Università degli studi di Urbino “Carlo Bo” FACOLTA’ DI SCIENZE E TECNOLOGIE Corso di Laurea Specialistica in Biologia Cellulare e Molecolare LATTE BOVINO CRUDO DEL MONTEFELTRO: ANALISI DELLA CAPACITA’ ANTIOSSIDANTE TOTALE Relatore : Chiar.mo Prof. Tesi di Laurea Specialistica di: Ferdinando Mannello Michela Toro Anno Accademico 2006-2007 INDICE PARTE GENERALE CAPITOLO I : IL LATTE BOVINO 1.1 - Fisiologia della lattazione.................................................................................pag. 1.1.1 - La ghiandola mammaria …………………………………………….pag. 1.1.2 - Mammogenesi ………………………………………………………pag. 1.1.3 - Lattogenesi…………………………………………………………..pag. 1.1.4 - Eiezione del latte…………………………………………………….pag. 1.1.5 - Sintesi del latte………………………………………………………pag. 6 6 9 10 11 12 1.2 - Composizione biochimica e cellulare del latte bovino....................................pag. 18 1.2.1 - L’acqua……………………………………………………………...pag. 18 1.2.2 - Le proteine………………………………………………………......pag. 19 1.2.3 - I lipidi………………………………………………………………..pag. 20 1.2.4 - I glucidi……………………………………………………………...pag. 21 1.2.5 - I sali minerali………………………………………………………..pag. 21 1.2.6 - Le vitamine………………………………………………………….pag. 22 1.2.7 - I parametri qualitativi del latte………………………………………pag. 23 1.3 - Trattamenti del latte per la commercializzazione............................................pag. 26 1.3.1 - Processi industriali…………………………………………………..pag. 26 1.3.2 - Normativa in vigore……………………………………………….....pag. 31 1.3.3 - Durata del latte pastorizzato………………………………................pag. 33 CAPITOLO II : IL LATTE BOVINO CRUDO 2.1 - Proprietà nutraceutiche..................................................................................pag. 37 2.1.1 - Proteine bioattive…………………………………………………..pag. 37 2.1.2 - Zuccheri ed altri componenti bioattivi……………………………..pag. 43 2.2 - Effetti benefici su alcune patologie umane....................................................pag. 44 2.2.1 - Osteoporosi…………………………………………………………pag. 44 2.2.2 - Patologie cardiovascolari…………………………………………...pag. 45 2.2.3 - Infiammazioni………………………………………………………pag. 46 2.2.4 - Neoplasie……………………………………………………………pag. 47 2 CAPITOLO III : BILANCIO TRA STRESS OSSIDATIVO E COMPOSTI ANTIOSSIDANTI 3.1 - Lo stress ossidativo......................................................................................pag. 49 3.1.1 - I radicali liberi e gli antiossidanti …………………………………pag. 49 3.1.2 - Bilancio dello stress ossidante ……………..……………………..pag. 53 PARTE SPERIMENTALE CAPITOLO IV : SCOPO DELLA RICERCA 4.1 - Scopo della ricerca......................................................................................pag. 58 CAPITOLO V : MATERIALI E METODI 5.1 - Campioni di latte crudo...............................................................................pag. 60 5.2 - Metodo ORAC............................................................................................pag. 61 5.3 - Dosaggio dei tioli totali...............................................................................pag. 62 5.3.1 - Procedura di dosaggio........................................................................pag. 62 5.3.2 - Principio del metodo..........................................................................pag. 62 5.4 - Dosaggio delle proteine totali.....................................................................pag. 63 5.5 - Separazione elettroforetica delle proteine contenenti cisteine ed identificazione con AEDANS...............................................................pag. 63 5.6 - Analisi statistiche........................................................................................pag. 64 CAPITOLO VI : RISULTATI 6.1 - Risultati.......................................................................................................pag. 66 CAPITOLO VII : CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE 7.1 - Considerazioni conclusive...........................................................................pag. 71 BIBLIOGRAFIA 3 PARTE GENERALE 4 CAPITOLO I : IL LATTE BOVINO 1.1 - FISIOLOGIA DELLA LATTAZIONE 1.2 - COMPOSIZIONE BIOCHIMICA E CELLULARE 1.3 - TRATTAMENTI DEL LATTE PER LA COMMERCIALIZZAZIONE 5 1.1 - FISIOLOGIA DELLA LATTAZIONE 1.1.1 - LA GHIANDOLA MAMMARIA Anatomia macroscopica La mammella è una grossa ghiandola, tipica dei mammiferi, che elabora il latte. Il numero, la forma, il volume e la posizione variano a seconda della specie. Le ghiandole mammarie si sviluppano centralmente, lungo due linee paramediane che vanno dal cavo ascellare alla regione inguinale. Sono presenti in numero 6-8 per lato nel maiale, 1 nella cavalla, nella capra e nella pecora e 2 nella vacca. Nella descrizione anatomica macroscopica vanno considerate tre componenti principali: - la pelle - è fine e coperta di peli delicati e radi, con ghiandole sudoripare e sebacee. A livello del capezzolo, la cute è più resistente. Il capezzolo, generalmente conico, ha un apice perforato da uno o più fori lattiferi, sbocchi dei condotti escretori. - le fasce mammarie - la ghiandola è accolta dal tessuto sottocutaneo, delimitato da fasci connettivali. - il corpo ghiandolare - la mammella è una ghiandola tubulo-alveolare composta, a secrezione apocrina (lipidi) e merocrina (protidi). La ghiandola mammaria consta di più lobi, separati da tessuto connettivo, infiltrato da notevoli quantità di tessuto adiposo. I dotti escretori di ciascun lobo fanno capo ad un condotto lattifero, o lobare, che si apre alla base del capezzolo, nel seno lattifero o galattoforo, il quale si porta in superficie mediante un dotto papillare. Si hanno ghiandole del tipo semplice (nei ruminanti), che hanno un solo dotto papillare ed un seno lattifero nel quale affluiscono più dotti lobari, o composto (negli equidi carnivori), che ha più seni lattiferi con propri dotti [1]. La mammella della bovina è suddivisa in due metà distinte, separate da tessuto connettivo e dai legamenti sospensori mediani. Ciascuna metà è costituita da due ghiandole, anteriore e posteriore, dette comunemente quarti o quartieri. I quarti sono completamente separati tra di loro. La capacità dei quarti posteriori è generalmente superiore rispetto a quelli anteriori (60% i posteriori, 40% gli anteriori). La selezione ed il miglioramento genetico e morfologico dovrebbero ridurre le differenze di capacità tra i quarti posteriori ed anteriori. La mammella è principalmente sostenuta da una fascia di tessuto connettivo presente in ciascuna metà mammaria e formata dalla fusione dei legamenti sospensori mediano e laterale. I legamenti sospensori laterali costituiscono il principale sostegno della mammella, in quanto non contengono fibre elastiche, e perciò non si distendono. Al contrario, tali fibre sono presenti nel legamento mediano che, potendosi perciò distendere, consente alle mammelle di proiettarsi verso l’esterno. Quando entrambi i legamenti cedono, la mammella diventa pendula, e si abbassa verso il terreno. In questo caso, oltre a diventare più vulnerabile agli agenti fisici e microbiologici e di lesioni al capezzolo, diventa problematico posizionare correttamente il gruppo di mungitura e permettere un funzionamento accettabile da parte della guaina. Il sistema vascolare, che permette al sangue di raggiungere la mammella, è così composto: il sangue proveniente dal cuore va dall’aorta all’arteria iliaca interna ed all’arteria iliaca esterna, dove la prima, con tre diramazioni, irrora la ghiandola nel ramo posteriore, caudale e craniale, e la seconda vascolarizza l’altra metà della mammella. I nervi della mammella hanno origine mista, e sono i mediatori del riflesso che stimola la discesa del latte, dando luogo alla liberazione dell’ossitocina da parte della post-ipofisi, non svolgendo, così, un ruolo diretto nella secrezione del latte. I capezzoli sono la componente 6 fondamentale della mammella per la corretta scelta del tipo e forma di guaina da adottare in allevamento. Nella bovina, il numero normale è di quattro mammelle funzionali. La forma è variabile, da quella cilindrica, cioè con diametro costante per l’intera lunghezza, a quella affusata o conica, nel qual caso l’estremità libera è molto più sottile rispetto alla base. La lunghezza è anch’essa estremamente variabile. La cute è sottile, e sprovvista di peli e ghiandole cutanee. Nella parete è contenuto un plesso vascolare che si riempie di sangue sotto pressione quando i capezzoli sono stimolati, favorendone in tal modo l’erezione che, a sua volta, facilita il deflusso del latte a seguito della mungitura, sia manuale che meccanica. La cisterna del capezzolo (sinus papillaris) è rivestita da un epitelio a doppio strato di cellule, con una topografia variabile. Nel punto di fusione fra la cisterna del capezzolo e della mammella può essere presente una plica anulare, che è appena percettibile oppure fortemente rilevata e, in quest’ultimo caso, impedisce la comunicazione fra le due cavità. E’ causato molte volte dalla testa della guaina non adatta. L’epitelio di rivestimento può, in alcuni casi, risultare di tipo squamoso in corrispondenza delle creste e delle pliche. Queste modificazioni cellulari potrebbero rappresentare una reazione ad eventuali traumi di mungitura. Infatti, l’epitelio della cisterna del capezzolo ed i sottostanti tessuti possono reagire a tali traumi attraverso la formazione di tessuto cicatriziale. Quest’ultimo, se circoscritto, può provocare la formazione di un’escrescenza, che si proietta nel lume, ostacolando il flusso di latte, oppure, in casi di traumi gravi, può ostruire l’intera cavità del capezzolo. La cisterna mammaria (sinus lactiferus) appare estremamente variabile per dimensioni e forma, ed al suo interno sono presenti i grossi dotti, in numero da 8 a 12, che si dipartono dalla cisterna mammaria per seguire il contorno esterno del quarto corrispondente, estendendosi nel parenchima ghiandolare. Lo stretto canale situato all’estremità del capezzolo è denominato dotto capillare o, più comunemente, canale striato. Da diverse indagini fatte, la lunghezza di tale canale, sia dopo l’abbattimento che su animali vivi, con l’introduzione di una sottile cannula di plastica o con una tecnica radiografica, oscilla tra gli 8 ed i 10,5 mm. Il diametro del canale striato non è uniforme per tutta la sua lunghezza: 0,55 mm in prossimità dell’orefizio, 0,66 mm nella zona mediana e 0,82 mm nell’estremità prossimale (Fig. 1). Fig. 1 - Struttura macroscopica della mammella. In condizioni normali, il canale striato presenta alcune strutture anatomiche che fungono da barriera alla penetrazione dei microrganismi. L’efficienza di tale strutture appare massima alla prima lattazione e si affievolisce gradualmente in quelle successive, con la conseguenza di maggior casi di mastite causate da mungitura errata e mal comportamento delle guaine. Il rivestimento interno del canale striato è costituito da un epitelio pavimentoso stratificato, che subisce continui processi di cheratizzazione, dal quale deriva del materiale di tipo sebaceo, che si distacca e riempie il lume del canale. Questo materiale sebaceo contiene acidi grassi a lunga catena in elevata concentrazione, che agiscono come batteriostatici nei confronti di alcuni agenti patogeni. In condizioni normali, questi impediscono la moltiplicazione e la sopravvivenza dei microrganismi penetrati nel canale striato (Fig. 2). Il canale striato termina in una serie di pliche, dette “Rosette di Furstenberg”, la cui 7 funzione è di trattenere il latte nell’intervallo fra le mungiture. Il canale striato, inoltre, è circondato da un vero sfintere, costituito da un muscolo liscio, disposto longitudinalmente con fibre circolari. Un capezzolo è indicato beante quando il muscolo sfintere risulta incapace di mantenere la chiusura ermetica del canale. Diverse indagini indicano che esiste la predisposizione ad una maggiore incidenza di infiammazioni mammarie e successive mastiti in quei quarti che hanno il canale del capezzolo beante [2]. Fig. 2 - Canale striato, posto all’estremità del capezzolo. Struttura microscopica Negli animali in lattazione, il parenchima comprende gli alveoli, in corrispondenza dei quali viene secreto il latte, e il sistema dei dotti, tramite il quale il latte raggiunge le cisterne. Gli alveoli sono strutture minute, di forma sferoidale o piriforme, costituiti da un solo strato di cellule epiteliali, e riuniti in grappoli, o lobuli, di 200 elementi circa, che sono separati da setti fibrosi. Più lobuli formano i lobi. Il tessuto connettivo che separa i lobi è collegato ai legamenti, con i quali forma il legamento sospensore. Gli alveoli ed i dotti sono ricoperti dalle cellule mioepiteliali, di forma stellata, ricche di miofilamenti. Ogni alveolo è avvolto da uno stroma delicato, che contiene una fine rete capillare. Un epitelio bistratificato riveste le cisterne del capezzolo, del latte e dei dotti. Vascolarizzazione Negli animali ad alta produzione si forma un litro di latte in seguito al passaggio di 500 litri di sangue attraverso la ghiandola mammaria; negli animali a bassa produzione, invece, sono necessari 1000 litri. La maggior parte del sangue arriva tramite le due arterie pubende esterne, che, alla base della mammella, danno origine alle arterie mammarie craniale e caudale. Il sistema venoso è costituito da queste due vene, che passano nel canale inguinale e si anastomizzano con le vene addominali sottocutanee e con la vena perineale. Tali anastomosi danno luogo al cosiddetto circolo venoso alla base della mammella. 8 Innervazione Nervi mammari riconoscono una componente di fibre sensitive somatiche ed una di fibre motrici simpatiche. La componente simpatica innerva le cellule mioepiteliali dei dotti e delle cisterne. Le fibre sensitive sono presenti a livello capezzolare. Apparato di sospensione La cute svolge un ruolo non determinante nei meccanismi di sospensione, ma è importante la sua azione protettiva generale. Il peso viene sostenuto da due strutture, costituite dai legamenti larghi sospensori mediani e laterali, dei quali i primi partono dalla linea alba e si estendono fra la metà destra e sinistra, mandando dei sepimenti all’interno e permettendo di attutire gli shock meccanici della deambulazione, mentre i secondi vanno dal legamento sub-pelvico alle fasce laterali della mammella. Funzionalmente, tra i legamenti larghi laterali e mediani si costituiscono delle strutture atte ad impedire lo schiacciamento delle formazioni alveolari poste più in basso. Con l’età, dopo più lattazioni, queste strutture perdono l’elasticità e tendono ad allungarsi, provocando l’insorgere della mammella pendula. 1.1.2 - MAMMOGENESI Periodo embrionale e fetale Il tessuto ghiandolare della mammella origina, a livello embrionale, dall’ectoderma. Le varie fasi della sua morfogenesi sono simili in tutti i mammiferi: dapprima compaiono due creste ectodermiche parallele, lateralmente alla linea mediana-ventrale del feto, dette linee del latte, che successivamente perdono la loro continuità e formano una serie di cellule ectodermiche, in posizione e numero variabile a seconda della specie. Da questi noduli derivano le gemme mammarie, di forma prima lenticolare poi sferica e quindi conica. Nelle bovine, la parte terminale della gemma si allunga a formare il cordone mammario primario, che si canalizza, ed il lume così formato si dilata e forma una piccola cisterna del latte. Verso il 4-5 mese si origina una rudimentale cisterna del capezzolo, e dalla cisterna del latte si originano dei cordoni secondari, i futuri dotti. Alla nascita, in genere, la mammella ha una struttura del tutto rudimentale ed è formata dai capezzoli, dai dotti papillari, da cisterne non ben sviluppate, dai dotti e da qualche alveolo. Successivamente, l’accrescimento della mammella segue, fino alla pubertà, quello generale corporeo (accrescimento isometrico). Alla nascita, i dotti sono ancora confinati in una zona limitata attorno alla cisterna del latte, ma lo stroma è comunque completamente sviluppato. A 13 settimane di vita, il tessuto stromale ha assunto la caratteristica forma della mammella. Periodo post-natale Con l’inizio dell’attività ovarica, la mammella cresce in misura maggiore del resto del corpo (accrescimento allometrico), in quanto ogni ciclo apporta un lieve aumento della ghiandola, fino ad un periodo massimo di 36 mesi nella bovina. L’accrescimento più evidente si osserva in gravidanza; all’inizio è molto lento, ma successivamente aumenta fino al momento del parto, quando l’organo acquista la piena funzionalità. Il cuscinetto adiposo viene riassorbito e sostituito da strutture ghiandolari. 9 Ormoni Gli ormoni che agiscono nella mammella, a seconda della loro azione, vengono schematicamente divisi in masteoplastici e galattopoietici. Nella realtà biologica, i due processi sono interdipendenti e spesso un singolo ormone li esplica entrambi. Fra gli ormoni che sviluppano la ghiandola vengono inclusi gli estrogeni, il progesterone, la prolattina, l’ormone della crescita ed il lattogeno placentare. Gli ormoni ovarici risultano indispensabili per la crescita mammaria, mentre gli estrogeni sembrano indurre un accumulo di recettori per il progesterone e la prolattina, che sono responsabili della moltiplicazione cellulare. Gli ormoni dell’ipofisi anteriore e quelli placentari sembrano essere più importanti, in quanto, se non presenti, annullano l’efficacia degli ormoni steroidei. La placenta dei ruminanti sintetizza e secerne un ormone lattogeno, detto PL (Placental Lactogens), che risulta simile dal punto di vista chimico e biologico alla prolattina ed all’ ormone della crescita. 