Anno XXVII N. 2 Aprile / Maggio 2006 Euro 2,00 Dalle «vasche termali» delle Antiche Terme riemerge la storia del Comune dʼIschia Storia della ricerca archeologica (II) Il golfo di Napoli e lʼisola dʼIschia Antologia di viaggiatori tedeschi Elementi vegetazionali e fitosociologici che caratterizzano il territorio di Forio (II) Mostre (Museo del Mare) - Roccotelli - Il mio viaggio a Ischia Periodico di ricerche e di temi turistici, culturali, politici e sportivi Dir. responsabile Raffaele Castagna La Rassegna dʼIschia Anno XXVII- N. 2 Aprile/Maggio 2006 - Euro 2,00 Periodico di ricerche e di temi turistici, culturali, politici e sportivi Editore e direttore responsabile Raffaele Castagna La Rassegna dʼIschia Via IV novembre 25 - 80076 Lacco Ameno (NA) Registrazione Tribunale di Napoli n. 2907 del 16.2.1980 Iscritto al Registro degli Operatori di Comunicazione con n. 8661. Stampa Tipolito Epomeo - Forio Le opinioni espresse dagli autori non impegnano la rivista - La collaborazione ospitata sʼintende offerta gratuitamente - Manoscritti, fotografie e disegni (anche se non pubblicati), libri e giornali non si restituiscono - La Direzione ha facoltà di condensare, secondo le esigenze di impaginazione e di spazio e senza alterarne la sostanza, gli scritti a disposizione. Per recensioni inviare i volumi. Sommario 3 Il recupero dellʼArchivio comunale dʼIschia 5 Forio mette in rete il suo patrimonio culturale 7 Storia della ricerca archeologica (II) 12 LʼAssociazione Amici del Museo del mare premia pescatori e navigatori 13 Rassegna Libri 16 «Gast auf Ischia» e «Ischia, tremila voci...» due preziose fonti di informazioni 18 Ischia e il tramonto politico 19 Il golfo di Napoli e lʼisola dʼIschia Antologia di viaggiatori tedeschi 34 Elementi vegetazionali e fitosociologici che caratterizzano il territorio di Forio (2) 38 Tradizioni contadine La pietra del palmento 39 Mostre Roccotelli, il mio viaggio a Ischia 42 2006 Anno Ibseniano 44 Regine sul trono di Napoli 47 «Le Primavere italiche» (Liriche di G. Amalfitano) 49 Personaggi isolani Ischia Film Festival IV edizione 2006 La IV edizione di Ischia Film Festival si svolgerà nellʼultima decade del mese di giugno 2006. La manifestazione nasce, come si sa, «con lʼintento di conferire un riconoscimento artistico alle opere, ai registi, ai direttori della fotografia e agli scenografi che hanno valorizzato “location” italiane o straniere, e ne hanno rappresentato la realtà umana, storica e sociale, promuovendone così la cultura, le tradizioni e le bellezze ed infondendo nello spettatore il desiderio di visitarle per provare in prima persona le emozioni ricevute». LʼIschia Film Festival si propone inoltre come luogo di ricerca, di approfondimento e di confronto sul cinema internazionale legato al fenomeno del Cineturismo. Sono previste le seguenti sezioni di concorso: Lungometraggi italiani – Lungometraggi stranieri – Cortometraggi – Documentari – Opere fuori concorso, e i seguenti premi assegnati da una giuria internazionale: Premio Ischia Film (al lungometraggio, al cortometraggio, al documentario, che hanno maggiormente valorizzato località italiane e straniere negli anni 20052006), Premio Castello Aragonese (al miglior regista), Premio Aenaria (al miglior scenografo), Premio Epomeo (al miglior direttore della fotografia), oltre a riconoscimenti e menzioni speciali. Per aggiornamenti notizie www.ischiafilmfestival.it Regine sul trono di Napoli nel periodo borbonico Manifestazione compresa tra i Grandi Eventi della Regione Campania, curata dalle Aziende di Cura, Soggiorno e Turismo di Capri, Ischia e Caserta, in svolgimento tra aprile e maggio 2006 nellʼisola dʼIschia, con una serie di mostre, spettacoli e proposte gastronomiche. I luoghi che ospiteranno le varie iniziative vanno dal Castello Aragonese al Palazzo Reale, dalla Torre di Michelangelo alla Colombaia, a Villa Arbusto. conto corrente postale n. 29034808 intestato a Raffaele Castagna - Via IV novembre 25 80076 Lacco Ameno (NA) www.larassegnadischia.it [email protected] Dalle «vasche termali» delle Antiche Terme riemerge la storia del Comune dʼIschia LʼVIII edizione della Settimana della Cultura (3-8 aprile 2006), organizzata dalla Soprintendenza Archivistica per la Campania, ha come centro il Comune dʼIschia per un evento che si pone in contrasto, positivamente, con lʼindifferenza sempre imperante verso quel complesso di carte e di fascicoli su cui è segnata tanta storia del paese: il recupero e la valorizzazione dellʼarchivio che, secondo quanto dice il sindaco Giuseppe Brandi, «rappresenta un itinerario da percorrere prima ancora che una meta da raggiungere, al fine di assicurare la trasmissione alle future generazioni di una parte rilevante della storia dellʼisola dʼIschia, conservata tra le polverose pagine dei volumi e dei documenti che ci si appresta a restituire alla piena fruibilità della comunità isolana e degli studiosi dopo anni di colpevole degrado ed abbandono». Perché però a questo decisivo passo faccia seguito veramente la concreta possibilità di «riconsegnare ai cittadini un bene presente solo nella memoria dei più anziani e completamente sconosciuto alle nuove generazioni», occorre che si realizzi in tempi brevi il restauro del salone delle Antiche Terme Radioattive Comunali, per ospitare in modo permanente il riemerso archivio comunale. Intanto è possibile constatare e scoprire i primi risultati dellʼopera portata avanti dal Soprintendente Archivistico per la Campania, Maria Rosaria de Divitiis, e dai suoi collaboratori, le dottoresse Angela Spinelli e Maria Antonietta Tagliatatela in una mostra presentata presso la Biblioteca Comunale Antoniana. Un altro evento inserito nella Settimana della Cultura è la mostra di documenti dellʼArchivio Diocesano di Caserta dal 1500 al 1800 (Caserta, Curia Vescovile, Salone SantʼAugusto: 3/7 aprile 2006), presentata con il titolo: Le Carte della Diocesi raccontano la città. «Con la tutela rivolta alla conservazione - scrive il Soprintendente archivistico per la Campania, Maria Rosaria de Divitiiis - si propongono alla fruizione e quindi alla valorizzazione le incredibili, preziose testimonianze storico-artistiche, architettoniche, archivistiche e librarie che la Chiesa ha realizzato e prodotto in tutti i luoghi delle città, grandi e piccoli, tra cattedrali, basiliche, chiese, conventi e complessi devozionali che rendono attrattori di eventi culturali e di ricerca anche remoti luoghi di montagna del nostro Paese». Per quanto concerne lʼisola dʼIschia riportiamo i seguenti scritti. La cultura dellʼarchivio Non è il caso di sottacere la sconcertante situazione e lo stato di conservazione dellʼarchivio storico del Comune di Ischia, verificati alcuni mesi fa dal funzionario di questa Soprintendenza, se lo stesso sindaco Giuseppe Brandi nel suo intervento parla “di colpevole degrado ed abbandono”. Dopo la raccapricciante scoperta che parte del patrimonio documentario era collocato nelle ex vasche termali, la dottoressa Tagliatatela, grazie al fondamentale sostegno del Segretario Generale, dott. Amodio, e poi del prezioso intervento della dottoressa Buono, si è fortemente impegnata per la “riemersione” dei faldoni, registri e tante altre carte di questo Archivio. Ed ora, avendo lʼobiettivo di portare a conoscenza dei cittadini di Ischia, da una parte delle responsabili- tà oggettive di questa privazione della loro memoria e dallʼaltra del recupero intrapreso con il fattivo impegno del Comune, come primo risultato inauguriamo questa significativa mostra per lʼVIII Settimana della Cultura che impegna la nostra Soprintendenza in diversi centri della Regione. Devo ricordare che alla notizia della situazione archivio-vasche termali (un vero ossimoro per chi rifletta minimamente sulle condizioni in cui vadano conservate le carte, innanzitutto in luoghi asciutti e ben areati) mi sentii molto avvilita, perché dovevo constatare ancora una volta come da qualche decennio sia scomparsa la cultura dellʼarchivio, proprio nei luoghi più famosi nel mondo, più fiorenti per il turismo, storia antica e bellezze naturali e proprio ora che la più aggiornata normativa (quella del testo unico n. 490 del 1999 e poi del Codice per i Beni Cul- turali, D.Leg. n. 42 del 2004) pone la responsabilità degli archivi comunali direttamente e con diversi livelli sanzionatori in capo ai Sindaci. Comunque si deve accogliere con ottimismo ed è opportuno festeggiare lʼinaugurazione della mostra in questa VIII Settimana della Cultura che simboleggia e vuole comunicare che lʼarchivio è riemerso, dallʼoblio, dallʼincuria e che sarà puntualmente riordinato, ben condizionato ed allocato opportunamente. Senza facili entusiasmi perché il lavoro sistematico, dopo questo primo intervento, che ha dato minima dignità al recupero e possibilità di un primo censimento dellʼesistente, dovrà proseguire con cura e buona volontà da parte dellʼAmministrazione, favorendo un progetto che dovrà aver rispetto e risanare il colpevole degrado per lʼincuria anche per il lavoro di riordinamento effettuato, da valenti archivisti di questa Soprintendenza, anni addietro. Si potrà così tentare di ritrovare le carte più antiche dei Parlamenti del 1788 e altro che viene menzionato nelle relazioni elaborate mentre per ora si risale alla storia del Comune come istituito a partire dal decennio francese in cui pure si rilevano ancora vuoti nella serie delle delibere del decurionato. Si esprime anche lʼauspicio che alla prossima occasione lo spazio del Salone delle Antiche Terme Radioattive Comunali restaurato possa avere ripreso la sua piena funzionalità per esposizioni, tradizionali eventi e concerti raccontati in alcune immagini di giornali e opuscoli che il Comune conserva. La mostra è arricchita da fotografie che costituiscono la documentazione della sistemazione dellʼarchivio storico già avviata. A questo punto desidero ricordare la collaborazione archivistica della dottoressa Angela Spinelli, anche lei funzionario di questa Soprintendenza, e il supporto di Gigi Viglione per la grafica. Quel che resta sperare è che possa emergere dallʼarchivio o da altre istituzioni, o collezioni private qualche raccolta di antiche fotografie, una fonte documentaria che è fortemente considerata per la validità che si affida alla fotografia, come supporto indispensabile per la ricerca, per gli approfondimenti di tanti aspetti della vita materiale del nostro passato. Maria Rosaria de Divitiis Soprintendente Archivistico per la Campania La storia di una città è leggibile nei suoi documenti La Settimana della Cultura, principale evento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, giunge questʼanno alla sua ottava edizione. Nel quadro delle manifestazioni promosse dalla Soprintendenza Archivistica per la Campania, lʼidea di scegliere Ischia, tra i comuni della provincia di Napoli, nasce dallʼintento di dare diffusione alla Città del recente recupero del proprio archivio storico municipale. Si vuole, con una mostra documentaria, comunicare agli ischitani che tra non molto potranno riappropriarsi delle loro memorie civiche che rischiavano di andare disperse a causa dellʼincuria degli uomini. Un patrimonio culturale è formato da testimonianze artistiche e documentarie e se le chiese, i monumenti, gli edifici, i quadri sono sicuramente più di facile approccio e di maggiore fruibilità, non bisogna trascurare che la storia di una Città è leggibile nei suoi documenti. Nellʼarco di questʼanno è stato fatto sicuramente molto per il recupero dellʼarchivio del Comune e le foto, esposte in mostra, sono una testimonianza “dellʼarchivio riemerso” dalle ex vasche termali. La competenza e sensibilità dimostrata nel settore archivistico comunale dal Segretario Generale, Giovanni Amodio, nonché la sua tenacia, hanno reso possibile che lʼarchivio cambiasse “veste”, anche per il prezioso aiuto di Antonio Lumio, Raffaele Mirabella e Mario Pilato. Inoltre se oggi, a breve tempo dal recupero, si è realizzata una mostra documentaria, è pur grazie 4 La Rassegna dʼIschia 2/2006 alla professionalità e al vivace entusiasmo per il mondo archivistico della dottoressa Assunta Buono a cui va riconosciuto il merito del certosino lavoro impiegato nellʼarchivio storico comunale della sua Città. Molto ancora si dovrà fare per rendere in futuro i documenti accessibili agli studiosi e a tutti coloro che vorranno scoprire le proprie radici culturali. Sarà necessario iniziare, quanto prima, lʼordinamento di quelle carte che pur apparendo spesso “vecchie e polverose”, rappresentano un bene prezioso perché garantiscono la sopravvivenza della nostra identità culturale. La mostra rappresenta un esempio del patrimonio documentario e librario di proprietà del comune dʼIschia. Ad aprirla è lʼantico diario delle “clarisse isclane”, datato 15751911, del Convento di S. Maria della Consolazione, divenuto di proprietà comunale durante il decennio francese (1806-1815). Il 2 agosto 1806 Giuseppe Bonaparte emanò, nel Regno di Napoli, la legge per lʼeversione della feudalità avviando così un procedimento che portò (con la successiva legge del 13 febbraio 1807 e con quella di Gioacchino Murat del 7 agosto 1809) alla soppressione dei monasteri e allʼincameramento dei loro beni. Un manoscritto di notevole interesse è inoltre la platea dei territori della famiglia Polverino, risalente al 1740. Continuando il nostro percorso, oltre a tanti altri documenti selezionati in archivio e ad altri volumi pregiati della biblioteca comunale, troviamo esposti in bacheca due registri del Decurionato. Nella delibera, datata 20 ottobre 1827 si discute dellʼeventualità di progettare un porto nel lago, in unʼaltra del 17 settembre 1854, anno dellʼinaugurazione del porto dʼIschia, si legge che il Comune, venendo a mancare lʼintroito derivante dalla pesca, fa richiesta dʼindennizzo “per la perdita del lago ridotto a porto”. Di notevole interesse è la relazione sulle acque termali, stilata dal professor Silvestro Zinno il 14 maggio del 1881 che fa unʼapprofondita analisi, qualitativa e quantitativa, delle acque minerali. È proprio «...in virtù della loro importanza», come troviamo scritto nel documento, «che il municipio dʼIschia ha fatto sorgere uno stabilimento balneare a proprie spese, la cui costruzione è stata affidata allʼarchitetto Giuseppe Florio. Lo stabilimento, or ora costruito, offre tutte le comodità richieste al bisogno, è spazioso ed elegante… non è inferiore ai migliori stabilimenti dʼEuropa». Le pagine della relazione presentano purtroppo molte tracce di muffa e per evitare che si perda testimonianza del loro scritto è necessario provvedere quanto prima ad un loro restauro. Nellʼarchivio storico del Comune si conserva, inoltre, il carteggio riguardante lʼonorificenza concessa dalla Città dʼIschia allʼonorevole Benito Mussolini. In mostra, insieme ad altri atti che testimoniano tale evento, troviamo la delibera del 4 agosto 1923, con cui «il Consiglio Comunale... esprimendo ammirazione e gratitudine per provvidenze a favore del Mezzogiorno dʼItalia e particolarmente Napoli e provincia acclama onorevole Mussolini cittadino onorario isclano al grido di viva lʼItalia». Del 7 agosto dello stesso anno è il telegramma, a firma del Presidente del Consiglio, in cui si leggono le testuali parole: «Sono fiero di essere cittadino onorario vostra isola bellissima che amo e grido con voi viva la nostra adorabile Italia». Il percorso espositivo si chiude con le lettere inviate dai militari della Seconda Guerra Mondiale, alcuni dei quali prigionieri nei campi di concentramento, ai loro familiari. Le missive erano allegate, come richiesto dal Comune, alle domande di sussidio straordinario inoltrate dai parenti «dei militari alle armi in condizioni di bisogno». Non è stato un caso chiudere la mostra con un argomento così forte e toccante che invita ancora una volta a riflettere sullʼimportanza del documento come fonte della nostra storia. Per non dimenticare, salvaguardiamo la memoria. Maria Antonietta Taglialatela (Soprintendenza Archivistica per la Campania) www.foriocultura.it Forio mette in rete il suo patrimonio culturale Forio alla riscoperta del suo passato. Storia e turismo una relazione possibile è un progetto di valorizzazione del patrimonio culturale foriano. Voluto dal Comune di Forio, è stato realizzato dal Dipartimento di Discipline Storiche “Ettore Lepore” dellʼUniversità degli Studi di Napoli Federico II e finanziato dalla Regione Campania, in modo particolare dallʼAssessorato di Marco Di Lello. La scelta del Comune di affidarsi ad unʼistituzione altamente specializzata come lʼUniversità non è stata casuale. Da qualche anno, infatti, il Dipartimento ha avviato unʼintensa attività di sperimentazione dellʼapplicazione dellʼinformatica alla ricerca storica, bibliografica ed archivistica e ha attivato un Corso di perfezionamento in Saperi Storici e Nuove tecnologie, che è oramai una realtà didattica consolidata, con la partecipazione di docenti e studiosi del campo provenienti da diverse università italiane. A loro è stata affidata la realizzazione di un progetto di valorizzazione del patrimonio culturale foriano, che contribuisca ad avvicinare la cittadinanza ad un patrimonio spesso avvertito come estraneo, e a modificare nel tempo lʼimmagine turistica di Forio tradizionalmente associata al turismo di massa. Obiettivi ambiziosi, ma possibili, da perseguire attraverso un corretto programma di valorizzazione e di divulgazione, che coinvolge gli abitanti, gli studiosi, le scuole, gli ope- ratori turistici ed i turisti. I primi risultati di questo intenso lavoro, che abbraccia in un unico sguardo retrospettivo, le risorse culturali foriane, sono visibili allʼindirizzo www.foriocultura.it da cui si accede al portale Forio Cultura. Un patrimonio da scoprire. Forio Cultura, una grande banca dati on line, è concepita come un sistema informativo aperto, ciò significa che questo grande gestore di contenuti è destinato ad incrementarsi nel tempo sia con successivi contributi, frutto di nuove proposte culturali, come scavi archivistici, bibliografici e artistici, condotti presso giacimenti documentali anche esterni al Comune, sia con proposte, che si spera giungano da una opinione La Rassegna dʼIschia 2/2006 5 pubblica resa più sensibile. Le risorse sono tante e strutturate in sei sezioni: storia, patrimonio storicoartistico, artisti ed intellettuali, tradizioni, itinerari e risorse bibliografiche. Ogni sezione apre un ventaglio su nuove opzioni dalle quali è possibile accedere ad informazioni sulla storia foriana, sulle risorse archivistiche, sui personaggi, sui costumi e le curiosità storiche. Tantissime le foto a colori, che documentano lo stato di conservazione del patrimonio storico-artistico e divulgano, ad un pubblico potenzialmente vasto, i tesori miracolosamente sfuggiti alla furia del dilagante abusivismo. È questo il caso del pavimento della Cappella Regine incredibilmente scampato alla demolizione e conservato presso il Museo Industriale di Napoli. Grazie alle nuove tecnologie tornano a Forio, anche se solo virtualmente, alcuni dei reperti archeologici venuti alla luce a Punta Chiarito, durante i lavori di scavo, che hanno portato alla scoperta di strutture di epoca greco-arcaica. Particolare attenzione meritano i cataloghi interni, dai quali si accede alle diverse sette banche dati, riguardanti i beni architettonici, le opere dʼarte, le maioliche, gli autori, gli artisti contemporanei e le foto storiche. Tutte le schede sono state ideate e implementate dalle studiose Felicia Lamonaca e Raffaella Di Meglio sotto la direzione scientifica dei proff. Roberto Delle Donne e Pierluigi Totaro, con la consulenza dellʼesperto di comunicazione informatica Alfredo Cosco. In modo particolare le schede delle opere dʼarte sono state realizzate tenendo conto degli standard catalografici dellʼIstituto Centrale del Catalogo e della Documentazione. Nonostante ciò, si è ritenuto opportuno operare una semplificazione delle stesse per renderle più accessibili al grande pubblico. Ogni scheda, come 6 La Rassegna dʼIschia 2/2006 sopra accennato, è accompagnata da un ricco apparato fotografico a colori, realizzato appositamente per il progetto. Particolare attenzione, nella sezione autori, si dedica a due storici cenacoli culturali di Forio: il Bar Maria e la Libreria Mattera. Interessante la sezione dedicata agli itinerari turistici, dove si presentano percorsi dʼautore, legati allʼarte e alla sfera religiosa. Non meno interessante la sezione bibliografica, dove si presenta una raccolta dei testi e dei periodici che parlano di Forio, fornendo, dove possibile, anche indicazioni relative alla distribuzione nelle principali biblioteche nazionali. Un lavoro intenso, che merita di essere scoperto ed esportato oltre i confini foriani, per abbracciare in un unico contenitore tutte le risorse culturali dellʼisola dʼIschia. Felicia Lamonaca Ad un secolo, lʼeruzione del Vesuvio del 1906 Sul sito www.vesuvioweb.com è possibile leggere la rievocazione dellʼeruzione del Vesuvio avvenuta nel 1906, che ne distrusse con grandi colate laviche il versante est. Una storia raccontata dai testimoni. Un anno dopo lʼevento Camillo Balzano diede alle stampe un celebre libro dove raccontò la storia. Il grande storico Stanislao Ascione di Torre del Greco in un altro pregevole testo nel 1956 fece parlare i testimoni e descrisse nei dettagli le fasi. Vincenzo Marasco, oggi, ricerca le fonti storiche, “interroga i monumenti” e riscrive la storia dellʼeruzione nei momenti salienti. Moltissime le immagini inedite tra le quali le partiture dellʼInno alla Madonna della Neve, la croce che venne portata in processione, le lapidi commemorative dellʼepoca. Poi ancora le fotografie dei personaggi che vissero quei drammatici momenti. Tom Gidwitz archeologo, vulcanologo e scrittore, ci fornisce materiale interessantissimo sulle vicende storiche di quellʼanno. Hanno collaborato alla celebrazione del Centenario: Tom Gidwitz, Vincenzo Marasco, Salvatore Argenziano, Gianna De Filippis, Aniello Langella. Storia della ricerca archeologica * II ** Dopo aver sommariamente delineato la storia della ricerca archeologica a Ischia, vale la pena soffermarci su qualche momento dellʼindagine storica relativa allʼisola. Lʼanalisi delle fonti letterarie aveva già permesso a studiosi dei secoli passati di postulare una presenza euboica sullʼisola. Vi sono state diverse opinioni, ovviamente prima delle ricerche di Buchner, sulla localizzazione degli insediamenti testimoniati dalle fonti: e se prevaleva la tendenza a riconoscere nellʼacropoli di Monte di Vico la Pithekoussa degli Eubei [ad es. Tableau Topographique (68); Maiuri (69); Beloch (70) riconosceva a Monte di Vico tracce di insediamento almeno dal V sec. a. C. fino allʼetà imperiale, ma lasciava aperto il problema dellʼinsediamento euboico], Jasolino (71) [cf. anche Corcia (72)] poneva la città al c.d. “Castellone” [anche Mazzella (73), che vedeva ruderi di un antico castrum presso il balneum Castilionis]. Pais (74), pur riconoscendo un insediamento a Monte di Vico, fa notare come lʼarea più adatta alla produzione di ceramica, alla difesa e allo sfruttamento delle risorse termali si trovava intorno al Castello dʼIschia, ricco di rovine (Jasolino 75) non meglio datate, ricordato in un documento del 1036 come Castrum Gironis; un abitato poteva trovarsi presso Casamicciola, sepolto da unʼeruzione. In epoca più recente, Maiuri (76) riesamina la questione, accettando una dislocazione tra * Alessandro Corretti, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, VIII-Siti, 1990 (Scuola Normale Superiore di Pisa, Ecole française di Roma, Centre J. Bérard di Napoli). ** La prima parte è stata pubblicata nel n. 1/2006 68 Tableau topographique et historique des Iles dʼIschia, de Ponza, de Vandotene, de Procida et de Nisida: du Cap de Misène et du Mont Pausilipe par un Ultramontain, Napoli 1822, pp. 48-184. 69 A. Maiuri, Pithecusana, PP, II, 1946, 155-184. 70 J. Beloch, Campanien, 1890, 209, 447, 468. 71 G. Iasolino, Deʼ rimedi naturali che sono nellʼIsola dʼIschia, hoggi detta Ischia, Napoli 1588. 72 N. Corcia, Storia delle Due Sicilie, dallʼantichità più remota al 1789, Napoli 1845, II, 155-164. 73 S. Mazzella, Opusculum de Balneis … cit. 74 E. Pais, Per la storia di Ischia e di Napoli nellʼantichità…, cit. 75 G. Iasolino, op. cit. 76 A. Maiuri, Pithecusana, cit. lʼabitato euboico (Monte di Vico) e il presidio siracusano (Castello dʼIschia). Collegato allʼesame delle fonti letterarie è anche il problema della toponomastica ischitana, relativamente complessa. Il nome moderno dellʼisola, ricordato per la prima volta, come Iscla, in una lettera di Leone III a Carlo Magno dellʼ813 (Algranati 77; Annecchino 78), viene fatto risalire ora al greco ischys, con riferimento alla fortezza posta al Castello dʼIschia (Mazzella 79), ad un culto di Apollo Ischi (Algranati 80), oppure, forse più probabilmente, lo si fa derivare da un insula maior, attraverso Iscula > Iscla > Ischia (Annecchino 81; Schick 82). Inoltre, il problema di una possibile influenza etrusca nella forma toponomastica, peraltro discussa, Inarime, ha spinto molti studiosi a ricercare altri ʻfossiliʼ etruschi nel patrimonio linguistico ischitano (ad es. Ribezzo 83; Trombetti 84; Bertoldi 85; Alessio 86; Wikén 87); altri ancora (Buonamici 88; Bonacelli 89) riconoscono invece nella toponomastica elementi semitici; le affinità toponomastiche tra Ischia e la regione africana intorno a Capo Bon vengono invece spiegate da Pais (90) con una migrazione di coloni campani alla fine della repubblica. Quando ancora lʼarcheologia non aveva documentato materialmente quanto Ischia fosse stata aperta a contatti e influssi me77 G. Algranati, Ischia, Bergamo 1930 78 R. Annecchino, Sulla toponomastica flegrea, AAP, N.S. IV, 1950-52, 247-254. 