Novembre 2012
LEPANTOFOCUS
a cura del
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CULTURALE
LEPA NTO
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Fabio Bernabei
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IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO:
L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
Caro amico, gentile amica,
una ventina di anni fa il mondo ha
assistito al crollo del sistema
comunista sovietico.
In questi ultimi anni stiamo
assistendo, soffrendola direttamente, ad una crisi del
sistema economico occidentale che molti esperti
definiscono irreversibile.
Dobbiamo quindi mettere sullo stesso piano
l’ideologia socialcomunista e la difesa del
plurimillenario istituto della proprietà privata?
Assolutamente no, perché questa crisi mondiale
non riguarda la cultura del capitale, della proprietà
privata, ma la cultura del libero mercato, il quale sta
alla proprietà privata tanto poco quanto il socialcomunismo sta alla comunità dei beni di un
convento di frati mendicanti.
La Storia ci dimostra che socialcomunismo e
libero mercato sono, dal punto di vista economicopolitico, le due gambe di ferro, ma coi piedi di
argilla, di quel movimento politico e culturale che
definiamo “Illuminismo”: movimento qualificato
dalla volontà di sottrarre l’Occidente e tutto il
mondo occidentalizzato alle sue radici cristiane, a
costo di trascinare nella rovina tutti gli esseri umani
di tutti i continenti.
Dall’Illuminismo razionalista francese è
derivato lo Stato burocratico e socializzatore;
dall’Illuminismo irrazionalista scozzese è
derivato il libero mercato caotico e autogestito.
Della prima gamba di ferro, ma con il piede di
argilla, meccanicistico-burocratica, molto si è
scritto. Sulla seconda gamba di ferro, ma con il
piede di argilla, dell’Illuminismo questo scritto
intende gettare un raggio di luce.
Oggi ristabilire la verità è necessario per
salvaguardare la retta considerazione dell’istituto
della proprietà privata e soprattutto l’onore della
Santa Chiesa Cattolica, che del diritto naturale
posto da Dio nel cuore degli uomini è da duemila
anni fedele custode: UNICUIQUE SUUM.
Suo, in Gesu’ e Maria
Fabio Bernabei
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
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IL CAPITALE
È nota la definizione che Karl Marx (1818-1883)
dà del capitale nella sua celebre opera appunto
intitolata Il capitale: “La circolazione delle merci è
il punto di partenza del capitale (…) il suo prodotto
ultimo è il denaro. Questo prodotto ultimo della
circolazione delle merci è la prima forma
fenomenica del capitale. Il capitale, considerato
storicamente, si oppone in ogni luogo alla
proprietà fondiaria nella forma di denaro, come
patrimonio di denaro, capitale commerciale e
capitale usuraio” 1).
La diffusione che l’egemonia marxista nella
cultura ha dato di questa definizione ci ha fatto
dimenticare la definizione cattolica, quale ad
esempio ci è ricordata da Monsignor Henri
Delassus (1836-1921) nel suo libro Il problema
dell’ora presente, ossia “che il capitale è la base
necessaria di ogni civiltà” 2).
Contro l’affermazione di Marx, Monsignor
Delassus ci domanda: “Che cosa è dunque il
capitale? (…) Il capitale non è solamente il danaro
impiegato, ma le ricchezze di tutta la nazione che il
lavoro dell’uomo ha prodotte ed ammassate dalla
creazione, cominciando dalla prima di tutte, la
terra vegetale” 3).
Il dotto ecclesiastico ci rammenta che “per far
della sabbia una terra, e d’una terra coltivabile una
terra vegetale, l’uomo dovette per lungo tempo
innaffiarla co’ suoi sudori (…) essa non è nella
stessa condizione, non ha la medesima fertilità
dappertutto ove si trova, ed è sparita da contrade
che ne avevano goduto abbondantemente. Essa
segue l’uomo. Là ov’egli arriva col suo coraggio,
essa risponde al suo appello; si ritira se egli
l’abbandona o se gli manca il coraggio di
lavorarla. Ma il ridurla, il condensarla, il renderla
feconda, non è l’affare di un giorno né di poca virtù
(…) Nello stesso tempo gli utensili si sono
perfezionati ed accresciuti. Le selci che l’uomo
aveva raccolto per dar più forza alle sue dita
lasciarono il posto agli strumenti di bronzo o di
ferro. Oggi l’utensile è divenuto macchina; e col
servizio della macchina l’uomo ha successivamente
usufruito i venti e le acque, il vapore e l’elettricità.”
4).
Nota il Delassus: “Tutto questo forma il capitale
attuale dell’umanità. Dunque, la terra vegetale,
gl’istrumenti di lavoro, non sono stati dati all’uomo
dalla natura, come l’aria e la luce. Dunque l’uomo
non è stato posto in mezzo alla ricchezza della
terra. Il capitale non era al principio quello che è al
giorno d’oggi. Dio ne ha fornito gli elementi,
l’uomo lo ha formato e sviluppato col suo lavoro, e
lo conserva colla sua moderazione nel farne uso”
5).
Ed aggiunge: “Infine, al capitale-utensile ed al
capitale scientifico occorre aggiungere il capitaleistituzioni sociali, il quale ha preceduto il capitale
scientifico perché è di un ordine più immensamente
necessario. Già presso i popoli dell’antichità
vediamo fondate e stabilite in modo durevole le
grandi istituzioni di ogni società incivilita: la
sicurezza generale, la magistratura, l’istruzione
pubblica, il culto divino. La società è dunque
interamente costituita sul capitale.” 6).
L’ecclesiastico francese così conclude: “Essendo
il capitale ciò che abbiamo detto, non fa meraviglia
che l’uomo abbia battezzato questa cosa preziosa e
potente fra tutte con un nome dedotto da se stesso,
da quello de’ suoi membri reputato il più nobile,
quello da cui tutti gli altri ricevono movimento e
vita: Caput, il capo Il capitale è veramente il caput
della società, la quale per mezzo di esso si è
formata ed elevata a civiltà ed, elevandosi, non ha
cessato di condurre l’uomo stesso verso le altezze
della perfezione. Perciò, uno dei segni più
caratteristici della miseria intellettuale e morale dei
tempi nostri è che la parola la quale esprime tal
cosa sia vituperata, e che la cosa medesima sia
oggetto di maledizione. E, degradazione ancora più
profonda, non è soltanto il capitale-denaro che si
vuol maledire, ma il capitale-religione, il capitalecarità, il capitale-esercito, il capitale magistratura,
tutto quello che costituisce una società incivilita. La
setta che ha giurato la morte della società
cristiana, si travaglia per distruggere lo stesso
capitale-uomo. Perché l’uomo, al giorno d’oggi, è
lui stesso ed in se stesso un capitale. Nel corpo
come nell’anima egli porta il frutto del lavoro e del
risparmio delle generazioni precedenti.” 7).
Ovviamente “non vi è capitale senza proprietà,
non vi è proprietà – non diciamo possesso – senza
virtù, e che le virtù le quali creano il capitale,
dapprima sono comandate dall’Autore stesso della
nostra natura, poi dallo stato di decadenza in cui ci
ha posti la colpa del primo padre” 8).
Le parole di Monsignor Delassus corrispondono
perfettamente al pensiero grecoromano classico ed
al pensiero cattolico sulle leggi dell’economia
familiare e politica: solo il bonus pater familias,
solo gli “uomini di buona volontà” sono all’origine
della prosperità di una famiglia e di uno Stato 9).
Quando invece le élites e su loro esempio il
popolo divengono indifferenti o ribelli alle leggi
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F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
divine e civili lo Stato, magari dopo un periodo di
apparente splendore, va in rovina: “La farina del
diavolo va in crusca”, recita la millenaria saggezza
popolare.
L’idea di capitale e perciò di caput ci porta
quindi all’idea di testa come sede dell’intelligenza,
della ragione, del senno (Incolumitas capitis:sanità
di mente) 10); essa collega la prosperità, come già
insegnava Aristotele (384/3 a.C. - 322 a.C.),
all’accortezza nell’agire, alla temperanza, alle virtù
che rendono accettabile la fatica, il sacrificio e
l’onestà; prima di lui Platone (427 a.C.-347 a.C.)
faceva dire a Socrate (469 a.C.-399 a.C.) “che non
dalle ricchezze viene la virtù, ma dalla virtù le
ricchezze e tutto ciò che fa bene all’uomo, sia nella
sfera privata che in quella pubblica” 11).
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VIZÎ PRIVATI, PUBBLICHE VIRTÙ?
Quanta distanza fra l’idea di capitale e quella di
libero mercato!
Friedrich August von Hayek (1899-1992), uno
dei massimi teorici del libero mercato, purtroppo
non si limita a celebrare in Bernard de Mandeville
(1670-1733) e negli illuministi scozzesi del XVIII
secolo come Adam Smith (1723-1790) coloro che
svincolarono l’economia dall’etica classica
grecoromana e cristiana.
Il von Hayek non cela la sua ostilità verso quei
fondamenti etici già delineati ai tempi di Aristotele e
perfezionati poi da San Tommaso d’Aquino, “cosa
che portò in seguito alla sostanziale proclamazione
dell’etica aristotelica come insegnamento ufficiale
della Chiesa Cattolica Romana” 12).
Bernard de Mandeville, il cui cognome fu
storpiato da alcuni suoi contemporanei in “Man of
Devil” 13) o “Man-Devil” 14), seguace delle idee
del lodatore di atei Pierre Bayle (1647-1706) 15),
scrisse che i veri fondamenti della società “non sono
le qualità buone e amabili dell’uomo, ma i suoi
attributi cattivi e odiosi (…) Voglio dimostrare che
la socievolezza dell’uomo nasce solo da queste due
cose, e cioè dalla molteplicità dei suoi desideri e dai
continui ostacoli che egli incontra nei suoi sforzi
per soddisfarli” 16).
Il von Hayek definì questo autore come “una
grande mente” (“a Master Mind”) in una celebre
conferenza presentata nel 1966 alla British
Academy 17) e pone le radici del proprio pensiero
nella “metodologia propria di Mandeville e dei
moralisti scozzesi” 18), ove fra i moralisti scozzesi
annovera quell’Adam Smith “che afferma che ‘non
è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del
fornaio che ci aspettiamo il pranzo, ma dalla
considerazione che essi fanno del proprio
interesse’; e che ‘noi ci rivolgiamo non alla loro
umanità, ma al loro interesse, e non parliamo mai
loro delle nostre necessità, bensì dei loro vantaggi’”
19).
Commenta il von Hayek: “Ecco, dunque, che dai
filosofi morali scozzesi del diciottesimo secolo
provengono gli impulsi principali (…) verso la
comprensione del superiore potere autoregolatore
del sistema di mercato e dell’evoluzione anche del
linguaggio, della morale, del diritto” 20).
Ma questo è solo il bordo dell’abisso che separa
la civiltà del capitale dalla cultura del libero
mercato, la quale ultima possiamo anche definire,
insieme al von Hayek, con “l’espressione ‘la
Grande società’ (Big Society) che useremo
frequentemente nello stesso significato in cui
useremo l’espressione di Karl Popper ‘la società
aperta’ (Open Society)” 21).
DUE AMICI
A proposito delle citazioni che il von Hayek fa di
sir Karl Raimund Popper (1902-1994) è d’uopo
ricordare che, riguardo una delle prime opere
importanti di quest’ultimo, Logik der Forschung,
(1934) (tr. it. La logica della scoperta scientifica,
1970), “come gli avrebbe scritto, Hayek aveva già
espresso, prima della pubblicazione della Logik,
teorie che si accordavano alle idee di Popper sulla
teoria della conoscenza” 22).
Per quanto poi riguarda una delle più note opere
del Popper, The Open Society and its Enemies
(1945) (tr. it. La società aperta ed i suoi nemici,
1973-74) - dal cui titolo un suo fedele discepolo, il
noto finanziere George Soros (1930), ha tratto il
nome della sua rete internazionale di iniziative
politiche e culturali - “Popper rimase comunque
alquanto sconcertato quando, ricevendo una copia
di The Road to Serfdom di Hayek, si rese conto di
quanto simili le conclusioni cui erano arrivati.
Scrisse infatti a Gombrich chiedendogli di inserire
nel manoscritto de La società aperta l’indicazione
di quando era stato portato a termine, per paura
che sembrasse che egli si fosse ispirato a Hayek
senza menzionare la fonte” 23).
Nella sua maturità, il Popper volle dedicare “A
F.A. von Hayek” una delle sue più importanti opere
sui processi conoscitivi, Conjectures and
Refutations. The Growth of Scientific Knowledge
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(1969), (tr. it. Congetture e confutazioni. Lo sviluppo
della conoscenza scientifica, 1972), e più tardi,
“essendogli stato chiesto un parere sulla distinzione,
fatta da Ralph Dahrendorf, del suo pensiero
politico da quello di Hayek, Popper ebbe a
rispondere: ‘ Aber ich bin für Hayek, nicht gegen
Hayek’ “ (Invece io sono a favore di Hayek, non
contro Hayek) 24).
Quando poi il von Hayek volle ripubblicare la
sua fondamentale opera sulla conoscenza, non
mancò nella sua Prefazione di ricordare che “devo
molto agli amici Karl R. Popper e L. von
Bertalanffy e al professor J.C. Eccles per aver letto
e commentato le stesure precedenti di questo libro”
25).
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UN PENSIERO SISTEMATICO
Per scorgere il fondo dell’abisso che separa la
civiltà del capitale dalla cultura del libero mercato
occorre appunto tener presente “quel tema della
teoria della conoscenza che è il grande e
sistematico tema di Hayek. Tutta la sua filosofia
delle scienze sociali, includendovi l’economia e la
teoria delle istituzioni sociali e della politica,
possono essere infatti viste da questo punto di vista”
26).
Infatti, “il pensiero di Hayek è universalmente
considerato come un pensiero sistematico. La
coerenza, che col passare degli anni (…) è divenuta
ostinazione, rappresenta sicuramente uno dei tratti
più evidenti di tale pensiero” 27), ed “il fatto è che,
a partire dal 1937, Hayek pone la conoscenza come
problema veramente centrale delle scienze sociali”
28).
Preliminarmente ricordiamo che egli inquadra la
sua teoria della conoscenza all’interno del suo
fervente evoluzionismo.
Anzi il von Hayek rivendica ai teorici del libero
mercato la prima ispirazione di un pensiero
evoluzionistico, come effettivamente risulta a chi
seriamente studia la storia delle idee: “L’opera di
Smith segna l’irrompere di un approccio
evoluzionistico
che
ha
progressivamente
soppiantato la concezione statica di Aristotele (…)
Esami recenti degli appunti di Charles Darwin (…)
suggeriscono che la lettura di Adam Smith
nell’anno cruciale 1838 ha portato Darwin alla sua
intuizione decisiva” 29).
L’idea di libero mercato è infatti quella di “un
processo di autorganizzazione inconscia (…)
Questo è vero non soltanto in economia, ma anche
in ambito più vasto, ed è cosa ampiamente risaputa
nelle scienze biologiche” 30).
