ANZIANI IN CASA UN OBIETTIVO CULTURALE POLITICO ED ECONOMICO IL CANTIERE APERTO DELLA DOMICILIARITA’ Lunedì 17 Ottobre 2011 Corbola (RO) Casa di Riposo “Villa Agopian” Trascrizione a cura di AS2 Srl Via Della Resistenza, 4 - ROVIGO MARINELLA MANTOVANI – Assessore Provinciale Politiche Sociali e Famiglia: Allora, intanto buongiorno a tutti. Grazie di essere qui oggi a fare assieme una riflessione sul tema della domiciliarità ed un ringraziamento ai relatori che arrivano anche da lontano. Nella cartellina dovrebbe esserci stato il programma di ottobre, il mese dell'anziano, che rappresenta un momento di confronto con i cittadini, che è stato promosso con varie collaborazioni, alcune sono presenti anche in questa Sala che noi ringraziamo, e che hanno l'obiettivo di coinvolgere la partecipazione della terza età in quelle che sono le politiche sociali, quello di migliorare l'autonomia delle persone anziane e promuovere anche una solidarietà intergenerazionale. Noi vorremmo, però, incidere nelle politiche sociali, nelle risposte che il territorio dà ai problemi degli anziani e abbiamo ritenuto che una di queste priorità sia rappresentata, appunto, dal tema della domiciliarità; 15 giorni fa abbiamo aperto il mese con un convegno a Taglio di Po, abbiamo aperto il “Cantiere della domiciliarità”, con l’obiettivo di diffondere la cultura della domiciliarità, quanto sia importante una riflessione sulla condizione di fragilità che stanno vivendo gli anziani e le loro famiglie, su quanto sia importante che le persone anziane rimangano più a lungo possibile nel proprio contesto familiare. E abbiamo quindi condiviso e concluso che anziani in casa è un obiettivo culturale, politico ed economico. Per fare questo dobbiamo creare un insieme di servizi domiciliari che riescano a garantire la domiciliarità; dobbiamo quindi creare un sistema domiciliarità, non iniziative sporadiche ma un insieme di iniziative messe in rete. Io sono convinta, e i relatori che sono qui oggi condividono il pensiero, che il ruolo delle strutture residenziali sia importantissimo, per non dire essenziale, nel garantire i servizi di assistenza a domicilio. Ritengo che il ruolo delle strutture residenziali vada ripensato, riorganizzato, rilanciato sul territorio e non rimanga esclusivamente un servizio per i propri ospiti. Il fatto che oggi ci troviamo all'interno di questa struttura per parlarne, è significativo del messaggio che vogliamo diffondere: le case di riposo devono aprirsi per diventare dei veri centri di servizi. Oggi abbiamo la possibilità di ascoltare chi da tempo sta lavorando sul territorio nazionale per seminare questa cultura e questa idea, e abbiamo anche la possibilità di ascoltare chi fa già questa esperienza. Le buone prassi sono essenziali per ascoltare, per imparare, per avere dei punti fermi da cui partire e per adattarle poi alla propria realtà. Noi faremo altri incontri nelle case di riposo in questo mese, faremo il prossimo incontro a Castelmassa, poi saremo a Lendinara, a Badia, all’Iras di Rovigo, ad Adria, quindi cercheremo di itinerare sul territorio provinciale proprio per argomentare e per riflettere su quelle che sono le problematiche dell'anziano. Io, prima di entrare nel vivo, vorrei passare la parola a chi ci ospita oggi, per ringraziarli appunto di averci accolti nella struttura del loro Comune e cedo quindi la parola al rappresentante del Comune di Corbola, il signor Michele Domeneghetti. MICHELE DOMENEGHETTI – Rappresentante Comune di Corbola: Ringrazio e buongiorno a tutti. Porto i saluti del Sindaco, la Professoressa Marina Bovolenta, che oggi non è riuscita ad essere presente perché è in una rappresentanza fuori regione, e porto i saluti anche dell'Amministrazione che condivide e sottoscrive questa iniziativa, per iniziare un po' questo dibattito sulla domiciliarità. Siamo favorevoli in questo, soprattutto perché è quel tassello che permette di legare un po' quella mancanza di servizio dalla totale residenzialità presso le case di riposo e il problema, diciamo, sociale del non autosufficiente o del non tutto autosufficiente all'interno della casa. Insomma è una spalla in più per chi ha la possibilità di tenersi il più possibile a casa il proprio nonno, il proprio familiare, senza dover per ultimo portarlo in casa di riposo; anche perché consideriamo la cosa come un distacco abbastanza doloroso e in alcuni casi può essere un po' traumatico il lasciare, appunto, il proprio familiare presso strutture: la lontananza dalla famiglia, la non vicinanza ai propri cari; pensiamo principalmente alla famiglia mono nucleo, scusate, dove in genere la moglie accudisce il marito o viceversa, la difficoltà di portare questo coniuge, questo familiare in una struttura altrove può essere motivo, insomma, di problematiche in primis psicologiche. Quindi, insomma, sostanza accogliamo con favore questa iniziativa; ci porteranno le esperienze altri promotori di questo servizio che già hanno esperienza fuori regione, per capire come poter riorganizzare questo servizio anche in capo alla casa di riposo, poi si vedrà insomma come potrà essere organizzato. Dunque, lascio la parola agli altri relatori per vedere più nella completezza come potrà ed è pensato questo servizio. Ringrazio. CLEMENTE DUO’ – Presidente C.I.A.S.S.: Bene, mi auto presento, visto che qualcuno dice che sono il padrone di casa! Beh, innanzitutto ringrazio tutti voi di essere qui presenti e vi porgo, a nome dell'Ente appunto che rappresento, del Consiglio di Amministrazione del CIASS, un caloroso saluto ed un ringraziamento per essere qui presenti. E’ con viva soddisfazione che oggi ospitiamo questo Convegno, credo che all'interno della nostra struttura, nella nostra realtà, un evento di questa natura sia la prima volta che viene ospitato, e questo, appunto, è un fatto che mi inorgoglisce perché il lavoro che si è fatto dai miei predecessori durante le nostre amministrazioni sicuramente ha voluto innalzare il ruolo di quelle che sono le case di riposo al centro servizi per anziani, e soprattutto incidere sulla realtà territoriale, portando quella risposta che tutti quanti vogliamo avere dagli enti che ci governano. Voglio esprimere anche un ringraziamento particolare all'Assessore Mantovani, Assessore ai servizi sociali e alla famiglia, che ha voluto ed ha lavorato con lo staff, lo staff del CIASS che ringrazio notevolmente per il lavoro di organizzazione che è stato fatto, e ringrazio l'Assessore per aver voluto che questo Convegno fosse tenuto presso la nostra realtà, qui a Corbola presso Villa Agopian. Vorrei ricordare… molti conoscono questa realtà perché ci operano, però abbiamo molti ospiti e voglio ricordare cos'è il CIASS. Il CIASS è un consorzio che è nato circa 10 anni fa, è nato principalmente per gestire tre strutture residenziali, che sono tre case di riposo di proprietà dei Comuni, nella nostra realtà esistono solamente case di riposo comunali, non esistono Ipab, che sono la maggioranza, ecco, a livello Veneto, delle strutture invece che sono nate in anni… verso la fine dell'ottocento e poi diciamo anche negli anni, nella prima metà del secolo scorso, nate dalle donazioni di mecenati che lasciavano dei capitali perché potessero essere impiegati per l'assistenza alle persone più bisognose. Logicamente questa era una forma di gestione che dà una risposta ai problemi della società, mi ricordo in un intervento il dottor Mantovani che parlava di un istituto di Bologna che alla fine della dicitura aveva anche vergognosi, mi ricordo, e per fare capire qual era… e vergognosi, adesso grazie Dottoressa Casellati… e questo era il massimo della concezione che c'era allora. Adesso vediamo che siamo qui, appunto, per parlare, per costruire, per ragionare, per dare una risposta a quelli che sono gli effettivi bisogni di una società che vuole chiamarsi appunto società civile. E, parlando del nostro Consorzio, come dicevo, noi gestiamo tre case di riposo nell'isola di Ariano, una popolazione intorno ai 16-17000 abitanti, ma essenzialmente poi noi con il concetto della libera scelta siamo logicamente un elemento che dà risposte ai servizi residenziali per tutta l'Usl 19, che ha un bacino di utenza di 75.000 persone. Come dicevo, noi ospitiamo all'interno delle nostre tre strutture 210 persone, che sono suddivise in circa 170 e qualcosa non autosufficienti e un'altra quarantina di autosufficienti. Nei servizi… Ad esempio nella struttura di Corbola noi, oggi come oggi, assistiamo 24 persone, il nucleo di RSA di intensità media, ne abbiamo 67 non autosufficienti di minima ridotta e il resto 17 sono autosufficienti. Mentre, nella struttura di Ariano, noi già abbiamo iniziato da un anno ad avere la continuità intermedia, l'assistenza intermedia, la continuità assistenziale nata in forma sperimentale e sta continuando in forma, così, sperimentale presso la nostra struttura, però anche qui abbiamo tre persone che vengono seguite per un periodo di 60 giorni, in base poi alle necessità stabiliti dai medici dell'UTAP di Ariano e Corbola, e vengono seguiti con la continuità assistenziale, di conseguenza un altro servizio che entra nel concetto poi di quello che noi vogliamo ottenere sulla domiciliarità, nel senso che la persona che esce dall'ospedale, che ha bisogno di essere in continuità assistenziale, viene seguita presso la struttura e poi ritorna presso il proprio domicilio, in alcuni casi, in altri casi in base poi alle attività delle situazioni e logicamente si hanno altre strade. Poi come ente ci chiamiamo CIASS, Consorzio Isola di Ariano Servizi Sociali, abbiamo alcuni altri servizi sociali per delega, per convezione dei Comuni, che sono l'assistenza domiciliare che noi gestiamo amministrativamente e viene svolta da una cooperativa sociale; abbiamo poi i servizi dei pasti domiciliari, pasti con gestione di una mensa di una scuola materna e pasti per altre scuole, in base al bisogno e alle classi. E poi abbiamo istituito -questo da un anno- un servizio di sollievo che prevede la possibilità di ricoverare, in maniera diurna, soggetti affetti da Alzheimer presso la nostra struttura, sono… è un numero che va da due persone, credo, che abbiamo ottenuto quest'anno, siamo partiti con una e quest'anno cerchiamo di offrire il servizio per due persone per, appunto, dare sollievo alle famiglie e poter ricoverare presso una nostra struttura temporaneamente, appunto, persone, in modo che la famiglia sia sollevata. E anche questo, appunto, è già un piccolo passo per dare quei servizi che possono permettere la possibilità di tenere la persona presso il proprio domicilio, fino a quando eventualmente poi la situazione avrà degli altri risvolti e si valuterà soluzioni diverse. Però diciamo che la nostra struttura, la nostra concezione è quella, appunto, di essere aperti e di avere orizzonti per poter effettivamente essere partecipi all'erogazione di nuovi servizi; però naturalmente io penso che noi siamo una maglia della rete, perché il concetto della domiciliarità non è il concetto dell’assistenza domiciliare attuale, dove ci si limita a sondare, a soddisfare quelli che sono i bisogni primari della persona. La domiciliarità credo che debba dare una risposta complessiva a quello che è il problema, innanzitutto sono anche le famiglie che dovranno diventare i soggetti attivi in questa parte e, di conseguenza, noi siamo una maglia di quella rete, rete sociale che dovrà coinvolgere più soggetti, ognuno per le proprie competenze, per poter effettivamente creare un servizio che sia tale e, di conseguenza, spero che la discussione che abbiamo iniziato e stiamo continuando, serva per poter creare tutte quelle condizioni per poter mettere tutti gli attori in campo, di fronte alle proprie competenze, in maniera da poter riuscire a creare questi nuovi servizi che sicuramente saranno strategici per il futuro, perché nelle nostre case di riposo sicuramente non potremmo assistere tutte le persone che, con il vecchio concetto, entravano nella non autosufficienza e dovevano essere ricoverate, perché? Perché la società, oggi come oggi, ha limiti di risorse e di conseguenza anche limiti, diciamo, di carattere di natura sociale e di natura sociologica della composizione della nostra società e di sviluppi, e di conseguenza bisognerà, per una questione proprio di strategicità, per avere tutti i soggetti coinvolti attivi, in maniera da non andare a creare quelle distorsioni che poi possono portare anche in crisi certi settori. Perché già oggi è vero che, come si diceva nei precedenti Convegni, la struttura residenziale ha l'interesse che le persone entrino nella struttura, ma se però le liste si allungano e non ci sono le impegnative, diventa anche un problema stare lì, presi d’assalto tutti i giorni, a dover poi dare delle risposte di contenimento, oppure anche dover per forza opporre resistenza, chi cerca delle scorciatoie per entrare, diventa anche questo pressante per il Centro Servizi. L'interesse del Centro Servizi è che ci sia un cammino, poi se l'ospite naturalmente… lo sbocco della malattia sono tali che la vita media, l'aumento, l'età sarà tale per cui, se non sarà più in grado, noi potremo ospitare presso le nostre strutture; ma da avere anche una forma di preparazione precedente che inizia sul territorio, riteniamo che sia funzionale all'erogazione di un servizio ed a creare anche una cultura, perché vediamo che anche la cultura nella società, l'opinione che in certe realtà esiste del Centro Servizio, in cui si pensa sempre che sia un luogo triste, un luogo tetro, un luogo ecco come c'era in passato, come si parlava prima, persone povere e vergognosi. No, la realtà è cambiata, è completamente cambiate e le prospettive della nostra società sono tali per cui dobbiamo anche ripensare a queste tipologie di servizi. Io spero che oggi possiamo avere maggiori informazioni e iniziare a creare tutti i presupposti, e auguro a tutti un buon lavoro e una continuazione della giornata. Grazie. MARINELLA MANTOVANI – Assessore Provinciale: Bene, allora adesso iniziamo aprendo i lavori. Io volevo iniziare dando, in maniera molto veloce, alcuni numeri che servono per inserirci poi nel contesto, per calare nel nostro contesto, contesto provinciale, le riflessioni che faremo. Alcuni di questi numeri sono già stati visti con chi è stato a Taglio di Po e sarò veloce proprio per questo. Allora, la popolazione: 247.000 abitanti in provincia di Rovigo; 55.000, pari a quasi il 23%, sono le persone che hanno oltre 65 anni; l'aspettativa di vita è per le donne quasi 84 anni e per gli uomini 78 anni; si muore molto di più di quanto si nasce; si diventa genitori a circa 32 anni, si ha un figlio, il numero delle famiglie è in aumento, però sono in aumento le famiglie con un componente o due componenti; le famiglie, da quando dovrebbero le coppie ad avere dei figli, iniziano invece a calare, le famiglie con un componente sono circa il 22% il 28% e di questo 28% la metà circa ha 65 anni e più. Com'è cambiata la rete familiare? Ieri avevamo questa rete familiare, quindi famiglie molto numerose che garantivano anche… Oggi, oggi stiamo avendo un'assistenza garantita da quella rete familiare; quella di oggi, invece, abbiamo che il 65% ha un figlio, questa è la famiglia di oggi, e soprattutto abbiamo anche in provincia di Rovigo il tasso di separazione più alto del Veneto e dell'Italia. Quindi probabilmente questa sarà anche una famiglia che avanza e che non può garantire quello che fino adesso noi abbiamo… di cui abbiamo, diremo, beneficiato, e quindi di un'assistenza familiare. Abbiamo però l'obiettivo di tenere comunque le famiglie all'interno della propria casa, quindi dobbiamo qualcosa per forza ripensare e riorganizzare. Noi vediamo che una proiezione ci porta nel 2050 ad avere quasi il 34% della popolazione con più di 65 anni. Questa è la proiezione naturalmente della provincia di Rovigo. Attualmente abbiamo circa 8000 persone non autosufficienti, in base a quella che è l'indennità di accompagnamento. Come sono servite queste persone non autosufficienti? Questa è la dislocazione delle strutture che noi abbiamo divise per distretto, possiamo quindi vedere nei vari Comuni come sono le cosiddette case di riposo, divise poi per grandezza, più la casetta è grande, più ha posti letto a disposizione. Questi sono circa… il dato non è aggiornato, perché adesso abbiamo i piani di zona che sono stati approvati, abbiamo il piano socio-sanitario regionale che è in fase di attuazione, comunque in provincia di Rovigo abbiamo 1500-1600 posti letto per persone non autosufficienti. L'83%, quindi, delle persone non autosufficienti, sono in casa. Solo il 27% usufruisce del servizio di assistenza familiare, SAD e AdDI. Sono infatti dati forniti del 2009: gli utenti SAD sono stati 1621, divise fra le due aziende, e circa la metà ha avuto l'assistenza domiciliare integrata. Delle persone non autosufficienti in casa il 60,5% è curato dai familiari e il 34,5 è aiutato, si affida alle badanti. Con quali aiuti vengono poi, economici, aiutate queste famiglie? Con degli assegni di cura che, se noi guardiamo il totale, non corrispondono poi alle persone che sono in casa; sono stati corrisposti, nel 2009, 2602 assegni di cura. Molte famiglie non conoscono l'esistenza dell'assegno di cura, sanno che esiste l'indennità di accompagnamento, ma quello che è l'assegno di cura e l'assegno di sollievo, molti sono all'oscuro di questo aiuto economico. La famiglia è quindi il soggetto che, più di tutti gli altri, interviene nel lavoro di cura. Ora però la famiglia è sempre più, abbiamo visto, più piccola, più instabile ed ha bisogno di… invecchiata, è sommersa da un lavoro di cura che non è in grado di portare avanti e quindi questi fenomeni hanno e avranno un forte impatto, in quella che noi siamo chiamati a progettare una nuova progettazione dei servizi. Si continua a dire che si deve puntare sulla domiciliarità, che bisogna curare ed assistere le persone in casa; siamo tutti convinti che la persona anziana sta bene in casa, perché magari è la casa che si è costruita nel tempo, perché è quella dove ha le radici, i propri affetti, sa come… ricorda la propria vita, però c'è bisogno di aiuto, c'è bisogno di aiutare dal punto di vista economico e dal punto di vista dei servizi. Ecco quindi che, interrogarci sulla domiciliarità, vuol dire pensare che cosa vogliamo per domiciliarità, che cosa intendiamo. Dobbiamo sentire la domiciliarità come un insieme di risposte, affinché la persona possa rimanere nella propria casa il più a lungo possibile. Lo dicevamo prima: abbiamo bisogno di un sistema di domiciliarità, e tra i soggetti che esercitano un ruolo decisivo nel sistema, fra gli attori che sono in campo, ci sono sicuramente le strutture residenziali. Qui non dobbiamo parlare di domiciliarità e residenzialità. Non vogliamo privilegiare una strada rispetto ad un'altra, perché ognuno ha un ruolo ben definito in una fase di vita. Noi vogliamo che le diverse esigenze si intreccino, che una vada a supporto dell'altra; vuol dire parlare di domiciliarità, parlare di un'emergenza sociale ed economica, a cui la politica è chiamata a rispondere il prima possibile. Perché, parlare di non autosufficienza, non è una questione che riguarda solo poche persone, ma riguarda molte persone e oggi riguarda molte anche economie. In molti casi la politica assume un atteggiamento del “lasciar scorrere, tanto tutti si arrangiano”, dalle famiglie, che però ormai non ce la fanno più, ai Comuni che sono senza le risorse, alle case di riposo che devono ripensarsi. Questo atteggiamento arrendista sta portando ad un collasso