Piante velenose: impariamo a conoscerle.
Di Luca Bettosini
Tutte le cose sono veleno e nulla è senza veleno; solo la dose ne
determina la velenosità.
Teofrast Bombast von Hohenheim detto Paracelso (1493-1541)
Quale è stata la molla che mi ha spinto a realizzare questo articolo? A parte il fatto che amo le
piante e i fiori e la mia professione comporta spesso il contatto con esse; il mio girovagare in tutto il
Ticino mi ha permesso di farmi una certa idea su di loro e vi garantisco che c’è da preoccuparsi!
Faccio un semplice esempio che può essere ampliato a tutto il resto del territorio cantonale. Nel mio
semplice andirivieni da casa all’ufficio e per altri luoghi limitrofi ho scoperto che proprio sulla
strada che porta alla mia redazione, passaggio anche per le persone e bambini, si trovano tre piante
velenose e pericolose: Vincetoxicum hirundinaria (Vincetossico); Lonicera caprifolium (Caprifoglio
comune) e Euonymus europaeus (Cappello di prete o Fusaggine), presentate in questo articolo. La
Fusaggine l’ho trovata anche nei pressi del campo sportivo dove i bambini vanno a giocare. Nei
pressi dell’asilo si trova un’imponente pianta chiamata Taxus baccata conosciuta anche come
Albero della morte e già dal nome potete immaginare, visto il nome, gli effetti tossici di questa
pianta! Nei pascoli accanto al bosco dove c’è una specie di percorso vita si trova in gran numero il
Veratrum album (Veratro bianco), velenosissimo. Altre piante più o meno tossiche sono presenti un
po’ ovunque. Queste semplice constatazione dimostra come sia molto facile, in tutto il Ticino,
incontrare prima o poi una pianta velenosa che potrebbe causare dei problemi. Per non parlare poi
delle piante velenose presenti nei nostri giardini, parchi e addirittura in casa propria. Le piante
velenose che possono essere presenti nelle case saranno un argomento per un articolo futuro, intanto
parliamo delle piante velenose presenti in natura e nei giardini. Ma è realmente un problema serio
quello dell’intossicazione da parte di piante velenose? Il Corriere della sera di sabato 31 luglio 2010
intitolava così un articolo: “Piante velenose, boom di ricoveri”; Solo nell’ultimo anno il Centro
Antiveleni Italiano ha ricevuto 800 richieste di consulenza per sospetta esposizione tossica a
sostanze vegetali. Altre informazioni ci giungono dal Cnit: “Sono molte centinaia l’anno le
intossicazioni da veleni presenti nelle piante solo in Italia, il dato proviene dal Centro nazionale di
informazione tossicologica (Cnit) della Fondazione Maugeri di Pavia. Un paziente registrato dal
Centro antiveleni di Pavia ha usato bulbi di Veratro al posto della Genziana per produrre una grappa
casalinga rivelatasi tutt’altro che digestiva. Un amante delle verdure “fai-da-te” ha mangiato un
aconito convinto di gustare un Asparago selvatico, ma l’epilogo è lo stesso: una corsa al Pronto
soccorso e il Centro antiveleni che archivia l’episodio come intossicazione. Il 40% degli
avvelenamenti registrati dal Centro nazionale di informazione tossicologica si concentra fra gli
under 10, il 26% riguarda bimbi sotto l’anno. Il più delle volte la disavventura si conclude con il
lieto fine. Le situazioni più gravi riguardano solitamente gli adulti, vittime nel 63% dei casi di
imperdonabili scambi di vegetale”. (1)
Non è facile definire il concetto sia di veleno che di pianta velenosa perché “lo stare male”
genericamente a causa di certi principi attivi che le piante possiedono dipende da moltissimi fattori
sia della pianta stessa che del soggetto che la ingerisce. In natura esistono piante molto velenose,
mortali come l’Oleandro, l’Aconito, la Belladonna e altre pericolose come le digitali i sui estratti, in
giuste dosi, vengono utilizzati in medicina. Ci sono poi altre piante che sono pericolose solo in
soggetti allergici alle stesse. Ogni veleno presente in una pianta dipende poi da tanti altri fattori
come il terreno, il clima, il periodo dell’anno in cui la si ingerisce. Ma non è finita qui, il problema è
dato anche da tutte quelle variabili fisiche e fisiologiche personali delle potenziali vittime come
l’età, lo stato di salute, la quantità di veleno ingerita eccetera. La miglior cura resta in ogni caso la
prevenzione! Infatti la causa principale della maggior parte degli avvelenamenti è l’ignoranza. Nel
senso che non si conoscono gli effetti tossici delle sostanze contenute in molte specie di vegetali. In
questo articolo presentiamo diverse piante velenose che si possono trovare anche in Ticino, con
alcune solamente coltivate nei giardini. L’importanza di conoscerle bene ci permette di evitare i
rischi di avvelenamento soprattutto da parte dei bambini. Esistono ancora molte altre specie di
piante considerate velenose in Ticino che possono nuocere, e vista l’importanza di avere una giusta
conoscenza, di tanto in tanto, “Vivere la montagna” le presenterà in modo che possiate insegnare ai
vostri figli, e anche a voi stessi, come evitarle. In questo articolo troverete anche una lista di altre
piante pericolose che saranno poi, come detto, ripresentate in modo più ampio in futuro.
L’importante è sapere che esistono e che sono pericolose, addirittura mortali e riconoscerle può fare
la differenza tra la vita e la morte. “Nel mondo delle piante sono molte le bacche, le foglie e i fiori
pericolosi se ingeriti o incautamente masticati. Il pericolo maggiore lo incontrano i bambini che, il
piú delle volte, sono attirati dai colori vivaci delle bacche e dei fiori. Questa attrazione “fatale” li
spinge poi a mettere in bocca qualcosa di molto velenoso con il rischio che il genitore non sappia
poi quale sia la causa del suo malessere! Ma anche gli adulti corrono questo rischio, soprattutto i
sedicenti esperti raccoglitori di erbe che, senza alcuna conoscenza, raccolgono erbe confondendole
con altre simili che possono essere velenose. Quando pensiamo alle piante velenose il nostro
pensiero va immediatamente a Socrate che nel 399 a.C. venne condannato a bere una mortale
pozione di Cicuta, un potente veleno paralizzante estratto da un’ombrellifera (qui presentata). Come
aveva affermato Paracelso 500 anni fa: in ogni cosa naturale c’è del veleno e spesso è la quantità
che rende una cosa velenosa! Anche le patate, se mangiate con la buccia verde, possono essere
tossiche. Lo stesso nome di “farmacia” deriva dal termine greco pharmakon che significa “veleno”!
Nei secoli passati i veleni furono uno dei principali strumenti dei potenti nella lotta per il potere.
Parecchi imperatori romani morirono avvelenati tra questi Vespasiano (9-79 d.C.), suo figlio Tito
(38-81 d.C.) e il fratello di quest’ultimo, Domiziano (51-96 d.C.). Il XV e il XVI secolo in Europa
sono stati veri paradisi per gli avvelenatori professionisti. Tre donne di quel periodo sono da
considerarsi le principali avvelenatrici della storia: Lucrezia Borgia e i suoi veleni a base di
Mandragora, Caterina de’ Medici che ha risolto numerosi problemi politici con veleno sciolto nelle
bevande dei suoi avversari e la Marchesa di Montespan che durante il regno di Luigi XIV ha
liberato numerosi nobili dalle loro scomode e opprimenti amanti. Tutto è veleno ma la maggior
parte della gente ignora la pericolosità di molte piante. I casi di avvelenamenti per ignoranza, quindi
per scarse conoscenze botaniche, sono frequenti e ogni anno mietono un certo numero di vittime.
Alberi maestosi e appariscenti come il Tasso o il Maggiociondolo nascondono insidie
pericolosissime, soprattutto per bambini e animali. La loro pericolosità non è altro che un
meccanismo di difesa contro le aggressioni di insetti o animali, come lo sono anche le spine delle
rose e i peli urticanti dell’ortica… Il grado di velenosità di una pianta varia da zona a zona. Anche
tra le persone c’è chi con poco si avvelena e c’è anche chi sopporta facilmente una grande quantità
di alcaloidi prima di subirne gli effetti. L’azione tossica è dettata da tantissimi fattori come il clima,
l’umidità, il terreno, l’età, la stagione… In una zona molto umida, la tossicità di certe piante sarà
molto bassa, mentre durante una stagione secca e senza piogge aumenterà di parecchio la
concentrazione di veleni. Le sostanze tossiche contenute nelle piante, sono positive e curative se
utilizzate correttamente”. (2)
Cosa rende velenosa una pianta?
Per pianta velenosa intendo quelle specie vegetali che in maniera più o meno grave, interferiscono
in modo negativo con l’organismo vivente con cui vengono a contatto. Possono portare ad una
semplice irritazione allergica come pure alla morte. In Ticino possiamo trovare una cinquantina
circa di specie di piante considerate velenose per l’uomo e quindi il saperle riconoscere è rilevante!
