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European Journalism Legitimation - membership in the GNS Press Association - The ECJ promotes publishing, publication and communication work of all types - P. Inter.nal
COMPORTAMENTI A RISCHIO
I PROBLEMI ALIMENTARI
ANNO VII N.RO 07
del 01/09/2012
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Pag. psicologica
La moglie di Tolstoj
Prometeo
Plauto
Afidi
Nicodemate
Carlo Buti
Storia d’uno sconosc.
Faedrus favole in nap.
Da Torre del Lago P.
Elem. di paremiologia
Momento tenero
Pagina medica
Antropologia
Storia della musica
Andraous
Didone
Eros nei secoli
Critica letteraria
Politica e Nazione
Piatti tipici
Dalla Red. di Bergamo
I grandi Pensatori
Dentro la storia
Il pers.ggio del mese
Immagini d’altro tempo
De cognomine disput.
Dentro la città
Leviora – La satira
Nella società di oggi, si crea una sorta di condizione di “ pseudoidillio ” affettivo tra adolescenti e genitori, che da un lato attenua la
conflittualità intrafamiliare, ma al tempo stesso sottrae al giovane
parte di quelle motivazioni indispensabili per combattere le proprie
battaglie, spesso già condotte e vinte dagli stessi genitori. Da ciò, il
rischio della noia, “ percepita come un‟insoddisfazione di fondo, un
incontrollabile senso di vuoto, che fatica ad essere colmato e che costringe a stare per
ore davanti ad uno schermo. Una noia che stordisce e rischia di far sentire quel dolore
esistenziale, quella frustrazione, insita nel vivere, a cui l‟adolescente non è abituato.
Tale noia richiede di essere cancellata, attraverso qualunque strumento o metodo, che
possa restituire all‟adolescente la percezione del “suo essere qui ed ora” .1
Grazie alle nuove capacità cognitive, acquisite con lo sviluppo, gli adolescenti
dovrebbero saper elaborare programmi a lungo termine, ma spesso il futuro appare
così lontano ed incerto, che questa capacità viene applicata sul presente: l‟adolescente
preferisce, allora, di non rimandare scelte che hanno ricadute immediate, perché
queste gli consentono una rapida gratificazione nel presente.
Da tutto ciò scaturisce il bisogno di stordirsi, di riempire il senso del vuoto che li
pervade, ergo, mettono in atto vere e proprie azioni estreme ed incredibili.
Le problematiche alimentari adolescenziali più diffuse e più pericolose per la salute
dei ragazzi sono: l’ anoressia e la bulimia.
L‟anoressia e la bulimia sembrano, in apparenza, due fenomeni opposti. Occorre
analizzarli sommariamente, però, prima di trarre conclusioni affrettate.
L’anoressia è il rifiuto di mangiare, e porta come conseguenza l‟abbassamento del
peso del proprio corpo, sotto una percentuale dell‟85% di quello previsto, sulla base
delle proprie caratteristiche costituzionali. Gli anoressici decidono di dimagrire, e
mostrano una irrazionale paura di recuperare il peso perduto, anche se il loro
organismo è sottoposto ad una evidente denutrizione. Questo fenomeno interessa
molto le ragazze, che spesso soffrono, per conseguenza, di amenorrea, cioè saltano il
ciclo mestruale per periodi di almeno tre mesi. L‟anoressia diventa nervosa e cronica
quando i pasti vengono completamente aboliti. L‟organismo, però, ha le sue difese, e
quindi induce un senso di fame insopportabile, per sopperire alla mancanza di cibo,
spesso, l‟anoressico ricorre al vomito, assume farmaci lassativi o diuretici, oppure
svolge un‟attività fisica esagerata, nel tentativo disperato di continuare a controllare il
proprio peso.
Negli ultimi 40 anni, l‟incidenza dell‟anoressia mentale è raddoppiata, e sembra
continuamente aumentare. Secondo alcune stime, nel 14% dei casi l‟anoressia, o una
sua conseguenza, porta alla morte, per questo è importante intervenire tempestivamente, allorché si manifestano i primi sintomi. L‟anoressia colpisce, nel 90%
circa dei casi, le ragazze. Ultimamente, però, l‟anoressia maschile sembra essere in
crescita. Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), redatto
dall‟Associazione psichiatrica Americana, l‟Anoressia nervosa è caratterizzata da:
 Perdita del 15-20% del peso corporeo (oltre il 30% può necessitare un ricovero);
 Amenorrea da oltre 6 mesi e rifiuto del cibo;
 Paura ossessiva di ingrassare, senso di onnipotenza;
 Senso di non appartenenza del corpo.
Franco Pastore
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1.
2.
3.
PETTER, “PROBLEMI PSICOLOGICI DELLA PREADOLESCENZA”. ED. LA NUOVA ITALIA.
PIETROPOLLI CHARMET GUSTAVO; “ I NUOVI ADOLESCENTI”; RAFFAELLO CORTINA EDITORE.
POTITO D., BERNARDI V., BUZI F., LORINI R.; “ADOLESCENTE FRA PSICHE E SOMA”; UTET.
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Antropos in the world
LA DONNA NELLA STORIA
Sof'ja Tolstaja a cura di Andropos
Со́фья Андре́евна Толста́я (prima parte)
Sòf'ja Andrèevna Bers, detta Sonja, coniugata Tolstàja, contessa russa, nacque a Glebovo-Strešnevo, 22
agosto 1844. Fu moglie di Lev Nikolàevič Tolstòj, da lei
confidenzialmente chiamato Leone «Lëvočka», al quale
diede tredici figli. Nata in una dacia del villaggio di
Pokrovskoe, a nord-ovest di Mosca, nella tenuta di
Glebovo-Strešnevo, Sonja vi trascorse ogni estate fino al
matrimonio. In inverno la famiglia si trasferiva in un
palazzo statale del Cremlino, poiché il padre Andrei Be, di
origini tedesche, era medico della corte imperiale, oltre
che «consulente sanitario capo» del Senato e del Comando
militare, ed esercitava la professione a tempo pieno, anche
al di là degli incarichi governativi. La madre, Ljubòv'
Aleksandrovna Islàvina, di nobile famiglia russa, era
amica d'infanzia di Tolstoj, di due anni più anziana dello
scrittore, che ad undici anni se n'era innamorato, tanto da
spingerla, per gelosia, giù da un balcone, rendendola
claudicante per diverso tempo. Sonja aveva quattro fratelli
e due sorelle. La minore, Tanja, diventerà una frequentatrice abituale di Jàsnaja Poljana e un'amica fedele di
Tolstoj, al quale servirà da modello per il personaggio di
Nataša Rostova. Assieme alle sorelle, Sonja ricevette la
propria istruzione in casa, da parte della madre, delle
governanti, di un lettore di francese e di alcuni studenti.
Uno di questi, in particolare, le portò da leggere
Büchner e Feuerbach, affascinandola alle concezioni
materialistiche; ma la giovane, che si sentiva pur attratta
dal nichilismo, tornò presto alla fede ortodossa. Studiò per
conseguire il diploma di maestra, preparando un saggio
intitolato Musica. A sedici anni si recò all'Università di
Mosca per sostenere gli esami da privatista, superandoli
con successo (scriverà settant'anni dopo di «andare ancora
fiera» di quel diploma). Era il periodo dell'abolizione della
servitù della gleba, e Sonja, come altri giovani, si sentiva
entusiasta dell'evento. Conclusi gli studi, compose la
novella Nataša, che vedeva come protagoniste lei e la
sorella Tanja. La letteratura l'appassionava, perciò Tolstoj,
che aveva circa il doppio della sua età, rappresentava per
lei, prima ancora che un amico di famiglia, un modello
culturale: il racconto Infanzia (1852) era stato il libro che,
assieme al David Copperfield di Dickens, più l'aveva
interessata, tanto che ne aveva trascritti alcuni passi per
impararli a memoria, ad esempio: «Torneranno mai la
freschezza, la spensieratezza, il bisogno d'amore e la forza
della fede che si possiedono nell'infanzia?».
Nell'agosto del 1862 il trentaquattrenne autore di
Polikuška (la prima opera che la moglie copierà) prese a
frequentare quasi quotidianamente casa Bers, sia a
Pokrovskoe sia a Mosca. Scrisse alla zia Aleksandra: «Io,
vecchio imbecille sdentato, mi sono innamorato» Diede
l'impressione d'essere invaghito di Liza, la maggiore delle
tre figlie, che aveva diciannove anni, mentre invece
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covava per la diciottenne Sonja, una
irrefrenabile passione, confidata nelle pagine del proprio diario.
Il fidanzamento durò appena una
settimana e le nozze si celebrarono il
23 settembre a Mosca, presso il Cremlino, nella Chiesa della Natività della Vergine. Tolstoj
avrebbe poi descritto la cerimonia in Anna Karenina, nel
capitolo del matrimonio fra Kitty e Levin, rendendo con
cura sia il lato esteriore della funzione sia il processo
psicologico nell'animo dello sposo. Giunsero la sera
successiva a Jàsnaja Poljana, per stabilirsi nell'unica
dépandance rimasta dell'antica villa padronale che anni
addietro lo scrittore aveva ereditato e poi perso al gioco
d'azzardo . Decisero di risiedervi stabilmente insieme a
Tat'jana Aleksandrovna Ergol'skaja, zia di Tolstoj, che là
viveva con altre persone, alla cui presenza Sonja dovette
adattarsi, nonostante avrebbe preferito una compagnia
più giovane ed esuberante. Sonja ebbe sedici gravidanze,
di cui tredici giunte a termine. Allattò undici figli, anche
per il volere del marito di non ricorrere, almeno per i
primi tempi, ad una balia. Verso la fine del 1881 la
famiglia si trasferì a Mosca per la stagione mondana.
Tolstoj comprò allora una casa in città per risiedervi
stabilmente, così da permettere ai figli ormai grandi di
ricevere una migliore istruzione. Sonja, che aveva appena
affrontato un nuovo parto, trascorreva le giornate e le
serate in compagnia dell'alta società, facendo o ricevendo
visite, mentre il marito stringeva rapporti con persone
d'altro genere: lavorava con i segatori di tronchi, frequentava le prigioni e gli ospizi, distribuiva il proprio
denaro, si recava nelle fabbriche e nei mattatoi fuori città
(il che lo rese vegetariano) e ogni tanto portava con sé il
figlio Lev junior.
Partecipò inoltre come volontario al censimento municipale per visitare il quartiere dei bassifondi di Mosca.
La moglie parlava poco con lui e scambiò l'estraneità
delle loro vite per un apparente ritorno alla serenità.
Assidua copista dei manoscritti di Tolstoj, oltre che sua
fida amministratrice, gli visse accanto per quarantotto
anni, rivelando una personalità altrettanto inquieta e
attraversando con lui il dramma di una lunga e insanabile
crisi coniugale, che, più volte, spinse il marito ad abbandonare la famiglia.
Osteggiata dai cosiddetti tolstoiani perché restìa ad
assecondare il coniuge nelle sue più ardite scelte morali,
fu considerata – specie dopo la tragica morte dello
scrittore – alla stregua di una moderna Santippe. Non
mancò tuttavia chi la difese, apprezzando in lei non solo
la donna dal carattere sensibile, la memorialista, nonché
autrice di narrativa. Morì di polmonite, come il marito
nel 1919, durante la guerra civile russa. (continua)
Antropos in the world
MITOLOGIA GRECO-LATINA
PROMETEO (Προμηθεύς)
a cura di Franco Pastore
Il mito di Prometeo si svolge nella Scizia, un paese a
nord della Grecia. Protagonista è un Titano, un Titano,
figlio di Giapeto e e dell'oceanina Climene, che, per
difendere gli uomini, sfida coraggiosamente Zeus e, per
aver tentato di redimere l'umanità dalla miseria e dalla
paura, soffre per il martirio che gli viene inflitto.
Essendo preveggente, Prometeo non aveva preso parte
alla Titanomachia, aveva capito che il Destino voleva la
vittoria di Zeus. Giusto e pietoso, sentiva una grande
compassione per gli uomini, che a quel tempo erano
ancora selvaggi. Non avendo una grande ammirazione
per Zeus lo mise alla prova: uccise un toro e nascose nella
pelle di questo la carne migliore, poi fece un mucchio più
grosso con le ossa, col grasso e con le interiora, lasciando
scegliere a Zeus che scelse il mucchio più grosso.
Per vendicarsi dell'inganno Zeus ordinò ad Hefèsto, il
Vulcano dei latini, di fabbricare una donna di straordinaria bellezza e di infonderle vita mediante una scintilla di
fuoco. Tutti gli Dèi vollero fare un dono alla fanciulla:
Atena le regalò le attitudini ai lavori femminili, Afrodite
le donò la grazia, Hermes le diede il coraggio e l'astuzia
ammaliatrice. Avendo ricevuto tutti questi doni la fanciulla fu chiamata Pandora, che in greco significa
appunto "tutti i doni". Zeus ai doni aggiunse un vaso
chiuso, un vaso che non si doveva mai aprire.
Pandora fu mandata sulla terra per sposare Epimèteo,
che in greco significa "colui che ha solo il senno del poi",
fratello di Prometeo. Epimèteo, che era imprevidente e
impulsivo, appena vide Pandora se ne innamorò e volle
subito sposarla, senza ascoltare le parole del fratello che
gli aveva raccomandato di diffidare da tutto ciò che
proveniva da Zeus. Pandora appena sposa di Epimèteo, si
fece vincere dalla curiosità femminile e volle aprire il
vaso che Zeus le aveva regalato come dono di nozze.
Aprendo il vaso, Pandora fece uscire fuori tutti i mali
del mondo che presto si sparsero per tutta la Terra, riuscì a
trattenere soltanto l'ingannevole Speranza, che stava nel
fondo. Tra le tante infelicità quella che più colpiva gli
uomini era quella dell'ignoranza sui benefici del fuoco,
mangiavano ancora la carne cruda degli animali e
gelavano di freddo d'inverno. Prometeo, per rimediare a
tanta miseria, si recò a Lemmo dove rubò al dio Hefèsto
una delle sue faville di fuoco e nascondendola in un
bastone la portò agli uomini.
Insegnò agli uomini tutti i benefici del fuoco, ma anche
altre cose come l'architettura, la scrittura e la medicina.
Gli uomini presi da tante novità, iniziarono a trascurare i
doveri religiosi e questa cosa irritò molto Zeus che decise
di punire chi era stato causa di cotanto oltraggio. Fece
catturare Prometeo da Cratos, la forza, e Bia, la violenza,
poi lo fece portare sul monte più alto della selvaggia
Scizia, dove fu crocifisso da Hefèsto, con catene e anelli
alle braccia e ai piedi
ed un grosso chiodo piantato
nel costato.
Ogni mattina, un' aquila fu
mandata a divorargli il fegato,
il quale, poi, ogni giorno miracolosamente ricresceva. Il supplizio durò secoli, nemmeno le Oceanine, che ogni giorno,
uscivano dal mare per consolarlo, riuscirono a convincere
Prometeo di sottomettersi al potere di Zeus.
Alle orecchie di Zeus arrivò voce che Prometeo aveva
predetto la fine del suo regno e che solo lui poteva
aiutarlo svelandogli il segreto; Zeus si affrettò a mandare
Hermes da Prometeo, che però non volle parlare fino a
quando non fosse sciolto dalle catene e non gli fosse
riconosciuto da Zeus il suo agire nella buona fede, in aiuto
degli uomini.
Alla fine, Zeus si decise a liberare Prometeo, che
mantenne il patto e rivelando che, se egli avesse sposato
Teti, gli sarebbe toccata la stessa sorte che toccò a suo
padre Cronos e ad Urano.
Conosciuto il segreto Zeus sposò Hera e fece sposare
Teti ad un mortale, Peleo.
VESUVIOWEB.COM
Di Aniello Langella
1
Cultura, arte, ricerche di sapore antropologico,
sulla vasta area tra il vulcano ed il mare:
La porta di Capotorre – Villa Angelica – Le torri
aragonesi – Vico Equense - Sorrento e Capri - I Funari –
La villanella – Diz.rio torrese – Eros a Pompei – La
lenga turrese - Santa Maria di Costantinopoli a Torre del
Greco di A. Langella - L‟incendio vesuviano del 26
aprile del 72 – Il monastero della SS.Trinità di Vico
Equense – L‟incendio vesuviano dell‟aprile del 1872 –
Sopranno-mi sarnesi di A. Mirabella – Il Vesuvio e la
sirena – Storie di lazzari e briganti.
Novità di settembre:
 U Dio quanto è largo stu cortiglio. Di F. Tessitore.
 Villa De Curtis, un Patrimonio a rischio, di G.Maddaloni.
 Napoli, le bombe e l‟ultima guerra mondiale, di Caffarelli.
 Quanno carètte Musullino di Salvatore Argenziano.
 A. Langella – Passeggiando a Villa dei Misteri a Pompei.
1) A. Langella è nato a Torre del Greco. Nel 1978, si laurea in Medicina e
Chirurgia alla Federico II di Napoli. In seguito, si specializza in Ortopedia e
Traumatologia a Padova ed in Riabilitazione a Trieste Assunto in Ente
Ospedaliero Monfalcone, nel 2000, fonda il Gruppo Archeologico del
Mandamento Isontino. Ha scritto numerose pubblicazioni scientifiche
e, da più di 30 anni, studia Torre e il Vesuvio con amore e dedizione.
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Antropos in the world
IL TEATRO COMICO ROMANO
La parola commedia è tutta greca: κωμῳδία, "comodìa", infatti, è composta da κῶμος, "Kòmos", corteo festivo e ᾠδή,"odè",
canto. Di qui il suo intimo legame con indica le antiche feste propiziatorie in onore delle divinità elleniche, con probabile
riferimento ai culti dionisiaci . Peraltro, anche i primi ludi scenici romani furono istituiti, secondo Tito Livio, per scongiurare
una pestilenza invocando il favore degli dèi. I padri della lingua italiana, per commedia intesero un componimento poetico che
comportasse un lieto fine, ed in uno stile che fosse a metà strada fra la tragedia e l'elegia. Dante, infatti, intitolò comedìa il suo
poema e considerò tragedia l’Eneide di Virgilio. La commedia assunse una sua struttura ed una sua autonomia durante le
fallofòrie dionisiache e la prima gara teatrale fra autori comici si svolse ad Atene nel 486 a.C. In altre città si erano sviluppate
forme di spettacolo burlesche, come le farse di Megara, composte di danze e scherzi. Spettacoli simili si svolgevano alla corte del
tiranno Gerone, in Sicilia, di cui purtroppo, non ci sono pervenuti i testi.
A Roma, prima che nascesse un teatro regolare, strutturato cioè intorno a un nucleo narrativo e organizzato secondo i canoni
del teatro greco, esisteva già una produzione comica locale recitata da attori non professionisti, di cui non resta tuttavia
documentazione scritta. Analogamente a quanto era accaduto nel VI secolo a.C. in Attica, anche le prime manifestazioni
teatrali romane nacquero in occasione di festività che coincidevano con momenti rilevanti dell’attività agricola, come l’aratura,
la mietitura, la vendemmia.
