Tra le rovine di Babele Franz Kafka, la scrittura e il labirinto Indice Del precipitare del mondo 4 4 6 8 Nel labirinto Törless tra soffitte e cantine Tempo e spazio nel Processo: Joseph K. alle porte dello sheol Tempo e spazio nel Processo: Joseph K. davanti alla vergogna La volontà di sapere 9 Amore e pedagogia 10 La musa e il perdigiorno Poesia e verità 11 La vita e la scrittura 12 La Legge e la scrittura 13 Hier ist kein Warum Il corpo e il dominio di sé 14 Il cibo e la scrittura 16 La notte e la scrittura Una vocazione 17 17 18 19 Bibliografia Scrittura e infinito Scrittura e spazzatura Scrittura e destino Scrittura e sacrificio 20 2 »Für mich ist es ja etwas Ungeheuerliches was geschieht, meine Welt stürzt ein, meine Welt baut sich auf […] Um das Stürzen klage ich nicht, sie war im Stürzen, über ihr Sich-aufbauen klage ich […].«1. (Ciò che accade è per me qualcosa di mostruoso, il mio mondo crolla, il mio mondo risorge […] Non mi lagno del crollo, il mondo stava crollando, mi lagno del suo ricostruirsi). 1 F. Kafka, Briefe an Milena, Frankfurt a.M., Fischer Verlag, 1986, lettera del 12 giugno 1920, p. 57. 3 Del precipitare del mondo 1. Nel labirinto Mentre il mondo rovina, precipita sotto la propria mole, Franz Kafka tenta di salvare dall’esito babelico la vita che lo circonda, quell’ammasso di ferraglia, terra di scavo, macerie con cui si presenta la realtà. L’opera kafkiana, intesa come un solo corpus, dalle lettere private alle opere letterarie, è il materiale sul quale l’autore cerca di costruire il suo edificio, di tracciare la mappa del suo interieur. Se il mito della torre di Babele ci rimanda alla condizione di inintelligibilità del mondo, la scrittura si propone come nuova arte del costruire, la sua forma primordiale il labirinto2, forma che esibisce però al complessità non più intellegibile del mondo. Nella sua datità fenomenologica, il mondo si mostra come un coacervo di segni ai quali l’autore cerca di dare un significato e un senso, ricostruendo la mappa di un sapere praticabile. Restituire alla realtà il suo valore, il sovrasenso sempre agognato, la salvezza ancora una volta negata. L’arte si legittima soltanto quando mette in dubbio la sua vocazione redentrice, esprimendo «la lamentazione della creatura franta e soffocata sotto il peso del presente»3. 2. Törless tra soffitte e cantine I turbamenti del giovane Törless (1906) di Robert Musil è un concentrato di elementi critici che ci mostrano il dissolvimento dell’unità della persona e della sicurezza di ogni forma di esperienza della realtà (da Freud4, a Schnitzler5, a Hofmannstahl6, a Pascoli7, a Pirandello8): incertezza esistenziale dei personaggi; attacco alla formazione scolastica tradizionale; problematicità dello svolgimento temporale; dissociazione tra esperienza interiore e dati della realtà esteriore. E’ la crisi del Bildungsroman che si svolge parallela a quella del sistema di valori che si riassume nella Zivilisation e con essa, a sua volta, quella riflessa nel discorso sui modelli pedagogici. Pertanto un romanzo come quello di Musil è paradigmatico di questa sovrapposizione. Oggetto del romanzo non è più il tempo entro il quale si sviluppa la Bildung del protagonista, ma lo scenario dove la Bildung si deforma e diventa incomprensibile, deviante, retroagente: alla fine del percorso narrativo, Törless ritorna tra le braccia della madre a negare la possibilità di uno sviluppo del tempo esistenziale come vettore della formazione del soggetto, affogato in una rassicurante, ma nullificante circolarità primordiale. 2 Tra le storie di Teseo, troviamo l’uccisione del Minotauro. Il Minotauro, figlio di Pasifae, moglie di Minosse, re di Creta, e del toro regalato al re da Poseidone, era un essere semibestiale, dal corpo di uomo e dalla testa di toro, che si alimentava di carne umana. Per nasconderlo agli sguardi, Minosse aveva fatto costruire a Cnosso il Labirinto, un palazzo senza finestre, pieno di stanze e corridoi (opera di Dedalo, architetto ateniese in esilio a Creta, che insegnerà ad Arianna come aiutare Teseo ad uccidere il Minotauro ed uscire dal palazzo), tale che, chi vi entrava senza una guida non poteva uscirne, ma finiva in bocca al Minotauro, che se ne stava in una stanza al centro del palazzo, in attesa delle sue vittime (i sette fanciulli e le sette fanciulle che periodicamente dovevano essere mandati da Atene in pasto al mostro). 3 Cesare Cases, in Walter Benjamin, Il dramma barocco tedesco, Torino Einaudi, 1971, p. 277. 4 Dall’Interpretazione dei sogni (1900) a L’Io e l’Es (1923). 5 Da Leutnant Gustl (1901), a Professor Bernhardi (1913), a Traumnovelle (1923). 6 In particolare la celebre Brief des Lord Chandos (1901). 7 Soprattutto Myricae (1891). 8 Tra gli altri Sei personaggi in cerca d’autore (1921). 4 La scrittura di Musil ci mostra una gamma di sfumature, attraverso cui tutto appare chiaro, ma allo stesso tempo sfuggente alla presa. Motivo di questa condizione ad esempio l’intricato labirinto dei solai del collegio dove si svolgono gli incontri tra Reiting, Beineberg, Basini e Törless, sorta di teatro macabro dove si muovono i suoi allucinati protagonisti, luogo della messa in scena di processi e sentenze9. Da un lato, il mondo borghese (famiglia, professioni, educazione), verso il quale Törless è incerto e disgustato; dall’altro, il gruppo e le esperienze individuali, da cui emerge l’altro mondo, la realtà che ne furoriesce: in Törless confluiscono insieme. La nozione di razionalità borghese, da un lato, l’irrazionalismo mistico e volontaristico, dall’altra. La prostituta Božena e il compagno Basini, rappresentano la materia, espressa nella corporalità violata e degradata a strumento di disumanità, la madre di Törless la madre borghese, confortante strumento della riproduzione della famiglia, alla quale è negato l’eros sregolatore dei sensi, incarnazione di una spiritualità invece che tutto a sé riconduce. Tale dualità è costitutiva del mondo che ruota intorno a Törless. Infine, una volta che Basini viene espulso dal collegio, Törless sente che i suoi turbamenti sono svaniti, che tutto è finito: «Come se quel ragazzo, che aveva incatenato su di sè tanti rapporti, li avesse poi portati via»10. E’ nei solai del collegio di W., che si svolgono i riti esoterici e sadici, a spese dell’allievo Basini, dell’iniziazione alla vita del giovane Törless. Essi sono il «”di sopra”», il “doppio” labirintico del collegio. Usciti nel corridoio scarsamente illuminato, una scala conduce al secondo piano e di lì, sempre più stretta, con piccoli pianerottoli sovrapposti, sale ai solai, conducendo fin sotto le capriate della volta del tetto. Qui, nel corso degli anni si sono accumulate vecchie scene teatrali. Al di là di queste, aperto un varco, nel buio quasi completo, oltre la balaustra, bisogna percorrere una sorta di passaggio, sul cui pavimento stanno numerose trappole e lacci, che servono per dare l’allarme, se mai arrivasse qualcuno. Qui si trova una porticina che immette in un ambiente angusto: il soffitto basso raggiunge appena l’altezza di un uomo, e poi inclina in un angolo acuto. Le pareti sono drappeggiate con una stoffa rosso-sangue, sul pavimento sta uno spesso strato di coperte da scuderia e alcune casse rivestite di stoffa. Sul fondo, si trova una specie di alcova, sulla quale una tenda può fare il buio completo, isolando il vano dal resto dell’ambiente. Sulla parete, a fianco della porta, sta appesa una pistola carica. «Törless partecipava a quelle riunioni solo perché non voleva essere da meno degli altri due. Beineberg e Reiting, invece, prendevano la cosa molto sul serio. Lui lo sapeva; sapeva che Beineberg aveva la chiave falsa di tutte le cantine e i solai del collegio»11. Beineberg, ci informa il narratore, spesso scompare dalla classe per rifugiarsi quassù, a leggere racconti avventurosi o a rimuginare sul soprannaturale. Altrettanto fa Reiting, che vi nasconde i diari segreti dei suoi audaci intrighi. E’ qui che Törless, in un pomeriggio di libertà, assiste alla rivelazione della Bellezza, quando vi si reca con Basini, per interrogarlo sui suoi rapporti omosessuali con Reiting e Beineberg, che, spogliatosi, gli mostra nudo il suo corpo di giovinetto: «La vista improvvisa di quel corpo nudo, bianchissimo, dietro il quale il rosso della parete si trasformava in sangue, lo abbagliò e costernò. […] Non poteva sottrarsi al potere di quella bellezza. Prima non aveva mai saputo che cosa era la bellezza. Fino ad una certa età, per un uomo cresciuto all’aperto, l’arte, diciamolo pure, è incomprensibile e noiosa. Ma essa gli era arrivata lungo le vie dei sensi». Al cadetto si apre il mondo inquietante del desiderio erotico indistinto, pulsione ingovernabile e perciò riprovevole (««E’ un uomo!» Questo pensiero l’indignò. Ma sentì che con una ragazza non poteva essere diverso»), e ne prova vergogna: «In preda alla vergogna, gridò a Basini: «Cosa ti viene in mente? infilati subito…!»»12. 