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Questioni
di biopolitica
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Indice
INTERVENTI
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Tra due referendum: legge 194 e legge 40
di Assuntina Morresi
15
Biopolitica a misura dei piccoli
di Carlo Bellieni
21
Il testamento biologico
di Francesco D’Agostino
25
Tecnoscienza e relazioni umane
di Eugenia Roccella
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Tra due referendum: legge 194 e legge 40
di Assuntina Morresi *
Oggi in Italia si torna a discutere pubblicamente di aborto e mi sembra fondamentale che noi cattolici non ci limitiamo a riprendere il discorso là
dove lo avevamo interrotto ai tempi della sconfitta referendaria, con gli
stessi argomenti e gli stessi toni: sono passati trent’anni, sono avvenute
molte cose e non possiamo ignorarle se non vogliamo impantanarci in un
dibattito vecchio e soprattutto perdente. Dopo il referendum perso sulla
legge 194, che regola l’interruzione di gravidanza, c’è stato un referendum
vinto, quello sulla legge 40, che disciplina la procreazione assistita. Questa
vittoria ha segnato un rovesciamento importante sul fronte di quelli che
oggi sono definiti “temi etici”. È proprio grazie a quella vittoria che possiamo tornare a parlare di aborto; è grazie al dibattito sull’embrione e sul
suo statuto di persona che si può mettere in crisi una cultura che tende a
fare dell’aborto un fatto “normale”. È dunque necessario fare un confronto tra la sconfitta di trent’anni fa e la vittoria recente per capire cosa sia
cambiato e in cosa sia consistita la nuova strategia vincente della Chiesa e
dei cattolici.
Ho maturato un giudizio sulla “questione aborto” fondamentalmente in
questi ultimi due anni, durante la campagna condotta insieme a Eugenia
Roccella contro la diffusione in Italia della pillola abortiva Ru486.
Vorrei innanzitutto ricordare come si è arrivati alla legge sull’aborto. Nel
maggio del ‘78 è stata approvata in Parlamento la legge 194; due anni dopo
i radicali hanno raccolto le firme per un referendum che ne abolisse alcune parti, facilitando così il ricorso all’aborto: l’inizio della battaglia referendaria sulla 194 è stato identico a quanto accaduto tre anni fa con la
legge 40. Dopo l’approvazione della 40, infatti, i radicali e i loro alleati
hanno raccolto le firme per un referendum che ne abrogasse alcune parti
per eliminare alcuni “paletti” imposti dalla legge. Ma come sappiamo,
mentre nell’‘80 il mondo cattolico ritenne inaccettabile l’idea di contribuire a difendere e a mantenere una legge da sempre considerata come il peggiore dei mali, tre anni fa decise per l’astensione. L’astensione non fu presa
in considerazione, anche se oggi si dice fosse stata proposta da una personalità autorevole come il cardinale Siri. Per evitare di subire il referendum
* Docente di Chimica Fisica, Università di Perugia, membro del Comitato nazionale di
Bioetica.
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radicale, i cattolici proposero due referendum propri, uno massimale e uno
minimale; quello massimale, che vietava sempre l’aborto, non venne
ammesso dalla Corte Costituzionale.
Il 18 maggio 1981 i referendum su cui si doveva votare furono in tutto cinque,
di cui tre proposti dai radicali su altri temi. I due più importanti erano però
quelli sull’aborto: uno proposto dai cattolici, che avrebbe reso la legge molto
più rigida, e l’altro dai radicali, che invece ne avrebbe allargato l’accesso. Non
c’era unanimità intorno alla volontà di fare quel referendum; a questo proposito si può rileggere un brano da Gli anni di Erode di Emilio Bonicelli, un
libretto militante1 che usammo per quella battaglia.
Queste le ragioni di chi aveva timore di uno scontro referendario, pur essendo
decisamente contrario alla legge 194: «Da una parte si fa osservare che
un’eventuale sconfitta renderebbe la 194 “intoccabile”, modificabile semmai
solo in senso peggiorativo. L’uso del referendum favorirebbe anche la ricomposizione dello schieramento unitario laicista-marxista, provocando
un’ulteriore grave emarginazione dei cattolici. A livello politico potrebbe infine determinare fortissime tensioni sociali in una situazione già gravemente
dilacerata».
Il referendum è stato fatto, la sconfitta è stata pesante e tutto ciò che era stato
previsto da quella parte del mondo cattolico che non lo voleva, si è avverato.
Perché abbiamo perso? Per rispondere dobbiamo capire com’era la situazione
italiana prima della 194.
Personalmente - avevo quasi 18 anni - pensavo che l’aborto riguardasse
pochissime donne e non credevo alle cifre che venivano pubblicate sull’aborto clandestino. Ricordo un incontro - erano molto violenti allora - in cui si raccontava di una ragazza minorenne handicappata, violentata e rimasta incinta,
che si batteva le mani sulla pancia per abortire: ci dicevano che erano migliaia
in quelle condizioni. Non ci credevo, mi sembrava una follia: dove erano tutte
quelle ragazze minorenni handicappate, violentate e rimaste incinta?
Ritenevo che prima dell’entrata in vigore della legge, pochissime donne praticassero l’aborto in clandestinità, e che dopo la legge, sarebbe stato invece permesso praticato su larga scala e banalizzato. Questo è vero solo per la parte che
riguarda la banalizzazione dell’aborto e il cambiamento culturale che ha investito la società contemporanea e l’ha condotta verso una secolarizzazione che
ha messo ai margini il cristianesimo.
Nel tempo ho scoperto che l’aborto, prima della 194, non era rubricato come
omicidio, ma secondo il codice Rocco - del regime fascista - era considerato
«delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe». Non c’era la preoccupazio-
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ne di sostenere la maternità, ma di tutelare la “stirpe italica”. Le donne denunciate per aborto venivano processate e rischiavano la prigione.
Vorrei ricordare brevemente il processo a Gigliola Pierobon, che pochi di noi
seguirono, e che segnò l’inizio della nostra clamorosa sconfitta: era
un’operaia, rimasta incinta a 17 anni e abbandonata dal padre del bambino.
Temendo soprattutto la reazione dei genitori abortì con il classico ferro, senza
anestesia, stesa sul tavolo da cucina; dopo qualche anno venne denunciata per
aborto e subì un processo.
Gigliola Pierobon venne “perdonata” dai magistrati perché al tempo in cui
aveva abortito era minorenne, e perché la mobilitazione intorno al processo
rese difficile ai giudici la condanna. Ci fu dunque un atteggiamento accondiscendente da parte della Corte, al termine di un iter giudiziario durante il quale
aveva perso il lavoro ed era finita su tutti i giornali.
Situazioni oggettivamente ingiuste come questa all’epoca le abbiamo sottovalutate.
Le donne morivano di aborto clandestino perché in caso di complicazioni se
ricoverate in ospedale potevano essere scoperte, denunciate e di conseguenza
processate, con tutto quello che significava subire un processo pubblico per
aborto negli anni ‘60 e ‘70. Era una situazione che la maggioranza dell’opinione pubblica riteneva intollerabile.
Ricordiamo tutti le cifre pazzesche sparate al di là di qualsiasi credibilità
sugli aborti clandestini in Italia (da uno a tre milioni). Ma quanti erano veramente?
Sempre su Gli anni di Erode, veniva riportato un passo di uno studio considerato autorevole, pubblicato su Medicina e Morale2, rivista dell’Università
Cattolica, due anni prima che entrasse in vigore la 194. L’autore era Bernardo
Colombo, docente all’Università di Padova: «Riconosco il mio scetticismo di
fronte a stime che vadano al di là dei 200.000 aborti (clandestini, ndr) provocati all’anno nel nostro paese. Aggiungo che una cifra intorno ai 100.000 mi
riuscirebbe più persuasiva».
In quegli anni si diceva: non ci sono i milioni di aborti clandestini dichiarati
da Pannella, ce ne sono solo fra 100.000 e 200.000.
Vi ricordo che quest’anno gli aborti legali in Italia sono stati 130.000, di cui
un terzo fatti da donne straniere. In valore assoluto sono addirittura diminuiti,
o comunque sono più o meno gli stessi, anche considerando la stima minima
di 100.000.
Questo significa che abbiamo fatto una valutazione tragicamente sbagliata
della diffusione della mentalità abortiva nel nostro paese: già nel 1976, secon-
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do stime da noi prese per buone, fra 100.000 e 200.000 donne abortivano clandestinamente.
Questo significa che:
1. Era impossibile vincere quel referendum perché tante famiglie erano state
già toccate dall’aborto;
2. La mentalità abortiva era già diffusa;
3. Il numero assoluto degli aborti in questi trent’anni è rimasto inalterato o è
diminuito (sicuramente rispetto alla punta massima degli anni ‘80).
È altrettanto vero che è diminuita la natalità in Italia e su quanto siano effettivamente diminuiti gli aborti si può discutere - dipende da come si contano
- ma i numeri ci dicono che nel ‘78, quando è stata fatta la legge, l’aborto era
una pratica ampiamente diffusa in Italia e aveva ferito tante famiglie.
