Montessori e Mussolini:
la collaborazione e la rottura
di Giuliana Marazzi

Una collaborazione proficua
Non è molto nota, in Italia, l’importante collaborazione che si sviluppò
– a partire dal , ma finita con una rottura nel  – fra la famosa
educatrice Maria Montessori e Benito Mussolini. Questo periodo coincise
con una fase importante della vita di Maria Montessori: basti pensare
che, proprio negli anni del fascismo fu fondata come ente morale l’Opera
Montessori – origine che non è ricordata che superficialmente negli
studi a lei dedicati – che ancora oggi esercita un’attività di diffusione e
controllo su questo metodo d’insegnamento. Non si tratta solo di una
censura su questo particolare, ma di un silenzio che avvolge tutta la vita
della grande educatrice: biografie della Montessori in italiano, infatti,
fino a poco tempo fa, non ne esistevano. Le uniche a lei dedicate sono
quelle scritte rispettivamente da E. Mortimer Standing e da Rita Kramer,
entrambe in lingua inglese.
La volontà di lasciare nell’ombra alcuni aspetti della sua vita, in particolare il figlio illegittimo e l’adesione al fascismo, può spiegare almeno
in parte questa assenza. Al contrario, l’attenzione della cultura italiana è
stata sempre diretta al suo metodo, ampiamente applicato sia in scuole
pubbliche che private. L’Opera Montessori ha svolto a questo riguardo
un ruolo determinante. Le ragioni di tale comportamento si spiegano, per
un verso, nell’interesse prevalente dell’Ente nei confronti delle tematiche
pedagogiche e educative, per l’altro nella necessità di cancellare alcuni
episodi dell’esistenza della Montessori – come l’adesione al fascismo – che
potevano compromettere la sua immagine pubblica, alla quale veniva
rivolta un’attenzione quasi agiografica.
Questa assenza d’interesse storico nei confronti di una figura come
Maria Montessori si spiega anche con il fatto che la pedagogista non faceva
parte di un gruppo di opinione egemone nella cultura italiana, interessato
a mantenerne viva la memoria. Il rapporto complesso e conflittuale che
ella intrattenne con i poteri costituiti – Stato e Chiesa – e con i grandi
Dimensioni e problemi della ricerca storica, n. /

GIULIANA MARAZZI
raggruppamenti ideologici, come le sinistre e i cattolici, contribuì a questo
debole interesse storico per una figura che, invece, è stata senza dubbio la
donna più importante del nostro paese nella prima metà del Novecento
e oltre, conosciuta molto bene anche all’estero. Solo nel , a  anni
dalla sua morte, è stata pubblicata in Italia la prima biografia, ad opera
della storica olandese Marjan Schwegman. Questo testo, in lingua italiana,
affronta argomenti, come il rapporto della dottoressa con la teosofia e con
il fascismo, finora taciuti o addirittura ignorati. Parte dell’ottavo capitolo
del libro è, infatti, dedicato alla ricostruzione del legame che unì la Montessori al fascismo e a Mussolini. In esso viene narrata per la prima volta
la collaborazione con il regime e, contemporaneamente, si rintracciano
le diverse motivazioni della rottura e dell’allontanamento dall’Italia della
Montessori. La Schwegman, inoltre, cerca di spiegare come la pedagogia montessoriana abbia potuto accompagnarsi con gli ideali fascisti di
ubbidienza e disciplina. Nel pensiero montessoriano, infatti, vi era una
«misteriosa combinazione di crescita individuale e dell’inchinarsi ad una
forza superiore, unione a cui tutte le anime individuali aspirano», ma non
l’unione di un individuo con uno Stato considerato quale entità astratta,
tipico della mentalità fascista, bensì quella con uno Stato quale comunità
etica, vicino al pensiero gentiliano. Tale concezione si presentava come
avulsa da qualsiasi credo politico e rendeva la posizione montessoriana
neutrale, dunque più libera di ritagliarsi uno spazio di manovra in seno
al regime.
Un altro libro in italiano, recentemente pubblicato, che affronta,
anche se parzialmente, il rapporto dei Montessori , cioè la madre con il
figlio Mario e con il fascismo, è quello di Augusto Scocchera. Questo
studio prende in esame alcune lettere di Mario Montessori, per lo più
indirizzate al duce, relative al periodo che va dal  al , cioè agli
anni in cui si presentarono per i Montessori le maggiori difficoltà nei rapporti con le istituzioni e con i responsabili dell’Opera e, di conseguenza,
costituirono il periodo in cui venne meno l’intesa con il regime e il suo
capo. Curiosamente, Scocchera non parla degli anni immediatamente
precedenti, quelli caratterizzati invece da un buon rapporto con Mussolini, facendo così dei Montessori degli “antifascisti”.
La cooperazione tra la Montessori e Mussolini ebbe inizio nei primi
anni del regime fascista, quando l’applicazione di questo metodo nelle
scuole italiane stava divenendo sempre più difficile. Ciò era dovuto allo
scarso interessamento delle autorità scolastiche nei confronti sia del metodo che delle scuole montessoriane, costrette, ben presto, a chiudere
definitivamente. In questo panorama sconfortante la Montessori, che nel
frattempo stava ottenendo importanti riconoscimenti per la sua opera in
tutto il mondo, cercò tutti i mezzi per non vedere inapplicate le sue teorie

MONTESSORI E MUSSOLINI: LA COLLABORAZIONE E LA ROTTURA
pedagogiche proprio nel paese dove il metodo era nato e aveva visto il
successo delle prime sperimentazioni nelle scuole materne denominate
Case dei bambini.
La pedagogista aveva bisogno di un sostenitore politico che condividesse le sue teorie pedagogiche, che la aiutasse a realizzare in maniera
efficace i suoi progetti. Provò quindi a rivolgersi a Mussolini, che per
una prima fase si rivelò un valente promotore. L’interesse del duce nei
confronti della nuova metodologia era maturato sotto l’influenza di
una serie di circostanze: l’atteggiamento favorevole riguardo al metodo
dell’allora ministro della Pubblica Istruzione, il filosofo Giovanni Gentile,
che era da diversi anni direttore della “Società degli Amici del Metodo”
– associazione fondata intorno al  da un gruppo di sostenitori con il
compito di organizzare i corsi di formazione e di cooperare nell’apertura
delle Case dei bambini – il crescente clamore che le idee della dottoressa
avevano suscitato in diversi paesi come Germania, Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, India e Nuova Zelanda. Il suo interesse diretto, poi, fu
sollecitato da una lettera di Mario Montessori, figlio della pedagogista,
inviatagli nell’inverno del .
Nel febbraio del  Mussolini decise di avviare un’inchiesta sulla
situazione delle scuole montessoriane all’estero e sul livello d’accettazione
ed applicazione del metodo fuori d’Italia. Il risultato entusiasmante
dell’inchiesta e la buona impressione che gli fece un incontro con la
Montessori, convinsero Mussolini ad incoraggiare lo sviluppo di questa
metodologia pedagogica interamente italiana, nella quale individuava
motivo di orgoglio e soddisfazione per la nuova classe dirigente nazionale. Un primo esempio di questo orientamento fu l’elevazione a ente
morale, nell’aprile del , dell’associazione Opera Montessori nata
dalla “Società degli Amici del Metodo”. Scopo dell’associazione era di
raccogliere fondi e diffondere le riforme dell’educazione attraverso il
metodo montessoriano nella sua completezza. Inoltre, il governo fornì
dei sussidi con i quali la nuova società doveva organizzare le scuole
montessoriane e tenersi in contatto con quelle sparse in tutto il mondo.
Nel consiglio d’amministrazione del nuovo ente era prevista la presenza
di un rappresentante del ministero della Pubblica Istruzione e di un rappresentante del comune di Roma; come presidente era stato designato
Giovanni Gentile e tra i suoi soci erano presenti nomi del calibro di
Antonino Anile e Giuseppe Lombardo Radice. La presenza nell’Opera
Montessori di tante personalità del mondo della scuola e della cultura è
una conferma del grande interesse suscitato dal movimento montessoriano
e dal metodo pedagogico in quegli anni.
La trasformazione dell’Opera Montessori in ente morale fu solo la
prima delle molte iniziative adottate dal duce. Ad essa seguì la creazione