del sistema, se non interviene una governance innovativa e coraggiosa, che ripensa ai ruoli dei diversi soggetti ed investe in un nuovo sistema sociale. Ecco allora che parlare di strutture residenziali che si aprono alla domiciliarità, vuol dire ripensare ad un ruolo che ormai oggi è superato: le case di riposo devono diventare il luogo di una ultima fase della vita. La persona deve essere mantenuta nella propria casa il più a lungo possibile, aiutata dai servizi che le case di riposo erogano, come l'assistenza domiciliare, i pasti a domicilio, lavanderia, infermieristica, tutto ciò che serve perché questa persona possa rimanere a casa. Le case di riposo devono contare sui “posti di sollievo”, dove poter alleviare il peso dei familiari, che per i più svariati motivi non possono in alcuni momenti o per brevi periodi garantire una continuità di assistenza. In provincia di Rovigo non abbiamo neanche un centro diurno, però nel Veneto ce ne sono oltre 70, quindi noi siamo l'unica provincia del Veneto a non avere un centro diurno. Dobbiamo creare degli spazi per i malati di Alzheimer, perché questi possano stare sia temporaneamente che definitivamente, senza devastare poi gli altri ospiti; però nel piano sociosanitario regionale la parola Alzheimer non è citata. Tra pochi giorni è programmato il 23 novembre, tra circa un mese, noi come Provincia renderemo pubblici i dati che abbiamo raccolto con l'Osservatorio Provinciale delle politiche sociali sulla non autosufficienza. L'anno scorso siamo partiti come Assessorato, abbiamo voluto partire da una fotografia dell'esistente in provincia di Rovigo sulla non autosufficienza; abbiamo coinvolti 50 Comuni, abbiamo coinvolto le cooperative sociali, le associazioni di volontariato, abbiamo coinvolto tutte le case di riposo della provincia di Rovigo. Tutti ci hanno risposto. C'è un istituto di ricerca che sta elaborando questi dati, ma questi dati ci servono perché abbiamo bisogno di analizzare i bisogni, le risposte e l'efficacia delle risposte che vengono date sul nostro territorio. Da lì possiamo partire per una programmazione sulla non autosufficienza del nostro territorio provinciale, soprattutto in un momento in cui abbiamo dei forti tagli nel sociale, in cui abbiamo una grande crisi economica, in cui abbiamo una nuova riforma che è quella del federalismo. Quindi dobbiamo ripensare al nostro territorio, riorganizzarlo e le strutture residenziali sono un tassello molto ma molto importante. Siamo arrivati in un momento in cui, chi opera delle decisioni, che poi si sviluppano in iniziative, deve assumersi una responsabilità e deve proiettarsi in una dimensione che non è quella della soluzione tampone o improvvisate. Oggi non ce lo possiamo più permettere, dobbiamo avere ben preciso il cammino sul quale dobbiamo metterci. Che non ci sono soldi e le risorse sono diminuite lo sappiamo tutti. Dobbiamo, proprio per questo, ripensarci. Si dice che il momento di crisi deve essere un momento in cui uno trova poi la forza per riemergere, e credo che questo sia proprio il momento per poterlo fare. C'è bisogno di mettere in fila le priorità e noi riteniamo che nel sociale e quella della non autosufficienza sia una delle priorità essenziali. Ecco allora che dobbiamo dire che è ora di cambiare, cercheremo di dare al nostro Polesine delle risposte che in altri luoghi già hanno, dobbiamo farlo mettendoci tutti quanti d’impegno e abbiamo bisogno di un'assunzione di responsabilità collettiva. Ecco quindi che, partendo da questa giornata, dove possiamo avvalerci dell'aiuto e della riflessione anche da chi è fuori dal nostro ambiente, della nostra provincia, ha già avviato queste riflessioni e ha già avviato nuove esperienze, ecco quindi che, cominciando da oggi e proseguendo poi per tutto il mese, ma anche per i mesi successivi, dobbiamo intraprendere un nuovo cammino. Quindi a tutti voi un buon lavoro e arrivederci. DANIELE PANELLA – Capo Servizio Servizi Sociali della Provincia di Rovigo: Buongiorno, io sono Daniele Panella e ho il compito stamattina di coordinare i lavori di questa giornata. Ringrazio prima di tutto i padroni di casa, quindi il rappresentante del Comune di Corbola e il Presidente del CIASS; ringrazio anche la mia dirigente, l'Avvocato Berneccoli, che è qui questa mattina con noi e volevo ringraziare le mie colleghe che si occupano di politiche sociali e la famiglia, la dottoressa Dainese e la Dottoressa Dilavanzo, che sono i vostri riferimenti per la provincia di Rovigo nell'ambito di queste materie. Una giornata che… così, la sala ha un bellissimo colpo d'occhio, è molto bella, è stata organizzata molto bene, quindi un ringraziamento a chi ha reso possibile questa giornata; siamo in molti questa mattina e l'orario è anche abbastanza avanzato. Abbiamo il compito di descrivere, ecco, con alcuni tasselli che già negli interventi di saluto, che sono stati dei veri e propri interventi devo dire, hanno già cominciato a porre in una situazione che riguarda, appunto, il rapporto fra le strutture domiciliari, come dei punti importanti, dei nodi importanti di quella rete dei servizi presenti sul territorio, in tempi veramente difficili. Dicevamo, nella giornata del 3 ottobre, come riuscire a coniugare tempi di crisi con l'erogazione di buoni servizi alla persona, in tempi anche… che dal punto di vista normativo non sono molto belli, dove abbiamo una legge delega della riforma assistenziale che parla di assistenza sociale e non di sistema di servizi sociali e di servizi integrati, quindi anche un po' una regressione, come definizione, quasi come dire che il welfare diventa un po', ha un ruolo un po' marginale, un po' residuale rispetto ai problemi e molti problemi effettivamente che attanagliano l'Italia. E per aggiungere un tassello a questi argomenti chiamerei subito al tavolo Mariena Scassellati, la Presidente della Bottega del Possibile, storica Presidente, che ci illustrerà e che ci darà ulteriori elementi per procedere nei lavori di questa giornata. MARIENA SCASSELLATI – Presidente “La Bottega del Possibile”: Buongiorno a tutti. Siamo contenti di essere ritornati qui. Io vengo da dove nasce il Po e adesso sono qui dove il Po ha la sua grandeur e finisce. E sono contenta, mi batte il cuore come tutte le volte quando riusciamo a parlare di domiciliarità, e oggi parliamo di domiciliarità rispetto in particolare alle strutture residenziali. Per regolarmi e non ripetere rispetto a quello che abbiamo detto il 3 di ottobre, volevo chiedere quante persone c'erano il 3 di ottobre? Ecco, quindi la maggioranza è nuova. Allora, intanto comincio offrendo una casetta, che è il nostro emblema, all'Assessore, perché mai si dimentichi della priorità della cultura della domiciliarità. Allora, solo riprendo, rispetto a questo tema della cultura della domiciliarità, alcune sottolineature che mi sembrano essenziali per chi, appunto, non c'era l'altra volta e perché ci rendiamo conto sempre che è necessario sottolineare come domiciliarità non vuol dire assistenza domiciliare, ma è un concetto culturale che significa quell'intero e quell’intorno della persona dove la persona sta bene e comprende la sua casa, quello che gli sta attorno, che significa il paesaggio, in questo caso il Po, la pianura, per noi la montagna; che significa quelle cose care che stanno dentro la nostra casa, che ci collegano alla nostra storia di vita, alla memoria, alle gioie e ai dolori, alle sofferenze, alla perdita di persone care, rappresentate dalle fotografie che troviamo in tutte le case, anche andando a domicilio dalle persone che si prendono incarico nel lavoro di cura. Allora la nostra mission, come associazione di promozione sociale, è quella, appunto, di promuovere la cultura della domiciliarità, perché dalla sua diffusione nasca sempre più sul territorio il sistema domiciliarità che, ecco, è rappresentato… -però questa non è l'ultima edizione- ecco, che è rappresentato da quell'insieme di casette che sono gli strumenti che ci servono, a seconda dei bisogni e delle risorse del signor Giovanni che è diventato meno autonomo, e può essere un anziano ma anche un giovane disabile, dopo un incidente grave, possa stare a casa, dove esiste la sua domiciliarità che non dobbiamo promuoverla la domiciliarità, perché ognuno ce l'ha già! E’ questa specie di nicchia ecologica dove stiamo bene, tranne… ci sono le eccezioni, le violenze nascoste nella casa, molto meno numericamente, crediamo di poter dire, molto meno di quelle che conosciamo, perché la casa nasconde violenze su bambini e donne e anziani. Comunque in genere a casa si sta bene, allora c'è libera scelta della persona, e nessuno su questo punto non ha niente da dire, che sceglie di andare in struttura residenziale; noi non vorremmo che ci andassero, per decisione soprattutto altrui, persone che invece vogliono restare a casa loro fino al massimo possibile. Naturalmente è chiaro che non si nega che in alcune situazioni di solitudine, di gravità della non autosufficienza, l'entrata in casa di riposo ed in struttura residenziale ben attrezzata, di qualità, non per i poveri vergognosi, ma per i cittadini che mantengono una loro dignità, nonostante la non autosufficienza, meno male che, appunto, le strutture esistono. Allora questa mappa, noi la chiamiamo “la mappa delle casette”, significa un sistema di risposte globali, che comprende non solo il socio-assistenziale sanitario, lo sottolineo con forza, la politica della casa, dei trasporti e della cura del territorio, perché se non puliamo, per esempio, l'alveo dei torrenti in montagna, pieno di tronchi che cadono dai lati dove scorre, appunto, il torrente, succedono cose terribili. Per cui il torrentello diventa un fiume che travolge delle persone e delle case scompaiono. Quindi occorre un discorso, appunto, globale per fare in modo che Rosetta, che è un nostro personaggio ideale a cui noi vogliamo molto bene, possa stare a casa sua. La nostra Associazione è cresciuta nel tempo, siamo nati e stiamo per compiere la maggiore età, 17 anni fa con 20 soci e adesso siamo a 200 in 10 regioni, e 200 che rappresentiamo tutte le professioni. Io, l’ha detto l'amico, sono un'Assistente Sociale cosiddetta storica, sono membro del forum del III Settore del Piemonte, siedo nel Comitato di Coordinamento delle partecipazioni dell’Asl più grande del Piemonte, eccetera, eccetera. Abbiamo ingegneri, architetti, geometri, la pedicure, la pettinatrice e la più parte dei soci sono OSS, perché a questi operatori diamo una priorità già nello Statuto, parlando di attenzione privilegiata. Erano nostri soci onorari il professor Norberto Bobbio, il filosofo; il Professore Antonini, geriatra che ha fondato la prima cattedra di Geriatria in Italia a Firenze. Allora, al centro dell'attenzione noi vogliamo mettere la persona con la sua specificità e irripetibilità e la sua volontà, appunto, di autodeterminarsi per il proseguimento della sua vita tutte le volte che è possibile. La domiciliarità va sostenuta appunto, quando la persona ha un’autosufficiente ridotta e ci servono questi diversi strumenti che vanno, appunto, dal Centro diurno Alzheimer, secondo ma è strumento irrinunciabile per dare una risposta alla sofferenza delle persone, soprattutto della famiglia, malattia che è in aumento e di cui poi accennerò di nuovo. Mi serve l'affidamento familiare anche per gli anziani, faremo un seminario sull’affido delle persone con problemi psichiatrici il 30 di Novembre, raccogliendo esperienze in giro per l'Italia. Mi serve l'assistente familiare che, appunto, non vogliamo chiamare badante, perché si bada agli animali e non alle persone; naturalmente come prima risposta all'assistenza domiciliare integrata, con tutte le risorse possibili, tutto questo in un'alleanza di rete nelle reti. Sempre più questo discorso delle reti va sottolineato non solo perché mancano i soldi o, meglio, perché si mettono altrove, perché questo va detto! Non è che i soldi non ci sono, vanno messi… si mettono altrove e quindi sono decisioni politiche a livello dei decisori, sia tecnici che appunto politici, che decidono appunto che il welfare diventi un welfare residuale, un welfare fai-da-te. L'altro giorno ho sentito in un convegno a Genova sul welfare parlare di “Ikea welfare”. L’Ikea è quella ditta dove si va a comprare i mobili e poi ognuno fa la sua parte, allora la famiglia integra con la vita… ecco. Noi vogliamo, invece, un welfare partecipato, un welfare di prossimità e poi, se c'è tempo, appunto, nel dibattito spero che il nostro Vicepresidente, Salavatore Rao, che è di nuovo qui con me come la volta scorsa, possa fare un intervento anche come Vicepresidente dell'Anci del Piemonte su questo tema. Allora la struttura residenziale che si apre al territorio per sostenere a casa la persona che, nonostante appunto la sua ridotta autonomia, vuol rimanerci, diventa nel sistema domiciliarità, nella mappa delle casette uno strumento di domiciliarità, diventa… E sembrava questo anni fa impossibile, invece le esperienze che sentiremo oggi, a cui accenno dopo, sentiremo Elisabetta Ennio della Pia Opera Ciccarelli di S. Giovanni Lupatoto, che è una colonna di “La bottega del possibile”, socia da sempre credo, e con cui lavoriamo da 10 anni e oltre, facendo incontri di formazione con i loro operatori. Il nostro girare per il mondo significa anche, appunto, fare molti incontri di formazione; domani a Torino mi incontro con un corso per direttori di case di riposo, per passare loro questo strumento, sperando che appunto lo accettino. Allora, l'attenzione alle buone prassi è sempre più importante, sempre più sottolineata; abbiamo come osservatore il Vicepresidente, partecipato all'incontro annuale di Bertinoro l'altro giorno, venerdì e sabato, dove… condotto, spirito culturalmente dal professor Zamagni, inventore delle onlus, e lì è stato anche sottolineato come le buone prassi siano importanti per dimostrare, come diceva Franco Basaglia, che l'impossibile può diventare possibile. E adesso abbiamo poco tempo, non abbiamo potuto di nuovo proiettare i nostri video; questo ci dispiace perché sono tanti e belli e soprattutto raccontano che Pierin e Secondin sono fratelli sordomuti e riescono a star da soli perché sono stati dati, dal Consorzio che gestisce i Comuni, per i Comuni, per i servizi sociali, affidati ad una famiglia marocchina. Questo è il massimo dell'integrazione, dell'inclusione, delle nostre speranze! Quindi, una famiglia marocchina, che qualcuno vuole rimandare indietro con i barconi, magari con un calcio sui denti, con una brutta e terribile espressione che abbiamo letto sul giornale, invece diventa una grossa risorsa. Allora, la struttura residenziale diventa strumento di domiciliarità. Noi abbiamo fatto due esperienze, due sperimentazioni sostenute dalle Fondazioni bancarie, una è intitolata si chiama “Noi con Voi” ed è un'esperienza che abbiamo realizzato, d'intesa con alcune strutture della Chiesa valdese, che esiste e che è riferimento per il mondo, appunto, a Torre Pellice, e queste due strutture escono dal… Queste due strutture hanno messo a disposizione, di situazioni di territorio, degli operatori che vanno a casa ad aiutare la famiglia del malato di Alzheimer, per accompagnarlo, per alzarlo al mattino, per l'igiene personale ed accompagnarlo al centro diurno, che la struttura gestisce; struttura che accoglie anche per i cosiddetti weekend di sollievo una volta al mese o quando è necessario, o periodi di sollievo, come è già stato sottolineato. Quindi noi… e poi mette a disposizione una struttura, invece, per disabili, per cui la nostra socia Assunta, che è sola al mondo, accompagnata dall'assegno di accompagnamento che, nonostante il figlio autistico, abbia appunto una diagnosi, una malattia irreversibile, ogni tanto lo si sospende perché bisogna controllare non so cosa! Quindi Assunta, sei mesi prima, comincia a non dormire per quell'assegno di accompagnamento minimo e per lei sostanziale per campare con il suo Marco, ecco. Allora, lo dico con calore, perché Assunta è uno dei miei padroni ideali, quando le dico… ho fatto una telefonata davanti a lei e ho detto all’Asl per sollecitare un certo tipo di intervento, ho detto “Assunta, questa signora è sola”. E lei dopo mi ha detto: “Non è vero, io sono con “La Bottega del Possibile”. Allora il bisogno di Assunta e del suo Marco ci caricano per far sì che, anche la struttura che accoglie disabili, possa uscire per andare a casa quando Assunta è lontana ed è via per il lavoro in una brutta cooperativa che la paga poco, che la paga male, che le fa aspettare dei mesi lo stipendio. Ecco, quindi “Noi con Voi” sta procedendo, è stato sostenuto dalla Compagnia di San Paolo per un anno e poi il nostro compito è stato quello di fornire la formazione per gli operatori, abbiamo fatto molti incontri su vari temi che potevano loro servire per le materie e i temi che affrontano. Adesso eccezionalmente la Compagnia di San Paolo ha fatto, ha dato una proroga, per cui abbiamo fatto un progetto per altri sei mesi, che da parte delle due strutture significa andare a casa per passare degli strumenti individualmente alla famiglia, per gestire l'aggressività per esempio della persona malata di Alzheimer o del ragazzo autistico e autolesionista, e con tutto quello che ne consegue. Il nostro, invece, per quanto ci riguarda, questi sei mesi di proroga significano fare un progetto che abbiamo chiamato “Mente Smarrita”, che cominceremo a metà dicembre a Pinerolo, al fondo della Val Pellice per sensibilizzare la popolazione al tema Alzheimer, che fare in modo che le persone non arrivino tardi, quando poi non è più possibile dare delle risposte tempestive, ammesso che ci sia qualcosa da fare! Ogni tanto sul giornale leggiamo che hanno scoperto qualche cosa che forse ci consentirà di curare anche Alzheimer. “Mente Smarrita” comincerà con un film dedicato all'Alzheimer, con uno spettacolo teatrale e poi con sei incontri di alta qualità, possiamo dire, aprirà il tema Renato Bottura, il nostro socio carissimo di Mantova, geriatra, che ha scritto un mucchio di libri sull'Alzheimer, eccetera, e stiamo preparando, stiamo attivando degli incontri con i medici di famiglia perché passino parola, perché a volte sono lontani da questi bisogni. L'altro progetto che abbiamo realizzato, invece, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, ha significato che la Casa Don Dal Masso, di un Comune sopra Cuneo, si è messa… che già in parte svolgeva qualcosa all'esterno, si è messa a disposizione del nostro, della nostra ipotesi; il Direttore è diventato socio della “La Bottega del possibile”, è riuscito a dire ad un figlio che andava a chiedere il ricovero dei genitori questa frase storica per me: “perché vuole portarli qui dentro? Li lasci a casa loro che noi veniamo ad aiutarli a casa”, con il telesoccorso, con l’OSS itinerante che va a trovare le persone ultrasettantacinquenne sole regolarmente, con i pasti a domicilio, con una collaborazione per l'igiene della casa, con il telesoccorso, avendo a disposizione il telefono dell'operatore itinerante Rosetta è tranquilla perché sa che può chiamare, Rosetta è meno depressa, usa meno farmaci, il suo diabete è migliorato perché il pasto, consigliato dal medico di base e portato dalla Casa di Riposo, la fa star meglio, ha avuto meno ricoveri, usa meno farmaci, anche perché l’OSS, andando a casa sua, scopre che nell'armadio Rosetta ha ancora tante scatole che aveva dimenticato, per cui va meno in farmacia, la farmacista ammette di aver venduto meno farmaci, collabora nel segnalare situazioni… E’ tutto un progetto di rete nella