N.16 - Agosto 2012 - POSTE ITALIANE SPED.IN A.P. - D.L. 353/2003 CONV. L.46/2004, ART. 1, C. 1, DCB - MILANO
N°16 - Agosto 2012
Euro 2,50
CHI HA UCCISO
LA PERA VOLPINA?
SALViamo LE VARIETà DI FRUTTA
E VERDURA IN ESTINZIONE.
ALIMENTAZIONE
Il vino naturale
ECOABITARE
STILI DI VITA
LEED per edifici storici Vento, acqua, vele
e passione
AMBIENTE E TERRITORI
Bergamo decresce
felicemente
PER GLI OPERATORI
strandosi su
ingresso gratuito regi
www.sana.it
Con il patrocinio di
ecoIDEARE - agosto 2012
In collaborazione con
Pag. 4
Periodico culturale di informazione
sullo sviluppo sostenibile
www.ecoideare.it
Pag. 4
SOMMARIO
> Editoriale
> L’esperienza olistica di Planerbe
2
3
ALIMENTAZIONE
> Enologia profonda: il vino naturale - Luigi De Caro
> Sana 2012: CCPB più presente che mai - Fabrizio Piva
> Dagli alimenti “perduti” alla qualità di massa - Pierluigi Mutti
4
9
10
ECOABITARE
> “LEED for Historical Buildings” - Alessandra Sgarbossa
14
STILI DI VITA
> Rio +20: piccoli risultati? - Alline Storni, Valentina Castellani, Serenella Sala
> Vento, acqua, vele e passione - Edgar Meyer
16
18
AMBIENTE E TERRITORI
> Bergamo decresce felicemente - Gaia Gusso
20
Pag. 14
Rubriche
Pag. 18
> Caterina Mosca: In cucina con natura
> Giorgio Nebbia: Cinque minuti a mezzanotte
> Ecologia in vetrina - Gaia Gusso
> Econews - Gaia Gusso
> Biblioteca della sostenibilità - Gaia Gusso
25
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Pag. 20
Direzione, Redazione e Amministrazione
Brand Evolution srl • Via Sardegna, 57 • 20146 Milano • Tel 0236642800 • Fax 0236642803 • E-mail: [email protected]
Periodico realizzato da Brand Evolution srl
Direttore editoriale: Nicoletta Cova
Direttore responsabile: Edgar Meyer ([email protected])
Progetto grafico e art direction: Franca Lissi
Redazione: Gaia Gusso ([email protected])
Responsabile Marketing e sviluppo: Nicola Saluzzi ([email protected])
Pubblicità e Iniziative speciali: 02.24412665 - 02.36642800 - 348.7638654
Si ringraziano per la collaborazione: Lorenzo Busnari, Valentina Castellani, Luigi De Caro. Caterina Mosca, Pierluigi Mutti, Giorgio Nebbia, Fabrizio Piva, Serenella Sala, Alessandra Sgarbossa, Alline Storni.
Sito internet: www.ecoideare.it
Rivista realizzata in collaborazione con: Rinenergy – associazione no-profit e Gaia Animali & Ambiente Onlus
Stampa: Real arti lego sas. Via P. Picasso 21/23 - 20011 Corbetta (Mi)
Registro Tribunale di Milano N. 60 del 13 Febbraio 2009 - Registro stampa periodica
Stampato su carta FSC
editoriale
Da Rio +20 al Sana di Bologna...
L’ennesima delusione.
scienziati, media e imprenditori
di edilizia sostenibile e
L’ennesimo nulla di fatto
la questione. In parte, lo
di vela, diamo un assaggio
L’ennesima pagliacciata.
(o quasi). Rio +20, nella
dichiarazione finale chiamata
“Il futuro che vogliamo”,
apre la via per uno sviluppo
sostenibile del pianeta ma senza
impegni precisi. Insomma:
chiacchiere. Rio +20 si è
conclusa con un risultato timido
e promesse rimandate. E allora
c’è una sola cosa da fare:
andare oltre le loffie decisioni
della classe politica. Agire più
in fretta e in profondità rispetto
a una classe dirigente incapace
di affrontare seriamente i
problemi dei cambiamenti
climatici, della riconversione
dell’economia nel segno della
sostenibilità ambientale, della
rivoluzione energetica. E’
necessario che società civile,
prendano sempre più di petto
sappiamo, è già così. Nella
debolezza dei leaders politici
si fanno strada gli impegni
volontari: ne sono stati sanciti
oltre 700 alla “Rio +20 della
società civile”.
Ecoideare da 16 numeri cerca
di selezionare le persone, i
gruppi e le aziende seriamente
impegnate nel percorso della
ecocompatibilità -per esserne
il megafono- e rappresentare
una guida autorevole al
consumo consapevole per
i cittadini. Anche in questo
numero. Ecco allora che siamo
andati a vedere il movimento
della decrescita felice a
Bergamo, dove coltivano
orti e coltivano relazioni.
restauro green, parliamo
ai vini naturali prodotti
da agricoltura biologica e
biodinamica, mettiamo le
mani e il naso nell’iniziativa
“La spesa in campagna”
della Confederazione Italiana
dell’Agricoltura (Cia) e nei
presidi Slow food. Eccellenze
che saranno protagoniste al
Sana di Bologna, il salone
del biologico e del naturale di
settembre.
Dove, indipendentemente da
Rio +20 e dagli altri consessi
del blabla, ci sono i veri
operatori del presente e del
futuro che vogliamo.
Buona lettura..
Ecco che ci occupiamo
Edgar Meyer
“Non c’è sforzo più nobile che tentare
di raggiungere un sogno collettivo.
Quando una città considera come mandato la
qualità della vita, quando rispetta le persone
che ci vivono, quando rispetta
l’ambiente, quando si prepara per le
generazioni future, la gente condivide la
responsabilità di questo mandato.
Condividere questa causa è l’unico modo per
conquistare quel sogno collettivo!”
Jaime Lerner, ex-sindaco di Curitiba (Brasile)
> Giardino botanico di Curitiba
ecoIDEARE - agosto 2012
L’esperienza olistica
di Planerbe
Planerbe è un’Erboristeria nata
nel 2007 e specializzata nella
produzione di integratori.
Fin da subito si è distinta per
l’attenzione quasi maniacale con
cui cura le preparazioni che portano
il suo nome. La sua caratteristica,
infatti, è quella di selezionare
materie prime di altissima qualità e
di far uso della tecnologia estrattiva,
come nel caso di Magnesio
Premium, uno dei prodotti di punta
di Planerbe.
Magnesio Premium vanta
caratteristiche difficilmente
riscontrabili in altri prodotti
similari. Innanzi tutto, il magnesio
utilizzato è estratto meccanicamente
dalla Magnetite, pertanto non
si utilizzano irraggiamento o
solventi, come comunemente
si fa nei processi estrattivi.
Questa caratteristica permette al
magnesio di avere il massimo della
purezza raggiungibile, indicato
con il grado V farmaceutico, una
titolazione del 24% (la titolazione
è la quantità di principio attivo
presente nel composto) e una
notevole idrosolubilità in acqua
a temperatura ambiente. Inoltre,
l’attenzione alla realizzazione dei
prodotti ha permesso di ottenere
un Ph 5, analogo al Ph del succo
gastrico, caratteristica che rende
Magnesio Premium altamente
tollerato e fa sì che possa essere
assimilato molto velocemente dal
nostro organismo.
Un’ulteriore caratteristica positiva
è la selezione dell’acido citrico:
questo importante componente
deriva da melassa fermentata
di avena. Anche in questo caso
l’attenzione alla selezione della
materia prima è molto importante,
perché grazie a questi due
ingredienti Magnesio Premium
ha un sicurezza totale in caso di
intolleranze alimentari. Con prodotti
di altre marche questa sicurezza
manca: la normativa in materia,
infatti, è ancora vaga e permette
di non dichiarare la provenienza
della materia prima utilizzata. E’
molto diffuso l’utilizzo di acido
citrico derivante dal colostro, che
può facilmente creare disturbi alle
persone intolleranti al latte.
Tutta la gamma Planerbe è
curata con questa attenzione
ai particolari. Ecco alcuni dei
preparati più venduti: C.Age300,
AloVe Supreme, che si posiziona
tra i migliori prodotti attualmente
sul mercato e AloVe Drena, che
conserva tutte la caratteristiche
importantissime di AloVe
Supreme, potenziata con nove
piante certificate Koscer, che ne
esaltano le caratteristiche drenanti
e depurative. Planerbe non è una
semplice Erboristeria, ma un luogo
di incontro, di approfondimento,
di scambio di conoscenze: la
qualità della vita delle persone è
importante e per questo motivo è
fondamentale la comunicazione,
semplice e trasparente, rivolta
all’acquirente. Sono numerosi gli
opuscoli che fanno da cornice ai
prodotti, uno strumento in più per
aiutare il consumatore a gestire al
meglio la propria salute
Sempre con questo approccio,
rivolto alla qualità della vita delle
persone, Planerbe si fa promotrice
di varie iniziative sportive e
culturali. E’ infatti sponsor di
FIDAL Milano, una società
dell’atletica sportiva che lavora per
tutte le fasce d’età, dai bambini agli
anziani, con anche una sezione per
l’attività agonistica.
Nello spazio di Corso di Porta
Romana 123, a Milano, in un
ambiente del tutto inusuale, come
l’Erboristeria, ogni sabato vengono
organizzati concerti con musicisti
nazionali e internazionali:
l’Erboristeria si trasforma così in un
luogo di incontro tra le persone, che
condividono un modo nuovo e sano
di concepire la vita e la salute.
Lorenzo Busnari
Foto Angela Bartolo
Le riflessioni di un filosofo
Foto DI fiammetta bruni - www.flickr.com/photos/brunifia/
enologia
profonda:
IL Vino
naturale
quando il vino
non è essenzialmente merce.
Ecoideare ospita le riflessioni di Luigi De Caro,
filosofo del vino, su Vinitaly e sul vino naturale.
Luigi De Caro
Si laurea in discipline filosofiche (Facoltà di Giurisprudenza, Pavia), per qualche anno svolge attività universitaria di
assistenza alla docenza. Ha avviato un’indagine filosofica
ad ampio raggio della sfera della sensorialità, focalizzando
il proprio interesse, in particolare, su quattro aspetti:
› filosofia fenomenologica del vino, rispettosa della
molteplicità di aspetti valoriali che costituiscono l’oggetto
culturale vino;
› fenomenologia della degustazione, intesa come indagine
delle tipologie dell’assaggio e del giudizio di gusto;
› estetica intersensoriale, con la sperimentazione di originali modalità di fruizione parallela di vino e musica, nell’ambito del Laboratorio di Estetica Sperimentale Enozioni
(ideato e diretto insieme al fratello Eugenio);
› educazione alla sensorialità, nella prospettiva di una
antropologia della corporeità, implicante il corretto uso di
tutte le funzioni sensoriali umane, e l’attuazione di tutte le
potenzialità dei sensi.
ecoIDEARE - agosto 2012
ALIMENTAZIONE
1
Il vino naturale a Vinitaly:
un paradosso.
Non può non suscitare sorpresa il fatto che Vinitaly, la più
importante fiera commerciale del vino in Italia, dedichi un
apposito salone ai vini naturali prodotti da agricoltura biologica
e biodinamica: Vivit – Vigne Vignaioli Terroir.
Può sembrare un paradosso parlare di vino naturale a Vinitaly,
tempio del vino inteso come merce. Cercherò di esaminare
questa sospetta paradossalità.
