CORSO DI SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA (GRUPPO ABELE)
Il corso presenta interventi di:
Luigi Ciotti (presidente del Gruppo Abele e di Libera, associazioni, nomi e numeri
contro la mafia – segr.ciotti@ gruppoabele.org)
Franco Floris (direttore di Animazione Sociale – animazionesociale@ gruppoabele.org )
Michele Gagliardo ( bububu.teen.con-percorsi con i giovani del Gruppo Abele –
bububu.teen.con@ gruppoabele.org)
Leopoldo Grosso (vicepresidente del Gruppo Abele- leopoldo.grosso@ gruppoabele.org)
Pino Maranzano (responsabile dell’Aliseo realtà impegnata nel contrastare la diffusione
dell’alcolismo – [email protected])
Paola Molinatto (collabora ad Animazione Sociale – animazionesociale@
gruppoabele.org )
Duccio Scatolero ( professore di Criminologia alla Facoltà di Psicologia di Torino e
collaboratore di Spazi d’Intesa, realtà del Gruppo Abele che si occupa di gestione dei
conflitti - )
Guido Tallone (Gruppo Abele , guidotallone@ gruppoabele.org)
MODULO 3
FENOMENOLOGIA DELLA DEVIANZA: PERCORSI DI INCLUSIONE ED
ESCLUSIONE
INTRODUZIONE di Luigi Ciotti
LEZIONE 1
Il processo di esclusione: la sofferenza grande domanda di Leopoldo Grosso
Vivere e sopravvivere nell’Incittà: un “Drop in” frequentato da immigrati a Torino di
Paola Molinatto
LEZIONE 2
Minori stranieri in carcere: la scommessa di un patto per la legalità di Leopoldo Grosso
Il rimpatrio dei minori stranieri di Leopoldo Grosso
Allegato 1: Le scorciatoie della repressione di Paolo Vercellone
Allegato 2: Ragazzi di (mala)vita di Franco Occhiogrosso
Allegato 3: Dalla Scuola in carcere al carcere -scuola. Esperimenti al «San Michele» di Alessandria
di Pietro Buffa
LEZIONE 3
Etica e prostituzione: l’incontro possibile di Luigi Ciotti
La relazione d'aiuto nel contesto "prostituzione" di Leopoldo Grosso
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LEZIONE 4
La tossicodipendenza di Leopoldo Grosso
La prevenzione attiva alle tossicodipendenze di Leopoldo Grosso
L’insinuarsi dell’alcoldipendenza di Leopoldo Grosso
Consumo, abuso e politossicodipendenza di Leopoldo Grosso
La sottovalutazione del consumo di cocaina di Leopoldo Grosso
LEZIONE 5
Le comunità per minori di Luigi Ciotti
Allegato 1: LE COMUNITÀ PER MINORI: GOVERNARE IL PLURALE A cura di Luciano Tosco
LEZIONE 6
Crescere in ambiente mafioso di Luigi Ciotti
Allegato 1: Vittime assolute di R. Scifo
I figli dei collaboratori di Luigi Ciotti
Quel prete prendeva i ragazzi dalla strada di Luigi Ciotti
Allegato 2: dai verbali della requisitoria finale del processo per l’assassinio di Pino Puglisi 14
aprile 1998
Allegato 3: Educazione a delinquere di Franco Occhiogrosso
INTRODUZIONE di Luigi Ciotti
Vorrei partire da una considerazione che mi sembra chiara e davanti agli occhi di tutti;
stiamo vivendo in un momento di grande stagnazione e di ambiguità rispetto al problema
della droga nel nostro paese. Credo che tutti abbiamo toccato con mano come, in questo
momento, siano ridotti ed insufficienti la responsabilità e l'impegno da parte delle
istituzioni riguardo le politiche sulle tossicodipendenze. Ma devo dire di più: c'è
stagnazione, ambiguità, ritardo rispetto, più complessivamente, alle politiche rivolte al
mondo della marginalità, del disagio, dell'esclusione sociale.
L'Italia continua a restare l'unico paese in Europa che non ha un Dipartimento che si
occupi di giovani con le adeguate attenzioni, con i necessari investimenti di risorse e
strumenti. Di loro ci si "preoccupa" ma non ce ne si occupa veramente. L'Italia, al pari
di quasi tutti i paesi industrializzati, è un paese dove l'esclusione sociale è in progressiva
espansione, dove si approfondiscono povertà vecchie e nuove, nelle quali è sempre più
facile entrare ma è sempre più difficile fuoriuscirne. Ormai, come testimoniano i dati e le
ricerche della Commissione povertà e di altri autorevoli organismi, sono sempre più
numerose le famiglie monoreddito che valicano la cosiddetta "linea di povertà"; cioè
avere un lavoro non è più, di per sé, garanzia sufficiente per non essere, ufficialmente e a
tutti gli effetti, poveri. Ma anche analizzando la povertà più "tradizionale" e più estrema,
possiamo renderci conto di quanto si siano moltiplicati i volti del bisogno e di come
questi si intreccino anche con la questione delle dipendenze e del disagio giovanile.
Guardiamo il "popolo della strada". Chi di noi operava sulla strada anni fa, ricorda che
negli anni '70 i cosiddetti "barboni" avevano un'età media di 65-70 anni; oggi l'età
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media si è abbassata (il 30% dei senza fissa dimora ha tra i 18 e i 24 anni; un altro 30%
è tra i 25 e i 34 anni). Ma, oltre al fatto anagrafico, sono mutate altre caratteristiche
significative: è cresciuto il numero delle donne (sono circa il 25%); il 16,3% ha un titolo
di studio superiore (il 13,9% ha un diploma, il 2,4% ha una laurea: rispettivamente il
39,1% e il 63,6% di questi ultimi sono stranieri); il 9,1 è sieropositivo e in Aids; il 29,1%
è composto da alcolisti dichiarati; almeno il 15% è formato da persone
tossicodipendenti; circa il 10% è rappresentato da ex ricoverati in ospedale psichiatrico.
Solo il 15,9% vive sulla strada per propria scelta. Il 21,7% è stato cacciato dalla
famiglia perché tossicodipendente o sieropositivo. Il 9,6% è stato abbandonato dalla
famiglia in età evolutiva, il 6,3% è figlio di genitori a loro volta senza fissa dimora. Per il
43,5% la strada è stata una conseguenza della disoccupazione.Da questa sintetica
"fotografia" ci accorgiamo che le dipendenze talvolta nascono dentro una realtà di
povertà e, in altri casi, la producono a loro volta. Questo vale anche a dire che non si
può ragionare di droghe senza misurarsi anche con i più generali contesti di bisogno e di
esclusione. Le politiche relative alle tossicodipendenze vanno sempre saldate ad una
serie di altri interventi. Per ragionare di politiche concrete, di risposte realistiche,
innanzitutto bisogna togliere questo problema dall'astrattezza e anche dall'emotività e
dalla strumentalizzazione. La questione droga entra ogni giorno nelle case di tutti con
immagini di cronaca, con un certo tipo di disinformazione, di produzione di stereotipi e
pregiudizi, che non corrispondono però alla realtà delle persone e del fenomeno.
Immagini e stereotipi che poi diventano un cavallo da cavalcare o uno spauracchio da
agitare e su cui speculare, com'è stato ai tempi della 162 per coagulare consenso sociale
intorno alla filosofia punitiva che ne è stata alla base. Ebbene, io credo che il vero
problema sia quello della verità; quella verità attenta, puntuale, scientifica che non ha
sufficienti canali di diffusione. Io credo che bisogna creare un tavolo di riflessione,
analisi e proposta, non solo degli addetti ai lavori, ma che sappia coinvolgere molte voci
"dal di dentro", i nuovi volti del mondo giovanile, affinché possano portare dei
contributi. Altra considerazione di fondo della quale sono estremamente convinto è il
rapporto con la strada. La strada è per molti di noi il luogo di riferimento, dove siamo
nati, dove abbiamo operato, dove sono cresciuti i nostri gruppi. La strada è stata il
nostro punto di riferimento, simbolico ma anche operativo, e lo dovrebbe essere ancora
di più, anche per le istituzioni e per i servizi pubblici. La strada chiede di leggere i
cambiamenti e le trasformazioni; la strada chiede di mettere al centro la persona e i suoi
bisogni fondamentali, dunque di mettere l'accento sulla riduzione delle sofferenze e
sull'attenzione alle persone. L'abbandono, la deriva, l'esclusione, la segregazione, varie
forme di marginalità, creano un danno che progredisce in due direzioni: la prima va
verso la persona emarginata, che vede sempre più ristretti i propri spazi di
sopravvivenza, percepisce gli altri sempre più in un contesto difficile come nemici e non
solo, ma, lasciandosi travolgere dalle situazioni, dà sempre meno valore alla propria vita
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ed è sempre più disposta a giocarsela per ben poco, esponendosi di più e con rischi di
conseguenze devastanti.
La seconda direzione va verso la società in cui il soggetto, la persona che fa fatica,
si muove: il danno recato a se stessi e agli altri è un danno alto, soprattutto se misurato
in relazione al poco utile ricavato dell'atto, soprattutto se misurato all'atto microdelinquenziale. E’ l'esasperazione di chi si aggrappa all'economia illegale della
sopravvivenza, la storia dei nostri amici insomma, che per farsi, per sbattersi si
aggrappano a questa economia illegale della sopravvivenza, capovolgendo le regole
della razionalità di chi intende far profitti: non gran profitto con rischi minimi, come
sarebbe la regola della razionalità, ma grandi rischi con minimi profitti, perché chi si
sbatte sulla strada e chi vive sulla strada per sopravvivere si accolla rischi alti. Allo
stesso modo il danno di chi ha avuto, per esempio, l'auto danneggiata per un furto di un
oggetto all'interno dell'auto, ma è solo un esempio, è generalmente superiore al valore
dell'oggetto di per sé, non solo a quanto viene venduto sul mercato della ricettazione.
Ecco che allora il danno recato a sé e agli altri è un danno alto, se misurato in relazione
al poco utile.
C'è un terzo passaggio: il danno per sé e per gli altri non è solo economico-legale.
La sicurezza riguarda anche la salute, per cui il danno è anche sanitario. Condizioni di
vita decenti e la possibilità di cura per le persone tossicodipendenti, per gli amici che
vengono da lontano, immigrati, irregolari, per chi è emarginato a vario titolo o non
accede ai servizi, consentono al singolo di non ammalarsi e di non peggiorare. Ma
costituiscono anche un investimento preventivo per la salute complessiva della
popolazione e della gente, perché si diminuiscono le possibilità di contagio, d'infezione,
si contiene la diffusione di malattie diverse. E' allora importante “prendersi cura”:
curare le persone ai margini significa condurre più complessivamente una vantaggiosa
politica di sanità pubblica.
Un quarto passaggio. Sul piano dei costi sociali, dei costi dell'apparato giudiziario
e della magistratura e di tutto quello che comporta, della sanità, l'investimento di risorse
in servizi che contrastino l'emarginazione e tutelino la salute, rappresenta un risparmio
economico da non sottovalutare. Bisogna avere il coraggio di fare queste scelte e
conviene investire in questa direzione. Non è solo il considerare il costo di un carcere o
di un ospedale rispetto ad una struttura di accoglienza, che è mediamente cinque, sei,
sette volte inferiore. Certo, i conti li abbiamo fatti carta e penna alla mano con chi di
questo se ne occupa e ne ha la responsabilità a livello nazionale.
Oggi un ragazzino minore in carcere, ad esempio, costa quattro milioni al giorno;
per gli adulti i parametri sono diversi, ma bisogna considerare anche il danno recato
alle vittime dei reati, a chi subisce tutto questo, il carico degli operatori della giustizia, di
tutti i diversi apparati. Conviene non essere miopi e credere e investire gradualmente in
una direzione diversa, valorizzando le risorse, le capacità non utilizzate o mal utilizzate
delle persone che sono in difficoltà, di un mondo marginale che cerca di sopravvivere in
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lotta con gli altri e che, invece, può diventare protagonista di un processo attivo, e dove
questo è stato fatto si sono ottenuti risultati concreti, che non sono fantasia, ma pratica,
quotidianità.
Ancora un quinto passaggio: sono
necessarie politiche d'integrazione,
cominciando dal sopperire ad alcuni bisogni materiali di base: un posto per dormire, per
mangiare, dove lavare i propri vestiti, fino alla possibilità di un lavoro compatibile con
la propria salute, ecc. Queste politiche sono il pilastro portante di una attività sociale
che ha ricadute fondamentali sia sul piano del problema dell'opinione pubblica che su
quello della sanità. E’ facile dirlo qui, ma provate a ripeterlo in alcune zone d'Italia, in
alcune città. Parlare di riduzione del danno per qualcuno sembra parlare di morte, di
resa, di cronicizzazione delle persone. Pensare ad altri progetti, altri percorsi, non
esclude il resto. Ma quello che ci lega qui è la preoccupazione d'inventarci di tutto per
fare in modo che nessuno resti un passo più indietro degli altri, per stanare, agganciare,
accompagnare storie che hanno rotto i rapporti con i servizi o non li hanno mai avuti.
Le comunità devono uscire dalla convinzione di essere il toccasana. Sono una
realtà importante da sostenere, da incoraggiare. Ma è necessario anche aprire percorsi
nuovi: la riduzione del danno l'abbiamo ribattezzata “la cura della vita”, perché vuol
dire impegno per la vita. Certo, nessuno qui vuole semplificare, ma c'è da chiedersi che
cosa si doveva, si poteva fare, perché le unità di strada, che lavorano seriamente, dove
sono diventate operative hanno salvato vite e hanno aperto vie nuove per dare dignità,
percorsi, futuro alle persone. Non è facile per nessuno e nessuno ha le ricette in tasca.
Però, nessuno, in nome di partiti, di fazioni, di ideologie, di “guerre di religione”, può
impedire una ricerca che ha come obiettivo dare speranza e vita alle persone. Invece, voi
vedete che proprio tutte queste normative, decreti, leggi, vengono giocate si questi punti.
C'è tanta gente che ha rinunciato rispetto a questo, che ha fatto una scelta di politica
tiepida, mentre non si possono fare compromessi in questo ambito, perché c'è in gioco la
vita delle persone.
Gli interventi di strada consentono di contattare o di ricontattare le persone,
significa rimetterle nel circuito dei servizi, rioffrire un'opportunità di relazione e di
riferimenti, che non sono solo quelli materiali cui ho accennato prima, anche se c'è
bisogno pure di quello. Questo che comincia sulla strada è il primo indicatore
dell'integrazione; soprattutto, è un rimettere in gioco le risorse, le capacità di una
persona, per quanto per molti siano ridotte, limitate.
Il rafforzamento dell'autostima delle persone è possibile, come la valorizzazione
delle conoscenze che ci sono dentro ciascuno di noi. E chi di noi ha avuto l'esperienza
della strada diretta o indiretta sa che la strada aggiunge dei modi nuovi di “sapere”, che
anche nella sua fatica è una risorsa, che tocca a noi fare in modo che diventi una risorsa,
valorizzando le conoscenze non sfruttate.
C'è un sesto passaggio che mi sta a cuore. Bisogna capire e fare capire che
l'esclusione genera violenza. Mi ricordo che all'inizio del Gruppo Abele per tre anni
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scelsi di dormire sui treni di Porta Nuova a Torino con chi aveva solo quella come casa:
m'ha cambiato la vita. E me l'hanno cambiata il dormire d'inverno o d'estate sui treni, le
retate, le etichette, i giudizi, le situazioni. Pur non giustificando questo modo di vivere,
sia ben chiaro, mai: per me la legalità resta sempre un punto fermo. Ma bisogna anche
far capire che è l'esclusione che genera violenza, perché io tante volte mi sono trovato a
tirare la cinghia, a fare la fame, ad avere freddo. Non giustifico la violenza, ma a volte
non se ne poteva più: c'era rabbia dentro rispetto a chi stava dall'altra parte, che
semplificava e giudicava. La violenza a sua volta genera ulteriore esclusione, ci si ritira
sempre di più, ci si esclude sempre di più.
E' una spirale perversa in cui i timori, le paure, di una maggioranza d'inclusi che
si sentono minacciati fanno scaturire reazioni che alla fine negano agli esclusi i diritti di
cittadinanza. Io l’ho visto a Torino a San Salvario o a Porta Palazzo, ma tutti li abbiamo
visti in altre zone.
Qui c'è un problema di rispetto: il diritto alla sicurezza è un diritto sacrosanto che
tutti hanno e, quindi, c’è bisogno di attenzione nei confronti dei cittadini, delle loro ansie
e paure, quindi anche di una corretta informazione, un accompagnare le persone,
formare i formatori perché li aiutino, per far superare le scorciatoie, i timori delle
persone.
Il diritto alla sicurezza è un diritto sacrosanto che impone un rispetto per tutti i
cittadini. Però, poi nessuno deve utilizzare questo solo a sua misura; ed è un diritto che
hanno ancora maggiormente in questo senso le persone più fragili, le persone più deboli,
le persone che sono in maggiori difficoltà.
L'investimento sulla sicurezza dei cittadini passa attraverso la garanzia di diritti di
cittadinanza di tutti e nel creare opportunità, spazi, riferimento, ecc.
Un altro piccolo punto: gli interventi di riduzione del danno hanno bisogno,
secondo noi, di quattro direttive.
La prima: il lavoro di strada, di cui ho già detto. L'istituzione che incontra ancor
oggi più tossicodipendenti è il carcere: non sono i servizi, non sono le nostre comunità.
Ecco che la prima direttiva di applicazione diventa il lavoro di strada, l'agganciare,
l'accompagnare le persone.
La seconda: una politica farmacologica che, insieme con l'offerta di opportunità
sociali, come casa e lavoro, elimini il rapporto con la piazza e l'illegalità, consentendo
strategie progressive d'integrazione. Ci vuole coraggio, ma anche che noi non siamo
tiepidi nel trovare un modo per realizzare tutto questo.
Terzo: ripari d'accoglienza e terapeutici che, a partire da una tensione e da un
indispensabile approccio, in questo senso assistenziali, possano consentire di sviluppare
relazioni, di fare uscire dall'isolamento la persona, d'innescare spinte riabilitative e di
emancipazione dalle dipendenze.
Quarto: la protezione della salute dall'overdose e dalla propagazione delle
malattie infettive.
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Tutto questo significa che le politiche di riduzione del danno, nel momento in cui
riescono allo scopo dell’integrazione, hanno il duplice vantaggio di essere di aiuto alla
persona in difficoltà, ma anche di proteggere la comunità sociale dai rischi e dai danni, e
quindi svolgono un controllo sociale leggero e propositivo in questo senso; inoltre, credo
che ci sia bisogno di formazione, di informazione attenta per far crescere il grado di
conoscenza e di consapevolezza della gente, e di un grande investimento educativo del
progetto complessivo che aiuti anche a scendere in profondità rispetto a tutto questo.
In questo modo si intreccia la riduzione del danno con la prevenzione del danno, cioè si
investono di responsabilità e di proposte le istituzioni locali, le agenzie educative, le reti
di sostegno sul territorio, il sistema penale e carcerario, i centri sociali e terapeutici.
L'esperienza "sul campo" del Gruppo Abele ci ha insegnato che i processi di
emarginazione delle persone producono una loro minore responsabilizzazione. Più sei
emarginato meno hai gli strumenti, le opportunità, la capacità di progettarti, di gestirti
autonomamente. Occorre dunque rovesciare l'approccio punitivo del "fare toccare il
fondo", del "creare terra bruciata", che tanti guasti, ingiustizie e sofferenze aggiuntive
ha prodotto per tanti giovani, e valorizzare invece i percorsi di riassunzione di
responsabilità all'interno di un recupero di dignità e di qualità della vita. Ancor prima di
una scelta di astinenza. Perché la dignità e il rispetto delle persone, la tutela della loro
salute, non può essere sottoposta a condizione,
pur se l'obiettivo auspicabile è naturalmente quello di liberarsi da ogni tipo di
dipendenza. È per questo che noi crediamo moltissimo al problema della riduzione del
danno, anche a costo di critiche e incomprensioni. Contro quei facili moralismi e
semplificazioni che, al di là delle grandi affermazioni di principio, non operano per dare
dignità e qualità della vita alla gente. Le grandi e belle dichiarazioni di principio non
servono, se poi si lascia tutto sulle spalle di chi è più fragile, di chi fa più fatica, di chi
viene privato di diritti e, assieme, di parola, di responsabilità. Così intesa, la riduzione
del danno può ridare autonomia alla persona e maggiore responsabilità alle istituzioni
per quello che a loro compete. Si devono mettere insieme motivazioni, competenze,
esperienze, servizi, sia nelle politiche carcerarie e penali, sia nella lotta contro
l'esclusione sociale, oltre che nello specifico delle dipendenze. Si tratta, dunque, di
mettere complessivamente in campo strumenti ed interventi sul piano culturale,
educativo, economico, sociale, per ridurre l'area dell'esclusione e quella del disagio, per
contrastare tutti quei processi di impoverimento materiale e spirituale che colpiscono
fasce sempre più larghe di persone. Ci tengo a sottolineare questo aspetto perché le
semplificazioni che sento fare in Italia sulla riduzione del danno non tengono conto di
tutto ciò, delle evidenti implicazioni, delle necessarie sinergie. Riduzione del danno (e lo
dobbiamo gridare con forza all'esterno) costituisce anche un contributo educativo.
Ridurre i rischi non significa rinunciare ad educare, a informare, a camminare insieme.
Certamente la nostra scelta è di accompagnare, non di portare, in un rapporto
deresponsabilizzante di tutela, come qualcuno fa. Ridurre i danni non significa
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rinunciare ad agire sul piano della prevenzione e della dissuasione. È uno strumento in
più, non uno in meno. È una risorsa ulteriore per attivare momenti di crescita e di
riflessione pedagogica. Punire è sempre più facile che non educare. Proibire è assai
semplice, più oneroso è convincere, cioè vincere con, vincere assieme. La riduzione del
danno va vista come integrata e integrabile con l'obiettivo di liberazione dalle sostanze:
accompagnare, non portare; questa è una risposta carica di valenza etica. Riduzione del
danno, per me si traduce in cura della vita, perché siamo chiamati ad aiutare tanta gente
che vive nella strada a sopravvivere, perché un filo non si spezzi. Così possiamo educare
ed educarci a vivere. Ancora una parola su un altro nodo: le comunità. Anche qui lo dico
in senso propositivo e con profondo rispetto, ma anche con umiltà. Do sempre ai miei
amici quattro chiavi da aggiungere a quelle di casa che la strada ci ha insegnato.
La prima: siamo tutti chiamati ad incontrare le persone e ad affrontare i problemi e non
viceversa.
La seconda: siamo chiamati ad accompagnare, non a portare.
La terza: non bastano le sole risposte tecniche se pure importanti, c’è bisogno di un
faccia a faccia, di una relazione.
La quarta: partire sempre dalle persone; non tanto dai loro problemi, di cui uno deve
tenere conto, ma soprattutto dai loro bisogni.
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LEZIONE 1
Il processo di esclusione: la sofferenza grande domanda di Leopoldo Grosso
Inizierei da due premesse. La prima, la deriva marginale non è quasi mai un evento
improvviso. Non è un fatto veloce, né un avvenimento a dimensione semplice. E’ invece
un processo complesso, relativamente lungo, abbastanza lento. E il paradosso è che ci
sarebbe tempo per prevenirlo. E’ il risultato, sempre, di un incrocio, di un’interazione in
negativo tra processi sociali da una parte e vissuti relazionali dall’altra parte; tra
situazioni oggettive ed impotenze soggettive. Quindi, oggettivazione e soggettivazione
dell’emarginazione sono binari intrecciati. La difficoltà, infatti, nell’affrontarla e nel
risolverla, è perché si ha a che fare con questo impasto: per cui non è sufficiente mutare
la situazione oggettiva, come non basta fare un buon lavoro col soggetto.
L’aiuto materiale, l’offerta di relazioni, la capacità di ridefinizione di sé e di usare l’aiuto
proposto, sono i tre aspetti essenziali del percorso reintegrativo, riparativo, riabilitativo:
se ne manca uno , o se i pesi specifici di ognuno di questi tre aspetti non sono ben dosati,
il rischio di fallimento cresce.
La seconda premessa riguarda la questione del dolore che ha molto a che fare con
l’emarginazione. Diciamo che è un punto di diramazione. Fare i conti o meno può essere
un punto di svolta.
Già Freud indicava tre fronti di sofferenza per l’uomo: i fattori ambientali sfavorevoli
(fame, freddo, carestia), il proprio corpo (che si ammala o con il quale non si va
d’accordo), i rapporti con gli altri. La terza fonte, dice, è forse quella che genera il dolore
più forte, più intenso. Il dolore però, in genere, offre una chance: interroga.
Una caratteristica del dolore è quella di costringere la persona ad insistere sul perché.
E’ domanda di senso. Il dolore apre l’interrogazione sul senso perché stravolge
l’ordinario. La sofferenza può diventare il luogo di una grande domanda. Una domanda
capace di escludere orizzonti impensabili ed impensati; e paradossalmente la sofferenza
può rilanciare la vita.
A volte si dice che il dolore rende migliori, fa crescere: è vero? Beh! Prima cautela:
innanzitutto il dolore devasta. La devastazione, o meglio ancora, la rielaborazione
dell’esperienza della devastazione, può aiutare, può trasformare, può aprire nuove
possibilità. Quindi il dolore può anche aiutare, ma solo nel caso 1) che sia riconosciuto,
che non sia negato; 2) che ci sia la possibilità nel frattempo, di intrecciare legami, per cui
ci si accorge che si può ancora contare per qualcuno.
Se ci sono queste due condizioni, c’è possibilità di andare oltre.
Con l’emarginazione però c’è un problema. L’emarginazione quasi sempre non affronta,
non si confronta col dolore, lo rifugge, o meglio, cerca in tutti i modi di anestetizzarlo:
che vuol dire cercare non sentirlo, cercare di non provarlo e, soprattutto, non pensarlo.
L’operazione che deve riuscire è non pensare il dolore. Quindi, rimuovere il dolore è la
strada più affollata che l’emarginazione tenta di imboccare, ma che purtroppo non porta
molto lontano perché in qualche modo bisogna stordirsi; però l’esperienza di stordimento
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non è solo con la droga o il ricorso all’alcol, c’è anche l’uso improprio delle questioni che
entrano in gioco: c’è l’attivarsi freneticamente, il fare tante cose pur di tentare, di non
pensare a questo, e questo permette e facilita la rimozione. C’è anche il consumare: le
esperienze di consumo sono speso esperienze di gratificazioni sostitutive; c’è il rischiare
( per provare più forte ancora) perché vivere al limite permette di non pensare la
sofferenza ordinaria. Ci sono altre vie classiche: l’identificarsi con l’aggressore. Tra gli
emarginati troviamo tante persone prepotenti, che quindi in qualche modo riproducono in
piccola scala, qualche genere di prepotenza subita.
Allora possiamo dire che l’emarginazione è la cronicizzazione di un disagio, di una
difficoltà mai affrontata nel modo giusto, quasi mai neanche pensata.
E’ un imbuto senza sbocco, è passività, è in qualche modo una pietrificazione dei vissuti.
E’ il progressivo venire meno. Nel marciare lentamente verso il margine sociale, dove si
è ancora emarginati, dove si spera ancora che avvenga quel qualcosa ben individuato e
precisato che, però, non avviene. Nello slittamento del margine ad oltre il margine, al di
là di esso, si comincia a sperare qualcosa di diverso, la speranza perde la sua
individuazione, rimane solo l’attesa che avvenga qualche cosa per cambiare la situazione;
quindi la speranza non è più individuata, è diventata qualcosa di più generico, di meno
afferrabile, è più collegata al bisogno di non star male, che all’individuazione precisa di
ciò di cui abbiamo bisogno per poter star meglio.
Infine, nella stagnazione cronicizzata dell’emarginazione la speranza sbiadisce del tutto.
Diventa prima luce fioca, poi viene meno e dà luogo a passività, a lasciarsi andare da una
parte, o dal vicolo cieco della rabbia non finalizzata.
E prima che la domanda si faccia muta, in genere incontriamo la pretesa. Chi sta male
dimentica spesso il garbo e non pratica la riconoscenza (forse non l’ha mai imparata). Chi
soffre si attende sempre qualcosa dagli altri, più spesso, pretende. E’ così che la domanda
di aiuto è spesso aggressiva, potremmo dire che è come una sassata sul vetro. Capita
come ai bambini, e non solo a loro, quando stanno male. Come vi dicono che stanno
male? Facendovi star male, vi “passano” la sofferenza.
Con chi ce la si prende? Con chi sta più vicino, con chi accudisce, con i familiari, con gli
infermieri, con i volontari. Ma l’aggressività la rabbia, lo sfogo, a volte la cattiveria, sono
però un segno di speranza, una prima bussola. Intanto, è un buttar fuori anziché un tenere
dentro, è un attivarsi male, anziché passivizzarsi. Winnicot infatti ha definito la
delinquenza giovanile come un segno di speranza perché c’è ancora vita, c’è ancora
protesta, c’è ancora in qualche modo, pur distorto, richiesta di relazione.
A volte invece la rabbia non c’è più, la ribellione scomposta e non finalizzata si esaurisce
anch’essa. Che succede? L’aggressività è rimasta dentro: non viene più buttata fuori
sull’altro, non permette più un movimento scomposto, comunque, di relazione ma
l’aggressività fa una manovra ad U, automobilistica, e si dirige contro se stesso; e tutte le
volte che l’aggressività si rivolge contro il soggetto, la soluzione è sempre la stessa,
diventa depressione. Si rinuncia a combattere. I processi autodistruttivi a questo punto,
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subiscono un’accelerazione e si saldano in maniera quasi definitiva, con i processi
oggettivi dell’esclusione. Sul versante oggettivo, oggi ci dibattiamo tra povertà materiali
(sette milioni di poveri in Italia, trecentomila ogni anno), culturali (i giovani ultras) e
relazionali ( i contesti di solitudine, i “ghetti” di un noi senza confronto). All’interno di
queste tre povertà, si evidenziano tre diversi insiemi di emarginati: i primi, gli emarginati
per mancanza di autonomia ( non sono solo gli anziani, i disabili, le persone smarrite, ma
anche alcuni pazienti psichiatrici cronicizzati); gli emarginati per mancanza di senso, che
in qualche modo non trovano più se stessi; e infine, gli emarginati per mancanza di diritti
( per esempio le persone extracomunitarie, ma non solo).
Questi tre “insiemi” assumono forme e configurazioni diverse, molto spesso s’incrociano,
si sovrappongono, ma i processi sono simili anche se i binari che imboccano sono
parzialmente diversi. Primo passaggio, è l’esperienza della delusione; secondo passaggio
è una reattività inconcludente all’esperienza della delusione: non si costruisce un
atteggiamento positivo, non si riesce a costruire, è qui che il disagio si cronicizza: rabbia,
risentimento, rivendicazione; e infine il terzo passaggio, è in genere la passività e insieme
ad essa, l’incalzare, in crescendo, della solitudine.
L’emarginazione non fa molti distinguo cronologici. Picchia di più sulle età più deboli,
ad esempio bambini: un solo “esempio”, le “carriere” scolastiche tutte prevedibili, ma
assolutamente al momento stesso, quasi sempre imprevedibili dei minori di famiglie
multiproblematiche, sono poi quelle che vanno ad affollare il carcere minorile e che non
arrivano alla terza media. L’altra età su cui l’emarginazione picchia duro sono gli anziani,
dove la dimensione principale è la solitudine, poiché non si conta più per qualcuno, dove
molto spesso c’è l’impossibilità di fare qualcosa, dove viene a mancare uno scopo.
Ma bambini e anziani “fondano” il loro stato marginale su un identico attore principale
che è l’adulto, il quale rende difficile, problematica e sviata la vita di entrambi. L’adulto è
il vero target preventivo. E’ l’adulto che dev’essere per primo preso in carico quando ci si
occupa dell’emarginazione di bambini e degli anziani, dei non autosufficienti.
E poi anche l’adulto è vittima di se stesso e si indebolisce: disoccupazione, alcol,
malattie, equilibri personali che vanno in crisi.
Oggi è in aumento l’emarginazione più pesante: i senza fissa dimora crescono; è
caratteristico un nuovo furto d’uso che si diffonde in città, quello dell’automobile, ma
non per farsi un giro come avveniva negli anni passati, ma per dormirci dentro al notte.
Oggi per i senza fissa dimora, dove tra atteggiamento di rabbia e passività, il confine
diventa labile, la politica di discriminazione o di accoglienza passa attraverso il diritto ad
una residenza. Per far ottenere una residenza, anche se è solo formale, è una lotta con i
comuni. E perché è importante? Perché permette di ottenere una carta d’identità e il
libretto sanitario per esercitare certi diritti di cittadinanza. Ma in molti casi i comuni non
lo fanno. Là dove c’è più emarginazione di questo tipo, c’è maggiore solitudine, c’è più
disperazione e un minor senso di responsabilità per se stessi e gli altri. Quindi una
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politica di rifiuto porta ad un’accoglienza di tutti gli aspetti negativi delle dinamiche
marginali.
VIVERE E SOPRAVVIVERE NELL ’INCITTÀ: Un «Drop in» frequentato da
immigrati a Torino di Paola Molinatto
Immaginate di dormire in una fabbrica abbandonata. Di essere soli.
Di non capire bene la lingua. Di vagare per la città da mattina a
sera.
Alla ricerca di un lavoro, di cibo, di un posto in cui lavarvi,
cambiarvi
e lasciare le vostre cose. Immaginate di aver scelto la condizione di
migrante, spinti da una scommessa sulla vita, e di essere al centro
del guado.
Immaginate, anche solo per un momento, i pensieri, la stanchezza,
la determinazione e le emozioni degli abitanti invisibili delle
nostre città.
Un’Incittà è il tempo riunito, non soltanto nei nomi, nelle case e nelle statue, ma in quel che non si
vede. Un’Incittà custodisce le gioie, i dolori, ogni sentimento, ne fa una rugiada che la veste e che tu
percepisci senza poterla mostrare. Questo è un’Incittà, e questo era Saint-Pierre. La dolce,
carezzandogli le dita, lo interrompeva gentilmente, Se questo è un’Incittà, qui è proprio così. Il mio
Esternome le restituiva la carezza e in testa aveva un pensiero vizioso.
(Patrick Chamoiseau)
Alexandru, Mustafa, Mohammed, Abdel, Florian, Haddady e Slavko li ho incontrati in
un pomeriggio di dicembre. A Torino, in un’ex fabbrica situata al numero 18 di via
Pacini, quartiere Barriera di Milano. Parzialmente ristrutturato, l’edificio ospita
un «Drop in» gestito dal Gruppo Abele e frequentato soprattutto da immigrati.
Alexandru
È la prima persona a dirsi disponibile per un’intervista. Mi dice che ha tempo e
voglia di chiacchierare. Alexandru è un ragazzo alto e robusto. È di nazionalità
rumena. Viene dalla Transilvania. Mi chiede: «Conosci Dracula?». Aggiunge che i
rumeni dell’Ovest sono diversi dagli altri. «Noi siamo i migliori». Per arrivare in
Italia ha pagato tre milioni. Ha viaggiato su un camion. Non ha incontrato
difficoltà. Alexandru ha finito il liceo, dove ha studiato filologia e storia. È
stato allevato dai nonni. I suoi genitori sono in Italia già da otto anni. Sono
separati. Frequentano i dormitori cittadini. La sorella vive in Romania. Alexandru
ha lavorato con una ditta di traslochi e ha anche accudito le pecore per un’azienda
agricola. Non è in buoni rapporti con la famiglia. Attualmente vive in una casa
abbandonata. È privo di documenti.
Gli chiedo come immagina la sua vita tra qualche anno. Mi risponde: «In galera.
Oppure sposato». Racconta che ha dei precedenti penali.
È stato arrestato due volte. La prima volta per una rissa. In quel periodo faceva
la guardia del corpo e il buttafuori. Inoltre aveva lavorato con persone che
facevano dei prestiti. La seconda volta è stato arrestato per furto. Lui non
c’entrava. L’hanno coinvolto. «Comunque in prigione non si stava male. Faceva
caldo. Mi davano da mangiare. C’erano la doccia e la palestra». «Vorresti
sposarti?». «Mi piacerebbe. Anche se non so se è un bene o un male. Vorrei anche
dei bambini. Comunque se mi sposo è per sempre. Io non sono come mio padre».
Alexandru parla volentieri. È affabile e polemico allo stesso tempo. Sembra sfogare
una tensione a lungo trattenuta. Gli dico che ho la sensazione che lui sia molto
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arrabbiato con la vita. Alexandru: «Se sono arrabbiato bevo. Ma non mi piace. Ho
paura della mia forza». Poi aggiunge: «Più che arrabbiato sono confuso. Ho dentro
tanta rabbia e tanta delusione. Vorrei cambiare il mondo». «Hai dei sogni?». «Io
non sogno mai». Alexandru rimane con me tutto il pomeriggio. Interviene al momento
giusto, mette a loro agio le persone, fa da traduttore. Mi è di grande aiuto.
Mustafa
Ha l’aria molto giovane. Mi dice che ha ventitré anni e che ha fatto le scuole
medie. È emigrato dal Marocco per cercare lavoro. La famiglia è povera. Lui manda i
soldi a casa. È a Torino da tre anni. Ha lavorato ai Mercati Generali. Ha anche
tentato di mettersi in proprio, vendendo merci acquistate da connazionali a Porta
Palazzo. I vigili gli hanno sequestrato tutto. Prima è stato in Spagna. È riuscito
a lavorare con la frutta per quattro mesi. Poi è venuto via perché non c’erano
possibilità di sopravvivenza. Chiedo a Mustafa com’è arrivato in Italia. Mi
risponde così: «Sono passato dalla Turchia. Ci sono arrivato in volo direttamente
dal Marocco. Ho attraversato la Grecia a piedi. Sono arrivato a Forlì nascosto in
un container. Ho temuto di morire. Ero con dei kurdi. Avevamo cinque o sei
bottiglie di acqua a testa. Sono finite presto. Siamo rimasti per tre giorni senza
acqua e senza cibo. Faceva un caldo infernale. Eravano completamente disidratati.
Eravamo terrorizzati. Non credevamo di uscirne vivi». «Quanto hai pagato?». «Sei
milioni».
Mustafa mi racconta che adesso vive in una fabbrica abbandonata con altre
persone. «Era uno schifo. Abbiamo pulito». «Riuscite anche a cucinare?». «Sì. Ma
adesso c’è il Ramadan». Chiedo a Mustafà quali siano i suoi progetti. Mi risponde
che vuole rimanere in Italia. Probabilmente in Grecia avrebbe potuto trovare
lavoro. Ma la Grecia non è l’Italia. Lui vuole vivere in Occidente. «Pensi di
farcela?». «Posso resistere fino a Natale. Non di più. Purtroppo il lavoro lo trova
solo chi ha degli amici». Gli chiedo di spiegarsi meglio. Mustafa non parla
correntemente in italiano. Mohammed è un suo amico. Finora è rimasto ad ascoltare.
È lui a parlare. «È semplice», mi dice. «Il lavoro vero lo si trova solo con il
permesso di soggiorno. Per il lavoro nero ci vogliono gli amici. E gli amici
vogliono un contributo, la metà della paga giornaliera». Lui ha paura della
criminalità organizzata. Non vuole finire in un brutto giro. Neanche dai
connazionali si può sperare in un aiuto. Mustafa. «E pensare che basterebbe poco.
Con un milione potrei rimanere qui. E mantenere la mia famiglia. Con quella cifra
in Marocco si vive come dei re». Prima di andarsene mi chiede se l’articolo che sto
scrivendo può aiutarlo. Gli rispondo di no. Aggiungo che però penso che sia
importante che si conoscano vicende come la sua. Ringrazio Mustafa e Mohammed del
loro racconto. Ci salutiamo.
Abdel
Vive in Italia da sedici anni. È disegnatore industriale e tecnico navale. Parla
in spagnolo e in francese perfettamente. Il suo italiano è scorrevole ed efficace.
Ha studiato. La sua intenzione era di entrare in Polizia o in Marina. Non ci è
riuscito. «La realtà – mi dice – è che i posti ci sono solo per i ricchi». Abdel è
giunto in Italia nel 1984. È entrato legalmente. Non ha precedenti penali. Ha
chiesto il permesso di soggiorno, ma senza successo. Lavorando in nero non è
riuscito a dimostrare di essere sul territorio italiano fin da allora. «Ho fallito
perché non avevo una prova». Aggiunge: «Gli italiani hanno bisogno di noi. Io ho
due figli. So disegnare. Posso fare il fresatore. E invece ho paura di finire come
un barbone».
Gli chiedo della sua famiglia. Mi risponde che la moglie e i figli vivono in
Marocco. Non li vede da quattro anni. Non va da loro per non dover rientrare
clandestinamente in Italia. Spera in una sanatoria. Si mantiene lavorando
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occasionalmente ai Mercati Generali. Gli è anche capitato di essere preso in prova
per tre giorni come disegnatore da una ditta dell’indotto F IAT. «“Lavori bene, mi
hanno detto”. E poi: “Hai il permesso di soggiorno?”. Alla fine non mi hanno
preso». Abdel manda i soldi a casa. «Loro vivono dieci volte meglio di me. Io ho
dormito qui una settimana. Da stasera torno in strada. Per affittare una casa
occorre il permesso di soggiorno. Non se ne esce». Poi aggiunge: «È un dato di
fatto. Gli italiani vogliono fare degli immigrati dei delinquenti. I pusher hanno
bisogno di cavallini. E ci siamo noi». Gli chiedo se pensa ancora di trovare una
soluzione. Mi risponde che è rimasto in Italia per questo. Se non dovesse riuscire,
tenterà ancora in Spagna prima di tornare nel suo Paese. Riflette. Mi dice: «L’uomo
è l’unico animale che si adatta a qualsiasi situazione. Un leone, portato al polo
Nord, non sopravvive. L’uomo sì. Ovunque. Guardami. Ho perso venticinque chili in
tre anni. Ma devo farcela». «Questo posto ti aiuta?». Risponde di sì. C’è la luce.
Si fa la barba, una doccia. Può lavarsi i vestiti. Talvolta riesce anche a dormire.
Abdel mi dice che viene al Drop in soprattutto per rilassarsi e per dimenticare. Ma
anche: «Tra di noi dovremmo aiutarci. Questo posto deve diventare un’associazione
di immigrati. Solo così cambierà qualcosa». Gli chiedo: «Sei cambiato?». Mi
risponde: «È cambiato il modo di ragionare. Sono confuso. Ho la testa piena di
pensieri. Fatico a prendere una decisione. Un minuto prima penso di andare in
Spagna. Un minuto dopo sono a Biella, perché un amico mi ha detto che posso trovare
un lavoro. Vado avanti a tentoni». Poi dice: «Io ho i miei ideali. Non voglio
spacciare. Non voglio diventare così. Il mio sogno? I documenti a posto. Un lavoro.
Un milione e due. Un milione e mezzo al mese. Cinquecentomila lire per l’affitto.
Altrettanto per mangiare. Quello che rimane per il resto. Io e mia moglie che
andiamo al supermercato. Lei potrebbe lavorare in una famiglia. Occuparsi degli
anziani. Anche lei ha studiato». Gli domando se vuole dirmi ancora qualcosa. Abdel.
