Settimanale Nuova serie - Anno XXXVIII - N. 45 - 11 dicembre 2014 Fondato il 15 dicembre 1969 Fine settimana proficuo per la propaganda marxista-leninista A Modena ricordato engels nel poliziesca 194° della nascita Intimidazione di stampo fascista al Comunicato dell’Organizzazione di Modena del PMLI Ai banchini raccolti consensi e grosse sottoscrizioni, evidente frutto della vittoria dell’astensionismo alle regionali.Apprezzato il volantino “il potere politico spetta di diritto al proletariato”. Grande interesse per il manifesto contro il governo Renzi. Intimidazioni poliziesca di stampo fascista Il PMLI riconosciuto come l’unico vero partito comunista Lo schiavo rivoluzionario, lo schiavo schiavo e lo schiavo lacchè Lo schiavo che ha coscienza delle sue condizioni di schiavo e lotta contro queste condizioni è un rivoluzionario. Lo schiavo che non ha coscienza della sua schiavitù e vegeta in una silenziosa, incosciente e sottomessa vita da schiavo è semplicemente uno schiavo. La schiavo che sbava quando, soddisfatto, descrive le delizie della vita da schiavi ed esalta il buono e bravo padrone è un lacchè, un bruto. PAG. 10 PMLI a Modena PAG. 10 Criticati il governo Renzi e i governi delle due regioni Grandi Manifestazioni dei metalmeccanici in Sardegna e in Sicilia Gli edili manifestano a Roma e in 20 città, 8 ore di sciopero in Campania. Manifestazione nazionale a Roma dei lavoratori agricoli e degli operai delle industrie alimentari. Le lavoratrici ex-Igea occupano la miniera renzi attacca i lavoratori e loda i padroni: “siete i veri eroi dei tempi nostri” (Lenin, “In memoria del conte Heiden – (Che cosa insegnano al popolo i nostri “democratici” senza partito?)”, giugno 1907, Opere complete, Editori Riuniti, vol. 13, pag. 46 ) Come Mussolini: “Si stancheranno prima loro di noi” PAG. 2 A Varese e a Milano Renzi contestato a Catania, Grande giornata Reggio Calabria e In Irpinia di mobilitazione antifascista Caricati i giovani a Catania Il nuovo Berlusconi assomiglia sempre più a Mussolini PAG. 4 Cancellato da destra il diritto borghese del lavoro, col voto di Bersani e Epifani e l’assenso di Napolitano La Camera nera approva il Jobs Act imposto da Renzi per la libertà di licenziamento La sinistra del PD non ci sta: due deputati votano contro, due si astengono, 29 non partecipano al voto. Anche la Bindi minaccia di fondare un nuovo partito. Il M5S fa un gran baccano, ma poi non ha il coraggio di votare no Il nuovo Berlusconi va spazzato via PAG. 3 Centinaia di antifascisti in piazza per fermare i nazifascisti che rialzano la testa grazie alla complicità delle istituzioni A Varese, Zappoli (PD) aggredisce una militante del PMLI strappandole il manifesto contro il governo Renzi PAG. 11 Lo afferma senza vergogna Gentiloni, nuovo ministro degli Esteri L’Italia imperialista e interventista di Napolitano e Renzi pronta a mandare l’esercito in Libia La politica colonialista di Mussolini rivive nel governo Renzi PAG. 5 Ad Ischia (Napoli) hanno sventolato le bandiere dei Maestri e del Partito Grande manifestazione contro lo smantellamento Renzi privatizza a tutto spiano dei servizi pubblici di trasporto Enel, Ferrovie, Poste, Enav, Sace e Ansaldo ai privati PAG. 8 Per il trionfo della causa del socialismo in Italia Anche un solo euro al mese PAG. 12 Apprezzato il contributo del PMLI PAG. 13 Volantino dell’Organizzazione di Rufina del PMLI Viva la lotta di classe! Diamo forza allo sciopero generale del 12 dicembre di CGIL e UIL e partecipiamo in massa alla manifestazione di Firenze PAG. 12 Da fascista, a democristiano, a piddino e coordinatore della recente Leopolda Il deputato PD renziano Di Stefano indagato per una mazzetta da 1,8 milioni di euro Nel mirino delle procure di Roma e Chieti la rimborsopoli regionale targata PD, le “primarie con gli imbrogli”, la speculazione sugli immobili pubblci appalti e consulenze d’oro a parenti e amici. L’ex moglie l’accusa di festini hard in villa Sulla misteriosa scomparsa del suo ex braccio destro, la procura ha aperto un nuovo fascicolo per “omicidio volontario” PAG. 7 Il 12 dicembre alle manifestazioni territoriali congiunte CGIL e UIL Tutti in piazza con il PMLI Per il lavoro, l'art. 18 e il socialismo, contro il Jobs Act, il governo del Berlusconi democristiano Renzi e il capitalismo 2 il bolscevico / no jobs act N. 45 - 11 dicembre 2014 Criticati il governo Renzi e i governi delle due regioni Grandi Manifestazioni dei metalmeccanici in Sardegna e in Sicilia Gli edili manifestano a Roma e in 20 città, 8 ore di sciopero in Campania. Manifestazione nazionale a Roma dei lavoratori agricoli e degli operai delle industrie alimentari. Le lavoratrici ex-Igea occupano la miniera renzi attacca i lavoratori e loda i padroni:“siete i veri eroi dei tempi nostri” Dopo il Nord e il Sud è toccato ai metalmeccanici delle isole scendere in piazza contro le politiche del governo del Berlusconi democristiano Renzi. Martedì 25 novembre a Cagliari hanno sfilato alcune migliaia di lavoratori, cassintegrati, personale in mobilità ed ex dipendenti, con loro anche tanti studenti cagliaritani e delegazioni provenienti da tutta la Sardegna. Apriva il corteo lo striscione: “Fiom Sardegna, Sciopero generale dei metalmeccanici, Lavoro legalità uguaglianza democrazia”. Erano presenti in prima fila gli operai di Alcoa ed ex Ila di Portovesme, della Keller di Villacidro e di tante altre aziende, in particolare del Sulcis-Iglesiente dove il settore industriale è stato praticamente spazzato via. Ma la crisi ha colpito duro anche nell’Ogliastra, nel Sassarese e nella provincia di Cagliari. Lo Stato centrale ha praticamente abbandonato questa regione lasciandola alla deriva. La Sardegna è scesa repentinamente nelle graduatorie sociali ed economiche ed è tornata l’emigrazione verso il continente e l’estero. Cagliari, 25 novembre 2014. Una veduta della manifestazione dei metalmeccanici in piazza Garibaldi dove si sono tenuti i comizi conclusivi mobbing.” Lo sciopero del 25 s’inserisce a pieno titolo nella mobilitazione delle masse sarde contro il governo Renzi, il Jobs Act e la disoccupazione dilagante sull’isola. Ricordiamo la “Marcia per il la- lidarietà di classe a queste operaie in lotta ed auspica che la loro vertenza possa risolversi velocemente e in modo soddisfacente. Il 27 novembre, sciopero dei metalmeccanici in Sicilia e manifestazione a Palermo. Altra regione zione Fiom ha fatto da catalizzatore per tutti coloro che rivendicano il lavoro e si oppongono al governo Renzi. “Togliere i diritti, significa solo lavoratori più precari non più occupazione” dice il segretario regio- ca antioperaia di Renzi sentite dal palco sia dai lavoratori che dai rappresentanti sindacali intervenuti. Politica nazionale che va ad aggravare gli effetti della crisi economica capitalistica globale, che fanno della Sicilia una delle più povere Palermo, 27 novembre 2014, Manifestazione per lo sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla Fiom. A destra Lo spezzone degli studenti che hanno manifestato accanto ai metalmeccanici Alla conclusione della manifestazione, in piazza Garibaldi, hanno parlato tanti lavoratori in rappresentanza delle molte vertenze aperte in Sardegna. Poi gli interventi del segretario regionale Fiom Mariano Carboni, della Cgil Sardegna Michele Carrus, e infine parola al segretario nazionale Fiom Landini. Oltre alla politica del governo Renzi non sono mancate le critiche anche alla regione autonoma sarda che non ha fatto niente per fermare la deindustrializzazione. I vari governi locali, sia di destra che di “centro-sinistra” hanno puntato tutto sul turismo che, seppur voce importante nel bilancio regionale, crea generalmente lavoro precario. Comunque sia non può sostituire l’industria, che deve avere basi solide anche sull’isola, questo dovrebbe essere anche l’impegno del Governo anziché pensare a togliere i diritti, come ha rivendicato con forza Landini, il quale ha affermato: “ci rifiutiamo, come Sindacato, di accompagnare la chiusura delle fabbriche e la fine del sistema industriale. L’emblema delle lotte è nei 205 giorni dell’Alcoa, un presidio che coinvolge l’intero paese, e che questa nostra mobilitazione vuole rendere visibile, perché la visione dei problemi della Sardegna deve essere nazionale. E vuole difendere lo Statuto dei lavoratori la Fiom, che va esteso a tutti, perché il dimensionamento, la dequalificazione delle persone è voro” delle settimane scorse promossa dagli esuberi di Meridiana e da lavoratori di altre aziende sarde in crisi. Proprio mentre scriviamo una trentina di donne coraggiose, dipendenti dell’ex Igea, hanno occupato alcune miniere nella provincia di Carbonia-Iglesias, una delle quali fornisce anche l’acqua a un vasto territorio. L’Igea è una società della regione Sardegna incaricata della bonifica delle tante miniere dismesse che deve pagare mensilità arretrate ai suoi lavoratori. Le operaie “pronte all’occupazione ad oltranza”, chiedono alla Regione unica azionaria dell’azienda, il pagamento degli arretrati (in 12 mesi hanno percepito solo 5 mensilità) e risposte sul futuro della società che dovrebbe fare le bonifiche in Sardegna. Da notare come, il governatore della Sardegna, Francesco Pigliaru, PD, non abbia praticamente mosso un dito per risolvere la vertenza che si è trascinata fino a richiedere l’occupazione della miniera. Lo stesso dicasi del governo Renzi. Le operaie sono sostenute da una gara di solidarietà della popolazione locale. È un fatto senza precedenti in Sardegna, ma anche in tutta Italia l’occupazione di una miniera da parte delle operaie e dimostra come le masse femminil meridionali siano allo stremo e disposte a forme di lotta sempre più dure per difendere il diritto al lavoro. Il Partito marxista-leninista italiano esprime so- del nostro Mezzogiorno che vive una grave situazione socio-economica senza precedenti. Negli ultimi anni di crisi si sono persi 200 mila posti di lavoro e anche qui l’emigrazione, che non si è mai fermata del tutto, è tornata ad essere la principale valvola di sfogo occupazionale. I primi a scendere in piazza sono stati i lavoratori del Cantiere Navale che dalle 8 si sono mos- nale della Cgil, Michele Pagliaro, nel comizio conclusivo. Per Maurizio Landini “le politiche del governo sono sbagliate, perché non c’è alcuna idea di rilancio e di sviluppo. Senza la ripresa degli investimenti pubblici e privati non si riuscirà a creare lavoro. Il governo cambi linea”. Oltre alle mobilitazioni la Fiom è pronta a iniziare anche una battaglia giuridica contro il Jobs Act e non esclude un Roma, 29 novembre 2014. Manifestazione nazionale dei braccianti e dei lavoratori del settore agro-alimentare si in corteo dai cancelli dello stabilimento Fincantieri. C’erano gli operai della Fiat e quelli dell’Ansaldo Breda, in cassa integrazione fino a fine anno; e ancora: i metalmeccanici del petrolchimico di Gela, gli operai della St Microelectronics di Catania, gli operatori dei call center Accenture in mobilità, anche qui c’erano gli studenti e i pensionati, tanto che la manifesta- ricorso davanti alla Corte di giustizia dell’Ue. “Metteremo in campo qualsiasi iniziativa giuridica nei confronti dell’Europa, perché quelle regole - ha detto Landini sono contro la Carta dei diritti europei.....non ci fermiamo davanti a un provvedimento sbagliato voluto dal governo e votato dal Parlamento”. Tante le critiche verso la politi- regioni europee. Renzi si dipinge come paladino della legalità e della lotta alla criminalità organizzata ma accrescere la povertà e la miseria come fa il suo governo, “ significa creare terreno fertile per la mafia” ha denunciato il segretario della Fiom di Palermo Roberto Mastrosimone. Anche in Sicilia non sono mancate le critiche alla giunta regionale presieduta dal PD Rosario Crocetta. La “rivoluzione” crocettiana si è rivelata un fallimento sostanziale conseguente al disastro economico e sociale perpetrato ai danni delle masse popolari siciliane. Una giunta abbarbicata alla poltrona intenta alla spartizione del potere che, al di là delle vuote parole, non ha minimamente affrontato l’emergenza del lavoro che non c’è, anzi si è ulteriormente aggravata. Mastrosimone non ha risparmiato frecciate al governatore siciliano: “piuttosto che di rimpasti e rimpastini, si occupi delle questioni del lavoro e dello sviluppo,- ha aggiunto - non c’è più tempo da perdere”. Venerdì 28 novembre c’è stato lo sciopero nazionale degli edili, con astensione dal lavoro di 4 ore in tutta Italia. Una categoria colpita pesantemente dalla crisi del comparto edilizio che ha visto la perdita di migliaia di posti. Ma i lavoratori non sono disposti ad accettare i ricatti di Ance e Coop, associazioni padronali che pretendono il rinnovo del contratto senza un centesi- mo di aumento e con la distruzione del Contratto Nazionale di Lavoro. Con forza si oppongono anche al peggioramento delle condizioni di lavoro in un settore dove dilaga l’illegalità. Le maggiori manifestazioni si sono avute a Roma, Milano, in Piemonte, in Puglia, a Palermo e a Napoli. In Campania lo sciopero è stato di 8 ore per sottolineare la grave crisi che attraversa l’edilizia in questa regione, con decine di morti nei cantieri spesso controllati dalla camorra. Purtroppo dobbiamo registrare anche diversi “scioperi al rovescio” come a Imola e Rimini. Idea lanciata da Landini dove i lavoratori e i disoccupati dalle manifestazioni sono stati dirottati a restaurare gratuitamente edifici pubblici. Decine di migliaia i lavoratori del settore agroalimentare, tra braccianti, operai agricoli, delle industrie alimentari e forestali, hanno manifestato sabato 29 in piazza a Roma contro le misure del Jobs act e l’illegalità e lo sfruttamento del lavoro in agricoltura. Tra le richieste: interventi per il settore della forestazione ed azioni concrete da parte del Governo e del parlamento per una riforma del mercato del lavoro agricolo che sia trasparente e legale, in grado di contrastare efficacemente i fenomeni di intermediazione illecita e lavoro nero. Nel corteo anche i segretari di Cgil e Uil, Camusso e Barbagallo. L’1 dicembre hanno scioperato i lavoratori pubblici della CISL per il rinnovo del contratto di lavoro fermo da sei anni. L’adesione in media nelle diverse regioni ha oscillato tra il 15 e il 20%, con partecipati presidi e manifestazioni in diversi capoluoghi di provincia in tutta Italia. Di fronte alla crescente mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari e con l’avvicinarsi dello sciopero generale del 12 dicembre, Renzi è sempre più nervoso e risponde con la sua solita arroganza. Attacca in continuazione i sindacati e i lavoratori, dipinti come fannulloni che scioperano, che vogliono difendere i “privilegi” (cioè un lavoro dignitoso e con diritti) mentre dall’altra parte, quella dei “buoni”, ci sono lui e i padroni. Di fronte all’assemblea nazionale della CNA (Confederazione Nazionale degli Artigiani) ha dichiarato: “gli imprenditori sono i veri eroi del nostro tempo”. La Camusso gli ha risposto : “I veri eroi sono i lavoratori e non gli imprenditori”. Giustamente, è il minimo che poteva dire. Lo sapevamo benissimo che Renzi stava dalla parte dei padroni e il PMLI lo ha denunciato fin dal suo insediamento, ma anche i lavoratori se ne sono accorti. La classe operaia, i lavoratori, a cominciare dai precari, i disoccupati, i pensionati, i giovani, le masse popolari e femminili non devono aspettarsi niente di buono da questo presidente del Consiglio e devono continuare a combatterlo con tutte le loro forze, finché questo neofascista in camicia bianca e il suo governo non saranno spazzati via. no jobs act / il bolscevico 3 N. 45 - 11 dicembre 2014 Cancellato da destra il diritto borghese del lavoro, col voto di Bersani e Epifani e l’assenso di Napolitano La Camera nera approva il Jobs Act imposto da Renzi per la liberta’ di licenziamento La sinistra del PD non ci sta: due deputati votano contro, due si astengono, 29 non partecipano al voto. Anche la Bindi minaccia di fondare un nuovo partito. Il M5S fa un gran baccano, ma poi non ha il coraggio di votare no Il nuovo Berlusconi va spazzato via Il 25 novembre la Camera nera ha approvato a passo di carica in seconda lettura il disegno di legge delega che dà ampia facoltà al governo di scrittura e applicazione del famigerato Jobs Act di Renzi e Poletti. Il provvedimento che abolisce definitivamente l’articolo 18, dando piena libertà di licenziamento ai padroni e scardinando altri diritti sanciti dallo Statuto dei lavoratori, come il diritto a non essere retrocessi nelle mansioni e il diritto a non essere spiati sul posto di lavoro. Rispetto alla prima approvazione dell’8 ottobre in Senato, avvenuta grazie all’imposizione del voto di fiducia, stavolta Renzi correva meno rischi avendo una maggioranza schiacciante alla Camera, e così ha potuto farsi bello evitando il voto di fiducia, nonostante la defezione di una trentina dei suoi deputati. Un lusso che si è potuto concedere anche grazie alla procedura accelerata per la discussione in aula (poche ore in tutto, complice anche la presidente Boldrini), che gli dava la garanzia del rispetto dei tempi da lui stesso prefissati, altrimenti aveva già pronto il voto di fiducia anche alla Camera. Come è praticamente sicuro che lo imporrà per la terza e ultima lettura di nuovo al Senato, dove i numeri sono molto più risicati per la maggioranza di governo. Ripetendo così per la seconda volta la scandalosa forzatura procedurale di una legge delega approvata col voto di fiducia, che è come dire una doppia cambiale in bianco estorta al parlamento. Ciononostante l’approvazione è avvenuta con 316 voti a favore, ossia un solo voto in più della maggioranza assoluta del parlamento che il voto di fiducia avrebbe richiesto se fosse stato messo, e questo la dice lunga sulla reale “solidità” della maggioranza su cui si regge il governo del Berlusconi democristiano. In questo caso di voti ne bastavano molti meno, perché 260 deputati erano usciti dall’aula per non partecipare al voto: tra questi tutti quelli di Forza Italia, Lega, SEL e M5S, più una trentina di deputati dissidenti della sinistra del PD, tra cui Fassina e Cuperlo, ma anche D’Attorre, Zoggia, Bindi, Boccia, Marzano, Pollastrini e altri. Invece sono rimasti in aula a votare no Pippo Civati e Luca Pastorino, mentre altri due civatiani si sono astenuti. Anche i deputati del M5S, pur avendo fatto un gran baccano in aula, sventolando strisce con la scritta “Licenziact”, poi non hanno avuto la coerenza e il coraggio di votare no, ma hanno preferito uscire dall’aula, come i 29 dissidenti PD che non partecipando al voto hanno solo voluto lanciare un segnale a Renzi senza osare pronunciarsi chiaramente contro il suo Jobs Act. Immagini delle proteste contro il Jobs Act. Da sinistra: Roma, manifestazione nazionale CGIL del 25 ottobre, il corteo lavoratori della Bonfiglioli a Forlì del 25 novembre, subito dopo l’approvazione alla Camera, gli studenti di Torino in piazza a fianco dei metalmeccanici il 17 ottobre scorso La complicità di Bersani ed Epifani Il dissenso della minoranza interna era stato annunciato alla vigilia del passaggio parlamentare dagli stessi Cuperlo e Fassina, col primo che dichiarava “così com’è il Jobs Act è insostenibile, non posso votarlo”, e il secondo che accusava il provvedimento di puntare alla “libertà di licenziamento”. Rosy Bindi, esponente di punta della corrente prodiana, ventilava addirittura la possibilità di una scissione del PD per formare un nuovo partito “di sinistra”. Il giorno precedente alla votazione finale 17 deputati della