79 S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli 1601, 18-19. 80 G. Algranati, op. cit. 81 R. Annecchino, op. cit. 82 C. Schick, A proposito di due recensioni, SE, XXVI, 1958, 305-311. 83 F. Ribrezzo, La originaria unità tirrena dellʼItalia nella toponomastica, RIGI, IV, 1920, 83-97, 95 n. 1. 84 A. Trombetti, La lingua etrusca e le lingue preindoeuropee del Mediterraneo, SE, I, 1927, 213-238. 85 V. Bertoldi, Relitti etrusco-campani…, SE, VII, 1933, 279-293. 86 G. Alessio, Una voce toscana di origine etrusca, Gighero «arum v. sp.» <gigarus id., SE, XI, 1937, 253-262, 258. 87 E. Wikén, Die Kunde der Hellenen von dem Lande und den Völkern der Appenninhalbinsel bis 300 v. Chr., Lund 1937, 76. 88 G. Buonamici, Dubbi e problemi sulla natura e la parentela dellʼEtrusco, SE, I, 1927, 239-253, 244. 89 B. Bonacelli, La scimmia in Etruria, SE, VI, 1932, 341382, tavv. XIV-XVI. 90 E. Pais, op. cit. La Rassegna dʼIschia 2/2006 7 Storia della ricerca archeologica diterranei, la glottologia muoveva alcuni passi, forse ancora incerti, in questa direzione. Un altro campo di ricerca è costituito dai tentativi di porre in relazione le varie eruzioni documentate dalle fonti letterarie con le colate laviche o gli strati di cenere e lapilli identificabili sul territorio isolano. Un contributo interessante è ovviamente in Corcia (91), ma è Mercalli (92) che, sulla base del terremoto di Casamicciola del 1883, riprende in mano il problema da un punto di vista scientifico. Riconosce forse nellʼeruzione ricordata da Plinio quella che portò alla formazione del porto dʼIschia (contra Ciaceri 93, per il quale lʼeruzione pliniana non è identificabile); ricorda una prima eruzione storica [VI-V sec. a. C; seguito anche da Beloch (94) e da tutta la tradizione di studi successiva] che avrebbe cacciato gli Eretriesi, una seconda eruzione (intorno al 400 a.C.) che avrebbe cacciato i Siracusani, e altre in età romana, fino al terremoto del 1228 e allʼeruzione del 1302; riferisce poi a Isernia lʼeruzione del 93 a. C. ricordata da Giulio Ossequente. Beloch e Pais ricordano tre eruzioni in età preromana, lʼultima delle quali sarebbe quella ricordata da Timeo, mentre le prime due avrebbero allontanato rispettivamente Euboici e Siracusani. Ciaceri accetta i dati ormai tradizionali, salvo alzare al 470 a.C. lʼabbandono siracusano (e di conseguenza lʼeruzione). Buchner (95) stabilisce per la prima volta un rapporto tra fenomeni vulcanici e sismici e documentazione archeologica, ritenendo che la fine dellʼabitato dellʼetà del Bronzo e del Ferro di Castiglione fosse dovuta allʼeruzione del Monte Rotaro, la stessa che avrebbe cacciato gli Euboici. Lo stesso strato di lapilli che copre Castiglione compare anche in altri luoghi dellʼisola, e vi si sovrappone un livello con materiali non anteriori alla fine VIII-inizio VII sec. a. C, coperto a sua volta dallʼeruzione del cratere di Porto dʼIschia. Per uno studio complessivo sulle eruzioni ʻstoricheʼ si rimanda a Paolo e Giorgio Buchner (96) e, molto più recentemente, a Buchner (97), con nuovi dati e modifiche delle precedenti opinioni. 91 N. Corcia, op. cit. 92 G. Mercalli, I terremoti e le eruzioni dellʼisola dʼIschia, La Rassegna Nazionale, VI, 1, 1884, 40-52. 93 Ciaceri, II, 311-317. 94 J. Beloch, op. cit. 95 G. Buchner, Nota preliminare sulle scoperte preistoriche dellʼisola dʼIschia, BPI, LVI, 1936-1937, 65-93. 96 P. e G. Buchner, Die Datierung der vorgeschichtilicher und geschichtilicher Ausbrüche auf der Insel Ischia, Die Naturwissenschaften,XXVIII, 1940, 553-564. 97 G. Buchner, Eruzioni vulcaniche e fenomeni vulcanico- 8 La Rassegna dʼIschia 2/2006 La posizione riguardo allʼeruzione che avrebbe formato il promontorio di Zaro, margine NO dellʼinsenatura di S. Montano, e che Buchner datava allʼetà di Timeo, muta radicalmente quando in un crepaccio della colata lavica si scopre ceramica appenninica (Buchner), e si osserva che i tumuli di VIII e VII sec. a. C. nella necropoli sono realizzati con la trachite di Zaro (Ridgway). Sempre dallʼesame dei dati della necropoli si ricava che lʼeruzione del Monte Rotaro sarebbe avvenuta intorno al 600 a. C, e non sarebbe quindi il motivo della cessazione di vita sul sito di Castiglione, abbandonato più di un secolo prima; quanto allʼeruzione, che portò alla formazione del lago di Porto dʼIschia (collegato al mare solo nel 1854), essa sarebbe da collocare posteriormente al V sec. a. C. La presenza di grossi macigni tra le rovine della struttura I nellʼarea ʻindustrialeʼ indica che comunque una prima fase abitativa fu chiusa, intorno al 720 a. C. (Klein 98), da un terremoto. Di notevole interesse lʼindividuazione, sia sulla base dellʼesame dei materiali provenienti dai paleosuoli coperti dai detriti vulcanici che dalla valorizzazione di notizie di Porzio (99), di Fazello (100) e di Capaccio (101), di unʼintensa attività sismica ed eruttiva per tutto il corso dellʼetà imperiale, che darebbe ragione del minore interesse manifestato dai Romani per Ischia rispetto, ad esempio, a Baia. Un altro problema storico affrontato dagli studiosi anche prima delle ricerche di Buchner è la definizione dello status di Ischia dal V sec. a. C. (dominio siracusano) in poi. Per Pais Ischia passa a Roma non nel 326 a. C, ma nellʼ82 a. C, al tempo della occupazione sillana. Peterson (102), fraintendendo i precedenti lavori di Beloch e Pais, pensa invece che Ischia sia passata a Roma nel 326 a. C, e fosse ceduta a Napoli da Augusto in cambio di Capri. Secondo Maiuri (103) lʼabbandono di Ischia da parte dei Siracusani e il conseguente passaggio dellʼisola sotto Napoli si sarebbero verificati intorno al 440 a. C, quando la città partenopea entra nella sfera dʼinfluenza ateniese. Nellʼ82 a. C. Silla lʼavrebbe tettonici di età preistorica e storica nellʼisola dʼIschia, in «AA. VV., Tremblements de terre…», 145-188. 98 J. Klein, A Greek Metalworking Quarter, Eight Century Excavations on Ischia, Expedition, XIV, 2, 1972, 34-39. 99 S. Porzio Puteolano, De conflagratione agri Puteolani, s.l. s.d. [Napoli 1538]. 100 T. Fazellus, De rebus Siculis, decades duae, Palermo, 1560, I, 1, 7-8. 101 G. C. Capaccio, Historiae Neapolitanae libri duo, Napoli 1672, II, 181. 102 R. M. Peterson, The Cults of Campania, Roma, 1919, 220-221. 103 A. Maiuri, op. cit. staccata da Napoli (Pais), che lʼavrebbe riottenuta al tempo dello scambio con Capri: a questʼultimo periodo risalirebbe la famosa iscrizione di Lacco Ameno, i cui arxantes sarebbero i duoviri del municipio napoletano. Per Buchner (104) la presa di possesso di Ischia da parte di Napoli risale al 421 a. C. (105), quando la caduta di Cuma in mano sannitica apre la via alle ambizioni napoletane; quanto allʼoccupazione sillana di Ischia, essa sarebbe testimoniata, tra lʼaltro, dallʼabbandono del Monte di Vico, da collocare, in base ai dati archeologici, nella prima metà del I sec. a. C. (Buchner); da ultimo anche Frederiksen 106). Queste interessanti ricerche storiche possono usufruire delle recenti acquisizioni in campo archeologico solo in misura limitata, dato che lʼenorme interesse suscitato dalle scoperte relative a Ischia ʻeuboicaʼ ha messo parzialmente in ombra le problematiche concernenti le epoche successive. Giustamente Morel (107) sottolinea che a Ischia si è imitata non solo ceramica geometrica, ma anche ionica, attica, per giungere alle produzioni pre- e protocampane (108); non si hanno dati sicuri per la produzione di ceramica Campana A: fornaci di età ellenistica (Monti 109) e di età imperiale (Buchner in Morel 110) si trovano sotto la basilica di S. Restituta; a Ischia si producono forse lucerne dalle stesse caratteristiche tecnologiche della Campana A, anfore con diversi bolli di produttori (greci, campani, romani), bols à reliefs con bollo in caratteri latini arcaici (Morel); Frederiksen pensa che lʼargilla di Ischia, lʼunica nel bacino flegreo, costituisse la materia prima per le produzioni di terra sigillata individuate a Pozzuoli. Se le testimonianze monumentali di età romana non sono poi numerosissime, sembra tuttavia che lʼaffermazione di Buchner Niola (111), secondo la quale lʼisola sarebbe stata negletta in età romana, andrà forse sfumata, anche se i frequenti terremoti attestati per lʼetà imperiale (Buchner 112) avranno certo ostacolato la vita sullʼisola: le epigrafi coprono lʼetà tardo-repubblicana e imperiale fino al III sec. d. C, e una più organica ricerca potrebbe 104 G. Buchner, s. v. Ischia, EAA, IV (1961), 224-229. 105 G. Buchner, Pithekoussai. Alcuni aspetti particolari, ASAA, LIX, 1981, 263-273. 106 M. Frederiksen, Campania, a cura di N. Purcell, Oxford 1984, passim. 107 J. P. Morel, Aspects de lʼartisanat dans la Grande Grèce Romaine, ACT XV, 1975, Napoli 1976, 263-324. 108 J. P. Morel, Céramique Campanienne. Les Formes, Texte, Rome 1981, 44, 47, 634. 109 P. Monti, Ischia preistorica, greca, romana, paleocristiana, Napoli 1970. 110 J. P. Morel, Aspects, cit. 111 D. Buchner Niola, LʼIsola dʼIschia. Studio geografico, Napoli 1965. 112 G. Buchner, Eruzioni, cit. condurre a individuare una Ischia ellenistica e romana forse non meno economicamente vitale e aperta al commercio della Pithekoussa euboica. Per quanto poi attiene i risultati delle ricerche di Buchner incentrate sulla fase ʻeuboicaʼ di Ischia, le problematiche aperte o comunque ampliate da attendibili dati archeologici sono numerose e vaste e non è materialmente possibile renderne conto in questa sede. Si enucleeranno quindi alcuni punti di discussione preferenziali. In primo luogo la necropoli di San Montano getta nuova luce sul rituale funerario degli Eubei e permette quindi ipotesi sulla struttura sociale in madrepatria e oltremare. Le tombe di Cuma [Buchner (113); Valenza Mele (114), che si occupa più specificatamente delle tombe di VI e V sec. a. C], quelle di Eretria (Bérard 115) e quelle di Ischia si completano a vicenda. Al momento, infatti, non sono state identificate a Ischia tombe appartenenti al ceto aristocratico e presentanti le caratteristiche di ricchezza e prestigio evidenti in sepolture come la tomba Artiaco 104 di Cuma o quella dellʼheroon di Eretria, sebbene Buchner (116), tenendo conto che la necropoli pitecusana è stata scavata solo in minima parte (tra il 2,5 e il 5 % per Ridgway 117), sostenga che queste sepolture non dovevano mancare; sono invece perfettamente documentate tombe e rituali funerari (differenziazione tra inumazione e cremazione; probabile libagione sul tumulo dei cremati; inumazioni con corredi poveri o inesistenti; deposizione di amuleti, in prevalenza orientali, nelle sepolture infantili) che in altre necropoli (ad es. Cuma) non sono state identificate o comunque documentate. La ʻnovitàʼ della situazione ischitana consiste in parte nellʼaver documentato una ʻcomunità di medio livelloʼ (Ridgway), forse prevalentemente artigianale, che emerge anche al di fuori dellʼambito funerario: si pensi alla firma di vasaio, la prima a comparire su un vaso greco, dallʼorlo di cratere rinvenuto nel quartiere di Mazzola (Buchner; Klein; recentemente sottolineato da Heilmeyer 118); nella stessa area, una casa absida113 G. Buchner, Cuma nellʼVIII secolo a. C., osservata dalla prospettiva di Pithecusa, in «I Campi Flegrei nellʼArcheologia e nella Storia», Convegno internazionale. Roma, 1976, Roma 1977, 131-148. 114 N. Valenza Mele, La necropoli cumana di VI e V sec. a. C. o la crisi di unʼaristocrazia, in «AA. VV., Nouvelle contribution» cit. 97-124. 115 C. Bérard, Lʼheroon à la Porte de lʼouest. Eretria. Fouilles et recherches III, Berne, 1970. 116 G. Buchner, Cuma nellʼVIII sec., cit. 117 D. Ridgway, Lʼalba della Magna Grecia, Milano 1984. 118W. D. Heilmeyer, Fruhgriechische Kunst…, Berlin 1982, 108-109. La Rassegna dʼIschia 2/2006 9 Storia della ricerca archeologica ta (la struttura I), distrutta intorno al 720 a. C, viene interpretata da Fusaro (119) come lʼabitazione di un artigiano che intende manifestare unʼelevazione di rango edificando, in dimensioni ridotte, secondo modelli costruttivi nobili. Sembra quindi di cogliere una dinamica sociale, forse più rapida negli stanziamenti oltremare, che probabilmente ha un importante riflesso nello sviluppo interno della madrepatria (Snodgrass 120. Ma la particolarità della struttura sociale pitecusana, come viene messa in luce dai risultati degli scavi, emerge quando si constata lʼeterogeneità etnica e culturale dello stanziamento. È ormai accertata la presenza di un nucleo orientale (fenicio o nord-aramaico: Garbini 121; Bondì 122; importante anche la possibilità di scambi con orientali residenti a Rodi), integrato nella comunità euboica al punto di usufruire della medesima area necropolica e di medesimi rituali funerari (Buchner 123). Accanto a queste presenze genericamente ʻorientaliʼ, e che sembrano appartenere ad un ceto economicamente elevato, abbiamo anche presenze indigene, da identificare innanzitutto nelle donne dei primi immigrati, che avrebbero continuato ad usare le anelleniche fibule a navicella; diverso il caso di alcuni adulti inumati in posizione rannicchiata, secondo un rituale che trova riscontro in area daunia (si ricordi la presenza a Ischia di ceramica daunia e di unʼiscrizione messapica o daunia su di unʼanfora locale: lʼestrema povertà della sepoltura sembra indicare un infimo status sociale, forse uno schiavo di origine daunia (DʼAgostino 124). Ma anche al di là della constatazione di presenze eterogenee, la cui entità è difficilmente valutabile, lʼimportanza storica di Ischia risiede nella varietà di com119 D. Fusaro, Note di Architettura domestica greca nel periodo tardo-geometrico e arcaico, DʼArch, N.S. IV, 1, 1982, 5-30, 234. 120 A. M. Snodgrass, Archaeology and the Rise of the Greek State. An inaugural Lecture, Cambridge 1977, 33. 121 G. Garbini, Unʼiscrizione aramaica da Ischia, PP, XXXIII, 1978, 143-150. 122 S. F. Bondì, in «Phönizier im Western. Die Beiträge des Internationalen Symposion….», 1979, 182, 302. 123 G. Buchner, Testimonianze semitiche dellʼVIII sec. a. C. a Pithekoussai, PP. XXXIII, 1978, 130-142. 124 B. DʼAgostino, Appunti sulla posizione della Daunia e delle aree limitrofe rispetto allʼambiente tirrenico, in «La civiltà dei Dauni nel quadro del mondo italico», Atti del XIII convegno di studi etruschi e italici, Manfredonia 1980, Firenze 1984, 249-261, 253, 254, 256. 125 G. Buchner, Nota preliminare, cit. 126 M. Gras, LʼEtrurie minière et la reprise des échan- 10 La Rassegna dʼIschia 2/2006 ponenti culturali che qui si incontrano, interagiscono, e si diffondono talora in forme mutate. Da una parte, infatti, lʼambiente italico acquisisce elementi culturali dellʼambiente euboico in forma pressoché diretta (si pensi allʼalfabeto, o al particolare rituale funerario, che, nella sua forma più elevata, sarà rapidamente e avidamente fatto proprio dalle ʻaristocrazie guerriereʼ etrusche e italiche). Ma in altri casi le influenze subite dallʼarea tirrenica sono ben più complesse: si pensi che lʼimitazione pitecusana dei piatti fenici red slip ware, decorata con uccelli tratti dal patrimonio iconografico euboico, è forse allʼorigine dei noti ʻpiatti a aironiʼ dellʼambiente etrusco (Buchner); si pensi al caso dellʼurna di Sulcis, che unisce decorazione euboica e forma italica (Buchner; Bondì; anche Tronchetti); si pensi infine alle anfore ischitane, che indubbiamente risalgono a prototipi orientali (ad es. le canaanites jar), ma che a Ischia si innestano su una locale tradizione protostorica (i grandi vasi contenitori rinvenuti a Castiglione dʼIschia: Buchner) e ricevono forse unʼinfluenza dalle anfore commerciali greche, sviluppandosi autonomamente e fornendo quindi con ogni probabilità un modello formale alle future anfore commerciali etrusche (Gras; Buchner 127). Ancora più involuta è la matassa di apporti culturali in senso lato, che si vuole vedere allʼorigine di importanti trasformazioni interne al mondo etrusco-italico (incremento quantitativo e qualitativo della metallotecnica; differenziazione sociale e presa di coscienza di unʼaristocrazia; in alcuni casi, deciso orientamento verso forme insediative proto-urbane) che è difficile non collegare in qualche misura con il fervido stanziamento pitecusano (per tutti Ridgway 128). Siamo quindi condotti ad accennare alle esigenze che hanno portato allo stanziamento euboico a Ischia: sembra ormai che la tesi estremamente primitivista di una fondazione a carattere eminentemente agricolo, sostenuta da Cook (129) e da Graham (130) non renda ges entre lʼOrient et lʼOccident: quelques observations, in «LʼEtruria Mineraria», Atti del XII Congresso di Studi etruschi e italici, Firenze-Populonia-Piombino 1979, Firenze 1981, 1-20. 127 G. Buchner, Pithekoussai, cit. – idem, Articolazione sociale, differenze di rituale e composizione dei corredi nella necropoli di Pithekoussai, in «G. Gnoli – J. P. Vernant (ed.): La Mort, les Morts dans les sociétés anciennes», Cambridge 1982, 275-287. 128 D. Ridgway, op. cit. 129 R. M. Cook, Reasons for the Foundation of Ischia and Cumae, Historia, XI, 1962, 113-114. 130 A. J. Graham, Colony and Mother City in Ancient Gree- mensione dellʼattività siderurgica, altrimenti si rischia di porre sullo stesso piano la forgiatura di utensili per uso locale, finora documentata, e la riduzione del minerale ferroso destinata ad alimentare una manifattura locale e una più ampia commercializzazione di metallo semilavorato e di prodotti finiti, che attende invece di essere comprovata dal reperimento di scorie di riduzione e in grande quantità. Nellʼorizzonte pitecusano di VIII sec. a. C, caratterizzato dallʼintensa attività metallurgica, occorrerà, in attesa di dati materiali, rivalutare forse il ruolo del rame e degli altri metalli rispetto al ferro (sia consentito di ricordare Mente, re dei Tafi, che in Od., 1, 184 si reca a Temesa per scambiare ferro con bronzo); non è improbabile poi che proprio ad un interesse greco nei confronti del rame toscano (e elbano) si debbano la valorizzazione e lʼinizio dello sfruttamento intensivo, del minerale ferroso dellʼisola dʼElba che, secondo Ps. Arist., Mir., 93, sarebbe apparso dalle stesse miniere in cui precedentemente si cercava il rame: non è forse un caso che, come indicato da Bakhuizen (133), lʼunico altro esempio di cava ʻbimetallicaʼ si trovi in Eubea. ce, Manchester 1964, 219-221 – idem, Patterns in Early Greek Colonisation, JHS, XCI, 1971, 35-47. 131 P. Mureddu, Cruseia a Pithekoussai, PP. XXVII, 1972,, 407-409. 132 G. Buchner, Mostra degli scavi di Pithecusa, in «Incontro di studi sugli inizi della colonizzazione greca in Occidente», Napoli-Ischia 1968, DʼArch, III, 1-2, 1969. 133 S. C. Bakhuizen, Chalcis-in-Euboea, Iron and Chalcidians Abroad, Leiden 1976, passim. Lacco Ameno - Scavi di San Montano giustizia della composita struttura sociale e della vasta rete di apporti culturali riconoscibili a Ischia. Decisiva a questo proposito è stata la scoperta del ʻquartiere industrialeʼ di Mazzola, che ha permesso di affiancare, alla intensa produzione ceramica ischitana, una multiforme attività metallurgica, peraltro esplicitamente menzionata nelle fonti (131), e che, analogamente alla ceramica, continua fino in piena età romana. Si nota innanzitutto la presenza di metalli il cui approvvigionamento imponeva contatti con diverse aree mediterranee: e se per il ferro la provenienza è unanimemente ritenuta elbana (Buchner 132; la presenza di minerali ferrosi a Ischia è stata generalmente contestata, sebbene lʼautore del Tableau Topographique osservi, allo sbocco delle vallate, depositi di sabbia nera con particelle attratte dalla calamita), per il rame si può pensare alla Sardegna (ad es. lʼurna di Sulcis di cui supra), ma anche allʼarea mineraria di Populonia e dellʼElba, mentre per i metalli preziosi, oltre che alla Sardegna (Ridgway), ci si doveva rivolgere alla Spagna meridionale (a Ischia si sono trovate fibule iberiche: Ridgway). Il piombo, rinvenuto in contesti di età romana, poteva provenire da tutte le aree indicate. Per rame, argento, oro abbiamo tracce di una lavorazione secondaria, consistente nella manifattura di oggetti dʼuso a partire da metalli semilavorati (che potevano essere lingotti, barre, oggetti fuori uso e riutilizzati), mentre per il piombo abbiamo lingotti e minerale, e per il ferro sia frammenti di massello che un frammento di minerale. È auspicabile quindi una più attenta indagine anche metallo-tecnica sui materiali ischitani, e in particolare sulle scorie ferrose, una delle quali rinvenuta in un contesto di VIII sec. a. C. nella necropoli, allo scopo di definire sia il tipo di lavorazione che aveva luogo a Ischia, sia la reale di- La Rassegna dʼIschia 2/2006 11 Una vita dedicata al mare LʼAssociazione Amici del Museo del Mare premia pescatori e navigatori Domenica 26 marzo 2006, lʼAssociazione Amici del Museo del Mare, nellʼambito del Premio “Una vita dedicata al mare” ha consegnato targhe di riconoscimento ad un gruppo di uomini: pescatori e navigatori ischitani, che hanno avuto nella loro vita un intenso e continuo rapporto con il mare basato sulla gratitudine per quanto esso offre, sullʼamore per la sua bellezza e sul rispetto per la sua forza. Sono stati premiati: Antuono DʼAmbra, Michele Orotelli, Antonio Manzi, Salvatore Mattera, Francesco Di Meglio, Ferdinando Amato, di Ischia; Aniello Buonocore, Bernardo Pascale, Giacinto Calise, Aniello Patalano, di Lacco Ameno; Giuseppe Di Maio di Forio; Domenico Barricelli di SantʼAngelo. Le targhe sono state consegnate dal sindaco dʼIschia Giuseppe Brandi e dal Giudice Dr. Albino Ambrosio. Lʼiniziativa ha tra lʼaltro evidenziato quanto profondo impegno, senso del dovere e sacrificio ci sia nella vita di questi uomini che, attraverso lʼesperienza di tanti anni ed un rapporto così diretto, quasi di osmosi, con il mare, che significa però anche cielo e terra, luna, stelle, sole e venti, hanno acquistato tanta conoscenza e sapienza. I premiati hanno riferito aneddoti ed eccezionali momenti della loro attività sul mare. In particolare Antuono e Giovan Giuseppe DʼAmbra hanno ricordato come cinque anni fa riuscirono a salvare sulla secca delle Formiche un pescatore subacqueo in gravissimo pericolo di vita; Giuseppe Di Maio di Forio ha detto che il suo rapporto con il mare è continuo ed essenziale per la sua vita ed insieme ai colleghi ha invitato ad amare e rispettare il mare; Anellino Patalano di Lacco Ameno, sollecitato dai presenti, ha declamato alcune delle sue poesie conseguendo ammirazione ed applausi. Quando gli dei del cielo espatriarono e sulla terra allor si rifugiarono, qualcun di loro dʼIschia sʼinnamorò. Come dono di nozze una fascia di mare azzurro poi la vestì, con un mantello verde la coprì che lo tenesse per il sottosuolo che non si raffreddasse. E tutto questo avvenne a Mezzogiorno. 