l’antifascista
fondato nel 1954 da Sandro Pertini e Umberto Terracini
Periodico degli antifascisti di ieri e di oggi • anno LXII - n° 5-6 Maggio - Giugno 2015
Mafia capitale prosperata sotto la giunta Alemanno, è un’organizzazione
criminale di matrice fascista che ha lucrato sugli appalti e sull'emergenza dei migranti
LA BANDA BASSOTTI DEL CAMPIDOGLIO
Ha fatto affari con la cooperativa rossa "29 giugno" e una fetta del Pd romano che è stato commissariato
Capo indiscusso è Massimo Carminati, con un passato tra i Nar e la banda della Magliana – I guai di Marino
L'EDITORIALE
Allarme rosso,
diffuso rifiuto
di questi partiti
di Giorgio GALLI
Le elezioni regionali e comunali in Italia
possono essere meglio valutate se collocate nel ciclo di consultazioni che nel giro di
un mese si sono svolte dalla Gran Bretagna
(7 maggio) alla Turchia (7 giugno), passando per Irlanda, Spagna e Polonia. Il quadro
che ci si presenta è di prevalenza della novità sulla stabilità. A Londra, la netta vittoria dei conservatori di Cameron, che indirà
un referendum sulla permanenza nella Ue,
la clamorosa sconfitta laburista, la grande
affermazione degli indipendentisti scozzesi, la sottorappresentazione in Parlamento
di quelli inglesi (oltre il 12 per cento) e dei
Verdi, fa scrivere al più autorevole politologo britannico Timothy Garton Ash che
“è ora di passare al Regno federale di Gran
Bretagna, altrimenti l’esito delle urne, il più
sensazionale dal 1945 ad oggi, potrebbe segnare l’inizio della fine della Gran Bretagna
e della sua adesione alla Ue”. Nella vicina
Irlanda, il 23 maggio il 62 per cento dei voti
favorevoli nel referendum sui matrimoni
di Teresa PADOVA
I
n questo numero ci occupiamo dell'inchiesta 'Mondo di mezzo' che ha
portato tra dicembre e giugno all'arresto di 81 persone, tra le quali esponenti di spicco della politica romana, protagonisti interni ed esterni alla
struttura, rigorosamente bipartisan, di quella che gli inquirenti, coordinati dal
procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, hanno denominato “mafia capitale”,
una organizzazione criminale di stampo mafioso che opera da anni nel territorio
della città di Roma per acquisire la gestione e il controllo di attività economiche,
appalti, servizi pubblici. Punto di arrivo di organizzazioni che hanno preso le
mosse dall'eversione nera e si sono evolute nel fenomeno della banda della
Magliana. wMafia capitale prospera sotto la giunta guidata da Gianni Alemanno
dal 2008 al 2013 ma fa affari anche con la cooperativa rossa "29 giugno" e una
fetta importante del Pd romano fino a far traballare oggi, alla luce dell'inchiesta,
la poltrona dell'attuale sindaco Ignazio Marino. Il racconto di mafia capitale è il
racconto di un sodalizio spregiudicato tra storie politiche diverse, opposte, e
opposti ideali in nome del profitto e degli affari illeciti.
Ma prima ancora è il racconto di un legame tra ex camerati, tra appartenenti ai
movimenti eversivi della destra romana degli anni 70, alcuni dei quali poi diventati rappresentanti politici o manager di enti pubblici.
segue a pagina 2
La Maturità e la Resistenza
La memoria e i suoi paladini non possono andarne fieri: il tema di
maturità sulla Resistenza, che è storia contemporanea, è stato scelto
da un'esigua schiera di studenti. Ha nettamente prevalso l'opzione
sui social e internet preferita dal cinquantun per cento dei candidati.
Le altre sei tracce (Calvino, Malala e i quattro temi relativi alla redazione del saggio breve) non hanno stimolato l'interesse degli studenti
che si sono concentrati, come detto, sullo sviluppo scientifico e tecnologico dell'informatica che ha trasformato la comunicazione. Giusto, sono
temi dell'era moderna. Ma la storia? La Resistenza? Questo deficit degli
interessi è colpa solo dei canditati, della scuola? E chi svolge attività di
segue in ultima pagina
memoria è sicuro che non ha niente da rimproverarsi? (g.m.)
Poste Italiane s.p.a. - spedizione in abbonamento D.L. 353/2003 (conv.in. L. 46 del 27.02.2004) - Art.1, comma 2, DCB - Roma
Turati
Il padre del socialismo
di C. TOGNOLI
a pag. 4
Ventotene
Qui nasceva
la rivolta al fascismo
di E. VILLAGGIO
a pag. 10
Smemorati
I simboli "dimenticati"
del fascismo
di A. VECCHI
a pag. 15
2
Mafia Capitale
Capo indiscusso di Mafia Capitale è
uno di loro, Massimo Carminati, detto
il pirata o il cecato. Un passato nei
Nuclei Armati Rivoluzionari, i Nar, e
nella Banda della Magliana, Carminati
esercita un potere assoluto secondo
gli inquirenti proprio grazie al suo
curriculum criminale e a quella aura
di impunità che gli deriva dall'essere
uscito assolto dai processi su alcune
delle storie più controverse della
nostra Repubblica: l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli e il depistaggio
della strage di Bologna. Il Cecato finisce in manette nella prima tranche di
arresti a dicembre insieme a un suo
vecchio amico Riccardo Mancini.
Un passato in comune nella destra
radicale romana che si riuniva sotto
il fungo del quartiere Eur, Mancini
viene
nominato
amministratore
delegato di Eur spa da Alemanno
sindaco. Quest'ultimo risulta indagato, unico politico nei confronti
del quale l'accusa è di associazione
mafiosa, oltre all'ex consigliere
regionale di Forza Italia Luca Gramazio, finito in manette a giugno.
L'elenco delle persone coinvolte
nell'inchiesta mafia capitale che
vengono da una storia di destra è
lungo ma, come si diceva, la struttura
dell'organizzazione criminale romana
è rigorosamente bipartisan.
A partire dal vertice. Braccio destro
di Carminati, infatti, è Salvatore
Buzzi, fondatore della cooperativa
rossa 29 giugno. Alle spalle un passato
da detenuto (per omicidio di un
complice) modello - il primo in Italia
a laurearsi in carcere - e l'idea di
fondare una cooperativa per il reinserimento dei detenuti, Buzzi ha la
tessera del Pd ed è presente anche
alla cena di autofinanziamento organizzata da Matteo Renzi a Roma.
Mette la sua cooperativa al servizio di mafia capitale gestendone le
attività economiche nei settori della
Il “cecato” Massimo Carminati
raccolta e dello smaltimento dei
rifiuti, dell'accoglienza dei profughi e
dei rifugiati, nella manutenzione del
verde pubblico. Tutti settori oggetto di
gare pubbliche che Buzzi si aggiudica
corrompendo pubblici ufficiali. Tra
loro, a libro paga, c'è Luca Odevaine.
Membro del Tavolo di coordinamento
nazionale sull’immigrazione, ex vice
capo di Gabinetto di Walter Veltroni,
viene arrestato a dicembre. La figura di Odevaine ha fatto traballare anche il governo Renzi: fu
nominato infatti nel gruppo dirigente
del Cara di Mineo da Giuseppe Castiglione, ex presidente della provincia di
Catania e attuale sottosegretario all'Agricoltura. Uomo di Ncd, il partito del
ministro dell'interno Angelino Alfano,
Castiglione è indagato. Sel, Lega e
M5S ne avevano chiesto\le dimissioni.
Una maggioranza trasversale Pd-Fi lo
ha salvato dall’arresto respingendo le
mozioni presentate alla Camera. Nonostante gli inquirenti affermino con certezza che vi erano
relazioni precise, che aumentavano
progressivamente,
tra Alemanno,
sindaco di Roma, e il suo entourage
politico e amministrativo, da un lato,
e il gruppo criminale che ruotava
intorno a Buzzi e Carminati, dall’altro, a rischiare grosso oggi è la giunta
di Ignazio Marino dopo l'arresto,
insieme agli esponenti del PdL Gramazio e Tredicine, di tre politici del Pd:
Mirko Coratti, ex presidente dell'assemblea capitolina, Daniele Ozzimo, ex
assessore alla casa, Pierpaolo Pedetti,
consigliere comunale e presidente della
commissione politiche abitative. A
dimostrazione che il cambio di maggioranza al Campidoglio avvenuto nel 2013
con l'elezione di Marino non ha scoraggiato il duo Carminati-Buzzi che subito
si attivò per stabilire contatti riuscendo
a trovare uomini chiave da corrompere.
Il primo cittadino della capitale, finora
uscito pulito dalla vicenda, non intende
lasciare il suo incarico, nonostante la
richiesta di dimissioni dell'opposizione.
Con loro, con i suoi predecessori di
centrodestra in particolare, Marino ha
alzato il livello dello scontro attaccandoli dal palco della festa dell'Unità di
Roma: "La destra si deve vergognare,
torni nelle fogne", gli ha detto. Le scuse
arrivate qualche giorno dopo per aver
usato uno slogan caro alla sinistra negli
anni 70 non gli hanno risparmiato la
querela di Alemanno. Politica
Salvatore Buzzi, fondatore della
cooperativa “ 29 giugno”
ELEZIONI REGIONALI E COMUNALI
ALLARMANTE PERICOLO DI DERIVE POPULISTE
LO SFONDAMENTO DELLA LEGA NEL CENTRO ITALIA
Le ultime elezioni regionali e comunali, seppur parziali, del 31 maggio scorso (ballottaggi il 14 giugno), sono risultate quanto mai indicative. Come sempre, nell’immediato, si sono confrontate interpretazioni diverse a seconda
dell’appartenenza politica. In particolare subito dopo il voto per le sette regioni chiamate alle urne. In effetti, utilizzando il semplice calcolo basato sulla posta in palio, il risultato pendeva nettamente a favore del centrosinistra:
cinque a due nei confronti del centrodestra, pur con la rilevante perdita della Liguria, tradizionalmente a guida
Pd, e la nettissima sconfitta in Veneto dove la candidata renziana finiva staccata di quasi trenta punti.
di Saverio FERRARI
Decisiva per le sorti del sindaco
tuttavia è stata la relazione del
prefetto di Roma, Franco Gabrielli,
che ha valutato che non ci sono
gli estremi per lo scioglimento del
comune anche se ha rilevato alcune
manchevolezze di Marino. Nel frattempo la posizione di Renzi e del Pd
nazionale nei suoi confronti va dal
«Fossi in Marino non starei tranquillo» pronunciato all'indomani dei
ballottaggi dal premier passando per
il «Marino è una persona onesta ma
l'onestà non basta» del ministro per le
Riforme, Maria Elena Boschi, al «Lo
sosterremo sempre ma serve un salto
di qualità» di Matteo Orfini.
Qualunque sia il futuro della giunta
capitolina una cosa è certa: il Pd
romano esce a pezzi da questa storia. Il
segretario nazionale Renzi a dicembre
aveva azzerato le cariche commissariando il partito e affidandolo a Matteo
Orfini: ma dopo sei mesi non ci sono
buone notizie.
Orfini è finito sotto scorta e dei 108
circoli del Pd a Roma 27 sono stati definiti dannosi e da chiudere da Fabrizio
Barca, l'ex ministro che li ha mappati.
Non sarà facile rimettersi in piedi e
soprattutto rimettere in piedi una
storia di difesa degli ultimi, usati in
questa vicenda come in un traffico
di droga, e contro ogni fascismo con
cui invece ci si è lasciati intimidire e
corrompere in nome degli affari.
I ballottaggi per le comunali del 14 e del 15
giugno (solo per la Sicilia) hanno però inciso, e non poco, sull’esito finale, con otto
capoluoghi alla destra, sette al Pd e due
ad appannaggio di liste civiche. Pesanti
in questo contesto le sconfitte di Venezia,
Rovigo, Arezzo e Matera, seguite dalla
débacle siciliana, con cinque ballottaggi
su cinque vinti dal Movimento cinque
stelle. Il risultato di Venezia si dimostrava
poi particolarmente cocente, dopo 21 anni
di giunte di centrosinistra, con il Pd a poco
più del 16% dal 40% di solo un anno prima
alle europee.
IL PARTITO
DI MAGGIORANZA RELATIVA
Il dato più rilevante in questa tornata
elettorale è stato però quello dell’astensione. La partecipazione al voto, infatti,
è precipitata al 52,1%, dal 72,27% di
quindici anni or sono (meno 18,6%) e dal
63% delle precedenti regionali. Con un
elettore su due che ha dunque disertato le
urne. Un fenomeno che si è manifestato
in modo più accentuato nelle cosiddette
“regioni rosse” (Toscana, Umbria,
Marche ed Emilia Romagna, dove si era
votato solo qualche mese prima), con
i partecipanti al voto scesi al 44,7%,
in aree geografiche con un’affluenza
in precedenza sempre al di sopra della
media nazionale.
QUASI TUTTI I PARTITI CALANO
Scomponendo i dati per partito, ciò che
emerge è invece il calo generalizzato, in
percentuale e in termini assoluti, di quasi
tutte le formazioni politiche.
Nello specifico:
- il Pd, ben lontano dell’exploit delle europee del maggio 2014 (40,8%) scende al 25%
(2,1 milioni di voti), al livello delle regionali
del 2010 e delle politiche del 2013, con una
perdita secca di circa due milioni di voti nel
primo caso e di un milione (-30%) rispetto
all’era Bersani;
- il Movimento cinque stelle, nonostante i
successi siciliani, lascia per strada quasi due milioni di voti rispetto alle politiche e 900 mila
rispetto alle europee, attestandosi al 15,66% (1,3 milioni di suffragi);
- Forza Italia cala di due milioni di voti rispetto al Pdl del 2013 e di un milione rispetto allo
scorso anno, fermandosi all’11,30% (sotto il milione di voti);
- la Lega raddoppia rispetto al 2013 (più 400 mila voti) e aumenta del 50% riguardo alle
europee (13,08%, pari a 809 mila voti), sfondando in centro Italia, il dato più significativo,
dove triplica i propri consensi in Toscana e Umbria rispetto a un anno fa.
Se si andasse domani alle urne per il rinnovo del Parlamento, stante la nuova legge elettorale (Italicum), con il ballottaggio tra i due principali partiti (sotto la soglia del 40%),
alla conta andrebbero Pd e Movimento cinque stelle. Sarebbero loro a contendersi la
guida del Paese.
PREMESSE DI POPULISMO
Stante i numeri, ciò che emerge, al di là delle considerazioni più prettamente politiche
relative al giudizio sull’operato di chi governa il Paese o sulle opposizioni, è l’affermarsi
anche in Italia di un pericolo populista. Con esso la preoccupazione per la tenuta del
nostro sistema democratico.
A segnalarlo in primis la fuga in massa dell’elettorato dalla politica. Una disaffezione
mai raggiunta in precedenza nei termini di un boom astensionistico. In realtà un vero e
proprio “voto di protesta” a fronte del dilagare degli scandali e dei fenomeni corruttivi
che stanno investendo le istituzioni, i partiti politici e gli enti pubblici. A esserne particolarmente colpito risulta essere il tradizionale elettorato di sinistra.
In questo contesto, la scelta da parte del Pd di non voler più veicolare le istanze provenienti dal mondo del lavoro operaio e dipendente, con l’evidenziarsi di una frattura
netta con il principale sindacato italiano (la Cgil), segnala una inedita e profonda crisi
di rappresentanza. Il progressivo smantellamento dello Stato sociale, più recentemente
le riforme votate o in divenire sulla scuola e sulle politiche del lavoro (Job Act, cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, riduzione degli ammortizzatori sociali)
ne stanno costituendo con tutta evidenza la base materiale.
L’avanzamento della Lega, dal canto suo, segnala il manifestarsi in ampi strati della
popolazione della propensione all’arroccamento, con l’estendersi di paure irrazionali, a
fronte del passaggio epocale che investe la nostra società, sempre più a composizione
multiculturale e multietnica. Oggi per altro al centro di flussi migratori giganteschi dovuti alle guerre in Africa e nel Medio Oriente. Sotto questa spinta sembrerebbero entrare
sempre più in crisi le culture della solidarietà e dell’uguaglianza. Il Veneto, praticamente
amministrato (anche dopo il disastro di Venezia) a tutti i livelli dalla Lega, si staglia da
questo punto di vista sempre più come un autentico laboratorio. I successi del partito di
Matteo Salvini evidenziano anche la labilità della memoria, una costante tutta italiana.
Solo un paio di anni fa la stessa Lega era al centro di episodi macroscopici di ruberie e
truffe. Tutto rapidamente dimenticato.
Qua e là, nei voti recentemente espressi, anche il profilarsi di ulteriori inquietanti episodi. Da segnalare l’elezione a Bolzano, con il 2,4%, di un consigliere di Casa Pound, e di
un secondo a Lamezia, in Calabria, con oltre il 6%.
Tutte queste tendenze potrebbero nel loro complesso favorire la strada per derive di tipo
populista. La stessa riforma della Carta costituzionale va necessariamente collocata in
questo nuovo quadro. La cancellazione del Senato elettivo, più in generale il restringimento dei circuiti decisionali verso approdi presidenzialisti, a maggior ragione, non può
che suscitare forti apprensioni.
3
4
Memoria
TURATI, IL PADRE DEL SOCIALISMO ITALIANO
di Carlo TOGNOLI (Sindaco di Milano dal maggio 1976 al dicembre 1986)
F
ilippo
Turati
non
amava la definizione
“riformista”, ma la riconosceva
perché
permetteva di contraddistinguere la sua
corrente, e comunque la accompagnava sempre al ‘socialismo’.Egli
fondò nel 1892, a Genova (dove i
congressisti si riunirono per usufruire
degli sconti ferroviari concessi per le
Celebrazioni Colombiane – 400° anniversario della scoperta dell’America) il
Partito dei Lavoratori, divenuto poi
Partito Socialista Italiano, insieme a
Claudio Treves, Leonida Bissolati (che
nel 1896 fu il primo direttore dell’Avanti!) Anna Kuliscioff e Andrea
Costa. In precedenza c’erano state
altre iniziative (la più importante a
Milano nel 1882) tutte prevalentemente locali. Quella di Genova, che
sancì la rottura con gli anarchici,
aveva un carattere nazionale.
Turati fu un grande ‘leader’ (diremmo
oggi) del socialismo italiano ed europeo. Si identificò con il PSI quanto
meno dalla fondazione (1892) sino al
1912 quando venne messo in minoranza. Tuttavia sino alla morte fu la
personalità eminente del socialismo
e, dopo la sua fuga in Francia del 1926,
fu tra i capi più ascoltati ed apprezzati
dell’antifascismo.
Aveva ereditato da Arcangelo Ghisleri
la rivista culturale di orientamento
positivista Cuore e Critica, che, con
Anna Kuliscioff (la sua compagna
della vita e della politica) egli denominò, nel 1891, ‘Critica Sociale’. La
nuova pubblicazione, che aveva una
cadenza quindicinale, fu la più importante rivista del socialismo italiano.
Ad essa collaborarono, tra gli altri,
Benedetto Croce, Luigi Einaudi,
Olindo Malagodi.
Turati morì il 29 marzo 1932, a Parigi,
in casa della famiglia di Bruno Buozzi,
in Boulevard Raspail, dove era ospitato. Venne considerato un perdente,
perché non riuscì ad impedire l’avvento di Mussolini e del regime
fascista, di cui aveva lucidamente e
profeticamente intuito le intenzioni
totalitarie, quando altri, nella sinistra
socialista e comunista, lo giudicavano
un fenomeno transitorio.
Filippo Turati
Nel 1982, in occasione del 50° della
morte di Turati in esilio, e in parallelo
alla crescente crisi del sistema sovietico e del comunismo, ci fu finalmente
un dibattito storico politico su scala
nazionale che investì la sinistra ed
ebbe eco sui grandi organi di stampa
e in televisione. Autorevoli dirigenti
e fondatori del Partito Comunista,
come Umberto Terracini, riconobbero
che ‘Turati aveva ragione’.
Nel suo profetico discorso al
Congresso di Livorno del 1921 (quello
della scissione che diede luogo al
Partito Comunista d’Italia) il leader
socialista aveva tra l’altro detto:
«…Ond’è che quand’anche voi aveste
organizzato i soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete
provocata e se vorrete fare qualcosa
che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga, come elemento di
società nuova, voi sarete forzati a
vostro dispetto – a ripercorrere completamente la nostra via (riformista) la via
dei socialtraditori di una volta, perché
essa è la via del socialismo, che è il solo
immortale, il solo nucleo vitale che
rimane dopo queste nostre diatribe…».
Fu a lungo dimenticato
Turati fu poco ricordato nel primo decennio dopo la seconda guerra mondiale.
Fatta eccezione per Saragat, per il PSDI e per il gruppo della Critica Sociale - i
cui redattori, Ugo Guido Mondolfo e Giuseppe Faravelli, insieme ad altri, tra cui
Antonio Greppi - erano stati suoi giovani discepoli.
Il ‘riformismo’ infatti non era gradito nei due maggiori partiti del movimento
operaio, il PCI e il PSI, uniti tra loro dal patto di unità d’azione, sottoscritto
prima della guerra e rimasto in essere sino al 1957.