minoranza, tra cui Cuperlo, Fassina e Civati, votavano un emendamento dell’ex sindacalista Fiom Airaudo (SEL), che chiedeva di ripristinare l’articolo 18 per i neo assunti dopo un anno di contratto anziché i tre previsti dal provvedimento. Emendamento bocciato, ma che suonava un campanello d’allarme per il governo. Ecco allora accorrere in aiuto a Renzi l’altra metà della “sinistra” interna, con l’ex segretario Bersani che, pur brontolando contro gli attacchi del premier alla Cgil e il suo menefreghismo verso la batosta astensionista in Emilia Romagna, ha garantito i suoi voti “per disciplina di partito, perché chi ha fatto il segretario non può tirarsi fuori facilmente”, e perché vuole assolutamente evitare scissioni. A lui si sono uniti a puntellare Renzi votando il Jobs Act anche gli ex sindacalisti Epifani e Damiano, diventati per questo, insieme ad altri ex dirigenti sindacali che hanno votato la legge, meritatamente oggetto di una petizione di delegati di grandi fabbriche e del settore pubblico che chiede alla segreteria di ritirare loro la tessera di iscrizione alla Cgil. Petizione su cui però la Camusso fa orecchie da mercante. Su un altro fianco i leader di Area riformista, gli ex bersaniani Speranza, Martina e Micheli, ora renziani convinti, provvedevano a mettere in sicurezza il provvedimento col loro pacchetto di voti, vantandosi pure di essere stati decisivi per la sua approvazione, perché “senza di noi saltava il numero legale e il governo”. Ancora una volta, perciò, Renzi l’ha avuta vinta sulla frastagliata e divisa minoranza interna, e ha potuto cantar vittoria così: “Abbiamo tolto l’articolo 18, e volete che non ci siano dei dissidenti? Ci dicevano che i dissidenti sarebbero stati 80 e invece sono 30. Ci dicevano che saremmo stati attaccati al voto di Forza Italia, invece ce l’abbiamo fatta da soli”. Nessuna concessione alla sinistra PD Del resto, per quanto i dissidenti si affannino a dichiarare che la battaglia proseguirà al Senato, Renzi sa che non avranno il coraggio di non votare la fiducia, perché ciò farebbe cadere il governo provocando le elezioni anticipate, e di conseguenza anche la loro non ricandidatura al nuovo parlamento. Anzi vorrebbe forzare al massimo i tempi per arrivare ad approvare il Jobs Act prima dello sciopero generale del 12 dicembre, così da mettere il sindacato davanti al fatto compiuto. E comunque vorrebbe partire con i decreti attuativi già da gennaio. E difatti di questo è andato subito a parlare con Napolitano al Quirinale, rassicu- randolo anche sulla tenuta del patto del Nazareno con Berlusconi e sul cammino delle altre “riforme”, in particolare dell’Italicum e dell’abolizione del Senato. Ricevendo ovviamente in cambio il più convinto e soddisfatto assenso da parte del nuovo Vittorio Emanuele III. In ogni caso la “battaglia” della sinistra PD non è per affossare il provvedimento, che è l’unica cosa che conta veramente, ma solo per ottenere da Renzi qualche minimo ritocco che possa farle piantare una bandierina e certificare la sua esistenza in vita. Delle cose che gli aveva chiesto e che lui aveva promesso, oltre al dovuto reintegro per i licenziamenti discriminatori (ma spetta al lavoratore l’onere di dimostrarlo in tribunale), è rimasto solo il reintegro per alcuni tipi di licenziamenti disciplinari respinti dal giudice. Quali? Sarà sempre il governo a stabilirlo nella delega, probabilmente solo in caso di licenziamento per furto inesistente. Non ci rientrerebbero per esempio nemmeno i tre sindacalisti Fiom di Melfi licenziati da Marchionne con false accuse di sabotaggio e riammessi in fabbrica dal tribunale del lavoro. Delle garanzie sugli ammortizzatori sociali non c’è traccia, per l’anno prossimo ci sono solo 1,9 miliardi stanziati dalla legge di stabilità, poi si vedrà; mentre è certo che sarà abolita la cassa integrazione in caso di licenziamenti per cessazione aziendale o di un ramo di essa, e che dal 2017 sarà abolita l’indennità di mobilità. Così come non c’è la soppressione, promessa nella proposta originale, e nemmeno lo sfoltimento, delle decine di contratti atipici, ma solo (forse) l’abolizione dei contratti a progetto. Restano pure il demansiona- mento e il controllo a distanza dei lavoratori, sia pure limitato (sembra) agli impianti e agli strumenti di lavoro, come computer e cellulari. Non c’è nemmeno la certezza che i contratti “a tutela crescente” senza articolo 18 (in realtà bisognerebbe chiamarli “a monetizzazione crescente dei licenziamenti senza giusta causa”) siano applicati solo ai nuovi assunti, e non siano invece estesi a tutti i lavoratori. Il fatto è che si tratta di una legge delega, una legge in bianco per definizione, e che una volta ottenuta il governo potrà scriverla come gli pare e piace, senza che il parlamento possa più intervenire per correggerla, ma solo per esprimere al massimo un parere consultivo. Realizzati i “sogni” della Confindustria In sostanza escono riconfermati tutti i punti più antisindacali e filopadronalidi cui il Jobs Act si è caricato via via che Renzi scopriva le sue carte. Lo ha rivelato fra l’altro “Il Fatto Quotidiano”, facendo una comparazione tra il Jobs Act così come si è andato configurando negli ultimi mesi e un documento della Confindustria del maggio scorso in cui erano elencati esattamente gli stessi punti, sovente anche con le stesse formulazioni, poi riapparsi nel provvedimento di Renzi e Poletti. Tanto da farlo sembrare un “copia e incolla” del documento confindustriale. Solo la lotta di massa nelle piazze, nelle fabbriche, nei campi, nelle scuole e in tutti i luoghi di lavoro può bloccare perciò l’odioso attacco del nuovo Berlusconi, in combutta con Marchionne, la Confindustria e i vertici dell’Unione europea imperialista, ai diritti normativi, contrattuali e democratici dei lavoratori, strategicamente volto a cancellare da destra i fondamentali dello stesso diritto borghese del lavoro e far tornare le relazioni industriali al modello mussoliniano e vallettiano in vigore fino alle grandi lotte del ’68-’69. In questo quadro lo sciopero generale di Cgil e Uil del 12 dicembre rappresenta una prima, se pur parziale e tardiva, risposta che va nella giusta direzione, ma non ci si deve assolutamente fermare qui, a una mera azione di testimonianza come nelle intenzioni dei vertici sindacali cedevoli e opportunisti. Occorre invece intensificare ed allargare le lotte per spazzare via il governo del nuovo Berlusconi, che è l’unico modo per affossare anche la sua politica antioperaia, antipopolare e piduista. 4 il bolscevico / interni N. 45 - 11 dicembre 2014 Come Mussolini: “Si stancheranno prima loro di noi” Renzi contestato a Catania, Reggio Calabria e In Irpinia Caricati i giovani a Catania Il nuovo Berlusconi assomiglia sempre più a Mussolini Con l’arroganza che gli è propria, mentre massacra le masse popolari, il Berlusconi democristiano Renzi si è recato in una visita propagandistica per Sicilia, Calabria e Campania, profondendosi in chiacchiere che hanno lasciato le masse meridionali con un pugno di mosche. Ci si chiede a quale “messaggio di speranza” si sia riferito Renzi quando a Catania, a poche ore dall’approvazione del Jobs act e mentre la disoccupazione tocca punte storiche nel Mezzogiorno ha affermato “che le idee possono smettere di essere sogni e diventare realtà”. Le masse popolari meridionali lo detestano e lo hanno accolto a fischi e lancio di uova e urla durante la passerella mediatica che lo ha portato da Catania a Reggio Calabria all’Irpinia. Nessun impegno concreto sul problema del lavoro, della disoccupazione giovanile e femminile, dell’abbandono del territorio, della criminalità organizzata, ma tutto un disgustoso posare in perfetto stile mussoliniano tra lavoratori e uno stringere mani alle corrotte istituzioni politiche locali, le quali lo hanno accolto in trionfo con un imponente schieramento di “forze dell’ordine”, per tenere lontane le contestazioni esplose ovunque. Così quando si è presentato a Catania, in compagnia del fido sottosegretario Del Rio, ha fatto una passerella alla 3Sun, fabbrica di pannelli fotovoltaici, Joint Venture paritetica tra Enel Green Power, Sharp, STMicroelectronics e poi si è avviato al Municipio, nella piazza intanto veniva impedito ai manifestanti, bloccati da agenti in assetto antisommossa, di rag- il conflitto di classe esploda, altro che ordine e disciplina! Scappato da una porticina di servizio diretto a Reggio Calabria, è stato qui accolto con un lancio di uova davanti all’AnsaldoBreda, dove era stato organizzato dalla CGIL un presidio di operai. I manifestanti esponevano bandiere sindacali e vari striscioni con scritto, tra l’altro, “governo uguale fame”. Al presidio erano presenti anche i tirocinanti degli uffici giudiziari, disoccupati ed i lavoratori della Italcementi di Vibo Valentia. Un presidio della CGIL anche nell’avellinese, in Irpinia, allo stabilimento Ema di Morra de Sanctis, una cattedrale nel deserto del 90% degli stabilimenti chiusi nella zona. Presenti in attesa di Renzi anche i comitati contro le trivellazioni in Irpinia. Tanti manifesti e striscioni con parole come “Fermiamo lo Sblocca Italia, cacciamo il governo Renzi”, Catania, 28 novembre 2014. La polizia circonda chi protesta e contesta Renzi in visita a Catania giungere Renzi dentro la sede del Comune. I giovani hanno lanciato slogan come: “Disoccupazione, sfratti, precarietà, cacciamo Renzi dalla Città” e hanno tentato di forzare il cordone di “forze dell’ordine”, urlando “Vergogna, vergogna” e “questa piazza è pubblica”. Un corteo ha tentato di arrivare in Piazza Duomo, ma è stato bloccato dalla polizia e dai carabinieri con un corpo a corpo. La protesta ha tuttavia raggiunto il suo scopo perché Renzi è dovuto entrare e poi uscire di nascosto dal Comune da una porta secondaria. “Si stancheranno prima loro, noi non ci stanchiamo”, ha sprezzan- temente e con piglio mussoliniano ribattuto Renzi rintanato nella sala consiliare dove il neopodestà Bianco, PD, lo ha accolto con tutti gli onori, stendendo il tappeto rosso al primo massacratore sociale delle masse catanesi. Il punto è che le contestazioni non sono capricci estemporanei. Il punto è che la lotta di classe si scatena sempre più man mano che il nuovo Berlusconi procede nella sua arrogante politica di massacro sociale. E Renzi sa bene cosa sta succedendo, non è un caso che contro il conflitto sociale che monta in Italia, il premier in persona stia conducendo una violenta campagna politica e ideologica, esaltando la pacificazione e l’ordine sociale: “È convinzione – ha affermato, ricorrendo a uno slogan caro a Mussolini, durante l’inaugurazione dell’anno accademico della Polizia Tributaria - che solo con l’adempimento con onore e disciplina di tutti e ciascuno, partendo da chi ha incarichi di governo fino al cittadino comune vero eroe della quotidianità, riusciremo a cambiare il Paese”. Ma non c’è onore in un governo che massacra le masse popolari ed è bene non riporvi alcuna fiducia e contestarlo duramente. Che Renzi è responsabile dell’abbandono del Mezzogiorno Per il nuovo Berlusconi democristiano, la condizione del Sud dipende da “ragioni storiche, figlie di scelte sbagliate che possono essere cambiate”. È vero, ma il problema è capire chi aggrava adesso la condizione del Sud e come può essere cambiata. Sulle ragioni storiche si è innestata, la crisi economica del capitalismo che è passata come uno schiacciasassi sul nostro Mezzogiorno e a guidare la distruzione in questi ultimi 20 anni c’erano Ber- lusconi, Prodi, Monti e Letta. E ora c’è Renzi, che, con le sue politiche sul lavoro, come il Jobs act, o con provvedimenti che devastano il territorio e favoriscono la criminalità organizzata, come lo “SbloccaItalia”, incancrenisce gli effetti di scelte storiche e attuali sbagliate e antimeridionali e prosegue e accelera nel programma di scaricare la crisi del capitalismo sui lavoratori e sulle masse popolari, soprattutto del Sud. Lottare per risolvere i problemi del Sud significa anzitutto lottare per mandare a casa il governo Renzi, come veniva chiesto durante le contestazioni, abrogare i suoi provvedimenti, a partire dal Jobs act, per il lavoro stabile, a salario intero, a tempo pieno, sindacalmente tutelato. È su questo tema che tutte le forze politiche, sociali, sindacali, culturali e religiose democratiche e antifasciste cui sta a cuore la sorte del Sud devono convergere. Non solo, noi auspichiamo che soprattutto i giovani e le giovani, le donne del Sud che nella lotta proprio in questi giorni sono in prima linea, comprendano che tutte le loro sofferenze hanno origine dal capitalismo. Non si possono cambiare le sorti del nostro Mezzogiorno senza abbattere il capitalismo e i governi che gli reggono il sacco, anche se sono espressione della “sinistra” borghese. Che i giovani e le donne meridionali vessati dallo sfruttamento, dall’oppressione, dall’emigrazione diano le ali al loro futuro raccogliendo la proposta strategica del PMLI di battersi per la conquista dell’Italia unita, rossa e socialista. Storica sentenza della Corte di giustizia europea “I precari della scuola vanno stabilizzati” Il contratto a termine non può essere rinnovato infinite volte. Tra insegnanti e personale Ata sono 250-300 mila lavoratori che vanno assunti La Corte di giustizia europea ha intimato al governo Renzi di assumere i precari della scuola con alle spalle almeno tre anni di servizio nelle scuole, in quanto il rinnovo continuo dei contratti è pratica “contraria al diritto del lavoro nell’Ue”. Secondo la storica sentenza del 25 novembre, l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato va interpretato come vincolante e le normative nazionali devono adeguarvisi. E non è rergolare in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti (organico di diritto) e disponibili (organico di fatto) di docenti e personale Ata. In sostanza il governo italiano viola la direttiva europea n. 70 del 1999, secondo cui dopo 36 mesi di servizio i precari hanno diritto ad essere assunti a tempo indeterminato, a meno che non sussistano “ragioni oggettive”, le quali di fatto non sussistono. Nel 2011 il governo Berlusconi IV aveva emanato una legge in base alla quale la normativa europea non doveva essere applicata ai lavoratori precari della scuola. E contro questa normativa dei precari, sostenuti dall’ANIEF (Associazione Professionale e Sindacale che rappresenta alcuni docenti della scuola) ha fatto ricorso. La sentenza riguarda i precari che hanno coperto cattedre che avrebbero dovuto essere di ruolo che non risultano avere un titolare e i precari con contratto al 30 giugno, che abbiano svolto 36 mesi. La sentenza apre anche alla possibilità di richiedere il pagamento degli scatti di anzianità per il periodo di precariato o preruolo. Si tratta di risarcimenti per due miliardi di euro. Una sentenza attesa da qualche mese dal governo Renzi, che, con il piano di 148mila assunzioni a partire da settembre 2015 ha tentato e tenta ancora, stando alle dichiarazioni della ministra Stefania Giannini, che conferma la cifra stabilita dal governo, di giocare al ribasso rispetto ai 250/300 mila lavoratori della scuola beneficiari della sentenza. Ma le questioni aperte non si esauriscono al mondo della scuola, infatti la sentenza a rigor di logica riguarda tutti i lavoratori precari, a partire da quelli del pubblico impiego, e in ogni caso è una sentenza che sconfessa lo stesso impianto del Jobs act. In sostanza Renzi è sul fronte dei diritti dei lavoratori ben più a destra delle normative dell’Ue imperialista, ultraliberista e antipopolare, il che è tutto dire. Certamente la sentenza mostra che il piano sulla “Buona Scuola” è inadeguato di fronte alle lacune del sistema scolastico italiano e va respinto, non soltanto per il gioco al ribasso sull’assunzione di precari, ma anche per la prevista abolizione del CCNL, degli scatti di anzianità e il raddoppio dell’orario di lavoro a parità di salario. Bisogna battersi per l’assunzione di tutti i precari della scuola e della pubblica amministrazione, ma anche per l’abolizione del Jobs act, per la piena occupazione, per l’aumento dell’indennità di disoccupazione, per l’abolizione del precariato, per l’aumento dei salari e delle pensioni sociali, minime e più basse, per la pensione, la sanità e l’istruzione pubbliche. In ogni caso il governo del Berlusconi democristiano non merita alcuna fiducia. Va spazzato via senza indugio e con la massima determinazione, conducendo contro di esso una dura opposizione di classe e di massa nelle fabbriche, in tutti i luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, nelle piazze, nelle organizzazioni di massa, specie sindacali e studentesche. A Portovesme L’Alcoa licenzia 800 operai A smentire per l’ennesima volta il Berlusconi democristiano Renzi ci ha pensato il colosso americano proprietario dell’Alcoa di Portovesme (Iglesias) che, nel mezzo della delicata trattativa per vendere lo stabilimento a Glencore, un altro dei colossi mondiali dell’alluminio, ha spedito le lettere di licenziamento ai 437 operai, in cassa integrazione dal gennaio 2013. La notizia è arrivata martedì 25 novembre da fonti sindacali e conferma che Alcoa ha portato avanti quanto stabilito “nel quadro degli accordi di mobilità”, dichiara Moreno Muresu della Fim-Cisl, come se fosse un fatto inevitabile, contro il quale tutti i lavoratori, dello stabilimento e dell’indotto, hanno lottato incessantemente da tempo. Ma la gravità della situazione emerge dal fatto che “le lettere di licenziamento sanciscono il disimpegno definitivo e irrevocabile di Alcoa” che lascia senza un posto di lavoro e con un salario decurtato tutti i 437 lavoratori della fabbrica di Portovesme, ma anche i 360 dell’indotto, che le lettere di licen- ziamento hanno cominciato a riceverle prima. Non solo, gli ammortizzatori sociali in deroga, a causa dei rimpalli tra Regione Sardegna e governo, lasciano spesso i lavoratori senza reddito e in particolare proprio i lavoratori degli appalti che non hanno le stesse coperture. Questo atto significa anche che non c’è nessuna sicurezza che la trattativa con Glencore porti ad una qualsiasi riapertura della fabbrica e a nuovi posti di lavoro. La Glencore, infatti, chiede una drastica riduzione dei costi energetici, che in Sardegna superano di molto la media europea, e che il governo non si è mai impegnato a garantire per non correre il rischio delle sanzioni dell’Ue imperialista. La multinazionale americana smobilita con la solita motivazione pretestuosa degli alti i costi di produzione e se ne va con le valigie piene di super profitti lucrati alle spalle degli operai e delle loro famiglie che lascia sull’isola nella miseria e nella desertificazione industriale mentre, poche settimane fa, ha completato l’acquisizione di Firth Rixson, un leader della componentistica dei motori aerospaziali; con quest’acquisizione ha calcolato che i ricavi aumenteranno di 1,6 miliardi dollari entro il 2016. Alla faccia della crisi! “Sia chiaro – aggiunge il segretario generale Fim-Cisl Marco Bentivogli - non saremo certo noi a gettare la spugna, ci batteremo fino all’ultimo per tenere accesa la speranza e risolvere positivamente la vertenza simbolo del vuoto della politica”. Maurizio Landini, Fiom-Cgil, presente a Cagliari proprio il 25 allo sciopero generale ha definito la situazione dei lavoratori sardi drammatica: “per questo serve uno sforzo collettivo che affronti in modo nuovo e diverso la situazione”. Ma per difendere gli interessi dei lavoratori occorre un sforzo maggiore ai sindacati confederali e indire, finalmente, lo sciopero generale nazionale di otto ore di tutte le categorie con manifestazione a Roma sotto Palazzo Chigi per cacciare il nuovo Berlusconi Renzi. N. 45 - 11 dicembre 2014 imperialismo e inteventismo del governo renzi / il bolscevico 5 Lo afferma senza vergogna Gentiloni, nuovo ministro degli Esteri L’Italia imperialista e interventista di Napolitano e Renzi pronta aLamandare l’esercito in Libia politica colonialista di Mussolini rivive nel governo Renzi La Libia rientra nel nostro cortile di casa e l’Italia è pronta ad un intervento militare per proteggere i nostri interessi nazionali: è questa la dottrina interventista che il neo ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha adottato da quando si è insediato alla Farnesina poche settimane fa. E la espone senza pudore in interviste ai principali quotidiani nazionali come “Il Foglio”, “La Repubblica” e “Il Messaggero”, che sta facendo pubblicare sul sito del ministero dandogli evidentemente il valore di altrettante dichiarazioni ufficiali. Intervistato dall’ex Lotta continua Gad Lerner, per il quotidiano del magnate De Benedetti e dell’ex fascista Scalfari, l’ex Democrazia proletaria, MLS e PDUP Gentiloni non si fa pregare a rivelare le smanie neocolonialiste del governo Renzi e sue personali. Alla domanda preconfezionata e compiacente di Lerner, “ministro Gentiloni, prima o poi diventerà inevitabile un intervento in Libia per impedire che il terrorismo e la pirateria se ne impadroniscano definitivamente?”, il titolare della Farnesina risponde infatti prontamente: “Non dobbiamo ripetere l’errore di mettere gli stivali sul terreno prima di avere una soluzione politica da sostenere. Ma certo un intervento di peacekeeping, rigorosamente sotto l’egida Onu, vedrebbe l’Italia impegnata in prima fila. Purché preceduto dall’avvio di un percorso negoziale verso nuove elezioni garantito da un governo di saggi. In assenza del quale mostrare le divise rischia solo di peggiorare la situazione. Ci stiamo lavorando, con i paesi dell’area e con le Nazioni Unite”.