UNIONE EUROPEA
Fondo Sociale Europeo
REPUBBLICA ITALIANA
REGIONE SICILIANA
Ministero del Lavoro
e delle Politiche Sociali
Ufficio Centrale O.F.P.L.
Programma Operativo Regionale Sicilia
Misura 6.08 Sottomisura A
Progetto n. 1999/IT.16.1.PO.011/6.08/7.2.4/015
“Fare Reti”
LA VIOLENZA VERSO LE DONNE
E LE PROFESSIONI DI AIUTO
“Strumenti”
LINEE GUIDA
Grafica ed impaginazione: Carlo Saladino e Toni Saetta
Stampa: ANTEPRIMA s.r.l.
Via Castellana, 108 - 90135 Palermo
tel. 091.6732781 fax 091.6732754
[email protected]
www.edizionianteprima.it
Si ringraziano della collaborazione preziosa,
per gli stimoli offerti alla costruzione degli strumenti
e per il loro supporto tecnico
Massimo Branca
Nicola Ferrara
Daniela Moggi
Gianluca Pagliara
Marilea Spedale
Vittoria Tola
Maria Virgilio
Gabriella Vivirito
In copertina: Georgia O’Keeffe, Scala per la luna, 1958, Olio su tela
Presentazione
7
PRODURRE STRUMENTI PER LA QUOTIDIANITÀ DI CHI OPERA
Il quadro dell’intervento e della redazione di questi testi
La presente pubblicazione, che fa parte della collana “Strumenti”, è
frutto di una delle azioni previste nel progetto “Fare reti”, finanziato
dal Programma Operativo Regionale della Sicilia nell’Asse 6 – Misura
6.08 – Sottomisura A. È questa sottomisura risultato del recepimento
da parte della Regione Sicilia del bisogno di fornire sostegno alla creazione di reti contro la violenza alle donne ed ai bambini, all’avvio di
centri antiviolenza, alla sensibilizzazione e formazione degli operatori, alle indagini ed infine alle azioni di prevenzione, in ogni suo livello, di un fenomeno che inizia ad emergere anche nel sud dell’Italia,
proponendosi nella sua duplice dimensione di questione che attiene al
rapporto tra i sessi ed al sociale. Riguarda in prima istanza lo strutturarsi delle relazioni sessuate nella nostra società ed al loro codificarsi
attraverso stereotipi, rappresentazioni e convenzioni sociali che spesso
riportano ancora ad una struttura patriarcale, e che mettono in rilievo
una fragilità sociale legata al vivere violenza da parte delle donne con
un depauperamento delle loro risorse umane ed in alcuni casi anche
economiche. Riguarda la relazione con l’altro e l’incapacità di costruire differenza e conflitto che non sia violento. È l’evidenza di uno scacco relazionale tra uomini e donne.
L’ONU e L’U.E. la definiscono violenza di genere, cioè una violenza che si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di controllo e di possesso da parte del genere maschile sul femminile. Violenza di genere, che si coniuga in: violenza fisica (maltrattamenti), sessuale (molestie, stupri, sfruttamento), economica (negazione dell’accesso alle risorse economiche della famiglia, anche se prodotte dalla donna), psicologica (violazione del sé). Noi abbiamo deci-
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La violenza verso le donne e le professioni di aiuto
Presentazione
9
so di utilizzare questa definizione, pur considerando che probabilmente occorre ancora trovare un modo per dire come le radici di questo
estremo nella relazione si collochino direttamente nella differenza sessuale tra uomini e donne e le manifestazioni che la caratterizzano ben
rappresentano la radicalità di tale appartenenza non solo simbolica, ma
legata al corpo sessuato maschile e femminile. Come nominare la violenza è un percorso ancora aperto, non solo per le donne che la vivono, ma anche per chi opera, come noi, sia materialmente che teoricamente sul tema.
Le statistiche comunitarie ci dicono, in base ad indagini sui dati inerenti i reati negli stati membri, che in Europa la violenza rappresenta
la prima causa di morte delle donne nella fascia di età tra i 16 e i 50
anni e nel nostro paese si ritiene che ogni tre morti violente, una riguarda donne uccise da un marito, un convivente o un fidanzato. Non vi
sono statistiche quantitative sul maltrattamento, ma si stima, sempre a
partire da indagini comunitarie, che una donna su cinque abbia subito
nella sua vita una qualche forma di violenza.
In Italia è del 1998 la prima ricerca condotta dall’ISTAT, su mandato del Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri
alle Pari Opportunità, sulla violenza sessuale ed è ancora in corso,
sempre da parte dell’ISTAT, una indagine sulla violenza intrafamiliare. Gli unici dati quantitativi che raccontano della violenza verso le
donne sono quelli dei centri antiviolenza, attivi dal 1980 in molte città
italiane, e di alcune indagini e studi realizzati da ricercatori e ricercatrici. Inoltre, si sono infine sviluppate ricerche - azione sulla percezione della violenza verso le donne, finanziate dal progetto “Rete antiviolenza tra le città Urban Italia”, con il coordinamento del Dipartimento
Pari Opportunità, che hanno coinvolto 8 città nella prima fase1 e 18
nella seconda (ancora in corso). Il modello di intervento proposto è
quello di coniugare diversi livelli di indagine della percezione (donne
e uomini, operatori, testimoni privilegiati, donne che hanno subito vio-
lenza), con differenti strumenti (quantitativi e qualitativi), con un’azione locale di stimolo alla creazione di una rete contro la violenza,
iniziando da un ciclo di formazione rivolto agli operatori che più spesso sono a contatto con donne o minori. Le indagini hanno anche prodotto una base informativa preziosa: dati quantitativi sulla violenza
rilevata nei servizi e testimonianze dirette delle donne.
Il nostro organismo ha condotto per la città di Palermo l’indagine
Urban e da quell’esperienza, mutuandone anche qualche strumento
(opportunamente riadattato), ha messo a punto un modello di indagine
che è stato utilizzato, con finanziamento della Commissione Europea
in un progetto Daphne realizzato nel quartiere Kalsa di Palermo ed a
Caen in Francia, sulla percezione della violenza da parte degli operatori dell’educazione. Con lo stesso modello si è realizzata una ricerca2azione nel Distretto sociosanitario 9, con l’obiettivo di entrare in un
territorio dell’entroterra siciliano, con caratteristiche rurali. Attività di
ricerca che ha accompagnato la costruzione di una rete distrettuale
contro la violenza alle donne, composta da operatori sociali, sanitari e
delle forze dell’ordine degli 11 comuni che compongono il Distretto.
Rete che ha fruito di un’azione formativa tarata sui bisogni individuati nella prima fase dell’intervento e di un’azione di accompagnamento,
che si sta realizzando tuttora, alla costruzione di una progettualità condivisa per fare fronte al fenomeno e “trattarlo” con strumenti e metodologie adeguate.
1 Per la città di Palermo si rimanda al volume “Trovare le parole - Violenza contro le
2 Ascoltare il silenzio: “quello che le donne non dicono” Ricerca sulla percezione
donne, Percezione e interventi sociali a Palermo” a cura di Alessi A. e Lotti M. R.
Palermo 2001.
della violenza di genere da parte degli operatori dei servizi del Distretto 36, a cura
di Ruggerini M.G. e Elisei S., Palermo, 2004.
La rete della città di Palermo - il progetto
Dal 1998 si è attivata a Palermo una Rete Cittadina contro la
Violenza alle Donne ed ai Minori, che coinvolge l’Amministrazione
Comunale, la ASL 6, il Comando Provinciale dei Carabinieri, la
Questura, i Tribunali, il MIUR, il no profit. La rete è coordinata dal
nostro ente che si fa anche capofila nella presentazione di interventi
che poi coinvolgono operativamente tutte le istituzioni partner. È il
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La violenza verso le donne e le professioni di aiuto
caso del progetto POR-Sicilia “Fare Reti”, dove le linee di azione sono
state tre:
1) Formazione di base e di approfondimento agli operatori degli
organismi coinvolti, di cui ne sono stati coinvolti 400 nella prima fase
e 100 nella seconda, che aveva l’obiettivo di facilitare la creazione di
reti di prossimità nel territorio.
2) Produzione di strumenti pensati per le professionalità che intervengono a vario titolo nei percorsi di uscita dalla violenza (dalla
domanda di aiuto alla costruzione di un nuovo progetto di vita). Così
nasce la collana “Strumenti” di cui fa parte questo manuale. Le professionalità che si sono scelte sono state: operatori sociali, operatori
sanitari, operatori della salute mentale, operatori delle forze dell’ordine, operatori della giustizia (in specifico avvocati ed avvocate).
3) Avvio della rete in un distretto socio sanitario, il n. 9, attraverso
la formazione degli operatori (n. 40), la costruzione della rete, la progettazione comune di interventi.
I manuali - Linee guida per un migliore intervento
Questo manuale, prontuario d’uso per chi opera, avvia e fa parte di
una collana che esperte della nostra associazione ed esperti degli enti
partner, hanno elaborato a partire da un’indagine condotta sulla produzione di strumenti cartacei e/o virtuali per chi opera sul terreno a livello italiano e comunitario. Si sono inoltre utilizzate tutte le elaborazioni realizzate per le attività formative e/o di rete da parte del nostro
organismo, oltre che le indagini realizzate, in particolare per la redazione della prima parte della pubblicazione. Il testo si compone di due
parti:
Un capitolo sul concetto e sulle caratteristiche della violenza verso
le donne, uguale per tutt’e cinque i volumi, che dipana la matassa dalla
definizione di violenza verso le donne sino alla descrizione dei meccanismi che la contraddistinguono e degli indicatori per rilevarla e
verificarne la gravità.
Un capitolo specificamente pensato per la professione a cui si rivolge, che propone informazioni, strumenti, indicatori di percezione e di
rischio, aspetti tecnici sullo specifico setting di intervento, al fine di
facilitare l’emersione del problema ed un adeguato sostegno per la
Presentazione
11
costruzione del progetto di uscita.
Vogliamo ringraziare tutte quelle donne e quegli uomini che ci
hanno dedicato il loro tempo per migliorare le loro competenze sul
tema della violenza verso le donne e del lavoro di rete, le amministrazioni comunali, l’Arma dei Carabinieri, la Questura, la ASL6 che
hanno permesso al loro personale di partecipare attivamente non solo
alle attività formative, ma anche alla redazione e controllo di queste
pubblicazioni rivolte ai loro colleghi ed alle loro colleghe.
Conoscere e sapere come operare in un contesto relazionale caratterizzato dalla violenza è il primo passo per riconoscere che la violenza verso le donne è un problema sociale da affrontare per garantire la
costruzione di una società in cui la libertà e la gioia di vivere siano la
base dei rapporti sessuati che la fondano.
Questo manuale è un’occasione ed uno strumento operativo.
Rimandiamo alle specifiche pubblicazioni per chi volesse conoscere le “mappe” di Palermo e del Distretto 9, reperibili anche sul sito
www.leonde.org, dove troverete informazioni sul progetto, sull’associazione, sulle reti contro la violenza.