Pensati nella loro purezza, come idee, vino e merce non sembrano destinati a un matrimonio perfetto. Un vino, per essere
veramente tale, deve essere sensibile all’influsso del terroir,
del clima e dell’annata (millesimo). Una merce, invece, tende
a porsi come stabile occasione di profitto per il venditore, e di
soddisfazione per il compratore. Immaginiamo un caso cruciale, nel quale l’unione matrimoniale tra vino e merce sembra
destinata a incrinarsi. Supponiamo che l’andamento climatico
stagionale comprometta qualità e quantità attese. Di fronte a
questo caso, ogni produttore è costretto a individuare (magari
inconsapevolmente) la propria filosofia produttiva, cioè se intende il proprio prodotto prima come Vino, oppure prima come
Merce. Più in generale, possiamo dire che si fronteggiano come
tipi ideali due filosofie produttive opposte (alle quali ogni produttore sarà orientato in modo più o meno latente): la filosofia
produttiva orientata al Vino, e la filosofia produttiva orientata
alla Merce. Ogni produttore, in concreto, tenderà, più all’una
che all’altra di queste due polarità.
Si può asserire che la produzione orientata al mercato e al
profitto è un’azione essenzialmente diversa dalla produzione
che ha come stella polare l’idea di Vino con le sue qualità. Chi
agisce avendo come scopo essenziale il profitto, e cioè agisce
essenzialmente in funzione del mercato, compie un’azione
differente dall’azione, apparentemente identica, di chi ha come
scopo l’esercizio di un’attività produttiva determinata, che
trova il proprio fine nell’eccellenza del prodotto.
Un altro esempio è dato dall’agire di un atleta, o di un artista,
che può essere orientato da uno scopo esterno all’agire (come il
successo, la fama, la ricchezza), oppure trovare il proprio scopo
in se stesso, cioè nel raggiungimento dell’eccellenza dell’agire.
In una fiera vinicola possono essere presenti sia aziende tipicamente orientate al profitto, sia aziende ricadenti preferibilmente nell’altro tipo, che ha come scopo essenziale l’eccellenza
dell’agire produttivo puramente, in se stesso.
Il vino è un prodotto naturale nel quale l’intervento esterno,
tecnico, dell’uomo può oscillare da un minimo ad un massimo
di intensità.
L’orientamento al profitto, cioè l’agire essenzialmente economico, adotterà tendenzialmente un alto livello di intervento
tecnico, perché ciò consente di “fabbricare” prodotti il più
possibile confacenti alle richieste del mercato, o comunque più
adatti come merce, o in maggior quantità.
Invece, i prodotti naturali, a basso contenuto di intervento tecnico, si offrono al mercato più deboli in razionalità economica,
ma forti di ragioni etico-filosofiche. Il produttore di vino naturale, infatti, rinuncia a priori, per ragioni etico-filosofiche, per
orientamento culturale, ad ogni intervento tecnico nei processi
di produzione che la sua sensibilità avverta come una rottura
con le possibilità naturali, come un’imposizione dall’esterno di
un modello alieno.
Il paradosso di cui si diceva all’inizio si mostra pienamente quando il mercato richiede vini naturali. Infatti,
in questo caso l’orientamento essenzialmente economico (economicistico) diviene necessariamente incoerente
con se stesso, in quanto l’attore economico si trova,
nello stesso tempo, a dover assecondare la propria
essenza, adeguandosi alla richiesta del mercato, e ad
andare contro la propria essenza, dovendo rinunciare a
quegli interventi tecnici (sia in vigna, sia in cantina) che
sarebbero opportuni per incrementare o salvaguardare il
raggiungimento di obiettivi economici.
Un vino naturale richiede in linea di principio un’azienda che non faccia del profitto, e del suo continuo
incremento, l’obiettivo essenziale; crescita economica e
grandi numeri poco si adattano al vino naturale.
Quando in una società, come la nostra, l’economia è
assorbita dall’economia di mercato, il profitto tende a
diventare il fine dell’agire sociale, e il prodotto tende a
diventare essenzialmente merce, puro funtore di profitto.
Perciò il vino naturale non potrà mai diventare dominante in un’economia di mercato, è un vino in controtendenza, antagonista, di nicchia. E rimarrà tale sin
quando non accadrà una (improbabile) nuova Grande
Trasformazione, e l’economia di mercato perderà l’attuale centralità, che la vede assorbire quasi l’intera sfera
dell’economico, e assurgere a forma egemone di agire
sociale.
Indipendentemente dalla paradossalità, la presenza di un
salone dedicato al vino naturale a Vinitaly suscita due
possibili interpretazioni:
i) si rimane all’interno della normale logica economica,
il segmento è in crescita e rappresenta un’attrattiva per
gli operatori economici;
ii) si tratta di un sintomo di conversione etico-filosofica
dei grandi interessi economici che guidano il comparto
enologico.
Lascio al lettore la sentenza!
Quanto detto sull’essenza del vino naturale permette
di intendere il concetto in modo largo, elastico, fino a
ricomprendere i numerosi casi di vignaioli, che pur non
professando radicali scelte etico-filosofiche, ma guidati
da una particolare sensibilità, trattano il vino come una
creatura, che risponde alle cure ricevute, e ricambia con
misteriosa energia. Sarebbe forse opportuno parlare di
“vino vivente” come caso ideale di vino naturale!
Se da un lato, dunque, possono essere naturali anche
vini che non si professano tali (o non certificati), dall’altro lato avverto il pericolo dell’istituzionalizzazione del
vino naturale, nel senso che il riconoscimento di un titolo di biologico o biodinamico, proiettando sulla certificazione, sull’etichetta, sui processi, la naturalità, rischia
di lasciare dietro di sé una vuota conformità, perdendo
di vista l’essenziale: la vivente naturalità, la “vitalità”
del vino. Questo pericolo riguarda in particolare quei
produttori orientati al mercato, che scelgono il biologico
o il biodinamico solamente per occupare un segmento di
mercato considerato interessante.
Il vero vino naturale richiede che chi lo fa e chi lo beve
siano in grado di percepire la natura come creatura, e
ecoIDEARE - agosto 2012
di entrare in sintonia con essa. Forse questa è la essenza stessa del vino: come diceva un sommo filosofo
come Georg Hegel, che della bevanda dionisiaca era un
appassionato intenditore, il vino testimonia al massimo
grado la presenza dello spirito nella natura.
2
Il mondo di Vinitaly e l’emozione della
scoperta casuale.
Vinitaly è così vasto, che contiene quasi il mondo,
bisogna organizzarsi per trovare un equilibrio tra dispersione troppo frammentaria, e concentrazione troppo
selettiva su regioni, luoghi, aziende.
E in effetti a Vinitaly c’è di tutto: per rimanere in tema,
si possono trovare ottimi vini naturali fuori dal Vivit, il
salone dedicato ad essi, e vini poco naturali all’interno
del Vivit. Una parte importante la gioca il caso, bisogna lasciarsi guidare almeno un po’ dal caso, altrimenti
si rimane all’interno della propria programmazione e
delle proprie pre-cognizioni, e ci si condanna a perdere qualche straordinaria sorpresa. E proprio su due di
queste piacevoli sorprese, vorrei brevemente riferire
(senza riportare i nomi dei produttori, non intendo qui
fare marketing).
La prima scoperta è per metà casuale: stavo perlustrando una denominazione per approfondirne la conoscenza,
e come spesso accade, si testano aziende sconosciute,
mai sentite nominare nemmeno nelle guide del settore
(il tema delle guide meriterebbe un approfondimento).
Siamo fuori dal Vivit, in un padiglione regionale, nessuna pre-cognizione sul produttore, salvo la conoscenza
soltanto generica della denominazione. Annuso un
vino bianco, nessun difetto, ma neanche pregi particoRiserva a riposo
lari, semplice, ma abbastanza fine; procedo, in bocca
piacevole sorpresa, una bella integrità, buona coerenza
naso-bocca, pulito, ma non terso, cioè abbastanza pieno,
acidità normale, forse leggermente piatta, nei secondi
successivi mi colpisce una discreta persistenza e la assenza di quel fastidioso pizzicore dovuto alla solforosa;
con leggera eccitazione mi rivolgo al titolare: “Quanto
fa di solforosa?”, lui interpreta male e mi guarda un po’
di traverso, al che mi viene da precisare: “mi pare un
livello piuttosto basso”; allora questo signore un po’
burbero si apre in un sorriso franco, la conversazione
prende avvio, ci invita all’interno dello stand e finiamo
per fermarci più di un’ora, assaggiando tutti i vini, molti
interessanti, alcuni sorprendenti: un rosso fresco, di
pronta beva, profumato, con una scioltezza sbarazzina;
uno spumante millesimato dai profumi molto originali, pulito, che rivela una buona complessità, ma senza
pretese aristocratiche; e infine un passito elegante,
anche qui dai profumi originali, di buona lunghezza,
ma soprattutto straordinario per la perfetta integrazione
dell’alcol (15°), che non appesantisce il vino, sempre
fresco, bevibile, fatto insolito per un passito. Si crea
intesa, in un clima emotivo di cordialità, quasi di gioia.
Questi vini nel loro insieme rivelano uno stile: non
esibiscono potenza, aggressività, ma grazia, innocenza; sorprendono perché sembra che rinuncino a voler
stupire, non sottolineano con enfasi i tratti di origina-
> Cantina
Foto www.emiliaBYfood.it
lità, ma li introducono quasi di soppiatto, con garbo e
discrezione.
La seconda scoperta, stavolta all’interno del Vivit, è totalmente casuale: l’amico e collega che mi accompagna,
dopo qualche assaggio, si ferma ad uno dei banchetti,
e chiede di poter prendere un grissino (nel salone lo spazio di ciascun produttore è veramente poco, la confusione è massima, non tutti offrono qualcosa da mettere
sotto i denti), pronto il titolare risponde: “va bene, ma
vi fermate ad assaggiare i vini”, l’intenzione non era
ostile o spigolosa, solo spiritosa, quasi direi generosa.
L’azienda è biologica. E così partiamo con l’assaggio,
tutti vini rossi: il primo vino non è niente di speciale. Il
secondo vino è quello di gamma intermedia, e qui scatta
la sorpresa: profondità, eleganza, finezza, grande equilibrio, tannini morbidi e dolci, quasi da legno, eppure
vinificato in acciaio, bella nota balsamica. Il vino top di
gamma è altrettanto qualitativo, ma è immaturo, soprattutto il legno è ancora poco integrato, le emozioni sono
minori. Il quarto vino assaggiato è un fuori catalogo, ha
appena terminato il periodo di affinamento in botte, sarà
imbottigliato solo nel 2013. Anche questo è eccezionale
per eleganza, lunghezza, profondità. Addirittura ho una
leggera percezione di un carattere che non rientra tra i
marcatori di qualità ufficialmente ascrivibili a un vino,
ma che l’esperienza mi ha insegnato ad associare a ottimi vini: la vibrazione, le molecole sopra il vino vibrano,
e tu avverti che c’è una creatura che ti sta parlando “e
mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e
viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo
mare”.
10
ecoIDEARE - agosto 2012
Questi vini, rispetto a quelli descritti in precedenza,
esibiscono uno stile tradizionale, sono molto varietali, e
spiccano per la forte ricerca di profondità, di nobiltà, di
eccellenza. Rivelano amore e dedizione, grande rispetto
per tutte le componenti del processo produttivo, capacità di interpretare un territorio e un’uva, aspirano alla
perfezione.
3
Enologia profonda.
Se i ragionamenti precedenti sul predominio
dell’economia di mercato erano guidati dal pessimismo
della ragione, sento doveroso contrapporvi, in conclusione, un qualche ottimismo della volontà.