(...) Il ministro rivela cioè candidamente che il governo Renzi sta preparando il terreno a un intervento militare “in prima fila” dell’Italia in Libia, d’accordo con “i paesi dell’area”, a cominciare – è sottinteso - dall’Egitto dei generali golpisti e dagli Stati del Golfo, verso i quali l’attivismo e le visite di Renzi si sono fatte non a caso frenetici negli ultimi tempi. Solo che prima è necessario garantirsi il beneplacito dell’Onu e una richiesta di intervento da parte di una qualche governo provvisorio filo occidentale, in modo da poter giustificare l’intervento militare Mussolini a Tripoli durante il suo viaggio nella Libia sotto l’occupazione fascista dietro la foglia di fico di una “missione di pace”, sul modello Afghanistan. E anche per avere la scusa di aggirare per l’ennesima volta l’ormai inutile ma ancora fastidiosamente presente articolo 11 della Costituzione. Anche a questo, cioè a creare in loco un potere politico fantoccio, il governo “ci sta lavorando”: “Non ci rassegniamo alla dissoluzione della Libia. Saremo parte attiva nell’individua- re una transizione politica unitaria cui subordiniamo l’eventualità di una presenza militare di peacekeeping”, insiste infatti Gentiloni con l’inviato de “La Repubblica”. Questo disegno politico-militare interventista Gentiloni lo ha esposto anche all’inviato de “Il Messaggero”, al quale ha ribadito che “la Libia ci interessa più da vicino e coinvolge i nostri interessi nazionali da tutti i punti di vista: economico, politico, della sicurezza, migratorio”. “L’Italia – ha aggiunto - è pronta a fare la sua parte in Libia anche con interventi di peacekeeping, per i quali occorre però un processo di pace guidato dall’Onu e in Libia non siamo ancora in quella fase. Serve un governo provvisorio, un percorso istituzionale verso un nuovo assetto che tenga assieme i moderati delle diverse parti in conflitto. Solo a quel punto sarà ipotizzabile una presenza di monitoraggio o peacekeeping”. Stessi concetti riportati anche da “Il Foglio” finanziato da Berlusconi e diretto dal rinnegato ed agente della Cia Giuliano Ferrara, che ha particolarmente insistito sul carattere “di sinistra” dell’“interventismo umanitario” di Gentiloni: “Paolo Gentiloni, neo ministro degli Esteri italiano, sa tenere insieme l’idealismo dell’interventismo umanitario con il realismo della stabilizzazione, due facce della teoria di politica estera spesso inconciliabili, e lo fa tracciando una riga netta tra quello che oggi è (diventato) di sinistra e quello che invece è di destra”, azzarda infat- ti l’inviato de “Il Foglio” in apertura dell’intervista pubblicata con risalto sul sito della Farnesina. E poi spiega (senza essere smentito dal ministro, che evidentemente approva): “Aprirsi al mondo, intervenire nelle aree di crisi, siglare trattati di scambio e insistere, indefessi, sui negoziati e il dialogo è di sinistra. Il protezionismo economico, l’isolazionismo in politica estera e anche la chiusura delle frontiere - ‘no all’immigrazione’sono di destra”. L’ex radicale pacifista Gentiloni, insomma, non si vergogna di ritagliarsi un ruolo da protagonista della dottrina neocolonialista dell’Italia imperialista e interventista di Renzi e di Napolitano: il quale, va ricordato, fu promotore e garante dell’intervento dell’Italia a fianco della Francia, degli Usa e della Nato nell’aggressione militare imperialista alla Libia nel 2011. Un intervento che storicamente si ricollegava in maniera sinistra a quello sanguinosissimo negli anni ’30 del secolo scorso da parte di Mussolini, la cui politica colonialista rivive oggi nel governo Renzi. Il conte Gentiloni SilverJ, atlantista, amico di Usa e di Israele e nemico del sindacato Dal 31 ottobre scorso il conte Paolo Gentiloni è stato nominato ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale in sostituzione del suo predecessore, Federica Mogherini. Quest’ultima è stata chiamata a Bruxelles per ricoprire la carica di Alto rappresentante per la politica estera dell’UE, una sorta di ministro degli esteri dell’Unione europea imperialista. Il curriculum del nuovo ministro degli esteri italiano è davvero eloquente. Gentiloni rappresenta l’esempio del politicante borghese opportunista in carriera. Con disinvoltura questo imbroglione è passato dalla sinistra extraparlamentare ad una posizione centrista di stampo democristiana. L’opera è stata completata schierandosi anima e corpo a fianco del nuovo Berlusconi in camicia bianca Renzi che, come premio per i suoi servigi, gli ha schiuso le porte della Farnesina. Come tanti dei suoi simili Gentiloni ha saputo riciclarsi in ogni stagione politica, sempre attento a rappresentare gli interessi della classe dominante borghese e, avendola servita fedelmente per lunghi anni, soprattutto ora con Renzi, è stato premiato con la prestigiosa carica di ministro degli esteri. Il debutto nella sinistra extraparlamentare e il riciclaggio con Rutelli Paolo Gentiloni è nato a Roma il 22 novembre 1954. La sua famiglia non solo appartiene alla prestigiosa borghesia capitolina ma ha anche nobili origini. Il ministro Gentiloni discende direttamente dai conti marchigiani Gentiloni Silverj, e può fregiarsi del relati- Chi èDailextraparlamentare, nuovo ministro degli esteri a rutelliano a renziano vo titolo nobiliare. Il neo-ministro non è il primo rampollo di famiglia a fare carriera nella politica borghese, tra i suo avi possiamo ricordare infatti Vincenzo Ottorino Gentiloni, eponimo del patto Gentiloni con i liberali di Giolitti che segnò l’ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica italiana. Fin da ragazzo Paolo gode di tutti i vantaggi propri delle benestanti famiglie romane. Vive da nababbo nel palazzo di famiglia situato a pochi passi dal Quirinale e avvia il suo percorso di studi al liceo Tasso, il più antico e prestigioso della capitale, dove consegue la maturità classica. All’università si iscrive a scienze politiche e, come tanti figli della borghesia bene, milita nella sinistra extraparlamentare trozkista. Il neo-ministro Gentiloni assume posizioni dirigenziali nel movimento studentesco di Mario Capanna e Turi Toscano. Successive giravolte, sempre nell’area, lo portano ad entrare nell’Mls (Movimento lavoratori per il socialismo) e successivamente nel Pdup. Conseguita la laurea si allontana ben presto dalla politica attiva e, abbandonate le velleità pseudorivoluzionarie, si dedica al giornalismo collaborando a diverse testate borghesi di prestigio. Negli anni ’80, precisamente nel 1984, la svolta ambientalista che gli consente un riciclaggio rispetto ai trascorsi giovanili. Divenuto direttore di Nuova Ecologia, il periodico di Lega Ambiente, conosce il verde Francesco Rutelli, di cui diven- ta un fedele sodale. Negli anni ’90 è al fianco dell’amico Rutelli in corsa al Campidoglio. A seguito della vittoria di Rutelli su Gianfranco Fini, candidato per la destra borghese, arriva l’ingresso ufficiale nelle istituzioni borghesi con la carica di assessore al Giubileo. In quella veste Gentiloni spende miliardi di soldi pubblici per addobbare Roma per la festa clericale dell’allora papa nero Wojtyla. Gentiloni è tra i fondatori della Margherita, la formazione di centro che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità delle aree di sinistra della DC. In questo contesto la sua posizione è per la nascita di un “centro-sinistra” dichiaratamente borghese ed antioperaio, radicalmente scisso dalle tradizioni comuniste revisioniste. Con la Margherita si candida e viene eletto alla Camera dei Deputati nelle elezioni politiche del 2001. Da qui in avanti la carriera di Gentiloni procede spedita nel fango della politica borghese: deputato, sottosegretario, presidente della commissione di vigilanza Rai e, nel secondo governo Prodi, ministro delle Comunicazioni. In questa carica Gentiloni si distingue per il suo totale immobilismo sulla questione dell’occupazione abusiva, da parte di Rete 4, delle reti di trasmissione riservate ad Europa 7. Incurante della messa in mora dell’Italia da parte della Commissione europea, Gentiloni non muove un dito per tentare di scalfire l’impero mediatico del neoduce Berlusconi, questo in perfetta linea con il governo Prodi. Anche nella costituzione del PD è in prima linea. Fedelissimo del neoduce in camicia bianca Renzi Nel 2012 Gentiloni si candida alle primarie del “centro-sinistra” per la carica di Sindaco di Roma ma si colloca soltanto terzo, surclassato da Sassoli, capogruppo PD al parlamento europeo, e da Ignazio Marino che verrà successivamente eletto sindaco. La sconfitta non lo fiacca eccessivamente. Novello s. Paolo sulla via di Damasco, viene folgorato dalla nuova stella in ascesa nel panorama del “centro-sinistra” borghese: Matteo Renzi. Comprendendo a fondo le enormi possibilità offerte accodandosi al nuovo Berlusconi lo appoggia in ogni modo possibile nella sua corsa alle primarie. Da buon opportunista non esita a scaricare i suoi precedenti compari pur di mettersi in mostra: “ (…) non vedo misteri. C’è una parte del gruppo dirigente che ha guidato il PD in questi quattro anni che, da settimane, è come ossessionato dall’obiettivo di ritardare e complicare quella che pensano sia la prossima vittoria di Matteo Renzi. Alla fine si fa pagare al PD un prezzo altissimo, come la terribile figuraccia nell’Assemblea del partito”. Di servilismo in servilismo Gentiloni si fa strada come lacchè di Renzi di cui diventa presto un uomo di fiducia: “(…) mi colpisce il rapido diffondersi di una freddezza dei diversi establishment di questo paese nei confronti di Renzi: parlo di magistrati, burocrazie, poteri vari.” Il conte Gentiloni non ha dubbi a riguardo, è Renzi il futuro per il nuovo PD. La sintonia è totale, entrambi sono dichiaratamente favorevoli ad un cambiamento radicale del welfare e del diritto del lavoro in chiave antioperaia, antisindacale e filo padronale. Gentiloni inoltre, viste le sue nobili origini, può schiudere a Renzi i salotti bene della nera borghesia romana che lo accoglie a braccia aperte. La carica di ministro degli esteri nell’Italia imperialista ed interventista Dopo la scelta di Federica Mogherini di lasciare la propria carica di ministro in favore del prestigioso ruolo di Alto rappresentante della politica estera dell’UE il conte Gentiloni entra in fibrillazione, pronto a raccoglierne l’eredità. Nella sua nomina alla Farnesina, un ruolo decisivo è stato giocato da Napolitano, che ha subito dichiarato di considerarlo la persona giusta al posto giusto. Rispetto al suo predecessore Federica Mogherini, ha una linea di politica estera molto più filo atlantica e filo israeliana. Se alla Mogherini veniva contestata una linea troppo accondiscendente verso lo zar Putin, Gentiloni è invece spudoratamente filo americano. Il nuovo nobile ministro degli esteri può vantare dei contatti diretti con i maggiori gruppi di potere che guidano la politica estera imperialista statunitense ed europea. È dichiaratamente, per sua stessa ammissione, filo atlantico e filo israeliano. Il suo insediamento alla Farnesina è stato salutato da commenti entusiastici da parte della comunità ebraica che sa di avere in lui un valido interlocutore. In ossequio alla politica imperialista ed interventista italiana, appena insediato alla Farnesina il conte Gentiloni ha provveduto a contattare i due marò, Latorre e Girone, trattenuti in India a seguito dell’assassinio di innocenti pescatori. Sul caso dei due marò il neo titolare della Farnesina ha affermato che: “(…) la loro liberazione è in cima alla nostra agenda.” Il passo successivo del neo-ministro è stato quello di mostrarsi un fedele esecutore delle direttive atlantiche nell’ambito della questione ucraina. Lo scorso 13 novembre a Madrid ha dichiarato il suo appoggio assoluto ed incondizionato alle sanzioni UE contro la Russia dello zar Putin: “L’Europa, sul conflitto in Ucraina, è compatta nell’imporre sanzioni alla Russia (…) sull’Ucraina. Registro una convergenza tra i nostri governi molto significativa sulle sanzioni alla Russia.” Con il conte Gentiloni alla Farnesina l’Italia proseguirà nella politica estera interventista e imperialista, proseguirà nel riarmo bellicista affamando e torchiando i lavoratori. Anche per questi motivi il governo Renzi deve essere immediatamente spazzato via, primo passo per la conquista dell’Italia unita, rossa e socialista. 6 il bolscevico / interni N. 45 - 11 dicmbre 2014 Autorizzate dallo “Sblocca-Italia” del governo Renzi La Basilicata si rivolta contro le trivellazioni selvagge Il PMLI appoggia la lotta delle masse lucane La devastazione ambientale, oltre che economica, dell’Italia avanza come un carrarmato con lo Sblocca Italia e per la Basilicata prevede che il territorio sia interessato alla ricerca, estrazione e raffinazione di idrocarburi per circa i 3/4 della regione. Giustamente infuriati i lucani, martoriati da emigrazione (3.000 giovani ogni anno devono abbandonare questa terra, da povertà), da disoccupazione, poiché l’industria petrolifera in venti anni ha portato ben poca ricchezza alle masse popolari, che hanno dovuto subire la distruzione dell’economia agricola, mentre le istituzioni borghesi assistevano immobili all’esodo di migliaia di agricoltori dai campi, alla chiusura di 24 mila aziende, all’abbandono di 25 mila ettari di superficie coltivata. Se poi si vuole parlare dei danni ambientali si può raccontare di una Basilicata che muore per i fanghi e i fluidi perforanti, per i metalli pesanti abbandonati o sotterrati nei campi, per l’inquinamento delle falde acquifere e delle acque superficiali, ma anche della diffusione sempre più ampia dei tumori e dell’abbassamento dell’età dei malati. Ormai sono giornaliere le proteste contro lo “Sblocca Italia” che va ad aggravare la situazione ormai al collasso. Tra le più grandi manifestazioni quella dell’8 novembre a Potenza con i giovani e i giovanissimi in prima linea, arrivati da tutta la Basilicata. “Mo’ Basta!” urlano i giovani, “Basta petrolio, povertà, inquinamento, malaffare!” riferendosi ai decenni di sfruttamento del territorio, alle connivenze tra petrolieri e istituzioni borghesi e all’aggravamento della situazione imposto dallo “Sblocca Italia”. Dure le contestazioni a Renzi, che qualche settimana prima aveva insultato le masse popolari lucane definendo i manifestanti “tre, quattro comitatini”. Sotto accusa anche per il governatore Marcello Pittella, PD, che ha appoggiato lo “Sblocca Italia” di Renzi: “Andatevene via – urlano i manifestanti - Volete trasformare questa regione in un grosso pozzo, una grossa discarica”. Le proteste di studenti, comitati, associazioni, movimenti ambientalisti continuano anche in altri centri e vedono ovunque in prima fila i giovani. È Potenza la città più attiva, ma la mobilitazione è culminata il 23 Novembre nella manifestazione regionale “giù le mani dalla nostra terra” a Matera dove sono confluiti centinaia di manifestanti da ogni parte della regione. È una data simbolo quella del 23 novembre: 34 anni fa il terremoto investiva il Sud Italia, provocando migliaia di morti in Campania e Basilicata, e 11 anni fa in centomila a Scanzano Jonico (Matera) marciavano contro la realizzazione del sito unico nazionale dei rifiuti nucleari italiani. Durante la manifestazione del 23 novembre è stato chiesto al governatore Pittella l’impugnazione presso la Corte Costituzionale dell’art. 38 dello “Sblocca-Italia” che consente procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture definite “strategiche”, senza che vengano individuate le priorità, senza che si applichi la Valutazione ambientale strategica (Via) che, da marzo 2015, diventa competenza del ministero dell’Ambiente e non più delle Regioni. Un articolo che dà mano libera ai peg- goi speculatori e cementificatori e subordina ai forsennati diktat del governo Renzi ogni lembo di territorio italiano. Il PMLI saluta e appoggia la lotta delle masse lucane contro lo “Sblocca-Italia” e condanna duramente l’atteggiamento arrogante e aggressivo del governo Renzi e delle massime istituzioni regionali. Il progetto di ridurre la Basilicata ad una terra di trivellazioni fa parte del complessivo devastante progetto renziano del massimo profitto capitalista, da ottenere sul piano nazionale con l’abrogazione dei diritti dei lavoratori, tra cui l’articolo 18, e l’imposizione del Jobs Act, con il ladrocinio legalizzato delle risorse naturali e delle ricchezze delle masse popolari attraverso la Legge di Stabilità, lo Sblocca Italia, il famigerato Piano casa. Siano soprattutto i giovani in testa a questa lotta ad innalzare il livello dello scontro assumendo come parole d’ordine oltre al “No trivellazioni! No Sblocca Italia”! Anche No al precariato e al Jobs Act che condannano le masse giovanili lucane ad una vita di disoccupazione ed emigrazione, no alla Legge di Stabilità e al Piano casa che condannano alla povertà la regione e tutto il Sud. Che i giovani lucani rivendichino il risanamento ambientale, il diritto al lavoro, allo studio, all’abitare, alla sanità, all’acqua pubblica per il nostro Sud. Soltanto comprendendo che il principale antagonista è il Berlusconi democristiano e i suoi famigerati provvedimenti su ogni fronte e assumendo la parola d’ordine “Spazziamo via il governo Renzi”! Potremo salvare la nostra amata Basilicata dallo scempio ambientale, economico e sociale. Coinvolti tutti i gruppi consiliari della destra e della “sinistra” borghese Concluse le indagini su 21 consiglieri per la “Rimborsopoli lucana” Dai soggiorni in alberghi a cinque stelle ai divani, dal leasing dell’auto ai