geniodonna www.geniodonna.it • www.geniodonna.ch Periodico di fatti e di idee di Como e del Cantone Ticino - Anno I - N. 2 - Novembre 2009 Poste Italiane Spa - Spedizione in A.P. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1 comma 1 - DCB Como RINASCERE E NON SUBIRE Como Mille occhi a difesa delle donne Ticino Chi picchia se ne va: la tutela delle vittime Finanziato dall’UE - progetto Geniodonna I.D. 7671128 - Interreg Italia/Svizzera Fondo Fesr il punto Il valore della diversità “Voi donne volete la parità? Ma non l’avete già?” E ci guardano increduli del fatto che non siamo contente di come stanno le cose oggi. Cerchiamo di chiarire. La parità, quella che oggi ci viene fatta vedere, o dicono di averci dato, non è ciò che vogliamo. Noi diciamo: ci serve la pari opportunità. “Non è la stessa cosa?”. No, per niente! Pari opportunità è consentire all’intelligenza femminile di esplicarsi secondo peculiarità proprie, diverse da quelle maschili; dare lo stesso punto di partenza per cui le donne si realizzino liberamente secondo il loro genio. è così difficile capire che le donne vogliono, in quanto donne, partecipare e contribuire alla società secondo valori di giustizia e di inclusione di tutti? Oggi sono prevalenti criteri patriarcali e maschili esclusivi: producono cattiveria, violenza, discriminazione. Più della metà della popolazione è tenuta in ombra perché esprime un’intelligenza diversa. Disegno (1953) di Saul Steinberg “Allora che bisogna fare?” Prima di tutto la parte maschile deve riconoscere l’irriducibile diversità dell’intelligenza femminile e, proprio per questo, ritenerla valore indispensabile. Accettare la diversità è il primo passo verso l’uguaglianza. Ma perché mai gli uomini dovrebbero da soli rinunciare alla loro supremazia e al loro potere? Qui sta il punto: debbono essere le donne a spingerli, compito che spetta a tutte. E questo è anche il piccolo contributo che il mensile tenterà di dare. Angelica GENIODONNA Direttore responsabile: Maurizio Michelini. Art director: Graziella Monti. Redazione Como ([email protected]): Guido Boriani, Cristina Sonvico, Idapaola Sozzani. Segretaria: Giulia Pelizzari. Tavola di copertina: Lorenzo Mattotti. Disegni: Giuseppe Bocelli, Elena Nuozzi. Como - Viale Giulio Cesare 7 - tel. 0312759236/0312499829 - Fax 0312757721 • www.geniodonna.it Redazione di Lugano-Massagno: Antonella Sicurello • [email protected] - via Foletti, 23 Condizioni di abbonamento per la Svizzera: frs. 50.- annuali (10 numeri). Editore: Senato delle Donne, presidente: Cristina Sonvico - via don Minzoni, 12 - Como - tel. 334.2308707 - p. 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La disponibilità generosa di Lorenzo Mattotti di sue tavole, ci consente di dare spessore visivo al discorso, e per questo lo ringraziamo. gd Sinfonia dell’angoscia di Stefano Palumbo Q uando lessi il Jekyll e Hyde per la prima volta, il libro era appena uscito: era il 2002 e sebbene ne fossi rimasto incantato, non posso dire che si trattò di una sorpresa vera e propria. Conoscevo gli autori fin dai tempi degli esperimenti del gruppo Valvoline, eppure ancora oggi Jekyll è tra le opere di Lorenzo Mattotti* e Fabrizio Ostani, in arte Jerry Kramsky*, quella che mi emoziona di più. Per spiegare i motivi di questa predilezione metto subito da parte il fascino indiscutibile che il capolavoro di Stevenson ha da sempre suscitato; Jekyll ed Hyde rappresentano, di fatto, uno degli archetipi centrali dell’immaginario collettivo dell’età industriale e realizzano la più celebre tra quelle “avventure interiori” destinate a chiarire i tratti fondamentali della fisionomia dell’uomo contemporaneo. Ciò che soprattutto rapisce è però il colore: prorompente, vorticoso, emozionante eppure dominato da un’intenzione rigorosa ed organizzato da un’energia chiarificatrice. C’è un’impressione netta nell’esplosione di rossi, verdi e azzurri intensi, accesi a un livello quasi irresistibile di saturazione o dei violetti o ancora dei lampi di giallo vibrante. Assistiamo a una sorta di eruzione vulcanica controllata, in cui le accensioni improvvise rispondono ad un disegno preciso intessuto di simmetrie e sincretismi narrativi. Il parallelo, forse scontato, è quello con la musica e Mattotti stesso parla di una “sinfonia dell’angoscia” dove la relazione reciproca tra testo e dominanza cromatica è, di volta in volta, destinata a esprimere la nevrosi di Jekyll o la terribile vitalità di Hyde, che pian piano si allarga fino ad occupare irrimediabilmente la scena. Il “solfeggio dei colori” serve dunque a delineare un’onda emotiva che nel suo svolgersi definisce i contorni e l’essenza stessa del racconto, al lettore rimane il piacere di farsi travolgere. Ma c’è qualcos’altro che nelle vignette del Dr. Jekyll subito ci cattura: è la possibilità di riconoscere forme, contenuti, atmosfere che ci sono familiari e che pure acquisiscono, ora, significati inediti. In molti hanno rinvenuto riferimenti stilistici espliciti all’Espressionismo, specialmente a quello tedesco di Grosz o Nolde, ma anche a Matisse e Bonnard. E infatti gli scorci di città, che dovrebbero descriverci la Londra del 1886, rimandano più decisamente ad atmosfere berlinesi e novecentesche. Sono già futuristi i bagliori elettrici e la rigorosa eleganza geometrica che arricchiscono gli aspetti di un universo decisamente votato, in quanto a ragione formale, alla sintesi tra macchina ed elettricità. Ecco cosa mi piace, dopo il piacere primario del colore: l’affollarsi di rimandi stilistici e culturali che diventano ambiente e la voglia di arricchire il racconto, al di là di ciò che i personaggi dicono e la sceneggiatura organizza, con miriadi d’informazioni supplementari condensate nelle atmosfere, nei dettagli della forma, nel respiro visivo d’ogni singola vignetta. è il trionfo di uno stile pittorico che alla massima raffinatezza unisce la più grande ricchezza emotiva e rende davvero grande questo Jekyll e Hyde. * Il profilo dei due autori è a pag. 20 Per saperne di più La polizia cantonale ha redatto opuscoli informativi, uno in 15 lingue “Stop alla violenza domestica”: si possono scaricare dal sito www.polizia.ti.ch o richiedere agli sportelli. La violenza ha il volto del compagno o dell’amico Ne sono vittime donne di tutti i ceti sociali, e non solo i più deboli, dichiara Pierluigi Vaerini capitano della Polizia cantonale ticinese di Antonella Sicurello “La violenza domestica non ha nulla a che vedere con il ceto sociale o la nazionalità: può colpire tutti, indistintamente”: il capitano della Polizia cantonale ticinese, Pierluigi Vaerini, ci tiene a sfatare la convinzione che siano soprattutto le donne delle fasce sociali più deboli e le straniere a subire violenza dal loro partner. I dati lo confermano: nel 2008 la polizia è intervenuta in 210 famiglie straniere, 181 svizzere e 150 miste, per un totale di 541 interventi. Il trend si conferma nel 2009: 96 famiglie con partner svizzeri, 117 straniere e 114 miste (327 interventi, dati aggiornati al 31 agosto). La polizia stima che le segnalazioni rappresentino circa il 10-15 per cento dei casi di violenza domestica. “In molti casi subentra la vergogna e le vittime cercano di risolvere il problema senza coinvolgere le forze dell’ordine”, spiega il capitano Vaerini. “Ma quando non sanno cosa fare, ci chiamano o si presentano ai nostri sportelli. Questo capita soprattutto alle straniere o alle vittime delle fasce di popolazione più svantaggiate che, a differenza dei ceti più abbienti, non hanno una rete di parenti o amici ai quali rivolgersi. A volte contattano il 117 o il 112 i vicini o i figli.” Negli ultimi cinque anni gli interventi per violenza domestica sono più che raddoppiati: nel 2004 erano circa 200. Dall’entrata in vigore della modifica della legge sulla polizia nel 2008, le vittime sono più tutelate: gli agenti, tramite l’ufficiale di picchetto, possono ordinare l’allontanamento (prima era solo volontario) delle persone che usano violenza. “Non è però sempre facile allontanare il padrone di casa” sottolinea Vaerini. “Ci sono reazioni di- 2 verse, ma finora non abbiamo quasi mai dovuto ricorrere alle maniere forti. Tutti rispettano questa misura. Chi non lo fa rischia una multa che, a dire il vero, non è molto salata. Spesso però sono proprio le vittime a riaprire le porte di casa al partner. ” L’autorità adotta la misura d’ufficio: la vittima non rischia ritorsioni Ma la vittima rischia estorsioni? “No, perché è l’autorità che decide la misura d’ufficio. La vittima ha la legge dalla sua parte e nei dieci giorni dell’allontanamento ha tempo per riflettere. Se lo vorrà, potrà avviare le procedure necessarie, come la separazione o la richiesta al pretore di altre misure di protezione.” La legge si sta quindi rivelando utile? “Direi di sì, come deterrente e misura educativa” sostiene Vaerini. “In alcuni casi, però, serve poco: la persona violenta ripete i suoi comportamenti con le stesse modalità.” non subire Gli atti violenti dei maschi in cifre Bambine, giovani, vecchie, belle, brutte, sane o malate: la violenza dei maschi non risparmia nessuna donna: oggi sono stimate in 6 milioni 743mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. i numeri dell’inchiesta resa pubblica nel febbraio 2007 da Istat e dal Ministero Pari Opportunità possono sembrare mostruosi oppure riduttivi. Ma i veri conti, partendo dalle statistiche, vanno fatti con il dolore, l’umiliazione, la disperazione, con il costo umano ed esistenziale di tante donne. Immaginate i loro volti e le loro storie e avrete uno spaccato dell’Italia di oggi che nessuno conosce fino in fondo perché sono pochissime le denunce (5% c.a.) e perché a livello sociale è più comodo vederlo di sfuggita e non come una specifica e precisa violenza dei maschi contro le donne: il che vuol dire vederlo con occhi strabici. I dati della Lombardia Le cifre riferiscono ad una situazione anche peggiore: in Lombardia le donne vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita sono il 34,8%, 3 punti percentuali in più rispetto alla media nazionale, mentre il 5,2 % delle donne del campione indagato ha subito violenza fisica nell’ultimo anno. Il 13,3% delle donne contattate dal centro antiviolenza di Telefono Donna di Como riferisce maltrattamenti di durata inferiore a 1 anno, mentre le altre riferiscono maltrattamenti prolungati. I dati della violenza Indagine Istat 2007 su un campione di 25mila donne intervistate in età compresa fra i 16 e i 70 anni. Le vittime di violenza fisica o sessuale sono il 31,9% • 5 mil. hanno subito violenze solo sessuali (23,7%) • 3 milioni 961mila violenze fisiche (18,8%) • 1 milione di donne ha subito stupri o tentati stupri (4,8%) • Il 14,3% ha subito violenza fisica o sessuale dal partner • Il 24,7% ha subito violenze da un altro uomo Rilevazione del 2006 • 1 milione e 150mila ha subito violenza (5,4%) di cui un quarto sono fra i 16 e i 34 anni (24,2%) • Il 3,5% di tutte le donne ha subito violenza sessuale • Il 2,7% fisica • Lo 0,3% ha subito stupri o tentati stupri (74mila) • La violenza domestica ha colpito il 2,4% delle donne • Quella al di fuori delle mura domestiche il 3,4%. La percezione della violenza subita in famiglia • Solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un reato •per il 44% è stato qualcosa di sbagliato •Per il 36% solo qualcosa che è accaduto •Solo il 26,5% considera lo stupro un reato •Il 34,5% delle donne ha dichiarato che la violenza subita è stata molto grave •Il 29,7% abbastanza grave •Il 21,3% delle donne ha avuto la sensazione che la propria vita fosse in pericolo in occasione della violenza subita Le conseguenze • 44,9% ha sofferto di perdita di fiducia, autostima e sensazione di impotenza • 41,5% ha avuto gravi disturbi del sonno, ansia • 37,4% condizione di profonda ansia • 35,1% condizione di depressione acuta • 27,2% ha subito ferite a seguito della violenza • 24,3% notevoli difficoltà di concentrazione • 24,1% le ferite sono state gravi e hanno richiesto cure mediche • 18,5% dolori in diverse parti del corpo • 14,3% difficoltà a gestire i figli • 12,3% ricorrenti idee di suicidio e autolesionismo 3 non subire Una rete di mille occhi per difendere le donne Un nuovo protocollo che unisce gli sforzi di polizia, carabinieri, centri assistenziali. Parla Jerta Zoni presidente di Telefono Donna di Como di Idapaola Sozzani C ento, mille occhi per tutelare le donne dalla violenza, un fenomeno che è sempre più diffuso, anche se i casi non sempre vengono denunciati. Gli “occhi” fanno parte di una rete stesa sul territorio comasco che coinvolge polizia, carabinieri, Prefettura, Telefono Donna, Asl, i centri di Pronto soccorso, i servizi sociali, l’Ufficio scolastico provinciale e le Caritas. La rete inizia dal monitoraggio per individuare situazioni di pericolo e giunge fino ad assistere, proteggere, accogliere in luoghi sicuri e poi reinserire le donne che hanno subito violenza. Si tratta di una nuova strategia corale, fra le prime inaugurate in Lombardia, di azioni congiunte; ne parliamo con Jerta Zoni, presidente di Telefono Donna, associazione comasca impegnata dal 1991 nel soccorso alle donne; nel 2008 l’associazione ha coordinato il tavolo di lavoro “antiviolenza” promosso da Provincia e Prefettura di Como. All’inizio c’è stata una fase di ricerca sul campo durata 4 un anno, sviluppata attraverso interviste dalla sociologa Paola Della Casa nell’ambito del progetto Azioni di sostegno e supporto ai piani di zona nell’area della donna vittima di maltrattamenti. Dalla ricerca emergeva la notevole discrepanza fra entità reale del fenomeno violenza nella nostra provincia e l’esiguo numero di donne che lo denunciano o si rivolgono ai servizi sociali o ai centri antiviolenza. In occasione dell’8 marzo 2009, è stato sottoscritto un protocollo con linee guida di azioni coordinate per prevenire e contrastare la violenza alle donne. “Finora – spiega Jerta Zoni – sul singolo caso di violenza o di maltrattamenti, i vari soggetti hanno operato individualmente, ciascuno dal proprio fronte con approcci, obiettivi e metodologie diversi. Ciò ha comportato per la donna una ulteriore fonte di stress e disagio, che andava ad aggiungersi al trauma della violenza. “La mancanza di coordinamento e di passaggio di consegne fra i soggetti che si trovano a gestire la violenza sulla donna dai rispettivi versanti finiva spesso per vanificare i percorsi di sostegno e non subire di recupero messi in atto. Primo impegno dei firmatari del protocollo è fare emergere il fenomeno, promovendo nella provincia di Como campagne sociali d’informazione e di sensibilizzazione. Fondamentale poi sarà seguire l’evoluzione temporale dei casi di violenza, praticando un monitoraggio qualitativo e quantitativo: c’è l’onere per tutti noi di trasmettere ogni sei mesi alla Provincia di Como schede segnaletiche sui casi di violenza intercettati, tutti, ovviamente, coperti da anonimato; da marzo 2009 le schede sono uniformate secondo un unico schema standard di compilazione, finalmente comparabile ai fini di un monitoraggio statisticamente significativo. Altro obiettivo del protocollo è riconoscere meglio la violenza dove e quando viene esercitata e subita: ciò va realizzato migliorando la formazione e le competenze diagnostiche degli operatori che sono preposti a riconoscerla (medici, psicologi o personale delle forze dell’ordine che in genere, per primi intervengono per la denuncia o il soccorso). A fare la differenza per la donna e a garantirle il successo nel percorso per uscire dalla violenza sarà proprio la migliore integrazione delle azioni e procedure di tutti gli attori antiviolenza: dal momento della presa in carico delle volontarie di un centro antiviolenza o dalla fase ospedaliera del Pronto soccorso e della denuncia alle forze dell’ordine, per poi passare nella fase di allontanamento dal violentatore o dal molestatore – che più spesso si trova nella famiglia ed è il marito o il convivente o l’ex-partner della donna – fino a intraprendere percorsi di recupero dal trauma e di reinserimento socio-lavorativo graduale. Resta forte l’obiettivo della prevenzione, soprattutto sul fronte culturale nei confronti della opinione pubblica, con interventi sui giovani, a cominciare dall’ambito scolastico: l’Ufficio Scolastico Provinciale può svolgere in questo un ruolo di riferimento. Il protocollo congiunto consegna dunque a tutti nuove responsabilità e capacità di lavorare fianco a fianco, in una rete tesa a intercettare e vincere la violenza alle donne.” 5 non subire La Svizzera ha introdotto alcune innovazioni legislative per la difesa della integrità fisica, psichica, sessuale delle vittime “Chi picchia se ne va”: la legge tutela la donna di A. Sic. U na persona che subisce violenza tra le mura di casa non combatte più da sola. Dal 2008, in Ticino, chi usa violenza può essere allontanato per dieci giorni, secondo il principio “chi picchia se ne va” (vedi intervista al capitano Pierluigi Vaerini, pag. 2). La decisione spetta all’agente di polizia che, dopo essere stato contattato dalla vittima o da terzi, valuta se ci siano i presupposti di “un serio pericolo per l’integrità fisica, psichica o sessuale di altre persone facenti parte della stessa comunione domestica” (articolo 9a della Legge sulla polizia). Grazie alle nuove leggi (perseguibilità d’ufficio) introdotte in Svizzera negli ultimi anni, la donna può difendersi e vedere punito chi la maltratta. Ci sono però voluti trent’anni di discussioni, studi e statistiche per arrivare a questo risultato. La legge federale del 1993 concernente l’aiuto alle vittime di reati fu il primo passo verso il ricono- 6 scimento, da parte dello Stato, di un problema che non doveva più rimanere privato. I Cantoni dovettero creare i consultori cui potevano, e possono tuttora, rivolgersi anche le vittime di violenza domestica (in Ticino si chiamano Unità di intervento regionale, attive a Bellinzona, Locarno, Viganello e Mendrisio). Il fenomeno della violenza familiare divenne sempre più preoccupante, anche alla luce della prima indagine condotta in Svizzera l’anno successivo. Su 1.500 donne intervistate telefonicamente, quasi il 21 per cento aveva subito violenza dal partner. Dieci anni dopo, nel 2003, su 1.975 donne dai 18 ai 70 anni, il 39 per cento aveva dichiarato di essere stato vittima di violenza fisica o sessuale almeno una volta da adulto. Fare un quadro preciso della problematica familiare non è però semplice, visto che non esistono statistiche neppure a livello nazionale. I casi segnalati, infatti, sono pochi e non rispettano la situazione reale: molte donne preferiscono subire in silenzio non subire piuttosto che rischiare ritorsioni oppure optano per l’oblio; gli uomini si vergognano di confessare che la propria partner li maltratta. Dalla ricerca sul numero di omicidi e tentati omicidi dal 2000 al 2004 si possono però estrapolare alcuni dati. Ad esempio, il 45 per cento delle vittime ha subito violenze domestiche: 317 erano donne, 159 uomini. In media ogni anno sono state uccise 25 donne in seguito a violenza familiare. L’85 per cento conosceva l’aggressore, che nel 74 per cento dei casi viveva con loro. Chi picchia se ne va Prima della modifica del codice penale nel 2004, gli atti di violenza erano perseguiti penalmente solo se la vittima presentava una querela. Oggi, invece, le lesioni personali, le minacce e la violenza carnale commesse tra coniugi e partner sono perseguibili d’ufficio, quindi anche indipendentemente dalla volontà della vittima. A livello civile, sono state introdotte nel 2007 alcune misure di protezione per le vittime di violenza, minacce e insidie: divieto di avvicinarsi, trattenersi in determinati luoghi e mettersi in contatto con loro. Spetta a chi subisce violenza chiedere al tribunale di ordinare queste misure. Sulla base del nuovo articolo del codice civile (28b), la maggior parte dei Cantoni ha disciplinato la procedura di allontanamento dal domicilio e dalle immediate vicinanze della persona violenta. Aiuto medico-psicologico anche per i violenti In Ticino le vittime di violenza domestica hanno una valida rete di sostegno, mentre mancano strutture specifiche che si facciano carico degli autori della violenza. Se ne sta discutendo da tempo, ma non c’è ancora nulla di concreto. In genere, dopo l’intervento della polizia, le persone violente sono indirizzate al medico o ai servizi sociali e psicosociali. “La mancanza di un supporto specialistico è una lacuna che va colmata e sono attualmente allo studio delle soluzioni”, dichiara il Governo ticinese rispondendo a un’interrogazione della parlamentare Pelin Kandemir-Bordoli sulla situazione della violenza familiare in Ticino. Anche perché l’aumento dei casi segnalati alla polizia negli ultimi anni non è da sottovalutare. “La violenza domestica comincia a non essere più considerata solo un fatto privato, da circoscrivere entro le mura domestiche, bensì una realtà che tocca l’intera comunità”. 