PLAUTO: CASINA (184 a.C.)
Come la satura, anche la recitazione dell‟atellana preletteraria fu prerogativa dei giovani romani. Essi, nel tentativo di soddisfare il loro desiderio di recitazione senza incorrere nelle pene previste dalla legge per un cittadino che si
dedicasse in forma professionale alla carriera dell‟attore,
diedero vita ad una forma teatrale per dilettanti, caratterizzata da un‟accesa oscenità e da una forte aggressività
verbale, oltre che dalla ricorrenza di maschere fisse (per
esempio, Marcus, "lo sciocco", Pappus, "il vecchio avaro").
L‟atellana trovò collocazione in coda alla rappresentazione
degli spettacoli teatrali regolari di tipo tragico, con il nome
di exodium Atellanicum. Il teatro comico regolare si sviluppò
a Roma, insieme a quello tragico, a partire dalla seconda
metà del III secolo a.C.: l'aspetto rilevante è che di questa
produzione comica non sono sopravvissuti solo frammenti,
come nel caso della tragedia latina arcaica, ma un cospicuo
numero di opere che costituisce un'eccezionale documentazione: ventuno commedie di Plauto e sei di Terenzio.
cannella». Due rivali in amore, un senex anonimo
(battezzato Lisidamo da qualche editore tardo antico ) e
suo figlio Eutinico, si contendono il possesso dell'ancella
Casina, di sedici anni, che prima era stata esposta dalla
madre naturale, poi raccolta da un servo e allevata in casa
come una figlia da Cleostrata, la moglie del vecchio. Per
poter disporre liberamente della ragazza, il vecchio vuol
darla in moglie al fido fattore Olimpione, e il figlio, per
lo stesso motivo, al fido scudiero Calino. Il vecchio crede
di liberarsi del figlio incaricandolo di una missione
all'estero, ma Cleostrata ne prende le difese e la guerra
continua. Alla fine ci si affida al sorteggio, che risulta
favorevole al fattore. Cleostrata e la moglie del vicino,
Mirrina, travestono Calino da Casina e dopo una solenne
cerimonia affidano l'insolita “sposa” allo sposo e al vecchio, che gli fa da scorta. Nella casa messa a disposizione
dal connivente, i due non tardano a sperimentare la vera
Titus Maccus Plautus, nacque a Sarsina, tra il 255 e il identità di Casina e si prendono una durissima basto250 a.C.; i tria nomina si usano per chi è dotato di natura. In seguito si scopriranno i liberi natali della vera
cittadinanza romana, e non sappiamo se Plauto l‟abbia mai Casina che convolerà a giuste nozze con Eutinico.
avuta. Un antichissimo codice di Plauto, il Palinsesto SINOSSI:
È classificata tra le ventuno commedie varroniane e
Ambrosiano, rinvenuto ai primi dell‟800 dal cardinale
parte
dell'opera risale ad una ripresa dopo la morte del
Angelo Mai, portò migliore luce sulla questione. Il nome
commediografo.
Il prologo è preceduto da un riassunto
completo del poeta tramandato nel Palinsesto si presenta
nella più attendibile versione Titus Maccius Plautus; da ("argumentum") della vicenda, strutturato in versi
Maccius, per errore di divisione delle lettere, era uscito secondo il modello dell'acrostico, grazie al quale è
fuori il tradizionale M. Accius . Plauto fu un autore di possibile leggere il titolo dell'opera. Tutte le commedie di
enorme successo, immediato e postumo, e di grande Plauto, eccetto "Bacchides", "Vidularia" e "Captivi",
prolificità. Inoltre il mondo della scena, per sua natura, utilizzano questo espediente. Nella Casina sono presenti
conosce rifacimenti, interpolazioni, opere spurie. Sembra degli elementi tipici del metateatro, finalizzati a tenere
che nel corso del II secolo circolassero qualcosa come viva l'attenzione del pubblico e ad accentuare la comicità
centotrenta commedie legate al nome di Plauto: non della trama.
Ad esempio, nell'atto terzo, alla scena quarta, l‟ancella
sappiamo quante fossero autentiche, ma la cosa era oggetto di viva discussione. Nello stesso periodo, verso la metà Pardalisca, dopo aver discusso a lungo con Lisidamo, si
del II secolo, cominciò una sorta di attività editoriale, che rivolge al pubblico: « Ludo ego hunc facete; nam quae
facta dixi, omnia huic falsa dixit. Era atque haec dotum
fu determinante per il destino del testo di Plauto.
La grande comicità generata dalle commedie di Plauto ex proxumo hunc protulerunt; ego hunc missa sum
è prodotta da un‟oculata scelta del lessico, un sapiente ludere. » « Mi sto prendendo gioco di lui. Ciò che gli ho
utilizzo di espressioni e figure tratte dal quotidiano, e da detto è una menzogna. Sono state la mia padrona e la sua
vicina che hanno inventato questa storia ed han mandato
una fantasiosa ricerca di situazioni ad effetto comico.
me per prenderlo in giro.»
La commedia: Casina «La fanciulla dal profumo di
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Antropos in the world
I GRANDI MISTERI A cura di Antropos
Gli afidi trasformano la luce del sole in energia
Gli afidi sono in grado di compiere un processo
fino ad ora osservato soltanto nelle piante!
« L‟osservazione che gli afidi, parassiti delle
piante, siano i primi insetti in grado di trasformare
la luce solare in energia, è nata in modo casuale, a
partire da un esperimento che aveva obiettivi differenti ». Inizia così il racconto di Maria Capovilla,
ricercatrice italiana all‟estero fin dall‟anno di laurea, il 1987
Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, ha
portato alla scoperta che gli afidi sono in grado di
compiere un processo nuovo e mai visto prima
d‟ora negli animali, producendo, a partire dalla luce
solare, l‟Atp, molecola paragonabile a una «moneta
energetica» da spendere per la produzione di
glucosio, e quindi di nutrimento. Solo le piante sono
in grado di compiere un processo simile, ma non
identico: «È scorretto chiamarla fotosintesi», spiega
subito Capovilla, «poiché negli afidi non esiste la
clorofilla, un pigmento fondamentale presente in
alcune strutture delle piante che realizzano appunto
la fotosintesi clorofilliana».
La ricerca è nata dall'osservazione che gli afidi
sono parassiti delle piante molto particolari. «Le
femmine, infatti, possono riprodursi senza che vi sia
la fecondazione, ma durante la stagione invernale
compaiono maschi e femmine», illustra la ricercatrice italiana che ora lavora a Sophia Antipolis, il
polo scientifico francese della Costa Azzurra.
«Sperando di ottenere dei maschi, gli afidi sono
stati messi al freddo e abbiamo notato un cambiamento nella loro colorazione: in condizioni normali
sono rosa e arancioni, mentre a temperature più
basse diventano verdi. Se si trovano ad affrontare
una situazione di carenza di cibo, quando la pianta
su cui si trovano sta morendo, allora diventano
bianchi». Da studi precedenti è stato dimostrato che
gli afidi possiedono il gene che codifica per i carotenoidi, una classe di pigmenti solitamente introdotti con la dieta, e responsabili della colorazione
degli afidi. «Quello che ancora non si sapeva, e che
abbiamo scoperto in questo studio», prosegue
Capovilla, «è proprio il ruolo di questi pigmenti.
Abbiamo visto che gli afidi sono in grado di
utilizzare l‟energia solare per produrre energia chimica, grazie alla sintesi di Atp, una molecola indi-
spensabile perché fornisce l‟energia necessaria per
lo svolgimento delle più importanti reazioni del
metabolismo». Grazie all‟Atp gli organismi possono
produrre il glucosio. La squadra di ricerca nella
quale lavora Capovilla ha scoperto che quando la
pianta sulla quale crescono gli afidi inizia a morire e
le foglie iniziano a cadere, questi parassiti diventano
bianchi. Non c‟è traccia di carotenoidi e gli afidi non
sono in grado di fabbricare Atp, mentre gli afidi
verdi e quelli arancioni producono Atp se esposti alla
luce solare. «La domanda che ci siamo posti è:
perché gli afidi dovrebbero avere a disposizione questo meccanismo di produzione dell‟energia quando
normalmente sono in grado di succhiare il glucosio
dalle piante? Una spiegazione possibile è che nel
momento in cui una pianta si ammala e muore,
l‟afide è costretto a migrare anche per lunghe distanze trasportato dal vento, e necessita quindi di una
riserva energetica da consumare prima di arrivare
sulla nuova pianta», prosegue Capovilla, secondo la
quale si tratta anche di un meccanismo di selezione
naturale. Gli afidi bianchi, infatti, non solo non producono Atp, ma sono anche più mobili e fanno meno
figli rispetto a quelli verdi e arancioni, sopravvivono
solo quelli che sono in grado di spostarsi su un‟altra
pianta per ricominciare il ciclo. Le prospettive per il
futuro? «Sarebbe importante poter dimostrare questo
processo dal punto di vista delle sostanze coinvolte,
quali sono i passaggi di questo meccanismo e come
viene prodotta energia sotto forma di Atp grazie ai
carotenoidi. Servirebbe una prova diretta di questo
collegamento e questo tipo di lavoro è adatto a un
team interdisciplinare che coinvolga biologi e fisici».
Eleonora M. Viganò
(Da Corriere della sera.it)
ἄζηερες μὲν ἀμθὶ κάλαν ζελάνναν ἂψ ἀπσκρύπηοιζι
θάεννον εἶδος ὄπποηα πλήθοιζα μάλιζηα λάμπῃ γᾶν
<ἐπὶ παῖζαν>
Le stelle intorno alla bella luna nascondono di nuovo
l'aspetto luminoso, quando essa, piena, di più sulla terra
risplende...
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Saffo, nata Mitilene, nell'isola di Lesbo, nel 640 a.C. circa e morta
a Leucade, nel 570 a.C. circa. E‟ stata una poetessa greca vissuta
tra il VII e il VI secolo a.C., di famiglia aristocratica.
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Antropos in the world
NICODEMATE
LA GUERRA DEI PRONOMI PERSONALI (III parte)
di Renato Nicodemo
Dopo il 25 luglio il voi sarà la prima illacrimata
Quando indirizza una petizione a un deputato, firma
vittima, della restaurazione antifascista. Lo spirito dei “il tuo eguale nei diritti”. 2
nuovi tempi – ci ricorda Enrico Nistri – 1 è immortalato
Si veda da noi la Rivista “Diamoci del tu” –
da una vignetta di Giovanni Mosca: E‟ il rimprovero di Comunità web per iscritti e simpatizzanti di Riun arcigno capufficio a un impiegato distratto: ”Come vi fondazione comunista. Eppure un aforisma dice che
permettete di usare il voi nelle lettere? Non sapete che da “Dare del tu subito, toglie il piacere di guadagnarselo”.
quando c‟è la libertà è obbligatorio dare del lei?”
Ci piace concludere dichiarando la propria adesione
Ci si mise anche Benedetto Croce che parlò al voi, italico e meridionale, e riportando la seguente
addirittura di odio (sic) di Mussolini verso la borghesia e storiella riferita al lei:
ripubblicò i propri epistolari, sostituendo tutti i voi con Il signor Rossi e il signor Bianchi lavorano nella
altrettanti lei.
stessa stanza d‟ufficio.
Il grande linguista Giuliano Bonfante ebbe a scrivere che
Rossi di tanto in tanto si assenta.
era nettamente in favore del tu e per l‟abolizione del lei
Bianchi sa, ma vuole essere … discreto.
per varie ragioni:
Entra il Direttore e chiede del signor Rossi.
1) L‟uso del lei si presta a penose confusioni: in “Io
Bianchi riferisce che si è assentato o un momento: è
non la vedo da molto tempo” il “la” può indicare una
andato da sua moglie.
donna o un interlocutore;
- Problemi di famiglia, forse …-, commenta il
2) l‟uso del lei per un essere maschile è ridicolo;
Direttore.
3) Il lei è di origine spagnola (1500), ci ricorda uno
La storia si ripete identica per più giorni. Al che il
dei periodi più tristi della nostra storia;
signor Bianchi volenteroso di farsi capire dice:4) Dante, Petrarca, Boccaccio e tutti i nostri autori del
Direttore, permette che le dia del tu?„300 e del „400, usarono sempre il voi e mai il lei per
___________
(1) E. NISTRI, Il Regime abolisce il Lei – Ora al Duce si dà del Voi, il
indicare rispetto.
Giornale 29.8.1994, p. 20
5) L‟Ariosto mostra disgusto per l‟uso del lei: non
s‟usa più fratello poi che la trista adulazion spagnola (2) Descrizione del sanculotto di Denis Richet in La Chiesa e la
Rivoluzione francese p. 98
portò la signoria fino in bordello”.
L‟avesse imposto il comunismo questo italianissimo
________
pronome non avrebbe avuto l‟ostracismo.
Con la civiltà di massa e col ‟68, soprattutto in Renato Nicodemo: nato a Laurito, è laureato in Pedagogia e
ambienti giovanili si incominciò a tuteggiare, trascu- Dirigente scolastico. Abilitato per l‟insegnamento delle
rando che dare del tu ad una persona anziana che non si lettere, è autore di articoli pedagogicodidattici, di
conosce è una pessima abitudine, denota mancanza di legislazione scolastica e noterelle. Appassionato di studi
mariani, cura la pagina mariana di alcune riviste cattoliche.
rispetto e volontà di forzare un‟intimità e imporre una Ha al suo attivo numerose pubblicazioni; qui di seguito
confidenza non concessa all‟interlocutore. Ma, si sa, Il tu alcuni titoli: La Vergine nel Corano, La Vergine nella Divina
è democratico, egualitario, livellatore: col tu evaporano
Commedia, Antologia mariana, Umile ed Alta, Il bel paese, I
i censi, le classi sociali, il prestigio, i meriti acquisiti. nuovi programmi della scuola elementare, Verso i nuovi
Segno di uniformità, di massificazione, di appiatti- Orientamenti ed altro.
mento, di non riconoscenza di qualsiasi gerarchia :
ipocrisia egualitaria che caratterizzò in Russia gli anni
immediatamente successivi al colpo di Stato bolscevico
(poi Stalin mise le cose a posto). Al tu si accompa-gnava
l‟appellativo “compagno” anche per chi non lo era o non
lo voleva essere.
LA MOGLIE DELL’OSTE
Sono infatti, i regimi totalitari che odiano la diversità
Commedia musicale in due atti, tratta dalla 12 novella de
a incominciare dal primo regime totalitario della storia ,
IL NOVELLINO di MASUCCIO SALERNITANO.
Autore: Franco Pastore
quello della Convenzione della Rivolu-zione francese ad
Regia
di Matteo Salsano.
odiare le diversità : “Il sanculotto non dice “signore” ma
“cittadino” e vorrebbe rende-re in “tu” il “voi”, non è
Richiedi il Dvd ad [email protected]
forse “un avanzo di feuda-lismo?”.
per un costo complessivo di € 6,50.
-6-
Antropos in the world
OMAGGIO AD UN GRANDISSIMO ARTISTA
Carlo Buti
“...i ve vulesse amà donna donn‟Amà
E ve vurria tenè mbraccia „a mme,
ma c‟è di mezzo un ma donn‟Amà
che non ci fa sposar la mammà…”
Stamattina mi sono svegliata con questa canzone
in testa, che sentivo sempre cantare da mia madre.
Mia madre aveva una voce dolce, calda e melodiosa,
con la quale ci svegliava al mattino e ci accoglieva
quando tornavamo da scuola. Mia madre era un
usignolo in gabbia. Mi ha preso una nostalgia struggente e il desiderio prepotente di sentirla di nuovo.
Così sono andata su you tube a cercarmela e mi sono
imbattuta nell‟artista Carlo Buti.
Ho sempre pensato che ad interpretare “Donna
Amà” fosse un cantante napoletano, invece ho scoperto che Carlo Buti era fiorentino. Nacque, infatti, a
Firenze nel 1902 e morì a Montelupo Fiorentino nel
1963. Cominciò la sua carriera con gli stornelli
popolari, poi si dedicò ad un repertorio melodicosentimentale, raggiungendo negli anni ‟30 enorme
popolarità, grazie anche alla diffusione della radio,
diventata in pochissimi anni il mezzo più amato dal
pubblico della canzone. Il suo fu il primo boom
discografico in Italia, quando vendere mille copie di
una canzone era un traguardo irraggiungibile per tutti
gli altri.
A differenza di molti cantanti dell'epoca, Buti
adottava uno stile maggiormente assimilabile alla
canzone popolare piuttosto che a quello della classica
aria da opera lirica in voga al tempo; questo stile
particolare, tuttavia, non solo non penalizzò la sua
carriera ma contribuì forse a determinare il grande
successo che ebbe in carriera, una carriera assai lunga
e prestigiosa al pari di quella di molti chansonnier di
fama internazionale, terminata nel 1956 durante la
quale incise 1.574 canzoni.
Le sue canzoni, che parlavano di amore, nostalgia
e patria, interpretate con sapiente ricamo canoro, lo
resero famoso in Italia e notissimo negli USA,
soprattutto in Sud America. Nel 1930 ottenne un
contratto di incisione per la Edison Records, che
lasciò nel 1934 per passare alla Columbia.
Nel 1931 fu uno dei protagonisti del festival della
canzone napoletana, e molti furono i classici napoletani da lui interpretati, come “Munasterio e Santa
Chiara” e “Marechiaro”.
Fu anche attore, nei panni di
un giovane tenore nella commedia del 1939 “ Per soli uomini”
di Guido Brignone.
Tra le canzoni del suo repertorio ne ho scoperto anche altre che mia madre
amava e che ben si armonizzavano con la sua voce:
Scrivimi, Torna piccina, Bambina innamorata,
Luna marinara, Fiorin fiorello, Serenata celeste .
Il successo di Buti superò i confini nazionali:
vendette moltissimo in tutto il continente americano. Una strada gli è stata intitolata nella capitale
argentina di Buenos Aires e in quella uruguayana di
Montevideo.
Un grazie a questo artista, che ha fatto sognare
mia madre con le sue canzoni.
Rosa Maria Pastore
-----------------------
Approfondimenti, Canta BUTI:
http://youtu.be/dq6Yi0VT5nE
Io t‟ho incontrata a Napoli
bimba dagli occhioni blu
e t‟ho promesso a Napoli
di non lasciarti più.
Ti dissi partirò domani
e ritornerò da te…
http://youtu.be/p9kaqx5_ejE
“...i ve vulesse amà donna donn‟Amà
E ve vurria tenè mbraccia „a mme,
ma c‟è di mezzo un ma donn‟Amà
che non ci fa sposar la mammà…”
http://youtu.be/zoqbsh7CFI0
C‟è una strada chiamata destino
che porta in collina
c‟è sul colle una casa argentata
chiamata fortuna …
http://youtu.be/wsQd-LmRWTE
Amapola, dolcissima amapola
lo sfizio del mio cuore
sei tu sola…
http://youtu.be/svQCWt6sKDI
Mamma son tanto felice
perché ritorno da te…
-7-
Antropos in the world
IL RACCONTO DEL MESE
STORIA DI UNO SCONOSCIUTO
DI Gaetano Rispoli
Enzo aveva trovato un buon posto per attendere il treno e
star comodo, la colonna di travertino della pensilina. Ci stava
poggiato con la schiena. In piedi poteva tenere d‟occhio la
valigetta delle caramelle, che sporgeva da sotto una panchina, seminascosta dalle gambe di una donna.