1.1.3 - LATTOGENESI La lattogenesi è un processo di differenziazione, attraverso il quale le cellule alveolari mammarie acquistano la capacità di secernere il latte. Si hanno due stadi: nel primo si osservano le differenziazioni citologiche ed enzimatiche delle cellule, mentre nel successivo si dà l’avvio alla sintesi del secreto mammario. Il progesterone (P4) ha un ruolo inibitorio sulla lattogenesi, in quanto limita la secrezione di prolattina, per cui pare chiaro che la sua caduta al termine della gravidanza costituisce uno dei segnali per l’avvio della sintesi del latte. Il P4, inoltre, inibisce la sintesi di α-lattoalbumine e di conseguenza del lattosio, in mancanza del quale viene impedito il passaggio di acqua all’interno della cellula secernente, inibendo così la sintesi del latte. Il ruolo del P4 durante la lattazione è scarso, in quanto è in gran parte sequestrato nel grasso del latte. Contrariamente a quanto avviene durante la gravidanza, in cui alti tassi di P4 competono con i corticosteroidei sui siti attivi recettoriali delle cellule secernenti, in lattazione sono invece i corticoidi ad occupare i recettori mammari. Gli estrogeni hanno invece un effetto positivo sulla lattogenesi, in quanto mediano un aumento della prolattina in circolo. La prolattina (PRL), infatti, è un fattore indispensabile, che sblocca la sintesi delle caseine; questa induzione si accompagna ad un accumulo di RNA nella cellula e ad una accelerazione della trascrizione dei geni corrispondenti. Nelle bovine, la concentrazione di PRL è correlata positivamente alla produzione lattea, ma i coefficienti risultano bassi. La secrezione di PRL è influenzata dalla temperatura, dalla stagione, dal fotoperiodo e dagli stimoli portati al capezzolo, che comportano un aumento dell’ormone. Nei ruminanti, la lattazione è sostenuta soprattutto dall’ormone della crescita (GH), e la quantità di PRL libera diminuisce gradatamente col progredire della lattazione, in quanto la prolattina può esplicare la sua azione solo se viene a contatto con i recettori della cellula mammaria. Stabilito il legame PRL - recettore, il complesso si porta all’interno della cellula, dove determina una serie di reazioni, tra le quali un aumento del RNA-ribosomiale, con un concomitante aumento dell’RNA-messaggero delle caseine, il che controlla l’espressione genica delle proteine del latte. Molti di questi effetti sono amplificati dai corticosteroidi e dall’insulina, ed inibiti dal progesterone. L’ormone della crescita, nei ruminanti, ha un evidente effetto galattopoietico; si ritiene che agisca in modo indiretto, e la sua azione sarebbe mediata da fattori di crescita (somatomedine), oppure dalla stessa capacità lipolitica dell’ormone, che provocherebbe incremento dei precursori del latte in circolo. L’aumento del livello produttivo, dopo trattamento esogeno con GH, si aggira attorno al 20% o più, se si usa ormone di sintesi. Gli ormoni corticosteroidei amplificano l’azione della prolattina nella sintesi delle caseine (meno nei ruminanti). Gli ormoni tiroidei, durante la lattazione, sono ridotti proporzionalmente all’aumentare della produzione lattea, in quanto diminuiscono le concentrazioni di T3 e T4 (ipotiroidismo). Le concentrazioni di insulina sono negativamente correlate alla produzione lattea, in quanto è bassa nella prima fase di lattazione ed elevata nell’ultima. 10 9 COLOSTRO Il secreto che si ottiene subito dopo il parto ha caratteristiche particolari e viene chiamato colostro. E’ dotato di una certa azione lassativa, che serve per far espellere al neonato il meconio presente nell’intestino. Il colostro differisce dal latte in quanto contiene più alto tenore in proteine, sodio e cloro, ed un più basso tenore in lattosio e potassio. Il valore calorico è il doppio di quello del latte, per il suo elevato contenuto in sostanze azotate, mentre nel latte è il grasso a fornire la maggior quota di calorie. La differenza maggiore è nel diverso contenuto in immunoglobuline. Nei neonati, infatti, il sistema immunocompetente è ancora rudimentale ed incapace di funzionare adeguatamente. Negli ungulati (bovino, ovino, equino, suino), dato il tipo complesso di placentazione, le grosse molecole immunoglobuliniche non passano la barriera placentare. Per questo motivo, il colostro di queste specie animali possiede grosse concentrazioni di IgG. Nel colostro c’è un fattore che impedisce la normale digestione delle immunoglobuline, l’assorbimento avviene nel digiuno attraverso la via linfatica, ed il passaggio attraverso la barriera intestinale può avvenire nelle prime 24 ore dopo il parto, poiché la permeabilità dell’epitelio, poi, tende a ridursi. Dei 50-150 mg/ml di immunoglobuline presenti nel colostro di vacca, l’85-90% sono IgG, il 7% circa IgM ed il 5% IgA. Le origini delle IgG è totalmente ematica, ed il passaggio dal sangue al colostro avviene con un meccanismo di trasporto intracellulare (recettori-pinocitosi-endocitosiesocitosi). Le IgA e le IgM, invece, vengono sintetizzate dalle plasmacellule che si trovano nelle adiacenze dell’epitelio secretorio. 1.1.4 - EIEZIONE DEL LATTE Un riflesso neuroendocrino è preposto all’allontanamento del latte dalla ghiandola ed è costituito da un arco riflesso, dove la componente afferente è data dagli stimoli nervosi, mentre quella efferente dall’ossitocina. La deformazione dei meccanocettori capezzolari, determinata dalla suzione o dalla mungitura, provoca l’insorgenza di impulsi nervosi, che vengono trasmessi attraverso i nervi mammari al midollo, nel quale viaggiano nel tronco dorsale spinale fino all’ipotalamo, ed in particolare a livello delle cellule neurosecretrici dei nuclei sopraottico e paraventricolare, responsabili della sintesi dell’ossitocina. L’ormone, legato ad una specifica proteina (neurofisina I), con il circolo giunge alla ghiandola dove, liberato dalla componente proteica, si lega a specifici recettori delle cellule mioepiteliali e ne determina la contrazione, che, pur causando un considerevole aumento della pressione endomammaria, non riesce a superare la resistenza opposta dallo sfintere del dotto papillare capezzolare, la quale può esser vinta grazie all’aiuto della suzione o con il vuoto che viene creato in prossimità dello sfintere della mungitrice meccanica o con la compressione esercitata dalle dita del mungitore, che mima quanto fisiologicamente avviene con la suzione. Il riflesso può esser rafforzato e condizionato da azioni ripetitive che accompagnano la mungitura (vista del vitello, rumori della sala di mungitura, ecc..); tuttavia, impulsi di origine corticale possono inibire, essendo collegate ai nuclei dell’ipotalamo. Attività stressanti, che comportano liberazione di catecolamine, provocano una riduzione della liberazione di ossitocina. Un’aumentata attività del simpatico, inoltre, comporta un’inibizione sulla espulsione del latte. 11 1.1.5 - SINTESI DEL LATTE Le cellule alveolari secretorie della ghiandola mammaria (Fig. 3) hanno una notevole attività metabolica. Nel loro citoplasma presentano una forte specializzazione, per meglio ottimizzare l’efficienza e non avere interferenze nei vari passaggi. Fig. 3 - Cellula alveolare secretoria della ghiandola mammaria I precursori, provenienti dai componenti della dieta (Fig. 4), vengono trasportati attraverso la membrana basale cellulare, mentre il nucleo provvede alla sintesi di RNA-messaggero ed RNAribosomiale. Il reticolo endoplasmatico ha un sistema di canali, che dal nucleo pervade tutto il citoplasma, il quale provvede alla sintesi delle proteine e dei fosfolipidi, alla esterificazione degli acidi grassi per la formazione dei acilgliceroli ed alla loro dissaturazione. L’apparato del Golgi sintetizza il lattosio; in esso avviene la glicosilazione e fosforilazione delle proteine. I mitocondri producono energia, sottoforma di ATP, e sono deputati alla formazione dei precursori degli acidi grassi e degli aminoacidi non essenziali. Fig. 4 - Passaggi schematici della conversione dei componenti della dieta i componenti del latte Nel citoplasma avviene la formazione dell’α-glicerofosfato, la sintesi degli acidi grassi, l’attivazione degli aminoacidi per la sintesi proteica e la produzione del NADPH. I microtubuli ed i microfilamenti contribuiscono al meccanismo secretorio del latte. La membrana, con la sua permeabilità, influenza il passaggio di molecole, degli elettroliti e di acqua, sia in entrata che in uscita dalla cellula e nei medesimi organuli citoplasmatici. Il glucosio, contrariamente al lattosio, 12 attraversa la membrana del Golgi; il citrato esce dal mitocondrio, ma non ci rientra. La quantità e la qualità dei substrati disponibili per la sintesi del latte influenzano il livello secretivo, oltre, naturalmente, al numero ed all’attività metabolica delle cellule alveolari. E’ importante il flusso mammario, che nei soggetti in piena lattazione raggiunge il 15% della gittata cardiaca (Tab. 1). I principali substrati ematici che la mammella utilizza sono il glucosio, gli acidi grassi, i minerali e l’acetato. La bovina utilizza l’acetato come fonte energetica. Costituenti Acqua Glucosio Lattosio Aminoacidi liberi Caseine β-lattoglobulina α−lattoglobulina Immunoglobuline Albumina Triacilgliceridi Fosfolipidi Acido citrico Acido orotico Calcio Fosforo Sodio Potassio Cloro Sangue (g/dl) 91 0.05 0 0,02 0 0 0 2,6 3,2 0,06 0,25 tracce 0 0,01 0,01 0,34 0,025 0,35 Latte (g/dl) 86 tracce 4,6 tracce 2,8 0,32 0,13 0,07 0,05 3,7 0,035 0,18 0,008 0,13 0,10 0,05 0,15 0,11 Tab. 1 - Confronto tra i costituenti del sangue e quelli del latte bovino Biosintesi del grasso I grassi presenti nel latte forniscono la quota maggiore di energia per il neonato e sono secreti sotto forma di globuli, compresi in una membrana che li rende compatibili alla fase acquosa del latte. I grassi sono la maggior componente del latte e sono composti prevalentemente da trigliceridi, in misura pari al 97-98% (Fig. 5). Il latte di vacca contiene circa l’1% di altri tipi di grassi (0,28-0,59% diacilgliceridi, 0,2-1% fosfolipidi e 0,02-0,04% monoacilgliceridi). Fig. 5 - Formula generale di un trigliceride, dove i gruppi R1, R2 ed R3 rappresentano acidi grassi con catene carboniose di varia lunghezza 13 Circa il 50% del grasso deriva direttamente dai grassi a lunga catena della dieta, delle sintesi ruminali e dei lipidi di riserva corporea. Il rimanente 50% deriva dalla neosintesi a partire dagli acidi grassi volatili acido acetico e OH-butirrato, prodotti dalle fermentazioni ruminali. Le tabelle 2 e 3 mostrano la sorgente e la composizione degli acidi grassi presenti nel latte bovino. Acido grasso Neosintei % C4-C10 100 0 C12 80-90 10-20 C14 30-40 60-70 C16 20-30 70-80 C18 0 100 Numero atomi di carbonio C4:0 C6:0 C8:0 C10:0 C12:0 C14:0 C16:0 C18:0 C18:1 C18:2 C18:3 Nome dell’acido grasso Butirrico Capraico Caprilico Caprico Laurico Miristico Palmitico Stearico Oleico Linoleico Linolenico % molare nel latte 10 3 1 2 3 9 21 11 31 5 <1 da VLDL (Very Low Density Lipoprotein) Tab. 2 - Sorgente degli acidi grassi ne latte bovino. Tab. 3 - Composizione degli acidi grassi nel latte bovino. La maggior parte degli acidi grassi volatili di origine vegetale della dieta sono a lunga catena ed insaturi. I microrganismi ruminali hanno la capacità di renderli saturi e ciò spiga l’alto tenore di acidi grassi saturi presenti nel latte di vacca (Fig. 6). Gli acidi grassi a lunga catena vengono assorbiti dall’intestino e legati a proteine, per essere così messi in circolo, attraverso il sistema linfatico. Nel sangue vi sono 100 mg/l di lipoproteine: 92% HDL (Higt Density Lipoprotein), e 7% LDL (Low Density Lipoprotein). Circa il 60-80% dei trigliceridi è rimosso dalle lipoproteine da un enzima di membrana (lipoprotein-lipasi) ed assorbito dalla cellula mammaria. Fig. 6 - Biosintesi degli acidi grassi contenuti nel latte. 14 Neosintesi di acidi grassi La neosintesi degli acidi grassi (Fig. 7) coinvolge l’acetilCoA, a partire dall’acido acetico, utilizzato come substrato per la sintesi del malonilCoA, necessario per la formazione di catene lunghe e per l’approvigionamento del NADPH per le fasi di riduzione della reazione. Il glucosio, nei non ruminanti, è la fonte principale per la produzione di acetilCoA e NADP, e inoltre fornisce lo scheletro carbonioso per la sintesi dei trigliceridi. Il glucosio viene degradato nei mitocondri a piruvato, e poi convertito in acetilCoA, che, non essendo in grado di attraversare la membrana mitocondriale, viene trasformato in ossaloacetato, che è, invece, in grado di diffondere rapidamente nel citoplasma. Qui, un enzima libera l’acetilCoA . Il NADPH, nei non ruminanti, deriva dalla via del pentoso-fosfato, dal ciclo del piruvato-malato e dalla isocitrato-deidrogenasi. Nei ruminanti, invece, il glucosio non è utilizzato per la sintesi degli acidi grassi. L’attività dell’ATP-citrato-liasi è bassa, e piccole quantità di acetilCoA derivano dal citrato extramitocondriale. Il ciclo del piruvato– malato è adeguatamente presente nei tessuti. L’attività dell’acetilCoA-sintetasi, nei ruminanti in genere, è maggiore, e fornisce quantità adeguate di acetilCoA a partire dall’acido acetico derivato dalla fermentazione ruminale. Il primo passaggio della sintesi di acidi grassi è la conversione di acetilCoA a malonilCoA, per mezzo dell’enzima acetilCoA-carbossilasi. L’allungamento della catena richiede più molecole di acetilCoA attivato a malonilCoA. Questa reazione è catalizzata da una sintetasi. Il palmitato (16 C) è il principale prodotto della neosintesi di acidi grassi. L’acido acetico provvede al 35-45% del carbonio presente negli acidi grassi totali del latte, e da circa l’80% di quelli di neosintesi. Il β-idrossibutirrato entra direttamente nella composizione dei trigliceridi del latte come butirrilCoA (4 C), o viene convertito ad acetilCoA nei mitocondri. Il β-idrossibutirrato provvede a circa l’8% dei grassi totali ed al 16-20% degli acidi grassi a catena corta di neosintesi. Fig. 7 - Sintesi degli acidi grassi. Sintesi dei trigliceridi Gli acidi grassi presenti nei trigliceridi del latte hanno tre fonti principali di origine: - non ruminanti - dal glucosio, che, con la glicolisi, viene scisso in piruvato, che entra nel ciclo dell’acido citrico, con formazione di acetilCoA; - dai trigliceridi presenti nel circolo ematico, come lipoproteine a bassa densità LDL; - ruminanti - la fonte maggiore è la sintesi a partire dall’acetato e butirrato , che derivano dall’attività microbica ruminale. 15 La biosintesi dei trigliceridi avviene preferibilmente con la via del α-3-glicerofosfato, formato all’interno della cellula alveolare prevalentemente da glucosio, attraverso la via dell’esosofosfato. Nei ruminanti, la quantità del glicerolo derivante dallo zucchero è pari al 60%. Gli acidi grassi liberi vengono attivati nella via dell’α-fosfoglicerato. Dall’acidofosfatidico, dopo la rimozione del gruppo fosfato, si ottiene l’1,2-diacilglicerolo, e, successivamente, con l’aggiunta di un’altra molecola di acetilCoA, si ha il triacilglicerolo. A questo vengono poi aggiunti i tre acidi grassi per formare i trigliceridi (Fig. 8). Fig. 8 - Tappe principali per la sintesi di una molecola di trigliceride. Biosintesi del lattosio Solo la ghiandola mammaria è in grado di produrre il principale carboidrato del latte, ed anche quello più presente in natura. Il lattosio è costituito da una molecola di glucosio ed una di galattosio, con legame β tra il carbonio 1 del galattosio ed il carbonio 4 del glucosio (Fig. 9). Fig. 9 - Struttura chimica di una molecola di lattosio. La prima reazione necessaria per la sintesi di lattosio (Fig. 10) è irreversibile, ed avviene nel citoplasma. Le successive tre reazioni sono in equilibrio, sono reversibili, e dipendono dalle concentrazioni del precursore e del prodotto finale. La quinta, ed ultima, reazione avviene nell’apparato del Golgi, e necessita della presenza di ioni magnesio: il glucosio e l’UDPgalattosio sono trasportati al suo interno, e sono trasformati in lattosio, sotto controllo positivo da parte della prolattina e negativo dal progesterone. 16 Fig. 10 - Le 5 tappe necessarie per la biosintesi di lattosio nel latte. L’enzima necessario per la sintesi del lattosio è formato da due proteine, la udp-galattosiltrasferasi, legata alla membrana del Golgi, e l’α-lattoalbumina libera. Il vantaggio del lattosio rispetto al monosaccaride glucosio sta nel fatto che dà il doppio delle calorie ed esercita metà della pressione osmotica, a parità di peso molecolare. Nella ghiandola mammaria dei ruminanti, il glucosio deriva dal circolo ematico per il 65-75% [1]. Biosintesi delle proteine I precursori delle proteine provengono dagli aminoacidi delle proteine alimentari, che sono degradate nell’intestino. Uno schema generale per la sintesi delle proteine del latte prevede: 1. passaggio dei precursori (aminoacidi) dal sangue al liquido extracellulare; 2. assunzione cellulare di aminoacidi tramite carrier specifici per gruppi di aminoacidi, con richiesta di energia; 3. attivazione del sistema di trascrizione dei geni che codificano la sintesi del latte in RNAmessaggero; 4. Trasporto, da parte dell’RNA-messaggero, dell’informazione dal nucleo ai ribosomi dell’ergastoplasma; 5. in presenza di ATP, formazione dei composti aminoacil-RNA-transfer, specifici per singoli aminoacidi. 6. traslocazione delle proteine verso la membrana apicale, tramite l’apparato del Golgi. 7. passaggio delle proteine attraverso la membrana, per pinocitosi inversa. 17 1.2 - COMPOSIZIONE BIOCHIMICA E CELLULARE Fisicamente, il latte è costituito da una soluzione acquosa di sali, carboidrati ed altri composti, fra cui globuli lipidici in emulsione ed una miscela di proteine in dispersione colloidale. Il valore calorico del latte secreto in tutte le specie deriva in misura costante dalla somma delle calorie fornite dalle proteine e dai glucidi (50-100kcal/100ml); il restante valore energetico, fino ad arrivare anche a 500 kcal/dl, è fornito dai grassi. Questo alimento si caratterizza per gli apporti in proteine di elevata qualità biologica (lattalbumina e caseina) ed in calcio, nutriente essenziale che deve essere assunto giornalmente con gli alimenti. Il calcio contenuto nel latte è particolarmente facile da assorbire e da utilizzare, contrariamente a quello presente in certi prodotti vegetali, in particolare nei cereali. Alcune sostanze di cui sono ricchi i prodotti vegetali (come l’acido fitico e l’acido ossalico), infatti, tendono a legare il minerale, rendendolo più difficilmente utilizzabile per il nostro organismo. Il fosforo è un altro importante minerale presente nel latte; è importante che il calcio ed il fosforo siano fra loro in un rapporto eguale o superiore all’unità. Infatti, una eccessiva introduzione di fosforo, associata a diete troppo ricche di proteine, può portare a consistenti perdite di calcio, che possono causare anche la demineralizzazione delle ossa. In quasi tutti gli alimenti di più largo consumo, come cereali, patate, legumi, carne e uova, il fosforo prevale sul calcio; il latte e i prodotti lattiero-caseari, invece, sono fra i pochissimi cibi che contengono più calcio che fosforo e svolgono un ruolo di riequilibrio in diete che altrimenti sarebbero rachitogene. Un litro di latte crudo intero contiene mediamente 35 grammi di proteine, 37 grammi di grassi, 45 grammi di zuccheri e 10 grammi di sali minerali. 1.2.1 - L’ACQUA Costituisce circa il 60% del corpo umano, quindi risulta essenziale per la sopravvivenza del nostro organismo. E’ possibile digiunare per periodi molto prolungati senza incorrere in gravi complicazioni irreversibili, ma sono sufficienti 48 ore di mancato apporto idrico per incorrere in alterazioni metaboliche di rilievo. Il fabbisogno medio giornaliero di acqua è di circa 2,5 litri, dei quali il primo 50% viene assunto tramite i cibi di una normale dieta bilanciata e la restante percentuale tramite ingestione diretta del liquido. L’acqua non apporta calorie e quindi non fa ingrassare, anzi dovrebbe essere bevuta abbondantemente durante le diete dimagranti, incrementando così l’eliminazione delle tossine. E’ particolarmente importante bere acqua al mattino ed alla sera prima di coricarsi, in modo tale da stimolare l’attività renale. Si consiglia di bere con moderazione durante i pasti e più abbondantemente al termine dei periodi digestivi, il che migliora globalmente l’efficienza digestiva dello stomaco. L’acqua è presente nel latte in ragione di oltre l’80%. 