Vincerà il vino biodinamico o il vino superficiale,
inteso come mera bevanda piacevole, destinata agli
scaffali? Che spazio ha il vino, dono di un dio, Dioniso,
come bevanda sacra? Può coagularsi intorno al vino un
movimento di rinascita etica, o persino spirituale? O la
tecnica sarà l’ultima istanza in fatto di vino? Se il vino è
natura che si esprime, come potremmo noi intendere tali
espressioni se non fosse spirito che si rivolge a spirito?
Il vino richiede, per essere inteso anche nella sua componente spirituale, una scienza integrale del vino, una
“enologia profonda”. Suggerisco questo termine con un
calco sull’espressione “ecologia profonda”. L’ecologia
profonda è quel movimento di pensiero di ecologia
radicale fondato dal filosofo norvegese Arne Naess nel
1972, che riconosce la sacralità della Terra e della Vita e
combatte il dualismo antropocentrico uomo-natura.
L’enologia profonda è un progetto culturale fondato
sulla considerazione del vino non come una merce, ma
come un oggetto straordinario, dal potere quasi magico,
in grado di attingere la dimensione simbolica e la vita
emozionale profonda dell’uomo e del cosmo.
L’enologia profonda tenta di coniugare la dimensione
sensoriale del vino e la sua dimensione emozionale-simbolica, ovvero, con una immagine semiotica, di legare
insieme il significante e il significato. Obiettivo del vero
amatore del vino, infatti, non è solamente riuscire a dare
un giudizio più o meno oggettivo sulle caratteristiche
e sulla qualità del prodotto, ma riuscire a mettersi in
ascolto e in sintonia con l’“anima” del vino.
Uno dei padri fondatori, ante litteram, dell’enologia
profonda è stato il grande Luigi Veronelli, del quale mi
limito qui a riportare le seguenti inequivocabili parole:
“Il vino è il canto della terra verso il cielo. Il rapporto
con il vino è un rapporto fra due soggetti. Il suo fascino
è che ha una sua capacità autonoma, che non è condizionata da me, io mi metto nei suoi confronti in un
rapporto dialettico, come con un ente vivente. Il vino a
me dà piacere non per quello che io sento, ma per quello
che mi sembra esprimere”.
SANA 2012: CCPB
PRESENTE PIU’ CHE MAI
CCPB è presente a SANA a Bologna dall’8 all’11 settembre 2012 nell’ambito degli spazi espositivi organizzati da CONSORZIO il BIOLOGICO, una delle più
importanti realtà aggregative e rappresentative delle
imprese dedite al biologico. CCPB sarà presente con uno
spazio specifico nell’area dell’agroalimentare ed una
seconda area dedicata alla cosmesi naturale e biologica.
SANA vede inoltre il CCPB impegnato con un nutrito programma convegnistico che si apre il sabato 8
settembre in Sala Allegretto (Centro Servizi Blocco C)
alle ore 15.00 con un convegno dal titolo Certificare
gas serra, consumi idrici ed Impatti Ambientali nelle
filiere agroalimentari, un’occasione per presentare un
servizio di valutazione e certificazione innovativo avente
per oggetto la sostenibilità dei processi produttivi e dei
prodotti. Un tema che va al di là del biologico ed interesserà il sistema produttivo agroalimentare per definire la
sostenibilità dei prodotti con conseguenze sia in materia
di marketing e valorizzazione dei prodotti che di gestione
ambientale degli stessi. Il programma prosegue con un
secondo convegno, dal titolo Il Biologico fra produttività
e sostenibilità, che avrà luogo lunedì 10 settembre alle
ore 9.30 in sala Notturno al Centro Servizi Blocco D,
un’occasione in cui faremo il punto sulle sfide prossime
future cui il biologico è chiamato a rispondere sia in materia di sostenibilità ambientale che sul versante economico, una tematica connessa alla necessità di migliorare
le condizioni tecnico economiche del processo produttivo
al fine di contribuire a creare un vero sviluppo socio
economico.
L’ultimo appuntamento convegnistico organizzato da
CCPB avrà luogo il lunedì 11 settembre, alle ore 14.30,
in Sala Bolero Centro Servizi Blocco B, il cui titolo è
Il Cosmetico Naturale e Biologico: comunicarlo senza inganni. Un appuntamento in cui fare il punto su di
un settore ancora in forte crescita, quale quello della
cosmesi naturale e biologica, ma senza regole chiare
ed univoche; un tema che abbiamo affrontato ormai da
alcuni anni e che, ora, senza un chiaro standard accettato
univocamente in ambito internazionale rischia di veder
ridurre le proprie potenzialità di crescita. In aggiunta,
analizzeremo gli “inganni” che l’assenza di regole universalmente accettate possiamo riscontrare nel mercato e
nella pubblicità obbedendo, in questo caso, ai canoni del
“greenwashing”.
Tematiche che da quasi 25 anni vedono CCPB al centro
dello sviluppo equilibrato di un settore che ha fatto della
garanzia e della credibilità le sue carte migliori. CCPB,
infatti, è diventato un punto di riferimento per la garanzia
delle produzioni biologiche e non solo. Come organismo
di certificazione, opera su tutti gli standard europei ed
internazionali in materia di produzioni biologiche.
Dal 2004 CCPB ha sviluppato anche un’area che si occupa di certificazione della cosmesi biologica e naturale.
In questo settore CCPB ha attivato uno specifico schema
per i cosmetici biologici, per quelli naturali ed è stato riconosciuto in questo ambito secondo lo standard europeo
“Natrue” e dall’equivalente standard americano “NSF”.
Rimanendo in ambito “no-food”, CCPB è riconosciuto ed
accreditato ad operare nella certificazione del tessile biologico secondo gli standard internazionali GOTS (Global
Organic Textile Standard) e OE (Organic Eschange).
Ora CCPB ha messo a punto due standard di certificazione con i quali è in grado di certificare l’Impatto
Ambientale dei Sistemi di Produzione dell’Agroalimentare e delle Agroenergie fondando le proprie valutazioni
sull’analisi LCA e raggiungendo la quantificazione di indicatori ambientali per unità funzionale di prodotto (Kg,
Lt o Kw) quali la CO2 equivalente, l’uso dell’energia da
fonti rinnovabili, i consumi idrici, l’acidificazione, l’uso
del suolo, il potenziale eutrofizzante ed altri in grado di
definire gli impatti dei processi produttivi alla luce degli
obiettivi posti dal Protocollo di Kyoto e dall’obiettivo
20:20:20 dell’Unione Europea.
Fabrizio Piva
Amministratore Delegato CCPB srl
CCPB srl – Via J. Barozzi, 8 – 40126 – BOLOGNA
Tel. 051 6089811 Fax. 051 254842
E mail: [email protected] - www.ccpb.it
11
Dagli alimenti
“perduti”
alla qualità
di massa
di Pierluigi Mutti
Non c’è un Indiana Jones che vada alla ricerca degli alimenti perduti, un po’ perché forse
non potrebbe essere un soggetto su cui fantasticare eccessivamente e in technicolor, ma
soprattutto perché – a differenza di arche e pietre magiche sepolte sotto cortine di misteriosi silenzi – c’è chi da anni lavora per salvare gli alimenti perduti dall’estinzione.
Che poi perduti non sono, più precisamente per la maggior parte sono a rischio di estinzione. Si tratta di una moltitudine di alimenti che coprono tutto il ventaglio alimentare, dai
formaggi ai cereali, dalla frutta e verdura agli insaccati, senza dimenticare alcune razze
animali, di terra e di acqua.
Foto DI marco cortella
Foto DI stefania ricci - www.flickr.com/photos/8147491@N02
> Pere volpina emiliana e pere mora
12
ecoIDEARE - agosto 2012
> Brovada friulana
ALIMENTAZIONE
P
> Slow Food - Salone del Gusto 2010
rodotti che nel tempo sono stati marginalizzati,
rischiano di non avere più un mercato che ne ripaghi la produzione e quindi di sparire. Con la loro
scomparsa si perderebbe una parte consistente della tipicità della immensa offerta alimentare regionale italiana,
fatta di prodotti particolari che per una buona parte non
varcano i confini locali.
Qualcuno, magari accanito sostenitore del mercato e dell’industrializzazione a tutto campo, potrebbe considerare
queste riflessioni una sorta di romantica nostalgia per i bei
tempi dell’Italia contadina che non tornano più, e sembra
di sentire il commento finale....e meno male! Il punto non
è rimpiangere un mondo che per forza di cose è cambiato
e non può in alcun modo essere riproposto, il tema di importanza decisiva è che siamo arrivati a un punto di svolta
e dobbiamo decidere cosa fare della nostra produzione
alimentare.
Perché gli alimenti a rischio di scomparire in realtà sono
solo il paradigma dell’interno sistema agricolo italiano.
Ma procediamo con ordine.
Dicevamo prima che c’è chi si dedica da molto tempo a
un paziente lavoro per impedire che alcuni prodotti tipici
scompaiano dai campi e dai laboratori e quindi anche
dalle nostre tavole. È il caso di Slow food che da anni
ha costruito la rete dei Presidi che sul territorio – 210 in
Italia e quasi 400 nel mondo – si occupano nello specifico
di promuovere la produzione di singoli alimenti, divulgandone le caratteristiche e supportando i produttori nella
loro attività. Ed è il caso anche della Confederazione
Italiana dell’Agricoltura, Cia, che promuove l’iniziativa “La spesa in campagna” ( www.laspesaincampagna.
net). Nella ricerca che la Cia ha recentemente presentato
si legge che oltre mille prodotti tipici locali sono stati
salvati dalla crescita del fenomeno che vede il consumatore recarsi ad acquistare i prodotti direttamente dal
produttore. “Un’abitudine antichissima, praticata già dai
Romani- sostiene Pietro Palumbo, responsabile del Dipartimento ambiente e qualità della Cia – che ha vissuto un
vero e proprio boom negli anni Sessanta per poi declinare,
complice oggi i costi elevati per gli spostamenti in auto.
Oggi si sta riscoprendo questa pratica che, alla garanzia
di acquistare un prodotto particolare senza l’aggiunta dei
costi di intermediazione commerciale, unisce il rapporto
personale tra produttore e consumatore che permette di
conoscere le caratteristiche dell’intero processo produttivo e di avvicinarsi all’acquisto con maggiore consapevolezza”. Il sito costruito dalla Cia permette di entrare
in contatto con oltre tremila aziende sparse sul territorio
nazionale e cercare così le specialità più consone al
proprio gusto.“Con questo meccanismo abbiamo salvato
circa mille prodotti che rischiavano di scomparire – continua Palumbo – ma consideriamo questa cifra meno di un
terzo di quanto sarebbe utile e necessario fare. In Italia,
purtroppo, non è ancora stato possibile realizzare quanto
fatto in Francia, dove da vent’anni esiste un repertorio
alimentare con schede complete esplicative per ogni pro13
Foto DI marco cortella
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dotto, anche quelli scomparsi”. Il lavoro di “inventario”
che la Cia ha realizzato permette di vagare tra le regioni
italiane assaporando idealmente le mille suggestioni
che sono proposte: ricotta “serass” affumicata valdostana, focaccia di barbarià di grano e segale piemontese,
mortadella di fegato di maiale lombarda, parapampolo
liquore di caffè, grappa e zucchero della Valsugana
in Trentino, brovada friulana, rapa aromatizzata alla
vinaccia, soppressa con l’ossocollo veneta, pera volpina
emiliana, brussu, formaggio cremoso piccante dei
pastori liguri, pollo del Valdarno toscano, sedano nero
umbro di Trevi, farina di mais rosso di Roccacontrada
nelle Marche, fico romanella del Lazio, cacio marcetto
del Teramano, mela limoncella molisana, finocchio marino sott’aceto del Salento, cicerchia del Cilento, farina
di carosella della Basilicata, mora di gelso siciliana,
patata viola di Santu Lussurgiu in Sardegna.