I principi velenosi presenti nelle piante tossiche sono costituiti principalmente da alcaloidi,
glucosidi, resine, ossalati; essi possono accumularsi in tutta la pianta oppure solo in alcune sue parti,
ad esempio nella linfa, nelle bacche oppure nel fogliame. La tossicità è variabile in base allo stadio
di crescita della pianta, risultando generalmente più alta nella fase di maturità. Come detto ogni
pianta contiene differenti principi attivi che hanno effetti molteplici e conoscerne alcuni è
importante. Gli acidi organici come il malico, l’ossalico, il succinico eccetera hanno un effetto
blandamente lassativo. Gli alcaloidi sono un gruppo di sostanze eterogene, formati da diverse
composizioni chimiche e con diversi effetti fisiologici. Con il termine alcaloide si intende una
sostanza organica azotata di origine vegetale e carattere basico, con proprietà medicamentose o
tossiche in relazione al tipo e alla dose. La loro potenza arriva anche a una tossicità universale, e
non c’è dubbio che qualsiasi alcaloide esercita un’azione stressante sul corpo. Uno dei punti più
importanti è che gli alcaloidi non sono facilmente solubili in acqua ma lo sono in alcool. Dato che la
maggior parte dei dati tradizionali sulle piante medicinali riguardano soluzioni acquose, è probabile
che i dati su piante contenenti alcaloidi non riflettano la reale pericolosità dei moderni preparati
alcolici. Si parla spesso di piante “amare” e si pensa erroneamente che tutto ciò che è amaro in
natura faccia bene. Quando si parla di amari si intende un insieme di sostanze chimicamente tra loro
molto diverse, che in comune hanno solo il gusto amaro che danno alle droghe in cui sono
contenuti. La loro azione si svolge essenzialmente sull’apparato gastrico favorendo in generale
l’aumento di appetito, migliorando la secrezione gastrica e quindi la digestione. Ci sono diversi tipi
di droghe amare, tossiche e poco tossiche e dunque bisogna fare molta attenzione. I glicosidi sono
ampiamente diffusi nel mondo vegetale, dove rappresentano fonti di immagazzinamento degli
zuccheri. L’uomo si serve di tali composti utilizzandoli principalmente in campo farmacologico o
come additivi alimentari. Alcuni glicosidi sono però tossici. Le saponine (o saponosidi) sono dei
glicosidi terpenici di origine vegetale che prendono il nome dalla Saponaria officinalis, che veniva
coltivata un tempo per il lavaggio della lana. Centinaia di piante contengono saponine, e
quest’ultime possono essere così abbondanti da raggiungere anche il 30% del peso secco della
pianta. In grandi dosi la saponina può provocare seri danni alla mucosa bronchiale e ai tubuli renali
con deterioramenti a volte non facilmente curabili. Gli oli essenziali, molto conosciuti nelle
erboristerie, sono miscugli di sostanze organiche molto diverse e si ottengono per distillazione in
corrente di vapore o per estrazione con solventi volatili o per semplice pressione. In fitoterapia sono
anche chiamati più comunemente “essenze”. Attenzione però, l’uso di queste “essenze” senza la
supervisione di un medico può essere pericoloso. L’applicazione di oli essenziali puri sulla pelle
può portare a infiammazioni e lesioni della cute e la loro ingestione (a seconda del tipo di olio e
della quantità ingerita) è potenzialmente mortale! Bisogna, infatti, considerare che l’indice
terapeutico degli oli essenziali, ovvero il rapporto tra la dose terapeutica e quella tossica, è molto
basso e ciò significa che anche piccoli aumenti del dosaggio terapeutico possono produrre fenomeni
tossici di varia gravità. Le resine sono miscele di acidi aromatici, oli essenziali, gomme,
resinotannoli eccetera. Chimicamente sono prodotti derivanti dall’ossidazione degli oli essenziali,
che nascono in particolari strutture vegetali. Nel nostro organismo svolgono azioni utili ad esempio:
aperitive, digestive, balsamicche ed espettoranti ma sono anche molto pericolosi! I tannini sono
prodotti vegetali che colorano di bruno-rossastro gli organi in cui sono contenuti. I tannini,
somministrati sia per via topica che orale, hanno un effetto antibatterico e antifungino.
Somministrati per via orale hanno un effetto antidiarroico. Somministrati per via topica hanno
effetto vasocostrittore, sono usati nella rigenerazione dei tessuti affetti da piccole ferite e ustioni, ed
infine sono usati nel trattamento della dermatite. Una loro altra importante caratteristica è quella di
essere usati come antidoti negli avvelenamenti da alcaloidi e dei metalli pesanti. Ci sono molti altri
principi attivi nelle piante ma in questo articolo è impossibile trattarli tutti, l’importante è sapere che
ci sono ed agire di conseguenza cercando di conoscere meglio le piante di casa nostra. Alla fine il
principio di Paracelso che dice: “Tutte le cose sono veleno e nulla è senza veleno; solo la dose ne
determina la velenosità”, è pura verità. (3)
I vari tipi di intossicazione da piante velenose
Intossicazione per contatto
“Piante che possono rivelarsi pericolose anche solo per contatto. Un’evenienza questa, possibile
allo stesso modo, sia per il bambino che per l’adulto. Come vedremo più avanti, sono molte le
piante che hanno parti tossiche, che se toccate, possono portare conseguenze anche piuttosto serie.
L’intossicazione si presenta con irritazioni e bruciori oltre ad arrossamenti a livello locale. Niente
di preoccupante, in questo caso. La situazione si può aggravare solo se le tossine vengono
assorbite dall’intestino. In primo rimedio in ogni caso è quello di lavare la parte arrossata con
acqua fresca e applicare una pomata antistaminica.
Intossicazione per ingestione
Sicuramente, è l’intossicazione più pericolosa e più seria. L’ingestione di foglie; di parti di piante,
sicuramente è riconducibile ai bambini piccoli, che mettono tutto. I sintomi per intossicazione da
ingestione possono essere diversi, solitamente si tratta di problemi gastrointestinali, e quindi
nausea, vomito, diarrea e dolori addominali. Possono insorgere anche irritazioni come bruciore
alla gola o arrossamento e rigonfiamento. Problemi più seri sono rappresentati dai disturbi a livello
cardiaco come sbalzi di pressione o addirittura convulsioni. Alla comparsa di uno di questi
sintomi, recarsi immediatamente al Centro Antiveleni o nel più vicino Pronto Soccorso. Il medico
di turno vi dirà il da farsi. Nella maggior parte dei casi vi prescriverà la somministrazione di
carbone attivo. Il carbone, in questa fase, frena l’assorbimento delle tossine. Se invece doveste
percepire che la situazione è incontrollabile, chiamate immediatamente i soccorsi senza perdere
tempo”. (4)
Le erbe medicinali sono sempre sicure?
Nel 1991 due escursionisti tedeschi scoprirono su un ghiacciaio delle Alpi altoatesine, un cadavere
che si rivelò essere il famoso Uomo del Similaun (battezzato Ötzi). Ciò che ci interessa sapere è che
quest’uomo aveva con sé una sacca contenente diverse cose tra cui dei grossi frammenti di un fungo
chiamato Piptoporus betulinus; questo fungo si sviluppa in lamine sui tronchi degli alberi. La
particolarità sta nel fatto che esso contiene l’acido agarico, un potente lassativo e una resina oleosa
che risulta tossica per alcuni batteri e parassiti intestinali. La domanda è spontanea: a che cosa gli
serviva portare con se questo fungo? Gli studiosi non sono riusciti a capirlo fino a quando, nel 1998,
una piú approfondita autopsia dell’apparato digerente di Ötzi fece scoprire nel retto delle uova di un
parassita intestinale chiamato Trichuris trichiura. La logica conclusione è che l’uomo di Ötzi era a
conoscenza di essere affetto da questo parassita (il quale causa dolori addominali) e come cura
sapeva di poter usare il fungo che aveva con sé; infatti le proprietà lassative e antiparassitarie gli
donavano sicuramente un certo sollievo. Ebbene, questa scoperta recente costituisce uno dei piú
antichi esempi documentati dell’utilizzo di qualcosa di vegetale a scopo medicinale! L’uomo di
Ötzi, 3’300 anni prima di Cristo, sapeva della sua malattia e aveva trovato un adeguato e
ragionevole rimedio erboristico come cura! (5)
Questo ci insegna che i nostri antenati scoprirono le virtú di molte erbe curative soprattutto per via
sperimentale, imparando a proprie spese, con l’esperienza diretta, che in natura esistono molte erbe
che possono guarire e molte altre che sono invece velenose. Non sapremo mai però quante piante
gli uomini del passato dovettero provare, cucinare, con l’esperienza diretta, causando sia guarigioni
che morti dolorose, e infine scoprire gran parte delle erbe che oggi sono alla base della fitoterapia
moderna. Basta ricordare la lunghissima tradizione erboristica cinese, indiana e greca.
Fin qui tutto chiaro ma la domanda che potrebbe venire spontanea è questa: le erbe medicinali di
oggi sono tutte sicure? Il fatto che in quasi tutto il mondo esistano dei preparati di origine naturale
commercializzati liberamente (moltissimi dei quali senza bisogno di prescrizione medica) non
significa che il loro utilizzo non possa provocare episodi di tossicità. La tossicità può essere causata
dall’assunzione di dosi molto elevate di principi attivi, dallo stato di conservazione delle droghe e
dal loro utilizzo e infine dall’uso di piante che sono state identificate in maniera errata. Bisogna
ricordare che i dati tossicologici disponibili sulle piante medicinali sono ancora limitati, in contrasto
esiste invece un alto numero di informazioni concernenti le erbe utilizzate in cosmetica e per uso
culinario. Come diceva Paracelso, la differenza la fa la quantità di componenti della pianta che
vengono utilizzati. Per fare un esempio, il comune Prezzemolo fa bene in piccole quantità, ma
ingerendolo quotidianamente in una lunga dieta può diventare pericoloso a causa di un suo principio
attivo chiamato apiolo! L’apiolo è velenoso per l’organismo. Assunto in basse quantità eccita le
fibre uterine; in quantità elevate può causare aborti, paresi muscolari o ittero provocando in alcuni
casi anche conseguenze ben piú gravi. Questo principio vale per tutte le erbe che sono usate come
rimedi medicinali! Il consiglio che si può dare è che bisogna fare attenzione nel curarsi da soli con
delle erbe che abbiamo solo sentito nominare o letto su qualche rivista, bisognerebbe sempre prima
consultare il proprio medico in caso di cure che durano nel tempo, in modo da poter conoscere gli
eventuali effetti collaterali di certi principi attivi che noi non conosciamo. Curarsi con le erbe è
giusto, ma bisogna farlo con conoscenza e in perfetta sicurezza!
Considerazioni
Voglio fare una piccola considerazione per dare una linea da seguire a tutti. Sono ormai decenni che
io leggo regolarmente tutto ciò che posso trovare su piante, fiori e natura in generale (in lingua
italiana). La mia biblioteca dispone di centinaia di libri specializzati sulle piante e sui fiori oltre ad
un’infinità di riviste. Non esce nulla sul mercato, in lingua italiana, che io non acquisto per
informarmi, non sono un botanico ma un appassionato che si informa continuamente e che cerca di
sapere il più possibile nel modo più corretto. La mia esperienza mi ha insegnato questo: il comune
appassionato di erbe medicinali non deve mai commettere l’errore di acquistare il primo libro che
trova su questo tema e fidarsi alla lettera dei suoi contenuti! In commercio esistono un’infinità di
libri sui rimedi naturali, è la nuova moda curarsi in modo naturale, persone che hanno poco a che
fare con la vera conoscenza sulle erbe si improvvisano scrittori e sedicenti esperti del settore per un
solo scopo: vendere e guadagnare. Credetemi, li sfoglio tutto i libri che escono sulle erbe medicinali
e sui rimedi naturali, posso dire una buona parte di essi sono solo presentazioni “leggere” sulle
piante con poche e scarne informazioni presentate in modo incompleto e alle volte pericolosamente.
