Settimanale
Nuova serie - Anno XXXVIII - N. 45 - 11 dicembre 2014
Fondato il 15 dicembre 1969
Fine settimana proficuo per la propaganda marxista-leninista
A Modena ricordato engels nel
poliziesca
194° della nascita Intimidazione
di stampo fascista al
Comunicato dell’Organizzazione di Modena del PMLI
Ai banchini raccolti consensi e grosse sottoscrizioni, evidente frutto della vittoria dell’astensionismo
alle regionali.Apprezzato il volantino “il potere politico spetta di diritto al proletariato”. Grande
interesse per il manifesto contro il governo Renzi. Intimidazioni poliziesca di stampo fascista
Il PMLI riconosciuto come l’unico vero partito comunista
Lo schiavo rivoluzionario,
lo schiavo schiavo e lo
schiavo lacchè
Lo schiavo che ha coscienza delle sue condizioni di schiavo e lotta
contro queste condizioni è un rivoluzionario. Lo schiavo che non ha
coscienza della sua schiavitù e vegeta in una silenziosa, incosciente e
sottomessa vita da schiavo è semplicemente uno schiavo. La schiavo
che sbava quando, soddisfatto, descrive le delizie della vita da schiavi
ed esalta il buono e bravo padrone è un lacchè, un bruto.
PAG. 10
PMLI a Modena PAG. 10
Criticati il governo Renzi e i governi delle due regioni
Grandi Manifestazioni
dei metalmeccanici in
Sardegna
e
in
Sicilia
Gli edili manifestano a Roma e in 20 città, 8 ore di sciopero in Campania. Manifestazione nazionale a Roma
dei lavoratori agricoli e degli operai delle industrie alimentari. Le lavoratrici ex-Igea occupano la miniera
renzi attacca i lavoratori e loda i padroni:
“siete i veri eroi dei tempi nostri”
(Lenin, “In memoria del conte Heiden – (Che cosa insegnano al popolo i nostri “democratici”
senza partito?)”, giugno 1907, Opere complete, Editori Riuniti, vol. 13, pag. 46 )
Come Mussolini: “Si stancheranno prima loro di noi”
PAG. 2
A Varese e a Milano
Renzi contestato a Catania,
Grande giornata
Reggio Calabria e In Irpinia di mobilitazione antifascista
Caricati i giovani a Catania
Il nuovo Berlusconi assomiglia sempre più a Mussolini
PAG. 4
Cancellato da destra il diritto borghese del lavoro,
col voto di Bersani e Epifani e l’assenso di Napolitano
La Camera nera approva
il Jobs Act imposto da
Renzi per la libertà di
licenziamento
La sinistra del PD non ci sta: due deputati votano contro, due si astengono,
29 non partecipano al voto. Anche la Bindi minaccia di fondare un nuovo partito.
Il M5S fa un gran baccano, ma poi non ha il coraggio di votare no
Il nuovo Berlusconi va spazzato via PAG. 3
Centinaia di antifascisti in piazza per fermare i nazifascisti che rialzano la testa grazie alla complicità delle istituzioni
A Varese, Zappoli (PD) aggredisce una militante del PMLI
strappandole il manifesto contro il governo Renzi PAG. 11
Lo afferma senza vergogna Gentiloni, nuovo ministro degli Esteri
L’Italia imperialista e
interventista di Napolitano
e Renzi pronta a mandare
l’esercito in Libia
La politica colonialista di Mussolini rivive nel governo Renzi
PAG. 5
Ad Ischia (Napoli) hanno sventolato le bandiere
dei Maestri e del Partito
Grande manifestazione contro
lo smantellamento
Renzi privatizza
a tutto spiano dei servizi pubblici di trasporto
Enel, Ferrovie, Poste, Enav, Sace e Ansaldo ai privati PAG. 8
Per il trionfo
della causa
del socialismo
in Italia
Anche un solo
euro al mese
PAG. 12
Apprezzato il contributo del PMLI PAG. 13
Volantino dell’Organizzazione di Rufina del PMLI
Viva la lotta di classe!
Diamo forza allo sciopero generale del
12 dicembre di CGIL e UIL e partecipiamo in
massa alla manifestazione di Firenze
PAG. 12
Da fascista, a democristiano, a piddino e
coordinatore della recente Leopolda
Il deputato PD renziano
Di Stefano indagato per una
mazzetta da 1,8 milioni di euro
Nel mirino delle procure di Roma e Chieti la rimborsopoli
regionale targata PD, le “primarie con gli imbrogli”, la
speculazione sugli immobili pubblci appalti e consulenze d’oro
a parenti e amici. L’ex moglie l’accusa di festini hard in villa
Sulla misteriosa scomparsa del suo ex braccio
destro, la procura ha aperto un nuovo
fascicolo per “omicidio volontario”
PAG. 7
Il 12 dicembre alle manifestazioni
territoriali congiunte CGIL e UIL
Tutti in piazza
con il PMLI
Per il lavoro, l'art. 18 e il socialismo, contro il Jobs Act,
il governo del Berlusconi democristiano Renzi e il capitalismo
2 il bolscevico / no jobs act
N. 45 - 11 dicembre 2014
Criticati il governo Renzi e i governi delle due regioni
Grandi Manifestazioni
dei metalmeccanici
in Sardegna e in Sicilia
Gli edili manifestano a Roma e in 20 città, 8 ore di sciopero in Campania. Manifestazione nazionale a Roma
dei lavoratori agricoli e degli operai delle industrie alimentari. Le lavoratrici ex-Igea occupano la miniera
renzi attacca i lavoratori e loda i padroni:“siete i veri eroi dei tempi nostri”
Dopo il Nord e il Sud è toccato ai metalmeccanici delle isole scendere in piazza contro le politiche del governo del Berlusconi
democristiano Renzi. Martedì 25
novembre a Cagliari hanno sfilato
alcune migliaia di lavoratori, cassintegrati, personale in mobilità ed
ex dipendenti, con loro anche tanti studenti cagliaritani e delegazioni provenienti da tutta la Sardegna. Apriva il corteo lo striscione:
“Fiom Sardegna, Sciopero generale dei metalmeccanici, Lavoro legalità uguaglianza democrazia”.
Erano presenti in prima fila gli
operai di Alcoa ed ex Ila di Portovesme, della Keller di Villacidro e
di tante altre aziende, in particolare
del Sulcis-Iglesiente dove il settore industriale è stato praticamente
spazzato via. Ma la crisi ha colpito duro anche nell’Ogliastra, nel
Sassarese e nella provincia di Cagliari. Lo Stato centrale ha praticamente abbandonato questa regione
lasciandola alla deriva. La Sardegna è scesa repentinamente nelle
graduatorie sociali ed economiche
ed è tornata l’emigrazione verso il
continente e l’estero.
Cagliari, 25 novembre 2014. Una veduta della manifestazione dei metalmeccanici in piazza Garibaldi dove si sono tenuti i comizi conclusivi
mobbing.”
Lo sciopero del 25 s’inserisce
a pieno titolo nella mobilitazione delle masse sarde contro il governo Renzi, il Jobs Act e la disoccupazione dilagante sull’isola.
Ricordiamo la “Marcia per il la-
lidarietà di classe a queste operaie
in lotta ed auspica che la loro vertenza possa risolversi velocemente
e in modo soddisfacente.
Il 27 novembre, sciopero dei
metalmeccanici in Sicilia e manifestazione a Palermo. Altra regione
zione Fiom ha fatto da catalizzatore per tutti coloro che rivendicano
il lavoro e si oppongono al governo Renzi.
“Togliere i diritti, significa solo
lavoratori più precari non più occupazione” dice il segretario regio-
ca antioperaia di Renzi sentite dal
palco sia dai lavoratori che dai rappresentanti sindacali intervenuti.
Politica nazionale che va ad aggravare gli effetti della crisi economica capitalistica globale, che fanno
della Sicilia una delle più povere
Palermo, 27 novembre 2014, Manifestazione per lo sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla Fiom. A destra Lo spezzone degli studenti che hanno manifestato accanto ai metalmeccanici
Alla conclusione della manifestazione, in piazza Garibaldi, hanno parlato tanti lavoratori in rappresentanza delle molte vertenze
aperte in Sardegna. Poi gli interventi del segretario regionale Fiom
Mariano Carboni, della Cgil Sardegna Michele Carrus, e infine parola
al segretario nazionale Fiom Landini. Oltre alla politica del governo
Renzi non sono mancate le critiche
anche alla regione autonoma sarda
che non ha fatto niente per fermare
la deindustrializzazione.
I vari governi locali, sia di destra che di “centro-sinistra” hanno
puntato tutto sul turismo che, seppur voce importante nel bilancio
regionale, crea generalmente lavoro precario. Comunque sia non può
sostituire l’industria, che deve avere basi solide anche sull’isola, questo dovrebbe essere anche l’impegno del Governo anziché pensare
a togliere i diritti, come ha rivendicato con forza Landini, il quale
ha affermato: “ci rifiutiamo, come
Sindacato, di accompagnare la
chiusura delle fabbriche e la fine
del sistema industriale. L’emblema
delle lotte è nei 205 giorni dell’Alcoa, un presidio che coinvolge l’intero paese, e che questa nostra mobilitazione vuole rendere visibile,
perché la visione dei problemi della Sardegna deve essere nazionale.
E vuole difendere lo Statuto dei lavoratori la Fiom, che va esteso a
tutti, perché il dimensionamento,
la dequalificazione delle persone è
voro” delle settimane scorse promossa dagli esuberi di Meridiana e
da lavoratori di altre aziende sarde
in crisi. Proprio mentre scriviamo
una trentina di donne coraggiose,
dipendenti dell’ex Igea, hanno occupato alcune miniere nella provincia di Carbonia-Iglesias, una delle
quali fornisce anche l’acqua a un
vasto territorio. L’Igea è una società della regione Sardegna incaricata della bonifica delle tante miniere
dismesse che deve pagare mensilità arretrate ai suoi lavoratori. Le
operaie “pronte all’occupazione ad
oltranza”, chiedono alla Regione
unica azionaria dell’azienda, il pagamento degli arretrati (in 12 mesi
hanno percepito solo 5 mensilità) e
risposte sul futuro della società che
dovrebbe fare le bonifiche in Sardegna. Da notare come, il governatore della Sardegna, Francesco Pigliaru, PD, non abbia praticamente
mosso un dito per risolvere la vertenza che si è trascinata fino a richiedere l’occupazione della miniera. Lo stesso dicasi del governo
Renzi. Le operaie sono sostenute
da una gara di solidarietà della popolazione locale.
È un fatto senza precedenti in
Sardegna, ma anche in tutta Italia
l’occupazione di una miniera da
parte delle operaie e dimostra come
le masse femminil meridionali siano allo stremo e disposte a forme di
lotta sempre più dure per difendere
il diritto al lavoro. Il Partito marxista-leninista italiano esprime so-
del nostro Mezzogiorno che vive
una grave situazione socio-economica senza precedenti. Negli ultimi anni di crisi si sono persi 200
mila posti di lavoro e anche qui l’emigrazione, che non si è mai fermata del tutto, è tornata ad essere
la principale valvola di sfogo occupazionale.
I primi a scendere in piazza
sono stati i lavoratori del Cantiere Navale che dalle 8 si sono mos-
nale della Cgil, Michele Pagliaro,
nel comizio conclusivo. Per Maurizio Landini “le politiche del governo sono sbagliate, perché non
c’è alcuna idea di rilancio e di sviluppo. Senza la ripresa degli investimenti pubblici e privati non si
riuscirà a creare lavoro. Il governo cambi linea”. Oltre alle mobilitazioni la Fiom è pronta a iniziare
anche una battaglia giuridica contro il Jobs Act e non esclude un
Roma, 29 novembre 2014. Manifestazione nazionale dei braccianti e dei lavoratori del settore agro-alimentare
si in corteo dai cancelli dello stabilimento Fincantieri. C’erano gli
operai della Fiat e quelli dell’Ansaldo Breda, in cassa integrazione
fino a fine anno; e ancora: i metalmeccanici del petrolchimico di
Gela, gli operai della St Microelectronics di Catania, gli operatori
dei call center Accenture in mobilità, anche qui c’erano gli studenti e
i pensionati, tanto che la manifesta-
ricorso davanti alla Corte di giustizia dell’Ue. “Metteremo in campo qualsiasi iniziativa giuridica
nei confronti dell’Europa, perché
quelle regole - ha detto Landini sono contro la Carta dei diritti europei.....non ci fermiamo davanti a
un provvedimento sbagliato voluto dal governo e votato dal Parlamento”.
Tante le critiche verso la politi-
regioni europee. Renzi si dipinge
come paladino della legalità e della lotta alla criminalità organizzata
ma accrescere la povertà e la miseria come fa il suo governo, “ significa creare terreno fertile per la
mafia” ha denunciato il segretario della Fiom di Palermo Roberto
Mastrosimone.
Anche in Sicilia non sono mancate le critiche alla giunta regionale
presieduta dal PD Rosario Crocetta. La “rivoluzione” crocettiana si
è rivelata un fallimento sostanziale
conseguente al disastro economico
e sociale perpetrato ai danni delle
masse popolari siciliane. Una giunta abbarbicata alla poltrona intenta alla spartizione del potere che, al
di là delle vuote parole, non ha minimamente affrontato l’emergenza del lavoro che non c’è, anzi si
è ulteriormente aggravata. Mastrosimone non ha risparmiato frecciate al governatore siciliano: “piuttosto che di rimpasti e rimpastini,
si occupi delle questioni del lavoro
e dello sviluppo,- ha aggiunto - non
c’è più tempo da perdere”.
Venerdì 28 novembre c’è stato
lo sciopero nazionale degli edili,
con astensione dal lavoro di 4 ore
in tutta Italia. Una categoria colpita
pesantemente dalla crisi del comparto edilizio che ha visto la perdita di migliaia di posti. Ma i lavoratori non sono disposti ad accettare i
ricatti di Ance e Coop, associazioni
padronali che pretendono il rinnovo del contratto senza un centesi-
mo di aumento e con la distruzione
del Contratto Nazionale di Lavoro. Con forza si oppongono anche
al peggioramento delle condizioni
di lavoro in un settore dove dilaga
l’illegalità.
Le maggiori manifestazioni
si sono avute a Roma, Milano, in
Piemonte, in Puglia, a Palermo e
a Napoli. In Campania lo sciopero è stato di 8 ore per sottolineare
la grave crisi che attraversa l’edilizia in questa regione, con decine di morti nei cantieri spesso controllati dalla camorra. Purtroppo
dobbiamo registrare anche diversi
“scioperi al rovescio” come a Imola e Rimini. Idea lanciata da Landini dove i lavoratori e i disoccupati dalle manifestazioni sono stati
dirottati a restaurare gratuitamente
edifici pubblici.
Decine di migliaia i lavoratori del settore agroalimentare, tra
braccianti, operai agricoli, delle industrie alimentari e forestali, hanno
manifestato sabato 29 in piazza a
Roma contro le misure del Jobs act
e l’illegalità e lo sfruttamento del
lavoro in agricoltura. Tra le richieste: interventi per il settore della
forestazione ed azioni concrete da
parte del Governo e del parlamento per una riforma del mercato del
lavoro agricolo che sia trasparente
e legale, in grado di contrastare efficacemente i fenomeni di intermediazione illecita e lavoro nero. Nel
corteo anche i segretari di Cgil e
Uil, Camusso e Barbagallo.
L’1 dicembre hanno scioperato i lavoratori pubblici della CISL
per il rinnovo del contratto di lavoro fermo da sei anni. L’adesione in media nelle diverse regioni
ha oscillato tra il 15 e il 20%, con
partecipati presidi e manifestazioni
in diversi capoluoghi di provincia
in tutta Italia.
Di fronte alla crescente mobilitazione dei lavoratori e delle masse
popolari e con l’avvicinarsi dello
sciopero generale del 12 dicembre, Renzi è sempre più nervoso e
risponde con la sua solita arroganza. Attacca in continuazione i sindacati e i lavoratori, dipinti come
fannulloni che scioperano, che vogliono difendere i “privilegi” (cioè
un lavoro dignitoso e con diritti)
mentre dall’altra parte, quella dei
“buoni”, ci sono lui e i padroni.
Di fronte all’assemblea nazionale
della CNA (Confederazione Nazionale degli Artigiani) ha dichiarato: “gli imprenditori sono i veri
eroi del nostro tempo”. La Camusso gli ha risposto : “I veri eroi sono
i lavoratori e non gli imprenditori”.
Giustamente, è il minimo che poteva dire.
Lo sapevamo benissimo che
Renzi stava dalla parte dei padroni
e il PMLI lo ha denunciato fin dal
suo insediamento, ma anche i lavoratori se ne sono accorti. La classe
operaia, i lavoratori, a cominciare
dai precari, i disoccupati, i pensionati, i giovani, le masse popolari
e femminili non devono aspettarsi niente di buono da questo presidente del Consiglio e devono continuare a combatterlo con tutte le
loro forze, finché questo neofascista in camicia bianca e il suo governo non saranno spazzati via.
no jobs act / il bolscevico 3
N. 45 - 11 dicembre 2014
Cancellato da destra il diritto borghese del lavoro, col voto di Bersani e Epifani e l’assenso di Napolitano
La Camera nera approva il Jobs Act
imposto da Renzi
per la liberta’ di licenziamento
La sinistra del PD non ci sta: due deputati votano contro, due si astengono, 29 non partecipano al voto. Anche
la Bindi minaccia di fondare un nuovo partito. Il M5S fa un gran baccano, ma poi non ha il coraggio di votare no
Il nuovo Berlusconi va spazzato via
Il 25 novembre la Camera nera
ha approvato a passo di carica in
seconda lettura il disegno di legge delega che dà ampia facoltà al
governo di scrittura e applicazione del famigerato Jobs Act di Renzi e Poletti. Il provvedimento che
abolisce definitivamente l’articolo
18, dando piena libertà di licenziamento ai padroni e scardinando altri diritti sanciti dallo Statuto dei
lavoratori, come il diritto a non essere retrocessi nelle mansioni e il
diritto a non essere spiati sul posto
di lavoro.
Rispetto alla prima approvazione dell’8 ottobre in Senato,
avvenuta grazie all’imposizione
del voto di fiducia, stavolta Renzi correva meno rischi avendo una
maggioranza schiacciante alla Camera, e così ha potuto farsi bello
evitando il voto di fiducia, nonostante la defezione di una trentina
dei suoi deputati. Un lusso che si è
potuto concedere anche grazie alla
procedura accelerata per la discussione in aula (poche ore in tutto,
complice anche la presidente Boldrini), che gli dava la garanzia del
rispetto dei tempi da lui stesso prefissati, altrimenti aveva già pronto il voto di fiducia anche alla Camera. Come è praticamente sicuro
che lo imporrà per la terza e ultima
lettura di nuovo al Senato, dove i
numeri sono molto più risicati per
la maggioranza di governo. Ripetendo così per la seconda volta la
scandalosa forzatura procedurale di una legge delega approvata col voto di fiducia, che è come
dire una doppia cambiale in bianco estorta al parlamento.
Ciononostante l’approvazione è avvenuta con 316 voti a favore, ossia un solo voto in più
della maggioranza assoluta del
parlamento che il voto di fiducia
avrebbe richiesto se fosse stato
messo, e questo la dice lunga sulla
reale “solidità” della maggioranza su cui si regge il governo del
Berlusconi democristiano. In questo caso di voti ne bastavano molti meno, perché 260 deputati erano
usciti dall’aula per non partecipare al voto: tra questi tutti quelli di
Forza Italia, Lega, SEL e M5S, più
una trentina di deputati dissidenti
della sinistra del PD, tra cui Fassina e Cuperlo, ma anche D’Attorre,
Zoggia, Bindi, Boccia, Marzano,
Pollastrini e altri. Invece sono rimasti in aula a votare no Pippo Civati e Luca Pastorino, mentre altri
due civatiani si sono astenuti.
Anche i deputati del M5S, pur
avendo fatto un gran baccano in
aula, sventolando strisce con la
scritta “Licenziact”, poi non hanno avuto la coerenza e il coraggio
di votare no, ma hanno preferito
uscire dall’aula, come i 29 dissidenti PD che non partecipando al
voto hanno solo voluto lanciare un
segnale a Renzi senza osare pronunciarsi chiaramente contro il
suo Jobs Act.