Sono ancora convinta, come allora, che qualsiasi legge che regolamenti
l’aborto sia intrinsecamente ingiusta, perché qualsiasi legge che ammetta la
soppressione di un essere umano vivente - fosse anche uno solo - è una legge
intrinsecamente ingiusta. Non è un giudizio sulla legge 194, ma occorre comprendere i fatti dell’epoca e i motivi per cui abbiamo perso.
È chiaro che, mentre si stava discutendo di legalizzazione dell’aborto, c’era
già una grande difficoltà culturale riguardo alla maternità: come ci diceva don
Giussani, «il cristianesimo come presenza stabile non c’è più».
Queste cifre sull’aborto, quando ho letto il libro di Bonicelli, mi erano sfuggite e mi ha colpito molto rileggerle adesso perché vedo che trent’anni fa abbiamo sottovalutato il fatto che in Italia l’aborto era già diffuso, la mentalità abortista era già attecchita: la legge ha soltanto portato alla luce gli aborti clandestini perché la gente già abortiva e non potevamo pensare di vincere il referendum in quelle condizioni.
Per quanto riguarda le morti per aborto: nello stesso studio di Colombo viene
detto che le donne morte per aborto clandestino erano «alcune decine di casi
all’anno». Nel ‘77 in un articolo su La Stampa si affermava: «Nel 1972 sono
morte, in Italia per aborto, 43 donne; 409 per complicazioni della gravidanza
del parto o del puerperio (che comprendono certamente altri aborti)».
Abbiamo sempre sostenuto che le morti non potevano essere migliaia, come
invece diceva Pannella. Ma 43 in un anno vuol dire quasi una alla settimana.
Quante ne dovevano morire per farne un’emergenza nazionale? Se in Italia
morisse “solo” una donna al mese per Ru486, succederebbe il finimondo. Nel
‘72 ne sono morte 43 e quasi non ce ne siamo accorti, o almeno abbiamo sottovalutato il problema. D’altra parte le donne morte per aborto non erano notizie da prima pagina, ma trafiletti: c’era un clima generale di sottovalutazione.
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In quegli anni si viveva un’emergenza “maternità” che noi non abbiamo riconosciuto: a chi avrebbero potuto chiedere aiuto le donne con maternità difficili? I centri di aiuto alla vita e i consultori ancora non esistevano; non ci siamo
resi conto delle proporzioni delle maternità rifiutate, degli aborti e soprattutto
del fatto che era in corso una vera e propria emergenza nazionale.
Era necessario interrogarci sulla condizione della donna, della madre, sui problemi della maternità, fin da allora.
Non solo: si è sempre accomunato femministe e radicali, considerandole allo
stesso modo, e sbagliando, perchè le femministe - un mondo certamente variegato - nella grande maggioranza non chiedevano il diritto all’aborto, ma la sua
depenalizzazione, e cioè che le donne che abortivano non dovessero subire dei
processi e rischiare la galera.
I radicali invece sono riusciti a fare propria tutta la battaglia sull’aborto, trasformando la richiesta di depenalizzazione in quella di diritto all’aborto. In un
clima fortemente ideologico si è arrivati a un duro scontro frontale e alla sconfitta referendaria: ma quando si fa una battaglia su un valore e si perde viene
ucciso anche il valore, e così è stato per l’aborto. La sconfitta referendaria ha
significato oltre che la legalizzazione anche la legittimazione dell’aborto.
È importante confrontare tutto questo con quanto successo con la legge 40.
Vorrei far notare che la legge 40 non solo è intrinsecamente ingiusta come la
194, ma lo è anche integralmente, sempre dal punto di vista cristiano. La 194
prevede infatti alcune parti espressamente a tutela della maternità, mentre per
i cattolici una legge sulla fecondazione extracorporea dovrebbe avere un solo
articolo: non si fa la fecondazione in vitro. Tutte le tecniche di fecondazione
artificiale extracorporea sono inaccettabili per noi cattolici.
Eppure stavolta si è scelta una strategia totalmente diversa rispetto alla 194.
Anche sulla procreazione medicalmente assistita e sulla ricerca degli embrioni c’era un vuoto normativo - così come sull’aborto trent’anni fa - ma il fenomeno non era rilevante dal punto di vista numerico: le persone toccate dal problema della fecondazione artificiale non erano 100.000 o 200.000 all’anno come nel caso dell’aborto - ma solo alcune migliaia.
Il fatto che le persone direttamente coinvolte non fossero molte, ha permesso
di giudicare i fatti con maggiore distacco: la gente si è ritratta davanti a queste
nuove tecniche, ha provato un enorme disagio, si è chiesta dove tutte queste
manipolazioni ci stessero portando e alla fine ha preferito astenersi dal voto
referendario, seguendo le indicazioni della Cei.
Ho sostenuto in modo convinto che la legge 40 non era una legge condivisibile dai cattolici, ma ho anche parlato di male minore e di miglior compromes-
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so possibile. Eppure la legge 40 dal punto di vista abortivo è peggiore rispetto alla 194: per ogni “bimbo in braccio” ci sono circa nove embrioni soppressi che non si possono certo considerare aborti naturali, o non voluti. Sono aborti programmati, intrinseci al metodo; è un prezzo standard che si è coscienti di
dover pagare.
Di fronte alla grande aggressività stavolta c’è stata l’astensione. In questo
modo è stato possibile evitare ciò che si era verificato con la battaglia sulla
194, cioè l’isolamento dei cattolici. C’è stato uno “scisma laico”: mentre nel
1981 i cattolici erano divisi fra chi ha sostenuto la 194 e chi vi si è opposto, al
referendum del 2005 sono stati i laici a essere divisi. Noi cattolici abbiamo
vinto la battaglia referendaria cercando un compromesso alto, senza rinunciare alle questioni importanti e, soprattutto, continuando a dire tutta la verità,
cioè che la legge non ci apparteneva.
Con questo non si vuole colpevolizzare nessuno riguardo alle scelte fatte ventisette anni fa (se lo facessi, dovrei prendermela prima di tutto con me stessa): è
troppo facile giudicare dopo, a cose fatte. È solo un’analisi di quello che è successo.
Veniamo al lavoro che ci aspetta sull’aborto e sulla legge 194. Quando ho
scritto un mese e mezzo fa che la 194 «nel suo “genere” è una buona legge»,
ho avuto attacchi e critiche da parte di alcuni che temevano che avessi cambiato idea. A scanso di equivoci, ripeto: qualsiasi norma che legalizzi l’aborto
è intrinsecamente ingiusta, anche la più restrittiva. Ma sfido chiunque, di fronte alle leggi che ci sono nel mondo, a trovarne altre che permettano, come la
194, di intervenire efficacemente per diminuire il numero degli aborti.
Demonizzarla senza conoscerla e senza confrontarla con le altre leggi europee
non solo non è intelligente, ma soprattutto non è utile. Se ci si impegna per un
lavoro comune e trasversale rispetto agli schieramenti politici attuali possiamo
proporre delle battaglie importanti (uno slogan: aborto zero entro dieci anni),
individuando punti di lavoro concreti su cui sia difficile tirarsi indietro, anche
per chi la legge l’ha fortemente sostenuta e continua a sostenerla, ma è
d’accordo che l’aborto è un male. Diminuirne il numero di aborti è un obiettivo condivisibile. È necessario cambiare il clima politico-culturale in modo tale
che, in futuro, potremmo anche migliorare la 194, all’interno di rapporti più
sereni fra sostenitori e oppositori.
In diversi punti la legge 194 permette di intervenire per diminuire il numero
degli aborti.
1. Non è basata sull’autodeterminazione della donna. La legge svedese ad
esempio lo è, quando dice che fino a 18 settimane di gravidanza la donna può
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abortire su richiesta, “senza dover fornire motivazioni”. La 194 invece, propone una casistica e pretende la valutazione e la certificazione di un medico.
Proprio per permettere di discutere le motivazioni che spingono ad abortire,
dà molto spazio al colloquio con le donne e prevede un periodo di riflessione
- sette giorni - fra la concessione del certificato per abortire e l’intervento.
Avere uno spazio in cui inserirsi per incontrare le donne e per ascoltarle è fondamentale: è questo il momento in cui lavorano i volontari dei “Centri di
Aiuto alla Vita”. È questo il motivo per cui stiamo lottando contro la pillola
abortiva Ru486, sinonimo di “aborto fai da te”, un modo di abortire in cui
incontrare le donne diventa impossibile. Certamente la 194 è una legge ipocrita, perché è basata su un compromesso: si può applicare in maniera molto
restrittiva o molto allargata: sta a noi l’intelligenza di farla applicare correttamente.
2. La 194 proibisce gli aborti tardivi. Negli articoli 6 e 7, dice che dopo i 90
giorni si può abortire solo per grave pericolo di salute e di vita per la donna.
