Appunti per una Storia
del Movimento Cooperativo
nella Provincia di Pesaro e Urbino
dalle origini alla fine del XX secolo
di Silvia Terenzi e Andrea Bianchini
Tutte le grandi
istituzioni economiche
e sociali nascono così:
erompono dalla
coscienza di un popolo e
non dal cervello di un
pensatore; la vita
precede coloro che ne
spiegano le ragioni
(Luzzatti, 1881).
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INDICE
Premessa
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Dalle origini alla prima guerra mondiale
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Dal biennio rosso all’affermazione fascista
3
La cooperazione durante il regime fascista
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Il secondo dopoguerra
3
Gli anni ’50 e ’60: ritardi e trasformazioni
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alla ricerca della via per lo sviluppo
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Gli anni ’70 la crescita del movimento cooperativo
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Gli anni ’80 e ’90. Terziarizzazione e cooperazione sociale
3
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Premessa
Il presente lavoro intende tratteggiare alcuni elementi essenziali per
una storia del movimento cooperativo nella provincia di Pesaro e Urbino
dai suoi esordi alla fine del secolo XX. Ci si potrebbe domandare perché
affrontare il movimento cooperativo in un’ottica storica. Ed inoltre perché concentrarsi su di esso e non considerarlo semplicemente un particolare capitolo di una più generale storia economica della provincia? E’
proprio studiando il lungo cammino della cooperazione che si scorge la
risposta a tali interrogativi. Già dai primordi, infatti, traspaiono evidenti
le caratteristiche di questo settore sia per il portato sociale e culturale
che è insito nel suo nascere sia per il suo modo di strutturarsi che non è
solo ricaduta imprenditoriale o occupazionale ma volontà di esprimere
un altro modo di fare impresa, di stare sul mercato e anche di organizzare
la società. Da questa storia emerge come al movimento cooperativo non
si sottendano solo leggi e andamenti economici ma come esso sia da
sempre portatore di una sua specificità che va letta certo in relazione alla
storia economica della provincia ma con un’attenzione alle sue peculiarità. Così emerge che la coooperazione nella sua storia ha fatto sì economia (ed anche ritagliandosi spazi importanti in certi settori del mercato),
ma anche che le cooperative hanno spesso svolto attività che il semplice
mercato non avrebbe intrapreso o avrebbe svolto in maniera assolutamente diversa, non rispondendo ad alcune spinte, esigenze, necessità
sociali a cui la cooperazione da sempre risponde. Proprio per questo
sarebbe limitante e improprio ridurre lo sviluppo della cooperazione nella nostra provincia ad un mero paragrafo della sua storia economica. Anzi
proprio lo studio del suo evolvere ultracentenario, del suo carattere sociale e perché no “politico”, delle sue alterne vicende, del suo continuo
trasformarsi permettono uno sguardo più profondo e complesso della
storia del nostro territorio con le sue eccellenze, i suoi ritardi, il suo sviluppo e con le notevolissime trasformazioni che l’hanno accompagnato.
Affrontare questa storia significa cercare di comprendere come il movimento cooperativo sia stato parte integrante del divenire storico della
nostra provincia, con quali funzioni e scopi e con quale peso ha partecipato a questa lunga rincorsa allo sviluppo, non priva di contraddizioni e
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di arresti, che contraddistingue il Novecento delle nostre comunità.
E’ possibile, in un settore che ha mutato continuamente i suoi soggetti
operanti, ravvedere comunque una continuità, un’idea originaria che soggetta alle enormi mutazioni politiche, economiche e sociali del territorio,
sia capace di affermare una sua specificità e peculiarità o identità? Porsi
questa domanda è importante, tanto più in un mercato che va via via
globalizzandosi e articolandosi in una grande frammentazione e settorializzazione. In tale condizione può risultare utile ricercare le proprie radici
e i frammenti della propria identità. Confrontarsi con le scelte che fecero
i cooperatori in contesti e fasi storiche diverse può aiutare una comprensione critica della propria specificità e del proprio operare oggi e per il
futuro. In questo senso se si osserva la storia cooperativa provinciale ci si
rende subito conto che non si è di fronte a organizzazioni meramente
economiche, che si esauriscono nel proprio fare impresa. Questa storia si
innerva, infatti, con quella più complessiva dell’associazionismo di varia
ispirazione e colore e con le connotazioni che la storia e la mentalità dei
suoi protagonisti gli fornirono. Le cooperative furono in qualche modo
anche palestre di educazione alla democrazia e al confronto, e il loro
sviluppo ha segnato momenti importanti di maturazione politica, sociale
ed economica. Sono state e sono espressione del tentativo manifestatosi
in tutti i tempi di superare i limiti e le contraddizioni poste dalle spinte
essenzialmente individualistiche presenti in tutte le epoche all’interno del
tessuto sociale ed economico. In questa storia si evidenzia come le spinte egoistiche, personali o di classe, presenti tra i singoli attori e forze
sociali, quando hanno preso il sopravvento nel tentativo di porsi quali
uniche idee di società e di economia hanno generato i momenti di maggior pericolo, crisi e disgragazione di quel lento, difficoltoso e spesso
drammatico processo che ha portato l’Italia nel novero dei paesi civili e
democratici. In questo lungo e complesso cammino di democrazia e sviluppo il contributo dato dalle organizzazioni e singole esperienze cooperative è stato indubbiamente rilevante, sia per il suo concreto svolgersi
dentro la società sia per il suo valore simbolico di possibilità da percorrere, alternativa alle varie logiche e formule molto spesso propagandate o
affermatisi quali vincenti. Non casualmente un aspetto ricorrente di questa lunga storia è che nei momenti di forte tensione e crisi sociale ed
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economica, pensatori e operatori, politici ed economisti delle più varie
estrazioni e appartenenze politiche, molto spesso sono ricorsi nella teoria o nella pratica al richiamo forte della formula cooperativa.
Crediamo anche di non operare particolari forzature, osservando la
storia di questo ultimo secolo, nell’affermare che i periodi di crescita cooperativa corrispondono spesso a momenti in cui il panorama economico si è arricchito e articolato verso maggiori elementi di pluralità e di
dinamismo o sulla scia di positive congiunture economiche o nello sforzo
di ricercare soluzioni valide alle crisi che il tradizionale e affermato sistema produttivo di mercato ciclicamente genera. Il movimento cooperativo si afferma quando le sclerosi dei pensieri e delle mentalità a senso
unico e degli immobilismi produttivi si sfaldano, entrano in crisi, mostrando le loro interne contraddizioni. Quali le risposte che l’universo cooperativo storicamente fornì a queste sollecitazioni? in quali modi esse si
espressero? quali i significati che assunsero nei mutati scenari con i quali
si è dovuto confrontare?
Non si può rispondere a tali domande e fare una storia della cooperazione, o quantomeno senza ridurre questa ad una sua mutilante parzialità, senza connetterla alle istanze di partecipazione e di rinnovamento
sociale che hanno caratterizzato la storia dell’Italia e il cammino della
nostra provincia.
Questo contributo nato per stimolo della Presidenza del Consiglio provinciale e delle organizzazioni cooperative vuole servire quale punto di
riferimento iniziale e come strumento di lavoro a quanti in futuro, e ce lo
auguriamo vivamente, intendano approfondire i temi della storia della
cooperazione provinciale iniziando così a colmare le vaste lacune che ci si
sono presentate in questa prima indagine storico-conoscitiva.
Questo lavoro pur nella sua necessitata lacunosità intende dare un contributo almeno ad individuare le direzioni della ricerca futura, stimolando
un dibattito storico-critico sui molteplici aspetti del movimento cooperativo provinciale che ci si augura possa arricchirsi di ricerche e contributi
ben più ampi e corposi, degni di questa storia, così come altre realtà
territoriali italiane hanno ormai da tempo.
Complessivamente, infatti, si registra un particolare ritardo e lacuna
negli studi sulla cooperazione nella provincia di Pesaro e Urbino. Se si fa
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eccezione per il settore del credito, gli studi appaiono sporadici per molti
degli ambiti territoriali e settoriali, tramutandosi spesso in quasi completa assenza man mano che si supera il periodo dell’Italia liberale. Da una
parte, forse, non avendo avuto il movimento cooperativo provinciale storicamente la consistenza di altre regioni d’Italia è stato ritenuto non particolarmente nesessario di studi specifici. Dall’altra questo tipo di ricerca
si deve confrontare con notevoli difficoltà di approccio, prime fra tutte, la
scarsa reperibilità delle fonti e l’estrema eterogeneità delle aziende che
compongono il movimento cooperativo nel suo insieme.
Per quanto riguarda le fonti e anche gli studi in questo settore, oltre
alle carenze tipiche con le quali si deve confrontare una ricerca dall’arco
cronologico così ampio e in settori così diversi, l’aspetto fondamentale
che si riscontra non è dissimile da quello che caratterizza numerosissimi
comparti della società marchigiana e provinciale in particolare. La storia
stessa di queste organizzazioni evidenzia un tipo di sviluppo che ad iniziare dai suoi protagonisti, per seguire ai suoi successori si è quasi esclusivamente concentrato sulle dinamiche e difficoltà del presente, senza
una coscienza storica del proprio operare o più esattamente con la coscienza che il proprio operare stesso facesse parte, comunque ed in qualche modo, di una storia non bisognosa di ulteriori rielaborazioni o passaggi per garantirne la sua diffusione e trasmissione sia alle generazioni
successive sia agli ambienti esogeni rispetto a quello cooperativo stesso.
Ulteriore complessità è determinata dalla specificità stessa della coooperazione, cioè l’essere una forma economica e di mercato che porta
però con sé intimamente connaturate finalità non solo economiche ma
anche politiche e sociali che continuamente si intrecciano tra loro.
Due essenziali difficoltà sono invece proprie dell’impostazione del presente lavoro così come concepito. Da una parte, la scala territoriale provinciale pone di per sé dei problemi storiografici di varia natura, ampiamenti sviscerati nel volume “La Provincia di Pesaro e Urbino nel Novecento” realizzato dalla Provincia nel 2003. Dall’altra l’arco cronologico:
più di un secolo di storia. Si è scelto un periodo così vasto, anche per
stimolare una riflessione complessiva su un fenomeno quale la cooperazione che ha espresso lungo la sua storia grande capacità di resistere,
trasformarsi e rinnovarsi. Proprio una storia dalle origini agli inizi del Ter6
zo millennio può meglio render conto di un settore che è ancora capace
di esprimere la propria propulsività in un inestricabile miscelarsi di innovazione, necessaria a rispondere alle nuove sfide della società e del mercato, ma anche con quel tanto di radici e valori che ne fanno qualcosa di
peculiare e unico.
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Dalle origini alla prima guerra mondiale
Il movimento cooperativo delle origini è interessante per la sua capacità di essere specchio e di far meglio comprendere quali furono i comportamenti e le elaborazioni a cui giunsero elementi eterogenei, provenienti
da diversi gruppi e classi sociali, di fronte ad un grande evento di mondializzazione quale fu quello della seconda rivoluzione industriale. Documenta gli sforzi che fecero i primi cooperatori per superare nell’agire i
limiti di una mera azione difensiva a cui i macroeveneti della storia per lo
più costringevano. In questo i primi passi della cooperazione aprono inevitabilmente uno spaccato sull’economia e le condizioni materiali di quei
tempi ed in particolare su tutta una serie di aspetti legati ai processi di
modernizzazione che si affacciano sul finire dell’800 anche in ambito provinciale.
Negli ultimi decenni del XIX secolo, la provincia di Pesaro e Urbino
appare immersa in una pesante arretratezza economica e sociale, strettamente connessa alle strutture produttive vigenti. Spia di questi ritardi
può essere considerata anche la situazione del movimento cooperativo
provinciale che mentre in altre parti d’Italia – si veda ad esempio l’EmiliaRomagna, la Lombardia, la Toscana ed anche il Veneto - aveva avuto un
suo sviluppo già a partire dalla seconda metà dell’ottocento, in provincia
appare solo più tardi, negli ultimi due decenni del secolo, con una consistenza piuttosto limitata.
Terreno favorevole all’impiantarsi delle prime esperienze è certamente
il diffondersi anche in provincia delle prime forme di associazionismo tra
lavoratori con finalità solidaristico-assistenziali.
I problemi sociali causati da una cronica carenza tra le masse lavoratrici
di mezzi di sostentamento e dalla minaccia sempre incombente dello
spettro della disoccupazione avevano favorito e spinto, tanto più dopo
l’Unità, elementi attivi nella società a promuovere e diffondere tra varie
categorie di lavoratori prime iniziative sociali, assistenziali e di previdenza che trovano forma nelle Società di Mutuo Soccorso. Queste sono generalmente promosse da cittadini, manovali, artigiani - non raramente
grazie allo stimolo e alla partecipazione di qualche borghese - che decidono di associarsi per sopperire ai propri bisogni economici e socio-assi8
stenziali. Il capitale viene versato dai soci con propri contributi, salvo essere integrato non raramente da qualche elargizione pubblica. Nella pratica, inoltre, attorno ad esse fioriscono una serie di circoli, sale ricreative
e attività culturali e sociali che divengono punti di riferimento e di incontro, svago e discussione per questi strati sociali.
Accanto a questa motivazione, e inscindibilmente legata a questa, le
organizzazioni mutualistiche divengono il luogo di incontro di valori e
pratiche in cui si respirano tutte le idealità di alcuni strati sociali e forze
politiche che avevano visto nel nascente Stato unitario l’inizio di un futuro di progresso e di emancipazione sociale. Difficile di contro deliniare un
quadro complessivo di tali organizzazioni in quanto queste, proprio perché espressione di socialità, non erano strutture statiche e quindi hanno
risentito delle peculiarità tipiche del territorio municipale d’origine.
Purtroppo ancora manca uno studio complessivo sul mutualismo nella
provincia di Pesaro e Urbino mentre sono presenti una serie di ricerche
su singole esperienze locali. Se si osserva ad esempio il capoluogo, uno
dei primi esempi di mutuo soccorso nel pesarese fu la Società degli artigiani e operai pesaresi che nasce nel 1862. A Fano una delle prime forma
associazionistiche di forma mutualistica è quella della Società di Mutuo
Soccorso fra Marinai costituitasi, nel 1879, fra 31 iniziali soci e aperta non
solo alla gente di mare. La società, come si legge nel bel volume edito
dalla Comarpesca di Fano nel ......., è “sorta con lo scopo esclusivo di
venir in aiuto, in caso di malattia, mediante la concessione di sussidi, oppure piccole pensioni dopo un ventennio di ininterrotta iscrizione dei soci,
resi invalidi al lavoro dall’età, da malattie o da infortuni sul lavoro”. Il
fenomeno non interessa solo la costa, già allora più attiva produttivamente, ma si diffonde capillarmente anche nell’entroterra in più o meno
piccole realtà fino a raggiungere anche interessanti livelli di sviluppo.
Verifica della diffusione di queste organizzazioni può essere rilevata
nel 1886, quando in una temperie politica nuova, contraddistinta dalla
Sinistra storica al governo, in seguito all’introduzione della legge per il
riconoscimento giuridico delle Società di Mutuo Soccorso, ne vengono
iscritte numerose, anche dell’entroterra, tra le quali: la Società di mutuo
soccorso in Sant’Agata Feltria (1888), la Società operaia di mutuo soccorso in San Vito sul Cesano (1888), la Società popolare di mutuo soccorso
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di Serra Sant’Abbondio (1891), la Società di mutuo soccorso in Pergola
(1892), la Società di mutuo soccorso fra gli artieri e gli operai in Urbino
(1889), la Società popolare di mutuo soccorso in San Lorenzo in Campo
(1900). Ma il fenomeno come si sa è molto più esteso e territorialmente
ramificato rispetto agli elenchi statali in quanto soltanto poche Società
richiederanno l’iscrizione che comportava oneri amministrativi e la possibilità di essere soggetti al diretto controllo statale. In queste condizioni
parecchie preferirono “all’emersione” statale accentuare il legame con le
nascenti organizzazioni politiche e sindacali di classe.
Il mutualismo è una delle prime forme per riuscire a rispondere in forma associata ai problemi che l’assetto sociale e produttivo vigente poneva agli strati più deboli. Conferma dell’attenzione verso le fasce meno
garantite della società può essere ritrovata anche nell’essere fra le prime
organizzazioni a porsi quali risposte concrete ai problemi delle donne
lavoratrici e delle loro precarie e spesso drammatiche condizioni. In questo senso rivelatore è, ad esempio, lo studio condotto da Luca Gorgolini
sulla Società di Mutuo Soccorso Femminile di Macerata Feltria. Da questo studio, riemerge uno spaccato di storia della componente lavorativa
femminile, con le discriminazioni e difficoltà che essa incontrava, con le
condizioni durissime che la lasciavano spesso senza alcuna tutela nello
sfruttamento e invisibilità sociale: “Nel novembre del 1873 si costituisce
la Società di Mutuo Soccorso femminile di Macerata Feltria la prima società esclusivamente femminile della provincia, ad opera di un comitato
composto da alcuni rappresentanti della società operaia maschile. Non
c’è traccia delle motivazioni che spinsero Paganini e gli altri soci a privilegiare la costituzione di un’associazione femminile autonoma, invece di
consentire alle donne l’ingresso nella loro società, secondo la tendenza
diffusa nel territorio. Si può, comunque, ipotizzare che in loro prevalse un
atteggiamento di cautela dettato da alcune considerazioni di carattere
pratico ed oggettivo: le donne, che da un lato potevano versare quote
contributive inferiori a quelle degli uomini a causa della modesta entità
dei loro salari, dall’altro si ammalavano con più facilità e facendo frequentemente ricorso ai sussidi, potevano mettere in serio rischio il già
precario equilibrio finanziario del sodalizio”.
Inoltre il mutualismo diviene anche un ambito importante di associa10
zione non solo tra i componenti delle classi lavoratrici più povere, ma
apre spazi di dialogo e collaborazione anche con quei settori del ceto
borghese e artigianale più attenti ai temi sociali. Anche in questo senso il
Mutuo Soccorso ha rappresentato, in provincia, una tappa fondamentale
per la nascita e lo sviluppo del cooperativismo, aprendo così la strada ad
una mentalità e ad un pensiero che poggia sin dall’inizio sui principi di
solidarietà e collaborazione tra classi. Particolarmente attivi in questa opera
saranno i repubblicani, alla ricerca di un maggiore radicamento nel tessuto provinciale ma anche di concretizzare in tal modo molti dei principi del
pensiero mazziniano.
Il contesto in cui vanno maturando queste esperienze, gli anni ’70 e ’80
dell’800, è caratterizzato a livello mondiale dall’affermazione di quel complesso processo a cui è stato dato il nome di seconda rivoluzione industriale. Le ripercussioni più o meno dirette di tali profonde trasformazioni
si ripercuoteranno anche nell’arretrato e sostanzialmente stabile sistema
provinciale, inserendo squilibri e contraddizioni che via via manifesteranno il loro peso e rilevanza.
Il sistema mezzadrile vigente e largamente maggioritario, non aiutò,
certamente, la capacità del settore agricolo di affrontare in termini di
modernizzazione le nuove sfide di un mercato in via di globalizzarsi. L’effetto sui proprietari privati in provincia fu principalmente difensivo, alla
ricerca del mantenimento degli equilibri esistenti ormai insostenibili sia
economicamente che socialmente. Inoltre si assiste ad una certa crisi anche nelle altre attività produttive dove il processo di industrializzazione
risulta ancora troppo fragile e circoscritto, largamente dipendente dal
settore primario sia perché legato in gran parte alla trasformazione della
produzione rurale sia perché condizionato nelle disponibilità finanziarie
alle rimesse della proprietà agricola. Il comparto artigiano da sempre
vivo e diffuso capillarmente, risulta costituito da un pulviscolo di attività a
bassissima capitalizzazione, per lo più a carattere personale o al più familiare, con scarsa capacità di innovazione tecnologica. Questi fattori lo
avevano reso particolarmente esposto alla crisi di competitività che si
andava affermando sempre più fortemente dopo la creazione con l’Unità
di un mercato unico nazionale in cui le più organizzate manifatture del
nord iniziavano a far sentire il proprio peso con prodotti più alla moda e
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fabbricati industrialmente e quindi con prezzi più contenuti.
Dagli anni ’80 in poi anche in provincia, quindi, si avvertono i primi
segnali di una grave scossa che investe una struttura tradizionalmente
abbastanza stabile. Ciò contribuisce al diffondersi, sempre più consistente, di una generale insofferenza per la condizione di dura oppressione e
di sfruttamento vigente nelle campagne, nei paesi, nei luoghi di lavoro
che si acuirà nel decennio successivo. Anche il dramma della disoccupazione iniziò a farsi rilevante con contadini che prendevano la via delle
città senza però venir riassobiti né da una trasformazione rapida dell’agricoltura, che invece languiva, né nella nascita di nuove fabbriche, ancora
poche e limitate. Questi finivano così per ingrossare il numero dei braccianti, dei terrazzieri, dei giornalieri senza un lavoro stabile nelle ville intorno ai centri urbani, oppure erano costretti a prendere la via dell’emigrazione, fenomeno che non accennerà ad arrestarsi nemmeno con l’inizio del nuovo secolo così come studierà e denuncerà nel celebre saggio
sull’emigrazione pergolese del 1909 il sindaco di quella città, Luigi Nicoletti.
Anche le società di mutuo soccorso sembrano non riuscire a rispondere alle necessità dei lavoratori soprattutto in un contesto che ancora non
aveva sviluppato una vera e propria organizzazione economica dei contadini. E’ in questo quadro di crescente disagio e inquitudine che tra gli
strati popolari inizia i suoi primi passi il movimento anarchico e socialista
e l’inizio di una sua seppur limitata diffusione di qeuste idee produce
indubbiamente un conseguente dinamismo sull’intera scena politica nazionale ma anche provinciale.
Infatti, l’emergere di elementi di crisi sociale ed economica iniziano ad
inquietare più larghi strati del tessuto sociale urbano e rurale che solo
nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, anche nella provincia, iniziano a dimostrare un certo interesse per il fenomeno cooperativo quale possibile
soluzione al diffuso malessere percepito. Alla cooperazione ci si avvicina
sia dal lato teorico in studi e dibattiti, quale forma di indirizzo politicoeconomico capace di rispondere alle contraddizioni poste dalle condizioni del mercato sia da quello pratico promuovendo la nascita delle prime esperienze che vanno subito caricandosi di grandi speranze e difficoltà. E’ infatti solo con gli anni ’80 che si inizia a ravvisare nel dibattito
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regionale e provinciale l’affacciarsi, con maggiore frequenza, di ipotesi
cooperative sia in area progressista (repubblicana, radicale e socialista)
sia in area liberal-moderata. Interessante quest’ultimo aspetto in quanto
testimonia come la formula cooperativa in provincia sia interesse di forze
sociali e politiche le più diverse ed è quindi difficilmente riconducibile a
precisi schieramenti politici o a schematici e rigidi blocchi sociali. Se trovò seguito nei ceti popolari urbani operai e artigianali, questa attirò attenzioni anche tra i settori provinciali dei ceti borghesi, economicamente
sviluppati e sostanzialmente moderati, così come nei cattolici, dimostrando
la capacità di suscitare un certo dibattito e un interesse ben al di là dei
settori di militanza politica progressista.
Infatti, di fronte al continuo montare di un forte disagio sociale, potenziale innesco di fattori di scontro e contrapposizione di classe - i cui timori
si dimostravano sempre più reali dopo i fatti della Comune parigina, con
manifestazioni anarchico-libertarie anche in Italia e in regione - le attenzioni nei confronti del fenomeno cooperativo, quale strumento di inclusione sociale e di maggior coivolgimento delle masse lavoratrici, inziano
a penetrare anche a destra. Per i liberali più attenti e timorosi che dalle
minacce il nuovo clima passasse ad intaccare i larghi privilegi di classe dei
ceti dominanti, la cooperazione poteva rappresentare una proposta formulabile di inclusione sociale e maggiore partecipazione, anche perché
la sua limitata introduzione non metteva in discussione le vigenti leggi di
mercato. In questo contesto alla coooperazione veniva assegnato un ruolo
di argine e riassorbimento delle spinte più mature che pervenivano dalle
nascenti organizzazioni dei lavoratori. L’aspetto partecipativo è ancor più
importante se si pensa che nel sistema politico vigente gli aventi diritto al
voto, solo con la riforma del 1882, arriveranno a raggiungere il 5,9% della
popolazione.
Sarà proprio il notissimo politico pesarese Terenzio Mamiani in un suo
libello del 1882 ad esprimere “quello sgomento e quell’angoscia che prendevano alla gola e al cuore molti fra i moderati che assistevano alla continua evoluzione dei tempi e all’avvento di nuovi problemi e modi di vita
politica e associata e, soprattutto, all’ingresso non arrestabile, dei ceti
popolari sulla scena dianzi riservata a pochi fortunati”. Nelle idee del
Mamiani, se da una parte il governo doveva garantire maggiori sbocchi
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occupazionali anche attraverso una decisa politica coloniale, dall’altra il
lavoro negli opifici e nelle campagne avrebbe dovuto subire una lenta
trasformazione, proprio attraverso l’introduzione di quelle esperienze
mutualistiche che il Luzzatti andava allora sostenendo e discutendo in
Italia. L’attenzione era rivolta sia alle esperienze delle Trade’s Unions inglesi, sia alla crescita, in corso in altre aree del paese e d’Europa, del
movimento associativo e cooperativo. In quanto all’azione dello stato,
questa avrebbe dovuto indirizzarsi ad “un governo abbondante della
pecunia pubblica e ingerentesi a ciascun’ora nei rapporti che corrono tra
il capitale, la produzione, e le mercede e il cui intento perpetuo debb’essere l’equa partecipazione del lavorante, così al profitto immediato di
sua fatica, come al profitto del capitale (...)”. Risoluzione al problema
acuto dello sfruttamento delle masse contadine poteva quindi giungere
dal rendere il lavorante dei campi un vero e proprio “comproprietario”
del fondo da lui coltivato. E proprio nell’organizzazione di officine cooperative il Mamiani vedeva il modo migliore per riorganizzare la proprietà contadina non alterando irreparabilmente lo status quo della società
rurale.
Tale tendenza non risulta completamente isolata, e trova una sua certa
diffusione fra i moderati, tra i borghesi aderenti agli istituti di mutuo soccorso, negli amministratori locali, come punto di incontro fra ceti diversi.
In queste idee dell’ottantenne Mamiani si intuisce come l’apparizione
sulla scena italiana e internazionale del socialismo e l’acuirsi del disagio
sociale, spingesse anche il mondo liberale verso vie nuove, nuove ricerche, nuove idee che riuscissero a fornire risposte alle minacce della sovversione sociale che iniziavano a lambire anche le tradizionalmente immobili e tranquille, periferiche contrade della provincia.
Avvertita, seppur spesso senza chiarezza e approfindimento, era quindi la necessità di una reazione e insieme di una riforma sociale. L’idea
della cooperazione pare tra le più interessanti per liberali e cattolici per
cercare di contrastare lo sviluppo del socialismo, specchio delle trasformazioni sociali in atto e del configurarsi di una lotta di classe i cui indefiniti possibili sviluppi spaventano forse di più delle reali contrapposizioni
e manifestazioni allora esistenti nella società pesarese.
In questo ambito l’attenzione principale è rivolta alla cooperazione agri14
cola, che sarà ad esempio oggetto di uno specifico e complesso lavoro
da parte di Ghino Valenti, marchigiano, docente di economia presso l’Università di Modena, e a quella di credito. Per quanto riguarda il credito,
così si esprimeva ad esempio un esponente liberale, Carlo Augias in un
suo lavoro del 1882: “Le banche popolari cooperative, ove sieno fondate
sul sitema germanico di Schultze-Delizsch, applicate al Veneto dal Luzzatti, danno all’operaio la certezza di poter contare su quelle sovvenzioni, che sono il frutto della sua stessa moralità e della cooperazione mutua. E l’associazione cooperativa quali beni non produce. Applicatela ai
consumi, o alla produzione; applicatela al credito e al soccorso scambievole; e vedrete provvedere energicamente alle condizioni del povero, e
sollevarlo, e, dove l’animo non sia pervertito, tranquillizzarlo del suo stato”.
Se la realizzazione concreta nell’ambito della produzione e lavoro, in
particolare rurale, resterà più un’ipotesi che una via realmente perseguita dalla classe liberale locale, invece notevole sviluppo avrà in questo
periodo proprio la creazione sul territorio di una serie di banche cooperative che troveranno in poco tempo una certa diffusione. A questo proposito indubbiamente significativa è nel 1875 la nascita della Banca Popolare Pesarese che viene ricordata anche nel saggio di Enzo Santarelli
sulle Marche dall’Unità al fascismo, perché: “sotto la guida di Carlo Raffaelli costituì anche un centro di irradiazione delle banche popolari propagandate da Luigi Luzzatti, e suscitò direttamente la Banca Cooperativa di
San Marino, la Banca Cooperativa di Montescudo, la Società cooperativa
di case economiche a Pesaro. Infine si formò anche un Gruppo regionale
delle Banche popolari e si diede vita ad un giornale, l’Alfiere, organo
“degli interessi della provincia di Pesaro-Urbino”.
Se quindi il settore del credito sarà terreno importante di un concreto
primo radicamento del movimento cooperativo, l’astrattezza di certe
impostazioni troverà controprova nello scarso riscontro pratico che avrà
la cooperazione di conduzione agricola. Da una parte risultava troppo
avanzata rischiando di incrinare degli equilibri che le classi propriretarie
non avevano nessuna intenzione di modificare, dall’altra erano gli stessi
mezzadri ad essere tendenzialmente refrattari a forme di organizzazione
collettiva.
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Le idee conservatrici e liberali, espresse generalmente dai nuclei agrari, largamente egemoni nel tessuto socio-economico della provincia, dimostravano però sempre più di venire continuamente scavalcate dal procedere montante di un ben più ampio, profondo e vivo movimento democratico-sociale che con altri intenti e obiettivi si avvicinerà e farà proprio il messaggio cooperativo.
L’ultimo decennio del secolo non farà che riproporre in termini crudi e
urgenti gli stessi nodi irrisolti della questione sociale. Certo, in una società sostanzialmente statica quale quella provinciale, non si assiste ad un
massiccio fenomeno di proletarizzazione dei limitati ceti operai urbani e
bracciantili agricoli. Però, tra un certo ceto politico nuovo e tra le organizzazioni popolari, si va affermando un’attenzione più forte verso la condizione generale di vita delle classi meno abbienti, sia cittadine, ma in
particolar modo rurali. Le influenze socialiste e positiviste inoltre avevano
fatto maturare il dibattito verso programmi concreti di azione politica ed
economica nei confronti degli ampli strati popolari, pesantemente colpiti
dal delinearsi di quella che verrà poi battezzata la crisi di fine secolo.
