Novembre 2012 LEPANTOFOCUS a cura del CENTRO CULTURALE LEPA NTO Presidente Fabio Bernabei www.lepanto.org email: [email protected] Tel. 06.95558604 fax: 06.60513116 n. 13 Recapito postale: C. P. 6080 00195 Roma Pubblicazione non periodica, gratuita. IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE Caro amico, gentile amica, una ventina di anni fa il mondo ha assistito al crollo del sistema comunista sovietico. In questi ultimi anni stiamo assistendo, soffrendola direttamente, ad una crisi del sistema economico occidentale che molti esperti definiscono irreversibile. Dobbiamo quindi mettere sullo stesso piano l’ideologia socialcomunista e la difesa del plurimillenario istituto della proprietà privata? Assolutamente no, perché questa crisi mondiale non riguarda la cultura del capitale, della proprietà privata, ma la cultura del libero mercato, il quale sta alla proprietà privata tanto poco quanto il socialcomunismo sta alla comunità dei beni di un convento di frati mendicanti. La Storia ci dimostra che socialcomunismo e libero mercato sono, dal punto di vista economicopolitico, le due gambe di ferro, ma coi piedi di argilla, di quel movimento politico e culturale che definiamo “Illuminismo”: movimento qualificato dalla volontà di sottrarre l’Occidente e tutto il mondo occidentalizzato alle sue radici cristiane, a costo di trascinare nella rovina tutti gli esseri umani di tutti i continenti. Dall’Illuminismo razionalista francese è derivato lo Stato burocratico e socializzatore; dall’Illuminismo irrazionalista scozzese è derivato il libero mercato caotico e autogestito. Della prima gamba di ferro, ma con il piede di argilla, meccanicistico-burocratica, molto si è scritto. Sulla seconda gamba di ferro, ma con il piede di argilla, dell’Illuminismo questo scritto intende gettare un raggio di luce. Oggi ristabilire la verità è necessario per salvaguardare la retta considerazione dell’istituto della proprietà privata e soprattutto l’onore della Santa Chiesa Cattolica, che del diritto naturale posto da Dio nel cuore degli uomini è da duemila anni fedele custode: UNICUIQUE SUUM. Suo, in Gesu’ e Maria Fabio Bernabei IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE È nota la definizione che Karl Marx (1818-1883) dà del capitale nella sua celebre opera appunto intitolata Il capitale: “La circolazione delle merci è il punto di partenza del capitale (…) il suo prodotto ultimo è il denaro. Questo prodotto ultimo della circolazione delle merci è la prima forma fenomenica del capitale. Il capitale, considerato storicamente, si oppone in ogni luogo alla proprietà fondiaria nella forma di denaro, come patrimonio di denaro, capitale commerciale e capitale usuraio” 1). La diffusione che l’egemonia marxista nella cultura ha dato di questa definizione ci ha fatto dimenticare la definizione cattolica, quale ad esempio ci è ricordata da Monsignor Henri Delassus (1836-1921) nel suo libro Il problema dell’ora presente, ossia “che il capitale è la base necessaria di ogni civiltà” 2). Contro l’affermazione di Marx, Monsignor Delassus ci domanda: “Che cosa è dunque il capitale? (…) Il capitale non è solamente il danaro impiegato, ma le ricchezze di tutta la nazione che il lavoro dell’uomo ha prodotte ed ammassate dalla creazione, cominciando dalla prima di tutte, la terra vegetale” 3). Il dotto ecclesiastico ci rammenta che “per far della sabbia una terra, e d’una terra coltivabile una terra vegetale, l’uomo dovette per lungo tempo innaffiarla co’ suoi sudori (…) essa non è nella stessa condizione, non ha la medesima fertilità dappertutto ove si trova, ed è sparita da contrade che ne avevano goduto abbondantemente. Essa segue l’uomo. Là ov’egli arriva col suo coraggio, essa risponde al suo appello; si ritira se egli l’abbandona o se gli manca il coraggio di lavorarla. Ma il ridurla, il condensarla, il renderla feconda, non è l’affare di un giorno né di poca virtù (…) Nello stesso tempo gli utensili si sono perfezionati ed accresciuti. Le selci che l’uomo aveva raccolto per dar più forza alle sue dita lasciarono il posto agli strumenti di bronzo o di ferro. Oggi l’utensile è divenuto macchina; e col servizio della macchina l’uomo ha successivamente usufruito i venti e le acque, il vapore e l’elettricità.” 4). Nota il Delassus: “Tutto questo forma il capitale attuale dell’umanità. Dunque, la terra vegetale, gl’istrumenti di lavoro, non sono stati dati all’uomo dalla natura, come l’aria e la luce. Dunque l’uomo non è stato posto in mezzo alla ricchezza della terra. Il capitale non era al principio quello che è al giorno d’oggi. Dio ne ha fornito gli elementi, l’uomo lo ha formato e sviluppato col suo lavoro, e lo conserva colla sua moderazione nel farne uso” 5). Ed aggiunge: “Infine, al capitale-utensile ed al capitale scientifico occorre aggiungere il capitaleistituzioni sociali, il quale ha preceduto il capitale scientifico perché è di un ordine più immensamente necessario. Già presso i popoli dell’antichità vediamo fondate e stabilite in modo durevole le grandi istituzioni di ogni società incivilita: la sicurezza generale, la magistratura, l’istruzione pubblica, il culto divino. La società è dunque interamente costituita sul capitale.” 6). L’ecclesiastico francese così conclude: “Essendo il capitale ciò che abbiamo detto, non fa meraviglia che l’uomo abbia battezzato questa cosa preziosa e potente fra tutte con un nome dedotto da se stesso, da quello de’ suoi membri reputato il più nobile, quello da cui tutti gli altri ricevono movimento e vita: Caput, il capo Il capitale è veramente il caput della società, la quale per mezzo di esso si è formata ed elevata a civiltà ed, elevandosi, non ha cessato di condurre l’uomo stesso verso le altezze della perfezione. Perciò, uno dei segni più caratteristici della miseria intellettuale e morale dei tempi nostri è che la parola la quale esprime tal cosa sia vituperata, e che la cosa medesima sia oggetto di maledizione. E, degradazione ancora più profonda, non è soltanto il capitale-denaro che si vuol maledire, ma il capitale-religione, il capitalecarità, il capitale-esercito, il capitale magistratura, tutto quello che costituisce una società incivilita. La setta che ha giurato la morte della società cristiana, si travaglia per distruggere lo stesso capitale-uomo. Perché l’uomo, al giorno d’oggi, è lui stesso ed in se stesso un capitale. Nel corpo come nell’anima egli porta il frutto del lavoro e del risparmio delle generazioni precedenti.” 7). Ovviamente “non vi è capitale senza proprietà, non vi è proprietà – non diciamo possesso – senza virtù, e che le virtù le quali creano il capitale, dapprima sono comandate dall’Autore stesso della nostra natura, poi dallo stato di decadenza in cui ci ha posti la colpa del primo padre” 8). Le parole di Monsignor Delassus corrispondono perfettamente al pensiero grecoromano classico ed al pensiero cattolico sulle leggi dell’economia familiare e politica: solo il bonus pater familias, solo gli “uomini di buona volontà” sono all’origine della prosperità di una famiglia e di uno Stato 9). Quando invece le élites e su loro esempio il popolo divengono indifferenti o ribelli alle leggi IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE divine e civili lo Stato, magari dopo un periodo di apparente splendore, va in rovina: “La farina del diavolo va in crusca”, recita la millenaria saggezza popolare. L’idea di capitale e perciò di caput ci porta quindi all’idea di testa come sede dell’intelligenza, della ragione, del senno (Incolumitas capitis:sanità di mente) 10); essa collega la prosperità, come già insegnava Aristotele (384/3 a.C. - 322 a.C.), all’accortezza nell’agire, alla temperanza, alle virtù che rendono accettabile la fatica, il sacrificio e l’onestà; prima di lui Platone (427 a.C.-347 a.C.) faceva dire a Socrate (469 a.C.-399 a.C.) “che non dalle ricchezze viene la virtù, ma dalla virtù le ricchezze e tutto ciò che fa bene all’uomo, sia nella sfera privata che in quella pubblica” 11). LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 VIZÎ PRIVATI, PUBBLICHE VIRTÙ? Quanta distanza fra l’idea di capitale e quella di libero mercato! Friedrich August von Hayek (1899-1992), uno dei massimi teorici del libero mercato, purtroppo non si limita a celebrare in Bernard de Mandeville (1670-1733) e negli illuministi scozzesi del XVIII secolo come Adam Smith (1723-1790) coloro che svincolarono l’economia dall’etica classica grecoromana e cristiana. Il von Hayek non cela la sua ostilità verso quei fondamenti etici già delineati ai tempi di Aristotele e perfezionati poi da San Tommaso d’Aquino, “cosa che portò in seguito alla sostanziale proclamazione dell’etica aristotelica come insegnamento ufficiale della Chiesa Cattolica Romana” 12). Bernard de Mandeville, il cui cognome fu storpiato da alcuni suoi contemporanei in “Man of Devil” 13) o “Man-Devil” 14), seguace delle idee del lodatore di atei Pierre Bayle (1647-1706) 15), scrisse che i veri fondamenti della società “non sono le qualità buone e amabili dell’uomo, ma i suoi attributi cattivi e odiosi (…) Voglio dimostrare che la socievolezza dell’uomo nasce solo da queste due cose, e cioè dalla molteplicità dei suoi desideri e dai continui ostacoli che egli incontra nei suoi sforzi per soddisfarli” 16). Il von Hayek definì questo autore come “una grande mente” (“a Master Mind”) in una celebre conferenza presentata nel 1966 alla British Academy 17) e pone le radici del proprio pensiero nella “metodologia propria di Mandeville e dei moralisti scozzesi” 18), ove fra i moralisti scozzesi annovera quell’Adam Smith “che afferma che ‘non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio che ci aspettiamo il pranzo, ma dalla considerazione che essi fanno del proprio interesse’; e che ‘noi ci rivolgiamo non alla loro umanità, ma al loro interesse, e non parliamo mai loro delle nostre necessità, bensì dei loro vantaggi’” 19). Commenta il von Hayek: “Ecco, dunque, che dai filosofi morali scozzesi del diciottesimo secolo provengono gli impulsi principali (…) verso la comprensione del superiore potere autoregolatore del sistema di mercato e dell’evoluzione anche del linguaggio, della morale, del diritto” 20). Ma questo è solo il bordo dell’abisso che separa la civiltà del capitale dalla cultura del libero mercato, la quale ultima possiamo anche definire, insieme al von Hayek, con “l’espressione ‘la Grande società’ (Big Society) che useremo frequentemente nello stesso significato in cui useremo l’espressione di Karl Popper ‘la società aperta’ (Open Society)” 21). DUE AMICI A proposito delle citazioni che il von Hayek fa di sir Karl Raimund Popper (1902-1994) è d’uopo ricordare che, riguardo una delle prime opere importanti di quest’ultimo, Logik der Forschung, (1934) (tr. it. La logica della scoperta scientifica, 1970), “come gli avrebbe scritto, Hayek aveva già espresso, prima della pubblicazione della Logik, teorie che si accordavano alle idee di Popper sulla teoria della conoscenza” 22). Per quanto poi riguarda una delle più note opere del Popper, The Open Society and its Enemies (1945) (tr. it. La società aperta ed i suoi nemici, 1973-74) - dal cui titolo un suo fedele discepolo, il noto finanziere George Soros (1930), ha tratto il nome della sua rete internazionale di iniziative politiche e culturali - “Popper rimase comunque alquanto sconcertato quando, ricevendo una copia di The Road to Serfdom di Hayek, si rese conto di quanto simili le conclusioni cui erano arrivati. Scrisse infatti a Gombrich chiedendogli di inserire nel manoscritto de La società aperta l’indicazione di quando era stato portato a termine, per paura che sembrasse che egli si fosse ispirato a Hayek senza menzionare la fonte” 23). Nella sua maturità, il Popper volle dedicare “A F.A. von Hayek” una delle sue più importanti opere sui processi conoscitivi, Conjectures and Refutations. The Growth of Scientific Knowledge IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE (1969), (tr. it. Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica, 1972), e più tardi, “essendogli stato chiesto un parere sulla distinzione, fatta da Ralph Dahrendorf, del suo pensiero politico da quello di Hayek, Popper ebbe a rispondere: ‘ Aber ich bin für Hayek, nicht gegen Hayek’ “ (Invece io sono a favore di Hayek, non contro Hayek) 24). Quando poi il von Hayek volle ripubblicare la sua fondamentale opera sulla conoscenza, non mancò nella sua Prefazione di ricordare che “devo molto agli amici Karl R. Popper e L. von Bertalanffy e al professor J.C. Eccles per aver letto e commentato le stesure precedenti di questo libro” 25). LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 UN PENSIERO SISTEMATICO Per scorgere il fondo dell’abisso che separa la civiltà del capitale dalla cultura del libero mercato occorre appunto tener presente “quel tema della teoria della conoscenza che è il grande e sistematico tema di Hayek. Tutta la sua filosofia delle scienze sociali, includendovi l’economia e la teoria delle istituzioni sociali e della politica, possono essere infatti viste da questo punto di vista” 26). Infatti, “il pensiero di Hayek è universalmente considerato come un pensiero sistematico. La coerenza, che col passare degli anni (…) è divenuta ostinazione, rappresenta sicuramente uno dei tratti più evidenti di tale pensiero” 27), ed “il fatto è che, a partire dal 1937, Hayek pone la conoscenza come problema veramente centrale delle scienze sociali” 28). Preliminarmente ricordiamo che egli inquadra la sua teoria della conoscenza all’interno del suo fervente evoluzionismo. Anzi il von Hayek rivendica ai teorici del libero mercato la prima ispirazione di un pensiero evoluzionistico, come effettivamente risulta a chi seriamente studia la storia delle idee: “L’opera di Smith segna l’irrompere di un approccio evoluzionistico che ha progressivamente soppiantato la concezione statica di Aristotele (…) Esami recenti degli appunti di Charles Darwin (…) suggeriscono che la lettura di Adam Smith nell’anno cruciale 1838 ha portato Darwin alla sua intuizione decisiva” 29). L’idea di libero mercato è infatti quella di “un processo di autorganizzazione inconscia (…) Questo è vero non soltanto in economia, ma anche in ambito più vasto, ed è cosa ampiamente risaputa nelle scienze biologiche” 30). Infatti “l’evoluzione abbandona tutti gli animismi che sono ancora presenti nella religione: come l’idea che una mente singola o un’unica volontà (per esempio quella di un Dio onnisciente) possa costruire e controllare un ordine (…) se il coordinamento del mercato delle attività individuali (…) risulta dai processi naturali, spontanei e autoregolatori (…) è evidente che la richiesta che questi processi siano giusti, o possiedano altri attributi morali, deriva da un antropomorfismo ingenuo. Tali richieste, certamente, possono essere indirizzate a coloro che dirigono un processo guidato dal controllo razionale, o a un dio attento alle preghiere, ma sono totalmente inappropriate al processo impersonale autoregolatore attualmente in funzione.” 