Alcuni di questi prodotti coincidono con i presidi che
Slow food ha creato e che tutelano specifiche produzioni, ma ve ne sono molti altri. Ecco qualche esempio:
mais biancoperla veneto, colatura di alici di Cetara in
Campania, caciocavallo podolici del Gargano e della
Basilicata, formaggio maiorchino siciliano, raviggiolo dell’Appennino tosco-romagnolo, ciliegia Bella di
Garbagna, lenticchie calabresi di Mormanno, asparago
violetto di Albenga, mortandela della Val di Non, violino di capra della Valchiavenna, salsicciotto frentano
abruzzese.
Per soddisfare curiosità e palato ci si può concedere una
carrellata completa sul sito www.slowfood.it. “I presidi
devono avere caratteristiche di eccellenza – sostiene
Piero Sardo, presidente della Fondazione per la Biodiversità, emanazione di Slowfood Italia e internazionale
– devono essere di livello superiore alla media, altrimenti non si giustificherebbe la necessità di ricerca e
difesa, sostenibili e con un giusto prezzo, oltre a essere
portatori di quelli che possiamo definire significati
locali: radici culturali, tradizioni ecc. Il problema però
è di più ampio respiro, dobbiamo partire dalle eccellenze, dai prodotti di nicchia per ampliare il discorso a
un’agricoltura a 360 gradi garantita, senza pesticidi e
fitofarmaci ma che soddisfi le esigenze di tutti i giorni”.
Ed è proprio qui il punto, la scommessa: coniugare i
principi che sono evidenti dietro ai prodotti di nicchia
su una produzione che sappia soddisfare un consumo
di massa. Passare dal residuale alla generalità. “Il vero
nodo è il ritorno economico – afferma Piero Sardo
– oggi viviamo il paradosso che l’agricoltura non
produce cibi ma materie prime e non alimenti: prodotti
che possono andare in tavola ma anche in discarica
(biomasse) o nelle automobili (ecodiesel). Si cerca la
qualità al prezzo più basso e per chi vuole fare dell’agricoltura di qualità è davvero difficile sopravvivere.
Ma le cose stanno cambiando, e il cambiamento sta
avvenendo tra i consumatori, sempre più attenti e desiderosi di maggiore qualità e tipicità. La carta vincente
può essere l’etichetta che deve diventare “narrante” e
raccontare tutto del prodotto: materie, processo produttivo, storia, chi è il produttore ecc. Il consumatore, se
ecoIDEARE - agosto 2012
bene informato, può decidere di acquistare un prodotto
che costa di più perché viene messo in grado di capirne
il motivo e quindi la differenza, altrimenti vince sempre
il prezzo più basso. In questo modo si aiuta l’educazione, la scelta e si premia l’agricoltura che così ritrova un
rendimento della sua attività”.
C’è un passaggio obbligato ed è la necessità di ampliare
sensibilmente i numeri e quindi le dimensioni commerciali della produzione alimentare di qualità. Solo così
si può invertire la rotta e, quindi, non soltanto salvare
le piccole produzioni locali dimenticate, ma spostare
il grande pubblico su questo tipo di proposta. “Per
sfondare il muro – afferma Sardo – dobbiamo raggiungere il consumatore intelligente, colto che è disposto a
pagare qualcosa di più in presenza di una spiegazione
chiara del motivo di questa qualità superiore. Qualsiasi alimento artigianale ha un costo superiore a quello
industriale e oggi credo che ci sia un largo pubblico
disponibile a comprendere la differenza se tutto è giocato sulla trasparenza. Parliamo pure di rivoluzione, del
gusto e del consumo, perché di questo si tratta e i tempi
sono maturi per questo cambiamento che può mettere
in moto energie imprevedibili”.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche il rappresentante
della Cia. “Più che di qualità – sostiene Pietro Palumbo – è giusto parlare dei saperi che stanno dietro alle
produzioni artigianali. Si può aggiungere tecnologicamente, e in modo normativamente corretto, il gusto di
affumicato a un formaggio, ma non avrà niente a che
vedere con l’affumicatura effettiva e artigianale realizzata dal produttore locale. Se il sapere contadino fa la
differenza questa differenza va pagata e la spinta a questa ricerca deve diventare la maggioranza del consumo.
Questa è la sfida che ci aspetta e che può essere vinta,
perché la crescita che noi registriamo del fenomeno di
acquisto diretto dal produttore ce lo conferma”.
Niente lamenti sul bel tempo andato, dunque, al contrario tanta chiarezza e voglia di battersi per fare diventare
maggioranza quella propensione al consumo tipico
e tradizionale oggi ancora confinata a piccoli, troppo
piccoli numeri.
> Foto sfondo: Slow Food - Salone del Gusto 2010
Torino capitale del cibo
Tornano il Salone del Gusto e Terra Madre, i due
appuntamenti biennali proposti da Slow food che
portano a Torino i grandi temi della produzione,
distribuzione e difesa del cibo nel mondo. I cibi
che cambiano il mondo è il titolo prescelto per
l’edizione 2012 che si svolgerà dal 25 al 29 ottobre
al Lingotto: le storie di chef, artigiani e comunità
del cibo di 150 paesi per raccontare come si possa
rivoluzionare il paradigma che regola questo mondo
in crisi a partire dagli alimenti, dimostrando che si
può fare qualcosa di utile per la salute, l’ambiente
e il sistema produttivo senza rinunciare al piacere
del cibo e alla convivialità. Uno dei temi al centro
dell’attenzione sarà il ruolo dell’etichetta nello
sforzo di informazione ed educazione. Etichetta,
raccontami una storia è lo slogan scelto dalla
Fondazione per la Biodiversità di Slow food per una
campagna che porti a dotare ogni alimento di una
sorta di carta di identità capace di comunicare le
sue caratteristiche vere per una piena trasparenza.
Foto DI p.e.r. - il parco dell’energia rinnovabile,
loc. frattuccia (amelia, umbria)
> Fava Cottora dell’Amerino
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LEED for
Historical
Buildings
®
anche il restauro diventa green
di Alessandra Sgarbossa - www.greenews.info
Ville venete, antichi palazzi nelle città, borghi medioevali sugli
Appennini, trulli nel Tavoliere delle Puglie.
Un patrimonio architettonico, storico e artistico che il mondo
ci invidia e che potrà, presto, essere conservato con maggiore
sostenibilità ambientale. È stato infatti recentemente presentato
a Venezia, alla presenza dei rappresentanti di organizzazioni
internazionali come l’Unesco e il World Green Building Council, il
progetto di stesura del protocollo “LEED® for Historical building”,
primo esempio di sistema di certificazione per la ristrutturazione e il
monitoraggio di edifici storici a livello mondiale.
L
’anteprima di quello che si potrebbe già
chiamare “restauro green” è stata organizzata dal Green Building Council
Italia (GBC Italia), associazione no profit nata
da una costola dell’omonima organizzazione
americana con l’obiettivo di favorire e accelerare la diffusione dell’edilizia sostenibile nel
nostro Paese. Il Bel Paese, con le sue eccellenze storico-architettoniche universalmente
conosciute e l’ampio bagaglio di esperienza nel
restauro, farà quindi da incubatore e promotore del sistema di certificazione indipendente
Leed® (Leadership in Energy and Environmental Design) per la prima volta applicabile
alla conservazione, restauro e rifunzionalizzazione di edifici storici e con particolare valenza
storica e architettonica. Una novità perché il
sistema Leed, che stabilisce precisi criteri di
progettazione e realizzazione di edifici salubri,
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ecoIDEARE - agosto 2012
energeticamente efficienti e a impatto ambientale contenuto, finora è stato introdotto solo nel
sistema residenziale.
Al lavoro ci sono già un Comitato standard
e uno tecnico scientifico per un totale di 300
volontari che operano per elaborare le linee
guida del protocollo – che verranno presentate a
inizio del prossimo inverno a San Francisco – e
per garantire trasparenza nei processi di analisi
e stesura. Dei due gruppi di lavoro fanno parte
esperti, tra cui il Dipartimento di Architettura
di Ferrara, soggetti istituzionali, progettisti,
imprese e proprietari immobiliari. Le linee di
indirizzo di partenza fanno dialogare insieme
due differenti culture, quella della conservazione
e valorizzazione del patrimonio edilizio storicoarchitettonico tipicamente italiana, e quella della
sostenibilità edilizia tipica del mondo anglosassone. Non avendo un riferimento in alcuno dei
ECOABITARE
sistemi di rating sviluppati attualmente, GBC Italia sta analizzando
“casi studio” sperimentali, interventi in progetto o in fase di cantiere su cui verificare la corrispondenza con il protocollo in via di
elaborazione. Progettisti o enti che si apprestano a restaurare edifici
storici possono dunque aderire a questa fase, collaborando attraverso i propri progetti e facendoli analizzare.
«Edifici e città storiche italiane sono già in un certo senso “Leed”
– commenta Mario Zoccatelli, presidente GBC Italia – basti pensare
al sistema di canalette per la raccolta di acqua piovana sotto l’Arena di Verona, costruita 2000 anni fa, o le cisterne per l’acqua dolce
sotto i palazzi veneziani. Il problema è che ci siamo dimenticati di
come si costruiva. Con l’avvio di questo progetto di identificazione
di un protocollo specifico per gli edifici storici faremo un’operazione che mette insieme il sistema di certificazione Leed, l’esperienza
italiana nel restauro e conservazione dei beni culturali, la cultura
Unesco, che predica il rispetto della tradizione storica e delle comunità locali. È una questione sia culturale, sia tecnica, sia di business
perché la crescita in questo settore può avere un grande sbocco».
Uno sbocco quasi obbligato, visto che la crescita del fabbisogno
energetico, la scarsità di risorse tradizionali, la necessità di ridurre le
emissioni di gas serra e il consumo di territorio impongono di ripensare al tema della riqualificazione del patrimonio edilizio esistente.
A spiegare il contesto in cui si inserisce il nuovo protocollo “for
Historic Buildings” in Italia è Paola Boarin, del Dipartimento di
Architettura di Ferrara e coordinatrice del Comitato Standard.
«Circa un terzo degli edifici esistenti nella nostra penisola – racconta - è costruito prima del 1945 e, a differenza di quanto edificato
dopo, che fu di scarsa qualità, garantivano un benessere bioclimatico per chi vi abitava». Il comfort era dato da sistemi di mediazione
bioclimatica, muri spessi, giardini interni nei cortili, controsoffitti
in legno decorati che avevano una funzione di isolamento termico,
sistemi di raccolta dell’acqua meteorica. I materiali erano reperiti in
loco e si integravano con l’ambiente circostante, basti pensare alle
case in pietra dei paesini collinari o al legno in quelle di montagna.
Tutti elementi assolutamente sostenibili già insiti in molti edifici
antichi da valorizzare, tenendo conto del contesto in cui il fabbricato
è inserito.
«Il protocollo – continua l’architetto – valuterà se i progetti di
restauro su edifici storici andranno nella direzione di mantenere
queste caratteristiche di sostenibilità, anche perché, in caso contrario, l’edificio stesso non risponderà più correttamente alle sollecitazioni ambientali. Il fine del restauro secondo questo criterio non è
arrivare a una casa passiva o in classe energetica A, ma a una sostenibilità storica, culturale, energetica nell’ambito di un intervento
di conservazione». Un criterio di restauro che non esclude tecniche
innovative o antisismiche. La sede del Dipartimento di Architettura
di Ferrara, un palazzo cinquecentesco restaurato nel 2009 e consolidato sismicamente, ad esempio, ha retto al terremoto che ha recentemente colpito l’Emilia Romagna. E ora i ricercatori sono impegnati,
insieme alla Soprintendenza di Ferrara, nel dibattito su come ricostruire gli edifici storici crollati, come il Duomo di Mirandola, uno
dei simboli della nostra storia decapitati dal sisma.