Immagini delle proteste contro il Jobs Act. Da sinistra: Roma, manifestazione nazionale CGIL del 25 ottobre, il corteo lavoratori della Bonfiglioli a Forlì del 25 novembre, subito dopo l’approvazione alla Camera, gli studenti di Torino in piazza
a fianco dei metalmeccanici il 17 ottobre scorso
La complicità di
Bersani ed Epifani
Il dissenso della minoranza interna era stato annunciato alla vigilia del passaggio parlamentare dagli stessi Cuperlo e Fassina,
col primo che dichiarava “così
com’è il Jobs Act è insostenibile,
non posso votarlo”, e il secondo
che accusava il provvedimento di
puntare alla “libertà di licenziamento”. Rosy Bindi, esponente
di punta della corrente prodiana,
ventilava addirittura la possibilità
di una scissione del PD per formare un nuovo partito “di sinistra”. Il
giorno precedente alla votazione
finale 17 deputati della minoranza, tra cui Cuperlo, Fassina e Civati, votavano un emendamento
dell’ex sindacalista Fiom Airaudo
(SEL), che chiedeva di ripristinare l’articolo 18 per i neo assunti
dopo un anno di contratto anziché
i tre previsti dal provvedimento.
Emendamento bocciato, ma che
suonava un campanello d’allarme
per il governo.
Ecco allora accorrere in aiuto a
Renzi l’altra metà della “sinistra”
interna, con l’ex segretario Bersani che, pur brontolando contro gli
attacchi del premier alla Cgil e il
suo menefreghismo verso la batosta astensionista in Emilia Romagna, ha garantito i suoi voti “per
disciplina di partito, perché chi ha
fatto il segretario non può tirarsi
fuori facilmente”, e perché vuole
assolutamente evitare scissioni. A
lui si sono uniti a puntellare Renzi votando il Jobs Act anche gli
ex sindacalisti Epifani e Damiano, diventati per questo, insieme
ad altri ex dirigenti sindacali che
hanno votato la legge, meritatamente oggetto di una petizione di
delegati di grandi fabbriche e del
settore pubblico che chiede alla
segreteria di ritirare loro la tessera di iscrizione alla Cgil. Petizione su cui però la Camusso fa orecchie da mercante.
Su un altro fianco i leader di
Area riformista, gli ex bersaniani
Speranza, Martina e Micheli, ora
renziani convinti, provvedevano a
mettere in sicurezza il provvedimento col loro pacchetto di voti,
vantandosi pure di essere stati decisivi per la sua approvazione, perché “senza di noi saltava il
numero legale e il governo”. Ancora una volta, perciò, Renzi l’ha
avuta vinta sulla frastagliata e divisa minoranza interna, e ha potuto cantar vittoria così: “Abbiamo tolto l’articolo 18, e volete che
non ci siano dei dissidenti? Ci dicevano che i dissidenti sarebbero
stati 80 e invece sono 30. Ci dicevano che saremmo stati attaccati
al voto di Forza Italia, invece ce
l’abbiamo fatta da soli”.
Nessuna concessione
alla sinistra PD
Del resto, per quanto i dissidenti si affannino a dichiarare che
la battaglia proseguirà al Senato,
Renzi sa che non avranno il coraggio di non votare la fiducia, perché
ciò farebbe cadere il governo provocando le elezioni anticipate, e di
conseguenza anche la loro non ricandidatura al nuovo parlamento.
Anzi vorrebbe forzare al massimo
i tempi per arrivare ad approvare il Jobs Act prima dello sciopero generale del 12 dicembre, così
da mettere il sindacato davanti al
fatto compiuto. E comunque vorrebbe partire con i decreti attuativi già da gennaio. E difatti di questo è andato subito a parlare con
Napolitano al Quirinale, rassicu-
randolo anche sulla tenuta del patto del Nazareno con Berlusconi
e sul cammino delle altre “riforme”, in particolare dell’Italicum
e dell’abolizione del Senato. Ricevendo ovviamente in cambio il
più convinto e soddisfatto assenso
da parte del nuovo Vittorio Emanuele III.
In ogni caso la “battaglia” della sinistra PD non è per affossare il provvedimento, che è l’unica
cosa che conta veramente, ma solo
per ottenere da Renzi qualche minimo ritocco che possa farle piantare una bandierina e certificare la
sua esistenza in vita. Delle cose
che gli aveva chiesto e che lui aveva promesso, oltre al dovuto reintegro per i licenziamenti discriminatori (ma spetta al lavoratore
l’onere di dimostrarlo in tribunale), è rimasto solo il reintegro per
alcuni tipi di licenziamenti disciplinari respinti dal giudice. Quali?
Sarà sempre il governo a stabilirlo
nella delega, probabilmente solo
in caso di licenziamento per furto inesistente. Non ci rientrerebbero per esempio nemmeno i tre sindacalisti Fiom di Melfi licenziati
da Marchionne con false accuse di
sabotaggio e riammessi in fabbrica dal tribunale del lavoro.
Delle garanzie sugli ammortizzatori sociali non c’è traccia, per
l’anno prossimo ci sono solo 1,9
miliardi stanziati dalla legge di stabilità, poi si vedrà; mentre è certo
che sarà abolita la cassa integrazione in caso di licenziamenti per
cessazione aziendale o di un ramo
di essa, e che dal 2017 sarà abolita
l’indennità di mobilità. Così come
non c’è la soppressione, promessa nella proposta originale, e nemmeno lo sfoltimento, delle decine
di contratti atipici, ma solo (forse)
l’abolizione dei contratti a progetto. Restano pure il demansiona-
mento e il controllo a distanza dei
lavoratori, sia pure limitato (sembra) agli impianti e agli strumenti
di lavoro, come computer e cellulari. Non c’è nemmeno la certezza
che i contratti “a tutela crescente”
senza articolo 18 (in realtà bisognerebbe chiamarli “a monetizzazione crescente dei licenziamenti
senza giusta causa”) siano applicati solo ai nuovi assunti, e non
siano invece estesi a tutti i lavoratori. Il fatto è che si tratta di una
legge delega, una legge in bianco
per definizione, e che una volta ottenuta il governo potrà scriverla
come gli pare e piace, senza che
il parlamento possa più intervenire per correggerla, ma solo per
esprimere al massimo un parere
consultivo.
Realizzati i “sogni”
della Confindustria
In sostanza escono riconfermati tutti i punti più antisindacali
e filopadronalidi cui il Jobs Act si
è caricato via via che Renzi scopriva le sue carte. Lo ha rivelato
fra l’altro “Il Fatto Quotidiano”,
facendo una comparazione tra il
Jobs Act così come si è andato
configurando negli ultimi mesi e
un documento della Confindustria del maggio scorso in cui erano elencati esattamente gli stessi
punti, sovente anche con le stesse formulazioni, poi riapparsi nel
provvedimento di Renzi e Poletti.
Tanto da farlo sembrare un “copia
e incolla” del documento confindustriale.
Solo la lotta di massa nelle
piazze, nelle fabbriche, nei campi, nelle scuole e in tutti i luoghi di lavoro può bloccare perciò
l’odioso attacco del nuovo Berlusconi, in combutta con Marchionne, la Confindustria e i vertici
dell’Unione europea imperialista,
ai diritti normativi, contrattuali e
democratici dei lavoratori, strategicamente volto a cancellare da
destra i fondamentali dello stesso
diritto borghese del lavoro e far
tornare le relazioni industriali al
modello mussoliniano e vallettiano in vigore fino alle grandi lotte
del ’68-’69.
In questo quadro lo sciopero
generale di Cgil e Uil del 12 dicembre rappresenta una prima, se
pur parziale e tardiva, risposta che
va nella giusta direzione, ma non
ci si deve assolutamente fermare
qui, a una mera azione di testimonianza come nelle intenzioni dei
vertici sindacali cedevoli e opportunisti. Occorre invece intensificare ed allargare le lotte per spazzare
via il governo del nuovo Berlusconi, che è l’unico modo per affossare anche la sua politica antioperaia, antipopolare e piduista.
4 il bolscevico / interni
N. 45 - 11 dicembre 2014
Come Mussolini: “Si stancheranno prima loro di noi”
Renzi contestato a Catania,
Reggio Calabria e In Irpinia
Caricati i giovani a Catania
Il nuovo Berlusconi assomiglia sempre più a Mussolini
Con l’arroganza che gli è propria, mentre massacra le masse
popolari, il Berlusconi democristiano Renzi si è recato in una
visita propagandistica per Sicilia,
Calabria e Campania, profondendosi in chiacchiere che hanno lasciato le masse meridionali con un
pugno di mosche. Ci si chiede a
quale “messaggio di speranza” si
sia riferito Renzi quando a Catania, a poche ore dall’approvazione
del Jobs act e mentre la disoccupazione tocca punte storiche nel
Mezzogiorno ha affermato “che le
idee possono smettere di essere
sogni e diventare realtà”.
Le masse popolari meridionali
lo detestano e lo hanno accolto a
fischi e lancio di uova e urla durante la passerella mediatica che lo ha
portato da Catania a Reggio Calabria all’Irpinia. Nessun impegno
concreto sul problema del lavoro,
della disoccupazione giovanile e
femminile, dell’abbandono del territorio, della criminalità organizzata, ma tutto un disgustoso posare
in perfetto stile mussoliniano tra
lavoratori e uno stringere mani alle
corrotte istituzioni politiche locali,
le quali lo hanno accolto in trionfo
con un imponente schieramento
di “forze dell’ordine”, per tenere
lontane le contestazioni esplose
ovunque.
Così quando si è presentato
a Catania, in compagnia del fido
sottosegretario Del Rio, ha fatto
una passerella alla 3Sun, fabbrica
di pannelli fotovoltaici, Joint Venture paritetica tra Enel Green Power, Sharp, STMicroelectronics e
poi si è avviato al Municipio, nella
piazza intanto veniva impedito ai
manifestanti, bloccati da agenti
in assetto antisommossa, di rag-
il conflitto di classe esploda, altro
che ordine e disciplina!
Scappato da una porticina di
servizio diretto a Reggio Calabria,
è stato qui accolto con un lancio
di uova davanti all’AnsaldoBreda,
dove era stato organizzato dalla
CGIL un presidio di operai. I manifestanti esponevano bandiere sindacali e vari striscioni con
scritto, tra l’altro, “governo uguale
fame”. Al presidio erano presenti
anche i tirocinanti degli uffici giudiziari, disoccupati ed i lavoratori
della Italcementi di Vibo Valentia. Un presidio della CGIL anche
nell’avellinese, in Irpinia, allo stabilimento Ema di Morra de Sanctis,
una cattedrale nel deserto del 90%
degli stabilimenti chiusi nella zona.
Presenti in attesa di Renzi anche
i comitati contro le trivellazioni in
Irpinia. Tanti manifesti e striscioni con parole come “Fermiamo lo
Sblocca Italia, cacciamo il governo
Renzi”,
Catania, 28 novembre 2014. La polizia circonda chi protesta e contesta Renzi in visita a Catania
giungere Renzi dentro la sede del
Comune. I giovani hanno lanciato
slogan come: “Disoccupazione,
sfratti, precarietà, cacciamo Renzi
dalla Città” e hanno tentato di forzare il cordone di “forze dell’ordine”, urlando “Vergogna, vergogna”
e “questa piazza è pubblica”.
Un corteo ha tentato di arrivare
in Piazza Duomo, ma è stato bloccato dalla polizia e dai carabinieri
con un corpo a corpo. La protesta
ha tuttavia raggiunto il suo scopo
perché Renzi è dovuto entrare e
poi uscire di nascosto dal Comune
da una porta secondaria.
“Si stancheranno prima loro, noi
non ci stanchiamo”, ha sprezzan-
temente e con piglio mussoliniano ribattuto Renzi rintanato nella
sala consiliare dove il neopodestà
Bianco, PD, lo ha accolto con tutti
gli onori, stendendo il tappeto rosso al primo massacratore sociale
delle masse catanesi.
Il punto è che le contestazioni
non sono capricci estemporanei.
Il punto è che la lotta di classe si
scatena sempre più man mano
che il nuovo Berlusconi procede
nella sua arrogante politica di massacro sociale.
E Renzi sa bene cosa sta succedendo, non è un caso che contro il conflitto sociale che monta
in Italia, il premier in persona stia
conducendo una violenta campagna politica e ideologica, esaltando la pacificazione e l’ordine
sociale: “È convinzione – ha affermato, ricorrendo a uno slogan
caro a Mussolini, durante l’inaugurazione dell’anno accademico della Polizia Tributaria - che solo con
l’adempimento con onore e disciplina di tutti e ciascuno, partendo
da chi ha incarichi di governo fino
al cittadino comune vero eroe della
quotidianità, riusciremo a cambiare il Paese”.
Ma non c’è onore in un governo
che massacra le masse popolari
ed è bene non riporvi alcuna fiducia e contestarlo duramente. Che
Renzi è responsabile
dell’abbandono del
Mezzogiorno
Per il nuovo Berlusconi democristiano, la condizione del Sud
dipende da “ragioni storiche, figlie
di scelte sbagliate che possono
essere cambiate”.
È vero, ma il problema è capire
chi aggrava adesso la condizione
del Sud e come può essere cambiata. Sulle ragioni storiche si è innestata, la crisi economica del capitalismo che è passata come uno
schiacciasassi sul nostro Mezzogiorno e a guidare la distruzione in
questi ultimi 20 anni c’erano Ber-
lusconi, Prodi, Monti e Letta. E ora
c’è Renzi, che, con le sue politiche
sul lavoro, come il Jobs act, o con
provvedimenti che devastano il
territorio e favoriscono la criminalità organizzata, come lo “SbloccaItalia”, incancrenisce gli effetti di
scelte storiche e attuali sbagliate e
antimeridionali e prosegue e accelera nel programma di scaricare la
crisi del capitalismo sui lavoratori
e sulle masse popolari, soprattutto
del Sud.
Lottare per risolvere i problemi
del Sud significa anzitutto lottare per mandare a casa il governo
Renzi, come veniva chiesto durante le contestazioni, abrogare i suoi
provvedimenti, a partire dal Jobs
act, per il lavoro stabile, a salario
intero, a tempo pieno, sindacalmente tutelato. È su questo tema
che tutte le forze politiche, sociali,
sindacali, culturali e religiose democratiche e antifasciste cui sta
a cuore la sorte del Sud devono
convergere.
Non solo, noi auspichiamo che
soprattutto i giovani e le giovani, le
donne del Sud che nella lotta proprio in questi giorni sono in prima
linea, comprendano che tutte le
loro sofferenze hanno origine dal
capitalismo. Non si possono cambiare le sorti del nostro Mezzogiorno senza abbattere il capitalismo e
i governi che gli reggono il sacco,
anche se sono espressione della
“sinistra” borghese.
Che i giovani e le donne meridionali vessati dallo sfruttamento,
dall’oppressione, dall’emigrazione
diano le ali al loro futuro raccogliendo la proposta strategica del
PMLI di battersi per la conquista
dell’Italia unita, rossa e socialista.
Storica sentenza della Corte di giustizia europea
“I precari della scuola vanno stabilizzati”
Il contratto a termine non può essere rinnovato infinite volte. Tra
insegnanti e personale Ata sono 250-300 mila lavoratori che vanno assunti
La Corte di giustizia europea
ha intimato al governo Renzi di
assumere i precari della scuola
con alle spalle almeno tre anni di
servizio nelle scuole, in quanto il
rinnovo continuo dei contratti è
pratica “contraria al diritto del lavoro nell’Ue”.
Secondo la storica sentenza
del 25 novembre, l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato va interpretato come vincolante
e le normative nazionali devono
adeguarvisi. E non è rergolare in
attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale di ruolo delle
scuole statali, il rinnovo di contratti
di lavoro a tempo determinato per
la copertura di posti vacanti (organico di diritto) e disponibili (organico di fatto) di docenti e personale
Ata.
In sostanza il governo italiano
viola la direttiva europea n. 70 del
1999, secondo cui dopo 36 mesi
di servizio i precari hanno diritto ad
essere assunti a tempo indeterminato, a meno che non sussistano
“ragioni oggettive”, le quali di fatto
non sussistono. Nel 2011 il governo Berlusconi IV aveva emanato
una legge in base alla quale la normativa europea non doveva essere
applicata ai lavoratori precari della
scuola. E contro questa normativa
dei precari, sostenuti dall’ANIEF
(Associazione Professionale e Sindacale che rappresenta alcuni docenti della scuola) ha fatto ricorso.
La sentenza riguarda i precari che
hanno coperto cattedre che avrebbero dovuto essere di ruolo che
non risultano avere un titolare e i
precari con contratto al 30 giugno,
che abbiano svolto 36 mesi. La
sentenza apre anche alla possibilità di richiedere il pagamento degli
scatti di anzianità per il periodo di
precariato o preruolo. Si tratta di risarcimenti per due miliardi di euro.
Una sentenza attesa da qualche mese dal governo Renzi, che,
con il piano di 148mila assunzioni a partire da settembre 2015 ha
tentato e tenta ancora, stando alle
dichiarazioni della ministra Stefania Giannini, che conferma la cifra
stabilita dal governo, di giocare al
ribasso rispetto ai 250/300 mila
lavoratori della scuola beneficiari
della sentenza.
Ma le questioni aperte non
si esauriscono al mondo della
scuola, infatti la sentenza a rigor
di logica riguarda tutti i lavoratori
precari, a partire da quelli del pubblico impiego, e in ogni caso è una
sentenza che sconfessa lo stesso
impianto del Jobs act. In sostanza Renzi è sul fronte dei diritti dei
lavoratori ben più a destra delle
normative dell’Ue imperialista, ultraliberista e antipopolare, il che è
tutto dire.
Certamente la sentenza mostra
che il piano sulla “Buona Scuola”
è inadeguato di fronte alle lacune del sistema scolastico italiano
e va respinto, non soltanto per il
gioco al ribasso sull’assunzione di
precari, ma anche per la prevista
abolizione del CCNL, degli scatti di
anzianità e il raddoppio dell’orario
di lavoro a parità di salario.
Bisogna battersi per l’assunzione di tutti i precari della scuola
e della pubblica amministrazione,
ma anche per l’abolizione del Jobs
act, per la piena occupazione, per
l’aumento dell’indennità di disoccupazione, per l’abolizione del precariato, per l’aumento dei salari e
delle pensioni sociali, minime e più
basse, per la pensione, la sanità e
l’istruzione pubbliche.
In ogni caso il governo del Berlusconi democristiano non merita
alcuna fiducia. Va spazzato via
senza indugio e con la massima
determinazione, conducendo contro di esso una dura opposizione di
classe e di massa nelle fabbriche,
in tutti i luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, nelle piazze,
nelle organizzazioni di massa, specie sindacali e studentesche.
A Portovesme
L’Alcoa licenzia 800 operai
A smentire per l’ennesima volta
il Berlusconi democristiano Renzi
ci ha pensato il colosso americano
proprietario dell’Alcoa di Portovesme (Iglesias) che, nel mezzo della
delicata trattativa per vendere lo
stabilimento a Glencore, un altro dei
colossi mondiali dell’alluminio, ha
spedito le lettere di licenziamento
ai 437 operai, in cassa integrazione
dal gennaio 2013.
La notizia è arrivata martedì 25
novembre da fonti sindacali e conferma che Alcoa ha portato avanti
quanto stabilito “nel quadro degli
accordi di mobilità”, dichiara Moreno Muresu della Fim-Cisl, come
se fosse un fatto inevitabile, contro il quale tutti i lavoratori, dello
stabilimento e dell’indotto, hanno
lottato incessantemente da tempo. Ma la gravità della situazione
emerge dal fatto che “le lettere di
licenziamento sanciscono il disimpegno definitivo e irrevocabile di
Alcoa” che lascia senza un posto
di lavoro e con un salario decurtato tutti i 437 lavoratori della fabbrica di Portovesme, ma anche i 360
dell’indotto, che le lettere di licen-
ziamento hanno cominciato a riceverle prima. Non solo, gli ammortizzatori sociali in deroga, a causa
dei rimpalli tra Regione Sardegna
e governo, lasciano spesso i lavoratori senza reddito e in particolare proprio i lavoratori degli appalti
che non hanno le stesse coperture. Questo atto significa anche che
non c’è nessuna sicurezza che la
trattativa con Glencore porti ad
una qualsiasi riapertura della fabbrica e a nuovi posti di lavoro.
La Glencore, infatti, chiede una
drastica riduzione dei costi energetici, che in Sardegna superano
di molto la media europea, e che il
governo non si è mai impegnato a
garantire per non correre il rischio
delle sanzioni dell’Ue imperialista.
La multinazionale americana
smobilita con la solita motivazione pretestuosa degli alti i costi di
produzione e se ne va con le valigie piene di super profitti lucrati
alle spalle degli operai e delle loro
famiglie che lascia sull’isola nella
miseria e nella desertificazione industriale mentre, poche settimane
fa, ha completato l’acquisizione
di Firth Rixson, un leader della
componentistica dei motori aerospaziali; con quest’acquisizione
ha calcolato che i ricavi aumenteranno di 1,6 miliardi dollari entro il
2016. Alla faccia della crisi!
“Sia chiaro – aggiunge il segretario generale Fim-Cisl Marco
Bentivogli - non saremo certo noi
a gettare la spugna, ci batteremo
fino all’ultimo per tenere accesa la
speranza e risolvere positivamente
la vertenza simbolo del vuoto della
politica”.
