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dialogo
aperto
UNA PREZIOSA RIVISITAZIONE STORICA DELLA PRESENZA MISSIONARIA
BENIN: LA MISSIONE
INIZIÒ CON DUE PADRI SMA
Cara Settimana,
permettimi, contestualmente al
viaggio del papa in Benin, di ricordare l’azione missionaria ivi svolta
con grande abnegazione dalla Società
delle Missioni Africane a cui appartengo
Il santo padre Benedetto XVI si è
recato nella repubblica africana dal
18 al 20 novembre. È il terzo paese
visitato dal papa, dopo il Camerun e
l’Angola nel 2009.
Perché il papa si sia recato in Africa, non è difficile da capirlo. Benedetto XVI voleva firmare in terra africana l’esortazione apostolica, post-sinodale Africae munus, frutto della seconda Assemblea speciale per l’Africa del sinodo dei vescovi. L’ha poi
consegnata ai 35 capi delle conferenze episcopali nazionali e ai 7 responsabili delle Conferenze regionali del
continente.
Come ha ricordato padre Lombardi alla Radio vaticana, in essa vi
si trova prima di tutto «un incoraggiamento al continente africano nel
suo insieme. Quindi, un accento consapevole dei problemi che ci sono, ma
di prospettiva positiva: un incoraggiamento a impegnarsi per riconciliazione, giustizia, pace, per uno sviluppo umano integrale e un annuncio del
Vangelo come sviluppo integrale dell’uomo».
Ma perché andare in Benin, un piccolo stato dell’Africa occidentale di
appena 7 milioni di abitanti con solo
il 17% di cattolici? Due le ragioni
principali che hanno portato il santo
padre a scegliere il Benin.
150° dell’arrivo dei missionari.
Prima di tutto, ricorre quest’anno il
150° anniversario dell’evangelizza-
zione stabile e continuativa del paese.
I due primi missionari della SMA (Società delle Missioni Africane) sbarcarono in effetti sulle coste del Dahomey dell’epoca il 18 aprile 1861. Si
trattava dei padri Francesco Borghero, genovese di Ronco Scrivia, e di
Francisco Fernandez, spagnolo di Lugo.
Qualche mese prima, nell’agosto
1860 la Santa Sede aveva eretto il vicariato del Dahomey che si estendeva dal fiume Volta al fiume Niger, cioè
tra il Ghana e la Nigeria attuali e lo
aveva affidato alla Società delle Missioni Africane, fondata a Lione nel dicembre del 1856 da mons. de Marion
Brésillac.
P. Borghero, responsabile del vicariato, era nato nel 1830 e nel 1858 aveva seguito il fondatore. Grazie ad un
fisico eccezionale, riesce a rimanere in
Africa quattro anni. Nonostante le sue
malattie e le ripetute morti di confratelli, cerca di raggiungere alcuni obiettivi. Dapprima si impegna per ottenere dal re del Dahomey il permesso di
annunciare il vangelo ai suoi sudditi,
ma gli sarà concesso solamente nei
confronti dei “bianchi”, cioè degli europei che facevano commercio lungo
la costa e degli ex schiavi di ritorno
dal Brasile, che si vestivano e avevano abitudini europee.
Gli interessa poi assicurare credibilità al vangelo e lo fa portando un’attenzione privilegiata ai piccoli e agli ultimi: scuole per i bambini, cura degli
ammalati, liberazione degli schiavi.
Si rivela un viaggiatore instancabile dalla Sierra Leone al Camerun per
tre ragioni principali: rispondere alle
chiamate dei pochi cattolici presenti
sulle coste dell’Africa occidentale, cercare luoghi salubri per i suoi missio-
Mamaiva
Col passare degli anni Lory si presenta un po’ più spenta, ma è ancora una ragazza tutta nervi. È arrivata alla Casa della Carità un quindicina d’anni fa e si faceva fatica a capire se a farla tremare fosse un parkinson giovanile o un’ansia tanto spasmodica, pervasiva, persistente quanto
implosiva e repressa. Ancora adesso ogni tanto il magma si muove e Lory
diventa lapilli e fumo.
Succede raramente, ma quando la smorfia del suo viso, tirato dall’angoscia anche di notte, diventa, guardandoti, un sorriso... poche cose al
mondo sono altrettanto ripaganti. “Peché?”, domanda in continuazione,
senza un riferimento preciso e senza rendersi conto di quanti scaffali di
filosofia, psicologia e teologia ci siano nella sua domanda senza risposta.
Nei primi mesi (o forse i primi anni) del suo soggiorno alla Casa, appena terminata una colazione sussultoria (metà del contenuto a perdere
tutt’intorno) si piazzava davanti alla finestra che dà sull’ingresso e avviava il suo mantra sine fine dicentes: «mamaiva». «La mamma arriva». E
mai la mamma arrivava. E si faceva sera e poi mattina. E la mamma non
arrivava. E forse era meglio che la mamma non arrivasse... Ma non si riusciva a convincere Lory a venir via da quella finestra e a smettere quella giaculatoria a trapano. «Mamaiva... mamaiva», non c’era verso: Lory
viveva per quel futuro, che lei declinava al presente con una certezza indiscutibile. È una delle immagini più belle che ho interiorizzato dell’avvento. (M. Matté)
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nari che continuavano a morire a causa di malaria e febbre gialla, individuare all’interno del suo vicariato i
punti chiave da cui il Vangelo poteva
irradiare con più facilità.