9 Alcuni motivi del Proceß kafkiano sono reperibili in questo primo romanzo di Musil: inganni e persecuzioni, colpe e processi, vessazioni e torture, soffitte labirintiche e luoghi inquietanti, eros degradato e ambiguità dei rapporti personali. 10 R. Musil, Il giovane Törless, trad. it. di Giorgio Zampa, Milano, Rizzoli, 1974, p. 180. 11 R. Musil, op. cit., p. 54. 12 R. Musil, op. cit., pp. 128-29 (sottolineatura di chi scrive). 5 3. Tempo e spazio nel Processo: Joseph K. alle porte dello sheol Come il collegio di W. si trova in uno spazio liminare, proiettato verso un indistinto infinito13, così la casa dove si tiene la prima udienza del processo contro Joseph K. si trova alla periferia della città, in una strada dove K. non è mai stato prima: »Es wurde ihm die Nummer des Hauses genannt, in dem er sich einfinden solle, es war ein Haus in einer entlegenen Vorstadtstraße« (Gli fu comunicato il numero della casa dove doveva trovarsi, una casa in una strada fuorimano di periferia). Si tratta di uno spazio intermedio, di una “soglia”, che ci mostra K. in una stato di forte straniamento. Un quartiere di gente umile, di case popolari: »die Juliusstraße, in der es sein sollte und an deren Beginn K. einen Augenblick lang stehenblieb, enthielt auf beiden Seiten fast ganz einförmige Häuser, hohe, graue, von armen Leuten bewohnte Miethäuser« (la Juliusstraße, in cui la casa doveva trovarsi e al cui inizio K. si era fermato un istante, aveva da entrambi i lati case praticamente uguali, alte, grigie, case d’affitto abitate da povera gente.), abitato da una folla molteplice, di ragazzini, massaie, pensionati. Siccome è domenica mattina, i suoi abitanti son tutti fuori, alle finestre, nei cortili, per le scale: »Jetzt, am Sonntagmorgen, waren die meisten Fenster besetzt, Männer in Hemdärmeln lehnten dort und rauchten oder hielten kleine Kinder vorsichtig und zärtlich an den Fensterrand. Andere Fenster waren hoch mit Bettzeug angefüllt, über dem flüchtig der zerraufte Kopf einer Frau erschien. Man rief einander über die Gasse zu, ein solcher Zuruf bewirkte gerade über K. ein großes Gelächter. Regelmäßig verteilt befanden sich in der langen Straße kleine, unter dem Straßenniveau liegende, durch ein paar Treppen erreichbare Läden mit verschiedenen Lebensmitteln. Dort gingen Frauen aus und ein oder standen auf den Stufen und plauderten. Ein Obsthändler, der seine Waren zu den Fenstern hinauf empfahl, hätte, ebenso unaufmerksam wie K., mit seinem Karren diesen fast niedergeworfen.« (Ora, domenica mattina, le finestre erano quasi tutte occupate, vi erano affacciati uomini in maniche di camicia che fumavano o reggevano prudentemente sul davanzale, con tenerezza, dei bambini piccoli. Altre finestre erano ingombre di coperte e lenzuola, al di sopra delle quali compariva di sfuggita la testa scarmigliata di una donna. Si chiamavano da una parte all’altra della strada, uno di questi richiami provocò, proprio sopra K., delle grandi risa. A intervalli regolari nella lunga strada, e al di sotto del livello stradale, si trovavano delle botteghe con vari generi alimentari, raggiungibili con un paio di gradini. Donne entravano e uscivano, o si fermavano a chiacchierare sui gradini. Un fruttivendolo, che offriva la sua merce in alto, verso le finestre, disattento quanto K., per poco non lo buttò a terra con il suo carretto.). Le presenze umane sono colte in un gesto immobile, statuario, oppure minaccioso, come la testa scarmigliata di una donna che appare improvvisa, nel vano di una finestra, forse un’allusione alla Medusa14. Risa e richiami ad alta voce suggeriscono il caos postbabelico, mentre le botteghe della strada, a loro volta, fanno pensare ad ingressi che immettono «giù nel cieco mondo»15 dello sheol biblico (che nell’Antico Testamento designa il soggiorno dei morti), da cui donne vanno e vengono. La conclusione, sulle note infernali diffuse da un grammofono che ha visto tempi migliori »Eben begann ein in besseren Stadtvierteln ausgedientes Grammophon mörderisch zu spielen« (Proprio allora, un grammofono che aveva cessato il suo servizio in quartieri migliori incominciò a diffondere il suo suono micidiale.)16, pare evocare le trombe del Giudizio universale. Le scale interne mostrano un’umanità informe, degradata alle mansioni vitali più elementari, nutrirsi, dormire, giacere inoperosa (come un termitaio, una tana di topi): »Es waren in der Regel kleine, einfenstrige Zimmer, in denen auch gekocht wurde. Manche Frauen hielten Säuglinge im 13 R. Musil, op. cit., p. 17: «Una piccola stazione lungo la linea che porta in Russia. Quattro verghe parallele d’acciaio corrono all’infinito nei due sensi, tra la ghiaia gialla dell’ampia massicciata. […] uomini e cose avevano qualcosa d’indifferente, di spento, di meccanico, quasi fossero parte della scena d’un teatro di marionette. » 14 Da Merano, Kafka scrive a Milena: «non posso tenere in camera un uragano; in tali lettere tu devi aver la testa grandiosa della Medusa, così guizzano i serpenti del terrore intorno al tuo capo e, intorno al mio, ancor più selvaggi i serpenti dell’angoscia», in F. Kafka, Lettere a Milena, in op. cit., lettera del 13 giugno 1920, p. 684. 15 Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, IV, 13. 16 (sottolineatura di chi scrive). 6 Arm und arbeiteten mit der freien Hand auf dem Herd. Halbwüchsige, scheinbar nur mit Schürzen bekleidete Mädchen liefen am fleißigsten hin und her. In allen Zimmern standen die Betten noch in Benützung, es lagen dort Kranke oder noch Schlafende oder Leute, die sich dort in Kleidern streckten« (Erano di regola stanze piccole, con una sola finestra, in cui si faceva anche cucina. Alcune donne tenevano in braccio dei lattanti e con la mano libera lavoravano ai fornelli. Ragazzine adolescenti con indosso, pareva, nient’altro che un grembiule, correvano qua e là indaffaratissime. In tutte le stanze i letti erano ancora occupati, da ammalati o da chi ancora stava dormendo o da qualcuno che vi si era sdraiato sopra coi vestiti addosso). In questo labirinto il protagonista viene privato della sua capacità di orientamento e progressivamente risucchiato dallo spazio: »Schließlich mußte K. kaum mehr selbst fragen, sondern wurde […] durch die Stockwerke gezogen« (Alla fine K. non ebbe quasi più bisogno di fare delle domande, venne trascinato […] da un piano all’altro). Al termine di questo percorso, K. si affaccia ad una stanza e la prima cosa che vede è un orologio appeso ad una parete, che segna già le dieci. A questo punto una donna che sta lavando panni di bambini, gli indica la porta aperta della stanza vicina (»Das erste, was er in dem kleinen Zimmer sah, war eine große Wanduhr, die schon zehn Uhr zeigte. […] »Bitte«, sagte eine junge Frau mit schwarzen, leuchtenden Augen, die