Maurizio Landini, Fiom-Cgil,
presente a Cagliari proprio il 25
allo sciopero generale ha definito
la situazione dei lavoratori sardi
drammatica: “per questo serve
uno sforzo collettivo che affronti
in modo nuovo e diverso la situazione”.
Ma per difendere gli interessi
dei lavoratori occorre un sforzo
maggiore ai sindacati confederali e
indire, finalmente, lo sciopero generale nazionale di otto ore di tutte
le categorie con manifestazione a
Roma sotto Palazzo Chigi per cacciare il nuovo Berlusconi Renzi.
N. 45 - 11 dicembre 2014
imperialismo e inteventismo del governo renzi / il bolscevico 5
Lo afferma senza vergogna Gentiloni, nuovo ministro degli Esteri
L’Italia imperialista e interventista
di Napolitano e Renzi pronta
aLamandare
l’esercito
in
Libia
politica colonialista di Mussolini rivive nel governo Renzi
La Libia rientra nel nostro cortile di casa e l’Italia è pronta ad un
intervento militare per proteggere i
nostri interessi nazionali: è questa
la dottrina interventista che il neo
ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha adottato da quando si è insediato alla Farnesina poche settimane fa. E la espone senza pudore
in interviste ai principali quotidiani nazionali come “Il Foglio”, “La
Repubblica” e “Il Messaggero”,
che sta facendo pubblicare sul sito
del ministero dandogli evidentemente il valore di altrettante dichiarazioni ufficiali.
Intervistato dall’ex Lotta continua Gad Lerner, per il quotidiano
del magnate De Benedetti e dell’ex
fascista Scalfari, l’ex Democrazia
proletaria, MLS e PDUP Gentiloni
non si fa pregare a rivelare le smanie neocolonialiste del governo
Renzi e sue personali. Alla domanda preconfezionata e compiacente
di Lerner, “ministro Gentiloni, prima o poi diventerà inevitabile un
intervento in Libia per impedire
che il terrorismo e la pirateria se
ne impadroniscano definitivamente?”, il titolare della Farnesina risponde infatti prontamente: “Non
dobbiamo ripetere l’errore di mettere gli stivali sul terreno prima di
avere una soluzione politica da sostenere. Ma certo un intervento di
peacekeeping, rigorosamente sotto l’egida Onu, vedrebbe l’Italia
impegnata in prima fila. Purché
preceduto dall’avvio di un percorso negoziale verso nuove elezioni garantito da un governo di saggi. In assenza del quale mostrare
le divise rischia solo di peggiorare
la situazione. Ci stiamo lavorando,
con i paesi dell’area e con le Nazioni Unite”.(...)
Il ministro rivela cioè candidamente che il governo Renzi
sta preparando il terreno a un intervento militare “in prima fila”
dell’Italia in Libia, d’accordo con
“i paesi dell’area”, a cominciare –
è sottinteso - dall’Egitto dei generali golpisti e dagli Stati del Golfo,
verso i quali l’attivismo e le visite
di Renzi si sono fatte non a caso
frenetici negli ultimi tempi. Solo
che prima è necessario garantirsi
il beneplacito dell’Onu e una richiesta di intervento da parte di
una qualche governo provvisorio
filo occidentale, in modo da poter
giustificare l’intervento militare
Mussolini a Tripoli durante il suo viaggio nella Libia sotto l’occupazione fascista
dietro la foglia di fico di una “missione di pace”, sul modello Afghanistan. E anche per avere la scusa di aggirare per l’ennesima volta
l’ormai inutile ma ancora fastidiosamente presente articolo 11 della Costituzione. Anche a questo,
cioè a creare in loco un potere politico fantoccio, il governo “ci sta
lavorando”: “Non ci rassegniamo
alla dissoluzione della Libia. Saremo parte attiva nell’individua-
re una transizione politica unitaria
cui subordiniamo l’eventualità di
una presenza militare di peacekeeping”, insiste infatti Gentiloni con
l’inviato de “La Repubblica”.
Questo disegno politico-militare interventista Gentiloni lo ha
esposto anche all’inviato de “Il
Messaggero”, al quale ha ribadito
che “la Libia ci interessa più da vicino e coinvolge i nostri interessi
nazionali da tutti i punti di vista:
economico, politico, della sicurezza, migratorio”. “L’Italia – ha aggiunto - è pronta a fare la sua parte in Libia anche con interventi di
peacekeeping, per i quali occorre
però un processo di pace guidato
dall’Onu e in Libia non siamo ancora in quella fase. Serve un governo provvisorio, un percorso
istituzionale verso un nuovo assetto che tenga assieme i moderati delle diverse parti in conflitto.
Solo a quel punto sarà ipotizzabile una presenza di monitoraggio o
peacekeeping”.
Stessi concetti riportati anche
da “Il Foglio” finanziato da Berlusconi e diretto dal rinnegato ed
agente della Cia Giuliano Ferrara, che ha particolarmente insistito
sul carattere “di sinistra” dell’“interventismo umanitario” di Gentiloni: “Paolo Gentiloni, neo ministro degli Esteri italiano, sa tenere
insieme l’idealismo dell’interventismo umanitario con il realismo
della stabilizzazione, due facce
della teoria di politica estera spesso inconciliabili, e lo fa tracciando
una riga netta tra quello che oggi è
(diventato) di sinistra e quello che
invece è di destra”, azzarda infat-
ti l’inviato de “Il Foglio” in apertura dell’intervista pubblicata con
risalto sul sito della Farnesina. E
poi spiega (senza essere smentito
dal ministro, che evidentemente
approva): “Aprirsi al mondo, intervenire nelle aree di crisi, siglare
trattati di scambio e insistere, indefessi, sui negoziati e il dialogo
è di sinistra. Il protezionismo economico, l’isolazionismo in politica estera e anche la chiusura delle
frontiere - ‘no all’immigrazione’sono di destra”.
L’ex radicale pacifista Gentiloni, insomma, non si vergogna di
ritagliarsi un ruolo da protagonista della dottrina neocolonialista
dell’Italia imperialista e interventista di Renzi e di Napolitano: il
quale, va ricordato, fu promotore
e garante dell’intervento dell’Italia a fianco della Francia, degli
Usa e della Nato nell’aggressione militare imperialista alla Libia
nel 2011. Un intervento che storicamente si ricollegava in maniera
sinistra a quello sanguinosissimo
negli anni ’30 del secolo scorso da
parte di Mussolini, la cui politica
colonialista rivive oggi nel governo Renzi.
Il conte Gentiloni SilverJ, atlantista, amico di Usa e di Israele e nemico del sindacato
Dal 31 ottobre scorso il conte
Paolo Gentiloni è stato nominato
ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale in
sostituzione del suo predecessore,
Federica Mogherini. Quest’ultima
è stata chiamata a Bruxelles per ricoprire la carica di Alto rappresentante per la politica estera dell’UE,
una sorta di ministro degli esteri dell’Unione europea imperialista. Il curriculum del nuovo ministro degli esteri italiano è davvero
eloquente. Gentiloni rappresenta
l’esempio del politicante borghese opportunista in carriera. Con
disinvoltura questo imbroglione
è passato dalla sinistra extraparlamentare ad una posizione centrista
di stampo democristiana. L’opera è stata completata schierandosi
anima e corpo a fianco del nuovo
Berlusconi in camicia bianca Renzi che, come premio per i suoi servigi, gli ha schiuso le porte della
Farnesina. Come tanti dei suoi simili Gentiloni ha saputo riciclarsi
in ogni stagione politica, sempre
attento a rappresentare gli interessi della classe dominante borghese e, avendola servita fedelmente per lunghi anni, soprattutto ora
con Renzi, è stato premiato con la
prestigiosa carica di ministro degli esteri.
Il debutto nella sinistra
extraparlamentare
e il riciclaggio
con Rutelli
Paolo Gentiloni è nato a Roma
il 22 novembre 1954. La sua famiglia non solo appartiene alla prestigiosa borghesia capitolina ma
ha anche nobili origini. Il ministro
Gentiloni discende direttamente dai conti marchigiani Gentiloni
Silverj, e può fregiarsi del relati-
Chi èDailextraparlamentare,
nuovo ministro
degli
esteri
a rutelliano a renziano
vo titolo nobiliare. Il neo-ministro
non è il primo rampollo di famiglia a fare carriera nella politica
borghese, tra i suo avi possiamo
ricordare infatti Vincenzo Ottorino Gentiloni, eponimo del patto
Gentiloni con i liberali di Giolitti
che segnò l’ingresso ufficiale dei
cattolici nella vita politica italiana.
Fin da ragazzo Paolo gode di tutti
i vantaggi propri delle benestanti
famiglie romane. Vive da nababbo nel palazzo di famiglia situato a
pochi passi dal Quirinale e avvia il
suo percorso di studi al liceo Tasso, il più antico e prestigioso della
capitale, dove consegue la maturità classica.
All’università si iscrive a scienze politiche e, come tanti figli della borghesia bene, milita nella sinistra extraparlamentare trozkista.
Il neo-ministro Gentiloni assume
posizioni dirigenziali nel movimento studentesco di Mario Capanna e Turi Toscano. Successive
giravolte, sempre nell’area, lo portano ad entrare nell’Mls (Movimento lavoratori per il socialismo)
e successivamente nel Pdup.
Conseguita la laurea si allontana ben presto dalla politica attiva
e, abbandonate le velleità pseudorivoluzionarie, si dedica al giornalismo collaborando a diverse testate borghesi di prestigio. Negli
anni ’80, precisamente nel 1984,
la svolta ambientalista che gli consente un riciclaggio rispetto ai trascorsi giovanili. Divenuto direttore di Nuova Ecologia, il periodico
di Lega Ambiente, conosce il verde Francesco Rutelli, di cui diven-
ta un fedele sodale.
Negli anni ’90 è al fianco dell’amico Rutelli in corsa al
Campidoglio. A seguito della vittoria di Rutelli su Gianfranco Fini,
candidato per la destra borghese,
arriva l’ingresso ufficiale nelle
istituzioni borghesi con la carica
di assessore al Giubileo. In quella veste Gentiloni spende miliardi di soldi pubblici per addobbare
Roma per la festa clericale dell’allora papa nero Wojtyla. Gentiloni è tra i fondatori della Margherita, la formazione di centro che
avrebbe dovuto raccogliere l’eredità delle aree di sinistra della DC.
In questo contesto la sua posizione è per la nascita di un “centro-sinistra” dichiaratamente borghese
ed antioperaio, radicalmente scisso dalle tradizioni comuniste revisioniste.
Con la Margherita si candida e viene eletto alla Camera dei
Deputati nelle elezioni politiche
del 2001. Da qui in avanti la carriera di Gentiloni procede spedita
nel fango della politica borghese:
deputato, sottosegretario, presidente della commissione di vigilanza Rai e, nel secondo governo
Prodi, ministro delle Comunicazioni. In questa carica Gentiloni si
distingue per il suo totale immobilismo sulla questione dell’occupazione abusiva, da parte di Rete
4, delle reti di trasmissione riservate ad Europa 7. Incurante della
messa in mora dell’Italia da parte
della Commissione europea, Gentiloni non muove un dito per tentare di scalfire l’impero mediatico
del neoduce Berlusconi, questo in
perfetta linea con il governo Prodi.
Anche nella costituzione del PD è
in prima linea.
Fedelissimo del neoduce
in camicia bianca Renzi
Nel 2012 Gentiloni si candida
alle primarie del “centro-sinistra”
per la carica di Sindaco di Roma
ma si colloca soltanto terzo, surclassato da Sassoli, capogruppo PD al parlamento europeo, e
da Ignazio Marino che verrà successivamente eletto sindaco. La
sconfitta non lo fiacca eccessivamente. Novello s. Paolo sulla via
di Damasco, viene folgorato dalla
nuova stella in ascesa nel panorama del “centro-sinistra” borghese:
Matteo Renzi. Comprendendo a
fondo le enormi possibilità offerte accodandosi al nuovo Berlusconi lo appoggia in ogni modo possibile nella sua corsa alle primarie.
Da buon opportunista non esita a
scaricare i suoi precedenti compari pur di mettersi in mostra: “ (…)
non vedo misteri. C’è una parte
del gruppo dirigente che ha guidato il PD in questi quattro anni
che, da settimane, è come ossessionato dall’obiettivo di ritardare
e complicare quella che pensano
sia la prossima vittoria di Matteo
Renzi. Alla fine si fa pagare al PD
un prezzo altissimo, come la terribile figuraccia nell’Assemblea del
partito”. Di servilismo in servilismo Gentiloni si fa strada come
lacchè di Renzi di cui diventa presto un uomo di fiducia: “(…) mi
colpisce il rapido diffondersi di
una freddezza dei diversi establishment di questo paese nei confronti di Renzi: parlo di magistrati, burocrazie, poteri vari.” Il conte
Gentiloni non ha dubbi a riguardo,
è Renzi il futuro per il nuovo PD.
La sintonia è totale, entrambi sono
dichiaratamente favorevoli ad un
cambiamento radicale del welfare e del diritto del lavoro in chiave antioperaia, antisindacale e filo
padronale. Gentiloni inoltre, viste
le sue nobili origini, può schiudere a Renzi i salotti bene della nera
borghesia romana che lo accoglie
a braccia aperte.
La carica di ministro
degli esteri nell’Italia
imperialista ed
interventista
Dopo la scelta di Federica Mogherini di lasciare la propria carica di ministro in favore del prestigioso ruolo di Alto rappresentante
della politica estera dell’UE il conte Gentiloni entra in fibrillazione,
pronto a raccoglierne l’eredità.
Nella sua nomina alla Farnesina,
un ruolo decisivo è stato giocato
da Napolitano, che ha subito dichiarato di considerarlo la persona
giusta al posto giusto.
Rispetto al suo predecessore Federica Mogherini, ha una linea di politica estera molto più
filo atlantica e filo israeliana. Se
alla Mogherini veniva contestata
una linea troppo accondiscendente verso lo zar Putin, Gentiloni è
invece spudoratamente filo americano. Il nuovo nobile ministro
degli esteri può vantare dei contatti diretti con i maggiori gruppi di potere che guidano la politica estera imperialista statunitense
ed europea. È dichiaratamente, per
sua stessa ammissione, filo atlantico e filo israeliano. Il suo insediamento alla Farnesina è stato salutato da commenti entusiastici da
parte della comunità ebraica che
sa di avere in lui un valido interlocutore. In ossequio alla politica
imperialista ed interventista italiana, appena insediato alla Farnesina il conte Gentiloni ha provveduto a contattare i due marò, Latorre
e Girone, trattenuti in India a seguito dell’assassinio di innocenti
pescatori. Sul caso dei due marò il
neo titolare della Farnesina ha affermato che: “(…) la loro liberazione è in cima alla nostra agenda.”
Il passo successivo del neo-ministro è stato quello di mostrarsi
un fedele esecutore delle direttive
atlantiche nell’ambito della questione ucraina. Lo scorso 13 novembre a Madrid ha dichiarato il
suo appoggio assoluto ed incondizionato alle sanzioni UE contro la
Russia dello zar Putin: “L’Europa,
sul conflitto in Ucraina, è compatta nell’imporre sanzioni alla Russia (…) sull’Ucraina. Registro una
convergenza tra i nostri governi
molto significativa sulle sanzioni
alla Russia.” Con il conte Gentiloni alla Farnesina l’Italia proseguirà
nella politica estera interventista e
imperialista, proseguirà nel riarmo
bellicista affamando e torchiando
i lavoratori. Anche per questi motivi il governo Renzi deve essere
immediatamente spazzato via, primo passo per la conquista dell’Italia unita, rossa e socialista.
6 il bolscevico / interni
N. 45 - 11 dicmbre 2014
Autorizzate dallo “Sblocca-Italia” del governo Renzi
La Basilicata si rivolta contro
le trivellazioni selvagge
Il PMLI appoggia la lotta delle masse lucane
La devastazione ambientale,
oltre che economica, dell’Italia
avanza come un carrarmato con
lo Sblocca Italia e per la Basilicata prevede che il territorio sia interessato alla ricerca, estrazione e
raffinazione di idrocarburi per circa i 3/4 della regione.
Giustamente infuriati i lucani,
martoriati da emigrazione (3.000
giovani ogni anno devono abbandonare questa terra, da povertà), da
disoccupazione, poiché l’industria
petrolifera in venti anni ha portato ben poca ricchezza alle masse
popolari, che hanno dovuto subire
la distruzione dell’economia agricola, mentre le istituzioni borghesi assistevano immobili all’esodo
di migliaia di agricoltori dai campi, alla chiusura di 24 mila aziende, all’abbandono di 25 mila ettari di superficie coltivata. Se poi si
vuole parlare dei danni ambientali
si può raccontare di una Basilicata che muore per i fanghi e i fluidi perforanti, per i metalli pesanti
abbandonati o sotterrati nei campi,
per l’inquinamento delle falde acquifere e delle acque superficiali,
ma anche della diffusione sempre
più ampia dei tumori e dell’abbassamento dell’età dei malati.
Ormai sono giornaliere le proteste contro lo “Sblocca Italia” che
va ad aggravare la situazione ormai al collasso. Tra le più grandi
manifestazioni quella dell’8 novembre a Potenza con i giovani e
i giovanissimi in prima linea, arrivati da tutta la Basilicata. “Mo’
Basta!” urlano i giovani, “Basta
petrolio, povertà, inquinamento,
malaffare!” riferendosi ai decenni
di sfruttamento del territorio, alle
connivenze tra petrolieri e istituzioni borghesi e all’aggravamento della situazione imposto dallo
“Sblocca Italia”.
Dure le contestazioni a Renzi,
che qualche settimana prima aveva insultato le masse popolari lucane definendo i manifestanti “tre,
quattro comitatini”. Sotto accusa
anche per il governatore Marcello
Pittella, PD, che ha appoggiato lo
“Sblocca Italia” di Renzi: “Andatevene via – urlano i manifestanti
- Volete trasformare questa regione in un grosso pozzo, una grossa
discarica”.
Le proteste di studenti, comitati, associazioni, movimenti ambientalisti continuano anche in
altri centri e vedono ovunque in
prima fila i giovani. È Potenza la
città più attiva, ma la mobilitazione è culminata il 23 Novembre nella manifestazione regionale
“giù le mani dalla nostra terra” a
Matera dove sono confluiti centinaia di manifestanti da ogni parte
della regione. È una data simbolo
quella del 23 novembre: 34 anni fa
il terremoto investiva il Sud Italia,
provocando migliaia di morti in
Campania e Basilicata, e 11 anni
fa in centomila a Scanzano Jonico
(Matera) marciavano contro la realizzazione del sito unico nazionale dei rifiuti nucleari italiani.
Durante la manifestazione del
23 novembre è stato chiesto al governatore Pittella l’impugnazione presso la Corte Costituzionale
dell’art. 38 dello “Sblocca-Italia”
che consente procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture definite “strategiche”, senza
che vengano individuate le priorità, senza che si applichi la Valutazione ambientale strategica (Via)
che, da marzo 2015, diventa competenza del ministero dell’Ambiente e non più delle Regioni. Un
articolo che dà mano libera ai peg-
goi speculatori e cementificatori e
subordina ai forsennati diktat del
governo Renzi ogni lembo di territorio italiano.
Il PMLI saluta e appoggia la
lotta delle masse lucane contro lo
“Sblocca-Italia” e condanna duramente l’atteggiamento arrogante
e aggressivo del governo Renzi e
delle massime istituzioni regionali.
Il progetto di ridurre la Basilicata
ad una terra di trivellazioni fa parte del complessivo devastante progetto renziano del massimo profitto capitalista, da ottenere sul piano
nazionale con l’abrogazione dei diritti dei lavoratori, tra cui l’articolo 18, e l’imposizione del Jobs Act,
con il ladrocinio legalizzato delle
risorse naturali e delle ricchezze
delle masse popolari attraverso la
Legge di Stabilità, lo Sblocca Italia, il famigerato Piano casa.
Siano soprattutto i giovani in
testa a questa lotta ad innalzare il
livello dello scontro assumendo
come parole d’ordine oltre al “No
trivellazioni! No Sblocca Italia”!