profumi, articoli da regalo, finanziamento di concerti Neanche il Consiglio regionale della Basilicata è stato risparmiato dallo scandalo che ha investito omologhi organi di numerose altre regioni italiane, e ora è arrivata la resa dei conti giudiziaria anche per ventuno consiglieri lucani appartenenti a tutti i gruppi consiliari sia della destra sia della “sinistra” borghese: anche in questo caso i magistrati di Potenza contesteranno ai politici coinvolti, un vero e proprio imbroglio ai danni del popolo lavoratore, avendo essi spacciato per spese destinate all’attività politica soggiorni in località esclusive con alberghi a cinque stelle, acquisti di scampi freschi per 160 euro, profumi, articoli da regalo, leasing di auto personali, creme antirughe, panettoni, bollette telefoniche di utenze personali, mobili di lusso, e anche il contributo a un concerto di beneficenza del cantante Massimo Ranieri. I ventuno hanno già ricevuto la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini (atto che quasi sempre prelude alla richiesta di rinvio a giudizio) per i reati di peculato e falso, sulle spese pazze fatte nel 2009. L’indagine, coordinata dai pm potentini Francesco Basentini e Valentina Santoro, costituisce il terzo filone dell’inchiesta sui consiglieri regionali lucani iniziata nell’ottobre del 2012 sulla loro gestione delle spese di segreteria e rappresentanza. Tanto per fare qualche nome ed associarvi i relativi misfatti, l’ex assessore Rosa Mastrosimone (Italia dei Valori), che nel marzo 2013 era finita agli arresti domiciliari e si è dimessa per quanto emerso dalle indagini sui rimborsi incassati nel 2010 e nel 2011, ha inserito, tra l’altro, una costosissima crema antirughe, tovaglie, cosmetici e profumi e la riparazione di un televisore tra le spese relative al capitolo dell’“esercizio del mandato senza vincolo di mandato”, l’ex presidente del Consiglio regionale Vincenzo Santochirico (PD) ha inserito nel capitolo della “rappresentanza” l’acquisto di un divano e ben 58 panettoni. L’ex segretario del Consiglio poi, Luigi Carmine Scaglione dei Popolari Uniti, avrebbe secondo i magistrati addirittura il dono dell’ubiquità e sarebbe anche immune dai danni provocati dall’indigestione, dal momento che ha inserito nel rendiconto 6 fatture diverse con la stessa data e lo stesso orario per pasti da lui consumati – così si evince – simultaneamente in 2 ristoranti di Potenza e 4 di Milano al costo medio di circa 300 euro a pasto, tutti comprendenti ovviamente vini costosi e in un caso 160 euro solo di scampi. Anche alcuni ristoratori sia di Potenza sia di Milano sono ovviamente finiti sotto inchiesta. Oltre al dono dell’ubiquità, Scaglione poi riusciva a moltiplicare addirittura le bollette telefoniche, in quanto la stessa bolletta telefonica da oltre 500 euro, già portata a rimborso nel primo semestre del 2009, è stata riproposta in fotocopia anche nel secondo. Al consigliere Michele Napoli del PDL poi i magistrati contestano l’acquisto di vini pregiati, a Franco Mollica dell’UDC il pagamento di un fantomatico collaboratore che, l’inchiesta ha dimostrato, non è mai esistito; all’ex assessore Antonio Autilio dell’Italia dei Valori il contributo per il concerto di beneficenza di Massimo Ranieri e ad Antonio Di Sanza del Centro Democratico, che contemporaneamente agli impegni di consigliere continuava a svolgere la professione di avvocato, il rim- borso di tutte le utenze del suo studio legale. Altri consiglieri si facevano infine rimborsare spese da loro sostenute per la manutenzione delle loro auto private, dal lavaggio alle officine meccaniche fino alla rata del leasing per l’acquisto di una Mercedes. Più volte ci siamo occupati della “Rimborsopoli lucana” a cominciare dal numero del 20 giugno 2013, in seguito allo scoppio dello scandalo dei rimborsi che portò ad aprile di quell’anno alle dimissioni del presidente del- la Regione Vito De Filippo e che costò gli arresti domiciliari a tre assessori e l’obbligo di dimora a otto consiglieri. Quel terremoto politico era dovuto al primo dei tre filoni di inchiesta relativi al periodo, per ora, che va dal 2009 al 2012. Per effetto dei tagli del governo e dei bilanci in dissesto 180 Comuni sull’orlo della bancarotta Erano appena 8 nel 2010 Per effetto della crisi economica capitalista, ma soprattutto a seguito dei tagli del governo centrale e anche ovviamente della dissennata gestione pubblica di numerosi sindaci sono attualmente 180 i Comuni italiani letteralmente sull’orlo della bancarotta, i cui effetti non sono solo astratta contabilità, ma si ripercuotono sui servizi destinati fondamentalmente alle masse popolari che pagano il conto di tali dissennate politiche. Si pensi infatti che il Comune nell’ordinamento giuridico italiano è, tra tutti gli enti pubblici territoriali, l’ente che in misura di gran lunga maggiore rispetto allo Stato e alle Regioni eroga servizi come quelli di trasporto pubblico locale, smaltimento di rifiuti, servizio idrico, scuole materne e asili d’infanzia, assistenza alle fasce di popolazione in difficoltà, quindi un Comune che deve tagliare le spese all’osso, alzare le entrate e ven- dere i beni in fretta per liquidare i creditori significa che non è più in grado di erogare tali fondamentali servizi sociali. Il fenomeno del dissesto finanziario dei Comuni è andato crescendo in modo esponenziale negli ultimi anni, in concomitanza con la crisi mondiale che ha investito il capitalismo: nel 2009 i Comuni ufficialmente in dissesto erano due, nel 2010 si erano già quadruplicati salendo a otto, a metà del 2014 i Comuni il cui dissesto finanziario è stato dichiarato ufficialmente sono diventati 63, e tra essi si contano casi di parziali, pilotati e concordati casi di insolvenza verso i creditori per molte centinaia di milioni di euro. Tra tali Comuni ci sono anche città importanti come Alessandria che conta 93.000 abitanti, il cui sindaco, Maria Rita Rossa del PD, è stato obbligato a dichiarare il dissesto dalla Corte dei Conti perché l’amministrazione aveva debiti per 200 milioni di euro su un bilancio di 90, o Caserta, 77.000 abitanti, il cui sindaco di centro-destra Pio Del Gaudio ha trovato 200 milioni di debiti e un deficit annuale di altri 24. C’è poi il Comune di Latina, 125.000 abitanti, che sta pagando i fornitori in ritardo e con somme fra il 40% e il 60% di quanto scritto nelle fatture, e lo stesso stanno facendo altre città di media importanza come Velletri e Terracina. Vi è poi una seconda categoria di Comuni, i quali non hanno ancora dichiarato lo stato di dissesto ma che sono tuttavia costretti a rivedere in modo drastico le loro promesse ai creditori, soggetti a quello che la legge chiama un piano di riequilibrio, che significa pesanti tagli ai servizi e un lungo rin- vio delle scadenze di pagamento dei creditori, in una situazione di sofferenza che può durare a lungo senza ovviamente che vi siano certezze sul superamento della crisi, per cui ai 63 Comuni ufficialmente in dissesto se ne aggiungono altri 120 in questo stato di pre-dissesto. Di questa seconda categoria fanno parte città importanti come Napoli, Catania, Messina, Reggio Calabria e Frosinone. Gli esiti di tale crisi dei Comuni è disastrosa per le masse popolari: infatti Alessandria, Caserta, Casal di Principe e decine di altri sono stati costretti ad alzare le tariffe e le tasse comunali al massimo, a consolidare i debiti delle società partecipate e a bloccare gli investimenti. Tale stato di dissesto si è rivolto anche contro i lavoratori degli stessi Comuni che in molti casi hanno dovuto mettere in cassa integrazione molti dei propri dipendenti. interni / il bolscevico 7 N. 45 - 11 dicembre 2014 Da fascista, a democristiano, a piddino e coordinatore della recente Leopolda Il deputato PD renziano Di Stefano indagato per una mazzetta da 1,8 milioni di euro Nel mirino delle procure di Roma e Chieti la rimborsopoli regionale targata PD, le “primarie con gli imbrogli”, la speculazione sugli immobili pubblci appalti e consulenze d’oro a parenti e amici. L’ex moglie l’accusa di festini hard in villa Sulla misteriosa scomparsa del suo ex braccio destro, la procura ha aperto un nuovo fascicolo per “omicidio volontario” Il deputato renziano Marco Di Stefano (coordinatore all’ultima Leopolda del 25 ottobre di un tavolo di lavoro sui pagamenti digitali su invito del ministro per le riforme e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, madrina dell’evento) è accusato di corruzione dalla procura di Roma per aver incassato una maxi tangente di 1,8 milioni di euro durante il suo incarico di assessore alle Risorse umane, demanio e patrimonio alla Regione Lazio guidata dall’ex governatore PD Piero Marrazzo. Altri 300mila euro di mazzette li ha incassati il suo braccio destro, l’imprenditore Alfredo Guagnelli, sparito nel nulla l’8 ottobre del 2009. In cambio del malloppo, Di Stefano e Guagnelli hanno assicurato alle società dei loro concussori, i costruttori romani Daniele e Antonio Pulcini, due contratti d’affitto a sei zeri, si parla di circa 7 milioni di euro, per conto della “Lazio Service”, controllata dalla Regione. La mazzetta a sei zeri Secondo l’ipotesi accusatoria dei Pm romani Maria Cristina Palaia e Corrado Fasanelli, Di Stefano è stato corrotto da Daniele Pulcini con una mazzetta di 1,8 milioni di euro perché la controllata della Regione, Lazio Service prendesse in affitto una nuova sede di proprietà del gruppo Pulcini. La manovra era destinata a far aumentare, grazie al canone annuo stratosferico di complessivi 7 milioni e 327 mila euro, il valore dei due palazzi in via del Serafico. I Pulcini riuscirono – grazie all’affitto pagato coi soldi pubblici dei contribuenti – a vendere i palazzi all’Ente di Previdenza e Assistenza dei Medici, Enpam con una plusvalenza di 53 milioni di euro pari al 50% in più del reale valore di mercato. I Pulcini sono già finiti ai domiciliari per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sull’appalto per il parcheggio di piazzale Clodio che ha colpito, a fine ottobre, anche il direttore regionale dell’agenzia del demanio del Lazio Renzo Pini, quattro imprenditori, tre dirigenti di Banca e un funzionario pubblico. Nel registro degli indagati c’è anche Claudia Ariano, direttore logistica di Lazio Service che nel dicembre del 2009 aveva dato l’input al Cda per cercare una nuova sede in locazione. Nel dicembre del 2012 i magistrati spiegavano che “era possibile accertare come tra il Di Stefano Marco e Ariano Claudia era in corso una relazione sentimentale”. Altro personaggio chiave della vicenda è Luigi Antonio Caccamo: il funzionario responsabile del settore immobiliare dell’Enpam indagato per corruzione perché espresse parere favorevole all’acquisto dei due immobili di via del Serafico nonostante “una plusvalenza ingiustificata rispetto al prezzo di acquisto risalente a pochi mesi prima pari rispettivamente al 100 e al 62 per cento”. I contenuti dell’inchiesta su Di Stefano sono stati rivelati dal quotidiano romano “Il Messaggero”, che nell’edizione di giovedì 6 novembre 2014 riassume l’interrogatorio dall’ex moglie di Di Stefano, Gilda Renzi, la quale ha confermato tutte le accuse su cui indagano i magistrati. Le primarie truccate Agli atti c’è anche un’intercettazione in cui il deputato del PD parla di primarie truccate e minaccia: “Ora inizia la guerra nucleare, a comincià dalla Regione, tiro tutti dentro. Sono dei maiali, non è che puoi l’ultima notte buttar dentro gente dopo che ti dici che stai dentro. Ho fatto le primarie con gli imbrogli, no? Non è che sò imbrogli finti, imbrogli ripresi, non è tollerabile questa storia…Se imbarcamo tutti, ricominciamo dai fondi del gruppo regionale. Sansone con tutti i Filistei, casco io ma cascano pure gli altri”. Minacce che Di Stefano pronunciò a fine 2012, in piena campagna per le primarie del PD per l’elezione dei parlamentari e che rilette oggi, alla luce della scandalosa vicenda dei rimborsi d’oro alla Regione Lazio, hanno destato l’interesse della procura di Rieti che indaga proprio sui 2,6 milioni di rimborsi distratti alla Regione e incassati dal PD nel biennio 2011-2012 attraverso il tesoriere del gruppo regionale, il reatino Mario Perilli. Per questo gli investigatori reatini hanno subito notificato a Di Stefano e a una decina di altri consiglieri regionali PD un avviso di reato per peculato, falso e finanziamento illecito al partito. Tra gli indagati a vario titolo figurano l’ex presidente reggente della Regione, Esterino Montino, attuale sindaco PD di Fiumicino e Enzo Foschi, ex capo segreteria del neopodestà di Roma Ignazio Marino. Non solo. Secondo gli inquirenti fu proprio in seguito a quelle minacce che Di Stefano venne poi inserito nelle liste del PD alle politiche 2013 dove però risultò il primo dei non eletti nella circoscrizione Lazio 1. Le ire di Di Stefano, alla disperata ricerca di uno scranno in parlamento (forse proprio per mettersi al riparo dalle imminenti inchieste giudiziarie che stavano per investirlo), si placano solo ad agosto di quest’anno quando Marta Leonori viene nominata assessore dal sindaco Marino liberando così il posto alla Camera per Di Stefano. Dal Msi alla Leopolda Ex fascista e poliziotto, cresciuto nel quartiere Aurelio di Roma, Di Stefano inizia la sua carriera politica come consigliere circoscrizionale candidato col Msi (Movimento sociale italiano) alle comunali di Roma del 1989. Nel 1997 opera il primo cambio di casacca e viene eletto consigliere comunale della Capitale col Ccd (Centro cristiano democratico). Riconfermato nel 2001, si occupa di trasporti e ambiente. Nel 2003 il secondo cambio di casacca: diventa segretario provinciale del neonato Udc di Pierferdinando Casini. Nel 2005, prima di candidarsi alla Regione Lazio, folgo- rato dall’allora sindaco di Roma Walter Vetroni, lascia l’Udc per approdare al “centro-sinistra”: viene eletto con la lista civica per Marrazzo con oltre 14mila preferenze. Un pacchetto di voti, ritenuti fondamentali per la vittoria di Marrazzo che, in segno di riconoscenza, lo nomina assessore alle Risorse umane, demanio e patrimonio. Nel 2007 Di Stefano cambia nuovamente casacca ed entra nell’Udeur- popolari di Clemente Mastella. Ma un anno dopo, nel 2008, ci ripensa e rientra nei ranghi del PD da cui gestisce l’assunzione, senza concorso, di 900 precari di Lazio Service, società regionale creata nel 2005 dall’ex governatore Francesco Storace. Nel 2010 si ricandida in Regione, raccogliendo questa volta 16mila voti che gli valgono la guida della Commissione speciale federalismo fiscale e Roma Capitale: un organismo considerato inutile e costoso che, infatti, viene sciolto in seguito allo scandalo Fiorito sui rimborsi regionali. Appalti, mazzette, consulenze d’oro e festini hard Il resto è storia di appalti, mazzette e consulenze d’oro elargiti a parenti e amici degli amici in qualità di assessore della giunta Marrazzo a cominciare dai 20 mila euro al nipote Emiliano De Venuti; agli 11 mila e rotti dati al suo amico Antonio Davì fino ai 32 mila euro elargiti all’ex coordinatore per la campagna elettorale Andrea Barberis. Tutto scandito da festini a base di alcol e belle donne che, come ha denunciato l’ex moglie agli inquirenti, Di Stefano e Guagnelli sovente organizzavano in una vecchia cascina a Grottaferrata sui Castelli romani. L’inchiesta è caratterizzata anche dalla misteriosa sparizione di Guagnelli, considerato dagli inquirenti il testimone chiave che potrebbe confermare tutto il mercimonio. Ma di Guagnelli si sono perse le tracce 5 anni fa. Di questa misteriosa scomparsa si occupò nel 2011 la trasmissione Chi l’ha visto? e si scoprì che poche ore prima di sparire Guagnelli s’incontrò proprio con Di Stefano nei pressi della Regione Lazio. A confermare il passaggio di mazzette c’è però il fratello di Alfredo Guagnelli, Bruno, che agli inquirenti ha riferito: “Mio fratello mi disse, ridendo, che Daniele Pulcini diceva sempre che l’assessore era un ladro, perché aveva preteso un milione e 800mila euro per il buon esito di un affitto o di un acquisto di un palazzo di cui aveva bisogno la Regione Lazio nel 2009”. Si procede anche per omicidio A cinque anni dalla misteriosa scomparsa di Gugnelli e soprattutto alla luce di quanto emerso dall’inchiesta Enpam, la procura di Roma ha deciso di firmare una specifica delega d’indagini, affidate alla sezione omicidi della Squadra mobile. La nuova inchiesta, per il momento senza indagati, è coordinata personalmente dal procuratore Pignatone e l’ipotesi di reato per cui si procede è “omicidio volontario”. Il fratello Bruno non ha mai creduto all’allontanamento volontario di Guagnelli. Il giorno della scomparsa l’ex braccio destro del deputato PD Di Stefano aveva detto agli amici di dover andare in treno a Firenze per un appuntamento, senza aggiungere altri dettagli. Un altro testimone ha raccontato al quotidiano “Libero” che Guagnelli, prima di sparire nel nulla, sarebbe partito per Montecarlo per recuperare una somma di denaro in contanti: banconote da 500 euro per un totale di 2 milioni. Cifra che si avvicina alla tangente contestata al parlamentare del PD. E proprio da Montecarlo, secondo gli investigatori, i Pulcini avrebbero condotto in Italia documenti e “valuta”. Guagnelli – continua il testimone – viaggiava molto, amava la bella vita, offriva viaggi e forniva donne e auto a politici tra cui Di Stefano. Oltre al fratello Bruno, in tanti hanno raccontato che Guagnelli, già arrestato nel 2007 per una vicenda di corruzione relativa alla vendita di cappelle al Verano, avesse un tenore di vita eccessivo e sospetto. Sullo sfondo c’erano i debiti, e qualcuno ha ipotizzato anche il riciclaggio, legato a una mega operazione immobiliare che l’ex braccio destro di Di Stefano avrebbe dovuto portare a termine per conto di altre persone all’Eur. Ed è molto probabile che a un certo punto qualcosa è andata storto. Chi ha avuto modo di vedere Guagnelli nei giorni antecedenti la sua scomparsa lo ricorda preoccupato perché forse si era trovato a gestire soldi, tanti, probabilmente non suoi, forse svaniti poco prima che svanisse anche lui. Sull’inchiesta incombe sempre più inquietante l’ombra della malavita e un vorticoso giro di appalti e mazzette a livello internazionale. Dalle carte spuntano decine di altri appalti sospetti con relative tangenti destinate ai politici. Primi fra tutti gli interessi a Panama e gli appalti per il raddoppio del canale sui quali Guagnelli, come ha confermato lo stesso Di Stefano, avrebbe puntato. Infatti la mega commessa da oltre tre miliardi di euro era stata assegnata pochi mesi prima della scomparsa di Guagnelli a un consorzio guidato dall’italiana Impregilo. Era luglio 2009. Sono gli stessi appalti finiti anche in un’altra grossa indagine, quella coordinata dai pm di Napoli, che vede Valter Lavitola imputato per estorsione nei confronti di Impregilo e indagato per corruzione internazionale. A margine anche una mega speculazione immobiliare andata in fumo a Roma sud. Oppure un losco affare di riciclaggio finito male che ha “costretto” Guagnelli a sparire senza lasciare tracce ma che non convince gli inquirenti che sembrano sempre più convinti che tale sparizione non sia volontaria. In un tripudio di luci tricolori 700 magnati capitalisti lo hanno finanziato con almeno 1000 euro a testa I padroni d’Italia alla cena con Renzi Gli ex sponsor di Berlusconi saltano sul carro del nuovo Berlusconi di Eugen Galasso “Non ho votato PD, ho votato Renzi”, “È come Kennedy, riesce a smuovere dentro”, “Prima votavo DC, non a sinistra”, “Votavo Berlusconi... non vedo grandi