rete, che è stato voluto, grandemente voluto dal Sindaco che ha mandato una lettera quando abbiamo annunciato quest'operatore itinerante che voleva entrare nelle case per salutare, per promuovere salute, per vedere se c'erano dei problemi ancora non conosciuti, ha scritto questa frase “Fidatevi”, sottolineato in grande! E questa è stata, credo, una cosa molto importante, per cui nessuna porta è rimasta chiusa. La virtù del Direttore è stata quella di scegliere un operatore molto motivato, che ha riscoperto diciamo la bellezza della sua professione, sentirla parlare è affascinante, perché è ricaricata da questo rapporto continuo con le persone. E lei si accorge, Patrizia, che Rosetta oggi a qualcosa che non funziona, per cui scattano quei meccanismi che servono per intervenire con un intervento preventivo, con una prevenzione che oggi, dato il welfare fai da te e dato il taglio del fondo al sociale, eccetera, abbiamo di fatto, non noi, altri hanno deciso di abbandonare. Allora la novità di questo progetto, secondo progetto che è intitolato “Veniamo a Trovarvi” è appunto questo OSS itinerante, che fa un monitoraggio continuo del territorio, io la chiamo l'ascolto che cammina, un occhio ed un orecchio attento e vigile per promuovere il massimo del benessere possibile, cercando di, come dire, riacquisire anche noi, anche come associazione di formazione sociale, la motivazione che lo stato attuale storico e politico a volte ci fanno ridurre o c'è il pericolo che, appunto, demotivi molti operatori. Monsignor Nervo, che ho già citato l’altra volta, l'inventore, l’istitutore, l'attivatore della Caritas italiana, Presidente adesso onorario, prima Presidente a tutti gli effetti della Fondazione Zancan di Padova, che è il mio maestro sui valori laici ed innovativi di centralità della persona, dice: “Il benessere ci ha intorpiditi il cuore, facendoci dimenticare i valori fondamentali”. Noi non vogliamo dimenticarli, al servizio delle Rosette, perché le Rosette stiano il meglio possibile. L’OSS itinerante è anche un grande strumento di diffusione delle informazioni, perché molte persone non sanno quali sono le risorse del proprio territorio; a volte si rischia di non sfruttarle, diventa un sensore del suo territorio, bisogna appunto ascoltarlo quando si fa il piano di zona, perché può rendicontare la situazione dei bisogni. Allora noi, proprio dopo domani, mercoledì, realizzeremo questo seminario: “Perché Rosetta sta meglio? L'efficacia dei servizi alla persona, valutare il benessere” e spero, appunto, che Salvatore Rao possa parlarne. Al forum della non autosufficienza di Bologna, il pomeriggio del 9 –e mi avvio alla conclusionedel 9 novembre presenteremo, con il Direttore della Struttura e l’operatore Itinerante, questo tipo di esperienza molto, molto positiva, è un indicatore, e sugli indicatori stiamo lavorando con l’università di Torino, con Tor Vergata di Roma eccetera. Un indicatore indiscutibile è che adesso le famiglie, essendo finita la sperimentazione, sostenuta dalla Fondazione di Cuneo, sono disponibili a dare un contributo perché il servizio non finisca. Allora, a proposito di questo tema, delle strutture che si aprono al territorio, stiamo preparando, insieme all’ASL, come abbiamo fatto 10 anni fa, un secondo volume: “Domiciliarità e residenzialità”, in cui raccoglieremo queste esperienze che ho citato, quella di Elisabetta e altri di altre regioni, per dimostrare la fattibilità di quest'ipotesi, che la struttura può aiutare, finché è possibile e quando la persona lo vuole, in questa sussidiarietà che diceva l'altro giorno il professor Arena a Bertinoro: “Sussidiarietà che vuol dire libertà, non sostituzione di quelli che sono i compiti che la nostra costituzione affida alla Repubblica”. Allora un'altra cosa che abbiamo fatto e che stiamo concludendo di recente, è un dizionario per il lavoro sociale, nato per gli OSS, ma che serve per gli assistenti familiari, per le famiglie e per gli infermieri, con oltre 1000 termini che servono per capirsi meglio del lavoro di cura, nell'integrazione dell’equipe, eccetera. Allora, “La bottega del possibile” è a disposizione di chi vuole iniziare questo cammino, alternativo per recuperare risorse, per integrare nella rete nella rete; l'altro giorno abbiamo ricevuto una lettera, appunto, da una struttura residenziale dell'area piemontese che chiede, appunto, aiuto e consigli, perché vorrebbero potenziare e soprattutto avviare la loro apertura al territorio. Concludo con alcune considerazioni che mi stanno particolarmente a cuore. Allora, la nostra speranza è di trovare sempre nuove vie, nuove modalità, nuovi percorsi per dare una mano, attraverso un welfare universalistico e non residuale a tutti, ma soprattutto a quelli che Monsignor Nervo chiama gli ultimi della fila. Insieme è meglio, questo lo diciamo da sempre, abbiamo scoperto di recente che lo dice anche la Ducati nelle sue reclame, quindi appena possibile andrò a proporgli di fare qualcosa assieme, per festeggiare il ritorno di Valentino Rossi, sperando che paghi le tasse qui e non all'estero! Allora ho tutte gialle indicazioni che il Presidente della Camera di Commercio di Torino, il nostro amico carissimo e socio, gli dà quando sono in queste… ho bisogno di trovare qualcosa nel profit e non tutto il profit è un mascalzone, ma c’è anche un profit che, appunto, si rende conto anche che, perché i propri dipendenti stiano meglio, hanno bisogno di star bene e di avere una certa risposta. E allora tutto ciò perché le persone sono importanti tutti allo stesso livello, sia che siano autosufficienti o meno, e questo lo si deduce appunto dai primi articoli della nostra Costituzione, perché vorremmo che per tutti la libertà fosse un nome concreto. Tutti hanno il diritto di scegliere come proseguire la propria vita; la sussidiarietà deve essere virtuosa e non sostitutiva delle responsabilità dello Stato, come vorrebbe il Ministro Sacconi; Don Andrea Gallo, di Genova che penso tutti conosciamo, l'altro giorno ha detto: “La povertà è illegale, perché spetta alla Costituzione rimuovere gli ostacoli”. Allora dobbiamo stimolare in ogni cittadino il senso del collettivo, di un ambito di una cittadinanza attiva, di una sussidiarietà corretta, garante della nostra Costituzione, considerando che la Repubblica siamo tutti noi; ciascuno di noi significa la Repubblica. E questo penso che, se ce lo ricordiamo, ci dà una carica per non deprimerci definitivamente, dato il contesto che ci circonda. Grazie. DANIELE PANELLA – Capo Servizio Servizi Sociali della Provincia di Rovigo: Ringraziamo Mariena Scassellati per il suo intervento ricco di stimoli e come sempre molto completo nelle questioni da scegliere e, se una piccola sottolineatura si può fare, direi così di aver posto l'accento sul diritto alla domiciliarità, ma direi anche di più: il diritto ad una buona domiciliarità, è piaciuta anche la sottolineatura circa, così, queste nuove, basta guardare su internet e si vede un po’ nella letteratura così il modo di gestire la residenzialità un po’ low cost, quindi il riferimento ad Ikea e ad altri modelli che comunque non sono soltanto così da prendere sottogamba o come divertimento, ma si inseriscono un po' anche nei processi di gestione che anche le RSA o comunque le strutture residenziali un po' in qualche modo devono avere sott'occhio. Darei adesso la parola agli interventi sulle “buone prassi”, quindi è già al tavolo la direttrice del CIASS che, se ha bisogno, posso dare una mano io ma fa tutto da sola. Benissimo. Passo il microfono. A te! GIOVANNA VERONESE – Direttrice C.I.A.S.S. – Consorzio Isola di Ariano Servizi Sociali: Ringrazio tutti per la presenza, non pensavo che sareste stati così tanti. Vedo che è arrivato anche l'esponente più importante della Regione Veneto, perché è la Commissaria per la non autosufficienza, la dottoressa Basso, per cui sono anche abbastanza emozionata di avviarmi con voi su questo percorso. C'è una platea molto colta, nel senso che vedo colleghi di altre case di riposo, direttori, ci sono esponenti del sindacato, ci sono esponenti e amministratori dei Comuni con i quali lavoriamo, per cui, ecco, ancora di più vi ringrazio per essere qui oggi. È la prima volta che ci sperimentiamo con un convegno e allora a questo punto devo ringraziare assolutamente adesso, perché ho la vostra attenzione, dopo forse non ce l'avrò più, devo ringraziare lo staff del CIASS che ha permesso tutto questo e soprattutto le cuoche della Casa di Riposo, che hanno costruito poi il buffet che, da quello che mi dicono, sarà molto ricco. Sono emozionata e vi racconto anche un attimo perché: perché ho dato un'occhiata a chi mi segue dopo, ossia la dottoressa Elisabetta Elio, e a tutte le pubblicazioni che ci sono in merito alla domiciliarità, fatte dal sue Ente, e il nostro è una piccola realtà rispetto a quello che verrà dopo, parliamo di circa un quarto del bilancio dell'Ente dell'Opera Pia Ciccarelli, quello del Consorzio CIASS; vi racconto un attimo, non so se avete visto, forse ripeterò qualcosa che ha detto il Presidente, vedo di andare abbastanza veloce. La Casa di Riposo, Villa Agopian di Corbola, istituita nel ’37, è una villa liberty che c'è all'inizio della struttura ed ha iniziato come casa di riposo con le suore, le Serve di Maria Riparatrice. Questa è la struttura di Ariano nel Polesine che invece viene costruita all'inizio degli anni ‘80 per le persone autosufficienti; dal ‘94 c'è una convenzione con il Comune di Corbola per la gestione delle case di riposo a Corbola e Ariano insieme; nel ‘99 viene costituita l'istituzione Villa Agopian per la gestione delle due Case di Riposo, mentre nel 2001 i Comuni di Corbola e Ariano incominciano, si riuniscono nel Consorzio CIASS, Consorzio Isola di Ariano per i Sevizi Sociali, per la gestione in cooperazione delle Case di Riposo. Il Consorzio non ha delega delle funzioni dai Comuni, ed è importante questo, non ha la delega delle funzioni sociali ma gestisce i servizi in convenzione. Nel dicembre del 2001 il Comune di Taglio di Po ha stipulato una convenzione con il CIASS ed è stata avviata anche la Casa di Riposo Madonna del Vaiolo. Oggi il Consorzio è lo strumento di organizzazione dei soggetti, ha personalità giuridica, ha autonomia gestionale; la funzione di indirizzo amministrazione e controllo è del Consiglio di Amministrazione, dura in carica cinque anni e ci sono i Consiglieri, nominati dall'Assemblea dei Sindaci dei tre Comuni, il Presidente ha parlato ed è prima in carica dal 2004. Alcuni dati: il consuntivo del 2010 è pari a 7.773.000 euro, oggi ha 86 dipendenti e l'equivalente di 49 operatori sociosanitari e 31 unità di altro personale, a supporto attraverso appalti e cooperativa. Il contesto è quello dell’ente del Parco del Delta del Po. Scusate, ho rubato una serie di fotografie da Internet, sperando che non ci sia copyright e altro, insomma spero che non ci siano grossi problemi, questa è stata scaricata dal sito del Parco del Delta. Allora, complessivamente 16.000 abitanti il territorio dei tre Comuni, prevalentemente occupati in agricoltura e nella pesca, c'è qualcosa di commercio e turismo alberghiero, sicuramente non moltissimo; un indice di vecchiaia, come aveva già detto l'Assessore, molto alto, Corbola ha il 25,9% della popolazione con più di 65 anni. Si è bloccato! La seconda è Ariano: 26 e uno, non capisco perché non va…Si è inchiodato. Si il secondo è Ariano ed il terzo è… andato avanti. I servizi residenziali: 67 posti per non autosufficienti qui a Corbola, ridotta intensità assistenziale in convenzione, 24 posti di media intensità assistenziale e 17 posti per anziani autosufficienti. Vi è un progetto di ampliamento, perché non arriviamo all'accreditamento regionale a causa degli stati strutturali degli spazi troppo ristretti. Questo è effettivamente un problema per noi. C'è un progetto approvato in Regione ma non finanziato ancora. Ariano si trova più o meno nella stessa condizione, ha 32 posti in convenzione e 20 per autosufficienti, un progetto di cui parleremo dopo che sono tre, un progetto sperimentale in collaborazione con l'Usl, con il Distretto dell'Usl 19; anche qui c'è un problema di spazi, non di organizzazione, perché per quello non ci sarebbero problemi; Taglio di Po ha 48 posti per anziani non autosufficienti in due nuclei, e qui c'è l'accreditamento regionale. Allora, qui cos'è che gestisce il CIASS, oltre ai 200 posti complessivi di posti letto in struttura residenziale? Una cucina alla scuola Santa Maria in Punta, un servizio di assistenza domiciliare per conto dei due Comuni di Ariano e Corbola, la produzione di pasti a domicilio, il progetto per le cure intermedie, parte dei servizi della rete Alzheimer dell'Usl 19 di Adria che gestisce adesso con fondi della Fondazione Cariparo, l'assegno di cura per i Comuni di Taglio di Po, Porto Tolle, Papozze e Loreo, per quanto consente l'attività dell'Assistente Sociale. Tenete presente che nei dieci Comuni del Delta del Po ci sono pochissime Assistenti Sociali comunale, per cui molti Comuni sono sprovvisti dell'Assistente Sociale. All'interno della Casa di Riposo di Corbola qui è attivo un punto prelievi gestito da Comune e Azienda Ulss, fra poco ci saranno gli ambulatori dei medici dell’UTAP, gestiamo un “progetto sperimentale sollievo”, di cui parlo oltre. E, fondamentale, forniamo le assistenti sociali ai Comuni di Corbola e Ariano nel Polesine, quota/ore, insomma. Il Servizio di Assistenza domiciliare ha visto per Corbola e Ariano il ritiro della delega all’Ulss 19 per l’assistenza domiciliare, questo ha consentito un aumento di presa in carico delle famiglie, sono numeri piccoli però sono i nostri. Anche qui il ruolo determinante della progettazione nell'attivazione del monitoraggio ce l’ha il Servizio Sociale delle nostre Assistenti Sociali, Corbola ha quattro utenti, nel 2010: 624 ore complessive. Produciamo ad Ariano e a Corbola i pasti domiciliari, nel senso che noi li produciamo solamente e i Comuni si attivano, attraverso o volontari o attraverso loro dipendenti, alla distribuzione dei pasti sul territorio. Nel 2010 Corbola ha erogato 3352 pasti, vi sono circa 15 - 20 utenti per ogni struttura. Questo è un altro dato importante: gestiamo per quattro Comuni, nel territorio oggi erano cinque fino al 2009, l'assegno di cura. Abbiamo un'Assistente Sociale, che è Elisa Salmi, che è impegnata con le famiglie nel territorio per la parte di competenza. Mi piaceva darvi il dato dei kilometri, perché sono saltate alcune slide prima, rispetto al contesto, anzi sono saltate parecchie, e ci sono per ogni scheda almeno 12 km di strada da fare, e questa è la problematicità del nostro territorio, cioè su Porto Tolle, mentre la media è attorno ai 10 kilometri ogni scheda, a Porto Tolle siamo a 12 km. Quindi i Comuni spendono di più, paradossalmente, per i kilometri che facciamo con la macchina, piuttosto che per la scheda che viene fatta dall'Assistente Sociale. Ecco, abbiamo un dato in un altro importante ambito demenze. Qui abbiamo appena raccolto i dati per conto dell’UVA, Unità di Valutazione Alzheimer, per il dottor Finotti dell'Asl 19: su 91 non autosufficienti a Corbola, 72 hanno una diagnosi di demenza, quindi si tratta del 79% dei non autosufficienti a Corbola, del 43,75% ad Ariano e del 72,9 % a Taglio di Po, di diversi tipi di demenza. È per questo che ci siamo molto impegnate sia per quanto riguarda la formazione degli operatori nostri, sia per quanto riguarda la collaborazione con l'Azienda Usl, per cui insieme all’Azienda, al Dipartimento, di fatto all'Unità Valutativa Alzheimer, perché il nostro è una cosa un po' particolare, l’UVA sta all'interno del Dipartimento di Psichiatria, ma è una caratteristica del nostro territorio, insieme all'Unità Valutativa Alzheimer, insieme a FREIA, che è l'Associazione di Psicologia Gerontologica di Treviso del dottor Pavan, abbiamo realizzato una serie di percorsi di formazione e siamo arrivati oggi a gestire una serie di servizi per conto dell'Usl sulla rete Alzheimer. La Dottoressa Cascone è la referente per il CIASS della rete Alzheimer, dei servizi Alzheimer, e risponde alla linea per l'Ulss 19. Altra cosa importante: abbiamo avviato, sempre per la rete Alzheimer, in collaborazione con l'Ulss, almeno il servizio che viene chiamato SAPAD dal dottor Pavan, di fatto è un'assistenza domiciliare Alzheimer specifica; abbiamo coinvolto nuove famiglie, i nostri operatori, abituati a gestire la Casa di Riposo, sono andati nel territorio; sei figure professionali diverse, gli operatori, un infermiere, il fisioterapista, il logopedista, l'assistente sociale e lo psicologo. Questa è stata, e ve lo scrivevo lì, la prima volta in cui gli operatori nostri si sono sperimentati veramente al di fuori della struttura con i servizi nel territorio, e questo ha dato un grande valore, soprattutto di autostima e rispetto professionale, nel senso che le persone si sono rese conto che, con quello che sanno all'interno della Casa di Riposo, possono fare tantissimo; con quello che hanno imparato all'interno della Casa di riposo possono fare tantissimo nel territorio. Sempre… questa fa parte sempre delle famose fotografie che forse avete visto in Internet girare, quando cliccate foto anziani vi esce di tutto e di più. I caffè Alzheimer vengono gestiti sempre da noi ad Adria oggi, mentre a Porto Tolle, a Rosolina e a Porto Viro c'è ancora l'Usl e FREIA che li sta seguendo e li sta avviando; di fatto si tratta di circa 30 persone ad incontro, facciamo un incontro al mese e, tranne la parte estiva, la pausa estiva, è un grande supporto, è un grande modo per far conoscere la nostra professionalità alle famiglie che poi si riferiscono a noi rispetto agli altri interventi possibili. Il progetto sollievo è stata una scommessa del CIASS prima di tutto, ossia la possibilità… per numeri piccolissimi, una persona alla volta, inserita all'interno del nucleo che si occupa di Alzheimer da noi, che è il nucleo giallo qui di Corbola che ha 24-25 cosiddetti anziani dementi deambulanti, con una valutazione prima: la famiglia entra in un elenco e 48 ore prima fa una telefonata e, se c’è posto, entra, c’è un limite mensile di accessi. Non è stato così semplice l’avvio, soprattutto perché bisogna fare una bella valutazione all'inizio rispetto a quali tipologie di ospiti sono adatti e quali possono non creare grosso scompiglio all'interno del nucleo, l'abbiamo fatto perché lo standard del nucleo è superiore ovviamente allo standard regionale, per cui non andava ad inficiare questo. Siamo stati così bravi che ci copiano! Nel senso che… non è proprio così, non si dovrebbe dire in questi termini, però oggi noi abbiamo seguito finora quattro famiglie, due di queste partecipano anche al Caffè Alzheimer, facciamo, abbiamo avuto 91 accessi da 2011, dal gennaio 2011, è il primo piccolo passo dell'accoglienza diurna nel territorio, perché avete sentito accoglienza diurna nel territorio non c'è. Su spinta dell’Assessore Marinelli del Comune di Porto Viro, che segue il tavolo degli anziani dell'Ulss 19, è stato richiesto a tutte le strutture di mettere a disposizione questi posti in questa formula abbastanza snella, é a totale carico delle famiglie, non è una cosa pagata dall’Ulss, insomma ecco, che arriva attraverso la non autosufficienza. Ci siamo resi conto che è un grandissimo servizio, è un grandissimo servizio proprio perché la famiglia sa che, se ha un problema, c'è qualcuno e c'è qualcuno di competente che conosce e che ha già conosciuto all'interno del Caffè. Un'altra cosa che mi ero dimenticato di dire, nei Caffè