridità estiva dei suoli. Negli ultimi decenni, con lo sviluppo, in verità invasivo, del turismo
e dellʼedilizia residenziale, le piante ornamentali che
maggiormente si sono diffuse, perché assecondate dal
clima temperato caldo, sono state piante tipicamente
tropicali o sub-tropicali, quali Palmizi, Cycadee, Liliacee, Cactee, Musacee, ecc. e ciò ha favorito pure
lʼaffermazione di attività florovivaistiche locali di un
certo interesse.
Per quanto riguarda i venti, nel periodo primaverile-estivo prevalgono le brezze marine che contribuiscono non poco a mitigare le punte massime di calura
soprattutto estiva. Nel periodo autunnale ed invernale
possono verificarsi anche venti molto impetuosi, associati o meno a fenomeni temporaleschi. I danni più
cospicui si hanno quando questi fenomeni si verificano allʼinizio della primavera, nella fase di germogliamento della vite, con danni dovuti o alla bruciatura
dei giovani germogli sotto lʼazione di venti freddi e/o
salsi, o alla rottura degli stessi a seguito dei ripetuti scuotimenti cui vengono sottoposti. Altro periodo
critico è quello pre-vendemmiale, con uva matura. I
venti, specialmente sciroccali, spesso impattano violentemente e prolungatamente con i vigneti più esposti determinando una vistosa caduta di acini al suolo.
La grandine, meteora non molto frequente, colpisce
in maniera casuale, a volte bizzarra, i comprensori
vitati del Comune determinando danni cospicui al
raccolto pendente almeno unʼannata su quattro.
***
Il territorio di Forio, pur avendo una matrice geopedogenetica abbastanza omogenea, esibisce tuttavia
una certa diversità di suoli in ordine soprattutto alle
caratteristiche di profondità del franco di coltivazione, di struttura, di permeabilità, di capacità idrica di
campo, di resistenza allʼerosione... Ciò è del tutto naturale, se si pensa alla diversa gradazione delle attività
antropiche a cui nel tempo sono soggiaciuti i terreni,
al più o meno grande rimescolamento degli orizzonti superficiali a seguito delle opere di sistemazione
idraulico-agrarie, dei sommovimenti a seguito di
eventi naturali (alluvioni, erosioni canalizzate, frane
e smottamenti) o artificiali (sbancamenti, estrazioni
da cave e grotte di strati profondi con cospargimenti
di superficie a scopo fertilizzante...).
La conoscenza più o meno approfondita delle caratteristiche dei suoli ha unʼimportanza che travalica
il puro aspetto scientifico, per ammantarsi in maniera eminente di risvolti pratici di sicuro valore, di cui
il più immediato è senzʼaltro lʼindirizzo sicuro nella scelta delle colture agrarie, soprattutto in ordine
alle possibili nuove introduzioni, alle riconversioni,
alle estensioni di colture limitate in ambiti più estesi.
Lʼindirizzo razionale nelle ordinarie pratiche di conduzione dei fondi agricoli (tipi, tempi e successioni
delle lavorazioni del suolo, somministrazioni calibrate delle concimazioni, necessità irrigue di base delle
colture...). Non secondario sembra lʼapporto delle conoscenze pedologiche nella difesa del suolo da fenomeni degenerativi, come ad esempio la prevenzione
o lʼarresto delle erosioni mediante la ricostruzione
o lʼarricchimento di idonei elementi vegetazionali,
lʼadozione di tecniche di regimazione delle acque
meteoriche compatibili con la natura e tipologia prevalente dei suoli... Come pure importante, tra le altre
cose, è la conoscenza dei suoli in ordine alle necessità
di ricostituzione o rinaturalizzazione di paesaggi per
mezzo di rimboschimenti, creazione di siepi, costituzione di barriere vegetazionali con funzione mitigatrice del clima o per ridurre lʼincidenza dellʼerosione
eolica, posizionamento in punti strategici di idonee
opere di difesa artificiale o sistemazioni superficiali
del suolo per la prevenzione di frane ed estesi sommovimenti di facies geopedologiche particolarmente
vulnerabili.
Francesco Mattera
La Rassegna dʼIschia 2/2006
37
Tradizioni contadine
La pietra del palmento
(ʻa prèta lu palemiente)
di Giuseppe Silvestri
Prima del torchio attualmente in uso, probabilmente fin
dagli anni 1930-40, la pigiatura dellʼuva si concludeva
con lʼuso della pietra del palmento per ricavare le ultime
gocce di mosto.
Si trattava di un masso di tufo verde o di pietra lavica
di circa 1 mc, generalmente scalpellato a forma cilindrica
con foro orizzontale e altro corrispondente verso il centro
in alto.
La pigiatura (carcà) nel palmento terminava con il cosiddetto “murille” (muretto), cioè dopo che era stato più
volte prelevato il mosto, facendolo scorrere nel palmento
sottostante (di basso), lʼuva sempre più ridotta veniva ammucchiata con maestria da una persona addetta con colpi
di forcone (cincurenza) ad una parete, mentre gli operai
a piedi uniti ad ogni passo, procedendo lateralmente, formavano appunto un mucchio di raspi. bucce e semi della
larghezza di circa un metro ed a forma di muro.
La “munaccia” (così era detto il residuo dellʼuva pigiata) rimaneva per alcune ore o per una nottata, perché
continuasse a prosciugarsi. In seguito, finalmente, si procedeva allʼultima operazione con lʼuso della pietra del
palmento.
Secondo le testimonianze recepite cʼerano due sistemi.
Alcuni contadini, posta sul mucchio di “munaccia” una
base di tavole, vi adagiavano sopra la pietra che con il
suo peso faceva sgorgare lʼultimo liquore. Per sollevarla
si servivano di paletti di legno e di funi che passavano
attraverso anelli fissati nella volta del palmento.
Secondo lʼaltro e più diffuso sistema, al centro del
palmento veniva ammucchiata la “munaccia” e poi sulla
sommità si poneva una serie di tavole su cui passava un
robusto palo che aveva la sua sede di appoggio nella “fenestella” (pietra scolpita ed incassata nella parete del palmento; le fenestelle erano due, ad altezza diversa). Il palo
era collegato alla pietra allʼesterno del palmento da una
corda che, partendo da un asse posto nel buco orizzontale,
raggiungeva un argano fissato sul palo stesso detto “mulanielle” che, azionato a mano, lentamente sollevava la
pietra. Il palo in tal modo richiamato verso terra pressava
le tavole poste sulla “munaccia”, da cui sgorgava lʼultimo
mosto che veniva raccolto nel palmento di basso e poi
distribuito nei carrati per dare colore e sapore al vino.
La pietra si teneva in trazione per alcune ore. A Lacco
Ameno era detta “ʼa prèta lu palemiente” e così anche
negli altri Comuni dellʼisola e sia pure con qualche sfu-
38 La Rassegna dʼIschia 2/2006
matura diversa nelle altre isole campane e pontine. Il suo
uso fu superato dal torchio che comparve già negli anni
1920-30, ma soltanto presso cantine importanti di possidenti; non tutti i contadini ebbero la possibilità di acquistarlo, perciò la pietra fu usata anche successivamente
fino ad essere a mano a mano superata del tutto alla fine
degli anni ʼ40.
Oggi è ancora possibile vedere queste pietre presso
vecchi cellai, ma soprattutto come pietre ornamentali nei
giardini di moltissime ville dellʼisola e costituiscono una
delle testimonianze più concrete per comprendere quanto
fosse diffusa la viticoltura nellʼisola dʼIschia ed anche per
capire quanto fosse ingegnoso e duro il lavoro dei nostri
padri.
Era un tempo in uso il detto foriano: “Sì na prèta ʻe
palmiente”, per qualificare una persona pesante, prolissa,
poco disponibile.
***
Rassegna
MOSTRE
Museo del Mare - Ischia Ponte - Dal 12 aprile 2006
ROCCOTELLI
Il mio viaggio a Ischia
Ischia è il mio viaggio nellʼoasi di figure eccezionali
o scorci di pensiero,
che chiunque entri non può conoscere,
non può capire.
Ischia è un viaggio in ripide angolature murate nella medesima luce.
Ischia è assaporare lʼodore di perle cristalline dʼacqua della brezza mattutina.
Ischia è viaggio nelle tenebre dellʼestasi, che rapida si accende e muta in
ebbrezza di erotiche sensazionali languide emozioni.