«Sono come un naufrago in alto mare che sta cercando di salvarsi e ha già bevuto
parecchi litri di acqua. È lì a metà. Con la testa né sopra né sotto l’acqua».
Abdel rimane per qualche minuto. Poi ci saluta. Un amico è venuto a cercarlo. Forse
ha trovato una macchina per questa notte.
Florian
È Alexandru a presentarmi Florian. Vuole che io parli con lui, che ascolti la sua
storia. Florian ha un’espressione allegra sul viso. È palesemente di buon umore. Mi
informa che la palestra del Drop in non è sufficientemente pulita e che le cyclette
non funzionano. Aggiunge che è di nazionalità rumena. È in Italia da quattro mesi.
Prima è stato in Turchia e in Jugoslavia. In quest’ultimo Paese gli è stato
ritirato il passaporto, poiché il visto turistico era scaduto. È entrato in Italia
dal confine orientale, passando per i boschi. A Gorizia le forze dell’ordine lo
hanno sorpreso a dormire in un cassonetto dei rifiuti. Gli hanno consegnato il
foglio di espulsione. Lui l’ha strappato e ha continuato il suo viaggio. È stato a
Trieste, Venezia, Milano e Brescia, per non più di quindici giorni in ogni città.
Ora è a Torino. Ha trovato una bicicletta con cui gira per le strade cittadine
alla ricerca di un lavoro. «Come pensi di andare avanti?». Florian ha un diploma
professionale da muratore. Suo padre era alcolizzato. Lui ha vissuto in
orfanotrofio. Ha fatto il militare e si è trovato male. Nella vita gli è capitato
spesso di essere picchiato. Per questo non sopporta di assistere a dei soprusi,
specie se da parte di adulti nei confronti di ragazzi più giovani. «Dove dormi?».
Non sono sicura di aver capito bene, ma credo che la descrizione di Florian
corrisponda a una conduttura fognaria vicino al Po, a cui accede togliendosi scarpe
e calze, per non bagnarsele. Ha delle coperte e finora non ha avuto freddo. «Come
mangi?». «Questo non è un problema», risponde Florian. I suoi punti di riferimento
sono la mensa di via Nizza, quella della Caritas presso la chiesa di Sant’Antonio e
il Mac Donald’s. «Basta aspettare che buttino via i panini. Spesso sono ancora
caldi. Non sono male». Alexandru lo interrompe. Vuole farmi capire che lui e
Florian sono diversi. Lui, specie se è arrabbiato, tiene per se tutto quello che
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trova. «Florian invece distribuisce i panini. È fatto così. Io no. Posso essere
anche molto cattivo, se voglio. Dipende dagli altri». Chiedo a Florian che cosa
pensa che gli accadrà. Risponde che vuole trovare un lavoro e farsi una vita qui,
in Italia. «Non sono disperato», precisa. «Poco alla volta ce la farò». Aggiunge
che la strada non gli fa paura, che sa cavarsela. Alexandru ne è convinto. «Florian
è calmo. Parla bene con la gente. Vedrai. Ci riuscirà».
«Come ti trovi al Drop in?». Ribadisce che è insoddisfatto della pulizia e
dell’attrezzatura della palestra. Sostiene che gli operatori non se ne preoccupano.
Gli faccio presente che si tratta di spazi autogestiti e che quindi potrebbe
cercare una soluzione con le persone che utilizzano la palestra. Florian è
d’accordo su questo punto, ma aggiunge che non tutti si comportano allo stesso
modo. Sorride. Poi mi dice che gli operatori aiutano di più i marocchini. E che lui
è disposto a pulire la palestra, se gli danno da dormire. Inoltre avrebbe bisogno
di un dizionario. «C’è il corso di lingua, ma non posso migliorare il mio italiano
stando con i marocchini che imparano l’alfabeto». Alexandru conferma la necessità
di un dizionario e i limiti del corso di lingua. Florian e Alexandru convengono
anche sull’importanza di poter disporre di alcuni pesi e di un attrezzo per boxare.
Mimano alcuni pugni nell’aria. «Un punching ball?», chiedo. «Sì, ma anche un sacco,
di quelli grossi». Florian: «Io non lavoro. Devo scaricare le mie energie». E poi:
«Vieni. Ti faccio vedere la palestra».
Haddady
Entra nella stanza e chiede se può dire anche lui qualcosa. Si toglie il
Montgomery beige e si informa del lavoro che stiamo facendo insieme. «Volete un
caffé?», chiede con premura. Poi comincia a raccontare di sé.
Viene dal Marocco. I suoi genitori sono anziani. Quando può manda loro del
denaro. In città ha un fratello sposato, con una bambina e una casa molto piccola.
Lui dorme dove capita. In macchina. Per la strada. Dipende. In francese aggiunge
che è una vergogna. L’Italia fa parte del gruppo dei sette Paesi più potenti del
mondo. Gli chiedo se riesce a lavorare. Risponde che ha un baccalaureato in lettere
moderne. Venerdì e sabato ha lavorato ai Mercati Generali. Ha guadagnato centomila
lire. «Guarda», aggiunge. Indica due ferite che ha sul volto. Una sul naso e una
sullo zigomo. «Mi sono cadute addosso delle casse. Mi sono fatto male, ma non ho
potuto dire niente. Vado avanti così». Poi Haddady racconta che ha vissuto in
Francia. Che lì la situazione è diversa.
Alterna frasi in francese e in italiano. A Parigi ha lavorato per la Croix Rouge
e in una Boutique, uno «Sleep in» del 14° arrondissement. Si lamenta del fatto che
qui, al Drop in, non ci sia un adeguato servizio di sostegno sul piano umano e
psicologico. Mi dice che in Francia sono più organizzati. Ci sono molti operatori e
persone come lui che li affiancano. Per Haddady è stata un’esperienza importante.
Ha lavorato come «pari» nella Croix Rouge, dove lo hanno aiutato a disintossicarsi.
Prima si faceva. Un po’ di tutto. Cocktail di farmaci, alcol, droga. Adesso ha
smesso. «Anche per questo – mi dice – è importante avere una persona con cui
parlare». «Ti senti solo?». «Vivi per strada. E questo significa che non puoi avere
una donna. È peggio del carcere. Siamo liberi. Ma siamo ancora più soli. Per fare
l’amore dobbiamo avere dei soldi. Ma quello non è amore, né affetto. Oppure ti
masturbi. Senza una casa non esisti». «Che cosa significa dormire per strada? Che
cosa sogni?». «Cauchemars, seulement. Tu comprend? Spesso non riesco a dormire.
Oppure sogno di trovarmi di fronte a un muro o a degli ostacoli, che devo cercare
di superare». «La strada ti ha cambiato?». «Sono sempre lo stesso. Forse un po’ più
nervoso. Sono malato». Haddady è venuto in Italia per il permesso di soggiorno.
Sono passati più di quindici mesi da quando ha presentato la domanda. Pensa di
rimanere in Italia, eventualmente anche per poter fare ricorso. Adesso deve andare.
Si scusa e ci saluta.
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Slavko
È arrivato in Italia nel mese di marzo di quest’anno. È di nazionalità serba. Ha
un cappello da baseball e occhi pungenti. Si esprime con difficoltà in italiano.
Viene dalla Voivodina. Con l’aiuto di Alexandru mi dice che ha combattuto nella
Bosnia Erzegovina nel 1993 e nel 1994. Faceva parte di un reparto medicoinfermieristico
dell’armata
jugoslava.
Gli
chiedo
che
cosa
abbia
fatto
successivamente e lui mi risponde che ha fatto la guerra per vivere. È stato
allevato dai nonni e mi pare di capire che sia orfano dei genitori. Mi dice di
essere stato profondamente choccato dal bombardamento N ATO. Gli chiedo com’è stato,
come l’ha vissuto. Mi risponde così: «Dovevi essere lì per capire». Poi aggiunge:
«In Bosnia è stato peggio». Con i suoi occhi ha visto i morti. E altre cose che non
può raccontare a una donna. Anche dei bambini non può raccontarmi.
Non è facile parlare con Slavko. Ogni sua frase sembra chiudere il discorso. Però
continuiamo
a
chiacchierare.
Alexandru
si
comporta
come
un
traduttore
professionista. È molto preciso nel riferirmi le parole di Slavko. Talvolta ne
discute con lui, sono entrambi impegnati affinché io capisca bene quello che mi
viene detto. Spesso mi domandano che cosa sto scrivendo nei miei appunti. In due
occasioni mi chiedono di non scrivere ciò che hanno raccontato. Cerco di
rassicurarli al riguardo. Alexandru mi dice che lui ha visto la guerra della
strada. È un concetto che ripeterà più volte. Chiedo a Slavko dei suoi progetti.
Vuole una vita normale, tranquilla. Se non adesso, almeno quando sarà vecchio. «Sei
ottimista? Credi che ce la farai?». Mi risponde di sì. Sì, certo. Vuole un futuro.
Una casa. Un lavoro. Se si comporta onestamente, vuole essere trattato bene anche
dal datore di lavoro. Non vuole la carità. Solo casa e lavoro. In ogni caso, ce la
farà. Da solo. «Gli operatori non possono aiutarci. Nessuno può farlo. Dobbiamo
aiutarci da noi stessi». «Quanto potrai resistere?». «Aspetto di ottenere il
permesso di soggiorno. Spero in una sanatoria. Se trovo una brava persona che mi
aiuta rimango qui. Ho bisogno di una mano. Qui, al Drop in, c’è una piccola mano.
Viceversa farò da me». «Hai degli amici? Qualcuno che possa aiutarti?». Risponde
con il primo di una serie di secchi «No comment».
Lo ringrazio per il suo contributo. Slavko vuole continuare. «Mi interessano le
tue domande». Mi chiede: «Perché gli italiani si preoccupano tanto per gli animali
e non per le persone? Se gli italiani ci riservassero lo stesso trattamento che
rivolgono ai cani la nostra situazione migliorerebbe». Gli domando se è soprattutto
amarezza quella che sente dentro. Risponde di no. «Come ti immagini tra qualche
anno?». Ci pensa. Poi dice che vuole una legge che gli permetta di lavorare. Provo
a insistere senza successo. Allora gli chiedo se pensa di trovare una compagna, di
farsi una famiglia. Risponde: «Le donne italiane non guardano gli stranieri». No,
non gli interessano. Loro (gli stranieri) non esistono per le italiane. Non hanno
né una casa, né un lavoro, né una macchina. E poi, lui deve prima risolvere il suo
problema. Dopo saprà rispondermi al riguardo. Dopo potrà dire a se stesso: «Sono un
uomo. Sono fiero di me». «Adesso lo sei?». (Pausa.) «Ho fatto un grande passo in
avanti, perché sono in Italia. Adesso devo farne un secondo». Non so come, ma a un
certo punto parliamo di politica. Slavko sostiene che Berlusconi è un mafioso e un
affarista. Mi offre un quadro della situazione politica italiana da fare invidia a
quello di noti editorialisti. È analitico e preciso nelle sue affermazioni. Chiedo
a lui e ad Alexandru che cosa pensano dei diritti politici per gli immigrati. «Vi
interesserebbe votare?». Rispondono entrambi affermativamente, con sicurezza.
Slavko aggiunge: «Mi importa quasi di più di quello che riuscirò a fare. Ho
lasciato tutto. Sono qui. È anche il mio mondo». E poi: «Ho disertato dall’esercito
jugoslavo quando sono stato richiamato per andare a combattere nel Kossovo. Credi
che potrei chiedere asilo politico in Italia?».
Con noi ora c’è anche Aldo, un operatore del Drop in. Conosce bene Slavko. Mi
dice che stanno cercando di capire e di inquadrare la sua situazione dal punto di
vista giuridico. Slavko mi chiede se posso aiutarlo. Se posso informarmi. Dice che
ha paura. Ha paura di essere fermato e rimpatriato. Gli chiedo com’è arrivato in
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Italia. Mi risponde che è passato attraverso il Montenegro. Di più non può dirmi.
Risponde con una sequenza di «No comment» anche ad altre domande riguardanti
l’esperienza militare e la diserzione. Discutiamo a lungo della sua situazione.
Alla fine concordiamo con Slavko che occorre fare chiarezza su tre questioni: può
essere espluso? che cosa rischia, una volta rimpatriato in Jugoslavia? può chiedere
asilo
politico?
Stiliamo
anche
un
breve
elenco
di
enti
e
associazioni
internazionali da contattare per una consulenza giuridica. Ci salutiamo. Slavko ci
chiede di fare qualcosa. «Fate in fretta. Non posso aspettare».
Fatti
Tu dici: cos’è l’Incittà? È le posizioni che ti dà.
Tu dici: cos’è l’Incittà? È la strozzatura dove le nostre storie si uniscono. E anche i Tempi. Le
tenute si dissociavano. Le colline ci piantavano in una deriva immobile. L’Incittà mette in movimento,
annoda, àncora, impasta e reimpasta a tutta velocità. Ma all’uscita non cadi in un culdisacco. Si
ricomincia. Come? In un altro modo.
Tu dici: cos’è l’Incittà? Non è un luogo di felicità. Non è un luogo di infelicità. È contenitore del
destino.
L’Incittà non è da prendere. È da capire.
(Patrick Chamoiseau)
Numeri. Cento, centotrenta, con qualche punta di centocinquanta persone al giorno.
Questi numeri esprimono una media approssimativa dei passaggi giornalieri
registrati nel corso dell’anno 2000 e fotografano l’attività del Drop in di via
Pacini probabilmente meglio di qualsivoglia racconto o ragionamento.
Per farsi un’idea di che cosa significhino è sufficiente salire al primo piano
dell’ex fabbrica situata a fianco del Liceo Scientifico Einstein, in un’area
caratterizzata dalla presenza di un ampio complesso di edilizia agevolata costruito
alla fine degli anni Settanta. I locali, organizzati a mo’ di spina di pesce,
intorno a un corridoio centrale, comprendono un locale-deposito per materiali di
consumo e prevenzione, bagni e docce per donne e uomini, una lavanderia con due
lavatrici e un’asciugatrice, due stanze adibite ad asilo notturno d’emergenza
(rispettivamente con tre posti letto donne e sette posti letto uomini), una stanza
per gli operatori in servizio nelle ore notturne, una palestra, una stanza
utilizzata per il corso di italiano, due stanze adibite a incontri tematici e
colloqui individuali o di gruppo, un bagno per gli operatori, una cucina. In testa,
all’inizio del corridoio, c’è l’ufficio accoglienza; più avanti, sulla destra, un
grande salone, arredato con divani, tavoli e sedie, un tavolo da ping-pong. È
questo il cuore del Drop in. È qui che le persone sostano, riprendono fiato, bevono
un caffé, chiedono informazioni o quant’altro.
Solitamente c’è un gran via vai. In un pomeriggio qualsiasi è facile incontrare
quaranta, cinquanta o sessanta persone, per lo più uomini, di provenienza slava o
magrebina, nella maggior parte dei casi clandestini. Per il resto, una persona su
tre è italiana, spesso con problemi di dipendenza; le donne sono invece
relativamente poche, più o meno una su trenta. I dati raccolti nell’ultimo anno
registrano una media di 5.130 passaggi mensili, con punte massime di 7.641 passaggi
e punte minime di 2.757 passaggi, rispettivamente nei mesi di gennaio e settembre.
La consistenza dei flussi di persone che frequentano il Drop in, secondo l’analisi
fatta dagli operatori, sembra non essere influenzata significativamente da
variabili
stagionali
(condizioni
climatiche,
offerte
di
lavoro)
e
invece
determinata dal numero degli arresti e delle espulsioni effettuati periodicamente
dalle forze dell’ordine. Tra le persone che frequentano il Drop in, in media una su
quattro utilizza il servizio docce e lavanderia, mentre una su cinquanta impegna
gli operatori in attività di counselling. Complessivamente i tossicodipendenti
rappresentano circa il 10% delle persone che si recano al Drop in. Nel periodo
considerato, accanto agli interventi di riduzione del danno, prevenzione,
orientamento e sostegno, si sono svolte alcune attività: corsi di lingua italiana,
laboratori teatrali e di creatività, cineforum, palestra. Tutti i venerdì
17
pomeriggio c’è un’assemblea aperta a tutti, che funge di incubatrice
domande, i problemi e i tanti cul-de-sac in cui le persone si dibattono.
per
le
Ipotesi. Il Drop in di via Pacini inizia la sua attività nel marzo del 1999. Il
progetto, che il Gruppo Abele mette a punto partecipando e vincendo una gara
d’appalto promossa dal Comune di Torino, prende le mosse da una domanda ricorrente.
Già da un paio di anni responsabili e operatori del settore Accoglienza si
interrogavano sul bacino di utenza raggiunto, trattato e preso in carico, con
metodologie
diverse,
dagli
interventi
attivati
e
gestiti
in
città.
Dall’osservatorio offerto da due agenzie operanti sul territorio cittadino –
l’Ufficio persone senza fissa dimora del Comune di Torino e l’unità di strada
attivata dall’ASL 4 in collaborazione con il Gruppo Abele – emergevano,
rispettivamente, due dati. In primo luogo che l’80% degli ospiti dei dormitori
comunali presentava problemi di tossicodipendenza. In secondo luogo che il 25%
delle 3.000 persone contattate dal camper nel corso del 1998 era senza fissa
dimora. Alcune proiezioni fatte in quel periodo stimavano in 300-400 il numero
delle persone che ogni notte trovava rifugio in fabbricati industriali abbandonati
o in altri luoghi di fortuna. Era dunque evidente che una parte consistente delle
situazioni di emarginazione grave presenti sul territorio cittadino rimanesse al di
fuori del circuito dei servizi socio-sanitari e quindi esclusa da politiche e
interventi di sostegno e di riduzione del danno.
L’idea di un centro diurno a bassa soglia per adulti in difficoltà, con annesso
un ricovero notturno d’emergenza, nasceva dunque dall’ipotesi che fosse necessario
diversificare
ulteriormente
le
modalità
di
approccio
ai
problemi
della
tossicodipendenza; anche in considerazione del fatto che, solo a Torino, la
popolazione tossicodipendente che non è mai entrata in contatto con i Servizi, o
che ne ha interrotto il rapporto, è probabilmente stimabile in 5.000 unità.
L’obiettivo prioritario dell’intervento è stato fin dall’inizio quello di
«agganciare il sommerso», vale a dire le persone lontane dal circuito dei Servizi,
che abitano la strada tutto il giorno, spesso in condizioni di disagio gravi,
girando da una panchina all’altra, da un bar all’altro, da un vagone ferroviario
all’altro, senza sapere dove andare. In questa prospettiva, nel 1998, il Gruppo
Abele ha predisposto l’allestimento di alcuni locali all’interno dell’ex fabbrica,
che in un’altra ala dell’edificio ospitava già un centro semiresidenziale e un
centro crisi per percorsi drug free. Nel giro di pochi mesi, il centro a bassa
soglia per adulti in difficoltà è entrato così a far parte dell’intero sistema di
accoglienze del Gruppo, diventandone un elemento integrante, pur salvaguardando la
propria autonomia e focalizzando l’attenzione su uno specifico target. Lo si è
definito infatti «Drop in», che letteralmente vuol dire «salta dentro», ed è quindi
un invito all’inclusione, in un tessuto urbano che, come accade altrove, favorisce
l’esclusione dell’altro e la propensione lasciare fuori dalla porta i problemi,
nonché, in senso stretto, le persone.
Sorprese. Col tempo ci si è assuefatti all’idea che il lavoro sociale trovi la sua
piena espressione nell’incessante sequenza di progetti e interventi attivati da
instancabili operatori-ingegnieri (sociali) e/o operatori-urbanisti, per lo più
animati da spirito salvifico e ossessionati da ansie di rinnovamento, bonifica e
razionalizzazione (anche se di solito non le definiamo così). In questi casi è
difficile che ci si confronti con eventi imprevisti. C’è un già-saputo che tende a
uniformare e a standardizzare la realtà. Qualche volta accade che le cose vadano
altrimenti. Qualche volta accade che si faccia sul serio. Così, se si parte con
l’intento di navigare in mare aperto e di provare ad agganciare ciò ancora che non
si conosce (anche se si immagina) è probabile che all’amo si trovino delle
sorprese. E non sempre, come accade ai pescatori d’alto mare, le cose sono così
(1) .
semplici
Analogamente,
gli
eventi
inattesi
che
hanno
caratterizzato
l’esperienza del Drop in di via Pacini, sono stati sostanzialmente tre. Essi
ruotano intorno ad alcune questioni che interrogano il senso stesso del lavoro
18
sociale e che sono efficacemente sintetizzate da almeno tre affermazioni ricorrenti
tra gli operatori di via Pacini.
«La strada ci ha invaso di immigrati». Immigrati più che
tossicodipendenti. Tanti. Tantissimi. Con un carico di bisogni, domande e problemi
tanto semplici quanto senza soluzione, come lo possono essere soltanto quelli che
attengono alla sopravvivenza stessa dell’individuo. Persone spesso fornite di
titoli di studio, capaci di parlare più lingue straniere, con competenze talvolta
straordinarie relativamente alle capacità di adattamento e di sopravvivenza, che
hanno girato mezzo mondo, e che tuttavia presentano quell’insieme di problematiche
caratteristico di chi non possiede né casa, né lavoro, né documenti. I dati emersi
dall’osservatorio di via Pacini hanno indotto gli operatori a modificare e ad
aggiornare le mappe della geografia del disagio e dei percorsi di chi vive in
strada. Tali mappe evidenziano tipologie di traiettorie e carriere di adulti in
difficoltà,
contrassegnate
da
esperienze
e
traumi
di
natura
diversa
–
tossicodipendenza, alcolismo, disagio mentale, infezione da HIV , disoccupazione,
invecchiamento, migrazione – e tuttavia accomunate dal fatto di consegnare le
persone alla strada e alla sua logica liminare.
«Qui non c’è un bel niente da rieducare». L’impatto è stato duro. Ha
scompaginato le poche certezze che possono accompagnare il lavoro di chi ha scelto
di stare a diretto contatto con la strada. Ha mandato a gambe all’aria ogni
ragionevole aspettativa e previsione. A cominciare dalla consistenza della marea di
persone che seguendo il tam tam della strada sono confluite al Drop in. Fin
dall’inizio tutto è apparso inadeguato: risorse, forze, formazione. Ma è
soprattutto rispetto a un modo tradizionale di intendere l’accoglienza che i conti
proprio non sono tornati. Fine del modello educativo-terapeutico. Non è una novità.
Chi lavora nei servizi a bassa soglia ne ha in genere una consapevolezza profonda.
Ma è un dato di fatto che la cultura moralistica di cui sono spesso impregnate le
politiche di welfare ci abbia abituato a pensare ai destinatari di interventi e
politiche
sociali
con
atteggiamenti
alternativamente
vittimizzanti
o
colpevolizzanti, a partire dai quali è difficile riconoscere nelle persone, a un
tempo, condizioni di abilità e povertà e soprattutto lo status di attori e di
soggetti agenti. Davvero la cosa migliore per un immigrato irregolare è di essere
inserito nel circuito dei servizi? È necessariamente questa la via attraverso la
quale si diventa «buoni cittadini»?
«Migliorare la qualità della vita è poco?». Fare il caffé, caricare la
lavatrice, stare con le persone, parlarci, riparlarci, provvedere a una medicazione,
prestare ascolto, distribuire latte e biscotti, informazioni, materiale di prevenzione,
discutere in assemblea, trovare un posto letto, seguire un gruppo di lavoro tematico,
prendere in carico una persona, smistarne altre, contattare e ricontattare la «rete»,
attivare gli abitanti del quartiere, coordinare i volontari e gli operatori pari. La
giornata di un operatore è fatta di cose come queste. La domanda è sempre la stessa:
«Ha senso quello che facciamo?». Serve? Modifica le situazioni? Produce cambiamento?
Che si tratti di domande che si sentono sulla propria pelle e non piuttosto di
interrogativi puramente retorici o formali è evidente; basti pensare che nell’arco
di un anno c’è stato un ricambio pressoché completo dell’équipe di via Pacini.
Migliorare la qualità della vita e, in altri termini, minimizzare la sofferenza
socialmente evitabile: questa è la scommessa. Esserci, e con una porta sempre
aperta sulla strada. O K . E poi? È sufficiente? È poco? Produce solo frustrazioni (a
noi e a loro)? In più, non c’è il rischio di ricadere nel paternalismo buonista o
nella mensa per i poveri vecchio stampo?
Interpretazioni
C’era un vaevieni incessante, fra il Quartiere dei Miserabili e il cuore dell’Incittà. L’Incittà era
l’oceano aperto. Il quartiere era il porto d’immatricolazione. Porto d’immatricolazione delle bisbocce,
porto d’immatricolazione delle speranze in libertà, porto d’immatricolazione delle sventure, porto
d’immatricolazione delle memorie che venivano portate da lontano. Ci tornavano per curarsi le ferite e
trovare la forza di un assalto vigoroso all’Incittà.
19
(Patrick Chamoiseau)
Le considerazioni e le riflessioni maturate tra gli operatori dell’équipe del Drop in
sono ovviamente molte e approfondite. Ciò che le contraddistingue, a mio avviso, è
innanzi tutto il fatto di indicare costantemente delle contraddizioni più che dei
problemi e dei paradossi più che delle soluzioni. Esse delimitano, in questo senso, uno
spazio aperto di «impossibilità» che è però anche il solo luogo, forse, nel quale
ospitalità e responsabilità, intese come pratiche sia individuali sia collettive,
possono provare a concretizzarsi. Tali impossibilità individuano infatti alcuni «tra»,
alcune terre-di-nessuno, alcuni terrain vague dell’intervento sociale e della stessa
socialità, che sono altrettante buone ragioni per scegliere di provare a starci dentro
e abitarle.
Prima impossibilità. Essere un luogo di tregua e un porto di mare. Detto così può
sembrare strano, ma in questo periodo una delle preoccupazioni degli operatori del
Drop in consiste nel reperire qualche divano, con cui completare l’arredamento del
salone. Il punto è che essere un luogo di tregua nella fatica dell’abitare la
strada, concretamente, significa: essere un luogo che non obbliga a essere altro da
se stessi, in cui non si chiedono prestazioni o performance di alcun tipo; essere
un luogo in cui è possibile pensare, stare in silenzio, ascoltare, parlare (mentre
la strada è rumore); essere un luogo in cui ricaricarsi emotivamente (trovando
ascolto), riprendere le forze (mangiando qualcosa, riposando), ritrovare se stessi,
la propria dignità (facendo una doccia, cambiandosi gli abiti). Da questo punto di
vista, il divano e il caffé, lo shampoo e l’asciugamano, la siringa pulita e
l’insulina sono micro interventi essenziali, che consentono di vivere un momento di
sosta, di trovare una sospensione temporanea ai ritmi serrati e alla logica
darwiniana della strada. Ma è anche vero il contrario. E cioè che il Drop in è un
punto di incontro e di confluenza (di persone, informazioni, opportunità), un luogo
di immatricolazione e di smistamento, da cui ripartire con nuove energie alla volta
del proprio progetto migratorio. Insomma, un porto di mare, e quindi un luogo
aperto, trafficato, animato, talvolta febbricitante. In cui è possibile trovare
stimoli, orientamenti, in cui ci si sente accolti ma anche provocati e messi in
discussione, nonché aiutati ad affermare la propria identità e i propri diritti, ad
alzare la testa piuttosto che a pacificarsi con le tante umiliazioni subite. In
questo senso il Drop in è anche un laboratorio naturalmente politico, che favorisce
l’aggregazione degli individui e degli interessi, lo stabilirsi di alleanze tra
gruppi e associazioni, e in cui riscoprire il senso della denuncia e la passione
della proposta politica.
Seconda impossibilità. Rispondere alla committenza della strada e alla commitenza
istituzionale. «Ma noi da che parte stiamo?». Anche questa è una domanda molto
seria, da parte degli operatori, e niente affatto scontata. Si può – si riesce? –
essere un luogo intermedio, ma anche di traduzione e di traghettamento (nei due
sensi ovviamente) di istanze, bisogni e linguaggi tra due rive opposte, quella
delle istituzioni (i Servizi) e quella della strada (pur sapendo di appartenere
alla prima)? È difficile rispondere, certo. Ma è altrettanto vero che gli operatori
del Drop in sono consapevoli della loro inevitabile collocazione al centro del
guado. E questo significa, inevitabilmente, fatica, tensione, crisi di identità. La
committenza che viene dalle istituzioni parla spesso la langue de bois,
alternativamente, del buonismo e del controllo sociale. La committenza che viene
dalla strada, non senza qualche rischio di idealizzazione, parla invece la lingua
dei problemi concreti di una persona adulta in difficoltà, che richiede interventi
volti a un miglioramento concreto della qualità della vita, autovalutato e portato
avanti in prima persona. Un esempio. (Anche se inadeguato a esprimere il senso
profondo di questa contraddizione.) Fin dall’inizio dell’attività del Drop in si è
scelto di raccogliere una mole anche consistente di dati relativamente ai flussi,
alla popolazione di riferimento e alle tipologie di intervento (counselling,
servizi docce e lavanderia, interventi di prevenzione e di riduzione del danno) che
caratterizzano il servizio a bassa soglia diurno e notturno (per una sintesi, cfr.
20
le «finestre» di pp. 74-75). È evidente che tali dati siano degli indicatori
significativi dei processi di emancipazione progettati e attivati, nonché un
interessante elemento di valutazione utile alla ridefinizione degli obiettivi. Ma
siamo davvero certi che quegli stessi dati non parlino in fondo anche di
un’involontaria, ma probabilmente inevitabile, pratica di controllo sociale, volta
a contenere il conflitto sociale connesso a situazioni di emarginazione grave e
così fuzionale a «tener buone» le persone?
Terza impossibilità. Scommettere sull’informalità dei rapporti e non rinunciare alla
propria professionalià. Su questo punto la posizione degli operatori è molto
chiara. È nel rapporto informale, nel dare credito e fiducia alle persone, nel
valorizzare le abilità e le potenzialità, che si gioca gran parte del significato
di un lavoro di questo tipo. Su questo punto tutti concordano. Anche se poi, nel
concreto, bisogna riuscire a far funzionare questo modello d’intervento – in cui si
lavora senza corazze professionali o di ruolo, senza scrivanie, spogliati di molte
certezze,
in
balìa
di
mille
domande
– in una situazione in cui quasi
quotidianamente ci si trova di fronte a cento persone adulte (prevalentemente
uomini), di provenienza culturale diversa e in difficoltà. Alla prova dei fatti è
inevitabile che le cose si complichino. «Che cosa significa “orientare” – si
chiedono gli operatori – quando c’è una bocca da sfamare e un lavoro da trovare?».
Da un lato, evidentemente, è forte la tentazione dell’aut aut tra militanza e
professionalità, che si traduce spesso nel desiderio di condivisione e di stare
dalla parte di chi vive una situazione che è probabilmente senza via di uscita.
D’altro lato, l’esperienza maturata ha mostrato come, generalmente, riesce a
trovare un equilibrio soddisfacente tra frustrazione e senso di onnipotenza chi
mette in discussione radicalmente il senso del proprio essere animatore, educatore,
psicologo o quant’altro, senza che tuttavia ne venga meno la formazione e
l’identità professionale che, quando sia passata attraverso a un setaccio di questo
tipo, inevitabilmente si rafforza e assume anche il senso di una scelta politica
(di basagliana memoria). In sintesi: impossibilità di difendersi dietro a corazze
professionali; impossibilità di aiutare davvero le persone in mancanza di un’équipe
con competenze specifiche, socializzate e de-potenziate nei loro effetti di saperepotere.
Quarta impossibilità. Lavorare senza patti terapeutici e fare del Drop in un luogo
di sperimentazione di rapporti diversi da quelli della strada. Questo è un punto
molto delicato. Le persone che vengono al Drop in sanno di essere accolte
indipendentemente dal fatto di avere o meno il permesso di soggiorno, di fare o
meno uso di sostanze, di avere alle spalle un percorso di emarginazione piuttosto
che un altro, di progettare il proprio futuro nel modo A o nel modo B oppure di
aver rinunciato ad averne uno (qualsiasi). Lavorare così non è semplice. Occorre
innanzitutto fare i conti con l’episodicità dei contatti, con l’esiguità del tempo
a disposizione, con l’impossibilità di misurare l’efficacia del proprio intervento.
E poi imparare a misurarsi con il proprio senso di frustazione: «Come faccio a
sapere quando aiuto e quando fallisco?». Anche se poi, anche al Drop in, come
accade ovunque, le soddisfazioni ci sono. «Quando una persona mi dice che invece di
trafficare con i telefonini scarica frutta a Porta Palazzo», «Quando mi rendo conto
che, in fondo, la mia è una scelta egoistica: ciò che mi appassiona e mi
incuriosisce è la realtà dell’incontro, che in posto come questo viene esaltata»,
come dicono gli operatori. Ma lavorare senza patti terapeutici significa davvero
stabile relazioni non normative? Sì e no. Sì. Perché non si chiede alle persone
l’adesione a un progetto o a uno stile di vita. No. Perché è importante
sperimentare insieme relazioni diverse, offrendo opportunità, magari anche solo
quella di togliersi per qualche ora dai rapporti incancreniti e dai «ciocchi» della
strada. Per il resto, non ci sono né regole né patti da rispettare. Basta non
farsi. Non spacciare. Non usare violenza. Solo le norme elementari della convivenza
civile, per l’appunto. Il minimo, dunque. Anche per chi vive, letteralmente, ai
confini della società?
21
Quinta impossibilità. Offrire semplici opportunità e lavorare per il cambiamento.
Infine, è nell’improbabile intento di tenere insieme queste due opposte esigenze
che si condensa il paradosso di un servizio a bassa e bassissima soglia come quello
di via Pacini. Nello scegliere di accompagnare, con interventi puntuali e discreti
(nel senso matematico del termine e non), le persone con i loro progetti e le loro
speranze; nel perseguire testardamente l’obiettivo di migliorarne la qualità della
vita
senza tuttavia pretendere-chiedere-sperare un cambiamento negli stili di
vita; nello scommettere sull’importanza di lavorare sui borderlands, con l’intento
(solo apparentemente rinunciatario) non di affrancare le persone dalla realtà della
strada, bensì di essere uno spazio aperto che con la strada e i suoi abitanti si
confronta, dialoga e convive.
Annotazioni
La lingua creola non dice «la città» bensì «l’Incittà» [Lanvil, dal francese la ville, n.d.r.]:
l’Incittà non indica una geografia urbana ben reperibile ma essenzialmente un contenuto, ovvero una
sorta di progetto. E il progetto, qui, era: esistere.
(Patrick Chamoiseau)
Andando al Drop in, parlando con le persone che lo frequentano e con gli
operatori, rivedendo gli appunti e ripensandoci, non ho potuto fare a meno di
pensare a Texaco di Patrick Chamoiseau (2) ?
Forse perché Texaco è una storia di conquista. La conquista di una città. Perché
i suoi protagonisti assomigliano agli schiavi di oggi, gli immigrati. Con la
differenza che i primi si andavano a prendere con la forza e i secondi (miracoli
dell’innovazione!) vengono a frotte, spontaneamente, supplicando di lavorare.
Perché l’Urbanista creolo e poeta che impara a dialogare e a confrontarsi con la
realtà della bidonville e dei suoi abitanti mi pare che possa essere una buona
metafora dell’operatore che sceglie di lavorare con persone che hanno sensibilità,
abilità, traiettorie personali e destini comuni che chiedono innanzitutto di essere
riconosciuti e valorizzati.
Forse perché penso, in sostanza, che l’esperienza creola parli la lingua delle
nostre società a venire.
Ascoltando le ultime parole dell’anziana Dama d’improvviso ebbi un brivido: fra pochi anni più di metà
dell’umanità affronterà in condizioni simili quel che lei chiama l’Incittà. (P. C.)
(1) «D’improvviso la lenza si fece molle molle. Iréné masticava ingiurie quando un ricordo vecchio di
dodici anni lo informò del pericolo. Subito attento attorcigliò la lenza a uno dei sedili e ingiunse a
Joseph di tenersi forte. Una scossa formidabile elettrizzò il mondo. Il crine tintinnò come cristallo.
Il gommone cominciò ad andare alla deriva più veloce di una goccia d’acqua su una piuma d’anatra. Joseph
stupefatto frenava coi remi. Il tutto durò pochi secondi poi si fermò come aliseo che cade. Iréné
ricominciò a tirar su la cosa, senza cedere, cauto, centimetro dopo centimetro. Per quattro ore non
mollò un’unghia di centoventi metri di lenza. A momenti si immobilizzava e la lenza pronta a spezzarsi
gli segava le palme ferree. Allora mormorava all’invisibile nemico: Sono io, sì; Iréné Stanislas, figlio
di Ephiphanie di Morne l’Etoile e di Jackot mulatto bello ben fatto, maschio gozzuto... La lenza cedeva
e Iréné tirava con la più rapida cautela. Punteggiava ogni nonnulla di filo guadagnato con un si
sibilato nello sforzo e nell’esaltazione. Presto la lenza sbiancò annunciando gli ami. Joseph lasciò i
remi pe r arpionare uno squalo chiaro, poi un secondo già soffocato e dal ventre aperto, poi un terzo che
boccheggiava vigoroso, dovettero stordirlo, poi un quarto. Credo che Joseph diventò di sasso quando
d’improvviso il blu si dissolse per l’apparire ancora in profondità di una massa smisurata». (P. C.)
(2) Chamoiseau P., Texaco, Gallimard, Paris 1992, tr. it. Texaco, Einaudi, Torino 1994.
Per informazioni: Carla Giachetto - Gruppo Abele - responsabile Drop in - via Pacini 18 10154 Torino - tel. (011) 2486221 - fax (011) 2450401.
E-mail: [email protected]
22
LEZIONE 2
Minori stranieri in carcere: la scommessa di un patto per la legalità di Leopoldo
Grosso
Ineguaglianza e fallimento di una giustizia a “doppio binario”
Negli istituti penali minorili del nord Italia, gli stranieri rappresentano una netta
maggioranza sul totale dei detenuti. Molti di loro, sono recidivi nel carcere, con
permanenze medie detentive di circa due mesi ogni volta. La misura a cui sono sottoposti
con la restrizione è, generalmente, la custodia cautelare. La custodia in carcere è spesso
conseguente al fallimento della misura cautelare in comunità, da cui i ragazzi si allontano
dopo solo poche ore.
Il sistema penale minorile segna un evidente empasse verso di loro: le misure alternative
per chi è senza famiglia e senza riferimenti adulti attendibili, risultano impraticabili.
Inoltre, sotto le spoglie di innumerevoli alias, i minori stessi appaiono difficilmente
identificabili per quanto riguarda l’identità personale, la nazionalità di appartenenza e la
stessa età anagrafica. La custodia cautelare in carcere si rivela l’unica misura di
contenimento praticabile sul momento, benché fallimentare in prospettiva, nell’obiettivo
di evitare la replicazione dei reati. Di fatto si assiste ad una vera e propria
differenziazione di trattamento rispetto ai minori italiani, tanto che si configura una
giustizia a doppio binario: misure alternative ed opportunità territoriali per i minori
italiani, detenzione per i ragazzi stranieri. L’ineguaglianza di fatto di fronte alla legge si
rivela anche inutile: il processo per i minori stranieri risulta molto spesso un rito celebrato
a fantasmi, burocratico e dispendioso, poiché l’iter giudiziario ha tempi lunghi ed il
minore nel frattempo, con la scadenza termini, è uscito dal carcere ed ha riguadagnato lo
stato di clandestinità.
Un penale totalmente separato e staccato dal sociale è oggi anacronistico per la realtà
minorile, in quanto depotenzia ogni possibilità riabilitativa. E’ un involucro vuoto che
rischia di alimentare contrapposizione e devianza anziché generare riparazione e
reinserimento sociale. Sganciato dagli obiettivi della riparazione, dagli strumenti
dell’accompagnamento relazionale, dall’offerta di opportunità in grado di modificare lo
stile di vita del ragazzo, il sistema penale minorile fa un passo indietro di più di
vent’anni, ritorna a essere quello che in passato è stato per i minori italiani e per i quali
oggi la funzione può già definirsi residuale. La residualità del carcere minorile, come
intervento estremo, non riguarda invece i minori stranieri, che, con la loro presenza
massiccia, e con le loro modalità reattive, rischiano di restituire all’IPM non solo una
funzione piena, ma anche modalità di gestione tradizionale, da tempo in disuso: le
23
pratiche dell’isolamento punitivo, del trasferimento in altri stabilimenti detentivi,
dell’esclusione dalle attività di apprendimento e socializzazione,…
Lo “zoccolo duro” dei minori stranieri recidivi: da clandestini a piccoli scippatori
Sono soprattutto i minori stranieri maghrebini, in particolare nel nord-ovest d’Italia, a
produrre comportamenti carcerari improntati sulla durezza, sulla sfida, sulla coesione del
gruppo “contro”.
La detenzione è messa in conto, tra i rischi del loro stile di vita. Viene considerata un
incidente di percorso e costituisce solo una pausa forzata rispetto alla loro attività illecita;
non mette in crisi né le loro scelte né la determinazione con cui perseguono il loro
progetto. Ormai ai limiti della maggiore età, nell’impatto ripetuto con l’autorità
giudiziaria modificano di volta in volta le loro generalità e posticipano la data di nascita.
Esercitano tutta la resistenza possibile, finalizzata ad abbreviare la permanenza in carcere
agendo comportamenti autodistruttivi (tagli alle braccia, scioperi della fame, ingestione di
liquidi che ledono i tessuti interni,…) ed eterodistruttivi (vandalismi nelle celle,
aggressioni, ribellioni di gruppo), rivolti al richiamo dell’autorità giudiziaria, per essere
convocati dal giudice, nel tentativo di accorciare i tempi della scarcerazione. Talvolta
negano il reato anche quando colti in flagranza, accusando le forze dell’ordine di errore,
di aver teso la trappola, di persecuzione.
La loro “durezza”, almeno apparente, si è forgiata in due esperienze precedenti.
Sono prevalentemente piccoli spacciatori, con una veloce carriera che li ha portati a
vendere prima hashish e poi eroina. Vengono considerati dall’organizzazione criminale
che li arruola assai più affidabili, per l’attività di smercio al dettaglio, dei
tossicodipendenti italiani. Più determinati, non avvolti dalla spirale della dipendenza, con
un gran bisogno di denaro per sé e per la propria famiglia, fanno meno errori e
garantiscono entrate sicure.
La scelta di arruolarsi come pusher può essere precedente all’arrivo in Italia (“Pensavo di
venire qui, spacciare per un anno, mettere da parte i soldi e tornare giù”), cullando
ingenui sogni imprenditoriali; oppure successiva, a seguito di un periodo di
emarginazione protratta quale clandestino per cui la scelta deviante rappresenta un
tentativo paradossale di inclusione e di “realizzazione comunque” delle proprie speranze
migratorie. Si entra in un’organizzazione, si fa parte di un gruppo, si esercita un ruolo,
non si dipende più da nessuno, si hanno dei soldi. Non sono grandi guadagni. Le
organizzazioni non lasciano spazi di autonomia. Oggi si è “salariati” del piccolo spaccio.
La paga è di Lire 1.200.000 al mese, spese escluse. Sono le loro cupole a lucrare.