Maria Rosa Lotti
I PARTE
LA VIOLENZA VERSO LE DONNE
Testo di Adriana Piampiano
Materiali approntati da Stefania Campisi
La violenza verso le donne
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VERSO UNA DEFINIZIONE DI VIOLENZA DI GENERE
La violenza contro le donne è un problema mondiale ancora non
sufficientemente riconosciuto e denunciato, così come confermato da
ricerche e studi condotti a diversi livelli e contesti3.
È un fenomeno che si sviluppa soprattutto nell’ambito dei rapporti
familiari e coinvolge donne di ogni estrazione sociale, di ogni livello
culturale, sia pure in forme e proporzioni differenti, provocando danni
fisici e gravi conseguenze sulla salute mentale, comportando alti costi
socioeconomici.
È un fenomeno ricorrente nella storia che, nel corso del tempo, è
stato considerato in modo differente, connesso al contesto sociale e
istituzionale di riferimento, divenendo oggi un concetto culturalmente
e socialmente costruito, che trova radici nelle relazioni sessuate.
Il prevalere in un periodo storico di una determinata definizione di
violenza, infatti, risulta essere il frutto di un processo di “negoziazione sociale” ad opera di attori politici e sociali rilevanti (istituzioni politiche, giuridiche, sanitarie, pubblica opinione, ecc.) che attribuiscono
significati alla violenza a partire dal loro modo di concepire le relazioni sessuate4.
Afferma L.Terragni: “Il modo in cui una società reagisce alla vio 3 OMS, Rapport Mondial sur la violence et la santè, Ginevra 2002; Rapporto UNFPA,
Le donne nel Mondo. Tendenze e statistiche, Edizione Italiana a cura della
Commissione Nazionale Pari Opportunità – Presidenza del Consiglio dei Ministri.
ONU 2000; UNICEF – Centro di Ricerca Innocenti, La violenza domestica contro le
donne e le bambine, Firenze 2000.
4 Adottiamo in questa descrizione le elaborazioni espresse da Tola V., e Bimbi F.
(2000) in Libertà femminile e violenza sulle donne. Strumenti di lavoro per interventi
con orientamenti di genere, Franco Angeli, Milano.
16
I parte
lenza nei confronti delle donne rappresenta uno specchio per com prendere il modo in cui essa intende le relazioni tra uomini e donne, i
loro comportamenti, il loro modo di interagire”5.
Allo stesso modo, il tipo di norme approvate contro la violenza alle
donne e il loro modo di essere interpretate riflettono i processi sociali
e culturali che fanno da sfondo a questo fenomeno. Per esempio in
Italia è solo con l’approvazione del nuovo diritto di famiglia nel 1975,
e a partire dalle pressioni esercitate dal movimento femminista, che
viene abolita l’autorità maritale cioè la liceità, da parte del coniuge di
far uso di “mezzi di correzione” e disciplina nei confronti della propria
moglie; e ancora, è solo nel 1981 che scompare dal nostro codice il
“delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore”, il primo che permetteva ai mariti di godere di sensibili sconti di pena nel caso in cui avessero ucciso la propria moglie per infedeltà, il secondo che consentiva,
a chi avesse commesso uno stupro, di vedere estinto il proprio reato
qualora avesse contratto matrimonio con la propria vittima. Ed è nel
1996, con l’approvazione della nuova legge sulla violenza sessuale,
che si è operato un fondamentale cambiamento di prospettiva nella
cultura giuridica dominante, con una modifica della definizione di violenza sessuale da “reato contro la morale e il buon costume” a “reato
contro la persona e contro la libertà individuale”. Infine, è del 2001 la
Legge 154 sull’allontanamento del familiare violento per via civile o
penale, che prevede misure di protezione sociale per le donne trafficate con o senza collaborazione giudiziaria. Ed è del 1997 la Direttiva
del Presidente del Consiglio, che partendo dalle Piattaforma di
Pechino, ha impegnato il Governo e le istituzioni italiane a prevenire e
contrastare tutte le forme di violenza fisica, sessuale e psicologica contro le donne, dai maltrattamenti familiari al traffico di donne e minori
a scopo di sfruttamento sessuale.
Ciò risulta una indispensabile premessa per comprendere appieno il
percorso storico, e la sua rappresentazione sociale attraverso le norme
5 Terragni L. (2000), Le definizioni di violenza, in Libertà femminile e violenza sulle
donne. Strumenti di lavoro per interventi con orientamenti di genere, p. 32, Franco
Angeli, Milano.
La violenza verso le donne
17
che regolano il vivere, che la definizione della violenza contro le
donne ha attraversato nel corso del tempo, e per ripercorrere le tappe
fondamentali che hanno portato ad una sua tematizzazione dal punto di
vista giuridico, sociale e soprattutto politico.
Per secoli è rimasto un problema invisibile, senza nome, massicciamente presente nella quotidianità delle donne tanto da risultare la
“normalità” delle relazioni tra i sessi; diventava motivo di allarme, con
attivazione di sanzioni, solo quando andava a sovvertire l’ordine sociale o a ledere i codici di “onore” tradizionale. È lo scacco della relazione sessuata che si rappresenta nella e con la violenza, ma il contratto
sociale tra i generi occulta questo aspetto radicale che riguarda lo statuto stesso della relazionalità sessuata e del rapporto con l’Altro.
Negli anni Sessanta vengono intrapresi i primi studi sul tema della
violenza da psichiatri e psicologi, in particolare statunitensi e inglesi,
che concentrano la loro attenzione sui gruppi clinici di uomini violenti. Il comportamento aggressivo maschile viene fatto risalire o alle
caratteristiche psicologiche individuali devianti dalla norma, o alle
loro mogli, cioè viene considerato come una reazione a un comportamento della donna “non sufficientemente femminilizzato” perché poco
docile e passiva o poco dipendente e disponibile (L.Terragni 2000).
In questo modo il fenomeno della violenza viene collocato fuori
dalla normalità, nella categoria della patologia, mentre si afferma una
colpevolizzazione della donna per la violenza subita e a lei viene attribuita la responsabilità del maltrattamento: “Se l’è cercata”.
Negli anni Settanta il movimento femminista, divenuto attore
socialmente rilevante, sollecita una nuova definizione della violenza
contro le donne, puntando al riconoscimento della violenza nella sua
connotazione “sessuata” e legando il problema al modo in cui si strutturano le relazioni tra gli uomini e le donne nella società. Ciò ha portato ad un radicale ed incisivo cambiamento nella definizione del
fenomeno, a partire da una rilettura del sistema dei diritti umani da un
punto di vista di genere, e allo sviluppo di una “terminologia di genere” in grado di dare un significato nuovo al problema della violenza
alle donne.
Infatti, parlare semplicemente di violenza intrafamiliare o violenza
domestica nasconde e “neutralizza” la direzione sessuata (degli uomi-
18
I parte
ni verso le donne) del comportamento violento, rendendo opaco il
fenomeno, e prospettando una reciprocità e una intercambiabilità dei
ruoli che è contraddetta dall’esperienza delle donne. Si pone in rilievo
il luogo e non la relazione.
Una lettura di genere come categoria interpretativa ci permette di
leggere la violenza nei confronti delle donne non come puro esito di
“devianze” sociali, presente solo in alcune fasce socio-culturali, o
inscrivibile nella patologia dell’individuo, ma come fenomeno legato
ai conflitti di sesso, in cui la violenza diventa una modalità possibile
del rapporto che gli uomini intrattengono con le donne per perpetuare
e/o stabilire rapporti gerarchici e di dominio. In questo modo si include nel discorso oltre alle donne, gli uomini e le loro relazioni sessuate.
In questo percorso di riconoscimento della violenza come fenomeno legato alla relazione tra i sessi, un ruolo fondamentale è stato svolto, a partire dagli anni Ottanta in Italia e negli anni Settanta nelle altre
nazioni europee, dai Centri antiviolenza e dalle Case di accoglienza
per donne maltrattate o violate, che, coniugando pratica e politica d’intervento al problema, hanno dato visibilità alla violenza facendo emergere nella sua drammaticità l’entità della sua incidenza, rompendo quel
patto d’innominabilità che per tanto tempo l’ha relegata nel regno del
silenzio e del non detto.
Il fiorire di un dibattito sempre più presente nei luoghi politici delle
donne, infatti, e la contemporanea costruzione di luoghi concreti di
sostegno per chi vive situazioni di violenza, ha prodotto modelli “specializzati” nella pratica di aiuto alle donne, dando vita ad una teoria e
una metodologia di accoglienza che oggi gli stessi Centri sono invitati a “esportare” nei luoghi istituzionali che intervengono sul problema,
lavorando con gli/le operatori/trici dei servizi sociali, sanitari, scolastici, delle forze dell’ordine chiamati, per i loro compiti istituzionali, a
costruire progetti di sostegno delle donne e bambine/i.
Il punto di svolta proposto dai Centri nell’approccio al tema della
violenza è la sperimentazione di una pratica politica tra donne che
ribalta l’ottica dell’intervento da una posizione che considera la donna
come “vittima”, soggetto passivo e debole (vittimizzazione ritenuta
senza via d’uscita perché connessa al “destino” femminile) ad una considerazione della donna come soggetto credibile, forte, che interagisce
La violenza verso le donne
19
anche consapevolmente con le violenze subite, ma capace di fronteggiare la situazione per proteggere se stessa e i propri figli. Una donna
in difficoltà, ma capace di poterla superare.
La violenza di genere
Abbiamo deciso di adottare l’espressione “violenza di genere”, pur
essendo ancora necessario un percorso teorico capace di coniugare
quest’espressione con il pensiero della differenza sessuale, che contraddistingue la nostra pratica di relazione con le donne, fornendo il
quadro teorico in cui si inserisce la metodologia di intervento da noi
utilizzata.
Ci sembra efficace ed esemplificativa la definizione che ne fornisce
C. Adami: “La violenza contro le donne riguarda le relazioni di gene re. Si tratta di un problema sociale, che investe le relazioni tra le
donne e gli uomini nella società, nella famiglia, nel lavoro”6.
Così come la Dichiarazione delle Nazioni Unite sulla Eliminazione
della Violenza contro le Donne, Risoluzione dell’Assemblea Generale,
Dicembre 1993 “La violenza contro le donne è la manifestazione di
una disparità storica nei rapporti di forza tra uomo e donna, che ha
portato al dominio dell’uomo sulle donne e alla discriminazione con tro di loro, ed ha impedito un vero progresso nella condizione delle
donne…”. Dichiarazione che dà degli atti di violenza la seguente definizione: “(sono) atti di violenza diretti contro il sesso femminile tutti
quelli che causano o possono causare un pregiudizio o sofferenze fisi che, sessuali o psicologiche, compresa la minaccia di tali atti, la con trazione o privazione arbitraria della libertà personale, sia che avven gano nella vita privata sia in quella pubblica”.