Un enorme cuore di isola,
che è
fiore di immaginazione di un antico miraggio
che fa cantare il mare
e la lussureggiante vegetazione di profumati giardini,
unʼenfasi di sapori mediterranei e di ardenti linfe.
Non esiste assenza: la prorompente luminosità di un sole accecante
timbra il colore,
annienta le ombre,
scava il particolare.
La meraviglia dei limoneti in fiore o dallʼoro maturo
vivifica al sole,
che feconda e brucia,
scava e sboccia;
trasforma lʼisola nel suo splendore sulle balze del castello,
delle case affiorate nelle rocce,
sulle lucide pietre;
ville che non sono fantasmi,
ma vita;
alberi dalle vecchie radici rinforzano,
esternano in eterno.
Riaffiorano i vecchi miti dellʼuomo di mare,
forze misteriose di divinità permalose e caparbie,
vere.
È, oggi, il carattere dellʼuomo di oggi che potenzia,
dellʼantenato con la più rinnovata carica
di libido insaziabile ancora insaziata.
Uomo di vita, che vive ed accoglie,
sorride,
soffre, anche alle vicissitudini,
sa godere…
Ischia è,
il mio viaggio breve,
ma lungo,
pieno di questa cultura,
assorbita,
che, oggi in un istante,
fermo in queste dieci tele dipinte
con amore.
A chi ripercorre, anche se con
passo svelto, lʼesperienza creativa
di Michele Roccotelli, non sfuggiranno due elementi centrali della
sua poetica: il colore, sentito come
sostanza pulsante, emotiva, cifra indelebile del suo modo di raccontare i
viaggi dello sguardo, e il paesaggio.
Questʼultimo non è la scena entro la
quale lʼartista muove o agita la sua
esistenza, tanto meno il referente
di un territorio incontrato (attraversato) dal pittore, cioè dal viandante
nelle terre delle immagini: il suo è
un paesaggio nascosto che affiora
sullo schermo della memoria, per-
Il colore e il paesaggio
due elementi centrali
della poetica di Roccotelli
di Massimo Bignardi
ché spinto dai piccoli sussulti dellʼanima. Movimenti, sussulti che
prevedono, o preannunziano, spostamenti, vale a dire lʼandare al di là
o al di qua della superficie pittorica,
quel tanto che ci permette di sentirci - noi che guardiamo - di volta in
volta in un luogo conosciuto, in un
“dove” che ha sempre le sembianze
di un “giardino primigenio”, al quale aspiriamo di tornare. È una traccia che, come un fil rouge, connota
gran parte del lavoro dellʼartista di
Minervino Murge, almeno ne caratterizza gli ultimi venti anni, fatta
eccezione di occasioni nelle quali
Roccotelli lascia maggiore libertà
al lirismo di un segno-gesto, ossia
ad una nascosta necessità di scomLa Rassegna dʼIschia 2/2006
39
paginare ogni relazione con il dato configurativo, così
come segnalano le tele esposte, nel 1992, in occasione
della seconda mostra personale tenuta in Germania
presso la Galerie Halbach di Celle. Una linea ben decisa che, sin dai lavori raccolti nel catalogo monografico
apparso nel 1989, curato dalla Galleria Giorgio Ghelfi
di Verona, giunge a quei “colori” di paesaggi dati a moʼ
di pulviscolo, di atmosfera immaginifica che avvolge
piccoli paesi che si ritagliano su facciate di cattedrali
romaniche, oppure impagina sconosciute città sottratte
al dizionario dei luoghi calviniani. Sono le impronte
della sua terra, del suo humus, lasciate sulla superficie
delle tele realizzate in questi ultimi due anni, in parte
pubblicate nella monografia apparsa nel 2001, introdotte - insieme a quello di Dalmazio Ambrosioni - da un
testo di Raffaele Nigro, acuto osservatore della realtà
meridionale. Roccotelli ha avuto la capacità o, meglio,
la fermezza di non tradire il “progetto” sul quale si è
andata configurando la sua idea di paesaggio: lʼha fatto servendosi di registri appropriati, ovvero calibrati di
volta in volta, attivando quello spostamento narrativo
che consente di liberare, di svelare la vita, intesa - osserva Nigro - quale «luogo delle molteplicità riconoscibili, degli individui», cercando, al tempo stesso, di
chiarire (avanzando una possibile risposta) il concetto
di eternità, individuata come «il luogo del colore puro,
dellʼunità o della totalità».
Immediato balza il senso di luogo, che non ha nulla
40 La Rassegna dʼIschia 2/2006
di un punto definito da coordinate geografiche, di un
luogo fisico, bensì proposto quale figura ideale, cioè
postazione dalla quale guardare (svelare) quel tanto
che manca al mondo per essere quadro, pensiero e,
dunque, realtà, corpo, presenza nel mondo. Lʼinsistere sul luogo, oramai definitosi nella poetica dellʼartista
pugliese come un vero e proprio topos, si delinea come
una scelta di campo della pittura, vale a dire la necessità di considerare ancora questʼultima quale evidenza
di una tensione inferiore: la definizione di topos è intesa da Roccotelli come risultante, ossia frutto di un
intreccio tra storia e immagine. Un intreccio nel quale
cerca una strada, una sorta di varco, di nuova proiezione che gli consente di riconsiderare, nellʼambito di una
contemporaneità così rapida e distratta nel consumo
di immagini, il valore di topoi vedutistici. Ecco che le
due componenti centrali della sua esperienza creativa
si fanno dettato - avrebbe detto Jung - di un improvviso sentimento di liberazione, riportando lʼattenzione,
determinante ed univoca per il paesaggio, nella sfera
di una origine antropologica, in pratica quale prelievo
di un “resto arcaico”, ossia di un “archetipo”. È - per
dirla in breve - il desiderio di ricucire il dialogo con
un tempo interiore, con immagini di uno spazio non
raffigurato o descritto, bensì avvertito sulla pelle, plasmato, respirato, annusato, cioè vissuto. Lo è anche
per le esperienze marcatamente astratte, nelle quali la
rinuncia alla suggestione del vedere fa posto allʼemotività narrativa del segno, allʼespressione (al sentimento)
del colore che accende i piani, li traccia con astratte
prospettive, trasformandoli in schermi di luce che, con
la presenza della cartapesta, si solidificano, acquistano spessore, materia. È quanto attestano le opere del
ricchissimo ciclo “Ecclesia Cathedralis in Urbe”, in
parte eseguite fra il 2000 e il 2002: esse registrano
un ulteriore movimento in avanti, sia per il recupero
cosciente e coraggioso di impaginati pittorici propri
della cultura artistica pugliese degli anni Cinquanta e
Sessanta, in primis lʼesperienza di Raffaele Spizzico
inscritta nella pagina, ancora oggi non ben definita, del
naturalismo astratto, sia per la rinnovata vivacità della
gamma cromatica, accesa, solare, ma, nel contempo,
disposta ad accogliere tinte acide, industriali, sul filo
estremo di richiami pop. Lʼesempio è offerto dai piatti
fondali verdi, sui quali si stagliano le architetture raffigurate nel dittico Urbe in festa verde, del 2000, o anche dagli schermi, ansiosamente ripetuti (diversamente
inclinati), che strutturano la parte centrale di Urbe con
azzurro, del 2001. È quanto avviene anche di recente,
come ad esempio in quei notturni che, se pur iterano
una stessa inquadratura, registrano il variare di una
luminosità lunare, resa maggiormente sognante dallʼesplosione dei gangli di colore, rosso, giallo, bianco,
verde, posti al centro di ciascuna opera. Non diversa
suo darsi come frammento, sia per i segni, le scritture,
le figure, i motivi decorativi che, involontariamente,
aprono strade allo sguardo dellʼartista. A tal proposito
si vedano dipinti quali The scent of a rose garden e A
woody carpet, entrambi del 2000. Lo è, infine, come
sollecitazione iconografica, quando lʼartista sofferma
la sua attenzione sulla figura, sul corpo proposto come
territorio, geografia misteriosa del sentimento. Maternità è il titolo che ha dato a queste figure, per sottolineare un legame ancestrale, rivolto allʼorigine misteriosa della vita. Terra, madre, sono questi, in fondo,
i temi che Roccotelli tende a cogliere nella metafora
della pittura, in quel luogo ove cerca quel sentimento
«che è - annotava Paloscia - naturale, istintivo».