Infatti “l’evoluzione abbandona tutti gli
animismi che sono ancora presenti nella religione:
come l’idea che una mente singola o un’unica
volontà (per esempio quella di un Dio onnisciente)
possa costruire e controllare un ordine (…) se il
coordinamento del mercato delle attività individuali
(…) risulta dai processi naturali, spontanei e
autoregolatori (…) è evidente che la richiesta che
questi processi siano giusti, o possiedano altri
attributi morali, deriva da un antropomorfismo
ingenuo. Tali richieste, certamente, possono essere
indirizzate a coloro che dirigono un processo
guidato dal controllo razionale, o a un dio attento
alle preghiere, ma sono totalmente inappropriate al
processo impersonale autoregolatore attualmente in
funzione.” 31).
EVOLUZIONISMO CAOTICO
Il von Hayek vuole però precisare che egli non
crede a razionali leggi dell’evoluzione: “Né
l’evoluzione biologica né quella culturale
conoscono qualcosa di simile alle ‘leggi
dell’evoluzione’ o alle ‘leggi inevitabili dello
sviluppo storico”, nel senso di leggi che
governerebbero le tappe o le fasi successive
attraverso cui i risultati dell’evoluzione dovrebbero
passare, rendendo così possibile la predizione degli
sviluppi futuri (…) Queste idee storiciste sono state
efficacemente confutate da Karl Popper” 32).
Il von Hayek infatti, contestando la visione
modernistica della ragione ipertrofizzata “dal
cartesianesimo e così via, divinizzata dalla
Rivoluzione francese, utilizzata fino al più aperto
abuso in ogni scuola di pensiero comunista” 33),
non vuole abbandonare il pur criticato socialismo
per tornare al concetto classico e cristiano di retta
ragione ma vuole spingersi più oltre in senso
progressista, verso “il libero sviluppo e l’evoluzione
spontanea” 34), e perciò nega quella scienza che
“ha a suo unico fondamento l’idea che le leggi
generali, note o ignote, che governano gli eventi
dell’universo, sono necessarie e costanti” 35),
accettando quell’idea di “teoria della complessità” o
“teoria del Caos” che ha avuto fra i suoi campioni il
premio Nobel Ilya Prigogine (1917-2003) 36).
Perciò il von Hayek afferma che la sua
“credenza nell’evoluzione selettiva non ha niente a
che vedere con quella nelle leggi dell’evoluzione.
Essa postula soltanto il funzionamento di un
meccanismo il cui risultato dipende interamente
dalle condizioni marginali e sconosciute nelle quali
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IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
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opera. Non credo ci siano delle leggi
dell’evoluzione. Le leggi rendono le predizioni
possibili, ma l’effetto del processo di selezione
dipende sempre da circostanze imprevedibili” 37).
L’evoluzionismo del von Hayek è quindi vicino
all’evoluzionismo caotico del postdarwinista
Stephen Jay Gould (1941-2002) 38).
Nel quadro di questo evoluzionismo il von
Hayek situa la sua teoria della conoscenza, che
comincia a sviluppare durante l’inverno del 1920, a
Zurigo, quando “lavora per alcune settimane nel
laboratorio dell’anatomista Constantin von
Monakov, dove ha modo di apprendere le nozioni
fondamentali sulla morfologia e sul funzionamento
delle fibre neurali” 39).
Poche settimane passate presso un laboratorio
anatomico bastarono a convincere il giovane von
Hayek a seguire per il resto della sua vita quella
corrente di pensiero che:
NEGA L’ESISTENZA ONTOLOGICA DI UNA
MENTE
INDIVIDUALE
A
QUALSIASI
LIVELLO, DIVINO ED UMANO.
La sopraccitata avversione verso l’etica tomisticoaristotelica si giustifica primariamente per il fatto
che, per il von Hayek, “l’ ‘essenza’ o ‘sostanza’
mentale è una concezione (…) risultato di un modo
di pensare ‘ilomorfico’, per usare un termine antico
nel suo senso più letterale” 40): perciò lo studioso
austriaco non può che avversare “il pensiero
aristotelico, una volta inserito nel sistema di
Tommaso d’Aquino” 41).
Appunto San Tommaso scrive: “Afferma infatti
Aristotele, in molti luoghi, che l’intelletto è perpetuo
e incorruttibile, come è chiaro nel II libro del De
Anima, dove disse: ‘Solo questo può essere separato
come l’eterno dal corruttibile’, e nel I libro dove
disse che l’intelletto sembra essere una sostanza ‘e
che non si corrompe’; e nel III libro, ove disse:
‘Separato è solo quello che veramente è, e questo
solo è immortale ed eterno’.” 42).
LE QUATTRO NEGAZIONI
DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
La società di libero mercato, Big Society (grande
società) per il von Hayek o Open Society (società
aperta) per Popper, si fonda quindi:
a)Sulla negazione del soggetto individuale
conoscitivo;
b)Sulla negazione del soggetto individuale etico;
c)Sulla negazione del soggetto individuale
politico;
d)Sulla negazione del soggetto individuale
economico.
LA NEGAZIONE
DEL SOGGETTO CONOSCITIVO
Il primo dei fondamenti della società di libero
mercato è la negazione del singolo soggetto
conoscitivo.
Il von Hayek nega infatti, come vedremo, ogni
capacità al singolo individuo di conoscere il mondo
esterno.
Egli afferma che il nostro sistema nervoso
centrale risponde agli stimoli che subisce
trasformandoli in impulsi che sono però
sostanzialmente uguali fra di loro, qualsiasi sia stato
lo stimolo che li ha provocati e qualsiasi tipo di fibra
nervosa gli abbia veicolati (nervi oculari, uditivi,
tattili, etc).
Le differenti immagini mentali che provocano
sono dovute al casuale intrecciarsi di queste fibre,
che fa sì che questi impulsi siano più o meno
rafforzati o più o meno inibiti.
L’unico valore che queste immagini hanno è, in
senso evoluzionistico, un valore adattativo: i
comportamenti che casualmente ci hanno ispirato
hanno casualmente permesso, FINO AD ORA, la
nostra sopravvivenza in un ambiente che non
conoscevamo e che non conosciamo.
Per il von Hayek, “ciò che chiamiamo ‘mente’ è
quindi un particolare ordine di un complesso di
eventi che hanno luogo in un certo organismo e che
sono in qualche modo correlati, ma non identici,
all’ordine fisico degli eventi dell’ambiente esterno”
43).
A proposito di questo cosiddetto ordine o sistema
o struttura si precisa che “non si tratta di un ordine
stabile, bensì variabile” 44), ed in tutto il testo
l’Autore cerca di estirpare le “principali radici
dell’idea di una sostanza mentale specifica” 45), di
“un nucleo puro di sensazione” 46), cercando di
dimostrare la falsità della “concezione di un ‘nucleo
invariabile di sensazione pura’ che si presume sia
originariamente collegato in qualche modo
all’impulso nervoso e che continui ad esistere
indipendentemente da tutte le modificazioni di, e
anche aggiunte a, questa qualità di base che
possono essere prodotte dall’esperienza o dalle
relazioni acquisite (…) La concezione di un nucleo
originario puro della sensazione, solo modificato
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dall’esperienza, è una finzione del tutto superflua”
47).
Per il von Hayek “l’abbandono del falso
problema rappresentato dal carattere assoluto delle
qualità mentali e il riconoscimento dell’importanza
relativa di questi attributi hanno un rilievo
fondamentale” 48).
Perciò egli attacca “una delle principali colonne
portanti su cui poggia l’idea di una sostanza
mentale distinta. Questa concezione si identifica con
quella che potrebbe essere chiamata la teoria della
memoria come ‘immagazzinamento’, cioè la
concezione per cui, ad ogni esperienza, entrerebbe
nella mente o nel cervello una nuova entità mentale
rappresentante delle sensazioni o delle immagini, e
verrebbe lì ritenuta fino a che non riemerge al
momento opportuno.” 49).
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INTRECCI
DI UN FLUSSO EGUALITARIO
DI IMPULSI
Premettiamo la distinzione che il von Hayek
pone fra i termini stimolo e impulso: con il primo
indica “un evento esterno al sistema nervoso che
(con o senza il tramite di appositi organi recettori)
causa, in certe fibre nervose, processi che vengono
trasmessi, mediante queste stesse fibre, dal punto in
cui agisce lo stimolo a un qualche altro punto del
sistema nervoso. (…)definiremo qui come impulso
ciò che, per effetto di uno stimolo, si produce in una
fibra nervosa e attraverso essa si propaga.” 50).
Il fondamento della negazione del soggetto
conoscitivo si trova nell’affermazione che il sistema
nervoso centrale sia un “sistema auto fondato” 51),
cioè che le “entità mentali” che produce non sono
un’immagine del mondo esterno corrispondente agli
stimoli che i nostri organi sensorî ricevono da
questo ma che al contrario sono prodotte dal casuale
intrecciarsi degli impulsi nervosi i quali
nell’intreccio a volte si rafforzano ed a volte si
inibiscono, cosa che il von Hayek definisce
“classificazione” 52), ma che non hanno oggettiva
corrispondenza con ciò che esiste intorno a noi.
Ciò perché “il carattere dell’impulso trasmesso
sarà sempre lo stesso, indipendentemente dalla
natura dello stimolo. L’effetto dell’impulso è
indipendente dalla natura della particolare specie
di stimolo che lo evoca (Cioè del mondo esterno,
N.d.R.), e qualunque effetto caratteristico sia
provocato da questo impulso particolare, deve
essere ricondotto, pertanto, a qualcosa che è
connesso a quell’impulso e non a qualunque
attributo dello stimolo (Cioè del mondo esterno,
N.d.R.) “ 53).
Il von Hayek nega che “gli impulsi condotti da
fibre differenti differiscano qualitativamente” 54) ed
afferma che “in realtà, le prove in nostro possesso
suggeriscono che gli impulsi condotti da fibre
differenti (…) sono qualitativamente identici (…)
Sembra perciò che la causa degli effetti specifici
degli impulsi in fibre differenti debba essere
ricercata non negli attributi dei singoli impulsi, ma
nella posizione della fibra nell’organizzazione
centrale del sistema nervoso” 55).
In base a questa opinione, “il modo in cui
possono variare i differenti stimoli fisici, e le diverse
dimensioni in cui possono essere ordinati (Cioè il
mondo esterno, N.d.R.), non trovano alcuna
corrispondenza precisa nel modo in cui le qualità
sensoriali da essi prodotte differiranno l’una
dall’altra” 56).
Il von Hayek insiste nell’ipotizzare che “questi
singoli impulsi non possiedano proprietà individuali
significative che li distinguano l’uno dall’altro” 57),
e che solo “il tipo di meccanismo rappresentato dal
sistema nervoso centrale può organizzare questo
insieme di eventi indifferenziati” 58).
Egli sottolinea che il punto su cui la sua teoria “si
discosta dall’atteggiamento adottato praticamente
da tutte le teorie psicologiche attuali è la
concezione che le qualità sensoriali (o le altre
qualità mentali) non sono in qualche modo legate
originariamente, né sono un attributo originario
degli impulsi fisiologici singoli (Originati dal mondo
esterno, N.d.R.), ma che tutto l’insieme delle qualità
è determinato dal sistema di connessioni con cui gli
impulsi possono essere trasmessi da neurone a
neurone (…) Questa tesi centrale può essere
sintetizzata dicendo che non abbiamo in un primo
tempo delle sensazioni che si conservano poi
mediante la memoria, ma (…) le connessioni tra gli
elementi fisiologici sono dunque il fenomeno
primario che crea i fenomeni mentali” 59).
Perciò “è particolarmente importante evitare di
ricadere nella concezione tradizionale che vede gli
impulsi singoli come corrispondenti a particolari
qualità mentali (…) la sequenza delle singole
immagini mentali (o riproduzioni) risulta piuttosto
dalla interazione di una molteplicità di flussi di
impulsi” 60).
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F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
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UN MECCANISMO CAOTICO
Il von Hayek tiene a precisare che il sistema
nervoso centrale ove si incanalano ed interagiscono i
flussi continui di impulsi indifferenziati, ora
rafforzandosi ora inibendosi reciprocamente, cosa
che lui definisce “processo di classificazione” 61),
va considerato come un meccanismo, ma solo nel
senso che egli teorizza “l’ordine mentale come una
parte dell’ordine fisico” 62), contro la prospettiva
tomistico-aristotelica dell’intelletto come sostanza
spirituale.
Egli esclude invece il concetto di macchina
strutturata razionalmente per seguire precise leggi di
natura, per aderire piuttosto ad una prospettiva
casuale e caotica, secondo l’evoluzionismo
“postmoderno”: “I principî da cui è determinata la
trasmissione dei singoli impulsi nel sistema nervoso
centrale sono di un tipo che potrebbe essere
correttamente definito ‘meccanico’ nel senso più
generale della parola; tuttavia (…) per meccanismo
o processo meccanico di solito si intende un
complesso di parti in movimento, dotato di una
struttura costante che determina in modo univoco le
sue operazioni” 63).
Egli al contrario preferisce immaginare un
meccanismo che “modificherà continuamente la
propria struttura” 64), e che tali strutture
“persistano semplicemente perché casualmente
rispondono così a tutti o alla maggior parte degli
eventi che solitamente precedono gli eventi che le
porterebbero alla rovina. Evidentemente, le
probabilità di persistenza di una data struttura
saranno tanto maggiori se essa, oltre a rispondere
per puro caso nel modo appropriato a influenze
distruttive o vantaggiose e a certe avvisaglie di
fattori analoghi, possiedono anche la capacità di
conservare una ‘memoria’ delle connessioni tra gli
eventi che sovente precedono quelle influenze e le
influenze stesse, e in tal modo acquisiscono la
capacità di ‘apprendere’ ad effettuare la risposta
appropriata ogniqualvolta si presentino quei segnali
(Sottolineature mie, N.d.R.).” 65).
Il lettore noterà le virgolette che il von Hayek
appone ai termini “memoria” ed “apprendere”.
Infatti egli ipotizza che “l’intero complesso di
relazioni che determinano l’ordine del sistema delle
qualità sensoriali (o, meglio, mentali)” 66) sia “un
sistema auto fondato” 67), ove gli impulsi
indifferenziati, provenienti sia da stimoli esterni che
interni all’organismo vivente, acquistano un
significato “mentale” solo attraverso le connessioni
casualmente stabilitesi in quel “meccanismo” che
sarebbe il sistema nervoso centrale.
CASO E CATASTROFE
Se casualmente il comportamento determinato
dalle casuali connessioni permette la sopravvivenza
del singolo individuo o della sua specie, avremo la
“conservazione” di tali “connessioni” 68), ossia la
“memoria”; se altrettanto casualmente tali
connessioni non avranno permesso l’adattamento
all’ambiente, l’individuo o la specie spariranno e
non si avrà “conservazione”o “memoria” di tali
connessioni.
Il von Hayek, negando il soggetto conoscitivo,
nega quindi la memoria come “concezione per cui,
ad ogni esperienza, entrerebbe nella mente o nel
cervello una nuova entità mentale rappresentante
delle sensazioni o delle immagini, e verrebbe lì
ritenuta fino a che non riemerge al momento
opportuno” 69).
