geniodonna
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Periodico di fatti e di idee di Como e del Cantone Ticino - Anno I - N. 2 - Novembre 2009
Poste Italiane Spa - Spedizione in A.P. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1 comma 1 - DCB Como
RINASCERE
E NON SUBIRE
Como
Mille occhi
a difesa
delle donne
Ticino
Chi picchia
se ne va:
la tutela delle vittime
Finanziato dall’UE - progetto Geniodonna I.D. 7671128 - Interreg Italia/Svizzera Fondo Fesr
il punto
Il valore della diversità
“Voi donne volete la parità? Ma non l’avete già?”
E ci guardano increduli del fatto che non siamo contente
di come stanno le cose oggi. Cerchiamo di chiarire.
La parità, quella che oggi ci viene fatta vedere,
o dicono di averci dato, non è ciò che vogliamo.
Noi diciamo: ci serve la pari opportunità.
“Non è la stessa cosa?”.
No, per niente! Pari opportunità è consentire
all’intelligenza femminile di esplicarsi secondo peculiarità proprie,
diverse da quelle maschili;
dare lo stesso punto di partenza per cui le donne
si realizzino liberamente secondo il loro genio.
è così difficile capire che le donne vogliono, in quanto donne,
partecipare e contribuire alla società secondo valori di giustizia
e di inclusione di tutti?
Oggi sono prevalenti criteri patriarcali e maschili esclusivi:
producono cattiveria, violenza, discriminazione.
Più della metà della popolazione
è tenuta in ombra perché esprime un’intelligenza diversa.
Disegno (1953) di Saul Steinberg
“Allora che bisogna fare?”
Prima di tutto la parte maschile deve riconoscere
l’irriducibile diversità dell’intelligenza femminile e, proprio per questo, ritenerla valore indispensabile.
Accettare la diversità è il primo passo verso l’uguaglianza.
Ma perché mai gli uomini dovrebbero da soli rinunciare alla loro supremazia e al loro potere?
Qui sta il punto: debbono essere le donne a spingerli, compito che spetta a tutte.
E questo è anche il piccolo contributo che il mensile tenterà di dare.
Angelica
GENIODONNA
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Immagini forti perché l’occhio e il cuore comprendano la violenza, furia aggressiva che ci sta accanto e dentro.
Colori e segni che penetrano nel dolore e nella perversione.
La disponibilità generosa di Lorenzo Mattotti di sue tavole,
ci consente di dare spessore visivo al discorso,
e per questo lo ringraziamo.
gd
Sinfonia dell’angoscia
di Stefano Palumbo
Q
uando lessi il Jekyll e Hyde per la prima volta, il libro era appena uscito: era il
2002 e sebbene ne fossi rimasto incantato, non posso dire che si trattò di una sorpresa vera
e propria. Conoscevo gli autori fin dai tempi degli esperimenti del gruppo Valvoline, eppure ancora oggi Jekyll è tra le opere di Lorenzo Mattotti* e
Fabrizio Ostani, in arte Jerry Kramsky*, quella che
mi emoziona di più. Per spiegare i motivi di questa
predilezione metto subito da parte il fascino indiscutibile che il capolavoro
di Stevenson ha da sempre suscitato; Jekyll ed
Hyde rappresentano, di
fatto, uno degli archetipi
centrali dell’immaginario
collettivo dell’età industriale e realizzano la più
celebre tra quelle “avventure interiori” destinate
a chiarire i tratti fondamentali della fisionomia
dell’uomo contemporaneo. Ciò che soprattutto
rapisce è però il colore:
prorompente, vorticoso,
emozionante eppure dominato da un’intenzione
rigorosa ed organizzato
da un’energia chiarificatrice. C’è un’impressione
netta nell’esplosione di
rossi, verdi e azzurri intensi, accesi a un livello
quasi irresistibile di saturazione o dei violetti o ancora dei lampi di giallo
vibrante. Assistiamo a una sorta di eruzione vulcanica controllata, in cui le accensioni improvvise rispondono ad un disegno preciso intessuto di
simmetrie e sincretismi narrativi.
Il parallelo, forse scontato, è quello con la musica
e Mattotti stesso parla di una “sinfonia dell’angoscia” dove la relazione reciproca tra testo e dominanza cromatica è, di volta in volta, destinata a
esprimere la nevrosi di Jekyll o la terribile vitalità
di Hyde, che pian piano si allarga fino ad occupare
irrimediabilmente la scena. Il “solfeggio dei colori”
serve dunque a delineare un’onda emotiva che nel
suo svolgersi definisce i contorni e l’essenza stessa del racconto, al lettore rimane il piacere di farsi
travolgere. Ma c’è qualcos’altro che nelle vignette
del Dr. Jekyll subito ci cattura: è la possibilità di
riconoscere forme, contenuti, atmosfere che ci sono familiari e che pure acquisiscono, ora, significati inediti. In molti hanno
rinvenuto riferimenti stilistici espliciti all’Espressionismo, specialmente
a quello tedesco di Grosz o Nolde, ma anche a
Matisse e Bonnard. E infatti gli scorci di città, che
dovrebbero descriverci la
Londra del 1886, rimandano più decisamente ad
atmosfere berlinesi e novecentesche.
Sono già futuristi i bagliori elettrici e la rigorosa
eleganza geometrica che
arricchiscono gli aspetti di un universo decisamente votato, in quanto
a ragione formale, alla
sintesi tra macchina ed
elettricità. Ecco cosa mi
piace, dopo il piacere primario del colore: l’affollarsi di rimandi stilistici e
culturali che diventano ambiente e la voglia di arricchire il racconto, al di là di ciò che i personaggi dicono e la sceneggiatura organizza, con miriadi
d’informazioni supplementari condensate nelle atmosfere, nei dettagli della forma, nel respiro visivo
d’ogni singola vignetta.
è il trionfo di uno stile pittorico che alla massima
raffinatezza unisce la più grande ricchezza emotiva
e rende davvero grande questo Jekyll e Hyde.
* Il profilo dei due autori è a pag. 20
Per saperne di più
La polizia cantonale ha redatto opuscoli informativi, uno in 15 lingue “Stop alla violenza
domestica”: si possono scaricare dal sito www.polizia.ti.ch o richiedere agli sportelli.
La violenza
ha il volto
del compagno
o dell’amico
Ne sono vittime donne di tutti i ceti sociali, e non solo i più deboli, dichiara
Pierluigi Vaerini capitano della Polizia cantonale ticinese
di Antonella Sicurello
“La violenza domestica non ha nulla a che vedere
con il ceto sociale o la nazionalità: può colpire tutti, indistintamente”: il capitano della Polizia cantonale ticinese, Pierluigi Vaerini, ci tiene a sfatare la
convinzione che siano soprattutto le donne delle
fasce sociali più deboli e le straniere a subire violenza dal loro partner. I dati lo confermano: nel
2008 la polizia è intervenuta in 210 famiglie straniere, 181 svizzere e 150 miste, per un totale di 541
interventi. Il trend si conferma nel 2009: 96 famiglie con partner svizzeri, 117 straniere e 114 miste
(327 interventi, dati aggiornati al 31 agosto).
La polizia stima che le segnalazioni rappresentino circa il 10-15 per cento dei casi di violenza
domestica. “In molti casi subentra la vergogna e
le vittime cercano di risolvere il problema senza
coinvolgere le forze dell’ordine”, spiega il capitano
Vaerini. “Ma quando non sanno cosa fare, ci chiamano o si presentano ai nostri sportelli. Questo
capita soprattutto alle straniere o alle vittime delle
fasce di popolazione più svantaggiate che, a differenza dei ceti più abbienti, non hanno una rete di
parenti o amici ai quali rivolgersi. A volte contattano il 117 o il 112 i vicini o i figli.”
Negli ultimi cinque anni gli interventi per violenza
domestica sono più che raddoppiati: nel 2004 erano circa 200. Dall’entrata in vigore della modifica
della legge sulla polizia nel 2008, le vittime sono
più tutelate: gli agenti, tramite l’ufficiale di picchetto, possono ordinare l’allontanamento (prima era
solo volontario) delle persone che usano violenza.