12 La Rassegna dʼIschia 2/2006 *** Beviam, beviam, fratelli, che il vino è molto bello: fa rinfrescar lo stomaco e infiamma il cervello, ma chi sa pensare se la potrà cavare. Usate questo metodo, i guai mandate via: Ha concluso la manifestazione il dott. Albino Ambrosio con un intervento particolarmente profondo e sentito nei riferimenti ai pescatori ed al mare (Giuseppe Silvestri). mangiate cibi sani, bevete in allegria, usando questo metodo, il mondo è un piacere. Solo lo chiama pessimo chi non lo sa godere. Poesie di Aniello Patalano Rassegna LIBRI La Torre delle ginestre Vita a SantʼAngelo dʼIschia di Hans Dieter Eheim Imagaenaria Edizioni Ischia. Titolo originale: Der Ginsterberg. Leben in SantʼAngelo dʼIschia. Traduzione di Nicola Luongo. In copertina: SantʼAngelo di Ernst Bursche (elaborazione grafica di un particolare); pp. 224, febbraio 2006. di Nicola Luongo Hans Dieter Eheim, psicologo e studioso berlinese, amante della poesia di Paul Celan e della musica di Franz Schubert, giunse per la prima volta a SantʼAngelo dʼIschia nel 1982, alla ricerca di una località tranquilla, lontana dal turbinio della vita metropolitana e dal conseguente stress. Già nel primo anno il soggiorno a SantʼAngelo arrecò in lui il senso di benessere e di riposo tanto agognato, cosicché si convinse a ritornare negli anni con una costanza assoluta e puntuale e con una curiosità sempre più profonda di conoscere in tutti i suoi aspetti il territorio e la realtà di questo piccolo borgo e dei suoi abitanti, la cui operosità, lʼaudace spirito imprenditoriale e il versatile ingegno ne hanno fatto una stazione termale e balneare rinomata nel mondo. Ospite in Casa Garibaldi, adornata da un giardino lus- sureggiante di melograni, ibischi, oleandri, mimose e ulivi, viene trattato dai gestori come un componente della loro famiglia, con naturalezza e semplicità e ciò rende ogni sua vacanza sempre gradita e piacevole. Agli inizi della primavera del 1998, sulla base degli appunti raccolti nel corso degli anni, nasce lʼidea di scrivere il libro “La Torre delle ginestre” che, corredato da diciotto belle illustrazioni di artisti che soggiornarono a SantʼAngelo, la Casa editrice Imagaenaria ha recentemente pubblicato in una veste tipografica elegante e ben curata. La pubblicazione è un viaggio di mezzo secolo che rievoca la vita di SantʼAngelo - una volta villaggio di pescatori e marinai che solcavano i mari per trasportare il vino ischitano in terraferma, anche sulle coste africane -, nonché una testimonianza di riconoscenza verso un lembo di terra non ancora raggiunto da insediamenti caotici e innaturali. Lʼinteresse per SantʼAngelo, la sua storia e le sue tradizioni diventa più acuto nel momento in cui lʼautore conosce una briosa e vivace signora tedesca nativa di Brema, giunta a SantʼAngelo nel 1959, che ama lʼarte e la bellezza, contraria ad ogni forma di conformismo e convenzionalismo, tanto da abbandonare il marito dopo pochi mesi di matrimonio e da intraprendere numerosi viaggi, tra cui quello a SantʼAngelo, dove conobbe un uomo di mare, Tonino Barricelli, che diventò lʼuomo della sua vita e col quale, superando notevoli difficoltà economiche e ambientali, aprì una pensioncina che agli inizi ospitò soprattutto gli artisti conosciuti da Dolly, provenienti da Monaco e altre città della Germania. La signora si rivela una preziosa affabulatrice che rievoca con emozione e naturale rimpianto gli anni del periodo postbellico, quando giungevano a SantʼAngelo famosi scrittori, diplomatici, scienziati, attori, esponenti di nobili famiglie dai nomi famosi. Ma soprattutto gli artisti, ciascuno con le sue piccole manie e geniali intuizioni, erano gli ospiti più amati da Dolly la quale ritiene che lʼarte sia il viatico più efficace per diffondere il nome e la fama di una città o di un paese nel mondo. La donna, amica e confidente di artisti come Werner Gilles, Werner Heldt, Eduard Bargheer, Ulrich Neujahr, è quindi in grado di riferire interessanti particolari sulla loro personalità e attività che ce li fa sentire più vicini e apprezzar ancora meglio il loro valore professionale umano. Il simbolo di SantʼAngelo, la Torre, un cono di lava di terra lapillosa, secondo lo storico Giuseppe dʼAscia, su cui sorgeva appunto una torre crollata La Rassegna dʼIschia 2/2006 13 per effetto delle cannonate della flotta anglo-sicula contro i francesi che la difendevano, ha suggerito allʼautore il bel titolo “La Torre delle ginestre” che ha una valenza più profonda nella lingua originaria tedesca perché “Der Ginsterberg” (letteralmente “La montagna delle ginestre”) ha una evidente assonanza col termine “Der Zauberberg” (“La montagna incantata”), il capolavoro di Thomas Mann a cui chiaramente lʼautore si è ispirato nellʼinvenzione del titolo. Il libro è una rassegna attenta e scrupolosa della vita di SantʼAngelo nella sua evoluzione storica e territoriale e non solo rievoca elementi del passato tipici di una civiltà antica, come il rito arcaico nella piazza del paese della macellazione di un bue che viene ammazzato dietro una porta e ciascuno compra il pezzo di carne desiderato per il pranzo domenicale, oppure il lavoro faticoso dei mulattieri che incitavano, talvolta con ruvide imprecazioni, i loro muli stracarichi di mercanzia o di barili di vino, per i viottoli in direzione di Serrara. Inoltre sono esaltati i benefici delle cure termali in moderne strutture ricettive come il Parco Termale Tropical, le Terme Linda, i Giardini Apollon e nel contempo viene decantato il piacere di passeggiare e scoprire angoli incontaminati e primordiali, tra le campagne delle Madonnelle, di Ruffano e del Fondolillo. Ma il vero angolo di concentrazione della mente e dello spirito e fucina delle riflessioni necessarie per la stesura del libro, per Hans Dieter Eheim è il Bar Ridente nella famosa piazzetta, dove nel passato sostavano giornalisti, scrittori, pittori come Werner Gilles ed Ernst Bursche “uomo di grande umanità”. Da questo posto è possibile godere di unʼampia vista sino alle coste di Capri, ma soprattutto si avverte profondo il fascino che la Torre delle ginestre esercita direttamente sugli avventori e gli ospiti. 14 La Rassegna dʼIschia 2/2006 Lʼanalisi descrittiva dello scrittore non si limita soltanto ai luoghi e ai personaggi del borgo da lui ritenuti più interessanti, come il parroco don Vincenzo, il pescatore Aniello e i giocatori di carte nei bar, ma si estende alle località e agli aspetti culturali folcloristici più significativi dellʼintera isola dʼIschia, come la processione di Santa Restituta a Lacco Ameno che ricorda, a suo dire, una festa in Andalusia durante la Semana Santa, il fascino paesaggistico del Parco Termale Negombo, le bellezze ancora intatte del borgo marinaro di Ischia Ponte e della pittoresca Forio, con le sue torri saracene e la fama di cenacolo di artisti, letterati, pensatori, soprattutto negli anni ʼ50 e ʻ60. Da studioso di psicologia e quindi da acuto conoscitore dellʼanima umana, Hans Dieter Eheim coglie non solo gli aspetti gradevoli di questʼisola felice, ma anche il senso della caducità della vita e del dolore sul volto di persone del posto segnate dalle malattie e dalle sofferenze che gli ricordano le parole di Shankara, un filosofo indiano, impresse sulla tomba di un amico sepolto nellʼidilliaco cimitero del borgo, secondo il quale la nostra vita è un sogno, simile alla neve che si scioglie al sole, ai lampi che si spengono prima di vederli o a ombre fuggevoli e transeunti. Nicola Luongo Napoli e i Napoletani di Carlo Del Balzo Treves Editore. In copertina: Anonimo, Napoli dallʼinizio della Riviera di Chiaia, metà del XIX secolo. Grafica e impaginazione di Enzo Migliaccio, dicembre 2005. Ristampa dellʼopera di Carlo Del Balzo, edita nel 1885 e illustrata da Armenise, Dalbono e Matania. Lʼautore (1853-1908) annovera tra le sue pubblicazioni anche unʼopera dettagliata sul terremoto di Casamicciola del 1883 (Cronaca del tremuoto di Casamicciola). Del Balzo nel prologo dichiara di non aver scritto questo libro per vaghezza del pittoresco, ma con uno scopo civile: far conoscere Napoli e i Napoletani aʼ forestieri e paesani. «Non si valuti cotesta affermazione - egli scrive - come puerilità vanitosa di cervello malato, perché finora di Napoli e dei Napoletani si è parlato spesso con talento descrittivo al lattemiele, o con acredine biliosa di femminuccia; ma con giustezza e imparzialità assai poco. Pochi Napoletani hanno scritto libri intorno a Napoli, ma eglino, pur scrivendone con garbo e con vedute esatte, hanno parlato, quasi sempre, di Napoli, di conventi, di chiese, di quadri, di musei, e quasi mai dei Napoletani. Coloro poi che scrivono nei giornali, o per affettazione morbosa di colore locale o per amore dellʼeffetto, talvolta calunniano il popolo napoletano, talʼaltra lo confettano. Fra i tanti è unʼeccezione il Villari, che. nelle Lettere Meridionali ha trattato bene la quistione igienico-sociale di Napoli. Pochi tra gli Italiani, non Napoletani, hanno scritto di Napoli, e cotesti pochi, a loro volta, o hanno visto troppo bene o troppo male: il Ferrigni, ad esempio, ha visto bianchissimo quasi tutto, e il Fucini nerissimo. Ad esaminare gli stranieri, da Goethe, a Dumas, a Taine, alcuni hanno voluto fare, semplicemente, la concorrenza ai pittori, e ci hanno solo parlato di azzurri e di verdi, di trasparenze glauche e di ombre profumate, e ci hanno ripetuto fino alla sazietà: vedi Napoli e poi muori; ed altri di Napoli non hanno visto che i Lazzaroni, e con furia villana ci hanno coperto di ingiurie e di sarcasmi, come il meschino autore della Verité sur lʼItalie. Tutti ne hanno parlato con superficiale presunzione, tranne il buon Marco Monnier e la gloriosa vedova di Alberto Mario. Io ho potuto sbagliarmi, non ho veduto tutto, forse, o non mi son ricordato di tutto; ma mi sono studiato di mostrare Napoli comʼessa è, e i Napoletani come essi sono. Il mio libro, votato allʼimparzialità, è, nel tempo stesso, una difesa e unʼaccusa. Vi è la confutazione di molte accuse ingiuste e lʼaccusa di molte pecche imperdonabili; vi è la difesa, perché coloro che non ci conoscono, imparino a stimarci; e lʼaccusa, perché ai mali si trovi rimedio efficace e pronto con iniziativa di Napoletani. Spesso a noi tutto si è negato con la sicumera degli ignoranti, concedendoci solo il lusso delle canzoni, ed io, pur dedicando amorose pagine alla storia del canzoniere nostro, mesto e gaio insieme, spiritoso e pieno di sentimento, ho voluto ricordare i nostri grandi musicisti e i filosofi, e, specialmente, gli artisti, dimenticati dallʼinvidia di storici mediocri e pettegoli, tra i quali, censurabilissimo, il Vasari. Ogni giorno si è buttato in faccia del nostro popolo il motto ingiurioso del dolce far niente, ed è bene aver dimostrato, parlando dei così detti Quartieri Bassi che, se i popolani di Napoli non lavorano più degli altri, essi lavorano come gli altri, ma in case senza igiene e con una alimentazione a base di erbe e di farinacei. E son lieto di aver predicato la demolizione dei quattro quartieri di Porto, Pendino, Mercato e Vicaria, resi lugubremente famosi dalle recenti stragi del colera, e di aver domandato in nome della pietà, della civiltà e della patria, la trasformazione di Napoli insano, quando lo Stato neghittoso dormiva, e i padri del Comune dissanguavano lʼerario municipale in pretesi abbellimenti della città. Mi lusingo che la difesa e lʼevocazione di glorie obliate o sconosciute non mi abbiano fatto velo allʼintelletto. Ho parlato, senza ambagi, crudamente, delle vergogne di Napoli. Un resto del lazzarismo rimane ancora e Napoli deve spegnerlo. Come devesi spegnere la triade incivile della superstizione, della sporchezza e della camorra. Lʼabbici e la spugna debbono far perdere anche la memoria del miracolo di S. Gennaro e dei microbi. Ed allora il popolino napoletano diventerà popolo, quando nessuno si farà intimidire dalla Misericordia: così il camorrista chiama il suo col- tello, ironicamente. Ho voluto presentarvi i Napoletani, e specialmente i popolani, come sono, bandendo ogni convenzionalismo di frase o di idea; e però ho stimato inutile di parlarvi delle chiese e di altri monumenti: cercateli nelle Guide. Troverete un poʼ di Toledo, di Santa Lucia, di Posilippo, di Frisio, di Piedigrotta e di Vesuvio, perché non è possibile dipingere compiutamente lʼuomo senza dipingere lʼambiente in cui vive: ogni rappresentazione di brano della commedia umana ha bisogno della sua scena. Or, qui, sarei ingrato, se non menzionassi con compiacimento vivissimo lʼopera degli artisti valorosi che han voluto portare il prezioso concorso del loro talento per rendere compiuto e più chiaro il mio lavoro. Raffaele Armenise, Edoardo Matania ed Edoardo Dalbono non hanno bisogno del mio elogio, ma io debbo a loro il mio ringraziamento: non mai, forse, in Italia, guardando le vignette di un libro, si è notato una fusione così perfetta tra il testo e la matita e una riproduzione più felicemente esatta della realtà nella duplice forma di attori e di palcoscenico». *** Rievocazione degli anni 1950-1999 negli aspetti che più li hanno caratterizzati e quali risaltano dalla visione e dalla lettura di giornali e pubblicazioni dʼepoca: un compendio di fatti e avvenimenti molteplici La Rassegna dʼIschia 2/2006 15 «Gast auf Ischia» («Ospite a Ischia» nella versione italiana) e «Isola dʼIschia: tremila voci, titoli, immagini» due preziose fonti di informazioni di Isabella Marino (in «IL GOLFO» del 18 marzo 2006) Lʼopera di ricerca più recente di Raffaele Castagna, “Isola dʼIschia: tremila, voci, titoli, immagini”, è un agile e utile punto di riferimento per chiunque la consulti. Che si tratti di persone che dispongono già di una buona conoscenza della realtà isolana nelle sue diverse articolazioni come di chi ha ancora molto da sapere su Ischia, al di là di quello che appare fin troppo evidente anche dopo un breve soggiorno. E da questo punto di vista risultano particolarmente interessanti le ultime pagine del volumetto, fonti preziose già per lʼAutore che potrebbero anche diventarlo per tutti i suoi lettori. Ma pur senza addentrarsi troppo nella consultazione, basta un rapido sguardo per rendersi subito conto dellʼenorme quantità di materiali 16 La Rassegna dʼIschia 2/2006 raccolti, altrettante testimonianze di quanto sulla nostra isola sia stato scritto su giornali e riviste, oltre che sui libri. Da parte di scrittori italiani e stranieri. Altra fonte rimarchevole per la completezza e il valore è un classico, il “Gast auf Ischia” di Paul Buchner, che nella bella traduzione di Nicola Luongo di quattro anni fa, fornisce un quadro rivelatore degli illustri visitatori approdati ad Ischia negli ultimi secoli, i quali, non limitandosi a godere del viaggio, ne trassero spunto e ispirazione per opere letterarie e artistiche a beneficio dei posteri. Due contributi molto diversi, quelli di Castagna e di Buchner, che tuttavia, per le loro caratteristiche specifiche, dovrebbero essere proposti come lettura oltre che agli ischitani di nascita, anche a quei “forestieri” che per motivi più o meno contingenti intrecciano per qualche tempo le loro vicende personali con lʼIsola Verde. Una lettura da consigliare caldamente, prima di altre, per evitare fin dallʼinizio un pregiudizio di fondo che connota spesso lʼapproccio di chi giunge dalla terraferma. Che, cioè, Ischia, per il solo fatto di essere unʼisola, non possa che vivere di riflesso del continente, soprattutto in campo culturale. Ciò che ne farebbe una comoda spugna per qualunque idea o iniziativa di importazione, anche di non alto profilo. Opinione, questa, che si sposa alla perfezione con lʼatteggiamento supponente con il quale spesso relatori o promotori culturali vengono a diffondere il loro verbo sullo “scoglio”, approfittando dei tanti convegni, incontri e iniziative organizzati per tutto lʼanno dagli isolani stessi nellʼintento - onesto e sacrosanto - di arricchire con i contributi più vari la vita culturale della comunità. Già qualche anno or sono, dopo una conferenza di alcuni soloni continentali che aveva suscitato stupore e disappunto nel pubblico ischitano, ci venne lʼimpulso di affidare alla parola scritta un ideale invito-preghiera ai “forestieri” a non trattare gli isolani come ignoranti sprovveduti con lʼanello al naso. Purtroppo, con il passare del tempo, ci si ritrova non di rado e con immutata amarezza a riscontrare lo stesso approccio superficiale e offensivo. Un approccio da ignoranti, in quanto frutto di un deficit di conoscenza di fondo, che falsa a priori lʼatteggiamento nei confronti della realtà dellʼisola e dei suoi abitanti. Errori di valutazione che, se risultano alla prova dei fatti finanche offensivi, vengono spesso favoriti a monte dagli stessi isolani, troppo disponibili ad accogliere ciò che viene dallʼesterno indipendentemente dalla sua validità intrinseca e, al tempo stesso, troppo timidi nel valorizzare con giusto orgoglio la propria storia e tradizione culturale, ancorché antica di qualche secolo, se non vogliamo andare ad attingere a periodi più remoti. Senonché, anche senza andare a scomodare la storia, restando ai tempi recenti e, dunque, quasi alla cronaca, vale la pena di ricordare, su queste pagine dedicate alla cultura, che sulla nostra isola, sia pur tra mille contraddizioni e tante inadeguatezze, si è riusciti ad organizzare eventi di tutto rispetto e di grande respiro, anche internazionale. Basti pensare alle grandi mostre dʼarte che sono state ospitate dal Castello Aragonese, alla Torre di Guevara, a Villa Arbusto, alle gallerie private, dalla lelasi alla Del Monte. Da Morandi, a Manzù, a Burri, a Pomodoro, ai grandi vedutisti dellʼOttocento, a Salgado, a Warhol, solo per restare agli appuntamenti di maggior rilievo tra quelli ideati e organizzati a Ischia e dagli ischitani. Opere di valore mondiale, arrivate dai musei e collezionisti di ogni parte del mondo o affidate direttamente dai maestri (come Pomodoro), che sono rima- ste esposte anche per periodi lunghi, creando, grazie alle particolari atmosfere dei luoghi prescelti, degli eventi meritevoli di commenti lusinghieri da critici di vaglia. Né sono mancati convegni di alto livello, con intellettuali di chiara fama, che hanno trovato uno stimolo in più nel confrontarsi con lʼambiente isolano. E questo, del resto, ha offerto condizioni ideali ad artisti, scrittori, poeti che sono passati da queste parti, compreso qualche premio Nobel. E nel quadro delle arti, non possono mancare i riferimenti agli appuntamenti musicali di qualità che sono stati realizzati sullʼisola ogni anno, soprattutto durante la bella stagione. Troppo, tutto questo, perché ci sia chi, da fuori, ancora consideri Ischia semplice terra di conquista, dal nome spendibile per mettere in piedi alla meno peggio appuntamenti pseudoculturali, approfittando della relativa disponibilità degli isolani. Un rischio che si moltiplica in prospettiva della bella stagione, quando lʼesigenza di ampliare lʼofferta culturale a beneficio soprattutto dei turisti può comportare che si arrivi a mettere in secondo piano la qualità delle proposte. O a sottovalutare lʼimpatto di iniziative mediocri, anche se magari “vendute” per appuntamenti imperdibili destinati a far parlare di sé. Cʼè, tanto più in questa fase di messa a punto dei progetti per i prossimi mesi, lʼesigenza imperativa di puntare sulla qualità più che sulla quantità. Di privilegiare proposte culturali serie, che continuino il cammino di qualificazione e diversificazione dellʼofferta culturale isolana giunto a buon punto negli anni recenti e non lo contraddicano, arrivando a cancellare le esperienze positive fatte con cadute di immagine che risulterebbero imperdonabili. Ischia ha un patrimonio di arte e storia straordinario, che va tutelato e valorizzato come merita. E come si comincia, anche se timidamente, a fare in concreto. E a quella dotazione di fondo deve saper abbinare proposte, idee e iniziative contingenti adeguate al livello di ciò che è già presente sul territorio. Rifiutando a priori, con coraggio e decisione, tutto ciò che può rischiare di far compiere un salto allʼindietro. Ciò che non corrisponde di certo allʼinteresse degli isolani né di quanti vengono a Ischia anche attirati da richiami di natura culturale. Quando si ha alle spalle un grande passato come quello dellʼisola che vide lʼalba della Magna Grecia, il primo imperativo categorico per tutti deve essere di non tradirlo. Anche a costo di rinunciare a qualche manifestazione superflua. In ricordo di Giovanni Verde Il 27 marzo 2006 lʼAsociazione Culturale Nazionale “Fantasynapoli” di Gaetano Maschio ha presentato a Forio (Cinema delle Vittorie) una scenetta di vita foriana, poesia e canto, dal titolo “Nzàurete”, in un atto, del poeta foriano Giovanni Verde nel cinquantesimo anniversario della sua morte. Giovanni Verde (Forio 1880-1956), laureato in giurisprudenza, si dedicò anche alla poesia e alle arti figurative; a Napoli frequentò i cenacoli letterari e conobbe scrittori ed artisti, come DʼAnnunzio, Di Giacomo, Bovio, Serao. Collaborò ai quotidiani Il Mattino e Il Giorno, diresse periodici isolani quali Il Gerone e LʼAquilotto. Oltre le raccolte poetiche, scrisse La saga di Pitecusa, pubblicata postuma nel 1973. La Rassegna dʼIschia 2/2006 17 La nota Ischia e il tramonto politico Dopo due legislature il sen. Salvatore Lauro, eletto per Forza Italia nella Casa delle Libertà, non si è presentato alle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006, preannunciando invece la sua partecipazione alle prossime elezioni amministrative come sindaco di Napoli appoggiato da un “ ressemblement” di destra che va dai monarchici ai consumatori. Mi pare una severa sconfitta per Salvatore Lauro, che in Senato ha portato avanti il progetto di legge per le isole minori italiane e così da paladino delle piccole isole Lauro passa a quello delle grandi metropoli, proponendo una mega-città metropolitana che vada da Roma a Napoli. Ma, oltre le proposte di ingegneria istituzionale di livello sovracomunale, i due mandati di Lauro lasciano ben poco di concreto. Stupisce e mortifica il fatto che un ischitano, che è stato per due volte eletto nel Senato della Repubblica, non lasci sul proprio territorio un “proconsole” o meglio ancora una classe dirigente. Nessuno dei cento consiglieri dei sei Comuni dellʼisola dʼIschia si riconosce nelle sue posizioni politiche e ne eredita il patrimonio politico oltre che lʼimpegno nelle proprie realtà comunali che sono quelle dalle quali partono effettivamente tutte le riforme. Amareggia, anche a chi come noi ha proposto per anni ed anni - oltre un trentennio - una politica di “programmazione” per lʼisola dʼIschia, constatare che, nonostante un evidente sviluppo maturo, Ischia non abbia ancora né una programmazione – sia urbanistica sia economica - né una politica comprensoriale, tanto è vero che siamo ancora alla “guerra dei porti” tra Casamicciola e la Città dʼIschia ed alla guerra dei trasporti marittimi con la messa in discussione dellʼarmamento pubblico e la richiesta di sovvenzioni di quello privato. Non solo non è stata avviata una politica di programmazione – che prima si chiamava “concertata” e che oggi si chiama “strategica” – ma non sono nati neanche i nuovi strumenti come la Comunità Isolana che Lauro ha proposto per i sei Comuni né sono stati ripristinati i vecchi come lʼAzienda di Cura Soggiorno e Turismo delle isole di Ischia e Procida che è commissariata da oltre ventʼanni ed alla Regione – ente locale competente - giace lʼennesimo disegno di legge di razionalizzazione degli enti turistici presentato questa volta dal 18 La Rassegna dʼIschia 2/2006 di Giuseppe Mazzella nuovo assessore regionale al turismo, il socialista-radicale Marco Di Lello. Lʼisola si trova quindi non solo senza una nuova classe dirigente – né di centro-destra né di centro-sinistra - ma senza nemmeno i nuovi e vecchi “contenitori” che avrebbero potuto avviare una concreta concertazione intercomunale nellʼattesa – vana ed infinita – del Comune Unico, altra proposta di legge regionale che giace negli uffici del Consiglio Regionale della Campania. Non si vede allʼorizzonte nemmeno un protagonismo degli imprenditori che pare sembrino interessati soltanto alla veloce riconversione della loro offerta turistica per lo sconvolgimento dei tradizionali mercati come quello tedesco. Salvatore Lauro non solo non si presenta più ma continua il suo impegno politico nella città di Napoli abbandonando le isole. Ha abbandonato il collegio anche il deputato dellʼUlivo Sergio DʼAntoni che, catapultato ad Ischia per equilibri, è ritornato nella sua Sicilia sperando in una rielezione. Ischia non ne sentirà la mancanza perché il soggiorno politico è stato breve e solo di facciata. Le questioni perpetue di Ischia sono ancora sul tappeto. Bisognerà attendere tempi migliori e sperare in una nuova classe dirigente che si affacci sulla scena. Certamente la nuova o riciclata classe dirigente che ci ha proposto la Seconda Repubblica ha fallito. Bisogna passare con grande velocità alla Terza Repubblica. *** Eventi di aprile / maggio 9-16 aprile Riti, tradizioni e manifestazioni della Settimana Santa: Corsa dellʼAngelo - Pellegrinaggio del popolo di Casamicciola Terme al Santuario di S. Restituta in Lacco Ameno. Aprile / maggio Le Regine sul trono del Regno di Napoli (mostre e manifestazioni varie). Maggio Lacco Ameno: 16, 17 e 18, festa di Santa Restituta con processioni e la Sacra Rappresentazione dellʼapprodo della Santa nella baia di San Montano. Ischia - Il Castello (da Kaden) A cura di Raffaele Castagna Il golfo di Napoli e lʼisola dʼIschia Antologia di viaggiatori tedeschi dal Grand Tour al Turismo Testi tedeschi e italiani - I parte B. Bansi A. Böcklin C. G. Carus J. W. Goethe W. Kaden J. Paul Traduzione di Goethe - Eruzione del Vesuvio Nicola Luongo La Rassegna dʼIschia 2/2006 19 Barbara Bansi (1777- 1863) La mia visita all’isola d’Ischia nel 1805, in «Miscellanea delle più recenti conoscenze del mondo», 1811 (Casamicciola, Sentinella) - Una terrazza ombreggiata da rami di mirto serviva da ingresso: qui si godeva una vista divina, anche più bella rispetto al tragitto per cui mi avevano trasportato i miei portantini. Venne il momento di entrare nelle camere. Trovai una donna attempata, i cui tratti regolari del viso e l’aspetto che ispirava soggezione m’incussero riverenza. Lei era la bisnonna della famiglia, una matrona di 82 anni. Una tranquilla vita di pace aveva appena solcato la sua fronte; parlava volentieri, preferibilmente dei tempi passati. Mi