Alcuni di loro, più problematici per storia personale, più sofferenti o maggiormente
sbandati, non resisteranno né alla curiosità della droga prima, né al forte richiamo della
sostanza dopo, e diverranno dipendenti. Allora, saranno scaricati dallo spaccio
organizzato e “ripiegheranno” su attività più rischiose quali i furti e le rapine ai
malcapitati.
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Ciò che fa scuola, in Italia, è la cultura della sopravvivenza, la necessità di fare soldi, di
realizzare in un modo o nell’altro il proprio progetto migratorio. C’è fretta ed il modello
vincente è rappresentato dallo spaccio di sostanze stupefacenti. Si impone anche ai
ragazzi più sprovveduti, consegnati dalle proprie famiglie in Marocco ad adulti che li
usano in Italia nelle attività di ambulantariato di strada. Ci si socializza in fretta, in Italia,
a questo modello: c’è una contaminazione veloce, nella vita di strada, tra storie diverse
che rischiano di portare ad un unico terminale.
Anche i ragazzi che vengono dalle campagne del Maghreb finiscono per apprendere
presto le nuove modalità di adattamento, i “trucchi del mestiere”, le regole implicite ed
esplicite dell’organizzazione a cui vengono affidati e le conseguenti nuove abitudini di
vita.
Coloro invece già in stato di emarginazione a Casablanca e nelle periferie delle grandi
città del Marocco, sono addestrati e più scaltri nell’arrangiarsi e nel sopravvivere.
L’”apprendistato” al porto, prima della partenza, costituisce un tirocinio lungo e
“formativo”.
Ciò che forgia è l’anticipazione del progetto migratorio, la sua “ruminazione” interiore,
l’obiettivo ossessivo che condiziona tutto lo stile di vita. C’è chi passa tutte le notti al
porto: sono gli aspiranti all’emigrazione, ragazzi e giovani tra i 15 e i 25 anni, i “boat
people” del Maghreb.
Le destinazioni sono più immaginarie e simboliche che reali. Non sanno bene a cosa
vanno incontro. Vivono in una situazione protratta di esaltazione, in preda al sogno
migratorio che annulla le distanze della geografia ed attenua i disagi quotidiani. Non si
ascolta nessuno, non si dà retta a nessuno. Dopo un’attesa che può durare anni e che
appare interminabile, c’è il giorno in cui va bene e partono in cinquanta. “Cosa farete se
riuscirete a partire?” “Sarò salvo.” Ed in Maghreb non si muore di fame. La droga, in
qualche modo c’è già, al di là delle sostanze di soccorso all’occorrenza: è la modalità con
cui viene vissuta l’attesa pregnante.
Nel frattempo, ci si aiuta col gruppo; nelle aggregazioni coesistono crisi di violenza e
gesti di lealtà, tradimenti e solidarietà. Il gruppo aiuta a gestire il tempo indispensabile
nell’attesa della seconda nascita.
Il dopo, per molti di loro, è noto: clandestinità ed emarginazione, clandestinità e
microdelinquenza, spaccio, consumo personale, incontro col penale e il carcere, ancora
spaccio ed ancora carcere. Per qualcuno la dipendenza.
La costruzione di un patto per l’inserimento nella legalità
L’incontro con il penale, prima col CPA, poi con l’IPM, costituisce un tardivo momento
di incontro con le istituzioni. Ciò significa che l’educativo di strada, i servizi a bassa
soglia, operatori di madre lingua e mediatori culturali non sono riusciti ad intercettare
prima i minori arrivati in Italia. Quando il contatto è più precoce, coi ragazzi ambulanti,
con parcheggiatori e lavavetri abusivi, con coloro che ancora non hanno maturato o
sperimentato a fondo una scelta delinquenziale, le istituzioni riescono a mostrare un volto
25
più amico, offrire opportunità: di percorsi di studio, di formazione e di lavoro ricorrendo
all’istituto delle tutele civili. La convenzione di New York, a cui l’Italia ha aderito,
prevede il diritto, per i minori, di poter restare, fino alla maggiore età, nel paese di
emigrazione, anche se giunti clandestini. La difficoltà è materializzare tale diritto,
produrre le necessarie risorse economiche ed umane per costruire utili percorsi di
integrazione, per evitare che il ragazzo sia fagocitato dalla seduzione della criminalità e
per ridurre l’insicurezza delle città. Intercettare precocemente il rischio, investire nella
prevenzione, è scelta che qualifica le città più attente, che riescono a coniugare
l’interessamento per lo sviluppo dei minori, indipendentemente dalla loro provenienza,
con la lotta alla microcriminalità e all’arruolamento di facili e utili pedine da parte della
delinquenza organizzata. Con questi ragazzi la Città deve cercare di costruire un patto,
costituito da un utile e vicendevole offerta di opportunità e rispetto della legalità
Se non c’è ancora carriera microdelinquenziale ed incontro con il penale, non c’è
necessità in tal caso di arrivare alla definizione di un patto. Vicinanza relazionale, offerta
di opportunità, la predisposizione di una tutela civile che faccia da riferimento per il
percorso di integrazione, costituiscono in genere strumenti sufficienti per contrastare il
rischio. La città compie un investimento sui ragazzi stranieri immigrati, esercitando
un’attenzione educativa il cui beneficio sarà concretamente misurabile a distanza di
qualche anno in termini di inserimento sociale pieno, di diffusione di una consapevolezza
tra i giovani immigrati che è possibile la realizzazione del progetto migratorio nel rispetto
della legalità, di disponibilità di manodopera qualificata sul mercato del lavoro.
Quando invece si è già sperimentata l’immersione nel mondo dello spaccio, dei furti su
commissione, della ricettazione o dello sfruttamento della prostituzione, allorché è già
avvenuto il confronto con il penale, l’arresto in CPA o un periodo di custodia cautelare in
IPM, si rende necessario un vero e proprio percorso di riconoscimento reciproco tra
straniero ed istituzione giudiziaria, la rifondazione di una credibilità e la costruzione di
una fiducia da parte di entrami fino alla stipulazione di un patto in cui, in cambio di
ragionevoli opportunità offerte a sostegno di un reinserimento sociale nella realtà italiana
si rinunci a comportamenti illegali.
In questa situazione, non si tratta più di prevenire, ma di arrivare ad un accordo di
reciproca convenienza, di cessazione delle ostilità, per perseguire un risultato vantaggioso
per entrambe le parti. Ognuno deve rinunciare a qualcosa: la Magistratura
all’applicazione del principio di autorità, quantomeno nella sua declinazione autoritaria,
che richiede all’altro di adattarvisi, senza tenere conto delle difficoltà reali, e facendo
ricorso alla forza per superare le resistenze (e già si è detto dell’inefficacia complessiva di
tale approccio). Il minore straniero dovrà, per parte sua, rinunciare alle seduzioni dei
comportamenti illegali, alle illusioni dei guadagni facili, ad uno stile di vita a cui si è
abituato, spesso anche ad un ruolo sociale ed un’immagine di sé costruitasi man mano
con la conduzione di attività illecite.
26
Il primo passo, come sempre avviene nella logica educativa coi minori, dev’essere
compiuto dall’adulto, in questo caso dall’istituzione giudiziaria.
E’ difficile venire incontro ad un ragazzo che rifiuta di farsi identificare, e dà
costantemente false generalità, poiché viene a mancare il presupposto per una mediazione
costruttiva: la fiducia che genera il riconoscimento.
Tuttavia, in queste situazioni, di “accanimento” difensivo, in cui i ragazzi stranieri
tentano disperatamente di proteggere quanto faticosamente “costruito” nel tempo (con
l’accumulo del denaro per la partenza, le fatiche del viaggio e il duro impatto con la
società italiana), l’acquisizione della reale identità è da considerarsi un punto di arrivo del
percorso di incontro, un esito del patto che piano piano si costruisce. La fase iniziale è la
più difficile: si tratta di raccogliere disponibilità, anche minime, per “sbloccare” una
situazione apparentemente senza via d’uscita, con obiettivi ridotti, non risolutivi né
definitivi, ma capaci di rimettere in movimento un rapporto che consenta
progressivamente un investimento reciproco di una parte sull’altra. Il patto quindi non è il
punto di partenza per una ridefinizione dei rapporti, ma già l’esito di un processo che ha
consentito di ridurre le difese, guadagnare credibilità e riporre un prima fiducia in un
rapporto che va ridefinendosi.
Gli strumenti per la costruzione di un patto
In ogni accordo, in ogni logica di mediazione educativa, nella negoziazione che si
conduce con i minori per fare accettare e condividere un progetto od un percorso di
cambiamento, sono necessari credibilità, fiducia, investimento affettivo, una relazione
autentica che tenga conto del principio di realtà e del limite, ma che sappia anche venire
incontro, assumersi il rischio dell’insuccesso, ed accettare una ragionevole percentuale di
fallimenti. Magistrati, operatori sociali del carcere, dell’USM e dei servizi sociali
territoriali concorrono tutti alla realizzazione della costruzione del patto. Al giudice
toccherà la formalizzazione; egli siglerà in un’atmosfera di maggiore solennità e col peso
della propria autorità le condizioni della “messa alla prova”. Ciò che è richiesto alle
diverse squadre di operatori è la condivisione strategica delle linee progettuali per il
reinserimento nella legalità, una congruenza di atteggiamenti e comportamenti senza la
quale non si può fare molta strada, perché verrebbe a mancare la determinazione comune
nel progetto che agli occhi del ragazzo significherebbe minor credibilità, minor garanzia,
minor fiducia, maggiore possibilità di trarre vantaggi di corto respiro e a “effetto
boomerang”, giocando sulle divisioni e con le manipolazioni. Già è difficile lavorare in
squadra, ma lavorare bene tra squadre diverse lo è ancora di più. Lo strumento della
formazione comune dovrebbe costituire un solido supporto per la comprensione delle
linee strategico-progettuali dell’intervento, per una corretta ed efficace divisione dei
compiti, per un coordinamento delle diverse azioni che ne determini e potenzi l’efficacia
complessiva.
A) Una comunità sperimentale per minori stranieri
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La costruzione del patto comincia con un tempo per riflettere, per decidere. Ad oggi, tale
tempo, quando c’è. non è finalizzato, ma è puro tempo di attesa, vuoto ed inutile,
unicamente trascorso aspettando passivamente la scadenza termini: è il tempo della
custodia cautelare in
IPM. Il tentativo è di riuscire a rendere tale tempo più produttivo, utilizzando lo
strumento della misura cautelare anziché della custodia (che oggi subentra al fallimento
della prima, come dimostra la maggioranza dei provvedimenti detentivi per gli stranieri
in IPM) ed affidando il minorenne ad una comunità per minori stranieri per la durata
della misura cautelare stessa, che è mediamente di 45-60 giorni, a seconda della tipologia
del reato commesso. Tale tempo in tale struttura dovrebbe consentire l’inizio di un
percorso in cui il minore, sostenuto da un congruo impegno di risorse educative ed a
stretto contatto con l’autorità giudiziaria, possa sperimentare l’opportunità di iniziare a
costruire un inserimento sociale nella realtà italiana nel pieno rispetto della legalità. La
scelta del percorso di comunità avviene in base ad un accordo tra minorenne e giudice,
caratterizzato da condizioni chiare e conseguenze certe. E’ preparato dal lavoro delle
assistenti sociali dell’USM e degli educatori dei Servizi Sociali del territorio nelle 96 ore
massime di arresto al CPA, in cui vengono fatti percepire tutti i vantaggi
dell’applicazione di tale misura rispetto alle altre soluzioni possibili. Tali vantaggi
vengono successivamente valorizzati da un incontro vis-a-vis col giudice stesso per
un’ulteriore rassicurazione sul significato del provvedimento che può, a sua volta,
facilitare un successivo programma di messa alla prova in grado di evitare la probabile
condanna. Il periodo successivo di messa alla prova può costituire l’inizio di un
inserimento legale nella società italiana che può concludersi, in caso di successo, col
rilascio del permesso di soggiorno.
Durante il periodo della misura cautelare in comunità vengono predisposte le risorse per
dare avvio ad una attività formativa e/o lavorativa esterna alla comunità. Le attività
includono un dignitoso riconoscimento economico dell’impegno, anche finalizzato al
creare i presupposti di una completa autonomia a percorso concluso. IL riscontro della
concretizzazione delle opportunità assume indubbia importanza agli occhi del minore
che conferisce maggiore credibilità al progetto.
Inizialmente la comunità rappresenta un ambiente totalmente nuovo, estraneo e vissuto
con diffidenza e ostilità, per le limitazioni poste alla libertà di movimento e per lo stile di
vita che richiede. Per venire progressivamente a capo degli inevitabili atteggiamenti di
chiusura difensiva o di sfida reiterata è necessario che nell’ambiente, nell’arredo, ma
soprattutto nelle modalità del personale educativo sia assente ogni richiamo alla vita
detentiva.
Il minore non è obbligato ad aderire alla proposta del percorso di comunità; può recedere
dalla scelta effettuata in un confronto con il giudice che gli sottoporrà le conseguenze
della rinuncia alla misura cautelare in comunità. Ciò deve avvenire già al momento della
scelta del percorso, con la descrizione netta delle alternative da parte del giudice.
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S’impone successivamente, in caso di ricaduta nell’attività delinquenziale, una
congruenza istituzionale rispetto alle conseguenze delle decisioni prese: sia come
sostituzione di misura cautelare, sia come esiti processuali. E’ essenziale che il minore
possa contare sulla certezza delle conseguenze, sia positive che negative, delle proprie
scelte.
La struttura residenziale si caratterizza ad esclusiva dimensione educativa. Compito degli
educatori è creare un clima di fiducia e di impegno, che consente un progressivo
coinvolgimento e un contestuale apprezzamento della scelta effettuata. Gli aspetti
affettivi e relazionali, la qualità dei rapporti, la capacità di valorizzazione delle risorse,
nonché di contenimento emotivo delle inevitabili crisi, debbono assumere priorità rispetto
a norme e regolamenti, pur necessari per la convivenza interna. Per questo motivo, la
comunità, sperimentale per soli maschi, deve poter operare con un numero ridotto di
minori, fino ad un massimo di otto, consentendo dinamiche relazionali più vicine al
modello familiare che non all’istituzione collegiale.
La comunità è intesa soprattutto come spazio abitativo e come casa con i necessari locali
per la vita in comune e per le attività ricreative anche all’aria aperta. Le attività
formative, di apprendistato, corsi di lingue, possibilità di coltivare interessi personali si
collocano soprattutto all’esterno in interazione con le risorse della città, in continuità e in
progressione tra il periodo più protetto della misura cautelare e il periodo successivo. Sta
al giudice, su proposta degli educatori, autorizzare, nelle differenti fasi dell’intervento, le
attività esterne accessibili durante la misura cautelare in comunità. La comunità potrà
sviluppare essa stessa iniziative al suo interno, con il contributo di disponibilità e
competenze operanti nel territorio, valorizzando il protagonismo dei minori.
A seconda delle situazioni individuali e soprattutto in una fase iniziale, i ragazzi vengono
accompagnati nelle attività esterne, al fine di evitare le possibili interferenze con
l’ambiente malavitoso di riferimento e disincentivare le tentazioni di allontanamento
dovute a ricorrenti e repentini momenti di sconforto che possono portare il minore ad
abbandonare il progetto.
E’ necessario che il personale di riferimento in comunità sia costituito, al 50% da
operatori etnici, in compresenza con educatori italiani. Per i ragazzi che oggi approdano
all’IPM, spesso già recidivi, si ritiene essenziale il duplice riferimento. Entrambe le
componenti agiscono a sostegno delle possibili dinamiche identificatorie, sia in
riferimento alle radici culturali, alle nome interiorizzate e ai legami parentali col paese
d’origine, sia rispetto alle aspettative nutrite nei confronti del mondo occidentale, che
possono alimentare e spingere non verso una integrazione, ma ad una contrapposizione di
modelli. Per consentire un’indispensabile individualizzazione dei rapporti personali, lo
staff educativo non può essere in numero inferiore a quello dei ragazzi, con l’integrazione
del volontariato qualificato, sia italiano che etnico a supporto delle varie iniziative che la
comunità può intraprendere in particolare per il tempo libero.
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La comunità si avvale di uno stretto raccordo tra il lavoro con il singolo e il lavoro con il
gruppo, in una sapiente alternanza tra attività interne e attività esterne.
L’individualizzazione del programma esterno che viene realizzato nell’ambito territoriale
per ciascun minore è sostenuto da un lavoro di elaborazione personale all’interno della
comunità. La riflessione è facilitata dal confronto tra pari che si misurano sulle difficoltà
comuni incontrate nei diversi percorsi esterni. Insieme si conduce un lavoro di gruppo,
ma al tempo stesso, si è anche gruppo di lavoro allorché, collettivamente, vengono
autogestite molte funzioni della vita di comunità, dalla preparazione dei pasti alla pulizia
dei locali alla lavanderia-stireria.
L’accompagnamento educativo intensivo costituisce il principale strumento di
contenimento e di controllo preventivo rispetto al rischio di abbandono della struttura.
Altri accorgimenti possono contribuire a disincentivare l’allontanamento dalla comunità:
la localizzazione della stessa, la tipologia dell’edificio, i vetri antisfondamento alle
finestre, il controllo dell’ingresso, una qualche forma di controllo perimetrale,
l’affiancamento nelle attività esterne, il rafforzamento delle presenze notturne. Tutto ciò
dovrebbe rendere più disagevole l’uscita non autorizzata, tesa a eludere il confronto con
gli operatori e l’autorità giudiziaria, e disincentivare tentativi di contatto da parte
dell’ambiente esterno non desiderato. La comunità non è che l’avvio e l’inizio di un
percorso. E’ forse il momento più delicato ed a rischio di fallimento, in quanto propone
un impatto con un ambiente totalmente rivoluzionato rispetto al precedente in cui sono
state modellate abitudini e stili di vita. Come momento maggiormente contenitivo non
può superare il tempo della misura cautelare, dando successivamente luogo ad un
proseguimento del percorso.
B) Il proseguimento del percorso: strumenti giudiziari e sociali
Il proseguimento del percorso avviene in strutture ancora guidate ma più agili e snelle
della comunità, in grado di lasciare maggior spazio alle libertà, all’autonomia ed
all’iniziativa del minore che, sperimentandosi in una nuova modalità di socializzazione
personale nella legalità, deve poter condurre esperienze in proprio sul territorio, non solo
lavorative e non sempre controllate. Il percorso prosegue quindi con un
accompagnamento più leggero anche se debitamente sostenuto da un riferimento
educativo e dalla puntualità delle verifiche.
La garanzia di dare continuità al progetto iniziato con la misura cautelare nella comunità
sperimentale e di rispettare il patto da parte delle Istituzioni significa che
l’amministrazione locale deve farsi carico, dopo la cessazione della custodia cautelare,
della disponibilità di posti in alloggi o strutture intermedie, quali luoghi di convivenza
guidata da personale educativo, come anche del sostegno all’integrazione sociale e
lavorativa (borse lavoro e non solo). In assenza, nell’insufficienza e nel mancato raccordo
temporale nell’accesso a tali risorse, il percorso, pur iniziato con successo nella comunità
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sperimentale, è destinato al fallimento. L’adolescente straniero vi leggerà il mancato
rispetto del patto da parte dell’istituzione e non sarà in grado di tollerare il venire meno
delle promesse né tantomeno comprenderà la logica delle lungaggini burocratiche ed i
tempi delle collaborazioni interistituzionali.
Allo stesso modo si rischia di andare incontro a fallimenti se l’unica risorsa attivata e
disponibile, a seguito del periodo in misura cautelare, fosse un’altra comunità
residenziale.
Per evitare questo tipo di inciampi sui quali rischiano di naufragare tutti gli sforzi
condotti, si rende necessaria una programmazione delle risorse territoriali contestuali al
numero di inserimenti annui nella comunità sperimentale per la misura cautelare: otto
minori ogni due mesi significa 48 ragazzi da gestire, per almeno un anno, sia sotto il
profilo abitativo, lavorativo, che del necessario supporto educativo, prima che il progetto
possa offrire riscontri sul piano del raggiungimento dell’autosufficienza e del rispetto
della legalità.
Per quanto riguarda gli strumenti giuridici, oltre alla misura cautelare, che ad oggi
costituisce per i minori stranieri di prima immigrazione l’unico momento di contatto
prolungato che consente un accompagnamento educativo e l’unica occasione per tentare
di costruire un percorso di emersione nella legalità, un successivo istituto da utilizzare più
ampiamente, anche per i minori stranieri è la “messa alla prova”.
In genere, il minorenne straniero arrestato e posto in custodia cautelare esce in scadenza
termini senza più comparire al processo che avviene in contumacia e si conclude con una
condanna inefficace, vanificando qualsiasi opportunità di reinserimento sociale.
Risulta pertanto indispensabile un raccordo tra tempi processuali e percorsi attuabili a
seguito della misura cautelare nella comunità sperimentale. A tale scopo, la
predisposizione di progetti di messa alla prova consente di inserire pienamente nel
procedimento penale il patto proposto al minore, dando così continuità e rendendo utile ai
fini del processo la misura cautelare. Per stare nei tempi brevi della misura cautelare, la
messa alla prova dovrebbe essere disposta all’udienza preliminare, che andrebbe
anticipata rispetto alla scadenza termini della misura cautelare. Ciò è possibile per le
scarsissime esigenze probatorie che caratterizzano i procedimenti penali che traggono
origine, nella grande maggioranza dei minori stranieri, da arresti in flagranza di reato.
L’ostacolo a questa soluzione, per garantire la continuità del percorso educativo è
rappresentato dalla eventualità che il minore neghi la sua responsabilità rispetto al reato,
il che comporterebbe l’impossibilità di giungere al dibattimento prima della scadenza
termini della misura cautelare. L’altra via percorribile è offerta dalla richiesta di giudizio
immediato per i recidivi. Esso potrebbe costituire la seconda modalità con cui giungere,
in via dibattimentale, all’attuazione di un percorso di messa alla prova, all’unica
condizione che il minore accetti. Il vantaggio di tale soluzione è che si giunge, in tempi
brevi, a dare al minore una risposta che non si caratterizza per l’assenza totale di
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contenuto, come avviene nel corso di pena detentiva condizionalmente sospesa o di
concessione del perdono giudiziale.
Un terzo strumento giuridico indispensabile per la realizzazione del patto è il rilascio del
permesso di soggiorno. La condanna penale, contenuta nei limiti del periodo già trascorso
in custodia cautelare (oppure in misura cautelare in comunità), può consentire la
concessione di un permesso di soggiorno per ragioni di protezione sociale ai sensi
dell’art.18 comma VI, T. U. sull’immigrazione. Le proposte formulate durante la misura
cautelare, che costituiscono il patto che si vuole realizzare col minore, potrebbero
opportunamente costituire la “prova concreta di partecipazione a un programma di
assistenza e integrazione sociale” ai sensi dell’art.18, comma VI. Questo percorso appare
molto utile perché consente, ai sensi dell’art.18, comma V, il mantenimento del permesso
di soggiorno al compimento della maggiore età, e addirittura la sua concessione anche da
maggiorenni, purché il reato sia stato commesso da minorenne. Infine, il permesso di
soggiorno ai sensi dell’art.18 può trasformarsi in permesso di soggiorno per ragioni di
studio o lavoro.
Conclusioni
La città di Torino deve confrontarsi oggi con circa 100.200 minori stranieri allo sbando,
già noti all’autorità giudiziaria, con i quali le risposte sino ad oggi attuate sono risultate
inefficaci. Gli strumenti utilizzati sono stati anonimi e burocratici: non hanno consentito
né riconoscimento reciproco, né dialogo.
Mancando di una logica progettuale, le varie risposte, istituzionali e penali sono inficiate
da frammentazione e disarticolazione, che non solo non consentono di produrre efficacia
alcuna, ma non vengono nemmeno capite.
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Il rimpatrio dei minori stranieri di Leopoldo Grosso
Sotto il profilo educativo e della promozione del minore, il rimpatrio può costituire una
reale opportunità per il minore, adolescente o preadolescente, solo ad alcune condizioni,
precise e verificate:
* Allorché vengano individuate nel paese d’origine, e non solo come titolari di doveri e
responsabilità giuridiche, ma come portatori di reali capacità educativa, coloro che si
possono occupare del minore in oggetto.
La verifica di tali capacità, allo stato attuale, è molto difficile. Generalmente il minore
straniero che giunge in Italia come clandestino, viene affidato a parenti e conoscenti,
talvolta “affidato” a connazionali all’insaputa del minore stesso, portatore comunque di
un progetto immigratorio “indiretto”, in modo da badare economicamente a se stesso, o
che la “famiglia” possa contare su alcune sue rimesse. È già capitato che, dopo il
rimpatrio, lo stesso minore venisse di nuovo introdotto clandestinamente in Italia o, in
vece sua, un fratello o un cugino.
* Allorché, insieme alle reali capacità educative delle persone a cui viene affidato,
vengono individuate le ipotesi progettuali per il suo reinserimento nel paese d’origine:
scolarizzazione, formazione professionale, tirocinio pre-lavorativo…
La definizione del progetto, rispetto al quale si impegnano le persone a cui viene affidato
il minore, che a loro volta vengono supportate con le risorse economiche necessarie per
realizzarlo, deve prevedere l’adesione volontaria e la partecipazione attiva da parte del
minore stesso.
# Un rimpatrio mirato, per costituire un risorsa per il minore e perché abbia successo,
deve quindi ottemperare a condizioni:
- l’individuazione di responsabilità educative reali e non solo formali nel paese
d’origine;
- la definizione di un progetto di reinserimento;
- la disponibilità a sostenerlo economicamente nel breve-medio periodo;
- l’adesione volontaria e la condivisione del progetto di rimpatrio da parte del minore;
- la possibilità di verifica del percorso nel paese d’origine.
# L’esperienza, benché frammentaria ed “impressionistica”, condotta fino ad oggi ci
dimostra che, in mancanza di tali condizioni, il rimpatrio non è strumento utile alla
promozione del minore, ma tende invece:
- a ripristinare le condizioni di una situazione di sfruttamento e/o di marginalità
preesistente;
- ad essere solo una tappa per un nuovo rientro clandestino in Italia o altrove in Europa;
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- a creare “addizionali” problemi di reinserimento nel proprio paese dopo un periodo
significativo di “occidentalizzazione” e di conseguente interiorizzazione del progetto
immigratorio.
# In mancanza, oggi, di una verifica dell’esito dei progetti di rimpatrio già effettuati
sarebbe opportuno creare le condizioni per un’adeguata sperimentazione di tale
strumento.
L’ambito della sperimentazione dovrebbe collocarsi all’interno di un accordo con le
autorità locali che si occupano di minori sotto il profilo educativo, con l’aiuto di ONG nei
paesi di rimpatrio che potrebbero monitorare e sostenere da vicino, anche
economicamente, tali progetti, nonché condurre una verifica degli esiti nel tempo.
# Il rimpatrio, a precise condizioni, può quindi costituire una tra le opportunità possibili
per il minore in Italia, clandestino e reo. Il rimpatrio non costituisce invece
opportunità, bensì danno allorché:
- non è “mirato”, ma diventa misura giuridico amministrativa generalizzata, pur
nell’ambito di accordi internazionali;
- è mirato, ma non è affiancato da risorse umane ed economiche in grado di garantire la
riuscita del progetto, nonché la sua verifica;
- viene vissuto dal minore come una modalità punitiva per i propri atti devianti e per il
proprio stato di clandestinità.
Allegato 1: Le scorciatoie della repressione di Paolo Vercellone*
Si parla ormai ufficialmente in Italia di abbassare a dodici anni la soglia dell’età punibile. Il ministro di Giustizia pare abbia
dichiarato formalmente che è ora di finirla con una generalizzata forma di indulgenza verso i ragazzi delinquenti: la formula
potrebbe essere “pietà l’è morta, facciamo anche noi tanti prigionieri”, ispirata com’è al modello d’Oltreoceano della
“tolleranza zero”. È mia ferma opinione che questo modello deve essere rifiutato. Intanto perché è contrario a tutti gli
strumenti internazionali fatti propri dall’Italia (la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo del 1989, le cosiddette Regole
minime di Pechino ONU per l’amministrazione della giustizia minorile del 1985, la raccomandazione 20/87 del Consiglio di
Europa sulle risposte sociali alla delinquenza minorile) che coincidono nell’assegnare al sistema penale minorile lo scopo
determinante della tutela del minore, nel ridurre al massimo la privazione della libertà individuale, nell’attribuire ai giudici la
massima flessibilità nell’applicazione delle misure. Ma soprattutto per semplici ragioni di buon senso. Occorre partire da un
postulato che certamente è condiviso dalla maggior parte dei cittadini, che cioè il diritto penale, nei confronti di tutti, ma
soprattutto dei ragazzi, non deve essere uno strumento di vendetta. Il diritto penale come vendetta serve soltanto a dare il via
ad una spirale di odio e di violenza, soprattutto quando, come è il caso nelle nostre società, ha come destinatari i membri di
piccole o grandi minoranze, sociali o etniche.
Conseguenze non previste
Oggi, in un mondo con ben poche ideologie, sembra più logico parlare del diritto penale come uno strumento per evitare o
ridurre le condotte che le nostre società hanno stabilito essere dannose e pericolose, definendole legislativamente come reati.
Uno strumento, uno dei tanti a disposizione. Si tratta di vedere se ancora serve il diritto penale ora sancito per i minorenni.
Vanno fatte alcune premesse.
Per lo scopo di ridurre la criminalità minorile è minimo l’effetto di una “risposta giudiziaria” più dura. I picchi statistici sono
in connessione di regola con grandi mutamenti sociali: soprattutto le grandi ondate migratorie. Decenni fa vi fu quella dal sud
contadino alle città del nord. Ma ora non v’è più traccia di una rilevante criminalità minorile da immigrazione interna,
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qualunque sia stata la posizione che allora assunsero i diversi Tribunali per i minorenni: semplicemente le famiglie immigrate
e i loro figli si sono sistemate, l’opera di assistenza e l’aumento di una generalizzata prosperità economica hanno risolto i loro
problemi. Adesso si è di fronte a quella di stranieri provenienti da nazioni povere e disperate: una gran parte se non la
maggiore dei ragazzi arrestati sono appunto stranieri. È un problema grave ma che non può essere risolto dai giudici per i
minorenni in Italia: riguarda tutto il mondo ricco, riguarda adulti e giovani, si rivela ora come un aspetto di un conflitto
durissimo.
Ogni ragazzo, quando più o meno lucidamente decide di commettere un reato, raramente mette in conto la possibilità di
essere scoperto e poi punito. Pensa – come ognuno di noi ha fatto, basta ricordarsi com’eravamo da adolescenti – che le cose
“brutte” come la morte e la prigione possono capitare soltanto agli altri.
Il problema non riguarda però le “sciocchezze” che tanti ragazzi fanno almeno una volta nella vita, i cosiddetti “delitti di
Topolino”, i Mickey Mouse crimes, per i quali è più che sufficiente il sistema attuale. Riguarda i colpevoli di gravissimi reati
– esemplare l’omicidio – o a recidiva reiterata e soprattutto ragazzi di non facile recupero, o perché già introdotti nelle mafie
o perché clandestini stranieri più o meno sfruttati da adulti. Per questi tipi di ragazzi e per questi tipi di reati non c’è bisogno
di cambiare le leggi: la discrezionalità data dalla legge ai giudici per i minorenni consente loro di punire duramente con
lunghe condanne alla reclusione.
Tentati dalla durezza
Bisogna invece sapere se è davvero meglio scegliere la via della punizione dura; e qui occorre fermarsi e ragionare, lasciando
da parte quello che qualcuno chiama “buonismo” e riflettendo soltanto sulla utilità o meno di percorrere l’una o l’altra strada.
Nei confronti dei delitti più gravi, e penso ai casi recentissimi di omicidi sconcertanti, apparentemente senza senso, commessi
da ragazzi ed anche ragazze apparentemente non a rischio, il fatto che sia prevista e concretamente applicata una pena severa
non serve a prevenire la commissione del reato. L’adolescente non è calcolatore a tal punto da determinarsi o no ad un delitto
contro la persona in funzione della maggiore o minore durata della reclusione prevista da una norma che magari lui non
conosce; né in funzione della notorietà di una “pena esemplare” irrogata nel passato per un reato analogo. Infliggere per
questi casi lunghi anni di reclusione, come forse sarà inevitabile, serve soltanto a soddisfare li bisogno di vendetta,
mascherato da ansia securitaria; ad eliminare dal nostro immaginario dei mostri che non devono somigliare ai nostri figli,
metterli “dentro”, cioè fuori della nostra vita, e buttar via la chiave. Un giudice impegnato in uno di questi casi mi diceva
qualche giorno fa: «Al tavolo dei decidenti oltre a noi è presente un fantasma, non l’opinione pubblica, ma il titolo del
giornale dell’indomani».
La prevenzione più efficace, se ce n’è una, sta in altri strumenti, in un maggior dialogo coi figli, nostri e di altri, ed anche in
un atteggiamento più attento da parte dei mezzi di comunicazione di massa, inclini a enfatizzare i singoli episodi col risultato
di stimolare condotte analoghe creando una aureola di attrazione sui protagonisti di episodi di violenza.
Nei confronti di tutti i ragazzi, di qualunque categoria, la domanda non è punire o non punire. La commissione di un reato
richiede sempre una risposta, nell’interesse dello stesso ragazzo, che deve essere messo in condizione di capire e di crescere,
divenendo responsabile. Si tratta di individuare la punizione adatta, o se vogliamo, la punizione utile. Ora, sicuramente,
punizione utile non è la privazione totale della libertà: lo sanno tutti che la prigione è scuola di delinquenza. Se davvero si
vuole fare in modo che la punizione “serva”, cioè impedisca almeno la reiterazione dei reati, non si deve porre il ragazzo in
condizione di passività, com’è appunto il bivaccare per più o meno tempo in prigione. Occorre una punizione che contenga
un obbligo di impegnarsi, di essere attivi nel processo: si esemplifica con il procedimento di mediazione (è più faticoso
incontrarsi col poliziotto cui si è fatta resistenza e comprendere le sue ragioni che farsi tre mesi di prigione rafforzando l’odio
verso gli “sbirri”); con la probation, che richiede un impegno lungo, specialmente afflittivo se occorre permanere in
comunità, rispettandone le regole, lavorando, andando a scuola, facendo tirocinio di libertà. Se proprio, per i casi più gravi,
pare necessaria la risposta di detenzione, è serio non illudersi sulla funzione rieducativa di una reclusione di lunga durata.
Maturità imprigionata
Il ragazzo spesso accetta la punizione: sa di avere fatto male, ammette che a male si contrapponga male. Ma quando la
punizione si prolunga nel tempo, più passa il tempo meno egli si riconosce in quel soggetto che meritava pena. Non senza
ragione: a quell’età si cambia ogni giorno, si cresce fisicamente e psichicamente a volte con sbalorditive accelerazioni. Si
aggiunga che i mutamenti più decisivi avvengono in occasione di eventi specialmente importanti: il primo amore, la prima
morte di una persona cara, una bocciatura scolastica e certo la commissione stessa del delitto, il processo, la detenzione, sono
esperienze tali da cambiare radicalmente la personalità del soggetto. Il non riconoscersi in colui che fu “giustamente” punito
determina inevitabilmente la sensazione di essere, ora, ancora ingiustamente punito. Di qui la parabola tipica del
comportamento del giovanissimo detenuto: ad una relativa accettazione subentrano, dopo un certo tempo, o una profonda
depressione (frequenti i tentativi di suicidio) o una violentissima ribellione contro il meccanismo che lo trattiene lì dentro,
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spesso con alternanza delle due reazioni. Nell’uno e nell’altro caso, quel ragazzo, quando uscirà, sarà diventato un uomo
pericoloso.
Anche nei confronti dei ragazzi immigrati è necessario insistere sul fatto che il diritto penale è certo uno strumento, ma non è
il solo. Nessuno conosce la ricetta miracolosa, ma certamente non è quella di mettere in prigione un terzo di tutti i ragazzi e
bambini immigrati. Anche qui non è il caso di richiamarsi a principi umanitari che pure dovrebbero essere ricordati in una
nazione che fu di poveri che emigravano e da poco è diventata un paese che ha bisogno di poveri stranieri, né a ricordare che
un bambino o un adolescente soli in un paese così diverso dal proprio hanno bisogno più di amici che di poliziotti. È
sufficiente riflettere sul semplice rapporto costi-benefici: che senso ha creare delle scuole organizzate di criminalità per
stranieri come sono inevitabilmente delle prigioni in cui i ragazzi tutto imparano salvo che il rispetto delle regole?
La politica di condanne penali fin qui seguita non ha ottenuto altro effetto se non quello di aumentare il ricorso degli
immigrati alla totale clandestinità, che è la loro migliore arma di difesa. A questo si aggiunga che tra breve si dovrà fare i
conti con una seconda generazione di immigrati: bisogna evitare, dunque, che questa cresca nell’odio verso una nazione che
ai loro genitori e ai loro fratelli maggiori ha riservato solo rigetto e prigione. Ci sono già abbastanza sospetti e odi reciproci
tra italiani e stranieri (sia a Novi Ligure che a Modena i presunti colpevoli italiani avevano denunciato i soliti slavi), non
aumentiamoli con una caccia al minorenne straniero.
Allevati dalle mafie
Infine c’e un fenomeno tutto italiano: i ragazzi della mafia. Non pare che l’accanimento penale su questi
ragazzi porti a risultati degni di nota. Nelle regioni italiane dove la criminalità organizzata domina, i
tribunali per i minorenni hanno quasi ovunque adottato la linea dura, giustificata dal fatto che là sono
tanti i ragazzini che più o meno direttamente organizzati nelle varie mafie commettono delitti anche
assai gravi, anche omicidi. Non si può permettere – dicono giudici e criminologi – che questi minorenni
godano di impunità o quasi. Ma, stando a quello che si sa, il fenomeno non si riduce, anzi probabilmente
aumenta. D’altronde si tratta di un fenomeno noto ai professionisti della materia: l’intervento giudiziario
e quindi l’atteggiamento diffuso dei giudici per i minorenni non ha peso determinante nell’aumento o
diminuzione della criminalità minorile, fino a quando la cultura criminale resterà dominante e di fatto
vincente nel mondo degli adulti. Il fatto è che questa cultura criminale persiste ed anzi si aggrava e si
estende, dando ai ragazzi la sensazione – se non addirittura la certezza – che è più conveniente stare da
quella parte che non da quella del paese legale: le mafie pagano bene, danno sicurezza, status sociale,
puniscono duramente i disertori. È comprensibile l’atteggiamento dei giudici per i minorenni di quelle
regioni che debbono pur impostare una controind icazione facendo capire ai ragazzini che non sempre va
tutto bene, che a stare con le mafie si può anche finire in prigione. È però necessario riprendere due
strade che al momento sembrano abbandonate.
Colpire e integrare
La prima strada è quella di un’azione intelligente di repressione dura della delinquenza mafiosa. Non si
può venire a patti con la mafia: uccidete di meno e fate pure i vostri affari. Solo colpendo i capi e i
sottocapi con dure condanne, solo confiscando i loro beni, si può contribuire a ridurre il fascino di quei
personaggi nei confronti dei ragazzini: ogni arresto di latitante famoso toglie un megafono all’attività
promozionale delle mafie. La seconda strada è quella di una politica del Mezzogiorno organizzata e
coordinata per dimostrare che è possibile bonificare la palude dalla quale nasce la malaria delle mafie.
La richiesta di punire anche i bambini arruolati nella mafia nasce dalla mancanza, in quei territori, di
risorse di tipo educativo, comunità, laboratori, centri di incontro: quelle risorse che in altri regioni, dove
da decenni si fa prevenzione seria, hanno indotto – con successo – a rendere davvero residuale la
privazione di libertà, così come esigono le regole di Pechino. Non è uno sforzo impossibile, dovrebbe
essere una delle “grandi opere”, ben più utile del progettato ponte sullo Stretto di Messina.
Il ministro di Giustizia e i suoi colleghi farebbero bene a pensare a questi obbiettivi, piuttosto che a quello di processare i
dodicenni e di infliggere pene dure ai ragazzi, specie se non sono nostri figli.
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*già presidente dell’Associazione internazionale dei giudici per la famiglia e per minorenni, docente di Diritto minorile
all’Università di Torino.
(pubblicato in Narcomafie novembre 2001)
Allegato 2: Ragazzi di malavita di Franco Occhiogrosso
Negli ultimi quindici anni la devianza minorile in Italia ha subito profonde trasformazioni. Sotto il profilo quantitativo, il
numero dei ragazzi denunciati penalmente è più che raddoppiato; sotto il profilo qualitativo, ai cosiddetti “ragazzi della
mafia” (cioè i minorenni coinvolti al Sud nella criminalità organizzata o che comunque ne hanno acquisito la subcultura) si
contrappone nelle regioni centro-settentrionali la consistente e talora massiccia presenza di ragazzi stranieri che commettono
reati.
A questa non facile situazione si è di recente aggiunta quella costituita dall’emergere di una devianza con manifestazioni
inedite, che vanno dal bullismo nelle scuole ad altre manifestazioni di una violenza tanto esasperata quanto immotivata. Essa
presenta caratteristiche peculiari, differenti da quelle prospettate in precedenza: perciò, per distinguerla da quella tradizionale
e quantitativamente molto più rilevante, viene correntemente definita con termini non tecnici quali “malessere del benessere”
oppure “teppismo per noia”.
Il reato
come sintomo
Un significativo aiuto all’analisi del fenomeno viene fornito dall’esame dei dati statistici. Tali dati, messi a disposizione
dall’ufficio centrale per la Giustizia minorile del ministero della Giustizia, offrono indicazioni sulle denunce subite dai
minorenni dal 1990 al 1998 e sugli arresti dal 1991 al 1999 e svolgono poi un’analisi più puntuale riguardo alle denunce del
1998 ed agli arresti del 1999. Bisogna però anche precisare che i dati statistici non consentono da soli di fare piena luce
sull’andamento della devianza, ma vanno integrati da osservazioni e commenti che solo l’esperienza può consentire.
Peraltro, prima di entrare nel merito dell’argomento, va detto che fino a qualche tempo fa la cultura giuridica minorile –
traendo spunto dalla tradizionale ripartizione di competenze prevista dalla legge per l’intervento del giudice minorile –
operava una distinzione tra devianza minorile e delinquenza minorile, in base alla quale la devianza riguardava i
comportamenti irregolari che non comportano la consumazione di reati (come le fughe da casa, i tentativi di suicidio,
l’assunzione di stupefacenti etc.), mentre la delinquenza si riferiva alle condotte che configurano reati. Negli ultimi anni tale
distinzione è stata ritenuta superata e si è utilizzato il termine devianza per designare il fenomeno nel suo complesso. Si è
inteso in tal modo realizzare un duplice obbiettivo. In primo luogo porre in evidenza che nelle condotte delinquenziali
minorili, in quanto sintomo di un profondo disadattamento personale, è centrale non il reato, ma il soggetto e la sua condotta
di vita. La più recente elaborazione dottrinaria minorile in linea con i più significativi documenti internazionali e con la
giurisprudenza della Corte Costituzionale esige ormai una tale impostazione, come del resto dimostra la sostituzione del
termine delinquenza con devianza.