Per la verità nell’ottobre 1948 la traslazione delle ceneri di Turati e di Treves,
dal ‘Père Lachaise’ di Parigi al Cimitero Monumentale di Milano, avvenne in un
mare di folla. Ma fu l’ultimo riconoscimento delle ‘masse’ ai grandi costruttori
del socialismo italiano.
Nel PSI c’era rispetto, ma si tendeva a diluire il ruolo di Turati e Treves nella
fondazione del partito. Si preferiva ricordare Andrea Costa.
Le feroci e sprezzanti parole che Togliatti su Lo Stato Operaio dell’aprile 1932
dedicò a Turati dopo la sua morte avevano lasciato nel PCI il segno negativo nei
confronti del riformismo.
Craxi rilanciò il riformismo
Fu Craxi, con la sua volontà revisionistica e con la sua politica, a restituire al
riformismo socialista la sua dignità, a ricordare che senza i riformisti il PSI non
sarebbe cresciuto come movimento decisivo per la democrazia italiana, non
sarebbero nati sindacati e cooperative, non sarebbero stati conquistati diritti
fondamentali per il mondo del lavoro e per il movimento operaio.
Vent’anni fa i comunisti più rispettosi della storia diedero ragione a Turati.
5
Memoria
Non va quindi ricordato come un
perdente, Filippo Turati. Certo
dovette soccombere al fascismo,
commise degli errori tattici, fu prigioniero della sua lealtà verso il PSI
la cui maggioranza massimalista e
velleitaria considerava tradimento
la partecipazione dei socialisti a un
governo democratico di coalizione con
‘partiti borghesi’ (che avrebbe salvato
l’Italia). Ma vide giusto e lontano,
purtroppo inascoltato.
La sua considerazione dell’estremismo di sinistra come comportamento
pernicioso per la crescita e le lotte del
partito socialista e del movimento dei
lavoratori non fu dissimile da quella
di Lenin che, pur attestato su altra
sponda, vedeva i pericoli del settarismo.
Le sue ‘compromissioni’ (una delle
accuse dei massimalisti) con i governi
Giolitti (con cui ebbe anche scontri notevoli) riguardarono le garanzie
(ottenute) per il lavoro delle donne e
dei fanciulli, le ‘otto ore’ lavorative,
il suffragio universale, le leggi per le
cooperative.
Il riformismo socialista
nel suo periodo storico
Il primo decennio del secolo XX vide
progressi generali del Paese e notevoli
conquiste del mondo del lavoro.
Il riformismo socialista era la lotta
per la democratizzazione dello stato,
per farne strumento anche economico
della collettività. Era diffidenza della
violenza come matrice della storia.
Era l’affermazione dell’umanesimo
e della ragione. Era la difesa di una
civiltà (che veniva messa in discussione dal nazionalismo esasperato e
dall’irrazionalismo). Era il gradualismo nei cambiamenti.
Il riformismo socialista fu peraltro ‘di
opposizione’ in quanto il PSI non era
né al Governo, né al potere, e fu, in
origine, bracciantile e contadino:
«…il riformismo è il necessario corollario delle organizzazioni dei contadini:
probivirato agricolo, contratti di lavoro,
assunzione collettiva dei lavori agricoli,
cooperative, scuole con insegnamento
di agricoltura… l’indirizzo politico della
nostra frazione può trovare una base
solida ed estesa in mezzo alla popolazione organizzata dei contadini e delle
contadine, forse più che in mezzo al
volubile, incostante, fluttuante proletariato industriale…» – scriveva nel 1908
la Kuliscioff a Turati.
Il riformismo socialista trovò il suo
terreno di cultura ‘di governo’ nei
comuni: le politiche sociali, dall’assistenza
all’igiene,
l’estensione
dell’istruzione, le biblioteche popolari,
la progressività delle imposte locali,
il contenimento dei prezzi dei generi
di prima necessità, l’introduzione
dei servizi pubblici a bassa tariffa
(dai trasporti all’energia) – furono gli
elementi portanti di un’azione amministrativa tutta tendente a favorire i
cittadini a più basso reddito e i lavoratori. Bologna e Milano, ma anche tante
altre città, furono gli esempi di ottima
amministrazione, socialmente avanzata, ma oculata e ben vista e votata
da una parte della borghesia liberale.
Turati era contro la violenza, ma era
socialista, anche se il suo marxismo
era positivista, pratico, etico e critico,
mai settario. Voleva la costruzione
di una società socialista attraverso la
conquista democratica del potere.
Sopratutto fu un capo politico che
operò per modificare la realtà, per
Bauer, Turati, Carlo Rosselli, Pertini e Parri in una rara foto insieme
6
Memoria
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Memoria
Manifesti del Partito Socialista Italiano dei primi del Novecento
educare le masse abituandole alla lotta democratica, combattendo l’analfabetismo e i pregiudizi, contrastando l’alcolismo, insegnando la solidarietà.
Le scelte ideologiche di Turati, della Kuliscioff e dei riformisti rifuggivano dalle
interpretazioni deterministe, per le quali l’avvento del socialismo, date certe
condizioni, era automatico.
Nel suo programma Agli elettori del collegio di Milano, per le elezioni del
novembre 1919, parla del superamento dello stato borghese per trasformarlo ‘da
governo degli uomini a governo delle cose’, fuori dal visionarismo storico che
rifiuta il riformismo perchè fa interventi parziali e graduali e alla fine diventa
‘governo autoritario sugli uomini’.
La crisi
L’azione di stimolo verso i governi Giolitti, che portò molti risultati al mondo del
lavoro, non si tramutò in partecipazione al governo. Turati rifiutò tale prospettiva nel 1911.
Giolitti offriva, per un governo liberale-radicale-socialista, suffragio universale e stabilizzazione delle assicurazioni sulla vita per devolverne gli utili alla
Cassa di Previdenza dando il via alle pensioni operaie, ma il ‘leader’ socialista
(malgrado l’opinione differente di Bissolati e Bonomi) non ritenne maturi per
tale scelta, né i tempi, né il PSI.
La decisione di intraprendere la guerra di Libia, riportò Turati e i socialisti su
una linea di ostilità al governo.
Nel frattempo si rafforzava la sinistra massimalista, guidata dal Direttore dell’Avanti!, Benito Mussolini, che al Congresso di Reggio Emilia del 1912, riusciva ad
ottenere l’espulsione di Bissolati, Bonomi, Cabrini, Podrecca e altri nove deputati, che diedero vita al Partito Socialista Riformista. L’accusa era di avere
portato la loro solidarietà al Re, che aveva subìto un attentato.
Si fa risalire a quell’ anno la sconfitta della tendenza riformista. Certo Turati
uscì indebolito, dopo l’espulsione di una parte dei riformisti, ma mantenne una
autorevolezza che nessun altro aveva nel campo socialista.
Dovette battersi contro Mussolini, che sosteneva i sindacalisti rivoluzionari,
lo sciopero generale ‘politico’ e svalutava il gradualismo in cui parte del PSI e
soprattutto gli elettori si riconoscevano, anche per i risultati raggiunti.
La guerra
Dopo Serajevo si scatenò in Europa il finimondo, da tempo in preparazione.
La scelta dei socialisti fu subito per il neutralismo, che però non fu condiviso a
livello internazionale da altri partiti socialisti che seguirono linee patriottiche a
difesa delle nazioni di appartenenza (Austria, Germania, Francia).
Tuttavia le posizioni dei socialisti italiani non furono così schematiche e antinazionali come si è superficialmente detto.
Già Anna Kuliscioff nel 1914 aveva intuito che i socialisti e l’Italia, pur
mantenendo la neutralità, avrebbero dovuto schierarsi con le nazioni ‘più
democratiche’, cioè quelle dell’Intesa,
e non per ragioni di rivendicazioni
nazionalistiche, ma per motivi ideali e
politici.
Anche Turati, pur con un atteggiamento rigido contro la guerra,
guardava con simpatia verso Francia
e Inghilterra, nazioni democratiche.
Mussolini, Gramsci, Togliatti, Bissolati, Salvemini e Nenni (che allora era
repubblicano) furono ‘interventisti’,
a favore della guerra, contro Austria
e Germania. I primi tre perché ne
intravvedevano un’occasione rivoluzionaria, gli altri perché ne vedevano
un completamento del Risorgimento.
La prima guerra mondiale fece registrare in Italia, seicentomila morti,
centinaia di migliaia di feriti e di invalidi. Fu un conflitto lungo (nessuno
l’aveva previsto) di ‘trincee’ contrapposte. Dopo la rivoluzione sovietica,
ottobre 1917, quando Lenin fece uscire
la Russia dal conflitto (trattato di
Brest-Litovsk a tutto vantaggio dei
tedeschi) sembrava che la Germania
dovesse uscire vincente. Lo sfondamento avvenuto sul fronte italiano a
Soldato nella trincea dopo Caporetto
Caporetto pareva essere la riprova del
rafforzamento austro tedesco.
Nel momento di difficoltà per l’Italia,
Turati, pacifista e neutralista, seppe
trovare le parole giuste per far uscire
i socialisti dall’isolamento in cui erano
finiti. L’avversione alla guerra non
doveva tradursi nella indifferenza
verso le sorti del Paese che rischiava
di essere ancora occupato
dagli austriaci.
L’entrata in campo degli
Stati Uniti, maggiori aiuti
all’Italia dagli alleati, la
sostituzione di Cadorna con
Diaz, uno spirito patriottico
popolare per la difesa dei
confini, portò alla vittoria
nel novembre 1918.
Purtroppo la saggezza di
Turati non fu sufficiente a
impedire gli atteggiamenti
estremisti e irresponsabili
dei massimalisti nel dopoguerra, che furono una
delle concause del successo
del fascismo, verso il quale
guardarono molti cittadini
della classe media e anche
molti proletari scontenti del velleitarismo dei loro capi.
Verso il fascismo
Il dopoguerra registrò alle elezioni del
1919 (con la legge elettorale proporzionale e il suffragio universale) il trionfo
dei socialisti e il successo dei cattolici.
Gli orientamenti massimalisti del PSI
che predicavano l’avvento della rivoluzione e la necessità di istituire i soviet,
portarono, dopo l’occupazione delle
fabbriche, alla reazione violenta delle
squadracce fasciste.
Un esempio di comportamento saggio
e di grande sensibilità verso i temi
della politica internazionale avvenne
con l’adesione di Turati alla linea
del presidente americano Woodrow
Wilson, propugnatore della Società
delle Nazioni e sostenitore dell’autodeterminazione dei popoli. La sua
presenza al ricevimento che il sindaco
Emilio Caldara organizzò a Milano
a Palazzo Marino il 5 gennaio 1919 in
onore di Wilson, fu il segno della sua
scelta, condivisa da Anna Kuliscioff.
Turati, Treves, Buozzi, D’Aragona e
altri riformisti, malgrado l’orientamento contrario alla partecipazione
all’incontro deciso dal direttivo della
sezione socialista milanese, non si
tirarono indietro, e Caldara affermò
nel saluto di parlare anche in nome
delle idealità socialiste, in particolare
a favore della autodeterminazione.
Per questa iniziativa il Sindaco di
Milano venne deferito alla Direzione del PSI per i provvedimenti
disciplinari, anche se un anno dopo
i massimalisti non rifiutarono la sua
guida nella lista socialista che, grazie
Anna Kuliscioff
a lui, rivinse le elezioni amministrative e consentì l’elezione di Filippetti
nel 1920.
Si è detto ripetutamente che Turati, il
quale previde in tempo le conseguenze
nefaste dell’ondata massimalista e
velleitariamente rivoluzionaria e il
pericolo fascista, avrebbe dovuto con
decisione costituire un governo con i
cattolici e una parte dei liberali (anche
a costo di una rottura del PSI) per
bloccare il nascente fascismo.
La storiografia contemporanea ha
potuto chiarire come le cose non
fossero così semplici e non dipendessero da Turati.
Giolitti era ormai diffidente verso i
socialisti. I cattolici pure. I riformisti
erano una parte minoritaria del PSI.
Il danno era già stato fatto nel 19191920 quando i moti ‘rivoluzionari’
senza rivoluzione, avevano provocato
la reazione e compattato i ceti medi
con l’ establishment agrario, industriale e clericale.
Non fu sufficiente il magnifico e solido
intervento ‘Rifare l’Italia’ con il quale
Turati compose alla Camera, nel 1920,
un moderno programma di governo:
«…un discorso socialista e nello stesso
tempo un programma di ricostruzione
e di rinnovamento per tutto il Paese …il
programma fondamento di un governo
democratico socialista…» come aveva
suggerito la Kuliscioff.
La scissione da cui nacque, dal PSI,
il Partito Comunista d’Italia nel
1921 (Bordiga e Gramsci) e l’espulsione, provocata da Serrati, di Turati,
Treves e Matteotti che fondarono il
Partito Socialista Unitario nel 1922 – furono alcuni
degli atti che facilitarono
l’ascesa di Mussolini alla
Presidenza del Consiglio.
Non fu una breve parentesi,
come aveva intuito Turati.
L’assassinio di Matteotti,
segretario del PSU, mise
definitivamente in luce che
cosa si stava profilando con
il governo Mussolini. Turati
sconfitto e invecchiato non
perse mai la sua grandezza
d’animo e la visione lucida
del dramma che aveva
vissuto. Dopo la definitiva
affermazione fascista, l’esilio era obbligato: a Milano
egli era guardato a vista e
intercettato. Con i poliziotti sul pianerottolo era quasi prigioniero nel suo
domicilio, gli aprivano la posta e non
gliela consegnavano. Per questo la
fuga (organizzata tra gli altri da Carlo
Rosselli e Sandro Pertini, suo discepolo) divenne inevitabile.
Il ‘regime’ forse avrebbe preferito che
rimanesse in Italia per dimostrare
la sua tolleranza verso un oppositore. L’inevitabile silenzio imposto
al grande leader sarebbe diventata
complicità. A Parigi fu invece un faro
dell’antifascismo, della democrazia,
della pace. Redasse giornali, tenne
viva la Concentrazione antifascista, favorì l’unificazione socialista
con Nenni segretario del residuo PSI
(1930), e denunciò il carattere totalitario e liberticida, oltreché del fascismo,
del comunismo sovietico.
La visione del socialismo di Turati e
dei riformisti fu, per i tempi, moderna
e democratica e in parte ancora
attuale. Ristudiare Turati, che di
nuovo rischia di essere dimenticato,
farebbe bene alla sinistra italiana.
Come scrisse Angelo Tasca «il
socialismo italiano ha un destino ben
tragico, poiché l’alta coscienza di taluni
suoi capi gli è fatale quanto l’incoscienza
degli altri».
8
Personaggi
Personaggi
Medaglia d’oro della Resistenza. «Visone» fu un eroico e irriducibile antifascista
PESCE, UNA VITA "SENZA TREGUA"
di Roberto CENATI
I
l 27 luglio del 2007 ci lasciava Giovanni Pesce, leggendario comandante
partigiano, che ricordiamo con profonda commozione e rimpianto.
Pesce nasce a Visone d'Acqui Terme il 22 febbraio 1918. Era ancora un
bambino quando la sua famiglia dovette emigrare in Francia. A 13 anni era già
al lavoro in una miniera della Grand'Combe, la zona mineraria delle Cevennes in
cui vivevano i suoi. Aderì ancora ragazzino al Partito comunista e divenne anche
segretario della Sezione giovanile. Fu uno dei discorsi a Parigi di Dolores Ibarruri, la Pasionaria, a convincerlo della necessità di arruolarsi nelle Brigate
Internazionali, che nella Guerra civile spagnola sostenevano il regime democratico contro i fascisti di Franco. A Parigi, intanto, c'era stato l'appello di Pietro
Nenni, Randolfo Pacciardi, Giorgio Amendola, dei fratelli Carlo e Nello Rosselli,
riuniti nel Comitato unitario antifascista italiano, perché fosse costituito un
battaglione di volontari nel nome di Garibaldi. Pesce fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati nelle Brigate Garibaldi. Ferito tre volte, sul fronte di
Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell'Ebro, portò nel corpo,
per tutta la sua vita, le schegge della ferita più grave. Rientrato in Italia nel 1940,
Pesce viene arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Ventotene fu per Pesce,
come per molti confinati, una sorta di università proletaria. Servì a fargli conoscere la realtà del Paese, ad apprezzare l’amicizia e la solidarietà di tanti suoi
compagni di prigionia. I più vicini alla sua crescita culturale furono Umberto
Terracini, già quarantaquattrenne, avvocato, ebreo, in galera dal 1926 e Camilla
Ravera, cinquantenne, insegnante, del gruppo dell’Ordine Nuovo di Gramsci.
L’esperienza della Guerra di Spagna
Gli antifascisti erano uomini non cresciuti soltanto nelle ideologie, ma erano
ricchi anche di esperienze pratiche, politiche e militari. Gran parte di loro erano
personaggi che avevano saputo mettere a frutto gli anni della guerra di Spagna.
È il caso di dire che se il fascismo in Spagna vinse la battaglia iniziale della
Seconda Guerra Mondiale, ancora in Spagna l’antifascismo creò i quadri e le
premesse per la vittoria finale del 25 aprile. Infatti, quasi tutti i volontari italiani
delle Brigate Internazionali, furono poi comandanti e commissari, dirigenti
politici della Resistenza italiana ed europea. La guerra di Spagna dunque, se fu
utilizzata dal fascismo per soggiogare il libero popolo spagnolo, seppe creare al
tempo stesso l’unità dell’antifascismo che sta alla base del successo della Resistenza in tutta Europa.
Nelle lezioni su “La Resistenza in Lombardia” tenute tra il febbraio e l’aprile del
1965 nella sala dei Congressi della Provincia di Milano, Francesco Scotti svolge
una brillante relazione. Così raccontava della nascita delle formazioni Garibaldi:
«L’annuncio dell’armistizio diffuso dalla radio la sera dell’8 settembre del 1943, ha
colto tutti di sorpresa, anche a Milano, malgrado un simile evento fosse atteso da
un giorno all’altro. Tuttavia una cosa fu subito chiara a molti di noi: che l’ora della
lotta armata del popolo italiano contro i fascisti e i tedeschi era scoccata anche nel
nostro Paese. Per la verità si era già provveduto a far rientrare clandestinamente
dalla Francia alcuni militanti, forgiati politicamente e militarmente nella guerra di
Spagna, poi in Francia, dove, nel corso di tre anni, si erano perfezionati come franchi tiratori e partigiani contro i tedeschi» 1). Proprio la mattina dell’8 settembre
1943 arrivarono a Milano Francesco Scotti ed Egisto Rubini, col compito di organizzare la lotta armata contro tedeschi e fascisti.
Gappista a Torino e Milano
Nel settembre del 1943 Giovanni Pesce è tra gli organizzatori dei G.A.P.
a Torino; dal giugno del 1944 assume a Milano, dopo l'arresto e la morte di
Rubini a San Vittore, il comando della 3ª G.A.P. Rubini. Con il suo arrivo
nel capoluogo lombardo e il risveglio dell’attività gappista, si scatena una lotta
senza quartiere ai nazifascisti, attraverso attentati, colpi di mano, sabotaggi,
esecuzioni di spie e di torturatori.
Dopo essere stato inviato a organizzare la lotta clandestina nella Valle
Olona, Giovanni Pesce torna a
Milano e rimane alla guida dei
gappisti dal dicembre 1944 sino alla
Liberazione. A guerra finita gli viene
conferita la medaglia d’Oro al valor
militare consegnatagli direttamente
da Umberto Terracini, senatore della
Repubblica e Presidente dell’Assemblea Costituente. Nella motivazione
della Medaglia d'oro al valor militare concessa a "Visone" (questo il
nome di battaglia di Giovanni Pesce,
autore del bel libro “Senza tregua”), si
legge tra l'altro «Ferito ad una gamba
in un'audace e rischiosa impresa contro
la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e
fascisti, riusciva miracolosamente a
sfuggire alla cattura portando in salvo
un compagno gravemente ferito… In
pieno giorno nel cuore della città di
Torino affrontava da solo due ufficiali
tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi
di pistola, ne uccideva altri due accorsi
in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto
a terra fronteggiava coraggiosamente
un gruppo di nazifascisti che apriva
intenso fuoco contro di lui, riuscendo a
porsi in salvo incolume…». Il 14 Luglio
1945, giorno della presa della Bastiglia,
si sposa con Nori Brambilla, sua inseparabile compagna, che Giovanni ha
conosciuto nella 3ª Gap, da lui diretta.
Nell'ANPI
Nel dopoguerra Giovani Pesce
continua la sua attività nel PCI dove
svolge incarichi legati alle tematiche
resistenziali sino allo scioglimento del
partito, iscrivendosi successivamente
a Rifondazione Comunista di cui ha
fatto parte sino alla sua scomparsa.
Consigliere comunale a Milano dal
1953 per oltre dieci anni, Giovanni
Pesce è stato Presidente dell’AICVAS
(Associazione Italiana Combattenti
Antifascisti di Spagna), esponente
autorevole del Comitato nazionale
dell’ANPI sin dalla sua costituzione e
Vicepresidente Provinciale dell'ANPI,
nonchè
Presidente
dell'ANPPIA
di Milano e Presidente Onorario
dell'ANPPIA Nazionale.