GIULIANA MARAZZI
dell’associazione che prese il nome di Comitato di Milano, come ramo
dell’Opera nazionale Montessori; sempre a Milano, si organizzò il primo
corso di formazione nazionale per insegnanti. Vi parteciparono ben
 maestri, di cui  dipendenti della Pubblica Istruzione. Essi provenivano da diverse parti d’Italia,  dalla Lombardia,  dalle Marche,
 dal Veneto,  da Roma, un numero imprecisato da Milano. Il corso
in questione fu il primo tenuto sotto gli auspici del governo fascista. Si
aprì nel febbraio del  e durò sei mesi, nei quali fu seguito un preciso
programma dettato dal ministero. Presidente onorario del corso era Mussolini che donò dal proprio fondo personale un sussidio di lire . a
favore dell’Opera.
Nel frattempo nuove scuole adottavano il metodo. Solo a Roma,
l’Istituto per le case popolari aveva aperto cinque Case dei bambini,
rispettivamente in via dei Marsi, in via del Commercio, in Lungotevere
Testaccio, in via Giovanni Branca e in via Ruggero di Lauria. Nel  vi
erano ben  sezioni con  bambini, con i quali, come si legge in una
relazione didattica dell’anno scolastico -, si ottenevano degli
ottimi risultati. I bambini da  a  anni erano seguiti con grande spirito
d’osservazione, d’intuizione e soprattutto con rispetto dell’individualità
infantile. La scuola rappresentava, così, non solo un luogo d’accoglienza,
ma anche un luogo di sviluppo intellettuale e morale, dove i bambini, in
ambienti spaziosi, puliti e ordinati, avevano l’opportunità di muoversi,
sperimentare, scegliere gli esercizi più consoni al loro stato fisico ed intellettuale, acquistando amore per l’ordine, la pulizia, il bello e il lavoro.
Inoltre, in conformità ai nuovi programmi governativi, si eseguivano canti,
preghiere, disegno libero e si infondeva il sentimento patriottico, con la
devozione al re e l’omaggio alla bandiera. I nuovi programmi educativi,
cui fa riferimento la relazione didattica, erano inseriti nella riforma scolastica di Gentile e rappresentavano una ridefinizione dell’educazione
prescolastica che era considerata, per la prima volta, parte integrante
dell’insegnamento elementare. Bisognava, infatti, attendere ad una formazione morale ai fini di una riforma sociale e politica; le scuole materne
erano un luogo d’incontro tra la famiglia e la società e un luogo di sviluppo
di una nuova coscienza.
Il sostegno delle autorità riguardò non solo le scuole materne, ma
anche la creazione di una scuola superiore di metodo. Da tempo, infatti,
il movimento montessoriano aveva presentato il progetto di un centro di
studi del metodo pedagogico nella capitale, città dove era stato ideato.
Da una lettera del  marzo del , scritta a Mussolini dal presidente
del Comitato di Milano, la contessa Lodovica Borromeo Gallarati Scotti,
si apprende che le scuole Montessori a Roma erano state chiuse da diversi anni per decisione del Comune, cosicché le incessanti richieste di

MONTESSORI E MUSSOLINI: LA COLLABORAZIONE E LA ROTTURA
far visita a questi istituti, avanzate da parte d’innumerevoli studenti di
diversi paesi stranieri, non potevano essere esaudite. A questa lettera se
ne aggiunse un’altra della Montessori del  aprile dello stesso anno. In
essa si esprimeva sia il rammarico di dover insegnare all’estero il metodo
notoriamente nato a Roma, sia la speranza di un intervento da parte del
duce per la creazione di questa scuola. Di lì a due anni, nel gennaio
del , fu aperta a Roma la Regia scuola di metodo Montessori, prima
scuola secondaria di questo tipo, in cui si insegnava, anche, la cultura
fascista e vi furono più di  asili e scuole elementari che adottarono il
metodo. La Montessori, a tale proposito, inviò una lettera al duce, nel
febbraio del :
l’atto legislativo col quale l’E. V., accogliendo la proposta del Ministro della
Pubblica Istruzione, ha istituito una R. Scuola per la formazione delle educatrici
dell’infanzia secondo il mio metodo, viene a coronare il lungo mio lavoro a favore di un sistema educativo squisitamente italiano, che ha portato in onore pel
mondo il nome della Patria, e viene ad esaudire uno dei miei più ardenti voti:
quello di veder fiorire in Roma una scuola a me affidata, dove possa applicare
a completare il mio metodo. E ardisco chiedere che mi sia concesso l’onore di
essere ricevuta dalla Eccellenza Vostra, accompagnata da S. E. il Ministro della
Pubblica Istruzione: per manifestare la gratitudine del mio animo a Colui che,
dando nuova vita all’Italia – ha voluto accogliere e dar valore anche all’opera mia.
Nella fiduciosa attesa ottenere l’alto onore di essere ancora una volta ammessa
alla Sua Presenza – rinnovo all’E. V. i miei sentimenti di devozione profonda.
In questi stessi anni si incentivarono le pubblicazioni e nacquero le riviste,
come il mensile “L’idea Montessori” organo ufficiale dell’Opera che uscì
regolarmente dal  al . A questa seguì un’altra rivista, pubblicata
a Roma nel  e successivamente un bimestrale nel  e un bollettino
sempre bimestrale “Opera Montessori”, edito a Roma e a Firenze, poi
solo a Roma dal  al . Queste riviste informavano il lettore sui corsi
nazionali e internazionali, sulla nuova scuola nata a Roma, sulla crescente
diffusione del metodo nel mondo, sull’andamento delle Case dei bambini
in Inghilterra, in Francia, in Romania, in Olanda, in India e su quelle
italiane. Queste pubblicazioni si avvalevano della collaborazione dei
fedelissimi come Giuliana Sorge, Anna Maccheroni, Mario Montessori
e stranieri come Lilì Roubieczk, Claude Claremont, Charlotte Muehsam,
a testimonianza del successo internazionale ottenuto dalle idee montessoriane. Nel corso del , quando la Montessori ottenne ufficialmente
la tessera fascista e divenne membro onorario del partito, il suo metodo
aveva conquistato l’Italia, così come da tempo stava accadendo nel resto
del mondo. In molti paesi, infatti, si erano costituite delle scuole montessoriane e si tenevano i corsi di preparazione. Negli Stati Uniti, Germania,