Va peraltro precisato che quando si parla di devianza minorile si fa quasi esclusivo riferimento ai comportamenti che
costituiscono reato, sia perché sono più agevolmente disponibili e più ampiamente studiati, sia perché consentono anche di
graduare l’andamento del fenomeno sulla base della diversa gravità dei reati.
In secondo luogo, l’espressione devianza minorile intende porre in luce anche un secondo aspetto: quello per cui, a differenza
di quanto accade nella delinquenza adulta, sia il minorenne autore del reato che la vittima del reato sono entrambi vittime,
perché anche il reo minorenne è vittima della sua storia di vita, di una condizione minorile violentata, negletta e in ogni caso
privata dei suoi diritti.
Certo questa analisi non può legittimare il principio “tout comprendre, c’est tout pardonner”, né aprire la porta al
permissivismo. Ma l’ottica secondo cui il problema della devianza deve essere affrontato non può che essere questa, se non si
vuole innescare un processo a catena al termine del quale di “giustizia minorile” rimane assai poco.
La svolta
del 1986
I dati prospettati devono essere considerati con la necessaria cautela: da un lato è noto che esiste un numero oscuro e non
quantificabile di reati che non vengono neppure denunziati, soprattutto quando gli autori sono dei ragazzini; dall’altro è
altrettanto noto che per molti reati l’autore resta ignoto (ed una fetta di questi ignoti è costituita da minorenni). Malgrado ciò
è possibile cogliere alcune chiare linee di tendenza.
Le denunce degli anni ’91-’98 hanno un andamento sufficientemente stabile, essendo attestate costantemente su un numero
oscillante tra le 41.000 e le 46.000 annue (vedi tabella 1 pag. 5 ndr.). Va ricordato però che nei cinque anni precedenti, tra il
1986 e il 1991, si è registrata una massiccia lievitazione del fenomeno e si è passati dai 19.728 denunziati del 1986 ai 44.977
del 1991, con una consistente crescita in ciascuno degli anni intermedi. Allargando poi la prospettiva e risalendo negli anni è
agevole cogliere che in passato l’andamento della devianza non è stato affatto stabile: c’è stata dapprima una costante
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diminuzione delle denunce (tanto che dai 33.000 ragazzi denunciati nel 1970 si era scesi sino ai 19.728 del 1986) poi una
rapida risalita tra 1986 e 1991, e infine l’attuale livello, costante dall’inizio degli anni Novanta, di 40-45mila denunciati
all’anno.
In questi stessi anni la devianza femminile, in passato quasi inesistente, ha cominciato ad assumere un qualche rilievo,
soprattutto nell’ambito delle minorenni straniere. Ciò è confermato anche dalle tabelle relative ai giovani arrestati (vedi
tabelle 2A-2B pag. 5 ndr.), da cui si desume che il numero di ragazze italiane entrate negli ultimi anni in un C.P.A (centro di
prima accoglienza, ossia piccola comunità collocata in una sede distinta dagli istituti penitenziari) ed in I.P.M. (istituto penale
minorile) è esiguo, mentre quello delle straniere è molto più consistente.
La devianza delle minorenni (esclusa quella delle nomadi zingare) ha per lo più carattere bagatellare e riguarda soprattutto
furti in grandi magazzini o coinvolgimenti in conflitti familiari oppure in questioni di vicinato che danno luogo a querele per
ingiurie e per diffamazione o a percosse e lesioni personali di scarsa entità. Se una minorenne è coinvolta in reati più gravi è
quasi sempre perché legata sentimentalmente all’autore o a uno degli autori del reato.
Del tutto diversi sono invece i casi riconducibili alla nuova forma di devianza designata con l’espressione “malessere del
benessere”, nella quale la presenza delle ragazze è abbastanza significativ a.
Indigena al sud
straniera al nord
Un altro dato evidente è la distribuzione non omogenea della devianza minorile: vi sono alcune regioni nelle quali il
problema è rimasto del tutto irrilevante o quantomeno non ha superato limiti fisiologici (vedi tabella 3 ndr.).
Le statistiche confermano anche che la devianza dei ragazzi stranieri si manifesta perlopiù nelle regioni centro-settentrionali,
dove costituisce circa il 40% del totale delle denunce: nel 1998 in Toscana essa è stata addirittura prevalente ris petto a quella
indigena (1571 denunce rispetto alle 1223 degli italiani, così come era avvenuto anche nel 1997). Il fenomeno si manifesta
invece in misura molto modesta nell’Italia meridionale, in Sicilia e in Sardegna, dove non supera il 6% del totale.
Tendono a diminuire le denunce di furto (dalle 22.259 del 1990 alle 15.559 nel 1998) e ad aumentare quelle relative agli altri
reati. Un segno preoccupante è costituito dagli omicidi (consumati o tentati), che nell’ultimo decennio non sono mai stati
inferiori al centinaio per anno, con un picco di 150 nel 1992.
La devianza degli stranieri si esprime soprattutto nei reati di furto e di spaccio di sostanze stupefacenti. I reati contro la
persona sono invece appannaggio quasi esclusivo della devianza italiana, a cui nel 1998 va attribuito circa il 94% dei casi.
Indubbiamente la devianza minorile caratterizzata dalla consumazione di reati più gravi (estorsioni, porto illegale d’armi,
rapine aggravate, omicidi consumati o tentati, associazione per delinquere) è quella meridionale.
Ma è la sostanziale stabilità del fenomeno – attestatosi in questi ultimi dieci anni su livelli molto alti – ad essere
preoccupante: significa che ci troviamo di fronte a una subcultura capace, in presenza di determinate condizioni economiche,
sociali e culturali, di influenzare e di avviare all’illegalità ogni anno un numero più o meno simile di minorenni.
*Presidente del Tribunale dei minori di Bari
(pubblicato in Narcomafie giugno 2001)
ALLEGATO 3: DALLA SCUOLA IN CARCERE AL CARCERE-SCUOLA
Esperimenti al «San Michele» di Alessandria
Pietro Buffa
Un carcere-scuola vive sempre una profonda frattura quando prevale la
logica dell’istituzione totale sulla logica formativa. Ma sostenere
la centralità dell’attività didattica, affinché intorno a questa si
definiscano
ritmi e strutture della vita detentiva, è possibile solo se i vari
operatori
della casa di reclusione (docenti esterni, educatori penitenziari,
polizia penitenziaria, magistrato di sorveglianza) partecipano
attivamente e condividono il progetto educativo.
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La Casa di reclusione «San Michele» di Alessandria è spesso denominata «carcerescuola», in realtà tale dicitura non è formalmente prevista da nessuna norma
specifica. Rimane il fatto che la presenza da oltre quarant’anni di un corso
scolastico quinquennale per la qualifica di geometra, associato ad alcuni corsi
professionali, ha caratterizzato e caratterizza questo istituto di reclusione.
Ogni anno decine di detenuti in Italia rispondono al bando nazionale per poter
frequentare i corsi di Alessandria.
Quando venni trasferito in questa sede, tra le varie sensazioni ed emozioni che
accompagnano un trasferimento, sicuramente aleggiava la consapevolezza di andare a
dirigere un istituto che si proponeva, nella sua storia, come «particolare». Ero
affascinato dall’idea di poter lavorare in una situazione che consentisse la
realizzazione di una concreta attività «trattamentale».
Il presente contributo offre le riflessioni nate dalle personali percezioni in
due anni di lavoro in questo contesto.
È buona norma, nella vita in genere e in particolare nell’assumere un nuovo
incarico, cercare di conoscere il nuovo contesto, comprenderlo prima di prendere
qualsiasi decisione. Ecco perché alcune settimane trascorsero nel cercare di
approfondire cosa significasse per l’istituto avere una scuola al proprio interno.
Fui sorpreso nel constatare come tale presenza fosse meno pregnante di quello che
mi aspettavo. La scuola non caratterizzava affatto l’istituto o, meglio, lo
caratterizzava per le dinamiche che scatenava tra le varie componenti.
Ritengo
possibile
tipizzare
sinteticamente
queste
dinamiche
partendo
dall’individuazione dei gruppi maggiormente coinvolti. Ovviamente la sintesi
sacrifica tutte le sfumature che la quotidianità propone e giunge a indicazioni di
prevalenza.
Partirei dal gruppo dei detenuti frequentanti i corsi. La prima istanza partita
da questi era indirizzata alla direzione affinché tutelasse quello che essi
ritenevano un diritto sacrosanto, ovvero, la fruizione di permessi premio ex
articolo 30ter dell’Ordinamento penitenziario (O P ) a fronte del fatto di essere
studenti e quindi di soddisfare uno dei requisiti previsti dalla norma, la
«partecipazione all’attività trattamentale» all’interno dell’istituto (per inciso
il secondo requisito è quello di non essere socialmente pericolosi). Altre
richieste vertevano su istanze di minor conto, più strumentali all’allargamento
degli spazi all’interno del contesto detentivo e, in questo, assumevano una
connotazione assolutamente simile alle istanze che generalmente vengono avanzate in
ogni istituto penitenziario. Nessuno dei detenuti, in quella prima fase, accennò al
senso della scuola in carcere.
Il gruppo dei docenti esterni appariva solidale con il gruppo dei detenutistudenti rispetto al tema dei permessi premio e critico nei confronti delle
decisioni della magistratura di sorveglianza competente e degli spazi che
l’organizzazione penitenziaria concedeva. Tra questi docenti, alcuni si occupavano,
volontariamente, anche della gestione di alcune attività ricreative collaterali
alle attività scolastiche. Il rapporto tra docenti e studenti si caratterizzava per
umanità e solidarietà.
Tra i suddetti gruppi e quello degli educatori penitenziari i rapporti non erano
particolarmente buoni. Le rivendicazioni nei confronti di questi ultimi assumevano
una connotazione stereotipata e ripetitiva. I detenuti accusavano gli educatori di
essere «assenti» e «responsabili», attraverso gli atti del loro ufficio, dei
rigetti sulle istanze di permesso premio da parte del magistrato di sorveglianza. I
docenti sostenevano, con toni meno accesi, la tesi dell’«assenza» e della distanza
dalla vita scolastica. Da parte loro gli educatori evidenziavano un certo
scetticismo circa la serietà con la quale gli studenti affrontavano i corsi e il
correlato atteggiamento di «comprensione» da parte dei docenti. Per altro verso
rimarcavano la rigidità del magistrato di sorveglianza.
Il gruppo della custodia, composto da appartenenti della polizia penitenziaria,
esprimeva prevalentemente un atteggiamento scettico e critico sulle attività
scolastiche e sui detenuti frequentanti (si sottolineava una loro presunta o
obiettiva strutturazione criminale e una partecipazione strumentale). Critiche
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venivano anche indirizzate all’area educativa, tacciata di essere «assente», e sui
docenti esterni che venivano classificati come troppo «contigui» ai detenuti.
Il magistrato di sorveglianza, a sua volta, sulla base della comparazione tra le
risultanze scolastiche e la personalità dei detenuti — valutata attraverso le
sentenze, gli atti dell’osservazione, i colloqui diretti — esprimeva un giudizio di
«non credibilità» dell’attività scolastica nel suo complesso.
In estrema sintesi si prospettò un sistema «carcere-scuola» particolarmente
complesso, caratterizzato da un certo livello di conflittualità tra le varie
componenti, dall’assenza di obiettivi e modalità condivise; un sistema bloccato
sprovvisto di un progetto.
È viceversa opinione di chi scrive che un carcere che si definisce «scuola» debba
esprimere un progetto educativo e penale teso, quantomeno, al conferimento di
competenze e conoscenze.
Darsi un modello
per comprendere e intervenire
Tenterò di disegnare un modello per chiarire le dinamiche sommariamente
descritte.
Partiamo dal concetto di risorsa e vediamolo dal punto di vista del detenuto
ristretto in un istituto penale. Egli, se sufficientemente dotato di risorse
personali e sociali (e se riesce ad attivarle), può aspirare ad una pena più breve
e migliore (Berzano, 1994).
Indubbiamente la possibilità di frequentare corsi scolastici gli consente una
certa considerazione da parte dell’amministrazione penitenziaria prima e della
magistratura penitenziaria poi (Fassone, 1980; Buffa, 1997).
Anche dal punto di vista dell’amministrazione penitenziaria la scuola rappresenta
una risorsa importante perché permette di gestire più agevolmente le persone
detenute che risultano meno reattive alla detenzione grazie all’impegno profuso nei
corsi.
In sostanza si creano le condizioni per una reciproca «funzionalità». Il
mantenimento di un tale equilibrio, dando corpo a una logica specifica che è quella
dell’istituzione totale (Goffman, 1968), può determinare il sacrificio di alcuni
elementi, viceversa, fondamentali se si vuole uscire da questa logica per entrare
in quella della scuola come elemento di acquisizione di competenze. La frequenza e
l’impegno, da un lato, la pretesa del rispetto di questi presupposti, dall’altro,
possono infatti essere sacrificati in nome di un reciproco inconsapevole accordo di
quieto vivere.
Tutto questo, nel caso in esame, rendeva il risultato finale non credibile agli
occhi della magistratura di sorveglianza che, per questo, non attivava la
premialità prevista dall’ordinamento penitenziario.
I detenuti reagivano chiedendo a gran voce il riconoscimento di quello che — dopo
una serie di passaggi inconsci, classici dello stato di soggezione istituzionale —
veniva percepito come un «diritto» e non una possibilità vincolata a determinati
requisiti.
In questa querelle monotematica e acritica le altre componenti si coinvolgevano
in qualità di «alleati» o «avversari».
Gli insegnanti tendevano a difendere l’impegno dei detenuti-studenti,
a
giustificare certi loro atteggiamenti impropri (assenze, scarso impegno scolastico)
prendendo spunto dalla condizione difficile di una persona soggetta a una pena
detentiva, dalle presunte illogicità di una struttura che limita la vita di una
persona. Per questo motivo le altre componenti percepivano i docenti come
«estranei» alla logica penitenziaria. Sussisteva, peraltro, un rapporto equilibrato
tra i vari operatori che difendevano le proprie posizioni. Nessuno, comunque,
poneva in dubbio la funzione e l’«utilità» della risorsa scolastica.
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Verso il cambiamento
Proprio la magistratura di sorveglianza, rigida sulle sue percezioni e nelle sue
decisioni, non concedendo sbocchi premiali alla mera frequenza scolastica, e quindi
scompaginando l’equilibrio funzionale e totale descritto, è stato il punto di forza
per la revisione di quello stesso sistema.
Si iniziò con il dichiarare a tutte le componenti (magistratura di sorveglianza,
detenuti,
insegnanti,
educatori,
custodia)
la
centralità
della
scuola
nell’istituto. Probabilmente molti presero tale affermazione come la solita
dichiarazione iniziale di buoni propositi.
In questa prima fase, ogni componente interna mise il direttore a conoscenza
delle manchevolezze delle altre componenti, ma nessuno fornì indicazioni utili al
riconoscimento del problema o, tantomeno, al suo superamento.
Sul fronte interno si diede corso ad alcune scelte strategiche di fondo. Queste
costituirono la prima fase del progetto — in quel momento non scritto né condiviso,
come spesso succede nelle fasi iniziali degli interventi in campo sociale
(Ambroset, 1992) — teso alla ridefinizione del ruolo della scuola all’interno
dell’istituto.
Si accorparono in sezioni omogenee tutti i frequentanti i corsi scolastici e di
formazione. In questo modo si intese costituire un gruppo-scuola che potesse fruire
delle condizioni minime per poter effettivamente studiare, anche durante il
pomeriggio, nelle sezioni detentive. Contrariamente alle aspettative le resistenze
da parte dei detenuti furono forti. Questo fu indice del prevalere delle logiche
«di sezione» su quelle scolastiche.
Gli insegnanti svolsero di loro sponte il ruolo di mediazione tra il gruppo di
studenti che non volevano effettuare lo spostamento e la direzione.
Da parte loro tutti gli operatori penitenziari appoggiarono l’iniziativa. Nel
giro di pochi giorni lo spostamento fu effettuato a eccezione di qualche unità che
preferì abbandonare i corsi.
Seguì un periodo di richieste da parte dei detenuti-studenti, finalizzate al
miglioramento della vivibilità all’interno delle sezioni omogenee. Pur con i tempi
di una amministrazione pubblica si soddisfarono alcune richieste, soprattutto
quelle che potevano aver attinenza al fattore studio.
Si adottò la prassi di discutere collegialmente, per quanto possibile, gli
argomenti o le ipotesi di lavoro riguardanti le attività scolastiche. In questo
modo si consentiva lo scambio e il confronto su problemi concreti.
Per esempio, si stabilì formalmente che la selezione dei vari candidati al primo
corso venisse effettuata dall’ufficio educatori e dai rappresentanti della scuola.
Parte del dibattito venne impiegato per analizzare il ruolo e le funzioni dei
docenti nel contesto dell’istituto penitenziario. Il loro atteggiamento era quello
di affermare l’indipendenza del loro ruolo e delle loro funzioni. Pur concordando
sulla necessità di garantire e rispettare l’autonomia didattica, la direzione
ribadì la necessità che l’attività scolastica costituisse parte integrante del
trattamento penitenziario e, come tale, oggetto di valutazione da parte della
direzione e, in seconda battuta del magistrato di sorveglianza. I docenti
continuarono a sottolineare la loro contrarietà, motivando con il fatto che in tal
modo le attività didattiche sarebbero state stravolte dalla commistione tra logica
penitenziaria e logica scolastica. Le posizioni, pur non irrigidendosi, non sono
mutate nel tempo.
Si iniziarono a controllare mensilmente le presenze scolastiche, scoprendo un
certo livello di assenteismo. Gli operatori penitenziari, nel loro complesso,
utilizzarono tale argomentazione per sottolineare la scarsa adesione alle attività
scolastiche
e
la
strumentalità
palese
di
una
parte
dei
detenuti.
Tale
considerazione, in alcuni casi, veniva estesa alla generalità dei detenutistudenti. A seguito dei controlli, mensilmente, si inviò una lettera personale ai
detenuti che risultavano particolarmente assenti, ammonendoli che ulteriori assenze
avrebbero comportato l’espulsione dai corsi ai sensi dell’articolo 44 del
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Regolamento di esecuzione. Tali missive vennero soprannominate ironicamente «avvisi
di garanzia» e diedero corpo a proteste da parte degli interessati. Gli insegnanti
riferirono di una loro attività di mediazione al fine di limitare la tensione.
Grazie a una riorganizzazione dell’ufficio educatori, fu possibile individuare un
educatore al quale venne affidato il compito di seguire le cosiddette «sezioni
studenti» e i corsi scolastici. Questo costituì un elemento fondamentale
nell’organizzazione. Gli agenti preposti al controllo del reparto aule costituirono
un secondo importante punto di riferimento per avere indicazioni del clima
scolastico.
Nell’ottica di salvaguardare le attività didattiche si organizzò l’orario della
palestra in modo da evitare che gli studenti optassero per tale attività in orario
scolastico. Si calmierarono così le assenze o, quantomeno, si tolse un’opportunità
di «svago» indebito.
La credibilità
A quel punto si ritenne fossero mature le condizioni per sviluppare un
ragionamento più complessivo finalizzato alla stesura del progetto. Le componenti
si erano già più volte confrontate e insieme avevano gestito dei cambiamenti.
Insieme si concordò sulla necessità di dotarsi di un progetto univoco e aggregante
le varie componenti che fosse in grado di far acquisire il crisma della credibilità
al lavoro di tutti, evitando, nel contempo, di cadere in reciproche quanto inutili
rivendicazioni. La credibilità, anzi, venne eletta a prospettiva progettuale e per
far questo molto si insistette circa la necessità di dissociare la premialità dalla
mera frequenza scolastica.
Allo stesso tempo, però, maturò la consapevolezza e la necessità di dare
prospettiva alle attività scolastiche, nel senso di inserirle in percorsi
trattamentali
articolati
che,
valutata
la
partecipazione
dell’interessato,
consentissero attività esterne al carcere.
Alcune iniziative pratiche consentirono di sperimentare e dare corpo alle buone
intenzioni.
Nel periodo estivo, notoriamente vuoto di contenuti, si organizzò un ciclo di
conferenze
su
temi
di
interesse
generale
scelti
dagli
stessi
detenuti.
L ’iniziativa, intitolata «Dall’atomo alle stelle», ebbe un notevole successo; vide
la partecipazione di personaggi in vista della cultura alessandrina (che in questo
modo entrarono in contatto con il carcere-scuola e le sue potenzialità) e suscitò
un vero interesse da parte dei detenuti (che in quelle occasioni evitarono le
solite rivendicazioni). Ma questa esperienza consentì soprattutto di continuare a
sperimentare piccole forme di collaborazione interprofessionale.
Si diede la possibilità a un gruppo di detenuti-studenti di progettare, a titolo
di attività didattica, l’abbattimento delle barriere architettoniche in alcune vie
e piazze cittadine. L ’iniziativa implicò l’uscita dall’istituto di un gruppo di
queste persone in regime di articolo 21 O P per effettuare i rilievi topografici
necessari.
Al di là del significato sociale dell’iniziativa, questa ebbe un notevole rilievo
per due ordini di motivi: da un lato, per un detenuto poter fruire, anche se
temporaneamente, di una misura di quel genere significa poter vantare una certa
considerazione spendibile nel suo iter penitenziario; dall’altro, la preparazione
dell’uscita coinvolse gli insegnanti, delegati all’individuazione dei detenuti più
preparati, la custodia che venne delegata all’organizzazione del controllo esterno
e l’ufficio educatori che verificò con la custodia la fattibilità giuridica e di
opportunità dell’iniziativa. In poche parole per l’ennesima volta si sperimentò
un’integrazione su un progetto concreto.
Effettuati i rilievi, venne confezionato all’interno dell’istituto il progetto,
presentato successivamente al Comune di Alessandria. Il Comune, fatte le opportune
verifiche, decise di approvarne la realizzazione impiegando detenuti ammessi al
regime di lavoro all’esterno.
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Tutte queste iniziative, il loro successo, il significato che a queste venne
conferito dagli operatori e da almeno una parte dei detenuti-studenti coinvolti, le
modifiche organizzative adottate, consacrarono il cambiamento del «clima». Il
sistema «carcere-scuola» era finalmente sbloccato.
Tutte le attività citate furono preventivamente comunicate e concordate con il
magistrato di sorveglianza e seguivano una logica comune che era quella di attivare
forme di premialità o di modificazione della vicenda penale solo dopo aver
impegnato le persone in percorsi che testimoniassero con chiarezza l’impegno.
Dare prospettiva
all’attività didattica
Tra l’altro in quel periodo, in alcuni casi, si comunicarono al magistrato anche
i risultati scolastici. Questo determinò reazioni tra i detenuti e tra gli
insegnanti. I primi opposero che i risultati scolastici non potevano costituire
elemento di giudizio da parte del magistrato di sorveglianza per valutare la
partecipazione al trattamento penitenziario. I secondi evidenziarono il rischio che
le loro attività, in questo modo, fossero percepite dai detenuti come elementi del
processo di valutazione delle istanze per la concessione dei benefici previsti
dall’Ordinamento penitenziario. La posizione della direzione fu quella di ribadire
che la valutazione della partecipazione al trattamento non poteva escludere i
risultati scolastici, certo messi in relazione alle capacità individuali di base.
Il timore degli insegnanti che questo determinasse un peggioramento della relazione
tra docenti e studenti non è irreale, tuttavia è opinione di chi scrive che
un’attività trattamentale svolta all’interno di un istituto penale non possa
viversi quale «esterna» al contesto e alle sue logiche. Sull’argomento, per la
verità, si ragionò molto senza giungere a un accordo.
Al di là di questo si continuò a lavorare nell’ottica di dare prospettiva
all’attività didattica interna studiando la possibilità di far frequentare a due
corsisti dell’ultimo anno l’ultimo quadrimestre all’esterno, presso l’Istituto per
geometri «Nervi» di Alessandria, cui fa capo la sezione distaccata presso la Casa
di reclusione.
Il progetto venne prima discusso all’interno attraverso le modalità già
sperimentate, ovvero gli insegnanti indicarono i corsisti più meritevoli dal punto
di vista didattico ma anche di «tenuta», gli educatori e la custodia indicarono
invece la possibilità giuridica e l’opportunità della scelta. Seguì un lungo
confronto all’esterno presso il consiglio d’istituto del «Nervi» che decise, non
senza remore, di accettare la proposta del carcere.
I risultati sono stati ottimi. L ’impegno dimostrato dai due studenti è stato
notevole anche perché c’è stata in loro la consapevolezza che una tale modalità
costituiva potenzialmente l’inizio di esperienze di ammissione all’esterno per
motivi di studio per altri compagni di detenzione.
Non solo infatti si pensò di riattivare l’iniziativa per l’anno scolastico
successivo e per l’intero ultimo anno di corso, ma si ipotizzò anche di ammettere
all’esterno alcuni detenuti già diplomati e iscritti ai corsi universitari con sede
in Alessandria.
Dopo mesi di lavoro, di progetti, di successi e discussioni fra operatori, si
decise, a quel punto, di confrontarsi in plenaria con i detenuti-studenti. Fu una
vera e propria prova del fuoco. Si discusse della necessità di essere un istituto
credibile dal punto di vista della progettualità, delle iniziative, dei risultati,
come gruppo integrato di lavoro.
Il dibattito immediato, ma soprattutto quello intestino e meno palese, evidenziò
una frattura nel gruppo dei detenuti-studenti. Difficile dire la proporzione
numerica tra i convinti, gli scettici e i contrari all’impostazione trattamentale
dell’istituto. Di certo la compattezza iniziale che tendeva a far prevalere un
utilizzo strumentale delle opportunità formative era scomparsa. Alcuni affermarono
«Questo carcere non fa per me» e chiesero il trasferimento ad altra sede, altri in
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riunioni più limitate opposero ad alcuni compagni la richiesta di smettere di
centrare tutto sul permesso invece di concentrarsi sugli impegni presi. Indicatori
assolutamente spuri e imprecisi che però, collegati alle varie sensazioni degli
operatori, confermavano un quadro di cambiamento.
Da qui l’idea di formalizzare — dopo una lunga serie di contatti con l’Università
del Piemonte Orientale interessata alla costituzione di corsi universitari
all’interno
dell’istituto,
la
presidenza
dell’Istituto
«Nervi»,
l’Ente
di
formazione professionale che opera in carcere e gli Stati Generali di Alessandria
(che riuniscono tutte le espressioni civili, culturali ed economiche della città) —
un progetto, denominato «Gutemberg», finalizzato alla conversione della Casa di
reclusione «San Michele» in un istituto penale completamente dedicato ad attività
formative.
Questo,
se
concretizzato,
consentirebbe
di
ritarare
l’intera
organizzazione sulle esigenze didattiche. Si pensi ai colloqui, alla fruizione dei
pasti e delle ore ricreative che oggi, gioco forza, sono legate alla gestione delle
due sezioni di cosiddetti «ozianti», ovvero di quei detenuti che non sono occupati
in attività formative, e che oggi si sovrappongono poco funzionalmente alle
attività scolastiche e trattamentali. Ma questo è il futuro.
Conclusioni
Dall’esperienza qui sinteticamente descritta possono essere evidenziati alcuni
elementi che si ritengono centrali.
Il binomio «carcere-scuola» non può non indicare un progetto di fondo.
Fondamentali sono la condivisione e il riconoscimento tra tutti gli operatori
coinvolti di obiettivi comuni e metodiche professionali, seppur diverse, orientate
alla loro realizzazione. Sembra una banalità affermare questo ma la realtà,
purtroppo, non sempre rende superflua tale dichiarazione. La condivisione deve
scaturire da un approfondito confronto sulla condizione dell’uomo ristretto in
carcere, dei suoi bisogni palesi, latenti e indotti. Oculate riflessioni devono
essere condotte sul significato di risorsa che l’offerta formativa assume
all’interno di un istituto di pena e sul fatto che un «carcere-scuola» per essere
tale deve essere credibile, ovvero, deve poter costituire un servizio che metta
realmente alla prova volontà e impegno dei detenuti-studenti. Solo in questo modo è
possibile procedere a quella verifica della cosiddetta «partecipazione all’attività
trattamentale» richiesta dall’Ordinamento penitenziario per poter modificare la
vicenda detentiva (Canepa, Merlo, 1993). Trattamento e percorsi formativi non
possono essere considerati elementi giustapposti, semmai i secondi sono parte
integrante del primo.
È necessario che tutti gli operatori, sia interni sia esterni, siano consapevoli
di partecipare a un unico disegno. Chi entra in carcere per motivi professionali
lavora con persone soggette a una pena che può modificarsi anche in relazione a
quelle attività. È stato correttamente sottolineato che «la formazione entra nella
vicenda delle persone recluse» (Soliani, 1998).
Per chi sobbalzerà ritenendo di essere in presenza di un tentativo di riproporre
l’addestramento coatto dei «corpi molli» di foucaultiana memoria (Foucault, 1976)
si tranquillizzi: l’intento è, viceversa, di proporre un servizio penitenziario al
quale volontariamente e consapevolmente le persone recluse possano aderire.
L ’integrazione, più che attraverso proclami, si ottiene con la sperimentazione di
iniziative concrete che vedano il contributo delle varie professionalità per
raggiungere obiettivi precisi e limitati.
È necessario curare le relazioni tra le varie componenti individuando passaggi e
procedure, che siano poche, semplici e chiare, in modo da limitare i fisiologici
conflitti di un gruppo di lavoro, che se non risolti possono creare pericolosi
irrigidimenti.
Tutti questi sforzi possono creare un’istituzione penitenziaria che, nel suo
complesso, offre concretamente un servizio di formazione. Rispetto a questa
opportunità i detenuti che faranno la scelta di fruire di questo servizio saranno
44
anche indotti a scegliere la via dell’impegno perché altro l’istituzione
penitenziaria non potrà offrire.
In tal senso è opportuno che il gruppo dei detenuti sia omogeneamente composto,
in modo che le motivazioni iniziali si rinforzino attraverso la relazione con
persone che hanno fatto le stesse scelte. Occorre anche dare dinamicità,
prospettiva e riconoscimento all’impegno dimostrato prevedendo, per quanto
possibile, un crescendo di attività correlate all’iter formativo, anche all’esterno
della cinta muraria.
È per tutti questi motivi che un carcere-scuola deve esserlo integralmente e la
sua organizzazione deve essere centrata sulla formazione rispetto alle cui esigenze
ruoti la restante parte della vita detentiva.
BIBLIOGRAFIA
Ambroset S., Postfazione, in Fattivamente, Atti del convegno «Carcere, lavoro e Progetto Ekotonos»,
San Vittore, Milano 1992.
Berzano L. (a cura di), La pena del non lavoro, Franco Angeli, Milano 1994.
Buffa P., Tra il dire e il fare: riflessioni sulla prassi applicativa dell’Ordinamento penitenziario,
in «Questione Giustizia», 4, 1997, pp. 783-795.
Canepa M., Merlo S., Manuale di diritto penitenziario, Giuffrè, Milano 1993.
Fassone E., La pena detentiva in Italia dall’800 a oggi, Il Mulino, Bologna 1980.
Foucault M., Sorvegliare e punire: nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976.
Goffman E., Asylum, Einaudi, Torino 1968.
Soliani A., Prospettive di politica della formazione alla fine del secondo millennio, in Liberamente.
Percorsi educativi negli istituti penali: idee e progetti, Atti del seminario «Ruolo e funzione
dell’insegnante elementare negli istituti penali», Castiglione della Pescaia, 3-7 febbraio 1998.
LEZIONE 3
Etica e prostituzione: l’incontro possibile di Luigi Ciotti
Incontrare le persone e affrontare i problemi: informazione e formazione
Perché il lavoro sociale non si riduca a sola questione tecnica (da delegare a esperti
e specialisti competenti di frammenti) è necessario attrezzarci affinché la “strada”,
laddove il fenomeno vive, possa essere ascoltata e conosciuta. Occorre fare
dell’informazione e della formazione tasselli costitutivi e permanenti del lavoro sociale.
Cercare strumenti per capire, per approfondire e per cogliere le diverse sfumature che
compongono un fenomeno, diventa anzitutto un metodo.
Nel “metodo” è già evidente il fatto che quando ci si avvicina alla “strada” si è alle
prese con persone e non solo con problemi. Incontrare le persone per affrontare i
problemi presenti in quel contesto assume, di conseguenza, la forza di uno stile che
condiziona obbligatoriamente il procedere delle riflessioni e delle azioni. Da spazio
geografico, la strada diventa così luogo antropologico, contesto che ci avvicina gli uni
agli altri in una continuità che rompe le rigide separazioni di cui ci serviamo per
difendere i recinti che ci siamo faticosamente costruiti per avvertirci diversi (e a volte
migliori, quando non superiori) dagli altri, dagli ultimi della fila che stazionano dove noi
passiamo.
45
Chi abita la “strada” non mi appare più – in questa prospettiva - come un estraneo
che minaccia l’ordine in cui sono inserito, ma si presenta come un vicino di casa (più o
meno silenzioso) che mi interroga con la sua sola presenza sul perché – nei pressi della
mia abitazione – sono possibili così laceranti contraddizioni, povertà, fragilità e
ingiustizie.
Incontrare senza giudicare si presenta come l’unica difesa possibile perché pensare
e operare il lavoro sociale siano liberati dai tortuosi pregiudizi che impoveriscono le
nostre relazioni. È un'ecologia mentale che prima o poi contagia anche il cuore perché
“non giudicare” (binomio evangelico che rischia di essere dimenticato anche all’interno
delle nostre chiese) non riguarda solo l’“altro”, colui che è abituato a sentirsi definito da
categorie che calpestano la dignità umana, ma anche la nostra libertà interiore.
Non dimentichiamo, inoltre, che la prostituzione, di cui noi oggi prendiamo
coscienza attraverso l’incontro con i volti delle ragazze nigeriane o provenienti dall'Est
europeo non è un fenomeno nuovo.
Se anche solo pensiamo alla storia del nostro Paese ci accorgiamo che la presenza
della prostituzione è un affare di vecchia data che ha già in passato scosso l’opinione
pubblica, provocato reazioni e sollecitato le più svariate risposte. (…)
Torino negli anni della grande immigrazione: gli anni 1950-60.
Pensiamo agli anni immediatamente successivi alla seconda Guerra mondiale, agli
anni 1950-1960: sono i decenni del cosiddetto “miracolo economico”, di nuove massicce
migrazioni dalle campagne verso le città, gli anni in cui il Sud Italia cerca lavoro e
speranza nelle grandi aree urbane del Nord (la popolazione del capoluogo piemontese in
quegli anni è passata da 719.300 persone del 1951 a 1.124.714 del 1967). Le grandi
metropoli del Nord Italia non sempre sono pronte e preparate ad accogliere l’afflusso di
un numero così elevato di persone. Di nuovo le famiglie immigrate sono costrette a
vivere in condizioni estremamente precarie: se da una parte il mercato del lavoro in
espansione è in grado di assorbire un elevato numero di persone, dall’altra esso non è in
grado di garantire per tutti un impiego. Così, per molti, il grande viaggio verso il Nord
termina amaramente nei vicoli del crimine o nella prostituzione. Anche la ricerca di una
casa rappresenta un grave problema: i nuovi abitanti della città trovarono alloggio negli
scantinati e nei solai del centro, negli edifici destinati a demolizione, in cascine
abbandonate all’estrema periferia. Ovunque si verificarono atteggiamenti razzisti: ricordo
i cartelli sui portoni dei condomini che riportavano la scritta “Non si affittano case ai
meridionali”. Compaiono anche nuovi volti del fenomeno prostituzione: non sono pochi,
ad esempio, i padri di famiglia che disoccupati o licenziati “imparano” a vendere il loro
corpo per inseguire un po’ di benessere economico familiare. Drammi e sofferenze che
mai nessuna ricerca sociologica riuscirà a raccontare fino in fondo.
46
Il problema della prostituzione assume, in questo contesto, non solo nuove forme,
ma anche una visibilità diversa: di tipo moralistico e funzionale ad altre logiche. È il
quotidiano di Torino, La Stampa, che fa scoppiare il problema della prostituzione come
minaccia alla sicurezza urbana. Il quotidiano di Torino lancia un’offensiva contro la
presenza di ragazze che si prostituiscono lungo le strade della città torinese. Si tratta di
una vera e propria campagna realizzata anche per screditare quel faticoso percorso
legislativo – noto come legge Merlin (febbraio 1958) – che depenalizzò il reato di
esercizio della prostituzione in ambito privato superando quelle discriminazioni che
rendevano le donne prostitute cittadine di serie B. La campagna de La Stampa non era
uno sforzo per aggredire le cause della povertà che rendevano possibile il fenomeno
prostituzione. Era più semplicemente un moralismo di facciata che contribuiva a
nascondere le contraddizioni di fatto esistenti.
Chi stonò in un coro troppo armonico fu il cardinale di Torino, padre Michele
Pellegrino, che in una indimenticabile omelia tenuta nella notte di Natale del 1972 parlò
del “Dio che venne ad abitare in mezzo a noi, ma i suoi non l’hanno accolto” e chiese
alla città di lasciarsi interrogare dalla prostituzione come fenomeno di povertà,
chiamandone quindi in causa anche le cause sociali e politiche e denunciando inoltre il
rischio di calpestare soltanto la donna e di dimenticare, nella riflessione, il “cliente”.
Non fu facile proporre alla città uno sguardo più completo, più umano e più aperto
alla giustizia. Informazione e formazione – da sole – non erano sufficienti; così come non
bastavano accoglienza e volontariato per scardinare meccanismi culturali e sociali
radicati in pregiudizi e disuguaglianze insormontabili a livello di sole “buone opere
volontarie”. Intrecciare cultura, cittadinanza attiva e politica era indispensabile per
aggredire le cause delle ingiustizie nascoste nelle realtà della prostituzione. “Camminare
insieme” divenne, molto presto, non solo il programma pastorale della Chiesa torinese di
quegli anni, ma anche il percorso e la proposta perché realtà diverse potessero occuparsi
della città.
Il “nostro” tempo.
Oggi il contesto sociale è nuovamente cambiato. Torino vive tensioni diverse e
alcune delle vecchie povertà sono state superate mentre ne sono subentrate di nuove. Non
sono cambiati però i bisogni delle persone. Questi ultimi sono sempre uguali: bisogni
fisici fondamentali, bisogni affettivi, abitativi, di relazioni significative, di valorizzazioni
delle proprie risorse, di senso… . Bisogni sempre uguali che diventano più urgenti e più
laceranti se sono vissuti da persone che raggiungono la nostra città (il nostro continente e
la nostra cultura) da terre lontane. Gli scenari dell’immigrazione stanno ridisegnando il
mondo: dal sud del mondo e dall’est popoli interi si spostano alla ricerca di un futuro
vivibile e nella speranza di scappare dalle tristi condizioni di fame e di miseria estrema
cui sono sottoposte. Non sempre quel viaggio rappresenta un “nuovo” inizio.
47
Per molti la tragedia inizia prima dell’arrivo, a causa di “mercanti di speranza” che
costruiscono costosissimi trasporti illegali nella più totale insicurezza e in condizioni
disumane. Chi supera quel primo ostacolo deve però poi affrontare il dramma della
clandestinità, della precarietà, dello sfruttamento, della salute min acciata da condizioni di
vita precarie.
Anche in questi nuovi contesti povertà, miseria e degrado sono elementi che si
affacciano dentro il mondo della prostituzione.
È vero: molte volte le ragazze che raggiungono clandestinamente il nostro territorio
sanno che saranno indirizzate al mondo della prostituzione, ma ignorano completamente
il modo e la violenza che segnerà il loro futuro.
Rispettare ogni scelta per non abbandonare nessuno.
Da una parte c’è il “piano” che interpella la scelta delle ragazze a proposito della
prostituzione. Povertà e miseria condizionano pesantemente le scelte di queste persone,
ma non sempre sono l’unico elemento che porta a prendere quella decisione. Rispettare
scelte individuali è il vero scoglio che l’orizzonte della prostituzione ci fa incontrare
quando questa è sganciata da meccanismi di violenza o di sfruttamento. Questo non
significa smarrire i confini tra bene e male, coincide, al contrario, con la necessità iniziale
di non condannare le persone e di farsi accogliere dalle persone in difficoltà. Alcune
scelte possono anche non essere condivise, ma una presa di distanza dalla singola
responsabilità individuale, non può diventare alibi per abbandonare la persona a se stessa,
per condannarla oppure per arrivare alla conclusione che “in fondo quel trattamento
disumano di chi trasforma una persona in merce, se lo sono voluto”.
Individuare le vere responsabilità.
Dall’altra parte c’è il piano di quanti si inseriscono su queste scelte individuali per
lucrare economicamente e per sfruttare una condizione che non riscuote un consenso
etico diffuso e che proprio per questo non è tutelata (tra questi vanno annoverati anche
coloro che affittano loro alloggi a cifre esorbitanti perché sono prostitute e clandestine).
Ciò che ne consegue è noto: chi si avventura con qualche consenso su queste strade,
viene intercettato da organizzazioni criminali e ridotto a semplice “merce”.
Se questi due livelli vengono mescolati, il rischio è gravissimo perché la silenziosa
condanna della scelta individuale della ragazza si trasforma in una indifferenza colpevole
che abbandona la ragazza a percorsi violenti, tragici e illegali considerati quasi come una
punizione per devianze etiche inaccettate.
La posta in gioco è alta. Il rischio è concentrare il nostro giudizio morale, quando la
ragazza entra in un vero e proprio mercato della schiavitù, sulla sua scelta (e a questa sola
condizione riservare il titolo di “vittima”), e di non prendere in considerazione i percorsi
48
più complessi e segnati da livelli di consapevolezza morale più o meno espliciti, per cui
sofferenze, violenze, schiavitù o torture non possono dare luogo a vere e proprie
“vittime”. Se questo avviene è perché si è passati – frettolosamente – dal piano del
giudizio etico al livello sociale creando un cortocircuito che condanna senza ascoltare e
senza sostenere. Tanta violenza e tanta brutalità appare spesso come un fenomeno da
condannare a livello formale. Ma questo non basta. Se ci fermassimo qui noi
contribuiremmo a favorire indirettamente quelle logiche che prima o poi espongono le
vittime a quelle conseguenze. Farsi prossimo alle persone significa intanto accettarle per
come sono, farsi accogliere da loro e poi offrire il nostro aiuto.
Non dimentichiamo, per fare qualche esempio, che molte delle nostre amiche
immigrate che, prostituendosi, hanno incontrato la morte per mano di brutali assassini,
sono state spesso trasformate in vittime di serie B: cadaveri dimenticati in anonimi obitori
e certamente non degne di tutte le attenzioni che sarebbero state riservate a un cittadino
italiano senza “colpe”.
Non confondere i piani è premessa di giustizia. Restare fermi su questioni di
principio, può diventare una scorciatoia per percorsi fondamentalmente segnati
dall’ingiustizia e dalla violenza. Quando si affrontano questioni etiche che vedono
intrecciarsi il piano soggettivo e quello sociale, il primo dovere è quello di confrontarsi
con una realtà complessa, senza subito tentare di addomesticarla alle proprie convinzioni.
Questo non significa rinunciare ai propri riferimenti etici, ma operare la scelta in base alla
quale la persona viene sempre prima di ogni teoria morale e prima delle cosiddette
questioni di ordine pubblico.