Ogni mese nel mio giro delle edicole trovo giornali e riviste di ogni genere che in allegato, come
omaggio, offrono libretti su come curarsi con le erbe medicinali, li compero tutti e li leggo perché
mi piace farlo ma anche perché in questo modo mi vengo a trovare nella condizione di sapere cosa
succede in questo specifico campo nel settore dell’editoria commerciale. Fate attenzione a questi
libretti omaggio come pure a certe riviste mensili sulle erbe, non fidatevi troppo, la mancanza di una
certa conoscenza, indispensabile in questo campo, è molte volte palese e pericolosa. Per fare un
esempio ho letto un breve articolo su una di queste riviste che presentava una delle piante più
mortali del pianeta, l’Aconito napello, come una pianta medicinale di grande effetto, senza citare
minimamente la sua mortale pericolosità! Chi ha letto quell’articolo poteva pensare di curarsi con
l’Aconito con conseguenze disastrose! In fitoterapia viene utilizzata per le sue marcate proprietà
antinevralgiche, sedative e analgesiche; ma ciò è di competenza esclusiva di medici esperti!
A parer mio l’unica rivista, in lingua italiana, che tratta l’argomento delle erbe medicinali con
professionalità e competenza è il mensile “Erboristeria domani” disponibile solo su abbonamento
dall’Italia. Questa prestigiosa rivista, che esiste da decenni, è il massimo che si possa avere per una
conoscenza corretta delle erbe medicinali anche se la maggior parte degli articoli sono spiegati in
modo scientifico e un comune appassionato potrebbe faticare nel comprendere certe informazioni.
Ma è una rivista, la sola a mio parere, che merita la sua fama. La potete vedere qui:
www.erboristeriadomani.it. Se desiderate imparare come usare certe erbe medicinali dovete andare
sul sicuro e non fidarvi del primo libro trovato; io ad esempio, per scrivere questo articolo e
presentare le specie presenti, ho confrontato le informazioni con una ventina di libri specializzati tra
i più autorevoli in mio possesso, non ho scritto informazioni prese da un libretto sulle erbe in
omaggio a qualche rivista oppure dal primo sito web che ho trovato. Quando almeno diversi autori
esperti (dottori, erboristi, specialisti eccetera) concordano nelle informazioni ecco che allora sono
nella certezza di dare la l’indicazione corretta al comune appassionato di questo magico mondo
delle erbe. Non fidatevi neppure del sedicente esperto che dice di conoscere tutto sulle erbe! Errore
gravissimo! A questo proposito ho un esempio da farvi: mio padre, molto spesso, mi porta a casa un
sacchetto di erbe medicinali raccolte e regalate da un suo amico. Un bel gesto da apprezzare
certamente, ma quando osservo da vicino queste erbe e vedo come sono state raccolte, non a singole
foglie o fiori, ma strappate a mazzi con il rischio di avere inserito anche altre specie non più
identificabili il risultato è che tutte le volte le getto via (speriamo che mio padre non legga proprio
questo articolo!). Con i funghi capita la stessa cosa, mi porta funghi che non conosco, malgrado la
mia esperienza e anche questi finiscono per essere gettati. Ma perché li getto? Per il semplice fatto
che se non conosco o non sono sicuro preferisco non rischiare; non fidarsi delle parole di un amico
senza offendere, è una semplice questione di sicurezza! È inutile che vi citi gli innumerevoli casi di
famiglie avvelenate nella piena fiducia di qualcuno che ha cucinato erbe o funghi per loro! Un altro
luogo comune sono le esperienze dei nostri vecchi, i cosiddetti rimedi della nonna. Anche qui
bisogna fare molta attenzione non perché i rimedi della nonna siano sbagliati, ma perché la persona
che ve li racconta potrebbe avere confuso una certa erba, essersi dimenticata di fattori importanti e
questo è un pericolo. Il rimedio della nonna di cui venite a conoscenza va sempre controllato su
pubblicazioni specifiche ed autorevoli, sempre! Per ritornare all’esempio dell’amico di mio padre, il
mazzetto regalo era il conosciuto Aglio orsino e ora qualcuno mi dirà: che problema avevo a
riconoscerlo? Nessuno rispondo io, il fatto che la persona aveva strappato questa pianta medicinale
a mazzi di 10-15 foglie in diversi giorni (rispettando la legge che dice che si può raccogliere solo un
mazzo al giorno contenuto in una mano, anche questo è un aspetto legale da ricordare nella raccolta
di erbe medicinali) purtroppo molte volte si corre il pericolo di raccogliere, assieme all’Aglio
orsino, anche il Mughetto e il Colchico (soprattutto nei conosciuti boschi di Aglio orsino nel
Mendrisiotto), che crescono nel medesimo suolo, le cui foglie sono simili e se non sono ancora in
fiore, difficilmente un comune appassionato può distinguerle (come dimostrano le foto qui presenti
del confronto). Strappando a mazzi l’Aglio orsino quando queste due piante pericolose non sono in
fiore si rischia di includere alcune loro foglie! Ecco perché le ho gettate. Le foglie medicinali, di
ogni pianta, vanno sempre raccolte singolarmente con molta attenzione, regola d’oro da tenere a
mente! Ecco un altro semplice esempio capitato poche settimane fa a mio figlio (giugno 2010):
svolgendo il lavoro di apprendista giardiniere un giorno é tornato a casa ricoperto da puntini
pruriginosi su buona parte delle braccia, mani e gambe. Il dottore gli ha dato una pomata
antiallergica e ora sta guarendo. Non era andato in una giungla ma solo a pulire un giardino dove é
venuto a contatto con qualche pianta velenosa. Immagine ora cosa potrebbe capitare a un bambino
che gioca in questo giardino! Lo stesso problema riguarda anche gli animali, soprattutto quelli
domestici e dobbiamo stare attenti alle erbe o piante che gli diamo da mangiare. Un esempio viene
da certe scimmie dell’Africa che si nutrono di foglie velenose, ma poi, per istinto, alcune mangiano
l’argilla per eliminare le tossine assorbite da ciò che hanno mangiato; e dove non c’è l’argilla,
catturano una specie di millepiedi che per difesa spruzza una sostanza che strofinata sul corpo della
scimmia elimina le tossine. Di esempi come questo in natura ce ne sono un’infinità.
Anche piante non propriamente velenose possono procurare guai: per esempio, le foglie della
familiare Edera, se vengono ingerite in piccola quantità, hanno uno spiacevole effetto purgativo,
mentre in grande quantità possono produrre un eccessivo stimolo e persino difficoltà di respirazione
fino ad arrivare a provocare il coma nelle persone allergiche. Oppure di contrasto l’Oleandro
(presente ovunque in Ticino) che è assolutamente mortale; ogni singolo pezzetto della pianta è
velenoso ed anche un’unica foglia può risultare fatale se viene inghiottita. Attenzione a non usare
certi rami o gambi di piante come spiedi per la griglia, potrebbero avvelenare la carne come
appunto quelli dell’Oleandro che sono molto velenosi! Di altri esempi ne potrei fare un’infinità ma
non in questo articolo, come già detto, comincio con il presentare queste specie di piante tra le più
velenose. In seguito porterò di nuovo alla luce il problema delle piante velenose con altri articoli.
La Mandragola (Mandragora autumnalis e officinarum)
Mandragola è il nome comune di diverse piante del genere Mandragora appartenenti alla famiglia
delle Solanaceae, una famiglia che comprende specie commestibili ed altre velenose. Molte specie
di questa famiglia hanno infatti componenti alcaloidi psicoattivi. La Mandragola è senza alcun
dubbio una delle piú antiche e potenti pianti medicinali mediterranee. Se ne parla da quasi tremila
anni anche se dall’inizio del XIX secolo non ha avuto piú alcuna parte nella farmacopea. È solo
verso la fine del XIX secolo che, grazie a ricerche cliniche, si scoprirono una serie di alcaloidi nella
sua radice che la fecero riconsiderare anche se attualmente non viene sfruttata come pianta
medicinale. Le foglie della Mandragola, ovali di colore verde scuro, che spuntano direttamente dalla
radice principale, sono disposte a rosetta rasoterra. Al centro crescono gli steli dei fiori, ciascuno
con un solo fiore bianco, celeste o lilla. Il frutto arancione, grosso come una prugna, matura in
Palestina piú o meno all’epoca della mietitura del grano. Le sue radici sono narcotiche e velenose
ed hanno un odore nauseabondo che provoca allucinazioni, nausea e vertigini. Fiorisce da marzo a
maggio. Il nome di Mandragora sembra dovuto al fatto che essa si trova spesso in vicinanza dei
luoghi di rifugio o di riposo del gregge. Altri (Bodeo Stapel) pensano che possa derivare dal
germanico Man (uomo) e Tragen (portare) perché le grosse radici, spesso biforcate e accavallate,
hanno una certa rassomiglianza con cosce umane o di uomini senza braccia. Delle cinque specie
conosciute di Mandragora, quattro sono presenti nell’area mediterranea e una sull’Himalaya.
Sandro Pignatti, nei suoi tre volumi sulla Flora d’Italia, presenta due sole specie di Mandragola
presenti in Italia: Mandragora officinarum (sinonimo anche Mandragora vernalis, la Mandragora
maschio degli antichi) e la Mandragora autumnalis (Mandragora femmina degli antichi). In Ticino,
come in Svizzera, questa pianta non esiste allo stato spontaneo ma solo coltivata. È una delle piante
velenose piú conosciute al mondo. Le radici della Mandragola sono caratterizzate da una peculiare
biforcazione che ricorda la figura umana (maschile e femminile); insieme alle proprietà anestetiche
della pianta, questo fatto ha probabilmente contribuito a far attribuire alla Mandragola poteri
sovrannaturali in molte tradizioni popolari. La tradizione magica occidentale abbonda di citazioni
sul potere e sull’uso della Mandragola; da Plinio, che è il primo a trattare ufficialmente il suo
carattere antropomorfo e a suddividerla in forma maschile e femminile, a Galeno e a Lucio Apuleio.