Chi ha conosciuto la tenacia e la
passione di Giovanni Pesce sarà
difficile che dimentichi il suo fondamentale contributo all’arricchimento
e alla conservazione della memoria
storica, memoria che diventa cultura
e quindi patrimonio di un popolo,
della storia di una comunità. Nella
sua azione e nei suoi scritti ha sempre
richiamato il movimento democratico alla necessità di una forte presa
di posizione a fronte della sempre
più preoccupante ondata revisionistica che da anni si sta abbattendo sul
nostro Paese, esortando nel contempo
all’iniziativa e alla necessità di una
ferma e urgente mobilitazione antifascista. Instancabile è sempre stato
il suo impegno per tramandare alle
giovani generazioni, con le quali è
sempre riuscito a stabilire uno straordinario rapporto, il testamento dei
Combattenti per la Libertà, i valori in
nome dei quali essi lottarono, sacrificando le loro giovani vite. Per questo
non smetteva mai di andare nelle
scuole a parlare con gli studenti.
Quando raccontava ai ragazzi squarci
della sua vita complessa e ricca di
contenuti, suscitava immediatamente
la loro attenzione tanto che potevano
stare delle ore ad ascoltarlo. «Se oggi
siamo liberi – amava ripetere - è perché
allora abbiamo combattuto». Tino
Casali, allora Presidente dell’ANPI
Provinciale di Milano, in un’affollata assemblea svoltasi il 18 settembre
2007, dopo la scomparsa di Pesce,
nella storica sede dell’ANPI di via
Mascagni, così ricordava Giovanni
Pesce: «Sei stato uomo di parte, fiero
di esserlo, come di parte sono gli uomini
costretti a scegliere e quindi a prendere posizione in un momento cruciale
per la storia nazionale. Scelta che fu
per la libertà, scelta che facesti per
tutti; scelta che diviene chiara e pienamente compresa attraverso i tuoi
scritti. La tua vita ha espresso una
chiara eticità che contraddistingue gli
uomini onesti, leali ed intransigenti.
Moneta rara in tempi così difficili e
confusi». Rimangono indelebili la
sua onestà intellettuale, la modestia
e ironia e, a volte, il suo scanzonato
modo di affrontare anche questioni
importanti; la sua incessante passione
di combattente per la libertà e per la
politica, intesa nel senso più alto del
termine.
La Spagna nel cuore
Pesce amava ricordare, tra i periodi più significativi della propria vita, quello
trascorso in Spagna, con le Brigate Internazionali, impegnate nella guerra
contro Franco e il nazifascismo.
Nel libro-intervista di Giannantoni e Paolucci Giovanni Pesce “Visone” un
comunista che ha fatto l’Italia, Pesce dichiara: «In Spagna ero un povero minatore
che andava a combattere a fianco di tanti volontari italiani e stranieri. Gente che
aveva lasciato la propria famiglia, genitori, fratelli, mogli e figli, gente che aveva
gettato nella lotta la propria vita per quella di un altro popolo in grave difficoltà.
Una storia altissima. Questa esperienza mi diede forza ideale, mi fece capire cosa
fossero in concreto i valori della solidarietà, dell’umanità, dell’amicizia che a quei
livelli non mi capitò mai di poter ritrovare né rivivere. Nella Resistenza eravamo
tanti gruppi diversi, io ho fatto il gappista spesso da solo, anche se alle spalle avevo
il Partito e il comando garibaldino. Ma era cosa diversa, l’afflato umano era minore.
La Spagna ha rappresentato invece il richiamo per eccellenza ai più alti ideali di
tutto il Novecento. Una storia che ha unito le persone più diverse in un comune
percorso ideale. E’ stata l’ultima grande epopea del secolo breve». 2)
E all’intervistatore che nel libro gli chiede cosa direbbe ad un giovane diciottenne per orientarlo politicamente e moralmente in un Paese come è oggi l’Italia,
Pesce risponde: «Gli direi quello che hanno detto a me allora,. di avere fiducia e di
coltivare la speranza. La fiducia si conquista con la lotta quotidiana ma è anche
una fede; la speranza è il motore che ti fa andare avanti. Ricordo che quando facevo
il gappista, soprattutto nel periodo di Torino, solo in casa, al limite della disperazione, compreso nei pensieri dell’azione che avrei dovuto compiere, sopravvivevo
perché ero fiducioso e perché speravo che la lotta un giorno si sarebbe conclusa
vittoriosamente». E conclude: «Ho ancora fiducia e speranza. Ho vissuto sempre
così e morirò così».
1) Comitato per le celebrazioni del XX Anniversario della Resistenza (a cura
di), La Resistenza in Lombardia, Labor, Milano, 1965;
2) F. Giannantoni, I. Paolucci, Giovanni Pesce “Visone” un comunista che ha
fatto l'Italia, Arterigere, Varese, 2005;
3) F. Giannantoni, I.Paolucci, op. citata
Nori Brambilla sotto un murales dedicato a Giovanni “Visone” Pesce
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Luoghi della Memoria
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Luoghi della Memoria
Ponza e Ventotene:
è qui che i confinati organizzano la Resistenza
di Elisabetta VILLAGGIO
L
a bellissima isola di Ponza, che Folco Quilici definì tra le più incantevoli del mondo, si affaccia nel Mar
Tirreno di fronte al golfo di Gaeta. Un lembo di terra stretto e lungo, che raggiunge poco di più di sette chilometri nel suo punto più lungo e due nel punto di massima larghezza, circondata da un mare i cui colori vanno
dall’azzurro chiaro al blu notte e al verde-grigio. Questo luogo incantato è stato la dimora di alcuni confinati.
Già all’inizio del secolo scorso, intorno al 1910, arrivarono i primi: libici catturati durante la guerra d’Africa.
Durante la Prima Guerra Mondiale furono mandati al confino prigionieri politici sospettati di essere vicini alla Germania
o l’Austria e tra il ’21 e il ’28 vennero mandati militari in punizione.
È con il 1928 che l’isola inizia ad avere una vera e propria colonia di confino politico assieme alla vicina Ventotene. Molti
di loro, all’epoca giovani socialisti o comunisti lontani dal regime, divennero poi famosi. Tra il 1928 e il 1943, le due isole
pontine, a un braccio di mare da Formia e Gaeta, ospitarono il gotha dell'opposizione al regime fascista: Sandro Pertini,
Pietro Nenni, Luigi Settembrini, Giorgio Amendola.
In quegli anni sbarcarono circa 4.400 confinati politici (2.100 a Ponza e 2.292 a Ventotene) e vi trascorsero periodi a
volte molto lunghi, pagando così la loro opposizione al fascismo. L’ironia della sorte fu che, per undici giorni, dal 27 luglio
al 7 agosto 1943, dopo la caduta del regime, anche Benito Mussolini è relegato a Ponza. In quegli stessi giorni c’è anche
Nenni. Mussolini e Nenni erano diventati amici nel 1911: dopo aver partecipato a una manifestazione contro la guerra in
Libia, avevano condiviso la stessa cella nel carcere di Forlì. Benito, romagnolo di Predappio, ha 28 anni, socialista massimalista, è figlio di un fabbro; Pietro, romagnolo di Faenza, 20 anni, repubblicano, è cresciuto in un orfanotrofio.
Trent’anni dopo si rivedono. È luglio 1943 quando Nenni apprende dal maresciallo Lambiase una notizia sbalorditiva:
Mussolini sta per essere trasferito dai carabinieri proprio lì, su quell'isola di reietti. Nenni si affaccia, scopre che è tutto vero
e annota sul diario: “Dalla finestra della mia stanza ora vedo col cannocchiale Mussolini: è anch'egli alla finestra, in maniche di camicia e si passa nervosamente il fazzoletto sulla fronte. Scherzi del destino! Trenta anni fa eravamo in carcere
assieme, legati da un’amicizia che paresse sfidare le tempeste della vita, oggi eccoci entrambi confinati nella stessa isola:
io per decisione sua, egli per decisione del re”. E anni più tardi proprio Edda Ciano racconterà a un giovane Zavoli: «A quei
due li legava la Romagna, la povertà, la testa dura. E la galera». Racconterà Sandro Pertini ciò che successe nella redazione
dell’Avanti!, il 28 aprile 1945, quando arrivò la notizia della fucilazione di Mussolini: «Nenni aveva gli occhi rossi, era molto
commosso, ma volle ugualmente dettare il titolo: Giustizia è fatta». Su questo argomento è stata realizzata l’opera teatrale,
“Confinati a Ponza” da un’idea di Francesco Maria Cordella, che la dirige e la interpreta, e che sarà riproposta il prossimo
inverno. «L'idea è venuta un anno fa quando, tornando a Ponza, seppi della morte, avvenuta nel 2012, a 104 anni, della signora
Luisa De Luca. Era stata per anni a contatto dei confinati, da Pertini a Nenni. La signora ha aiutato molto Nenni che era arrivato in condizioni tragiche. Era una donna con un grandissimo cuore che aiutava come poteva i confinati», racconta Cordella.
L'isola di Ventotene negli anni Trenta
Contattiamo Salvatore Spignesi, il terzogenito della signora De Luca. Salvatore è un
arzillo ottantenne che ricorda quel periodo,
anche se aveva solo 5-6 anni.
Signor Spignesi cosa ricorda di quel periodo?
Ero piccolo, ricordo solo poche cosette. Mi
ricordo di Amendola che mi teneva sempre con
lui, mi chiamava il cicchitto, e questo nome mi
è rimasto. Ogni tanto mi mandava a comprargli
noci o fichi secchi. C’era Pertini, si era fidanzato
con una ragazza di Ponza, Giuseppina Mazzella,
che poi è andata in America. (La signora
Mazzella, tornando in Italia, incontra Pertini
negli anni ’70 quando lui era Presidente della
Camera. In una conferenza a Ponza di qualche
anno fa racconta che la sua famiglia si oppose a
quell’unione e lei era sempre controllata e pedinata. ndr)
Foto di gruppo dei confinati a Ventotene nel 1940
Com’erano i confinati e che rapporto avevano con i ponzesi?
Erano brave persone che non davano fastidio. Erano gentili e mia madre era la
loro cuoca. Mio padre e mia madre li dovevano sorvegliare. Quando arrivavano i
familiari da fuori a trovarli mio padre chiudeva un occhio.
Sua madre le raccontava qualcosa?
Mia madre raccontava sempre a chi piaceva la cucina così a chi colà. Ha cucinato anche per Mussolini che le diede una lettera da dare al parroco Don Luigi
Dies. Dentro, oltre la lettera che chiedeva una messa per il figlio Bruno caduto in
guerra, c’erano mille lire. Ce l’ho ancora la lettera e dice:
«Sono Benito Mussolini e non per mia volontà mi trovo a Ponza, le accludo mille lire
e le chiedo di fare una messa in suffragio di mio figlio Bruno».
Al momento dell’arrivo, i confinati ricevevano un libretto rosso sul quale erano
indicate le regole del confino.
I confinati giungevano a Ponza e a Ventotene a piccoli gruppi, incatenati fra loro.
L’impatto con la nuova vita era devastante. Oltre alla promiscuità nei cameroni,
si dovettero adattare alla precarietà dei rifornimenti, alle angherie dei militi,
alla mancanza di comunicazioni, alla fame e alla noia. Nonostante le privazioni, i
confinati organizzarono biblioteche, mense autogestite, attività artigianali, corsi
di studio.
A Ponza e a Ventotene si formò una parte rilevante della classe politica che
avrebbe fatto la Resistenza e sarebbe stata protagonista della Repubblica.
A Ponza, che assieme a Lipari fu la prima colonia di confino politico istituita dal
regime mussoliniano, vi transitò anche Giorgio Amendola, che dedicò a questa
esperienza un celebre libro, L’isola, da cui il regista Carlo Lizzani ricavò uno
sceneggiato televisivo.
Giorgio Amendola, arrestato nel giugno del 1932, mentre era in missione clandestina a Milano, non fu processato e fu mandato, senza processo, al confino
nell'isola di Ponza dove, il 10 luglio1934, si sposò civilmente con la sua fidanzata
francese, Germaine Lecocq. Scriveva Amendola:
«Mi sorprende, oggi, ricordare come sopportai agevolmente quella condizione per
me innaturale, col mio carattere espansivo ed estroverso. Mi organizzai la giornata.
Ordinai subito Il capitale, La divina commedia, e fu la prima lettura accurata
di quel libro ricco di passioni umane e
civili, del padre della nostra letteratura.
Ordinai pure un manuale di ginnastica
da camera. Germaine manifestò subito
la sua volontà di ottenere il permesso
di raggiungermi e di sposarmi. Invano
le prospettai le difficoltà della vita al
confino. Sotto un’apparente remissività c’era in lei una forza di volontà
che si manifestava nelle cose essenziali,
una durezza interna anche, la capacità
di saper attendere, pur di raggiungere
quello che aveva deciso. L’amore non si
misurava, per lei, nella molteplicità dei
rapporti, valutabili quantitativamente,
ma nella loro qualità, intensità, profondità. Romanticismo? Può darsi. Per me
non è un’offesa».
Il confino a Ponza nonostante la
bellezza del luogo fu duro non solo
per i confinati ma anche per gli isolani
stessi perché durante la guerra non
arrivavano più rifornimenti di viveri
dalla terra ferma a causa dei continui
bombardamenti degli inglesi alle navi
che varcavano quel tratto di mare.
Oggi il luogo dove furono relegati i
confinati, sotto la Torre dei Borboni, è
stato trasformato in albergo.
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Personaggi
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Personaggi
Mariano Girotti: l’indomito antifascista conosciuto
come “il Lupo dell'Appennino”
di Alberto DI MARIA
I
n questi tempi in cui, in particolare nella politica, si registra una profonda crisi di credibilità e la carenza di figure di riferimento, può essere una
buona idea rivolgere lo sguardo al passato e interrogare la Storia affinché ci restituisca vicende esemplari, anche di personaggi meno noti, che possano ridare
fiducia e rappresentare modelli di virtù per chi è deciso ad impegnarsi seriamente nella cosa pubblica. Vicende come
quella di Mariano Girotti, nato nel 1882
a Castiglione dei Pepoli, un piccolo ma
importante centro della provincia bolognese, precisamente incastonato sulle
pendici dell'Appennino tra la regione emiliana e quella toscana.
La storia politica di Mariano Girotti,
come ha raccontato lui stesso allo storico
Luciano Bergonzini, inizia nella primavera
del 1896 quando assistette, giovanissimo, a
una «marcia della fame» di alcuni abitanti
di Baragazza, una frazione di Castiglione,
che «con uno straccio rosso per bandiera»
assalirono i forni del pane del capoluogo,
per poi essere duramente repressi dalla
forza pubblica. Erano gli anni della crisi
che colpì l'Italia di fine Ottocento, quando
disoccupazione, carovita e malattie provocarono gravi disordini come a Milano
dove, nel maggio del 1898, il generale
Bava Beccaris diede l'ordine di sparare
sulla folla, rendendosi responsabile di
un centinaio di morti e di un migliaio di
feriti. Castiglione era in quel periodo
un paese governato da alcuni signorotti,
responsabili di una gestione privatistica
del comune e inamovibili dalle proprie
posizioni di privilegio, garanti di quella
rete clientelare che assicurava al deputato
liberale del collegio di riferimento un sicuro bacino voti. Notabili protagonisti di
abusi come il far pagare la concessione del
passaporto per l'interno, indispensabile
per andare fuori del comune per lavoro,
una scelta obbligata per le famiglie meno
abbienti di una montagna povera di superfici coltivabili, che sopravvivevano grazie
alle rimesse dell'emigrazione stagionale.
Tuttavia, fu proprio grazie alle migrazioni stagionali che giunsero in montagna
gli esempi e le idee fondamentali del socialismo che altrove era già una realtà diffusa.
In quegli anni infatti, il Partito socialista
italiano (Psi) di Andrea Costa e Filippo
Turati, fondato a Genova nel 1892, era in
piena ascesa soprattutto nell'area padana
dove sviluppò un particolare legame con
il bracciantato, base decisiva per le sue
prime affermazioni elettorali. Non a caso
storici come Guido Crainz o Maurizio
Degl'Innocenti, hanno più volte sottolineato come la componente rurale sia stata un
fatto peculiare del socialismo italiano, con
pochi eguali se non, per certi versi, unico
in Europa per dimensioni.
La penetrazione e l'espansione dell'economia capitalistica nelle campagne
padane, negli anni Ottanta dell'Ottocento,
aveva portato a una radicale proletarizzazione del lavoro contadino e ad un generale
peggioramento delle condizioni di vita dei
braccianti che furono motivo di una progressiva crescita di coscienza dei propri
diritti e causa scatenante - a partire dai
moti de «La boje!» del 1884 e del 1885, con
epicentro il Polesine - dell'antagonismo
Foto segnaletica dal CPC di Mariano Girotti
dei lavoratori delle campagne. Si cominciarono a sperimentare la cooperazione di
lavoro per scongiurare disoccupazione ed
emigrazione; a immaginare nuove forme
di rappresentanza sociale ed economica,
le leghe di mestiere; e ad avanzare piattaforme rivendicative che ammettevano il ricorso allo sciopero. Si presero le distanze,
nota lo storico Renato Zangheri, dalla
«rivolta disordinata e senza speranza».
Questo modelli si estesero per contagio,
raggiungendo anche le popolazioni delle
montagne dell'Appennino e di paesi come
Castiglione dei Pepoli dove, abbiamo visto,
cominciarono ad essere sventolati i primi
«stracci rossi». La genesi del movimento
socialista di Castiglione fu scandita da
alcune date significative tutte legate alla
figura di Mariano Girotti: nel 1898 nacque per sua iniziativa la prima sezione socialista del paese; nel 1906 la cooperativa
di consumo di cui fu il primo presidente;
nello stesso 1906 fu eletto consigliere
comunale ed era la prima volta che un
socialista entrava in comune. Come amministratore si impegnò in battaglie come
quella per l'assistenza sanitaria, quella
per l'estensione dei servizi essenziali
alle frazioni del paese, e nell'incessante
opera di denuncia della sovrapposizione
tra gli interessi pubblici e quelli privati
dei notabili che fino a quel momento avevano governato indisturbati il paese. Di
pari passo con l'attività politica, lungo il
primo decennio del Novecento, Mariano
Girotti – da allora noto come “il lupo
dell'Appennino” - si impegnò anche
nell'attività sindacale, organizzando i
lavoratori di due importanti cantieri pubblici del castiglionese: quello della strada
provinciale tra Castiglione e Camugnano
e quello dell'imponente diga delle Scalere.
L'attivismo mise inevitabilmente al centro
delle attenzioni delle autorità colui che nei
rapporti di polizia veniva definito in modo
sprezzante il «capo del partito socialista
di Castiglione dei Pepoli e di un gruppo di
giovinastri del luogo». Innumerevoli le denunce e le condanne subite: per ingiurie,
oltraggio, affissione abusiva di manifesti,
manifestazione non autorizzata, disturbo
alla quiete pubblica, schiamazzi notturni,
rissa, resistenza e violenza; fino a quando,
nel giugno del 1910, fu proposto per l'ammonizione giudiziaria, uno strumento di
restrizione delle libertà personali, spesso
utilizzato per impedire l'attività di personaggi ritenuti pericolosi per l'ordine
sociale e politico. La proposta, che il periodico socialista “La Squilla” definiva una
«canagliata poliziesca» volta a sanzionare
l'attività politica di un'«anima bella d'impulsi generosi e di fede», fu tuttavia respinta
dal Tribunale di Bologna. Puntualmente
riconfermato nella carica di consigliere in
tutti gli appuntamenti elettorali, la svolta
nella carriera di amministratore avvenne
nel marzo del 1916 quando, in circostanze
eccezionali, fu nominato sindaco del
paese. Nel luglio 1915 infatti, con l'Italia
in guerra da pochi mesi, l'allora sindaco
di Castiglione, convinto interventista,
si dimise per rispondere alla chiamata
alle armi. Il paese rimase senza guida
per diversi mesi fino a quando Girotti fu
designato dal consiglio come successore.
Unico consigliere socialista del comune,
la sua nomina ebbe del sorprendente.
Tuttavia, come rilevato dall'allora sottoprefetto di Vergato, la tragica situazione economica del comune, aggravata dalla guerra, richiedeva che l'amministrazione comunale
fosse consegnata in mani esperte e Girotti, «il più capace degli amministratori», sembrò
l'unica scelta possibile». Sicuramente l'esperienza acquisita come presidente della cooperativa di consumo faceva di lui la persona più adatta per gestire una questione di cruciale
importanza: il contenimento della spesa e il concentramento delle risorse economiche
sul reperimento degli approvvigionamenti destinati alla popolazione.
Durante la Grande guerra furono soprattutto gli amministratori socialisti, laddove
governavano, ad affrontare con maggiore decisione i vari problemi riguardanti i consumi
e l'assistenza alla popolazione. Bologna si distinse per le coraggiose iniziative prese dal
primo cittadino Francesco Zanardi: il «sindaco del pane» concentrò l'azione del suo governo sul versante dell'entrate, rivedendo le aliquote in senso progressivo, come da tradizione del «municipalismo popolare», per finanziare provvedimenti e iniziative sociali a
favore dei ceti popolari più deboli, maggiormente colpiti dalle conseguenze del conflitto.