E, sempre l’ONU, nel 2001 chiarisce che il termine “violenza contro le donne” indica ogni atto di violenza, fondato sul genere, determinato, o che tende ad esserlo, da violenza fisica, sessuale o psicologica
nei confronti delle donne o da altro tipo di sofferenza come la minac-
6 Adami C. (2003), La violenza di genere. Alla ricerca di indicatori pertinenti, in
Bimbi F. (a cura di), Differenze e disuguaglianze. Prospettive per gli studi di genere
in Italia, Il Mulino, Milano.
20
I parte
La violenza verso le donne
21
cia di tali atti, coercizione o sottrazione arbitraria di libertà, in pubblico o in privato, come anche la violenza domestica, i crimini commessi in nome dell’onore, della passione, e le pratiche tradizionali nei confronti delle donne come le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni forzati.7
Gli stereotipi sociali e le realtà
È largamente diffusa l’opinione che la violenza alle donne interessi prevalentemente strati sociali emarginati, soggetti patologici, famiglie multiproblematiche. In realtà è un fenomeno che appartiene più
alla normalità che alla patologia e riguarda uomini e donne di tutti gli
strati sociali: esiste in tutti i paesi, attraversa tutte le culture, le classi,
le etnie, i livelli di istruzione, di reddito e tutte le fasce di età.
Nella nostra cultura la famiglia viene spesso identificata come
luogo di protezione dove le persone cercano amore, accoglienza, sicurezza e riparo. Ma come mostrano le evidenze, per molte è invece un
luogo che mette in pericolo la vita, è il luogo dove più frequentemente viene agita la violenza, di solito ad opera di uomini che con le donne
hanno, o hanno avuto un rapporto di fiducia, di intimità e di potere.
Quasi sempre i comportamenti violenti sono commessi da una persona
intima della donna, il partner-convivente, e da altri membri del gruppo
familiare (padri, fidanzati, ex-partner, fratelli, figli).
La violenza di genere si presenta generalmente come una combinazione di violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica, con episodi che si ripetono nel tempo e tendono ad assumere forme di gravità
sempre maggiori.
7 United Nation High Commission for Human Rights, 2001.
TIPI DI VIOLENZA
Maltrattamento fisico
Ogni forma d’intimidazione o azione in cui venga esercitata una
violenza fisica su un’altra persona. Vi sono compresi comportamenti
quali: spintonare, costringere nei movimenti, sovrastare fisicamente,
rompere oggetti come forma di intimidazione, sputare contro, dare pizzicotti, mordere, tirare i capelli, gettare dalle scale, cazzottare, calciare, picchiare, schiaffeggiare, bruciare con le sigarette, privare di cure
mediche, privare del sonno, sequestrare, impedire di uscire o di fuggire, strangolare, pugnalare, uccidere.
Maltrattamento economico
Ogni forma di privazione e controllo che limiti l’accesso all’indipendenza economica di una persona. Vi sono inclusi comportamenti
quali: privare delle informazioni relative al conto corrente e alla situazione patrimoniale e reddittale del partner, non condividere le decisioni relative al bilancio familiare, costringere la donna a spendere il suo
stipendio nelle spese domestiche, costringerla a fare debiti, tenerla in
una situazione di privazione economica continua, rifiutarsi di pagare
un congruo assegno di mantenimento o costringerla a umilianti trattative per averlo, licenziarsi per non pagare gli alimenti, impedirle di
lavorare, sminuire il suo lavoro, obbligarla a licenziarsi o a cambiare
tipo di lavoro oppure a versare lo stipendio sul conto dell’uomo.
Violenza sessuale
Ogni imposizione di pratiche sessuali non desiderate. Vi sono compresi comportamenti quali: coercizione alla sessualità, essere insultata,
umiliata o brutalizzata durante un rapporto sessuale, essere presa con
22
I parte
La violenza verso le donne
la forza, essere obbligata a ripetere delle scene pornografiche, essere
prestata ad un amico per un rapporto sessuale.
• costringere la donna a farsi carico di tutte le spese familiari
• accusarla di tutte le difficoltà che possono avere i figli;
Maltrattamento psicologico
La violenza psicologica accompagna sempre la violenza fisica ed in
molti casi la precede. È ogni forma di abuso e mancanza di rispetto che
lede l’identità della donna.
Il messaggio che passa attraverso la violenza psicologica è che chi
ne è oggetto è una persona priva di valore e questo può determinare in
chi lo subisce l’accettazione in seguito di altri comportamenti violenti.
Si tratta spesso di atteggiamenti che si insinuano gradualmente nella
relazione e che finiscono con l’essere accolti dalla donna al punto che
spesso essa non riesce a vedere quanto siano dannosi e lesivi per la sua
identità. Il maltrattamento psicologico procura una grande sofferenza e
si manifesta con molteplici tipologie e modalità:
indurre senso di privazione
• privazione di contatti sociali
• privazione di rapporti con la famiglia di origine
• mediazione esclusiva da parte del partner di tutti i rapporti sociali
• negare le risorse necessarie al soddisfacimento dei diritti umani
fondamentali;
svalorizzazione
• convincere la donna che non vale niente
• sminuirla nella sua femminilità e sessualità
• offenderla, dirle che è stupida e brutta, dirle che è una pessima madre
• fare leva sulle debolezze per farla sentire inadeguata
• critiche continue
• distruzione dei valori e della rete amicale;
trattare come un oggetto
• richiesta di cambiare il proprio aspetto fisico per compiacere il partner
• manipolare lo stato psichico della donna e farle assumere
comportamenti diversi da quelli che lei vorrebbe
• una maniacale possessività, il controllo di cosa fa e dove va
• gelosia eccessiva
• impedirle di avere contatti autonomi con il mondo esterno
• considerarla come una proprietà;
eccessiva attribuzione di responsabilità
• attribuzione di un sovraccarico di responsabilità nell’organizzazione
del menage familiare
23
distorsione della realtà oggettiva
• critica continua alla visione del mondo della donna
• messa in dubbio delle cose che da lei vengono provate e viste
• negazione dei suoi sentimenti
• farla sentire in colpa
• far passare per normali gravi maltrattamenti o abusi;
comportamento persecutorio (stalking)
• seguire la donna nei suoi spostamenti
• fare incursioni nel posto di lavoro al fine di provocare il suo
licenziamento
• farla sentire sempre in pericolo e controllata
• fare continue telefonate sul suo telefonino o sul posto di lavoro;
paura
• minacce di percosse
• rompere gli oggetti e sbattere le porte
• minacce di togliere i figli, di lasciarla in povertà
• minacce di morte
• imprevedibilità.
Le dinamiche della violenza
La violenza agita dal partner all’interno della famiglia si presenta
con le caratteristiche di un insieme di comportamenti che tendono a
stabilire e a mantenere il controllo sulla donna e a volte sui/lle figli/e.
Si tratta di vere e proprie strategie che mirano ad esercitare un potere
24
I parte
sull’altra persona, ricorrendo a vari tipi di comportamento: distruggere i suoi oggetti, uccidere gli animali che le appartengono, sminuire o
denigrare i suoi comportamenti e il suo modo di essere, scenate di
gelosia immotivate, minacciare di violenza, attuare delle forme di controllo o imporre dei limiti che portano all’isolamento sociale.
Il risultato è un clima costante di tensione, di paura e di minaccia in
cui l’esercizio della violenza fisica o sessuale può avvenire anche in
modo sporadico e tuttavia risultare estremamente efficace poiché
costantemente presente.
STEREOTIPI E LUOGHI COMUNI SULLA VIOLENZA
Esistono stereotipi e luoghi comuni che impediscono il riconoscimento e l’emersione del fenomeno della violenza.
La violenza verso le donne è un fenomeno poco diffuso.
È esteso, anche se ancora sommerso e per questo sottostimato. Ci
sono molte donne che hanno alle spalle storie di maltrattamenti ripetuti nel corso della loro vita.
La violenza verso le donne riguarda solo le fasce sociali
svantaggiate, emarginate, deprivate.
È un fenomeno trasversale che interessa ogni strato sociale, economico e culturale senza differenze di età, religione e razza.
La violenza verso le donne è causata dall’assunzione di alcool e
droghe.
Alcool e droghe non sono cause dirette della violenza, ma sono elementi che possono precipitare la situazione.
Le donne sono più a rischio di violenza da parte di uomini a
loro estranei.
I luoghi più pericolosi per le donne sono la casa e gli ambienti familiari, gli aggressori più probabili sono i loro partner, ex partner o altri
uomini conosciuti: amici, familiari, colleghi, insegnanti, vicini di casa.
La violenza non incide sulla salute delle donne.
La violenza di genere è stata definita dall’OMS come un problema
di salute pubblica che incide gravemente sul benessere fisico e psicologico delle donne e di tutti coloro che ne sono vittima.
La violenza verso le donne
25
La violenza verso le donne è causata da una momentanea
perdita di controllo.
La maggior parte degli episodi di violenza sono premeditati: basta
solo pensare al fatto che le donne sono picchiate in parti del corpo in
cui le ferite sono meno visibili.
Solo alcuni tipi di uomini maltrattano la propria compagna.
Come molti studi documentano non è stato possibile individuare il
tipo del maltrattatore, né razza o età o condizioni socioeconomiche o
culturali sono determinanti. I maltrattatori non rientrano in nessun tipo
specifico di personalità o di categoria diagnostica.
I partner violenti sono persone con problemi psichiatrici.
Credere che il maltrattamento sia connesso a manifestazioni di
patologia mentale ci aiuta a mantenerlo lontano dalla nostra vita, a
pensare che sia un problema degli altri. Inoltre la pervasività della violenza esclude la possibilità della devianza, dell’eccezionalità.
I partner violenti sono stati vittime di violenza nell’infanzia.
Il fatto di aver subito violenza da bambini non comporta automaticamente diventare violenti in età adulta. Ci sono infatti sia maltrattatori che non hanno mai subito o assistito a violenza durante l’infanzia,
sia vittime di violenza che non ripetono tale modello di comportamento.
Alle donne che subiscono violenza “piace” essere picchiate,
altrimenti se ne andrebbero di casa.
Paura, dipendenza economica, isolamento, mancanza di alloggio,
riprovazione sociale spesso da parte della stessa famiglia di origine,
sono alcuni dei numerosi fattori che rendono difficile per le donne
interrompere la situazione di violenza.
La donna viene picchiata perché se lo merita.
Nessun comportamento o provocazione messa in atto dalle donne
giustifica la violenza da loro subita.
I figli hanno bisogno del padre anche se violento.
Gli studi a questo riguardo dimostrano che i bambini crescono in
modo più sereno con un genitore equilibrato piuttosto che con due
genitori in conflitto.
Anche le donne sono violente nei confronti dei loro partner.
Una significativa percentuale di aggressioni e di omicidi compiuti
dalle donne nei confronti del partner, si verifica a scopo di autodifesa
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I parte
e in risposta a gravi situazioni di minaccia per la propria sopravvivenza. Inoltre, quando esiste si configura in modo diverso e raramente
assume le caratteristiche di sistematicità e lesività che caratterizzano il
maltrattamento maschile.