differenze”e qualcuno, alla domanda: “Renzi è un Berluschino?” risponde “Me lo auguro”. Dichiarazioni anonime (in Italia il voto è ben saldamente ancorato alla segretezza e chi vota ha in genere paura a dichiararsi), ma tutte di partecipanti alle cene da almeno mille euro svoltesi finora a Milano (zona Porta Nuo- va) e poi a Roma, in zona Fontana di Trevi (altre sono in programma in varie località), di tychoon, imprenditori, manager etc. Altro segreto (forse l’arcano verrà svelato tra qualche anno, forse mai, anche per paura delle tasse...) quello relativo all’importo versato... Decisamente pochi (sembra) quelli che si sono fermati al prezzo-standard dei 1000 euro, superandolo, doppiandolo, comunque incrementando non di poco l’importo in questione. Renzi, nel suo discorso, anzi nei suoi discorsi, ha ringraziato, proponendo le cene in questione quale metodo per superare l’im- passe creato dall’abolizione (invero non ancora realmente attuata) del finanziamento pubblico ai partiti, riaffermando, contro la “sinistra” del PD come iniziative di questo genere siano assolutamente normali, come in effetti avviene negli Stati Uniti, dove, notoriamente le stesse personalità vanno a cene e parties sia dei Democratici sia dei Repubblicani. Felice anche Francesco Bonifazi, tesoriere di Renzi, possessore, tra l’altro, (la fonte è l’”Huffington Post”, tutt’altro che ostile a Renzi) di oltre 100.000 azioni del “Monte dei Paschi di Siena”. Decisamente profilata la presenza di Germano Ercoli, marchigiano di Senigallia, patron di Eurosuole, già organizzatore nel 2006 di una cena elettorale a favore di Silvio Berlusconi, che afferma la sua ammirazione per Renzi, non per il PD, rispondendo a un inviato delle Iene che gli chiedeva l’utilità di tali cene per gli imprenditori: “A me personalmente non serve a niente”. C’era anche James Pallotta, il presidente (e proprietario, ormai in toto, avendo rilevato nell’agosto scorso tutto il pacchetto azionario della società) italo-americano della “Roma calcio”, oltremodo conciliante quan- to aperto al “dopo”, c’era pure Giuseppe Recchi, neo-presidente di Telecom Italia nonché erede della famiglia Recchi, un vero potentato. Ancora Stefano Boeri, architetto, che ricorda anche la sua militanza a sinistra (sic!) già negli anni Settanta, da studente. Forse Boeri ha qualche problema di lateralizzazione... Maria Grazia Mazzocchi, presidente del Conservatorio di Milano, è forse la più loquace ed esplicita tra le/i partecipanti al “meeting”, lasciandosi andare all’affermazione: “Penso che Renzi sia l’unica chance per uscire da questa crisi”. Ancora, ultrapaparazzato Gian- luca Paparesta ex-arbitro e presidente attuale del Bari Calcio. Insomma, un vero e proprio “parterre de rois” di capitalisti, arrivisti, “figli di famiglia”, che garantisce decisamente la continuità Berlusconi-Renzi, come dimostra anche una delle prime dichiarazioni riportate in questo articolo. “Sotto il vestito niente”, recitava il titolo di un film; parafrasando, dovremmo dire “Sotto la cena niente”, ma in realtà molto, per il coacervo di interessi e di affari discussi in quest’occasione, non meno che ad Arcore, soprattutto in quella dei tempi d’oro... 8 il bolscevico / interni N. 45 - 11 dicembre 2014 Renzi privatizza a tutto spiano Altro che “rottamare per ammodernare il Paese”: Renzi e il suo nero governo danno il via a un nuovo giro di privatizzazioni per finire di spolpare il Paese. Il Berlusconi democristiano e il ministro dell’Economia Padoan hanno ripreso in mano il fascicolo sulle privatizzazioni già presentato a inizio legislatura per dare immediata esecuzione alla vendita di una ulteriore tranche del 5% del pacchetto azionario di Enel ancora in mano pubblica. Poi toccherà al 40% di Ferrovie e a primavera sarà la volta di Poste che vedrà ridotti gli stanziamenti pubblici per la consegna della corrispondenza, quindi toccherà all’Enav e a chiudere la Sace. Enel, Ferrovie, Poste, Enav, Sace e Ansaldo ai privati “Per Enel la procedura è ormai completata: basta un ‘clic’ e si può partire” hanno annunciato pomposamente Renzi e Padoan che da questa operazione contano di racimolare circa due miliardi. In realtà si tratta anche in questo caso (come è avvenuto negli ultimi decenni a partire dal grande privatizzare di Prodi che tra il 1972 e il 1994 ha “regalato” le migliori aziende pubbliche ai privati) di una vera e propria svendita a favore dei pescecani capitalisti e finanziari che non vedono l’ora di affondare ancora di più le mani sul colosso pubblico dell’energia proprio ora che il valore delle azioni Enel è in calo e da metà giugno è passato da 4,46 euro a 3,69 fino al picco negativo di 3,55 a metà ottobre. Seguirà a ruota la privatizzazione di Poste di cui è prevista la cessione di circa il 40% tra la primavera e l’estate del prossimo anno. A settembre Renzi aveva bloccato l’operazione per attendere il rapporto dell’Agcom (l’Authority delle comunicazioni) sui fondi (350 milioni) indirizzati a Poste per il “Servizio postale universale” fornito in base all’accordo con il ministero dello Sviluppo economico. Per i prossimi anni quegli stanziamenti si ridurranno a 260 milioni e il presidente Caio sta predisponendo un piano che sarà presentato nelle prossime settimane per illustrare proprio come il servizio postale “classico”, in poche parole le lettere, si trasformerà in conseguenza del taglio ai suoi trasferimenti. Una delle misure consisterà nella riduzione della frequenza nella consegna delle missive in alcune zone periferiche del Paese. In un 10-15% del territorio nazionale la distribuzione potrebbe avvenire a giorni alterni e non quotidianamente. Un passaggio obbligato questo per poi rendere operativa la cessione del 40% con un introito stimato di 4 miliardi. L’ultima, almeno per il momento, e più consistente privatizzazione riguarda le Ferrovie dello Stato. Sul dossier che contiene la svendita di un altro 40% di Fs sta lavorando un gruppo di lavoro che è stato appena istituito con una finalità ben precisa: rendere possibile la vendita entro la fine del 2015 senza lo “spezzatino” tra beni e rete che pure era stato preso in considerazione fino a poche settimane fa. Ciò dovrebbe garantire al governo un incasso di quasi 5 miliardi, sempre che il mercato risponda positivamente. Nel 2015 ci sarà una nuova ondata di privatizzazioni per oltre 15 miliardi di euro a partire dalle cessione di importanti quote di Enav, la società che gestisce il controllo del traffico aereo, la Sace che assicura il commercio con l’Estero, Ansaldo Breda e Ansaldo Sts. E che a guadagnarci saranno soprattutto i “compratori” lo conferma la recente vicenda della svendita di Rai Way: stimata per 150 milioni, venduta a 250 ma ora il titolo in borsa è in rialzo del 4,68%. Ma Renzi e Padoan continuano a ripetere che “questo deve essere il metodo”. Nell’ambito dell’esercitazione multinazionale svoltasi anche in Lettonia, Polonia, Estonia, Lituania A Napoli esercitazione militare Nato antiRussia È stata decisa per la data dell’8 novembre il via dell’esercitazione internazionale “Trident Juncture 14” presso il Nato Joint Forces Command (FC) di Napoli. L’esercitazione militare, in chiave anti Russia, si è tenuta per tutto il mese di novembre con il compito di certificare le strutture del comando strategico alleato da poco trasferito a Lago Patria come il Centro di direzione e controllo della Nato Response Force (NRF), la forza di pronto intervento dell’Allean- za Atlantica a cui sono assegnati 25.000 militari. L’esercitazione si è svolta contemporaneamente in diversi paesi europei: oltre alle unità e ai reparti assegnati al JFC Naples di Lago Patria, prendono parte a “Trident Juncture”, il Joint Warfare Center (JWC) Nato di Stavanger, Norvegia; il French Joint Force Air Component Command di Lione (Francia); il quartier generale delle forze navali spagnoli e (HQ COMSPMARFOR) a bordo dell’unità da guerra LPD Castilla; il Comando delle forze speciali polacche di Cracovia e il Comando supremo delle forze alleate in Europa (SHAPE) di Mons, Belgio. Sono coinvolti complessivamente 1255 tra militari e dipendenti civili del settore difesa; l’operazione ha bissato quelle già svolte in Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia. In Galles, in particolare, è stata decisa la creazione di una forza di pronto intervento con “punte di lancia” (c.d. Spearhe- ad), capaci di entrare in azione nel giro di 48 ore, con il supporto di aviazione, marina e forze speciali. La task force avrà a disposizione basi permanenti, depositi di munizioni e carburante e tutte le infrastrutture di supporto necessarie nei paesi Nato prossimi alla frontiera con la Russia. “Lo scenario previsto in questa esercitazione annuale — l’invasione dell’Estonia da parte di un paese di confine fittizio — potrebbe interessare le nazio- Il parlamento solo informato da una lettera del ministro della Difesa Renzi invia 4 Tornado in Kuwait per la guerra alla Stato islamico Partono anche 150 militari specialisti dell’aeronautica Con una semplice lettera diretta al parlamento il ministro della Difesa Pinotti ha annunciato la decisione del governo Renzi di inviare quattro cacciabombardieri italiani Tornado in Kuwait, specificando che essi serviranno solo per fare voli di ricognizione nel territorio iracheno conquistato dall’Isis, lo Stato islamico che si è proclamato “califfato”. Il fatto è quantomai strano, perché al posto di molto meno costosi aerei da ricognizione vengono inviati cacciabombardieri che costano alle masse popolari ben 18.000 euro ogni ora di volo, mediamente circa 1 milione di euro la settimana; inoltre viene disposto contestualmente l’invio insieme ai 4 aerei anche di 150 militari dell’aeronautica, tutti tecnici altamente specializzati, e anche questo fatto non può conciliarsi con una missione di ricognizione che richiede un supporto di militari di gran lunga minore. Comunque i quattro Tornado sono già giunti insieme agli specialisti presso la base kuwaitiana di Ahmed Al Jaber, il tutto in fretta e furia e informando il parlamento nell’imminenza della loro partenza, parlamento che – lo si ricordi – aveva solo autorizzato, non senza polemiche, lo scorso agosto l’invio di armi ai combattenti curdi. La decisione del governo Ren- zi di inviare i quattro cacciabombardieri quindi è una riprova, se ancora fosse necessario, che i poteri che la Costituzione assegna alle Camere vengono sempre più calpestati da governi, come quello diretto dal Berlusconi democri- stiano Renzi, che sempre di più puntano a instaurare una forma di presidenzialismo e di decisionismo che fanno letteralmente carta straccia del dettato voluto dai Costituenti del 1948 persino in una materia delicatissima come quel- la delle missioni militari all’estero, esponendo il popolo italiano ai rischi di una guerra - e alle eventuali ritorsioni e rappresaglie dello Stato islamico - dell’esistenza della quale non viene nemmeno informato. ni del fianco orientale della Nato che, come l’Ucraina, hanno fatto parte dell’Unione Sovietica e hanno una popolazione considerevole di lingua russa”, commentano gli ufficiali del Comando Nato di Napoli, che aggiungono: “Il conflitto evolve progressivamente, passando da operazioni di stabilizzazione e combattimenti irregolari a una guerra terrestre in grande scala”. Le attività prevedono “combattimenti ibridi”, attacchi di sistemi missilistici, cyber defence e “protezione” da attacchi nucleari, biologici e chimici (Nbc). Dopo lo scoppio della crisi in Ucraina, Stati Uniti e Nato hanno dato il via a una serie d’imponenti esercitazioni multinazionali in Europa orientale. Dal 15 al 26 settembre scorso, presso l’International Peacekeeping and Security Center di Yavoriv, Ucraina, si è tenuta “Rapid Trident” con il fine di “rafforzare la partnership è l’interoperabilità tra il Comando delle forze armate Usa in Europa, la Nato, le forze terrestri ucraine e gli altri paesi membri della Partnership for Peace”. All’esercitazione hanno partecipato complessivamente 1300 militari di 15 nazioni: Ucraina, Azerbaijan, Bulgaria, Canada, Georgia, Germania, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania, Moldavia, Norvegia, Polonia, Romania, Spagna e Stati Uniti. Successivamente, dal 2 al 14 novembre, nei grandi poligoni di Pabrade e Rukla in Lituania si è tenuta “Iron Sword 2014”, a cui hanno preso parte ben 2500 militari provenienti da Canada, Estonia, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Stati Uniti e Ungheria. Nell’ultimo mese, infine, 600 unità del 1st Brigade Combat Team, 1st Cavalry Division dell’esercito Usa di stanza a Fort Hood, Texas, sono stati trasferiti in Europa orientale per una missione che avrà una durata non inferiore ai 90 giorni. Attualmente i militari si stanno addestrando con i carri armati M-1 “Abrams” e i veicoli da combattimento “Bradley” in Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia. In questa politica guerrafondaia un ruolo di primo piano l’ha voluto giocare il governo del nuovo Berlusconi Renzi. Non a caso è stata la conferenza stampa congiunta di inizio novembre da parte l’ammiraglio Mark Ferguson (comandante in capo di JFC Naples e delle forze navali Usa in Europa e Africa) e il generale dell’esercito italiano, Leonardo Di Marco, proprio a siglare questo patto di sangue imperialista. Ferguson e Di Marco affermano che l’operazione Trident Juncture “ha lo scopo di accrescere le competenze e le capacità di comando a un livello operativo bellico, grazie all’addestramento, la pianificazione e l’esecuzione delle missioni all’interno di un complesso scenario politico-militare: l’esercitazione rappresenta la conclusione di un anno d’addestramento di unità tattiche più piccole – task forces speciali terrestri, aeree e navali — messe a disposizione a rotazione dai paesi membri della Nato. Esse faranno parte della NRF che a partire del 2015 ricadrà sotto il controllo del Comando alleato di Napoli”. Un esordio eloquente per il neo Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale del governo Renzi, Paolo Gentiloni, dal 31 ottobre alla poltrona del Palazzo della Farnesina, con buona pace di tutti i demagogici richiami alla pace sparsi ad arte durante la campagna elettorale del PD. Direttrice responsabile: MONICA MARTENGHI e-mail [email protected] sito Internet http://www.pmli.it Redazione centrale: via A. del Pollaiolo, 172/a - 50142 Firenze - Tel. e fax 055.5123164 Iscritto al n. 2142 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze. Iscritto come giornale murale al n. 2820 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze Editore: PMLI Associato all’USPI ISSN: 0392-3886 Unione Stampa Periodica Italiana Kuwait, 23 novembre 2014. Gli aerei Tornado inviati da Renzi di supporto alla guerra imperialista allo Stato islamico chiuso il 3/12/2014 ore 16,00 a i v o m a i z z a Sp 2 il bolscevico / documento dell’UP del PMLI N. 23 - 12 giugno 2014 PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO Sede centrale: Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 FIRENZE Tel. e fax 055.5123164 e-mail: [email protected] www.pmli.it Stampato in proprio Solo il socialismo può cambiare l'Italia e dare il potere al proletariato Committente responsabile: M. MARTENGHI (art. 3 - Legge 10.12.93 n. 515) i n o c s u l r e B l e d o n r il gove i z n e R o n a i t s i r c o dem 10 il bolscevico / PMLI N. 45 - 11 dicembre 2014 Fine settimana proficuo per la propaganda marxista-leninista A Modena ricordato engels nel 194° della nascita Ai banchini raccolti consensi e grosse sottoscrizioni, evidente frutto della vittoria dell’astensionismo alle regionali.Apprezzato il volantino “il potere politico spetta di diritto al proletariato”. Grande interesse per il manifesto contro il governo Renzi. Intimidazioni poliziesca di stampo fascista Il PMLI riconosciuto come l’unico vero partito comunista Dal corrispondente dell’Organizzazione di Modena del PMLI Fine settimana intenso e proficuo per la propaganda marxistaleninista a Modena; al banchino di sabato 29 novembre l’Organizzazione locale del PMLI ha ricordato uno dei cinque grandi maestri del proletariato internazionale, Friedrich Engels, nel 194° anniversario della nascita, caduto il 28 Novembre, producendo il volantino “Con Engels per sempre!” (testo pubblicato sul n. 44 de Il Bolscevico) andato a ruba con le sue oltre 200 copie e segnaliamo il particolare interesse di un modenese che, dandoci contributo volontario, ha preso una copia del libro “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, scritto dal Maestro. Il rosso banchino del PMLI è stato luogo di una grande aggregazione di masse, ci sono stati molti dibattiti soprattutto sulla vittoria dell’astensionismo alle ultime elezioni regionali e si conferma nuovamente il dissenso verso la politica borghese ed il governo del Berlusconi democristiano Renzi nonostante il centro storico fosse invaso da banchini di diversi partiti parlamentari. Segnaliamo con gioia proletaria rivoluzionaria un incontro davvero toccante con un operaio kurdo il quale, dichiaratosi apertamente marxista-leninista, si riconosce nel PMLI e nei cinque grandi Maestri e ha denunciato gli ultimi fatti razzisti accaduti a Roma. Ci ha salutati con un fiero pugno chiuso e con questa frase “Un giorno il capitalismo morirà e trionferà il comunismo”. Sono state distribuite inoltre circa 300 copie del volantino “Il potere politico spetta di diritto al proletariato”, il testo è stato e sarà sempre una bomba nelle menti di chi lo riceve e soprattutto nelle menti dei sinceri comunisti che hanno trovato in quelle parole la vera essenza dello spirito rivoluzionario proletario comunista, ne confermano i commenti da chi ci ha fatto i complimenti per essere l’unico vero partito comunista a chi con sollievo ci ha detto “meno male che ci siete ancora voi a combattere contro il governo”. Il manifesto contro il governo raffigurante Renzi e Berlusconi in orbace ha riscosso sempre tanto interesse, molti modenesi hanno voluto fotografarlo e ci sono stati molti sorrisi e molti consensi come del resto l’ha avuto il materiale didattico, una coppia di giovani sempre con contributo volontario ha preso una copia dell’opuscolo/saggio del compagno Giovanni Scuderi dal titolo “Mao è un grande Maestro del proletariato internazionale, delle nazioni e dei popoli oppressi”. Nella giornata di domenica 30 novembre segnaliamo l’intimidazione poliziesca di stampo fascista nei confronti dell’Organizzazione modenese del PMLI, come si evince dal comunicato stampa (pubblicato a parte, ndr) spedito ai media locali. Una pattuglia della polizia ci ha identificati chiedendoci i documenti e il permesso dei banchini per l’occupazione di suolo pubblico, chiaramente in regola, inoltre hanno preteso una copia dei due volantini che stavamo diffondendo e hanno controllato il materiale sul banchino. Gli agenti hanno stazionato circa 20 muniti, tempo eccessivo per un controllo di routine. Ci hanno riferito di aver ricevuto una chiamata da un consigliere modenese di Forza Italia che li ha invitati a controllarci in quanto eravamo “poco raccomandabili”; stranamente il partito del neoduce Berlusconi era presente a pochi metri di distanza da noi con un proprio banchino. L’intimidazione poliziaesca, oltre ad essere un oltraggio alla democrazia, alla libertà di pensiero e di propaganda politica, dimostra che stiamo facendo un ottimo lavoro a Modena e per questo la borghesia ha paura di noi, dopo la scoppola che ha preso alle elezioni regionali. Ringraziamo vivamente il nostro Segretario generale compagno Giovanni Scuderi e il compagno Denis Branzanti, Responsabile del PMLI per