Per tutto il periodo romano si trovano tracce dell’uso della pianta. Questa pianta costituí uno degli
ingredienti principali per la maggior parte delle pozioni mitologiche e leggendarie. Nell’antichità il
frutto della Mandragola era usato in medicina come narcotico e antispastico. “Ippocrate riporta che
con piccole dosi di Mandragora si possono guarire angoscia e depressioni profonde. (…) Dosi
ancora maggiori esplicano un’azione sedativa, poi sonnifera, che in passato si pretendeva
raggiungere con il solo respirare l’odore dei frutti, della radice o dei loro estratti. Aumentando
ancora la dose, si provoca anestesia. Gli unguenti esterni sono già analgesici, ma all’interno questo
veleno porta all’insensibilità totale e ad un sonno simile alla morte: ciò permise agli antichi di
praticare interventi chirurgici (vi si può vedere la somiglianza con l’odierna narcosi). Se la dose è
troppo forte, l’avvelenamento è mortale”! (6)
Inoltre era ritenuto un afrodisiaco, capace di accrescere la fecondità umana o favorire il
concepimento. Nella Bibbia si legge che Rachele acconsentí a dare a sua sorella Lea l’opportunità
di avere rapporti coniugali con Giacobbe in cambio di alcune mandragole (Ge 30:14, 15). Anche se
la Bibbia non rivela perché lo fece, può darsi che Rachele pensasse che queste l’avrebbero aiutata a
concepire, ponendo cosí fine alla vergogna della sua sterilità. Tuttavia rimase incinta solo alcuni
anni dopo. Da questo episodio si può rivelare come già nell’antichità questa pianta fosse ritenuta
altamente afrodisiaca, al punto da indurre Giacobbe a preferire la moglie all’amante. Non a caso gli
Ebrei la chiamano Dudaim, da “Dum”, amore.
La Belladonna (Atropa Bella-donna)
Le Solanaceae, a cui appartiene anche l’Atropa bella-donna, sono una famiglia di piante che
comprende molte specie commestibili ed altre velenose. In Ticino si trova in pochi luoghi del
Sopraceneri e del Sottoceneri; io l’ho trovata e fotografata in un bosco vicino a Meride. La zona
preferita da questa pianta è quella intermedia della semi penombra, dove si incontrano la luce del
giorno e le tenebre umide: boschi freschi, scorci di radure, ovunque predomini l’ombra e il suolo
con humus scuro. La primavera fa spuntare i germogli circondati da grandi foglie intere, ovali con
l’apice acuminato. La crescita è veloce e vigorosa ma quando arriva a poco piú di un metro, si
espande lateralmente, di solito con diversi altri rami. Nel momento in cui la pianta vuole aprirsi in
tutta la sua forza fogliare, viene sopraffatta dal processo floreale. Per questo motivo i getti laterali
sono un particolare miscuglio di processi fogliari e floreali interconnessi. Nell’aprirsi il fiore
compie un energico movimento rotatorio, cercando l’ombra, girandosi verso un lato e poi verso il
basso, “nascondendosi” sotto la grande foglia vicina. I fiori aperti sono penduli, con la forma di una
laringe aperta ed un colore giallo chiaro, slavato, in connubio con un viola scuro. La bacca a
maturità è di un colore nero, brillante e contiene numerosi semi. Fiorisce da giugno a settembre. Il
nome scientifico, Atropa bella-donna, deriva dai suoi letali effetti e dall’impiego cosmetico: Atropa
è il nome della Moira che nella mitologia greca taglia il filo della vita, ciò a ricordare che
l’ingestione delle bacche di questa pianta causa la morte. Belladonna perché nel rinascimento le
dame usavano questa pianta per dare colorito al viso e lucentezza agli occhi. La Belladonna è una
delle “grandi” piante medicinali della farmacopea. In questa pianta, nel 1833, il chimico tedesco
Friedrich Ferdinand Runge scoprí l’atropina e altre sostanze che agiscono sul sistema nervoso
parasimpatico. L’atropina è disponibile in forma di farmaco ed è utilizzata per ristabilire o
controllare la funzionalità cardiaca. In combinazione con altri medicinali è anche prescritta per la
cura di numerosi disturbi di vario genere. Le gocce di atropina sono anche usate per dilatare la
pupilla e consentire l’esame del fondo oculare. La Belladonna è però una pianta estremamente
velenosa. Non deve mai essere raccolta e non va utilizzata se non sotto stretto controllo
specialistico. Anche dosi minime possono causare la morte!
“In caso di ingestione é necessario l'immediato ricovero ospedaliero; vi è la possibilità che le
bacche possano essere scambiate per dei frutti commestibili (mirtilli) e, nel bambino, l'ingestione di
una o due di queste provoca l'avvelenamento. Rossore al viso e al collo, bocca secca sono i segni
caratteristici dell'intossicazione e successivamente si avrà midriasi areagente, agitazione
psicomotoria e fenomeni di allucinazione. L'atropina, il principale alcaloide presente nella pianta,
dà tutti i classici effetti degli anticolinergici con il blocco delle secrezioni salivari, lacrimali,
sudoripare, nasale e bronchiale; si verificano anche midriasi e alterazioni del ritmo cardiaco
(tachicardia)”. (7)
Il Giusquiamo nero (Hyoscyamus niger)
Il Giusquiamo nero è una pianta erbacea annuale anch’essa della famiglia delle Solanacee, come le
altre due presentate prima. Anche se rara, questa pianta è presente allo stato spontaneo in Ticino. In
Europa, questa specie risulta resistente ai climi freddi ma si trova anche nelle vicinanze del mare.
Vive presso le abitazioni, sui ruderi e quasi sempre non in gran numero. Il genere Hyoscyamus
comprende una dozzina di specie tra cui anche l’Hyoscyamus albus (Giusquiamo bianco) che è
molto simile ma con fiori di colore piú pallido (non è presente in Ticino e Svizzera, ma lo si trova in
Italia). Fiorisce da maggio ad agosto. Il termine Hyoscyamus deriva dal greco kyoskyamos,
composto di kys (gen. kyos) che significa “maiale”, e kyamos che significa “fava”, perché i maiali
possono mangiare questa pianta senza alcun danno. La pianta raggiunge il metro di altezza, è molto
ramificata e possiede una grossa radice a fittone. Il fiore giallo, alcune volte reticolato, lo rende
inconfondibile. Le foglie sono spesse e pelose. La pianta, nella sua bellezza, ha un aspetto
minaccioso che evoca la stregoneria e anche il profano può comprendere la sua totale velenosità! Il
suo fiore emette un odore penetrante così come l’intera pianta possiede un odore simile a quello
emanato dal pelo bagnato di un cane. Insieme alla Mandragora e alla Belladonna questa pianta
figura nel folklore e nella mitologia di tutti i popoli europei che la temevano per la sua velenosità.
Nel tardo Medioevo venivano preparate pozioni tossiche che davano allucinazioni visive
accompagnate alla sensazione di volare. Questo fatto ci può spiegare perché moltissime delle
confessioni estorte con la tortura alle donne accusate di stregoneria (queste donne erano infatti
convinte di avere volato su una scopa) fossero in realtà sotto l’effetto del Giusquiamo. I Celti la
consideravano sacra al dio Belenus e infatti la chiamavano Beleonuntian. Si pensa che i druidi ne
abbiano fatto uso nei loro riti divinatori, ma anche per altri scopi dato che la pianta è altamente
velenosa. Si ritiene che queste persone avessero una conoscenza approfondita delle piante nocive,
delle loro parti e delle preparazioni atte ad esaltarne selettivamente i principi tossici. Si sa che i
guerrieri celtici intingevano spesso le armi nelle pozioni druidiche che concentravano le sostanze
tossiche di varie piante. Nel IX secolo, insieme ad altre erbe, componeva la spongia somnifera che
fu la prima forma di anestetico per interventi chirurgici, usata anche per calmare la sovreccitazione
dei malati mentali. Il suo decotto, immesso nell’apertura delle carie, era anticamente usato per
attenuare il dolore dei denti. La pianta (soprattutto nei semi) contiene principi attivi simili alla
Belladonna, quali la scopolamina, l’atropina e l’hyscyamina. Composti che provocano delirio,
dilatazione delle pupille, allucinazioni e stati alterati di coscienza. Nella medicina contemporanea si
usano normalmente gli estratti del Giusquiamo per alleviare i sintomi di alcune malattie psichiche.
Per la loro pericolosità le preparazioni per uso interno di questa pianta sono di esclusiva
competenza del farmacista e vanno usate solamente sotto il diretto controllo del medico.
Lo Stramonio (Datura stramonium)
La pianta è originaria dell’America Tropicale, è stata introdotta in Europa dopo il 1500 come pianta
ornamentale (per il bel fiore bianco) e medicinale. Appartiene anch’essa alla famiglia delle
solanaceae. Le sue proprietà erano già conosciute dagli indigeni sia del Nuovo che del Vecchio
Mondo. Cresce sporadica negli incolti, vicino ai ruderi e nei margini delle strade, su ogni tipo di
terreno, dal piano sin oltre i 900 metri di altitudine: massimo 1’350 metri. In Ticino la si trova in
diversi luoghi ma non cosí facilmente. Si tratta di una pianta erbacea a ciclo annuale, cespugliosa,
che presenta una radice a fittone, fusiforme, e un fusto eretto, con biforcazioni ramose e altezza che
può superare il metro. La fioritura avviene tra luglio ed ottobre; i fiori rimangono chiusi durante il
giorno per poi aprirsi completamente la notte, emanando un intenso e penetrante odore che attira le
farfalle notturne; l’impollinazione è infatti entomofila (tramite insetti pronubi). I fiori sono
ermafroditi, lunghi fino a 10 cm e solitari, presenti nelle zone terminali e nelle ascelle dei vari rami.
Il calice è di forma allungata e composto da 5 sepali a lobi saldati; da questa si sviluppa una corolla
bianca, a volte con sfumature violacee, di forma tubulare, a 5 petali saldati, acuminati e pieghettati.
Fiorisce da luglio ad ottobre. Il frutto è una capsula globosa, divisa in 4 logge, della grandezza di
una noce ed irta di spine (da qui il nome di noce spinosa); al suo interno si trovano numerosi semi
neri e reniformi. Come altre specie del genere Datura è una pianta altamente velenosa a causa
dell’elevata concentrazione di potenti alcaloidi, presenti in tutti i distretti della pianta e
principalmente nei semi. I nomi Erba del diavolo ed Erba delle streghe si riferiscono alle sue
proprietà narcotiche, sedative ed allucinogene, utilizzate sia a scopo terapeutico sia nei rituali
magico-spirituali. L’uso della Datura stramonium è estremamente pericoloso. In tempi remoti
veniva spesso usata per il suicidio e l’omicidio. La preparazione, il consumo e l’uso della Datura
differiscono da cultura a cultura: i semi della pianta, o la radice, vengono ridotti in poltiglia assieme
a qualche bevanda e in seguito ingeriti. Dopo un periodo in cui l’individuo che ha assunto la droga e
scosso da una sorta di attacco improvviso di forza e di energia, che spesso sfocia in aggressività,
avviene la caduta in un sonno profondo durante il quale sussistono allucinazioni molto vivide,
dando l’impressione di spiriti che stanno entrando in contatto con l’uomo. I peculiari effetti della
Datura hanno dato origine ad una serie di rituali tutti diversi, ma collegati fra di loro proprio a causa
della specificità di questo sonno profondo ed allucinatorio che segue l’ingestione. “In
considerazione della sua grande adattabilità la Datura era conosciuta sia in Europa, che nelle
Americhe dalle tribú indigene che fin dai tempi piú remoti, la utilizzavano nei riti iniziatici e in altri
tipi di cerimonie religiose per indurre stati di euforia ed esaltazione. I suoi semi erano utilizzati dai
maghi per le proprietà narcotiche, per le visioni fantastiche che provocavano e per il presunto potere
afrodisiaco; maghe e profetesse usavano bruciare la pianta per poter inalare i vapori ottenendone un
effetto narcotizzante. Thomas Jefferson (Presidente degli U.S.A.) fu testimone del fatto che
all’epoca di Robespierre i francesi condannati alla ghigliottina, preparavano con lo Stramonio un
veleno che causava una morte rapida, evitando cosí di finire sul patibolo”. (8)
Oggi l’uso della Datura in medicina popolare è quasi sparito. La tintura, infatti, non figura piú nelle
farmacopee e gli esperti nell’usarla si estinguono. Inoltre, la farmacologia moderna ci offre rimedi
meno rischiosi ed alla portata di tutti.
