Come verdi laghi ghiacciati
COME VERDI LAGHI GHIACCIATI
“Anche sinonimo di una occasione volutamente negata,
ma non per questo meno reale o durevole nel tempo, è l’amore.”
(dagli scritti di Rose Marie Lorrançe)
Sembrano trascorsi soltanto pochi attimi da quell’ incontro sul treno, ma non devo
guardare lo specchio, né le mie mani, per poterci ancora credere. E va così, le mancanze, negli
anni, diventano presenze e le privazioni: ricchezze.
C’eravamo appena sistemati, tra il groviglio di valigie e borse, e mio padre stava già
aprendo il suo giornale, sedendosi, mordicchiando nervosamente la pipa spenta, mentre mia
madre riprendeva il suo lavoro a ferri, lamentando, con una piccola frase sottovoce, il poco
tempo che, di recente, gli aveva dedicato.
La porta dello scompartimento si aprì. Entrarono. Li identificammo subito come una
ragazza e i suoi genitori. Fecero un cenno di convenienza e sistemarono i loro bagagli.
Si sedettero. La figlia proprio davanti a me, in mezzo ai genitori. Mio padre, dopo pochi
minuti, sembrava già un vecchio amico del suo, commentando notizie più o meno recenti.
Mia madre, al contrario, ebbe difficoltà a scambiare qualche parola con quella di lei, più
restìa ad aprirsi agli sconosciuti da subito,
rispondendo, inizialmente, con dei commenti
striminziti.
Io guardavo la ragazza.
Un viso dolce e riccioli neri che sbordavano da un cappellino di raso. Era bellissima e
triste, avrà avuto sedici anni o poco più. Si, me ne innamorai all’istante. Non mi era mai successo
prima di allora. Non sapevo cosa fosse l’amore e come si potesse dimenticare se stessi, di colpo,
incontrandolo la prima volta. Crebbi quel giorno. Divenni adulto in un battere di ciglia. Non
sentivo più il ridacchiare dei nostri padri e neanche la voce stridula di mia madre, una volta
sbloccata da quella di lei, parlottare di moda e frivolezze. Non sentivo più nulla. Neanche il
rumore delle rotaie di quel treno assonnato, non mi disturbava più neanche il rollio, non sentivo
più niente, se non il mio cuore che da poco aveva cominciato a battere.
La ragazza teneva in mano un piccolo libretto foderato di pelle nera con una matita inserita in
una piccola tasca laterale. Lo sfogliava con interesse, andando avanti e indietro nelle pagine e, in
certi momenti, aggiungendo delle frasi o cancellandone altre.
Ci teneva dentro fiori di campo seccati che ogni tanto si notavano qua e là sbordare.
-Cosa fai?- le chiesi e la vidi illuminarsi.
-Pensieri... poesie. Li scrivo io, per riflettere. A me piace riflettere e meditare. A te no?1
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Aveva una voce dolce come il suo sguardo.
Continuò: -Te ne leggo una? Si chiama: “Il vento”, l’ho scritta, di getto, l’inverno scorso.- .
Ci avvicinammo più che potemmo, portandoci al bordo del sedile, e cominciò:
“Anche se tenta, continuamente,
di rubarci abiti e cappelli,
niente porterà via da noi,
se non la nostra attenzione di uomini
distratti da esso.” ..beh come la trovi?- disse.
Io la guardavo senza capire se ciò che aveva portato via il mio cuore fosse stato proprio il
vento di quella poesia od i suoi occhi bellissimi, come verdi laghi ghiacciati. E risposi ciò che
desiderava sentire da me, ma qualsiasi cosa avrei potuto rispondere pur di rendere infinito quel
momento.
-La trovo.. essenziale e profonda. – e continuai: -Sei molto brava-.
Ascoltava con attenzione e guardava le mie labbra e la fronte, poi notò anche la spilla nell’asola
della giacca con la chiave di violino.
-Suoni?- mi disse.
-Si, studio il piano.- risposi.
Mi guardò con strana ammirazione e con un velo impercettibile di inquietudine.
Poi disse: - Voi dove scendete?-…fra 4 stazioni, andiamo a trovare dei miei zii che non vediamo da tanto tempo e… voi
invece?- sperando in una risposta che includesse la nostra stessa stazione.