CICLO DELLA VIOLENZA
Il clima di violenza nella coppia si sviluppa nel corso del tempo in
modo graduale attraverso litigi che diventano sempre più frequenti e
pericolosi. Gli episodi violenti si scatenano spesso per motivi banali e
sono seguiti dalle scuse e dal pentimento del partner che promette che
si è trattato di un episodio straordinario e non si ripeterà più.
Inizia così la “luna di miele”, periodo in cui il rapporto, apparentemente più saldo, riprende come se niente fosse accaduto. La donna,
nella speranza che domani sarà diverso, si trova a minimizzare le tensioni e a nascondere all’esterno e a se stessa il proprio disagio e la pericolosità della situazione.
Solo con il tempo si rende conto di non poter controllare il comportamento sempre più violento del compagno nonostante i tentativi di
adeguarsi alle sue innumerevoli richieste; gli episodi di violenza si
instaurano in modo graduale attraverso litigi che, nati per motivi banali, con il tempo divengono più frequenti e più intensi. È questo il ciclo
della violenza.
La strategia della paura tiene la donna nello stato di timore costante che la violenza possa esplodere in qualsiasi momento. La mancanza
di controllo sulla propria incolumità fisica determina uno stato di
incertezza e difficoltà permanente che porta la donna a cercare di compiacere il partner per evitare che si verifichino episodi violenti. È una
vera e propria tortura mentale e fisica che la fa sentire un ostaggio, producendo grande sofferenza.
La violenza verso le donne
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MOTIVI PER CUI NON SI LASCIA IL PARTNER
• Situazione di pericolo. Quando una donna decide di lasciare il
partner violento la situazione tende a diventare più pericolosa, aumenta la
frequenza e la gravità degli episodi violenti e il rischio di essere uccisa.
• Salvare l’amore e la famiglia. Una donna può decidere di mettere in atto una serie di strategie per tentare di salvare la relazione, perché spinta da convinzioni culturali e religiose, da un intenso attaccamento affettivo, dal sogno di un amore e di un matrimonio felice.
• Mancanza di sostegno esterno. La famiglia di origine non offre
aiuto e sostegno, le forze dell’ordine ed i servizi sociali minimizzano
la violenza, non offrono risorse sufficienti, colpevolizzano la donna.
• Verifica delle risorse esterne e dei cambiamenti. Una donna può
chiudere e riaprire la relazione con il partner violento più volte per
verificare la possibilità di un cambiamento effettivo del partner, per
valutare oggettivamente le risorse esterne ed interne disponibili, per
verificare la reazione delle/i figlie/i alla mancanza del padre.
• Autobiasimo. Una donna può ritenersi responsabile della violenza come strategia di sopravvivenza finalizzata a sentirsi in grado di
controllare la situazione: “Se sono io a provocare la violenza, farla
cessare dipende da me”.
CONSEGUENZE DELLA VIOLENZA
Sulla donna
Subire violenza è un’esperienza traumatica che produce effetti
diversi a seconda del tipo di violenza subita e della persona che ne è
vittima. Le conseguenze possono essere molto gravi ed è necessario
considerare che la degenerazione di alcune situazioni dipende spesso
dal tipo di risposta che una donna riceve nel momento in cui chiede
aiuto all’esterno, dal sostegno o mancato sostegno che ha trovato nei
familiari non abusanti, nelle amiche o nei professionisti.
Non esiste una tipologia della donna maltrattata ma ciascuna reagisce alla violenza in modo diverso. Conoscere e riconoscere le conseguenze può aiutare a capire perché una donna si comporta o reagisce
28
I parte
in un certo modo.
La violenza provoca profonde conseguenze fisiche, psichiche, alcune con esito fatale. Le conseguenze immediate consistono in ematomi,
fratture (occhio nero, timpano rotto, mascella dislocata, dito o braccia
slogate o spezzate), ma gli abusi fisici, sessuali o psicologici hanno
spesso conseguenze negative anche a lungo termine.
La violenza implica un’invasione del sé, può annientare il senso di
sicurezza della donna, la fiducia in se stessa e negli altri. Impotenza,
passività, debolezza, isolamento, confusione, incapacità di prendere
decisioni sono alcuni fra gli effetti più frequenti.
Violenze gravi e soprattutto ripetute creano nella donna un sentimento di ansia intensa o di paura generalizzata, e possono costringerla in uno stato di allerta e di tensione costante, nella speranza di riconoscere il pericolo e di riuscire a sfuggire.
I ricordi delle violenze possono emergere in modo inaspettato, sotto
forma di incubi, o interferenze nella vita quotidiana. Questo insieme di
sintomi è chiamato “Sindrome post-traumatica da stress”.
Non c’e da stupirsi che una donna in queste condizioni possa soffrire più spesso di depressione o di ansia intensa e/o possa fare tentativi di suicidio, o possa soffrire di vari disturbi alimentari fino all’anoressia e alla bulimia.
In alcuni casi l’assunzione di alcool o droghe, la minimizzazione o
la negazione del problema possono essere strategie che le donne adottano per cercare di sopravvivere alla sofferenza e al dolore di una vita
personale e familiare distrutta.
La violenza e lo stato di stress conseguente possono influire inoltre
su disturbi a livello fisico, infatti, le donne che hanno subito violenza,
da bambine o da adulte, presentano più spesso disturbi ginecologici e
gastrointestinali e finiscono così per subire più ricoveri e più operazioni; presentano inoltre più spesso disturbi come dolore cronico, astenia cronica e cefalea persistente.
La violenza verso le donne
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L’OMS ha lanciato l’allarme sulla violenza come fattore eziologico e di rischio in una serie di patologie di rilevanza per la popolazione
femminile:
• patologie ginecologiche
• patologie gastroenterologiche
• patologie mentali (in particolare depressione, disturbi alimentari
e disturbi d’ansia).
Sui bambini e sulle bambine
È inoltre importante ricordare che la violenza produce effetti e conseguenze gravissime non solo sulla donna ma anche sui figli, sia che
siano essi stessi maltrattati, sia che semplicemente assistano agli episodi di violenza. Questi bambini e queste bambine denotano problemi
di salute e di comportamento, tra cui disturbi di peso, di alimentazione
o del sonno. Possono avere difficoltà a scuola e non riuscire a sviluppare relazioni intime e positive. Possono cercare di fuggire o anche
mostrare tendenze suicide.
Il vedere o il subire delle violenze da bambini può anche provocare un’interiorizzazione della violenza come modo di risolvere i conflitti. Le bambine che assistono ai maltrattamenti nei confronti della
madre hanno maggiore probabilità di accettare la violenza come la
norma in un matrimonio rispetto a quelle che provengono da famiglie
non violente.
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I parte
La violenza verso le donne
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I parte
CHIEDERE AIUTO
Il percorso di ricerca di aiuto può essere lungo e difficile. Ogni
donna è diversa, ciascuna ha una propria soglia di tolleranza della violenza e si trova ad agire in contesti differenti.
Alcune pongono fine alla relazione dopo il primo episodio, altre
cercano per mesi e per anni di fare in modo che “lui cambi” e si decidono a lasciare il partner violento soltanto quando ogni strada è stata
percorsa.
Il fatto stesso di ammettere a se stessa che c’è un problema e che
non può risolverlo da sola produce sofferenza. Inizialmente la donna,
mantenendo la relazione con il partner, cerca in tutti i modi di fermare
la violenza, senza ricorrere all’aiuto esterno, facendo leva sulle sue
risorse personali. Successivamente cerca l’appoggio di familiari e
parenti e, infine, nel caso in cui non si sia verificato alcun cambiamento, ricorre a soggetti istituzionali come Servizi sociali e Forze
dell’Ordine.
Accogliere la richiesta di aiuto
Le donne che tentano di uscire da situazioni di violenza si rivolgono a diversi soggetti (assistenti sociali, medici, forze dell’ordine) per
chiedere aiuto. Ogni momento di comunicazione all’esterno del proprio vissuto è un momento delicato e spesso decisivo rispetto alla possibilità di costruire un percorso di uscita dalla violenza.
Spesso le donne si rivolgono alle/agli operatrici/tori, in diversi contesti istituzionali, portando richieste di aiuto di varia natura (es. aiuto
economico), senza parlare in modo esplicito della violenza subita, e
aspettano che qualcuno ponga loro delle domande per far emergere il
problema.
Molti elementi hanno contribuito a creare silenzio attorno alla violenza di genere e le donne sono state costrette a tacere non solo dall’autore della violenza, ma anche dalla stessa società che, per molto
tempo, lo ha considerato un “problema privato” che non doveva essere discusso in pubblico.
Il momento cruciale di qualsiasi intervento è allora rappresentato
dall’identificazione e dal riconoscimento da parte dell/la
La violenza verso le donne
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operatore/trice della presenza di violenza passata e/o attuale nella vita
della donna che si rivolge al singolo servizio.
Ostacoli al riconoscimento della violenza per chi offre aiuto
Molti sono i motivi che rendono difficile fare domande sulla violenza:.
• scarsa conoscenza della diffusione e gravità del fenomeno,
insufficienti strumenti di identificazione del problema
• ritenere che non si tratti di un problema di propria pertinenza
• non sentirsi in grado di intervenire e fornire aiuto
• diffidenza nei confronti della donna, pensando che potrebbe essere lei
a provocare la violenza
• mancanza di tempo per verificare la presenza di violenza
• difficoltà a gestire il proprio vissuto emotivo
• ritrosia a farsi carico di situazioni che possono implicare l’attivazione,
spesso faticosa e difficile, del sistema della giustizia civile e penale
Se per gli/le operatori/trici è difficile riconoscere la violenza e rompere il silenzio ancor più difficoltoso è per la donna parlare della propria situazione. Riviverla può mettere a repentaglio la sua sicurezza,
teme di non essere creduta, prova vergogna, può rifiutarsi di parlarne
con chi non la prende sul serio, o con chi minimizza la sua esperienza
perché pensa che lei si meriti la violenza.
Perché la donna ha difficoltà a parlare:
• paura che svelare la situazione di violenza possa mettere a
repentaglio la propria sicurezza e quella delle/dei figlie/i
• paura di provare vergogna e di subire umiliazioni di fronte ad
atteggiamenti giudicanti
• credersi responsabile della violenza e quindi ritenere di non meritare
aiuto
• sentimenti di protezione nei confronti del partner e speranza in un suo
cambiamento
• dipendenza economica dal maltrattatore
• senso di impotenza rispetto alla possibilità di trovare risorse efficaci
per cambiare la situazione
• credere che i suoi problemi non siano abbastanza gravi da nominarli.
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I parte
L’INCONTRO CON LA DONNA
Nel preparare il colloquio con la donna, in qualsiasi contesto istituzionale, è fondamentale accoglierla da sola per creare uno spazio in cui
poter parlare liberamente e senza timore, garantendo la riservatezza,
entro i limiti previsti dalla legge, di ciò che verrà detto. Il colloquio
richiede un suo tempo, necessario per ascoltarla e fornire risposte in
modo adeguato.