18 1.2.2 - LE PROTEINE Le proteine del latte, rappresentate dall’80% da caseina e dal 20% dalla lattalbumina, assicurano un terzo del fabbisogno giornaliero medio. Le caseine si suddividono in quattro sottotipi: α1 (38%), α2 (10%), k (13%) e β (38%). Esiste anche una frazione γ, che costituisce un frammento della β (Tab. 4). Queste frazioni proteiche sono aggregate tra loro a formare dei granuli insolubili, denominati micelle. Dopo separazione delle caseine, rimangono in soluzione le proteine del siero β-lattoglobulina (50%) e le α-lattoalbumine (20%), che giocano un ruolo fondamentale nella sintesi del lattosio. Proteine minori sono enzimi che derivano dal sangue e dagli organi che questo per fonde, o dalle cellule secretici stesse. Tab. 4 - Frazioni proteiche contenute nel latte bovino. Le proteine del latte contengono nelle giuste quantità e proporzioni tutti gli aminoacidi di cui l’organismo ha bisogno, ed in particolare quegli aminoacidi essenziali che l’organismo non è in grado di fabbricare (Tab. 5). Tab. 5 - Aminoacidi contenuti nel latte bovino e suino. Questi aminoacidi contribuiscono attivamente al processo rinnovativo dei tessuti e delle cellule del nostro organismo. In alcuni casi estremi, come in caso di digiuno prolungato, possono essere anche una fonte di energia di riserva e possono fornire fino a 4 kcal per ogni grammo di proteina. Il fabbisogno giornaliero medio è di circa 1 grammo di proteine per ogni kg di peso corporeo. Le proteine possono essere classificate in due tipi fondamentali: • • Proteine di origine animale: vengono definite ad alto valore biologico e sono presenti nelle carni, nelle uova, nel latte, e nei loro derivati. Proteine di origine vegetale: sono presenti nei legumi e nei cereali. Si consiglia l’uso giornaliero al 50% di entrambi i tipi di proteine [3]. 19 1.2.3 - I LIPIDI I lipidi, o grassi, sono i nutrienti ad alto potere calorico. Infatti, 1 grammo di grasso fornisce circa 9 kcal. I grassi introdotti nel corpo umano vengono raccolti all’interno dei tessuti adiposi, pronti per essere utilizzati ad ogni fabbisogno energetico delle cellule. I lipidi svolgono anche altre funzioni, quali la termoregolazione del corpo umano ed il mantenimento dell’aggregazione delle vitamine liposolubili. Possono essere classificati in: • • Grassi saturi : presenti specialmente negli alimenti di origine animale (carni, salumi, burro, formaggio e latte). Grassi insaturi : presenti negli alimenti di origine vegetale (olio di semi, di oliva e pesce). Il 99% dei lipidi è riunito in globuli, con diametro variabile tra 0,2 e 15 nm, che sono circondati da una membrana formata da proteine specifiche, fosfolipidi, glicoproteine, colesterolo, caroteni e gliceridi ad alto punto di fusione. Le proteine di membrana costituiscono l’1% delle proteine totali. Questi lipidi sono formati principalmente da glicerolo esterificato con acidi grassi saturi, con numero pari di atomi di carbonio da 2 a 20, e da acidi grassi insaturi. I trigliceridi sono tra questi i più abbondanti (97-98%). Nei ruminanti, sono particolarmente importanti gli acidi grassi a catena corta (ad esempio, l’acido butirrico). In una dieta normale, si raccomanda un apporto di grassi giornaliero pari al 30% del fabbisogno calorico totale. E’ bene, comunque, evitare un uso eccessivo di lipidi, preferendo comunque, se possibile, quelli di origine vegetale. Le percentuali di grassi saturi presenti nel latte sono variabili (Tab. 6) ed in funzione del tipo medesimo di prodotto (latte scremato, in polvere, ecc.). I grassi presenti nel latte di mucca sono per due terzi saturi, caratterizzati da buona digeribilità, e con ridotte attitudini ad elevare i livelli di colesterolo nel sangue [4]. Nella vacca, la mammella può sintetizzare acidi grassi partendo dall’acido acetico, proprionico e butirrico. Specie Acqua Grassi Caseina proteine del siero Coniglio 67,2 15,3 9,3 4,6 Cavallo 88,8 1,9 1,3 1,2 Bovino 87,3 3,9 2,6 0,6 Pecora 82 7,2 3,9 0,7 Capra 86,7 4,5 2,6 0,6 Cane 76,4 10,7 5,1 2,3 Suino 81,2 6,8 2,8 2 Foca 34,6 53,2 4,6 4,3 Elefante 78,1 11,6 1,9 3 Lattosio ceneri kcal/100g 2,1 6,2 5 4,8 4,3 3,3 5,5 0,1 4,7 1,8 0,5 0,8 0,9 0,8 1,2 1 0,5 0,7 202 52 70 102 70 139 102 516 143 Tab. 6 - Composizione del latte di alcune specie animali. 20 1.2.4 - I GLUCIDI Nel latte, i carboidrati sono rappresentati unicamente dal lattosio, che non si trova in nessun altro alimento ed e’ importante per lo sviluppo del tessuto nervoso nei primi mesi di vita [4]. Comunque, sono state messe in evidenza piccole quantità di glucosio e galattosio libere, glicopeptidi e glicoproteine, la presenza dei quali riflette la complessità del secreto mammario. I glucidi rappresentano la principale fonte energetica immediatamente disponibile alle esigenze energetiche del corpo umano. In una dieta bilanciata, i glucidi devono rappresentare il 55% delle calorie introdotte giornalmente. Essi hanno potere calorico pari a 4 kcal/g. Possono essere classificati in: • • Glucidi semplici : presenti nello zucchero, nella frutta, nel miele, nelle bibite e nel latte (glucosio, fruttosio e galattosio). Glucidi complessi : presenti nelle farine, nel pane, nei legumi, nella pasta, nelle patate e nel riso (amido). Si consiglia l’uso giornaliero del 90% di glucidi complessi ed il restante 10% di glucidi semplici. Il latte contiene una buona percentuale di glucidi semplici. 1.2.5 - I SALI MINERALI I sali minerali svolgono importantissime funzioni di sostegno e di regolazione dell’equilibrio idrosalino ed osmotico, e di catalisi nei processi metabolici. Essi sono, quindi, dei fattori essenziali per il buon funzionamento dell’organismo. I sali minerali devono essere introdotti giornalmente nel nostro organismo, anche se ne sono necessarie piccole quantità. Se un determinato soggetto si alimenta con una dieta varia e razionale, il fabbisogno giornaliero di sali minerali è sicuramente pienamente soddisfatto. I sali minerali sono danneggiati dal calore e dalla luce, quindi vengono parzialmente persi durante la cottura dei cibi. La tabella 7 riportata una semplice guida ai minerali, presenti in quantità variabili e differenti nel latte. Minerali Sigle Sintomi di carenza Calcio Ca Arresto della crescita, rachitismo, osteomalacia e convulsioni Fosforo P Debolezza, demineralizzazione delle ossa e perdita di calcio Magnesio Mg Blocco della crescita, disturbi del comportamento e spasimi Sodio Na Crampi muscolari, apatia mentale e appetito ridotto Potassio K Debolezza muscolare e paralisi Cloro Cl Crampi muscolari, apatia mentale e appetito ridotto Zolfo S Relativi alla mancanza di aminoacidi solforati Ferro Fe Anemia da carenza di ferro (ipocromia) Zinco Zn Arresto della crescita e ipogonadismo Iodio I Ipotiroidismo (diminuzione del metabolismo) Rame Cu Anemia Fluoro F Deterioramento dei denti Manganese Mn Non accertati Cromo Cr Riduzione della capacità di metabolizzare il glucosio Selenio Se Non accertati Molibdeno Mo Non accertati Tab. 7 - Guida ai minerali presenti nel latte. 21 I sali minerali sono divisi tradizionalmente in macroelementi (calcio, magnesio, fosforo, sodio, potassio e cloro) e microelementi (rame, ferro, zinco, manganese, cobalto, fluoro, selenio, iodio ed altri). Nel latte, il calcio è il più abbondante tra tutti gli elementi, anche se solo il 25% è in forma solubile, mentre il rimanente è combinato con caseinati, fosfati e citrati; il magnesio ed il fosforo sono in forma insolubile, mentre il sodio, il potassio ed il cloro sono in soluzione. 1.2.6 - LE VITAMINE Le vitamine sono essenziali per il normale funzionamento dell’organismo umano, in quanto intervengono in tutte le reazioni che avvengono nel nostro corpo. Il nostro organismo non è in grado di sintetizzarle (tranne alcune eccezioni) e pertanto devono essere introdotte con gli alimenti. Esse si dividono in idrosolubili e liposolubili: le prime possono essere sciolte in acqua, e quindi facilmente eliminate, mentre questo non è possibile per le seconde che, se assunte in eccesso, possono dare ipervitaminosi. Percontro, una carenza spinta di vitamine (avitaminosi) determina delle malattie ben definite per ogni singola vitamina. Le carenze vitaminiche sono molto diffuse, anche nei ricchi paesi occidentali, infatti esse possono essere determinate da diete troppo monotone, da diete dimagranti squilibrate, da diminuito assorbimento intestinale, da repentino aumento del fabbisogno (crescita, gravidanza, allattamento), da uso ed abuso di farmaci e da fattori patologici (alcolismo, malattie infettive, tumori, ecc.). La cottura prolungata dei cibi o la loro esposizione prolungata alla luce del sole possono danneggiare alcuni tipi di vitamine. Di seguito viene riportata una semplice guida alle vitamine (Tab. 8), quasi tutte presenti in quantità variabili e differenti nel latte. Vitamine Sintomi da carenza C Scorbuto, perdita dei denti, pelle secca e ruvida, (Acido ascorbico) piaghe ed emorragie B1 (Tiamina) Beri-beri, confusione mentale, crampi, debolezza muscolare e dilatazione cardiaca B2 (Riboflavina) Lesioni alla pelle e sensibilità alla luce PP (Niacina) Lesioni alla pelle, sensibilità alla luce, pellagra, demenza, lingua liscia, diarrea, confusione mentale e irritabilità Idrosolubili B6 (Piridossina) Lesioni alla pelle, lingua liscia, convulsioni, vertigini, anemia e calcoli renali Folacina (Acido folico) Anemia megaloblastica, lingua liscia e diarrea B12 (Cobalamina) Anemia megaloblastica ipercronica, anemia perniciosa, degenerazione dei nervi periferici Acido pantotenico Non accertati (vomito, dolori addominali, affaticamento e insonnia) Biotina Non accertati (affaticamento, depressione, nausea, perdita di appetito e dolori) A (Retinolo) Cecità notturna, pelle rugosa, ridotta crescita, caduta dei denti e ulcerazioni della cornea D Liposolubili (Calciferolo) Tab. 7 - Guida alle vitamine presenti nel latte. Rachitismo, ritardo di crescita, gambe curve, addome sporgente, osteomalacia e spasimi muscolari E (Tocoferolo) Danno ai globuli rossi K Emorragie 22 La mammella non sintetizza le vitamine, pertanto quelle presenti nel latte derivano dal sangue, il quale ne sarà più o meno ricco, a seconda di quanto ricava dall’apparato digerente (Tab. 8) [3]. Vitamine Vitamina A Colecalciferolo Tiamina B1 Riboflavina B2 Niacina Pirossidina B6 Acido pantotenico Biotina Acido folico Cobalamina B12 Acido ascorbico Colina latte umano mg/l latte bovino mg/l 0,7 0,5 0,0005 0,0004 0,16 044 0,36 1,72 1,47 0,94 0,10 0,64 1,84 3,46 0,008 0,031 0,030 0,05 0,0003 0,0043 43 21 90 121 Tab. 8 - Confronto del contenuto in vitamine tra latte umano e latte bovino. 1.2.7 - I PARAMETRI QUALITATIVI DEL LATTE La carica batterica E’ il numero di microrganismi (microbi) che inquinano il latte. Il latte che esce dalla mammella sana è praticamente quasi privo di microrganismi, e quelli presenti provengono esclusivamente dall’ambiente esterno. Il numero di microrganismi può aumentare per: - inquinamento nei passaggi dalla mammella (mani, guaine, condutture) al contenitore refrigerato; - esposizione del latte all’aria ; - non perfetto funzionamento dei frigoriferi della fattoria, che si rivelano inadeguati alle temperature ambientali esterne. L’aumento della carica microbica avviene, infatti, se il latte è mantenuto ad una temperatura superiore ai 4 gradi. D’estate, non a caso, è più difficile mantenere bassa la carica batterica nel latte. Gli interventi da effettuare in caso di contaminazione sono, quindi, sull’igiene delle persone addette alla mungitura, sull’igiene dell’ambiente in cui vivono gli animali, a partire dalle lettiere fino all’intera struttura della stalla, e sul corretto funzionamento degli impianti di refrigerazione, fattori che vengono sottoposti a controllo periodico. 23 Le cellule somatiche Sono i leucociti (globuli bianchi del sangue) e le cellule di sfaldamento provenienti dal tessuto mammario presenti nel latte. La conta delle cellule somatiche serve a misurare il grado di sofferenza della mammella, dovuta a maltrattamenti, infiammazioni, mastiti sub-cliniche o manifeste. In normali condizioni di salute, la loro presenza si arresta su valori di 100.000 - 150.000 unità per ml di latte. Anche in questo caso il controllo avviene attraverso esami periodici. Assicurano un giusto livello di cellule somatiche nel latte fattori come l’igiene della stalla e di tutto l’ambiente circostante, ed un rispetto generale delle norme igienico-sanitarie da parte di tutto il personale addetto. Ogni animale nella fattoria biologica è controllato dai veterinari, in maniera tale da evitare la presenza di mastiti (malattie della mammella) ma anche al fine di garantire che l’intervento clinico, la profilassi e la terapia siano correttamente effettuati dall’allevatore. Le cellule, infatti, rappresentano il parametro sanitario più importante fra quelli analizzati abitualmente nel latte. La conta nel latte, con metodo optofluorometrico, interessa esclusivamente cellule integre, e quindi essenzialmente gli elementi della serie bianca del sangue, che migrano da questa sede verso i tessuti ghiandolari della mammella a scopo di difesa. Un aumento delle cellule da valori normali, inferiori alle 200 mila per ml, indica uno stato di infiammazione più o meno grave, se riferito alla singola bovina, od uno stato sanitario carente, se riferito in generale a tutto l’allevamento. L’aumento delle cellule ha una causalità multifattoriale; le infiammazioni della mammella sono, infatti, sostenute da batteri mastitogeni, anche se il loro intervento spesso non è primario, ma mediato da fattori predisponesti, quali: • errata gestione della mungitura, ossia mungiture non complete o troppo prolungate e problemi meccanici legati ai flussi di latte o ad alterate applicazioni del vuoto; • scarsa igiene degli ambienti e scarsa igiene durante le fasi di mungitura, pratiche non corrette di disinfezione dei capezzoli; • razioni alimentari non bilanciate, contenenti eccessi energetici o proteici; • carente monitoraggio sullo stato sanitario della mandria, che non permette tempestivi trattamenti dei casi diagnosticati e la pianificazione delle terapie. L’aumento di cellule nel latte si traduce essenzialmente in una notevole perdita economica, derivante principalmente da questi fattori [5]: • • • • diminuzione della produzione di latte e, per il latte prodotto, diminuzione dei contenuti di caseina; spese di ordine sanitario per terapie, sospensione delle produzioni e, nei casi estremi, riforma dell’animale; penalizzazioni nei sistemi di pagamento del latte a qualità; deprezzamento del formaggio per anomalie derivanti da alterate caratteristiche tecnologiche del latte. 24 Residui di farmaci Una categoria importante di farmaci usati per la cura delle bovine è quella degli antibiotici, sostanze che uccidono o impediscono lo sviluppo di batteri. Tali farmaci devono essere impiegati secondo le prescrizioni del veterinario. Infatti, il latte che contiene antibiotici non è idoneo per l’alimentazione umana. Molte persone sono sensibili a questi farmaci e possono presentare reazioni allergiche più o meno gravi. Ogni qualvolta si somministra un antibiotico ad un animale in lattazione se ne riscontrano inevitabilmente le tracce nel latte ed occorre un certo numero di giorni per eliminarlo completamente. Ed è per questo motivo che il latte degli animali in terapia viene eliminato e, naturalmente, non arriva sul mercato. Nel latte possono esser reperiti pesticidi-erbicidi e fungicidi, soprattutto gli organoclorurati, data la loro natura lipofila, ma anche organofosfati e carbammati [3]. 25 1.3 - TRATTAMENTI DEL LATTE PER LA COMMERCIALIZZAZIONE 1.3.1 - PROCESSI INDUSTRIALI Sul mercato italiano troviamo disponibili diversi tipi di latte, ottenuti da specie animali diverse (Tab. 9) [6]. IL LATTE REPERIBILE IN ITALIA Tipi di latte Contenuti (%) Energia (kcal x Acqua Proteine Lipidi Glucidi 100 g) Capra 86,3 3,9 4,3 4,7 72 Pecora 82,7 5,3 6,9 5,2 103 Intero* 87,3 3,18 3,64 4,72 61 Parzialmente scremato* 88,5 3,5 1,8 5 49 Scremato* 90,5 3,6 0,2 5,3 36 Condensato** 26,5 8,7 9 56,5 327 Evaporato 74 7 8,2 8,6 134 In polvere intero 3,2 25,7 24,9 42 484 In polvere semiscremato 4,2 28,8 12,7 50,2 418 In polvere scremato 5 33,1 0,9 56,2 351 Tab. 9 - Confronto tra alcuni tipi di latte reperibili sul mercato italiano. * = di vacca ** = zuccherato Il latte in commercio, di qualunque tipo sia, deve rispondere a strette caratteristiche, che sono definite dalla legge mediante una specifica normativa. Esistono diversi trattamenti che il latte può subire prima di essere immesso sul mercato: • Raffreddamento Il primo trattamento avviene nella sala mungitura. Qui il latte, che esce dalle mammelle delle mucche con una temperatura di 37° C circa, viene convogliato in serbatoi chiusi, dove è raffreddato e conservato a 4° C. Con questa temperatura i batteri si riproducono più lentamente che d’ordinario. In seguito, il latte viene trasferito sulle autobotti coibentate, che lo trasportano ai caseifici per la trasformazione in prodotto finito. Tutti i trattamenti, inoltre, si concludono anche con il raffreddamento. A 4°C, infatti, il latte fresco si conserva per 4-5 giorni, attraverso la catena del freddo, che comincia nel camion frigorifero, per la distribuzione in città, continua nel banco frigorifero del lattaio, e termina nel frigorifero di casa. 26 • Pastorizzazione bassa Questo trattamento, ormai desueto, si applica oggi solo in presenza di latte a minimo rischio di contaminazione, che viene portato a 65°C per un periodo di 30 minuti. L’evoluzione genetica di taluni batteri, però, rende comunque assai poco efficace il trattamento per usi di alimentazione diretta. • Pastorizzazione La pastorizzazione, che prende il nome da Louis Pasteur, chimico francese che nel 1865 era alla ricerca di metodi per frenare l’epidemia di vaiolo in Francia, è il processo di riscaldamento cui vengono sottoposti il latte o altri prodotti alimentari. Generalmente, sono condotti a temperature variabili da 54 a 70 °C e per tempi compresi tra i 20 ed i 30 minuti. • Pastorizzazione rapida HTST (High Temperature Short Time) Il latte, dopo il preriscaldamento, è portato ad una temperatura di 72°C, per almeno 15 secondi. Questa temperatura uccide circa il 96% dei batteri, mentre resta un 5% costituito dalle spore, cioè da batteri che si sono trasformati in una forma molto resistente al calore. Per rallentare la crescita dei batteri rimasti, il