7 non subire Il nostro corpo non deve essere merce 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Geniodonna dà vita a un forum fra donne di diversa età ed estrazione sociale sulla violenza dei mass media che usano l’immagine femminile come oggetto sessuale di promozione di merci Ana Rosa Ruiz (Docente): Vivo in Italia da molti anni ma mi reco più volte l’anno nella mia Spagna e così posso comparare due situazioni. La decadenza televisiva italiana c’è davvero. In piena crisi la TV pubblica continua a propinare alla famiglia italiana – riunita ormai solo per la cena serale davanti al teleschermo – quell’edificante modello costituito di prosperose vallette sculettanti, ammiccanti o, quando si è fortunati, sorridenti ma perfettamente insulse. Nella Spagna di Zapatero non esiste un fenomeno analogo di “veline”, “vallette” o “escort”. Non c’è un uso mediatico fra il disinvolto e il pornografico del corpo della donna, anche perché esiste un “Osservatorio sulla dignità della donna” che costantemente controlla i programmi: per esempio ha bloccato anche certe pubblicità impresentabili, come una nota promozione di Dolce e Gabbana che in Italia è circolata per mesi, mentre in Spagna è stata ritirata dopo due giorni. E lì i miei amici mi domandano: “Possibile che voi donne in Italia accettiate tutto questo senza protestare?” Ornella Benzoni (Psicoterapeuta): Mi sembra che la deriva estetizzante a cui stiamo assistendo circa l’immagine della donna abbia a che fare con una sorta di degenerazione del tanto decantato gusto estetico italico. Per secoli ha alimentato il sistema culturale, con il concetto di “bello” nell’arte e in letteratura. Negli anni più recenti invece è stata la cifra dello style-system italiano, del “sistema moda Italia” esportato nel mondo: insomma il bello come valore, capace anche di portare la ragazza che a esso si affida a una sistemazione. È l’esasperazione del concetto di forma, che prende tutto lo spazio e non lascia nulla ad altri tipi di merito. Per fare 8 un esempio, dove noi italiani diciamo “un bel libro” gli anglosassoni dicono un “buon libro” sottolineando la responsabilità sociale dello scrivere/ leggere contrapposta al piacere estetico puramente individuale della lettura/scrittura. Chiara Ratti (Responsabile Comunicazione): Concordo in pieno. C’è il caso recente di Emma Marcegaglia che, intervenuta in recenti convegni della Confindustria con molti argomenti pertinenti sui temi della crisi, più che essere citata per i suoi contenuti, in un articolo è stata individuata e quasi redarguita perché indossava “la solita” giacca con cui era già apparsa in un’altra occasione pubblica. Insomma nemmeno il potere e la rappresentatività guadagnati da una donna per merito possono sottrarsi all’invadenza e all’onere dell’estetica. Nel giornalismo attuale la donna va “alleggerita” col gossip. Anche l’accettabilità della donna in TV va pilotata: quando è invitata nei “salotti” come esperta a parlare di argomenti impegnativi le si lascia solo qualche minuto per “pigolare qualcosa” e intanto se ne inquadra solo una parte: gambe, seno, tutt’al più lo sguardo, doverosamente sottoposto a un trucco accurato. Nanni Petronio (Informatica): La televisione è diventata pervasiva nella vita della generalità delle persone e spesso rappresenta l’unica fonte di informazione. Anche certa stampa che si propone come alternativa non sembra avere remore a fare un uso equivoco del corpo della donna. Fino a pochi anni fa non sarebbe stato né politicamente né eticamente corretto. Ora la comunicazione di massa, con la connivenza dei professionisti della comunicazione, porta a non subire un abbassamento dei livelli del linguaggio, delle metafore e dei codici comunicativi che diventano sempre più volgari, gergalizzati e affidati a stimoli subliminali. Ho però l’impressione che la gente percepisca che si tratta di un gioco “truccato”: è una piazza mediatica dove c’è un’ipocrisia di fondo che consiste nell’omologarsi, per non apparire retrogradi, e nel dichiarare, di fronte agli altri, che è un valore ciò che intimamente (e in privato) consideriamo un disvalore. Antonella Vanini (Sociologa): C’è un problema di educazione e di consapevolezza degli stereotipi di genere: mi viene in mente il libro Dalla Parte delle Bambine di Elena Gianini Belotti: andrebbe riletto, è sempre attualissimo. Gli stereotipi generati dalla struttura paternalistica della nostra società non sono mutati: lo si è visto nel caso di Veronica Lario e del premier. Ha potuto essere rappresentata solo come una buona moglie e poi come una cattiva moglie, mai come una persona autonoma che rivendicava di poter prendere le distanze da ciò che il marito faceva o dai disvalori che incarnava. Paola Soldati (Caposala Ospedaliera): La mia generazione con il femminismo ha avuto la fortuna di “fare autocoscienza”. Noi non avremmo permesso al sistema di definire il nostro ruolo e la nostra immagine: noi siamo state donne forti, non omologate, ciascuna con le sue diversità; avevamo modelli diversi che abbiamo cercato di trasmettere alle nostre figlie. Il nostro è stato comunque un modello vincente: sicure di noi, abbiamo lavorato con una nostra professionalità, non ci siamo sottratte alle difficoltà che abbiamo incontrato. Dopo trent’anni siamo ancora qui a discutere. Noi non siamo la mamma di Noemi, o quelle che regalano il seno rifatto alla figlia per i diciotto anni. Cristina Sonvico (Assistente Sanitaria): I cambiamenti sociali e nell’organizzazione del lavoro intervenuti in pochissimi anni sono stati profondi: la situazione di base diffusa è di incertezza e precarietà; la globalizzazione sembra incapace di darci le stesse garanzie degli anni del boom economico. Ai giovani appaiono più premianti i compromessi, l’appoggio di un potente, per raggiungere con il minimo sforzo e velocemente il cosiddetto successo, che spesso ha un destino effimero. Perché – si dicono – impegnarsi in investimenti sproporzionati e in costi esistenziali alla lunga frustranti? O. Benzoni: Ora che la donna ha cominciato a guadagnare altre valenze sociali oltre al proprio corpo, e cioè consapevolezza e cultura, lavoro e autonomia economica, è paradossale il ritorno a questo “corpo da offrire”, come nelle epoche che oggi ci sembrano lontanissime quando, per salvarsi da condizioni di penuria e asservimento, la donna si affidava alla prostituzione o a un buon matrimonio, oppure doveva negare il corpo facendosi monaca. Giovanni (Impiegato ventisette anni): La pubblicità svilisce l’immagine femminile: il cliché è “bella e stupida”. è un fatto diseducativo anche per gli uomini: nella vita reale non ti imbatti mai in donne così. Il risultato è di aumentare nella vita di tutti i giorni l’aggressività degli uomini e di generare un senso di inferiorità e insicurezza e di frustazione generalizzato in donne normali. Spetta soprattutto alla donna, con la sua razionalità, giocare un ruolo responsabile in queste dinamiche e scegliere per il meglio. Elena Merazzi (Casalinga, già presidente di Più Donna): La pubblicità punta su un meccanismo subliminale che unisce l’immagine del prodotto a quella di una donna e di un corpo per evocare piacere erotico con finalità promozionali e di vendita. Alla domanda se le donne siano vittime del sistema mediatico o complici per interesse o stupidità, molti rispondono che la donna in definitiva ammette che il suo corpo è più efficace della sua mente nella penetrazione sociale e nell’acquisire posizioni di vantaggio. A.R. Ruiz: Per cambiare le regole serve sì la sensibilità femminile, ma bisogna che le donne occupi- 9 non subire no i posti di potere. In Spagna solo con l’arrivo al governo delle donne le leggi e le regole sono cambiate. Per cambiare serve il potere e solo il sentire delle donne può ispirare le regole nuove che vanno a costruire spazi e contenuti sociali diversi. Idapaola Sozzani (Giornalista): Anche la generazione di donne cresciute negli anni ‘70 ha conosciuto un riflusso: dopo le battaglie per acquisire qualche legge sui diritti civili – che hanno fatto tanto comodo anche agli uomini – come pillola, divorzio e aborto, abbiamo nutrito l’illusione di avere improvvisamente colmato un’arretratezza antica. Ci eravamo emancipate dall’obbligo di generare e potevamo lavorare di più, eravamo libere di andarcene dall’uomo che non amavamo ed eravamo pronte per una identità e relazioni nuove. Ma questa identità femminile e il potenziale relazionale diverso sono di là da venire. La donna si è appiattita su valori maschili. I veri cambiamenti li ha imposti la globalizzazione, manovrata da menti maschili: è la “modernità liquida” di cui parla Zigmunt Bauman: lavoro, carriera, più soldi e più sesso insieme al mito della visibilità e del successo sociale. Oggi si sono perse alcune libertà: la precarizzazione del lavoro priva le donne del diritto alla maternità, i figli si fanno poco e tardi. Chiara (Ragazza ventenne): Ritengo questi modelli siano pericolosi per le donne più giovani perché le inducono a esasperare la cura estetica del corpo e a partire dall’aspetto esteriore per costruire i rapporti interpersonali. La donna non ha che da perdere adeguandosi allo stereotipo che associa il successo alla bellezza e la bellezza alla volgarità. Anche i disturbi alimentari delle giovanissime (anoressia e diete esasperate) sono associati all’ossessione irraggiungibile di un corpo perfetto, alimentata dagli stereotipi televisivi e giornalistici. 10 O. Benzoni: In un’epoca che ha innalzato il mercato a valore dominante, era inevitabile anche la mercificazione dei rapporti e delle esperienze fondamentali della vita umana (pensiamo alle banche del seme e degli ovuli, alla vendita degli organi e alla fecondazione assistita). Così l’oggettivazione della donna è la spia del tentativo di evitare la relazione fra uomo e donna, evidentemente troppo problematica e impegnativa da vivere. I due si allontanano sempre di più, l’incontro e il dialogo non sembrano più una prospettiva praticabile. E. Merazzi: Le donne stanno vivendo due vite in una: quella sociale, lavorativa, in cui adottano codici maschili competitivi e si adeguano a stereotipi sociali progettati al maschile; poi quella familiare, con lo scarso sostegno degli uomini, non ancora reclutati sul fronte familiare nella condivisione dei tempi della cura. Due vite in una che non lasciano sufficienti energie per accrescere la propria identità, per dedicarsi alla politica e riempire quel 50% di quote che pure rivendichiamo. A. Vanini: Io nell’ambito familiare ho cercato di praticare la via della delega: solo per questo sono riuscita a lavorare moltissimo. Intanto, delegando, gli altri della famiglia compiono un percorso di crescita: la delega è una strada obbligata da percorrere. Chiedere welfare e delegare maggiormente è forse l’unica prospettiva per la donna di uscire dalla empasse attuale. Tonina Santi (Ex Consigliera Provinciale di Parità): Non sono d’accordo sulla corresponsabilità alla pari per le donne e per il “sistema”. Non dimentico mai che il mondo è ancora a conduzione maschile. Non ci può essere parità se c’è un maschile che ha ancora il potere di comperare l’oggetto donna, se ancora si rappresenta la donna come un oggetto e l’uomo come quello che consuma l’oggetto. La donna non può effettivamente scegliere la sua identità perché il suo potere reale nella costruzione delle categorie sociali e della rappresentazione del mondo è ancora scarso. La donna mi sembra che oggi viva una gran voglia di omologarsi al maschile. Di appiattirsi su valori maschili. Una vera autocostruzione della donna per darsi una identità autonoma diversa dalle proiezioni maschili è ancora molto lontana. In Ticino 16 giorni contro la violenza Il calendario a pagina 56 non subire Un rifugio sicuro top secret per ritrovare se stesse Casa delle donne e Casa Armònia sono le strutture ticinesi che accolgono le vittime di violenza familiare. La loro ubicazione è segreta di A. Sic. U n luogo di rifugio ma anche di riflessione. Le case di accoglienza hanno proprio questo compito: permettere alle donne maltrattate di fare ordine nella propria vita e di capire come liberarsi dalla violenza. In Ticino ce ne sono due, una nel Sottoceneri e l’altra nel Sopraceneri (l’indirizzo è segreto): le gestiscono due associazioni che danno anche una consulenza alle vittime di violenza e alle persone con difficoltà relazionali. Qui si cerca una risposta L’Associazione Consultorio delle donne di Lugano nasce nel 1985 per offrire gratuitamente un aiuto a uomini e donne con problemi familiari, economici, lavorativi e scolastici. In media, ogni anno si rivolgono al consultorio 750 donne. Nel 1989 l’associazione inaugura la Casa delle donne. “È un luogo dove affrontare i propri problemi” spiega la responsabile Sonny Buletti, docente di scuola elementare ed educatrice specializzata. “Con l’aiuto nostro e di una rete di esperti la donna valuta le possibili risposte e sceglie quella che si sente di fronteggiare. Accogliamo più straniere” continua Buletti, “perché sono soprattutto loro a non avere parenti vicini ai quali chiedere aiuto. Le donne ospitate sono di età e ceto sociale differen- ti. La violenza è perpetrata dai partner, dai fidanzatini o dai genitori. Nel caso di persone anziane, anche dai figli.” Nel 2008 sono state accolte 15 donne e 14 bambini. “Il numero è abbastanza stabile e i soggiorni sono brevi, di uno o due mesi” rileva Buletti. “Vi sono però sempre più donne vicine allo squilibrio psichico che hanno bisogno di più tempo per riprendere in mano la propria vita.” La vera sfida inizia fuori dalla casa. “Più della metà delle donne ospitate tenta la vita da sola o con i figli” afferma Buletti. “Altre provano a riallacciare la relazione con il marito, con una terapia di coppia o l’aiuto di un assistente sociale.” Di fronte alle esperienze di queste donne è spesso difficile rimanere indifferenti e intervenire nel modo corretto. Conclude Bulletti: “Bisogna trovare l’equilibrio tra ciò che è giusto fare e dire e quello che non lo è. Bisogna dar spazio all’empatia e tracciare un confine affettivo.” Per informazioni Consultorio delle donne, via Vignola 14, 6900 Lugano. Telefono 091 9726868. Consultorio Alissa, vicolo Von Mentlen 1, 6500 Bellinzona. Tel. 091 826 1375; Casa Armònia, telefono 0848 334733 www.associazione-armonia.ch Un percorso per ritrovarsi Nel Sopraceneri è l’associazione Armònia a dare un aiuto alle donne. Da diciotto anni le ospita nella Casa Armònia e da qualche anno si avvale anche del Gruppo d’incontro e del consultorio Alissa aperto a uomini e donne (l’anno scorso hanno chiesto una consulenza 183 donne e 7 uomini, mentre al picchetto telefonico sono arrivate 850 chiamate, di cui 80 segnalazioni). Le donne che fuggono trovano rifugio in un luogo molto protetto. Nel 2008 sono state ospitate 18 donne con 14 bambini. La maggior parte di loro si è fermata per meno di 10-20 giorni ed è tornata dal marito. Il percorso all’interno della Casa è ben definito. “Innanzitutto Segue a pag. 12 11 non subire Uomini smettete di essere invisibili a voi stessi di Grazia Villa D a oltre trent’anni scrivo, penso, rifletto sulla violenza di genere, ovviamente non come esercizio intellettuale, frutto di una dolorosa astrazione, né come impotente spettatrice di cronache truculente, ma come sforzo di assunzione di responsabilità verso la storia di liberazione delle donne e come tentativo di rispondere alle tante mai indistinte lacrime raccolte nell’otre ricolmo del mio studio legale. Lacrime di donne maltrattate, vilipese, schiacciate, rese impotenti o sterili, che mi inducono a continuare la ricerca, a comprendere, denunciare, indignarmi, ribellarmi, perché al loro dolore si accompagna spesso la forza, l’esperienza viva e consolante di un quotidia- no che si squarcia all’improvviso e qualche volta si illumina con il coraggio di un’azione, la speranza di un dirompente desiderio di libertà, la forza dello spezzare catene di soggezione, la fierezza di un sorriso riconquistato, la gioia di uno sguardo nuovamente limpido. Da loro ho imparato e ho avuto conferma, come senza una presa di coscienza degli uomini, dei maschi sul problema della violenza di genere, nessun altro passo avanti debba e possa essere richiesto, anzi a volte persino preteso, proprio da loro, ancora oggi dal pensiero femminista, tanto da rendere intollerabile la protervia con cui il già pericoloso slogan “usciamo dal silenzio”, sia stato prontamente utilizzato per denunciare il presunto colpevole tacere delle donne sulla violenza che le Segue da pag. 11 si cerca di capire, ma senza fretta, la storia e gli obiettivi della donna” racconta l’operatrice. “Aiutiamo le ospiti a trovare alternative che valgano a migliorare la loro situazione di vita.” All’inizio la maggior parte delle vittime non vuole più avere nulla a che fare col partner. “Molto spesso, pe- rò, appena lo sentono al telefono cedono, compiendo un errore.” “Tornano dal partner perché vivono lo stare insieme come un fattore esistenziale necessario”, puntualizza Linda Cima-Vairora, psicoterapeuta e presidente dell’associazione di aiuto psicologico alle donne Armònia. 12 “Per questo credo che si debbano aiutare anche gli autori di violenza a capire le ragioni della propria aggressività. In alcuni Cantoni esistono da tempo associazioni che intervengono a questo livello, mentre in Ticino non c’è ancora una struttura che lavori in questa direzione.” non subire riguarda. Scelgo allora provocatoriamente di “limitarmi” a dar voce a quegli uomini che hanno deciso di uscire dal silenzio, di spezzare le complicità, di dare un nome di genere maschile alla loro violenza. Per tanti anni hanno parlato in nostro nome ora proviamo a lasciarli parlare in loro nome, purchè lo dichiarino e ne riconoscano la parzialità: un dire a partire da sé, a cui come donna voglio provare a dare credito. è un maschio Marco Deriu (appello “La violenza sulle donne ci riguarda” La Repubblica 8 marzo ‘09) che invita: “Allora piantiamola una buona volta di parlare di violenza sulle donne e cominciamo a dire violenza degli uomini (…) Gli uomini non odiano le donne, ne sono terrorizzati. Ho analizzato molti casi di cronaca. Nella maggioranza delle violenze domestiche, il violento cerca disperatamente di sottomettere la donna di cui in realtà è debitore, dipendente, senza la quale sarebbe finito. La violenza misogina di oggi non è il ritorno del patriarcato, è il sintomo del suo crollo. (…) Si parla solo di difendere le donne. Ma chi le difende? Gli uomini, è chiaro! Così l´uomo come autore della violenza scompare, e si vede solo l´uomo protettore. Soldati per le strade, ronde, tentativi di linciaggio degli stupratori perfino la legge del carcere: sono tutte risposte maschili, legali o illegali, ma tutte dentro la medesima logica proprietaria che genera la violenza sulla donna: confermano una supremazia, non la contrastano”. Ed ancora un uomo, Massimo M. Greco, (Ripensare l’identità maschile, Cons. Aetna Net del 17 settembre 09) dichiara “... il tema della violenza maschile contro cui ci siamo confrontati è partito dall’idea che il problema non riguardasse figure devianti, ma uomini che si muovono all’interno di categorie del maschile generalmente condivise (…) La violenza degli uomini contro le donne evoca gravi abusi ma anche piccole prevaricazioni e di questi diversi ordini logici bisogna tenere conto, per non calibrare le proposte di cambiamento solo sugli stati d’eccezione (…) Chiamati a interrogarsi sulle radici della violenza, alcuni uomini ne individuano il fondamento nella tradizione culturale, altri nel corredo biologico, altri ancora si tengono in equilibrio fra natura e cultura. (…) Quando però si cominciano a mettere in discussione le strutture profonde che stanno dietro la violenza, cade il senso di approvazione, autorevolezza e persino legittimazione politica da parte di non pochi uomini”. Infine come osserva Stefano Ciccone (Oltre la miseria del maschile): “Un uomo che sceglie di investire nella riflessione sulla propria identità sessuata appare ancora oggi, soprattutto nel nostro Paese, un po’ strano, mentre se questa scelta è dettata da una presa di responsabilità, la sua autorevolezza e la sua virilità ne vengono incrinate”. Se è vero che: “è in atto una vera e propria guerra sanguinaria contro un sesso che ha solo una colpa: non si sottomette più, non piega più la testa, non acconsente per dovere, pensa in autonomia, si pensa libero come l’altro”; se è vero che: “la guerra disperata degli uomini usa molte armi cruente: pugni, calci, stupri, coltellate, pistolettate, fucilate, passa per le grandi metropoli e i piccoli centri di provincia, da nord a sud, è perpetrata da maschi di ogni età”; se è vero che: “Le motivazioni di questa guerra passano da una debolezza piena di incapacità, da una cecità, un rifiuto, una pochezza, dalla rabbia che si fa forza belluina, la rabbia di non poter più pretendere di essere amati nei modi e nei tempi decisi da una sola parte, la loro, e la rabbia di non poter più gestire un matrimonio, una convivenza, i figli senza contraddittorio” (Valeria Vigano - L’Unità 24 giugno 2009); allora, con María Milagros Rivera Garretas: “Chiediamo agli uomini che hanno conosciuto qualche volta l’amore - e sono molti perché senza amore non sarebbero vivi - di pensare tra loro un uomo nuovo: un uomo non violento, un modo di essere uomo che riconosceranno tra quelli che già ci sono e decideranno come sarà. Solo questo può rendere impensabile la violenza contro le donne: impensabile come è impensabile oggi il cannibalismo”. E con le donne della Casa delle donne maltrattate di Pesaro: “Chiediamo agli uomini di smettere di essere invisibili a se stessi”. 