Settimanale
Nuova serie - Anno XXXVIII - N. 43 - 27 novembre 2014
Fondato il 15 dicembre 1969
Il proletariato deve avere una
funzione dirigente nello sciopero
La classe operaia durante lo sciopero politico agisce
come classe che è all’avanguardia di tutto il popolo. In questi casi il proletariato adempie la funzione non semplicemente di una classe della società borghese, ma la funzione egemone, cioè di dirigente, di avanguardia, di capo.
(Lenin, “Sciopero economico e sciopero politico”, 31 maggio 1912, Opere complete, Editori Riuniti, vol. 18, pag. 77)
Il 12 dicembre contro la legge di stabilità e il Jobs Act
Viva
Viva lo
lo sciopero
sciopero
generale
generale della
della CGIL
CGIL
Si uniscano anche Cisl e Uil e i “sindacati di base”
Occorre una manifestazione nazionale a Roma
PAG. 6
Renzi, come Mussolini, Berlusconi e Craxi,: “Io non mi fermo”
Grande manifestazione dei metalmeccanici
a Milano. Tenute alte le
bandiere del PMLI
Milano 14 novembre 2014,
sciopero generale dei metalmeccanici.
Il PMLI
tiene
alta
la propria
bandiera
insieme
a quella
della Fiom
Landini e Camusso denunciano l’accordo al ribasso tra la sinistra del PD e Renzi sull’art. 18. Quattro cortei a Genova.
Il corteo dello sciopero sociale e uno spezzone di quello della Fiom hanno bersagliato con uova la sede del PD
Slogan: “E Matteo non lo sa, Berlusconi è il suo papà”;
“Renzi attento, ancora fischia il vento”
PAG. 2
Gli operai dell’AST bloccano l’autostrada
Gli studenti contestano Draghi, feriti due di loro
PAG. 2
Promosso da Usb, Cobas, Adl Cobas, Usi e Cub
Successo dello sciopero sociale
Manifestazioni in 60 città contro il Jobs Act, la precarietà, la controriforma della scuola e il governo Renzi. A Napoli occupata la tangenziale. A
Roma lanci di uova e fumogeni contro il ministero dell’economia. A Palermo blocchi stradali. Cariche ingiustificate delle “forze dell’ordine”
Questa nuova forma di lotta non può però sostituire lo sciopero
classico dei lavoratori e la direzione del proletariato
PAG. 4
Ottavo incontro di Renzi col suo maestro piduista e neofascista
Il vecchio e il nuovo Berlusconi
confermano il patto per cancellare ciò
che rimane della Costituzione del ’48
Il leader del PD snobba la Direzione del partito: “Non mi serve un
mandato”. La sinistra del PD non ci sta ma si adegua
Renzi scarica sulle Regioni le
responsabilità delle alluvioni
In realtà le responsabilità del dissesto del territorio ricadono sui governi centrali e locali
di ieri e di oggi. Lacrime di coccodrillo di Pisapia
Il Nord nel fango, altri morti
PAG. 7
PAG. 6
Crocetta Ter
Emilia Romagna
Crocetta sottomette la nuova giunta
41 consiglieri su 50
siciliana al governo Renzi
indagati per le “spese pazze”
Spesi oltre due milioni
e 87mila euro per cene,
alberghi di lusso, feste di
compleanno e sex toys
Coinvolti tutti i
partiti compresi M5S e
falsi comunisti
PAG. 11
Nel 97° Anniversario dell’immortale opera di Lenin e Stalin
A Modena, Ravenna, Rimini e Catania
Banchini del PMLI contro
Celebrata a Catania
governo Renzi
la Rivoluzione d’Ottobre Una coppia diil
Acireale ricorda il comizio di Scuderi del 1976. Applaudito a
PAG. 13
Modena il manifesto del PMLI che accomuna Renzi a Berlusconi
Nella maggioranza
l’Udc, Articolo 4, PDR. Il
governo si sposta ancora
più a destra. La Sicilia
commissariata di fatto
Crocetta
deve andarsene
PAG. 12
a casa PAG. 8
2 il bolscevico / in sciopero contro il governo renzi
N. 43 - 27 novembre 2014
Renzi, come Mussolini, Berlusconi e Craxi,: “Io non mi fermo”
Grande manifestazione dei metalmeccanici
a Milano. Tenute alte le bandiere del PMLI
Landini e Camusso denunciano l’accordo al ribasso tra la sinistra del PD e Renzi sull’art. 18. Quattro cortei a Genova.
Il corteo dello sciopero sociale e uno spezzone di quello della Fiom hanno bersagliato con uova la sede del PD
Slogan: “E Matteo non lo sa, Berlusconi è il suo papà”; “Renzi attento, ancora fischia il vento”
Il primo atto dello sciopero
generale dei metalmeccanici è
andato in scena con successo.
La grande manifestazione del 14
novembre a Milano ha mostrato
ancora una volta che i lavoratori
non sono più disposti a subire le
conseguenze della crisi economica capitalistica, i continui attacchi del padronato e del governo
guidato dal berlusconi democristiano Renzi che ne rappresenta
gli interessi. La prossima settimana incroceranno le braccia i metalmeccanici del centro sud che
sfileranno per le strade e piazze
di Napoli. Nel capoluogo lombardo invece si sono ritrovati per far
sentire la loro voce quelli del nord
(Valle d’Aosta, Trentino, Piemonte,
Liguria, Lombardia, Veneto, FriuliVenezia Giulia, Emilia-Romagna)
più quelli della Toscana.
Già alle 9 centinaia di lavoratori erano a Porta Venezia, luogo
di raccolta della manifestazione.
Mano a mano le strade si sono
riempite di lavoratori a decine di
migliaia, 80 mila per la Fiom, che
alla fine hanno occupato tutta
Piazza Duomo tornata a essere
una piazza operaia piena di cartelli e bandiere rosse. Le adesioni nelle maggiori fabbriche sono
state molto elevate, in numerose
aziende lombarde si è raggiunto
quasi il 100%. Assieme alla Fiom
scioperavano, con altre iniziative,
i “sindacati di base” e gli studenti
nell’ambito dello sciopero sociale,
tanto che la città era semi-paralizzata. Erano presenti tutte le grandi fabbriche del nord Italia come
Fiat, Same, Fincantieri, dalla Toscana una folta rappresentanza
della Piaggio, ma anche tantissimi
lavoratori provenienti dalle piccole e medie industrie di Piemonte,
Emilia-Romagna e Veneto, era
presente anche una delegazione
del teatro La Scala, in lotta contro
i tagli alla cultura e a chi ci lavora.
Nelle prime file del corteo della
CGIL spiccava un lungo striscione con una mano aperta in segno
di stop e la scritta: “l’articolo 18
non si tocca” che richiamava sia
lo slogan che la grafica di quello
adottato dal PMLI fin dal 2001.
Il nostro Partito era presente alla
manifestazione milanese e alla
conclusione in piazza Duomo,
gremita di lavoratori, spiccavano
le bandiere e i cartelli dei marxisti-leninisti, ben visibili anche in
numerosi servizi televisivi e foto
apparse sul web, sorprendentemente anche su “il manifesto” e
su “Il Fatto quotidiano”. I più calorosi applausi e la profonda riconoscenza dei dirigenti nazionali del
PMLI con alla testa il compagno
Giovanni Scuderi ai generosissimi
e infaticabili compagni lombardi e
biellesi, in particolare al compagno Lorenzo che è stato in piazza
nonostante le sue precarie condizioni di salute, che hanno tenute
ben alte la bandiera del PMLI.
Dietro lo striscione “Diritti per
tutti, lavoro, legalità, uguaglianza,
democrazia, sciopero generale”,
hanno sfilato uno di fianco all’altro
il segretario generale della CGIL,
Susanna Camusso e Maurizio
Landini. Per il segretario generale
della Fiom “l’articolo 18 va esteso
e mantenuto allargandolo anche
a quelli che non ce l’hanno. La
norma che prevede il reintegro e
non solo l’indennizzo è una presa
in giro che significa rendere più
facili i licenziamenti”. Landini critica anche la ridicola “mediazione”
all’interno del PD sul Jobs Act.
“Serve solo a quei parlamentari
per conservare il loro posto, non
serve ai lavoratori e alla difesa dei
loro diritti” ha aggiunto parlando
durante il corteo mentre dal palco ha detto chiaramente che per i
lavoratori questa è “una presa per
Milano 14 novembre 2014. Il rosso e combattivo spezzone del PMLI. Col megafono il compagno Gabriele Urban, che ha guidato la delegazione insieme al
compagno Angelo Urgo (foto Il Bolscevico)
il culo”. Comunque non hanno rinunciato a fare passerella il leader
di Sel, Nichi Vendola, e Stefano
Fassina, esponente della minoranza PD.
Anche la Camusso ha denunciato l’accordo al ribasso sul
Jobs Act avvenuto all’interno del
PD, che di fatto non sposta di una
virgola la sostanza. Se verranno
elencati alcuni casi dove si prefigura un licenziamento illegittimo,
“gli imprenditori useranno quelli consentiti” e “non ci pare che
quella mediazione sia una risposta
per mantenere la difesa dei diritti
che noi facciamo”. La Camusso
ha poi dichiarato che la partita sul
Jobs Act non è ancora chiusa, rispondendo cosi a Renzi. Il nuovo
ducetto aveva infatti sentenziato
che “la partita è chiusa”, con un
arroganza degna dei suoi maestri
Mussolini, Craxi e Berlusconi. Un
avvertimento lanciato non tanto al
suo alleato di governo, l’NCD di
Alfano, che vuole condizioni ancora più dure per i lavoratori ma
che sicuramente si accorderà,
bensì al sindacato e ai lavoratori, che dovranno accettare il suo
diktat, perché lui “non si ferma” in
quanto se ne frega della piazza.
Significativa anche la manifestazione di Genova, svoltasi nelle stesse ore, indetta dalla CGIL
provinciale che ha portato in piazza, nonostante l’esclusione dei
trasporti e della zona del Tigullio
a causa delle alluvioni, 15/20mila
persone. Una combattiva manifestazione che alle proteste contro il
Jobs Act e la legge di stabilità aggiungeva le problematiche cittadine della disoccupazione, chiusura
di fabbriche, dissesto idrologico e
criminale incuria e saccheggio del
territorio. Erano stati organizzati
4 cortei dalle diverse zone industriali della città che poi sono tutti
confluiti in Piazza Caricamento
dove è intervenuto il segretario
generale della Camera del Lavoro
di Genova.
A questi della CGIL si deve
aggiungere quello dello sciopero sociale organizzato dall’USB,
COBAS, CUB e altri “sindacati di
base” e dagli studenti, che hanno
praticamente cinto d’assedio e
invaso la città da tutte le parti con
una marea di striscioni e bandiere
rosse. Uno spezzone del corteo
della Fiom assieme a quello dei
Cobas ha bersagliato di uova la
sede del PD del quartiere Sanpierdarena mentre tra i lavoratori
risuonavano gli slogan: “E Matteo non lo sa, Berlusconi è il suo
papà” e “Renzi attento, ancora
fischia il vento”.
Riferendosi alla riunione di
Confindustria in una fabbrica
lombarda che per l’occasione ha
mandato tutti i dipendenti a casa,
Landini ha detto che Renzi va a
parlare con i padroni nelle fabbriche vuote, ma i lavoratori dimostrano la loro opposizione alla politica del suo governo nelle piazze.
Il leader della Fiom durante il suo
discorso è stato molto applaudito
ma non sono mancate alcune affermazioni ambigue, come quando ha detto che la CGIL lavora per
unire e non per dividere. Ma chi?
Per unire i lavoratori o perché rispondeva a Renzi che accusava
il sindacato di dividere gli operai
dai padroni? Ed anche quando
ha detto che Renzi ha cambiato
strada e ha fatto una scelta sbagliata, nonostante la CGIL, e lui
in particolare, gli avessero offerto
l’occasione di dialogare. Sembra
quasi che Renzi inizialmente fosse animato da buone intenzioni,
invece l’ex sindaco di Firenze è
stato scelto dalla borghesia proprio per portare avanti le controriforme neofasciste e piduiste,
compresa la cancellazione del diritto borghese del lavoro. Finito il
suo intervento Landini ha invitato
al microfono la Camusso, suscitando fischi di disapprovazione e
inducendo i due terzi dei presenti
a lasciare la piazza.
La Camusso, nonostante il suo
intervento sia stato duro con Renzi e abbia usato toni forti, inconsueti per lei, non ha scaldato tanto
la piazza e da alcuni settori sono
partiti anche dei fischi. Evidentemente i lavoratori metalmeccanici
non si sono dimenticati quando la
Camusso predicava un atteggiamento prudente e sostanzialmente succube rispetto ai governi
Monti e Letta e invitava la Fiom
a rientrare nei ranghi, o quando
sulla vicenda Pomigliano ha praticamente lasciato da sola la Fiom
a combattere Marchionne.
Staremo a vedere se la CGIL
andrà fino in fondo. Una cosa è
certa: il 14 novembre è stata una
straordinaria giornata di lotta: la
manifestazione della Fiom, assieme a quelle dei sindacati di
base e degli studenti, hanno dimostrato ancora una volta che la
lotta di classe e la piazza sono i
mezzi e i luoghi più adatti per far
valere i diritti della classe operaia
e delle masse popolari e giovanili,
il terreno più fertile per assestare
potenti pugni rossi al governo del
Berlusconi democristiano Renzi.
Sferriamogli un pugno da tramortirlo allo sciopero generale del 5
dicembre promosso dalla CGIL.
Gli operai dell’AST bloccano l’autostrada
“È finito il tempo in cui un corteo faceva cadere un governo”,
dice mussolinianamente Renzi
dalle sale dorate del G20 di Sidney cercando di dissimulare quella
crescente e consolidata contestazione all’operato del suo governo
reazionario e antioperaio.
Dalle fabbriche, dalle università e dalle piazze, invece, si alzano
i toni della protesta, legata alla
crescente incertezza del posto di
lavoro e alla conseguente povertà, al disagio sociale e al restringimento delle libertà politiche,
sindacali e sociali.
È quello che hanno imparato
dall’esperienza dei 22 giorni di
sciopero gli operai delle acciaierie ThyssenKrupp (AST) che lo
scontro sociale nato dalla lotta
di classe è decisivo per la vittoria finale e che, immediatamente,
era necessario tornare in piazza.
“Alziamo il tiro”, hanno gridato
nell’assemblea della mattina del
12 novembre davanti ai cancelli
dello stabilimento e subito hanno
reso attiva l’esortazione di un lavoratore che, in un clima teso, ha
preso la parola: “Adesso ad Orte,
a Palazzo Chigi, al Parlamento.
Ma adesso”. E così è stato.
Nonostante il tentativo di mediazione dei vertici sindacali un
centinaio di operai hanno raggiunto il casello autostradale di
Orte con una carovana di auto
(come già fatto alla fine del luglio
Gli studenti contestano Draghi, feriti due di loro
scorso dopo l’annuncio del piano
che prevedeva risparmi per cento milioni di euro) hanno bloccato l’Autosole per quasi quattro
ore all’altezza del casello di Orte,
causando file di oltre 9 chilometri. Nonostante il freddo, il blocco
è andato avanti fino a poco prima delle 17; quando i sindacati
hanno avuto assicurazioni della
convocazione al ministero per il
giorno dopo, 13 novembre, l’A1 è
stata liberata.
La rabbia dei lavoratori nasce
dal nulla di fatto di una trattativa
tirata per le lunghe, come loro
stessi denunciano, per far stancare la lotta e rinunciare alle rivendicazioni. Il giorno prima al Mise
la vertenza legata a un piano industriale che prevede 290 esuberi
(141 i dipendenti già usciti con la
mobilità volontaria), si è arenata a
mezzanotte. Le parti, governo e
padronato, hanno concordato un
nuovo incontro per il 18 novembre. Quando la notizia è giunta a
Terni si è innalzato inevitabilmente
il livello della tensione tra gli operai in sciopero ma anche nell’intera città. Infatti, alcune strade vicine allo stabilimento di viale Brin si
sono riempite di lavoratori, e nei
blocchi stradali tra contestazioni
e animi surriscaldati si è discusso
tutta la notte contro l’arroganza
padronale e anche contro il go-
12 novembre 2014. Centinaia di operai della Ast di Terni hanno bloccato per circa 4 ore l’autostrada A1 all’altezza dell’uscita di Orte per continuare a tenere viva la loro vertenza contro i licenziamenti e la chiusura delle acciererie di Terni
verno che, dicono gli operai, non
questo è un risultato positivo per
morare un altro economista borsi impone con la multinazionale
i lavoratori”.
ghese come lui, Federico Caffè e
tedesca e contro chi vuole prenLa lotta paga ma occorre esper “spiegare” l’azione della Ue
dere gli operai per fame facendoli
sere vigili e continuare uniti la
sui Paesi investiti dalla crisi, proaspettare inutilmente un’altra setbattaglia, come promette la Fiom:
prio lui, uno dei principali artefici
timana, e poi imporre la chiusura.
“gli scioperi e i presidi andranno
del massacro sociale in tutta EuL’assemblea della mattina e la
avanti. Alzeremo il tiro con iniropa ai danni delle masse operaie
lotta intrapresa sono state la naziative nuove e diverse” perché
e popolari.
turale conclusione.
è necessario spazzar via questo
La contestazione di un cen“L’azione di oggi è servita a
governo al più presto con la lotta
tinaio di studenti dei collettivi
riprendere il negoziato, il merito
di classe!
Csp Roma3 e Link Roma3 si
lo verificheremo domani - comUn’altra sonora contestazioproponeva di impedire l’intervenmenta il segretario nazionale delne è partita lo stesso giorno dato di Draghi. In un comunicato
la Fiom CGIL, Rosario Rappa - i
gli studenti universitari di Roma
firmato dai collettivi si leggeva:
lavoratori in qualche modo hanno
contro il presidente della Banca
“Non permetteremo che questa
imposto al Mise di programmare
Centrale Europea, Mario Draghi,
visita-intrusione nel nostro atel’incontro, vediamo domani cosa
intervenuto all’università Roma
neo sia l’ennesima passerella per
succede - conclude -. Intanto
Tre ad un convegno, per commei responsabili dell’impoverimento
di decine di milioni di persone
nell’Unione europea. Invece di favorire politiche di redistribuzione
e di rinnovamento del welfare, la
Bce ha dettato linee guida scellerate di impronta marcatamente
neo-liberista”.
Gli studenti sono partiti in corteo lungo via Ostiense per arrivare
davanti alla facoltà di Economia
dove hanno accolto il presidente
della Bce a suon di slogan e striscioni. La tensione è salita quando il numero uno della Bce è uscito dell’edificio, gli studenti hanno
cercato di raggiungere Draghi ma
la polizia li ha respinti. Al grido di
“Fuori i banchieri dalle università” è iniziato il lancio di secchi di
vernice e uova contro gli agenti in
assetto antisommossa. Inevitabilmente, com’è ormai consuetudine
con Renzi, sono partite le cariche
e le manganellate col risultato che
uno studente è rimasto ferito alla
testa. Gli studenti non si sono fatti
intimorire e hanno continuato con
gli slogan contro banche e Unione
Europea: “La Ue è per le manganellate agli studenti”.
Il PMLI ha tempestivamente e
fermamente condannato con un
comunicato della Commissione
giovani del Comitato centrale del
PMLI le manganellate agli studenti portando loro la piena solidarietà (pubblicato a parte).
in sciopero contro il governo renzi / il bolscevico 3
N. 43 - 27 novembre 2014
Cortei in occasione dello sciopero FIOM e per lo sciopero generale sociale di USB, COBAS e CUB
100mila in piazza a Milano
contro Renzi
Un altro pugno rosso contro le politiche antipopolari economiche e di controriforma del diritto del
lavoro. Ottima accoglienza al PMLI da parte degli operai
Le “forze dell’ordine” aggrediscono gli studenti
‡‡Redazione di Milano
Nella mattina di venerdì 14 novembre in 100mila - tra operai, lavoratori, pensionati, cassintegrati, disoccupati, esodati, studenti e
migranti - scesi in piazza a Milano
con FIOM, USB, Cobas e CUB,
hanno sferrato un altro potente pugno rosso al Berlusconi democristiano Renzi e alla sua politica arrogante di attacco all’articolo 18 e
a tutti i diritti economici, sindacali
e sociali dei lavoratori.