Dietro questi dipinti, ovvero al di là del quotidiano
esercizio che lo spinge a confrontarsi con la “superficie” della pittura - lo fa anche quando lo spazio indefinito del bianco è quello della ceramica, di quei vasi
a “collo lungo” -, vʼè la pregnanza di un sentimento,
di un legame lontano e profondo. Un sentimento che,
nellʼemozione del colore, nella pulsione vitale da essa
generata, si fa immagine pacificata, quasi sarcitura di
un travaglio, di unʼinquietudine. «Il colore contribuisce a esprimere la luce - ricordava Matisse -, non in
quanto fenomeno fisico, ma la sola luce che effettivamente esiste, quella del cervello dellʼartista».
(Dal catalogo “Il potere dellʼemozione”, 2005)
è la scelta quando, a scandire la ritmicità dei piani, è
la tessitura del papier collé o, meglio, sono le carte da
parato che organizzano le architetture di spazi interni,
insomma di quei luoghi dai quali parte la memoria.
Lʼuso della carta non ha riferimenti oggettuali, bensì
valenza di immagine, di impalpabile sostanza del pensiero: voglio dire che a sobillare lʼinteresse non è tanto
la presenza di una materia estrapolata dal mondo fenomenico, quanto il suo valore di immagine, sia per il
Michele Roccotelli, nato a Minervino Murge nel 1946,
ha studiato fra Bari e Roma. Sʼè presto interessato alla
pittura e ha cominciato ad esporre nel ʻ68. Presente, sotto invito, in prestigiose rassegne nazionali e fiere dʼarte.
Stringe amicizia con Franco Solmi, che lo presenta in cataloghi e monografie, allestendo mostre in molte città italiane
ed estere.
Ad Ottawa, nellʼ88 lʼUniversità e la Scuola dʼArte canadesi gli organizzano una personale.
Espone in permanenza in gallerie estere austriache e tedesche. Nel ʻ99 lʼassessorato alla Cultura della Regione Campania ha patrocinato una sua mostra presso la Villa Campolieto di Ercolano.
La Rassegna dʼIschia 2/2006
41
Napoli - Museo di Capodimonte (25 marzo - 4 giugno 2006)
Tiziano e il ritratto di corte
da Raffaello ai Carracci
La mostra, allestita al piano nobile
della Reggia di Capodimonte per poi
trasferirsi, il prossimo autunno, al
Musèe du Luxembourg di Parigi,
rappresenta uno dei più importanti
eventi espositivi del 2006. Partendo
dagli straordinari ritratti realizzati da
Tiziano per la famiglia di Paolo III
Farnese, il percorso è arricchito da
oltre trenta dipinti dellʼartista veneto, provenienti dai principali musei
europei e americani, e da circa cento
opere dei più grandi ritrattisti italiani del Cinquecento, da Raffaello
ai Carracci. I ritratti rappresentano
personaggi delle più prestigiose corti europee, illustri poeti e letterati,
dame famose e seducenti, costituendo preziose testimonianze visive
della storia di quel periodo. Tuttavia
i ritratti di Tiziano come di Raffaello, di Pontormo o di Bronzino, di
Parmigianino o di Moroni e di tanti
altri che, tra Rinascimento e Maniera, hanno dato vita ad una delle stagioni più luminose dellʼarte italiana
ed europea, ci restituiscono non solo
lʼaspetto fisico e il lusso ostentato
dei loro abiti preziosi. Sono, infatti,
tutti ritratti ʻdi dentroʼ: quasi il risultato dello scrutare nel profondo gli
aspetti più intimi e segreti di uomini
e donne, giovani e vecchi, raffigurati
con le loro ambizioni, speranze, attese o illusioni, al di là di atteggiamenti ʻufficialiʼ o di parata, sempre
restituendoci, di principi e pontefici,
imperatori e poeti, regine e ʻfavoriteʼ, le reazioni sentimentali più vere
e profonde.
2006 - Anno Ibseniano
Ricorre questʼanno il centenario della morte di Henrik Ibsen. In Norvegia, in Italia e in numerosi Paesi
sono stati programmati eventi per ricordare lʼavvenimento di importanza nazionale ed internazionale e per
evidenziare lʼeredità lasciata dal drammaturgo.
«Nel suo universo poetico, Ibsen proclama la libertà dellʼindividuo e la sua visione umanistica e artistica
supera qualsiasi categorizzazione in pensieri filosofici
definiti e semplici messaggi ideologici. Ibsen ci mostra
il cammino verso la libertà personale e, per citare le parole di James Joyce, “estorce i segreti alla vita”. Ibsen
viene rappresentato quotidianamente in uno o più teatri
dei cinque continenti. Lui, meglio di chiunque altro, ci
ha fatto riflettere sui veri valori della vita e sui diritti
che spettano a ciascuno di noi».
Lʼampio programma di eventi, già avviato dal mese
di gennaio, prevede nei prossimi mesi le seguenti manifestazioni:
Amalfi 10 – 25 aprile
Edizione straordinaria di Amalfi by night
Animazione teatrale e musicale in vicoli e piazze
Mostra didattica itinerante su Ibsen
Mostra dʼArte Contemporanea ispirata a Ibsen
Concorso per gli studenti delle Scuole di Amalfi
Bologna 3 – 13 maggio
TTV Festival performing arts on screen
“Luci del Nord”: �enrik Ibsen tra Film e Video
Con una partecipazione del Teatrino Clandestino
42 La Rassegna dʼIschia 2/2006
***
Roma 9 maggio
Concerto del soprano Elizabeth Norberg-Schulz
Università di Tor Vergata
Programma con Elizabeth Norberg-Schulz
a cura di Michele DallʼOngaro, Rai Radio Tre
Roma 22 – 28 maggio
Teatro Piccolo Eliseo
“Ibsen e Munch: I diari di Munch”
Regia di Gianluca Bottoni
Casamicciola Terme – Ischia 22 – 28 maggio
Ibsen e i giovani
Rassegna di esperienze didattiche
Frascati, Ariccia, Genzano maggio
Mostre ed eventi culturali
Roma giugno
Casa del cinema
Festival Film Nordico
Sezione dedicata ai drammi di Ibsen
Sorrento luglio – agosto
Rappresentazione teatrale nel corso della rassegna estiva
Casamicciola Terme – Ischia 10 – 16 luglio
Ibsen Arte
Festival ibseniano di arti varie
Oslo 24 – 25 – 26 agosto
Ibsen Festival: rassegna di teatro internazionale
Ravello 8 settembre
Villa Rufolo
Concerto del soprano Elizabeth Norberg-Schulz
Roma 9 settembre Notte Bianca
Ibsen a Villa Pamphili: “Casa di Bambola”
dellʼartista multimediale Marinane Heske
Casa dei teatri: mostra
Arco dei Quattro Venti: Spettacolo per ragazzi
Casamicciola Terme – Ischia 18 – 24 settembre
Studiare Ibsen
Convegno Nazionale di Studi Ibseniani
Roma 14 settembre – 12 ottobre
Biblioteca Nazionale
“Le donne di Ibsen: le sculture di Nina Sundbye si confrontano con i manoscritti originali di Ibsen”
Roma 12 – 15 ottobre
Istituto Italiano di Studi Germanici
Convegno internazionale:
- La dimensione politica in Ibsen
- Le trasposizioni di Ibsen. Tradurre, mettere in scena,
adattare per il cinema
Roma 14 – 15 ottobre
Istituto di Norvegia
Convegno internazionale “Il femminismo di Ibsen”
Roma ottobre
Teatro Eliseo
“Il piccolo Eyolf” regia di Carmelo Rifici
Milano novembre
Teatro Piccolo (Festival Teatri dʼEuropa)
“Vildanden” Lʼanitra selvatica)
del teatro nazionale norvegese ed eventi collaterali
ispirati a Ibsen
Sorrento novembre
Convegno internazionale di studi sul tema: “La lezione
di Ibsen centʼanni dopo”
Serata enogastronomica con prodotti italiani e norvegesi
Casamicciola Terme – Ischia 11 – 17 dicembre
Ibsen oltre il 2006
Libri ibseniani non solo in mostra
Henrik Ibsen a Casamicciola incontrò il romanziere norvegese Bergsöe e fece con lui lunghe passeggiate. Un giorno,
durante una escursione, gli disse che egli scriveva non in
vista del tempo, ma dellʼeternità, Il Bergsöe, uomo flemmatico, obiettò che lʼeternità è per gli artisti cosa molto problematica, perché anche gli spiriti più grandi finiscono col
dissolversi nella memoria degli uomini. Ibsen si spazientì e
rispose irritato: “Risparmiatemi la vostra metafisica. Se mi
private dellʼeternità, mi private di tutto”.