prese subito per mano e mi disse: «Lei è ammalata; sia la benvenuta. Da noi guarirà. Per gli stranieri l’acqua della nostra isola è prodigiosa, solo per gli indigeni essa non ha alcuna virtù terapeutica». - «Mi è stato detto che lei è una pittrice. Trentadue anni fa in questa casa venne anche una giovane donna: mi fece il ritratto, perché mi trovava bella. Anche il padre dell’artista era pittore. Poi ha dipinto mio marito, che poco tempo dopo è morto». Spalancai gli occhi e vidi il ritratto ben fatto di un uomo, firmato con il nome Kauffmann. Il nome mi sorprese. Mi richiamò alla memoria l’immortale Angelica, mia connazionale, il cui padre era anche lui pittore. Infatti presto mi convinsi che lui e lei erano quelli che trenta anni fa soggiornarono su quest’isola. Solo il pensiero che Angelica avesse abitato nella stessa casa, in cui mi trovavo, mi rese il soggiorno ancora più gradito. Anche io, appena mi fui un po’ ristabilita, feci il ritratto della buona vecchia, che una volta aveva fatto da modella alla più famosa artista del secolo scorso. - Per me fu come se non potessi più abbandonare l’isola, dove tutto il mio modo di essere e di pensare si armonizzava come in nessun altro posto. - Barbara Bansi (1777 - ???) Mein Besuch auf der Insel Ischia im Jahre 1805, in «Miszellen für die neuste Welkunde», 1811 - (Casamicciola, Sentinella) Eine von Myrthenzweigen beschattete Terrasse diente als Eingangssaal, von wo man eine himmlische und noch viel schönere Aussicht hatte, als von jener Stelle, auf welcher meine Träger geruht hatten. Ich musste nun aber wohl auch in die Zimmer gehen. Ich fand eine betagte Frau, deren regelmässige Gesichtszüge und Achtung gebietendes Äussere mir Ehrfurcht einflössten. Es war die Urgrossmutter der Familie, eine Matrone von zweiundachtiz Jahren. Ein stilles Friedensleben hatte kaum ihre Stirn gefurcht. Sie sprach gern, und am liebsten von verflossenen Zeiten. Sie nahm mich sogleich bei den Händen und sagte: «Sie sind krank; sein Sie willkommen. Sie werden bei uns genesen. Für Fremde ist das Wasser unserer Insel von bewunderungswürdigen Tugenden, nur für die Eingeborenen hat es keine Heilkraft». - „Man hat mir gesagt Sie wären Malerin, Vor zweiund- 20 La Rassegna dʼIschia 2/2006 dreissig Jahren kam ein junges Frauenzimmer in dies Haus. Sie hat mein Bildnis gemacht, weil sie mich schön fand. Der Vater der Künstlerin ist auch Maler gewesen. Da hat er denn meinen Mann gemalt, der bald nachher gestorben ist”. Ich schlug die Augen auf, und sah das gutgearbeitete Bildnis eines Mannes, signiert mit dem Namen Kaufmann. Der Name überraschte mich. Er mahnte mich an die unsterbliche Angelika, meine Ländsmannin, deren Vater ja auch Maler gewesen. Und in der Tath, bald wurde ich überzeugt, dass er und sie es waren, die vor dreissig Jahren auf dieser Insel weilten. Der Gedanke nur, Angelika habe das gleiche Haus bewohnt, in welchem ich mich jetzt befand, machte mir den Aufenthalt noch viel angenehmer. Auch ich, sobald ich etwas hergestellt war, machte das Bildnis der guten Alten, die einst der berühmtesten Künstlerin des vorigen Jahrhunderts zum Modell gedient hatte. - Es war mir, als könnte ich die Insel nicht mehr verlassen, wo alles mit meiner Art zu sein und zu denken übereinstimmte wie nirgends. - Arnold Böcklin (1827-1901) Memorie. Pagine del diario di Böcklin alla moglie Angela, Berlino 1910 Ad Angela Böcklin, Ischia 28 luglio1880 Spero che tu abbia ricevuto il mio telegramma da Napoli. Il giorno seguente, domenica, di buon’ora sono partito col signor Schmidt per Ischia, dove abbiamo trovato una camera a Villa Drago per 15 giorni. Il 13 agosto dobbiamo trovare un altro alloggio, lo troveremo senz’altro. Oggi ho fatto il terzo bagno termale, ma è impossibile riscontrare effetti positivi in così poco tempo. Avverto un certo cambiamento, mi duole poco la spalla sinistra. Forse è un buon segno, l’acqua fa effetto. Non è facile raccontarti come trascorro le giornate, come ammazzo il tempo. Mi alzo alle 5 e vado allo stabilimento termale. Là aspettano già venti persone, quasi tutte vecchie con grucce, e parlano una lingua per me incomprensibile. Prendo un caffè nero e aspetto quasi un’ora per entrare nel bagno. Nella vasca, che per me è troppo piccola, mi annoio a morte e guardo sempre l’orologio alla parete per vedere se la mezzora è trascorsa – cinque minuti nella vasca sono più lunghi di un’ora fuori. Alle 7 o anche più tardi la noia finisce e vado in un vicino bar a fare colazione: caffè nero senza latte – che non hanno – con un panino raffermo, e poi mi dirigo verso la spiaggia, mi siedo all’ombra di uno scoglio e osservo il mare con le navi che passano e penso a mille cose. Verso le 11 arriva il caldo eccessivo e allora ritorno a casa per osservare ancora il mare o per scrivere, come sto facendo adesso. A mezzogiorno arriva il signor Schmidt e poco dopo appare Gaetano con il pranzo: un pezzetto di carne fredda, frutta, pane e vino che quest’anno per fortuna è ottimo. Alla stessa, 16 agosto 1880 Non ho voglia di cominciare alcuna cosa, non mi viene la minima ispirazione per un quadro. Continuo a non fare niente altro che sedermi sugli scogli vicino al mare e raramente prendere il mio Ariosto, che ho sempre con me, per leggere qualche verso. Sia per l’aria che per la monotonia del mare o per il caldo, non lo so, Arnold Böcklin (1827-1901) Memoiren. Tagebuchblätter von Böcklins Gattin Angela, Berlin 1910 - An Angela Böcklin - Ischia 28. Juli 1880 Ich hoffe, dass Du mein Telegramm aus Neapel erhalten haben wirst. Tags darauf, Sonntag in der Früh reiste ich mit Herrn Schmidt nach Ischia, wo wir auf 15 Tage zwei Zimmer in der Villa Drago gefunden haben. Auf den 13. August müssen wir ein anderes Unterkommen finden - wir werden es auch finden. Heute habe ich das dritte Mineralbad genommen, es ist aber unmöglich, so schnell eine günstige Wirkung nachzuweisen. Ich fühle eine gewisse Änderung, hauptsächlich schmerzt mich ein wenig die linke Schulter. Vielleicht ists ein gutes Zeichen, dass das Wasser wirkt. Kaum könnte ich Dir sagen, was ich den ganzen Tag treibe, die Zeit totzuschlagen. Um 5 stehe ich auf und gehe in die Badeanstalt. Dort warten schon an die 20 Leute, fast alle alt, mit Krücken, und die eine mir unverständliche Sprache reden. Ich nehme einen schwarzen Kaffee und warte vielleicht eine Stunde, bis ich ins Bad steigen kann. In der Wanne, die für mich viel zu klein ist, langweile ich mich ganz verdammt und schaue immerzu nach meiner Uhr an der Wand, ob die halbe Stunde noch nicht herum ist - 5 Minuten in der Wanne dauern wie eine Stunde in der Freiheit. Um 7 oder auch später geht die Langweile zu Ende, und dann gehe ich in ein nahegelegenes Kaffeehaus frühstücken, schwarzen Kaffee ohne Milch - die haben sie nicht - mit einem uralten Brötchen, und dann wandre ich an den Strand, setze mich in den Schatten eines Felsens und betrachte das Meer mit den Schiffen, die vorbei fahren, und denke tausend Dinge. Gegen 11 wirds zu heiss, und dann kehre ich nach Hause zurück, um nochmals das Meer zu betrachten oder zu schreiben, wie ich jetzt tue. Um Mittag kommt Herr Schmidt, und bald nachher erscheint Gaetano mit dem Frühstück - ein Stückchen kaltes Fleisch, Obst, Brot und Wein, der dies Jahr glücklicherweise ausgezeichnet ist. An dieselbe - Ischia, 16. August 1880 Noch habe ich keine Lust etwas zu beginnen, es kommt mir nicht der geringste Einfall für ein Bild. Ich tue weiter nichts, als am Meer auf Felsen zu sitzen und selten meinen Ariosto vorzunehmen, den ich stets bei mir habe, um wenige Verse zu lesen. La Rassegna dʼIschia 2/2006 21 ma ora capisco molto bene come un anacoreta possa trascorrere cento anni nel deserto, senza perdere la pazienza. Quando non si pensa a niente, credo, la mente dorme. Carl Gustav Carus Viaggio attraverso la Germania, l’Italia e la Svizzera nel 1828, Lipsia 1835 - (Capri, Monte Solaro) Come sono rigogliosi qui i versanti del monte con i cespugli di mirto, come i fichi germogliano abbondanti! Io stesso rimango ammirato da questi dintorni: un ramo di mirto in mano per spronare l’asino, una grossa arancia dolce che spunta dal gilet e pericolosissimi sentieri montani così facilmente percorribili a cavallo. – - (Ischia, il Castello) Ancora una volta il sole al tramonto si rifrangeva attraverso la nuvolaglia, il fumo giallo delle nubi si rifletteva accanto alle lunghe ombre nuvolose sul mare, il sole si inabissava in scintillanti colori, e in belle proporzioni le pendici dell’Epomeo si stagliavano davanti alla foschia luminosa della sera. Il primo piano della terrazza sembrava uno strano coronamento di questa bella immagine. Non meno originale d’altra parte il gruppo della piccola torre con la bandiera spiegata al vento, accanto al pilastro vuoto, su cui è poggiata l’asta della bandiera, ogni volta che questa viene ammainata. - Obs die Luft ist, ob die Monotonie des Meeres, ob die Hitze, ich weiss es nicht, aber ich verstehe jetzt sehr gut, wie ein Einsiedler 100 Jahre in der Wüste zubringen kann, ohne die Geduld zu verlieren. Wenn man an nichts denkt, so schläft, glaube ich, das Gehirn! Carl Gustav Carus Reise durch Deutschland, Italien und die Schweiz im Jahre 1828, Leipzig 1835 - (Capri. Monte Solaro) Wie dicht sind hier die Bergabhänge mit Myrtengebüsch bewachsen, wie üppig sprossen Feigen überall hervor! Ich kam mir selbst wunderlich vor in diesen Umgebungen: einen Myrtenzweig zum An- treiben des Esels in der Hand, eine grosse süsse Orange aus der Weste hervorstehend und die bedenklichsten Bergwege so ganz bequem hinanreitend! - (Ischia, Kastell) Noch einmal brach die untergehende Sonne durch das Gewölk, das Rauchgelb der Wolken spiegelte sich neben den langen Wolkenschatten auf dem Meere, in glühenden Farben sank die Sonne und in schönen Massen lagen die Höhen des Epomeo vor dem leuchtenden Abendgewölk. - Der Vordergrund der Terrasse wirkte eingenthümlich zur Absschliessung dieses schönen Bildes. - Nicht minder originell andrerseits die Gruppe des kleinen Flaggenthurms mit wehender Flagge, daneben der freistehende Pfeiler, auf welchem der Mastbaum der Flagge, wenn er niedergelassen ist, aufruht. - Goethe - La Solfatara 22 La Rassegna dʼIschia 2/2006 Johann Wolfgang Goethe (1749-1832 Viaggio in Italia (1786-1788) St. Agata, 24 febbraio 1787 (…) Mola di Gaeta ci salutò di nuovo con i suoi rigogliosi aranceti. Ci fermammo qualche ora. La baia antistante la cittadina offre uno dei panorami più suggestivi, il mare vi sciaborda sin nelle vicinanze. Se l’occhio segue la riva destra e raggiunge l’estremo corno della mezzaluna, si vede su uno scoglio la fortezza di Gaeta a modesta distanza. Il corno a sinistra si estende molto oltre; dapprima si scorge una catena di montagne, poi il Vesuvio e le isole. Ischia si trova di fronte, quasi al centro. Qui trovai sulla riva le prime stelle e i primi ricci di mare. Una bella foglia verde, come la carta velina più fine, e uno strano materiale detritico: più frequentemente le solite pietre di calcare, talvolta anche di serpentino, diaspro, quarzo, breccia silicea, granito, porfido, marmo vero, vetro di colore verde o blu. I suddetti minerali difficilmente sono prodotti in questa regione, probabilmente sono ruderi di vecchi edifici e così vediamo come davanti ai nostri occhi l’onda possa giocare con le meraviglie del mondo passato. Ci fermammo volentieri, volendo conoscere l’indole di persone che si comportavano quasi come selvaggi. Allontanandoci da Mola, si godono sempre bei panorami, nonostante si perda il mare. L’ultima vista è un’amena insenatura marina, che ho disegnato. Poi segue un ricco frutteto, recintato con piante di aloe. Osservammo un acquedotto che serpeggiava dalla montagna attraverso rovine, ignote e intricate. Napoli, 27 febbraio 1787 Ieri ho trascorso la giornata in tutta tranquillità per aspettare la fine di un piccolo disagio fisico, oggi mi sono abbandonato alla pazza gioia ed ho trascorso il tempo, osservando meravigliose bellezze. Si dica, si Johann Wolfgang Goethe Italienische Reise (1786-1788) - (1749-1832) St. Agata, den 24. Februar 1787 [...] Mola di Gaeta begrüsste uns abermals mit den reichsten Pomeranzenbäumen. Wir blieben einige Stunden. Die Bucht vor dem Städtchen gewährt eine der schönsten Aussichten, das Meer spült bis heran. Folgt das Auge dem rechten Ufer und erreicht es zuletzt das Hornende des halben Mondes, so sieht man auf einem Felsen die Festung Gaëta in mässiger Ferne. Das linke Horn erstreckt sich viel weiter; erst sieht man eine Reihe Gebirge, dann den Vesuv, dann die Inseln. Ischia liegt fast der Mitte gegenüber. Hier fand ich am Ufer die ersten Seesterne und Seeigel ausgespült. Ein schönes grünes Blatt, wie das feinste Velinpapier, dann aber merkwürdige Geschiebe: am häufigsten die gewöhnlichen Kalksteine, sodann aber auch Serpentin, Jaspis, Quarze, Kieselbreccien, Granite, Porphyre, Marmorarten, Glas von grüner und blauer Farbe. Die zuletzt genannten Steinarten sind schwerlich in dieser Gegend erzeugt, sind wahrscheinlich Trümmern alter Gebäude, und so sehen wir denn, wie die Welle vor unsern Augen mit den Herrlichkeiten der Vorwelt spielen darf. Wir verweilten gern und hatten unsere Lust an der Natur der Menschen, die sich beinahe als Wilde betrugen. Von Mola sich entfernend, hat man immer schöne Aussicht, wenn sich auch das Meer verliert. Der letzte Blick darau ist eine liebliche Seebucht, die gezeichnet ward. Nun folgt gutes Fruchtfeld, mit Aloen eingezäunt. Wir erblickten eine Wasserleitung, die sich vom Gebirgʼ her nach unkenntlichen, verworrenen Ruinen zog. Dann folgt die Überfahrt über den Fluss Garigliano. Man wandert sodann durch ziemlich fruchtbare Gegenden auf ein Gebirgʼ los. Nichts Auffallendes. Endlich der erste vulkanische Aschenhügel. Hier beginnt eine grosse, herrliche Gegend von Bergen und Gründen, über welche zuletzt Schneegipfel hervorragen. Auf der nähern Höhe eine lange, wohl in die Augen fallende Stadt. In dem Tal liegt St. Agata, ein ansehnlicher Gasthof, wo ein lebhaftes Feuer in einem Kamin, das als Kabinett angelegt ist, brannte. Indessen ist unsere Stube kalt, keine Fenster, nur Läden, und ich eile, zu schliessen. Neapel, den 27. Februar 1787. Gestern brachtʼ ich den Tag in Ruhe zu, um eine kleine körperliche Unbequemlichkeit erst abzuwarten, heute ward geschwelgt und die Zeit mit Anschauung der herrliLa Rassegna dʼIschia 2/2006 23 racconti, si congetturi ciò che si vuole, qui, più che altrove, si va al di là di ogni descrizione. La riva, le baie, le insenature del mare, il Vesuvio, la città, i sobborghi, i castelli, i ritrovi! Di sera siamo andati anche alla Grotta di Posillipo, dove il sole al tramonto splende sino all’altro lato. Ho perdonato coloro che a Napoli perdono la testa e mi sono ricordato con emozione di mio padre che aveva avuto quella impressione indimenticabile specialmente da quegli oggetti che oggi ho visto per la prima volta. E, come si dice che l’uomo a cui è apparso un fantasma non sarà più sereno, così al contrario si potrebbe dire che non potrà mai essere del tutto infelice chi ha la possibilità di ritornare a Napoli. Quanto a me, ora sono perfettamente tranquillo e, a modo mio, spalanco gli occhi soltanto davanti a meraviglie veramente straordinarie. Napoli, 2 marzo Sono salito sul Vesuvio, nonostante il tempo fosse nuvoloso e la vetta avvolta dalle nubi. In carrozza sono arrivato a Resina, poi su un mulo ho iniziato la scalata tra i vigneti; infine a piedi sulla lava del 1771 che aveva già fatto crescere su di sé un muschio fine, ma consistente. Così procedemmo seguendo la lava. La capanna dell’eremita emergeva in alto, a sinistra. Più in lontananza, la montagna di cenere, la cui scalata è una faticaccia. Due terzi della cima erano ricoperti di nuvole. Finalmente raggiungemmo l’antico cratere, ora tutto colmato; trovammo le nuove lave di due mesi e di quattordici giorni già raffreddate, ed anche una fragile di cinque giorni. Salimmo per una collina vulcanica appena formatasi che emanava vapori da ogni lato. Il fumo davanti a noi svanì e volli andare verso il cratere. Eravamo immersi nel vapore circa cinquanta passi, quando questo diventò così intenso che a stento riuscivo a vedere le mie scarpe. Il fazzoletto sulla bocca non mi serviva a nulla, la guida era scomparsa. I miei passi sui frantumi di lava eruttati erano insicuri, mi sembrò opportuno ritornare indietro e rinviare la vista desiderata ad una giornata serena e con meno fumo. Intanto ho imparato quanto sia difficoltoso chsten Gegenstände zugebracht. Man sage, erzähle, male, was man will, hier ist mehr als alles. Die Ufer, Buchten und Busen des Meeres, der Vesuv, die Stadt, die Vorstädte, die Kastelle, die Lusträume! - Wir sind auch noch abends in die Grotte des Posilipo gegangen, da eben die untergehende Sonne zur andern Seite hereinschien. Ich verzieh es allen, die in Neapel von Sinnen kommen, und erinnerte mich mit Rührung meines Vaters, der einen unauslöschlichen Eindruck besonders von denen Gegenständen, die ich heut zum erstenmal sah, erhalten hatte. Und wie man sagt, dass einer, dem ein Gespenst erschienen, nicht wieder froh wird, so konnte man umgekehrt von ihm sagen, dass er nie ganz unglücklich werden konnte, weil er sich immer wieder nach Neapel dachte. Ich bin nun nach meiner Art ganz stille und mache nur, wennʼs gar zu toll wird, grosse, grosse Augen. Neapel, den 2. März Bestieg ich den Vesuv, obgleich bei trübem Wetter und umwölktem Gipfel. Fahrend gelangtʼ ich nach Resina, sodann auf einem Maultiere den Berg zwischen Weingär- 24 La Rassegna dʼIschia 2/2006 ten hinauf; nun zu Fuss über die Lava vom Jahre Einundsiebenzig, die schon feines, aber festes Moos auf sich erzeugt hatte; dann an der Seite der Lava her. Die Hütte des Einsiedlers blieb mir links auf der Höhe. Ferner den Aschenberg hinauf, welches eine sauere Arbeit ist. Zwei Dritteile dieses Gipfels waren mit Wolken bedeckt. Endlich erreichten wir den alten, nun ausgefüllten Krater, fanden die neuen Laven von zwei Monaten vierzehn Tagen, ja, eine schwache von fünf Tagen schon erkaltet. Wir stiegen über sie an einem erst aufgeworfenen vulkanischen Hügel hinauf, er dampfte aus allen Enden. Der Rauch zog von uns weg, und ich wollte nach dem Krater gehn. Wir waren ungefähr fünfzig Schritte in den Dampf hinein, als er so stark wurde, dass ich kaum meine Schuhe sehen konnte. Das Schnupftuch vorgehalten half nichts, der Führer war mir auch verschwunden, die Tritte auf den ausgeworfenen Lavabröckchen unsicher, ich fand für gut, umzukehren und mir den gewünschten Anblick auf einen heitern Tag und verminderten Rauch zu sparen. Indes respirare in tale ambiente. Del resto la montagna era immersa nel silenzio. Né fiamme, né boati, né emissione di lapilli si verificarono durante il tempo trascorso lassù. Al momento l’ho ispezionata, per assediarla nel vero senso della parola appena il tempo migliorerà. Le lave che vi ho trovato erano materiali a me per lo più noti. Ma ho scoperto un fenomeno che mi sembrò molto strano e che analizzerò in modo più appropriato e sul quale desidero ricevere informazioni da esperti e collezionisti. Si tratta di un rivestimento a forma di stalattite di un fumaiolo vulcanico, un tempo ricoperto da una volta, ma ora aperto ed emergente dall’antico cratere poi colmato. Questa solida roccia grigiastra, a forma di stalattite, a mio parere, si è fomata per sublimazione delle esalazioni vulcaniche più flebili senza l’apporto di umidità e senza fusione; ci sarà l’occasione di approfondire l’argomento. Oggi 3 marzo, il cielo è coperto e soffia lo scirocco. Qui ho visto gente di ogni tipo, bei cavalli e strani pesci. Sulla posizione della città e le sue meraviglie, tante volte descritte ed esaltate, nessun’altra parola. «Vedi Napoli e poi muori», dicono da queste parti. Napoli, 3 marzo 1787 Che nessun napoletano voglia allontanarsi dalla sua città, che i suoi poeti decantino con efficaci iperboli la sua felice posizione geografica, non deve essere motivo di disapprovazione, anche se vicino sorgesse qualche altro minaccioso Vesuvio. Qui ci si dimentica completamente di Roma. A confronto della posizione libera e aperta di Napoli, la capitale del mondo nella valle del Tevere risulta un vecchio convento in posizione infelice. Caserta, 16 marzo 1787 Napoli è un paradiso; ognuno vive in una sorta di ebbro compiacimento. È capitato anche a me e quasi non mi riconosco più, ho l’impressione di essere un altro uomo. Ieri mi chiedevo: «O sei stato folle fin ora, oppure lo sei adesso». weiss ich doch auch, wie schlecht es sich in solcher Atmosphäre Atem holt. Übrigens war der Berg ganz still. Weder Flamme, noch Brausen, noch Steinwurf, wie er doch die ganze Zeit her trieb. Ich habe ihn nun rekognosziert, um ihn förmlich, sobald das Wetter gut werden will, zu belagern. Die Laven, die ich fand, waren mir meist bekannte Gegenstände. Ein Phänomen habʼ ich aber entdeckt, das mir sehr merkwürdig schien und das ich näher untersuchen, nach welchem ich mich bei Kennern und Sammlern erkundigen will. Es ist eine tropfsteinförmige Bekleidung einer vulkanischen Esse, die ehemals zugewölbt “war, jetzt aber aufgeschlagen ist und aus dem alten, nun ausgefüllten Krater herausragt. Dieses feste, grauliche, tropfsteinförmige Gestein scheint mir durch Sublimation der allerfeinsten vulkanischen Ausdünstungen ohne Mitwirkung von Feuchtigkeit und ohne Schmelzung gebildet worden zu sein; es gibt zu weitern Gedanken Gelegenheit. Heute, den dritten März, ist der Himmel bedeckt und ein Scirocco weht. Sehr gemischte Menschen, schöne Pferde und wunderliche Fische habe ich hier übrigens schon genug gesehn. Von der Lage der Stadt und ihren Herrlichkeiten, die so oft beschrieben und belobt sind, kein Wort. »Vedi Napoli e poi muori!« sagen sie hier. »Siehe Neapel und stirb!« Neapel, den 3. März Dass kein Neapolitaner von seiner Stadt weichen will, dass ihre Dichter von der Glückseligkeit der hiesigen Lage in gewaltigen Hyperbeln singen, ist ihnen nicht zu verdenken, und wenn auch noch ein paar Vesuve in der Nachbarschaft stünden. Man mag sich hier an Rom gar nicht zurückerinnern; gegen die hiesige freie Lage kommt einem die Hauptstadt der Welt im Tibergrunde wie ein altes, übelplaciertes Kloster vor. Caserta. del 16. März 1787 Neapel ist ein Paradies, jedermann lebt in einer Art von trunkner Selbstvergessenheit. Mir geht es ebenso, ich erkenne mich kaum, ich scheine mir ein ganz anderer Mensch. Gestern dachtʼ ich: «Entweder du warst sonst toll, oder du bist es jetzt». La Rassegna dʼIschia 2/2006 25 Venerdì, 30 marzo All’alba ci siamo ritrovati tra Ischia e Capri, forse ad un miglio da quest’ultima, quando il sole si presentò maestoso dietro le rocce di Capri e Capo Minerva. Il Kniep ha disegnato con molta cura i contorni delle rive e delle isole coi loro diversi aspetti, approfittando anche della lentezza del tragitto. La nostra rotta proseguì con un vento debole. Verso le quattro, non fu più visibile il Vesuvio, al contrario si scorgevano ancora Capo Minerva ed Ischia, che verso sera scomparvero ugualmente alla nostra vista. Il sole avvolto dalle nubi si tuffò nel mare, in una scia tutta di bagliori purpurei, lunga parecchie miglia. Successivamente i nostri occhi non videro più terraferma; l’orizzonte era un circolo di acqua e rischiarava la notte un bel chiaro di luna. 16 maggio 1787 (…) Dal ponte di coperta con piacere vidi l’isola di Capri già a una discreta distanza e il nostro battello seguiva una rotta tale da lasciarci sperare di entrare nel golfo: ciò che in realtà avvenne poco dopo. Così abbiamo avuto la soddisfazione, dopo una notte di disagi, di ammirare in una luce diversa gli stessi oggetti che la notte prima ci avevano affascinati. Ben presto lasciammo dietro di noi quella pericolosa isola di scogli. Ieri avevamo ammirato da lontano il fianco destro del golfo, così apparvero davanti a noi anche il castello e la città, quindi Posillipo a sinistra, con le varie lingue di terra che si estendevano fino a Procida e Ischia. Tutto si svolgeva sul ponte, dove, in prima fila c’era un prete greco, molto entusiasta del suo Oriente, e che interrogato dagli abitanti del posto, tutti intenti a salutare con commovente slancio la loro bellissima terra, che cosa pensasse di Napoli al paragone di Costantinopoli, rispondeva molto pateticamente: «Anche questa è una città». Arrivammo in perfetto orario nel porto, brulicante di gente. Era il momento più frenetico della giornata. Appena i nostri bagagli e gli altri oggetti furono sbarcati e depositati sulla riva, subito due facchini se ne Freitag, den 30. März Bei Tagensanbruch fanden wir uns zwischen Ischia und Capri, ungefähr von letzterem eine Meile. Die Sonne ging hinter den Gebirgen von Capri und Capo Minerva herrlich auf. Kniep zeichnete fleissig die Umrisse der Küsten und Inseln und ihre verschiedenen Ansichten; die langsame Fahrt kam seiner Bemühung zustatten. Wir setzten mit schwachem und halbem Winde unsern Weg fort. Der Vesuv verlor sich gegen vier Uhr aus unsern Augen, als Capo Minerva und Ischia noch gesehen wurden. Auch diese verloren sich gegen Abend. Die Sonne ging unter ins Meer, begleitet von Wolken und einem langen, meilenweit reichenden Streifen, alles purpurglänzende Lichter. Auch dieses Phänomen zeichnete Kniep. Nun war kein Land mehr zu sehen, der Horizont ringsum ein Wasserkreis, die Nacht hell und schön der Mondschein . Montag, den 16. Mai 1787. [...] Vom Verdeck sah ich mit Vergnügen die Insel Capri in ziemlicher Entfernung zur Seite liegen und unser Schiff in solcher Richtung, dass wir hoffen konnten, in 26 La Rassegna dʼIschia 2/2006 den Golf hineinzufahren, welches denn auch bald geschah. Nun hatten wir die Freude, nach einer ausgestandenen harten Nacht dieselben Gegenstände, die uns abends vorher entzückt hatten, in entgegengesetztem Lichte zu bewundern. Bald liessen wir jene gefährliche Felseninsel hinter uns. Hatten wir gestern die rechte Seite des Golfs von weitem bewundert, so erschienen nun auch die Kastelle und die Stadt gerade vor uns, sodann links der Posilipo und die Erdzungen, die sich bis gegen Procida und Ischia erstreckten. Alles war auf dem Verdeck, voran ein für seinen Orient sehr eingenommener griechischer Priester, der den Landesbewohnern, die ihr herrliches Vaterland mit Entzücken begrüssten, auf ihre Frage, wie sich denn Neapel zu Konstantinopel verhalte, sehr pathetisch antwortete: »Anche questa è una città!