I viaggiatori erano impazienti,vedeva le loro facce stanche,
sfatte di sudore, preoccupate dell‟arrivo del treno .Ciascuno
di loro nervoso, faceva mille giri su se stesso. Aveva, come
se riservato, una piccola porzione di marciapiede e qualche
parola, o cominciava un discorso sulle ferrovie, sui ritardi,
sull‟opportunità di mettere altre corse per la maggiore comodità del pubblico. Così ogni sera la stessa storia.
La gente non era la stessa, ma lo stato d‟animo, l‟impazienza restava immutabile per ciascun viaggiatore che era
sulla stazione. Gli unici a non aver fretta, ad approfittar-ne,
erano gli studenti, le coppiette nascoste dietro una colonna
meno attorniata di gente. Quelle ragazzette con i calzini corti
erano allegre, si facevano scherzi e chiamavano per nome
qualche ragazzo per la sua compagnia e cominciare a
punzecchiarlo con paroline maligne.
Enzo capiva che era il solo a non agitarsi. Anzi a quell‟ora
ritrovava uno stato di calma, una sicurezza che durante la
giornata non riusciva ad avere. La sigaretta appena accesa gli
pendeva dalle labbra grosse. Essere sulla stazione senza il
pensiero di dover vendere le caramelle gli dava la sensazione
di starci per divertimento, per guardare tutta quella gente su
un solo marciapiede. Aveva solo un leggero dolo alle piante
dei piedi, non riusciva a stabilire se derivasse dalla stanchezza o fosse colpa delle scarpe. Tuttavia, quella lieve sofferenza gli dava una specie di piacere per il fatto che egli, libero
da altre preoccupazioni, poteva liberamente pensare che gli
facevano male, che, appena in treno, si sarebbe tolte le
scarpe e si sarebbe massaggiato, li avrebbe tenuti sotto il
sedile liberi in fondo alle sue lunghe gambe distese.
Spesso, lasciandosi andare ad una delle più belle fantasticherie, sentiva di essere un operaio che torna a casa. La
sicurezza di un lavoro, come operaio, era per lui una sensazione di ricchezza.
- Mi aspettano a casa - si diceva e pensava a sua madre.
- Andrò prima al fiume a immergere i piedi nella corrente -.
L‟aveva fatto altre volte e tutta la stanchezza era scomparsa.
Aveva sentito i muscoli afflosciati, li aveva stretti nella mano
come se fossero stati dei cuscinetti di stoffa.
Il treno della sera era un accelerato e portava sempre ritardo.
Dai ferrovieri ai viaggiatori tutti lo sapevano, ma ognuno
sperava che il ritardo fosse meno della sera prima.
Dall‟altoparlante una voce roca, da fiera, annunciò l‟arrivo
del treno. I viaggiatori si disposero lungo il marciapiede,
rivolti al lato giusto. Enzo vide spuntare i due fanali accesi
del treno che arrivava, poi ci fu un fischio d‟avviso, prolungato. Il convoglio aveva due sezioni: una proseguiva per
Sapri, l‟altra composta di due vetture andava a Lagonegro.
Queste ultime erano le meno affollate. Enzo si diresse verso
una di esse e prese posto in un scompartimento vuoto. Gettò
la valigetta sotto il sedile dove si era seduto. Ascoltò le grida
degli studenti e le voci sul marciapiede degli scarichini.
-8-
Quando, dopo la sosta, il treno si mosse le colonne della
pensilina, i grossi tubi di ferro passavano avanti il finestrino,
come oggetti isolati di un unico paesaggio. Enzo vide, senza
muoversi, le luci allontanarsi e le figure dei ferrovieri di
servizio. Egli, che si considerava un essere tollerato da quanti dovevano badare ai venditori clandestini che abusivamente
lavoravano sui treni, guardava quegli impiegati nella loro
divisa, gli agenti della ferroviaria con il segno distintivo del
corpo sul braccio, con una specie di rispetto e di invidia.
Avere una divisa, un berretto sulla testa significava essere
qualcuno.
- Puoi essere un cafone fesso, ma quando hai una divisa nessuno ti guarda dall‟alto in basso. – Gli diceva suo padre.
Egli invece era uno che doveva scappare e strappare la vita
giorno per giorno. Non provava più quel benessere di prima.
Si sentiva di nuovo avvilito, seguito. Non riusciva a tenere le
gambe tese. Egli non era mai sicuro tornare a casa, la sera.
C‟era sempre un‟incertezza, la possibilità di passare una
notte in una stazione o in un ufficio di Commissariato di F.S.
La sera, mentre la stanchezza lo disponeva al riposo, la
preoccupazione che qualcuno volesse sorprenderlo lo scuoteva a tratti, improvvisamente.
Fu proprio quando nel corridoio risuonò un passo pesante e
la voce caratteristica del funzionario, dall‟accento cortese e
preciso, che egli istintivamente si affacciò nel corridoio. A
pochi passi da lui c‟era la massiccia persona del controllore
principale. Un gran vuoto gli si fece nello stomaco. Aveva
l‟abbonamento, non vendeva caramelle, ma quel tale lo conosceva per un venditore e lo teneva puntato.
Gli fu vicino e lo investì il caratteristico odore della divisa
del controllore. Dietro gli occhiali spessi, col cristallo verdino, gli occhi grandi appena gli si posarono addosso ebbero
un guizzo e divennero enormi, per Enzo, e più neri, più
vivaci, simili a due macchie che si spandevano in quel viso.
Con disinvoltura estrasse l‟abbonamento dal taschino e lo
presentò al controllore. Questi appariva quasi indifferente e
mostra di non riconoscerlo.
-Va bene! – disse dopo averlo guardato. Poi lo fissò furbescamente. Di nuovo quegli occhi. Fece un passo indietro,
in un atteggiamento distratto, quasi volesse voltargli le
spalle.
- Dove hai messo la valigetta? – Gli puntò il dito sul viso.
Gli occhi al disopra degli occhiali ancora avevano per lui
quello sguardo implacabile.
- Quale valigetta, cavaliere? Sogghignava il controllore. Lo chiamavano “il lupo”. Ed ora
„il lupo‟ aveva la sua preda. Enzo sentiva di tremare. Nello
stomaco gli si faceva una acquiccia. Il viso doveva essere lo
stesso di prima, smarrito e indecifrabile, con gli occhi vuoti
che pescavano attraverso la divisa i movimenti, gli umori del
controllore.
- Quelle delle caramelle, no? Il controllore si piegò sotto il sedile e fece soddisfatto: Questa di chi è?- Non è mia! -.
Ci sono le caramelle dentro. – La scosse e il rumore
Antropos in the world
caratteristico ne rivelò il contenuto. Enzo non riusciva a
parlare, né a cercare una parola per difendersi. Sapeva che
era inutile.
- Perchè l‟hai fatto? Non conosci il regolamento? Tu lo
conosci... non si scherza col regolamento!. –
Era la legge e quell‟uomo grosso, lento nei movimenti, che
aveva fatto un grande sforzo nel piegarsi ed era diventato
d‟un tratto colorito, la rappresentava. Aveva le mani
bianche, curate e la fede e il brillante allo stesso dito. Era un
uomo che poteva essere padre, nonno e in quel momento era
la legge.
- A Battipaglia scendi con me! – disse meccanicamente.
Poi la diffidenza e quel timore che sapeva comunicare a chi
gli stava vicino gli fece dire a voce più alta:
- Non ti muovere di qui! -.
Lo lasciò nello scompartimento e proseguì. Enzo ascoltò il
tonfo dei passi, allontanarsi. Si sforzava di immaginare
ancora presente la figura del controllore principale.
Socchiuse gli occhi perché la sua presenza diventasse meno
reale. Fino a Battipaglia pareva dovesse trascorrere un
tempo interminabile. Tutta quella scena era stata così fitta
che non ne era certo che fosse accaduta a lui. Gli pareva
impossibile di vivere momenti di quel genere e che ci
fossero uomini capaci di annientarne altri solo in forza di un
regolamento che essi rappresentavano.
Enzo, là dentro, si sentiva isolato e lontano dagli altri
uomini. Lontano, come in un deserto, in un immensa distesa
indifferente di sabbia e di cielo. Era disperso, sconosciuto,
non poteva chiedere aiuto , ne gridare ragione. Sapeva cosa
gli sarebbe accaduto e che era soltanto questione di tempo. Il
conduttore che era stato avvisato, venne a cercarlo. Aveva la
lanterna sotto il braccio. Il berretto gli nascondeva gli occhi
- Ti sei fatto pescare – gli disse con alterazione – ora te la
passerai male! -.
Era un conduttore che non conosceva. Di viso era simpatico
e bruno. Aveva un corpo asciutto e la divisa gli andava
comoda. Non si sedette,ma poggiò la lanterna sul sedile.
- Scendi con lui a Battipaglia! – Poi, riferendosi al controllore disse ridendo:
- Sempre lupi sono, ne puoi trovare uno più liscio di pelo! -.
Enzo era assente, estraneo ad ogni commento. Egli apparteneva a una categoria, quel ferroviere ad un‟altra non c‟era
possibilità d‟intesa, di solidarietà. Il conduttore guardò nel
corridoio e poi accese la mezza sigaretta, nascondendo la
bocca e il naso, per un attimo, nel cavo delle mani.
- Se fai questo mestiere vuol dire che guadagni! - disse
calmo, con tono confidenziale – Altrimenti ti troveresti un
altro lavoro -.
Continuava a tacere. Mentalmente pensava una risposta e non
riusciva a trovarla. Non aveva un moto di ribellione, né un
qualcosa che mostrasse il fastidio, la nausea per quell‟uomo
curioso e indifferente, che lo sezionava con gli occhi con le
parole, senza un minimo di rispetto.
- Quanti anni hai? – gli chiese il conduttore. – Non hai neppure vent‟anni, perché ti vuoi macchiare la condotta?-.
Cosa significava quella stupida parola che, nei momenti
difficili, gli tiravano in ballo? Se voleva rischiare di farsi
dire che era un bravo ragazzo doveva cambiare mestiere.
L‟aveva fatto. Era stato dal masto per due mesi. Niente paga
il primo mese. Il secondo cominciò a percepire duecento lire.
Quella sarebbe stata la paga, anzi loro la chiamavano la
mazzetta, e doveva restare tale per un anno .” Poi si vedrà “,
gli aveva detto il masto, “ se hai imparato qualcosa resti e se
no via.” Questo per restare un bravo ragazzo. Sentirsi
chiamare “fesso e scemo” cento volte al giorno fino a quando
quelle parole non le avrebbe più capite, come se fossero state
un intercalare del discorso.
- Non te ne do diciotto, - gli disse il conduttore. Il suono
monotono di quella voce lo fece voltare dalla sua parte.
Sugli scambi di Battipaglia le ruote del treno stridettero.
Enzo vide le prime luci delle case.
Il controllore venere a prenderlo. Restò nel corridoio.
Mostrava l‟indifferenza professionale che doveva essergli
naturale. Non guardava il ragazzo. Gli bastava averlo vicino,
saperlo incapace di trovare una scappatoia.
Enzo pensò che fosse opportuno chiedergli di lasciarlo
andare per quella volta. Si preparava a piangere, a chiedere
perdono. Il controllore, frattanto chiuse la borsa che aveva
con sé. Sollevò appena il berretto e si affacciò al finestrino,
poi chiamò, mentre il convoglio era ancora in moto,
qualcuno della polizia. Enzo allora capì che quel massiccio
personaggio era inespugnabile.
Il conduttore, che fino a quel momento era stato zitto, aprì lo
sportello e dette la precedenza al superiore.
Enzo ebbe un attimo di indecisione, poi scese dal treno senza
la valigetta. Il controllore, una volta sul marciapiede, cercava
qualche agente della Ferroviaria. Enzo seguì il controllore
all‟ufficio di polizia, tenendosi al suo fianco, vicinissimo.
Nell‟ufficio dovettero attendere l‟agente di servizio. Enzo
aspettava di sentire il fischio del capo stazione.
Il controllore aveva cavato dalla borsa di pelle un libretto di
tariffe ferroviarie e lo consultava attentamente, senza
occhiali. Per lo sforzo cui era sottoposta la vista socchiudeva gli occhi e teneva il manuale a una certa distanza. Egli
non pensava a cosa passasse per la testa al ragazzo, né
credeva di fare qualcosa che lo danneggiasse. In quelle
occasioni sentiva solo di fare il proprio dovere, e un tale
punto di vista lo immunizzava da ogni possibile debolezza.
Enzo fece uno sforzo per allontanarsi dalla scrivania quando
vide entrare il brigadiere.
- Sei tu ! - gli disse il brigadiere che lo aveva riconosciuto.
- La solita piaga… – commentò il controllore. Gli piaceva
quella definizione, l‟usava ogni qualvolta si trovava in simili
circostanze.
Enzo vide il treno passare lentamente davanti all‟ufficio. Al
finestrino c‟era il conduttore che lo aveva tenuto d‟occhio.
Poteva farlo, ma non gli sorrise. Aveva la bocca chiusa e da
lontano, nella penombra della sera, la sua espressione era
triste.
La voce del brigadiere lo scosse di nuovo :
- Beh, dove sono queste caramelle! - disse rivolte al ragazzo.
Questi lo guardò senza rispondere. Non era in grado di
valutare il disappunto del controllore. Stette quasi per non
negare, poi: - Non vendevo!-, rispose con caparbietà.
-9-
Antropos in the world
Aveva addosso un sudore freddo. Si stropicciava le mani
umidicce e appiccicose. La faccia del controllore principale si
allargò e una smorfia l‟attraversò cambiandogli l‟espressione.
- Dove hai lasciato la valigetta? – Enzo ebbe vicinissimo il
fiato caldo e la smorfia irosa di quella bocca.
- Non avevo la valigetta? – Disse rivolto al brigadiere
- Non vendevo. Ero seduto e tornavo a casa! -.
- Che cosa facevi sul treno. – Insistè il controllore.
- Tornavo a casa – Ripetè il ragazzo.
- Cosa eri andato a fare a Salerno? – Con occhi del controllore sembravano due minuscoli uccelli neri che sbattevano,
prigionieri, nel cavo carnoso di una mano.
- Di che l‟hai lasciata sul treno. Non è così? – Era intervenuto
il brigadiere, in aiuto del controllore.
L‟avrai consegnata a un amico, In qualche posto deve pur
essere, mica si tratta di un fazzoletto! –.
- Enzo guardava la faccia congestionata dal controllore e quei
gradi in oro del berretto che avevano una forza suggestiva,
pieno di un segreto potere.
- Dove l‟hai nascosta? - Gli chiese implorante il
controllore. Si era chinato su di lui. Enzo vide i suoi denti
ingialliti: conosceva quel riso serrato che sarebbe venuto da
quella bocca una volta che lui l‟avrebbe avuta vinta.
Il brigadiere aspettò che il controllore si fosse convinto che
doveva mandare via il ragazzo, perché mancava il corpo
del reato.
- Questo è uno di quelli segnalati in tutta la zona - poi,
calmo aggiunse:
- Vedrete che ci cascherà qualche altra volta -.
- Ti devo pescare! -.
Era naturale la sua collera, era un controllore principale e
forse un giorno avrebbe avuto il quinto bordo. Stette in
piedi evitando di portarsi a faccia a faccia col ragazzo fino
a che il brigadiere non lo congedò.
AISOPOS ET PHAEDRUS IN NAPOLETANO
Ranae regem petierunt
Cum Athenae florent aequis legibus, procax libertas civitatem
miscuit et licentia solvit pristinum frenum. Hic, cum factionum
partes conspiravissent, arcem tyrannus occupat Pysi-stratus.
Cum Attici tristem servitutem flerent et gemere coepissent,
Aesopus talem tum fabellam narravit: - Ranae vagantes liberis
paludibus, clamore magno regem petierunt a love, ut dissolutos mores vi compesceret. Peter deorum risit atque ranis dedit
parvum tagillum, quod subito vadi motu sonoque pavidum
genus terruit. Cum ranae mersae limo diu-tius iacerent, forte un
tacite e stagno caput extollit et, cum exploraverit regem,
cunctas evocat. Cum inquinavissent parvum tigil-lum omni
contumelia, petierunt a Iove alium regem quoniam erat inutilis
qui datus erat. Tum Iuppiter misit hydrum qui, dente aspero,
ranas corripuit. Furtim igitur dant Mercurio mandata ad Iovem,
ut adflictis succurrat. Tunc contra deus: " Quia nolui-stis
vestrum tolerare, inquit, bonum, ma-lum tolerate!. Vos quoque.
O cives, Aesopus dixit, tyrannum sistinete, ne maius veniat
malum”.
Traductio ad sensum – Vedendo un ladro che
contraeva matrimonio, esopo raccontò questa favola:
come le rane seppero che il sole era sul punto di prender
moglie, fecero rivoltare il mondo intero. Quando Giove
sentì tutto quel baccano, chiese il motivo di tanta
animosità. Le poverette, allora, tristi ed adirate, gli
risposero con preoccupazione:« Se un solo sole asciuga
l‟acqua del nostro pantano e crea problemi in tutto il
mondo, cosa succederà, quando questi avrà dei figli?»
Lexicon necessarium:
Arrevutà: misero a soqquadro
„Ntribulàte: angustiate, come chi ha passato un
guaio.
Scure: di pessimo umore, adirate, contrariate.
_____________________
Faedrus – liber primus - II
- 10 -
„E RANE VONNO „NU RRE
„A libertà era troppe bella:
ognùno se faceva „a schifezzèlla
„e invece „e se dà „na regolata
gli Ateniesi facèttere „a frittàte:
mettère ncàpe „a loro „nu ricchiòne,
che in poco tempo „e facètte pecurùne.
Quànne capèttere „o sbaglie,
nu‟ nce fu niénte „a fa‟
„e sùle „sta favulélla è putette cunzulà:
„E rane ca zumbavene nda‟ palude
„e vivevene in tutta libertà,
dissero a Giove: chìste è „nu casìne
dacci „nu rre‟, ca ci adderìzza „e rìne.
„O puverièlle se mettètte „a rire
„e nce dètte „nu re senza sustanza,
penzànne: chìste fanne confusione,
tra libertà e rifondazione.
Ma „e fèsse, „na vota ca capéttere
ca „o re „o tenevene sòtte „o père,
turnàjene „a dumandà nù rre ovère.
Allora il padre degli dei si scocciò
„e „nce facètte „nu mazze „a roccocò:
ndà l‟acqua ca era calma „e liscia,
„nce schiaffai „na nera e lunga biscia.
Fernètte „a pace e la serenità,
a Giove, a ròppe, chiedettere pietà,
ma chìlle ca ere ncazzellùse
dicette: Vulìsteve „o cetrùle
„e mo stateve accorte stu pertuse.