Non solo: se il feto ha possibilità di vita autonoma e la donna è in pericolo di
vita (non di salute), allora l’aborto è vietato: si può indurre il parto pretermine
cercando di salvare madre e figlio.
Quindi la legge 194 dà un criterio per vietare gli aborti tardivi oltre un certo
periodo della gravidanza, criterio che va tradotto in limite preciso rispetto alle
settimane di gestazione. Su questo punto non è difficile trovare consensi trasversali rispetto agli schieramenti tradizionali: un esempio ci viene dalla
Lombardia, dove l’amministrazione sta cercando di rendere omogeneo in tutta
la regione il limite oltre il quale non abortire.
Questo tipo di aborti è percentualmente basso rispetto al numero totale, ma
limitarli al massimo, oltre che moralmente, è importante dal punto di vista
della mentalità comune, perchè sono tutti aborti eugenetici. Una gravidanza
non voluta viene interrotta all’inizio, non si aspetta il quinto mese: gli interventi abortivi tardivi si fanno perché certe diagnosi prenatali che individuano
malformazioni o anomalie del feto, si possono effettuare solamente a gravidanza avanzata, intorno alla diciottesima settimana.
3. A questo punto è importante spiegare che la 194 non è una legge eugenetica. È una delle poche, forse l’unica al mondo, in cui non si abortisce se il feto
è malformato, ma se la malformazione del feto causa gravi problemi di salute
fisica e psichica alle donne. È chiaro che questa formulazione lascia molto spazio ad ambiguità - ad esser generosi. È un dato di fatto che il testo di legge non
permetta di abortire presentando semplicemente una diagnosi di malformazione del feto, come accade in quasi tutti i paesi del mondo. Se è la prassi ad esse-
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re eugenetica - come purtroppo lo è - sta a noi cercare di intervenire per correggerla. In Svezia, dove le donne abortiscono su semplice richiesta (cioè
senza casistica e senza motivazioni) fino a 18 settimane di gravidanza, il 30%
di quelle a cui viene diagnosticato un figlio down, lo tiene. Da noi lo fa solo
l’1%, ma la motivazione è chiara: in Svezia ci sono forti politiche di sostegno
alle famiglie con portatori di handicap. Sempre a questo proposito, siamo
spesso accusati di ipocrisia, perché con la legge 40 è proibita la diagnosi
preimpianto degli embrioni prodotti in laboratorio, per individuare quelli portatori di malattie genetiche, mentre invece con la 194, si può abortire se il feto
in pancia è malformato. Ma questa affermazione non è corretta.
La legge 194 non è eugenetica nel testo, ma nella prassi, come ho tentato di
spiegare: è importante esigere l’applicazione corretta della legge; per esempio
con un controllo a posteriori per conoscere dalle autopsie dei feti quanti effettivamente avevano la malformazione diagnosticata e, magari, anche cercare di
seguire l’evoluzione della patologia denunciata dalla donna al momento in cui
ha richiesto l’aborto per motivi di salute psichica. Ma neppure la legge 40 è
eugenetica. Dopo il fascismo in Italia non sono state introdotte normative
eugenetiche. Ed è bene chiarire che qualsiasi selezione di persone su base
genetica si deve definire eugenetica, anche se fondata sulla libera scelta individuale e non su un’imposizione autoritaria.
La Legge 40 non permette di scegliere i figli, non consente di stabilire di chi
essere genitori, ma è stata fatta per dare alle coppie infertili un’opportunità in
più, aiutandole ad avere dei figli con le nuove tecniche. La legge 40 non è stata
pensata per scartare i figli difettati e scegliere quelli sani, tanto è vero che non
prevede l’accesso alle tecniche di fecondazione in vitro a coppie portatrici di
malattie genetiche, ma solo a coppie infertili. È per questo motivo che non prevede neppure l’analisi preimpianto: chi è portatore di malattie genetiche ma è
fertile non può avvalersi delle tecniche di fecondazione in vitro e quindi non
ha bisogno della diagnosi preimpianto (che ovviamente si può fare solo sugli
embrioni prodotti in laboratorio).
Viene spesso contestato che, se non si fa la diagnosi preimpianto per individuare gli embrioni malati, poi li si “deve” abortire: chi dice questo deve
ammettere pubblicamente che tutti i disabili vanno abortiti e che è ovvio che
un disabile venga abortito. Si dica espressamente che i disabili hanno una
qualità della vita tale per cui non vale la pena che nascano, per cui è naturale che vengano abortiti. E chi sostiene questo lo deve dire e mettere per
iscritto, formularlo come articolo di legge e risponderne davanti all’opinione pubblica.
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Quindi la legge 40 e la legge 194 sono entrambe coerentemente non eugenetiche. Chi vuole cambiare l’una si prepari a cambiare anche l’altra, passando per
il Parlamento.
4. La legge 194 non permette di abortire in cliniche private. Non mi riferisco
a cliniche convenzionate con le Asl, ma a strutture dove l’aborto è una prestazione a pagamento, allo stesso modo di uno studio dentistico. In Italia perciò non c’è business intorno all’aborto, e quello sulla contraccezione è limitato alle vendite in farmacia: chiaramente chi realizza guadagni sugli interventi abortivi non è interessato alla loro prevenzione, né tantomeno si pone
come obiettivo l’aborto zero. L’Italia infatti è l’unica nazione al mondo in cui
non c’è la Planned Parenthood, una potente organizzazione non governativa
che si occupa di aborto e contraccezione e che gestisce cliniche diffuse in
tutto il mondo, sponsorizzate e finanziate da agenzie Onu come, ad esempio,
l’Unfpa. Il tasso di abortività in un paese, insomma, non dipende solamente
dalle condizioni richieste per accedere ad una interruzione di gravidanza, ma
anche dalla presenza - nella normativa che riguarda l’aborto - di una parte
preventiva e dissuasiva e dal rapporto con le strutture private. In Spagna e in
Polonia, le condizioni richieste per abortire sono sostanzialmente simili. Ma
la normativa polacca dà grande spazio alla parte di prevenzione degli aborti e
di sostegno alla maternità, a differenza di quella spagnola. In Spagna, inoltre,
il 98% degli aborti avviene in cliniche private. Il risultato è che gli aborti in
Polonia sono circa duecento all’anno, mentre quelli in Spagna quasi centomila, in continuo aumento.
Da ultimo, è bene precisare che non è vero che gli aborti diminuiscono laddove è diffusa la contraccezione: un medico di Trento lamenta il fatto che in Italia
solo il 18% delle donne usa la pillola contraccettiva e che le italiane non usano
altri mezzi a lungo termine come, ad esempio, la spirale.
Che cosa ha determinato quest’unicità italiana - aborti diminuiti e al tempo
stesso scarsa diffusione della contraccezione chimica (consideriamo il paragone ad esempio con la Francia, dove, con una legge molto simile a quella italiana, gli aborti nel tempo sono aumentati e non riescono a scendere al di sotto
di 200.000 all’anno, la contraccezione è molto diffusa, e anche la pillola del
giorno dopo, che è a disposizione gratuitamente nelle scuole)?
Il dato evidente è che in Italia in tutti questi anni la struttura familiare ha
sostanzialmente resistito, nonostante vari segnali di crisi che pure si sono fatti
sentire, come l’aumento dei divorzi e delle convivenze. Nel tessuto sociale, la
cultura cristiana non è ancora scomparsa, è riuscita a sopravvivere nella preferenza per il matrimonio e nella forza dei rapporti familiari.
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Questa è la peculiarità che fa dell’Italia un unicum, una nazione all’avanguardia rispetto alle altre occidentali, nelle quali il processo di secolarizzazione ha
portato a una forte disgregazione dei legami familiari, con tutte le conseguenze che ben conosciamo.
Concludo quindi dicendo che il muro contro muro non giova in questa situazione perché non vogliamo compattare il mondo laico contro di noi. Possiamo
lavorare sugli spazi lasciati dalla 194, dobbiamo difendere assolutamente la
40; siamo all’avanguardia nel mondo occidentale e dobbiamo essere consapevoli di questo: abbiamo fatto benissimo a scendere in piazza con il Family
Day, perché la struttura familiare ha finora retto in Italia, ma chiaramente non
possiamo vivere di rendita.
1 Allegato a «Il Sabato», 21 marzo 1981.
2 N. 1 e 2 del 1976.
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Carlo Bellieni *
Bisogna capire per decidere. E non si può capire la biopolitica se non partendo
da una semplice osservazione: nella mentalità odierna esiste un’unica età della
vita che merita la piena cittadinanza e viene chiamata “giovinezza”. Non quella che costruisce e genera, ma quella - estesa oltre i limiti della giovinezza anagrafica - che ha come unico elemento distintivo l’assenza di legami,
l’autosufficienza. Tutto ciò che non vi rientra - bambini, vecchi e disabili - deve
accontentarsi delle briciole. Le persone che appartengono a queste categorie
vengono accettate solo se riescono ad assumere atteggiamenti da “giovane”
(l’arzillo vecchietto, la bambina che si trucca e consuma pubblicità a dieci
anni), altrimenti devono finire col sentirsi “estranei”, e senza mezzi termini, si
trovano delle strade per aiutarli a trovare una “serena uscita”. È una società
organizzata a misura di certi cittadini; gli altri si accontentino o escano.
