Communitas, n. 7 (2012) http://communitas.vita.it/?p=2778 ISSN ON LINE 2280-3645 ______________________________________________________________________________________________ Marco Dotti Vite violente? Intervista con Luisa Muraro Dio è violento o, meglio, come si legge su un muro di Lecce: «Dio è violent...! E mi molesta». Quella "o" cancellata o mancante può essere indizio di mille cose, aprire mille strade, suscitare innumerevoli pensieri. Usata, abusata, nominata – non meno del nome di Dio – nella pubblicistica di questi ultimi anni, è attorno e dentro questa "violenza" che si concenta la riflessione di Luisa Muraro. Partendo dall'occasione di pensiero offerta da quella scritta, Muraro avvia un intenso discorso sulla violenza (e sulla forza) in un libretto tanto breve, quanto liberatorio: Dio è violent (Nottetempo, Roma 2012). Occupiamo le sedi delle borse, occupiamo le piazze, occupiamo tutto. È come se non ci fosse altro che un puro movimento cinetico, dall'Egitto di Piazza Tahir a Puerta del Sol, e poi? Poi bastano davvero quattro idranti, come quelli usati nel colpo di coda dell'era-Zapatero, alla vigilia della finale di Champions League del 2011 tra Barcellona e Manchester United, per sgomberare plaza Catalunya e, soprattutto, lasciare in sospeso ogni domanda? Luisa Muraro: Partirei da una constatazione semplice e al tempo stesso radicale: il contratto sociale è entrato in agonia, non vale più. Dobbiamo partire da qui, per capire la ragione per cui non ci rispondono, perché ci muoviamo, entriamo, occupiamo e non troviamo più nessuno. Al massimo, troviamo la violenza. Perché un dato è chiaro, in questo scorcio di nuovo Millennio, ossia che la violenza ha preso ovunque il posto della politica. La politica è mediazione, la violenza no. Per rispondere al meglio alla sua domanda, vorrei prima spiegare le motivazioni che mi hanno spinta a scrivere Dio è violent (Nottetempo edizioni, Roma 2012), passando poi alle intenzioni. Sul piano delle motivazioni – immediate, dirette, concrete – quelle più sentite sono due. La prima, è la questione della nuova base americana che stanno costruendo a Vicenza, nell’area dell’ex Dal Molin, che seguo da vicino, poiché sono di origine vicentina e ho persone amiche fra i tanti che si sono mobilitati dalla prima ora contro il progetto. La seconda è la prima guerra mondiale, che sembra distante ma mi tocca personalmente, come problema e come esperienza: mia madre si ritrovò a stare vicina alla sua, di madre, che perse due figli maschi proprio in quel conflitto. Questa donna ne restò segnata e mia madre – allora undicenne – lo fu a sua volta, ricevendo da lei e trasmettendo a me e ai miei due fratelli maggiori questo segno. Come me, entrambi i miei fratelli si sono impegnati nel movimento No Dal Molin. Ricordiamo che si tratta di una base che non rientra in nessuna alleanza nè accordo conosciuto, senza forma di diritto internazionale, il governo ha tacitamente ceduto agli Usa la sovranità dell’Italia su quel territorio. Insieme a tanti altri, ci hanno messo entusiasmo e risorse, studiando, informandosi e informando, chgiedendo spiegazioni, cercando il consenso, facendo insomma un lavoro vero e vivo nell'intelligenza comune... Ma niente è servito a niente. Questo sul piano delle motivazioni. Veniamo allora alle intenzioni. Volevo in primo luogo polemizzare contro la retorica antiviolenta. Ci sono autorità, intellettuali e uomini politici che fanno i furbi, non escludo che alcuni siano in buona fede, quando predicano la legalità, ma ciò che dobbiamo considerare è il contorno, l'ambiente, la situazione in cui questa retorica cade. Appena vola un sasso o c'è una minima deviazione dal percorso della legalità si scatena un severo moralismo a senso unico. Communitas, n. 7 (2012) http://communitas.vita.it/?p=2778 ISSN ON LINE 2280-3645 ______________________________________________________________________________________________ In questi anni, mentre ci concentravamo sul bersaglio grosso e magari sui macroscenari di guerra, non ci siamo accorti che una retorica di «cultura avvocatesca del diritto», come la chiamava Hans Kelsen, penetrava nella sinistra stessa. Per capirci, è come se il formalismo giuridico avesse trovato la sua espressione in una degradazione più ampia del sistema. La violenza, oggi più che mai, sembra installarsi nel cuore della retorica antiviolenta... Luisa Muraro: Non è un caso che ogni volta che minimamente si infrange una norma, si evoca quella cosa realmente da incubo che è stata la strategia della tensione, una