La Cicuta (Conium maculatum)
La Cicuta è una pianta della famiglia delle Apiaceae (caratterizzata da una infiorescenza tipica
chiamata ombrella). È una pianta erbacea perenne, trovabile fino a 1’800 metri di altitudine,
comunemente nota come Cicuta o Cicuta maggiore, originaria dell’Europa, passata alla storia quale
leggendaria bevanda che il filosofo Socrate fu condannato a bere per darsi la morte. Questa pianta si
trova anche in Ticino, ma non cosí comunemente, ed è l’unica presente della specie Conium.
Con il nome comune di Cicuta vengono però comunemente indicate anche altre due specie,
ciascuna appartenenti a generi differenti: La Cicuta minore (Aethusa cynapium), comunissima in
Ticino, annuale o bienne a seconda delle sottospecie, è detta anche Falso Prezzemolo. La sua
somiglianza con questa pianta aromatica ha portato a fenomeni di avvelenamento per la confusione
tra le due. La Cicuta acquatica (Cicuta virosa), è una pianta perenne, che cresce in prossimità di
acquitrini. È la piú velenosa delle tre ma in Ticino non esiste, solo in alcuni cantoni svizzeri.
La Cicuta maggiore forma una grande rosetta, fino a un metro di diametro, e in primavera emette un
grosso fusto alto fino a 2 metri, molto ramificato, cilindrico, con striature poco marcate, verdeglauco con numerose macchioline rosse (da qui il nome maculatum); all’interno è vuoto. Le
ombrelle sono molto numerose, da 8 a 20 raggi. I fiori bianchi, alla fioritura, emanano uno
sgradevole odore che ricorda quello dell’urina di topo. Fiorisce da giugno ad ottobre. “Tutta la
pianta è notevolmente velenosa e può portare alla morte. Ciò è dovuto alla presenza di almeno
cinque diversi alcaloidi: la coniina, la conidrina, la pseudoconidrina, la metilconicina e la coniceina.
La coniina - una neurotossina - è l’alcaloide piú attivo ed agisce a livello delle sinapsi
neuromuscolari. Si ritiene che la dose mortale per un essere umano sia di qualche grammo di frutti
verdi. Nell’uomo l’ingestione della Cicuta provoca problemi digestivi, cefalee ed in seguito
parestesia, diminuzione della forza muscolare, e infine una paralisi ascendente. La pianta è tossica
sia per il bestiame sia per l’uomo, e per questo motivo viene ignorata dagli erbivori. Il veleno agisce
anche indirettamente, cioè può portare ad avvelenamento anche in seguito ad ingestione di un
animale che se ne era cibato in precedenza”. (9)
Come pianta velenosa e anche medicinale era conosciuta fin dalla piú remota antichità; la medicina
medievale sapeva come utilizzarla. La maggioranza di queste conoscenze si sono però perse nel
tempo, ma l’omeopatia l’ha comunque rivalutata. Dicevamo che la Cicuta è famosa per ciò che
accadde a Socrate. “Dopo aver bevuto la Cicuta, Socrate cammina un po’ nella stanza, poi, quando
le gambe si intorpidiscono, si sdraia aspettando serafico che un gelo di morte si impossessi dei suoi
arti per risalire dolcemente fino a stroncare il cuore. La sua ultima raccomandazione, quando ormai
Ade sta per ghermirlo, è di innalzare un ex voto ad Asclepio, dio della medicina, che con la cicuta lo
guariva per sempre dal male di vivere. La Cicuta, infatti, ha tra i suoi principi attivi la coniina, un
alcaloide che paralizza i centri nervosi e porta alla paralisi respiratoria; effetti collaterali sono una
certa fissità di sguardo e un ridicolo singhiozzo che in nulla si addice alla fine gloriosa di un
grandissimo filosofo quale senza dubbio Socrate fu”. (10)
La Digitale (Digitalis purpurea)
La Digitale appartiene alla famiglia delle Scrophulariaceae a cui appartengono specie erbacee
perenni o annue, a distribuzione cosmopolita. Sono numerose le specie coltivate a fini ornamentali
risultate da ibridazioni per ottenere colori diversi. In Ticino questa pianta non esiste allo stato
spontaneo ma solo coltivata e la si vede in moltissimi giardini o prati da cui sono arrivati i semi per
dispersione. Il genere della Digitalis comprende una ventina di specie di cui solo due sono presenti
nella flora spontanea del Ticino: Digitalis lutea e Digitalis grandiflora, ambedue velenose come la
purpurea. Il primo ad introdurre il nome del genere Digitalis fu il botanico e fisico germanico
Leonhart Fuchs, nel 1550 circa; il termine significa “ditale, cappello per dita” e indubbiamente il
fiore ricorda questo utile oggetto. Fu poi Linneo a completare questo genere con altre specie. È stato
invece il botanico scozzese Philip a definirne il binomio scientifico nel 1768. Questa pianta erbacea
biennale prospera su terreno fertile, umido e ben drenato, sia in pieno sole che in ombra. Può
nascere da seme e si autosemina facilmente. La spiga fiorale può superare un metro di altezza. Nel
primo anno di vita compaiono solo le foglie, di colore verde scuro; nel secondo anno, in estate,
compare un lungo stelo che porta i fiori, penduli, a campana, simili a un ditale, di vari colori
(bianco, rosa, giallo). Fiorisce da maggio a luglio. Il frutto è una capsula che giunta a maturità si
apre liberando numerosi semi molto piccoli. Alcune delle Digitalis sono state coltivate come erbe
medicinali sin dal 1000 d.C. Fuchs la prescriveva contro le malattie di petto: altri piú tardi la
indicarono contro la scrofola. Nell’antichità era mischiata con vino o altro per avvelenare o
uccidere; infatti solo 10 grammi delle sue foglie seccate sono sufficienti per uccidere una persona
tra atroci sofferenze! L’intossicazione da digitale derivante da sovradosaggio può manifestarsi con
una visione in itterico (giallo), comparsa di contorni confusi (aloni) e bradicardia; i sintomi
comprendono inoltre nausea e vomito. La possibile insorgenza di blocco atrio-ventricolare può
condurre ad arresto cardiaco e morte. La pianta fu introdotta nella London Pharmacopeia nel 1650 ,
ma non fu prima del tardo XVIII secolo che il suo valore per la cura dei sintomi della debolezza
cardiaca venne alla luce. Grazie a questo fatto la pianta ha trovato molto in fretta una collocazione
nella medicina convenzionale, come pure in quella erboristica. È stata abbondantemente prescritta
dai medici per controllare l’edema associato all’insufficienza cardiaca congestizia, nonché per
quella di altro genere e per l’irregolarità del battito. Nel 1785 William Wittehering, un medico
inglese, fece molti esperimenti sull’uso interno della Digitalis e ne provò l’efficacia come
cardiotonico e diuretico. Ma fu molto piú tardi, quando Lancelot scoprí il valore della digitalina, che
ci si rese conto dell’importanza della Digitalis nelle affezioni del cuore. Nella celebre opera di
Vincent van Gogh Ritratto del dottor Gachet il malinconico medico ha sul tavolo accanto a sé una
pianta di Digitalis, all’epoca utilizzato come rimedio fitoterapico per la cura di diverse malattie. Si
tratta però di una pianta velenosissima in tutte le sue parti (specialmente le foglie durante la
fioritura) ed è quindi sconsigliato il suo utilizzo!
L’Aconito napello (Aconitum napellus)
L’Aconitum napello è una pianta della famiglia delle Ranunculaceae, con forti doti curative ma
estremamente velenosa; infatti è una tra le piante piú tossiche della flora ticinese ed è pure molto
comune trovarla nei pascoli e in montagna. Dal ristorante del Monte Generoso fino alla salita della
vetta, meta frequentatissima, ad esempio si trovano centinaia di piante di Aconito ai lati del sentiero
e dunque fate attenzione ai bambini! Per non parlare di molte capanne che hanno questa pianta
proprio nei dintorni come la capanna del Tamaro e la Michela. È originaria delle zone montane
dell’Europa ed è stata esportata in molti altri paesi del mondo. Cresce nei prati, pascoli, luoghi
umidi, ai margini dei boschi di montagna con una decisa preferenza per i terreni che fiancheggiano
le malghe, dai 600 sin oltre i 2’600 metri di altitudine. Predilige terreni argillosi e silicei. Alcuni
autori suddividono la specie qui descritta in piú sottospecie differenti in base ai caratteri delle foglie
e alla dimensione e forma dell’elmo, questo perché la specie è estremamente polimorfa con molti
ibridi che hanno piccole differenze fra loro. Il numero delle specie di questo genere è abbastanza
controverso. Varia grandemente da autore ad autore: da un minimo di 20 ad un massimo di 200
secondo i criteri di classificazione. Il nome del genere pare derivi dal greco akon (dardo o
giavellotto), perché la pianta era usata dai barbari per avvelenare le frecce, o da akone (pezzo di
pietra), perché la pianta vive in luoghi rocciosi, o ancora da konè (uccisione). Il nome specifico dal
latino significa “rapa” a indicare la forma del rizoma. L’Aconitum napellus agg., secondo “Flora
Helvetica”, ha 3 sottospecie in Svizzera: l’Aconitum neomontana, l’Aconitum bauhinii e
l’Aconitum compactum. Si tratta di una pianta erbacea perenne che può raggiungere i 150
centimetri di altezza, con un rizoma che ogni anno emette radici e fusti avventizi. Il fusto è eretto,
robusto, verde e normalmente indiviso. L’infiorescenza è terminale e raccolta in densi racemi
semplici. Alla base però si presenta ramosa. I fiori ermafroditi sono di colore blu intenso - violaceo.