- No, noi andiamo.. più avanti. Ci stanno aspettando… Ormai è l’ora. -.
La guardai come un micio infreddolito potrebbe fare sul davanzale di una finestra dal
vetro appannato, sbirciando una casa accogliente col focolare acceso, e non riuscivo a
comprendere fino in fondo le sue parole.
Chi mai ci avrebbe fatto incontrare ancora, dandoci un'altra occasione e chi mai ci aveva
fatto incontrare proprio quel giorno? E perché lei aveva appena detto “Ormai è l’ora.”? Forse
avevano un parente in fin di vita. Sicuramente è così, pensavo, oppure una cerimonia alla quale
non sarebbe stato possibile rinunciare.. chissà, un matrimonio…. Non riuscivo a delineare una
situazione che mi potesse dare pace e che mi facesse accettare un traumatico distacco seguito ad
un altrettanto veloce fortuito incontro.
Pensavo cosa avrebbero potuto dire i miei se avessi confessato di essermi innamorato di
una ragazza della quale non conoscevo neanche il nome. A loro che progettavano per me un
futuro da avvocato, come mio padre, una carriera e una moglie di famiglia abbastanza nobile da
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far invidia per la sua dote, non certo per la bellezza o per il nostro, auspicabile, amore reciproco.
Non mi avrebbero di certo lasciato rincorrerla, rintracciarla chissà dove. Mi tenevano legato,
purtroppo, timorosi che una mia libertà potesse divenire, da un giorno all’altro, la loro prigionia.
Ed io non ero capace, ahimé, di reagire a tutto questo. Accettavo passivamente i continui ricatti,
adattandomi a quella situazione che mi faceva esistere, non certo vivere.
Mentre pensavo a queste cose, lei mi invitò sul corridoio della vettura per parlare, dopo
un rapido sguardo coi suoi, come per segnalare qualcosa, e portò con sé il libretto. Ci seguì anche
mio padre per fumare finalmente la sua pipa, poggiandosi ad un finestrino che all’inizio non
voleva saperne di aprirsi. Il suo, invece, rimase seduto, perché, come a mia madre e sua moglie,
dava fastidio l’odore di tabacco. Noi ci scambiammo poche parole. Sembrava che volesse parlare
ma le sillabe non le si aggregavano a sufficienza per costituire qualcosa di comprensibile per le
mie orecchie. Ma ci furono sguardi profondi coi quali comunicammo tutto di noi, apertamente,
senza bisogno di un linguaggio fatto di parole. Poi: -Aspetta un attimo..- scrisse qualcosa
velocemente sul libretto e strappò via la pagina, piegandola in quattro parti, e me la affidò.
-Tieni ma non leggerlo adesso, fallo stasera prima di andare a dormire. Me lo devi promettere. –
disse tristemente ma sorridendo.
-E perché?- chiesi, -Perché non posso tornare indietro sui miei passi, non lo posso più fare.rispose, lasciandomi ancora tanti dubbi e incertezze. Ma dopo un attimo di pausa riprese:
-E’ la mia strada. E tu dovrai seguire la tua, non complicare le cose, ti prego. ” rispose.
La vidi convinta di quel che diceva mentre io sprofondavo in qualcosa che non avrebbe
avuto fine se non dandogli un nome. Magari… bellissimo incubo? Oppure sogno infranto? Non
trovavo quello adatto alle sensazioni ed ai timori del momento che stavo vivendo con lei. Ma ci
eravamo aspettati per anni, ne eravamo coscienti, e ci saremmo potuti riconoscere anche fra
mille. Eravamo proprio noi. Non le dissi che l’amavo e che non mi era mai capitato fino a quel
momento, alla soglia dei miei 19 anni, e nemmeno lei disse niente del genere a me, ma credo
fosse nell’aria, come nei nostri sguardi e in quello di mio padre che, sorrideva tra la pipa fumante
e i suoi grossi baffi gialli, mentre estraeva l’orologio dal taschino per non farci capire che ci
stava osservando. Ma qualcosa la turbava e le impediva di scegliere. E stava turbando anche me.
Abbassò gli occhi e si voltò per afferrare la maniglia e rientrare.