_____________________
Franco Pastore – Faedrus, favole in napoletano
A.I.T.W. Ed. – Salerno 2011
Antropos in the world
DALLA REDAZIONE DI TORRE DEL LAGO PUCCINI a cura di Silvestri Pastore Cesare
Apre a Lucca la personale di Francesco Fanelli
LUCCA - La struggente magia del paesaggio, nelle
tele di Francesco Fanelli, da Torre del Lago a Viareggio. La Fondazione Banca del Monte di Lucca
offre alla città “Trasparenze solari”, la prima personale dedicata al grande artista livornese (18691924), allievo dell‟Istituto d‟Arte Passaglia di Lucca
e poi di Giovanni Fattori, che ha fatto parte del
gruppo di artisti vicini a Giacomo Puccini e che ha
partecipato attivamente al dibattito intorno alla
moderna pittura toscana. Dall‟1 al 30 settembre,
nelle sale espositive del palazzo della Fondazione al
numero 7 di piazza San Martino (centro storico),
tutti gli appassionati dell‟arte potranno ammirare gli
struggenti paesaggi ritratti nelle 42 opere esposte
nella mostra, curata da Giovanna e Filippo Bacci di
Capaci.
La grande retrospettiva è stata presentata questa
mattina (sabato 1 settembre) durante una conferenza
stampa a cui sono intervenuti Giampaolo Frizzi,
componente della Commissione Cultura della
Fondazione Banca del Monte di Lucca, che ha
portato i saluti del presidente Alberto Del Carlo, il
critico d‟arte Marco Palamidessi, che fa parte dello
staff tecnico scientifico della Fondazione, i curatori
Filippo e Giovanna Bacci di Capaci e Umberto
Sereni, autore di uno dei saggi introduttivi del
catalogo della mostra, edito da Maria Pacini Fazzi.
Come hanno ricordato i curatori nel corso della
presentazione alla stampa, Francesco Fanelli entrò
nell'orbita di Silvestro Lega partecipando alle
riunioni della trattoria del Volturno a Firenze, dove
si dibatteva sulla necessità di mutare la “macchia” in
senso impressionista. Frequentò i corsi tenuti da
Giovanni Fattori alla Scuola libera del Nudo presso
l'Accademia di Belle Arti di Firenze, insieme
all'amico Ferruccio Pagni, grazie al quale scoprì
Torre del Lago, dove ben presto si stabilì e dove
divenne uno dei fondatori del Club della Bohème,
confraternita artistico-musicale, venatoria e ludica. Il
paesaggio lacustre e i colori suggestivi della costa
tirrenica rappresentarono la primaria fonte di ispirazione per le tele di Fanelli.
Verso la fine del secolo realizzò le decorazioni a
tempera per la Villa Orlando a Torre del Lago e per
la Villa Ginori alla Piaggetta, combinando abilmente
il repertorio naturalistico del luogo con i motivi
floreali e Liberty. Dopo la partenza di Ferruccio
Pagni per l‟Argentina e il progressivo declino
dell'ambiente bohèmien, il pittore si trasferì a
Viareggio, dove fu tra i fondatori dei cenacoli
culturali Gianni Schicchi (1919) e l'Accademia degli
Zeteti e dove conobbe, fra gli altri, il pittore tunisino
Moses Levy, lo scrittore seravezzino Enrico Pea ed
il poeta casertano Elpidio Jenco.
Un clima culturale di grande fermento, quello tra
la fine dell‟Ottocento e i primi del Novecento in
Lucchesia, – ha spiegato Sereni ‒ dove il paesaggio,
da Torre del Lago alla Garfagnana, ha affascinato
artisti come Francesco Fanelli, Giovanni Pascoli,
Giacomo Puccini, Gabriele D‟Annunzio, tutti uniti
da un‟intensa comunità emozionale, da un‟idea
dell‟arte come impegno sociale e civile che celebra
la bellezza e la conserva per le generazioni future. È
quindi da sottolineare il merito della Fondazione
Banca del Monte di Lucca – ha aggiunto ‒ che oggi
offre alla città l‟occasione di avvicinarsi non solo a
un grande artista, ma a un capitolo fondamentale
dell‟arte e della cultura della nostra terra che
merita di essere valorizzato. L‟augurio è che questa
mostra costituisca un primo passo in questa
direzione.”
Alle sue innegabili capacità di fine e sensibile
disegnatore – ha detto Palamidessi ‒, valorizzate
dall'apporto di tenere accordature cromatiche,
Fanelli accompagnò sempre una sensibilità pittorica
in grado di vivacizzarsi e di esprimersi in immagini
intense e suggestive, definite intorno ad una tavolozza calibrata, ricca d'accordature quasi opalescenti.
In gran parte delle sue prove pittoriche si avverte
una grande passione per gli effetti soleggiati, che
cercò di rendere con acuta sensibilità, dedicando,
negli esiti, una cura e una verifica particolare nella
corrispondenza fra i valori luministici e quelli cromatici.”
(Da “ Schermo.it”)
____________________
La mostra, inaugurata sabato 1 settembre alle 18, resta aperta
fino al 30 settembre a ingresso libero e con il seguente orario:
dal lunedì al venerdì 15,30-19,30; sabato e domenica 10-13,
15,30-
IL DISCOBOLO:
I PIU‟ GRANDI SUCCESSI DI SEMPRE
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- 11 -
Antropos in the world
PROVERBI, DETTI E MODI DI DIRE
OVVERO, ELEMENTI DI PAREMIOLOGIA
 „A superbia va a cavàlle e torna appère.
 Quanne „o patre fa carnavàle, „e figli tocca fa‟
a quarajésema.
 Quando l'ammòre è a piézze nun c'è nisciùna
colla che l‟azzecca.
 „O ricco va „mparadiso sulo si more „ndà
connala.
La superbia va a cavallo e torna a
piedi. Quando il padre fa scempio delle risorse
della famiglia, i figli vanno incontro alla più nera
indigenza. Quando l‟amore è in pezzi, nessuna colla può rimetterlo insieme. Il ricco va in paradiso,
solo se muore in culla.
Esplicatio:
Implicanze semantiche:
appère: a piedi. Dall‟accus.latino ad
pede-m, con raddoppio freq. e metamorfosi evolutiva di d/r, come: Marònna e ròngo.
Sirica Dora
Carnavale: forma dissimilata da carne(le)vare, in riferimento all‟astinenza della quaresima.
nisciùna: nessuna. dall‟acc. latino ne ipsu-m =
neppure uno.
azzeccà: appiccicare, mettere insieme. Come per
l‟italiano, dal tedesco medievale ad zecken.
connela: culla; da cui cunnulià. Dal latino cunulam, sdrucciola, con raddoppio della post-tonica.
IN TEMA DI PARAMIOLOGIA AGRONOMICA a cura di Antropos
La paremiologia, dal greco ὶ( proverbio,
detto), è la scienza che studia i proverbi, i modi di dire ed
ogni frase che ha il fine di trasmettere la conoscenza
basata sull'esperienza.
La paremiologia comparativa studia nei proverbi
differenti linguaggi e culture. Essa si occupa dei proverbi,
delle informazioni accumulate in moltissimi anni di storia.
Queste informazioni possono in genere essere di: sociologia meteorologia, gastronomia, storia, zoologia, linguistica, religione, agronomia.
Anche nel contesto dell‟agronomia, la Paremiologia
trova largo impiego, offrendo una forma di saggezza
agronomica di antica data. Esempi:
« Se ogni uccello conoscesse il miglior grano, poco da
mietere resterebbe al villano.»
Ovviamente, ci riferiamo ai vari campi paremiologici, dalla coltivazione, alla paesaggistica, alla fisica, alla geologia ed all’economia.
Esempi:
 Muntagne e muntagne nu’ s’affrontano.
 L’erba del vicino è sempre più verde.
 Se d'aprile a potar vai, contadino, molt'acqua
beverai e poco vino.
 Letame di cavallo non fa fallo, quello di bue fa
quello che può, quello di pecora fa moltissimo.
 Il concime fa il foraggio, ed il foraggio fa il
concime.
 Vanga e zappa non vuol digiuno.
 Tre cose vuole il campo: buon lavoratore, buon
seme, buon tempo.
 Vanga piatta poco adatta; vanga ritta, terra ricca;
vanga sotto, ricca il doppio.
 L'opera d'arte imita ciò che la natura le propone
ed il buon Dio dispone.
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POESIA PAREMIOLOGICA:
AQUA ELECTA
Sembrano giganti addormentati
I monti dell’alta valle del Sele,
mentre i signori del cielo,
gli aironi,
volano più su,
guardando dall’alto
gli annosi uliveti
ed i folti boschi di castagno.
Antichi dialetti nostrani
scandiscono il tempo,
che s’adagia
come le vecchie comari,
all’ombra dei loro ricordi.
In questo intimo abbraccio,
ritrovo la mia radice;
gli uccelli discorrono col sole,
mentre le gazze, sul pino,
dialogano tra i rami.
Il velo d’una nuvola
a una pioggia leggera
s’accompagna
e, nella campagna,
ritorna il mito di Ermione.
_______________
Franco Pastore, AQUA AELECTA, liriche dedicate alla nota
frazione di Calabritto: Quaglietta, in provincia di Avellino.
Antropos in the world
MOMENTO TENERO
Sei nelle pieghe
dell' anima,
in un canto del cuore,
dove vivono i sogni.
Sei tra i veli
della mia malinconia,
dove, ogni lacrima
invoca il tuo nome.
TRA I MIEI SOGNI
di
Ermanno Pastore1
________________
1) ErmannoPastore,
nato a Benevento nel 1975, è maestro di
Canto, con decennale esperienza sui palcoscenici più famosi d‟Italia
ed all‟estero. Non di minor forza la Sua poesia, raffinata e seducente,
che parla al cuore, deliziando l‟animo.
Sei tra le nuvole
della mia tristezza,
nel sentiero sperduto
dei miei occhi,
o dimora del mio amore
e favola delle mie
inconfessate passioni!
APPROFONDIMENTO LINGUISTICO
LE FIGURE RETORICHE A cura di Andropos
ARMONIA IMITATIVA
La retorica (dal greco ῥητορικὴ τέχνη, rhetorikè téchne, «arte del dire») è l‟arte di parlar bene,
la disciplina che studia il metodo di composizione
dei discorsi, cioè come organizzare il linguaggio
che non è mera comunicazione ma condivisione.
Nella retorica, infatti, lo scopo precipuo del
linguaggio è quello della persuasione, intesa come
approvazione della tesi dell‟oratore che consiste in
un fenomeno emotivo di empatia, di compenetrazione simbolica e di assenso psicologico.
In letteratura si indica con armonia l‟effetto di
musicalità di un componimento letterario, sia di
prosa che di poesia, ottenuto, prestando particolare
attenzione alla qualità sonora delle parole ed alla
qualità ritmica della loro disposizione: si parla, ad
esempio, dell‟armonia delle ottave dell‟Ariosto.
Più in particolare, si usa la locuzione armonia
imitativa, per indicare la figura retorica consistente
nel rendere, col suono delle parole, l‟impressione
auditiva o la sensazione immediata di quello che si
vuole significare. Mediante l‟armonia imitativa, si
possono riprodurre soprattutto suoni, ma anche
movimenti e stati d‟animo.
Concludendo, l‟armonia imitativa è un accorgimento retorico, simile all'onomatopea, per cui si cerca
di riprodurre, con gli elementi fonici delle parole,
l'impressione acustica di ciò che le parole stesse rappresentano con il loro contenuto semantico, o di
fornire, attraverso suggestioni acustiche, la sensazione immediata della rapidità di un movimento.
L'alto rumor de le sonore trombe,
de' timpani e de' barbari stromenti,
giunti al continuo suon d'archi, di frombe,
di machine, di ruote e di tormenti;
e quel di che più par che 'l ciel ribombe,
gridi, tumulti, gemiti e lamenti:
rendeno un alto suon, ch'a quel s'accorda
con che i vicin cadendo il Nilo assorda.
Ariosto (XVI, LVI)
Altro bellissimo esempio di armonia imitativa lo
abbiamo nella lettura metrica del verso virgiliano:
ìlla levēm fugiēns raptim sēcat aēthera pēnnis,
(Virgilio, Georgiche, libro I ww 404)
- 13 -
Antropos in the world
LA PAGINA MEDICA
L’ANORESSIA
Si comincia , di solito, con una dieta dimagrante: tutto
ciò che si desidera, apparentemente, è migliorare e
controllare la propria immagine. La persona anoressica
non si sente mai abbastanza magra.
“L'anoressia è la punta dell'iceberg, il sintomo di una
sofferenza che ha cause psicologiche. Per questa ragione
non può essere aggredito: è necessario invece cercare le
cause senza tuttavia perdere di vista la gravità dei risvolti
che possono mettere a rischio la vita. Il sintomo non viene
soppresso ma si diluisce fino a scomparire solo quando la
persona non sente più la necessità di adottare i comportamenti che ha dovuto cercare e usare come soluzione,
quando riesce a esprimere e vivere i suoi sentimenti,
quando a dispetto delle difficoltà trova dentro di sé gli
strumenti per far fronte alla vita e alla sofferenza che ne è
parte”.
L‟anoressia nervosa è un disturbo alimentare centrato
su un travolgente terrore di ingrassare. Il risultato di
questa paura infondata è l‟autodenutrizione e una grave
perdita di peso; oltre al deperimento, l‟insufficiente
nutrizione può causare disturbi ormonali, anemia,
irregolarità del battito cardiaco, fragilità delle ossa e molti
altri problemi. Di solito questa condizione insorge
dall‟inizio dell‟adolescenza alla prima età adulta, anche
se può colpire più tardi. Circa il 90 per cento degli
anoressici sono ragazze; l‟un per cento solo delle donne
sono affette da questa malattia. L‟anoressia è pericolosa e
l‟aiuto di un medico deve essere ricercato prima
possibile. Una terapia precoce solitamente impedirà
l‟aggravarsi della situazione, ma alcuni casi sono molto
resistenti alla terapia e possono richiedere il ricovero in
ospedale. Circa il 15 per cento degli anoressici muore a
causa delle complicazioni.
Anche se si focalizza sul cibo, l‟anoressia è una malattia
della mente. Spesso inizia con un desiderio relativamente
normale di perdere qualche chilo, ma dal momento che lo
stare a dieta risolve solo temporaneamente i sottostanti
problemi psicologici, ben presto diventa compulsivo;
l‟assunzione di cibi viene gradualmente diminuita fino
alla quasi totale astinenza. La vittima è ossessionata
dall‟immagine del suo corpo e spesso si vede grassa
anche quando è vero il contrario.
Ironicamente, ritualizza la preparazione e il consumo
dei cibi. Diventa affascinata dalle ricette e dalla cucina,
pur non mangiando il cibo, soprattutto in presenza di altri.
Può intercalare al digiuno periodiche bisbocce seguite da
purghe e vomito, soprattutto quando sta cercando di
riguadagnare delle normali abitudini alimentari. Circa
metà degli anoressici va incontro a un certo punto alla
bulimia.
Gli anoressici provengono di solito da famiglie molto
ambiziose e sono spesso perfezionisti, compulsivi in molti
- 14 -
aspetti della loro vita, soprattutto a scuola.
L‟accanimento sul loro obiettivo di restare magri è
spesso accompagnato dalla negazione: gli anoressici
tipicamente rifiutano di ammettere che qualcosa non va e
possono diventare aggressivi o chiudersi sulla difensiva
di fronte alle altrui espressioni di preoccupazione. Anche
se alcune tecniche diagnostiche, come l‟eating attitude
test (test di attitudine al mangiare), possono aiutare a
identificare i potenziali anoressici, l‟indizio più
importante è il deperimento, senza altre evidenti ragioni
fisiche oltre al digiuno.
Devono essere eseguiti esami completi del sangue e
delle urine per escludere altre possibili cause della
perdita di peso e, il che è ancora importante, per
evidenziare squilibri ormonali e diminuzione dei livelli di
importanti sostanze essenziali quali potassio, zinco e
acidi grassi.
La carenza di zinco, comune negli anoressici,
soprattutto in quelli vegetariani, può danneggiare molte
delle funzioni biochimiche dell‟organismo, ritardando la
crescita e lo sviluppo sessuale e contribuendo in ultima
analisi all‟anoressia stessa. Dal momento che gravi
squilibri ormonali e nutrizionali possono portare alla
morte, il frequente e costante controllo medico è
essenziale.
Medicina salute
(http://medicinasalute.com/curare/malattia/malattie/curare-anoressia-nervosa-sintomi-causeprevenzione-trattamento-con-medicina-convenzionale-o-fitoterapia-medicina-psicosomatica/)
Regimen Sanitatis Salernitanum
- Caput VII-
DE CIBIS MELANCHOLICIS
VITANDIS
Persica, poma, pyra, lac, caseus, et caro salsa,
et caro cervina, leporina, caprina, bovina:
haec melancholica sunt infirmis inimica.
DEI CIBI DA EVITARSI
DAGL’IPOCONDRIACI
Pesche, mele, pere e latte,
cacio e carni, o di sal tratte,
o cervine, o leporine,
o caprine, ovver bovine.
Tutti questi cibi erronici
son per gli egri malinconici
Antropos in the world
NOTE ANTROPOLOGICHE: l‟evoluzione biologica
Gli esseri umani e la capacità dell’infinito
a cura di Antropos
Ian Tattersall, antropologo dell‟American Museum of
Natural Historydi New York, fondatore della Hall of
Human Biology and Evolution dell‟American Museum e
vincitore del prestigioso premio W. W. Howells dell‟American Anthropologican Association, è uno dei tanti
scienziati in opposizione alla teoria del “neo-darwinismo”, ovvero una delle posizioni che cercano di spiegare
l‟evoluzione biologica, cioè un fatto in gran parte
supportato - per quanto riguarda la “microevoluzione”- da
innumerevoli evidenze fossili. Una teoria - quella
neodarwinista - che però viene indebitamente esaltata per
pure ragioni ideologiche e anti-teiste, tanto che lo stesso
termine “neo-darwinismo” è diventato ambiguo, sinonimo
di una posizione filosofica più che di una ipotesi
scientifica. Per molti non è nemmeno una spiegazione
scientifica, come tutto quel che termina con -ismo, come
ha spiegato il biologo darwinista Francisco Ayala: «noi
scienziati parliamo di Darwin, non di darwinismo o neodarwinismo». Per altri il neodarwinismo è una tautologia,
anzi una vera e propria antiteoria come l‟ha chiamata il
premio Nobel Robert Laughlin e come ben spiegato dal
dott. Alessandro Giuliani. Al neodarwinismo si oppongono
sempre più studiosi per mere questioni scientifiche come
hanno fatto Massimo Piattelli Palma-rini e Jerry Fodor
nell‟ormai noto volume “Gli errori di Darwin” ma tanti
altri sono anche interessati a confutarne le pretese
filosofiche di stampo riduzionista che vengono diffuse
attraverso tale teoria, anche correndo il rischio di essere
tacciati di “creazionismo”. Tattersall, Ha infatti respinto
in una recente intervista l‟idea di una evoluzione lineare e
graduale, così come vuole il cardine del neodarwinismo
(una sorta di continuum tra i primati e l‟uomo),
affermando: «L‟idea di una evoluzione graduale era la
posizione degli scienziati che hanno elaborato la cosiddetta teoria sintetica nella prima metà del secolo scorso e
che riducevano i fenomeni evolutivi alla competizione e
selezione naturale. Verso gli anni „70 però è diventato
sempre più chiaro che questo modello non era adeguato.