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Rio +20:
piccoli
risultati?
Quaranta anni dopo la Conferenza di Stoccolma
sull’Ambiente Umano e vent’anni dopo la conferenza
su ambiente e sviluppo del 1992, i paesi dell’ONU
si sono riuniti a giugno 2012 a Rio de Janeiro per
analizzare i risultati di ciò che si è fatto e per
delineare nuove strategie per realizzare un mondo più
sostenibile. La Conferenza si è sviluppata su due temi
principali: la “green economy” e il quadro istituzionale
per lo sviluppo sostenibile.
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ecoIDEARE - agosto 2012
Alline Storni, Serenella Sala
e Valentina Castellani
Gruppo di Ricerca
sullo Sviluppo Sostenibile
Università degli Studi
Milano Bicocca
STILI DI VITA
U
na delle aspettative era che l’incontro potesse
stabilire degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile in diverse aree (green economy, acqua
e servizi igienico-sanitari, cibo, energia, povertà,
limitazioni all’attività mineraria sui fondali marini,
riforme fiscali che favoriscano la protezione ambientale proteggendo i poveri, la creazione di un’agenzia
ONU sull’ambiente), ma questo obiettivo non è stato
raggiunto. Il vertice ha adottato una dichiarazione
finale chiamata “Il futuro che vogliamo”, che apre
la via per uno sviluppo sostenibile del pianeta, ma
senza impegni precisi. Il documento indica solo che
gli impegni dovrebbero essere adottati entro il 2015
e riafferma principi e impegni già presi in passato ma
senza definire né obiettivi, né strategie, né fondi. È
ancora presto per dire che i pessimisti hanno trionfato, e che la conferenza di Rio +20 si rivelata un
clamoroso fallimento, ma la sensazione è che poco è
stato fatto e nulla è stato raggiunto. Parte della frustrazione è dovuta alla speranza che gli organizzatori
hanno associato alla conferenza: “cambiare il mondo”,
“scrivere il futuro” e “il futuro che vogliamo” sono
espressioni che lasciano all’ascoltatore la sensazione
che un grande passo è in arrivo. Non è stato così. Rio
+20 entra nella storia, ripetendo così il problema del
suo predecessore, nel 1992: gravi problemi nei “mezzi
di implementazione”. L’implementazione richiede
ingenti risorse ma non solo, anche un impegno politico
preciso. Proteggere l’ambiente, sviluppare sistemi e
procedure per la sostenibilità è un investimento. Ma
cambiare il paradigma è costoso. Per questo motivo la
crisi economica e finanziaria attuale ha influito sulla
stesura finale del documento.
Ma nella debolezza dei leaders si fanno strada gli
impegni volontari. Sono stati sanciti oltre 700 impegni volontari alla Rio +20 (ad esempio, l’Università
Milano Bicocca è tra i soggetti che hanno sottoscritto
uno di questi impegni, sul tema “Higher Education
Sustainability Initiative”).
Oltre agli impegni volontari è da segnalare la partecipazione della società civile (ONG, ambientalisti,
associazioni per i diritti degli indigeni, comunità agricole, organizzazioni impegnate in attività educative e
sociali nelle città e nelle favelas, la potente associazione nazionale dei catadores - i raccoglitori di materiale
riciclabile). Nel corso della conferenza di Rio del ‘92
sono forse stati prodotti documenti più incisivi, ma la
società non è stata mobilitata tanto quanto in questo
Summit nel 2012. Secondo una ricerca del Ministero
dell’Ambiente del Brasile, prima della Conferenza
ben il 53% della popolazione non sapeva cose fosse lo
sviluppo sostenibile. Dunque, Rio +20 è stata un’opportunità per fare sentire e capire ai cittadini concetti
come sviluppo sostenibile, biodiversità, economia ver-
de, che di solito non fanno parte del loro quotidiano. E
questo può essere annoverato tra i risultati positivi di
Rio +20.
La Cupola dei Popoli, conosciuto anche come il Summit dei Popoli, ha riunito circa 100.000 persone in un
dibattito finalizzato a denunciare le cause della crisi
socioambientale e presentare proposte di soluzioni
pratiche oltre che a rafforzare i movimenti sociali del
Brasile e del mondo. È stato prodotto un documento
che contrasta il documento ufficiale della Rio +20 e dà
diversi suggerimenti per un vero “futuro che vogliamo”. Da segnalare anche le 500 “conferenze parallele”
(side events) che si sono svolte a Rio in occasione
del Summit e che hanno riunito diversi attori sociali,
scienziati e cittadini. Da evidenziare due conferenze
alle quale il GRISS dell’Università di Milano Bicocca ha partecipato presentando due studi: World
Symposium on Sustainable Development at Universities (WSSD-U) e la Conference of the International
Society for Ecological Economics (ISEE).
L’obiettivo del World Symposium on Sustainable
Development at Universities (WSSD-U) è stato quello
di mettere a disposizione delle università di tutto il
mondo l’opportunità di esporre e presentare le loro
esperienze (curriculum, ricerca, attività, progetti pratici) per quanto riguarda la formazione per lo sviluppo
sostenibile a livello universitario. A questo evento hanno partecipato oltre 120 ricercatori provenienti da 26
paesi, rappresentanti di tutte le regioni geografiche. Il
risultato di questa conferenza sarà una pubblicazione
dal titolo “Sustainable Development at Universities:
New Horizons”, dove il GRISS ha presentato la sua
storia di Gruppo di Ricerca che ha sempre dato risalto
alla relazione con diversi stakeholders per una ricerca
efficace sullo sviluppo sostenibile in ambito universitario. L’ISEE Conference, invece, che quest’anno
trattava dell’economia ecologica in relazione alla sfida
per una green economy, ha riunito circa 1050 contributi di 850 autori provenienti da 71 paesi e ha avuto
come obiettivi le sfide metodologiche per gli approcci
interdisciplinari verso una green economy. Il GRISS
ha partecipato presentando un lavoro nella sessione
“sustainable consumption” presentando una ricerca
sui modelli di consumo con un focus sull’acqua.
Rio +20 si è conclusa con un risultato timido e promesse rimandate. Tuttavia, una delle vittorie del Rio
+20 è stata prevenire “passi indietro”! Il prossimo
passo sarà evitare di arrivare nel 2015 con un altro
documento debole e senza impegni. E per questo è
necessario che la società civile, gli scienziati, i media
e gli imprenditori inizino ad interessarsi al tema e a
partecipare attivamente per la stesura di un documento
forte, con una definizione precisa degli obiettivi di
sviluppo sostenibile.
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VENTO,
ACQUA,
VELE E
PASSIONE.
di Edgar Meyer
Vela libre.
Idee e storie per veleggiare in libertà.
di Fabio Fiori
“Barca minima, rotta massima” è il principio che accomuna
idee e storie, di ieri e di oggi, a partire dalle straordinarie
avventure di velisti come Joseph Conrad, Joshua Slocum,
Bernard Moitessier e Alex Carozzo. Pagine di storia, ecologia
e pratica. Cosa serve per bordeggiare in giornata, per fare
campeggio nautico o una crociera costiera? Meglio una barca di
legno, di vetroresina o di ferro?
È preferibile uno scafo usato o l’autocostruzione? Le risposte in
questo bel libro, appena uscito per i tipi di Stampa Alternativa.
Dedicato a una passione, ecologica e libertaria. Un modo
insieme antico e rivoluzionario per navigare con pochi denari e
tanto entusiasmo, in armonia con la natura.
Stampa Alternativa – collana Ecoalfabeto/I libri di Gaia – 13
euro - pp. 128
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ecoIDEARE - agosto 2012
STILI DI VITA
I
l vento è gratuito, il mare libero, la vela ecologica
ed economica.
Dalla notte dei tempi l’uomo ha navigato, mosso
da molteplici spinte. Oggi continua a farlo anche per
passione. Un piacere autarchico, libertario e in armonia
con la natura. Perché per viaggiare a vela serve solo
una piccola barca e un grande entusiasmo, oltre a
un’unica ricchezza: il tempo.
“La vela è passione, un insieme di interesse,
predilezione, sentimento, amore e trasporto.
Ma è anche passione nel senso di ossessione,
preoccupazione, dolore e tormento”. Così definisce
la vela Fabio Fiori, autore di Vela libre (vedi box).
Provare per credere, issare per appassionarsi. Una
passione che non richiede né di essere dei superuomini,
né di essere milionari. Tanto che la vela permette il
confronto, anche sportivo, tra uomini e donne, anziani e
bambini. Ma permette anche entusiasmanti esperienze,
economicamente poco dispendiose se non addirittura
gratuite, volendosi imbarcare come marinai semplici.
Peraltro il modo migliore per godere appieno della
libertà del viaggio.
In mare l’abilità vale più della prestanza fisica, la
conoscenza è più utile della forza. Addirittura c’è chi
fa della vela una pratica terapeutica, chi ancora prende
il mare per affrontare una malattia o la vecchiaia,
chi sperimenta modi di vivere alternativi. Un’attività
sportiva e culturale che meglio di altre si presta per
stimolare interessi e curiosità, per creare relazioni e
superare difficoltà di diverso tipo. In mare i problemi
sono affrontabili attraverso una solidale partecipazione
dell’equipaggio. Tutti a bordo, dal comandante al
mozzo, devono fare la loro parte, perché la buona
riuscita della navigazione dipende da chi traccia la
rotta, da chi sta al timone, da chi regola le vele, da
chi prepara un caffè caldo. Anche su una piccolissima
barca, impegnata in una breve veleggiata lungocosta,
ognuno deve avere il suo ruolo ed essere consapevole
delle sue responsabilità.
Per portare a termine il viaggio ognuno è tenuto ad
impegnarsi al massimo, dimostrando volontà e comune
passione. Passione per la navigazione, la scoperta, il
lavoro, a terra e in mare; per le mille, sempre nuove,
emozioni che regalano i venti e le onde. Passione
capace di durare una vita, di rendere insonni, di
costruire o, non nascondiamolo, selezionare amicizie e
amori.
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bergamo
decresce
felicemente.
di Gaia Gusso
Meno e meglio. Less and better dicono gli anglosassoni. Formula magica che potrebbe aiutarci nella lotta al superfluo, al di più, al consumismo sfrenato e all’idea di crescita continua
che ci ha portato sull’orlo del baratro, sociale, finanziario, ambientale.
Perché diventi realmente uno stile di vita bisogna impegnarsi per farla conoscere.
Ecco quindi la nascita del Movimento per la Decrescita Felice, fondato a livello nazionale da
Maurizio Pallante e declinata a livello locale in molteplici sezioni provinciali.
> Mantova, “vista sullo smog” della Pianura Padana, dalla mongolfiera
> Il Circolo della Decrescita Felice di Bergamo
22
ecoIDEARE - agosto 2012
AMBIENTE E TERRITORI
E
coideare ha intervistato Valerio Cicchiello,
presidente del Circolo della Decrescita Felice di Bergamo.
Dottor Cicchiello, ci racconti come nasce il Circolo di Bergamo. Perché ha sentito la necessità di
aprire un Circolo anche a Bergamo? Quali sono
le ragioni culturali alla base del Movimento della
Decrescita Felice?