31). EVOLUZIONISMO CAOTICO Il von Hayek vuole però precisare che egli non crede a razionali leggi dell’evoluzione: “Né l’evoluzione biologica né quella culturale conoscono qualcosa di simile alle ‘leggi dell’evoluzione’ o alle ‘leggi inevitabili dello sviluppo storico”, nel senso di leggi che governerebbero le tappe o le fasi successive attraverso cui i risultati dell’evoluzione dovrebbero passare, rendendo così possibile la predizione degli sviluppi futuri (…) Queste idee storiciste sono state efficacemente confutate da Karl Popper” 32). Il von Hayek infatti, contestando la visione modernistica della ragione ipertrofizzata “dal cartesianesimo e così via, divinizzata dalla Rivoluzione francese, utilizzata fino al più aperto abuso in ogni scuola di pensiero comunista” 33), non vuole abbandonare il pur criticato socialismo per tornare al concetto classico e cristiano di retta ragione ma vuole spingersi più oltre in senso progressista, verso “il libero sviluppo e l’evoluzione spontanea” 34), e perciò nega quella scienza che “ha a suo unico fondamento l’idea che le leggi generali, note o ignote, che governano gli eventi dell’universo, sono necessarie e costanti” 35), accettando quell’idea di “teoria della complessità” o “teoria del Caos” che ha avuto fra i suoi campioni il premio Nobel Ilya Prigogine (1917-2003) 36). Perciò il von Hayek afferma che la sua “credenza nell’evoluzione selettiva non ha niente a che vedere con quella nelle leggi dell’evoluzione. Essa postula soltanto il funzionamento di un meccanismo il cui risultato dipende interamente dalle condizioni marginali e sconosciute nelle quali LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE opera. Non credo ci siano delle leggi dell’evoluzione. Le leggi rendono le predizioni possibili, ma l’effetto del processo di selezione dipende sempre da circostanze imprevedibili” 37). L’evoluzionismo del von Hayek è quindi vicino all’evoluzionismo caotico del postdarwinista Stephen Jay Gould (1941-2002) 38). Nel quadro di questo evoluzionismo il von Hayek situa la sua teoria della conoscenza, che comincia a sviluppare durante l’inverno del 1920, a Zurigo, quando “lavora per alcune settimane nel laboratorio dell’anatomista Constantin von Monakov, dove ha modo di apprendere le nozioni fondamentali sulla morfologia e sul funzionamento delle fibre neurali” 39). Poche settimane passate presso un laboratorio anatomico bastarono a convincere il giovane von Hayek a seguire per il resto della sua vita quella corrente di pensiero che: NEGA L’ESISTENZA ONTOLOGICA DI UNA MENTE INDIVIDUALE A QUALSIASI LIVELLO, DIVINO ED UMANO. La sopraccitata avversione verso l’etica tomisticoaristotelica si giustifica primariamente per il fatto che, per il von Hayek, “l’ ‘essenza’ o ‘sostanza’ mentale è una concezione (…) risultato di un modo di pensare ‘ilomorfico’, per usare un termine antico nel suo senso più letterale” 40): perciò lo studioso austriaco non può che avversare “il pensiero aristotelico, una volta inserito nel sistema di Tommaso d’Aquino” 41). Appunto San Tommaso scrive: “Afferma infatti Aristotele, in molti luoghi, che l’intelletto è perpetuo e incorruttibile, come è chiaro nel II libro del De Anima, dove disse: ‘Solo questo può essere separato come l’eterno dal corruttibile’, e nel I libro dove disse che l’intelletto sembra essere una sostanza ‘e che non si corrompe’; e nel III libro, ove disse: ‘Separato è solo quello che veramente è, e questo solo è immortale ed eterno’.” 42). LE QUATTRO NEGAZIONI DEL SOGGETTO INDIVIDUALE La società di libero mercato, Big Society (grande società) per il von Hayek o Open Society (società aperta) per Popper, si fonda quindi: a)Sulla negazione del soggetto individuale conoscitivo; b)Sulla negazione del soggetto individuale etico; c)Sulla negazione del soggetto individuale politico; d)Sulla negazione del soggetto individuale economico. LA NEGAZIONE DEL SOGGETTO CONOSCITIVO Il primo dei fondamenti della società di libero mercato è la negazione del singolo soggetto conoscitivo. Il von Hayek nega infatti, come vedremo, ogni capacità al singolo individuo di conoscere il mondo esterno. Egli afferma che il nostro sistema nervoso centrale risponde agli stimoli che subisce trasformandoli in impulsi che sono però sostanzialmente uguali fra di loro, qualsiasi sia stato lo stimolo che li ha provocati e qualsiasi tipo di fibra nervosa gli abbia veicolati (nervi oculari, uditivi, tattili, etc). Le differenti immagini mentali che provocano sono dovute al casuale intrecciarsi di queste fibre, che fa sì che questi impulsi siano più o meno rafforzati o più o meno inibiti. L’unico valore che queste immagini hanno è, in senso evoluzionistico, un valore adattativo: i comportamenti che casualmente ci hanno ispirato hanno casualmente permesso, FINO AD ORA, la nostra sopravvivenza in un ambiente che non conoscevamo e che non conosciamo. Per il von Hayek, “ciò che chiamiamo ‘mente’ è quindi un particolare ordine di un complesso di eventi che hanno luogo in un certo organismo e che sono in qualche modo correlati, ma non identici, all’ordine fisico degli eventi dell’ambiente esterno” 43). A proposito di questo cosiddetto ordine o sistema o struttura si precisa che “non si tratta di un ordine stabile, bensì variabile” 44), ed in tutto il testo l’Autore cerca di estirpare le “principali radici dell’idea di una sostanza mentale specifica” 45), di “un nucleo puro di sensazione” 46), cercando di dimostrare la falsità della “concezione di un ‘nucleo invariabile di sensazione pura’ che si presume sia originariamente collegato in qualche modo all’impulso nervoso e che continui ad esistere indipendentemente da tutte le modificazioni di, e anche aggiunte a, questa qualità di base che possono essere prodotte dall’esperienza o dalle relazioni acquisite (…) La concezione di un nucleo originario puro della sensazione, solo modificato IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE dall’esperienza, è una finzione del tutto superflua” 47). Per il von Hayek “l’abbandono del falso problema rappresentato dal carattere assoluto delle qualità mentali e il riconoscimento dell’importanza relativa di questi attributi hanno un rilievo fondamentale” 48). Perciò egli attacca “una delle principali colonne portanti su cui poggia l’idea di una sostanza mentale distinta. Questa concezione si identifica con quella che potrebbe essere chiamata la teoria della memoria come ‘immagazzinamento’, cioè la concezione per cui, ad ogni esperienza, entrerebbe nella mente o nel cervello una nuova entità mentale rappresentante delle sensazioni o delle immagini, e verrebbe lì ritenuta fino a che non riemerge al momento opportuno.” 49). LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 INTRECCI DI UN FLUSSO EGUALITARIO DI IMPULSI Premettiamo la distinzione che il von Hayek pone fra i termini stimolo e impulso: con il primo indica “un evento esterno al sistema nervoso che (con o senza il tramite di appositi organi recettori) causa, in certe fibre nervose, processi che vengono trasmessi, mediante queste stesse fibre, dal punto in cui agisce lo stimolo a un qualche altro punto del sistema nervoso. (…)definiremo qui come impulso ciò che, per effetto di uno stimolo, si produce in una fibra nervosa e attraverso essa si propaga.” 50). Il fondamento della negazione del soggetto conoscitivo si trova nell’affermazione che il sistema nervoso centrale sia un “sistema auto fondato” 51), cioè che le “entità mentali” che produce non sono un’immagine del mondo esterno corrispondente agli stimoli che i nostri organi sensorî ricevono da questo ma che al contrario sono prodotte dal casuale intrecciarsi degli impulsi nervosi i quali nell’intreccio a volte si rafforzano ed a volte si inibiscono, cosa che il von Hayek definisce “classificazione” 52), ma che non hanno oggettiva corrispondenza con ciò che esiste intorno a noi. Ciò perché “il carattere dell’impulso trasmesso sarà sempre lo stesso, indipendentemente dalla natura dello stimolo. L’effetto dell’impulso è indipendente dalla natura della particolare specie di stimolo che lo evoca (Cioè del mondo esterno, N.d.R.), e qualunque effetto caratteristico sia provocato da questo impulso particolare, deve essere ricondotto, pertanto, a qualcosa che è connesso a quell’impulso e non a qualunque attributo dello stimolo (Cioè del mondo esterno, N.d.R.) “ 53). Il von Hayek nega che “gli impulsi condotti da fibre differenti differiscano qualitativamente” 54) ed afferma che “in realtà, le prove in nostro possesso suggeriscono che gli impulsi condotti da fibre differenti (…) sono qualitativamente identici (…) Sembra perciò che la causa degli effetti specifici degli impulsi in fibre differenti debba essere ricercata non negli attributi dei singoli impulsi, ma nella posizione della fibra nell’organizzazione centrale del sistema nervoso” 55). In base a questa opinione, “il modo in cui possono variare i differenti stimoli fisici, e le diverse dimensioni in cui possono essere ordinati (Cioè il mondo esterno, N.d.R.), non trovano alcuna corrispondenza precisa nel modo in cui le qualità sensoriali da essi prodotte differiranno l’una dall’altra” 56). Il von Hayek insiste nell’ipotizzare che “questi singoli impulsi non possiedano proprietà individuali significative che li distinguano l’uno dall’altro” 57), e che solo “il tipo di meccanismo rappresentato dal sistema nervoso centrale può organizzare questo insieme di eventi indifferenziati” 58). Egli sottolinea che il punto su cui la sua teoria “si discosta dall’atteggiamento adottato praticamente da tutte le teorie psicologiche attuali è la concezione che le qualità sensoriali (o le altre qualità mentali) non sono in qualche modo legate originariamente, né sono un attributo originario degli impulsi fisiologici singoli (Originati dal mondo esterno, N.d.R.), ma che tutto l’insieme delle qualità è determinato dal sistema di connessioni con cui gli impulsi possono essere trasmessi da neurone a neurone (…) Questa tesi centrale può essere sintetizzata dicendo che non abbiamo in un primo tempo delle sensazioni che si conservano poi mediante la memoria, ma (…) le connessioni tra gli elementi fisiologici sono dunque il fenomeno primario che crea i fenomeni mentali” 59). Perciò “è particolarmente importante evitare di ricadere nella concezione tradizionale che vede gli impulsi singoli come corrispondenti a particolari qualità mentali (…) la sequenza delle singole immagini mentali (o riproduzioni) risulta piuttosto dalla interazione di una molteplicità di flussi di impulsi” 60). IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 UN MECCANISMO CAOTICO Il von Hayek tiene a precisare che il sistema nervoso centrale ove si incanalano ed interagiscono i flussi continui di impulsi indifferenziati, ora rafforzandosi ora inibendosi reciprocamente, cosa che lui definisce “processo di classificazione” 61), va considerato come un meccanismo, ma solo nel senso che egli teorizza “l’ordine mentale come una parte dell’ordine fisico” 62), contro la prospettiva tomistico-aristotelica dell’intelletto come sostanza spirituale. Egli esclude invece il concetto di macchina strutturata razionalmente per seguire precise leggi di natura, per aderire piuttosto ad una prospettiva casuale e caotica, secondo l’evoluzionismo “postmoderno”: “I principî da cui è determinata la trasmissione dei singoli impulsi nel sistema nervoso centrale sono di un tipo che potrebbe essere correttamente definito ‘meccanico’ nel senso più generale della parola; tuttavia (…) per meccanismo o processo meccanico di solito si intende un complesso di parti in movimento, dotato di una struttura costante che determina in modo univoco le sue operazioni” 63). Egli al contrario preferisce immaginare un meccanismo che “modificherà continuamente la propria struttura” 64), e che tali strutture “persistano semplicemente perché casualmente rispondono così a tutti o alla maggior parte degli eventi che solitamente precedono gli eventi che le porterebbero alla rovina. Evidentemente, le probabilità di persistenza di una data struttura saranno tanto maggiori se essa, oltre a rispondere per puro caso nel modo appropriato a influenze distruttive o vantaggiose e a certe avvisaglie di fattori analoghi, possiedono anche la capacità di conservare una ‘memoria’ delle connessioni tra gli eventi che sovente precedono quelle influenze e le influenze stesse, e in tal modo acquisiscono la capacità di ‘apprendere’ ad effettuare la risposta appropriata ogniqualvolta si presentino quei segnali (Sottolineature mie, N.d.R.).” 