latte viene subito raffreddato a 4°C. La protrazione del tempo di trattamento, o l’adozione di temperature superiori, incide sulla coagulazione, arrecando notevoli danni alla produzione casearia, per la quale questo trattamento è usato. Il latte pastorizzato può essere conservato a 4°C per quattro giorni [7]. Secondo lo scienziato Norman Walker, infatti, si richiedono temperature da 87 a 110 °C per uccidere i microrganismi patogeni, come gli agenti del tifo, i colibacilli, i micobatteri e le brucelle. Inoltre, il calore della pastorizzazione è sufficiente per distruggere i batteri lattici, come il Lactobacillus acidophilus, che contribuiscono a sintetizzare la vitamina B nel colon e a tenere i batteri della putrefazione sotto controllo, acidificando il latte. Il latte pastorizzato, non avendo questa protezione, si potrà alterare. Comunque, la pastorizzazione consente di distruggere completamente i germi patogeni, mantenendo pressocchè inalterato il valore nutritivo del latte. Secondo la legge italiana, il latte pastorizzato si distingue in tre grandi categorie: * Latte pastorizzato * Latte fresco pastorizzato * Latte fresco pastorizzato di Alta Qualità Il latte di Alta Qualità è quello che, per le caratteristiche di produzione e per i benefici offerti dal punto di vista alimentare, rappresenta il miglior latte pastorizzato. Alta qualità non è uno slogan commerciale sulla bontà del prodotto, ma una vera e propria categoria merceologica, indicata dalla legge n° 169 del 3/5/1989. I requisiti necessari affinché il latte fresco pastorizzato sia definito di Alta Qualità sono così rigorosi che poche aziende italiane sono oggi in grado di proporre questo tipo di latte. Queste condizioni, che sono continuamente sottoposte a controllo, riguardano la selezione e lo stato di salute delle razze bovine, la loro alimentazione, l’igiene delle stalle, le condizioni di mungitura, la raccolta e la distribuzione, la struttura della centrale di lavorazione, i trattamenti termici ed il confezionamento del latte. Il latte fresco pastorizzato di Alta Qualità è, per legge, solo del tipo intero, ed e’ un tipo di latte che ha caratteristiche nutrizionali particolari rispetto a tutti gli altri. Il contenuto di proteine nel latte crudo destinato all’Alta Qualità è infatti di 32 grammi per litro, contro i 28 grammi per quello destinato al latte fresco pastorizzato. Inoltre, la percentuale di sieroproteine, che, tra l’altro, favoriscono il sistema immunitario dell’organismo, e’ 27 significativamente maggiore nel latte di Alta Qualità confezionato, rispetto al normale latte fresco pastorizzato [3]. • Pastorizzazione con microfiltrazione Prevede la separazione della panna cruda, il preriscaldamento del latte crudo a 45-55°C, la microfiltrazione, l’omogeneizzazione ed il riscaldamento della panna cruda, la ricombinazione delle due componenti e, per finire, la pastorizzazione. Questo tipo di latte ha delle caratteristiche compositive, igienico-sanitarie, nutrizionali e sensoriali del tutto simili a quelle del latte fresco, e mantiene inalterate le sue caratteristiche organolettiche per 7-8 giorni. Questo trattamento permette di eliminare la quasi totalità dei batteri presenti e permette di aumentare il tempo di conservazione del latte senza diminuirne il valore nutritivo [4]. • Sterilizzazione Trattato in contenitore sigillato, questo tipo di latte può presentare un sapore di cotto. È il trattamento termico più energico, che assicura la completa eliminazione di tutti i batteri, anche delle spore. Il metodo più usato è l’upperizzazione: si riscalda il latte con vapor acqueo ad una temperatura molto alta, circa 120° C, per periodi variabili fra i 20 e i 30 minuti. Il latte, così sterilizzato, ha una lunga conservazione, a temperatura ambiente, che va dai 4 ai 6 mesi. Tuttavia, una volta che si è aperto un cartone di latte sterilizzato, è necessario tenerlo in frigorifero e consumarlo entro pochi giorni, in quanto viene a contatto con i microrganismi presenti nell’ambiente. Il latte sterilizzato è rilevantemente più sicuro del latte UHT dal punto di vista batteriologico, ma ha perso la gran parte dei contenuti nutrizionali, e taluni dubitano dell’opportunità della sua assunzione, poiché causa diminuzione delle vitamine e alterazione del calcio [7]. • Omogeneizzazione E’ un processo meccanico che consente di frazionare le particelle di grasso in minutissime goccioline, per distribuirle uniformemente e permanentemente. Con la omogeneizzazione si ottiene una migliore digeribilità del latte. Il contenuto di grasso e’ stato sottoposto ad alte pressioni e fatto passare attraverso fori sottilissimi per la rottura dei globuli [4]. • U.H.T. Trattamento ultrarapido ad alta temperatura. Il metodo U.H.T. si propone di eliminare completamente dal latte ogni tipo di forma batterica, patogena e non. Il trattamento viene realizzato in ambiente sterile e consente di conservare il latte anche per 3 mesi, certamente solo se non si apre la confezione. Infatti, una volta aperto il contenitore, il latte U.H.T. deve essere consumato entro 1 giorno, più rapidamente degli altri tipi di latte. Il latte a lunga conservazione è il tipo più diffuso; il suo successo è dovuto al fatto che dai consumatori è ritenuto più comodo perchè dura di più. Laboratori specializzati hanno verificato anche se è privo di inquinanti e sostanze pericolose, mettendo alla prova le marche più diffuse, analizzandole a cominciare dall’etichetta,in molti casi non esauriente, per finire con la degustazione. Le prove di laboratorio, per quanto riguarda 28 aflatossine, pesticidi e antibiotici sono risultate ottime per tutti i prodotti, in quanto non ne sono state trovate tracce, anche se è stata evidenziata la presenza, in quasi tutte le confezioni, di tracce di cadmio e cromo, ma in quantità trascurabili e non allarmanti [4]. L’U.H.T. è una particolare tecnica di sterilizzazione, che consiste nel trattare il latte, omogeneizzato e preriscaldato a 140-150°C, attraverso l’impiego di vapor acqueo surriscaldato per circa 3 secondi. Si parla di UHT a sistema indiretto quando la sterilizzazione del latte avviene tramite scambiatori di calore, mentre viene detto UHT diretto quando la sterilizzazione del latte avviene in contatto diretto con il fluido riscaldante, cioè il vapor acqueo. Successivamente, si raffredda a 15-20°C (nel sistema diretto si opera una leggera disidratazione perché il vapore diluisce un pò il latte) e si procede al confezionamento asettico del latte in contenitori tetra-brik. Anche il trattamento UHT non garantisce la distruzione delle spore più resistenti; il latte UHT è, comunque, considerato a “lunga conservazione” e si può conservare per circa 3 mesi a temperatura ambiente. Le confezioni dei vari tipi di latte sterilizzato UHT devono riportare il termine minimo di conservazione “da consumarsi preferibilmente entro…” (giorno, mese, anno). Una volta aperta la confezione, il latte, indipendentemente se fresco, a lunga conservazione, UHT o sterilizzato, deve essere conservato in ambiente refrigerato e consumato entro 3-4 giorni. Il trattamento termico, però, a causa dell’elevata temperatura utilizzata (Tab. 10), altera in misura variabile, denaturandole, le sieroproteine, che costituiscono il 20% circa delle proteine del latte. Le sieroproteine denaturate vengono digerite con più facilità dagli enzimi presenti nell’apparato gastrointestinale e, perciò, entrano più rapidamente nel circolo sanguigno. I vari procedimenti a caldo, comunque, non hanno invece alcuna influenza sul valore nutritivo del latte, lasciando inalterata la concentrazione di minerali e di vitamine liposolubili. Essi riducono solamente il contenuto di vitamina B e di acido folico, che sono sensibili al calore [8]. Prodotto Trattamento Temperatura Durata Latte fresco Pastorizzazione:- 72-74 °C trattamento rapido 15 sec. Latte a lunga Pastorizzazione conservazione 127 °C 1-2 sec. Latte UHT Trattamento a “ultra alta temperatura” min. 135 °C 2-8 sec. Latte sterilizzato Sterilizzazione min. 110 °C ca. 30 min. Tab. 10 - Tipi di latte e trattamenti termici [9]. 29 Oltre ai procedimenti termici di pastorizzazione e sterilizzazione se ne effettuano altri, a seconda del particolare prodotto che si vuole ottenere. 9 Scrematura Il latte intero ha un tenore naturale in materia grassa non inferiore al 3,50% (latte intero non normalizzato), ovvero il cui tenore di materia grassa sia stato portato almeno al 3,50% (latte intero normalizzato). Il latte parzialmente scremato ha un contenuto in grassi pari a 1,5-1,8 grammi ogni 100 grammi di prodotto. Ha quasi lo stesso valore nutritivo del latte intero, ad eccezione dei grassi. Può essere arricchito con le Vitamine A e D. Nel latte scremato, o magro, il grasso è stato tolto quasi del tutto. Infatti, il suo contenuto lipidico deve essere per legge inferiore allo 0,3%. Può essere arricchito di Vitamina A, per compensare le perdite dovute alla sottrazione di grassi [7]. 9 Delattosazione Mediante un trattamento con l’enzima lattasi, il lattosio viene scisso al 75% circa nei suoi due componenti più semplici, ossia glucosio e galattosio, rendendo, così, il prodotto più digeribile per tutti coloro che abbiano scarsità o mancanza di questo enzima a livello intestinale. Il lattosio può, infatti, provocare disturbi digestivi e nutrizionali, come l’intolleranza al latte, se non è presente nell’intestino tenue l’enzima lattasi, che lo demolisce in molecole più semplici. 9 Desodazione Latte impoverito di sodio. Utile nelle diete iposodiche. 9 Vitaminizzazione Latte arricchito in vitamine, soprattutto D. 9 Concentrazione e zuccheratura Latte intero concentrato, nel quale il 60% circa dell’acqua è stata fatta evaporare sotto vuoto, a cui è stato aggiunto zucchero, nello specifico, saccarosio. Contiene dal 40 al 45% di zucchero, l’8% di materie grasse ed il 28% di proteine ed è, quindi, da considerare un alimento molto calorico. Mentre l’aggiunta di Vitamina D è facoltativa, quella di Vitamina A è obbligatoria. Questo tipo di latte è molto usato in gelateria e pasticceria. 30 9 Polverizzazione Latte disidratato ed arricchito in Vitamine A e D (tranne il latte intero, a cui non può essere aggiunta la Vitamina A). Ha un periodo di lunga conservazione, per l’assenza quasi totale del substrato “acqua”, che produce irrancidimento dei grassi e proliferazione batterica, preferibilmente a temperature al di sotto di quella ambientale. Il latte in polvere “intero” contiene minimo il 26% di materie grasse, quello “parzialmente scremato” ne contiene il 9,5% e quello “scremato” lo 0,8%. 9 Aromatizzazione Latte intero fresco a cui è stato aggiunto un ingrediente che gli dà sapore. Il più conosciuto è senza dubbio il “latte al cioccolato”. Ne esistono altri tipi come il “latte al malto”, il “latte al sapore di frutta o di vaniglia” e le bibite al latte contenenti succo di frutta [4]. Il latte alimentare è disciplinato dalle normative che regolano produzione, trasporto, lavorazione e distribuzione, per tutelare i consumatori rispetto a qualità e salubrità. Su questo piano esso è il prodotto della mungitura regolare, ininterrotta e completa, della mammella di animali in buono stato di salute e di nutrizione. Nella pratica, il latte alimentare più utilizzato è quello vaccino [10]. 1.3.2 - NORMATIVA IN VIGORE L’attuale normativa che disciplina il latte, i prodotti a base di latte ed i composti a base di latte, nonché quella in via di emanazione nella Unione Europea, si prefiggono l’obiettivo di conseguire un elevato livello di protezione della vita e della salute dell’uomo. Fin dagli anni ‘90, sono state stabilite norme e procedure per garantire la sicurezza alimentare e favorire il libero scambio nell’ambito del territorio europeo. Le norme (D.P.R. N. 54/97 ed il Regolamento del Parlamento e del Consiglio Europeo relativo all’igiene dei prodotti alimentari), contengono disposizioni comuni relativamente alle responsabilità dei produttori, di quelle delle Autorità deputate ai controlli, dei requisiti che gli stabilimenti sia strutturali che operativi e tecnici, nonché quanto occorre rispettare per il riconoscimento dello stabilimento come idoneo ad una determinata produzione, per il magazzinaggio e trasporto ed, infine, per i bolli sanitari e, quindi, l’etichettatura (D.L.vo n. 109 del 27 gennaio 1992) per permettere al consumatore di latte, formaggi così come di altri prodotti alimentare di origine animale, di acquisire quante più informazioni possibili e soddisfare la legittima esigenza di sapere l’origine ed il percorso “dai campi alla tavola” del prodotto consumato di così elevato valore nutritivo e destinato a fasce di consumatori più esposte a rischi sia di problemi nutrizionali, sia microbiologici e che necessitano di diete particolari come i bambini e gli anziani. La garanzia della sicurezza igienico-sanitaria del latte e dei suoi prodotti inizia dalla stalla come punto di “produzione” ed è a questo livello che iniziano i controlli veterinari a diversi livelli di competenza: condizioni di allevamento (stabulazione, alimentazione, igiene della mungitura), 31 mantenimento dello stato di salute, profilassi e cura di malattie condizionate che prevedono l’uso di terapie con farmaci. La razionale conduzione di allevamento ed i controlli veterinari devono, quindi, fornire latte “sano”, che sarà successivamente inviato al consumo alimentare diretto come latte fresco o entrerà in caseifici, autorizzati e sottoposti a vigilanza veterinaria, ma in cui è, soprattutto, il produttore a garantire con procedure ben fissate, che tutte le operazioni per conseguire l’obbiettivo di ottenere un prodotto sano, siano rispettate, garantite, verificate ed, eventualmente, modificate, pena la perdita in termini economici nel momento in cui il consumatore vede messa in pericolo la propria sicurezza. Il latte proprio grazie alle sue intrinseche caratteristiche è stato spesso oggetto di varie adulterazioni, tuttavia la normativa italiana del Ministero della Salute ed il Ministero delle Politiche agricole, tramite il proprio ente di controllo “Ispettorato Repressioni e Frodi” deputato al controllo delle eventuali adulterazioni, prevede molte norme che fissano i limiti massimi di sostanze che potrebbero ritrovarsi nel latte in condizioni normali, ma la cui elevata percentuale presuppone un’aggiunta fraudolenta della stessa. Ultimo aspetto a cui viene fatto riferimento è per alcuni prodotti a base di latte che possono essere ottenuti a partire da latte crudo e che, per la loro natura, necessitano della fissazione della fissazione di condizioni applicabili particolari, infine, si tiene conto di alcune tecniche particolari (prodotti tipici DOP o IPG) di fabbricazione dei formaggi [4]. Alcuni riferimenti di Legge Decreto Legge 28 marzo 2003 n.49 Riforma della normativa in tema di applicazione del prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari (Gazzetta ufficiale n. 75 del 31/03/2003 ) Decreto MiPAF 21 gennaio 2003 Modalità di applicazione del regolamento CE n. 1392/2001 in materia di quote latte (Gazzetta ufficiale n. 57 del 10/03/2003) Decreto 27 giugno 2002 Ministero Attività Produttive Decreto 27 giugno 2002 Ministero Attività Produttive “Etichettatura del latte fresco” (Gazzetta ufficiale n. 160 del 10/07/2002) Decreto 17 giugno 2002 Ministero della Salute Decreto 17 giugno 2002 Ministero della Salute “Trattamento di microfiltrazione nel processo di produzione del latte alimentare” (Gazzetta ufficiale n. 178 del 31/07/2002 ) Circolare 2 agosto 2001 n.167 Ministero Attività Produttive Etichettatura e presentazione di prodotti alimentari (Gazzetta ufficiale n. 185 del 10/08/2001) Circolare 28 giugno 2000 n.4 Ministero delle Politiche Agricole e Forestali Modalità per la presentazione delle istanze di registrazione delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche protette ai sensi dell’art.5 del regolamento (CEE) n. 2081/92 per l’individuazione delle relative procedure amministrative (Gazzetta ufficiale n. 189 del 14/08/2000 ) Legge 7 aprile 2000 n.79 Testo del decreto- legge 4 febbraio 2000, n. 8 (in Gazzetta Ufficiale - serie generale - n. 30 del 7 febbraio 2000), coordinato con la legge di conversione 7 aprile 2000, n. 79 (in questa stessa 32 Gazzetta Ufficiale, alla pag. 3), recante: “Disposizioni urgenti per la ripartizione dell’aumento comunitario del quantitativo globale di latte e per la regolazione provvisoria del settore lattierocaseario [4]. 1.3.3 - DURATA DEL LATTE PASTORIZZATO Articolo (L. 287/90): 21 - Attività di segnalazione al Parlamento e al Governo DATI GENERALI: Rif: AS114 - Decisione: 18/12/97 Invio: 29/12/97 PUBBLICAZIONE: Bollettino n.: 51/97 SEGNALAZIONE/PARERE: Mercato interessato: (15511) Trattamento igienico e confezionamento di latte alimentare pastorizzato e a lunga conservazione (D) ATTIVITÀ MANIFATTURIERE Oggetto: Legge 3 maggio 1989, n. 169, recante “Disciplina del trattamento e della commercializzazione del latte alimentare vaccino” Destinatari: - Presidente del Senato della Repubblica - Presidente della Camera dei Deputati - Presidente del Consiglio dei Ministri - Ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato - Ministro per le Risorse agricole, alimentari e forestali - Ministro della Sanità Testo Segnalazione/Parere [4] 1. L’art. 21 della legge 10 ottobre 1990, n. 287 conferisce all’Autorità il potere di segnalare norme di legge che determinano distorsioni della concorrenza o del corretto funzionamento del mercato che non siano giustificate da esigenze di interesse generale. Nello svolgimento della propria attività istituzionale, l’Autorità ha riscontrato come il regime della scadenza del latte pastorizzato confezionato disciplinato dall’art. 5 della legge 3 maggio 1989, n. 169, sia idoneo a determinare alterazioni del corretto funzionamento delle relazioni concorrenziali tra le imprese operanti nel mercato del latte fresco. Siffatta disposizione prevede infatti che il latte alimentare pastorizzato, ossia quello prodotto dal latte crudo sottoposto al trattamento di pastorizzazione, debba essere consumato entro i quattro giorni successivi al confezionamento. 2. La norma in questione si presta ad una serie di rilievi riconducibili alla circostanza che essa, individuando un ambito oggettivo di applicazione particolarmente ampio, ricomprendente qualunque tipologia di latte sottoposto al trattamento di pastorizzazione, appare eccessivamente rigida e inadeguata rispetto alle tecnologie produttive oggi disponibili. Inoltre, la medesima 33 disposizione, così come più in generale la disciplina della trasformazione del latte alimentare contenuta nella legge 3 maggio 1989, n. 169, presenta profili di incoerenza con la disciplina comunitaria sia del regime di scadenza dei prodotti alimentari in generale, di cui alle direttive 89/395 e 89/396/CEE e al d.lgs. 27 gennaio 1992, n.109 di recepimento, sia del regime produttivo del latte alimentare, disciplinato dalle direttive 92/46 e 92/47/CEE recepite con D.P.R. 14 gennaio 1997, n. 54. 