gerade in einem Kübel Kinderwäsche wusch, und zeigte mit der nassen Hand auf die offene Tür des Nebenzimmers« (La prima cosa che vide nella piccola stanza fu un grande orologio a muro, che segnava già le dieci. […] «Prego», disse una giovane donna dagli occhi neri e lucenti che stava lavando dei panni da bambini in una tinozza, e indicò con la mano bagnata la porta aperta della stanza accanto). Qui, K. si ritrova in uno spazio caotico, affollato delle persone più disparate, divise in gruppi stipati in gallerie, quasi schiacciati contro il soffitto. Nonostante le sue esitazioni, la donna lo immette all’interno: »Ein Gedränge der verschiedensten Leute - niemand kümmerte sich um den Eintretenden - füllte ein mittelgroßes, zweifenstriges Zimmer, das knapp an der Decke von einer Galerie umgeben war, die gleichfalls vollständig besetzt war und wo die Leute nur gebückt stehen konnten und mit Kopf und Rücken an die Decke stießen. […] »Ja«, sagte die Frau, »gehen Sie, bitte, hinein«. K. hätte ihr vielleicht nicht gefolgt, wenn die Frau nicht auf ihn zugegangen wäre, die Türklinke ergriffen und gesagt hätte: »Nach Ihnen muß ich schließen, es darf niemand mehr hinein«. »Sehr vernünftig«, sagte K., »es ist aber jetzt schon zu voll.« Dann ging er aber doch wieder hinein« (La gente più disparata - nessuno si curò del nuovo arrivato - si accalcava in una stanza di media grandezza, con due finestre, lungo la quale correva, a poca distanza dal soffitto, una galleria, anch’essa gremita di gente che riusciva a stare in piedi solo chinata e urtava con la testa e le spalle contro il soffitto. […] «Sì», disse la donna, «entri, prego». Forse K. non le avrebbe obbedito, se la donna non fosse andata verso di lui e non avesse afferrato la maniglia della porta dicendo: «Dopo di lei devo chiudere, nessuno può più entrare». «Buona idea», disse K., «ma già adesso è troppo pieno». Poi però tornò dentro lo stesso)17. Notiamo la simmetria spaziale e temporale con il IX. capitolo (quello che si svolge nel duomo della città e della parabola Vor dem Gesetz), dove, l’uomo di campagna, vede chiudersi la porta della Legge che solo per lui era stata approntata. Se nel II. è una povera lavandaia che svela l’accesso al tribunale (della Legge), qui nel IX. è il guardiano incorruttibile che impedisce l’accesso all’uomo di campagna, trasparente “doppio” del protagonista: »Der Türhüter erkennt, daß der Mann schon am Ende ist, und um sein vergehendes Gehör noch zu erreichen, brüllt er ihn an: ›Hier konnte niemand sonst Einlaß erhalten, denn dieser Eingang war nur für dich bestimmt. Ich gehe jetzt und schließe ihn‹« (Il guardiano capisce che l’uomo è alla fine, e per raggiungere il suo udito che sta venendo meno, gli urla: “Qui nessun altro poteva ottenere di esservi ammesso, perché questa entrata era destinata solo a te. Adesso vado a chiuderla”). Due momenti cruciali del testo stanno in una 17 (sottolineatura di chi scrive). 7 disposizione simmetrica, a rendere ancora più efficiente il dispositivo del processo, fuori del quale non è dato luogo. 4. Tempo e spazio nel Processo: Joseph K. davanti alla vergogna Nella conclusione del I. capitolo, dopo aver baciato voluttuosamente la signorina Bürstner, K. ritorna nella sua stanza; in apertura del X., vediamo K. nella sua stanza, vestito di nero, aprire la porta ai due uomini che sono venuti a prenderlo. Ora, nel X., sono le nove di sera, mentre nel II. sono circa le nove del mattino, quando K. esce di casa per recarsi al tribunale (pensando che sia bene presentarsi per tempo, appunto alle nove, quando, nei giorni feriali, cominciano le udienze, sebbene adesso sia domenica): infatti, K. giunge alla casa del tribunale quando sono ormai le dieci e, presentatosi infine davanti al giudice, questi gli rinfaccia minaccioso il ritardo: »Dann zog er seine Uhr und sah schnell nach K. hin. »Sie hätten vor einer Stunde und fünf Minuten erscheinen sollen«, sagte er. K. wollte etwas antworten, aber er hatte keine Zeit, denn kaum hatte der Mann ausgesprochen, erhob sich in der rechten Saalhälfte ein allgemeines Murren. »Sie hätten vor einer Stunde und fünf Minuten erscheinen sollen«, wiederholte nun der Mann mit erhobener Stimme und sah nun auch schnell in den Saal hinunter.« (Poi estrasse l’orologio e lanciò una rapida occhiata a K. «Lei si sarebbe dovuto presentare un’ora e cinque minuti fa», disse. K. voleva rispondere qualcosa, ma non ne trovò il tempo, perché non appena l’uomo ebbe finito di parlare, nella metà destra della sala si levò un mormorio generale. «Si sarebbe dovuto presentare un’ora e cinque minuti fa», ripeté l’uomo alzando la voce, e lanciò anche una rapida occhiata giù in sala.)18. Anche lo spazio chiude il protagonista – il palazzo del tribunale, come un labirinto nel quale K. viene immesso casualmente, da una presenza femminile19, con le sue soffitte affollate e soffocanti. Così, il romanzo del quasi trentenne Joseph K. pare chiuso in un tempo circolare, smentendo una qualche progressione, una Bildung del protagonista, come se la condanna sia stata già pronunciata, in un tempo lontano. In quella terra di nessuno, subito fuori della periferia cittadina, ambiente ostile e disumano, troverà conclusione il processo: »So kamen sie rasch aus der Stadt hinaus, die sich in dieser Richtung fast ohne Übergang an die Felder anschloß. Ein kleiner Steinbruch, verlassen und öde, lag in der Nähe eines noch ganz städtischen Hauses« (Così furono presto fuori dalla città, che da quella parte finiva quasi senza transizione nei campi. Nei pressi di una casa dall’aspetto ancora del tutto cittadino, c’era una piccola cava di pietra, abbandonata e deserta.). Che Joseph K. venga giustiziato la sera prima di compiere il trentunesimo compleanno, potrebbe essere indice del mancato compimento di un ciclo, di un “destino”. L’autore nega anche questo a Joseph K.: »Am Vorabend seines einunddreißigsten Geburtstages - es war gegen neun Uhr abends, die Zeit der Stille auf den Straßen - kamen zwei Herren in K.s Wohnung.« (La vigilia del suo trentunesimo compleanno - erano circa le nove, l’ora del silenzio nelle strade - vennero a casa di K. due signori). 18 Vedi sopra il par. 3. Joseph K. alle porte dello sheol (sottolineatura di chi scrive). Al contrario dell’Arianna del mito, che salva Teseo, fornendogli quel filo che, dopo l’impresa contro il Minotauro, gli renderà possibile il ritorno. 19 8 La volontà di sapere 1. Amore e pedagogia Fin dalla prima lettera a Felice, quella del 28 settembre 1912, Kafka si mostra attraverso una scrittura labirintica: invece di scrivere la lettera che vorrebbe scrivere, racconta dell’impossibilità di scriverla, o, comunque, dell’estrema difficoltà a esprimere in modo sintatticamente comprensibile i suoi pensieri20. Ecco che il ragno comincia a tessere la sua tela, o, se vogliamo, la talpa a scavare la sua tana, in profondità, ad allontanarsi dall’uscita, deviando verso cunicoli secondari, per depistare il nemico, che là fuori potrebbe minacciarla, il Dedalo artefice del palazzo impenetrabile in cui si è rintanato l’autore. Intanto le lettere diventano un “sostituto” della vita amorosa: lei a Berlino, lui a Praga. Una distanza che paradossalmente salva la relazione dei due innamorati che, così, diventa oggetto di riflessione. Essa si dà nel momento in cui si nega: l’amore è possibile soltanto nella “messa in scena” epistolare. Nel sogno kafkiano di un amore assoluto, fatto di totale comunione fisica e spirituale, non può esserci spazio per la quotidianità, fatta di bambini che piangono, obblighi coniugali, stanze da rassettare, parenti da ricevere, ecc.: a tutto ciò, è cosa notoria, Kafka si sente completamente alieno. Allora, le “parole” prendono il posto delle “cose”: due lettere al giorno scrive a Felice Bauer, dall’ufficio, da casa, nel pomeriggio, di notte, ogni momento è buono, anche durante l’intervallo