GIULIANA MARAZZI
Spagna, Francia, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Islanda, Giappone, India,
Canada, Messico, Olanda e in molte altre nazioni le nuove idee pedagogiche trovarono entusiasti patrocinatori e molteplici realizzazioni. Il
movimento montessoriano, così diffuso, necessitava di un’organizzazione
centrale che tutelasse la corretta applicazione delle teorie originali e attendesse al coordinamento delle attività delle numerose società. Poiché
il metodo prevedeva il facile adattamento alle diverse realtà nazionali, si
presentò la necessità che alla tendenza differenziatrice si contrapponesse
una tendenza unificatrice. A tale proposito, in occasione del Congresso
internazionale Montessori tenuto ad Elsinor in Danimarca nel , con
il patrocinio dell’Associazione “New Education Fellowship”, fu fondata
l’Associazione Internazionale Montessori (AMI), nata da un’idea proposta
da Mario Montessori. L’AMI ebbe la sua sede prima a Roma, trasferita poi,
nel , a Berlino, in seguito in Spagna e definitivamente ad Amsterdam.
Essa ebbe il sostegno di personalità come Giovanni Gentile, Guglielmo
Marconi, Sigmund Freud, Jean Piaget, Rabindranath Tagore, Jan Masaryk
e di numerosi giovani «pronti a difendere le idee della dottoressa contro
le mistificazioni e le distorte interpretazioni».
L’AMI dunque, come scrisse lo stesso Mario Montessori in una relazione del , aveva l’obiettivo di salvaguardare l’idea montessoriana e
di sostenere i diritti del bambino, considerato sempre più il «cittadino
dimenticato». Questa associazione, attendendo alla conoscenza e allo sviluppo del bambino avrebbe favorito, secondo Montessori, una maggiore
cooperazione tra i popoli di diversa razza, religione, cultura e convinzione
politica, dando luogo ad un’intesa non solo tra il fanciullo e l’adulto, ma
anche tra tutti gli esseri umani.
Gli obiettivi dell’AMI, resi possibili dal carattere di universalità e di
adattamento del metodo a tutte le culture, sembravano contrapporsi
alla professione d’italianità sottolineata più volte sia dalla dottoressa
che dal figlio, suo più vicino collaboratore. Per quest’ultimo, l’una non
necessariamente escludeva l’altra, poiché il metodo, che nel continuo
rigenerarsi e svilupparsi era universale, nella struttura e nelle origini era
italiano. Lo stesso Mario terrà a rilevare che sua madre aveva «sempre
tenuto le sue lezioni e i suoi corsi in lingua italiana» e che l’appoggio accordato al metodo da parte del governo fascista, soprattutto da Mussolini,
non aveva fatto altro che evidenziarne il «valore educativo e l’italianità».
La dottoressa, da parte sua, rimarcò in molte occasioni il legame tra il
metodo e l’Italia, il «Paese meraviglioso» in cui era sorto, difendendolo
davanti alle contraffazioni straniere. Il metodo Montessori puro e, quindi,
derivante dalle idee della sua autrice, era solo quello italiano. Il sentimento d’italianità e l’attaccamento al proprio paese della Montessori è
ulteriormente riconoscibile nella volontà di ritagliarsi, in Italia, sempre

MONTESSORI E MUSSOLINI: LA COLLABORAZIONE E LA ROTTURA
nuovi spazi per le varie attività legate al movimento. Una di queste erano
i corsi internazionali per la preparazione degli insegnanti che, dal ,
si susseguirono sia in Italia che all’estero. Il  gennaio del  ebbe
inizio, a Roma, il XV Corso internazionale, il primo tenuto in Italia dal
termine del conflitto mondiale. Durò sei mesi, con la partecipazione di
rappresentanti di  nazioni, oltre a quella italiana con  insegnanti. La
Montessori riscosse un enorme successo. Il suo contributo per la “liberazione del bambino”, da tanti secoli auspicata, si dimostrò determinante
e indispensabile. Il consenso unanime portò numerosi paesi ad unirsi
all’Associazione internazionale che, a quell’epoca, era in fase di organizzazione. La direzione generale del corso fu affidata a Mario Montessori,
per la presidenza onoraria fu designato Mussolini, mentre il ministro
dell’Educazione nazionale, Balbino Giuliano, diede il suo appoggio interessandosi per far ricevere dal duce  allieve del corso. L’incontro
tra Mussolini, la Montessori e le sue allieve incoraggiò la richiesta per
l’estensione ulteriore del metodo nelle scuole governative, unita a quella
di una maggior partecipazione degli insegnanti del Regno al successivo
corso internazionale che si sarebbe dovuto tenere anch’esso a Roma.

Aspetti comuni e divergenze di fondo
Durante il periodo fascista il sistema scolastico fu oggetto di molteplici
cambiamenti introdotti dalla riforma Gentile. Essa prevedeva una riorganizzazione e razionalizzazione sia dell’amministrazione scolastica che
del personale insegnante, a cui si aggiungeva un completo riordinamento
della scuola secondaria, con la creazione di nuovi istituti, come quello
magistrale, il liceo femminile e la scuola complementare triennale. A
questi provvedimenti si sommò l’inserimento del carattere di esame di
Stato per ogni prova d’ammissione prevista per il passaggio da un grado
d’istruzione all’altro. Gentile con la sua riforma dimostrò un particolare
interesse per l’istruzione preelementare, sostituendo al vecchio asilo assistenziale una più moderna scuola materna, concepita come istituzione
preparatoria alla scuola elementare.
La politica scolastica fascista avviò, con questa riforma e con i successivi provvedimenti, una vera e propria campagna contro l’analfabetismo
che ebbe come risultato un sensibile aumento della popolazione scolastica,
soprattutto di quella della scuola secondaria. Questo orientamento
avanzò parallelamente con la fascistizzazione della scuola, che diveniva
sempre più serrata. Mussolini auspicava per la scuola italiana una nuova
immagine, frutto di un profondo cambiamento, al quale si adattava, per
alcuni aspetti, il metodo della Montessori. Primo fra tutti il concetto di