Nella provincia di Pesaro e Urbino tali elementi ben si colgono osservando il clima delle elezioni politiche del 1892. Per la coalizione democratica, costituita da un’ampia unità nello schieramento progressista, viene candidato nel collegio di Cagli Angelo Celli, medico, uomo di scienza,
che aderirà al gruppo repubblicano, direttamente impegnato con le sue
ricerche e la sua attività concreta nel miglioramento delle condizioni di
vita della classe lavoratrice. Nel suo “discorso-programma” che terrà in
campagna elettorale, a Pergola, così descrive brevemente la condizione
del settore agricolo provinciale: “Le sofferenze dell’agonia dei piccoli e
medi proprietari si riversano poi sulla classe la più miserabile, quella dei
lavoratori. E mentre i dazi protettori a vantaggio di pochi, rincarano a
danno loro, che sono i consumatori, il prezzo dei generi di prima necessità, essi che tutto devon comprare per vivere, pagano quasi interamente
le imposte sui consumi e quella sul sale (...). Da noi è più vero che altrove
l’assioma che dalla coltura e dal godimento della terra dipende principalmente il benessere della popolazione. E invece molti fatti dolorosi ci gridano la decadenza della madre di tutte le industrie, l’agricoltura. Dal
1871 al 1881 sono diminuiti in Italia di 270 mila circa gli agricoltori mezza16
dri, di 140 mila gli agricoltori affittuari e invece di quasi 100 mila sono
aumentati i più miserabili fra i lavoratori della terra, i contadini braccianti.
E dal 1887 a tutto il 1890 emigrando in cerca del pane dalla nostra terra
matrigna hanno passato l’oceano quasi un milione di figli per due terzi
agricoltori”.
Quando poi Celli viene a trattare delle Marche, per le quali una volta
eletto si batterà perché siano inserite nei piani governativi di incentivo
per le regioni disagiate del peaese, così si esprime: “Nelle nostre Marche
il male finora è di pochi casi, ma purtroppo minaccia di estendersi. Un
altro segno della decadenza dell’agricoltura è l’emigrazione incessante
dei miseri proletari dalle campagne alle città, ove si vengono ad ammonticchiare colla speranze di un miglioramento che spesso si risolve a danno loro e degli altri, specialmente dove il numero dei lavoratori è esuberante e la crisi dell’edilizia diminuisce il lavoro”.
Quando poi Celli si troverà a dover proporre nel concreto soluzioni al
problema della redenzione, emancipazione e organizzazione dei vari strati
contadini la proposta programmatica si indirizza nella rivendicazione di
incisive “riforme agrarie” che dovevano prevedere anche lo sviluppo nel
mondo rurale di un forte movimento cooperativo “come ne sono esempi
le prospere società di braccianti una delle quali, tra romagnoli, ha compiuto laboriosissime bonifiche nell’Agro romano”. Ciò avrebbe reso più
facile l’avvio di una massiccia istruzione agraria pratica e tecnica e la coltura produttiva delle terre incolte e di quelle che lo stato doveva bonificare per sconfiggere la malaria e per fornire lavoro a chi altrimenti sarebbe stato costretto ad emigrare.
Le proposte, come si vede, non erano ancora, nell’ambiente della sinistra, complessivamente tanto avanzate e spesso risultavano come quelle
liberali un po’ fumose e astratte. L’idea venata di utopismo già forte nel
movimento repubblicano mazziniano, ad esempio, di insistere perché i
contadini entrassero nelle società di mutuo soccorso non era certo nuova
e si era appunto scontrata negli anni con la realtà dei fatti che dimostrava
come i mezzadri non avessero interesse alcuno ad aderire a tali organizzazioni. Il fattore più significativo di queste proposte era che seppur con
motivazioni di fondo spesso differenti ora però l’idea cooperativa veniva
largamente richiamata negli indirizzi programmatici di varie forze e schie17
ramenti politici e ideologici.
Anche in ambito socialista l’idea cooperativa inizia ad affermarsi e ciò
verrà confermato anche al primo congresso di Ancona che presentava la
proposta di costituire “cooperative braccianti”, anche se ancora in forma
genericamente di prospettiva. In area socialista l’idea cooperativa veniva
utilmente a ricoprire delle lacune teoriche e pratiche rispetto all’impostazione tendenzialmente operaistica, dimostrando come i socialisti locali
iniziassero ad affrontare seriamente anche la questione delle campagne
e dei contadini. Il cooperativismo rappresenta quindi un ponte, un utile
strumento anche perché applicabile sia in contesti industriali che rurali.
Se nella provincia di Pesaro e Urbino alla metà del secolo, durante
quello che viene considerato in Italia e in Europa il primo periodo della
formazione del cooperativismo, ancora non c’è terreno fertile per un suo
sviluppo omogeneo, a cavallo tra gli ultimi anni dell’800 e i primi del ‘900
diverse e disomogenee componenti sociali, progressiste ma anche cattoliche e liberali, indirizzano in maniera più consistente i loro sforzi nella
creazione e diffusione di cooperative, iniziando così il vero e concreto
cammino della cooperazione nella provincia. E’ solo in questo periodo
che lo sviluppo cooperativo si fa più rilevante e consistente anche se in
un primo momento numerose sono le difficoltà incontrate a causa dell’incapacità di gran parte della popolazione (con amplissime sacche di analfabetismo e carente di una educazione adeguata) di capire l’importanza
dei vantaggi dell’attività associativa, del raggiungimento di comuni obiettivi di promozione economica e sociale, dello sviluppodi un nuovo senso
di dignità e protagonismo sociale.
Questa prima affermazione si deve (in modo preponderante) all’impegno e all’azione delle due componenti sociali, quella socialista e quella
cattolica, che volgono un’attenzione maggiore e più concreta al cooperativismo. In campo cattolico è in particolare la promulgazione dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, in cui tra l’altro si esplicita la condanna del capitalismo e del socialismo come forma politica, ad incentivare
l’impegno dei cattolici nel campo sociale, alla ricerca di soluzioni ai problemi del “nuovo” mondo operaio e dei lavoratori.
I segni della presenza concreta dei cattolici sulla scena economica italiana, ed anche locale, si faranno da lì in poi più marcati, con un forte
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impegno a favore della cooperazione, vista come concretizzarsi nei rapporti economici del pensiero cattolico cristiano, così come a livello nazionale veniva promosso da personaggi della levatura di don Luigi Cerruti
che, dal 1892 in poi, si era impegnato nella costituzione di numerose
casse rurali ispirate ai principi della scuola cristiano sociale.
Come si legge nel volume a cura di Sergio Pretelli del 1990, sulle origini delle banche di credito cooperativo nella provincia: “L’associazionismo
e il solidarismo cattolici, trovarono un fertile terreno di fioritura soprattutto nel settore del credito, mediante la promozione delle casse rurali. I
primi istituti di credito cooperativo avevano fatto la loro comparsa nei
borghi rurali dell’Italia nord–orientale. I caratteri di questi istituti sembravano ben rispondere all’aspirazione da tempo manifestata dal clero, a
diretto contatto con le popolazioni rurali, di individuare una forma di credito agrario più facilmente accessibile a queste ultime”.
Nel pesarese, territorio prettamente agricolo e quindi in cui il clero
riveste notevole importanza, fioriscono numerose cooperative di credito,
in maggioranza di ispirazione cattolica. Alcuni esempi sono: 1883 Fano,
Pesaro e Urbania; 1884 Pennabilli, Piobbico, Fermignano.
Un quadro generale della cooperazione delle origini nel territorio lo si
può evincere dal documentato studio di Marcello Tenti sul cooperativismo in provincia, promosso e pubblicato da Coop Adriatica nel 1998, da
cui sono tratti i dati numerici e le citazioni seguenti.
Complessivamente dal 1883 al 1900 vengono istituite 19 Cooperative
di credito tra le quali vi erano sia banche popolari cooperative che casse
rurali cooperative.
Per quanto riguarda gli altri settori, all’inizio del nuovo secolo ormai in
provincia si possono contare 10 cooperative di produzione e lavoro, 7
cooperative di consumo.
Nel fiorire di queste iniziative pesa anche una specificità locale in un
territorio quale quello provinciale che presenta notevoli differenze, geomorfologiche, economiche, sociali e politiche. Mentre in alcune località è
più sentita l’esigenza di cooperative di consumo, in altre si sente l‘esigenza di cooperative di produzione o di credito. Una prima distinzione
importante per giungere ad una miglior comprensione è quella tra entroterra e località costiere.
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L’entroterra, soprattutto i centri montani e collinari, risultava penalizzato dalla presenza di un’economia prettamente agricola e per larga parte di sussistenza. Erano presenti diffuse aree di ristagno e arretratezza
economica, con forti disparità sociali, con poche industrie e attività manifatturiere, spesso non in grado di incidere sulla realtà occupazionale, tanto da essere caratterizzate anche da una cosistente emigrazione.
Non a caso ritroviamo le prime cooperative di consumo proprio nell’entroterra: S. Angata Feltria (1887); Talamello (1896); Sant’Angelo in
Vado (1897); Cagli (1898); Fossombrone, Mercatino Marecchia, San Lorenzo in Campo (1899).
Un discorso differente si deve fare, invece, per la zona costiera e i
centri più sviluppati, favoriti dalla vicinanza dei mercati e dalla presenza
di migliori infrastrutture territoriali, economiche e sociali. L’area urbana,
ed in articolare quella litoranea, aumenta il numero delle opportunità
economiche oltre alla presenza di lavoratori in precarie condizioni. Questi elementi favoriscono, quindi, l’istituzione di cooperative di produzione e lavoro, capaci di creare un tangibile miglioramento delle situazioni
economiche dei singoli individui aderenti e delle loro famiglie.
Non a caso le prime cooperative di produzione e lavoro si ritrovano in
prevalenza in centri più grandi e di maggior interesse economico: a Pesaro (1883); a Cagli (1885); quattro a Fano (tra il 1889 e il 1890); a Fossombrone (1891); ancora a Fano (1897); a Cagli (1900). In alcuni casi, la creazione di una prima cooperativa di un tipo, stimola la nascita di altre come
nel caso di S. Agata Feltria (1887).
All’interno del movimento, soprattutto ai suoi albori, si distinguono,
quindi, nettamente questi settori: le cooperative di consumo, le cooperative di credito, le cooperative di produzione e lavoro, i consorzi agrari
cooperativi.
Nel settore agricolo le cooperative nascono sia per l’esigenza di unire
le forze comuni per la modernizzazione, attraverso l’uso di nuove macchine agricole, concimi, ecc. altrimenti inaccessibili ai singoli, o “come
risposta spontanea e comunitaria dei lavoratori della terra […], alle ristrettezze delle condizioni sociali e lavorative e ad un diffuso malcontento preesistente” (Tenti, 1998).
Ma qual è più da vicino la realtà di queste pioneristiche iniziative coo20
perative? Pur con le loro specificità locali, alcuni di questi casi, possono
essere significativi per comprendere l’ambiente e il modo del loro operare.
Tra le cooperative di consumo, quella della Miniera di Perticara nasce
nel 1896, quando con la dichiarazione di fallimento della Società delle
Miniere Solfuree di Romagna esercente della miniera di Perticara, cessa
di funzionare la Dispensa dei viveri agli operai. Questi, trovatisi in condizioni precarie, decidono di unirsi in cooperativa e di assumere la provvista e la distribuzione dei viveri. Ogni operaio sottoscrive una o più azioni
di lire 20 pagabili ratealmente. La cooperativa viene giuridicamente riconosciuta dal tribunale di Urbino il 26 marzo 1896. “Uno dei primi provvedimenti adottati dal consiglio direttivo della cooperativa è la consistente
riduzione media del 10% sulle tariffe “imposte” dal vecchio fornitore ed
il miglioramento della qualità dei generi venduti. Inoltre, […], nei pressi
della dispensa sono messi in funzione un forno per la confezione del pane
e un negozio per la macellazione delle carni”.
La cooperazione si fa così strada nella pubblica opinione e acquista la
stima e la fiducia dei commercianti. Quando nell’agosto 1896, la Società
proprietaria delle Miniere stabilisce di chiudere i lavori e di licenziare gli
operai, questi decidono di assumere in proprio anche la coltivazione delle miniere. Modificano, così, il proprio Statuto e si uniscono in Cooperativa di Consumo e di Lavoro.
“Nel 1900 è istituita una nuova cooperativa. La società è legalmente
riconosciuta il 27 maggio 1900 con la denominazione di Cooperativa di
consumo fra gli impiegati gli operai delle miniere solfuree di Perticara e
Marazzano”. Alla cooperativa di consumo, nel 1904, subentra la società
mineraria Miniere Solfuree Trezza – Albani di Romagna.
Tra le cooperative più propriamente di produzione e lavoro ritroviamo
sulla costa la Società edificatrice di case economiche in Pesaro, che si
costituì il 13 novembre 1883. Come si legge nella tesi di laurea di Daniela
Bersigotti sulle origini del sistema cooperativo “Il capitale era formato da
tante azioni del valore di £ 30 cadauna, pagabili ratealmente. Lo scopo
della società era quello di costruire abitazioni economiche e sane da darsi in affitto e vendersi ai soli soci. (…) Tutti coloro che erano soci potevano chiedere di acquistare una casa, anche se la precedenza era sempre
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per i soci operai e fra di essi per coloro che erano più bisognosi. Se le
domande erano superiori al numero di case costruite si procedeva all’estrazione a sorte fra i richiedenti. Tali società vennero costituendosi, in
Italia, con l’accentuarsi dei fenomeni di urbanizzazione, conobbero un
notevole incremento in relazione all’approvazione della legge sulle case
popolari del 1903. (...) Gli utili che si ricavavano, dopo aver pagato la
spese d’amministrazione e di manutenzione, gli interessi sui prestiti, erano ripartiti per l’80% agli azionisti e il 20% al fondo di riserva. Raggiunto
il decimo del capitale sociale, la somma eccedente del fondo di riserva,
poteva essere adoperata per costruire nuove abitazioni economiche”.
Questa società aumentò negli anni successivi, con la crescita della città,
le sue basi con l’aumento del capitale sociale attraverso l’emissione di
nuove azioni. E’ anche un caso di longevità cooperativa in quanto si sciolse soltanto nel 1965.
Tra le cooperative di credito, un esempio può essere costituito dalla
Cassa Rurale Cattolica di Depositi e Prestiti di Ferreto. Ben rappresenta,
infatti, la specificità di questi piccoli istituti di credito, i loro scopi sociali e
l’attivismo, in questo tipo di iniziative, del clero cattolico. Inoltre permette di comprendere meglio come numerose esperienze del movimento
cooperativo di oggi abbiano alla loro base esperienze lontane e fortemente radicate al territorio e ai suoi bisogni. Come si legge nel breve
opuscolo pubblicato dalla Banca di Credito cooperativo di Fano nel ...., è
stata fondata il 10 dicembre 1911 come società cooperativa in nome collettivo, con sede nella frazione di Ferreto, comune di Fano. “Fondatori
sono Don Alessandro Rivelli e 14 soci lavoratori, residenti nelle diverse
zone della parrocchia. La parrocchia diventa la prima sede della nuova
banca. Il 5 maggio 1912 la sede viene trasferita da Ferreto a Cuccurano,
seguirà un nuovo trasferimento nel 1924 dove rimane fino al 1947. Nel
1936 la Cassa di Ferreto ingloba la Cassa Rurale di San Cesareo e nel
1938 assume la denominazione di Cassa Rurale ed artigiana di Cuccurano. Durante il periodo bellico conosce una fase di consolidamento e sviluppo. Nel periodo post – bellico, partecipa consistentemente alla ricostruzione attraverso numerose concessioni di prestiti a famiglie ed operatori economici. Nel 1948 e nel 1964 la Cassa Rurale viene trasferita in
nuove sedi. Nel 1966, la Cassa Rurale di Cuccurano procede alla fusione,
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per incorporazione, della Cassa Rurale ed artigiana di Carignano e nel
1967 la Cassa Rurale diventa Cassa Rurale ed Artigiana di Fano”.
Dopo questo primo periodo iniziale si entra in quello che viene considerato nella storia del cooperativismo, la seconda fase che comprende il
periodo giolittiano fino alla crisi del sistema liberale. Questa è la fase in
cui il movimento cooperativo si sviluppa maggiormente, parallelamente
al maggior dinamismo economico e sociale che caratterizza il periodo.
Il clima economico più vivace del periodo giolittiano favorì, infatti, il
rafforzamento dell’intero movimento cooperativo. Anche la legislazione
nazionale spinse in tale direzione: tra il 1904 e il 1910 furono ben dodici i
provvedimenti volti a favorire più o meno direttamente la cooperazione.
In questo periodo emerge anche una più spiccata politicizzazione del
movimento cooperativo, che si va via via polarizzando soprattutto intorno alle due forze che si andavano affermando quali movimenti di massa.
Alcune si avvicinano, o vengono costituite, nella sfera d’azione e di influenza del movimento socialista, altre rimarcano la loro origine o appartenenza al mondo cattolico in particolare di indirizzo cristiano sociale che
allora accresceva il suo seguito grazie a figure di primo piano quali ad
esempio Romolo Murri, molto attivo anche in provincia.
Un primo specchio di questa fase positiva è rappresentato dal dato
numerico: le cooperative censite nelle Marche nel 1902 risultano 106,
mentre nel 1914 diventeranno 225.
I cambiamenti che stavano avvenendo a livello nazionale con l’affermazione di Giolitti al governo del paese si rispecchiano, quindi, anche a
livello locale nella provincia pesarese.
Al livello nazionale nel 1901, per opera della Lega delle Cooperative,
nata nel 1893, si costituisce fra la Lega stessa, la Federazione italiana
delle Società di Mutuo Soccorso e la Confederazione Generale del Lavoro la cosiddetta Triplice Alleanza del Lavoro, segno di un marcato avanzamento e di maggiore organizzazione del movimento a difesa dei lavoratori.
Corrisponde a livello locale un periodo di grande consolidamento e
sviluppo, in cui si hanno brillanti affermazioni del movimento cooperativo
in ogni settore.
Anche la provincia pesarese, infatti, segue questo periodo positivo e
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dal 1900 al 1919 si può contare la nascita di 40 cooperative di credito, di
48 cooperative di produzione e lavoro (di cui 32 concentrate nelle città di
Pesaro, Fano, Urbino, Fossombrone e Cagli); 39 cooperative di consumo
che risultano, invece, ancora, come nel periodo della “formazione”, diffuse in numerosi paesi della provincia in modo particolare nei centri minori e nell’entroterra.
A questo sviluppo sottostà anche una nuova attenzione, più pragmatica e attiva, del movimento socialista nei confronti della cooperazione,
interpretata sia quale primo mezzo per alleviare e risolvere alcuni problemi immediati dei lavoratori sia quale mezzo per prefigurare diversi rapporti di produzione e di proprietà. All’inizio l’azione socialista percorre
soprattutto tre direzioni: migliorare le strutture interne delle cooperative, rendendole più solide ed efficienti con un maggior numero di soci;
sfozarsi nel riunire e coordinare le varie cooperative in organismi centrali;
attivare contatti diretti tra cooperative di consumo e centri di produzione.
In questi anni si assiste ad un impegno forte dei quadri socialisti nella
diffusione della formula cooperativa e nel suo sostegno. Un caso emblematico in tal senso può essere quello dell’attivista socialista Tito Barboni,
fondatore di varie leghe in provincia e animatore a Pergola del giornale
“L’Aurora” testata che si trasferirà poi a Urbino, dove il Barboni si impegnò in prima persona per la creazione della locale Cooperativa di Consumo. Inoltre con la vittoria delle giunte “bloccarde” in alcuni dei maggiori
centri della provincia tra cui ad esempio Pesaro e Cagli più stretti si faranno i rapporti tra cooperative e amministrazioni ad esempio nell’ambito
dei lavori pubblici, settore divenuto rilevante anche in seguito ai numerosi interventi urbanistici di sviluppo e modernizzazione dei centri della provincia. Significativo anche per comprendere l’osmosi di quadri tra il nascente movimento socialista e il movimento cooperativo “rosso” è il caso
di Cagli in cui la nuova Giunta socialista del 1905 conta tra i suoi consiglieri ben otto aderenti alla locale Cooperativa Muratori. Quando quest’ultima si aggiudicherà l’appalto per i lavori murari del nuovo acquedotto si assisterà ad un vero e proprio scossone politico, in quanto una
sentenza della Corte d’Appello di Ancona dichiarerà decaduti per incompatibilità tutti gli otto consiglieri con le conseguenti dimissioni dell’intera
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Amministrazione.
A Pesaro nel primo decennio del Novecento in concomitanza con il
formarsi delle giunte di sinistra di Ettore Mancini nel 1903 e di Ugo Tombesi 1909 si assiste al fiorire di una serie di iniziative cooperative per lo
più di consumo, collocate nella fascia delle ville cittadine. Un esempio è
costituito dalla Cooperativa di consumo di San Pietro in Calibano nata tra
il 1905 e il 1906 per iniziativa di un gruppo di progressisti locali in parte
già animatori della Società di Mutuo Soccorso, guidati da Solindo Lombardini. E’ interessante notare che solo in un secondo momento, nel 1908,
la cooperativa decise di accettare anche l’iscrizione dei mezzadri e a patto che appartenessero alla Lega di resistenza. Il caso di San Pietro in
Calibano è interessante per comprendere anchel’antagonismo tra socialismo e mondo cattolico. Infatti, di fronte alla diffusione delle organizzazioni rosse, i cattolici locali, organizzati intorno alla parrocchia cercavano
di controbattere chiamando a raccolta mezzadri e piccoli coltivatori: nasceva cosi, il 2 febbraio 1906, la Cassa Rurale di Depositi e Prestiti che
contava 14 soci all’atto della costituzione, 24 alla fine del 1906, 77 nel
1910 e 115 nel 1915.
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Dal biennio rosso all’affermazione fascista
La fase che si apre con la fine della prima guerra mondiale si configura
come un periodo estremamente contraddittorio. Mentre i grandi gruppi
industriali sono alle prese con la crisi di riconversione post-bellica e con
un movimento operaio sempre più organizzato e deciso ad ottenere forti
miglioramenti della propria condizione se non un profondo mutamento
del sistema, l’economia provinciale basata sulla piccola scala della maggior parte delle attività subisce meno tali contraccolpi anche se altissimo,
soprattutto dopo il ritorno dei reduci resta il tasso di disoccupazione. Il
movimento cooperativo, per sua natura più flessibile e capace di adeguarsi ai mutati scenari, risente positivamente della situazione creatasi e
sono in particolare le cooperative di consumo e quelle di produzione
lavoro, con in testa le edili, a registrare i maggiori progressi. Anche il
clima politico è caratterizzato certo da forti tensioni ma anche da rinnovato impegno e fervore sia in ambito progressista sia in ambito cattolico.
Il blocco delle sinistre registra in provincia schiaccianti successi elettorali e si assiste ad una crescita parallela del movimento cooperativo e
dell’affermazione socialista in numerose amministrazioni. Il partito socialista sembra infatti aver definitivamente superato le difficoltà che avevano contraddistinto il periodo bellico, con le sue laceranti fratture interne
e con un partito in provincia attestato su posizioni pacifiste e quindi continuamente additato come disfattista quando non fiancheggiatore del
nemico. In provincia nel 1919 il numero delle sezioni risulta ormai superiore rispetto a quello del periodo prebellico con 36 sezioni a cui aderivano 904 iscritti e le adesioni sono in continua massiccia crescita. Parallelamente a questa crescita del movimento socialista anche quello cooperativo di sua ispirazione si segnala come un’organizzazione ormai affermata
e capace di dinamismo. Viene costituito un consorzio delle cooperative
che riunisce 61 imprese complessive di cui 21 di produzione e lavoro e 40
di consumo. Inoltre, segno di indubbia vitalità, altre venti vengono date
in via di formazione. Gli iscritti complessivi a queste cooperative sono
8.942.
In questo nuovo contesto fortemente caratterizzato dalla carica rivoluzionaria e progressiva del movimento socialista orientato verso obiettivi
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massimalisti, confermati e rinvigoriti dalla rivoluzione di ottobre, l’idea
cooperativa viene decisamente ripresa quale punto di partenza concreto, organizzativo, di obiettivi futuri ben più ambiziosi di rivolgimento sociale ed economico. La cooperazione quindi da una parte rappresenta
l’inverarsi di un diverso rapporto tra capitale e lavoro dall’altra può costituire un primo obiettivo parziale in attesa di nuove spinte politiche e sociali capaci di realizzare una società compiutamente socialista. La coperazione inoltre ben risponde anche a fini educativi delle masse in un contesto che non può contare sulle grandi concentrazioni operaie per sviluppare nel proletariato un matura coscienza di classe.
Così ad esempio si esprime Federico Ceccarini, sulla locale testata socialista “Il Progresso”, del 24 giugno 1920: “Le nostre lotte economiche in
senso socialista sono quelle dei braccianti, dei manovali, dei garzoni.
Hanno un significato per costoro i Consigli di fabbrica? No. L’hanno soltanto le cooperative di lavoro, attraverso le quali essi rientrano nella figura economica del mezzadro, dell’imprenditore, dell’artigiano: piccola
gestione collettiva della produzione, di cui si occupa il consorzio delle
cooperative mentre la difesa del lavoro – colono, mezzadro, bracciante,
garzone, manovale – è assunta dalla Camera del lavoro, abbracciante
inoltre tutto il lavoro, in una specie di mutualità, di intesa, di coordinazione. Ma, certo, il comitato camerale non è il consiglio di fabbrica. Manca
quindi la premessa dei Soviet. Ed allora per noi è parola vuota il Soviet?
No. Il senso politico dei nostri istituti economici Leghe, cooperative –
deriva da quella intuizione per cui ciascun gragario sente di emanciparsi
da ogni sudditanza, di farsi autonomi, gestori diretti delle proprie attività
[...]. Domani, in un regime socialista i nostri Soviet saranno le rappresentanze delle organizzazioni, delle cooperative che per forza di cose espleteranno una funzione politica. Ed allora la formazione dei Soviet per noi
consiste nel moltiplicare gli organi proletari dell’organizzazione, della
produzione, del consumo, del cambio... E se attraverso la lotta mministrativa per la conquista del Comune, noi valorizziamo le organizzazioni
aumentando le loro funzioni e facendole partecipi del potere, noi abbiamo il Soviet in funzione, vera creazione naturale di un bisogno che ha
plasmato il suo organo”.
Accanto alla compagine socialista ed in funzione fortemente antagoni27
stica con questa è il settore cattolico che va sempre più organizzandosi e
penetrando nel tessuto sociale ed economico provinciale. Così nel saggio di Paolo Giovannini sulle origini del fascismo pesarese viene sintetizzata questa crescita di attivismo sociale e politico ed anche le preoccupazioni che questa procurava ai ceti conservatori e agrari: “Negli anni precedenti la prima guerra mondiale – in maniera più accentuata dopo il
Patto Gentiloni e le elezioni politiche del 1913 – nella provincia era venuta crescendo anche la presenza dei cattolici, che indirizzano la loro azione soprattutto nelle campagne a sostegno delle richieste dei mezzadri e
dei piccoli proprietari, organizzando, spesso con l’aiuto determinante dei
parroci ed altri membri del clero, leghe bianche, mutue, cooperative e
istituti per il piccolo credito contadino come le casse rurali. Questa intensa attività, che si andava ad aggiungere a quella da tempo intrapresa dai
socialisti, non aveva mancato di suscitare preoccupazione fra gli interessati osservatori della società rurale provinciale “I [cattolici] – scrive nel
1913 il presidente della commissione di vigilanza della Cattedra ambulante di agricoltura ad Urbino – pur dicendosi ispirati al principio della
collaborazione di classe, pure affermando di essere ossequienti alla più
assoluta ortodossia della loro Chiesa, di fatto per mantenere ed accrescere il proprio prestigio sugli animi dei contadini suscitano e coltivano in
essi il desiderio e favoriscono le richieste di miglioramenti materiali in
confronto dei proprietari, e intonano e intrecciano questa propaganda
d’indole economica con quella dell’idea religiosa. [...]: certo è che essi
hanno portato in vari punti delle campagne marchigiane un notevole contributo perché si diffondesse e si accendesse vieppiù quello spirito di
agitazione il cui primo seme era stato sparso dai socialisti”.
Nel dopoguerra, con la fondazione del Partito Popolare italiano (1919),
la presenza cattolica si consolida, dando luogo ad aspre polemiche coi
socialisti. In particolar modo si afferma in alcune zone dell’interno, come
il Montefletro, l’alta valle del Metauro e l’entroterra fanese. L’operare dei
popolari appare più consapevole del proprio peso e diretto di contro ad
acquisire una maggiore autonomia rispetto alle traformistiche operazioni
dei liberali. Anche nel settore cooperativo questa crescita organizzativa
diviene evidente con l’organizzazione il 19-20 settembre 1921 del Congresso regionale della Cooperazione cristiana a Senigallia.
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Nel pesarese dove il movimento è prevalentemente contadino, sono
le cifre stesse dello sviluppo delle organizzazioni di massa e del partito
socialista a indicare la tendenza ad una estrema radicalizzazione della
tensione sociale e a far presentire ai dirigenti locali il pericolo imminente
di una crisi, di una rottura e di un cedimento: già nella prima metà del
1920, mentre il consorzio delle cooperative, frutto recente del dopoguerra,
amplia ulteriormente la sua attività, e mentre la Camera del lavoro giunge quasi a triplicare i suoi aderenti nel giro di pochi mesi, le Sezioni divengono 56 e gli iscritti giungono a 2.084. L’espansione a macchia d’olio
e l’ascesa quasi automatica del movimento scavalca a questo punto persino le capacità di previsione dei suoi dirigenti e organizzatori. Anche
aree periferiche, in cui però si era esercitata tra il 1906-1907 l’opera delle
leghe e delle organizzazioni contadine o operaie, sono interessate dal
formarsi di nuove cooperative. Ad esempio, nel gennaio del 1920 si costituisce a Fossombrone una coperativa di muratori e affini che registra
alla nascita 150 iscritti. Altre cooperative agricole e di consumo si costituiscono a Isola di Fano e Monteguiduccio. Nel corso del 1920, mentre tra
i giovani va sempre più affermandosi l’orientamento comunista, le discussioni all’interno del Partito Socialista si incentrano sulla conquista del
potere locale, in vista delle elezioni amministrative dell’autunno. Rispetto alla corrente rivoluzionaria astensionista il movimento cooperativo è
attestato sulle posizioni della maggioranza elezionista, orientata ad una
prassi quotidiana diretta ad incidere subito concretamente sulle difficili
condizioni di vita dei ceti popolari.