di uno spettacolo teatrale: »Ich trage meine Müdigkeit, Liebste, ins Kabarett, wo ich jetzt sitze und in der Pause Dir schreibe« (Cara, porto la mia stanchezza al varietà dove mi trovo già e nell’intervallo ti scrivo)21. Lo scambio epistolare determina la relazione amorosa, tra i due si instaura un rapporto che assomiglia a quello tra confessore e penitente, (in termini “laici”, tra analista e paziente). Kafka chiede a Felice di scrivergli spesso. Felice dovrà riferire »wann Sie in bureau kommen, was Sie gefrühstückt haben, wohin die Aussicht aus Ihrem Bureaufenster geht, was das dort für eine Arbeit ist, wie Ihre Freunde und Freundinnen heißen, warum man Ihnen Geschenke macht« (quando va in ufficio, che cosa ha mangiato per colazione, che cosa si vede dalla finestra del suo ufficio, che lavoro vi si svolge, come si chiamano i suoi amici e le amiche, perché Le si fanno regali…)22. Nulla deve essere tralasciato. Questo discorso non si dispone a senso unico: se in un primo tempo sembra Franz colui che detiene il “potere” di interrogare Felice, progressivamente è lui che viene allo scoperto, mostrando di sé il lato oscuro, la sua angoscia. Questo “dispositivo”, infatti, tiene insieme i due, modificando il senso della relazione, quasi generandolo da sé. Se Kafka si pone davanti a Felice come educatore (sappiamo che egli fu attento alle tendenze pedagogiche del suo tempo, che si teneva informato facendosi mandare riviste e articoli in materia, anche quando era malato), allo stesso modo Felice orienta la relazione con le risposte che, di volta in volta, fornisce (o non fornisce) all’interlocutore. Che cos’è, dunque, la relazione di Franz e Felice? Essa è il “discorso” sulla loro relazione, che esiste nei soli modi in cui il “dispositivo” epistolare, in questo caso, lo consente. Con le lettere di Franz a Felice, l’uomo Kafka diventa oggetto di sapere, per Felice e per sé. 20 Vedi il par. 3. Una vocazione. F. Kafka, Lettere a Felice, Milano, Mondadori, 1972, lettera del 24 novembre 1912, p. 24. 22 F. Kafka, op. cit., lettera del 28 settembre 1912, p. 4. 21 9 2. La musa e il perdigiorno Il “dispositivo” è abbastanza noto, la “donna-Musa” e lo “scrittore-perdigiorno”: »ich mich bis zum letzern Atemzug für meinem Roman aufbrauchen will, der ja auch Ihnen gehört oder besser eine klarere Vorstellung von dem Guten in mir Ihnen geben soll als es die bloß hinweiswnden Worte der längsten Briefe des längsten Leben könnten« (devo impegnarmi fino all’ultimo respiro per il mio romanzo che appartiene a Lei, o, meglio, Le dovrà dare un’idea di ciò che ho di buono, più chiara di quanto non potrebbero gli accenni delle lettere più lunghe in una lunghissima vita)23. E’ lo stesso Kafka che instaura un rapporto diretto tra la donna e il lavoro letterario: »nur del Wellengang des Schreibens bestimmt mich und gewiß hätte ich in einer Zeit matten Schreibens niemals den Mut gehabt, mich an Sie zu wenden« (Soltanto il moto ondoso dello scrivere mi determina e in un periodo di fiacchezza nello scrivere non avrei certamente trovato il coraggio di rivolgermi a Lei)24. Il 24 ottobre le scrive di averle dedicato il racconto »Das Urteil«, La condanna, che verrà pubblicato nella primavera successiva sulla rivista poetica di Max Brod25. Rievocando il loro primo incontro, Kafka si descrive inadatto alla vita sociale e mondana: »Auf der Gasse verfiel ich sofort in einen meiner nicht gerade selten Dämmerzu stände, in denen ich nichts anderes klar erkenne außer meine eigene Nichtsnutzigkeit.« (Per via sprofondai subito in uno di quei miei non infrequenti stati di dormiveglia nei quali non vedo con chiarezza altro che il fatto di essere un buono a nulla)26. Vediamo spesso esibito in Kafka un sentimento di inadeguatezza, di inettitudine, nei rapporti umani, come per la letteratura: »Mein Buch, Müchlein, Heftchen ist glücklich angenommen. Es ist aber nicht sehr gut, es muß Besseres geschrieben werden.« (il mio libro, libretto, fascicoletto è felicemente accettato. Ma non è molto buono, bisogna scrivere di meglio)27. Ma dietro la torrenzialità scrittoria, con cui, fin da subito, avvolge la Bauer, Kafka esprime anche delle cautele, sembra prendere le distanze. Meglio allora interporre tra sé e l’“altro” »vier Seiten eines ungeheueren Formats« (quattro pagine di un formato enorme), anche se poi »zu beklagen blieb nur, daß, als ich damals schloß, nur der kleinste Anfang, dessen geschreiben war, was ich hatte schreiben wollen« (mi rammaricai soltanto che, arrivato allora alla fine, avevo scritto soltanto un piccolo inizio di ciò che avrei voluto)28. Ogni lettera diventa il prologo della lettera che egli ancora non ha scritto, che forse non scriverà mai: »die Freude, Ihnen zu schreiben, […] alle Briefe an Sie gleich für das Endlose anlegt und da muß natürlich auf den ersten Bogen nichts Eigentliches gesagt werden« (la gioia di scriverle […] dà alle lettere per Lei un’impostazione come non dovessero finire mai, e allora i primi fogli non devono naturalmente contenere niente di essenziale)29. L’esito è noto: quel prologo per Kafka non finirà mai. Con Felice Bauer romperà il fidanzamento due volte. 23 F. Kafka, op. cit., lettera dell’11 novembre 1912, pp. 48-49 (Kafka si riferisce al romanzo Amerika). F. Kafka, op. cit., lettera del 1 novembre 1912, p. 26. 25 F. Kafka, op. cit., lettera del 24 ottobre 1912, p. 12. 26 F. Kafka, op. cit., lettera del 27 ottobre 1912, p. 19 (sottolineatura di chi scrive). 27 F. Kafka, op. cit., lettera del 28 settembre 1912, p. 5 (sottolineatura di chi scrive). 28 F. Kafka, op. cit., lettera del 13 ottobre 1912, p. 5. 29 F. Kafka, op. cit., lettera del 31 ottobre 1912, p. 24. 24 10 Poesia e verità 1. La vita e la scrittura Perché Kafka risponde alle grandi questioni esistenziali con la scrittura? Avrebbe potuto reagire diversamente: con l’emigrazione (come Karl Roßmann?), con la follia, con il suicidio. Invece si è votato alla scrittura. La scrittura che abbiamo definito “labirintica”, gli deriva dagli studi giuridici (egli era dottore in legge) e dalla professione di procuratore legale presso una società assicurativa. Inoltre, la legge giuridica e la legge giudaica non sarebbero comprensibili senza la scrittura. Ma nonostante questo non si spiega la relazione tra Kafka e la scrittura. Perché si rivolge alla Bauer dicendo: »ich schreibe diesen Brief nicht so sehr in Offnung auf Antwort als in Erfüllung einer Pflicht gegen mich selbst« (scrivo questa lettera non tanto con la speranza di una risposta quanto in adempimento di un dovere verso me stesso)?30. Una pagina del Diario, in data 21 agosto 1913: »Da ich nichts anderes bin als Litteratur und nichts anderes sein kann und will.« (siccome non sono altro che letteratura e non posso né voglio essere altro)31. 2. La Legge e la scrittura La scrittura si dà a Kafka come elemento della realtà che offre resistenza a chi cerca di penetrarvi per scoprire il mistero che si intravede oltre la soglia. Essa produce una sorta di opacità, che lascia solo trapelare qualcosa di sé, che pare fatta apposta per l’autore, ma che non si rivela facilmente, anzi. Un po’ come nella parabola Vor dem Gesetz, porta a cui può essere ammesso soltanto colui per il quale essa è stata concepita, ma che gli si nega, proprio nel momento in cui gli si prospetta come esclusivo elemento salvifico: »Der Türhüter erkennt, daß der Mann schon am Ende ist, und um sein vergehendes Gehör noch zu erreichen, brüllt er ihn an: ›Hier konnte niemand sonst Einlaß erhalten, denn dieser Eingang war nur für dich bestimmt. Ich gehe jetzt und schließe ihn.