La struttura mentale autofondata hayekiana
“rappresenta il tipo di mondo in cui l’organismo è
vissuto in passato, o i diversi tipi di stimoli che
hanno assunto per esso un significato, ma, di per se
stessa, non fornisce alcuna informazione circa
l’ambiente particolare in cui si trova l’organismo al
presente” 70).
Ciò perché “quali eventi esterni vengano
registrati in assoluto, e come saranno registrati,
dipenderà
perciò
dalla
struttura
data
dell’organismo così come è stata modellata dal
processo di evoluzione” 71).
Ricordiamo quanto affermato più sopra, ossia
che per il von Hayek non esistono “Leggi
dell’Evoluzione” che portino ad un continuo
progresso e miglioramento, ma un evoluzionismo
caotico ove catastrofi e sopravvivenza si alternano
casualmente: possiamo così dire con la
terminologia popperiana che lo sviluppo
dell’individuo o di una specie non può per lui essere
“verificato”, ossia avere una ragionevole certezza di
avere imboccato la strada buona e vera cercando di
mantenerla, ma solo essere “falsificato”, ossia
conoscere una catastrofe improvvisa e casuale dopo
aver casualmente superato per ere millenarie ogni
sorta di difficoltà.
Per inciso va ricordato che anche il sodale di Karl
Marx Friedrich Engels (1820-1895), nell’AntiDühring, sottolinea quanto un qualsiasi itinerario di
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
progresso e perfezione debba essere lontano da ogni
materialismo commentando il pensiero di Charles
Fourier (1772-1837): “Ma dove Fourier appare più
grande è nella sua concezione della storia della
società (…) egli, di fronte alle chiacchiere
sull’infinita perfettibilità umana, mette in rilievo il
fatto che ogni fase storica ha il suo ramo
ascendente, ma ha anche il suo ramo discendente
ed applica questo modo di vedere anche al futuro di
tutta l’umanità. Come Kant introdusse nella scienza
naturale la futura distruzione della terra, così
Fourier introduce nel pensiero storiografico la
futura distruzione dell’umanità” 72).
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
CIECHI ED ABBANDONATI
A SE STESSI
Seguendo il suo amico Popper, il von Hayek
afferma che ciò che l’apparato mentale fornisce “è
una teoria sul modo in cui opera il mondo, più che
una rappresentazione del mondo” 73), ed insiste:
“Così, tutto ciò che ci è possibile percepire è dato
soltanto (…) da ‘concatenazioni’ passate. Le
qualità che noi attribuiamo agli oggetti esperiti non
sono affatto, a rigor di termini, proprietà di quegli
oggetti, bensì un complesso di relazioni con cui il
sistema nervoso li classifica (…) Questo significa
anche che ciò che noi percepiamo circa il mondo
esterno non può consistere in tutte le proprietà
possedute da particolari oggetti, e neppure soltanto
in alcune delle proprietà che questi oggetti di fatto
possiedono dal punto di vista fisico” 74).
Per l’Autore “il contrasto di cui ci occupiamo
non è tra ‘apparenza’ e ‘realtà’, ma tra i diversi
effetti che gli eventi (…) producono su di noi. Non si
può dire con certezza se, sul piano della nostra
analisi riguardo a questi problemi, il termine ‘reale’
abbia davvero un qualche significato preciso” 75).
Riassumendo possiamo dire che per il von
Hayek tutti gli esseri viventi dotati di un sistema
sensoriale, da quelli più elementari a quelli più
evoluti, non “vedono” il loro ambiente ma una
mappa interiore casualmente disegnata da un
continuo flusso di impulsi che nel casuale
intrecciarsi delle fibre nervose trova qui un
rafforzamento e là una inibizione, ciò che lui
definisce “classificazione”.
Il von Hayek si guarda bene dallo spiegare come
questo impulso vitale cieco e caotico sia nato e a
tutt’oggi permanga.
La pressione ambientale, da parte sua, non
favorisce nessuno e si limita a schiantare gli
organismi che, come individui o come specie, hanno
casualmente manifestato un comportamento non
adattativo; la stessa pressione ambientale premia
invece gli organismi che, ugualmente a livello
ontogenetico o filogenetico, hanno casualmente
manifestato un comportamento adattativo.
Questo concetto volutamente opposto alla
Provvidenza Divina non è che il tentativo di far
salire al rango metafisico quel “libero mercato”, che
il von Hayek ha mutuato dagli Illuministi scozzesi
del XVIII secolo ed al quale è intenzionato a dare
una dignità cosmica.
Sarebbe la pressione ambientale, cieca quanto le
sue vittime, che nel corso dell’evoluzione ha
causato l’eliminazione degli organismi che si erano
creati una mappa che ispirava comportamenti
troppo diversi da quelli richiesti dall’ambiente,
dando così agli organismi ciechi sopravvissuti delle
varie specie una certa omogeneità delle loro mappe
interiori che dà loro l’impressione di “vedere” una
realtà comune.
Scrive l’autore: “Inoltre, sembra evidente che sia
noi che gli altri uomini, nell’attività inconscia e non
soltanto in quella conscia, e persino gli animali,
trattiamo come simile o diverso non ciò che è tale in
senso fisico, ma ciò che appare come tale, in linea
di massima (…) In altri termini, benché il sistema
delle qualità sensoriali sia ‘soggettivo’ nel senso che
appartiene al soggetto percipiente in quanto distinto
da ciò che è ‘oggettivo’ (che appartiene agli oggetti
percepiti) (…) è però interpersonale e non (almeno
non del tutto) specifico dell’individuo” 76).
Prudentemente, il von Hayek comincia
affermando che: “non soltanto gli uomini ma anche
la maggior parte degli animali superiori
classificano gli stimoli secondo un ordine analogo
all’ordine delle nostre esperienze sensoriali” 77).
Per animali superiori generalmente i naturalisti
intendono i mammiferi, ma l’Autore scende subito
di livello: “È stato persino dimostrato che alcuni
animali, ad esempio i pulcini nel famoso
esperimento di Révész, sono soggetti alle stesse
illusioni ottiche degli uomini” (Ibidem), ed altrove
accetta infine analogie “non soltanto nelle classi più
basse dei vertebrati ma (…) tra le diverse classi
degli invertebrati” 78).
Dopo aver posto con queste fantasiose e
contraddittorie teorie le fondamenta di una assurda
Metafisica del Libero Mercato, negando l’esistenza
di ogni Soggetto Conoscitivo, il von Hayek nega
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
anche il Soggetto Etico: “In altri termini, sostengo
che noi abbiamo bisogno non soltanto di una
epistemologia evoluzionistica, ma anche di una
spiegazione evoluzionistica delle tradizioni morali”
79).
LA NEGAZIONE DEL SOGGETTO ETICO
Per il von Hayek la semplice esperienza di bere
un bicchiere d’acqua, o anche semplicemente di
stare seduti, è una elaborazione del nostro sistema
nervoso centrale altrettanto astratta dall’ambiente
che ci circonda quanto la più arzigogolata delle
teorie filosofiche.
Anche l’ultima delle certezze cartesiane, quella di
un Io conscio che pensa (“penso quindi sono”), si
rivela in Hayek, come vedremo, un’illusione che i
nostri organismi si sarebbero casualmente creati
grazie ad un casuale intreccio di fibre nervose che,
FINO AD OGGI, avrebbe manifestato un valore
adattativo, un successo evolutivo.
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
LA FALSIFICAZIONE DELLA TEORIA
“COGITO ERGO SUM”
Il von Hayek considera “l’esperienza conscia
semplicemente come un caso particolare di un
fenomeno più generale” 80), ossia “semplicemente
livelli distinti nell’ambito di una gamma ancor più
ampia di processi, i quali possono essere tutti
interpretati come atti di classificazione (o
valutazione) eseguiti dal sistema nervoso centrale”
81), e cioè il frutto casuale dello stabilirsi di
connessioni nel sistema nervoso centrale, ove si
incrociano flussi di impulsi, che casualmente si
rafforzano o si inibiscono (la “classificazione o
valutazione”, per il von Hayek).
Costui pretende così di dimostrare “che il
principio impiegato per la spiegazione di tali
fenomeni è valido anche per i cosiddetti processi
mentali ‘superiori’, quali la formazione dei concetti
astratti e il pensiero concettuale.” 82).
Per il von Hayek, “in effetti, molti problemi
spesso considerati peculiari dei fenomeni mentali
sorgono già ad uno stadio di gran lunga anteriore,
nel quale è ancora fuori discussione quell’ordine
complesso (…) che noi abbiamo definito come
‘mente’.” 83).
Se infatti “le rappresentazioni dell’ambiente
esterno che guideranno il comportamento non
saranno (…) rappresentazioni dell’ambiente
effettivamente esistente” 84), e se ammettessimo che
“la percezione sensoriale dev’essere considerata
come un atto di classificazione, ciò che noi
percepiamo non possono mai essere singole
proprietà che gli oggetti hanno in comune con altri
oggetti. La percezione, pertanto, è sempre
un’interpretazione (…) Le qualità che noi
attribuiamo agli oggetti esperiti non sono affatto, a
rigor di termini, proprietà di quegli oggetti, bensì un
complesso di relazioni con cui il sistema nervoso li
classifica, o, per dirla in altro modo, tutto ciò che noi
conosciamo circa il mondo esterno è costituito da
teorie, e tutta l’’esperienza’ che ci è possibile fare
consiste nel modificare queste teorie (…) devo
questa formulazione all’amico K.R. Popper” 85).
Se quindi “tutta la percezione sensoriale risulta,
in
un
certo
senso,
‘astratta’”
86),
conseguentemente per il von Hayek “non vi è
ragione di distinguere nettamente tra la
rappresentazione ‘concreta’ fornita dalla percezione
sensoriale e le ‘astrazioni’ che i processi mentali
superiori traggono da questa” 87), ed allora noi
dovremmo accettare “l’idea che tutti i processi
mentali ‘superiori’ possono essere interpretati come
determinati dall’attività dello stesso principio
generale che abbiamo impiegato per spiegare la
formazione del sistema delle qualità sensoriali” 88).
Perciò, SE seguiamo questo principio secondo il
quale “il fatto che il mondo a noi noto sembri un
mondo del tutto ordinato” 89) sarebbe un risultato
prodotto casualmente dalla “classificazione” ossia
dal casuale incrocio di impulsi nella connessione di
fibre nervose, risultato che FINO AD OGGI (senza
nessuna certezza dell’indomani) PER CASO si
sarebbe rivelato “adattativo”, permettendo ad un
certo numero di esseri viventi di sopravvivere,
ALLORA anche il nostro mondo interiore, l’Io
conscio, è ugualmente un’illusione dal mero valore
adattativo.
Ciò coerentemente alla sua teoria, che mira alla
“eliminazione dell’ipotetico nucleo ‘puro’ o
‘primario’ delle sensazioni” 90) e di tutte quelle
teorie che “presuppongono l’esistenza di una
qualche sostanza mentale” 91), nonché alla sua
affermazione che “non vi è più alcuna giustificazione
per una rigida distinzione tra la percezione
sensoriale diretta delle qualità e i più astratti
processi del pensiero” 92) ed alla sua osservazione
che quella che egli definisce, fra virgolette, unità
della coscienza “non sembra sussistere tra gli eventi
mentali inconsci. Anche se i processi mentali
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
inconsci che si verificano nello stesso momento
possono influenzarsi a vicenda, non è detto che ciò
debba sempre avvenire. Infatti, questi processi,
anche quando hanno luogo nello stesso momento,
possono procedere in modo assai indipendente
l’uno dall’altro (probabilmente, in differenti centri
secondari) e senza influenzare reciprocamente il
loro corso. In altre parole , si dà più di una sola
‘incoscienza’ ( o sistema coerente di eventi mentali
inconsci)“ 93).
Perciò, per l’Autore, “sotto questo aspetto, le
esperienze consce sono state paragonate con
buona ragione alle cime delle montagne svettanti
sopra le nubi, le quali, benché siano le sole visibili,
presuppongono però una sottostruttura invisibile
che determina la loro posizione reciproca.” 94).
Chiaramente per il von Hayek è “privo di
senso” affermare o negare il libero arbitrio 95).
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE
In base alla visione coerentemente evoluzionista
dell’Autore “nessun sistema universalmente valido
di etica può essere da noi conosciuto” 96).
Anche nella questione etica va rimossa “un’idea
che ricorda la superstizione combattuta in biologia
dalla teoria evoluzionista: e cioè che ogni
qualvolta troviamo un ordine ci dev’essere stato un
ordinatore” 97)
Per il von Hayek anche “l’evoluzione culturale
opera in larga misura attraverso la selezione di
gruppo” 98), e ribadisce che: “l’evoluzione
culturale e quella biologica (…) fanno affidamento
sullo stesso principio di selezione: sopravvivenza o
vantaggio riproduttivo” 99).
Nel suo disprezzo per la ragione umana von
Hayek sottolinea che “dobbiamo ricordare che il
motivo per cui gli uomini hanno adottato un nuovo
particolare costume o un’innovazione è di
secondaria importanza. Il fatto importante è che
per la preservazione di un costume o di
un’innovazione sono necessari due distinti
prerequisiti. In primo luogo ci deve essere stata
qualche condizione che ha reso possibile la
conservazione nel corso delle varie generazioni di
certe pratiche i cui benefici non erano
necessariamente compresi o apprezzati. In secondo
luogo ci deve essere stata l’acquisizione di chiari
vantaggi da parte di quei gruppi i quali hanno
mantenuto questi costumi, che li hanno resi capaci
di espandersi più rapidamente di altri, e poi di
sostituire o assimilare coloro che non li
possedevano” 100).
È in base a questo principio evoluzionistico di
selezione che il von Hayek sostiene che “quanto ha
reso buono l’uomo non è né la natura né la
ragione, ma la tradizione” 101), e che “le norme
tradizionalmente ereditate sono quello che spesso è
più benefico per il funzionamento della società”
102).
Infatti “noi non abbiamo familiarità con il
concetto di sistemi morali non funzionanti, e
certamente non li si può in pratica osservare da
nessuna parte, dato che le società che li
sperimentano scompaiono rapidamente” 103).
LA TRADIZIONE
In questo senso la tradizione diventa uno
pseudonimo della selezione evolutiva, che per il
von Hayek è Dio. “Dio (…) devo ammettere che
non so che cosa si intenda con questa parola. Di
certo, io rifiuto qualsiasi interpretazione
antropomorfica, personale o animistica del
termine, interpretazioni attraverso le quali molte
persone sono riuscite a dare un significato al
termine ‘Dio’ (…) Forse ciò che molte persone
intendono quando parlano di Dio è soltanto una
personificazione di quella tradizione di morale e di
valori che tiene in vita la loro comunità. Noi
impariamo adesso a vedere che la fonte dell’ordine
che la religione attribuisce a una divinità simile
all’uomo – la mappa o la guida che mostrerà con
successo a una parte come muoversi all’interno del
tutto – non è al di fuori del mondo fisico, ma che è
una delle sue caratteristiche.” 104).