Fiorisce da luglio a settembre. Il frutto ha 3 follicoli glabri e lunghi 2 cm.; contiene numerosi semi
minuscoli e piatti dalla superficie rugosa e nera. La pericolosità della pianta era nota agli antichi;
Plinio la cita come “arsenico vegetale”. Per secoli è stata usata dai cacciatori che hanno intinto le
frecce in Aconitum prima di andare a caccia. Inoltre la pianta era usata per avvelenare topi, lupi e
volpi, pratica che valse all’Aconitum napellus il nome di “strozzalupi”. Nel Medioevo l’Aconito
venne chiamato con diversi nomi: Cappuccio di monaco, Elmo di Giove o Elmo blu, sempre in
riferimento alla sommità del fiore. Nel ‘500 era conosciuta per le sue presunte capacità contro la
puntura di scorpioni. In fitoterapia viene utilizzata per le sue marcate proprietà antinevralgiche,
sedative e analgesiche; ma ciò è di competenza esclusiva di medici esperti! L’ingestione accidentale
di Aconito provoca numerosi disturbi gravi, tra cui la morte per asfissia. Il solo contatto con la pelle
può causare gravi problemi. La pianta, soprattutto nella radice, contiene un alcaloide tossico molto
attivo chiamato acotinina che è mortale in dosi da 1 a 5 milligrammi e viene considerata, dopo la
nepalina, uno dei veleni vegetali piú potenti che si conoscano al giorno d’oggi. Questo principio
attivo estratto dalle radici veniva impiegato in India per l’esecuzione di pene capitali. Durante la
seconda guerra mondiale ne erano in possesso le spie che dovevano suicidarsi in caso di cattura.
Questa pianta è estremamente velenosa in forma selvatica ma usata in campo farmacologico, in
dose minima, perde gran parte del suo potenziale velenoso. Evitate ogni contatto con questa pianta!
Il Colchico d’autunno (Colchicum autumnalis)
Il Colchico d’autunno, appartenente alla famiglia delle Liliaceae, è un fiore la cui bellezza
purtroppo trae in inganno essendo uno dei fiori piú velenosi al mondo! Sebbene i fiori di queste
piccole bulbose assomiglino molto ai crochi (genere crocus), la somiglianza è solo superficiale e i
due generi appartengono a famiglie diverse. Il genere Colchicum è formato da circa 45 specie,
originarie dell’Europa, del Nord Africa e dell’Asia Centrale e occidentale, con la maggiore
concentrazione in Turchia e nei Balcani. Chiamata anche Freddolina o Zafferano bastardo è una
pianta erbacea perenne, che preferisce i terreni umidi sia di pianura che di montagna. Il nome deriva
da una regione russa chiamata allora Colchide (oggi Georgia). In questa regione si diceva vivesse la
maga Medea, che lasciò cadere una goccia del suo infuso magico per terra, dando cosí origine al
Colchico. Anche gli Etruschi conoscevano le virtú terapeutiche del colchico che veniva utilizzato
contro i dolori reumatici. Nel V secolo d.C. anche gli erboristi bizantini scoprirono che la pianta
poteva risultare efficace nel trattamento dei reumatismi; quasi contemporaneamente in Arabia
cominciarono ad usarla come rimedio per la gotta. Oggi gli estratti vegetali sono ancora utilizzati
per curare gli attacchi di gotta. Tutte le parti della pianta sono tossiche, per il contenuto in
colchicina (un veleno micidiale ma che può essere curativa in piccole dosi) che ha un effetto
violentemente purgativo. La colchicina è utilizzata anche per la ricerca sul cancro. Bisogna prestare
attenzione al latte di pecore o capre che hanno brucato questa pianta; gli animali sono piuttosto
resistenti all’azione della colchicina, mentre il loro latte può essere tossico per l’uomo. Cavalli e
bovini invece, abitualmente evitano di brucare la pianta. Prima che pianta faccia fiorire il bellissimo
fiore bisogna fare attenzione a non confondere le sue foglie con quelle dell’Allium ursinum (Aglio
orsino). Infatti nel Mendrisiotto le due specie crescono molto spesso assieme e per il raccoglitore di
erbe poco esperto, che invece di staccare le foglie dell’Aglio orsino, una ad una, come si dovrebbe,
se le coglie a mazzi potrebbe includere anche quelle del Colchico! Lo stesso problema di
confondere le foglie dell’Aglio orsino con un’altra specie velenosa capita con la Convallaria majalis
(Mughetto), come potete vedere dalle foto.
Il Mughetto (Convallaria majalis)
Al genere Convallaria (della famiglia Liliaceae) appartiene un fiore che in Ticino cresce anche
spontaneo: il Mughetto. Non tutti però sanno che il Mughetto è la Convallaria majalis. Il suo nome
deriva probabilmente dal latino convallis (valle), ad indicare l’habitat piú frequente di queste piante;
infatti, il Mughetto è abbastanza frequente nelle valli delle Alpi. Il secondo nome, majalis, significa
letteralmente “di maggio”. È anche simbolo del primo maggio ed era noto come Giglio di maggio,
Giglio della valle o Lacrime della Madonna, perché nato dalle lacrime versate dalla Vergine sotto la
croce. Questo fiore veniva pure coltivato dai monaci per adornare l’altare ed era chiamato Scala per
il Paradiso per le minuscole campanelle disposte come gradini lungo lo stelo. Il Mughetto è uno tra i
primi fiori a spuntare (fiorisce da maggio a giugno) annunciando il sopraggiungere della primavera,
ed è stato da alcuni considerato il simbolo dell’Avvento del Salvatore, nonché la sua Incarnazione,
proprio grazie alla sua proprietà di nascere piú o meno nello stesso periodo in cui si riteneva che si
fosse svolto l’episodio dell’Annunciazione a Maria Vergine della futura nascita di Cristo. Il fiore è
stato associato anche all’immagine della Madonna per la sua purezza, il suo candore e la dolcezza
del suo profumo. Simboleggia anche la felicità che ritorna, poiché è il fiore piú soave che si possa
immaginare. Si dice che, con le sue delicate campanelle bianche e il suo inconfondibile e fresco
profumo, richiami l’usignolo dal nido e lo guidi verso la sua compagna. Il Mughetto viene citato per
la prima volta da Mattioli (1500-1577) che ne descrive alcuni utilizzi medicinali. Questa pianta è
velenosa in tutte le sue parti escluso il rizoma, a causa del suo contenuto in glicosidi cardioattivi tra
cui la convallatossina che possiede attività cardiocinetica 10 volte superiore a quella della
digitossina: di conseguenza se ne sconsiglia l’uso! Sono le attraenti bacche rosse ad essere
pericolose per i bambini visto che in moltissimi giardini è una pianta molto comune da trovare!
Il Fior di stecco (Daphne mezereum)
La Daphne mezereum è una specie di pianta della famiglia delle Thymelaeaceae. Il genere
comprende una settantina di specie sparse un po’ in tutto il mondo. In Ticino sono presenti solo 5
specie diverse di Daphnee e la mezereum è la piú comune da incontrare in montagna. Incontrare i
cespugli di questa Dafne nei boschi ancora fradici d’inverno o tra le chiazze di neve e frane ricche
di humus è certamente una bella emozione. L’origine del nome risale ai greci che cosí chiamavano
il Lauro grazie alla somiglianza delle sue foglie con quelle di questa Dafne, per il resto totalmente
diversa, il nome è stato poi dato arbitrariamente a essa. Questa specie (compresi anche alcuni ibridi)
è largamente usata nel giardinaggio rustico di tipo roccioso o alpino. Queste piante si moltiplicano
facilmente dai semi, ma hanno una germinazione e vegetazione piuttosto lenta nel tempo. La
Daphne mezereum è un arbusto deciduo, legnoso, alto fino a 120 centimetri, con i fusti eretti, molto
flessibili e ramificati e con la corteccia grigiastro-rosastra. Le foglie sono alterne, sottili, allungatolanceolate, lunghe fino a 8 cm, di colore verde vivace, glabre e lucide nella pagina inferiore, spesso
in ciuffi all’estremità dei rami. Esse si sviluppano dopo la fioritura. I fiori sono di colore rosso
carminio pallido, sessili, generalmente in mazzetti di 3, lungo i rami sono molto profumati. Fiorisce
da marzo a maggio. I frutti sono rotondi, ovoidali, di colore rosso brillante a maturità,
velenosissimi. I frutti e la corteccia di tutte le specie di Daphnee sono velenosi: Linneo affermava
che bastano 5 bacche per uccidere un lupo, ma come l’abbia appurato non lo dice. La corteccia della
mezereum contiene un glucoside, la daphina, una resina, la mezereina, una sostanza colorante
giallastra, sostanze tanniche e zuccheri. Un tempo veniva usata per fare cataplasmi o per ricavarne
una polvere starnutatoria, le bacche inoltre servivano come emetico. Ci si è accorti piú tardi che i
rimedi erano peggiori del male e si è rinunciato ad usarla. Gli animali in genere evitano questa
pianta a causa del suo sapore amaro. L’uso farmacologico di questa pianta è assolutamente riservato
ai medici!
Altre piante pericolose
Alcune di queste piante sono considerate medicinali per alcune loro proprietà terapeutiche, ma il
loro utilizzo è destinato a soli esperti in quanto sono tutte piante considerate tossiche e velenose!
Queste piante sono presentate brevemente, giusto per illustrare la loro pericolosità, ma verranno, in
un secondo tempo, presentate più ampiamente come la Fusaggine che troverete nel numero di
novembre 2010.
Taxus baccata (Albero della morte)
Il Tasso è un albero sempreverde con una crescita molto lenta, per questo motivo in natura spesso si
presenta sotto forma di piccolo albero o arbusto, tuttavia in condizioni ottimali può raggiungere i
15/20 metri di altezza; la chioma ha forma globosa irregolare, con rami molto bassi. Quelli che
sembrano i frutti, di colore rosso, in realtà sono degli arilli, ovvero delle escrescenze carnose che
ricoprono il seme. Inizialmente verdi, rossi a maturità, contengono un solo seme, duro e molto
velenoso. La polpa invece è innocua e commestibile, viene mangiata dagli uccelli che ne
favoriscono la diffusione. Gli animali mangiano i frutti, che non vengono macinati e digeriti perché
mortali. Il principio attivo responsabile della tossicità di rami, foglie e semi, è un alcaloide, la
tassina. Ha effetto narcotico e paralizzante sull'uomo e su molti animali domestici. Gli organi che ne
contengono di più sono le foglie vecchie. Il nome comune deriva dal greco taxon che significa
"freccia", e l'appellativo di Albero della morte nasce proprio dal suo impiego nella fabbricazione di
dardi velenosi e dalla sua caratteristica tossicità, oltre al fatto che veniva utilizzato nelle alberature
dei cimiteri e delle chiese ancora oggi presenti È una pianta che si trova ovunque in Ticino!