Dati clinici
Una volta capito questo, il resto risulta molto più chiaro. Non bisogna trascurare un altro fattore: il diffuso sentimentalismo e la scarsità di riferimenti
all’oggettiva letteratura scientifica. Se si partisse dai dati, ad esempio, il dibattito sulla marijuana sarebbe molto semplificato, l’American Academy of
Pediatrics - che si oppone alla liberalizzazione su basi cliniche - indica i rischi
che mostrano chiaramente quanto non abbia senso parlare di “droga leggera”
(insorgenza di schizofrenia, incidenza su memoria, riflessi, anche dopo la
sospensione dell’assunzione). L’uso dei dati scientifici e l’attenzione a non
considerare “estraneo” nessun cittadino sono le basi di una corretta biopolitica; seguendole potremo far luce su vari temi di attualità. Ne prendiamo ad
esempio due: le cure ai prematuri e la fecondazione in vitro.
Cure ai prematuri
Chissà perché si parla di “prematuri” solo sottolineando quali far vivere e quali
morire e non si discute mai dei grandi progressi che la medicina ha fatto nel* Docente di Terapia Neonatale, Scuola di Specializzazione in Pediatria, docente di Chimica
dell’Ambiente, Università di Siena.
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l’ultimo decennio nella loro cura. Questa visione “necrologica” della neonatologia è stata recentemente stigmatizzata sulla prestigiosa rivista Acta
Paediatrica, perché sottende l’idea che il bambino abbia “qualcosa” di meno
dell’adulto, in una società fatta per soggetti sani e adulti. Nessuno esiterebbe
ad intervenire qualora si trovasse in presenza di un autista ferito in un incidente
stradale gravissimo, a rischio di morte o di disabilità: perché è diverso per il
neonato?
1. Sopravvivenza e malattia. Sappiamo oggi che nascendo a 22 settimane dal
concepimento, si ha una possibilità su dieci di farcela, mentre a 23 settimane le
possibilità sono una su quattro. Non sono valori trascurabili. Certo, molti di
questi bambini avranno problemi di salute di diverso tipo e gravità, ma al
momento della nascita non possediamo strumenti per fare previsioni sul singolo bambino. I progressi nel campo neonatale hanno consentito traguardi prima
impensabili: oggi sopravvive il 90% dei nati sotto il chilo di peso, contro il 10%
di 40 anni fa. Recenti lavori mostrano che i centri che provano ad assistere tutti
i nati dalle 22 settimane in su, non hanno un tasso di handicap maggiore di
quelli che invece operano un’assistenza selettiva. Anzi, per un recente studio
svedese, i centri “selettivi” invece di diminuire il tasso di handicap, lo hanno
maggiore degli altri2.
2. Rispettare i genitori. Sappiamo anche che la nascita prematura è un evento
spesso improvviso e traumatizzante per i genitori; e che le cure devono essere
intraprese immediatamente all’uscita dall’utero. Dunque non c’è tempo purtroppo per spiegare ai genitori le possibili patologie che potrebbero attendere
il bambino, cosa che richiederebbe diverse ore e che verrà fatta in un momento successivo… e non si può, né si deve pretendere, una “decisione” sulla vita
e la morte quando le informazioni non possono essere date o se vengono date
di fretta e a persone sotto chiaro stress e dolore. Tuttavia i genitori devono
costantemente essere tenuti informati di tutti i passaggi delle manovre mediche e delle risposte del piccolo paziente. D’altronde, non si capisce su cosa
dovrebbero “decidere” i genitori o i medici, dato che la situazione, anche se
drammatica è semplice: se c’è una chance, bisogna provare, se non c’è non si
deve insistere. A meno che non si pensi che la disabilità futura sia un motivo
per non rianimare. A parte il fatto che alla nascita non possiamo saperlo non
avendo la sfera magica, questo non è moralmente accettabile. È importante
semmai non insistere se gli interventi sono inutili.
3. Dignità della persona in fasce. Potremmo fare delle ipotesi sul perché il criterio su cui talora si impostano i trattamenti per i neonati differisca da quello
per l’adulto. Forse per un’atavica presa di distanze che tendeva a non attaccarsi
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al piccolo in epoche in cui moltissimi rischiavano di morire; forse perché la
debole voce dei piccoli necessita di forti avvocati. Forse perché siamo noi ad
aver paura della vita disabile, tanto da pensare che la possibile disabilità
(nostra, o dei nostri figli) sia un motivo non solo di fatica e dolore (ed è ovvio
che lo è), ma anche di una vita con meno valore e questo tantissimi disabili ci
mostrano come non sia vero. Sono delle ipotesi. Resta il fatto che i neonati
devono avere diritto alle cure (e a sospenderle se le cure sono inutili) come i
pazienti adulti. Sembra di dire un’ovvietà, ma invece è un terreno minato se si
accetta che i genitori o i medici decidano magari indipendentemente dalle possibilità di sopravvivenza. Occorre ribadire che le cure che si praticano al neonato alla nascita non sono “sperimentali” (vengono praticate infatti da trent’anni); non sono “straordinarie” (si tratta in fondo di mettere un tubicino di
due millimetri di diametro nella trachea per dare aria ai polmoni); non possono essere subordinate alla ipotetica disabilità (se fosse così, si giungerebbe a
curare solo chi si prevede che ritornerà in piena salute). Diamo dunque a tutti
una chance: è il compito del medico chiamato a far bene il proprio dovere.
Fecondazione in vitro
Il concepimento è l’inizio della vita umana per la coscienza scientifica proprio
perché è il momento in cui da due corredi cromosomici diversi se ne forma uno
nuovo che non subirà più nessuna modifica, né alla nascita, né nella vecchiaia.
È un essere umano. Al momento del concepimento viene determinato il nostro
sesso, il colore dei nostri occhi, certe malattie di cui ci ammaleremo; nell’embrione di sette settimane si vede battere il cuore e sono presenti le ovaie. Non
siamo di fronte a un “progetto”: a nessun progetto batte il cuore e nessun progetto se messo nelle condizioni giuste cresce e si sviluppa. Proprio perchè non
è un progetto ma una persona deve essere trattato con rispetto. Non si può congelare a vita, mettere a rischio, gettare se non serve. D’altronde l’ambiente in
cui avviene la fecondazione artificiale (FIV) riflette ma non sostituisce proprio
tutte le particolarità di quello che è presente al momento in cui l’ovulo viene
fecondato nella tuba uterina, e ancora necessita questo ambito di ricerca di
evoluzione e progressi. Già questo dovrebbe dettare cautela per evitare possibili problemi al piccolo3.
Un problema ulteriore è proposto dalla cosiddetta “diagnosi preimpiantatoria”
(DPI), nella quale una o due cellule sono sottratte all’embrione quando è formato da otto cellule. La cellula prelevata viene analizzata per vedere se il suo
DNA (e dunque presumibilmente quello delle restanti) ha anomalie: se le ano-
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malie ricercate non ci sono, l’embrione verrà impiantato. Ebbene, spiega
Lavery: «I genetisti hanno espresso preoccupazioni sulla robustezza e la validità di una diagnosi basata sull’analisi di una singola cellula; i perinatologi
erano preoccupati dell’effetto della biopsia embrionaria sul normale sviluppo
del feto”4, e un recente studio mostrerebbe che in seguito alla DPI gli embrioni si impiantano peggio5… mentre paradossalmente la DPI si fa, tra l’altro,
sperando di selezionare gli embrioni che si impiantano meglio.
Anche in questo ambito le semplificazioni fatte dai media devono essere bilanciate dalla cautela e dalla corretta informazione che non vogliono impedire un
diritto, ma ricordare la fragilità della vita al suo inizio e il rispetto che è dovuto alla persona piccolissima che viene concepita e alla sua mamma che
l’attende.
Una conclusione
Come si vede dagli esempi fatti finora, i dibattiti troppo spesso tengono in
conto i diritti dei “grandi” (o dei “giovani”, come li abbiamo descritti all’inizio) e quasi mai di quelli dei “piccoli”. E tra i piccoli includiamo i ragazzi a
contatto con la droga (su cui i media sono pieni di spot pro-liberalizzazione, e
di sottovalutazione degli effetti), le donne che abortiscono (cui non vengono
prospettate alternative e cui non si dà un servizio di appoggio per le sequele
psicologiche), i vecchi (cui viene offerta l’eutanasia, verso la quale si orienteranno più per non sentirsi di peso che per reale dolore).