l’Emilia-Romagna, per le telefonate di incoraggiamento e di solidarietà intercorse nella due giorni dell’iniziativa e a tutti i compagni simpatizzanti che hanno contribuito al successo dei due banchini con spirito e sacrificio rivoluzionario e che hanno reagito all’intimidazione con serenità. Il Centro del Partito ci ha inviato una mail congratulandosi per il successo dei banchini ed esprimendoci la solidarietà militante e di classe di tutti i dirigenti nazionali del Partito. Accogliendo l’invito del Comitato centrale i nostri compagni hanno anche esposto presso i banchini il cartello “Sottoscrivi per il PMLI per il trionfo della causa del socialismo in Italia”, raccogliendo grosse sottoscrizioni. Noi marxisti-leninisti modenesi non daremo tregua al governo neofascista di Renzi nonostante i continui attacchi e invitiamo il proletariato, la classe operaia, gli studenti, le associazioni, i comitati popolari e chi si sente un vero comunista a stringersi sotto al bandiera gloriosa del PMLI e studiare ed applicare gli insegnamenti che si scaturiscono dallo studio del marxismo-leninismo dei cinque grandi Maestri per spezzare le catene che il capitalismo con i suoi governi fascisti e macellai imprigiona il proletariato. Gloria eterna a Engels! Viva l’Organizzazione di Modena del PMLI! Uniamoci tutti in piazza con il PMLI alle manifestazioni territoriali della CGIL per lo sciopero generale del 12 dicembre! Avanti con forza e fiducia verso l’Italia unita, rossa e socialista! Coi Maestri e il PMLI vinceremo! Modena, 29 novembre 2014. Si intrecciano le discussioni attorno al banchino di propaganda per onorare il 194° anniversario della nascita di Engels realizzato dall’Organizzazione locale del PMLI (foto Il Bolscevico) La crisi di chi intimidisce il PMLI è la nostra forza La più totale solidarietà ai compagni modenesi del PMLI per la vile intimidazione di stampo fascista. Non ci dobbiamo meravigliare di quello che potrà succedere in avvenire. Ieri avevamo contro la destra, oggi abbiamo contro la sinistra riformista con tutta la feccia che la compone (e i falsi comunisti). Avanti compagni il vento soffia a nostro favore. Le intimidazioni dimostrano che ormai hanno le polveri bagnate. La loro crisi è la nostra forza. Avanti con forza, con i Maestri e il PMLI vinceremo! I compagni di Ferrara Solidarietà ai compagni modenesi del PMLI Manifesto la mia totale solidarietà militante e rivoluzionaria ai compagni modenesi vittime, come altri compagni in passato e in altre parti d’Italia, di questo atto di sciacallaggio istituzionale da parte di istituzioni ormai ampiamente screditate non solo nelle urne, ma sempre di più nella coscienza degli strati popolari e delle masse lavoratrici. Quanto alla polizia di Stato, essa ha orgogliosamente festeggiato quest’anno il 162° anniversario, ossia si ostina tuttora a rivendicare senza un briciolo di resipiscenza tutte le nefandezze istituzionali che, con un nome diverso dall’attuale, ha compiuto come corpo di polizia borghese, avendo eseguito con zelo e senza battere ciglio le norme criminali del regime fascista, giusto per fare qualche esempio la legislazione corporativa e quella razziale, una vergogna sia per il potere politico che le ha emanate sia per quelli giudiziario e di polizia che le hanno eseguite ed imposte a colpi di sentenze e di manganello. Il PMLI suona la sveglia al proletariato, demistifica e smaschera un sistema che ormai non è più in grado di prendere per i fondelli le masse, e queste intimidazioni sono la prova provata che colpisce nel segno. Avanti, compagni modenesi, avanti sempre più spediti con il Partito verso la rivoluzione socialista, che è ormai solo questione di tempo. Lavoratori di tutti i Paesi, unitevi! Giorgio – Roma Niente può fermare il PMLI armato dei Maestri Care compagne e cari compagni del PMLI, esprimo piena e militante solidarietà ai compagni di Modena del Partito. Avanti con forza e fiducia con le nostre iniziative, coi Maestri e il PMLI niente ci può fermare! Grazie per avermi inviato l’interessante articolo sui fatti di Roma e Milano, le periferie e il razzismo. L’analisi politica del Partito sui fatti in questione mi è di grande aiuto per ben comprendere quanto è successo. Un caro saluto rosso, coi Maestri e il PMLI vinceremo! Andrea, operaio del Mugello (Firenze) Da “Il Bolscevico” un’analisi obiettiva dell’astensionismo alle regionali Cari compagni, sono rimasto soddisfatto delle elezioni regionali in Emilia-Romagna. Questo astensionismo record è un importante segnale che dimostra la sempre maggiore sfiducia delle masse popolari nei confronti delle istituzioni borghesi. Importante anche il fatto che una parte consistente dell’elettorato che ha disertato le urne è di sinistra, e questo penso sia un segnale inequivocabile per la sinistra borghese che da sempre fa dell’istituzionalismo e del legalitarismo borghesi i suoi cavalli di battaglia. Anche il nuovo Berlusconi democristiano si è accorto di questa Comunicato dell’Organizzazione di Modena del PMLI Intimidazione poliziesca di stampo fascista al PMLI a Modena Questo pomeriggio una pattuglia della Polizia di Stato su chiamata di un consigliere modenese appartenente al partito del neoduce Berlusconi “Forza Italia”, come comunicato dagli agenti stessi, ha identificato i Compagni del PMLI che stavano svolgendo regolarmente il loro lavoro di propaganda. Durante il controllo gli agenti, oltre ad aver chiesto e controllato i documenti dei compagni, hanno preteso una copia del volantino “Il potere politico spetta di diritto al proletariato” ed una copia del volantino prodotto dall’Organizzazione modenese “Con Engels per sempre!” oltre al permesso per l’occupazione di suolo pubblico in regola ed una controllata veloce al materiale didattico e di propaganda presente sul banchino. frattura e inizia ad avere timori al riguardo anche se fa finta di nulla. Non posso che condividere quindi l’articolo sull’astensionismo in Calabria ed Emilia-Romagna de “Il Bolscevico”, che come sempre è l’unico organo che riesce a fare un’analisi obbiettiva sul fenomeno dell’astensionismo. Ci sarò alla manifestazione di Ferrara per lo sciopero del 12 dicembre. Saluti marxisti-leninisti. Coi Maestri e il PMLI vinceremo! Federico – Ferrara Vorrei essere ammesso al PMLI Cari compagni, sono attualmente un simpatizzante ma la mia cultura costruita sul comunismo mi sta portando a desiderare di partecipare attivamente alla rivoluzione che noi tutti portiamo avanti. Vorrei quindi avviare un contatto diretto con qualcuno del PMLI presente in Sardegna per inserirmi nel contesto e come da Statuto vorrei chiedere di essere ammesso. Un caro saluto. Maurizio - provincia di Oristano Ho bisogno di frequentare dei marxisti-leninisti e approfondire la teoria marxista-leninista Cari compagni, sono un giovane marxista-leninista della provincia di Brescia, laureato in Scienze politiche e ad oggi oppresso lavoratore nel settore dei servizi. Da tempo seguo i video del compagno Scuderi, studio i cinque Maestri e il marxismo. Ho bisogno di frequentare persone marxiste-leniniste, approfondire le teorie marxiste, attualizzare la rivoluzione bolscevica. Saluti socialisti. Giordano – provincia di Brescia Non è la prima volta che accade e le identificazioni odierne hanno il sapore di una intimidazione fascista bella e buona vista la modalità anomala nel controllo. Il PMLI a Modena sta ricevendo sempre più consensi dalle masse popolari poiché è sempre più presente sul territorio tra la classe operaia, gli studenti e la popolazione, un dato di fatto è la vittoria dell’astensionismo alle ultime elezioni regionali ed è evidente che ai partiti ed alle istituzioni borghesi questo non va giù. I marxisti-leninisti modenesi continueranno a non dare tregua a Renzi, reincarnazione moderna e tecnologica di Mussolini e Berlusconi. L’Organizzazione di Modena del PMLI 1 dicembre 2014 Il sito del PMLI per molti costituisce “la scuola dell’ABC marxista” Cari compagni, leggo il vostro sito e non vi nascondo che per molte persone che conosco costituisce “la scuola dell’ABC marxista” per molti aspetti. I miei coetanei, infatti, sono immersi fino al midollo nel relativismo eclettico borghese e hanno bisogno di leggere un sito ove si manifesta chiaramente una linea e indica a cosa va incontro chi “sbaglia”. Infatti la politica, credo, deve basarsi, come ogni cosa, su principi scientifici, o meglio: la politica del nemico di classe è “altamente scientifica” per gli obiettivi che si propone. Lo stesso deve essere per la politica proletaria che, guarda caso, in questo mondo in cui ogni campo è (o sarebbe) dominato dalla scienza, è l’unica cosa in cui domina il principio del pressappochismo e della libertà di sparare cazzate senza fondamento. Inoltre vi faccio i complimenti per la grafica e l’organizzazione dei materiali nel sito: fatto che lo rende piacevolmente navigabile, a differenza della stragrande maggioranza dei siti di gruppi comunisti. Vi ringrazio per il vostro interesse circa la nostra brutta situazione cittadina, ciò dimostra quanto i cosiddetti “astratti” siano persone ben più concrete e combattive dei cosiddetti “pratici” movimentisti. Ho letto l’ultimo numero de “Il Bolscevico” e mi sembra che, come gli altri precedenti, sappia molto bene denunciare le malefatte del potere borghese in Italia. E lo fa bene perché ricollega sempre i singoli “casi”, il particolare, alle loro cause profonde, il generale, ossia la struttura sociale capitalistica senza cadere nel “moralismo” o nell’“indifferentismo” su cui spesso cadono, nel primo caso, i “riformisti” e, nel secondo, i “bordighisti” e simili. Saluti comunisti. Laura – Lucca cronache locali / il bolscevico 11 N. 45 - 11 dicembre 2014 A Varese e a Milano Grande giornata di mobilitazione antifascista Centinaia di antifascisti in piazza per fermare i nazifascisti che rialzano la testa grazie alla complicità delle istituzioni A Varese, Zappoli (PD) aggredisce una militante del PMLI strappandole il manifesto contro il governo Renzi Dal nostro corrispondente della Lombardia Una bella giornata di lotta si è alternata tra le città di Varese e Milano il 29 novembre dove, in corrispondenza della giornata nazionale del tesseramento le rispettive ANPI cittadine hanno indetto un corteo (a Varese) e un presidio (a Milano) antifascisti, per rispondere con forza alle gravi provocazioni che negli ultimi mesi (dalla profanazione da parte dei nazifascisti del sacrario partigiano del San Martino (Varese), al recentissimo raduno nazifascista organizzato dagli squadristi di Hammerskin a Milano che vedrà la partecipazione di centinaia di nazisti provenienti da tutta Europa, vedono le carogne fasciste del territorio lombardo e non solo, uscire sempre più dalle fogne e sicuri dell’impu- Varese, 29 novembre 2014. La delegazione del PMLI al corteo antifascista; col megafono il compagno Alessandro Frezza (foto Il Bolscevico) Il volantino realizzato dal Comitato lombardo del PMLI e diffuso durante le manifestazioni antifasciste nità da parte delle istituzioni borghesi mettersi all’opera in azioni squadristiche alla luce del sole! Il PMLI, da sempre in prima fila nella lotta contro il nazifascismo, ha presenziato con i suoi militanti, simpatizzanti e amici in maniera combattiva e organizzata ad entrambe le iniziative. La mattina a Varese si è svolto un corteo partito da Palazzo Estense che ha raggiunto Largo Resistenza dove si trova un monumento dedicato alla Resistenza varesina. In piazza circa 500 antifascisti, dagli anziani partigiani o non partigiani ma che gli orrori del fascismo e del nazismo l’hanno vissuti, ai giovani dei collettivi studenteschi va- Niente più nuove case dello studente a Bari Dal corrispondente della Cellula “Rivoluzione d’Ottobre” di Bari Il progetto di casa dello studente che era in corso di realizzazione a Mungivacca, nella periferia di Bari, si è arenato nel pantano della burocrazia e delle lungaggini dello Stato borghese. Nei piani era previsto l’acquisto del grande immobile di proprietà della Debar e di trasformarlo in una struttura con 1300 posti letto per studenti e professori fuori sede. Per finanziare quest’opera, 3 anni fa furono stanziati 80 milioni di euro da parte del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica). I tempi previsti per il completamento sono stati però superati: così l’intero progetto assieme agli ingenti fondi sono ormai stati gettati al vento. Adesso questa grande struttura forse si aggiungerà alle tante opere incompiute presenti sul territorio; una sorte simile a quella che è toccata al campus universitario a Valenzano (BA) del valore di 66 milioni di Euro. Attualmente è iniziata una diatriba burocratico-amministrativa che vede il Politecnico cerca- re di esaminare la procedura nel suo consiglio di amministrazione. Il Politecnico afferma che siccome nel preliminare di compravendita era prevista la partecipazione dell’Università di Bari con una sua quota, ciò costituirebbe un’obbligazione; l’Università invece, in questo astruso e burocraticissimo scarica-barile, afferma che il preliminare di compravendita non è un’obbligazione vincolante. Si presume che l’Università di Bari voglia evitare di divenire comproprietaria dell’ennesimo immobile dopo i tanti risultati in stato di inutilizzo o abbandono, sebbene va ricordato che la casa dello studente sarebbe stata gestita da un’impresa esternalizzata come è ormai tristemente d’uso a seguito dei vari tagli e delle innumerevoli misure privatizzatrici. Fatto sta che le esigenze di studentesse, studenti e professori fuori sede sono scavalcati dalle pastoie del burocratismo e delle lungaggini dell’inefficiente stato borghese: puntualmente vengono annunciati piani faraonici, simili a cattedrali nel deserto, che si arenano oppure finiscono nel nulla. resini. Il PMLI, oltre al PCL, era l’unica forza partitica ufficialmente presente. I nostri compagni, si sono presentati in forze al corteo è hanno innalzato con orgoglio per tutto il corteo le rosse bandiere del Partito, hanno scandito slogan antifascisti e canzoni partigiane col megafono raccogliendo intorno a sé e coinvolgendo una larga fetta di manifestanti, hanno diffuso un centinaio di volantini dal titolo: “Lottiamo uniti contro gli sgherri del regime neofascista”. Spiccava alto il cartellone con i manifesti che chiedono la messa fuori legge di tutti i gruppi nazifascisti in base alla legge n.645 del 20 giugno 1952, e attualizza la lotta antifascista indicando la lotta contro il governo del Berlusconi democristiano Renzi, come parte integrante della lotta antifascista alla luce delle politiche economiche e sociali (attacchi ai sindacati, ai diritti dei lavoratori, all’istruzio- ne pubblica, ecc.), e di controriforme istituzionali, di matrice ferocemente neofascista e piduista sempre più simili a quelle del ventennio mussoliniano. La nostra denuncia del governo neofascista Renzi non è andata giù al rappresentante del PD di Varese e membro del Direttivo ANPI provinciale, Angelo Zappoli (ex Rifondazione trotzkista, ex SEL ora confluito nel PD) che alla vista dei manifesti è andato su tutte le furie, aggredendo con fare poliziesco e fascistoide i compagni (“questo cartello non lo portare”, sue testuali parole) e mettendo le mani addosso ad una compagna strappandogli di dosso la locandina inserita nel “corpetto” raffigurante il manifesto del PMLI contro il governo Renzi. Solo il pronto intervento dei compagni presenti ha evitato problemi maggiori, mantenendosi inflessibili nella volontà di manifestare col cartellone, e alla fine pur con la bava alla bocca, il provocatore Zappoli, si è visto sfilare impotente, davanti a sé, i manifesti portati dai compagni del PMLI che confluivano nel corteo e venivano accolti positivamente e con interesse dalle masse. Quando il Centro del Partito ha saputo della provocazione ha immediatamente inviato una mail di calorosa solidarietà ai compagni aggrediti, in particolare alla compagna. Ad aggiungere provocazioni su provocazioni ci si è messo l’assessore alla tutela ambientale del comune di Varese, il fascista Stefano Clerici, ex AN ora Forza Italia, già noto in passato, tra l’altro, per aver intitolato un giardinetto comunale al filosofo del fascismo Giovanni Gentile. Costui ha osato definire sul suo profilo Facebook, i partecipanti alla manifestazione antifa- 29 novembre 2014. Il PMLI partecipa al presidio antifascista di Milano (foto Il Bolscevico) scista, dei “morti che camminano” e delle “zecche drogate dei centri sociali”, sfoggiando la classica terminologia con cui le bestie fasciste chiamano i compagni e gli antifascisti. Gli insulti di questo spregevole soggetto non sono tollerabili e bisogna esigere la sua immediata rimozione da ogni incarico all’interno del Comune di Varese e dalla vita politica della città! Nel pomeriggio a Milano si è tenuto un partecipato presidio antifascista alla “Loggia dei mercanti” a due passi da piazza Duomo dove l’ANPI montava un gazebo per la giornata nazionale del tesseramento, trasformato, in vista del raduno degli Hammerskin, in presidio antifascista. La piazza piena di bandiere delle varie sezioni ANPI di Milano e provincia era tappezzata di fantasiosi e incisivi cartelli e manifesti riportanti scritte tipo: “Io odio i nazisti dell’Hammerfest”, altri denunciavano le ambigui- tà del prefetto con l’omertoso silenzio assenso dimostrato nei confronti del raduno nazista. Il PMLI è stato presente in modo militante e con il nostro cartello, super fotografato dalle masse, e ha svolto una cospicua diffusione di volantini. I compagni si sono poi uniti alle masse nei canti partigiani del coro “Suoni e l’ANPI-Coro antifascista” che facevano da inframezzo agli interventi di vari esponenti del mondo sindacale e dell’ANPI, tra cui il presidente nazionale Smuraglia. Auspichiamo che questa giornata di mobilitazione sia solo la prima di un largo fronte comune antifascista che combatta con la lotta di classe e di massa la manovalanza squadrista che infesta le nostre città, ma anche e soprattutto il regime neofascista che vige nel nostro Paese e che oggi si esprime con le politiche economiche, sociali e di controriforma costituzionale ed istituzionale portate avanti dal governo Renzi. Un’ordinanza fascista e razzista Il neopodestà De Magistris vieta ai senzatetto di rovistare nei cassonetti Redazione di Napoli Sanzione di 500 euro e perfino l’arresto Con un’ordinanza fascista e razzista, il neopodestà di Napoli Luigi De Magistris ha istituito una sanzione da 500 euro per chiunque venga sorpreso a rovistare nei cassonetti della spazzatura. Una misura repressiva attuata dopo i numerosi episodi verificatesi nei giorni precedenti in alcuni quartieri della città che hanno visto i residenti, soprattutto napoletani, protagonisti di questa inconsueta “spesa”; rifiuti che poi, secondo alcune constatazioni, sarebbero rivenduti pubblicamente per le strade per “sbarcare il lunario”. Oltre alla sanzione amministrativa, se non verrà rispettato l’ordi- ne dell’ex pm contenuto nella nera ordinanza, chi trasgredisce rischia anche l’illecito penale contenuto all’art. 650 con l’arresto fino ad un massimo di tre mesi. Incredibile e vergognoso il commento con cui il neopodestà vorrebbe giustificare questa ordinanza: “È divenuto fenomeno frequente e diffuso da parte di persone rovistare ed asportare rifiuti di ogni genere dai cassonetti destinati alla raccolta posti sulla pubblica via, per poi porli in vendita: tali persone si dedicano ormai quotidianamente a siffatta attività con attrezzature di fortuna mobili, anch’esse costituite da materiale prelevato dai rifiuti; per i loro spostamenti tali persone utilizzano sempre più spesso i mezzi di trasporto pubblico, portando al seguito tali materiali”. L’ordinanza sindacale tutelerebbe “l’igiene e la salute pubblica intesa in senso estensivo ed evolutivo come la protezione dell’ambiente in tutte le sue componenti essenziali a difesa, in particolare della salute della collettività”. Per questi motivi De Magistris ha anche allertato le “forze dell’ordine” e in particolare la polizia municipale per sorvegliare le strade e far rispettare il provvedimento in camicia nera. Dopo le ordinanze sui rifiuti in strada e contro i parcheggiatori abusivi, il nuovo podestà, in- dossato definitivamente l’orbace, ha emesso un’ordinanza di cui noi marxisti-leninisti chiediamo l’immediato ritiro perché razzista, in quanto vuole colpire i senzatetto e i rom che rovistano, in preda ai morsi della fame, nei cassonetti dell’immondizia, e fascista, in quanto vede un aumento della repressione nel capoluogo campano e non una soluzione al problema della povertà e del lavoro cui De Magistris e la sua giunta antipopolare non hanno saputo far fronte in questi anni di politiche che si sono dimostrate fallimentari, con provvedimenti sempre più uguali ai compari della destra del regime neofascista. 