Anche No al precariato e al Jobs
Act che condannano le masse giovanili lucane ad una vita di disoccupazione ed emigrazione, no alla
Legge di Stabilità e al Piano casa
che condannano alla povertà la regione e tutto il Sud. Che i giovani
lucani rivendichino il risanamento ambientale, il diritto al lavoro,
allo studio, all’abitare, alla sanità, all’acqua pubblica per il nostro
Sud. Soltanto comprendendo che
il principale antagonista è il Berlusconi democristiano e i suoi famigerati provvedimenti su ogni fronte e assumendo la parola d’ordine
“Spazziamo via il governo Renzi”!
Potremo salvare la nostra amata
Basilicata dallo scempio ambientale, economico e sociale.
Coinvolti tutti i gruppi consiliari della destra e della “sinistra” borghese
Concluse le indagini su 21 consiglieri
per la “Rimborsopoli lucana”
Dai soggiorni in alberghi a cinque stelle ai divani, dal leasing dell’auto ai profumi, articoli da regalo, finanziamento di concerti
Neanche il Consiglio regionale
della Basilicata è stato risparmiato dallo scandalo che ha investito
omologhi organi di numerose altre regioni italiane, e ora è arrivata
la resa dei conti giudiziaria anche
per ventuno consiglieri lucani appartenenti a tutti i gruppi consiliari
sia della destra sia della “sinistra”
borghese: anche in questo caso i
magistrati di Potenza contesteranno ai politici coinvolti, un vero e
proprio imbroglio ai danni del popolo lavoratore, avendo essi spacciato per spese destinate all’attività politica soggiorni in località
esclusive con alberghi a cinque
stelle, acquisti di scampi freschi
per 160 euro, profumi, articoli da
regalo, leasing di auto personali,
creme antirughe, panettoni, bollette telefoniche di utenze personali,
mobili di lusso, e anche il contributo a un concerto di beneficenza
del cantante Massimo Ranieri.
I ventuno hanno già ricevuto la
notifica dell’avviso di conclusione
delle indagini (atto che quasi sempre prelude alla richiesta di rinvio
a giudizio) per i reati di peculato
e falso, sulle spese pazze fatte nel
2009.
L’indagine, coordinata dai pm
potentini Francesco Basentini e
Valentina Santoro, costituisce il
terzo filone dell’inchiesta sui consiglieri regionali lucani iniziata
nell’ottobre del 2012 sulla loro
gestione delle spese di segreteria e
rappresentanza.
Tanto per fare qualche nome
ed associarvi i relativi misfatti,
l’ex assessore Rosa Mastrosimone (Italia dei Valori), che nel marzo 2013 era finita agli arresti domiciliari e si è dimessa per quanto
emerso dalle indagini sui rimborsi
incassati nel 2010 e nel 2011, ha
inserito, tra l’altro, una costosissima crema antirughe, tovaglie, cosmetici e profumi e la riparazione
di un televisore tra le spese relative al capitolo dell’“esercizio del
mandato senza vincolo di mandato”, l’ex presidente del Consiglio
regionale Vincenzo Santochirico
(PD) ha inserito nel capitolo della “rappresentanza” l’acquisto di
un divano e ben 58 panettoni. L’ex
segretario del Consiglio poi, Luigi Carmine Scaglione dei Popolari
Uniti, avrebbe secondo i magistrati addirittura il dono dell’ubiquità
e sarebbe anche immune dai danni provocati dall’indigestione, dal
momento che ha inserito nel rendiconto 6 fatture diverse con la stessa data e lo stesso orario per pasti
da lui consumati – così si evince –
simultaneamente in 2 ristoranti di
Potenza e 4 di Milano al costo medio di circa 300 euro a pasto, tutti comprendenti ovviamente vini
costosi e in un caso 160 euro solo
di scampi. Anche alcuni ristoratori
sia di Potenza sia di Milano sono
ovviamente finiti sotto inchiesta.
Oltre al dono dell’ubiquità, Scaglione poi riusciva a moltiplicare
addirittura le bollette telefoniche,
in quanto la stessa bolletta telefonica da oltre 500 euro, già portata
a rimborso nel primo semestre del
2009, è stata riproposta in fotocopia anche nel secondo.
Al consigliere Michele Napoli del PDL poi i magistrati contestano l’acquisto di vini pregiati,
a Franco Mollica dell’UDC il pagamento di un fantomatico collaboratore che, l’inchiesta ha dimostrato, non è mai esistito; all’ex
assessore Antonio Autilio dell’Italia dei Valori il contributo per il
concerto di beneficenza di Massimo Ranieri e ad Antonio Di Sanza
del Centro Democratico, che contemporaneamente agli impegni di
consigliere continuava a svolgere
la professione di avvocato, il rim-
borso di tutte le utenze del suo studio legale.
Altri consiglieri si facevano infine rimborsare spese da loro sostenute per la manutenzione delle
loro auto private, dal lavaggio alle
officine meccaniche fino alla rata
del leasing per l’acquisto di una
Mercedes. Più volte ci siamo occupati
della “Rimborsopoli lucana” a cominciare dal numero del 20 giugno 2013, in seguito allo scoppio dello scandalo dei rimborsi
che portò ad aprile di quell’anno
alle dimissioni del presidente del-
la Regione Vito De Filippo e che
costò gli arresti domiciliari a tre
assessori e l’obbligo di dimora a
otto consiglieri. Quel terremoto
politico era dovuto al primo dei
tre filoni di inchiesta relativi al
periodo, per ora, che va dal 2009
al 2012.
Per effetto dei tagli del governo e dei bilanci in dissesto
180 Comuni sull’orlo
della
bancarotta
Erano appena 8 nel 2010
Per effetto della crisi economica capitalista, ma soprattutto a seguito dei tagli del governo
centrale e anche ovviamente della dissennata gestione pubblica di
numerosi sindaci sono attualmente 180 i Comuni italiani letteralmente sull’orlo della bancarotta,
i cui effetti non sono solo astratta contabilità, ma si ripercuotono
sui servizi destinati fondamentalmente alle masse popolari che pagano il conto di tali dissennate politiche.
Si pensi infatti che il Comune
nell’ordinamento giuridico italiano è, tra tutti gli enti pubblici territoriali, l’ente che in misura di gran
lunga maggiore rispetto allo Stato
e alle Regioni eroga servizi come
quelli di trasporto pubblico locale, smaltimento di rifiuti, servizio
idrico, scuole materne e asili d’infanzia, assistenza alle fasce di popolazione in difficoltà, quindi un
Comune che deve tagliare le spese all’osso, alzare le entrate e ven-
dere i beni in fretta per liquidare i
creditori significa che non è più in
grado di erogare tali fondamentali
servizi sociali.
Il fenomeno del dissesto finanziario dei Comuni è andato crescendo in modo esponenziale negli
ultimi anni, in concomitanza con
la crisi mondiale che ha investito il
capitalismo: nel 2009 i Comuni ufficialmente in dissesto erano due,
nel 2010 si erano già quadruplicati salendo a otto, a metà del 2014
i Comuni il cui dissesto finanziario è stato dichiarato ufficialmente sono diventati 63, e tra essi si
contano casi di parziali, pilotati e
concordati casi di insolvenza verso i creditori per molte centinaia di
milioni di euro. Tra tali Comuni ci
sono anche città importanti come
Alessandria che conta 93.000 abitanti, il cui sindaco, Maria Rita
Rossa del PD, è stato obbligato a
dichiarare il dissesto dalla Corte
dei Conti perché l’amministrazione aveva debiti per 200 milioni di
euro su un bilancio di 90, o Caserta, 77.000 abitanti, il cui sindaco
di centro-destra Pio Del Gaudio ha
trovato 200 milioni di debiti e un
deficit annuale di altri 24. C’è poi
il Comune di Latina, 125.000 abitanti, che sta pagando i fornitori in
ritardo e con somme fra il 40% e il
60% di quanto scritto nelle fatture,
e lo stesso stanno facendo altre città di media importanza come Velletri e Terracina.
Vi è poi una seconda categoria di Comuni, i quali non hanno
ancora dichiarato lo stato di dissesto ma che sono tuttavia costretti a
rivedere in modo drastico le loro
promesse ai creditori, soggetti a
quello che la legge chiama un piano di riequilibrio, che significa pesanti tagli ai servizi e un lungo rin-
vio delle scadenze di pagamento
dei creditori, in una situazione di
sofferenza che può durare a lungo
senza ovviamente che vi siano certezze sul superamento della crisi,
per cui ai 63 Comuni ufficialmente in dissesto se ne aggiungono altri 120 in questo stato di pre-dissesto. Di questa seconda categoria
fanno parte città importanti come
Napoli, Catania, Messina, Reggio
Calabria e Frosinone.
Gli esiti di tale crisi dei Comuni è disastrosa per le masse popolari: infatti Alessandria, Caserta,
Casal di Principe e decine di altri sono stati costretti ad alzare le
tariffe e le tasse comunali al massimo, a consolidare i debiti delle
società partecipate e a bloccare gli
investimenti. Tale stato di dissesto si è rivolto anche contro i lavoratori degli stessi Comuni che in
molti casi hanno dovuto mettere in
cassa integrazione molti dei propri
dipendenti.
interni / il bolscevico 7
N. 45 - 11 dicembre 2014
Da fascista, a democristiano, a piddino e coordinatore della recente Leopolda
Il deputato PD renziano Di Stefano indagato
per una mazzetta da 1,8 milioni di euro
Nel mirino delle procure di Roma e Chieti la rimborsopoli regionale targata PD, le “primarie con gli imbrogli”, la speculazione
sugli immobili pubblci appalti e consulenze d’oro a parenti e amici. L’ex moglie l’accusa di festini hard in villa
Sulla misteriosa scomparsa del suo ex braccio destro, la
procura ha aperto un nuovo fascicolo per “omicidio volontario”
Il deputato renziano Marco
Di Stefano (coordinatore all’ultima Leopolda del 25 ottobre di
un tavolo di lavoro sui pagamenti
digitali su invito del ministro per
le riforme e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, madrina dell’evento) è accusato di
corruzione dalla procura di Roma
per aver incassato una maxi tangente di 1,8 milioni di euro durante il suo incarico di assessore
alle Risorse umane, demanio e
patrimonio alla Regione Lazio
guidata dall’ex governatore PD
Piero Marrazzo. Altri 300mila euro
di mazzette li ha incassati il suo
braccio destro, l’imprenditore Alfredo Guagnelli, sparito nel nulla
l’8 ottobre del 2009.
In cambio del malloppo, Di
Stefano e Guagnelli hanno assicurato alle società dei loro concussori, i costruttori romani Daniele
e Antonio Pulcini, due contratti
d’affitto a sei zeri, si parla di circa
7 milioni di euro, per conto della
“Lazio Service”, controllata dalla
Regione.
La mazzetta a sei zeri
Secondo l’ipotesi accusatoria
dei Pm romani Maria Cristina Palaia e Corrado Fasanelli, Di Stefano è stato corrotto da Daniele
Pulcini con una mazzetta di 1,8
milioni di euro perché la controllata della Regione, Lazio Service
prendesse in affitto una nuova
sede di proprietà del gruppo Pulcini. La manovra era destinata a
far aumentare, grazie al canone
annuo stratosferico di complessivi 7 milioni e 327 mila euro, il valore dei due palazzi in via del Serafico. I Pulcini riuscirono – grazie
all’affitto pagato coi soldi pubblici
dei contribuenti – a vendere i palazzi all’Ente di Previdenza e Assistenza dei Medici, Enpam con
una plusvalenza di 53 milioni di
euro pari al 50% in più del reale
valore di mercato.
I Pulcini sono già finiti ai domiciliari per corruzione nell’ambito
dell’inchiesta sull’appalto per il
parcheggio di piazzale Clodio che
ha colpito, a fine ottobre, anche
il direttore regionale dell’agenzia
del demanio del Lazio Renzo Pini,
quattro imprenditori, tre dirigenti
di Banca e un funzionario pubblico.
Nel registro degli indagati c’è
anche Claudia Ariano, direttore
logistica di Lazio Service che nel
dicembre del 2009 aveva dato
l’input al Cda per cercare una
nuova sede in locazione. Nel dicembre del 2012 i magistrati spiegavano che “era possibile accertare come tra il Di Stefano Marco
e Ariano Claudia era in corso una
relazione sentimentale”. Altro
personaggio chiave della vicenda
è Luigi Antonio Caccamo: il funzionario responsabile del settore
immobiliare dell’Enpam indagato
per corruzione perché espresse
parere favorevole all’acquisto dei
due immobili di via del Serafico
nonostante “una plusvalenza ingiustificata rispetto al prezzo di
acquisto risalente a pochi mesi
prima pari rispettivamente al 100
e al 62 per cento”.
I contenuti dell’inchiesta su
Di Stefano sono stati rivelati dal
quotidiano romano “Il Messaggero”, che nell’edizione di giovedì
6 novembre 2014 riassume l’interrogatorio dall’ex moglie di Di
Stefano, Gilda Renzi, la quale ha
confermato tutte le accuse su cui
indagano i magistrati.
Le primarie truccate
Agli atti c’è anche un’intercettazione in cui il deputato del PD
parla di primarie truccate e minaccia: “Ora inizia la guerra nucleare, a comincià dalla Regione,
tiro tutti dentro. Sono dei maiali,
non è che puoi l’ultima notte buttar dentro gente dopo che ti dici
che stai dentro. Ho fatto le primarie con gli imbrogli, no? Non
è che sò imbrogli finti, imbrogli
ripresi, non è tollerabile questa
storia…Se imbarcamo tutti, ricominciamo dai fondi del gruppo
regionale. Sansone con tutti i Filistei, casco io ma cascano pure
gli altri”.
Minacce che Di Stefano pronunciò a fine 2012, in piena campagna per le primarie del PD per
l’elezione dei parlamentari e che
rilette oggi, alla luce della scandalosa vicenda dei rimborsi d’oro
alla Regione Lazio, hanno destato l’interesse della procura di Rieti
che indaga proprio sui 2,6 milioni
di rimborsi distratti alla Regione
e incassati dal PD nel biennio
2011-2012 attraverso il tesoriere
del gruppo regionale, il reatino
Mario Perilli. Per questo gli investigatori reatini hanno subito notificato a Di Stefano e a una decina
di altri consiglieri regionali PD un
avviso di reato per peculato, falso e finanziamento illecito al partito. Tra gli indagati a vario titolo
figurano l’ex presidente reggente
della Regione, Esterino Montino,
attuale sindaco PD di Fiumicino e
Enzo Foschi, ex capo segreteria
del neopodestà di Roma Ignazio
Marino.
Non solo. Secondo gli inquirenti fu proprio in seguito a quelle
minacce che Di Stefano venne
poi inserito nelle liste del PD alle
politiche 2013 dove però risultò
il primo dei non eletti nella circoscrizione Lazio 1. Le ire di Di
Stefano, alla disperata ricerca di
uno scranno in parlamento (forse
proprio per mettersi al riparo dalle imminenti inchieste giudiziarie
che stavano per investirlo), si placano solo ad agosto di quest’anno quando Marta Leonori viene
nominata assessore dal sindaco
Marino liberando così il posto alla
Camera per Di Stefano.
Dal Msi alla Leopolda
Ex fascista e poliziotto, cresciuto nel quartiere Aurelio di
Roma, Di Stefano inizia la sua
carriera politica come consigliere circoscrizionale candidato col
Msi (Movimento sociale italiano)
alle comunali di Roma del 1989.
Nel 1997 opera il primo cambio di
casacca e viene eletto consigliere
comunale della Capitale col Ccd
(Centro cristiano democratico).
Riconfermato nel 2001, si occupa
di trasporti e ambiente. Nel 2003
il secondo cambio di casacca:
diventa segretario provinciale del
neonato Udc di Pierferdinando
Casini. Nel 2005, prima di candidarsi alla Regione Lazio, folgo-
rato dall’allora sindaco di Roma
Walter Vetroni, lascia l’Udc per
approdare al “centro-sinistra”:
viene eletto con la lista civica per
Marrazzo con oltre 14mila preferenze. Un pacchetto di voti, ritenuti fondamentali per la vittoria di
Marrazzo che, in segno di riconoscenza, lo nomina assessore alle
Risorse umane, demanio e patrimonio. Nel 2007 Di Stefano cambia nuovamente casacca ed entra
nell’Udeur- popolari di Clemente
Mastella. Ma un anno dopo, nel
2008, ci ripensa e rientra nei ranghi del PD da cui gestisce l’assunzione, senza concorso, di 900
precari di Lazio Service, società
regionale creata nel 2005 dall’ex
governatore Francesco Storace.
Nel 2010 si ricandida in Regione,
raccogliendo questa volta 16mila
voti che gli valgono la guida della
Commissione speciale federalismo fiscale e Roma Capitale: un
organismo considerato inutile e
costoso che, infatti, viene sciolto
in seguito allo scandalo Fiorito
sui rimborsi regionali.
Appalti, mazzette,
consulenze d’oro e
festini hard
Il resto è storia di appalti, mazzette e consulenze d’oro elargiti
a parenti e amici degli amici in
qualità di assessore della giunta Marrazzo a cominciare dai 20
mila euro al nipote Emiliano De
Venuti; agli 11 mila e rotti dati al
suo amico Antonio Davì fino ai 32
mila euro elargiti all’ex coordinatore per la campagna elettorale
Andrea Barberis. Tutto scandito
da festini a base di alcol e belle
donne che, come ha denunciato
l’ex moglie agli inquirenti, Di Stefano e Guagnelli sovente organizzavano in una vecchia cascina a
Grottaferrata sui Castelli romani.
L’inchiesta è caratterizzata
anche dalla misteriosa sparizione di Guagnelli, considerato dagli inquirenti il testimone chiave
che potrebbe confermare tutto il
mercimonio. Ma di Guagnelli si
sono perse le tracce 5 anni fa. Di
questa misteriosa scomparsa si
occupò nel 2011 la trasmissione
Chi l’ha visto? e si scoprì che poche ore prima di sparire Guagnelli
s’incontrò proprio con Di Stefano
nei pressi della Regione Lazio.
A confermare il passaggio di
mazzette c’è però il fratello di Alfredo Guagnelli, Bruno, che agli
inquirenti ha riferito: “Mio fratello
mi disse, ridendo, che Daniele
Pulcini diceva sempre che l’assessore era un ladro, perché aveva preteso un milione e 800mila
euro per il buon esito di un affitto
o di un acquisto di un palazzo di
cui aveva bisogno la Regione Lazio nel 2009”.
Si procede anche per
omicidio
A cinque anni dalla misteriosa
scomparsa di Gugnelli e soprattutto alla luce di quanto emerso
dall’inchiesta Enpam, la procura di Roma ha deciso di firmare
una specifica delega d’indagini, affidate alla sezione omicidi
della Squadra mobile. La nuova
inchiesta, per il momento senza
indagati, è coordinata personalmente dal procuratore Pignatone
e l’ipotesi di reato per cui si procede è “omicidio volontario”.
Il fratello Bruno non ha mai
creduto all’allontanamento volontario di Guagnelli. Il giorno
della scomparsa l’ex braccio destro del deputato PD Di Stefano
aveva detto agli amici di dover
andare in treno a Firenze per un
appuntamento, senza aggiungere altri dettagli. Un altro testimone ha raccontato al quotidiano
“Libero” che Guagnelli, prima di
sparire nel nulla, sarebbe partito
per Montecarlo per recuperare
una somma di denaro in contanti: banconote da 500 euro per
un totale di 2 milioni. Cifra che
si avvicina alla tangente contestata al parlamentare del PD. E
proprio da Montecarlo, secondo
gli investigatori, i Pulcini avrebbero condotto in Italia documenti
e “valuta”. Guagnelli – continua
il testimone – viaggiava molto,
amava la bella vita, offriva viaggi
e forniva donne e auto a politici
tra cui Di Stefano.
Oltre al fratello Bruno, in tanti
hanno raccontato che Guagnelli, già arrestato nel 2007 per una
vicenda di corruzione relativa
alla vendita di cappelle al Verano, avesse un tenore di vita eccessivo e sospetto. Sullo sfondo
c’erano i debiti, e qualcuno ha
ipotizzato anche il riciclaggio,
legato a una mega operazione
immobiliare che l’ex braccio destro di Di Stefano avrebbe dovuto portare a termine per conto di
altre persone all’Eur. Ed è molto
probabile che a un certo punto
qualcosa è andata storto. Chi ha
avuto modo di vedere Guagnelli nei giorni antecedenti la sua
scomparsa lo ricorda preoccupato perché forse si era trovato a
gestire soldi, tanti, probabilmente non suoi, forse svaniti poco
prima che svanisse anche lui.