Una politica seria e solidale non può invece non partire da questi ultimi. È
atroce pensare che le politiche quando toccano i temi dei “piccoli” si attestino
principalmente sul decidere chi merita di vivere e chi invece ha interesse a
morire. Raramente abbiamo sentito parlare di politiche culturali per i disabili
(i ragazzi si trovano in classe con un malato, ma sono davvero poco aiutati a
capire come questo sia una risorsa anche per loro); poco si è parlato di potenziare le cure palliative e gli hospital (se non quando spuntano di soppiatto nei
dibattiti sull’eutanasia); pochissimo si parla di bambini (se non come consumatori televisivi o oggetto di violenze).
Oggi che sappiamo come l’ambiente influisca già sullo sviluppo dell’embrione, del feto, del neonato (in una parola, del bambino), non possiamo non esigere una politica dell’ambiente che rispetti l’ecologia biologica degli uomini e
delle donne prima ancora del concepimento, ma a maggior ragione da quando
il nuovo figlio è stato concepito. Occorre tutelare la lavoratrice madre, ma
anche il lavoratore da tutti i possibili inquinanti che ne mettono a rischio la
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salute riproduttiva; occorre informare le coppie verso i rischi di una gravidanza intrapresa in età sempre più avanzata e generare politiche che facilitino
matrimoni e riproduzione in epoche fisiologiche e non tardive.
Riprendiamo a mettere i piccoli al centro della politica: ne vedremo delle belle
per tutti, perché o tutti siamo una risorsa o tutti siamo da buttare.
1 Gli articoli cui si fa riferimento in questo saggio sono reperibili sul sito
http://carlobellieni.splinder.com
2 Pediatrics, Vol. 114, N. 1 July 2004, pp. 58-64.
3 K. Chung, C. Coutifaris, R. Chalian, K. Lin, S. Ratcliffe, A. Castelbaum, M. Freedman, K.
Barnhart, Factors influencing adverse perinatal outcomes in pregnancies achieved through
use of in vitro fertilization, Fertil Steril, 86/2006, pp. 1634-41.
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A.G. Sutcliffe, M. Ludwig, Outcome of assisted reproduction. Lancet 370/2007, pp. 351-9
4 S. Lavery, Preimplantation genetic diagnosis and the welfare of the child, Hum Fert 7/2004,
pp. 295-300.
5 Preimplantation genetic screening reduces pregnancy rates after IVF, Reproductive
Biomed Online, 3/2007, p. 256. S. Mastenbroek, M. Twisk, J. Van Echten-Arends, B.
Sikkema-Raddatz, J. Korevaar, H. Verhoeve, N.E. Vogel, E.G. Arts, J.W. de Vries, P.M.
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preimplantation genetic screening, The New England Journal of Medicine 5/2007, pp. 9-17.
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Il testamento biologico
Francesco D’Agostino *
Il testamento biologico o testamento di vita, come qualcuno preferisce chiamarlo traducendo in modo maggiormente pedissequo l’espressione anglosassone
living will, è un documento redatto con ponderazione analoga a quella che è
doveroso utilizzare per i testamenti “tradizionali”, e dotato (o almeno si spera)
di altrettanto analoga certezza legale. Il testatore affida al medico indicazioni
anticipate di trattamento, nel caso infausto in cui in futuro possa perdere la capacità di “autodeterminazione”, a causa di una malattia acuta o degenerativa assolutamente invalidante, soprattutto da un punto di vista mentale, o di un incidente eccezionalmente grave. In astratto, il testamento di vita potrebbe limitarsi a
contenere indicazioni, affinché il medico massimizzi gli sforzi di salvaguardia
della vita di chi lo ha sottoscritto; ma si tratterebbe evidentemente di indicazioni che non farebbero altro che confermare il dovere deontologico e giuridico del
medico, di operare sempre e comunque per la salvezza del paziente. Nella realtà concreta delle cose, la redazione di un testamento biologico è auspicata da e
per coloro che, prefigurandosi ipotesi tragiche come quelle descritte, ritengono
che in situazione patologiche estreme sia un bene per gli uomini morire anziché
continuare a vivere e preferiscono quindi essere uccisi che essere curati.
Sul testamento di vita è in atto da anni un accanito dibattito bioetico. I giuristi
tendono, giustamente dal loro punto di vista, a ridurre questo dibattito in termini formali: che validità è possibile riconoscere a simili direttive anticipate,
nel contesto di ordinamenti giuridici che non considerano la vita alla stregua
di un bene disponibile? I medici, da parte loro, si interrogano sulla compatibilità dei testamenti di vita con i loro doveri deontologici. I bioeticisti discutono
se nella sfera di insindacabile autodeterminazione del malato, quella nella
quale si fa comunemente rientrare l’atto suicidario, che alcuni arrivano a qualificare come un vero e proprio “diritto dell’uomo”, si possa far rientrare altresì la pratica eutanasica, concepita come forma di “suicidio assistito”, ove
appunto non solo auspicata, ma in qualche modo prescritta da un testamento
biologico. Si può facilmente immaginare come la complessità della questione
attivi vere e proprie logomachie, obiettivamente conturbanti data la tragicità
della questione, ma spesso anche fastidiose quando si strutturano nelle forme
a volte insopportabili, di eleganti dibattiti accademici.
* Presidente onorario del Comitato Nazionale per la Bioetica.
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QUESTIONI DI BIOPOLITICA
Che la vera posta in gioco nel dibattito pubblico sul testamento biologico sia
quella della legalizzazione dell’eutanasia non c’è alcun dubbio. Il successo che
ha avuto l’eufemismo “suicidio assistito” potrebbe far pensare ad alcuni, che
ciò di cui si discute è semplicemente come dar valore legale ad un’estrema, ma
doverosa forma di rispetto nei confronti della volontà di non essere curato,
espressa con piena consapevolezza e in forme rigorosamente garantite dal soggetto. Ma non è così. Ne dà prova la legislazione olandese sull’eutanasia, che
depenalizza questa pratica, qualificandola appunto come forma di rispetto
verso la volontà del malato e subito la dilata, autorizzando il medico a sopprimere il paziente, anche in assenza di un esplicito testamento biologico. Nel
presupposto che la tutela del miglior interesse del malato (in concreto: quello
di essere ucciso) possa essere affidata non solo al soggetto direttamente interessato, ma anche a chi di lui si prende cura, come appunto il medico. Ci troviamo di fronte a un esempio emblematico di come sia facile, in “questioni di
vita e di morte” inoltrarsi su quel “pendio scivoloso”, tante volte denunciato
da alcuni bioeticisti: si parte col ritenere che occorra legalizzare situazioni
estreme, problematiche tutto sommato rare (in concreto l’eutanasia praticata
“su esplicita e consapevole richiesta”, pur se anticipata, del paziente), arrivando poi a estendere la legalizzazione a casi simili, solo estrinsecamente analogabili ai precedenti (l’eutanasia “senza esplicita e consapevole” richiesta).
Questo “scivolamento” da una parte è concettualmente inaccettabile, ma dall’altra è obiettivamente e paradossalmente necessario poichè i fautori dell’eutanasia sanno che ben difficilmente la redazione di testamenti biologici può
diventare una prassi abituale e consolidata.
Giungiamo così al cuore del nostro problema: se i fautori dell’eutanasia volessero davvero, legittimando questa pratica, rendere omaggio alla “volontà sovrana delle persone”, dovrebbero radicalmente escludere dall’uccisione “pietosa”
tutti coloro che non abbiano lasciato alcuna indicazione al riguardo, che abbiano lasciato indicazioni ambigue o inattendibili, o che le abbiano rilasciate in
condizioni psichiche e mentali tali da far ritenere plausibile una loro incapacità di intendere e di volere. Ma così non è. I movimenti a favore dell’eutanasia
agiscono a tutto campo: insistono perché tutti i soggetti adulti e responsabili
sottoscrivano i testamenti, ma aggiungono che comunque dei testamenti si può
anche fare a meno, perché esisterà pur sempre qualcuno che con la sua volontà integrerà quella non espressa o espressa in modo insoddisfacente dal malato.
Così questi movimenti si moltiplicano e diventano sempre più vivaci. Le numerosissime Right-to-die Societies diffuse principalmente, ma non esclusivamente, nel mondo anglosassone si sono federate e attivano continuamente manife-
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IL TESTAMENTO BIOLOGICO
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stazioni in tutti i paesi avanzati. Tra le nuove “frontiere della libertà” quella dell’eutanasia come rivendicazione del “diritto di morire” è arrivata ad occupare
ormai uno dei primi posti, almeno nell’immaginario occidentale.
Dietro tutto questo si cela un paradosso, messo perfettamente a fuoco alcuni
anni fa su Le Monde1 in un articolo intitolato L’euthanasie est dépassé.