GIULIANA MARAZZI
ordine, che piaceva ad entrambi, ma in modo differente. Mussolini colse
dal metodo l’idea di disciplina e autoregolamentazione, che la dottoressa
considerava indispensabile nella sua didattica, ma gli sfuggì l’aspetto
volto al libero sviluppo dell’individuo. La Montessori esaltava la figura
del «fanciullo pieno di gioia e di salute, che si distingue per la sua calma e
la sua disciplina»; tuttavia, questo comportamento doveva essere frutto
di un lungo cammino personale in cui il bambino sperimentava esercizi
ed attività pratiche in piena libertà di scelta.
Un altro aspetto della metodologia montessoriana che interessava il
duce era costituito dalla precocità dell’apprendimento, per cui i bambini
di  e  anni d’età potevano imparare a leggere e scrivere. Quest’elemento
ben si accordava con la necessità di alfabetizzare, in maniera rapida, il
maggior numero di scolari e il raggiungimento di tale obiettivo avrebbe
dato lustro sia alla nuova nazione fascista che al patrocinatore e sostenitore della pedagogia montessoriana. La dottoressa, da parte sua, aveva
necessità dell’appoggio di Mussolini e delle personalità di governo per
sviluppare ed espandere il suo metodo proprio nel paese d’origine. La
Montessori e Mussolini avevano, quindi, bisogno l’uno dell’altra: anche
se le loro convinzioni di fondo non convergevano del tutto, ognuno pensava di servirsi dell’altro per i suoi fini. La Montessori, tuttavia, non era
disposta a sacrificare per questo obiettivo la scelta del personale docente
ed accettare l’intromissione nelle sue concezioni didattiche. Ma la libertà
d’azione che le era stata accordata nei primi tempi non era conciliabile
con la prassi di Mussolini e il regime, appena ne ebbe la possibilità, tentò
di controllare il suo operato.

Primi problemi e la rottura
La Montessori teneva particolarmente sia alla giusta applicazione del suo
metodo, sia alla competenza delle insegnanti, pertanto la scelta doveva basarsi su criteri molto rigidi. Ciò è dimostrato, oltre che dagli innumerevoli
corsi di formazione per insegnanti che la stessa dottoressa organizzava
in Italia e all’estero, anche dal solerte impegno nell’assegnare le cattedre
d’insegnamento a persone di comprovata abilità e preparazione.
I primi problemi tra la Montessori e il ministero dell’Educazione
sorsero proprio riguardo a questa prerogativa. Nel luglio del ,
l’insegnante di pedagogia, nonché direttrice della scuola di metodo di
Roma, Giuliana Sorge, fu coinvolta in uno scandalo. Ella venne accusata
di aver proferito, sul posto di lavoro, una frase offensiva, di cui non
conosciamo le parole, nei confronti del duce: per questo venne arrestata,
privata del passaporto e sospesa dal suo incarico con un’ammonizione.

MONTESSORI E MUSSOLINI: LA COLLABORAZIONE E LA ROTTURA
La Sorge tentò di rivolgersi direttamente al duce con una lettera, in
cui traspare la sua indignazione per l’accaduto e la preoccupazione per
il futuro. Ella si professava innocente e si considerava «vittima di un
complotto» ordito per allontanarla dal lavoro a cui si era dedicata per
tanti anni come un fervente «apostolo». Oltre le dichiarazioni di fede e di
autentica devozione per il duce, la Sorge per dimostrare la sua innocenza
scriveva che l’ingiuriosa frase in questione non poteva essere stata proferita da lei poiché: «quella frase, Eccellenza, aveva una forma dialettale
meridionale, mentre io sono milanese! – e questa è la più evidente prova
che non fui io a pronunciarla». In più «una sola persona, nelle inchieste
ha deposto contro di me – e questa persona, che dice di aver udito, è
sorda», mentre, «la dottoressa e quelli che mi conoscono non sono stati
ascoltati». Per questo la Sorge, seriamente preoccupata, continuava dicendo: «la polizia mi ritiene colpevole e mi condanna “all’ammonizione”
– lasciando sul mio nome una macchia e mettendo un ostacolo alla vita,
che sostengo col mio lavoro. […] allontani da me l’umiliazione di essere
ammonita, per averla insultata: io, che l’ho soltanto amato!». Mussolini
dispose per la revoca del provvedimento deciso precedentemente dalla
Commissione provinciale in base all’articolo 1 del T. U. n.  che sanciva il licenziamento dei maestri non compatibili alle direttive politiche
del regime. Il Provveditore agli studi della Lombardia fu incaricato di
non dar seguito alla dispensa dal servizio e così la maestra fu reintegrata
nelle scuole elementari del comune di Milano. Da questa città, poco più
tardi, la Sorge scrisse una relazione indirizzata al duce sulle condizioni
del movimento montessoriano all’estero e in Italia. Le condizioni del
metodo in Italia costituivano «una ferita sanguinante», poiché esso non
godeva di «simpatia e protezione dalle Autorità della Scuola» ed anzi,
«nessuna di esse è venuta mai a visitare la scuola, a studiare da vicino
il problema». Se ciò fosse successo, secondo la Sorge, avrebbero visto
«un’opera di educazione» dove si «realizza il massimo progresso della
coltura, appresa con spontanea e gioiosa applicazione; realizza la tutela
della libertà di espansione dell’intelligenza, nella forma della più inconsueta, scrupolosa e costante disciplina attiva: profondità e rendimento
di azione, nella massima obbedienza alla legge. […] I bambini da noi
preparati danno risultati di coltura e di preparazione del carattere, che
nessuna altra scuola del mondo può ottenere». Difatti, scrive sempre la
Sorge, i «bambini di età di scuola elementare hanno una conoscenza di
nozioni equivalente a quella di ragazzi che abbiano terminato la scuola
media inferiore […]. E di questo, Eccellenza, Voi potreste rendervi conto,
se voleste concedermi il privilegio e l’onore di educare su queste linee i
Vostri bambini».
Questi ottimi risultati didattici non avevano garantito un’adeguata