« -»Auch dieses ist eine Stadt!« Wir langten zur rechten Zeit im Hafen an, umsummt von Menschen; es war der lebhafteste Augenblick des Tages. Kaum waren unsere Koffer und sonstigen Gerätschaften ausgeladen und standen am Ufer, als gleich zwei occuparono; appena accennammo che avremmo alloggiato a casa dei Moriconi, subito corsero coi bagagli come se portassero un bottino di guerra, tanto che non riuscivamo a seguirli nemmeno cogli occhi per le strade affollate e per la movimentata piazza. Kniepp aveva la cartella sotto il braccio, così avremmo salvato almeno i disegni, se quei facchini, meno onesti dei poveri diavoli napoletani, ci avessero portato via quello che la tempesta ci aveva risparmiato. folgen konnten. Kniep hatte das Portefeuille unter dem Arm, und wir hätten wenigstens die Zeichnungen gerettet, wenn jene Träger, weniger ehrlich als die neapolitanischen armen Teufel, uns um dasjenige gebracht hätten, was die Brandung verschont hatte. Lacco Ameno (da Kaden) Lastträger sich derselben bemächtigten, und kaum hatten wir ausgesprochen, dass wir bei Moriconi logieren würden, so liefen sie mit dieser Last wie mit einer Beute davon, so dass wir ihnen durch die menschenreichen Strassen und über den bewegten Platz nicht mit den Augen Jean Paul (1765-1825) Titan “... La terra dormiva... con due bracci cingeva il bel mare di Napoli, a destra, a Posillipo, era ricca di vigneti fiorenti sino alla riva, a sinistra teneva le città e abbracciava le sue onde e le sue navi, attraendole al suo seno. Come una sfinge la frastagliata Capri sorgeva tenebrosa all’orizzonte nell’acqua e sorvegliava la porta del golfo. Dietro la città fumava nell’etere il vulcano e a volte gli scintillii giocavano tra le stelle. Ora la luna affondava dietro gli olmi di Posillipo, la città si oscu- Jean Paul (1765-1825) - Titan „... Die Erde schlief... mit zwei Armen umfasste sie von Neapel aus das schöne Meer, auf ihrem Rechten, auf dem Posilipo, trug sie blühende Weinberge weit in die Wellen und auf dem Linken hielt sie Städte und um- spannte seine Wogen und seine Schiffe, und zog sie an ihre Brust heran. Wie eine Sphinx lag dunkel das zackige Capri am Horizont im Wasser und bewachte die Pforte des Golfs. Hinter der Stadt rauchte im Aether der Vulkan und zuweilen spielten Funken zwischen den Sternen. Jetzt sank der Mond hinter die Ulmen des Posilipo hinab, die Stadt verfinsterte sich, das Getöse der Nacht La Rassegna dʼIschia 2/2006 27 rava, il fragore della notte si smorzava, i pescatori scendevano a riva, spegnevano le loro fiaccole e si distendevano sulla rena, la terra sembrava addormentarsi e il mare svegliarsi. Un vento dalla costa sorrentina sollevava le tranquille onde - chiaramente brillava la falce di Sorrento irradiata dalla luna e dal mattino contemporaneamente come argentei campi - la colonna di fumo del Vesuvio si dissolveva, e dalla montagna di fuoco una lunga pura aurora si diffondeva sulla costa come su un mondo straniero… Ci siamo imbarcati, quando l’aurora accendeva le montagne, e la navicella spinta dal venticello mattutino scivolava veloce sul mare. Prima di aver doppiato il promontorio di Posillipo, il cratere del Vesuvio rigettò lentamente nel cielo il figlio incandescente, il sole, ed il mare e la terra s’infiammarono. La mezza cinta terrestre di Napoli con i suoi palazzi color dell’aurora, la sua piazza-mercato dalle navate oscillanti, il brulichio delle sue ville sulle montagne e sulla riva, ed il trono verdeggiante di Sant’Elmo, si prospettarono orgogliosi tra due monti davanti al mare. Dopo aver superato il promontorio di Posillipo, l’Epomeo d’Ischia apparve in lontananza come un gigante del mare, cinto da un bosco e con la bianca vetta spoglia. A poco a poco apparvero sulla piana smisurata le isole l’una accanto all’altra come paesi sparsi, e i promontori selvaggi penetravano e affondavano nel mare, ed ora il regno delle acque si manifestò più grande e più vivo della terra arida, desolata, squallida… Quando passammo davanti alla piccola Nisida, dove un tempo Bruto e Catone dopo la morte di Cesare cercarono rifugio, - quando navigammo davanti all’affascinante Baia e al magico Castello, dove tre romani decisero un tempo la spartizione del mondo, e davanti a tutto il promontorio, dove sorgevano le ville dei grandi benestanti romani, e quando scorgemmo la montagna di Cuma, dietro la quale nella sua Literno visse e morì Scipione l’Africano: la nobile vita degli antichi Grandi mi commosse fortemente… Gioventù e rovine, il passato crollato e l’eterna esuberanza dell’esistenza coprivano il lido di Miseno e l’estesa costa, - sulle urne infrante di verklang, Fischer stiegen aus, löschten ihre Fackeln und legten sich ans Ufer, die Erde schien zu träumen, das Meer aufzuwachen. Ein Wind von der Sorrentinischen Küste trieb die stillen Wellen auf - heller schimmerte Sorrentos Sichel vom Monde bestrahlt und vom Morgen zugleich wie silberne Fluren - Vesuvʼs Rauchsäule wurde abgeweht, und vom Feuerberge zog sich eine lange reine Morgenröthe über die Küste hinauf, wie über eine fremde Welt... wir stiegen ein, als die Morgenröthe die Gebirge entzündete, und getrieben von Morgenlüftchen flog das Schiffchen ins Meer hinaus. Ehe wir noch um das Vorgebirge des Posilip herumschifften, warf der Krater des Vesuv den glühenden Sohn, die Sonne, langsam in den Himmel, und Meer und Erde entbrannten. Neapels halber Erdgürtel mit morgenrothen Palästen, sein Marktplatz von flatternden Schiffen, das Gewimmel seiner Landhäuser an den Bergen und am Ufer hinauf, und sein grünender Thron von St. Elmo standen stolz zwischen zwei Bergen vor dem Meere. Da wir um den Posilipo kamen, stand Ischias Epomeo wie ein Riese des Meeres in der Ferne, mit einem Wald 28 La Rassegna dʼIschia 2/2006 umgürtet und mit kahlem, weissem Haupt. Allmälig erschienen auf der unermesslichen Ebene die Inseln nacheinander wie zerstreute Dörfer, und wild drangen und wateten die Vorgebirge in das Meer, und nun that sich gewaltiger und lebendiger als das vertrocknete, vereinzelte starre Land, das Wasserreich auf... Als wir vor dem kleinen Nisida vorbeikamen, wo einst Brutus und Cato nach Cäsars Tod Schutzwehr suchten, - als wir vor dem zauberischen Baja und dem Zauberschlosse, wo einst drei Römer die Theilung der Welt beschlossen und vor dem ganzen Vorgebirge vorübergingen, wo die Landhäuser der grossen Römer standen, und als wir nach dem Berge von Cuma hinabsahen, hinter welchem Scipio Africanus in seinem Liternum lebte und starb: so ergriff mich das hohe Leben der alten Grossen gewaltig... Jugend und Ruinen, einstürzende Vergangenheit und ewige Lebensfülle bedeckten das misenische Gestade und die ganze unabsehliche Küste, - an die zerbrochenen Aschenkrüge todter Götter, an die zerstückten Tempel Merkurs, Dianens, spielte die fröhliche leichte Welle divinità morte, sui templi diruti di Mercurio e di Diana, giocavano l’onda leggera gioiosa ed il sole eterno, - antichi solitari pilastri di ponti nel mare, solitarie colonne di tempio e archi erano le tracce di un passato ricco di gloria e di opulenza - gli antichi nomi sacri dei Campi Elisi, dell’Averno, del Mar Morto abitavano ancora sulla costa, - e rovine di rocce e di templi giacevano le une sotto l’altre sulla lava colorata, - tutto rifioriva e riviveva, la ragazza ed i navigatori cantavano, le montagne e le isole emergevano nel nuovo fiammeggiante giorno, - i delfini giocavano accanto a noi, - le allodole canore svolazzavano vorticosamente nell’aria sulle isole per loro piccole - e da tutte le parti dell’orizzonte venivano le navi volando via come veloci frecce. Era davanti a me la divina esuberanza e la varietà del mondo, le corde vibranti della vita erano tese sul ponticello di corda del Vesuvio e di Posillipo fino all’Epomeo... Dopo qualche tempo arrivammo ad una lunga terra, esposta a nord, per così dire il piede di un’unica montagna: era ormai la graziosa Ischia, ed io sbarcai ebbro di felicità”. und die ewige Sonne - alte einsame Brückenpfeiler im Meer, einsame Tempelsäulen und Bogen sprachen im üppigen Lebensglanze das ernste Wort - die alten heiligen Namen der elysäischen Felder, des Avernus, des todten Meeres wohnten noch auf der Küste - Felsen- und Tempeltrümmer lagen untereinander auf der bunten Lava - Alles blühte und lebte, das Mädchen und die Schiffer sanken - die Berge und die Inseln standen gross im jungen feurigen Tage - Delphine zogen spielend neben uns - singende Lerchen wirbelten sich im Aether über ihre engen Kaden Woldemar L’Isola d’Ischia nei suoi aspetti naturali, topografici e storici del passato e del presente, 1883 Inseln hinaus - und aus allen Enden des Horizonts kamen Schiffe bergauf und flogen pfeilschnell dahin. Es war die göttliche Ueberfülle und Vermischung der Welt vor mir, brausende Saiten des Lebens waren über den Saitensteg des Vesuv und Posilipo herüber bis an den Epomeo gespannt ... Nach einiger Zeit kamen wir an ein langes, den Norden verschlingendes Land, gleichsam der Fuss eines einzigen Berges, es war schon das holde Ischia, und ich stieg seligtrunken aus Ed ecco che emerge, solenne e possente dalle onde blu del mar Tirreno - noi la salutiamo pervasi dalla gioia ed emozionati - la fiera Ischia! Diventa sempre più alta, manifesta sempre più le sue forme, finché svetta nella superba cima dell’Epomeo che guarda in lontananza nell’aria azzurra. Una piramide regale, eretta dall’eternità per l’eternità in mezzo allo sconfinato deserto del mare, ai piedi cinta da oasi innumerevoli, da oasi felici, abitata da gente felice, così l’isola ci volge il suo saluto: una promessa di gioia! E un turista tedesco come non dovrebbe lasciarsi rapire dalla gioia, lui, il più sensibile di tutti, se già prima centinaia di poeti provarono le stesse sensazioni, centinaia di poeti da Virgilio ad Alfred de Musset, per Kaden Woldemar (1838- Die Insel Ischia in Natur-,Sitten- und Geschichts Bildern aus Vergangenheit und Gegenwart, Luzern, 1883 Und dort steigt es auf, stolz und mächtig aus den blauen Wogen des tyrrhenischen Meeres - wir grussen es freudig erregt! - das stolze Ischia! Höher und höher steigt es, immer fester schliesst es seine Formen zusammen, bis es in dem stolzen Haupte des weithinschauenden Epomeo in dem blauen Aether gipfelt. Eine königliche Piramide, vor Ewigkeiten für die Ewigkeit gebaut, mitten in der en- dlosen Wüste des Meereʼs, den Fuss gegürtet von Oasen ohne Zahl, von glücklichen Oasen, von glücklichen Menschen bewohnt, so grüsst die Insel zu uns herüber: eine Verheissung der Freude! Und wie sollte der deutsche Tourist sich nicht zur Freude hinreissen lassen, er, der empfänglichste von Allen, wenn dies vor ihm hundert Dichtern doch ganz gleich ergangen, hundert Dichtern von Virgil an bis Alfred de Musset, von den neuesten ganz zu schweigen! Die Insel hat bis jetzt noch jeden, der ihr sich nahete, sympathiLa Rassegna dʼIschia 2/2006 29 non parlare dei più recenti! L’isola sinora ha suscitato simpatia in tutti quelli che le si sono avvicinati ed è noto che la simpatia vale più della bellezza, ma Ischia è anche bella. Impressionante è la vista dell’isola, a breve distanza, dal mare. Vediamo le coste molto frastagliate cinte da neri blocchi di lava, sui quali scivola e spumeggia il mare con scrosciante sospiro; poi la spiaggia si protende fra erte rupi, ma viene subito “sequestrata” dalla più lussureggiante vegetazione, là dove essa vuole estendersi sulla dolce superficie alle falde dei monti; la rigogliosa ginestra, amica del suolo vulcanico, costituisce il suo aureo ornamento. Ma l’intera larghezza della costa fino a metà del fianco del Monte Epomeo, che si trova quasi esattamente al centro dell’isola, è un variopinto giardino. Al chiarore del sole si distinguono chiaramente le forme e i generi dei singoli alberi. L’albero di Minerva, l’ulivo luccicante di argento, si congiunge alla vite più scura nel regno lussureggiante, tra cui emergono qua e là gli alberi caratteristici del paesaggio italiano: il cipresso, il pino e tutte le gradazioni del verde formano un’incantevole armonia col suolo di tufo marrone chiaro. Ma quello che il vento con le sue agili ali soffia dalla campagna non è l’alito stigio di un grave passato, è il profumo di erbe e di fiori lussureggianti, che si mescola col fresco odore dell’acqua marina, e alla vita più recente servono anche le piccole località, gli agglomerati di case, le ville dall’aspetto così ospitale, locande ed alberghi che si aggrappano alle pendici dei monti, e solo ai più sontuosi riesce di emergere dal verde che tende ad elevarsi sempre di più al cielo. Giacché sulle cime degli olmi e dei pioppi si arrampica la vite, le rose formano delle alte siepi, alberi di fico, ciliegio e melograno prosperano dispensatori di ombra; alberi di arancio e limone si stringono gli uni agli altri in maniera così affettuosa che il sole riesce a stento a penetrare sino ai frutti sparsi sul terreno. Ischia è l’isola della frutta per eccellenza. Io vorrei, io potrei offrire su una tavola imbandita una cesta di frutta cresciuta in questi giardini e in aggiunta il vino di Ischia. Come riuscirebbero gradite le gustose mele di sch angemuthet und Sympathie ist bekanntlich mehr als Schönheit, aber Ischia ist auch schön. Ueberwältigend ist der Blick auf das Eiland in einiger Entfernung vom Meer aus. Wir sehen die reichgegliederte Küste von schwarzen Lavablöcken gegürtet, über welche die weissschäumende Brandung mit rauschendem Athem gleitet; dann steigt der Strand in dunkeln schroffen Klippen empor; wird aber da, wo er sich zur sanft bergangelehnten Fläche ausdehnen will, sofort von der lieblichsten Vegetation in Beschlag genommen; seinen Goldschmuck bildet der reichblühende Ginster, der Freund vulkanischen Bodens. Die ganze Breite aber von der Küste an bis über die Mitte der Schenkel des Monte Epomeo, der fast genau in dem Centrum der Insel steht, ist ein lustiger Garten. Im hellen Sonnenschein unterscheidet man deutlich die einzelnen Baumformen und Arten. Der Baum Minervens, der silberglänzende Oelbaum, theilt sich mit der dunkleren Rebe in das fruchtprangende Reich, dazwischen ragen hier und da die charakteristischen Bäume italienischer Landschaft: die Cypresse, die Pinie; und all das vielfach abgestufte Grün bildet eine rei- zende Farbenharmonie mit dem lichtbraunen Tuffboden. Was uns aber der Wind auf seinen muntern Flügeln beständig vom Lande herüberweht, ist nicht der stygische Hauch ernster Vergangenheit, es ist der Duft lebendiger Kräuter und Blumen, der sich mit dem frischen Geruche des Meerwassers vermischt und gegenwärtigstem Leben dienen auch, die kleinen Oertchen, die Häusergruppen, die gastlich grüssenden Villen, Gasthäuser und Hotels, die die Berghänge hinansteigen und unter denen es nur den vornehmsten gelingt, aus dem hochstrebenden Grün aufzutauchen. Denn über die Wipfel der Ulmen und Pappeln klettert der Wein, die Rosen bilden hohe Hecken, zu breitschattender Fülle entwickeln sich Feigen-, Kirschund Granatenbäume; Orangen und Limonen schmiegen sich so vertraulich dicht ineinander, dass die Sonne kaum zu den Bodenfrüchten dringen kann. Ischia ist die Fruchtinsel par excellence. Ich wollte, ich könnte Ihnen einen Korb Früchte, in diesen Gärten gebrochen, zu einer Festtafel liefern, und den Ischiawein dazu. Wie würden sie Ihnen munden die würzigen Aepfel Casamicciola (da Kaden) Testaccio, una frazione di Barano, l’«Amareno» e il «Corvino», le torte di ciliegio di Moropano, un’altra frazione di quel Comune, apprezzate a Napoli. Ci si stupirebbe della notevole grandezza delle pesche, delle albicocche e delle susine della cittadina di Ischia, della dolcezza degli agrumi di Lacco e di Forio. I frutti del fico d’India, che cresce sul Monte di Vico in un bosco impenetrabile, li considero una cosa originale, degna di nota, sono il pasto preferito del popolo. E i grappoli di uva e il vino! Dove potrebbero crescere in maniera più rigogliosa se non in un luogo dove li nutre direttamente il sangue del cuore della terra? Sul suolo eroso dall’antico vulcano con latente vulcanicità, testimoniata dalle numerose sorgenti termali. L’uva bianca dell’isola, che viene coltivata in minima parte anche nera, dà un vino particolare che, in mani più esperte, potrebbe misurarsi sotto ogni aspetto con il vino del Reno. Il più richiesto è il vino di Serrara, come quello di Forio, color ambra, abboccato, gradevole, soprattutto quello di Montecorvo che è il re dei vini. La base di questo vino bianco di Forio è l’uva che il vignaiolo qui chiama «Biancolella», lui la mescola con la «Capolese» e la «Verdesca»; oltre a questi il popolo distingue ancora l’uva Sorbigno, Codacavallo e Greco e Latino che forse ricordano i primi e più antichi contadini dell’isola: greci e romani. Così possiamo deliziarci dei frutti e del vino e a ciò si aggiunge il Testaccio, einer Fraktion Baranos, die „Amareno” und „Corvine”, die in Neapel vielbegehrten Kirschensorten vom Moropano, einer andern Fraktion jener Gemeinde. Staunen würden Sie über die gewaltige Grösse der Pfirsiche und Aprikosen und Pflaumen des Städtchens Ischia, über die Süsse der „Agrumi” von Lacco und Forio. Die Früchte des Opuntienkaktus, der auf dem Monte-di- Vico in einem undurchdringlichen Wald zusammen wächst, lege ich der Merkwürdigkeit wegen bei, sie sind eine Lieblingsspeise des Volkes. Und die Trauben und der Wein! Wo sollten sie üppiger gedeihen, als wo sie das unmittelbare Blut des Erdherzens nährt? auf verwittertem antikvulkanischem Boden mit latenter Vulkanicität, wovon die zahlreichen Thermalquellen zeugen. Die weisse Traube der Insel, die blaue wird in geringer Menge kultivirt, giebt einen eigenartigen Wein, der, wenn er in geschicktere Hände geriethe, sich in jeder Beziehung mit dem Rheinwein messen könnte. Am meisten gesucht ist der von Serrara, wie der von Forio, er ist von leichter Bernsteinfarbe, lieblich und angenehm zu trinken, besonders der von dem Hügel Montecorvo, der die Krone über alle davon trägt. Die Basis dieses weissen Forio-Weines ist die Traube, welche der Winzer hier „Biancolella” nennt, er mischt sie mit der „Capolese” und der „Verdesca”; ausser diesen unterscheidet das Volk noch die Trauben Sorbigno, Coda-cavallo (Pferdeschwanz), und „Greco” und „Latino”, was vielleicht an die ersten und ältesten Weinbauern der Insel erinnert: Griechen und Römer. mare generoso con il suo ricco bottino strappato ogni giorno in abbondanza. Quante leccornie ci consegna l’inesauribile pescheria. Su tutta l’isola ci sono grandi quantità di gustose alici e sarde, spesso viene pescato anche il pescespada. Alla Marina di Forio si trovano i delicati cefali, occhiate, spigole, e triglie note già ai romani buongustai come ghiottonerie. Ancora a Forio in un posto chiamato Camerata si pescano preziose cernie, dentici e ronchi. Con questi l’elenco dei pesci di Ischia non è ancora esaurito, occorre annoverare anche il merluzzo, il lacerto, il rotunno, il sauro e a Citara, una frazione di Forio, i grandi calamari, a Lacco Ameno i tonni preferiti dal popolo e pescati in grandi reti che abbiamo visto stendere per quasi tutto l’anno a Ischia e vicino alla «Pietra della Triglia». C’è quindi una sufficiente quantità di cibo per i nostri gusti e i nostri stomaci, anzi l’isola offre un’inesauribile abbondanza di prodotti della terra e lo constatiamo sia quando attraversiamo l’isola a piedi, sia quando lo facciamo a dorso d’asino o su quei carri a due posti tirati da quegli agili cavallucci e altrettanto svelti asinelli accompagnati dagli instancabili «ciucciari», servizievoli e chiacchieroni. Durante queste escursioni si ha l’occasione di conoscere la popolazione e, se si vuole - ne vale la pena -, di studiarla e certamente affezionarsi ad essa. Non si può negare l’antica origine greco-romana; questa è impressa su molti volti, nei loro dialetti, nei loro particolari usi e costumi. A prescindere dalla Marina e dai quartieri più esposti al movimento turistico, dobbiamo assolutamente visitare le località alte dell’isola, come Campagnano, Piejo, Barano, Moropano, Fontana, Serrara e altre. La gente di là mostra lineamenti marcati, in particolare hanno il naso e il mento dal fine taglio greco e i grandi occhi profondi guardano con l’espressione di una lieve malinconia, come riscontriamo su certi busti dell’antichità. Il colore scuro della pelle sembra essere una caratteristica della stirpe, perché in questo gli Ischioti si distinguono nettamente dagli abitanti vicini della terraferma, benché vivano sotto lo stesso clima, con uguali occupazioni, esposti allo stesso sole. In Früchten und Wein also können wir schwelgen und dazu kommt das reiche Meer mit seiner ihm täglich frisch und in reicher Fülle abgerungenen Beute. Wie viele Leckerbissen liefert uns das unerschöpfliche Magazin. Rings um die Insel her giebt es in Fülle die feinen Sardinen und Sardellen, ebenso häufig wird der Schwertfisch gefangen. An der Marine von Forio finden sich die delikaten „Cefali”, „Occhiati”, „Spinole” und „Triglie”, den feinschmeckenden Römern schon als Delikatesse bekannt; ebendort, an einem Orte „Camerata” genannt, fischt man die kostbaren „Cernio”, „Dentici” und „Ronchi”. Damit ist aber das Register des Fischers von Ischia noch lange nicht erschöpft, es verzeichnet ausserdem noch den Kabeljau, den „Lacerto”, den „Rotunno”, den „Sauro”, und, bei Cetara, einer Fraktion von Forio, die grossen Tintenfische, bei Lacco Ameno den allerdings mehr beim Volke beliebten Thunfisch, der in grossen Netzen gefangen wird, die wir fast das ganze Jahr hindurch bei Ischia und an der „Pietra della Triglia” ausliegen sehen. Ist so in ausreichender Menge für unsere Zunge, wie für unsern Magen gesorgt, so bietet die Insel an landschaftlichen Genüssen eine unerschöpfliche Fülle, ob wir 32 La Rassegna dʼIschia 2/2006 dieselben zu Fuss, zu Esel oder in jenen kleinen zweisitzigen Karren machen, die von den kleinen muntern Pferdchen und ebenso muntern Eseln gezogen, von den unermüdlich schwatzenden dienstfertigen „Ciucciari” begleitet werden. Auf diesen Wanderungen haben Sie auch Gelegenheit, das Volk kennen zu lernen, es, wenn Sie wollen - und es verlohnt sich der Mühe - zu studieren, wobei Sie dasselbe ohne Zweifel lieb gewinnen werden. Es kann seine antik griechisch-römische Abstammung nicht verleugnen; diese prägt sich aus auf vielen Gesichtern, in ihrem Dialekt, in ihren eigenartigen Sitten und Gebräuchen. Dazu müssen wir jedoch die von der Marine und den dem Fremdenverkehr am meisten ausgesetzten Quartieren absehen, müssen wir die höhergelegenen; Ortschaften aufsuchen, wie Campagnano, Piejo, Barano, Moropano, Fontana, Serrara und andre. Die Menschen dort zeigen gross angelegte Züge, besonders haben die Käse, das Kinn den feine griechischen Schnitt und die grossen tiefliegenden Augen blicken meist mit dem Ausdrucke sanfter Schwermuth, wie es uns auf manchen antiken Büsten begegnet. Die dunkle Hautfarbe scheint eine Stammeseigenthümlichkeit zu sein, denn durch sie unterscheiden sich die Ischioten I Napoletani della città, per i quali molti si sono formati un giudizio generico sulle popolazioni del Sud, non sono presi in considerazione in questa occasione, poiché là il cambio delle nazionalità ha cancellato già da tempo l’originalità delle forme del corpo e del viso. Fra le donne e le ragazze delle citate località si trovano delle vere bellezze e delle figure regali, ma esse sfioriscono presto perché sono per lo più bestie da soma per i mariti e nessuno si cura di esse. Due terzi della popolazione sono contadini, il resto pescatori, navigatori e, una piccola parte in via di estinzione, artigiani. Le donne sbrigano le faccende domestiche e aiutano gli uomini nei continui lavori di campagna. Quelle anziane filano la canapa, tessono tele grezze, tappeti, le giovani intrecciano paglia e ad ognuno, che sia stato ad