‹« (Il guardiano capisce che l’uomo è alla fine, e per raggiungere il suo udito che sta venendo meno, gli urla: “Qui nessun altro poteva ottenere di esservi ammesso, perché questa entrata era destinata solo a te. Adesso vado a chiuderla”»32. Anche come tempo che non finisce o spazio che non si può percorrere nella linea di un orizzonte irraggiungibile, che si mostra quale meta, ma che si nega nell’istante stesso in l’uomo si accinge a mettersi in cammino per raggiungerlo, come nel breve racconto »Eine kaiserliche Botschaft«, ancora da Ein Landarzt: «Aber statt dessen, wie nutzlos müht er sich ab; immer noch zwängt er sich durch die Gemächer des innersten Palastes; niemals wird er sie überwinden; und gelänge ihm dies, nichts wäre gewonnen; die Treppen hinab müßte er sich kämpfen; und gelänge ihm dies, nichts wäre gewonnen; die Höfe wären zu durchmessen; und nach den Höfen der zweite umschließende Palast; und wieder Treppen und Höfe; und wieder ein Palast; und so weiter durch Jahrtausende; und stürzte er endlich aus dem äußersten Tor - aber niemals, niemals kam es geschehen -, liegt erst die Residenzstadt vor ihm, die Mitte der Welt, hochgeschüttet voll ihres Bodensatzes. Niemand dringt hier durch und gar mit der Botschaft eines Toten.» (Invece si affatica invano; sta ancora aprendosi il cammino attraverso le stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle, e se anche ci riuscisse, sarebbe al punto di prima: dovrebbe battersi duramente per discendere le scale; e se anche questo gli riuscisse, sarebbe ancora nulla: gli rimarrebbe da 30 F. Kafka, Lettere a Felice, cit., lettera del 13 ottobre 1912, p. 6 (sottolineatura di chi scrive). F. Kafka, Diari, Milano, Mondadori, p. 380 (sottolineatura di chi scrive). 32 (sottolineatura di chi scrive). 31 11 attraversare i cortili; e dopo i cortili la cerchia del secondo palazzo, e di nuovo scale e cortili; e poi un altro palazzo; e così via per millenni; e quando finalmente sbucasse dall’ultimissima porta ma ciò non accadrà mai e poi mai -, si troverà dinanzi la città imperiale, il centro del mondo, colma fino all’orlo di tutta la sua feccia: nessuno può venirne a capo, anche se sia latore del messaggio di un morto)33; eppure egli non può fare a meno di affaticarsi a quest’impresa, che gli infligge sofferenza e mortificazione, come un Sisifo del XX secolo, come un novello Prometeo, che pur non smette di sognare il suo sogno quotidiano: »Du aber sitzt an deinem Fenster und erträumst sie dir, wenn der Abend kommt. (Ma tu siedi alla finestra e fantastichi che giunga a te, quando scende la sera)«34. Proprio in questo racconto si affoltano sintagmi che rendono l’idea di affaticarsi, di consumarsi in uno sforzo che mai avrà fine, eppure ineludibile, segno (e maledizione) di una vocazione distruttiva, come nutzlos mühen, stancarsi senza (ricavarne alcuna) utilità; zwängen, fare qc per forza, sforzando; niemals … überwinden, non riuscire mai a superare, averla vinta su qualcosa; hinab sich kämpfen, battersi duramente; und gelänge ihm dies, nichts wäre gewonnen, se anche ci riuscisse, nulla avrebbe conquistato (ripetuto); aber niemals, niemals kam es geschehen, impossibilità dell’accadere; liegt erst vor ihm, qualcosa di invincibile che si frappone, ostacola; niemand dringt hier durch, impossibilità di penetrare, attraversare. All’uomo, e allo scrittore, dunque, è negato attraversare il mondo, inoltrarsi verso l’orizzonte: nie … durch. Ci sarebbe forse una possibilità: la finestra. E’ alle prime luci dell’alba, che Gregor Samsa muore, gettando un ultimo sguardo proprio verso la finestra. Mentre in »Eine kaiserliche Botschaft«, Un messaggio dell’imperatore, l’autore si sogna il suo destino, come un Wanderer romantico, godendo della sera e dell’attesa di un’eccezione per sé, nella «Verwandlung«, la speranza di quell’aurora gli è rifiutata per sempre35. Lì e non altrove: dopo aver raccontato a Milena un episodio tragicomico della sua infanzia36, scrive: »Aber das alles wollte ich gar nicht sagen oder wenigstens anders, es ist spät, ich muß aufhören, um schlafen zu gehn und ich werde nicht schlafen können, weil ich Dir zu schreiben aufgehört habe« (Ma non volevo neanche dire tutte queste cose o almeno dirle in modo diverso, è tardi, devo smettere per andar a dormire e non potrò dormire perché avrò smesso di scrivere a te.)37. In questa aporia sta riposto il senso più profondo della vita spesa per l’arte dello scrittore praghese. 33 (sottolineatura di chi scrive). (traduco con fantasticare il verbo >erträumen<, che vale sognare e immaginare.) 35 Vedi il par. successivo, 2. Hier ist kein Warum. 36 Vedi il par. 1. Il cibo e la scrittura. 37 F. Kafka, Lettere a Milena, in op. cit., lettera del 21 giugno 1920, p. 694. 34 12 3. Hier ist kein Warum Riprendiamo la parabola Vor dem Gesetz: la legge corrisponde all’ebraico torah, al greco nómos. Più esattamente si può tradurre come «istruzione», piuttosto che legge come corpus di prescrizioni e divieti di un testo statutario. Nel Deuteronomio38, il patto tra Dio e Israele trova il suo fondamento nella giustizia: «18 Ti costituirai giudici e scribi in tutte le città che il Signore tuo Dio ti dá, tribù per tribù; essi giudicheranno il popolo con giuste sentenze. 19 Non farai violenza al diritto, non avrai riguardi personali e non accetterai regali, perché il regalo acceca gli occhi dei saggi e corrompe le parole dei giusti. 20 La giustizia e solo la giustizia seguirai, per poter vivere e possedere il paese che il Signore tuo Dio sta per darti.». Il libro della legge, sefer torah, è associato con la figura del re, mentre l’amministrazione della giustizia viene gestita dai cittadini anziani seduti alla porta della città. E’ questo lo scenario che ci mostrano la parabola ascoltata nel duomo e il finale tremendo del Processo: alla porta della Legge sta un guardiano e alla periferia infernale della città, presso la cava abbandonata, viene sacrificato Joseph K., come alle porte della città, stavano gli anziani in veste di giudici. Ancora il testo biblico: «12 L’uomo che si comporterà con presunzione e non obbedirà al sacerdote che sta là per servire il Signore tuo Dio o al giudice, quell’uomo dovrà morire; così toglierai il male da Israele; 13 tutto il popolo lo verrà a sapere, ne avrà timore e non agirà più con presunzione»39. Il narratore si chiede dov’erano il giudice che K. non aveva mai visto e il tribunale che non aveva mai raggiunto, ma non ci sono risposte: »Wo war der Richter, den er nie gesehen hatte? Wo war das hohe Gericht, bis zu dem er nie gekommen war?« (Dov’era il giudice che lui non aveva mai visto? Dov’era l’alto tribunale al quale non era mai giunto?). La fama ignominiosa di lui si spargerà, Joseph K. ucciso come un cane, e gli sopravviverà soltanto il sentimento della vergogna: »Wie ein Hund!« sagte er, es war, als sollte die Scham ihn überleben« («Come un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere). Per Joseph K., come per Gregor Samsa, il narratore si concentra sul volto del protagonista nel momento del trapasso, come un’icona sofferente, forse un’immagine del Cristo morente: »Mit brechenden Augen sah noch K., wie die Herren, nahe vor seinem Gesicht, Wange an Wange aneinandergelehnt, die Entscheidung beobachteten.« (Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come i signori, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, scrutavano il momento risolutivo)40; così, nel Processo, sono gli occhi in evidenza, mentre nella Metamorfosi il naso, dal quale esala l’ultimo respiro mortale: »Dann sank sein Kopf ohne seinen Willen gänzlich nieder, und aus seinen Nüstern strömte sein letzter Atem schwach hervor.« (chinò definitivamente il capo e dalle narici esalò fievole l’estremo respiro)41. Anche in Se questo è un uomo di Primo Levi, di fronte all’inesplicabile assurdità della vita del Lager, non ci sono risposte: «E infatti: spinto dalla sete, ho adocchiato, fuori di una finestra, un bel ghiacciolo a portata di mano. Ho aperto la finestra, ho staccato il ghiacciolo, ma subito si è fatto avanti uno grande e grosso che si aggirava là fuori, e me lo ha strappato brutalmente. – Warum? – gli ho chiesto nel mio povero tedesco. – Hier ist kein Warum, - (qui non c’è perché)»42. 