3. Quanto alla circostanza che la fissazione per legge della scadenza del latte pastorizzato risulti eccessivamente rigida, può osservarsi che l’aspetto problematico va individuato nella circostanza che il vincolo legislativo non consente di adeguare i processi produttivi di trasformazione del latte crudo alle innovazioni tecniche oggi disponibili, nonché di valorizzare le produzioni di materia prima, ossia di latte crudo, di qualità. Si rileva infatti da un lato che le imprese più dinamiche attive nel settore della trasformazione del latte risultano oggi in grado di produrre latte pastorizzato fresco con una vita più lunga di quanto non sia stabilito, in via generale, dalla legge. Dall’altro si osserva che la qualità di latte crudo oggi disponibile sul mercato nazionale ben consentirebbe la produzione di latte pastorizzato fresco in grado di tollerare una scadenza sensibilmente superiore ai quattro giorni fissati dal legislatore. 4. Ma l’incoerenza sistematica del quadro di riferimento normativo si manifesta in modo particolarmente evidente, ove si consideri che il citato D.P.R. n. 54/97 ha introdotto la possibilità di produrre un latte del tipo “pastorizzato ad alta temperatura”. Questa tipologia di prodotto, infatti, in ragione del trattamento termico subito dalla materia prima, risulta teoricamente in grado di mantenere la propria integrità per un periodo di tempo (10-15 giorni) ampiamente superiore a quello (4 giorni) imposto dalla citata legge 169/89. Tale incongruenza normativa ha di fatto sino ad oggi impedito agli operatori nazionali di produrre latte pastorizzato ad alta temperatura. 5. Le limitazioni contenute nell’assetto normativo vigente costituiscono una delle più importanti ragioni dell’attuale rigidità della struttura dell’offerta - oggi sostanzialmente limitata alle due tipologie del latte fresco pastorizzato e del latte UHT-, che si traduce altresì in uno svantaggio per i consumatori. Deve al riguardo rilevarsi come la previsione di una durata fissa per tutte le tipologie di latte pastorizzato non consente un’articolazione della gamma del latte pastorizzato, in funzione sia delle caratteristiche organolettiche del prodotto trattato, sia della correlata durata delle diverse tipologie di latte pastorizzato. In tal senso deve sottolinearsi come la possibilità di offrire differenti tipologie di latte pastorizzato permetterebbe un ampliamento delle potenzialità di scelta dei consumatori. Questi infatti, informati dalle indicazioni obbligatorie recate sulle confezioni del prodotto, e relative al trattamento del latte e alla sua durata, potrebbero godere di una maggiore libertà di scelta e orientare i propri consumi in funzione delle specifiche esigenze. 6. D’altronde, e da un punto di vista più generale, tali principi informano la legislazione comunitaria in materia di confezionamento e di etichettatura dei prodotti alimentari, sicché anche da questo punto di vista sembra manifestarsi una certa incoerenza tra le norme contenute nella legge n. 169/89 e quelle di fonte comunitaria. Vige infatti in materia il principio secondo cui ciascun produttore è responsabile della determinazione della durata del prodotto immesso in commercio. Ci si riferisce in particolare alle direttive 89/395 e 89/396/CEE e al d.lgs. 27 gennaio 1992, n.109 di recepimento.. A fronte di ciò non sembrano più sussistere oggi validi motivi che possano giustificare un regime normativo particolare in materia di durata del prodotto latte pastorizzato rispetto ai principi che disciplinano la materia della scadenza dei prodotti alimentari. 7. A fronte di tale assetto legislativo particolare e rigido, possono avanzarsi due ordini di considerazioni. Il primo di essi è che il citato articolo 5 determina un’artificiale limitazione dei confini dei mercati e degli ambiti di concorrenza tra le imprese. Infatti, in ragione della breve durata della vita del latte pastorizzato, questo risulta commercializzabile e distribuibile in zone territoriali circoscritte, e necessariamente prossime agli stabilimenti produttivi. Tale circostanza contribuisce a definire contesti concorrenziali locali scarsamente contendibili e poco esposti alla concorrenza 34 potenziale. 8. In secondo luogo la fissazione per legge di un termine di durata ridotto determina una grave forma di discriminazione a danno dei produttori nazionali rispetto alle imprese produttrici comunitarie. Deve infatti al riguardo rilevarsi come il permanere del vincolo legislativo della durata del latte pastorizzato si traduca oggi in un elemento di condizionamento negativo delle potenzialità produttive della sola industria di trasformazione nazionale. Le imprese di produzione lattiera che hanno allocato i propri stabilimenti produttivi oltre confine, infatti, non risultano vincolate alla norma nazionale che fissa in quattro giorni la data di scadenza del latte pastorizzato. Esse sono pertanto libere di stabilire autonomamente (e sotto la propria responsabilità) la data di scadenza del latte e di immettere in commercio sul territorio nazionale il latte prodotto nel rispetto della normativa comunitaria. 9. Ne può sottacersi che la durata di quattro giorni prevista dalla legge nazionale non conosce equivalenti negli altri paesi dell’Unione. Si rileva infatti come anche nelle due sole nazioni, Francia e Spagna, che prevedono una regolamentazione nazionale della durata del latte fresco questa è stabilita in sette giorni. 10. In conclusione, l’Autorità ritiene che la previsione contenuta all’art. 5 della legge n. 169/89, non appare più oggi sorretta da esigenze di interesse generale, mentre al contrario si rivela fonte di distorsioni del corretto funzionamento del mercato, nonché di gravi forme di discriminazione in grado di danneggiare l’industria nazionale. 11. L’Autorità auspica pertanto un intervento legislativo che, garantendo pari opportunità produttive alle imprese nazionali, tenda a ripristinare omogenee condizioni di concorrenza nel mercato del latte pastorizzato. 35 CAPITOLO II : IL LATTE BOVINO CRUDO 2.1 - PROPRIETA’ NUTRACEUTICHE 2.2 - EFFETTI BENEFICI SU ALCUNE PATOLOGIE UMANE 36 2.1 - PROPRIETA’ NUTRACEUTICHE Il latte è un alimento completo per i neonati di tutti i mammiferi, ed esso rappresenta il loro solo ed unico cibo durante tutto il primo stadio di vita, caratterizzato da un rapido sviluppo dell’intero organismo. La capacità del latte nel prevenire l’infezione è riconosciuta da migliaia di anni. Gran parte di questa attività è svolta dagli anticorpi, ma ultimamente è stato scoperto anche un ruolo in questa attività da parte degli zuccheri complessi e di altre proteine minori presenti nel latte come agenti bioattivi. Questo alimento, infatti, contiene diverse componenti che mostrano una funzionalità fisiologica [11]. Allo stesso modo, il colostro è importante per i cuccioli di mammifero, in quanto fornisce l’immunità necessaria contro le infezioni. Le proteine del latte rappresentano, attualmente, la principale fonte di un’ampia gamma di peptidi attivi biologicamente, anche se altre proteine animali e vegetali possono contenere potenziali sequenze bioattive [12]. Questi peptidi possono essere rilasciati in seguito a proteolisi enzimatica, per esempio durante la digestione gastrointestinale [13]. Peptidi attivi biologicamente derivanti dalle proteine del latte sono inattivi senza la sequenza precursore. Una volta prodotti, i peptidi bioattivi (BPs) possono agire nell’organismo come composti regolatori, mediante un’attività simile a quella ormonale. Alcuni di questi peptidi sono dei potenziali nutraceutici, in grado di migliorare la salute, utilizzabili nella dieta o come farmaci. Il latte contiene anche alcune altre sostanze naturali bioattive, quali oligosaccaridi semplici e fucosilati, ormoni, fattori di crescita, mucine, gangliosidi e peptidi endogeni, che sono presenti al momento della secrezione [14]. 2.1.1 - PROTEINE BIOATTIVE La funzione primaria delle proteine della dieta è quella di soddisfare adeguatamente l’apporto giornaliero di aminoacidi essenziali ed azoto organico. Oltre alle principali proteine, quali le caseine, nel latte è presente anche una piccola quota di proteine minori e peptidi, che svolgono diverse attività fisiologiche, ad esempio come fattori di rilascio ormonale o come sistema endogeno antibatterico. Questi composti vengono secreti dal sangue direttamente nel latte, o sono sintetizzati nella ghiandola mammaria (Tab. 11). Ormone di rilascio della tireotropina (TRH) Ormone stimolante la tiroide (TSH) Ormone di rilascio dell’ormone luteinizzante (LHRH) Lisozima Somatostatina (SIH) Lattoperossidasi Peptide di rilascio della gastrina (GRP) Lattoferrina Calcitonina Transferrina Ormone adrenocorticotropo (ACTH) Immunoglobuline (IgA, IgG, IgM) Insulina Enzimi (es. plasmina) Fattori di crescita (es. EGF) Prolattina Tab. 11 - Proteine e peptidi bioattivi naturalmente presenti nel latte. Relaxina 37 9 Peptidi caseina-derivati - Peptidi oppioidi I peptidi oppioidi sono quelli che hanno una similitudine farmacologica all’oppio (morfina) e derivano da una caseina detta casomorfina [15]. La maggior parte di questi peptidi sono frammenti della β-caseina (β-CN), dei quali i maggiori sono le β-casomorfine, che hanno origini eterogenee e proprietà simili a quelle della morfina [16, 17, 18]. Tutti i frammenti della κ-caseina, conosciuti come casoxine, si comportano come antagonisti oppioidi. Un amido tetrapeptidico è il maggior agonista oppioide nel gruppo delle β-casomorfine del latte bovino, ma anche due antagonisti oppioidi provengono da questo gruppo, le casoxine C e D [19]. Peptidi simili sono stati trovati anche nelle frazioni umane di β-CN [20, 21], e la sequenza Y-P-F, che è comune alla β-casomorfina bovina, è nella struttura primaria della β-CN umana. Inoltre, un’ammide tetrapeptidica, la morficettina, è l’agonista oppioide maggiormente attiva nel gruppo delle β-casomorfine bovine. In generale, comunque, i frammenti α- e β-CN producono risposte agoniste, mente quelli provenienti dalle κ-CN sviluppano effetti da antagonisti. E’ importante da sottolineare che i peptidi bioattivi sono generati dalla maggior parte delle principali proteine sia nel latte bovino che in quello umano. Quando i peptidi oppioidi vengono iniettati nella circolazione sanguigna, inducono un effetto analgesico e sedativo, dovuto alla loro azione sul sistema nervoso [22, 23]. Studi hanno suggerito che gli agonisti e gli antagonisti oppioidi vengono a formarsi nell’intestino come risultato, in vivo, dell’idrolisi della caseina del latte durante la digestione, e che questi peptidi aiutano la motilità gastrointestinale [24]. Alcuni di questi, infatti, influiscono il tempo di transito nell’apparato digerente, come le casomorfine, che lo prolungano, esercitando un’azione antidiarroica. L’effetto delle β-casomorfine sulla motilità nel tratto intestinale di ratto è stato studiato utilizzando il marker non-assorbibile 141Ce, che ne ha dimostrato la presenza anche nel plasma di donne gravide ed in fase di allattamento [25, 26]. Allo stesso modo, le casomorfine sono state ritrovate nel chimo duodenale di maiale ed anche nel piccolo intestino dell’uomo [27], come risultato della digestione in vivo delle proteine del latte. 9 Fosfopeptidi della caseina - CPPs Le micelle presenti nel latte bovino contengono una significativa quota di calcio e fosforo, dovute ai residui serinici fosforilati presenti nelle αs1-, αs2- e β-caseine [28]. Questi frammenti fosfopeptidici della caseina vengono detti CPP e coadiuvano la formazione delle micelle caseiniche stabili termodinamicamente, supersaturandole con calcio e fosfato, il che contribuisce alla stabilità del latte durante i processi di riscaldamento [29]. Inoltre, è stato dimostrato che la formazione dei CPP nell’intestino può incrementare la concentrazione del calcio in forma solubile [30, 31, 32]. Sono stati effettuati diversi studi su colture cellulari, ed anche su animali ed uomo, per cercare di capire se davvero, e come, i CPP assunti con la dieta siano in grado di aumentare l’assorbimento del calcio. In particolare, gli studi effettuati su cavie animali che hanno cercato di dimostrare effetti positivi dei CPP della dieta sull’assorbimento intestinale del calcio, sul suo bilancio e sullo sviluppo osseo hanno mostrato risultati controversi [33]. D’altra parte, un gruppo di ricercatori giapponesi hanno descritto i benefici effetti dei CPP, utilizzando come cavia dei ratti ovariectomizzati in postmenopausa [34]. Inoltre, in uno studio cross-over randomizzato [35], dove si è studiato l’effetto di una preparazione di CPP purificati sull’assorbimento del calcio in 35 donne normali in postmenopausa, non sono stati riscontrati effetti sulla popolazione esaminata nel complesso, ma, quando l’analisi venne ristretta alle donne che presentavano ridotti valori di assorbimento di calcio, nello specifico, 17 donne su 35, allora la supplementazione della dieta con i CPP risultò aumentare del 5,3% l’assorbimento del calcio. Quindi, i complessi CPP-calcio possono aumentare l’assorbimento del calcio nel piccolo intestino, ma servono ancora altri studi per poter affermarne con certezza l’efficacia. Inoltre, il trattamento termico al quale viene sottoposto il latte per la commercializzazione può causare defosforilazione dei residui fosfoserinici e può influire negativamente sulla biodisponibilità dei CPP. 38 9 Peptidi anti-ipertensivi - inibitori dell’enzima convertitore dell’angiotensina I (ACE) L’enzima convertitore dell’angiotensina I, detto ACE, è un enzima chiave coinvolto nella regolazione della pressione sanguigna. In seguito alla sua attività, due aminoacidi vengono rimossi dall’angiotensina-I, permettendo la formazione del polipeptide ad otto residui angiotensina-II, che è un vasocostrittore molto potente. L’inibizione della sintesi dell’angiotensina-II, quindi, provoca una diminuzione della pressione sanguigna all’interno dei vasi. L’ACE, inoltre, è anche in grado di idrolizzare la bradichinina, un vasodilatatore [36]. Così, gli inibitori dell’enzima ACE sono dei peptidi anti-ipertensivi, e, quindi, alcuni di essi sono utilizzabili come farmaci. E’ stato studiato [37] l’effetto anti-ipertensivo della somministrazione orale di alcune dosi di latte fermentato o peptidi (Val-Pro-Pro o Ile-Pro-Pro) in ratti fisiologicamente ipertensivi, nei quali questa terapia decrementa la pressione sistolica dopo 6-8 ore dalla somministrazione. Anche su pazienti umani ipertensivi, il latte fermentato contenente questi due peptidi è in grado di ridurre significativamente la pressione sanguigna sistolica, dopo 4-8 settimane dall’inizio della sua ingestione, suggerendo un lieve effetto farmacologico anti-ipertensivo dei due peptidi, i quali sono in grado di superare il tratto intestinale e, dopo il loro assorbimento, di inibire la produzione dell’angiotensina-II nella circolazione sanguigna. Sono stati, inoltre, effettuati studi mediante misure sull’attività di inibizione che hanno alcuni derivati di vari tipi di latte, incluso il latte pastorizzato, lo yogurt ed formaggi freschi e stagionati, sull’ACE [38], i quali dimostrano una bassa attività di inibizione in prodotti con basso grado di proteolisi, come yogurt e formaggi freschi. Al contrario, il formaggio stagionato mostra una maggiore attività inibitoria dell’ACE, seppur variabile, a seconda della durata della stagionatura; al di sopra di un certo tempo, in effetti, l’attività dei peptidi inibitori decrementa. Comunque, i prodotti freschi giornalieri possono agire come cibi naturalmente influenzanti la pressione sanguigna, il che li rende dei convenienti veicoli per l’assunzione di naturali inibitori dell’ACE. 9 Peptidi anti-trombotici Il coagulo di sangue e quello di latte sono formati in seguito a due importanti processi fisiologici. Un gran numero di similarità molecolari sono state descritte tra questi due fenomeni coagulativi [39, 40], e tra queste spiccano le omologie strutturali tra la κ-caseina bovina e la catena γ del fibrinogeno umano [41]. In effetti, il frammento κ-caseinico detto casopiastrina, ottenuto dall’idrolizzato triptico, mostra un’attività anti-trombotica, in quanto inibisce il fibrinogeno legato alle piastrine [42, 43]. 9 Peptidi con attività citomodulatoria Diversi studi di citochimica evidenziano il possibile coinvolgimento di alcuni peptidi derivanti da proteine contenute nel latte, che fungono da specifici segnali modulatori, sulla variabilità delle cellule cancerogene. Infatti, il latte scremato bovino, digerito con un estratto acellulato del fungo Saccharomyces cerevisiae, possiede attività antiproliferativa su cellule in coltura di leucemia umana (HL-60) [44]. Inoltre, peptidi purificati, corrispondenti alle sequenze bioattive della caseina, mostrano modulazione della variabilità cellulare, in termini di proliferazione ed apoptosi, in diversi modelli di cellule umane in coltura [45, 46]. L’apoptosi di cellule umane leucemiche (HL-60), infatti, è indotta dal peptide oppioide β-CN(f60-66), detto β-casomorfina-7, e dal fosfopeptide βCN(f1-25)4P, detto caseinofosfopeptide. Inoltre, le β-casomorfine e l’αs1-caseina inibiscono la proliferazione di linee cellulari di cancro prostatico umano, mediante meccanismi in parte legati ai recettori oppioidi [47]. I derivati delle proteine del latte inducenti l’apoptosi possono avere un ruolo nel controllo della proliferazione delle cellule maligne. La maggior parte dei promotori tumorali 39 sono potenti inibitori dell’apoptosi [48] e, quindi, i peptidi che inducono l’apoptosi possono essere classificati come probabili sostanze anticarcinogeniche umane. Il complesso degli effetti sulla variabilità cellulare (peptidi citomodulatori) uniti a quelli sulla funzione immunitaria (peptidi immunomodulatori) rappresenta un meccanismo mediante il quale i peptidi bioattivi esercitano effetti protettivi contro lo sviluppo del cancro. Il sito target primario per la produzione dei possibili stimoli apoptotici contro le cellule maligne potrebbe essere il tratto gastrointestinale. Gli effetti antiproliferativi dei peptidi derivanti dalle proteine del latte, ed anche degli altri suoi componenti minori, sulle linee cellulari di cancro del colon suggeriscono che essi possono avere un ruolo nella prevenzione di questo tipo di tumore, bloccando l’iperproliferazione dell’epitelio e promuovendo l’apoptosi [46, 49, 50, 51]. 