Marti editore di testi antichi
Rosario Coluccia
L'iniziativa del Circolo Culturale "Galileo" di Trepuzzi di celebrare il 94°
compleanno di Mario Marti giunge quanto mai opportuna; opportuna appare
anche la formula adottata, che consiste non in una lezione del festeggiato su
qualche aspetto della propria straordinaria, davvero multiforme, attività di ricerca bensì in un incontro che presenti al pubblico e discuta alcuni aspetti della
sua opera. Considero un vero privilegio che a me sia stato richiesto di trattare
della sua attività filologica e di editore di testi.
Un rischio incombe su questo genere di manifestazioni, quello che il relatore
sovrapponga le proprie dirette esperienze, e magari le proprie emozioni, alla
neutra presentazione dei fatti scientifici, che dovrebbe essere l'obiettivo unico
dell'esposizione: per cui in realtà si finisce col parlare non solo del festeggiato
ma anche di sé stessi, rischiando addirittura, pur senza premeditazione, un atteggiamento poco opportuno. Qualcuno ha osservato, giustamente, che per tale
via si corre il pericolo di tratteggiare non una sola personalità scientifica ma
due, sovrapponendo la propria immagine a quella del festeggiato.
Pur consapevole della sostanziale illiceità dell'operazione, permettete che
introduca qualche ricordo personale. Frequentavo le aule del Liceo "Colonna"
di Galatina: dal mio insegnante di letteratura, il compianto professor Luigi
Manna, sentii citare per la prima volta il nome di Mario Marti, a proposito dei
suoi scritti ariosteschi: con gli scarsi strumenti bibliografici a mia disposizione
cercai di saperne di più e riuscii a leggere la voce Ludovico Ariosto nei Maggiori di Marzorati (1956); da lì, all'indietro, con l'aiuto dello stesso mio professore
di Liceo, per qualche giorno potei avere tra le mani l'edizione dell'Orlando Furioso procurata da Marti nel 1955. Ebbi per tale vie una prima idea della statura
dello studioso, ma poi non continuai sulla strada di quelle letture, distolto da altre incombenze e da altri avvenimenti, anche di carattere personale. Solo due
anni dopo, con rispetto misto a un po' di trepidazione, mi accinsi a frequentare
il mio primo corso di Letteratura italiana all'università, tenuto proprio da quel
professor Marti che cessava così di essere una firma in calce a un saggio e diventava un uomo in carne ed ossa. In quell'anno il corso di Letteratura italiana
trattava della formazione del primo Parini: si parlava di questioni biografiche,
di temi storici, di rapporti culturali, ma soprattutto si leggevano i testi e da lì si
partiva per più ampie considerazioni di carattere generale. Verificavo così per la
prima volta in vitro il metodo di analisi al quale è improntata l'intera opera dello
studioso: la formula «dal certo al vero», che ripetutamente Marti invoca a contrassegno del suo lavoro, veniva applicata al Parini giovane, partendo dagli
scritti di questo autore per approdare a un'estesa ricostruzione complessiva. È il
metodo che tutti oggi conosciamo e che abbiamo visto ripetutamente applicato
ad autori maggiori e minori, utilizzabile quindi per personalità di differente va173
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lore assoluto, ma in grado di fornirci, in ogni caso, fondati elementi di conoscenza: alludo alle raccolte intitolate Dal certo al vero. Studi di filologia e di
storia (1962); e ancora Nuovi contributi dal certo al vero (1980); e infine Ultimi contributi dal certo al vero (1995).
Presi la tesi di laurea con Francesco Sabatini, un altro dei maestri di cui la
nostra università poteva andare fiera in quel periodo fervidissimo, motivo di
rammarico a paragone della diffusa pochezza del presente. I miei studi si orientavano verso le fasi medioevali e prerinascimentali della nostra storia linguistica e in tal modo, senza averlo programmato, familiarizzavo con gli studi di
Marti sulla letteratura antica. La frequentazione con i suoi scritti cresceva man
mano che si intensificava e si specializzava in direzione filologica la mia ricerca; poco per volta imparavo a conoscere i lavori che ogni studioso di testi antichi deve ancor oggi consultare, a distanza di vari decenni dalla prima apparizione. Frequentando le sue opere cresceva il contatto con Marti, che però a lungo,
un po' paradossalmente, avveniva più attraverso i libri e gli scritti, non nella
realtà quotidiana, nonostante la contiguità delle sedi di lavoro.
Vorrei sottolineare quella che mi pare una costante dell'intera attività dello
studioso: l'approccio ai testi, sempre filologicamente accertati, illustrati con note critiche e di commento, dotati di repertori lessicali e di indici (e quindi facilmente consultabili, veri e propri strumenti di lavoro messi a disposizione della
comunità scientifica) è funzionale ad ampi studi interpretativi di carattere generale, sull'opera, sull'autore, sul momento storico. La semplice concatenazione
della bibliografia, peraltro limitata a pochi casi significativi, è eloquente. Nel
1956 esce l'edizione dei Poeti giocosi del tempo di Dante; di tre anni prima è lo
studio Cultura e stile nei poeti giocosi del tempo di Dante, a sua volta preceduto
da vari articoli preparatori degli anni ancora precedenti. Nel 1959, nella "Letteratura italiana. Storia e testi" di Ricciardi, curata da Segre e Marti, appare il volume della Prosa del Duecento, al quale segue il capitolo con lo stesso titolo
nella Storia della letteratura italiana di Garzanti (1966). Presso Le Monnier appare nel 1969 la silloge dei Poeti del Dolce stil nuovo, in cui la raccolta integrale dei testi è accompagnata da un'Introduzione complessiva, da introduzioni
minori ai singoli autori, da un repertorio linguistico, da indici vari, da uno
straordinario rimario e inoltre da una bibliografia ragionata. A questa edizione
si collega la monumentale Storia dello stil nuovo (1972), due torni di oltre seicento pagine complessive, in cui i protagonisti di quel fondamentale movimento poetico che coinvolse anche Dante vengono uno per uno finemente analizzati
e visti nelle relazioni reciproche e con altri protagonisti della straordinaria stagione poetica che si sviluppò in Toscana nella seconda metà del XIII° secolo:
come è opportunamente dichiarato in premessa, la disamina ha avuto una genesi organica e fortemente unitaria, praticamente contemporanea all'edizione e al
commento dei testi apparsi un triennio prima. Mi limito a questi esempi, senza
soffermarmi per ragioni di brevità, sui lavori che riguardano Boccaccio, opere
minori e Decameron, le Prose della volgar lingua di Bembo, i prediletti Dante e
Leopardi, i tantissimi altri temi e personalità trattati in una bibliografia straripante, che supera le mille voci.