NE LʼINFINITO MISTERO DELLʼESSERE
TETRO
ISOLATO
PER ALTEZZA SUPREMA DʼINGEGNO
ENRICO IBSEN
ESULE DA LʼASPRO SUO CLIMA
BLANDITA LʼANIMA
NELLA DOLCEZZA DI QUESTO CIELO
SORRISE
DIEDE A LʼARTE PEER GYNT
CHE
DISSIPATORE DE LʼESISTENZA
NE INTESE IL VALORE
MORENDO NEL BACIO
IN CUI LA TESOREGGIAVA
LʼIMMORTALE SOLVEIG
La Rassegna dʼIschia 2/2006
43
Regine
sul trono di Napoli
Maria Amalia di Sassonia, figlia di Augusto III, re di Polonia, sposa nel 1737 Carlo di Borbone
(1716-1788) – VII come re di Napoli e Sicilia (17341759)
Maria Amalia di Sassonia, la giovanissima (essendo
appena tredicenne, fu necessaria la dispensa del Papa)
sposa del re Carlo, era un tipo spiccatamente nordico, alta, slanciata, bionda, occhi azzurri, ma col volto
butterato dal vaiolo, di temperamento lunatico, spesso
irascibile e, a differenza del marito era colta, vivace,
discorsiva.
Il de Brosses aveva buon fiuto, se nel 1739, nel corso dʼun suo viaggio in Italia, avvicinando i sovrani fu
il primo ad accorgersi della maternità della regina di
Napoli e di Sicilia: «... essa era incinta da un mese e
cinque settimane,» scrisse nelle sue memorie, «e nessuno se nʼera accorto». Fra lʼaltro non era rimasto
troppo felicemente impressionato della coppia reale,
soprattutto del re che, in una cerimonia come quella del suo anniversario, aveva ricevuto gentiluomini
e cortigiani vestito peggio di un lacchè. Prestava un
orecchio distratto alle parole che gli rivolgevano, e sul
suo volto lungo dal naso a lama di coltello si stendeva intanto unʼespressione di tedio. Anche la regina si
offriva al baciamano, poi entrambi i sovrani cenarono
in pubblico, Carlo VII servito dal suo gentiluomo di
camera, Maria Amalia dalla contessa di Charny, la sua
dama dʼonore. I nobili officianti sembravano assolutamente compresi dellʼimportanza del loro compito, e
per versare da bere ai sovrani rimanevano in ginocchio
accanto a loro, si rialzavano solo quando ne ricevevano lʼautorizzazione, riprendendo il calice vuoto. E la
natura dispettosa della regina si rivelava nel divertirsi a
intingere biscotti nel bicchiere di vino delle Canarie tenuto dalla contessa de Charny ginocchioni, senza darsi
pena per la posizione scomoda alla quale costringeva
la sua dama. «Questa degna principessa» concludeva
de Brosses «ha una certa aria maliziosa, col suo naso a
patatina, i lineamenti dʼun gambero e la voce da gazza.
Si dice fosse graziosa quando arrivò dalla Sassonia; ma
poco tempo fa ebbe il vaiolo. È ancora molto giovane».
Quando poi fu possibile dare lʼannuncio ufficiale della
sua gravidanza, il popolo napoletano esplose in manifestazioni di giubilo, le quali però al momento del parto
subirono una pausa di arresto. Perplessità e disapprovazione si diffusero infatti nellʻapprendere che la regina Maria Amalia sarebbe stata assistita da un chirurgo,
44 La Rassegna dʼIschia 2/2006
né il fatto che si trattasse del chirurgo della regina di
Francia avrebbe attenuato la penosa impressione. Che
indecenza era questa? E quando mai in tutto il reame
una signora, una donna pudica, avrebbe permesso a un
uomo, fosse pure un chirurgo, di violare la sua intimità in una cosi delicata circostanza? Il povero dottor
Peyrat se ne senti dire di tutti i colori, fra lʼaltro che,
per darsi importanza, aveva spaventato la regina con
tutti i suoi strumenti chirurgici e che per giustificare la
sua presenza aveva inventato delle complicazioni in un
parto normalissimo. In questa atmosfera di scandalo il
6 settembre 1740 veniva al mondo una principessina.
Per evitare altri malumori una semplice levatrice del
luogo avrebbe assistito la regina Maria Amalia nelle
seguenti sue maternità.
Fra gli oggetti di valore accuratamente custoditi in
astucci di cuoio segnati dagli stemmi di Sassonia e
Napoli, che costituivano il corredo di Maria Amalia
quando venne sposa al re Carlo, figuravano alcuni provenienti dalle fabbriche di Meissen. E tanto piacquero
al giovane re che da quel momento prese lʼiniziativa
di avviare nel suo stesso regno una lavorazione del genere. Sʼintrapresero i primi esperimenti con mezzi e
materiali di fortuna nel cortile del palazzo reale, per
tentativi e senza perdersi di coraggio a ogni insuccesso,
mentre la Sassonia si guardava bene dallʼincoraggiare
la eventuale concorrenza, e rimaneva sorda alle richieste napoletane dʼinformazioni, formule, magari dellʼinvio di esperti capaci di istruire la mano dʼopera
locale.
Lo stesso re Augusto, il padre di Maria Amalia, cui
le fabbriche di Meissen appartenevano, non mosse un
dito per aiutare il genero, perciò soltanto nel 1743, essendo riusciti a corrompere alcuni dipendenti delle manifatture di porcellana di Vienna e con lʼarrivo a Napoli
di operai specializzati pagati a peso dʼoro, fu possibile
impiantare una vera e propria fabbrica nel parco di Capodimonte. Certo mancava la materia prima, la terra
bianca indispensabile se si voleva ottenere quella particolare pasta bianca, ma per fortuna si scopri a Fuscaldo, in Calabria, una miniera di caolino che si avvicinava abbastanza alla terra delle cave di Sassonia. Altre
difficoltà si dovettero superare durante il procedimento
di cottura, tuttavia col tempo si raggiunse quel grado di
perfezione improntato, nelle forme e nei colori, a caratteristiche particolari che della fabbrica di Capodimonte
costituirono il maggior pregio nel corso della sua vita
breve. Breve perché alla stregua dellʼartista che, volendo rendere irripetibile la sua opera, distrugge lo stampo, la lastra da cui è uscita, al momento di andarsene
nel 1759 Carlo ne chiuse i battenti. Ferdinando IV li
riaprì a Portici, a Napoli, altri seguitarono a esercitare
lʼarte della porcellana ormai introdotta nel regno, gli
stessi operai non rimasero inattivi, fecero scuola, ma
lʼepoca rappresentata da Carlo rimase quella dʼoro,
quella per cosi dire eroica, dei pionieri. Se ne trova ancora la testimonianza nei palazzi, nelle ville, nei musei
napoletani, dove si rimane incantati davanti ai rami fioriti, alle piramidi, alle ghirlande di frutta, agli animali,
putti, personaggi da presepi. Di un gusto sovraccarico
è il famoso salotto della regina, fatto eseguire da Carlo
di Napoli espressamente per Maria Amalia che nella
villa reale di Portici lo prediligeva. Fu poi trasportato
a Capodimonte e considerato il capolavoro dellʼarte
napoletana della porcellana. È detto anche “salottino
cinese” perché fra specchi e pannelli fioriti e ghirlande
barocche, sʼinseriscono alle pareti figure di cinesi concepiti secondo la fantasia di artigiani che mai sʼerano
allontanati dalle falde del Vesuvio. Eppure con quanta
passione, leggerezza di mano e pazienza riuscirono a
trasfondere sogno e poesia nel petalo di un fiore, nellʼala di una farfalla.
Dalle porcellane di Capodimonte agli splendori di
Caserta. Il palazzo, il parco di Versailles, erano rimasti
il chiodo fisso nella mente dei nipoti e pronipoti del Re
Sole, che divenuti sovrani dʼaltri paesi a quel modello
sognarono sempre dʼispirarsi. Filippo V di Spagna costruì la Granja, don Filippo di Borbone, duca di Parma
,fece di Colorno qualcosa del genere, e lʼaltro suo figlio,
il re Carlo di Napoli, ricorrendo al genio architettonico
di Luigi Vanvitelli, creò a Caserta quel capolavoro di
cui, durante il suo breve regno, Carolina Murat poteva
ben scrivere: «È quanto di più bello si possa immaginare. Versailles è niente a paragone di Caserta».