Alzheimer i nostri operatori, gli stessi di fatto del nucleo giallo, formati, sono gli operatori che poi vanno a fare da baby-sitter ai malati nel momento in cui il familiare partecipa al Caffè. Per cui, la conoscenza territoriale della malattia delle famiglie diventa sempre più forte e più importante. Penso che siamo in dirittura d'arrivo rispetto all'allargamento di questo progetto nell'Ulss 19, perché penso che da novembre dovrebbe partire, e abbiamo ampliato due posti a Corbola, un posto a Taglio di Po, un posto ad Ariano noi, ce ne sarà uno a Papozze, non so se uno o due a Porto Viro, e mi pare uno ad Adria, non sono incerta però dei numeri ma sono più o meno così. Quindi, diventerà un'unica telefonata, un unico punto di accesso con una telefonata all’Ulss 19. Questo è un progetto sperimentale, realizzato in collaborazione con il Distretto dell'Usl 19. Siamo partiti il 16 agosto del 2010 nella struttura di Ariano, abbiamo… gestiamo tre posti letto di cure intermedie sperimentalmente; il bacino di utenza dal quale provengono queste persone è l’UTAP di Corbola e Ariano, sono 6500 abitanti, l'assistenza è fatta dai medici di medicina generale dell’UTAP e abbiamo dato risposte importanti per evitare l'ospedalizzazione. Nei primi sei mesi di attività ha visto 13 ricoveri, 30 giorni circa la media a ricovero, sei pazienti sono rientrati a domicilio dei 13, 4 in Casa di Riposo ma abbiamo avuto una sottolineatura sull'eccellenza dell'assistenza infermieristica, così come era stata data all'interno del progetto, ha sicuramente necessità di essere migliorato rispetto a che tipo di attività noi andiamo a dare, cioè che tipo di servizio: fisioterapia, piuttosto che logopedia o altri servizi che oggi sono un po' in difficoltà e auspichiamo di poter aumentare il numero dei posti, uno degli sviluppi che speriamo di poter avere. Allora tengo per ultima questa parte, che è quella del servizio sociale nostro, perché è vero che i nostri numeri sono piccoli, ma è vero che la domanda nel territorio è diversa. Il nostro Servizio Sociale, la dottoressa Mancin, la dottoressa Zanellato e la dottoressa Salmi, oltre alla gestione normale della Casa di Riposo, è impegnato in una serie di cose, assegni di cura, segretariato sociale, consulenza agli amministratori, attivazione monitoraggio del PAD, il servizio presso i Comuni e altro. Di fatto sono l'importante bagaglio di conoscenza delle famiglie del territorio, passa attraverso il nostro Servizio Sociale, capace di valutare il bisogno di orientare il servizio territoriali. Avevo scritto e ripreso alcune funzioni del segretariato sociale, tirate giù spudoratamente da Internet, perché non sono un'assistente sociale, e vedevo informazione, orientamento, filtro, funzione di osservatorio… tutto quello che il segretariato sociale oggi di fatto fa, il nostro CIASS fa, ma non è formalizzato di fatto, no! Anche se è prepotentemente presente nell’attività del Consorzio, non c’è formalizzazione di questo. La consulenza continua ai Comuni, sia ai responsabili che agli amministratori in tema di orientamento alle risposte esistenti sul territorio, è testimonianza del riconoscimento professionale: ci cercano per sapere che cosa fare, al di là proprio dei Comuni anche sui quali insiste, dei tre Comuni sui quali insiste il Consorzio. Al di là del dovere etico e professionale dell'Assistente Sociale, l'Ente ha di fatto sempre favorito che questo accadesse, indipendentemente dall'appartenenza o meno del Comune al Consorzio, nella consapevolezza dell'importanza della diffusione dell'informazione corretta, dell'educazione del territorio e la cura competente, del benessere delle persone, del ritorno che questo Ente ha in termini di conoscenza dell'ente e costruzione ed affidabilità, determinante nei servizi di cura. Vedete, guardate un po' che cosa c'è, si vede tutto un grigetto tremendo, questo grigetto qua era un azzurrino ed è quello che gestisce il CIASS, sono i Centro Servizio, le Case di Riposo. Questo colorino qui è quello che facciamo per… era un verdino, quello che facciamo per i Comuni, il PAD, il SAD ad Ariano e Corbola, il Servizio Sociale dei Comuni, l'assegno di cura; quello in verde più scuro, è verde più scuro, è quello che gestiamo per l'Usl, c'è una linea tratteggiata tra Servizio Sociale e il CIAC, le cure intermedie di Ariano, perché di fatto il lavoro grosso dell’assistente sociale, anche se non scritto nella convenzione che abbiamo con l’Usl, c’è. La rete Alzheimer, verde sempre, quello in collaborazione con l'Usl, il grigio è il nostro, sembra un po’… non corrisponde alla confusione mentale della mia testa, corrisponde al fatto, quella slide che c’è prima, al fatto che faccio fatica ad usare PowerPoint, perché non sono abituata, però spero che abbiate visto un attimo di che cosa si tratta. Futuro sostenibile: mi chiedo, e ho messo tanti punti di domanda, perché qua la responsabilità è in buona parte degli Amministratori e delle volontà politiche, se il CIAC può divenire in qualche modo sia alle cure intermedie a Corbola, possano divenire, visto che sono così in linea con il nuovo piano sociosanitario regionale, se possono divenire un'apertura dei servizi al territorio del Consorzio, se possono divenire ospedali/comunità. Non lo so e metto il punto di domanda. Rispetto al servizio sociale e ai servizi domiciliari, io credo che lo sportello delle nostre assistenti e la valorizzazione delle nostre figure professionali all'interno dei servizi domiciliari, SAPAD e altro, sia possibile. Abbiamo un progetto di continuità assistenziale per le dimissioni difficili, che nasce un po' in conseguenza della sperimentazione che abbiamo avuto nelle cure intermedie di Ariano, vorremmo poter ampliare la nostra attività nella rete Alzheimer, in collaborazione con l’Ulss 19 e abbiamo in progetto anche il “sollievo notturno”, che è un'altra delle cose che ci chiedono. Speriamo che prima o poi possa venire il centro diurno di Taglio di Po, per il quale la Regione ha già dato una piccola parte di finanziamento ed è nella carta oggi; abbiamo un asilo nido quasi finanziato, è un'altra apertura dei servizi che c'entra relativamente con la domiciliarità, ma c'entra molto con la domiciliarità; una delle cose nelle quali pecchiamo un po' è nella nostra capacità di rendicontare, di dare conto di tutto quello che facciamo, che è un po' quello che è emerso nel momento in cui mi sono messa a stendere tutto questo. Mi sono resa conto che facciamo un sacco di cose che nessuno si sa o che pochi sanno, solo quelli usufruiscono dei servizi conoscono, e certamente non possiamo andare avanti senza il sostegno delle istituzioni. Questa è un'altra cosa da confusione mentale, ma è quello che vorremmo arrivare, questa squadra importante di operatori a domicilio per far fruttare il loro sapere, la rete Alzheimer, l'asilo nido, il centro diurno e il CIAC, che ci dicono sempre che si sta spingendo perché aumentino i posti, vediamo se ce la facciamo ad aumentarli. Ho quasi finito. Spero di essere riuscita a sottolineare in questo intervento quanto non formalizzato, non visibile e sia determinante nella rete dei servizi territoriali che il Consorzio ha intessuto in questi anni. Mi domando se un buon sistema di controllo di gestione o lo strumento del bilancio sociale potrebbero fornire opportunità di rendicontazione dell'impatto dell'ente nel territorio e gli stakeholder, oggi in effetti questo impatto non è misurato ed è lasciato al sentire comune più o meno distorto degli eventi locali. E’ nostro dovere costruire e diversificare i servizi per essere il riferimento alla comunità, poiché riteniamo di avere la professionalità necessaria per farlo. La diversificazione dei servizi e l'apertura delle strutture e la flessibilità nell'erogazione dei servizi alle famiglie, impone nuovi modi di affrontare l'impegno quotidiano, dimenticando all'autoreferenzialità che così spesso caratterizza le nostre strutture residenziali. Ci riconoscete? Ci riconoscete? Ci riconosciamo. Grazie. DANIELE PANELLA – Capo Servizio Servizi Sociali della Provincia di Rovigo: Bene. Ringraziamo per l'ottimo intervento Giovanna Veronese, che ci ha mostrato qual è la realtà in cui opera, che secondo noi è un ottimo esempio di come i Comuni si sono organizzati, con una forma associativa prevista dal decreto legislativo n. 267, attorno al quale, attorno alla residenzialità, sono stati organizzati una serie di servizi che danno risposte alla domiciliarità e non solo, quindi un buonissimo esempio di questo tipo. Chiamiamo adesso al tavolo Elisabetta Elio, che ci farà vedere e ci dirà invece, qual è la realtà del suo Ente che è parzialmente diversa, di cui siamo molto curiosi di sentire un po’ l’operato. ELISABETTA ELIO – Dir. Amm.vo e Risorse Umane – Fondazione Pia Opera Ciccarelli: Grazie e buongiorno, resto in piedi perché vi vedo meglio. Grazie a Giovanna, volevo però ricordare che non è questione, penso io, dall'esperienza che in questi anni mi sono fatta, dell’impegno di apertura che gli enti e le strutture come le nostre possono avere rispetto al territorio in cui vivono. Non è una questione di misura, ognuno ha la sua storia, credo che tutti gli operatori che siamo qui presenti e rappresentiamo degli enti che hanno la loro ricchezza nella storia, proprio nel loro vissuto, e quindi ciascuno di noi deve fare il conto un po' di quello che è, all'interno del territorio in cui è. Per cui, insomma, la competenza, la capacità di giocare con gli strumenti che si hanno a disposizione, questa è la vera chance che ci viene data nel cammino che ci è dato di fare all'interno della nostra professionalità. Prima di presentarvi un po' l'esperienza cercherò, nel tempo che ho a disposizione, di darvi alcuni flash relativamente all'esperienza che ha quasi trent'anni di domiciliarità, che l'ente per cui lavoro oggi ha espresso, insomma, nel territorio veronese. Ma volevo fare due premesse fondamentali, cioè per me è fondamentale in questa comunicazione, la prima è che un centro di servizi, la casa di riposo, la struttura secondo me è aperta nel momento in cui coltiva una mentalità di apertura da dentro. Cioè, non è necessario… voglio dire che il servizio domiciliare è un punto di arrivo di questa mentalità aperta, che dovrebbe connotarci come operatori all'interno di un centro servizio. Voglio dire, nella sua specificità di struttura residenziale, essere aperti significa, come dire, credere, e quindi agire di conseguenza, realizzare dei servizi per le persone che vengono nella struttura, ma che noi riteniamo che siano a casa loro. Quindi, la mentalità che spesso ci connota nelle strutture, è una mentalità di padroni che ospitano delle persone, tant'è vero che li chiamiamo ospiti. Facciamo fatica a chiamarli residenti. Ma il cambio di mentalità passa attraverso processi di linguaggio, processi di organizzazione, che non sono irrilevanti. E questa, insomma, è una prima premessa che credo sia fondamentale, perché penso che l'apertura di un centro servizi, mi ha interessato il discorso del Presidente del Consorzio all'inizio, parta proprio da una volontà molto ferma: intorno noi non abbiamo, come case di riposo, nella nostra storia dei soggetti, un territorio che ci dà una mano ad essere aperti, anche perché entrare in casa di riposo, per chi vive in questo paese che io non conosco, ma penso al mio, non è così semplice, non è così scontato. La casa di riposo nella sua storia è sempre stata vista come… adesso uso un termine forte, brutto, come un ghetto all'interno del quale ci sono quelli che stanno male, muoiono, e sono quelli che ho conosciuto, per cui non vado a trovarli, perché insomma è un impatto difficile, eccetera, eccetera. Per cui, insomma, ci vuole una forte determinazione da dentro, per riuscire ad andare fuori, perché dentro, con il muro di cinta immaginario, a volte c'è, e siamo anche in una zona un po' autoreferenziale, diceva prima la Direttrice, un po' protetta. E l'altra premessa che mi sento di fare, soprattutto perché i relatori che mi hanno preceduto hanno ricordato il tempo che stiamo vivendo, nel momento in cui un centro servizio si apre all'interno di un suo territorio, è perché in quel territorio ha trovato un'alleanza trasparente, con gli altri soggetti del territorio, in particolare con gli enti locali. I Comuni oggi hanno degli strumenti difficili per riuscire ad interagire sul piano tecnico, giuridico, rispetto alle case di riposo, perché ci sono problemi di finanziamenti, di spese, di appalti, di contratti di una certa natura, ma è chiaro che, là dove c'è la disponibilità di un centro servizio, a realizzare un servizio domiciliare su quel territorio, significa che c'è un dialogo molto particolare, con l'ente locale che è insediato in quel territorio lì, perché altrimenti se non si fa la gara al massimo ribasso. Io vorrei sapere che tipo di contratto c'è in questa casa di riposo e come si pensa di poter concorrere, a parità di altri contratti per esempio, che possono avere altri soggetti altrettanto validi, che fanno attività domiciliare, eccetera eccetera. Quindi questo mi premeva dirlo, ecco. Perché un po' è stato anche il cammino che ha fatto la Pia Opera Ciccarelli, che è nata IPAB alla fine del 1800, 1885 dal parroco del paese, che sostanzialmente è diventata Fondazione nel 1994, quindi oggi sicuramente in questa veste giuridica abbiamo un’elasticità di movimento sicuramente molto di più rispetto a chi è ente pubblico oggi. È vero che l'esperienza del domiciliare, cioè di quest'idea di apertura della casa verso un territorio, la Pia Opera l’ha maturata negli anni ‘80, era ancora IPAB, però in quel momento le persone che c'erano, le sollecitazioni, determinate per esempio dal fatto che entravano in quel momento gli ospiti non autosufficienti, c'è stata una grossa trasformazione, insomma, all'interno delle case di riposo in quegli anni, ha sollecitato il Consiglio di Amministrazione, sicuramente illuminato il Direttore che c'era a quel tempo, che è tuttora Direttore Generale, ad andare a vedere delle esperienze europee molto più avanti, quelle danesi per esempio, che non solo hanno suggerito alla nostra Fondazione l'utilizzo, allora IPAB, della formula del lavoro part-time, ma anche hanno potuto toccare con mano in Danimarca l'esperienza del servizio sul territorio. E questo è stato un po' il la, nel senso che già nel 1900... adesso questa qua è l'esperienza danese e la trovate in alcune delle nostre comunicazioni, il fatto che nel Veneto la legge 55 del 1982 e con il Regolamento 8 anche si parlasse già, venisse avanti il concetto di prevenzione, progressiva riduzione del bisogno assistenziale, anche attraverso un complesso di servizi sociali, coordinati e integrati sul territorio, ha dato un po' di sostegno normativo a quest'idea che si era sostanzialmente radicata negli anni ’80, e nel 1983 parte l'attività domiciliare, grazie ad una richiesta che aveva fatto il Comune di Verona, San Giovanni Lupatoto, dove è nata la Pia Opera Ciccarelli, sostanzialmente a 10 km da Verona, quindi si lavora sempre con dei comuni che sono il nostro, ma anche il Veronese. E’ chiaro che in quegli anni c'era poca voglia, da parte degli operatori, di uscire dalla casa, e poca consapevolezza anche da parte degli utenti, della richiesta del servizio domiciliare, c'era poca conoscenza. Diciamo che il vero sviluppo dell'attività domiciliare della Pia Opera Ciccarelli, IPAB, nasce alla fine degli anni ‘80, si consolida negli anni ‘90 e verso il 2000, grazie anche ad un'attività molto grossa di investimento che ha fatto il nostro ente, quindi non è scontato che… questi qua sono i servizi che già si offrivano in quel momento, insomma, la cura della casa, la cura della persona, l'accompagnamento, la socializzazione; accompagnamento vuol dire accompagnamento all'esterno della casa, per le visite, per fare la spesa, per andare a trovare gli amici; l'assistenza speciale, e per evitare la “spedalizzazione”, questi sono gergali che ho tratto dalle delibere degli anni ’80 dell'ente per cui lavoro oggi. Negli anni ’90, anche qui c'è un rinforzo ulteriore della normativa regionale rispetto alla gestione del servizio domiciliare; nel ’93 qui nasce insomma, come dire, l'idea che è centrale, che è caratteristica dell'attività domiciliare della nostra Fondazione, e che è sostanzialmente quella di… noi abbiamo realizzato in questi anni delle strutture piccole di 25 posti, due di 25 posti e una di 14 posti, che sono diventate nel tempo centrali operative del servizio domiciliare. Abbiamo capito che legare l'attività sul territorio ad una struttura rafforzava, come dire, la coscienza, rafforzava anche l'andare dei nostri operatori, nel senso che comunque si sentivano sempre e si sentono appartenenti ad una casa di riposo, e quindi non abbandonati da soli ad entrare in casa di un altro. Perché lì, insomma, sapete… entrare in casa di un altro la relazione si rovescia proprio, nel senso che, mentre all'interno di un'istituzione, casa di riposo, io operatore mi sento forte, tanto è vero che abbiamo anche la divisa che ha una sua connotazione di forza, potere, per dirlo con dei termini un po' pesanti, mentre l'altro è l'ospite; invece, se io vado a casa, io sono l'ospite che va a casa di un altro, quindi devo chiedere permesso, se posso fare, se posso aprire, se posso pulire, eccetera. Quindi, anche lì l'uscire per gli operatori non è così scontato, devono essere sostenuti, sostenuti da un'organizzazione per il fatto che si sentono appartenenti ad una casa, che è consolidata la casa come idea, è una struttura, per cui se io ho dei problemi posso chiamare e mi aiutano a trovare una soluzione, perché in quel momento lì decido io; e gli operatori vanno sostenuti anche, e sono stati sostenuti dalla nostra Fondazione, con dei percorsi di formazione specifici e soprattutto continuati. L'altra sfida grossa, secondo me, dal mio punto di vista, da quello che ho capito, che capiamo nel fare e nel realizzare questa attività, è che comunque non è mai scontato nel tempo, non è mai guadagnata a sufficienza nel tempo questa mentalità di apertura che la Casa di Riposo pensa di avere ottenuto 10 anni fa. La Pia Opera è da 30 anni che fa servizio domiciliare. Ma se cambiano gli operatori, perché poi c'è anche il turnover degli operatori, è un percorso che va ricominciato. Se cambia l'amministrazione comunale con cui si fanno gli appalti, è un percorso che va ricominciato, di cultura nel senso stretto del termine, insomma, proprio di informazione, di solidificazione, di -come dire- gestione anche della professionalità degli operatori che escono sul territorio. Quindi, è un percorso che è continuo. Credo che la guardia in questo senso non vada mai abbassata. Oggi, dove noi siamo definiti dalla normativa recente, penso alla normativa in particolare che riguarda l'autorizzazione e l'accreditamento, come centri servizio, sempre di più a noi viene chiesto, ma perché penso che siamo bravi come case di riposo, negli anni, nei secoli abbiamo dimostrato e ci viene chiesto di far fronte a tutte quelle che sono le richieste oggi di servizio sul territorio, ma che vanno dalla sostituzione (è un termine forte) della lunga degenza, nel senso che sicuramente un anziano sta meglio in una dimensione di casa, piuttosto che di ospedale, nel momento in cui il fatto acuto è cessato, a fare un intervento a domicilio e quindi a garantire la vita all'interno della propria casa. E’ un arco di servizi che, se ci pensiamo, è molto variegato. Per cui, voglio dire, anche a chi si trova a dover amministrare questi centri di servizi, a trovare le risorse per