Come Zanardi a Bologna, anche Girotti a Castiglione s'impegnò personalmente nel
reperimento e la distribuzione di granaglie tra la popolazione. Per tutto il suo mandato
il sindaco socialista riuscì a controllare le proteste sulla scarsità del pane, anche grazie
all'autorevolezza riconosciuta dalla popolazione, tanto che in quegli anni Castiglione fu
uno dei pochi paesi del circondario nei quali non si verificarono agitazioni e manifestazioni di protesta contro la guerra, mentre altrove si registrarono spesso scontri con le
forze dell'ordine, sassaiole contro le case dei possidenti e invasioni di municipi.
Nel primo dopoguerra Girotti aderì alla corrente massimalista del PSI, si dimise
dalla carica di sindaco e, nel «biennio rosso», organizzò le manifestazioni di protesta
dei disoccupati del castiglionese che chiedevano di essere impiegati nei nuovi cantieri
del Brasimone e in quelli della Grande Galleria dell'Appennino, imponente opera parte
del tracciato della Ferrovia Direttissima tra Bologna e Firenze. L'impegno gli valse il
trionfo personale alle elezioni amministrative dell'autunno 1920, in seguito alle quali fu
eletto consigliere provinciale a Bologna e nuovamente sindaco di Castiglione, nominato
da una lista socialista che aveva raccolto quasi il 94% dei consensi. Pochi mesi dopo fu
il delegato dei socialisti castiglionesi al congresso di Livorno. In autunno aveva aderito
alla circolare Marabini-Graziadei e al congresso fu tra coloro che uscirono dalla sala del
Teatro Goldoni e, intonando l'Internazionale, si recarono al Teatro San Marco per dare
vita al Partito Comunista d'Italia (PCdI). Nell'aprile del 1921, nel pieno dell'ondata
di violenza scatenata dallo squadrismo fascista, si tennero le elezioni politiche. Quelle
del 1919 avevano visto una straordinaria affermazione del PSI. L'esito delle elezioni non
modificò sostanzialmente lo scenario politico del paese, sostanzialmente ingovernabile
se non attraverso alleanze impossibili tra le principali forze del paese: socialisti, popolari
e liberali. Novità assoluta in Parlamento furono i 35 deputati fascisti, tra i quali Benito
Mussolini. Anche nella provincia di Bologna - dove Mariano Girotti, candidato nella lista del PCdI, con sole 1040 preferenze ricevute non riuscì ad essere eletto in Parlamento
- l'esito della consultazione elettorale, nonostante le gravi violazioni della libertà di voto
e l'atmosfera di terrore nel quale si era svolta, non mutò gli equilibri. Fu allora che i
fascisti decisero di mettere in atto una seconda ondata di violenze nella provincia rurale.
Castiglione dei Pepoli, località fino a quel momento non raggiunta dalla violenza delle
squadre d'azione, divenne un importante obiettivo per i fascisti, interessati a sostituirsi
ai sindacati “rossi” nella rappresentanza dei lavoratori disoccupati nella loro battaglia
per essere assunti nei cantieri della Direttissima. Nell'estate del 1921 gli agguati fascisti
a Castiglione culminarono il 29 agosto in un grave fatto di sangue avvenuto a Baragazza
dove, in seguito al ferimento di un militante socialista e alla morte della moglie di uno
degli autori del ferimento, un noto squadrista bolognese, le rappresaglie delle squadracce
di Peppino Ambrosi con le forze dell'ordine conniventi furono violentissime.
In seguito ai «fatti di Baragazza» i 27 arrestati, tutti socialisti e comunisti, subirono
nella primavera del 1923 una sentenza politica che li condannava a più di trecento anni
di carcere in totale. Nei primi giorni del settembre 1921, il movimento socialcomunista
di Castiglione si sfaldò completamente perché in molti scapparono, la maggior parte
diretti in Francia, per sfuggire ai propositi di vendetta dei fascisti. Girotti, si rifugiò a
Firenze, dove in novembre gli fu notificato un decreto regio che lo destituiva dalla carica
di sindaco di Castiglione, perché ritenuto
responsabile di avere sobillato «le masse
con ogni sorta di veleni», di averle influenzate con «uno spirito rivoluzionario altissimo» e di avere fatto «propaganda contro i
poteri dello Stato». Nei primi mesi del 1922,
Girotti fece ritorno a Castiglione ma la sua
presenza non fu tollerata dai fascisti di
Castiglione: i vecchi notabili liberali che
avevano indossato la camicia nera e i loro
rampolli. La sua casa fu ininterrottamente
assediata, i suoi familiari minacciati e
intimiditi, mentre i fascisti inscenavano
manifestazioni di protesta.
Nel febbraio del 1922 l'ex sindaco, anche
per volontà della famiglia, lasciò definitivamente Castiglione dei Pepoli e l'Italia.
Poco meno di un anno dopo, nell'ottobre del 1922, con la Marcia su Roma,
Mussolini si insediò al governo. Negli anni
Venti e Trenta, Girotti visse in Francia e
in Belgio per poi stabilirsi a Nizza. Con lo
scoppio della Seconda guerra mondiale,
fece ritorno in Italia ma gli fu impedito di
dimorare a Castiglione. Si stabilì prima a
Roma e poi a Bologna, dove fu un punto di
riferimento costante per i partigiani della
celebre Stella Rossa-Lupo che operavano
nel castiglionese, a ridosso della Linea
Gotica. Nel secondo dopoguerra tornò
a Castiglione dove, all'inizio degli anni
Cinquanta, come a chiusura di un cerchio
rimasto per troppo tempo aperto, fu eletto
nuovamente sindaco del paese, a distanza
di circa trent'anni dalla sua destituzione,
avvenuta per decisione di un governo e di
una monarchia che si dicevano liberali ma
che cedettero al ricatto dello squadrismo
fascista. Rimase in carica oltre dieci anni,
fino a poco tempo prima della sua morte
avvenuta nel 1963.
Mariano Girotti tra la gente
di Castiglione dei Pepoli
Italia smemorata
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Personaggi
Storia di un fiero antifascista, Claudio Cecchi, pesarese cultore degli ideali di giustizia
COSÍ SCONFIGGEMMO I NAZISTI NELLA BATTAGLIA DI PARAVENTO
SIAMO INVASI DAI SIMBOLI DEL FASCISMO
EPPURE FACCIAMO FINTA DI NON VEDERLI
Foto e testo di Alessandro VECCHI
di Filippo SENATORE
Q
uando un uomo proviene da una famiglia adamantina
educata alla scuola della lealtà e del dovere non possono
sorgere in lui che atti di slancio e giustizia.
Claudio Cecchi era un ragazzo che aveva visto la fulgida carriera diplomatica del padre Igino dissolversi di fronte al dissenso aperto verso il regime di Mussolini pagato duramente con la
prigione e l’esilio. La sua solida passione etica si forgiava nelle avversità familiari conservando quel carattere pieno di slanci e di entusiasmi per un mondo migliore. La sua adesione alla
Resistenza partigiana nelle Brigate Garibaldi costituì l’approdo naturale di un sentimento morale. Nato a Pesaro il 20 gennaio 1922 (ivi morto nel 2013) Claudio apparteneva ad una gioventù
che aspirava alla conquista del sapere e all’amore per i vinti.
Ne suo diario Cronistoria della mia vita (1922- 1950) Cecchi
descrive e decifra quel mondo spezzato dal fascismo, attraverso
diari e saltuari appunti suoi e dei famigliari più cari. Si ha un
senso di sgomento nel vedere un giovane affrontare la vita senza
lasciarsi prendere dal disincanto. Il 19 giugno 1944 una piccola
squadra del distaccamento Pisacane, guidata dal commissario politico Claudio Cecchi ebbe uno scontro a fuoco con un automezzo
tedesco nella zona di Acquaviva di Cagli. I tedeschi erano in ricognizione per trovare un posto dove far acquartierare un'unità
di alpini (Alpenjäger) della V divisione di montagna in sosta nella
zona di Cagli, probabilmente destinata a potenziare la difesa sulla
Linea gotica. Un germanico fu ucciso, un altro, ferito, riuscì a
fuggire e altri due furono fatti prigionieri dai partigiani. Un’unità
motorizzata partita da Cagli portò uomini e armi in prossimità
dell’accampamento partigiano situato su un costone del Catria
che dominava la valle, in località Paravento.
Claudio Cecchi, protagonista di quei fatti così ricorda: «L'arrivo dei tedeschi fu fulmineo. Dopo meno di un paio di ore, intorno a mezzogiorno, scorgemmo a valle lungo la strada una lunga colonna motorizzata proveniente da Cagli, costituita da numerosissimi camion e vetture
militari. In breve tempo il reparto ci fu sotto, e subito iniziò lo scontro al quale nel frattempo ci eravamo frettolosamente preparati. Loro, vicini e
protetti da un ciglio roccioso, noi, una quarantina, con a disposizione una mitragliatrice Breda, un mitragliatore, qualche fucile e alcuni Sten. Più
dietro, utilizzato sotto stretta sorveglianza nei preparativi necessari per un eventuale o improvviso ordine di ripiegamento, avevamo un gruppo
di una trentina di persone, diciannove delle quali appartenevano agli organici della Questura di Pesaro, dalla quale avevano preso prudentemente il largo. Si erano presentate in due tempi, parte il 14, parte il 15, portando seco due motofurgoni Benelli, la mitragliatrice, dei moschetti,
dei caricatori e del vestiario. Asserendo lealtà, chiedevano protezione nel verosimile intento di precostituirsi qualche merito in previsione di una
non lontana liberazione della città.
Il combattimento, durissimo, si svolse con nostra ferma resistenza fino a quando cioè l'oscurità costrinse finalmente i tedeschi a ritirarsi (quel
pomeriggio estivo ci sembrò assai più lungo di quanto già non fosse). Così si concluse vittoriosamente quella memorabile giornata che segnò il
nostro primo successo. I partigiani cercarono di arretrare per sfuggire all’accerchiamento e trovare una nuova posizione di difesa. «Occorreva,
perché riuscisse, infatti effettuare un'operazione molto ordinata e composta, che non facesse trapelar nulla dei nostri movimenti e nel contempo
non lasciasse tracce capaci di dar adito a un'impressione di sbandamento. Dovevamo non solo provvedere allo sgombero di quanto c'era nell'accampamento ma altresì contenere il più a lungo possibile l'avversario onde consentire lo svolgimento sicuro della nostra manovra. Questo compito, ce lo assumemmo io come commissario politico, e due compagni che si offrirono coraggiosamente a restare con me: io alla mitragliatrice
Breda di nuovo acquisto, uno dei due armato di uno Sten, l’altro di un fucile. Eravamo fortunatamente provvisti di un sufficiente quantitativo di
munizioni. Lo spostamento del distaccamento e del gruppo di civili, favorito dal bosco sul limitare del quale ci eravamo costruiti il nostro piccolo
villaggio (costruito con tronchi d'albero, con rami frondosi e pelliccia di prato) e dalla buona conoscenza del luogo grazie alla presenza di alcuni
compagni di Cantiano e di Chiaserna, riuscì perfettamente. Col successo quasi in pugno, i tedeschi non seppero sfruttarlo. Molto critica si era
fatta invece la situazione di noi tre. Non so come riuscimmo a cavarcela, ma tenemmo duro per oltre mezz'ora, fino a quando, cioè, giudicammo
che il nostro reparto fosse al sicuro. Nel momento di lasciare la postazione, che era quello di maggior pericolo perché non più difesa, fummo a un
tratto avvolti ed occultati da una nube così fitta che, se da un lato scomparimmo del tutto alla vista del nemico, dall'altro ce ne insorse qualche
difficoltà di movimento e il rischio di qualche brusco quanto mai indesiderato incontro. Appesantiti com'eravamo dai nostri fardelli, vagammo
a lungo perduti nel bosco fino a quando ci accolse per la notte un piccolo capanno (…). All'alba la giornata si presentava serena. Riprendemmo
il cammino e nella tarda mattinata raggiungemmo finalmente il distaccamento che trovammo integro in località Pian d'Ortica, nella sella tra le
due vette del monte Catria. Si era molto temuto che fossimo stati uccisi o catturati e rivederci fu di grande sollievo per tutti ».
Giunse sul posto una delegazione di quattro persone capeggiata da un prete, con la notizia che i germanici, per rappresaglia
alla perdita di tre uomini (il sottufficiale morto e i due soldati
catturati), avevano preso in ostaggio a Cagli trenta persone che
sarebbero state fucilate se non avessero liberato i due militari.
Cecchi mandò a dire ai teutonici, attraverso la delegazione, che
i due prigionieri essendo austriaci si consideravano vittime del
nazismo e avevano deciso di passare le linee per ricongiungersi
agli alleati. Cecchi non cedette al ricatto e dopo alcuni giorni
giunse la notizia del rilascio. Il Pisacane si ricongiunse al resto
della brigata. Cecchi ebbe l’affidamento del comando dell’intero
I battaglione, di cui il Pisacane era solo uno dei distaccamenti,
insieme al Fastiggi e al Gramsci.
Claudio Cecchi in questa azione partigiana utilizzò le sue conoscenze (parlava in modo impeccabile il tedesco ) e una raffinata tattica, usata magistralmente nei momenti di grave pericolo.
Così con poche armi e uomini risolse a favore della sua brigata
l’esito della battaglia. Fatti memorabili che ricordano episodi
omerici dove gli eroi, scaltri e senza macchia, vincono le più belle
battaglie della vita.
Bassorilievo di Mussolini a cavallo a Palazzo Uffici. Eur, Roma
La maggior parte di noi ci passa accanto senza notarli.
Li calpestiamo, li guardiamo. Senza
vederli. Li abbiamo nel centro storico
e nelle periferie, all'ingresso di edifici
pubblici, sui tombini e sulle fontane,
sui lampioni e sui muri, scritti in
latino o in italiano. Alcuni monumentali e sfacciati, altri piccoli e defilati:
i simboli del fascismo, e quelli che al
fascismo inneggiano, riempiono il Bel
Paese. Con “simboli del fascismo”, non
si intende parlare delle architetture
razionaliste presenti in tutto lo stivale,
né dei segni vergati da contemporanei
reazionari che riempiono muri con
spray e cartellonistica nostalgica.
Il riferimento è, invece, a quelle
tracce tangibili del ventennio, giunte
fino a noi, sopravvivendo alla rabbia
popolare, ai reduci, alle associazioni
antifasciste, alle istituzioni, alle comunità ebraiche, al '68, al vandalismo,
alle migliaia di manifestazioni di
stampo antifascista. Sopravvissute
al Tempo e alla Storia: a un tentativo
di Damnatio Memoriae iniziato nel
dopoguerra, e mai completato nell'immediato dopoguerra.
Rimangono lì e, in gran parte, a portata di mano.
L'assenza di volontà nell'affrontare
la questione è evidente. Le tracce del
fascismo sono abbandonate a se stesse
o ristrutturate, senza che vengano
contestualizzate, storicizzate, commentate.
Così troviamo l'obelisco che riporta - a caratteri cubitali - il nome
di Mussolini al Foro Italico di Roma,
dove mosaici esortano al mai morto
“molti nemici, molto onore”, o ricordano chi ha votato la propria vita
alla “causa” con la frase “Duce la nostra giovinezza a voi dedichiamo”.
L'ingresso del comando della polizia municipale di Pomezia, con due
enormi fasci littori a colonne d'ingresso; e, ancora, l'iscrizione che campeggia sul palazzo dell'INA a Piazza S.
Andrea Della Valle a Roma, omaggio
alla guerra d’espansione: 'Italiae fines promovit bellica virtus et novus
in nostra funditur urbe decor'.
In questi ed altri luoghi, come le
decine di paesini italiani che hanno
scelto di restaurare le frasi attribuite
Italia smemorata
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Italia smemorata
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Fascio littorio a Piazza Affari sullo
sfondo il “Dito” di Cattelan un
“saluto fascista mozzato”, Milano
Regionale della Libera Università di
Bolzano. Eccone uno stralcio:
“[...] Storicizzare significa fare in
modo che il Monumento alla Vittoria e
il “duce a cavallo” di piazza Tribunale
appaiano, in forme chiare e inequivocabili, quali segni della loro epoca
storica. Attraverso un’appropriata
opera d’informazione va reso esplicito
il loro spirito totalitario e contrario a
ogni sentimento di umanità: chiunque
vi passi davanti, locale o turista che sia
e soprattutto se giovane, deve immediatamente percepire e avere l’opportunità
di comprendere come tali monumenti
siano figli di un regime, che si è servito
della violenza, del razzismo e della
guerra quali strumenti di potere e che
ha eretto tali architetture per esaltare i
propri inaccettabili fini.”
Lapidi alla stazione centrale di Milano (una ricorda i deportati l'altra i soldati morti nelle guerre coloniali fasciste)
al Duce con tanto di firma in calce, non
un pannello, non una spiegazione, non
uno stimolo all’interpretazione e alla
contestualizzazione storica.
Sono presenti fasci littori persino ai
confini del ghetto di Roma. Ne è piena
la maestosa stazione di Milano: la stessa
che ospita il memoriale della Shoah
“Binario 21” dove campeggiano inoltre,
per la fiera dell'assurdo, due targhe, a
pochi centimetri, divise solo da un gladio (!): una che celebra i fascisti caduti
nella guerra d'invasione d'Etiopia, e l’altra le vittime delle deportazioni appena
citate. Incredibile pensare che quando
posero la seconda, in anni recenti, non
si sia avvertito lo stridio dell’accostamento.
Ogni singolo lampione di
Piazza del Duomo a Milano
è marchiato con 3 fasci e, eccezion fatta per uno di questi
sfondato con un martello(?),
gli altri sono tutti intatti.
Così, diverse scuole italiane
riportano sulle facciate segni inequivocabili: il più impressionante è forse il Liceo
Righi di Bologna, dove è visibile un manipolo di uomini
che si adopera in un virile
saluto romano. D'altronde,
la riprova che il sentore
comune sia intorpidito riguardo a certi temi arriva da
Bari, dove l'università (oggi
Aldo Moro) fino al 2010 era intitolata
a Benito Mussolini.
Sporadicamente si levano voci su
questo o quel caso, ma a oggi difficilmente si è usciti dalla dimensione
locale, come se il fascismo non avesse
interessato tutto il Paese, come se
non fosse tutta la nazione a doverne
affrontare la memoria.
È cronaca degli ultimi giorni la
dichiarazione del Presidente della
Camera Laura Boldrini che a margine di un incontro con i partigiani
ha, in una battuta, auspicato la cancellazione del nome di Mussolini
dall'obelisco del foro italico come se
la soluzione per affrontare il proprio
passato potesse passare per la sua archiviazione, la sua negazione.
Bolzano, al contrario, sembra aver
voluto fare i conti con la propria storia: dal 2014 un percorso didattico e
un'installazione si contrappongono
all'immobilità di quel regime, raccontando attraverso l'epopea stessa del
gigantesco Monumento alla Vittoria,
ora sede del museo, la dittatura fascista prima, e l'invasione nazista poi.
Per giungere a questa soluzione è
stato necessario un appello degli storici della zona, primo tra questi il professor Andrea Di Michele - ricercatore del Centro di Competenza Storia
La soluzione non è, quindi, coprire o
rimuovere, come argomenta lo stesso
Di Michele: “Paradossalmente l’evento
scatenante (che ha spinto alla stesura
dell'appello - ndr) è stato il progetto di
rimozione o copertura dell’intero, gigantesco bassorilievo che si trova in piazza
Tribunale e che comunemente viene
chiamato Il trionfo del fascismo. […]
Pareva ridicolo che a 70 anni di distanza
ci si riducesse a “mettere le mutande” al
bassorilievo, piuttosto che interrogarsi
sui suoi significati, sui motivi della
sua durata, sull’utilizzo dell’arte da
parte del fascismo, sul coinvolgimento
degli intellettuali e via discorrendo. Si
tratta poi di un’opera di uno scultore
sudtirolese che ha un indubbio
valore artistico (e qui sta
il problema con molte delle
eredità del fascismo di pietra, che hanno un valore
artistico che va comunque
considerato). Anche l’idea
di togliere il bassorilievo
per metterlo dove? In un
museo
appositamente
creato che gli avrebbe dato
ben maggiore status? Ci
sembrò fuori tempo massimo. Da qui l’idea di fare
finalmente i conti con il
nostro passato e il nostro
presente architettonico,
approfondendo i problemi
invece che coprendoli o
rimuovendoli.”
Il caso di Bolzano è uno dei pochi arrivato alle pagine di cronaca
nazionale. Secondo il professore, il
'modello Bolzano', seppur eccezionale, potrebbe essere estendibile: “La
situazione locale è sicuramente unica
per l’importanza e l’impatto dell’architettura e della simbologia fascista
e perché questa è sempre stata un elemento di divisione delle due comunità
linguistiche. Questo aspetto non può
ovviamente esserci in una realtà come,
ad esempio, Roma, dove però certo non
mancano i simboli del regime. Credo
effettivamente che il nostro caso sia in
qualche modo “esportabile” o che comunque varrebbe la pena far conoscere
anche al di fuori dell’ambito locale.”
Da Roma gli fa eco Alessandro
Portelli, storico e professore a La
Sapienza:
“Credo si debba decidere caso per
caso, sia in base alla natura dei segni
sia in base al contesto in cui sono collocati. Ma la presa di distanza deve essere
chiara e immediatamente riconoscibile.