Ischia anche soltanto una giornata, restano impressi nella mente i graziosi canestri variopinti, i ventagli e i cappelli che vengono offerti in vendita negli alberghi e davanti ai caffé. Il loro abbigliamento festivo è il «corpetto», il busto orlato ai fianchi con frange dorate; nella maniera in cui avvolgono il foulard intorno alle trecce nere, in modo che le estremità cadano con grazia sulla schiena, sono maestre, mostrano che, malgrado la vezzosa ingenuità, ne capiscono anche di civetteria. Sarà difficile, però, intrattenersi con loro anche per chi ha imparato l’italiano con un maestro fiorentino, con le migliori grammatiche e con metodi efficaci, perché tutte parlano nel dialetto più oscuro, mescolato con una gran quantità di lemmi antichi, greci, latini, spagnoli e di altri sostrati linguistici. L’isola è divisa in sette comuni e si possono distinguere sette dialetti. Si capiscono più facilmente i dialetti di Lacco Ameno, di Casamicciola o di Ischia, cioè le località sul lato settentrionale, aperto, frequentato, dell’isola. Sul lato meridionale e nelle località di contadini situate in alto anche l’italiano dell’Italia centrale si sente perduto, qui viene offerto un lessico ignoto. Sono note quattro motivazioni per cui un popolo crea un suo proprio dialetto: imitazione involontaria, bisogno o necessità, comodità e capriccio. E a Ischia, come altrove, abbiamo occupazioni militari mutevoli, le colonie, le alleanze, il commercio, i viaggi e via dicendo. ganz wesentlich von den benachbarten Seeanwohnern, die doch unter gleichem Klima in gleicher Beschäftigung, derselben Sonne ausgesetzt, leben. Die Stadt-Neapolitaner, nach denen viele sich ihr Urtheil über des Südens Volk gebildet haben, kommen hierbei nicht in Betracht, denn dort hat der Wechsel der Nationalitäten die Originalität der Körper- und Gesichtsformen schon längst verwischt. Unter den Frauen und Mädchen der genannten Orte finden sich wirkliche Schönheiten und königliche Gestalten, sie verblühen aber rasch, da sie meist die Lastthiere der Männer sind und gar keiner Pflege gemessen. Zwei Drittel der Bevölkerung sind Weinbauern, der Rest Fischer, Schiffer und - ein verschwindend kleiner Theil Handwerker. Die Frauen verrichten alle Hausarbeiten und helfen dem Manne bei den unausgesetzten Arbeiten in der Campagna. Die Aelteren spinnen Hanf, weben grobe Leinwand, Teppiche, die kleineren Mädchen flechten Stroh, und Jedem, der nur einen Tag auf Ischia war, sind die zierlichen bunten Körbchen, Fächer und Hüte, die in den Hotels und vor den Cafes feilgeboten werden, in der Erinnerung geblieben. Ihre Festtracht ist das „Corpetto”, die Büste, von scharlachrother Seite mit Goldfransen besetzt; in der Weise, wie sie das buntfarbige seidene Kopftuch um die dunkeln Zöpfe winden, so dass die beiden Enden zierlich auf den Rücken hinabfallen, sind sie Meisterinnen, hier zeigen sie, dass sie trotz aller reizenden Naivität sich auch auf Koketterie verstellen. Mit ihnen zu verkehren wird freilich schwer fallen, selbst dem, der sein Italienisch bei einem florentiner Maestro und nach der besten Grammatik und Methode gelernt hat, denn sie sprechen alle im dunkelsten Dialekt, der mit einer Menge antiker, griechischer, lateinischer, spanischer und anderer Sprachreste gemischt ist. Die Insel wird in sieben Gemeinden getheilt und sieben Dialekte vermag man zu unterscheiden. Am leichtesten zu verstehen sind die von Lacco Ameno, von Casamicciola und Ischia, also die der Orte an der offenen, und darum frequentirtesten Nordseite der Insel. An der Südseite und in den hochgelegenen bäuerlichen Ortschaften fühlt sich auch der Italiener Mittelitaliens verloren, hier gebietet ein unbekanntes Vokabular. Bekanntlich giebt man vier Gründe dafür an, dass ein Volk seinen eigenen Dialekt herausbildet: unfreiwillige Nachahmung, Bedürfniss oder Noth, Bequemlichkeit und - Laune. Und da haben wir auf Ischia, wie anderwärts, die wechselnden militärischen Besatzungen, die Colonien, die Allianzen, den Handel, die Reisen u. s. w.. La Rassegna dʼIschia 2/2006 33 Elementi vegetazionali e fitosociologici che caratterizzano il territorio di Forio * di Francesco Mattera II Le aree di interesse naturalistico-ambientale Zone Boschive climax a leccio, roverella, o miste di leccio e roverella con penetrazioni di macchia mediterranea Alcune di tali comunità vegetali, aventi più il valore di relitti vegetazionali che di veri e propri boschi, le ritroviamo nella zona meridionale del territorio di Forio, e precisamente nel circondario agricolo di Panza, in località Scannella e Cima fino al limitare del civico cimitero, al limitare della vicina piana di Campotese e poco oltre in località Citrunia in una zona calanchiva che si protende fin quasi al mare. Altrove, sul promontorio di Marecoco, a Zaro, sulla dorsale ripida di Punta Imperatore che si affaccia a Nord sulla baia di Citara, vi sono altre zone piuttosto estese che sono connotate da tale tipo di ecosistema. Come anche sulle pendici ripide alte dellʼEpomeo ai margini dei castagneti della Falanga e di Pennanova che pure in parte ne risultano compenetrati, con accenno di arretramento della fustaia castanile. Lʼelevato valore naturalistico e paesaggistico di queste zone impone certamente lʼadozione di precise misure protezionistiche volte soprattutto a conservare e incrementare la biodiversità vegetale e animale. Fondamentale tuttavia è la previsione di adeguate misure di presidio territoriale per la prevenzione dei disastrosi incendi estivi che, spesso innescati negli incolti e nei terreni abbandonati dallʼagricoltura, si propagano velocemente in queste aree boschive naturali producendo danni difficilmente valutabili. Oltre alla pura e semplice guardiania, si rileva fondamentale un costante lavoro di governo del sottobosco di pulizia della rete dei sentieri, di eliminazione periodica di roveti ed alla creazione di fasce tagliafuoco in zone particolarmente vulnerabili, ecc. Il tutto con interventi a basso o nullo impatto ambientale, con lʼutilizzo delle tecniche di selvicoltura ed ingegneria naturalistica più adatte al caso. Lʼadozione poi di tecniche moderne di monitoraggio rapido del territorio (telerilevamento satellitare, stazioni fisse computerizzate di rilevamento incendi collegate a reti telematiche, GPS, GIS, ecc.) * Note tratte dalla Carta dellʼuso agricolo e delle attività colturali in atto redatta dallʼagronomo dott. Francesco Mattera ([email protected]). 34 La Rassegna dʼIschia 2/2006 rappresenterebbero un traguardo importante per la migliore conservazione di tali importanti ecosistemi. Zone di elevato valore naturalistico per la presenza di comunità vegetali autoctone e/o nicchie ecologiche di grande interesse per la presenza di specie botaniche rare o rarissime Tutta la fascia costiera del lato meridionale di Forio, da Punta Chiarito, Sorgeto, e fino a Punta Imperatore, presenta unʼalternanza di praterie miste a frutici (Euphorbia dendroides, Ferula ferulago,ecc.), arbusti radi della macchia mediterranea (lentisco, alaterno, mirto), macchie di canneto (Arundo donax), gruppi anche piuttosto estesi di piante spontaneizzate (fico dʼIndia, agavi, ecc.), con lembi anche cospicui di macchia mediterranea piuttosto ricca di specie (roverella, leccio, erica, mirto, corbezzolo, filliree e, protesi nelle zone più battute dal vento e con suolo scheletrico, lapilloso, cisti, rosmarino, ginestra, ginestrino, cineraria marittima, ecc. Una zona particolarmente importante da questo punto di vista è senzaltro tutta la fascia alta e le pendici ripide meridionali ed occidentali di Punta Imperatore. La costa settentrionale, particolarmente di Punta Caruso e zone contermini, offre la stessa connotazione naturalistica, seppure ha sofferto molto della dissennata opera dellʼuomo. Nelle zone degli incolti e dei terrazzamenti ripidi abbandonati dallʼagricoltura che sovrastano la zona di Corbaro fino al limitare dei Frassitelli, di Pennanova fino alla Cava dello Scialicco, si ritrovano diverse fumarole, sedi endemiche di importanti stazioni di Cyperus polistachyus, pianticella rarissima di origine tropicale che in Europa cresce solo ad Ischia, vicino appunto alle zone con attività fumarolica in atto. Nel bosco della Falanga, nelle zone più umide e calanchive con banchi tufo cineritici affioranti, sembra vi siano stazioni delle felci rare Woodwardia radicans e Pteris longifolia. Zona degli incolti terrazzati su pendici molto ripide da sottoporre a particolari piani di difesa idrogeologica Si tratta di terreni un tempo coltivati a vite o a seminativo, ormai definitivamente abbandonati dallʼagricoltura per gli altissimi costi di coltivazione. Si rinvengono sulle pendici molto ripide dellʼEpomeo soprattutto sul versante nord-occidentale che affaccia direttamente sullʼabitato di Forio. Gli antichi terrazzamenti sono sostenuti ancora in gran parte dagli originari muri a secco. In assenza di coltivazione tale modello sistematorio rappresenta una valida difesa contro il rischio di erosione, sia quella idrica dovuta alle acque di pioggia ruscellanti, sia quella eolica. Il maggior consolidamen- to del suolo che deriva dal naturale inerbimento e dalla crescita di arbusti e piccoli alberi, per quanto sporadici, è esaltato dal notevole imbrigliamento prodotto dai muri in tufo verde dellʼEpomeo. Tuttavia, anche per la ricorrenza di devastanti incendi estivi ed autunnali, questi pendii molto ripidi possono convogliare verso valle cospicui volumi di terreno in occasione di intensi ed improvvisi temporali. Unʼadeguata copertura vegetale con piante arbustive ad apparato radicale profondo, scelte nel novero di quelle tipiche dei luoghi e con forte capacità di adattamento alle condizioni di suolo e di clima del posto, piantate direttamente sugli antichi terrazzamenti, anche con una disposizione a fasce specialmente lungo le direttrici normali alle linee di massima pendenza e, in generale nei siti con suoli più fragili, potrà senzʼaltro migliorare tale situazione di fragilità. Tra le specie più promettenti per tale funzione consigliamo il lentisco (Pistacia lentiscus L.); lʼolivastro o oleastro (Olea oleaster L.); il carrubo (Ceratonia siliqua L.); lʼalaterno (Rhamnus alaternus L.); il ciliegiolo (Prunus cerasifera L.), il pruno canino (Prunus mahaleb L.), la robinia (Robinia pseudoacacia); ecc. È ovvio che, laddove i vecchi muri a secco fossero franati o spanciati, sarebbe utile provvedere al loro rifacimento e consolidamento. Boschi e pinete di origine antropica Se si escludono i cedui castanili (ormai considerati ecosistemi naturali), nel Comune di Forio i boschi sono assolutamente sporadici e, per lo più, di piccole e piccolissime dimensioni. Il più importante è certa- La Rassegna dʼIschia 2/2006 35 mente lʼacaceto (Robinia pseudoacacia) che si estende al confine del Comune di Serrara Fontana in località Frassitelli, costituito nei primi anni ʻ50 per rimboschire una zona a forte rischio di erosione. Più che boschi e pinete veri e propri ritroviamo gruppi più o meno numerosi di pini domestici in località Baiola, sulla strada che conduce allʼacquedotto provinciale, messi a dimora qualche tempo addietro dallʼAmm.ne Provinciale di Napoli. Sporadici gruppi sempre di pino domestico sui primi contrafforti dellʼEpomeo tra le località Chignole e Pennanova, ecc. Specialmente per questi piccoli gruppi arborei, stante la loro innegabile funzione paesaggistica ed ambientale e, considerato il pericolo legato ad arbitrii da parte di privati o anche di pubbliche amministrazioni poco consapevoli della loro importanza, sarà dʼuopo approntare e formalizzare, nei modi e nei tempi opportuni, un adeguato schema normativo di protezione specifica. Caratterizzazione climatologica generale del Comune di Forio Il Comune di Forio occupa lʼintera fascia occidentale dellʼisola dʼIschia, con debole esposizione a settentrione (a confine con Lacco Ameno e Casamicciola Terme) ed a meridione (a confine con Serrara Fontana). Lʼemergenza vulcanico-tettonica del monte 36 La Rassegna dʼIschia 2/2006 Epomeo è lʼelemento principale che ne condiziona in misura preponderante lʼespressione dei fattori climatici fondamentali, oltre naturalmente alla posizione geografica, alla vicinanza del mare, ecc. In via generale il clima di Forio è classificabile come “Mediterraneo-caldo”, proprio della fascia fitoclimatica del Lauretum. Più specificatamente, secondo lo schema bioclimatico dʼItalia proposto da Tomaselli, Balduzzi e Filippello, il clima di Forio è individuabile in quello della Regione xeroterica, sottoregione termomediterranea, del clima Mediterraneo, con un periodo di aridità complessivo compreso tra 3 e 5 mesi, precipitazioni concentrate nel periodo tardo-autunnale ed invernale e media di circa 800 mm. annui. Non infrequenti sono tuttavia gli improvvisi acquazzoni primaverili ed estivi, seguiti da prolungati periodi siccitosi che con una periodicità di 4-5 anni, si spingono fino a durate di cinque/sei mesi consecutivi. In occasione delle precipitazioni più intense si rendono manifesti vistosi fenomeni erosivi dei suoli, soprattutto in quelle zone dove ai tradizionali terrazzamenti sostenuti da muri a secco si sono sostituiti disordinati insediamenti abitativi che hanno stravolto lʼoriginario equilibrio territoriale, con distruzione o profonda alterazione del reticolo idrografico secondario e delle antiche ed efficienti sistemazioni idrauliche agrarie. Il risultato più eclatante, seppure non a carattere catastrofico, è il sempre più frequente allagamento di strade e quartieri cittadini con copioso trasporto di fango e detriti terrosi. La temperatura non scende mai sottozero e rarissimamente si avvicina a questo limite, con medie estive diurne molto alte (intorno ai 27-30° C). I microclimi rinvenibili sono dovuti precipuamente ai fattori che governano lʼesposizione e la giacitura allʼinterno delle singole zone in cui caratteristicamente e idealmente si può dividere il territorio comunale. Rispetto agli altri comuni dellʼisola, Forio esibisce in tutte le stagioni gradienti termici sensibilmente più elevati, associati ad un minor grado di umidità e ad una maggiore radiazione solare. Queste condizioni influenzano grandemente sia lʼespressione fenotipica delle piante e dei popolamenti vegetali spontanei, sia lo sviluppo ed i risultati produttivi delle piante agrarie e delle coltivazioni ornamentali. Per quanto riguarda la coltura principale del comune, la vite da vino, tali condizioni, in uno alle peculiarità chimico-fisiche e strutturali dei terreni (terreni di buona fertilità naturale, ma generalmente poco profondi, con roccia madre in molti casi affiorante), hanno imposto, quasi naturalmente, forme di allevamento e potature di produzione completamente diverse dalle restanti plaghe viticole dellʼisola. Quindi impalcatura bassa dei ceppi e potature corte e con carico non eccessivo di gemme per sfuggire alle condizioni di aridità estiva dei suoli. Negli ultimi decenni, con lo sviluppo, in verità invasivo, del turismo e dellʼedilizia residenziale, le piante ornamentali che maggiormente si sono diffuse, perché assecondate dal clima temperato caldo, sono state piante tipicamente tropicali o sub-tropicali, quali Palmizi, Cycadee, Liliacee, Cactee, Musacee, ecc. e ciò ha favorito pure lʼaffermazione di attività florovivaistiche locali di un certo interesse. Per quanto riguarda i venti, nel periodo primaverile-estivo prevalgono le brezze marine che contribuiscono non poco a mitigare le punte massime di calura soprattutto estiva. Nel periodo autunnale ed invernale possono verificarsi anche venti molto impetuosi, associati o meno a fenomeni temporaleschi. I danni più cospicui si hanno quando questi fenomeni si verificano allʼinizio della primavera, nella fase di germogliamento della vite, con danni dovuti o alla bruciatura dei giovani germogli sotto lʼazione di venti freddi e/o salsi, o alla rottura degli stessi a seguito dei ripetuti scuotimenti cui vengono sottoposti. Altro periodo critico è quello pre-vendemmiale, con uva matura. I venti, specialmente sciroccali, spesso impattano violentemente e prolungatamente con i vigneti più esposti determinando una vistosa caduta di acini al suolo. La grandine, meteora non molto frequente, colpisce in maniera casuale, a volte bizzarra, i comprensori vitati del Comune determinando danni cospicui al raccolto pendente almeno unʼannata su quattro. *** Il territorio di Forio, pur avendo una matrice geopedogenetica abbastanza omogenea, esibisce tuttavia una certa diversità di suoli in ordine soprattutto alle caratteristiche di profondità del franco di coltivazione, di struttura, di permeabilità, di capacità idrica di campo, di resistenza allʼerosione... Ciò è del tutto naturale, se si pensa alla diversa gradazione delle attività antropiche a cui nel tempo sono soggiaciuti i terreni, al più o meno grande rimescolamento degli orizzonti superficiali a seguito delle opere di sistemazione idraulico-agrarie, dei sommovimenti a seguito di eventi naturali (alluvioni, erosioni canalizzate, frane e smottamenti) o artificiali (sbancamenti, estrazioni da cave e grotte di strati profondi con cospargimenti di superficie a scopo fertilizzante...). La conoscenza più o meno approfondita delle caratteristiche dei suoli ha unʼimportanza che travalica il puro aspetto scientifico, per ammantarsi in maniera eminente di risvolti pratici di sicuro valore, di cui il più immediato è senzʼaltro lʼindirizzo sicuro nella scelta delle colture agrarie, soprattutto in ordine alle possibili nuove introduzioni, alle riconversioni, alle estensioni di colture limitate in ambiti più estesi. Lʼindirizzo razionale nelle ordinarie pratiche di conduzione dei fondi agricoli (tipi, tempi e successioni delle lavorazioni del suolo, somministrazioni calibrate delle concimazioni, necessità irrigue di base delle colture...). Non secondario sembra lʼapporto delle conoscenze pedologiche nella difesa del suolo da fenomeni degenerativi, come ad esempio la prevenzione o lʼarresto delle erosioni mediante la ricostruzione o lʼarricchimento di idonei elementi vegetazionali, lʼadozione di tecniche di regimazione delle acque meteoriche compatibili con la natura e tipologia prevalente dei suoli... Come pure importante, tra le altre cose, è la conoscenza dei suoli in ordine alle necessità di ricostituzione o rinaturalizzazione di paesaggi per mezzo di rimboschimenti, creazione di siepi, costituzione di barriere vegetazionali con funzione mitigatrice del clima o per ridurre lʼincidenza dellʼerosione eolica, posizionamento in punti strategici di idonee opere di difesa artificiale o sistemazioni superficiali del suolo per la prevenzione di frane ed estesi sommovimenti di facies geopedologiche particolarmente vulnerabili. Francesco Mattera La Rassegna dʼIschia 2/2006 37 Tradizioni contadine La pietra del palmento (ʻa prèta lu palemiente) di Giuseppe Silvestri Prima del torchio attualmente in uso, probabilmente fin dagli anni 1930-40, la pigiatura dellʼuva si concludeva con lʼuso della pietra del palmento per ricavare le ultime gocce di mosto. Si trattava di un masso di tufo verde o di pietra lavica di circa 1 mc, generalmente scalpellato a forma cilindrica con foro orizzontale e altro corrispondente verso il centro in alto. La pigiatura (carcà) nel palmento terminava con il cosiddetto “murille” (muretto), cioè dopo che era stato più volte prelevato il mosto, facendolo scorrere nel palmento sottostante (di basso), lʼuva sempre più ridotta veniva ammucchiata con maestria da una persona addetta con colpi di forcone (cincurenza) ad una parete, mentre gli operai a piedi uniti ad ogni passo, procedendo lateralmente, formavano appunto un mucchio di raspi. bucce e semi della larghezza di circa un metro ed a forma di muro. La “munaccia” (così era detto il residuo dellʼuva pigiata) rimaneva per alcune ore o per una nottata, perché continuasse a prosciugarsi. In seguito, finalmente, si procedeva allʼultima operazione con lʼuso della pietra del palmento. Secondo le testimonianze recepite cʼerano due sistemi. Alcuni contadini, posta sul mucchio di “munaccia” una base di tavole, vi adagiavano sopra la pietra che con il suo peso faceva sgorgare lʼultimo liquore. Per sollevarla si servivano di paletti di legno e di funi che passavano attraverso anelli fissati nella volta del palmento. Secondo lʼaltro e più diffuso sistema, al centro del palmento veniva ammucchiata la “munaccia” e poi sulla sommità si poneva una serie di tavole su cui passava un robusto palo che aveva la sua sede di appoggio nella “fenestella” (pietra scolpita ed incassata nella parete del palmento; le fenestelle erano due, ad altezza diversa). Il palo era collegato alla pietra allʼesterno del palmento da una corda che, partendo da un asse posto nel buco orizzontale, raggiungeva un argano fissato sul palo stesso detto “mulanielle” che, azionato a mano, lentamente sollevava la pietra. Il palo in tal modo richiamato verso terra pressava le tavole poste sulla “munaccia”, da cui sgorgava lʼultimo mosto che veniva raccolto nel palmento di basso e poi distribuito nei carrati per dare colore e sapore al vino. La pietra si teneva in trazione per alcune ore. A Lacco Ameno era detta “ʼa prèta lu palemiente” e così anche negli altri Comuni dellʼisola e sia pure con qualche sfu- 38 La Rassegna dʼIschia 2/2006 matura diversa nelle altre isole campane e pontine. Il suo uso fu superato dal torchio che comparve già negli anni 1920-30, ma soltanto presso cantine importanti di possidenti; non tutti i contadini ebbero la possibilità di acquistarlo, perciò la pietra fu usata anche successivamente fino ad essere a mano a mano superata del tutto alla fine degli anni ʼ40. Oggi è ancora possibile vedere queste pietre presso vecchi cellai, ma soprattutto come pietre ornamentali nei giardini di moltissime ville dellʼisola e costituiscono una delle testimonianze più concrete per comprendere quanto fosse diffusa la viticoltura nellʼisola dʼIschia ed anche per capire quanto fosse ingegnoso e duro il lavoro dei nostri padri. Era un tempo in uso il detto foriano: “Sì na prèta ʻe palmiente”, per qualificare una persona pesante, prolissa, poco disponibile. *** Rassegna MOSTRE Museo del Mare - Ischia Ponte - Dal 12 aprile 2006 ROCCOTELLI Il mio viaggio a Ischia Ischia è il mio viaggio nellʼoasi di figure eccezionali o scorci di pensiero, che chiunque entri non può conoscere, non può capire. Ischia è un viaggio in ripide angolature murate nella medesima luce. Ischia è assaporare lʼodore di perle cristalline dʼacqua della brezza mattutina. Ischia è viaggio nelle tenebre dellʼestasi, che rapida si accende e muta in ebbrezza di erotiche sensazionali languide emozioni. Un enorme cuore di isola, che è fiore di immaginazione di un antico miraggio che fa cantare il mare e la lussureggiante vegetazione di profumati giardini, unʼenfasi di sapori mediterranei e di ardenti linfe. Non esiste assenza: la prorompente luminosità di un sole accecante timbra il colore, annienta le ombre, scava il particolare. La meraviglia dei limoneti in fiore o dallʼoro maturo vivifica al sole, che feconda e brucia, scava e sboccia; trasforma lʼisola nel suo splendore sulle balze del castello, delle case affiorate nelle rocce, sulle lucide pietre; ville che non sono fantasmi, ma vita; alberi dalle vecchie radici rinforzano, esternano in eterno. Riaffiorano i vecchi miti dellʼuomo di mare, forze misteriose di divinità permalose e caparbie, vere. È, oggi, il carattere dellʼuomo di oggi che potenzia, dellʼantenato con la più rinnovata carica di libido insaziabile ancora insaziata. Uomo di vita, che vive ed accoglie, sorride, soffre, anche alle vicissitudini, sa godere… Ischia è, il mio viaggio breve, ma lungo, pieno di questa cultura, assorbita, che, oggi in un istante, fermo in queste dieci tele dipinte con amore. A chi ripercorre, anche se con passo svelto, lʼesperienza creativa di Michele Roccotelli, non sfuggiranno due elementi centrali della sua poetica: il colore, sentito come sostanza pulsante, emotiva, cifra indelebile del suo modo di raccontare i viaggi dello sguardo, e il paesaggio. Questʼultimo non è la scena entro la quale lʼartista muove o agita la sua esistenza, tanto meno il referente di un territorio incontrato (attraversato) dal pittore, cioè dal viandante nelle terre delle immagini: il suo è un paesaggio nascosto che affiora sullo schermo della memoria, per- Il colore e il paesaggio due elementi centrali della poetica di Roccotelli di Massimo Bignardi ché spinto dai piccoli sussulti dellʼanima. Movimenti, sussulti che prevedono, o preannunziano, spostamenti, vale a dire lʼandare al di là o al di qua della superficie pittorica, quel tanto che ci permette di sentirci - noi che guardiamo - di volta in volta in un luogo conosciuto, in un “dove” che ha sempre le sembianze di un “giardino primigenio”, al quale aspiriamo di tornare. È una traccia che, come un fil rouge, connota gran parte del lavoro dellʼartista di Minervino Murge, almeno ne caratterizza gli ultimi venti anni, fatta eccezione di occasioni nelle quali Roccotelli lascia maggiore libertà