Soprattutto la documentazione fossile mostrava l‟evidenza
di un cammino con interruzioni e periodi di assenza di
cambiamento».
Questo ovviamente riduce il ruolo della selezione
naturale, esaltata come unica spiegazione dai filosofi
infervorati come Telmo Pievani e gli scienziati controversi
come Richard Dawkins. E infatti, ha continuato l‟antropologo americano: «Ciò significa che la selezione naturale
non è l’unico fattore dei cambiamenti evolutivi e che altri
agenti sono coinvolti, comprese le interazioni con
l‟ambiente: i mutamenti ambientali sono in effetti un
grande “driver” dell‟evoluzione. Naturalmente interviene
anche il caso. Bisogna però considerare che quando
parliamo dei processi evolutivi spesso siamo portati a
semplificare le cose: in realtà noi non guardiamo al
singolo processo ma a una storia fatta dall‟accumularsi
di molti e diversi elementi». Soffermandosi sul ruolo del
“caso”, tanto a cuore agli anti-teisti, ha però puntualizzato: «Caso è una parola delicata. Certo, il caso è un
elemento presente in tutta la nostra esperienza umana e
non è incomprensibile che nel corso dell‟evoluzione
biologica intervengano cambiamenti casuali, insorgano
differenze e variazioni, dovute anche al fatto che cambia
l’ambiente, che si verificano fenomeni improvvisi, disastri
naturali, a volte catastrofici. La mia idea della selezione
naturale è che sia molto importante ma che agisca più
nelle fasi di stabilizzazione delle popolazioni che nel
produrre le novità e i mutamenti. Per spiegare questi
bisogna introdurre altri fattori». L‟antropologo concorda
con il biologo e genetista statunitense Richard Lewontin,
secondo cui «il segreto, ancora largamente misterioso,
risiede senz‟altro in proprietà interne, nell‟organizzazione dei sistemi genetici, non nella selezione naturale», e
in un‟altra occasione: «la teoria di Darwin della
selezione naturale ha delle falle fatali».
Tattersall, tuttavia, non concorda con il paleontologo
Simon Conway Morris secondo cui la comparsa
dell‟Homo Sapiens sarebbe stata inevitabile, ma ci tiene
comunque a ribadire l‟unicità dell‟uomo rispetto a tutte
le altre creature: «noi uomini ricostruiamo il mondo nella
nostra testa e produciamo oggetti frutto di questa
rielaborazione; non ci limitiamo, come altri animali, a
reagire agli stimoli che arrivano dal mondo. Pensando
alle grandi scimmie, capita spesso di sentire dire che
“hanno fatto cose che finora si pensava facessero solo gli
uomini”: tuttavia non si può affermare che arrivino ad
avere una capacità simbolica. È questo l’abisso cognitivo
tra noi e le scimmie … il passaggio dall‟Homo ”non
simbolico” all‟Homo ”simbolico” era impensabile, ma è
accaduto, in un unico evento, non gradualmente».
Il prof. Andrea Moro, ordinario di linguistica
generale presso la Scuola Superiore Universitaria IUSS
Pavia, ha voluto sottolineare che secondo lui «la posizione importante di Tattersall sottolinea un filone di
ricerche ben affermato: le scimmie non parlano “perché
non possono”. Tuttavia il motivo, a mio avviso, non sta
nella simbolizzazione [...]. La vera differenza, come intuì
Cartesio, sta semmai nel fatto che nessun animale può
ricavare senso dalla combinazione dei simboli, cioè da
quello che dall‟epoca ellenistica chiamiamo “sintassi”
[...]. Ed è proprio dalla combinazione di simboli, dalla
sintassi cioè, che si spalanca l‟infinito nel linguaggio
umano, e solo in quello. È questo il fatto inaspettato e
clamoroso che differenzia noi da tutti gli altri animali. E
questo “infinito presente” è anche alla base di altre
capacità cognitive umane come la musica. Gli esseri
umani sono progettati in modo speciale” per apprendere
il linguaggio secondo modalità che ci portano a
riconoscere il mistero».
http://youtu.be/TU7k1xYIZzc
- 15 -
Antropos in the world
STORIA DELLA MUSICA - A cura di Ermanno Pastore
IL MELODRAMMA: Giordano
Il melodramma italiano definì la sua struttura di opera
seria grazie al compositore Alessandro Scarlatti e si affermò
con Pietro Metastasio, autore di 27 testi, messi in musica
negli anni a seguire più di ottocento volte. Metastasio stabilì
la struttura drammaturgica e la metrica delle arie, auspicando una assoluta serietà nelle sceneggiature. In contrapposizione, a Napoli nacque l’Opera Buffa. Lo spunto venne dagli intermezzi musicali che gli autori inserivano tra un atto e
l‟altro per intrattenere il pubblico. Queste brevi scenette, che
narravano in chiave comica episodi tratti dalla quotidianità,
avevano un grande successo tra gli spettatori e nell‟arco di
poco tempo diventarono un genere teatrale a sé stante.
Rispetto all‟opera seria, l‟opera buffa era molto più libera da schemi precostituiti: i compositori s‟ispiravano a vicende legate alla vita di tutti i giorni che il pubblico capiva con
maggior facilità, riuscendo ad identificarsi nei personaggi.
L‟opera buffa raggiunse l‟apice della sua espressione con Il
Barbiere di Siviglia di Rossini. Proprio Rossini, insieme a
Bellini, Donizetti e Verdi rappresentò il periodo di maggior
popolarità del melodramma che nel frattempo assunse il
nome di Opera. Sul finire dell'Ottocento sorse la Scuola
verista, un movimento che, pur non rinunciando alla concezione tradizionale del melodramma, lo rese più vero ed aderente alla vita quotidiana. Tra i musicisti ricordiamo Mascagni, Leoncavallo, Cilea, Giordano, oltre, naturalmente, a
Giacomo Puccini.
Umberto Menotti Maria Giordano, nato a
Foggia nel 1867, studiò a Napoli dove frequentò dal
1882 al 1890 come alunno convittore, il
Conservatorio in San Pietro a Maiella, sotto la guida
di Paolo Serrao, già maestro di Leoncavallo, Cilea,
Martucci e Mugnone. E‟ stato un compositore
italiano che ha legato il suo nome ad alcune opere
liriche
entrate
stabilmente
nel
repertorio
internazionale.
Dapprima bocciato all'esame di ammissione al
conservatorio di Foggia, studiò poi con Paolo Serrao
al conservatorio di Napoli e la sua prima opera Marina - fu scritta per una competizione accademica;
seguì Mala vita, dramma che ruota attorno a un
lavoratore che fa voto di recuperare una prostituta in
cambio della guarigione dalla tubercolosi. L'opera
suscitò un certo scandalo quando fu rappresentata e
Giordano tentò un approccio più romantico con la
sua opera successiva - Regina Diaz, del 1894 - che
tuttavia non ebbe successo e venne rappresentata solo
due volte. Il compositore si trasferì perciò a Milano,
ritornando al verismo con quello che sarebbe diventato il suo lavoro più conosciuto, l'Andrea Chénier
(1896), basato sulla vita dell'omonimo poeta francese, Roma nel 1892. Anche Fedora si rivelò un successo e viene tuttora rappresentata frequentemente.
- 16 -
Le opere successive di Giordano
ebbero minore risonanza, anche
se vengono riproposte saltuariamente in Italia e all'estero. Il G.
fu accademico d'Italia.
La sua arte è caratterizzata anzitutto da un fortissimo senso del
teatro, da un'ispirazione melodica generosa e d'accento incisivo, da uno stile che,
specie a partire da Fedora, cercò di arricchire il proprio linguaggio. I momenti salienti di questo cammino sono in Siberia, Madame Sans-Gêne, La cena
delle beffe, opera quest'ultima in cui il G. stringe la
musica al dramma, in virtù di una approfondita
realizzazione dei personaggi e dei loro stati d'animo. Vivace modernità di ritmi, di armonie, di
timbri si distingue poi nell'opera Il Re, suggerita da
una scintillante vena comica.
Gli ultimi vent'anni del maestro sono quelli in
cui si evidenzia un appannamento della vena
creativa, della capacità di tradurre in musica le sue
passioni, i suoi personaggi teatralmente validi sorretti da un'elevata ispirazione che rende accettabili,
ancora oggi, sentimenti come l'amore, l'odio, la
vendetta, la pietà.
Umberto Giordano si spense a Milano il 12 novembre del 1948 ma le sue opere "Andrea Chénier", "Fedora" e "Siberia" hanno contribuito a rendere immortale la figura del maestro conservando,
negli anni, la capacità di presa sugli amanti della
musica e inserendolo di fatto tra i più grandi nel
mondo della lirica di tutti i tempi.
Foggia, la sua città natale, riconoscendo in Giordano forse il suo più illustre cittadino, ha dedicato
allo stesso una piazza centrale con una statua del
maestro e le statue rappresentanti le sue opere maggiori ed il teatro della città.
Sotto, un‟ immagine dei funerali del Nostro.
Antropos in the world
UNA VIOLENZA CONSOLIDATA DALL’ASSENZA
DEI VALORI E’ INACCETTABILE
Non ho voluto di proposito scrivere nell‟immediato sulle immagini televisive che mostravano una
struttura preposta al trattamento sanitario di degenti
anziani non autosufficienti, persone malate nella
carne e nello spirito, per non incorrere in parole
troppo forti, in aggettivi e sostantivi di nessuna
comprensione per questi “riferimenti professionali”, tanto ricercati per alleviare le sofferenze di esseri umani bisognosi di un aiuto appropriato.
Il servizio mostrava i reparti di una casa di
riposo con gli anziani seduti sulle carrozzine, sulle
poltroncine, sdraiati sui letti, ma ogni volta che un
operatore deputato alla loro cura e sicurezza, passava loro vicino, partivano spintoni, gomitate, percosse di varie entità, addirittura si vedevano questi
uomini e queste donne preparati professionalmente
all‟attenzione sensibile dei malati, strattonarli brutalmente per metterli a letto, lanciarli sui materassi
come fossero sacchi di patate.
La violenza è sempre sbagliata, perché è uno
strumento che cambia i rapporti e le relazioni, soprattutto viola i diritti dell‟altro, azzera il rispetto
per la libertà di ogni individuo.
In questo caso non c‟è solamente un‟esplicitazione di violenza gratuita, è violenza che non nutre
segni di colpa, una violenza consolidata nell‟assenza di valori, una sorta di associazione criminale
composta da soggetti cosiddetti per bene, padri e
madri di famiglie esemplari, che fuori dalle proprie
abitazioni, assumono i panni dei torturatori.
Si tratta di una violenza ancora più inaccettabile,
perché ai danni di persone-pazienti di età avanzata,
con le membra stanche, un‟umanità dolente e silente alle stagioni rimaste, per questo motivo da considerare sacre nel rispetto dovuto.
In quello spazio dei comportamenti vigliacchi, dei
colpi distribuiti con insignificanza, delle offese e
delle umiliazioni, c‟è la conferma che l‟essere umano non è indomabile nel suo istinto, non è un animale, infatti gli animali non conoscono l‟odio, non
sanno di che pasta è fatta la cattiveria disumana, la
sporcizia morale degli uomini, gli animali sono
esseri viventi che non conoscono la violenza gratuita. Esseri viventi operavano in quella casa della
solidarietà costruttiva, esseri viventi e umani che
hanno deciso di frantumare la libertà di persone
deboli, indifese, colpite nel punto nevralgico: quello
della propria dignità.
In quella casa di cura c‟è il reato dell‟infamia,
della vergogna, asprezza umana
che invade e pervade il cuore
di uomini e donne con una
vita normale, con figli e futuro a portata di mano. Forse però
quel benessere che riempie le coscienze di quegli operatori sociali non è rapportabile
a una tavola di valori condivisi, mantenuti e curati
con decoro, quel benessere è di ben altra dimensione, miserabile come la violenza del fare e del dire
per riempire di contenuti il vuoto che li opprime, nel
primato di maltrattamenti ai più innocenti.
Nonostante questa ennesima dimostrazione di
turpe metodo a umiliare l‟altro, disperdendone i
residui di dignità, in questi arresti di persone al di
sopra di ogni sospetto, in questo metterci a mezzo
per arginare la deriva dell‟esistenza, ci sono i puntelli necessari per non perdere la fiducia. Infatti, il
bene, quello vero, esiste, c‟è, e così l‟amore per la
giustizia, quale condizione e prerequisito affinché la
speranza non smetta mai di formare gli uomini a non
arrendersi all‟indifferenza. Se così non fosse rimarrebbe il solo messaggio della vergogna che colpisce
al cuore, e la vita stessa non avrebbe più senso.
Vincenzo Andraous
GESTIRE
Come c‟è la moda delle minigonne, dei
tanga, dei jeans, così c‟è la moda (o l‟ipedermia?) delle parole.
In questi anni, furareggia gestire:
Ho letto da qualche parte che non si dice
più mi soffio il naso ma gestisco la mia
funzione nasale.
Così, si gestisce tutto: una crisi di nervi,
una cura, un individuo, la propria persona
(vedi l‟utero delle femministe), un problema, un aborto, gli ospiti e via di questo
passo.
Tempo fa, mi capitò di ascoltare che i
pazzi devono gestire la propria follia: cose
da pazzi!
___________
Renato Nicodemo, IL BEL PAESE o dell‟Italia
capovolta, Ediz. Verso il futuro, Av 1988
- 17 -
Antropos in the world
UNA DONNA NELLA LETTERATURA – A cura di Antropos
DIDONE
Primogenita di Belo, re di Tiro, era sposa di
Sicharbas, che diverrà Sicheo, Sychaeus, in Virgilio.
La sua successione al trono fu contrastata dal
fratello, Pigmalione, che ne uccise segretamente il
marito e prese il potere. Probabilmente con lo scopo
di evitare la guerra civile, Didone lasciò Tiro con un
largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione,
le cui tappe principali furono Cipro e Malta.
Giunone le aveva promesso una nuova terra in
cui fondare una propria città e gliel'aveva indicata
come la terra in cui scavando sulla spiaggia avrebbero trovato un teschio di cavallo. Approdata sulle
coste libiche, Didone ottenne dal re Iarba il permesso
di stabilirvisi, prendendo tanto terreno "quanto ne
poteva contenere una pelle di bue". L'antico soprannome di Cartagine, infatti, era "Birsa", che in greco
significa "pelle di bue" e in fenicio "rocca". Didone
scelse una penisola, tagliò astutamente la pelle di
toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da
delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio
della città di Cartagine e riuscì a occupare un terreno
di circa ventidue stadi(uno stadio equivale a circa
185,27 m2).
Durante la propria vedovanza, Didone venne
insistentemente richiesta in moglie dal re Iarba e dai
principi dei Numidi, popolazione locale. Secondo le
narrazioni più antiche(ne parla ad esempio Giustino
nel III secolo d.C.), dopo aver finto di accettare le
nozze, Didone si uccise con una spada, invocando il
nome di Sicherba.
Nell‟Eneide di Virgilio, che s‟innamora del
troiano Enea: lo accoglie, lo ama teneramente, dopo
aver abiurato il legame simbiotico con le ceneri del
defunto marito Sicheo.
Quando, però, poco tempo dopo, l‟eroe deve riprendere il viaggio verso l‟Italia, la donna disperata
e sconvolta, non ne accetta il destino, e vedendolo
andar via per sempre, il profondo amore, per il quale
ha pure ipotizzato nuove nozze, si trasforma in odio
furente e, dopo aver invocato dagli dei una tremenda
maledizione su Enea, sale sul rogo. Mentre la nave
del troiano si allontana, ella si trafigge con la spada
avuta in dono proprio da Enea; ma la flotta già
naviga in mare aperto.
“Tre volte levò il capo poggiando sui gomiti,/
tre volte sul letto ricadde e, con gli occhi in alto
erranti,/ la luce al cielo cercò, e vedutala pianse.”
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ὶ
Così Virgilio descrive la scena finale, con lo
sguardo dolente di Didone, ansioso, errante in
ricerca dell‟ultima luce terrena, prima di sprofondare
nel regno delle ombre.
Viene così evidenziata la incontenibile passione
della donna, che vive l‟abbandono in maniera così
traumatica da decidere di togliersi la vita, ragion per
cui Dante sceglie di collocare la bella regina, tra i
“peccator carnali/ che la ragion sommettono al
talento”, i lussuriosi, eternamente trasportati e sferzati da una violenta bufera, simbolo della bufera dei
sensi da cui sono stati travolti in vita.
Didone aveva infatti promesso di restare fedele
al defunto marito Sicheo, prima che fosse sopraffatta
dalla passione per Enea per cui:
“L‟altra è colei che s‟ancise amorosa, e ruppe fede
al cener di Sicheo…”.
Anche la pittura ha dedicato ampio spazio a
questa figura di donna, potente quanto infelice, forte
nel governo, ma debole nella passion d‟amore.
Tale grandiosità drammatica di donna irriducibilmente innamorata, appare nel dipinto del Guercino,
che coglie l‟attimo in cui, mentre sullo sfondo
s‟allontanano le navi troiane, ed il dio dell‟Amore,
Cupido, s‟invola, Didone morente, circondata dalle
ancelle che piangono, con la spada conficcata nel
petto, cerca con lo sguardo la sorella che le è accanto sgomenta.
Antropos in the world
L‟EROS NEI SECOLI – A cura di Antropos
OLTRE IL RINASCIMENTO CON LA LETTERATURA EROTICA
Con l'umanesimo rinascimentale, e l'invenzione
della stampa, inizia una nuova fase nella storia dell'erotismo letterario.
In Italia, prosegue la tradizione della letteratura
oscena, con opere come i Ragionamenti (1534-1536)
di Pietro Aretino, dialoghi di prostitute sulla loro
arte; nella cultura umanistica si diffondono atteggiamenti di libero pensiero, anche nei confronti dei tabù
della sessualità e del piacere: dalle Facezie (1450 ca)
di Poggio Bracciolini, alle Novellae (1520) di Gerolamo Molini, fino a Le piacevoli notti (1550-53) di
Giovan Francesco Straparola. Questa tendenza trova
un importante sviluppo nella cultura francese, mentre
in Italia sarà duramente repressa negli anni della
Controriforma e nei due secoli successivi.