Maria Carolina, figlia di Maria Teresa dʼAustria, sposa nel 1768 Ferdinando, figlio di Carlo VII di
Napoli: IV come re di Napoli, III come re di Sicilia, I
come re delle Due Sicilie.
Le nozze di Ferdinando IV di Borbone ormai maggiorenne (era diventato re a soli otto anni) erano state
oggetto di accurati studi, negoziati diplomatici, e causa
di profondi dispiaceri. In un primo momento sʼera parlato dellʼarciduchessa Giovanna dʼAustria, che però il
vaiolo rapì a undici anni, e allora, tanto per rimanere
in famiglia, la candidatura alla mano di “re Nasone”
scivolò su Maria Giuseppa, unʼaltra figlia, la quinta,
dellʼimperatrice che di figlie da maritare possedeva il
vivaio. Tutto era stabilito, pronto il corredo, comprensivo di cento vestiti ordinati a Parigi, il re di Napoli aveva mandato a testimonianza della propria avvenenza
un medaglione col ritratto in miniatura in un prezioso
serto di diamanti. Lʼimperatrice dʼAustria che amava
teneramente sua figlia e se ne distaccava malvolentieri
aveva detto: «Considero la povera Giuseppa come un
sacrificio alla politica... Ma se essa compie il suo dovere verso Dio, sarò contenta anche se non sarà felice». Il
sacrificio non fu consumato, e a Maria Giuseppa venne risparmiata lʼinfelicità sicura. Cʼerano stati, è vero,
grandi festeggiamenti a Vienna per queste sue nozze,
balli a corte.
Molti cuori erano in festa, a Napoli piovevano carmi
ed epitalami, il duca di Belforte si era procurato fortissimi mali di testa nel comporre un carme dʼoccasione
in ottantadue ottave... Alla vigilia della partenza, pareva una disdetta, la sposa si ammalava di vaiolo e moriva. Le trattative nuziali subirono unʼaltra pausa dʼarresto per la violenta eruzione del Vesuvio, dopo di che
ripresero con rinnovato ardore, sempre dalle parti dellʼAustria e vaiolo permettendolo. Il vuoto lasciato nel
cuore di Ferdinando, che non lʼaveva mai avvicinata,
dalla crudele scomparsa di Maria Giuseppa, avrebbe
potuto essere colmato da una delle due arciduchesse
ancora disponibili alla corte di Vienna, Amalia e Maria
Carolina.
Siccome però nessuna decisione era pensabile senza il consenso paterno di Carlo III di Spagna, i ritratti
delle due sorelline furono mandati a Madrid, dove la
scelta cadde su Maria Carolina (1752-1814), quella
che avrebbe col suo temperamento autoritario dato del
filo da torcere a Bernando Tanucci. Godeva già fama
infatti, appena adolescente, di aver ereditato più delle
altre sorelle le attitudini al comando e lo spirito politico
della madre, alla quale assomigliava anche nellʼaspetto. Lʼidea di andar sposa a un uomo poco attraente
come Ferdinando di Napoli non la entusiasmava, «tanto varrebbe» diceva, «che mi gettassero in mare», poi
i ragionamenti e la forza di persuasione dellʼimperatrice Maria Teresa, nonché lʼambizione di cingere comunque una corona di regina, ebbero ragione delle sue
riluttanze. Si temette anche questa volta il vaiolo, un
falso allarme per fortuna, dopo di che il 7 aprile 1768
le nozze per procura potevano finalmente celebrarsi a
Vienna, coi festeggiamenti del caso. Ella era più che
istruita, era letterata; parlava correttamente quattro lingue, la tedesca, la spagnola, la francese, lʼitaliana. Era
altera e orgogliosa e fu di fatto lei a governare il regno
di Napoli.
Maria Teresa dʼAsburgo-Lorena, figlia
dellʼarciduca Carlo, sposa a Trento il 9 gennaio 1837,
in seconde nozze Ferdinando II (1810-1859), successo
a Francesco I sul trono di Napoli. Ella era sospettosa ed
invidiosa e fece di tutto per orientare la politica estera
in favore della sua patria. Non amava la vita di corte
e preferiva vivere a Caserta o a Gaeta. Al marito era
«ispiratrice di bigottismo e di assolutismo, e si studiava
di educare il figliastro nella ignoranza, nei pregiudizi
e nella dappocaggine per farlo sostituire nel trono dal
suo figliuolo Luigi.
La Rassegna dʼIschia 2/2006
45
Lʼarrivo di Maria Teresa in Napoli sposa al re Ferdinando fu funestato dallʼincendio del palazzo reale, ed
i creduli nella iettatura ricordarono lʼincendio di Parigi allorché giungeva Luigi XVI con la sposa Maria
Antonietta, e quello sviluppatosi quando Maria Luigia
dʼAustria andava a dividere con Napoleone il nuovo
trono imperiale innalzato con la gloria e la fortuna. E
il triste presagio pei Borboni si è verificato. Invero da
quel matrimonio cominciò il periodo del regime borbonico puro che finì con desolare il napoletano e far
cadere la dinastia. Dallʼascetismo in religione Ferdinando passò al dispotismo».
Peraltro il periodo è anche caratterizzato dalla realizzazione di importanti opere: Ferdinando II fu il primo ad inaugurare la costruzione delle ferrovie in Italia:
nel settembre del 1839 fu aperto il tronco da Napoli a
Portici e quattro anni dopo quello da Napoli a Caserta.
Il nome della regina si legge sulla lapide che ricorda
la realizzazione del porto dʼIschia (1854), nei cui pressi
fece erigere anche la Chiesa di Portosalvo; a Casamicciola portava il suo nome lʼattuale Corso Garibaldi.
Maria Sofia di Baviera (1841-1925), sposa
(1859) Francesco II
Le nozze di Francesco II di Borbone, principe ereditario, con Maria Sofia di Wittelsbach, figlia del duca
Massimiliano di Baviera, ebbero luogo per procura a
Monaco lʼ8 gennaio 1859. La sposa doveva imbarcarsi
a Trieste e toccare il suolo borbonico a Manfredonia,
ma era appena giunta a Vienna quando Ferdinando II
si ammalò. Certamente il sovrano non era in grado di
affrontare il viaggio per andare incontro alla nuora, i
medici glielo proibivano. Invece volle partire, anzi del
viaggio avrebbe approfittato per visitare le principali
città del suo regno, seguendo un itinerario giudizioso
che da Napoli avrebbe fatto il giro della Basilicata e
delle Puglie, senza tralasciare una sosta ai vari santuari
che si sarebbero presentati lungo il cammino. Ad un
certo punto per lʼaggravarsi delle sue condizioni si dispose che, anziché a Manfredona, Maria Sofia venisse a sbarcare a Bari. Arrivò finalmente il 3 febbraio,
tutti rimasero incantati dalla sua freschezza giovanile,
aveva diciotto anni, e il fidanzato non si stancava di
abbracciarla come per una prova generale, ma non poteva farsi intendere che a gesti, poiché non conosceva
una sola parola di tedesco. Il re piangeva commosso
e disperato facendo sobbalzare lʼenorme ventre, già
sentendosi la morte addosso, povero “re Bomba”, né
ebbe la forza di assistere alla cerimonia ufficiale delle
nozze, che si celebrarono lo stesso giorno dellʼarrivo
di Maria Sofia. I dottori si alternavano al letto di Ferdinando, non sapevano che dire, e chi consigliava un
46 La Rassegna dʼIschia 2/2006
intervento chirurgico alla gamba che pareva andasse in
cancrena, chi suggeriva cure mercuriali. Un giorno che
lo portavano in barella lungo un corridoio, passando
davanti a un suo busto di marmo lo salutò movendo
la mano: «Addio Ferdinando!». Ripresero tutti la via
del ritorno, impazienti di ritrovarsi fra gente conosciuta, la “Fulminante” li portò in capo a cinquanta ore di
navigazione fino a Resina, e di li proseguendo in treno
speciale raggiunsero Caserta. Lʼoperarono, sbagliando
la prima volta il punto giusto, per rendersi poi conto
che lʼinfezione si era già propagata in tutto il corpo. La
sua agonia fu lunga e tanto più crudele in quanto gli
lasciava libera la mente per dettare le sue ultime disposizioni testamentarie, rivolgere parole di conforto ai
familiari, ricevere i sacramenti. Si spense il 22 maggio
1859, lasciando il regno ai novelli sposi, ma per poco
tempo, considerate le successive vicende storiche, con
la caduta della dinastia borbonica e lʼannessione del
Regno delle Due Sicilie allʼItalia. La regina, “lʼaquiletta bavara”, rimase accanto al marito «scrivendo una
bella e nobile pagina di storia, fatta di coraggio e di abnegazione a riscatto della iniziale apatia», come qualcuno scrisse.