12 il bolscevico / cronache locali N. 45 - 11 dicembre 2014 Volantino dell’Organizzazione di Rufina del PMLI Viva la lotta di classe! Diamo forza allo sciopero generale del 12 dicembre di CGIL e UIL e partecipiamo in massa alla manifestazione di Firenze Le piazze d’Italia si riempiono sempre di più di lavoratori, cassintegrati, disoccupati, pensionati e studenti. Ovunque si chiede lavoro, il principale problema che affligge le masse, specie giovanili e del Sud, e si contesta la politica di lacrime e sangue del governo del Berlusconi democristiano Renzi. Anche in Valdisieve è in atto una crisi senza precedenti e senza fine iniziata anni fa con le chiusure della Brunelleschi e dell’ex Merinangora, continuata poi con alcune pelletterie rufinesi, con l’HMV, la Nordlight, col trasferimento della Braccialini, con la storica Colacem (ex Italcementi), fino a giungere ad oggi con i fatti della Baldi Spa e della Mannelli Spa di Pontassieve. In pratica centinaia di nuovi disoccupati e altrettante centinaia di posti di lavoro in meno. Le numerose mobilitazioni alle quali assistiamo, sono un chiaro segno della ripresa della lotta di classe, anche se ancora si svolge sul terreno del capitalismo e del riformismo. Viva la lotta di classe! Bisogna proseguire su questa strada perché non c’è altro modo per fermare Renzi, una reincarnazione in chiave moderna e tecnologica di Mussolini e Berlusconi. Anche se non lo dà a vedere, egli teme la lotta di classe e tenta di arrestarla con gli inganni, con fiumi di parole e con la repressione delle masse in lotta. Ma le cariche, gli idranti, i manganelli, i lacrimogeni, le telecamere sulle divise e le pistole elettriche usati dalle “forze dell’ordine” possono riuscire a difendere temporaneamente le istituzioni ed i governanti borghesi, mai però potranno sopprimere la lotta di classe che alla fine le travolgerà e con esse l’intero sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Con le controriforme costituzionali e con quella elettorale, del Jobs Act, del pubblico impiego e della scuola, nonché con la legge di stabilità, lo “Sblocca Italia”, il coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Iraq ed il nuovo modello di difesa, l’emarginazione dei sindacati, Renzi, oltre a colpire duramente le condizioni di vita e di lavoro delle masse, ha distrutto lo Stato di diritto borghese, il diritto borghese del lavoro ed i residui della Costituzione borghese e antifascista del ’48. Il tutto, conformemente al piano della P2 perseguito da Gelli e da Berlusconi. Renzi ha già detto che se ne frega di ciò che faranno sindacati e piazza. Vediamo allora come reagirà allo sciopero generale del 12 dicembre promosso da CGIL e UIL che noi auspichiamo il più largo e partecipato possibile. Se ciò non bastasse, non si abbia paura di replicare velocemente! I lavoratori, a cominciare dai precari, i disoccupati, gli studenti, i partiti che si richiamano ai lavoratori ed i movimenti sociali sono disponibili. Uniti, attraverso la lotta di piazza dobbiamo spazzar via questo governo piduista, neofascista, crumiro, antioperaio ed interventista. Poi ciascuno andrà per la propria strada, a seconda se è favorevole o contrario a questa società borghese. Noi marxisti-leninisti continueremo a lottare contro il capitalismo, convinti che è ora che il potere politico passi al proletariato che crea tutta la ricchezza del Paese e che si sprigioni finalmente la lotta di classe contro il capitalismo, per il socialismo. Contiamo sul contributo delle operaie e degli operai coscienti, degli anticapitalisti e degli intellettuali del popolo per far comprendere al proletariato che senza il potere politico egli non ha niente, mentre col potere politico, che può conquistare solo con la rivoluzione socialista, ha tutto ciò che gli serve. Partito marxista-leninista italiano Organizzazione di Rufina 28 novembre 2014 Corrispondenza delle masse Questa rubrica pubblica interventi dei nostri lettori, non membri del PMLI. Per cui non è detto che le loro opinioni e vedute collimino perfettamente, e in ogni caso, con quelle de “il bolscevico” All’Attivo Nazionale della FILCTEM CGIL di Bologna molte le critiche al governo Renzi L’Attivo nazionale delle delegate e dei delegati sindacali della FILCTEM CGIL si è svolto il 20 novembre a Bologna in Piazza Maggiore dalle ore 10 alle 14. Sotto una grande struttura aperta ai lati si sono riuniti circa 1.000 lavoratrici e lavoratori provenienti da tutto il Centro-Nord. Presenti striscioni della categoria di Firenze, Mantova, Lombardia, Veneto, Genova, La Spezia, Ravenna. Sopra un grande striscione della Filctem veneta una scritta: “Tu ci togli la dignità, noi non ce ne facciamo una ragione”. Sopra un altro striscione la scritta: “Statuto dei lavoratori bene comune. Estendiamo i diritti”, ad opera delle RSU di Bologna. Tra l’introduzione del Segretario nazionale Filctem Miceli e le conclusioni di Susanna Camusso che non si sono discostate molto da quelle riformiste e inconcludenti della destra maggioritaria della Cgil, vi sono stati alcuni esemplari interventi di delegati. Una lavoratrice imolese ha detto a Renzi, nel contesto di un discorso articolato, che solo quando si hanno i calli alle mani si sa cosa vuol dire lavorare. Un lavoratore della Pirelli di Alessandria ha detto no al contratto a tutele crescenti perché non c’è tempo indeterminato se c’è la possibilità di licenziare in qualsiasi momento. Un delegato del gruppo Eni ha affermato che nello svolgimento delle manifestazioni sindacali, ultimamente, la gestione della piazza è passata troppe volte dalla repressione. In tanti hanno comunque auspicato che lo sciopero generale possa ben riuscire. Nel corso della giornata ho avuto anche l’occasione di dialogare con alcune lavoratrici e alcuni lavoratori, in particolare con delegati della Scm di Vicchio, della Seves di Castello (Firenze), della Irplast, empolese, sulla situazione politica e sindacale attuale, mantenendo ben fermi i principi ma come sempre disposto al dialogo, cercando di far passare le nostre idee. Su questo punto devo dire che, pur conoscendo solo alcuni aspetti e modi della dialettica marxista, devo sinceramente affermare che se praticata nei termini corretti, mette in difficoltà chi ha problemi di linea politica e anche chi vuol passare da destra. Andrea, operaio del Mugello (Firenze) CALENDARIO DELLE MANIFESTAZIONI E DEGLI SCIOPERI DICEMBRE 9 Cobas, Cub e Usb - Sciopero dei lavoratori delle Poste CGIL e UIL- Sciopero Generale con Manifestazioni territoriale contro la Legge di Stabilità 12 ae livello il Jobs Act, coinvolti settori pubblici e privati Sciopero di 24 ore dei dipendenti SOC. Trenitalia DIV CARGO della sezione Trasporto Merci e dei dipendenti delle società del 11-14 Trasporto Ferroviario della compagnia F SI, NTV, Trenord 16 LICTA - Sciopero di 4 oreENAVdel personale turnista di I lavoratori dell’I.S.I.S Gobetti-Volta di Bagno a Ripoli bocciano la “buona scuola” di Renzi Approvata a larghissima maggioranza la mozione presentata dalla RSU contraria alla “riforma” Il 12 novembre si è svolta l’assemblea sindacale dell’istituto Gobetti-Volta di Bagno a Ripoli (Firenze). Tema della discussione, la proposta di legge cosiddetta “buona scuola” di Renzi. Presiedevano l’assemblea, oltre alla RSU dell’istituto, i rappresentanti sindacali confederali, i Cobas, lo Snals e Gilda, di fronte ad una settantina di lavoratori. Dopo l’apprezzatissimo intervento del rappresentante sindacale, professor Giambino dei Cobas, l’assemblea è stata informata circa la proclamazione dello sciopero generale CGIL del 5 dicembre; Snals e Gilda hanno dichiarato che avrebbero appoggiato questo sciopero, mentre i Cobas hanno ribadito di averlo già indetto per il 14 novembre. Per tutta la durata dell’assemblea si è convenuto che la riforma non vuole far altro che gerarchizzare la scuola, subordinando la didattica al merito, facendo diventare i presidi dei veri e propri “manager”, alla direzione delle nuove commissioni di valutazione che potranno decidere gli aumenti salariali del personale docente e Ata con gli scatti meritocratici in sostituzione del meccanismo di progressione di carriera legato agli scatti di anzianità, addirittura prevedendo le assunzioni di nuovo personale a chiamata diretta. In pratica la riforma prevede la profonda revisione degli organi collegiali che saranno sostituiti da una nuova “governance” scolastica che assomiglia tanto al consiglio di amministrazione di un’azienda privata. Sono previste inoltre collaborazioni di enti privati al finanziamento della scuola, visto che le varie riforme che si sono susseguite negli anni a partire da quella di Berlinguer, non hanno fatto altro che spolpare la scuola pubblica a favore delle private e parificate, in barba al mandato istituzionale che la Costituzione (seppur borghese), assegna alla scuola pubblica del nostro Paese. A mio avviso poi, esiste un parallelismo tra la “buona scuola” ed il Jobs Act dal momento in cui Per il trionfo della causa del socialismo in Italia Anche un solo euro al mese Il PMLI ha bisogno dell’aiuto economico di tutti i fautori del socialismo, gli anticapitalisti, gli antirenziani ovunque partiticamente collocati. Con le quote mensili dei soli militanti e dei contributi dei simpatizzanti attivi non ce la fa a sostenere le spese crescenti delle attività, della propaganda e delle sedi. I contributi, anche un euro al mese, possono essere consegnati direttamente ai militanti del Partito oppure versati attraverso il conto corrente postale n. 85842383 intestato a: PMLI – via Antonio del Pollaiolo, 172/a – 50142 Firenze. Grazie di cuore la riforma del lavoro, con la scusa di combattere precarietà e disoccupazione, produrrà una nuova generazione di lavoratori schiavi, senza diritti e senza alcuna tutela, con stipendi irrisori che non garantiranno loro neanche una vita dignitosa. I giovani che usciranno dalla scuola saranno precari e penalizzati, naturalmente tutto ciò gioca a favore delle aziende private che si troveranno a disposizione e potranno sfruttare una manodopera a bassissimo costo. La dimostrazione pratica è il raddoppio delle ore di scuola-lavoro (stage) che non prevede nessuna remunerazione economica per gli studenti ma l’abituarsi ad un futuro di estremo sfruttamento. Il personale dovrà invece essere sempre più servile nei confronti della dirigenza; meno vorrai riconosciuti i tuoi diritti e meno sciopererai, più farai strada. Sappiamo che la riforma prevede che solo il 66% del personale potrà usufruire del tozzo di pane di aumento che decideranno le commissioni, mentre il restante 33% resterà inevitabilmente fuori da qualsiasi aumento fino all’età pensionabile prevista dalla truffa Fornero. Certi stipendi, ormai sempre più erosi dall’inflazione e immobilizzati dal blocco del rinnovo contrattuale fermo al 2009, non potranno fare altro che alimentare una forte competizione tra il personale docente a discapito della cooperazione, della collaborazione e della qualità d’insegnamento. Esiste anche l’ulteriore aggravante per il personale Ata, pur importante e strategico per la scuola, che la riforma prende in considerazione solo per trarne eventuali risparmi economici a parità di lavoro o servizio svolto. Dovremmo quindi aspettarci l’esternalizzazione di alcuni servizi? Detto ciò, si potrà ancora parlare in futuro di scuola pubblica? Ricordiamo che lo studio è un diritto sancito dalla Costituzione, così come un lavoro stabile a salario pieno e sindacalmente tutelato e noi dovremmo pretendere queste misure a partire proprio dalla scuola. In sostanza la scuola deve tornare ad essere pubblica e gratuita e dev’essere governata dagli studenti dato che essi sono i principali attori assieme agli insegnanti e al resto del personale; anche su questo aspetto la “buona scuola” di Renzi non è affatto una buona scuola poiché verranno in anticipo esclusi totalmente gli studenti dai futuri organi di governo della scuola previsti. A tutto questo il collegio del Gobetti-Volta ha detto NO, approvando a larghissima maggioranza la mozione presentata dalla RSU con tali contenuti. Ciò sarà poco ma è bene che si sappia che il personale di molte scuole rifiuta l’esecuzione da parte del Berlusconi democristiano Renzi, del piano di Gelli e della P2 anche per quanto riguarda la pubblica istruzione. Un lavoratore del Gobetti-Volta di Bagno a Ripoli cronache locali / il bolscevico 13 N. 45 - 11 dicembre 2014 Ad Ischia (Napoli) hanno sventolato le bandiere dei Maestri e del Partito Grande manifestazione contro lo smantellamento dei servizi pubblici di trasporto Dal corrispondente dell’Organizzazione di Ischia del PMLI Un lungo corteo di circa tremila manifestanti che dal comune di Casamicciola ha raggiunto il Municipio di Ischia, il 29 novembre scorso, a tratti sotto la pioggia, in difesa del trasporto pubblico. Una protesta popolare per dire No alla privatizzazione della Caremar, la società pubblica dei trasporti marittimi nel golfo di Napoli, che l’assessore regionale ai trasporti Sergio Vetrella ha deciso di smantellare, nell’interesse dell’armamento privato. Ma anche per dire Sì al potenziamento ed alla riqualificazione dell’Eavbus, la società dei trasporti pubblici terrestri che collega fra loro i sei comuni dell’Isola, società anch’essa destinata al fallimento a causa delle politiche scellerate seguite dalla giunta di “centro-destra” Caldoro. La manifestazione è stata organizzata da un Comitato di lot- Apprezzato il contributo del PMLI ta promosso dall’Autmare, Associazione degli utenti del mare, che ha messo insieme una quarantina di associazioni di categoria, sindacali, culturali, partiti politici. Tra questi il PMLI, il cui rappresentante isolano, Gianni Vuoso, ha guidato il lungo corteo a bordo di un’auto munita di impianto acustico. Fra gli slogan e le parole d’ordine lanciate dal PMLI, trovando il consenso dei manifestanti, l’invito ad astenersi dal voto alle prossime elezioni regionali, un voto, l’astensione, che nega il consenso ai politici falliti del “centrodestra” e del “centro-sinistra” e contribuisce alla lotta per l’Italia unita, rossa e socialista. Concetti tra l’altro già espressi in un comunicato stampa che l’Organizzazione isolana del PMLI aveva lanciato nei giorni precedenti e pubblicato dai media locali dal titolo “Perché il PMLI scende in piazza ad Ischia”. In esso si invitavano gli ischitani “a scendere in piazza per imporre nuove poli- Ischia, 29 novembre 2014. Un aspetto della grande manifestazione in difesa del trasporto pubblico (foto Il Bolscevico). La partecipazione del PMLI evidenziata nei servizi fotografici dei giornali “Il Golfo” e “Il dispari” tiche alla Regione Campania, contro i poteri del fascio regionale e di una borghesia che ha come unico obiettivo la salvaguardia del profitto dei padroni” ed ancora, “a lottare contro la privatizzazione della Ca- remar e per una vera qualificazione dell’Eavbus. Le scelte scellerate del governo regionale del fascio stanno riducendo Ischia a un’isola isolata, con corse marittime soppresse a sorpresa e nel rispetto di una logica che tende a far estinguere il naviglio pubblico e sta distruggendo il servizio del trasporto pubblico terrestre perché anche in questo caso, l’obiettivo è quello di affidare ai privati i collegamenti fra i sei comuni dell’isola”. Nel comunicato si ricordava la lotta del PMLI che è tesa anche a difendere “i diritti degli studenti per una scuola sicura, vera, stabile che sull’Isola è ancora frantumata in varie esperienze di precarietà” ed infine,“che l’astensionismo è l’arma più forte per battere queste politiche, per negare il consenso a chi ha fatto della politica solo la fortuna personale alla faccia degli interessi delle varie popolazioni. La prossima tornata elettorale per il rinnovo della giunta regionale, prevista per la primavera, è l’occasione più immediata per astenersi dal voto, con l’obiettivo dell’Italia unita, rossa e socialista.” Numerose le foto pubblicate sulla stampa del compagno rappresentante l’Organizzazione isolana del PMLI, che ha fatto sventolare con orgoglio la bandiera del Partito e che indossava le spille dei Maestri e del Partito, il cappello delle guardie rosse di Mao e la bandiera dei Maestri a mo’ di sciarpa. Emergenza casa a Milano Pisapia manda la polizia a sgomberare invece di assegnare le case pubbliche sfitte Redazione di Milano Non si placa l’emergenza casa a Milano. Il 20 novembre scorso, in via Ricciarelli, zona S. Siro, la polizia è intervenuta per sgomberare un alloggio “occupato abusivamente”. Mentre erano in corso le operazioni di sgombero, i comitati per la casa, al civico 24 della stes- sa via, hanno organizzato un presidio in favore degli sfrattati. Nel pomeriggio si è tenuto un altro corteo anti-sgomberi per le vie di S. Siro, dove i manifestanti sono scesi in piazza per dire: “Basta sgomberi, sanatoria subito!”