al lirismo di un segno-gesto, ossia ad una nascosta necessità di scomLa Rassegna dʼIschia 2/2006 39 paginare ogni relazione con il dato configurativo, così come segnalano le tele esposte, nel 1992, in occasione della seconda mostra personale tenuta in Germania presso la Galerie Halbach di Celle. Una linea ben decisa che, sin dai lavori raccolti nel catalogo monografico apparso nel 1989, curato dalla Galleria Giorgio Ghelfi di Verona, giunge a quei “colori” di paesaggi dati a moʼ di pulviscolo, di atmosfera immaginifica che avvolge piccoli paesi che si ritagliano su facciate di cattedrali romaniche, oppure impagina sconosciute città sottratte al dizionario dei luoghi calviniani. Sono le impronte della sua terra, del suo humus, lasciate sulla superficie delle tele realizzate in questi ultimi due anni, in parte pubblicate nella monografia apparsa nel 2001, introdotte - insieme a quello di Dalmazio Ambrosioni - da un testo di Raffaele Nigro, acuto osservatore della realtà meridionale. Roccotelli ha avuto la capacità o, meglio, la fermezza di non tradire il “progetto” sul quale si è andata configurando la sua idea di paesaggio: lʼha fatto servendosi di registri appropriati, ovvero calibrati di volta in volta, attivando quello spostamento narrativo che consente di liberare, di svelare la vita, intesa - osserva Nigro - quale «luogo delle molteplicità riconoscibili, degli individui», cercando, al tempo stesso, di chiarire (avanzando una possibile risposta) il concetto di eternità, individuata come «il luogo del colore puro, dellʼunità o della totalità». Immediato balza il senso di luogo, che non ha nulla 40 La Rassegna dʼIschia 2/2006 di un punto definito da coordinate geografiche, di un luogo fisico, bensì proposto quale figura ideale, cioè postazione dalla quale guardare (svelare) quel tanto che manca al mondo per essere quadro, pensiero e, dunque, realtà, corpo, presenza nel mondo. Lʼinsistere sul luogo, oramai definitosi nella poetica dellʼartista pugliese come un vero e proprio topos, si delinea come una scelta di campo della pittura, vale a dire la necessità di considerare ancora questʼultima quale evidenza di una tensione inferiore: la definizione di topos è intesa da Roccotelli come risultante, ossia frutto di un intreccio tra storia e immagine. Un intreccio nel quale cerca una strada, una sorta di varco, di nuova proiezione che gli consente di riconsiderare, nellʼambito di una contemporaneità così rapida e distratta nel consumo di immagini, il valore di topoi vedutistici. Ecco che le due componenti centrali della sua esperienza creativa si fanno dettato - avrebbe detto Jung - di un improvviso sentimento di liberazione, riportando lʼattenzione, determinante ed univoca per il paesaggio, nella sfera di una origine antropologica, in pratica quale prelievo di un “resto arcaico”, ossia di un “archetipo”. È - per dirla in breve - il desiderio di ricucire il dialogo con un tempo interiore, con immagini di uno spazio non raffigurato o descritto, bensì avvertito sulla pelle, plasmato, respirato, annusato, cioè vissuto. Lo è anche per le esperienze marcatamente astratte, nelle quali la rinuncia alla suggestione del vedere fa posto allʼemotività narrativa del segno, allʼespressione (al sentimento) del colore che accende i piani, li traccia con astratte prospettive, trasformandoli in schermi di luce che, con la presenza della cartapesta, si solidificano, acquistano spessore, materia. È quanto attestano le opere del ricchissimo ciclo “Ecclesia Cathedralis in Urbe”, in parte eseguite fra il 2000 e il 2002: esse registrano un ulteriore movimento in avanti, sia per il recupero cosciente e coraggioso di impaginati pittorici propri della cultura artistica pugliese degli anni Cinquanta e Sessanta, in primis lʼesperienza di Raffaele Spizzico inscritta nella pagina, ancora oggi non ben definita, del naturalismo astratto, sia per la rinnovata vivacità della gamma cromatica, accesa, solare, ma, nel contempo, disposta ad accogliere tinte acide, industriali, sul filo estremo di richiami pop. Lʼesempio è offerto dai piatti fondali verdi, sui quali si stagliano le architetture raffigurate nel dittico Urbe in festa verde, del 2000, o anche dagli schermi, ansiosamente ripetuti (diversamente inclinati), che strutturano la parte centrale di Urbe con azzurro, del 2001. È quanto avviene anche di recente, come ad esempio in quei notturni che, se pur iterano una stessa inquadratura, registrano il variare di una luminosità lunare, resa maggiormente sognante dallʼesplosione dei gangli di colore, rosso, giallo, bianco, verde, posti al centro di ciascuna opera. Non diversa suo darsi come frammento, sia per i segni, le scritture, le figure, i motivi decorativi che, involontariamente, aprono strade allo sguardo dellʼartista. A tal proposito si vedano dipinti quali The scent of a rose garden e A woody carpet, entrambi del 2000. Lo è, infine, come sollecitazione iconografica, quando lʼartista sofferma la sua attenzione sulla figura, sul corpo proposto come territorio, geografia misteriosa del sentimento. Maternità è il titolo che ha dato a queste figure, per sottolineare un legame ancestrale, rivolto allʼorigine misteriosa della vita. Terra, madre, sono questi, in fondo, i temi che Roccotelli tende a cogliere nella metafora della pittura, in quel luogo ove cerca quel sentimento «che è - annotava Paloscia - naturale, istintivo». Dietro questi dipinti, ovvero al di là del quotidiano esercizio che lo spinge a confrontarsi con la “superficie” della pittura - lo fa anche quando lo spazio indefinito del bianco è quello della ceramica, di quei vasi a “collo lungo” -, vʼè la pregnanza di un sentimento, di un legame lontano e profondo. Un sentimento che, nellʼemozione del colore, nella pulsione vitale da essa generata, si fa immagine pacificata, quasi sarcitura di un travaglio, di unʼinquietudine. «Il colore contribuisce a esprimere la luce - ricordava Matisse -, non in quanto fenomeno fisico, ma la sola luce che effettivamente esiste, quella del cervello dellʼartista». (Dal catalogo “Il potere dellʼemozione”, 2005) è la scelta quando, a scandire la ritmicità dei piani, è la tessitura del papier collé o, meglio, sono le carte da parato che organizzano le architetture di spazi interni, insomma di quei luoghi dai quali parte la memoria. Lʼuso della carta non ha riferimenti oggettuali, bensì valenza di immagine, di impalpabile sostanza del pensiero: voglio dire che a sobillare lʼinteresse non è tanto la presenza di una materia estrapolata dal mondo fenomenico, quanto il suo valore di immagine, sia per il Michele Roccotelli, nato a Minervino Murge nel 1946, ha studiato fra Bari e Roma. Sʼè presto interessato alla pittura e ha cominciato ad esporre nel ʻ68. Presente, sotto invito, in prestigiose rassegne nazionali e fiere dʼarte. Stringe amicizia con Franco Solmi, che lo presenta in cataloghi e monografie, allestendo mostre in molte città italiane ed estere. Ad Ottawa, nellʼ88 lʼUniversità e la Scuola dʼArte canadesi gli organizzano una personale. Espone in permanenza in gallerie estere austriache e tedesche. Nel ʻ99 lʼassessorato alla Cultura della Regione Campania ha patrocinato una sua mostra presso la Villa Campolieto di Ercolano. La Rassegna dʼIschia 2/2006 41 Napoli - Museo di Capodimonte (25 marzo - 4 giugno 2006) Tiziano e il ritratto di corte da Raffaello ai Carracci La mostra, allestita al piano nobile della Reggia di Capodimonte per poi trasferirsi, il prossimo autunno, al Musèe du Luxembourg di Parigi, rappresenta uno dei più importanti eventi espositivi del 2006. Partendo dagli straordinari ritratti realizzati da Tiziano per la famiglia di Paolo III Farnese, il percorso è arricchito da oltre trenta dipinti dellʼartista veneto, provenienti dai principali musei europei e americani, e da circa cento opere dei più grandi ritrattisti italiani del Cinquecento, da Raffaello ai Carracci. I ritratti rappresentano personaggi delle più prestigiose corti europee, illustri poeti e letterati, dame famose e seducenti, costituendo preziose testimonianze visive della storia di quel periodo. Tuttavia i ritratti di Tiziano come di Raffaello, di Pontormo o di Bronzino, di Parmigianino o di Moroni e di tanti altri che, tra Rinascimento e Maniera, hanno dato vita ad una delle stagioni più luminose dellʼarte italiana ed europea, ci restituiscono non solo lʼaspetto fisico e il lusso ostentato dei loro abiti preziosi. Sono, infatti, tutti ritratti ʻdi dentroʼ: quasi il risultato dello scrutare nel profondo gli aspetti più intimi e segreti di uomini e donne, giovani e vecchi, raffigurati con le loro ambizioni, speranze, attese o illusioni, al di là di atteggiamenti ʻufficialiʼ o di parata, sempre restituendoci, di principi e pontefici, imperatori e poeti, regine e ʻfavoriteʼ, le reazioni sentimentali più vere e profonde. 2006 - Anno Ibseniano Ricorre questʼanno il centenario della morte di Henrik Ibsen. In Norvegia, in Italia e in numerosi Paesi sono stati programmati eventi per ricordare lʼavvenimento di importanza nazionale ed internazionale e per evidenziare lʼeredità lasciata dal drammaturgo. «Nel suo universo poetico, Ibsen proclama la libertà dellʼindividuo e la sua visione umanistica e artistica supera qualsiasi categorizzazione in pensieri filosofici definiti e semplici messaggi ideologici. Ibsen ci mostra il cammino verso la libertà personale e, per citare le parole di James Joyce, “estorce i segreti alla vita”. Ibsen viene rappresentato quotidianamente in uno o più teatri dei cinque continenti. Lui, meglio di chiunque altro, ci ha fatto riflettere sui veri valori della vita e sui diritti che spettano a ciascuno di noi». Lʼampio programma di eventi, già avviato dal mese di gennaio, prevede nei prossimi mesi le seguenti manifestazioni: Amalfi 10 – 25 aprile Edizione straordinaria di Amalfi by night Animazione teatrale e musicale in vicoli e piazze Mostra didattica itinerante su Ibsen Mostra dʼArte Contemporanea ispirata a Ibsen Concorso per gli studenti delle Scuole di Amalfi Bologna 3 – 13 maggio TTV Festival performing arts on screen “Luci del Nord”: �enrik Ibsen tra Film e Video Con una partecipazione del Teatrino Clandestino 42 La Rassegna dʼIschia 2/2006 *** Roma 9 maggio Concerto del soprano Elizabeth Norberg-Schulz Università di Tor Vergata Programma con Elizabeth Norberg-Schulz a cura di Michele DallʼOngaro, Rai Radio Tre Roma 22 – 28 maggio Teatro Piccolo Eliseo “Ibsen e Munch: I diari di Munch” Regia di Gianluca Bottoni Casamicciola Terme – Ischia 22 – 28 maggio Ibsen e i giovani Rassegna di esperienze didattiche Frascati, Ariccia, Genzano maggio Mostre ed eventi culturali Roma giugno Casa del cinema Festival Film Nordico Sezione dedicata ai drammi di Ibsen Sorrento luglio – agosto Rappresentazione teatrale nel corso della rassegna estiva Casamicciola Terme – Ischia 10 – 16 luglio Ibsen Arte Festival ibseniano di arti varie Oslo 24 – 25 – 26 agosto Ibsen Festival: rassegna di teatro internazionale Ravello 8 settembre Villa Rufolo Concerto del soprano Elizabeth Norberg-Schulz Roma 9 settembre Notte Bianca Ibsen a Villa Pamphili: “Casa di Bambola” dellʼartista multimediale Marinane Heske Casa dei teatri: mostra Arco dei Quattro Venti: Spettacolo per ragazzi Casamicciola Terme – Ischia 18 – 24 settembre Studiare Ibsen Convegno Nazionale di Studi Ibseniani Roma 14 settembre – 12 ottobre Biblioteca Nazionale “Le donne di Ibsen: le sculture di Nina Sundbye si confrontano con i manoscritti originali di Ibsen” Roma 12 – 15 ottobre Istituto Italiano di Studi Germanici Convegno internazionale: - La dimensione politica in Ibsen - Le trasposizioni di Ibsen. Tradurre, mettere in scena, adattare per il cinema Roma 14 – 15 ottobre Istituto di Norvegia Convegno internazionale “Il femminismo di Ibsen” Roma ottobre Teatro Eliseo “Il piccolo Eyolf” regia di Carmelo Rifici Milano novembre Teatro Piccolo (Festival Teatri dʼEuropa) “Vildanden” Lʼanitra selvatica) del teatro nazionale norvegese ed eventi collaterali ispirati a Ibsen Sorrento novembre Convegno internazionale di studi sul tema: “La lezione di Ibsen centʼanni dopo” Serata enogastronomica con prodotti italiani e norvegesi Casamicciola Terme – Ischia 11 – 17 dicembre Ibsen oltre il 2006 Libri ibseniani non solo in mostra Henrik Ibsen a Casamicciola incontrò il romanziere norvegese Bergsöe e fece con lui lunghe passeggiate. Un giorno, durante una escursione, gli disse che egli scriveva non in vista del tempo, ma dellʼeternità, Il Bergsöe, uomo flemmatico, obiettò che lʼeternità è per gli artisti cosa molto problematica, perché anche gli spiriti più grandi finiscono col dissolversi nella memoria degli uomini. Ibsen si spazientì e rispose irritato: “Risparmiatemi la vostra metafisica. Se mi private dellʼeternità, mi private di tutto”. NE LʼINFINITO MISTERO DELLʼESSERE TETRO ISOLATO PER ALTEZZA SUPREMA DʼINGEGNO ENRICO IBSEN ESULE DA LʼASPRO SUO CLIMA BLANDITA LʼANIMA NELLA DOLCEZZA DI QUESTO CIELO SORRISE DIEDE A LʼARTE PEER GYNT CHE DISSIPATORE DE LʼESISTENZA NE INTESE IL VALORE MORENDO NEL BACIO IN CUI LA TESOREGGIAVA LʼIMMORTALE SOLVEIG La Rassegna dʼIschia 2/2006 43 Regine sul trono di Napoli Maria Amalia di Sassonia, figlia di Augusto III, re di Polonia, sposa nel 1737 Carlo di Borbone (1716-1788) – VII come re di Napoli e Sicilia (17341759) Maria Amalia di Sassonia, la giovanissima (essendo appena tredicenne, fu necessaria la dispensa del Papa) sposa del re Carlo, era un tipo spiccatamente nordico, alta, slanciata, bionda, occhi azzurri, ma col volto butterato dal vaiolo, di temperamento lunatico, spesso irascibile e, a differenza del marito era colta, vivace, discorsiva. Il de Brosses aveva buon fiuto, se nel 1739, nel corso dʼun suo viaggio in Italia, avvicinando i sovrani fu il primo ad accorgersi della maternità della regina di Napoli e di Sicilia: «... essa era incinta da un mese e cinque settimane,» scrisse nelle sue memorie, «e nessuno se nʼera accorto». Fra lʼaltro non era rimasto troppo felicemente impressionato della coppia reale, soprattutto del re che, in una cerimonia come quella del suo anniversario, aveva ricevuto gentiluomini e cortigiani vestito peggio di un lacchè. Prestava un orecchio distratto alle parole che gli rivolgevano, e sul suo volto lungo dal naso a lama di coltello si stendeva intanto unʼespressione di tedio. Anche la regina si offriva al baciamano, poi entrambi i sovrani cenarono in pubblico, Carlo VII servito dal suo gentiluomo di camera, Maria Amalia dalla contessa di Charny, la sua dama dʼonore. I nobili officianti sembravano assolutamente compresi dellʼimportanza del loro compito, e per versare da bere ai sovrani rimanevano in ginocchio accanto a loro, si rialzavano solo quando ne ricevevano lʼautorizzazione, riprendendo il calice vuoto. E la natura dispettosa della regina si rivelava nel divertirsi a intingere biscotti nel bicchiere di vino delle Canarie tenuto dalla contessa de Charny ginocchioni, senza darsi pena per la posizione scomoda alla quale costringeva la sua dama. «Questa degna principessa» concludeva de Brosses «ha una certa aria maliziosa, col suo naso a patatina, i lineamenti dʼun gambero e la voce da gazza. Si dice fosse graziosa quando arrivò dalla Sassonia; ma poco tempo fa ebbe il vaiolo. È ancora molto giovane». Quando poi fu possibile dare lʼannuncio ufficiale della sua gravidanza, il popolo napoletano esplose in manifestazioni di giubilo, le quali però al momento del parto subirono una pausa di arresto. Perplessità e disapprovazione si diffusero infatti nellʻapprendere che la regina Maria Amalia sarebbe stata assistita da un chirurgo, 44 La Rassegna dʼIschia 2/2006 né il fatto che si trattasse del chirurgo della regina di Francia avrebbe attenuato la penosa impressione. Che indecenza era questa? E quando mai in tutto il reame una signora, una donna pudica, avrebbe permesso a un uomo, fosse pure un chirurgo, di violare la sua intimità in una cosi delicata circostanza? Il povero dottor Peyrat se ne senti dire di tutti i colori, fra lʼaltro che, per darsi importanza, aveva spaventato la regina con tutti i suoi strumenti chirurgici e che per giustificare la sua presenza aveva inventato delle complicazioni in un parto normalissimo. In questa atmosfera di scandalo il 6 settembre 1740 veniva al mondo una principessina. Per evitare altri malumori una semplice levatrice del luogo avrebbe assistito la regina Maria Amalia nelle seguenti sue maternità. Fra gli oggetti di valore accuratamente custoditi in astucci di cuoio segnati dagli stemmi di Sassonia e Napoli, che costituivano il corredo di Maria Amalia quando venne sposa al re Carlo, figuravano alcuni provenienti dalle fabbriche di Meissen. E tanto piacquero al giovane re che da quel momento prese lʼiniziativa di avviare nel suo stesso regno una lavorazione del genere. Sʼintrapresero i primi esperimenti con mezzi e materiali di fortuna nel cortile del palazzo reale, per tentativi e senza perdersi di coraggio a ogni insuccesso, mentre la Sassonia si guardava bene dallʼincoraggiare la eventuale concorrenza, e rimaneva sorda alle richieste napoletane dʼinformazioni, formule, magari dellʼinvio di esperti capaci di istruire la mano dʼopera locale. Lo stesso re Augusto, il padre di Maria Amalia, cui le fabbriche di Meissen appartenevano, non mosse un dito per aiutare il genero, perciò soltanto nel 1743, essendo riusciti a corrompere alcuni dipendenti delle manifatture di porcellana di Vienna e con lʼarrivo a Napoli di operai specializzati pagati a peso dʼoro, fu possibile impiantare una vera e propria fabbrica nel parco di Capodimonte. Certo mancava la materia prima, la terra bianca indispensabile se si voleva ottenere quella particolare pasta bianca, ma per fortuna si scopri a Fuscaldo, in Calabria, una miniera di caolino che si avvicinava abbastanza alla terra delle cave di Sassonia. Altre difficoltà si dovettero superare durante il procedimento di cottura, tuttavia col tempo si raggiunse quel grado di perfezione improntato, nelle forme e nei colori, a caratteristiche particolari che della fabbrica di Capodimonte costituirono il maggior pregio nel corso della sua vita breve. Breve perché alla stregua dellʼartista che, volendo rendere irripetibile la sua opera, distrugge lo stampo, la lastra da cui è uscita, al momento di andarsene nel 1759 Carlo ne chiuse i battenti. Ferdinando IV li riaprì a Portici, a Napoli, altri seguitarono a esercitare lʼarte della porcellana ormai introdotta nel regno, gli stessi operai non rimasero inattivi, fecero scuola, ma lʼepoca rappresentata da Carlo rimase quella dʼoro, quella per cosi dire eroica, dei pionieri. Se ne trova ancora la testimonianza nei palazzi, nelle ville, nei musei napoletani, dove si rimane incantati davanti ai rami fioriti, alle piramidi, alle ghirlande di frutta, agli animali, putti, personaggi da presepi. Di un gusto sovraccarico è il famoso salotto della regina, fatto eseguire da Carlo di Napoli espressamente per Maria Amalia che nella villa reale di Portici lo prediligeva. Fu poi trasportato a Capodimonte e considerato il capolavoro dellʼarte napoletana della porcellana. È detto anche “salottino cinese” perché fra specchi e pannelli fioriti e ghirlande barocche, sʼinseriscono alle pareti figure di cinesi concepiti secondo la fantasia di artigiani che mai sʼerano allontanati dalle falde del Vesuvio. Eppure con quanta passione, leggerezza di mano e pazienza riuscirono a trasfondere sogno e poesia nel petalo di un fiore, nellʼala di una farfalla. Dalle porcellane di Capodimonte agli splendori di Caserta. Il palazzo, il parco di Versailles, erano rimasti il chiodo fisso nella mente dei nipoti e pronipoti del Re Sole, che divenuti sovrani dʼaltri paesi a quel modello sognarono sempre dʼispirarsi. Filippo V di Spagna costruì la Granja, don Filippo di Borbone, duca di Parma ,fece di Colorno qualcosa del genere, e lʼaltro suo figlio, il re Carlo di Napoli, ricorrendo al genio architettonico di Luigi Vanvitelli, creò a Caserta quel capolavoro di cui, durante il suo breve regno, Carolina Murat poteva ben scrivere: «È quanto di più bello si possa immaginare. Versailles è niente a paragone di Caserta». Maria Carolina, figlia di Maria Teresa dʼAustria, sposa nel 1768 Ferdinando, figlio di Carlo VII di Napoli: IV come re di Napoli, III come re di Sicilia, I come re delle Due Sicilie. Le nozze di Ferdinando IV di Borbone ormai maggiorenne (era diventato re a soli otto anni) erano state oggetto di accurati studi, negoziati diplomatici, e causa di profondi dispiaceri. In un primo momento sʼera parlato dellʼarciduchessa Giovanna dʼAustria, che però il vaiolo rapì a undici anni, e allora, tanto per rimanere in famiglia, la candidatura alla mano di “re Nasone” scivolò su Maria Giuseppa, unʼaltra figlia, la quinta, dellʼimperatrice che di figlie da maritare possedeva il vivaio. Tutto era stabilito, pronto il corredo, comprensivo di cento vestiti ordinati a Parigi, il re di Napoli aveva mandato a testimonianza della propria avvenenza un medaglione col ritratto in miniatura in un prezioso serto di diamanti. Lʼimperatrice dʼAustria che amava teneramente sua figlia e se ne distaccava malvolentieri aveva detto: «Considero la povera Giuseppa come un sacrificio alla politica... Ma se essa compie il suo dovere verso Dio, sarò contenta anche se non sarà felice». Il sacrificio non fu consumato, e a Maria Giuseppa venne risparmiata lʼinfelicità sicura. Cʼerano stati, è vero, grandi festeggiamenti a Vienna per queste sue nozze, balli a corte. Molti cuori erano in festa, a Napoli piovevano carmi ed epitalami, il duca di Belforte si era procurato fortissimi mali di testa nel comporre un carme dʼoccasione in ottantadue ottave... Alla vigilia della partenza, pareva una disdetta, la sposa si ammalava di vaiolo e moriva. Le trattative nuziali subirono unʼaltra pausa dʼarresto per la violenta eruzione del Vesuvio, dopo di che ripresero con rinnovato ardore, sempre dalle parti dellʼAustria e vaiolo permettendolo. Il vuoto lasciato nel cuore di Ferdinando, che non lʼaveva mai avvicinata, dalla crudele scomparsa di Maria Giuseppa, avrebbe potuto essere colmato da una delle due arciduchesse ancora disponibili alla corte di Vienna, Amalia e Maria Carolina. Siccome però nessuna decisione era pensabile senza il consenso paterno di Carlo III di Spagna, i ritratti delle due sorelline furono mandati a Madrid, dove la scelta cadde su Maria Carolina (1752-1814), quella che avrebbe col suo temperamento autoritario dato del filo da torcere a Bernando Tanucci. Godeva già fama infatti, appena adolescente, di aver ereditato più delle altre sorelle le attitudini al comando e lo spirito politico della madre, alla quale assomigliava anche nellʼaspetto. Lʼidea di andar sposa a un uomo poco attraente come Ferdinando di Napoli non la entusiasmava, «tanto varrebbe» diceva, «che mi gettassero in mare», poi i ragionamenti e la forza di persuasione dellʼimperatrice Maria Teresa, nonché lʼambizione di cingere comunque una corona di regina, ebbero ragione delle sue riluttanze. Si temette anche questa volta il vaiolo, un falso allarme per fortuna, dopo di che il 7 aprile 1768 le nozze per procura potevano finalmente celebrarsi a Vienna, coi festeggiamenti del caso. Ella era più che istruita, era letterata; parlava correttamente quattro lingue, la tedesca, la spagnola, la francese, lʼitaliana. Era altera e orgogliosa e fu di fatto lei a governare il regno di Napoli. Maria Teresa dʼAsburgo-Lorena, figlia dellʼarciduca Carlo, sposa a Trento il 9 gennaio 1837, in seconde nozze Ferdinando II (1810-1859), successo a Francesco I sul trono di Napoli. Ella era sospettosa ed invidiosa e fece di tutto per orientare la politica estera in favore della sua patria. Non amava la vita di corte e preferiva vivere a Caserta o a Gaeta. Al marito era «ispiratrice di bigottismo e di assolutismo, e si studiava di educare il figliastro nella ignoranza, nei pregiudizi e nella dappocaggine per farlo sostituire nel trono dal suo figliuolo Luigi. La Rassegna dʼIschia 2/2006 45 Lʼarrivo di Maria Teresa in Napoli sposa al re Ferdinando fu funestato dallʼincendio del palazzo reale, ed i creduli nella iettatura ricordarono lʼincendio di Parigi allorché giungeva Luigi XVI con la sposa Maria Antonietta, e quello sviluppatosi quando Maria Luigia dʼAustria andava a dividere con Napoleone il nuovo trono imperiale innalzato con la gloria e la fortuna. E il triste presagio pei Borboni si è verificato. Invero da quel matrimonio cominciò il periodo del regime borbonico puro che finì con desolare il napoletano e far cadere la dinastia. Dallʼascetismo in religione Ferdinando passò al dispotismo». Peraltro il periodo è anche caratterizzato dalla realizzazione di importanti opere: Ferdinando II fu il primo ad inaugurare la costruzione delle ferrovie in Italia: nel settembre del 1839 fu aperto il tronco da Napoli a Portici e quattro anni dopo quello da Napoli a Caserta. Il nome della regina si legge sulla lapide che ricorda la realizzazione del porto dʼIschia (1854), nei cui pressi fece erigere anche la Chiesa di Portosalvo; a Casamicciola portava il suo nome