Sull’inchiesta incombe sempre più inquietante l’ombra della
malavita e un vorticoso giro di
appalti e mazzette a livello internazionale. Dalle carte spuntano
decine di altri appalti sospetti
con relative tangenti destinate
ai politici. Primi fra tutti gli interessi a Panama e gli appalti per
il raddoppio del canale sui quali
Guagnelli, come ha confermato
lo stesso Di Stefano, avrebbe
puntato. Infatti la mega commessa da oltre tre miliardi di
euro era stata assegnata pochi
mesi prima della scomparsa di
Guagnelli a un consorzio guidato
dall’italiana Impregilo. Era luglio
2009. Sono gli stessi appalti finiti
anche in un’altra grossa indagine, quella coordinata dai pm di
Napoli, che vede Valter Lavitola
imputato per estorsione nei confronti di Impregilo e indagato per
corruzione internazionale.
A margine anche una mega
speculazione immobiliare andata
in fumo a Roma sud. Oppure un
losco affare di riciclaggio finito
male che ha “costretto” Guagnelli a sparire senza lasciare
tracce ma che non convince gli
inquirenti che sembrano sempre
più convinti che tale sparizione
non sia volontaria.
In un tripudio di luci tricolori 700 magnati capitalisti lo hanno finanziato con almeno 1000 euro a testa
I padroni d’Italia alla cena con Renzi
Gli ex sponsor di Berlusconi saltano sul carro del nuovo Berlusconi
di Eugen Galasso
“Non ho votato PD, ho votato Renzi”, “È come Kennedy, riesce a smuovere dentro”, “Prima votavo DC, non a sinistra”,
“Votavo Berlusconi... non vedo
grandi differenze”e qualcuno,
alla domanda: “Renzi è un Berluschino?” risponde “Me lo auguro”. Dichiarazioni anonime (in
Italia il voto è ben saldamente ancorato alla segretezza e chi vota
ha in genere paura a dichiararsi),
ma tutte di partecipanti alle cene
da almeno mille euro svoltesi finora a Milano (zona Porta Nuo-
va) e poi a Roma, in zona Fontana
di Trevi (altre sono in programma
in varie località), di tychoon, imprenditori, manager etc. Altro segreto (forse l’arcano verrà svelato
tra qualche anno, forse mai, anche
per paura delle tasse...) quello relativo all’importo versato... Decisamente pochi (sembra) quelli
che si sono fermati al prezzo-standard dei 1000 euro, superandolo,
doppiandolo, comunque incrementando non di poco l’importo
in questione.
Renzi, nel suo discorso, anzi
nei suoi discorsi, ha ringraziato,
proponendo le cene in questione
quale metodo per superare l’im-
passe creato dall’abolizione (invero non ancora realmente attuata) del finanziamento pubblico
ai partiti, riaffermando, contro
la “sinistra” del PD come iniziative di questo genere siano assolutamente normali, come in effetti avviene negli Stati Uniti, dove,
notoriamente le stesse personalità
vanno a cene e parties sia dei Democratici sia dei Repubblicani.
Felice anche Francesco Bonifazi, tesoriere di Renzi, possessore, tra l’altro, (la fonte è l’”Huffington Post”, tutt’altro che ostile
a Renzi) di oltre 100.000 azioni
del “Monte dei Paschi di Siena”.
Decisamente profilata la presenza
di Germano Ercoli, marchigiano
di Senigallia, patron di Eurosuole, già organizzatore nel 2006 di
una cena elettorale a favore di Silvio Berlusconi, che afferma la sua
ammirazione per Renzi, non per il
PD, rispondendo a un inviato delle Iene che gli chiedeva l’utilità
di tali cene per gli imprenditori:
“A me personalmente non serve
a niente”.
C’era anche James Pallotta, il presidente (e proprietario,
ormai in toto, avendo rilevato
nell’agosto scorso tutto il pacchetto azionario della società)
italo-americano della “Roma calcio”, oltremodo conciliante quan-
to aperto al “dopo”, c’era pure
Giuseppe Recchi, neo-presidente di Telecom Italia nonché erede della famiglia Recchi, un vero
potentato. Ancora Stefano Boeri,
architetto, che ricorda anche la
sua militanza a sinistra (sic!) già
negli anni Settanta, da studente.
Forse Boeri ha qualche problema di lateralizzazione... Maria
Grazia Mazzocchi, presidente del
Conservatorio di Milano, è forse la più loquace ed esplicita tra
le/i partecipanti al “meeting”, lasciandosi andare all’affermazione: “Penso che Renzi sia l’unica
chance per uscire da questa crisi”.
Ancora, ultrapaparazzato Gian-
luca Paparesta ex-arbitro e presidente attuale del Bari Calcio.
Insomma, un vero e proprio
“parterre de rois” di capitalisti, arrivisti, “figli di famiglia”, che garantisce decisamente la continuità
Berlusconi-Renzi, come dimostra
anche una delle prime dichiarazioni riportate in questo articolo.
“Sotto il vestito niente”, recitava il titolo di un film; parafrasando, dovremmo dire “Sotto la cena
niente”, ma in realtà molto, per il
coacervo di interessi e di affari
discussi in quest’occasione, non
meno che ad Arcore, soprattutto
in quella dei tempi d’oro...
8 il bolscevico / interni
N. 45 - 11 dicembre 2014
Renzi privatizza a tutto spiano
Altro che “rottamare per ammodernare il Paese”: Renzi e il
suo nero governo danno il via a un
nuovo giro di privatizzazioni per
finire di spolpare il Paese.
Il Berlusconi democristiano e
il ministro dell’Economia Padoan
hanno ripreso in mano il fascicolo
sulle privatizzazioni già presentato a
inizio legislatura per dare immediata esecuzione alla vendita di una ulteriore tranche del 5% del pacchetto azionario di Enel ancora in mano
pubblica. Poi toccherà al 40% di
Ferrovie e a primavera sarà la volta
di Poste che vedrà ridotti gli stanziamenti pubblici per la consegna della corrispondenza, quindi toccherà
all’Enav e a chiudere la Sace.
Enel, Ferrovie, Poste, Enav, Sace e Ansaldo ai privati
“Per Enel la procedura è ormai
completata: basta un ‘clic’ e si può
partire” hanno annunciato pomposamente Renzi e Padoan che da
questa operazione contano di racimolare circa due miliardi.
In realtà si tratta anche in questo caso (come è avvenuto negli
ultimi decenni a partire dal grande
privatizzare di Prodi che tra il 1972
e il 1994 ha “regalato” le migliori
aziende pubbliche ai privati) di una
vera e propria svendita a favore dei
pescecani capitalisti e finanziari che
non vedono l’ora di affondare ancora di più le mani sul colosso pubblico dell’energia proprio ora che
il valore delle azioni Enel è in calo
e da metà giugno è passato da 4,46
euro a 3,69 fino al picco negativo di
3,55 a metà ottobre.
Seguirà a ruota la privatizzazione di Poste di cui è prevista
la cessione di circa il 40% tra la
primavera e l’estate del prossimo anno. A settembre Renzi aveva bloccato l’operazione per attendere il rapporto dell’Agcom
(l’Authority delle comunicazioni)
sui fondi (350 milioni) indirizzati a Poste per il “Servizio postale
universale” fornito in base all’accordo con il ministero dello Sviluppo economico. Per i prossimi
anni quegli stanziamenti si ridurranno a 260 milioni e il presidente
Caio sta predisponendo un piano
che sarà presentato nelle prossime settimane per illustrare proprio
come il servizio postale “classico”, in poche parole le lettere, si
trasformerà in conseguenza del taglio ai suoi trasferimenti. Una delle misure consisterà nella riduzione della frequenza nella consegna
delle missive in alcune zone periferiche del Paese. In un 10-15%
del territorio nazionale la distribuzione potrebbe avvenire a giorni alterni e non quotidianamente.
Un passaggio obbligato questo per
poi rendere operativa la cessione
del 40% con un introito stimato di
4 miliardi.
L’ultima, almeno per il momento, e più consistente privatizzazione riguarda le Ferrovie dello Stato. Sul dossier che contiene
la svendita di un altro 40% di Fs
sta lavorando un gruppo di lavoro che è stato appena istituito con
una finalità ben precisa: rendere
possibile la vendita entro la fine
del 2015 senza lo “spezzatino” tra
beni e rete che pure era stato preso in considerazione fino a poche
settimane fa. Ciò dovrebbe garantire al governo un incasso di quasi
5 miliardi, sempre che il mercato
risponda positivamente.
Nel 2015 ci sarà una nuova ondata di privatizzazioni per oltre 15
miliardi di euro a partire dalle cessione di importanti quote di Enav,
la società che gestisce il controllo
del traffico aereo, la Sace che assicura il commercio con l’Estero,
Ansaldo Breda e Ansaldo Sts.
E che a guadagnarci saranno soprattutto i “compratori” lo
conferma la recente vicenda della svendita di Rai Way: stimata
per 150 milioni, venduta a 250 ma
ora il titolo in borsa è in rialzo del
4,68%. Ma Renzi e Padoan continuano a ripetere che “questo deve
essere il metodo”.
Nell’ambito dell’esercitazione multinazionale svoltasi anche in Lettonia, Polonia, Estonia, Lituania
A Napoli esercitazione militare Nato antiRussia
È stata decisa per la data dell’8
novembre il via dell’esercitazione internazionale “Trident Juncture 14” presso il Nato Joint Forces
Command (FC) di Napoli. L’esercitazione militare, in chiave anti
Russia, si è tenuta per tutto il mese
di novembre con il compito di certificare le strutture del comando
strategico alleato da poco trasferito a Lago Patria come il Centro
di direzione e controllo della Nato
Response Force (NRF), la forza
di pronto intervento dell’Allean-
za Atlantica a cui sono assegnati 25.000 militari. L’esercitazione
si è svolta contemporaneamente in diversi paesi europei: oltre
alle unità e ai reparti assegnati al
JFC Naples di Lago Patria, prendono parte a “Trident Juncture”, il
Joint Warfare Center (JWC) Nato
di Stavanger, Norvegia; il French
Joint Force Air Component Command di Lione (Francia); il quartier generale delle forze navali spagnoli e (HQ COMSPMARFOR) a
bordo dell’unità da guerra LPD
Castilla; il Comando delle forze speciali polacche di Cracovia
e il Comando supremo delle forze alleate in Europa (SHAPE) di
Mons, Belgio.
Sono coinvolti complessivamente 1255 tra militari e dipendenti civili del settore difesa;
l’operazione ha bissato quelle già
svolte in Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia. In Galles, in particolare, è stata decisa la creazione di
una forza di pronto intervento con
“punte di lancia” (c.d. Spearhe-
ad), capaci di entrare in azione nel
giro di 48 ore, con il supporto di
aviazione, marina e forze speciali.
La task force avrà a disposizione
basi permanenti, depositi di munizioni e carburante e tutte le infrastrutture di supporto necessarie nei
paesi Nato prossimi alla frontiera
con la Russia. “Lo scenario previsto in questa esercitazione annuale
— l’invasione dell’Estonia da parte di un paese di confine fittizio
— potrebbe interessare le nazio-
Il parlamento solo informato da una lettera del ministro della Difesa
Renzi invia 4 Tornado in Kuwait
per la guerra alla Stato islamico
Partono anche 150 militari specialisti dell’aeronautica
Con una semplice lettera diretta al parlamento il ministro
della Difesa Pinotti ha annunciato la decisione del governo Renzi
di inviare quattro cacciabombardieri italiani Tornado in Kuwait,
specificando che essi serviranno
solo per fare voli di ricognizione
nel territorio iracheno conquistato dall’Isis, lo Stato islamico che
si è proclamato “califfato”.
Il fatto è quantomai strano,
perché al posto di molto meno costosi aerei da ricognizione vengono inviati cacciabombardieri che
costano alle masse popolari ben
18.000 euro ogni ora di volo, mediamente circa 1 milione di euro
la settimana; inoltre viene disposto contestualmente l’invio insieme ai 4 aerei anche di 150 militari
dell’aeronautica, tutti tecnici altamente specializzati, e anche questo fatto non può conciliarsi con
una missione di ricognizione che
richiede un supporto di militari di
gran lunga minore.
Comunque i quattro Tornado
sono già giunti insieme agli specialisti presso la base kuwaitiana
di Ahmed Al Jaber, il tutto in fretta e furia e informando il parlamento nell’imminenza della loro
partenza, parlamento che – lo si
ricordi – aveva solo autorizzato,
non senza polemiche, lo scorso
agosto l’invio di armi ai combattenti curdi.
La decisione del governo Ren-
zi di inviare i quattro cacciabombardieri quindi è una riprova, se
ancora fosse necessario, che i poteri che la Costituzione assegna
alle Camere vengono sempre più
calpestati da governi, come quello diretto dal Berlusconi democri-
stiano Renzi, che sempre di più
puntano a instaurare una forma di
presidenzialismo e di decisionismo che fanno letteralmente carta
straccia del dettato voluto dai Costituenti del 1948 persino in una
materia delicatissima come quel-
la delle missioni militari all’estero, esponendo il popolo italiano ai
rischi di una guerra - e alle eventuali ritorsioni e rappresaglie dello Stato islamico - dell’esistenza
della quale non viene nemmeno
informato.
ni del fianco orientale della Nato
che, come l’Ucraina, hanno fatto
parte dell’Unione Sovietica e hanno una popolazione considerevole
di lingua russa”, commentano gli
ufficiali del Comando Nato di Napoli, che aggiungono: “Il conflitto
evolve progressivamente, passando da operazioni di stabilizzazione
e combattimenti irregolari a una
guerra terrestre in grande scala”.
Le attività prevedono “combattimenti ibridi”, attacchi di sistemi
missilistici, cyber defence e “protezione” da attacchi nucleari, biologici e chimici (Nbc).
Dopo lo scoppio della crisi in
Ucraina, Stati Uniti e Nato hanno
dato il via a una serie d’imponenti
esercitazioni multinazionali in Europa orientale. Dal 15 al 26 settembre scorso, presso l’International
Peacekeeping and Security Center di Yavoriv, Ucraina, si è tenuta
“Rapid Trident” con il fine di “rafforzare la partnership è l’interoperabilità tra il Comando delle forze armate Usa in Europa, la Nato,
le forze terrestri ucraine e gli altri paesi membri della Partnership
for Peace”. All’esercitazione hanno partecipato complessivamente
1300 militari di 15 nazioni: Ucraina, Azerbaijan, Bulgaria, Canada,
Georgia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Moldavia,
Norvegia, Polonia, Romania, Spagna e Stati Uniti. Successivamente, dal 2 al 14 novembre, nei grandi poligoni di Pabrade e Rukla in
Lituania si è tenuta “Iron Sword
2014”, a cui hanno preso parte
ben 2500 militari provenienti da
Canada, Estonia, Germania, Gran
Bretagna, Lituania, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Stati Uniti e Ungheria. Nell’ultimo mese,
infine, 600 unità del 1st Brigade
Combat Team, 1st Cavalry Division dell’esercito Usa di stanza a
Fort Hood, Texas, sono stati trasferiti in Europa orientale per una
missione che avrà una durata non
inferiore ai 90 giorni. Attualmente i militari si stanno addestrando
con i carri armati M-1 “Abrams” e
i veicoli da combattimento “Bradley” in Polonia, Lettonia, Lituania
ed Estonia.
In questa politica guerrafondaia un ruolo di primo piano l’ha
voluto giocare il governo del nuovo Berlusconi Renzi. Non a caso
è stata la conferenza stampa congiunta di inizio novembre da parte
l’ammiraglio Mark Ferguson (comandante in capo di JFC Naples
e delle forze navali Usa in Europa e Africa) e il generale dell’esercito italiano, Leonardo Di Marco, proprio a siglare questo patto
di sangue imperialista. Ferguson e
Di Marco affermano che l’operazione Trident Juncture “ha lo scopo di accrescere le competenze e
le capacità di comando a un livello operativo bellico, grazie all’addestramento, la pianificazione e
l’esecuzione delle missioni all’interno di un complesso scenario politico-militare: l’esercitazione rappresenta la conclusione di un anno
d’addestramento di unità tattiche
più piccole – task forces speciali
terrestri, aeree e navali — messe
a disposizione a rotazione dai paesi membri della Nato. Esse faranno parte della NRF che a partire
del 2015 ricadrà sotto il controllo
del Comando alleato di Napoli”.
Un esordio eloquente per il neo
Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale del
governo Renzi, Paolo Gentiloni,
dal 31 ottobre alla poltrona del Palazzo della Farnesina, con buona
pace di tutti i demagogici richiami
alla pace sparsi ad arte durante la
campagna elettorale del PD.
Direttrice responsabile: MONICA MARTENGHI
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ISSN: 0392-3886
Unione Stampa
Periodica Italiana
Kuwait, 23 novembre 2014. Gli aerei Tornado inviati da Renzi di supporto alla guerra imperialista allo Stato islamico
chiuso il 3/12/2014
ore 16,00
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2 il bolscevico / documento dell’UP del PMLI
N. 23 - 12 giugno 2014
PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO
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10 il bolscevico / PMLI
N. 45 - 11 dicembre 2014
Fine settimana proficuo per la propaganda marxista-leninista
A Modena ricordato engels
nel 194° della nascita
Ai banchini raccolti consensi e grosse sottoscrizioni, evidente frutto della vittoria
dell’astensionismo alle regionali.Apprezzato il volantino “il potere politico spetta di
diritto al proletariato”. Grande interesse per il manifesto contro il governo Renzi.
Intimidazioni poliziesca di stampo fascista
Il PMLI riconosciuto come l’unico vero partito comunista
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione
di Modena del PMLI
Fine settimana intenso e proficuo per la propaganda marxistaleninista a Modena; al banchino di
sabato 29 novembre l’Organizzazione locale del PMLI ha ricordato
uno dei cinque grandi maestri del
proletariato internazionale, Friedrich Engels, nel 194° anniversario della nascita, caduto il 28 Novembre, producendo il volantino
“Con Engels per sempre!” (testo
pubblicato sul n. 44 de Il Bolscevico) andato a ruba con le sue oltre
200 copie e segnaliamo il particolare interesse di un modenese che,
dandoci contributo volontario, ha
preso una copia del libro “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, scritto dal
Maestro.
Il rosso banchino del PMLI è
stato luogo di una grande aggregazione di masse, ci sono stati molti dibattiti soprattutto sulla vittoria
dell’astensionismo alle ultime elezioni regionali e si conferma nuovamente il dissenso verso la politica borghese ed il governo del
Berlusconi democristiano Renzi
nonostante il centro storico fosse
invaso da banchini di diversi partiti parlamentari.
Segnaliamo con gioia proletaria rivoluzionaria un incontro
davvero toccante con un operaio
kurdo il quale, dichiaratosi apertamente marxista-leninista, si riconosce nel PMLI e nei cinque
grandi Maestri e ha denunciato
gli ultimi fatti razzisti accaduti a
Roma. Ci ha salutati con un fiero pugno chiuso e con questa frase
“Un giorno il capitalismo morirà e
trionferà il comunismo”.
Sono state distribuite inoltre circa 300 copie del volantino
“Il potere politico spetta di diritto al proletariato”, il testo è stato e sarà sempre una bomba nelle
menti di chi lo riceve e soprattutto nelle menti dei sinceri comunisti che hanno trovato in quelle parole la vera essenza dello spirito
rivoluzionario proletario comunista, ne confermano i commenti da
chi ci ha fatto i complimenti per
essere l’unico vero partito comunista a chi con sollievo ci ha detto
“meno male che ci siete ancora voi
a combattere contro il governo”.
Il manifesto contro il governo
raffigurante Renzi e Berlusconi
in orbace ha riscosso sempre tanto interesse, molti modenesi hanno voluto fotografarlo e ci sono
stati molti sorrisi e molti consensi come del resto l’ha avuto
il materiale didattico, una coppia
di giovani sempre con contributo volontario ha preso una copia
dell’opuscolo/saggio del compagno Giovanni Scuderi dal titolo “Mao è un grande Maestro del
proletariato internazionale, delle
nazioni e dei popoli oppressi”.
Nella giornata di domenica 30
novembre segnaliamo l’intimidazione poliziesca di stampo fascista nei confronti dell’Organizzazione modenese del PMLI, come
si evince dal comunicato stampa
(pubblicato a parte, ndr) spedito ai
media locali. Una pattuglia della
polizia ci ha identificati chiedendoci i documenti e il permesso dei
banchini per l’occupazione di suolo pubblico, chiaramente in regola, inoltre hanno preteso una copia dei due volantini che stavamo
diffondendo e hanno controllato il
materiale sul banchino. Gli agenti hanno stazionato circa 20 muniti, tempo eccessivo per un controllo di routine. Ci hanno riferito di
aver ricevuto una chiamata da un
consigliere modenese di Forza Italia che li ha invitati a controllarci in quanto eravamo “poco raccomandabili”; stranamente il partito
del neoduce Berlusconi era presente a pochi metri di distanza da
noi con un proprio banchino.