Gli operai dietro gli striscioni RSU delle loro fabbriche hanno sfilato sotto le bandiere della
FIOM da Porta Venezia a Piazza
Duomo, arrivati in oltre 80mila
con quasi 800 pullman dalle regioni del Nord e del Centro-Nord.
Presenti alla manifestazione anche i lavoratori della Scala di Milano, che hanno deciso di aderire
allo sciopero (fermandosi per 4
ore) “non solo per solidarietà alla
FIOM - spiega un delegato della
FLC CGIL - ma per la grande preoccupazione per un settore, quello della cultura, che sta vivendo un
momento di grande sofferenza”.
Da largo Cairoli è invece partito il corteo degli studenti affiancati dai lavoratori organizzati dai
sindacati non confederali, per lo
sciopero generale sociale indetto
da questi ultimi.
Sin dal concentramento di Porta Venezia ottima è l’accoglienza che gli operai metalmeccanici
hanno riservato alla delegazione
del PMLI – guidata dai compagni
Angelo Urgo e Gabriele Urban,
composta da militanti e simpatizzanti provenienti dalle province di
Milano, Bergamo, Biella e Parma
- che le hanno volentieri permesso
di sfilare davanti ai loro striscioni con il suo rosso schieramento
di bandiere del Partito e di cartelli con su affissi i nostri manifesti
che invitano a spazzare via il governo del Berlusconi democristiano Renzi, e quello che propone lo
sciopero generale di 8 ore con le
nostre rivendicazioni inerenti il diritto al lavoro.
A centinaia i volantini diffusi
riportanti l’articolo “Viva la lotta
di classe” e la citazione del compagno Scuderi dal titolo “Il potere politico spetta di diritto al proletariato”. Diffuse anche copie de
Milano 14 novembre 2014, sciopero generale dei metalmeccanici
Milano 14 novembre 2014, sciopero generale dei metalmeccanici. Nella piazza duomo gremita di lavoratrici e lavoratori
comizio conclusivo di Landini, Segretario nazionale della Fiom. Tra gli striscioni nella piazza si notano i manifesti del
PMLI contro il governo Renzi (dal sito della Fiom di Milano)
“Il Bolscevico” n. 40, che riporta i
servizi sulla grande e storica manifestazione nazionale di Roma
del 25 ottobre, e del numero speciale de “Il Bolscevico” – stampato interamente a colori per l’occasione - sulla commemorazione di
Mao svoltasi lo scorso settembre
a Firenze col testo integrale del discorso pronunciato dal compagno
Loris Sottoscritti, a nome del CC
del PMLI, “Mao e la missione del
proletariato”.
A consolidare ulteriormente il naturale legame di classe degli operai con la delegazione del
PMLI hanno indubbiamente contribuito il lancio degli slogan – tramite un megafono e la corale voce
dei nostri compagni – per il sostegno della lotta di classe e dell’obbiettivo strategico del potere politico alla classe operaia e quindi
per la conquista del socialismo
contro il capitalismo, per l’abbattimento del regime neofascista e il
suo governo Renzi e contro le sue
politiche occupazionali di precarizzazione contrattuale e salaria-
Direttrice responsabile: MONICA MARTENGHI
e-mail [email protected]
sito Internet http://www.pmli.it
Redazione centrale: via A. del Pollaiolo, 172/a - 50142 Firenze - Tel. e fax 055.5123164
Iscritto al n. 2142 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze. Iscritto come giornale
murale al n. 2820 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze
Editore: PMLI
Associato all’USPI
ISSN: 0392-3886
Unione Stampa
Periodica Italiana
chiuso il 19/11/2014
ore 16,00
le, per rivendicare che il lavoro sia
né flessibile né precario, bensì stabile e a pari salario, per l’affossamento del Jobs Act e per la difesa
e l’estensione dello Statuto dei lavoratori ed il ripristino originario
del suo Articolo 18.
Slogan ripetuti con forza dagli
operai che hanno anche intonato
con noi “Bandiera Rossa”, “L’Internazionale”, “Bella Ciao”, “Le
8 ore” (adattata contro il governo
Renzi) e “Fischia il Vento”.
Passando per Piazza San Babila il corteo ha incrociato il presidio dei NO TAV salutato dai marxisti-leninisti al grido “Libertà per
i No Tav!”.
La manifestazione si è conclusa in Piazza Duomo con i comizi
finali. Dopo gli interventi dei delegati delle fabbriche in lotta la parola è passata al Segretario aggiunto
del sindacato dei metalmeccanici
del Belgio, Angelo Basile, che ha
portato la solidarietà degli operai
belgi a quelli italiani “impegnati,
come noi, in una difficile lotta”:
“La vostra situazione è simile alla
nostra. Il governo ha stabilito 17
miliardi di risparmi che in realtà
si trasformano in nuove tasse per
i lavoratori”. E aggiunge: “abbiamo già programmato tre giorni di
sciopero generale il 24 novembre
e il primo e l’8 dicembre”.
È quindi arrivato il comizio di
Maurizio Landini, Segretario nazionale della FIOM, che ha fatto un discorso condivisibile per
quanto riguarda le politiche occupazionali del governo Renzi il
quale però viene sempre sottovalutato come uno “poco intelligente” che “perde il senso della realtà del Paese”, arrivando persino a
ringraziarlo per gli 80 euro in busta paga perché, a suo dire, “aiuta-
no i lavoratori a scioperare contro
le sue politiche”, rinunciando così
a smascherare come quel contentino elettoralistico sia stato già ri-
lo ha applaudito appassionatamente) chiamando al microfono Susanna Camusso, Segretario generale della CGIL, suscitando brusii
e fischi di disapprovazione tra gli
operai; in poco tempo piazza Duomo si è svuotata per due terzi.
Durante tutto il suo retorico comizio è stato, di contro ai blandi
applausi, un continuo di fischi e
grida di contestazione degli operai
come “perché non oggi lo sciopero generale?”, o lo slogan lanciato ripetutamente: “No agli accordi
del 10 gennaio!”.
brosiana dell’arcivescovo ciellino
Angelo Scola, che in seguito alle
proteste ha momentaneamente ritirato l’iniziativa omofoba.
L’Unione degli Studenti ha
denunciato che a manifestazione
conclusa, all’Arcivescovado, sono
stati caricati con una violenza
inaudita e ingiustificata alla spalle dalle “forze dell’ordine”: “Se
la forza pubblica carica da dietro
un corteo autorizzato di studenti e
studentesse riteniamo che allora le
dimissioni del questore di Milano
sono un atto dovuto”. Agli studen-
Milano 14 novembre 2014, piazza Duomo gremita dai metalmeccanici in sciopero
succhiato dall’aumento della pressione fiscale diretta ed indiretta.
Afferma giustamente che lo
Statuto dei lavoratori va esteso a
tutti e che il suo articolo 18 non
va modificato ulteriormente senza
però rivendicare il ripristino della sua versione originaria precedente al governo Monti oltre che,
come al solito, “dimenticarsi” di
reclamare l’abrogazione delle già
esistenti leggi che precarizzano il
lavoro oggi (come le leggi 30 e
Treu) limitandosi a dichiarare ferma opposizione solamente al Jobs
Act renziano.
Poi, finito il suo comizio, Landini ha deluso buona parte della
platea (che fino a un attimo prima
Nel frattempo gli studenti in
corteo arrivavano in via Larga intonando cori contro l’ultraxenofobo Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, contro il
governo Renzi e contro EXPO. Il
corteo è stato fermato da un ingente schieramento di finanzieri
e poliziotti in tenuta antisommossa che hanno violentemente caricato e lanciato gas CS sui manifestanti per impedirli di avanzare
verso Piazza Duomo. Anche in
piazza Fontana davanti alla sede
dell’Arcivescovado ci sono stati
un po’ di tafferugli quando i manifestanti hanno cercato di entrare
nella struttura per protestare contro la “schedatura” delle scuole
pro-gay disposta dalla Curia am-
ti feriti e aggrediti dalle vigliacche
cariche delle “forze dell’ordine”
del ministro neofascista di polizia
Alfano e del governo del nuovo
Berlusconi Renzi, giunga la solidarietà militante e antifascista del
PMLI.
Ai generosissimi e infaticabili
compagni lombardi e biellesi, in
particolare al compagno Lorenzo
che è stato in piazza nonostante le
sue precarie condizioni di salute,
che hanno tenute ben alte le bandiere del PMLI, vanno i più calorosi applausi e la profonda riconoscenza dei dirigenti nazionali del
PMLI con alla testa il compagno
Giovanni Scuderi.
4 il bolscevico / in sciopero contro il governo renzi
N. 43 - 27 novembre 2014
Promosso da Usb, Cobas, Adl Cobas, Usi e Cub
Successo dello sciopero sociale
Manifestazioni in 60 città contro il Jobs Act, la precarietà, la controriforma della scuola e il governo Renzi.
A Napoli occupata la tangenziale. A Roma lanci di uova e fumogeni contro il ministero dell’economia. A
Palermo blocchi stradali. Cariche ingiustificate delle “forze dell’ordine”
Questa nuova forma di lotta non può però sostituire lo sciopero
classico dei lavoratori e la direzione del proletariato
Si è svolto con successo lo
sciopero generale sociale del 14
novembre, indetto per l’intera
giornata dai sindacati di base Cobas, Usb, Adl Cobas, Usi e Cub,
a cui hanno aderito collettivi studenteschi, centri sociali e del territorio, comitati e coordinamenti dei
lavoratori precari, organizzazioni
di migranti e di piccoli lavoratori
autonomi. Oltre 100 mila lavoratori, disoccupati, precari, studenti
e migranti, sono scesi in lotta con
assemblee, sit in, manifestazioni e
cortei in ben 60 piazze d’Italia, dal
Nord al Sud, contro il Jobs Act,
l’abolizione dell’articolo 18, l’attacco allo Statuto dei lavoratori, la
precarietà, la controriforma della
scuola e il governo Renzi.
Manifestazioni e cortei di migliaia e anche decine di migliaia di
persone si sono svolte in almeno
una ventina tra le grandi città del
Nord come del Centro e del Sud,
tra cui Torino, Milano, Bergamo,
Venezia, Trieste, Padova, Verona,
Genova, Bologna, Firenze, Pisa,
Roma, Pescara, Napoli, Salerno,
Bari e Palermo. La concomitanza dello sciopero proclamato nella
stessa giornata dalla Fiom in tutto
il centro-nord con manifestazione
a Milano ha aumentato parecchio
l’efficacia e l’impatto sociale, politico e anche mediatico di questa
importante giornata di lotta inedita che dal Nord al Sud ha avuto
Renzi e la sua politica come bersaglio centrale, e che fa salire ulteriormente la temperatura di questo
autunno caldo aperto dalla grande
manifestazione della Cgil del 25
ottobre a Roma contro il governo
del nuovo Berlusconi e il suo arrogante attacco ai diritti e alle conquiste dei lavoratori. Una giornata che gli deve aver fatto fischiare
non poco le orecchie, se dall’Australia si è scomodato a proclamare stizzito che “è finito il tempo in
cui una manifestazione poteva far
cadere un governo”: cioè che lui,
come Craxi e Berlusconi, va avanti fregandosene della piazza.
Da Nord a Sud una
prorompente volontà
di lotta
Ecco un resoconto, forzatamente parziale, delle manifestazioni che si sono svolte nel Paese:
A Milano lo sciopero sociale
si è incrociato con la grande manifestazione dei metalmeccanici per
lo sciopero indetto dalla Fiom nel
Centro-Nord, a cui seguirà un’altra a Napoli il prossimo 21 novembre e poi altre due in Sicilia e Sardegna. La città è stata percorsa da
tre cortei. Imponente quello della
Fiom con Landini e la Camusso
che si è concluso in piazza Duomo, e che ha visto la partecipazione di 80 mila lavoratori. Sia Landini che la Camusso (che è stata
anche fischiata) hanno avuto toni
duri contro il Jobs Act e la legge di
stabilità: “La partita non è ancora
chiusa” ha detto Camusso, e Landini ha promesso che “non ci fermeremo, noi non stiamo scherzando”. Vedremo. Dal palco ha preso
la parola anche un lavoratore dello
sciopero sociale.
L’errore da evitare
Napoli, 15 novembre 2014. Il corteo blocca la tangenziale
Un altro corteo con alcune migliaia di lavoratori aderenti alla
giornata di sciopero sociale è confluito in piazza San Babila. Il terzo corteo, quello degli studenti, a cui si erano uniti anche i No
Tav, con in testa lo striscione “La
buona scuola siamo noi”, era stato autorizzato ad arrivare in piazza Fontana, per manifestare sotto
la sede dell’Arcivescovado dove
nel pomeriggio era stato indetto
un convegno della Cei sulla “Buona scuola” di Renzi con un inviato
del ministero dell’Istruzione. La
guardia di finanza lo ha interrotto
in piazza Santo Stefano e caricato
a freddo da dietro, sparando lacrimogeni urticanti che hanno provocato vomito e malori a diversi manifestanti. Nel pomeriggio nuovo
corteo verso l’arcivescovado, che
stavolta i manifestanti sono riusciti a raggiungere, ma solo per essere imbottigliati davanti al portone d’ingresso e massacrati di botte
dalla polizia piombata in forze.
Anche a Genova lo sciopero
sociale si è sommato allo sciopero generale indetto dalla Camera
del Lavoro contro il Jobs Act e la
legge di stabilità. Quattro i cortei
della Cgil che hanno paralizzato
la città per tutta la mattinata, con
migliaia di lavoratori diretti verso piazza Caricamento. Imponente quello partito dalla zona industriale di Cornigliano, con in testa
la Fiom ma anche molti lavoratori
del commercio e dei servizi, a cui
si sono uniti strada facendo i portuali. I metalmeccanici scandivano
slogan come “E Matteo non lo sa,
Berlusconi è il suo papà”, e anche
“Renzi attento, ancora fischia il
vento”. Nel corteo anche Vincenzo Serrapica, lavoratore licenziato
da Fincantieri per un diverbio con
un capo, la cui vicenda è assurta a
esempio di applicazione anticipata
del Jobs Act di Renzi.
Da piazza Corvetto è partito il
corteo dei dipendenti pubblici e
delle municipalizzate, aperto dallo
striscione dei lavoratori del centro
stampa San Biagio in mobilità da
gennaio, che stampano tra l’altro il
“Secolo XIX”. Un altro corteo con
gli edili si è mosso dal quartiere
Foce, mentre un quarto corteo ha
riunito i combattivi autoferrotranvieri dell’Amt, che hanno bloccato per alcuni minuti l’ingresso autostradale di Genova-Est.
Contemporaneamente e per tutta la giornata si è svolto anche lo
sciopero generale sociale, animato
da studenti, movimento di lotta per
la casa, precari, centri sociali e No
Tav, con un lungo corteo che ha attraversato tutto il centro, aperto
da un grande striscione con scritto “PD uguale Precarietà e Devastazione”. Ha tentato anche di raggiungere la nuova sede del PD in
via Maragliano protetta da un imponente sbarramento di polizia,
bersagliandolo con lancio di uova.
Ma lo stesso hanno fatto anche gli
operai della Fiom staccatisi dal
corteo Cgil in piazza Montano a
Sampierdarena, bombardando con
uova la locale sezione del PD.
A Padova lo sciopero sociale
indetto da studenti medi, Cobas,
Usb e centri sociali ha visto la
partecipazione di migliaia di giovani e di lavoratori. In tarda mattinata un corteo di circa 500 giovani
ha cercato di raggiungere la federazione del PD, ma è stato bloccato e caricato dalla polizia davanti
all’istituto universitario di lingue
in piazza Maldura. Il corteo si è
poi diretto verso il centro e quindi
la prefettura dove si è sciolto. Nel
pomeriggio un altro corteo è sfilato in città prendendo di mira il sindaco leghista Bitonci.
A Bologna circa 500 persone hanno sfilato in centro e nella zona universitaria, guidate dai
collettivi Cas, Tpo, Labas e Xm e
dagli studenti universitari e medi,
seguiti dai lavoratori di Usb e Cobas. Nella notte gli universitari
avevano bloccato con strisce rosse
e bianche le facoltà di giurisprudenza, lettere e medicina: in segno
di protesta, avevano scritto, contro
i “continui tagli all’istruzione e al
diritto allo studio”.
Anche Pisa è stata animata da
diversi cortei di studenti e lavoratori. Le manifestazioni più combattive si sono svolte davanti alla
sede della Provincia, dove gli studenti sono stati aggrediti e manganellati dalla polizia, e all’aeroporto, in solidarietà ai facchini e agli
altri dipendenti della cooperativa
di servizi in lotta per le condizioni di lavoro.
Firenze è stata percorsa da circa 2.500 studenti e lavoratori in
corteo, con in testa striscioni contro la politica del governo e il nuovo Berlusconi, tra cui “Contro il
Catania, 15 novembre 2014. Il corteo studentesco
governo Renzi, no al Jobs act”,
“No jobs act, no buona scuola”,
“Rottamiamo Renzi” e altri slogan
del genere. Occupati i viali di circonvallazione con manifestazioni
che sono proseguite fino alle 15
del pomeriggio, dopodiché è cominciato lo sciopero degli autoferrotranvieri dell’Ataf.
Veramente notevole il successo dello sciopero sociale a Roma,
che in tutto l’arco delle 24 ore ha
visto accendersi cortei, manifestazioni, flash mob e altri eventi un po’ dappertutto in centro e
in periferia. Già la sera precedente volantinaggi e flash mob erano
stati effettuati nelle strade della
movida dei quartieri San Lorenzo e Ostiense. Al mattino presto
un gruppo di attivisti dei comitati
per l’acqua pubblica, con caschetti
rossi e chiavi inglesi a imitazione
di Super Mario Bros, ha occupato l’atrio di Acea, l’azienda comunale di acqua e energia che esegue
300 distacchi di acqua il giorno.
La mattina ha visto scendere in
piazza 15 mila persone in tre cortei
partiti da Piramide, La Sapienza e
piazza Esedra, andando a confluire in un unico fiume in centro città. Spiccavano gli striscioni contro la scuola di Renzi e il Jobs Act,
ma anche altri per l’acqua pubblica, per la pensione ai lavoratori “quota 96” e per Cucchi, come
quello con la scritta “Mai più morti di Stato”. Davanti al ministero
del Tesoro sono state lanciate uova
e fumogeni. Poi il corteo si è diretto all’ambasciata tedesca, dove
sono state lanciate alcune bombe
di vernice. Al policlinico Umberto
I i manifestanti hanno issato uno
striscione con la scritta “Salute
bene comune”.
Alcuni lavoratori sono saliti sulle impalcature del Colosseo
per issare due striscioni contro la
privatizzazione del trasporto pubblico e in solidarietà a Ilario e Valentino, autisti del Tpl romano licenziati dopo una loro intervista
al programma tv Presa diretta.
Bloccato il ministero dell’Istruzione dagli insegnanti Cobas, con
la parola d’ordine “contro il piano scuola di Renzi, assumere tutti
i precari”. Notevole per combattività il colorato e rumoroso corteo
di 500 migranti che hanno invaso
via del Tritone per chiedere il diritto di asilo.
Un sit in di fronte alla Telecom
è stato improvvisato da un gruppo
di lavoratori dell’azienda staccatisi dal corteo, che inalberavano lo
striscione “Telecom unica e pubblica”. Diversi ricercatori hanno
inscenato un concerto di casseruole sotto le finestre del ministero
della Funzione pubblica. Blocchi
anche attorno al Miur e incursione
all’ipermercato Auchan di Casalbertone, per denunciare lo sfruttamento del personale precario e i
licenziamenti. Cortei anche a Cinecittà e al Pigneto. All’aeroporto
di Fiumicino sono stati cancellati
22 voli.
A Napoli un corteo di 10 mila
manifestanti, qualcuno dice 20
mila, studenti, centri sociali, precari, sindacati di base, in particolare contro il Jobs Act e lo Sblocca
Italia sulla bonifica di Bagnoli, ha
invaso la tangenziale percorrendo
a piedi 2 km fino all’uscita di Capodimonte in direzione Pozzuoli,
paralizzando il traffico e bloccando anche lo svincolo dell’autostrada. Il corteo ha attraversato anche
il rione Forcella lanciando slogan
contro Renzi e il caporione leghista e razzista Salvini. Nel pomeriggio volantinaggio nella zona dello
struscio in via Toledo, per denunciare lo “sfruttamento dei precari
nei negozi gestiti dalle multinazionali”.