Nel caso delle pietre sulle imprese del
regime al Foro Italico ad esempio, la
semplice aggiunta di una che ricorda
il 25 luglio non basta, è praticamente
invisibile.”
(NdR: il riferimento è alle pietre
monumentali, che durante il regime
furono messe al foro italico per
“Obelisco Mussolini” al Foro Italico
Italia smemorata
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raccontarne le tappe, e alle quali ne è
stata poi aggiunta una che, in maniera
didascalica, ne segna l'epilogo.)
È necessario un passo indietro per
provare a comprendere come, dopo
tanti anni, questi simboli siano ancora
visibili e non abbiano subito alcun
intervento, se non di tipo artigianale.
Come prosegue il professor Portelli,
“da parte delle forze democratiche ha
forse prevalso la falsa sensazione per
cui il fascismo è obsoleto e superato e
questi segni sono ormai irrilevanti – se
non addirittura “testimonianze storiche” (che è poi quello che rivendica la
destra). D’altra parte l’antifascismo
non è stato realmente fatto proprio da
molte delle forze di governo, incluse
parti della DC e anche parti del craxismo anni ’80. Da metà anni ’90 in poi
l’Italia è stata governata da coalizioni
esplicitamente anti-antifasciste. [...]
È un intreccio fra complicità, indifferenza, pigrizia. E anche un po’ l’idea
che il fascismo era sostanzialmente
bonaccione, non cattivo come il nazismo...”
Secondo quanto affermato dal
professor Di Michele poi, in riferimento alle targhe presso la stazione
di Milano “[...] in larga misura sono
segni svuotati di significato, incapaci
Facciata del Palazzo Ex Gil a Roma
di richiamare l’attenzione di chi vi
passa davanti. Si tratta di elementi
basati su di una formula comunicativa
che oggi non funziona più. Inoltre c’è
molta ignoranza! Quanti sanno chi ha
condotto le guerre coloniali italiane e
in quali periodi? Dove siamo stati, cosa
abbiamo fatto, con quali mezzi...”
La memoria divisa e l'inerzia sembrerebbero gli elementi che a 70 anni
dalla caduta del fascismo hanno portato l'Italia nella situazione odierna,
in cui i più non si interessano alla
questione, e i pochi attenti sono
trincerati dietro atteggiamenti da
“ultras”, contribuendo a uno stallo e
un unicum all'interno dell'Europa.
Infatti, gli ex paesi sovietici si sono rapidamente sbarazzati di statue e simboli che rimandavano al comunismo,
e sistematica fu la denazificazione in
Germania e Austria. Il 22 giugno 1946
entrò in vigore - non senza resistenze
da parte di partigiani e perseguitati
politici - il Decreto presidenziale di
amnistia e indulto relativo al periodo
dell’occupazione nazi-fascista.
La legge fu proposta dall'allora
Ministro di Grazia e Giustizia e segretario del PCI, Palmiro Togliatti.
L'amnistia - che prese il nome dallo
stesso ministro - comprendeva il
Italia smemorata
condono della pena per reati comuni
e politici, dal collaborazionismo coi
tedeschi fino al concorso in omicidio,
commessi in Italia dopo l’8 settembre
1943. È facile immaginare come in
questo clima, dove è evidente la priorità individuata dal governo di allora,
i segni fisici del fascismo poterono
passare in secondo piano. È forse
qui che risiede dunque l'origine del
fenomeno tutt'oggi visibile o è magari nella totale assenza di memoria
storica e coesione nazionale che si
deve scavare per portarne alla luce le
dinamiche?
Quali che siano le ragioni la speranza è che l'arte, la cultura e la politica sappiano affrontare una volta
per tutte un passato lontano, ma non
lontanissimo, e che non si continui
a fingere di non vederne i segni
tutt'ora presenti nelle pietre e non
solo d'Italia. A onor del vero, anche
Milano si è espressa al riguardo in
modo, però, artistico e irriverente,
che certo non è passato inosservato:
il famoso “dito” di Cattelan (L.O.V.E.)
in Piazza degli Affari rappresenta
infatti una mano intenta in un saluto
fascista, ma con tutte le dita recise,
ad eccezione del medio, risolvendosi
in un invito ben meno violento e volgare dell'originale.
Perché a Bergamo onorano come fosse un eroe
uno squadrista fascista?
di Mimmo FRANZINELLI
La deplorevole vicenda del Lager polacco posto in vendita sacrario della grande guerra – nella Torre dei caduti restaudalle autorità nazionali ripropone le problematiche dei rata e inaugurata lo scorso 24 maggio – il busto di Antonio
luoghi della memoria e della loro valorizzazione, deter- Locatelli, dedicato dallo scultore Giovanni Avogadro all’eminante per la percezione nella società contemporanea di roe della rivoluzione fascista, squadrista nel A1920-22 e poi
episodi epocali che hanno segnato, nel bene o nel male, la podestà della città, vantato infine dal regime quale aviastoria. Le Ferrovie di Stato polacche hanno preannunciato tore caduto nella campagna d’Abissinia (dove sganciò iprite
di voler vendere all’asta (con una valutazione-base di 39.000 sugli indigeni). Assai opportunamente, l’Istituto bergamaeuro) l’edificio adibito a campo di sterminio di Belzec, dove sco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea
ha osservato che «I
nel 1942-44 furono
luoghi raccontano la
uccise centinaia di
storia delle città, ma
migliaia di persone,
anche le loro memoin gran parti ebree.
rie. Ognuno in quanto
La notizia ha sollecittadino è chiamato
vato scalpore e indotto
ad essere responsabile
l’Associazione Naziodella memoria della sua
nale Ex Deportati a
città ed è per questo che
chiedere l’intervento
chiediamo all’Amminidell’Unione Europea
strazione di considerare
per evitare lo scempio.
se non è giunta l’ora
E in Italia? Da noi, il
di fare i conti con la
problema non consiste
memoria di Locatelli,
certo nella (im)possidi guardare alla sua
bile vendita dei Lager
figura storica, al suo
di Trieste e di Bolzano,
significato nella storia
ma in un fenomeno
del fascismo nazioben più insinuante
nale e chiedersi perché
che rivaluta – ripropocontinuiamo a ritenere
nendoli all’attenzione
eroe cittadino un rivodei cittadini – reperti
luzionario
fascista»,
fascistissimi
del
trascurando invece chi
ventennio, restaurati
Simulazione di Piazza della Vittoria a Brescia con il “Bigio”
si sacrificò nella lotta
a spese pubbliche. Due
di Liberazione. Invece di studiare criticamente una storia
casi recenti ed emblematici riguardano Brescia e Bergamo.
A ottant’anni dalla sua collocazione in piazza della Vitto- negativa, la si celebra, riproponendola pari pari.
Uno dei più insidiosi veleni del fascismo è stata l'identità
ria, al centro di Brescia, della grande statua simboleggiante
l’Italia littoria, rimossa dopo la Liberazione per evidenti stabilita tra fazione e Patria, sancita dalla legge e divulgata
motivi, si discute accesamente in città sull’eventuale ritorno dal ministero della stampa e propaganda, nonché insegnata
del “Bigio” (denominazione popolare della scultura), propo- nelle scuole del Regno. I dissidenti furono bollati quali
sto dalla precedente giunta di destra e sospeso dall’attuale elementi antinazionali: non erano esuli politici, bensì fuoruamministrazione di centro-sinistra. L’operazione urbani- sciti. L'Italia littoria divenne, nel nome del nazionalismo più
stico-architettonica dell’architetto Marcello Piacentini, che esasperato, strumento di negazione della libertà all'interno
nel 1927-32 spianò un rione popolare per plasmare la monu- e in politica estera. Molti artisti e intellettuali in genere
mentale piazza Vittoria, è pervasa da valenze ideologiche, furono sedotti o corrotti per cantare le glorie del regime,
con la creazione di uno spazio monumentalizzato funzio- creando dei simboli destinati a imprimere nell'immaginario
nale all’estetica e alla mobilitazione «dall’alto» delle masse. collettivo le strabilianti vittorie del duce.
Nel ventennio nero, il modello militarista venne imposto
Il “Bigio” costituiva l’anello di congiunzione tra grande
guerra e dittatura, nella plastica rappresentazione dell’eroe ad ogni livello. Personaggi come Antonio Locatelli o padre
fascista, vittorioso prima sugli austriaci e poi sul «nemico Reginaldo Giuliani, volontari nella guerra d'aggressione
interno». In lui, insomma, trovarono compiuta sintesi vitto- all’Abissinia, furono decorati post mortem con la medaria militare e predominio politico. Mussolini lodò il lavoro glia d'oro e celebrati con monumenti e titolazioni di edifici
dello scultore carrarese Arturo Dazzi, riconoscendovi le pubblici. A settant’anni dalla Liberazione, la ricollocazione
stigmate della romanità imperiale tanto cara al regime e la di reperti fascistissimi in luoghi pubblici esprime subalcapacità di immortalare nel marmo l’Era Fascista. Un’opera- ternità culturale ai moduli politico-ideologici plasmati da
zione sostanzialmente analoga, di riproposizione dei reperti Mussolini, subdolamente presentati come "patriottismo"
artistico-ideologici del regime, è stata attuata a Bergamo, mentre veicolano i disvalori di un'Italia antidemocratica,
dove l’amministrazione cittadina ha esposto al centro del sciovinista, guerrafondaia.
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Cultura
A PALAZZO CUSANI DI MILANO RASSEGNA DI FILM DEDICATI ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE
“ Il caimano del Piave” e quell’inconfondibile vizio
dello stile italico: la caccia al privilegio
di Martina PARODI
P
rosegue la rassegna di film “Giugno 1915, guerra e
limiti di una nazione” a Palazzo Cusani a Milano a
cura di Maurizio Cabona. Il 22 giugno è stata la volta
de “Il caimano del Piave”, un vero e proprio docu-film. Un
secolo fa il Regno d’Italia era al primo solstizio d’estate di
guerra: mobilitazione quasi completata, ma quasi dissolta
l’illusione che l’aveva determinata: sceglier l’alleanza che
permettesse di sedere al tavolo della pace in autunno alle
migliori condizioni. Nel mese trascorso dal 24 maggio 1915,
passato quasi ovunque all’offensiva su erti crinali, si era
presa solo Cortina. Trento e Trieste restavano lontane e i
sudditi di lingua italiana di quelle zone continuavano a
morire non per i Savoia, ma per gli Asburgo sul fronte
orientale, lungo una linea tra Serbia e Baltico (all’incirca la
stessa oggi in fiamme tra
Macedonia e Ucraina).
Varie decine di migliaia di
militari italiani in quei 30
giorni erano già morti o feriti o prigionieri o malati o
dispersi. Le perdite austroungariche erano inferiori,
sia perché quelle truppe
erano rimaste sulla difensiva (salvo che sull’altipiano
di Asiago), sia perché i confini del 1866 erano sfavorevoli al Regno d’Italia. Il
patto di Londra, risalente
all’aprile 1915, era ancora
segreto nei dettagli e lo sarebbe rimasto fino al 1917,
quando la diplomazia segreta avrebbe smesso di esser tale
per la scelta di Lenin - appena giunto al potere in Russia di pubblicare le intese che avevano coinvolto l’Impero zarista. Quello che, nelle attese italiane della primavera 1915,
doveva liquidare l’Austria-Ungheria, dandoci di rimbalzo la
vittoria quasi gratis, come aveva fatto la Prussia a Sadowa
nel 1866.
Ma i nuovi alleati del Regno d’Italia non erano così forti,
né i nuovi nemici erano così deboli come si credeva. E il
prestito chiesto e ottenuto a Londra, durante le trattative per l’entrata in guerra, si stava rivelando esiguo per finanziare lo sforzo bellico di un Paese che in Europa aveva
davanti più Stati di quanti ne avesse dietro. Perfino i francesi, che dal luglio 1914 pagavano Gabriele d’Annunzio e
Benito Mussolini perché facessero la propaganda bellicista
in Italia, nel giugno 1915 capirono che il vero vantaggio ottenuto con l’entrata in guerra del Regno d’Italia era di poter spostare dalle Alpi le loro truppe, gettandole nel lungo
fronte tra la frontiera svizzera e il Mare del Nord, per arginare l’avanzata tedesca in Belgio e nella stessa Francia.
I primi mesi del 1915 avevano dunque visto vano il buon
senso di Giovanni Giolitti, maturato peraltro solo dopo
il semi-disastro del 1911-12 in Tripolitania, Cirenaica e
Fezzan, di cui lui stesso era stato responsabile, nel tentativo
di dare la “quarta sponda” agli interessi cattolico-finanziari
del Banco di Roma e, simultaneamente, il suffragio universale agli interessi del Partito socialista. L’impresa coloniale cercata, col consenso francese, contro un avversario
debole - l’Impero Ottomano - per celebrare degnamente
il mezzo secolo d’unità nazionale aveva invece mostrato
come il Regno d’Italia fosse ancora fragile. Nemmeno i biglietti da visita di trecento parlamentari neutralisti (larga
maggioranza) lasciati nella casa romana di Giolitti fermarono la marcia verso la guerra. Essa peraltro aveva una logica, perché l’Italia non era così periferica, come Portogallo
e Grecia, da estraniarsi dal conflitto. Finito il regolamento
di conti tra grandi potenze, chiunque avesse vinto avrebbe
punito un’Italia neutrale.
Del resto il ritiro delle
truppe del Regno d’Italia
da ciò che nel maggio-giugno 1915 ormai si chiamava
Libia, aveva lasciato anche queste coste in mano
ai nemici: Tobruk era presto diventata la base dei
sommergibili tedeschi. Nel
1916, con la dichiarazione
di guerra del Regno d’Italia anche all’Impero germanico, ciò avrebbe avuto
conseguenze sui rifornimenti italiani, che giungevano essenzialmente dal
mare.
Giolitti non si lasciò dunque trascinare né da Antonio
Salandra, presidente del Consiglio, né dal suo sodale e ministro degli Esteri, Sidney Sonnino. E ciò urtò Vittorio
Emanuele III, che pur era cinico quasi quanto lui e non stimava il suo popolo. Giolitti vedeva un rischio troppo alto
nelle guerra, così come il re lo vedeva nella neutralità.
Avevano ragione entrambi. Giolitti ebbe ragione prima, a
fine 1917, con lo sciopero militare di Caporetto. Il re ebbe
ragione dopo, a fine 1918, con l’avanzata di Vittorio Veneto,
resa possibile però soprattutto dal disgregarsi della Duplice
Monarchia. Gli esiti della guerra vinta furono comunque
nefasti anche per la dinastia: dieci anni dopo il trattato di
Versailles (1919), il Concordato col Vaticano avrebbe reso la
presa di Roma il 20 settembre 1870 un vuoto ricordo; ventisette anni dopo, il Regno d’Italia avrebbe cessato di esistere. Ma l’infrastruttura della nazione (forze armate,
magistratura, classe dirigente, codici civili e penali, sistema economico) sarebbero restati quelli, coi loro difetti e
i loro pregi (prevalenti, detto col senno di poi).
Proprio questo ruolo - vincitore della guerra e perdente
della pace - del Regno d’Italia spiega perché il cinema
della neonata Repubblica Italiana, tra nascita dell’Alleanza atlantica e crisi di Trieste (i suoi giorni di vera gloria),
Cultura
INTERESSANTE MOSTRA A ROMA PER I 100 ANNI DI
PIETRO INGRAO
Nell’ambito dei festeggiamenti per i cent’anni di Pietro
Ingrao, nato il 30 marzo 1915, si è tenuta la mostra “Per
un ritratto di Pietro Ingrao” con acrilici, olii e disegni
di Alberto Olivetti, a cura di Silvia Litardi, nella bellissima cornice del Casino dei Principi a Villa Torlonia,
a Roma fino al 10 maggio.
La mostra nasce da più incontri tra Ingrao e Olivetti,
due uomini che hanno trent’anni di differenza, dove
abbandonano la loro veste abituale, il politico l’uno e il
professore di Estetica l’altro. La mostra si compone di
oltre quaranta tra dipinti e disegni realizzati in momenti diversi: nell’84 e nel ’94. Le opere sono accompagnate da una serie di fotografie inedite eseguite da Sergio
Castellano che ritraggono Olivetti e Ingrao nel corso
delle sedute a Lenola. Ci sono infine fotografie, corrispondenza e appunti messi a disposizione dalla famiglia
Pietro Ingrao
e dall’archivio Pietro Ingrao. Relative a situazioni private e familiari.
Nell’estate dell’84 Alberto Olivetti esegue i ritratti a Lenola, in provincia di Latina, città natale di Ingrao nella casa
di famiglia. L’abitazione è una vecchia casa molto amata, nell’entroterra sulle colline dietro al mare di Sperlonga.
Ingrao siede su una poltrona e corregge le sue bozze. Davanti a lui Olivetti dipinge le tele montate su un cavalletto.
S’incontrano di mattina per evitare il caldo estivo e trascorrono molte ore seduti l’uno di fronte all’altro mentre
Ingrao corregge i testi delle sue poesie e Olivetti costruisce i ritratti su carta. Le carte che sceglie sono grandi per
consentirgli di fare quei ritratti a grandezza naturale. Alcune volte dopo i loro incontri scendono al mare insieme per
una breve passeggiata o semplicemente per una chiacchierata seduti sulle sdraio in riva al mare.
Dieci anni dopo s’incontrano di nuovo, sempre d’estate, nello stesso luogo che assume una qualche magia che si
era instaurata in quel rapporto impalpabile tra due uomini diversi, che potrebbero essere padre e figlio. Qui Olivetti
realizza altri ritratti, questa volta molto piccoli, di trenta centimetri quadrati.
Questa mostra ha la capacità di evidenziare un diverso Ingrao, il politico convinto e presente nella storia della politica democratica italiana. Qui vediamo un uomo forse più malinconico ma sicuramente poetico. S’intuisce anche
l’amicizia tra due uomini di età diverse e diverse scelte esistenziali. Hanno qualcosa in comune questi due uomini
entrambi oltre la soglia della vita che viene chiamata vecchiaia, un sessantenne e un centenario. Guardando i ritratti
di Ingrao e pensando a questo grande uomo viene da pensare che non è facile invecchiare in una società proiettata
così nel futuro, una società che non tiene conto dell’esperienza. E non è facile vivere una vita che duri così tanto
senza disperdersi. Pietro Ingrao invece ce l’ha fatta, ha vissuto una lunga vita di cui nemmeno un minuto è andato
perso ed è invecchiato con convinzione e allegria rimanendo sempre se stesso. È un testimone del nostro tempo, il
testimone di un secolo intero (e.v.).
lasciassero ampio spazio sia alla simbologia monarchica, sia all’aristocrazia e al suo ruolo patriottico. Intrisa di decadentismo, come in Senso di Luchino Visconti (1954), o avanguardia della nazione in armi, come ne Il caimano del Piave di
Giorgio Bianchi (1950), è la nobiltà che, sul grande schermo, colma le lacune di una borghesia esigua per numero e per dignità. Ciò che non era sfuggito a Dario Niccodemi col suo dramma La nemica e che, mutatis mutandis, non sfuggirà a
Giuseppe Tomasi di Lampedusa col suo racconto lungo, Il Gattopardo: lo sviluppo sociale dell’Italia non era proporzionale
alle ambizioni.
Comunque restava l’aver tenuto duro del Regno d’Italia in un conflitto dove erano andati in pezzi imperi secolari. E anche i “vincitori” del 1918, come Gran Bretagna e Francia, si erano incamminati proprio allora sulla via del declino, a vantaggio degli Stati Uniti. Insomma l’Italia non era diventata forte come sperava, ma poteva riprendere il cammino lunghissimo
tra l’essere un Paese coloniale in Europa (1300-1860) e l’essere un Paese colonialista in Africa (1935-36).
Questa dimensione intermedia emerge dal film Il caimano del Piave, uscito nel 1950, che lunedì 22 (ore 18.30) è stato
proiettato a palazzo Cusani di Milano, sede del comando dell’esercito, per la rassegna “Il grigioverde in bianco e nero”, ideata da Maurizio Cabona nel centenario del 1915 e realizzata dalle Forze Armate in collaborazione con la Cineteca del Friuli.
Che cosa distingue le classi dirigenti degli inizi del '900 da quelle della metà del ‘900? Ed entrambe da quelle odierne?
L’esempio che avevano come riferimento. Chi sapeva di avere un ruolo egemone nell’Italia dei Savoia, doveva pur giustificare i diritti coi doveri. E anche morire per la patria. Le classi dirigenti successive hanno invece avuto come riferimento,
essenzialmente, l’arricchimento personale. Che, agli occhi degli esclusi, ha avuto e ha un nome: privilegio.
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Cultura
Cultura
“Gli altri”,
il fascismo torinese visto da Adduci
cui cresce l'ostilità.