9 Peptidi immunomodulatori Dalla caseina è possibile ottenere anche diversi peptidi immunomodulatori, come gli immunopeptidi formanti l’αs-caseina e la β-caseina, i quali stimolano, in vitro, l’attività fagocitica dei macrofagi umani e murini contro le cellule del sangue della serie rossa [52]. Inoltre, l’iniezione di peptidi della caseina o dell’α-lattalbumina mostra diretta attività immunomodulatrice, che protegge i topi dall’infezione da parte dell’agente patogeno Klebsiella pneumoniae [53, 54]. Questi peptidi, infatti, possono promuovere la proliferazione e la maturazione delle cellule T e delle cellule Natural Killer, il che contribuisce alla difesa immunitaria dei neonati contro un gran numero di batteri, in particolar modo quelli enterici [55, 56]. Inoltre, l’iniezione di isracidina, il frammento 123 dell’αs1-caseina, ottenuto dopo l’azione della chimosina, produce un effetto antibatterico contro lo Stafilococco aureus e la Candida albicans nella mammella delle pecore e delle bovine, proteggendole dall’insorgenza di mastite. Per avere una funzione fisiologica nel corpo umano, i peptidi attivi devono essere assorbiti dall’intestino in una forma attiva. La maggior parte di queste proprietà dei peptidi bioattivi ottenuti dalla caseina sono effettivamente accertabili in vitro ed in modelli animali, ed ipoteticamente dimostrabili anche nell’uomo. 9 Sostanze bioattive ottenibili dalle proteine sieriche Le proteine sieriche rappresentano circa il 20% delle proteine totali del latte, ed hanno la caratteristica di non essere coagulate dall’acido ed essere resistenti all’azione della chimosina. Come risultato, quindi, queste proteine rimangono sempre presenti nel siero. Una delle principali proteine del latte umano è la α-lattalbumina, che contiene aminoacidi facilmente digeribili. La βlattalbumina, invece, rappresenta circa la metà delle proteine sieriche totali del latte bovino, ed è assente nel latte umano. Molte proteine sieriche possiedono proprietà fisiologiche. Il siero bovino contiene proteine che legano il metallo, immunoglobuline, fattori di crescita ed ormoni [57]. I peptidi bioattivi ottenuti dalle proteine sieriche ed i loro effetti fisiologici sono stati studiati in modo meno approfonditi rispetto a quelli ottenuti dalle caseine. Comunque, è stato accertato che molte delle funzioni delle proteine sieriche sono legate all’immunità od ai sistemi digerenti. L’α-lattorfina esercita una debole attività oppioide sul muscolo liscio, mentre la β-lattorfina ha un effetto contrattivo su questo muscolo [58]. L’α- e la β-lattorfina, insieme all’albutensina, hanno anche un effetto inibitorio sull’enzima ACE, e la β-lattoglobulina può legare il retinolo e trasportarlo nel piccolo intestino [59]. Inoltre, alcuni studi hanno dimostrato che le proteine sieriche hanno anche proprietà antimicrobiche, funzioni immunostimolatorie [60] ed effetti anticarcinogenici in topi e ratti [61]. 40 9 Proteine bioattive minori Le proteine sieriche minori, come la lattoferrina, la lattoperossidasi, il lisozima e le immunoglobuline sono considerate proteine con attività antimicrobiche. Infatti, i ruoli specifici di diversi tipi di immunoglobuline, della lattoferrina e della lattoperossidasi nella protezione dei vitelli neonati è stata approfonditamente studiata [62]. • Immunoglobuline - Le immunoglobuline non riescono ad attraversare la placenta nei feti dei mammiferi; dunque, i vitellini, ed anche i neonati umani, nascono con una concentrazione immunoglobulinica sierica molto bassa. Comunque, l’immunità passiva dopo la nascita è assicurata dall’alta concentrazione di immunoglobuline che si ritrovano nel colostro umano e bovino. Gli anticorpi proteggono i neonati dalle infezioni e sono particolarmente presenti nel colostro, ma la loro concentrazione diminuisce durante la normale lattazione. Nella mucca, la classe immunoglobulimica maggiormente presente è quella delle IgG1, con concentrazioni di circa 48 gr/l nel colostro e di 0,6 gr/l nel latte normale [63]. Nel latte umano, invece, la classe predominante di immunoglobuline è quella delle IgA, con livelli di circa 17 gr/l nel colostro e circa 1 gr/l nel latte [64]. Le immunoglobuline presenti nel latte bovino hanno un possibile effetto positivo nella prevenzione della diarrea [65]. Infatti, diversi studi digestivi mostrano che il 20% o più degli anticorpi ingeriti sopravvivono e rimangono biologicamente attivi [66, 67]. • Lattoferrina - La lattoferrina è la proteina sierica dominante nel latte umano e gioca un importante ruolo nella cattura del ferro nell’intestino [68, 69]. La lattoferrina bovina è omologa a quella umana. La concentrazione della lattoferrina nel colostro e nel latte bovino è di circa 1,5-5 mg/ml e 0,1 mg/l, rispettivamente [70]. Nel colostro e nel latte umano, i livelli riportati sono di 2-4 gr/l e 6-8 gr/l, rispettivamente. Questi valori indicano che la lattoferrina è ancora più importante negli umani che nelle specie bovine. La presenza di alte concentrazioni di lattoferrina nel colostro ed il passaggio ai neonati suggerisce il coinvolgimento di questa proteina nel primo sistema di difesa contro i batteri patogeni [71]. La lattoferrina è stata individuata anche nel latte di altre specie di mammiferi, come nel maiale, nel cavallo, nel bufalo, nella capra e nel topo, ed in altri liquidi biologici, come lacrime, fluidi sinoviali, saliva e liquido seminale, con concentrazioni comprese tra i 10 μg/ml ed i 2 mg/ml [72]. La lattoferrina plasmatica viene sintetizzata dai neutrofili, in seguito alla loro degranulazione durante il processo flogistico [73], ed è un peptide a catena singola, che pesa circa 80000 Da e contiene da 1 a 4 glicani, in base alla specie [74]. Le lattoferrine umana e bovina sono formate da 691 e 689 aminoacidi, rispettivamente, e le loro sequenze hanno un’identità del 69% [75]; le loro conformazioni tridimensionali sono ora conosciute nel dettaglio [76]. La delucidazione della struttura dei glicani N-terminali legati alle lattoferrine nelle varie specie è stato il risultato di studi approfonditi [74, 77]. Gli zuccheri presenti nella lattoferrina bovina sono l’Nacetillattosammina, l’N-acetilglucosamina, il galattosio, il fucoso, il mannosio e l’acido neuraminico. Ogni lattoferrina è formata da due lobi omologhi, detti N- e C-lobo, riferiti alle parti N- e C-terminale, rispettivamente, della molecola. Ogni lobo, inoltre, consiste di due sublobi, o domini, che formano una tasca dove lo ione ferrico (Fe3+) è fortemente legato in una sinergica cooperazione con l’anione bicarbonato [78]. Nello stato naturale, la lattoferrina bovina è solo in parte saturata con il ferro (15% - 20%) ed ha un colore rosa salmone, l’intensità del quale dipende dal grado di saturazione con il ferro. La lattoferrina con meno del 5% di saturazione con il ferro è detta apolattoferrina, mentre la lattoferrina satura di ferro è detta ololattoferrina. La lattoferrina presente nel latte della mammella è essenzialmente apolattoferrina. L’affinità della lattoferrina per il ferro è molto alta, circa 260 volte di più della trasferrina sierica, con un’affinità di circa 1020 [79]. La capacità della lattoferrina di legare il ferro dipende dalla presenza di piccole quantità di bicarbonato [78]. Il residuo cationico N-terminale della lattoferrrina bovina è di particolare interesse, in quanto mostra una spiccata attività antibatterica [80]. 41 • Lattoperossidasi - La lattoperossidasi è il maggior agente antibatterico presente nel colostro, ed esplica la sua azione in presenza di acqua ossigenata (H2O2), catalizzando l’ossidazione del tiocianato nell’anione SCN-, producendo un prodotto intermedio che presenta attività antimicrobica [81]. La concentrazione di lattoperossidasi nel colostro e nel latte è di circa 11-45 mg/l e 13-30 mg/l, rispettivamente [82]. Purtroppo, il latte umano contiene piccole quantità di lattoperossidasi, ed, in alcuni casi, ne è del tutto privo [83]. • Lisozima - Il lisozima, una proteina a singola catena di 15 kDa, è un enzima antimicrobico presente nel colostro e nel latte umano [84], che idrolizza il legame β-1,4 tra l’acido Nacetilmuramico ed il 2-acetil-amino-2-deossi-D-glucosio, due residui risultanti dalla lisi della parete cellulare batterica. La concentrazione di lisozima nel colostro e nel latte normale è di circa 0,14-0,7 mg/l e 0,07-0,6 mg/l, rispettivamente [82]. Il contenuto aminoacidico del lisozima presente nel latte bovino è differente rispetto quello del lisozima del latte umano, ed anche di quello contenuto nell’albume delle uova. Il lisozima del latte è attivo contro diversi batteri Gram-positivi ed anche alcuni Gram-negativi. Inoltre, sembra che ci sia un’azione sinergica del lisozima e della lattoferrina contro il patogeno Escherichia coli; la lattoferrina, infatti, danneggia la membrana esterna dei batteri Gram-negativi, rendendoli suscettibili all’azione del lisozima. 42 2.1.2 - ZUCCHERI ED ALTRI COMPONENTI BIOATTIVI Il latte umano contiene diversi fattori di protezione, incluso oligosaccaridi, mucina, gangliosidi ed altri componenti contenenti l’acido N-acetilneuraminico. Questi oligosaccaridi sono carboidrati complessi leganti il lattosio, la concentrazione dei quali, nel latte umano, può variare tra i 10 ed i 20 g/l. Il latte umano contiene più tipi ed anche quantità superiori di oligosaccaridi rispetto al latte bovino, e queste strutture oligosaccaridiche possono anche comprendere la porzione carboidratidica dei glicoconiugati, come i glicolipidi e le glicoproteine, le quali inibiscono il legame del patogeno enteroemorragico Escherichia coli [85]. Il lattosio può essere utilizzato per produrre lattulosio e latto-oligosaccaridi, utilizzati come promotori della crescita dei batteri probiotici, ed anche per aumentare l’assorbimento del calcio. Nel latte umano, inoltre, gli oligosaccaridi inibiscono il legame delle cellule ospiti target con i patogeni enterici Escherichia coli, Campylobacter jejuni e Streptococcus pneumoniae. La mucina è una lunga macromolecola presente nel latte umano, che si lega agli oligosaccaridi, soprattutto alla glicoproteina lattaderina, formando un complesso che inibisce la replicazione dei rotavirus [86]. Si pensa che il calcio abbia un ruolo nella regolazione della pressione sanguigna. Ci sono alcune evidenze epidemiologiche che l’aumentato apporto di calcio, specialmente dai latticini, è associato al mantenimento della pressione sanguigna. E’ stato ipotizzato anche un possibile ruolo protettivo del calcio, utile nella prevenzione del cancro del colon. Infatti, il principale fattore implicato nella promozione del cancro del colon pare sia la presenza di Sali biliari, ed il latte contiene il calcio fosfato, che lega i Sali di bile per prevenire il loro effetto tossico [87]. I composti bioattivi del latte basati sui lipidi includono gli acidi grassi. E’ stato accertato il ruolo dell’acido linoleico coniugato nell’inibire il cancro e l’aterosclerosi [88, 89]. Il latte contiene anche centinaia di complessi oligosaccaridici che sono coinvolti nella promozione della crescita del Bifidobatterio, che agiscono come analoghi recettoriali per le cellule epiteliali nel prevenire l’adesione dei patogeni e nell’inattivazione delle tossine. 43 2.2 - EFFETTI BENEFICI SU ALCUNE PATOLOGIE UMANE 2.2.1 - OSTEOPOROSI L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente inserito nelle priorità sanitarie di rilevanza internazionale, per la decade 2000-2010, l’osteoporosi. Questa patologia dello scheletro, definita anche malattia delle “ossa di vetro”, ha come sua caratteristica principale la perdita del patrimonio minerale osseo, con conseguente progressiva riduzione della resistenza meccanica dello scheletrico, il quale va incontro col tempo al cedimento strutturale, anche spontaneo. Le fratture di vertebra, di femore e di polso, rappresentano le manifestazioni cliniche più drammatiche dell’osteoporosi, sia in termini di costi umani, per scadimento della qualità della vita del paziente e per riduzione dell’attesa di sopravvivenza, sia per gli elevati costi economici di gestione sanitaria. Poiché la perdita di patrimonio minerale è irreversibile, la prevenzione e la diagnosi precoce rappresentano le migliori strategie di gestione della malattia osteoporotica. In particolare, a partire dagli anni sessanta, grazie allo sviluppo della MOC (acronimo di densitometria ossea computerizzata a raggio X), è possibile misurare con accuratezza e precisione la densità minerale ossea, la quale rappresenta il fattore predittivo più importante della frattura. Inoltre, la conoscenza più approfondita dei meccanismi patogenetici della malattia ha consentito di approntare valide misure preventive, quali una corretta alimentazione ed un migliore stile di vita. L’osteoporosi è una patologia ad insorgenza subdola, con sintomi poco eclatanti, spesso confusi con quelli dell’artrosi, senza segni obiettivi patognomonici; infatti, non è inusuale diagnosticarla proprio in occasione della sua complicanza fratturativa vertebrale o femorale, quando cioè la compromissione ossea è già tale da determinare uno stato di invalidità. Alcuni autori hanno recentemente segnalato importanti modificazioni patologiche del metabolismo del calcio nella malattia di Crohn, in particolare nei casi sottoposti a resezione chirurgica parziale del piccolo intestino; il ridotto assorbimento intestinale del calcio può, infatti, determinare un quadro metabolico di iperparatiroidismo secondario. La minor disponibilità di calcio circolante stimola le ghiandole paratiroidee a secernere il paratormone, il quale, agendo sulle cellule bersaglio osteoclastiche (cellule ossee deputate al riassorbimento osseo), provoca un incremento del riassorbimento di calcio dal tessuto osseo con conseguente riduzione della capacità di resistenza meccanica dello scheletro. Ma anche il processo infiammatorio cronico, e quindi la malattia intestinale nella sua essenza, può stimolare gli osteoclasti tramite mediatori, detti citochine, e indurre quindi un depauperamento progressivo delle riserve di quella “banca” del calcio che è il nostro scheletro. A questi importanti fattori patogenetici, si aggiunge un farmaco assai importante nelle terapia della malattia, lo steroide. Il cortisone, prescritto nelle fasi infiammatorie acute della malattia intestinale, è ben noto per la sua azione osteopenizzante da molto tempo. Sono sufficienti posologie molto basse e pochi mesi di somministrazione per determinare significative perdite di massa ossea. Già 5 mg di equivalente prednisonico al giorno per via sistemica (per via orale, per intramuscolo o per endovena) per più di tre mesi sono una posologia che determina un bilancio calcico negativo, con conseguente perdita di massa ossea. Le più importanti società scientifiche internazionali, quali la British Society of Gastroenteroly e l’American Gastrointestinal Association, hanno da tempo emanato delle linee guida per la prevenzione dell’osteoporosi nelle malattie intestinali; linee guida che è opportuno rammentare ai pazienti, in quanto si tratta spesso di semplici cambiamenti dello stile di vita. La prima regola è alimentare: introdurre quotidianamente cibi ricchi di calcio quali il latte, lo yogurt o il formaggio grana. Il calcio, infatti, rappresenta l’elemento costitutivo primario del tessuto scheletrico e l’OMS consiglia per una persona adulta un’apporto quotidiano di almeno 1 grammo di calcio al giorno [90]. 44 2.2.2 - PATOLOGIE CARDIOVASCOLARI Il rischio di incidenza e mortalità di patologia coronaria (CHD) cresce all’aumento dei livelli plasmatici di colesterolo [91, 92]. La molto pubblicizzata “ipotesi lipidica” conclude che l’elevata assunzione di colesterolo ed acidi grassi saturi è ampiamente responsabile degli alti livelli plasmatici di questo lipide e dell’alta incidenza di CHD nei Paesi industrializzati. Sia l’alto livello plasmatico dei trigliceridi che quello del colesterolo sono considerati fattori di rischio per la CHD [93]. Questa è una delle ragioni per cui il latte ed i suoi prodotti hanno a lungo avuto un’immagine negativa rispetto l’aterosclerosi e la CHD. Il grasso del latte fornisce, infatti, colesterolo ed è ricco in acidi grassi saturi; inoltre, ogni componente ha la potenzialità di incrementare i livelli plasmatici di colesterolo, essendo gli acidi grassi saturi con una catena lunga 12-14 atomi di carbonio ipercolesterolemici [94]. Eppure, diversi studi hanno confermato che una parte considerevole degli acidi grassi saturi nel grasso del latte è composta da acidi grassi a corta catena e da solo acido stearico a lunga catena, e questo significa che non influiscono in modo negativo sui livelli di colesterolo. Un’altra ragione per cui il latte ha un’immagine negativa è che la caseina, ed anche altre proteine animali, possono avere effetti ipercolesterolemici ed aterogenici [95], specialmente segnalato in specie animali sensibili. In questi ultimi anni, sono diventati evidenti altri fattori di rischio addizionali per la CHD, incluso i livelli plasmatici di omocisteina e fibrinogeno, e la domanda su fino a che punto alti livelli di colesterolo contribuiscono al rischio totale, rispetto ad altri fattori di rischio conosciuti e non, è più aperta che mai. Infatti, esiste qualche prova contro “l’ipotesi lipidica”. Sebbene ci sia una correlazione tra la mortalità della CHD ed il consumo di grassi presenti in latte e burro, la Finlandia e la Franciaforniscono paradossi importanti sull’ ipotesi lipidica [96]. Infatti, la discrepanza di basso rischio di CHD nonostante una dieta ricca in acidi grassi saturi e colesterolo è diventata molto conosciuta come il “paradosso Francese”. Infatti, non c’è una correlazione positiva tra rischio di CHD e consumo di grassi animali all’interno di una popolazione [97]. Addirittura, un elevato consumo di latte sembra essere associato ad un decremento del rischio di patologia ischemica cardiaca [98]. Questi studi suggeriscono che il latte ed i suoi prodotti possono contenere sostanze bioattive antiaterogeniche che negano gli effetti degli acidi grassi saturi e del colesterolo. Il latte ed i suoi derivati possono modificare i fattori di rischio di malattie cardiovascolari (CVD) in modo vantaggioso, grazie ad una serie di loro componenti, che possono essere implicati nel miglioramento della CHD e di altre CVD [99]. Sebbene il consumo di latte intero non riduce il colesterolo plasmatico, comunque, non ne incrementa nemmeno il livello [100, 101]. In un recente studio su adulti, condotto per più di 8 settimane, un supplemento di ¼ (0,25 litri) di latte scremato decrementa i livelli plasmatici di trigliceridi e colesterolo in ipercolesterolemici, ma non in soggetti normocolesterolemici [102]. Tra l’altro, il latte intero può non influenzare i lipidi sanguigni, come può far pensare il suo contenuto in grassi e la loro composizione [103]. 