Tra le altre numerose manifestazioni vale la pena di citare almeno quella di Torino, dove hanno sfilato 5 mila persone, con
striscioni “Niente profitti sui nostri diritti” e “no jobsact, no precariato”; le migliaia di studenti e
lavoratori in corteo a Novara; il
sit in di denuncia tenutosi a Venezia sulle condizioni degli stagisti
e mediatori culturali delle istituzioni impiegati senza stipendio; la
manifestazione di Trieste, con lo
striscione “Renzi contro tutti, tutti contro Renzi”; quella di Pescara, dove in piazza i manifestanti hanno composto lo slogan “No
Oil” contro le trivellazioni petrolifere nell’Adriatico previste dallo
Sblocca Italia; il migliaio di persone che hanno manifestato a Bari e
le altre migliaia in corteo a Palermo, con i numerosi blocchi stradali, favoriti anche dalla forte partecipazione degli autoferrotranvieri,
che hanno lasciato metà dei bus
nelle rimesse.
Il PMLI non può che applaudire e appoggiare iniziative come
questa giornata di lotta che assestano un duro colpo al padronato,
al governo e all’arroganza antioperaia e neofascista di Renzi. Tuttavia sentiamo il dovere di mettere
in guardia i lavoratori e i movimenti di lotta, in particolare i precari, gli insegnanti, gli studenti, i
piccoli lavoratori autonomi, dalle
teorizzazioni di certi dirigenti dei
“sindacati di base” che rischiano di dividerli dalla classe operaia anziché unirli ad essa in un vasto fronte unito da essa guidato per
sconfiggere l’attacco ai diritti sindacali, lottare per il lavoro, il salario, la fine del precariato e le altre
rivendicazioni e buttare giù al più
presto il governo del nuovo Berlusconi.
Non si può accettare infatti che
passi tra i lavoratori e i giovani la
concezione anarchica e spontaneista dello sciopero sociale espressa
dal leader dei Cobas, Bernocchi,
all’assemblea dell’11 novembre a
La Sapienza con la partecipazione
di Landini, secondo il quale “oggi
non c’è più la classe operaia egemonica. È stata frantumata. Il Novecento è finito. Oggi c’è un pluriverso fatto di precari, partite iva
e di molte altre forme di lavoro dipendente”. Una tesi che rischia di
fare da sponda alle teorizzazioni
reazionarie alla Renzi, che dipingono una classe operaia ormai minoritaria ed in via di estinzione, se
non fatta di “privilegiati” che tolgono il lavoro e il pane ai giovani precari, e liquidano la lotta di
classe come un residuo del Novecento.
Per quanto ridotto numericamente rispetto al Novecento, il
proletariato è sempre oggettivamente la classe più rivoluzionaria della società, per il posto fondamentale che occupa nel sistema
produttivo capitalista, perché non
può emancipare se stessa se non
rovesciando l’attuale ordine capitalista e borghese ed emancipando tutta l’umanità. E perché,
come dice Lenin, è la classe di
avanguardia di tutto il popolo, che
svolge una funzione di avanguardia negli scioperi e nelle lotte, ed
è l’unica capace di guidare tutte le
altre classi sfruttate e oppresse ad
abbattere il capitalismo e conquistare il socialismo. Sarebbe perciò
un grave errore se i lavoratori pubblici, i precari, gli studenti, gli artigiani, i disoccupati, dessero retta a
quelli come Bernocchi; o come il
manifesto trotzkista, che già esalta
la nascita del “Quinto Stato”, che
sarebbe avvenuto con lo sciopero
sociale. L’antico sogno della velleitaria piccola borghesia “rivoluzionaria” di prendere il posto del
proletariato.
Un sogno rimasto storicamente come una pia illusione perché
nessun’altra classe può sostituirsi
al proletariato come la classe antagonista per eccellenza della borghesia perché solo esso occupa il
ruolo centrale di produttore del
profitto nel sistema economico capitalistico.
in sciopero contro il governo renzi / il bolscevico 5
N. 43 - 27 novembre 2014
Palermo
Ben accolta la Cellula palermitana del PMLI al
corteo
‡‡Dal corrispondente della
Cellula “1° Maggio-Portella
1947” di Palermo
Anche a Palermo si è tenuta
il 14 novembre una grande manifestazione contro le politiche dei
governi Renzi e Crocetta (presidente PD regione Sicilia) e dell’Unione europea. La manifestazione
è partita da piazza Castelnuovo
per percorrere tutto il centro storico ed arrivare alla sede della
Regione. In migliaia hanno manifestato, poiché in concomitanza si
svolgeva lo sciopero generale dei
Cobas. Lavoratori pubblici e privati, i dipendenti dell’Amat (Azienda
municipalizzata auto trasporti) e
dell’Ast (Azienda siciliana trasporti), i vigili urbani, studenti e giovani precari. Molte le sigle sindacali
presenti con le loro insegne, tra
cui anche la Cgil. Una parte dei
lavoratori era concentrata in via
la Malfa, sotto la sede dell’Ast per
protestare contro i tagli del personale, l’indebolimento dell’azienda e il mancato pagamento dello
stipendio, che in molti casi viene
pagato a rate e certe volte viene
proprio saltato.
La manifestazione mirava soprattutto a esprimere opposizione e sdegno contro il Jobs Act
del nuovo Berlusconi, l’abolizione dell’articolo 18, il blocco dei
contratti, la Legge di stabilità, il
piano scuola e le privatizzazioni.
Nessun partito politico tranne il
PMLI ha partecipato ufficialmente
a questa grande manifestazione,
impressionante per il numero di
partecipanti.
Il PMLI era presente con la Cellula palermitana, sempre vicina ai
problemi e bisogni della classe
operaia e delle masse lavoratrici.
Con le bandiere issate in alto eravamo riconoscibili, infatti molti, tra
studenti e lavoratori, ci hanno dato
il loro ringraziamento per essere
ormai l’unico Partito che si batte
per loro. Alcuni studenti hanno voluto portare la bandiera del Partito.
Gli stessi manifestanti invitavano tutti coloro che guardavano
ai bordi della strada a partecipare
per cercare di buttare giù questo
governo capitalista, borghese e
fascista. Molti i cori contro Renzi
e il suo governo fantoccio. Slogan anche contro il sindaco di
Palermo, Leoluca Orlando (IDV)
e il governatore Crocetta, invitati
a dimettersi e sparire dopo aver
rovinato e ridotto all’osso un’isola
come la Sicilia e una città come
Palermo ormai alla fame. Infatti
molti negozi continuano a chiudere e la disoccupazione aumenta
sempre più.
Oggi abbiamo fatto sentire
ancora più forte la nostra voce.
Perché solo se le masse restano
unite e forti e si legano al Partito
contro questa borghesia fascista,
e capitalista potremo diventare
sempre più grandi. Perché solo
il PMLI può risolvere i problemi
dell’Italia.
Bari
Mille in corteo contro la precarietà. Il Berlusconi
democristiano Renzi contestato più volte
‡‡Dal corrispondente della
Cellula “Rivoluzione
d’Ottobre” di Bari
Nella mattina di venerdì 14 novembre un corteo di mille manifestanti ha sfilato per le vie di Bari;
promotori della manifestazione
sono stati i “sindacati di base” fra
cui Usb e Cobas e le associazioni
studentesche fra cui Uds Puglia.
Fra i manifestanti si notavano
anche lavoratori precari assieme
a migranti. Vi erano in corteo anche alcuni vigili del fuoco, la cui
vertenza lavorativa è aperta. Uno
di loro, presente in prima linea,
ha infatti detto: “In Puglia siamo
in 400, tutti precari: ci hanno solo
preso in giro dicendo che ci avrebbero assunti tutti ma ora come
mandiamo avanti la famiglia?”..
I componenti del Collettivo
Rivoltiamo la Precarietà hanno
dichiarato: “Questo è lo sciopero
che parte dal basso e mette insieme studenti, lavoratori precari e
non, contro lo Sblocca Italia che
istituzionalizza la precarietà”.
Il governo del Berlusconi democristiano Renzi è stato più volte oggetto degli slogan urlati per
le vie del centro, come ad esempio “Renzi! Renzi! Vaff...”.
Questa manifestazione rappresenta sicuramente, dal punto
di vista politico, un ulteriore segnale dell’avversità delle masse
alle politiche padronali e di lacrime e sangue del governo Renzi
e, dal punto di vista sociale, la
crescente rabbia dei precari, degli
sfruttati e dei disoccupati.
Catania
Al presidio dei lavoratori diffusi i volantini
del PMLI “Il potere politico spetta di diritto al
proletariato” e “giovani date le ali al vostro futuro”
‡‡Dal Corrispondente della
Cellula “Stalin” della
provincia di Catania
Allo sciopero generale di 4
ore indetto dai Cobas a Catania
è stata notevole la presenza di lavoratori dei trasporti urbani ed extraurbani. Questi ultimi, da 2 mesi
non ricevono lo stipendio dall’AST
(Azienda siciliana trasporti) che,
pur avendo un credito regionale
di 30.000.000 di €, è indebidata
con i fornitori e ha difficoltà per il
carburante e per la manutenzione
meccanica dei mezzi.
Catania ha un’emergenza assoluta, superiore alla media nazionale di CIG, cresciuta in 2 mesi
(settembre-ottobre 2014) del 7,4%,
passando dal 44,5% al 51,9%.
Pur avendo questa disastrosa situazione socio-economica, la città
ha un’aliquota TASI fra le più alte
trapianti di cuore-fegato-reni operativi al Policlinico, a favore del
partenariato Ismett-Regione, con
grave danno per la sanità pubblica nonché per le masse popolari
che ne hanno bisogno.
Al presidio davanti alla Prefettura oltre ai lavoratori erano
presenti il PMLI, i NO MUOS, il
Collettivo Aleph, PRC, Cobas e gli
studenti di molte scuole medie superiori di Catania e provincia.
La Cellula “Stalin” della provincia di Catania del PMLI ha partecipato con la bandiera, i corpetti e
con un cartellone con 2 manifesti,
quello con la richiesta dello sciopero generale di 8 ore e l’altro con
la scritta “Spazziamo via il governo del Berlusconi democristiano
Renzi”. Prezioso il contributo dei
simpatizzanti che hanno distribuito i volantini “Il potere politico
Firenze
Lavoratori e studenti con tre cortei bloccano la
città. Apprezzato il volantino del PMLI diffuso
tra i lavoratori
‡‡Redazione di Firenze
Il 14 novembre è stata per Firenze una bella giornata di lotta
che ha visto protagonisti studenti,
insegnanti, precari, lavoratori ed
occupanti in attesa di alloggio. Tre
i cortei organizzati da Cobas, studenti e Movimento di lotta per la
casa con parole d’ordine contro il
governo Renzi e in particolare il
Jobs Act, la “Buona Scuola”, il Pia-
per tutta la mattina, anche con
brevi blocchi stradali lungo il percorso. Contestata la Confindustria
con una sosta e il lancio di fumogeni sotto la sede di via Alamanni.
Controllati a vista da un esagerato schieramento di polizia in
tenuta antisommossa i manifestanti, oltre duemila, sono sfilati
dietro lo striscione “Contro il governo Renzi no al Jobs Act”. Pre-
Firenze, 14 novembre 2014. Il corteo partito da Piazza Dalmazia. Sotto: la diffusione del volantino del PMLI ai lavoratori in sciopero (foto Il Bolscevico)
Catania, 14 novembre 2014. La partecipazione della Cellula “Stalin” della provincia di Catania del PMLI al presidio davanti alla Prefettura (foto Il Bolscevico)
d’Italia. Il sindaco Bianco, PD, a
tutt’oggi non ha predisposto alcun intervento per i disoccupati, i
senza casa, i poveri e per chi non
usufruisce di assistenza sociosanitaria.
Catania oltre a registrare la crisi di aziende che chiudono, registra un pesante intervento del governo regionale, che, ossequioso
ai dettami del governo del Berlusconi democristiano Renzi, sta
dismettendo i Centri pubblici dei
spetta di diritto al proletariato” e
“Giovani date le ali al vostro futuro”. Grazie a questi volantini abbiamo potuto colloquiare significativamente con i lavoratori presenti
sulle problematiche lavorative, sociali ed occupazionali esistenti a
Catania, spiegando altresì loro
che con la via indicata dal PMLI,
unico Partito rivoluzionario in Italia, si può attaccare ed abbattere
il capitalismo ed arrivare alla conquista del socialismo.
no Casa e il decreto Lupi che prevede divieto di allaccio ad acqua,
luce o gas e cinque anni di esclusione dalle gare di assegnazione
per chi occupa abusivamente
un’abitazione.
Combattivo il corteo studentesco che partito da Piazza San
Marco ha attraversato il centro per
ricongiungersi, in via Ponte alle
Mosse, con il corteo dei lavoratori
che era partito da piazza Puccini
e con quello del Movimento di lotta per la casa, e invadere insieme
i viali fino alla Fortezza da Basso
paralizzando il traffico cittadino
senti anche i postali di Pistoia, i
lavoratori Ataf (trasporto cittadino)
e Quadrifoglio (nettezza urbana),
il Comitato No Tunnel Tav con lo
striscione “No tunnel No mafie”.
Il PMLI è stato presente al concentramento di piazza Puccini e a
parte del corteo dei lavoratori con
una squadra di diffusori che, caratterizzati dai corpetti rossi con i
manifesti “Spazziamo via il governo del Berlusconi democristiano
Renzi”, hanno diffuso il volantino
“Il potere politico spetta di diritto al
proletariato” accolto con interesse
e simpatia dai manifestanti.
Combattivo corteo in difesa dell’occupazione
3.000 in piazza perché
“Livorno non deve morire”
Presenti la quasi totalità delle fabbriche e aziende livornesi con in prima fila Trw, Eni, Cooplat, in lotta da mesi. Significativa
partecipazione di Piaggio e Continental. Adesione dell’ANPI provinciale. I commercianti abbassano le saracinesche in solidarietà
‡‡Di una compagna del PMLI
residente attualmente
a Livorno
Nonostante la pioggia battente
nel pomeriggio di sabato 15 novembre oltre 3.000 lavoratori delle realtà in lotta hanno dato vita a
un colorato e combattivo corteo
che ha attraversato le vie centrali
di Livorno.
La manifestazione è stata organizzata dal Coordinamento delle lavoratrici e lavoratori di Livorno
Livorno, 15 novembre 2014. I lavoratori della TRW in lotta contro i licenziamenti alla manifestazione cittadina per la difesa dei posti di lavoro
contro la devastante crisi occupazionale che sta investendo sia le
grandi aziende labroniche come
la Trw, l’Eni, sia le piccole realtà
artigiane e cooperative sociali
come la Cooplat (cooperativa di
spazzini) fra l’altro in vertenza da
mesi con il Comune guidato dal
sindaco Nogarin (M5S) che non
ha mosso un dito per rinnovarle
l’appalto.
Al concentramento di piazza
Magenta nemmeno gli organizzatori immaginavano che potesse
sfociare in una vera e propria manifestazione cittadina.
La quasi totalità degli esercizi
al passaggio del corteo abbassavano le saracinesche esponendo
il cartello “questa attività esprime
solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori in lotta”.
Ad aprire lo striscione “Se colpiscono uno colpiscono tutti” a firma del Coordinamento lavoratori
livornesi, seguiva il combattivo e
compatto spezzone degli operai
della Trw, numerosi e in alcuni
casi presenti con l’intera famiglia,
per esprimere la propria rabbia e
la volontà di andare avanti nella
lotta contro la chiusura dello stabilimento. Proprio il giorno prima
ai 450 lavoratori, in lotta dal 17
ottobre, è arrivata la lettera del
vice presidente per l’Europa della
multinazionale americana Maciej
Gwozd con oggetto “Chiusura di
Livorno e risoluzione del rapporto” e con l’informativa di aver preavvisato i sindacati sulla “volontà
di trattare su termini e condizioni
di chiusura, compreso il riconoscimento di un incentivo economico”.
Oltre allo striscione della fabbrica
all’interno del loro spezzone c’erano anche quelli: “L’operaio non
si tocca. Solidarietà agli operai di
Terni manganellati – Trw”. “Contro
Renzi e i padroni: sciopero generale di 8 ore! E che sia solo un
inizio”.
Seguivano i lavoratori della Raffineria Eni e ditte esterne,
quelli della Cooplat, Porto 2000,
InTempo, Ctt Nord, Cgt, Tef, Cls,
Ifb, Rfi, ex Delphi, Masol, Agenzia
Espressi, Cerin affissioni, Appal-
ti Pubblici Scuole - Dussmann,
Coop sociali Rsa Pascoli e Villa
Serena, People Care, Ipercoop, Autisti Autosped G (Stagno),
Trans Sea srl Gruppo Podda,
Gruppo Mercurio, Sidis, Cash &
Carry, Asa, Provincia Sviluppo,
i lavoratori del comune di Livorno, della Camera di Commercio,
delle Autonomie Locali e Funzioni
Centrali, Scuola, Fs e Trenitalia,
Solvay Solution Livorno, presenti
anche le rappresentanze RSU di
Piaggio (Pontedera) e Continental
di Pisa.
Grande combattività delle cooperative sociali a stragrande
maggioranza composte da donne
che sono le più colpite dai licenziamenti, e tantissimi giovani, studenti che si sono uniti alla manifestazione.
Significativa
partecipazione
dell’ANPI provinciale che in un
comunicato si era messa a disposizione come punto di riferimento.
La manifestazione doveva
concludersi all’interno del Teatro
dei Mori ma per la sua parteci-
pazione si è conclusa in Piazza
Cavallotti, storicamente la piazza
politica e operaia di Livorno.
Gli interventi conclusivi dei
lavoratori hanno applaudito lo
sciopero cittadino proclamato da
Cgil, Cisl e Uil per il 25 novembre
per l’occupazione e in solidarietà
agli operai Trw e delle aziende in
crisi. Il rappresentante della Trw
ha ribadito tra l’altro la necessità
dello sciopero generale nazionale
unitario di tutti i sindacati compresi quelli non confederali, contro il
governo Renzi e i padroni che lo
sostengono.
Un segnale importante per la
lotta di classe quello di Livorno
ma il punto è che le lavoratrici e i
lavoratori devono prendere interamente coscienza della loro forza
e sbrigliarsi dai legacci riformisti
e istituzionali coi quali il PD li ha
legati per anni attraverso azioni
“pompieristiche” dei dirigenti intermedi locali CGIL tesi a non alzare
troppo il tiro, soprattutto ora che al
governo c’è il Berlusconi democristiano Renzi.
6 il bolscevico / in sciopero contro il governo renzi
N. 43 - 27 novembre 2014
Il 12 dicembre contro la legge di stabilità e il Jobs Act
Viva lo sciopero
generale della CGIL
Si uniscano anche Cisl e Uil e i “sindacati di base”
Occorre una manifestazione nazionale a Roma
Alla fine lo sciopero generale
è stato proclamato. Mercoledì 12
novembre il direttivo nazionale della Cgil, riunito a Roma, ha indicato la data del 5 dicembre, con un
ordine del giorno votato da quasi
tutti i componenti ad eccezione di
tre che hanno votato il documento alternativo presentato da Mario
Lavazzi per il Sindacato è un’altra
cosa-Opposizione Cgil. Il 19 la data
concordata con la UIL è stata spostata al 12 dicembre.
Era una decisione attesa e per
certi versi scontata dopo che la
Camusso aveva indicato, in mancanza di sostanziali cambiamenti
da parte del governo, la scelta dello sciopero generale entro la prima
metà del mese di dicembre. Non
poteva certo tornare indietro dopo
tanti proclami e di fronte all’arroganza del Berlusconi democristiano Renzi.
Gli attacchi al sindacato erano
iniziati fin dal suo insediamento
a Palazzo Chigi quando iniziò a
mettere bocca nel congresso della
Cgil che era in svolgimento, accusandola di essere un organismo
vecchio e superato, come la sua
leader, che proteggeva i “privilegiati”, intesi come lavoratori a tempo
indeterminato, trovando un’insperata sponda in Landini.
Poi il Jobs Act e l’attacco frontale allo stesso diritto borghese del
lavoro hanno tolto qualsiasi alibi
a chi voleva ancora presentare il
governo Renzi come un governo di sinistra, seppur borghese,
e anche chi negava l’evidenza ha
dovuto prendere atto che questo
è un esecutivo che risponde alla
Confindustria e ai capitalisti italiani, all’unione europea e alla BCE, e
porta avanti le controriforme della
P2 in pieno accordo con il neoduce
Berlusconi tramite il Patto del Nazareno.