Tamus communis (Tamaro)
Il portamento della pianta e gli apparenti grappoli in cui si riuniscono le bacche ricordano la vite,
mentre i giovani getti ricordano i turioni degli asparagi. Per questi motivi i vari nomi in vernacolo,
in genere, fanno riferimento alla vite o all'asparago. Lo sviluppo della pianta può essere rilevante,
raggiungendo in condizioni favorevoli anche i 4 metri di lunghezza. Il frutto è una bacca globosa di
colore rosso brillante, contenente 6 piccoli semi. In piena fruttificazione le bacche si presentano
numerose, riunite in apparenti grappoli. Il Tamaro è da considerarsi pianta velenosa per la presenza
di alcuni principi attivi tossici, soprattutto nelle bacche e nella radice. Il Tamaro è una specie
spontanea diffusa in tutta l'Europa, nel Nordafrica e nell'Asia occidentale; in Ticino è presente
ovunque. Pianta tipica del sottobosco, vegeta dal mare alla regione montana, in genere in boschi
densi e macchie fitte, ma può ritrovarsi anche nelle radure e nelle siepi.
Lonicera caprifolium (Caprifoglio comune)
Il Caprifoglio è un arbusto legnoso di medie dimensioni dai profumati fiori colorati di bianco e
rosso. Il genere Lonicera comprende circa 200 specie provenienti dall'Asia, dall'America
settentrionale e dall'Europa, di queste una decina si trovano, sia spontanee che coltivate, in Ticino.
Il frutto di colore rosso-arancione è una bacca (velenosa!) carnosa (bacciforme e succosa) e ovale di
colore rosso vivo ma a volte anche arancio (dipende dalle varietà) contenente alcuni semi discoidi.
È nell'orticoltura ornamentale che si concentra il maggior interesse per queste piante. Esistono
diverse varietà coltivate a questo scopo. Generalmente queste varietà sono a foglie persistenti e fiori
a colori diversi e sono usate per rivestire muri o formare pergolati.
Viscum album (Vischio)
Il Viscum album, noto da noi semplicemente come Vischio è una pianta cespugliosa che appartiene
alla famiglia delle Loranthaceae. Fa parte di una numerosissima famiglia botanica che comprende
circa 1'400 specie, tutte parassite e cresce su un centinaio di specie di alberi. Si tratta di una pianta
sempreverde epifita, parassita di numerosi alberi latifoglie come ad esempio pioppi, tigli, olmi,
noce. Se ne può notare la sua presenza specialmente in inverno, quando i suoi cespugli piantati nei
tronchi sono evidenziati dalla perdita delle foglie della pianta che li ospita. Le sue bacche, tossiche
per l'uomo, trasportate e disperse dagli uccelli (che se ne cibano), si insediano nelle intercapedini di
un ramo di una pianta ospite e iniziano a germogliare. Il Vischio ha fiori gialli e frutti dalle bacche
sferiche bianche o giallastre translucide e con l'interno gelatinoso e colloso. Il Vischio contiene
varie sostanze farmacologicamente attive, come alcaloidi, polisaccaridi, fenilpropani, lignani,
lectine e "viscotossine". Gli alcaloidi isolati dal Vischio sono correlati a quelli riscontrati nelle
piante-ospiti e dunque possono cambiare a seconda del che tipo di pianta su cui vive. Si sconsiglia
di assumere Vischio autonomamente ma di rivolgersi sempre a personale specializzato (che abbia
cognizioni di fitoterapia) in quanto la pianta è segnalata dai centri antiveleni. Tutte le parti del
Vischio possono risultare tossiche; le bacche, soprattutto, sono pericolose!
Vincetoxicum hirundinaria (Vincetossico)
Le Asclepiadaceae sono della famiglia appartenente alla classe delle Gentianales; le sue piante sono
per la maggior parte più o meno carnose. Fanno parte di questa famiglia alcune specie assai strane
che a volte assumono forme mostruose e anomale con infiorescenze maleodoranti. La famiglia delle
Asclepiadaceae costituisce un grande gruppo comprendente circa 1’700 specie di cui una sola
specie in Svizzera. Il Vincetossico è una pianta bella a vedersi anche se con le sue foglie verde
scuro si mimetizza molto bene nei luoghi in cui vive, ma i suoi fiorellini carnosi, bianchi, a forma di
piccola stella si fanno notare subito. Dal latino vincere e toxicum, poiché la pianta, in passato, era
usata, a torto, come antiveleno, mentre nella realtà essa è tossica in tutte le sue parti. In Ticino è una
pianta molto comune che si trova ovunque.
Ilex aquifolium (Agrifoglio)
L’Agrifoglio, detto anche Aquifoglio, Alloro spinoso, Pungitopo maggiore, è una pianta
appartenente alla famiglia delle Aquifoliaceae. Le Aquifoliaceae sono una piccola famiglia di piante
che comprende da 400 a 600 specie ripartite in due generi che comprendono alberi e arbusti, per lo
più sempreverdi, presenti nelle regioni temperate e tropicali. È considerata una pianta ornamentale
per i giardini e i parchi, perché, oltre alla sue foglie dure e lucide, le bacche rosse (da non mangiare
MAI!), che crescono all’ascella delle foglie, resistono durante tutto l’inverno; la pianta non teme il
gelo e la neve. La corteccia contiene una sostanza colorante il cui principio è costituito
dall’ilicianina che si presta alle tinture per lavori di ebanisteria; mentre le foglie contengono
sostanze molto velenose per gli animali domestici. È una pianta che durante le feste natalizie si ha
l’abitudine (PROIBITA) di raccogliere come adornamento. Essendo le bacche velenose bisogna
dunque prestare attenzione a come si maneggiano!
Veratrum album (Veratro bianco)
Si tratta di una pianta velenosissima molto bella a vedersi quando è in piena fioritura. La si trova
ovunque in Ticino sopra i 500 metri di altitudine. La sua altezza e i suoi infiniti fiorellini biancoverdastri regalano un grazioso spettacolo nei pascoli in cui cresce. Il Veratrum deve il suo nome alla
radice latina verum poiché si riteneva che questa pianta producesse l’effetto di rendere chiara la
mente e di acuire l’intelletto. Il succo del rizoma serviva per avvelenare le frecce ed il decotto come
antiparassitario per distruggere mosche, topi, ecc. La pianta di Veratro è nota nel campo
dell’erboristeria per possedere un’energica azione emeto-catartica, ipotensiva, analgesica,
antifebbrile, sternutatoria, scialagoga, vescicatoria e ipnotica. La parte usata in medicina, il rizoma,
è fortemente tossica ma, anche le parti aeree lo sono parimenti. La pianta contiene una serie di
alcaloidi (proveratrina, germerina, jervina, ecc.) soprattutto nella radice. Assolutamente proibito
l’utilizzo casalingo di questa pianta tossica che può portare alla morte!
Hedera helix (Edera)
La conosciuta Edera appartiene alla famiglia delle Araliaceae che comprende circa 600 specie di
piante legnose, raramente erbacee, spesso rampicanti, originarie per lo più delle regioni tropicali.
Il nome Hedera deriva dal latino haerere che significa “essere attaccato”; il termine helix deriva dal
greco e significa “spirale, elica” in riferimento alla sua attitudine ad attorcigliarsi ad elica sui
supporti (o ospiti) che trova e a cui si aggrappa. L’Edera è nota per essere una pianta
particolarmente invadente; si abbarbica tenacemente a supporti, muri, alberi, rocce e quant’altro
impossessandosene sino a raggiungere l’annullamento del supporto stesso. L’Edera possiede
notevoli proprietà curative: le foglie sono ricche di flavonoidi come la quercetina, saponine
aederina, zuccheri carotenoidi, acido caffeico, acido clorogenico, sali minerali e svariate altre
sostanze che non vi sto ad elencare. Sfortunatamente le preparazioni di rimedi terapeutici
risultavano, anche ora, estremamente pericolose e causa spesso di gravi avvelenamenti. Già
Dioscoride sapeva della pericolosità della pianta e avvertiva che poteva procurare vomito e diarrea
anticipando così le ricerche più moderne che hanno scoperto nella pianta sostanze tossiche presenti
soprattutto nei frutti (bacche di colore nero) ma anche nelle foglie! È una pianta che si trova
ovunque in Ticino.
Euonymus europaeus (Cappello di prete o Fusaggine)
Chissà quante volte avete avuto modo di osservare i frutti rossi dalla forma curiosa di questa pianta
cosí comune da incontrare in Ticino. Si tratta dell’Euonymus europaeus, comunemente chiamata
anche Berretto da prete, Cappello di prete, Fusaggine, Evonimo eccetera. La pianta è molto bella da
vedere quando i frutti sono maturi, ma è pericolosa! Infatti tutte le sue parti sono tossiche! Persino
la segatura provoca malesseri nei tornitori che ne lavorano il legno. Una eventuale ingestione di
frutti comporta diarrea, vomito e, in dosi elevate, può portare in poche ore alla perdita di coscienza;
anche le foglie, oltre ai frutti, sono tossiche per l'uomo ed anche per pecore, capre, equini ed
erbivori in genere. Attualmente si conoscono diverse proprietà medicinali di questa pianta che si usa
soltanto su prescrizione medica! Questa pianta sarà ampiamente presentata nel numero di novembre
2010.
Paris quadrifolia (Uova di volpe)
È una pianta che si trova ovunque in Ticino. Il fiore è unico su un peduncolo eretto inserito al centro
del verticillo, fiorisce da giugno a luglio. Il frutto è una bacca nero-bluastra, sferica, con numerosi
semi bruni, matura in agosto. Il nome deriva da quello di Paride perché la posizione della bacca,
posta tra 4 foglie, ricorda il pomo della discordia: secondo la leggenda Eris, dea della discordia,
lanciò una mela con la scritta "alla più bella" tra le dee Era, Athena e Aphrodite scatenando la loro
rivalità; la contesa venne infine risolta da Paride in favore di Aphrodite, la quale gli aveva promesso
l'amore della bella Elena. Tutta la pianta, contenente diversi glucosidi è fortemente velenosa.