All’interno del sistema cooperativo sia socialista sia cattolico si è anche
coscienti dell’importanza di confermare e volorizzare nella prova dei fatti
una capacità di governo locale, capace non solo di scardinare le logiche
clientelari al servizio di pochi privilegiati - di cui spesso avevano dato
prova le giunte d’indirizzo moderato-costituzionale-, ma anche partendo
dal locale di attrarre al movimento e di formare nuovi quadri capaci di
gestire e amministrare organismi complessi, preoccupazione tra le maggiori, ora che il movimento era così tanto cresciuto. Il movimento cooperativo di varie inclinazioni ideologiche si trova, quindi, impegnato e polarizzato intorno alla battaglia elettorale.
Se nelle motivazioni socialiste della campagna elettorale vi era l’intra29
presa di un primo passo verso la conquista rivoluzionaria dello Stato era
presente però anche la valutazione che tale passaggio era essenziale per
valorizzare tutte quelle organizzazioni proletarie, come le leghe e le cooperative, che costituivano la saldatura sociale del movimento. Era quindi
necessario battersi perché potessero in collaborazione con le amministrazioni allargare le loro funzioni e influenza sul tessuto economico-sociale locale. La partecipazione al gioco democratico era inoltre un modo
anche per mettere alla prova e formare un ceto di governo locale che era
uno dei veri nodi per lo sviluppo democratico del movimento socialista
ma anche dello sviluppo capillare del movimento cooperativo “rosso”.
Frattanto nel 1920, la tensione sociale aumenta e si radicalizza, mescolando le motivazioni politiche a quelle di carattere prettamente economico. Continuano le agitazioni contro il carovita e si intensificano quelle
contro la disoccupazione, con richieste sempre più pressanti di lavori
pubblici con cui alleviarla. In questo scenario le cooperative di consumo
svolgo un’importante e riconosciuto ruolo di calmieramento dei prezzi.
Per la dispoccupazione sarà la cooperazione di lavoro ed in particolare
quella edile ad estendere le proprie attività aggiudicandosi numersosi
lavori pubblici impiantati col duplice ruolo di migliorare il tessuto urbano
e infrastrutturale e di rispondere a masse sempre più ingenti di disoccupati inurbati.
Le elezioni del 1920 confermano la forte crescita socialista che nei resoconti elettorali assume i toni del trionfo: sono conquistati 47 comuni su
74, 13 mandamenti su 14; il nuovo consiglio provinciale risulta composto
da 2 liberali, 2 popolari e ben 36 socialisti.
Sembrerebbe così aprirsi una nuova fase di ampliamento del sistema
cooperativo anche sulla scia della rinnovata collaborazione con le amministrazioni locali, ma non sarà così. Infatti, di lì a poco, l’intero tessuto
sociale sta per essere scosso dal duro scontro che si profila tra mezzadri e
proprietari terrieri per il rinnovo dei patti agrari. I lavoratori sono maggiormente organizzati e si sentono nel nuovo clima più forti e compatti
mentre gli agrari in posizione più difensiva non manifestano comunque la
volontà di cedere.
Gli sconvolgimenti politici non hanno infatti intaccato sostanzialmente
l’assetto profondo, sociale ed economico dei poteri locali. Si era infatti
30
ancora in presenza di una società sostanzialmente rurale dominata dalla
coltivazione cerearicola e dal sistema mezzadrile, che aveva da sempre
privilegiato rispetto alla modernizzazione tecnologica e produttiva, l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro del colono e della sua famiglia, attraverso un inasprimento dei patti agrari ed un frazionamento della proprietà. Tale struttura provinciale ben emerge dal censimento del
1921 in cui la popolazione residente in case sparse raggiunge il 56% del
totale provinciale e supera del 30% quella agglomerata. Gli addetti all’agricoltura rappresentano circa il 70% della popolazione attiva, il 56%
dei quali è composta di mezzadri, di contro al 26% dei braccianti e impiegati in aziende agricole, al 17% dei piccoli proprietari coltivatori e l’1%
dei fittavoli.
Sulla spinta delle rivendicazioni delle leghe bianche e rosse anche i
proprietari mirano ad organizzarsi per cercare di assumere posizioni che
in prima fase sono difensive e di resistenza rispetto alle richieste e minacce di sciopero dei mezzadri organizzati e per lo più contraddistinte da
associazioni di carattere locale.
Dopo i risultati disastrosi per il blocco nazionale del 1920 in cui vengono radicalmente trasformati i rapporti di forze e rappresentanza all’interno dei poteri locali, le élites agrarie decidono di abbandonare definitivamente le posizioni difensive e conciliative fino a quel momento favorite
anche dal ruolo di mediazione che le forze dell’ordine, ed in particolare la
prefettura, avevano cercato di svolgere nel conflitto tra le parti contrapposte. Nasce così la federazione provinciale delle associazioni agrarie ed
i proprietari tramite le loro associazioni, ora rinforzate dai timori di quanto accade intorno, vanno esplicitando e precisando le proprie posizioni.
Se da un lato confermano, abbastanza paternalisticamente e teoricamente,
l’impegno a favore di istituzioni “che mostrino coi fatti gli intimi rapporti
esistenti fra i vari fattori della produzione agraria”, quindi casse rurali,
cooperative di consumo, mutue bestiame, agevolazioni per l’acquisto di
piccole proprietà e per la costruzione di case coloniche, dall’altro rivendicano perentoriamente alle associazioni padronali la rappresentanza globale degli interessi del settore agricolo con l’assunzione della tutela di
tutte le sue componenti. L’assunzione della cooperazione quale modello
di una possibile collaborazione fra proprietari e coloni, così come viene
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proposta, risulta più teorica che reale nel momento in cui viene ribadito
dai proprietari una difesa strenua del sistema mezzadrile tradizionalmente sfavorevole all’impiantarsi di cooperative agricole.
Ma se questo è un aspetto teorico del conservatorismo agrario, attento a tutelarsi da pericolose trasformazioni o mutamenti degli aspetti produttivi o delle posizioni di forza, la pratica degenererà in uno scontro
senza esclusioni di colpi che finirà per condizionare tutto il tessuto sociale travolgendo anche le giovani e diffuse esperienze cooeperative nate in
quella temperie. Infatti, quando i malumori dei proprietari terrieri per le
migliorie strappate dalle leghe si fonderanno con i timori di un ceto urbano piccolo-borghese spaventato dal montare del contrasto e minacciato
nelle sue posizioni dalla crisi economica, si giunge ad un aperto e anche
violento scontro politico e sociale con sbocchi in parte imprevisti anche
dai principali attori della scena provinciale. Con la progressiva degenerazione della lotta politica appaiono anche le prime manifestazioni della
violenza squadrista espressione del nascente fascismo.
Già da questo estratto di un articolo dal titolo I fascisti, comparso sul
numero del 19 novembre 1920 sul gazzettino di Fano (periodico conservator-liberale e agrario) si comprende il terreno su cui di lì a poco anche
in provincia il fascismo porterà il confronto: “Credevano i teppisti, i disertori e gli avanzi di galera, di poter saccheggiare e ammazzare impunemente, perché avevano comperato per pochi baiocchi la tessera del PUS.
Si credevano addirittura sacri e inviolabili! Ma per loro sono arrivati i castigamatti, i fascisti. Una volta che non si può più discutere a parole, come
si usava tra la gente civile, hanno accettato il motto dei barbari: occhio
per occhio, dente per dente!”.
Quando a novembre del 1920 il barone Felice Oreglia di Santo Stefano sostituisce il precedente prefetto che aveva cercato di svolgere una
certa azione di mediazione tra le parti in lotta, si assiste ad un duplice
attacco nella delegittimazione delle locali amministrazioni socialiste democraticamente elette, uno quello squadristico costituito da un crescendo di episodi di violenza e minacce, l’altro quello legale con una raffica di
ricorsi, ispezioni, ostruzionismi burocratici finalizzati a rendere l’azione
delle amministrazioni locali sempre più isolata e screditata agli occhi della popolazione.
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Anche se nella nostra provincia l’organizzazione fascista risulta fragile
e stenta ad organizzarsi purtroppo non per questo il movimento cooperativo e i sui dirigenti rimarranno immuni da provocazioni minacce, devastazioni, aggressioni verbali e fisiche. Queste si fanno sempre più frequenti e spregiudicate in tutta Italia e iniziano a toccare con il 1921 anche
il movimento cooperativo, indirizzandosi almeno inizialmente verso quello più apertamente riconducibile alle matrici socialiste. Ad esempio nel
giugno 1921 a Pesaro il presidente della cooperativa di consumo di borgo Pantano Antonio Filippetti, un manovale Antonio Ricci e suo figlio
sono minacciati da tre fascisti, i quali li inseguono fin sotto casa esplodendo alcuni colpi di rivoltella contro l’abitazione. Le aggressioni ancora
sono spesso gesti isolati, legati a situazioni contingenti, ad iniziative estemporanee, estranee ad un disegno politico definito, ma che mirano a rincrudire gli odi ad elevare la tensione.
Il 15 maggio del 1921 in un clima cupo e denso di incognite si svolgono le elezioni politiche che seppur evidenziano un’indubbia ripresa delle
forze conservatrici, non sono pari alle aspettative nutrite alla vigilia da
liberali e agrari che avevano aperto le loro liste del Bloco nazionale ai
candidati fascisti. Certamente il partito socialista subisce una calo verticale, passando rispetto al 1919 in provincia dal 53,6% al 24,9%, con il
12% perso a sinistra per la nascita del Partito Comunista d’Italia. Di questo calo, però, solo in parte si avvantaggiano i liberali. Infatti la vera forza
uscita vincitrice è quella del Partito Popolare italiano che diviene la maggiore compagine della provincia con il 28,5% dei consensi.
L’esito elettorale invece di stemperare in qualche modo le violenze
apre un nuovo periodo in cui le forze fasciste istituzionalmente “sdoganate”, spesso assecondate dalle forze dell’ordine, rincrudiscono i loro
assalti con l’obiettivo ormai sempre più delineato di sbaragliare le altre
forze politiche e sociali in un processo di involuzione antidemocratico
specificatamente alimentato da uno spregiudicato uso della violenza. Il
clima, inoltre, politicamente così teso si lega inestricabilmente al dramma sociale della disoccupazione che si fa ogni giorno più grave: “Al presente – scrive in tono allarmato il prefetto sul finire del luglio 1922 – i
disoccupati superano i tremila, ma è da considerare che circa duemila
edili sono in questa stagione, come di consueto, adibiti ai lavori dei cam33
pi per la mietitura, la trebbiatura ecc. Ma col cessare di questi lavori agricoli la massa dei disoccupati delle varie categorie di specialisti e degli
sterratori raggiungerà cifra non più conosciuta in queste regioni, e potrà
aggirarsi fra i dodici e i quindicimila, atteso il chiudersi di stabilimenti ed
il ridursi di altri di minori proporzioni”.
Numerosi lavori promossi dai comuni socialisti e dall’amministrazione
provinciale devono essere sospesi, in quanto i mutui da tempo richiesti
alla Cassa depositi e prestiti, anche se autorizzati con decreto regio, di
fatto non erano stati accordati. Molte delle cooperative di lavoro sono
ferme. Ad un anno dagli esaltanti risultati delle elezioni amministrative i
comuni socialisti versano in una crisi operativa difficilmente districabile,
con ripercussioni di ampia portata. Appare in tutta la sua evidenza il contrasto fra i fini rivoluzionari e la natura tradizionalmente riformista del
socialismo municipale, fra gli altisonanti proclami del messianesimo massimalista ed una prassi ingabbiata in rigidi vincoli istituzionali, incapace di
produrre non solo quel cambiamento radicale a cui aspiravano i ceti popolari, ma anche parziali riforme, laddove sembra venir meno la stessa
pratica dei lavori pubblici come rimedio tampone alla disoccupazione.
Assieme al Partito socialista, isolato nella sua ostinata difesa delle posizioni raggiunte, che registra un crollo verticale degli iscritti (già nel marzo tornati su valori prebellici ed alla fine di dicembre ridotti a 587 con 18
sezioni), un po’ tutto il fronte progressista appare in palese difficoltà. Più
in generale con la crisi dell’associazionismo politico ed economico socialista, si vengono progressivamente allentando le reti solidaristiche e di
relazione, il tessuto connettivo nel quale tali fome organizzative (tra queste anche le cooperative) erano sorte ed avevano proliferato.
In questa situazione, come ben evidenzia Paolo Giovannini nel saggio
prcedentemente citato, “sono i popolari a trarre i maggiori vantaggi dal
punto di vista politico dalle mutate condizioni della provincia, rafforzando – attraverso l’intensificazione dell’azione delle organizzazioni sindacali bianche, l’allargamento della rete cooperativa e la solerte attività delle
casse rurali, con il supporto determinante delle autorità e delle strutture
ecclesiastiche (principalmente delle parrocchie) – le loro basi di massa
nell’universo rurale, dove l’impegno in difesa della piccola proprietà e in
favore del suo incremento raccoglie significative adesioni nella piccola e
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media borghesia semirurale, fra i mezzadri (dei quali si tende a mettere in
evidenza il carattere di piccoli produttori) e persino fra i braccianti. D’altra parte se l’ideologia del movimento cattolico, fondata sul solidarismo
interclassista ed il rispetto delle gerarchie sociali, ha particolare presa
sulla piccola e media borghesia agraria e urbana, contribuiscono a far
convergere verso il Partito popolare settori cospicui di tali ceti il suo costituirsi come “moderno partito di massa che si impone come protagonista della dialettica politica nel parlamento e nel paese e come interlocutore diretto dei governi, minando le basi clientelari e la struttura personale del potere delle classi dirigenti tradzionali”; come pure la compresenza al suo interno della duplice istanza della riforma costituzionale e del
“partito d’ordine”, le innervature produttivistiche del suo programma
economico-sociale e, non da ultimo, l’antisocialismo, che rappresenta una
delle più robuste costanti della linea politica “sia del partito in sede parlamentare e nell’ambito locale [... ] sia delle organizzazioni bianche sul
piano sindacale, cooperativo.
Nel ’22 è ormai maturo un aggressivo attacco congiunto della stampa
liberal-agraria, dei periodici cattolici a cui si unisce il settimanale fascista
contro la gestione comunale socialista che coinvolge in prima persona gli
amministratori e si espande ad ogni ramo dell’attività amministrativa. Di
lì a poco verranno commissariate e cadranno larga parte delle amministrazioni “rosse”.
E’ interessante come nell’inchiesta dell’ispettore ministeriale inviata dal
prefetto nei confronti del della Giunta Morini che reggeva il Comune di
Pesaro venga rimproverata “la parzialità, o partiganeria che dir si voglia,
gravissima,” nell’applicazione dei tributi locali “a tutto carico dei maggiori abbienti”, la tendenza a spendere grandissima e insanabile” in favore delle categorie più disagiate, ed anche la precedenza che si era data
alle cooperative nell’assegnazione di lavori pubblici.
Violenza e legalità. Frattanto il 4 giugno 1922 il tribunale di Pesaro
aveva dichiarata fallita la Federazione provinciale delle cooperative di
consumo socialiste, oberata di protesti cambiari e dai pignoramenti. Il
fallimento giungeva a conclusione di una “sciagurata campagna” del prefetto denunciata ripetute volte sulla locale stampa progressista.
Nell’estate, l’aggressione fascista in concomitanza con lo scioglimento
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di gran parte delle amministrazioni socialiste da parte dell’autorità prefettizia, ormai degenera anche nelle aggressioni squadristiche con l’incursione di centurie ben organizzate e armate provenienti da altre province. Il tentativo di contrapporre al dilagare delle aggressioni e della
violenza un’azione legalitaria di mobilitazione dal basso, con in particolare uno sciopero generale di protesta, fallirà per la mancata intesa tra le
componenti della sinistra sempre più lacerata e in difficoltà. Con il numero del 22 luglio chiude la storica testata socialista provinciale “Il Progresso” ed il 27 lo seguirà l’organo comunista “Bandiera rossa”. Da questo
momento in poi notizie di aggressioni, soprusi e violenze anche ai danni
delle cooperative, intese come parte del blocco politico e sociale da ridurre a silenzio, le si può evincere solo da qualche rapporto di polizia.
Agli inizi del mese aveva chiuso i battenti il giornale massimalista fanese “Il divenire”, diretto dall’esponente socialista Sandro Diambrini Palazzi, il quale prefigurando tempi sempre più difficili e oscuri, si era congedato dai suoi lettori con una raccomandazione ed un’esortazione nello
spirito del socialismo evangelico, dai quali traspare una grande dignità
ed un intenso travaglio interiore: “Episodi di violenza che hanno sconvolto altri paesi non hanno, fortunatamente, toccata la nostra città. E’ dovere di tutti, ma specialmente del proletariato, di far sì che questo esempio
di civiltà, non venga menomato da alcun incidente. Bisogna ad ogni costo evitare fatti anche insiginificanti che servirebbero di buon pretesto
all’autorità e agli avversari, bisogna non raccogliere la provocazione. [...]
Soprattutto non imitate gli avversari, neppure per legittimo spirito di reazione. Ogni atto di violenza individuale deve essere evitato. [...] Fuori
dall’organizzazione non c’è forza. Senza forza non c’è vittoria. Organizzatevi, lavoratori; siate fedeli alle vostre leghe, alle vostre cooperative. Lavorate in silenzio; propagandate il socialismo che è redenzione dei poveri, degli sfruttati. Amate, amatevi, operate”.
Il 4 agosto centinaia di fascisti ben armati provenienti dall’Emilia-romagna diretti ad Ancona giungono a Pesaro. Alcuni di questi prima impongono ai negozi del centro l’esposizione del tricolore e poi si dirigono
verso la Camera del Lavoro che viene invasa e devastata: vengono rotti
tutti i vetri, i tavoli vengono rovesciati. Con un rito ormai usuale tutte le
carte e i giornali vengono ammonticchiati nella piazza principale e gli
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viene dato fuoco. Il giorno succesivo aggressioni e prepotenze si succedono nelle vie e negli esercizi pubblici, senza che i fatti assumano “mai
carattere di gravità”. “L’unico episodio di reazione si registra nella frazione di S. Maria delle Fabbrecce, dove nella mattinata del 5 era stato distrutto il circolo sportivo socialista; nel pomeriggio alcuni fascisti di passaggio vengono fatti oggetto di colpi d’arma da fuoco e tre rimangono
feriti. Per rappresaglia un folto nucleo di camice nere incendia la locale
cooperativa di consumo”.
Al ritorno da Ancona, l’8 agosto, alcuni fascisti, seguiti da un camion
delle RRGG fino al confine della provincia, si distaccano dalla colonna e si
dirigono verso Montecchio dove attaccano la locale sede della Cooperativa socialista.
Intanto, sull’onda delle imprese squadriste degli inizi di agosto, che in
pratica consegnano la provincia e la regione al controllo delle camicie
nere, crescono le adesioni al fascismo e nascono nuovi organismi di categoria, raggruppanti nella quasi totalità lavoratori urbani. In altri casi si
tratta di organismi già funzionanti che passano in blocco agli ancora deboli sindacati economici fascisti, come la cooperativa muratori di Pozzo
Basso, quella facchini ex comabttenti di Pesaro e l’Unione marinai di Fano.
Di contro il mondo rurale rimane pressoché impermeabile alla penetrazione fascista, dove anzi si segnala un rafforzamento delle organizzazioni cattoliche, verso le quali converge una quota rilevante di lavoratori
in precedenza organizzati in quelle di classe. Non a caso nella relazione
del ras locale Riccardi al secondo congresso provinciale fascista del 1
ottobre 1922, tenutosi a Pesaro presso i locali dell’associazione agraria,
riferendosi in tono ottimistico alla recente crescita del movimento fascista non manca di rivolgere i suoi strali polemici “all’unico nemico che
cerca di sfruttare i nostri sacrifici, la nostra opera a proprio vantaggio: il
Partito popolare, ed alla necessità di fronteggiare energicamente l’opera
nefasta dei popolari, i quali con la demagogia più schifosa si affannano di
attirare nelle loro leghe gli ex organizzati rossi sbandati in tutta la provincia”.
Il 28 ottobre 1922, mentre le squadre fasciste convergono su Roma,
numerosi gruppi fascisti percorrono inquadrati le vie della città, inneggiando all’esercito e “emettendo grida patriottiche”. Il 29, alla notizia
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della decisione del re di affidare a Mussolini l’incarico di formare il nuovo
governo, nei maggiori centri si succedono dimostrazioni fasciste di giubilo e di “simpatia all’esercito”.
Non sono mancati poi anche nel mondo estremamente variegato della
cooperazione decise prese di posizione a favore del montante movimento fascista quale ad esempio l’iscrizione al Partito Fascista di straordinario tempismo il 30 ottobre 1922 del Presidente della Banca Popolare
Cooperativa di Fossombrone, possidente terriero tra i più facoltosi e ricco commerciante, futuro podestà della città.
Con l’avvento del fascismo ha termine quella ricca fase dello spontaneismo e del consolidamento cooperativo che aveva tessuto una trama
fertile di iniziative sul territorio.
La Cooperativa può assumere in un periodo così difficile anche un valore simbolico di difesa e di riferimento per i lavoratori sbandati e disorientati dalle vicende politiche. E’ quanto accade ad esempio a San Pietro in Calibano il 1 dicembre 1922, a poco più di un mese dalla marcia su
Roma, dove un migliaio circa di persone si riunirono nei pressi della Cooperativa, per protestare contro il governo Mussolini.
Le violenze si prolungheranno per tutta la prima metà degli anni ’20.
Sempre a San Pietro in Calibano, in una sera probabilmente del 1925, i
fascisti perpetrarono un’incursione ai danni della locale cooperativa, venne sfondata la porta del magazzeno e gettate per strada le ceste e il loro
contenuto vennero date alle fiamme. L’azione ebbe anche un obiettivo
più simbolico rivolto verso gli emblemi e la tradizione, la storia di quell’attività. Infatti vennero staccati dalla facciata della sede i medaglioni di
Alfredo Faggi e di Andrea Costa che l’adornavano e gettati a terra vennero distrutti a colpi di mazza.
Il fascismo tiene una tattica maggiormente cauta nei confronti della
cooperazione cattolica che corrisponde alla strategia fascista nei confronti del movimento cattolico caratterizzata da un alternarsi di minacce
e violenze a lusinghe e offerte di collaborazione.
Mentre i popolari avevano pensato al fascismo come ad una fiammata
di violenza che sarebbe poi rientrata nei ranghi legali e quindi di batterlo
con armi democratiche in ambito politico sarà il fascismo che abilmente
disarticolerà il blocco cattolico fino a renderlo politicamente innocuo e
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gragario ai propri obiettivi egemoni e dittatoriali.
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La cooperazione durante il regime fascista
Negli anni che vanno dalla presa del potere al consolidamento definitivo del regime il Partito Fascista aveva lanciato una vera e propria campagna di conquista di quel variegato, capillare e articolato mondo costituito dalle “adsociationes sociales” che la Chiesa aveva costituito e fatto
crescere sul territorio dalla fine dell’800. L’azione rispondeva a vari elementi e obiettivi. Quello più propriamente politico era che il movimento
cattolico si era avvantaggiato dalla crisi e indebolimento del partito socialista e le elezioni del 1922 lo stavano a dimostrare. Il Partito popolare
poteva inoltre contare sul territorio su un’organizzazione complessa in
cui alla Chiesa con le parrocchie si affiancavano, associazioni, leghe, cooperative, banche. Si intendeva quindi scuotere e mettere in crisi lo stretto
legame che si era andato formando, proprio grazie alle varie forme associative tra la popolazione contadina e artigiana da una parte e la chiesa
dall’altra. Obiettivo non ultimo di questa offensiva era di ampliare l’influenza del fascismo anche nel settore economico-finanziario. Se si osserva il caso di Fano studiato da Alberto Federici nel quaderno La provincia
di Pesaro e Urbino nel regime fascista del 1986, si può constatare come
lo stesso Vescovado seguisse con attenzione alcune di queste vicende,
quale ad esempio lo scontro che si venne a generare tra la cooperativa di
consumo di Carignano e il locale Partito Fascista, ricordato tra l’altro anche da Aldo Deli in un suo articolo di Marche contemporanee del 1984.
Lo scontro di Carignano è comunque segno delle tensioni in atto e i problemi si ripercuoteranno anche sulla crisi della cassa rurale di S. Costanzo.
Significativo è il quadro riassuntivo offerto da Alberto Federici per quanto riguarda la Diocesi di Fano: “Già nel ’26, così, il panorama associazionistico e cooperativo gestito dalla Chiesa, si è profondamente ridimensionato, nella Diocesi: mentre nel ’21, infatti, esistevano ben 14 leghe di
contadini, che raccoglievano 2.519 soci, una di filandaie con 330 socie,
una di lavoratrici dell’ago con 12 socie, due cooperative di lavoro con
151 soci, 16 cooperative di consumo con 3.200 soci, 12 casse rurali ed
una banca con 320 soci ed un giro finanziario di circa 20 milioni di lire, nel
1926 sopravvivevano solamente la banca, 10 casse rurali ed una coope40
rativa di consumo”.
Durante il regime non sembra vigere una vera e propria strategia fascista sulla cooperazione. Di contro in una società svuotata di ogni contenuto e prassi democratici ed in cui gli organi del regime svolgevano un
controllo capillare su ogni settore della vita civile sia politica sia economica, il movimento cooperativo viene tollerato come non particolarmente
pericoloso. Si assiste ad un periodo particolarmente grigio in cui lentamente, prograssivamente e inesorabilmente la spinta coooperativa si
spegne e si eclissa.
Se a livello nazionale nel 1926 il governo scioglie le due centrali (la
Lega delle cooperative costituitasi nel 1893 e la Conferderazione Cooperativa italiana costituitasi nel 1919), la seconda metà degli anni venti, anche a livello locale, costituisce il definitivo affermarsi del regime, in linea
con quanto accade in ambito politico, dopo il periodo di crisi e sbandamento susseguito al delitto Matteotti.
Alcune sedi di cooperative di consumo, soprattutto della fascia delle
ville pesaresi, restano ancora per qualche anno punto di ritrovo e di organizzazione di un antifascismo disorientato e perseguitato. Un esempio
indubbiamente in tal senso è costituito dalle due cooperative di consumo di San Pietro in Calibano e di Santa Maria delle Fabbrecce. Ma queste sorte di zone franche o per dirla con le relazioni di polizia di “covi” di
sovversivismo hanno i giorni contati in un’azione politica a morsa tesa a
chiudere ormai ogni spazio di possibile dissenso o libera discussione.
Anche qui significativo quanto avviene ad esempio alla cooperativa di
consumo di San Pietro in Calibano così come ci viene raccontato nel saggio di Carlo Paladini relativo a quella cooperativa pubblicato nel 1980.
Malgrado nella frazione pesarese all’anno 1926 gli iscritti al Partito Nazionale Fascista fossero soltanto tre, il regime a livello locale ha ormai la
forza per svuotare di senso democratico anche la “coriacea” Cooperativa locale e per insediarvi ai suoi vertici uomini del regime. Il consiglio
democratico della cooperativa si riunirà per l’ultima volta il 24 luglio del
1926. Nella successiva assemblea generale dei soci del giorno 22 novembre dello stesso anno sono annotati 108 soci con nomi e cognomi a cui
seguono degli “ecc.”, “ecc.”, dettaglio che vogliamo citare per far comprendere come anche la forma sia ormai relativa e irrilevante, in un aspet41
to essenziale in un’organizzazione cooperativa e cioé l’individualità del
socio che la compone. Nell’assemblea viene eletto il nuovo consiglio che
sancisce l’avvenuta fascistizzazione.
Nel verbale si legge a chiare lettere: “Sono presenti i sigg. Rossi, De
Cristofori, Cav. Donati e dott.Castellani della Federazione fascista”. L’elezione delle cariche a questo punto è scontata: viene eletto presidente
onorario il cav. Donati, direttore il dott. Augusto Castellani.
Nello stesso anno giunge a normalizzazione l’intero sistema di rappresentanza economica e sul settimanale “L’Ora” viene riportata la notizia
che l’intero staff direttivo della Camera di Commercio, Industria e Agricoltura ha aderito al partito fascista.
La fase espansionistica dell’economia fu interrotta dalla politica di drastica rivalutazione del cambio della lira a quota “90” decisa nel 1926. A
questa seguì una riduzione della domanda interna, una restrizione del
credito e un ulteriore abbassamento dei salari. Le conseguenze più immediate della scelta deflattiva furono da una parte l’uscita dal mercato di
molte piccole imprese produttrici di beni di consumo e di imprese del
settore edile, dall’altra vigorosi fenomeni di concentrazione aziendale in
unità di produzione più vaste e di centralizzazione della politica finanziaria. Dal punto di vista dello sviluppo economico territoriale quindi si verificarono condizioni fortemente contrarie all’impiantarsi di iniziative cooperative.
In un’economia controllata e rigidamente autoritaria in cui il regime
occupa tutti i centri nevralgici del mercato sembra emergere una logica
fortemente selettiva. Resistono quelle cooperative che riescono ad aggiudicarsi qualche commessa pubblica, magari legata ai lavori di edilizia
assistenziale su cui il regime basa largamente campagne propagandistiche in cerca di un consenso che in provincia stenterà notevolmente ad
affermarsi. Le altre restano in vita precariamente sempre sotto minaccia
di chiusura, fino ad una loro più o meno naturale estinzione: la Società
cooperativa fra muratori di Mondolfo decide il suo scioglimento nell’assemblea del 29 dicembre 1929; la Società cooperativa fra muratori di
Fano costituitasi il 30 dicembre 1910, decise lo scioglimento nell’ottobre
1935 e la sua messa in liquidazione; il 23 settembre 1928 si scioglie la
Latteria sociale cooperativa fanese e la lista si potrebbe di molto allungare.