“Non è però sempre facile allontanare il padrone
di casa” sottolinea Vaerini. “Ci sono reazioni di-
2 verse, ma finora non abbiamo quasi mai dovuto
ricorrere alle maniere forti. Tutti rispettano questa
misura. Chi non lo fa rischia una multa che, a dire il
vero, non è molto salata. Spesso però sono proprio
le vittime a riaprire le porte di casa al partner. ”
L’autorità adotta
la misura d’ufficio: la vittima
non rischia ritorsioni
Ma la vittima rischia estorsioni? “No, perché è l’autorità che decide la misura d’ufficio. La vittima ha
la legge dalla sua parte e nei dieci giorni dell’allontanamento ha tempo per riflettere. Se lo vorrà,
potrà avviare le procedure necessarie, come la separazione o la richiesta al pretore di altre misure di
protezione.” La legge si sta quindi rivelando utile?
“Direi di sì, come deterrente e misura educativa”
sostiene Vaerini. “In alcuni casi, però, serve poco: la persona violenta ripete i suoi comportamenti
con le stesse modalità.”
non subire
Gli atti violenti
dei maschi
in cifre
Bambine, giovani, vecchie, belle, brutte, sane o malate: la
violenza dei maschi non risparmia nessuna donna: oggi sono stimate in 6 milioni 743mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita.
i numeri dell’inchiesta resa pubblica nel febbraio 2007 da
Istat e dal Ministero Pari Opportunità possono sembrare
mostruosi oppure riduttivi. Ma i veri conti, partendo dalle
statistiche, vanno fatti con il dolore, l’umiliazione, la disperazione, con il costo umano ed esistenziale di tante donne.
Immaginate i loro volti e le loro storie e avrete uno spaccato
dell’Italia di oggi che nessuno conosce fino in fondo perché
sono pochissime le denunce (5% c.a.) e perché a livello sociale
è più comodo vederlo di sfuggita e non come una specifica e
precisa violenza dei maschi contro le donne: il che vuol dire
vederlo con occhi strabici.
I dati della Lombardia
Le cifre riferiscono ad una situazione anche peggiore: in Lombardia le donne vittime di violenza
fisica o sessuale nel corso della vita sono il 34,8%,
3 punti percentuali in più rispetto alla media nazionale, mentre il 5,2 % delle donne del campione
indagato ha subito violenza fisica nell’ultimo anno.
Il 13,3% delle donne contattate dal centro antiviolenza di Telefono Donna di Como riferisce maltrattamenti di durata inferiore a 1 anno, mentre le
altre riferiscono maltrattamenti prolungati.
I dati della violenza
Indagine Istat 2007 su un campione di 25mila donne
intervistate in età compresa fra i 16 e i 70 anni.
Le vittime di violenza fisica o sessuale sono il 31,9%
• 5 mil. hanno subito violenze solo sessuali (23,7%)
• 3 milioni 961mila violenze fisiche (18,8%)
• 1 milione di donne ha subito stupri
o tentati stupri (4,8%)
• Il 14,3% ha subito violenza fisica o sessuale dal partner
• Il 24,7% ha subito violenze da un altro uomo
Rilevazione del 2006
• 1 milione e 150mila ha subito violenza (5,4%)
di cui un quarto sono fra i 16 e i 34 anni (24,2%)
• Il 3,5% di tutte le donne ha subito violenza sessuale
• Il 2,7% fisica
• Lo 0,3% ha subito stupri o tentati stupri (74mila)
• La violenza domestica ha colpito il 2,4% delle donne
• Quella al di fuori delle mura domestiche il 3,4%.
La percezione della violenza subita in famiglia
• Solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un reato
•per il 44% è stato qualcosa di sbagliato
•Per il 36% solo qualcosa che è accaduto
•Solo il 26,5% considera lo stupro un reato
•Il 34,5% delle donne ha dichiarato che la violenza subita è stata molto grave
•Il 29,7% abbastanza grave
•Il 21,3% delle donne ha avuto la sensazione che la propria vita fosse in pericolo in occasione
della violenza subita
Le conseguenze
• 44,9% ha sofferto di perdita di fiducia, autostima
e sensazione di impotenza
• 41,5% ha avuto gravi disturbi del sonno, ansia
• 37,4% condizione di profonda ansia
• 35,1% condizione di depressione acuta
• 27,2% ha subito ferite a seguito della violenza
• 24,3% notevoli difficoltà di concentrazione
• 24,1% le ferite sono state gravi e hanno
richiesto cure mediche
• 18,5% dolori in diverse parti del corpo
• 14,3% difficoltà a gestire i figli
• 12,3% ricorrenti idee di suicidio e autolesionismo
3
non subire
Una rete di mille occhi
per difendere le donne
Un nuovo protocollo che unisce gli sforzi di polizia, carabinieri,
centri assistenziali. Parla Jerta Zoni presidente di Telefono Donna di Como
di Idapaola Sozzani
C
ento, mille occhi per tutelare le donne dalla
violenza, un fenomeno che è sempre più diffuso, anche se i casi non sempre vengono denunciati. Gli “occhi” fanno parte di una rete stesa sul
territorio comasco che coinvolge polizia, carabinieri, Prefettura, Telefono Donna, Asl, i centri di
Pronto soccorso, i servizi sociali, l’Ufficio scolastico provinciale e le Caritas. La rete inizia dal monitoraggio per individuare situazioni di pericolo e
giunge fino ad assistere, proteggere, accogliere in
luoghi sicuri e poi reinserire le donne che hanno
subito violenza.
Si tratta di una nuova strategia corale, fra le prime inaugurate in Lombardia, di azioni congiunte;
ne parliamo con Jerta Zoni, presidente di Telefono
Donna, associazione comasca impegnata dal 1991
nel soccorso alle donne; nel 2008 l’associazione ha
coordinato il tavolo di lavoro “antiviolenza” promosso da Provincia e Prefettura di Como. All’inizio c’è stata una fase di ricerca sul campo durata
4 un anno, sviluppata attraverso interviste dalla sociologa Paola Della Casa nell’ambito del progetto
Azioni di sostegno e supporto ai piani di zona nell’area della donna vittima di maltrattamenti. Dalla ricerca emergeva la notevole discrepanza fra entità reale del
fenomeno violenza nella nostra provincia e l’esiguo numero di donne che lo denunciano o si rivolgono ai servizi sociali o ai centri antiviolenza. In
occasione dell’8 marzo 2009, è stato sottoscritto
un protocollo con linee guida di azioni coordinate
per prevenire e contrastare la violenza alle donne.
“Finora – spiega Jerta Zoni – sul singolo caso di
violenza o di maltrattamenti, i vari soggetti hanno operato individualmente, ciascuno dal proprio
fronte con approcci, obiettivi e metodologie diversi. Ciò ha comportato per la donna una ulteriore
fonte di stress e disagio, che andava ad aggiungersi
al trauma della violenza.
“La mancanza di coordinamento e di passaggio
di consegne fra i soggetti che si trovano a gestire
la violenza sulla donna dai rispettivi versanti finiva spesso per vanificare i percorsi di sostegno e
non subire
di recupero messi in atto. Primo impegno dei firmatari del protocollo è fare emergere il fenomeno,
promovendo nella provincia di Como campagne
sociali d’informazione e di sensibilizzazione. Fondamentale poi sarà seguire l’evoluzione temporale
dei casi di violenza, praticando un monitoraggio
qualitativo e quantitativo: c’è l’onere per tutti noi
di trasmettere ogni sei mesi alla Provincia di Como
schede segnaletiche sui casi di violenza intercettati,
tutti, ovviamente, coperti da anonimato; da marzo
2009 le schede sono uniformate secondo un unico
schema standard di compilazione, finalmente comparabile ai fini di un monitoraggio statisticamente
significativo. Altro obiettivo del protocollo è riconoscere meglio la violenza dove e quando viene
esercitata e subita: ciò va realizzato migliorando
la formazione e le competenze diagnostiche degli
operatori che sono preposti a riconoscerla (medici,
psicologi o personale delle forze dell’ordine che in
genere, per primi intervengono per la denuncia o
il soccorso).