Ma non si tratta solo di un rapporto definitivamente incrinato tra il
gruppo dirigente della Cgil e Renzi
e la maggioranza del PD. Sono stati soprattutto i lavoratori, assieme
ai precari, disoccupati, studenti,
movimenti contro le grandi opere
e per i beni comuni, che gradualmente hanno messo nel mirino il
neofascista in camicia bianca che
oramai è indicato come il principale
nemico dei lavoratori e delle masse popolari e combattuto in tutte
le piazze d’Italia che registrano la
ripresa della lotta di classe.
Vogliamo dire che la Cgil è stata in qualche modo costretta allo
sciopero generale. Da una parte
Renzi ha subito fatto capire che lui
andava avanti per la sua strada no-
Roma, 25 ottobre 2014. Manifestazione nazionale della CGIL, piazza San Giovanni (foto Il Bolscevico)
nostante i sindacati a cui dava l’unica possibilità di allinearsi, dall’altra
le sollecitazioni e la pressione dei
lavoratori che chiedevano di andare
fino in fondo nella lotta per la difesa
dell’articolo 18, dei diritti dei lavoratori e contro la macelleria sociale
del governo.
È stata soprattutto la grandiosa manifestazione del 25 ottobre il
punto di svolta. Essa ha dimostrato che la rabbia tra i lavoratori era
tanta e aspettava solo l’occasione
giusta per esplodere. A quella storica manifestazione sono seguite
quella dei pensionati del 5 novembre e quella dei lavoratori del pubblico impiego (assieme a Cisl e Uil)
dell’8, quella del 14 della Fiom tutte
molto partecipate e combattive, a
cui vanno aggiunte quelle organizzate dai “sindacati di base” e dagli
studenti nell’ambito dello sciopero
sociale. Chi vi ha partecipato direttamente avrà visto che la parola
d’ordine più usata nei cartelli, striscioni, slogan gridati incessantemente è stata “sciopero generale”.
Quindi Viva lo sciopero generale del 12 dicembre!
Anche in quest’occasione non
sono mancate affermazioni fascistoidi di Renzi e dei suoi tirapiedi,
come Ernesto Carbone. Costui, allineandosi alle calunnie di “Libero”
e “Il Giornale”, in un twitter, riferendosi al fatto che il lunedì successivo
allo sciopero è festivo, ha scritto “il
ponte è servito”, offendendo i lavoratori che subiscono la crisi capitalistica da 6 anni, mentre chi sciopererà perderà anche una giornata di
lavoro. La Cgil è libera di scegliere il
giorno che ritiene più favorevole per
favorire la partecipazione.
Casomai noi critichiamo che si è
aspettato troppo per proclamare lo
sciopero generale. Ma soprattutto
che questo non prevede una manifestazione nazionale a Roma bensì
iniziative in 100 piazze d’Italia. Ci
pare una scelta del tutto insufficiente che disattende totalmente
la volontà dei lavoratori. Usare uno
sciopero dell’intera giornata per
delle manifestazioni che avranno
una dimensione provinciale significa dare una risposta non all’altezza
dell’asprezza dello scontro in atto.
Pur “menomata” dalla modalità
territoriale questa è un’altra occasione per sferrare un altro pugno
rosso al Berlusconi democristiano
Renzi e ha fatto bene la Cgil a invitare a convergere sulla data del
5 dicembre anche gli altri sindacati
confederali anche se la segretaria
della Cisl, Annamaria Furlan, ha già
declinato l’invito mentre la Uil ha
poi concordato lo spostamento al
12 dicembre. Ma una parte degli
iscritti Cisl potrebbe partecipare,
come hanno fatto per l’ultimo sciopero della Fiom.
Anche i “sindacati di base” dovrebbero unirsi alla Cgil. Pur nelle
divergenze questi sono in prima
fila nel combattere il governo e
quantomeno scegliere la stessa
data darebbe ancora maggiore rilevanza allo sciopero, come ha dimostrato la giornata di lotta del 14
novembre che ha visto manifestare
contemporaneamente, seppur in
piazze diverse, Fiom, USB, Cobas
e studenti.
Scioperiamo tutti uniti per spazzare via il governo del Berlusconi
democristiano Renzi.
Renzi scarica sulle Regioni le responsabilità delle alluvioni
In realtà le responsabilità del dissesto del territorio ricadono sui governi centrali e locali di ieri e di oggi. Lacrime di coccodrillo di Pisapia
Il Nord sott’acqua, una città
dopo l’altra, un paesino dopo l’altro sommersi dalle alluvioni e dal
fango, ormai con cadenza regolare ad ogni pioggia a dimostrare
come siamo al disastro completo
nella salvaguardia del territorio.
Mentre scriviamo il tragico bilancio
dell’ultima ondata di alluvioni è di
5 morti e un disperso, cifra che fa
salire a 11 il bilancio delle vittime
delle alluvioni negli ultimi 70 giorni.
Nello stesso periodo migliaia sono
gli sfollati e pesantissimi i danni accumulati: un miliardo di euro, per
la sola Liguria nelle due alluvioni
consecutive.
Non solo, enormi disagi per
la popolazione delle grandi città,
dove interi quartieri con migliaia
di residenti sono rimasti isolati e
senza luce e soccorsi, come a Milano, dove sono esondati ancora
una volta il Seveso e il Lambro, nel
varesotto dove sono morti sotto
una frana un anziano e la sua nipote e una giovane annegata per
essere finita fuori strada in un torrente Baracco in piena, come nella
martoriata Genova, dove centinaia di famiglie sono isolate e dove
l’alluvione ha finito per mettere in
ginocchio quello che rimaneva delle piccole imprese salvatesi dalla
precedente alluvione, a Chiavari
e Alessandria, dove interi quartieri sono sotto il fango, Biella, dove
altissimo è il rischio frane come dimostra la tragica morte di un pensionato sommerso da una valanga
di fango e detriti mentre un altro
uomo è stato portato in condizioni
critiche in ospedale. Anche il lago
Maggiore è uscito dagli argini e un
uomo è stato ripescato, senza vita,
dai sommozzatori dei vigili a Ispra
(Varese). Negli stessi giorni anche il
lago di Como è esondato e l’acqua
ha invaso le piazze del centro.
Alla tragedia di Genova non c’è
fine. In questo momento si cercano
70 bare trascinate via dall’esondazione del torrente Polcevera dopo il
crollo di un muraglione del cimitero
della Biacca a Bolzaneto.
In tilt i trasporti per allagamenti
in più sedi stradali ferroviarie che
hanno provocato forti ritardi dei
treni. Mentre scriviamo l’ondata si
è estesa al resto del Settentrione,
in Emilia sono un migliaio gli sfollati per la piena del Po, al Lazio,
all’Umbria, al nord delle Marche,
alla Sardegna, all’Abruzzo e al nord
della Campania e l’allarme tra la
popolazione è molto alto.
Di chi sono le
responsabilità
Tutte le istituzioni borghesi hanno dato il via al gioco dello scaricabarile ciascuno per allontanare da
sé le responsabilità. Il Berlusconi
democristiano Renzi da Sydney
attacca i governatori: “Ci sono
vent’anni di politiche del territorio
da rottamare, anche in alcune regioni del centrosinistra”, mentre
dal canto loro governatori e sindaci
ribattono che le politiche del territorio, nonché le sanatorie ediliizie
sono dettate da Roma.
ln realtà tutti sanno, a partire dalle masse popolari che sono
state colpite direttamente dalle
inondazioni ed hanno chiesto in diversi casi le dimissioni dei sindaci
delle loro città, com’è recentemente successo a Massa, che a tutti i
livelli le istituzioni hanno pesanti
responsabilità nel disastro che sta
sotto gli occhi di tutti. Ognuno infatti secondo le sue competenze
ha agito per sfruttare e devastare il
Il Nord nel fango,
altri morti
territorio italiano al fine di ottenere
il massimo profitto.
Un rapporto del Ministero
dell’Ambiente nel 2008 ci rivela
che sono ben 6.633 i comuni italiani (sugli 8.071 totali) in cui sono
presenti aree a rischio idrogeologico, l’82% del totale dei comuni
italiani, per una superficie ad alta
criticità idrogeologica di 29.517
Kmq, il 9,8% dell’intero territorio
nazionale, di cui 12.263 kmq (4,1%
del territorio) a rischio alluvioni e
15.738 Kmq (5,2% del territorio) a
rischio frana.
Tutti, dunque, documenti alla
mano, a partire dal governo conoscevano da anni l’estrema fragilità
idrogeologica italiana.
Ma se si va ad analizzare le cause del dissesto quello che emerge
è uno spaventoso sistema di devastazione appoggiato e favorito dalle istituzioni borghesi a partire dai
sindaci fino ad arrivare al governo.
Parliamo dalle istituzioni locali.
Sono i comuni che detengono il
diritto riguardo alle politiche urbanistiche. I sindaci peraltro, secondo legge, sono la prima autorità di
protezione civile e hanno il diritto e
il dovere di intervenire in via ordinaria per la pianificazione urbanistica
e la corretta manutenzione del
territorio. E invece, nonostante sapessero delle condizioni disastrate
del territorio dei loro comuni, nella
maggior parte dei casi hanno usato
le loro funzioni principalmente per
approvare progetti devastanti, promuovendo l’abusivismo edilizio,
approvando le disastrose varianti
ai piani urbanistici, producendo
ulteriore antropizzazione scorretta
e cementificazione del territorio in
maniera caotica, con le folli colate
di cemento negli alvei dei torrenti,
favorendo il consumo di suolo, con
il passaggio di destinazione dei terreni da agricoli ad edificabili.
Il sindaco di Milano Giuliano
Pisapia, SEL, dichiara che “a vedere quello che stava succedendo
(l’alluvione degli ultimi giorni a Milano, ndr) mi veniva da piangere”.
Che faccia tosta! È lui in questo
momento il principale responsabile
della condizione delle masse milanesi. Invece di versare lacrime da
coccodrillo adesso avrebbe dovuto
dare un segnale concreto fermando la cementificazione dei terreni
agricoli vicino a Rho, alla periferia
di Milano, dove sorgerà Expo 2015
e imporsi per usare quei fondi (si
calcola 200 milioni solo quelli versati dal comune) al fine del risanamento idrogeologico del territorio e
della messa in sicurezza degli argini fluviali milanesi.
Ma c’entrano anche i governatori regionali che hanno il dovere di
salvaguardare i territori della loro
regione e invece li svendono allo
sfruttamento, chiudono gli occhi e
avallano i mostruosi progetti delle grandi opere. In rari casi hanno
previsto dei piani di intervento per
le emergenze. Generalmente hanno
abdicato al ruolo di sovrintendere a
favore delle masse popolari ad un
problema che è sovracomunale e
riguarda la condizione idrogeologica dei bacini idrici di intere regioni.
E c’entrano i governi nazionali
che approvano cementificazione e
condoni e spingono per uno sfruttamento sempre più selvaggio del
territorio.
Si pensi che tra il 1950 e il 2000,
questo sistema criminale ha “mangiato” 5 milioni di ettari di suolo
agricolo e che solo tra il 1995 e il
2006, epoca berlusconiana, sono
stati cementificati e “sigillati” territori per un’estensione pari a poco
meno dell’Umbria.
Certo, è un processo partito da lontano con la Democrazia
Cristiana, ma che si sta riproducendo in maniera più selvaggia
e deregolamentata proprio con il
governo Renzi. Quella contenuta
nello Sblocca Italia è infatti una
sciagurata strategia di impatto sul
territorio che ricalca ed esaspera
i meccanismi di sfruttamento che
per decenni il territorio italiano ha
subito. Centinaia di progetti, tra cui
rigassificatori, termovalorizzatori,
tratte ad alta velocità, discariche
dannose per i territori (ma utili per
i capitalisti) che vanno ad insistere su territori già dissestati e che
promettono di distruggerne altri,
mentre salta agli occhi l’omissione
di opere utili (ma evidentemente
poco redditizie per i capitalisti) per
le masse ed interventi volti alla riduzione del rischio idrogeologico.
Renzi ha anche la responsabilità di non aver invertito la tendenza che a partire dal 2008 ha visto
i fondi messi a disposizione per la
manutenzione ordinaria del territorio diminuire del 71% (da 551 a 159
milioni) e di aver scelto di finanziare
opere faraoniche e dannose, come
il TAV, dalla cui soppressione si potrebbero recuperare 10 miliardi di
euro da poter destinare al risanamento idrogeologico dell’italia.
Le sue responsabilità sono pesanti e stanno sotto gli occhi di tutti. Risulta peraltro criminale il fatto
che il governo, pur conoscendo
l’allerta mal tempo non abbia mosso un dito per mettere in sicurezza i
residenti nelle zone più a rischio.
I provvedimenti promessi dal
sottosegretario Graziano Delrio,
PD, ma nemmeno ancora attuati,
come la deroga al “patto di stabilità” perché i comuni colpiti dalle
alluvioni possano accendere nuovi
mutui per “ripristinare condizioni di
sicurezza”, non sono risoltutivi, in
primo luogo perché non mettono
in discussione il sistema di sfruttamento del territorio e in secondo
luogo perché scaricano sugli enti
locali tutto il peso di un problema
che è nazionale e deve essere affrontato con una visione strategica
complessiva di risanamento e tutela del territorio.
Per invertire la tendenza alla
distruzione del territorio va anzitutto fermato lo Sblocca Italia con
una lotta di massa che costringa
Renzi e il suo governo di sciacalli
a tornare indietro sui propri passi.
Noi auspichiamo che la giustissima rabbia e le rivendicazioni delle
masse popolari colpite da questa
sciagura si orientino, oltre che contro le istituzioni locali e regionali,
anche contro Renzi, costringendolo ad abbassare gli artigli rapaci dal
territorio italiano e ad andarsene. È
una sciagura nazionale quella che
è in corso in questi giorni nel Centro-Nord Italia. Il PMLI si stringe
alle masse locali esprimendo loro
solidarietà e auspica che questo
governo venga spazzato via senza
indugio e con la massima determinazione, conducendo contro di
esso una dura opposizione di classe e di massa nelle fabbriche, in
tutti i luoghi di lavoro, nelle scuole
e nelle università, nelle piazze, nelle organizzazioni di massa, specie
sindacali e studentesche.
regime neofascista / il bolscevico 7
N. 43 - 27 novembre 2014
Ottavo incontro di Renzi col suo maestro piduista e neofascista
Il vecchio e il nuovo Berlusconi
confermano il patto per cancellare ciò
che rimane della Costituzione del ’48
Il leader del PD snobba la Direzione del partito: “Non mi serve un mandato”. La sinistra del PD non ci sta ma si adegua
“L’impianto di questo accordo è oggi più solido che mai”,
recita il comunicato congiunto
emesso il 12 novembre al termine dell’ottavo incontro tra Renzi
e Berlusconi, in cui hanno riconfermato il patto per cambiare la
legge elettorale e la Costituzione.
Una formula che ricorda e suona altrettanto perentoria di quella
“piena sintonia” di cui Renzi parlò il 18 gennaio scorso, dopo il
primo incontro nella sede romana del PD di Largo del Nazareno,
in cui i due diedero vita al patto omonimo incentrato ufficialmente sulla nuova legge elettorale super maggioritaria Italicum
e sulla controriforma costituzionale del Senato, più altri accordi innominabili su materie come
la controriforma della giustizia,
lo scudo politico alle pendenze
giudiziarie del pregiudicato, l’intangibilità del suo impero mediatico, la spartizione delle cariche
istituzionali e l’elezione del successore di Napolitano.
L’accordo che riconferma il
patto ha concluso il braccio di
ferro iniziato con l’incontro precedente del 5 novembre, in cui
Renzi voleva una risposta definitiva da Berlusconi sulla legge
elettorale già approvata in prima lettura alla Camera, essendo deciso a presentarla subito al
Senato e a farla approvare entro
fine anno. Forse sollecitato dallo stesso Napolitano, che dice di
essere prossimo a lasciare il Quirinale e vorrebbe farlo avendo
vista realizzata almeno questa
tra le “riforme” a cui aveva legato l’accettazione del secondo
mandato a tempo. Ma anche perché il Berlusconi democristiano
voleva portare a casa qualcosa
per parare le critiche sui tanti interventi solo annunciati e i dati
economici sempre più negativi,
e soprattutto per dotarsi di una
pistola carica da puntare contro
i suoi oppositori interni minacciandoli con le elezioni anticipate se continueranno ad ostacolare i suoi provvedimenti in
parlamento, a cominciare dal
Jobs Act e dalla controriforma
del Senato.
Renzi era affiancato dal vicesegretario del PD Lorenzo Guerini e dal sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Luca
Lotti, mentre Berlusconi dai soliti Gianni Letta e Denis Verdini, nonostante che quest’ultimo
sia stato colpito di recente da
un altro rinvio a giudizio, quello
per il caso “loggia P3”. Del resto il premier non si sente minimamente in imbarazzo a trattare
le più importanti questioni politiche e istituzionali del Paese
con un pregiudicato come Berlusconi e un plurinquisito come
Verdini, come ha confermato
alla vigilia dell’incontro dichiarandolo sfacciatamente in tv a
Ballarò: “È giusto fare le riforme con Berlusconi. Il fatto che
Berlusconi sia stato condannato
e Verdini rinviato a giudizio attiene alla loro vicenda personale,
ma finché ci sono italiani che li
votano sono interlocutori per le
riforme”.
Renzi aveva avanzato a Berlusconi le sue ultime proposte di
modifica per andare a stringere
sull’Italicum: premio di maggioranza al 40% da assegnare alla
lista (cioè sostanzialmente al
partito) anziché alla coalizione
di partiti vincente; sbarramento
al 3% per i partiti minori e una
certa quota minoritaria, anche se
da concordare insieme, di capilista bloccati e il resto dei candidati da eleggere con le preferenze. Berlusconi non aveva detto
né sì né no, ma aveva chiesto alcuni giorni per pensarci, pur non
nascondendo la sua contrarietà,
CALENDARIO DELLE MANIFESTAZIONI
E DEGLI SCIOPERI
NOVEMBRE
21
21
25
27
FIOM - Sciopero generale di 8 ore dei
metalmeccanici del Centro-Sud con
manifestazione a Napoli
Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil - Sciopero in
tutta Italia dei lavoratori dei call center con
manifestazione a Roma
FIOM - Sciopero generale di 8 ore
dei metalmeccanici della Sardegna
con manifestazione a Cagliari
FIOM - Sciopero generale di 8 ore
dei metalmeccanici della Sicilia
con manifestazione a Palermo
DICEMBRE
12
11-14
CGIL e UIL- Sciopero Generale con Manifestazioni
a livello territoriale contro la Legge di Stabilità
e il Jobs Act, coinvolti settori pubblici e privati
Sciopero di 24 ore dei dipendenti SOC. Trenitalia DIV CARGO
della sezione Trasporto Merci e dei dipendenti delle società del
Trasporto Ferroviario della compagnia F SI, NTV, Trenord
soprattutto alla soglia di sbarramento troppo bassa (che favorirebbe Alfano) e sulle preferenze,
che non vorrebbe assolutamente
o almeno in misura nettamente
inferiore ai nominati.
La fronda di Fitto e
le sapienti minacce di
Renzi
Il leader di Forza Italia aveva fatto capire di essere in difficoltà a controllare il suo campo,
sia dall’esterno per l’offensiva
di Salvini che è in crescita nei
sondaggi e lancia la sua candidatura a nuovo leder del “centro-destra”, anche imbarcando
i fascisti di Fratelli d’Italia e di
Casapound, sia per la fronda interna al suo stesso partito, quella
capeggiata da Raffaele Fitto che
controlla già una quarantina di
parlamentari, e che gli rimprovera di essere troppo arrendevole col premier: in particolare accusa Berlusconi di consegnare a
Renzi un’arma carica per andare
alle elezioni anticipate e vincerle grazie al doppio turno, mentre Forza Italia potrebbe arrivare
terza o addirittura quarta, dopo
M5S e Lega. Inoltre la fronda di
Fitto mal digerisce le liste bloccate, che ovviamente Berlusconi
userebbe per sbarazzarsi dei suoi
oppositori interni. Così come farebbe Renzi, del resto, che non
a caso non aveva insistito più di
tanto sulla precedenza alle preferenze rispetto alle liste bloccate,
come invece gli chiedeva a gran
voce la minoranza interna al suo
partito per votare l’Italicum.