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Altre invece sono particolare oggetto di attenzioni in un’ottica di integrazioni più o meno forzate e accorpamenti dando vita a strutture maggiormente accentrate e gerarchizzate. Così avviene nel settore bancario.
Infatti, ad esempio, la società anonima cooperativa “Banca Cattolica fanese” che era nata nel 1899, verrà trasformata nel 1929 in società anonima. Così si legge nel documentato saggio di Paolo Giannotti sulla cooperazione fanese: “venne poi deliberata la fusione della Società anonima
Banca cattolica fanese mediante incorporazione nella “Banca delle Marche e degli Abruzzi”. Le azioni della Banca fanese erano sostituite da
azioni dell’istituto incorporante per un valore nominale equivalente a
quello effettivo delle azioni della società incorporata. Questo provvedimento riguardava la fusione di tutte le Banche cattoliche delle Marche e
degli Abruzzi”.
La fase di questa progressiva riorganizzazione e occupazione del potere locale da parte del fascismo provinciale, manifesta presto aspri contrasti interni allo stesso regime. I cosiddetti fascisti della prima ora, infatti,
guidati dal loro capo indiscusso Raffaello Riccardi, in piena ascesa anche
a livello nazionale, rivendicavano incarichi di primo piano in un po’ tutti
gli ambiti della scena provinciale. Le frizioni e liti divennero presto una
scontro aperto che emergerà anche all’esterno, sulla scena locale, in tutta la sua gravità permettendoci di osservare uno spaccato del fascismo
provinciale, anche in ambito cooperativo.
Nell’estate del 1930 infatti la Federazione provinciale fascista viene
scossa da un vero e proprio terremoto politico dando il via ad una crisi
gravissima, che si propagherà a cascata a tutte le maggiori istituzioni
politiche, sindacali ed economiche della provincia, coinvolgendo fra le
altre – personalità politiche ed istituzionali di primo piano, come il prefetto e soprattutto lo stesso Riccardi. Questa crisi finirà per rappresentare
una vera e propria cesura nella storia del fascismo provinciale, con la
caduta di numerose teste e la conferma di una debolezza dalla quale il
regime in provincia non si riprenderà.
Nelle pagine del saggio di Paolo Giovannini pubblicato nel volume
“Dal tramonto all’alba. La provincia di Pesaro eUrbino tra fascismo, guerra e ricostruzione” del 1995 si possono trovare alcuni elementi essenziali
e interessanti di questa crisi anche in relazione al tema della cooperazio43
ne nel periodo fascista.
“La crisi della Federazione provinciale fascista prende le mosse dall’”accusa morale” gravante sui vertici del fascismo provinciale, di ascendenza e filiazione “riccardiana”, denunciati dal prefetto Francesco Turbacco (a cui si affiancano anche numerose lettere anonime) “come disonesti, come profittatori, come colpevoli di delitti contro la pubblica amministrazione e contro la fede pubblica” al sottosegretario all’Interno
Leandro Arpinati”. Tale crisi anche se è da ricondurre ad un contrasto
interno al partito fascista locale che ormai mal sopportava la dispotica
egemonia del gruppo sostenuto da Riccardi, “sempre più avido di posizione di dominio e di prebende” prese origine da due gravissimi scandali
uno quello relativo al Consorzio provinciale delle cooperative di produzione e lavoro e l’altro relativo alla Società anonima industria bagni e
alberghi.
L’emergere della grave crisi mostra così uno spaccato della situazione
interna agli organismi economici e politici del locale regime fascista che,
così come avviene in ogni regime dittatoriale in cui scompare l’effettiva
autonomia degli organismi di controllo, palesa inevitabilmente forme di
gravi malversazioni ed estesa corruzione.
Così nel saggio di Giovannini: “Il Consorzio provinciale delle cooperative di produzione e lavoro viene fondato nel 1923 su iniziativa di Riccardi
(e dallo stesso presieduto fino al 1928, anno in cui si dimette perchè
chiamato al suo primo incarico governativo quale sottosegretario alle Comunicazioni) e sciolto nel luglio del 1930. Un’ispezione riscontra somme
irregolarmente accreditate sugli utili netti di bilancio notevolmente più
elevate rispetto a quanto prescritto dalle norme statutarie, a favore di
Riccardi, del direttore e del ragioneire del consorzio; peraltro a proposito
degli ultimi due viene altresì alla luce la loro tendenza ad aumentarsi
periodicamente lo stipendio, gratificandosi di retribuzioni “esorbitanti”,
sollevandosi d’altra parte da qualsiasi onere di ritenuta.
Inoltre sono rilevate altre gravi irregolarità amministrative, come la mancata presentazione dei bilanci, scritture a matita e presenza di fogli in
bianco nei libri contabili, verbali di assemblee mai convocate, abusiva
alienazione di titoli del prestito del “Littorio”, fittizio e artificioso aumento del capitale sociale; ed ancora: acquisto di automezzi a spese del con44
sorzio poi gestiti provatamente, prelevamento abusivo di materiale del
consorzio e via dicendo. Di più sono accertati rapporti di affari e “comunanza di interessi” dei vertici del consorzio con alcuni appaltatori privati;
in pratica, in varie circostanze, venivano affidati lavori a costoro, mascherati sotto la veste di cooperative, costituite solo di nome. Veniva quindi
meno qualsiasi reale tutela ed assistenza alle cooperative consorziate,
fine precipuo dell’ente, finalizzando il consorzio pressoché unicamente la
sua azione alla realizzazione dei maggiori utili possibili, affinché i dirigenti
potessero poi spartirsi, secondo una scala gerarchica che privilegiava Riccardi, una torta più grande”.
Questo non è l’unico scandalo in cui incappa la Federazione fascista
pesarese, l’altro quello relativo alla SAIBA, ha contorni ancora più ampi
con il coinvolgimento degli Istituti di credito cittadini e delle maggiori
istituzioni della provincia che in larga parte verranno commissariate.
Nel giugno il segretario federale in carica Aroldo Rossi è destituito,
l’intera Federazione provinciale fascista è sciolta e commissariata. Il provvedimento in un regime di forte accentramento delle cariche ha conseguenze a cascata sull’intero sistema di potere provinciale. Vengono commissariati i sindacati provinciali dell’agricoltura, dell’industria e del commercio; è commissariata la Cassa di Risparmio di Pesaro (il maggiore istituto di credito provinciale) commissariamento che si protrarrà fino al 1935.
Le irregolarità emergono a valanga e finiscono con coinvolgere varie amministrazioni comunali tra cui anche quella del capoluogo, l’amministrazione provinciale e financo il Liceo musicale “G. Rossini”.
Più complessivamente un po’ per la politica del fascismo nei confronti
del sistema cooperativo tendente all’accorpamento e ad una gestione
dirigistica di tali organizzazioni largamente svuotate del loro funzionamento democratico, un po’ per l’andamento più proprio del ciclo economico prima con la politica deflazionistica di quota novanta e poi con le
ripecussioni della crisi internazionale del ’29, complessivamente il movimento cooperativo appare ormai marginale ridotto o a paternalistiche
operazioni dall’alto come la creazione di cooperative di consumo promosse dalle grandi aziende per i propri dipendenti o a pilotate assegnazioni di opere pubbliche.
Tale svuotamento dell’istituto cooperativo inoltre in regime di dittatu45
ra continuava a non fornire alcuna garanzia per quanto riguarda la corretta e onesta conduzione. Riprova la si avrà proprio ormai a ridosso del
secondo conflitto mondiale con le vicende giudiziarie legate alla gestione del Consorzio Metauro di Fano.
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Il secondo dopoguerra
La guerra, la Resistenza e il passaggio del fronte da parte delle truppe
alleate costituscono uno spartiacque tanto profondo quanto improvviso,
una cesura periodizzante fondamentale.
La provincia di Pesaro e Urbino, a causa della sua collocazione strategica, viene attraversata dalla Linea Gotica e quindi investita in forma particolarmente violenta dalle distruzioni del conflitto. La dura battaglia che
caratterizza la liberazione di questa zona ha largamente provato la popolazione lasciando un territorio sconvolto in tutti i comparti. Le vie di comunicazione risultano capillarmente demolite e rese largamente inservibili, con ponti saltati, interi tratti divelti o minati. Lo stesso vale per porti
e linee ferroviarie. La condizione abitativa già assai precaria durante il
regime fascista, per quanto riguarda la maggioranza della popolazione
rurale, risulta ora in stato di assoluta emergenza con i maggiori edifici del
capoluogo, e non solo, bombardati, saccheggiati.
Le pochissime attività industriali concentrate in larga parte sulla costa
hanno subito danneggiamenti irreparabili o si trovano in condizioni di
non poter riprendere alcuna attività produttiva: distruzioni da bombardamenti, asportazione dei macchinari da parte dei tedeschi, mancanza di
energia elettrica e di collegamenti si uniscono alla irreperibilità di materie prime in un’Italia non ancora liberata.
Tra la popolazione, afflitta dai problemi di una pura e sofferta sopravvivenza, superate le difficoltà dei primi giorni, inizia a farsi assillante e primario il problema della mancanza di lavoro. Con il passare del tempo,
dalla Liberazione in poi, la disoccupazione assume toni sempre più drammatici aggravata dal progressivo giungere in provincia dei reduci dai vari
fronti.
L’offerta di lavoro è del tutto occasionale, limitata ai minimi termini,
prima in servizi di facchinaggio ad uso delle truppe alleate e poi, quando
queste partono, nei lavori di sgombero delle macerie. Occupazioni estemporanee di assoluta precarietà.
Le rappresentanze dei lavoratori sono ai loro primi passi e cercano in
qualche modo di organizzare e convogliare le rivendicazioni dei senza
lavoro che si fanno sempre più pressanti e minacciano di creare condizio47
ni di precarietà anche per l’ordine pubblico, in un terriorio che usciva da
un duro anno di guerra civile. Tutto un tessuto associativo di socialità è
da ricostruire dopo venti lunghi anni di fascismo che hanno appiattito e
sradicato ogni forma di socialità e associazionismo spontaneo. L’opera
che si prospetta di fronte ai primi cittadini che si impegnano nelle istituzioni, nei partiti, nelle associazioni, nelle cooperative è immane.
Segnale tipico di questa condizione è l’attivismo, la volontà di tornare
a discutere, ad organizzarsi, a ricostruire non solo un tessuto urbano e
infrastrutturale martoriato e quasi azzerato, ma anche un retroterra civile
e sociale per troppo tempo compresso e imbrigliato dalla burocrazia e
da un sistema poliziesco asfissiante di controllo, delazione e persecuzione.
Significativi in tal senso i dati ad esempio del sindacato unitario, tra i
primi a riorganizzarsi: nel luglio del 1945 già conta quasi 10.000 iscritti, di
cui il 60% nell’agricoltura.
Il movimento cooperativo riattivatosi immediatamente dopo la fine delle
vicende belliche rappresenta anche lo specchio delle idealità e speranze
tipiche di quel periodo. Una fase caratterizzata da spontaneismo e rinnovate idealità e speranze, in cui l’azione è più indirizzata a rispondere alle
esigenze impellenti della disoccupazione e dei gravissimi problemi di
quotidiana sopravvivenza che a progettualità di programmazione. La necessità di rispondere al grave disagio sociale, è testimoniata dal fiorire e
dal riorganizzarsi di tutta una serie di iniziative che mirano ad un faticoso
ritorno alla normalità dopo il lacerante periodo della repubblica sociale,
rispondendo alla fame e al mantenimento di un precario ordine pubblico.
Nelle varie forze politiche e sociali difficile appare l’elaborazione di modelli concreti d’azione applicabili all’immediatezza dei bisogni al di là degli
aprioristici e meccanici slogan ideologici catapultati dalla propaganda
nazionale. Proprio in questa fase si torna alla formula cooperativa intravvedendo in essa non solo una risposta pratica ai problemi contingenti ma
anche un elemento ideale di solidarietà e mutualismo particolarmente
cogente in quel drammatico frangente.
In un contesto quitidiano dominato dalla borsa nera, dal contingentamento dei viveri, dagli accaparramenti, da una estrema e diffusa miseria,
la cooperazione di consumo riparte subito e si sviluppa quale tentativo di
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operare almeno su alcuni prodotti un calmieramento dei prezzi attenuando il carovita. Ad esempio a Pesaro, in una città largamente distrutta, già
il 16 novembre 1944 si ricostituisce la cooperativa di consumo “L’Alleanza Cooperativa” che verrà iscritta nel registro delle imprese nell’aprile
del 1945. Può contare su ben 24 spacci cooperativi più o meno riattivati
dalle distruzioni belliche. Nel novembre 1944 in provincia sono legalmente
cotituite anche le cooperative di consumo di Fano, di Babucce, di Ginestreto.
La conferma della vitalità del settore la si avrà di lì a poco quando le
cooperative di consumo saranno chiamate a concorrere alle assegnazioni
delle gestioni degli spacci UNRRA (Amministrazione delle nazioni unite
per il soccorso e la ricostruzione), in cui venivano distribuiti gli aiuti americani alla popolazione. La neonata Federazione provinciale delle cooperative riesce ad aggiudicarsi i principali a favore delle proprie associate.
Anche l’agricoltura è in ginocchio. La zona più duramente colpita è
quella della vallata del Foglia, dove i tedeschi avevano allestito le fortificazioni difensive della linea gotica.
Un piccolo frammento dello spirito e delle condizioni materiali di quell’epoca dei progetti, dei sogni, delle possibilità che si tornavano ad aprire ci è fornito, ad esempio, dal progetto per la realizzazione di una grande “Cooperativa Agricola della Valle del Foglia” del gennaio 1945. La
dettagliata relazione a cui è allegato tanto di prospetto cartografico e
architettonico è oggi una fonte storica preziosa per comprendere alcuni
aspetti della cooperazione e delle condizioni di vita di quel periodo.
L’idea di costituire una cooperativa pare sia venuta a Cesare Del Vecchio un socialista antifascista, componente del CLN durante la Liberazione e competente in materie agrarie. Il progetto mirava alla sistemazione
della pianura a sinistra del basso corso del Foglia zona particolarmente
provata dagli avvenimenti bellici e che era rimasta ancora incolta perché
disseminata da un’enorme quantità di mine. Già nelle divergenze di progetto tra quello proposto da Del Vecchio e quello avanzato dal Partito
comunista vi è un segnale della diversa mentalità e differenza ideologica
di quel periodo. Più orientato alla creazione di un’associazione di piccoli
produttori agricoli il primo, più marcatamente collettivista il secondo.
Dalla relazione si comprende come l’idea cooperativa non nascesse
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solo da un afflato ideologico delle rinate organizzazioni socialista e comunista ma come questa formula rispondesse all’esigenza di prospettare
ipotesi concrete per rispondere alla drammatica situazione che si era venuta a creare tra i contadini della zona. Questo il quadro che si presenta
a coloro che giungono ad ideare la cooperativa.
“I contadini della Valle del Foglia, hanno dovuto lasciare le loro case
ed i loro campi verso la fine di giugno [1944] per ordine dei tedeschi. Il
grano già mietuto è rimasto nei campi a marcire. Altrettanto è avvenuto
degli altri prodotti, nessuno escluso, poiché gli estesissimi campi minati a
sinistra del Foglia, impediscono ancor oggi l’accesso alla zona. Le case e
le piante sono state tutte distrutte dal nemico che voleva libera visuale
davanti alle postazioni della “Linea Gotica” e il bestiame che in buona
parte i contadini tentarono di mettere in salvo con le poche cose di casa,
venne successivamente rapinato dai nazifascisti in ritirata. Oggi questi
mezzadri, che erano in condizione privilegiata rispetto ai loro compagni,
in quanto coltivavano i terreni più fertili della provincia, si trovano in misere condizioni avendo perso tutto o quasi. Alcuni di essi sono morti ed
altri sono rimasti mutilati per lo scoppio di mine, nel tentativo di andare
nei loro campi a recuperare un po’ di raccolto o di avvicinarsi alle rovine
delle loro case al fine di utilizzare quanto possibile per costruire capanne
ed iniziare la coltivazione”.
Particolarmente grave risultava il problema dello sminamento con circa 10 milioni di mq di terreno da bonificare e 184 km di strade, 87 km di
ferrovia, 72 ponti e 82 case di abitazione da rendere fruibili. Numerosi
sono stati i contadini, che hanno pagato con la propria vita il desiderio di
rimettere subito a cultura i propri terreni.
La necessità di organizzarsi derivava dalle impellenze del momento ma
anche da un nuovo protagonismo politico e sociale dei mezzadri in una
situazione in cui i rapporti di forza erano mutati rispetto al fascismo. “I
proprietari non hanno ancora mosso un dito né per venire incontro a
questi disgraziati che reclamano l’assistenza di cui hanno diritto, né per
sollecitare chi di dovere o partecipare in qualsiasi modo alle operazioni
del rastrellamento mine che ancora deve essere iniziato”. In questo contesto l’organizzazione dei contadini sostenuta dai partiti di sinistra inizia il
lavoro di propaganda per la costituzione della cooperativa “allo scopo di
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realizzare su basi razionali lo sfruttamento dei ricchissimi terreni e di essere solidali nel resistere alle manovre di quei padroni reazionari che vedono nello smembramento dell’entità padronale, la minaccia ai loro interessi”.
L’iniziativa si propone come programma immediato, “di riprendere la
coltivazione dei campi man mano che questi verranno ripuliti dalle mine.
I contadini abiteranno parte in capanne da costruirsi con materiali di recupero delle case distrutte e con altro materiale e parte risiederanno nei
villaggi più vicini alla vallata come Fabbrecce, Villa Fastiggi, Montelabbate ecc., fino a quando non sarà possibile costruire nuovi fabbricati e avviarsi così alla realizzazione dell’azienda modello, secondo il progetto
che verrà adottato”.
Nella progettazione dell’azienda modello molte sono le suggestioni di
tipo “kolchoziano” contro l’economia “individualistica e anarchica” del
“vecchio sistema di sfruttamento mezzadrile”.
Il villaggio da costruire, sarebbe nato al centro dell’azienda cooperativa “in quanto l’accentramento delle industrie e delle abitazioni renderebbe economicamente possibile la costruzione di pubblici edifici come
scuole, asili nido, infermeria, chiesa, cinematografo e negozi attrezzati
adeguatamente”. I fabbricati adibiti ad alloggi per i contadini erano previsti “di 9 appartamenti invece di casette isolate su appezzamenti” distinti. Le motivazione se erano di ordine economico rispondevano anche
alle “aspirazioni dei contadini, che contrariamente a quanto forse si poteva pensare, per la maggior parte hanno dichiarato di non desiderare
terreno per la coltivazione in proprio”.
L’azienda sarebbe stata poi conprensiva di stabili separati per le stalle
in modo da evitare promiscuità tra abitazioni e animali, secondo criteri
igienici.
E’ interessante osservare che la cooperativa poneva alla base un superamento netto del contratto di mezzadria, riservando ai proprietari una
quota al massimo del 25% del raccolto destinando almeno il 20% al fondo per le migliorie in un’ottica di crescita delle tecniche e delle lavorazioni agrarie, per la modernizzazione del processo produttivo. Secondo questa impostazione la proprietà avrebbe avuto comunque un buon risultato
dati gli obiettivi di aumento delle rese produttive.
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L’aspetto idealistico del progetto lo si toccherà con mano di lì a poco
con l’irrigidirsi delle posizioni padronali nell’applicazione del lodo De
Gasperi che porteranno a notevoli tensioni e anche a problemi di ordine
pubblico in provincia.
A confrontarsi con il maggior problema del momento e cioè quello
della disoccupazione sarà la rinascente cooperazione di produzione e
lavoro. Nel cotesto creatosi nell’imminenza della Liberazione è in particolare il sindacato unitario che cerca di concretizzare il proprio sforzo nel
tentativo di organizzare le masse di disoccupati. L’obiettivo è quello di
convogliare le proteste e agitazioni spontanee da una richiesta di generiche nuove occasioni di lavoro, all’individuazione di specifici obiettivi ben
definiti connessi al quadro complessivo di lavori per la ricostruzione.
In quel particolare contesto, con le pressioni esercitate dall’urgenza di
rispondere ad una così consistente massa di disoccupati, le organizzazioni politiche e sindacali spingono per la messa in cantiere di lavori pubblici
che siano in grado di offrire il maggior numero di mano d’opera impiegata per un immediato sostegno dei livelli occupazionali.
Tra spontaneismo e organizzazione si assiste così, ad esempio, agli “scioperi alla rovescia” particolari e originali forme di lotta dei lavoratori organizzati che prevedevano l’inzio dei lavori di una particolare opera pubblica senza l’attesa delle procedure burocratiche di finanziamento. Col rischio di lavorare senza percepire alcuna ricompensa, solitamente veniva
iniziata un’opera con il preliminare accordo del sindacato o delle locali
amministrazioni e ciò finiva col costituire una forte pressione nei confronti delle autorità preposte all’ordine pubblico ed al disbrigo delle partiche
per l’apertura ufficiale dei nuovi cantieri di lavoro. Sono molte le cooperative che si prodigheranno nell’opera di ricostruzione e che si renderanno disponibili a subentrare nel continuo di lavori iniziati con scioperi alla
rovescia. Un esempio è costituito dai lavori per l’arginatura del Foglia e
per la costruzione della strada panoramica.
Tale andamento contraddistingue tutto il primo periodo di emergenza
della ricostruzione. Molte delle imprese cooperative nate così spontaneamente o che avevano improvvisamente allargato le proprie fila in seguito alle commissioni di lavori della ricostruzione, nel corso del 1947 si trovano in grande difficoltà. Le cooperative di lavoro che avevano lavorato
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ai cantieri del Foglia e della Panoramica risultavano quasi sparite o ferme.
Ben fotografa la situazione Corrado Sebastianelli nel suo saggio sugli
scioperi “alla rovescia”, pubblicato sul quaderno Iders n. 3 del 1982:
“Queste cooperative riunivano disoccupati, o provenienti da una stessa
zona geografica, come quella di Cattabrighe o della Valle del Foglia di S.
Pietro, o con una caratterizzazione ideale e politica, come quella dei Reduci e Partigiani. Queste cooperative riescono a sopravvivere fino a quando il Genio Civile paga subito, con soldi della “pro disoccupazione”, alla
consegna dei lavori, ma quando comincia ad appaltare i lavori, a liquidare le imprese dopo le perizie sui lavori eseguiti e l’esame della contabilità
spesa, e soprattuto, non utilizza più l’istituto dell’anticipo sulle opere ancora da eseguire, allora le cooperative scompaiono perché nessuna ha,
né può avere un fondo finanziario tanto consistente col quale pagare gli
operai fin dopo la conclusione lavori”.
Nel 1945 il movimento cooperativo con tutti i suoi limiti ravvisabili soprattutto nelle deficienze creditizie e di personale dirigente ed anche in
certo “empirismo e faciloneria nell’amministrazione”, risulta in crescita. Il
15 agosto al Congresso provinciale delle cooperative si contano sul territorio provinciale 100 cooperative di consumo, 15 cooperative edili. Nello
stesso mese si costituisce la Lega provinciale delle cooperative che aderisce alla ricostituita Lega nazionale.
Ma di lì a poco si evidenziano i limiti di certa improvvisazione e di
organizzazioni troppo giovani e fragili per resistere ai problemi di un dopoguerra economicamente durissimo.
Il movimento a fine 1947 risulta piuttosto gracile e limitato. Forte si
sente il lascito negativo del vuoto rappresentato dal fascismo locale in
ambito cooperativistico. Così ad esempio ci si esprime in una relazione al
Consiglio direttivo della Federazione provinciale delle cooperative: “Subito dopo la liberazione della ns/ Provincia, abbiamo assistito ad un rigoglioso rifiorire di Cooperative in tutte le branche della Cooperazione, ma
in modo particolare nel campo del consumo e della produzione e lavoro.
Un terzo sono rimaste all’atto della costituzione, altre vivono discretamente, ma la maggior parte vivono tra la vita e la morte. La mancanza di
una tradizione cooperativistica e quindi di cooperatori esperti ha creato
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un movimento debole e sfasato”.
La spinta generale da parte di un variegato schieramento di forze politiche sinistre, cattolici, repubblicani a favore della cooperazione trova il
suo momento di forte riconoscimento a livello nazionale nella promulgazione della Costituizione dove all’articolo 45 si ribadiva il riconoscimento
della fondamentale funzione sociale della cooperazione e la necessità
del suo sviluppo ed incremento.
Il 1948 costituisce però anche il momento di rottura definitiva del patto ciellenistico tra le forze antifasciste che aveva contraddistinto i primissimi anni della ricostruzione. Il clima è catalizzato intorno allo scontro
politico in vista della epocale tornata elettorale di aprile. Siamo agli inizi
di quella generale polarizzazione politica che contraddistinguerà tutti gli
anni della guerra fredda. I partiti inoltre sono chiamati in primis, in una
sociatà civile ancora debole in cui le rappresentanze dei vari interessi
sociali ed economici, dopo il lungo ventennio di dittatura, stentano ad
assumere una propria precisa connotazione e ruolo, a svolgere un basilare compito di educazione alla dialettica politica e alla democrazia rappresentativa. Non deve quindi meravigliare se i partiti politici ed in particolare quelli di massa, finiranno con il catalizzare ed egemonizzare quasi tutti
gli ambiti della società civile alla ricerca di un più forte ruolo di orientamente ideologico in una fase politica caratterizzata da una contrapposizione così netta.
Nel 1948 dalla rara documentazione reperita il movimento cooperativo è largamente a prevalenza composto da cooperative di consumo che
continuano la loro azione in un contesto tutt’altro che favorevole, così
come si evince dalle relazioni del periodo. “Dopo oltre 4 anni di vita la
cooperazione della ns/ provincia ha rilevato notevoli lacune e deficienze,
aggravate dalla pressione antipopolare del Governo, dalle difficoltà frapposte dal fisco e dalla burocrazia, dalla aspra e spietata concorrenza dei
grossisti e dei commercianti. Allo stato attuale la cooperazione è giunta
ad una fase statica che permette alle cooperative di tirare avanti allameno peggio senza possibilità di sviluppo.Alla base di questa disfunzione
sta l’impreparazione, l’inesperienza dei quadri cooperatori che, in molti
casi, non riescono ad amministrare le cooperative con spirito cooperativistico lasciandole al rango di comuni rivendite senza sviluppare iniziative
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che contribuiscano ad allargare l’adesione popolare ed a creare nei soci
lo spirito cooperativistico e mutualistico. [...] Ad onta di queste lacune,
per alcuni aspetti gravi, la cooperazione pesarese conta ancora una solida base che costituisce un’ottima garanzia per un lavoro di riorganizzazione e di sviluppo”.
Anche le articolazioni provinciali delle due centrali cooperative vanno
organizzandosi in questo periodo. Nell’aprile del 1947 si costituisce la
Federazione provinciale delle Cooperative quale organo di coordinamento, di rappresentanza, di tutela e di indirizzo. Assumerà subito un ruolo di
“assistenza tecnico tributaria, intervendo a sanare pericolose situazioni
amministrative e svolgendo un’efficace azione di consulenza e rappresentanza”. La utilità di tale istituzione è stata riconosciuta dalla maggioranza delle Cooperative della provincia e ciò è dimostrato dai seguenti
dati: Su 100 cooperative, n. 65 con 16.500 soci sono aderenti alla Federazione, mentre solo 28 con 1.550 soci aderiscono alla Confederazione
“bianca”. Infatti dopo la ricostituzione della confederazione delle Cooperative italiane nel maggio del 1945 verso la fine degli anni ’40 si riorganizzano anche le quattro Unioni provinciali marchigiane “nel 1948, quelle
di Macerata, Ancona e Ascoli Piceno e il 28 novembre 1949 quella di
Pesaro. Sul nascere tali organizzazioni risentono inevitabilmente delle
difficoltà del periodo e della loro recente costituzione così come viene
segnalato nella pubblicazione “La cooperazione marchigiana alle soglie
del Terzo Millennio” edita dalla Confcooperative Marche in cui si precisa
come: “Anche se tutte e quattro fanno riferimento alla Confederazione
Cooperative italiane rimangono esperienze isolate nate dalla spontaneità di gruppi impegnati di cattolici che vivevano nell’individualità più assoluta”.
Malgrado le difficoltà dopo la loro istituzione ambedue le centrali provinciali iniziano lentamente ad organizzarsi e a svolgere un ruolo sempre
maggiore di coordinamento, consulenza, indirizzo.
Dalle relazioni comunque appare come complessivamente il movimento
cooperativo risulti ancora in realtà marginale e scarsamente popolare tra
i cittadini della provincia. Se si osservano le cooperative di consumo tra
le più numerose in provicia e con il maggior numero di soci ciò appare
evidente: “La mancata azione di popolarizzazione delle Cooperative, della
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loro funzione, degli effetti benefici del loro influenza calmieratrice e della
loro concorrenza nei riguardi dei commercianti, la mancata opera di chiarificazione fra la massa dei consumatori ha portato ad una sottovalutazione dell’azione effettiva svolta dalla cooperazione e non ha permesso di
creare alle cooperative stesse quella popolarità e quall’appoggio di massa”.
Una spia di questa situazione oltre al basso numero dei soci registrato
in toto dal movimento in tutti i suoi settori viene da singoli fatti, però
piuttosto significativi. Quando ad esempio dopo l’approvazione legislativa viene adeguato l’importo della cifra di associazione alle cooperative in
quella di consumo pesarese “L’Alleanza Cooperativa”, una delle maggiori della città radicata in aree che oltre ad aver avuto buona tradizione
cooperativistica già dal periodo giolittiano si colloca ora in uno dei più
ricchi bacini di consenso del blocco popolare progressista, ebbene in
questo contesto “circa 2.000 soci non hanno rinnovato l’azione portandola a L. 500 come prescritto dalla Legge”. Specchio probabilmente anche delle reali disastrose condizioni economiche in cui versavano i bilanci
familiari di larga parte degli strati popolari.
Il Partito comunista vive con preoccupazione questa situazione e decide di attivare un’azione specifica in direzione e a sostegno della cooperazione. Ma in un clima dove non si lesinava di proclamare i successi e i
risultati sempre positivi delle proprie azioni e iniziative si deve ammettere che “ancora nei compagni” vi è “una scarsa sensibilità del problema”.
E’ comunque la stessa condizione economica generale del dopoguerra, oltre che la difficoltà di reperire quadri preparati a sostenere un’attività di direzione cooperativa in un nuovo scenario di libero mercato e intrapresa, che crea notevolissimi difficoltà all’intero movimento.