GIULIANA MARAZZI
diffusione delle scuole di metodo, perché l’unica scuola di formazione
per maestri era rimasta quella di Roma, «teatro di passioni personali
[…] che hanno disgregato tutto quanto noi avevamo costruito». Per
questo la scuola, che per gli ottimi risultati ottenuti avrebbe meritato di
essere trasformata in Istituto pedagogico, era stata «avvilita e debilitata»
soprattutto «per lo scandalo del luglio scorso» relativo all’ipotetica frase
calunniosa proferita dalla Sorge. La relazione terminava con una supplica: «alzi ancora, Eccellenza, la Sua Mano protettrice: e apra di nuovo
il cuore della dottoressa e dei suoi seguaci […]. Non permettete che per
una ingiustificabile opposizione subdola, si chiudano le porte ad un’opera
tanto meritoria e che facili voci disgregatrici circolino per offendere e
per stroncare».
Le «voci» a cui si riferisce la Sorge erano quasi certamente quelle
di due insegnanti della scuola fortemente impregnate di spirito fascista,
quella di matematica, Lo Preiato, e quella di cultura fascista, Prini.
Entrambe erano infastidite da come veniva gestita la scuola «che tutto
è fuorché italiana e fascista» come scriveva la Prini, che si definiva una
«fascista al  per » a cui premeva «che le maestre montessoriane
comprendano e amino il Fascismo e il duce per il bene del Paese».
Dopo lo scandalo, la destituzione della Sorge dal ruolo di direttrice e
insegnante e il suo conseguente trasferimento a Milano, bisognava provvedere a sostituirla. La risoluzione proposta dalla dottoressa era la nomina
di una sua collaboratrice, la Sig.ra Adele Costa Gnocchi, la quale però
per accettare l’incarico aveva posto come condizione quella di rinnovare
tutto il personale docente della Regia scuola. Il licenziamento di tutte le
insegnanti era il provvedimento patrocinato anche dalla Montessori,
poiché nessuna di esse aveva dimostrato di conoscere e saper applicare il
metodo e di ciò informò il ministro dell’Educazione, Ercole. Quest’ultimo,
in risposta alla lettera della Montessori, pretese una relazione dettagliata
sull’andamento dell’anno scolastico e specificatamente sulla condotta
delle singole insegnanti poiché «non è mai pervenuta durante il corso
dell’anno scolastico - alcuna lamentela o rapporto circa il valore
e l’efficacia dell’opera prestata dalle insegnanti di detta Scuola».
La soluzione prospettata dalla Montessori per ciò che riguardava la
sostituzione della Sorge non garantiva, però, la fede fascista della Regia
scuola di metodo. A tal fine, infatti, il ministero provvide direttamente
alla sostituzione della Sorge, senza tener conto dell’opinione della dottoressa in merito, con la nomina del prof. Rivara, che non era neanche
abilitato all’insegnamento della materia. Questa decisione provocò
l’indignazione della Montessori, come testimonia una lettera indirizzata
ad una sua allieva, di cui Mario Montessori informò il duce. In essa vi
era scritto che

MONTESSORI E MUSSOLINI: LA COLLABORAZIONE E LA ROTTURA
la Scuola di metodo senza metodo Montessori è una contraddizione […]. Che il
Governo Italiano si contenti di una scuola di preparazione di maestre Montessoriane, da cui viene effettivamente respinta per sostituirla con incompetenti,
l’autrice, e insieme cacciate le persone competenti nel metodo: e perciò abolita la
conoscenza del metodo stesso, è possibile: come tutto è possibile in casa propria.
Ma quando si vuole attirare da tutte le parti del mondo gli interessati al metodo,
non tenendo conto né del Metodo stesso, né dell’autrice, né delle persone sue
collaboratrici, è un’altra cosa.
Questo episodio diede inizio ad una estenuante contesa tra la Montessori e le autorità per la scelta del personale docente. Ciò che si esigeva
era, prima di tutto, seguire scrupolosamente il metodo, ritenendo inoltre
indispensabile l’adesione al fascismo. Questo diverso criterio di scelta
condusse ad un inasprimento dei rapporti fino alla definitiva rottura.
Le ingerenze del ministero sulla scuola romana non costituivano, tuttavia, le uniche ragioni di contesa: la Montessori sollevò delle obiezioni
anche riguardo all’operato del presidente dell’Opera, Emilio Bodrero,
succeduto a Gentile, nel maggio del . Bodrero, deputato fascista
al Parlamento dal , assunse l’incarico di sottosegretario del ministro
della Pubblica Istruzione, Pietro Fedele, dal  al ; fu vicepresidente della Camera dei deputati dal  al , nonché presidente della
Confederazione nazionale dei professionisti ed artisti dal  al ; nel
 fu nominato senatore e fu anche delegato alla Società delle Nazioni.
La brillante carriera di Bodrero in seno al regime venne ulteriormente
arricchita dall’incarico, della durata di  anni, di presidente dell’Opera
Montessori. La dottoressa espresse ben presto le sue riserve sul lavoro
di Bodrero:
S. E. Bodrero mi scrive, in contraddizione ai miei avvertimenti riguardanti certe
società Montessori straniere abusive, con le quali si va mettendo in rapporto;
che egli ha il dovere di stare in rapporto con tutti gli interessati del metodo senza
distinzione, per poter costruire l’istituto internazionale (AMI).
Le società abusive si erano appropriate del metodo trasformandolo sia
nella forma sia nei contenuti e ciò era inammissibile per la dottoressa che
non aveva alcuna intenzione di far parte di un progetto in cui non erano
garantite «le difese del metodo e la costante influenza di persone in esso
competenti». In conclusione, la Montessori non solo non condivideva
tale comportamento, ma riteneva molto gravi le manovre di Bodrero per
appropriarsi del controllo di tutte le attività dell’Opera. La lettera, infatti,
terminava sottolineando che questo tipo di atteggiamento «allontana la
possibilità di accentrare in Italia il movimento, e rende necessarie le mie

GIULIANA MARAZZI
immediate dimissioni». Il presidente dell’Opera Montessori, Bodrero,
rispose a queste obiezioni ed accuse con una lunga relazione inviata al
segretario particolare del duce. In essa ribadì la convinzione che il mettersi
in contatto con le società abusive rendeva più facile, qualora fosse stato
necessario, l’intervento per tutelare «l’integrità del metodo». Il presidente
dell’Opera doveva, infatti, mediare le diverse esigenze, cercando di coniugare le aspettative della Montessori, che diveniva sempre più intransigente, a quelle del regime, orientato verso una più ferrea fascistizzazione
dell’educazione e ad egemonizzare la diffusione del metodo nel mondo.
Bodrero, in sostanza, cercava di espandere il movimento montessoriano
operando attraverso le richieste pervenute al ministero per la diffusione
delle riviste, la promozione delle scuole presso i provveditori e dando
maggior risalto all’ente dell’Opera Montessori, ma, allo stesso tempo,
riteneva doveroso riferire a Mussolini le compromettenti affermazioni
della Montessori. A tale proposito, è significativa una lettera del presidente dell’Opera indirizzata al duce, in cui si riferisce l’intervento della
dottoressa al Club internazionale per la pace di Ginevra. La Montessori,
tra l’altro, per mezzo della sua collaboratrice Giuliana Sorge, ne aveva già
informato Mussolini inviandogli il testo della conferenza.
A questo dibattito, tenuto nella primavera del , erano convenute
le rappresentanti delle maggiori organizzazioni internazionali femminili.
Gli interessi e gli obiettivi di queste associazioni erano i più svariati, il voto
alle donne, il diritto di cittadinanza per la donna sposata, l’uguaglianza
dei diritti tra i sessi, l’educazione, la libertà e, soprattutto, la pace. E
proprio riguardo a quest’ultimo argomento, secondo Bodrero, il discorso
della Montessori
deve essere stato di perfetto gradimento per quel pubblico […]. L’applicazione
del suo metodo alla pace è giustificata dall’occasione del discorso ma risulta
grottesca e puerile. C’è il solito motivo rousseauiano, con equivoci grossolani: ci
sarebbe per esempio da domandare all’oratrice se è capace di trovare od inventare
un gioco per bambini che non contenga in sé l’embrione della guerra […] o se
saprebbe togliere dalla scuola, cioè dalla natura umana, il sentimento al meno
dell’emulazione, che contiene anch’esso un principio di guerra.
La Montessori veniva aspramente criticata per il suo amore per la pace,
considerata come «il trionfo della giustizia e dell’amore tra gli uomini: essa
indica un mondo migliore ove regna l’armonia». Dal testo dell’intervento
per la conferenza, la Montessori trasse un opuscolo intitolato La paix et
l’education , in cui si evidenziavano i legami esistenti tra l’educazione e
la pace. Per la Montessori, solo una giusta educazione avrebbe prodotto
«un tipo di uomo migliore, un uomo dotato di caratteristiche superiori
che lo facciano apparire come appartenente ad una nuova razza: il su-