Lo sviluppo e il successivo rafforzamento della Resistenza diventano dunque
possibili in un contesto di questo tipo. Il movimento di resistenza interpreta
ampiamente le aspirazioni della comunità che per parte sua dimostra simpatia
per i “ribelli” e quando può li aiuta a costo di gravi pericoli. Tedeschi e fascisti identificano ad un certo punto la comunità con i resistenti. Non importa
se nei villaggi ci sono quasi sempre solo vecchi, donne e bambini: tutti diventano nemici da distruggere ed è per questo che la violenza scatenata non è
più contro anonimi e indistinti civili ma contro un soggetto che cerca, spesso
inconsapevolmente, di opporsi e resistere al proprio annientamento.
di Boris BELLONE
Frutto di una lunga e rigorosa ricerca storica, il volume analizza le vicende del fascismo repubblicano e delle sue organizzazioni militari in relazione alla comunità. La Torino devastata dai
bombardamenti alleati e ferita dalle violenze tedesche e fasciste fa da sfondo a quella rapida
trasformazione nei rapporti tra il partito fascista repubblicano e i torinesi. All'iniziale senso
di estraneità, presente nella dimensione comunitaria, si sostituisce in breve un sentimento
di alterità dai fascisti, gli “altri”, che culmina nella loro espulsione dalla comunità cittadina.
Poiché conosco Nicola Adduci, sia per la sua lunga attività di ricercatore sia come amico, l’ho
pregato di rispondere ad alcune domande per presentare in modo originale ai lettori de “L’Antifascista”, il suo libro.
L’intervista che segue consente di centrare meglio gli obiettivi che questo lavoro si è posto.
Vorrei partire dal titolo del tuo libro, perché “Gli altri”?
Il titolo nasce dalla proposta interpretativa con cui
cerco di leggere le tragiche vicende del biennio 1943-1945
di cui fu artefice – insieme ai tedeschi - il fascismo repubblicano. “Gli altri” indica estraneità, sottende un “noi”
che risulta ampiamente maggioritario e si identifica in
una diversa scala di valori. Appena ritornati sulla scena
pubblica, i fascisti assumono rapidamente un ruolo altro
rispetto a quelli che sono gli interessi della comunità non
solo torinese, ma nazionale.
indispensabile ritornare esplicitamente e con insistenza
sugli orrori....
A mio avviso, c'è il rischio che la minuta descrizione
delle torture, dei massacri o delle violenze sessuali consumate nelle caserme della Rsi finiscano col dare una
rappresentazione riduttiva del fascismo di Salò.
Contrariamente alle consuetudini della maggior
parte della saggistica storica hai scelto di dare al tuo
lavoro un'impostazione cronologica anziché tematizzare i vari argomenti. Non ti pare che ci sia il rischio
di essere dispersivo?
Devo dire che mi sono posto il problema più volte
durante la fase di progettazione. Alla fine, però, credo che
la scelta di un'esposizione cronologica, capace di contemperare piani diversi, sia in realtà solida, direi un punto
di forza. Al lettore viene offerto un quadro d'insieme del
fascismo repubblicano torinese colto lungo tutto l'arco del
suo farsi e disfarsi attraverso la contemporanea interazione di numerosi aspetti e avvenimenti tra loro diversi. Il
filo rosso che ne permette una lettura coerente ed evita il
ricorso alla tematizzazione è dato dalla scelta della chiave
interpretativa. In questo modo il lettore non è costretto
a ritornare indietro nella cronologia ogni volta che inizia
un nuovo argomento, con il rischio di perdere la visione
unitaria dell'analisi storica che necessariamente nella
realtà si forma contemporaneamente su più piani.
Cosa intendi?
Il problema è duplice: da un lato c'è il pericolo di
restringere il campo degli aguzzini a poche centinaia di psicopatici criminali totalmente scollegati dalla
Rsi, dall'altro accettare che i fascisti fossero tutti e solo
“belve”. La realtà è invece molto più complessa e occorre
ragionare a fondo.Queste situazioni, così ampiamente
presenti, furono possibili e talvolta “normali”, in un clima
di violenza diffusa che permeava da molto tempo le relazioni tra le classi, i generi e le generazioni. Durante il
ventennio il regime aveva consolidato questa realtà, si
pensi al maschilismo imperante, alle campagne d'Africa e
di Spagna, ai fucili di legno dei balilla o al premilitare per
i ragazzi o alle botte date ai genitori di chi non si presentava. Ad un certo punto tutto ciò viene amplificato a
dismisura dalla guerra e poi con l'8 settembre dall'oppressione di uno stato collaborazionista violento e autoritario
sottomesso alla crudele tutela tedesca. Se si forniscono al
lettore questi dati, se si racconta la quotidiana convivenza
con questa enorme carica di violenza non è necessario
scendere in morbosi e orripilanti particolari ma si lascia la
possibilità di immaginare un seguito che già conosciamo,
ossia le atrocità che porta con sé la guerra contro la comunità.
I fascisti e i tedeschi commisero molte efferatezze
ma nel tuo libro non sembri volerti soffermare più di
tanto su questi aspetti terribili...
La scelta di non indugiare sui particolari orrendi dei
crimini commessi dai tedeschi e dai fascisti, peraltro
ormai ampiamente documentati dalla letteratura storica,
ha una sua ragione. Me ne sono convinto leggendo tempo
fa in un saggio un lungo verbale processuale relativo ad
uno stupro su una partigiana caduta nelle mani dei Rau
(Reparti arditi ufficiali). Ad un certo punto mi veniva
quasi la nausea per i dettagli riportati nel lungo documento pubblicato. Mi sono chiesto molte volte se sia
A proposito di questa espressione, hai usato sovente
tale categoria. Mi fa venire in mente quella di guerra
ai civili individuata anni fa da Paolo Pezzino a
proposito delle stragi nazifasciste sull'Appennino
tosco-emiliano. Immagino che la tua definizione sia
un sinonimo e in tal caso perché non hai utilizzato la
stessa definizione?
No, in realtà non è un sinonimo. Il concetto di guerra ai
civili pur rappresentando - a mio avviso - un importante
tentativo di spiegare, concettualizzandolo, il problema
delle stragi su migliaia di persone inermi non mi sembra
del tutto soddisfacente, direi che è figlio degli anni
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Novanta e di quell'impellente bisogno di capire, seguito alla scoperta
dell'armadio della vergogna in cui
erano occultati migliaia di fascicoli
processuali relativi alle stragi tedesche e fasciste. I nomi di paesi come
Sant'Anna di Stazzema o Marzabotto
sono noti a tutti. Le vittime, come
sappiamo, sono in gran parte donne,
bambini e anziani, dunque soggetti
difficilmente in grado di imbracciare
un'arma e rappresentare un concreto
pericolo per tedeschi e fascisti.
Eppure essi vengono brutalmente
uccisi.
In Piemonte le stragi furono indirizzate invece in larghissima misura
contro i maschi, non importa di
quale età. Ad esempio nella strage
di Cumiana, 54 fucilati, trovano la
morte numerosi anziani compresi tra
i 60 e i 70 anni e diversi giovanissimi.
Le stragi indiscriminate di civili,
a mio avviso, sono da collegare al
concetto di comunità, ossia un certo
numero di persone su un territorio
ben preciso. La difesa delle risorse
umane e materiali atte a garantire
la propria sopravvivenza porta la
comunità in rotta di collisione con
i tedeschi e i fascisti. Questi ultimi
sono altro da essa; il loro obiettivo,
totalmente opposto, è proseguire a
tutti i costi la guerra, attingendo ad
ogni risorsa possibile, sia essa umana
(arruolamenti di giovani, sequestri di
massa per il lavoro militare e deportazioni) o materiale (cibo, oggetti,
mezzi di trasporto, animali), anche a
costo di annientare la comunità verso
Parli spesso di comunità. Non la stai mitizzando un po' troppo?
Spero che non sia così. Quando parlo di comunità non intendo affatto riferirmi ad un soggetto “positivo” o esprimere un giudizio etico, anzi; la comunità
– ai suoi vari livelli - di per sé non è né buona, né cattiva. Esprime una propria
moralità e attua delle scelte, talvolta – come ho detto – discutibili o non del
tutto consapevoli che appaiono come il frutto di comportamenti prevalenti
via via assunti al proprio interno e hanno come orizzonte l'autoconservazione,
cioè la salvaguardia delle proprie risorse, siano esse materiali o umane. A tal
proposito, un esempio interessante è dato da ciò che accade ai giovani militari del Regio esercito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. In quei giorni, le
donne, in particolare, si rendono protagoniste di un'imponente azione collettiva di salvataggio degli ex soldati, in larga parte giovani, per sottrarli alle
retate tedesche, nascondendoli e poi fornendo loro abiti borghesi. In sostanza,
un comportamento ritenuto riprovevole fino a poco prima, ossia la fuga
davanti al nemico, diviene in quel frangente moralmente accettabile e trova
anzi il sostegno diffuso della comunità non solo torinese, ma direi nazionale.
Altre volte, invece, gli avvenimenti non sono di così semplice lettura come mi
è capitato di constatare durante le ricerche condotte in questi anni; può infatti
succedere che gli atteggiamenti espressi dalla comunità risultino talvolta decisamente contraddittori e in quel caso occorre provare ad interpretarli tenendo
conto di questa variabile che in definitiva è propria della natura umana.
Qual è stata la parte più impegnativa del tuo lavoro?
Credo gli ultimi due capitoli, quello sul collasso e il crollo della Repubblica
sociale e l'ultimo, sulla resa dei conti, in cui si analizza ciò che avviene dopo
la fine della guerra. La fatica più grande è stata quella di provare ad elaborare
una dimensione concettuale capace di dare strumenti per provare a spiegare
quel “sangue dei vinti” che in questi decenni si è imposto nel modo che tutti
conosciamo.
Il saggio si conclude con un'appendice biografica degli “altri” piuttosto
corposa, un'ottantina di profili. Di solito questa parte è poco amata dai
lettori. Era proprio necessaria?
A dire il vero, l'idea dell'appendice è nata quasi per caso. Inizialmente, nel
citare un personaggio, mettevo in nota i riferimenti biografici di base. In
seguito, la ricchezza dei materiali che andavo via via raccogliendo mi ha
convinto a scorporare le note dal testo creando un'appendice autonoma ma allo
stesso tempo integrata con la narrazione. Il lettore può decidere se conoscere
in anticipo cosa avverrà del personaggio citato oppure riservarsi una lettura in
sequenza alla fine. In ogni caso, la ricostruzione di molte biografie di gerarchi
e gregari ha fatto emergere un quadro certamente già noto ma non per questo
meno sorprendente nella sua visione d'insieme.
Cioè?
Dopo la guerra, tra amnistie, latitanze e fughe all'estero furono davvero
pochissimi quelli che in qualche modo pagarono per le proprie colpe, sia fra
i tedeschi che tra i fascisti. Anche feroci criminali di guerra furono scarcerati
dopo pochi anni senza grossi problemi. Insomma, nella nuova Italia democratica i reduci di Salò ebbero (nonostante tutto) un'altra possibilità.
Viceversa, è fin troppo facile immaginare cosa sarebbe accaduto agli antifascisti se le cose fossero andate diversamente.
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Arte
IL FASCISMO RACCONTATO DA UN GRANDE ANTIFASCISTA: BEPPE MIGLIORE
S
ono nato nel 1926, in pieno regime fascista, quarto di sei fratelli e
sorelle. Mio padre, originario, come
tutti i suoi avi, di una piccola frazione di
Pradleves, nel cuneese, all’età di sei anni,
poiché nelle famiglie montanare di allora la vita era durissima e le bocche da sfamare tante, venne mandato da parenti a
Torino. La vita non era facile, non mancava l’indispensabile, ma il superfluo non
esisteva. Nel ‘33 iniziai le scuole elementari e anelavo di servire la Patria, il Re e il
Duce! A scuola, oltre all’insegnamento, vi
era una continua propaganda sulla grandezza della nostra Italia fascista, faro di
civiltà nel mondo, ma ricordo che, quando
nel 35, vi fu la conquista dell’Abissinia, mi
domandavo se fosse giusto invadere terre
altrui per aumentare il nostro prestigio, al
prezzo del sacrificio di tanti soldati e civili. Nel 1938 fu emanata quell’infame legge razziale che privava gli italiani di razza ebraica di tutti i diritti civili, del lavoro
e dei beni materiali. A scuola, il mio compagno di banco, ebreo, figlio di un colonnello dell’esercito in servizio e decorato
di medaglia al valore nella prima Guerra
mondiale, era assente. Chiesi notizie al
maestro che mi rispose che il colonnello era stato trasferito d’urgenza. La famiglia di questo mio compagno abitava nel
nostro quartiere e fu così che mio padre,
nei giorni seguenti, vide per caso il colonnello in abito borghese, che trascinava con
il figlio, un carretto carico di masserizie,
perché gli era stata confiscata la casa in
quanto ebreo. Provai, per la prima volta
un moto di ribellione unito ad una grande
pena per queste persone. Il 10 giugno 1940
il Duce, per non essere da meno dell’alleato nazista, dichiarò la guerra a Francia ed
Inghilterra. Quello stesso giorno i nostri
alpini, male equipaggiati e male armati,
attaccarono la Francia, già in ginocchio
dopo l’invasione tedesca del ’39. Il Duce
pensava che ormai la guerra sarebbe durata pochi giorni e non voleva perdere l’occasione di sedersi al tavolo della vittoria
e poter annettersi la Savoia e il Nizzardo.
Dopo venti giorni la Francia chiese l’armistizio, ma erano bastati quei pochi giorni
di guerra a farci intuire in quale avventura
ci eravamo cacciati. Intanto a Torino, nella
notte del 10 giugno, ci fu il primo bombardamento aereo con le prime vittime civili, a conferma della fragilità delle nostre
difese antiaeree.
Il duce, comunque, continuò nella sua politica di aggressione per emulare l’alleato tedesco e aggredì la Grecia, la Jugoslavia e inviò un'intera armata in Russia, a combattere a
fianco dei tedeschi. Non voglio dilungarmi a raccontare l’epilogo della tragica campagna
di Russia, esiste ampia e documentata letteratura dei pochi superstiti, fra cui Bedeschi,
Rigoni Stern, Nuto Revelli e altri, che hanno raccontato da testimoni gli orrori e la tragica fine di migliaia di alpini mandati a morire in una guerra assurda. Dalle montagne
cuneesi, provenivano gli alpini della Divisione Cuneense, quasi completamente annientata in Russia. Ho conosciuto così, da vicino, la disperazione di tante famiglie, tutte o
quasi avevano chi un marito o figlio o fratello che non hanno più fatto ritorno!
8 settembre 1943
Torino era semidistrutta dai bombardamenti subiti nei tre anni di guerra; appresi
dalla radio la notizia della resa incondizionata dell’Italia e dell’armistizio firmato dal
Re. Una folla festante si riversò per le strade illudendosi che la guerra fosse finita, non
sapendo che le massime autorità militari, compreso il Re e la famiglia reale, erano fuggiti da Roma per consegnarsi a Brindisi agli Alleati anglo-americani e salvare la pelle
temendo la vendetta dell’ex alleato tedesco, all’oscuro della decisione di resa dell’Italia.
L’esercito italiano rimasto senza ordini superiori si trovò allo sbando. I soldati dislocati
nelle caserme si diedero alla fuga abbandonando le armi, per non cadere nelle mani dei
tedeschi. Al fuggi fuggi dei militari, la popolazione stremata dalle privazioni e dalla fame
si diede al saccheggio delle caserme ormai deserte, per arraffare quanto più potevano.
Ricordo che trovandomi con altri due ragazzi nei pressi della caserma Valdocco, incontrammo un signore che ci convinse a prendere le armi abbandonate dai soldati, che, ci
disse, avrebbero potuto esserci molto utili. A più riprese raccogliemmo armi e munizioni
avvolte in coperte militari e le nascondemmo in una cantina di via San Donato. Nei giorni
seguenti, transitando in piazza Statuto, vedemmo una lunga colonna di militari italiani
dell’ultima leva (1924), riconoscibili anche se non più in divisa, dalla testa rapata, che
venivano avviati sotto un’esigua scorta armata tedesca, verso la stazione Dora, per essere
deportati in Germania. Una piccola folla si era radunata ad assistere imprecando contro i
tedeschi; l’uomo che ci aveva convinto a prendere le armi e che ci accompagnava in quei
giorni (seppi poi, a distanza di tempo, che era un ex confinato politico comunista, Battista
Gardoncini, che divenne comandante di una formazione garibaldina, caduto e decorato
di medaglia d'oro al valor militare), ci condusse alle scuderie della caserma Valdocco dove
prendemmo alcuni cavalli che lanciammo contro la colonna dei prigionieri per creare
scompiglio. Mentre i tedeschi sparavano agli animali, molti soldati riuscirono a fuggire
e a nascondersi con l’aiuto della popolazione. Due ore dopo, ripassai da Piazza Statuto:
i 4 cavalli uccisi dai tedeschi erano stati fatti a pezzi e portati via dalla folla affamata.
Mi unii alle squadre clandestine che si formarono in quei giorni e con esse partecipai
ad alcuni sabotaggi alle linee ferroviarie e alle cabine elettriche, finché, nel novembre 43,
durante la fuga dal luogo dei sabotaggi, inseguito dalle Brigate Nere, saltando uno steccato, mi ferii al ginocchio. Portato in ospedale di nascosto con una falsa documentazione
di infortunio sul lavoro, fui operato ed ingessato. Rimasi in quell’ospedale (San Vito),
protetto da medici e infermieri fino alla guarigione. A fine gennaio '44, fui avviato dai
Comandi partigiani clandestini in Val di Lanzo, dove già operava un gruppo di partigiani
garibaldini. Rimasi pochi giorni, perché fui subito in contrasto con le loro idee estremiste. Tornato a Torino decisi di raggiungere mia sorella maggiore, sfollata a Pradleves, la
quale era già in contatto con i partigiani di Giustizia e Libertà in Valle Grana. Fu lei che
mi presentò ai Comandanti i quali mi accolsero nella banda. Conobbi così, in una baita
fumosa, le figure prestigiose di Dante Livio Bianco, Duccio Galimberti e Nuto Revelli,
i quali mi fecero scoprire i valori della democrazia e della libertà; io pendevo dalle loro
labbra, mi si schiudeva davanti la visione di un mondo nuovo. Mi spiegarono perché era
necessario fare la guerra ai tedeschi e ai risorti fascisti per un’Italia repubblicana, senza
più guerre, dove “fare politica” vuol dire combattere su un piano di rigorismo morale per
il bene collettivo. Intanto, per effetto dei bandi di chiamata alle armi del Governo repubblichino, delle classi 1923-24-25, molti giovani scelsero di salire in montagna e aggregarsi
alle bande partigiane già esistenti. Cominciarono le rappresaglie ed i rastrellamenti
per distruggere le organizzazioni ribelli che impegnavano molte forze nazifasciste,
Memoria
distogliendole dal fronte di guerra contro gli Alleati. Ma veniamo al più grosso
rastrellamento nazifascista dell’ agosto
’44, in occasione dello sbarco alleato in
Provenza, che coinvolse tutte le forze partigiane dell’arco alpino cuneese. La mia
banda combatté in località Colle del Mulo,
a 2000 mt. di altitudine, per contrastare il
grosso della 90ª Divisione tedesca che voleva arrivare in Francia in aiuto alle esigue
forze di occupazione ivi dislocate ed impedire l’avanzata degli Alleati. In effetti,
l’azione delle forze partigiane in Valle
Stura e Grana, grazie anche alle armi ricevute con i lanci alleati che permisero di
far saltare ponti e chiudere strade, riuscì a
ritardare di una settimana l’avanzata della
Divisione tedesca verso la Francia. La cosa
ebbe tale importanza per i tedeschi che
la citarono nel loro bollettino di guerra.
L'unica volta che le formazioni partigiane
italiane vengono citate nel bollettino del
Comando Supremo della Wermacht. Un
altro brutto momento lo passammo nel
periodo dal 27 al 30 novembre '44, quando
a causa della stagnazione del fronte di
guerra, fu possibile ai tedeschi distogliere
truppe dal fronte e utilizzarle contro i partigiani: iniziò contro la nostra formazione
un poderoso rastrellamento, perché si
erano resi conto che a Pradleves era concentrato il più consistente gruppo dell’organizzazione partigiana G.L. e Garibaldi.
Impiegarono forze fasciste e tedesche:
il battaglione Vestone della divisione
25
Monterosa, reparti tedeschi addentrati sui fianchi e brigate nere sul fondovalle. I comandi partigiani, dopo un agitato dibattito, decisero di rientrare ciascuno nella propria
sede, svicolando con i loro reparti attraverso le maglie del rastrellamento. Si trattava di
riuscire a sotterrare le armi pesanti, recuperare le armi leggere e poi buttarsi nei valloni
laterali tra la boscaglia. Purtroppo alla mia banda, che si trovava in alta montagna, fu
impartito l’ordine di fronteggiare il nemico che ci stava aggirando alle spalle, ripiegando
poi, per non essere sopraffatti, sul Monte Bram. Nella notte del 27 novembre, dopo aspri
combattimenti, a 1600 mt. di quota, con la neve alta circa 2 metri, mentre cercavamo di
defilarci arrampicandoci faticosamente, sprofondando ad ogni passo, dato il carico di
armi e munizioni, l'alba ci sorprese ben visibili sul nevaio. Ci spararono con i mortai e fu
allora che venni colpito dalle schegge del proiettile caduto nella neve a breve distanza,
mentre lo spostamento d’aria mi fece cadere dalla montagna, rotolando finché non fui
fermato da rocce sporgenti. Prima dei ripiegamento avevo dato ordine di non fermarsi
per nessun motivo, per evitare ulteriori perdite. Rimasi privo di sensi non so quanto
tempo, quando rinvenni era notte fonda. Sentivo di non essere in grado di reggermi in
piedi, sapevo che nessuno sarebbe venuto a soccorrermi. Il freddo era intenso, soffrivo
per le ferite riportate e mi stavo congelando. Passò molto tempo (seppi in seguito che
erano 3 giorni), alternavo periodi di lucidità ad altri di incoscienza; ad un certo punto non
sentii più dolore e cercai quindi, con le poche forze rimastemi, di trascinarmi al riparo.