Per il von Hayek “è importante evitare fin
dall’inizio un’idea che proviene da ciò che io
chiamo la ‘presunzione fatale’: l’idea cioè che la
capacità di acquisire abilità provenga dalla nostra
ragione. Perché è proprio il contrario: la nostra
ragione è il risultato di un processo di selezione
evolutiva così come lo è la nostra morale (…)
cosicché non si dovrebbe mai supporre che la
nostra ragione sia in una posizione critica
superiore e che siano valide soltanto quelle regole
morali che sono da essa avallate” 105).
“La tradizione è il prodotto di un processo di
selezione tra credenze irrazionali o piuttosto ‘non
giustificate’ (…) (con nessuna relazione necessaria
con le ragioni – come ad esempio i motivi religiosi
– per le quali esse erano seguite). Il processo di
selezione che ha formato i costumi e la morale
rende conto di un numero di circostanze fattuali
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
maggiore di quanto gli individui potrebbero
percepire, e di conseguenza la tradizione è, sotto
alcuni aspetti, superiore o più ‘saggia’ della ragione
umana” 106).
Il von Hayek afferma che “anche gli antenati
animali dell’uomo avevano già acquisito certe
tradizioni ‘culturali’ prima che diventassero, da un
punto di vista anatomico, uomini moderni. Tali
tradizioni culturali hanno anche contribuito a
formare alcune società animali, come tra gli uccelli
e le scimmie, e probabilmente anche fra molti altri
mammiferi” 107), e fa propria l’affermazione
secondo cui si riscontrano comportamenti “di
carattere intrinsecamente sociale e morale (…) non
soltanto nelle classi più basse dei vertebrati ma (…)
tra le diverse classi degli invertebrati” 108).
Il fatto poi che queste “tradizioni” siano
funzionali non vuol dire che siano buone e giuste:
“Io non ho nessuna intenzione di commettere quella
che è spesso chiamata fallacia naturalistica; non
sostengo che i risultati della selezione di gruppo di
tradizioni siano necessariamente ‘buoni’, così come
non sostengo che altre cose che sono sopravvissute
per lungo tempo nel corso dell’evoluzione, come gli
scarafaggi, abbiano un valore morale” 109).
Perciò, se il von Hayek non ha “dubbi che furono
certe favorevoli tradizioni morali che resero forti
certi gruppi” 110), in compenso egli afferma che “la
più grave mancanza degli antichi profeti fu la loro
credenza che i valori etici percepiti intuitivamente,
che venivano dal profondo dell’uomo, fossero
immutabili ed eterni (…) La tradizione non è
qualcosa di costante ma è il prodotto di un processo
di selezione guidato non dalla ragione ma dal
successo (evolutivo, N.d.R.)” 111), all’interno di
“un’evoluzione selettiva priva di leggi che ne
determinino la direzione” 112).
Perciò “non ci sono dubbi che le credenze
religiose e morali possano distruggere una civiltà e
che, dove prevalgono tali dottrine, non soltanto i
credo più sentiti ma anche le più venerate guide
spirituali, a volte figure di santi il cui altruismo è
fuori discussione, possono diventare gravi minacce”
113).
LA NEGAZIONE
DEL SOGGETTO POLITICO
Il soggetto politico per definizione è il sovrano,
ossia il monarca nella monarchia, una élite dirigente
nella aristocrazia e l’insieme dei cittadini nella
democrazia.
NO AL SOVRANO
Il von Hayek, coerentemente con la sua
concezione, esclude che possa esistere un soggetto
politico sovrano personale ed afferma che “il
concetto di sovranità poggia su una costruzione
logica sviante” 114 (e lo critica in quanto “credenza
(…) della necessità di un potere ‘sovrano’ illimitato”
115), cioè “come potere necessariamente illimitato di
una suprema autorità legislativa (…) un’autorità
superiore capace di esprimere espliciti atti di
volontà” 116).
Per lui “non c’è posto per un organo sovrano, se
per sovranità s’intende potere illimitato” 117), e
proclama che “il problema più importante
dell’ordine sociale è l’efficace limitazione del
potere” 118).
Una domanda sorge spontanea: da cosa dovrebbe
essere limitato il soggetto sovrano personale secondo
il von Hayek?
Non certo da quelle credenze religiose e morali
verso cui ha manifestato il suo disprezzo, come più
sopra abbiamo letto.
Anzi, come abbiamo visto più sopra, il von
Hayek celebrò come “grande mente” quel Bernard
Mandeville il quale affermava che “ciò che noi
chiamiamo male, sia morale sia naturale, è il grande
principio che ci rende creature socievoli, la solida
base, la linfa vitale e il sostegno di ogni commercio e
di ogni mestiere, senza eccezione alcuna” 119).
La risposta dell’autore alla domanda poc’anzi
avanzata è contenuta nell’asserzione secondo cui
“nella democrazia ateniese si trovano già i primi
conflitti tra l’illimitata volontà del popolo ‘sovrano’
e la tradizione del primato del diritto” 120): alla
sovranità personale, di uno, di pochi o di molti,
andrebbe quindi opposto “il concetto di primato
(regno, sovranità) del diritto” 121).
UN DIRITTO CAOTICO
È ovvio che il concetto di diritto del von Hayek
sia coerente con il suo evoluzionismo caotico, in
base al quale “si deve completamente scardinare la
concezione secondo cui l’uomo è stato in grado di
sviluppare una cultura perché era dotato di ragione”
122).
Il von Hayek afferma che “l’approccio
evoluzionista al diritto (e a tutte le altre istituzioni
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novembre 2012
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
sociali), qui difeso, ha poco in comune con le teorie
razionaliste del diritto naturale o del positivismo
giuridico. Infatti esso rifiuta sia l’interpretazione del
diritto come costruito da una forza sovrannaturale
sia la sua interpretazione come costruzione
razionale di una qualsiasi mente umana” 123).
Si tratta di ribadire che il diritto è “il prodotto non
di una volontà razionale ma di un processo di
evoluzione e selezione naturale” 124).
Per il von Hayek “gli uomini hanno lottato per
secoli per quanto consideravano ‘un sistema basato
sul diritto’, intendendo con questo non un ordine
fatto applicare dall’autorità ma costituito dal fatto
che gli individui obbedivano a norme universali di
condotta” 125).
Egli ci insegna che “gli ordinamenti sociali si
fondano su complessissimi sistemi di tali regole di
condotta, che però si trovano anche presso animali
situati molto in basso nella scala dell’evoluzione
(…) tra i vertebrati più evoluti l’apprendimento
gioca un ruolo importante nella trasmissione di tali
regole, così che nuove regole si possono
rapidamente diffondere in larghi gruppi e, nel caso
di gruppi isolati, si possono produrre particolari
‘tradizioni culturali’ (…) in molte società animali il
processo evolutivo di selezione ha prodotto (…)
regole di condotta (…) l’uomo, vivendo in gruppi
governati da una molteplicità di regole,
gradualmente sviluppa la ragione ed il linguaggio e
li utilizza per insegnare e sanzionare tali regole”
126).
E così “tali regole, in altri termini, sono in primo
luogo un attributo di uno stato di fatto che nessuno
ha deliberatamente creato, e che pertanto non
possiede alcuno scopo” 127).
Coerentemente alle premesse gnoseologiche più
sopra citate, “la maggior parte delle norme di
condotta non deriva quindi, tramite un processo
intellettuale, dalla conoscenza dei fatti dell’ambiente
ma costituisce soltanto un adattamento dell’uomo a
tali fatti, una ‘conoscenza’ di cui non siamo
consapevoli e che non appare nel nostro pensiero
concettuale” 128).
NO
ALLE DECISIONI RAZIONALI
Perciò a proposito della sovranità personale, che
sia di una dinastia monarchica, di un’aristocrazia o di
un popolo, von Hayek afferma: “Se ci si chiedesse su
cosa poggia la ‘sovranità’, la risposta sarebbe su
nulla (…) non c’è posto per un organo sovrano (…)
è una superstizione derivata dall’idea errata che tutte
le leggi derivino dalle decisioni razionali di un ente”
129).
Il von Hayek più volte attacca “nell’idea di
sovranità (…) il prodotto della falsa interpretazione
(…) delle istituzioni umane che tenta di ricondurle a
un ideatore originario o a qualche atto di volontà”
130).
Volutamente ambiguo è l’autore quando afferma
“l’impossibilità che UNA MENTE UMANA
POSSIEDA TUTTE QUELLE COGNIZIONI (Mia
evidenziatura, N.d.R) che guidano la società nel suo
corso …” 131).
Egli in realtà intende negare la possibilità
che“UN QUALSIASI GRUPPO DI MENTI
UMANE
POSSIEDA
SUFFICIENTI
COGNIZIONI etc.”, negando così insieme la
ragione e la natura sociale che Dio ha donato agli
uomini.
Solo così si giustifica la prosecuzione della frase
da lui scritta: “… e della conseguente necessità di un
meccanismo impersonale (…) che serva a
coordinare gli sforzi individuali” 132).
Il von Hayek prima confina la ragione al puro
adattamento evolutivo: “Ciò che chiamiamo
‘comprendere’ è, in ultima analisi, semplicemente un
suo modo di rispondere alle sollecitazioni del
proprio ambiente con una struttura di azioni che lo
aiutano a sopravvivere” 133), omettendo di
ricordare che per lui la corrispondenza fra “struttura
di azioni” e sopravvivenza è puramente casuale
134), poi enumera i “due attributi di queste regole
che governano la condotta umana e che la fanno
apparire intelligente (SIC, N.d.R.) (…) Il primo di
questi attributi (…) è che esse sono osservate nella
pratica senza essere note all’individuo agente in una
forma articolata (‘verbalizzata’ o esplicita) (…) il
secondo è che tali regole vengono ad essere
osservate perché, di fatto, danno al gruppo che le
pratica una forza superiore, e non perché questo
effetto sia noto a coloro che si lasciano guidare da
esse (…) la nostra abilità è guidata da regole che
sappiamo come seguire, ma che siamo incapaci di
formulare.” 135).
Per il von Hayek “tutti gli individui di una data
società seguiranno alcune di queste regole, a causa
del modo simile in cui il loro ambiente si manifesta
alle loro menti” 136), menti che abbiamo visto più
sopra essere dichiarate cieche alla realtà che le
circonda e che vivono una comune illusione dal
mero valore adattativo, ossia casualmente
selezionata dal processo evolutivo.
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
NO
AL PRINCIPIO DI AUTORITÀ
Questa “necessaria e inevitabile ignoranza” 137)
cui ogni uomo e gruppo di uomini sarebbe costretto
dalla propria cecità relativa “al tipo di mondo in cui
viviamo, cioè di circostanze di cui non siamo ben
consapevoli” 138) è usata per giustificare l’assoluta
avversione del von Hayek al principio di autorità,
fondamento della visione cattolica della società:
“Secondo tale fraintendimento l’ordine della società
deve basarsi sul comando e sull’obbedienza, ovvero
su una struttura gerarchica dell’intera società, in
cui le volontà dei superiori, e in ultima istanza di
qualche singola suprema autorità, determinano ciò
che ciascun individuo deve fare” 139).
Per il von Hayek nessun uomo o gruppo di
uomini può agire con successo in vista di uno scopo:
“Una delle principali tesi che cercheremo di
dimostrare sarà che gli ordini molto complessi, che
comprendono più fatti particolari di quelli che
qualunque cervello è in grado di accettare e
manipolare, possono essere raggiunti solo mediante
il gioco delle forze che portano alla formazione
degli ordini spontanei” 140).
Abbiamo visto che per il nostro autore queste
“forze” sono il cieco e caotico meccanismo di una
evoluzione senza scopo e senza leggi: “Ciò che in
effetti troviamo in tutte le società libere è che (…) il
coordinamento dell’attività (…) avviene mediante le
forze che conducono alla formazione di un ordine
spontaneo. La famiglia, la fattoria, la piantagione,
l’impresa, la società commerciale, i vari tipi di
associazione e tutte le istituzioni pubbliche,
compreso lo stesso governo, sono organizzazioni
che a loro volta sono integrate in un più ampio
ordine spontaneo” 141).
Il von Hayek tiene a sottolineare come “si possa
concepire che l’ordine spontaneo che chiamiamo
società possa esistere senza un governo” 142), ma
ciò può avvenire solo “quando il minimum di regole
necessarie per la formazione di tale ordine venga
osservato senza che esista un apparato organizzato
per la loro implementazione” 143).
Altrimenti “nella maggior parte dei casi
l’organizzazione che chiamiamo governo diviene
indispensabile per assicurare che quelle regole
vengano osservate” 144).
Queste regole sono quelle che, come abbiamo
letto più sopra, sono destinate a legare le mani al
legittimo soggetto sovrano personale, sia esso il
monarca, l’élite aristocratica o il popolo, ed a
permettere il libero funzionamento di questo
“meccanismo impersonale” che coordinerebbe gli
sforzi individuali.
NO
ALLA FILOSOFIA DELL’OCCIDENTE
Solamente in questo modo il von Hayek spera di
stroncare quella concezione filosofica occidentale
cui “dobbiamo la preferenza attuale per tutto ciò
che è fatto ‘consciamente’ o ‘deliberatamente’ (In
queste virgolette si manifesta tutto il disprezzo del
von Hayek per l’Io conscio ed il libero arbitrio,
N.d.R.), così come il significato negativo che hanno
assunto i termini ‘irrazionale’ o ‘non razionale’ (…)
Tuttavia, l’assunzione fondamentale sulla quale si
basa la credenza secondo cui l’uomo ha raggiunto il
suo predominio su ciò che lo circonda grazie
soprattutto alla sua capacità di deduzione logica da
premesse esplicite, è fattualmente falsa (…) È
semplicemente falso che le nostre azioni debbano il
loro successo solamente o principalmente alla
conoscenza che siamo in grado di formulare
verbalmente e che possiamo, pertanto, introdurre
come premessa esplicita di un sillogismo.” 145).
Osserviamo per inciso che il von Hayek condivide
con Karl Marx l’erronea convinzione che la ragione
è il linguaggio e non esiste prima ed
indipendentemente da esso: per Marx “l’uomo
possiede anche una ‘coscienza’. Ma ciò non a
priori , come’pura’ coscienza (…) il linguaggio è la
pratica reale coscienza” 146).
Per il von Hayek, anche in presenza di un
governo
veramente
rappresentativo
della
maggioranza dei Cittadini sovrani, “l’intero sistema
di norme non può quindi essere mai ridotto a una
costruzione finalistica (Cioè destinata a conseguire
gli scopi comuni dei Cittadini sovrani, N.d.R.), ma
deve rimanere un sistema ereditario di valori (Cioè
garantire la cieca selezione evolutiva, N.d.R.) che
guidano tale società” 147).
SOVRANITÀ PERSONALE
CONTRO
LIBERO MERCATO
Egli esprime il suo timore secondo il quale,
qualora non siano fatte rispettare regole che leghino
le mani ai Cittadini sovrani in democrazia, ovvero
all’Élite in aristocrazia o al Re in monarchia, “l’idea
per cui gli scopi del governo sarebbero di soddisfare
tutti i desideri particolari sostenuti da un numero
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
sufficiente ampio di persone, senza alcuna
limitazione riguardo ai mezzi che gli enti
rappresentativi potrebbero utilizzare a tal fine,
conduce necessariamente ad una condizione sociale
in cui tutte le azioni particolari sono comandate
secondo un piano dettagliato su cui, tramite
contrattazioni, la maggioranza si è accordata, e che
successivamente essa impone a tutti come ‘fini
comuni’ da realizzarsi” 148).