45 2.2.3 - INFIAMMAZIONI Diversi studi hanno dimostrato che le glicoproteine presenti nel colostro bovino inibiscono l’adesione del batterio Helicobacter pylori, l’agente patogeno che provoca l’ulcera gastrica, ed hanno anche un effetto positivo nel ridurre le lesioni provocate dall’uso di antinfiammatori nonsteroidei (FANS), impededendo un’aumento significativo della permeabilità della mucosa gastrointestinale. Inoltre, il latte è in grado di modulare la risposta infiammatoria, ad esempio attraverso alcune sue proteine, che fungono da recettori per il fattore di necrosi tumorale (TNF), un potente attivatore della cascata infiammatoria, controllandone l’attività. Anche la lattoferrina, proteina antiossidante presente nel latte, inibisce la flogosi. Infatti, la lattoferrrina esplica attività batteriostatica ed anche battericida contro diversi microrganismi, causando il rilascio delle molecole lipopolisaccaridiche dalla superficie della membrana dei batteri Gram-negativi, agendo direttamente come un antibiotico [104]. La lattoferrina inibisce anche la crescita dei patogeni Escherichia coli, Salmonella typhimurium, Shigella dysenteriae, Listeria monocytogenes, Bacillus stearothermophilus e Bacillus subtilis [105, 106, 107]. L’effetto antimicrobico si esplica principalmente sui microrganismi che richiedono ferro come quello che chela la lattoferrina, deprivando, in questo modo, gli organismi di una sorgente di questo nutriente. La lattoferrina interagisce con la membrana cellulare batterica, causando cambiamenti della permeabilità ed il rilascio dei lipopolisaccaridi [108]. Inoltre, anche la lattoferricina, un peptide singolo composto da 25 residui aminoacidici, che deriva dalla lattoferrina bovina in seguito all’azione della pepsina, ha azione contro diversi batteri ed anche nei confronti della Candida albicans [109]. Un peptide simile attivo, formato da 47 amionoacidi, è stato ottenuto dalla lattoferrina umana. Si può concludere che la lattoferrina dà un importante contributo al sistema di difesa dell’ospite, eliminando i patogeni, come batteri, virus e funghi, stimolando e proteggendo le cellule coinvolte nei meccanismi di difesa dell’ospite e controllando la risposta da parte delle citochine [62]. 46 2.2.5 - NEOPLASIE L’aumentata incidenza del cancro rappresenta, al giorno d’oggi, una grave realtà che la medicina moderna sta cercando di arginare. Diversi studi dimostrano la chiara correlazione che intercorre tra le scorrette abitudini di vita ed il notevole incremento del rischio di sviluppare una neoplasia [110]. Tra queste, notevole influsso negativo ha il maggior consumo di grassi con la dieta, sempre più priva di fibre e micronutrienti, essenziali, ad esempio, nella prevenzione del cancro del colon-retto. Anche l’aumento dell’industrializzazione ha incrementato i fattori di rischio di alcune neoplasie, a causa di un eccessiva quantità di inquinanti nell’aria ed anche nelle acque [111]. Fortunatamente, però, con la diagnosi precoce siamo ormai in grado di combattere il cancro all’insorgenza, e sempre maggior importanza viene data ai trattamenti non invasivi ed ai programmi di prevenzione, predisposti dal Ministero della Sanità. Studi nutrizionali hanno identificato alcune componenti anticancro presenti nei cibi; in particolare, proprietà benefiche in questi termini sono possedute da grano, vegetali in genere, frutta fresca e fibre [112]. Si è scoperto, inoltre, che i grassi saturi presenti nel latte bovino possiedono una spiccata attività anti-cancro, grazie, soprattutto, all’acido linoleico coniugato [113]. In uno studio epidemiologico [114] è stata caratterizzata una significativa correlazione inversa tra il consumo di latte e l’incidenza del cancro della mammella in donne inizialmente sane, tenute in follow-up per 25 anni. Un altro studio [115], condotto su cavie murine, ha mostrato il potere protettivo del latte nei confronti del cancro del colon-retto. Comunque, una riduzione dell’introduzione dei grassi tramite la dieta è già una buona strategia per arginare il rischio di sviluppare un cancro [116], anche se grande importanza nell’insorgenza di neoplasie riveste il tipo di lipidi in questione; infatti, diversi studi su cavie animali dimostrano che i grassi presenti nel latte hanno una più bassa propensione ad aumentare il rischio di tumore, rispetto agli altri tipi di lipidi presenti in alimenti diversi. A conferma di ciò, è stata confermata la proprietà anticancro posseduta dall’acido linoleico coniugato (CLA) e la sfingomielina, entrambi composti presenti nel latte, che inibiscono la crescita in vitro di diverse linee di cellule tumorali, tra cui quelle del melanoma, del cancro del colon-retto, della mammella e del polmone [117, 118, 119, 120], regolando anche i segnali apoptotici generati da fattori endogeni citotossici, come il TNF e l’interferone [121]. 47 CAPITOLO III : BILANCIO TRA STRESS OSSIDATIVO E COMPOSTI ANTIOSSIDANTI 3.1 - LO STRESS OSSIDATIVO 3.2 - BILANCIO DELLO STRESS OSSIDANTE 48 3.1 - LO STRESS OSSIDATIVO 3.1.1 - I RADICALI LIBERI E GLI ANTIOSSIDANTI Tra i radicali liberi che più frequentemente si formano a livello cellulare, sono importanti quelli che derivano dalla riduzione monoelettronica dell’O2 (Figura 9) definiti, quindi, radicali liberi dell’ossigeno (ROS, dall’inglese Reactive Oxygen Species). Fig. 9 - riduzione monoelettronica dell’ossigeno Le specie reattive prodotte sono: • Anione superossido (O2-) • Perossido di idrogeno (H2O2) • Radicale idrossile (OH) • Ossigeno singoletto (O2•) Fra queste specie, i principali responsabili di danni alle cellule aerobie sono il radicale idrossilico e l'ossigeno singoletto. Quindi, l’ossigeno, che è indispensabile per mantenere la vita, diventa paradossalmente anche la più importante fonte di produzione di radicali liberi. Quando respiriamo, infatti, introduciamo ossigeno, del quale il 95% circa è utilizzato dalla cellula per produrre energia, mentre la parte rimanente dà origine ai radicali liberi (Fig. 10). Questo è un processo fisiologico, normale, e l’organismo di una persona sana è attrezzato per fare fronte alla presenza di questi radicali liberi difendendosi con un proprio sistema anti-radicale, che si chiama “sistema antiossidante”, capace di neutralizzare l'azione dei radicali dell’ossigeno e di riparare i danni molecolari. Fig. 10 - Produzione di ROS nell’uomo. I radicali liberi sono molecole instabili; infatti, queste specie chimiche possiedono un solo elettrone anziché due, e sono pronte a reagire con qualsiasi altra molecola con cui vengono a contatto, per appropriarsi di un loro elettrone. 49 Così, queste molecole diventano instabili a loro volta, e ricercano un elettrone, innescando, in questo modo, un meccanismo d’instabilità a “catena” (Fig. 11). Fig. 11 - Le specie chimiche reattive, radicaliche o meno, agiscono generalmente come ossidanti. L’ossidazione, ovvero il trasferimento di uno o più elettroni, è la base chimica dello stress ossidativo. I radicali liberi possiamo immaginarli come una “pistola” carica pronta a far fuoco su qualsiasi innocente molecola entri in contatto con loro. Questa serie di reazioni può durare da frazioni di secondo ad alcune ore, e può essere ridimensionata o arrestata solo dalla presenza degli antiossidanti. L’azione continua dei radicali liberi si evidenzia soprattutto nel precoce invecchiamento delle cellule e nell’insorgere di varie patologie gravi, come il cancro, malattie dell’apparato cardiovascolare, diabete, sclerosi multipla, artrite reumatoide, enfisema polmonare, cataratta, morbo di Parkinson e Alzheimer, dermatiti e artrosi (Fig. 12). Inoltre, se i radicali liberi non vengono inattivati, possono aggravare molti processi patologici. Fig. 12 - Patologie che possono insorgere in seguito ad un eccessivo sviluppo di ROS. I radicali liberi sono “prodotti di scarto” che si formano naturalmente all’interno dei mitocondri delle cellule del corpo, dove l’ossigeno viene utilizzato nei processi metabolici per produrre energia, mediante ossidazione dei cataboliti. L’azione distruttiva dei radicali liberi è indirizzata soprattutto sulle cellule, in particolare sui grassi che ne formano le membrane (liperossidazione), sugli zuccheri e sui fosfati, sulle proteine del loro nucleo centrale, sugli enzimi, e specialmente sul DNA (acido desossiribonucleico), dove alterano le informazioni genetiche. Questo tipo di “sofferenza cellulare” è considerato come il più importante dei fattori che causano l’invecchiamento e le malattie. Le cellule, infatti, sono in continuo stato di stress ossidativo, a causa del critico equilibrio: il numero dei radicali liberi prodotti può essere, infatti, più grande della capacità del corpo di neutralizzarli da solo. Quando i lipidi vengono attaccati, il processo ossidativo provvede alla loro liperossidazione. Il sangue trasporta queste molecole grasse in tutto il corpo grazie alle lipoproteine, specialmente quelle a bassa densità, dette LDL (Low Density 50 Lipoproteins), che sono le particelle che trasportano la maggior parte del colesterolo nel plasma. Per questo motivo, viene generalmente accettata la teoria secondo la quale l’aumento dei livelli di lipoproteine a bassa densità abbia un ruolo eziologico nell’insorgenza dell’aterosclerosi e delle patologie cardiocoronariche. Tuttavia, queste lipoproteine, in pratica innocue allo stato “originario”, sono un vero pericolo all’interno della parete arteriosa solo quando vengono alterate dal processo di liperossidazione. La liperossidazione, fra l’altro, aumenta il ciclo di riproduzione cellulare, che avviene quando i lipidi che costituiscono la membrana cellulare vengono attaccati per un periodo di tempo eccessivo. Di conseguenza, si verifica una prematura morte cellulare, la quale, alla fine, causa come risultato una minore durata della vita, perché quelle speciali strutture cellulari, definite telomeri, le quali chiudono e proteggono la porzione terminale del DNA, vengono accorciate progressivamente, fino ad esaurimento. I telomeri (etimologicamente, “parte terminale”) sono strutture localizzate sulle estremità dei cromosomi, e sono costituite da porzioni di DNA altamente ripetitivo, che si accorciano ogni volta che la cellula si divide. I telomeri di una cellula scompaiono dopo circa 50 divisioni cellulari; quindi, quella specifica cellula sottoposta a stress ossidativo perde la possibilità e la capacità di riprodursi. Così, il progressivo accorciamento dei telomeri va a limitare l’aspettativa di vita dell’uomo. Lo stress ossidativo viene esasperato principalmente dalla dieta, dalle tossine ambientali, come il biossido d’azoto, dagli alcolici, da traumi e ferite, dalle malattie e dalle cure farmacologiche, da un eccessivo esercizio fisico, da stress emotivo e psicologico, dal fumo di sigaretta, da un’eccessiva esposizione al sole e da fattori genetici (Fig. 13). Fig. 13 - Cause di una eccessiva formazione di ROS. Anche il nostro sistema immunitario, il cervello ed il sistema nervoso sono altamente sensibili allo stress ossidativo. Ad esempio, una cellula immunitaria ha un alto contenuto d’acidi grassi polinsaturi nella sua membrana cellulare e, per questa ragione, è più aggredibile da parte dei radicali liberi. Infatti,la membrana cellulare gioca dei ruoli molto critici per il sistema immunitario, riconoscendo gli antigeni, che stimolano la produzione d’anticorpi, ed esponendo dei recettori, che servono come segnale per il riconoscimento da parte delle altre cellule del sistema immunitario. Inoltre, lo stress ossidativo muta il DNA e, quindi, compromette le funzioni del sistema immunitario, il che è significativamente associato con i problemi autoimmuni, tipo allergie, asma, artrite reumatoide, sclerodermia, morbo di Crohn e Lupus eritematoso [122]. 51 In conclusione, quindi, si può affermare che il termine stress ossidativo identifica la modificazione del normale equilibrio intracellulare tra sostanze ossidanti, prodotte fisiologicamente durante i processi metabolici, ed il sistema di difesa antiossidante, che svolge la funzione di neutralizzarle. Quando le sostanze ossidanti prevalgono e/o le sostanze antiossidanti si riducono, si configura lo stress ossidativo [123]. 52 5.3 - Bilancio dello stress ossidante Gli antiossidanti riportano l’equilibrio chimico nei radicali liberi grazie alla possibilità di fornire loro gli elettroni di cui sono privi, permettendo così ai sistemi enzimatici della cellula di neutralizzarli. Nel donare l’elettrone, l’antiossidante diventa esso stesso un radicale libero. La differenza, però, è che un antiossidante radicalico è molto più stabile di un radicale libero vero e proprio e, nel corso della giornata, il nostro corpo è capace di espellerlo facilmente. L’equilibrio tra radicali liberi ed antiossidanti è particolarmente difficile da mantenere. Infatti, l’ago della bilancia di questo delicato equilibrio può pendere, purtroppo, anche se di poco, verso i radicali liberi, nonostante il nostro impegno di assumere antiossidanti con la dieta, e questa loro preponderanza lascia una scia di molecole danneggiate nel corpo (Fig. 14). A questo punto, il nostro organismo ha il compito di liberarsi di queste molecole, sostituendole tutte, oppure producendone altre de novo. Fig. 14 - Il difficile equilibrio tra radicali liberi ed antiossidanti. La detossificazione dei composti reattivi dell’ossigeno è uno dei prerequisiti della vita in condizioni aerobie, costituendo un importante sistema di difesa antiossidante di prevenzione, intercettazione e riparazione, che comprende agenti di tipo non-enzimatico ed enzimatico (Fig. 15). Tra gli antiossidanti di natura enzimatica ricordiamo: • • • Superossido-dismutasi (SOD) Glutatione-perossidasi Catalasi Tra quelli non-enzimatici: • • • • • • • • • Vitamina E Vitamina C α e β-Carotene Luteina/Zeaxantina Licopene Ubichinolo Acido urico Polifenoli Bilirubina ed altri metaboliti plasmatici 53 Fig. 15 - Meccanismi di difesa dell’organismo alla formazione dello stress ossidativo. Pertanto, alla formazione di radicali liberi il nostro organismo risponde mediante il suo sistema antiossidante, che riporta l'equilibrio chimico nei radicali liberi grazie alla possibilità di fornire loro gli elettroni di cui sono privi (Figura 16). Fig. 16 - Modalità di azione di un antiossidante E' importante sottolineare che i diversi tipi di antiossidanti, distinguibili ulteriormente in idrosolubili o liposolubili, svolgono un'azione sinergica in diversi distretti cellulari (Figura 17). Ad esempio, le sostanze idrosolubili lavorano a livello del citoplasma e vengono poi escrete, mentre quelle liposolubili, come il β-carotene e l'α-tocoferolo, si situano nei lipidi della membrana cellulare, fornendo uno schermo protettivo nei confronti dei radicali. Fig. 17 - Distretti cellulari in cui sono presenti alcuni antiossidanti 54 Gli antiossidanti sono, quindi, sostanze fondamentali per la nostra salute, in quanto rappresentano le difese essenziali delle cellule contro il danno da radicali liberi endogeni ed esogeni, mantenendo l’equilibrio ossido-riduttivo. Un deficit significativo di questi "indicatori della salute cellulare" è, infatti, incompatibile con difese e funzioni cellulari efficienti. Va tenuto presente, però, che ciascun antiossidante ha un campo di azione limitato ad uno o due specifici radicali liberi. Pertanto, solo un’alimentazione completa ed equilibrata può garantire un'efficace azione antiossidativa. Se però il quantitativo di radicali liberi prodotti è superiore a quello fisiologico, il nostro sistema antiossidante non è più in grado di neutralizzare questo eccesso, perciò i radicali liberi aggrediscono le cellule, provocando danni più o meno gravi. E ci troviamo in stress ossidativo. Lo “stress ossidativo” consiste, quindi, nello squilibrio fra produzione di radicali liberi e capacità di difendersi grazie ad una serie di sostanze antiossidanti (Figura 18). Lo stress ossidativo, se continuo nel tempo, è associato con la patogenesi ed il peggioramento di svariate malattie che includono il rischio di cancro, l’infarto, i disturbi coronari cardiaci, la cataratta, le malattie cronicodegenerative (artrosi, malattie autoimmuni, ecc.), la depressione, l'invecchiamento precoce e tante altre. Per la prevenzione della nostra salute e per combattere l’invecchiamento cellulare è fondamentale conoscere e mantenere l’equilibrio fra sostanze ossidanti ed antiossidanti nel nostro organismo. P R O O S S I D A N T I A N T I O S S I D A N T I Fig. 18 - Bilancio dello stress ossidativo Oggi, grazie alla ricerca scientifica, siamo finalmente in grado di misurare lo stress ossidativo con le analisi di laboratorio più sofisticate e moderne. La Figura 19 riporta esempi di dosaggi, alcuni dei quali vedremo più avanti in maniera approfondita. La misurazione dello stress ossidativo può essere, quindi, una fonte di informazioni preziose per la prevenzione ed il trattamento di svariate patologie, alcune delle quali di grande rilevanza socio-sanitaria. STRESS OSSIDATIVO: VALUTARE PER RIEQUILIBRARE Valutare “l’attacco” Valutare la “difesa” d-ROMs d-ROMs test, MDA, Isoprostani, Isoprostani, Carbonili, Carbonili, AOPP... Tocoferoli, Tocoferoli, Carotenoidi, Carotenoidi, Vitamina C, Gruppi -SH, BAP test... Fig. 19 - Alcuni esempi di dosaggi per la valutazione dello stress ossidativo VALUTAZIONE GLOBALE DELLO STRESS OSSIDATIVO PREVENZIONE E MONITORAGGIO DELLA MALATTIE CORRELATE CON LO STRESS OSIDATIVO 55 PARTE SPERIMENTALE 56 CAPITOLO IV : SCOPO DELLA RICERCA 57 4.1 - SCOPO DELLA RICERCA Il latte bovino crudo è stato recentemente oggetto di numerosi studi scientifici che ne hanno messo in luce alcune componenti chiave di molecole ad effetto nutraceutico, in grado, cioè, di esercitare un ruolo importante nella protezione dell’organismo umano nei confronti di severe patologie, quali le malattie cardiovascolari, quelle degenerative ed alcune neoplasie. I trattamenti termici del latte bovino, ampiamente diffusi per azzerare la possibile patogenicità di eventuali microrganismi presenti, causano una drastica riduzione delle funzionalità biochimiche delle componenti del latte e, di conseguenza, significativa perdita degli effetti benefici di tali biomolecole. Il latte bovino crudo, non sottoposto a trattamenti termici ma scrupolosamente controllato dal punto di vista igienico-sanitario e microbiologico/virologico, rappresenta una fonte ottimale di principi attivi ad effetti benefici poco conosciuti e con ampie applicazioni a finalità nutrizionali e terapeutiche finora sottovalutate. Per questi motivi, lo scopo principale di questa ricerca è stato quello di studiare l’effetto antiossidante del latte bovino crudo, proveniente dagli allevamenti dell’Azienda Busetto-Vicari di Montecalvo in Foglia e rigorosamente controllati dal punto di vista microbiologico/igienico/sanitario e batteriologico/virologico dall’Istituto Zooprofilattico di competenza, e reperibile/commercializzato alla temperatura di 1°-3° C in distributori automatici in Urbino ed altre città limitrofe. Le fasi della sperimentazione sono state le seguenti: • Raccolta di campioni di latte crudo in orari diversi di giorni diversi della settimana scelti random e per la durata di 3 mesi e ripetuti successivamente per altri tre mesi con orari e giorni diversi. • Raccolta nelle stesse condizioni giornaliere di latte intero a lunga conservazione e fresco, commercializzato presso un Ipermercato di Urbino (di cui si tiene riservata la Marca Aziendale). • Campioni di latte umano sono stati gentilmente donati da donne nel primo trimestre di allattamento. • Valutazione della capacità antiossidante totale con il metodo ORAC (Oxygen Radical Absorbance Capacity). • Analisi dei tioli totali (proteici e glutatione) come sistema di difesa antiossidante idrosolubile. • Studio elettroforetico delle proteine contenenti cisteine (sia in forma ossidata che ridotta). 