Fortuna volle che, non lontano ci fosse una piccola grangia di pastori, disabitata, dove
mi rifugiai. Finito il rastrellamento, due miei partigiani venuti a prendere il mio corpo,
videro delle tracce sulla neve e, seguendole, mi trovarono. Mi portarono in una frazione
appena bruciata per rappresaglia e mi sistemarono nell’unica stalla rimasta in piedi. I
montanari della frazione, che si erano nascosti durante la rappresaglia, tornarono alle
case semidistrutte e mi portarono quel poco latte dell'unica mucca che si era salvata. Un
partigiano scese a Pradleves e informò mia sorella Rita delle mie gravi condizioni. Lei
accorse con l’unico medico della nostra divisione, il quale mi disse con tristezza: “non
posso fare nulla per te, non possiedo neanche i ferri chirurgici per amputarti le mani ed i
piedi, se sopravviene la cancrena”. Ringrazio il buon Dio che non avesse gli strumenti! I
montanari allora diedero a mia sorella un rimedio antico di cui non si conosce la ricetta,
a base di grasso di marmotta e chissà quali erbe, raccomandandole di massaggiarmi il
più possibile mani e piedi. Dopo qualche giorno cominciai a sentire un insopportabile
formicolio in tutto il corpo. Avrei urlato dal dolore, tanto che i miei partigiani, preoccupati che facessi un gesto insano, mi tolsero la pistola. Nei giorni seguenti, a bordo di
una slitta venni trasportato a Pradleves. Lungo il percorso si aggiunsero altre slitte che
Beppe Migliore, al centro, con alcuni compagni Partigiani
26
Cultura
trasportavano, per le esequie, i corpi di 7 caduti durante il combattimento.
Dicembre 1944
Dopo il proclama di Alexander, comandante delle truppe alleate, che invitava i partigiani a rientrare nelle proprie case nell'inverno per riconvocarli in tempi migliori, non
solo non prendemmo in considerazione quell’ordine, ma ci fece arrabbiare e reagire nel
senso di mantenere intatti i reparti, non scioglierli, sfollare solo gli ammalati. Ma si rendeva comunque, necessario per sopravvivere al duro inverno, sfoltire le bande inviandone una parte nelle Langhe, dove si era formato un vuoto nelle zone partigiane a seguito
delle gravi perdite subite nei rastrellamenti. Io ero destinato a rimanere in valle a causa
delle mie condizioni di salute: avevo mani e piedi fasciati ed insensibili.
Il Comando voleva mandarmi in ospedale, ma io rifiutai perché preferivo morire in
combattimento piuttosto che fare la fine del topo. Inoltre i miei partigiani mi pregarono
di andare con loro, a costo di portarmi in spalla. La banda Monte Bram, a cui appartenevo, partì nella notte del 31 dicembre da Pradleves. Mi misero su una bicicletta perché
non ero in grado di camminare, ma riuscivo a pedalare pur con i piedi fasciati. Io viaggiavo in avanscoperta; ricordo che a un certo punto, caddi riverso in un rigagnolo a lato
della strada, con l’acqua che mi lambiva il naso e non riuscivo a rialzarmi. Dopo qualche
minuto sentii arrivare un partigiano che mi stava cercando e diceva agli altri ragazzi, c’è
la bici, ci deve essere anche Beppe! Mi rialzarono e riprendemmo il viaggio per strade
secondarie; di notte, fermandoci solo all’alba presso cascine amiche. Sette notti dopo
arrivammo finalmente a Dogliani, diretti a Somano dove era stata stabilita la sede della
banda. La guerriglia partigiana nelle Langhe era completamente diversa da quella cui
eravamo abituati in montagna, dove potevi sbarrare l’accesso alle valli con blocchi di
uomini sul fondo; nelle Langhe c'erano tante strade tra le colline e i fascisti o i tedeschi
potevano arrivarti addosso da tutte le parti. I rastrellamenti poi arrivavano con mezzi
motorizzati, di sorpresa, e quindi dovevamo essere sempre all'erta e pronti a combattere.
Nel marzo '44 ricevemmo due lanci dagli inglesi e dagli americani contenenti viveri, divise, armi e munizioni ed anche un cannoncino anticarro con ben 30 proiettili! Questo
ci permise finalmente di rintuzzare il nemico, con armi e munizioni in abbondanza e
di poter armare ed equipaggiare altri numerosi giovani del posto che chiedevano di far
parte del nostro gruppo. Il rapporto con la popolazione era ottimo, tant'è che nell’occasione dei lanci, di notte, i contadini vennero ad aiutarci a trasportare e nascondere il
materiale ricevuto. Il 15 aprile, in accordo con le formazioni della zona effettuammo un
attacco concentrico su Alba per dimostrare al nemico occupante e alla missione alleata,
la nostra forza e preparazione. L’azione riuscì pienamente e tornammo alle nostre basi,
euforici e soddisfatti.
25 aprile 1945
Il Bgt Monte Bram, - forza 126 uomini - facente parte della 3 Divisione G.L. nelle
Langhe, ricevette nella notte tra il 25 ed il 26 aprile '45, l’ordine di mettersi in marcia,
a tappe forzate, per eseguire le direttive dei piano d’insurrezione “Aldo dice 26 x 1” e
portarci su Moncalieri per iniziare, unitamente a numerose altre formazioni partigiane,
l’offensiva su Torino e distruggere le forze nazi-fasciste ivi rimaste intrappolate. Per radio avevamo già sentito che era iniziata l’insurrezione di Genova e quindi l’ordine non ci
prese alla sprovvista anzi, l’aspettavamo con impazienza. Raggiungemmo Bra il 26 sera e
sostammo lì per mancanza di mezzi di trasporto. Il mattino del 27, reperito chissà dove, un
camion con rimorchio, (miracoli della vita partigiana), ci dirigemmo su Torino. Durante
il percorso, lento perché il camion era vecchio e asmatico, dovemmo fare diverse soste
anche per fronteggiare gruppi di nemici asserragliati nei cascinali. Le direttive erano di
portarci a Moncalieri, ma il nostro autista sbagliò strada e ci trovammo nella notte del 27
a Pino Torinese e con il mezzo in panne! Armi in spalla, trainando a mano il cannoncino
anticarro paracadutatoci dagli inglesi nelle Langhe, iniziammo cautamente la discesa su
Torino, guidati dal fragore delle esplosioni e dagli spari delle armi automatiche. Dopo
brevi scontri con il nemico, arrivammo in corso Casale dove una parte del nostro reparto
con il cannoncino si aggregò alle forze partigiane della Divisione Matteotti, che, da ore,
combattevano contro i repubblichini per liberare la Caserma di via Asti, tristemente
famosa in quanto sede di torture e fucilazioni di resistenti caduti nelle loro mani. Seppi,
più tardi, che soltanto pochi giorni prima, grazie ad uno scambio di prigionieri, era stata
liberata mia sorella Rita, staffetta partigiana, catturata oltre due mesi prima a causa di
una delazione. Era stato il mio Comandante a nascondermi il fatto, perché sapeva che
mi sarei fatto ammazzare pur di cercare di liberare mia sorella. Occupata la caserma, il
Ricordo
mio reparto si riunì sul corso Casale per
cercare di forzare il passaggio del ponte
Vittorio Veneto ed entrare in Torino dalla
piazza omonima, ma fu respinto dal fuoco
di un carro armato che sbarrava la strada.
Piazzato il cannoncino, con l’aiuto del bazooka e molta fortuna, forzammo il blocco
ed entrammo nella piazza. Mi ricordo
che nel breve momento di silenzio dopo
la sparatoria, sentimmo un cigolio di persiane che si schiudevano, brevi parlottii di
persone, noi eravamo già pronti a sparare
su possibili nemici quando, invece, dalle
case uscirono, delle persone che festosamente ci vennero incontro abbracciandoci e offrendoci quel poco che avevano.
Ricordo con commozione una vecchietta
che mi diede un cartoccio di giornale che
conteneva alcuni mozziconi di tabacco,
scusandosi di non potermi offrire altro!
Percorremmo via Po verso piazza Castello
dove occupammo la Prefettura, poi seguendo le segnalazioni di alcune staffette
partigiane proseguimmo verso via Roma,
obiettivo l’albergo Nazionale, sede della
Gestapo, luogo di interrogatori, torture e
uccisioni di partigiani catturati. Fra tante
vittime, in quell’inferno, subì la tortura e
fu ucciso Renato Martorelli, esponente
socialista del CVL, medaglia d'oro della
Resistenza, di cui non si trovò mai il
corpo; rimane di lui soltanto la lapide a
ricordo affissa alla colonna del porticato
di fronte all’albergo. Pensavamo che il
nostro compito fosse finito, ma ci sbagliavamo: cominciava la lotta al cecchinaggio,
che ancora tante vite innocenti avrebbe
mietuto, nei tre giorni seguenti. Io stesso
fui nuovamente ferito da una bomba a
mano lanciata da un cecchino nascosto fra
le rovine di una casa bombardata, in Piazza
San Carlo. La stessa mattina, il 28 aprile,
a poche centinaia di metri da dove mi trovavo, moriva mio fratello Nino, di 24 anni,
già riformato dalla Marina per problemi
cardiaci, che si trovava in strada con altri
giovani desiderosi di partecipare alla liberazione, quando all’improvviso gli si arrestò il cuore. La notizia l’appresi, purtroppo,
soltanto il giorno dopo, quando arrivato a
casa e non trovando nessuno, seppi dai vicini che i miei famigliari erano andati a riconoscere la salma di mio fratello e anch’io
li raggiunsi. Intanto, si continuava a
combattere per snidare i fanatici cecchini
che sparavano dai tetti delle case, o dalle
soffitte. Vi furono ancora molte perdite di
partigiani e civili. Il 1° maggio Torino era
finalmente liberata! Nella notte tra il 2 e il
3 maggio arrivarono le prime truppe anglo
americane in una città ormai libera, con
tutti i servizi essenziali funzionanti.
27
Mario Corona, eroe antifascista sardo
perseguitato dal regime mussoliniano
di Maurizio ORRÙ
N
ella memoria storica collettiva antifascista dei sardi, esistono personaggi e luoghi che, per svariati motivi sono stati dimenticati dalla Storia. A tale riguardo,
mi riferisco, alla straordinaria figura di Mario Corona, comunista e antifascista di Monserrato. “Un piccolo grande eroe”, che ha saputo tenere testa al Fascismo e ai
suoi sodali, in molteplici e tormentati episodi della sua vita di dirigente politico e sindacale comunista. Facciamo un passo indietro. Mario Corona nasceva a Monserrato il 19
settembre 1916. Primogenito di 6 figli di Fedele, stimato e laborioso agricoltore e apprezzato improvvisatore campidanese di Eleonora Dessy (detta Giovanna). Corona, a causa di
una grave malattia del padre, lasciava gli studi per dedicarsi totalmente ai lavori agricoli
divenendo improvvisamente capo-famiglia, e quindi venendo catapultato nel mondo del
lavoro. Questa situazione gli permise di conoscere i problemi della sua categoria professionale e i generi e le problematiche economiche mondiali.
Monserrato, negli anni 1931/1932 pullulava di uomini e donne in camicia nera.
Opportunismo o convinzione negli ideali fascisti? Forse non risolveremo mai questo
machiavellico dubbio sugli ideali dei monserratini. Intanto Mario, anche se “debole”
da un punto di vista scolastico, era sempre interessato alla storia e all’economia della
sua Sardegna. Prendeva coscienza della condizione sociale ed economica dei lavoratori,
vessati dalla ferrea dittatura fascista. Mario Corona, con i pochi risparmi guadagnati,
comprava un normografo, utile per la stampa dei volantini contro il regime fascista. Egli
intensificava i rapporti di amicizia e di politica con un gruppo di giovani del suo paese,
guidati da Antonio Tinti (per tutti lo sceriffo). Anche a Sestu, piccolo paese dell’entroterra
campidanese, Mario allacciava forti rapporti politici. Soprattutto con l’agricoltore
antifascista Giuseppe Spiga. Fra il 1935 e il 1936 l’O.V.R.A, l’odiata polizia politica fascista,
effettuava
una
serie
articolata
di arresti in tutta
la Sardegna. La
zona più colpita
era il territorio
minerario
del
Sulcis Iglesiente.
Molti antifascisti
sardi conobbero il
Foto segnaletica dal CPC dell'antifascista Mario Corona
Tribunale speciale.
Anche Monserrato diveniva protagonista delle persecuzioni politiche antifasciste, ai
danni di Efisio Foddis, Emanuele Spiga e Alfonso Argiolas. Nel gennaio 1937, Mario
Corona veniva reclutato per il servizio di leva militare, con destinazione Firenze. Il suo
incarico era quello di telefonista al settimo autocentro. Veniva arrestato nell’ottobre 1938,
con l’accusa di essere un dirigente e fondatore dell’Associazione sardista e comunista,
ovvero un aggregato politico avverso all’imperante fascismo. Il Tribunale fascista
condannava Mario Corona per associazione diretta a distruggere il sentimento nazionale
e propaganda di un’ associazione sovversiva. La pena detentiva fu di sei anni. Mario
Corona, nel suo memoriale, dal titolo: “Ricordare non è peccato” (Edizioni dell’Erba,
aprile 2000) affermava che: «(…) non nascondo che quei sei anni di galera mi permisero
di continuare gli studi (…)». Scrive ancora Mario Corona: «(….) Presi a leggere, a studiare
seriamente, ad esercitare la memoria e riuscii, in quei sei lunghi anni di galera, a trasformare
un cervello, che si era impigrito nella pace statica dei campi, in un enorme contenitore dove
ho accumulato, sia pure nel più completo disordine, impressioni, ricordi e poesie (…)» ( tratto
da Non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume, Editrice Letteraria Internazionale
). Trasferito nella casa circondariale di Castelfranco Emilia, Corona veniva destinato in
cella con due detenuti politici di profonda fede comunista: Luigi Grasso di professione
meccanico e Paolo Basiaco laureando in filosofia. Rispettivamente condannati, il primo
a 18 anni di reclusione, il secondo “solo” a dieci anni. Mario Corona, grazie alle lezioni
e riflessioni dei suoi compagni di cella, apprendeva lezioni di filosofia, di diritto e di
storia. Questo periodo di detenzione e di convivenza carceraria, diveniva per Mario
Corona, una vera e propria scuola di vita
e di conoscenza profonda dell’ideologia
comunista.
In seguito, Mario Corona, veniva
trasferito in alcuni penitenziari della
penisola. Iniziava un lungo viaggio, o
meglio una vera odissea: Castello di
Saluzzo (in provincia di Cuneo), Pianosa
e Massa. Dopo una rocambolesca fuga
di prigione, raggiungeva il comando
partigiano di Empoli, e da qui il comitato
di Liberazione di S. Croce sull’Arno.
Mario Corona, per tutta l’estate del 1944,
partecipava attivamente alla Resistenza.
Egli, successivamente, a Fucecchio,
rifondava, con alcuni suoi vecchi compagni
di militanza politica, una Sezione del
Partito Comunista Italiano.
Mario Corona, rientrava a Cagliari nel
1945. Egli veniva inserito negli organismi
dirigenti del PCI, con la responsabilità
delle Federazioni provinciali di Sassari e
Nuoro. Nel 1946, veniva eletto consigliere
comunale a Cagliari e membro della
Segreteria federale, con l’incarico di
responsabile del settore Agricoltura.
Mario Corona, in seguito, continuava
la sua carriera politica e sindacale
all’interno della Confedeterra provinciale
di Cagliari. Egli, per motivi di lavoro e
impegno sindacale, lasciava la Sardegna,
per il Veneto. Infatti la CGIL, aveva
gli riservato un importante e delicato
incarico nella associazione dei contadini
della Confederterra di Treviso.
Con il susseguirsi del tempo, Mario
Corona, diveniva consigliere comunale
di Fucecchio, e in seguito sindaco (19751980) L’antifascista sardo ha scritto due
volumi: “Ricordare non è peccato” e “Non
è possibile bagnarsi due volte nello stesso
fiume”.
Mario Corona è stato una splendida
figura di combattente antifascista. Ma,
ahimè, un personaggio dimenticato dalla
storiografia sarda, anche se presente nella
coscienza collettiva dei democratici locali.
Scrive Mario Corona nell’introduzione
alla sua autobiografia: «(….) Nessuno
deve perciò dimenticare il prezzo che noi
carcerati politici dovemmo pagare per
assicurare a tutti l’esercizio dei diritti
fondamentali. Dimenticare questo debito di
riconoscenza nei nostri confronti sarebbe
davvero un peccato mortale».
28
Memoria
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Noi
Ricordo del partigiano D'Artagnan
e di sua moglie recentemente scomparsa
Interessante serata al Circolo De Amicis promossa da Anppia, Fiap, Anpi e Fondazione Aniasi
LA CADUTA DEL GOVERNO PARRI FU UN COLPO DI STATO?
I ragazzi che sognavano di volare
Presentato il libro di Michelangelo Ingrassia sul tema – Il parere degli storici
di Maurizio GALLI
di Filippo SENATORE
A
casa di Lilia Moia e Amos Messori, quando le imposte sono aperte, il
vento è di casa. Sulla collina di Ivrea è un dato costante e soffia lieve o
tempestoso secondo le stagioni. Nel salotto tantissime piante rigogliose, che prima della sua scomparsa, avvenuta lo scorso ottobre curava personalmente la padrona di casa.Lilia era nata in Argentina da genitori italiani.
Dopo la morte del papà, la mamma in difficoltà economiche, si era rivolta alla
sorella che viveva nel Basso Canavese la quale li accolse in casa. Lilia aveva 10
anni. Erano tempi duri, fatti di miseria e sacrifici. Nel 1936 dopo la scuola dell’obbligo cercò lavoro all’Olivetti. La condizione per essere assunti erano quella di
avere parenti in azienda o essere residenti ad Ivrea. Lilia chiese alla zia se conoscesse qualcuno. Questa segnalò un lontano cugino magazziniere all’Olivetti.
Venne assunta, aveva solo 16 anni e dopo l’apprendistato, fu assegnata all’ufficio che organizzava le colonie estive e le attività del dopolavoro. Amos è nato
in Emilia a Correggio da una famiglia contadina. Entrò a 17 anni all’accademia
militare e nel 1941, allo scoppio della guerra, diventò sergente del genio aeronautico. Con l’equipaggio aereo il sergente Messori effettuò varie missioni per
il rifornimento di materiale strategico tra il Dodecanneso e le Colonie africane
fino a quanto il velivolo militare italiano venne abbattuto da un aereo da guerra
inglese. Tre perirono e tre si salvarono. Amos in acqua si strappò i lembi della sua
camicia per tamponare la ferita del commilitone dissanguato cui salvò la vita.
L’aviazione italiana era allo stremo e dopo la convalescenza il sergente Messori
venne assegnato a una officina di manutenzione militare a Torino. A causa
dei raid aerei alleati del 1943, l’officina si trasferì ad Ivrea. Dopo l’8 settembre Amos salì in montagna e incontrò tramite una staffetta partigiana Mario
Pelizzari detto “Alimiro”, dipendente Olivetti fondatore della brigata “Rosselli”.
In breve tempo il sergente divenne il vice del comandante Alimiro. Amos, che
nel frattempo aveva assunto il nome di battaglia “D’Artagnan”, con un permesso
della Olivetti entrò in fabbrica in incognita per studiare un raid contro i tedeschi che l’avevano militarizzata. Lilia lo notò subito e venne avvertita che era
un partigiano. Lei faceva parte di una cellula di Giustizia e Libertà e forniva
informazioni sulla partenza dei convogli in Germania. La Brigata Rosselli
riuscì ad intercettarli e la “refurtiva” venne stivata i n un luogo segreto della
Olivetti, recuperato dopo la guerra. L’obiettivo più ardito della Brigata Rosselli
fu la distruzione del ponte di Ivrea per bloccare i rifornimenti bellici da Aosta,
salvando così la città dai bombardamenti alleati. Un altro merito della brigata
fu l’evacuazione dal Canavese delle truppe tedesche e fasciste sconfitte senza
spargimento di sangue. “D’Artagnan, dopo la Liberazione, tornò per un breve
periodo a Correggio e capì che il suo destino era l’Olivetti. La prima persona che
vide alla stazione di Ivrea fu Lilia. La riconobbe e l’abbracciò in un impeto di
gioia per la vittoria della guerra di Liberazione. Si accese in quell’attimo di baci
innocenti una passione che è durata tutta la vita. Al matrimonio, celebrato nel
1948, il comandante Alimiro fece da testimone. Così Lilia apprese che il sabotaggio del ponte di Ivrea fu “confezionato da D’Artagnan e Alimiro in persona.