-Sai… volevo dirti questo. Ma ti prego di non insistere, non posso dire altro. Stasera leggi il
biglietto e capirai.Tornammo dentro, stavano parlando proprio di noi, come fanno di solito le madri quando
si incontrano, mentre suo padre ascoltava guardando fuori dal finestrino, oltre l’orizzonte
possibile, forse molto, molto più in là. Non si accorsero della mia faccia e dei miei occhi
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arrossati persi nel vuoto, saturi della voglia di pianto, ed io non le ascoltai, ma sapevo che mia
madre non si stava chiedendo di certo se avessi voluto lasciare gli studi, lavorare alla bottega
artigiana di mio zio, dove andavo spesso, e magari sposare subito quella ragazza dolce e tenera
che scriveva pensieri e poesie su un taccuino di pelle nera. Si, subito, senza lasciare al destino il
compito di dividerci o farci incontrare di nuovo, magari tristi e delusi, invecchiati senza anni.
Quello, forse, era il momento sbagliato, magari troppo presto per vivere un amore, oppure era già
troppo tardi per rimpiangerlo, per non trovare il coraggio di fermare quel treno, scendere insieme
e cambiare le nostre vite per sempre. Ma sarei dovuto andare contro quelle sue poche parole che
mi avevano completamente paralizzato. Si, avrei dovuto fare qualsiasi cosa per cambiare la
storia, la mia e la sua, in quel momento. E ancora mi chiedo se sia stato giusto così, il non andare
contro agli eventi. Ma se potessimo sapere in anticipo cosa accadrà nel tempo, pensavo, non
commetteremmo mai errori, la nostra esistenza sarebbe perfetta e la più felice.
Non è mai così, dico oggi, e a volte non dipende da noi il poterci ribellare al destino, non
dipende da noi il poter decidere anche di noi stessi. Il rimpianto è già compreso nelle nostre
scelte, mentre viaggiamo su un treno che va incontro ad una storia diversa da quella che ci
aspetteremmo, una storia già delineata, una direzione opposta, come quando una ragazza non sa
come fare per confermare una scelta e, contemporaneamente, non rinunciare all’amore incontrato
per caso. Comunque una scelta difficile ed una scelta che comporta, sempre, per forza di cose, un
tradimento.
Ma come potevo accettare di dirle addio ancor prima di conoscerla? Quali parole usare, quali
argomenti portarle affinché potesse essere il mio desiderio a vincere contro il suo?
L’amavo già, ma come dimostrarlo? Forse proprio rispettando la sua volontà? Oppure avrei
dovuto combattere per farle cambiare idea ed ottenere il suo cuore, rubandolo a qualcun’ altro,
qualcuno del quale non conoscevo né l’aspetto né il nome? Era promessa sposa. Avevo intuito
questo. Quelle unioni organizzate dai genitori per motivi diversi, motivi che non includevano
mai, a quel tempo, il rispetto per il cuore dei figli. Non vedevo spiragli di nessun genere, non
avrei potuto competere, probabilmente, né con l’altro e né con la stessa schiera di persone e di
promesse che tenevano imprigionata anche lei.
Il viaggio continuò lento, ma troppo veloce per me, avendo sempre meno tempo per stare
con lei e la sensazione si focalizzò meglio quando, fuori del finestrino, apparve l’insegna della
nostra stazione e mio padre preparò i bagagli. Tutti ci salutammo come vecchi amici. I nostri
genitori si scambiarono strani sguardi, intrisi di malinconia e consapevolezza. Non so cosa si
dissero sottovoce in alcuni momenti, ma sembrava avessero qualcosa da nascondere, come un
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sottile segreto tagliente, come qualcosa che faceva assonanza, allo stesso tempo, sia con
promessa che con silenzio.
Mi trovai di colpo di fronte a lei, avvinghiato al suo cuore ed ai suoi occhi, mentre
ascoltavo il mio respiro insufficiente, rimanendo così, inerme, non sapendo cosa fare o dire se
non morire all’ istante.
-Non ti dimenticherò..- fu la sola cosa che dissi, facendola arrossire, e lei, con le pupille
visibilmente inumidite, si accostò e mi baciò la guancia, severamente guardata dai suoi.
Aveva un profumo mughetto e rose, una mistura che ancora ricordo, e mi sussurrò di non
scordare di leggere il suo biglietto, quella sera.