A fare la differenza per la donna e a garantirle il
successo nel percorso per uscire dalla violenza sarà proprio la migliore integrazione delle azioni e
procedure di tutti gli attori antiviolenza: dal momento della presa in carico delle volontarie di un centro antiviolenza o dalla fase ospedaliera del Pronto
soccorso e della denuncia alle forze dell’ordine,
per poi passare nella fase di allontanamento dal
violentatore o dal molestatore – che più spesso si
trova nella famiglia ed è il marito o il convivente
o l’ex-partner della donna – fino a intraprendere
percorsi di recupero dal trauma e di reinserimento socio-lavorativo graduale. Resta forte l’obiettivo
della prevenzione, soprattutto sul fronte culturale
nei confronti della opinione pubblica, con interventi sui giovani, a cominciare dall’ambito scolastico: l’Ufficio Scolastico Provinciale può svolgere in
questo un ruolo di riferimento. Il protocollo congiunto consegna dunque a tutti nuove responsabilità e capacità di lavorare fianco a fianco, in una rete
tesa a intercettare e vincere la violenza alle donne.”
5
non subire
La Svizzera ha introdotto alcune
innovazioni legislative per la difesa
della integrità fisica, psichica,
sessuale delle vittime
“Chi picchia se ne va”:
la legge tutela la donna
di A. Sic.
U
na persona che subisce violenza tra le mura
di casa non combatte più da sola. Dal 2008,
in Ticino, chi usa violenza può essere allontanato
per dieci giorni, secondo il principio “chi picchia
se ne va” (vedi intervista al capitano Pierluigi Vaerini, pag. 2). La decisione spetta all’agente di polizia
che, dopo essere stato contattato dalla vittima o da
terzi, valuta se ci siano i presupposti di “un serio
pericolo per l’integrità fisica, psichica o sessuale di
altre persone facenti parte della stessa comunione
domestica” (articolo 9a della Legge sulla polizia).
Grazie alle nuove leggi (perseguibilità d’ufficio) introdotte in Svizzera negli ultimi anni, la donna può
difendersi e vedere punito chi la maltratta. Ci sono
però voluti trent’anni di discussioni, studi e statistiche per arrivare a questo risultato.
La legge federale del 1993 concernente l’aiuto alle
vittime di reati fu il primo passo verso il ricono-
6 scimento, da parte dello Stato, di un problema che
non doveva più rimanere privato. I Cantoni dovettero creare i consultori cui potevano, e possono
tuttora, rivolgersi anche le vittime di violenza domestica (in Ticino si chiamano Unità di intervento
regionale, attive a Bellinzona, Locarno, Viganello
e Mendrisio). Il fenomeno della violenza familiare
divenne sempre più preoccupante, anche alla luce
della prima indagine condotta in Svizzera l’anno
successivo. Su 1.500 donne intervistate telefonicamente, quasi il 21 per cento aveva subito violenza
dal partner. Dieci anni dopo, nel 2003, su 1.975
donne dai 18 ai 70 anni, il 39 per cento aveva dichiarato di essere stato vittima di violenza fisica o
sessuale almeno una volta da adulto.
Fare un quadro preciso della problematica familiare non è però semplice, visto che non esistono statistiche neppure a livello nazionale. I casi segnalati,
infatti, sono pochi e non rispettano la situazione
reale: molte donne preferiscono subire in silenzio
non subire
piuttosto che rischiare ritorsioni oppure optano
per l’oblio; gli uomini si vergognano di confessare che la propria partner li maltratta. Dalla ricerca
sul numero di omicidi e tentati omicidi dal 2000 al
2004 si possono però estrapolare alcuni dati. Ad
esempio, il 45 per cento delle vittime ha subito violenze domestiche: 317 erano donne, 159 uomini.
In media ogni anno sono state uccise 25 donne in
seguito a violenza familiare. L’85 per cento conosceva l’aggressore, che nel 74 per cento dei casi viveva con loro.
Chi picchia se ne va
Prima della modifica del codice penale nel 2004, gli
atti di violenza erano perseguiti penalmente solo se
la vittima presentava una querela. Oggi, invece, le
lesioni personali, le minacce e la violenza carnale
commesse tra coniugi e partner sono perseguibili d’ufficio, quindi anche indipendentemente dalla volontà della vittima. A livello civile, sono state
introdotte nel 2007 alcune misure di protezione
per le vittime di violenza, minacce e insidie: divieto di avvicinarsi, trattenersi in determinati luoghi
e mettersi in contatto con loro. Spetta a chi subisce violenza chiedere al tribunale di ordinare queste misure.
Sulla base del nuovo articolo del codice civile
(28b), la maggior parte dei Cantoni ha disciplinato la procedura di allontanamento dal domicilio e
dalle immediate vicinanze della persona violenta.
Aiuto medico-psicologico
anche per i violenti
In Ticino le vittime di violenza domestica hanno
una valida rete di sostegno, mentre mancano
strutture specifiche che si facciano carico degli
autori della violenza. Se ne sta discutendo da
tempo, ma non c’è ancora nulla di concreto. In
genere, dopo l’intervento della polizia, le persone violente sono indirizzate al medico o ai
servizi sociali e psicosociali. “La mancanza di un
supporto specialistico è una lacuna che va colmata e sono attualmente allo studio delle soluzioni”, dichiara il Governo ticinese rispondendo a un’interrogazione della parlamentare Pelin
Kandemir-Bordoli sulla situazione della violenza
familiare in Ticino. Anche perché l’aumento dei
casi segnalati alla polizia negli ultimi anni non è da
sottovalutare. “La violenza domestica comincia a
non essere più considerata solo un fatto privato,
da circoscrivere entro le mura domestiche, bensì
una realtà che tocca l’intera comunità”.
7
non subire
Il nostro corpo
non deve essere merce
25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Geniodonna dà
vita a un forum fra donne di diversa età ed estrazione sociale sulla violenza dei mass
media che usano l’immagine femminile come oggetto sessuale di promozione di merci
Ana Rosa Ruiz (Docente): Vivo in
Italia da molti anni ma mi reco più
volte l’anno nella mia Spagna e così
posso comparare due situazioni.
La decadenza televisiva italiana c’è
davvero. In piena crisi la TV pubblica continua a propinare alla famiglia italiana
– riunita ormai solo per la cena serale davanti al
teleschermo – quell’edificante modello costituito
di prosperose vallette sculettanti, ammiccanti o,
quando si è fortunati, sorridenti ma perfettamente
insulse. Nella Spagna di Zapatero non esiste un fenomeno analogo di “veline”, “vallette” o “escort”.
Non c’è un uso mediatico fra il disinvolto e il pornografico del corpo della donna, anche perché esiste un “Osservatorio sulla dignità della donna” che
costantemente controlla i programmi: per esempio
ha bloccato anche certe pubblicità impresentabili,
come una nota promozione di Dolce e Gabbana
che in Italia è circolata per mesi, mentre in Spagna
è stata ritirata dopo due giorni. E lì i miei amici mi
domandano: “Possibile che voi donne in Italia accettiate tutto questo senza protestare?”
Ornella Benzoni (Psicoterapeuta): Mi sembra che la deriva estetizzante a cui stiamo assistendo circa
l’immagine della donna abbia a che
fare con una sorta di degenerazione del tanto decantato gusto estetico
italico. Per secoli ha alimentato il sistema culturale,
con il concetto di “bello” nell’arte e in letteratura.
Negli anni più recenti invece è stata la cifra dello style-system italiano, del “sistema moda Italia”
esportato nel mondo: insomma il bello come valore, capace anche di portare la ragazza che a esso si affida a una sistemazione. È l’esasperazione
del concetto di forma, che prende tutto lo spazio
e non lascia nulla ad altri tipi di merito. Per fare
8 un esempio, dove noi italiani diciamo “un bel libro” gli anglosassoni dicono un “buon libro” sottolineando la responsabilità sociale dello scrivere/
leggere contrapposta al piacere estetico puramente
individuale della lettura/scrittura.