Occorre avere un atteggiamento empatico e non giudicante per far
sentire alla donna la disponibilità dell’operatore/trice e pensare insieme le possibili vie di uscita dalla situazione di violenza. Gli atteggiamenti giudicanti attaccano la sua fiducia e aumentano le condizioni del
suo isolamento. A volte, la necessità di rispondere nell’immediato può
interferire con la capacità di ascolto, di essere tolleranti e di rispettare
la sua autonomia. Infatti bisogna sempre ricordare che è sempre lei a
decidere e che non le si può imporre una scelta dall’esterno.
Durante l’ascolto di situazioni di violenza è facile provare rabbia,
biasimo, paura ed impotenza; sentimenti che possono presentarsi più
forti se ci si pone come chi è sempre in grado di risolvere il problema
e/o di poter alleviare il dolore e la sofferenza.
Conoscere le dinamiche della violenza e le difficoltà che la donna
affronta quando decide di lasciare il partner aiuta a gestire le emozioni che l’operatore/trice può provare.
È inoltre importante ricordare che:
• la violenza subita non è colpa sua
• non c’è mai nessuna giustificazione alla violenza ed è necessario
condannarla sempre ed in modo esplicito
• credere alla donna quando esprime il suo bisogno di sicurezza
• il momento della separazione è quello che la espone ad una
situazione di maggiore rischio rispetto alla propria incolumità
• separarsi è una scelta difficile e coraggiosa
Mentre è meglio evitare di:
• domandare alla donna cosa ha fatto per provocare la violenza
La violenza verso le donne
35
• giudicare le sue scelte e le sue azioni
• minimizzare la situazione di pericolo che lei racconta
• prendere delle scelte per lei (indurla a lasciare il marito, denunciarlo)
Informazioni da fornire alla donna
• Garantire la riservatezza entro i limiti stabiliti dalla legge
• Sottolineare l’importanza della certificazione medica e informarla
sui termini della denuncia
• Informare che la legge prevede l’obbligo di denuncia per pubblici
ufficiali ed esercenti pubblico servizio, nel caso di reati procedibili
d’ufficio; nel caso in cui si prevede la denuncia d’ufficio, discutere
con la donna le possibili implicazioni, considerando prioritaria la sua
sicurezza
• Fornire tutte le informazioni relative ai servizi ed ai centri
antiviolenza presso i quali può rivolgersi per ricevere aiuto
VALUTAZIONE DEL RISCHIO
Durante il colloquio occorre definire la domanda della donna e
valutare con lei la strada che è pronta a compiere, tenendo conto della
sua storia e dei suoi desideri.
Occorre indagare:
• in quale momento del ciclo della violenza si situa l’intervento
• quale evoluzione ha conosciuto la coppia e la violenza nella storia
della coppia (sarà utile trovare e nominare i tipi di violenza o minacce,
la violenza degli atti, la loro gravità ed il contesto)
• a quale grado di elaborazione interiore della sua storia è pervenuta
(negazione, colpevolizzazione, ricerca di soluzioni per la coppia, o di
una soluzione autonoma).
Tutti questi aspetti influenzano le attitudini a parlare della violenza
e a trovare delle strategie a breve e a lungo termine.
36
I parte
Nel caso in cui la donna decide di tornare a casa è necessario
sostenere la sua decisione ed aiutarla a trovare dei mezzi per la sicu rezza sua e dei bambini.
Questo sostegno ha lo scopo di far prendere coscienza dei rischi che
essa corre e costruire un sistema di autoprotezione che si colleghi ad
uno scenario di protezione.
È importante valutare alcuni elementi e/o comportamenti la cui
presenza denota alto rischio di letalità:
• la donna riferisce di temere per la propria vita
• gli episodi di violenza accadono anche fuori casa
• il partner è violento anche nei confronti di altri
• il partner è violento anche nei confronti dei/lle bambini/e
• ha usato violenza anche durante la gravidanza
• ha agito violenza sessuale contro la donna
• minaccia di uccidere lei o i/ bambini/e e/o minaccia di suicidarsi
• aumentata frequenza e gravità degli episodi violenti nel tempo
• abuso di droghe da parte del maltrattatore, soprattutto di quelle che
determinano un aumento della violenza e dell’aggressività (cocaina,
anfetamine, crack)
• la donna programma di lasciarlo o di divorziare nel prossimo futuro
• il maltrattatore ha saputo che essa ha cercato aiuto esterno
• lui dice di non poter vivere senza di lei, la pedina e la molesta anche
dopo la separazione
• la donna ha riportato in precedenza lesioni gravi e/o gravissime
• presenza in casa di armi (soprattutto da fuoco) facilmente raggiungibili
• il maltrattatore ha minacciato i parenti o/e gli/le amici/che della donna
La copresenza di tre o più di questi fattori è indice di un alto
rischio di letalità.
Se la donna non si sente in pericolo ma l’operatore/trice ritiene il
contrario, è necessario parlarne apertamente con lei esponendo le proprie preoccupazioni.
La violenza verso le donne
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SCENARIO DI PROTEZIONE - PIANO DI SICUREZZA
Nel caso in cui la donna si trova in una situazione ad alto rischio e
sta progettando di lasciare il marito/partner è importante studiare con
lei un piano di sicurezza.
Il piano di sicurezza si definisce in relazione alla situazione contingente della donna, dei suoi bisogni e delle scelte da lei considerate
come migliori.
Le possibilità sono:
lasciare il partner e stabilirsi temporaneamente in un luogo sicuro
non lasciare il partner e tornare a casa.
Se decide di lasciare il partner verificare:
• se può trovare ospitalità presso la sua famiglia di origine o da
qualche amica/o di fiducia
• se è necessario, trovare ospitalità presso una casa rifugio di un Centro
Antiviolenza o presso altra struttura del territorio e di altre città.
Se decide di tornare a casa dal partner occorre costruire lo scena rio di protezione e verificare:
• le precedenti strategie di protezione da lei utilizzate e valutare se
potrebbero funzionare ancora
• se un’amica/o o un/a parente potrebbero funzionare da deterrente
contro la violenza
• se è possibile costruire una rete di supporto da attivare nelle
situazioni di emergenza (chi chiamare?)
• se nell’emergenza c’è un telefono facilmente accessibile per
avvisare le Forze dell’Ordine, i vicini o qualche parente
• se nella situazione di pericolo può scappare o può andare in un posto
sicuro (ha un’automobile? Può facilmente utilizzare mezzi di
trasporto?)
• se ci sono armi in casa e se può neutralizzarle
• verificare se ha del denaro
• scegliere le cose essenziali da portare con sé
38
I parte
Far preparare una valigia d’emergenza da nascondere in un posto
facilmente accessibile, contenente:
• vestiti ed effetti personali per sé e i bambini
• denaro in contanti, carte di credito e libretto degli assegni
• una copia delle chiavi di casa e dell’automobile
• farmaci e ricette mediche
• numeri di telefono e indirizzi di familiari, amici/che, servizi ai quali
rivolgersi
• qualche giocattolo per i bambini
• documenti propri e dei/lle bambini/e (certificati di nascita,
documenti di identità, codici fiscali, passaporto, permesso di
soggiorno, patente e libretto della macchina, tessera sanitaria, titoli
di studio)
• documenti importanti (certificato di divorzio o altri documenti
legali, licenza di matrimonio, contratti di affitto, atti ipotecari,
assicurazioni ecc.).
II PARTE
LINEE GUIDA D’INTERVENTO
PER OPERATORI/TRICI
DELLE FORZE DELL’ORDINE
Testi di:
Anna Immordino, Adriana Piampiano
Linee guida d’intervento
43
L’INTERVENTO DELLE FORZE DELL’ORDINE CON
DONNE CHE SUBISCONO VIOLENZA
Il maltrattamento all’interno delle mura domestiche rientra a
pieno titolo nell’ambito dei reati penali: maltrattamenti in
famiglia, ingiurie, minacce, lesioni, percosse, violenza privata, sequestro di persona, violenza sessuale, omicidio.
Una donna o una ragazza che subisce violenza si trova in una
situazione di grande difficoltà a causa delle tensioni e delle sofferenze causate dal comportamento traumatico, spesso recidivante.
La donna si sente colpevole, prova vergogna per quello che le
accade e ciò rende difficile parlare della violenza. È allora necessario sostenerla con interventi non giudicanti e colpevolizzanti sia
che decida di lasciare il coniuge violento, sia che decida di rimanere con lui per provare a cambiare la situazione. Le Forze
dell’Ordine rappresentano infatti il primo anello di un potenziale e
positivo percorso di uscita dalla violenza. Esprimere con chiarezza
una posizione contro la violenza, astenendosi dai tentativi di riconciliazione della coppia, così come fornire adeguate e corrette informazioni sui diritti e sulle forme di sostegno alla donna che subisce
maltrattamenti, rappresentano un segnale chiaro e di stimolo fondamentale alla scelta di interrompere il circuito della violenza.
Cercare aiuto è un’azione che implica un lungo e difficile percorso. Spesso, prima di chiedere aiuto alle Forze dell’Ordine, la
donna è stata aggredita più volte in una relazione in cui l’autore
della violenza agisce comportamenti di controllo, gelosia persecu-
44
II parte
toria, svalorizzazione, denigrazione, isolamento da amici e da
parenti. Le donne affrontano questi comportamenti violenti con
risposte di adattamento che vanno dalla sottomissione ed accettazione delle richieste del partner fino a reazioni aggressive di difesa.
Va inoltre tenuto conto come nel nostro specifico contesto socioculturale un fattore aggravante, rispetto alla possibilità di rivolgersi
alle istituzioni per chiedere aiuto, è dato dalla generale sfiducia e
diffidenza, tipica di una cultura omertosa, specie in alcune fasce
socio-culturali, nei confronti delle istituzioni in genere, ed in particolare delle Forze dell’Ordine.
Tenendo conto di questi aspetti, l’operatore delle Forze
dell’Ordine che interviene su chiamata della donna e/o dei vicini, o
che accoglie la donna che si rivolge al Commissariato di Polizia o
al Comando dei Carabinieri in una situazione di crisi, si troverà di
fronte a differenti reazioni della donna che dipenderanno dalla
risposta soggettiva allo shock della violenza e dal livello di consapevolezza del problema in cui essa si trova.
Si potranno osservare:
• raramente una scelta decisa e consapevole su cosa fare
• spesso dubbi e confusione
• più frequentemente tentativi di negazione, minimizzazione
e giustificazione del comportamento violento.
Cosa produce tutto questo in chi interviene a protezione e
tutela della donna in situazione di crisi?
L’operatore/trice che interviene in aiuto spesso si trova di fronte
una donna totalmente asservita alla volontà del partner, che non
vuole denunciare e che non è in grado di fare una domanda di aiuto.