In Francia, nel sec. XVI, la parola erotica comincia a vivere di vita propria, nei versi dei «poeti
della Pléiade», da Pierre de Ronsard a Mathurin
Régnier e nelle novelle licenziose di Bonaventure
Des Périers. Questo nuovo corso della letteratura
erotica, su cui si abbatte la repressione più dura nel
periodo della Riforma e delle guerre di religione,
trova un nuovo sviluppo, in Francia, agli inizi del
sec. XVII. È la grande stagione del libertinismo. I
libertini, intellettuali in lotta contro l'oscurantismo
religioso e il moralismo, istituiscono una nuova
nozione di erotismo: la natura, il piacere, il desiderio
devono essere in ogni modo assecondati nella
costruzione di persone e società affrancate dall'ignoranza e dalla repressione religiosa. A causa di ciò
vengono perseguitati: il poeta Théophile de Viau,
autore dei versi liberamente erotici del Parnaso
satirico, viene processato e bandito da Parigi; Claude
Le Petit finisce sul patibolo per il suo Bordello delle
Muse (1662), violentemente antireligioso.
In tali condizioni, la letteratura libertina si diffonde clandestinamente, dando vita ad un ricco mercato
editoriale. È invece pubblicato normalmente il primo
libro veramente scandaloso del XVII secolo: L'École
des filles ou la Philosophie des dames, due dialoghi
del 1655 di Michel Millot, che, nonostante il sequestro, avrà una diffusione straordinaria per tutto il
secolo, inaugurando il genere del trattato erotico,
con istruzioni pratiche e digressioni filosofiche. Su
questa linea seguono: Boyer d'Argens, con Thérèse
filosofa (1748) e Sade con La filosofia nel boudoir.
Nel corso del sec. XVIII questo tipo di narrazio-
ne si diffonde in Europa come genere ormai consolidato, mantenendo una stretta relazione con la
critica filosofica e politica; è una ricca produzione
di romanzi, racconti, versi, con una propria diffusione e un proprio mercato. Questa letteratura batte
le piste della satira anticlericale del racconto erotico-fantastico (Il sofà, 1741, di Crébillon figlio; I
gioielli indiscreti, 1748, di Diderot ed altri ancora).
E‟ Sade, con i suoi libri fulminanti, a portare alle
estreme conseguenze la «scoperta della libertà»,
affondando la sua critica negli inferni di una sessualità negata dalla tradizione giudaico-cristiana, alla
vigilia della Rivoluzione, durante il periodo rivoluzionario e nei primi anni della controrivoluzione
borghese. L'Impero reprime il radicalismo
filosofico e politico, e restaura vecchi riti
moralistici. Nella letteratura erotica si apre una
cesura sempre più netta tra erotismo e pornografia .
La tradizione settecentesca comunque prosegue,
raffinata ed élitaria, fino alle nuove declinazioni
della sensibilità romantica e poi decadente: da De
l'amour (1822) di Stendhal, ai Fiori del male di
Baudelaire, a Donne Hombres (1890-91) di Verlaine, alle tentazioni della pornografia in Figlie di
tanta madre (1926) di Louys, alla ripresa di temi
dell'erotismo classico in Gide, Corydon, all'erotismo vittoriano di D.H. Lawrence in L'amante di
Lady Chatterley (1928).
Ha, invece, tra Ottocento e Novecento, una
crescente diffusione editoriale, nelle società borghesi occidentali: la letteratura pornografica, scritta da
uomini per un pubblico maschile. I registri letterari
vanno dal romanzo alla poesia, al teatro, ma si
tende essenzialmente alla ripetizione ed alla riproduzione di stereotipi. Nei primi decenni del
Novecento le tematiche dell'erotismo si incontrano
con i concetti freudiani di libido, desiderio, pulsioni di vita e di morte e nasce un nuovo lessico di
riferimento anche per la letteratura erotica.
Il campo semantico del piacere diventa sempre
più complesso. Si apre una grande stagione, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, di libera ricerca e
di proposta di nuove pratiche letterarie che suscitano scandalo, confliggendo con il moralismo
borghese ottocentesco e il puritanesimo della nuova società americana, da Tropico del cancro, di
Henry Miller, a Lolita, 1955, di V. Nabokov).
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Antropos in the world
CRITICA LETTERARIA
LA PORTA TRA I MONDI di Artemisia Birch
La porta tra i mondi si può inserire nel filone dell'Heroic
Fanta Artemisia Birch, insegnante e naturopata, svolge la sua
attività di scrittrice a partire da un lavoro che molto ha a che
fare con la scrittura: è un'insegnante che coltiva la grande passione per le erbe e le discipline olistiche fino a diventare
naturopata.
“La porta tra i mondi”, primo volume della “Saga di Wise”
e sua opera di esordio, è un'interpretazione lucida e seducente
dei rituali religiosi celtici, raccontati facendo spesso
riferimento a ricette provenienti dalla Magia Verde così cara
all'autrice; la sua visione, spiccatamente femminile e tuttavia
molto ampia, non dimentica di fornire corposi suggerimenti
provenienti dalle famose teorie che esaltano gli immensi
potenziali della mente umana, fornendo così una chiave di
lettura davvero singolare.
La protagonista principale è Moldra, la più dotata tra le
Muthras di Wise, le grandi detentrici del Potere della mente,
che in questa prima parte della saga è solo una bambina,
seppur molto arguta e intuitiva.
I personaggi che ruotano attorno a lei sono Misandra, la
Muthras Madre e madre naturale di Moldra, e Ardan, il
Guardiano della torre di Alagar, la nera torre dei guerrieri
Silenti, uomini con la rarissima capacità di compenetrare le
energie della Natura, nello specifico dei quattro elementi:
Acqua, Fuoco, Aria, Terra.
Ognuna delle Muthras incarna le forze intime di uno degli
Elementi, per poi riversare nelle molteplici sfaccettature della
realtà quei pericolosi e immensi poteri; Moldra incarnerà
l'Elemento più potente in assoluto: l'Acqua.
Questi personaggi, complessi e affascinanti, rappresentano la
molteplicità della natura umana, troppo spesso convinta di
essere in balia di un destino implacabile e incontrollabile, su
cui non vi è possibilità di imporre la propria volontà.
Wise, il villaggio delle Sapienti, è qui il centro di un culto
religioso che si propone come obiettivo di sviluppare al
meglio le doti naturali di ognuno dei suoi abitanti; secondo la
visione dell'autrice, le donne rivestono a questo proposito un
ruolo di primo piano, relegando alla popolazione maschile,
pur dotata di notevoli e indispensabili capacità mentali, il
compito di difesa del maniero di Arras, ai cui piedi sorge il
sacro villaggio.
Incalzanti avventure vedranno agire i tre più potenti
Sapienti di Wise, Moldra, Misandra e Ardan, in sinergia stretta tra loro, nel difficile tentativo di contrastare una grande
minaccia per i territori della Gabria: una minaccia subdola e
terribilmente pericolosa, come quella perpetrata da creature
fatate ribelli, da tempo rinchiuse in uno stato di non-vita,
rappresentato materialmente dalle incantate foreste di Swoon,
da cui impossibile sarebbe stato uscire, se non attraverso La
porta tra i mondi, un varco magico custodito da una fata
dell'antico popolo. Una pericolosa reietta, con la complicità di
un'altra fata ribelle, viola la soglia magica e si riversa nel
mondo con un greve carico di odio e un devastante sentimento
di vendetta verso la Regina Sanguemisto, sua carceriera e
fondatrice, in seguito, della grande stirpe dei Sapienti i Wise.
Tracce fantastiche e leggendarie già riprese e raccontate
più volte acquisiscono qui nuovo spessore, e il personaggio di
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Moldra diventa un'eroina nuova, sfuggendo alla banalità di
alcuni personaggi tipici del genere, molto spesso presentati
senza una reale profondità che invece trova peso e
compimento tra le mani esperte di Artemisia Birch, in grado
dar vita ad una narrazione appassionante e sempre ricca di
risvolti emozionanti e imprevedibili.
Con la sua prima opera, l'autrice ha dimostrato di saper
donare eternità a miti e leggende, trasformandoli e adattandoli a nuovi contesti e scenari, come quelli che possono
nascere dalla mente feconda di una donna dotata di grande
padronanza degli strumenti linguistici e di una fervida
immaginazione. Di ingegnoso effetto l'utilizzo delle ricette
erboristiche man mano presentate nel corso della narrazione;
un espediente di notevole interesse, che contribuisce ad
aumentare il piacere della lettura e denota la scrittrice come
grande conoscitrice dell'arte della guarigione con l'uso delle
erbe medicinali.
La porta tra i mondi si può inserire nel filone dell'Heroic
Fantasy ad ambientazione celtico- medievale e dimostra che
può imporsi nel panorama letterario un Fantasy al femminile, libero dai vincoli dettati dai colleghi maschi, in cui
prevalgono tematiche di guerra e in cui l'ideale maschilista
trova spesso terreno fecondo in stereotipi e luoghi comuni.
Il potere delle donne sorge qui in tutta la sua radiosa
lucentezza e viene esaltata anche nel libro successivo, anch'esso dotato di un fascino viscerale e senza tempo, come
emerge chiaramente nell'incipit di questo libro ricco di
poesia, colori e profumi, che avvolgono il lettore fin dall'inizio, accompagnandolo per mano in un mondo meraviglioso
e inquietante al tempo stesso e avvincendolo senza scampo
fino alla fine di questo viaggio incantato, lasciando ad
ognuno il dolce sapore della consapevolezza di poter trasformare la propria realtà, rendendola magica e suggestiva
come quella uscita dalla mente di Artemisia Birch.
Lorenzo Lorni
LE TUE LABBRA di Franco Pastore
Attraverso questo libro l'autore Franco Pastore ci
accompagna in un mondo in cui la poesia la fa da
padrona.
Già dal titolo si deduce che musa ispiratrice della
silloge è l'amore in tutte le sue sfumature.
Ogni poesia ha insita in sé una certa sensibilità che
riaffiora tramite immagini, metafore e sillogismi.
Il linguaggio poetico usato dall'autore è curato, forbito
e ricercato, ma al contempo ben espresso nella sua
interiorità.
Le immagini che accompagnano qua e là la silloge,
sono espressione di sensualità, armonia e delicatezza ed
il tratto sottile ne caratterizza una certa eleganza.
"Le tue labbra": una silloge da leggere, facendosi
catturare dall'atmosfera di magia che evocano le parole
contenute negli splendidi versi.
Sara Rota
Antropos in the world
POLITICA E NAZIONE
LA MANCATA RIPRESA ED IL FALLIMENTO DI MONTI
ovvero, il pensiero spicciolo del cittadino comune
L‟Economia va sempre peggio e non si vede
alcuna via d‟uscita. A dieci mesi circa dall‟insediamento del governo Monti è deprimente constatare
che le cose vanno di male in peggio e non si vede
ancora uno spiraglio per la ripresa nonostante tutti i
sacrifici imposti agli italiani. Intanto sono allo studio
nuove tasse per alleggerire le tasche dei pensionati e
dei lavoratori per risanare la voragine dei disastrosi
conti pubblici dello Stato che i nostri politici, di
destra e di sinistra, hanno contribuito ad alimentare
avendo cura di ingozzarsi a danno del popolo invece
di tutelarne gli interessi ed il benessere.
Oggi il governo Monti, incapace di intraprendere un
percorso per creare ricchezza per il paese, cerca alibi
nel constare il proprio totale fallimento.
Intanto nel mentre il differenziale tra i titoli italiani e
tedeschi (detto spread) viaggia sempre a quote elevate ed il prodotto interno lordo è calato sensibilmente, la legge sulla revisione della spesa (detta
barbaramente spending review) è stata approvata in
Senato ad inizio agosto e dovrebbe essere approvata
anche alla camera non appena il suo Presidente
Gianfranco FINI tornerà al lavoro dopo un mese di
dure ferie trascorse in alberghi di lusso con la sua
scorta a spese dello stato. Nel frattempo gli italiani
hanno avuto modo di constatare che questa legge
iniqua detta di “lacrime e sangue” ancora una volta
prende per il culo una intera nazione. Infatti la legge
si poneva l‟obiettivo di realizzare una gestione
responsabile delle risorse e la eliminazione degli
sprechi (finanziamento ai partiti, riduzione dei
parlamentari e dei loro stipendi etc) per dare nuovi
impulsi alla crescita e migliori servizi alla società.
Invece, udite udite, il signor Monti ha alimentato gli
sprechi aumentando di ben dieci milioni (per un
totale complessivo di 160) l‟importo della cosidetta
legge “mancia” che altro non è che un ulteriore
privilegio a favore dei politici per sostenere le spese
nei collegi di provenienza.
Chi ha firmato questo odioso emendamento che
furbamente è stato inserito in una legge che si pone
ben altri obiettivi e prevede di decurtare i fondi per
la sanità e la eliminazione di settemila posti letti,
tagli al personale dei dipendenti pubblici per 24.000
unità ecc., ?
Ebbene, l‟ardire e la sfacciataggine per ingrassare il
già straripante fondo spese dei gruppi parlamentari è
di due personaggi che fino ad ieri si accapigliavano e
non erano d‟accordo su nulla ed oggi si trovano
complici nel depredare gli italiani:
1) l‟on.le Paolo Giaretta del PD (Partito Democratico);
2) l‟on.le Gilberto Pichetto Fratin del PDL (Popolo
della Libertà).
Questo odioso provvedimento con il placet del signor
Monti sarà approvato in Parlamento non appena il
signor Gianfranco Fini tornerà dalle fatiche delle
ferie con il suo manipolo di uomini.
Ogni Italiano onesto pensa “ certo questi predatori
pensano solo e sempre ad ingozzarsi sempre di più
ma il nostro Presidente della Repubblica così attento
in altre occasioni sicuramente non si renderà complice di questa ennesima rapina a danno del popolo
italiano e non firmerà questa ulteriore legge truffa”.
Al Presidente Giorgio Napolitano ci rivolgiamo
anche noi affinché non firmi questo odioso
provvedimento anche perché siamo sull‟orlo della
catastrofe e per uscirne bisogna fare ancora tanta
strada in salita e questi provvedimenti non fanno
altro che alimentare la crisi.
Mario Bottiglieri
NON TUTTI SANNO CHE…
 Se una statua nel parco di una persona a cavallo, il
cavallo ha una delle zampe anteriori alzate, la
persona è morta ferita in combattimento, se il
cavallo ha le quattro zampe per terra, la persona è
morta per cause naturali.
 Miguel de Cervantes e William Shakespeare sono
considerati rispettivamente: il più grande esponente
della letteratura spagnola ed inglese. Entrambi sono
morti il 23 aprile 1616.
 Se una femmina di orso bianco è uccisa, mentre ha
ancora i piccoli in tenera età, questi si lasciano a
loro volta catturare o addirittura uccidere, senza
opporre alcuna resistenza, pur di non allontanarsi
dal cadavere della madre.
 Lo scozzonatore è il domatore di cavalli, per la
precisione chi sale sul cavallo la prima volta, per
abituarlo alla sella e addomesticarlo.
 Il Mistral è un vento freddo e secco che soffia
nella valle del Rodano, simile al nostro maestrale,
soffia per lo più in autunno ed in primavera.
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Antropos in the world
PIATTI TIPICI DEL MEDITERRANEO - A cura di Rosa Maria Pastore
( SECONDA PARTE )
RISOTTO CON I CARCIOFI
Ingredienti e dosi (per 4 persone)
400 grammi di riso – 4 o 5 carciofi – 1 spicchio d‟aglio –
prezzemolo – 50 grammi di burro – brodo - sale – pepe –
parmigiano grattugiato.
Preparazione
Togliere le foglie dure ai carciofi, spuntarli, raschiare i
gambi. Tagliare i gambi a pezzetti e poi i carciofi a
striscette o a spicchi sottili. Salarli, peparli e farli rosolare
in 30 grammi di burro, dove è stato fatto colorire l‟aglio,
che sarà tolto appena comincerà a diventare scuro, e una
manciata di prezzemolo tritato. Aggiungere un mestolo di
brodo e lasciar cuore una decina di minuti prima di
aggiungere il riso, che sarà portato a cottura aggiungendo
via via il brodo necessario. Condire il riso cotto con il
pezzo di burro fresco rimasto e una manciata di
parmigiano.
COSTOLETTE DI CARCIOFO
Ingredienti e dosi (per 4 persone)
4 o 5 carciofi grandi – 4 o 5 fettine di prosciutto crudo – 1
limone – pangrattato fine 1 uovo – sale – olio.
Per la besciamella: ¼ di latte – 40 grammi di burro – 30
grammi di farina – parmigiano grattugiato – 1 uovo per
legare.
Preparazione
Pulire come al solito i carciofi, spuntarli, togliere i gambi
e tagliarli a fette, gettandoli via via in acqua acidulata con
succo di limone. Scottarli poi per qualche minuto in acqua
bollente salata, scolarli e disporli su un canovaccio di
bucato. Intanto fare la besciamella come al solito,
legandola con un uovo e il parmigiano grattugiato, in
modo che risulti consistente.
Disporre su ogni fetta di carciofo una fettina di
prosciutto tagliata di uguale misura, avvolgere ogni fettina
di carciofo nella besciamella e infine nell‟uovo precedentemente sbattuto, poi nel pangrattato fine, premendole
col palmo della mano in modo che aderisca bene. Friggere
in olio abbondante e fumante.
CARCIOFI FRITTI
Ingredienti e dosi (per 4 persone)
6 carciofi teneri ( i toscani o i romani) – 1 limone.
Per la pastella: 1 albume – farina – latte – olio – sale.
Ingredienti e dosi
200 grammi di farina – 300 grammi di ricotta – 100
grammi di burro – 6 carciofi – 2 uova – 2 cucchiai di olio
– parmigiano grattugiato – prezzemolo – limone – pepe –
sale.
Preparazione
Togliere le foglie esterne ai carciofi, spuntarli, raschiare i
gambi e tagliare ogni carciofo in quattro o sei spicchi,
secondo la grossezza dei carciofi stessi.
- 22 -
Gettarli nell‟acqua acidulata con succo di limone e
intanto preparare la pastella. Mettere in una terrina due
cucchiaiate colme di farina, stemperandola poi a poco a
poco con un po‟ di latte, in modo da ottenere una crema
densa e senza grumi. Salarla e unirvi anche due
cucchiaiate di olio mescolando, ma senza lavorarla
troppo. Lasciar riposare la pastella per circa un‟ora e, al
momento di usarla, aggiungere l‟albume montato.
Scolare i carciofi, asciugarli, passarli nella pastella e
gettarli nell‟olio abbondante e fumante, fino a che
diventino ben dorati e croccanti. Cospargerli di sale fino
e servirli caldissimi.
TORTA DI CARCIOFI E RICOTTA
Preparazione
Impastare la farina con il burro, 100 grammi di ricotta e
un pizzico di sale. Mettere a riposare al fresco.
Pulire bene i carciofi, tagliarli a fettine e gettarle in
acqua acidulata con succo di limone. Tritare il prezzemolo e farlo soffriggere nell‟olio, unire i carciofi e un
pochino d‟acqua. Lasciar cuocere 15 minuti e appena
teneri, metterli in una terrina. Aggiungere le uova frullate, il resto della ricotta, il parmigiano, sale e pepe.
Spianare la metà della pasta e foderare una tortiera
imburrata; versare il ripieno e coprire un disco di pasta.
Far dorare al forno.