Il percorso costitutivo del Circolo è stato graduale:
a partire dall’autunno del 2009, quando abbiamo
cominciato a riflettere sull’idea di aprire un Circolo,
fino all’estate del 2010, quando ci siamo dati delle
finalità specifiche, i Soci costituenti si sono trovati
concordi sul fatto che la decrescita felice non sia
solo un proposta di società, rivolta al futuro, ma sia
anche un possibile stile di vita a disposizione di chi
lo vuole praticare.
In altri termini: il Circolo è semplicemente una
struttura organizzativa leggera per fare rete, nel
territorio e con il movimento a livello nazionale;
ben si può vivere in modo decrescente senza dover
indossare giacchette; diversi di noi, leggendo i libri
di Maurizio Pallante, hanno scoperto che già, a loro
modo, condividevano e sperimentavano valori e
principi della decrescita felice.
Nello specifico, del complesso di idee portanti su
cui si fonda il movimento, abbiamo scelto, a Bergamo, quello dell’autoproduzione; delle possibili
dimensioni auto produttive ci siamo concentrati sulla coltivazione (di un orto); lo abbiamo fatto con la
piena consapevolezza che vi sia, in ciò, una valenza
culturale, che cerchiamo di attuare nel presente,
mentre, al tempo stesso, quel che facciamo è anche
una proposta rivolta al futuro; ecco perché, alla
coltivazione del campo associamo la coltivazione
delle relazioni con chi si mostri incuriosito a chiedersi, veramente, perché parliamo di “decrescita”, e
perché la caratterizziamo con l’aggettivo “felice”.
Ci descriva meglio le “ragioni culturali” alla base
del movimento di cui fa parte
Il movimento della Decrescita Felice considera
il superamento dell’annichilimento ideologico,
umano, ed ambientale, rappresentato dal culto della
crescita, quale presupposto per affrontare, ed uscire,
dalla presente crisi economica, energetica, ambientale. La società attuale è in crisi perché è cresciuta
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troppo e in modo sproporzionato, non perché è cresciuta
troppo poco!
Produciamo, e consumiamo, merci inutili o dannose; ci
priviamo, per produrre queste merci, di beni utili, non
reperibili sul mercato, che hanno a che fare con lo stato
di benessere.
La crescita non garantisce nemmeno più occupazione
(basta consultare le statistiche Istat del tasso di crescita del PIL degli ultimi trent’anni e confrontarlo con
il tasso, stazionario, se non addirittura, recessivo, di
occupazione). La Decrescita, da questo primo punto di
vista, vuole essere e proporre, la diminuzione selettiva
del PIL, accompagnata dall’incremento di quei Beni
(inclusi quelli relazionali) che il mercato non è strutturalmente in grado di fornire o fornisce con risultati
qualitativi inferiori.
Spesso si confonde decrescita con recessione. Qual è
la differenza?
La Decrescita non è affatto né la recessione, né la
depressione economica, perché questi sono i sintomi
patologici di una società della crescita che vorrebbe
crescere e non ce la fa.
La Decrescita non è nemmeno un atto di rinuncia, perché fare a meno di merci inutili o dannose non è affatto
un sacrificio, ma l’acquisizione di un maggior grado di
libertà, a partire dalla maggior disponibilità di tempo a
disposizione, se si considera che per procurarci queste
merci occorre lavorare di più e non poterci dedicare, ad
esempio, agli affetti, risicati all’interno di un fine settimana ed in competizione con le incombenze.
Possiamo, se vogliamo, smetterla di voler produrre,
indiscriminatamente, merci e conseguentemente appiattirci, dal punto di vista spirituale, allo schema lavoro
– guadagno – spendo – consumo, come se il genere
umano non sapesse far altro che essere un ingranaggio
produttivo o consumistico.
Lo possiamo fare, già ora, cambiando il nostro modo di
agire
La società della crescita, quella in cui ci troviamo, ha
confuso il concetto di crescita (più PIL) con quello di
benessere (lo star bene).
Così, per stare nell’ambito del nostro agire orobico:
comprare verdure al supermercato (vendute dopo un
viaggio di migliaia di km, trasportate in energivore celle
frigorifere, coltivate a suon di pesticidi e pagate una
miseria al produttore di turno, impacchettate per bene in
imballaggi voluminosi quanto impattanti per l’ambiente) sarebbe, secondo l’ideologia della crescita, preferibile alla coltivazione a km 0, biologica, e improduttiva
di rifiuti, che facciamo noi, perché con il nostro modo di
agire non facciamo crescere il PIL!
Ci spieghi il concetto di “meno e meglio”.
La formula sintetica, “meno e meglio”, usata da Maurizio Pallante per dare il titolo al suo ultimo libro intende
esprimere due concetti che stanno bene, senza necessariamente sovrapporsi, insieme.
Tutte quelle volte che la sostituzione di merci (oggetto
di transazione monetaria) con beni (frutto di autoproduzione) produce un miglior stato di benessere, è preferibile far diminuire, far decrescere, il PIL (da qui il valore
positivo del meno!).
Quando, invece, delle merci non si può fare a meno
(perché non possiamo autoprodurci tutto e dobbiamo,
ad oggi, far ricorso allo scambio denaro contro merci),
allora dobbiamo, se vogliamo recuperare un rapporto
armonico con il pianeta, assegnare priorità a quelle modalità produttive che siamo, ad un tempo, maggiormente
rispettose dell’ambiente e meno dispersive a livello
energetico.
Bergamo, vista dalla metropoli milanese, sembra un
posto perfetto, molto vivibile. Ci racconta i punti di
forza del territorio? Cosa va valorizzato? Cosa va
preservato?
Sono d’accordo con lei, in via di massima: la dimensione raccolta dell’insediamento urbano, se comparata
a quella metropolitana, unitamente alla prossimità, e
continuità, con vaste aree verdi fanno di Bergamo una
gradevole città attuale ed una possibile Città con capacità di futuro.
Niente è scontato, del resto; le città, tutte le città, piccole o grandi che siano, della società che verrà, piaccia o
Gaia Animali & Ambiente a Bergamo.
Foto DI toni monrooe
Al Circolo della Decrescita Felice di Bergamo aderisce con convinzione anche la delegazione bergamasca di Gaia Animali & Ambiente Onlus.
La sua vulcanica responsabile, Ornella Giudici, è una personalità ben nota nel mondo
dell’ambientalismo bergamasco. Infaticabile organizzatrice di tavoli di sensibilizzazione e di proposte concrete su tutti i temi della ecocompatibilità, negli ultimi mesi ha
caratterizzato le iniziative dell’associazione Gaia Bergamo sul fronte del corretto rapporto uomo – altri animali, nella lotta per la salvaguardia del Parco Agricolo di Bergamo e Stezzano (“per dare concretezza a una nuova economia fondata sullo scambio
diretto, sulla commercializzazione dei prodotti locali nei negozi di vicinato e sulla sua
sostenibilità ambientale”, dichiara convinta Ornella), nella promozione dei libri della
collana Ecoalfabeto – I Libri di Gaia di Stampa Alternativa (www.stampalternativa.it)
e della nostra rivista Ecoideare (di cui è gran sostenitrice).
Info: www.gaiaitalia.it – tel. 393.7920590 – 349.2330241– 035.244310
24
ecoIDEARE - agosto 2012
AMBIENTE E TERRITORI
meno, dopo quella dipendente dai combustibili fossili
(c’è, per chi volesse informarsi, un Istituto di ricerca
che, insieme ad altri, si occupa della transizione in questione: www.postcarbon.org) una volta che il trasporto
delle merci, a partire da quelle alimentari, diverrà
particolarmente costoso a lunga distanza saranno tanto
più in grado di affrontare il cambiamento, tanto più
avranno saputo preservare, valorizzare ed organizzare
una produzione, soprattutto alimentare, di prossimità e
svincolato dal circuito agro-industriale-chimico.
Ecco perché, anche qui a Bergamo, diciamo che ogni
metro quadro utile di terra, non ancora cementificato,
debba essere un granaio per gli abitanti della Città e
le Amministrazioni pubbliche, non importa il colore
politico che indossino, che sciaguratamente consentano
operazioni di consumo del territorio stiano, così facendo, ponendo un’ipoteca sul futuro della stessa Città.
Anche per questa ragione coltiviamo, divertendoci, un
Orto, insieme. Come Circolo, con questo spirito, abbiamo aderito alla campagna “Salviamo il Paesaggio”:
la stessa bolla immobiliare, tuttora in corso, dovrebbe
essere di monito a che non possiamo, ancora una volta,
essere succubi dell’imperativo, ottuso, del dobbiamo
continuare ad edificare.
Notiamo, in questo, una similitudine: Milano e Bergamo sono depositarie del dovere civico di far sì che i
Parchi agricoli che le lambiscono siano valorizzati per
la loro vocazione naturale, a beneficio della collettività
e delle generazioni future, e non stralciati, a spizzichi,
per finalità miopi o settoriali.
Ci sono anche delle criticità. Quali sono le più importanti, secondo lei?
Una l’ho accennata più sopra, con la precisazione, propria del movimento della decrescita felice, secondo cui
ogni scelta di politica di governo del territorio non va
solo criticata, se infelice, ma accompagnata da proposte
alternativi attuabili e di lungo respiro, con il coraggio
di guardare in avanti. Ne accenno un’altra che, mi pare,
parimenti accomuni Milano e Bergamo, e con la fiducia
che entrambe le Città possano accorgersi di come soluzioni decrescenti siano possibili e utili: la mobilità.
Non ha senso costruire, o mantenere, parcheggi nel
cuore della città. E’ come invitare a venire in città
con l’auto, a possedere auto perché ci sono posti dove
custodirla.
Non ha senso che i vari Enti pubblici diano pass di
accesso per i propri dipendenti, quasi che sia uno
status arrivare, fin dentro la pancia di un’università
(per dire un Ente dei tanti), con il proprio mezzo di
inquinamento. Siamo bipedi e ciclisti, prima ancora che
automobilisti; per lo meno per gli spostamenti intracittadini dovremmo pretendere, ed iniziare a praticare, la
mobilità dolce: diminuirebbe il PIL, della benzina che
non si consumerebbe, diminuirebbero i grassi del nostro
corpo, e si starebbe meglio! Mi correggo: non ha senso
usare il condizionale, lo possiamo fare già ora!
I suoi concittadini sono interessati a queste tematiche? Com’è la risposta in termini di partecipazione?
La sensibilità e l’attenzione dei Cittadini in rapporto a
modi di agire, in Città, sobri, salubri ed economici va
aumentando, a cavallo tra la stretta di una crisi economica in corso, che spinge a ripensare i propri stili di
vita, le proprie abitudini al consumo, e l’acquisizione di
consapevolezza sul fatto che dal circuito della crescita
-oramai più che praticata, invocata alla stregua di una
danza della pioggia in un clima arido- occorre uscire
ripensando, fino in fondo, il perché ed il come possiamo
stare su questa terra.
Da ultimo, mi lasci dire. Per fortuna non siamo soli!
Il Circolo di Bergamo, e lo stesso Movimento per la
Decrescita Felice non si sente affatto in competizione
con le altre realtà sensibili al tema dell’assurdità della
crescita infinita: ecco perché ci sentiamo un nodo della
Rete, insieme a tutti coloro, persone ed associazioni,
che condividono l’insegnamento di Don Milani, valido
anche di questi tempi e per questi temi, secondo cui
pensare di risolvere da soli i problemi è egoismo (mi
permetto di aggiungere protervia), provare a farlo insieme è Politica.
> Il Circolo della Decrescita Felice di Bergamo
> Il presidio per Nonna Quercia
25
Non farti scappare la nuova Dogue!