13 non subire Mobbing: ti perseguito e ti licenzio di Cinzia Miani C on il termine mobbing si indica una forma di aggressione e/o prevaricazione ripetitiva e continuativa, nei confronti di uno o più lavoratori da parte del datore di lavoro, di superiori o colleghi e che si realizza attraverso vari comportamenti. L’accanimento ripetitivo nei confronti del mobbizzato per un certo periodo ne rappresenta il nucleo. Il mobbing si definisce orizzontale, quando l’azione viene esercitata dai colleghi o superiori o verticale, quando viene esercitato dal datore di lavoro anche per tramite dei suoi sottoposti: è quindi uno strumento per allontanare persone che non servono più all’impresa, inducendole alle dimissioni o creando delle situazioni che portano al licenziamento. Altre volte è utilizzato per costringere i dipendenti ad accettare situazioni che altrimenti avrebbero rifiutato, come lavori umilianti, ritmi sostenuti, paghe inferiori, trasferimenti, oppure a rinunciare alle retribuzioni dovute. Le condotte in cui si manifesta sono: l’emarginazione e l’isolamento della vittima, le continue critiche sul suo operato, l’addebito di contestazioni 14 infondate e conseguenti sanzioni pretestuose; la diffusione di maldicenze all’interno e all’esterno dell’azienda, la lesione dell’immagine e/o della reputazione del soggetto davanti ai colleghi, clienti o superiori, l’assegnazione di compiti dequalificanti e umilianti, l’imposizione di turni gravosi; il demansionamento e il depauperamento professionale, l’esclusione da corsi di aggiornamento, spostamenti continui da un ufficio all’altro, abuso di controlli medici fiscali, pressioni psicologiche, molestie e violenze sessuali, cambiamenti negativi della postazione di lavoro fino anche alla sua totale soppressione, sottrazione di personale sottoposto e di appoggio, ostacoli all’accesso a determinate zone o servizi; istigazioni contro la vittima e sovvertimento dei rapporti gerarchici tra la vittima e i suoi sottoposti, e infine provocazioni per indurre il soggetto a reagire in modo incontrollato. Per quanto riguarda in particolare le donne, estesa risulta la casistica giurisprudenziale in tema di violenze e molestie sessuali perpetrate dal datore di lavoro o da colleghi. Tali atti, pur costituendo fattispecie diversa dal mobbing, possono essere anche centrali in quest’ambito. Infatti, rifiuti, resistenze o reazioni ad atti sessuali all’interno dell’azienda, possono essere all’origine di un’azione di mobbing. La vittima può richiedere in giudizio un risarcimento del danno, ma la prova da dare al giudice si presenta insidiosa perché l’azione mobbizzante si sviluppa in un periodo di tempo esteso, attraverso molteplici episodi vessatori, con la partecipazione di più soggetti, quindi la prova necessita delle testimonianze dei colleghi, che potrebbero essere coloro che stanno mobbizzando, o che temono ripercussioni da parte del datore di lavoro. non subire Strattoni alla legge per punire le molestie sul posto di lavoro di Laura Tettamanti I l nostro ordinamento non prevede espressamente il reato di mobbing; tuttavia, in molti casi, i giudici hanno riconosciuto rilevanza penale a comportamenti che rientrano in quella figura, facendo riferimento a fattispecie di reato già codificate, che – a seconda dei casi – meglio si prestavano a tutelare i diritti aggrediti dalle condotte mobbizzanti. Per quanto riguarda il contesto lavorativo privato, la giurisprudenza ha fatto riferimento ai delitti di maltrattamenti, violenza privata, lesioni, violenza sessuale e molestie, mentre con riguardo al mobbing nella pubblica amministrazione si è ritenuto configurabile talvolta anche il reato di abuso di ufficio. In particolare, il delitto di violenza privata (art. 610 c.p.) è stato ravvisato laddove si era realizzata una forte limitazione alla libertà e alla dignità dei lavoratori; il delitto di lesioni (colpose o dolose) nei casi in cui dalle condotte vessatorie dei datori di lavoro fosse derivata una lesione alla salute (anche psichica) dei lavoratori. La Cassazione, negli ultimi tempi, si è orientata sempre più spesso verso l’applicazione del delitto di maltrattamenti (art. 572 c.p.): si rileva, in questi casi, che il lavoratore sottoposto al potere disciplinare dell’imprenditore – o del superiore – subisce in modo continuativo ripetute vessazioni, morali o fisiche che lo conducono a quello stato di abituale sofferenza fisica o morale, lesivo della dignità della persona, che la legge designa appunto come maltrattamenti. Vasta – e risalente nel tempo – l’area applicativa dei reati di molestia (art. 660 c.p.) o di violenza sessuale (artt. 609 – bis e seguenti c.p.), reati di cui le donne sono vittime privilegiate. Purtroppo, infatti, la piaga della molestia sessuale sul luogo di lavoro è antica come il lavoro stesso: si tratta di condotte particolarmente umilianti per chi le subisce; le donne, fortunatamente, sempre meno spesso vi si assoggettano senza reagire. Per quanto attiene alla giurisprudenza comasca, da segnalare una recentissima sentenza della Sezione Distaccata di Erba del nostro Tribunale, che ha condannato per maltrattamenti e lesioni volontarie un datore di lavoro. Questi aveva sottoposto una giovane dipendente a vessazioni consistenti in molestie sessuali (avances continue ed esplicite, linguaggio scurrile, toccamenti) e rimproveri violenti e ingiustificati, provocandole l’insorgere di una sindrome depressiva. L’aspetto più interessante della sentenza sta proprio nel riconoscimento di un nesso causale diretto tra il comportamento mobbizzante e la malattia sviluppata dalla dipendente. 15 non subire Alziamo la testa, fermiamo la mano del violento Sonny Buletti : “Le donne maltrattate non sono mai state vincenti” di Assunta Sarlo “Le donne maltrattate non sono mai state vincenti”. Questa frase, pronunciata da Sonny Buletti, responsabile della Casa delle Donne di Lugano durante un seminario lo scorso anno alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana, mi torna sempre in mente quando qualcuno chiede un giudizio sullo stato delle cose in materia di violen- 16 za maschile contro le donne. Anno di grazia 2009 e un bollettino che, con quotidiana crudeltà, distilla storie: di morte, di abuso, di molestie, di violenza fisica, psicologica, sessuale, economica. I dati sono sempre concordi all’indagine Istat del 2006: la violenza è soprattutto domestica, a compierla sono in stragrande maggioranza persone vicine alla donna che ne è vittima, sono per lo più italiani, spesso gli insospettabili vicini così perbene. non subire Sappiamo molto in materia di violenza: conosciamo il profilo di chi la compie, e non è la faccia di un matto, né di un emarginato, sappiamo che le vittime non sono soltanto donne che vivono in condizioni di forte privazione sociale, economica o culturale. appiamo che può toccare alla docente stimata come alla casalinga isolata, sappiamo che il comune denominatore è l’autorizzazione interiore a essere violenti, a considerare l’altra una proprietà di cui si dispone come si vuole. E sappiamo anche che spesso i momenti in cui le donne decidono di ridisegnare la propria vita sono i più pericolosi, quelli in cui si scatena la furia dell’altro. Capita spesso, i giornali lo raccontano quando non si può fare più nulla: se n’era andata, aveva chiesto la separazione, si era portata via i figli, stanca di una vita di botte. Lui è tornato, di giorno, di notte, con una scusa, prendendo a calci la porta o chiedendo di parlare… Storie, nomi, donne giovanissime o già mature, città, paesi d’Italia. Sappiamo anche quanto è miope, pericoloso e strumentale pensare che la violenza contro le donne sia soltanto lo stupro di strada o sia appannaggio esclusivo di alcune etnie o culture: l’occidente della democrazia formale dovrebbe esserne al riparo, così non è. Prima dell’ormai famosissimo Uomini che odiano le donne, la trilogia di Stieg Larsson approdata anche al cinema dal profondo nord, ci S era arrivato un film importante Racconti da Stoccolma. Ispirato a storie vere accadute in Svezia narra di una ragazza nata in una famiglia immigrata che decide di rompere i codici della tradizione e di affermare una libertà di scelta sulla propria vita a cominciare da quella sentimentale. Verrà uccisa su un’autostrada dagli uomini del suo nucleo familiare, in un modo crudelissimo che avrebbe dovuto passare per suicidio. L’altra storia è agli antipodi: interno svedese di borghesia colta, lei giornalista, lui fotografo. E tante botte, in un misto di possesso e gelosia professionale e sentimentale fino a che lei non troverà il coraggio – che avrà un suo prezzo – di una denuncia pubblica. Il titolo originale del film Quando arriva il buio allude a una tradizione nordica che si riferisce al momento in cui le giornate si accorciano e il buio scende; in questo periodo dell’anno si accendono le candele che terranno lontani dai bambini gli spiriti cattivi. Il buio che arriva è anche un’immagine perfetta della solitudine e del silenzio in cui molte donne vivono l’esperienza drammatica della violenza e le candele da accendere sono molte. A cominciare dalla politica: torna qui la frase di Sonny Buletti in risposta a uno studente che chiedeva come mai ci si dovesse confrontare ancora oggi con tassi di violenza così elevati e così sommersi. Dare forza o meglio aiutare le donne a rintracciare la propria forza di uscire dalla relazione violenta è affare complesso, che non può segnare un punto di svolta se, come in Italia avviene, la violenza contro le donne viene affrontata a livello della politica prevalentemente come un problema di ordine pubblico o di sicurezza urbana che riguarda gli stupri di strada, e non come il frutto di una diseguaglianza storica che, nonostante il cammino di libertà delle donne, ha ancora solide radici. La Spagna, in quella che è la legge più innovativa a livello europeo in materia di violenza di genere e alla quale bisognerebbe ispirarsi, oltre ad approntare strumenti penali e un sistema di protezione integrale delle vittime (casa, lavoro, sostegni per i figli) ha deciso che, a cominciare dalle scuole per passare ai modelli del femminile proposti dalla pubblicità e dai media fino alla rappresentanza politica, è sul concetto di eguaglianza tra uomini e donne che bisogna lavorare. Con un imprescindibile passaggio preliminare: iscrivere questo tema nell’agenda politica nazionale, non lasciare che sia un tema di cui si occupano solo le donne, farlo uscire dal buio privato che lo avvolge. 17 non subire La solitudine del silenzio apre la strada alla soggezione Parla Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International. Tre azioni per i diritti di Chiara Ratti S e le chiedete di una storia che l’ha particolarmente emozionata racconta di Gina Gatti, una donna straordinaria, che ha ritrovato se stessa e il coraggio di parlare degli anni bui trascorsi nelle carceri del Cile di Pinochet proprio grazie ad Amnesty, diventando una testimone di rara intensità della campagna contro la violenza delle donne. Ma nella sua lunga militanza di attivista Christine Weise, presidente della sezione italiana di Amnesty International dallo scorso 3 maggio, si è battuta per i diritti di migliaia di esseri umani, molti senza nome, ma tutti ugualmente importanti. Socia del 1987, Christine vive a Loiano, un paesino dell’altipiano bolognese con Fabrizio, suo marito, e Marco e Luca, i due figli, e lavora come interprete freelance. Lavoro, famiglia e l’impegno in Amnesty: un bell’esercizio da equilibrista, ma la motivazione è solida e in continua evoluzione: “I diritti umani vanno continuamente riconquistati. Spesso pensiamo che almeno nei Paesi occidentali e democratici siano dati per acquisiti, e invece ci troviamo spesso di fronte a situazioni impreviste in cui vanno riaffermati. Pensi a quanto successo in Italia con il cosiddetto pacchetto sicurezza, che priva dei diritti fondamentali alcune persone perché clandestine. Oppure agli Stati Uniti e a Guantanamo. Una battaglia che sarà vinta solo con la chiusura del centro detentivo”. Amnesty interviene ogni volta che si calpestano i diritti umani. Si ha spesso la sensazione che donne e bambini, in tutto il mondo, siano i più deboli tra i deboli. è così? “Per i bambini sì: soprattutto in condizioni di guerra e povertà estrema hanno bisogno di essere più tutelati, perché sono oggettivamente soggetti deboli. Pensi alle vicende dei bambini soldato, strappati giovanissimi dalla famiglia e costretti a 18 combattere. Il 30% sono bambine, sottoposte oltrettutto alla schiavitù sessuale.” E le donne? “Le donne non sono soggetti oggettivamente deboli. Spesso la violenza che si scatena contro di loro è una reazione al loro attivismo. In Iran ci sono donne molto impegnate nella battaglia per i propri diritti: più loro sono attive più la repressione è feroce.” Nel 2004 però Amnesty ha avviato una campagna specifica proprio contro la violenza sulle donne. “Si, durerà fino al 2010 ed ha già portato buoni risultati. La violenza e la discriminazione contro le donne non sono un fatto esclusivo dei Paesi del non subire terzo mondo. Sono purtroppo trasversali, spesso le violenze peggiori avvengono in famiglia e hanno nel silenzio rassegnato delle vittime il loro miglior alleato. Grazie all’intervento di Amnesty però sono stati fatti passi avanti importanti: in Albania per esempio è stata creata un’unità speciale della polizia dedicata a questi crimini, in Spagna c’è un’ottima legge, anche se purtroppo poi non sempre ci sono risorse adeguate per metterla in pratica. E questo vale anche per l’Italia dove non ci sono abbastanza case rifugio per chi ha subito maltrattamenti. Un grande impegno deve essere rivolto alla formazione. Bisogna promuovere una parità reale che impedisca ai carnefici di sentirsi in diritto di esercitare violenza sulle donne, come a volte purtroppo capita di sentir dire.” Le donne sono al centro anche di altre tre azioni di Amnesty: la campagna “Io pretendo dignità”, che fa della lotta alla mortalità collegata al parto uno dei suoi punti nodali; l’appello del 2 ottobre al presidente del Nicaragua perché cambi la legge che impedisce alle donne, in qualunque caso di abortire; l’impegno perché le vittime di stupri della ex Jugoslavia ottengano finalmente giustizia. “Alla base di ciascuna di queste azione contrarie ai diritti delle donne c’è sempre lo stesso pregiudizio: lo scarso valore che viene attribuito all’essere umano femminile. In Sierra Leone una donna su 8 muore per ragioni legate alla gravidanza, in Nicaragua l’aborto è vietato per qualsiasi ragione, anche in caso di grave rischio per la salute della donna, anche nel caso in cui la gravidanza sia frutto di uno stupro, addirittura è vietato qualunque intervento anche salvavita se vi è solo il sospetto che possa nuocere al feto. A 14 anni dalle violenze sessuali sistematiche avvenute nell’ex Jugoslavia sono state condannate solo 12 persone... e le vittime spesso non hanno ne cure ne sostegno.” La strada è davvero lunga e tutta in salita: come si fa a guardare il futuro con speranza? “Si lavora gomito a gomito con persone che condividono gli stessi valori – dice Christine – e si pensa alle cose buone fatte, come la moratoria contro la pena di morte, gli appelli che si sono risolti positivamente, le leggi ottenute con la pressione internazionale, le esecuzioni fermate.” O a piccole o grandi vittori personali, come il coraggio di Gina Gatti e i sorrisi di chi ha avuto una seconda possibilità e si torna a camminare in direzione “ostinata e contraria”. Dalla parte dei diritti. Appunto. 19 gd Jekill e Hyde L’avventura di maestro Lorenzo Lorenzo Mattotti. è nato a Brescia nel 1964 e vive e lavora a Parigi. Esordisce alla fine degli anni settanta come autore di fumetti. Nei primi anni ottanta fonda il gruppo Valvoline. Nel 1984 pubblica Fuochi (Einaudi 2009) accolto come un evento nel mondo del fumetto, vince importanti premi internazionali. I suoi libri – Doctor Nefasto (Granata Press 1991), L’uomo alla finestra con Lilli Ambrosi (Feltrinelli 1992), Incidenti (Hazard 1996), Stigmate con Claudio Piersanti (Einaudi Sti- Che dire di Jerry Kramsky? Buon lelibero), Il signor Spar- assaggiatore di storie di vario getaco (Coconino Press nere. Ne legge e ne rilegge, ne 2005) – sono stati tra- guarda e ne riguarda. Ogni tanto dotti in tutto il mondo. se le rimugina in proprio. PrenPubblica su quotidiani dendo spunto da sensazioni notturne o di primo mattino. Elaboe riviste come The New rando ricordi confusi. Ispirandosi Yorker, Le Monde, Das a paesaggi o immagini. Primi fra Magazin, SudDeutsche gli altri i disegni del Maestro MatZeitung, Nouvel Ob- totti. Così dalle storie lasciate sui servateur, Corriere del- banchi del liceo a quelle pubblicala Sera, La Repubblica. te sui libri a fumetti, in giro per il Per la moda ha inter- mondo. Racconti teneri e visionapretato i modelli dei più ri come La Zona Fatua, versioni di noti stilisti sulla rivista classici come Vanity. Per l’infanzia appunto il ha illustrato Eugenio Dottor Jekyll, emozioni di Marianne Cockenpot libere su(Gallucci 2006), che scitate dalla vinse il Gran premio Linea Fragile di Bratislava, uno dei d e l l ’ a m i c o massimi riconoscimenti disegn ato nell’editoria per ragazzi; re. Qui e là Le avventure di Pinocchio di Collodi (Einaudi 2008). Tra le numerose esposizioni personali, le antologiche al Palazzo delle Esposizioni di Roma e la Franzahals Museum di Haarlem, ai Musei di Porta Romana. Tra le ultime pubblicazioni vanno ricordate Il rumore della brina, Jekyll e Hyde per Einaudi, Angkor, Carnet de voyage, I manifesti di Mattotti editi dalla editrice Nuages. Realizza copertine, campagne pubblicitarie e manifesti come quello di Canstorie per bambini, la serie dei nes 2000. Ha collaPittipotti e di Capitan Barbaverde, borato al film Ero Il Mistero delle Antiche Creature, le di Wong Kar-Way, avventure del Bambino Notturno Steven Soderbergh con il Grande Oritteropo, stavolta e Michelangelo Ancon i disegni di Gabrielle Giandeltonioni, e ne ha culi. Qualche sceneggiatura per anirato tutti i segmenti mazione, nella serie del Coniglietto Milo, con Giandelli, e nell’episodio della presentazione mattottiano di Peur(s) du Noir, e ha realizzato un lungometraggio ombroso. Ul- episodio per il film timamente scrive romanzi per d’animazione Peur(s) piccoli (e per grandi come lui) du noir. Quest’anno di fantascienza e altre ironiche ha illustrato i testi mostruosità, come Quando Su- di Lou Reed in The pertrippa Cercò Raven pubblicato da di Conquistare la Le Seur nel mese di Terra e l’ancora novembre 2009. inedita Stanza Di prossima pubblidelle Ombre cazione è la favola Malvagie, che riempe di suoi Hansel et Gretel, texte disegni pazze- des frères Grimm, relli. Basta così. Gallimard Jeunesse Jerry Kramsky. Edition. L’assaggiatore di storie Cinque donne in vetta al Nobel Stoccolma – Cinque le donne che sono salite sul gradino mondiale più alto dell’economia, della letteratura, della medicina e della chimica. Destinataria del Nobel per l’economia, ed è la prima volta nella storia del premio, la professoressa statunitense Elinor Ostrom, 76 anni, premiata per le ricerche nel campo della governance economica compiute insieme al collega Oliver Williamson. Per la letteratura è stata la 56enne scrittrice romena di lingua tedesca Herta Muller, che dal 1987 vive in Germania. Il prestigioso riconoscimento le è stato conferito “per aver descritto l’universo dei diseredati, con la densità della poesia e la nitidezza della prosa”. Per la medicina l’Accademia di Stoccolma ha scelto le scienziate americane Elizabeth H. Blackburn e Carol W. Greider che, assieme al collega Jack W. Szostok, hanno compiuto innovative ricerche sulla longevità delle cellule. La scoperta rappresenta una solida base di partenza per la ricerca su molte malattie in cui l’invecchiamento cellulare gioca un ruolo essenziale, come è per il cancro. Il Premio Nobel 2009 per la chimica se lo è meritato la sessantenne israeliana Ada Yonath, direttrice del Centro per la struttura biomolecolare dell’Istituto scientifico Weizmann di Rehovot. La scienziata (è la quarta donna nella storia del Nobel per la chimica a ricevere questo riconoscimento), insieme ai colleghi americani Venkatraman Ramakrishnan e Thomas Steitz ha sviluppato importanti studi sulla struttura dei ribosomi, che sono, fra l’altro, un bersaglio importante per l’azione degli antibiotici e le ricerche su questi organelli hanno una ricaduta diretta anche per l’evoluzione della terapia antinfettiva. 