Chiara Ratti (Responsabile Comunicazione): Concordo in pieno.
C’è il caso recente di Emma Marcegaglia che, intervenuta in recenti convegni della Confindustria con
molti argomenti pertinenti sui temi
della crisi, più che essere citata per i suoi contenuti,
in un articolo è stata individuata e quasi redarguita perché indossava “la solita” giacca con cui era
già apparsa in un’altra occasione pubblica. Insomma nemmeno il potere e la rappresentatività guadagnati da una donna per merito possono sottrarsi
all’invadenza e all’onere dell’estetica. Nel giornalismo attuale la donna va “alleggerita” col gossip.
Anche l’accettabilità della donna in TV va pilotata:
quando è invitata nei “salotti” come esperta a parlare di argomenti impegnativi le si lascia solo qualche minuto per “pigolare qualcosa” e intanto se ne
inquadra solo una parte: gambe, seno, tutt’al più
lo sguardo, doverosamente sottoposto a un trucco
accurato.
Nanni Petronio (Informatica):
La televisione è diventata pervasiva
nella vita della generalità delle persone e spesso rappresenta l’unica fonte
di informazione. Anche certa stampa
che si propone come alternativa non
sembra avere remore a fare un uso equivoco del
corpo della donna. Fino a pochi anni fa non sarebbe stato né politicamente né eticamente corretto.
Ora la comunicazione di massa, con la connivenza dei professionisti della comunicazione, porta a
non subire
un abbassamento dei livelli del linguaggio, delle
metafore e dei codici comunicativi che diventano
sempre più volgari, gergalizzati e affidati a stimoli subliminali. Ho però l’impressione che la gente
percepisca che si tratta di un gioco “truccato”: è
una piazza mediatica dove c’è un’ipocrisia di fondo che consiste nell’omologarsi, per non apparire
retrogradi, e nel dichiarare, di fronte agli altri, che
è un valore ciò che intimamente (e in privato) consideriamo un disvalore.
Antonella Vanini (Sociologa):
C’è un problema di educazione e
di consapevolezza degli stereotipi
di genere: mi viene in mente il libro Dalla Parte delle Bambine di Elena Gianini Belotti: andrebbe riletto,
è sempre attualissimo. Gli stereotipi generati dalla
struttura paternalistica della nostra società non sono mutati: lo si è visto nel caso di Veronica Lario
e del premier. Ha potuto essere rappresentata solo come una buona moglie e poi come una cattiva
moglie, mai come una persona autonoma che rivendicava di poter prendere le distanze da ciò che
il marito faceva o dai disvalori che incarnava.
Paola Soldati (Caposala Ospedaliera): La mia generazione con
il femminismo ha avuto la fortuna
di “fare autocoscienza”. Noi non
avremmo permesso al sistema di
definire il nostro ruolo e la nostra
immagine: noi siamo state donne forti, non omologate, ciascuna con le sue diversità; avevamo modelli diversi che abbiamo cercato di trasmettere
alle nostre figlie. Il nostro è stato comunque un
modello vincente: sicure di noi, abbiamo lavorato
con una nostra professionalità, non ci siamo sottratte alle difficoltà che abbiamo incontrato. Dopo
trent’anni siamo ancora qui a discutere. Noi non
siamo la mamma di Noemi, o quelle che regalano
il seno rifatto alla figlia per i diciotto anni.
Cristina Sonvico (Assistente Sanitaria): I cambiamenti sociali e nell’organizzazione del lavoro intervenuti in
pochissimi anni sono stati profondi: la situazione di base diffusa è
di incertezza e precarietà; la globalizzazione sembra incapace di darci
le stesse garanzie degli anni del boom economico.
Ai giovani appaiono più premianti i compromessi,
l’appoggio di un potente, per raggiungere con il
minimo sforzo e velocemente il cosiddetto successo, che spesso ha un destino effimero. Perché – si
dicono – impegnarsi in investimenti sproporzionati e in costi esistenziali alla lunga frustranti?
O. Benzoni: Ora che la donna ha cominciato a
guadagnare altre valenze sociali oltre al proprio
corpo, e cioè consapevolezza e cultura, lavoro e
autonomia economica, è paradossale il ritorno a
questo “corpo da offrire”, come nelle epoche che
oggi ci sembrano lontanissime quando, per salvarsi
da condizioni di penuria e asservimento, la donna
si affidava alla prostituzione o a un buon matrimonio, oppure doveva negare il corpo facendosi
monaca.
Giovanni (Impiegato ventisette anni): La pubblicità svilisce l’immagine femminile: il cliché è
“bella e stupida”. è un fatto diseducativo anche
per gli uomini: nella vita reale non ti imbatti mai
in donne così. Il risultato è di aumentare nella vita di tutti i giorni l’aggressività degli uomini e di
generare un senso di inferiorità e insicurezza e di
frustazione generalizzato in donne normali. Spetta
soprattutto alla donna, con la sua razionalità, giocare un ruolo responsabile in queste dinamiche e
scegliere per il meglio.
Elena Merazzi (Casalinga, già presidente di
Più Donna): La pubblicità punta
su un meccanismo subliminale che
unisce l’immagine del prodotto a
quella di una donna e di un corpo
per evocare piacere erotico con finalità promozionali e di vendita. Alla domanda se le donne siano vittime del sistema
mediatico o complici per interesse o stupidità, molti rispondono che la donna in definitiva ammette
che il suo corpo è più efficace della sua mente nella penetrazione sociale e nell’acquisire posizioni di
vantaggio.
A.R. Ruiz: Per cambiare le regole serve sì la sensibilità femminile, ma bisogna che le donne occupi-
9
non subire
no i posti di potere. In Spagna solo con l’arrivo al
governo delle donne le leggi e le regole sono cambiate. Per cambiare serve il potere e solo il sentire
delle donne può ispirare le regole nuove che vanno
a costruire spazi e contenuti sociali diversi.
Idapaola Sozzani (Giornalista): Anche la generazione di donne cresciute negli
anni ‘70 ha conosciuto un riflusso:
dopo le battaglie per acquisire qualche legge sui diritti civili – che hanno fatto tanto comodo anche agli
uomini – come pillola, divorzio e
aborto, abbiamo nutrito l’illusione di avere improvvisamente colmato un’arretratezza antica.
Ci eravamo emancipate dall’obbligo di generare
e potevamo lavorare di più, eravamo libere di andarcene dall’uomo che non amavamo ed eravamo
pronte per una identità e relazioni nuove. Ma questa identità femminile e il potenziale relazionale diverso sono di là da venire. La donna si è appiattita
su valori maschili. I veri cambiamenti li ha imposti
la globalizzazione, manovrata da menti maschili: è
la “modernità liquida” di cui parla Zigmunt Bauman: lavoro, carriera, più soldi e più sesso insieme
al mito della visibilità e del successo sociale. Oggi
si sono perse alcune libertà: la precarizzazione del
lavoro priva le donne del diritto alla maternità, i figli si fanno poco e tardi.
Chiara (Ragazza ventenne): Ritengo questi modelli siano pericolosi per le donne più giovani perché le inducono a esasperare la cura estetica del
corpo e a partire dall’aspetto esteriore per costruire
i rapporti interpersonali.
La donna non ha che da perdere adeguandosi allo
stereotipo che associa il successo alla bellezza e la
bellezza alla volgarità. Anche i disturbi alimentari delle giovanissime (anoressia e diete esasperate)
sono associati all’ossessione irraggiungibile di un
corpo perfetto, alimentata dagli stereotipi televisivi
e giornalistici.
10 O. Benzoni: In un’epoca che ha innalzato il mercato a valore dominante, era inevitabile anche la
mercificazione dei rapporti e delle esperienze fondamentali della vita umana (pensiamo alle banche
del seme e degli ovuli, alla vendita degli organi e
alla fecondazione assistita).
Così l’oggettivazione della donna è la spia del tentativo di evitare la relazione fra uomo e donna, evidentemente troppo problematica e impegnativa da
vivere. I due si allontanano sempre di più, l’incontro e il dialogo non sembrano più una prospettiva
praticabile.