La reazione emotiva di chi interviene può allora essere di frustrazione ed impotenza, di rabbia ed incredulità rispetto alle reazioni della donna che ha subito violenza.
Qualche volta, nei casi di intervento domiciliare, la donna si presenta aggressiva ed arrabbiata a sua volta, dirigendo la sua rabbia
Linee guida d’intervento
45
piuttosto che nei confronti del coniuge violento, verso il tutore della
legge, preoccupata di giustificare il comportamento dell’altro. In
questa situazione può essere molto difficile per chi interviene uscire dal luogo comune della “lite in famiglia” o della solita baruffa tra
coniugi, in cui i partners vicendevolmente si scambiano insulti e
minacce. Occorre imparare a riconoscere questa reazione emotiva
della donna come un indicatore delle conseguenze della violenza
evidenziabile nel suo modo di relazionarsi con gli altri.
Per sfatare dei luoghi comuni nella spiegazione del fenomeno
della violenza di genere, riportiamo alcune statistiche che ci dicono
che in Europa:
• 1 donna su 4 è vittima di maltrattamenti da parte del partner
• in circa il 10% dei casi si tratta di violenze fisiche gravi e
ripetute
• il 40% degli omicidi femminili è rappresentato da donne
uccise dal proprio partner
• da una recente indagine dell’Eurispes (2003) emerge che in
Italia sul totale degli omicidi, segnalati dalla Criminalpol,
l’incidenza di quelli commessi da mariti, conviventi, fidanzati e padri è stata complessivamente del 21%.
Le dinamiche sopra descritte, gli stereotipi e la scarsa conoscenza del fenomeno contribuiscono a rendere impuniti la maggior parte
degli episodi di violenza, dando agli autori un senso di impunità
sempre più forte, ed aumentando al contempo il senso di impotenza delle vittime.
L’operatore delle Forze dell’Ordine chiamato ad intervenire
deve essere consapevole di quanto sia importante la maniera in cui
affronterà la situazione. Egli rappresenta una figura chiave per dare
una risposta positiva, competente e di supporto alla donna; ciò
aumenterà la probabilità che essa denunci gli episodi di violenza.
46
II parte
L’operatore potrebbe essere il primo soggetto esterno a cui la
donna chiede aiuto ed è dalla sua risposta che dipenderà il modo in
cui essa riconsidererà in modo differente la sua situazione passata e
quella avvenire. La donna potrà infatti essere aiutata a considerare
ciò che le è accaduto come un reato, una violazione del suo diritto
all’integrità psicofisica sancito dalla legge. Per questo è importante
anche durante la “crisi” lasciarle tutti i riferimenti telefonici e gli
indirizzi dei Centri Antiviolenza e dei servizi che possono aiutarla
ad uscire da questa situazione.
Occorre inoltre esprimere una posizione esplicita contro la violenza alle donne, poiché ciò rappresenta una chiara azione di deterrenza dell’agito violento.
PERCHÉ LE DONNE ESITANO NEL DENUNCIARE
Occorre considerare che non tutte le donne sono riluttanti a
denunciare e testimoniare contro il proprio partner e che comunque
non sempre la denuncia rappresenta l’unico e decisivo passo per
uscire da una vicenda di maltrattamento.
Ogni situazione va valutata separatamente, ci sono donne che
denunciano e poi ritrattano, manifestando grosse difficoltà ad uscire dalla relazione violenta; così come donne che non hanno mai
denunciato il proprio partner e che sono riuscite a portare a termine, adeguatamente supportate, un progetto di cambiamento della
propria vita.
Ma quali sono i motivi per i quali una donna esita a
denunciare la violenza subita ?
In generale queste motivazioni sono sovrapponibili a quelle
che riguardano le vittime di crimini violenti:
• aver paura di ritorsioni vendicative da parte dell’autore che
spesso minaccia l’esecuzione di tali atti.
• temere di dover affrontare il maltrattatore faccia a faccia
nel corso del processo.
Linee guida d’intervento
47
• provare sentimenti di imbarazzo e di vergogna e anche la
paura di non essere credute.
• motivazioni che fanno riferimento alle strategie messe in
atto per superare il trauma da parte di chi ha subito violenza.
Ad esempio il desiderio di dimenticare l’episodio, di non
parlarne più, di minimizzare o addirittura negare l’accaduto.
In particolare può accadere che:
• la donna può continuare a vivere o a vedere l’autore delle violenze, il quale continua ad esercitare forme di controllo e di ricatto
su di lei ed i/le propri/e figli/e che spesso dipendono ancora economicamente da lui
• i precedenti tentativi della donna di lasciare l’autore delle violenze non hanno trovato l’adeguato sostegno ed hanno avuto l’effetto di portare ad un ulteriore escalation di violenza oltre che di
aumentare la sfiducia nell’efficacia dell’ intervento penale
• la donna può subire diverse pressioni a non denunciare da parte
dell’ambiente familiare, anche attraverso false informazioni come il
rischio di perdere la potestà sui figli o di danneggiarli penalmente
a causa delle denunce sul padre.
È importante avere presente che:
• una donna riluttante a denunciare, se adeguatamente supportata, può cambiare idea ed iniziare il suo percorso di cambiamento a
partire dalla denuncia
• è necessario un intervento di rete in cui oltre agli operatori
delle Forze dell’Ordine siano coinvolte operatrici dei Centri
Antiviolenza, operatrici/ori dei servizi sociali e sanitari e, dove possibile, un centro di consulenza legale che possa aiutare la donna a
comprendere quali sono i suoi diritti e le procedure di intervento nei
casi di violenza.
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II parte
COME AVVIENE IL CONTATTO CON LA DONNA
a) Al telefono
Il contatto con le Forze dell’Ordine spesso avviene dopo diverse aggressioni subite e si attiva attraverso chiamate di emergenza
da parte della donna o dei vicini, parenti ed amici.
Le prime informazioni, gli atteggiamenti e le modalità da tenere
già al telefono, se è la donna a chiamare, sono:
• tranquillizzarla e rassicurarla
• raccogliere il maggior numero di informazioni sull’accaduto
facendole comprendere che sarebbe più efficace un incontro tra
la stessa e gli operatori di Polizia e/o Carabinieri
• registrare l’incidente secondo le modalità prestabilite.
b) In casa, dopo segnalazione al 112 o al 113 (vedi più avanti
suggerimenti per l’operatore che fa un intervento domiciliare in
situazione di crisi)
c) Al Comando dei Carabinieri o al Posto di Polizia
Il contatto avviene direttamente da parte della donna che si reca
presso la sede di Questure o Comandi dei Carabinieri per sporgere
denuncia delle violenze subite o esposto.
In questo caso occorrerà predisporre un ambiente accogliente e riservato per facilitare l’esposizioni dei fatti da parte della
donna.
COME PREPARARE IL COLLOQUIO CON LA DONNA
Nell’effettuare il colloquio con la donna, presso una Stazione dei
Carabinieri o un Posto di Polizia, occorre tenere presente che:
• è necessario avere una stanza riservata dove effettuare il colloquio, per aiutare la donna a sentirsi a proprio agio, nel raccontare
episodi della sua intima esperienza di vita, e per garantirle una
situazione protetta
Linee guida d’intervento
49
• presentarsi prima di iniziare il colloquio e informarla correttamente sui suoi diritti e sulle procedure di intervento
• assicurarsi, prima di effettuare il colloquio o nella programmazione di incontri successivi, che la donna possa raggiungere e
lasciare il Posto di Polizia e Carabinieri in condizioni di sicurezza;
informarla della possibilità di essere accompagnata da una persona
di sua fiducia o anche dall’avvocata (se ne ha già contattata una ed
è disponibile ad accompagnarla), anche se questa non è una condizione indispensabile per accogliere una eventuale denuncia
• verificare se la donna ha già preso contatto con un Centro
Antiviolenza e nel caso negativo fornirle il riferimento utile a prendere contatto con un’operatrice
• valutare la possibilità che il colloquio venga effettuato con un
agente donna, infatti essere accolta da un’altra donna può farla sentire compresa ed a proprio agio nel raccontare episodi di violenza
• assicurarsi che ci sia un interprete o mediatore/mediatrice culturale se necessario.
COME EFFETTUARE IL COLLOQUIO
Innanzitutto occorre avere consapevolezza della difficoltà della
donna a raccontare l’esperienza di violenza vissuta spesso per molti
anni nel segreto e nel silenzio.
Per svolgere un colloquio efficace si possono utilizzare i
seguenti suggerimenti.
• Effettuare domande aperte del tipo: “Che cosa è accaduto
quando suo marito è tornato a casa?”, e non domande chiuse, talora suggestive della risposta del tipo: “Suo marito l’ha picchiata?”,
ciò anche per dare alla donna la possibilità di esprimere i suoi bisogni e le sue paure e di aiutarla a ricostruire la situazione di violenza subita.
• Affermare con chiarezza la posizione di condanna della violenza ed il fatto che lei non è colpevole, indicando come unico
50
II parte
responsabile l’autore dei comportamenti violenti per i quali non vi
è nessuna giustificazione.
• Prendere sul serio le affermazioni della donna, anche quando possa essere sotto effetto di alcool o sostanze stupefacenti; il
fatto di avere cercato rifugio nell’alcool o nelle droghe non significa che menta, anzi l’abuso di droghe o alcool è uno tra gli indicatori di violenza. Inoltre, dubitare del racconto della donna, senza
avere informazioni sulla sua condizione mentale, rinforza la strategia di controllo usata dal maltrattatore che ha sempre accusato la
donna di essere la causa della violenza e che nessuno crederà al suo
racconto. In ogni caso non è compito dell’operatore valutare l’attendibilità delle dichiarazioni della donna che verranno prese in
esame nell’iter processuale.
• Darle del tempo e non incalzarla di domande per metterla
nelle condizioni di pensare alle domande e rispondere, non dimenticando lo stato emotivo di fragilità e confusione in cui si trova.
• Fare domande precise e dettagliate sull’aggressione e le
lesioni subite, come ad esempio, in che modo l’ha picchiata? Dove?
Ha usato i pugni, i piedi o degli oggetti? Ha usato armi? Quali?
• Evitare domande che indagano sulle motivazioni dell’autore come ad esempio: “Perché l’ha picchiata?”, non essendo la vittima responsabile o necessariamente a conoscenza dei motivi che
hanno portato l’autore al comportamento violento; queste domande
devono essere rivolte all’autore o risulteranno chiare dal contesto.
• Non esprimere giudizi, accuse e rimproveri con domande del
tipo: “Perché ha continuato a rimanere con un uomo così?”, oppure: “Cosa ha fatto per provocare il suo comportamento?”.
• Indagare anche su altre forme di violenza, non solo quella
fisica e sessuale ma anche su eventuali minacce, costrizioni, ingiurie, distruzione di oggetti.
• Stabilire se l’episodio denunciato fa parte di una storia di
maltrattamenti ripetuti nel tempo o se si tratta del primo episodio.