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Non vorrei aver ingenerato un equivoco: l'eccezionalità degli studi di Marti
non risiede nella quantità ma nella qualità della produzione. Per misurare la
qualità, al di là delle valutazioni personali, delle recensioni, delle opzioni individuali, esiste un metro incontrovertibile: le citazioni che di uno studio e di
un'edizione continuano a farsi, anche quando siano passati anni, nel nostro caso
addirittura decenni, dalla data di stampa dell'opera. Chiunque si occupi della
nostra letteratura antica sa che punto di partenza per ogni lavoro sui poeti giocosi o sugli stilnovisti ancor oggi sono gli scritti di Marti su questo tema; nelle
grandi opere letterarie collettive, nelle bibliografie, nei repertori, nei lessici storici ed etimologici della nostra lingua (il Grande dizionario della lingua italiana, il Lessico etimologico italiano di Max Pfister e Wolfgang Schweickard,
ecc.) le edizioni e gli studi di riferimento sui poeti giocosi e sugli stilnovisti sono quelli di Marti, rispettivamente a oltre cinquant'anni e oltre trent'anni dalla
apparizione. Il giudizio del tempo è severo ma giusto, e perciò inappellabile.
Nel 1977 appare l'edizione delle Opere di Rogeri De Pacienza, autore nato a
Nardò, intrinseco di Isabella del Balzo, sposa del sovrano aragonese di Napoli,
Federico. L'opera fondamentale di Rogeri è il Balzino, lungo poema in ottave
che racconta il lungo viaggio dal Salento verso Napoli intrapreso da Isabella per
ricongiungersi al suo sposo, dal quale era si era per prudenza separata al momento della discesa in Italia di Carlo VIII. Il testo è pubblicato con l'acribia filologica consueta: in proposito mi piace una novità assoluta, la proposta di segnalare visivamente con una sbarra obliqua (/) il fenomeno metrico della dialefe, corrispettivamente a quanto si fa con la dieresi, normalmente indicata con
due puntini sovrapposti alla vocale (., é, i, ÈS, ii): proposta apparentemente minuta ma funzionale, alla quale gli studiosi dovrebbero prestare forse maggiore
attenzione e magari replicarne l'applicazione in altre edizione di antichi testi. Al
di là della attrattività intrinseca del reperto, offerto in edizione affidabile ai lettori dopo quasi cinquecento anni dalla confezione, l'opera di Rogeri e il suo autore sono particolarmente cari a Mario Marti. Al punto che nella Risposta di
Mario Marti a Maurizio Nocera, in un opuscolo intitolato Sul valore sentimentale attribuibile alle scelte del critico apparso in un bella stampa composta a
mano con i caratteri Tallone nel dicembre 2007, esplicitamente è scritto: «Uno
scrittore lo si sceglie e lo si studia per le ragioni più varie, e talora del tutto occasionali (storiche, letterarie, filologiche, commerciali). E il critico, comunque,
fa centro quand'è consapevole e convinto d'aver illustrato adeguatamente e illuminato, sia pure parzialmente (per programma, o per qualche specifica questione precedentemente irrisolta), la complessa personalità dello scrittore analizzato». Al punto che, richiesto di indicare il grande amore letterario della propria vita, anche di fronte alla prevedibile candidatura dei nomi di Dante e Leopardi, ecco l'interrogato indicare proprio in Rogeri il personaggio al quale «ho
veramente voluto bene, a prescindere dalle sue opere e dalle sue scritture». Ma
esiste un'altra ragione che rende il Balzino significativo nella biografia scientifica dello studioso: con questa pubblicazione si inaugura la «Biblioteca Salentina di Cultura», nella quale successivamente appaiono molti importanti studi e
testi appartenenti alla cultura dell'area salentina, dal XV° al XX° secolo. Della
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«Biblioteca Salentina di Cultura» e della collaterale «Biblioteca di scrittori salentini» discute Marco Leone nel suo intervento odierno e non intendo invadere
il campo a lui riservato: a me basti indicare in queste iniziative programmatiche, capaci di attrarre tanti qualificati collaboratori, un lascito importante che il
maestro consegna all'attenzione delle generazioni future.
Qualcuno ha già raccolto il testimone che Marti consegna con l'intera sua
opera e molti operano nel solco da lui tracciato: con questa sicurezza, il nostro
festeggiato può guardare al passato, presente e futuro con compiacimento e orgoglio, accettando i ringraziamenti dei suoi lettori e dei suoi ascoltatori.
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