38 Deut. 16, 18-20. Deut. 17, 12-13. 40 (sottolineatura di chi scrive). 41 (sottolineatura di chi scrive). 42 Primo Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi Scuola, 1992, pp. 25-26. 39 13 Il corpo e il dominio di sé 1. Il cibo e la scrittura Salute, Pulizia, Capacità di difesa sono i concetti che stanno alla base della cartografia del corpo (misurazione e chiusura del corpo); concetti opposti, allora, saranno Malattia, Sporcizia, Vigliaccheria. Il cibo si dà come nemico esterno, il corpo e la bocca come linea di frontiera. Un nemico da combattere e tenere fuori, per non alimentare il caos interno al corpo stesso. Vediamo in una lettera alla sorella Ottla del 1921: «Ero triste la sera perché avevo mangiato sardelle, ben preparate, maionese, pezzetti di burro, puré di patate, ma erano sardelle. Già da qualche giorno avevo avuto voglia di carne, mi fu una buona lezione. Triste come una iena m’incamminai poi per il bosco (un po’ di tosse era l’unico contrassegno umano), triste come una iena ho passato la notte. Me la immaginavo, quella iena che trova una scatola di sardine perduta da una carovana, apre a zampate quella bara di latta e divora i cadaveri. E forse si distingue dagli uomini soltanto perché non vuole ma deve (altrimenti perché sarebbe triste? […]) noi invece non dobbiamo ma vogliamo. Il dottore questa mattina ha cercato di consolarmi: perché essere triste? Ma sono stato io a mangiare le sardelle, non le sardelle a mangiare me»43. Alla base del rifiuto del cibo, sta il senso di colpa per aver ceduto alla tentazione di mangiare carne, sorta di “frutto proibito”, immonda carogna che contamina il corpo. E’ forse possibile rintracciare in questo atteggiamento di Kafka verso il cibo, un residuo orfico-pitagorico, un’idea del corpo come carcere dell’anima, che mira a ricongiungersi all’infinto celeste, liberandosi del peso del corpo? In »Ein Hungerkünstler« (Un digiunatore), del 1922. Il protagonista rifiuta deliberatamente il cibo, in nome della sua arte: »die Eingeweihten wußten wohl, daß der Hungerkünstler während der Hungerzeit niemals, unter keinen Umständen, selbst unter Zwang nicht, auch das geringste nur gegessen hätte; die Ehre seiner Kunst verbot dies.« (gli iniziati sapevano bene che durante il periodo del digiuno l’artista non avrebbe assaggiato la minima cosa a nessun costo, neanche se l’avessero costretto: glielo impediva l’onore in cui egli teneva la sua arte). Il mondo lo misconosce e gli preferisce una pantera, opponendo così la menzogna dell’esotico alla verità dell’arte del digiuno. La pantera, regno dell’istinto bruto, è fatta per sbranare, indifferente alla libertà, sostituita dal cibo. E Kafka? In nome di quale arte rifiuta il cibo? Se potesse ne farebbe a meno, come pure del sonno, entrambi visti come limitazione, insieme al lavoro d’ufficio, al suo impegno di scrittore. In entrambi i casi lotta contro un nemico insidioso, decontaminazione dal mondo falso e mentitore. Il cibo è materialità del basso gastronomico e culinario, regno di serve e cuoche, mentre egli disprezza tutto ciò che va ingerito, soprattutto se carne: »Erstens hat es mich sehr gut gefreut, daß Du im Herzen Vegetarianerin bist. Die wircklichen Vegetarianer liebe ich eigentlich gar nicht so sehr, […] aber diejenigen, welche […] aber aus Gesundheit, Gleichgültigkeit und Unterschätzung des Essen überhaupt, Fleisch und was gerade gibt wie nebenbei […] aufessen, die sind es, die ich liebe« (In primo luogo ho avuto molto piacere che tu sia col cuore vegetariana. A dire il vero non amo affatto i vegetariani autentici, […] ma quelli che […] mangiano […] per motivi di salute, per indifferenza e disprezzo del cibo in genere, la carne e qualunque cosa venga in tavola)»44. 43 F. Kafka, Lettere a Ottla, in Lettere, Milano, Mondadori, 1988, lettera circa del 10 febbraio 1921, pag. 1017 (sottolineatura di chi scrive). 44 F. Kafka, Lettere a Felice, Milano, Mondadori, 1972, lettera del 24 novembre 1912, pag. 86. 14 Da quel mondo può giungere la maledizione che scaccia l’eroe oppure un aiuto insperato, anche se non la salvezza: Karl Roßmann di Amerika viene allontanato da casa e costretto ad emigrare poiche sedotto da una serva, »weil ihn ein Dienstmädchen verführt und ein Kind von ihm bekommen hatte« (perché una cameriera l’aveva sedotto e aveva avuto un figlio da lui), ma la capocuoca dell’“Hotel Occidental” prende a proteggere Karl dall’ambiente ostile: »Karl«, sagte die Oberköchin, […], »vor allem will ich dir sagen, daß ich noch vollständiges Vertrauen zu dir habe.« («Karl», disse la capocuoca, […] «prima di tutto voglio dirti che ho ancora completa fiducia in te). Anche se non comprende le ragioni del protagonista e non riesce a impedire che Karl venga cacciato dal grande albergo, essa però gli dà l’indirizzo di una pensione per una momentanea sistemazione (»Du mußt also unbedingt aus dem Hotel, und zwar so schnell als möglich. Geh direkt in die ’Pension Brenner’ […] sie werden dich auf diese Empfehlung hin umsonst aufnehmen – »und die Oberköchin schrieb mit einem goldenen Crayon, den sie aus der Bluse zog, einige Zeilen auf eine Visitenkarte« (Dunque devi assolutamente lasciare l’albergo, e il più presto possibile. Va’ direttamente alla pensione Brenner […] con questa raccomandazione ti accetteranno gratis», e la capocuoca scrisse qualche riga su un biglietto da visita con una matita d’oro che si era tolta dalla camicetta). La figura della cuoca sembra un archetipo dell’infanzia di Kafka. Quando Franz frequentava la prima elementare, lo accompagnava a scuola la cuoca della famiglia, »eine kleine trockene magere spitznasige, wangenhohl, gelblich, aber fest, energisch und überlegen« (una donnetta asciutta, magra, col naso a punta, le guance cave, giallognola ma solida, energica e imperiosa). Poiché Franz era poco socievole, ostinato, musone, la cuoca lo minacciava di riferire al maestro quanto egli fosse stato maleducato in casa. All’inizio egli pensava che la via per giungervi era lunga e che forse poteva sempre succeder qualcosa e che forse la donnetta non avrebbe avuto il coraggio di parlare al maestro, persona di rispetto, ma la cuoca «mit ihren schmalen unbarmherzigen Lippen […] aber sagen werde sie es» (con quelle sue labbra sottili e spietate rispondeve brevemente […] che lei lo avrebbe detto). Alla disperazione del bambino, la cuoca rispondeva con la sua onnipotenza, trascinandolo fisicamente fino alla scuola, dove arrivava al suono della campanella con la più gran paura di arrivar tardi e »immer fort die Überlegung: »sie wird es sagen, sie wird es nicht sagen« nun sie sagte es nicht, niemals, aber immer hatte sie die Möglichkeit« (continuamente riflettevo: “Lo dirà, non lo dirà“ – ebbene, non lo diceva, non lo disse mai, ma ne aveva sempre la possibilità)45. Anche in questo episodio dell’infanzia, si staglia la condizione dell’uomo Kafka, in bilico tra redenzione e perdizione, schiacciato sotto il peso delle cose. Il digiuno è per Kafka “una sorta di ripiego, attendendo il momento in cui potrà sottrarsi totalmente alla necessità di mangiare”46, per ora, si può sostituire al cibo un cerimoniale del cibo: il vegetarianesimo. Sottrarsi al cibo, fino a sottrarsi al corpo, anch’esso visto come limitazione alla smaterializzazione della parola scritta. Anche Gregor Samsa muore di digiuno: »Grete, die kein Auge von der Leiche wendete, sagte: »Seht nur, wie mager er war. Er hat ja auch schon so lange Zeit nichts gegessen. So wie die Speisen hereinkamen, sind sie wieder hinausgekommen.« Tatsächlich war Gregors Körper vollständig flach und trocken, man erkannte das eigentlich erst jetzt, da er nicht mehr von den Beinchen gehoben war und auch sonst nichts den Blick ablenkte.