65). Il lettore noterà le virgolette che il von Hayek appone ai termini “memoria” ed “apprendere”. Infatti egli ipotizza che “l’intero complesso di relazioni che determinano l’ordine del sistema delle qualità sensoriali (o, meglio, mentali)” 66) sia “un sistema auto fondato” 67), ove gli impulsi indifferenziati, provenienti sia da stimoli esterni che interni all’organismo vivente, acquistano un significato “mentale” solo attraverso le connessioni casualmente stabilitesi in quel “meccanismo” che sarebbe il sistema nervoso centrale. CASO E CATASTROFE Se casualmente il comportamento determinato dalle casuali connessioni permette la sopravvivenza del singolo individuo o della sua specie, avremo la “conservazione” di tali “connessioni” 68), ossia la “memoria”; se altrettanto casualmente tali connessioni non avranno permesso l’adattamento all’ambiente, l’individuo o la specie spariranno e non si avrà “conservazione”o “memoria” di tali connessioni. Il von Hayek, negando il soggetto conoscitivo, nega quindi la memoria come “concezione per cui, ad ogni esperienza, entrerebbe nella mente o nel cervello una nuova entità mentale rappresentante delle sensazioni o delle immagini, e verrebbe lì ritenuta fino a che non riemerge al momento opportuno” 69). La struttura mentale autofondata hayekiana “rappresenta il tipo di mondo in cui l’organismo è vissuto in passato, o i diversi tipi di stimoli che hanno assunto per esso un significato, ma, di per se stessa, non fornisce alcuna informazione circa l’ambiente particolare in cui si trova l’organismo al presente” 70). Ciò perché “quali eventi esterni vengano registrati in assoluto, e come saranno registrati, dipenderà perciò dalla struttura data dell’organismo così come è stata modellata dal processo di evoluzione” 71). Ricordiamo quanto affermato più sopra, ossia che per il von Hayek non esistono “Leggi dell’Evoluzione” che portino ad un continuo progresso e miglioramento, ma un evoluzionismo caotico ove catastrofi e sopravvivenza si alternano casualmente: possiamo così dire con la terminologia popperiana che lo sviluppo dell’individuo o di una specie non può per lui essere “verificato”, ossia avere una ragionevole certezza di avere imboccato la strada buona e vera cercando di mantenerla, ma solo essere “falsificato”, ossia conoscere una catastrofe improvvisa e casuale dopo aver casualmente superato per ere millenarie ogni sorta di difficoltà. Per inciso va ricordato che anche il sodale di Karl Marx Friedrich Engels (1820-1895), nell’AntiDühring, sottolinea quanto un qualsiasi itinerario di IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE progresso e perfezione debba essere lontano da ogni materialismo commentando il pensiero di Charles Fourier (1772-1837): “Ma dove Fourier appare più grande è nella sua concezione della storia della società (…) egli, di fronte alle chiacchiere sull’infinita perfettibilità umana, mette in rilievo il fatto che ogni fase storica ha il suo ramo ascendente, ma ha anche il suo ramo discendente ed applica questo modo di vedere anche al futuro di tutta l’umanità. Come Kant introdusse nella scienza naturale la futura distruzione della terra, così Fourier introduce nel pensiero storiografico la futura distruzione dell’umanità” 72). LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 CIECHI ED ABBANDONATI A SE STESSI Seguendo il suo amico Popper, il von Hayek afferma che ciò che l’apparato mentale fornisce “è una teoria sul modo in cui opera il mondo, più che una rappresentazione del mondo” 73), ed insiste: “Così, tutto ciò che ci è possibile percepire è dato soltanto (…) da ‘concatenazioni’ passate. Le qualità che noi attribuiamo agli oggetti esperiti non sono affatto, a rigor di termini, proprietà di quegli oggetti, bensì un complesso di relazioni con cui il sistema nervoso li classifica (…) Questo significa anche che ciò che noi percepiamo circa il mondo esterno non può consistere in tutte le proprietà possedute da particolari oggetti, e neppure soltanto in alcune delle proprietà che questi oggetti di fatto possiedono dal punto di vista fisico” 74). Per l’Autore “il contrasto di cui ci occupiamo non è tra ‘apparenza’ e ‘realtà’, ma tra i diversi effetti che gli eventi (…) producono su di noi. Non si può dire con certezza se, sul piano della nostra analisi riguardo a questi problemi, il termine ‘reale’ abbia davvero un qualche significato preciso” 75). Riassumendo possiamo dire che per il von Hayek tutti gli esseri viventi dotati di un sistema sensoriale, da quelli più elementari a quelli più evoluti, non “vedono” il loro ambiente ma una mappa interiore casualmente disegnata da un continuo flusso di impulsi che nel casuale intrecciarsi delle fibre nervose trova qui un rafforzamento e là una inibizione, ciò che lui definisce “classificazione”. Il von Hayek si guarda bene dallo spiegare come questo impulso vitale cieco e caotico sia nato e a tutt’oggi permanga. La pressione ambientale, da parte sua, non favorisce nessuno e si limita a schiantare gli organismi che, come individui o come specie, hanno casualmente manifestato un comportamento non adattativo; la stessa pressione ambientale premia invece gli organismi che, ugualmente a livello ontogenetico o filogenetico, hanno casualmente manifestato un comportamento adattativo. Questo concetto volutamente opposto alla Provvidenza Divina non è che il tentativo di far salire al rango metafisico quel “libero mercato”, che il von Hayek ha mutuato dagli Illuministi scozzesi del XVIII secolo ed al quale è intenzionato a dare una dignità cosmica. Sarebbe la pressione ambientale, cieca quanto le sue vittime, che nel corso dell’evoluzione ha causato l’eliminazione degli organismi che si erano creati una mappa che ispirava comportamenti troppo diversi da quelli richiesti dall’ambiente, dando così agli organismi ciechi sopravvissuti delle varie specie una certa omogeneità delle loro mappe interiori che dà loro l’impressione di “vedere” una realtà comune. Scrive l’autore: “Inoltre, sembra evidente che sia noi che gli altri uomini, nell’attività inconscia e non soltanto in quella conscia, e persino gli animali, trattiamo come simile o diverso non ciò che è tale in senso fisico, ma ciò che appare come tale, in linea di massima (…) In altri termini, benché il sistema delle qualità sensoriali sia ‘soggettivo’ nel senso che appartiene al soggetto percipiente in quanto distinto da ciò che è ‘oggettivo’ (che appartiene agli oggetti percepiti) (…) è però interpersonale e non (almeno non del tutto) specifico dell’individuo” 76). Prudentemente, il von Hayek comincia affermando che: “non soltanto gli uomini ma anche la maggior parte degli animali superiori classificano gli stimoli secondo un ordine analogo all’ordine delle nostre esperienze sensoriali” 77). Per animali superiori generalmente i naturalisti intendono i mammiferi, ma l’Autore scende subito di livello: “È stato persino dimostrato che alcuni animali, ad esempio i pulcini nel famoso esperimento di Révész, sono soggetti alle stesse illusioni ottiche degli uomini” (Ibidem), ed altrove accetta infine analogie “non soltanto nelle classi più basse dei vertebrati ma (…) tra le diverse classi degli invertebrati” 78). Dopo aver posto con queste fantasiose e contraddittorie teorie le fondamenta di una assurda Metafisica del Libero Mercato, negando l’esistenza di ogni Soggetto Conoscitivo, il von Hayek nega IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE anche il Soggetto Etico: “In altri termini, sostengo che noi abbiamo bisogno non soltanto di una epistemologia evoluzionistica, ma anche di una spiegazione evoluzionistica delle tradizioni morali” 79). LA NEGAZIONE DEL SOGGETTO ETICO Per il von Hayek la semplice esperienza di bere un bicchiere d’acqua, o anche semplicemente di stare seduti, è una elaborazione del nostro sistema nervoso centrale altrettanto astratta dall’ambiente che ci circonda quanto la più arzigogolata delle teorie filosofiche. Anche l’ultima delle certezze cartesiane, quella di un Io conscio che pensa (“penso quindi sono”), si rivela in Hayek, come vedremo, un’illusione che i nostri organismi si sarebbero casualmente creati grazie ad un casuale intreccio di fibre nervose che, FINO AD OGGI, avrebbe manifestato un valore adattativo, un successo evolutivo. LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 LA FALSIFICAZIONE DELLA TEORIA “COGITO ERGO SUM” Il von Hayek considera “l’esperienza conscia semplicemente come un caso particolare di un fenomeno più generale” 80), ossia “semplicemente livelli distinti nell’ambito di una gamma ancor più ampia di processi, i quali possono essere tutti interpretati come atti di classificazione (o valutazione) eseguiti dal sistema nervoso centrale” 81), e cioè il frutto casuale dello stabilirsi di connessioni nel sistema nervoso centrale, ove si incrociano flussi di impulsi, che casualmente si rafforzano o si inibiscono (la “classificazione o valutazione”, per il von Hayek). Costui pretende così di dimostrare “che il principio impiegato per la spiegazione di tali fenomeni è valido anche per i cosiddetti processi mentali ‘superiori’, quali la formazione dei concetti astratti e il pensiero concettuale.” 82). Per il von Hayek, “in effetti, molti problemi spesso considerati peculiari dei fenomeni mentali sorgono già ad uno stadio di gran lunga anteriore, nel quale è ancora fuori discussione quell’ordine complesso (…) che noi abbiamo definito come ‘mente’.” 83). Se infatti “le rappresentazioni dell’ambiente esterno che guideranno il comportamento non saranno (…) rappresentazioni dell’ambiente effettivamente esistente” 84), e se ammettessimo che “la percezione sensoriale dev’essere considerata come un atto di classificazione, ciò che noi percepiamo non possono mai essere singole proprietà che gli oggetti hanno in comune con altri oggetti. La percezione, pertanto, è sempre un’interpretazione (…) Le qualità che noi attribuiamo agli oggetti esperiti non sono affatto, a rigor di termini, proprietà di quegli oggetti, bensì un complesso di relazioni con cui il sistema nervoso li classifica, o, per dirla in altro modo, tutto ciò che noi conosciamo circa il mondo esterno è costituito da teorie, e tutta l’’esperienza’ che ci è possibile fare consiste nel modificare queste teorie (…) devo questa formulazione all’amico K.R. Popper” 85). Se quindi “tutta la percezione sensoriale risulta, in un certo senso, ‘astratta’” 86), conseguentemente per il von Hayek “non vi è ragione di distinguere nettamente tra la rappresentazione ‘concreta’ fornita dalla percezione sensoriale e le ‘astrazioni’ che i processi mentali superiori traggono da questa” 87), ed allora noi dovremmo accettare “l’idea che tutti i processi mentali ‘superiori’ possono essere interpretati come determinati dall’attività dello stesso principio generale che abbiamo impiegato per spiegare la formazione del sistema delle qualità sensoriali” 88). Perciò, SE seguiamo questo principio secondo il quale “il fatto che il mondo a noi noto sembri un mondo del tutto ordinato” 89) sarebbe un risultato prodotto casualmente dalla “classificazione” ossia dal casuale incrocio di impulsi nella connessione di fibre nervose, risultato che FINO AD OGGI (senza nessuna certezza dell’indomani) PER CASO si sarebbe rivelato “adattativo”, permettendo ad un certo numero di esseri viventi di sopravvivere, ALLORA anche il nostro mondo interiore, l’Io conscio, è ugualmente un’illusione dal mero valore adattativo. Ciò coerentemente alla sua teoria, che mira alla “eliminazione dell’ipotetico nucleo ‘puro’ o ‘primario’ delle sensazioni” 90) e di tutte quelle teorie che “presuppongono l’esistenza di una qualche sostanza mentale” 91), nonché alla sua affermazione che “non vi è più alcuna giustificazione per una rigida distinzione tra la percezione sensoriale diretta delle qualità e i più astratti processi del pensiero” 92) ed alla sua osservazione che quella che egli definisce, fra virgolette, unità della coscienza “non sembra sussistere tra gli eventi mentali inconsci. Anche se i processi mentali IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE inconsci che si verificano nello stesso momento possono influenzarsi a vicenda, non è detto che ciò debba sempre avvenire. Infatti, questi processi, anche quando hanno luogo nello stesso momento, possono procedere in modo assai indipendente l’uno dall’altro (probabilmente, in differenti centri secondari) e senza influenzare reciprocamente il loro corso. In altre parole , si dà più di una sola ‘incoscienza’ ( o sistema coerente di eventi mentali inconsci)“ 93). Perciò, per l’Autore, “sotto questo aspetto, le esperienze consce sono state paragonate con buona ragione alle cime delle montagne svettanti sopra le nubi, le quali, benché siano le sole visibili, presuppongono però una sottostruttura invisibile che determina la loro posizione reciproca.” 94). Chiaramente per il von Hayek è “privo di senso” affermare o negare il libero arbitrio 95). LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE In base alla visione coerentemente evoluzionista dell’Autore “nessun sistema universalmente valido di etica può essere da noi conosciuto” 96). Anche nella questione etica va rimossa “un’idea che ricorda la superstizione combattuta in biologia dalla teoria evoluzionista: e cioè che ogni qualvolta troviamo un ordine ci dev’essere stato un ordinatore” 97) Per il von Hayek anche “l’evoluzione culturale opera in larga misura attraverso la selezione di gruppo” 98), e ribadisce che: “l’evoluzione culturale e quella biologica (…) fanno affidamento sullo stesso principio di selezione: sopravvivenza o vantaggio riproduttivo” 99). Nel suo disprezzo per la ragione umana von Hayek sottolinea che “dobbiamo ricordare che il motivo per cui gli uomini hanno adottato un nuovo particolare costume o un’innovazione è di secondaria importanza. Il fatto importante è che per la preservazione di un costume o di un’innovazione sono necessari due distinti prerequisiti. In primo luogo ci deve essere stata qualche condizione che ha reso possibile la conservazione nel corso delle varie generazioni di certe pratiche i cui benefici non erano necessariamente compresi o apprezzati. In secondo luogo ci deve essere stata l’acquisizione di chiari vantaggi da parte di quei gruppi i quali hanno mantenuto questi costumi, che li hanno resi capaci di espandersi più rapidamente di altri, e poi di sostituire o assimilare coloro che non li possedevano” 100). È in base a questo principio evoluzionistico di selezione che il von Hayek sostiene che “quanto ha reso buono l’uomo non è né la natura né la ragione, ma la tradizione” 101), e che “le norme tradizionalmente ereditate sono quello che spesso è più benefico per il funzionamento della società” 102). Infatti “noi non abbiamo familiarità con il concetto di sistemi morali non funzionanti, e certamente non li si può in pratica osservare da nessuna parte, dato che le società che li sperimentano scompaiono rapidamente” 103). LA TRADIZIONE In questo senso la tradizione diventa uno pseudonimo della selezione evolutiva, che per il von Hayek è Dio. “Dio (…) devo ammettere che non so che cosa si intenda con questa parola. Di certo, io rifiuto qualsiasi interpretazione antropomorfica, personale o animistica del termine, interpretazioni attraverso le quali molte persone sono riuscite a dare un significato al termine ‘Dio’ (…) Forse ciò che molte persone intendono quando parlano di Dio è soltanto una personificazione di quella tradizione di morale e di valori che tiene in vita la loro comunità. Noi impariamo adesso a vedere che la fonte dell’ordine che la religione attribuisce a una divinità simile all’uomo – la mappa o la guida che mostrerà con successo a una parte come muoversi all’interno del tutto – non è al di fuori del mondo fisico, ma che è una delle sue caratteristiche.” 