In questo periodo di fronte ad un diverso articolarsi della società verso
la rappresentanza di interessi specifici in un tessuto sociale che si va democraticamente articolando e riorganizzando dopo il rigido e centralistico, autoritario e corporativo sistema fascista si sente l’esigenza di trovare
terreni di confronto anche con le altre organizzaizoi di rappresentanza
Sindacati, organizzazioni artigiani ecc.
In un contesto sempre più egemonizzato dai partiti è interessante osservare come il movimento cooperativo abbia sempre comunque mante56
nuto una sua più propria autonomia. Nella cooperazione “rossa ad esempio il partito comunista, ad esempio, faticherà non poco a svolgere la
propria azione di indirizzo anche in quelle cooperative comunque gestite
da “compagni”. Quando ad esempio il 10 novembre 1948 si tiene a Pesaro il convegno dei Cooperatori Comunisti della Provincia di Pesaro è
emblematico che la riunione sia “caratterizzata da una scarsità di convenuti”, aspetto che sembra più sorprendere che rattristare gli organizzatori.
Nel nuovo quadro di democrazia e libertà di informazione si comprende, così come ben l’avevano da subito compreso i partiti politici, che la
sfida di una maggiore rilevanza e peso sociale ed economico si gioca su
una crescita culturale del movimento. E’ così che si propaganda ad esempio la maggiore diffusione del giornale “La cooperazione Italiana” con
molteplici scopi da una parte contribuire a finanziare le centrali cooperative, in questo caso la Lega, dall’altra di cercare di innestare delle occasioni di orientamento e crescita e informazione dei cooperatori stessi.
Alla fine degli anni ’40, una delle rare relazioni reperite della Federazione provinciale delle cooperative aderente alla Lega, ci permette di
tratteggiare alcuni aspetti della cooperazione provinciale. Anche se fornisce un quadro esclusivamente delle sue associate il documento rimanda alle difficoltà e al clima tipico di quel periodo. Nel settore di consumo
si assiste ad un progressivo indirizzo di concentrazione col il rafforzamento della “Alleanza Cooperative”. Questa impresa dà segni di solidità: ad
esempio nel solo 1948 rileva la gestione della cooperativa di Pantano
che si trova in difficoltà finanziarie e apre un nuovo punto vendita nel
centro della città “nel punto più centrale e affollato della città” cioè di
fronte all’ingresso del mercato delle erbe. Con la fine del 1948 l’Alleanza
Cooperativa struttura un suo magazzino e inizia la sua propaganda perché tutte le cooperative si approvvigionino per tutto il loro fabbisogno
presso di lei e non da privati grossisti.
Dalla relazione si evince che si è anche all’inizio del lento strutturarsi di
una rete solidaristico-commerciale tra cooperative nel tentativo di superare alcuni ostacoli lungo i vari passaggi di mercato con l’approvvigionamento di materiali da cooperative di produzione di altre parti d’Italia e la
scelta di cooperative quali allocatrici di prodotti.
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Al primo congresso della Federazione provinciale delle Cooperative
“è risultato evidente che il movimento coopersativistico nella ns/ Provincia è ancora ai primi passi.
I dati organizzativi presentati al Congresso sono stati i seguenti:
a) Cooperative di consumo aderenti
n. 35 con 14.150 soci
b) Cooperative produzione e lavoror
n. 13 con 650 soci
c) Cooperative settore pesca
n. 3
con 1.450 soci
d) Cooperative ortofrutticole
n. 3
con 450 soci
e) Cooperative varie
n. 4
con 90 soci
L’attività della Federazione rivela anche la situazione effettiva del movimento in cui emerge forte spontaneismo e mancanza diffusa della necessaria organizzazione finanziaria da parte di cooperative nella maggior
parte piuttosto piccole. “Quello che la Federazione ha maggiormente
curato è stata l’assistenza a favore delle proprie associate e cioè e cioé la
sua vera funzione. Sono state visitate quasi tutte le Cooperative, sono
stati regolarizzati tutti i loro libri obbligatori che la gran parte non avevano in regola, di cui non poche erano state sempre prive e che le altre
avevano perduto o adoperato come carta da pacchi”.
Per la cooperazione agricola questo è il quadro presentato: “Di tale
branca della Cooperazione esistono nella nostra provincia cinque cooperative che sino allo scorso anno esportavano tutta la produzione dei propri soci (2/3 della produzione della provincia) attraverso esportatori privati”. Veniva anniunciata la volontà di costituire un Consorzio Ortofrutticolo tra le cinque cooperative sia per effettuare l’esportazione in proprio
sia per realizzare acquisti di semi collettive.
Per la cooperazione di produzione e lavoro innanzitutto è interessante
rilevare che ormai in questo settore si intende quasi esclusivamente quella edile. Gli sforzi della federazione per giungere ad un coordinamento
tra le imprese di questo settore risulta difficile. Il 5 gennaio del 1949
viene indetto da parte del Partito comunista un convegno provinciale a
queste dedicato allo scopo di gettare le basi per la costituzione di un
Consorzio provinciale fra le cooperative edili: “Il convegno è fallito per la
mancata partecipazione dei rappresentanti delle Cooperative. In una relazione si lamentava chiaramente che “Nonostante che la Federazione
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sia ormai in grado di dare tutta quella assistenza che le Cooperative ricevono dall’Associazione Industriali, son restie a staccarsi dalla citata Associazione perché, ne abbiamo avuto l’impressione nei nostri contatti, temono ripercussioni sfavorevoli che le potrebbero danneggiare nell’appalto dei lavori pubblici, presso gli uffici prov.li, ecc. o meglio temono un
ricatto dell’Associazione Industriali”.
Per il settore della pesca risultano operanti 4 Cooperative marinai di
cui due della Piccola Pesca. Le difficoltà che questo settore ha dovuto
superare sono tipiche del periodo. Molta della marineria distrutta o requisita, carenza di carburante, scali e fondali ancora ingombri di relitti e
esplosivi. Gli indebitamenti e le cambiali per riuscire a rimettere in moto
l’attività e spesso dal 1948 in poi un’ostilità a volte implicita, altre più che
manifesta, delle autorità centrali ed in particolare Prefettura e Guardia di
Finanza. Legato al settore della pesca ed alle attività delle cooperative,
in questo periodo, si apre nei due consigli comunali di Pesaro e Fano un
serrato e aspro dibattito sulla gestione dei mercati ittici. Può essere interessante rilevare che la presenza della cooperazione in tale settore porta
ad una sorta di ribaltamento delle posizioni solitamente tenute dai due
schieramenti, Dc da una parte e Pci-Psi dall’altra. Infatti in tale occasione
i democristiani si trovavano sulle posizioni di mantenimento della municipalizzazione dei mercati con le sinistre che invece spingevano per un affidamemento esterno alla gestione cooperativa.
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Gli anni ’50 e ’60: ritardi e trasformazioni alla ricerca della via per
lo sviluppo
Gli anni ’50 vedono esaurirsi la prima fase spontanea e di febbrile attivismo legata al periodo immediatamente successivo alla fine della guerra. Il movimento cooperativo sembra orientarsi verso la riorganizzazione
di quelli che si consolidano quali settori forti in definiti ambiti di attività.
Per quanto riguarda la cooperazione di consumo si registrano progressi e consolidamento attraverso opportune politiche di unificazione e coordinamento. Spicca in particolare l’attività dell’Alleanza Cooperativa di
Pesaro che compie una serie di fusioni inglobando piccole cooperative
sul territorio e proponendosi quale organismo di rifornimento delle altre
cooperative di consumo, fino a divenire già a metà degli anni ’50 un “complesso importante con i suoi 20 spacci ubicati in tutto il Comune di Pesaro”. Questa cooperativa “serve circa 5.000 famiglie procurando loro i
benefici di un grande ed utile servizio sociale”. I 20 negozi, “ottimamente riforniti e bene attrezzati”, sono intergrati da stabilimenti per la lavorazione delle carni suine, per l’imbottigliamento del vino, per la confezione
della carne fresca all’uovo e da un largo magazzino generale. La solidità
della Cooperativa permette di indirizzare la propria azione anche a sostegno di una significativa attività sociale: “Con il “ristorno” hanno beneficiato ben 4.100 soci e clienti per una somma che nel 1955 ha superato i 2
milioni. Essi sono forniti di un libretto ove viene registrata, attraverso
l’applicazione di un apposito bollino, l’importo della loro spesa giornaliera. Il “ritorno a scuola” ha interessato 116 alunni figli di soci a ciascuno
dei quali è stato donato un buono per l’acquisto di materiale didattico
fino alla concorrenza di lire 400, mentre soci e clienti hanno beneficiato,
durante la “settimana della cooerazione” di uno sconto speciale e della
possibilità di acquistare, a prezzo modestissimo e con pagamento giornaliero di L. 30, delle lenzuola fra le mille poste in vendita in questo modo
dall’Alleanza Cooperativa. Fra le altre iniziative vanno pure segnalate: la
vendita di pacchi natalizi a prezzi di assoluta convenienza; le elargizioni di
contributi ad asili ed altri Istituti di assistenza e beneficenza per un totale
di 180.000 lire ed il patrocinio di gare sportive, calcistiche e ciclistiche,
contribuendo pure per un totale di L. 200.000”.
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Chiaro è l’intento politico tipico di questo periodo contraddistinto dalla guerra fredda e dalla contrapposizione dei due blocchi che influenza
anche l’attività cooperativa. “La Federcoop ha pure organizzato alcune
Assemblee di consumatori illustrando ad essi la funzione della Cooperazione, orientando ed esortando i cittadini non solo a protestare per il
rialzo dei prezzi facendo delegazioni per andare in Prefettura, dai Sindaci
e votando O.d.G., ma contemporaneamente, a farsi soci e clienti delle
cooperative, rafforzando quindi questo valido strumento di difesa dei
consumatori”.
Anche le offerte e gli sconti sui prodotti con tanto di battage pubblicitario, possono, in questo specifico clima, legarsi ed orientarsi verso azioni di dura lotta politica. In giornate dedicate a rivendicazioni politiche
pubbliche, quali le manifestazioni di protesta per il carovita o per la pace,
si accompagnava alle manifestazioni un’azione commerciale di tipo promozionale: “L’Alleanza Cooperativa” di Pesaro, in questa giornata, ha
concesso uno sconto speciale del 5% ai soci clienti; ciò, fra l’altro, ha
portato un afflusso maggiore di clienti a fare le compere, e prova ne sia,
l’aumento di mezzo milione dell’incasso della giornata. Per l’occasione
sono stati fatti manifesti e volantini, affissi e diffusi nella città e nel Comune di Pesaro”.
Il settore della produzione e lavoro, prevalentemente costituito da imprese edili, risente della fine di tutta una serie di cantieri legati alle opere
di ricostruzione e cioè quelli per lo più sostenuti e coofinanziati anche
dalle amministrazioni locali. La cooperazione di produzione stenta, nel
tempo, a trovare un suo ulteriore sviluppo, così come si osserva in una
delle relazioni della Federcooperative provinciale del 1956:
“Nel campo dell’edilizia, praticamente la sola che è sopravvissuta al
boicottaggio e all’ostruzionismo statale e governativo, è la cooperativa
Valle del Foglia, ma anche questa se non si decide al suo rinnovamento,
sia immettendo giovani soci, sia rimmodernando l’attrezzatura, non passerà molto tempo che dovrà affrontare una seria crisi”.
Per quanto riguarda il settore della pesca i segnali sono contraddittori.
Infatti se gli anni ’50 rappresentano buoni risultati di produttività ed il
settore appare in crescita e sostanzialmente in via di ripresa dopo le innumerevoli difficoltà del dopoguerra, dall’altra le cooperative sono attra61
versate da una conflittualità interna forte specchio della polarizzazione
politica del paese ed anche della politica locale. A metà degli anni ’50
dopo un’egemonia delle sinistre nel settore, rapporti regolari con la Federazione prov. Cooperative sono tenuti soltanto dalla cooperativa pescatori di Marotta.
La cooperazione agricola, penetrando difficilmente nella struttura mezzadrile, si orienta di più verso il settore molitorio e quello ortofrutticolo in
cui sia la Cooperativa Ortolani e Contadini di Pesaro sia in particolare la
Cooperativa Ortofrutticola Fanese si presentano con un’attività intensa e
positiva fortemente orientata verso l’esportazione. “Molto importante,
per la quantità e la qualità della produzione è il settore di Fano e di tutta
la Valle del Metauro sino a Fossombrone. In questa vasta zona operano
una diecina di cooperative, che però servono gli esportatori privati”. In
tali condizioni la Cooperativa Ortofrutticola Fanese raggiunge una particolare maturità iniziando l’esportazione diretta di cavoli. “Nel corso degli
anni, la produzione ortofrutticola è andata sempre acquistando maggiore importanza, fino a diventare uno dei prodotti fondamentali dell’economia della nostra città e della zona e per certi aspetti della nostra provincia. Nel fanese, ad esempio, fra produttori ortofrutticoli, lavoranti nelle segherie e nei magazzeni di esportazione, fra autisti, facchini ed altre
attività che traggono motivo di esistenza dalla produzione ortofrutticola
fra una serie di piccoli produttori e artigiani, si può calcolare che oltre un
migliaio di famiglie vivono attorno a questa attività”.
Infatti il settore si presentava con dati di produzione molto significativi:
“nel 1955 secondo i dati prelevati alla Stazione di Fano, [la produzione] si
è aggirata sui 400 mila ql., per un valore totale di circa un miliardo”.
Già nella seconda metà degli anni ’50 si manifestano, leggendo i documenti, inaspettatamente, i lineamenti di una crisi che di lì a poco esploderà in tutta la sua gravità. Di contro le difficoltà dell’agricoltura hanno
ancora un effetto potenzialmente devastante per l’intero comparto produttivo provinciale che ancora deve trovare la sua via ad un’industrializzazione diffusa.
Dal dibattito della cooperazione traspaiono tutte le difficoltà e i rischi
in cui incorrono i piccoli agricoltori della provincia particolarmente esposti ai rovesci atmosferici o ad altre situazioni negative congiunturali: “Per
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renderci effettivamente conto, di ciò che vuol dire l’attuale situazione per
i piccoli produttori, occorre soffermarci sulle loro condizioni familiari: essi
si sono indebitati per l’acquisto dei concimi, per l’assunzione di mano
d’opera stagionale necessaria alla coltivazione, per l’utenza dell’energia
elettrica, per l’acquisto dei generi alimentari presso le cooperative e spacci
privati, e verso gli esportatori per la richiesta di crediti necessari al loro
bilancio familiare, e per intraprendere la nuova coltura stagionale (...).
Questi debiti devono essere pagati con la produzione del cavolfiore che
rappresenta l’entrata fondamentale del loro bilancio”.
Anche la situazione degli affittuari risulta grave oberati da esorbitanti
canoni di affitto. L’aumento degli affitti era anche da collegare allo “scendere dalla montagna e dalla collina di contadini in cerca di una situazione
di vita meno penosa, e che invece, alla distanza di pochi anni, perdono
pure quel poco denaro che varie generazioni avevano, con duri sacrifici e
privazioni, raccimolato”.
Nel settore agricolo è, infatti, in atto un forte processo di razionalizzazione e concentrazione con più forti legami tra settore agrario e industriale, favoriti, inoltre, da una positiva prospettiva generale derivata da
un mercato agricolo che manifesta agli occhi dei contemporanei una “domanda inesauribile” non ancora condizionata dalla crisi di sovrapporduzione che si verificherà nei decenni successivi. Lo strutturarsi su scala nazionale di imprese capaci di una produzione industriale costringe le piccole aziende largamente prevalenti in provincia, per non essere espulse
dal processo produttivo, a rafforzarsi pena l’uscita dal mercato. Inoltre
ancora forte è l’intervento dello Stato nel settore con la fornitura di mezzi
finanziari e l’incentivo degli investimenti che finiscono col favorire l’irrobustimento e la competitività delle grandi produzioni che devono ormai
confrontarsi con agguerriti mercati internazionali.
Sono questi gli anni più duri dell’economia provinciale che ripresasi
faticosamente dal decennio della ricostruzione, in un ambiente particolarmente martoriato, vede rispetto all’accelerazione dello sviluppo del
paese allargarsi il gap con le aree più industrializzate italiane ed europee.
In maniera abbastanza simile a quanto avviene per la piccola impresa
industriale e artigiana tali tendenze finiscono col penalizzare i piccoli produttori a favore di grandi scale di investimento e di produzione. In questo
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contesto la formula cooperativa, se si fosse inserita in una radicata e sperimentata tradizione, avrebbe potuto svolgere un ruolo di riferimento
determinante così come è avvenuto in altri paesi europei. Anche in ambienti di provincia e marginali rispetto alle dinamiche del paese la cooperzione avrebbe potuto ricoprire un ruolo importante di sintesi teorica
e pratica nell’apparente insanabile contraddizione tra crescita della produttività con grandi investimenti e proprietà concentrata e piccole dimensioni della struttura provinciale difficilmente modificabile in tempi
rapidi senza sconvolgere assetti strutturali e atavici della nostra economia rurale.
Come si ribadiva in alcune “Note introduttive per la discussione in preparazione del Convegno agricolo provinciale, del 1957, in “una strutturazione fondaria basata prevalentemente sulla piccola proprietà contadina”, questa non poteva essere tecnicamente ed economicamente sviluppata se non ancorandola saldamente “alla organizzazione cooperativa
delle aziende stesse”. La cooperazione, soprattutto quella di servizio fra
le aziende contadine esistenti diventa lo strumento specifico per ripensare un nuovo e moderno assetto produttivo. “Non v’è dubbio che l’azienda contadina, se costretta ad operare isolatamente, produce a costi maggiori rispetto alla grande impresa capitalistica, per le difficoltà, dati i limiti della sua dimensione territoriale e per le sue scarse disponibilità economiche, di introdurre metodi più razionali di coltivazione e di poter trasformare e vendere i prodotti al momento più convenciente. Tali limiti
sono però superabili attraverso l’unità inter-aziendale e l’uninione degli
sforzi da parte delle imprese associate in cooperative per l’attuazione dei
servizi in comune, per l’acquisto o la vendita collettiva dei prodotti, per
lo sviluppo tecnico delle attività colturali”.
Il ricorso alla pratica cooperativa è sollecitato anche dai nuovi scenari
internazionali che si stanno producendo e che pongono serie questioni
di competitività: “Anche per i prodotti agricoli, la formazione di un mercato comune relativo ai sei paesi della piccola europa e, con varie limitazioni ai loro territori coloniali, rappresenta un grave problema che interessa direttamente tutti i lavoratori dei campi, cioè il 41% circa della popolazione italiana, per i nuovi orientamenti che esso impone all’economia ed alla politica agraria nazionale. L’adesione al M.E.C. appare come
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una svolta radicale nella nostra politica agraria, poiché impone l’abbandono dei criteri di rigido protezionismo, alla cui ombra è vissuta l’agricoltura italiana negli ultimi 80 anni. Ciò si prospetta in una situazione di
grave depressione del settore in cui esistono le contraddizioni non risolte, anzi aggravate nell’ultimo periodo”.
Nel quadro della necessità per la piccola azienda produttrice di ridurre
i costi di produzione per restare competitiva si individua un ben preciso
ruolo che la cooperazione dovrebbe svolgere: 1 . l’introduzione di tecniche avanzate; 2. il credito agrario; 3. l’acquisto dei prodotti per l’agricoltura e la vendita degli stessi.
Tali motivazioni economiche si intrecciano inevitabilmente in quegli anni
con quelle politiche. Se da una parte si hanno le organizzazioni cosiddette filogovernative con a capo i Consorzi e le “bonomiane” dall’altra le
forze di sinistra individuano nella cooperazione una effettiva possibilità di
penetrazione tra le organizzazioni contadine attraverso l’alleanza tra piccoli produttori e cooperative agricole.
Un ruolo importante che si attribuisce alla cooperazione è quello di
costituire “una interessante e fondamentale forma organizzativa stimolatrice ed educatrice della capacità dei contadini per il loro inserimento
cosciente nelle forme di mercato, è quello della vendita collettiva dei
prodotti dell’agricoltura. La realizzazione di ciò, permette e ha già permesso trasformazioni radicali rispetto alla disponibilità del prodotto. Si
pensi infatti a ciò che si è realizzato attraverso l’attività delle Cooperative
Ortofrutticole di esportazione per le quali è il mezzadro che dispone dell’intero prodotto ortofrutticolo dell’azienda, non solo quindi della sua
parte ma anche della parte del proprietario. E’ il mezzadro che conferisce
l’intera produzione ortofrutticola, è il mezzadro che riscuote il ricavo e
che poi rende al proprietario la sua quota. Questa forma organizzativa
permette di realizzare quattro fondamentali obiettivi di un assetto nuovo
nei rapporti sociali ed economici dell’agricoltura: 1) riscatto dei contadini
alla intera disponibilità del prodotto dell’azienda; 2) effettivo inserimento nella direzione economica e tecnica aziendale, 3) eliminazione dei passaggi terziari nelle vendite; 4) difesa dell’equo prezzo dei prodotti agricoli”.
Alla fine degli anni ’50 inizio anni ’60 la situazione del comparto risulta
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comunque critica. Come si legge in una relazione del 1959 sulla cooperazione agricola: ”La crisi ortofrutticola rientra nella crisi generale della nostra
agricoltura [...]; essa non si presenta come crisi di sovraproduzione nei
confronti della esportazione ma come crisi di costi nel senso che il prodotto è gravato da un costo che non può più essere renumerato dai ricavi
ottenuti e ottenibili sui mercati esteri. Se il nostro prodotto fosse posto di
fronte alla concorrenza internazionale a parità di costi non troverebbe
eccessiva difficoltà per il suo assorbimento”.
In linea con gli indirizzi economici del periodo in ambito governativo
nasce l’idea di rispondere alla crisi attraverso un aumento della scala degli impianti e un più consistente sostegno pubblico al settore.
E’ comunque più in generale l’ambito economico provinciale, e non
tanto la cooperazione in sé, a risentire di una complessiva arretratezza e
debolezza che in qualche modo investe i diversi settori dell’economia e
della produzione.
Il suo stesso essere “Terza Italia”, che ne farà poi una peculiarità del
suo specifico e accelerato sviluppo nell’Italia degli anni ’60, porta la provincia ad essere in qualche modo emarginata rispetto ai due grandi motori dello sviluppo: l’industrializzazione massiccia privata delle regioni del
nord, l’intervento pubblico di sovvenzione e incentivo per le aree del
sud.
Specchio del mancato sviluppo e dell’entrata in crisi di alcuni degli
assetti precedenti diviene sempre più l’emigrazione che nel territorio diviene la più rilevante di tutte le Marche. Così tratteggia il fenomeno uno
studio del’ISSEM (Istituto di studi per lo sviluppo economico delle Marche) del 1965: “Il maggior contributo all’emigrazione netta, sia in termini
assoluti sia in termini relativi, è dato dalla Provincia di Pesaro-Urbino ove
esistono elementi di rottura quali l’ampia zona preappenninica e la contiguità di regioni più progredite (Toscana, Emilia) che offrono alle leve più
giovani quegli effetti imitativi, che conducono più facilemente alla emigrazione”.
La mano pubblica, tutt’altro che piccolo incentivo in un paese a forti
partecipazioni statali e che viaggia ad un incremento del PIL annuo dell’8%
circa, privilegia all’inizio degli anni ’60 i grandi investimenti in mega impianti dell’industria di base trascurando sostanzialmente opere di sup66
porto all’imprenditoria diffusa. E questo era il quadro generale regionale
in cui si collocava l’economia provinciale negli anni ormai ribattezzati nell’immaginario comune degli italiani come il ruggente periodo del boom
economico: “Quest’ultimo decennio [1955-1965] – uno dei più interessanti per la nostra economia – non ha prodotto, all’interno delle Marche,
trasformazioni degne di rilievo: ciò, quindi, ha concorso a determinare –
in misura più che notevole – il più rapido movimento di fuga delle giovani
leve marchigiane verso altre regioni e verso altri paesi”. In sintesi per le
Marche, come per molte regioni del Mezzogiorno “non vi è stato alcun
“miracolo economico”, ma, semplicemente qualche segno di tenue e
sporadico sviluppo di iniziative”.
Elementi di arretratezza e debolezza risultano ancor più notevoli e irrisolvibili se riferiti ai parametri di analisi prevalenti in quegli anni. Più complessivimente, significativo del clima economico e culturale del paese è
quanto viene indicato nello studio commissionato dall’Amministrazione
provinciale di Pesaro e Urbino agli inizi degli anni ’60 al Centro di Ricerche e Studi Economici di Roma che ha per titolo Analisi della situazione
economica della Provincia e sue prospettive di sviluppo.
L’analisi del comparto agricolo così veniva sinteticamente espressa: “La
maggior parte delle imprese agrarie della Provincia di Pesaro e Urbino,
qualunque sia la loro forma di conduzione, presenta ancor oggi dimensioni familiari e strutturazioni artigianali che, concretatesi in un remoto
passato, si sono tramandate finora praticamente invariate”. Da un confronto delle ampiezze delle aziende tra il censimento dell’agricoltura del
1930 e il censimento del 1961 si evidenziava come “in trenta anni dal
punto di vista delle dimensioni, la struttura aziendale è rimasta perfettamente uguale, con variazioni irrisorie tanto in montagna che in collina”.
Da questa situazione derivano arretratezze delle tecniche, carenze organizzative, alti costi dei beni e dei servizi, produzioni disformi e variabili di
anno in anno, in conclusione, “bassa produttività e debolezza contrattuale”. Diventava quindi evidente che “un adeguamento delle superfici dell’impresa, un dimensionamento delle disponibilità finanziarie e quindi l’affrancamento della formula familiare sono elementi indispensabili alla risoluzione del complesso problema della agricoltura nella Provincia di
Pesaro”.
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Complessivamente nelle descrizioni sembra di assistere, in una forma
straordinariamente attardata, all’ingresso per la prima volta di fattori dirompenti di modernizzazione all’interno del mondo rurale. “Finchè il mercato ha mantenuto dimensioni locali e i bisogni delle classi rurali di natura
ancestrale, l’autoconsumo si dimostrava ancora la soluzione preferita rispetto all’acquisto diretto” la mezzadria con il suo ordinamento promiscuo aveva rappresentato “il sistema di produzione più naturale in quel
contesto mercantile e di consumo”. Se fino ad allora la produzione mista
aveva garantito varietà anche nell’autoconsumo, ora risultava assolutamente inadatta ad affrontare scenari di mercato che si aprivano sempre
maggiormente ad una competizione interna ed internazionale.
L’indirizzo quindi dei programmatori si rivolgeva verso una forte specializzazione produttiva che fosse in grado di concorrere validamente a
migliorare l’efficienza economica aziendale. Per far questo fondamentale
risultava il ridimensionamento aziendale ma un approccio meno teorico
suggeriva che “nell’attuale situazione fondiaria nazionale e locale”, tuttavia, “sembrava per lo meno improbabile un adeguamento delle ampiezze della proprietà ai livelli suggeriti”. Ecco quindi che si pensa non
tanto a riaccorpare delle proprietà frammentate e disperse quanto di
costruire unità aziendali di dimensioni tali da consentire “organizzazioni
e strutture produttive e funzionalità di tipo industriale e non più artigianale”.
Ed è proprio in questo ambito che si suggeriscono fondamentalmente
due formule associative: la cooperativa e la società per azioni. Così si
esprimeva la relazione dando un quadro nazionale e collegandolo al nuovo scenario europeo e internazionale che si andava profilando: “Per quanto
riguarda la diffusione delle forme associative in agricoltura, la situazione
italiana presenta carenze notevolissime che, in vista dell’annullamento
delle barriere doganali nell’area del MEC (e forse in un’area maggiore)
costituiscono motivo di giustificato allarme a causa del più alto potere
competitivo degli altri Paesi membri (e di altri ancora) dovuto, prevalentemente, a pratiche associative di lunga data ed ormai radicate nell’attività economico-agraria”.
Ma la cooperazione agricola provinciale risultava purtroppo ancora fragile e limitata per raccogliere una così impegnativa sfida. “Le società
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cooperative, che rappresentano la formula più comune di società in agricoltura, in quest’ultimo dopoguerra, hanno attraversato in generale una
fase di vivace diffusione, dovuta, però, più che alla coscienza degli operatori, a specifici indirizzi politici di favore. Tuttavia, la vita per lo più stentata e, talora, il fallimento di società cooperative hanno creato una evidente atmosfera di sfiducia negli agricoltori. Per questa forma associativa, comunque, non si tratta di ricreare nell’ambiente umano interessato i
presupposti psicologici a ché gli incentivi di legge esplichino tutta la loro
efficacia per l’ulteriore diffusione delle cooperative. Nella loro stessa concezione giuridica, anzi, esse sembrano essere gravemente limitate sul
piano applicativo. I termini che la legge impone per il riconoscimento
della figura di cooperativa agraria (cui conseguono le agevolazioni relative) creano i presupposti della scelta di questa forma associativa solo per
i benefici fiscali che presenta”.
La situazione giuridica di allora tendeva quindi ad escludere l’utilizzazione delle cooperative per la formazione e la gestione delle imprese
agrarie, mentre ne suggeriva un’utile applicazione “in determinate fasi
del processo produttivo (cantine sociali, oleifici cooperativi, caseifici sociali, cooperative per l’acquisto e l’uso di macchinari)”.
Secondo la tipica mentalità industrialista del periodo si propendeva
quindi per la SPA in quanto “ai fini della ristrutturazione del settore, la
società per azioni presentano utilità risolutiva su scala sia nazionale che
provinciale ed in particolare permettono di assicurare la formazione di
aziende di dimensione economica valida per la produzione di beni a prezzi
competitivi”.
Accanto a quella agricola in questi anni i settori prevalenti nel movimento cooperativo sono quelli bancario, pesca e consumo. Per il settore
bancario rimandiamo agli studi svolti presso l’Università di Urbino grazie
alla cattedra di storia del movimento cooperativo infatti il settore ha una
sua specificità e si lega strettamente ad un più generale problema del
credito in Italia nel secondo dopoguerra che porterebbe troppo oltre i
confini che ci si è dati per il presente lavoro.
Più generalmente gli anni ’60 presentano una straordinaria lacuna documentaria per chi si occupa di cooperzione nella provincia di Pesaro e
Urbino. Inoltre le diverse modalità di rilevazione dei censimenti nazionali
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relativi alle attività produttive non consentono nemmeno immediati riscontri quantitativi tra i diversi settori di attività cooperativa.