DOGUE, l’Agenda del Cane e del suo amico Gatto,
è un’agenda giornaliera dedicata ai nostri amici, in formato
cm 11,5x16 e con circa 400 pagine.
Bella, pratica e funzionale, è anche un’ottima idea-regalo.
DOGUE è pensata per fornire informazioni sul corretto
comportamento nell’educazione del cane e del gatto, per
dare indicazioni utili su salute e sicurezza,
consigli e curiosità.
I contenuti informativi di Dogue sono realizzati
con la supervisione di GAIA Animali & Ambiente Onlus.
In ogni pagina-giorno dell’agenda troverete immagini,
citazioni e informazioni utili.
Parte del ricavato delle vendite di DOGUE
viene devoluto ad associazioni che si occupano
di tutela animale.
Per sapere dove acquistare DOGUE
chiama il numero 02 36642800
DOGUE è edita da Rinenergy - Associazione no profit per la sostenibilità ambientale
Via Sardegna 57 - 20146 Milano - www.notedog.it
26
ecoIDEARE - agosto 2012
in cucina
CON NATURA
Caterina Mosca
“COME NATURA CREA:
IL POMODORO“
Il Sole brillante e un grande caldo,
campi maturi, leggerezza e risate: è
ancora Estate! Stagione delle emozioni, l’estate rappresentava nei tempi antichi il periodo dell’abbondanza,
di lavoro e di raccolto. Era un tempo
di grande lavoro, ove la ricchezza
della Natura si riversava sulle tavole,
celebrando questo tempo di vita.
Frutto principe di questa stagione,
è sicuramente il pomodoro, il cui
nome “pomo d’oro” ricorda il colore
dell’antica varietà che venne impor-
tata in Europa nel XVI dagli spagnoli
dall’America, di colore dorato per
l’appunto. In principio fu adottato
come pianta ornamentale e ritenuto addirittura velenoso per l’alto
contenuto di solanina. Tuttavia, al
pomodoro erano riconosciuti misteriosi poteri eccitanti: molti alchimisti
lo hanno utilizzato per secoli come
ingrediente per pozioni e filtri d’amore. Oggi si è scoperto che introdurre
nella propria dieta i pomodori nel
periodo estivo garantisce una minor
assunzione di solanina, sostanza
maggiormente concentrata nel frutto
acerbo.
Il pomodoro è costituito per il 93%
d’acqua; inoltre presenta il 2,9% di
carboidrati, lo 0,2% di grassi, l’1% di
proteine e l’1,8% di fibre. Contiene
una buona quantità di acido citrico e
tracce di tutti gli aminoacidi indispensabili per l’alimentazione.
Ha molti pregi, tra cui la presenza
del licopene, un pigmento super
antiossidante capace di rallentare la
proliferazione delle cellule tumorali.
CATERINA MOSCA
Si interessa da anni di alimentazione naturale. Nata
vegetariana da papà medico e mamma insegnante
di cucina naturale, vive e
lavora a Milano come responsabile comunicazione
per il progetto ...alGrandeCerchio - Ristorante di
Cucina Naturale di Maria
Marangelli.
Il licopene però è meno biodisponibile nel prodotto crudo: basterà cuocere
il pomodoro, così le fibre si indeboliranno e questa preziosa sostanza
sarà più utilizzabile dall’organismo.
Il pomodoro è altresì un integratore
prezioso di sali minerali e contribuisce a mantenere in efficienza il
sistema cardiovascolare.
“COME NATURA CURA”
Porre una fetta di pomodoro su una
piccola ustione può donare grande
sollievo, e una maschera per il viso
ottenuta frullando un pomodoro e
poco olio d’oliva tonificherà e rinfrescherà il vostro incarnato. Inoltre
consigliamo di utilizzare succo di
pomodoro per lucidare le pentole di
rame: brilleranno come nuove!
Un consiglio? Non usate mai pentole
di alluminio per cuocere i pomodori
poiché il loro ph è molto acido e
causa un assorbimento di grandi
quantità di metallo da parte dei cibi.
POMODORI RIPIENI
Ingredienti per 4 persone:
• 2 gambi di sedano verde
• 300 gr di lenticchie piccole già cotte
• 4 pomodori ramati grossi
• 1 cucchiaino di semi di papavero per decorare
Per la maionese vegetale: 200 g di latte di soia, succo di ½ limone,
1 cucchiaino di aceto di mele, ½ cucchiaino di senape, sale,
350 g di semi di girasole spremuto a freddo
Versate nel frullatore il latte di soia con il succo di limone. A velocità sostenuta, iniziate a frullare il composto. Quindi aggiungete l’aceto di mele,
la senape e il sale. Continuando a frullare, versate l’olio a filo fino a che la
salsa non inizierà a montare aumentando di volume. Quindi lasciatela riposare in frigorifero per mezz’ora. Mondate il sedano e rimuovete i filamenti
interni con l’aiuto di un pelapatate. Tagliatelo a dadini. Unitelo alle lenticchie e alla maionese vegetale, mescolando bene. Lavate e tagliate a metà
i pomodori. Scavateli, eliminando i semi e la polpa interna. Riempiteli con
l’insalata capricciosa ed infine decorate con i semi di papavero. Sistemate
sul piatto da portata, decorate e servite freddo.
27
Prosegue la collaborazione con l’associazione Gaia Italia e Giorgio Nebbia,
uno dei padri nobili del movimento ambientalista italiano e internazionale.
Giorgio Nebbia è stato -ed è ancora- uno dei protagonisti di assoluto
rilievo nello studio della questione ambientale, affrontata nell’ottica del
chimico, dell’economista e del merceologo.
di Giorgio Nebbia
CINQUE MINUTI A
MEZZANOTTE
I
l doloroso incidente alla grande nave da crociera nel Mare Tirreno può essere considerato una
metafora, un tragico campione di quanto avviene
nella “perfettissima” società moderna, Tremila persone
pranzavano felici, le signore in eleganti vestiti godevano le meritate vacanze in un sera di gennaio su una
nave di avanzatissimo modello, un altro migliaio di
persone si guadagnavano lo stipendio come camerieri,
marinai, impiegati, quando la chiglia della bella nave è
stata squarciata da uno scoglio, un pezzo di roccia nel
mare. Improvvisamente le stesse persone si sono trovate
scaraventate su scialuppe o in mezzo al mare, mentre il
mare inghiottiva i bagagli, i vestiti, i risparmi di anni di
vita.
La vita, per sua natura, è piena di rischi. Bastava un incendio per distruggere i raccolti e le capanne dei nostri
antenati di diecimila anni fa, un terremoto o l’eruzione
di un vulcano per distruggere potenti e ricche città, i
padroni e gli schiavi. Il progresso tecnico scientifico ha
fatto aumentare le fonti di benessere e di felicità e le
fonti di rischio. Nessuno se ne rende conto, come nessuno dei viaggiatori della nave pensava di perdere tutto,
ma basta un evento accidentale per arrecare danni anche
grandissimi. Questa considerazione non deve indurre
alla disperazione, ma ad esercizi di continua previsione
e prevenzione, attraverso la conoscenza. Alcuni rischi
tecnologici li conosciamo già e li potremmo, se volessimo, fermare.
Nel 1945, davanti alle catastrofi umane ed ambientali
provocate dall’esplosione delle bombe atomiche sulle
città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, un gruppo
di studiosi, autodefinitisi “scienziati atomici”, ha dato
vita ad un ”Bollettino” mensile che, senza tregua, ha
28
ecoIDEARE - agosto 2012
avvertito il pubblico e i governanti (spesso sordi) dei
pericoli dell’aumento del numero e della potenza delle
bombe nucleari nel mondo, ma anche di certe tecnologie devastanti come centrali, dighe, industrie chimiche,
eccetera. Il “Bulletin of the Atomic Scientists” ha così
cominciato a pubblicare, nella prima pagina, il disegno
di un orologio le cui lancette si avvicinano o si allontanano dalla “mezzanotte” della catastrofe planetaria, a
secondo della consapevolezza dei pericoli esistenti nel
mondo. Segnava tre minuti a mezzanotte quando, nel
1949, l’Unione Sovietica dimostrò di avere anche lei un
arsenale di potenti bombe nucleari.
Le lancette si allontanarono fino a 17 minuti dalla
mezzanotte nel 1991 con la fine della guerra fredda e
alcuni passi verso il divieto dell’uso delle armi atomiche. Le lancette si avvicinarono di nuovo a sei minuti
con la comparsa di nuove potenze nucleari: Israele,
India, Pakistan. Col 1 gennaio 2012 le lancette si sono
avvicinate ancora più, a cinque minuti a mezzanotte,
in seguito alle notizie dei progressi nella produzione
di bombe atomiche nella Corea del Nord e in Iran; alle
crescenti tensioni fra Iran, Israele, Occidente; ai sussulti
politici nei paesi petroliferi arabi; al fallimento degli
accordi per la limitazione delle emissioni nell’atmosfera dei gas che provocano il riscaldamento planetario;
alla constatazione che anche gli incidenti alle centrali
nucleari commerciali, ieri l’altro a Chernobil in Ucraina, ieri a Fukushima in Giappone, possono immettere
grandi quantità di sostanze radioattive che ricadono su
paesi anche lontanissimi.
Se questi sono gli effetti della contaminazione planetaria di una centrale commerciale, che cosa succederebbe
se, intenzionalmente o per errore, esplodesse, su una
GIORGIO NEBBIA
qualsiasi parte della Terra, una bomba nucleare della
potenza di molte volte superiore a quella delle bombe
che distrussero le due città giapponesi nel 1945? E
negli arsenali dei vari paesi dotati di armi nucleari ci
sono circa 20.000 (avete letto bene, ventimila) bombe
di simili potenze. L’esplosione anche di una sola bomba
spazzerebbe via, col vento radioattivo, le persone mentre sono a tavola, o sono al lavoro nelle fabbriche e negli uffici. Il fatto che, dopo quelle giapponesi del 1945,
finora non sia stata usata una bomba nucleare contro un
nemico, non deve rassicurare. Così come non si possono liquidare, come “estate fredda” o “inverno caldo”, le
anomalie climatiche provocate dai gas inquinanti delle
attività di produzione e di consumo.
“Purtroppo” molte delle azioni che si rivelano dannose,
che ci avvicinano alla fatidica “mezzanotte”, sono considerate lodevoli perché assicurano lavoro e ricchezza.
L’industria delle armi impiega milioni di operai, ingegneri, scienziati; l’inquinamento atmosferico responsabile dei mutamenti climatici è l’inevitabile conseguenza
della produzione di “cose buone”, elettricità, macchine,
merci. Che fare? Non resta che chiedere ai governanti
di sostenere coraggiosi e lungimiranti accordi internazionali da una parte per la limitazione ed abolizione
delle armi nucleari, dall’altra parte per riconoscere in
anticipo ed evitare i frutti avvelenati di una tecnologia
imprevidente. Non si tratta di ecologismo alla moda,
ma di tenere l’umanità alla larga dalla mezzanotte
planetaria.