104). Per il von Hayek “è importante evitare fin dall’inizio un’idea che proviene da ciò che io chiamo la ‘presunzione fatale’: l’idea cioè che la capacità di acquisire abilità provenga dalla nostra ragione. Perché è proprio il contrario: la nostra ragione è il risultato di un processo di selezione evolutiva così come lo è la nostra morale (…) cosicché non si dovrebbe mai supporre che la nostra ragione sia in una posizione critica superiore e che siano valide soltanto quelle regole morali che sono da essa avallate” 105). “La tradizione è il prodotto di un processo di selezione tra credenze irrazionali o piuttosto ‘non giustificate’ (…) (con nessuna relazione necessaria con le ragioni – come ad esempio i motivi religiosi – per le quali esse erano seguite). Il processo di selezione che ha formato i costumi e la morale rende conto di un numero di circostanze fattuali LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE maggiore di quanto gli individui potrebbero percepire, e di conseguenza la tradizione è, sotto alcuni aspetti, superiore o più ‘saggia’ della ragione umana” 106). Il von Hayek afferma che “anche gli antenati animali dell’uomo avevano già acquisito certe tradizioni ‘culturali’ prima che diventassero, da un punto di vista anatomico, uomini moderni. Tali tradizioni culturali hanno anche contribuito a formare alcune società animali, come tra gli uccelli e le scimmie, e probabilmente anche fra molti altri mammiferi” 107), e fa propria l’affermazione secondo cui si riscontrano comportamenti “di carattere intrinsecamente sociale e morale (…) non soltanto nelle classi più basse dei vertebrati ma (…) tra le diverse classi degli invertebrati” 108). Il fatto poi che queste “tradizioni” siano funzionali non vuol dire che siano buone e giuste: “Io non ho nessuna intenzione di commettere quella che è spesso chiamata fallacia naturalistica; non sostengo che i risultati della selezione di gruppo di tradizioni siano necessariamente ‘buoni’, così come non sostengo che altre cose che sono sopravvissute per lungo tempo nel corso dell’evoluzione, come gli scarafaggi, abbiano un valore morale” 109). Perciò, se il von Hayek non ha “dubbi che furono certe favorevoli tradizioni morali che resero forti certi gruppi” 110), in compenso egli afferma che “la più grave mancanza degli antichi profeti fu la loro credenza che i valori etici percepiti intuitivamente, che venivano dal profondo dell’uomo, fossero immutabili ed eterni (…) La tradizione non è qualcosa di costante ma è il prodotto di un processo di selezione guidato non dalla ragione ma dal successo (evolutivo, N.d.R.)” 111), all’interno di “un’evoluzione selettiva priva di leggi che ne determinino la direzione” 112). Perciò “non ci sono dubbi che le credenze religiose e morali possano distruggere una civiltà e che, dove prevalgono tali dottrine, non soltanto i credo più sentiti ma anche le più venerate guide spirituali, a volte figure di santi il cui altruismo è fuori discussione, possono diventare gravi minacce” 113). LA NEGAZIONE DEL SOGGETTO POLITICO Il soggetto politico per definizione è il sovrano, ossia il monarca nella monarchia, una élite dirigente nella aristocrazia e l’insieme dei cittadini nella democrazia. NO AL SOVRANO Il von Hayek, coerentemente con la sua concezione, esclude che possa esistere un soggetto politico sovrano personale ed afferma che “il concetto di sovranità poggia su una costruzione logica sviante” 114 (e lo critica in quanto “credenza (…) della necessità di un potere ‘sovrano’ illimitato” 115), cioè “come potere necessariamente illimitato di una suprema autorità legislativa (…) un’autorità superiore capace di esprimere espliciti atti di volontà” 116). Per lui “non c’è posto per un organo sovrano, se per sovranità s’intende potere illimitato” 117), e proclama che “il problema più importante dell’ordine sociale è l’efficace limitazione del potere” 118). Una domanda sorge spontanea: da cosa dovrebbe essere limitato il soggetto sovrano personale secondo il von Hayek? Non certo da quelle credenze religiose e morali verso cui ha manifestato il suo disprezzo, come più sopra abbiamo letto. Anzi, come abbiamo visto più sopra, il von Hayek celebrò come “grande mente” quel Bernard Mandeville il quale affermava che “ciò che noi chiamiamo male, sia morale sia naturale, è il grande principio che ci rende creature socievoli, la solida base, la linfa vitale e il sostegno di ogni commercio e di ogni mestiere, senza eccezione alcuna” 119). La risposta dell’autore alla domanda poc’anzi avanzata è contenuta nell’asserzione secondo cui “nella democrazia ateniese si trovano già i primi conflitti tra l’illimitata volontà del popolo ‘sovrano’ e la tradizione del primato del diritto” 120): alla sovranità personale, di uno, di pochi o di molti, andrebbe quindi opposto “il concetto di primato (regno, sovranità) del diritto” 121). UN DIRITTO CAOTICO È ovvio che il concetto di diritto del von Hayek sia coerente con il suo evoluzionismo caotico, in base al quale “si deve completamente scardinare la concezione secondo cui l’uomo è stato in grado di sviluppare una cultura perché era dotato di ragione” 122). Il von Hayek afferma che “l’approccio evoluzionista al diritto (e a tutte le altre istituzioni LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE sociali), qui difeso, ha poco in comune con le teorie razionaliste del diritto naturale o del positivismo giuridico. Infatti esso rifiuta sia l’interpretazione del diritto come costruito da una forza sovrannaturale sia la sua interpretazione come costruzione razionale di una qualsiasi mente umana” 123). Si tratta di ribadire che il diritto è “il prodotto non di una volontà razionale ma di un processo di evoluzione e selezione naturale” 124). Per il von Hayek “gli uomini hanno lottato per secoli per quanto consideravano ‘un sistema basato sul diritto’, intendendo con questo non un ordine fatto applicare dall’autorità ma costituito dal fatto che gli individui obbedivano a norme universali di condotta” 125). Egli ci insegna che “gli ordinamenti sociali si fondano su complessissimi sistemi di tali regole di condotta, che però si trovano anche presso animali situati molto in basso nella scala dell’evoluzione (…) tra i vertebrati più evoluti l’apprendimento gioca un ruolo importante nella trasmissione di tali regole, così che nuove regole si possono rapidamente diffondere in larghi gruppi e, nel caso di gruppi isolati, si possono produrre particolari ‘tradizioni culturali’ (…) in molte società animali il processo evolutivo di selezione ha prodotto (…) regole di condotta (…) l’uomo, vivendo in gruppi governati da una molteplicità di regole, gradualmente sviluppa la ragione ed il linguaggio e li utilizza per insegnare e sanzionare tali regole” 126). E così “tali regole, in altri termini, sono in primo luogo un attributo di uno stato di fatto che nessuno ha deliberatamente creato, e che pertanto non possiede alcuno scopo” 127). Coerentemente alle premesse gnoseologiche più sopra citate, “la maggior parte delle norme di condotta non deriva quindi, tramite un processo intellettuale, dalla conoscenza dei fatti dell’ambiente ma costituisce soltanto un adattamento dell’uomo a tali fatti, una ‘conoscenza’ di cui non siamo consapevoli e che non appare nel nostro pensiero concettuale” 128). NO ALLE DECISIONI RAZIONALI Perciò a proposito della sovranità personale, che sia di una dinastia monarchica, di un’aristocrazia o di un popolo, von Hayek afferma: “Se ci si chiedesse su cosa poggia la ‘sovranità’, la risposta sarebbe su nulla (…) non c’è posto per un organo sovrano (…) è una superstizione derivata dall’idea errata che tutte le leggi derivino dalle decisioni razionali di un ente” 129). Il von Hayek più volte attacca “nell’idea di sovranità (…) il prodotto della falsa interpretazione (…) delle istituzioni umane che tenta di ricondurle a un ideatore originario o a qualche atto di volontà” 130). Volutamente ambiguo è l’autore quando afferma “l’impossibilità che UNA MENTE UMANA POSSIEDA TUTTE QUELLE COGNIZIONI (Mia evidenziatura, N.d.R) che guidano la società nel suo corso …” 131). Egli in realtà intende negare la possibilità che“UN QUALSIASI GRUPPO DI MENTI UMANE POSSIEDA SUFFICIENTI COGNIZIONI etc.”, negando così insieme la ragione e la natura sociale che Dio ha donato agli uomini. Solo così si giustifica la prosecuzione della frase da lui scritta: “… e della conseguente necessità di un meccanismo impersonale (…) che serva a coordinare gli sforzi individuali” 132). Il von Hayek prima confina la ragione al puro adattamento evolutivo: “Ciò che chiamiamo ‘comprendere’ è, in ultima analisi, semplicemente un suo modo di rispondere alle sollecitazioni del proprio ambiente con una struttura di azioni che lo aiutano a sopravvivere” 133), omettendo di ricordare che per lui la corrispondenza fra “struttura di azioni” e sopravvivenza è puramente casuale 134), poi enumera i “due attributi di queste regole che governano la condotta umana e che la fanno apparire intelligente (SIC, N.d.R.) (…) Il primo di questi attributi (…) è che esse sono osservate nella pratica senza essere note all’individuo agente in una forma articolata (‘verbalizzata’ o esplicita) (…) il secondo è che tali regole vengono ad essere osservate perché, di fatto, danno al gruppo che le pratica una forza superiore, e non perché questo effetto sia noto a coloro che si lasciano guidare da esse (…) la nostra abilità è guidata da regole che sappiamo come seguire, ma che siamo incapaci di formulare.” 135). Per il von Hayek “tutti gli individui di una data società seguiranno alcune di queste regole, a causa del modo simile in cui il loro ambiente si manifesta alle loro menti” 136), menti che abbiamo visto più sopra essere dichiarate cieche alla realtà che le circonda e che vivono una comune illusione dal mero valore adattativo, ossia casualmente selezionata dal processo evolutivo. IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 NO AL PRINCIPIO DI AUTORITÀ Questa “necessaria e inevitabile ignoranza” 137) cui ogni uomo e gruppo di uomini sarebbe costretto dalla propria cecità relativa “al tipo di mondo in cui viviamo, cioè di circostanze di cui non siamo ben consapevoli” 138) è usata per giustificare l’assoluta avversione del von Hayek al principio di autorità, fondamento della visione cattolica della società: “Secondo tale fraintendimento l’ordine della società deve basarsi sul comando e sull’obbedienza, ovvero su una struttura gerarchica dell’intera società, in cui le volontà dei superiori, e in ultima istanza di qualche singola suprema autorità, determinano ciò che ciascun individuo deve fare” 139). Per il von Hayek nessun uomo o gruppo di uomini può agire con successo in vista di uno scopo: “Una delle principali tesi che cercheremo di dimostrare sarà che gli ordini molto complessi, che comprendono più fatti particolari di quelli che qualunque cervello è in grado di accettare e manipolare, possono essere raggiunti solo mediante il gioco delle forze che portano alla formazione degli ordini spontanei” 140). Abbiamo visto che per il nostro autore queste “forze” sono il cieco e caotico meccanismo di una evoluzione senza scopo e senza leggi: “Ciò che in effetti troviamo in tutte le società libere è che (…) il coordinamento dell’attività (…) avviene mediante le forze che conducono alla formazione di un ordine spontaneo. La famiglia, la fattoria, la piantagione, l’impresa, la società commerciale, i vari tipi di associazione e tutte le istituzioni pubbliche, compreso lo stesso governo, sono organizzazioni che a loro volta sono integrate in un più ampio ordine spontaneo” 141). Il von Hayek tiene a sottolineare come “si possa concepire che l’ordine spontaneo che chiamiamo società possa esistere senza un governo” 142), ma ciò può avvenire solo “quando il minimum di regole necessarie per la formazione di tale ordine venga osservato senza che esista un apparato organizzato per la loro implementazione” 143). Altrimenti “nella maggior parte dei casi l’organizzazione che chiamiamo governo diviene indispensabile per assicurare che quelle regole vengano osservate” 144). Queste regole sono quelle che, come abbiamo letto più sopra, sono destinate a legare le mani al legittimo soggetto sovrano personale, sia esso il monarca, l’élite aristocratica o il popolo, ed a permettere il libero funzionamento di questo “meccanismo impersonale” che coordinerebbe gli sforzi individuali. NO ALLA FILOSOFIA DELL’OCCIDENTE Solamente in questo modo il von Hayek spera di stroncare quella concezione filosofica occidentale cui “dobbiamo la preferenza attuale per tutto ciò che è fatto ‘consciamente’ o ‘deliberatamente’ (In queste virgolette si manifesta tutto il disprezzo del von Hayek per l’Io conscio ed il libero arbitrio, N.d.R.), così come il significato negativo che hanno assunto i termini ‘irrazionale’ o ‘non razionale’ (…) Tuttavia, l’assunzione fondamentale sulla quale si basa la credenza secondo cui l’uomo ha raggiunto il suo predominio su ciò che lo circonda grazie soprattutto alla sua capacità di deduzione logica da premesse esplicite, è fattualmente falsa (…) È semplicemente falso che le nostre azioni debbano il loro successo solamente o principalmente alla conoscenza che siamo in grado di formulare verbalmente e che possiamo, pertanto, introdurre come premessa esplicita di un sillogismo.” 