MONTESSORI E MUSSOLINI: LA COLLABORAZIONE E LA ROTTURA
peruomo del quale Nietzsche ebbe il luminoso presentimento». Pace,
libertà, amore erano parole che mal si conciliavano ai valori propugnati
dalla mentalità fascista e le idee di un personaggio pubblico come la
dottoressa non potevano certo passare inosservate, soprattutto se in
contrapposizione a quelle imperanti.
Nel gennaio del , la dottoressa e il figlio decisero di dare le proprie
dimissioni dall’Opera Montessori a cui seguirono quelle del presidente
Bodrero. Un mese dopo, la Montessori rinunciò all’incarico di direttrice
della Regia scuola di metodo e chiese al nuovo presidente dell’Opera,
il ministro plenipotenziario Piero Parini di togliere il nome Montessori
alla scuola che si era chiaramente allontanata dal metodo originario.
La dottoressa era sempre più orientata verso l’interruzione dei rapporti
con le autorità italiane, anche se, ancora una volta, nell’aprile del ,
accettò di organizzare un congresso pedagogico internazionale a Roma,
con l’avallo del governo italiano. Questo fu, però, l’ultimo congresso
tenuto in Italia. Successivamente, i Montessori decisero di trasferirsi stabilmente a Barcellona, poiché troppi erano i timori e le preoccupazioni
per il ritiro del passaporto, cui temevano di essere sottoposti rimanendo
in Italia. Infatti, le voci d’antifascismo riguardanti l’educatrice e il suo
movimento divenivano sempre più insistenti ed ineludibili, tanto che il
metodo, di lì a pochi anni, venne abolito e le scuole montessoriane e le
relative riviste chiuse. La stessa Montessori, a tale proposito, dichiarò di
essere vittima, in patria, di una vera e propria “crociata” condotta senza
nessun motivo apparente. L’unico appiglio in grado di giustificare tale
atteggiamento consisteva nel fatto che la Montessori aveva acquisito la
cittadinanza inglese ma, fondamentalmente, le cause erano da ricercare
altrove. La principale di esse era rappresentata dal cambiamento che
la politica scolastica e culturale fascista stava subendo nei primi anni
Trenta. La sostanziale tolleranza accordata in passato all’ambiente della
cultura stava per cedere il passo ad un nuovo orientamento caratterizzato
dalla limitazione delle libertà e delle autonomie. Gli istituti culturali, le
università, i docenti ed in generale gli intellettuali dovettero sottostare a
nuove regole e leggi. Il controllo esercitato su di essi divenne nel tempo
più capillare e sistematico. Gli esempi più eclatanti erano l’introduzione
del giuramento di fedeltà al regime imposto ai docenti universitari e la
tessera obbligatoria per i dipendenti pubblici, compresi gli insegnanti.
A questi provvedimenti, inoltre, si sommò una politica scolastica sempre
più distante dalla riforma e dai progetti gentiliani. Questi ultimi, in effetti, costituivano una garanzia di tolleranza e autonomia per il mondo
accademico e proprio questo li rendeva, agli occhi dei più intransigenti,
troppo poco fascisti.
L’atteggiamento di critica e di chiusura che determinò l’abbandono

GIULIANA MARAZZI
della politica di Gentile coinvolse anche le idee patrocinate dalla Montessori. Esse mal si accordavano con il nuovo sistema d’insegnamento
fascista, che penalizzava l’originalità e la personalità, sopprimendo, così,
l’elemento portante della pedagogia montessoriana: l’esaltazione e la
liberazione dell’individualità.
Nonostante queste diversità di fondo, i Montessori, in più di una
occasione, dimostrarono il loro rammarico per non poter più lavorare
nel proprio paese e continuarono a ricercare la protezione del duce, nella
speranza di salvare le sorti del movimento. A tale riguardo è indicativa
una lettera che Mario Montessori inviava al duce, nel , a due anni
dalle dimissioni dall’Opera e dall’esilio, sottolineando che:
la Montessori in Italia ha meno autorità di una qualsiasi maestra che, avendo
una posizione ufficiale, può, se crede, metterla alla porta, come è successo nella
scuola di metodo dove la direttrice di allora ha fatto pregare la dottoressa di
sgombrare una stanza che, quale punto di contatto, aveva mantenuto fino ad
allora lasciandola piena di libri.
Inoltre, nella lettera si criticava l’errata applicazione del metodo e dei
relativi principi che lo contraddistinguevano quali, ad esempio, il mobilio nelle aule. A questa denuncia Mario Montessori aggiunse anche la
preoccupazione per il futuro professionale delle maestre montessoriane,
che dalle autorità locali venivano ignorate, «mandate alle scuole italiane
all’estero lontane dall’Europa (Africa e America)» o ancora, più spesso,
ostacolate nel loro lavoro. Infine Montessori riteneva necessario «disperdere le voci di antifascismo che allontanano una buona opera italiana
dalla sua patria». Quest’ultima frase ci conferma quanto la Montessori
e il suo più stretto collaboratore, suo figlio, non si facessero scrupolo di
affidarsi, ancora una volta, a Mussolini, il quale però, non volendo entrare
in conflitto con i suoi collaboratori e sempre più prigioniero della sua
immagine politica, decise di non operare una riconciliazione.

Due personalità a confronto
La collaborazione tra Mussolini e la Montessori non fu quindi facile:
entrambi, infatti, erano persone dal carattere volitivo e autoritario. Se,
da una parte, questa similitudine li avvicinava e li rendeva inclini a collaborare per un comune progetto, dall’altra era fonte di continui alterchi
per la gestione e il controllo del movimento pedagogico. La Montessori
era, infatti, irremovibile e non ammetteva nessun’intromissione nelle linee