lotta politica alimentata da episodi grtavi di terrorismo. Così facendo, ci si dimentica – ma in realtà i retori lo sanno benissimo, e operano proprio in tal senso – il contesto. Si istituisce una finzione, si vuol far credere che ci si trovi nello stesso tempo, invece è tutto un tempo diverso. C'è stato l'Ottantanove, c'è stata una trafila di interventi militari che, dalla Somalia alla Serbia, dall'Irak all'Afganistan alla Libia, hanno radicalmente mutato lo scenario in cui la violenza e la norma si istallano. Il gioco dei furbi è quello di far credere che lo scenario non sia mai cambiato e a questo scopo suscitano fantasmi di violenza. Ci sono piaghe aperte, piaghe recenti intendo, sulle quali questo sistema integrato di media politicanti e politicanti mediatizzati sorvola abilmente. Una prima piaga è il G8 a Genova, con la violenza portata in primo piano con molti espedienti ma con uno scopo preciso, far fallire una grande manifestazione pacifica. L'ipocrisia rimonta a questa ferita. La violenza ha preso il posto delle politica, ovunque. La Libia è l'ultimo episodio, l'ultima piaga... Una piaga che rivela come la politica sia in realtà altro dalla politica, anche se continuiamo a chiamarla con questo nome. In realtà, è pura meccanica dei rapporti di forza, coperta da motivazioni intrattenute con operazioni culturali: i diritti umani, i diritti delle donne, i nostri valori, gli interventi umanitari... Lei scrive che «c'è politica dove c'è movimento libero dell'anima e dei corpi, dove prima c'era cieca sottomissione ai più forti e al caso». Eppure, ciò che abbiamo sotto gli occhi è soprattutto lo spettacolo di forme politiche agonizzanti e mobilitazioni politiche – pensiamo all'Egitto, che ha visto mutare la sua "primavera" in un "lungo inverno" – senza sbocco e ancora senza forma... Converrà forse iscrivere nell'ambiguo catalogo delle profezie che si autoavverano, anche ciò di cui in Inghilterra, da almeno un ventennio, conservatori e riformisti gioiosamente uniti vanno teorizzando, ovvero l'avvento di una post-democrazia... Luisa Muraro: Credo che la Libia sia un caso esemplare in tal senso. A Gheddafi, come capo di Stato, si stendeva il tappeto rosso, poi ad un certo punto Francia e, appunto, Inghilterra hanno pensato di approfittare dei movimenti reali in Tunisia e Egitto, subentrando a una guerra tribale per raggiungere i propri scopi. Ricordiamoci quello che andava gridando, in quei giorni, il Vescovo cristiano di Tripoli: «dov'è finita la mediazione? Dov'è, la diplomazia? Perché non parliamo, non discutiamo?». Ma a chi interessava, la diplomazia? Quelli volevano un'altra cosa. Gli Stati Uniti hanno cercato di risparmiarsi, almeno, l'imbarazzo dello scannamento di Gheddafi, ma non ci sono riusciti, e l'hanno trasformato in spettacolo. Ecco, qui si è segnato il punto di non ritorno, la violenza, la mera violenza ha preso il posto della politica... Non voglio più sentir parlare i nostri piccoli predicatori antiviolenza, che poi su queste nefandezze e prepotenze scaltramente tacciono. Dio è violent nasce anche da questa esigenza: dire basta. Siamo animali simbolici, abbiamo bisogno di storie. Eppure è come se, a un certo punto, questa violenza costantemente in circolo nel sistema fosse in grado di pervertirle, mutandole in traumi (il fallimento dei movimenti, etc.) o di farle girare a vuoto. Possiamo anche mettere i nostri messaggi nella bottiglia, ma sappiamo che nessuno li raccoglierà mai... Communitas, n. 7 (2012) http://communitas.vita.it/?p=2778 ISSN ON LINE 2280-3645 ______________________________________________________________________________________________ Luisa Muraro: In una sua lettera, datata 6 gennaio 1948, la scrittrice brasiliana Clarice Lispector dice parlando della sua vita di donna sposata: «Per adattarmi all’inadattabile, per vincere le mie ripulse e i miei sogni, mi sono dovuta tagliare gli artigli – ho tagliato in me la forza che avrebbe potuto far male agli altri e a me stessa. E così ho tagliato anche la mia forza». Due sono i punti da notare. Primo: non possiamo eludere la questione della violenza, se non vogliamo eludere anche quella della forza che ci è necessaria per fare fronte ai problemi del presente. Secondo: questa lettera attira l'attenzione sulle donne. Le parole della Lispector illuminano una contraddizione profonda: alle donne la violenza è quasi vietata, non però di patirla. Prima del femminismo, ricordiamocelo, la violenza privata maschile si esercitava impunemente. E così anche durante le guerre, benché