145). Osserviamo per inciso che il von Hayek condivide con Karl Marx l’erronea convinzione che la ragione è il linguaggio e non esiste prima ed indipendentemente da esso: per Marx “l’uomo possiede anche una ‘coscienza’. Ma ciò non a priori , come’pura’ coscienza (…) il linguaggio è la pratica reale coscienza” 146). Per il von Hayek, anche in presenza di un governo veramente rappresentativo della maggioranza dei Cittadini sovrani, “l’intero sistema di norme non può quindi essere mai ridotto a una costruzione finalistica (Cioè destinata a conseguire gli scopi comuni dei Cittadini sovrani, N.d.R.), ma deve rimanere un sistema ereditario di valori (Cioè garantire la cieca selezione evolutiva, N.d.R.) che guidano tale società” 147). SOVRANITÀ PERSONALE CONTRO LIBERO MERCATO Egli esprime il suo timore secondo il quale, qualora non siano fatte rispettare regole che leghino le mani ai Cittadini sovrani in democrazia, ovvero all’Élite in aristocrazia o al Re in monarchia, “l’idea per cui gli scopi del governo sarebbero di soddisfare tutti i desideri particolari sostenuti da un numero LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE sufficiente ampio di persone, senza alcuna limitazione riguardo ai mezzi che gli enti rappresentativi potrebbero utilizzare a tal fine, conduce necessariamente ad una condizione sociale in cui tutte le azioni particolari sono comandate secondo un piano dettagliato su cui, tramite contrattazioni, la maggioranza si è accordata, e che successivamente essa impone a tutti come ‘fini comuni’ da realizzarsi” 148). Al contrario per il von Hayek “il bene comune (…) consiste in un ordine astratto” 149) ossia “creare le condizioni che permettano alla società di evolversi” 150), nella piena libertà di “un’evoluzione selettiva priva di leggi che ne determinino la direzione” 151) e quindi nessun cammino “verificato” ma solo la possibilità della “falsificazione” adattativa, il che a livello sociale vuol dire la catastrofe. Perciò “per quanto concerne la società attuale, non esiste nessun ‘bene naturale’ (…) La società astratta si basa su regole apprese e non sul perseguimento di obiettivi comuni percepibili e desiderabili” 152). Per il von Hayek “soltanto privando la maggioranza governante del potere” 153) si può evitare ogni interferenza della volontà della persona o persone sovrane in quel caotico meccanismo evolutivo di cui il Libero Mercato è incarnazione: “Lo scopo dell’interferenza consiste quindi nell’ottenere un dato risultato diverso da quello che si sarebbe prodotto se si fosse permesso al meccanismo di seguire in modo inalterato i suoi principi intrinseci” 154). Tuttavia “un governo che dipenda dall’opinione pubblica, ed in particolare una democrazia, non riuscirà però a limitare tali tentativi di sovrapporsi al mercato” 155). Ed aggiunge: “Dubito che un mercato funzionante sia mai sorto in una democrazia illimitata e se dovesse mai succedere, sembra per lo meno probabile che essa finirebbe per distruggerlo.” 156). Da ciò la conclusione: “Tutti i governi, specialmente se democratici, devono essere limitati.” 157). Si badi bene che l’avversione del von Hayek verso “il principio pernicioso della sovranità parlamentare” 158) non deriva da una particolare avversione verso il governo dei molti rispetto al governo di un’élite o al governo di un monarca: vista la sua radicale negazione del soggetto cognitivo egli ne deduce che “la maggioranza non ha motivo di credere che un suo desiderio particolare sia più legittimo di quello espresso da un singolo” 159). Sarebbe pertanto “assai difficile che qualsiasi autorità abbia un numero di conoscenza sufficienti sulla situazione particolare” 160). LA DECAPITAZIONE DEL SOVRANO Soluzione ideale per soffocare la sovranità personale sarà “creare istituzioni sovrannazionali (…) tali istituzioni sovrannazionali dovranno (…) impedire ai governi nazionali azioni dannose (…) emanare ordini ai diversi governi (…) che proibissero unicamente certi tipi di azioni degli stati membri o dei loro cittadini” 161). Occorrerà inoltre togliere “al governo stesso il monopolio sull’emissione di moneta” 162). Per giustificare questa decapitazione del soggetto personale sovrano il von Hayek (lo stesso che con il Mandeville esalta i sentimenti più malvagi ed egoisti come motore dell’evoluzione sociale) arriva a rimproverare ai Cittadini sovrani di non saper usare il loro libero arbitrio sempre per il bene: “I maggiori crimini dei nostri tempi sono stati perpetrati da governi che avevano l’appoggio entusiastico di milioni di persone, guidati da impulsi morali. Non è assolutamente vero che Hitler o Mussolini, Lenin o Stalin facessero appello soltanto ai peggiori istinti dei loro popoli: essi esercitavano un certo fascino nei confronti di quei sentimenti dominanti anche nelle democrazie contemporanee (…) Essi erano spinti dal desiderio di avere uno scopo comune” 163). Nella pretesa di cancellare dalla Storia gli uomini di cattiva volontà si vorrebbero cancellare anche quelli di buona volontà lodati nei Vangeli, così il von Hayek vuol farla finita con “qualsiasi ‘volontà’ mirante ad un obiettivo particolare” 164) spiegando “che la sola possibilità di trascendere la portata delle menti individuali consiste nell’affidarci a quelle forze sovra personali ‘autoorganizzantesi’ che danno origine a degli ordini spontanei” 165). In conclusione, quando il von Hayek afferma che “l’unico principio morale che abbia mai reso possibile lo sviluppo di una società avanzata fu il principio della libertà individuale, cioè che l’individuo è guidato nelle proprie decisioni da norme di mera condotta” 166), ossia “norme di comportamento apprese, che non sono mai state ‘inventate’ e di cui generalmente gli individui non capiscono la funzione” 167), egli intende la libertà IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE di “milioni di cervelli” 168), ciechi e privi di sovranità, una moltitudine in cui “la mente può esistere soltanto come parte di un altro ordine o struttura distinta esistente” 169), ovviamente una struttura “impersonale” 170) (170) Ibidem), che sarebbe “il risultato di processi di evoluzione selettiva” 171). Questa libertà di un inspiegato impulso evolutivo, la libertà che siano spinte casualmente moltitudini cieche ed inconsapevoli chi verso la catastrofe chi verso la temporanea sopravvivenza, è questa la libertà che il von Hayek afferma “possa essere preservata solo se viene considerata come un principio supremo” 172), aggiungendo addirittura che “una difesa della libertà che abbia successo deve pertanto essere dogmatica (…) la libertà prevarrà solo se è accettata come principio generale la cui applicazione a casi particolari non ha bisogno di essere giustificata” 173). LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 CONTRA È una vecchia tentazione della filosofia non solo occidentale di impedire agli uomini di fare il male amputandoli delle loro facoltà e diritti naturali: una apparente ed attraente scorciatoia alternativa al faticoso cammino dell’educazione e conversione dei cuori. Perciò alla retta dottrina classica e cristiana della sovranità personale si oppone da un lato il meccanicismo razionalista del Modernismo: infatti per Hans Kelsen (1881-1973), teorico dello Stato di Diritto, “l’uomo è un concetto biologico e fisiologico, in breve, un concetto delle scienze naturali” 174): quindi, secondo lui, un “mero fenomeno naturale, non può mai essere ‘sovrano’ nel senso proprio della parola” 175) perciò, “soltanto un ordinamento giuridico può essere ‘sovrano’, cioè, un’autorità suprema” 176). L’opposta branca della tenaglia che vorrebbe stroncare la retta dottrina della sovranità personale è l’ideologia della “moltitudine”, incarnazione del caotico irrazionalismo Postmodernista, ideologia articolata in una “linea nera”, il Libero Mercato di cui qui trattiamo, ed una “linea rossa”, il BeneComunismo del quale tratteremo in altra occasione. Per inciso, il von Hayek, timoroso di essere qualificato come irrazionalista, afferma che “è meglio non distinguere fra ‘razionalismo’ e ‘antirazionalismo’, bensì tra razionalismo costruttivista e razionalismo evoluzionista, o, nei termini di Karl Popper, tra razionalismo ingenuo e razionalismo critico” 177). Gli ingenui che non hanno capito la radicale contrapposizione fra la cristiana Civiltà del Capitale e la pseudocultura del Libero Mercato possono magari confondere quest’ultimo con l’istituzione millenaria della Proprietà privata, difesa come diritto naturale degli uomini nell’Antico Testamento, definita dalla sapienza dei giuristi di Roma antica e la cui giusta considerazione ci è insegnata dal Magistero della Chiesa. 178). Costoro perciò potrebbero addirittura immaginare una assurda contrapposizione fra Proprietà privata e Sovranità personale. Al contrario Proprietà privata e Sovranità personale hanno un profilo con parecchi lati in comune, considerazione che va meditata nel momento storico in cui forze apparentemente fra loro contrarie, come socialcomunisti o “benecomunisti” che dir si voglia da una parte e mercatisti dall’altra attaccano i fondamenti di entrambi questi istituti naturali. PROPRIETÀ E SOVRANITÀ DIRITTI INNEGABILI Che essi siano istituti di diritto naturale e perciò precedenti lo stesso insegnamento evangelico lo testimoniano le pagine dell’Antico Testamento: per quanto riguarda la Proprietà privata tutti conosciamo i Comandamenti divini; per quanto riguarda la Sovranità personale rimando, ad esempio, alla brillante esposizione di esempî biblici elencati dal predicatore domenicano Francisco de Vitoria (nato fra il 1480 e il 1492; morto nel 1546) contro l’errore universalista ribadito allora da alcuni consiglieri seguaci del pensiero di Erasmo da Rotterdam (1466/69 – 1536) - dell’Imperatore Carlo V (1500 – 1558). A questo errore il domenicano rispose, in particolare nelle Lezioni sugli indiani (1539) parr. 117-119, con notevole successo se consideriamo che Carlo d’Asburgo continuò a firmare gli editti per i territorî del Regno spagnolo come el Rey Carlos Primero e non come l’Imperatore Carlo V. Ricordiamo che l’errore universalista, il quale negava ai Re, alle élites ed ai popoli sovrani il loro diritto in nome di una “sovranità universale” simbolicamente riferita ad un “Re celeste” (Cina, Giappone, etc.) o “Gran Re” (Persia) o “Faraone” (Egitto), ha affascinato da sempre molti autorevoli esponenti di quell’Occidente che al LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE contrario aveva concepito la figura dell’Aύτοκράτωρ ovvero (γεμών come Spada dell’Ellenicità, dell’Imperator come Spada della Romanità, nonché del Sacro Romano Imperatore come Advocatus Ecclesiae, tutte figure che originariamente non solo non negavano le sovranità delle Città Stato elleniche o del Senato e del Popolo romano o del Sovrano Pontefice, ma anzi avevano formalmente il compito di tutelarle dalle aggressioni esterne. Inoltre, dopo i principî esposti nell’Antico Testamento, è la storia ad insegnarci che sia i diritti di Proprietà sia quelli di Sovranità possono essere trasmessi da un titolare ad un altro, per compravendita (per rimanere nei tempi moderni pensiamo a due Stati nordamericani: la Louisiana, ceduta agli USA nel 1803 per 15 milioni di dollari per decisione del Sovrano, Napoleone, e non contro di lui del consiglio dei suoi ministri, e l’Alaska, ceduta agli USA per poco più di 7 milioni di dollari nel 1867 per decisione del Sovrano, lo Zar di Russia Alessandro II, e non contro di lui del consiglio dei suoi ministri); oppure per successione ereditaria, per donazione, per scambio, per usucapione (come avvenne storicamente per il trasferimento da Costantinopoli al Papato della Sovranità sui territori che divennero lo Stato della Chiesa, nell’VIII secolo) o per diritto di guerra (come avvenne storicamente per il trasferimento dal Papato al Regno d’Italia della Sovranità su quasi tutto lo Stato della Chiesa). A proposito del diritto di guerra ricordiamo che il diritto romano arcaico prevedeva per il trasferimento della proprietà di un fondo due forme rituali alternative: o la mancipatio, con un uomo che reggeva una bilancia che simboleggiava la pesa del metallo prezioso, ricordo dell’epoca antecedente la moneta, o la vindicatio, ove un uomo entrava nel fondo vestito per un combattimento e batteva per terra una canna, la festuca, a mo’ di lancia. SCORCIATOIA O TRAGICO ERRORE? I fondamenti biblici e storici vanno ricordati a chi vuole con leggerezza espropriare i Cittadini sovrani della loro Sovranità, per il bene dell’Umanità, con la stessa leggerezza con cui il marxismo voleva, sempre per il bene dell’Umanità, espropriarli della loro Proprietà. Invece di convincere le singole persone della bontà di una certa scelta, si crede più facile ed opportuno espropriare i Cittadini sovrani dei propri diritti di Cittadinanza (ricordiamo che in regime di Democrazia i diritti di Cittadinanza sono effettivamente diritti di Sovranità), coartandoli sotto il dominio di “ordinamenti giuridici” e “istituzioni sovranazionali” regolati da una rete di “tecnici” illuminati. E così i ministri del Sovrano (in democrazia il popolo), anche se in latino ministri vuol dire servi, ed il primo ministro del Sovrano da servi diventano padroni, o si comportano come se fossero tali - senza però esibire e nemmeno rivendicare il minimo titolo di Sovranità, come invece fecero appellandosi al Romano Pontefice i Maggiordomi Pipinidi contro i Re Merovingi (Regno Franco, VIII secolo) – e addirittura si compiacciono di definire “coraggiose” le scelte compiute contro il volere del popolo sovrano. È vero che persino un grande pensatore come Platone era convinto che il comunismo dei beni avrebbe risolto i problemi creati dall’avidità di molti fra gli uomini 179): la storia tuttavia ci ha insegnato quanto male possa recare la decisione di amputare i diritti naturali che il Creatore ha incorporato nelle sue creature. LA NEGAZIONE DEL SOGGETTO ECONOMICO Il soggetto economico individuale è il soggetto proprietario. Un autorevole storico del diritto nota che “uno degli elementi fondamentali di ogni civiltà, che sia degna di questo nome, è quello giuridico. Ma presso nessun popolo questo elemento ha assunto il saliente rilievo con cui esso si presenta nella civiltà romana: sia per l’originalità e la tipicità delle sue manifestazioni, sia per la sua vasta e profonda penetrazione nei campi più varî del pensiero individuale e della vita civile, sia ancora per la maestria con cui i giuristi romani, riflettendo sulle loro esperienze, hanno saputo organizzarle razionalmente e costruire un sistema che è e sarà sempre di modello a tutti i sistemi giuridici” 180). Furono i Romani a definire l’archetipo del soggetto proprietario nella figura del bonus pater familias. Questo archetipo giuridico della corretta gestione della proprietà è ancor oggi talvolta citato nelle sentenze dei tribunali di diritto civile della nostra Nazione. Bonus pater familias: il termine stesso ci riporta al clima spirituale della Civiltà del Capitale IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE tratteggiata sinteticamente da monsignor Delassus, ed ancor più sinteticamente dal talento poetico di Virgilio (70 a.C. – 19 a.C.): “Labor omnia vicit” 181), talento consapevolmente accordato al progetto imperiale di Cesare Ottaviano Augusto(63 a.C. – 14 d.C.), “fondato sull’impegno e sulla responsabilità dell’uomo” 182). LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 GUADAGNERAI IL PANE COL SUDORE DELLA FRONTE (GEN. 3,16)! … O ALLA ROULETTE? Il von Hayek afferma che “è probabilmente una disgrazia che, specialmente negli Stati Uniti, scrittori popolari come Samuel Smiles ed Horatio Alger, e più tardi il sociologo W.G. Summer, abbiano difeso la libera iniziativa sulla base della tesi che essa regolarmente ricompensa il meritevole. Questo è di cattivo auspicio per il futuro dell’ordine di mercato, poiché questa sembra essere diventata l’unica difesa che il pubblico recepisce (…) È quindi un vero dilemma decidere fino a che punto si deve incoraggiare nei giovani l’idea che quando si sforzano veramente riescono, o se non si debba piuttosto enfatizzare il fatto che inevitabilmente alcuni poco meritevoli avranno successo mentre altri meritevoli falliranno.” 