-Anch’io non potrei mai farlo.- disse, semplicemente, ma furono parole immense, ridotte a poche
note di tenerezza e nostalgia allo stato embrionale. Avrei voluto ancora parlarle ma chiuse le mie
labbra con la sua mano e scosse lentamente la testa, mentre trattenemmo, entrambi, le lacrime
accumulate a forza e che avremmo versate più in là, da soli.
Scendemmo dal treno.
Ci stava aspettando mio zio, con la sua auto lustrata per l’occasione. Lo raggiungemmo e
salimmo su, mentre io rimanevo voltato verso quel finestrino del treno dal quale una ragazza dai
riccioli neri mi salutava con la mano, una ragazza che non avrei mai più rivisto.
La sera, durante la cena, mentre tutti parlavano e si riassumevano a vicenda qualche anno
di accadimenti, io ero con la mente ai suoi occhi, alla sua voce e al suo profumo, e niente
avrebbe potuto farmela dimenticare. Non partecipavo ai discorsi e sembravo assente. Mia madre
mi scuoteva ogni tanto, come a dire: “Dai,, rispondi anche tu, dacci soddisfazione, fa vedere
come ti abbiamo educato bene e quante cose hai studiato… ”. Ma io non ero certo interessato a
gareggiare coi miei cugini in fatto di cultura o pubblicizzare i miei genitori come educatori
esemplari.
Ero davanti ad uno strapiombo e stavo per cadere giù.
Ed ero solo in quel momento.
Prima di coricarmi, presi il foglietto al margine del quale c’era un numero di pagina
scritto a inchiostro, il numero 75.
Diceva così:
“Solo tu avresti potuto fermare questo treno e i nostri destini, lo sappiamo sia io che te.
Ma oggi entro in convento per farmi suora.
Devi accettarlo, come l’ho accettato io dopo tanto pensare e meditare.
Ma se questo incontro è stato per noi come un lampo nel cielo notturno,
possa il ricordo esserlo nei nostri cuori per sempre.”
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Piansi a dirotto per l’intera notte.
La mattina dopo non rimasi in casa nonostante si sentirono tutti un po’ offesi,
giustamente, da quella mia decisione, ma volli andare in giro da solo, per i campi. Non riuscivo a
darmi pace e raccolsi tutti i sassi che trovavo e li tirai più lontano possibile da me, piangendo e
urlando, quasi fossi stato un cavaliere disarmato e incapace, contro il drago del destino, di
trapassargli il cuore e ucciderlo. Non ne fui capace, e persi io, rimanendone gravemente ferito.
Passarono molti anni da quel giorno, ma io la continuavo a pensare. Non mi ero neanche
fidanzato, nonostante i miei avevano sempre insistito proponendomi molte ragazze, specialmente
mia madre che voleva dei nipotini al più presto. Mio padre insisteva meno, perché credo avesse
capito benissimo il mio dramma. A volte, quando gli capitava di parlare di quel viaggio e di
quella famiglia conosciuta per caso, mi guardava fisso negli occhi, per avere conferma del suo
dubbio e, nell’attimo preciso in cui nominava quella ragazza, i miei occhi gli confermavano
tutto.
Un giorno ricevemmo un pacco.
Seppi allora che era stata proprio lei a chiedere il nostro indirizzo a mia madre, facendosi
promettere di non rivelarmelo. Nel biglietto allegato, scritto con mano tremolante, suo padre ci
dava notizia della morte di Rose Marie per un male incurabile, dopo lunghe sofferenze. E fu solo
allora che seppi il suo nome. Aveva lasciato detto di farmi recapitare il suo libretto, proprio
quello che aveva sul treno quel giorno. Lo presi in mano come una reliquia, notai che era ormai
consumato ai bordi e la pelle aveva assunto un aspetto opaco e sbiancato. Sul davanti e sul dorso
c’era inciso, in oro, il numero XII.
Mi tremavano le mani.
Ebbi un sussulto e il mio cuore, ora lo so, da quel giorno, cessò di battere per sempre.
Da allora tengo quel libretto sempre sul mio comodino.
Sono passati tanti anni da quel viaggio, nel giugno del 1939, e sono ormai vecchio.
Ma trovo pace e serenità solo quando, ogni sera, leggo un pensiero o una delle tante poesie
di Rose Marie.
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