L’intimidazione poliziaesca,
oltre ad essere un oltraggio alla
democrazia, alla libertà di pensiero e di propaganda politica, dimostra che stiamo facendo un ottimo
lavoro a Modena e per questo la
borghesia ha paura di noi, dopo la
scoppola che ha preso alle elezioni regionali.
Ringraziamo vivamente il nostro Segretario generale compagno
Giovanni Scuderi e il compagno
Denis Branzanti, Responsabile del
PMLI per l’Emilia-Romagna, per
le telefonate di incoraggiamento e di solidarietà intercorse nella
due giorni dell’iniziativa e a tutti
i compagni simpatizzanti che hanno contribuito al successo dei due
banchini con spirito e sacrificio
rivoluzionario e che hanno reagito all’intimidazione con serenità.
Il Centro del Partito ci ha inviato una mail congratulandosi per
il successo dei banchini ed esprimendoci la solidarietà militante e
di classe di tutti i dirigenti nazionali del Partito.
Accogliendo l’invito del Comitato centrale i nostri compagni
hanno anche esposto presso i banchini il cartello “Sottoscrivi per il
PMLI per il trionfo della causa del
socialismo in Italia”, raccogliendo
grosse sottoscrizioni.
Noi marxisti-leninisti modenesi non daremo tregua al governo neofascista di Renzi nonostante i continui attacchi e invitiamo il
proletariato, la classe operaia, gli
studenti, le associazioni, i comitati
popolari e chi si sente un vero comunista a stringersi sotto al bandiera gloriosa del PMLI e studiare
ed applicare gli insegnamenti che
si scaturiscono dallo studio del
marxismo-leninismo dei cinque
grandi Maestri per spezzare le catene che il capitalismo con i suoi
governi fascisti e macellai imprigiona il proletariato.
Gloria eterna a Engels!
Viva l’Organizzazione di Modena del PMLI!
Uniamoci tutti in piazza con
il PMLI alle manifestazioni territoriali della CGIL per lo sciopero
generale del 12 dicembre!
Avanti con forza e fiducia verso l’Italia unita, rossa e socialista!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!
Modena, 29 novembre 2014. Si intrecciano le discussioni attorno al banchino di
propaganda per onorare il 194° anniversario della nascita di Engels realizzato
dall’Organizzazione locale del PMLI (foto Il Bolscevico)
La crisi di chi intimidisce
il PMLI è la nostra forza
La più totale solidarietà ai
compagni modenesi del PMLI per
la vile intimidazione di stampo fascista.
Non ci dobbiamo meravigliare di quello che potrà succedere
in avvenire. Ieri avevamo contro
la destra, oggi abbiamo contro la
sinistra riformista con tutta la feccia che la compone (e i falsi comunisti).
Avanti compagni il vento soffia a nostro favore. Le intimidazioni dimostrano che ormai hanno
le polveri bagnate. La loro crisi è
la nostra forza.
Avanti con forza, con i Maestri
e il PMLI vinceremo!
I compagni di Ferrara
Solidarietà ai compagni
modenesi del PMLI
Manifesto la mia totale solidarietà militante e rivoluzionaria ai
compagni modenesi vittime, come
altri compagni in passato e in altre parti d’Italia, di questo atto di
sciacallaggio istituzionale da parte di istituzioni ormai ampiamente
screditate non solo nelle urne, ma
sempre di più nella coscienza degli strati popolari e delle masse lavoratrici.
Quanto alla polizia di Stato, essa ha orgogliosamente festeggiato quest’anno il 162° anniversario, ossia si ostina tuttora
a rivendicare senza un briciolo
di resipiscenza tutte le nefandezze istituzionali che, con un nome
diverso dall’attuale, ha compiuto
come corpo di polizia borghese,
avendo eseguito con zelo e senza
battere ciglio le norme criminali
del regime fascista, giusto per fare
qualche esempio la legislazione
corporativa e quella razziale, una
vergogna sia per il potere politico che le ha emanate sia per quelli
giudiziario e di polizia che le hanno eseguite ed imposte a colpi di
sentenze e di manganello.
Il PMLI suona la sveglia al
proletariato, demistifica e smaschera un sistema che ormai non è
più in grado di prendere per i fondelli le masse, e queste intimidazioni sono la prova provata che
colpisce nel segno.
Avanti, compagni modenesi,
avanti sempre più spediti con il
Partito verso la rivoluzione socialista, che è ormai solo questione di
tempo.
Lavoratori di tutti i Paesi, unitevi!
Giorgio – Roma
Niente può fermare il
PMLI armato dei Maestri
Care compagne e cari compagni del PMLI,
esprimo piena e militante solidarietà ai compagni di Modena
del Partito. Avanti con forza e fiducia con le nostre iniziative, coi
Maestri e il PMLI niente ci può
fermare!
Grazie per avermi inviato l’interessante articolo sui fatti di Roma e Milano, le periferie
e il razzismo. L’analisi politica del
Partito sui fatti in questione mi è
di grande aiuto per ben comprendere quanto è successo.
Un caro saluto rosso, coi Maestri e il PMLI vinceremo!
Andrea, operaio del Mugello
(Firenze)
Da “Il Bolscevico”
un’analisi obiettiva
dell’astensionismo alle
regionali
Cari compagni,
sono rimasto soddisfatto delle
elezioni regionali in Emilia-Romagna. Questo astensionismo record è un importante segnale che
dimostra la sempre maggiore sfiducia delle masse popolari nei
confronti delle istituzioni borghesi. Importante anche il fatto che
una parte consistente dell’elettorato che ha disertato le urne è di sinistra, e questo penso sia un segnale
inequivocabile per la sinistra borghese che da sempre fa dell’istituzionalismo e del legalitarismo
borghesi i suoi cavalli di battaglia.
Anche il nuovo Berlusconi democristiano si è accorto di questa
Comunicato dell’Organizzazione di Modena del PMLI
Intimidazione
poliziesca di stampo
fascista al PMLI
a Modena
Questo pomeriggio una pattuglia della Polizia di Stato su
chiamata di un consigliere modenese appartenente al partito
del neoduce Berlusconi “Forza
Italia”, come comunicato dagli agenti stessi, ha identificato
i Compagni del PMLI che stavano svolgendo regolarmente il
loro lavoro di propaganda. Durante il controllo gli agenti, oltre ad aver chiesto e controllato i documenti dei compagni,
hanno preteso una copia del volantino “Il potere politico spetta di diritto al proletariato” ed
una copia del volantino prodotto dall’Organizzazione modenese “Con Engels per sempre!”
oltre al permesso per l’occupazione di suolo pubblico in regola ed una controllata veloce
al materiale didattico e di propaganda presente sul banchino.
frattura e inizia ad avere timori al
riguardo anche se fa finta di nulla.
Non posso che condividere
quindi l’articolo sull’astensionismo in Calabria ed Emilia-Romagna de “Il Bolscevico”, che come
sempre è l’unico organo che riesce
a fare un’analisi obbiettiva sul fenomeno dell’astensionismo.
Ci sarò alla manifestazione di
Ferrara per lo sciopero del 12 dicembre.
Saluti marxisti-leninisti.
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!
Federico – Ferrara
Vorrei essere ammesso
al PMLI
Cari compagni,
sono attualmente un simpatizzante ma la mia cultura costruita
sul comunismo mi sta portando
a desiderare di partecipare attivamente alla rivoluzione che noi
tutti portiamo avanti. Vorrei quindi avviare un contatto diretto con
qualcuno del PMLI presente in
Sardegna per inserirmi nel contesto e come da Statuto vorrei chiedere di essere ammesso.
Un caro saluto.
Maurizio - provincia
di Oristano
Ho bisogno di
frequentare dei
marxisti-leninisti e
approfondire la teoria
marxista-leninista
Cari compagni,
sono un giovane marxista-leninista della provincia di Brescia,
laureato in Scienze politiche e ad
oggi oppresso lavoratore nel settore dei servizi.
Da tempo seguo i video del
compagno Scuderi, studio i cinque Maestri e il marxismo.
Ho bisogno di frequentare persone marxiste-leniniste, approfondire le teorie marxiste, attualizzare
la rivoluzione bolscevica.
Saluti socialisti.
Giordano – provincia di Brescia
Non è la prima volta che accade
e le identificazioni odierne hanno il sapore di una intimidazione fascista bella e buona vista la
modalità anomala nel controllo.
Il PMLI a Modena sta ricevendo
sempre più consensi dalle masse popolari poiché è sempre più
presente sul territorio tra la classe operaia, gli studenti e la popolazione, un dato di fatto è la
vittoria dell’astensionismo alle
ultime elezioni regionali ed è
evidente che ai partiti ed alle
istituzioni borghesi questo non
va giù. I marxisti-leninisti modenesi continueranno a non dare
tregua a Renzi, reincarnazione
moderna e tecnologica di Mussolini e Berlusconi.
L’Organizzazione di Modena
del PMLI
1 dicembre 2014
Il sito del PMLI per molti
costituisce “la scuola
dell’ABC marxista”
Cari compagni,
leggo il vostro sito e non vi
nascondo che per molte persone
che conosco costituisce “la scuola dell’ABC marxista” per molti aspetti. I miei coetanei, infatti, sono immersi fino al midollo
nel relativismo eclettico borghese e hanno bisogno di leggere un
sito ove si manifesta chiaramente
una linea e indica a cosa va incontro chi “sbaglia”. Infatti la politica, credo, deve basarsi, come ogni
cosa, su principi scientifici, o meglio: la politica del nemico di classe è “altamente scientifica” per gli
obiettivi che si propone. Lo stesso deve essere per la politica proletaria che, guarda caso, in questo mondo in cui ogni campo è
(o sarebbe) dominato dalla scienza, è l’unica cosa in cui domina
il principio del pressappochismo
e della libertà di sparare cazzate
senza fondamento. Inoltre vi faccio i complimenti per la grafica e
l’organizzazione dei materiali nel
sito: fatto che lo rende piacevolmente navigabile, a differenza della stragrande maggioranza dei siti
di gruppi comunisti.
Vi ringrazio per il vostro interesse circa la nostra brutta situazione cittadina, ciò dimostra
quanto i cosiddetti “astratti” siano
persone ben più concrete e combattive dei cosiddetti “pratici” movimentisti.
Ho letto l’ultimo numero de
“Il Bolscevico” e mi sembra che,
come gli altri precedenti, sappia
molto bene denunciare le malefatte del potere borghese in Italia. E
lo fa bene perché ricollega sempre i singoli “casi”, il particolare,
alle loro cause profonde, il generale, ossia la struttura sociale capitalistica senza cadere nel “moralismo” o nell’“indifferentismo”
su cui spesso cadono, nel primo
caso, i “riformisti” e, nel secondo,
i “bordighisti” e simili.
Saluti comunisti.
Laura – Lucca
cronache locali / il bolscevico 11
N. 45 - 11 dicembre 2014
A Varese e a Milano
Grande giornata di
mobilitazione antifascista
Centinaia di antifascisti in piazza per fermare i nazifascisti che rialzano la testa grazie alla complicità delle istituzioni
A Varese, Zappoli (PD) aggredisce una militante del PMLI
strappandole il manifesto contro il governo Renzi
‡‡Dal nostro corrispondente
della Lombardia
Una bella giornata di lotta si è
alternata tra le città di Varese e Milano il 29 novembre dove, in corrispondenza della giornata nazionale del tesseramento le rispettive
ANPI cittadine hanno indetto un
corteo (a Varese) e un presidio (a
Milano) antifascisti, per rispondere con forza alle gravi provocazioni che negli ultimi mesi (dalla profanazione da parte dei nazifascisti
del sacrario partigiano del San
Martino (Varese), al recentissimo
raduno nazifascista organizzato
dagli squadristi di Hammerskin a
Milano che vedrà la partecipazione di centinaia di nazisti provenienti da tutta Europa, vedono le
carogne fasciste del territorio lombardo e non solo, uscire sempre
più dalle fogne e sicuri dell’impu-
Varese, 29 novembre 2014. La delegazione del PMLI al corteo antifascista; col
megafono il compagno Alessandro Frezza (foto Il Bolscevico)
Il volantino realizzato dal Comitato
lombardo del PMLI e diffuso durante
le manifestazioni antifasciste
nità da parte delle istituzioni borghesi mettersi all’opera in azioni
squadristiche alla luce del sole!
Il PMLI, da sempre in prima
fila nella lotta contro il nazifascismo, ha presenziato con i suoi militanti, simpatizzanti e amici in
maniera combattiva e organizzata
ad entrambe le iniziative. La mattina a Varese si è svolto un corteo
partito da Palazzo Estense che ha
raggiunto Largo Resistenza dove
si trova un monumento dedicato
alla Resistenza varesina. In piazza
circa 500 antifascisti, dagli anziani partigiani o non partigiani ma
che gli orrori del fascismo e del
nazismo l’hanno vissuti, ai giovani dei collettivi studenteschi va-
Niente più nuove case
dello studente a Bari
‡‡Dal corrispondente della
Cellula “Rivoluzione
d’Ottobre” di Bari
Il progetto di casa dello studente che era in corso di realizzazione a Mungivacca, nella periferia
di Bari, si è arenato nel pantano
della burocrazia e delle lungaggini dello Stato borghese. Nei piani
era previsto l’acquisto del grande
immobile di proprietà della Debar
e di trasformarlo in una struttura
con 1300 posti letto per studenti
e professori fuori sede. Per finanziare quest’opera, 3 anni fa furono stanziati 80 milioni di euro da
parte del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione
economica). I tempi previsti per il
completamento sono stati però superati: così l’intero progetto assieme agli ingenti fondi sono ormai
stati gettati al vento. Adesso questa
grande struttura forse si aggiungerà alle tante opere incompiute presenti sul territorio; una sorte simile a quella che è toccata al campus
universitario a Valenzano (BA) del
valore di 66 milioni di Euro.
Attualmente è iniziata una diatriba
burocratico-amministrativa che vede il Politecnico cerca-
re di esaminare la procedura nel
suo consiglio di amministrazione.
Il Politecnico afferma che siccome nel preliminare di compravendita era prevista la partecipazione dell’Università di Bari con una
sua quota, ciò costituirebbe un’obbligazione; l’Università invece, in
questo astruso e burocraticissimo
scarica-barile, afferma che il preliminare di compravendita non
è un’obbligazione vincolante. Si
presume che l’Università di Bari
voglia evitare di divenire comproprietaria dell’ennesimo immobile
dopo i tanti risultati in stato di inutilizzo o abbandono, sebbene va ricordato che la casa dello studente
sarebbe stata gestita da un’impresa
esternalizzata come è ormai tristemente d’uso a seguito dei vari tagli
e delle innumerevoli misure privatizzatrici.
Fatto sta che le esigenze di
studentesse, studenti e professori fuori sede sono scavalcati dalle pastoie del burocratismo e delle
lungaggini dell’inefficiente stato
borghese: puntualmente vengono
annunciati piani faraonici, simili a
cattedrali nel deserto, che si arenano oppure finiscono nel nulla.
resini. Il PMLI, oltre al PCL, era
l’unica forza partitica ufficialmente presente. I nostri compagni, si
sono presentati in forze al corteo è
hanno innalzato con orgoglio per
tutto il corteo le rosse bandiere del
Partito, hanno scandito slogan antifascisti e canzoni partigiane col
megafono raccogliendo intorno a
sé e coinvolgendo una larga fetta
di manifestanti, hanno diffuso un
centinaio di volantini dal titolo:
“Lottiamo uniti contro gli sgherri
del regime neofascista”. Spiccava alto il cartellone con i manifesti
che chiedono la messa fuori legge di tutti i gruppi nazifascisti in
base alla legge n.645 del 20 giugno 1952, e attualizza la lotta antifascista indicando la lotta contro
il governo del Berlusconi democristiano Renzi, come parte integrante della lotta antifascista alla
luce delle politiche economiche
e sociali (attacchi ai sindacati, ai
diritti dei lavoratori, all’istruzio-
ne pubblica, ecc.), e di controriforme istituzionali, di matrice ferocemente neofascista e piduista
sempre più simili a quelle del ventennio mussoliniano.
La nostra denuncia del governo
neofascista Renzi non è andata giù
al rappresentante del PD di Varese
e membro del Direttivo ANPI provinciale, Angelo Zappoli (ex Rifondazione trotzkista, ex SEL ora
confluito nel PD) che alla vista dei
manifesti è andato su tutte le furie,
aggredendo con fare poliziesco e
fascistoide i compagni (“questo
cartello non lo portare”, sue testuali parole) e mettendo le mani
addosso ad una compagna strappandogli di dosso la locandina inserita nel “corpetto” raffigurante il
manifesto del PMLI contro il governo Renzi. Solo il pronto intervento dei compagni presenti ha
evitato problemi maggiori, mantenendosi inflessibili nella volontà di manifestare col cartellone, e
alla fine pur con la bava alla bocca, il provocatore Zappoli, si è visto sfilare impotente, davanti a
sé, i manifesti portati dai compagni del PMLI che confluivano nel
corteo e venivano accolti positivamente e con interesse dalle masse. Quando il Centro del Partito ha
saputo della provocazione ha immediatamente inviato una mail di
calorosa solidarietà ai compagni
aggrediti, in particolare alla compagna.
Ad aggiungere provocazioni su
provocazioni ci si è messo l’assessore alla tutela ambientale del comune di Varese, il fascista Stefano
Clerici, ex AN ora Forza Italia, già
noto in passato, tra l’altro, per aver
intitolato un giardinetto comunale
al filosofo del fascismo Giovanni
Gentile. Costui ha osato definire
sul suo profilo Facebook, i partecipanti alla manifestazione antifa-
29 novembre 2014. Il PMLI partecipa al presidio antifascista di Milano (foto Il
Bolscevico)
scista, dei “morti che camminano”
e delle “zecche drogate dei centri sociali”, sfoggiando la classica terminologia con cui le bestie
fasciste chiamano i compagni e
gli antifascisti. Gli insulti di questo spregevole soggetto non sono
tollerabili e bisogna esigere la sua
immediata rimozione da ogni incarico all’interno del Comune di
Varese e dalla vita politica della
città!
Nel pomeriggio a Milano si è
tenuto un partecipato presidio antifascista alla “Loggia dei mercanti” a due passi da piazza Duomo
dove l’ANPI montava un gazebo
per la giornata nazionale del tesseramento, trasformato, in vista del
raduno degli Hammerskin, in presidio antifascista.
La piazza piena di bandiere
delle varie sezioni ANPI di Milano e provincia era tappezzata di
fantasiosi e incisivi cartelli e manifesti riportanti scritte tipo: “Io
odio i nazisti dell’Hammerfest”,
altri denunciavano le ambigui-
tà del prefetto con l’omertoso silenzio assenso dimostrato nei confronti del raduno nazista. Il PMLI
è stato presente in modo militante
e con il nostro cartello, super fotografato dalle masse, e ha svolto
una cospicua diffusione di volantini. I compagni si sono poi uniti
alle masse nei canti partigiani del
coro “Suoni e l’ANPI-Coro antifascista” che facevano da inframezzo agli interventi di vari esponenti
del mondo sindacale e dell’ANPI,
tra cui il presidente nazionale
Smuraglia.
Auspichiamo che questa giornata di mobilitazione sia solo la
prima di un largo fronte comune
antifascista che combatta con la
lotta di classe e di massa la manovalanza squadrista che infesta le
nostre città, ma anche e soprattutto
il regime neofascista che vige nel
nostro Paese e che oggi si esprime
con le politiche economiche, sociali e di controriforma costituzionale ed istituzionale portate avanti
dal governo Renzi.
Un’ordinanza fascista e razzista
Il neopodestà De Magistris vieta
ai senzatetto di rovistare nei cassonetti
‡‡Redazione di Napoli
Sanzione di 500 euro e perfino l’arresto
Con un’ordinanza fascista e
razzista, il neopodestà di Napoli
Luigi De Magistris ha istituito una
sanzione da 500 euro per chiunque venga sorpreso a rovistare nei
cassonetti della spazzatura. Una
misura repressiva attuata dopo i
numerosi episodi verificatesi nei
giorni precedenti in alcuni quartieri della città che hanno visto i
residenti, soprattutto napoletani,
protagonisti di questa inconsueta “spesa”; rifiuti che poi, secondo alcune constatazioni, sarebbero rivenduti pubblicamente per le
strade per “sbarcare il lunario”.
Oltre alla sanzione amministrativa, se non verrà rispettato l’ordi-
ne dell’ex pm contenuto nella nera
ordinanza, chi trasgredisce rischia
anche l’illecito penale contenuto
all’art. 650 con l’arresto fino ad
un massimo di tre mesi.