L’amicizia con il cardinal Gantin. L’altra ragione, più volte espressa in questi mesi, è il desiderio del santo padre di andare a raccogliersi sulla tomba di un grande servitore della
chiesa e di un amico: il card. Bernardin Gantin. Questi, originario del Benin, riposa ora nel suo paese.
Fu il primo vescovo originario dei
territori di missione affidati al nostro
istituto. Viene nominato vescovo ausiliare di Cotonou nel 1956, centenario
della nascita della SMA. Nel 1960 sarà
nominato arcivescovo di Cotonou, in
sostituzione di mons. Parisot, SMA,
sepolto accanto a lui. Diventerà il primo metropolita africano del continente.
Nel 1971 Paolo VI lo chiamerà a
Roma come segretario aggiunto a
Propaganda fide. Nel 1977 sarà creato cardinale insieme al papa attuale.
Giovanni Paolo II lo chiamerà nel
1984 a presiedere la Congregazione
dei vescovi e sarà il primo africano a
diventare capo di un dicastero della
curia romana.
Il santo padre, durante la sua breve visita, ha avuto modo di incontrare molte persone e di recarsi in diversi
luoghi. Vorrei semplicemente ricordarne due.
Basilica di Ouidah. Il papa ha firmato l’esortazione post-sinodale nella basilica dell’Immacolata Concezione di Ouidah, prima cattedrale dell’Africa occidentale. Questa basilica,
iniziata da mons. Dartois, SMA, nel
1903 e portata a termine dal suo successore, mons. Steinmetz, SMA, nel
1909, sorge a Ouidah dove sono arrivati i primi missionari. È stata costruita davanti al tempio dei pitoni,
ancor oggi venerati dagli adepti della
religione tradizionale. I resoconti dell’epoca ricordano che, alla sua costruzione, contribuirono, in uno sforzo comune, non solo i cattolici ma anche i fedeli del Vodun.
In questo momento di tensioni religiose in molte parti del continente
nero può essere un richiamo forte al
rispetto e alla convivenza tra fedi diverse.
Nell’aprile scorso, sul sagrato della
basilica, è stato posto e benedetto un
busto di p. Francesco, fondatore della missione del Dahomey.
Seminario. Il papa si è recato anche nel seminario Saint-Gall. Una ragione è senz’altro, come ho già detto,
perché nella sua cappella riposano le
spoglie del card. Gantin. Ma vi è anche un’altra ragione: l’importanza del
seminario di Saint-Gall per l’Africa
occidentale e anche oltre.
Nel 1912, in visita a papa Pio X,
mons. Steinmetz gli parla del suo desiderio di costruire un seminario. Il
papa lo incoraggia dandogli anche un
consistente aiuto economico. I lavori
iniziano subito e il 17 febbraio 1914
è inaugurato il seminario Sainte Jeanne-D’Arc.
Poi c’è la guerra in Europa e i padri sono richiamati sotto le armi. Riapre nel 1920. Nel 1921 i seminaristi
provengono ormai, oltre che dal
Dahomey, anche da Togo, Costa d’Avorio e Nigeria.
Nel 1928 ha luogo la prima ordinazione di un prete del Dahomey proveniente dal seminario: Thomas Moulero.
Il primo prete proveniente dai territori affidati alla SMA è però del
1920, p. Paul Emecete della Nigeria.
Ma non era uscito da un seminario;
era stato formato nella missione di Assaba, in Nigeria, dal prefetto apostolico mons. Carlo Zappa, SMA. Sarà
ordinato dal suo successore mons.
Broderick, SMA.
A partire dal 1926 il seminario diventa troppo piccolo e occorre separare i seminaristi più piccoli da quelli più grandi. Cominciano i lavori per
la costruzione di un seminario maggiore che sarà inaugurato nel luglio
del 1930 ancora da mons. Steinmetz.
La cappella sarà dedicata a santa Teresa del Bambino Gesù, ma il seminario prenderà il nome di Saint-Gall
perché finanziato dalla diocesi svizzera di Saint-Gall.
Da questo seminario usciranno –
ed è questa la sua importanza – i primi preti e i primi vescovi non solo del
Dahomey ma anche dei paesi vicini:
Nigeria, Togo, Costa d’Avorio…
Verso il futuro. Il papa, dunque, è
arrivato in Benin carico delle aspettative di un continente che attende dalla Chiesa una parola chiara e ferma
in grado di indicare la strada per uscire dai tanti problemi nei quali si dibatte quotidianamente. Vi è giunto anche con un baglio di memoria ricco
di 150 anni di storia: la storia di una
chiesa che ha seminato nella sofferenza e nella morte, ma che raccoglie
oggi nella gioia e nella speranza.
I 400 padri della SMA e delle suore di Nostra Signora degli Apostoli
che hanno lasciato la loro vita sulle
coste del Golfo di Guinea si sono rallegrati certamente nel vedere la folla
che ha accolto il papa. I cristiani di
oggi, con il loro preti e vescovi, sono
lì a testimoniare che il loro sacrificio
non è stato vano.
p. Renzo Mandirola, SMA
Centro Familiare
Casa della Tenerezza
Angeli di Dio!
Canti di bambini per bambini
D
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Familiare Casa della Tenerezza,
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Dehoniane
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settimana /27 novembre 2011/n. 43
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