• Nel caso la vittima è una persona disabile con cui non è pos-
Linee guida d’intervento
51
sibile comunicare in modo efficace è utile cercare di contattare il
medico di base, l’assistente sociale o parenti ed amici che possano
aiutare a comprendere meglio la situazione. Prima di procedere a
qualunque azione è necessario avere il suo consenso.
• Non cercare di persuadere o spingere la donna a fare qualcosa se lei non si sente ancora pronta, raramente questo produce
degli effetti positivi.
• Ricordare di essere una preziosa fonte di informazioni per
la donna.
COME CHIUDERE IL COLLOQUIO
• Nel caso in cui l’intervista resa dalla donna venisse registrata,
tenere fede il più possibile alle parole della donna.
• Accertarsi che la donna prima di firmare la denuncia abbia
compreso bene il testo sottopostole alla firma.
• Accertarsi che la donna sappia come assicurare uno scenario
di protezione per sé ed i/le bambini/e una volta fatto ritorno a casa,
se non ha ancora deciso di allontanarsi dal proprio domicilio; nel
caso negativo aiutarla a predisporre il piano di sicurezza e dare
tutte le indicazioni utili dei servizi a cui rivolgersi.
• Accertarsi che possa andarsene senza correre dei rischi.
SUGGERIMENTI PER L’OPERATORE/TRICE CHE FA UN
INTERVENTO DOMICILIARE IN SITUAZIONE DI CRISI
In una situazione di intervento in emergenza, per rispondere ad
una chiamata della donna o di persone a lei vicine, occorre essere
sicuri di sapere “chi è la vittima”; infatti è un atteggiamento molto
comune dell’aggressore quello di accusare la donna di essere violenta, facendo credere che è lei la persona aggressiva, ciò a maggior
ragione quando la donna ha tentato di difendersi.
52
II parte
L’operatore che interviene per una chiamata di emergenza sul
posto in cui si è verificata l’aggressione, può porsi delle
domande che lo aiuteranno a farsi un quadro della situazione:
chi ha paura?
chi è dipendente?
chi è tenuto sotto controllo?
chi ha subito ripetutamente gravi aggressioni?
Nel momento dell’intervento.
• Usare uno stile relazionale e comunicativo improntato alla
gentilezza e cortesia, ciò servirà ad incoraggiarla a parlare e a chiedere aiuto.
• Parlare alla donna separatamente dall’autore della violenza perché può essere terrorizzata, sotto shock e temere ritorsioni,
omettendo così di dire delle cose molto importanti.
• Evitare di tentare una mediazione che condotta sull’onda
dell’emergenza non può condurre a risultati durevoli e positivi; per
attuare una strategia di mediazione occorre comunque una competenza ed un contesto specifico.
• Indirizzare sempre la donna a farsi refertare presso il più
vicino Pronto Soccorso, anche nel caso in cui non vi siano lesioni
evidenti. Il referto potrà essere utile se la donna intenderà sporgere
denuncia.
• Dare alla donna, senza che l’autore se ne accorga, tutti gli
indirizzi utili ed i numeri di telefono dei servizi, dei Centri
Antiviolenza e delle case di ospitalità presso cui potrà essere aiutata ad uscire dalla condizione di violenza.
• Verificare sempre la situazione dei minori. In ogni caso essi
sono testimoni della violenza e quindi vittime di violenza assistita.
Occorre verificare se non siano stati coinvolti nell’aggressione perché hanno tentato di aiutare la loro madre. Sono essi stessi ad avere
subito direttamente violenza? Occorre accertarsi del loro stato fisi-
Linee guida d’intervento
53
co ed emotivo, possono avere bisogno di essere rassicurati che la
loro madre sta bene. Si suggerisce di fare una comunicazione al
Tribunale per i Minorenni della situazione dei minori e/o per conoscenza al servizio sociale territoriale competente.
• Fare il possibile per assicurare protezione alla donna e ai
minori, è infatti probabile che venga aggredita nuovamente una
volta che l’operatore ha lasciato il luogo.
• Svolgere una chiara azione di deterrenza dell’agito violento nei confronti dell’aggressore.
IN CHE MODO SALVAGUARDARE LA SICUREZZA
DELLA DONNA
Da un’indagine comparata con sistemi legislativi diversi dal
nostro, come ad esempio quello inglese, emerge l’insufficienza del
nostro sistema penale nel garantire la sicurezza della donna e dei
minori vittime di violenza.
In particolare le statistiche mostrano interventi efficaci che prevedano la facoltà di:
• arresto immediato dell’autore di violenza da parte delle Forze
dell’Ordine qualora gli episodi di violenza prevedano gli estremi di
reato
• allontanamento dell’autore delle violenze attraverso ordini di
allontanamento o di protezione
• possibilità di ottenere processi per direttissima e quindi l’emissione immediata della sentenza.
L’introduzione nel nostro sistema giudiziario della misura di
allontanamento del coniuge violento rappresenta certamente un
passo avanti nella direzione di interventi più efficaci di contrasto al
fenomeno della violenza di genere; tuttavia è necessario da parte
del singolo operatore fare il possibile perché la legge venga applicata e l’intervento venga portato avanti con tempestività e professionalità a sostegno di chi è già stato vittima di un episodio di violenza.
54
II parte
VALUTAZIONE DEL RISCHIO DI LETALITÀ
La necessità di garantire la sicurezza della donna e del minore
all’interno della famiglia deve rappresentare una priorità nell’intervento delle Forze dell’Ordine.
Per valutare l’entità del rischio a cui sono esposti la donna e i
minori occorre registrare non solo la pericolosità insita nell’ultimo
episodio di violenza, ma quella relativa alla dinamica violenta considerata nel suo complesso.
Ci sono delle domande che possono risultare utili nel valutare il
rischio di letalità sia nell’intervento in emergenza che durante
il colloquio al Posto di Polizia o al Comando dei Carabinieri:
• l’episodio fa parte di una storia di violenza? Ci sono aggressioni precedenti, anche non denunciate?
• quale è stata l’aggressione più grave subita dalla donna?
• Si registra un aumento dell’escalation di violenza nella frequenza e gravità degli episodi?
• ci sono in casa armi come pistole, coltelli o altre?
• si sono mai registrati tentativi di strangolamento da parte
dell’autore di violenza?
• ha richiesto ed agito rapporti sessuali contro la volontà della
donna ?
• ha usato violenza nei periodi di gravidanza?
• l’autore della violenza fa abuso di alcool e stupefacenti e
quando è sotto effetto delle droghe o dell’alcool diventa più
violento?
• ha mai minacciato di uccidere la donna e/o i figli/e?
• la donna mostra preoccupazione per l’incolumità dei figli?
• l’autore ha mai minacciato o tentato il suicidio?
• l’autore della violenza ha mai seguito, spiato e controllato
la vittima nei suoi movimenti?
• la donna ha mai tentato il suicidio, ho mostrato l’intenzione
di farlo?
• l’autore ha avuto pregresse denunce per aggressioni a terzi?
Linee guida d’intervento
55
• la donna si è separata dal maltrattatore o ha manifestato il
proposito di farlo?
Questo elenco di domande è basato sui risultati di ricerche portate avanti con l’intento di identificare i fattori di rischio di letalità
che intervengono nei casi di violenza di genere. Nell’eventualità in
cui la risposta a tre o più domande della lista proposta è positiva,
la donna si trova in una situazione di alto rischio per sé ed i/le bambini/e. Occorrerà predisporre un piano di sicurezza che dovrà essere predisposto alla fine del colloquio con la donna.
IL PIANO DI SICUREZZA
Occorre distinguere differenti situazioni, valutando anche l’efficacia delle misure adottate in passato dalla donna per proteggere se
stessa ed i minori.
Se la donna è separata e vive da sola.
Valutare insieme a lei le seguenti possibilità:
• cambiare la serratura del domicilio della donna.
• predisporre un sistema di sicurezza più adeguato, come
barre alle finestre, maggiore illuminazione
• considerando i provvedimenti attuati dal Tribunale per i
Minorenni a tutela dei/lle bambini/e, assicurarsi che gli/le
insegnanti abbiano chiaro chi è autorizzato al prelevamento
dei bambini dalla scuola
• contattare il Centro Antiviolenza più vicino
• individuare insieme alla donna un legale competente
• verificare la possibilità che qualcuno possa temporaneamente andare ad abitare con lei o che possa essere ospitata da
qualcuno, o accolta all’interno di una struttura ad indirizzo
segreto per donne vittime di violenza.
56
II parte
Se la donna si sta preparando a lasciare l’autore delle violenze
Valutare insieme a lei le seguenti possibilità:
• qual è il momento in cui lei ed i bambini possono allontanarsi da casa nel modo più sicuro?
• ha la possibilità di portare del danaro con sé e di utilizzare
un’automobile o un altro mezzo di trasporto?
• c’è un posto sicuro dove può andare, un amico/a parente di
fiducia presso cui il maltrattatore non andrebbe a cercarla,
oppure se ha già preso contatto con un Centro Antiviolenza
per l’inserimento in una casa rifugio ad indirizzo segreto
• raccomandare di preparare in anticipo una borsa con gli
oggetti personali da portare in un posto sicuro
• ci sono delle strategie che lei o altri possono attivare in
modo tale che lui non possa trovarla?
• quali sono le procedure legali che può chiedere per aumentare la sua sicurezza?
• quali sono altre risorse nel territorio che possono esserle
d’aiuto?
Se la donna rimane con l’autore delle violenze.
Valutare insieme a lei le seguenti possibilità:
• che cosa è più utile sapere al fine di garantire maggiore sicurezza alla donna e ai/alle bambini/e in caso di emergenza?
• a quali persone di fiducia, amici, parenti, possono rivolgersi per chiede aiuto?
• ha la possibilità di usare un telefono o di indicare ai/alle
bambini/e il modo di farlo per chiamare la Polizia o i
Carabinieri se lei fosse impossibilitata?
• ha la possibilità di accordarsi con un/una vicino/a di casa
per chiamare le Forze dell’Ordine in caso di necessità?
• se devono scappare dove è preferibile e più sicuro che vadano? Raccomandare di mettersi in contatto con un Centro
Antiviolenza che abbia una struttura di ospitalità ad indirizzo
Linee guida d’intervento
segreto dove poter essere ospitata insieme ai figli.
• se ci sono armi in casa cosa può fare la donna? In questo
caso il possesso dell’arma può essere oggetto di una segnalazione alle Forze dell’Ordine perché gli venga ritirata. Nel
caso in cui l’arma è regolarmente denunciata gli operatori
valutino la presenza di precedenti specifici, come l’aver usato
violenza alla donna stessa o a terzi, per procedere ad una
revoca del permesso di detenzione
• raccomandare di preparare una borsa con gli effetti personali e quant’altro possa essere utile per una fuga da casa in
emergenza e tenerla in un luogo sicuro.