MONTESSORI E MUSSOLINI: LA COLLABORAZIONE E LA ROTTURA
direttive della sua opera. Inoltre, la sua autorità e il suo potere decisionale
per quanto riguardava le società Montessori e il personale docente delle
sue scuole non doveva essere messo in discussione.
Se questo atteggiamento inflessibile costituì la ragione principale
della sua rottura con Mussolini, non bisogna dimenticare che fu proprio
questo temperamento, unito all’amore per i bambini, che consentì alla
Montessori di raggiungere risultati tali da rivoluzionare la pedagogia
tradizionale e i suoi presupposti, spostando l’attenzione dall’educatore
all’educando, dall’adulto al bambino, che diveniva, così, il punto di
partenza dell’educazione. La rivoluzione pedagogica, però, non rappresentò per la Montessori l’unica rottura con la tradizione: in effetti, la sua
intera esistenza può essere ricondotta ad una continua ribellione alle regole precostituite e le sue scelte, sia nel campo professionale che in quello
sociale, furono tutte coerenti ad un progetto d’emancipazione femminile.
Ella, consapevole che il suo carattere forte e deciso e la giustezza delle
sue convinzioni non erano sufficienti per il raggiungimento degli obiettivi
prefissati, cercava, in ogni situazione, forti alleati che, condividendo le sue
idee, patrocinassero i suoi progetti e, in definitiva, la proteggessero. Mussolini ed il suo entourage, dal canto loro, consapevoli del prestigio e della
fama che la dottoressa e il metodo pedagogico ottenevano nel mondo,
avevano un interesse a farsene un’alleata. In cambio dell’aiuto alla pedagogista, infatti, pensavano di diventare, agli occhi dell’opinione pubblica
mondiale, i sostenitori di una grande rivoluzione dell’educazione.
La persona che più d’ogni altra s’impegnò perché si creasse un sodalizio tra Mussolini e la Montessori fu il filosofo Giovanni Gentile che, oltre
ad essere uno dei personaggi di spicco della cultura fascista fu anche, per
diversi anni, il presidente dell’Opera Montessori, adoperandosi in maniera
decisiva alla diffusione del metodo. Ma non dobbiamo sottovalutare anche
la favorevole impressione che Mussolini e la Montessori ebbero l’uno
dell’altra nel loro primo incontro, testimoniata dalle lettere. Entrambi
compresero subito quanto potevano offrirsi reciprocamente, ma, nel
corso del tempo, i loro obiettivi entrarono in contraddizione. Anche se
la Montessori non mostrava nessuna riserva ideologica nei confronti del
suo alleato, senza dubbio pretendeva che questi non interferisse nelle sue
decisioni e che non sacrificasse le sue ragioni per motivi politici. Mussolini,
al contrario, doveva tenere presente il valore politico che le dichiarazioni
montessoriane, in ambito mondiale, andavano acquisendo. L’impegno
per la pace della dottoressa non poteva essere ignorato né giustificato
dalla mentalità militaristica fascista ed ella, con una certa ingenuità,
non faceva nulla per nasconderlo. La Montessori non aveva calcolato
le conseguenze delle sue affermazioni e, in più, non aveva compreso
che non era sufficiente avere la tessera fascista per provare l’adesione al

GIULIANA MARAZZI
fascismo. Il suo comportamento risultava, infatti, non solo agli occhi dei
più intransigenti, ma anche di coloro che collaboravano con lei, come il
presidente dell’Opera Montessori, Bodrero e le insegnanti della Regia
scuola di metodo Montessori, alquanto contraddittorio e ciò le attirava
un’enorme quantità di critiche e biasimo. Ma non si trattava solo di
questo: in un primo momento, la Montessori aveva trovato in Mussolini
un sostenitore sensibile ed attento. Del resto, anch’egli era considerato
l’uomo del progresso, del cambiamento, della rottura con il passato e
del nuovo volto dell’Italia. Ma le speranze e ambizioni della Montessori
dovettero svanire nel momento in cui il regime intraprese, nel corso degli
anni Trenta, una politica di rigido controllo di tutti i settori della società
italiana, compreso quello educativo, per dare il via a ciò che Mussolini
aveva identificato come la fascistizzazione degli «angoli morti della vita
nazionale». Ma non possiamo negare che per tutti gli anni Venti, compresi i primi Trenta, i rapporti tra Mussolini e la Montessori furono quasi
idilliaci. Quest’aspetto è confermato dalle tante dichiarazioni di stima e
di ammirazione formulate, soprattutto, dalla dottoressa.
Nel gennaio del  Giuliana Sorge, una delle più importanti collaboratrici della Montessori, decise di svelare in una lettera a Mussolini,
ciò che di lui la dottoressa le aveva scritto: «sapendo che mai altrimenti
questo Le potrebbe pervenire, e pensando di fare cosa grata a V. E.
a insaputa della dottoressa ho ricopiato tale pensiero, che le invio».
L’atteggiamento nei confronti del duce che emergeva da questo scritto era
indubbiamente positivo e quasi entusiastico. Le parole si riferivano sia al
«semplice uomo» posto di fronte «a milioni di uomini» che alla natura del
suo potere. Secondo la Montessori, infatti, Mussolini non poteva essere
considerato un «tiranno», ma semmai un uomo «volitivo». La differenza
fra queste due definizioni stava, secondo la Montessori, nell’origine
stessa del potere. Il tiranno era colui «che ha ereditato un potere e
non comprendendone la finalità, ne abusa, prevalendo in lui l’egoismo
dell’individuo»; al contrario, il capo dell’Italia fascista non aveva ereditato il potere che era nelle sue mani, ma era solo l’uomo di un «popolo
bisognoso di volontà». Ma allora, da dove traeva il suo dominio? A tale
interrogativo la Montessori rispondeva in questi termini: «non ha inizio
altro che nella sua preparazione: ei si fa uomo! E un popolo moribondo
e vitale (come chi nasce) lo accetta e si attacca a lui». La Montessori,
menzionando la preparazione del duce, probabilmente si riferiva anche
al fatto che egli era stato maestro di scuola. Questa circostanza, infatti,
creava fra i protagonisti un terreno d’esperienza comune. Mussolini aveva
studiato, come fece già sua madre, per ottenere la patente di maestro, ma
esercitò questa professione solo per brevi e saltuari periodi, prima come
insegnante elementare, poi come insegnante di francese presso la scuola

MONTESSORI E MUSSOLINI: LA COLLABORAZIONE E LA ROTTURA
tecnica del collegio civico di Oneglia. Queste esperienze, anche se di
limitata durata, devono aver però contribuito a sensibilizzare il giovane
Mussolini sui problemi relativi all’educazione e devono, più tardi, averlo
messo in grado di riconoscere la validità del metodo Montessori.
Ma il rapporto tra Mussolini e la Montessori non si basava
solo su questo comune interesse: esso era, anche, caratterizzato da
un’ammirazione personale e «probabilmente reciproca». In diverse
lettere della Montessori si leggono frasi come «brilla però nel mio cuore la grande fede che il duce fa nascere in tutti gli italiani che hanno
qualcosa da dare», in un’altra lettera si legge: «io non posso esprimere
la profondità del mio sentimento verso Chi ha compreso le mie lunghe
lotte» e in un’altra ancora:
e ardisco chiedere che mi sia concesso l’onore di essere ricevuta dalla Eccellenza
Vostra […]: per manifestare la gratitudine del mio animo a Colui che dando
nuova vita all’Italia – ha voluto accogliere e dar valore anche all’opera mia. Nella
fiduciosa attesa di ottenere l’alto onore di essere ancora una volta ammessa alla
sua Presenza – rinnovo all’E. V. i miei sentimenti di devozione profonda.
Queste parole erano l’espressione della riconoscenza che la Montessori nutriva nei confronti di colui che aveva sensibilmente contribuito
all’espansione del suo movimento, ma svelavano anche un misto di opportunismo e adesione, tipici di molte collaborazioni di quell’epoca. Alla
Montessori, difatti, conveniva manifestare la più completa fiducia nel
sodalizio con il duce, come si legge in un altro passo di una lettera:
io ho ancora pochi anni di energia fattiva: e solo la Sua protezione, [...] può far
sì, che le mie energie rimaste, riescano a compiere il disegno, che certo la Provvidenza di Dio ha tracciato, per aiutare gli uomini nei bambini di tutto il mondo:
e l’ha posta, Eccellenza, dinanzi a Lei perché abbia il centro irradiante nella Sua
razza, di cui Lei è il Salvatore.
Il duce s’impegnò ad aiutare la dottoressa che egli definì, in occasione
di una sua visita in una scuola montessoriana di Milano, come «povera
signora», cioè una “martire” disposta a sacrificarsi per la sua idea, affermazione che commosse vivamente l’interessata.
Solo ora si è cominciato a rompere il silenzio sui rapporti fra la Montessori
e Mussolini, e a costruire un profilo della dottoressa, finora rappresentata
solo come “progressista”, insistendo sul suo impegno pacifista, sulle sue
convinzioni di donna emancipata e, in generale, sulla sua figura un po’
idealizzata di liberatrice del fanciullo, più vicino alla contraddittoria realtà.
La grande educatrice era, in realtà, fortemente patriottica, sostenitrice
delle autorità e delle figure carismatiche e, soprattutto, spregiudicata