« (Grete non staccava gli occhi dal cadavere: «Guardate,» disse, «com’era magro. Da un pezzo non mangiava più niente, come gli si portava il cibo in camera, così tornava indietro.» Ed effettivamente il corpo di Gregor era secco e piatto: lo si vedeva chiaramente, ora che non stava più eretto sulle zampine e non c’era nessun altro motivo di distrazione). 45 46 F. Kafka, Lettere a Milena, in op.cit., lettera del 21 giugno 1920, p. 694 (sottolineatura di chi scrive). M. Robert, Solo come Kafka, Roma, Editori Riuniti, 1982, p. 103. 15 2. La notte e la scrittura Privarsi del cibo ha il suo analogo nella privazione del sonno, sotto la specie patologica dell’insonnia, che, spesso, lo tiene sveglio, a detta sua, quasi tutta la notte. Numerosi sono i riferimenti nelle lettere a fidanzate, amici e familiari a questa condizione inestirpabile. Per esempio, a Felice: »War das heute eine tüchtig schlaflose Nacht, in der man sich gerade noch zum Schluß, in den letzen zwei Stunden, zu einem erzwungenen, ausgedachten Schlafe zusammendreht, in dem die Träume noch lange nicht Träume und der Schaf erst recht kein Schlaf ist.« (come è stata insonne la notte scorsa, quando proprio alla fine, nelle due ultime ore, uno si rannicchia in un sonno forzato, immaginario, e i sogni non sono ancora neanche lontanamente sogni e il sonno meno che mai sonno)47; »So besteht die Nacht aus zwei Teilen, aus einem wachen und einem schlaflosen« (Così la notte consta di due parti, di una desta e di una insonne)48; «Caro Max, dopo una notte insonne, […] riesco a capire la tua lettera forse meglio che mai», a Max Brod49; »ich bin seit etwa 14 Tagen in einer sich immer noch verstärkenden Schlaflosicgkeit« (da quindici giorni soffro di un’insonnia che va sempre peggiorando), a Milena50. Ricordiamo che anche Gregor Samsa muore poco dopo le tre del mattino, alle prime luci dell’alba: »Seine Meinung darüber, daß er verschwinden müsse, war womöglich noch entschiedener, als die seiner Schwester. In diesem Zustand leeren und friedlichen Nachdenkens blieb er, bis die Turmuhr die dritte Morgenstunde schlug. Den Anfang des allgemeinen Hellerwerdens draußen vor dem Fenster erlebte er noch. Dann sank sein Kopf ohne seinen Willen gänzlich nieder, und aus seinen Nüstern strömte sein letzter Atem schwach hervor.« (Della necessità della propria scomparsa era convinto, se possibile, ancor più fermamente della sorella. Rimase in quello stato di vacua e tranquilla riflessione finché l’orologio del campanile suonò le tre del mattino; vide ancora dalla finestra cominciare a sbiancarsi ogni cosa, poi, senza esserne cosciente, chinò definitivamente il capo e dalle narici esalò fievole l’estremo respiro). La morte di Gregor libera la famiglia dall’incubo terribile della trasformazione del figlio, come un sogno premonitore, all’alba, quando, attraverso la finestra, la luce comincia a manifestarsi agli uomini. E’ allora che Gregor si congeda dalla vita51. 47 F. Kafka, Lettere a Felice, Milano, Mondadori, 1972, lettera del 24 ottobre 1912, p. 10. F. Kafka, op. cit., lettera del 1 novembre 1912, p. 28. 49 F. Kafka, Lettere 1902-1924, in Lettere, Milano, Mondadori, 1988, lettera 5 luglio 1922, p. 456. 50 F. Kafka, Lettere a Milena, in id., lettera dell’aprile/maggio 1920, p. 643. 51 Vedi anche il par. 2. Hier ist kein Warum. 48 16 Una vocazione 1. Scrittura e infinito Kafka sembra distinguere tra comporre e scrivere, concepire e dare forma ai pensieri, due fasi distinte e successive. Tra ideazione e scrittura si dà un intervallo di tempo entro il quale può succedere che tutto cambi, come tutto è sottoposto all’incertezza del momento. Così nelle prime lettere Franz si propone a Felice: »Nun ist es eines meiner Leiden, daß ich nichts, was ich vorher ordentlich zusammengestellt habe, später in einem Flusse niederschreiben kann« (Una delle mie sofferenze è quella di non poter scrivere correntemente ciò che ho composto prima in perfetto ordine»)52. Si giunge così al paradosso che la scrittura non riuscirà mai a raggiungere il pensiero, a dargli quella vita che la mente gli ha concepito: »Mein Gedächtnis ist ja sehr schlecht, aber selbst das beste Gedächtnis könnte mir nicht zum geneuen Niederschreiben eines auch nur kleinen vorher ausgedachten und bloß gemerrkten Abschnittes helfen, denn innerhalb jedes Satzes gibt es Übergänge, die vor der Niederschrift in Schwebe bleiben müssen. […] Aber auf solchem Wege komme ich zu keinem Ende. Ich schwätze über meinen vorigen Brief, statt Ihnen das Viele zu schreiben, das ich Inhen zu schreiben habe.« (Ho una pessima memoria, ma neanche la memoria migliore mi potrebbe aiutare a mettere in carta esattamente un periodo, magari breve, pensato prima e soltanto ricordato, perché in ogni proposizione ci sono passaggi che devono rimanere sospesi prima di essere scritti. […] Ma per questa strada non arrivo ad alcuna fine. Invece di scriverle le molte cose che avrei da dirle sto chiacchierando della mia lettera precedente)53. La condizione dello scrivente sembra affine alla vicenda del messaggero imperiale, che non riesce mai a raggiungere il destinatario del messaggio, ma si perderà nel labirinto della città54. Infatti Kafka scrive a Felice: »Was ich Ihnen heute schreibe, ist keine Antwort auf Ihren Brief, vielleicht wird die Antwort erst jener Brief sein, den ich morgen schreibe, vielleicht erst der von übermorgen.« (Ciò che ora Le scrivo non è la risposta alla Sua lettera, la risposta sarà forse soltanto nella lettera che scriverò domani, forse quella di posdomani)55. La scrittura riesce a soddisfare soltanto parzialmente al “desiderio”: il non detto, l’inespresso è sempre maggiore del dicibile e del rappresentabile nello spazio della pagina scritta. E’ un dramma per Kafka, che avanza sempre nuove difficoltà: »Sie bestehen nicht darin, daß ich das, was ich schreiben will, nicht sagen könnte es sind ja die einfachsten Dinge, aber es sind so viele, daß ich sie nicht untebringen kann in die Zeit und Raum. Manchmal möchte ich […] alles bleiben lassen […] und lieber am Nichtsgeschriebenen als am Nichtsgeschriebenen zugrundgehn« (Esse non consistono nel fatto che io non possa scrivere ciò che voglio dire, si tratta delle cose più semplici, ma sono tante che non riesco a collocarle nel tempo e nello spazio. Certe volte […] mi vien voglia di piantare tutto […] di perire con ciò che non ho scritto piuttosto che con ciò che scrivo»56. 2. Scrittura e spazzatura Sono questi gli anni delle prose di Meditazione, pubblicate da Rowohlt, del Disperso (poi primo capitolo di Amerika), uscito nel 1913 da Kurt Wolff, della Condanna e della Metamorfosi. L’insufficienza di sé, l’insostenibile scontento che lo scrittore sente per le proprie opere e, allo stesso tempo, la vocazione tirannica, totalizzante che la scrittura esercita su di lui, lo conducono in 52 F. Kafka, Lettere a Felice, op. cit., lettera del 28 settembre 1912, p. 3 (sottolineatura di chi scrive). F. Kafka, op. cit., id., p. 4 (sottolineatura di chi scrive). 54 Vedi più avanti il par. La Legge e la scrittura. 55 F. Kafka, op. cit., lettera del 23 ottobre 1912, p. 9. 56 F. Kafka, op. cit., lettera del 24 ottobre 1912, pp. 10-11 . 53 17 un vicolo senza uscita. Non c’è salvezza fuori dal lavoro letterario: »Mein Leben besteht und bestand im Grunde von jeher aus Versuchen zu schreiben une meist aus mißlungen. Schreib ich aber nicht, dann lag ich auch schon auf dem Boden, wert hinausgekehert zu werden« (La mia vita consiste ed è consistita, in fondo, da sempre, in tentativi di scrivere, per lo più mal riusciti. Ma se non scrivevo mi trovavo già a terra, degno di essere spazzato fuori)57. Vediamo che cosa accade a Gregor Samsa, dopo esser morto: »»Tot?« sagte Frau Samsa und sah fragend zur Bedienerin auf, trotzdem sie doch alles selbst prüfen und sogar ohne Prüfung erkennen konnte. »Das will ich meinen«, sagte die Bedienerin und stieß zum Beweis Gregors Leiche mit dem Besen noch ein großes Stück seitwärts. Frau Samsa machte eine Bewegung, als wolle sie den Besen zurückhalten, tat es aber nicht. »Nun«, sagte Herr Samsa, »jetzt können wir Gott danken.