realizzare questi servizi, la fantasia deve scatenarsi, insomma, oltre che anche la volontà deve comunque essere… è messa a dura prova nel portare avanti idee di realizzare dei servizi sociali, quando molto spesso e sempre di più la pressione è verso, come dire, è quella di farci diventare sempre di più degli specialisti in servizi anche sanitari. Noi sono sempre nel mezzo: accogliamo delle persone non autosufficienti sempre più gravi, che nelle nostre case non dovrebbero morire, perché poi c'è anche quest'ansia che non bisogna morire, per cui ci domandano delle prestazioni sanitarie sempre più elevate. Noi abbiamo dei bravissimi professionisti sanitari, ma rischiamo di perdere di vista… che noi possiamo fare ben altro, dobbiamo fare anche dell’altro, cioè garantire dei servizi sociali, territoriali, che possono essere l'esatto contrario della specializzazione sanitaria che ci viene chiesta. Ma questo richiede una volontà molto ferma, perché la preoccupazione che abbiamo oggi, per esempio in Fondazione nostra, è quella di diventare dei brutti ospedali, proprio dei brutti ospedali, ospedali di serie C), e questo credo che non sia nel senso del rispetto della storia che abbiamo portato avanti fino adesso, ma neanche del rispetto delle persone che entrano da noi. La relazione con il territorio è garantita, come dicevo, da una serie elementi che vengono posti in essere prima di realizzare un servizio domiciliare nel senso stretto del termine. I nostri centri servizio, la Pia Opera Ciccarelli oggi ha 9 strutture, 9 case all'interno della provincia di Verona, che sono molto diverse tra di loro, per storia, per dimensione, per collocazione ambientale, perché insomma abbiamo case piccole, una casa di 14 posti letto, che è il centro servizi per persone anziane non autosufficienti, anche con demenza di tipo Alzheimer e che è centro operativo per l'organizzazione di un servizio domiciliare sul territorio della zona, ai confini con Mantova, sostanzialmente, Nogara/Mantova, la zona della provincia di Verona che va verso Mantova, elargisce un centinaio di ore alla settimana di servizio domiciliare quella struttura lì, fino alla montagna veronese, dove abbiamo una struttura di 50 posti; le altre due strutture più grosse sono nella città di Verona e una a San Giovanni, la più grande che abbiamo ha 210 posti, ma sono proprio strutture, quindi in tutte le nostre case c'è l'attività residenziale e l'attività aperta. Quindi abbiamo operatori che lavorano solo in casa o solo sul territorio o misto; ci possano essere anche gli operatori che lavorano sia in casa che fuori. Questo garantisce una certa velocità di risposta, per cui per esempio noi riusciamo a dare una risposta nell'arco di 24 ore, oggi dimettono mia mamma dall'ospedale: aiuto, aiuto e domani mattina c'è già il servizio attivato. Oppure riusciamo a dare una continuità al servizio, perché se l'operatore del domiciliare improvvisamente si ammala, vi faccio degli esempi semplici, esce immediatamente un operatore della struttura per riuscire a coprire quel determinato servizio in quella famiglia, perché non sia scoperto, eccetera eccetera. Però, come vi dicevo, ogni centro servizio, quindi ogni nostra casa, è una casa aperta, l'accesso è libero, è libero e controllato naturalmente, nel senso che ci sono molto spesso nelle nostre case di riposo, dei parchi attrezzati, per cui diventano anche dei punti d'incontro delle famiglie, dei bambini, degli anziani del paese dove si trova la casa, e poi noi apriamo i nostri servizi a fuori, cioè, se una persona a casa non riesce più a farsi il bagnetto o ha bisogno di attrezzature particolari, può essere accompagnata in struttura o dai familiari, se ci sono, oppure viene prelevata da un operatore e viene portata dentro per fare quello che deve fare, la parrucchiera, fisioterapia, l'odontoiatra, mettersi a posto i capelli, i piedi e avanti insomma. Per cui diciamo che nei nostri centro servizi abbiamo cercato, ripeto, è una conquista che deve esser fatta ogni giorno, di formare tutto il nostro personale con questa mentalità domiciliare, perché il centro servizio in quel territorio che fa attività domiciliare, è come se tutti quelli che lavorano in casa devono tenersi pronti per uscire. Diciamo che nel progetto educativo assistenziale della Fondazione nostra il centro di servizi è concepito come a casa, cioè c'è una presa in carico globale della persona e della sua famiglia, ed una personalizzazione dei servizi attraverso gli strumenti noti, piano assistenziale individuale sostanzialmente. Ecco, io ho dato alcuni numeri, poi insomma le slide le lascio, ma, ripeto, io penso che i numeri siano relativi, fanno parte di una storia, penso che quello che conta sia il cuore e la testa che ci si mette per fare le cose, perché i numeri sono vuoti se dietro non c'è un senso. Però, ecco, questa qua è un po' là nostra dimensione; credo che il sistema organizzativo del parttime sia molto utile nella realizzare questa tipologia di servizi, perché il part-time garantisce velocità organizzativa e anche elasticità. Il servizio domiciliare non è molto gettonato dagli operatori, cioè non è una passeggiata organizzare un servizio domiciliare, perché ci vuole una certa disponibilità, disponibilità sia ad entrare in una casa di un altro, a lavorare da soli, ma soprattutto molto spesso è richiesta una elasticità di orari, non è il turno per cui... E’ chiaro che anche servizio domiciliare ha una sua organizzazione, è sempre dentro un contratto di lavoro, cioè i limiti sono ben precisi, però richiede più elasticità della persona, più disponibilità. Sì, Pia Opera Ciccarelli sostanzialmente ha un servizio a casa, portiamo pasti a domicilio nei vari territori dove siamo, i pasti sono realizzati nelle nostre cucine della casa di riposo, abbiamo, in collaborazione con il Comune di Verona, abbiamo negli anni del 2004 e 2005 aperto due centri diurni per persone affette da demenza anche di tipo Alzheimer, e attraverso questi centri diurni si opera un'attività domiciliare specifica per le famiglie che hanno persone malate di Alzheimer. Quindi c'è una fetta specifica, insomma, legata all'attività con le persone dementi, abbiamo il telesoccorso e alcuni appartamenti protetti che molto spesso sono vicini alle nostre case di riposo. Questa, insomma, è l'attività un po’ di apertura che abbiamo, questo qua è il progetto Alzheimer per la città di Verona, i dati del 2010, i centri diurni con una presenza media di 38 persone, il servizio domiciliare sono queste ore, circa 110 utenti, e i posti di sollievo di cui faceva cenno anche la collega prima. I posti di sollievo sono sicuramente un grosso servizio per le famiglie, è chiaro che anche qua i centri servizi sono chiamati ad avere, come dire, un'organizzazione estremamente flessibile, elastica; voi sapete, parlo per i tecnici presenti, non è vuoto per pieno, Presidente, per cui sappiamo bene cosa significa! Vuol dire che bisogna essere molto bravi nella presa in carico, veloce ed efficace, e quindi è competenza dei centri servizi stare al passo con le domande che arrivano, se si vogliono realizzare servizi aperti, altrimenti… Perché è una responsabilità importante di chi si trova ad essere presidente o consigliere di amministrazione, piuttosto che direttore di un ente far quadrare un bilancio, è una delle prime responsabilità, per cui vanno messe insieme un po' tutte le cose. Quindi significa che il lavoro da fare all'interno per garantire questo tipo di servizio, affinché tutto il gruppo di lavoro possa seguire questo ritmo, è un lavoro quotidiano, non è mai scontato, deve essere sostenuto sul piano organizzativo e formativo a tamburo battente; insomma, in questo senso dico che i centri servizi devono investire, perché altrimenti non è che si ottenga per la buona volontà, insomma! La buona volontà però è fondamentale, ecco, per riuscire a partire con questi percorsi, altrimenti… Ecco, il personale, come siamo organizzati? Sostanzialmente all'interno di ogni centro servizio c'è un Capo casa, il coordinatore di area prevista dagli standard normativi, questo è responsabile non solo dell'andamento della sua casa, casa intesa come casa, edificio, ma intensa anche come insieme di ospiti, ma anche intesa come relazione con le famiglie, relazione con il territorio, e il Capo casa, il Direttore della casa è lì, si prende in carico le persone, ha anche un budget non solo del personale ma della formazione da gestire, ha i rapporti con i familiari, rapporti con i soggetti del territorio e inoltre nei centri servizi, dove abbiamo il servizio domiciliare, è colui che fa il contratto di servizio domiciliare e accoglie le domande di servizio domiciliare e predispone il servizio. Quindi parte tutto abbastanza velocemente, perché all'interno del centro servizio arriva la domanda e si dà la risposta. Questi sono i dipendenti nelle varie strutture nostre, qui abbiamo... quando vi parlo di operatori pensate che sono sempre persone part-time, un part-time che può andare dalle 18 ore, 19, 20, 21, 22, 30, insomma a seconda delle necessità. Questo è quanto. Il servizio domiciliare: noi abbiamo anche un servizio domiciliare che elargiamo direttamente come ente, quindi ci possono essere delle persone che siglano un contratto direttamente con la Fondazione, oppure sono inviate dall'assistente sociale; quindi la maggioranza è personale della Fondazione, l’ho già detto, è un servizio erogato sette giorni su sette, sia il SAD, sia la consegna pasti a domicilio, lavorano dentro e fuori. Perché è importante che il personale lavori dentro e fuori? Perché questo mantiene, come dire, fresca anche la professionalità, l'utilizzo di strumenti nuovi, la conoscenza di nuove prassi e avanti, insomma; per esempio anche tutto il problema della sicurezza di chi lavora, decreto legislativo n. 81 di chi lavora a casa, sicuramente chi lavora a casa, rispetto al lavoro in struttura, può essere più rischioso. E’ obbligo dei centri servizi avviare delle procedure di verifica della sicurezza degli ambienti anche domiciliare, quindi anche noi abbiamo realizzato delle procedure precise, attraverso cui fare un elenco dettagliato dei rischi, e abbiamo anche sospeso dei servizi quando abbiamo capito che alcuni nostri operatori rischiavano: dalla peste portata dai topi, al fatto di fulminarsi perché l'impianto elettrico era… E segnaliamo quindi al Comune la necessità di un intervento tecnico, anche per bonificare alcune abitazioni. Questo succede a Verona e a San Giovanni, presumo che ci siano questo tipo di realtà anche in alcune situazioni, quindi questo sicuramente va… Anche qua, i costi del servizio sono gestiti sempre dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione; il contratto di servizio domiciliare può essere attivato dall'assistente sociale, nel caso in cui la persona abbia diritto all'accesso delle sovvenzioni comunali, oppure può essere attivato immediatamente dal Coordinatore della casa. Noi abbiamo dei contratti che possono essere solo privati o dei contratti che possono essere anche misti, abbiamo degli utenti del servizio domiciliare che dicono: “Guarda, il Comune mi dà 5 ore alla settimana di servizio, però io ne vorrei altre tre, perché vorrei una serie di servizi, di prestazioni”, quindi si possono fare dei contratti misti. Anche nel servizio domiciliare alla fine noi abbiamo utilizzato le stesse procedure di gestione del servizio in struttura, cioè viene siglato un PAI, viene verificato con la famiglia, con le assistenti sociali, e quindi il percorso che c’è. Ecco, una cosa, ho già accennato alla formazione, credo che sia fondamentale, in questo percorso l'incontro con “Bottega”, capite bene, con Bottega ci siamo conosciuti a metà degli anni ’90, per cui è stato proprio un incontro che ci ha aperto ulteriormente gli occhi. Molto spesso nei nostri centri servizi, io parlo per la nostra Fondazione, prima si fa e dopo si verifica quello che si è fatto, allora si impara! Noi, diceva prima la Direttrice, non siamo tanto bravi, in genere, ad esporre tutto quello che facciamo, è abbastanza connotato con la nostra storia di casa di riposo, perché noi siamo molto per il fare. C'è un bisogno? Diamo risposta. Muoviamoci sennò quello muore, cioè, questo è un po’ il modo di agire. È vero anche che oggi credo sia importante utilizzare strumenti come il bilancio sociale, piuttosto che controllo di gestione, piuttosto che processo di qualità, non solo perché sono strumenti che riescono a dire al mondo che cosa facciamo, ma perché sono strumenti che ci costringono a processi di trasparenza, processi di controllo interno che ci fa crescere tutti nell'ambito di un centro servizi, a prendere consapevolezza a ciascuno, e ciascuno a seconda la sua professionalità, ha una parte importante da fare per quell'obiettivo, insomma. Quindi se l'obiettivo è: apriamo il CIASS ad un servizio domiciliare ancora più radicato e più importante, significa che è un percorso... E’ chiaro che deve crederci un Consiglio d'amministrazione, ma deve crederci ciascuno degli operatori che vive in quel determinato contesto. Ed in questo senso la formazione, soprattutto con Bottega, ci ha aiutato a fare, sia negli anni ‘90 sia nel 2000, quando abbiamo iniziato la collaborazione per il progetto Alzheimer, c’è stata preziosa, perché ha dato più sostegno, non solo psicologico ma anche professionale, a chi poi sul campo fa la vera qualità del servizio, che poi sono gli operatori che vanno a casa. Quindi, ecco, credo che anche questo sia un investimento per gli enti, se pensiamo ai nostri bilanci, insomma, significa fare delle scelte precise. Ecco, noi dall'esperienza, quello che mi sento di dire, che condivido nella nostra direzione, è non esiste un operatore domiciliare o un operatore di residenza, ma esiste un professionista che sa misurare il suo intervento, professionalizzandolo secondo una progettualità multidimensionale di rete, e quindi sa lavorare anche con tutte le altre professionalità. In futuro pensiamo anche che è di chi ha un progetto; oggi più di ieri ci crediamo a questo, anche se i nostri progetti rischiano di essere bombardati da una situazione economica faticosa. Però credo sia importante tener fede all'idea, se pensiamo soprattutto che siano buone. Ecco, il progetto educativo assistenziale della nostra Fondazione, è guidato dai valori del nostro Statuto chiaramente, il valore della centralità della persona e non della centralità del servizio; per cui non è detto che sia così comodo neanche lavorare in Fondazione Pia Opera Ciccarelli, in un aiuto concreto alle famiglie e a sostegno della domiciliarità, cioè di questo esistente che è la persona, il suo intorno, la sua famiglia e avanti, la sua casa. Io avrei concluso, non so se vi ho fatto più confusione che altro, siamo però... poi siamo a Verona, ho visto che non è tantissima… Grazie dell'attenzione. DANIELE PANELLA – Capo Servizio Servizi Sociali della Provincia di Rovigo: Grazie ad Elisabetta Elio, così anche per capacità interpretativa, quella di aver cercato di avvicinare anche la vostra realtà alla nostra. Una domanda… bene. Ed ha introdotto quello che poi sentiremo nella seconda parte del convegno di stamattina, quindi temi sulla sostenibilità dei servizi che avremo, come dire, avremo nostri ospiti Damiano Mantovani, il Commissario straordinario della Regione Annalisa Basso; abbiamo una richiesta di una domanda prima di andare in pausa caffè e quindi passo il microfono a Mariena Scassellati. MARIENA SCASSELLATI – Presidente “La Bottega del Possibile”: (La domanda viene fatta a microfono spento e buona parte risulta incomprensibile) Io volevo chiedere che senso ha avuto l’incontro con l’Associazione La Bottega del Possibile e la seconda domanda: quanti e come avete fatto a scegliere gli operatori e quanti attendono… ELISABETTA ELIO – Dir. Amm.vo e Risorse Umane – Fondazione Pia Opera Ciccarelli: La scelta, noi abbiamo… Tenete conto che noi, lavorando sul part-time, siamo in 806 oggi, quindi c'è una possibilità di scelta… Poi è vero che ogni casa ha una sua pianta organica, non è che siamo tutti insieme in un posto… Noi abbiamo scelto soprattutto chi si sentiva la voglia di sperimentarsi fuori, perché è vero che si può utilizzare un sistema giuridico tecnico contrattuale: tu lavori per me, io sono un ente che va anche sul territorio e tu vai fuori. Capite bene che non è uno stile che usiamo, pur essendo un po' rigidetti, perché pensiamo che chi va fuori deve riuscire ad essere felice di andarci, non può andarci trascinato da un peso, da un'ansia… non serve. Quindi questo è stato… Sì, abbiamo avuto delle persone che c'hanno chiesto, dopo qualche anno, di ritornare in casa, perché non reggevano lo stress del lavoro da solo, ma sono meno di quelle che non vogliono tornare in casa. Cioè, chi esce lo fa consapevolmente, è supportato e sostenuto da una struttura, da una formazione e anche da un suo essere, lo fa, cioè non riesce più a tornare indietro; sono di più quelli che non tornano, piuttosto che… Adesso noi un grosso servizio domiciliare ce l'abbiamo con il Comune di Verona, scadrà l'appalto nel 2013, sarà un appalto tipico, per cui ci troviamo noi, le cooperative, qualche altro che gareggia e probabilmente lo perderemo, cioè non siamo così sicuri di vincerlo. Ma i nostri operatori per esempio, che in quel caso lì sono una quarantina, sono sereni, loro rimangono sul territorio, ce l'hanno già detto, capito? Hanno fatto una scelta. DANIELE PANELLA – Capo Servizio Servizi Sociali della Provincia di Rovigo: Pausa caffè. Il Convegno viene sospeso per riprendere successivamente. DANIELE PANELLA – Capo Servizio Servizi Sociali della Provincia di Rovigo: Iniziamo la seconda parte di questo Convegno e avremo l'intervento di Damiano Mantovani, nella duplice veste sia di Direttore di un centro servizi, che di Presidente di ANSDIPP, che è l'associazione dei direttori delle strutture, l’assessore mi interroga per vedere se sono preparato, e fa bene! Abbiamo avuto notevoli spunti di riflessione stamattina; lascerei, ecco, al dottor Mantovani il compito un po' di condurci e portarci un po' come nocchiero, come lui sa sicuramente sa sicuramente sempre fare, ricondurre un po' ad unità questi spunti che abbiamo avuto, per cercare di risistemare un po' le questioni poste sul tavolo, anche alla luce delle recenti normative che un po', da parte anche di molti, insidiano il livello, la qualità, la capacità di fare welfare sul territorio, magari anche con qualche cenno su un'applicazione di questo nuovo federalismo, quali sono un po' le sfide che ci pongono rispetto alle problematiche della rilevazione dei costi standard, un po' delle sostenibilità dei servizi sul territorio, anche perché abbiamo visto dall'ultima legge delega sull'assistenza che, così ecco, non vengono citati i livelli essenziali di assistenza e quindi siamo un po’ tutti preoccupati. Do la parola, quindi, al dottor Mantovani per il suo intervento. Dott. DAMIANO MANTOVANI – Presidente ANSDIPP: Buongiorno a tutti, state tranquilli: non vi tedio con le slide e quindi andrò a braccio, lascia alla Presidenza la disponibilità, sono notevolmente tante. Quindi non è che il lavoro preparato non fosse stato particolarmente delicato, ma proprio sentendo le riflessioni che sono uscite questa mattina, mi è sembrato doveroso ritarare un po' il tiro, pur restando nell'ambito di quello che mi è stato assegnato. Poi fortunatamente abbiamo qui la dottoressa Basso, che è un’autorevole esponente della Regione per il ruolo che ricopre, e quindi anche per quello che potrà dire e soprattutto con noi interloquire, e quindi è