Da parte sua Renzi aveva cercato di rassicurare Berlusconi
che non cerca le elezioni anticipate: “Si voterà nel 2018 - gli
aveva ribadito - ti dò la mia parola d’onore. Ma un Paese normale
deve avere una legge pronta per
andare a votare in qualsiasi momento. È una clausola democratica”. Quanto possa contare la
parola d’onore di uno che fino al
giorno prima di silurarlo ripeteva a Letta di stare “sereno” il neoduce di Arcore lo sa benissimo,
e anche perché come bugiardo
di professione non deve certo
prendere lezioni dal suo allievo
Renzi. Fosse stato per lui avrebbe accettato subito le proposte di
Renzi, non certo perché si fidi di
lui, ma perché non ha alternative e sa di dipendere da lui e dal
suo governo per salvare la pelle dai processi, difendere le proprie aziende e sperare un domani
di riacquistare la piena agibilità
politica. Anzi aveva approfittato dell’occasione per chiedere a
Renzi che il PD modifichi appositamente la legge Severino per
ridargliela subito. Ma sapeva
anche di dover fare prima i conti
con i suoi oppositori interni.
D’altra parte il tono ultimativo con cui Renzi si era rivolto a
Berlusconi, chiedendogli di decidere subito “altrimenti andremo avanti da soli con chi ci sta”,
non riguardava tanto le modifiche proposte, su cui era dispo-
sto a trattare, quanto i tempi di
approvazione della legge, su cui
non vuole più aspettare. E non
era rivolta tanto al suo sodale del
Nazareno quanto alla sua fronda
interna dei vari Fitto e Brunetta. La minaccia ventilata di cercare altrove i voti in parlamento
re avanti coi suoi provvedimenti, in questo parlamento di eletti
quando ancora alla testa del PD
c’era il fallito Bersani. Non per
nulla i tirapiedi di Berlusconi gli
ricordano a ogni piè sospinto che
tutti i provvedimenti più importanti del governo sono passati
ascari di Orfini e Speranza e buttando ai “riformisti” di Bersani, Damiano ed Epifani l’osso di
un infimo ritocco al Jobs Act sul
mantenimento dell’articolo 18
per alcuni casi di licenziamenti
disciplinari, da loro rivendicato
come un “passo indietro” fatto
fare a Renzi. Persa anche questa occasione la sinistra annuncia che la battaglia si sposterà
in parlamento, sia sull’Italicum
(essenzialmente sulle preferenze) che sull’articolo 18. Ma intanto Bersani, che ne capeggia
lo spezzone più grosso, ha già
reso le armi in anticipo, dichiarando al convegno dei “riformisti” a Milano che “la fiducia si
vota e basta”.
“Lunga vita al
Nazareno”
Roma, 25 ottobre 2014. Manifestazione nazionale della CGIL (foto Il Bolscevico)
era riferita chiaramente al movimento di Grillo, col quale il PD
aveva appena trovato l’accordo
per far eleggere uno dei due giudici costituzionali, la candidata
del PD Sciarra al posto del trombato Violante, in cambio di un
candidato del M5S al Csm, Zaccaria, a sostituire un membro del
PD che non aveva i titoli. Senza
contare l’altra minaccia sottintesa, forse ancor più temibile per
il delinquente di Arcore, di perdere il diritto di veto sulla scelta dei candidati alla presidenza
della Repubblica che il patto del
Nazareno gli riconosce.
Un bluff dal finale
scontato
Per rafforzare le sue minacce Renzi aveva dichiarato per la
prima volta che il patto del Nazareno “scricchiola”, e proclamato che “noi andiamo avanti anche a costo di sentirci dire
avete rotto il patto”. E aveva
convocato per la prima volta una
riunione con il NCD di Alfano e
gli altri partitini della sua maggioranza, in cui venivano ribadite le modifiche all’Italicum presentate a Berlusconi. Ma al di là
dei proclami mediatici, anche
quello di Renzi era più che altro
un bluff, perché anche lui sa che
non può fare a meno dei voti del
suo compare di Arcore per anda-
con l’aiuto diretto o indiretto di
Forza Italia.
Sicché il finale di questa pantomima era già scritto in partenza: per i due amiconi si trattava soltanto di mettere a tacere
le rispettive fronde interne, prima di tornare a essere d’amore
e d’accordo. Cosa che Berlusconi ha fatto trattando con Fitto e
ottenendo da lui il via libera a
un “mandato pieno” a trattare
con Renzi da parte dell’Ufficio
di presidenza di Forza Italia, in
cambio della concessione all’ex
governatore pugliese di maggiori poteri sulla nomina dei coordinatori di Puglia, Campania e
Calabria, sulla formazione delle
liste per le prossime Regionali e
la convocazione di un congresso
per “rilanciare il partito”.
A Renzi la cosa è costata molto meno, perché ha addirittura
snobbato la Direzione del suo
partito, convocandola non prima
ma dopo il nuovo incontro del 12
fissato con Berlusconi per chiudere la partita, proclamando con
la consueta supponenza di non
aver “bisogno di un nuovo mandato” della Direzione per trattare
sull’Italicum, dal momento che
glielo aveva già dato a suo tempo. In ogni caso in Direzione è
riuscito ancora una volta ad isolare la sinistra di Fassina, Cuperlo e Civati facendo asse con gli
Intanto qualche ora prima
della Direzione, Renzi aveva
incontrato di nuovo Berlusconi
per riconfermare il patto del Nazareno, ottenendo da lui l’impegno ad approvare l’Italicum al
Senato entro dicembre e la controriforma costituzionale entro
gennaio 2015. E il suo consenso al premio di maggioranza al
di sopra del 40% e a 100 capolista bloccati in altrettanti collegi:
il che garantirebbe a Berlusconi
almeno una settantina di parlamentari da lui nominati, ma porterebbe anche la quota complessiva di nominati in parlamento al
60%, contro il 25-30% massimo
chiesto dalla sinistra PD.
Per permettere a Berlusconi di salvare la faccia con i suoi
sono stati lasciati in sospeso i
due punti più controversi, e cioè
il premio di maggioranza di lista invece che di coalizione e
la soglia di sbarramento al 3%;
ma con la formula che “le differenze registrate” non impediranno l’approvazione del provvedimento nei tempi concordati:
ossia che un’intesa si troverà più
avanti, o quantomeno Forza Italia non si metterà di traverso al
momento dell’approvazione in
parlamento.
In compenso Berlusconi, che
non a caso ha dichiarato soddisfatto che il patto del Nazareno
“durerà a lungo”, ha ottenuto
di rientrare pienamente in gioco
nell’ormai imminente partita del
Quirinale, visto che il comunicato congiunto si conclude espressamente con la dichiarazione
che “anche su fronti opposti,
maggioranza e opposizioni potranno lavorare insieme nell’interesse del Paese e nel rispetto
condiviso di tutte le istituzioni”.
Nonché l’assicurazione che non
ci saranno le elezioni anticipate, visto l’impegno scritto a proseguire la legislatura “fino alla
scadenza naturale del 2018” che
“costituisce una grande opportunità per modernizzare l’Italia”:
un tempo sufficiente al vecchio
e al nuovo Berlusconi per cancellare definitivamente quel che
resta della Costituzione del ’48,
secondo il piano della P2.
8 il bolscevico / interni
N. 43 - 27 novembre 2014
Crocetta Ter
Crocetta sottomette la nuova
giunta siciliana al governo Renzi
Nella maggioranza l’Udc, Articolo 4, PDR. Il governo si sposta ancora più a destra. La Sicilia commissariata di fatto
‡‡Dal nostro corrispondente
della Sicilia
Si era ventilato un ritorno alle
urne in una Sicilia, ostaggio della rapacità delle correnti del PD e
invece, con un colpo di mano presidenzialista in stile mussoliniano,
il governatore Crocetta ha azzerato la sua giunta bis, nata appena ad
aprile e, con una chirurgica operazione di scambio clientelare ne ha
formata una nuova.
Azzeramento
del Crocetta bis
e nuovo governo
Casus belli che scatena l’attacco frontale dell’area cuperliana
del PD al governatore è il comportamento dell’assessore Nelli Scilabra (PD), fedelissima di Crocetta.
La Scilabra, ex-assessore alla
Formazione, è la principale responsabile dello scandalo “Piano giovani”, partito dalla gestione
del cosiddetto click-day, il progetto pensato per mettere in contatto i giovani disoccupati con le
imprese. Il click-day saltò perché
il sistema informatico andò in tilt.
Dall’indagine dalla quale emerge
che il governo regionale aveva optato per l’affidamento diretto, senza gara, del servizio informatico.
Crocetta, azzerando la giunta è riuscito ad evitare il voto di censura
all’assessora del PD e, con questo
all’intera politica decisionista e
clientelare del suo stesso governo.
Ma dietro l’attacco al Crocetta bis si nascondono ben altri interessi, in primo luogo la necessità di alcune aree del PD di avere
più spazio.
La lotta interna che ormai dura
da mesi, e che aveva portato a gennaio i cuperliani a ritirare il soste-
Crocetta deve andarsene a casa
gno al governatore, è stata ricomposta a pochi giorni dalla nascita
del Crocetta ter in una riunione al
Nazareno, presieduta dal renziano di ferro vicesegretario del PD
Lorenzo Guerini, alla presenza del
governatore e delle diverse componenti PD in Sicilia, dal segretario regionale del PD Fausto Raciti,
area Cuperlo, al boss dei renziani,
Davide Faraone, ai franceschiniani, rappresentati dall’ex-segretario
del PD siciliano Giuseppe Lupo,
recentemente trombato alla guida
del partito in Sicilia da un accordo
renziani-cuperliani.
In effetti nessun boss del PD
dell’isola o a livello nazionale voleva veramente far cadere l’attuale
governatore e andare a nuove elezioni. Il tira e molla si è concluso
quando ciascuna corrente si è accontentata della nuova spartizione
di potere e di ciò di cui beneficeranno con la finanziaria 2015.
I renziani conquistano l’assessorato all’Economia con Alessandro Baccei, vicino al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,
Graziano Delrio. Al fedelissimo di
Renzi toccherà il compito applicare spietatamente in Sicilia i diktat
della Legge di Stabilità, o come si
preferisce dire negli ambienti delle istituzioni borghesi siciliane “riportare in pareggio” i conti della
Regione. Con Baccei, Renzi si assicura l’appoggio ai criminali tagli
di fondi destinati alla Sicilia: un
miliardo e 350 milioni di euro nel
2014 (915 milioni nel 2013).
Dell’area maggioritaria del PD
fa parte la renziana Vania Contrafatto, sostituto procuratore a
Palermo, che va all’Energia, un
settore con il quale l’area del Ber-
lusconi democristiano si assicura
interventi milionari a pioggia.
Gradita a tutte le componenti
del PD, rimane alle Attività produttive la funzionaria di Confindustria Linda Vancheri, principale sostenitrice dell’avventura
siciliana all’Expo 2015.
All’area cuperliana appartiene
Sebastiano Bruno Caruso professore ordinario di Diritto del lavoro
a Catania che ha fatto parte dello
staff di Massimo D’Antona e che
va ad occupare la poltrona dell’assessorato al Lavoro, e la manager
Cleo Li Calzi che va al Turismo.
Con una lunga storia di rapporti con le massime istituzioni borghesi, nel 2010 fu nominata capo
della segreteria tecnica dell’exgovernatore Raffaele Lombardo
(MPA). Presidente di SviluppoItalia Sicilia, società partecipata della
Regione, è stata anche consulente
dell’ex neopodestà forzista di Palermo Diego Cammarata. In ottimi
rapporti con i cuperliani, è Lucia
Borsellino che mantiene l’assessorato alla sanità, al centro di un
progetto di micidiali tagli ai danni
delle masse popolari.
Un posto in giunta va ai franceschiniani con Antonio Purpura che arriva ai Beni culturali.
ll docente universitario, direttore del dipartimento di Economia
dell’Università di Palermo, eredita un assessorato senza fondi.
Si apre poi tutto il capitolo delle poltrone di governo direttamente controllate da Crocetta e dai
suoi stretti alleati tra UDC, PDR,
Articolo4.
Alla lista del governatore, Il
Megafono, e direttamente manovrata dal senatore Giuseppe Lu-
mia, appartiene Mariella Lo Bello, già Assessore al Territorio e
Ambiente nella prima giunta Crocetta.
L’UDC esce rafforzato: Giovanni Pizzo va alle Infrastrutture.
Dirigente regionale con una lunga
carriera negli uffici assessorali, ha
curato la controriforma privatistica dei Liberi consorzi. Il suo nome
è stato fatto direttamente dall’ex
ministro Gianpiero D’Alia, insieme a quello di Marcella Castonovo che va alla Funzione pubblica.
Classe 1969, la sua fulminea carriera comincia con l’incarico di
Segretario comunale. Fra il 1999
e il 2000, entra nell’ufficio di staff
del sindaco di Catania, Enzo Bianco (PD), e successivamente diventa dirigente del Ministero dell’Interno, quando al Viminale c’è lo
stesso Bianco. Gradita anche ai
renziani, la fortunata manager è
stata capo Dipartimento di Delrio
e dal 2009 è vice segretario generale della Presidenza del Consiglio
dei Ministri.
Entra nel governo siciliano anche il PDR, Patto dei Democratici per le Riforme in Sicilia, una
nuova formazione dell’ex-ministro Salvatore Cardinale, vicina ai
renziani e che si pone l’obbiettivo
di un patto strategico con Alfano a
sostegno di Crocetta. Cardinale ha
indicato Maurizio Croce che ha
la delega al Territorio e Ambiente. Classe 1971, è nipote dell’ex
procuratore capo, Luigi Croce,
già commissario per il dissesto
idrogeologico non risolto in Sicilia, promosso dal governo Renzi
a commissario anche in Calabria
e Puglia.
L’area ex-MPA, Articolo 4 di
Con la legge di stabilità 2015
Mannaia del governo Renzi su fondi
economici e diritti dell’istruzione pubblica
Come un rullo compressore il
governo antioperaio e antipopolare del Berlusconi democristiano Renzi asfalta senza sosta i diritti popolari, in questo caso della
scuola pubblica e degli studenti.
Infatti nella legge di stabilità 2015, una manovra di lacrime
e sangue da 36 miliardi di euro,
uno dei comparti pubblici colpiti è
quello scuola e università.
Viene tagliato il fondo per
l’arricchimento e l’ampliamento
dell’offerta formativa e per gli interventi perequativi previsto dalla
legge 440/97 (formazione dei docenti, misure contro la dispersione
scolastica, interventi perequativi,
attività pomeridiane, scuole aperte il pomeriggio, formazione continua, alternanza scuola-lavoro),
una notizia gravissima, che causa
di fatto l’azzeramento del Fondo.
Tale Fondo, infatti, che nel 1999
ammontava a 345 milioni di euro
negli anni è stato progressivamente tagliato dai governi della destra
e della “sinistra” borghese, arrivando recentemente a contare 19
milioni, ora definitivamente azze-
rati da questa manovra del governo Renzi.
Oltre a ciò il governo del nuovo Berlusconi dopo le tante belle
chiacchiere dimostra nei fatti la
feroce politica antistudentesca del
suo esecutivo su scuola e università: la costituzione delle commissioni degli esami di maturità con
soli membri interni (e questa volta senza compenso) già introdotta
una prima volta e poi abbandonata
in maniera totalmente fallimentare
dal governo Berlusconi, che azzera la neutralità della valutazione e
lascia campo libero agli esamifici
delle scuole private, l’utilizzo dei
fondi del miglioramento dell’offerta formativa per la copertura
dei docenti assenti perché avviene a scapito dei progetti e del recupero degli alunni in difficoltà,
il taglio di oltre duemila collaboratori scolastici perché le scuole già oggi faticano a rimanere
aperte, mancanza di investimenti per la ricerca dopo la riduzione delle risorse degli scorsi anni.
Per le università il disegno della
Legge di stabilità prevede dei ta-
gli per centinaia di milioni di euro
su spese e servizi relativi al Fondo Finanziamento Ordinario ed il
Fondo Ordinario Enti di Ricerca
a cui vanno aggiunti 18,8 milioni
di euro di decurtazione del Fondo
per gli anni 2015 e 2016 previsti
dal Decreto Irpef ed i 170 milioni di tagli già previsti per il 2015 e
consapevolmente non abrogati.
Il combinato disposto di questi provvedimenti metterà in seria difficoltà gli atenei, infatti ben
287,5 sono i milioni di euro di tagli previsti per il 2015. Colpito il
personale amministrativo, tecnico
e ausiliario, che viene ridimensionato di 2mila unità per 50 milioni di risparmio. Verranno ridotte
le supplenze brevi, del personale
Ata (circa 65 milioni di euro a regime) e soprattutto dei docenti.
Viste le premesse, il PMLI
si unisce con forza al coro delle proteste delle organizzazioni
studentesche che bollano la manovra del governo come l’ennesimo atto di sfascio dell’istruzione pubblica in Italia in continuità
con i governi precedenti e invita
le masse studentesche a scendere
in lotta unendo le forze con le lotte della classe operaia, per mettere in campo un’unica grande mobilitazione per la scuola pubblica,
unitaria, gratuita e governata dalle
studentesse e dagli studenti e per
buttare giù il governo Renzi al servizio del capitalismo. La così detta “Buona scuola” tanto decantata da Renzi e Giannini e la legge
di stabilità 2015 mirano, prendendo a esempio e ispirazione i modelli di scuola fascista promossi da Giovanni Gentile e dalla P2
di Gelli, a distruggere definitivamente la scuola e l’università pubblica spingendo le scuole martoriate economicamente a ricercare
nel grande capitale privato della
borghesia una forma di sussistenza, e al tempo stesso attraverso i
numeri chiusi e la meritocrazia
borghese escludendo i figli della classe operaia e delle fasce popolari più povere dai gradini più
alti dell’istruzione pubblica. Tutto
questo sfacelo le masse popolari
non possono più tollerarlo!
Lino Leanza, esprime Nino Caleca che va all’Agricoltura. Avvocato penalista, è stato dirigente
provinciale del PCI tra il 1980 e
il 1985, ha difeso l’ex governatore Salvatore Cuffaro nel processo
alle talpe nella DDA (Direzione
Distrettuale Antimafia) di Palermo ed è il legale dell’ex ministro
Calogero Mannino nel processo
abbreviato per la trattativa Statomafia.
Crocetta deve
andarsene a casa
Crocetta gongola: “Abbiamo
fatto un capolavoro politico, ricompattando la maggioranza. E
adesso siamo pronti a ripartire”.
In effetti l’operazione inciucista e
clientelare consente al governatore di uscire rafforzato e in grado
di superare la mozione di sfiducia presentata dal M5S e da alcuni
deputati del centro-destra, con 44
voti a suo sostegno e 34 per mandarlo a casa.
Alla fine del giro Crocetta ter
vede i renziani occupare un ruo-
lo sempre più centrale nel nuovo
governo spostarlo ulteriormente a
destra e commissariare di fatto la
regione; e vede l’entrata ufficiale
dei cuperliani e di nuove formazioni aperte anche ad una collaborazione con Alfano, con il rafforzamento dell’UDC. Il che sancisce
il fallimento anche formale della
“rivoluzione” crocettiana che va
ad aggiungersi al fallimento sostanziale conseguente al disastro
economico e sociale perpetrato ai
danni delle masse popolari siciliane. Il rinnegato governatore della
Sicilia, dunque, aprendo le porte del governo ai renziani ha loro
spianato la strada per la Legge di
Stabilità e il Jobs Act.
Il rinnegato e traditore Crocetta abbarbicato alla poltrona, deve
andarsene, ma non lo farà da sé.
A cacciarlo insieme al suo protettore, il Berlusconi democristiano,
può essere solo la mobilitazione
di piazza che veda impegnate le
masse lavoratrici, i pensionati, i
disoccupati, i precari, gli studenti,
i sindacati e i movimenti, le forze
politiche, sociali, culturali e religiose antifasciste, antimafiose, democratiche e progressiste.
Comunicato stampa della Commissione
giovani del CC del PMLI
Ferma condanna
delle manganellate
agli studenti romani
Il PMLI condanna senza
appello le cariche e le manganellate subite dalle studentesse
e dagli studenti che il 12 novembre contestavano la presenza del presidente della BCE
Mario Draghi intervenuto ad
un convegno all’Università di
Roma Tre.