Abitare le nostre paure per imparare ad attraversarle e a superarle.
Un secondo indicatore per le nostre riflessione etiche è dato dall’elemento “paura”.
E’ elemento inevitabile dell’esperienza umana. Appare, molte volte, come dimensione
negativa, come “dato” da allontanare perché sinonimo di fragilità, di debolezza o di
mancanza di coraggio. In realtà le nostre paure non sono solo assenza di coraggio. Dentro
la paura è presente quel sentimento di insicurezza che ci attraversa non appena la nostra
vita incontra il “nuovo”, quanto è inatteso o quanto ci vede impreparati ad affrontarlo.
Imparare ad ascoltare queste paure senza subito negarle o assecondarle in ansiose
reazioni rigide o difensive, diventa compito che ci educa ad ascoltare anche la nostra
sfera emotiva per inserirla nell’orizzonte dell’intelligenza. Anche questo è compito etico
da non sottovalutare.
Accompagnare il linguaggio emotivo lungo i sentieri della razionalità, vuol dire
inventare, giorno dopo giorno, quell’intelligenza del cuore che crea unità tra ciò che
pensiamo e quanto viviamo. Scoprirci inadeguati o impauriti dalla presenza di un altro
effettivamente diverso dal nostro modo di essere e di fare, non è colpa morale. E’
semplicemente percorso possibile (“normale” potremmo dire se è ancora lecito usare
49
questo termine) che ci avverte della distanza da colmare se vogliamo avvicinarci all’altro
ed incontrarlo. Il vero nodo non è dunque dato dalla “paura” (legittima, normale,
fisiologica), ma da come utilizzeremo quei sentimenti e come risponderemo alla nostra
sfera emotiva.
Se quel “timore” ci schiaccia a terra, ci atterrisce rendendoci incapaci di reagire e
completamente in balia di un simile stato d’animo, non prevarrà il desiderio di incontrare
l’altro, ma il bisogno di allontanarlo, di scacciarlo e di eliminarlo. Se, al contrario, quel
sentimento di insicurezza e di paura viene “abitato”, ascoltato, osservato, se si riesce nel
tentativo del “dar parola” alle figure senza volto che generano paura, per coglierne la
provenienza ed il perché di quella reazione, il nostro sentimento ci permette di rialzarci
da terra e di non restare schiacciati o troppo piegati.
Dove sussiste la paura, la “figura minacciosa” non prende un volto, non assume
una parola e si resta prigionieri di un sentimento che blocca il vivere 1.
Non dimentichiamo che se le nostre paure generate dalla “non conoscenza”
producono rigidità e chiusure, le paure quasi simmetriche di chi è dall’altra parte _
esposto alla “strada” senza tutele e senza sicurezze _ rendono aggressivi e diffidenti di
tutto ciò che e avvicina e circonda.
Quante volte il mondo della prostituzione ha sollevato questi meccanismi di paura
da abitare, da attraversare e da affrontare! Dare parola alla sessualità non è facile per
nessuno. Se questa poi è vissuta in una logica commerciale che separa affettività da
sessualità, i “fantasmi” si dilatano. E’ vero: l’esercizio della sessualità è fonte, molte
volte, di gioie, piacere e intimità esclusiva, ma non possiamo negarci che proprio al
fianco di queste emozioni possono convivere anche disagio, smarrimento,
incomprensioni e fatiche (specie a livello maschile) che spesso non trovano luoghi in
grado di dare a queste sofferenze accoglienza, possibilità di rielaborazione e
accompagnamento.
Senza dimenticare, tra l’altro, che per le nostre paure, non ha molta importanza se
chi si prostituisce ha scelto quella attività, era a conoscenza che il suo disperato viaggio
avrebbe incontrato quel mondo (non immaginando però le reali conseguenze di quel triste
scambio) o se quasi mai chi si prostituisce finisce dentro a una rete criminale a noi nota
come “tratta delle persone” che riduce la persona in schiavitù obbligandola a vendere il
proprio corpo per arricchire organizzazioni criminali. La realtà drammatica nella quale
precipitano queste persone oltrepassa le motivazioni della loro scelta.
Non possiamo “filtrare” le richieste di aiuto in virtù dei nostri principi etici.
Domandiamoci piuttosto come fare in modo che la dimensione morale non si riduca a
percorso teorico che condanna prima e che rallenti poi il procedere della giustizia e della
1
Non a caso le prime parole con cui Gesù Risorto si lascia incontrare in una nuova e liberante relazione sono: “Non abbiate
paura”. Per proporre una nuova modalità relazionale non più segnata dalla povertà di “paure” che negano incontro e
comunicazione.
50
solidarietà. Il crinale è delicato. Un comportamento disordinato non può essere scambiato
per bene morale, o anche solo normalizzato, ma tutto questo non ci deve irrigidire al
punto da creare gerarchie, priorità o precedenze nel contesto del sostegno a chi subisce
sofferenze, privazioni di libertà, sfruttamento ed esclusioni sociali. Non solo: se è vero
che il contesto cambia radicalmente il criterio di valutazione etica, è altrettanto vero che
nessuna condizione soggettiva può indebolire il dovere di prestare attenzione, di lasciarci
interrogare e di avvicinare in termini culturali, sociali e politici chi è coinvolto nel mondo
della prostituzione. Scegliere di prostituirsi o essere consapevoli che nel proprio
“viaggio” si incontrerà l’esperienza della prostituzione non può diventare alibi per
abbandonare storie personali a sé stesse o per giudizi moralistici che calpestano la dignità
delle persone fino ad abbandonarle in una zona senza diritti e senza tutele.
Lo stesso approccio vale in altre forme anche per il “cliente”, anche lui non deve
essere giudicato a priori, ma accolto e accompagnato.
Il difficile punto d’incontro tra diritto e morale.
Il diritto non può incontrare terreni neutrali. Distinguere per non confondere è
doveroso; se la distinzione, però, diventa vera e propria separazione per sostenere
soltanto chi è stata costretta a prostituirsi ed abbandonare chi, con frammenti di libertà
più o meno consapevoli, ha permesso all’esperienza di esistere, si creano condanne
sociali che ci vedono in qualche modo complici. Il tutto, poi, può diventare pericolosa e
insidiosa premessa per vuoti legislativi che prima o poi saranno colmati con interventi
finalizzati a segregare, non a rispettare l’essere persona con piena titolarità di diritti.
Non significa rendere lecito ciò che per l’impianto etico derivante dalla fede
cristiana non può essere definito giusto. E’, più semplicemente, sforzo perché etica e
diritto non si identifichino in una pericolosa unità. Se la legge si sostituisce alla
coscienza, la nostra libertà è svuotata. Non possiamo chiedere al legislatore di costruire
per legge l’intera rete di ciò che può essere definito lecito od illecito. Questo ultimo
passaggio è di competenza dell’etica ed è responsabilità del soggetto. Fare in modo che il
diritto si fermi sulla piattaforma del penultimo lasciando all’etica il compito di entrare
nella sfera dell’ultimo e del “vincolante in coscienza”, è compito tanto difficile quanto
urgente e necessario. Vuol dire, da una parte, creare le premesse per una reale e adulta
educazione morale (rispettosa di tutte le libertà in gioco) e, dall’altra, chiedere al diritto di
difendere chi vive atteggiamenti o comportamenti che la mia coscienza non approva, nel
rispetto di tutte le libertà in gioco. Detto con altre parole: il diritto (e le tante forme di
solidarietà pubblica e privata presenti sui sentieri della prostituzione) non può individuare
nella “libertà” di chi si prostituisce uno spartiacque (etico, di aiuto e di supporto) per
l’intervento.
Prima del giudicare le coscienze, il diritto è chiamato a rimuovere le cause
dell’ingiustizia e della povertà che di fatto indeboliscono le libertà delle persone nel loro
51
agire e nel loro inseguire speranza. Fare della prostituzione una questione individuale da
condannare con categorie etiche, significa fermarsi alla superficie del fenomeno perché
impauriti (e bloccati) dalla dimensione sociale di povertà, miseria, sfruttamento e
ingiustizia presente in quel mondo.
Dal punto di vista etico, però, l’interrogativo che emerge è il seguente: come
impedire che lo stato di necessità condizioni così pesantemente la libertà da sentirsi quasi
costretti a vendere se stessi per poter vivere? E si noti il cortocircuito che tale quesito
lascia emergere: non solo la povertà materiale spinge verso soluzioni di questo tipo;
anche la povertà di spirito (penso al mondo delle tossicodipendenze) o la logica del
consumo fine a se stesso (portata alle sue estreme conseguenze) spinge in molti casi a
vendere il proprio corpo con l’illusione di ri-trovare frammenti di libertà (esistenziale,
relazionale, economica…).
Sono le stesse paure che si incontrano quando si tenta di guardare il fenomeno
della prostituzione dall’altro punto di vista: dalla parte dei cosiddetti clienti (con tutte le
sfumature che questo termine chiede). Possono prevalere logiche di condanna, di
giustificazione, di compromesso o di analisi caso per caso. Resta il fatto che anche in
queste circostanze ci è chiesto di “fermare” i giudizi per tentare di ascoltare, di capire e di
avvicinare queste realtà per incontrare la persona e, solo dopo, provare a valutare
l’azione.
Domandarsi perché le nostre relazioni affettive e sessuali diventano così povere al
punto che diventa necessario – per alcuni – inseguire, costruire o illudersi di inventare
nuove relazioni con il supporto del denaro, è domanda della quale non dobbiamo avere
paura.
Domandarsi perché il 70% dei clienti sono uomini sposati significa rimuovere finte
sicurezze e aiutare, la coppia e la famiglia, a esprimere fatiche e incomprensioni spesso
mute.
Domandarsi perché gli uomini specialmente temono sempre di più il confronto e
l’incontro con l’altro sesso, coincide con l’interrogarsi sulle relazioni per riscriverle:
donne e uomini assieme.
Se riusciamo a confrontarci su questi scomodi e difficili versanti, diventa evidente
che interessarsi di prostituzione chiede di coinvolgersi – con laicità e rispetto - anche nei
confronti del cliente. Convinti che anche queste persone possono – se lo vogliamo diventare destinatarie di una solidarietà adulta e rispettosa di tutte le componenti in gioco
che con mille linguaggi chiedono aiuto. Come sempre succede quando ci si avventura
verso una solidarietà “alta”, non ci si ferma al frammento, ma ci si coinvolge verso il
tutto. La solidarietà così intesa assume dimensioni più complete e meno superficiali
(meno moralistiche o meno assistenziali) per tenere insieme dimensioni diverse:
- preparare l’avanzare della giustizia;
52
- attivare percorsi di informazione e formazione per costruire cultura e per contrastare
quella volgarizzazione e diffusione di stereotipi sempre uguali e, purtroppo,
superficiali;
- spingersi sui sentieri della politica perché questa non consumi energie per nascondere,
reprimere o allontanare le persone coinvolte nella prostituzione, ma perché ci si
attrezzi – una volta per tutte – perché la povertà non diventi causa o premessa di
comportamenti che non si vorrebbero scegliere;
- non discriminare le persone su principi che possono, paradossalmente, schiacciare la
dignità e la speranza di chi è in difficoltà (hai scelto o hai subito? Sei cliente
occasionale o abituale? Sapevi a cosa andavi incontro o eri all’oscuro di tutto?…), ma
confrontarsi con una laicità nuova e rinnovata perché alla richiesta di aiuto si risponda
con la capacità di incontrare le persone e affrontare i problemi.
L'attenzione alle parole
Alcune parole sono ritornate. Con i “termini” abbiamo incontrato esperienze, storie,
realtà e persone che in nessun modo possiamo ridurre a “solo problema” o a sola
questione intellettuale. Perché anche questo è il fascino del linguaggio: portarci su terreni
“nuovi” per proporci confronti e incontri che non sempre sappiamo programmare.
Quando al vocabolo, però, si associa l’altro in carne ed ossa, la riflessione si rende
obbligatoriamente più pacata, più seria e meno “gridata”. Anche i cosiddetti principi etici
incontrano una nuova luce e una diversa prospettiva: non sono più astratti o validi anche
se fuori della storia, ma obbligati ad entrare in meccanismi reali (e molto concreti) che
spiegano la complessità senza ridurla in mortificante semplificazione.
Alcuni di questi termini vale la pena provare a riprenderli. Perché la riflessione non
si fermi e perché sempre più le parole restino saldate a pratiche rispettose delle verità in
gioco e delle vite umane ad esse collegate. Solo a queste condizioni sarà possibile fare in
modo che il nostro linguaggio diventi “ponte” verso le persone e le loro responsabilità,
storie e fragilità senza mai costruire divisioni, separazioni o negazioni di speranza. Sarà
questo il difficile compito verso il quale dobbiamo avanzare.
Proviamo a riprendere alcune di queste parole.
Cliente. Non può essere dimenticato dalle nostre riflessioni sul tema prostituzione. A
volte è genericamente assolto (perché semplicemente partner di un contratto, dicono i più
superficiali), altre volte è l’unico “mostro” che sorregge l’intera realtà della prostituzione.
Come sempre gli estremi non si avvicinano alla complessità in questione. Se non
serve assolvere, non ha nemmeno senso un semplice condannare che nega quanto
sottende quelle pratiche.
Non dimentichiamo che molte volte sono proprio i clienti che costruiscono, con le
donne che si prostituiscono, premesse per percorsi di ritrovata speranza e per affetti
53
nuovi: liberati dalla logica commerciale di un sesso a pagamento. Fare in modo che dietro
al “cliente” appaia la persona (con i suoi bisogni, la sua fragilità e la sua responsabilità) è
cammino al quale non dovremmo sottrarci. Significa anche individuare quei percorsi
formativi capaci di costruire quella maturazione affettiva e sessuale che non spinge ad
inseguire prestazioni sessuali (e affettive) a pagamento. Vale per tutti: per le famiglie, per
i contesti scolastici, per il mondo associativo, sportivo o del tempo libero, per le nostre
chiese, per gli operatori dell’informazione ecc.
Trafficanti. Anche a questo proposito sono necessarie parole chiare e senza ambiguità.
Sono condotte da condannare senza sconti e con la massima chiarezza possibile. E’ reato
non solo per la legge, ma anche per quel patrimonio etico che insieme ci siamo costruito.
L’altro non può mai essere “piegato” al proprio uso e consumo, utilizzato come “merce”
per lucrare su una attività che viene sfruttata e mantenuta sottomessa con ogni tipo di
violenza. Rendere l’altro “schiavo” non è più categoria che interpella un’etica sessuale
più o meno condivisibile. Siamo in presenza di crimini contro l’umanità che devono
essere fermati con determinazione e progettualità internazionale.
Le persone (donne e uomini)che si prostituiscono. Ci è chiesto di non confondere il
piano dell’etica individuale con la realtà sociale che ne consegue. Non è sempre facile
anche se rispettare scelte possibili non vuol dire condividerle e nemmeno rinunciare a
chiedere il rispetto per le proprie idee, opinioni o stili di vita.
Attenzione però a non dimenticare che le logiche che soggiacciono alla
prostituzione sono presenti anche in altri contesti dove si tenta di dare prezzi (e monete)
anche ad ogni dimensione dell’umano. Educati da un consumismo esteso all’infinito che
tutto si può “comprare”, alcune volte si è tentati di acquistare anche carriere, successi,
beni di natura diversa, titoli di studio, incarichi, stima o prestigio. Non solo: anche
nell’atteggiamento di fede questa immaturità è possibile, quando ci si illude di meritare
l’amore di Dio in cambio di una (presunta) correttezza morale spesa come moneta in
grado di acquistare la salvezza che Dio ci offre gratuitamente.
Un fenomeno, quello della “prostituzione”, che chiama dunque in causa una
pluralità di elementi quali scelte etiche, squilibri internazionali, povertà, carenza di
percorsi educativi, fragilità culturali, difficoltà a includere e comprendere il “diverso”,
elementi tutti che dobbiamo imparare a gestire e ad affrontare.
(tratto dall’introduzione dal libro M. Dal Prà L. Grosso La tratta degli esseri umani- L’evoluzione
del fenomeno della prostituzione EGA 2002)
54
La relazione d'aiuto
Leopoldo Grosso
nel
contesto
"prostituzione"
di
La relazione di aiuto e le problematiche del rapporto, oltre alle difficoltà intrinseche
devono fare i conti con i contesti e le situazioni contingenti in cui avvengono e si
svolgono. I luoghi dell’incontro Le buone pratiche e i setting delle consultazioni
tradizionali non ci sono molto d'aiuto; spesso non c'è a disposizione un ufficio apposito,
un ambulatorio in cui le persone si prenotano, vengono, bussano e pongono domande. E’
più probabile che l'incontro avvenga nei luoghi in cui le persone esercitano o in situazioni
di emergenza. In un'attività di "aggancio" tendenzialmente il luogo privilegiato dell'incontro è la strada. In questo caso, al contrario di un ambiente predisposto, chiuso e
rassicurante, protetto da possibili interferenze esterne, il contesto del- l'incontro è esposto
all'imprevisto, a pericoli esterni che interagiscono con la fragilità di una relazione che,
con fatica, si tenta di costruire. Se il luogo d'incontro non è la strada, può essere il pronto
soccorso di un ospedale o il carcere, posti dove le persone, al di là della loro situazione
stanno vivendo una sofferenza aggiuntiva. In questi contesti e per il tipo di problematica
di cui sono portatrici, le persone non sono sempre in grado di esporre una domanda
chiara, che risulta in genere confusa e molto incerta. Difficilmente ci si confronta con
atteggiamenti ben definiti; si tratta di svolgere un ruolo attivo nell'andare incontro a tali
domande, e ci viene richiesto un comportamento in parte opposto a quello che abbiamo
tradizionalmente imparato nella relazione di aiuto. Comunemente nella relazione di aiuto
c'è un "cliente" che porta una domanda e il compito di chi aiuta è di cercare insieme una
risposta idonea a tale domanda. Nei contesti in cui abbiamo scelto di muoverci non è
così. Siamo noi che ci avviciniamo, che avanziamo piccole offerte, facciamo proposte
minimali attorno alle quali si inizia a imbastire una relazione. E importante che con tali
modalità la relazione sia sempre mediata da un aiuto materiale riuscire ad offrire un aiuto concreto che in qualche modo risponda al bisogno emergente del momento,
consente di mostrare disponibilità e crea vicinanza. Un qualsiasi aiuto concreto, che può
consistere nell'offerta di un riparo, di un medicinale, è utile nel generare domande
aggiuntive. Dobbiamo evitare due tipi di errore. Il primo è di sviluppare un rapporto
fondato unicamente sulle parole, sull'accompagnamento verbale delle persone. Le parole
devono essere sostenute e supportate da una reale offerta materiale, perché l'opportunità
effettiva che si mette a disposizione rende credibili le parole, rende più visibile e
percepibile una disponibilità disinteressata. E’ essenziale offrire risposte concrete: è il
"pretesto" su cui spesso si riesce ad instaurare una relazione, senza il quale è più difficile
e si rende più incomprensibile l'intrusione. Molte di queste persone dovranno affidarsi a
noi ma per potersi affidare a noi si devono fidare di noi. Il presupposto per affidarsi è
fidarsi e l'atteggiamento di fiducia si ottiene con l'essere capaci di risposte concrete ai
bisogni che emergono e alle necessità materiali che si evidenziano. La seconda questione
che dobbiamo avere chiara nell'andare incontro alla problematica è che in genere la
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persona che viene prostituita e la persona che si prostituisce rappresentano un continuum
in cui non è sempre facile trovare la soluzione di continuità. Ciò pone un problema
delicato: il problema della scelta della persona. La persona che viene prostituita non
sceglie di farlo e si parla quindi di tratta. Ciò si colloca ad un polo di un continuum in cui
si evidenziano situazioni di "moderna" schiavitù, che scivolano dal condizionamento
espresso attraverso una coercizione, come l'utilizzo del noto rito voodoo per le nigeriane,
etc... alle minacce per la vita delle ragazze e dei loro famigliari, come avviene in alcuni
clan albanesi. Si osservano situazioni di estrema violenza e quindi di totale impedimento
della libertà e situazioni in cui è difficile capire, nell'ambito della ambiguità della
proposta emigratoria nei paesi occidentali, quale sia stata la possibilità di scelta delle
ragazze, allettate da offerte di lavoro da parte di compatrioti, quali accompagnatrice nei
locali notturni, mansioni in locali turistici e centri di bellezza. Il prostituirsi o l'essere
prostituita si collocano lungo un continuum in cui è difficile dire fino a che punto c'è un
consenso, o un imbroglio, o c'è un consenso estorto con diverse modalità. La scelta può
diventare successiva, di comodo, perché ad dato un punto della vicenda si apprezzano
alcuni vantaggi secondari. E’ importante essere consapevoli delle ambivalenze e delle
ambiguità per evitare di immaginare unicamente una persona ridotta in schiavitù. Non è
così. Se alcune situazioni sono veramente intollerabili e gridano vendetta, altre situazioni
sono quantomeno più confuse, dove una visione unicamente dicotomica, quale vittimacarnefice, può risultare semplicistica e fuorviante. Non dobbiamo percepire la ragazza
sulla strada solo e unicamente come la vittima. In una situazione di privazione e semi
ambiguità che si crea intorno alla proposta del progetto emigratorio, e c’è sempre la
speranza/delusione di approdare in un luogo in cui la propria vita cambia e migliora.
Dietro ad ogni progetto emigratorio c'è sempre una speranza di emancipazione: dalla
povertà, dalle condizioni di vita del luogo di provenienza, da una condizione femminile
che molto spesso è opprimente e insopportabile. Una spinta fondamentale nella scelta di
venire in occidente è dettata dal desiderio di emancipazione. Alcune intuiscono quale sarà
il percorso e lo temono, altre ne sono consapevoli, altre vengono ingannate; nel
complesso è un terreno molto magmatico in cui bisogna sempre differenziare situazione
per situazione. Il resto del percorso avverrà nel rapporto con i clienti perché tramite
l'interazione lavorativa con loro e non solo, cambia il tenore di vita, cambiano le abitudini
radicalmente, oltre alla totale e indifesa esposizione alle sirene del consumismo
occidentale. I proventi dell'attività di molte ragazze russe e ucraine vengono reinvestiti
nell’acquisto di beni di consumo, dai cosmetici alle lavatrici, che vengono inviati ai loro
paesi d'origine, con un'attività di rivendita che genera ulteriore business. I meccanismi
sono complicati, i vissuti differenziati e si intrecciano con le culture d'origine e con il
disegno criminale e mafioso delle organizzazioni, che ne approfittano. Lo sfruttamento
non è sempre brutale, non si limita a prostituire la ragazza e a prendersene i proventi, ma
a volte vi è un vero e proprio "contratto' in cui si consente alla ragazza di mandare alla
famiglia alcune rimesse che possono garantire una vita migliore a chi è rimasto in patria e
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consentire una buona reputazione e immagine nel paese d'origine. Perché questa
digressione? Perché non dobbiamo fare l'errore di considerare la scelta di stare sulla
strada come una scelta totalmente subita, dato che non è sempre così. Inizialmente può
essere cosi, poi si può sviluppare "acculturazione" e produrre un certo consenso, che però
è oscillante, maggiore o minore in certi periodi in rapporto alle vicende attraversate e ai
rapporti che si riescono a ride- finire con la propria organizzazione di sfruttamento. E
dato di base con cui si ha a che fare è l'ambivalenza rispetto a ciò che si fa; da una parte
c'è repulsione e dall'altra ci si abitua e si produce, come per le sostanze stupefacenti, una
certa assuefazione. Il dato di ripulsione e rifiuto viene progressivamente meno; si
apprezzano sempre di più i vantaggi, (vestiti, conoscenze diverse, giri in cui si viene
inseriti) e il discorso diventa molto individualizzato, persona per persona. Si vorrebbe
fare qualcos'altro ma non è semplice. A volte capita di offrire loro un lavoro con
l'opportunità di un guadagno di un milione e mezzo al mese e di sentirsi rispondere che è
una cifra abitualmente “fatturata" in una giornata o due di lavoro sulla strada, ben poca
cosa in termini di tenore di vita, in termini di possibilità di consumi e di invio di rimesse
per il mantenimento della famiglia di origine. Ci troviamo davanti a paradossali
contraddizioni, per cui non dobbiamo sottovalutare la grande attrazione che l'attività
progressivamente esercita. E’ l'ambivalenza di fondo che farà si che alcuni percorsi di
uscita non funzioneranno, perché alla fine prevarrà il richiamo del "giro" e di tutto ciò
che consente di realizzare. Se l'organizzazione non esercita la forza bruta ma si avvale di
condizionamenti più sottili riesce ad ottenere un'adesione più forte e convinta. Se siamo
di fronte a una scelta che non è totalmente una scelta ma può diventare parzialmente una
scelta, se essa è in molte situazioni governata dall'ambivalenza, noi non dobbiamo cadere
in due fondamentali pregiudizi: il pensare che la ragazza sia una prostituta sempre
prostituita e di conseguenza sempre vittima, induce a generare un atteggiamento sempre
giustificazionista e impedirà di intravedere la resistenza al cambiamento e la necessità di
differenziare strategie e anche obiettivi dell'intervento. Diversamente, percepita
l'ambivalenza, cadere nel comportamento opposto, in un atteggiamento moralistico, di
rifiuto e di con- danna. Occorre tenere una posizione di equilibrio, non scivolare nei due
comportamenti opposti, non adottare una logica bianco e nero; occorre riconoscere le
"complicità' per trattarle; occorre evitare il rifiuto e non cessare l'aiuto, se la ragazza non
vuole "salvarsi". E importante riuscire a creare una distinzione tra morale e moralismo.
Ciò non significa abdicare alle nostre valutazioni morali. Il moralismo è una morale a
scartamento ridotto, una morale senza conoscenza, che tiene in gran conto i principi, ma
non li articola con l'esperienza ulteriore della realtà e non fa uno sforzo di conoscenza,
per cogliere tutti gli aspetti di una realtà in cui si cerca di tenere viva la tensione sui
principi, pur a certe condizioni. Occorre evitare l'errore giustificazionista tout court e
quello moralista. Sull'ambivalenza si lavora senza scandalizzarsi e senza tirarsi indietro,
al di là della qualità delle scelte delle ragazze: scelte non libere, condizionate, scelte
parzialmente condivise. Ciò determina il modo in cui noi ci posizioniamo di fronte al
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problema e di fronte alle ragazze che hanno questo problema. Dobbiamo sempre
chiederci qual è la nostra posizione sapendo che dev'essere nel nostro repertorio tollerare
la confusione dei percorsi a zig zag, perché ciò che li genera è un'ambivalenza che si può
chiarire e risolvere solo con il tempo. Occorre cercare di capire quali sono nelle ragazze
gli atteggiamenti più tipici che ci troviamo ad affrontare. Alcuni atteggiamenti sono
comuni a tutte, perché sono il risultato di una condizione comune. Il primo è la loro
paura. L’atteggiamento sviluppato verso l'altro, verso il bianco in particolare, verso ciò
che è straniero, per loro è combattuto: da una parte si intende il bianco come potenziale
risorsa, ma lo si percepisce anche come pericolo. E primo problema che si pongono è
capire se l'altro con cui si rapportano è una risorsa o un peri- colo. Devono essere aperte,
ma anche guardinghe, andare incontro ma anche essere pronte alla difesa. Al di là di
questo atteggiamento generale, le paure sono specifiche, ben precisate. La paura è il
rapporto con la loro organizzazione. Se sono sulla strada e non riescono a tirar su i soldi
che devono portare ogni mattina, la paura di non riuscire a raggiungere il fatturato
richiesto è direttamente proporzionale alla prepotenza dell'organizzazione che le
controlla. Là dove non c'è tolleranza ed elasticità e vengono utilizzati i metodi più
violenti, la paura di venire picchiata e sfigurata esiste ed è reale. La seconda paura è
quella di essere scoperta a trasgredire sulla strada le regole della organizzazione. Con i
clienti spesso alzano il prezzo, vengono richieste prestazioni particolari e le ragazze
hanno la possibilità di "fare la cresta" sul guadagno, ma se l'organizzazione le scopre le
punisce severamente. La terza paura è quella del cliente. I clienti si articolano in una
vasta gamma di tipologie. Quello sconosciuto e totalmente imprevedibile è quello che fa
più paura. Un'altra paura riguarda le forze dell'ordine, che posso- no scoprire la loro
identità clandestina e rimpatriarle. C'è un'ultima paura, banale ma non sottovalutabile,
che è il freddo, soprattutto per le ragazze africane; l'arrivo del cliente è una buona
occasione per salire sulla macchina e condurre la contrattazione al caldo. Gli interventi di
strada con á camper che offre un riparo e bevande calde sono un piccolo aiuto materiale
che facilita il rapporto. Si è di fronte a un coacervo di paure che le persone vivono e ci
permettono di capire alcuni atteggiamenti. Non scordiamo che la paura genera
aggressività. Un secondo atteggiamento tipico è quello della diffidenza, inevitabile in un
primo periodo di conoscenza: c'è una distanza da colmare e nel momento in cui
cerchiamo di avvicinarci, le ragazze ci guardano con sospetto; è questo il primo muro da
superare per poter instaurare la relazione. Si capovolge il paradigma della relazione di
aiuto- normalmente si instaura da una domanda che ci viene proposta, qui siamo noi che
sollecitiamo l'incontro. Per riuscire a sgretolare il muro della diffidenza, 9 primo sistema
per guadagnarsi la fiducia è di offrire un aiuto concreto facilmente fruibile: dai cinque
minuti passati al caldo alla possibilità di fare una visita ginecologica. Ci troviamo di
fronte a persone che nella loro vita non hanno sistematica- mente vissuto esperienze di
rispetto. E’ importante che, nella nostra comunicazione nei loro confronti, sappiano
cogliere questa dimensione profonda, che noi le rispettiamo comunque come persone, al
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di là dell'attività che conducono. Noi non ci rapportiamo con quello che fanno ma ci
rapportiamo con quello che sono. Non con 9 loro ruolo, ma con la persona. In un saggio
intitolato "Stigma, l'identità negata', E. Goffman descrive quanto sia importante la prima
immagine che una persona offre nel definire come ci si rapporta con lei, nel determinare
la distanza relazionale che si costruisce. Goffman fa l'esempio di un cieco che attraversa
la strada con un cane con tanto di bastone bianco; in quanto cieco evoca la percezione che
le persone hanno di lui e le modalità con cui ci si rapporta: non con la persona, in realtà
ma con la sua cecità. Solo se noi ne approfondiamo la conoscenza si scoprirà che
sopperisce alla sua cecità con altre risorse: solitamente con una cultura molto ampia, con
delle riflessioni profonde. In tal modo conosciamo una persona che non è solo cieca e nel
frattempo definiamo in maniera diversa la nostra relazione con lui e la distanza
diminuisce. Ruolo e aspetti esteriori definiscono il modo di relazionarsi. Dobbiamo
essere capaci di andare oltre, non fermarci alle prime apparenze e tantomeno ai ruoli. Il
rispetto è una modalità che ci fa guadagnare fiducia. Rispettare vuol dire non giudicare e
accettare ciò che sta avvenendo nella situazione. Le ragazze in strada vanno riconosciute
non per ciò che fanno, ma anche per quello che vorrebbero essere, per quello a cui
aspirano. Il rispetto è comunicato non solo verbalmente, ma soprattutto dal non verbale:
come le guardiamo, che distanza fisica teniamo. Rispettare non vuol dire essere troppo
guardinghi, perché in questo modo non si è comunicativi in senso affettivo; è necessaria
una certa vicinanza, ma non troppo perché può essere fraintesa e percepita come
invadenza. Una comunicazione è rispettosa quando sa vedere la persona al di là del ruolo.
La modalità del rispetto si concretizza nel caratterizzare la relazione nel momento in cui
si offrono dei servizi. C'è sempre il rischio di organizzare dei servizi molto estesi e molto
importanti, però anche molto routinari, in cui si perde l'elemento di umanità e quindi
attenzione e rispetto; si rischia di diventare dei servizi "bancomat". qualcuno viene, suona
il campanello e si eroga il servizio. Rispettare una persona, significa farle percepire che è
importante per noi, riuscire a far passare un tipo di comunicazione: «guarda che io mi
interesso a te, tu in realtà, al di là di quello che sta succedendo, sei importante per me".
Questa comunicazione, anche se non arriva al primo incontro ma occorre tempo perché
sia percepita, è fondamentale. Se la persona la coglie c'è la possibilità di costruire una
relazione solida e di diventare punto di riferimento. Un altro problema con cui dobbiamo
fare i conti è l'aggressività. Un’aggressività, indipendentemente da quanto ciascuno di noi
se ne porta dentro, si apprende. Si impara molta aggressività stando sulla strada; fa parte
delle leggi della sopravvivenza: bisogna difendere quei 10, 20, 50 metri di marciapiede
dal- l'ingerenza della concorrenza; vuol dire reagire agli improperi che ti lanciano certe
persone quando ti passano davanti in macchina. Bisogna difendersi e quindi bisogna
imparare ad essere aggressivi. Chi non lo è, impara ad esserlo. La domanda di aiuto già è
confusa, già è ambivalente, inoltre molto spesso è mal posta. Non è una domanda, ma è
una pretesa. "tu mi devi dare questo". Occorre gestire l'aggressività. In psicologia si dice
che l'aggressività o deriva da una situazione di frustrazione o è una maschera, un
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comportamento che si apprende per- ché è funzionale a certe situazioni. Quando le
persone stanno male, molto spesso usano l'aggressività per comunicare il loro malessere,
come i bimbi che quando stanno male fanno star male i genitori, perché non sanno
esprimersi: questo è
un modo attraverso il quale si comunica, si contagia una sofferenza. Di fronte a queste
domande/pretese è necessario per un verso difendersi, mettere uno scudo, ma per l'altro
non è utile contro-aggredire. Le persone, 'dimenticando" la propria, percepiscono solo la
nostra aggressività, si auto-identificano come vittime, per cui la contro-aggressione,
anche solo sul piano personale, è contro-producente. Se l'aggressività è un pretesto per
sfogare un malessere, per tenere su una maschera, non bisogna cercare di avere ragione
sul contenuto espresso. E’ impresa vana. E’ più utile invece stare sulla relazione,
spostando il discorso dal contenuto al rapporto che noi intratteniamo con le persone, e
ragionare sulle ragioni di un buon rapporto. Non si deve cadere nella trappola di reagire
sul con- tenuto o sul piano dell'aggressività; altrimenti avviene ciò che si definisce
“escalation simmetrica": di fronte ad un'aggressività si risponde con un atteggiamento
altrettanto aggressivo, l'altro reagisce ulteriormente e si crea la spirale negati- va.
Un’aggressività deve essere gestita. In parte la dobbiamo assorbire (ma neanche troppo) e
metabolizzare con un atteggiamento di mantenuta calma. Ciò non vuol dire che non ci si
difende dall'aggressione, ma decisivi sono la modalità e il mantenimento di una
possibilità comunicativa. Un altro atteggiamento con cui si deve fare i conti è la passività.
Sorprendentemente queste ragazze non risultano molto intraprendenti. Al di là di ciò che
hanno appreso, strettamente connesso alla loro attività, molte di loro non si sanno
orientare, tendono molto a delegare la soluzione di problemi e si rinchiudono in un
atteggiamento passivo, regressivo, anche se ovviamente non per tutte è così. Non bisogna
assolutamente accorarsi la delega; non bisogna far nulla senza di loro; deve sempre essere
stimolata una loro compartecipazione. Il segreto della relazione di aiuto è di non fare
delle cose al posto di qualcun altro, ma di attivare l'altro, che accompagnato faccia la
propria parte, perché ciò che ci chiede riguarda lui. Contrariamente si rischia di dar luogo
ad opportunismi di ogni tipo, a sfruttamenti relazionali. Se il volontario che si attiva per
far uscire una ragazza dal giro le trova un avvocato, un medico e fa tutto da sé senza
l'attivazione della ragazza, si può anche sentire importante e realizzato, ma se la ragazza
non prende coscienza di tutto ciò e non si attiva anche lei, non riuscirà ad usufruirne
pienamente, né le apprezzerà fino in fondo, perché non se le è conquistate, non se le è
guadagnate, non le ha portate avanti lei in prima persona. Questo è un atteggiamento
sbagliato perché aumenta la passività delle persone, invece di attivarle, con un effetto
paradossale: più noi facciamo, più ci richiedono cose da fare al posto loro. Si genera così
una dipendenza relazionale. Devono pur imparare anche i meccanismi della nostra
burocrazia e, finché non si attivano, non ci riusciranno mai. K. Lewin sosteneva che il
mondo impari a conoscerlo solo se cominci a tenta- re di cambiarlo. Solo se ti dai da fare;
il modo migliore per prevedere il futuro è contribuire a determinarlo. Attivandoci
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apprendiamo e possiamo entrare di più in relazione; se invece delego, rimango all'interno
di un atteggiamento di passività. E’ estremamente importante la differenza tra
accompagnare le persone e portare le persone. Portare è come se le prendessimo di peso,
spostandole e sostenendo noi tutto lo sforzo. Può capitare che loro non si rendano
neanche conto di dove sono arrivate. Invece se noi le accompagniamo, le cose vengono
fatte insieme. Condividere è difficile perché anche noi facciamo una fatica in più (i tempi
si allungano, avremmo fatto prima da soli), ma è strumento educativo ed emancipatorio.
Le culture delle persone prostituite sono molto diverse, ma un dato comune riscontrato è
che molte di queste culture sono immerse in un atteggiamento fatalistico nei confronti
della vita. Non sei tu che determini il tuo destino, ma è il tuo destino che determina te: ci
si aspetta che gli avvenimenti accadano di per sé, che le cose arrivino, pensando il
proprio ruolo come molto relativo. In occidente si è sviluppato un atteggiamento di
attività e di protagonismo nei confronti dell'ambiente; da una concezione di tipo
fatalistico, rispetto alla cui esasperazione si è anche critici, discende molta più passività.
Il nostro compito è, cercando di stimolare il passaggio da un atteggiamento passivo ad
uno attivo, far guadagnare maggior fiducia in se stesse, nelle persone che aiutiamo.
Spesso ci accorgiamo che c'è poca fiducia in sé , pochissima sicurezza al di là degli
atteggiamenti appresi nel loro ruolo, in cui sanno come devono comportarsi. Fuori dal
ruolo predomina l'insicurezza. Due sono gli aspetti da far prevalere e che sono tra di loro
correlati, la fiducia di sé e la funzione della costanza: una determinazione che sa
mantenersi tale nel tempo. Per far questo è importante porsi dei micro obiettivi di
percorso più raggiungibili, che non i grandi obiettivi della denuncia dello sfruttamento,
dell'emancipazione dalla prostituzione e la costruzione di una nuova vita subito. Il
concetto che ci deve guidare all'accompagnare, (e non nel portare), è quello della
"frustrazione ottimale". Ciò significa che rispetto alle capacità di quella singola ragazza,
dobbiamo porle un obiettivo in grado di essere raggiunto, con un po' di sforzo e con un
po' di applicazione, mettendo molto del suo pur con il nostro aiuto. Se lei riesce a
raggiungere questo obiettivo ne ha due vantaggi: è gratificata di per sé per il successo e si
rende conto che può farcela da sola, interiorizzando un atteggiamento sulla propria
capacità di attivazione. In questo unico percorso sviluppa in sé una funzione che molto
spesso è carente, il tollerare le frustrazioni per raggiungere un obiettivo che richieda un
qualche sforzo, contribuendo a costruire la dimensione della costanza. Se si sbaglia la
scelta degli obiettivi, la ragazza non ce la fa, ci si sostituisce o la ragazza non regge la
frustrazione dell'insuccesso e molla 'tutto, si demotiva e interiorizza, confermandola, una
inadeguata immagine di sé stessa. Prima di porci degli obiettivi dobbiamo conoscere bene
le persone, perché il rapporto e l'intervento non possono che essere individualizzati. E
percorso stesso ha delle fasi che non sono generalizza- bili e quando vengono proposte in
modo rigido vengono sconvolte dall’individualità di ogni singola ragazza.
Un’individualizzazione del percorso è un criterio metodologico fondamentale. Non c'è
ragazza prostituta o che si prostituisce che non porti dentro di sé un profondo senso di
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colpa e un profondo senso di vergogna; anche quando apparentemente non sembra così,
vergogna e colpa sono sempre presenti, pur rimosse o nazionalizzate. Un aiuto, su questo
piano, può consistere nel cercare di portarle alla luce, anche se non sempre è facile né
opportuno, perché non sempre ne vogliono parlare. Le aiutiamo soprattutto in maniera
indiretta, attualizzando e concretizzando la scelta che stanno facendo. Nella
rielaborazione noi siamo molto aiutati dalla scelta che le ragazze stanno conducendo, che
è quella di uscire dal giro e dall'impegno che ci stanno mettendo. Ci sta "fare i conti con il
passato", anche recente, se noi riusciamo a collocarlo dentro una storia che ripercorre
tutto il progetto emigratorio, che riprende la loro condizione di vita nei paesi d'origine,
che riprende le modalità con cui sono approdate in Italia e le modalità di esercizio della
loro attività. Nel ripercorrere tutto questo percorso, ecco che possiamo finalmente
concederci di essere un po' più giustificazionisti. Perché nei fatti c'è un percorso d'uscita e
dobbiamo arrivare ad una riconciliazione con il passato, darne una spiegazione,
consentirne una collocazione e rielaborazione. Devono essere in grado di “perdonarsi" in
qualche modo il proprio passato se viene pesantemente vissuto con vergogna e colpa. In
tutto questo l'attenzione prioritaria è nel rispetto dei tempi, senza forzarle a parlare o a
raccontarsi.
LEZIONE 4
La tossicodipendenza di Leopoldo Grosso
Quando una famiglia “scopre” la tossicodipendenza del figlio si notano, in genere, due
comportamenti contrapposti, entrambi disfunzionali alla situazione.
Dal non voler vedere, al dramma (gli estremi si toccano).
Se la realtà fa troppo male, se sembra accadere quello che non si sarebbe mai voluto che
accadesse, i genitori tendono a non “vedere” i fatti, a interpretare in senso benigno i
comportamenti del ragazzo, a credere acriticamente a tutte le sue spiegazioni. ~ il
meccanismo di difesa di negazione della realta, troppo dolorosa da accettare, per cui ci si
illude, chiudendosi gli occhi, che tutto vada nella direzione di sempre, che nulla
eccessivamente perturbante sia successo. ~ cosi che spesso una madre quando,
riassettando il giubbotto del figlio, vi trova in tasca una siringa, e chiede ansiosamente
spiegazioni, si accontenta di risposte tipo: <<E di un mio amico che si fa, e siccome sua
madre lo perquisisce quando rientra, mi ha chiesto di tenergliela>>. oppure: <<Tutti oggi
hanno provato a farsi, ma cosa credi, io non sono stupido...>>. Il meccanismo di
negazione della realta, se serve a salvaguardare il sistema di sicurezze dei genitori, non
aiuta invece il figlio a rendersi pienamente conto dei suoi problemi, a compiere scelte
diverse, a far ricorso a qualcuno che possa dargli una mano. Si protrarra inutilmente nel
tempo un confronto che e necessario, invece, anticipare rispetto a una verita che solo
episodi eclatanti quali l’intervento di Pronto Soccorso, l’arresto da parte delle forze
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dell’ordine, la comparsa di una malattia, si svelera successivamente in tutta la sua
durezza.