E. Merazzi: Le donne stanno vivendo due vite in
una: quella sociale, lavorativa, in cui adottano codici maschili competitivi e si adeguano a stereotipi
sociali progettati al maschile; poi quella familiare,
con lo scarso sostegno degli uomini, non ancora
reclutati sul fronte familiare nella condivisione dei
tempi della cura. Due vite in una che non lasciano
sufficienti energie per accrescere la propria identità, per dedicarsi alla politica e riempire quel 50% di
quote che pure rivendichiamo.
A. Vanini: Io nell’ambito familiare ho cercato di
praticare la via della delega: solo per questo sono
riuscita a lavorare moltissimo. Intanto, delegando,
gli altri della famiglia compiono un percorso di crescita: la delega è una strada obbligata da percorrere. Chiedere welfare e delegare maggiormente è
forse l’unica prospettiva per la donna di uscire dalla empasse attuale.
Tonina Santi (Ex Consigliera Provinciale di
Parità): Non sono d’accordo sulla corresponsabilità alla pari per le
donne e per il “sistema”. Non dimentico mai che il mondo è ancora
a conduzione maschile. Non ci può
essere parità se c’è un maschile che
ha ancora il potere di comperare l’oggetto donna,
se ancora si rappresenta la donna come un oggetto e l’uomo come quello che consuma l’oggetto.
La donna non può effettivamente scegliere la sua
identità perché il suo potere reale nella costruzione delle categorie sociali e della rappresentazione
del mondo è ancora scarso. La donna mi sembra
che oggi viva una gran voglia di omologarsi al maschile. Di appiattirsi su valori maschili. Una vera
autocostruzione della donna per darsi una identità
autonoma diversa dalle proiezioni maschili è ancora molto lontana.
In Ticino 16 giorni contro la violenza
Il calendario a pagina 56
non subire
Un rifugio sicuro top secret
per ritrovare se stesse
Casa delle donne e Casa Armònia sono le strutture ticinesi che accolgono
le vittime di violenza familiare. La loro ubicazione è segreta
di A. Sic.
U
n luogo di rifugio ma anche di riflessione. Le case di accoglienza hanno proprio questo compito:
permettere alle donne maltrattate di fare ordine nella
propria vita e di capire come liberarsi dalla violenza. In
Ticino ce ne sono due, una nel Sottoceneri e l’altra nel
Sopraceneri (l’indirizzo è segreto): le gestiscono due associazioni che danno anche una consulenza alle vittime
di violenza e alle persone con difficoltà relazionali.
Qui si cerca una risposta
L’Associazione Consultorio delle donne di Lugano nasce nel 1985 per offrire gratuitamente un aiuto a uomini
e donne con problemi familiari, economici, lavorativi e
scolastici. In media, ogni anno si rivolgono al consultorio 750 donne.
Nel 1989 l’associazione inaugura la Casa delle donne.
“È un luogo dove affrontare i propri problemi” spiega
la responsabile Sonny Buletti, docente di scuola elementare ed educatrice specializzata. “Con l’aiuto nostro e di
una rete di esperti la donna valuta le possibili risposte e
sceglie quella che si sente di fronteggiare. Accogliamo
più straniere” continua Buletti, “perché sono soprattutto loro a non avere parenti vicini ai quali chiedere aiuto.
Le donne ospitate sono di età e ceto sociale differen-
ti. La violenza è perpetrata dai partner,
dai fidanzatini o dai genitori. Nel caso di persone anziane, anche dai figli.”
Nel 2008 sono state accolte 15 donne
e 14 bambini. “Il numero è abbastanza stabile e i soggiorni sono brevi, di
uno o due mesi” rileva Buletti. “Vi sono però sempre più donne vicine allo
squilibrio psichico che hanno bisogno
di più tempo per riprendere in mano la
propria vita.” La vera sfida inizia fuori
dalla casa. “Più della metà delle donne
ospitate tenta la vita da sola o con i figli” afferma Buletti. “Altre provano a
riallacciare la relazione con il marito,
con una terapia di coppia o l’aiuto di
un assistente sociale.”
Di fronte alle esperienze di queste
donne è spesso difficile rimanere indifferenti e intervenire nel modo corretto. Conclude Bulletti: “Bisogna trovare l’equilibrio tra ciò che è giusto
fare e dire e quello che non lo è. Bisogna dar spazio
all’empatia e tracciare un confine affettivo.”
Per informazioni
Consultorio delle donne, via Vignola 14, 6900 Lugano.
Telefono 091 9726868.
Consultorio Alissa, vicolo Von Mentlen 1, 6500 Bellinzona. Tel. 091 826 1375; Casa Armònia, telefono 0848
334733 www.associazione-armonia.ch
Un percorso per ritrovarsi
Nel Sopraceneri è l’associazione Armònia a dare un
aiuto alle donne. Da diciotto anni le ospita nella Casa
Armònia e da qualche anno si avvale anche del Gruppo d’incontro e del consultorio Alissa aperto a uomini
e donne (l’anno scorso hanno chiesto una consulenza
183 donne e 7 uomini, mentre al picchetto telefonico
sono arrivate 850 chiamate, di cui 80 segnalazioni). Le
donne che fuggono trovano rifugio in un luogo molto protetto. Nel 2008 sono state ospitate 18 donne con
14 bambini. La maggior parte di loro si è fermata per
meno di 10-20 giorni ed è tornata dal marito. Il percorso all’interno della Casa è ben definito. “Innanzitutto
Segue a pag. 12
11
non subire
Uomini smettete di essere
invisibili a voi stessi
di Grazia Villa
D
a oltre trent’anni scrivo, penso, rifletto sulla violenza di genere, ovviamente
non come esercizio intellettuale, frutto di
una dolorosa astrazione, né come impotente spettatrice di cronache truculente, ma come sforzo di
assunzione di responsabilità verso la storia di liberazione delle donne e come tentativo di rispondere
alle tante mai indistinte lacrime raccolte nell’otre
ricolmo del mio studio legale. Lacrime di donne
maltrattate, vilipese, schiacciate, rese impotenti o
sterili, che mi inducono a continuare la ricerca, a
comprendere, denunciare, indignarmi, ribellarmi,
perché al loro dolore si accompagna spesso la forza, l’esperienza viva e consolante di un quotidia-
no che si squarcia all’improvviso e qualche volta si
illumina con il coraggio di un’azione, la speranza
di un dirompente desiderio di libertà, la forza dello spezzare catene di soggezione, la fierezza di un
sorriso riconquistato, la gioia di uno sguardo nuovamente limpido.
Da loro ho imparato e ho avuto conferma, come
senza una presa di coscienza degli uomini, dei maschi sul problema della violenza di genere, nessun
altro passo avanti debba e possa essere richiesto,
anzi a volte persino preteso, proprio da loro, ancora oggi dal pensiero femminista, tanto da rendere
intollerabile la protervia con cui il già pericoloso
slogan “usciamo dal silenzio”, sia stato prontamente utilizzato per denunciare il presunto colpevole tacere delle donne sulla violenza che le
Segue da pag. 11
si cerca di capire, ma senza fretta, la
storia e gli obiettivi della donna” racconta l’operatrice. “Aiutiamo le ospiti a trovare alternative che valgano a
migliorare la loro situazione di vita.”
All’inizio la maggior parte delle vittime non vuole più avere nulla a che
fare col partner. “Molto spesso, pe-
rò, appena lo sentono al telefono cedono, compiendo un errore.”
“Tornano dal partner perché vivono lo stare insieme come un fattore
esistenziale necessario”, puntualizza
Linda Cima-Vairora, psicoterapeuta
e presidente dell’associazione di aiuto psicologico alle donne Armònia.
12 “Per questo credo che si debbano
aiutare anche gli autori di violenza a
capire le ragioni della propria aggressività. In alcuni Cantoni esistono da
tempo associazioni che intervengono a questo livello, mentre in Ticino
non c’è ancora una struttura che lavori in questa direzione.”
non subire
riguarda. Scelgo allora provocatoriamente di “limitarmi” a dar voce a quegli uomini che hanno deciso
di uscire dal silenzio, di spezzare le complicità, di
dare un nome di genere maschile alla loro violenza. Per tanti anni hanno parlato in nostro nome ora
proviamo a lasciarli parlare in loro nome, purchè
lo dichiarino e ne riconoscano la parzialità: un dire
a partire da sé, a cui come donna voglio provare a
dare credito.