Gli studenti hanno accolto
la presenza di Draghi, uno dei
principali artefici dei massacri
sociali che stanno colpendo in
Europa le masse operaie e popolari, con slogan e striscioni
contro l’austerità, lanci di uova
e vernice. Il messaggio degli
studenti era chiaro, nella nostra università i massacratori
dei popoli non li vogliamo!
La reazione della polizia è
stata quella che ci si aspetta dal
regime neofascista nel quale
ormai siamo costretti a vivere,
fatta di spintoni e manganellate che hanno ferito due studenti ai quali va la nostra solidarietà.
I responsabili della repressione e del sangue versato dagli
studenti sul terreno dell’Università sono il governo Renzi e
la Ue imperialista che non lasciano spazio alle contestazioni popolari, operaie e studentesche! Queste due “creature”
della borghesia vanno spazzate via al più presto con la lot-
ta di classe! Il PMLI è solidale con gli studenti colpiti dalla
repressione poliziesca e li invita a proseguire sempre più tenacemente nella lotta contro
il governo del Berlusconi democristiano Renzi e l’Unione
Europea imperialista esortandoli ad essere protagonisti nella mobilitazione di massa e di
piazza del 14 novembre in occasione dello sciopero generale
indetto dagli operai metalmeccanici della FIOM a Milano,
che coinciderà con lo sciopero sociale indetto dai sindacati
di base, organizzazioni studentesche, movimenti per la casa,
ecc.
Viva la coraggiosa lotta delle studentesse e degli studenti
contro il governo Renzi e l’Ue
imperialista!
Viva l’unità di lotta tra classe operaia e studenti!
Fuori l’Italia dalla Ue!
Renzi, vattene!
Il potere politico al proletariato!
Italia unita, rossa e socialista!
La Commissione giovani
del Comitato centrale
del PMLI
Firenze, 13 novembre 2014,
ore 13,30
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2 il bolscevico / documento dell’UP del PMLI
N. 23 - 12 giugno 2014
PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO
Sede centrale: Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 FIRENZE
Tel. e fax 055.5123164 e-mail: [email protected]
www.pmli.it
Stampato in proprio
Solo il
socialismo
può
cambiare
l'Italia
e dare
il potere al
proletariato
Committente responsabile: M. MARTENGHI (art. 3 - Legge 10.12.93 n. 515)
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4 il bolscevico / studenti
N. 45 - 19 dicembre 2014
Conto corrente postale 85842383 intestato a:
PMLI - Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 Firenze
interni / il bolscevico 11
N. 43 - 27 novembre 2014
Emilia Romagna
41 consiglieri su 50
indagati per le “spese pazze”
Spesi oltre due milioni e 87mila euro per cene, alberghi di lusso, feste di compleanno e sex toys
Coinvolti tutti i partiti compresi M5S e falsi comunisti
‡‡Dal nostro corrispondente
dell’Emilia-Romagna
L’11 novembre sono stati notificati gli avvisi di fine indagine per peculato per l’utilizzo indebito di rimborsi pubblici per
oltre 2 milioni e 80mila euro
di 42 consiglieri dell’EmiliaRomagna appartenenti a tutti i
gruppi dell’assemblea legislativa: PD (940.000 euro per 18
indagati), IdV (423.000 euro;
2 consiglieri), PdL (205.000
euro; 11 consiglieri), Lega Nord
(135.000 euro; 3 consiglieri),
M5S (98.000 euro; 2 consiglieri), SEL-Verdi (77.000 euro; 2
consiglieri), FdS (151.000 euro;
un consigliere), Gruppo Misto
(27.000; un consigliere), UdC
(31.000 euro; un consigliere).
L’inchiesta, partita nel 2012,
riguarda il periodo giugno
2010-dicembre 2011 e ha visto
coinvolti anche due dei tre candidati (Richetti e Bonaccini) alle
primarie del PD per stabilire il
candidato governatore dell’Emilia-Romagna alle elezioni regionali del 23 novembre, dopo
le dimissioni del presidente della Regione Errani in seguito alla
sua condanna per falso ideologico nell’inchiesta relativa al finanziamento di un milione di
euro, erogato nel 2006 dalla Regione alla cooperativa Terremerse di Bagnacavallo (Ravenna)
allora presieduto da Giovanni
Errani, fratello del presidente,
condannato a 2 anni e 6 mesi per
truffa.
Tra le spese contestate: viaggi, pasti, consulenze, regali di
compleanno, cene di beneficenza, interviste a pagamento su
emittenti locali, parcheggi, scontrini da 50 centesimi per i bagni
pubblici, e persino un “sex toy”
(un vibratore), il tutto, ovviamente, senza avere i requisiti necessari per ottenerne il rimborso.
Proprio mentre la fascistissima Lega Nord lancia l’ennesima crociata contro gli immigrati
e i Rom, colpevoli di non pagare alcune utenze nei campi lager
nei quali “vivono”, emerge con
questa indagine anche il Co.co.
co da 17.000 dal 12 febbraio al
30 giugno 2009 al mese assegnato all’attuale sindaco di Bondeno (Ferrara) e candidato leghista
alle regionali del 23 novembre
Alan Fabbri per consulenze alla
Lega.
Matteo Riva del gruppo Misto, ad esempio, si è fatto rimborsare un soggiorno a Lampedusa
di otto giorni in compagnia di
una ex collaboratrice del gruppo,
pure lei indagata, per una spesa
di 1.800 euro per vitto e alloggio,
più 1.500 euro di biglietto di aereo andata e ritorno. Lo scopo era
partecipare ad un convegno che,
secondo gli investigatori, non si
sarebbe mai svolto.
Invece che ammettere le proprie colpe tutti gli 8 capigruppo (il nono, quello della Lega,
è deceduto recentemente) hanno risposto con un comunicato congiunto nel quale affermano: “Manteniamo la serenità che
sempre abbiamo avuto, nella
certezza di aver rispettato le regole e le leggi in vigore in ma-
teria di fondi assegnati ai gruppi
assembleari”.
Anzi, da alcune registrazioni
fatte col cellulare dall’ex consigliere del M5S Andrea Defranceschi, emerge anche il disprezzo verso i giornalisti che si
occupavano del caso nel 2012
ed erano in cerca di notizie sotto alla Regione, che l’allora capogruppo del PD Marco Monari definisce “Quelle teste di
minchia che sono qua sotto, che
sono i servi della gleba di un’altra casta molto più potente della nostra”, in un’altra occasione
sempre Monari dice “Io cercavo
di guardare la Domenica sportiva, ma mia moglie diceva: ‘No
guardiamo…’ e alla contestazione dello stesso Defranceschi
“Come, invece di guardare Re-
port?” Monari ribatte “Report,
con quella troia della Gabanelli! Appena la vedo mi viene l’orchite. No io volevo vedere Gilardino, ma mica me l’hanno fatta
vedere”.
Alla faccia della disoccupazione, della povertà, dell’emarginazione e del disagio sociale
che vivono sempre maggiormente le masse lavoratrici e popolari del nostro Paese, i consiglieri dell’Emilia-Romagna, così
come quelli di altre regioni coinvolti in indagini analoghe, sperperano il denaro pubblico per interessi personali nonostante i già
lauti stipendi, un motivo in più
per astenersi alle prossime elezioni regionali che tra l’altro vedono ricandidati 12 dei 42 consiglieri uscenti e indagati.
Premi di produzione da capogiro
in Regione Toscana
Enrico Rossi taglia posti di lavoro e apre completamente alla privatizzazione
‡‡Dal nostro corrispondente
della Toscana
Mentre coraggiosamente le
lavoratrici e i lavoratori scendono in piazza contro il Jobs-Act e
in difesa del lavoro, la borghesia
toscana protetta dalle sue leggi
si arricchisce sulla pelle del proletariato e delle masse popolari
con premi di produzione da capogiro.
Questo è quanto successo con
una delibera firmata dal governatore regionale Enrico Rossi
(PD), che nell’applicazione fe-
dele della legge nazionale in materia di produttività nel pubblico
impiego, ha assegnato 12 milioni e 642 mila euro a 126 dirigenti
e 9 direttori generali.
118 dirigenti hanno preso la
bellezza di 16.457 euro di “premio produzione” che si sono
aggiunti allo stipendio base di
43.626. Ma non è finita qui, infatti ognuno di questi dirigenti ha diritto anche ad una “retribuzione di posizione” che parte
secondo il contratto nazionale
da 10.922 euro. Quella erogata in Toscana va dai 34.611 euro
a 64.311 euro, facendo lievitare
gli stipendi di tutti i 126 dirigenti oltre la soglia dei 100.000 euro
l’anno.
Una vera vergogna se si pensa all’aumento vertiginoso del
6,6% della Cig, alla disoccupazione al 9% con un tasso del
22% tra i giovani, ai tanti disoccupati senza sostegno, ai cassa
integrati che devono sopravvivere con miseri 800 euro al mese o
come denunciato dai Cobas Toscana alla disparità di stipendio
tra dirigenti e lavoratori del pubblico impiego che invece per-
cepiscono dai 19.358 ai 23.725
euro annue lorde.
La questione dei premi di produzione riguarda anche i singoli
comuni, a Prato nel 2012, 20 dirigenti si sono divisi 281.000
euro, a Livorno nel 2013 18 dirigenti hanno avuto un aumento di
retribuzione di 20.000 euro.
Enrico Rossi la cui retribuzione è di 7.000,00 euro al mese
(senza contare i 43.625,55 euro
l’anno della moglie Laura Benedetto attuale Segretaria generale della camera di commercio
di Firenze), non sapendo come
giustificare agli occhi di chi non
riesce a mettere insieme il pranzo con la cena, questa pioggia di
soldi pubblici si è difeso attaccando la legge nazionale e tuonando: “non firmerò più neppure una delibera che contenga
premi di produzione da 15 o
20mila euro per i dirigenti della
Regione”, cosa che fino ad oggi
ha invece sempre fatto. E ancora
“questa forma di riconoscimento
appartiene a una contrattazione
concordata in altri tempi, quando la crisi non c’era e a nessuno
erano richiesti sacrifici”, come
se il problema della disoccupazione, della miseria e del precariato fossero spuntati con la feroce crisi capitalista.
Ha poi dichiarato di voler
tagliare cinquemila posti di lavoro gestiti dalla regione vendendo le quote regionali di aeroporti, Mukki, terme, Firenze
Fiera, Firenze Parcheggi, recuperando 444 milioni, lasciando tutto alla privatizzazione nel
solco di ciò che sta già accandendo a livello nazionale per
mano del governo del nuovo
Berlusconi Renzi.
Nel suo discorso nazionalista e guerrafondaio
Napolitano appoggia Renzi
contro i sindacati e i lavoratori in lotta
Mentre chiede di non ridurre le spese militari e di proseguire nella guerra contro lo Stato islamico
“In un mondo che manifesta
tensioni e instabilità crescenti, si vanno affermando nuove
e aggressive forme di estremismo e di fanatismo che rischiano di investire anche l’Europa,
e l’Italia in particolare, infiltrandone gradualmente le società. È una minaccia reale,
anche militare, che, insieme
all’Unione Europea e alla Nato,
dobbiamo essere pronti a prevenire e contrastare. Di fronte a questa nuova, grande sfida
le forze armate italiane devono
operare con sempre maggiore
efficacia”.
È il proclama di chiaro
stampo nazionalista e guerrafondaio contenuto nel messaggio inviato alle forze armate
dal nuovo Vittorio Emanue-
le III Napolitano in occasione delle celebrazioni del 4 novembre.
Significativa anche la cornice che l’inquilino del Quirinale
ha scelto per rilanciare in grande stile non solo le mire espansioniste dell’Italia ma anche e
soprattutto l’anatema contro i
sindacati e i diritti dei lavoratori che vanno aboliti proprio
come avvenne durante il ventennio Mussoliniano. Diktat
che a 70 anni dalla Liberazione
dal nazi-fascismo sono tornati a
riecheggiare nella stessa Piazza
Venezia prospiciente l’altare
della Patria, dove si sono svolte le celebrazioni alla presenza
fra gli altri del Berlusconi democristiano Renzi, e il famigerato balcone da cui Mussolini
chiamava alla guerra il popolo
italiano.
Napolitano è molto preoccupato non per le condizioni di vita in cui languono milioni di lavoratori, licenziati,
disoccupati, precari e pensionati, ma per le contraddizioni interimperialistiche in seno
alla Nato e, più in generale, in
seno all’Europa e di tutto l’Occidente che impegnano risorse
insufficienti sul fronte militare per affrontare in modo adeguato le crisi internazionali e in
particolare la guerra contro lo
Stato islamico. “C’è una divaricazione – ha detto Napolitano
- tra chi ritiene di perseguire il
necessario livello di efficienza
dello strumento militare” e chi
all’opposto vive una “ricorren-
te pressione per una riduzione
quasi ‘di principio’ di quell’impegno e dei suoi costi. Si sono
di recente levate, in particolare
in seno alla Nato, voci critiche
per la tendenza in diversi Stati membri a una riduzione della
spesa militare, mentre l’aggravarsi del quadro delle relazioni
internazionali avrebbe dovuto
spingere in senso opposto. Ebbene penso che da parte di ogni
Paese membro della Nato si
debba essere seri nel prendere
decisioni che non possono mai
avallare visioni ingenue, non
realistiche, di perdita di importanza dello strumento militare”.
Mentre sul fronte interno
Napolitano appoggia in pieno
la politica antisindacale e di attacco contro i lavoratori in lot-
ta in difesa del posto di lavoro,
dei diritti e delle tutele legali e sindacali e esorta le “forze
dell’ordine” a imporre a tutti i
costi il “rispetto delle regole e
dei principi dello stato di diritto”. Perché ha ammonito Napolitano: “Vi è il rischio che, sotto
la spinta esterna dell’estremismo e quella interna dell’antagonismo, e sull’onda di contrapposizioni ideologiche pure
così datate e insostenibili, prendano corpo nelle nostre società rotture e violenze di intensità
forse mai vista prima... Nell’era della globalizzazione la conflittualità è alimentata da ogni
estremismo che rifiuta il dialogo e la ragione ed è alimentata da situazioni di profonda
disuguaglianza - ha ammoni-
to il capo dello Stato - bisogna
dunque in primo luogo misurarsi con problemi di giustizia,
ovvero di garanzia del rispetto
delle regole e dei principi fondanti della convivenza umana,
solo su queste basi potranno
svilupparsi strategie di stabilizzazione che approdino a una affermazione crescente dei principi dello stato di diritto, nel
rispetto reciproco e nel dialogo
operoso tra ispirazioni e concezioni diverse”.
Insomma, politica interventista e guerrafondaia all’estero
e feroce repressione delle masse lavoratrici, popolari e studentesche in lotta: ecco la ricetta del nuovo Vittorio Emanuele
III Napolitano e del Berlusconi
democristiano Renzi.
12 il bolscevico / PMLI
N. 43 - 27 novembre 2014
Promosso dall’Organizzazione locale del Partito
Promossa congiuntamente per la prima volta dalla Cellula “Stalin”
della provincia di Catania e dall’Organizzazione di Caltagirone
Esaltato l’Anniversario della RivoluziOne d’Ottobre
Una coppia di Acireale ricorda il comizio di Scuderi del 1976. Apprezzate le denunce
del governo Renzi. Giovani disoccupati fraternizzano col Partito. La rabbia dei
pensionati. “Renderemo periodica e regolare la nostra presenza in piazza Stesicoro”
Grande successo del
Splendida e partecipata
banchino
del
PMLI
a
Modena
iniziativa
di
propaganda
in
Invitate le masse ad astenersi alle imminenti elezioni regionali.
piazza
del
PMLI
a
Catania
Applausi al manifesto che accomuna Renzi a Berlusconi. La
falce e martello del PMLI riaccende i cuori dei sinceri comunisti
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione di
Modena del PMLI
Domenica 16 novembre è stato un grande successo per l’Organizzazione di Modena del PMLI
con il suo banchino nel cuore
della città.
C’è stato molto interesse da
parte delle masse popolari soprattutto per l’astensione alle elezioni regionali ed abbiamo riscontrato un grande e sentito dissenso
alla politica borghese da parte
dei modenesi. Grande successo
per il manifesto “Spazziamo via
il governo del Berlusconi democristiano Renzi”, molte persone
ci hanno fatto i complimenti e c’è
stato anche qualche applauso
poiché il fotomontaggio di Renzi
e Berlusconi in orbace esprime la
pura realtà del governo neofascista in carica.
Le bandiere rosse del PMLI
hanno sventolato per circa tre ore
nella via principale di Modena e
i compagni hanno consegnato
centinaia e centinaia di volantini,
dall’astensionismo alle regionali a
“Il potere politico spetta di diritto al
proletariato”. Inoltre, è stata ricordata in maniera militante la Rivoluzione d’Ottobre, sul banchino
è stato esposto in bella vista un
quadro raffigurante il volto di uno
di cinque Maestri del proletariato
internazionale, Lenin, in onore
alla rivoluzione socialista del 1917
ed un simpatizzante, sapendo
dell’evento, si è portato davanti al
banchino del PMLI e con orgoglio
proletario rivoluzionario ha esposto un altro ritratto di Lenin facen-
‡‡Dal corrispondente
della Cellula “Stalin”
della provincia di Catania
Modena, 14 novembre 2014. Il banchino del PMLI molto apprezzato dalla popolazione (foto Il Bolscevico)
dosi fotografare. La Rivoluzione
d’Ottobre è la via universale per
la conquista del socialismo e ha
aperto una nuova era nella storia
del mondo, noi marxisti-leninisti
dobbiamo imparare con ardore
dalla Rivoluzione di Lenin e Stalin
e dobbiamo applicare con forza e
fiducia i suoi insegnamenti.
C’è stato un ulteriore interesse
per il vasto materiale didattico che
ha esposto l’Organizzazione modenese, presenti le cinque opere
fondamentali marxiste-leniniste
con l’intento e la voglia di far conoscere e studiare il marxismoleninismo-pensiero di Mao al proletariato per cambiare il mondo e
noi stessi.
Il PMLI a Modena sta accendendo i cuori dei sinceri comunisti
un po’ assopiti dal revisionismo
del PCI ma abbiamo notato con
soddisfazione che quando costoro si avvicinano ai nostri banchini e vedono la gloriosa falce e
martello gli si riaccende lo spirito
comunista, quello vero, quello
partigiano, quello che preferisce
la lotta di classe proletaria al cretinismo parlamentare.
Viva l’Organizzazione di Modena del PMLI!
Solo il socialismo può cambiare l’Italia e dare il potere al proletariato!
Gloria eterna alla Rivoluzione
d’Ottobre!
Avanti con forza e fiducia verso
l’Italia unita, rossa e socialista!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!
È stato grande il successo del
banchino di propaganda organizzato dalle compagne e dai compagni della Cellula “Stalin” della
provincia di Catania e dell’Organizzazione di Caltagirone nel pomeriggio di sabato 15 novembre
nella centrale piazza Stesicoro a
Catania. I cartelloni a V capovolta
con i manifesti “Lavoro, sciopero
generale di 8 ore...” e “Il potere
politico spetta di diritto al proletariato” ed altri manifesti, tra cui
“Spazziamo via il governo del
Berlusconi democristiano Renzi”
hanno suscitato l’interesse dei
passanti e sono stati più volte fotografati e ripresi.
In tanti si sono avvicinati per
chiedere informazioni sul Partito e la sua Sede di Catania e
hanno apprezzato in particolare
gli slogan contro il governo del
Berlusconi democristiano Renzi,
come l’affermazione che solo il
socialismo potrà cambiare realmente l’Italia. I compagni hanno
letto e distribuito i volantini “Iil potere politico spetta di diritto al proletariato” e “Giovani, date le ali al
vostro futuro” per ribadire ancora
una volta la necessità del proletariato di emanciparsi e l’importanza strategica della partecipazione
dei giovani alla lotta di classe.