Altre volte le famiglie reagiscono in senso opposto. L’uso di una droga da parte del figlio
viene iperdrammatizzato, quasi senza fare distinzione alcuna tra le diverse sostanze e la
loro differente pericolosita. Il comportamento di esasperazione assume modalita
differenti a seconda che prevalgano, di volta in volta, la rabbia, la depressione, l’ira o il
ricatto affettivo.
Molto spesso il comportamento di disperazione e aggressivita si traduce nell’espulsione
del figlio da casa, che rappresenta da una parte la punizione per il dolore arrecato,
dall’altra una difesa da una situazione giudicata insostenibile sia per i componenti della
famiglia, sia socialmente per l’esposizione al giudizio altrui.
Imparare a convivere con il pro~3lema senza vergogna e senza sensi di colpa
Dopo la prima fase di shock, la famiglia deve spesso fare i conti con altre due reazioni
che, a poco a poco, rischiano di prendere il soprawento e di interferire negativamente con
le scelte razionali e la tranquillita emotiva che, per quanto possibile, fungono da
presupposti a un ruolo di aiuto. Sono i sentimenti di vergogna e di colpa. La vergogna e
provata nei confronti dei parenti, degli amici, dei conoscenti, collegata all’esposizione di
un fallimento familiare, rispetto al quale si temono giudizi, commenti maligni, rifiuti... La
colpa e collegata all’idea, che si insinua immediatamente, di non essere stati bravi
genitori, difficilmente capaci di tutelare il figlio da un pericolo da cui bisognava stare in
guardia.
La famiglia si colpevolizza e, al suo interno madre e padre spesso si rimandano l’un
l’altro gli errori presunti, i reciproci sbagli educativi. Tra colpa e vergogna si apre una
spirale negativa in cui la famiglia rischia di precipitare. La vergogna che si coglie nel
dover sostenere lo sguardo degli altri si scarica nella colpevolizzazione tra i coniugi. Il
risultato e il difficile raggiungimento di uno stato di tranquillita e di “tregua” sia
all’interno della casa che fuori. Se si sta male in casa non ci si puo rifugiare fuori e
viceversa. Ci si sente attanagliati dal problema, senza possibilita di luoghi in cui si e
compresi, accettati, aiutati. Non a caso emergono fantasie di fuga, a volte realizzate.
Sappiamo di una famiglia che si e addirittura trasferita all’estero, in una citta in cui no~
c’era alcuna persona e ne attivita ad attenderla, unicamente per cercare di liberarsi dai
sensi di vergogna e di colpa e sperando che il figlio, cambiando completamente ambiente,
potesse sradicarsi dalla dipendenza.
Una proposta percorri1oile: lasciarsi aiutare
Se la vergogna e la colpa non prendono il soprawento in maniera distruttiva, il dolore e la
sua elaborazione possono portare ad atteggiamenti costruttivi. La famiglia puo contenere
il dolore impegnandosi direttamente nel percorso riabilitativo accanto al figlio:
favorendolo, accompagnandolo, ottenendo i primi risultati parziali quali la
disassuefazione e la stabilizzazione dello stato di remissione. Per poter aiutare nel modo
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piu opportuno, la famiglia deve essere ella stessa in grado di chiedere aiuto, superare il
muro della vergogna, voler fare i
conti con i propri sensi di colpa, colpe reali o presunte, mettersi in discussione e rendere
in qualche misura visibile la propria difficolta. Bisogna quindi che compia due primi
passi:
− riconoscere la gravita del problema;
− riconoscere la necessita di chiedere aiuto.
Sara poi la competenza e la disponibilita degli specialisti (servizi per le
tossicodipendenze, associazioni del privato-sociale) ad aiutare i genitori a non
commettere sbagli, a non fare errori di precipitazione, ad assumere gli atteggiamenti piu
idonei. Non bisogna illudersi che ci siano facili scorciatoie: che con una disintossicazione
si risolva il problema, che basti chiudere la porta in faccia al figlio per fargli “toccare il
fondo” al piu presto, affinche chieda aiuto. Ne i viaggi della speranza verso cliniche
costose che compiono solo un intervento parziale, ne “sbatterli fuori casa” nella speranzaillusione che subito si rawedano e nel frattempo non capiti il peggio, aiutano le famiglie a
superare le diffficolta. ~ piu utile un impegno costante, paziente, in cui ogni giorno si e
disponibili al confronto, con atteggiamenti fermi, tenaci, ma anche flessibili, poiche ogni
persona tossicodipendente e in parte simile, ma in parte anche diversa da un’altra nella
stessa situazione, per cui gli interventi adeguati agli uni si rivelano ineffficaci o
controproducenti agli altri.
Quando il ‘gruppo” aiuta
Il confronto settimanale con altre famiglie che hanno o hanno avuto la stessa diffficolta
costituisce uno strumento utile per affrontare la situazione e contribuire a rendere i
genitori un valido aiuto per il percorso riabilitativo del figlio. Nel gruppo tra famiglie si
condividono le stesse sofferenze, si confrontano esperienze simili, si socializzano i
diversi sforzi compiuti.
Come una famiglia ha affrontato un problema, puo offrire un’indicazione. Quei genitori
che possono affermare di avercela fatta consentono importanti iniezioni di speranza e di
fiducia. Anche per chi, insieme al figlio, sta attraversando momenti drammatici, la
vicinanza e la presenza di altri genitori si rivelano di conforto e di aiuto.
~ fondamentale, soprattutto all’inizio, quando si deve fare i conti con il convincere il
figlio a farsi aiutare, attingere dall’esperienza delle altre famiglie non solo le conoscenze
per meglio poter prevedere le conseguenze delle proprie scelte e dei propri atteggiamenti,
ma soprattutto il sostegno psicologico e affettivo che fa sentire meno soli e meno
impotenti.
Far parte di gruppi di familiari per molti genitori rappresenta l’unico momento di reale
comunicazione e di contatto con l’esterno.
Le famiglie con un problema di tossicodipendenza che riguarda un figlio tendono a
chiudersi, a evitare un difficile confronto con i parenti, a “tagliare” tutti i rapporti sociali,
64
perche vissuti ormai come “super~ui” oppure impregnati di vergogna, se non addirittura
sfiorati dalla colpa, come “svago” oggi non piu meritato.
La tossicodipendenza del figlio, che per molti genitori significa anche sostenere un peso
economico non indifferente in quanto ricadono su di essi i diversi costi dell’esperienza
della droga (non a caso molti genitori non consentono al figlio di mantenere la residenza
formale presso il proprio nucleo), significa soprattutto isolamento relazionale e sociale.
Le associazioni di familiari, in collegamento con le comunita e con i servizi pubblici,
rappresentano un punto di riferimento importante, non solo come orientamento e
sostegno nelle battaglie per l’emancipazione dallo stato di tossicodipendenza del figlio,
ma anche per consentire la conservazione degli equilibri psicologici tra i genitori, un
aiuto alle loro dinamiche relazionali, uno spazio di apertura e di confronto sistematico.
La
prevenzione
attiva
alle
dipendenze
Leopoldo
Grosso
Vorrei iniziare parlando dei concetto di bisogno: innanzi tutto dobbiamo fare una
distinzione fra bisogno fisiologico e bisogno psichico. Normalmente parliamo del primo
con un'accezione positiva: è contestuale all'epoca della vita, è uno stimolo, una molla
verso il cambiamento. Solitamente il cambiamento", si impoverisce nel suo aspetto di
risorsa nel momento in cui "si cronicizza, ed esistono dei chiari indicatori di
impoverimento: I. le risorse che stanno intorno vengono a mancare, diventano
inuùlizzabili; 2. la progressiva incapacità del soggetto di vedere e utilizzare queste
risorse; 3. un indicatore più soggettivo, ma forse più pregnante: l'eclissi progressiva della
speranza di cambiare, il cui correlato comportamentale è una sempre minore attivazione
dei soggetto nel tentativo di cambiare. Questo processo comporta tre diversi
atteggiamenú: a) " tento di cambiare agendo sulla situazione, per trasformarla". Si tratta
di cercare di creare un contesto diverso come se questo magicamente comportasse un
proprio cambiamento; b) "mi capiterà qualcosa che mi cambierà"; manca lo sforzo attivo
di cambiare la situazione, ma si vive in attesa. Questo è l'atteggiamento, per esempio,
della ragazza tossicodipendente che rimane incinta e ritiene che quell'evento le cambierà
tutta la vita; e) l'ultimo atto: la constatazione che " non capita mai nulla e quindi tanto
vale..."; è la nazionalizzazione dei comportamenti, il passaggio dall'atteggiamento
passivo-fatalistico ad uno passivo-nichilista, per cui l'impossibilità di cambiare è
teorizzata e nazionalizzata, e di conseguenza ci si adagia sui vantaggi minimali della
situazione esistente. Questo ci porta a fare delle osservazioni: innanzi tutto notiamo che la
cronicizzazione dei disagio ha degli elementi sia in senso oggettivo sia in senso
soggettivo. Inoltre il disagio si mescola presto, pur con modalità differenti, all'uso di
sostanze; questi due problemi (disagio cronicizzato e uso di sostanza) miscelati fra di
loro, costituiscono un tutt'uno e vanno trattati insieme: non si possono ritenere prioritari
l'uno o l'altro. Infine, possiamo osservare che anche nella cronicizzazione rimane
un'enorme differenza delle situazioni di disagio, rispetto all'origine, agli sviluppi e ai
quadri di consistenza. Il rischio che corriamo è quello di farci omologare ad un'unica
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visione del disagio e di usare sempre gli stessi strumenti; pur rimanendo nel campo della
dipendenza che comporta l'adeguamento totale della persona a certi modelli, noi
dobbiamo fare questo sforzo a ritroso di differenziazione. La prevenzione secondaria
agisce su un disagio già presente e volto verso la cronicizzazione. Io non affermo affatto
che si debba rinunciare a questo tipo di intervento, ma ritengo che ci si debba prima
interrogare su quale sia il materiale su cui lavorare: dobbiamo prevenire il rischio in cui
un ragazzo può incorrere con più probabilità, o i rischi che sono in circolazione? Nel
primo caso, prevenzione secondaria significa prendere in carico il ragazzo (dunque il
singolo e il suo contesto); fare prevenzione primaria vuol dire invece prendere in carico il
contesto sociale: sono entrambe necessarie, dobbiamo mettere in moto processi in
entrambe le direzioni. Nella strutturazione del disagio possiamo tipologizzare (pur nei
limiti che tutte le tipologie possiedono) tre percorsi, tre stili di vita che devono incrociarsi
con fattori protettivi, per non sfociare nell'ingresso al consumo e alla dipendenza da
sostanze. Il primo è quello tipico, classico, "lo zoccolo duro della successiva
dipendenza": emarginazione e processo deviante; il secondo percorso è costituito dalla
marginalità e dalla spirale dell'inconcludenza; il terzo è un percorso più difficile da
riscontrare e da riconoscere (perché più raro e coinvolge utenti che non ci arrivano
subito), ossia la compatibilità dell'uso di sostanze con il lavoro, la famiglia, una buona
immagine sociale. Proviamo ad analizzare più approfonditamente i singoli percorsi citati:
Prima tipologia: emarginazione e processo deviante. Questo è un percorso in genere già
prevedibile e profetizzabile fin da quando i soggetti sono bambini, ma, paradossalmente,
è anche quello sul quale è più difficile intervenire, sul quale i nostri strumenti non hanno
successo, si infrangono. Sono stato riscontrati, a questo riguardo, quattro elementi
ricorrenti: I. una famiglia multiproblematica 2. le difficoltà affettive che agiscono sul
motore dell'apprendimento, cioè sulla capacità di attenzione e concentrazione, con
conseguenti effetti sull'ingresso a scuola e sul percorso scolastico in genere. Questi
bambini non si fermano mai, hanno difficoltà a soffermarsi, non perché incapaci di
apprendere, ma per una serie di fattori, fra i quali il gap con cui arrivano già a scuola (per
es., per quanto riguarda gli aspetti linguistici). Alle scuole elementari, con le tre maestre,
il bambino riesce ancora ad adattarsi; non recupera sul piano dell'apprendimento, ma è
contenuto il terzo passaggio: 3. la reazione compensativa del bambino, che diventa
ragazzino, sul piano comportamentale: "Io non ho una identità scolastica di successo,
cercherò di procurarmene una compensativa"; questa è la storia di tutti i ragazzini che la
vecchia nosografia definiva "caratteriali". Questo passaggio, più contenuto durante la
scuola dell'obbligo, avviene generalmente durante il cielo secondario, quando la capacità
di bolding che esiste nella scuola primaria, con più insegnanti attente e coordinate,
scompare, nonostante la buona volontà di molti insegnanti. Questo divorzio si consumerà
durante la scuola media, e sarà consensuale: il bambino non andrà più a scuola, dove non
si trova bene, mentre gli insegnanti e la classe in qualche modo "se ne liberano" (pensate
a tutte le difficoltà che incontrano i progetti che combattono la dispersione scolastica). 4.
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la reazione della scuola alle difficoltà che sono portate dal ragazzo, di fatto la messa alla
prova della sua capacità di holding. Il seguito di questa storia è noto: dopo l'evasione
scolastica vengono la strada, la micro- delinquenza, le bande di quartiere, l'avvicinamento
alle sostanze che prima costituiscono una modalità per procurarsi i soldi, poi divengono
oggetto di consurno e dipendenza, e tutti gli altri rischi (sanitari, sociali e giudiziari).
Questi ragazzi dimostrano che la tossicodipendenza non è interclassista fino in fondo: chi
più rischia, più paga. Dobbiamo allora prepararci accuratamente un programma di
intervento preventivo. Le sue caratteristiche dovrebbero essere: a) la precocità; questa è
importantissima, ma lo è altrettanto la modalità con cui l'intervento precoce avviene,
ossia la segnalazione: deve essere intelligente, perché spesso le segnalazioni si riducono a
richieste fatte dalla scuola, da un insegnante d'appoggio, o ad una certificazione medica.
Agendo così non facciamo prevenzione, ma mettiamo una ipoteca pesante sul ragazzo,
inserendolo in circuiti relazionali differenziati rispetto alla classe. Dunque, è importante
che l'intervento sia precoce e che parta con le modalità giuste: bisogna fare un'analisi
della domanda. b) una presa in carico "soft": non psicologica/psichiatrica, ma educativa,
capace di avvalersi di competenze "psi-", ma in retrovia (altrimenti si passa
all'etichettamento). Inoltre, la presa in carico deve essere in continuità con l'ambiente del
ragazzo, e l'operatore deve operare un innesto dolce, accettato, accreditato agli occhi del
ragazzo nel suo ambiente. Non si tratta di creare un nostro setting, ma di inserirci in
quello del ragazzo. e) la continuità personale dell'operatore che attua l'intervento (si
tratta di interventi lunghi, che vanno dalla scuola elementare fino ai 14-18 anni): è
necessaria per evitare delle fratture nei passaggi fra servizi e operatori; su questi elementi
micro si gioca talvolta la riuscita dell'intervento. Possiamo definire la continuità
dell'intervento con un ternúne forte: "adozione di professionismo". Il problema
principale, rispetto a questi percorsi, è riuscire a lavorare insieme tra squadre diverse,
innescare delle collaborazioni forti fra assistenti sociali del territorio, preventori dei
Ser.T, educativa territoriale, neuropsichiatria infantile: tutti questi sono referenti che
fanno parte di squadre diverse, che talvolta rispondono a logiche diverse, che hanno
funzioni diverse nel corso dell'intervento, il quale richiede una riprogrammazione, un
monitoraggio e una valutazione continua. Il primo obiettivo che vogliamo raggiungere è
che queste squadre si parlino e definiscano insieme un progetto competente; altrimenti
questi ragazzi rimarranno i più prevedibili ma i meno "prevenibiii".
Seconda tipologia: marginalità e spirale dell'inconcludenza. Un indicatore forte di
questo percorso è ancora una volta il fallimento scolastico, che non avviene più alla
scuola dell'obbligo, ma durante il biennio delle superiori: si tratta di una situazione di
marginalità progressiva e non di emarginazione. Questo fallimento non avviene per le
capacità del ragazzo, per un minore investimento della famiglia su un eventuale
proseguimento degli studi superiori o per la ferita affettiva che diviene cognitiva (perché
agisce sul motore dell'apprendimento), ma per il tratto più tipico delle situazioni di
tossicodipendenza: la scarsa problematico . Gli studi superiori coinvolgono una serie di
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microfattori del disagio: sono più faticosi, più lunghi, portano fuori casa, possono
risultare inutili dai racconti di chi ha già finito, il confronto con il successo è più
stringente, sono richieste maggiori capacità di tolleranza. Tutti questi fattori, cumulati, ci
permettono di comprendere la curva dell'abbandono scolastico, che ha due picchi: il
primo si verifica subito dopo le vacanze di Natale, perché un ragazzino capisce che a casa
sta meglio ed ha tempo per riaprire la prospettiva lavorativa (che in realtà è molto più
dura di quella scolastica); il secondo avviene immediatamente prima del termine ultimo
per ritirarsi: è ovvio che un ragazzino si ritiri prima di vedere segnato in rosso sul
tabellone “respinto", magari per la seconda volta. Può per esempio avvenire che il primo
anno sia respinto, il secondo ritenti, poi molli tutto; oppure non abbia successo la
trattativa con la famiglia, frequenti le scuole private di recupero anni scolastici, paghi,
recuperi magari un paio di anni, poi... Sostanzialmente, gli anni che vanno dai 14 ai 18
(dalla terza media al servizio militare per i maschi) diventano gli anni dell'inconcludenza:
non si ottiene un diplorna, non si riceve una formazione reale, non si ha un lavoro e non
si porta a casa uno stipendio per avere la propria legittimità sociale, la propria "seconda
pelle" sociale. Questi, che dovrebbero essere gli anni della formazione, sono anni
decisivi: si sta sempre più fuori casa, anche perché in famiglia l'atmosfera diventa pesante
ed i genitori non accettano che il ragazzo non lavori e si rivolga a loro per pagarsi gli
svaghi serali. In questi ragazzi si struttura dentro un senso di diversità molto più sottile
rispetto ai ragazzi della precedente tipologia, un senso di identità e un vissuto
fallimentare, distorto (di cui l'insuccesso scolastico è il segno esteriore) che costituisce
una minaccia permanente all'autostima e che progredisce verso tre atteggiamenti in
successiva radicazione: a) opposizione per la famiglia b) omologazione nei confronti del
gruppo dei pari e) compensazione verso le sostanze. Questi tre fattori soggettivi fanno da
correlato a tre elementi oggettivi, di contesto, strutturali: a) la mancanza di un percorso
formativo, anche alternativo al percorso scolastico classico b) l'assenza di un altro
"contenitore" come l'ambiente di lavoro (che certamente ha aspetti positivi e negativi, ma
in questo caso prevarrebbero quelli positivi) c) la progressiva ed oggettiva difficoltà a
comunicare, con un padre che diventa sempre più insofferente a questa situazione e una
madre che, secondo lo stereotipo classico, ha sempre maggiori difficoltà a mediare. In
situazioni come queste, esistono due modalità di intervento. La prima agisce sulla spirale
dell'inconcludenza, e richiede un collegwnento organico con la scuola, per riuscire ad
offrire opportunità a chi "aderisce": tutte le ricerche sottolineano una forte
sovrapposizione fra abbandono scolastico (anche alle scuole superiori) ed uso di sostanze.
La seconda tipologia di intervento agisce invece sulla marcia di avvicinamento alle
sostanze: nel percorso verso l'abuso e la dipendenza da sostanze, sono generalmente
distinte quattro fasi: avvicinamento, luna di miele, stabilizzazione, dipendenza; qui siamo
ancora nella fase di avvicinamento, nel pieno della prevenzione. Questa soluzione si è
rivelata meno valida. Gli strumenti disponibili nel campo della prevenzione secondaria
possono agire: - sul singolo, per cui è possibile un trattamento con caratteristiche più
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informali e mediato dalla sua richiesta d'aiuto, dalla quale non dobbiamo allontanarci sulla famiglia (se il soggetto ci concede il passaporto d'accesso), in una forma più
moderata della terapia familiare - sul gruppo, inserendo elementi di anticonfonnismo
"nell'anticonformismo omologante" del gruppo. Nel libro "Jack Frusciante è uscito dal
gruppo", per esempio, si cita una rock-band alternativa che ha successo, esce dai localini
underground, inizia un tour nazionale, ma uno di loro non ci sta, lasciando tutti sbalorditi:
la notizia è «Jack Frusciante è uscito dal gruppo!». Noi dovremmo riuscire a sbloccare
certi processi di omologazione conforrnistica pesante presente in certe culture chiuse. Gli
aspetti di prevenzione primaria sono tutta un'altra cosa:scuola, lavoro, occupazione.
Il terzo percorso: la compatibilità. I ragazzi appartenenti a questa categoria vanno a
scuola, hanno una immagine di "bravi ragazzi", la famiglia non sa niente dell'uso di
sostanze, la fidanzata sa e non sa, spera che non sia... Questi soggetti riescono a rimanere
nella clandestinità anche 3-4-5 anni (magari mandando l'amico a prendere la roba in
piazza); tuttavia, se non ci fosse la dipendenza, il lavoro, i rapporti, ecc. non starebbero in
piedi: la sostanza è funzionale all'equilibrio. In casi come questi, l'intervento è più
tardivo, perché è possibile solo quando emergono le prime contraddizioni relative
all'abuso di sostanze; questo avviene relativamente presto, perché la soglia di tolleranza
per questi ragazzi è molto bassa. Un intervento, per essere efficace in casi come questi,
deve prefiggersi tre obiettivi: 1 - lo stanamento (uno strumento pensato in realtà per le
vittime dell'emarginazione: siringhe pulite, acqua distillata, preservativi, ecc.)
2- rimanere fedeli al tipo di richiesta dei ragazzi, che è quella di rientrare nella
compatibilità, di un momento di tregua. 3- riuscire a passare da questa richiesta di
tregua al bisogno della persona, con l'apertura di uno spazio per capire i bisogni, le
contraddizioni, le difficoltà. Gli strumenti sono dunque l'out-reach (dobbiamo "stanare"
queste persone), la mediazione farrnacologica, l'apertura di uno spazio relazionale.
Le domande di prevenzione non sempre sono facili da interpretare: possono essere mute
(non ci arrivano), aggressive (trasmesse non attraverso le parole ma con i
comportamenti), o mediate da un terzo. Dobbiamo allora prestare molta attenzione per
evitare alcuni errori, quali pensare che la domanda non esista quando essa è muta;
aspettare (pur pensando che la domanda esista) che emerga da sola (nella
tossícodipendenza il paradigma «se non c'è domanda non c'è aiuto» non è poi tanto vero,
il problema è come farla emergere, come esplicitarla); aspettare che la domanda sia ben
esposta (la domanda è sempre "sporca", questi soggetti ci portano in genere
comportamenti auto- o etero- aggressivo ). Vorrei precisare un'altra importante questione. i termini della prevenzione sono "andare incontro", "mediare": mediare fra le culture, i
desideri, i comportamenti; tra l'onnipotenza e l'irrealisticità di certi progetti e l'assoluta
incapacità di concretizzare qualsiasi iniziativa. Si possono distinguere interventi diretti e
interventi che avvengono in stretta collaborazione con gli alleati possibili, che chiamiamo
indiretti. Gli interventi diretti devono avere le seguenti caratteristiche: - una bassa soglia una estrema vicinanza relazionale: se questa manca, l'intervento resta a bassa soglia, e
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poiché non facciamo crescere una domanda, non possiamo portarlo a raggiungere una
soglia più elevata.. Fondamentale è l'accoglienza e la prima dimensione dell'accoglienza è
il rispetto. La riduzione del danno non è teorizzata per categorie di persone, né si fa per
certi periodi, in certe situazioni, non esistono categorie di persone condannate per sempre
alla riduzione del danno. Essa è utile quando permette di creare spazi di vicinanza
relazionale. - capacità di creare spazi di protagonismo dell'utente: è questa tutta la
tematica dell'empowerment, che significa passare da un atteggiamento passivo ad uno più
attivo, con tutte le mediazioni del caso. Durante un intervento con un'unità di strada, i
ragazzi ci hanno detto: "Noi ci facciamo tutto il giorno, ma vorremmo fare qualcos'altro".
Questa affermazione sottende una richiesta: "Fateci fare qualcosa!". Se la
tossicodipendenza è per definizione ambivalenza (voler continuare ad essere tossici e
sperare di non esserlo più), esistono delle risorse che possono essere utilizzate: una di
queste potrebbe essere la concessione di borse-lavoro, perlomeno con i soggetti che
stanno tentando di uscire dalla tossicodipendenza con l'aiuto dei metadone; ciò che conta
è approfondire degli strumenti per dare spazio a risorse di contrasto con la
tossicodipendenza, che sono presenti anche in loro. Noi abbiamo cominciato con una
attività banale: siamo andati per le strade con dei sacchi per raccogliere le siringhe
sporche; in seguito è stato aperto il giornale di strada, poi sono state utilizzate le
competenze dei ragazzi per capire meglio cosa succeda in strada, per fare dei volantini
importanti sul Darkene, sulla pericolosità di certi miscugli, per i salvataggi dall'overdose;
tutto questo lavoro è stato finalizzato al potenziamento ed allo sviluppo di atteggiamenti
costruttivi. Abbiamo capito che non c'è un empowerinent pre-definito: esso deve mediare
con le persone e i gruppi. Esiste un secondo tipo di intervento, che abbiamo chiamato
"indiretto", e che agisce in stretta collaborazione con gli alleati "naturali": scuola,
associazioni giovanili, adulti. L'ultima categoria descritta, in particolare, comprende un
target fondamentale, costituito dai cosiddetti "operatori grezzi", ossia quegli adulti con i
quali i ragazzi non scelgono di avere a che fare ma con i quali comunque interagiscono: il
barista, il vigile, ecc.. (i mediatori dell'interfaccia adulta molto spesso danno una
connotazione sociale adulta a questi ragazzi).Dovrebbe inoltre essere incentivato un selfhelp fra le famiglie che non hanno ancora problemi, ed i luoghi privilegiati per
incentivarlo sono le scuole, in stretta alleanza con gli insegnanti interessati. Un ulteriore
tipo di intervento possibile dovrebbe formare le persone a saper usufruire delle
opportunità esistenti. Gli interventi in questo campo devono indirizzarsi al soggetto, al
singolo, nelle forme possibili relativamente all'offerta di possibilità reali; se uno dei due
elementi viene meno, l'intervento fallisce. Il lavoro con il singolo non è soltanto "psi-",
ma si deve avvalere di altri strumenti e puntare, per esempio, a favorire la capacità di
"influire su" ed a saper vedere le risorse esistenti.
L’insinuarsi dell ‘alcoldipendenza di Leopoldo Grosso
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L’emarginazione prodotta dalle situazioni di alcoldipendenza è insidiosa e progressiva.
Chi, abitualmente forte bevitore, tende a lasciarsi andare e ha sempre piu bisogno di
sostanze alcoliche non si rende conto di scivolare, lentamente, ma spesso inevitabilmente,
nell’alcoldipendenza.
Le “ragioni” del bere
L’etilismo, anche se l’aumento di alcolisti giovani è aumentato in modo rilevante negli
ultimi anni, è stato, ed è ancora prevalentemente, un fenomeno che riguarda le crisi di
mezza eta. Una grave delusione sul lavoro (un licenziamento improwiso, un’aspettativa a
lungo covata e poi andata drasticamente delusa...), una scontentezza sempre piu marcata e
inquietante rispetto alla propria vita quotidiana (che sembra mancare di vere
soddisfazioni, che non riesce a “volare” oltre il grigiore della routine, faticosa e sempre
uguale a se stessa...), una delusione affettiva (un abbandono, un non ritrovarsi piu con il
proprio coniuge,una relazione che non si realizza...), sono tutti elementi che, con
prevalenze diverse, convergono a determinare la crisi, la voglia di lasciarsi andare,
inversamente proporzionale alla capacita di superare gli ostacoli e venir fuori dal
momento difficile.
E’ tra i 30 e i 40 anni che l’alcoldipendenza spesso prende piede. Si innesta su
un’abitudine al bere in genere gia ben consolidata. All’inizio non ci si accorge nè del
rischio, nè dello stato di dipendenza. Anzi di fronte alle prove della realtà (incidenti,
litigi, esami di laboratorio...) si tende ripetutamente a negare l’evidenza. E quando, a
denti stretti, si è obbligati a riconoscere il dato di fatto, subentra l’illusione di voler
risolvere il problema da soli, di non aver bisogno di aiuti.
Le conseguenze del bere: in casa e sul posto di lavoro
I familiari (la moglie/il marito, i figli, i genitori, gli altri parenti) vivono anch’essi, di
riflesso, la situazione di alcoldipendenza. Altre volte il coniuge e uno dei genitori e
talmente coinvolto nelle dinamiche relazionali con chi manifesta il sintomo della
dipendenza che, nel gergo degli operatori che si occupano del problema, viene definito
come “bevitore asciutto”, in contrapposizione, ma non in antagonismo, al “bevitore
bagnato”, cioe a colui che abusa. Gli effetti protratti dell’abuso di alcol finiscono per
avere conseguenze devastanti nei rapporti familiari. Dopo una fase in cui, generalmente
invano, i familiari tentano di risolvere il problema facendo ricorso a ripetuti ricoveri nelle
case di cura, subentra sfiducia, colpevolizzazione del coniuge che beve, un atteggiamento
di progressiva indifferenza. Le conseguenze dell’etilismo, a medio termine, si fanno
sentire anche sull’attivita lavorativa. Molti sono coloro che hanno perso il lavoro a causa
del bere smodato o hanno usufruito di lunghi periodi di aspettativa non retribuita.
La mancata prestazione lavorativa, la conseguente diminuzione di reddito, non puo non
riflettersi a sua volta nelle relazioni familiari, aggravandole ulteriormente fino alla
minaccia della rottura. Aiutarsi, lasciarsi aiutare, frequentare “il” gruppo.
L’intervento piu valido è il lavoro di gruppo tra le famiglie che vivono il problema
dell’alcoldipendenza. L’auto-mutuo-aiuto interfamiliare si esercita settimanalmente sia
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nel momento della riunione, sia tra una riunione e l’altra sostenendosi reciprocamente
quando si è in difficolta, sia promuovendo iniziative sul territorio con lo scopo di
sensibilizzare le persone al problema e scuotere l’indifferenza della gente.
Il lavoro di gruppo arresta la deriva marginale della famiglia, che non si sente piu sola e
isolata, che relativizza il problema vivendolo sì con drammaticita, ma riaprendo le porte
alla speranza del cambiamento.
Quando vince l’alcol, la droga legale
Alcune famiglie non ce la fanno. L’aggressivita, la depressione, l’egoismo apparente di
chi è indifferente alla sofferenza degli altri, il subentrare delle malattie alcol-correlate,
determinano a volte l’irreparabile rottura della solidarietà e dei legami intrafamiliari,
lasciando la persona con gli irrisolti problemi di alcoldipendenza nelle mani degli
specialisti, delle organizzazioni di volontariato, sola con se stessa.
Spesso alla disoccupazione, all’isolamento e alla solitudine, apparentemente mascherate
dalla frequentazione dei bar, si aggiunge anche il problema dell’abitazione a cui non si è
piu in grado di provvedere, nè economicamente, nè materialmente. Sono le situazioni di
emarginazione grave in cui il passo a trasformarsi in persone senza fissa dimora, è
estremamente breve. Rispetto all’alcoldipendenza non si riscontra solo un’emarginazione
della famiglia, un’emarginazione dentro la famiglia e dalla famiglia, ma spesso anche
un’emarginazione da parte dei servizi e delle istituzioni.
L’alcol, droga legale, non è pienamente assunto, nelle sue conseguenze, come problema
di rilievo sul quale investire in termini di prevenzione, riabilitazione, riduzione del danno.
L’intervento di prevenzione e riabilitazione degli stati di alcoldipendenza è ancora,
spesso, terra di nessuno e zona di forte controversia tra i servizi (la psichiatria, gli
ospedali, i servizi per le tossicodipendenze). Gli strumenti amministrativi, a sostegno
degli interventi di cura e di riabilitazione, non sono ben definiti. Eppure l’alcol e la droga
che in Italia, come in Europa, ha creato piu persone dipendenti, ha prodotto piu danni e
mietuto piu vittime. L’emarginazione delle persone alcoldipendenti e delle loro famiglie è
anche il risultato di una sottovalutazione storica del problema.
Consumo, abuso e politossicodipendenza di Leopoldo Grosso
Hashish, marijuana, anfetamine, cocaina, ecstasy, eroina, allucinogeni…. La geografia
delle tante sostanze stupefacenti che, leggere o pesanti, naturali o sintetiche, legali o
illegali, offrono piacere e sollievo è vasta e sparpagliata.
Diverse sono inoltre le modalità di assunzione: le varie droghe possono essere inalate,
fumate, masticate, bevute, mangiate, “sniffate”, iniettate.
Ogni sostanza stupefacente è radicata, come madre e figlia al tempo stesso, all’interno di
una specifica cultura. Intorno al valore d’uso attribuito a ciascuna droga vengono
elaborati riferimenti esistenziali, modi di essere e di esprimersi, modalità di intendere i
rapporti umani, percezioni della vita e del mondo. Tanto più pregnante è l’effetto
attribuito alle sostanze, tanto più totalizzante è il significato che assume la cultura che la
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circonda e viceversa. Si creano nicchie, annidate qui e là nei molti interstizi delle aree
metropolitane, che intorno a un comportamento di consumo, creano codici, generano
linguaggi, selezionano adepti.
Diverse sono le sostanze, differenti le modalità di assunzione, variegate le configurazioni
culturali da cui attingono e a cui conferiscono significato. Il primo compito, che compete
a chi, a vario titolo impegnato nell’ambito educativo e preventivo, oppure dedito al
sostegno e all’Aiuto di quei ragazzi che manifestano difficoltà, consiste nel rendersi
conto della rilevanza delle differenze, di annoverare le tante diversità che si coniugano
con i comportamenti di consumo, di abuso, di dipendenza.
Le variazioni sono numerose e sempre significative.
Chi è in discoteca con gli amici e “cala” nel corso della nottata due pastiglie di ecstasy,
non è omologabile a chi, in uno stadio in uno stadio in una curva di ultras, si “scalda” con
l’alcol e ingurgita anfetamine che lo caricano di aggressività. Chi si fa di coca, anche
emozionalmente, vagheggiando di potenziare le proprie prestazioni sessuali, ha poco da
spartire con chi, la stessa sera, sta da solo davanti al televisore con una bottiglia di whisky
su tavolino.
Nel tenere conto delle molte specificità e situazioni che si articolano intorno al consumo
di droga, a volte vistose, più spesso sottili ma non meno importanti, significa incorrere
nell’errore più grave e diffuso: la superficialità di “fare d’ogni erba un fascio”,
comprendere l’intero fenomeno droga con un’unica chiave di lettura, con una sola
modalità interpretativa.
Le spiegazioni semplici a questioni complesse, ottengono effetti, all’apparenza, più
rassicuranti; in realtà illusori e tendenzialmente generatori di ulteriori errori. Chi ancora
accomuna, come spesso è accaduto in passato, un quindicenne che fuma hashish con un
trentenne alle prese con la ritualità quotidiana della siringa e del buco in vena, o chi
confonde consumatori occasionali con le persone politossicodipendenti, sotto l’unico
appellativo di “drogato” e “tossico”, si aggrappa a una rappresentazione univoca e
stereotipata della problematica, che se aiuta a fornire un’unica immagine a tutto campo
del pericolo temuto, nell’illusione di riuscire meglio a controllarlo, in realtà nella
dinamica sociale produce danni accertati. La semplificazione produce etichette che,
quando vengono appiccicate, non aiutano né la comprensione dei fenomeni e tantomeno
le persone a cui stanno strette e nelle quali si inducono comportamenti reattivi.
“Etichettare” è comodo: non costa fatica e impegno di approfondimento, basta attingere
nel “grande magazzino” delle interpretazioni sociali; contribuisce alla creazione di capri
espiatori evitando di mettersi in discussione individualmente. Le ansie e le paure sono
riposte in un pericolo fuori di noi, possibilmente ben individuato e definito, rispetto al
quale salgono le richieste di controllo.
Il cortocircuito delle semplificazioni circa la tossicodipendenza non è ininfluente rispetto
ai tanti ragazzi che consumano sostanze. Quando lo sguardo altri diventa “pesante”, in
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molti di coloro che fanno uso si creano difese, aumentano le barriere comunicative, si
generano atteggiamenti controaggressivi.
L’etichetta di “tossico” è penalizzante. Chi si sente tale tende a eclissare i propri
comportamenti e, se ha bisogno, non chiede aiuto.
Chi invece, a torto o a ragione, non ha tale percezione di sé, si sente frainteso, giudica a
sua volta con altrettanta semplificazione il proprio interlocutore e si chiude al confronto.
Soprattutto tra i consumatori, e in particolare tra i consumatori problematici, l’etichetta
fornisce e rinforza processi si identità deviante, finendo per alimentare il protagonismo in
negativo.
La doverosa capacità di differenziare si costruisce tenendo conto dell’intreccio di almeno
tre piani di analisi. In primo luogo le caratteristiche proprie di ogni sostanza, con gli
effetti che produce (pur nella variabilità tra i singoli soggetti assunti) e con gli specifici
aspetti di attrazione che conferiscono un valore simbolico d’uso, un vero e proprio valore
aggiunto. In secondo luogo i comportamenti degli assuntori che si distinguono a loro
volta in base a quantità ingerite, frequenza del consumo e modalità d’uso. In terzo luogo
le motivazioni all’assunzione che incrociano propensioni personali, vicissitudini
relazionali e situazioni contestuali.
Ogni sostanza non è tossica allo stesso modo. Rispetto alla stessa eroina ricerche ed
evidenze cliniche tendono a dimostrare che anche l’abuso protratto tende a non
distruggere i neuroni e il danno eventuale è limitato ad aree cerebrali molto ben definite.
L’alcol e i solventi utilizzati per le colle risultano droghe molto più cerebrolesive. Il
concetto di tossicodipendenza è improprio, se ne discende che ogni sostanza stupefacente
sia tossica e che sia nociva allo stesso modo. Improprio è il concetto di
tossicodipendenza, se ne discende che ogni consumo divenga automaticamente
compulsivo.
Un compito fondamentale è pertanto distinguere tra consumo, abuso e dipendenza.
- Per uso si intende un consumo di sostanze psicoattive che non comporta
necessariamente n complicazioni, né danni, ma espone la persona a dei rischi diretti e
a condotte a rischio. Per alcune sostanze emerge, nei comportamenti giovanili, un
ampio uso controllato e limitato, che, come per l’alcol, se non sfocia in abuso, non
viene percepito come nocivo. Questa definizione di consumo non è unanime ed è
oggetto di intensa controversia culturale e politica, prima ancora che scientifica.
- Per abuso si intende invece un consumo suscettibile di indurre danni di tipo fisico,
relazionale, psicologico e sociale, sia per il soggetto stesso che per il suo ambiente.
L’abuso è una modalità di utilizzo inadeguato di una sostanza, che conduce a
un’alterazione significativa delle funzioni e a una sofferenza, quindi pregiudizievole
per la salute propria e altrui.
- Per dipendenza si intende, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un
comportamento recidivante e cronico, configurabile come vera e propria malattia,
caratterizzato da:
74
- a) un desiderio prepotente e irrefrenabile (compulsivo) di utilizzare una sostanza
psicoattiva;
- b) incapacità o grande difficoltà nell’interrompere l’abitudine;
- c) sindrome di astinenza fisiologica allorché la persona interrompe l’assunzione. La
dipendenza implica un abbandono progressivo di altre fonti di gratificazione e di
interesse a esclusivo vantaggio del rapporto con la sostanza che non viene interrotto
nonostante il sopraggiungere di conseguenze evidentemente nocive.
La sottovalutazione del consumo di cocaina di Leopoldo Grosso
L’abbassamento del prezzo dello spaccio illegale al minuto, che ha reso la cocaina
competitiva anche economicamente con l’eroina risponde a una aggiornata strategia del
narcotraffico, sensibilissimo nel cogliere nuove propensioni al consumo di segmenti di
giovani e meno giovani che tramite l’abbondanza dell’offerta vengono indirizzati verso le
sostanze più convenienti al momento. Il consumo di cocaina oggi non riguarda solo
alcune tipologie “tradizionali” di soggetti tra cui alcune culture malavitose, enti, ambienti
d’arte e spettacolo, determinati ceti professionali ossessionati dal successo delle
prestazioni, o tossicomani incalliti che alternano l’uso delle droghe con determinati effetti
di mix (lo speedball). Il consumo di cocaina è diffuso oggi in quasi tutti gli strati sociali.
Secondo l’OMS l’uso di cocaina sarebbe in aumento in tutto il mondo. Lo stupefacente si
è rivelato la droga preferita da un numero crescente di persone con un minimo di agio
economico nel Nord America e in Europa. Rispetto alla diffusione si valutano in
5.000.000 i consumatori nei soli USA, che diventerebbero 8.000.000 secondo le stime
Ansa. La cocaina è droga d’ambiente, eccitante e di prestazione.
Si afferma in Italia negli anni ’80, gli anni yuppies. Alla fine di quel decennio in Italia i
consumatori erano stimati in 600.000, il doppio tra tossicomani e tossicofili da eroina.
L’età media dei consumatori di cocaina è tradizionalmente superiore a quella dei
consumatori di altre droghe: la classe di età più rappresentata è tra i 31-40 anni. Tuttavia
negli anni ’90 si è assistito ad una progressiva diminuzione dell’età. Oggi l’età media del
primo incontro con la cocaina è intorno ai 23 anni. Dati non confermati, utilizzabili solo
come indizio, suggerirebbero un quadro in cui si registra una diminuzione dei
consumatori occasionali a favore di un contemporaneo aumento di quelli abituali.
Nell’inchiesta “Drugs” di Comunità Nuova emerge da parte degli studenti milanesi che la
cocaina occupa il 3° posto dopo cannabis e alcol tra le droghe più usate.
La cocaina dà dipendenza. Possiede un elevato potere di reclutamento: si stima che circa
il 15% delle persone che iniziano a usare la sostanza a scopo ricreazionale sviluppano in
seguito una dipendenza conclamata.
L’area dei consumatori problematici è valutata intorno al 30% (200.000 persone). La
gravità della dipendenza è correlata all’età di iniziazione e alla durata della
cronicizzazione del consumo.
75
Ai Ser.T, da ormai più di qualche anno, si sono rivolti cocainisti “puri” e non solo più
eroinomani con un uso secondario della cocaina.
Nonostante la gravità dei danni psicofisici che l’abuso di cocaina produce e per la sua
capacità di indurre dipendenza in un numero considerevole di consumatori, la diffusione
del consumo di cocaina è stato ampiamente sottovalutata.
Nella campagna di informazione e prevenzione la cocaina non ha ancora il posto che le
spetta, per estensione del consumo, gravità dei danni d’abuso e rischi che comporta.