è un maschio Marco Deriu (appello “La violenza
sulle donne ci riguarda” La Repubblica 8 marzo
‘09) che invita: “Allora piantiamola una buona volta di
parlare di violenza sulle donne e cominciamo a dire violenza
degli uomini (…) Gli uomini non odiano le donne, ne sono
terrorizzati. Ho analizzato molti casi di cronaca. Nella
maggioranza delle violenze domestiche, il violento cerca disperatamente di sottomettere la donna di cui in realtà è debitore, dipendente, senza la quale sarebbe finito. La violenza
misogina di oggi non è il ritorno del patriarcato, è il sintomo
del suo crollo. (…) Si parla solo di difendere le donne. Ma
chi le difende? Gli uomini, è chiaro! Così l´uomo come autore della violenza scompare, e si vede solo l´uomo protettore. Soldati per le strade, ronde, tentativi di linciaggio degli
stupratori perfino la legge del carcere: sono tutte risposte
maschili, legali o illegali, ma tutte dentro la medesima logica
proprietaria che genera la violenza sulla donna: confermano
una supremazia, non la contrastano”.
Ed ancora un uomo, Massimo M. Greco, (Ripensare l’identità maschile, Cons. Aetna Net del 17 settembre 09) dichiara “... il tema della violenza maschile
contro cui ci siamo confrontati è partito dall’idea che il problema non riguardasse figure devianti, ma uomini che si
muovono all’interno di categorie del maschile generalmente
condivise (…) La violenza degli uomini contro le donne
evoca gravi abusi ma anche piccole prevaricazioni e di questi
diversi ordini logici bisogna tenere conto, per non calibrare
le proposte di cambiamento solo sugli stati d’eccezione (…)
Chiamati a interrogarsi sulle radici della violenza, alcuni uomini ne individuano il fondamento nella tradizione
culturale, altri nel corredo biologico, altri ancora si tengono
in equilibrio fra natura e cultura. (…) Quando però si cominciano a mettere in discussione le strutture profonde che
stanno dietro la violenza, cade il senso di approvazione, autorevolezza e persino legittimazione politica da parte di non
pochi uomini”.
Infine come osserva Stefano Ciccone (Oltre la miseria del maschile): “Un uomo che sceglie di investire nella riflessione sulla propria identità sessuata appare ancora
oggi, soprattutto nel nostro Paese, un po’ strano, mentre se
questa scelta è dettata da una presa di responsabilità, la sua
autorevolezza e la sua virilità ne vengono incrinate”.
Se è vero che: “è in atto una vera e propria guerra sanguinaria contro un sesso che ha solo una colpa: non si sottomette più, non piega più la testa, non acconsente per dovere,
pensa in autonomia, si pensa libero come l’altro”;
se è vero che: “la guerra disperata degli uomini usa
molte armi cruente: pugni, calci, stupri, coltellate, pistolettate, fucilate, passa per le grandi metropoli e i piccoli centri
di provincia, da nord a sud, è perpetrata da maschi di ogni
età”;
se è vero che: “Le motivazioni di questa guerra passano
da una debolezza piena di incapacità, da una cecità, un rifiuto, una pochezza, dalla rabbia che si fa forza belluina, la
rabbia di non poter più pretendere di essere amati nei modi
e nei tempi decisi da una sola parte, la loro, e la rabbia di
non poter più gestire un matrimonio, una convivenza, i figli senza contraddittorio” (Valeria Vigano - L’Unità 24
giugno 2009);
allora, con María Milagros Rivera Garretas: “Chiediamo agli uomini che hanno conosciuto qualche volta l’amore - e sono molti perché senza amore non sarebbero vivi - di
pensare tra loro un uomo nuovo: un uomo non violento, un
modo di essere uomo che riconosceranno tra quelli che già ci
sono e decideranno come sarà. Solo questo può rendere impensabile la violenza contro le donne: impensabile come è
impensabile oggi il cannibalismo”. E con le donne della
Casa delle donne maltrattate di Pesaro: “Chiediamo agli
uomini di smettere di essere invisibili a se stessi”.
13
non subire
Mobbing:
ti perseguito
e ti licenzio
di Cinzia Miani
C
on il termine mobbing si indica una forma
di aggressione e/o prevaricazione ripetitiva e
continuativa, nei confronti di uno o più lavoratori
da parte del datore di lavoro, di superiori o colleghi e che si realizza attraverso vari comportamenti.
L’accanimento ripetitivo nei confronti del mobbizzato per un certo periodo ne rappresenta il nucleo.
Il mobbing si definisce orizzontale, quando l’azione viene esercitata dai colleghi o superiori o verticale, quando viene
esercitato dal datore di lavoro anche per tramite dei suoi sottoposti: è
quindi uno strumento per allontanare
persone che non servono più all’impresa, inducendole alle dimissioni o
creando delle situazioni che portano
al licenziamento. Altre volte è utilizzato per costringere i dipendenti ad
accettare situazioni che altrimenti avrebbero rifiutato, come lavori umilianti, ritmi sostenuti, paghe
inferiori, trasferimenti, oppure a rinunciare alle retribuzioni dovute.
Le condotte in cui si manifesta sono: l’emarginazione e l’isolamento della vittima, le continue critiche sul suo operato, l’addebito di contestazioni
14 infondate e conseguenti sanzioni pretestuose; la
diffusione di maldicenze all’interno e all’esterno
dell’azienda, la lesione dell’immagine e/o della reputazione del soggetto davanti ai colleghi, clienti o
superiori, l’assegnazione di compiti dequalificanti e
umilianti, l’imposizione di turni gravosi; il demansionamento e il depauperamento professionale,
l’esclusione da corsi di aggiornamento, spostamenti continui da un ufficio all’altro, abuso di controlli medici fiscali, pressioni psicologiche, molestie e
violenze sessuali, cambiamenti negativi della postazione di lavoro fino anche alla sua totale soppressione, sottrazione di personale sottoposto e di
appoggio, ostacoli all’accesso a determinate zone
o servizi; istigazioni contro la vittima e sovvertimento dei rapporti gerarchici tra la vittima e i suoi
sottoposti, e infine provocazioni per indurre il soggetto a reagire in modo incontrollato.
Per quanto riguarda in particolare le donne, estesa risulta la casistica giurisprudenziale in tema di
violenze e molestie sessuali perpetrate dal datore
di lavoro o da colleghi. Tali atti, pur
costituendo fattispecie diversa dal
mobbing, possono essere anche centrali in quest’ambito. Infatti, rifiuti,
resistenze o reazioni ad atti sessuali
all’interno dell’azienda, possono essere all’origine di un’azione di mobbing. La vittima può richiedere in
giudizio un risarcimento del danno,
ma la prova da dare al giudice si presenta insidiosa perché l’azione mobbizzante si sviluppa in un periodo di tempo esteso, attraverso
molteplici episodi vessatori, con la partecipazione di più soggetti, quindi la prova necessita delle
testimonianze dei colleghi, che potrebbero essere
coloro che stanno mobbizzando, o che temono ripercussioni da parte del datore di lavoro.
non subire
Strattoni alla legge per punire
le molestie sul posto di lavoro
di Laura Tettamanti
I
l nostro ordinamento non prevede espressamente il reato di mobbing; tuttavia, in molti casi, i
giudici hanno riconosciuto rilevanza penale a comportamenti che rientrano in quella figura, facendo
riferimento a fattispecie di reato già codificate, che
– a seconda dei casi – meglio si prestavano a tutelare i diritti aggrediti dalle condotte mobbizzanti.