Al contrario per il von Hayek “il bene comune
(…) consiste in un ordine astratto” 149) ossia
“creare le condizioni che permettano alla società di
evolversi” 150), nella piena libertà di “un’evoluzione
selettiva priva di leggi che ne determinino la
direzione” 151) e quindi nessun cammino
“verificato” ma solo la possibilità della
“falsificazione” adattativa, il che a livello sociale
vuol dire la catastrofe.
Perciò “per quanto concerne la società attuale,
non esiste nessun ‘bene naturale’ (…) La società
astratta si basa su regole apprese e non sul
perseguimento di obiettivi comuni percepibili e
desiderabili” 152).
Per il von Hayek “soltanto privando la
maggioranza governante del potere” 153) si può
evitare ogni interferenza della volontà della persona
o persone sovrane in quel caotico meccanismo
evolutivo di cui il Libero Mercato è incarnazione:
“Lo scopo dell’interferenza consiste quindi
nell’ottenere un dato risultato diverso da quello che
si sarebbe prodotto se si fosse permesso al
meccanismo di seguire in modo inalterato i suoi
principi intrinseci” 154).
Tuttavia “un governo che dipenda dall’opinione
pubblica, ed in particolare una democrazia, non
riuscirà però a limitare tali tentativi di sovrapporsi
al mercato” 155).
Ed aggiunge: “Dubito che un mercato
funzionante sia mai sorto in una democrazia
illimitata e se dovesse mai succedere, sembra per lo
meno probabile che essa finirebbe per
distruggerlo.” 156).
Da ciò la conclusione: “Tutti i governi,
specialmente se democratici, devono essere
limitati.” 157).
Si badi bene che l’avversione del von Hayek
verso “il principio pernicioso della sovranità
parlamentare” 158) non deriva da una particolare
avversione verso il governo dei molti rispetto al
governo di un’élite o al governo di un monarca:
vista la sua radicale negazione del soggetto
cognitivo egli ne deduce che “la maggioranza non
ha motivo di credere che un suo desiderio
particolare sia più legittimo di quello espresso da un
singolo” 159).
Sarebbe pertanto “assai difficile che qualsiasi
autorità abbia un numero di conoscenza sufficienti
sulla situazione particolare” 160).
LA DECAPITAZIONE DEL SOVRANO
Soluzione ideale per soffocare la sovranità
personale sarà “creare istituzioni sovrannazionali
(…) tali istituzioni sovrannazionali dovranno (…)
impedire ai governi nazionali azioni dannose (…)
emanare ordini ai diversi governi (…) che
proibissero unicamente certi tipi di azioni degli stati
membri o dei loro cittadini” 161).
Occorrerà inoltre togliere “al governo stesso il
monopolio sull’emissione di moneta” 162).
Per giustificare questa decapitazione del soggetto
personale sovrano il von Hayek (lo stesso che con il
Mandeville esalta i sentimenti più malvagi ed egoisti
come motore dell’evoluzione sociale) arriva a
rimproverare ai Cittadini sovrani di non saper usare
il loro libero arbitrio sempre per il bene: “I maggiori
crimini dei nostri tempi sono stati perpetrati da
governi che avevano l’appoggio entusiastico di
milioni di persone, guidati da impulsi morali. Non è
assolutamente vero che Hitler o Mussolini, Lenin o
Stalin facessero appello soltanto ai peggiori istinti
dei loro popoli: essi esercitavano un certo fascino
nei confronti di quei sentimenti dominanti anche
nelle democrazie contemporanee (…) Essi erano
spinti dal desiderio di avere uno scopo comune”
163).
Nella pretesa di cancellare dalla Storia gli uomini
di cattiva volontà si vorrebbero cancellare anche
quelli di buona volontà lodati nei Vangeli, così il von
Hayek vuol farla finita con “qualsiasi ‘volontà’
mirante ad un obiettivo particolare” 164) spiegando
“che la sola possibilità di trascendere la portata
delle menti individuali consiste nell’affidarci a
quelle forze sovra personali ‘autoorganizzantesi’ che
danno origine a degli ordini spontanei” 165).
In conclusione, quando il von Hayek afferma che
“l’unico principio morale che abbia mai reso
possibile lo sviluppo di una società avanzata fu il
principio della libertà individuale, cioè che
l’individuo è guidato nelle proprie decisioni da
norme di mera condotta” 166), ossia “norme di
comportamento apprese, che non sono mai state
‘inventate’ e di cui generalmente gli individui non
capiscono la funzione” 167), egli intende la libertà
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
di “milioni di cervelli” 168), ciechi e privi di
sovranità, una moltitudine in cui “la mente può
esistere soltanto come parte di un altro ordine o
struttura distinta esistente” 169), ovviamente una
struttura “impersonale” 170) (170) Ibidem), che
sarebbe “il risultato di processi di evoluzione
selettiva” 171).
Questa libertà di un inspiegato impulso evolutivo,
la libertà che siano spinte casualmente moltitudini
cieche ed inconsapevoli chi verso la catastrofe chi
verso la temporanea sopravvivenza, è questa la
libertà che il von Hayek afferma “possa essere
preservata solo se viene considerata come un
principio supremo” 172), aggiungendo addirittura
che “una difesa della libertà che abbia successo
deve pertanto essere dogmatica (…) la libertà
prevarrà solo se è accettata come principio
generale la cui applicazione a casi particolari non
ha bisogno di essere giustificata” 173).
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
CONTRA
È una vecchia tentazione della filosofia non solo
occidentale di impedire agli uomini di fare il male
amputandoli delle loro facoltà e diritti naturali: una
apparente ed attraente scorciatoia alternativa al
faticoso cammino dell’educazione e conversione dei
cuori.
Perciò alla retta dottrina classica e cristiana della
sovranità personale si oppone da un lato il
meccanicismo razionalista del Modernismo: infatti
per Hans Kelsen (1881-1973), teorico dello Stato di
Diritto, “l’uomo è un concetto biologico e
fisiologico, in breve, un concetto delle scienze
naturali” 174): quindi, secondo lui, un “mero
fenomeno naturale, non può mai essere ‘sovrano’
nel senso proprio della parola” 175) perciò,
“soltanto un ordinamento giuridico può essere
‘sovrano’, cioè, un’autorità suprema” 176).
L’opposta branca della tenaglia che vorrebbe
stroncare la retta dottrina della sovranità personale è
l’ideologia della “moltitudine”, incarnazione del
caotico irrazionalismo Postmodernista, ideologia
articolata in una “linea nera”, il Libero Mercato di
cui qui trattiamo, ed una “linea rossa”, il
BeneComunismo del quale tratteremo in altra
occasione.
Per inciso, il von Hayek, timoroso di essere
qualificato come irrazionalista, afferma che “è
meglio non distinguere fra ‘razionalismo’ e
‘antirazionalismo’,
bensì
tra
razionalismo
costruttivista e razionalismo evoluzionista, o, nei
termini di Karl Popper, tra razionalismo ingenuo e
razionalismo critico” 177).
Gli ingenui che non hanno capito la radicale
contrapposizione fra la cristiana Civiltà del Capitale
e la pseudocultura del Libero Mercato possono
magari confondere quest’ultimo con l’istituzione
millenaria della Proprietà privata, difesa come diritto
naturale degli uomini nell’Antico Testamento,
definita dalla sapienza dei giuristi di Roma antica e
la cui giusta considerazione ci è insegnata dal
Magistero della Chiesa. 178). Costoro perciò
potrebbero addirittura immaginare una assurda
contrapposizione fra Proprietà privata e Sovranità
personale.
Al contrario Proprietà privata e Sovranità
personale hanno un profilo con parecchi lati in
comune, considerazione che va meditata nel
momento storico in cui forze apparentemente fra
loro
contrarie,
come
socialcomunisti
o
“benecomunisti” che dir si voglia da una parte e
mercatisti dall’altra attaccano i fondamenti di
entrambi questi istituti naturali.
PROPRIETÀ E SOVRANITÀ
DIRITTI INNEGABILI
Che essi siano istituti di diritto naturale e perciò
precedenti lo stesso insegnamento evangelico lo
testimoniano le pagine dell’Antico Testamento: per
quanto riguarda la Proprietà privata tutti conosciamo
i Comandamenti divini; per quanto riguarda la
Sovranità personale rimando, ad esempio, alla
brillante esposizione di esempî biblici elencati dal
predicatore domenicano Francisco de Vitoria (nato
fra il 1480 e il 1492; morto nel 1546) contro l’errore
universalista ribadito allora da alcuni consiglieri seguaci del pensiero di Erasmo da Rotterdam
(1466/69 – 1536) - dell’Imperatore Carlo V (1500 –
1558).
A questo errore il domenicano rispose, in
particolare nelle Lezioni sugli indiani (1539) parr.
117-119, con notevole successo se consideriamo che
Carlo d’Asburgo continuò a firmare gli editti per i
territorî del Regno spagnolo come el Rey Carlos
Primero e non come l’Imperatore Carlo V.
Ricordiamo che l’errore universalista, il quale
negava ai Re, alle élites ed ai popoli sovrani il loro
diritto in nome di una “sovranità universale”
simbolicamente riferita ad un “Re celeste” (Cina,
Giappone, etc.) o “Gran Re” (Persia) o
“Faraone” (Egitto), ha affascinato da sempre molti
autorevoli esponenti di quell’Occidente che al
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
contrario
aveva
concepito
la
figura
dell’Aύτοκράτωρ ovvero (γεμών come Spada
dell’Ellenicità, dell’Imperator come Spada della
Romanità, nonché del Sacro Romano Imperatore
come Advocatus Ecclesiae, tutte figure che
originariamente non solo non negavano le sovranità
delle Città Stato elleniche o del Senato e del Popolo
romano o del Sovrano Pontefice, ma anzi avevano
formalmente il compito di tutelarle dalle aggressioni
esterne.
Inoltre, dopo i principî esposti nell’Antico
Testamento, è la storia ad insegnarci che sia i diritti
di Proprietà sia quelli di Sovranità possono essere
trasmessi da un titolare ad un altro, per
compravendita (per rimanere nei tempi moderni
pensiamo a due Stati nordamericani: la Louisiana,
ceduta agli USA nel 1803 per 15 milioni di dollari
per decisione del Sovrano, Napoleone, e non contro
di lui del consiglio dei suoi ministri, e l’Alaska,
ceduta agli USA per poco più di 7 milioni di dollari
nel 1867 per decisione del Sovrano, lo Zar di Russia
Alessandro II, e non contro di lui del consiglio dei
suoi ministri); oppure per successione ereditaria, per
donazione, per scambio, per usucapione (come
avvenne storicamente per il trasferimento da
Costantinopoli al Papato della Sovranità sui territori
che divennero lo Stato della Chiesa, nell’VIII
secolo) o per diritto di guerra (come avvenne
storicamente per il trasferimento dal Papato al
Regno d’Italia della Sovranità su quasi tutto lo Stato
della Chiesa).
A proposito del diritto di guerra ricordiamo che il
diritto romano arcaico prevedeva per il trasferimento
della proprietà di un fondo due forme rituali
alternative: o la mancipatio, con un uomo che
reggeva una bilancia che simboleggiava la pesa del
metallo prezioso, ricordo dell’epoca antecedente la
moneta, o la vindicatio, ove un uomo entrava nel
fondo vestito per un combattimento e batteva per
terra una canna, la festuca, a mo’ di lancia.
SCORCIATOIA O TRAGICO ERRORE?
I fondamenti biblici e storici vanno ricordati a chi
vuole con leggerezza espropriare i Cittadini sovrani
della loro Sovranità, per il bene dell’Umanità, con la
stessa leggerezza con cui il marxismo voleva,
sempre per il bene dell’Umanità, espropriarli della
loro Proprietà.
Invece di convincere le singole persone della
bontà di una certa scelta, si crede più facile ed
opportuno espropriare i Cittadini sovrani dei propri
diritti di Cittadinanza (ricordiamo che in regime di
Democrazia i diritti di Cittadinanza sono
effettivamente diritti di Sovranità), coartandoli sotto
il dominio di “ordinamenti giuridici” e “istituzioni
sovranazionali” regolati da una rete di “tecnici”
illuminati.
E così i ministri del Sovrano (in democrazia il
popolo), anche se in latino ministri vuol dire servi,
ed il primo ministro del Sovrano da servi diventano
padroni, o si comportano come se fossero tali - senza
però esibire e nemmeno rivendicare il minimo titolo
di Sovranità, come invece fecero appellandosi al
Romano Pontefice i Maggiordomi Pipinidi contro i
Re Merovingi (Regno Franco, VIII secolo) – e
addirittura si compiacciono di definire “coraggiose”
le scelte compiute contro il volere del popolo
sovrano.
È vero che persino un grande pensatore come
Platone era convinto che il comunismo dei beni
avrebbe risolto i problemi creati dall’avidità di molti
fra gli uomini 179): la storia tuttavia ci ha insegnato
quanto male possa recare la decisione di amputare i
diritti naturali che il Creatore ha incorporato nelle
sue creature.
LA NEGAZIONE
DEL SOGGETTO ECONOMICO
Il soggetto economico individuale è il soggetto
proprietario.
Un autorevole storico del diritto nota che “uno
degli elementi fondamentali di ogni civiltà, che sia
degna di questo nome, è quello giuridico. Ma presso
nessun popolo questo elemento ha assunto il saliente
rilievo con cui esso si presenta nella civiltà romana:
sia per l’originalità e la tipicità delle sue
manifestazioni, sia per la sua vasta e profonda
penetrazione nei campi più varî del pensiero
individuale e della vita civile, sia ancora per la
maestria con cui i giuristi romani, riflettendo sulle
loro esperienze, hanno saputo organizzarle
razionalmente e costruire un sistema che è e sarà
sempre di modello a tutti i sistemi giuridici” 180).
Furono i Romani a definire l’archetipo del
soggetto proprietario nella figura del bonus pater
familias.
Questo archetipo giuridico della corretta gestione
della proprietà è ancor oggi talvolta citato nelle
sentenze dei tribunali di diritto civile della nostra
Nazione.
Bonus pater familias: il termine stesso ci riporta
al clima spirituale della Civiltà del Capitale
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
tratteggiata sinteticamente da monsignor Delassus, ed
ancor più sinteticamente dal talento poetico di
Virgilio (70 a.C. – 19 a.C.): “Labor omnia vicit”
181), talento consapevolmente accordato al progetto
imperiale di Cesare Ottaviano Augusto(63 a.C. – 14
d.C.), “fondato sull’impegno e sulla responsabilità
dell’uomo” 182).
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
GUADAGNERAI IL PANE COL SUDORE
DELLA FRONTE (GEN. 3,16)! …
O ALLA ROULETTE?