bene magari che certi spazi e certi momenti riusciamo meglio a destinarli in questa direzione. Duplice veste, ricordava adesso il dottor Panella. Sì, io ho la fortuna o sfortuna, dipende dai punti di vista, di ritrovarmi in questo momento ad essere Direttore di un centro servizi di una certa consistenza, ma anche Presidente di un'associazione; ricordavo questa mattina, venendo in macchina qui con Mariena Scassellati e Salvatore Rao, che ANSDIPP ha conservato l'acronimo delle origini, proprio perché sarebbe stato difficile, a livello nazionale e internazionale, dire chi siamo cambiando anche l'acronimo, visto che ormai da quando è sorta l'associazione, 1994, è stato questo, diciamo, l'acronimo che l'ha contraddistinta a livello nazionale e internazionale. Però nel frattempo, proprio perché siamo consapevoli della necessità di essere portatori di cambiamento e di essere innovatori, abbiamo cambiato il nostro modo di essere, di rapportarci e soprattutto di garantire una presenza sul territorio. Ci chiamiamo in questo momento “Associazione Nazionale e Manager del Sociale Socio Sanitario”, perché? Perché appunto dobbiamo essere attenti, sempre più per il ruolo che ricopriamo, ad essere coloro che si sanno raccontare con tutti i servizi alla persona; perché, quando parliamo di persona, non parliamo di una realtà che gravita per una certa percentuale sull'assistenziale, nata sul sociosanitario; dall'altra ancora sul sanitario, è la persona. E quindi, quando noi appunto parliamo di persona, parliamo di questa realtà così preziosa e importante all'interno dei contesti. Oggi possono essere i contesti della domiciliarità, domani quelli della residenzialità, o viceversa quella dei tempi in cui le persone si vanno a collocare. Non si parla più di terza età, siamo già entrati nell'ordine d’idee della quarta età. Voi capite che, se non sappiamo cogliere questo, diventa difficile poi sapersi rapportare in relazione ai bisogni, e soprattutto in relazione a quella che deve essere la nostra vocazione. Questo non significa, e qui proprio raccolgo volentieri quanto è uscito dagli interventi che mi hanno preceduto con esperienze di buone prassi, venir meno rispetto alla mission delle origini. Non per niente, quando Elisabetta Elio ricordava i tempi in cui è nata la sua realtà, 1885, la Crispi è del 1890, quindi, voglio dire, qualche anno dopo addirittura, questa legge ha avuto una grande fortuna -ecco, questo è importante che lo capiamo- perché in effetti, nonostante tutto e nonostante tutti, è riuscita a durare più di un secolo, e credo che con i suoi alti e bassi, i suoi limiti e le sue ricchezze, abbia comunque rappresentato nella storia italiana un significato particolare e soprattutto di grande densità. Non per niente, proprio la realtà della Pia Opera Ciccarelli, è stata una delle realtà che da IPAB si è trasformata in Fondazione privata e poi addirittura acquisendo l'allungamento della dicitura in onlus, a seguito del decreto Andreotti, 1990 se qualcuno ricorda; mentre viceversa poi è intervenuta l’altra basilare riforma, quella dell’assistenza, la 328, che purtroppo, come ci ricordava il 3 ottobre scorso a Taglio di Po proprio Salvatore, forse è nata, dico io, in tempi che erano giusti per come era stata pensata; non giusti per come poi è stata non attuata. E all'interno di questa legge c'era anche quello che riguardava le IPAB. Bene, pensate: è uscito il decreto 207, poi la legge costituzionale 3, spesso lo ricorderemo tutti questo, ma se c'è una Regione fra le sei in Italia, l’ho detto proprio in questi giorni, che ancora non ha fatto la legge di riforma, è il Veneto. Ecco, tra le sei... fra le sei, una fra le sei. Quindi vuol dire che tutte le altre l'hanno fatta. Però è altrettanto evidente che, se la legge di riforma deve essere portata in campo, come è avvenuto in Lombardia, e qui lo posso dire a ragion veduta, o in EmiliaRomagna, quindi qui sono in campo neutro perché equilibrio, una parte di governo da una parte e una dall'altra, credo che dovremmo avere paura. E allora io dico: ben venga, ben venga ma non all'infinito, perché mi pare ci sia qualche intenzione che non mi trova concorde da inserire all'interno del piano socio sanitario regionale, io volevo dare grande risalto e pregio all'idea del piano socio sanitario regionale, perché in effetti ci verrebbe a collocare al centro della realtà dei servizi nel contesto territoriale, però ho sentito due o tre cose prima che non mi sono piaciute e allora sono un po' stordito, così chiacchierando a quattro’occhi con la dottoressa Basso. Non mi sono piaciute perché in effetti non capisco come si possano collocare all'interno del piano, comunque sarebbe auspicabile in ogni caso che questo piano, come sembra, fosse approvato magari ai primi di novembre, come qualcuno dice. Non lo so! In ogni caso, ecco, il Veneto ha avuto direi questo pregio quantomeno, di non aver legiferato per non correre il rischio magari di fare una legge che decisamente sta manifestando tutte le sue criticità, come in effetti appunto, ricordavo, è successo e succede in Lombardia ed altrettanto in Emilia-Romagna. Per dirvi: 98% delle realtà in Lombardia si è privatizzato diventando fondazione, e qualcuna di queste, avendone magari poi avuti i requisiti, si è aggiunto anche la parola onlus; in Emilia-Romagna invece abbiamo fatto un ammasso di nuove APSP, aziende pubbliche di servizio alla persona, individuando 47 aziende che corrispondono ai livelli di distretti sociosanitari, e decisamente il dubbio che viene è per gestire meglio i servizi, visto che dovevano gestire anche servizi dei comuni, o perché magari si sono create le condizioni per qualche altro dirigente? Punto di domanda, dico io! Sapete, no… il sistema dello spoil system al giorno d'oggi si fa presto. Poi ci dice sempre: ma se tu sei bravo non ti preoccupare, anche se ci sarà lo spoil system tu garantisci la tua professionalità e la tua qualificazione all'interno dei contesti. Però dico: sì, questo può essere vero nella misura in cui questa professionalità viene apprezzata, e soprattutto la competenza, sommata alla conoscenza, diventano strumento per essere volano moltiplicatore all'interno della realtà dei servizi. Bene, la Regione Veneto credo abbia avuto questo pregio, per certi aspetti, e ha introdotto qualche anno fa un termine direi molto bello, che effettivamente ci ha fatto cogliere l'opportunità di diventare centri di servizi alla persona. L’esempio lampante ce lo ricordava, pur non essendo un’IPAB, Giovanna Veronese con le esperienze del CIASS, ma lo stesso ce lo ricordava Elisabetta con tutto il percorso che ha fatto la Pia Opera Ciccarelli. Bene, io credo che effettivamente sta a noi capire il valore di cosa significhi centro di servizio alla persona, perché effettivamente, se noi vogliamo pensare a quello che è il valore del nodo della rete territoriale dei servizi, su questo ci dobbiamo giocare. E allora su questo dobbiamo essere attivatori da una parte di cambiamento, dall'altra d’innovazione, perché diversamente se non riusciamo noi per primi, e lo dico dal punto di vista dei tecnici, ad essere innovatori di cambiamento, diventa poi difficile pensare che ci possano essere le condizioni per dare sostenibilità e servizi. E allora io credo che dobbiamo avere il coraggio di capire cosa significhi diversità per esprimere ricchezza. Questa mattina le esperienze che ci sono state portate in carrellata successiva, seppure nella velocità dei tempi richiesti, hanno dimostrato cosa significhi diversità da una parte e dall'altra ricchezza per la comunità; però io credo che tutto questo debba anche altrettanto farci essere intelligenti per capire che non possiamo pensare di clonare i servizi; non tutto quello che è buono da una parte, può essere altrettanto buono dall'altra. Io ho letto ieri sul giornale locale, e l’ho sentito ribadire stamattina da parte dell'assessore, che in Polesine non abbiamo nessun centro diurno, io dico per non autosufficienti, perché i centri diurni per auto ci sono. E’ anche vero che chi era stato inserito nel precedente piano di zona dall'azienda Ulss 18, penso di non sbagliarmi, ed ha avuto questa opportunità, poi di fatto si è trovato costretto a sospendere il servizio perché non c'erano gli accessi. Allora un dubbio che mi viene, qui al caffè qualcuno mi chiedeva: “Ma in questa zona, provincia di Rovigo, è provincia di cosa?” Perché, in effetti, vedete, noi siamo la provincia al sud del nord e allo stesso tempo diventa difficile a volte capire come siamo configurati, perché diciamo sempre che siamo compresi fra due fiumi, l’Adige e il Po, quantomeno per una gran parte, però è una lingua talmente stretta che se noi prendiamo la zona che ricordava prima Elisabetta, dove loro fanno il servizio sul confine con Mantova e, a proposito, ecco la fortuna di essere Presidente è anche questa di girare molto l'Italia! Io ho visto quella struttura lì molto bella, molto intelligente, non così facilmente ripetibile. Ecco, vorrei che fossimo tutti intelligenti su questo: non tutto quello che viene fatto può essere ripetuto e clonato. Ecco, la provincia quindi che va dalla zona di Mantova fino al mare, diventa difficile pensare che tutti i servizi possano andare bene alla stessa maniera; però, altrettanto di fronte a questa diversità che deve essere una ricchezza, credo che dobbiamo avere il coraggio di porci come soggetti attivi nel contesto di questa rete territoriale. E allora non solo è importante partecipare ai tavoli che le aziende sanitarie hanno attivato per i nuovi piani di zona, ma altrettanto diventare agenti di cambiamento che sono in grado di incidere nel contesto territoriale e quindi di creare relazione. Per un momento ho pensato, mentre parlavano coloro che mi hanno preceduto, ad un'idea interessante che ha citato Giovanna, quella del bilancio sociale, e allora per un momento ho pensato: se tutti noi qui in sala fossimo in grado di disegnare, secondo quella che può essere una nostra rappresentazione, tutti coloro che sono i nostri portatori di interessi, per capire in quale maniera ci sappiamo con loro rapportare, probabilmente capiremo anche quali sono i momenti su cui dobbiamo insistere, e quindi aumentare, sviluppare le relazioni, rispetto a quelli che magari non fanno per noi. Però, venerdì pomeriggio ho avuto la fortuna di essere all'Università di Bologna alla chiusura del corso di alta formazione, fatto dal Alma Mater in collaborazione con AMSDI, ad un worksop che è stato fatto sui bilanci sociali della Regione Veneto, ed è risultato, da una ricerca fatta, quindi non vorrei assolutamente che il dato fosse considerato come assoluto, che chi ha fatto il lavoro di ricerca ha trovato solo otto bilanci sociali fatti nella Regione Veneto. Ora voi capite, qualcuno dirà: ma il bilancio sociale, per quanto riguarda gli enti pubblici, è una scelta volontaria, secondo delle linee di indirizzo, eccetera eccetera; però forse mai come in questo momento è stato esaltato -però qui non vorrei che si gongolasse troppo Elisabetta- il lavoro fatto dalla Pia Opera Ciccarelli, perché rappresenta a tutti gli effetti una vera rendicontazione che deve fare un'impresa sociale. Ecco, allora noi non abbiamo questo obbligo e a maggior ragione non siamo ancora entrati nella contabilità economico-patrimoniale, parlo sempre di chi si trova in queste condizioni, ma anche il CIASS, essendo diciamo direttamente collegato con il Comune è ancora con la contabilità finanziaria. Allora, se noi non entriamo in questa logica di avere di fronte noi, con una rappresentazione, proviamo immaginarla per un attimo, tutti coloro che sono i nostri portatori di interesse, reali o potenziali, diventa difficile costruire poi o pensare di costruire una progettualità che sia capace di tener conto al contesto interno, dove già siamo, e il contesto esterno del dove parte di noi sono o potrebbero o dovrebbero essere. Ecco che allora essere attori significa effettivamente pensare che questo ruolo di nodo della rete territoriale deve essere esercitato fino in fondo, proprio perché non possiamo pensare di esercitare la cosiddetta responsabilità sociale, che significa rendere e dare conto, se non siamo poi chiamati per quello che è il nostro ruolo, la nostra parte, ad essere dei protagonisti. Io credo, sempre qui vi rimando ad un'altra immagine, che dovremmo per certi aspetti, visto che si parla di sostenibilità di servizi, di garanzia per la loro prosecuzione, per il loro funzionamento, che dovremmo altrettanto stare attenti a non pensare che noi poi alla fine, come ricordava sempre Elisabetta, diventiamo la realtà di serie C). Per cui, quelle che erano le lungodegenze un tempo ospedaliere, siccome costano troppo, si scaricano come costi che sono sicuramente inferiori sulle realtà, tipo i centri residenziali, e così pure di questo passo a scalare tutto il resto. Quindi alla fin fine, come qualcuno dice, dovremmo essere capaci di fare le nozze con i fichi secchi, però voi capite che penso sia davvero difficile pensare di riuscire a rapportarci in questi termini. Salvatore Rao, sempre ricordo a chi non fosse stato presente, il 3 ottobre ci ricordava che dobbiamo difendere con i denti quello che effettivamente dovrebbero essere conquiste che dovrebbero risultare acquisite. Per cui non è pensabile che di fronte alla riduzione delle risorse, i cosiddetti tagli, improvvisamente diciamo: eh! bisogna fare sacrifici, si rinuncia ai servizi, casomai ci sarà bisogno di riequilibrare, di razionalizzare. Ma proprio perché non vi nascondo quello che sto vedendo in giro per l'Italia, abbiamo fatto un convegno a settembre in Puglia, e ne faremo uno posdomani in Toscana e lo andremo poi a riproporre con la regione Abruzzo in Abruzzo, indubbiamente dobbiamo essere capaci di inventarci modelli gestionali che siano sempre più indirizzati verso la sostenibilità; però, attenzione, non è che possiamo stringere, stringere, stringere quando alla fin fine poi non ci resta che niente! E allora adesso, per esempio, porteremo in campo una delle nuove realtà che stanno venendo avanti con una certa forza, una certa enfasi dico io, infatti anche all'Università di Bologna è uscita come novità che sta portando avanti la realtà della Provincia di Lecco, una delle prossime occasioni di opportunità potrebbe essere la fondazione di partecipazione. E tutto ieri pomeriggio a casa ho cercato di studiare: ma cos'è, cosa non è… perché insomma, poi dovendo sostenere un dibattito e un convegno, diventa poi difficile. Allora a questa fondazione di partecipazione dovrebbero, appunto, partecipare tutti coloro che si sentono coinvolti come sostenitori, e ho fatto una domanda all'Università di Bologna: ma io che sono il privato e che ci devo mettere i soldi, perché effettivamente sono convinto di poter dare una… che ritorno ho? E’ ma è una fondazione che non può avere scopo di lucro. Ma allora, scusa, io che ci devo mettere il milione come privato ed entro a fare… divento un cosiddetto sostenitore che rientrando in una cosiddetta fattispecie di codice etico, faccio una scelta in termini di solidarietà? Ma non è questo dare sostenibilità ai servizi! Allora io credo che su questo dovremmo veramente avere il coraggio di ripensare, senza con questo far venir meno quelle che sono le garanzie che dovremmo assicurare ai cittadini, perché la 328 è una delle poche cose che io ricordo ancora con grande forza e che parla di diritti esigibili dei cittadini. Bene, allora io credo che su questo dovremo sicuramente ripensare alla collocazione dei servizi. La diversificazione, che prima richiamavo come ricchezza, diventa un'opportunità. Allora ciascuno, in base a quello che è il contesto territoriale dove opera, potrà capire se c'è bisogno di fare più un servizio anziché l'altro; però, vedete, se avete notato nelle slide che ha proiettato, al di là di qualche incongruenza che c'è stata, Giovanna, ha detto: abbiamo (scusate, uso questo termine per essere più chiaro) revocato il SAD all'azienda Ulss perché lo gestiamo noi. E succede così anche da me a Lendinara, il Comune revoca all'azienda Ulss il servizio e lo gestisce la casa albergo. Cioè, voi capite che c'è qualcosa che non va in termini di coerenza, praticabilità e sostenibilità dei servizi? Se parliamo di nodi della rete, in che termini questi nodi vengono a collocarsi all'interno della rete? Secondo me c'è un problema di governance, siamo più portati ad usare la parola governament, cioè praticamente dove tutto viene stabilito in via gerarchica, per cui dall'alto verso il basso si sa cosa bisogna fare o cosa non bisogna fare, ma ci si dimentica del grande valore di questa parola, cioè governance, che implica e richiede partecipazione, discussione e soprattutto creazione di una vera rete network cosiddetto, perché solo così si riesce a incidere rispetto a quello che sono i tavoli, laddove si va a discutere di piani di zona, dove si va a discutere di contesti o di servizi. A volte, e la sensazione, scusate, può essere anche segno di un'amarezza che ciascuno di noi può provare o meno, è quella di dire: benissimo, facciamo i piani di zona, facciamo grandi discussioni, noi ci siamo trovati dirittura al tavolo tematico per l'anziano, c'erano 55 soggetti coinvolti tra enti, comuni, Provincia stessa, l'azienda Ulss e poi le associazioni di volontariato, tutti quanti abbiamo anche lavorato a cinque grandi obiettivi, e alla fine l'ultima riunione -scusatemi, lo posso dire e me ne assumo la responsabilità- è stata davvero deprimente, perché la questione si è ridotta a quanti posti letto bisognava dare una zona anziché ad un'altra. Ora voi capite che se questo diventa o corre il rischio di diventare l'humus su cui noi andiamo poi ad investire in termini di innovazione, di cambiamento, e parliamo di cultura del cambiamento, diventa poi difficile riuscire a fare nostra quella che è una necessità, perché noi per primi sono portatori di cambiamento. Ecco, allora credo che ci sia sicuramente bisogno di pensare in termini di sistema ad un qualcosa che, partendo dal livello regionale, quindi il governo che deve dare le linee di indirizzo, consenta sempre più poi ai diversi protagonisti di avere voce in campo, ciascuno per la sua parte. Io credo che nessuno voglia sostituirsi a chi deve fare le linee di indirizzo nella programmazione, né tantomeno sostituirsi a chi magari fa più un'azione di carattere di volontariato. Però attenzione, io sono rimasto sorpreso, se ricordate una delle parole che ha ricordato il Direttore dei servizi sociali al convegno di Taglio di Po, ricordate quando ha presentato il piano? Una delle parole che ricorreva era “il dono”, ricordate? Allora anche su questo ho fatto tutto uno studio e abbiamo il grande protagonista d'Italia che è Alberto Folgheraiter, docente della Cattolica di Milano, il quale insiste molto sul fatto che ormai occorre praticamente -dico io, ho tradotto, poi sapete, bisogna essere terra terra- creare la banca del dono. E va beh! Creiamo pure la banca del dono, inteso come partecipazione, eccetera, ma io al cittadino al quale chiedo: dammi 3 ore, 4 ore, 5 ore del tuo tempo per venire a dare una mano, in quale condizione lo metto perché questo dono possa essere agibile, proprio come anche feedback in termini di restituzione? Non dobbiamo dimenticarci che alle persone già neanche restituire, non solo chiedere e a volte solamente pretendere. Ecco, allora rispetto a questo, se la comunità… Io non vorrei andare oltre, ripeto, mi dispiace perché le 60 slide vi avrebbero sicuramente fatto tramortire e sarebbero state un peso non indifferente, ma tanto non è un problema, le