20 idee&parole gd Quello che le donne scrivono, hanno scritto, pensato, disegnato, dipinto, scolpito, messo in musica. idee&parole La poesia salva la vita? La poesia salva la vita. Così titolava un fortunato libro, edito e riedito da Mondadori, curato da una poetessa, scrittrice e saggista molto attenta alle peculiarità della scrittura femminile e molto legata a Como. Si tratta di Donatella Bisutti, che una volta, un po’ provocatoriamente, si inventò “scrittricecommessa” alla libreria Voltiana, passando il pomeriggio a consigliare i libri altrui ai clienti, prima di presentare il proprio. Ma questa è una digressione: conta il titolo del suo saggio, cui viene da chiedersi se non sia il caso di aggiungere almeno un punto di domanda. Se la poesia ha un potere salvifico per chi sa ascoltarla, come sostiene Bisutti, non sempre è sufficiente per salvare chi la scrive. Sul numero uno di Geniodonna abbiamo ricordato, attraverso le parole di Vivian Lamarque, la grande Amelia Rosselli, che volò dal quinto piano di una casa di Roma. Nelle pagine seguenti riscopriamo, dopo averlo fatto con la proiezione di un documentario organizzata il mese scorso a Como, Claudia Ruggeri, che pure spiccò il volo da un balcone, a Lecce. Recentemente, al festival di Venezia, Marina Spada ha presentato una docu-fiction (Poesia che mi guardi) su Antonia Pozzi, morta suicida a 26 anni, commuovendo il pubblico. Non piangiamo per i tragici destini di queste poetesse, ma rallegriamoci per il fatto che finalmente non siano più “come l’ombra”, prendendo a prestito il titolo di un altro film al femminile della Spada. E, soprattutto, leggiamo le loro poesie. Pietro Berra Gabriella Benedini Navigazioni, 1997 - polimaterico, cm 65x320x125 21 gd idee&parole La poesia di Claudia Ruggeri sposa barocca e incompresa di P. Be. Un approfondimento sulla vita e la poesia di Claudia Ruggeri l’avevamo promesso sul primo numero di Geniodonna, segnalando l’incontro che l’Associazione culturale Lithos e il Senato delle Donne le ha dedicato in settembre a Como con la proiezione del documentario Claudia di Elio Scarciglia. Lo abbiamo chiesto all’intellettuale che, citando le parole usate dal regista quella sera, le è stato “fratello” nella sua breve vita e che quindi appare più titolato a rivolgere un invito alla lettura di questa poetessa salentina volata via a 29 anni, aggrappata a una poesia “barocca”, come le chiese della sua città e 22 come la definì Fortini. Una poesia che allora ad alcuni sembrò “vecchia”, ma che a rileggerla oggi, dopo che autori come Patrizia Valduga e Aldo Nove hanno riscoperto le “antichi stilemi”, pare al contrario in anticipo sui tempi. di Michelangelo Zizzi L ’epilogo della biografia di Claudia Ruggeri è una donna che sta cadendo da un balcone. E infatti la poetessa, dicono le cronache, morì suicida in un giorno d’autunno del 1996. La retorica reliquiaria, scolpita nelle lapidi, ripetuta nell’omelia da museo dei sacerdoti dell’addio la ritrae come una donna piena di vita. è troppo poco: poiché la sua poesia, come sempre, fu più che la sua vita, e la sua vita, come sempre, fu più della poesia. Il primo luogo comune che va evitato davanti alla morte improvvisa, affinché non diventi spettacolo, curiosità o banalità, è quello della “chiacchiera”. A differenza del “moderno” per il quale l’apologia del luogo interrotto è uno dei temi più cari, le società tradizionali non conoscono che la requie davanti alla morte: che non è mai spettacolo, ma riposo nel velo del pudore; resta conservata nella catarifrangenza del mito, perché brilli accanto al destino di tornare presso gli dei (o Dio), anche quando essa fosse rappresentata nel proscenio di una tragedia greca. La cifra più autentica della poesia della Ruggeri, peraltro, consiste nell’essere stata antimoderna, nell’aver cercato una lingua degli “angeli” (frequenti i riferimenti lessicografici alla lirica provenzale e stilnovista) in un mondo letterario ormai segnato dall’amore per il linguaggio sperimentale, ovvero per le sottomarche postmoderne. Così la sua opera rimase un’isola senza quasi lettore, né approdo critico, giacché sporadiche furono le pubblicazioni e le letture in pubblico, tra l’altro memorabili, a causa della immensa capacità performativa e attoriale dell’autrice. Era ovvio che tale potenza di scrittura, così idee&parole poco preordinata, che tale temperamento così poco domato, incontrasse poi negligenze di attenzione. Rimase senza soluzione il contatto intrapreso con Franco Fortini (a cui l’autrice si rivolse per lettera), poiché l’ossessione civile del neoilluminismo del critico non contemplava lo sfarzo plurilinguistico dei suoi versi. Ovviamente anche l’Università di Lecce preferì all’apprezzamento nei confronti della poetessa, richiudersi nel provincialismo a cui per natura propria tende l’intero mondo accademico italiano. Per fortuna, pochi, ma grandi poeti, apprezzarono la scrittura della Ruggeri: su tutti Dario Bellezza, che insieme a Penna, Merini e il primo Di Spigno è tra i rari esempi di una linea elegiaca novecentesca, A colmare le lacune di attenzione (oltre alla raccolta Inferno minore, peQuod 2006, a cura di M. Desiati) segnaliamo tuttavia l’imminente uscita di un saggio di autori vari, La sposa barocca, con contributi di Andrea Cassaro, Mario Desiati, Stelvio Di Spigno, Andrea Leone, Flavio Santi, Carla Saracino, Mary B. Tolusso, e cura di Pasquale Vadalà. Chi fosse interessato alla figura della poetessa può, inoltre, visitare il sito claudiaruggeri.it, laddove si trova un buon corredo di testi e di fotografie, e anche compulsare la pregevole opera documentaristica di Elio Scarciglia. gd gd Le poesie sono tratte da “Inferno minore”, peQuod, 2006 lamento della sposa barocca (octapus) T’avrei lavato i piedi oppure mi sarei fatta altissima come i soffitti scavalcati di cieli come voce in voce si sconquassa tornando folle ed organando a schiere come si leva assalto e candore demente alla colonna che porta la corolla e la maledizione di Gabriele, che porta un canto ed un profilo che cade, se scattano vele in mille luoghi - sentite ruvide come cadono -; anche solo un Luglio, un insetto che infesta la sala, solo un assetto, un raduno di teste e di cosce (la manovra, si sa, della balera), e la sorte di sapere che creatura va a mollare che nuca che capelli va a impigliare, la sorte di ricevere; amore ti avrei dato la sorte di sorreggere, perché alla scadenza delle venti due danze avrei adorato trenta tre fuochi, perché esiste una Veste di Pace se su questi soffitti si segna il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi ad otto tentacoli poi che ne escano le torture. 23 gd idee&parole congedo “Le fer des mots de guerre se dissipe dans l’hereuse matièere sans retour.” lettera al matto sul senso dei nostri incontri (mode d’emploi) “E tu non prendi ch’io t’adori a sdegno in un volto che fésti a tua sembianza più che in tela dipinto o sculto di legno” se ti dico cammina non è perché presuma di parlarti: alla montagna, alla malia di milioni di lame, arrivarono a migliaia cose nude si sparirono bestie, alla neve al malozio della trappola tutto s’esiliava a quel richiamo disanimale. Ma chi nega che in tanta sepoltura sia avvenuto al pendio un biancore vero o lo strano brillio che ti destina se la passi, e pur e pur non sfondi alla tagliola che non scatta, e più non stravolge l’inerzia della lettera, ne anche tiene lo sporco della suola; si noda tutta al trucco che l’immàcola, s’allenta, a tratti s’allaccia cose che muoiono, solo scali, cose già sganciate… a te a te altri ti tiene, non la parola, per te s’alleva una tortura dentro la bara della Figura, una condanna alla molla maligna, al Carnevale abominevole, alla cantina cattiva di finisterrae violenta dove s’aduna, al molo, ogni bestiario qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta buia dell’attore, per un aumento in male, per l’alta fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per me che fui per te senz’anima e feci un patto al malto sul seme di un’estate dove esplose la vena che divina; che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore o la Macchia del logoro, che cova sul monte il fondo lo scatto l’inverno del falco. la pena dell’Attore “se il chiarore è una tregua, la tua cara minaccia la consuma” (Eugenio Montale) è qui che incontro l’ultimo Cattivo, il residuo rosicchio di semenza, l’antenato Attore; dal precipizio accanto, il suo spettatore lo trattiene a un fronte candidissimo; dal vano che cava e spaventa in tanta mediterranea Evidenza; da dentro questo volo che caverna rotondo, maniaco; dal ventre, che scaraventa; che mostro Balena l’accolga, l’incaglia; gli dia un esilio vero, un lungo errore. 24 così dal colmo, ormai, nuoce il dimandar parenzé, come il Distrarsi. Lasciatemi a questa strana circostanza. Qui so, con il mio amore, e con chiunque vi arrivi, che a questo inferno minore, tutto è minore; medesimo è solo il Carnevale. Ahi l’impostura seguente che riduce che quagiuso nemena. il Matto I (del buco in figura) Beatrice “vidi la donna che pria m’appario velata sotto l’angelica festa…” (Pg. XXX-64) come se avesse un male a disperdersi a volte torna, a tratti ridiscende a mostra, dalla caverna risorge dal settentrion, e scaccia per la capienza d’ogni nome (e più distratto ché sempre più semplice si segna ai teatri, che tace per rima certe parole….). Ma è soprattutto a vetta, quando buca, dove mette la tenda e la veglia tra noi e l’accusa, se ci rende la rosa quando ormai tutto è diverso che fu il naso amato l’intenzione, che era la pazienza delle stazioni e la rivolta… e la beccaccia sta e sta sforma il destino desta l’attacco l’ingresso disserta la Donna che entra e fa divino ed una luce forsennata e nuda, e la mente s’ammuta ne la cima e la distanza è sette volte semplice e il diavolo dell’apertura; ecco, chiediti, come il pensiero sia colpa ma cammina cammina il Matto sceglie voce sa voce, e sempre più semplice chiama, dove l’immagine si plachi sul tappeto, se dura, se pure trattiene stranieri nuovi e quanto altro s’inoltrerà nella carta fughe falaschi lussi Ordine innanzi tutto o la necessaria Evidenza che si diverte nella memoria al margine ambulante alla soglia acrobata, che si consuma; ché infine veramente il Carro avanza, che sia sponda manca porge il volto antico, che si commette (non la cosa è mutata ma il suo chiarore; ma a voi che vale, come si conclude la Figura dove pare e non usa parole né gesti né impulsi; come, smisurata, passa, dove l’altro richiamo nel viluppo della palude festina; e come per tutto si slarga e frastorna e nulla è mite (ma voi li turereste mai li nostri fori ?) idee&parole gd L’ultima parola sul corpo della donna Ma il farmaco richiede la mediazione del medico, che deve prescriverla, con riferimento a una griglia di condizioni di partenza. Da un punto di vista terapeutico questo può sembrare ovvio, tuttavia, in una prospettiva filosofica l’ovvietà rivela la maggiore difficoltà teorica. Anche nel caso dell’aborto farmacologico, l’azione di interrompere la gravidanza non appartiene interamente alla donna, né sul piano della responsabilità (con lei “risponde” un curante), né su quello della pratica (nel 5-6% dei di Vera Fisogni casi, secondo le statistiche, si richiede l’intervento el dibattito sulla pillola abortiva, il piano sanitario), né sul versante dell’intenzione (io abordella corporeità si è intrecciato a quello del tisco solo se tu, medico, mi fai assumere il farmaco). pensiero. In particolare, è tornato alla ribalta lo spi- Quest’ultimo aspetto è molto interessante, per canoso tema della libertà, nella prospettiva del corpo pire quale groviglio etico sia un atto come l’aborto, della donna. Si è imposto con forza un argomento, lungi dall’esprimere un percorso netto della volonasserito tanto dai sostenitori quanto dai detratto- tà, come sembrano suggerire sia Bagnasco sia la De Monticelli. L’intenzione è una ri della Ru486, e semplificabile in componente essenziale dell’agire questi termini: la pillola consente e, secondo Elisabeth Anscombe, alla donna di esercitare appieno la che ne studiò le sfaccettature nel propria libertà. Se per il cardinale suo magistrale Intention, appartieArnaldo Bagnasco, capo dei vescone pienamente al soggetto, a covi italiani, questa sembra “essere lui che dice “io”. In realtà, un atto assoluta”, per la laicissima filosocome l’aborto mette in discussione fa Roberta De Monticelli, signora – a mio giudizio – proprio la teoria della fenomenologia italiana, essa anscombiana e porta alla luce un porta alla scelta che consente di “intreccio” intenzionale esprimi“assumerci la capacità morale delbile in questi termini: “perché io le nostre azioni”. possa abortire occorre che questa Ma siamo sicuri che sia così? Davsia anche l’intenzione di un altro”; vero questa forma di interruzionon il compagno del concepimenne di gravidanza è una palestra to, bensì il medico, colui che l’ha in di autodeterminazione? Non ne carico. Alla luce di queste premessono affatto convinta. Ho provato, se, si complica parecchio l’idea, all’inizio, quello stesso imbarazavallata tanto dai sostenitori quanzo intellettuale che ben racconta to dai detrattori della pillola aborBertrand Russell nel commentare René Magritte, La Magie noire (1943). tiva, che sia la donna ad avere l’ulil Tractatus Logicus-Philosophicus di Wittgenstein, dove tutto sembra coerente ma qual- tima parola sul proprio corpo (e sulla sua volontà). cosa sfugge alle griglie del ragionamento. Più ci La Ru486, in cui personalità sanitarie del calibro di pensavo e più mi rendevo conto che, nel caso della Umberto Veronesi, intravedono l’incarnazione delRu486, questa componente dubitativa non era nel- la libertà femminile, almeno da un punto di vista la logica della teoria, ma piuttosto nella condizio- etico, induce alla cautela e, insieme, dischiude una ne (relazionale) in cui si trova la donna per poter prospettiva etica molto più sfaccettata di quella traesercitare la propria libertà. Non il concetto, mi dizionale. Anche la condizione preliminare all’eserconduceva sulla via di una risposta, bensì il corpo cizio della volontà – la capacità di scelta – lascia femminile. è vero che Ru486 non è che una pillola. un po’ perplessi. Perché, a differenza dell’aborto La donna può tenerla tra le mani e pensare: “io de- chirurgico, nell’enfasi posta sull’autonomia della cido”, “io interrompo la gravidanza”, avvertendo donna nell’assunzione della Ru486, non si dà quasi un grado di autodeterminazione maggiore di quel- spazio al diritto-dovere di informazione (anche nella che potrebbe provare nella sala d’attesa di un la prospettiva di un ripensamento della donna) che prevede la legge 194 per l’aborto chirurgico. ambulatorio ospedaliero dove si pratica l’Ivg. N 25 gd gd nonsoloMarilyn Il fascino delle rughe di Silvia Taborelli “Non sono mai stata una diva, non ho mai imposto una pettinatura, un modo di parlare, uno stile d’abbigliamento. È difficilissimo essere e restare diva. E deve essere orribile cessare di esserlo. È facilissimo continuare a funzionare al ritmo dei propri coetanei, maturare e poi invecchiare con loro. […] Le rughe in faccia sono le cicatrici del riso, delle lacrime, delle domande, degli stupori e delle certezze che sono anche quelle dei tuoi coetanei. […] Per la gente come me che non ha avuto né le spalle abbastanza larghe, né la voglia, né il coraggio di fare il mestiere di diva, quelle cicatrici sono state delle alleate, addirittura degli alibi.” Simone Signoret si definisce così nel 1976 nella sua autobiografia: una donna che ha attraversato il secondo Novecento da attrice, da attivista politica, da moglie di un artista di successo, Yves Montand. Un libro che rivela, da un punto di vista privilegiato, pezzi di storia, di costume, di cinema: il nazismo e la guerra fredda raccontati da una donna ebrea, nata in Germania, vissuta in Francia, sposata con uno chansonnier italiano; l’Europa degli anni ‘40, ‘50, ‘60 ma anche l’America che la Signoret ha conquistato a fatica dopo esserne stata allontanata nel periodo maccartista (l’Oscar nel 1960 per l’interpretazione in La strada dei quartieri alti è stata la sua consacrazione). La sua storia personale le ha permesso di vivere, a pochi anni di distanza, i due mondi che si contrapponevano: nel capodanno del 1956 era Chrušcev a baciarla a Mosca per gli auguri, due anni dopo Gary Cooper a Hollywood! La sua vita è intrecciata a quella del suo compagno: Montand. Simone è una donna indipendente e moderna ma che dice più spesso “noi” di “io”, rivelando un’inscindibile dimensione di coppia politico-artistica e lasciando trasparire un senso di sacrificio per amore tipicamente femminile. Nel periodo in cui seguiva le tourné del marito negli anni ‘50 ammette di essere stata più groupie e buona massaia che attrice. La coppia Signoret e Montand, mai iscritti al Partito Comunista, ha militato in difesa della pace e dei diritti civili, ponendo il proprio nome in numerose battaglie (l’appello di Stoccolma, il caso Rosenberg, le posizioni critiche contro l’Urss nel 1956, il Manifesto dei 121 a difesa dell’Algeria) e contraddistinguendo l’impegno politico in maniera non ideologica: “Eravamo dei sentimentali, non sottili politici”. Signoret è una non diva che ne ha frequentate tante e che è stata amica e collega di un’infinita schiera di intellettuali e artisti. Prévert e Sartre sono stati grandi alleati fin dalla gioventù; non può essere omessa l’amicizia che più l’ha resa famosa: un quartetto di vicini di casa faceva parlare di sé tra gli anni ‘50 e ‘60, erano le coppie Signoret/ Montand e Monroe/Miller. Erano grandi amici, condividevano confidenze, aspetti quotidiani ma anche scelte politiche. Simone dà nel suo libro un affettuoso ritratto di Marilyn (divertente il racconto del sabato in cui erano solite decolorarsi i capelli insieme) nonostante l’attrice americana avesse avuto una breve relazione con Montand. Nei libri di cinema la Signoret è ricordata soprattutto per il suo casco d’oro nell’omonimo film del 1952 di Becker ma il vero successo lo ha ottenuto con l’Oscar. La sua carriera è un percorso di figure femminili grintose, outsider e maudit, sacrificate – come lei – per amore e per ideali: prostitute, amanti abbandonate, assassine, emarginate e rivoluzionarie fino alla convincente Madame Rose di La vita davanti a sé (1977), un’anziana scontrosa ex prostituta ebrea che fa da mamma a figli e orfani della multietnica Belleville. In alto, da sin.: Arthur Miller, Simone Signoret,Yves Montand, Marilyn Monroe. A fronte: Simone Signoret nel film Les Diaboliques, Francia, 1954. 