L’autrice, Paula La Marne, sostiene una tesi inoppugnabile: non esiste più
alcuna esigenza di dare una morte “pietosa” a malati incurabili, preda di sofferenze terribili e invincibili. La medicina “palliativa”, uno dei veri autentici
trionfi della medicina novecentesca, svuota dal di dentro la valenza di ogni
richiesta eutanasica. L’“eutanasia è sorpassata”. Il dolore delle malattie terminali può essere combattuto, fronteggiato, ridotto in termini assolutamente
accettabili; può, in molti casi, essere “vinto”. La medicina palliativa non esiste per garantire la guarigione da malattie spesso incurabili; esiste per garantire una qualità di vita decisamente accettabile per il malato. Desta meraviglia,
sostiene Le Monde quanto sia scarsa la conoscenza dei progressi della palliazione, quanti pochi investimenti vengano posti in essere per comunicare ai
malati questo messaggio di speranza e di fiducia. È un paradosso, continua il
quotidiano, l’atteggiamento generalizzato di disinteresse che riscuote questo
ramo del sapere medico in un’epoca così sensibile come la nostra, al dolore
fisico generato dalle malattie; ed è uno scandalo che solo una metà delle facoltà mediche francesi abbiano attivato cattedre di medicina palliativa.
Come spiegare questo scandalo e questo paradosso? I movimenti pro-eutanasici si battono per liberare i pazienti terminali da “sofferenze intollerabili”. Ma
non si battono perché la medicina palliativa - che pure della lotta alla sofferenza ha fatto la sua bandiera - si diffonda sempre di più. La realtà è che i due
obiettivi sono inconciliabili. Il presupposto di ogni ricerca in tema di palliazione e di ogni pratica di medicina palliativa è strettamente ippocratico: è sempre un bene che il malato viva, è sempre un dovere per il medico aiutarlo a
sopravvivere. Praticare l’eutanasia significa rendere superflua la ricerca e la
pratica della palliazione. Se la medicina palliativa si è diffusa e consolidata è
perché sono esistiti ed esistono medici e ricercatori che a fronte dei dolori delle
malattie terminali non scelgono la via breve della soppressione “pietosa” del
malato, ma la via lunga della “cura”. Una via, oltretutto “onerosa”, sia in termini strettamente monetari, che in termini di forte impegno di assistenza personale ai malati. È lecito avanzare l’ipotesi che non solo i sistemi sanitari contemporanei, ma anche il “sistema famiglia” (ridotto oggi in Occidente ai minimi termini) temano la medicina palliativa, per il forte investimento economico e umano che questa richiede?
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QUESTIONI DI BIOPOLITICA
Il dibattito su questo tema è appena agli inizi e da molti viene vistosamente
rimosso, tanto è inquietante. Bisogna invece promuoverlo con forza. Dietro
molte pressioni pro-eutanasiche si colloca certamente il sincero e “pietoso”
desiderio di veder cessare di soffrire tanti malati terminali, ma anche una particolare visione del mondo, a suo modo forse sincera, ma certamente “non pietosa”. Quella per la quale solo la vita “sana” è da ritenere “autentica”, pienamente degna di rispetto e protezione; quella per la quale la malattia è da combattere socialmente solo quando sia “curabile” o sia comunque (come in “alcune” - e solo alcune - forme di handicap) socialmente tollerabile. In questa
visione del mondo quando la malattia non è curabile, va abolita, sopprimendo
semplicemente la vita stessa del malato. Quello che qui entra in gioco non è
solo la riformulazione “epistemologica” della stessa medicina, avviata - in
questa prospettiva - a perdere la sua specificità “terapeutica” e a diventare una
mera prassi formale e neutrale di manipolazione del corpo umano, ma una vera
e propria riformulazione antropologica dell’idea stessa di vita. Abituati (forse
da millenni) a pensare che - a differenza delle “cose” - la vita non ha un valore, ma “è in se stessa principio di ogni valore”, gli uomini postmoderni si trovano di fronte a una sfida intellettuale e morale alla quale probabilmente non
sono preparati, quella di un sottile e compiuto “nichilismo”. Una vita che non
“sia valore” in sé e per sé, ma che “riceva valore” da una determinazione
estrinseca della volontà, è altresì una vita che può, per una determinazione
della volontà di segno opposto alla precedente, perdere “ogni valore” ed essere ridotta allo statuto ontologico della materia bruta.
Non ci troviamo più davanti a un semplice dilemma bioetico, ma a una sfida
radicale che investe né più né meno il senso stesso della presenza dell’uomo
nel mondo. Gli stessi tragici temi dai quali eravamo partiti, le sofferenze dei
malati terminali, i testamenti biologici, appaiono in qualche modo rimpiccoliti e banalizzati. Riflettendo sulla sua morte, l’uomo arriva ben presto a scoprire che riflette non su di un evento, su di un qualcosa che, pur se ineluttabilmente, prima o poi gli “avviene”; riflette piuttosto sulla sua mortalità, su “ciò
che egli è”. Questo può essere un pensiero così inquietante da esigere di essere esorcizzato. Che dietro tante istanze odierne favorevoli all’eutanasia non si
celi forse il più grande, il più vistoso, il più fallace esorcismo che mai l’ umanità abbia creato?
1 «Le Monde», 1 giugno 2002.
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Tecnoscienza e relazioni umane
Eugenia Roccella *
Il sapere scientifico ha sempre avuto ricadute pratiche, tecnologiche, ma oggi
la tecnica sta assumendo il ruolo principale nella ricerca scientifica e diventa
una forma di manipolazione che non si cura della conoscenza profonda dei
processi su cui interviene. Il termine “tecnoscienza” indica una scienza fondata ormai più sulla tecnica, che sull’acquisizione della conoscenza. L’irruzione
della tecnoscienza nel campo della procreazione sta modificando in modo
radicale le relazioni tra uomo e donna, e tra questi e i figli.
Tutti noi siamo abituati a pensare alla relazione materna e paterna come a qualcosa di profondamente legato agli istinti, al corpo, alle relazioni primarie che
fondano la convivenza umana. Ma le cose non stanno più così. Per capirci
meglio, vorrei citarvi un libro: Everything conceivable. How assisted reproduction is changing men, women, and the world, scritto da una giornalista del
Washington Post, Liza Mundy. Il titolo gioca sul doppio significato del termine “concepibile”: si può concepire, cioè immaginare, di tutto; ma ormai si può
anche “concepire”, nel senso di far nascere un bimbo, in molti modi.
È un viaggio nel Mondo Nuovo, nato quando per la prima volta una vita
umana è stata concepita fuori dal corpo di una donna. Un mondo in cui è possibile che la madre che ti ha partorito non sia quella genetica (nei soli Stati
Uniti il 12% delle fecondazioni in vitro avviene con ovociti donati); un mondo
in cui sono sempre più numerose le donne che fanno figli oltre i quarant’anni;
un mondo in cui l’82% dei figli nati da donatore vorrebbe conoscere il padre
biologico; un mondo in cui molte nuove famiglie sono disegnate fin dall’inizio con un solo genitore o anche con cinque, di cui uno o due “sociali”, cioè
legati al bambino giuridicamente, e gli altri biologici (che potranno occuparsi
del figlio o sparire nell’anonimato). Un mondo in cui con la tecnica ICSI gli
spermatozoi meno vitali possono essere iniettati nell’ovocita e fecondarlo,
anche se i maschi nati da quella tecnica sono destinati a essere sterili.
Qualcuno ha calcolato che, se l’1% degli uomini di ogni generazione è infertile e se tutti useranno l’ICSI, fra diecimila anni la specie umana non potrà più
riprodursi. In realtà la sterilità, soprattutto maschile, sta comunque crescendo
dappertutto, per cause ancora poco studiate. Stiamo assistendo, scrive la
Mundy, a un incredibile «esperimento sociale mediato dalla tecnologia». Il
* Giornalista, scrittice e portavoce del Family Day.
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QUESTIONI DI BIOPOLITICA
libro non è un manuale di divulgazione scientifica o un testo di bioetica, ma
un racconto-inchiesta, che raccoglie storie vere narrate dai protagonisti. Come
quella di una coppia di maschi omosessuali e delle loro due figlie gemelle.
Prima c’era stata la scelta della donatrice di ovociti, per metà fecondati con il
seme dell’uno e per metà con quello dell’altro (la cosiddetta “equità riproduttiva”). Poi l’incontro con la donna, già madre di quattro figli, che presterà
l’utero (lo perderà per un’emorragia durante il parto delle gemelle), poi ancora la decisione sugli embrioni da trasferire. «Abbiamo sempre voluto dei
gemelli. Talvolta abbiamo sognato gemelli con la stessa madre biologica e due
padri biologici» confessano i due, e il sogno si avvera: le bimbe sono gemelle, con due padri diversi e senza madre. O forse con due: la donatrice anonima
di ovuli e la donna che le ha partorite. È quella che viene definita “riproduzione collaborativa”: il senso usuale di parole come “padre” e “madre” non esiste
più. Nel Mondo Nuovo le persone vogliono avere bambini indipendentemente dalla relazione d’amore e a qualsiasi costo, nonostante infertilità e malattie,
nonostante la mancanza di un compagno, l’età e il sesso.