Osservando il comparto del consumo, tra quelli strorici e maggiormente
radicati, in temini relativi, della provincia anche qui emerge una quadro in
linea con le linee di riflessione precedentemente proposte per l’intero
contesto territoriale provinciale. Infatti i fattori di sviluppo che hanno prepotentemente investito il paese hanno innescato meccanismi di trasformazione anche nel tessuto locale ponendo in più forte contraddizione le
permanenze forti di contesti sociali e produttivi che vanno invecchiando
precocemente.
Se si osserva la rete di vendita delle cooperative di consumo si osserva
come la vecchia rete tradizionale degli spacci pur se ampliata risenta ormai della necessità di adeguarsi ai nuovi processi di modernizzazione che
investono ogni aspetto dell’assetto economico. Anche qui è il paragone
con le aree più sviluppate del paese o quelle con un più maturo movimento cooperativo a suggerire la necessità di cambiamento rispetto a
delle aspettative che si sono comunque ampliate anche se i risultati e le
ricadute concrete dello sviluppo tardano ancora a farsi sentire in provincia.
Anche in questo settore si afferma la necessità di “abbandonare la
strada dello spontaneismo per dare corso ad una elaborazione programmata che affronti il rinnovamento della rete distributiva e dei servizi sociali ad essa collegati, come un fatto globale e come un elemento di
progresso economico generale”, si legge in una relazione dal titolo Linee
della programmazione per la cooperazione di consumo redatta nel 1962
per la dalla Associazione nazionale delle cooperative di consumo.
Il boom economico in corso nelle aree più avanzate del paese stava
dispiegando i suoi effetti modificando profondamente molti degli aspetti della vita quotidiana degli individui. Lentamente iniziano a mutare gli
stili di vita e di consumo, compresa l’alimentazione che verrà coinvolta in
un largo processo di industrializzazione che inizia a manifestare già da
allora accanto ai luccichii della pubblicità veicolata dai nuovi strumenti di
informazione di massa (TV, rotocalchi, ecc.) anche i primi rischi per la salute e la genuinità dei prodotti. In questo contesto la cooperazione ricerca
una sua rinnovata funzione “nel controllo della produzione e sulla ricerca
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scientifica come garanzia della genuinità degli alimenti e del loro miglioramento qualitativo e nutritivo, intesi a combattere e colpire nei suoi aspetti
sociali il grave fenomeno delle adulterazioni”.
Si era inoltre coscienti a livello nazionale ed ancor più a livello locale,
dove il movimento era stato sempre fragile e limitato, delle difficoltà che
il settore stava attraversando: “dobbiamo ammettere che come incidenza, come peso economico e sociale, come fattore economico, abbiamo
perso e perdiamo terreno, e dobbiamo aggiungere che la cooperazione
di consumo non è riuscita finora ad esprimere le capacità e le possibilità
che è in grado invece di esprimere nel paese e nella sua funzione verso i
consumatori. Tutto ciò è indubbiamente conseguenza delle condizioni
difficili in cui è stata costretta ad operare la cooperazione e degli ostacoli
che essa incontra: ossia fattori di ordine politico-economico generale;
ma sarebbe errato ignorare gli elementi soggettivi di ritardo e di disorientamento, la mancanza e la intempestività di iniziativa, la insufficiente
elaborazione, l’indebolimento della vita democratica, che hanno fortemente pesato e influito a determinare un quadro negativo della situazione”.
Si dimostrava quindi sempre più urgente intervenire sui problemi che
avevano investito il settore quali “i nuovi rapporti città-campagna; l’evoluzione dei consumi e le necessità dei consumatori; il rincaro della vita e
le adulterazioni; l’intervento del capitale monopolistico e le nuove tecniche di vendita; l’adozione di processi moderni distributivi e la riduzione
dei costi relativi”.
Gli anni ’60 di contro sono anni in cui si manifesta un notevole incremento delle attività manifatturiere. La cooperazione provinciale, particolarmente fragile tradizionalmente nei settori della produzione lavoro non
sembra risentire di questi straordinari tassi di crescita. Tanto per avere
qualche elemento di riferimento nel settore del legno che già sul finire
degli anni ’50 si mostrava come quello più strutturato e in crescita nel
pesarese l’aumento di occupati dal 1961 al 1967 è di circa il 100%. Settori precedentemente più deboli quale quello del tessile registra nello stesso periodo un incremento occupazionale del 482,5% nella provincia. Così
la metalmeccanica in cui dalle 252 aziende del 1961 si passa alle 356 del
1967 con un incremento quindi del 41,3%.
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Inoltre in questi anni la fisionomia dell’assetto demografico, urbanistico e socio-economico dell’intera provincia sta subendo enormi mutamenti
che sconvolgono il precedente tradizionale assetto. Se sono 10 i comuni
della provincia che fanno registrare tassi di incremento della popolazione
che vanno dal 10 al 20% sono ben 57 i comuni dell’entroterra che fanno
registrare analoghi tassi in negativo. Sono ben 31 i comuni che fanno
registrare cali demografici superiori al 20%. Quindi la provincia, oltre ad
aver subito, dal 1960 al 1969, il più alto tasso di emigrazione della regione con circa 11.000 unità perse, ha visto ridistribuirsi quella restante prevalentemente lungo la costa in un numero ristretto di comuni (la crescita
di Fano, Gabicce mare, Pesaro, Saltara, S. Angelo in Lizzola ne è un esempio).
Questo fenomeno influenzerà ogni aspetto socio-economico della provincia compreso ovviamente la cooperazione che ad esempio si troverà,
a metà degli anni ’70, anch’essa prevalentemente concentrata sulla costa
e nei comuni collinari che le sono a ridosso.
Il reddito netto per abitante nella regione Marche ha subito nel 1964
un aumento del 7,34% rispetto all’anno precedente. Negli anni
1965,1966,1967 crescerà di più del 10% per far registrare nel 1969 un
incremento dell’8,30%. Il reddito netto per abitante dal 1963 al 1969
registra un incremento di circa il 67% nella media regionale, anche se
resta distanziato rispetto a quello nazionale (è l’82,10% di quello medio
nazionale nel 1963 ed è l’87,26% nel 1969).
La provincia partecipa di questo fenomeno in maniera ancora più accelerata e accentuata. Così si legge in alcune “Note e considerazioni sulla coop Marche dell’ottobre 1971: “Il reddito lordo prodotto globalmente nella provincia di Pesaro e Urbino è passato da 119,126 mld del 1963
a 226,318 del 1969 con un aumento di 107,192 mld pari all’89,98% ben
superiore al 69,30% registrato nella regione marchigiana. Se nel 1964
l’incremento annuo del reddito netto per abitante della provincia era cresciuto del 6,62% nel 1965 cresceva dell’11,12% per passare al picco del
16,51 di incremento nell’anno successivo; nel 1967 sarà del 13,45% per
scendere nel 1968 al 7,19 risalendo all’11,71 % del 1969.
Sempre nello stesso studio citato in precedenza emerge come gli anni
’60 danno anche un nuovo ridisegno dei comparti che contribuiscono
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alla formazione del reddito. “L’incidenza dell’attività primaria nella formazione del reddito complessivo è passata dal 22,90% del 1963 al 12,03%
del 1969. La provincia di Pesaro-Urbino, rispetto alle altre provincie delle
Marche, è quella in cui si registra la più consistente flessione dell’incidenza delle attività dell’agricoltura, foreste e pesca, sul complesso del reddito prodotto. Le attività industriali segnano un andamento progressivo
dal 1963 al 1967, con una lieve stasi nel 1968; per indicare di nuovo nel
1969 un incremento. L’incidenza del comparto passa dal 24,58% del 1963
al 37,81% del 1969”.
Appare l’immagine, quindi, di una provincia ancora tutta dentro una
fase di sviluppo industriale. Interessante osservare che questa modifica è
tutta interna al ridisegno dei rapporti tra primario e secondario. Infatti il
terziario che sarà il grande protagonista dagli anni ’70 risulta ancora debole. Le attività terziarie registrano un andamento alterno e per alcuni
anni l’incidenza tende a diminuire. Anche qui si manifesta una tipica caratteristica provinciale quella cioè di iniziare a risentire con leggero ritardo degli andamenti nazionali, per poi accelerare i processi di trasformazione. E dato che lo sviluppo della cooperazione nei decenni successivi
sarà fortemente legato anche ai processi di terziarizzazione, anche il
movimento cooperativo provinciale risentirà di questo andamento.
Per concludere, negli anni ’60 ed in particolare sul finire del decennio,
l’andamento che caratterizza la cooperazione è quello di un incremento
generale un po’ in tutti i settori che si manifesta di maggiore entità per le
cooperative agricole, maggiormente legate all’incentivazione e alle agevolazioni statali attuate soprattutto attraverso l’Ente di Sviluppo delle
Marche. Queste venivano accentuando il proprio ruolo di associazioni
impegnate a rispondere alle crisi che investivano il settore nell’apertura
ai mercati internazionali ed europei. Per il resto il movimento è ancora
alla ricerca di condizioni favorevoli all’avvio di una stabile e consistente
fase espansiva che si verificherà soltanto dal decennio successivo, investendo un po’ tutti i settori.
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Gli anni ’70 la crescita del movimento cooperativo
Gli anni ’70 sono anni complessi e contradditori, ancor oggi molto difficili da circoscrivere. Se da una parte le forze presenti all’interno del territorio provinciale, al suo tessuto sociale ed economico, proseguono il
febbrile cammino di crescita e trasformazione, intrapreso lungo la seconda metà degli anni ’60, dall’altra tale percorso risulta intrecciato e condizionato da macroeventi nazionali e internazionali che influiscono necessariamente sulle dinamiche in corso portando elementi ulteriori di squilibrio e di riassetto.
Elementi quali l’emergere del fenomeno della terziarizzazione in un
contesto che solo di recente aveva visto l’agricoltura perdere la preminenza a favore dell’industria o l’assestamento del mondo produttivo con
l’articolarsi e il formarsi dei distretti, si intrecciano in questo decennio
con lo scoppio della crisi internazionale dello shock petrolifero, con lo
squilibrio sempre più grave dei conti pubblici, con il dilagare della disoccupazione. Ancor oggi mancano studi storici complessivi capaci di meglio descrivere quanto stesse succedendo in una provincia della Terza
Italia, quale quella di Pesaro e Urbino, in concomitanza con l’emergere di
questi fenomeni. Una storia della cooperazione, così come quella del settore terziario e artigianale, potrebbe indubbiamente aiutare a meglio comprendere quanto accadde e quali le molteplici ripercussioni sugli anni
successivi.
Gli anni ’70 sono caratterizzati da una situazione in cui nel mondo i
fattori di criticità del sistema emergono improvvisamente palesando tutte le loro contraddizioni. L’Italia ne risente particolarmente. In una condizione che appare di giorno in giorno più grave e parossistica, il paese
sembra stentare a ritrovare equilibri e armonicità di crescita. Molti dei
nodi dello sviluppo italiano, per molti versi squilibrato e distorto, sembrano giungere improvvisamente al pettine in modo drammatico. Se si
guarda al mondo industriale privato, fino ad allora sostenuto e spesso
“coccolato” con ampie concessioni, ci si accorge come, in assenza di una
adeguata politica degli investimenti, della ricerca scientifica, del rinnovamento tecnologico, appaia estremamente fragile. L’aumento del costo
del lavoro, avvicinatosi sul finire del decennio precedente ai livelli euro74
pei, le mutate prospettive del mercato internazionale alle prese con la
crisi energetica sembrano aver pesantemente inceppato il meccanismo
di interi comparti produttivi, anche nelle zone più sviluppate del paese.
Nel 1977 si è ormai nel pieno della crisi: l’inflazione è galoppante e la
stagnazione del tasso di sviluppo, dovuta alla perdita di competitività e
produttività delle aziende, produce conseguenze disastrose sul trend
occupazionale. A pagarne le spese sono essenzialmente le categorie più
deboli, quali i giovani in cerca di una prima occupazione e le donne.
Le Marche, di converso, sembrano differenziarsi dall’andamento generale e i dati occupazionali, fortemente negativi, che caratterizzano il panorama nazionale, si manifestano nel territorio provinciale in forma più
attenuata.
In questo contesto la cooperazione si trova in una fase d’incremento e
consolidamento e si pone all’attenzione delle forze politiche e sociali,
oltre che delle istituzioni, come forza anticrisi, come strumento non solo
idoneo a mantenere i livelli occupazionali, ma in grado di espanderli.
La crisi, inoltre, non appare solo come questione di conti ed economia
ma anche come smarrimento di linee guida e di soluzioni, in una situazione in cui i due pilastri su cui si era retto il pensiero dominante degli anni
dello sviluppo, sembrano irrimediabilmente tramontare. La grande industria privata versa in condizioni gravi di competitività, costretta ad un
futuro incerto e difficile; le partecipazioni statali sembrano aver ormai
raggiunto il capo linea lasciando al paese il profilarsi di ampi deficit che si
andavano accumulando sulle spalle dei cittadini. Non è ovviamente solo
crisi economica ma anche politica; con i vecchi equilibri ormai incrinati e
la difficoltà a intravedere vie nuove e credibili che possano garantire stabilità e nuovo sviluppo.
Ecco che in questa condizione generale sia a livello nazionale sia a
livello regionale, come già era accaduto in altre epoche storiche, si rivalutano percorsi abbandonati o trascurati, si cercano strade diverse capaci
di trovare una soluzione alle contraddizioni in atto. In questo contesto
riemerge nel paese a tutti i livelli, politico, economico, sindacale, un’attenzione e premura nuova verso la cooperazione, verso le sue formule
“sempre valide”, le sue forme originali e durature di organizzazione. Così
ci si esprime negli atti della prima conferenza regionale della cooperazio75
ne del 1977: “E’ quindi naturale che oggi, di fronte ad una crisi che crea
nuove classi e nuovi gruppi di emarginati, oppressi dal meccanismo di
sviluppo della società, si torni a pensare alla cooperazione, quella cooperazione che è nata nell’economia moderna nel tentativo di gestire in modo
democratico le imprese, per correggere le storture dello sviluppo economico, per eliminare l’usura, per garantire e salvare il potere reale di acquisto dei salari, per difendere il reddito della imprenditoria minore, da
quella agricola a quella degli artigiani a quella dei piccoli commercianti e
dei pescatori”.
Significativo di tale clima sarà per l’appunto l’organizzazione della prima conferenza nazionale della cooperazione, in pieno 1977, dove forse
per la prima volta in Italia, con quell’approfondimento e forza, si porranno le basi per un approccio serio e ampio alla cooperazione su scala nazionale. Quel momento, anche se profondamente segnato e condizionato dalla fase di forte crisi che stava attraversando il paese, sarà un punto
di partenza prezioso per gli studi e lo sviluppo della cooperazione in Italia. Controprova di ciò è che l’assemblea nazionale sarà seguita a pochi
mesi a livello regionale dalla prima conferenza regionale della cooperazione marchigiana che costituisce anche simbolicamente uno spartiacque importante nello sviluppo, ma anche nello studio e conoscenza, del
movimento cooperativo regionale.
Tutto ciò servì indubitabilemente a far vincere una serie di remore e
diffidenze diffuse, nei confronti del settore. Iniziò così un’attività di promozione e sensibilizzazione, a tutti i livelli, con riunioni, dibattiti, visite
guidate a esperienze cooperative già operanti ed altre iniziative.
Se l’attenzione che si rivolgerà alla cooperazione nella seconda metà
del decennio susciterà speranze e a volte illusioni che poi presto si scontreranno con una realtà politica incapace di passi incisivi e veramenti innovativi in questo settore, dall’altro questo passaggio sarà essenziale per
la storia della cooperazione nazionale e locale. Innanzitutto servirà al movimento cooperativo per imporsi all’attenzione della scena economica e
sociale italiana, dopo il periodo un po’ grigio e contraddittorio degli anni
’50 e ’60. E si sa quanto in un ambito quale la cooperazione è importante
riuscire a diffondere la propria formula e quanto positivamente ne può
risentire il settore quando trova un contesto culturale e sociale favorevo76
le alle sue scelte e ai suoi valori. Dall’altra i nuovi scenari economici e
sociali la favoriranno segnando un momento nuovo di crescita che si è
poi ulteriormente sviluppato e approfondito nei decenni successivi.
Anche da parte della politica si ritorna con forza in un po’ tutti gli schieramenti alla formula cooperativa. Quando di fronte ad una crisi politica
profonda, nel 1977, si giunge a concepire un accordo di programma bipartisan tra le maggiori forze politiche del paese, il movimento cooperativo e associazionistico trova nel documento programmatico un suo specifico spazio e peso. Gli si riconosce, infatti, il ruolo di strumento tra i più
importanti “ai fini della efficienza della attività economica, soprattutto in
settori come l’agricoltura, l’edilizia, la distribuzione e ai fini di una più
diffusa partecipazione”.
Infatti l’attenzione che si rivolge alla cooperazione è duplice. Da una
parte la si ritiene capace di formule economico-produttive che possano
in qualche modo contribuire ad una uscita dalla crisi e ad un ampliamento dei livelli di occupazione. Dall’altra si ribadisce che la cooperazione
non è solo economia ma è portatrice di elelmenti quali quelli di partecipazione e associativi, di cui, nella società di allora, si sente urgentemente
bisogno e per i quali improvvisamente ci si accorge che negli anni precedenti si era fatto ben poco o nulla. Con interesse si tornava a guardare al
valore intrinseco del movimento cooperativo e associazionistico quello
cioè di rendere possibile una partecipazione consapevole, ampia, sempre più larga dei cittadini in veste di protagonisti alla gestione pluralistica
della economia e della società italiana.
In quegli anni viene inoltre delineandosi un’immagine e una collocazione meno incerta del movimento cooperativo all’interno del sistema
socio-economico. Si inizia a parlare di un ruolo di “cerniera” della cooperazione tra grande economia nazionale e la frammentata economia locale, di cooperazione come “terza economia” a cavallo tra sfera pubblica e
sfera privata.
Infatti l’evoluzione sociale portava continuamente alla ribalta nuove
emergenze e criticità che un sistema pubblico ancora troppo rigido non
riusciva a coprire, ampliando la grande disparità fra bisogni di tipo collettivo e la reale capacità degli apparati pubblici di rispondervi adeguatamente. Nel limite stesso dell’azione diretta pubblica si apriva per il movi77
mento cooperativo uno spazio nuovo “di grande portata” quale “strumento di soddisfazione di esigenze collettive, strumento che è espressione e prodotto degli stessi gruppi sociali interessati”.
Di contro, a fronte di un così esteso e rinnovato ruolo che si intravede
per la cooperazione, l’aspetto giuridico e normativo che regola il settore
è emblematico specchio della marginalità nella quale fino ad allora era
stato lasciato il settore. Forte quindi si pone la questione di un adeguamento legislativo della cooperazione “in grado di esaltare il fenomeno
cooperativo in tutte le sue espressioni”. Più forte si manifesta l’esigenza
di offrire alle cooperative un quadro istituzionale adeguato alla loro essenza e alla loro funzione, che garantisse maggiore efficienza aziendale
accanto alla salvaguardia della democraticità del loro ordinamento interno.
Qualche segnale in tal senso giunge proprio agli inizi degli ’70, dopo
decenni di dimenticanza, con il tentativo di superare l’ormai vetusta “legge Basevi” del 1947 che ancora regolava il settore; purtroppo la legge n.
127 del 17 febbraio 1971 non manterrà, però, le speranze riposte di una
riforma organica del settore che giungerà solo nel 1992 con la legge n.
59 “Nuove norme in materia di società cooperative”.
L’economia provinciale, condizionata dall’effetto degli elementi negativi provenienti dalle varie congiunture nazionali e internazionali, manifesta i suoi propri elementi di squilibrio e criticità. L’agricoltura si trova già
dagli anni ’50 in una profonda crisi strutturale, il cui fondamentale limite
è costituito dai rapporti proprietari esistenti. L’andamento dei flussi demografici manifesta il proseguo dell’esodo dall’entroterra e la litoraneizzazione degli insediamenti abitativi e produttivi. I protagonisti principali
della crescita e dello sviluppo industriale del territorio e cioé la piccola
impresa e l’artigianato con la loro espansione e consolidamento sono
alle prese con un processo di “riequilibrio che è strettamente legato alla
capacità di aggiornamento tecnologico e ad una ristrutturazione dimensionale delle imprese, come condizione ineliminabili per la loro competitività sul mercato”.
Si è coscienti che ci si trova in un momento importante e delicato per
lo sviluppo del territorio. Anche se il clima non è quello esasperato della
condizione nazionale e metropolitana, si percepisce anche in provincia
78
che è necessario trovare forme di intervento economico e politico rispetto ad andamenti che manifestano l’emergere di pericolose patologie e
debolezze che vanno alimentando in altre aree del paese forme violente
di protesta. Su tutti il dramma della disoccupazione in generale e di quella giovanile in particolare. Se si osservano le statistiche il dato è preoccupante: a livello nazionale agli inizi del 1976, risultavano un milione e duecentomila giovani disoccupati di età compresa tra i 15 e 29 anni; di questi
530 mila erano diplomati o laureati. Rispetto al 1974 vi era quindi stato
un aumento del 70% che non accennava a frenare.
“In questo quadro per nulla promettente, si colloca il movimento cooperativo marchigiano, la cui espansione è caratterizzata da un tessuto
frammentato a livello geografico e settoriale, caratterizzato da dimensioni operative medio-piccole”(1a Conferenza regionale, 1977). Altro elemento “storico” di fragilità del sistema cooperativo resta quello finanziario. Infatti l’impresa cooperativa nella sua storia ha sempre sofferto maggiormente la sua dipendenza dal sistema bancario e creditizio nel reperimento dei mezzi finanziari necessari per l’attività produttiva, con richiesta di garanzie spesso sproporzionate rispetto alle richieste di finanziamento. In un contesto locale caratterizzato da aziende cooperative piccole spesso il problema diviene insormontabile e minaccia la vita stessa
delle inziative.
Malgrado questi elementi di criticità il fenomeno cooperativo si presenta alla fine degli anni ’70 con una consistenza sempre maggiore, presente in quasi tutti i tradizionali settori economici e con la tendenza a
sperimentare l’inserimento in ambiti nuovi di attività (per lo più terziari),
tendenza che si farà sempre più importante lungo gli anni ’80 e ’90.
E’ chiaro che in un movimento in così forte crescita, dopo anni di difficoltà ed emarginazione, non sono mancati limiti e distorsioni per lo più
legati alle forme e alle scelte del sostegno pubblico. Critiche si avanzano
su iniziative cooperative più rivolte alla possibilità di intercettare i finanziamenti a disposizione che alla creazione di imprese efficienti capaci di
stare in forma produttiva sul mercato. A dir la verità i dubbi e le critiche
non sono per molti aspetti diversi da quelli che si sono da sempre proposti nella storia del novecento, nei momenti espansivi del sistema cooperativo.
79
Sulla scena istituzionale, inoltre, si affacciano anche i nuovi enti regionali che previsti dalla Costituzione vengono istituiti quando ormai a livello nazionale va affermandosi il dibattito sulla programmazione quale strumento di guida dei processi socio-economici. Si attribuisce sempre più al
metodo programmatorio territoriale la potenzionalità di intervenire a
correggere andamenti, anomalie e contraddizioni innestate dai profondi
processi di trasformazione subiti dalla società.
Lo stesso statuto regionale, nel Titolo primo, relativo ai principi fondamentali, ribadisce all’art. 6 l’attenzione rivolta nei confronti del movimento cooperativo e associazionistico in grado di introdurre, nella realtà economica e sociale della regione, criteri di economicità e di solidarismo.
La nascita dell’Ente regione influenzerà anche il movimento cooperativo, sia perché questo cercherà di ritagliarsi un proprio ruolo nel quadro
prgrammatorio regionale sia perché il nuovo ente territoriale metterà in
atto una serie di politiche e varerà una serie di leggi che interagiranno
con la cooperazione locale. Complesso sarebbe tratteggiare un quadro
dell’intervento regionale sia in favore della cooperazione in forma diretta
sia attraverso l’impegno in ambiti settoriali in cui la cooperazione era
presente ed operante. Manca inoltre a livello regionale uno studio che
,ad ormai quasi 35 anni dalla sua istituzione, tratteggi l’opera di questo
ente in connessione alla storia del suo territorio.
Per quanto riguarda più strettamente le competenze trasferite alle Regioni in merito alla cooperazione, la delega dell’ex art. 118 secondo comma della Costituzione, assegna al nuovo ente le funzioni di vigilanza sulle
società cooperative.
Gli interventi regionali emanati nel corso del decennio, si indirizzeranno particolarmente verso il settore agricolo. In generale, infatti, è quello
agricolo il comparto in cui si contano il maggior numero di interventi da
parte del nuovo ente. Facendo il punto della situazione alla prima conferenza regionale, così si affermava: “L’intervento della regione a favore
del movimento cooperativo, nel quadriennio 1973-1976, è prevalentemente costituito da contributi in conto interessi e da contributi in conto
capitale ed ammonta a poco più di 4,8 miliardi di lire. In particolare il
settore della cooperazione agricola ha usufruito di finanziamenti per 3,165
mld che hanno permesso la erogazione di credito di esercizio agevolato
80
per 10,501 mld e l’erogazione di prestiti agevolati per l’acquisto di bestiame per un valore di 1,071 mld”.
Altro settore di intervento della regione è l’artigianato al quale sono
stati concessi 1,2 mld di lire sia per la formazione del patrimonio sociale
delle cooperative di garanzia sia per facilitare l’accesso delle imprese
artigiane al credito di esercizio. Meno rilevanti i contributi concessi alla
cooperazione nel settore della pesca e del commercio; alla prima, a fronte di un investimento di 611 mln, sono andati 110 mln; alla seconda contro investimenti pari a 3,2 mld circa è stato concesso un contributo in
conto capitale di 340 mln.
Certo di fronte a questi incentivi non si nascondono anche i limiti di
questa azione che traspaiono ampiamente dal dibattito della conferenza
del ‘77: “si desume che la Regione Marche ha svolto un ruolo importante
ai fini dello sviluppo della cooperazione agricola; non va però dimenticato che i provvedimenti di legge, specie in certi settori di attività, sono
stati adottati per sanare situazioni diventate ormai troppo gravose o dettati da contingenti necessità di mercato, non si sono cioé debitamente
programmati gli interventi, emanando una legge organica per lo sviluppo della cooperazione agricola”. Così come un’eccessiva polverizzazione
degli interventi spesso finiva per attenuare l’efficacia dell’azione pubblica.
Il quadro complessivo fa emergere come i fondi stanziati dalla Regione
a favore della cooperazione siano indirizzati verso quei settori produttivi
caratterizzati dalla presenza di imprese di piccola dimensione che necessitavano di una ricomposizione ed aggregazione per il raggiungimento
di più idonei livelli dimensionali.
L’entrata in scena e l’attivarsi delle Regioni porta anche ad una più
forte strutturazione degli organismi di rappresentanza delle cooperative
su questa scala territoriale, maggiormente in grado di poter intavolare
rapporti diretti di collaborazione e programmazione con il nuovo ente.
Nel 1971, ad esempio, così come descritto nel volume La cooperazione marchigiana alle soglie del Terzo Millennio nasce il comitato di Coordinamento Regionale delle Marche della Confcooperative. Nel 1974 le
Unioni Provinciali Cooperative costituiscono l’Unione Marchigiana delle
Cooperative e Mutue, che nasce il 14 dicembre dello stesso anno con un
Congresso costituente al quale partecipano i rappresentanti delle Unioni
81
provinciali, della Federazione regionale delle casse Rurali, del CECAM e
di altri organismi cooperativi e associativi. “Le funzioni dell’Unione Regionale vengono definite nel coordinamento delle politiche e dei programmi del movimento cooperativo in tutte le sue componenti, allo scopo di assicurare un armonico sviluppo della cooperazione nel territorio,
nei settori e nei servizi e di svolgere la funzione di rappresentanza quale
valida interlocutrice nei confronti del potere politico e decisionale della
Regione”.
Nell’aprile 1976 si costituisce l’A.G.C.I. Marche, come emanazione dell’A.G.C.I. Nazionale che aveva celebrato la sua prima assemblea proprio
nelle Marche ad Ancona il 28-29 aprile 1962. Di ispirazione repubblicana,
richiamandosi alle radici primigenie del cooperativismo mazziniano, affilierà in provincia soprattutto aziende nel settore dell’edilizia e dell’agricoltura.
Parallelamente alla crescita del movimento cooperativo si assiste più
generalmente ad un potenziamento delle organizzazioni e ad una maggiore organizzazione delle rispettive Federazioni di settore. I rapporti con
la Regione e gli altri enti territoriali si fanno più stretti e, come si afferma
nel volume sopracitato, l’intero “movimento sembra uscire da una fase
più pioneristica per passare ad una fase più organica che vede il movimento cooperativo interlocutore qualificato a livello regionale per cercare soluzione ai problemi economici che investono la società nazionale e
marchigiana”. E anche i dati provinciali tratti dall’indagine svolta in occasione della prima conferenza regionale della cooperazione lo confermano.
82
Principali caratteristiche del movimento cooperativo nella regione Marche
e specificamente nella provincia di Pesaro-Urbino al 31/12/1976
Cooperative aderenti alle centrali cooperative - consistenza al 31/12/1976
PROVINCIA
PESARO
N.
N. soci al
Capitale
Coop 31/12/1976 sociale al
31/12/1976
Sez. Consumo
30
Sez. Produzione 27
e Lavoro
Sez. Agricoltura 67
Sez. Trasporto
6
Sez. Pesca
7
N. addetti Fatturato al 31/12/1975
non soci
di alcune coop
Lire
Coop.
3.779
479
28.703,50
40.333,00
45
84
1.278.704,500 27
2.892.996,400 16
3.538
219
806
79.499,10
7.355,00
1.669,00
48
4
7
2.595,215 28
865.058,600 4
2.790.716,700 4
Se si osservano i dati del movimento appare subito il suo andamento
postivo e il suo generale rafforzarsi un po’ in tutti gli ambiti.
L’analisi delle cifre regionali, in un’ottica storico comparativa dal 1951
al 1976, dimostra che il numero delle cooperative è costantemente aumentato: dalle 388 cooperative iscritte nel 1951 si è passati alle 1578
unità iscritte alla fine del 1976 con un incremento di oltre il 400%.