A New York le autopsie hanno rivelato la presenza di cocaina in oltre il 18% di tutti gli
incidenti automobilistici mortali. Un certo numero di infortuni e di ictus in età ancora
giovane si spiegherebbe con l’uso protratto e con l’abuso di cocaina. Sul piano psichico
l’uso cronico può provocare l’insorgenza di disturbi di tipo paranoide alterando
l’equilibrio mentale.
La cocaina libera l’aggressività, rompe i freni inibitori e non è casuale che il suo utilizzo
si diffonda tra soldati e miliziani nei conflitti bellici. Tra i giovani è spesso concausa di
risse, di prevaricazioni violente, sia individualmente che in gruppi. Il contesto di
assunzione non è indifferente, poiché sottoculture violente, condizionamento di gruppo e
stimolazione cocainica si alimentano e potenziano vicendevolmente.
76
LEZIONE 5
Le comunità per minori di Luigi Ciotti
Uno dei diritti fondamentali di ogni minore è quello di avere una famiglia o comunque
degli adulti significativi che si occupino di lui, in una casa che sente come sua. Avere una
famiglia/casa è un obiettivo irrinunciabile per una “politica” per i minori e invece troppo
spesso anche in Italia è un diritto negato. Per molti minori la famiglia di origine non c’è
o non c’è la fa. Oppure la famiglia, per problemi, con percorsi distorsi scarica rabbia,
delusione, rancori sui figli che vengono abusati, maltrattati.
Oggi le case famiglia si ritrovano a dare risposta al posto della delega nei confronti degli
istituti per i minori, gestiti sulla base di una realtà che negli anni ha rivelato la loro
insufficienze in quanto:
1) collegi (50-100) troppo numerici
2) luoghi in cui, per il numero, prevale il rapporto con le regole, non con gli educatori
3) luoghi troppo chiusi verso l’“interno” e poco aperti esterno
Allora le “case famiglia” si collocano tra una famiglia che non c’è e un istituto che è
ormai superato. Rappresentano un passo in più correggendone i limiti: sono di piccole
dimensioni, propongono un rapporto stabile, continuativo con adulti che sono motivati da
passione e non solo dalla ricerca di un posto di lavoro. I rapporti con gli adulti sono
sempre mediati dagli adulti di riferimento, il rapporto con l’esterno avviene come
dovrebbe avvenire in ogni famiglia, quindi in un orizzonte di normalità e non di
eccezionalità. Anche se chiaramente questo non significa che i problemi non esistano:
quando un minore cambia famiglia non è mai senza difficoltà, senza lasciti, senza traumi.
Se la famiglia “non sostiene” provoca sempre delusione, rabbia, protesta oppure
colpevolizza, porta ad una svalutazione, ad una bassa stima di sé. In entrambi i casi ciò
che viene a mancare è la fiducia nell’altro e in sé stesso. Il problema è che questa eredità
non è lasciata fuori dalla porta di ingresso della nuova casa.
Ogni nuova accoglienza è sempre in salita, non può che essere condizionata da ciò che il
minore ha vissuto in precedenza. I nuovi “adulti” devono fare i conti con una sofferenza
spesso mascherata. Se i minori stanno male il loro modo di comunicare il malessere è far
stare mal chi si occupa di loro, creare problemi di rapporto. Sono quindi aggressivi,
lanciano sfide, scappano, si fanno volutamente del male. In sostanza mettono alla prova,
dopo una prima fase di annusamento del nuovo territorio (casa/famiglia) inizia il periodo
più duro la cui richiesta nascosta è “Dimostrami che posso fidarmi di te”.
All’adulto quindi è chiesta una grande pazienza, di essere fermo, saldo ma anche
flessibile ed elastico, di conquistarsi il riconoscimento da parte del minore e la sua
fiducia. La fiducia necessaria per poter chiedere aiuto.
77
Il percorso di crescita non è mai una linea retta , è fatto di sbalzi, discontinuità. Non
bisogna mai illudersi, ma neanche farsi prendere dalla delusione. Affinare la capacità di
sostenere e soprattutto la capacità di non deprimersi e di non abbandonare. I percorsi dei
minori sono percorsi lunghi che devono passare attraverso lo sbagliare. Non c’è crescita
ed educazione senza esercizio di libertà, l’uso della libertà è sempre un rischio, ma non
usarla significa non crescere e rimanere dipendenti dagli altri, essere “bloccati” dalle
paure e dai limiti. Bisogna saper “tollerare” che i ragazzi si prendano dei rischi, pur
cercando di contenerli, reprimendo l’ansia che provoca la libertà.
Allegato :
LE COMUNITÀ PER MINORI: GOVERNARE IL PLURALE A cura di Luciano Tosco
Definire tipologie di comunità, requisiti e standard di funzionamento, livelli
di competenza è la premessa per uscire da una «cultura dell’emergenza» che
fa pesare sulle comunità per minori interventi che andrebbero risolti
diversamente. La strada da percorrere è verso interventi sempre più mirati
e individualizzati, attraverso la costruzione e il potenziamento di reti sociali
di supporto che favoriscano l’autonomia dei minori e grazie a una
comunità locale responsabile, capace di farsi carico dei loro problemi.
Il presente contributo completa la riflessione Le comunità per minori/1: leggere il
plurale, pubblicata sul numero di ottobre della rivista.
Sebbene non ci siano ricerche sistematiche sull’utenza delle comunità è impressione
diffusa che gli inserimenti siano sempre più attivati con la logica dell’«ultima
spiaggia». Si tratta o di emergenze che costringono all’inserimento residenziale
come soluzione inevitabile o di un ultimo tentativo dopo anni di lavoro e di
interventi che non sono riusciti. Oppure ancora di scelte residuali, perché non si
sa cosa altro fare, pur riconoscendo che la comunità non potrà certo essere
significativa
per
un’evoluzione
della
situazione.
Tale
logica
risulta
sostanzialmente diversa da quella di alcuni anni fa, quando la comunità era
percepita come situazione transitoria per prevenire quelle situazioni che invece,
oggi, portano agli inserimenti urgenti e alla necessità degli interventi
residenziali. Si ritiene dunque che la presenza nelle comunità di un’utenza sempre
più problematica sia certo dovuta a un aggravarsi delle situazioni di difficoltà ed
emarginazione. Ma l’elemento fondamentale che caratterizza la richiesta e
l’inserimento residenziale è dato dal cambiamento del ruolo della comunità da parte
dei servizi socio-sanitari, della scuola, delle autorità di pubblica sicurezza e
dell’autorità giudiziaria minorile. Tale cambiamento deriva certamente dalla sempre
maggiore presenza di servizi di sostegno al nucleo familiare e al minore in
particolare, dalla normativa vigente, dalla nuova teoria e pratica di lavoro
sociale. Risultano in aumento gli inserimenti di preadolescenti e adolescenti
border-line, senza diagnosi precisa, che hanno già ricevuto moltissimi servizi ma
anche fallimenti assistenziali, compresi numerosi soggiorni in comunità. Aumenta la
richiesta di inserimento di situazioni molto difficili, per le quali non c’è
possibilità di rientro in famiglia o di autonomia personale anche dopo il
compimento della maggiore età (ad esempio, minori con gravi disabilità abbandonati
e non adottabili). Sempre maggiori sono gli inserimenti di minori abusati, mentre
non si trovano strutture disponibili ad accogliere adolescenti con patologie
relazionali ormai strutturate o dipendenti da sostanze stupefacenti. Molte
comunità, poi, ospitano minori extracomunitari inseriti in ottemperanza ai compiti
di protezione e tutela, ma i cui bisogni potrebbero essere soddisfatti con servizi
e iniziative diverse, anche meno costose.
Tra progetto e ultima spiaggia
La comunità certo non è e non deve essere la prima risposta ai bisogni.
L’aggravamento delle situazioni che vengono inserite nelle strutture residenziali
78
può essere considerato positivamente in quanto indica che i minori con le
situazioni meno drammatiche, grazie ai servizi di supporto al nucleo, rimangono in
famiglia oppure vengono collocati in affidamento. D’altra parte è legittima la
richiesta degli operatori delle comunità di poter essere considerati come attori di
cambiamento e non solo come «ultima spiaggia» quando non si sa più cosa fare e
forse non c’è più nessuna speranza di cambiamento.
In questa situazione non è sufficiente denunciare una presunta incompatibilità tra
progettualità definita in una dimensione temporale e cultura dell’emergenza.
Occorre forse accettare la sfida di trasformare anche
l’ultima spiaggia in
progettualità innovative. Ma ciò comporta numerosi aspetti di complessità.
Bisogni e ambiti di intervento. Come già evidenziato, i bisogni sono sempre più di
difficile soluzione, differenziati e richiedono risposte diversificate. Nel
contempo,
politiche sociali innovative impongono un preciso collegamento dei
servizi con la comunità locale. Queste due esigenze, in teoria complementari, sono
invece nella realtà operativa difficilmente conciliabili. Infatti, spesso, le
comunità alloggio si caratterizzano per la loro valenza territoriale, ma non sono
in grado di rispondere a molti dei bisogni di residenzialità del territorio; oppure
per
specificità
di
intervento
per
utenza
con
determinate
situazioni
e
caratteristiche, ma hanno scarsi collegamenti con la zona in cui sono ubicate.
Pertanto le tipologie di comunità di cui si è già trattato (educative, di tipo
familiare) devono confrontarsi e considerare la variabile relativa agli ambiti di
intervento. Tali ambiti si ritiene si connotino relativamente:
all’accoglienza di minori di una determinata zona indipendentemente da bisogni e
condizioni che hanno portato alla necessità di inserimento extrafamiliare
(territorialità);
all’accoglienza di minori con problematiche specifiche e comportamenti patologici
già strutturati (terapeuticità);
all’accoglienza anche di minori con problematiche specifiche, comportamenti
devianti e patologici non ancora strutturati (specializzazione).
Vediamo ora un po’ più nel dettaglio i diversi tipi di comunità.
Comunità territoriali. Sono strutture che accolgono minori della loro zona e si
connotano per un elevato livello di apertura con la rete e le risorse locali. Il
cambiamento dei bisogni e dell’utenza impone riflessioni su questo tipo di modello
(1).
Comunità terapeutiche. Una parte dell’utenza che accede o per la quale è richiesto
l’inserimento in comunità pone il problema
di come attuare cambiamenti in
situazioni molto problematiche. Infatti un significativo numero di minori presenta
comportamenti e patologie relazionali o di rapporto con la sostanza già
strutturate.
In
questo
caso
un
«normale»
progetto
educativo
non
innesta
cambiamenti
significativi, in quanto gli stessi sono molto difficili e profondi, ma è
necessario un ambiente più specificamente «terapeutico».
Se questa analisi è condivisibile, occorre allora prevedere comunità educative
«terapeutiche» per specifiche problematiche. Ciò pone alcune questioni, come per
esempio: quali sono le problematiche di competenza di queste comunità? Quali gli
standard e i requisiti? Chi è titolare della competenza di intervento (Asl,
Comuni)? Chi decide gli inserimenti, con quali procedure e con quali garanzie per
evitare accoglienze improprie e negative per lo sviluppo del minore?
Comunità con tipologie di utenza
e situazioni prevalenti. Le comunità
terapeutiche devono essere utilizzate per situazioni molto particolari, a
condizioni e con procedure definite. In caso contrario si favorirebbero risposte
scorrette e processi di ulteriore «stigmatizzazione», con le relative deleterie
conseguenze evolutive.
Peraltro la complessità e la diversificazione delle situazioni e dei bisogni (si
pensi, per esempio, agli abusi) richiede non certo strutture particolari, ma
preparate e competenti su determinati aspetti.
79
Quali sono gli aspetti che necessitano di competenze specifiche (quelli generali li
abbiamo già definiti) e quindi su quali si potrebbero «specializzare» le varie
comunità?
La permanenza oltre i
diciotto anni. L’adolescenza e la mancanza di completa
autonomia tende sempre più a prolungarsi e già attualmente si configura di gran
lunga oltre i diciotto anni. Da questa condizione non sono certo esenti gli ospiti
delle comunità, anzi spesso le difficoltà personali e familiari rendono ancor più
difficile il raggiungimento dell’autonomia. Se è evidente come non sia possibile,
in certi casi, dimettere una persona al raggiungimento della maggiore età, quale
età anagrafica massima deve comportare comunque le dimissioni?
Come già rilevato, alcuni minori entrano in comunità senza nessuna prospettiva di
rientro in famiglia o di autonomia. Si può quindi prevedere che avranno bisogno di
protezione e tutela anche residenziale per tutta la vita. Per questi casi può
essere opportuno prevedere strutture di accoglienza che li ospitino anche dopo la
maggiore età, quindi con utenza mista, derogando al principio della temporaneità
nelle strutture residenziali per minori? Oppure occorre strutturare una rete di
servizi articolata per strutture temporanee
e strutture con compiti di cura e
mantenimento delle abilità acquisite, per un’accoglienza a tempo indeterminato?
Utenza mista minori e adulti. Nelle case famiglia, ma anche in altre strutture
quali le comunità per madre e bambino (comprese quelle terapeutiche per pazienti
psichiatrici e tossicodipendenti), è prevista la presenza di adulti, con problemi
anche gravi, insieme ai minori.
Per quanto riguarda le case famiglia, tale scelta deriva da una encomiabile opzione
valoriale di solidarietà e accoglienza che, attuata nella struttura, può diventare
anche un esempio «educativo» per gli ospiti. È legittimo però chiedersi quali
debbano essere le condizioni e le garanzie perché la presenza di adulti con gravi
problemi non sia di ostacolo allo sviluppo del minore ospite.
Nelle comunità terapeutiche per adulti il bambino segue il genitore che lì si reca
per curarsi. Anche qui occorre sempre chiedersi, caso per caso, se ciò sia
importante al fine di non spezzare legami significativi o se il bambino vada
semplicemente perché ciò è terapeutico per il genitore.
Infatti non si può derogare al principio che il bambino è soggetto di diritti e non
può essere strumento per nessuno, neanche per i propri genitori. Pertanto, anche in
queste comunità, il minore deve avere le sue attenzioni e i suoi spazi e non
semplicemente vivere in funzione dell’adulto.
Comunità e non solo
Le considerazioni precedenti richiamano due questioni generali relative all’utenza
reale e potenziale delle comunità:
da un lato problematiche sempre più difficili da affrontare e gestire, che
richiedono competenze, capacità specifiche e comportano difficoltà per i percorsi
di autonomia;
dall’altro bisogni semplici di tipo primario e di inserimento sociale, cui si
risponde con le comunità in quanto non esistono iniziative e servizi diversi e più
idonei (ad esempio, adolescenti extracomunitari soli).
Riguardo al primo aspetto, la maggiore problematicità dei minori inseriti, comporta
difficoltà maggiori nella progettazione anche relativamente ai tempi di permanenza,
alle dimissioni, all’acquisizione dell’autonomia (2).
La media di permanenza nelle comunità è di circa due anni, ma questo dato non rende
conto delle differenze tra periodi lunghi (in aumento) e pronti interventi che si
«risolvono» in poco tempo (abbandono della comunità, ritorno in famiglia dopo una
fuga, ecc.). L’aumento dei tempi di permanenza e la difficoltà ad attivare percorsi
di autonomia (3) deriva certo dalla complessità dei casi, in particolare dalle
situazioni familiari e dalle condizioni sempre più difficili per il rientro. A
fronte di questa situazione, che quindi richiederebbe un notevole investimento nei
confronti della famiglia di origine, nel momento in cui il minore viene inserito in
80
comunità quasi tutte le energie sono rivolte allo stesso e al suo percorso
evolutivo.
L’aumento dei tempi di permanenza e la difficoltà ad attivare percorsi di autonomia
deriva però anche dalla carenza delle reti sociali. Se si vuole contrastare la
tendenza a percepire e usare le comunità come contenitori per grandi emergenze, non
basta rivendicare nuovi servizi (peraltro sempre meno possibili per la diminuzione
delle risorse), ma occorre ragionare sullo spostamento dell’asse verso la
competenza della comunità locale. Non basta che la struttura di accoglienza si
ponga il problema di come far fronte alla richiesta, come dare autonomia ai
ragazzi, come trovare casa e lavoro. Non basta che questo lo facciano gli altri
servizi. La società in genere, nelle sue forme pubbliche e private, deve farsi
carico di quei «pezzi» di problemi che i servizi non possono, ma debbono prendere
su di sé. La presenza di una rete di opportunità diversificate per l’autonomia
risulta essenziale: non si possono fare progetti standardizzati validi per tutti.
Occorre, invece, poter costruire percorsi individualizzati all’interno di una rete
di occasioni non solo istituzionali e pubbliche, ma anche prodotte dal privato, sia
profit che dell’imprenditoria sociale, e dal volontariato, comprese le iniziative
connesse a specifiche situazioni locali.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, e cioè quello dell’utilizzo «improprio»
delle comunità per bisogni che potrebbero essere soddisfatti altrimenti e a costi
più bassi, si ritiene si debbano sperimentare accoglienze diverse dalle comunità.
Peraltro tali strutture servirebbero anche per favorire percorsi di autonomia dei
minori ospiti di comunità (4).
Nel caso di minori con un certo livello di autonomia, ma per i quali non è
possibile il rientro in famiglia, si ritiene opportuno il ricorso a strutture di
accoglienza
diverse
dalle
tipologie
di
comunità
fin
qui
descritte.
Tale
constatazione nasce dall’esperienza di tutela e protezione di minori soli
extracomunitari ultraquindicenni con elevato livello di autonomia, derivata dalla
cultura e storia personale, con bisogni primari di alloggio e secondari di
inserimento sociale. Per questi ragazzi la comunità si è rivelata incompatibile e
ha comportato o un’accentuata «reattività» nei confronti della struttura e degli
operatori o un adattamento passivo e una regressione rispetto ai precedenti livelli
di autonomia raggiunti. Inoltre, a fronte delle drammatiche condizioni di
emarginazione, ai limiti delle possibilità di soddisfacimento dei bisogni primari,
in cui si trovano molti di questi minori, ci si è chiesti se è meglio attivare
interventi che permettano a molti di fruire di un minimo di condizioni dignitose,
piuttosto che a pochissimi di ottenere il «tutto» di un’accoglienza in comunità.
Infine, in una situazione di non rilevante possibilità di implementazione della
spesa, le comunità non possono essere utilizzate per esigenze non coerenti con le
proprie finalità e cioè per situazioni molto problematiche a livello sociorelazionale.
I problemi della rete
La costruzione e il potenziamento di «reti» che favoriscano l’autonomia dei minori
portano necessariamente a interagire con i soggetti che a diverso titolo sono
coinvolti nella relazione con il minore: la famiglia, la comunità locale, i
servizi.
Supporto alla famiglia. Questa funzione — finalizzata alla valorizzazione e al
recupero delle competenze genitoriali relativamente al minore in comunità — è
esercitata in modo alquanto insoddisfacente dai servizi per una serie di motivi che
potrebbero essere così sintetizzati:
carenza del personale dei servizi territoriali, in particolare assistenti sociali
che, dati i carichi di lavoro, finiscono per «parcheggiare» i minori in comunità
delegando tutte le competenze, compresa quella in oggetto, agli educatori;
carenza culturale, derivata da un’idea della famiglia più come problema che come
risorsa e da politiche sociali tradizionalmente mirate a intervenire su singoli
membri e non a favore del nucleo nel suo complesso;
81
insufficienza, in gran parte conseguente a quanto sopra, di strumenti teorici e
operativi
e
relativa
formazione
degli
operatori
per
il
recupero
della
genitorialità, delle sue risorse e competenze.
Questi fattori favoriscono la tendenza, sempre presente nelle organizzazioni e
quindi anche nelle comunità, all’autoreferenzialità, al sentirsi indispensabili e
quindi
al «tenersi» i minori perché se rientrano in famiglia peggiorano e quindi
si perde tutto il lavoro fatto. Peraltro occorre interrogarsi se il rapporto con la
famiglia, nel senso del recupero delle funzioni genitoriali (quasi come un criterio
di divisione del lavoro), sia competenza dei servizi territoriali, mentre la
comunità si deve occupare del minore. Certo non è semplice lavorare con la famiglia
quando i minori arrivano in comunità con provvedimenti per abusi, maltrattamenti,
ecc. Dove però gli educatori hanno posto come obiettivo questo impegno, i risultati
spesso sono stati positivi.
Occorre fare in modo che la famiglia non senta la comunità come antagonista. Gli
educatori non sono i genitori buoni, e così non devono essere percepiti, ma dei
professionisti che aiutano nelle competenze genitoriali. Spesso, però, gli
educatori in questo percorso sono soli o perché gli altri attori hanno posizioni e
progetti diversi o perché non si interessano (anche solo per i motivi di tempo
sopra espressi). Allora la comunità diventa il solo luogo, anche per i genitori, in
cui puoi essere ascoltato, per i tuoi problemi, in tempo reale. La comunità quindi
si accolla da sola un compito non suo, con gli evidenti rischi di invasività che
distolgono dai compiti cui deve assolvere.
La comunità locale. Se è vero che le strutture residenziali non possono risolvere
tutti i problemi, il ricorso alla comunità locale e ad altre istanze e
organizzazioni sociali risulta alquanto problematico.
In primo luogo relativamente agli operatori. Riconoscere la comunità come
competente
ad
affrontare
i
problemi
significa
riconoscere
che
può
avere
rappresentazioni della realtà, obiettivi, idee di soluzioni e intervento anche
diverse dalle proprie. Significa quindi fare un lavoro di rete che non sia
strumentale e cioè non si può credere di essere i detentori del sapere sociale,
pretendere di imporre il proprio punto di vista, voler ottenere ciò che si
desidera. Implica una grande disponibilità, tutt’altro che scontata, a mettersi in
gioco.
In secondo luogo, spostare le competenze sulla comunità significa, da parte delle
pubbliche amministrazioni, attuare azioni e volontà politiche di valorizzazione
reale e non strumentale (ad esempio, utilizzo del volontariato e delle solidarietà
sociali per un ritiro almeno parziale dalle responsabilità e/o per diminuire i
costi dei servizi).
In terzo luogo significa avere strumenti amministrativi e finanziari molto
flessibili e «spostabili» in relazione ai bisogni e ai progetti (5).
Quali e quanti sono i vincoli che contrastano la flessibilità? Come promuovere
cultura e occasioni di accoglienza e solidarietà nella società come una funzione
attinente alle responsabilità politiche, amministrative e tecniche delle pubbliche
amministrazioni?
Il valore aggiunto nei servizi formali. La presa in carico di «pezzi» dei problemi
dei minori ospiti delle comunità dovrebbe far capo alla comunità locale, alle
istanze e organizzazioni sociali, anche se questo «spostamento» di competenze
risulta particolarmente problematico.
Altrettanto complessa è la questione riguardante il «valore aggiunto» fornito, in
un sistema di welfare mix, dal privato cui vengono affidati servizi formali. In
altri termini, è possibile che «pezzi» dei problemi dei minori in comunità vengano
assunti dall’organizzazione che gestisce la comunità stessa? Come? E quali? Oppure
l’organizzazione affidataria di un servizio deve solo fornire le prestazioni
professionali previste per lo stesso?
82
Di fronte alle difficoltà di presa in carico «sociale», oppure anche per scelta, le
organizzazioni che gestiscono comunità cercano di rispondere ai problemi dei minori
ospiti attraverso soluzioni «interne» all’organizzazione stessa. Tale impegno,
necessario e positivo, deve però evitare il rischio di indurre dipendenza della
persona dall’organizzazione. In caso contrario si finirebbe per ricreare lo spirito
dell’istituto, anche se in forme diverse, cioè quello di un’organizzazione «mamma»
che al suo interno tutto offre.
Governare il plurale
Come già accennato, le politiche sociali di welfare mix, in generale e nello
specifico quelle rivolte alla tutela delle fasce più deboli, devono da un lato
offrire servizi formali, dall’altro aiutare la comunità locale ad affrontare e se
possibile risolvere i problemi che dalla stessa emergono.
Per servizi formali si intendono prestazioni e interventi certi, continuativi, con
standard definiti, gestiti da personale qualificato. Tali servizi sono pubblici in
quanto di pubblico interesse, ma possono essere affidati in gestione al privato, in
particolare alle organizzazioni non lucrative di utilità sociale e al terzo
settore, ove ciò garantisca maggiore efficacia ed efficienza.
Per quanto riguarda le comunità alloggio risulta evidente come la quasi totalità
sia a gestione privata, il che comporta, data anche l’estrema eterogeneità e
pluralità, una funzione di coordinamento e di governo da parte dell’ente pubblico.
Tale funzione comporta competenze programmatorie, di allocazione delle risorse, di
definizione degli standard, di verifica e valutazione di qualità. Risulta quindi
evidente come le politiche delle istituzioni e degli enti pubblici influiscano in
modo assolutamente significativo sulle comunità, sulla loro identità, struttura e
crescita e quindi siano estremamente importanti e strategiche per orientare lo
sviluppo delle stesse.
In particolare risulta importante evidenziare due aspetti:
il primo riguarda la definizione delle tipologie di comunità, dei requisiti e
degli standard di funzionamento (6);
il secondo è relativo alle forme di affidamento a terzi del servizio comunità da
parte degli enti pubblici titolari della competenza.
Si ritiene che le principali modalità debbano essere quelle dell’appalto e
dell’accreditamento.
Nel caso dell’appalto viene instaurato tra ente affidante ed ente gestore del
servizio un rapporto reciprocamente vincolante per un tempo definito, normato da un
capitolato su cui si basa il rapporto contrattuale. Si ritiene che questa forma sia
utile per interventi specifici relativamente ai quali è prevedibile la costanza del
bisogno e può essere utile per verificare interventi costanti per un certo periodo
di tempo (ad esempio, comunità «territoriali» che accolgono minori di una
circoscrizione cittadina e svolgono anche interventi di inserimento diurno). Oppure
deve attuarsi quando occorre attivare servizi sperimentali, necessari e non
presenti «sul mercato» (ad esempio, comunità per bambini da zero a tre anni).
Oppure, ancora, quando occorre avere sempre disponibile il servizio (si pensi alla
pronta accoglienza).
L’accreditamento consiste invece nella disponibilità di una organizzazione a
fornire parte di un servizio e nel riconoscimento
dell’ente affidante. Le
strutture pertanto vengono accreditate sulla base di determinati requisiti e
standard. Nel momento in cui sia necessaria la prestazione
(per esempio,
l’inserimento residenziale di un minore), viene scelta, tra quelle accreditate, la
struttura ritenuta più adatta. Non essendoci un rapporto esclusivo con un
determinato ente pubblico, ne deriva la possibilità per il gestore di scegliere
quali minori accogliere. È evidente quindi che l’accreditamento introduce, nel
nostro caso, una situazione di «quasi mercato». Infatti, il mercato viene
regolamentato da norme e standard, ma all’interno delle stesse si attua un rapporto
di concorrenza non solo tra le varie strutture, ma anche tra gli
enti pubblici
titolari delle competenze. Gli enti tenderanno a scegliere le strutture più
efficaci, efficienti e adatte a rispondere ai bisogni, mentre i gestori tenderanno
83
ad accogliere minori segnalati dagli enti che offrono loro maggiori garanzie.
L’accreditamento risulta, nel caso delle comunità, più adeguato degli appalti per
gli inserimenti a lungo termine di minori con specifici bisogni e caratteristiche,
in quanto permette all’ente di scegliere in modo individualizzato e differenziato
tra strutture presenti «sul mercato» senza esclusivo rapporto con l’ente stesso.
Quanto detto sopra non esclude la gestione diretta della comunità da parte degli
enti pubblici. Occorre però, a questo proposito, almeno nelle poche situazioni dove
ancora esistono comunità per minori a gestione diretta, avviare una riflessione tra
queste strutture e le altre. Finora ci si è limitati infatti a comparare i costibenefici tra le due forme, più che a individuare eventuali diverse peculiarità (7).
Non si ritiene infatti che debbano configurarsi in modo identico a quelle private,
quasi in un sistema di concorrenza peraltro difficile da sostenere, ma piuttosto
che si debbano individuare specificità per le quali è opportuna una gestione
pubblica. Per esempio, sperimentazioni, problematiche per le quali sono necessari
rapporti delicati e complessi con altre istituzioni, quali abusi, procedimenti di
adottabilità, ecc. Inoltre occorre chiedersi se l’assenza, di fatto, di comunità
gestite dagli enti titolari delle competenze di protezione e tutela dei minori non
possa essere considerata almeno inopportuna. È possibile infatti saper controllare
e valutare senza alcuna diretta esperienza gestionale?
Aspetti di complessità
Le diverse modalità di gestione delle comunità pongono una serie di nodi
problematici che vanno approfonditi.
Livelli di competenza. Questa tematica è fondamentale se si vogliono attuare
corrette politiche di accreditamento. Peraltro il Parlamento ha impegnato il
Governo a definire criteri e linee guida. Tale impegno, al momento disatteso,
richiede invece maggiore attenzione
per permettere
di avviare un riordino di
tutta la materia a livello nazionale. Questa esigenza è comunque recepita dal
disegno di legge di riforma dei Servizi sociali attualmente all’esame del Senato.
Occorre pertanto, in primo luogo, decidere i livelli di competenza. Lo Stato deve
fornire criteri, tipologie di strutture e standard generali onde evitare eccessive
differenziazioni territoriali. Le Regioni invece devono individuare tipologie e
standard più specifici. Una particolare attenzione deve essere rivolta al rapporto
tra
tipologie/standard
e
costi.
Infatti,
attualmente
i
costi
sono
molto
diversificati e non sempre a quello più alto corrispondono maggiori prestazioni e
qualità.
Poiché
nelle
comunità
spesso
esistono
disponibilità
ad
attività
volontarie, permane il problema se si paga il servizio o il costo, e quanto
quest’ultimo incide nella scelta dell’inserimento del minore in una struttura.
Autorizzazione al funzionamento e accreditamento. Una seconda questione che si pone
è quella di definire se autorizzazione al funzionamento e accreditamento si
identifichino oppure no, e quindi se gli standard siano identici o diversi.
Una prima posizione è quella di chi sostiene che l’autorizzazione al funzionamento
sia un prerequisito per l’accreditamento e che quest’ultimo debba essere qualcosa
di più della semplice autorizzazione ad aprire la struttura. In base a questa
ipotesi l’autorizzazione al funzionamento si basa su standard minimi e abilita ad
aprire la struttura. Con questa ci si può rivolgere al mercato privato (se esiste)
e/o richiedere l’accreditamento e cioè la possibilità di essere fornitore dell’ente
pubblico. Per esempio, se l’autorizzazione al funzionamento è data sulla base di un
determinato rapporto tra operatori e utenti, l’accreditamento, fatto salvo questo
rapporto, è concesso se il turnover non supera un determinato limite. Conseguenza
di questa impostazione potrebbe essere il fatto che la Regione determina i criteri
e gli standard di autorizzazione al funzionamento, mentre gli enti titolari delle
competenze quelli di accreditamento e l’accreditamento stesso? In tal caso non
sarebbero
necessarie
da
parte
delle
Regioni
provvedimenti
particolarmente
dettagliati e specifici.
La seconda posizione identifica autorizzazione al funzionamento e accreditamento.
In tal caso i provvedimenti di definizione degli standard dovrebbero essere
84
piuttosto dettagliati ed emanati dalle Regioni. L’accreditamento sarebbe di fatto,
quindi,
deciso
dagli
organi
competenti
a
rilasciare
l’autorizzazione
al
funzionamento.
Accreditamento e scelta degli inserimenti. Entrambe queste posizioni non spiegano
però i comportamenti tecnici e amministrativi necessari nel momento in cui i minori
vengono inseriti nella struttura accreditata. Infatti, pur essendo accreditate
varie strutture con identici requisiti, può essere più opportuno inserire quel
minore in una di esse perché, per esempio, più preparata nei confronti di ragazze
che hanno subito maltrattamenti in famiglia. La scelta quindi non è sulla qualità
in astratto, ma sulla qualità relativamente allo specifico bisogno. Infatti, per un
altro caso, potrebbe essere più utile un’altra struttura.
Quali gli strumenti tecnici e quelli amministrativi per assumere in modo corretto e
trasparente tali decisioni?
Accreditamento e qualità. L’accreditamento come sistema di «quasi mercato» permette
in quanto tale la qualità? Oppure, oltre alle «garanzie» della concorrenza, per
l’applicazione della qualità occorre altro?
Controllo e valutazione. Con il termine controllo si intende quel processo di
verifica
degli standard
e degli adempimenti previsti. È evidente come il
controllo non sia sufficiente soprattutto in servizi alla persona caratterizzati
dalla fornitura di prodotti che non sono fini a se stessi, ma strumenti per il
miglior benessere possibile del cliente.
Pertanto la valutazione sposta l’accento dal controllo burocratico di adempimenti
formali (pur necessario) alla qualità. Per qualità si intende un complesso
multifattoriale che comprende efficacia, efficienza, definizione e controllo dei
processi di produzione, analisi dei prodotti e dei risultati derivati dagli stessi,
soddisfazione dei clienti e degli altri attori istituzionali e sociali. Non solo,
ma la qualità comporta percorsi di autovalutazione attraverso, per esempio, veri e
propri «manuali di qualità», momenti di eterovalutazione e confronti tra i due
livelli.
Occorre aspettare che lo Stato e le sue varie articolazioni istituzionali decidano
i criteri di accreditamento e i requisiti di qualità? Oppure non è ora che gli enti
gestori delle strutture residenziali non solo si autovalutino (cosa che forse
ognuno fa al suo interno), ma portino a conoscenza i sistemi di autovalutazione e i
risultati? E ancora, il confronto, attraverso la conoscenza reciproca e i processi
di trasparenza, non è il sistema più opportuno per favorire il confronto culturale
e passare da culture di singoli servizi a indicatori e percorsi condivisi? E i
sistemi di accreditamento e qualità non possono non fondarsi su basi culturali
comuni, se non vogliono semplicemente ridursi a meri adempimenti burocraticoamministrativi (8)?
Conclusioni
Le comunità per minori, a partire dagli anni Settanta, si sono sviluppate su tutto
il territorio nazionale anche se in modo molto differenziato. Inoltre, varie leggi
e provvedimenti nazionali le hanno legittimate come importanti componenti della
rete dei servizi individuando però
genericamente obiettivi, funzioni e nulla
dicendo relativamente a tipologie e criteri per la definizione di requisiti e
standard.
Anche per i motivi di cui sopra (oltre che, naturalmente, per la diversità dei
bisogni e le peculiarità delle singole organizzazioni di gestione) queste strutture
si sono sempre più connotate in modo molto differenziato, con un insufficiente
confronto tra loro e un significativo livello di autoreferenzialità.
Oggi non si tratta sicuramente di scegliere un modello da preferire ad altri ma,
proprio perché la diversità sia ricchezza e non caos, è necessario individuare
alcuni «paletti» e «regole del gioco». A tale scopo si sono individuate le seguenti
tematiche:
85
definizione di comunità, finalità, obiettivi, funzioni e requisiti generali;
modelli di comunità e requisiti gestionali di ciascun modello;
aspetti teorici, tecnici, organizzativi connessi alla situazione e ai bisogni
dell’utenza reale e potenziale;
rapporti tra enti pubblici titolari delle competenze ed enti gestori;
riferimenti teorico-operativi nel lavoro educativo.
Si
è
cercato
di
fornire
prime
risposte
a
queste
tematiche
attraverso
approfondimenti, proposte, individuazione di ambiti di complessità. Le comunità per
minori devono tutte avere finalità e obiettivi generali comuni, connessi ai compiti
e al ruolo all’interno della rete dei servizi. Inoltre, comuni devono essere alcuni
requisiti strutturali e gestionali. Si sono qui presentate specifiche proposte in
proposito. Partendo da criteri e indirizzi omogenei le comunità si possono
articolare in tipologie diverse in base a una serie di variabili, quali numero,
tipo e professionalità degli operatori, rapporto operatori-utenti, presenza o meno
di personale residente, tempi previsti di permanenza, organizzazione per turni o
presenza stabile.
In relazione a questa e ad altre variabili sono state individuate le seguenti
tipologie: comunità educativa, comunità di pronto intervento, comunità di tipo
familiare e casa famiglia.
In particolare sono state evidenziate le differenze tra comunità educative e
comunità di tipo familiare/case famiglia. Le prime si basano su un sistema
organizzativo e sul lavoro professionale, le seconde su motivazioni valoriali e di
scelta di vita. Ci si è chiesti se tali differenze siano soltanto di tipo
«strutturale» e non incidano sulle scelte relative alla tipologia e alle condizioni
dell’utenza da inserire. E ancora, come si collochino ciascuna all’interno delle
politiche sociali di welfare mix e community care.
Inoltre sono state affrontate altre tematiche relative a questa tipologia, quali
l’opportunità di posti o di comunità di pronto intervento, l’opportunità di una
divisione per fasce d’età, la permanenza oltre i diciotto anni, la presenza di
utenza mista (minori e adulti).
Le situazioni e le caratteristiche dei minori inseriti o per i quali si richiede
l’inserimento
interrogano
le
strutture
residenziali
su
alcuni
aspetti
di
complessità. Infatti, si riscontra una sempre maggiore presenza di minori con
problematiche
personali
e
familiari
molto
gravi,
comprese
situazioni
con
comportamenti patologici già strutturati. Al contrario, si riscontrano inserimenti
di minori (in particolare adolescenti extracomunitari soli) che, per esigenze di
protezione/tutela, vengono ospitati presso queste strutture pur non avendo
necessità degli interventi delle stesse.
Gli aspetti di complessità che ne derivano sono stati così identificati:
la territorialità, intesa sempre meno come accoglienza di minori della zona e
sempre più come collegamento in rete con le risorse del territorio;
la terapeuticità, cioè la necessità di strutture specializzate per minori con
specifiche patologie relazionali o dipendenze dalle sostanze ormai strutturate. Qui
la questione riguarda quali problematiche siano di competenza di queste comunità,
chi decida gli inserimenti e con quali procedure e garanzie, per evitare
accoglienze improprie e negative per lo sviluppo del minore;
la
specializzazione,
cioè
l’accoglienza,
in
prevalenza,
di
minori
con
problematiche specifiche ma senza patologie già strutturate. In questo caso ci si
chiede per quali aspetti e problematiche sia opportuno che le comunità differenzino
le loro competenze;
il rapporto con la famiglia di origine e la mancanza di una cultura e prassi
operative di relazione con la stessa, miranti al recupero delle competenze
genitoriali;
l’utilizzo improprio delle comunità per minori con un elevato grado di autonomia e
la conseguente necessità di sperimentare un diverso tipo di strutture residenziali,
utili anche per la dimissione e l’autonomia progressiva dei minori già ospiti in
comunità;
86
la carenza delle reti sociali di supporto. Occorre una maggiore presa in carico da
parte della comunità locale dei bisogni dei minori presenti nelle comunità. Questa
giusta istanza incontra molti ostacoli, quali comportamenti autoreferenziali degli
operatori, posizioni di welfare residuale da parte di politici e amministratori
pubblici, rigidità nell’utilizzo e nella riconversione delle risorse, comprese
quelle finanziarie. Peraltro la rete è essenziale perché a situazioni e bisogni
diversificati non possono corrispondere risposte uniche e standardizzate, ma una
rete di opportunità che permetta percorsi individualizzati;
il valore aggiunto dei servizi formali. I «pezzi» di problemi dei minori
dovrebbero
essere
assunti,
oltre
che
dalla
comunità
locale,
anche
dalle
organizzazioni che gestiscono le comunità, le quali potrebbero fornire un «valore
aggiunto» alle specifiche prestazioni previste per la gestione della struttura
residenziale. Tale disponibilità, in sé positiva e auspicabile, può presentare dei
rischi se si trasforma nell’unica risorsa che il minore ha a disposizione. Ciò
infatti finirebbe per creare dipendenza dall’organizzazione che gestisce le
comunità, riproducendo di fatto le dinamiche degli istituti tradizionali.
Se, come il titolo dice, quello di comunità è un concetto plurale (tipologie,
esperienze, ecc.), ne deriva la necessità di un governo della pluralità. Governare
la pluralità significa in primo luogo definire tipologie di comunità, requisiti e
standard di funzionamento, nonché i livelli di competenza nella determinazione ed
esecuzione degli stessi. Secondo, significa definire le modalità (pur non
escludendo la gestione diretta) di affidamento a terzi da parte degli enti pubblici
titolari delle competenze. Sono state individuate come vie principali quelle
dell’appalto e dell’accreditamento.
Il sistema dell’accreditamento, quello che si prevede più diffuso per le comunità,
implica la definizione del rapporto tra autorizzazione al funzionamento e
accreditamento, nonché questioni relative alla valutazione di qualità. Infatti, la
concorrenza che l’accreditamento introduce non può da sola garantire il rispetto di
tale requisito.
Molte delle questioni trattate in questo contributo rimangono quindi ancora aperte.
Così come non è stata affrontata quella fondamentale dei modelli teorico-operativi
nella gestione delle comunità. La speranza è che qualche «paletto» sia stato posto
e l’augurio che il dibattito e il confronto continuino.
(1) Per quanto riguarda la valenza territoriale, nell’esperienza torinese, per
esempio, quasi tutte le comunità pubbliche o in convenzione si sono strutturate a
livello circoscrizionale, cioè per accogliere minori di un territorio ben definito.
Alcune poi hanno organizzato il proprio intervento in modo flessibile (con
l’educativa territoriale o accogliendo minori sia a livello residenziale che
diurno). Inoltre hanno investito molto nel lavoro di rete, non solo per i propri
ospiti, ma anche a favore di minori della circoscrizione. In sostanza, si tratta di
comunità aperte e collegate alla realtà locale.
Nonostante l’indubbia validità dell’esperienza, tali strutture non sono però in
grado di affrontare tutti i bisogni dei minori del loro territorio di riferimento.
Per esempio, le emergenze, i pronti interventi, gli allontanamenti urgenti disposti
dall’autorità giudiziaria; ma anche situazioni specifiche di esigenze di minori con
gravissimi problemi relazionali, inseriti nel circuito penale, oppure che
necessitano di un ambiente non cittadino o lontano dalle influenze negative di
gruppi di coetanei, ecc.
Il cambiamento di esigenze e tipologie di minori inseriti porta le comunità ad
accogliere sempre meno minori della circoscrizione di riferimento e, quindi, a
essere sempre meno territoriali in termini di utenza. Permane invece, e deve
ulteriormente potenziarsi, la connotazione di territorialità relativamente alla
rete di risorse e alle relazioni con le stesse. Peraltro la territorialità intesa
in questa accezione dovrebbe essere requisito di ogni comunità.
(2) A Roma, per esempio, è stato stilato un protocollo di intesa con l’autorità
giudiziaria minorile, che definisce percorsi e tempi al fine di evitare il più
possibile sia un’eccessiva permanenza nelle strutture (in particolare per i minori
87
da zero a tre anni), sia passaggi da una comunità all’altra per motivi prettamente
anagrafici.
(3) Una ricerca dell’Ufficio minori del Comune di Torino ha evidenziato la tendenza
alla «cronicizzazione» del bisogno assistenziale. Infatti il numero di minori
seguiti con interventi di educativa territoriale, centri diurni, affidamenti
familiari, strutture residenziali, negli anni tende ad aumentare non a causa di un
incremento delle situazioni nuove, ma per una diminuzione del numero di
«dimissioni». Tale trend è confermato in parte anche per le comunità, dove la
diminuzione di presenze nel 1997, rispetto all’anno precedente, è dovuta più a un
decremento delle ammissioni che a un aumento delle dimissioni.