« « («Morto?» chiese la signora Samsa guardando la serva con aria interrogativa, sebbene anche lei potesse constatarlo, anzi vederlo senza bisogno di constatare nulla. «Credo bene!» rispose la donna, e a prova di ciò spinse con la scopa il cadavere di Gregor ancora per un buon tratto. La signora Samsa fece un gesto come se volesse fermare quella scopa, ma non lo completò. «Be’», disse il signor Samsa, «possiamo ringraziar Dio.»)58. Se Gregor, cessata la sua esistenza aliena, viene spazzato via da una serva di casa, nell’adempimento di un normale servizio domestico, Franz si sente una nullità, se non trova riscatto all’infelicità quotidiana nella fatica, spesso notturna, della scrittura, solo cibo che gli si addice. 3. Scrittura e destino La sola vita autentica, quella che vale la pena di essere vissuta è quella della letteratura, «il mio scopo principale», il resto non gli interessa, se non subordinatamente: »Mein Lebensweise ist nur auf das Schreiben hin eingerichtet und wenn sie Veänderungen erfährt, so nur deshalb, um möglicher Weise dem Sc hreiben besser zu entsprechen, denn die Zeit ist kurz, die Kräfte sind klein « (il mio tenore di vita è organizzato soltanto in vista dello scrivere e se subisce mutamenti, li subisce solo perché corrisponda meglio, possibilmente, allo scrittore, poiché il tempo è breve, le forze sono esigue)59. Della vita fuori dal lavoro d’ufficio e delle relazioni umane, Franz è disposto sacrificare molto, e di ciò è ben consapevole: »Ich habe mir einmal im einzelnen eine Aufstellung, darüber gemacht, was ich dem Schreiben geopfert habe und darüber, was mir um des Schreibens willen genommen wurde oder besser, dessen Verlust nur mit dieser Erklärung sich ertragen ließ« (Una volta feci un elenco particolareggiato di ciò che avevo sacrificato allo scrivere e di ciò che per amore dello scrivere mi veniva tolto o, meglio, la cui perdita era sopportabile soltanto con questa spiegazione)»60. In realtà il lavoro d’ufficio è insopportabilmente una perdita. Kafka ama dolorosamente il suo proprio destino, al quale si sente chiamato, senza voltarsi indietro, sacrificando l’altro da sé, il borghese degli affari e della trivialità quotidiana: »Jedenfalls darf ich aber dem nicht nachweinen, daß ich keine Geliebte ertragen kann; daß ich von Liebe fast genau so viel wie von Musik verstehe und mit den oberflächlichsten angeflogenen Wirkungen mich begnügen muß [..]; der Ausgleich alles dessen liegt klar zutage.« (In ogni caso non devo però rimpiangere di non poter sopportare una amante, di capire dell’amore quasi quanto della musica, e di dovermi accontentare degli affetti più superficiali […]; il pareggio di tutto ciò è evidente.)61. Anche se il filosofo francese Bataille, come molti altri critici, enfatizza troppo la dimensione autobiografica delle opere di Kafka, egli coglie bene però il rifiuto del mondo presente nel pensiero dell’autore. E ribellarsi ad esso comporta un’evidente condanna, che si riscatta nella violenta 57 F. Kafka, op. cit., lettera del 1 novembre 1912, p. 25 (sottolineatura di chi scrive). (sottolineatura di chi scrive). 59 F. Kafka, op. cit., lettera del 1 novembre 1912, p. 27 (sottolineatura di chi scrive). 60 F. Kafka, op. cit., lettera cit., p. 26 (sottolineatura di chi scrive). 61 F. Kafka, Diari, 3 gennaio 1912, p. 300 (sottolineatura di chi scrive). 58 18 affermazione di sé: «Per questo si inchina profondamente davanti a un’autorità che lo nega, anche se il suo modo di inchinarsi è più violento di una affermazione altamente proclamata». Ne è un esempio Joseph K.: «si inchina amando, morendo e opponendo il silenzio dell’amore e della morte a quell’autorità che non potrebbe farlo cedere, poiché quel nulla che, malgrado l’amore e la morte, non potrebbe cedere, è sovranamente ciò che egli è»62. La “via letteraria” riscatta, portandola in pari, la corruzione del mondo alienato, pareggiando i conti con la vita. 3. Scrittura e sacrificio Sempre nella stessa pagina dei Diari: »In mir kann ganz gut eine Koncentration auf das Schreiben hin erkannt werden. Als es in meinem Organismus klar geworden war, daß das Schreiben die ergiebigste Richtung meines Wesens sei, drängte sich alles hin und ließ alle Fähigkeiten leer stehn, die sich auf die Freuden des Geschlechtes, des Essens, des Trinkens, des philosophischen Nachdenkens der Musik zu allererst richteten.« (In me si può benissimo riconoscere un concentramento nello scrivere. Allorché nel mio organismo fu chiaro che lo scrivere è il lato più fertile nella mia natura, ogni cosa vi si concentrò lasciando deserte tutte le facoltà intese alla gioia del sesso, del mangiare, del bere, della riflessione filosofica e soprattutto della musica). Il dèmone della scrittura ha preso posto nel suo autore, facendone uno scriba dell’assoluta abnegazione, servitore del dio insonne: »Ich habe diesen Zweck natürlich nicht selbständig und bewußt gefunden, er fand sich selbst« (S’intende che non ho trovato questo scopo coscientemente e da me, ma esso si trovò da sé ...). e ancora a Felice: »bin nur aufgestanden, um Dir, Lieste, zu schreiben und mir eigenes für den Roman zu notieren, das mich mit Macht im Bett angefallen hat« (ora mi sono alzato soltanto per scrivere a te, cara, e prendere qualche appunto per il romanzo che mi ha assalito con violenza)63. Lo scrivere diventa una facoltà fisica, l’unica sopportabile. Il corpo si adegua, dimagrando, all’estasi dolorosa della scrittura: »Ich magerte nach allen diesen Richtungen ab. Das war notwendig, weil meine Kräfte in ihrer Gesamtheit so gering waren, daß sie nur gesammelt dem Zweck des Schreibens halbwegs dienen konnten.« (Io dimagrai in tutte queste direzioni. Ed era necessario, perché nel loro complesso le mie forze erano così esigue che soltanto raccolte potevano passabilmente servire allo scopo di scrivere) 64. La ventura più grande, il vanire del corpo, e l’anima dell’auctor puro spirito, totalità infinita. 62 George Bataille, La letteratura e il male, Milano, Rizzoli, 1973, pp.154-155. F. Kafka, Lettere a Felice, op. cit., lettera tra l’1 e il 2 febbraio 1913, p. 267 (sottolineatura di chi scrive). 64 F. Kafka, op. cit., id. (sottolineatura di chi scrive). 63 19 Bibliografia Opere di Franz Kafka http://www.kafka.org The Kafka Project Kafka’s Works in German According to the Manuscript, by Mauro Nervi, Università di Pisa, 2005 Briefe an Felice, Herausgegeben von Eric Heller und Jürgen Born, Fischer Verlag, 1988 Briefe an Milena, Herausgegeben von Jürgen Born und Eric Heller, Fischer Verlag, 1986 Traduzioni italiane America, trad. di Alberto Spaini, Milano, Mondadori, 1972 Il processo, trad. di Giorgio Zampa, Milano, Adelphi, 1988 Il castello, trad. di Anita Rho, Milano, Mondadori, 1979 I racconti, trad. di Giulio Schiavoni, Milano, Rizzoli, 1985 Lettere, a cura di Ferruccio Masini, Milano, Mondadori, 1988 Lettere a Felice, trad. di Ervino Pocar, Milano, Mondadori, 1972 Diari, a cura di Ervino Pocar, Milano, Mondadori, 1988 Bibliografia critica MÜLLER Michael, Franz Kafka: Der Proceß, Stuttgart, Philipp Reclam jr., 1996 SONNER Franz Maria, Ethik und Körperbeherrschung, Opladen, Westdeutscher Verlag, 1984 ZIMMERMANN Hans Dieter, Franz Kafka: Der Proceß, Frankfurt a.M.,Verlag Moritz Diesterweg, 1995 BATAILLE George, «Kafka», in La letteratura e il male, Milano, Rizzoli, 1973 CASES Cesare, in Walter Benjamin, Il dramma barocco tedesco, Torino, Einaudi, 1980 ROBERT Marthe, Solo come Kafka, Roma, Editori Riuniti, 1982 RIPELLINO Angelo Maria, Praga magica, Torino, Einaudi, 1973 VENUTI Roberto, a cura di, L’avvventura della conoscenza: momenti del Bildungsroman dal Parzival a Thomas Mann, Napoli, Guida, 1992 WAGNER Nike, Spirito e sesso, Torino, Einaudi, 1990 20