Riferimenti bibliografici
Niccola Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860,
Napoli 1908.
Vittorio Gleijeses, Napoli attraverso i secoli, Napoli 1985.
I Borboni di Spagna e di Napoli, Collana Le Grandi Famiglie dʼEuropa Mondadori, 1972.
Alessandro Dumas, I Borboni di Napoli, Napoli 1969.
Ischia Prospettiva Arte 2006
La seconda edizione (2 giugno – 30 settembre 2006)
di Ischia Prospettiva Arte farà parte delle Celebrazioni
del centenario della nascita di Luchino Visconti (Milano 1906), con mostre di arte contemporanea distribuite
in vari luoghi ischitani, oltre che a Villa La Colombaia,
come tributo corale dellʼIsola alla memoria del grande
maestro.
Nellʼedizione 2006 lʼintento degli organizzatori è di
portare ad Ischia tre artisti emergenti ed altrettanti artisti
di fama.
Da giugno a settembre gli “esordienti” saranno ospiti
di una “collettiva” che rappresenterà il loro “battesimo”
ufficiale ed avranno come “padrini” dʼeccezione tre artisti noti (di cui uno straniero), le cui mostre personali si
alterneranno nei mesi di giugno, luglio ed agosto.
Innovativo il criterio per designare a fine settembre il
Premio Ischia Prospettiva Arte della sezione “emergenti”: saranno i visitatori a contribuire al voto della Commissione giudicatrice, segnalando, tramite unʼapposita
scheda) il gradimento nei confronti dei partecipanti.
LʼANGOLO POETICO
Le Primavere italiche
Giuseppe Amalfitano (Forio 18741935), autore della raccolta di liriche
intitolata Primavere italiche (1922).
Di lui si legge nella Prefazione curata
da Luigi Patalano:
- Medico egregio ed igienista valoroso, già conta al suo attivo la istituzione delle colonie antimalariche in
provincia di Catanzaro e parecchie
pubblicazioni di cui due (1) segnano,
a giudizio dei competenti (2) lʼultima Tule nel campo degli studi sulla
pellagra e sulla diagnosi precoce delle malattie infettive. Costretto, per
ragioni di salute, ad interrompere le
sue peregrinazioni attraverso lʼItalia
come funzionario della Sanità pubblica e, ritrattosi per poco in questo
oscuro angolo di quiete, di ristoro e
di bellezza che è il nostro paese nativo, obbedisce quasi ad una misteriosa
suggestione di questo ambiente, in
cui la primavera occupa almeno otto
mesi dellʼanno, raccogliendo insieme
questi versi sotto il titolo suadente di
“Primavere Italiche„. Scritti qua e là
a tempo perso, nelle brevi ed ansiose
vigilie della sua molteplice attività
professionale, sono fiori gentili, sbocciati dalla sua anima latina, innanzi
agli orizzonti più svariati, sotto la carezza dei cieli più diversi, ai richiami
irresistibili dellʼeterna e multiforme
bellezza. Il volume manca forse tuttavia di unʼorganica costruzione e
coordinazione; i versi mancano forse
talvolta del compiuto magistero della
di Giuseppe Amalfitano
forma. Ma tali deficienze, spiegabilissime col fatto che trattasi di versi
scritti nelle more e quasi a ristoro di
più gravi occupazioni mentali, non
valgono ad eliminare una, frammentaria forse, ma ad ogni modo profonda sensazione artistica.
Comunque, poi, questa raccolta dì
versi vale, non fossʼaltro, a scoprirci
unʼaltra faccia del poliedro intellettuale dellʼAmalfitano; tanto forte è
lʼintrinseco lineamento di arte della
sua poesia, e cosi eloquente il suo
richiamo ai palpiti ed ai sentimenti più vivi dellʼanima nostra. Ben di
frequente noi ravvisiamo in lui lʼeco
canora delle nostre più intime vibra-
zioni sentimentali: ciò che appunto
costituisce il segno e lʼespressione
dellʼarte.
Dal fatto di essere lʼespressione
irresistibile dʼuna esuberanza sentimentale, la poesia dellʼAmalfitano
desume, infatti, una potenza lirica
non comune, che assorge addirittura
talvolta ad altissime vette.
LʼAmalfitano, “odia il verso che
suona e che non crea”; e, nutrito
largamente e tempestivamente alle
classiche fonti della cultura greco-latina, segue in arte la scuola del neoclassicismo carducciano, temperata
e popolarizzata dal verismo stecchettiano; rifuggendo da tutti quei facili
La Pagoda
del plenilunio, in fondo a la fiorita
via, la Pagoda, e una luce vʼinvita
attraverso lʼaperta gelosia.
I
Quando sʼimbianca al plenilunio
[ardente
il verde sogno del bel lago al piano,
andando a la Pagoda lentamente,
non sentite venire da lontano,
Tosto correte; ma di già serrata
è la porta per voi, mentre più fioca
la luce appar traverso la vetrata.
Porto dʼIschia, settembre 1909
attraverso il viale, ne le lente
onde di aromi un gran palpito umano,
non voi sentite un alito cocente
di vita che vi avvolga in modo strano? –
Batte la luna sul Rotaro lʼore,
dagli oleandri e da le acacie sale
come di bocche umane un molle odore:
e avvolta nel candor plenilunare
tra sciacqui dolci e un lento batter dʼale
1) La pellagra in provincia di Cremona, va unʼagile barchetta incontro al mare.
Tip. Fezzi e C, Cremona, 1914. - La diaII.
gnosi precoce delle malattie infettive,
Sul
vegetale
sogno
de lʼamore
Associazione tipografico-editrice Milasplende
la
luna,
e
ride
a lʼinfinita vista
nese, Milano, 1931.
dei
piani,
a
quellʼonde
di vita
2) Antonini, Rivista pellagrologica itain
tumulto,
de
lʼaria
a
lo
splendore.
liana, anno XV n. 1, gennaio 1915. Conca, Il Medico pratico e le malattie
E voi scorgete alfine, nel chiarore
infettive e del ricambio, Napoli 922.
Segue la luce una voce argentina
di fanciulla, che mai diventa roca
e canta un triste idillio de la Cina.
III.
Dice lʼidillio: “Una notte lontana
schiusi la porta, e venne un Mandarino
dal glauco obbliquo mite occhio vetrino
e con lʼamor mi offerse una collana.
Veniva a me da gli orti di Pechino
portando rami di aglaia e banana
e mi parlò con voce così strana
e mi stregò col suo sguardo divino.
Dormii tra le sue braccia sogni dʼoro,
posai su le sue labbra i baci a mille,
mi svegliai nel mattin; ma il mio tesoro
non cʼera più. - Lo cerco invan dʼallora,
e son lagrime e son di pianto stille
le gocce di rugiada dʼogni aurora „ .
La Rassegna dʼIschia 2/2006
47
La Pineta
Ischia 1909
Su da le rocce di pietrarsa spandesi
il profumo dei fiori di ginestra,
e dai “Pilastri,, polverose scendono
le aduste braccia de la via maestra.
In un tramonto di viole e porpora
il sol ritorna lentamente al mare,
mentre da lʼalto una vagante nuvola
biondeggia ancora un poco, e poi
[scompare.
città sorgea da le rive incantate,
bella di cieli, di montagne e dʼalberi,
dove sovente convenian le fate:
avea le notti sempre chiare e placide,
aveva il verde a fasci, aveva i fiori
a piogge, e i canti vi sbocciavan liberi
ai liberi germogli degli amori.
Passò del fuoco che divora il genio,
si aprì il Rotaro e lave distruttrici,
mandando giù da le fiammanti viscere,
bruciò le verdi e tiepide pendici:
Ave, o Sole! - Non odi tu la libera
voce de la città che fu sepolta,
non odi tu la gran voce dei secoli,
la gran voce dei morti unʼaltra volta? –
bruciò le case e le chiesette candide,
passò mietendo i campi verdeggianti
e sotto i densi cumuli di cenere
morì col verde il riso degli amanti.