lʼattuale Corso Garibaldi. Maria Sofia di Baviera (1841-1925), sposa (1859) Francesco II Le nozze di Francesco II di Borbone, principe ereditario, con Maria Sofia di Wittelsbach, figlia del duca Massimiliano di Baviera, ebbero luogo per procura a Monaco lʼ8 gennaio 1859. La sposa doveva imbarcarsi a Trieste e toccare il suolo borbonico a Manfredonia, ma era appena giunta a Vienna quando Ferdinando II si ammalò. Certamente il sovrano non era in grado di affrontare il viaggio per andare incontro alla nuora, i medici glielo proibivano. Invece volle partire, anzi del viaggio avrebbe approfittato per visitare le principali città del suo regno, seguendo un itinerario giudizioso che da Napoli avrebbe fatto il giro della Basilicata e delle Puglie, senza tralasciare una sosta ai vari santuari che si sarebbero presentati lungo il cammino. Ad un certo punto per lʼaggravarsi delle sue condizioni si dispose che, anziché a Manfredona, Maria Sofia venisse a sbarcare a Bari. Arrivò finalmente il 3 febbraio, tutti rimasero incantati dalla sua freschezza giovanile, aveva diciotto anni, e il fidanzato non si stancava di abbracciarla come per una prova generale, ma non poteva farsi intendere che a gesti, poiché non conosceva una sola parola di tedesco. Il re piangeva commosso e disperato facendo sobbalzare lʼenorme ventre, già sentendosi la morte addosso, povero “re Bomba”, né ebbe la forza di assistere alla cerimonia ufficiale delle nozze, che si celebrarono lo stesso giorno dellʼarrivo di Maria Sofia. I dottori si alternavano al letto di Ferdinando, non sapevano che dire, e chi consigliava un 46 La Rassegna dʼIschia 2/2006 intervento chirurgico alla gamba che pareva andasse in cancrena, chi suggeriva cure mercuriali. Un giorno che lo portavano in barella lungo un corridoio, passando davanti a un suo busto di marmo lo salutò movendo la mano: «Addio Ferdinando!». Ripresero tutti la via del ritorno, impazienti di ritrovarsi fra gente conosciuta, la “Fulminante” li portò in capo a cinquanta ore di navigazione fino a Resina, e di li proseguendo in treno speciale raggiunsero Caserta. Lʼoperarono, sbagliando la prima volta il punto giusto, per rendersi poi conto che lʼinfezione si era già propagata in tutto il corpo. La sua agonia fu lunga e tanto più crudele in quanto gli lasciava libera la mente per dettare le sue ultime disposizioni testamentarie, rivolgere parole di conforto ai familiari, ricevere i sacramenti. Si spense il 22 maggio 1859, lasciando il regno ai novelli sposi, ma per poco tempo, considerate le successive vicende storiche, con la caduta della dinastia borbonica e lʼannessione del Regno delle Due Sicilie allʼItalia. La regina, “lʼaquiletta bavara”, rimase accanto al marito «scrivendo una bella e nobile pagina di storia, fatta di coraggio e di abnegazione a riscatto della iniziale apatia», come qualcuno scrisse. Riferimenti bibliografici Niccola Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, Napoli 1908. Vittorio Gleijeses, Napoli attraverso i secoli, Napoli 1985. I Borboni di Spagna e di Napoli, Collana Le Grandi Famiglie dʼEuropa Mondadori, 1972. Alessandro Dumas, I Borboni di Napoli, Napoli 1969. Ischia Prospettiva Arte 2006 La seconda edizione (2 giugno – 30 settembre 2006) di Ischia Prospettiva Arte farà parte delle Celebrazioni del centenario della nascita di Luchino Visconti (Milano 1906), con mostre di arte contemporanea distribuite in vari luoghi ischitani, oltre che a Villa La Colombaia, come tributo corale dellʼIsola alla memoria del grande maestro. Nellʼedizione 2006 lʼintento degli organizzatori è di portare ad Ischia tre artisti emergenti ed altrettanti artisti di fama. Da giugno a settembre gli “esordienti” saranno ospiti di una “collettiva” che rappresenterà il loro “battesimo” ufficiale ed avranno come “padrini” dʼeccezione tre artisti noti (di cui uno straniero), le cui mostre personali si alterneranno nei mesi di giugno, luglio ed agosto. Innovativo il criterio per designare a fine settembre il Premio Ischia Prospettiva Arte della sezione “emergenti”: saranno i visitatori a contribuire al voto della Commissione giudicatrice, segnalando, tramite unʼapposita scheda) il gradimento nei confronti dei partecipanti. LʼANGOLO POETICO Le Primavere italiche Giuseppe Amalfitano (Forio 18741935), autore della raccolta di liriche intitolata Primavere italiche (1922). Di lui si legge nella Prefazione curata da Luigi Patalano: - Medico egregio ed igienista valoroso, già conta al suo attivo la istituzione delle colonie antimalariche in provincia di Catanzaro e parecchie pubblicazioni di cui due (1) segnano, a giudizio dei competenti (2) lʼultima Tule nel campo degli studi sulla pellagra e sulla diagnosi precoce delle malattie infettive. Costretto, per ragioni di salute, ad interrompere le sue peregrinazioni attraverso lʼItalia come funzionario della Sanità pubblica e, ritrattosi per poco in questo oscuro angolo di quiete, di ristoro e di bellezza che è il nostro paese nativo, obbedisce quasi ad una misteriosa suggestione di questo ambiente, in cui la primavera occupa almeno otto mesi dellʼanno, raccogliendo insieme questi versi sotto il titolo suadente di “Primavere Italiche„. Scritti qua e là a tempo perso, nelle brevi ed ansiose vigilie della sua molteplice attività professionale, sono fiori gentili, sbocciati dalla sua anima latina, innanzi agli orizzonti più svariati, sotto la carezza dei cieli più diversi, ai richiami irresistibili dellʼeterna e multiforme bellezza. Il volume manca forse tuttavia di unʼorganica costruzione e coordinazione; i versi mancano forse talvolta del compiuto magistero della di Giuseppe Amalfitano forma. Ma tali deficienze, spiegabilissime col fatto che trattasi di versi scritti nelle more e quasi a ristoro di più gravi occupazioni mentali, non valgono ad eliminare una, frammentaria forse, ma ad ogni modo profonda sensazione artistica. Comunque, poi, questa raccolta dì versi vale, non fossʼaltro, a scoprirci unʼaltra faccia del poliedro intellettuale dellʼAmalfitano; tanto forte è lʼintrinseco lineamento di arte della sua poesia, e cosi eloquente il suo richiamo ai palpiti ed ai sentimenti più vivi dellʼanima nostra. Ben di frequente noi ravvisiamo in lui lʼeco canora delle nostre più intime vibra- zioni sentimentali: ciò che appunto costituisce il segno e lʼespressione dellʼarte. Dal fatto di essere lʼespressione irresistibile dʼuna esuberanza sentimentale, la poesia dellʼAmalfitano desume, infatti, una potenza lirica non comune, che assorge addirittura talvolta ad altissime vette. LʼAmalfitano, “odia il verso che suona e che non crea”; e, nutrito largamente e tempestivamente alle classiche fonti della cultura greco-latina, segue in arte la scuola del neoclassicismo carducciano, temperata e popolarizzata dal verismo stecchettiano; rifuggendo da tutti quei facili La Pagoda del plenilunio, in fondo a la fiorita via, la Pagoda, e una luce vʼinvita attraverso lʼaperta gelosia. I Quando sʼimbianca al plenilunio [ardente il verde sogno del bel lago al piano, andando a la Pagoda lentamente, non sentite venire da lontano, Tosto correte; ma di già serrata è la porta per voi, mentre più fioca la luce appar traverso la vetrata. Porto dʼIschia, settembre 1909 attraverso il viale, ne le lente onde di aromi un gran palpito umano, non voi sentite un alito cocente di vita che vi avvolga in modo strano? – Batte la luna sul Rotaro lʼore, dagli oleandri e da le acacie sale come di bocche umane un molle odore: e avvolta nel candor plenilunare tra sciacqui dolci e un lento batter dʼale 1) La pellagra in provincia di Cremona, va unʼagile barchetta incontro al mare. Tip. Fezzi e C, Cremona, 1914. - La diaII. gnosi precoce delle malattie infettive, Sul vegetale sogno de lʼamore Associazione tipografico-editrice Milasplende la luna, e ride a lʼinfinita vista nese, Milano, 1931. dei piani, a quellʼonde di vita 2) Antonini, Rivista pellagrologica itain tumulto, de lʼaria a lo splendore. liana, anno XV n. 1, gennaio 1915. Conca, Il Medico pratico e le malattie E voi scorgete alfine, nel chiarore infettive e del ricambio, Napoli 922. Segue la luce una voce argentina di fanciulla, che mai diventa roca e canta un triste idillio de la Cina. III. Dice lʼidillio: “Una notte lontana schiusi la porta, e venne un Mandarino dal glauco obbliquo mite occhio vetrino e con lʼamor mi offerse una collana. Veniva a me da gli orti di Pechino portando rami di aglaia e banana e mi parlò con voce così strana e mi stregò col suo sguardo divino. Dormii tra le sue braccia sogni dʼoro, posai su le sue labbra i baci a mille, mi svegliai nel mattin; ma il mio tesoro non cʼera più. - Lo cerco invan dʼallora, e son lagrime e son di pianto stille le gocce di rugiada dʼogni aurora „ . La Rassegna dʼIschia 2/2006 47 La Pineta Ischia 1909 Su da le rocce di pietrarsa spandesi il profumo dei fiori di ginestra, e dai “Pilastri,, polverose scendono le aduste braccia de la via maestra. In un tramonto di viole e porpora il sol ritorna lentamente al mare, mentre da lʼalto una vagante nuvola biondeggia ancora un poco, e poi [scompare. città sorgea da le rive incantate, bella di cieli, di montagne e dʼalberi, dove sovente convenian le fate: avea le notti sempre chiare e placide, aveva il verde a fasci, aveva i fiori a piogge, e i canti vi sbocciavan liberi ai liberi germogli degli amori. Passò del fuoco che divora il genio, si aprì il Rotaro e lave distruttrici, mandando giù da le fiammanti viscere, bruciò le verdi e tiepide pendici: Ave, o Sole! - Non odi tu la libera voce de la città che fu sepolta, non odi tu la gran voce dei secoli, la gran voce dei morti unʼaltra volta? – bruciò le case e le chiesette candide, passò mietendo i campi verdeggianti e sotto i densi cumuli di cenere morì col verde il riso degli amanti. Lene e sommessa la pineta mormora, del vento sotto lʼagile carezza, e pare mandi sospirando in aria una canzone piena di tristezza. Or tutto è roccia di pietrarsa„ . [Scuotono le chiome i pini e par cantino ancora, mentre del sole moriente lʼultimo raggio, tangendo, lʼorizzonte indora. Di fronte la divina curva stendesi del più bel golfo e appare da lontano minaccioso il pennacchio del Vesuvio, de lʼaltro e più terribile vulcano. Da lungi un carro divora la polvere de la strada, e lo inseguono due cani abbaiando: sul mar turchino appaiono due paranzelle come due gabbiani; e la pineta canta: “Qui una splendida “O passaggeri, la ginestra germina su da un letto di rocce e di dolori, furon stille di sangue, furon lagrime quelle che or vedi trasmutate in fiori: furono abbracci, furon sogni dʼanime, furon di donne sorrisi divini, furono canti di cervelli liberi in cener vòlti ed or risorti in pini,,. Così ogni cosa bella e gentile trova futurismi dellʼarte, che vanno dal paunʼeco nellʼanimo suo; e questʼeco ha roliberismo al cubismo. - nella sua poesia - vibrazioni potenti (...) Tutto il volume dellʼAmalfita- che si comunicano allʼanima di chi no è come pervaso da un profondo e legge. O che passi, nella sua visione quasi misterioso senso di ottimismo, fantastica, “la Sila„ calabrese, infiniche gli permette di adergersi al diso- to mare di foreste ondeggianti sotto la pra della materialità delle lotte uma- piana sagoma degli ampi cieli azzurne e, sceverando e fustigando quanto ri, o che sʼindugi il poeta nella conin esse può affiorare di impuro e di templazione di qualche angolo prediantisociale, salutare con sincero entu- letto dellʼisola nativa, come in Ischia, siasmo tutte le forze vive cospiranti la Pineta, la Pagoda; che spazi nel campo della fantasia o della leggenda allʼumano progresso. Leggete e diffondete 48 La Rassegna dʼIschia 2/2006 come in Film di Venere, Canto ultimo e tante altre, sempre egli assorge ad alte visioni di bellezza. Del pari, quando si chiude nel breve cerchio magico degli affetti intimi e delicati, come nelle scarse poesie di soggetto erotico, e in quelle Per un amico morto, Al figlio Vituccio, alla sorella Teresa ecc. riesce sempre a toccare la nota giusta, che sa la via del cuore. Essenzialmente squisiti due quadretti, pieni di richiami nostalgici: II pollaio e La piccola palma. Ma subito, dopo questi brevi riposi, Amalfitano si leva più alto col suo volo, nelle poesie di carattere civile e sociale. Negli Emigranti calabresi il poeta denunzia una delle più stridenti ingiustizie sociali per cui lʼegoismo feroce dʼuna classe e la cecità misoneistica dei governanti, negando al fiore del nostro popolo condizioni di lavoro adeguate alle esigenze ed alla dignità umana, cacciavano in bando dalle nostre terre tesori di energie fattive, che andarono in altri paesi a creare la felicità e la ricchezza. E - dulcis in fundo - sopra tutte le poesie è magnifica quella sui “Microbi,, in cui lʼAmalfitano scioglie un inno aglʼinvisibili misteriosi agenti delle forze naturali: (...) Essi tutto disfanno e tutto creano, son quanto Dio terribili e potenti, come Geni del bene e del mal migrano sul carro rapidissimo dei venti. Non han robuste lʼali come lʼaquila, e pure la sorpassan nel volare, han dellʼamore lʼansie ed i fremiti, mentre non hanno bocca per baciare. La Rassegna dʼIschia Personaggi isolani Giacomo Deuringer in Lettera da Ischia n. 12 inverno 1969/primavera 1970 Ogni paese del mondo ha sempre avuto e continua ad avere i suoi personaggi, che notevolmente contribuiscono, con la particolare posizione geografica, lo stile e le caratteristiche dellʼarchitettura, le tradizioni, lʼidioma e i costumi della gente, a definirlo ancor meglio nel suo aspetto globale. Nonostante tutto, continua cioè ad essere lʼuomo che, oltre ad avere nei secoli costruito intorno a sé, come più volte è stato detto, una «seconda natura» - sostituendo quella selvatica delle foreste, delle praterie, del libero fluire delle acque con la geometria delle coltivazioni, dei filari, dei canali, dei porti, delle case - dona sempre, con la sua semplice presenza, nuovi valori umani al paesaggio. Non in tutti i paesi, peraltro, questi «personaggi» riescono, come avviene in pochi peculiari casi, ad essere così numerosi e ad assumere così grande importanza da divenire elemento caratterizzante di particolari località, quasi parti insostituibili del paesaggio e dellʼambiente. LʼIsola dʼIschia rappresenta al contrario proprio uno dei casi in cui taluni «personaggi» del luogo riuscirebbero, per la loro straordinaria tipizzazione, a sostituire addirittura la carenza di un panorama qualora di tale sostituzione la stessa Ischia - che contemporaneamente invece abbonda di splendide spiagge e lussureggianti pinete, di deliziose insenature marine e panoramicissime colline - avesse bisogno. Ogni abituale frequentatore dellʼIsola provi un poʼ oggi ad immaginare Piazza Pontone, in Forio, senza Maria con il suo Bar Internazionale! no preso posto, nellʼultimo venticinquennio, ai tavolini del suo locale. Fa più attrattiva di quanta ne abbia fatto, nellʼimmediato dopoguerra, Truman Capote, a lungo invaghito di Forio e delle sue bellezze, o di quanta ne faccia ancor oggi Alberto Moravia, che puntualmente torna a rimeditare, nei placidi ozi isolani, su vecchi e nuovi appunti da trasformare in romanzi. Se poi, come noi, si è stati per tanto tempo assidui ed insaziabili ospiti delle più varie località isolane, non si potrà sicuramente non aver provato, sia pure per pochi anni, un autentico sentimento di insoddisfazione ed incompletezza giungendo allʼantica «pagliarella» sul mare di Lacco Ameno e non trovandovi donna Marietta, lʼostessa per cui - come scriveva Amedeo Maiuri fermatosi più volte al suo ristorante per rifocillarsi dopo le lunghe escursioni archeologiche su Monte Vico - «servire lʼospite stanco e digiuno è onore e piacere». Marietta Calise, per un breve volger di stagioni, aveva dato ad altri la gestione del suo locale! E tutti ne avevan sofferto, come se addirittura fosse mutato il paesaggio! Maria Senese o, se preferite chiamarla come tutti meglio la conoscono in paese, Maria di Zibacchiello è, per lʼambiente di quella piazza, molto più importante di ognuno dei clienti, pur di livello eccezionale, che han- Analogo sentimento di insoddisfazione e di incompletezza non è stato del resto già da noi denunciato per la defezione dal concorso di barche addobbate della Festa a mare agli scogli di SantʼAnna del 1968 di un altro tipico «personaggio» isolano? Quella festa ci sembrò addirittura meno festa di SantʼAnna del solito per lʼassenza dellʼartigiano del legno Giovan Giuseppe Sorrentino, meglio conosciuto ad Ischia come Nerone per lʼacceso carattere che ogni anno oltretutto lo spinge La Rassegna dʼIschia 2/2006 49 a nuove straordinarie pirotecniche invenzioni destinate a render più emozionante il già citato concorso! Quanto «sapore» perderebbe in effetti oggi un pranzo allʼOnda Marina della solare spiaggia di Citara senza la presenza dellʼaggressiva Teresa Del Deo, la simpatica fanciulla panzese che al primo apparire dellʼospite lo apostrofa subito con un cordialissimo tu e non manca di sottolineare con pungenti battute di spirito ogni sua osservazione? E quanto «gusto» perderebbe la pur piacevole visita ai fanghi naturali di Cavascura, se, al ritorno dalla breve «arrampicata», non ci si potesse fermare a far quattro chiacchiere e a bere un robusto bicchiere di vino con Pietropaolo Buono che, oggi ultranovantenne, continua a diffondere intorno a sé buonumore, incurante della eccezionale somiglianza con il defunto dittatore dʼoltre cortina che gli ha valso lʼindovinatissimo soprannome di Stalino? Quanto «calore» mancherebbe ad una sera trascorsa in simpatica comitiva a SantʼAngelo dʼIschia se Peppino Arturo improvvisamente rifiutasse di abbandonare per un attimo i fornelli e di regalare ai presenti una canzone con lʼaccompagnamento della sua chitarra, abitualmente priva di almeno una corda? 50 La Rassegna dʼIschia 2/2006 E non è personaggio isolano unico nel suo genere lʼarmatore Agostino Lauro, meglio noto ai più come Cartusciello? Egli - che non ha nulla a che vedere con lʼomonimo comandante sorrentino - deve del resto il suo successo proprio alla sua sorridente e straripante personalità di autentico lavoratore del mare, amante di ogni impresa in cui ad una grossa percentuale di rischio possa corrispondere una adeguata possibilità di sudato guadagno. Quasi per scherzo, o per scommessa, ha cominciato col rilevare, nellʼimmediato dopoguerra, la prima Liberty dallʼAmerica e a trasportarla in Italia, meritandosi sui giornali statunitensi il giusto appellativo di «discendente di Cristoforo Colombo» ed ha poi continuato a costruire la «sua» flotta - che rappresenta una delle più solide e concrete realtà ischitane - comprando traghetti e aliscafi di seconda mano in ogni parte del mondo e trasformandoli nei natanti che oggi assicurano la maggior parte dei collegamenti tra Ischia ed il Continente! Naturalmente anche i «personaggi» di Ischia variano con il mutare delle età. Il ricordo della nostra infanzia, trascorsa prevalentemente a Casamicciola, è associata a quello di personaggi che in quel paese hanno notevolmente contribuito a rendercela più gradita: Nicolino De Luise, sempre attivo e battagliero, continuamente in movimento tra il suo fornitissimo emporio ed il bagno-cinema Eldorado, grande attrazione dellʼepoca; il caro ziʼ Papele, la cui capiente barca a remi trasportava le numerose famiglie dei villeggianti del primo dopoguerra a tutte le spiagge ancora non servite da strade carrozzabili; i «cocchieri» Domenico Ipri e Fabrizio Di Costanzo, dalla pazienza infinita con tutti i ragazzi delle famiglie della Sentinella che quotidianamente litigavano per conquistare il posto al loro fianco, «a cassetta»... Il ricordo della nostra adolescenza, che ci vide quotidianamente spostarci dʼestate per improvvisi impulsi di amicizia ed anche sentimentali verso Forio, è naturalmente legato a quello di personaggi diversi: lʼindimenticabile Rosatè (al secolo Giovanni Verde, omonimo del mai troppo rimpianto amico e poeta foriano), sempre pronto ad offrirti una camera, un bicchiere di vino o una salace battuta; Don Giovanni Del Deo imponente e bonario anfitrione nellʼantico Torrione; Gaetano Calise meglio noto ai più come Serino, che non aveva ancora tradito il rispettato mestiere di figaro per uomini per quello allora meno in voga ma oggi molto più rimunerativo di «coiffeur pour dames»; lʼonnipresente Giovanni Mascolo, al quale si potevano rivolgere le più varie richieste, sicuri che in un modo o nellʼaltro egli avrebbe saputo evaderle. La memoria della prima giovinezza, che per analoghi impulsi ci aveva spinto verso Lacco Ameno, è ancora unita a quella di altri tipi memorabili che, come si è scritto, da soli erano capaci di modificare le caratteristiche dellʼambiente. Basterà citare, oltre la già ricordata Marietta, il poliedrico Fafino, al secolo Raffaele Mennella. Impossibile elencare le altre centinaia di autentici «personaggi» ischitani da noi incontrati nelle successive età, che ci hanno visto oltre tutto sempre meno stagionalmente legati ad una singola località ma sempre più disposti, invece, a scegliere quotidianamente, in unʼisola così ricca di attrattive, il posto in cui fermarsi a goderle. Il nostro articolo non vuole del resto assolutamente essere una elencazione delle più note e simpatiche figure isolane e delle loro caratteristiche. Se ci ponessimo un simile scopo, da un lato non riusciremmo mai ad essere esaurienti e completi né potremmo, dallʼaltro, convincere il lettore della validità di una tesi che egli può invece personalmente controllare. Forse riusciremmo a convincere con un semplice esempio coloro che, come noi, hanno trascorso nellʼanno testé concluso il settembre sullʼIsola dʼIschia. porto dʼIschia, pur come sempre affollato di panfili e di altre imbarcazioni, appariva inesplicabilmente più «vuoto»; esso difettava, cioè, della caratterizzante «presenza» non di uno dei lussuosi natanti che vi hanno abituale dimora e contribuiscono a renderlo più leggiadro, non di qualche elemento altrettanto caratteristico del suo inconfondibile paesaggio, ma proprio di un «personaggio», la cui assenza dal porto per circa un mese, ha tolto ad esso, inopinatamente, molto del suo «colore». Dal porto di Ischia è stato lontano nel settembre 1969, quasi per lʼintero mese, «Giannino», uno dei più autentici, simpatici, accattivanti «personaggi» ischitani. Cosa significa per il porto il longilineo e dinoccolato Giannino Messina, il suo prodigarsi da mattina a sera nelle mille faccende per cui tutti, indigeni e stranieri, quotidianamente si rivolgono a lui,, è apparso chiaro a tutti proprio nel trascorso mese di settembre, quando egli, per la prima volta forse in vita sua, lo ha abbandonato per circa un mese per recarsi allʼestero in crociera, trasformandosi una volta tanto in turista dopo essersi sempre fatto in quattro per i turisti, iniziando da ragazzino nellʼUfficio del Forestiero di Vincenzo Telese - alla scuola di un uomo cui Ischia deve cioè molto del suo attuale sviluppo - una attività promozionale che dura ormai da oltre 34 anni e che lo ha visto sullʼisola sempre in prima linea! Potranno forse meravigliarsi i nostri nuovi lettori, o qualcuno dei vecchi ancora neofita di Ischia per la stranezza di questo nostro articolo, che abbiamo dedicato a sottolineare il peso della temporanea assenza di un personaggio piuttosto che riservarlo, come usiamo solitamente fare, alla illustrazione di una peculiare prerogativa dellʼIsola, di una stagione isolana singolarmente felice, di una manifestazione particolarmente riuscita. Non si meraviglieranno quanti conoscono da un lato la carica di simpatia di Giannino, il buonumore che egli sa ad ampie dosi sempre distribuire, non solo dal palcoscenico - sul quale ogni anno usa far da mattatore proprio in questi brevissimi periodi di riposo invernale - ma anche nel corso di ogni amichevole incontro e, quel che più conta, nei quotidiani rapporti di lavoro. Essi non potranno dʼaltra parte non essere come noi convinti che sono proprio tanti umanissimi popolari «personaggi», come Giannino, a rappresentare, più di quanto riescano a farlo le personalità ufficiali, lʼautentico «ambiente» dellʼIsola, quello che non si può fare a meno di amare unitamente ai paesaggi, al clima, ai mille meravigliosi segreti che Ischia nasconde e che vanno scoperti stagione per stagione, uno per uno, con la consapevolezza di poter sempre trovarne dei nuovi. Riteniamo infatti che anchʼessi si siano potuti come noi accorgere che nel 1969, nel mese di settembre, il La Rassegna dʼIschia 2/2006 51 Ed ecco che emerge, solenne e possente dalle onde blu del mar Tirreno - noi la salutiamo pervasi dalla gioia ed emozionati - la fiera Ischia! Diventa sempre più alta, manifesta sempre più le sue forme, finché svetta nella superba cima dell’Epomeo che guarda in lontananza nell’aria azzurra. Una piramide regale, eretta dall’eternità per l’eternità in mezzo allo sconfinato deserto del mare, ai piedi cinta da oasi innumerevoli, da oasi felici, abitata da gente felice, così l’isola ci volge il suo saluto: una promessa di gioia! (Woldermar Kaden) 52 La Rassegna dʼIschia 2/2006