METIS – Metodologie Educative Territoriali per l’Inclusione Sociale
17 settembre 2013 - MIUR
Santa Parrello
Dipartimento di Studi Umanistici
Sezione di Psicologia e Scienze dell’Educazione
Università degli Studi di Napoli Federico II
ASSOCIAZIONE Maestri di Strada onlus
UN NUOVO
ANNO SCOLASTICO
L’inizio dell’anno scolastico
continua ad essere un marcatore
temporale importante nella nostra
società.
Ma che cosa rappresenta a livello
simbolico? Andare a scuola vuol
dire davvero sentire di varcare la
soglia di un luogo privilegiato di
apprendimento e di crescita?
Quanto corrisponde la nostra
scuola reale alla scuola ideale
delineata dalla nostra costituzione,
che la vorrebbe strumento prezioso
di democrazia e di sviluppo del sé?
Molti insegnanti e allievi si impegnano ogni anno per fare della
scuola un luogo fecondo entro il quale realizzare gran parte della
complessa trasmissione intergenerazionale di esperienze e di
saperi indispensabile per ogni nuova generazione. Perché ciò
avvenga la scuola deve essere insieme materna e paterna: materna
perché deve accogliere, far sentire protetti, al sicuro, riconosciuti
nei bisogni e nelle differenze, paterna perché deve dare regole e
offrire modelli in grado di stimolare desideri e progetti di vita
futura, esigendo impegno, sacrifici e responsabilità.
FUNZIONE
MATERNA
E
FUNZIONE
PATERNA
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Tuttavia accade sempre più frequentemente che la scuola sia
invece luogo di disagio: per gli insegnanti, costretti spesso a
lavorare in condizioni difficili e senza il necessario riconoscimento
sociale del loro mandato e della loro professionalità; per gli
studenti, che non sempre trovano a scuola un clima sereno e un
sistema capace di accoglierli nella loro unicità. L’incontro fra
docenti stressati e allievi demotivati finisce allora per essere
esplosivo: si tratta di un’esplosione silenziosa, un mal di scuola
che logora giorno per giorno, entro il quale gli adulti appaiono
sempre più stanchi e incapaci di offrirsi come modelli di vita
attraenti e i giovani si trovano a replicare copioni di disaffezione,
aggressiva o apatica.
Uno dei risultati possibili è la dispersione scolastica, fuori o dentro le aule.
Non esiste infatti solo una dispersione che si declina come abbandono materiale
della scuola, che pure c’è ed è cospicua...
Esiste ed è molto diffusa una dispersione dentro la scuola, che è
dispersione di desiderio di apprendere, di motivazione a crescere e a costruire
la propria vita scegliendo, cambiando i copioni familiari e sociali.
Si tratta di una dispersione che travalica
i confini dei contesti socio-economici,
è presente al sud come al nord, nelle periferie
come nei centri storici, nei licei come negli istituti
professionali, e ovunque si configura come un
enorme spreco di risorse umane:
ore ed ore trascorse in aula o nei corridoi
resistendo ai tentativi tradizionali di insegnamento
e coinvolgimento, astraendosi silenziosamente e
ostinatamente dalla vita di classe o disturbandola
compulsivamente in ogni modo.
L’insuccesso formativo e la dispersione scolastica sono
fenomeni complessi che non riguardano solo la povertà o
l’esclusione sociale, ma rimandano a grandi questioni,
come
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il disagio della civiltà
la crisi dei garanti metapsichici e metasociali
la trasformazione delle dinamiche di trasmissione
intergenerazionale e la crisi della funzione paterna
la crisi di credibilità delle democrazie e le profezie di futuro
catastrofico
la mancanza di desiderio di apprendere che si configura anche come
blocco degli apprendimenti formali…
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Tuttavia il rischio evolutivo si fa più grave là dove né la famiglia
né la scuola sono in grado di fornire cure e stimoli adeguati,
amplificando paure, bassa stima di sé, senso di vergogna, rabbia e
rassegnazione, che fanno sentire periferici rispetto alla vita
desiderata che sembra scorrere ostentatamente altrove.
Il Progetto E-vai entra nelle scuole, sempre più depauperate di
mezzi materiali ma soprattutto di energia motivazionale, per
supportare la relazione educativa fra docenti ed allievi, migliorare
il clima di classe, favorire le relazioni scuola-famiglia. Come?
- coinvolgendo attivamente dirigenti e insegnanti attraverso una
reale co-progettazione;
- offrendo innesti creativi a supporto della didattica (ad esempio
laboratori di giochi matematici e scientifici, di giornalismo, di
storia in musica, di orti urbani);
- attivando spazi di incontro per i ragazzi fuori dalla scuola
(laboratori territoriali della arti);
- coinvolgendo i genitori anche a casa;
- ma soprattutto creando uno spazio di pensiero riflessivo, per
docenti, allievi e operatori.