Particolarmente velenose sono le bacche, di colore nerastro, dalle quali vanno tenuti lontani
soprattutto i bambini, che possono esserne attratti e confonderle con frutti di bosco eduli.
Polygonatum multiflorum (Sigillo di Salomone)
Nel mondo vegetale la riproduzione è in genere garantita dall’incontro di cellule femminili con
cellule maschili. Ma questa strada del sesso alle volte è resa problematica da molti fattori
imponderabili. Allora alcune piante si sono evolute per conto loro e hanno deciso che del sesso
possono farne a meno. Una di queste è il Sigillo di Salomone (Polygonatum ssp), che possiede una
gemma all’apice del rizoma che ogni anno dà origine ad una nuova pianta completa. Il nome
scientifico deriva dal greco poly (molto) e gony (ginocchio o nodo) per i famosi nodi o
ingrossamenti del rizoma. Ci sono diverse specie presenti in Ticino e tutte molto comuni da
incontrare. Fino a non molto tempo fa il rizoma era consigliato e utilizzato, schiacciato sotto forma
di compresse, per attenuare i dolori delle contusioni e anche dei reumatismi. La pianta era
considerata medicinale fin dall’antichità. La medicina popolare contemporanea non utilizza più
questa pianta. Possono rappresentare un pericolo le bacche velenose, color verde dapprima e poi
nero a maturazione, che, con il loro aspetto invitante, potrebbero essere ingerite dai bambini!
Chelidonium majus (Celidonia)
Il Chelidonium majus dal portamento ramificato fiorisce a partire da aprile per tutta l’estate fino
all’autunno. Non importa se l’estate è asciuttissima e le scarpate completamente secche; dalla pianta
sgorgherà sempre una quantità del suo succo viscoso, giallo arancione medicamentoso. Ma anche in
inverno, quando la neve copre tutto, si trova la Celidonia se ci si ricorda il posto esatto. I principi
attivi di questa pianta sono per lo più alcaloidi isochinolinici, in particolare la copticina, ma anche
berberina e sparteina. La pianta viene tradizionalmente utilizzata nella fitoterapia popolare per uso
esterno. Contro le verruche, si applica il lattice fresco nella zona interessata, lasciando asciugare.
Questo liquido caustico, nel passato, era erroneamente anche prescritto, con grande rischio per la
vista, al fine di eliminare le irritazioni e l’annebbiamento degli occhi. La tossicità di alcuni principi
contenuti ne sconsiglia l'utilizzo interno! È evitata dalle bestie da pascolo, per il sapore acre e
disgustoso.
Ruscus aculeatus (Pungitopo)
Il Pungitopo è un cespuglio sempreverde che raggiunge un'altezza compresa tra i 30 e 100
centimetri. Le parti a forma di foglia, coriacee e fornite di una spina alla sommità, sono in realtà i
rami e si chiamano cladodi, mentre le vere foglie sono le minuscole brattee che si trovano alla base
dei cladodi. I fiori, piccoli e verdi, larghi 3 millimetri, sbocciano al centro dei cladodi, sulla parte
superiore, dove si formano infine i frutti, tonde bacche rosse che maturano in inverno. Nel
Medioevo il pungitopo veniva usato per scacciare i topi dalle cantine; da qui il nome. Un altro uso
tradizionale consisteva nel legare a due corde dei grossi mazzi della pianta, e farli scorrere nella
canna fumaria dei camini per toglierne la fuliggine. Il Pungitopo è probabilmente il più potente
tonico venoso vegetale ed è per questo che viene spesso aggiunto alla composizione di molti
farmaci antiemorroidali e antivaricosi. Le bacche di Pungitopo e quelle simili dell’Agrifoglio sono
velenose e la loro ingestione può causare convulsioni!
Helleborus niger (Rosa di Natale)
Esiste un fiore che nel mese di dicembre comincia a fiorire e il colore bianco dei suoi petali è un
vero inno di purezza della natura. Stiamo parlando dell’Elleboro (Helleborus niger) piú conosciuta
come Rosa di Natale. Questo fiore invernale appartiene alla famiglia delle Ranuncolacee. La Rosa
di Natale è un fiore spontaneo dei nostri boschi (Denti della Vecchia e Monte San Salvatore, San
Giorgio e Generoso), che nei microclimi più favorevoli inizia a mostrare i primi fiori nel periodo
natalizio. Il genere Helleborus comprende circa 30 specie. Gli Ellebori sono piante facilmente
riconoscibili per le loro grandi foglie palmate, coriacee e di un bel verde intenso. Le specie presenti
in Ticino sono: L’Helleborus niger, l’Helleborus viridis e l’Helleborus foetidus diffuso in luoghi
sassosi e cespugliosi. Tutte le specie del genere Helleborus sono velenose. Contengono alcuni
glicosidi, come l’elleborina, la cui azione può danneggiare e ferire gravemente il muscolo cardiaco.
Durante il Medioevo l’estratto dei rizomi dell’Elleboro era utilizzato come veleno letale! Sono noti
alcuni casi di bambini avvelenati mortalmente dai fiori e dai semi dell’Elleboro. Il sapore amaro e
l’odore schifoso impediscono alle mucche di brucarlo.
Conclusioni
Per concludere voglio ripetere le sagge parole di Paracelso: “Tutte le cose sono veleno e nulla è
senza veleno; solo la dose ne determina la velenosità”. Ogni pianta può diventare pericolosa se ne
assumiamo dosi massicce e per un lungo periodo! Curarsi in modo naturale è giusto ma bisogna
conoscere bene tutta la storia medicinale e terapeutica della pianta che vogliamo utilizzare come
rimedio. Il nostro medico dovrebbe sempre essere informato. Per quanto riguarda le piante
velenose, abbiamo presentato alcune tra le piú conosciute, ma ce ne sono molte altre che potrebbero
somigliare a certe erbe medicinali e dunque la conoscenza non è mai abbastanza per eliminare il
fattore rischio! Fate attenzione ai vostri bambini. Spiegate loro che in molti giardini (naturalmente
anche in natura) esistono piante velenose che non bisogna assolutamente toccare. Informateli
correttamente sulle bacche attraenti che potrebbero trovare e che non devono mettere in bocca senza
prima avervi informato! Nel caso che ingeriate o tocchiate piante velenose e vi sentiate male, agite
tempestivamente: recatevi subito dal medico. Nel caso di animali, chiamate il veterinario.
L’importante è non somministrare mai dei farmaci o altre sostanze di vostra scelta senza prima
avere consultato un medico! Altra cosa importante, soprattutto per i bambini, è sapere quale tipo di
pianta ha causato l’avvelenamento per dare modo ai dottori di sapere con che cosa hanno a che fare
e come agire!
Citazioni:
1: Tratto da www.sdamy.com
2: Di Ely Riva
3: Informazioni prese da: “Piante selvatiche e velenose”, Paolo Luzzi, Edagricole e controllate con
altre fonti autorevoli
4: Tratto da: www.guidaconsumatore.com
5: Informazione tratta da: “Le erbe curative”, di Michael Castleman, Edizioni Tecniche nuove, 2007
6: Tratto da “Le piante medicinali, Vol. 1”, di Wilhelm Pelikan, Natura E Cultura Editrice, 1998
7: Tratto da www.afisna.com, Accademia di Fitomedicina e Scienze Naturali
8: Tratto da www.funghiitaliani.it
9: http://it.wikipedia.org/wiki/Conium_maculatum
10: Tratto da http://guide.supereva.it
Fonti:
“Piante selvatiche e velenose”, Paolo Luzzi, Edagricole
“Le erbe curative”, di Michael Castleman, Edizioni Tecniche nuove, 2007.
“Conoscere le piante medicinali”, di E. Agradi, S. Regondi, G. Rotti, Edizione Medi Service.
“Segreti e virtú delle piante medicinali”, Selezione dal Reader’s Digest, 1988.
“Piante officinali italiane”, di Giuseppe Lodi, Edagricole.
“Flora Helvetica”, Konrad Lauber e Gerhart Wagner, 3 édition 2007 :Haupt
“Piante medicinali e velenose della flora italiana”, Edizioni artistiche Maestretti - Istituto
Geografico De Agostini Novara
“La vita segreta delle piante”, Peter Tompkins e Christopher Bird, Edizioni NET, 1973
“Il libro completo delle erbe”, De Agostini, di Deni Bown.
“Compendio della Flora Officinale Italiana”, Paola Gastaldo, Piccin Editore
“Flora d’Italia”, Sandro Pignatti, Edagricole, 2003, 3 Volumi
“Flora alpina”, 2 volumi, David Aeschimann, Konrad lauber, Daniel Martin Moser, Jean-Paul
Theurillat, Zanichelli editore
“Il maxi libro delle erbe medicinali”, Franca Neri, DVE Italia S.P.A. – Milano, 1988
“Il potere delle piante medicinali”, Michael T. Murray, N.D., CEC Editore
“Il Ticino e le erbe medicinali”, di Luca Bettosini, Associazione vivere la montagna.
“Tutte le piante medicinali del dottor Peroni”, di Gabriele Peroni, Macchione Editore.
“Dizionario di fitoterapia e piante medicinali”, di Enrica Campanini, Tecniche nuove.
“Le piante medicinali, Vol. 1, 2 e 3”, di Wilhelm Pelikan, Natura E Cultura Editrice, 1998.
“Il grande libro delle piante magiche”, di Laura Rangoni, Editore Xenia.
“Medicina naturale, i segreti delle piante medicinali”, di S. Foster, R. L. Johnson, National
Geographic.
“La Salute dalla Farmacia del Signore”, di Maria Treben, Edizioni Ennsthaler, 1980
“Le piante medicinali”, Wilhelm Pelikan, Natura e Cultura Editrice, 3 Volumi
“Erboristeria domani”, rivista di erberisteria
Siti web consultati
http://it.wikipedia.org/wiki/Alcaloidi
http://it.wikipedia.org/wiki/Saponine
http://it.wikipedia.org/wiki/Glicosidi
http://it.wikipedia.org/wiki/Olio_essenziale
http://it.wikipedia.org/wiki/Tannino
http://it.wikipedia.org/wiki/Taxus_baccata
http://it.wikipedia.org/wiki/Mandragora
http://it.wikipedia.org/wiki/Conium_maculatum
http://it.wikipedia.org/wiki/Tamus_communis
http://it.wikipedia.org/wiki/Lonicera_caprifolium
www.tabaccheria21.net
http://blog.giallozafferano.it
www.enjoyrolling.org
www.assms.it
www.funghiitaliani.it
http://guide.supereva.it
www.assms.it
www.pollicegreen.com
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Piante velenose: impariamo a conoscerle