Le pagine del libro trasudano di domande drammatiche, per esempio, quelle
che riguardano la ricerca affannosa della propria origine. «Essere voluti,
sfortunatamente, non è sufficiente», si legge su un sito dove i figli nati da
donatori cercano ostinatamente i genitori biologici, cioè chi li ha generati. Le
famiglie in cui la fecondazione è avvenuta tramite donazione di gameti spesso formano associazioni che riuniscono i discendenti dello stesso donatore,
come il “gruppo 1.476”, che comprende i nati dal seme donato a una banca
dall’anonimo numero “1.476”. Poi ci sono i problemi di salute: «I bambini
nati da fecondazione in vitro sono diversi da quelli concepiti da genitori
senza problemi di fertilità. La gente che soffre di infertilità, o subfertilità,
sembra essere geneticamente differente da chi non ha problemi a metter su
famiglia come vuole», lo dice il presidente della Canadian Fertility Society,
padre di un bimbo nato da fecondazione in vitro. Questi bimbi sono spesso
prematuri e sottopeso anche se nati da un singolo embrione, con maggiori
complicanze in gravidanza e un tasso più alto di disabilità alla nascita. Negli
Usa aumenta il numero dei prematuri e dei parti gemellari, con le complicanze che ne derivano, compresa la morte. Per evitare pericolose gravidanze
multiple a volte si ricorre alla “riduzione fetale”, cioè all’aborto selettivo di
alcuni feti, per permettere agli altri di svilupparsi. Non esistono dati ufficiali. È uno dei capitoli più crudi del libro. Il dottore guarda il monitor dell’ecografo, inietta il cloruro di potassio nel cuore dei feti selezionati e mostra
alla madre quelli rimasti. Ci sono poi, naturalmente, gli embrioni congelati:
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TECNOSCIENZA E RELAZIONI UMANE
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in America sono mezzo milione, con organizzazioni che si occupano del loro
inventario e compagnie commerciali per lo stoccaggio, come se si trattasse
di scatolette di pomodori pelati.
Ho voluto riportare alcuni dei fatti raccontati nel libro, per spiegare come tutto
questo sia ormai vita vissuta, esperienza che tende a modificare il nostro senso
comune, i sentimenti profondi che finora sono stati condivisi da tutte le culture umane. Intanto però, le cose vanno avanti: sono avvenuti in questo periodo
alcuni fatti che rendono il libro di cui stiamo parlando già obsoleto, nonostante sia stato pubblicato soltanto l’anno scorso. Provo ad elencarne alcuni.
C’è stata, ad esempio, l’autorizzazione data dall’Hfea (l’Authority che in
Inghilterra regola le questioni che riguardano la fecondazione artificiale e gli
embrioni umani) ai cosiddetti “cibridi”. Il nome indica gli embrioni interspecie uomo-animale, creati con cellule somatiche umane e ovociti di mucca o di
altri mammiferi; gli embrioni così assemblati sarebbero umani al 99% circa.
Della mucca rimarrebbe il Dna mitocondriale: un lascito genetico minimo se
considerato a livello puramente quantitativo, ma fondamentale sul piano qualitativo. Aver consentito questa sperimentazione è il primo passo verso un futuro in cui l’umanità viene ridotta a una percentuale. Si potrà essere umani al
99%, e magari anche meno, si potranno progettare in laboratorio creature che
non si sa più a che specie appartengano, fino a prefigurare una situazione da
film di fantascienza, una sorta di bar di “Guerre Stellari”. Per adesso questi
embrioni verranno distrutti per farne cellule staminali, ma una volta che siano
stati creati, sicuramente a qualcuno verrà in mente di impiantarli in un utero,
magari di mucca. Ma perché questi assurdi esperimenti? Semplice: con la creazione dei cibridi gli scienziati inglesi vogliono ovviare alla carenza di ovociti
umani, che ostacola i tentativi di clonazione terapeutica. La clonazione terapeutica è stata l’araba fenice della ricerca scientifica degli ultimi anni, un
obiettivo tanto sbandierato quanto fallimentare. In nessun laboratorio del
mondo si sono mai ottenute staminali embrionali da clonazione e oggi il metodo della clonazione è stato superato dalle scoperte del giapponese Shinya
Yamanaka, che ha trovato il modo di far regredire cellule adulte allo stato
embrionale.
Eppure molti scienziati insistono ancora con gli esperimenti di clonazione,
perché ci sono stati enormi investimenti su questo tipo di ricerca, e abbandonarla, vuol dire buttare a mare denaro, brevetti, strutture e carriere. Gli ovociti animali servono perché se ne trovano in abbondanza, mentre il problema
degli studi sulla clonazione è sempre stata la carenza delle preziose “uova”
femminili, dovuta al fatto che le donne per produrle devono essere sottoposte
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a trattamenti ormonali pesanti e rischiosi. Se si usano gli ovociti di mucca,
invece, se ne possono avere migliaia a basso costo. Ma ora è sorto un altro
ostacolo: per la clonazione servono anche le cellule somatiche di un essere
umano. Qui non ci sono problemi di disponibilità, perché si tratta di cellule che
si possono prelevare con facilità. Il problema è che serve il cosiddetto “consenso informato”. Ma se si chiede a qualcuno «vuoi offrire una cellula della
pelle per fare un tuo clone ibrido, con un ovocita di una mucca?», è difficile
ottenere un consenso entusiasta, per quante garanzie si offrano.
E così passiamo al secondo fatto avvenuto nelle ultime settimane, una notizia
a cui è stato dato scarso rilievo, ma che è invece molto significativa: sempre
in Inghilterra, c’è stata la richiesta da parte di ventinove scienziati, fra cui tre
premi Nobel, che tessuti e cellule depositati finora nelle bio-banche possano
essere utilizzati senza consenso informato del donatore.
Il materiale biologico attualmente a disposizione è stato donato genericamente per scopi di ricerca, non specificatamente per esperimenti di clonazione,
tantomeno per la produzione di embrioni ibridi uomo-animale. È lecito pensare che non tutti avrebbero messo a disposizione del proprio materiale biologico per questo tipo di esperimenti. Ma cercare donatori consenzienti, adesso,
farebbe perdere troppo tempo e allora meglio eliminare il consenso informato.
Pare che il Parlamento inglese sia intenzionato ad assecondare la richiesta
degli scienziati. La proposta è significativa perché tutta la concezione dei
cosiddetti nuovi diritti individuali si fonda proprio sul consenso informato,
cioè sul diritto di ogni persona ad autodeterminarsi pienamente, a decidere di
sé, della propria vita e della propria morte in assoluta libertà. Il consenso informato è la pietra miliare di questa idea dell’autonomia individuale. Eppure,
dopo aver fatto del consenso un mito, si è disposti a scavalcarlo appena torna
comodo: i sostenitori entusiasti dell’autodeterminazione, come Stefano
Rodotà, dovrebbero rifletterci sopra.
Chiudo questa rapida carrellata delle ultime novità tecnoscientifiche con due
notizie che hanno colpito l’opinione pubblica: gli studi sugli “spermatozoi
femminili” creati da cellule somatiche di donne, quindi prive del cromosoma
“y”, e quelli sugli embrioni con patrimonio genetico di due madri. La prima
è stata interpretata come una vittoria dell’autosufficienza procreativa femminile, e dell’esclusione del maschio dalla generazione. Non è così. Lo scopo
sostanziale di questo tipo di ricerca è la commercializzazione del corpo
umano e della procreazione (produrre gameti da commercializzare attraverso
le bio-banche). La seconda notizia ha sconvolto molti commentatori, perché
distrugge un concetto basilare come l’unicità della genitorialità biologica.
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Avere due madri genetiche è sembrata una manipolazione eccessiva e scandalosa: eppure esistono già, fin dal 2001, bambini nati con Dna di due madri,
solo che la notizia non era stata divulgata attraverso i mass media. La novità
di cui si parla oggi riguarda esclusivamente la tecnica usata, diversa da quella applicata sei anni fa.
Le notizie, che ho ricordato, probabilmente le abbiamo lette con una certa distrazione, un po’ perché sono state diluite nel corso di qualche mese, un po’ perché non sembrano riguardare la nostra vita reale, i problemi della quotidianità. Messe in fila fanno maggiore impressione e rivelano un tratto comune: la
tendenza alla destrutturazione dell’esperienza umana, alla manipolazione radicale del corpo e delle relazioni.
L’enorme cambiamento - una rivoluzione davvero epocale - che sta investendo le esperienze e le evidenze umane ha una data precisa, la data di un evento
simbolico: la nascita di Louise Brown, la prima bimba nata da una provetta.
Tutto questo, insomma, parte dagli esperimenti sulla fecondazione in vitro che
risalgono agli anni Cinquanta. Vorrei essere esplicita su un punto: esiste una
netta linea di demarcazione tra i vecchi diritti civili degli anni Settanta, come
il divorzio e l’aborto, e quelli che oggi vengono indicati come nuovi diritti. La
Legge 40, quella che regola la fecondazione artificiale e che abbiamo difeso
con l’astensione al referendum di due anni fa, contiene un equivoco in cui
cadono molti cattolici: è vista con più indulgenza di quella sull’aborto, perchè
appare come una legge che permette la nascita, la vita. Ma anche gli ibridi
sono vita, anche le chimere, anche l’embrione creato in qualunque modo in
laboratorio è vita. In realtà i vecchi concetti pro-life, a difesa della vita, non
sono più adeguati: in campo non c’è più solo la minaccia alla vita, ma la
minaccia all’umano.