TORTINO
TOSCANA
DI
CARCIOFI
ALLA
Ingredienti e dosi (per 4 persone)
4 carciofi – 6 uova – parmigiano grattugiato – limone –
pepe – sale – olio di frittura
Preparazione
Togliere ai carciofi le foglie dure, spuntarli e metterli in
acqua acidulata con succo di limone. Scolarli, asciugarli
e tagliarli a spicchi, infarinarli e friggerli in olio fumante.
Allinearli in una pirofila, versarvi sopra le uova battute
con sale, pepe e parmigiano grattugiato a piacere.
Mettere in forno e appena dorato (occorreranno circa20
minuti di cottura), servire.
Un libro inchiesta sulla tragedia di Ustica, un viatico intrigante, raccontato da uno dei
protagonisti: un eroico capitano della Aeronautica Militare,
che ancora aspetta giustizia.
Per prenotare:
3387052764 – 3771711064
e-mail: [email protected]
Antropos in the world
DALLA REDAZIONE DI BERGAMO
Aperto a Bergamo Alta, nel restaurato Palazzo del Podestà,
il Museo storico dell‟età veneta – Il Cinquecento interattivo
Un'esperienza sensoriale e multimediale, un nuovo
modo di raccontare la storia al grande pubblico
Bergamo, Città Alta - Tempo d‟estate, tempo di
Città d‟Arte. Quest‟anno Bergamo offre ai suoi visitatori una straordinaria novità. Nel cuore del centro
storico monumentale della Città, in Piazza Vecchia, nel
Palazzo del Podestà comunale del XII secolo,
splendidamente restaurato, è nato da pochi mesi il
Museo storico dell’età veneta dedicato al Cinquecento.
Il museo complesso, per strategia e visione, progettato in cinque anni è stato realizzato, con un
significativo impegno economico, a consolidare il già
ricco patrimonio culturale della città di Bergamo.
Concepito in forma interattiva, il nuovo Museo
intreccia conoscenza e dimensione ludica, ragione ed
emozioni, suscitando nel visitatore anche più annoiato, con immagini e suoni, la dimensione del meraviglioso e della curiosità intellettuale: le testimonianze
del passato – dipinti, manoscritti, mappe e documenti,
selezionati con assoluto rigore scientifico – prendono
vita e si fanno narrazione sensoriale e multimediale,
proponendo allo spettatore l‟immagine di una società
culturalmente ed economicamente vivace, partecipe
della grande storia, in luoghi storicamente riconoscibili
all‟interno della Città.
L‟aspetto più rilevante del nuovo Museo sta proprio
nella specifica interfaccia e nella fruibilità coinvolgente
ed interattiva che permette all‟istituzione di raccontare
le stratificazioni e i cambiamenti di una città e della sua
società, dentro una storia che ci precede di cinque
secoli. Quindi, non una semplice questione di
allestimento attraverso new media funzionali alla
descrizione di reperti o alla riproduzione di immagini
ed archivi, ma un processo di codificazione e selezione
dei contenuti che, trasposto su supporti interattivi,
permette al visitatore di muoversi tra diversi livelli di
approfondimento tematico, in base agli specifici
interessi, personalizzando il percorso di visita e
l‟approccio con i materiali esposti in sede museale.
In questo modo, le moderne tecnologie dialogano
con gli antichi spazi del Palazzo del Podestà proponendo al visitatore un viaggio lungo tutto il Cinquecento, secolo fondamentale per la storia mondiale del
tempo. In questo contesto, si inserisce la storia di
Bergamo sotto il dominio di Terraferma di Venezia.
Passando attraverso le sette sale interattive si viaggia
virtualmente da Venezia a Bergamo, insieme a nunzi,
rettori, mercanti, corrieri di posta, vagabondi, sino a
giungere fin dentro la città “posta supra monte
mirabellissima”, tra borghi e vicinie, dentro palazzi e
conventi, piazze e vie cittadine.
Questo paesaggio urbano cinquecentesco sarà poi
profondamente trasformato dalla costruzione delle
mura veneziane e la città, “ridotta in fortezza”, si
presenta al visitatore attraverso la mappa della
Bergamo seicentesca di Stefano Scolari, visualizzando in forma interattiva due tra i molti suoi luoghi
di commercio: la bottega dello speziale (“aromatario”)
e quella del libraio (“bibliopola”). Il percorso si chiude
sul grande Prato di S. Alessandro, nella Città Bassa,
dove vanno in scena le voci e i suoni del gran mercato
della Fiera di Bergamo, che ancora oggi si ripete in
occasione della festa del Santo Patrono della città.
Oltre all‟età veneta, anche altre epoche storiche
raccontano la loro storia, nel Palazzo del Podestà.
Entrando nel Museo, si visitano attraversandoli i
recenti scavi archeologici, che per la prima volta sono
esposti al grande pubblico. Un decennio di indagini,
dirette dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici
della Lombardia (lo scavo archeologico ha raggiunto
anche i 2,50 metri di profondità), ha riportato alla luce
numerose testimonianze del passato, che attestano il
continuo riutilizzo in epoche e forme sempre diverse
dei luoghi più famosi della città: all‟impianto
protourbano risalente al VI-V sec. a.C., segue un
complesso di botteghe nella area del Foro romano di
età tardo-repubblicana e imperiale, sino ai livelli di
abbandono tardo-antichi e alle fasi altomedioevali e
medioevali.
Ma la visita del Museo non finisce qui: l‟affascinante viaggio nel tempo continua nella città circostante, dove tutto parla del passato creando un
suggestivo “teatro della storia” che la conoscenza
svela ed approfondisce.
Maria Imparato
_____
Museo storico dell’età veneta – Il Cinquecento
interattivo - Bergamo Alta – Piazza Vecchia
www.bergamoestoria.it - Info: tel 035.277116 / 035.
226332 - [email protected]
- 23 -
Antropos in the world
I GRANDI PENSATORI: a cura si Antropos
KONRAD LORENS: L’ETOLOGIA
Il termine etologia, dal greco ethos e logos, che
significano rispettivamente costume e discorso, indica la moderna disciplina scientifica che studia il
comportamento animale nel suo ambiente naturale. Il
termine traduce nella maggior parte delle lingue
europee l'originaria espressione tedesca vergleichende Verhalten-sforschung, coniata da Konrad Lorenz,
uno dei fondatori della disciplina. L‟etologia prende
in esame i modi attraverso cui l‟animale interagisce
con l‟ambiente esterno e aiuta a comprendere la
componente istintiva e la capacità innata di rispondere alle situazioni. Dall‟interazione di questi due
fattori nasce il motore dell‟apprendimento che, utilizzato in una prima fase di crescita, segna per tutta
la vita il carattere dell‟animale.
Al pari della teoria relativistica di Einstein o di
quella psicoanalitica di Freud, l'etologia, la scienza
di cui Konrad Lorenz è stato l'iniziatore e che studia
il comportamento animale con il metodo dell'analisi
comparata, è entrata ormai stabilmente nella "coscienza collettiva" e nella cultura dell'Occidente.
Questo trattato di "fondamenti e metodi" è una
vera summa del pensiero lorenziano, con la quale
deve misurarsi anche chi voglia solo contestarne i
risultati. Accusato spesso di eccessivo innatismo,
Lorenz sorvola qui sugli aspetti del comportamento
umano, ma i risultati di etologia animale che
vengono illustrati sono di portata così generale che il
riferimento è trasparente. Il luminoso ma fragile
edificio della nostra razionalità, sembra ammonire
Lorenz, poggia su un terreno di istinti primordiali,
che abbiamo in comune con creature ben più primitive, nella scala evolutiva e con cui dobbiamo fare
i conti.
Konrad Zacharias Lorenz, nacque a Vienna, il
7 novembre del 1903. Zoologo ed etologo austriaco,
viene considerato il fondatore della moderna etologia
scientifica, da lui stesso definita come «ricerca
comparata sul comportamento».
.Lorenz deve tuttavia gran parte della propria
popolarità alle opere di divulgazione scientifica.
Pioniere dell'ambientalismo, si è inoltre occupato per
tutta la vita di filosofia, specialmente di teoria della
conoscenza, contribuendo alla fondazione dell'epistemologia evoluzionistica ed elaborando un'interpretazione biologica e filogenetica dell'apriorismo kantiano. Il Nostro ha compiuto ricerche sui problemi
dell'aggressività, sulla sua funzione per la sopravvi-
- 24 -
venza e sui meccanismi che si contrappongono ai
suoi effetti deleteri, estendendo queste ricerche dal
campo animale fino a quello umano, dove ha
osservato come l'istinto aggressivo vada in qualche
modo mitigato, ad esempio tramite l'agonismo
sportivo. Egli ha definito l'aggressività come insita
nella natura stessa dell'uomo, attirando perciò le
critiche di sociologi, psicologi e psichiatri. Si è
difeso affermando che il suo pensiero «non è stato
capito per colpa di restrizioni ideologiche.
All'uomo non piace sentirsi definire aggressivo,
non gli piace riconoscere di avere degli istinti
bassi, e al giorno d'oggi l'aggressività è uno degli
istinti più deprecati».
Konrad Zacharias Lorenz fu reclutato nello
esercito tedesco, inizialmente con l'incarico di portaordini-motociclista, poi di psicologo e infine di
medico, nel dipartimento di neurologia e psichiatria dell'ospedale di Posen. Qui si occupò del trattamento delle nevrosi, specialmente dell'isteria e
delle nevrosi compulsive.
Nella primavera del 1942, fu spedito al fronte
di guerra vicino Vicebsk e due mesi dopo fu fatto
prigioniero dai russi, tra i quali fece peraltro
significative esperienze.
Tornò in Austria nel febbraio del 1948 e si reinserì
nell'ambito della ricerca zoologica. Nel 1954 fu
nominato direttore dell'Istituto di fisiologia del
comportamento Max Planck a Seewiesen, in
Baviera. Nel 1973 gli fu conferito il Premio Nobel
per la medicina, condiviso con Nikolaas Tinbergen
e Karl von Frisch. Muore a Altenberg, il 27
febbraio 1989.
Alcune opere: Osservazioni sulle taccole (1927) Osservazioni sul riconoscimento di azioni istintive specifiche
negli uccelli (1932) - Armi e morale negli animali (1935) - Il
compagno nell'ambiente dell'uccello (1935) - Sulla formazione
del concetto di istinto (1937) - La dottrina kantiana
dell'apriori e la biologia contemporanea (1941) - Le forme
innate dell'esperienza possibile (1943)- L'anello di Re
Salomone (1949) - Azioni istintive specifiche negli uccelli .
ARECHI II, il principe che ebbe la sfortuna di trovarsi
sulla strada di Carlo Magno, al quale diede i suoi figli in
ostaggio, per conservare la vita ed il principato di Salerno.
Autore del dramma: Franco Pastore
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Antropos in the world
DENTRO LA STORIA – A cura di Antropos
COSTANTINO NIGRA
Nacque a Villa Castelnuovo l'undici giugno 1828, figlio
di Ludovico cerusico del luogo, superstite dell'armata
napoleonica ed anche compromesso dai moti insurrezionali
del '21 e di Anna Caterina Revello, che a sua volta risultava
discendente di Gian Bernardo De Rossi, orientalista di fama
mondiale. Il giovane Costantino trascorse la sua prima
giovinezza a Villa Castelnuovo con i genitori e fratelli, cui
fu sempre legato. In particolare il suo affetto si riversò sul
fratello più giovane Michelangelo, che in tenera età fu
privato della vista da un occhio proprio da uno spericolato
gioco per colpa di Costantino I successivi impegni di
studio lo portarono prima a Bairo e poi ad Ivrea per
completare gli studi secondari. Al termine, nel 1845,
Costantino, grazie ad una borsa di studio, si iscrisse alla
facoltà di legge ottenendo così la laurea.
Durante il corso egli interruppe gli studi nel 1848 per
arruolarsi, come volontario, nella terza compagnia bersaglieri, interamente formata da volontari studenti. Combatté
con valore nelle battaglie di Peschiera, Santa Lucia,
Colmasino e Goito, fintanto che nella battaglia di Rivoli
venne ferito da una pallottola austriaca. Ottenuta la laurea,
entrò come applicato volontario al Ministero degli Esteri e
qui, in breve tempo, ottenne la stima dei propri superiori,
facendosi apprezzare dall‟allora Presidente del Consiglio,
Massimo D'Azeglio. Ed è in questo periodo che il Nigra
inizia anche a mostrare le sue doti anche in campo artistico
tanto da ricevere le lodi di Alessandro Manzoni. A
D'Azeglio successe il conte Camillo Benso di Cavour nella
carica di Primo Ministro e fu lo stesso D'Azeglio a
segnalare al suo successore il giovane collaboratore. Ha qui
inizio il più straordinario rapporto tra il grande statista e il
suo giovane collaboratore che durerà fino alla morte di
Cavour (6 giugno 1861); mano a mano che prosegue, il
rapporto fra i due diviene sempre più fraterno. I primi anni
dal 1852 al 56 il Nigra svolgerà normale attività presso il
ministero in Torino e poi inizierà la carriera diplomatica
che lo porterà ad essere testimone ed artefice egli stesso dei
eventi della storia del XIX secolo.
Nel 1855 Costantino prende in moglie Emerenziana
Vegezzi Ruscalla, una fanciulla diciassettenne, da cui avrà
un figlio, Lionello, ma i due caratteri troppo diversi li
separeranno dopo poco tempo e solo dopo morti riposeranno insieme nella stessa tomba della cappella del cimitero
di Villa Castelnuovo. Nigra è al seguito di Cavour e del Re
Vittorio Emanuele II sia a Parigi che a Londra e poi
partecipa al Congresso di Parigi per raccogliere i frutti della
spedizione piemontese in Crimea, in questa occasione già
promosso Console di prima classe con mansioni di Capo
gabinetto del ministro. Cavour sente la necessità di avere un
uomo di sua completa fiducia che lo rappresenti alla corte
di Napoleone III e ha così inizio la straordinaria avventura
di Nigra a Parigi. In breve diverrà il personaggio del
piccolo regno di Sardegna più accetto a corte e entrerà in
stretti rapporti con lo stesso imperatore e anche con l' imperatrice
Eugenia, di norma abbastanza
ostile agli italiani. Su questo
suo rapporto con la imperatrice tanto si è parlato all‟epoca da chi voleva intravedere
una relazione, che però il Nigra,
da perfetto gentiluomo, sempre negò, e di cui non lasciò alcuna traccia.
Il grande scrittore Salvator Gotta dedicò anche il suo
romanzo "Ottocento" alla figura del Nigra a Parigi e al
suo rapporto con l'imperatrice. A Parigi il Nigra conobbe
anche la famosa Virginia Oldoini di Verasis contessa di
Castiglione, donna di incantevole bellezza anch'essa inviata da Cavour per convincere l'imperatore alla causa
italiana. Il problema era convincere l'imperatore per
scendere in guerra contro l'Austria a fianco dell'esercito
piemontese e certamente i risultati non mancarono, poiché
nel 1859 iniziò la seconda guerra di indipendenza con
Napoleone III e le sue truppe furono al fianco dell'esercito
piemontese. All'armistizio di Villafranca il Nigra fu unico
testimone del furibondo litigio tra Cavour e il Re. In
seguito alla morte di Cavour, il Nigra tornerà a Parigi per
ancora molto tempo in veste di Ministro Plenipotenziario
di Sua Maestà il Re d'Italia, e sarà lo stesso imperatore a
congratularsi con lui per il titolo ricevuto. La leggenda del
Nigra è ricca d‟episodi sulla sua vita a corte, fra i quali
spicca quello della gondola veneziana, in cui il Nigra
improvvisa un canto all'imperatrice, nel laghetto del
castello di Fontainebleau, che conteneva un invito all'imperatrice di non ignorare Venezia che, oppressa dal dominatore austriaco, attendeva d‟essere liberata. Sarà invece
il Nigra a dover "liberare l'Imperatrice" nel 1870 dopo la
capitolazione di Napoleone III a Sedan, la Francia
dichiarò a furor di popolo la caduta dell'impero ed il Nigra
aiutò l'Imperatrice Eugenia a fuggire dalla reggia delle
Tuileries assaltata dal popolo.
I rapporti tra il Nigra e il Re Vittorio furono sempre
piuttosto gelidi perché il sovrano vedeva nel Nigra il
fidato amico e collaboratore di Cavour, a lui sempre
ostile, e solo dopo la morte di Vittorio Emanuele II, il
successore Umberto I riconoscerà i meriti dell'opera
svolta dal Nigra a favore del Regno, concedendogli il
titolo comitale, trasmissibile anche ai discendenti, e poi
ancora insignendolo del Collare dell'Annunziata.
Al termine della carriera diplomatica Nigra si ritira a
Venezia acquistando uno splendido palazzo sul Canal
Grande poi ancora un palazzo a Trinità dei Monti in
Roma. A fianco di Costantino in quest'ultimo periodo appare la figura della contessa Elisabetta Francesca
Albrizzi.
Muore a Rapallo, il primo luglio del 1907.
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Antropos in the world
IL PERSONAGGIO DEL MESE -
RAFFAELE VIVIANI (II parte)
Mentre l'opera di Eduardo rapprequanto detto, proponiamo una poesia scritta dal
senta la borghesia napoletana, con
Viviani nel 1931 (Guida Editori):
i suoi problemi e le sue crisi vaGUAGLIONE
loriali, Viviani mette in scena la
plebe, i mendicanti, i venditori
Quanno pazziavo 'o strummolo, 'o liscio, 'e ffiurelle,
ambulanti: un'umanità disperata
a ciaccia, a mazza e pìvezo, 'o juoco d''e ffurmelle,
e disordinata che vive la sua eterna
stevo 'int''a capa retena 'e figlie 'e bona mamma,
e me scurdavo 'o ssolito, ca me murevo 'e famma.
guerra per soddisfare i bisogni primari.
In questo, la sua poetica si allontana violentemenE comme ce sfrenàvemo: sempe chine 'e sudore!
te dalla retorica lacrimevole e piccolo borghese del
'E mamme ce lavaveno minute e quarte d'ore!
tempo, prendendo le distanze al contempo dalla culGiunchee fatte cu 'a canapa 'ntrezzata, pe' fa' a pprete;
sagliute 'ncopp'a ll'asteche, p'annaria' cumete;
tura positivista e ponendosi per molti versi all'interno
po'
a mare ce menàvemo spisso cu tutte 'e panne;
di dinamiche creative proprie delle avanguardie. Il
e
'ncuollo
ce 'asciuttàvemo, senza piglià malanne.
suo fu un teatro diverso, singolare e sconvolgente,
ma durante il fascismo subirà, con la negazione
'E gguardie? sempe a sfotterle, pe' fa' secutatune;
ma 'e vvote ce afferravano cu schiaffe e scuzzettune
dell'uso dei dialetti, l'ostilità e il silenzio della critica
e à casa ce purtavano: Tu, pate, ll'hè 'a 'mparà!
e della stampa.
E manco 'e figlie lloro sapevano educà.