183). Per il von Hayek in una “grande società” o “società aperta” l’”intero sistema di principi morali è un sistema di norme di condotta individuale (Ossia destinato a favorire la cieca selezione evolutiva, N.d.R.). In una Grande società, nessuna condotta diretta da tali norme o da decisioni di individui da esse guidati potrebbe produrre dei risultati che ci sembrano giusti” 184). Egli osserva che “anche se la gente non accetterebbe che le proprie remunerazioni dipendessero in parte dal caso, questo è proprio quel che deve avvenire” 185). Per il von Hayek “la sensazione di essere stati lesi provata quando un reddito stabile diminuisce o scompare, deriva dall’idea di meritare moralmente quel reddito e che, di conseguenza, fino a che si lavora efficientemente ed onestamente come prima si ha diritto a percepire la stessa remunerazione. Ma l’idea di meritare moralmente ciò che si è guadagnato onestamente in passato è largamente illusoria. (…) Il nostro unico diritto morale a ciò che il mercato offre lo abbiamo guadagnato sottomettendoci a quelle norme che rendono possibile la formazione dell’ordine di mercato” 186). Posto che “in un ordine spontaneo (…) la remunerazione (…) spesso non avrà nessuna relazione con i propri meriti o bisogni individuali” 187), perciò “la libertà è inseparabile da ricompense che spesso non hanno alcun nesso con il merito e vengono quindi percepite come ingiuste” 188). Non sarebbe nell’interesse del Libero Mercato “che A sia protetto dalla concorrenza di importazioni di basso costo, e B da quella di un operatore meno qualificato; C dalla diminuzione dello stipendio e D dalla perdita del posto di lavoro” 189). Soprattutto “non si deve proteggere da un declino relativo o assoluto della sua posizione” 190) il Cittadino sovrano in difficoltà. Si badi bene che per il von Hayek tali sacrifici non sono giustificati dall’obbedienza a “verificate” Leggi dell’Evoluzione che guidino l’Umanità verso magnifiche sorti e progressive ma solamente dal preteso obbligo di consegnarci ad un meccanismo cieco e caotico che non possiamo escludere ci stia portando alla sua “falsificazione”, ossia la catastrofe. PROPRIETÀ INFONDATA? Come ovvio, conseguentemente a queste premesse, il von Hayek si guarda bene dal rispettare la proprietà privata come diritto naturale degli uomini: “Il concetto di proprietà non è certo caduto bell’e fatto dal cielo” 191). Per lui questo istituto sarebbe solo il frutto casuale di un intreccio di impulsi avvenuto nel sistema nervoso centrale di alcuni invertebrati - egli accenna all’”elaborato sistema della proprietà presso le aragoste” 192) - che di fronte alla pressione ambientale avrebbe casualmente presentato nel corso dell’evoluzione dei viventi un carattere adattativo, FINO AD OGGI naturalmente. Perciò egli la difende esclusivamente per la “considerazione secondo cui l’istituzione della proprietà privata assolve una funzione necessaria al mantenimento dell’ordine spontaneo della società” 193). Anzi il von Hayek afferma che a suo parere “stati di fatto come ‘la proprietà’ non hanno significato se non per le norme di condotta (Quelle dirette a favorire la cieca selezione evolutiva, N.d.R) che vi fanno riferimento, e se si tralasciano quelle norme di mera condotta che si riferiscono alla proprietà, non rimane più nulla di questo istituto” 194). È interessante notare che il von Hayek si proclama ostile al termine stesso di proprietà privata (private property) 195), evidentemente troppo legato alla Civiltà del Capitale, al bonus pater familias, e IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE dichiara di preferirgli il termine di proprietà individuale (several property) 196), chiaramente più vicino alla sua visione di una moltitudine di individui ciechi e spinti caoticamente da meccanismi impersonali verso la propria rovina od una momentanea sopravvivenza. È pure interessante la sua affermazione che il libero mercato, il “sistema basato sulla libertà” 197), non trova adeguata espressione nel termine capitalismo: “’Capitalismo’ è tutt’al più un termine adeguato per designare una realizzazione parziale di un tale sistema verificatasi in una particolare fase storica, ma è termine sempre fuorviante perché suggerisce l’idea di un sistema in cui il capitalista riceve i maggiori benefici, mentre in effetti si tratta di un sistema che impone all’impresa una disciplina sotto il cui peso gli uomini d’affari si sentono costretti e che ciascuno cerca di fuggire” 198). LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 CORPORAZIONE, LIBERALISMO E SOCIALISMO Premettiamo qui l’osservazione di evidente validità di un grande pensatore cattolico del XX secolo, Plinio Corrêa de Oliveira: “Storicamente, il movimento socialista è un semplice compimento del movimento liberale” 199). È vero infatti che questi due grandi movimenti nascono nell’interiorità degli uomini, in particolare dai loro cedimenti all’orgoglio ed alla sensualità 200), ma, inoltre, nella loro manifestazione pubblica ebbe particolare importanza l’aspetto economico, che si manifestò in un comune attacco all’istituto della proprietà privata articolato in due fasi, in cui la prima, quella liberale in cui Adam Smith ed altri lottarono contro la proprietà privata del diritto d’impresa, preparò la seconda, in cui Karl Marx ed altri lottarono contro la proprietà privata dei mezzi d’impresa Senza la prima lesione di questo diritto naturale con l’eliminazione della proprietà privata del diritto d’impresa, il socialismo non avrebbe letteralmente avuto modo di nuocere alla proprietà privata dei mezzi d’impresa. L’istituzione della società civile nella quale si concretava la difesa dei suoi membri titolari della proprietà privata del diritto d’impresa era la Corporazione o Università o Gilda, etc. 201). Essa era strutturalmente la sintesi fra Tradizione religiosa, Famiglia e Proprietà privata e storicamente fu quel motore dell’economia europea che permise alla Cristianità occidentale di egemonizzare il mondo, direttamente fino al XVIII secolo, il Settecento, e per moto inerziale fino al XIX secolo, l’Ottocento 202). Infine nel XX secolo tale egemonia iniziò il suo declino. Ma ancora più grave, ed oggi ne misuriamo le conseguenze, fu il fatto che i Sovrani europei (mal consigliati da alti esponenti dell’aristocrazia, della cultura e purtroppo della religione, di intime opinioni libertine prima ed illuministe poi) non appoggiarono l’estensione di questo modello, organico ed efficiente, alle popolazioni degli altri continenti. L’importazione e lo sviluppo del modello europeo corporativo avrebbe creato l’ambiente necessario per una crescita non solo economicamente più equilibrata ma anche civile di quei popoli, posto che l’esperienza della pienezza dell’istituto della Proprietà privata avrebbe facilitato la comprensione delle sue radici veterotestamentarie e romane e del coessenziale istituto della Famiglia neotestamentaria. Gli astuti consiglieri dei Sovrani europei (prima dei Monarchi, poi dei Cittadini) li determinarono invece a limitarsi allo sfruttare gli altri Continenti come fornitori di materie prime, per arrivare negli ultimi anni (con una ricca produzione di testi che esaltavano la delocalizzazione delle industrie come convenientissimo sfruttamento di mano d’opera a bassi salarî) alla tragica situazione economica e sociale della Cristianità occidentale di oggi, senza però che i Cittadini degli altri continenti possano averne un vero vantaggio. IL VERO NEMICO DEL VON HAYEK È l’istituto corporativo, e quindi la pienezza del diritto alla Proprietà privata, l’autentico obiettivo polemico del von Hayek. È vero che egli si proclama nemico del Socialismo, e nel 1988 diede alle stampe un testo intitolato The Fatal Conceit: the Errors of Socialism (tr. it. La presunzione fatale. Gli errori del socialismo, 1997): tuttavia nella Introduzione che egli appone al testo, e che è intitolata Il socialismo è stato un errore?, non troviamo altro che una fervida esaltazione dell’evoluzionismo che si conclude con l’affermare che “certamente anche le regole tradizionali del rapporto tra gli uomini, come il linguaggio, la legge, i mercati e la moneta, sono campi illuminati dal pensiero evoluzionistico. L’etica è l’ultima fortezza di fronte alla quale l’orgoglio LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE umano deve ora inginocchiarsi a motivo del riconoscimento delle sue origini. Una tale teoria evoluzionistica della morale sta in verità emergendo” 203). Ricordiamo però che anche Karl Marx considera valido il “principio di selezione naturale” 204) e lamenta che Darwin “nella sua opera che ha fatto epoca, l’Origine della specie” 205) non l’abbia applicato all’evoluzione culturale: “La stessa storia della religione che non tenga conto di questo fondamento materiale è priva di senso critico” 206), mentre Engels , sotto la supervisione di Marx, proclama: “Noi respingiamo ogni pretesa di imporci una qualsiasi dogmatica morale come legge etica eterna, definitiva, immutabile nell’avvenire, col pretesto che anche il mondo morale avrebbe i suoi princìpi permanenti, che stanno al disopra della storia e delle differenze tra i popoli” 207), non trascurando di precisare che per il marxismo “l’idea dell’eguaglianza, tanto nella sua forma borghese quanto nella sua forma proletaria (…) è quindi tutto tranne che una verità eterna” 208), ed anche a proposito della “vera libertà umana (…) sarebbe ridicolo il voler attribuire alle nostre vedute odierne una qualche validità assoluta” 209). Karl Marx comunque, nella Prefazione alla prima edizione della sua opera maggiore, Il Capitale, chiarisce di voler applicare il principio evoluzionistico al mondo economico, in modo da considerare “lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale” 210). Il von Hayek, da parte sua, scrive che “tutte le dottrine totalitarie, di cui il socialismo è soltanto la più nobile e la più influente (…) sono false non a causa dei valori su cui si basano, ma a causa di un fraintendimento delle forze che hanno reso possibile la Grande società” 211). Il von Hayek attribuisce al socialismo un afflato religioso: “Il fatto che il socialismo si sia spesso diretto contro la religione non attenua questo punto” 212), anzi, “nei Paesi comunisti e socialisti stiamo osservando come la selezione naturale delle credenze religiose elimina quelle che non si sono evolute” 213). A rendere ancora più ambiguo l’antisocialismo del von Hayek è il fatto che da un lato egli esprime già nella sua opera The Constitution of Liberty del 1960 (tr. it. La società libera, 1969) la corretta constatazione che “il socialismo in senso stretto e tradizionale, oggi, nel mondo occidentale, è morto. Una dichiarazione così categorica provocherà ancora una certa sorpresa, ma è largamente confermata da un esame del fiume di letteratura disincantatrice di origine socialista in tutti i paesi e dalle discussioni all’interno dei partiti socialisti. A chi segue gli sviluppi solo in un paese, il declino del socialismo potrà ancora sembrare niente più che un transitorio regresso, la reazione alla sconfitta politica. Ma il carattere internazionale e l’analogia degli sviluppi nei diversi paesi non lascia dubbi che si tratti di qualcosa di più. Se, quindici anni fa il socialismo dottrinario appariva il maggior pericolo per la libertà, oggi dirigere contro di esso i propri argomenti sarebbe come combattere contro i mulini a vento” 214). Dall’altro lato, un ventennio dopo, quando la crisi delle idee socialiste è ormai a tutti evidente, afferma di temere che “non sarà sufficiente fermare chi cerca di distruggere la democrazia per raggiungere il socialismo” 215), per non “intraprendere un sentiero che conduce sicuramente al socialismo” 216). In realtà più che dell’ormai morto socialismo, il von Hayek si preoccupa del sempre “incipiente corporativismo” 217). I DIRITTI CHE DIO HA LEGATO ALLA NATURA UMANA DURANO QUANTO L’UMANITÀ I diritti naturali iscritti da Dio nel cuore degli uomini, quale appunto la Proprietà privata nella sua pienezza, tenderanno perciò sempre a risorgere finché gli uomini esisteranno, anche dopo lunghi periodi di repressione: così, pur non ammettendo