26 La mia bellezza “sporca” gd gd idee&parole Liala la scrittrice del rosa persistente di Angela Cerinotti N ata a Carate Lario nel 1897 e morta a Varese nel 1995, in un albero genealogico immaginario Liala (Amalia Liana Cambiasi Negretti) appare come “la nipote” di Carolina Invernizio, di cui si è parlato nel numero precedente. Comune è in primo luogo la familiarità con l’ambiente dell’esercito:entrambe infatti ne avevano 28 sposato un membro e, nello specifico, alla Marina e all’Aviazione appartengono molti dei personaggi maschili dei romanzi di Liala. Un altro dato che le accomuna è la prolificità letteraria, anche se Liala, con un’ottantina di pubblicazioni, non ce la fece a raggiungere il primato dell’Invernizio (più di centoventi romanzi). Di entrambe, poi, non è sostanzialmente rimasta traccia nell’ambito degli studi e dei saggi di letteratura, ma anche nei testi storico- idee&parole antologici più moderni destinati agli studenti delle Scuole Medie Superiori. Infine, Carolina Invernizio e Liala godettero, ancora viventi, di uno straordinario successo, potendo contare su un pubblico femminile di lettrici che aspettavano solo l’uscita di un loro nuovo romanzo. Ma, come accade generalmente nel rapporto nonninipoti, la biografia delle due scrittrici si caratterizza anche per elementi antitetici. La Invernizio era nella vita una persona “perbene”, aderendo sinceramente e attivamente alla morale sociale dominante nel suo tempo. Liala, invece, era portata a trasgredirne le regole: non esitò ad affrontare lo scandalo di un divorzio per amore di un ufficiale dell’Aviazione, con il quale convisse finché un incidente aereo interruppe tragicamente la loro storia; ebbe un nuovo legame sentimentale, che pure ebbe termine, con un altro aviatore; guidava personalmente l’automobile, fumava tranquillamente anche in pubblico e portava i capelli corti. Se un rapido confronto della biografia delle due scrittrici era necessario, è arrivato il momento di entrare nel merito del ruolo che hanno giocato nel panorama letterario e di motivare più a fondo il loro “legame di parentela”. Il cosiddetto “romanzo rosa”, di cui Liala è stata la massima esponente, ha sicuramente accolto e opportunamente sfruttato l’eredità del “romanzo d’appendice” e, nello specifico, la lezione di Carolina Invernizio. Anche nel romanzo rosa domina infatti il tema dell’amore, non in termini lirici soggettivi, ma come oggettivazione di un impulso comune a tutti gli esseri viventi, che comporta quindi un’azione dei protagonisti. Il loro “agire” appunto, che può esprimersi anche come “subire” o “reagire”, costituisce la struttura ricorrente dei romanzi. Per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, si può sostanzialmente parlare di una tipologia: sul versante maschile si alternano o si affiancano l’aristocratico, l’ufficiale dell’esercito, l’industriale, il professionista e, solo raramente, il ragazzo semplice di condizioni modeste. Sul versante femminile compaiono la donna bellissima, la gd gd maliarda, la donna ricca e calcolatrice, la fanciulla schiva e riservata, ma anche quella che esercita un lavoro umile come la commessa, la sartina o la maestrina. In questa varietà di “tipi”, che possono anche essere fratelli, cugini, amici, amiche o compagne di scuola, il carattere e conseguentemente il comportamento sono fissi, indipendentemente dai colpi di scena presenti in ogni romanzo. Fra i personaggi ricorrenti si devono nominare anche i bambini, nati che siano legittimamente o come frutto di relazioni illegittime. A proposito del fascino esercitato dal personaggiobambino sul pubblico femminile, destinatario dei romanzi rosa, Giorgio Manganelli, teorico della letteratura come menzogna, che è il titolo di un suo saggio del 1967, ebbe a dire con sferzante ironia: «Ora si discute di Liala, ritorna trionfante la letteratura “rosa”, che si suppone letta da giovani donne sognanti e ignare di contraccettivi». Nella sua “supposizione” Manganelli si sbaglia rispetto all’età delle lettrici (l’acquisita maturità non determinava affatto la perdita d’interesse per la narrativa rosa, anzi!), ma ha forse ragione rispetto alla loro aspettativa di evadere nel sogno, di immergersi in un mondo alternativo e diverso da quello vissuto, non soggetto ai principi etici e alle convenzioni sociali della realtà quotidiana. Liala è vissuta per un intero s e c o l o , il Novecento, caratterizzato da eventi storici di immensa portata, a partire da due guerre mondiali. Nel corso di questo secolo la conquista (parziale…) di “un mondo alternativo e diverso da quello vissuto” da parte delle donne non ha avuto certo la dimensione del sogno, ma si è calata in iniziative o battaglie di estrema concretezza. Eppure i romanzi di Liala, anche se spaccati di vita e testimonianze della mentalità di un’epoca ormai passata, continuano ad essere pubblicati (la Sonzogno nel 2007 ne ha messo sul mercato l’ultimo, Con Beryl, perdutamente). Come si spiega? Perché continuano a rispondere alle esigenze del mercato narrativo di massa, a sua volta espressione di una società in cui continua a dominare l’ideologia del consumismo. 29 idee&parole gd d g La lotta dell’Elvezia suora e donna Un nuovo racconto inedito di Gabriella Baracchi, autrice de Il vestito di sacco di Basilio Luoni N el 1993 Gabriella Baracchi pubblicava Il vestito di sacco (Nodo Libri), lo straordinario racconto – lucido, asciutto, spietato – della sua infanzia e adolescenza trascorse – siamo nei primissimi, miserabili anni del dopoguerra, in un’Italia ancora contadina, in un territorio, quello lariano, ancora economicamente depresso – tra i casolari della Val d’Intelvi e i collegi per ragazze povere o orfane tenuti da suore in un entroterra comasco ben diverso da oggi. Tra i pochi personaggi “simpatici” del libro (chi lo ha letto ha scoperto, se già non lo sapeva, che la povertà e l’infelicità e la vita in comunità coatta lasciano scarso spazio all’esercizio dei buoni sentimenti e alle manifestazioni di “simpatia”) compariva suor Elvezia, che nel collegio di Lora si commuove senza darlo a vedere sulla sorte delle orfanelle affidate alle sue cure, cerca di procurare loro un minimo di comfort, insegna loro Gabriella a sinistra ed Elvezia. 30 a rammendare, a far bene i mestieri, e accorgendosi delle buone disposizioni di Gabriella ottiene dalla Superiora che la ragazzina venga fatta studiare. Suor Elvezia – e poi semplicemente l’Elvezia – è la protagonista del nuovo libro di ricordi della scrittrice comasca, ancora inedito, e di cui offriamo alcune pagine come anticipazione. Verrebbe da definirla personaggio “di confine” per più ragioni. Intanto, di madre svizzera e padre lombardo, trascorre la vita tra Lugano e Como. Poi, per non lasciare sola la sorella Carolina, suora come lei ma costretta per il suo atteggiamento ribelle a lasciare l’ordine, rinuncia anch’essa ai voti, ritorna “nel mondo”, salvo rientrare in convento negli ultimi anni di vita non più come suora, ormai, ma come ospite pensionata (uno dei titoli candidati del libro è per l’appunto Il rientro). è la tragedia dell’Elvezia il vivere sul confine. Significa avere i piedi in due mondi, nessuno dei quali lei può dichiarare suo, sentire suo fino in fondo. Significa essere perennemente provvisori, straziati da un’inguaribile nostalgia per una “famiglia” alla quale non si riesce più – se mai si è riusciti – ad appartenere. La scrittrice che, ormai adulta, la ritrova, la segue, se ne occupa con amore e con avida curiosità nei suoi ultimi anni, la vede chiaramente come un riflesso di sé, della propria vicenda, della propria “non appartenenza”. Riletto a distanza di alcuni anni Il vestito di sacco si conferma un’opera con tutte le qualità per durare nel tempo: solidità di struttura, onestà di discorso, rigore di sguardo, pulizia di scrittura, assenza di sbavature e di compiacimenti. Il rientro mi sembra dotato delle stesse qualità e di qualcosa in più. C’è di nuovo, credo, nel nuovo libro della Baracchi, una inquietudine, che comunicandosi da una pagina all’altra, le prosciuga come qualche volta ci prosciuga una febbre e che nasce dalla scoperta che col passato, col nostro e con quello di chi ci sta intorno, non abbiamo mai finito né finiremo mai di fare i conti. Esso è l’osso di seppia che il destino ci ha messo nella gabbia e col quale non possiamo mai cessare di lottare col becco. gd idee&parole U n giorno mi parlò di sua madre. La descrisse piccola, bionda e grassottella. Aspettava un bambino, il quinto. Quando ormai era vicina a partorire si ammalò di “spagnola ”e la portarono in ospedale a Lugano. Per prudenza, ricoverarono anche i figli. Misero tutti in una stanza, la madre nascosta da un paravento. Una notte l’Elvezia fu svegliata da lamenti: venivano dal letto della mamma. Dalla fessura del paravento vide pezzi di ovatta sporchi di sangue; sentì la madre chiedere, con un filo di voce: “Cos’è?”, la suora bisbigliare,( mentre metteva in un catino quello che all’Elvezia sembrava un bambolotto): “un maschio…ma è morto”. Sentì ancora la madre mormorare: “Va bene così…quattro…sono già tanti da tirar grandi .” Poco dopo morì. Era il 1920. L’Elvezia aveva otto anni. Ragazzina a Santa Maria, mentre parlava con le compagne di come nascono i bambini, saltò su a dire: “Io lo so! Io l’ho visto! Escono dalla pancia della mamma”. La suora le chiuse la bocca con uno schiaffo e la minacciò:“Guai a te se ti sento ancora dire una bugia”. Dimenticò come nascono i bambini. “Sono dovuta arrivare a cinquant’anni per sapere di nuovo come vengono al mondo, disse con amarezza… ci ha dovuto pensare la Carolina, quando eravamo già fuori”. Scosse il capo: “che maniera di tirar su la gente”, e dopo un lungo silenzio aggiunI disegni sono di Giuseppe Bocelli. ...da Lugano a Como col carretto e l’asino in prestito... se: “però, anche se non sapevo più come nascono, ho sempre visto il matrimonio con diffidenza. Nella mia testa, matrimonio era uguale a bambini, e bambini era uguale alla morte …”. Chiuse gli occhi un momento prima di chiedermi: “E tu? Hai avuto paura quando è nata la tua bambina?” e aspettò, guardandomi curiosa. Sì, dissi, era scaduto il tempo e non nasceva. Ma come era avvenuto che lei e i fratelli arrivassero in Italia? Anch’io ero curiosa. “Ah” disse con sarcasmo, “tutta colpa di monsignor Bacciarini, l’allora vescovo di Lugano!”. Nonostante l’epidemia, nessuno dei bambini si era ammalato, e appena morta la mamma li mandarono a casa. A casa, però, non c’era nessuno a occuparsi di loro: il papà faceva il maniscalco e stava via l’intera giornata. Gli zii materni non si facevano vedere: non perdonavano alla mamma di aver sposato un italiano. I bambini erano in giro per il paese dalla mattina alla sera. Venne informato del caso Monsignor Bacciarini, che mandò a dire: quei bambini dovevano essere mandati in Italia, se erano figli di un italiano. “Chissà” dice, “come sarebbe stata la nostra vita se ci avessero tenuti in Svizzera”. Allarga le braccia: “è andata così”. Una mattina il papà si fece prestare l’asino dal padrone, attaccò il carretto, vi fece salire i figli e prese la strada per Como. Eccitati, felici, i bambini correvano da un lato all’altro del carretto per vedere tutto, guardare ogni cosa, e riempivano di domande il padre, che rispondeva appena. Arrivarono a Como che era ormai notte. Una cugina del padre aveva trovato posto a Santa Maria per le bambine; per i maschi, al don Guanella. Segue a pag. 32 31 gd gd idee&parole Un’altra volta raccontò che il loro papà era antifascista. Quando il padrone non gli dava la paga lui lo prendeva a schiaffi e di norma passava la notte in galera. Il mattino dopo usciva, il padrone lo pagava, e lui riprendeva a lavorare come se niente fosse. “Sono un po’ come lui” disse, “ma la Carolina… oh, la Carolina molto di più. Per questo dava fastidio. Per questo l’hanno mandata fuori”. “Però i superiori la Carolina l’hanno fatta studiare, quando era giovane”, dissi, “perché lei no?” “Perché ero bella”, si vantò, “pensa, avevo due grosse trecce bionde, e mi obbligavano a nasconderle sot- 32 to il grembiule . Di sicuro non volevano correre il rischio di farmi studiare per niente”. Poi mi disse che negli anni trascorsi nel seminario di Lugano le era passato del tutto quel mal di stomaco che a Santa Maria non le dava tregua. A Lugano mangiava bene, anche se mai aveva mangiato una coscia di pollo buona come quelle che la Carolina comprava, e mentre lo diceva sembrò che ne sentisse ancora il gusto in bocca. Cucinava suor Anna, “una donnetta piccola, larga, proprio brutta”. Ogni sera suor Anna andava a darle il bacio della buona notte, ma faceva la sostenuta ogni idee&parole volta che la vedeva parlare coi giovani seminaristi: “era gelosa di me” disse. “Era innamorata di lei, Elvezia”. “Sì, credo proprio che fosse innamorata”, ammise tranquilla. “Ha perfino pianto quando sono venuta via… ma era stato il Padre Superiore a ricordarmi che era mio dovere stare vicino alla mia sorella … è stato lui a persuadermi a chiedere la dispensa al Papa”. Mi guardò: “Ho speso la mia vita per la Carolina… per aiutarla… difenderla: non era adatta al convento. Era troppo avanti sui tempi”. All’improvviso sorrise: “Pensa come era intelligente!” Quando le portarono a Santa Maria, la Carolina aveva quattro anni, e si svegliava piangendo tutte le notti. La misero a dormire insieme all’ Elvezia – una di testa, l’altra di piedi – ma poichè si svegliava e piangeva lo stesso la suora finì per metterla in un letto vicino alla sua tenda: quando la sentiva piangere, allungava una mano e le infilava in bocca un quadretto di cioccolato. Una notte che la Carolina piangeva e di cioccolato non ce n’era più, la suora si era alzata, l’aveva presa in braccio e portata dietro la tenda: aperto il cassetto del comodino le fece vedere che era vuoto: “Vedi? Non c’è più, il cioccolato!”. “Dov’è?” chiese la Carolina. “è morto!” Da quella notte non pianse più. Capitava che a metà pomeriggio dicesse: “Quando hai finito di fumare la sigaretta, vai in cerca della Palmina, chiedile di farci un caffè”. Una volta aggiunse: “è grassa, ma è buona”. Le piacevano le persone magre: ai suoi occhi non potevano che essere ‘fini’. Le feci notare che io non ero magra. Scosse la testa: “Tu… è un’altra cosa”. A volte metteva giù la tazzina, immalinconita: si ricordava dell’ultimo caffè negato alla Carolina. Un giorno che tornava a crucciarsi la sgridai: “Basta, Elvezia. Ne abbiamo già parlato. è al quarto caffè che ha detto di no. Era mezzanotte, poi! Perché continua ad angustiarsi?”. Non era meglio, dissi, ricordare il bene che le aveva voluto, tutto quello che aveva fatto per lei, le tante cose belle che la Carolina aveva avuto? “Sì” ammise, “ha avuto tanto … anche un fidanzato.” La guardai strabiliata: un fidanzato? la Carolina ? “Sì, un siciliano, uno che aveva fretta di sposarla perché nessuno dei due era più giovane”. L’ aveva portata in Sicilia a conoscere i suoi. In motocicletta. In Sicilia la Carolina trovò una bella casa, molti aranceti, ma anche tanti parenti, troppi, e una madre anziana: si vide senza più libertà, lontana dalla sua Elvezia . Pochi giorni dopo prese il treno e tornò a casa. Dopo il racconto del ‘fidanzamento’ della Caroli- gd gd na, mi domandai se l’Elvezia avesse mai avuto un innamorato. Un pomeriggio di sole che stavamo sul terrazzo, un tempo era il terrazzo delle novizie, e lei si guardava intorno beata, glielo domandai. Mi aspettavo un no, o un suo tergiversare, invece disse subito di sì. Aveva poco più di vent’anni, e non sapeva ancora se avesse la vocazione. Sapeva che suor Ghidoni la voleva suora. A quel tempo però – nei primi anni Trenta – era consuetudine che una ragazza cresciuta dalle suore stesse almeno un mese ‘fuori, nel mondo’ prima di entrare in convento. Ma dove e da chi poteva andare l’Elvezia? Suor Ghidoni rintracciò gli zii di Breganzona, e ottenne che ospitassero la nipote. L’Elvezia partì sperando di trovare una famiglia, di portarci, nel tempo, anche la Carolina. Ma la zia e la cugina Maria si ingelosirono della sua bellezza, dei suoi modi garbati e gentili, dell’affetto che lo zio da subito nutrì per lei, e non la vollero in casa: la mandarono a vivere in un rustico fuori della loro villa poi, trovatole un lavoro ,ne pretesero l’affitto. Unico suo conforto erano le lettere di suor Ghidoni. Per andare e tornare dalla filanda, percorreva ogni giorno un sentiero tra i prati. Una sera l’affiancò un giovanotto. “Posso accompagnarla, signorina?” e smontò dalla bicicletta. L’Elvezia, presa da un’emozione sconosciuta allungò il passo e non rispose. Quel giovanotto “gentile e forse innamorato ”la raggiungeva ogni sera, ma lei non rispose mai al suo invito di fare un po’ di strada assieme. Quando il giovane girava la bicicletta e se ne andava, lei ripensava alle parole di suor Ghidoni: chiudeva ogni lettera così: “Non fare come il corvo che non tornò all’Arca. Sii la colomba. Noi ti aspettiamo”.Una sera si fece coraggio, e senza sollevare gli occhi da terra disse: “Per piacere. Per piacere, non insista. Il mio cuore è votato alla Madonna”. Si era accorta che gli uomini le facevano solo paura; che dagli zii non c’era nessuna famiglia per lei. A Santa Maria sì. Là, sarebbe stata finalmente a casa. Gabriella Baracchi 33 migrazioni gd d g Inefficace l’effetto paura del Pacchetto Sicurezza Il reato di clandestinità non ferma chi è in fuga da guerre e persecuzioni di Alberto Guariso L o scopo della grande operazione mediatica e normativa che va sotto il nome di “Pacchetto Sicurezza” (Disposizioni in materia di Pubblica Sicurezza, Legge 15 luglio ‘09 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 24 luglio ‘09) è stato annunciato a gran voce dai promotori governativi e, in effetti, risulta con chiarezza dalle norme introdotte: dimostrare che l’Italia non è il “ventre molle” dell’immigrazione, “mandare il segnale” che qui da noi la vita dell’irregolare (e in parte anche del regolare) sarà sempre più difficile, onde “disincentivare” chiunque voglia vagheggiare un progetto migratorio nel nostro paese. Ma se abbiamo la pazienza di prendere in mano qualche dato, ci rendiamo subito conto che qualcosa non torna. Un analogo messaggio era già stato mandato nel 2002, quando era stata varata la mitica “BossiFini”: già allora campeggiavano nelle nostre strade manifesti trionfanti con la fotografia di un mare deserto e la scritta “li abbiamo fermati”. Pochi ricordano che dal 2002 a oggi la legislazione sull’immigrazione non è mai cambiata perché il centro sinistra (nei suoi due anni di governo) non ne ha modificato neppure un comma. Eppure, dopo sette anni di legislazione improntata a quella severità venduta già nel 2002 come fattore di sicurezza, gli immigrati sono passati da 1.200.000 nel 2002 a quasi 5 milioni oggi, con un aumento di oltre il 400% in sette anni. Non solo: gli stranieri irregolari erano nel 2002 certamente 700.000 (tante furono infatti le domande presentate da irregolari per la sanatoria varata in quell’anno); oggi tutti gli istituti di ricerca quantificano in 700.000 la presenza di irregolari in Italia. Morale: sette anni di legislazione, nata con gli stessi obiettivi di quella oggi varata, non hanno fatto muovere un passo verso la soluzione del problema dell’irregolarità. Problema che, come è ormai noto a tutti, affonda le sue radici non nei bar- 34 coni (che riguardano una quota minima di irregolari), ma nell’infernale meccanismo dei cosiddetti “flussi”, in forza del quale si pretende la stipula del contratto di lavoro prima dell’ingresso in Italia (e dunque con un lavoratore mai visto e mai conosciuto); con il risultato di incentivare l’ingresso clandestino alla ricerca del datore di lavoro nella speranza (spesso vana) di potersi prima o poi “sanare”. F a dunque un po’ rabbrividire il fatto che invece di porre mano alla fonte vera dell’irregolarità (ragionando pacatamente sulla possibilità di consentire l’ingresso regolare per la ricerca di un lavoro, che è oggi vietato e che sarebbe l’unico modo migrazioni per ridurre davvero il numero di clandestini) si preferisca menare fendenti a destra e a manca sperando che l’azzeramento di qualsiasi diritto per lo straniero irregolare possa indurlo ad ab- bandonare il progetto migratorio: ma questo, fondato sul bisogno, ben difficilmente verrà accantonato. La politica della paura edittale e pratica (il rischio di essere ricondotto forzatamente) risulta gd gd comunque vana perché ben più grandi sono le paure (le persecuzioni, la fame, le guerre, le carestie) che spingono migliaia di persone a migrare dai paesi poveri verso l’Europa. 