Si evince come dalla seconda metà degli anni ’60 in poi il movimento
cooperativo regionale si sia allargato e sia andato maturando, anche attraverso una maggiore complessiva sensibilizzazione al problema cooperativistico. La fotografia numerica del movimento al 1977 presenta ben
1.634 cooperative operanti nelle Marche, con circa 70.000 soci. Il fatturato complessivo seppur riferito a solo circa 400 imprese cooperative era
indicato pari a 98 miliardi di lire. Appare chiaro quindi come il movimento
avesse ormai superato le difficoltà iniziali e si avviasse verso una nuova
fase di espansione.
Agricoltura
Parte preponderante del movimento, come presenza di imprese e come
rilevanza del sostegno pubblico ad esso indirizzato, è il settore dell’agricoltura.
83
Le cooperative agricole nella provincia costituiscono per numero circa
il 50% dell’intero movimento e per numero di soci sono di poco inferiori
soltanto alle cooperative di consumo.Certo permanevano evidenti elementi di debolezza costituiti ad esempio dall’esiguo numero 67 al 1976
con 3.538 soci, rispetto alla totalità del settore. Nelle Marche esistevano
147 cooperative funzionanti, con 11.500 soci su una popolazione dedita
all’agricoltura che superava circa le 100.000 unità. In questo settore la
maggior parte dei soci erano piccoli e piccolissimi produttori dotati per
lo più di modeste risorse finanziarie per i quali la cooperazione ha costituito un fattore determinante per il proseguo dell’attività.
La cooperazione agricola in provincia risulta indirizzata prevalentemente
nella trasformazione e commercializzazione mentre più resistente alla
penetrazione cooperativa risultava il lato della produzione.
Alcune esperienze resistenti e radicate si identificano in provincia con
ambiti che hanno avuto una loro lunga storia e tradizione. Un esempio
può essere costituito dalla Cooperativa ortofrutticola fanese. Questo settore che nel 1975 ha prodotto 400.000 quintali di frutta fresca, in prevalenza pere e pesche, e 2.900.000 quintali di prodotti orticoli, rappresenta
a metà degli anni ’70 circa il 16 % della produzione lorda vendibile dell’agricoltura regionale. Certo il peso della generale crisi dell’agricoltura
si faceva sentire anche in questo settore. I motivi principali di criticità
erano molteplici e potevano essere individuati nell’esodo dalle campagne, nel ritardo tecnologico, nella carenza di alcuni metodi mercantili che
fanno pagare al produttore costi elevati; non ultima l’edilizia che con aree
industriali e servizi pubblici sottraeva spesso terreni pianeggianti di ottima resa a questa attività.
La cooperazione di settore, nell’ortofrutticoltura, non era stata dotata
fino ad allora di grosse strutture a diffusione generalizzata, e contava
soprattutto su una rete di stabilimenti di lavorazione, distribuzione e commercializzazione, che costituivano negli obiettivi della programmazione
regionale dei “poli di sviluppo” per l’associazionismo in questo comparto. In alcune località, con particolare concentrazione nel fanese, il mondo
cooperativo non aveva atteso le grandi strutture per operare, fidando
molto sull’agilità e la snellezza di piccole imprese. Nell’area di Fano, quindi,
il settore presentava segni di vitalità e di impegno. Su questa realtà si
84
inserirà la volontà pubblica di incentivare questa attività attraverso un
consistente intervento pubblico che riletto in chiave storica può essere
utile per comprendere alcuni problemi ampiamenti generalizzati degli
investimenti pubblici finalizzati alla programmazione. Infatti, già dal 1968
si iniziò a Fano lo studio per la realizzazione di una centrale ortofrutticola,
anche se il dibattito era di qualche anno precedente. Nel 1969 il Ministero dell’Agricoltura e Foreste dava il suo preliminare consenso all’iniziativa. Nel 1970 l’Ente di Sviluppo presentava il progetto esecutivo. Nel 1972
il progetto tornava approvato e finanziato. Nel 1975 venne appaltato il
primo stralcio dei lavori. L’ultimazione dei lavori e la conseguente attivazione dello stabilimento avverrà solo circa 11 anni dopo la progettazione
in un contesto di mercato profondamente mutato, in un quadro di ulteriore calo della produzione; in questa condizione inizierà la sua attività il
“nuovo” Centro Ortofrutticolo del Medio Adriatico.
Nel settore agricolo, così come in molti altri settori e non solo cooperativi, si assiste ad investimenti per lo più finalizzati al rafforzamento anche quantitativo della produzione che nel giro di pochi anni manifestano
un sovradimensionamento rispetto al nuovo contesto nazionale e internazionale e alla realtà produttiva locale. E questa valutazione sembrerebbe valida osservando un po’ tutti i settori, in quanto accanto alla crescita
degli impianti di lavorazione dei prodotti si assiste quasi sempre ad una
forte e progressiva riduzione della produzione agricola.
Però anche in ambito agricolo si assiste negli anni ’70 e significativamente proprio da parte di alcune esperienze cooperative del territorio,
al nascere di serrate critiche al modello produttivistico industrialista dei
decenni precedenti.
In tal senso emblematica, anche per il suo carattere innovativo e di
qualità può essere considerata l’esperienza della Cooperativa Alce Nero
di Isola del Piano che non a caso nasce proprio nel 1977. Così Gino Girolomoni, in quegli anni sindaco di Isola del Piano, ricorda nel libro Intellettuali e realtà contadina il nascere di quell’esperienza: “Alce Nero è il nome
che io e altri dieci giovani di questo comune abbiamo dato ad una cooperativa agricola costituita nell’anno scorso per rimanere qui e non andarcene come i due terzi degli abitanti del nostro paese”. Interessante
osservare come in questa esperienza cooperativa, così come spesso è
85
stato nella storia ultrasecolare del movimento, gli aspetti di resistenza e
di organizzazione per contrastare il peso insostenibile di una crisi, si indirizzino verso soluzioni innovative di qualità, in questo caso l’agricoltura
biologica, in un’azione concreta capace non solo di un’effettiva operatività ma anche di sviluppare una riflessione economica, sociale e culturale
sulla realtà circostante. “Oltre alla quantità dei prodotti puntiamo soprattutto alla qualità “in modo da non causare danno alcuno alla salute del
consumatore” è scritto nell’atto costitutivo della cooperativa. Ci proponiamo inoltre la rivalutazione della nostra cultura contadina attraverso
ricerche, pubblicazioni, manifestazioni, e il ripristino di alcune forme di
artigianato rurale come la tessitura”. L’azione della cooperativa, già dalle
origini si è orientata anche verso l’aspetto culturale con l’organizzaizone
di incontri, convegni e con la pubblicazione di numerosi testi.
Segno di un’attenzione nuova a questi temi, nel movimento cooperativo, è costituita anche dalla nascita, nel 1978, della Cooperativa Campo di
Fossombrone che percorrerà la strada del biologico.
Più complessivamente il movimento cooperativo agricolo provinciale
si trovava di fronte al problema di far crescere culturalmente e tecnicamente i singoli produttori spesso isolati e ripiegati su se stessi, legati a
comunità che si erano impoverite e che nel giro di pochi decenni avevano assistito praticamente inermi e rassegnate al più imponente movimento migratorio della loro storia. Ciò si connetteva strettamente anche
ad una maggiore attenzione per le tematiche ambientali e della difesa
del suolo, consci che il perpetrarsi dell’incuria in cui erano state lasciate
vaste zone interne fosse foriero di sempre più gravi dissesti idrogeologici.
E’ con lo spirito fortemente critico, tipico anche degli scritti cooperativistici degli anni ’70, che si paventava come le trasformazioni radicali avvenute potessero comportare senza correzioni ad un futuro incerto e preoccupante da tutti i punti di vista. Così ad esempio per il settore zootecnico, in cui dal movimento cooperativo iniziava a levarsi l’allarme che una
costante e progressiva diminuzione degli allevamenti e specialmente della
razza marchigiana, avrebbe certamente portato “verso problemi gravissimi per quanto riguarda l’alimentazione umana” (1a Conferenza regionale, 1977).
Più complessivamente, nella seconda metà degli anni ’70, si sviluppa86
no importanti cooperative nel settore agricolo, a larga base sociale e si
formano diversi consorzi cooperativi a livello provinciale e regionale, che
cercano di affrontare l’organizzazione produttiva e commerciale nei vari
settori settori agro-alimentari. Si cercherà, ad esempio, di favorire valide
reti di commecializzazione del settore zootecnico in modo da intervenire
a favore di tutti i coltivatori-allevatori, tenuto presente che nella regione
Marche l’85% delle attività è costituito da allevamenti inferiori a 7-8 unità
bovine aziendali.
Anche il settore cooperativo vitivinicolo dal 1967, anno di varo del “piano vitinicolo” regionale, nei dieci anni successivi risulta molto sviluppato.
Nel 1967 esistevano solo sei cantine sociali in tutta la Regione “per una
capacità complessiva di 181.000 ettolitri, corrispondenti a poco più del
sette per cento dei 2.500.000 ettolitri di vino che sono la produzione
totale del territorio”. Gli obiettivi posti dal piano risultavano quelli di coprire subito le zone vuote con nuove strutture cooperative, di prestare
assistenza tecnica e finanziaria a tutto il settore, di seguirne l’evoluzione
in un momento molto importante per l’intero settore, caratterizzato dall’introduzione delle denominazioni di origine. In dieci anni le cantine sociali risultavano raddoppiate e la capacità complessiva era pari a due volte e mezzo quella del 1967. La vendemmia 1977 troverà così 14 cantine
sociali funzionanti, aventi una capacità di incantinamento di 754.400 ettolitri, pari ad oltre il 30% di tutta la produzione enologica marchigiana.
Nella campagna vinicola del 1976, i 3.122 soci delle cantine associate
marchigiane, avevano prodotto ben 422 mila quintali di uva trasformata
in vino che venivano lavorati e commercializzati da 67 dipendenti nella
centrale di imbottigliamento di Camerano. Se non vi fossero state le cantine sociali, sarebbero state impegnate 3.122 famiglie in altrettante cantine casalinghe.
Anche il settore del latte e prodotti caseari provinciale segna con gli
inizi degli anni ’70 una crescita. Dagli atti della 1a Conferenza si evince
che accanto alle centrali del latte private di Pesaro e Fano, con attività
ridotte o in via di cessazione, sostanzialmente esistevano dagli anni ’60
due cooperative quella agricola del Petrano di Cagli e quella dei produttori latte di S. Agata Feltria. Quest’ultima era nata in un’area dove la
cooperazione aveva un lascito storico sia per la prossimità con le più avan87
zate esperienze romagnole sia per essere stata sede di una storica cooperativa, quella cioè legata alle ormai dismesse miniere di Perticara. La
cooperativa lattiera era nata nel 1962 anche per cercare di dare risposte
concrete ad un territorio che, dopo la chiusura degli impianti di estrazione zolfo Montecatini, viveva un periodo di profonda crisi e spopolamento. Nella prima metà degli anni ’70 l’attività si consolida forte di 130 soci,
piccoli produttori e circa 500 persone coinvolte nell’attività produttiva.
Più generalmente, nel settore, in collaborazione con il Consorzio Latte, si
avvia un programma di attività tendente ad ottenere il riconoscimento di
prodotto tipico al formaggio “Casciotta di Urbino”, cercando anche in
tale ambito una crescita qualitativa del prodotto.
Produzione e lavoro
La cooperazione di produzione e lavoro è il settore che ancora registrava indici di sviluppo molto bassi. Anche il settore dei servizi, che sarà
trainante nei decenni successivi, risulta ancora fragile.
In questo quadro è invece il settore edilizio ed in particolar modo quello legato all’abitazione che torna a fare registrare alti tassi di crescita e un
peso complessivo importante sull’intero movimento cooperativo.
L’inurbamento legato alla crescita dell’industria e dei servizi connessi
(banche, assicurazioni, uffici professionali ecc.) con migrazioni fisse e fluttuanti avevano spinto verso una crescita dell’esperienza della cooperazione edilizia quale valida risposta alla sempre crescente esigenza di alloggi. L’entrata in vigore delle leggi di settore 865/71 e 291/71, pur se in
misura inferiore rispetto alle previsioni, avevano consentito un primo allargamento della cooperazione edile e quindi dell’autogestione della
domanda di alloggi.
Anche nelle Marche, negli anni antecedenti al 1970, il movimento cooperativo era caratterizzato per lo più da cooperative condominiali, per
circa l’80% costituite unicamente per l’ottenimento dei fondi pubblici e,
pertanto, sciolte una volta costruito l’alloggio. Infatti, le leggi precedenti
– in particolare quella per la riforma della casa (legge 1179 del 1965) davano spazio a cooperative edilizie cosiddette “immobiliari”, un tipo di
cooperazione ibrida, che, soprattutto nei grossi centri urbani, veniva gestita da pochi soggetti, esperti in materia, con scarse o nulle ricadute
88
solidaristiche e sociali. Con l’avvento della legge 865/71 “Programmi e
coordinamento dell’edilizia residenziale pubblica” il movimento inizia a
dimensionarsi su cooperative a proprietà indivisa e divisa a larga base
sociale, espressione di una domanda che, dettata dall’inurbamento (cioé
necessità dell’alloggio in quanto tale), conteneva la richiesta di un tipo
diverso di abitazione per una diversa qualità della vita: servizi sociali, spazi verdi e così via. Nelle Marche il movimento cooperativo alla metà degli
anni ’70 era di 898 cooperative con n. 21.826 soci, con all’attivo la realizzazione di un patrimonio edilizio di n. 5.547 alloggi.
Di contro le esigenze sociali in merito agli alloggi erano a livello regionale e provinciale acuite da una condizione che presentava fortissimi squilibri. Se la media di mq. quadri per individuo era non particolarmente
penalizzante, una lettura meno superficiale dei dati palesava invece tutti
i problemi abitativi, frutto di uno sviluppo del territorio tanto repentino
quanto difficile da programmare. Ad esempio, un esame delle aree comprese nelle comunità montane mostrava che in esse le case non occupate
erano triplicate dal 1951 al 1971 a causa dell’elevato esodo agricolo. Le
case non occupate nella fascia costiera dal 1951 al 1971 erano anch’esse
aumentate di 5 volte. Inoltre se si analizzava la qualità del parco alloggi,
questo risultava vetusto, obsoleto, in cattive condizioni di manutenzione
e a volte mancante di igienicità oltre la media nazionale. Nelle aree montane, circa il 60% delle abitazioni era anteguerra. Anche la situazione degli
affitti era pesante: i costi di uso incidevano circa l’11% sui redditi più alti
e addirittura il 46% su quelli più bassi, contro una media nazionale rispettivamente del 9,4% e del 40%). Si comprende, quindi, facilmente come
ampi spazi si aprissero all’attività della cooperazione edilizia.
Tra le cooperative iscritte nel settore “misto”, particolare attenzione
se non altro per la loro matrice storica di antesignane del movimento,
deve essere rivolta all’importanza assunta dalle Casse Rurali ed Artigiane
e dalle cooperative di garanzia tra artigiani. Le prime avevano ormai raggiunto un consistente livello di diffusione sul territorio marchigiano, soprattutto nelle aree dove più sentita era l’esigenza dell’attività creditizia:
al 1977 operavano nella Regione 23 Casse Rurali ed Artigiane con 28
sportelli ed un volume di impieghi di oltre 34 miliardi. Per le cooperative
artigiane di garanzia lo sviluppo dell’attività era legato al particolare an89
damento del settore artigianale ed ai provvedimenti legislativi, emanati
dalla Regione. Le cooperative di garanzia erano sette ed interessavano
l’intero territorio regionale con un volume di affidamenti garantiti per
oltre 5,5 miliardi di lire nell’anno 1976.
Per restare sempre ad un settore storico della cooperazione, anche
l’ambito del consumo appare in fermento e pronto ad avviarsi nella direzione di profondi processi di modernizzazione. In questo settore l’obiettivo della cooperazione è rimasto essenzialmente quello delle origini e
cioè fornire al consumatore qualità, genuinità, assortimento a prezzi inferiori. Profondamente mutati risultavano, invece, nel nuovo contesto economico e sociale, le forme per raggiungere tali obiettivi.
Il comparto all’inizio degli anni ‘70 manifestava la maggiore presenza
di Coop Marche che in un’ottica di coordinamento e potenziamento aveva dato vita all’Associazione interprovinciale Romagna-Marche, passo che
precederà la riorganizzazione in Coop Romagna-Marche. Nel 1971 questo era il quadro del settore provinciale, così come riportato in delle interessanti Note e considerazioni prodotte dall’Associazione sopracitata:
Coop Marche nella provincia di Ancona è presente nel Comune di Ancona e Falconara Marittima con 5 punti vendita, nella provincia di Macerata
è presente con 7 punti vendita, nella provincia pesarese è presente nel
Comune capoluogo ed in quello di S. Angelo in Lizzola (località Montecchio) con 27 punti vendita per un’area di vendita totale di mq. 1638. In
provincia, al 1971, risultavano anche altri 13 spacci cooperativi aderenti
alla Lega dislocati nei Comuni di Pergola 4, Tavullia 1, Montecalvo in Foglia 1, Cantiano 1, Monteporzio 1, Fossombrone 1, Colbordolo 1, S. Giorgio di Pesaro 1, Comune di Urbino 2. Gli spacci aderenti all’Unione provinciale cooperative o autonomi risultavano in tutto 10 concentrati nel
Comune di Urbino.
Se da una parte la tradizione storica, il radicamento, soprattutto nel
pesarese e la quantità di punti vendita fanno intravedere la forza del settore del consumo, in quel periodo sono ancora prevalenti, così come in
tutta la provincia, gli elementi riconducibili ad una società tradizionale ed
ancora poco sviluppata. Fattori di modernizzazione e elementi di continuità e tradizionali convivono in un quadro sociale ed economico in continuo e rapido mutamento. Se si osserva la cooperazione di consumo
90
questo è evidente. I punti vendita sono ancora largamente strutturati in
forma tradizionale e solo pochi applicano il passo leggermente successivo che è costituito da un servizio semilibero in cui per una serie di prodotti il cittadino cliente si serve da sé. Ancora è da venire il “Servizio
libero integrale” che ad esempio a Pesaro, città capoluogo è adottato
solo dalla Standa, ancora unico tempio di consumismo per un contesto
pesarese che si affaccia timidamente ai nuovi stili di vita, alle abitudini e
ai riti della “moderna” società del benessere, caratterizzata anche da un
gran represso desiderio di finalmente, almeno per alcuni beni, poter sottrarsi alle rigide limitazioni che avevano caratterizzano fino a qualche tempo prima la quotidianità del mondo contadino.
Nelle analisi il comparto appare per lo più come “un complesso di
piccoli negozi che ha precluso ogni prospettiva di sviluppo se si tiene
conto dell’aggravio dei costi gestionali a cui si andrà incontro e all’impossibilità, stante le strutture attuali di fare una politica di prezzi adeguata e
apportare gli ammodernamenti indispensabili”.
Certamente l’accelarare delle trasformazioni e soprattutto lo sviluppo
complessivo del paese ha messo in crisi tutti i consolidati tradizionali assetti sociali ed economici. “Lo stesso movimento cooperativo, presente a
Pesaro ad Ancona e Macerata, si è inserito dalla Liberazione del Paese in
poi, in un sistema distributivo che se aveva dimostrato solidità in un certo
preriodo, è andato man mano perdendo la sua funzione calmieratrice,
registrando inoltre un superamento delle stesse strutture. L’esempio
macroscopico è quello di Pesaro città con 80.000 abitanti e 25 punti di
vendita cooperativi quasi tutti tradizionali [...]. Con una rete di vendita
polverizzata è impossibile sviluppare una politica di vendita che risponda
agli scopi ed alle funzioni che la cooperazione di consumo deve assolvere”.
Le tendenze in atto spingono, infatti, per costituire una rete distributiva che si avvalga di punti di vendita di notevoli dimensioni, con ampie
referenze merceologiche e consistenti volumi di vendita. D’altronde Pesaro dal 1960 al 1969 ha fatto registrare un incremento della popolazione
del 25,52% mentre S. Angelo in Lizzola il 27,22% ed i tempi per innovativi
investimenti paiono maturi. L’esito di queste analisi e riflessioni porterà,
91
nel 1972, per iniziativa di Coop Romagna-Marche, alla nascita a Pesaro
del primo grande supermercato della provincia.
In quegli stessi anni anche il Consorzio Agrario Provinciale ha ampliato
i suoi locali di vendita al pubblico divenendo, insieme alla Standa di Pesaro, l’unica struttura in provincia a supera gli 800 mq di superficie di vendita al dettaglio.
Ma la crescita del movimento degli anni ’70 è generalizzata e coinvolge anche ambiti nuovi per la cooperazione, quale ad esempio quello dei
trasporti. In provincia è del 24 novembre del 1973 la nascita a Fossombrone della Cooperativa Trasporti Fossombrone (CTF) per opera di 26
volonterosi fondatori. Anche in questo caso può essere rilevante osservare come in questi anni la formula cooperativa riuscisse a penetrare con
successo anche in ambiti lavorativi solitamente ad esclusiva conduzione
induviduale e privata, quale quello ad esempio dell’autotrasporto.
92
Gli anni ’80 e ’90. Terziarizzazione e cooperazione sociale
Gli anni ’80 e ’90 sono anni centrali per lo sviluppo della cooperazione
provinciale, per il suo consolidamento ed estensione. Il movimento risentirà positivamente delle trasformazioni in atto nella società e nel territorio e riuscirà a proporsi quale formula solida e presente in molteplici settori, superando la marcata funzione anticongiunturale e anticrisi che ne
aveva caratterizzato l’evocazione lungo tutti gli anni ’70 e i primi anni ’80.
Il rischio spesso paventato in quel frangente poteva essere di una visione
esclusivamente strumentale della cooperazione quale mero strumento di
risposta alla crisi in atto, col rischio che l’attenzione tornasse nell’ombra e
nel grigiore una volta riaffacciatasi la ripresa. Così non è stato, anche per
merito di vari soggetti attivi nel tessuto sociale ed economico divenuto
intanto estremamente vario e vivace. Da una parte i cooperatori hanno
saputo cogliere esigenze e nuovi scenari, dall’altra hanno trovato proprio
nella formula associativa il modo migliore per rispondervi.
Agricoltura
Industria
Anni
PU
Marche
1921
1936
1951
1961
1971
1981
1991
69,8
68,0
57,7
42,8
21,2
9,9
6,7
69,9
68,9
60,2
45,6
25,3
11,5
7,6
PU
20,9
17,7
24,7
34,1
42,7
43,0
41,0
Marche
20,5
18,8
21,9
30,7
40,8
44,7
42,3
Terziario
PU
9,3
14,3
17,6
24,0
36,1
47,1
52,3
Marche
9,6
12,3
17,9
23,7
33,8
43,8
20,1
Se tra il 1961 e il 1971 la quota degli attivi nell’industria, era passata in
provincia dal 34,1% al 42,7% superando così quella degli attivi nel primario che nello stesso decennio era crollata dal 42,8% al 21,2%, questo
primato del secondario durerà però solo un decennio, poiché tra il 1971
e il 1981 è il settore terziario a prendere la testa della graduatoria occupazionale, con il 47,1% di attivi nel 1981 che diverranno il 52,3% nel 1991.
Se già nel 1976 a livello nazionale il terziario contribuiva per il 50,6%
93
sull’intero reddito nazionale (38,6% da parte dei servizi resi dai privati; il
12% da parte dei servizi pubblici) e aveva aumentato l’impiego di 200.000
unità lavorative, in provincia il processo pare un po’ più ritardato ma andrà subendo presto, in linea con altri andamenti del passato, una forte
accelerazione.
I dati ben esemplificano alcuni dei processi che investono la società
provinciale. La tabella ben rappresenta la complessiva e profonda modificazione degli scenari e degli assetti produttivi economici e sociali dell’intero territorio che nel corso di un trentennio dal 1961 al 1991 ha conosciuto un processo di rapida industrializzazione, per poi vedere affermarsi il nuovo fenomeno della terziarizzazione che si impone tra gli anni ’80 e
’90. Così Ercole Sori e Luca Gorgolini nel loro saggio su demografia e
società nel volume “La provincia di Pesaro e Urbino nel Novecento” sintetizzano il fenomeno: “Gli anni ’80 e ’90 vedono perciò aprirsi la fase
post-industriale dello sviluppo economico, durante la quale la terziarizzazione della struttura produttiva spinge ben oltre la metà la quota di popolazione attiva nel settore dei servizi e della pubblica amministrazione”.
Infatti, il processo di terziarizzazione appare da un punto di vista economico e sociale come il fenomeno più rilevante, capace di influenzare
molteplici livelli e anche quindi il movimento cooperativo.
Questi dati sono anche lo specchio di un generale riassetto e di un
mutamento profondo della struttura produttiva e occupazionale che si
ripercuote sui vari ambiti. La società presenta via via una maggiore articolazione, con un pluralismo che, se è segno indubbio di dinamismo, fa
emergere anche il rischio di un’eccessiva frantumazione degli interessi in
nicchie spesso meramente corporative. Sono anni in cui si moltiplicano le
nuove figure professionali ed emergono nuovi bisogni ed aspettative riguardo ad un complessivo miglioramento della qualità della vita. Anche
questi sono tutti aspetti che confluiranno nell’espansione del terzo settore e nella crescita della cooperazione.
Questa si presenta anche come il recettore ideale di manodopera giovanile che, in modo particolare dalla fine degli anni ’70 a tutta la metà
degli anni ’80, diviene un altro aspetto importante della condizione sociale. Infatti queste profonde trasformazioni sono avvenute non senza
contraddizioni e momenti di criticità. Nei primi anni ’80 la discesa dell’in94
flazione e la ripresa produttiva non portano ad un parallelo proporzionale aumento dell’occupazione. Il riassetto del secondario ha colpito per lo
più quelle piccole imprese meno attrezzate nella competizione e con
minore capacità di innovazione ed esportazione oppure grandi impianti
ma ormai in declino. Nel capoluogo di provincia tale passaggio ha un
momento particolarmente importante sia da un punto di vista urbanistico che simbolico con la dismissione dei due più grandi impianti industriali
storicamente presenti in provincia: la Montedison e la Benelli che verranno smantellati e sostituiti da due centri commerciali. Il travaso al settore
terziario non è stato ovviamente meccanico e i timori di una generale
deindustrializzazione accompagnati da alti tassi di disoccupazione, nella
maggior parte giovanile, hanno contraddistinto il dibattito di quel periodo. In una regione quale le Marche con una popolazione ormai quantitativamente stabile, il numero di lavoratori in cerca di occupazione era in
forte aumento. Nel 1981 erano 34.000; nel 1982, 38.500; nel 1983, 43.000
e nel 1984 ben 48.000. L’intera popolazione occupata di contro subiva
una forte flessione passando dai 612.000 addetti del 1981, ai 591.000 del
1985. Inoltre il ricorso alla cassa integrazione diviene sempre più massiccio fino a far registrare per il 1984 la punta record di 20 milioni di ore. Il
problema del lavoro, quindi, rivestiva importanza fondamentale in tutto il
paese, in particolar modo per i giovani, tra cui i disoccupati erano in Italia
il 34%. Se nei maggiori paesi europei i giovani disoccupati erano il 22%
nei paesi occidentali più industrializzati i disoccupati tra questa fascia erano
solo il 7%. Nelle Marche mentre il dato della disoccupazione complessiva
risultava al di sotto della media nazionale, la disoccupazione giovanile
qualificata registrava dati del 50 % superiori alla situazione nazionale.
In questo quadro di rapida trasformazione la cooperazione si è trovata
a svolgere un ruolo importante e per certi versi privilegiato. Prendendo il
movimento nel suo complesso, appare come nei settori di intervento tradizionali abbia ormai consolidato la propria presenza sia con realtà che
dopo aver superato le mille difficoltà poste dalla storia danno una certa
garanzia di solidità o se non altro di continuità e resistenza, sia con l’espansione di alcuni settori. In questi comparti di tradizionale presenza la cooperazione continua a svolgere il suo ruolo storico di riferimento e di organizzazione in risposta soprattutto alle esigenze dei singoli produttori e
95
operatori strutturandosi maggiormente anche aumentando le proprie
dimensioni, in soci e fatturato. Accanto a ciò la natura stessa della cooperazione risulta particolarmente adatta a rispondere in forma dinamica a
tutta una serie di esigenze, bisogni e situazioni completamente nuove,
difficilmente appannaggio di imprese private settorializzate e focalizzate
verso ambiti fortemente renumerativi da un punto di vista economico.
Ecco che così accanto ai settori per così dire “storici” (agricoltura, consumo, edilizia, pesca, credito ecc.) inizieranno a svilupparsene anche altri,
nuovi che rendono il movimento ancor più articolato e differenziato in
linea con una società più complessa e vivace.
Gli anni ’80, quindi, rimandano un movimento cooperativo presente a
livello regionale con imprese in un po’ tutti i settori e l’esperienza cooperativa risulta molto più diffusa sia sotto il profilo settoriale sia sotto quello
geografico. Se si osservano i dati presentati alla Seconda Conferenza
Regionale della Cooperazione (Tolentino, 22-23 febbraio 1985) questi
manifestano “un forte impulso di associate alle tre centrali che dal 1977
sono passate da 772 con 65 mila soci a 1.230 con 110 mila soci, mentre il
fatturato è quadruplicato”. Dalla conferenza emerge come la scena sia
contraddistinta da permanenza e innovazione.
Il fattore di continuità del movimento cooperativo è facilmente ravvisabile dall’ampissimo spazio che nei lavori della conferenza viene riservato ai comparti tradizionali e prima fra tutti l’agricoltura.
L’agricoltura in genere, in linea con gli andamenti nazionali del settore
e quelli occupazionali, prima rappresentati, risulta sempre un ambito in
grande travaglio. Seppur nella crisi del comparto la cooperazione fa registrare un consistente sviluppo, in linea sia con gli effetti del sostegno
pubblico riservato a queste imprese, lamentato come insufficiente, sia
alla funzione più propria della cooperazione di rappresentare un punto di
riferimento e di forza in relazione alla crisi. Se si prende come riferimento
il periodo 1976-1983 (e cioè gli anni compresi tra la prima e la seconda
conferenza regionale della cooperazione), le cooperative marchigiane
operanti nel settore agricolo sono passate dalle 257 nel 1976 alle 411 del
1983. I soci, in questo periodo sono cresciuti da 15.500 a 36.500. “I dipendenti fissi sono passati da 186 a 900, a cui vanno aggiunti altri 1.000
occupati stagionali. Il capitale sociale è passato da 180 milioni a 3 mld e
96
600 mln di lire, che con l’aggiunta dei fondi di riserva raddoppia, mentre
la raccolta di risparmio tra i soci ha raggiunto la soglia dei 15 mld di lire.