GIULIANA MARAZZI
nel costruire il successo del suo metodo. Tali caratteristiche avrebbero
senz’altro contribuito a gettare sulla sua immagine un’ombra di pregiudizio e di riserve, alienandole le simpatie dei “progressisti”, naturali
sostenitori del suo metodo.
Note
. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, -, Einaudi, Torino ; Id., Mussolini il fascista. La conquista del potere, -, Einaudi, Torino ; Id., Mussolini il
fascista. L’organizzazione dello Stato fascista, -, Einaudi, Torino ; Id., Mussolini
il duce. Gli anni del consenso, -, vol. , Einaudi, Torino ; Id., Mussolini il duce.
Lo Stato totalitario, -, vol. , Einaudi, Torino ; per ciò che concerne le notizie,
soprattutto pedagogiche, su Maria Montessori si rinvia ai seguenti testi: M. Pignatari,
Maria Montessori e la sua riforma educativa, Giunti, Firenze ; A. Scocchera, Maria
Montessori: una biografia intellettuale, in Maria Montessori il pensiero e il metodo, Giunti,
Firenze ; A. Scocchera, Maria Montessori. Quasi un ritratto inedito, La Nuova Italia,
Firenze ; M. G. Corda, Maria Montessori e l’eredità di un percorso femminile, in Donne
educatrici, Rosenberg e Sellier, Torino ; P. Boni Fellini, I segreti della fama, Centro
editoriale dell’Osservatore, Roma .
. E. M. Standing, Maria Montessori. Her Life and Work, Mentrobooks, New York
.
. R. Kramer, Maria Montessori. A biography, Addison Publishing Company Inc.,
New York .
. M. Schwegman, Maria Montessori, Il Mulino, Bologna .
. Id., Maria Montessori, cit., p. .
. A. Scocchera (a cura di), Introduzione a Mario Montessori, Opera Nazionale
Montessori, Roma .
. Statuto dell’Opera Montessori dell’anno .
. Archivio centrale di Stato (d’ora in poi ACS), Segreteria Particolare del duce (Spd),
Carteggio Ordinario (Co), f. -.
. ACS, Spd, Co, f. .
. Schwegman, Maria Montessori, cit., p. .
. ACS, Spd, Co, f. , Lettera di Maria Montessori a Mussolini, ...
. Kramer, Maria Montessori, cit., p. .
. M. Montessori, Diffusione del metodo Montessori all’estero, in “Montessori”, n.
, settembre-ottobre .
. Schwegman, Maria Montessori, cit., p.  e Kramer, Maria Montessori, cit., p.
.
. Scocchera (a cura di), Introduzione a Mario Montessori, cit., p. .
. Ivi, pp. -.
. ACS, Spd, Co, /, lettera di B. Giuliano a Chiavolini, d.d.  giugno .
. J. Charnitzky, Fascismo e scuola, La Nuova Italia, Firenze , pp. -.
. Ivi, p. .
. Ivi, tabella ..
. Kramer, Maria Montessori, cit., p. .
. M. Montessori, La scoperta del bambino, Garzanti, Milano , p. .
. ACS, Spd, Co, b. , f. , lettera della Sorge a Mussolini,  luglio .
. ACS, Spd, Co, b. , f. , relazione di G. Sorge a Mussolini,  ottobre .
. ACS, Ministero dell’Interno (Mi), Polizia politica (Pp), cat. , b. , lettera della
Prini,  settembre .
. ACS, Mi, Pp, cat. , b. , notizia anonima,  ottobre .

MONTESSORI E MUSSOLINI: LA COLLABORAZIONE E LA ROTTURA
. ACS, Mi, Pp, cat. , b. , lettera di Ercole alla Montessori,  luglio .
. ACS, Spd, Co, b. , f. , lettera di Mario Montessori a Mussolini,  dicembre
.
. Nella lettera del  maggio  Mario Montessori espresse a Bodrero le congratulazioni sue e di sua madre per la nomina alla carica di presidente dell’Opera; cfr. ACS,
Carteggio Bodrero, f. , sott. fasc. .
. ACS, Spd, Co, b. , f. , lettera di Maria Montessori ad una sua allieva, 
dicembre .
. Ivi, relazione di Bodrero a Chiavolini,  dicembre .
. Ibid.
. Ivi, lettera di Bodrero a Mussolini,  agosto .
. Lettera della Sorge a Mussolini,  aprile , ACS, Presidenza del Consiglio dei
ministri (Pcm), -, f. ., n. , a cui è allegato il testo della Montessori.
. ACS, Spd, Co, b. , M. Montessori, La paix et l’education, Bureau International
d’Education, Ginevra .
. Schwegman, Maria Montessori, cit., p. .
. ACS, Pcm, b. ., f. /, lettera di Parini al Governatore di Roma,  novembre
.
. ACS, Mi, Pp, b. , notizia anonima, d.d  aprile .
. ACS, Mi, Pp, b. , notizia anonima, d.d  dicembre .
. Lettera di Mario Montessori, marzo , cit. in Scocchera, Introduzione a Mario
Montessori, cit., p. .
. B. Mussolini, Opera omnia, a cura di E. e D. Susmel, La Fenice, Firenze -,
vol. XXV, p. .
. ACS, Spd, Co, b. , f. , lettera della Sorge a Mussolini,  gennaio .
. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., p. .
. Schwegman, Maria Montessori, cit., p. .
. ACS, Spd, Co, , lettera della Montessori a Mussolini,  aprile .
. Ivi, lettera della Montessori a Mussolini,  febbraio .
. Ivi, lettera della Montessori a Mussolini,  maggio  .
. Ibid.


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