35 il corpo gd Joumana Haddad e la metafora del corpo di Ip. So. L ibanese nata a Beirut nel 1970 da famiglia araba di religione cristiano-maronita, solida educazione in un collegio di suore francesi e studi accademici con dottorato in lingua e letteratura arabe alla Sorbona, Joumana Haddad è un’intellettuale cosmopolita, una donna affascinante e una delle personalità femminili maggiormente impegnate della cultura araba contemporanea. Noi del Senato delle Donne l’abbiamo incontrata a fine giugno e ospitata a Como all’indomani del suo reading svoltosi a Palazzo Rosso, durante il Festival della Poesia di Genova. Joumana è poetessa, scrittrice e, dal 1997, giornalista. Scrive e compone indifferentemente in arabo, francese, inglese e italiano e parla sette lingue. Vincitrice nel 2006 del premio del giornalismo arabo, da qualche anno è la responsabile delle pagine culturali del quotidiano libanese An Nahar. Presenza attiva in Internet con sito e blog culturali, la Haddad da qualche tempo è uscita allo scoperto con una autonoma iniziativa editoriale assai dirompente per il mondo arabo: la pubblicazione di una rivista trimestrale dal titolo Jasad (corpo, in arabo) specializzata nella letteratura e nelle arti del corpo in tutte le sue che perché nel mondo arabo si rappresentazioni, compresa la è giunti ormai a un punto in cui sessualità e l’erotismo, argomenti parlare di temi che riguardano il che rendono questa pubblicazio- corpo è diventato un tabù. ne un prodotto quasi rivoluzio- Non era così in passato e ci sono libri del X, XI secolo di un eronario per il suo paese. A tal proposito Joumana ci ha tismo letterario e di una liberraccontato: “Il progetto editoria- tà meravigliosi. Mi è sembrata le è una sorta di figlio culturale: un’ingiustizia privare la lingua ho sempre scritto sul tema del araba di questa parte essenziale corpo, così quando ho deciso di del suo vocabolario, del suo pomettermi in gioco come editri- tenziale capace di esprimere certi ce, la scelta è stata naturale, an- concetti. 36 Io voglio solo contribuire a far cambiare un po’ le cose. La rivista, di duecento pagine, viene distribuita in tutte le edicole del Libano e approfondisce in ogni numero diversi aspetti e temi culturali relativi al corpo: non si occupa solo di sessualità e del corpo “erotico”, questa è solo una delle sue rappresentazioni. Ma nonostante questo, Jasad è stata definita la prima rivista che parla di sesso nel mondo arabo, gd il corpo perciò lo stampatore ha preferito restare anonimo per evitare fastidi e purtroppo non c’è pubblicità, così devo finanziare il progetto da sola. Per me era importante che la rivista uscisse in formato cartaceo, per lanciare una sfida di concretezza, che fosse in arabo per il peso che ha la lingua, e che non avesse pseudonimi per un’assunzione di responsabilità nella stesura degli articoli. Collaborano freelance da tutto il mondo arabo: Siria, Egitto, Giordania, Marocco, Arabia Saudita, ma ci sono ancora poche donne. Il fatto che risponda a un bisogno è dimostrato dal successo di vendite: si vende in zone dove non ce lo saremmo aspettato, come nella periferia sciita di Beirut. Fuori dal Libano arriva in abbonamento e molti lettori sono proprio dell’Arabia Saudita, dove la rivista, ufficialmente, è stata censurata. Ciò dimostra la curiosità che ha saputo suscitare, segno che nella realtà araba, anche se in modo poco apparente, molto si sta muovendo”. Geniodonna invita i lettori Sono Una Donna da Adrenalina (Trad. di Valentina Colombo ) Nessuno può immaginare quel che dico quando me ne sto in silenzio chi vedo quando chiudo gli occhi come vengo sospinta quando vengo sospinta cosa cerco quando lascio libere le mani. Nessuno, nessuno sa quando ho fame quando parto quando cammino e quando mi perdo. Nessuno sa che per me andare è ritornare e ritornare è indietreggiare, che la mia debolezza è una maschera e la mia forza è una maschera, e quel che seguirà è una tempesta. Credono di sapere e io glielo lascio credere. E creo. Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà fosse una loro concessione e ringraziassi e obbedissi. Ma io sono libera prima e dopo di loro, con loro e senza loro sono libera nella vittoria e nella sconfitta. La mia prigione è la mia volontà! La chiave della prigione è la loro lingua ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio e il mio desiderio non riusciranno mai a domare. Sono una donna. Credono che la mia libertà sia loro proprietà e io glielo lascio credere. E creo. Joumana Haddad all’incontro con Joumana Haddad che si terrà a Como il 28 novembre 2009 presso la Biblioteca Comunale, piazzetta V. Lucati a partire dalle ore 16.30 Bibliografìa in arabo • Il tempo del sogno – 1995 • Invito a una cena segreta – Ed. An Nahar 1998 • Due mani verso l’abisso – Ed. An Nahar 2000 • Non ho peccato abbastanza – Ed. Kaf Noun 2003 • Il ritorno di Lilith – Ed. An Nahar 2004 • La pantera nascosta alla base delle spalle – Ed. Al Ikhtilaf 2006 • In compagnia dei ladri di fuoco. Interviste con scrittori internazionali – Ed. An Nahar 2006 • Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. 150 poeti suicidi nel ventesimo secolo. Antologia poetica – Ed. An Nahar 2007 • Cattive abitudini – Min. della Cultura egiziana 2007 • Specchi delle passanti nei sogni – An Nahar 2008 Bibliografìa in italiano • Racconto “I Mocassini” in Parola di donna, corpo di donna. Antologia di scrittrici arabe a cura di Valentina Colombo. Mondadori 2006 • Non ho peccato abbastanza. Antologia di poetesse arabe contemporanee a cura di Valentina Colombo – Mondadori 2007 • Adrenalina – Edizioni del Leone 2009 37 Che cosa è una donna araba? Un brano dal libro inedito “Being an Arab Woman” di Joumana Haddad P rima di chiedersi: “Cos’è una donna araba?”, è necessario chiedersi come viene percepita una tipica donna araba dall’occhio di una persona non araba. Non si tratta forse di una percezione che viene a formarsi nella coscienza collettiva occidentale attraverso un numero enorme di formule e generalizzazioni? Non è forse vero che spesso la si vede come una povera donna indifesa condannata a obbedire incondizionatamente agli uomini di famiglia: padre, fratello marito e figlio? Come un’anima impotente che non ha alcun controllo sopra il proprio destino? Un corpo inerme a cui si dice quando vivere, morire, partorire, nascondersi o scomparire? Come un volto invisibile nascosto da strati di paura, vulnerabilità e ignoranza, e orribilmente cancellato dallo hijab islamico? O peggio: dal burqa sunnita o dal chador sciita? Ovviamente non tutti i cliché sono del tutto sbagliati. Non tutti i “truismi” sono totalmente falsi. Le donne che abbiamo descritto esistono. Non solo, ma per essere sinceri e scientificamente precisi, devo con dispiacere ammettere che si tratta del modello dominante della donna araba dei nostri giorni. Dovunque ci si rechi, dallo Yemen fino in Egitto, dall’Arabia Saudita fino al Bahrain, si scopre che i poteri religiosi, i sistemi politici, le società patriarcali e persino la stessa donna araba (che è il proprio peggior nemico, quasi sempre una complice nell’avversare il proprio sesso), toccano picchi di eccellenza nell’escogitare nuovi metodi per umiliare la donna, frustrarla e annullare il suo ruolo e la sua identità. Ammettendo pure che sia così, non è comunque meno scandaloso, triste e scorretto, che non vi sia altra immagine della donna araba presente nella comune percezione occidentale. Non tutte le donne arabe sono delle vittime. 38 Non tutte le donne sono sfruttate. Non tutte sono passive o maltrattate. Non tutte le donne arabe sono docili. E non tutte sono musulmane. Non tutte le donne arabe cristiane sono emancipate e hanno una mentalità aperta. Non tutte le donne musulmane portano il velo, il burqa o il chador. Non tutte le donne arabe sopportano aborti per selezionare il sesso, escissioni o matrimoni combinati. E soprattutto non a tutte le donne arabe manca la spina dorsale. L’altra donna araba, quella atipica, libera, ribelle, indipendente, moderna, che pensa liberamente, non convenzionale, di buona cultura e autosufficiente, non è un mito. Anche lei esiste, proprio a fianco dell’altra, ed è la sua unica speranza. Per giunta non è così rara come si può supporre. Sì, l’altra esiste davvero. Ha bisogno di visibilità. Merita di essere conosciuta. E io sono qui per raccontare la sua storia: tra quella di molte altre, la mia. diritti gd gd La destra usa l’arma della illegittimità costituzionale Silurata la legge sulla piena tutela dei gay di Katia Trinca Colonel L a legge “Concia” che, in caso di aggressioni, introduceva l’aggravante della finalità dettata dall’orientamento o della discriminazione sessuale della vittima (omofobia) è stata giudicata incostituzionale e non è passata. La maggioranza, alla Camera, ha deciso di farla fallire venendo meno a un gesto di civiltà che ci avrebbe riscattato agli occhi di un’Europa sempre più attonita. Prima i respingimenti dei migranti, adesso il no ad una norma che inaspriva la pena per le violenze contro gli omosessuali. Che cosa proponeva questa legge? Una cosa molto semplice: Anna Paola Concia (Pd), relatrice del progetto, di fronte all’aumentare della violenza omofoba e alla mancanza di direttive precise, ha chiesto “un gesto di civiltà e di amore verso i cittadini omosessuali e transessuali”, si è fatta portavoce di un appello ai deputati di centrodestra per approvare al più presto la legge contro l’omofobia in discussione in Commissione Giustizia alla Camera. Tutto inutile. Appello caduto nel vuoto. Eppure, sono tante nel nostro Paese (da gennaio ad ottobre 60 episodi) le aggressioni contro gli omosessuali. Le ultime di questi giorni raccontano di un insegnante napoletano che ha denunciato un’aggressione in metropolitana: tre teste rasate gli hanno puntato un coltello contro i genitali, minacciandolo perché lo avevano identificato come gay. “Sei un ricchione, un putrido”, le parole che l’uomo si è sentito rivolgere. In un ospedale romano è stato prestato soccorso a una transgender inseguita e investita da un’auto nel quartiere Eur. Secondo i testimoni, la trans era stata presa di mira dal conducente e dal passeggero, entrambi uomini, ed è fuggita fino a quando, travolta dal veicolo, è caduta, battendo la testa. “Affossare la legge contro l’omofobia è stato un passo indietro per l’Italia”. È quanto ha dichiarato l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay. “Per gli omosessuali è necessaria una piena protezione” – ha aggiunto. Evidentemente i nostri parlamentari non vogliono proteggere una parte dei cittadini italiani che dovrebbero rappresentare e tutelare. Perché la legge non è passata? Per quello che si potrebbe definire un cavillo da Azzeccagarbugli. Il 13 ottobre, la Camera dei Deputati ha approvato una pregiudiziale di costituzionalità presentata dall’Udc. In sostanza, la legge introdurrebbe un “trattamento differenziato” derivante dall’espressione “orientamento sessuale” che, secondo questi signori, comprenderebbe “qualunque orientamento, ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo eccetera”. Ma che cosa c’entra la pedofilia con l’omosessualità? Come al solito si mischiano le carte per confondere il gioco. 39 gd gd uguaglianza Le donne a passo veloce camminano verso parità e partecipazione Approvata la mozione di Monica Duca Widmer sulla quota minima del trenta per cento per le minoranze di genere nelle commissioni consultive del governo ticinese. è il primo gradino per raggiungere la parità in politica di A. Sic. L a mozione sulla rappresentanza equa dei sessi nelle commissioni extraparlamentari, approvata in maggio dal parlamento ticinese, ha introdotto la percentuale minima del 30% di donne o uomini in questi organi. E ha anche ri- sollevato il problema della scarsa partecipazione di donne a tutti i livelli della politica. Ne abbiamo parlato con Monica Duca Widmer, deputata in Gran Consiglio e prima firmataria della mozione. Secondo la sua esperienza, senza le quote rosa non si può raggiungere la parità in politica? 40 Un’equa rappresentanza dei sessi è indispensabile in tutti gli ambiti della società: nelle commissioni, nelle aziende, negli organi direttivi, nelle associazioni. Solo in questo modo la si potrà raggiungere in politica. Invece, laddove ci sia un’elezione popolare, la si deve ottenere senza quote, per lasciare intatta la democrazia, gd gd uguaglianza ossia la possibilità di libera scelta di chi si ritiene ci debba rappresentare. In alcune commissioni gli uomini sono sottorappresentati? Sì, in quella per la condizione femminile. Finora la ricerca di uomini disposti a farne parte non ha dato frutti. I detrattori delle quote rosa sostengono che una nomina femminile potrebbe essere vista solo come un atto dovuto e non come il riconoscimento delle competenze. C’è questo rischio? Assolutamente no, non si tratta di un’imposizione numerica e basta. Il rispetto della quota del 30% è sempre subordinato ai requisiti richiesti. Se non si trova la persona adatta, donna o uomo che sia, è possibile non rispettare la quota. Bisognerà però dimostrare di avere cercato e spiegare come lo si è fatto. I firmatari del rapporto della Commissione speciale Costituzione e diritti politici han- no paragonato le minoranze a trattori lenti e pesanti... È la conferma che ci sono ancora persone che non riescono ad accettare una donna “alla pari”. Peccato per loro: non riescono a intravedere nella differenza l’arricchimento e la complementarietà e nell’altro un essere umano degno di rispetto. Nel parlamento ticinese, su 90 deputati solo 11 sono donne. Poco coinvolgimento da parte dei partiti o disaffezione delle donne verso la politica? Disaffezione no, perché ci vorrebbe dapprima un’affezione che numericamente non c’è mai stata. Rispetto agli uomini, le donne hanno meno visibilità e una scarsa rete di conoscenze, quindi in una battaglia elettorale partono svantaggiate. I partiti possono compensare queste carenze dando spazi adeguati alle candidate. Ma poi c’è una questione di numeri: una donna in più eletta significa anche un uomo in meno eletto. Quote sì, quote no I membri di minoranza della Commissione speciale Costituzione e diritti politici hanno consigliato al parlamento di respingere la mozione di Monica Duca Widmer, per evitare che persone meno capaci, senza distinzioni di sesso, possano entrare nelle commissioni: “Anche se i trattori sono ottimi per sgomberare delle macerie, non per questobisogna imporne la presenza di tre o quattro in una gara di Formula uno”. Secondo i membri di maggioranza, invece, le donne daranno un importante contributo. Per Fabrizia Toletti, presidente della Faft, il nuovo regolamento “costituisce attualmente l’unica soluzione praticabile per ottenere il raggiungimento dell’obiettivo minimo del 30% di presenza femminile nelle commissioni”. Le voci di dissenso vi sono anche tra le donne, come ha evidenziato il Mattino della domenica. Per Giovanna De Ambrogi del Partito Liberale Radicale, le quote rosa sono l’ultima ratio. Secondo la leghista Renza De Rea sono un passo indietro nel cammino verso la parità. Francesca Bordoni Brooks del Partito Popolare Democratico ritiene triste il ricorso all’intervento di legge per coinvolgere le donne. La socialista Iris Canonica sostiene che ricorrere alle quote sia una sconfitta. LE DONNE ATTIVE IN POLITICA OGGI Ticino Governo (Consiglio di Stato)1 Membri 5 Donne 2 Percentuale 40% Parlamento (Gran Consiglio) Deputati 90 Donne 11 Percentuale 12% Comuni2 Sindaci Donne Percentuale 176 11 6,25% Confederazione Governo (Consiglio Federale)3 Membri 7 Donne 3 Percentuale 42,80% Parlamento (Consiglio degli Stati)4 Membri 46 Donne 10 Percentuale 21,70% Consiglio nazionale5 Membri 200 Donne 58 Percentuale 29% Fonte: Ufficio statistica, Osservatorio della vita politica. I dati si riferiscono alla legislatura 2007-2011. Note 1. Marina Masoni è stata la prima donna eletta in governo (1995). Dalle elezioni successive le donne sono sempre state 2. 2. Nei municipi sono attive 104 donne, mentre sono 872 le donne che ricoprono la carica di consigliere comunale. 3. Nessuna donna ticinese è stata finora consigliere federale. 4. A oggi nessuna donna ticinese ha ricoperto la carica di senatrice. 5. Alma Bacciarini è stata la prima donna ticinese a essere eletta in Consiglio nazionale (1979). Chiara Simoneschi-Cortesi è la prima donna ticinese a presiedere la Camera del popolo (2009). 41 gd la violenze coppia Il piacere infame nei lager nazisti Helga Schneider racconta il destino di donne punite con la prostituzione forzata e il proprio dramma di bambina di 4 anni abbandonata dalla madre che preferì diventare guardiana in un campo di sterminio di Maria Tatsos Centinaia di donne tedesche e polacche, imprigionate nei campi di concentramento per aver avuto, per esempio, una storia d’amore con un ebreo, dal 1942 vennero costrette a prostituirsi nei bordelli istituiti nei lager da Heinrich Himmler, il capo delle SS, per accrescere la produttività dei prigionieri-lavoratori maschi. Alcune sopravvissero a questa vita orribile. Traumatizzate nel corpo e nella psiche, alla fine della guerra cercarono di dimenticare, schiacciate dal peso della vergogna. Per decenni, nessuno ha osato parlare di questo dramma. L a scrittrice Helga Schneider è una donna coraggiosa. Nei suoi libri, il dovere di ricordare è quasi una missione e le vicende storiche di un popolo – quello tedesco – spesso si intrecciano con la sua tormentata vicenda personale di bambina negli anni del nazismo. Figlia di genitori austriaci, Helga Schneider è nata nel 1937, è cresciuta a Berlino e dal 1963 vive a Bologna. Quella italiana è la sua seconda identità, radicata a tal punto da scrivere degli autentici bestseller nella nostra lingua. I suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in vari Paesi europei, Stati Uniti, Giappone e Brasile. L’abbiamo intervistata in occasione dell’uscita del suo undicesimo romanzo La baracca dei tristi piaceri (Salani Editore, € 14) che affronta il tema della prostituzione forzata nei lager. Perché ha deciso di affrontare in un romanzo un argomento così spinoso? “La violenza sulle donne esiste da sempre, e c’è stata anche durante il nazismo. Negli anni Novanta, uno scrittore, Eugen Kogon, che ha conosciuto personalmente l’esperienza del lager, ha testimoniato dell’esistenza di questi bordelli, che si chiamavano Sonderbau (edificio speciale). Ci sono state interviste e ricerche. Mi gd storia sono documentata e ho scelto di costruire una storia. La protagonista, Herta Kiesel, ormai anziana, affida i ricordi dell’orrore che ha vissuto a Buchenwald a una scrittrice italiana. I prigionieri pagavano due marchi per un rapporto sessuale, soldi che finivano ovviamente nelle mani dei nazisti. Spesso disprezzavano le donne del bordello, convinti che avessero fatto una scelta, e non capivano che anche loro erano vittime, anzi, doppiamente vittime… Questi bordelli furono istituiti in dieci lager. Le ragazze, scelte fra le più giovani e gradevoli, venivano soprattutto da Ravensbrück. Venivano attirate con la falsa promessa che dopo sei mesi sarebbero state liberate. E quando il loro fisico era distrutto dalla vita che conducevano, venivano riportate a Ravensbrück, dove venivano utilizzate come cavie per esperimenti medici. In quegli anni si sperimentavano i sulfamidici, e molte morirono di infezioni terribili indotte dai medici. Le sopravvissute furono pochissime.” C’erano anche donne ebree? “No, mai. E nessun uomo ebreo avrebbe mai potuto frequentare il Sonderbau, per motivi razziali. Erano per lo più tedeschi. Il massimo dell’ipocrisia del regime, che combatteva aspramente la prostituzione nella società, era questa legalizzazione