A
Il Partigiano “D'Artagnan” - Foto di Rita Comoglio
Amos chiese di entrare in Olivetti da
semplice operaio per evitare favoritismi. Frequentò le scuole serali
e divenne geometra. Dopo anni di
carriera, fu nominato responsabile
per le costruzione degli stabilimenti
Olivetti in tutto il mondo, compresa
la Russia. Amos e Lilia, dal matrimonio ebbero due figlie Paola e Daniela.
Amos aveva un compagno partigiano
ebreo polacco che si era trasferito in
Israele. Le figlie, per il tramite dell’amico di Amos da ragazze si recavano
in Israele durante l’estate per lavorare in un kibutz. Paola, laureata in
storia moderna, è diventata un’ottima traduttrice anche di ebraico e
ha sposato un professore universitario esperto di Medio Oriente. Daniela
è un medico specializzato in microchirurgia per la mano alle Molinette
di Torino. Dopo la scomparsa di Lilia,
Amos vive el ricordo di sua moglie,
pensiero che lo sentire meno solo e
soprattutto orgoglioso di avere coltivato valori e ideaa li, assieme a Lilia,
da trasmettere alle nuove generazioni.
In memoria di Rita Comoglio
Aveva compiuto 102 anni nello scorso novembre la compagna Rita Comoglio, vedova
Bazzanini, che era l'iscritta più anziana dell'ANPPIA di Torino. Rita era stata un'attivista partigiana nelle file garibaldine (PCI) per cui venne incarcerata. Il marito operò
nella Resistenza quale commissario politico di una divisione Garibaldi in Valle Varaita
(Cuneo). Rita era una donna energica e coraggiosa, legata agli ideali del comunismo,
proseguendo nel corso degli anni la sua attiva militanza e lasciando di se l'esempio di
una profonda fede nella libertà e nella Democrazia. L'ANPPIA Nazionale si unisce alla
Federazione di Torino nel ricordo di Rita. Che la terra ti sia lieve.
l Circolo di via De Amicis di
Milano è stato presentato il
libro “Il colpo di stato del
1945 - La caduta del governo Parri e
l’autunno della Resistenza”. Sono
intervenuti gli storici Mimmo Franzinelli, Aldo Giannuli, Giorgio
Galli, Maurizio Punzo, oltre a
Ferruccio Parri junior e Roberto
Cenati. Ha coordinato i lavori, Gino
Morrone, presidente della Federazione milanese dell’Anppia. In apertura, davanti a un foltissimo pubblico,
Gino Morrone ha letto un messaggio
del sindaco di Milano Giuliano
Pisapia. Ecco il testo: “Cari Amici, ho
ricevuto con piacere l’invito del presidente Gino Morrone e della Federazione
Milanese ANPPIA per la presentazione
del libro di Michelangelo Ingrassia sulla
fine del Governo Parri.
Pur non potendo essere tra voi per
ragioni di lavoro, tengo molto a inviare
il mio saluto a tutte le Partigiane e ai
Partigiani presenti, e a tutti coloro che
tengono viva oggi la memoria della
Resistenza e la difesa dei fondamenti
della nostra libertà. ANPPIA, ANPI,
FIAP e la Fondazione Aniasi sono
protagonisti in questo lavoro di vera
testimonianza civile e democratica.
Ferruccio Parri, milanese di adozione,
ha vissuto tutta la sua vita politica e
professionale con Milano come cuore di
una vicenda personale e pubblica fatta
di limpida e coraggiosa testimonianza
antifascista. Il libro di oggi contribuisce
a far luce sulla fine del primo governo
dell’Italia libera dopo il fascismo: una
fine che segnò una netta involuzione
della vita politica di quegli anni.
Milano che ha ripreso in questi anni
il percorso della memoria e della lotta
contro i totalitarismi rende omaggio a
Parri come ad un vero milanese, che ha
combattuto per la libertà. Grazie a tutti
voi per la giornata di oggi, che aggiunge
un tassello di luce e di verità alla nostra
coscienza storica e civile”.
Secondo la tesi dell’autore prevalse
negli anni a venire la linea della continuità dello stato liberale prefascista
pur con l’avvento della Repubblica e
Franzinelli, Giannuli, Punzo, Galli, Ingrassia, Morrone, Cenati e Parri al Circolo De Amicis
della Costituzione così come prevalse
il sistema consociativo dei partiti
maggiori sulla democrazia partecipata
sognata dalla Resistenza.
Alla vigilia della caduta del governo,
il premier disse apertamente che si
trattava di un colpo di Stato. L’autore
incardina tutto il racconto su questo
presupposto. Ma gli storici sopracitati non concordano perfettamente
su questa tesi dando, ognuno, dal suo
punto di vista, interpretazioni diversificate.
Mimmo Franzinelli sottolinea
che in effetti ci fu un tradimento di
alcuni obiettivi politici della Resistenza: già nel precedente governo
Bonomi, i socialisti e gli azionisti
erano usciti dalla coalizione. Maurizio Punzo contesta che si sia trattato
di un colpo di Stato non essendoci gli
elementi costitutivi tipici di un golpe.
Giorgio Galli sostiene una tesi intermedia sottolineando la fine del fronte
del Cnl e il dissolvimento del partito
d’Azione che determinò di lì a breve
l’affermazione dei nuovi partiti di
massa (socialisti, comunisti e democristiani). Aldo Giannuli rileva che la
successiva amnistia voluta da Togliatti
aveva come obiettivo quello di avere
l’appoggio di una parte dei fascisti
nel referendum contro la monarchia.
Parri ha concluso che il nonno fu
avversato dai liberali e dai comunisti
pur avendo posto la questione di una
tassa patrimoniale e del potere di legiferare alla Costituente. La caduta del
governo determina la fine di tali obiettivi. Cenati tratteggia la figura del
comandante Maurizio, i suoi grandi
meriti, i suoi valori, la fedeltà agli
ideali di giustizia e libertà. Facendo un
salto in avanti, si può dire senza tema
di smentite che Ferruccio Parri fu un
uomo di grande coerenza e onestà
Egli sostenne la battaglia contro il
rigurgito neofascista del 1960 dopo
i fatti sanguinosi di Genova e le sue
lotte per la democrazia continuarono,
impregnato com’era di quello spirito
mazziniano che gli aveva trasmesso la
sua famiglia. Ingrassia, ovviamente,
difende con ardore la tesi sviluppata
nel suo libro. In complesso, una serata
di cultura e di acceso e proficuo dibattito che ha interessato e appassionato
gli intervenuti.
La numerosa presenza di pubblico per la serata organizzata dall'ANPPIA di MILANO
30
Noi
Noi
ANPPIA NAZIONALE
VERONA
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UN VIAGGIO NEI TERRITORI DELL’EX JUGOSLAVIA PER RICORDARE TRAGICI AVVENIMENTI DI UN RECENTISSIMO PASSATO
JASENOVAC, SREBRENICA, SARAJEVO, MOSTAR
comunicazione
Ci rivolgiamo a tutti i soci e le socie perchè l'anppia è interessata a raccogliere ed ereditare libri, documenti, diari, ricordi,
fotografie dei nostri cari, che ricordano l'antifascismo. Documentazione che verrebbe dall'anppia catalogata, ordinata,
informatizzata e messa a disposizione di studiosi, appassionati e cittadini. Vi preghiamo quindi di diffondere la notizia.
L'ANPPIA ha in programma di ampliare la propria biblioteca e il suo patrimonio archivistico.Il Presidente
Guido Albertelli
GRUPPO RICERCA STORICA
Il Presidente Nazionale Guido Albertelli ha comunicato al Comitato Esecutivo la necessità di creare un gruppo di ricerca
storica ANPPIA, composto da qualificati elementi esterni ed interni all'Associazione. Questo gruppo sarà coordinato dal Prof.
Caludio Natoli.
Hanno già accettato di farne parte il Prof. G. Casula, il Prof. Livio Berardo, il Prof. Giorgio Repetto, ed altri a breve
daranno la loro adesione.
La funzione di questo gruppo di lavoro sarà quella di valutare le proposte di pubblicazione pervenute dalle Federazioni locali,
nonchè da ricercatori e professori in merito ai nostri temi istituzionali.
Il gruppo è aperto a elementi qualificati suggeriti dalle nostre Federazioni e sezioni locali.
Il Presidente
Guido Albertelli
Comunicazione Urgente ANPPIA di Roma
L’ ANPPIA Provinciale di Roma (Associazione Nazionale Perseguitati Politici e Razziali) informa che nell’assolvimento del proprio
compito istituzionale volto a far ottenere ai propri iscritti il c.d. assegno di benemerenza, richiede agli interessati esclusivamente
quanto segue:
-
iscrizione all’associazione
-
un contributo pari a 50 euro al momento dell’istruttoria della pratica
-
un rimborso spese forfetario, solo ad assegno ottenuto, di 200 euro.
-
nessuna percentuale sugli arretrati o sulle mensilità così ottenute viene richiesta.
Per maggiori informazioni potete contattare l’Associazione al numero 06.6896959 (gli uffici sono aperti il martedì e il
giovedì dalle ore 9:30 alle 13:30) o scrivere all’indirizzo di posta elettronica [email protected]
SOTTOSCRIZIONI:
Fenoglietto Elena, in ricordo del marito BATTUELLO Matteo: 50 Euro
Silvio e Gabriella Formento, in memoria del padre GIOVANNI: 100 Euro
L’ANPPIA di Verona in collaborazione
con l’Istituto veronese per la storia della
Resistenza e dell’età contemporanea, l’ANPI
e l’ANED ha organizzato nei giorni dal 1° al
9 maggio 2015 un viaggio nell’ex Jugoslavia
toccando diversi luoghi di grande interesse
e suggestione. Il nostro Viaggio della
memoria (tredicesimo della serie) ha visto
la partecipazione di quarantuno soci ed è
stato fatto in pullman partendo da Verona.
Durante il viaggio sono stati proiettati
filmati e tenute relazioni per cercare di
ricostruire gli avvenimenti accaduti in
Jugoslavia negli anni della seconda guerra
mondiale al cui termine si instaurò un
forte stato nazionale di matrice comunista
guidato dal Maresciallo Tito. Sono stati
esaminati anche i fatti susseguenti alla
morte di Tito, vale a dire lo sfaldamento
dello stato unitario nei primi anni Novanta
e l’inizio di lotte intestine e massacri fra
popolazioni che fino a pochi anni prima
erano convissute pacificamente. Lo storico
e socio ANPPIA Carlo Saletti, profondo
conoscitore dei fatti che hanno devastato
questi territori e che in precedenza aveva
visitato i luoghi delle uccisioni di massa, ha
inquadrato gli avvenimenti di quel tempo.
La nostra prima meta è stata il campo
di concentramento di Jasenovac a un
centinaio di chilometri a sud-est di
Zagabria, vicino all’attuale confine croatobosniaco. Il campo, uno dei più grandi per
dimensioni dopo Auschwitz e Buchenwald,
era stato creato dallo Stato indipendente di
Croazia retto da Ante Pavelic con l’appoggio
dell’Italia fascista e della Germania nazista. Il
numero di quanti vi persero la vita è rimasto
imprecisato, ma si parla di parecchie decine
di migliaia di serbi, bosniaci, sloveni, ebrei,
zingari, croati, musulmani tutti identificati
come oppositori del regime degli Ustascia.
Nel pomeriggio del secondo giorno abbiamo
raggiunto Srebrenica che nel luglio 1995 è
stata teatro del primo genocidio accaduto
in Europa dopo la fine della seconda guerra
mondiale. Le truppe paramilitari serbobosniache di Ratko Mladic massacrarono
più di ottomila uomini di ogni età di
religione musulmana dopo che le truppe
ONU olandesi li avevano consegnati inermi
nelle mani dei loro carnefici. Il memoriale
di Potocari, un sito che ci ha impressionato
e commosso inaugurato dall’ex Presidente
degli Stati Uniti Bill Clinton nel 2003,
Il cimitero di Sebrenica
ricorda questo immane massacro. La terza
tappa del nostro viaggio della memoria
è stata la città di Sarajevo che durante la
guerra in Bosnia ed Erzegovina fu sottoposta
a un assedio prolungatosi per quasi quattro
anni: dall’aprile 1992 al febbraio 1996.
Durante questo tragico periodo la città fu
devastata dai bombardamenti dell’esercito
serbo-bosniaco malgrado l’intervento di
truppe dell’ONU. Si contarono gravi perdite
fra i combattenti e anche le vittime civili
furono numerose (si parla di circa 12000
morti e 50000 feriti). Di quell’assedio è
ancora vivo nel nostro ricordo l’immagine
dell’incendio che distrusse la Biblioteca
nazionale e universitaria della città. Gran
parte del patrimonio di libri e manoscritti
andò così perduto per sempre.
Quasi a simboleggiare la volontà degli
abitanti di Sarajevo di far rinascere la
loro città, il palazzo della Biblioteca è
stato ricostruito con fondi internazionali
ma attualmente è in atto una disputa fra
organi statali se utilizzare l’edificio ancora
come biblioteca o invece per altre finalità.
Un’altra meta del viaggio è stata Visegrad
teatro di violenti combattimenti e uccisioni
fra le truppe serbo-bosniache e i bosniacchi;
la città è celebre per il ponte sulla Drina
(ora in fase di restauro) ricordato da Ivo
Andric nel suo romanzo omonimo che gli
valse il premio Nobel per la letteratura. Nel
percorso verso Mostar abbiamo sostato al
museo che ricorda una delle battaglie più
importanti avvenuta nel 1943 tra formazioni
partigiane titine e l’esercito occupante italotedesco supportato da collaborazionisti
ustascia e cetnici; durante il viaggio avevamo
visto il film “La battaglia della Neretva”,
un kolossal della fine degli anni Sessanta.
Di quella produzione della cinematografia
jugoslava sono ancora visibili i resti del
ponte sul fiume ricostruito appositamente
per il film, poi fatto saltare in aria e lasciato
lì per ricordare l’eroica lotta del popolo
jugoslavo contro l’oppressore fascista.
Mostar ci ha accolto con la suggestiva
visione del suo ponte iscritto dall’Unesco
fra i siti Patrimonio dell’umanità. Questo
prezioso
manufatto
dell’architettura
ottomana venne distrutto, come gran
parte del quartiere musulmano della città,
dai bombardamenti dell’esercito croatobosniaco il 9 novembre 1993; fu ricostruito
nel 2004 seguendo i progetti originali e
utilizzando una pietra del luogo. Ci siamo
trasferiti quindi nella Repubblica del
Montenegro visitando Podgorica (durante
il periodo jugoslavo si chiamava Titograd) e
l’antica capitale del Regno del Montenegro
Cetinje che ancor oggi può considerarsi
il centro culturale e spirituale del paese.
Dopo aver brevemente sostato a Cattaro
sulla costa montenegrina, siamo rientrati
in Croazia per l’ultima parte del viaggio
visitando mete turistiche più tradizionali
quali Dubrovnik (l’antica Ragusa del
dominio veneziano) e Spalato; entrambe
le città sono ricche di antichi palazzi e
monumenti di grande bellezza. Anche
questi luoghi però negli anni Novanta del
secolo scorso subirono lutti e devastazioni.
L’intricato reticolo di etnie e religioni
diverse, gli odi che spesso hanno animato
queste comunità, gli interessi palesi e
occulti di varie strutture statali sono
alla base di questa tragedia accaduta ai
nostri confini e in cui dobbiamo sentirci
coinvolti. Malgrado le vicende di quel
tempo siano di difficile comprensione, la
ricostruzione dei fatti condotta da valenti
studiosi, anche italiani, ci permette di
tentare un’analisi sull’ex Jugoslavia la più
equanime possibile.
L'Editoriale
segue dalla prima pagina
l’antifascista
Mensile dell’ANPPIA
Associazione Nazionale Perseguitati
Politici Italiani Antifascisti
Direttore Responsabile:
Luigi Francesco Morrone
gay dimostra quanto sia cambiato un Paese
a fortissima tradizione cattolica. In Spagna,
gli indignati “Podemos” di Pablo Iglesias
(vicino a Tsipras) hanno ottenuto nelle elezioni amministrative il dieci per cento dei
voti, due loro donne preparate e combattive
governano la capitale nazionale, Madrid, e
quella catalana, Barcellona, mentre sono
crollati i popolari al governo, succubi di
Bruxelles. Nelle elezioni presidenziali in
Polonia ha vinto, col 53 per cento dei voti,
il nazionalista di destra Andrzej Duda, che
ha sconfitto il moderato Komorowsky. In
Turchia il partito islamista tutt’altro che
moderato del “sultano” Erdogan ha perso
quasi il dieci per cento dei voti e la maggioranza assoluta in Parlamento, soprattutto
grazie al successo (13 per cento) del partito filo-curdo del giovane leader Selahattin
Demirtas, premiato dal voto femminile e
giovanile. Con esiti diversi, è il medesimo
vento di insoddisfazione diffusa verso i partiti tradizionali che ha soffiato in Italia, con
l’astensione di metà dei votanti alle regionali (flessione minore alle comunali, comunque con un calo dal 73 al 64 per cento, grazie
alle molte liste civiche e candidati). Anche
se il confronto con le elezioni europee dello
scorso anno va avanzato con prudenza, data
la differenza dei contesti, la perdita di oltre
due milioni di voti da parte del Pd (dal 41
al 25 per cento), e di quasi un milione dei
Cinque Stelle sono dati di tale entità da consentire valutazioni specifiche. Per Renzi è
una battuta d’arresto dopo un anno e mezzo
di cavalcata trionfale (dalle primarie del Pd
dell’8 dicembre 2013), mentre per i Cinque
Stelle, dopo il sorprendente successo del
febbraio 2013, relativamente improvvisato
nelle ultime settimane e quindi potenzialmente effimero, il risultare secondo partito al 16.5 per cento dopo dissensi interni
e abbandoni, può essere ritenuto positivo,
in una campagna elettorale con Grillo solo
sullo sfondo e un nuovo gruppo dirigente di
buon livello che si sta delineando. Se il declino di Forza Italia continua (poco sopra il
10 per cento), il fatto che la Lega di Salvini
sia il solo partito a ottenere più voti nonostante la crescente astensione, giungendo
al 14 per cento, ci presenta un soggetto diverso da quello prima inventato e poi semidistrutto da Bossi, descritto come populista
e del quale mi paiono importanti aspetti
che definisco di anticapitalismo di destra,
aspetto che può preoccupare una sinistra
in difficoltà anche per l’evolversi del suo
anticapitalismo in un liberismo del quale il
suo elettorato diffida, come appaiono chiaramente indicare il voto delle regioni dette
rosse, ove aumentano sia l’astensionismo (di
molto) sia i suffragi alle Lega (per ora limitati).
I ballottaggi alle comunali, senza liste civiche, hanno visto l’astensionismo superare
quello delle regionali (meno della metà di
votanti), mentre la sconfitta del Pd è anche
più evidente, da Venezia ad Arezzo. Casson
non era il candidato dei centri sociali, tanto
che, alla vigilia del voto, ha presentato come
futuri collaboratori della sua giunta l’economista ultraliberista Francesco Giavazzi,
il patron della Diesel Renzo Rosso, l’ex assessore leghista a Milano Philippe Daverio
e la general manager di Uber Benedetta
Arese Lucini, personalità di prestigio, atte
per ottenere voti di centro e non di sinistra.
Altrove i candidati sconfitti erano renziani
e quanto è accaduto è chiaro: commentando i successi elettorali del Pd del segretario,
Ilvo Diamanti li attribuiva alla confluenza di
chi votava per il Pd di Renzi e chi lo votava
nonostante Renzi. L’astensionismo penalizza tutti, salvo la Lega, ma quello a sinistra indica che chi votava il Pd nonostante
Renzi, tra il 31 maggio e il 14 giugno non lo
ha votato più. Questo fa prendere in considerazione altri aspetti: il nove per cento
ottenuto dagli scissionisti del Pd in Liguria
(per quanto vicino al risultato nazionale dei
“Podemos”), è troppo regionale per essere
indicativo. Ma l’assemblea della Coalizione
sociale di Landini tra l’una e l’altra elezione, è motivo di riflessione per la sinistra.
Appunto con un occhio al contesto europeo
e un altro alla Lega.
In Redazione:
Maurizio Galli
SEDE:
Corsia Agonale, 10 – 00186 Roma
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HANNO COLLABORATO
A QUESTO NUMERO:
Boris Bellone, Roberto Cenati,
Alberto Di Maria, Saverio Ferrari,
Mimmo Franzinelli, Giorgio Galli,
Maurizio Galli, Maurizio Orrù,
Teresa Padova, Martina Parodi,
Filippo Senatore, Carlo Tognoli,
Alessandro Vecchi, Elisabetta Villaggio
TIPOGRAFIA
Graffietti Stampati
PROGETTO GRAFICO
Marco Egizi www.3industries.org
Prezzo a copia: 2 euro
Abbonamento annuo: 15,00 euro
Sostenitore: da 20,00 euro
Ccp n. 36323004 intestato
a l’antifascista
Chiuso in redazione il: 15/07/2015
finito di stampare il: 22/07/2015
Registrazione al Tribunale di
Roma n. 3925 del 13.05.1954
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antifascista MAGGIO GIUGNO 2015