un'altra retorica ci voglia far credere che solo nella guerra nella ex-Jugoslavia vi siano stati episodi di brutalità e violenza nei confronti delle donne. Episodi che, al contrarrio, costituiscono una costante delle guerre. Le donne della violenza sanno molto e, dunque, apprestandomi a scrivere Dio è violent, mi sono detta "approfitto del fatto di essere una donna e prendo la parola", sul tema. Seguendo l’indicazione di Clarice Lispector: possiamo davvero illuderci di fare opera di pace rinunciando all’uso della forza? E crediamo di poter adattarci alle richieste degli altri ed essere sempre buone e brave, senza perdere la nostra forza? Qui torniamo però anche a un altro nodo, quello del fare politica, oggi... Luisa Muraro: Il femminismo ci insegna molto, su questo punto. Abbiamo lottato per essere libere e protagoniste senza mirare al potere. Dobbiamo continuare a fare politica, cercare altre forme, tessere e continuamente intessere relazioni. E infondere questo spirito dentro il corpo sociale, a tutti i livelli di rapporto, dal vicinato al lavoro, dal sociale alla scuola. Dobbiamo collocarci sul terreno della politica prima, non della politica seconda. Questa distinzione oggi mi sembra particolarmente indicata per aprire altre vie e restituire credito alla politica. C'era una tipa molto in gamba a capo di una grande cooperativa di servizi. Doveva incontrarsi con un assessore e si tormentava al pensiero: è un politicante, ci diceva, di quello che noi facciamo sa ben poco ma la cooperativa ha bisogno di lui. Tu vai, è la necessità che ti porta lì, ma ci vai con lo spirito di chi fa la politica prima, quella vera, quella che dà vita al corpo sociale, lui fa una politica al servizio, una politica seconda. Esattamente così è nata quella distinzione, poi l’abbiamo approfondita. Io sto con la politica prima, con quell'umanità che lavora per tenere insieme la tessitura sociale e non ha bisogno di tante leggi o regolamenti per farlo, tutt'altro. Un tempo, la politica seconda aveva quanto meno cognizione di che cosa fosse la politica prima, oggi la "selezione" della classe politica avviene senza soluzione di continuità, rispetto alla "selezione" di personale in una qualsiasi multinazionale dell'anima... Luisa Muraro: Non hanno questo spirito, si limitano al loro, si dimenticano di essere al servizio. Per questo dico che la politica prima non ha bisogno di troppe leggi o diritti, si muove e fa. Bisogna rompere il banco e per questo affermo che il contratto sociale è finito e va proposta l'indipendenza simbolica di questa politica prima. Sul manifesto del 7 giugno scorso, mi ha colpito la lettera di un ex libraio che non ha più lavoro. Scriveva: «Niente lavoro, nessuna speranza per il futuro e lo stato italiano che ti chiede soldi per far fronte alle sue spese spropositate e mantenere i privilegi dei "soliti noti". Da oggi ho deciso di non rispondere più ai miei doveri di cittadino, dal momento che mi viene costantemente negato il diritto primario sancito dalla Costituzione (un lavoro che permetta a me e alla mia famiglia una vita dignitosa), non ritengo di dovere più sottostare a doveri di nessun genere (cominciando dal nuovo balzello denominato Imu)». Ecco, io sono perché chi promuove una Communitas, n. 7 (2012) http://communitas.vita.it/?p=2778 ISSN ON LINE 2280-3645 ______________________________________________________________________________________________ politica prima non si senta solo, si leghi agli altri, faccia relazione. Donne e uomini, sono tanti, tantissimi, che loro sappiano del loro valore e si mettano in un rapporto di indipendenza simbolica. Dipendiamo dagli altri, abbiamo legami, vincoli, ma l'indipendenza simbolica dall'ordine (o disordine) esistente è fondamentale. Non dobbiamo farci massacrare – l'antagonismo fine a se stesso – ma nemmeno dobbiamo farci umiliare. Dobbiamo divenire consapevoli del nostro valore. Viviamo in un'epoca regressiva e difficile che, in qualche modo, assomiglia al Seicento. Grandi catastrofi, carestie, guerre, ma anche, allora, la possibilità di porre le basi di una nuova modernità scientifica, politica e culturale. Il Seicento fu un secolo durissimo, di disordine ma inaugurale, la gente soffriva ma c'era gente che cercava un orientamento. L'indipendenza simbolica riguarda l'orientamento. Noi cerchiamo un orientamento e il femminismo italiano, con la sua originalità, la sua cultura della differenza, la pratica della relazione, del partire da sé, del fare contesto (se sei scuola, se sei sindacato, etc.), è un orientamento.