Lene e sommessa la pineta mormora,
del vento sotto lʼagile carezza,
e pare mandi sospirando in aria
una canzone piena di tristezza.
Or tutto è roccia di pietrarsa„ . [Scuotono
le chiome i pini e par cantino ancora,
mentre del sole moriente lʼultimo
raggio, tangendo, lʼorizzonte indora.
Di fronte la divina curva stendesi
del più bel golfo e appare da lontano
minaccioso il pennacchio del Vesuvio,
de lʼaltro e più terribile vulcano.
Da lungi un carro divora la polvere
de la strada, e lo inseguono due cani
abbaiando: sul mar turchino appaiono
due paranzelle come due gabbiani;
e la pineta canta: “Qui una splendida
“O passaggeri, la ginestra germina
su da un letto di rocce e di dolori,
furon stille di sangue, furon lagrime
quelle che or vedi trasmutate in fiori:
furono abbracci, furon sogni dʼanime,
furon di donne sorrisi divini,
furono canti di cervelli liberi
in cener vòlti ed or risorti in pini,,.
Così ogni cosa bella e gentile trova
futurismi dellʼarte, che vanno dal paunʼeco nellʼanimo suo; e questʼeco ha
roliberismo al cubismo.
- nella sua poesia - vibrazioni potenti
(...) Tutto il volume dellʼAmalfita- che si comunicano allʼanima di chi
no è come pervaso da un profondo e legge. O che passi, nella sua visione
quasi misterioso senso di ottimismo, fantastica, “la Sila„ calabrese, infiniche gli permette di adergersi al diso- to mare di foreste ondeggianti sotto la
pra della materialità delle lotte uma- piana sagoma degli ampi cieli azzurne e, sceverando e fustigando quanto ri, o che sʼindugi il poeta nella conin esse può affiorare di impuro e di templazione di qualche angolo prediantisociale, salutare con sincero entu- letto dellʼisola nativa, come in Ischia,
siasmo tutte le forze vive cospiranti la Pineta, la Pagoda; che spazi nel
campo della fantasia o della leggenda
allʼumano progresso.
Leggete e diffondete
48 La Rassegna dʼIschia 2/2006
come in Film di Venere, Canto ultimo
e tante altre, sempre egli assorge ad
alte visioni di bellezza.
Del pari, quando si chiude nel breve cerchio magico degli affetti intimi
e delicati, come nelle scarse poesie di
soggetto erotico, e in quelle Per un
amico morto, Al figlio Vituccio, alla
sorella Teresa ecc. riesce sempre a
toccare la nota giusta, che sa la via
del cuore. Essenzialmente squisiti
due quadretti, pieni di richiami nostalgici: II pollaio e La piccola palma.
Ma subito, dopo questi brevi riposi, Amalfitano si leva più alto col suo
volo, nelle poesie di carattere civile e
sociale.
Negli Emigranti calabresi il poeta
denunzia una delle più stridenti ingiustizie sociali per cui lʼegoismo feroce
dʼuna classe e la cecità misoneistica
dei governanti, negando al fiore del
nostro popolo condizioni di lavoro
adeguate alle esigenze ed alla dignità umana, cacciavano in bando dalle
nostre terre tesori di energie fattive,
che andarono in altri paesi a creare la
felicità e la ricchezza.
E - dulcis in fundo - sopra tutte le
poesie è magnifica quella sui “Microbi,, in cui lʼAmalfitano scioglie un
inno aglʼinvisibili misteriosi agenti
delle forze naturali:
(...)
Essi tutto disfanno e tutto creano,
son quanto Dio terribili e potenti,
come Geni del bene e del mal migrano
sul carro rapidissimo dei venti.
Non han robuste lʼali come lʼaquila,
e pure la sorpassan nel volare,
han dellʼamore lʼansie ed i fremiti,
mentre non hanno bocca per baciare.
La Rassegna dʼIschia
Personaggi isolani
Giacomo Deuringer
in Lettera da Ischia n. 12 inverno 1969/primavera 1970
Ogni paese del mondo ha sempre avuto e continua ad
avere i suoi personaggi, che notevolmente contribuiscono, con la particolare posizione geografica, lo stile e
le caratteristiche dellʼarchitettura, le tradizioni, lʼidioma e i costumi della gente, a definirlo ancor meglio nel
suo aspetto globale. Nonostante tutto, continua cioè ad
essere lʼuomo che, oltre ad avere nei secoli costruito
intorno a sé, come più volte è stato detto, una «seconda natura» - sostituendo quella selvatica delle foreste,
delle praterie, del libero fluire delle acque con la geometria delle coltivazioni, dei filari, dei canali, dei porti,
delle case - dona sempre, con la sua semplice presenza,
nuovi valori umani al paesaggio.
Non in tutti i paesi, peraltro, questi «personaggi» riescono, come avviene in pochi peculiari casi, ad essere
così numerosi e ad assumere così grande importanza
da divenire elemento caratterizzante di particolari località, quasi parti insostituibili del paesaggio e dellʼambiente.
LʼIsola dʼIschia rappresenta al contrario proprio uno
dei casi in cui taluni «personaggi» del luogo riuscirebbero, per la loro straordinaria tipizzazione, a sostituire
addirittura la carenza di un panorama qualora di tale
sostituzione la stessa Ischia - che contemporaneamente
invece abbonda di splendide spiagge e lussureggianti
pinete, di deliziose insenature marine e panoramicissime colline - avesse bisogno.
Ogni abituale frequentatore dellʼIsola provi un poʼ
oggi ad immaginare Piazza Pontone, in Forio, senza
Maria con il suo Bar Internazionale!
no preso posto, nellʼultimo venticinquennio, ai tavolini
del suo locale. Fa più attrattiva di quanta ne abbia fatto,
nellʼimmediato dopoguerra, Truman Capote, a lungo
invaghito di Forio e delle sue bellezze, o di quanta ne
faccia ancor oggi Alberto Moravia, che puntualmente
torna a rimeditare, nei placidi ozi isolani, su vecchi e
nuovi appunti da trasformare in romanzi.
Se poi, come noi, si è stati per tanto tempo assidui ed
insaziabili ospiti delle più varie località isolane, non
si potrà sicuramente non aver provato, sia pure per
pochi anni, un autentico sentimento di insoddisfazione ed incompletezza giungendo allʼantica «pagliarella» sul mare di Lacco Ameno e non trovandovi donna
Marietta, lʼostessa per cui - come scriveva Amedeo
Maiuri fermatosi più volte al suo ristorante per rifocillarsi dopo le lunghe escursioni archeologiche su Monte
Vico - «servire lʼospite stanco e digiuno è onore e piacere».
Marietta Calise, per un breve volger di stagioni,
aveva dato ad altri la gestione del suo locale! E tutti
ne avevan sofferto, come se addirittura fosse mutato il
paesaggio!
Maria Senese o, se preferite chiamarla come tutti
meglio la conoscono in paese, Maria di Zibacchiello è,
per lʼambiente di quella piazza, molto più importante di
ognuno dei clienti, pur di livello eccezionale, che han-
Analogo sentimento di insoddisfazione e di incompletezza non è stato del resto già da noi denunciato
per la defezione dal concorso di barche addobbate della Festa a mare agli scogli di SantʼAnna del 1968 di
un altro tipico «personaggio» isolano? Quella festa ci
sembrò addirittura meno festa di SantʼAnna del solito
per lʼassenza dellʼartigiano del legno Giovan Giuseppe
Sorrentino, meglio conosciuto ad Ischia come Nerone
per lʼacceso carattere che ogni anno oltretutto lo spinge
La Rassegna dʼIschia 2/2006
49
a nuove straordinarie pirotecniche invenzioni destinate
a render più emozionante il già citato concorso!
Quanto «sapore» perderebbe in effetti oggi un pranzo
allʼOnda Marina della solare spiaggia di Citara senza
la presenza dellʼaggressiva Teresa Del Deo, la simpatica fanciulla panzese che al primo apparire dellʼospite
lo apostrofa subito con un cordialissimo tu e non manca di sottolineare con pungenti battute di spirito ogni
sua osservazione?
E quanto «gusto» perderebbe la pur piacevole visita
ai fanghi naturali di Cavascura, se, al ritorno dalla breve «arrampicata», non ci si potesse fermare a far quattro chiacchiere e a bere un robusto bicchiere di vino
con Pietropaolo Buono che, oggi ultranovantenne,
continua a diffondere intorno a sé buonumore, incurante della eccezionale somiglianza con il defunto dittatore dʼoltre cortina che gli ha valso lʼindovinatissimo
soprannome di Stalino?