Le compagne e i compagni nei
Catania, 15 novembre 2014. Il banchino del PMLI nella centrale piazza Stesicoro (foto Il Bolscevico)
loro comizi volanti hanno toccato
i temi locali, come la disoccupazione e l’abbandono delle periferie, l’emigrazione di molti giovani disoccupati e precari, hanno
chiesto lo sciopero generale di 8
ore e hanno spiegato la necessità
di Comitati di lotta per risolvere i
problemi delle masse lavoratrici e popolari. Durante gli stacchi
dei comizi volanti, le compagne
ed i compagni hanno intrattenuto
diversi dialoghi con chi si avvicinava al banchino. Molti i giovani
disoccupati che si fermavano al
banchino per fraternizzare con
i marxisti-leninisti in piazza che
hanno dialogato con studenti e
pensionati, ridotti alla fame da
pensioni al limite della sopravvivenza, con lavoratori che esprimevano rabbia contro il governo
Una proficua giornata di propaganda marxista-leninista
BANCHINI DEL PMLI A RAVENNA E RIMINI
Diffusi “Il Bolscevico”, volantini, opuscoli e manifestini. Due muratori
veneti si fanno fotografare con la bandiera del PMLI e intonano
“Bandiera Rossa”
‡‡Dal nostro corrispondente
dell’Emilia-Romagna
Sabato 15 novembre si sono
tenuti 2 banchini, il primo dalle 8,30 alle 12,30 al mercato di
Ravenna a cura della locale Organizzazione del PMLI, il 2° dalle 15,00 alle 19,30 in Piazza Tre
Martiri a Rimini a cura della locale
Cellula “G. Stalin”, ad entrambi era
presente anche il compagno Denis Branzanti, Responsabile del
PMLI per l’Emilia-Romagna.
I banchini erano addobbati con
le bandiere dei Maestri e del Partito, il materiale disposto sopra, e
ai lati 2 pannelli con i manifesti in
formato A3 contro il governo del
Berlusconi democristiano Renzi, per lo sciopero generale di 8
ore, contro la “riforma” di Renzi e
Giannini sulla scuola meritocratica dei capitalisti e contro le missioni militari all’estero.
Complessivamente sono stati distribuiti oltre 500 volantini “Il
potere politico spetta di diritto al
proletariato”, “Giovani, date le ali
al vostro futuro” ed uno specifico
astensionista sulle elezioni regionali che si terranno in EmiliaRomagna il 23 novembre, dopo
le dimissioni del presidente della
Regione Vasco Errani in seguito alla sua condanna per falso
ideologico nell’inchiesta relativa
al finanziamento di un milione di
euro, erogato nel 2006 dalla Re-
senti in gran numero per accappararsi più voti (e quindi poltrone)
possibili. Diversi rumeni ci hanno
espresso condivisione per la lotta
per il socialismo perché quando
era stato “realizzato” in Romania
(in realtà si trattava del revisionimo di Ceausescu) si stava meglio
di adesso; un albanese ha sostenuto il marxismo-leninismo e criticato Enver Hoxha definendolo
non comunista.
A Rimini 2 muratori veneti che
lavoravano in un edificio a pochi
metri dal banchino, appena issata la grande bandiera rossa del
PMLI si sono avvicinati per farsi
fotografare assieme ad essa per
tornare poi al lavoro cantando
“Bandiera Rossa” e intonandola
più volte durante il pomeriggio. Un
giovane ha voluto l’opuscolo di
Scuderi “Dove porta la bandiera
di Guevara” ed un altro il ritratto
di Marx.
Una proficua giornata di propaganda marxista-leninista che
ci spinge a continuare a lavorare
con perseveranza e fiducia per
costruire un grande, forte e radicato PMLI!
Renzi e i politicanti borghesi, sentendosi rappresentati dal Partito e
dalle compagne e compagni presenti in piazza.
Sono state anche distribuite
alcune copie del n. 42 de “Il Bolscevico”. Una coppia di Acireale
si è fermata al banchino ed ha
voluto una copia del giornale che
legge periodicamente, perché un
amico del Partito gliela fornisce.
Conversando con i compagni,
hanno ricordato di quando il
Segretario generale del PMLI, il
compagno Scuderi, tenne uno
storico comizio nel 1976 nella
piazza centrale di Acireale e lo
hanno elogiato come un grande dirigente marxista-leninista.
Questo racconto ci ha galvanizzato ed entusiasmato.
Anche questa esperienza conferma l’importanza del lavoro tra
le masse. I compagni hanno infatti
deciso di svolgere periodicamente queste iniziative di propaganda per discutere con le masse,
esporre “Il Bolscevico”, i nostri manifesti, le pubblicazioni della “Piccola biblioteca marxista-leninista”,
per denunciare la giunta Bianco,
PD, e l’assenza di interventi per
risolvere i problemi delle masse
popolari catanesi. Un modo per
rendere abituale agli occhi delle
masse la nostra presenza in questa piazza popolare, dove già in
passato, per il 60° Anniversario
della morte del grande Maestro
del proletariato internazionale
Stalin e in occasione delle elezioni amministrative, politiche o
europee, abbiamo svolto iniziative
suscitando interesse e approvazione.
sarà.
Certo quello che fa più scalpore e la definizione di “ammaestrati”! Accusa gratuita e bugiarda, da
rispedire al mittente senza mezzi
termini.
L’unica nota positiva è il minimo di visibilità concessa, il che
non guasta mai.
Ciao.
Alessandro Sesto Fiorentino (Firenze)
15 novembre 2014. La proficua propaganda del PMLI con i banchini organizzati a Ravenna e a Rimini (foto Il Bolscevico)
gione alla cooperativa Terremerse
di Bagnacavallo (Ravenna) allora
presieduto da suo fratello Giovanni Errani, condannato a 2 anni e 6
mesi per truffa.
Molte le discussioni allacciate
durante la giornata, tanti condividevano l’accostamento RenziBerlusconi, tantissimi quelli che
mandavano a quel paese i politici
transitando di fronte ai banchini
elettorali dei partiti borghesi pre-
Accusa gratuita e
bugiarda da rispedire
al mittente
Ma di cosa ci si stupisce? È
evidente che, seppur tenendo
presente la “buona fede” di chi fisicamente si è presentato lì presso la vostra sede per Agorà Rai3,
questa è la televisione pubblica e
non si dovrebbe parlare di delusione totale. È l’ennesima dimostrazione di come si manipoli a
proprio piacimento l’informazione
e come venga utilizzata non per
fini corretti o per altri fini che non
sono quelli originali. Il non utilizzo
del contraddittorio è una novità?
No c’è sempre stato e sempre ci
Il servizio di Agorà
non mi è piaciuto
Compagni,
a me il servizio di Agorà non mi
è piaciuto per il poco spazio che vi
ha dato e non vi ha dato tempo di
presentarvi meglio.
Marco - Grotte di Castro
(Viterbo)
cronache locali / il bolscevico 13
N. 43 - 27 novembre 2014
Nel 97° Anniversario dell’immortale opera di Lenin e Stalin
Celebrata a Catania
la Rivoluzione d’Ottobre
‡‡Dal corrispondente della
Cellula “Stalin” della
provincia di Catania
Domenica 9 novembre, in occasione del 97° Anniversario della
Rivoluzione d’Ottobre, compagne
e compagni e amici della provincia di Catania del PMLI hanno
dato vita ad un incontro di studio
e approfondimento presso la Sede
della Cellula “Stalin”.
Il commento introduttivo del
compagno Sesto Schembri, Segretario della Cellula, ha sottolineato
l’attualità degli insegnamenti della
Rivoluzione d’Ottobre, un evento
che aprì una nuova epoca della
storia mondiale, quella del socialismo. Il compagno, facendo riferimento alla progressiva cancellazione delle vittorie della classe
operaia nel campo politico, sociale, economico, sindacale, ha ricordato il gravissimo tradimento dei
dirigenti del PCI revisionista, il
quale, assieme ai partiti falsi comunisti suoi eredi, è il principale
colpevole dell’arretramento della lotta di classe in Italia. Infine,
ha ricordato il potente pugno rosso sferrato a Renzi: la vittoriosa
e partecipata manifestazione nazionale promossa dalla CGIL che
si è tenuta lo scorso 25 ottobre a
Roma. È stato un chiaro esempio
della combattività del proletariato
italiano, classe trainante storicamente in ogni passaggio cruciale
della lotta di classe in Italia, che
per fare la rivoluzione deve impadronirsi della sua cultura: il marxismo-leninismo-pensiero di Mao e
dare tutta la sua forza materiale e
intellettuale al PMLI.
Al termine dell’intervento introduttivo ha preso la parola Nicola dell’ANPI. Egli, pur apprezzando gli insegnamenti della
Rivoluzione d’Ottobre, non pensa
sia attuabile né tanto meno imprescindibile una sollevazione popolare in Italia. La rivoluzione, secondo lui, non deve avvenire con
i fucili, come allora. Le rivoluzioni percorribili devono assomigliare, ad esempio, a quella che portò
le donne ad assumere un ruolo che
non avevano nel passato, quella
armata è “alquanto inattuale”. In
seguito Nicola, facendo riferimento all’anniversario della caduta del
muro di Berlino, un errore secondo lui, asseriva che l’eliminazione di quella barriera e la seguente
fine dell’Unione Sovietica furono
le conseguenze dirette di una scelta umanitaria che portò i sovietici
ad abbandonare il progetto socialista per evitare una guerra atomica.
La replica di Schembri si concentrava inizialmente sui benefici che portarono la Rivoluzione
d’Ottobre e il socialismo in Unione Sovietica, in seguito attaccava
la politica revisionista di Krusciov
e dei suoi eredi, che sancì, dal XX
Congresso del PCUS del 1956, la
fine del socialismo nell’URSS. La
caduta dei Paesi ex socialisti faceva parte di un processo di decadenza connesso alle politiche revisioniste praticate dalla cricca dei
rinnegati di Mosca. Il compagno
1917 - 7 Novembre - 2014
97° Anniversario della
Rivoluzione d’Ottobre
Seguiamo la
via dell’Ottobre
per l’Italia unita
rossa e socialista
Sesto, concludendo, ha affermato che l’unica alternativa a questo
sistema capitalista impopolare, in
cui vige lo sfruttamento dell’uo-
mo sull’uomo, è la dittatura del
proletariato e che le terze vie sono
state e saranno sempre perdenti.
Gli insegnamenti dei Maestri de-
Nel luogo simbolo di una delle prime battaglie partigiane d’Italia
Grave provocazione neofascista al
Sacrario partigiano del San Martino
Forte risposta da parte di ANPI, Sindacati e “Osservatorio
democratico”. Solidarietà del PMLI
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione
di Viggiù del PMLI
Di certo si è trovato davanti
una brutta sorpresa chi, nella mattina di domenica due novembre,
magari in escursione tre le montagne del Varesotto, giunto sulla cima del monte San Martino a
nord della provincia di Varese si è
imbattuto in quello che si può definire un vero e proprio crimine!
Preme precisare per chi non lo
sapesse che sul monte San Martino nei giorni che vanno dal 13 al
17 novembre ’43 si svolse una delle prime battaglie della Resistenza
italiana. Lì, 150 partigiani comandati dal colonnello dell’esercito Carlo Croce costituitisi in formazione già dal 9 settembre di
quell’anno, dopo diverse azioni di
sabotaggio, vengono attaccati dai
tedeschi che supportati dai fascisti circondano monte San Martino
e forti di 2.000 uomini appoggiati dall’aviazione tedesca ingaggiano una battaglia con gli uomini di
Croce.
La battaglia benché sproporzionata nelle forze in campo vide
i partigiani resistere ai nazifascisti
per ben quattro giorni. Nello scontro caddero 50 partigiani. Molto
più pesanti invece le perdite nazifasciste quantificate in 250 unità.
In ricordo di quella battaglia,
sul San Martino, oggi sorge un sacrario monumentale in onore ai
partigiani.
Orbene, proprio questo luogo
simbolo della Resistenza al nazifascismo nella notte tra l’uno e
il due novembre è stato preso di
mira da parte dei nipoti e pronipoti di quei criminali nazifascisti.
I membri del gruppo denominato DO.RA. (Comunità militante dei Dodici Raggi) e del MAB
(“Manipolo d’avanguardia Bergamo”) hanno osato oltraggiare il
sacrario partigiano piantando nel
terreno antistante oltre 200 croci runiche (simboli già usati dalle
SS di Hitler) riportanti incise delle svastiche, affiggendo striscioni
inneggianti al ritorno dei “guerrieri d’Europa” accompagnati da volantini deliranti a firma DO.RA.
in cui erano riportati in bella vista
una svastica e un fascio littorio.
Una provocazione da parte
di questi elementi atta a rendere
omaggio ai morti fascisti e nazisti
nella battaglia contro i partigiani
che, tra l’altro, anche se in forma
minore ma non per questo meno
grave era avvenuta per la prima
volta l’anno scorso!
Forte è stata la denuncia di
questo scempio fatta da tutte le associazioni democratiche e antifasciste non solo della provincia di
Varese ma anche della Lombardia.
In primis a denunciare il fatto
sulla sua pagina facebook è stata
la Sezione ANPI Cuveglio “Gruppo cinque giornate-Martiri del San
Martino”, tramite il suo presidente Luca Zambonin, al quale, l’Organizzazione di Viggiù del PMLI
esprime la sua solidarietà militante antifascista in quanto lo stesso
Zambonin dopo aver denunciato
la profanazione e riportato a verità storica quanto successo in quei
giorni del 1943, è stato attaccato
personalmente sul sito internet dei
MAB.
Il PMLI chiede la messa fuori
legge di DO.RA. e di tutti i gruppi nazifascisti in base alla XII di-
sposizione transitoria finale (comma primo) della Costituzione, che
vieta sotto qualsiasi forma la riorganizzazione del disciolto partito fascista, e alle leggi 645 del 20
giugno 1952 e Mancino che puniscono l’apologia del fascismo e le
pratiche xenofobe e discriminatorie che tale ideologia si porta dietro.
Invita tutte le forze sociali, sindacali, democratiche e antifasciste, in particolare la classe operaia, a mobilitarsi per dare una
forte e decisa risposta di piazza e
di massa alla crescente teppaglia
fascista che rialza la testa.
Una cosa però è certa, non potremo liberarci una volta per tutte
del fascismo se non ci libereremo
prima della classe e del sistema
sociale che lo genera e lo finanzia
in funzione repressiva, antioperaia
e antipopolare. Questa classe è la
borghesia, il suo sistema è il capitalismo. Solo spazzando via il sistema capitalista e rovesciando il
potere della borghesia con la rivoluzione socialista, solo allora potremo seriamente debellare il fascismo!
vono quindi essere applicati creativamente in base alle condizioni
economiche, culturali, ideologiche, politiche del nostro Paese. Ha
quindi citato Lenin, il quale, in occasione della fondazione dell’Internazionale Comunista, affermò:
“Il punto essenziale, che i socialisti non comprendono e in cui
consiste la loro miopia teorica,
la loro soggezione ai pregiudizi borghesi e il loro tradimento
politico nei confronti del proletariato, è che nella società capitalistica, di fronte all’acuirsi più
o meno forte della lotta di classe
che ne costituisce il fondamento,
non può darsi alcun termine medio tra la dittatura della borghesia e la dittatura del proletariato. Ogni sogno d’una qualsiasi
terza via è querimonia reazionaria piccolo-borghese. Lo attesta
anche l’esperienza dello sviluppo più che secolare della democrazia borghese e del movimento
operaio in tutti i paesi progrediti e, in particolare, l’esperienza dell’ultimo quinquennio. Lo
afferma inoltre tutta la scienza
dell’economia politica, tutto il
contenuto del marxismo, il quale chiarisce come in ogni economia di mercato sia economicamente inevitabile la dittatura
della borghesia, una dittatura
che può essere soppiantata soltanto dalla classe dei proletari,
cioè dalla classe che si sviluppa,
si moltiplica, si unifica e si consolida con lo sviluppo del capitalismo.”
Il compagno Gabriele nel suo
intervento ha ricordato la storia
del PCI, un partito revisionista
fin dalle sue origini e che ha appoggiato le tesi di che portarono
al processo di “destalinizzazione”
del traditore e rinnegato Krusciov.
Gabriele ha aggiunto che per far
sì che si arrivi a quelle condizioni che determinerebbero una sollevazione popolare in Italia non è
possibile saltare il passaggio intermedio che consiste nella conquista
da parte del proletariato della sua
cultura, il marxismo-leninismopensiero di Mao.
La compagna Aurora nel suo
intervento ha appoggiato le parole dei compagni che l’hanno preceduta ed ha attaccato chi, sprovvisto di argomentazioni politiche,
taccia il Partito di “dogmatismo”
per il fatto di citare e far propri gli
insegnamenti di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao.
Infine è intervenuto il compagno
Pippo, facendo riferimento a due
elementi che concorrono all’arretramento della lotta di classe in Italia: i mezzi di comunicazione, monopolizzati dalle forze reazionarie,
ed il sindacato, il cui vertice è asservito al governo di turno.
Al termine degli interventi le
compagne ed i compagni marxisti-leninisti di Catania e provincia hanno ringraziato i presenti –
in particolar modo la compagna
Aurora che risiede a Caltagirone
– e si sono dati appuntamento alla
prossima iniziativa politica organizzata dalla Cellula “Stalin”.
Le bacheche
del PMLI
a Alba Adriatica
e Villa Rosa
(Teramo)
“Il Bolscevico”
affisso sulle bacheche
di Alba Adriatica
e Villa Rosa
in provincia
di Teramo a cura
della Cellula
“Carlo Marx” della
Valvibrata, fondata
da Salvatore Zunica
recentemente
scomparso
14 il bolscevico / cronache locali
N. 43 - 27 novembre 2014
Nel comune di Vaglia basso Mugello (Firenze)
Rifiuti pericolosi smaltiti
illecitamente nella cava di Paterno
Le principali responsabilità ricadono sulla precedente amministrazione comunale guidata dal PD Pieri
dev’essere bonificata e risanata a spese della proprietà
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione di
Vicchio del Mugello del
PMLI
In questi mesi è venuta alla
ribalta della cronaca la discarica di Paterno nel comune di Vaglia basso Mugello (Firenze).
Ultimamente è stato prodotto un
video da alcuni residenti vicino
alla cava.
Nel febbraio del 2013 in seguito a una segnalazione della
popolazione il Corpo forestale
dello Stato rinvenne, in una prima ispezione del sito, rifiuti speciali pericolosi quali olii esausti,
fibre e fanghi di origine sconosciuta. L’ARPAT ritrovò 1.300
“big bags” di un metro cubo ciascuna depositata dal 2011. Molti di questi sacchi sono rotti ed
hanno, non essendoci un sistema
di depurazione, disperso parte
del contenuto nel terreno fino al
vicino torrente Carzola.
Nel febbraio scorso la Procura della repubblica ha sequestrato la cava in una operazione
denominata “500” che ha coinvolto anche il Corpo forestale e
ARPAT; operazione che ha interessato altri siti di stoccaggio
nelle province di Massa Carrara,
Prato e Biella. All’interno delle
“big bags” vengono trovati rifiuti nocivi per la salute come metalli pesanti quali cromo, nichel,
vanadio, zinco, piombo, il così
detto “polverino 500 mesh”, proveniente dalla Med Link di Aulla che dovrebbe essere smaltito
come rifiuto pericoloso invece
di essere stoccato nella discarica
di Paterno, come avvenuto, grazie ad una scheda tecnica non rispondente al vero.
Ma non è finita: a luglio Protezione civile e Corpo forestale, su ordine della magistratura,
Schiavismo del terzo millennio in
provincia di Varese
Stipati nel
dormitorio lager
lavoratori immigrati
dal Meridione
‡‡Dal corrispondente
La popolazione di Vaglia (Firenze) manifesta contro la discarica nella ex cava di Paterno
scavano nel capannone industriale e trovano dei presunti fanghi del comparto del cuoio di S.
Croce sull’Arno (Pisa).
La cava, essendo di natura calcarea è estremamente permeabile, con fortissimo rischio
d’inquinamento del sottosuolo nonché della falda e dei corsi
d’acqua. Infatti, a breve distanza, si trova ubicato un pozzo di
acqua potabile, i relativi danni
all’ambiente e alla salute della
popolazione sono tangibili: vi
sono stati dei casi di malattie oncologiche.
Facendo un passo indietro e
guardando la storia della cava,
che è alquanto torbida, a partire
dall’85 l’attività estrattiva è stata svolta travalicando i limiti di
legge escavando volumi eccessivi in zone non autorizzate. Inoltre, vi sono stati smaltiti illecitamente dei fanghi di depurazione
dei cantieri della TAV, come stabilito dalla sentenza della Corte
d’appello di Firenze del 21 marzo scorso.
Nel 2010 l’ex sindaco di Vaglia Pieri al direttivo del PD so-
stenne la necessità di tombare la
cava trasformandola in discarica utilizzando le terre di scavo
dell’Alta velocità ferroviaria.