58 CAPITOLO V : MATERIALI E METODI 59 5.1 - CAMPIONI DI LATTE CRUDO I campioni di latte bovino crudo provengono da allevamenti dell’Azienda Agricola Busetto-Vicari di Montecalvo in Foglia [124], che sono rigorosamente controllati dall’Istituto Zooprofilattico di competenza. Aliquote di latte crudo bovino sono state prelevate dal distributore automatico di Urbino; tale prelievo è avvenuto in orari diversi di giorni diversi della settimana, per la durata di almeno tre mesi e ripetuti successivamente per altri tre mesi. I campioni di latte crudo sono stati prelevati alla temperatura di 1°-3° C ed immediatamente trasportati in ghiaccio nei nostri laboratori per le analisi biochimiche. Nelle stesse condizioni giornaliere, è stato acquistato latte intero fresco ed a lunga conservazione presso un Ipermercato di Urbino. Per questioni di privacy, si ritiene doveroso sottacere l’Azienda produttrice. Inoltre, 10 donne in fase di allattamento (primo trimestre) hanno gentilmente donato piccole aliquote di latte per effettuare uno studio comparativo. Globalmente, nel presente studio sono stati analizzati i seguenti campioni di latte: • 50 campioni di latte crudo bovino dell’Azienda Busetto-Vicari • 50 campioni di latte bovino fresco (trattamento HTST) • 50 campioni di latte bovino a lunga conservazione (trattamento UHT) • 20 campioni di latte umano in fase matura 60 5.2 - METODO ORAC Il metodo ORAC [125] (Oxygen Radical Absorbance Capacity) è un sistema in grado di determinare la capacità antiossidante di composti polari e apolari. Gli antiossidanti del composto vengono fatti reagire con i radicali perossilici (pro-ossidanti) in presenza di fluorescina, che funziona da rivelatore dello svolgimento della reazione. Finché gli antiossidanti sono in grado di catturare i radicali, essi proteggono la fluorescina dal decadimento; terminato l’effetto degli antiossidanti, i radicali reagiscono con la fluorescina, che perde fluorescenza. Il tempo di decadimento della fluorescenza è proporzionale alla quantità ed all’attività degli antiossidanti presenti nel campione. Il valore numerico delle unità ORAC si esprime in µmoli di equivalenti Trolox e si calcola valutando l’area sottesa dalla curva di decadimento della fluorescenza in presenza del campione, sottratta del bianco e rapportata a quella del Trolox, un analogo idrosolubile della vitamina E che funziona da standard. Il metodo ORAC è stato validato anche per antiossidanti lipofilici, effettuandolo in presenza di ciclodextrine. Questi polimeri inglobano le sostanze lipofiliche, rendendole idrosolubili e lasciandole accessibili all’attacco dei radicali. In pratica, con il metodo ORAC, si può avere sia la capacità antiossidante dei composti idrosolubili che di quelli liposolubili; addizionando le due quantità si ottiene il valore di ORAC totale del prodotto. Nel nostro studio, come generatore di radicali è stato utilizzato l’AAPH 55 Mm ed il trolox 1 µM come standard. Tutte le sostanze sono state sciolte e diluite con tampone fosfato 75 Mm Ph 7.0 e sono state testate in triplo, in una piastra da 96 pozzetti. Abbiamo impostato lo strumento su Eccitazione 485 nm, Emissione 520 nm a una temperatura di 37 °C. Gli assorbimenti sono stati registrati ogni 180 secondi dopo aver aggiunto l’AAPH, per un tempo totale di 100 minuti. I risultati finali (valore ORAC relativo) sono stati calcolati usando la differenza dell’area del decadimento della fluorescenza (AUC) tra il campione ed il bianco, ed espressi come equivalenti di Trolox (come mostrato nell’equazione seguente): Valore ORAC relativo (Trolox equiv.) = [(AUCcampione - AUCbianco)/(AUCTrolox - AUCbianco)] x (molarità del Trolox/molarità del campione) Il metodo ORAC, che misura l’inibizione antiossidante dell’ossidazione indotta dai perossi-radicali, ha fornito informazioni interessanti a proposito delle proprietà antiossidanti dei vari campioni biologici, dai composti puri come la melatonina, la dopamina e i flavonoidi, a matrici più complesse come tè, frutta, vegetali e bevande [126]. 61 5.3 - DOSAGGIO DEI TIOLI TOTALI I tioli sono composti organici contenenti gruppi sulfidrilici in grado di contrastare l’azione dei ROS neutralizzandone la tossicità, interrompendo le reazioni a catena e neutralizzando l’azione istolesiva del radicale ossidrile. Essenzialmente, tutti i gruppi sulfidrilici (SH) del plasma sono associati a proteine. Nel latte bovino, la β-lattoglobulina è la proteina più abbondante (da sola rappresenta il 50% dell’attività antiossidante totale) ed insieme alla α-lattalbumina rappresentano potenti antiossidanti extracellulari (P-SH) del latte bovino, che però non sono presenti nel latte umano. 5.3.1 - Procedura di dosaggio BIANCO (μl) CAMPIONE (μl) Na2HPO4 0,2 M + Na2EDTA 2 mM 900 900 Latte --100 PBS 100 --LETTURA 412 nm (abs 1) DTNB 10 mM in Na2HPO4 0,2 M 20 20 INCUBARE a Temperatura ambiente per 15 min LETTURA 412 nm (abs 2) 5.3.2 - Principio del metodo Il DTNB si lega ai gruppi –SH del campione e forma un composto colorato, che assorbe a 412 nm. L’intensità del colore sviluppato è direttamente proporzionale alla concentrazione dei tioli totali (sia proteici sia liberi). Il range di riferimento del plasma umano è compreso tra l’intervallo 400-600 μM. 62 5.4 - DOSAGGIO DELLE PROTEINE TOTALI Il contenuto delle proteine totali è stato determinato con la metodica di Bradford, utilizzando un kit commerciale della Bio-Rad (Bio-Rad Protein assay), usando l’albumina sierica bovina come standard e leggendo l’assorbanza del campione contro bianco e contro standard alla lunghezza d’onda di 595 nanometri; i risultati ottenuti sono stati plottati su grafico contro retta di taratura ottenuta con lo standard di albumina, ed espressi come mg/mL. 5.5 - SEPARAZIONE ELETTROFORETICA DELLE PROTEINE CONTENENTI CISTEINE ED IDENTIFICAZIONE CON AEDANS La separazione elettroforetica delle proteine del latte è stata effettuata con la metodica Laemmli, utilizzando gel di poliacrilammide su piastra verticale, alla concentrazione del 10% in presenza di sodio dodecilsolfato (SDS-PAGE). Per lo studio elettroforetico sono state usate aliquote di 150μg di proteine totali per ogni test. Il gel di poliacrilamide è stato preparato in accordo con la tecnica di Laemmli, adattata al gel su piastre di vetro, utilizzando l’apparecchiatura per minigel della BioRad, secondo lo schema seguente: 63 Sopra il gel separante è stato posto uno stacking gel al 4%, per permettere una miglior separazione dei polipeptidi. Una volta polimerizzato, il gel è stato immerso nella soluzione fredda del tampone di corsa, costituito da Tris-Glicina-SDS pH 8.3 secondo Laemmli e, dopo il caricamento dei campioni, è stato applicato un voltaggio costante di 105 V per circa 2 ore. Per rendere evidenti le proteine contenenti cisteine, i campioni di latte sono stati trattati con sample buffer riducente secondo Laemmli (contenente 62,5 mM Tris-HCl pH 6.8, 35% glicerolo, 5% βmercaptoetanolo, 2,5% Triton X-100, 4% SDS, 0,002 NaN3 e 0,01% blu di bromofenolo), incubando a 2°C per 16 ore. Ad ogni campione è stata poi aggiunta un’aliquota di 5-I-AEDANS alla concentrazione finale di 75mM, ed i campioni sono stati poi incubati per 2h a 22°C, con aggiunta di 2μl di NaOH 2M. Successivamente, sono stati aggiunti 9 volumi di Etanolo freddo ed è stata effettuata una centrifugazione a 10000 g per 10 min a 4°C; il pellet, lavato due volte, è stato disciolto in sample buffer riducente e caricato su gel. Al termine della corsa elettroforetica, il gel è stato lavato in acqua e posto sul transilluminatore UV, alla lunghezza d’onda di 366nm. Le bande fluorescenti delle proteine contenenti cisteine sono state fotografate e successivamente analizzate con densitometria computerizzata, con l’ uso del software Image Pro-Plus (Cybernetics). 5.6 - ANALISI STATISTICHE Tutti i risultati delle analisi biochimiche effettuate sui campioni di plasma e siero sono stati ottenuti da almeno due esperimenti indipendenti, ed eseguiti sempre in duplicato. Il valore medio ± errore standard, così come le analisi statistiche eseguite, è stato calcolato utilizzando il software Graph Pad versione 4 (Abacus Concepts) 64 CAPITOLO VI: RISULTATI 65 6.1 - RISULTATI L’analisi dei principali componenti del latte bovino crudo comparato con quello umano maturo è dettagliato nella Tabella 12. Composizione g/100mL Umano Bovino Proteine Totali 1.0 3.3 β-lattoglobulina n.d. 0.3 Grassi 4.4 3.3 Carboidrati 6.9 4.7 Tab. 12 - composizione del latte bovino crudo e di quello umano Il contenuto delle proteine totali è risultato significativamente più alto nel latte bovino crudo rispetto a quello umano (p<0.001). In particolare, la frazione della β-lattoglobulina risulta essere presente esclusivamente nel latte bovino crudo, in cui rappresenta il 10% del contenuto proteico totale. Tale proteina è caratterizzata da gruppi tiolici liberi, e quindi rappresenta una importante fonte di residui di cisteina, la cui funzionalità come antiossidante è già nota in letteratura [62]. Rispetto al latte umano, il latte crudo bovino contiene minor quantità sia di carboidrati che di grassi totali, che rivestono minore importanza sulla capacità antiossidante totale. I biocomposti che possiedono una attività antiossidante sono graficamente riportati in ordine 40 35 30 25 Tab. 13 – Biocomposti con capacità antiossidante 20 15 10 Vitamina A Carotenoidi Bilirubina Vitamina E Viatmina C 0 Acido urico 5 Tioli proteici Capacità antiossidante totale (ORAC %) decrescente di capacità funzionale nella Tabella 13. 66 Come si può vedere dal grafico, la più efficace potenzialità antiossidante è data dal contenuto dei tioli, con valori significativamente superiori all’attività antiossidante di tutti gli altri componenti circolanti. Per questo motivo, nel presente studio abbiamo voluto analizzare la capacità antiossidante totale del latte crudo bovino, utilizzando il metodo ORAC, che determina l’attività scavenging nei confronti dei radicali liberi (radicali perossidici), sia per sostanze lipo- che idro-solubili. La capacità antiossidante è espressa come μmol di equivalenti di Trolox per grammo di proteina totale. Il Trolox, analogo della vitamina E, è usato come potente antiossidante e calibratore della reazione. Come si vede dalla Figura 20, il latte crudo bovino contiene la più alta attività antiossidante, significativamente più alta rispetto sia al latte umano che a quello bovino trattato con procedure termiche commerciali. 2500 Crudo HTST 2000 uMol TE/L UHT 1500 Fig. 20 - Analisi dell’attività antiossidante del latte bovino e di quello umano 1000 500 0 Bovino Umano La capacità antiossidante totale mostrava significative differenze tra il latte umano ed il latte bovino commerciale trattato termicamente (sia quello fresco trattato rapidamente al calore HTST, sia quello a lunga conservazione trattato UHT). Come noto in letteratura, sebbene nessun test di laboratorio può accuratamente riflettere la capacità funzionale di tutti gli antiossidanti, il Test ORAC rappresenta il test di riferimento, per semplicità di esecuzione, possibile automazione e significativa riduzione della sottostima della capacità antiossidante dei prodotti secondari di reazione (dovuto ai tempi lunghi di reazione); questo metodo 67 è ritenuto il goal standard, in quanto il radicale libero predominante trovato nei sistemi biologici è il radicale perossidico. In accordo con i dati di letteratura riportanti il cross-link tra gruppi tiolici liberi dopo trattamento termico dei campioni biologici [4], abbiamo analizzato il contenuto dei tioli liberi nei campioni di latte. Come si vede nella Figura 21, la concentrazione dei gruppi tiolici liberi nel latte crudo bovino risulta essere 2,3 volte più alta rispetto ai valori medi identificati nel latte bovino trattato al calore e nel latte umano. 300 Crudo HTST UHT uMol -SH/L 200 Fig. 21 - Concentrazione dei gruppi tiolici liberi nel latte bovino ed in quello umano 100 0 Bovino Umano In particolare, il latte bovino commerciale trattato UHT per la lunga conservazione, contiene il livello più basso di gruppi tiolici liberi, più basso di quello umano che risulta fisiologicamente privo della β-lattoglobulina, maggior componente proteico contenente cisteine. Questo dato suggerisce che il trattamento al calore del latte bovino riduce drasticamente la concentrazione delle proteine contenenti cisteine, diminuendo della metà il contenuto dei tioli liberi e, contemporaneamente, anche la capacità antiossidante totale. Per analizzare quante proteine contenenti cisteine sono reperibili nel latte bovino ed umano, abbiamo eseguito una elettroforesi su poliacrilammide seguita da colorazione specifica per le cisteine. Come si vede dalla Figura 22, il latte umano contiene significativamente minor quantità di proteine con cisteine nella propria struttura rispetto al latte bovino. 68 Fig. 22- Elettroforesi proteica del latte bovino e di quello umano β-lattoglobulina 36kDa α-lattalbumina 14kDa Umano Bovino UHT Bovino crudo In particolare, la colorazione AEDANS ha messo in evidenza che nel latte bovino crudo la βlattoglobulina è presente come doppietto proteico, che rappresenta il 10% del contenuto proteico totale. La sua attività antiossidante è nota in letteratura, così come la sua sensibilità al trattamento termico. In particolare, il trattamento UHT del latte bovino inattiva e/o degrada significativamente la proteina, che quindi perde la sua attività antiossidante, giustificando il dimezzamento della capacità antiossidante del latte UHT rispetto a quello crudo. 69 CAPITOLO VII: CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE 70 7.1 - CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE Dalla letteratura è noto che molti dei componenti del latte bovino sono suscettibili alle modificazioni indotte da trattamenti termici, anche se per breve durata. Infatti, le due maggiori componenti proteiche del latte bovino (β-lattoglobulina ed α-lattalbumina) dopo trattamento al calore UHT e HTST (usati per la commercializzazione) vengono denaturate ed associate alle micelle di caseina ed ai globuli di grasso. Il trattamento al calore causa l’incorporazione delle proteine del siero del latte, in particolare per le proteine β-lattoglobulina ed α-lattalbumina, con globuli di grasso, portando a drastici e significativi cambiamenti conformazionali di queste proteine e loro perdita di funzionalità ed attività biologica. Oltre all’effetto su queste principali proteine del latte bovino, il trattamento UHT e HTST provoca un significativo decremento delle concentrazioni di vitamine C ed E che, assieme alle termolabili forme enzimatiche della superossido dismutasi, glutatione perossidasi e della catalasi, rappresentano le principali fonti di agenti detossificanti la perossidazione. Il trattamento commerciale UHT e HTST provoca nel latte crudo bovino la denaturazione delle proteine del siero, portando ad interazioni idrofobiche tra le proteine stesse; questi effetti cuasano perdita significativa di attività biologica. In particolare, con il presente studio abbiamo dimostrato che il trattamento termico del latte crudo diminuisce i gruppi sulfidrilici liberi ed altera significativamente i gruppi tiolici proteici. Per quanto riguarda la β-lattoglobulina, la principale proteina del siero del latte bovino con ruolo antiossidante, il trattamento al calore ha provocato l’esposizione del gruppo tiolico libero, dando il via ad una serie di reazioni/interazioni con altre proteine denaturate al calore. I cambiamenti conformazionali da temperatura e l’associazione con altre proteine, oltre alla possibilità di degradazione in subunità di queste proteine contenenti cisteine, possono spiegare la riduzione del 50% circa della capacità antiossidante totale riscontrata dopo trattamento termico del latte crudo bovino. 71 Con il presente studio, abbiamo dimostrato che il trattamento al calore, in particolare il trattamento UHT, ma anche quello HTST, provoca un decremento significativo della capacità antiossidante rispetto a quella fisiologicamente riscontrata nel latte crudo bovino. Il latte crudo bovino, quindi, se rigorosamente controllato dal punto di vista microbiologico e igienico-sanitario, risulta un alimento con proprietà antiossidanti notevoli, in grado di proteggere l’organismo umano dagli effetti dannosi dei ROS, sia esogeni che endogeni. Il latte crudo bovino contiene biocomponenti (in parte ancora da identificare) che hanno da una parte effetti altamenti nutritivi e dall’altra conferiscono una elevata protezione immunologica, hanno effetti ipotensivi, giocano un ruolo importante come agenti anti-carcinogenici, ed effetti ipolipidemici [51]. Infine, è stata dimostrata la forte attività di protezione nei confronti dei danni ossidativi [127]. In conclusione, tutti questi risultati, congiuntamente alle nostre osservazioni, mettono in luce le proprietà del latte crudo bovino in grado di migliorare significativamente lo stato di salute di coloro che assumono questo alimento senza alcun trattamento termico. L’uso del latte crudo bovino può, quindi, avere proprietà nutraceutiche per il trattamento di varie patologie, diminuendo il rischio di malattia ed aumentando le difese fisiologiche. 72 BIBLIOGRAFIA 73 [1] www.uniud.it [2] www.granlatte.it [3] www.lolagame.it [4] www.illatte.it [5] www.stuard.it [6] www.i-2000net.it [7] www.wikipedia.org [8] www.centroconsumatori.it [9] Fonte: Direttive 92/94/EC e 92/47/EC [10] www.oliopepesale.com [11] Lindsay S., Paul N.B., Michael J.B, Lawrence K.C., Helen D., Patrick J.B.E., Carl H., Geoffrey B.J., George K., Gillian E.N., Stanislava U. and Su-Ying W., 2002. Milk protein structure. What can it tell the dairy industry? International Dairy Journal, 12: 299-310. [12] Wu J.P. and Ding X.L., 2002. Characterization of inhibitory and stability of soy proteinderived Angiotensin-I-Converting Enzyme inhibitory peptides. Food Research International, 35: 367-375. [13] Gobetti M., Stepaniak I., De Angelis M., Corsetti A. and Di Cagno R., 2002. 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