Per quanto riguarda il contesto lavorativo privato,
la giurisprudenza ha fatto riferimento ai delitti di
maltrattamenti, violenza privata, lesioni, violenza
sessuale e molestie, mentre con riguardo al mobbing nella pubblica amministrazione si è ritenuto
configurabile talvolta anche il reato di abuso di ufficio. In particolare, il delitto di violenza privata
(art. 610 c.p.) è stato ravvisato laddove si era realizzata una forte limitazione alla libertà e alla dignità
dei lavoratori; il delitto di lesioni (colpose o dolose)
nei casi in cui dalle condotte vessatorie dei datori di
lavoro fosse derivata una lesione alla salute (anche
psichica) dei lavoratori.
La Cassazione, negli ultimi tempi, si è orientata
sempre più spesso verso l’applicazione del delitto
di maltrattamenti (art. 572 c.p.): si rileva, in questi
casi, che il lavoratore sottoposto al potere disciplinare dell’imprenditore – o del superiore – subisce
in modo continuativo ripetute vessazioni, morali o
fisiche che lo conducono a quello stato di abituale
sofferenza fisica o morale, lesivo della dignità della
persona, che la legge designa appunto come maltrattamenti. Vasta – e risalente nel tempo – l’area
applicativa dei reati di molestia (art. 660 c.p.) o di
violenza sessuale (artt. 609 – bis e seguenti c.p.),
reati di cui le donne sono vittime privilegiate. Purtroppo, infatti, la piaga della molestia sessuale sul
luogo di lavoro è antica come il lavoro stesso: si
tratta di condotte particolarmente umilianti per chi
le subisce; le donne, fortunatamente, sempre meno
spesso vi si assoggettano senza reagire.
Per quanto attiene alla giurisprudenza comasca, da
segnalare una recentissima sentenza della Sezione Distaccata di Erba del nostro Tribunale, che ha
condannato per maltrattamenti e lesioni volontarie
un datore di lavoro.
Questi aveva sottoposto una giovane dipendente
a vessazioni consistenti in molestie sessuali (avances continue ed esplicite, linguaggio scurrile, toccamenti) e rimproveri violenti e ingiustificati,
provocandole l’insorgere di una sindrome depressiva. L’aspetto più interessante della sentenza sta
proprio nel riconoscimento di un nesso causale diretto tra il comportamento mobbizzante e la malattia sviluppata dalla dipendente.
15
non subire
Alziamo la testa, fermiamo
la mano del violento
Sonny Buletti : “Le donne maltrattate non sono mai state vincenti”
di Assunta Sarlo
“Le donne maltrattate non sono mai state vincenti”. Questa frase, pronunciata da Sonny Buletti,
responsabile della Casa delle Donne di Lugano durante un seminario lo scorso anno alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana, mi
torna sempre in mente quando qualcuno chiede un
giudizio sullo stato delle cose in materia di violen-
16 za maschile contro le donne. Anno di grazia 2009
e un bollettino che, con quotidiana crudeltà, distilla
storie: di morte, di abuso, di molestie, di violenza
fisica, psicologica, sessuale, economica. I dati sono
sempre concordi all’indagine Istat del 2006: la violenza è soprattutto domestica, a compierla sono in
stragrande maggioranza persone vicine alla donna
che ne è vittima, sono per lo più italiani, spesso gli
insospettabili vicini così perbene.
non subire
Sappiamo molto in materia di violenza: conosciamo il profilo di chi la compie, e non è la faccia
di un matto, né di un emarginato, sappiamo che
le vittime non sono soltanto donne che vivono in
condizioni di forte privazione sociale, economica
o culturale.
appiamo che può toccare alla docente stimata
come alla casalinga isolata, sappiamo che il comune denominatore è l’autorizzazione interiore a
essere violenti, a considerare l’altra una proprietà
di cui si dispone come si vuole. E sappiamo anche che spesso i momenti in cui le donne decidono
di ridisegnare la propria vita sono i più pericolosi, quelli in cui si scatena la furia dell’altro. Capita
spesso, i giornali lo raccontano quando non si può
fare più nulla: se n’era andata, aveva chiesto la separazione, si era portata via i figli, stanca di una
vita di botte. Lui è tornato, di giorno, di notte, con
una scusa, prendendo a calci la porta o chiedendo di parlare… Storie, nomi, donne giovanissime
o già mature, città, paesi d’Italia.
Sappiamo anche quanto è miope, pericoloso e
strumentale pensare che la violenza contro le donne sia soltanto lo stupro di strada o sia appannaggio esclusivo di alcune etnie o culture: l’occidente
della democrazia formale dovrebbe esserne al riparo, così non è. Prima dell’ormai famosissimo Uomini che odiano le donne, la trilogia di Stieg Larsson
approdata anche al cinema dal profondo nord, ci
S
era arrivato un film importante Racconti da Stoccolma. Ispirato a storie vere accadute in Svezia narra di una ragazza nata in una famiglia immigrata
che decide di rompere i codici della tradizione e
di affermare una libertà di scelta sulla propria vita
a cominciare da quella sentimentale. Verrà uccisa
su un’autostrada dagli uomini del suo nucleo familiare, in un modo crudelissimo che avrebbe dovuto
passare per suicidio.
L’altra storia è agli antipodi: interno svedese di
borghesia colta, lei giornalista, lui fotografo. E tante botte, in un misto di possesso e gelosia professionale e sentimentale fino a che lei non troverà
il coraggio – che avrà un suo prezzo – di una denuncia pubblica. Il titolo originale del film Quando
arriva il buio allude a una tradizione nordica che si
riferisce al momento in cui le giornate si accorciano e il buio scende; in questo periodo dell’anno
si accendono le candele che terranno lontani dai
bambini gli spiriti cattivi.
Il buio che arriva è anche un’immagine perfetta
della solitudine e del silenzio in cui molte donne
vivono l’esperienza drammatica della violenza e
le candele da accendere sono molte. A cominciare dalla politica: torna qui la frase di Sonny Buletti
in risposta a uno studente che chiedeva come mai
ci si dovesse confrontare ancora oggi con tassi di
violenza così elevati e così sommersi.
Dare forza o meglio aiutare le donne a rintracciare
la propria forza di uscire dalla relazione violenta è
affare complesso, che non può segnare un punto di
svolta se, come in Italia avviene, la violenza contro
le donne viene affrontata a livello della politica prevalentemente come un problema di ordine pubblico o di sicurezza urbana che riguarda gli stupri di
strada, e non come il frutto di una diseguaglianza
storica che, nonostante il cammino di libertà delle
donne, ha ancora solide radici.
La Spagna, in quella che è la legge più innovativa
a livello europeo in materia di violenza di genere e
alla quale bisognerebbe ispirarsi, oltre ad approntare strumenti penali e un sistema di protezione integrale delle vittime (casa, lavoro, sostegni per i figli)
ha deciso che, a cominciare dalle scuole per passare ai modelli del femminile proposti dalla pubblicità e dai media fino alla rappresentanza politica, è
sul concetto di eguaglianza tra uomini e donne che
bisogna lavorare. Con un imprescindibile passaggio preliminare: iscrivere questo tema nell’agenda
politica nazionale, non lasciare che sia un tema di
cui si occupano solo le donne, farlo uscire dal buio
privato che lo avvolge.
17
non subire
La solitudine del silenzio
apre la strada alla soggezione
Parla Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty
International. Tre azioni per i diritti
di Chiara Ratti
S
e le chiedete di una storia che l’ha particolarmente emozionata racconta di Gina Gatti,
una donna straordinaria, che ha ritrovato se
stessa e il coraggio di parlare degli anni bui trascorsi nelle carceri del Cile di Pinochet proprio grazie ad Amnesty, diventando una testimone di rara
intensità della campagna contro la violenza delle
donne.
Ma nella sua lunga militanza di attivista Christine
Weise, presidente della sezione italiana di Amnesty International dallo scorso 3 maggio, si è battuta
per i diritti di migliaia di esseri umani, molti senza
nome, ma tutti ugualmente importanti.
Socia del 1987, Christine vive a Loiano, un paesino
dell’altipiano bolognese con Fabrizio, suo marito, e
Marco e Luca, i due figli, e lavora come interprete
freelance.