nei lager, con il pretesto di arginare l’omosessualità fra i prigionieri.” Cosa desidera trasmettere al lettore con una storia come questa? “Ho scelto di essere scrittrice e testimone del periodo storico che ho vissuto da bambina, che ha segnato la mia vita ed è diventato quasi un’ossessione per me. La vicenda che narro non è autobiografica, ma mi sono documentata in modo approfondito. Desidero che il lettore arrivi alla consapevolezza di aver scoperto una pagina di Storia che non conosceva.” Cosa rappresenta la scrittura nella sua vita? “La scrittura ha avuto per me una funzione terapeutica e liberatoria. Avevo quattro anni e mio fratello 19 mesi quando mia madre ci ha abbandonati per seguire le Waffen SS e diventare guardiana in un campo di sterminio. Come racconto in Lasciami andare madre, l’ho rivista due volte dopo la guerra ma lei non si è mai pentita della sua scelta. Quando avevo sette anni l’Armata Rossa ha conquistato la capitale tedesca. In Il rogo di Berlino racconto quei momenti terribili, le violenze sulle donne… Ho visto ragazze stuprate davanti a me… Crescendo, sono diventata un’adolescente terrorizzata dagli uomini. Poi sono venuta in Italia, mi sono sposata e per tanto tempo ho cercato di dimenticare tutto. La scrittura mi ha aiutata ad affrontare il mio passato e a superarne i traumi.” Come sono stati accolti i suoi libri in Germania? “All’inizio, con grande diffidenza. C’era chi dubitava della veridicità di quanto raccontavo. Dopo il primo impatto, ho avuto molte recensioni positive e interviste.” Un gruppo di guardiane dei lager. gd in cammino La mistica della femminilità di Licia Badesi L a mistica della femminilità, pubblicata nel 1963, esce nell’edizione italiana nel 1964: il saggio di Betty Friedan diventa subito un best seller e accende appassionate discussioni non soltanto negli Usa. La Friedan parte dal suo disagio di madre di tre bambini, che lavora spesso lontano da casa e che avverte tale assenza con un oscuro senso di colpa. Si trattava di una faccenda personale o altre donne subivano il suo stesso disa- gio? La sua riflessione parte da questo punto. Qual era la sorte di tante sue compagne di college, che quindici anni prima avevano conseguito il baccellierato a Smith? Nasce così il questionario che la Friedan invia a duecento donne. Il profilo che ne emerge non ha niente a che vedere con quello delineato nelle più diffuse riviste femminili. E il guaio è che le donne, invece di rifiutare quella mistificazione, si sforzano di adeguarvisi, rinnegando se stesse. Lo studio della Friedan passa attraverso l’esa- 44 me critico di numerose riviste femminili e la collaborazione di uno stuolo di studiosi di psicologia e igiene mentale. Il senso d’insoddisfazione che le donne americane avvertivano con inquietudine, era la conseguenza di un’imposizione che le rinchiudeva nel confine delle pareti domestiche, in funzione del marito e dei figli. Vittime della mistica della femminilità, soffocavano il loro talento e le loro capacità scivolando verso la nevrosi, finendo sul lettino dello psicanalista o nell’ambulatorio dello psichiatra. in cammino La visione freudiana della donna aveva fatto il resto. È interessante il quadro che la Friedan delinea sulla condizione della donna americana e sui guasti che ne conseguono non solo per la donna ma per l’intera società: “Il problema senza nome – che è semplicemente il fatto che si impedisce alle donne americane di sviluppare pienamente le loro capacità – incide sulla salute fisica e mentale del Paese più di ogni altra malattia conosciuta. Si tenga presente l’alta incidenza di esaurimenti mentali nelle donne tra i venti e i quarant’anni; i casi di alcolismo e di suicidio nelle donne tra i quaranta e i sessanta; la monopolizzazione del tempo dei medici da parte delle casalinghe. Per non parlare delle giovani madri che arrestano il proprio sviluppo e la propria istruzione prima di aver raggiunto l’identità, e senza avere un forte nucleo di valori umani da trasmettere ai figli: continuare su questa strada – essa conclude – sarebbe un vero e proprio genocidio”. Il merito maggiore della Friedan, a parte i capitoli sul suffragismo americano e sulla psicanalisi, consiste nel fatto che il rilievo dell’oppressione esercitata sulla donna acquistava, attraverso di lei, ampia risonanza. A conclusione della sua analisi, pur ammettendo che non esistono soluzioni facili del problema, scrive: “Prima di tutto si tratta di rifiutare lo stereotipo della casalinga. Ciò non comporta il divorzio, l’abbandono dei figli, la rinuncia alla casa. La scelta non è tra matrimonio e carriera; questa era la contrapposizione errata della mistica della femminilità”. Si tratta piuttosto di conciliare matrimonio e maternità con il lavoro e la carriera. Ma ciò comporta un nuovo program- ma di vita. E questo è appunto l’ostacolo da affrontare, che è di natura politica. Alla radice della mistica della femminilità ci sono i pregiudizi comuni a tutte le forme di razzismo. Gli errori teorici nascono spesso (e questo è il caso) da un fine pratico che, nello specifico, è quello di riservare alla donna la cenere del focolare. Rendendola per giunta complice della sua condizione servile, attraverso un’educazione che passa da canali diversi: da quelli più elevati, a quelli della comunicazione di massa. Mi sembra perciò ingenua la fiducia della Friedan, che si chiede quanto occorrerà “alle riviste femminili, ai sociologi, agli educatori e gd agli psicanalisti per correggere gli errori”. Vien da dire: quando l’opposizione delle donne riuscirà ad avere la meglio, resistendo un’ora di più. “Forse – scrive – la controrivoluzione sessuale americana costituisce la premessa perché la larva esca dal suo sviluppo verso la maturità.” E conclude: “A quel punto la spaccatura dell’immagine della donna verrà sanata, e le figlie non si troveranno di fronte al vuoto a ventuno o a quarant’anni. Perché si renderanno conto da sole della loro identità. Non avranno bisogno dell’opinione del ragazzo o dell’uomo per sentirsi vive”. Ma forse la larva si è già sviluppata da un pezzo. Betty Friedan Betty Noemi Goldstein è nata il 4 febbraio 1921 a Peoria, nell’Illinois. Suo padre Harry era proprietario di una gioielleria; la madre Miriam lavorava per un giornale, lavoro che aveva dovuto lasciare per dedicarsi completamente alla casa. Betty studia nello Smith College, dove si laurea con lode nel 1942.Vince una borsa di studio in psicologia alla Università di California. Allieva di Koffka, uno dei fondatori della Gelstalt, partecipa ai primi esperimenti di dinamica di gruppo, e infine lavora nel campo della psicologia clinica e nella ricerca applicata alle scienze sociali. Nel 1947 sposa Carl Friedan, regista teatrale, e ha tre figli: Daniel, Emily e Jonathan. In prossimità della nascita del primo figlio, ottiene un permesso di maternità. Ma quando sta per nascere il secondo figlio perde il lavoro: un uomo subentra al suo posto. Un episodio significativo nella vita di una donna consapevole dei propri diritti. Il 1966 è un anno importante per la Friedan, che diventa cofondatrice della National Organisation for Women, organizzazione che presiede fino al 1970. Nel 1969 la troviamo impegnata sulla questione dell’aborto. Oltre alla sua opera più famosa, La mistica della femminilità, uscita negli anni Sessanta, che nel 2000 ha una tiratura di tre milioni di copie, ricordiamo Scritti sul movimento delle donne, del 1976, e, nel 1993, The mountain of age. Il 4 febbraio 2006, muore a Washington, nella sua casa, a 85 anni.Vale la pena di ricordare una sua arguta osservazione: “Alcune persone pensano che io stia dicendo: donne di tutto il mondo unitevi! Non avete niente da perdere se non i vostri uomini. Non è vero. Io dico: non avete niente da perdere se non i vostri aspirapolvere!” 45 gd quaderno di viaggio Danze e filtri d’amore Testo e disegni di Maya Di Giulio S ono nel cuore di Marrakech, nella piazza Jeemaa el Fna, e come sempre mi meraviglio per lo spettacolo che mi si presenta davanti. Qui, come in una eterna festa, ogni sera i saltimbanchi compiono sorprendenti acrobazie, gli incantatori di serpenti maneggiano con perizia cobra sinuosi tra danzatori travestiti da odalische e venditori d’acqua, mentre musici, cantastorie, ballerini e maghi invitano i passanti a soffermarsi. è una piazza che diventa teatro, la sua vitalità è incontenibile e mi trascina in un vortice di emo- zioni. Non ci sono solo turisti di passaggio: le esibizioni sono soprattutto per quelli che vivono qui, che si lasciano coinvolgere con entusiasmo da qualsiasi richiamo. Osservo lo spettacolo dall’alto del terrazzo del Café de France, sorseggiando un profumato tè alla menta, tra decine di turisti armati di giganteschi teleobbiettivi, pronti a carpire i segreti della piazza. Decido che è l’ora di andare a immergermi nella bolgia, tra gli aromi e i fumi densi provenienti dai banchetti che ogni sera spuntano come funghi nel centro del piazzale e che lo trasformano in una enorme tavola imbandita. Un ragazzino dalla pelle scura tenta di mettermi sulla spalla la scimmietta che tiene legata a una lunga catenella. Potrei farmi fare una foto con la vivace 46 bestiolina, ma la scrollo di dosso con un gesto rapido; non amo le scimmie, anzi, le detesto, per un incontro troppo ravvicinato avuto molti anni fa in Indonesia con un esemplare di tutto rispetto… Il mio sguardo vaga curioso come sempre, senza sapere dove fermarsi di preciso tra le tante attrazioni. Un vecchio dalla lunga barba bianca e dal curioso copricapo con una finta colomba in testa richiama la mia attenzione. Il suo sguardo è profondo e magnetico, il sorriso accattivante. La sua merce promette cose strabilianti: vende oggetti ed erbe magiche! Stesi su un tappeto per terra barattoli e cestini colmi di strani amuleti solleticano la mia curiosità: ci sono piume e uova di struzzo, ali di corvo tra camaleonti rinsecchiti e grigi, potentissimi talismani contro gli spiriti molesti; filtri d’amore sotto forma di erbe magiche, corallo grezzo che funge da portafortuna oltre che da rimedio infallibile contro le affezioni polmonari se polverizzato e disciolto nell’aceto, e ancora carbone vischioso, ambra grezza, grasso di struzzo, gomma arabica. “Per ogni quaderno di viaggio gd nel vortice di Marrakech problema c’è un rimedio”, mi suggerisce il venditore in un italiano incerto. Penso divertita che potrei approfittare di un buon filtro d’amore, in fondo la felicità che ti garantisce costa solo tre euro! Ochob el Hob, erba d’amore: lasciare in infusione in acqua bollente per cinque minuti con zucchero e berla insieme all’amato, che si innamorerà perdutamente di te! Semplice, no? Ho anche le istruzioni in arabo. Soddisfatta del mio acquisto e divertita all’idea di sperimentarla quanto prima in Italia su una certa persona, mi avvicino a un gruppetto di donne sedute su traballanti panchetti che, con estrema perizia, decorano con l’henné le mani non solo delle turiste. Indossano la loro djellaba colorata, ridono e ammiccano con lo sguardo. La musica un po’ ossessiva di suonatori Gnaoua mi avvolge e mi penetra nella testa. Mi viene voglia di muovermi, ballare, seguire con il movimento del corpo e delle mani il ritmo incalzante. Il suono metallico dei tamburelli accompagna le mie movenze sempre più veloci, mi faccio trascinare come fossi dentro a un vortice. Mi fondo con la piazza, le appartengo, non vorrei più andare via. 47 gd dal mondo Sotto lo stesso cielo di Celeste Grossi* I n tutto il pianeta reti e movimenti di donne lottano contro le discriminazioni e le violenze di genere. Con tenacia ricercano i fili invisibili che segnano il tracciato della relazione, del rispetto, del riconoscersi oltre le differenze. Attraversano confini per raggiungere insieme la libertà-liberazione di tutte le donne del mondo. Agiscono per sé e per le altre, ma anche per tutti gli uomini perché i diritti o sono di tutte, di tutti, o non sono. Queste donne, nei cinque continenti sperimentano forme di lot- ta e pratiche politiche originali. Nel 2006 Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran, ha affermato che la cosa più importante è capire che la libertà non deve mai essere data per scontata: teme che oggi in occidente, Stati Uniti, Francia o Italia, dove le donne hanno conquistato diritti che per secoli sono stati negati, ci sia il reale pericolo di adagiarsi e dimenticare che anche da noi questi diritti non sono acquisiti una volta per tutte. Ecco allora l’importanza di sostenere chi sta lottando in altre parti del mondo per gli stessi diritti. Anche l’ONU afferma 48 che: “Non esiste paese al mondo in cui le donne non siano discriminate”. Infatti solo recentemente il Senato degli Stati Uniti, sollecitato da Obama, ha ratificato una fondamentale Convenzione Internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw), approvata dalla seconda Conferenza mondiale delle donne (Copenaghen 1980). In ogni Stato si riscontra qualche forma di discriminazione di genere che purtroppo spesso, qui e altrove, si trasforma in violenza di genere, vale a dire “ogni atto che produce o è probabile che dal mondo zionale fra una trentina di gruppi femminili organizzato dall’associazione SIMA (Solidarietà Italiana con le Madri di Plaza de Mayo), nato da un’idea dell’associazione delle Madres argentine che sfidarono la dittatura di Videla. Impossibile nominare tutti i movimenti di donne in lotta contro la violenza di genere nel mondo: di seguito quattro nodi della rete che capillarmente copre tutti i continenti. Agosto 2009 Una manifestazione in Pakistan con Rawa Revolutionary Association of the Women of Afghanistan che dal 1979 si occupa dell’educazione clandestina delle donne. produca un danno o una sofferenza fisica, sessuale, psicologica ed economica alle donne, commesso in luogo pubblico o privato” (ONU 1995). Mujeres en lucha Ma le donne del mondo non stanno a guardare. Lottano e si incontrano per scambiare esperienze, affermare la possibilità di una pratica politica radicalmente “altra” e costruire nuovi strumenti di giustizia, libertà e dignità per l’umanità tutta. Il primo appuntamento fu a Parigi nel 1994. Il secondo a Roma, nel 2007, fu un incontro interna- Messico: le donne lottano contro il femminicidio A Ciudad Juárez, al confine con gli USA, un milione e cinquecentomila abitanti, la violenza di genere ha ucciso dal ‘93 più di 430 donne, mentre 600 sono scomparse. Qui nel 2001 sparì Lilia Alejandra García Andrade, poi ritrovata ferocemente torturata e strangolata in un campo incolto. Non riuscendo a ottenere giustizia, la sua maestra, Marisela Ortiz, sua madre e altre madri di donne scomparse fondarono Nuestras hijas de regreso a casa, un’organizzazione di familiari e amici delle giovani assassinate e delle desaparecidas. Congo: le donne motore del cambiamento Repubblica Democratica del Congo: stupri e violenze di guerra minano la salute e la vita del 90% delle congolesi. Nel sud Kivu, nel 2008, Onu-Unfpa ha censito 11.600 donne curate dopo la violenza carnale subita dai miliziani: dal ’98 sono 30.000 le stuprate nel nord Kivu. Moltis- gd sime tacciono per vergogna. Nel distretto di Goma donne legate ad Action Aid tenacemente si sottraggono al ricatto della comunità che cerca di trasformarle da vittime in colpevoli: manifestano indossando e distribuendo T-shirt con scritto “Io rifiuto di essere stuprata. E tu?”. Iran: Shirin e le altre Da giugno 2009, dopo le contestate elezioni in Iran, a Teheran una moltitudine di cittadini, giovani, donne, uomini, hanno manifestato pacificamente nelle strade. La risposta di governo e polizia è stata violenta: pestaggi, arresti, torture e uccisioni. Le donne che hanno perso persone care, quelle che cercano i dispersi e quelle che hanno amici e parenti in prigione, hanno creato un comitato: con altre donne solidali ogni sabato alle 19 si riuniscono in un parco in Teheran vestite di nero in segno di lutto e in silenzio “gridano” il loro dolore ai passanti. Rawa: dalla parte delle bambine Nelle zone tribali afgane, al 90% controllate dai talebani, c’è il dramma delle bambine ritirate dalle aule scolastiche. Se nel 2006 erano 120mila le scolare oggi sono meno di 40mila. Nel vicino Pakistan dal 2007 sono stati distrutti più di 200 edifici scolastici. Bambine e ragazze ritirate da scuola e intenzionate a studiare subiscono minacce di morte o attacchi con l’acido. Nella primavera 2009 è stata uccisa Bakht Zeba, un’assistente sociale che lottava per l’istruzione delle bambine. Ma non si fermano le tenaci lotte delle donne che chiedono di andare a scuola. * Donne in nero, rete internazionale di donne contro le guerre. www.donneinnero.it 49 diritti gd gd Testamento biologico: o la borsa o la vita Un mercato politico su una questione etica di Chiara Ratti L a borsa o la vita. Lo dicevano i briganti di strada quando assalivano i viandanti. Non lo dicono, ma il concetto è lo stesso, quanti stanno mercanteggiando oggi sulla legge che riguarda il testamento biologico. Solo che nella “borsa” in questione non ci sono i pochi baiocchi di uno sventurato pellegrino qualunque, ma interi bacini elettorali, equilibri farraginosi con il Vaticano Il disegno di legge approvato dal Senato è stato rinviato alla Camera per la discussione in quella sede. I punti salienti degli articoli sono: 1. Consenso informato: è indispensabile ad ogni trattamento sanitario. 2. Nutrizione e idratazione non sono considerati trattamenti sanitari, ma forme di sostegno vitale e “non possono essere oggetto di DAT”. 3. È possibile esplicitare la rinuncia a forme particolari di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato o sperimentale. 4. La dichiarazione è redatta in forma scritta, ed è raccolta esclusivamente dal medico di medicina generale che la sottoscrive. 5. Ha una durata di cinque anni e può essere revocata in qualsiasi momento; non viene applicata in condizioni di urgenza o nel caso di pericolo di vita immediato. 6. È possibile nominare un fiduciario consenziente che sottoscrive la dichiarazione. Agisce nell’esclusivo interesse del paziente. 