Il volume di affari è passato da 29 miliardi, sempre nel 1976 a 220 miliardi
annui di lire”.
Lo sviluppo così come era avvenuto per gli anni ’70 si è differenziato
nei vari comparti produttivi, ma ha riservato maggior incremento nel comparto della lavorazione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, segno ancora una volta della debolezza storica della cooperazione di conduzione. Il quadro complessivo di crescita della cooperazione è comunque da connettere alla crisi più generale del settore fortemente condizionato dalle importazioni di prodotti stranieri e dalle stringenti direttive CEE. Infatti l’obiettivo di una sempre maggiore integrazione che la cooperazione agricola persegue si intreccia e non può più prescindere dalla direttive comunitarie, dato che la CEE, si trova in una condizione generale di sovraproduzione con l’assegnazione di quote di produzione sempre più restrittive.
Se nel corso degli anni ’70 e ’80 si era raggiunto un certo equilibrio a
livello regionale tra la produzione e la dimensione degli impianti e delle
strutture di manipolazione e commercializzazione, grazie ad un’opera di
aggregazione di tutti quei soggetti che avevano ritenuto che su una moderna economia di scala si potessero recuperare delle convenienze, dalla
seconda metà degli anni ’80 la tendenza alla riduzione delle produzioni
manifesta ripercussioni negative nella gestione delle fasi successive (es.
vitivinicolo, ortofrutta, zootecnia, lattiero-caseario) cosicché un po’ tutti
gli impianti realizzati risultano spesso sovradimensionati.
Se si osserva il settore latiero-caseario alla crisi il movimento cooperativo regionale risponderà con ulteriori esperienze di integrazione e rafforzamento, con la nascita della Cooperlat che associa le principali cooperative del settore tra le quali le provinciali Cooperativa Agricola del
Petrano di Cagli, Montefeltro Latte di Perticara di Novafeltria, Fattorie
Marchigiane di Montemaggiore al Metauro. L’unione portò ad un rafforzamento della cooperazione nel settore che si concretizzò tra l’altro con
l’acquisto a metà degli anni ’80 della Tre Valli spa di Jesi, importante
azienda nella lavoazine e commercializzazione del latte.
Per quanto riguarda gli altri settori questo il quadro d’insieme che emer97
ge da una lettura comparata dei censimenti industria e servizi per la provincia di Pesaro e Urbino.
Società cooperative censite nella provincia di Pesaro e Urbino Fonte ISTAT: Censimento ntermedio industria e servizi 1996
Tipologia
1971
Estrazione di minerali non energetici
0
Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco
3
Industrie tessili e dell’abbigliamento
0
Industrie conciarie, fabbricazione di prodotti
in cuoio, pelle e similari
1
Industria del legno e dei prodotti in legno
0
Fabbricazione di pasta-carta, carta e prodotti
di carta; stampa ed editoria
1
Fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche
0
Fabbricazione di prodotti della lavorazione
di minerali non metalliferi
0
Produzione di metallo e fabbricazione di prodotti
in metallo
0
Fabbricazione macchine ed apparecchi meccanici;
installazione e riparazione
0
Fabbricazione macchine elettriche e apparecchiature
elettriche ed ottiche
0
Fabbricazione di mezzi di trasporto
0
Altre industrie manifatturiere
0
Costruzioni
2
Commercio ingrosso e dettaglio; riparazione
di auto, moto e beni personali
18
Alberghi e ristoranti
3
Trasporti, magazzinaggio e comunicazioni
4
Intermediazione monetaria e finanziaria
9
Attivita’ immobiliari, noleggio, informatica, ricerca,
profess. ed imprendit.
1
Altri servizi pubblici, sociali e personali
0
TOTALE
98
42
1981 1991 1996
0
12
3
2
6
8
0
7
4
2
1
0
1
1
1
0
1
4
1
6
1
2
0
1
3
2
4
0
1
0
0
0
1
13
1
1
8
22
0
2
3
39
32
8
5
10
59
15
13
13
23
10
10
11
4
12
24
8
31
13
109
189
167
Superando l’approccio esclusivamente numerico-quantitativo si osservano settori particolarmente strutturati che si ampiano ed altri nuovi che
emergono.
Il settore storico del consumo, ad esempio, porta a maturazione anche
nella provincia di Pesaro e Urbino i progetti di riorganizzazione funzionale e dimensionale che si erano affacciati lungo gli anni ’60 e ’70. Si va
affermando la modalità della grande distribuzione che nella città capoluogo di provincia sfocia in un’operazione in qualche modo emblematica
per rappresentare l’avanzamento del terziario. Negli spazi lasciati vuoti
dallo smantellamento e abbattimento dello stabilimento Montedison (impianto che con altra proprietà e denominazione era sorto a Pesaro addirittura alla metà del XIX secolo), negli anni ’90 verrà costruito il centro
commerciale Miralfiore in cui troverà collocazione un ipermercato Coop.
Ma in regione anche le altre cooperative del settore, quali ad esempio
quelle di associazione dei dettaglianti (Crai, Sigma e Conad), negli anni
’90, fanno registrare buoni andamenti occupazionali e di crescita, vedendo i gruppi impegnati in fusioni e verticalizzazioni che permettono maggiore competitività. Il settore inoltre prende consistenza non solo per
l’ampliamento delle strutture, loro diffusione e fatturati complessivi ma
anche dal punto di vista occupazionale.
Anche nel settore edilizio la cooperazione è in crescita e se si osserva il
dato regionale dal 1979 al 1983 si realizzano nelle Marche 2.500 alloggi
con un investimento di 150 miliardi; le sole costruzioni realizzate in questi
anni andrebbero a comporre l’ossatura di una città di 10.000 abitanti. Il
settore infatti dopo i primi interventi legislativi di agevolazione alla costruzione di alloggi in cooperativa avrà dalla seconda metà degli anni ’70
in poi una continua crescita rispondendo così alla sempre maggiore richiesta di case in proprietà.
Anche il settore del credito appare in tutta la sua solidità come un
punto di riferimento e di continuità storica del movimento. Inoltre con la
riforma attuata con l’emanazione del Dlgs. 1 settembre 1993 , n. 385 Testo Unico delle Leggi in materia bancaria e creditizia, le Banche di Credito Cooperativo hanno dato segno di sapersi ben adeguare alla nuova
realtà che le abilita a svolgere l’attività di impresa bancaria al pari degli
ltri istituti di credito.
99
Ma la forza e la capacità vitale del movimento cooperativo in questi
anni non si registra solo con la capacità di resistere, meglio organizzare
ed ampliare la propria attività nei settori tradizionali, storici del moviment,o
ma anche di saper intercettare bisogni, potenzialità, processi di trasformazione in atto per fornirvi concrete e rapide risposte.
Se ancora nella seconda metà degli anni ’70 tutto il sistema terziario
cooperativo risultava, come si legge negli atti della prima conferenza,
“poco evoluto e prestatore di servizi a livelli bassi” sarà proprio questo
ambito a registrare, nei due decenni successivi, maggior sviluppo e vivacità. Proprio nel settore servizi la cooperazione si trovò di fronte un largo
spazio da riempire e l’ha fatto non abbandonando alcune posizioni di
rilevanza guadagnate lungo il faticoso cammino della sua storia.
La cooperazione inizia così a spingersi fuori dai comparti tradizionali
intervenendo anche in altri settori che stavano diventando rilevanti e
espressione di nuove potenzialità anche sul lato occupazionale: quello
dei servizi sociali, dei trasporti, della consulenza aziendale, della produzione culturale, del turismo, della progettazione, dell’acquacoltura e maricoltura, dei servizi finanziari e infine dell’informatica.
Tra questi il settore della cooperazione sociale avrà una crescita importante anche perché in questo settore, forse più che in altri, si esprime
tutto quel complesso insieme di motivazioni ideali, agire sociale, panorama culturale e politico che da sempre si è visto, seppur con mutati spiriti
e situazioni, sono stati nel concreto, accanto alla volontà di fare impresa e
mercato, le molle di sviluppo del movimento cooperativo.
Analizzando questo comparto si osserva che in provincia, in linea con
quanto avviene a livello nazionale, muove i primi passi alla fine degli anni
’70. Sono gli anni in cui parallelamente all’aggravarsi dei bilanci pubblici
iniziano i timori per la crisi profonda che investirà i sistemi di welfare di
tutta Europa. In Italia tali politiche sono state sempre fragili e spesso
squilibrate caratterizzate più da una gestione pubblica centralizzata degli
interventi, per lo più costituiti da politiche di tipo distributivo. In questo
quadro più forti si sentono le esigenze di innovazione, anche con l’entrata di soggetti nuovi, privati nello sforzo di giungere ad una maggiore,
qualità, differenziazione ed efficacia dei servizi offerti. Se le prime esigenze e attenzioni maturano in questi anni, sarà solo col proseguo degli
100
anni ’80 che si giungerà ad uno sviluppo massiccio del settore che intanto andava modificandosi seguendo alcuni tratti principali che così nel
volume L’inserimento lavorativo dei disabili nelle Cooperative sociali della regione Marche, del 1997, vengono riassunti:
1.
riduzione della centralizzazione e decentramento del potere decisionale, sia per l’offerta dei servizi che per il loro finanziamento;
2.
deistituzionalizzazione, intesa come tendenza ad eliminare le strutture specialistiche, in genere residenziali, che isolavano le persone svantaggiate dal contesto di riferimento;
3.
maggiore attenzione alla produzione di servizi, alla loro qualità
e ai costi di produzione attraverso il decentramento e la separazione tra finanziamento e produzione, con un crescente coinvolgimento nella produzione di organizzazioni private, profit e non
profit.
Queste quindi molto in breve le linee di indirizzo generali che porteranno a numorosi sostanziali mutamenti del settore terziario: il modo di
rioganizzare un sistema di welfare, la riorganizzazione della pubblica amministrazione; la nascita del no-profit e del terzo settore e i suoi rapporti
con il pubblico; la crescita dei servizi come percezione di una crescita
effettiva della qualità della vita; l’articolarsi e, potremmo dire usando un
termine usato per il processo storico di industrializzazione, la modernizzazione delle offerte socio-assistenziali, educative, ricreative ecc.
Questa storia ormai trentennale meriterebbe, così come quella di altri
singoli settori, indubbiamente un’attenzione e una ricerca a sé dedicata,
proprio per la sua specificità e rilevanza. Crediamo che da questa emergerebbero tanti elementi utili a comprendere non solo l’evoluzione del
settore ma anche la società che ci circonda così come noi oggi la viviamo
e percepiamo.
Da un punto di vista storico molte sono le motivazioni che creano un
contesto favorevole e concorrono allo sviluppo di questo settore. Con la
seconda metà degli anni ’70, con il progressivo entrare in crisi di un pensiero essenzialmente produttivistico e fondato sulle quantità, il sentire
sociale si orienta verso i temi della qualità e del tentativo di rispondere
ad alcune contraddizioni e disagi che uno sviluppo accelerato, intensivo
e frammentato, avevano contribuito a rendere più acute. In questo con101
testo cresce l’aspettativa e la necessità di rispondere con maggior qualità al bisogno di servizi sociali, in una realtà territoriale che andava ormai
sancendo trasformazioni radicali e profonde che non potevano non implicare anche un ridisegno territoriale e più in generale un ripensamento
dei servizi. Proprio questi nodi emergevano con più forza dal nuovo tessuto sociale in un momento in cui la spesa pubblica manifestava palesemente e in forma inquietante il suo squilibrio complessivo. Proprio la contraddizione tra il bisogno di servizi sociali e le oggettive difficoltà pubbliche a fornire adeguate risposte, trova pronta la cooperazione a ricoprire
un originale ruolo che svolgerà in stretto legame con la politica dell’Ente
pubblico, senza sostituirsi ad esso, ma integrandolo e supportandolo in
un proficuo rapporto di collaborazione.
Inoltre proprio questa congiuntura si salderà con una profonda richiesta sociale e culturale del mondo giovanile che, proprio in quel frangente
di storia italiana e provinciale, manifesta, come si è ricordato in precedenza, i più alti tassi di disoccupazione mai registrati dalla fine degli anni
’40 in avanti.
Ciò contribuirà a che entrino in questo settore e nell’intero movimento
cooperativo forze generazionalmente nuove e attive, portatrici di valori e
motivazioni nuove. In questo senso interverrà anche l’applicazione della
legge 285 del 1977 “sull’occupazione giovanile”, soprattutto l’art. 26
relativo ai servizi di rilevanza sociale, che permetterà alla Regione e ai
Comuni di prospettare una serie di servizi che possono essere svolti, previa convenzione, proprio con cooperative di giovani.
Proprio nella seconda metà degli anni ’70 anche in provincia si inizia a
prospettare la creazione di strutture per la fornitura di servizi sostitutivi
rispetto a quelli forniti dal pubblico e più tradizionali. La cooperazione
era vista con interesse in questo ambito per la maggiore elasticità e capacità imprenditoriale rispetto alla gestione pubblica, pur conservando
le caratteristiche di servizio sociale; risultavano quindi ipotizzabili interventi interessanti nei settori educativo, assistenziale, socio-sanitario.
A cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, si assiste
all’emergere di una crescita di sensibilità nei confronti dell’emarginazione e del disagio sociale. La semina anche culturale degli anni precedenti
aveva portato, da parte di vari soggetti, al superamento di una logica
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reclusoria e ghettizzante del disagio e dell’handicap mentale e fisico,
spingendo verso la sperimentazione anche in provincia di esperienze
maggiormente attente alla persona e alla sua integrazione nel contesto
sociale. Per opera di individui attivi, così come è spesso stato nella storia
della coooperazione, spinti ad un’attività concreta di solidarietà da motivazioni a volte di ispirazione religiosa a volte di laico impegno civile, nascono le prime iniziative volte ad aiutare i portatori di handicap, i malati
di mente che proprio in quegli anni venivano emancipati dalla Legge 180
del 1978 (meglio nota come legge Basaglia), i sempre più numerosi tossicodipendenti ed altri cittadini che rappresentavano i cosiddetti “nuovi
bisogni”. In questa seconda metà degli anni ’70 si avviano esperienze
cooperative, per lo più opera di giovani, che risulteranno poi particolarmente adatte all’inserimento lavorativo dei più svantaggiati: ne sono un
esempio la Tiquarantuno di Pesaro (1976), la Giovanni XXIII di Montecalvo in Foglia (1978), la Cappa di Pesaro (1978).
In altri casi esperienze già attive a livello di comunità trovano nella
formula cooperativa il modo migliore per riorganizzarsi: è il caso ad esempio della Comunità agricola di Gradara fondata dal sacerdote pesarese
don Gianfranco Gaugiano nel 1976 e che darà vita nel 1981 alla Cooperativa “I.R.S. Aurora”, per la gestione diretta della Comunità Terapeutica.
Queste esperienze che sperimentano l’inserimento di categorie “svantaggiate” nel mondo lavorativo permettono di comprendere meglio l’apporto e il contributo originale di iniziative che solo 15 anni dopo (con la
legge del 1991) troveranno la definizione di cooperazione sociale. In realtà l’inserimento nel mondo del lavoro di alcune categorie “protette”
era stato riconosciuto per legge già dal 1968 con la legge n. 482 che
obbligava aziende sopra un certo numero di dipendenti ad assumere in
quote percentuali anche portatori di handicap. Ma l’efficacia concreta di
questa normativa, rimase nel corso degli anni indubbiamente insufficiente a rispondere alla domanda sempre maggiore di riabilitazione che proveniva da queste fasce di popolazione..In questo settore l’iniziativa cooperativa senza finalità di lucro, ha rappresentato una realtà capace di
offrire concrete e valide opportunità di reinserimento lavorativo, e quindi
sociale, per i portatori di handicap. Un aspetto indubbiamente interessante per le sue implicazioni sociali ed economiche delle cooperative
103
cosiddette integrate è senza dubbio quello rappresentato dal difficile
equilibrio che queste devono trovare tra lo scopo di assistenza e servizio
nei confronti dell’individuo svantaggiato e l’aspetto di impresa e orientamento alla produttività che comunque caratterizza anche questo tipo di
cooperative. Una miscela interessante di capacità di inclusione sociale, di
attenzione verso le fasce deboli coniugate, all’interno di un’attività comunque produttiva ed economica; aspetti questi tra i più propri che la
cooperazione ha espresso fin dalle sue origini e che ne sono state all’origine.
Su questo settore si è quindi stretta una collaborazione forte e proficua col pubblico che ha permesso di fornire “prestazioni di tipo complementare” rispetto a quelle tradizionalmente fornite, al tempo stesso
molto importanti per la vita degli individui e delle famiglie beneficiarie
così come per l’intero tessuto sociale. Sono così andate nascendo per
tutti gli anni ’80, accanto alle cooperative integrate, anche cooperative
dedicate ai servizi socio-sanitari ed educativi indirizzate a fornire prestazioni alla persona (assistenza domiciliare, gestione di strutture riabilitative, residenziali, ecc.), quelle che la legge successivamente definirà di “tipo
A”: Labirinto (1979), Acquilone (1979), Archimede (1983).
Come spesso in altri settori e periodi della storia d’Italia l’intervento
legislativo che regolamenterà il settore giungerà solo l’8 novembre 1991
con la legge 381 (legge istitutiva delle cooperative sociali ed integrate)
quando già significative esperienze erano presenti e sviluppate sul territorio. Nella legge vengono definiti maggiormente gli scopi e il campo di
azione di questo settore cooperativo segnandone un’ulteriore crescita.
La legge 381 consacra definitivamente questa realtà cooperativa come
un soggetto privato ma con finalità pubbliche e lo riconosce come partner privilegiato dell’ente pubblico, indicando anche strumenti per l’attivazione dei rapporti socio-economici fra le parti.
L’attività, negli anni si è rivolta a molteplici soggeti dagli anziani, ai
malati domiciliati o degenti in ospedali o case di cura, ma anche all’ambito educativo e ricreativo. Si è andata così sviluppando sul territorio un’ampia azione cooperativa rivolta alla solidarietà sociale che nella provincia
di Pesaro e Urbino troverà nelle politiche sociali del comune capoluogo
ed anche nella Provincia, un referente importante. Da una prima diffusio104
ne, maggiormente concentrata lungo la costa e nei centri maggiori, si
assiste poi lungo gli anni ’90 anche ad una diffusione territoriale di queste esperienze tanto da risultare oggi presenti in un po’ tutte le zone
della provincia.
La vitalità del settore è indubbiamente espressa anche dalla sua capacità organizzativa che porta nel 1990 alla creazione di un organismo cooperativo di coordinamento delle realtà operanti nel settore. Nasce così in
provincia il Consorzio provinciale Cooperative Sociali “Fuori Margine”
“con lo scopo di tutelare le cooperative aderenti e di favorirne lo sviluppo”. La struttura nei primi anni di vita ha svolto un importante ruolo normativo e ha contribuito ad mantenimento e miglioramento costantemente
della qualità dei servizi sociali nella provincia, garantendo al contempo il
rispetto del contratto di lavoro per i soci-lavoratori delle cooperative aderenti. Successivamente il consorzio ha assunto un ruolo propositivo e di
promozione a tutto campo della cooperazione sociale, giungendo a raggruppare circa 30 cooperative sociali della provincia. Il consorzio ha inoltre organizzato i primi due convegni provinciali della Cooperazione Sociale, promuovendo il coordinamento con altri consorzi della regione ed
arrivando ad organizzare nel Maggio ’97 il primo convegno regionale
sulla Cooperazione Sociale. Grazie all’opera del Consorzio Fuori Margine
è stato inoltre organizzato il “Salone della cooperazione sociale e delle
attività no profit” durante l’edizione 1996 di “Marche Producono”, la più
importante rassegna fieristica della regione. Da quell’ esperienza, che ha
dato visibilità alle organizzazioni no profit, integrandola con le sue peculiarità nel resto delle attività produttive della regione, è nato il progetto
di Solidadria. Crocevia espositivo del Terzo Settore uno dei più importanti appuntamenti nazionali dell’ economia sociale. Nel momento espositivo si sono affacciate alcune fra le più significative realtà del settore dell’economia sociale anche dell’area balcanica.
La maturazione e forza del settore si è ulteriormente manifestata in
tempi recenti, quando sulla spinta di un’azione anche culturale attuata
dal Consorzio Fuori Margine, alcune cooperative particolarmente attente e in grado di produrre significativi strumenti di qualita’ (un esempio
può essere costituito dalla cooperativa Labirinto fra le prime in italia a
redigere bilanci sociali) hanno dato vita anche ad una propria pubblicisti105
ca a sostegno delle proprie attività e del settore. La cooperativa sociale
tipografico-editoriale Magma, diventa ben presto strumento di produzione e diffusione di questo materiale documentativo; promuove la collana editoriale ‘particolari percorsi’ che conta fino ad oggi ben 13 testi
sulle tematiche inerenti la cooperazione sociale, in buona parte della nostra
provincia.
Ritornando più in generale al settore terziario, non è solo l’ambito dei
servizi sociali, ovviamente, l’unico a risentire positiviamente dei processi
in corso. Già dalla seconda conferenza regionale della cooperazione
emergeva l’incipiente sviluppo di nuovi settori, quali ad esempio la cultura e il tempo libero, il turismo, una miriade di esperienze nuove che ancora con difficoltà si riuscivano allora a focalizzare e ad analizzare anche
“per l’estrema eterogeneità dei settori interessati tutti genericamente
ascrivibili alla grande ed ancora indistinta categoria del terziario: dal
mondo dell’Università a quello della stampa, da quello dell’informazione
a quello dell’arte, da quello dei servizi di quartiere a quello dell’edilizia
sovvenzionata”.
La crescita di tutti questi ambiti porta anche ad una maggiore diffusione e confidenza da parte della popolazione con la formula cooperativa.
Lo stesso movimento cooperativo appare più cosciente di sé del proprio
peso e della propria rilevanza sociale ed economica. Segnale per certi
versi emblematico di questo aspetto può essere considerata l’istituzione
a metà degli anni ’80, presso l’Università degli Studi di Urbino, della Cattedra di storia del movimento Cooperativo di Credito grazie alla collaborazione tra Università, Federazione marchigiana Casse rurali e Istituto
Superiore di Scienze Religiose dell’ateneo feltresco.
Con gli anni ’90 si modifica finalmente anche il quadro legislativo. Quello
che negli anni ’70 era mancata – sentita ancor più impellente nel contesto di forte crescita del movimento - era la possibilità di muoversi in un
quadro normativo più dinamico rispetto ad una legislazione antiquata,
che nel mentre poneva alle cooperative tutta una serie di condizionamenti, per contro non attivava meccanismi incentivanti tali da agevolarne
la crescita. Purtroppo, alle dichiarazioni d’intenti di quegli anni non seguirono fatti concreti, tanto è vero che l’attesa riforma della legislazione
in materia di cooperazione si fece attendere ben oltre il prevedibile.
106
La legislazione sulle cooperative risultava ormai nell’ordinamento italiano, una legislazione “datata” non soltanto nel suo corpo fondamentale, costituito dalle norme contenute nel codice civile, ma anche nella successiva legislazione speciale, nella quale andava ricompresa una massa di
provvedimenti emanati subito dopo la caduta del regime fascista nonché
una congerie di altre leggi, in cui alla cooperazione e alle cooperative
non era sempre ascritto un ruolo specifico e coerente con le finalità del
movimento e le peculiarità della struttura imprenditoriale. Da questo punto
di vista si può dire che dagli anni quaranta in poi la legislazione in materia
di cooperative appare spesso pervasa da un clima di “emergenza cooperativistica”, sottinteso in una sempre annunciata, ripetutamente promossa e mai attuata riforma legislativa, e normalmente assunto a giustificazione di provvedimenti di portata limitata o settoriale, spesso circoscritta
all’ambito di incentivazioni poi indiscriminate estese anche ad altri settori
del mondo produttivo.
Con gli anni ’90 si avviano una serie di riforme in questo settore ed in
particolare viene varata la nuova legge in materia di società cooperative
il 14 gennaio 1992.
Più complessivamente, guardando anche ai settori tradizionali, quello
che si osserva è che l’impresa cooperativa dalle origini si è profondamente trasformata. Questa sua trasformazione si deve molto spesso ad un
processo di progressiva e costante integrazione della singola unità in un
più ampio raggruppamento di imprese, che si è definito appunto “movimento cooperativo”. Gli anni del pieno sviluppo della cooperazione, iniziati con la seconda metà degli anni ‘70, hanno portato a una generale
progressiva integrazione verticale e orizzontale che ha reso contemporaneamente partecipe la singola impresa cooperativa di caratteristiche proprie della piccola e media impresa. Appare quindi sempre più chiara l’esigenza di organizzazione e soprattutto di formazione per il management
problema in realtà che la cooperazione aveva dovuto affrontare fin dai
tempi della sua nascita sopperendovi spesso con la buona volontà, con
l’impegno e la dedizione di singoli soci o cooperatori. Sempre più necessario allo sviluppo di un movimento cooperativo moderno divengono l’analisi delle prospettive di mercato, la messa a punto di sistemi produttivi
innovativi, il trasferimento e l’introduzione di nuove tecnologie. In que107
sto come nella vigilanza un ruolo sempre più accresciuto spetta alle centrali cooperative. La loro organizzazione tende a farsi più complessa e
presente, con compiti di consulenza e di indirizzo, oltre che di promozione e rappresentanza.
La riflessione storica a questo punto si ferma per lasciare spazio al presente del movimento cooperativo. Un elemento interessante da un punto di vista storico, a conclusione di questa lunga carrellata, credo può
essere costituito dall’introduzione nelle coopoerative della pratica di redigere il bilancio sociale. Questo strumento nuovo introdotto per la finanza etica in Italia, di fronte a tante radicali trasformazioni della società
e anche del modo di fare cooperazione e del modo e perché i suoi soci si
riuniscono per cooperare, rappresenta un aspetto in cui si ritrovano forse
in forma più evidente gli aspetti fondamentali, caratterizzanti ed originari
del movimento cooperativo, l’idea cioè di dar vita ad un’impresa sociale
intesa come organizzazione che sappia coniugare ed equilibrare, arricchendoli reciprocamente, i principi tipici dell’imprenditoria (l’attenzione
organizzativa, l’innovazione, l’efficiente uso delle risorse) con quelli dell’intervento sociale (l’attenzione ai diritti, la partecipazione, la democraticità, la solidarietà).
Mentre lo scopo delle imprese tradizionali è sempre stato dalle sue
origini la massimizzazione del profitto, la cooperazione pare sempre più
connotarsi come un’impresa che ha come fine la massimizzazione nel lungo periodo della sua utilità sociale.
Auspici per una futura ricerca
Lo stato odierno degli studi e delle fonti reltive al movimento cooperativo provinciale è estremamente carente. Ciò crediamo dovrebbe preoccupare chi si occupa di cooperazione. Infatti, forse la cooperazione più
che altre organizzazioni sociali ed economiche dovrebbe riconoscere,
dall’esperienza del suo stesso operare, che alla lunga non c’è salute e
forte presenza sociale e culturale senza l’attenzione per le proprie radici,
per le fasi della propria storia. La pubblicistica recuperata per questa
ricerca è in larga parte assente dalle biblioteche pubbliche o specialistiche, relegata in case private o in depositi di enti e associazioni. Gli studi
consultati sono per lo più di taglio locale spesso limitato a singole zone o
108
cooperative. Ciò ovviamente non meraviglia se si considera l’estrema eterogeneità delle imprese cooperative aderenti al settore, il loro forte legame locale e territoriale con le comunità e il loro, in molti casi, solo recente
sviluppo.
Crediamo, però, che senza una coscienza storica di questo settore,
della sua presenza nella società provinciale sia difficile rispondere in forma esaudiente e profonda a domande elementari del tipo che cos’è la
cooperazione? che ruolo svolge? quali le sue peculiarità che la fanno essere così com’è e perché non dovrebbe essere altrimenti?
Se a queste poche domande elementari trasposte su di un individuo
nessuno di noi oserebbe rispondere senza una minima approfondita conoscenza della persona, della sua biografia, del suo curriculum vitae, per
l’appunto della sua storia, diffidando del solo modo in cui ci si presenta in
quel dato momento, così socialmente è ancor più vero per organizzazioni
sociali che compongono il variegato tessuto delle comunità.
Questa esigenza è forse oggi ancor più reale, sia perché il movimento
è stato oggetto di un forte rinnovamento anche generazionale, sia perché l’aspetto comunicativo e di diffusione del pensiero e dell’operare
cooperativo è importante per la salute e lo sviluppo stesso della cooperazione.
L’impostazione di una futura ricerca non potrà non essere a cavallo e
comprendere un approccio di carattere economico, giuridico, sociologico ed anche politico in quanto il movimento cooperativo si è, come si è
visto in queste pagine, confrontato continuamente con le diverse forme
di pensiero e ideologiche che hanno attraversato il paese in una dialettica incessante, apportando spesso contributi originali e significativi. La
storia della cooperazione, infatti, è da sempe parte attiva del processo di
trasformazione economica che ha subito la provincia nel corso del novecento e ricotruirne la sua storia siamo convinti ne possa fornire un inedito
ed originale punto di vista.
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Periodici locali
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Il Progresso
5.
L’Idea
6.
Bandiera Rossa
7.
La Provincia di Pesaro e Urbino
8.
Il Giornale dell’Emilia
9.
L’Ora
10. L’Unità
11. Il Resto del Carlino
12. Cooperazione Marche
La documentazione citata è oggi conservata presso la Biblioteca-Archivio di storia contemporanea “V. Bobbato” di Pesaro, in un piccolo
fondo documentario dedicato alla cooperazione provinciale.
Si ringraziano:
il personale delle quattro centrali cooperative
Biblioteca “Passionei” di Fossombrone
Biblioteca-Archivio “V. Bobbato”
Biblioteca Oliveriana di Pesaro
Biblioteca Federiciana di Fano
Biblioteca della Diocesi di Pesaro
Cristina Campagnoli
Matteo Costa
Gabriele Darpetti
Giacomo Gasperi
Michele Gianni
Simone Mattioli
Danilo Marchionni
??? Pezzolesi
Mario Rosati
Riccardo Serafini
Marcello Storoni
112
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