Recensioni teatrali | Teatro.Persinsala.it
Fabrizio
Migliorati
giugno 23, 2014
È toccato al Simon Boccanegra di Verdi chiudere la stagione
operistica dell’Opéra di Lione. Una nuova produzione che ha
contrapposto scenografie rudi e d’ispirazione fanciullesca con
una composizione musicale classica. Ma questa innovativa
messa in scena non è riuscita a svecchiare la scrittura di
un’opera oramai datata.
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Come ha ben descritto la filosofa e scrittrice francese Catherine Clément,
nella storia del Simon Boccanegra si incrociano tre storie. La prima è
quella politica, nella quale un semplice corsaro plebeo, che si è fatto un
nome rendendo grandi servigi alla propria città di Genova, viene nominato
a furor di popolo come primo doge della città. All’interno della guerra tra
guelfi e ghibellini, l’elezione di Boccanegra appare subito come un fatto
innovativo (anche storicamente: nel 1339 con la nomina del vero Simone
Boccanegra inizia il periodo dei “dogi perpetui”), capace di aprire nuovi
scenari politici. La seconda storia è quella familiare. Simon, prima
dell’incarico politico, ebbe una figlia con una patrizia, Maria, figlia
dell’avversario politico Jacopo Fiesco, ma le cui tracce vanno perse per
venticinque anni. E l’incontro con la figlia, che porta segretamente il nome
della madre ma che per lunghi anni si celerà sotto il nome di Amelia
Grimaldi, indirizzerà l’opera verso una deviazione drammaturgica tale da
far esplodere una guerra interna al potere. L’ultima storia è quella
d’amore. La figlia Amelia/Maria ama un giovane plebeo, Gabriele Adorno,
inizialmente oppositore del doge. Il terribile Paolo Albiani, colui che fece
eleggere doge Simon e che trama in seguito una congiura per ucciderlo,
pretende la mano della giovane e ordisce un rapimento che non andrà a
buon fine. Sarà questa terza storia a minare la salute e il potere di Simon,
portandolo alla morte provocata dall’avvelenamento e al passaggio di
consegne con l’antico nemico Adorno. Possiamo affermare che è, in effetti,
questa storia, più che quella politica e familiare, a portare Simon alla
morte ma, nonostante questo finale tragico, è l’amore a trionfare sull’odio
poiché le tensioni tra guelfi e ghibellini e tra nobili e patrizi si esauriscono
con la morte del doge e con l’elezione, approvata dallo stesso Boccanegra
in punto di morte, del plebeo Gabriele Adorno e con il matrimonio tra lo
stesso e la figlia del Boccanegra, Amelia.
Il racconto della vicenda di Simon Boccanegra si inserisce perfettamente
nello spirito risorgimentale e di pacificazione nazionale alle quali tendeva il
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genio di Busseto. L’opera, su libretto di Francesco Maria Piave e ispirata
dall’omonimo dramma di Antonio García Gutiérrez, fu rappresentata per la
prima volta il 12 marzo 1857 alla Fenice e fu un chiaro insuccesso. Cadde
nel dimenticatoio fino a quando, nel 1880, Giulio Ricordi propose a Verdi di
rimetterci mano. Grazie alla riscrittura del fido Arrigo Boito, l’opera fu
infine rappresentata il 24 marzo dell’anno successivo, alla Scala di Milano,
riscuotendo un grande successo di pubblico e di critica.
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La produzione lionese, sotto la regia di David Boesch, ha cercato di
rispolverare quest’opera, immergendola in un’atmosfera cupa, dove il
disegno infantile più innocente incontra la lezione di Tim Burton. Uno
stacco importante che mostra la genialità del regista tedesco e che
accompagna l’atmosfera crepuscolare che Verdi diede all’opera.
L’energica direzione di Daniele Rustioni è risultata perfetta e di grande
impatto, costituendo la struttura importante intorno alla quale tutti i
personaggi hanno agito.
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Il Simon Boccanegra vive di dualismi che si mantengono anche nella
volontà finale di fusione. I toni cupi della parte vocale sono ben identificati
dalla presenza dei bassi e dei baritoni che mostrano un carattere terreo,
fisico e che si contrappongono alla parte ariosa, angelica di Maria, la
compagna di Boccanegra che compare silenziosa e volatile nel prologo e al
termine della rappresentazione. Una scelta nominalistica non casuale e
che fa immediato riferimento alla Vergine e alla purezza salvifica che
insiste sullo sfondo di un’Italia fratricida. Maria è la speranza, la finalità a
cui tendere, la presenza che può permettere la pacificazione di una
nazione che fatica a trovare l’unità. Il Simon Boccanegra è una delle
ultime prove che Giuseppe Verdi intraprese per donare all’Italia una
coscienza musicale. Nonostante una scrittura datata, l’apporto alla causa
fu di rilevante impatto e la nuova produzione dell’Opéra di Lione rende
merito a questo sforzo.
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foto © Stofleth
La saison de l’Opéra de Lyon s’achève avec la représentation de
Simon Boccanegra de Giuseppe Verdi. Dans l’expérimentale mise
en scène de David Boesch et sous la direction musicale de Daniele
Rustioni, l’œuvre du génie de Busseto a reproposé l’infinie guerre
fratricide présente dans toutes les villes italiennes et qui a dû mal
pour s’éteindre même après l’unification. Un opéra crépusculaire qui
nous livre un message final d’amour.
Lo spettacolo è andato in scena:
Opéra de Lyon
1, Place de la Comédie – Lione (Francia)
dal 7 al 22 giugno 2014, ore 20.30
sabato 7, mercoledì 11, venerdì 13 e martedì 17 giugno ore 20.00;
lunedì 9, domenica 15 e 22 giugno ore 16.00
L’Opéra de Lyon presenta
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Simon Boccanegra
opera in tre atti con prologo, 1881
di Giuseppe Verdi
su libretto di Francesco Maria Piave, Arrigo Boito
direzione musicale Daniele Rustioni
regia David Boesch
scenario Patrick Bannwart
costumi Falko Herold
luci Michael Bauer
video Patrick Bannwart et Falko Herold
direttore dei cori Alan Woodbridge
con:
Andrzej Dobber – Baritono (Simon Boccanegra)
Ermonela Jaho – Soprano (Amelia Grimaldi/Maria Boccanegra)
Riccardo Zanellato – Basso (Jacopo Fiesco/Andrea)
Pavel Cernoch – Tenore (Gabriele Adorno)
Ashley Holland – Baritono (Paolo Albiani)
Lukas Jakobski – Basso (Pietro)
Orchestra e cori dell’Opéra de Lyon
http://opera-lyon.com/
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Simon Boccanegra