Il von Hayek afferma che “è probabilmente una
disgrazia che, specialmente negli Stati Uniti,
scrittori popolari come Samuel Smiles ed Horatio
Alger, e più tardi il sociologo W.G. Summer, abbiano
difeso la libera iniziativa sulla base della tesi che
essa regolarmente ricompensa il meritevole. Questo
è di cattivo auspicio per il futuro dell’ordine di
mercato, poiché questa sembra essere diventata
l’unica difesa che il pubblico recepisce (…) È quindi
un vero dilemma decidere fino a che punto si deve
incoraggiare nei giovani l’idea che quando si
sforzano veramente riescono, o se non si debba
piuttosto enfatizzare il fatto che inevitabilmente
alcuni poco meritevoli avranno successo mentre altri
meritevoli falliranno.” 183).
Per il von Hayek in una “grande società” o
“società aperta” l’”intero sistema di principi morali è
un sistema di norme di condotta individuale (Ossia
destinato a favorire la cieca selezione evolutiva,
N.d.R.). In una Grande società, nessuna condotta
diretta da tali norme o da decisioni di individui da
esse guidati potrebbe produrre dei risultati che ci
sembrano giusti” 184).
Egli osserva che “anche se la gente non
accetterebbe che le proprie remunerazioni
dipendessero in parte dal caso, questo è proprio quel
che deve avvenire” 185).
Per il von Hayek “la sensazione di essere stati
lesi provata quando un reddito stabile diminuisce o
scompare, deriva dall’idea di meritare moralmente
quel reddito e che, di conseguenza, fino a che si
lavora efficientemente ed onestamente come prima si
ha diritto a percepire la stessa remunerazione. Ma
l’idea di meritare moralmente ciò che si è
guadagnato onestamente in passato è largamente
illusoria. (…) Il nostro unico diritto morale a ciò che
il mercato offre lo abbiamo guadagnato
sottomettendoci a quelle norme che rendono
possibile la formazione dell’ordine di mercato” 186).
Posto che “in un ordine spontaneo (…) la
remunerazione (…) spesso non avrà nessuna
relazione con i propri meriti o bisogni individuali”
187), perciò “la libertà è inseparabile da ricompense
che spesso non hanno alcun nesso con il merito e
vengono quindi percepite come ingiuste” 188).
Non sarebbe nell’interesse del Libero Mercato
“che A sia protetto dalla concorrenza di importazioni
di basso costo, e B da quella di un operatore meno
qualificato; C dalla diminuzione dello stipendio e D
dalla perdita del posto di lavoro” 189).
Soprattutto “non si deve proteggere da un declino
relativo o assoluto della sua posizione” 190) il
Cittadino sovrano in difficoltà.
Si badi bene che per il von Hayek tali sacrifici
non sono giustificati dall’obbedienza a “verificate”
Leggi dell’Evoluzione che guidino l’Umanità verso
magnifiche sorti e progressive ma solamente dal
preteso obbligo di consegnarci ad un meccanismo
cieco e caotico che non possiamo escludere ci stia
portando alla sua “falsificazione”, ossia la catastrofe.
PROPRIETÀ INFONDATA?
Come ovvio, conseguentemente a queste
premesse, il von Hayek si guarda bene dal rispettare
la proprietà privata come diritto naturale degli
uomini: “Il concetto di proprietà non è certo caduto
bell’e fatto dal cielo” 191).
Per lui questo istituto sarebbe solo il frutto
casuale di un intreccio di impulsi avvenuto nel
sistema nervoso centrale di alcuni invertebrati - egli
accenna all’”elaborato sistema della proprietà
presso le aragoste” 192) - che di fronte alla
pressione
ambientale
avrebbe
casualmente
presentato nel corso dell’evoluzione dei viventi un
carattere adattativo, FINO AD OGGI naturalmente.
Perciò egli la difende esclusivamente per la
“considerazione secondo cui l’istituzione della
proprietà privata assolve una funzione necessaria al
mantenimento dell’ordine spontaneo della società”
193).
Anzi il von Hayek afferma che a suo parere “stati
di fatto come ‘la proprietà’ non hanno significato se
non per le norme di condotta (Quelle dirette a
favorire la cieca selezione evolutiva, N.d.R) che vi
fanno riferimento, e se si tralasciano quelle norme di
mera condotta che si riferiscono alla proprietà, non
rimane più nulla di questo istituto” 194).
È interessante notare che il von Hayek si proclama
ostile al termine stesso di proprietà privata (private
property) 195), evidentemente troppo legato alla
Civiltà del Capitale, al bonus pater familias, e
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
dichiara di preferirgli il termine di proprietà
individuale (several property) 196), chiaramente più
vicino alla sua visione di una moltitudine di individui
ciechi e spinti caoticamente da meccanismi
impersonali verso la propria rovina od una
momentanea sopravvivenza.
È pure interessante la sua affermazione che il
libero mercato, il “sistema basato sulla libertà” 197),
non trova adeguata espressione nel termine
capitalismo: “’Capitalismo’ è tutt’al più un termine
adeguato per designare una realizzazione parziale di
un tale sistema verificatasi in una particolare fase
storica, ma è termine sempre fuorviante perché
suggerisce l’idea di un sistema in cui il capitalista
riceve i maggiori benefici, mentre in effetti si tratta
di un sistema che impone all’impresa una disciplina
sotto il cui peso gli uomini d’affari si sentono
costretti e che ciascuno cerca di fuggire” 198).
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
CORPORAZIONE,
LIBERALISMO
E SOCIALISMO
Premettiamo qui l’osservazione di evidente
validità di un grande pensatore cattolico del XX
secolo, Plinio Corrêa de Oliveira: “Storicamente, il
movimento socialista è un semplice compimento del
movimento liberale” 199).
È vero infatti che questi due grandi movimenti
nascono nell’interiorità degli uomini, in particolare
dai loro cedimenti all’orgoglio ed alla sensualità
200), ma, inoltre, nella loro manifestazione pubblica
ebbe particolare importanza l’aspetto economico,
che si manifestò in un comune attacco all’istituto
della proprietà privata articolato in due fasi, in cui la
prima, quella liberale in cui Adam Smith ed altri
lottarono contro la proprietà privata del diritto
d’impresa, preparò la seconda, in cui Karl Marx ed
altri lottarono contro la proprietà privata dei mezzi
d’impresa
Senza la prima lesione di questo diritto naturale
con l’eliminazione della proprietà privata del diritto
d’impresa, il socialismo non avrebbe letteralmente
avuto modo di nuocere alla proprietà privata dei
mezzi d’impresa.
L’istituzione della società civile nella quale si
concretava la difesa dei suoi membri titolari della
proprietà privata del diritto d’impresa era la
Corporazione o Università o Gilda, etc. 201).
Essa era strutturalmente la sintesi fra Tradizione
religiosa, Famiglia e Proprietà privata e storicamente
fu quel motore dell’economia europea che permise
alla Cristianità occidentale di egemonizzare il
mondo, direttamente fino al XVIII secolo, il
Settecento, e per moto inerziale fino al XIX secolo,
l’Ottocento 202).
Infine nel XX secolo tale egemonia iniziò il suo
declino.
Ma ancora più grave, ed oggi ne misuriamo le
conseguenze, fu il fatto che i Sovrani europei (mal
consigliati da alti esponenti dell’aristocrazia, della
cultura e purtroppo della religione, di intime opinioni
libertine prima ed illuministe poi) non appoggiarono
l’estensione di questo modello, organico ed
efficiente, alle popolazioni degli altri continenti.
L’importazione e lo sviluppo del modello
europeo corporativo avrebbe creato l’ambiente
necessario
per
una
crescita
non
solo
economicamente più equilibrata ma anche civile di
quei popoli, posto che l’esperienza della pienezza
dell’istituto della Proprietà privata avrebbe facilitato
la comprensione delle sue radici veterotestamentarie
e romane e del coessenziale istituto della Famiglia
neotestamentaria.
Gli astuti consiglieri dei Sovrani europei (prima
dei Monarchi, poi dei Cittadini) li determinarono
invece a limitarsi allo sfruttare gli altri Continenti
come fornitori di materie prime, per arrivare negli
ultimi anni (con una ricca produzione di testi che
esaltavano la delocalizzazione delle industrie come
convenientissimo sfruttamento di mano d’opera a
bassi salarî) alla tragica situazione economica e
sociale della Cristianità occidentale di oggi, senza
però che i Cittadini degli altri continenti possano
averne un vero vantaggio.
IL VERO NEMICO DEL VON HAYEK
È l’istituto corporativo, e quindi la pienezza del
diritto alla Proprietà privata, l’autentico obiettivo
polemico del von Hayek.
È vero che egli si proclama nemico del
Socialismo, e nel 1988 diede alle stampe un testo
intitolato The Fatal Conceit: the Errors of Socialism
(tr. it. La presunzione fatale. Gli errori del socialismo,
1997): tuttavia nella Introduzione che egli appone al
testo, e che è intitolata Il socialismo è stato un
errore?, non troviamo altro che una fervida
esaltazione dell’evoluzionismo che si conclude con
l’affermare che “certamente anche le regole
tradizionali del rapporto tra gli uomini, come il
linguaggio, la legge, i mercati e la moneta, sono
campi illuminati dal pensiero evoluzionistico. L’etica
è l’ultima fortezza di fronte alla quale l’orgoglio
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
umano deve ora inginocchiarsi a motivo del
riconoscimento delle sue origini. Una tale teoria
evoluzionistica della morale sta in verità
emergendo” 203).
Ricordiamo però che anche Karl Marx considera
valido il “principio di selezione naturale” 204) e
lamenta che Darwin “nella sua opera che ha fatto
epoca, l’Origine della specie” 205) non l’abbia
applicato all’evoluzione culturale: “La stessa storia
della religione che non tenga conto di questo
fondamento materiale è priva di senso critico” 206),
mentre Engels , sotto la supervisione di Marx,
proclama: “Noi respingiamo ogni pretesa di imporci
una qualsiasi dogmatica morale come legge etica
eterna, definitiva, immutabile nell’avvenire, col
pretesto che anche il mondo morale avrebbe i suoi
princìpi permanenti, che stanno al disopra della
storia e delle differenze tra i popoli” 207), non
trascurando di precisare che per il marxismo “l’idea
dell’eguaglianza, tanto nella sua forma borghese
quanto nella sua forma proletaria (…) è quindi tutto
tranne che una verità eterna” 208), ed anche a
proposito della “vera libertà umana (…) sarebbe
ridicolo il voler attribuire alle nostre vedute odierne
una qualche validità assoluta” 209).
Karl Marx comunque, nella Prefazione alla
prima edizione della sua opera maggiore, Il
Capitale, chiarisce di voler applicare il principio
evoluzionistico al mondo economico, in modo da
considerare “lo sviluppo della formazione
economica della società come processo di storia
naturale” 210).
Il von Hayek, da parte sua, scrive che “tutte le
dottrine totalitarie, di cui il socialismo è soltanto la
più nobile e la più influente (…) sono false non a
causa dei valori su cui si basano, ma a causa di un
fraintendimento delle forze che hanno reso possibile
la Grande società” 211).
Il von Hayek attribuisce al socialismo un afflato
religioso: “Il fatto che il socialismo si sia spesso
diretto contro la religione non attenua questo punto”
212), anzi, “nei Paesi comunisti e socialisti stiamo
osservando come la selezione naturale delle
credenze religiose elimina quelle che non si sono
evolute” 213).
A rendere ancora più ambiguo l’antisocialismo
del von Hayek è il fatto che da un lato egli esprime
già nella sua opera The Constitution of Liberty del
1960 (tr. it. La società libera, 1969) la corretta
constatazione che “il socialismo in senso stretto e
tradizionale, oggi, nel mondo occidentale, è morto.
Una dichiarazione così categorica provocherà
ancora una certa sorpresa, ma è largamente
confermata da un esame del fiume di letteratura
disincantatrice di origine socialista in tutti i paesi e
dalle discussioni all’interno dei partiti socialisti. A
chi segue gli sviluppi solo in un paese, il declino del
socialismo potrà ancora sembrare niente più che un
transitorio regresso, la reazione alla sconfitta
politica. Ma il carattere internazionale e l’analogia
degli sviluppi nei diversi paesi non lascia dubbi che
si tratti di qualcosa di più. Se, quindici anni fa il
socialismo dottrinario appariva il maggior pericolo
per la libertà, oggi dirigere contro di esso i propri
argomenti sarebbe come combattere contro i mulini
a vento” 214).
Dall’altro lato, un ventennio dopo, quando la
crisi delle idee socialiste è ormai a tutti evidente,
afferma di temere che “non sarà sufficiente fermare
chi cerca di distruggere la democrazia per
raggiungere il socialismo” 215), per non
“intraprendere un sentiero che conduce sicuramente
al socialismo” 216).
In realtà più che dell’ormai morto socialismo, il
von Hayek si preoccupa del sempre “incipiente
corporativismo” 217).
I DIRITTI CHE DIO HA LEGATO
ALLA NATURA UMANA
DURANO QUANTO L’UMANITÀ
I diritti naturali iscritti da Dio nel cuore degli
uomini, quale appunto la Proprietà privata nella sua
pienezza, tenderanno perciò sempre a risorgere
finché gli uomini esisteranno, anche dopo lunghi
periodi di repressione: così, pur non ammettendo
l’idea di una stabile natura umana con i suoi diritti
connessi, il von Hayek è costretto ad ammettere che
“il sorgere della Grande società è troppo recente per
aver dato all’uomo il tempo per disfarsi dei risultati
di uno sviluppo durato centinaia di migliaia di anni”
218), e che “è pur sempre lealtà a gruppi particolari,
come lo stesso mestiere (…) ad essere il maggiore
ostacolo all’applicazione universale di norme di
mera condotta (…) Tuttavia, mentre tale processo
ha reso possibile l’avvento della società aperta e
offre la speranza remota di un ordine pacifico
universale (??? N.d.R.), le morali correnti non
approvano ancora del tutto tale sviluppo. Invero,
ultimamente si è assistito ad un regresso delle
posizioni che erano state raggiunte nel mondo
occidentale” 219).
Egli lamenta che “questo conflitto tra ciò che gli
uomini considerano ancora emozioni naturali, e la
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
disciplina di norme necessarie alla conservazione
della società aperta, è invero una delle cause
principali di ciò che è stata definita ‘la fragilità
della libertà’” 220).
Contro i “sistemi (…) corporativisti” 221) egli
afferma che “qualsiasi controllo esercitato dai
membri di un sindacato o professione sui beni e
servizi totali forniti sarà sempre contrario al vero
interesse generale della società” 222).
Come abbiamo visto più sopra il von Hayek
ripudia le funzioni più essenziali della struttura
corporativa 223): “Non è nell’interesse generale che
A sia protetto dalla concorrenza di importazioni di
basso costo, e B da quella di un operatore meno
qualificato; C dalla diminuzione dello stipendio e D
dalla perdita del posto di lavoro” 224).
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
JOLLY ROGER
Contro il principio corporativo il von Hayek,
come tutti i mercatisti, alza la bandiera della
concorrenza così come i velieri pirati alzavano il
Jolly Roger, la bandiera con teschio e tibie.