La fecondazione artificiale è il primo passo per il trasferimento della nascita in
laboratorio, al di fuori del contesto delle relazioni spontanee che si condensano intorno alla procreazione. È la prima volta, nella storia, che un figlio non
proviene da un rapporto carnale tra un uomo e una donna.
Vorrei ricordare che la legge 40 produce un alto tasso di aborti programmati,
cioè previsti e dati per scontati: per ogni bambino nato vivo ci sono in media
9 embrioni eliminati. Ma anche senza considerare l’intrinseca abortività delle
tecniche di procreazione assistita, il problema è che apre una prospettiva del
tutto nuova, la manipolabilità dell’umano. Credo che l’unicità della condizione umana sia legata al rapporto inscindibile tra biologia e relazione. Le due
cose sono strettamente intrecciate: se si separa la biologia dalla relazione affettiva, si ottiene la perdita di senso dell’esperienza umana. Da una parte si
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schiaccia l’umano sul biologico, facendo del corpo e della procreazione qualcosa di totalmente manipolabile. Dall’altra si destrutturano i rapporti che sono
a fondamento della convivenza e di qualunque cultura umana. Prendiamo la
maternità: le gatte, come tutti i mammiferi, fanno figli in modo simile alle
donne, ma non restano legate a loro per sempre, e tantomeno lo fanno i gatti
maschi. Nel mondo animale la paternità è un evento inconsapevole, labile,
pressoché inesistente. Per gli esseri umani, invece, la relazione materna è il
modello di tutte le relazioni umane proiettate nel “per sempre” e la paternità
acquista peso anche grazie al rapporto di fedeltà e di amore tra uomo e donna.
Il motivo è che tutti siamo figli, perché tutti abbiamo vissuto quella relazione
simbiotica infantile, perché ne abbiamo nostalgia profonda, che siamo capaci
di immaginare e costruire il matrimonio, la famiglia, l’amore che dura tutta la
vita. Il termine matrimonio ha una radice femminile, mater, perché è la maternità il cuore della famiglia, il nucleo primario intorno a cui si strutturano le
relazioni di parentela e si forma la comunità.
Come faranno i nostri figli a considerare un valore la tensione alla fedeltà
coniugale, se si possono avere più madri, persino geneticamente? Se non partiamo dal rapporto che fonda il nostro “per sempre”, cioè la maternità, non
riusciremo più ad educare alla responsabilità nelle relazioni affettive.
Il problema fondamentale oggi è il conflitto di potere su chi genera la vita, e
chi stabilisce le frontiere e le basi dell’umano. È un conflitto aperto dagli
scienziati che “giocano ad essere Dio” come titolava il Times. C’è l’esplicito
tentativo di entrare in gara con la Creazione, perché - secondo le nuove utopie
tecnoscientifiche - l’uomo fatto dall’uomo sarà migliore, più sano, più bello di
quello originato dal Caso, o creato da Dio. Sarà selezionato geneticamente,
migliorato e potenziato grazie alle tecniche di enhancement, prodotto secondo
alti standard di qualità, magari certificati da qualche Authoriy.
La politica ha acquisito un nuovo potere sui corpi, non paragonabile a quello
che deteneva un tempo, cioè quello di segregare, togliere la libertà o addirittura la vita. L’esercizio di quei poteri non toccava l’essenza dell’umano, né la
costruzione della coscienza. Oggi la politica ha il potere di stravolgere
l’esperienza millenaria degli uomini, a partire dalla possibilità di manipolare i
corpi, di controllare informazioni privatissime e di regolare, attraverso le leggi,
le nuove tecnologie.
Si parla di “biopolitica”. È un termine coniato da Michel Foucault, che oggi
però assume un significato diverso. Il potere interviene da sempre sui corpi,
ma finora è stato esercitato attraverso la coercizione, il sequestro delle libertà,
nei cosiddetti luoghi concentrazionari, come carceri, manicomi, ecc. Oggi
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invece viene esercitato attraverso l’introduzione di nuovi diritti, come se si
trattasse di un allargamento delle libertà individuali. È un incredibile paradosso, perché si sta costruendo una società totalitaria in nome dei diritti individuali. Parlo di quello che potremmo definire “totalitarismo genetico”, che
passa attraverso l’utopia scientista. Se qualcuno comincia a dividere l’umanità
tra chi ha diritto di nascere e chi no, tra chi è fit e chi è unfit, come facevano i
movimenti eugenisti d’anteguerra, se si può stabilire chi deve essere sottoposto ad eutanasia, se si può intervenire sul patrimonio genetico di qualcuno
prima che nasca, se si possono avere informazioni sulle probabilità di vita e
sulle eventuali malattie di una persona, è chiaro che ci si sta predisponendo a
una società totalitaria. Il potere della tecnoscienza secondo molti scienziati non
dovrebbe assolutamente avere limiti esterni, nemmeno quelli etici, perché è
buono in sé: la scienza avrebbe come fine il bene dell’umanità, il progresso, e
quindi non può essere limitata. In questo modo si sta legittimando un potere
irresponsabile, che è il presupposto della dittatura e lo si sta facendo grazie a
un allargamento delle libertà individuali.
Se non è guidata e indirizzata, la ricerca scientifica tende a produrre scenari
post-umani. I segnali sono moltissimi, ma forse l’esempio più surreale del
dibattito che ci aspetta è rappresentato dalla discussione aperta nel Parlamento
inglese intorno al problema degli embrioni interspecie, i “cibridi”. Non si tratta di una discussione etica, ma tecnica: a chi compete il rilascio dell’autorizzazione? L’Hfea è l’Authority che regola le questioni che riguardano fecondazione artificiale ed embrioni umani, ma si possono considerare i cibridi come
creature umane? Ed ecco la domanda centrale: che cos’è, come si definisce
l’umano? Qui il dibattito si è arenato, in un crescendo di interventi alla
Jonesco, bloccato dall’impossibilità di fornire una definizione soddisfacente,
comprensiva di tutti gli aspetti dell’umano. La discussione, a parte i tocchi di
umorismo demenziale (come il confronto tra il patrimonio genetico di un essere umano e di una banana) dimostra semplicemente che quando si abbandona
il terreno delle evidenze originarie, si entra in un campo minato.
Eppure la scienza non è affatto nemica. La recente scoperta di Yamanaka (le
cosiddette “staminali etiche”, cioè cellule somatiche “ringiovanite” fino a
diventare quasi come le staminali embrionali, senza creare né distruggere
embrioni) dimostra proprio che se non si forzano in modo estremo le tecniche
di intervento, se non si saltano le diverse fasi della ricerca sperimentale per
arrivare d’un balzo alle ricadute tecnologiche, si ottiene di meglio e di più.
Yamanaka non è mai passato attraverso la distruzione di embrioni e ha preferito circoscrivere le sue ricerche agli animali. Così la scoperta più importante
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dell’anno, quella che ha reso obsolete in un colpo le tecniche di clonazione,
viene da un paese che non ha puntato sulla sperimentazione sugli embrioni
umani come la Corea, che non ha investito cifre spaventose come la
California, che non ha costruito enormi “città della ricerca” come Singapore.
Viene da una cultura come quella giapponese, che ha sempre nutrito rispetto
per la bellezza e l’equilibrio armonioso della natura. Dopo la rivoluzione operata da Yamanaka la comunità scientifica si è velocemente ri-orientata, tanto
che Ian Wilmut, noto per aver clonato la pecora Dolly, ha abbandonato la clonazione per seguire il metodo inventato dal giapponese, e, nel suo piccolo,
anche la ricercatrice italiana Elena Cattaneo ha recentemente dichiarato di
voler fare la stessa cosa.
Per noi è importante dare la massima risonanza possibile alla scoperta di
Shinya Yamanaka e a quello che significa: la ricerca sulle cellule embrionali
umane non dovrebbe più essere finanziata, e la nostra proposta di moratoria
europea (su cui sono state raccolte oltre 25.000 firme) andava esattamente in
questo senso. Ci sono già 400 linee staminali embrionali certificate a disposizione dei laboratori; si possono usare quelle, nell’attesa che il metodo
Yamanaka sia messo a punto e diffuso. Quando, il 21 novembre scorso ho lanciato, su Avvenire, la proposta di moratoria europea per bloccare la creazione
di embrioni destinati ad essere distrutti in laboratorio, ho scritto: «non vogliamo fermare un treno in corsa, non chiediamo di interrompere i progetti di
ricerca già finanziati dall’ultimo programma quadro europeo. Chiediamo solo
di rallentare il treno, visto che la stazione d’arrivo non c’è più».
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