l’idea di una stabile natura umana con i suoi diritti connessi, il von Hayek è costretto ad ammettere che “il sorgere della Grande società è troppo recente per aver dato all’uomo il tempo per disfarsi dei risultati di uno sviluppo durato centinaia di migliaia di anni” 218), e che “è pur sempre lealtà a gruppi particolari, come lo stesso mestiere (…) ad essere il maggiore ostacolo all’applicazione universale di norme di mera condotta (…) Tuttavia, mentre tale processo ha reso possibile l’avvento della società aperta e offre la speranza remota di un ordine pacifico universale (??? N.d.R.), le morali correnti non approvano ancora del tutto tale sviluppo. Invero, ultimamente si è assistito ad un regresso delle posizioni che erano state raggiunte nel mondo occidentale” 219). Egli lamenta che “questo conflitto tra ciò che gli uomini considerano ancora emozioni naturali, e la IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE disciplina di norme necessarie alla conservazione della società aperta, è invero una delle cause principali di ciò che è stata definita ‘la fragilità della libertà’” 220). Contro i “sistemi (…) corporativisti” 221) egli afferma che “qualsiasi controllo esercitato dai membri di un sindacato o professione sui beni e servizi totali forniti sarà sempre contrario al vero interesse generale della società” 222). Come abbiamo visto più sopra il von Hayek ripudia le funzioni più essenziali della struttura corporativa 223): “Non è nell’interesse generale che A sia protetto dalla concorrenza di importazioni di basso costo, e B da quella di un operatore meno qualificato; C dalla diminuzione dello stipendio e D dalla perdita del posto di lavoro” 224). LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 JOLLY ROGER Contro il principio corporativo il von Hayek, come tutti i mercatisti, alza la bandiera della concorrenza così come i velieri pirati alzavano il Jolly Roger, la bandiera con teschio e tibie. Questo richiamo al nero stendardo della morte e della distruzione sventolato dai pirati non è una forzatura polemica se la libertà di concorrenza è fondamento “di quella procedura di scoperta costituita dal sistema di mercato” 225), e ancora di più se, a parere del von Hayek e degli altri mercatisti, “la concorrenza agisce come procedimento di scoperta non soltanto fornendo, a chi ne abbia l’opportunità, la possibilità di sfruttare con profitto circostanze speciali, ma anche informando le altre parti circa l’esistenza di tale possibilità. Convogliando l’informazione in forma codificata, gli sforzi in competizione nel gioco del mercato assicurano l’uso di una conoscenza ampiamente dispersa.” 226). L’evocazione del cupo Jolly Roger non è una forzatura polemica in quanto questa “conoscenza” si concreta appunto solo nella morte e nella distruzione, sia per il von Hayek, nel 1974 cd. ”Premio Nobel per l’economia” 227), sia per il suo amico sir Karl Popper, già pilastro della London School of Economics, sia per il fedele discepolo di quest’ultimo George Soros, autorevole esponente della finanza internazionale. Infatti per costoro la conoscenza non può basarsi sulla “verifica”, ossia accertare la verità e la bontà di una situazione, di un dato o di una teoria, ma solo sulla “falsificazione”, il che vuol dire nel biologico la morte, nel sociale e nell’economico, catastrofe e fallimento. E ciò del tutto casualmente: casuale è la sopravvivenza, casuale è il disastro, al di là e contro la volontà anche operosa degli uomini. Libertà di concorrenza vuol dire libertà per una moltitudine di operatori ciechi e senza sovranità di andare casualmente verso un successo transeunte o, altrettanto casualmente, verso la rovina, sia che riguardi interi settori economici, intere nazioni o, come è perfettamente possibile se accettiamo l’idea di “un’evoluzione selettiva priva di leggi che ne determinino la direzione” 228), che riguardi l’intero genere umano. “La concorrenza è una procedura di scoperta, una procedura coinvolta in tutta l’evoluzione, che ha portato l’uomo a rispondere involontariamente a nuove situazioni” 229). Persino se gli uomini individuassero misure di tipo corporativo per impedire disastri e fallimenti, “anche supponendo che tali misure possano essere in un certo senso auspicabili, questa situazione è tale che, sebbene desiderabile di per se stessa, non può essere raggiunta senza conferire un potere arbitrario e discrezionale a una qualche autorità (Ad es., la Corporazione, N.d.R.), e la cui realizzazione deve pertanto cedere al principio più importante secondo cui non si deve conferire un tale potere a nessuna autorità. Abbiamo già sottolineato che la limitazione di tutti i poteri può rendere impossibile l’ottenimento di certi scopi particolari auspicati dalla maggioranza della gente, e che, generalmente, per evitare mali peggiori una società libera deve negarsi certi poteri, sebbene le conseguenze prevedibili del loro esercizio appaiano totalmente positive e costituiscano forse l’unico metodo disponibile per ottenere quel risultato particolare (Sottolineatura mia, N.d.R.)” 230). Preoccupato della naturale reazione del buon senso dei Cittadini sovrani, von Hayek lancia il suo appello: “È necessario che la pratica generale della concorrenza impedisca l’abuso della proprietà” 231). Ancora una volta si vorrebbe migliorare gli uomini amputandoli di un loro diritto naturale! Si noti che quest’ultimo appello contro la pienezza del diritto alla proprietà privata si trova in un libro sedicente antisocialista,intitolato appunto La presunzione fatale. Gli errori del socialismo. LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE SOCIALISMO E SPIRITO CORPORATIVO CHIESA CATTOLICA E CORPORAZIONE Il von Hayek pretende di affermare che i socialisti vogliano restaurare la mentalità corporativa: “Gli autentici leaders tra i filosofi sociali reazionari sono naturalmente i socialisti” 232). Tale pretesa sembra più che altro diretta ad infamare il corporativismo unendone il nome a quello di una ideologia in crisi. Certo un uomo colto come il von Hayek ben sapeva come l’avversione dei socialcomunisti al diritto di proprietà potesse , ad esempio, indurre un fine intellettuale come Antonio Gramsci a prendere posizioni assai dure. Infatti, come già detto, la pienezza del diritto alla proprietà privata è qualcosa di iscritto nel cuore degli uomini, qualcosa che non fu “sconfitto dai tempi” e nemmeno da un inesistente rifiuto dell’opinione pubblica, tanto che lo stesso Adam Smith scriveva nel 1775 che “aspettarsi in effetti che la libertà dei commerci possa mai essere completamente ristabilita in Gran Bretagna è un assurdo, quanto l’aspettarsi che in essa vengano mai realizzate Oceana o Utopia” 233). Il sistema delle Corporazioni fu represso “dall’alto” alla fine del XVIII secolo, prima dal dispotismo di Sovrani ipnotizzati dall’Illuminismo, i cosiddetti “despoti illuminati”, e poi dalle baionette napoleoniche 234) ma esso tende a riemergere ovunque, ove non sia, come è, continuamente ostacolato. E così, di fronte ad atteggiamenti di tipo corporativo che sembravano emergere nel mondo del lavoro statunitense, e che vennero osteggiati dal liberismo dell’alta finanza fino a ricorrere all’utilizzo di vigilantes armati per far fuoco sui manifestanti, nel carcere italiano il Gramsci espresse il suo pensiero affidando al quaderno cd. 22, dedicato ad Americanismo e fordismo queste righe: “La lotta che si svolge in America (descritta dal Philip) è ancora per la proprietà del mestiere, contro la ‘libertà industriale’, cioè simile a quella svoltasi in Europa nel secolo XVIII, sebbene in altre condizioni: il sindacato operaio americano è più l’espressione corporativa della proprietà dei mestieri qualificati che altro, e perciò lo stroncamento che ne domandano gli industriali ha un aspetto ‘progressivo’. L’assenza della fase storica europea, che anche nel campo economico è segnata dalla Rivoluzione francese, ha lasciato le masse popolari americane allo stato grezzo” 235). La Chiesa Cattolica, al contrario dei nemici del diritto naturale, ha sempre visto nell’istituto corporativo un perno fondamentale del principio di sussidiarietà, in quanto esso colma la dismisura di mezzi che esiste fra gli individui e le loro famiglie e lo Stato. Questo istituto assicura così una stabilità sociale che la frammentazione degli individui e delle loro famiglie non è in grado di assicurare attraverso le generazioni, di padre in figlio, senza l’intervento di quella che è il cattivo surrogato della Corporazione, ossia la burocrazia dello Stato hegeliano. Plinio Corrêa de Oliveira difende questa posizione a proposito del “principio si sussidiarietà, presentato dall’enciclica Mater et Magistra come elemento fondamentale della dottrina sociale cattolica. Infatti, in virtù di questa gerarchia nella carità, ogni uomo deve provvedere direttamente a sé stesso, per quanto sia nelle sue possibilità personali, ricevendo l’aiuto dei gruppi superiori – famiglia , corporazione, Stato . solo nella misura in cui gli sia impossibile fare da sé. E in virtù dello stesso principio la famiglia e la corporazione (enti collettivi dei quali pure si deve dire ‘omne ens appetit suum esse’) provvedono anzitutto e direttamente per sé, ricorrendo allo Stato solo quando sia indispensabile. E lo stesso si ripete per quanto riguarda le relazioni tra lo Stato e la società internazionale.” 236). MERCATISMO, COMUNISMO E FAMIGLIA Il von Hayek liquida per parte sua il tema della protezione che la comunità politica deve accordare all’istituto della famiglia con queste righe: “Tuttavia, rimane dubbio, se l’appartenenza ad una comunità possa per qualcuno costituire titolo di legittimo interesse sulle prospettive di riproduzione degli altri membri della stessa comunità o se questo problema non sia regolato meglio da una diversa fertilità dei gruppi, che sarà l’effetto della libertà” 237). Fra i nemici del diritto naturale, i socialcomunisti, al contrario delle affermazioni del von Hayek, hanno molto apprezzato tutte le misure liberiste che ledono la pienezza del diritto di Proprietà privata e, soprattutto, tagliano il legame fra l’istituto della famiglia e l’impresa, garantito IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE dalla Corporazione ma comunque così connaturato nell’uomo che ancor oggi, nella lingua della nostra Nazione, si dice “casa farmaceutica”, “casa automobilistica”, “casa vinicola”, etc. Perciò la diffusione dell’uso di separare la proprietà di una impresa da una famiglia per farne una società per azioni onde permettere ad anonimi e sempre diversi speculatori di scommettere sul suo valore e giocare in borsa, fu visto con soddisfazione da Karl Marx: “Società per azioni (…) in contrapposizione al capitale privato (…) È la soppressione del capitale inteso come proprietà privata in seno allo stesso modo di produzione capitalistico” 238). Ed ancora: “Le società per azioni – che rappresentano la soppressione dell’industria privata (…) e annientano l’industria privata nella misura in cui si ingrandiscono e si appropriano nuove sfere della produzione” 239). LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 ILLUMINISMO E CAOS Il fatto che in ogni epoca e continente l’anelito alla pienezza del diritto alla Proprietà privata possa riemergere prepotentemente forse imbarazza il von Hayek, il quale ha eletto a numi tutelari gentiluomini settecenteschi come Adam Smith e la sua cerchia di Illuministi che probabilmente apparirebbero poco credibili come immagine del Progresso e della Rivoluzione Liberale contro chi oggi, a due secoli e più di distanza, voglia restaurare i diritti naturali degli uomini: la Verità è sempre giovane, le Utopie hanno un anno di nascita e invecchiano. Sia come sia, il von Hayek con grande convinzione ricollega l’Illuminista scozzese alle attualissime teorie dette anche della Complessità o del Caos: “Mentre Smith è stato riconosciuto da molti autori come l’iniziatore della cibernetica (Emmet 1958, 90; Hardin, 1961, 54), esami recenti degli appunti di Charles Darwin (Vorszimmer 1977; Gruber 1974) suggeriscono che la lettura di Adam Smith nell’anno cruciale 1838 ha portato Darwin alla sua intuizione decisiva. Ecco, dunque, che dai filosofi morali scozzesi del diciottesimo secolo provengono gli impulsi principali verso una teoria dell’evoluzione, verso quelle svariate discipline adesso conosciute come cibernetica, teoria generale dei sistemi, sinergetica, autopoiesi, ecc., così come verso la comprensione del superiore potere autoregolatore del sistema di mercato e dell’evoluzione anche del linguaggio, della morale, del diritto (Ulmann-Margalit 1978 e Keller 1982) (…) È stato soprattutto attraverso questi sforzi tesi a comprendere la formazione dell’interazione umana mediante l’evoluzione e la formazione spontanea dell’ordine, che simili approcci sono diventati gli strumenti principali per trattare fenomeni tanto complessi, per la cui spiegazione ‘le leggi meccaniche’ della causalità unidirezionale non sono più adeguate” 240). Il fatto che il von Hayek sia diventato “il teorico di un liberalismo che scavalcava d’un colpo solo un secolo e mezzo di storia e di storia intellettuale per affondare le sue radici nei moralisti scozzesi del Settecento” 241) fa sì che “il pensiero di von Hayek sia oggi al centro dell’attenzione e della ricerca per quanti provengono non solo dalla economia politica, ma altresì dalla filosofia morale, dalla scienza politica e sociale, dalle scienze cognitive” 242). Non solo, ma “uno degli aspetti più interessanti della figura intellettuale di Hayek è costituito dal richiamo che ha saputo esercitare in questi ultimi anni non solo su intellettuali di prestigio, ma anche su folti gruppi di attivisti politici” 243), sia “negli Stati Uniti, dove ancora oggi viene citato dai cosiddetti Neoconservatives” 244), sia in Italia, dove “oggi Hayek è diventato il referente obbligato e quasi il nume tutelare di tanti neo-liberali” 245). Peraltro hanno guardato con favore al pensiero di von Hayek non solo i NeoCon ma anche liberali autorevoli e di lungo corso come , per limitarci all’Italia, Nicola Matteucci (1926-2006): “Hayek così rientra nel novero dei grandi interpreti del