recupero da un'altra parte, le recupero perché o all'università o in qualche altro convegno c'è sempre la possibilità di recuperarle. Ecco, se effettivamente, dicevo, la comunità deve farsi carico, deve farsela fino in fondo, perché i vari soggetti, secondo i vari livelli, si sentono veramente coinvolti con quella parola che ci ricordava sempre venerdì pomeriggio a Bologna uno dei relatori “I care”, ricordate Don Milan? Mi interessa, mi riguarda. Però giustamente l'amministratore delegato di SEDAF, quando poi ci siamo trovati fuori e dice: “Sì, ma sa, Mantovani, cosa vuol dire quella parola “I care”, tradotto in termini dialettali emiliano-romagnolo?” “No -dice- allora possiamo dare due versioni “a jo car”, ho caro, mi fa piacere, ma anche “ajo caro”! Perché ad un certo punto all'altro sta male, sta peggio. Quindi attenzione, dice, che quella parola, a cui noi diamo tanta importanza dal punto di vista del prendersi cura, di avere attenzione, eccetera, non si ritorca in maniera ben diversa e peggiorativa, per cui alla fin fine le persone, anziché dare quel sostegno e quella sostenibilità, perché sappiamo prenderci cura, alla fin fine le lasciamo andare a se stesse. Beh, io credo che queste non siano le condizioni. E allora, e poi chiudo, proprio perché credo sia importante su questo, noi dobbiamo certamente avere davanti a noi i prossimi scenari la crisi, il welfare, ecc., però diciamoci la verità, vediamo come stanno spendendo le risorse. In Puglia, in Puglia, doveva esserci come relatrice anche la dottoressa Basso e poi all'ultimo ha avuto dei problemi, però c'è stato un apporto molto interessante: in Puglia chiaramente devono rientrare in due e due quattro dal discorso posti letto, traduco, terra terra, e stanno chiudendo! Allora… allora, se lo stesso ragionamento dobbiamo farlo anche in contesti tipo il nostro, dico benissimo, se c'è bisogno di razionalizzare, perché ricordate sempre: Carlo Scapicci ricordava che i posti letto nel Veneto erano passati dal 4 per mille al 3 e mezzo! Benissimo, però attenzione ridurre e riconvertire non vuol dire tagliare, vuol dire spostare le risorse dove effettivamente c'è chi, essendo capace di farlo grazie alle buone prassi operative di cui si è portata la testimonianza poco fa, c'è anche una capacità di poter utilizzare al meglio servizi che sono a favore della comunità e sono a favore dei cittadini. Ecco che allora rendere conto e soprattutto esercitare quella responsabilità sociale che ci dovrebbe appartenere, significa anche acquisire quella consapevolezza che, nel farci lavorare meglio, perché non dobbiamo dimenticare che chi lavora sul fronte tutti i giorni siamo soprattutto noi, e in particolare è impegnato ventiquattr'ore su 24, e quindi gli operatori, le altre persone che sono… perché indubbiamente ricordava bene Elisabetta che non è sempre facile uscire, perché bisogna praticamente lasciare la propria corazza, uscire dal proprio guscio, dove magari ci si sente protetti; ma è altrettanto evidente che uno può farlo nella misura in cui, sentendosi supportato, quindi l’avere cura di sé e delle persone che ci sono affidate vuol dire anche se sappiamo lavorare bene attraverso l'investimento sul capitale umano, la formazione, tutta una serie di passaggi che ci ricordava prima, l'avere cura di sé presuppone obiettivamente che, chi poi è destinato a prendere le decisioni più importanti, deve capire come stanno veramente le cose. E io credo che quell'azione anche di legittima, diciamo, pretesa e soprattutto anche di legittimazione che fanno nascere una vera partecipazione, siano tali nel momento in cui ciascuno di noi riesce a diventare protagonista, riesce a diventare soprattutto artefice di questo cambiamento che vogliamo fare e introdurre nonostante tutto e nonostante tutti. Perché, se ci dovessimo lasciar far prendere la mano da questi momenti di delusione o di passaggi poco felici, credo che saremmo noi per primi a dover lasciare il campo e soprattutto lasciare il campo potrebbe altro che rappresentare, creare condizioni perché ci sia il deserto. E io credo che il deserto, soprattutto per chi ha dietro di sé un'appartenenza magari cristiana, sa cosa significa stare tanti anni nel deserto, vuol dire effettivamente trovarsi senza mangiare, anche poi se arriva alla manna, eccetera. Ma c'è sempre, alla fin fine, la possibilità di condurre fuori dal deserto. Ecco, l'ultima cosa, l'ultima immagine che vorrei lasciare, proprio perché riusciamo ad essere sempre più consapevoli, protagonisti a livello di territorio di questa presenza importante e pregnante dei servizi, che dobbiamo sempre più abituarci a educare ed educarci, proprio perché, se vogliamo essere portatori di cultura innovativa, dobbiamo proprio capire fino in fondo il valore di questa parola che deriva dal latino: educare, educarci, ex ducere, condurre fuori, cioè tirar fuori da dentro ciascuno di noi quel valore e soprattutto quel patrimonio che, attraverso le ricchezze di cui ognuno dispone, è possibile mettere a disposizione della comunità e soprattutto del luogo dove quotidianamente ci troviamo ad operare. Ecco che allora anche i sacrifici, anche le situazioni di difficoltà, e soprattutto le sconfitte non sono tanto dei momenti che ci vedono condannati o magari messi da parte, quanto piuttosto sono quelle situazioni che ci aiutano a riprendere maggiore forza. E io non vi nascondo che mai come in questo momento mi sento incoraggiato a resistere e soprattutto ad esprimere quell'impegno che deve essere comunque portatore di speranza, perché indubbiamente non è detto che siamo noi a vedere il domani rispetto a quello che stiamo costruendo. Ma certamente le esperienze significative che ci sono state portate come buone prassi sono un esempio ben evidente dal quale attingere, ciascuno per la sua parte, perché riusciamo ad essere a nostra volta moltiplicatori e soprattutto dei buoni operatori di queste buone prassi. E allora credo che anche i nostri centri di servizio che ancora si chiamano IPAB, almeno per la maggior parte della metà del Veneto, ma che sono appunto centri di servizio che ormai stanno operando a 360°, potranno essere quella lampada che si accende anche nel contesto di chi poi deve prendere le decisioni. Già il piano socio sanitario mi pare stia andando in questa direzione, anche se per alcuni dei passaggi che dovrebbero essere portati all'attenzione, non mi convince. Bene, credo che ciascuno allora di noi, e oggi è l'occasione, credo che la dottoressa Basso adesso ci darà un'ulteriore serie di input, sentendosi nel dovere di fare la sua parte, lo farà perché appartiene a questa comunità, della quale intende e deve farsi carico. Perché oggi, e lo ricordo sempre questo, ci siamo noi, domani saremo noi quelle persone che avranno la necessità di essere assistite. E allora è altrettanto evidente che, dal momento in cui abbiamo speso la nostra professione, il nostro impegno di cittadini per essere veramente militanti attivi, questi valori che la nostra Costituzione ci ha trasmesso e tuttora ci trasmette, diventa un elemento significativo e determinante per garantire che anche il granello di sabbia nel deserto, per quanto poco, ma potrà essere un segno di cambiamento. Grazie. DANIELE PANELLA – Capo Servizio Servizi Sociali della Provincia di Rovigo: Ringraziamo Damiano Mantovani per il suo intervento. E sentiamo adesso l'opinione della Regione Veneto verso la conclusione dei nostri lavori, affidati ad Annalisa Basso, che è Commissario straordinario per la non autosufficienza, la conosciamo tutti, della Direzione Servizi sociali della Regione Veneto. ANNALISA BASSO - Commissario Straordinario – Direzione Servizi Sociali Regione Veneto. Ecco, buongiorno a tutti, faccio anch’io la scelta di Damiano, di non utilizzare le slide che comunque troverete, perché l’altra volta le ho fatte chiare con le parole scure, però non si vedeva; questa volta sono scure con le parole bianche ma non si bene che lo stesso! Per cui ho deciso che comunque le slide non le uso. Ma mi veniva in mente un pensiero, ma abbiamo parlato tanto oggi dei centri di servizio, di quella che è l'organizzazione sul territorio e l'esigenza che ha il centro di servizio, essendo appunto centro di servizio, come diceva Mantovani, perché centro di servizio? Perché all'interno della casa di riposo, che noi, appunto, tutti i provvedimenti li definiamo centri di servizio, si vanno a raggruppare tutte quelle che sono le risposte che devono essere date al cittadino. Al nostro cittadino che è anziano, ma l'anziano di oggi è diverso da quello che era l'anziano anche di cinque anni fa, è un anziano che aumenta nel suo indice di vecchiaia; voi siete in provincia di Rovigo, siamo qui oggi, ho visto la media sul 22-23, rispetto di una media regionale che è sul 19; il che vuol dire che se nel giro di cinque anni la media regionale arriverà al 22, qui a Rovigo saremo al 27-28. Ed è questo che deve farci pensare nella visione del centro di servizio, che deve essere quello che va sul territorio a offrirsi nella logica appunto di quello che è l'anziano oggi. Noi siamo spesso in giro a convegni dove ogni territorio si è modificato, a seconda di quella che è la propulsione di quelle che sono le nostre case di riposo o, meglio, appunto centri di servizio, perché hanno attivato quelle che erano le sollecitazioni che provenivano dai contesti, a seconda di quella che è la sensibilità di ogni territorio e di ogni amministrazione, in alcuni casi ci sono risposte che mi arrivano da direttori dicendo: “Ma perché dovrei aprirne nel territorio? Ho la mia casa di riposo a 100 posti letto, sono perfettamente a norma, non ho problemi, sono in equilibrio, sono IPAB e dunque non vedo perché devo modificarne e devo mettermi in competizione con altre cooperative e con altre organizzazioni che fanno magari il domiciliare, fanno i pasti, fanno tutta un'altra serie di altri servizi?” Però dobbiamo essere noi che trasmettiamo cultura: il nostro anziano, quello che saremo noi tra un po' di tempo, è quello che deve essere accompagnato a pensare al centro di servizio come una delle tappe della vita. Non possiamo pensare che, come accadeva qualche anno fa, l'anziano arrivasse con la valigetta in casa di riposo, in un ambiente assolutamente nuovo, cosa che ancora accade, e tutta la fase dell'accoglienza deve essere demandata a quelli che sono i nostri operatori. Bisogna che siamo noi a metterci in gioco e a fare un percorso di accompagnamento. Per cui le porte aperte, per cui non solamente magari, appunto, i pasti a domicilio, però in alcune realtà si offrono al domicilio, nelle abitazioni, i bagni assistiti agli anziani che sono a casa, e tutti quegli altri tipi di necessità che può avere la persona anziana, che molto spesso è sola e che tante volte ha l’esigenza anche solamente di trovare qualcuno con cui parlare. Per cui ci sono realtà dove si creano gruppi di auto aiuto con i familiari, con gli anziani stessi, proprio con spinta che nasce dai nostri centri di servizio. Perché, vedete, quando ci si trova ad essere in una responsabilità come quella che ho io, io lavoro da sette anni Regione ed ho visto la nascita di un complesso per non autosufficienti che raggruppava al suo interno tutti quelli che erano gli uffici... i colleghi che si occupano di anziani, perché? Perché ci fosse un unico organismo pensante. A questo la Regione adesso ha aggiunto un commissario, questo per dire che da parte dell'amministratore regionale, ed in particolar modo da parte della Giunta, si sente l'esigenza di supportare questa fascia di popolazione, che appunto evidenzia un'esigenza di attenzione maggiore, e dunque magari non so, in alcune realtà ci sono i centri di servizio che hanno dimensioni protette, come mi sembra accade in alcune delle vostre realtà anche, dove c'è un doppio vantaggio per noi ovviamente, ho sentito parlare oggi molto di equilibri di bilancio, in Regione è quello che è il fondamento di ogni scelta purtroppo, però possiamo anche far correre questa scelta, che purtroppo è dovuta, perché i cordoni della borsa sono quelli, con anche delle idee innovative che ci permettono di migliorare quello che è il nostro contesto. Per cui le dimensioni protette perché la persona che può stare meglio in un centro di servizio rispetto che ad un ospedale, abbia un accoglimento al centro di servizio e un ritorno a casa. Pensate se riuscissimo effettivamente a pensare che, essendo una tappa, una persona può entrare e può anche uscire dalla sua condizione, anche i non autosufficienti dico io. Quando si modifica l'assetto del domicilio, la persona può anche tornare a casa, non pensiamolo più come fine vita. Io penso che tutti noi, dicevate anche voi che facciamo anche cultura e lo facciamo per i nostri posteri, perché non possiamo pensare che il provvedimento, dal nostro punto di vista, la delibera che facciamo, il piano sociosanitario sia una cosa che nasce e muore, è una cosa che genera cultura e che poi modifica quello che è l'assetto del territorio. Se anche io tra qualche anno, anche domani non ci potrei più essere, però le delibere che abbiamo fatto ci sono ed esistono, per cui non possiamo fare le delibere in funzione di quello che è la nostra esigenza di adesso, ma di quello che vogliamo vedere per il futuro. Dicevano prima, Damiano aveva accennato ad una, diciamo così, non congruenza, non compatibilità, condivisione di quelle… perché gli accennavo, come anche ha dichiarato il Presidente Paraplin (nome non certo), nel piano socio sanitario vorremmo inserire quelli che sono quei quattro elementi fondamentali della riforma delle IPAB, per cui l'assetto del CdA, lo spoil system dei direttori, su cui Damiano non concorda, e un qualcosa sul patrimonio e sul bilancio, che è una cosa che deve essere superata. Ma perché lo spoil system dei direttori? Perché la volontà della Regione è che l'amministratore non sia quello che passa, punto e basta. L'amministratore deve essere quello, essendo la parte politica, che dà le linee, per cui deve essere quello che può scegliersi l'interlocutore di cui poi deve rendere conto. Può scegliersi un direttore bravo, può scegliersi un direttore non bravo. Io penso che le persone se sono capaci, anche se è vero, a volte purtroppo non siamo scelti per capacità ma solo per, a volte, colore della pelle; però è anche vero che dovremmo cercare noi per primi di smuovere questo. Se uno è bravo è giusto che lavori, e se abbiamo un bravo politico sa cogliere quello che è il bravo amministratore, il bravo direttore. Per cui su questa logica non so se riusciremo ad arrivare al fine. Pensate che noi abbiamo un piano sociosanitario che è del ‘96 l'ultimo, sono passati 15 anni e siamo ancora in attesa del piano; piano su cui mi sono scontrata in tutti i modi con la parte della sanità, diciamo così, perché non si cita… si cita una sola volta la parola Alzheimer, quando l’Alzheimer colpisce oggi in Veneto 50.000 persone, e noi non possiamo pensare di lavorare sulla popolazione anziana senza pensare che l’Alzheimer è una situazione che coinvolge quasi tutte le nostre famiglie, e non possiamo fare questo. Non si parla di hospice, perché si ritiene che l’hospice venga superato dalle comunità! Però io dico, se mi trovo questo ragazzo di 19 anni purtroppo che è malato terminale, pensate che stia bene in una comunità dove magari ci sono persone di settant'anni, di ottant'anni, dove non c'è un'accoglienza particolareggiata? Mi sembra di tornare indietro. Io credo nel nostro Veneto, credo nella nostra realtà e siamo veramente all'avanguardia. Non facciamo passi indietro, guardiamo avanti. Guardiamo avanti su quello che vorremmo che fosse. Ed è di questo che discuto anche sul piano… con il Presidente della V, con il mio Assessore, con l’Assessore Sernagiotto, perché magari a volte è più scomodo chi si oppone, chi dice: “Non sono d'accordo, così non mi va bene”, che chi dice: “Va bene, andiamo avanti e poi quello che è”. Io non sono d'accordo. Le leggi rimangono, le leggi devono riportare quello che noi pensiamo sia giusto; io non posso pensare che in un piano non si parli di Alzheimer, non so quanti sono i casi nella vostra realtà, però tutti quanti noi possiamo dire che conosciamo una persona con questa patologia. Un mio amico ha la mamma di 52 anni malata di Alzheimer che non riesce più ad apparecchiare la tavola, ed è questo il problema che abbiamo noi in tante realtà. E allora ci si contesta che i SAPA, anche qui a Rovigo, ci sono a Badia mi sembra anche il SAPA, che è il Servizio Alta Protezione Alzheimer, che aveva il compito di accogliere per 60 giorni la persona malata di Alzheimer per poi rimandarla a domicilio, mi dicono: ma i SAPA non hanno fatto la funzione che doveva essere fatta. Abbiamo in Veneto 50 mila malati di Alzheimer e 160 posti SAPA, è inutile voler fare la correlazione, non potrà mai essere che un posto così... e questo è il problema della programmazione. Allora la programmazione da cosa deve partire? Deve partire da quelle che sono le persone, da quello che è il contesto, e da quella che è l'esigenza da programmare. Allora potremo dire che il Veneto continua nel suo percorso di motore dell'Italia, di motore di quella realtà sociosanitaria che solo noi abbiamo. Citava la collega Elisabetta Elio la 55 dell’82, chi non la conosce e lavora nel sociale, non ha capito lo spirito del Veneto, non ha capito che da noi parlare di sociale è una cosa, socio sanitario è una cosa diversa e sanitario è una cosa diversa. Pensate, io sarò lunedì prossimo a Firenze per un incontro con la Regione Toscana e la Regione Piemonte perché vogliono capire da noi cosa vuol dire sociosanitario, perché il sociosanitario ci ha permesso di avere 25.000 posti letto... No, scusate 30.000 posti autorizzati con 25.000 impegnative, siamo tutti del settore per cui sappiamo cosa vuol dire impegnative, con 35.000 persone collegate al telesoccorso-telecontrollo in Veneto, 28.000 assegni di cura, di cui 5000 per malati di Alzheimer, per cui numeri che si sognano in altre realtà, e questi a fronte di un finanziamento che fa la Regione di € 721 milioni. Allora ovviamente voi vedete i numeri del vostro territorio, quando si è in Regione si vedono i macro numeri, però si perde purtroppo quella che è l’esperienza che citava la direttrice stamattina, l'esperienza che ha visto il centro di servizio diventare anche sportello integrato, per alcuni comuni, almeno se non erro. Allora pensate anche allo sportello integrato, sportello integrato che poi in alcune realtà si chiama, appunto, unico di accesso. Ero a Verona sabato scorso e allora mi sono detta: “Ma scusate, non ho capito perché la Regione parla di sportello integrato, andiamo sul territorio e c'è un nome diverso”. Anche l'ambiguità del nome a volte porta una confusione che potrebbe facilmente essere evitata. Su questo sportello integrato la Regione Veneto ha investito € 6 milioni, € 600.000 solo l'ultima annualità, ho pensato: ma quanto è arrivato a Corbola, al CIASS di questi soldi? Perché allora non vorrei che ci fossero i provvedimenti che prendono una linea e poi quando andiamo sul territorio vedo una cosa assolutamente diversa, perché la sportello integrato prevede che ci sia nel distretto una persona che fa il primo punto d'accesso, che accoglie la persona, che ne accoglie le domande, che evita la duplicazione delle domande che tutti quanti devono correre avanti e indietro, e poi questo in realtà non c'è. Allora io dico che adesso sarà necessario che la Regione si attivi… Non ci sono i risultati. Un'altra cosa che ho visto, parlando sempre di Alzheimer, scusatemi, sono un