Incredibile e vergognoso il
commento con cui il neopodestà
vorrebbe giustificare questa ordinanza: “È divenuto fenomeno frequente e diffuso da parte di persone rovistare ed asportare rifiuti di
ogni genere dai cassonetti destinati alla raccolta posti sulla pubblica via, per poi porli in vendita: tali persone si dedicano ormai
quotidianamente a siffatta attività
con attrezzature di fortuna mobili, anch’esse costituite da materiale prelevato dai rifiuti; per i loro
spostamenti tali persone utilizzano sempre più spesso i mezzi di
trasporto pubblico, portando al
seguito tali materiali”. L’ordinanza sindacale tutelerebbe “l’igiene
e la salute pubblica intesa in senso estensivo ed evolutivo come la
protezione dell’ambiente in tutte le sue componenti essenziali a
difesa, in particolare della salute
della collettività”. Per questi motivi De Magistris ha anche allertato
le “forze dell’ordine” e in particolare la polizia municipale per sorvegliare le strade e far rispettare il
provvedimento in camicia nera.
Dopo le ordinanze sui rifiuti in strada e contro i parcheggiatori abusivi, il nuovo podestà, in-
dossato definitivamente l’orbace,
ha emesso un’ordinanza di cui noi
marxisti-leninisti chiediamo l’immediato ritiro perché razzista, in
quanto vuole colpire i senzatetto e i rom che rovistano, in preda
ai morsi della fame, nei cassonetti dell’immondizia, e fascista, in
quanto vede un aumento della repressione nel capoluogo campano
e non una soluzione al problema
della povertà e del lavoro cui De
Magistris e la sua giunta antipopolare non hanno saputo far fronte in questi anni di politiche che si
sono dimostrate fallimentari, con
provvedimenti sempre più uguali
ai compari della destra del regime
neofascista.
12 il bolscevico / cronache locali
N. 45 - 11 dicembre 2014
Volantino dell’Organizzazione di Rufina del PMLI
Viva la lotta di classe!
Diamo forza allo sciopero generale del 12 dicembre di CGIL
e UIL e partecipiamo in massa alla manifestazione di Firenze
Le piazze d’Italia si riempiono
sempre di più di lavoratori, cassintegrati, disoccupati, pensionati e
studenti. Ovunque si chiede lavoro, il principale problema che affligge le masse, specie giovanili e
del Sud, e si contesta la politica di
lacrime e sangue del governo del
Berlusconi democristiano Renzi.
Anche in Valdisieve è in atto
una crisi senza precedenti e senza fine iniziata anni fa con le chiusure della Brunelleschi e dell’ex
Merinangora, continuata poi con
alcune pelletterie rufinesi, con
l’HMV, la Nordlight, col trasferimento della Braccialini, con la
storica Colacem (ex Italcementi),
fino a giungere ad oggi con i fatti della Baldi Spa e della Mannelli
Spa di Pontassieve. In pratica centinaia di nuovi disoccupati e altrettante centinaia di posti di lavoro in
meno.
Le numerose mobilitazioni alle
quali assistiamo, sono un chiaro
segno della ripresa della lotta di
classe, anche se ancora si svolge
sul terreno del capitalismo e del riformismo. Viva la lotta di classe!
Bisogna proseguire su questa strada perché non c’è altro modo per
fermare Renzi, una reincarnazione
in chiave moderna e tecnologica
di Mussolini e Berlusconi.
Anche se non lo dà a vedere,
egli teme la lotta di classe e tenta
di arrestarla con gli inganni, con
fiumi di parole e con la repressione delle masse in lotta.
Ma le cariche, gli idranti, i
manganelli, i lacrimogeni, le telecamere sulle divise e le pistole elettriche usati dalle “forze
dell’ordine” possono riuscire a difendere temporaneamente le istituzioni ed i governanti borghesi,
mai però potranno sopprimere la
lotta di classe che alla fine le travolgerà e con esse l’intero sistema
di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Con le controriforme costituzionali e con quella elettorale, del
Jobs Act, del pubblico impiego e
della scuola, nonché con la legge
di stabilità, lo “Sblocca Italia”, il
coinvolgimento dell’Italia nella
guerra in Iraq ed il nuovo modello
di difesa, l’emarginazione dei sindacati, Renzi, oltre a colpire duramente le condizioni di vita e di
lavoro delle masse, ha distrutto lo
Stato di diritto borghese, il diritto borghese del lavoro ed i residui
della Costituzione borghese e antifascista del ’48. Il tutto, conformemente al piano della P2 perseguito
da Gelli e da Berlusconi.
Renzi ha già detto che se ne
frega di ciò che faranno sindacati e piazza. Vediamo allora come
reagirà allo sciopero generale del
12 dicembre promosso da CGIL
e UIL che noi auspichiamo il più
largo e partecipato possibile. Se
ciò non bastasse, non si abbia paura di replicare velocemente! I lavoratori, a cominciare dai precari,
i disoccupati, gli studenti, i partiti
che si richiamano ai lavoratori ed
i movimenti sociali sono disponibili.
Uniti, attraverso la lotta di
piazza dobbiamo spazzar via questo governo piduista, neofascista,
crumiro, antioperaio ed interventista. Poi ciascuno andrà per la propria strada, a seconda se è favorevole o contrario a questa società
borghese.
Noi marxisti-leninisti continueremo a lottare contro il capitalismo, convinti che è ora che il
potere politico passi al proletariato che crea tutta la ricchezza del
Paese e che si sprigioni finalmente
la lotta di classe contro il capitalismo, per il socialismo. Contiamo
sul contributo delle operaie e degli
operai coscienti, degli anticapitalisti e degli intellettuali del popolo per far comprendere al proletariato che senza il potere politico
egli non ha niente, mentre col potere politico, che può conquistare
solo con la rivoluzione socialista,
ha tutto ciò che gli serve.
Partito marxista-leninista
italiano
Organizzazione di Rufina
28 novembre 2014
Corrispondenza delle masse
Questa rubrica pubblica interventi dei nostri lettori, non membri del PMLI. Per cui non è detto che
le loro opinioni e vedute collimino perfettamente, e in ogni caso, con quelle de “il bolscevico”
All’Attivo Nazionale della FILCTEM
CGIL di Bologna molte le critiche
al governo Renzi
L’Attivo nazionale delle delegate e dei delegati sindacali della FILCTEM CGIL si è svolto il
20 novembre a Bologna in Piazza Maggiore dalle ore 10 alle 14.
Sotto una grande struttura aperta
ai lati si sono riuniti circa 1.000
lavoratrici e lavoratori provenienti da tutto il Centro-Nord. Presenti
striscioni della categoria di Firenze, Mantova, Lombardia, Veneto, Genova, La Spezia, Ravenna.
Sopra un grande striscione della Filctem veneta una scritta:
“Tu ci togli la dignità, noi non ce
ne facciamo una ragione”. Sopra
un altro striscione la scritta: “Statuto dei lavoratori bene comune.
Estendiamo i diritti”, ad opera
delle RSU di Bologna.
Tra l’introduzione del Segretario nazionale Filctem Miceli e le conclusioni di Susanna Camusso che non si sono discostate
molto da quelle riformiste e inconcludenti della destra maggioritaria della Cgil, vi sono stati alcuni esemplari interventi di delegati.
Una lavoratrice imolese ha detto a
Renzi, nel contesto di un discorso
articolato, che solo quando si hanno i calli alle mani si sa cosa vuol
dire lavorare.
Un lavoratore della Pirelli di
Alessandria ha detto no al contratto a tutele crescenti perché non c’è
tempo indeterminato se c’è la possibilità di licenziare in qualsiasi
momento. Un delegato del gruppo
Eni ha affermato che nello svolgimento delle manifestazioni sindacali, ultimamente, la gestione della piazza è passata troppe volte
dalla repressione.
In tanti hanno comunque auspicato che lo sciopero generale
possa ben riuscire.
Nel corso della giornata ho avuto anche l’occasione di dialogare
con alcune lavoratrici e alcuni lavoratori, in particolare con delegati della Scm di Vicchio, della Seves
di Castello (Firenze), della Irplast,
empolese, sulla situazione politica e sindacale attuale, mantenendo
ben fermi i principi ma come sempre disposto al dialogo, cercando
di far passare le nostre idee.
Su questo punto devo dire che,
pur conoscendo solo alcuni aspetti e modi della dialettica marxista,
devo sinceramente affermare che
se praticata nei termini corretti,
mette in difficoltà chi ha problemi
di linea politica e anche chi vuol
passare da destra.
Andrea, operaio del Mugello
(Firenze)
CALENDARIO
DELLE MANIFESTAZIONI
E DEGLI SCIOPERI
DICEMBRE
9 Cobas, Cub e Usb - Sciopero dei lavoratori delle Poste
CGIL e UIL- Sciopero Generale con Manifestazioni
territoriale contro la Legge di Stabilità
12 ae livello
il Jobs Act, coinvolti settori pubblici e privati
Sciopero di 24 ore dei dipendenti SOC. Trenitalia DIV CARGO
della sezione Trasporto Merci e dei dipendenti delle società del
11-14 Trasporto Ferroviario della compagnia F SI, NTV, Trenord
16 LICTA - Sciopero di 4 oreENAVdel personale turnista di
I lavoratori dell’I.S.I.S
Gobetti-Volta di Bagno
a Ripoli bocciano la
“buona scuola” di Renzi
Approvata a larghissima maggioranza
la mozione presentata dalla RSU
contraria alla “riforma”
Il 12 novembre si è svolta l’assemblea sindacale dell’istituto
Gobetti-Volta di Bagno a Ripoli
(Firenze). Tema della discussione, la proposta di legge cosiddetta “buona scuola” di Renzi. Presiedevano l’assemblea, oltre alla
RSU dell’istituto, i rappresentanti
sindacali confederali, i Cobas, lo
Snals e Gilda, di fronte ad una settantina di lavoratori.
Dopo l’apprezzatissimo intervento del rappresentante sindacale, professor Giambino dei Cobas,
l’assemblea è stata informata circa la proclamazione dello sciopero generale CGIL del 5 dicembre;
Snals e Gilda hanno dichiarato
che avrebbero appoggiato questo
sciopero, mentre i Cobas hanno
ribadito di averlo già indetto per
il 14 novembre.
Per tutta la durata dell’assemblea si è convenuto che la riforma non vuole far altro che gerarchizzare la scuola, subordinando
la didattica al merito, facendo diventare i presidi dei veri e propri
“manager”, alla direzione delle
nuove commissioni di valutazione
che potranno decidere gli aumenti salariali del personale docente
e Ata con gli scatti meritocratici
in sostituzione del meccanismo
di progressione di carriera legato
agli scatti di anzianità, addirittura
prevedendo le assunzioni di nuovo personale a chiamata diretta. In
pratica la riforma prevede la profonda revisione degli organi collegiali che saranno sostituiti da una
nuova “governance” scolastica
che assomiglia tanto al consiglio
di amministrazione di un’azienda privata. Sono previste inoltre
collaborazioni di enti privati al
finanziamento della scuola, visto
che le varie riforme che si sono
susseguite negli anni a partire da
quella di Berlinguer, non hanno
fatto altro che spolpare la scuola pubblica a favore delle private
e parificate, in barba al mandato
istituzionale che la Costituzione
(seppur borghese), assegna alla
scuola pubblica del nostro Paese.
A mio avviso poi, esiste un parallelismo tra la “buona scuola”
ed il Jobs Act dal momento in cui
Per il trionfo della causa del socialismo in Italia
Anche un solo euro al mese
Il PMLI ha bisogno dell’aiuto economico di tutti i fautori
del socialismo, gli anticapitalisti, gli antirenziani ovunque
partiticamente collocati. Con le quote mensili dei soli militanti
e dei contributi dei simpatizzanti attivi non ce la fa a sostenere
le spese crescenti delle attività, della propaganda e delle sedi.
I contributi, anche un euro al mese, possono essere
consegnati direttamente ai militanti del Partito oppure versati
attraverso il conto corrente postale n. 85842383 intestato a:
PMLI – via Antonio del Pollaiolo, 172/a – 50142 Firenze.
Grazie di cuore
la riforma del lavoro, con la scusa
di combattere precarietà e disoccupazione, produrrà una nuova
generazione di lavoratori schiavi,
senza diritti e senza alcuna tutela,
con stipendi irrisori che non garantiranno loro neanche una vita
dignitosa. I giovani che usciranno dalla scuola saranno precari e
penalizzati, naturalmente tutto ciò
gioca a favore delle aziende private che si troveranno a disposizione
e potranno sfruttare una manodopera a bassissimo costo. La dimostrazione pratica è il raddoppio
delle ore di scuola-lavoro (stage)
che non prevede nessuna remunerazione economica per gli studenti ma l’abituarsi ad un futuro
di estremo sfruttamento. Il personale dovrà invece essere sempre
più servile nei confronti della dirigenza; meno vorrai riconosciuti i tuoi diritti e meno sciopererai,
più farai strada. Sappiamo che la
riforma prevede che solo il 66%
del personale potrà usufruire del
tozzo di pane di aumento che decideranno le commissioni, mentre
il restante 33% resterà inevitabilmente fuori da qualsiasi aumento
fino all’età pensionabile prevista
dalla truffa Fornero. Certi stipendi, ormai sempre più erosi dall’inflazione e immobilizzati dal blocco del rinnovo contrattuale fermo
al 2009, non potranno fare altro
che alimentare una forte competizione tra il personale docente a
discapito della cooperazione, della collaborazione e della qualità d’insegnamento. Esiste anche
l’ulteriore aggravante per il personale Ata, pur importante e strategico per la scuola, che la riforma prende in considerazione solo
per trarne eventuali risparmi economici a parità di lavoro o servizio svolto.
Dovremmo quindi aspettarci l’esternalizzazione di alcuni
servizi? Detto ciò, si potrà ancora parlare in futuro di scuola pubblica? Ricordiamo che lo studio è
un diritto sancito dalla Costituzione, così come un lavoro stabile a
salario pieno e sindacalmente tutelato e noi dovremmo pretendere queste misure a partire proprio
dalla scuola. In sostanza la scuola deve tornare ad essere pubblica
e gratuita e dev’essere governata
dagli studenti dato che essi sono
i principali attori assieme agli insegnanti e al resto del personale;
anche su questo aspetto la “buona
scuola” di Renzi non è affatto una
buona scuola poiché verranno in
anticipo esclusi totalmente gli studenti dai futuri organi di governo
della scuola previsti.
A tutto questo il collegio del
Gobetti-Volta ha detto NO, approvando a larghissima maggioranza
la mozione presentata dalla RSU
con tali contenuti. Ciò sarà poco
ma è bene che si sappia che il personale di molte scuole rifiuta l’esecuzione da parte del Berlusconi
democristiano Renzi, del piano di
Gelli e della P2 anche per quanto riguarda la pubblica istruzione.
Un lavoratore del Gobetti-Volta
di Bagno a Ripoli
cronache locali / il bolscevico 13
N. 45 - 11 dicembre 2014
Ad Ischia (Napoli) hanno sventolato le bandiere dei Maestri e del Partito
Grande manifestazione contro lo
smantellamento dei servizi pubblici di trasporto
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione di
Ischia del PMLI
Un lungo corteo di circa tremila manifestanti che dal comune di
Casamicciola ha raggiunto il Municipio di Ischia, il 29 novembre
scorso, a tratti sotto la pioggia, in
difesa del trasporto pubblico.
Una protesta popolare per dire
No alla privatizzazione della Caremar, la società pubblica dei trasporti marittimi nel golfo di Napoli, che l’assessore regionale ai
trasporti Sergio Vetrella ha deciso di smantellare, nell’interesse
dell’armamento privato. Ma anche per dire Sì al potenziamento ed alla riqualificazione dell’Eavbus, la società dei trasporti
pubblici terrestri che collega fra
loro i sei comuni dell’Isola, società anch’essa destinata al fallimento a causa delle politiche scellerate
seguite dalla giunta di “centro-destra” Caldoro.
La manifestazione è stata organizzata da un Comitato di lot-
Apprezzato il contributo del PMLI
ta promosso dall’Autmare, Associazione degli utenti del mare, che
ha messo insieme una quarantina
di associazioni di categoria, sindacali, culturali, partiti politici. Tra
questi il PMLI, il cui rappresentante isolano, Gianni Vuoso, ha
guidato il lungo corteo a bordo di
un’auto munita di impianto acustico. Fra gli slogan e le parole d’ordine lanciate dal PMLI, trovando
il consenso dei manifestanti, l’invito ad astenersi dal voto alle prossime elezioni regionali, un voto,
l’astensione, che nega il consenso ai politici falliti del “centrodestra” e del “centro-sinistra” e
contribuisce alla lotta per l’Italia
unita, rossa e socialista.
Concetti tra l’altro già espressi
in un comunicato stampa che l’Organizzazione isolana del PMLI
aveva lanciato nei giorni precedenti e pubblicato dai media locali dal titolo “Perché il PMLI scende in piazza ad Ischia”. In esso si
invitavano gli ischitani “a scendere
in piazza per imporre nuove poli-
Ischia, 29 novembre 2014. Un aspetto della grande manifestazione in difesa del trasporto pubblico (foto Il Bolscevico). La
partecipazione del PMLI evidenziata nei servizi fotografici dei giornali “Il Golfo” e “Il dispari”
tiche alla Regione Campania, contro i poteri del fascio regionale e di
una borghesia che ha come unico
obiettivo la salvaguardia del profitto dei padroni” ed ancora, “a lottare
contro la privatizzazione della Ca-
remar e per una vera qualificazione dell’Eavbus. Le scelte scellerate del governo regionale del fascio
stanno riducendo Ischia a un’isola
isolata, con corse marittime soppresse a sorpresa e nel rispetto di
una logica che tende a far estinguere il naviglio pubblico e sta distruggendo il servizio del trasporto pubblico terrestre perché anche
in questo caso, l’obiettivo è quello
di affidare ai privati i collegamenti
fra i sei comuni dell’isola”.
Nel comunicato si ricordava la
lotta del PMLI che è tesa anche a
difendere “i diritti degli studenti
per una scuola sicura, vera, stabile
che sull’Isola è ancora frantumata
in varie esperienze di precarietà”
ed infine,“che l’astensionismo è
l’arma più forte per battere queste
politiche, per negare il consenso a
chi ha fatto della politica solo la
fortuna personale alla faccia degli
interessi delle varie popolazioni.
La prossima tornata elettorale per
il rinnovo della giunta regionale,
prevista per la primavera, è l’occasione più immediata per astenersi
dal voto, con l’obiettivo dell’Italia
unita, rossa e socialista.”
Numerose le foto pubblicate
sulla stampa del compagno rappresentante l’Organizzazione isolana
del PMLI, che ha fatto sventolare
con orgoglio la bandiera del Partito e che indossava le spille dei Maestri e del Partito, il cappello delle
guardie rosse di Mao e la bandiera
dei Maestri a mo’ di sciarpa.
Emergenza casa a Milano
Pisapia manda la polizia a sgomberare invece
di assegnare le case pubbliche sfitte
‡‡Redazione di Milano
Non si placa l’emergenza casa
a Milano.
Il 20 novembre scorso, in via
Ricciarelli, zona S. Siro, la polizia è intervenuta per sgomberare
un alloggio “occupato abusivamente”. Mentre erano in corso le
operazioni di sgombero, i comitati
per la casa, al civico 24 della stes-
sa via, hanno organizzato un presidio in favore degli sfrattati.
Nel pomeriggio si è tenuto un
altro corteo anti-sgomberi per le
vie di S. Siro, dove i manifestanti
sono scesi in piazza per dire: “Basta sgomberi, sanatoria subito!”.
Il 24 novembre un’altra giornata di tensione nelle strade del
quartiere Giambellino, a seguito
I Predator a supporto delle
operazioni
di polizia e carabinieri
di Antonio Mazzeo - Messina
Dalle guerre in Afghanistan e
Libia alla vigilanza di piazze, cortei, manifestazioni e azioni di lotta contro le politiche di austerity
del governo italiano. I “Predator”
dell’Aeronautica militare, dopo
essere stati schierati nei principali scacchieri di guerra mediorientali e africani saranno messi a disposizione delle forze di polizia e
dei carabinieri per interventi d’ordine pubblico e vigilanza del territorio. Nei giorni scorsi è stato
firmato a Roma un accordo che
prevede il “concorso con i velivoli senza pilota Predator ad attività
istituzionali della Polizia di Stato
e dell’Arma dei carabinieri”, riferisce il Comando dell’Aeronautica italiana. Il protocollo d’intesa,
mai discusso in sede parlamentare, è stato siglato dal capo di Stato
Maggiore dell’Aeronautica gen.
Pasquale Preziosa, dal capo della
polizia Alessandro Pansa e dal comandante generale dei Carabinieri, gen. Leonardo Gallitelli.