liberalismo storicistico del nostro secolo” 246); Sergio Ricossa (1927):”Lui è il maestro, io sono appena un allievo. La prosa di Hayek, oltre che chiara, è esaltante” 247) e Vittorio Mathieu (1923): “Dopo tutto l’economia moderna nasce con l’Apologo delle api del Mandeville (…) Il mercato non assicura l’ottima allocazione delle risorse, non contiene equilibrio più di quanto ne contenga il caos deterministico (…) perché la ‘mano invisibile’ di Adamo Smith non è altro che il caos deterministico” 248). Insomma von Hayek “è oggi considerato il più grande pensatore liberale del Novecento” 249). IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 PUÒ LA CHIESA CATTOLICA ACCETTARE LA SOCIETÀ DI LIBERO MERCATO? In questo momento storico si evidenzia come l’imposizione a livello mondiale dell’obbligo di libera concorrenza stia avvicinando l’intera comunità umana ad una vera e propria catastrofe: sorge perciò l’obbligo per tutti i benpensanti e massimamente per i Cristiani di difendere quei fondamenti del vivere sociale che Dio ha posto nel cuore degli uomini, ossia la pienezza del diritto alla proprietà privata e la famiglia naturale. Tuttavia è altrettanto evidente l’esistenza di una rete dirigente internazionale cui potremmo attribuire radici illuministe, rete dirigente determinata ad imporre al genere umano il paradigma del libero mercato sia nel campo economico sia in quello famigliare, negando il dovere della comunità sociale di sostenere la famiglia naturale che è la cellula fondamentale delle società umane ed al contrario facendola soffocare sotto la concorrenza, incoraggiata culturalmente e sostenuta da leggi e regolamenti, di forme famigliari innaturali e spesso grottesche. Il Cristiano razionale e responsabile dovrà quindi affrontare due problemi: il primo sembrerebbe il far rinascere l’istituto corporativo a due secoli dalla sua repressione. In realtà è un problema che non esiste: basterà una intransigente e costante presa di posizione contro le leggi e le Authorities locali ed internazionali che costringono l’economia nella camicia di forza della tutela della concorrenza, e dal cuore degli uomini torneranno a sgorgare il senso e la prassi della pienezza del diritto alla proprietà privata. Il secondo problema è più serio: senza dubbio alcuno i vertici liberisti mondiali sono pronti a scatenare guerre e persecuzioni di fronte ad una iniziativa della Cristianità diretta contro il nero stendardo della libera concorrenza. Di fronte a questo grave problema il Cristiano razionale e responsabile sarà tentato di cedere per varî motivi: il più rozzo è quello di “ragionare come gli atei, che pesano i pro e i contro come se Dio non esistesse“ 250). Più sottile è l’argomentazione di colui che non solo non nega che Dio esista, anzi conviene che Egli gli abbia conferito un particolare talento per combattere la buona battaglia e addirittura ne aspetta un prossimo ritorno per regnare nei cuori degli uomini. Di più, costui non esita a proclamare la potenza divina, tuttavia non ha fiducia nell’aiuto della Provvidenza e teme che se impiegasse pienamente il suo talento i nemici di Dio, che urlano: “Non vogliamo che costui regni su di noi” (S. Luca, 19, 14), lo distruggerebbero e quindi non lo avrebbe più a disposizione del suo Signore al momento del ritorno. Il giudizio di Dio su questo tipo di “fedele” lo leggiamo in San Matteo, 25, 26 – 30, ed in San Luca, 19, 22 – 27. La Potenza di Dio ordinariamente non è alternativa né parallela a quella delle Sue creature, ma esse al contrario sono il Suo strumento: quando Lucifero gli si rivolta in faccia Dio non reagisce, ma lascia che sia San Michele Arcangelo a prendere l’iniziativa, ovviamente con il Suo aiuto. Quando vuole sfamare ingenti masse affamate esige che noi Gli porgiamo i nostri pochi pani e pesci. Chiede la nostra fede per farci sfidare qualsiasi difficoltà, fosse pure quella di camminare sulle acque in tempesta (S. Matteo, 14, 29). Non esiste nessuna valida ragione per non combattere la buona battaglia contro chi vuole sprofondare la Chiesa, la Cristianità tutta e gli uomini di tutti i continenti nella catastrofe. Claudio Bernabei NOTE 1) Karl Marx, Il capitale, Roma, Newton Compton, 1996, p.125. 2) Henri Delassus, Il problema dell’ora presente. Antagonismo fra due civiltà, 1907, ristampa anastatica, Piacenza, Cristianità, 1977, p.329. 3) Cit., p.330. 4) Cit., p. 332. 5) Cit., p. 333. 6) Cit., p. 339. 7) Cit., p. 341. 8) Cit., pp. 329-30. 9) Aristotele, Dell’economia, III, 4, 147, 20. 10) “Cum laqueo uxorem interimis matremque veneno, incolumi capite es?” - Quando uccidi con il laccio la moglie e col veleno la madre, sei sano di mente? - Quinto Orazio Flacco, Satire, Libro II, Satira III, 131-132. 11) Platone, Apologia di Socrate, 30 b. 12) F.A. von Hayek, La presunzione fatale, Milano, Rusconi, 1997, p. 91. 13) Maria Emanuela Scribano, Natura umana e LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE società competitiva, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 142. 14) Giuliano Borghi Mandeville, Roma, Settimo Sigillo, 2004, p. 8. 15) Lucio Colletti, Ideologia e società, Bari, Laterza, 1969, p. 282. 16) Scribano, cit., p. 112. 17) Andrea Branchi, Introduzione a Mandeville, Roma-Bari, Laterza, 2004, p. 159. 18) Lorenzo Infantino, L’idea di scienza sociale nei moralisti scozzesi e nella Scuola Austriaca di Economia, in Atti del Convegno, Friedrich A. von Hayek e la Scuola Austriaca di Economia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, p. 157. 19) Colletti, cit., p.282. 20) von Hayek, cit., p.233. 21) F.A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà, Milano, il Saggiatore, 1989, p. 21. 22) Jeremy Shearmur, Il pensiero politico di Karl Popper, Milano, Società Aperta Edizioni, 1997, p. 35. 23) Cit., p. 41. 24) Raimondo Cubeddu, Introduzione, in Shearmur, cit., p. VI. 25) von Hayek, L’ordine…., cit., p. 10. 26) Raimondo Cubeddu, Hayek fra Menger e Mises, in Atti del Convegno, cit., p.89. 27) Valeria Ottonelli, L’ordine senza volontà. Il liberalismo di Hayek, Torino, Giappichelli, 1995, p. 1. 28) Infantino, cit., p.164. 29) von Hayek, La presunzione…, cit., pp. 232-233. 30) Cit., p. 37. 31) Cit., p. 129. 32) Cit., p. 61-62. 33) Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Roma, Luci sull’Est, 1998, p. 155. 34) F.A. von Hayek, Perché non sono un conservatore, in Idem, La società libera, Formello (RM), SEAM, 1999, p. 498. 35) F.A. von Hayek, L’abuso della ragione, Firenze, Vallecchi, 1967, p. 131. 36) von Hayek, Legge…, cit., p. 537; Idem, La presunzione…, cit., p. 257. 37) von Hayek, Legge…, cit., p. 531. 38) Paolo Heritier, Ordine spontaneo ed evoluzione nel pensiero di Hayek, Napoli, ed. Jovene, 1997, p. 113. 39) Ottonelli, cit., p.202. (40) von Hayek, Ordine…, cit., p.253. 41) von Hayek, La presunzione…, cit., p.93. 42) S. Tommaso d’Aquino, L’unità dell’intelletto contro gli averroisti, Capitolo I, § 30, in Idem, Opuscoli filosofici, Roma, Città Nuova Editrice, 1989, p. 114. 43) von Hayek, Ordine …,, cit., p. 43. 44) Cit., p. 46. 45) Cit., p. 62. 46) Cit., p. 38. 47) Cit., p. 75. 48) Cit., p. 68. 49) Cit., p. 157. 50) Cit., p. 32. 51) Cit. p. 69. 52) Cit., p. 211. 53) Cit., p. 35. 54) Cit., p.37. 55) Cit., p. 38. 56) Cit., p.40. 57) Cit., p. 88. 58) Ibidem. 59) Cit., pp. 90-91. 60) (Cit., p.175. 61) Cit., p. 211. 62) Cit., p. 28. 63) Cit., p. 179. 64) Cit., p.180. 65) Cit., p. 188. 66) Cit., p. 69. 67) Ibidem. 68) Cit., p. 159. 69) Cit., p. 157. 70) Cit., p. 170. 71) Cit., p. 162. 72) Friedrich Engels, Anti-Dühring, in Marx K., Engels F., Opere, vol.XXV, Roma, Editori Riuniti, 1974, pp.249-250. 73) von Hayek, L’ordine …, cit., p. 191. 74) Cit, p. 207. 75) Cit., p. 27. 76) Cit., p. 52. 77) Cit., p. 53. 78) von Hayek, Leggi…, p. 98. 79) von Hayek, La presunzione….., p.39. 80) von Hayek, L’ordine …., p. 53. 81)Cit., p.121. 82) Cit., p. 122. 83) Cit., p. 128. 84) Cit., p. 177. 85) Cit., p. 207. 86) Cit., p. 208. 87) Cit., p. 209. 88) Cit., p. 212. 89) Cit., p. 252. 90) Cit., p. 237. 91) Cit., p. 234. LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE 92) Cit., p. 160-1. 93) Cit., p. 199. 94) Cit., p. 202. 95) Cit., p. 274. 96) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 53. 97) Cit., p. 59. 98) Cit., p. 60. 99) Cit., p. 62. 100) Cit., pp. 85-6. 101) von Hayek, Legge …, p. 539. 102) Cit., p. 541. 103) Cit., p. 304. 104) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 226. 105) Cit., p. 54. 106) Cit., p. 133. 107) Cit., p. 48. 108) von Hayek, Legge …, cit., p. 98. 109) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 64. 110) von Hayek, Legge …, p. 551. 111) Cit., p. 546. 112) Cit., p. 552. 113) Cit., p.268. 114) von Hayek, Legge …, cit., p. 407. 115) Cit., p. 11. 116) Cit., p. 260. 117) Cit., p. 496. 118) Cit., p. 501. 119) von Hayek, La presunzione …, p. 42. 120) Cit., p. 106. 121) Cit., p. 375. 122) Cit., p. 533. 123) Cit., p. 259. 124) Cit., p. 258. 125) Cit., p. 242. 126) Cit., pp. 97-98. 127) Cit., p. 132. 128) Cit., p. 208. 129) Cit., p. 496. 130) Cit. p. 407. 131) von Hayek, La società …, p. 28. 132) Ibidem. 133) von Hayek, Legge …, p. 25. 134) vedi più sopra, von Hayek, Ordine …, p. 188. 135) von Hayek, Legge …, pp. 27-28. 136) Cit., p. 60. 137) Cit., p. 19. 138) Cit., p. 18. 139) Cit., p. 50. 140) Cit., p. 53. 141) Cit., pp. 61-62. 142) Cit., p. 62. 143) Ibidem. 144) Ibidem. 145) Cit., p. 17. 146) Karl Marx, Friedrich Engels, Moses Hess, L’ideologia tedesca, Milano, IEI, 1947, pp. 58-59. 147) von Hayek, Legge …, cit., p. 190. 148) Cit., p. 180. 149) Cit., p. 323. 150) Cit., p. 387. 151) Cit., p. 552. 152) Cit., p. 549. 153) Cit., p.499. 154) Cit., p. 338. 155) Cit., p. 352. 156) Cit., p. 451. 157) Cit., p. 473. 158) Cit., p. 374. 159) Cit., p. 379. 160) Cit., p. 459. 161) Cit., p. 482. 162) Cit., p. 523. 163) Cit., p. 344. 164) Cit., p. 508. 165) Cit., p. 72. 166) Cit., p. 526. 167) Cit., p. 531. 168) Cit., p. 535. 169) Ibidem. 170) Ibidem. 171) Ibidem. 172) Cit., p. 76. 173) Cit., pp. 80-81. 174) Hans Kelsen, Teoria generale del diritto e dello Stato, Milano, ETAS, 1994, p. 373. 175) Cit., p. 189. 176) Cit., p. 389. 177) von Hayek, Legge …, cit., p. 42. 178) Cfr.: Lepanto Focus n.8, La Proprietà privata ha bisogno del libero mercato? Sul web: www.lepanto.org/focus8 . 179) Platone, Repubblica, Libro V, 464 D-464 E. 180) Pietro de Francisci, Sintesi storica del diritto romano, Roma, Bulzoni editore, 1968, p. 7. 181) Publio Virgilio Marone, Georgica, I, 145. 182) Roberto Galaverni, Prefazione, in Virgilio, Georgiche, Milano, RCS, 2012, p. VI. 183) von Hayek, Legge …, cit., p. 277. 184) Cit., p. 288. 185) Cit., p. 285. 186) Cit., p. 300. 187) Cit., p. 274. 188) Cit., p. 329. 189) Cit., p. 382. 190) Cit., p. 451. 191)Cit., p.138. 192) Cit., p. 98. 193) Cit., p. 41. 194) Cit., p. 223. LEPANTO FOCUS n. 13 novembre 2012 IL CAPITALE ED IL LIBERO MERCATO: L’ANTAGONISMO FRA DUE CIVILTÀ. F.A. VON HAYEK: UN NEMICO DEL SOGGETTO INDIVIDUALE 195) Cit., p. 550. 196) Ibidem. 197) Cit., p.81. 198) Ibidem. 199) Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Roma, Luci sull’Est, 1998, p. 70. 200) Cit., pp. 63 e ss. 201) Cfr. Lepanto Focus n. 8, cit.. 202) Ibidem. 203) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 39. 204) Karl Marx, Il Capitale, cit., p. 206. 205) Cit., p. 257. 206) Cit., p. 277. 207) F. Engels, Anti-Dühring, in Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, vol.XXV, Roma, Editori Riuniti, 1974, p.90. 208) Cit., p. 102. 209) Cit., p. 109. 210) Karl Marx, Prefazione alla prima edizione, in Il Capitale, cit., p. 43. 211) von Hayek, Legge …, cit., p. 11. 212) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 180. 213) Cit., p. 223. 214) von Hayek, La società …, cit., p. 328. 215) von Hayek, Legge …, cit., p. 525. 216) Ibidem. 217) Cit., p. 517. 218) Cit., p. 357. 219) Cit., p. 359. 220) Ibidem. 221) Cit., p. 466. 222) Cit., p. 465. 223) cfr. Lepanto Focus n. 8, cit. 224) von Hayek, Legge …, cit., p. 382. 225) Cit., p. 195. 226) Cit., p. 326. 227) In realtà Alfred Bernhard Nobel (1833-96), inventore della dinamite, costituì col suo patrimonio una fondazione con il compito di finanziare l’assegnazione annuale di un premio in ciascuno di questi cinque settori: fisica, chimica, medicina, letteratura e pace. Questi sono i Premî Nobel. Molto più tardi, nel 1968, la Banca di Svezia, indignata dal fatto che finanzieri ed economisti non potessero fruire della prestigiosa passerella del Premio Nobel, istituì il “Premio per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”, da allora spacciato per il “Nobel dell’economia”. 228)von Hayek, Legge …, cit., p. 552. 229) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 52. 230) von Hayek, Legge …, p. 454. 231) von Hayek, La presunzione …, cit., p. 75. 232) von Hayek, Legge …, p. 551. 233) Cit., p. 84. 234) cfr. Lepanto Focus n. 8. 235) Antonio Gramsci, Americanismo e fordismo, Milano, Universale Economica, 1950, p.26. 236) Plinio Corrêa de Oliveira, La libertà della Chiesa nello Stato comunista, in “Cristianità”, nn. 11-12, 1975, p. 10. 237) von Hayek, Legge …, p. 256. 238) Karl Marx, Il Capitale, cit., Libro Terzo, Quinta Sezione, Capitolo ventisettesimo, p.1210. 239) Cit., p.1212. 240) von Hayek, La presunzione …, p. 233. 241) Angelo M. Petroni, Stefano Monti Bragadin, Introduzione, in von Hayek, Legge …, cit., p. XII. 242) Pier Luigi Porta, Prefazione, in Atti del Convegno, cit., p. 6. 244) A.M. Petroni, S. Monti Bragadin, cit., p.XII. 245) Gaetano Pecora, Il liberalismo anomalo di Friedrich August von Hayek, Soveria Mannelli, Rubbettino ed., 2002, p. 8. 246) Nicola Matteucci, L’eredità di von Hayek, Milano, Società Aperta ed., 1997, p. 63. 247) Sergio Ricossa, Introduzione, in von Hayek, La società …, cit., p.17. 248) Vittorio Mathieu, Prefazione, in Biagio Muscatello, Friedrich A. von Hayek, capitale, giudizi di valore e principi di ordine, Milano, FrancoAngeli, 2004, p. 11. 249) Giampietro Berti, Tutto il liberalismo in settanta pagine. Firmate da Von Hayek, in “il Giornale”, 22 settembre 2012, p. 35. 250) Plinio Corrêa de Oliveira, cit., p. 12. Sito web: www.lepanto.org Email: [email protected] Facebook: www.facebook.com/lepanto.org Twitter: centrolepanto