La passione per il teatro gli fu trasmessa dal
padre, gestore dell'Arena Margherita di CastellamA dudece anne, a tridece, tanta piezz''e stucchiune:
ca niente maie capévamo pecché sempe guagliune!
mare di Stabia, teatro nel quale recitavano i poveri
'A scola ce 'a salavamo p''arteteca e p''a foia:
"Pulcinelli" del tempo. Sull'orlo del fallimento, poco
'o cchiù 'struvito, 'o massimo, faceva 'a firma soia.
dopo la nascita di Raffaele, però, la famiglia Viviani,
a causa di un sequestro tributario, fu costretta a traPo' gruosse, senza studie, senz'arte e senza parte,
fernevano pe' perderse: femmene, vino, carte,
sferirsi a Napoli, dove nel 1893, grazie al recupero di
dichiaramente,
appicceche; e sciure 'e giuventù
materiali di scena sfuggiti al sequestro, costruirono il
scurdate
'int'a
nu
carcere, senza puté ascì cchiù.
teatro "Masaniello". L'esordio teatrale del Viviani,
avvenne nel 1892 al "Nuovo San Carlino", quando
Pur'io pazziavo 'o strummolo, 'o liscio, 'e ffiurelle,
a ciaccia, a mazza e pìvezo, 'o juoco d''e ffurmelle:
"Papilluccio" (come era chiamato Raffaele da bambima, a dudece anne, a tridece, cu 'a famma e cu 'o ccapì,
no) a poco più di quattro anni, si esibì vestito di un
dicette: Nun pò essere: sta vita ha da fernì.
fracchettino rosso, al fianco della sorella Luisella.
Pigliaie nu sillabario: Rafele mio, fa' tu!
Lo scrittore e giornalista Domenico Rea in un
E
me mettette a correre cu A, E, I, O, U.
articolo del 1991 pubblicato su "Il Venerdì di Repubblica" ricordò il celebre Viviani con questa breve,
ma concisa descrizione fisica:
"Io vidi una sola volta Viviani a passeggio intorno
alla sua casa di Corso Vittorio Emanuele II. Era
alto, secco, legnoso, pelle e ossa, il volto asciutto, il
naso camuso, la bocca svasata, gli occhi come un
po' strabici, i capelli ricciuti e lanosi. Era elegantissimo in papillon, fazzoletto nel taschino e scarpe
bianche e nere. Camminava con aria guappesca, ma
era lo stesso un triste e nobile signore plebeo".
Viviani artista versatile, scrisse anche numerose
Da sinistra: Scarpetta,Eduardo e Viviani
poesie dialettali, ispirate a soggetti reali della vita di
quartiere. Grazie alla straordinaria bellezza del dialetto napoletano, il "Genio stabiese", seppe enfatizO VICO: http://youtu.be/pXpvIF80pto
zare con singolare abilità, alcuni aspetti tipici della
LA MORTE DI CARNEVALE: http://youtu.be/N6RQJK5qPw8
vita sociale d'epoca. Per rendere meglio l'idea di
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Antropos in the world
IMMAGINI D‟UN ALTRO TEMPO:
NAPOLI DI DUE SECOLI FA
Nei suoi tratti fondamentali, gli interventi ottocenteschi contraddistinguono tuttora il tessuto urbano di
Napoli.
Già nel decennio francese e durante il secondo periodo borbonico venne dato grande spazio alle opere pubbliche: le iniziative e i progetti per la ristrutturazione di
zone antiche della città, l'edificazione di nuovi complessi
e di edifici destinati ad essere sede di pubbliche
istituzioni, l'apertura di nuove arterie, assecondarono la
tipica passione borbonica per i grandi progetti edilizi.
Dal 1806 la città attraversò un periodo di serenità e
stabilità e nel corso del regno di Giuseppe Bonaparte
venne realizzata la strada che dal Museo rendeva più
facile l'accesso alla reggia di Capodimonte, inaugurata
nel 1810 da Gioacchino Murat. Questi volle la sistemazione neoclassica con lo scenografico colonnato semicircolare di ordine dorico disegnato da Leopoldo
Laperuta del grande spazio davanti al Palazzo Reale,
condotta a termine dopo la restaurazione borbonica; la
definizione della piazza, che aveva previsto l'abbattimento degli edifici e delle chiese preesistenti, proseguì
con l'edificazione (iniziata nel 1817) della chiesa di San
Francesco di Paola, progettata dall'architetto luganese
Pietro Bianchi e dotata di una cupola dall'alto tamburo e
facciata preceduta da un pronao ad imitazione del Pantheon.
A Napoli lo stile neoclassico ebbe una diffusione assai
vasta improntando il carattere di intere strade, piazze ed
ambienti nuovamente configurati.
Accanto all'edilizia pubblica per la quale citiamo ad
esempio l'elegante edificio dell'Osservatorio Astronomico e l'originale facciata del Teatro San Carlo, emergono, significative dal punto di vista artistico ed
urbanistico, alcune architetture residenziali che, pur nel
gusto classicheggiante, rivelano aspetti già legati ad una
sensibilità di tipo romantico: sulla collina del Vomero
Antonio Niccolini creò per Ferdinando I il raffinatissimo
complesso della Florio diana (1817-19) con la contigua
Villa Lucia, casina di gusto pompeiano nata come sala da
ricevimento e'kaffeehaus'.
La palazzina neoclassica, destinata ad essere la
residenza di villeggiatura di Lucia Migliaccio
Duchessa di Floridia, è immersa in un verde percorso
da viali movimentati e abbellito da episodi concepiti
con la libertà tipica del giardino “all'inglese”.
Nel quartiere di Chiaia, che in seguito alla sistemazione della spiaggia a Villa Reale diventerà l'area
residenziale preferita dall'aristocrazia napoletana,
venne realizzata negli anni Trenta in forme neoclassiche la Villa Acton, oggi Villa Pignatelli: concepita
come una residenza estiva, è anch'essa un insieme
molto particolare dal punto di vista ambientale per il
contatto diretto che il suo parco ha con il mare.
La varietà di stili prevista dal giardino romantico Niccolini aveva progettato per il parco della Floridiana anche un monumento egittizzante - trova ulteriore espressione nel gusto neo-egizio del Tondo di
Capodimonte (1836) ed è una delle anticipazioni
dell'eclettismo stilistico che si articolerà in modo vario
nella città durante la seconda metà del secolo di cui
abbiamo un esempio tardo, ma di carattere romantico
nei tipi edilizi neo-medievali e neo-rinascimentali
pensati da Lamont Young per il Parco Grifeo. Dal
1839 è presente a Napoli un consiglio edilizio che
comprendeva i maggiori architetti del momento, e che
fu utile allo sviluppo di una concezione razionale delle
modificazioni urbanistiche.
Del consiglio fece parte Enrico Alvino, al quale
dobbiamo uno dei progetti di ammodernamento della
Villa Reale ('Nazionale' dopo l'annessione della città
al Regno d'Italia, 'Comunale' dal 1869) e la nuova
strada via Caracciolo che doveva costeggiarla.
Verso la fine del secolo anche Napoli vide un intervento governativo per operazioni di sventramento dei
cosiddetti 'quartieri bassi', deliberate nel 1885 ma
iniziate solo nel 1889 e finalizzate al raggiungimento
di un maggiore ordine urbanistico e di una percorribilità regolare e veloce, oltre che alla risoluzione delle
precarie condizioni igieniche della città.
A fine secolo, Napoli era divenuta la città più pulita
d‟europa
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Antropos in the world
DE COGNOMINE DISPUTĀMUS a cura di Gaetano Rispoli
“ Il soprannome è l‟orma di una identità forte, che si è
imposta per una consuetudine emersa d‟improvviso, il riconoscimento di una nobiltà popolare, conquistata in virtù di un
ruolo circoscritto alla persona, quasi una spinta naturale a
proseguire nella ricerca travagliata di un altro sé. Il sistema
antroponimico era dunque binominale, formato da un nome
seguito o da un‟indicazione di luogo (per es.: Jacopone da
Todi), o da un patronimico (Jacopo di Ugolino) o da un
matronimico (Domenico di Benedetta) o da un attributo
relativo al mestiere (Andrea Pastore), et cetera. Il patrimonio
dei cognomi era pertanto così scarso, che diventava necessario ricorrere ai soprannomi, la cui origine non ha tempi e
leggi tali, da permettere la conoscenza di come si siano formati, e la maggior parte di essi resta inspiegabile a studiosi e
ricercatori.
Spesso, la nascita di un soprannome rimanda ad accostamenti di immagini paradossali ed arbitrari. Inutilmente ci
si sforzerebbe di capire il significato e l‟origine di soprannomi come "centrellaro" o come "strifizzo" o "trusiano", lavorando solo a livello di ricerca storica e filologica. E così,
moltissimi soprannomi restano inspiegabili, incomprensibili,
perché si è perso ormai il contesto storico, sociale e culturale
o, addirittura, il ricordo dell‟occasione in cui il soprannome è
nato. Verso il XVIII° secolo, il bisogno di far un po‟ d'ordine e
la necessità di identificare popolazioni diventate ormai troppo
popolose porta all'imposizione per legge dell'obbligo del
cognome.
italiano, cittadino della Repubblica di Genova prima e suddito del Regno di Castiglia poi. È stato tra
i più importanti navigatori italiani, che presero
parte alle grandi scoperte geografiche a cavallo tra
il XV e il XVI secolo.
 La Famiglia Colombo, conosciuta anche con
il nome di "Famiglia Profaci", è una delle potenti
cinque famiglie mafiose di Cosa nostra che
controlla le attività criminali e non a New York ed
in altri stati d'America.
La Famiglia fu fondata all'inizio degli anni
venti da Joe Profaci e nel corso degli anni ha
mantenuto stretti legami con tutte le altre potenti
famiglie mafiose d'America, soprattutto con la
Famiglia Bonanno, con la Famiglia di Detroit, e la
Famiglia di Tampa.
Negli anni si sono succeduti alla guida della
cosca, potenti Boss del calibro di: Joe Profaci,
Joseph Magliocco, Joseph Colombo, Thomas Di
Bella e Carmine Persico.
La Famiglia mantiene stretti legami di collaborazione e d'affari con Cosa nostra siciliana, soprattutto con le Famiglie di Villabate, Misilmeri e
altre della provincia di Palermo. Nonostante alcuQuesto mese, ci occuperemo dei cognomi:
ne sanguinose faide interne scoppiate all'inizio
Colombo - Colombi
Colombo è concentrato in modo massiccio in degli anni novanta e i successivi numerosi arresti
Lombardia, ma s‟individuano ceppi anche in Liguria, di importanti boss, la Famiglia rimane una delle
Toscana ed Emilia, Colombini è soprattutto lombar- più potenti di Cosa nostra americana.
do, ma è presente in modo pesante anche nella
provincia di Verona, in Liguria, eToscana, Colombo è
La terra
un cognome panitaliano anche se prevalente al centro
Tace la terra
nord ed in Sicilia.
all’ombra dei castagni.
Nasce nel medio evo come cognome da columbus
Tace la terra
sotto la pioggia
e columba, ma già in uso come nome proprio e come
che, goccia dopo goccia,
appellativo ai cristiani e ai monaci, che usavano la
la disseta.
colomba come un simbolo per indicare la pace e lo
Un cielo a chiazze
Spirito Santo. Colombo fu il cognome che veniva
respira tra gli abeti.
Scende la nebbia
assegnato ai bambini esposti alla ruota degli esposti,
e l’anima dispera,
come succedeva a Napoli con il cognome Esposito.
dissolve il vento
Il fenomeno dell'abbandono a Milano fu di gransoffiando, a piene mani,
de rilevanza. Tra il 1845 ed il 1864 vennero abbanle nubi nere,
donati, nella Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti
i fragili pensieri.
Nel cielo chiaro,
in Santa Caterina alla Ruota di Milano, 85.267 bambis’intrecciano le ali,
ni, con una media di 4.263 trovatelli all'anno.
s’incrociano i sospiri…
Infatti, è proprio a Milano che tale cognome è
Ester Donatelli
maggiormente diffuso (14.491). In Italia, 30.396 perE. Donatelli nasce a Cervia (Ra), il 27 settembre del 43, da gesone hanno il cognome Colombo ed è il 6° più diffuso
nitori napoletani. Docente di lettere alla Scuola Media, fino al
1985, vive, con la famiglia, a Giffone Valle Piana (Sa).
in Italia. Personaggi:
 Cristoforo Colombo esploratore e navigatore
__________________________
- 28 -
Antropos in the world
DENTRO LA CITTA‟ DI SALERNO
VETUSTAS SINE SAPIENTIA (Vecchiaia senza saggezza)
Di recente, ho letto di una figlia preoccupata per sua madre, che, alla veneranda età di ottantadue
anni, pretende ancora di guidare l‟auto, suscitando la preoccupazione di parenti e nipoti. La scorsa
settimana, ho letto di una nonna che, sul litorale salernitano, ha perso la vita, viaggiando in macchina con
il nipotino.
Di chi è la responsabilità? Dei figli? Degli anziani che non si arrendono o delle Istituzioni, che indugiano troppo ad operare il ritiro di patente?
Ogni anno, aumenta sempre più il numero dei vecchi coinvolti in incidenti stradali, non solo a causa
della normale attenuazione dei riflessi, ma anche per gli innumerevoli infarti ed ictus, che rappresentano i
rischi dell‟età.
Allora, è necessaria una buona collaborazione tra l‟istituzione famiglia e lo Stato, al fine di coniugare,
alla meglio, legalità e buonsenso, soprattutto in considerazione del fatto che, ad una certa età è meglio
abbandonare l‟auto, per la sicurezza di tutti. Ciò non significa voler porre gli anziani in una dannosa situazione di stallo, ma solo avere a cuore la loro sicurezza, considerando che la ragionevolezza e segno di
saggezza e di civiltà.
Sofia Gargano
SALERNO IN THE WORLD
PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA
Il concorso di Poesia “SALERNO IN THE
WORLD” si è concluso, il 5 settembre u.s., con la
riunione della Giuria, composta da:
 Pastore Rosa Maria, Direttore di “Antropos in
the world” e Segretaria del Premio;
 Dott. maestro Gaetano Rispoli, Consulente
artistico della Rivista e Presidente del Premio;
 Dott. Alberto Mirabella, saggista e membro della
Redazione di Salerno;
 Dott. Renato Nicodemo, mariologo e membro
della Redazione di Salerno;
 Dott. Flaviano Calenda, Rettore del Sant. della
Madonna del Carmine, Pres. Corminello e
membro della Redazione di Pagani;
 Maestro Ermanno Pastore, Consulente musicale
della Rivista e già baritono al S.Carlo;
 Dott. prof. Franco Pastore, Editore e Direttore
responsabile della Rivista.
Dalla valutazione degli elaborati, su 346
partecipanti, si sono classificati nell‟ordine:
1. Irene Memoli di Salerno, con la lirica “
Salerno”;
2. Sergio Cancelliere di Enna, con la lirica “Ora
che l‟autunno è l‟unica stagione”;
2. (ex aequo) Anna Eleonora Cancelliere di Como,
con la lirica “Per contrade di sogni”;
3. Giorgio Guarnaccia di Siracusa, con la lirica
“ La clessidra della vita”;
3. (ex aequo) Francesco Fusco di Napoli, con la
lirica “ Lo specchio”;
4. Forte A. Maria di Pellezzano (Sa), con la
lirica “Salerno in the world”;
4. ex aequo) Marcella Ferraro di Oneglia (Verbania), con la lirica “Crepuscolo senese”.
I meritevoli della “Menzione di merito” sono
risultati: Carla D‟Alessandro di Nocera; Maria
Attanasio di Salerno, De Michele Miriam di
Portici (Na) e Gabriella Rienzi di Pellezzano.
I meritevoli della “Menzione d‟onore” sono
risultati: Daniela Liguori di Salerno, Rosaria
d‟Ambrosio di Quartu (Cagliari), Simona Aiuti di
Alatri (Frosinone), Maria Giulia Fierro di San
Mauro La Bruca e Monica Fiorentino di Sorrento
(Na) .
I premiati fuori Concorso, alla carriera, sono:
George Mustang, per la musica; Gaetano Rispoli
e Vilma Budriene, per la pittura; Francesco
Mastroberto, per la scultura. Agli artisti vincitori
sarà inviato, entro il 30 ottobre:
a) Il num. speciale della rivista, con la pubblicazione delle liriche dei primi sette classificati, con la
presente comunicazione cartacea, debit. firmata;
c) Il Diploma;
d) La grande medaglia aurea di “ Antropos in the
World ”, con una delle pubblicazioni dello scrittore Franco Pastore.
- 29 -
Antropos in the world
LEVIORA
La barzelletta illustrata da Paolo Liguori Non son mica matto, se
spegni la torcia, cado giù!
Passa
prima tu!
Cose dell‟altro mondo –
- Ciao, hai delle foto di tua moglie nuda? - No di certo!- Beh, allora tieni queste che le ho doppie! -.
Sui simpatici ed ottimi carabinieri –
- Come si fa a bruciare le orecchie ad un carabiniere? -. - Gli si telefona mentre sta stirando! -.
Carabiniere in negozio: - Vorrei un portafoglio impermeabile Negoziante: - Perché ?- Per metterci il denaro liquido! -.
Son cose da pazzi –
Due fidanzati appartati in un parco. Si sente la voce di lei:
- Caro, togliti gli occhiali, che mi fai male al collo!... - (dopo qualche minuto)
- Caro, rimettiti gli occhiali, perchè stai leccando l'erba...-
Ė vecchia, ma sempre efficace –
- Perché i nani ridono mentre giocano a calcio?- Perché l‟erba solletica loro i testicoli! -
La più stupida del mese –
Noe', prima del diluvio, fa salire sull'arca tutti gli animali, a due a due. Arriva il leone con la leonessa,
il cane con la cagna e così via. Ad un tratto arriva un pesce da solo: - E tu chi sei? - chiede Noè - Il pesce
sega! -.
Freddure –







BAROMETRO: Strumento atto a misurare le casse da morto
Qual é l'amaro preferito dai pesci? Il Fernet Branchia.
ANAGRAFICO: Disegnatore di chiappe.
Qual e' la parte più sensibile della macchina? Lo spint-erogeno!
AUTORIZZAZIONE: Erezione spontanea.
BIDET: Detto due volte
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Antropos in the world
L’ANGOLO DELLA SATIRA
DOV’E’ PIU’ L’ITALIA?
In questa immane rovina,
d‟un paese appiattito,
esteticamente imbarbarito,
ciecamente manipolato,
dov‟è più l‟Italia?
Ogni cosa è indicata dai media,
un potere bastardo che dura
e le masse accultura,
imponendo costumi,
per le strade e
delle case tra i muri.
Dov‟è più l‟Italia,
se anche lo scrivere
diventa abitudine,
speditamente sconfitta
dalla banalità?
Un paese impoverito,
senza più fede,
in balia degli eventi,
di organismi malviventi,
di vuote cariatidi, conniventi,
di ignoranze spente,
di simboli ballerini,
di desolati pulcinella,
povera Italia bella …
povera Italia bella!
Franco Pastore
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Giornale del 01/09/2012