po' ripetitiva sull’Alzheimer, però non ci rendiamo conto che per esempio i nostri giovani che oggi magari fanno qualche sballo, come si dice, al sabato sera o al venerdì sera, eccetera, tra qualche anno saranno chiamati di Alzheimer, perché purtroppo l'utilizzo di LSD, di pastiglie o non so cosa, incrementa, per cui potremo avere anche molte più persone malate di Alzheimer. L’esempio della Regione del Veneto nel 2007 ha istituito i CDC, che non so se sapete cosa sono, sono i Centri Decadimento Cognitivi, attuati in ogni singola azienda Ulss e che dovevano essere quel punto di riferimento che prendevano in carico la persona e che dopo ne stabilivano il progetto di vita o facevano il piano… Anche in questo caso noi vediamo un’assoluta diversità nel territorio, nel vostro territorio ci dicono che, appunto, l'esperienza del CIASS è una risposta al CDC, ma assolutamente no! E lo so so, lo so! Sì, però noi quando chiediamo alle aziende Ulss che ci rendicontano la spesa, allora le aziende Ulss mettono dentro tutto, commettendo anche cose che magari... E allora a noi serve lavorare a braccetto con il sanitario, in maniera sempre stretta, però dobbiamo essere quelli -e mi dispiace dirlo- che un po' sgomitano, perché noi vogliamo anche essere quelli cioè la parte sociosanitaria che fanno quel trait d’union indispensabile sia per rispondere in maniera più vicino al cittadino e anche con un'economia. Io mi sono arrabbiata che poco tempo fa quando, a fronte di un piano su cui stiamo lavorando, un piano che prevede non più l’UTAV, ma le Unità… Medicina di Gruppo Territoriale, non ci sono più… le modificano, adesso c'è un’altra delibera che deve passare proprio domani su quelle che sono le cure primarie che definisce anche tutte quante queste eccezioni, che vede, appunto poi, negli ospedali di comunità, nelle strutture intermedie e poi nei centri di servizio quella che è la panoramica del percorso della persona che esce dall'ospedale. Ma per fare questo è necessario snellire gli ospedali. Allora abbiamo realtà, come la vostra, come nel trevigiano, altre realtà come Verona che deve ancora fare questa opera di razionalizzazione, ma perché razionalizzare? Non perché vogliamo dire che non si lavora bene eccetera, ma perché l'ospedale deve essere acuzia, assolutamente acuzia e tutto il resto è territorio, altrimenti non possiamo pensare di mantenere… ma neanche non daremo una risposta corretta. La persona che si rivolge all'ospedale perché ha un'urgenza, deve trovare persone preparate e che hanno il tempo di accoglierla per questa urgenza, e tutto il resto deve essere dedicato al territorio; al territorio che dovrebbe vedere ancora più come motori, come interlocutori i centri di servizio, che diventerebbero in questo momento veramente come quei enti, quasi enti strumentali come sono le Ulss per la Regione, di questo percorso per la persona, persona che può essere in questo momento anche non solamente un anziano, ma potrebbe essere anche, nel caso appunto si qualifichi come ispettore di comunità o come strutture intermedie, bisognosa di un percorso di riabilitazione. Sono molte le cose che possiamo fare, e possiamo farle appunto pensando a quello che vorremmo fosse il Veneto tra qualche anno. Noi sappiamo che la congiuntura economica non c'è favorevole, ma proprio in questo momento, quando la congiuntura economica è difficile, ci dà modo di trovare quelle che sono le soluzioni migliori, migliori per rispondere al nostro territorio, migliori per rispondere, nel vostro caso, a quelli che sono appunto questa popolazione anziana molto importante. Ed è per questo che l'Assessore anche… stiamo lavorando anche su un altro progetto che prevede di riconoscere la persona magari che deve ancora, 58 o 59 anni, che non riesce a chiudere il percorso pensionistico praticamente, riconoscere a questa persona che rimane a casa, che tiene a casa la persona non autosufficiente, un assegno di cura più importante e anche il riconoscimento di eventuali contributi, attraverso l’Inps, per maturare quello che è il percorso pensionistico. Vi assicuro che questo non toglierà lavoro a quelli che sono i centri di servizio, anzi pensiamo che purtroppo l'andamento della popolazione anziana, l'incremento successivo che c'è, non è che va ad diminuire quelli che sono gli anziani che accedono in casa di riposo, assolutamente. Però ci permette, oppure speriamo che ci permetta di mantenere una risposta più qualificata, partendo dal presupposto che la persona sta meglio a casa propria, anche se sappiamo benissimo che i centri di servizio li accolgono in maniera amorevole, però consideriamo che il domicilio sia il posto dove vogliamo stare anche noi e non solamente le persone in genere. Tutti noi vorremmo stare a casa e non vorremmo andar in un centro di servizio, ma vorremmo vivere e morire a casa nostra. Io penso sempre a questo anziano che arriva in casa di riposo, lasciando a casa tutto quello che ha di suo, lasciando a casa dalla poltrona alle piccole cose, a cui tutti quanti noi siamo affezionati, e invece lui arriva e non ha modo di poterselo portare con sé, di poter vedere nell'ultimo momento quelli che sono i suoi affetti più cari. Io capisco che è difficile per voi, che rappresentate poi l'operatività, mantenere in piedi quello che è un bilancio che vi si chiese di mantenere in linea. Io sono Commissario al Gris, se qualcuno conosce questo nome, sapete cosa vuol dire, vuol dire avere un debito di € 23 milioni e di trovarmi con una tuttora fatiscente, una cosa ignobile e la Regione non può permettere che le persone vivano e lavorino in un contesto come quello, dove c'erano fino a due anni fa ancora stanze a 24 posti letto, una cosa inammissibile! Siamo nella regione del Veneto e siamo nella provincia di Treviso, una provincia che non è che sia povera insomma, e la realtà del Gris è questa. Per qui capisco la difficoltà vostra di mantenere in linea, dare risposte ed equilibri di bilancio, però è una sfida che stiamo facendo tutti quanti insieme noi. Abbiamo una grande esigenza di lavorare dei servizi, e questo ci permette di dare una risposta più qualificata. Noi siamo anche sempre disponibili e a quelle che possono essere tutte le vostre sollecitazioni, perché ci permettono poi di pensare e di rivedere il sistema. Diceva prima Mantovani che ogni territorio, diciamo così, si interfaccia con l’Amministrazione, a seconda dei propri presupposti, e magari attiva servizi diversi, però noi non possiamo non considerare che ci sono delle buone prassi che dovrebbero essere a pro di tutto, il centro di servizio che appunto diventa fulcro del territorio, quando c'è deve essere gestito in questo modo, non può essere a se stante e chiuso. Io sfido chiunque di voi a definire quante sono le medie di presenza dei parenti dei nostri anziani nel Veneto, non so se qualcuno sa: tre ore di media all'anno di visita dei parenti agli anziani in casa di riposo, per cui ci sarà chi ha tanti familiari che vengono e chi non ha nessuno. Questo vuol dire che noi, che siamo in questa fase, dobbiamo cambiare le cose, perché non può essere che l’anziano venga messo in casa di riposo e vanga abbandonato. E forse questo anche perché non si è fatta una cultura che il centro di servizio è un percorso, una parte, una tappa, un momento della nostra vita, non è certo la fase terminale, però è un momento in cui si fa un passaggio della vita. Solo in questo modo potremo farlo rivivere come momento di recupero di molte cose che ci stiamo perdendo, di molte tradizioni, di molti pensieri anche che noi tralasciamo. Per esempio anche qui a Rovigo è stato fatto due o tre anni fa quel libretto con tutte quante le vecchie ricette culinarie, abbiamo avuto Rovigo, Belluno, Treviso, Padova, abbiamo fatto un bel lavoro per recuperare quella che è la nostra memoria, perché se noi non abbiamo tesoro della nostra memoria, del nostro passato, non possiamo neanche vederci verso il futuro. Io non so quanto il bilancio del prossimo anno ci permetta di mettere sopra i € 721 milioni, dei quali 465 per le case di riposo, che non sono pochi. La Regione Lombardia paga € 34 al giorno di media, noi paghiamo € 49 giorno, c'è una bella differenza! La Regione Lombardia, che poi ha anche il doppio dei nostri abitanti, riesce ad avere anche il doppio delle risorse, però il Veneto è quello che paga la tariffa quasi più alta, insomma, rispetto... a parte Trento e Bolzano che lì sono altri mondi! Lì proprio non c’entriamo nemmeno, perché sennò andiamo in depressione! Non sono oltre a questo quanto riusciremo a mettere in più, sicuramente non aumenteremo la quota sociosanitaria, non si aumenterà, rimane il valore di 49 e di 56. Forse rivedremo i livelli, non avremo più due livelli però riusciremo ad arrivare a tre livelli. Sicuramente rivedremo il concetto di SAPA, che ora paghiamo € 103 al giorno e di SVP, pagato € 180 giorno, e questo in favore di quella parte che a noi qui risulta deficitaria, che è il centro diurno per anziani non autosufficienti, che è questo il vero motore della domiciliarità, perché la famiglia… ci sono centri diurni che lavorano sette giorni su sette, con l'accoglimento magari di tre giorni alla settimana della persona, e questo permette alla famiglia magari di continuare, di uscire, di andare a lavorare, eccetera, di poter comunque avere una vita che sia agevole. E’ curioso che a Rovigo non ci sia un centro diurno, considerato che avete la più alta incidenza di popolazione anziana in tutto il territorio del Veneto, probabilmente perché ci sono ancora molte famiglie che sono ancora famiglie consolidate, che sono a casa, che tengono a casa gli anziani e via dicendo. Però poi questo anziano, che finisce alla fine nel centro di servizio, si trova che per lui è come un trauma ovviamente, perché non ha prima avuto una forma di accoglienza. Lavoreremo sui centri diurni perché? Perché i centri diurni economicamente hanno il problema dell’autosostenibilità; allora, inseriti in un grosso centro di servizio sono sostenibili, da soli sono difficilmente sostenibili, perché la tariffa che noi, la quota che noi mettiamo, € 27, è poca, quando la famiglia si trova magari a dover pagare 35 o 30 euro dice: “Beh, ne pago 10 in più e lo metto in struttura residenziale, piuttosto che metterlo in un centro diurno”. Però su questo bisognerà che facciamo un ragionamento e che facciamo magari una valutazione anche con i nostri amministratori per vedere come muoversi. Tutto questo per dirvi che la Regione sta lavorando, nel senso appunto di fare anche cultura rispetto anche questa nostra realtà; già il fatto, appunto, vi dicevo di essere io il Commissario, responsabilità non facile, perché vuol dire essere, appunto, anche la spina nel fianco dell'Assessore, del Presidente, dell'Assessore al bilancio quando magari non ci danno i soldi, perché gli assegni di cura sono il nostro grande cruccio, in quanto, non essendoci cassa, non riusciamo, pure avendo fatto la delibera e avendo impegnato i soldi, non c'è la cassa, vuol dire che non possiamo liquidare le aziende Ulss e le aziende Ulss non li possono dare ai cittadini o attraverso i Comuni o, come in questo caso, attraverso il Consorzio, e abbiamo adesso chiesto € 4 milioni, però su 28 sono il 15% e sono niente. Pensiamo, anzi hanno promesso dai 10 ai € 15 milioni che ci permetterebbe magari di dare un po' di più, per cui io dico anche come Veneto mi sento, anzi come cittadino del Veneto, mi sento veramente sconfitta quando una famiglia che decide di tenersi a casa il proprio anziano non autosufficiente, la Regione dà € 50 al mese, perché la Regione dà, come assegno di cura, dai 50 ai € 550, una media di assegno base di € 230, poi c’è il correttivo per l’Alzheimer. Però dare € 50 al mese diciamo che è… Mi sento presa in giro, preferisco non averli, mi arrangio, punto e basta, non possiamo… Per cui anche su questo stiamo lavorando per modificarlo. Io vi invito a continuare nel percorso che avete intrapreso, a continuare ancora di più ad essere attori di quel sistema che vede nel piano di zona la forma eccezionale di integrazione del sistema sanitario, è l'unico strumento che permette poi di mettere in luce quelle che sono le vostre potenzialità, che vanno anche oltre quello che avete oggi molto delineato, in accordo con i Comuni, con la Provincia, con gli altri centri di servizio, con l'azienda Ulss, perché questa è la risorsa per il futuro. E dico risorsa perché voi siete una risorsa, perché in questo modo permettete agli anziani di vivere meglio, ci permettete di concorrere in quella riduzione della spesa, perché anche questa è una cosa molto importante, senza lasciare a casa nessuno. Ci sono degli episodi che ancora accadono nel Veneto e che accadono per molteplici situazioni concomitanti, noi abbiamo il modo di poterle per lo meno prevenire, sapendo che Verona non sarà mai uguale a Rovigo, come non sarà mai uguale a Belluno. E questo è, diciamo così, un problema ed anche una potenzialità. Per cui, presi quei punti fermi, quello che avete fatto su questo territorio, penso che dobbiamo solamente fare tesoro di queste esperienze e tradurli in atti che possono condurre anche altre aziende Ulss, altri centri di servizio ad avere maggiore attenzione su questo punto. Io vi ringrazio per l'attenzione e ringrazio gli organizzatori che ogni anno si rendono sempre disponibili. Grazie. DANIELE PANELLA – Capo Servizio Servizi Sociali della Provincia di Rovigo: Un grazie anche da parte nostra e credo sia assolutamente il caso, eventualmente per eventuali domande o interventi, visto che abbiamo la disponibilità per qualche minuto, ancora dei nostri relatori. Se qualcuno chiede la parola… SALVATORE RAO - Vice Presidente “La Bottega del Possibile” L'ultimo intervento resta un po' duro, certamente la mattinata ha avuto molti stimoli. Mi ripresento, sono Salvatore Rao, Vicepresidente dell'Associazione “La Bottega del Possibile”, qui siamo come l'associazione “La Bottega del Possibile”. Credo che, avendo già sentito sia il 3 ottobre e il 17 la nostra Presidente, immagino che vi sia sicuramente ancora necessità di una presenza della nostra associazione anche su questo territorio, per poter dare il suo modestissimo contributo, per proseguire il cammino in cui vi siete incamminati. Perché sono convinto che la cultura della domiciliarità abbia bisogno di essere maggiormente sostenuta, perché assolutamente non deve essere confusa con l'assistenza domiciliare. Cioè, la domiciliarità non è l'assistenza domiciliare, che è solo uno strumento per sostenere la persona, così come tutti gli altri strumenti che abbiamo visto in quella mappa. La cultura della domiciliarità è un progetto culturale che richiede una politica sociale globale, perché la persona possa essere mantenuta al centro della nostra attenzione, della nostra azione, dei nostri interventi. Chiaramente per fare questo, come diceva già qualcuno, c'è bisogno di una battaglia culturale, abbiamo bisogno di muovere e smuovere in questo paese una nuova battaglia culturale, perché dobbiamo essere noi i primi ad essere convinti che un altro mondo è possibile. Dobbiamo poterci ulteriormente convincere che un altro mondo è possibile, che il corso della storia non necessariamente deve essere questo. Perché il nostro paese è un paese strano, è un paese che precipita ormai al ventesimo posto in Europa nel rapporto Pil, investimenti a favore delle politiche sociali. Siamo scesi al ventesimo posto. Però è un paese, come dicevo nell'incontro che abbiamo avuto a Taglio di Po l'altra volta, che ci permette e sceglie di spendere 10 milioni per fare la parata del 2 giugno. Quindi è un paese strano il nostro. Ed in questo scenario sono in molti ormai a prevedere che siamo arrivati la fine delle politiche sociali, questo non soltanto per i tagli, non solo per i tagli, ma soprattutto per la disattenzione della politica nei confronti delle politiche sociali, questo disinvestire nei confronti del sociale. Il disinvestire nei confronti del sociale cosa significa? Non curarsi e non occuparsi della persona fragile e della persona in stato di difficoltà. E quando uno non si cura della persona, considera quella persona come uno scarto, tant'è che c'è oggi un processo di istituzionalizzazione nel nostro paese, nel tentativo di mettere gli scarti all'interno delle strutture, com'era una volta: i manicomi, come lo sono ancora tuttora le carceri che sono strapiene.... C’è chi teorizza che avanza la tentazione penale, viene chiamata, a discapito dell’intervento proprio sociale. Questo è certamente un fattore che dovrebbe preoccuparci. Vado velocemente verso la mia conclusione. Chiaramente come non posso non menzionare il libro bianco-verde del Ministro Sacconi, che ha una visione non solo marginale di queste politiche, non solo ancora le guarda come un impianto riparatorio-assistenziale, ma ha e spinge, sostiene apertamente che le politiche sociali sono politiche rivolte a persone autenticamente bisognose, autenticamente bisognose c'è scritto su quel libro. Cosa significa? Che noi torniamo a ciò che era prima della legge Crispi, quindi torniamo in una visione di politiche sociali che c'erano prima dell'altro secolo ancora, del 1890, tant'è che sono, come dire, quelle persone che sono chiamate a rivolgersi alle associazioni caritatevoli. Non per nulla la social card è stata assegnata alle associazioni caritatevoli, come dire, vanno ringraziate quelle associazioni per l'opera che svolgono nel nostro paese e in ogni comunità, ma chiaramente abbiamo una cultura in cui deve essere il pubblico ad assumersi delle responsabilità e in queste difficoltà, perché anche in questa discussione che ho avuto con l'Assessore, che vorrei ringraziare l'Assessore Mantovani, anche per l'invito che ha rivolto alla nostra società associazione per essere qui, ma anche per complimentarmi per questa sua iniziativa che io trovo un'iniziativa non solo riuscita anche dalle presenze, ma un'iniziativa ben pensata per la sua itineranza sul territorio. Questo credo che abbia valore, questo tentare di coinvolgere una comunità, come dire, la comunità, perché sia la comunità anche a farsi carico di se stessa, a prendersi cura di se stessa. E questo dovrebbe essere anche lo spirito riformatore che aveva la 328, di cui non dobbiamo rinunciare anche nel momento delle difficoltà odierne. Cioè, quello è il nostro, come dire, il nostro orizzonte a cui tendere per ricostruire un nuovo modello di welfare, un nuovo modello di welfare che non è certamente quello attuale, perché sappiamo che questo attuale è incapace dare delle risposte anche ai bisogni nuovi che si presentano. Perché i bisogni sono quelli vecchi ma ci sono anche quelli nuovi e dobbiamo -appunto chiudendo- provare a restringere con la nostra comunità, e questo è un invito che faccio anche all'Assessore, negli sforzi che fanno gli amministratori locali, ad immaginare un nuovo patto sociale di fratellanza, un nuovo patto sociale di fratellanza per poter riprendere e sperare, appunto, in un futuro sicuramente migliore, ma anche in futuro in cui queste politiche possano non essere così marginali, poiché sono le politiche che si occupano delle persone che io ritengo essere la cosa, non la cosa… la risorsa più preziosa che ogni comunità ha, altrimenti saremo solo un deserto. Quindi mi auguro che ci possa essere una visione non solo di un deserto davanti a noi. DANIELE PANELLA – Capo Servizio Servizi Sociali della Provincia di Rovigo: Bene. Grazie per l'ulteriore contributo, non era una domanda ma un intervento e, se non ci sono altre domande, passiamo al buffet. Grazie a tutti e buona mattinata.