Quanto «calore» mancherebbe ad una sera trascorsa
in simpatica comitiva a SantʼAngelo dʼIschia se Peppino Arturo improvvisamente rifiutasse di abbandonare per un attimo i fornelli e di regalare ai presenti una
canzone con lʼaccompagnamento della sua chitarra,
abitualmente priva di almeno una corda?
50 La Rassegna dʼIschia 2/2006
E non è personaggio isolano unico nel suo genere
lʼarmatore Agostino Lauro, meglio noto ai più come
Cartusciello? Egli - che non ha nulla a che vedere con
lʼomonimo comandante sorrentino - deve del resto il
suo successo proprio alla sua sorridente e straripante
personalità di autentico lavoratore del mare, amante di
ogni impresa in cui ad una grossa percentuale di rischio
possa corrispondere una adeguata possibilità di sudato guadagno. Quasi per scherzo, o per scommessa, ha
cominciato col rilevare, nellʼimmediato dopoguerra, la
prima Liberty dallʼAmerica e a trasportarla in Italia,
meritandosi sui giornali statunitensi il giusto appellativo di «discendente di Cristoforo Colombo» ed ha poi
continuato a costruire la «sua» flotta - che rappresenta
una delle più solide e concrete realtà ischitane - comprando traghetti e aliscafi di seconda mano in ogni
parte del mondo e trasformandoli nei natanti che oggi
assicurano la maggior parte dei collegamenti tra Ischia
ed il Continente!
Naturalmente anche i «personaggi» di Ischia variano
con il mutare delle età.
Il ricordo della nostra infanzia, trascorsa prevalentemente a Casamicciola, è associata a quello di personaggi che in quel paese hanno notevolmente contribuito a rendercela più gradita: Nicolino De Luise, sempre
attivo e battagliero, continuamente in movimento tra
il suo fornitissimo emporio ed il bagno-cinema Eldorado, grande attrazione dellʼepoca; il caro ziʼ Papele,
la cui capiente barca a remi trasportava le numerose
famiglie dei villeggianti del primo dopoguerra a tutte le spiagge ancora non servite da strade carrozzabili;
i «cocchieri» Domenico Ipri e Fabrizio Di Costanzo,
dalla pazienza infinita con tutti i ragazzi delle famiglie
della Sentinella che quotidianamente litigavano per
conquistare il posto al loro fianco, «a cassetta»...
Il ricordo della nostra adolescenza, che ci vide quotidianamente spostarci dʼestate per improvvisi impulsi
di amicizia ed anche sentimentali verso Forio, è naturalmente legato a quello di personaggi diversi: lʼindimenticabile Rosatè (al secolo Giovanni Verde, omonimo del mai troppo rimpianto amico e poeta foriano),
sempre pronto ad offrirti una camera, un bicchiere di
vino o una salace battuta; Don Giovanni Del Deo imponente e bonario anfitrione nellʼantico Torrione; Gaetano Calise meglio noto ai più come Serino, che non
aveva ancora tradito il rispettato mestiere di figaro per
uomini per quello allora meno in voga ma oggi molto
più rimunerativo di «coiffeur pour dames»; lʼonnipresente Giovanni Mascolo, al quale si potevano rivolgere
le più varie richieste, sicuri che in un modo o nellʼaltro
egli avrebbe saputo evaderle.
La memoria della prima giovinezza, che per analoghi
impulsi ci aveva spinto verso Lacco Ameno, è ancora
unita a quella di altri tipi memorabili che, come si è
scritto, da soli erano capaci di modificare le caratteristiche dellʼambiente. Basterà citare, oltre la già ricordata
Marietta, il poliedrico Fafino, al secolo Raffaele Mennella.
Impossibile elencare le altre centinaia di autentici
«personaggi» ischitani da noi incontrati nelle successive età, che ci hanno visto oltre tutto sempre meno
stagionalmente legati ad una singola località ma sempre più disposti, invece, a scegliere quotidianamente,
in unʼisola così ricca di attrattive, il posto in cui fermarsi a goderle. Il nostro articolo non vuole del resto
assolutamente essere una elencazione delle più note e
simpatiche figure isolane e delle loro caratteristiche. Se
ci ponessimo un simile scopo, da un lato non riusciremmo mai ad essere esaurienti e completi né potremmo, dallʼaltro, convincere il lettore della validità di una
tesi che egli può invece personalmente controllare.
Forse riusciremmo a convincere con un semplice
esempio coloro che, come noi, hanno trascorso nellʼanno testé concluso il settembre sullʼIsola dʼIschia.
porto dʼIschia, pur come sempre affollato di panfili e di altre imbarcazioni, appariva inesplicabilmente
più «vuoto»; esso difettava, cioè, della caratterizzante
«presenza» non di uno dei lussuosi natanti che vi hanno abituale dimora e contribuiscono a renderlo più leggiadro, non di qualche elemento altrettanto caratteristico del suo inconfondibile paesaggio, ma proprio di
un «personaggio», la cui assenza dal porto per circa un
mese, ha tolto ad esso, inopinatamente, molto del suo
«colore».
Dal porto di Ischia è stato lontano nel settembre
1969, quasi per lʼintero mese, «Giannino», uno dei più
autentici, simpatici, accattivanti «personaggi» ischitani. Cosa significa per il porto il longilineo e dinoccolato Giannino Messina, il suo prodigarsi da mattina a
sera nelle mille faccende per cui tutti, indigeni e stranieri, quotidianamente si rivolgono a lui,, è apparso
chiaro a tutti proprio nel trascorso mese di settembre,
quando egli, per la prima volta forse in vita sua, lo ha
abbandonato per circa un mese per recarsi allʼestero in
crociera, trasformandosi una volta tanto in turista dopo
essersi sempre fatto in quattro per i turisti, iniziando da
ragazzino nellʼUfficio del Forestiero di Vincenzo Telese - alla scuola di un uomo cui Ischia deve cioè molto
del suo attuale sviluppo - una attività promozionale che
dura ormai da oltre 34 anni e che lo ha visto sullʼisola
sempre in prima linea!
Potranno forse meravigliarsi i nostri nuovi lettori, o
qualcuno dei vecchi ancora neofita di Ischia per la stranezza di questo nostro articolo, che abbiamo dedicato
a sottolineare il peso della temporanea assenza di un
personaggio piuttosto che riservarlo, come usiamo solitamente fare, alla illustrazione di una peculiare prerogativa dellʼIsola, di una stagione isolana singolarmente
felice, di una manifestazione particolarmente riuscita.
Non si meraviglieranno quanti conoscono da un lato
la carica di simpatia di Giannino, il buonumore che
egli sa ad ampie dosi sempre distribuire, non solo dal
palcoscenico - sul quale ogni anno usa far da mattatore
proprio in questi brevissimi periodi di riposo invernale
- ma anche nel corso di ogni amichevole incontro e,
quel che più conta, nei quotidiani rapporti di lavoro.
Essi non potranno dʼaltra parte non essere come noi
convinti che sono proprio tanti umanissimi popolari
«personaggi», come Giannino, a rappresentare, più di
quanto riescano a farlo le personalità ufficiali, lʼautentico «ambiente» dellʼIsola, quello che non si può fare
a meno di amare unitamente ai paesaggi, al clima, ai
mille meravigliosi segreti che Ischia nasconde e che
vanno scoperti stagione per stagione, uno per uno, con
la consapevolezza di poter sempre trovarne dei nuovi.
Riteniamo infatti che anchʼessi si siano potuti come
noi accorgere che nel 1969, nel mese di settembre, il
La Rassegna dʼIschia 2/2006
51
Ed ecco che emerge, solenne e possente dalle onde blu
del mar Tirreno - noi la salutiamo pervasi dalla gioia ed emozionati - la fiera Ischia! Diventa sempre più alta, manifesta
sempre più le sue forme, finché svetta nella superba cima
dell’Epomeo che guarda in lontananza nell’aria azzurra. Una
piramide regale, eretta dall’eternità per l’eternità in mezzo
allo sconfinato deserto del mare, ai piedi cinta da oasi innumerevoli, da oasi felici, abitata da gente felice, così l’isola ci
volge il suo saluto: una promessa di gioia!
(Woldermar Kaden)
52 La Rassegna dʼIschia 2/2006
Scarica

La Rassegna d`Ischia 2/2006