57
58
II parte
COSA DICE LA LEGGE
NORME CONTRO LA VIOLENZA
NELLE RELAZIONI FAMILIARI:
LEGGE 4.04.2001 N.154
Art. 282 bis c.p.c.: Allontanamento dalla casa familiare
L’articolo in esame è stato inserito nel capo secondo del libro
quarto del codice di procedura penale, che disciplina le misure cautelari personali.
Si tratta di una misura coercitiva che prescrive all’indagato
- che abbia tenuto condotte violente nei confronti del coniuge o
di altro convivente (maltrattamenti in famiglia, lesioni, percosse) - di lasciare immediatamente il domicilio domestico, ovvero
di non farvi rientro (se si trova temporaneamente in altro
luogo), e di non accedervi senza l’autorizzazione del giudice (il
quale se ciò si rende necessario può prescrivere determinate
modalità di ingresso).
Oltre a questa misura principale, può essere prevista quella
“accessoria” del divieto per l’indagato di avvicinarsi a determinati
luoghi, normalmente frequentati dalla persona offesa, quali la
dimora della propria famiglia d’origine o dei prossimi congiunti, il
luogo di lavoro ovvero la scuola frequentata dai figli.
Il giudice inoltre, su richiesta del Pubblico Ministero, può applicare all’indagato anche una misura patrimoniale provvisoria (destinata a perdere efficacia se interviene un’ordinanza del giudice civile in tema di separazione o latro provvedimento del Giudice civile
che regoli comunque i rapporti economico-patrimoniali dei coniugi, ovvero il mantenimento dei figli); la prescrizione consiste nell’obbligo di versare periodicamente un assegno di mantenimento
Linee guida d’intervento
59
per quei componenti della famiglia che a seguito dell’allontanamento da casa dell’indagato, restino privi di mezzi di sostentamento. Spesso infatti, le persone accusate di condotte violente all’interno della famiglia sono al contempo la loro unica fonte di reddito; in
questi casi il giudice se possibile, può stabilire che l’assegno venga
detratto dallo stipendio dell’indagato e direttamente versato nelle
mani dell’altro coniuge o convivente vittima della violenza.
60
II parte
Linee guida d’intervento
61
LA VIOLENZA SESSUALE
VIOLENZA SESSUALE CONTRO MINORI
LA LEGGE CONTRO LA VIOLENZA SESSUALE
L’ art. 609 quater C.P. intitolato “Atti sessuali con minorenne” punisce chi, al di fuori dalle ipotesi di violenza sessuale previste dall’art. 609 bis, compie atti sessuali con persona che al
momento del fatto:
• non ha compiuto gli anni 14;
• non ha compiuto gli anni 16, quando il colpevole sia l’ascendente il genitore anche adottivo, il tutore, o altra persona cui, per
ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato, o che abbia con quest’ultimo, una relazione di convivenza.
Con la legge n. 66 del 15.02.1996 è stata approvata la riforma dei reati in materia di violenza sessuale; la prima significativa innovazione della legge riguarda l’inserimento dei predetti
reati fra i delitti contro la persona.
Il nuovo art. 609 bis c.p. sotto la rubrica “violenza sessuale”,
prevede e punisce come reato:
• chi, con violenza o minaccia, o mediante l’abuso di autorità,
costringe taluno a compiere o subire atti sessuali;
• chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando
delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa
al momento del fatto;
• chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali traendo in
inganno la persona offesa, per essersi il colpevole sostituito ad altra
persona.
SANZIONI. Il predetto reato è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non
eccedente i due terzi.
Sono previste delle aggravanti della pena se il reato è commesso:
• nei confronti di persona minore di quattordici anni;
• con armi, sostanze alcoliche, narcotiche, etc ..;
• da persona travisata;
• su persona limitata nella libertà personale;
• nei confronti di persona che non ha compiuto sedici anni, della
quale il colpevole sia l’ascendente, il genitore anche adottivo, il
tutore.
La pena è della reclusione da sette a quattordici anni se il fatto è
commesso nei confronti di persona che non ha compiuto i dieci
anni.
SANZIONI. Questo reato, come il precedente, è punito con la
reclusione da 5 a 10 anni.
È prevista la riduzione della pena fino a due terzi per i casi di
minore gravità.
Si applica l’aggravante se la persona offesa non ha compiuto gli
anni 10.
È sancita la non punibilità del minore che, fuori dai casi di violenza sessuale, compie atti sessuali con un minorenne che abbia
compiuto gli anni tredici, se la differenza di età tra i soggetti non è
superiore a tre anni.
Per i reati di violenza sessuale e di violenza sessuale nei confronti di un minore la:
COMPETENZA. La competenza a giudicare dei predetti reati
è devoluta al Tribunale in composizione collegiale.
PROCEDIBILITÀ. La nuova disciplina ha mantenuto per i
reati in questione la procedibilità a querela di parte.
Il termine per presentare la querela è di sei mesi (quindi raddoppiato rispetto a quello ordinario di tre mesi).
La querela una volta proposta è irrevocabile.
62
II parte
Linee guida d’intervento
63
VIOLENZA SESSUALE:
CASI IN CUI SI PROCEDE D’UFFICIO
ART. 570 CODICE PENALE - VIOLAZIONE DEGLI
OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMILIARE
Sono previste alcune ipotesi di procedibilità d’ufficio:
• se il fatto di violenza sessuale è commesso in danno di persona minore di anni 14;
• se l’atto sessuale (quindi fuori dal caso di violenza sessuale in
senso stretto) è consumato con persona minore di dieci anni;
• se il fatto è commesso dal genitore anche adottivo, o dal di lui
convivente, dal tutore, o da altra persona cui il minore è affidato per
ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia;
• se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale;
• se il fatto è commesso con un altro delitto per il quale si deve
procedere d’ufficio;
• si procede d’ufficio anche nel caso di “violenza di gruppo”,
ossia commessa da più persone riunite.
È la norma che punisce coloro che “abbandonando il domicilio domestico o comunque serbando una condotta contraria
all’ordine o alla morale della famiglia si sottraggono agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, o alla qualità
del coniuge”.
SANZIONE. Tale condotta è sanzionata con la reclusione fino
ad un anno o con la multa da €103,00 a € 1.032,00; queste pene si
applicano congiuntamente se le persone offese sono i figli minorenni o il coniuge non legalmente separato per colpa.
PROCEDIBILITÀ. Questo reato è procedibile a querela. Ma
se la condotta si concretizza nel “far mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori, o inabili al lavoro, agli adolescenti o al coniuge
non legalmente separato per sua colpa”, il reato è procedibile d’ufficio
COMPETENZA. La competenza a giudicare è del Tribunale in
composizione monocratica.
L’art. 609 quinquies “corruzione di minorenne” punisce
chiunque compie atti sessuali in presenza di persona minore di
anni quattordici, al fine di farla assistere.
ART.572 CODICE PENALE - MALTRATTAMENTI
• La sanzione è della reclusione da sei mesi a tre anni.
• La competenza è del Tribunale in composizione monocratica.
• Anche in questo caso la procedibilità è d’ufficio.
IN FAMIGLIA O VERSO I FANCIULLI
Questo reato punisce “chiunque maltratta una persona della
famiglia, o un minore di 14 anni, o una persona sottoposta alla
sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cure, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte”.
Il reato si configura se vi è una continuità di comportamenti (vari
episodi nel tempo di atti di vessazione, umiliazione, lesioni) che
causano sofferenze fisiche e morali ad uno o più componenti della
famiglia. Se tale continuità temporale non ricorre, se uno o più episodi si verificano, questi possono integrare gli estremi di altri reati,
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II parte
come minaccia, ingiuria, lesioni personali, violenza privata etc..
Quando si verificano episodi di maltrattamento è bene farsi
refertare dal medico o al Pronto soccorso, anche senza denunciare penalmente il fatto, ciò perché si possa dimostrare la continuità del comportamento violento nel tempo.
SANZIONE. Questo delitto è punito con la reclusione da uno a
cinque anni. Le sanzioni sono più elevate a seconda che derivino
dalla condotta lesioni gravi, gravissime o la morte.
PROCEDIBILITÀ. È sempre d’ufficio
COMPETENZA. La competenza a giudicare è del Tribunale in
composizione monocratica; se ricorrono lesioni gravi o gravissime
è competente il Tribunale in composizione collegiale; se le lesioni
hanno cagionato la morte, la competenza è della Corte d’Assise.
BIBLIOGRAFIA
Bibliografia
67
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Gonzo L., (a cura di), Violenza alle donne: la cultura dei medi ci e degli operatori. Un’indagine nella Azienda USL di Bologna,
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II parte
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Ruggerini M.G., Elisei S., (a cura di), Ascoltare il silenzio:
“quello che le donne non dicono”Ricerca sulla percezione della
violenza di genere da parte degli operatori dei servizi del Distretto
36, Anteprima, Palermo, 2004.
http://www.sivic.org/
Sito sulla violenza domestica per medici e operatori sanitari.
INDICE
Il piano di sicurezza .............................................................................................
Presentazione ..........................................................................................................
Produrre strumenti per la quotidianità per chi opera ....................
7
7
I parte - La violenza verso le donne
Testo di Adriana Piampiano
Materiali approntati da Stefania Campisi
Verso una definizione di violenza di genere .......................................
Tipi di violenza .......................................................................................................
Stereotipi e luoghi comuni sulla violenza ............................................
Ciclo della violenza .............................................................................................
Motivi per cui non si lascia il partner .....................................................
Conseguenze della violenza ...........................................................................
Chiedere aiuto ..........................................................................................................
L’incontro con la donna ....................................................................................
Valutazione del rischio ......................................................................................
Scenario di protezione - Piano di sicurezza ........................................
15
21
24
26
27
27
32
34
35
37
II parte
Linee guida d’intervento per operatori/trici
delle Forze dell’Ordine
Testi di Anna Immordino, Adriana Piampiano
L’intervento delle Forze dell’Ordine con donne
che subiscono violenza ......................................................................................
Perché le donne esitano nel denunciare .................................................
Come avviene il contatto con la donna ..................................................
Come preparare il colloquio con la donna ...........................................
Come effettuare il colloquio ..........................................................................
Come chiudere il colloquio ............................................................................
Suggerimenti per l’operatore che fa un intervento
domiciliare in situazione di crisi .................................................................
In che modo salvaguardare la sicurezza della donna ....................
Valutazione del rischio di letalità ...............................................................
43
46
48
48
49
51
51
53
54
Cosa dice la Legge
Norme contro la violenza nelle relazioni familiari .........................
La violenza sessuale. La legge contro la violenza sessuale .....
Violenza sessuale contro minori .................................................................
Violenza sessuale: casi in cui si procede d’ufficio
Art. 570 Codice penale
Violazione degli obblighi di assistenza familiare ............................
Art. 572 Codice penale
Maltrattamenti .........................................................................................................
Bibliografia ...............................................................................................................
55
58
60
61
62
63
63
67
finito di stampare
nel mese di novembre 2004
presso lo stabilimento tipografico
Anteprima s.r.l.
di Palermo
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LA VIOLENZA VERSO LE DONNE E LE PROFESSIONI DI