(4) Queste considerazioni hanno portato a sperimentazioni di strutture residenziali
diverse. Per esempio, a Reggio Emilia sono sorte unità semiautonome di convivenza
guidata. A Torino (vedi anche Tosco L., Accoglienza residenziale con adolescenti
extracomunitari, in «Animazione Sociale», 8/9, 1997) sono state avviate strutture
di accoglienza per emergenze con funzione di filtro, case di ospitalità notturna
per adolescenti ultrasedicenni, alloggi per convivenze con elevato livello di
autogestione, iniziative a bassa soglia di accesso, quali mense, lavanderie, docce,
posti letto, interventi di educativa di strada, progetti di «tutela civile» a
gestione del volontariato.
Queste sperimentazioni, finora utilizzate quasi esclusivamente a favore di minori
extracomunitari, richiedono una riflessione circa l’opportunità di estensione, le
condizioni e l’età per la loro fruizione.
(5) Nel settore socio-assistenziale il Comune di Torino assegna alle circoscrizioni
risorse di personale e di servizi, mentre è praticamente irrisorio il trasferimento
di risorse finanziarie. Ciò comporta rigidità in caso di progetti innovativi. Per
esempio, se un servizio locale trova le risorse per attivare sul suo territorio una
convivenza guidata, chi paga l’affitto e le spese di gestione dell’alloggio?
Al contrario, il Comune di Roma ha decentrato alle circoscrizioni il budget
finanziario, ma le risorse di personale sono inferiori a quelle di Torino, pur
essendo gli abitanti più del doppio. In questo caso i soldi ci sono ma mancano le
risorse umane per pensare e fare progetti. Chi ha il personale per fare i progetti
non ha i soldi per attuarli e chi ha i soldi non ha il personale per farli!
(6) In mancanza di una normativa nazionale, le varie regioni hanno assunto
provvedimenti anche piuttosto diversi.
La Regione Lombardia ha individuato standard gestionali e strutturali piuttosto
articolati
e
dettagliati.
Tali
standard
definiscono
l’autorizzazione
al
funzionamento che permette eventuali convenzionamenti da parte degli enti locali.
La convenzione tipo generale con le specificazioni ulteriori per le singole
tipologie (comunità di pronto intervento, di pronta accoglienza, per progetti a
medio-lungo termine) è stata definita dalla Regione. Contestualmente è stato
avviato un piano sia per il finanziamento di ristrutturazioni che per la
riqualificazione professionale.
La Regione Emilia Romagna ha deliberato una direttiva
meno specifica di quella
della Lombardia, in cui vengono definite tipologie e requisiti minimi in base ai
quali è concessa l’autorizzazione al funzionamento. Le convenzioni tra ente
pubblico ed ente gestore sono stipulate sulla base di elenchi di strutture
«convenzionabili» decise dalla Regione.
Le Regioni Lazio e Piemonte hanno assunto deliberazioni che normano i requisiti
strutturali, mentre quelli gestionali sono piuttosto generici.
Per quanto riguarda i capoluoghi di regione, Milano ha convenzioni con circa 350
strutture e contributi a strutture gestite dal volontariato. Il Comune di Roma non
prevede contributi, ma ha convenzioni e inserimenti con pagamento «a retta». Il
Comune di Torino gestisce direttamente sette comunità, quindici tramite appalto, e
inserisce minori con il sistema «a retta» in una cinquantina di strutture.
(7) Le comunità pubbliche risultano funzionanti solo a Torino, Trieste e Parma. Non
risulta che se ne intendano aprire altre e nemmeno potenziarle dove già esistono.
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(8) La Regione Lombardia ha definito i requisiti per l’autorizzazione al
funzionamento in modo molto articolato, mentre l’Emilia Romagna, pur essendosi
dotata di un provvedimento, è meno specifica. Piemonte e Lazio hanno assunto
provvedimenti specifici relativamente agli standard strutturali, ma molto generali
rispetto a quelli gestionali. Queste differenze sono connesse
a scelte legate al
periodo in cui i provvedimenti sono stati emessi, alla storia e alla cultura dei
servizi di quel territorio, alla situazione delle strutture, alle risorse messe in
campo per poter rispettare i criteri individuati. Le variabili che compongono le
scelte di cui sopra sono tante e complesse, così da rendere essenziale, pur
permanendo la competenza dell’ente pubblico, un’ampia consultazione con le forze
sociali e con i gestori delle strutture. Tale concertazione è da assumere non solo
in sede di istruttoria del provvedimento che definisce tipologie e standard, ma
anche successivamente in sede di monitoraggio e verifica degli effetti del
provvedimento.
Inoltre è importante definire, contestualmente alle norme transitorie, e al fine di
non rendere le stesse di fatto definitive, programmi di supporto per l’adeguamento
agli standard decisi, quali progetti di riqualificazione del personale, prestiti
agevolati per ristrutturazioni, ecc.
LEZIONE 6
Minori ed organizzazioni criminali di Luigi Ciotti
C’è un effetto dell’oppressione mafiosa su cui non ci si sofferma ancora a sufficienza. Ed è
quello del furto di futuro a danno delle giovani generazioni. Bisogna tagliare alla radice le
cause che sottintendono la scelta criminale e talvolta anche i destini personali e in questo la
scuola ha un ruolo determinante. Circa il 90 % dei casi della dispersione nella scuola
dell’obbligo avvengono nell’Italia meridionale, con una punta del 30 % in Sicilia. Il 76 % dei
minori che vivono ai margini della legalità è analfabeta, o al massimo ha raggiunto la licenza
elementare. E’ evidentissimo lo stretto rapporto tra criminalità minorile, tasso di
scolarizzazione e condizione sociale. Lavoro, istruzione, informazione, salute, casa, servizi,
qualità della vita sono i punti su cui lavorare, insieme, società civile ed istituzioni. Insieme,
perché solo così si costruisce in maniera duratura, mentre troppo spesso purtroppo
assistiamo ancora oggi a conflitti, a lacerazioni, all’interno spesso delle istituzioni. Conflitti
che finiscono per creare sfiducia, disorientamento; conflitti che allontanano i cittadini dalla
politica, che fanno riemergere il pessimismo. Arrestare i boss è importante ma sicuramente
non sufficiente. La mafia è un parassita: un parassita che vive, si rafforza, si riproduce in un
corpo malato, contribuendo a perpetuarne le patologie. Allora per estirparlo fino in fondo - e
veramente - occorre non soltanto attaccare le manifestazioni del male, ma anche guarire il
corpo, rigenerandone i tessuti. Occorre predisporre strumenti di intervento mirati, che diano
ai cittadini la certezza di uno Stato, di una classe politica, sempre vigili, sempre compatti.
Non di uno Stato, di una classe politica che sanno, provvisoriamente, scuotersi
dall’endemico torpore che li caratterizza soltanto se pungolati da uno shock, da un trauma di
una strage o di omicidi particolarmente gravi, appena commessi.
Gli atti giudiziari, gli stessi certificati penali di moltissimi soggetti condannati per gravi reati
legati alle attività della mafia tracciano il percorso di una sorta di apprendistato criminale,
iniziatosi prima del compimento della maggiore età. Tragica riprova di questo controllo sui
minori operato dalle cosche sono le feroci esecuzioni riferite da alcuni collaboratori di
89
giustizia e di cui sono stati vittime alcuni minorenni che a Palermo, come a Catania, non
hanno rispettato le “regole” non scritte di Cosa Nostra ed hanno commesso reati senza
l’assenso di chi, in una determinata zona, rappresentava l’autorità criminale.
Dalla manovalanza del contrabbando di sigarette e dello spaccio di droga, ai reati contro il
patrimonio, alle estorsioni, il minore viene usato ed addestrato dalla mafia. Assistiamo così
ad una serie di passaggi dei ragazzi più “svegli”, più “capaci”, che dalla rapina con il coltello
ai danni di un passante, chiamata nel loro gergo il “fermo”, giungono alla rapina classica e
poi, se veramente “affidabili”, alla commissione di omicidi per conto della mafia.
Questi ragazzi sono quelli che, con un’espressione sicuramente poco felice, oggi vengono
denominati dalla stampa “baby-killers” minori la cui età anagrafica appare terribilmente
sproporzionata rispetto alla gravità dei delitti di cui si sono resi colpevoli. Per questi il
Malaspina, il carcere minorile di Palermo, è spesso una sorta di passaggio obbligato, di
attestato di professionalità nel crimine, di cui fregiarsi all’esterno con i coetanei e,
soprattutto, con quegli adulti ai cui occhi essi devono apparire sempre più bravi. Alcuni di
quei minori omicidi, poi, fatto un salto di qualità diventano affiliati di rango dei clan mafiosi.
Da qualche tempo a questa parte si sono moltiplicati gli studi anche sulla psicologia dei
mafiosi. Per vedere quali sono le molle caratteriali, comportamentali, le esperienze, anche, di
vita che possono aver portato qualcuno a questa scelta.
Perché influiscono molto le compagnie. Frequentando i compagni, uno devia...
Però, magari, ero più portato ad un altro tipo di compagnie... Io penso che, non dico chiunque, però una
buona percentuale nell'infanzia si può deviare, anche se hanno dei meravigliosi genitori, se hanno dei genitori
che non gli fanno mancare niente, che gli danno un'educazione: basta una cattiva compagnia, un
coinvolgimento in un qualcosa... Io ho frequentato sempre gente più grande di me, più criminale di me. Forse
questo ha influito.
Perché io che ho vissuto in un certo ambiente degradato, logicamente... è stato facile per me incontrare delle
male compagnie, trovare dei ragazzi, delle conoscenze, non di gente che magari andava a studiare o andava a
lavorare - anche se ne ho avuti di questi amici così da ragazzino. Vede, un famigliare di un giudice frequenta
un certo ambiente, il nipote, il fratello, il cugino, perché sono di famiglia.
E allora se noi mettiamo poi che in Sicilia non c'è niente, che la Sicilia è abbandonata, già da ragazzini si
vive sula strada. Sarà un'altra cultura, non lo so, però è così. E allora è così che si fanno le amicizie; è così
che si inizia. Ma quando io, da ragazzino, una volta ho rubato una frutta, un'altra volta ho rubato... cioè
sono cresciuto così, chi è che me lo va a dire di cambiare? Ormai le mie amicizie me le sono scelte, ormai le
frequentazioni che io faccio già sono catalogate: io frequento delle persone che sono del mio stesso ambiente, e
quando frequento persone che sono al di fuori del mio ambiente, io mi tramuto, faccio finta che sono in un
ambiente pulito, sano.
(..) Nessuno mi diceva:
Nino, ma cosa stai facendo? Togliti da queste persone, non ti mettere in questi guai.
90
(…) Già c'erano delle persone che mi osservavano, a mia insaputa, che mi osservavano...Vieni guardato da
ragazzino, poi si viene inseriti in un'organizzazione, piano piano, magari facendogli fare delle piccole cose. E
poi, piano piano che si cresce, la gente vede, sempre in base all'ambiente dove si vive, dove si frequenta, e viene
osservato; viene osservato... fino a quando gli viene fatta la proposta di far parte dell’organizzazione...
Poi sono cresciuto, ormai avevo fatto la mia scelta, ormai ero dentro ad un meccanismo, forse
inconsapevolmente, ma c'ero entrato... non me ne rendevo conto, ma c'ero entrato.
(Da Vita da clan, di S. Lodato, edizione EGA)
Allegato 1: da
VITTIME ASSOLUTE di R. Scifo
Alfio è un bel bambino, di quelli paffutelli che ti immagini leccarsi le dita sporche di cioccolato e
conquistarsi con facilità le coccole dei parenti; poi incontro i suoi occhi, dolorosamente altrove. La
madre è molto giovane, tesa, gli occhi cerchiati, ha in braccio una bimba di circa due anni, quasi adesa al
volto della donna.La diffidenza nel darmi le informazioni necessarie alla stesura dell’anamnesi è
evidente;è quasi sempre così in questo quartiere, devo ricordarmi che io rappresento le istituzioni e non
sono stati loro a cercarmi. Devo chiedergli del padre di Alfio, la signora scoppia in lacrime, si riprende ,
la bimba si attacca sempre più, Alfio ha gli occhi puntati su di me ma non mi guarda: <<I bambini ci
sono abituati, mi capita tutti i giorni di piangere, Alfio mi chiede di suo padre ed io non so cosa dirgli>>.
Faccio giocare i bambini nell’altra stanza, Alfio è paziente con la sorellina che tiene d’occhio la mamma
dalla porta semiaperta.
Lupara bianca: così vengono definite le scomparse di affiliati all’organizzazione mafiosa di cui non si sa più nulla,
il cadavere non verrà mai ritrovato. A mamma di Alfio si aggrappa alla speranza di una fuga precipitosa in
qualche rifugio lontano; il coinvolgimento nelle attività criminose del marito viene riconosciuto dolorosamente
ma è in secondo piano rispetto alle qualità di marito e di padre, qualità semplici, ovvie, mai idealizzate.Alfio mi
racconta che a scuola le parole della maestra non le sente nemmeno, vorrebbe essere a casa accanto alla mamma
ad aspettare, oppure a volte immagina papà che bussa alla porta della classe e lo porta via, al chiosco delle
bevande dove si fermavano a bere insieme la bibita con lo sciroppo di mandarino; però, non potendo piangere una
morte che non si vede e che non si può pensare, Alfio sogna di notte la verità, dolorosa ma non quanto il dubbio
dell’abbandono.
Avvenimenti drammatici di questo tipo ostacolano pesantemente quel processo mentale, descritto nella psicologia
psicoanalitica, definito elaborazione del lutto. Il superamento dell’angoscia legata alla perdita della persona amata
diventa a volte impossibile se l’evidenza dell’irreversibilità ella scomparsa non c’è; diventa quasi naturale
aggrapparsi alla speranza e strutturare una forte negazione della morte dell’oggetto d’amore, soprattutto se
quest’ultimo costituiva il principale modello identificatorio nel processo di costruzione della propria identità. Per
sviluppare un concetto di sé, un’autoimmagine positiva, il bambino tende ad idealizzare la figura genitoriale
identificatoria, isolandone anche i frammenti di affettività espressa.
Una fredda e raziocinante critica della devianza sociale del genitore “mafioso” è possibile solo molto dopo, in
genere non prima dell’adolescenza, ma senza intaccare troppo quegli aspetti positivi, forse in parte idealizzati,
spesso sicuramente reali. Il dibattito scaturito da certe dichia razioni della figlia di Totò Riina, capro espiatorio
massimo del male “mafioso”, con atteggiamenti pedagogici moraleggianti di molti intellettuali, mi hanno fatto
ritornare in mente le tante storie, come quella del piccolo Alfio, di quelle che sono le vittime assolute
dell’ambiente mafioso.
Che tipo di aiuto potrò dare ad un bambino come Alfio? Credo ben poco. Intanto riconoscere il suo dramma e
spronare la scuola a fare altrettanto, evitando ovviamente di spacciarlo per handicappato; fare in modo che i suoi
occhi possano ricominciare a fissarsi nuovamente su quelli di qualcuno in grado di condividere il suo vissuto
senza giudicarlo. Aiutare la madre a tirare fuori il proprio dolore senza il timore di doverlo nascondere come
91
una colpa, affinchè possa gradualmente essere in grado di contenere, dopo avere liberato le proprie, le
angoscie dei figli guidandoli all’accettazione della realtà.
Luca è un ragazzino violento; in classe, dicono le insegnanti della scuola media che frequenta, ha
atteggiamenti da boss con i compagni che lo devono rispettare; non pretende granchè ma ogni minimo
disturbo, scherzo o atteggiamento troppo confidenziale viene sistematicamente punito con esplosioni di
violenza fisica.
Blocco drasticamente sul nascere la esplicita richiesta delle insegnanti: certificazione di handicapinsegnante di sostegno, panacea per tutti i problemi della scuola, l’unica risposta possibile, la delega, lo
scarico di responsabilità, il pragmatismo di chi la scuola la conosce e la vive tutti i giorni a differenza
del medico, estraneo, tutto teoria e niente fatti.
Il padre di Luca ha abbandonato moglie e figlio già da molti anni, si è trasferito al Nord, si fa vedere e
sentire un paio di volte l’anno. La madre è riuscita a trovare lavoro con una cooperativa di servizi di
pulizia per locali condominiali; sta fuori casa tutto il giorno. Luca aveva sostituito la figura paterna
assente con uno zio materno, aveva venticinque anni quando lo hanno ammazzato. E’ stato Luca a
trovare il cadavere, crivellato da colpi di pisto la, riverso in una pozza di sangue all’interno del suo
garage in cui , spesso con l’aiuto del nipote, effettuava interventi di manutenzione della motocicletta.
Sia la madre del ragazzo che Luca negano la probabile appartenenza della vittima alla criminalità
organizzata, parlano di tragico errore di persona. Da allora, son passati ormai quattro anni, Luca non
riesce più a dormire sereno la notte, spesso chiede alla madre di ospitarlo nel suo letto. A scuola mostra
momenti di affabilità e gentilezza nei confronti di alcuni insegnanti che cercano con lui un dialogo alla
pari, si chiude a riccio se percepisce atteggiamenti pregiudiziali, se intuisce l’etichettamento, non fa altro
che confermare il ruolo che gli viene riconosciuto. Durante il pomeriggio è completamente solo da
quando non c’è più lo zio ed è stato visto frequentare compagnie considerate nel quartiere dedite alla
microcriminalità.
La madre è molto preoccupata e sta cercando di trovare un lavoro che le permetta di essere presente in
casa al pomeriggio.
In ambulatorio Luca non mostra alcun atteggiamento tipico dei ragazzi che stanno organizzando una
personalità “sociopatica”, è molto garbato, attento, riesce a criticare le proprie azioni, ad esprimere i
propri vissuti, non mostra diffidenza nei confronti di chi lo ascolta senza giudicarlo. I suoi pensieri, le
sue fantasie, le sue angosce sono tutte venate dalla costante della perdita. Perduto il padre, perduta in
parte la madre (anch’essa vittima di abbandoni), perduto lo zio amato con l’irruzione drammatica di un
persecutore misterioso e spietato che ha fatto scempio delle sue speranze.
Le alternative per Luca erano la resa totale con la caduta nella depressione franca o la reazione
evacuativa della rabbia
interiore sotto forma di aggressività. Il meccanismo intrapsichico
dell’identificazione con l’aggressore è ben conosciuto: è lo stesso che porta genitori che da bambini
hanno subito violenze ad essere a loro volta violenti nonostante il ripudio razionale della stessa; tale
dinamica si esprime anche su identità sociali, etniche o religiosi, per cui popoli vittime di persecuzioni si
trasformano a loro volta in persecutori, la storia purtroppo ne è piena. Luca vede i propri compagni di
scuola a volte in compagnia dei genitori, immagina comunque la loro presenza, la sua autoimmagine ne
esce sistematicamente perdente, la rabbia è conseguente così come il dubbio: forse non è stato in grado
di conquistarsi l’amore paterno, non è stato in grado di difendere lo zio, di fargli bastare la sua presenza.
Luca fa un sogno: uccide con rabbia un uomo sconosciuto che però sa essere l’assassino di suo zio, con
orrore riconosce nel cadavere il volto di suo padre, si sente disperatamente solo e si rende conto di
essere anche lui un assassino. La situazione estrema vissuta dal ragazzo rende quasi inestricabili le
fisiologiche angosce edipiche (la rivalità con la figura paterna che si è sottratta, spingendo il ragazzo a
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pretendere il suo posto accanto alla madre) caricandole dell’ulteriore senso di colpa per la sostituzione
affettiva del padre con lo zio.
Però Luca non sta utilizzando un modello per lui positivo, come accade nel percorso classico di
iniziazione criminale e mafiosa in particolare; Luca così facendo riesce a tirare fuori la rabbia e
contemporaneamente a punirsi per le sue presunte colpe. Per questo quando entra in rapporto con
qualcuno che riconosce il suo vero ruolo di vittima assoluta, è costretto ad abbandonare la parte del
“cattivo”. Come fare però a cancellare dalla sua mente l’orrore che ha vissuto, a non pensare che ciò che
è accaduto potrà accadere di nuovo, a recuperare speranze per il futuro e fiducia in se stesso?
Quel prete prendeva i ragazzi dalla strada di Luigi Ciotti
Al processo degli assassini di padre Pino Puglisi, quando gli è stato chiesto perché l’avevano
ucciso, hanno risposto: ”Quel prete prendeva i ragazzi dalla strada, ci martellava con la sua parola, ci
rompeva le scatole”. Auguro a tutti, come cittadini, come insegnanti, di essere capaci di rompere
le scatole. E’ un’espressione che ci permette di capire con molta chiarezza che rompere le
scatole significa andare contro corrente, significa amore di verità e giustizia per una società
che fa emergere i diritti delle persone. Puglisi prendeva i ragazzi dalla strada perché è
importante recuperare la strada in senso positivo. Cercava di far in modo che questi ragazzi
abitassero il loro territorio. Le mafie hanno devastato il territorio, l’hanno occupato e lo
controllano. Mentre la criminalità con tutti i suoi volti è preoccupata di controllare il
territorio, Don Peppino nel suo quartiere di Brancaccio invece faceva abitare il territorio,
faceva trovare i propri spazi ai ragazzi. Per questo alle 20,40 del 15 settembre 1993 un colpo
di pistola ha ucciso don Puglisi, parroco della chiesa di San Gaetano, nel quartiere
palermitano di Brancaccio. Un solo colpo: alla nuca, vile, preciso e definitivo. Un colpo solo
per spegnere la vita di Padre Pino Puglisi, “tre P”, come lo chiamavano i ragazzi, non certo
per minor rispetto, ma, all’opposto, per quel profondo affetto e quell’amichevole familiarità
che quell’uomo buono e coraggioso, quel prete dallo sguardo un po’ triste e sorridente, aveva
saputo conquistarsi tra i fedeli e la gente del quartiere. Un colpo solo per zittirlo, per fargli
smettere di “invadere” il territorio organizzando centri sociali e di accoglienza, spazi e
momenti di aggregazione, come quel centro “Padre Nostro” frequentato da tanti giovani o
quel Comitato degli inquilini di via Hazon. Luoghi di incontro, veri e vivi, in cui si disputava
di come migliorare la vita del quartiere, dei problemi da affrontare e delle attività da
promuovere per risolverli, fossero questioni di chiesa o di scuola, di verde pubblico o di
famiglie in difficoltà da sostenere. La pistola degli omicidi era silenziata, ma l’eco di quel
colpo arriva forte anche ad anni di distanza. Un fragore che non cessa di ferire le orecchie, di
rimbombare nei cuori e nelle coscienze di molti, nella società civile e forse anche in chi lo ha
ucciso.
Allegato 2: dai verbali della requisitoria finale del processo per l’assassinio di Pino Puglisi 14
aprile 1998
Il teste Porcaro Gregorio all’udienza dell’11 novembre 1997 ha confermato le dichiarazioni rese all’udienza
(...). Aveva conosciuto padre Puglisi, quando aveva l’età di otto anni (...) gli aveva insegnato a dir messa e
con lui aveva instaurato un duraturo rapporto. Don Puglisi era divenuto il suo padre spirituale ed il suo
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contatto lo aveva portato a scegliere la via del sacerdozio. Nell’ottobre del 1992 era divenuto suo viceparroco. Col padre Puglisi aveva vissuto esperienze entusiasmanti nel quartiere Brancaccio: “il suo modo di
lavorare fuori dall’ombra del campanile .... era un prete.....che appena arrivato in questo quartiere vedendo un po’ tutte le
problematiche che aveva, un quartiere senza niente, senza servizi ....... ha cominciato a sensibilizzarsi, sicuramente anche a
partire dalla storia dei bambini di questo quartiere che giocavano in mezzo alla strada oppure li vedeva rubare a destra o a
sinistra, a rompere i vetri delle macchine, rubare degli stereo e cose varie... cominciò a rivolgersi soprattutto ai bambini, ma non
solo a loro, alle ragazze, ai giovani, un po’ a tutta la gente ..... col suo modo di fare sorridente....” Era di carattere schivo e
riservato, preferendo l’impegno quotidiano alle azioni spettacolari, ma per il suo attivismo che si esprimeva
nell’organizzazione di visite ed incontri con le Istituzioni, nella partecipazione a cortei contro il prepotere
criminale, nelle denunce del malaffare, si era esposto prima alle rappresaglie poi all’offensiva della mafia,
aveva ricevuto minacce, avvertimenti, che aveva coraggiosamente denunciato ai fedeli nelle omelie
domenicali. Era stata incendiata la porta di casa, era stato dato alle fiamme un furgone della ditta che si
occupava del restauro della sua parrocchia, erano stati minacciati suoi collaboratori e suoi parrocchiani, ma
tutto ciò non lo aveva distolto dalle sue occupazioni silenziose e quotidiane in favore della comunità:
soltanto di fronte all’azione implacabile di una mano omicida, il suo spirito indomito di religioso impegnato
sul piano etico e civile aveva dovuto soccombere, solo ed inerme. Don Porcaro ha ricordato che padre
Puglisi dicendo “Chi usa lo strumento della paura è quasi un animale” cercava di sensibilizzare la popolazione e
non solo quelli che erano venuti in chiesa, aggiungendo : “Siamo uniti e non lasciamoci schiacciare dalla paura”. (..)
Raccoglieva i giovani dalla strada, tossicodipendenti, e sbandati, utilizzando per il loro recupero e lo
svolgimento delle attività sociali luoghi che un tempo erano dominio di “cosa nostra” che li destinava
all’esercizio di attività criminali. Aveva dato vita ad un gruppo di giovani volontari diventato presto punto di
riferimento per tutti gli emarginati della zona ed aveva creato un centro di accoglienza, “Padre Nostro”,
annesso alla chiesa di San Gaetano(..), per articolare cura al recupero dei bambini del quartiere Brancaccio
che non frequentavano la scuola. Per rendere più incisiva tale opera, verso la fine del primo anno di
parroccato aveva istituito dei corsi di scuola elementare e di scuola media, maturando l’idea di creare un
centro di accoglienza. Tale idea si era concretizzata l’11 gennaio del 1991, allorché in occasione della visita
dell’arcivescovo di Palermo nella parrocchia, tutti avevano reclamato a gran voce che venisse istituito nella
zona un ordine di suore per dare assistenza ai malati, agli anziani e ai bambini. Padre Puglisi non aveva
accettato che “in un quartiere, dove c’era un disagio sociale grandissimo, si potessero spendere anche 80 milioni per delle feste,
ed entrò in contrasto con loro”. Nel gennaio 1993 i ragazzi della parrocchia, i più piccoli, gli adolescenti avevano
organizzato un presepe vivente e la manifestazione si era svolta proprio nei locali dello scantinato di Via S.
Ciro. Per l’occasione il presidente del Consiglio di Quartiere aveva invitato alcuni uomini politici della D.C. ,
che egli aveva pubblicamente ringraziato al termine dello spettacolo. Padre Puglisi aveva preso la parola,
quasi rimproverando gli illustri ospiti con un tono molto duro; aveva detto loro: “Ecco se voi siete venuti qui per
aggiustare questo quartiere siate i benvenuti, se no è meglio che non venite più, non vi fate vedere assolutamente!..... Noi
abbiamo bisogno di fatti non solo di parole o di belle parole o di ringraziamento. (...) Qui c’è una situazione nel quartiere
disagiato al massimo, senza una scuola media, gente disoccupata .... situazioni familiari assurde, promiscuità incredibile e voi
venite qui a chiedere voti, ma perché, con quale faccia vi presentate qui!”(...) Tanto fulgore del coraggioso prete che con
la sua infaticabile opera cercava di ridare dignità di “uomini liberi” a coloro che si erano persi nel sottobosco
mafioso, non poteva essere ovviamente gradito ai “potenti” della zona che fiutavano il pericolo che il loro
vivaio di giovani gregari potesse essere in qualche modo distrutto. (...) Il Graviano fece sapere che l’omicidio
non doveva apparire come un omicidio di mafia bensì come l’opera di un tossicodipendente o di un
rapinatore. (..) “Dalle rispettive autovetture siamo scesi io e lo Spatuzza. Quest’ultimo avvicinò il sacerdote gli prese il
borsello e gli disse: “Padre, questa è una rapina”. Nel frattempo io posizionandomi dietro il sacerdote esplodevo un colpo di
pistola alla nuca di quest’ultimo da brevissima distanza. Il sacerdote non si è reso conto di nulla in quanto con un sorriso si
era rivolto allo Spatuzza profferendo le seguenti parole: “... Me lo aspettavo”.
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I figli dei collaboratori di Luigi Ciotti
I figli dei mafiosi che hanno scelto di collaborare con la giustizia, come anche i figli dei
testimoni di giustizia, subiscono spesso bruscamente una rivoluzione nell’organizzazione
della loro vita quotidiana. Questi ragazzi e bambini anche in tenera età, si trovano sradicati
dal loro ambiente e sottoposti a protezione insieme ai propri genitori, o ad uno solo di essi.
Si trovano, da un giorno all’altro, a non potere più utilizzare il proprio nome, a non capire la
ragione per cui hanno dovuto abbandonare nonni, cugini, amici. Ci sono famiglie (con
genitori anziani, mogli che non sapevano che il marito era in un’organizzazione criminale... )
che vengono sradicate e devono ricostruire sé stesse nell’arco di una notte; spesso queste
famiglie pagano un prezzo ingiusto. E’ necessario affrontare la tutela di questi minori anche
dal punto di vista psicologico, cercare che il minore non venga travolto dalle vicende in cui
sono coinvolti i genitori, gli adulti. Non dobbiamo dimenticare neanche i cosiddetti
“incolpevoli”, coloro che ad esempio hanno visto uccisi dalla mafia i propri parenti e
crescono immersi in quella subcultura mafiosa dove la vendetta è una norma da rispettare,
anche loro dovrebbero essere aiutati, invece nei loro confronti purtroppo gli interventi di
prevenzione sono pochi ed isolati. Il rischio è che i bambini finiscano per pagare le colpe dei
padri.
Al 30 Giugno 1999 su un totale di 4207 familiari protetti, collaboratori e testimoni, i
minorenni erano 1997, pari ad una percentuale del 47,5 %. Appaiono quindi evidenti la
complessità e la specificità di alcuni problemi collegati al mondo minorile ed ai numerosi
traumi che i minori sono costretti a subire nel corso della loro vita “blindata”. A cominciare
dal trasferimento, quasi sempre all’improvviso, in una località “protetta”, ossia in un comune
diverso e lontano da quello di abituale residenza e noto solo al Servizio Centrale di
Protezione, in un contesto ambientale e culturale ben differente da quello di origine. E’ facile
comprendere la delicatezza di tale intervento, se solo si pensa che ciò determina lo
sradicamento di interi nuclei familiari dai luoghi che, magari fin dalla nascita, hanno
rappresentato tutto il loro mondo. Si immagini quindi quali sofferenze psicologiche possono
prodursi in un bambino che perde improvvisamente i propri punti di riferimento, quali la
casa, la scuola, gli amici, i giochi, i nonni, e così via, ed è costretto a modificare radicalmente
il modo di vivere la propria infanzia. Spesso poi le esigenze di riservatezza comportano la
necessità di cambiare la località di protezione appena prescelta, aggravando ulteriormente i
problemi dei minori. I problemi scolastici sono forse i più delicati tra quelli che
quotidianamente si affrontano nell’attività di protezione dei minori familiari dei collaboratori.
Sono 466 i minori che nel corrente anno scolastico sono stati trasferiti dal luogo d’origine ed iscritti a scuola
con nominativo di copertura: di questi, 97, avendo meno di sei anni, frequentano l’asilo nido, 217 sono
iscritti alla scuola elementare, 95, frequentano la scuola media e 57 sono iscritti alla scuola media superiore.
Allegato 3: Educazione a delinquere di Franco Occhiogrosso
Se la devianza dell’Italia centro -settentrionale è caratterizzata dalla massiccia presenza di ragazzi stranieri (circa il 40% del
totale nel 1998), profondamente diversa è invece la situazione delle regioni meridionali, nelle quali l’incidenza dei giovani
stranieri è decisamente modesta rispetto a quella dei ragazzi italiani. L’inquinamento mafioso dei minori italiani si manifesta
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sia con il coinvolgimento diretto e strumentale nelle azioni dell’organizzazione criminale, compresi i reati più gravi (omicidi,
estorsioni, rapine) sia con la trasmissione della subcultura della mafiosità, riscontrabile nel frequente uso delle armi anche da
parte di minori non coinvolti nella criminalità organizzata o nel diverso atteggiamento che i ragazzi hanno nei rapporti sia con
gli operatori sociali dei servizi che con il giudice minorile, con cui difficilmente accettano un colloquio autentico.
Bilancio familiare? Ci pensano i figli
È questo il frutto dell’esasperarsi del fenomeno mafioso, tradizionalmente presente in Sicilia, Campania e Calabria, e
diffusosi a partire dalla fine degli Anni Ottanta anche altrove. La Sacra Corona Unita pugliese è quasi certamente un
fenomeno indotto, nato quando le organizzazioni criminali siciliane, campane e calabresi, intuita la grande importanza che
avrebbero assunto le coste pugliesi per i traffici illeciti, stabilirono intese con la malavita locale, favorendone lo sviluppo in
senso mafioso.
Il coinvolgimento di minorenni in tali organizzazioni non è generale. Alcune di esse (ad esempio Cosa Nostra siciliana)
tradizionalmente ne diffidano; altre invece li impiegano come manovalanza soprattutto nel mercato della droga: talora hanno
utilizzato i più “svegli” come baby killer, dopo averli cooptati nell’organizzazione con un apposito “battesimo del sangue”.
Il coinvolgimento dei ragazzi è stato ottenuto offrendo loro per i servizi più elementari (ad esempio, segnalare l’arrivo della
polizia nei luoghi dello spaccio) somme consistenti (in media circa 100mila lire al giorno, ossia 3 milioni al mese).
Trattandosi di ragazzi che provengono da famiglie disagiate, entrate di tale entità sconvolgono spesso la gerarchia familiare:
il figlio finisce per essere considerato il capo, proprio perché è l’unico a garantire una sopravvivenza decorosa, mentre il
padre, quasi sempre disoccupato, perde ogni autorità.
Un altro evidente indizio del coinvolgimento di ragazzi nelle organizzazioni criminali è la nomina di avvocati di fiducia,
spesso professionisti di fama che difendono anche i componenti adulti del clan a cui è stato affiliato il minore.
Per rendersi conto della gravità della situazione meridionale è peraltro sufficiente analizzare le statistiche dei minorenni
italiani arrestati nel 1999 (vedi la tabella accanto). Risaltano le cifre della Campania (322 minorenni italiani arrestati), della
Sicilia (456), della Puglia (332). Dati che, se confrontati con quelli delle regioni settentrionali, danno la misura delle profonde
differenze tra le diverse realtà territoriali.
Questo dato quantitativo, che pure è di tutta evidenza, va poi associato a quello non meno significativo della gravità dei
delitti. La presenza dei baby killer, che nel 1991 era un dato appena emergente, è invece purtroppo divenuto un elemento
stabile negli anni successivi.
“Non sono Fatti miei…”
Se è indubbiamente molto grave il fenomeno del deterioramento qualitativo della devianza minorile meridionale, certamente
ancora più grave è il suo principale prodotto, la mafiosità.
Con la mafiosità per la prima volta la criminalità minorile meridionale si fa portatrice di una subcultura che oppone un suo
costume di vita ai principi del vivere civile. Essa si sostanzia nell’affermazione della fedeltà cieca ed indiscussa al clan e al
suo capo, nell’omertà come regola generale di condotta, nella prevaricazione sui più deboli e nel sostegno per il più forte,
nella sfiducia e nel rifiuto di ciò che viene dallo Stato o lo rappresenta. Gradualmente la mafiosità è passata dall’essere un
modo di operare nell’illecito ad essere un costume sociale sempre più diffuso. Limitata in un primo tempo ai soli appartenenti
ai clan, si è estesa poi ai fiancheggiatori e ad altre figure simili, fino a diventare “mafiosità senza mafia”, cioè un modo di
essere, un costume sociale che non riguarda solo l’area connessa alla criminalità, ma la generalità dei cittadini.
La sua diffusione non ha risparmiato nemmeno il mondo studentesco. Qualche anno fa un gruppo culturale di Molfetta (Bari),
ha promosso un sondaggio tra gli studenti delle scuole medie della città per conoscere la reazione dei ragazzi ad un episodio
accaduto l’anno precedente: l’omicidio del sindaco, uomo probo, da parte di un gestore di giochi per feste di paese, che aveva
cercato di corromperlo. Dal sondaggio effettuato emergeva che, accanto alla gran parte degli studenti che considerava
correttamente il fatto come un efferato delitto, vi era un gruppo minoritario (circa 500 studenti), che interpretava la vicenda
come un regolamento di conti: se l’omicida aveva sparato, non poteva non esserci una ragione, un legame illecito che legava i
due e che solo essi conoscevano. In sostanza, la probità e l’onestà del sindaco venivano negate alla radice. Questi studenti
aggiungevano inoltre che essi mai sarebbero intervenuti a favore della vittima «perché non erano fatti loro».
Nella sottocultura della mafiosità senza mafia il limite che separa la parola dall’azione è poi spesso impercettibile, come
dimostra quanto accaduto l’anno scorso in una scuola professionale di Bari, dove un gruppo di studenti ha realizzato una
sistematica azione di spaccio nella scuola, costringendo i compagni di classe a fare da corrieri. Col suo ingresso nel mondo
studentesco, la mafiosità compie insomma un ulteriore salto di qualità, essendo la scuola uno dei pochi baluardi culturali in
grado di diffondere i principi del vivere civile.
Il malessere del benessere
A partire dai primi Anni Novanta si è registrata in Italia una forma di devianza minorile del tutto sconosciuta in precedenza,
caratterizzata dall’assenza di ogni coerenza tra causa ed evento; le condotte cioè sono tanto violente ed efferate quanto le
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motivazioni inesistenti. Si va dal lancio assassino di pietre dai cavalcavia alla violazione di cimiteri, dal “bullismo” nelle
scuole all’omicidio delle persone senza fissa dimora, dalle sevizie agli animali ai disordini provocati negli stadi da gruppi di
ultras. Il fenomeno non è quantificabile, in quanto i reati che derivano da queste nuove forme di devianza sono catalogati in
categorie statistiche generali e non in modo separato, ma è certo che esso esiste in ogni regione. In quest’area di problemi è
stato collocato anche il fenomeno delle cosiddette baby gang, presenti soprattutto in Lombardia.
Si tratta di reati che ogni volta risultano inspiegabili, feroci, senza movente. Come il recente omicidio di una suora commesso
a Chiavenna (Torino) da alcune ragazzine, o l’ancora più recente omicidio di una bimba di otto anni commesso ad Andria
(Bari) da cinque giovani appena maggiorenni. O ancora quello avvenuto qualche anno fa in Puglia a Castelluccio dei Sauri,
dove due amiche hanno barbaramente ucciso una compagna di scuola, o quello accaduto in Piemonte, a Tortona, dove una
donna fu uccisa da un sasso lanciato da un cavalcavia dell’autostrada. I protagonisti di questi fatti sono riconducibili talora ai
modelli di una devianza “tradizionale” – quella in cui sono coinvolti ragazzi non scolarizzati, che vivono nelle periferie e
fanno parte di famiglie molto povere – ma sempre più spesso si tratta di giovani di ceto sociale più elevato, membri di
famiglie benestanti. Questo fenomeno rappresenta probabilmente solo un ampio spicchio di un più largo e profondo disagio
giovanile, di cui si colgono varie spie nel consumo di droghe, nell’aumento di suicidi o tentativi di suicidi di minorenni, nelle
morti del sabato sera, nell’ampia diffusione di disturbi psichici e psicosomatici (in particolare bulimia ed anoressia). Un
disagio che si traduce in una violenza terribile contro gli altri o contro se stessi e che è l’altra faccia del benessere, quella
abitualmente indicata come “il malessere del benessere”.
In termini sociologici sono state date interessanti spiegazioni. Si è parlato della profonda modificazione dei valori e dei
modelli durante gli Anni Ottanta, del diffondersi tra i giovani di una sorta di spirito di omologazione al posto della
tradizionale contestazione sociale. Ma, mentre che si consolidava l’egemonia di questa nuova cultura, accanto all’aumento
del benessere sono emerse le nuove forme di disagio innanzi indicate. Un fenomeno nuovo, che si caratterizza per l’ingresso
nel mondo della devianza del ceto medio e delle donne, ma anche per le responsabilità degli adulti: si pensi ai gravi danni
dell’espandersi dei comportamenti di abuso (non solo sessuale) su minori, o anche solo alla condizione di sofferenza dei
bambini che divengono oggetto di contesa tra genitori separati (talmente diffusa da essere recentemente assurta a patologia
psichiatrica con il nome di Parental alienation sindrom).
Minori adultizzati
In conclusione si può dire che il problema della devianza minorile italiana riguarda soprattutto le quattro regioni meridionali
a rischio (Campania, Sicilia, Puglia, Calabria) dove il fenomeno presenta connotazioni patologiche connesse al
deterioramento della qualità della vita, alla natura della devianza, alla carenza di risposte sociali. Altrove ha invece carattere
fisiologico, connesso in gran parte al profondo cambiamento sociale che, al Nord e nel Centro Italia, sta trasformando la
società monorazziale in società multietnica.
La devianza minorile straniera riguarda soprattutto giovani zingari e africani. I primi – in virtù del nomadismo famigliare –
sono presenti un po’ in tutta Italia e sono “specializzati” nei furti nelle abitazioni. I secondi sono spesso utilizzati come
corrieri o piccoli spacciatori di droga, soprattutto al Nord e al Centro. Ma negli ultimi anni la devianza minorile straniera in
Italia ha coinvolto adolescenti che provengono anche da altre parti del mondo (vedi la tabella accanto ndr.).
Ci si è domandato se i ragazzi devianti, soprattutto al Sud, facciano parte della manovalanza del crimine, come è stato in
passato, oppure se stiano incominciando a rivestire ruoli più importanti. In linea di massima sembra di no. Che i ragazzi
stranieri siano sfruttati dagli adulti è indubbio. Lo conferma la “specializzazione” in alcuni tipi di delitti evidentemente
indotti, come quelli, numerosi, che vedono protagoniste le bambine di famiglie nomadi. Ma lo stesso vale per i ragazzi
italiani del Sud trovati in possesso di armi o di ingenti quantitativi di droga. Ci troviamo insomma di fronte ragazzi soggetti a
precoci processi di adultizzazione, tali da indurre atteggiamenti e comportamenti delinquenziali non solo all’interno del
gruppo dei pari – come avveniva in passato – ma anche verso tutti gli altri. In questi casi gli interventi di recupero devono
essere mirati. Il rischio, altrimenti, è di rispondere con interventi adultizzati e una devianza adultizzata, con buona pace di una
giustizia che intenda ancora definirsi “minorile”.
(pubblicato nel n. 6 2001 di Narcomafie )
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Fenomenologia della devianza: percorsi di inclusione ed esclusione