Questo richiamo al nero stendardo della morte e
della distruzione sventolato dai pirati non è una
forzatura polemica se la libertà di concorrenza è
fondamento “di quella procedura di scoperta
costituita dal sistema di mercato” 225), e ancora di
più se, a parere del von Hayek e degli altri
mercatisti, “la concorrenza agisce come
procedimento di scoperta non soltanto fornendo, a
chi ne abbia l’opportunità, la possibilità di sfruttare
con profitto circostanze speciali, ma anche
informando le altre parti circa l’esistenza di tale
possibilità. Convogliando l’informazione in forma
codificata, gli sforzi in competizione nel gioco del
mercato assicurano l’uso di una conoscenza
ampiamente dispersa.” 226).
L’evocazione del cupo Jolly Roger non è una
forzatura polemica in quanto questa “conoscenza” si
concreta appunto solo nella morte e nella
distruzione, sia per il von Hayek, nel 1974 cd.
”Premio Nobel per l’economia” 227), sia per il suo
amico sir Karl Popper, già pilastro della London
School of Economics, sia per il fedele discepolo di
quest’ultimo George Soros, autorevole esponente
della finanza internazionale.
Infatti per costoro la conoscenza non può basarsi
sulla “verifica”, ossia accertare la verità e la bontà di
una situazione, di un dato o di una teoria, ma solo
sulla “falsificazione”, il che vuol dire nel biologico
la morte, nel sociale e nell’economico, catastrofe e
fallimento.
E ciò del tutto casualmente: casuale è la
sopravvivenza, casuale è il disastro, al di là e contro
la volontà anche operosa degli uomini.
Libertà di concorrenza vuol dire libertà per una
moltitudine di operatori ciechi e senza sovranità di
andare casualmente verso un successo transeunte o,
altrettanto casualmente, verso la rovina, sia che
riguardi interi settori economici, intere nazioni o,
come è perfettamente possibile se accettiamo l’idea
di “un’evoluzione selettiva priva di leggi che ne
determinino la direzione” 228), che riguardi l’intero
genere umano.
“La concorrenza è una procedura di scoperta,
una procedura coinvolta in tutta l’evoluzione, che
ha portato l’uomo a rispondere involontariamente a
nuove situazioni” 229).
Persino se gli uomini individuassero misure di
tipo corporativo per impedire disastri e fallimenti,
“anche supponendo che tali misure possano essere
in un certo senso auspicabili, questa situazione è
tale che, sebbene desiderabile di per se stessa, non
può essere raggiunta senza conferire un potere
arbitrario e discrezionale a una qualche autorità
(Ad es., la Corporazione, N.d.R.), e la cui
realizzazione deve pertanto cedere al principio più
importante secondo cui non si deve conferire un tale
potere a nessuna autorità. Abbiamo già sottolineato
che la limitazione di tutti i poteri può rendere
impossibile l’ottenimento di certi scopi particolari
auspicati dalla maggioranza della gente, e che,
generalmente, per evitare mali peggiori una società
libera deve negarsi certi poteri, sebbene le
conseguenze prevedibili del loro esercizio appaiano
totalmente positive e costituiscano forse l’unico
metodo disponibile per ottenere quel risultato
particolare (Sottolineatura mia, N.d.R.)” 230).
Preoccupato della naturale reazione del buon
senso dei Cittadini sovrani, von Hayek lancia il suo
appello: “È necessario che la pratica generale della
concorrenza impedisca l’abuso della proprietà”
231). Ancora una volta si vorrebbe migliorare gli
uomini amputandoli di un loro diritto naturale!
Si noti che quest’ultimo appello contro la
pienezza del diritto alla proprietà privata si trova in
un libro sedicente antisocialista,intitolato appunto La
presunzione fatale. Gli errori del socialismo.
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
SOCIALISMO E SPIRITO CORPORATIVO
CHIESA CATTOLICA E CORPORAZIONE
Il von Hayek pretende di affermare che i
socialisti vogliano restaurare la mentalità
corporativa: “Gli autentici leaders tra i filosofi
sociali reazionari sono naturalmente i socialisti”
232).
Tale pretesa sembra più che altro diretta ad
infamare il corporativismo unendone il nome a
quello di una ideologia in crisi.
Certo un uomo colto come il von Hayek ben
sapeva come l’avversione dei socialcomunisti al
diritto di proprietà potesse , ad esempio, indurre un
fine intellettuale come Antonio Gramsci a prendere
posizioni assai dure.
Infatti, come già detto, la pienezza del diritto alla
proprietà privata è qualcosa di iscritto nel cuore
degli uomini, qualcosa che non fu “sconfitto dai
tempi” e nemmeno da un inesistente rifiuto
dell’opinione pubblica, tanto che lo stesso Adam
Smith scriveva nel 1775 che “aspettarsi in effetti
che la libertà dei commerci possa mai essere
completamente ristabilita in Gran Bretagna è un
assurdo, quanto l’aspettarsi che in essa vengano
mai realizzate Oceana o Utopia” 233).
Il sistema delle Corporazioni fu represso
“dall’alto” alla fine del XVIII secolo, prima dal
dispotismo di Sovrani ipnotizzati dall’Illuminismo,
i cosiddetti “despoti illuminati”, e poi dalle
baionette napoleoniche 234) ma esso tende a
riemergere ovunque, ove non sia, come è,
continuamente ostacolato.
E così, di fronte ad atteggiamenti di tipo
corporativo che sembravano emergere nel mondo
del lavoro statunitense, e che vennero osteggiati dal
liberismo dell’alta finanza fino a ricorrere
all’utilizzo di vigilantes armati per far fuoco sui
manifestanti, nel carcere italiano il Gramsci
espresse il suo pensiero affidando al quaderno cd.
22, dedicato ad Americanismo e fordismo queste
righe: “La lotta che si svolge in America (descritta
dal Philip) è ancora per la proprietà del mestiere,
contro la ‘libertà industriale’, cioè simile a quella
svoltasi in Europa nel secolo XVIII, sebbene in altre
condizioni: il sindacato operaio americano è più
l’espressione corporativa della proprietà dei
mestieri qualificati che altro, e perciò lo
stroncamento che ne domandano gli industriali ha
un aspetto ‘progressivo’. L’assenza della fase
storica europea, che anche nel campo economico è
segnata dalla Rivoluzione francese, ha lasciato le
masse popolari americane allo stato grezzo” 235).
La Chiesa Cattolica, al contrario dei nemici del
diritto naturale, ha sempre visto nell’istituto
corporativo un perno fondamentale del principio di
sussidiarietà, in quanto esso colma la dismisura di
mezzi che esiste fra gli individui e le loro famiglie e
lo Stato.
Questo istituto assicura così una stabilità sociale
che la frammentazione degli individui e delle loro
famiglie non è in grado di assicurare attraverso le
generazioni, di padre in figlio, senza l’intervento di
quella che è il cattivo surrogato della Corporazione,
ossia la burocrazia dello Stato hegeliano.
Plinio Corrêa de Oliveira difende questa
posizione a proposito del “principio si sussidiarietà,
presentato dall’enciclica Mater et Magistra come
elemento fondamentale della dottrina sociale
cattolica. Infatti, in virtù di questa gerarchia nella
carità, ogni uomo deve provvedere direttamente a
sé stesso, per quanto sia nelle sue possibilità
personali, ricevendo l’aiuto dei gruppi superiori –
famiglia , corporazione, Stato . solo nella misura in
cui gli sia impossibile fare da sé. E in virtù dello
stesso principio la famiglia e la corporazione (enti
collettivi dei quali pure si deve dire ‘omne ens
appetit suum esse’) provvedono anzitutto e
direttamente per sé, ricorrendo allo Stato solo
quando sia indispensabile. E lo stesso si ripete per
quanto riguarda le relazioni tra lo Stato e la società
internazionale.” 236).
MERCATISMO,
COMUNISMO
E FAMIGLIA
Il von Hayek liquida per parte sua il tema della
protezione che la comunità politica deve accordare
all’istituto della famiglia con queste righe:
“Tuttavia, rimane dubbio, se l’appartenenza ad una
comunità possa per qualcuno costituire titolo di
legittimo interesse sulle prospettive di riproduzione
degli altri membri della stessa comunità o se questo
problema non sia regolato meglio da una diversa
fertilità dei gruppi, che sarà l’effetto della libertà”
237).
Fra i nemici del diritto naturale, i
socialcomunisti, al contrario delle affermazioni del
von Hayek, hanno molto apprezzato tutte le misure
liberiste che ledono la pienezza del diritto di
Proprietà privata e, soprattutto, tagliano il legame
fra l’istituto della famiglia e l’impresa, garantito
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
dalla Corporazione ma comunque così connaturato
nell’uomo che ancor oggi, nella lingua della nostra
Nazione, si dice “casa farmaceutica”, “casa
automobilistica”, “casa vinicola”, etc.
Perciò la diffusione dell’uso di separare la
proprietà di una impresa da una famiglia per farne
una società per azioni onde permettere ad anonimi
e sempre diversi speculatori di scommettere sul suo
valore e giocare in borsa, fu visto con
soddisfazione da Karl Marx: “Società per azioni
(…) in contrapposizione al capitale privato (…) È
la soppressione del capitale inteso come proprietà
privata in seno allo stesso modo di produzione
capitalistico” 238).
Ed ancora: “Le società per azioni – che
rappresentano la soppressione dell’industria
privata (…) e annientano l’industria privata nella
misura in cui si ingrandiscono e si appropriano
nuove sfere della produzione” 239).
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
ILLUMINISMO E CAOS
Il fatto che in ogni epoca e continente l’anelito
alla pienezza del diritto alla Proprietà privata possa
riemergere prepotentemente forse imbarazza il von
Hayek, il quale ha eletto a numi tutelari
gentiluomini settecenteschi come Adam Smith e la
sua cerchia di Illuministi che probabilmente
apparirebbero poco credibili come immagine del
Progresso e della Rivoluzione Liberale contro chi
oggi, a due secoli e più di distanza, voglia
restaurare i diritti naturali degli uomini: la Verità è
sempre giovane, le Utopie hanno un anno di
nascita e invecchiano.
Sia come sia, il von Hayek con grande
convinzione ricollega l’Illuminista scozzese alle
attualissime teorie dette anche della Complessità o
del Caos: “Mentre Smith è stato riconosciuto da
molti autori come l’iniziatore della cibernetica
(Emmet 1958, 90; Hardin, 1961, 54), esami recenti
degli appunti di Charles Darwin (Vorszimmer
1977; Gruber 1974) suggeriscono che la lettura di
Adam Smith nell’anno cruciale 1838 ha portato
Darwin alla sua intuizione decisiva. Ecco, dunque,
che dai filosofi morali scozzesi del diciottesimo
secolo provengono gli impulsi principali verso
una teoria dell’evoluzione, verso quelle svariate
discipline adesso conosciute come cibernetica,
teoria generale dei sistemi, sinergetica, autopoiesi,
ecc., così come verso la comprensione del
superiore potere autoregolatore del sistema di
mercato e dell’evoluzione anche del linguaggio,
della morale, del diritto (Ulmann-Margalit 1978 e
Keller 1982) (…) È stato soprattutto attraverso
questi sforzi tesi a comprendere la formazione
dell’interazione umana mediante l’evoluzione e la
formazione spontanea dell’ordine, che simili
approcci sono diventati gli strumenti principali per
trattare fenomeni tanto complessi, per la cui
spiegazione ‘le leggi meccaniche’ della causalità
unidirezionale non sono più adeguate” 240).
Il fatto che il von Hayek sia diventato “il teorico
di un liberalismo che scavalcava d’un colpo solo
un secolo e mezzo di storia e di storia intellettuale
per affondare le sue radici nei moralisti scozzesi
del Settecento” 241) fa sì che “il pensiero di von
Hayek sia oggi al centro dell’attenzione e della
ricerca per quanti provengono non solo dalla
economia politica, ma altresì dalla filosofia
morale, dalla scienza politica e sociale, dalle
scienze cognitive” 242).
Non solo, ma “uno degli aspetti più interessanti
della figura intellettuale di Hayek è costituito dal
richiamo che ha saputo esercitare in questi ultimi
anni non solo su intellettuali di prestigio, ma anche
su folti gruppi di attivisti politici” 243), sia “negli
Stati Uniti, dove ancora oggi viene citato dai
cosiddetti Neoconservatives” 244), sia in Italia,
dove “oggi Hayek è diventato il referente obbligato
e quasi il nume tutelare di tanti neo-liberali” 245).
Peraltro hanno guardato con favore al pensiero
di von Hayek non solo i NeoCon ma anche liberali
autorevoli e di lungo corso come , per limitarci
all’Italia, Nicola Matteucci (1926-2006): “Hayek
così rientra nel novero dei grandi interpreti del
liberalismo storicistico del nostro secolo” 246);
Sergio Ricossa (1927):”Lui è il maestro, io sono
appena un allievo. La prosa di Hayek, oltre che
chiara, è esaltante” 247) e Vittorio Mathieu
(1923): “Dopo tutto l’economia moderna nasce con
l’Apologo delle api del Mandeville (…) Il mercato
non assicura l’ottima allocazione delle risorse, non
contiene equilibrio più di quanto ne contenga il
caos deterministico (…) perché la ‘mano invisibile’
di Adamo Smith non è altro che il caos
deterministico” 248).
Insomma von Hayek “è oggi considerato il più
grande pensatore liberale del Novecento” 249).
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
PUÒ LA CHIESA CATTOLICA
ACCETTARE LA SOCIETÀ
DI LIBERO MERCATO?
In questo momento storico si evidenzia come
l’imposizione a livello mondiale dell’obbligo di
libera concorrenza stia avvicinando l’intera
comunità umana ad una vera e propria catastrofe:
sorge perciò l’obbligo per tutti i benpensanti e
massimamente per i Cristiani di difendere quei
fondamenti del vivere sociale che Dio ha posto nel
cuore degli uomini, ossia la pienezza del diritto alla
proprietà privata e la famiglia naturale.
Tuttavia è altrettanto evidente l’esistenza di una
rete dirigente internazionale cui potremmo
attribuire radici illuministe, rete dirigente
determinata ad imporre al genere umano il
paradigma del libero mercato sia nel campo
economico sia in quello famigliare, negando il
dovere della comunità sociale di sostenere la
famiglia naturale che è la cellula fondamentale
delle società umane ed al contrario facendola
soffocare sotto la concorrenza, incoraggiata
culturalmente e sostenuta da leggi e regolamenti, di
forme famigliari innaturali e spesso grottesche.
Il Cristiano razionale e responsabile dovrà
quindi affrontare due problemi: il primo
sembrerebbe il far rinascere l’istituto corporativo a
due secoli dalla sua repressione.
In realtà è un problema che non esiste: basterà
una intransigente e costante presa di posizione
contro le leggi e le Authorities locali ed
internazionali che costringono l’economia nella
camicia di forza della tutela della concorrenza, e
dal cuore degli uomini torneranno a sgorgare il
senso e la prassi della pienezza del diritto alla
proprietà privata.