La provincia e alcune aziende
come Quadrifoglio che si occupa dei rifiuti di Firenze, Produrre
pulito spa, che poi dallo scorso
anno diventerà proprietaria della
cava, vengono interpellate e viene ventilata l’ipotesi di mettere
nella cava, oltre all’eternit, inerti
trattati come rifiuti, terre di bonifica, smarino, dato che non è
possibile utilizzare solo eternit.
Ma già nel ’96 in un esposto venivano ipotizzati illeciti da
parte della proprietà della cava,
la Calce Paterno srl, società che
deve le sue fortune economiche
alla TAV e alla realizzazione del
lago di Bilancino a cavallo degli
anni ’80 nel comune di Barberino del Mugello. Vennero ipotizzati stretti legami tra la proprietà e alcune società operanti nel
settore rifiuti anche tra loro connesse, cui sarebbero stati “vicini” amministratori locali. Società a carattere misto per la parte
pubblica costituite da enti guidati dell’allora PDS e la parte privata da cooperative con alla testa
amministratori sempre del PDS.
Nel marzo scorso il PRC ha
presentato una mozione al Consiglio provinciale, votata da tutte
le forze di opposizione, per togliere dal piano dei rifiuti la previsione di una discarica a Paterno. Venne bocciata per il voto
contrario del gruppo del PD. E
proprio il PD porta le responsabilità politiche di questa discarica e del relativo scempio ambientale che ne è conseguito.
Un partito sempre più screditato per il suo coinvolgimento nei
vari scandali in Italia ma anche
a livello locale con le vicende di
questi ultimi anni, come le responsabilità politiche negli abusi alla cooperativa agricola “Il
forteto” di Vicchio e lo scandalo edilizio a Barberino del Mugello.
Rivendichiamo la bonifica
e la messa in sicurezza del sito
con lo smaltimento dei rifiuti ivi
stoccati, con le spese da addebitare alla proprietà responsabili o,
altrimenti, alle istituzioni preposte che certamente non sono
esenti da responsabilità: i vari
amministratori comunali, regionali e provinciali succedutisi in
questi anni che non potevano
ovviamente non sapere.
dell’Organizzazione di
Viggiù del PMLI
Sembra, a raccontarla, una
storia di cinquant’anni fa, quando per la povertà che attagliava
il martoriato Sud Italia milioni di
uomini donne e anche di bambini lasciavano il proprio paese, la
propria terra, per cercare migliore fortuna nelle grandi fabbriche del Nord. Un miraggio quello del benessere economico che
all’atto pratico si tramutava in
bestiale sfruttamento nelle fabbriche da parte dei capitalisti e
di baracche fatiscenti alla quale
facevano ritorno la sera i lavoratori stremati dopo 8-10-12 ore di
duro lavoro.
Quella che raccontiamo è invece storia dei giorni nostri, e
che nulla ha da invidiare a quella descritta. È di pochi giorni fa
la notizia, che a Germignaga in
provincia di Varese sono stati trovati nascosti, stipati come
schiavi in un capannone industriale, 12 operai italiani e tre
rumeni (tra cui una donna assoldata per tenere “puliti i locali”), un polacco e uno svizzero. Ogni mattina partivano in
direzione Svizzera “per lavorare, per sopravvivere alla crisi economica”. Mesi di questa
vita, avanti e indietro dal confine. Fino ad una notte, quando
gli acquazzoni violentissimi che
si sono abbattuti su buona parte del Nord Italia hanno portato i vigili del fuoco nel vecchio
magazzino per un’operazione di
messa in sicurezza. Entrati nella struttura, i pompieri hanno
trovato gli operai: erano fermi
tra i mobili di fortuna, costruiti con scarti e detriti, vecchie
brandine e i vestiti accatastati,
mentre l’acqua aveva già invaso i locali arrivando fino a un
metro di altezza, ma gli operai
non avendo altro posto dove andare sono rimasti lì dentro, al
freddo, mentre l’acqua saliva,
senza chiedere aiuto a nessuno
nonostante il rischio di annegare e quello di rimanere folgorati per il contatto dell’acqua con
l’impianto elettrico, fatiscente.
I lavoratori italiani, tutti della
Basilicata, erano stati reclutati da Vincenzo Perretta, un imprenditore lucano con uno stabilimento in Svizzera. Una volta
giunto a Germignaga l’uomo ha
affittato il capannone da un’agenzia della zona e lo ha offerto come alloggio alla manovalanza.
Gli operai occupavano da
mesi il magazzino e non sono arrivati tutti insieme ma a scaglioni, forse a seconda della disponibilità di lavoro.
La disperazione e le misere condizioni di vita a cui sono
stati sottoposti questi lavoratori
sono solo la punta di un iceberg
delle miserie materiali e sociali
a cui le masse proletarie e popolari sono condannate dal governo del Berlusconi democristiano
Renzi la cui politica è tutta improntata a distruggere i diritti dei
lavoratori e far arricchire la classe dominante borghese che egli
rappresenta.
Il PMLI denuncia questo gravissimo fatto come l’ennesima
riprova che il sistema economico e sociale capitalista nel quale
ci costringono a vivere non potrà mai offrire ai lavoratori e alle
masse popolari un lavoro stabile
e una vita dignitosa che al contrario il socialismo può realizzare.
Sgomberato l’ex
Comunicato della Rete Valdisieve e Italia Nostra
convento di S. Chiara L’art. 35 del decreto “Sblocca Italia”
a Bari
favorisce
le
lobby
degli
inceneritori
I migranti saranno costretti a
vivere in una tendopoli
‡‡Dal corrispondente della
Cellula “Rivoluzione
d’Ottobre” di Bari
La mattina di giovedì 13 novembre è iniziato lo sgombero
dell’ex convento di S. Chiara,
nella città vecchia di Bari, dove
erano alloggiati circa 200 migranti: si tratta per lo più di rifugiati politici, in possesso del
permesso di soggiorno. La motivazione data per la decisione
presa dal nuovo podestà Antonio Decaro (PD) è stata la “sicurezza” per via dell’incendio appiccato da uno straniero qualche
settimana fa. Sempre Decaro in
merito ha detto: “Mi vergogno
un po’ come sindaco perché stiamo mettendo a disposizione solo
delle tende... ma si tratta di una
soluzione momentanea”.
Da registrare le difficili con-
dizioni in cui gli immigrati vivevano nell’ex convento fra
ambienti squallidi e mal organizzati.
I migranti, “trasferiti” con degli autobus dell’Amtab, saranno
smistati in questo modo: 140 in
una tendopoli in un capannone
di via Brigata Regina nel quartiere Libertà mentre circa 30 di
loro sono stati inviati al Cara
(Centro d’accoglienza per i richiedenti asilo) perché non in
possesso di tutta la documentazione necessaria per la richiesta
d’asilo politico. Altri hanno deciso di trasferirsi da amici o parenti.
La tendopoli di via Brigata
Regina dovrebbe essere temporanea: 2 mesi sino a quando non
saranno concessi i container da
adoperare come abitazioni.
Ma anche quelle del cemento, del petrolio, delle autostrade
Riceviamo e volentieri
pubblichiamo in ampi estratti.
Il cosiddetto decreto “Sblocca
Italia” è appena stato approvato
al Senato con 157 voti favorevoli e 110 contrari (in molti invece sono usciti). Secondo l’attuale art. 35, entro il 13 Dicembre
2014, il Presidente del Consiglio con proprio decreto individuerà gli “impianti di recupero
di energia e di smaltimento dei
rifiuti urbani e speciali, esistenti
o da realizzare”, definendoli un
sistema integrato e “moderno”
di gestione dei rifiuti e addirittura “infrastrutture e insediamenti
strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente”
(cioè: aree di possibile militarizzazione).
In realtà le soluzioni deline-
ate nel decreto “Sblocca Italia”
sono obsolete e contrarie alla gerarchia stabilita dalla normativa
italiana ed europea in materia di
rifiuti, per i seguenti motivi:
- non si prende in considerazione il fatto che oggi, in Italia,
disponiamo di tecnologie in grado di trattare ogni tipologia di rifiuti, compresi quelli indifferenziati.
- per rispettare la richiamata
gerarchia, non si dovrebbero realizzare nuovi inceneritori, bensì l’impiantistica innovativa per
la selezione, il recupero e il riciclo delle “materie seconde” contenute nei rifiuti.
Al contrario il decreto
“Sblocca Italia” si preoccupa
unicamente di soddisfare gli interessi delle lobby inceneritoriste e non prende minimamente
in considerazione, per trattare i
rifiuti indifferenziati, le tecnologie che sono molto più sostenibili sotto il profilo ambientale e
molto più produttive sotto il profilo economico.
Questo significa che la Valdisieve, che ha raggiunto buoni
livelli di raccolta differenziata
e che, per la mancanza di rifiuti da bruciare ha visto i Sindaci
locali cancellare in linea teorica
l’impianto dei Cipressi a Selvapiana–Rufina (in quanto non più
sostenibile sul piano economico), potrebbe vedere riemergere
il progetto grazie all’importazione dei rifiuti da altre aree toscane e non.
Con queste premesse, riusciranno i nostri sindaci a mantenere la loro posizione contraria
all’impianto e ad attivarsi per:
- la realizzazione di impianti di
trattamento “a freddo” che per-
mettono di chiudere il ciclo dei
rifiuti recuperando materia ed
avviare il percorso di Riciclo Totale sul nostro territorio o a livello di ATO.
Ieri sera il Senato, approvando il decreto, non ha avallato
solo l’art. 35, ma anche tutti gli
altri che, in sintesi, favoriscono
le solite lobby del cemento, del
petrolio, degli inceneritori, delle
autostrade, ecc... e siccome questo non bastava, si diminuiranno
i controlli, le misure ambientali
e i tempi per le approvazioni di
progetti, via e vas.
Più che sblocca Italia ci sembra uno sfascia Italia!
Verso rifiuti zero –
Rete Valdisieve
Italia Nostra –
Sezione di Firenze
6 novembre 2014
esteri / il bolscevico 15
N. 43 - 27 novembre 2014
Al vertice Apec a Pechino
La Cina socialimperialista, con l’appoggio
di Putin, ottiene più spazio nel Pacifico
a spese dell’imperialismo americano
Xi: “Guideremo il nuovo ordine asiatico”
Varata la nuova Via della Seta alternativa al progetto degli Usa
Nell’intervento al 25° vertice della Cooperazione economica dell’Asia Pacifico (Apec,
dall’inglese Asia Pacific economic cooperation), che si è tenuto
a Pechino il 10 e 11 novembre, il
presidente cinese Xi Jinping ha
affermato che “la Cina potrebbe
stimolare la crescita e migliorare
le infrastrutture in tutta la regione per contribuire a realizzare un
sogno dell’Asia e Pacifico: con
l’aumento della nostra forza nazionale complessiva, la Cina ha
la capacità e la volontà di fornire
un maggior numero di beni pubblici per la regione Asia-Pacifico
e per il mondo intero”. “Spetta al
popolo dell’Asia – ha sottolineato - gestire gli affari dell’Asia,
risolvere i problemi dell’Asia e
difendere la sicurezza in Asia”,
invitando i paesi asiatici a “far
avanzare il processo di sviluppo
comune e l’integrazione regionale”. Sotto la guida della Cina
socialimperialista e mettendo
fuori della porta il concorrente
imperialismo americano.
Proprio dalla tribuna dell’Apec, il forum composto da 21
paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico e creato dagli Usa
nel 1989 per costruire una alleanza economica tra giganti il cui
interscambio è quasi la metà del
commercio mondiale che nel
tempo è diventato lo strumento per affermare la leadership
dell’imperialismo americano in
Asia, contenere l’espansionismo
della concorrente Cina e tenere
sotto controllo le aspirazioni di
rivincita della Russia, Xi ha ufficializzato l’obiettivo di Pechino di guidare “il nuovo ordine
asiatico”, con l’appoggio della
Russia.
Un ribaltamento dei rapporti di forza nel continente che nei
piani di Pechino sarà costruito
su un accordo di libero scambio
in Asia e Pacifico, su una banca come l’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) con
una dotazione da 100 miliardi di
dollari e con sede a Pechino e su
un fondo da 40 miliardi di dollari per dar corpo alla nuova “Via
della Seta”, un moderno collegamento commerciale e non solo
verso Europa e anche l’Africa.
Ben sapendo che un più stretto
collegamento col mercato asiatico è vitale alla superpotenza europea se non vuol essere confinata allo scenario del Vecchio
continente dove, spinta anche
dagli Usa, cerca di aprirsi spazi a Est contro la Russia, vedi il
braccio di ferro sull’Ucraina, ma
senza poter andare a fondo per
non mettere in pericolo il cordone ombelicale dei rifornimenti
energetici.
La banca di investimenti
Aiib, assieme alla nuova banca
che però non procedono come
sperato da Obama che ha inutilmente cercato di dargli una spinta anche a margine del vertice.
A Pechino i partner asiatici hanno preferito vedere le carte presentate da Xi rispetto a quelle di
rà la Cina all’Europa attraverso
una rotta terrestre, che ripercorre quella storica “Via della seta”
passando per Asia Centrale e
Medio Oriente, e una marittima,
da costruire ex novo per uscire
dalle rotte commerciali finora
del 2013.
Il percorso terrestre è già in
parte stato costruito con gli accordi commerciali speciali definiti o confermati nel maggio
scorso dai vertici di Pechino
con Turkmenistan, Kazakistan
creata dai Brics, il gruppo delle
potenze emergenti che comprende Brasile, Russia, India, Cina e
Sudafrica, rappresenta la prima
sfida istituzionale consistente
all’ordine economico mondiale stabilito a Bretton Woods 70
anni fa con al centro il dollaro e
gli Usa. Stessa sfida Xi lanciava
con la proposta di dare il via alla
costituzione della Free trade area
of the Asia Pacific (Ftaap), un’area di libero scambio alla cui definizione Pechino lavora fin dal
2004. Il vertice Apec approvava
e metteva in cantiere uno “studio
strategico collettivo” i cui risultati saranno noti nel 2016.
L’Ftaap è la risposta cinese
alla Trans-Pacific partnership
(Tpp), lo strumento economico
della strategia degli Usa, denominata Pivot to Asia, per isolare economicamente la Cina che
non partecipa ai negoziati. La
metà dei 21 paesi dell’Apec è interessata dai negoziati sulla Tpp
Obama, pur soffrendo l’invadenza economica cinese.
Di fronte a 1.500 imprenditori invitati al summit Obama
ha riaffermato la necessità della leadership globale del suo paese e il suo status di “potenza
del Pacifico”; Xi ha snocciolato le cifre che fanno emergere il
crescente peso della Cina nell’economia mondiale, dagli investimenti in uscita pari a 1.250
miliardi dollari nei prossimi 10
anni alla previsione di una crescita economica media definita da un incremento annuo del
pil attorno al 7%, meno del 10%
degli ultimi trent’anni ma sempre un miraggio per le principali
concorrenti imperialiste.
Una crescita che sarà sostenuta anche dall’investimento
iniziale di 40 miliardi di dollari nel fondo per lo sviluppo infrastrutturale dedicato alla Silk
Road Economic Belt, il progetto infrastrutturale che colleghe-
controllate dagli Usa. Che implica anche un maggior attivismo
non solo economico del socialimperialismo cinese nei paesi e
nelle crisi lungo il percorso.
La Via della Seta Marittima
del 21° secolo è stata di recente così battezzata da Xi nel suo
viaggio in Indonesia e la sua realizzazione è basata sulla costruzione o l’espansione di porti e
aree industriali in tutto il SudEst asiatico, in Africa a cominciare dal Kenya e fino all’Europa dove Pechino ha messo già
un piede al Pireo in Grecia. L’obiettivo è intanto quello di incrementare il commercio cinese con il sud-est asiatico fino a
mille miliardi di dollari entro il
2020, più del doppio di quello
e Azerbaijian. Ma prima ancora con lo sviluppo dell’Organizzazione per la cooperazione
di Shanghai (Sco) che fondata
nel 2001, da Cina, Russia, Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan
e Kirghizistan ha progressivamente legato a sé l’India, l’Iran,
la Mongolia, il Pakistan, l’Afghanistan e la Turchia. Il tentativo di Pechino di stringere accordi per la fornitura di petrolio
da parte del governo di Baghdad
è fallito con la defenestrazione
dell’interlocutore, l’ex premier
Maliki, silurato da Washington
anche per questa ragione. Il petrolio dell’Iraq è territorio riservato dell’imperialismo americano e del sodale imperialismo
britannico.
Mail dell’Organizzazione
di Caltagirone (Catania) del PMLI
L’appena nata Organizzazione di Caltagirone (Catania)
del PMLI ha aperto la propria mail: [email protected]
Al vertice Apec Xi ha portato
a casa anche un importante trattato di libero scambio bilaterale
con la Corea del Sud e avviato
lo scongelamento dei rapporti col Giappone di Shinzo Abe,
pur restando intatto il contenzioso sulla sovranità sulle isole
Senkaku/Diaoyu, che si trovano
sulla via dei commerci marittimi. Accordi con due paesi pilastri della politica Pivot to Asia di
Obama. Altrettanto significativo
l’accordo bilaterale col Canada
che comprende il primo contratto finanziario miliardario non in
dollari ma nella moneta cinese,
lo yuan, di tutto il Nord America. E quello col fantoccio governatore Leung di Hong Kong
che da metà novembre ha dato il
via agli scambi e alle quotazioni incrociate tra la borsa cinese e quella dell’isola. “La decisione contribuirà a fare di Hong
Kong un luogo ideale in cui basare attività e risorse finanziarie,
potenziandone il ruolo di hub
di elezione per l’utilizzo dello
yuan”, ha chiosato Leung.
L’alleanza tra Cina e Russia
è stata consolidata da Xi e Putin
con la firma di nuovi accordi per
la cooperazione energetica, tra i
quali una dichiarazione d’intesa
per lo sviluppo di una seconda
rotta per il trasporto di gas russo dalla Siberia occidentale alla
Cina dell’Ovest, in parallelo a
quella concordata nei mesi scorsi che è già in costruzione e dovrebbe entrare in funzione nel
2018. La Cina ha fatto da sponda alla Russia messa in difficoltà dalla crisi Ucraina e dalle sanzioni occidentali.
“Russia e Cina devono resistere alle pressioni di Washington e rimanere unite, nell’interesse del mondo intero”,
soprattutto di loro due, affermava Xi e Putin sottolineava che
“l’alleanza del futuro” si basava
sull’accoppiata yuan-rublo e il
conseguente abbandono del dollaro da parte dei due paesi intanto nel settore dell’energia. L’appoggio di Putin serve alla Cina
socialimperialista per ottenere
più spazio nel Pacifico a spese
degli Usa e per rilanciare la sfida
globale all’imperialismo americano.
COSA FARE
PER ENTRARE NEL PMLI
Secondo l’art. 12 dello Statuto, per essere membro del PMLI occorre accettare il Programma e lo Statuto del Partito, militare e lavorare attivamente in una istanza del Partito, applicare le direttive del Partito e versare regolarmente le
quote mensili, le quali ammontano: lavoratori euro 12,00; disoccupati e casalinghe euro 1,50; pensionati sociali e studenti euro 3,00.
Lo stesso articolo dello Statuto specifica che “può essere membro del Partito qualunque elemento avanzato del proletariato industriale e agricolo, qualunque elemento avanzato dei contadini poveri e qualunque sincero rivoluzionario
sulle posizioni della classe operaia... Non può essere membro del Partito chi sfrutta lavoro altrui, chi ha e professa una
religione o una filosofia non marxista”.
Oltre a ciò occorre accettare la linea elettorale astensionista del Partito.
L’ingresso al PMLI avviene dopo l’accettazione della domanda di ammissione il cui modulo va richiesto al Partito.
LAVORO
2 il bolscevico / documento dell’UP del PMLI
SCIOPERO
GENERALE DI
8
N. 23 - 12 giugno 2014
ORE
Giù le mani dall'articolo 18
e dallo Statuto dei lavoratori
Abolizione del precariato e
assunzione di tutti i precari
Rinnovo dei contratti di lavoro
del Pubblico impiego
Spazziamo via il gove
rno
del Berlusconi democris
tiano Renzi
PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO
Sede centrale: Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 FIRENZE
Tel. e fax 055.5123164 e-mail: [email protected]
www.pmli.it
Stampato in proprio
IL PROLETARIATO
AL POTERE
ITALIA UNITA, ROSSA
E SOCIALISTA
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successo dello sciopero sociale