. Il 24 novembre un’altra giornata di tensione nelle strade del quartiere Giambellino, a seguito I Predator a supporto delle operazioni di polizia e carabinieri di Antonio Mazzeo - Messina Dalle guerre in Afghanistan e Libia alla vigilanza di piazze, cortei, manifestazioni e azioni di lotta contro le politiche di austerity del governo italiano. I “Predator” dell’Aeronautica militare, dopo essere stati schierati nei principali scacchieri di guerra mediorientali e africani saranno messi a disposizione delle forze di polizia e dei carabinieri per interventi d’ordine pubblico e vigilanza del territorio. Nei giorni scorsi è stato firmato a Roma un accordo che prevede il “concorso con i velivoli senza pilota Predator ad attività istituzionali della Polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri”, riferisce il Comando dell’Aeronautica italiana. Il protocollo d’intesa, mai discusso in sede parlamentare, è stato siglato dal capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica gen. Pasquale Preziosa, dal capo della polizia Alessandro Pansa e dal comandante generale dei Carabinieri, gen. Leonardo Gallitelli. L’uso dei “Predator” in funzione di controllo interno rappre- senta l’ennesimo salto di qualità nella gestione “militare” dell’ordine pubblico, in linea con le più recenti elaborazioni strategiche in ambito Nato (le cosiddette Urban Operations) che propongono l’intervento in future operazioni urbane antisommossa di reparti superspecializzati e superarmati di professionisti formatisi nelle operazioni di “guerra asimmetrica” in Iraq e Afghanistan. I velivoli a pilotaggio remoto che l’Aeronautica metterà a disposizione di polizia e carabinieri saranno gli RQ-1A e RQ-9B in possesso del 32° Stormo con sede ad Amendola (Foggia). La versione più vecchia del “Predator” è lunga 8,2 metri, ha una larghezza alare di 14,8 m e può raggiungere una velocità di crociera di 135 km/h e un’altitudine di 7.800 metri. L’RQ-9B, noto anche come “Reaper”, è una versione più aggiornata e sofisticata del drone prodotto dall’holding statunitense “General Atomics”: ha una lunghezza di 11 metri, un’apertura alare di 20 e può volare a 440 Km/h e a 15.000 metri dal suolo. dello sgombero di una famiglia d’origine marocchina, che aveva occupato un alloggio popolare in via degli Apuli. Uova e sassi sono stati lanciati contro poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, mentre otto camionette erano posizionate davanti al caseggiato per scongiurare lo scontro fisico, che è stato inevitabile quando un centinaio di persone sono arrivate dopo un veloce tam tam. A dar battaglia anche numerosi residenti occupanti, che temono di essere i prossimi ad essere allontanati dal quartiere ora invaso da scritte contro l’Azienda Lombarda Edilizia Residenziale (ALER). Dopo una decina di minuti di tafferugli, senza feriti, le “forze dell’ordine” hanno battuto in ritirata. Il giorno dopo dalle 8.30 in via Tracia cinque camionette della polizia in assetto antisommossa hanno presidiato le operazioni di sgombero dei tecnici di ALER ai danni di una famiglia romena: genitori, nonna e tre figli. La notizia si è sparsa subito nel quartiere e nel giro di una mezz’ora un centinaio di manifestanti si sono radunati davanti alla palazzina per protestare. Ci sono stati attimi di tensione per via di un contatto tra “forze dell’ordine” e abitanti del quartiere, che hanno lanciato alcuni oggetti e bloccato dei mezzi che dovevano portare via le scatole degli occupanti, poi la ritirata di polizia e tecnici e il praticamente immediato rientro della famiglia dentro l’abitazione. Come da prassi, i tecnici di ALER prima di andare via hanno vandalicamente spaccato i sanitari dei bagni: con i servizi non agibili, in teoria, le case non vengono rioccupate. Anche se i fatti, da anni, dimostrano il contrario. L’operazione di lastratura della porta non era stata invece ultimata. Gli attivisti del centro sociale Cantiere e gli altri abitanti accorsi hanno aiutato la famiglia a riportare nell’appartamento i propri oggetti. Secondo la famiglia che occupa abusivamente la casa, i poliziotti durante lo sgombero hanno legato le mani di due dei tre figli, entrambi adolescenti, con alcune fascette di plastica. Com’era prevedibile, quindi, la politica della “tolleranza zero” e del pugno di ferro predisposta dalla giunta arancione del neopodestà Pisapia e dal ministro di polizia, l’NCD Angelino Alfano, sta suscitando la rivolta delle masse indigenti costrette, dalla crisi capitalistica e dal “libero mercato” degli affitti, ad occupare quegli alloggi che dovrebbero spettargli di diritto ad un canone d’affitto proporzionato alle loro reali disponibilità. Una politica neofascista di sgomberi forzati che cinicamente mira a rendere senzatetto famiglie intere proprio alle porte dell’inverno. Una vera e propria emergenza dovuta alla politica della giunta Pisapia, e predisposta dalla nuova gestione di Metropolitana Milanese Spa (che come mission non ha, come la precedente ALER, la gestione dei centri abitativi pubblici, ma il supporto tecnico-amministrativo per offrire consulenza alle istituzioni pubbliche nella progettazione e realizzazione di grandi opere urbanistiche preliminari alla cessione ai privati) di dismissione delle aree destinate all’edilizia residenziale pubblica da dare in pasto alla speculazione edilizia privata che mira alla “riqualificazione” tramite la costruzione di costosissimi centri residenziali “di pregio” destinati alla vendita di chi se lo può permettere (dallo strato alto della piccola borghesia in su). Una politica che frena l’assegnazione degli alloggi e che viene coperta dietro la “mancanza di fondi” nel bilancio aziendale ALER per ristrutturare gli appartamenti da assegnare. In un articolo pubblicato su “Il Giorno” il 3 novembre scorso contenente tra l’altro un’intervista a Gian Valerio Lombardi, commissario di ALER Milano, si legge che attualmente ci sono 4.084 appartamenti “occupati abusivamente”, di cui 1300 solamente nel corso di quest’anno. Tutti questi “abusivi” sono in realtà famiglie che non sono in condizioni di avere una regolare sistemazione, a causa degli affitti alle stelle e una disponibilità di alloggi popolari troppo esigua rispetto alla domanda crescente, conseguente all’aumento della disoccupazione e alla riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni. Inoltre a chi non può più pagare l’affitto, e viene sfrattato per “morosità”, non viene nemmeno riconosciuto il diritto a entrare in graduatoria per l’assegnazione di un alloggio. Una situazione paradossale se si pensa che ci sono ben 5000 alloggi pubblici sfitti. “Quando un appartamento diventa sfitto, ha quasi sempre bisogno di lavori di ristrutturazione prima che possa essere riassegnato. Questi interventi costano in media 15mila euro ma in questo momento la prima difficoltà è trovare risorse” afferma Lombardi. “ALER non ha soldi perché un terzo dei nostri inquilini non paga l’affitto. Ogni anno registriamo in media 65 milioni di euro di affitti e spese non pagate su un bilancio di circa 180 milioni. Io sono arrivato da poco più di 12 mesi, ma questa situazione si trascina da almeno 15 anni, c’è un debito e una carenza di fondi cronica che limita le nostre possibilità d’intervento”. Una “possibile soluzione”, pensata da ALER, è quella di far sostenere le spese di ristrutturazione agli inquilini entranti, con la garanzia di restituire mese per mese i soldi spesi detraendoli dall’affitto, come già avviene per gli alloggi del comune di Milano: come è possibile per un nucleo familiare, richiedente la casa popolare per motivi economici, sostenere le spese di ristrutturazione? Ad aggravare la mancanza di appartamenti ci sarà anche la vendita, da parte di ALER, di 6.700 immobili “non strategici”, ossia che non generano alcun profitto, nei quali rientrerebbero anche centri commerciali, oltre però ad appartamenti utili per sanare questa piaga sociale. I marxisti-leninisti lombardi ritengono che, nei fatti, i soldi per garantire la casa a tutti ci sono: vengono però destinati alle inutili “grandi opere” da realizzare per EXPO 2015 e, di conseguenza, a certe imprese edili in svariati modi; andrebbero invece utilizzati per finanziare queste ristrutturazioni. Altri utili provvedimenti sarebbero la confisca di tutte le case sfitte, da oltre un anno da parte dei comuni, per destinarli ad abitazioni popolari, così come la ristrutturazione di vecchi edifici e l’imposizione alle banche, alle società di assicurazioni e ai grandi proprietari immobiliari ad affittare, come prima abitazione, le case di loro proprietà a canoni popolari. Inoltre occorre impedire gli sgomberi, regolamentare gli occupanti negli alloggi pubblici e mettere a disposizione dei bisognosi di casa, con criteri di graduatoria che includano anche i “morosi”, il restante patrimonio abitativo comunale e dell’ALER - attualmente tenuto sfitto - a un canone d’affitto dimezzato rispetto all’attuale. 4 il bolscevico / studenti N. 45 - 19 dicembre 2014 Conto corrente postale 85842383 intestato a: PMLI - Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 Firenze esteri / il bolscevico 15 N. 45 - 11 dicembre 2014 In Mississipi, contro la sentenza di assoluzione del poliziotto che ha ucciso il ragazzo nero Brown Rivolta degli afroamericani Ferguson in fiamme La polizia usa proiettili “non letali” per domare la rivolta. Ottanta arresti. Obama butta acqua sul fuoco Il procuratore della contea di St.Louis, Robert McCulloch, un democratico del partito di Obama, annunciava il 24 novembre che il Grand Jury composto prevalentemente da giudici bianchi aveva derubricato a “legittima difesa” l’omicidio del 18enne nero Michael Brown, crivellato di colpi lo scorso 9 agosto nel sobborgo di Feguson, e stabilito che l’agente, bianco, Darren Wilson non dovesse essere processato. La risposta degli afroamericani era la rivolta che partiva da Ferguson, messa a ferro e fuoco dalle proteste durate alcuni giorni, e si estendeva in tutti gli Stati Uniti. “La legge ammette gli omicidi nei casi di legittima difesa” sentenziava il procuratore McCulloch che difendeva l’indifendibile agente omicida che aveva sparato due colpi di pistola dalla propria auto e rincorso il giovane ferito a una mano che stava scappando verso casa; aveva sparato un’altra decina di volte colpendolo ripetu- tamente e finendolo quando si era fermato con altri sei colpi al corpo e alla testa. Una esecuzione in piena regola di un giovane colpevole soltanto di aver rubato una manciata di sigari nella cittadina povera del Sud, a maggioranza nera ma governata da un’amministrazione bianca e reazionaria. Secondo la giuria di St.Louis l’agente non è neanche incriminabile, una sentenza che non è rara, anzi è “normale” per casi come questi negli Usa tanto che aspettandosi la scandalosa e criminale assoluzione Obama aveva già incaricato il ministro della Giustizia Holder di avviare una indagine federale sul corpo di polizia locale. Una decisione dai risultati dubbi sulla possibilità di fare giustizia e dai tempi lunghi che è sembrata più un paravento per Obama impegnato a gettare acqua sul fuoco e a invocare manifestazioni pacifiche. La rabbia degli afroamericani è invece esplosa nelle strade del Ferguson (USA). Una delle numerosi proteste contro la sentenza di assoluzione del poliziotto colpevele dell’omicidio di Brown e la violenza razzista della polizia sobborgo di St. Louis dove la sera del 24 novembre i manifestanti hanno eretto barricate e affrontato la polizia che ha impiegato lacrimogeni e “proiettili non letali” per disperderli. La rivolta è proseguita nei giorni successivi con almeno 80 manifestanti arrestati. E si è allargata in tutto il paese. Manifestanti si sono ritrovati a Washington davanti alla casa Bianca, sono sfilati in corteo a Times Square a New York, a Seattle e Oakland; a Los Angeles il corteo è partito dal quartiere nero di South Central e ha bloccato il traffico su un’autostrada prima di marciare lungo Martin Luther King boulevard fino alla centrale di polizia. Il 25 novembre le proteste si sono svolte in centinaia di località con cortei o assemblee nei campus universitari mentre a New York e Los Angeles gruppi di manifestanti bloccavano strade e ponti. Si sono registrati duri scontri fra manifestanti e polizia a Oakland e forti proteste a Cleveland pochi giorni prima un bambino nero di 12 anni, Travis Rice, era stato assassinato dalla polizia perché sorpreso con una pistola ad aria compressa nei pressi di un parco giochi. Un ulteriore esempio della repressione razziale attuata direttamente da una polizia militarizzata che è armata e si comporta nello stesso modo di come agivano le truppe imperialiste di occupazione americane a Baghdad. La “frontiera” di Ferguson analizzata in seguito all’assassinio del giovane nero risulta es- sere una località presidiata militarmente dalla polizia che è impegnata anche in una serie di persecuzioni e umiliazioni giornaliere inflitte alla popolazione nera. A Ferguson il numero dei mandati d’arresto registrato nel 2012 è stato di 32.000 su una popolazione di 21.000 abitanti. Ma l’uso delle armi da parte della polizia contro la popolazione povera nera non è una esclusiva di alcune località, è diffusa negli Stati Uniti; una recente indagine giornalistica ha calcolato che almeno due afroamericani sono stati uccisi ogni settimana da poliziotti bianchi tra il 2006 e il 2012. Il Malcolm X Grassroots Movement ha pubblicato l’anno scorso un rapporto dal quale risulta che nel 2012 un afroamericano è stata ucciso ogni 28 ore da un agente, un poliziotto privato o un vigilante. Una vera e propria guerra contro una parte povera del popolo americano che non si è interrotta nemmeno sotto la presidenza di Obama. Manovra finanziaria per far uscire l’Ue imperialista dalla crisi Il piano Juncker per gli investimenti non basterà a dare lavoro ai 24,8 milioni di disoccupati europei Si parla di 315 miliardi. Ma in realtà non ci sono. Per adesso sono stati stanziati solo 21 miliardi “L’Europa sta voltando pagina, ora può offrire speranza al mondo su crescita e occupazione”, ha affermato il nuovo presidente della Commissione europea Jean Claude Junker il 26 novembre scorso di fronte al parlamento europeo, presentando il piano che dovrebbe “stimolare” gli investimenti e dare ossigeno all’Unione europea (Ue) ancora ben avvitata dentro la lunga crisi economica. Un piano per finanziare progetti in grado di creare 1,3 milioni di nuovi posti di lavoro, ha promesso Junker. Come dire di cercare di svuotare il mare con un cucchiaio dato che il numero ufficiale dei disoccupati europei è di 24,8 milioni, oltre 18 milioni nei paesi dell’area euro. Non è questo l’unico dato di paragone che attenua di molto l’entusiasmo dello screditato Junker, l’uomo della Merkel e delle multinazionali, nell’efficacia del suo piano; basti pensare che dal 2007 gli investimenti europei per effetto della crisi sono scesi del 15%, sono calati di 430 miliardi, una cifra ben lontana anche dagli ipotetici poco più di 300 che il piano dovrebbe mettere in moto a partire dall’estate del 2015. Se le proiezioni della Commissione sono esatte vorrebbe comunque dire che per tornare ai livelli prema della crisi dovranno passare almeno 10 anni. Al centro dell’operazione prevista dalla Commissione c’è il nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi), l’organo di gestione che sarà finanziato da 16 miliardi di euro provenienti dal bilancio della Commissione e da altri 5 dai fondi della Banca europea degli investimenti (Bei). Questi fondi dovrebbero innescare l’impiego di fondi privati in un rapporto di 1 a 15 moltiplicandoli fino a oltre 300 milioni di euro investiti in una serie di progetti affidati alla gestione di un apposito comitato diretto dal vice-presidente della Commissione incaricato della crescita, il finlandese Jyrki Katainen, il cane da guardia della Merkel ai conti europei. I settori nei quali dovrebbero essere indirizzati gli investimenti dal 2015 al 2017 sono banda larga, infrastrutture energetiche, trasporti, educazione, ricerca, innovazione, energie rinnovabili e progetti delle piccole e medie aziende. Il piano potrebbe essere prorogato nel periodo 2018-2020, “se funzionerà” precisava Junker. Un simile piano di crescita era stato già varato dalla Ue nel 2012 ma era fallito. “In questo periodo le risorse pubbliche sono scarse ma la liquidità delle banche, delle società e dei privati è ampia e pronta all’uso: la sfida è rompere il circolo vizioso della sfiducia degli investitori” rilanciava Junker; a dire il vero la “fiducia” degli investitori che non nasce dal caso potrebbe crescere magari dalle promesse eliminazioni delle barriere normative ed infrastrutturali dei paesi interessati dai progetti. Per invogliare gli investimenti pubblici Junker ha promesso che i contributi degli Stati non verranno conteggiati nei parametri fissati dal Patto di Stabilità e Crescita e dagli altri trattati sul rigore di bilancio della Ue. Nel documento presentato a Strasburgo si afferma che “la Commissione adotterà una posizione favorevole nel contesto del giudizio delle finanze pubbliche nell’ambito del Patto di stabilità e crescita” riguardo alla con- tabilità dei contributi volontari al Feis, che non garantisce affatto lo sconto automatico sui calcoli di bilancio. Il passaggio ambiguo sulla “posizione favorevole” che adotterà la Commissione nelle valutazioni è comunque stato rivenduto dai sostenitori della flessibilità dei bilanci come una vittoria. Perlomeno fino alla resa dei conti. Il cordone della borsa della Ue resta ben chiuso anche perché di soldi freschi ci sarebbero i 5 miliardi di euro messi dalla Bei mentre i 16 miliardi della Ue saranno ricavati da altre poste di bilancio riallocate e da somme “da reperire nei prossimi esercizi finanziari”. Una operazione complicata dato che il bilancio dell’Unione è stato rivisto al ribasso, è in rosso e c’è chi non paga, come la Gran Bre- tagna. Dei 16 miliardi sembrerebbero disponibili solo poco più di 8. Comunque pochi anche a fronte delle 1.800 proposte di progetti, per un valore di 1.100 miliardi, già arrivate a Bruxelles. Si prospetta una specie di assalto alla diligenza dei paesi membri per accaparrarsi l’osso spolpato dei fondi dedicati agli investimenti. Rappresaglia nazista di Netanyahu Rase al suolo le case degli attentatori palestinesi Israele ha abbattuto in Cisgiordania 543 case solo nel 2014, per un totale di 27 mila dal 1967 “Questa mattina abbiamo demolito a Silwan la casa di un terrorista. Ci saranno altre demolizioni di case. Siamo determinati a riportare la sicurezza a Gerusalemme”, sono state le parole pronunciate il 19 novembre dal premier sionista Benjamin Netanyahu per annunciare la rappresaglia nazista contro la popolazione palestinese in seguito agli attentati del 22 ottobre e del 18 novembre nel quale erano morte sette persone, oltre ai quattro attentatori palestinesi. “Gli occupanti israeliani - ha affermato la madre di uno di essi - vogliono distruggere la nostra famiglia e renderci degli sfollati. Essi pensano che distruggendo le case dei martiri potranno fermare il popolo di Gerusalemme e Palestina”, non ci riusciranno. Anche organizzazioni umanitarie israeliane hanno condannato la politica delle demolizioni di case praticata a suo tempo dai colonialisti britannici durante il loro mandato in Palestina e riportata dai sionisti nell’ordinamento militare in vigore nei territori occupati. Dallo scorso giugno il governo Netanyahu ha deciso di applicarla anche in Israele. In applicazione di tale direttiva i sionisti solo nel 2014 Israele hanno demolito almeno 543 case e edifici palestinesi in Cisgiordania. Dai dati raccolti dalle organizzazioni delle Nazioni unite che operano nei territori palestinesi risulta che dal 1967 sono ben 27.000 le costruzioni palestinesi demolite per ordine del regime di Tel Aviv. Molte sono case demolite perché costruite senza permesso, permessi che le autorità sioniste non concedono ai palestinesi alle quali si aggiungono quelle sistematiche delle case dove vivono o vivevano i palestinesi responsabili di attacchi contro gli occupanti. Una politica denunciata anche dal giornale israeliano Haaretz, che commentando la rappresaglia nazista di Netanyahu evidenziava che queste misure punitive “sono riservate solo alle famiglie dei palestinesi”, mentre “le case dei terroristi israeliani che hanno bruciato il ragazzo palestinese Mohammed Abu Khdeir rimangono intatte. Il punto è che la giustizia selettiva non è giustizia: è vendetta”. LAVORO 2 il bolscevico / documento dell’UP del PMLI SCIOPERO GENERALE DI 8 N. 23 - 12 giugno 2014 ORE Giù le mani dall'articolo 18 e dallo Statuto dei lavoratori Abolizione del precariato e assunzione di tutti i precari Rinnovo dei contratti di lavoro del Pubblico impiego Spazziamo via il gove rno del Berlusconi democris tiano Renzi PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO Sede centrale: Via Antonio del Pollaiolo, 172a - 50142 FIRENZE Tel. e fax 055.5123164 e-mail: [email protected] www.pmli.it Stampato in proprio IL PROLETARIATO AL POTERE ITALIA UNITA, ROSSA E SOCIALISTA