7. La dichiarazione non è vincolante: in caso di contrasto tra fiduciario e medico curante viene sentito il parere di una commissione espressamente costituita dalla direzione sanitaria della struttura di ricovero. Questo parere però non è vincolante per il medico curante il quale non è tenuto a porre in essere prestazioni contrarie alle sue convinzioni di carattere scientifico e deontologico. e, naturalmente, per le anime più nobili, l’intera questione dell’etica. Nei fatti la legge sulla dichiarazione anticipata di trattamento (DAT) di fine vita è all’esame della Camera. Il testo approvato a marzo dello scorso anno sull’onda emotiva della vicenda Englaro continua a far discutere al loro interno gli schieramenti politici. Una complessità trasversale che divide laici e cattolici e, al loro interno, maggioranza e minoranza. Uno dei punti nodali consiste nel decidere se la questione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata sono o non sono una terapia I pazienti hanno o no il diritto di rifiutarli? No, secondo il testo licenziato dal Senato lo scorso 26 marzo. Saranno possibili emendamenti alla Camera o la discussione sarà di nuovo ostaggio di posizioni ideologiche che superano il buon senso e la coscienza? La sinistra vuole una legge che non disciplini ogni cosa, la destra invoca il rispetto della vita, ma lo stesso presidente della Camera sembra invitare i deputati a votare secondo coscienza, e cioè, fuor di metafora, senza “ordini di scuderia”. Un dilemma tutto italiano In Inghilterra il living will non è espressamente riconosciuto dalla legge, ma dal 1993 nessun medico si sogna di discuterlo e chi non osserva la volontà del paziente rischia di essere radiato dall’albo. L’ultimo caso clamoroso riguarda Kerrie Wooltorton, anni 26, cittadina di Norfolk, che ha ingerito liquido anticongelante tre giorni dopo aver redatto il suo living will. Ha chiamato un’ambulanza e ai medici del pronto soccorso ha esibito il testamento biologico. È morta, ventiquattro ore dopo il ricovero, senza che nessuno tentasse di salvarla. Era il 18 settembre 2007. “Il testamento biologico: scelta o imposizione?” Tavola rotonda–dibattito organizzata dal Il Senato delle Donne, Il Centro Donatori del Tempo, il Comitato per la Vitaindipendente e Auser. I cittadini sono invitati a partecipare. gd Gli svizzeri possono dire “No” gd diritti all’accanimento terapeutico Nel 2012 il nuovo Codice civile introdurrà a livello nazionale le “Direttive dei pazienti”. In Ticino si può redigere il testamento biologico già dal 2001 di A. Sic. R ifiutare le cure mediche in caso di malattia incurabile o l’accanimento terapeutico quando ormai non ci sono più speranze di vita, in Svizzera è possibile già da diversi anni. Lo è, però, solo in quei Cantoni che prevedono esplicitamente nella loro legislazione le cosiddette DAT (Direttive Anticipate Terapeutiche), meglio conosciute in Italia come testamento biologico. Il Ticino, per esempio, le ha introdotte nel 2001, con la modifica della legge sanitaria: le volontà devono essere messe per iscritto dal paziente “prima di divenire incapace di discernimento” ed essere poi rispettate dal personale curante. L’eterogeneità in questa materia avrà però vita breve. Con la recente modifica del Codice civile svizzero (vedi riquadro), non ci saranno più differenze tra i pazienti dei diversi cantoni: tutti avranno lo stesso diritto di dare indicazioni sul trattamento medico da seguire se non saranno più in grado di intendere e volere. In cosa consiste questo diritto? In pratica, si possono mettere nero su bianco le proprie volontà, consegnarne una copia ai parenti o al medico curante e dare procura a persone di fiducia per la difesa delle proprie indicazioni. L’associazione svizzera dei pazienti, che consiglia di aggiorna- Cosa dice la legge Le direttive del paziente sono regolate dagli articoli 370 e seguenti del Codice civile svizzero, che entrerà in vigore nel 2012. Fino a quella data, saranno valide le regolamentazioni cantonali già esistenti. In sostanza, “chi è capace di discernimento può, in direttive vincolanti, designare i provvedimenti medici ai quali accetta o rifiuta di essere sottoposto nel caso in cui divenga incapace di discernimento”. Inoltre, le direttive “sono costituite in forma scritta, nonché datate e firmate”. Dal canto suo, “il medico ottempera alle direttive del paziente, salvo che violino le prescrizioni legali o sussistano dubbi fondati che esse esprimano la volontà libera o presumibile del paziente”. re, datare e firmare le disposizioni ogni due o tre anni, fornisce un modello di testamento biologico scaricabile online dal sito (www.associazione.pazienti.ch). Per esempio, si possono rifiutare i farmaci, i tentativi di rianimazione con apparecchi o medicamenti, le cure dopo una grave lesione cerebrale con riduzione delle capacità mentali e l’alimentazione artificiale. Si può anche dare o negare il consenso all’autopsia o alla donazione di organi. A oggi, secondo l’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche, meno del dieci per cento della popolazione svizzera ha redatto le direttive anticipate. L’iniziativa si terrà il 19 novembre 2009 alle ore 20.30 presso il Centro “Don Guanella” di Via T. Grossi a Como. Info: telefonare al 0312499829. 51 gd Quote rosa nello spazio di Luigi Viazzo L o spazio è un affare per soli uomini? È una nuova frontiera riservata esclusivamente a rudi Space cow-boys (prendendo spunto dall’omonimo film di Clint Eastwood targato anno 2000)? Così sembrerebbe, guardando alla storia dell’astronautica e volgendo l’attenzione alla Luna che, per ironia della sorte, è l’oggetto celeste maggiormente collegato all’universo femminile; la prospettiva sembra diversa, invece, se si guarda al resto del cosmo. Ma procediamo con ordine. Le quote rosa sono uguali a zero se sfogliamo i resoconti delle missioni Apollo che, fra il 1969 e il 1972, fecero “allunare” dodici astronauti sul nostro satellite naturale a cominciare da Neil Armstrong e “Buzz” Aldrin scesi nel Mare della Tranquillità proprio quarant’anni fa (20 luglio 1969). Ma i primi passi dell’astronautica femminile partono al di là della Cortina di Ferro e riguardano lo spazio intorno alla Terra. I Sovietici, dopo aver lanciato il primo Sally Kristen Ride. In alto: Valentina Vladimirovna Tereškova. Malgrado gli ostacoli incontrati sul loro cammino, numerose sono le donne... astronomia al femminile satellite (Sputnik, 1957), la prima creatura vivente (la cagnetta Laika sempre nel 1957), il primo uomo (Jurij Alekseevic Gagarin nel 1961), nel 1962 lanciarono oltre l’atmosfera la prima cosmonauta Valentina Vladimirovna Tereškova. La capsula che la ospitava, Vostok 6, decollò il 16 giugno 1963 dal cosmodromo di Bajkonur. Tereškova, nel corso della missione, scattò numerose immagini fotografiche della Terra e riprese qualche filmato dalla sua capsula. La missione terminò, senza intoppi, il 19 giugno. Bisogna attendere il 1982 per vedere la seconda donna nello spazio: Svetlana Savitskaya a bordo della Sojuz T-7. O Savitskaya fu anche la prima donna a effettuare una passeggiata spaziale. Il “muro” al femminile, per quanto riguarda gli USA, fu abbattuto solo nel 1983 da Sally Kristen Ride che prese parte alla STS-7, una missione della navetta spaziale Challenger. Ma nell’immaginario collettivo rimarrà (purtroppo) vivido il ricordo legato a Christa McAuliffe, la prima astronauta maestra, che avrebbe dovuto tenere, per la prima volta nella storia, lezioni speciali dallo spazio, via TV, per gli alunni a Terra. La tragedia del Challenger (1986), fece sfumare questo progetto insieme alla vita della maestra spaziale e dei suoi sfortunati compagni di viaggio. Un tragico destino, quello di gd gd McAuliffe, condiviso con altre due astronaute donna, Kalpana Chawla e Laurel Blair che parteciparono alla sfortunata missione della navetta Columbia, tragicamente conclusasi il primo febbraio 2003. Le esploratrici in rosa hanno condiviso con i colleghi maschi coraggio, onori e oneri con un pesante contributo anche in termini di vite umane. Così scriveva Caroline Herschel alla sua amica matematica Mary Somerville “… lo sapevi che Hildegard Von Bingen propose un universo eliocentrico circa trecento anni prima di Copernico? Ma chi l’avrebbe ascoltata… era una monaca, una donna”. (Claudio Lopresti presidente dell’IRAS e Pier Giorgio Liberati Istituto Spezzino Ricerche Astronomiche). La cacciatrice di stelle e comete sservate fin dai tempi antichi, le comete, per il loro aspetto chiomato e la lunga coda luminosa, hanno da sempre suscitato fascino e timore. Le antiche credenze popolari consideravano questi corpi celesti degli oggetti sovrannaturali, misteriosi astri portatori di sventure, pestilenze, guerre o di lieti eventi. Per Caroline Herschel, lo spettacolo del cielo stellato o l’improvvisa apparizione di una cometa non era motivo di fantasiose immagini o di bizzarre interpretazioni, bensì stimolo per un’approfondita indagine conoscitiva. Oggi sono sempre di più le donne che si dedicano alla ricerca in ogni ambito del sapere: solo nell’astronomia sono più di 2.000 ma non è stato sempre così. Discriminate nell’educazione, in particolare quella tecnico-scientifica, le donne potevano avvicinarsi alle discipline scientifiche solo se avevano la fortuna di essere affiancate da una figura maschile: un marito, un fratello, un padre, disposto a condividere le proprie competenze per compensare l’istruzione negata dalle istituzioni. E fu proprio con il più celebrato fratello William, il grande astronomo (che, tra l’altro, nel 1781 scoprì il pianeta Urano), che Caroline cominciò lo studio fisico del cielo. Nata ad Hannover nel 1750, a dieci anni è colpita dal tifo che le blocca la crescita. A 21 anni raggiunge il fratello a Bath in Inghilterra; lo aiuta nella costruzione di telescopi e condivide con lui la passione per l’astronomia. Con grande acume matematico e competenze di geometria corregge e perfeziona gli appunti e le osservazioni sulla distribuzione delle stelle sulla volta celeste. A Caroline e a William si deve lo studio e la scoperta di regioni apparentemente prive di stelle (ora sappiamo che sono ricche di polveri con stelle retrostanti), di ammassi e di oggetti del cielo profondo. Tra il 1783 e il 1797 Caroline identifica tre nebulose e otto comete. Nel 1838, per la prima volta nella storia, una donna (o meglio due donne perché con lei viene insignita anche Mary Somerville) entra a far parte della Royal Astronomical Academy. Nel 1846 il re di Prussia le conferisce una medaglia d’oro per il suo imponente lavoro di catalogazione e per il considerevole apporto dato alla scienza. Caroline Herschel, una donna nata e vissuta in un’epoca con molti pregiudizi riguardo alle donne scienziate, colpita duramente nel fisico, grazie alla sua passione, alla sua tenacia, alle sue ricerche, è stata una pioniera dell’astronomia al femminile. G.M. Caroline Lucretia Herschel. Astronoma, matematica e cantante lirica britannica di origine tedesca. (Hannover 1750-1848). ... che hanno dato un importante contributo al progresso scientifico 53 diritti gd gd Nessuno al di sopra della legge: bocciato il lodo Alfano N on ci possono essere cittadini al di sopra delle leggi, chiunque essi siano. Così la Corte Costituzionale, nell’udienza del 6 ottobre scorso, ha stabilito l’incostituzionalità del lodo (cosidetto Alfano), dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’articolo 1 della Legge 23 luglio 2008 n. 124 per violazione di due articoli della Costituzione: il numero 3 sull’uguaglianza dei cittadini* di fronte alla Legge e il 138 sulla necessità di una legge costituzionale**. La legge prevedeva la non processabilità del Presidente della Repubblica, del presidente del Senato, del presidente della Camera, del presidente del Consiglio. è stato così accolto il ricorso inoltrato dalla Procura di Milano che aveva sollevato l’eccezione di incostituzionalità per violazione del principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e per essere stato introdotto nell’ordinamento non con legge costituzionale. Nella memoria della Procura milanese era riportata anche la motivazione della Corte Suprema USA che aveva dato torto all’allora presidente Clinton, quando nel 1997 aveva chiesto la sospensione di un processo per i suoi impegni di presidente, anche se l’oggetto del ricorso riguardava fatti non attinenti alla sua funzione pubblica. Ora lo scenario riguarda la ripresa dei processi che vedono imputato Berlusconi nei procedimenti contro Mills, sui diritti televisivi Mediaset e sulla vicen- da di presunta compravendita di alcuni senatori nella precedente legislatura. L’avvocato londinese Mills, ex legale di Silvio Berlusconi è già stato riconosciuto colpevole e condannato a quattro anni e mezzo di carcere per il reato di falsa testimonianza: aveva mentito, dietro compenso di 600mila euro, per favorire il premier. La posizione di Berlusconi invece era stata stralciata e ora verrà giudicata nel processo autonomo che potrà riprendere. I legali del Presidente del Consiglio avevano sottolineato il diritto di difesa di un cittadino che si trova a essere imputato mentre, contemporaneamente, riveste un’alta carica dello Stato, non potendo presenziare alle udienze né avendo tempo per predisporre la propria difesa. Con la sua sentenza la Consulta ha rigettato queste motivazioni e ha ribadito che se si vuole sottrarre alla legge il Presidente del Consiglio e le altre alte Cariche dello Stato occorre adottare una norma di revisione costituzionale, che prevede un iter parlamentare aggravato, con doppio passaggio in ciascuna delle due camere e una maggioranza dei due terzi anziché la maggioranza semplice. Questa strada si presenta lunga – ben 4 passaggi parlamentari – e difficile da 54 percorrere allo stato attuale. Se invece la si volesse imboccare e la legge costituzionale non raggiungesse la maggioranza prescritta in Parlamento, ai cittadini resterebbe la possibilità di ricorrere allo strumento giuridico del referendum, previsto dall’art. 138 della Costituzione. (*) Costituzione art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. ….” (**) Costituzione art. 138: “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione... gd Uniti per dare forza alle donne gd il progetto Cogli l’occasione, associati e sostieni il mensile Cara lettrice e caro lettore, da due numeri Geniodonna ti parla il linguaggio delle Pari Opportunità. Con una iniziativa transfrontaliera originale nell’area insubrica, approvata dell’Unione Europea (come progetto Interreg Italia/Svizzera Fondo FESR per la Qualità della vita) le nostre due associazioni (Il Senato delle Donne di Como e la Federazione delle Associazioni Femminili Ticino FAFT) hanno dato il via a un progetto culturale che mette al centro i temi della promozione sociale delle donne e delle pari opportunità. Abbiamo dato vita ad alcuni strumenti: • Il mensile Geniodonna. Per informare sulla condizione femminile oggi (distribuito in Italia e Canton Ticino). Vorremmo coinvolgere le donne, qualunque opinione abbiamo, nel promuovere il mutamento culturale perché la specificità dell’intelligenza femminile possa esprimersi liberamente. • Il Portale online www.Geniodonna.it con notizie, eventi e iniziative dai territori, per un contatto coi lettori. • “L’Altra Lei” - Rassegna cinematografica, nel marzo 2010 al Cine Teatro di Chiasso con la regista Alina Marazzi curatrice di 4 appuntamenti di film “al femminile”. • I Corsi di “Geniodonna” e del “Il Senato delle Donne” per recuperare professionalità attuali • I Seminari Tematici di letteratura, storia, economia, diritto. • Geniodonna Rassegna Itinerante sul territorio con spettacoli, film, teatro e musica. Come vedi, si tratta di un progetto che ha bisogno di tutte le energie femminili, anche del tuo aiuto per durare nel tempo e diventare motore di promozione sociale. Puoi diventare protagonista associandoti al Senato delle Donne e versando la quota del tesseramento annuale 2010 (Socio ordinario € 20.00 o Socio Sostenitore quota libera): riceverai a casa il mensile Geniodonna e la Tessera Omnibus del Senato delle Donne (tante gratuità e sconti su tutte le iniziative). Per associarti fai il tuo versa- LA FINESTRA SUL CORTILE Una rubrica di posta con la nostra psicoterapeuta Quando vi sentite rinsecchiti nell’animo o piegati, inerti perché la vita vi ha colpito, perché il cuore fa male, potete scrivermi all’indirizzo [email protected] oppure a: Ornella Benzoni c/o Geniodonna Viale Giulio Cesare, 7 - 22100 Como. Ornella Benzoni psicoterapeuta mento con bollettino postale sul conto corrente postale 96278924 intestato a Senato delle Donne, via don Minzoni, 12, Como, oppure in banca con IBAN IT84J0760110900000096278924 Se vuoi ricevere maggiori informazioni telefona alla Redazione Geniodonna di Como ++39 031.2499829 o compila con i tuoi dati il Modulo di Adesione nella homepage del portale www.geniodonna.it: sarai ricontattato telefonicamente. Corsi di Geniodonna e Senato delle Donne in avvio nel mese di novembre: (telefonare ++39 031.2759236) Essere genitori oggi: per chi ha bambini in età prescolare, il corso approfondisce la genitorialità e tematiche quali lo stress del bambino al nido, l’interazione bambino-ambiente, la fisicità e l’integrazione multiculturale e multietnica. Informatica di primo livello: il corso conferisce competenze informatiche di base partendo dal livello zero. Informatica di secondo livello: accessibile a chi ha concluso il corso di primo livello o previo test di verifica delle competenze informatiche di base . ArteTerapia: corso di pittura simbolica sugli archetipi femminili e maschili alla scoperta di paure e tabù per elaborarli in un’ottica di non violenza. Introduzione alla lingua araba: un corso di primo livello con docente madre lingua per chi vuole apprendere l’arabo e conoscere le culture. Legatoria Artigiana del Libro: un corso per acquisire reali competenze. 55 Diciamo “Adesso basta!” Dal 14 al 29 novembre il Ticino si mobilita in difesa delle donne. Conferenze, film e dibattiti per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza domestica. Per le Giornate Internazionali contro la violenza sulle donne si terranno in Ticino diversi eventi. Il programma è coordinato dalla Commissione Cantonale per la Condizione Femminile con il contributo dell’Ufficio Pari Opportunità del Cantone. Aderiscono alla campagna l’Associazione Donne Ppd-Ticino, l’Associazione ticinese delle famiglie monoparentali e ricostituite, Donne per la Pace e il Movimento Donne Liberali Radicali Ticinesi. Il diritto delle donne Un conflitto? Gestiamolo Aspetti giuridici a essere individuo 18 novembre 2009, ore 20 Lugano, via Pretorio, 15 (Scuola Club Migros 4° piano) Conferenza con Aline Esposito, mediatrice. Organizza ForuM elle (Associazione Svizzera delle Cooperatrici Migros, Sezione Ticino). della violenza alle donne 14 novembre 2009, ore 15 Lugano, Canvetto Luganese via Simen, 14 Conferenza della dott.oressa Kathya Bonatti. Organizza Soroptimist International of Europe Club di Lugano. Le donne musulmane tra identità e immigrazione 14 novembre 2009, ore 17.30 Locarno, Aula magna dell’Alta Scuola Pedagogica P.za S. Francesco, 19 Conferenza con la professoressa Farian Sabahi. Organizza Associazione Armònia e Zonta Club Locarno. Modera Daniela Fornaciarini, giornalista. Info: www.zonta-locarno.ch www.associazione-armonia.ch al Porte aperte Consultorio delle donne Rinfresco offerto. 17 novembre 2009, ore 10-15 Lugano, Via Vignola, 14 Oltre l’accoglienza... 18 novembre 2009, ore 9-12 Locarno - Ospedale Regionale La Carità (sala 2A, secondo piano). Mattinata d’informazione-formazione con Linda Cima-Vairora (presidente dell’Associazione Armònia), Cornelia Soldati (operatrice sociale Casa Armònia e consulente consultorio Alissa), Elisa Tenconi Treichler (operatrice sociale di Casa Armonia), Eliana Giacomini (ospite). Organizza Associazione Armònia. Info: www.associazione-armonia.ch Ti do i miei occhi 20 novembre 2009, ore 20 Acquarossa. Cinema Teatro Blenio Film sulla violenza di Iciar Bollain. Presenta Francesca Luvini, giornalista. Dibattito con Franco Maiullari, capo del servizio medico-psicologico a Locarno. Organizza Coordinamento Donne della Sinistra in collaborazione con l’Associazione Cinema Blenio. Entrata frs. 10.- (parte del ricavato andrà a favore dell’associazione Armònia). Info: www.ps-ticino.ch/coordinamento Il frutto amaro della misoginia 24 novembre 2009, ore 9-12/13-16 Lugano, Centro San Carlo.. Interverranno: Sonny Buletti, responsabile del Consultorio delle Donne di Lugano; Cristiana Finzi, delegata Aiuto alle Vittime di Reati; Cornelia Soldati, opertrice sociale Casa Armònia di Tenero; Marina Valcarenghi, psicoanalista, direttrice e docente scuola specialità in psicoterapia di Milano. Iscrizione obbligatoria all’Associazione svizzera infermiere e infermieri, sezione Ticino. Tel. 091 6822931. E-mail: [email protected]. Costo: frs. 120.(fr. 80.- per i membri Asi-Sbk). Info: www.asiticino.ch Sotto accusa 25 novembre 2009, ore 20 Massagno, cinema Lux Film di Jonathan Kaplan. Seguirà dibattito. Organizza Associazione Dialogare-Incontri con Gino Buscaglia. Entrata frs. 15 (parte del ricavato andrà alla Casa delle Donne di Lugano). Info: www.dialogare.ch 56 26 novembre 2009 ore 17.30-19.30 Luogo da definire. Serata di studio rivolta in particolare a giuristi e avvocati. Organizza Federazione delle Associazioni Femminili Ticinesi (FAFT). Iscrizione non necessaria. Entrata gratuita. Donne in Colombia da vittime di guerra a creatrici di pace 26 novembre 2009, ore 20.30 Lugano, Centro Labor, Acli via Simen, 9 con Alejandra Miller (Ruta Pacifica de las Mujeres della Region Cauca) e Aida Quilqué (Consejo Regional de los Indigenas del Cauca). Organizza Suippcol, programma di pace della Svizzera in Colombia (Coordinamento presso Alliance Sud). Cena colombiana alle 19 (costo frs. 12.-) Annunciarsi a: Alliance Sud, via Besso 28, 6903 Lugano.Tel. 091 9673840 E-mail: [email protected] Info: www.alliancesud.ch Malamore. Esercizi di resistenza al dolore 28 novembre 2009, ore 14.30 Conferenza pubblica con Concita De Gregorio, scrittrice e giornalista. Organizza Associazione Archivi Riuniti Donne Ticino. Luogo: da definire Info: www.archiviodonneticino.ch 14-29 novembre Il Club Soroptimist Bellinzona e Valli partecipa alla rassegna con un’azione di sensibilizzazione contro la violenza domestica, esponendo un manifesto dal titolo Violenza domestica...non sei sola...parlane! In negozi, spazi pubblici, studi medici, d’avvocatura, farmacie, amministrazioni pubbliche, scuole, etc. Info: www.soroptimist.ch