Il secondo problema è più serio: senza dubbio
alcuno i vertici liberisti mondiali sono pronti a
scatenare guerre e persecuzioni di fronte ad una
iniziativa della Cristianità diretta contro il nero
stendardo della libera concorrenza.
Di fronte a questo grave problema il Cristiano
razionale e responsabile sarà tentato di cedere per
varî motivi: il più rozzo è quello di “ragionare
come gli atei, che pesano i pro e i contro come se
Dio non esistesse“ 250).
Più sottile è l’argomentazione di colui che non
solo non nega che Dio esista, anzi conviene che
Egli gli abbia conferito un particolare talento per
combattere la buona battaglia e addirittura ne
aspetta un prossimo ritorno per regnare nei cuori
degli uomini. Di più, costui non esita a proclamare
la potenza divina, tuttavia non ha fiducia nell’aiuto
della Provvidenza e teme che se impiegasse
pienamente il suo talento i nemici di Dio, che
urlano: “Non vogliamo che costui regni su di
noi” (S. Luca, 19, 14), lo distruggerebbero e quindi
non lo avrebbe più a disposizione del suo Signore
al momento del ritorno. Il giudizio di Dio su questo
tipo di “fedele” lo leggiamo in San Matteo, 25, 26
– 30, ed in San Luca, 19, 22 – 27.
La Potenza di Dio ordinariamente non è
alternativa né parallela a quella delle Sue creature,
ma esse al contrario sono il Suo strumento: quando
Lucifero gli si rivolta in faccia Dio non reagisce,
ma lascia che sia San Michele Arcangelo a
prendere l’iniziativa, ovviamente con il Suo aiuto.
Quando vuole sfamare ingenti masse affamate
esige che noi Gli porgiamo i nostri pochi pani e
pesci.
Chiede la nostra fede per farci sfidare qualsiasi
difficoltà, fosse pure quella di camminare sulle
acque in tempesta (S. Matteo, 14, 29).
Non esiste nessuna valida ragione per non
combattere la buona battaglia contro chi vuole
sprofondare la Chiesa, la Cristianità tutta e gli
uomini di tutti i continenti nella catastrofe.
Claudio Bernabei
NOTE
1) Karl Marx, Il capitale, Roma, Newton
Compton, 1996, p.125.
2) Henri Delassus, Il problema dell’ora presente.
Antagonismo fra due civiltà, 1907, ristampa
anastatica, Piacenza, Cristianità, 1977, p.329.
3) Cit., p.330.
4) Cit., p. 332.
5) Cit., p. 333.
6) Cit., p. 339.
7) Cit., p. 341.
8) Cit., pp. 329-30.
9) Aristotele, Dell’economia, III, 4, 147, 20.
10) “Cum laqueo uxorem interimis matremque
veneno, incolumi capite es?” - Quando uccidi con
il laccio la moglie e col veleno la madre, sei sano
di mente? - Quinto Orazio Flacco, Satire, Libro II,
Satira III, 131-132.
11) Platone, Apologia di Socrate, 30 b.
12) F.A. von Hayek, La presunzione fatale,
Milano, Rusconi, 1997, p. 91.
13) Maria Emanuela Scribano, Natura umana e
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
società competitiva, Milano, Feltrinelli, 1980, p.
142.
14) Giuliano Borghi Mandeville, Roma, Settimo
Sigillo, 2004, p. 8.
15) Lucio Colletti, Ideologia e società, Bari,
Laterza, 1969, p. 282.
16) Scribano, cit., p. 112.
17) Andrea Branchi, Introduzione a Mandeville,
Roma-Bari, Laterza, 2004, p. 159.
18) Lorenzo Infantino, L’idea di scienza sociale
nei moralisti scozzesi e nella Scuola Austriaca di
Economia, in Atti del Convegno, Friedrich A. von
Hayek e la Scuola Austriaca di Economia,
Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, p. 157.
19) Colletti, cit., p.282.
20) von Hayek, cit., p.233.
21) F.A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà,
Milano, il Saggiatore, 1989, p. 21.
22) Jeremy Shearmur, Il pensiero politico di Karl
Popper, Milano, Società Aperta Edizioni, 1997, p.
35.
23) Cit., p. 41.
24) Raimondo Cubeddu, Introduzione, in
Shearmur, cit., p. VI.
25) von Hayek, L’ordine…., cit., p. 10.
26) Raimondo Cubeddu, Hayek fra Menger e
Mises, in Atti del Convegno, cit., p.89.
27) Valeria Ottonelli, L’ordine senza volontà. Il
liberalismo di Hayek, Torino, Giappichelli, 1995,
p. 1.
28) Infantino, cit., p.164.
29) von Hayek, La presunzione…, cit., pp.
232-233.
30) Cit., p. 37.
31) Cit., p. 129.
32) Cit., p. 61-62.
33) Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e
Contro-Rivoluzione, Roma, Luci sull’Est, 1998, p.
155.
34) F.A. von Hayek, Perché non sono un
conservatore, in Idem, La società libera,
Formello (RM), SEAM, 1999, p. 498.
35) F.A. von Hayek, L’abuso della ragione,
Firenze, Vallecchi, 1967, p. 131.
36) von Hayek, Legge…, cit., p. 537; Idem, La
presunzione…, cit., p. 257.
37) von Hayek, Legge…, cit., p. 531.
38) Paolo Heritier, Ordine spontaneo ed
evoluzione nel pensiero di Hayek, Napoli, ed.
Jovene, 1997, p. 113.
39) Ottonelli, cit., p.202.
(40) von Hayek, Ordine…, cit., p.253.
41) von Hayek, La presunzione…, cit., p.93.
42) S. Tommaso d’Aquino, L’unità dell’intelletto
contro gli averroisti, Capitolo I, § 30, in Idem,
Opuscoli filosofici, Roma, Città Nuova Editrice,
1989, p. 114.
43) von Hayek, Ordine …,, cit., p. 43.
44) Cit., p. 46.
45) Cit., p. 62.
46) Cit., p. 38.
47) Cit., p. 75.
48) Cit., p. 68.
49) Cit., p. 157.
50) Cit., p. 32.
51) Cit. p. 69.
52) Cit., p. 211.
53) Cit., p. 35.
54) Cit., p.37.
55) Cit., p. 38.
56) Cit., p.40.
57) Cit., p. 88.
58) Ibidem.
59) Cit., pp. 90-91.
60) (Cit., p.175.
61) Cit., p. 211.
62) Cit., p. 28.
63) Cit., p. 179.
64) Cit., p.180.
65) Cit., p. 188.
66) Cit., p. 69.
67) Ibidem.
68) Cit., p. 159.
69) Cit., p. 157.
70) Cit., p. 170.
71) Cit., p. 162.
72) Friedrich Engels, Anti-Dühring, in Marx K.,
Engels F., Opere, vol.XXV, Roma, Editori
Riuniti, 1974, pp.249-250.
73) von Hayek, L’ordine …, cit., p. 191.
74) Cit, p. 207.
75) Cit., p. 27.
76) Cit., p. 52.
77) Cit., p. 53.
78) von Hayek, Leggi…, p. 98.
79) von Hayek, La presunzione….., p.39.
80) von Hayek, L’ordine …., p. 53.
81)Cit., p.121.
82) Cit., p. 122.
83) Cit., p. 128.
84) Cit., p. 177.
85) Cit., p. 207.
86) Cit., p. 208.
87) Cit., p. 209.
88) Cit., p. 212.
89) Cit., p. 252.
90) Cit., p. 237.
91) Cit., p. 234.
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
92) Cit., p. 160-1.
93) Cit., p. 199.
94) Cit., p. 202.
95) Cit., p. 274.
96) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 53.
97) Cit., p. 59.
98) Cit., p. 60.
99) Cit., p. 62.
100) Cit., pp. 85-6.
101) von Hayek, Legge …, p. 539.
102) Cit., p. 541.
103) Cit., p. 304.
104) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 226.
105) Cit., p. 54.
106) Cit., p. 133.
107) Cit., p. 48.
108) von Hayek, Legge …, cit., p. 98.
109) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 64.
110) von Hayek, Legge …, p. 551.
111) Cit., p. 546.
112) Cit., p. 552.
113) Cit., p.268.
114) von Hayek, Legge …, cit., p. 407.
115) Cit., p. 11.
116) Cit., p. 260.
117) Cit., p. 496.
118) Cit., p. 501.
119) von Hayek, La presunzione …, p. 42.
120) Cit., p. 106.
121) Cit., p. 375.
122) Cit., p. 533.
123) Cit., p. 259.
124) Cit., p. 258.
125) Cit., p. 242.
126) Cit., pp. 97-98.
127) Cit., p. 132.
128) Cit., p. 208.
129) Cit., p. 496.
130) Cit. p. 407.
131) von Hayek, La società …, p. 28.
132) Ibidem.
133) von Hayek, Legge …, p. 25.
134) vedi più sopra, von Hayek, Ordine …, p.
188.
135) von Hayek, Legge …, pp. 27-28.
136) Cit., p. 60.
137) Cit., p. 19.
138) Cit., p. 18.
139) Cit., p. 50.
140) Cit., p. 53.
141) Cit., pp. 61-62.
142) Cit., p. 62.
143) Ibidem.
144) Ibidem.
145) Cit., p. 17.
146) Karl Marx, Friedrich Engels, Moses Hess,
L’ideologia tedesca, Milano, IEI, 1947, pp. 58-59.
147) von Hayek, Legge …, cit., p. 190.
148) Cit., p. 180.
149) Cit., p. 323.
150) Cit., p. 387.
151) Cit., p. 552.
152) Cit., p. 549.
153) Cit., p.499.
154) Cit., p. 338.
155) Cit., p. 352.
156) Cit., p. 451.
157) Cit., p. 473.
158) Cit., p. 374.
159) Cit., p. 379.
160) Cit., p. 459.
161) Cit., p. 482.
162) Cit., p. 523.
163) Cit., p. 344.
164) Cit., p. 508.
165) Cit., p. 72.
166) Cit., p. 526.
167) Cit., p. 531.
168) Cit., p. 535.
169) Ibidem.
170) Ibidem.
171) Ibidem.
172) Cit., p. 76.
173) Cit., pp. 80-81.
174) Hans Kelsen, Teoria generale del diritto e
dello Stato, Milano, ETAS, 1994, p. 373.
175) Cit., p. 189.
176) Cit., p. 389.
177) von Hayek, Legge …, cit., p. 42.
178) Cfr.: Lepanto Focus n.8, La Proprietà
privata ha bisogno del libero mercato? Sul web:
www.lepanto.org/focus8 .
179) Platone, Repubblica, Libro V, 464 D-464 E.
180) Pietro de Francisci, Sintesi storica del diritto
romano, Roma, Bulzoni editore, 1968, p. 7.
181) Publio Virgilio Marone, Georgica, I, 145.
182) Roberto Galaverni, Prefazione, in Virgilio,
Georgiche, Milano, RCS, 2012, p. VI.
183) von Hayek, Legge …, cit., p. 277.
184) Cit., p. 288.
185) Cit., p. 285.
186) Cit., p. 300.
187) Cit., p. 274.
188) Cit., p. 329.
189) Cit., p. 382.
190) Cit., p. 451.
191)Cit., p.138.
192) Cit., p. 98.
193) Cit., p. 41.
194) Cit., p. 223.
LEPANTO FOCUS n. 13
novembre 2012
IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ.
F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE
195) Cit., p. 550.
196) Ibidem.
197) Cit., p.81.
198) Ibidem.
199) Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e
Contro-Rivoluzione, Roma, Luci sull’Est, 1998, p.
70.
200) Cit., pp. 63 e ss.
201) Cfr. Lepanto Focus n. 8, cit..
202) Ibidem.
203) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 39.
204) Karl Marx, Il Capitale, cit., p. 206.
205) Cit., p. 257.
206) Cit., p. 277.
207) F. Engels, Anti-Dühring, in Karl Marx,
Friedrich Engels, Opere, vol.XXV, Roma, Editori
Riuniti, 1974, p.90.
208) Cit., p. 102.
209) Cit., p. 109.
210) Karl Marx, Prefazione alla prima edizione,
in Il Capitale, cit., p. 43.
211) von Hayek, Legge …, cit., p. 11.
212) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 180.
213) Cit., p. 223.
214) von Hayek, La società …, cit., p. 328.
215) von Hayek, Legge …, cit., p. 525.
216) Ibidem.
217) Cit., p. 517.
218) Cit., p. 357.
219) Cit., p. 359.
220) Ibidem.
221) Cit., p. 466.
222) Cit., p. 465.
223) cfr. Lepanto Focus n. 8, cit.
224) von Hayek, Legge …, cit., p. 382.
225) Cit., p. 195.
226) Cit., p. 326.
227) In realtà Alfred Bernhard Nobel (1833-96),
inventore della dinamite, costituì col suo
patrimonio una fondazione con il compito di
finanziare l’assegnazione annuale di un premio in
ciascuno di questi cinque settori: fisica, chimica,
medicina, letteratura e pace. Questi sono i Premî
Nobel. Molto più tardi, nel 1968, la Banca di
Svezia, indignata dal fatto che finanzieri ed
economisti non potessero fruire della prestigiosa
passerella del Premio Nobel, istituì il “Premio per
le scienze economiche in memoria di Alfred
Nobel”, da allora spacciato per il “Nobel
dell’economia”.
228)von Hayek, Legge …, cit., p. 552.
229) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 52.
230) von Hayek, Legge …, p. 454.
231) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 75.
232) von Hayek, Legge …, p. 551.
233) Cit., p. 84.
234) cfr. Lepanto Focus n. 8.
235) Antonio Gramsci, Americanismo e fordismo,
Milano, Universale Economica, 1950, p.26.
236) Plinio Corrêa de Oliveira, La libertà della
Chiesa nello Stato comunista, in “Cristianità”, nn.
11-12, 1975, p. 10.
237) von Hayek, Legge …, p. 256.
238) Karl Marx, Il Capitale, cit., Libro Terzo,
Quinta Sezione, Capitolo ventisettesimo, p.1210.
239) Cit., p.1212.
240) von Hayek, La presunzione …, p. 233.
241) Angelo M. Petroni, Stefano Monti Bragadin,
Introduzione, in von Hayek, Legge …, cit., p. XII.
242) Pier Luigi Porta, Prefazione, in Atti del
Convegno, cit., p. 6.
244) A.M. Petroni, S. Monti Bragadin, cit., p.XII.
245) Gaetano Pecora, Il liberalismo anomalo di
Friedrich August von Hayek, Soveria Mannelli,
Rubbettino ed., 2002, p. 8.
246) Nicola Matteucci, L’eredità di von Hayek,
Milano, Società Aperta ed., 1997, p. 63.
247) Sergio Ricossa, Introduzione, in von Hayek,
La società …, cit., p.17.
248) Vittorio Mathieu, Prefazione, in Biagio
Muscatello, Friedrich A. von Hayek, capitale,
giudizi di valore e principi di ordine, Milano,
FrancoAngeli, 2004, p. 11.
249) Giampietro Berti, Tutto il liberalismo in
settanta pagine. Firmate da Von Hayek, in “il
Giornale”, 22 settembre 2012, p. 35.
250) Plinio Corrêa de Oliveira, cit., p. 12.
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