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La scuola, infatti, è andata sempre più delineandosi negli ultimi anni
come luogo del dover fare piuttosto che pensare, erogando servizi,
talvolta scadenti, saperi, di cui non è sempre chiaro il senso,
performance tagliate sulla loro misurabilità e valutabilità, senza
tempi e spazi istituzionali dentro i quali sospendere le azioni per
riflettere. È invece indispensabile ripensare conoscenze ed eventi
dando loro un significato personale: questo è vero tanto per gli adulti
quanto per i giovani, che hanno bisogno di ripercorrere alcuni
momenti di vita scolastica, soprattutto quelli legati a transizioni,
insuccessi, errori, frustrazioni, grazie anche all’ausilio del gruppo.
PENSARE LA RELAZIONE EDUCATIVA
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La relazione educativa è sempre difficile, rischiosa, ha
un’ampia componente discrezionale che è
ansiogena: l’insegnante è costantemente sotto
tensione perché la dimensione relazionale coinvolge
in profondità, richiedendo una stretta vicinanza
(esser-ci) che è sempre anche emotiva; ma al
contempo impone una presa di distanza, una
sospensione dell’azione per pensare.
Non è facile prendere contatto con i propri inciampi
interni: insicurezza, senso di inadeguatezza, senso di
colpa, ansia, paura, senso di frustrazione…
Soprattutto se si è o ci si sente soli, non sostenuti da altri
(ESTREMA COMPETIZIONE), da una comunità (CRISI
DEL MANDATO SOCIALE).
Si finisce per difendersi, indossando ‘armature’
(routinizzazione, rimozione delle componenti
emotive, attribuzione di responsabilità su
agenti esterni, autoreferenzialità, ossessività
rispetto agli obiettivi formali…)
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Ma solo fermandosi a pensare, gli adulti possono
realmente prendersi cura dei giovani e insegnar loro a
fare altrettanto.
FUNZIONE di REVERIE (Bion, 1962) simile ad una
‘funzione di mulino’ (Disanto, 2010):
i chicchi di grano non sono commestibili, il pane sì; al bambino
occorre che qualcuno macini e panifichi per lui; solo gradualmente
il bambino potrà fare altrettanto in autonomia; ma se all’inizio
nessuno lavora il grano per lui (le emozioni dolorose), il bambino
starà male e non potrà imparare
L’ISTITUZIONE però, per definizione, minaccia
costantemente il pensiero e la creatività dei singoli ,
richiedendo adattamento, compiacenza,
funzionamento formale,
che non prevedono incertezze, imprevisti….
Occorre RESISTERE:
porsi domande,
non chiudersi in se stessi,
cercare alleanze,
darsi tempo (per conoscere gli allievi, per capire)….
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Tuttavia essere adulti responsabili capaci di fermarsi a
pensare anche e soprattutto alle situazioni difficili dentro
le quali ci si trova non è un punto di arrivo, ma un
processo continuo. E soprattutto non è un processo
individuale, solitario! E’ un processo comunitario, che
dovrebbe coinvolgere il contesto sociale e culturale,
scolastico, il gruppo dei colleghi.
I gruppi di docenti e operatori, che non sono gruppi di terapia (cfr.
ad es. i gruppi Balint in F. Pergola, a cura di, L’insegnante
sufficientemente buono, Magi 2010) mirano a creare una atmosfera di
libertà che permetta ad ogni membro di esprimere senza fretta non
solo il proprio parere, ma tutte le impressioni, gli entusiasmi, gli
scoraggiamenti, i dubbi, i timori, senza la preoccupazione di dover
giungere a conclusioni definite. Ciascuno può raccontare, nel modo
più ‘personale’possibile, un’esperienza difficile, avendo chiaro che
il focus non è mai l’allievo ma l’allievo dentro la relazione.
Il gruppo, guidato da uno psicologo, offre vari punti di vista
(gruppo non di supervisione bensì di multivisione), ma non dà vita
ad una mera discussione: crea un contenitore emotivo, nel quale è
possibile affrontare anche le proprie difficoltà senza eccessivo
timore di giudicarsi ed essere giudicati…
Scrive una delle educatrici del Progetto E-vai:
... X, docente di matematica di questa classe, è passata dal trascurarsi e
dal trascurare i ragazzi ad una fase nuova. Mi dice verso la fine
dell'anno: “Roberta, tu sei sempre cosí solare con i ragazzi .... Ho capito
che é importante. Ora mi trucco, mi sistemo con cura e cerco di
sorridergli sempre. Ho fatto un progetto per i ragazzi che incontreró e
per quelli che cresceranno. Ho preso spunto dalle vostre attivitá, dal
vostro modo di fare lezione... Ora appunto tutto e mi organizzo. Farò
cartelloni, useró piú giochi…”.
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