L’uso dei “Predator” in funzione di controllo interno rappre-
senta l’ennesimo salto di qualità
nella gestione “militare” dell’ordine pubblico, in linea con le più
recenti elaborazioni strategiche
in ambito Nato (le cosiddette Urban Operations) che propongono
l’intervento in future operazioni urbane antisommossa di reparti superspecializzati e superarmati di professionisti formatisi nelle
operazioni di “guerra asimmetrica” in Iraq e Afghanistan. I velivoli a pilotaggio remoto che l’Aeronautica metterà a disposizione
di polizia e carabinieri saranno gli
RQ-1A e RQ-9B in possesso del
32° Stormo con sede ad Amendola
(Foggia). La versione più vecchia
del “Predator” è lunga 8,2 metri,
ha una larghezza alare di 14,8 m
e può raggiungere una velocità di
crociera di 135 km/h e un’altitudine di 7.800 metri. L’RQ-9B, noto
anche come “Reaper”, è una versione più aggiornata e sofisticata
del drone prodotto dall’holding
statunitense “General Atomics”:
ha una lunghezza di 11 metri,
un’apertura alare di 20 e può volare a 440 Km/h e a 15.000 metri
dal suolo.
dello sgombero di una famiglia
d’origine marocchina, che aveva
occupato un alloggio popolare in
via degli Apuli. Uova e sassi sono
stati lanciati contro poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, mentre otto camionette erano
posizionate davanti al caseggiato
per scongiurare lo scontro fisico,
che è stato inevitabile quando un
centinaio di persone sono arrivate dopo un veloce tam tam. A dar
battaglia anche numerosi residenti occupanti, che temono di essere i prossimi ad essere allontanati
dal quartiere ora invaso da scritte
contro l’Azienda Lombarda Edilizia Residenziale (ALER). Dopo
una decina di minuti di tafferugli,
senza feriti, le “forze dell’ordine”
hanno battuto in ritirata.
Il giorno dopo dalle 8.30 in
via Tracia cinque camionette della polizia in assetto antisommossa hanno presidiato le operazioni
di sgombero dei tecnici di ALER
ai danni di una famiglia romena:
genitori, nonna e tre figli. La notizia si è sparsa subito nel quartiere e nel giro di una mezz’ora un
centinaio di manifestanti si sono
radunati davanti alla palazzina per
protestare. Ci sono stati attimi di
tensione per via di un contatto tra
“forze dell’ordine” e abitanti del
quartiere, che hanno lanciato alcuni oggetti e bloccato dei mezzi
che dovevano portare via le scatole degli occupanti, poi la ritirata
di polizia e tecnici e il praticamente immediato rientro della famiglia dentro l’abitazione. Come da
prassi, i tecnici di ALER prima di
andare via hanno vandalicamente
spaccato i sanitari dei bagni: con
i servizi non agibili, in teoria, le
case non vengono rioccupate. Anche se i fatti, da anni, dimostrano il contrario. L’operazione di
lastratura della porta non era stata invece ultimata. Gli attivisti del
centro sociale Cantiere e gli altri
abitanti accorsi hanno aiutato la
famiglia a riportare nell’appartamento i propri oggetti.
Secondo la famiglia che occupa abusivamente la casa, i poliziotti durante lo sgombero hanno
legato le mani di due dei tre figli,
entrambi adolescenti, con alcune
fascette di plastica.
Com’era prevedibile, quindi, la
politica della “tolleranza zero” e
del pugno di ferro predisposta dalla giunta arancione del neopodestà
Pisapia e dal ministro di polizia,
l’NCD Angelino Alfano, sta suscitando la rivolta delle masse indigenti costrette, dalla crisi capitalistica e dal “libero mercato” degli
affitti, ad occupare quegli alloggi
che dovrebbero spettargli di diritto
ad un canone d’affitto proporzionato alle loro reali disponibilità.
Una politica neofascista di sgomberi forzati che cinicamente mira
a rendere senzatetto famiglie intere proprio alle porte dell’inverno.
Una vera e propria emergenza
dovuta alla politica della giunta
Pisapia, e predisposta dalla nuova gestione di Metropolitana Milanese Spa (che come mission non
ha, come la precedente ALER, la
gestione dei centri abitativi pubblici, ma il supporto tecnico-amministrativo per offrire consulenza alle istituzioni pubbliche nella
progettazione e realizzazione di
grandi opere urbanistiche preliminari alla cessione ai privati) di
dismissione delle aree destinate
all’edilizia residenziale pubblica
da dare in pasto alla speculazione
edilizia privata che mira alla “riqualificazione” tramite la costruzione di costosissimi centri residenziali “di pregio” destinati alla
vendita di chi se lo può permettere
(dallo strato alto della piccola borghesia in su). Una politica che frena l’assegnazione degli alloggi e
che viene coperta dietro la “mancanza di fondi” nel bilancio aziendale ALER per ristrutturare gli appartamenti da assegnare.
In un articolo pubblicato su
“Il Giorno” il 3 novembre scorso
contenente tra l’altro un’intervista a Gian Valerio Lombardi, commissario di ALER Milano, si legge che attualmente ci sono 4.084
appartamenti “occupati abusivamente”, di cui 1300 solamente
nel corso di quest’anno. Tutti questi “abusivi” sono in realtà famiglie che non sono in condizioni di
avere una regolare sistemazione, a
causa degli affitti alle stelle e una
disponibilità di alloggi popolari
troppo esigua rispetto alla domanda crescente, conseguente all’aumento della disoccupazione e alla
riduzione del potere d’acquisto di
salari e pensioni. Inoltre a chi non
può più pagare l’affitto, e viene
sfrattato per “morosità”, non viene nemmeno riconosciuto il diritto
a entrare in graduatoria per l’assegnazione di un alloggio.
Una situazione paradossale se
si pensa che ci sono ben 5000 alloggi pubblici sfitti. “Quando un
appartamento diventa sfitto, ha
quasi sempre bisogno di lavori
di ristrutturazione prima che possa essere riassegnato. Questi interventi costano in media 15mila
euro ma in questo momento la prima difficoltà è trovare risorse” afferma Lombardi. “ALER non ha
soldi perché un terzo dei nostri
inquilini non paga l’affitto. Ogni
anno registriamo in media 65 milioni di euro di affitti e spese non
pagate su un bilancio di circa 180
milioni. Io sono arrivato da poco
più di 12 mesi, ma questa situazione si trascina da almeno 15 anni,
c’è un debito e una carenza di fondi cronica che limita le nostre possibilità d’intervento”.
Una “possibile soluzione”,
pensata da ALER, è quella di far
sostenere le spese di ristrutturazione agli inquilini entranti, con
la garanzia di restituire mese per
mese i soldi spesi detraendoli
dall’affitto, come già avviene per
gli alloggi del comune di Milano:
come è possibile per un nucleo familiare, richiedente la casa popolare per motivi economici, sostenere le spese di ristrutturazione?
Ad aggravare la mancanza di
appartamenti ci sarà anche la vendita, da parte di ALER, di 6.700
immobili “non strategici”, ossia
che non generano alcun profitto, nei quali rientrerebbero anche
centri commerciali, oltre però ad
appartamenti utili per sanare questa piaga sociale.
I marxisti-leninisti lombardi ritengono che, nei fatti, i soldi per
garantire la casa a tutti ci sono:
vengono però destinati alle inutili “grandi opere” da realizzare
per EXPO 2015 e, di conseguenza, a certe imprese edili in svariati
modi; andrebbero invece utilizzati per finanziare queste ristrutturazioni. Altri utili provvedimenti sarebbero la confisca di tutte le case
sfitte, da oltre un anno da parte dei
comuni, per destinarli ad abitazioni popolari, così come la ristrutturazione di vecchi edifici e l’imposizione alle banche, alle società di
assicurazioni e ai grandi proprietari immobiliari ad affittare, come
prima abitazione, le case di loro
proprietà a canoni popolari.
Inoltre occorre impedire gli
sgomberi, regolamentare gli occupanti negli alloggi pubblici e mettere a disposizione dei bisognosi
di casa, con criteri di graduatoria
che includano anche i “morosi”, il
restante patrimonio abitativo comunale e dell’ALER - attualmente
tenuto sfitto - a un canone d’affitto
dimezzato rispetto all’attuale.
4 il bolscevico / studenti
N. 45 - 19 dicembre 2014
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N. 45 - 11 dicembre 2014
In Mississipi, contro la sentenza di assoluzione del poliziotto che ha ucciso il ragazzo nero Brown
Rivolta degli afroamericani
Ferguson in fiamme
La polizia usa proiettili “non letali” per domare la rivolta. Ottanta arresti. Obama butta acqua sul fuoco
Il procuratore della contea di
St.Louis, Robert McCulloch, un
democratico del partito di Obama,
annunciava il 24 novembre che il
Grand Jury composto prevalentemente da giudici bianchi aveva
derubricato a “legittima difesa”
l’omicidio del 18enne nero Michael Brown, crivellato di colpi
lo scorso 9 agosto nel sobborgo di
Feguson, e stabilito che l’agente,
bianco, Darren Wilson non dovesse essere processato. La risposta
degli afroamericani era la rivolta
che partiva da Ferguson, messa a
ferro e fuoco dalle proteste durate
alcuni giorni, e si estendeva in tutti gli Stati Uniti.
“La legge ammette gli omicidi
nei casi di legittima difesa” sentenziava il procuratore McCulloch che difendeva l’indifendibile
agente omicida che aveva sparato
due colpi di pistola dalla propria
auto e rincorso il giovane ferito
a una mano che stava scappando
verso casa; aveva sparato un’altra
decina di volte colpendolo ripetu-
tamente e finendolo quando si era
fermato con altri sei colpi al corpo
e alla testa. Una esecuzione in piena regola di un giovane colpevole
soltanto di aver rubato una manciata di sigari nella cittadina povera del Sud, a maggioranza nera
ma governata da un’amministrazione bianca e reazionaria.
Secondo la giuria di St.Louis
l’agente non è neanche incriminabile, una sentenza che non è rara,
anzi è “normale” per casi come
questi negli Usa tanto che aspettandosi la scandalosa e criminale
assoluzione Obama aveva già incaricato il ministro della Giustizia Holder di avviare una indagine
federale sul corpo di polizia locale. Una decisione dai risultati dubbi sulla possibilità di fare giustizia
e dai tempi lunghi che è sembrata
più un paravento per Obama impegnato a gettare acqua sul fuoco
e a invocare manifestazioni pacifiche.
La rabbia degli afroamericani
è invece esplosa nelle strade del
Ferguson (USA). Una delle numerosi proteste contro la sentenza di assoluzione
del poliziotto colpevele dell’omicidio di Brown e la violenza razzista della polizia
sobborgo di St. Louis dove la sera
del 24 novembre i manifestanti
hanno eretto barricate e affrontato
la polizia che ha impiegato lacrimogeni e “proiettili non letali” per
disperderli. La rivolta è proseguita nei giorni successivi con almeno 80 manifestanti arrestati. E si è
allargata in tutto il paese.
Manifestanti si sono ritrovati a Washington davanti alla casa
Bianca, sono sfilati in corteo a Times Square a New York, a Seattle e Oakland; a Los Angeles il
corteo è partito dal quartiere nero
di South Central e ha bloccato il
traffico su un’autostrada prima
di marciare lungo Martin Luther
King boulevard fino alla centrale
di polizia. Il 25 novembre le proteste si sono svolte in centinaia
di località con cortei o assemblee
nei campus universitari mentre a
New York e Los Angeles gruppi
di manifestanti bloccavano strade e ponti. Si sono registrati duri
scontri fra manifestanti e polizia a
Oakland e forti proteste a Cleveland pochi giorni prima un bambino nero di 12 anni, Travis Rice,
era stato assassinato dalla polizia
perché sorpreso con una pistola
ad aria compressa nei pressi di un
parco giochi.
Un ulteriore esempio della repressione razziale attuata direttamente da una polizia militarizzata
che è armata e si comporta nello
stesso modo di come agivano le
truppe imperialiste di occupazione americane a Baghdad.
La “frontiera” di Ferguson
analizzata in seguito all’assassinio del giovane nero risulta es-
sere una località presidiata militarmente dalla polizia che è
impegnata anche in una serie di
persecuzioni e umiliazioni giornaliere inflitte alla popolazione
nera. A Ferguson il numero dei
mandati d’arresto registrato nel
2012 è stato di 32.000 su una popolazione di 21.000 abitanti. Ma
l’uso delle armi da parte della polizia contro la popolazione povera
nera non è una esclusiva di alcune
località, è diffusa negli Stati Uniti;
una recente indagine giornalistica
ha calcolato che almeno due afroamericani sono stati uccisi ogni
settimana da poliziotti bianchi
tra il 2006 e il 2012. Il Malcolm
X Grassroots Movement ha pubblicato l’anno scorso un rapporto
dal quale risulta che nel 2012 un
afroamericano è stata ucciso ogni
28 ore da un agente, un poliziotto privato o un vigilante. Una vera
e propria guerra contro una parte
povera del popolo americano che
non si è interrotta nemmeno sotto
la presidenza di Obama.
Manovra finanziaria per far uscire l’Ue imperialista dalla crisi
Il piano Juncker per gli investimenti non basterà a
dare lavoro ai 24,8 milioni di disoccupati europei
Si parla di 315 miliardi. Ma in realtà non ci sono. Per adesso sono stati stanziati solo 21 miliardi
“L’Europa sta voltando pagina,
ora può offrire speranza al mondo
su crescita e occupazione”, ha affermato il nuovo presidente della
Commissione europea Jean Claude Junker il 26 novembre scorso
di fronte al parlamento europeo,
presentando il piano che dovrebbe “stimolare” gli investimenti e
dare ossigeno all’Unione europea
(Ue) ancora ben avvitata dentro la
lunga crisi economica. Un piano
per finanziare progetti in grado
di creare 1,3 milioni di nuovi posti di lavoro, ha promesso Junker.
Come dire di cercare di svuotare
il mare con un cucchiaio dato che
il numero ufficiale dei disoccupati
europei è di 24,8 milioni, oltre 18
milioni nei paesi dell’area euro.
Non è questo l’unico dato di
paragone che attenua di molto
l’entusiasmo dello screditato Junker, l’uomo della Merkel e delle
multinazionali, nell’efficacia del
suo piano; basti pensare che dal
2007 gli investimenti europei per
effetto della crisi sono scesi del
15%, sono calati di 430 miliardi,
una cifra ben lontana anche dagli ipotetici poco più di 300 che
il piano dovrebbe mettere in moto
a partire dall’estate del 2015. Se
le proiezioni della Commissione
sono esatte vorrebbe comunque
dire che per tornare ai livelli prema della crisi dovranno passare
almeno 10 anni.
Al centro dell’operazione prevista dalla Commissione c’è il
nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi), l’organo di gestione che sarà finanziato
da 16 miliardi di euro provenienti dal bilancio della Commissione
e da altri 5 dai fondi della Banca
europea degli investimenti (Bei).
Questi fondi dovrebbero innescare l’impiego di fondi privati in un
rapporto di 1 a 15 moltiplicandoli fino a oltre 300 milioni di euro
investiti in una serie di progetti
affidati alla gestione di un apposito comitato diretto dal vice-presidente della Commissione incaricato della crescita, il finlandese
Jyrki Katainen, il cane da guardia
della Merkel ai conti europei.
I settori nei quali dovrebbero
essere indirizzati gli investimenti dal 2015 al 2017 sono banda
larga, infrastrutture energetiche,
trasporti, educazione, ricerca, innovazione, energie rinnovabili
e progetti delle piccole e medie
aziende. Il piano potrebbe essere
prorogato nel periodo 2018-2020,
“se funzionerà” precisava Junker.
Un simile piano di crescita era
stato già varato dalla Ue nel 2012
ma era fallito. “In questo periodo
le risorse pubbliche sono scarse
ma la liquidità delle banche, delle società e dei privati è ampia e
pronta all’uso: la sfida è rompere il circolo vizioso della sfiducia
degli investitori” rilanciava Junker; a dire il vero la “fiducia” degli investitori che non nasce dal
caso potrebbe crescere magari
dalle promesse eliminazioni delle
barriere normative ed infrastrutturali dei paesi interessati dai progetti.
Per invogliare gli investimenti
pubblici Junker ha promesso che i
contributi degli Stati non verranno conteggiati nei parametri fissati dal Patto di Stabilità e Crescita e dagli altri trattati sul rigore di
bilancio della Ue. Nel documento
presentato a Strasburgo si afferma
che “la Commissione adotterà una
posizione favorevole nel contesto
del giudizio delle finanze pubbliche nell’ambito del Patto di stabilità e crescita” riguardo alla con-
tabilità dei contributi volontari al
Feis, che non garantisce affatto
lo sconto automatico sui calcoli
di bilancio. Il passaggio ambiguo
sulla “posizione favorevole” che
adotterà la Commissione nelle valutazioni è comunque stato rivenduto dai sostenitori della flessibilità dei bilanci come una vittoria.
Perlomeno fino alla resa dei conti.
Il cordone della borsa della Ue
resta ben chiuso anche perché di
soldi freschi ci sarebbero i 5 miliardi di euro messi dalla Bei mentre i 16 miliardi della Ue saranno
ricavati da altre poste di bilancio
riallocate e da somme “da reperire
nei prossimi esercizi finanziari”.
Una operazione complicata dato
che il bilancio dell’Unione è stato
rivisto al ribasso, è in rosso e c’è
chi non paga, come la Gran Bre-
tagna. Dei 16 miliardi sembrerebbero disponibili solo poco più di
8. Comunque pochi anche a fronte delle 1.800 proposte di progetti, per un valore di 1.100 miliardi,
già arrivate a Bruxelles. Si prospetta una specie di assalto alla
diligenza dei paesi membri per
accaparrarsi l’osso spolpato dei
fondi dedicati agli investimenti.
Rappresaglia nazista di Netanyahu
Rase al suolo le case
degli attentatori palestinesi
Israele ha abbattuto in Cisgiordania 543 case solo nel 2014, per un totale di 27 mila dal 1967
“Questa mattina abbiamo demolito a Silwan la casa di un
terrorista. Ci saranno altre demolizioni di case. Siamo determinati a riportare la sicurezza a
Gerusalemme”, sono state le parole pronunciate il 19 novembre dal premier sionista Benjamin Netanyahu per annunciare
la rappresaglia nazista contro la
popolazione palestinese in seguito agli attentati del 22 ottobre e
del 18 novembre nel quale erano
morte sette persone, oltre ai quattro attentatori palestinesi.
“Gli occupanti israeliani - ha
affermato la madre di uno di essi
- vogliono distruggere la nostra
famiglia e renderci degli sfollati.
Essi pensano che distruggendo le
case dei martiri potranno fermare
il popolo di Gerusalemme e Palestina”, non ci riusciranno.
Anche organizzazioni umanitarie israeliane hanno condannato la politica delle demolizioni
di case praticata a suo tempo dai
colonialisti britannici durante il
loro mandato in Palestina e riportata dai sionisti nell’ordinamento militare in vigore nei territori
occupati. Dallo scorso giugno il
governo Netanyahu ha deciso di
applicarla anche in Israele.
In applicazione di tale direttiva i sionisti solo nel 2014 Israele
hanno demolito almeno 543 case
e edifici palestinesi in Cisgiordania. Dai dati raccolti dalle organizzazioni delle Nazioni unite
che operano nei territori palestinesi risulta che dal 1967 sono
ben 27.000 le costruzioni palestinesi demolite per ordine del regime di Tel Aviv. Molte sono case
demolite perché costruite senza
permesso, permessi che le autorità sioniste non concedono ai
palestinesi alle quali si aggiungono quelle sistematiche delle
case dove vivono o vivevano i
palestinesi responsabili di attacchi contro gli occupanti.
Una politica denunciata anche dal giornale israeliano Haaretz, che commentando la rappresaglia nazista di Netanyahu
evidenziava che queste misure
punitive “sono riservate solo alle
famiglie dei palestinesi”, mentre “le case dei terroristi israeliani che hanno bruciato il ragazzo palestinese Mohammed Abu
Khdeir rimangono intatte. Il punto è che la giustizia selettiva non
è giustizia: è vendetta”.
LAVORO
2 il bolscevico / documento dell’UP del PMLI
SCIOPERO
GENERALE DI
8
N. 23 - 12 giugno 2014
ORE
Giù le mani dall'articolo 18
e dallo Statuto dei lavoratori
Abolizione del precariato e
assunzione di tutti i precari
Rinnovo dei contratti di lavoro
del Pubblico impiego
Spazziamo via il gove
rno
del Berlusconi democris
tiano Renzi
PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO
Sede centrale: Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 FIRENZE
Tel. e fax 055.5123164 e-mail: [email protected]
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Stampato in proprio
IL PROLETARIATO
AL POTERE
ITALIA UNITA, ROSSA
E SOCIALISTA
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a modena ricordato engels nel 194° della nascita