29
Ecologia in vetrina
Le certificazioni crescono
Eco è la nuova certificazione volontaria messa a punto da
ICMQ, istituto di certificazione leader nel settore delle
costruzioni per i pannelli prefabbricati in calcestruzzo. E’ ora
possibile abbinare un marchio di sostenibilità alla certificazione
obbligatoria delle caratteristiche energetiche dei pannelli
e trasformare così il rispetto delle leggi in un’occasione
per valorizzare l’impegno delle imprese nei confronti
dell’ambiente. Lo schema ICMQ ECO è stato sviluppato
coerentemente al concetto di progettazione e realizzazione
a basso impatto ambientale che trova la sua massima
applicazione negli schemi di certificazione dell’edificio chiavi
in mano quali, ad esempio, Leed e Itaca. www.icmq.it
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Bellezza a cinque cerchi
Nell’anno delle olimpiadi, i riferimenti a questo importante
evento sportivo sono davvero tanti. Come le spazzole per
capelli Tek, proposte oggi nei colori dei cinque cerchi. Le
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FSC e realizzate completamente in legno proveniente da
foreste dove si pratica la ripiantumazione, i loro dentini in
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ecoIDEARE - agosto 2012
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EcoNews
Pile a…
carta!
Scordatevi la pila di Volta, o quelle al nichel e al cadmio
(di difficile smaltimento): le batterie del futuro saranno di
lignina! Ispirata alle reazioni di fotosintesi clorofilliana
che comunemente avvengono nelle piante, i ricercatori
del Politecnico di Poznan, in Polonia, e dell’Università di
Linköping, in Svezia, stanno sperimentando una batteria
realizzata con catodi di lignina e polipirrolo (un polimero
conduttore). La sostenibilità dell’invenzione sta tutta nella
lignina, che è recuperata dagli scarti delle cartiere e non
dagli alberi di boschi e foreste. Lo scopo di queste pile è
di accumulare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili in
serbatoi anch’essi ambientalmente compatibili. Un ciclo
tutto virtuoso!
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Cruscotto
Dal petrolio alla plastica e dalla
plastica… il petrolio
La plastica, si sa, ha origine dal petrolio. Ma il processo che
trasforma l’uno nell’altra non era reversibile, almeno finora.
Un’azienda statunitense, la Vadxx Energy, ha brevettato un
sistema per ottenere nuovo greggio dalle plastiche che non
possono essere riciclate, come il fluff ottenuto come scarto nei
processi di recupero dei metalli nelle industrie siderurgiche e
che si utilizza come materiale plastico nelle auto.
Un passo ulteriore verso l’obiettivo rifiuti zero e verso un uso
più consapevole del petrolio e della plastica sua derivata.
www.vadxx.com
Anche la gestione dell’energia ha la suA nuova ISO
Il British Standards Institution (BSI) ha lanciato la ISO 50001, il primo standard riconosciuto a livello
internazionale sul sistema di gestione dell’energia. Lo standard è stato sviluppato nel corso di diversi anni da
esperti di gestione energetica provenienti da oltre 60 Paesi.
La ISO 50001, sviluppata sulla base della Bsi En 16001, servirà a mettere in atto i processi necessari per
analizzare il consumo di energia, ad attivare piani, obiettivi e indicatori di prestazione energetica per ridurre i
consumi e a individuare le opportunità per migliorare il rendimento energetico.
www.bsigroup.com
31
Biblioteca della sostenibilità
Le ricette del Grande Cerchio.
di Caterina Mosca – Antonio Vallardi Editore, 2012 – pag. 237
“
Fare cucina naturale vuol dire offrire i prodotti di Madre Terra integri, ossia coltivati
con amore. Esseri viventi che realizzano la propria natura nel nutrire gli altri: un frutto,
una verdura, un fiore, un seme a cui è stato concesso di sbocciare, crescere e maturare
secondo i suoi tempi naturali, alla luce del sole e nel periodo dell’anno più adatto”.
Chi l’ha detto che vegetariano è triste e senza sapore? Ricette sane, sì, ma soprattutto buone!
Ecco una cucina per tutti, gustosa, colorata e gioiosa, che mette finalmente d’accordo
le esigenze nutrizionali con quelle della buona tavola: la scoperta di un modo nuovo
di mangiare vegetariano. Con un utilizzo completamente originale di cereali integrali,
legumi, frutta e verdure biologiche di stagione si creano piatti dai sapori inaspettati e deliziosi, che lasciano increduli
e soddisfatti anche i più scettici. Una scelta consapevole fatta di attenzione per il proprio corpo e di rispetto della
natura. Per seguire il corso della natura, le 200 ricette sono divise nelle 4 stagioni: primavera, estate, autunno, inverno.
Economia dell’abbastanza.
Gestire l’economia come se del futuro ci importasse qualcosa.
di Diane Coyle – Edizioni Ambiente, 2012 – pag. 357
“
Come possiamo arrivare ad un miglior equilibrio tra presente e futuro? Per affrontare
questa sfida, e quindi rispondere alla domanda, sono necessari tre ingredienti: una
migliore capacità di misurazione, un insieme di valori condivisi e, infine, la definizione di
nuove istituzioni adatte alla nuova situazione”.
La crisi finanziaria sta spingendo molte persone a interrogarsi su aspetti fondamentali
dell’economia e, in particolare, sulle relazioni tra questa, la realtà sociale che viviamo
e quella in cui vorremmo vivere. Prima di formulare delle risposte, Economia dell’abbastanza ci propone di
comprendere a fondo i nodi, i meccanismi e le contraddizioni nel modo in cui fino a oggi è stata gestita l’economia.
Le indicazioni operative a cui Diane Coyle conduce i lettori sono perciò l’esito di un “viaggio dentro l’economia” e
del riconoscimento dell’incredibile disprezzo per il futuro che condiziona e orienta il sistema attuale. E le risposte che
arrivano sono chiare e radicali come poche altre.
Italiani pericolosi.
Leggende e verità sugli animali di casa nostra.
di Marco Di Domenico – Bollati Boringhieri editore, 2012 – pag. 260
“
C’era un’Africa anche in Europa, ed è stata asfaltata. E’ da qui che voglio entrare
nel vivo dell’argomento del libro. Ponendo delle domande. La natura italiana, oggi,
è ancora pericolosa? Quanto lo era in passato? Quali e quanti sono oggi gli animali
pericolosi? Dove vivono? Costituiscono un pericolo oggettivo o solo potenziale? Il nostro
comportamento e le nostre abitudini ne aumentano la pericolosità?”.
In Italia abbiamo 460 specie di meduse, polipi e attinie, decine di specie di vermi parassiti,
1400 specie di ragni, 7300 specie di api, vespe e affini, 40 specie di squali e 4 specie di
vipere. E ancora scolopendre, scorpioni, acari, zecche, zanzare e diversi vettori di gravi malattie.
Sono gli animali coi quali condividiamo il territorio; la loro pericolosità è dovuta a spine, aculei, denti, tossine,
chele e quant’altre armi abbia voluto fornire loro la natura. Ma si tratta di una pericolosità relativa, in genere molto
esagerata. Ma nel suo piccolo, anche nella fauna italiana ci sono specie dalle quali è bene guardarsi e che è meglio
conoscere, per evitare di incappare in guai inattesi e potenzialmente spiacevoli, quando non (raramente) mortali.
32
ecoIDEARE - agosto 2012
Le guerre del clima.
La lotta per la sopravvivenza mentre il pianeta si surriscalda.
di Gwynne Dyer – Marco Tropea Editore, 2012 – pag. 286
“
Siamo talmente tanti e consumiamo così tanto che il pianeta dovrebbe essere di circa
il trenta per cento più grande di quanto non sia per mantenerci in modo sostenibile.
Se poi tutto il resto della popolazione mondiale raggiungesse uno standard di vita
‘occidentale’, ci servirebbero da tre a quattro pianeti”.
Questo libro è completamente diverso dalle pubblicazioni che conosciamo sui cambiamenti
climatici. L’autore ci presenta le conseguenze geopolitiche causate dagli impatti ambientali
legati alle mutazioni del clima, di cui né il mondo scientifico né la stampa si sono mai
occupati in modo esaustivo. Questo perché l’argomento tocca i temi della sicurezza delle nazioni: per molti paesi,
gli scenari legati al cambiamento climatico stanno già giocando un ruolo preponderante nella pianificazione militare.
Sarà la politica, nazionale e internazionale infatti, che deciderà gli esiti di questa crisi. Gwynne Dyer ci introduce
ai mezzi concreti che a oggi possediamo per mutare la situazione – tecnologia, regolamentazione e cooperazione
internazionale.
Puliamo il futuro.
Viaggio attraverso i comportamenti ambientali degli italiani
di Aldo Forbice – Edizioni Guerini e Associati, 2010 – pag. 195
“
Trent’anni fa gli ecologisti, gli ambientalisti, venivano visti dalla gente comune come
personaggi ‘strani’, un po’ fuori dal mondo, un po’ astratti, che non tenevano conto
dei problemi reali, come l’occupazione e l’economia. […] Eppure, come l’esperienza ci ha
dimostrato, anche se con non pochi errori, quei personaggi ‘fuori dal mondo’ ci hanno fatto
riflettere, hanno influenzato l’opinione pubblica, gli imprenditori, i sindacati, i dirigenti
delle amministrazioni pubbliche, i parlamentari, i consiglieri regionali e degli enti locali, a
ogni livello”.
Come è cambiato il comportamento degli italiani nei confronti della tutela dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile?
Attenzione e sensibilità crescenti si traducono in scelte individuali e collettive concrete?
Aldo Forbice ripercorre criticamente trent’anni di storia dell’ambientalismo italiano: dalla diossina di Seveso a
Cernobyl; dalla discussa chiusura delle centrali nucleari alle discariche abusive, all’ecomafia, alle navi dei veleni,
ai gravi inquinamenti dell’aria, del suolo, dell’acqua; dal Protocollo di Kyoto alla Conferenza di Copenhagen sui
cambiamenti climatici.
Total responsibility.
Dalla corporate social responsibility (CSR) allo sviluppo di una cultura di responsabilità totale (TRM)
di Roberto Armigliati - Edizioni Guerini e Associati, 2012 – pag. 240
“
Stiamo perdendo il senso del futuro. Il pragmatismo moderno guarda il presente e la
tecnica lo supporta in tale senso”.
L’intrinseco legame tra responsabilità e lavoro fa da sfondo alla Total Responsibility. E’
opinione diffusa che, sebbene il mondo aziendale si mostri sensibile alla Sostenibilità e
alla Corporate Social Responsibility (CSR), tale attenzione si traduca prevalentemente,
nella pratica, in un’azione filantropica e di mero sviluppo dell’immagine.
Non si è infatti ancora assistito ad un orientamento dell’impresa nel suo complesso verso una cultura organizzativa di
responsabilità. La situazione attuale sembra favorevole al dispiegamento della responsabilità d’impresa, collettiva e
individuale. Occorre però ridefinire, alla luce della crisi strutturale del nostro sistema economico e produttivo, il senso
della parola responsabilità e individuare le cause del suo distorto utilizzo anche nel linguaggio corrente. Per la responsabilità d’impresa occorre intervenire su alcuni fattori organizzativi: una strategia d’impresa di responsabilità, politiche
mirate alla gestione di tutti gli stakeholder, prassi comportamentali che aiutino le persone a cambiare; performance
focalizzate sugli effetti e non solo sui risultati; strumenti e processi innovativi di management, una politica di gestione
delle persone, che veda la direzione HR focalizzata sulla Total Responsibility.
33
LE NOSTRE CONVENZIONI
Per essere sempre più vicini ai nostri associati, Rinenergy ha stretto una serie di accordi per proporre sconti e
convenzioni a chi presenterà la tessera, nei seguenti esercizi commerciali o aziende.
Labor Project srl
Via Carcano, 14 - 22063 Cantù (CO)
Tel. 031-704381 - Fax 031-3515331
[email protected]
www.laborproject.it
Riduzione del 5% sul costo relativo alla consulenza per la
presentazione della domanda di finanziamento/incentivazione
Multiutility S.p.a.
Gruppo Dolomiti Energia
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