Lavoro, famiglia e l’impegno in Amnesty: un
bell’esercizio da equilibrista, ma la motivazione è
solida e in continua evoluzione: “I diritti umani
vanno continuamente riconquistati. Spesso pensiamo che almeno nei Paesi occidentali e democratici
siano dati per acquisiti, e invece ci troviamo spesso di fronte a situazioni impreviste in cui vanno
riaffermati. Pensi a quanto successo in Italia con il
cosiddetto pacchetto sicurezza, che priva dei diritti fondamentali alcune persone perché clandestine.
Oppure agli Stati Uniti e a Guantanamo. Una battaglia che sarà vinta solo con la chiusura del centro
detentivo”.
Amnesty interviene ogni volta che si calpestano i diritti umani. Si ha spesso la sensazione
che donne e bambini, in tutto il mondo, siano
i più deboli tra i deboli. è così?
“Per i bambini sì: soprattutto in condizioni di
guerra e povertà estrema hanno bisogno di essere più tutelati, perché sono oggettivamente soggetti deboli. Pensi alle vicende dei bambini soldato,
strappati giovanissimi dalla famiglia e costretti a
18 combattere. Il 30% sono bambine, sottoposte oltrettutto alla schiavitù sessuale.”
E le donne?
“Le donne non sono soggetti oggettivamente deboli. Spesso la violenza che si scatena contro di loro è una reazione al loro attivismo. In Iran ci sono
donne molto impegnate nella battaglia per i propri
diritti: più loro sono attive più la repressione è feroce.”
Nel 2004 però Amnesty ha avviato una campagna specifica proprio contro la violenza sulle
donne.
“Si, durerà fino al 2010 ed ha già portato buoni risultati. La violenza e la discriminazione contro le
donne non sono un fatto esclusivo dei Paesi del
non subire
terzo mondo. Sono purtroppo trasversali, spesso
le violenze peggiori avvengono in famiglia e hanno
nel silenzio rassegnato delle vittime il loro miglior
alleato. Grazie all’intervento di Amnesty però sono stati fatti passi avanti importanti: in Albania per
esempio è stata creata un’unità speciale della polizia dedicata a questi crimini, in Spagna c’è un’ottima legge, anche se purtroppo poi non sempre
ci sono risorse adeguate per metterla in pratica. E
questo vale anche per l’Italia dove non ci sono abbastanza case rifugio per chi ha subito maltrattamenti. Un grande impegno deve essere rivolto alla
formazione. Bisogna promuovere una parità reale
che impedisca ai carnefici di sentirsi in diritto di
esercitare violenza sulle donne, come a volte purtroppo capita di sentir dire.”
Le donne sono al centro anche di altre tre azioni di Amnesty: la campagna “Io pretendo dignità”, che fa della lotta alla mortalità collegata al
parto uno dei suoi punti nodali; l’appello del
2 ottobre al presidente del Nicaragua perché
cambi la legge che impedisce alle donne, in
qualunque caso di abortire; l’impegno perché
le vittime di stupri della ex Jugoslavia ottengano finalmente giustizia.
“Alla base di ciascuna di queste azione contrarie ai
diritti delle donne c’è sempre lo stesso pregiudizio: lo scarso valore che viene attribuito all’essere
umano femminile. In Sierra Leone una donna su 8
muore per ragioni legate alla gravidanza, in Nicaragua l’aborto è vietato per qualsiasi ragione, anche
in caso di grave rischio per la salute della donna,
anche nel caso in cui la gravidanza sia frutto di uno
stupro, addirittura è vietato qualunque intervento
anche salvavita se vi è solo il sospetto che possa
nuocere al feto. A 14 anni dalle violenze sessuali
sistematiche avvenute nell’ex Jugoslavia sono state
condannate solo 12 persone... e le vittime spesso
non hanno ne cure ne sostegno.”
La strada è davvero lunga e tutta in salita: come si fa a guardare il futuro con speranza?
“Si lavora gomito a gomito con persone che condividono gli stessi valori – dice Christine – e si pensa
alle cose buone fatte, come la moratoria contro la
pena di morte, gli appelli che si sono risolti positivamente, le leggi ottenute con la pressione internazionale, le esecuzioni fermate.”
O a piccole o grandi vittori personali, come il coraggio di Gina Gatti e i sorrisi di chi ha avuto una
seconda possibilità e si torna a camminare in direzione “ostinata e contraria”.
Dalla parte dei diritti. Appunto.
19
gd
Jekill e Hyde
L’avventura di maestro Lorenzo
Lorenzo Mattotti. è nato a Brescia nel 1964 e vive e lavora a Parigi.
Esordisce alla fine degli anni settanta
come autore di fumetti. Nei primi
anni ottanta fonda il gruppo Valvoline. Nel 1984 pubblica Fuochi (Einaudi 2009) accolto come un evento
nel mondo del fumetto, vince importanti premi internazionali.
I suoi libri – Doctor Nefasto (Granata
Press 1991), L’uomo alla finestra con
Lilli Ambrosi (Feltrinelli 1992), Incidenti (Hazard 1996),
Stigmate con Claudio
Piersanti (Einaudi Sti- Che dire di Jerry Kramsky? Buon
lelibero), Il signor Spar- assaggiatore di storie di vario getaco (Coconino Press nere. Ne legge e ne rilegge, ne
2005) – sono stati tra- guarda e ne riguarda. Ogni tanto
dotti in tutto il mondo. se le rimugina in proprio. PrenPubblica su quotidiani dendo spunto da sensazioni notturne o di primo mattino. Elaboe riviste come The New
rando ricordi confusi. Ispirandosi
Yorker, Le Monde, Das a paesaggi o immagini. Primi fra
Magazin, SudDeutsche gli altri i disegni del Maestro MatZeitung, Nouvel Ob- totti. Così dalle storie lasciate sui
servateur, Corriere del- banchi del liceo a quelle pubblicala Sera, La Repubblica. te sui libri a fumetti, in giro per il
Per la moda ha inter- mondo. Racconti teneri e visionapretato i modelli dei più ri come La Zona Fatua, versioni di
noti stilisti sulla rivista classici come
Vanity. Per l’infanzia appunto il
ha illustrato Eugenio Dottor Jekyll,
emozioni
di Marianne Cockenpot
libere
su(Gallucci 2006), che scitate dalla
vinse il Gran premio Linea Fragile
di Bratislava, uno dei d e l l ’ a m i c o
massimi riconoscimenti disegn ato nell’editoria per ragazzi; re. Qui e là
Le avventure di Pinocchio di Collodi (Einaudi 2008). Tra le numerose esposizioni personali, le antologiche al
Palazzo delle Esposizioni di Roma e
la Franzahals Museum di Haarlem, ai
Musei di Porta Romana.
Tra le ultime pubblicazioni vanno
ricordate Il rumore della brina, Jekyll e
Hyde per Einaudi, Angkor, Carnet de
voyage, I manifesti di Mattotti editi dalla
editrice Nuages.
Realizza copertine, campagne pubblicitarie e manifesti
come quello di Canstorie per bambini, la serie dei nes 2000. Ha collaPittipotti e di Capitan Barbaverde, borato al film Ero
Il Mistero delle Antiche Creature, le di Wong Kar-Way,
avventure del Bambino Notturno Steven Soderbergh
con il Grande Oritteropo, stavolta e Michelangelo Ancon i disegni di Gabrielle Giandeltonioni, e ne ha culi. Qualche sceneggiatura per anirato tutti i segmenti
mazione, nella serie del Coniglietto
Milo, con Giandelli, e nell’episodio della presentazione
mattottiano di Peur(s) du Noir, e ha realizzato un
lungometraggio ombroso. Ul- episodio per il film
timamente scrive romanzi per d’animazione Peur(s)
piccoli (e per grandi come lui) du noir. Quest’anno
di fantascienza e altre ironiche ha illustrato i testi
mostruosità, come Quando Su- di Lou Reed in The
pertrippa Cercò Raven pubblicato da
di Conquistare la Le Seur nel mese di
Terra e l’ancora novembre 2009.
inedita Stanza
Di prossima pubblidelle
Ombre
cazione è la favola
Malvagie, che
riempe di suoi Hansel et Gretel, texte
disegni pazze- des frères Grimm,
relli. Basta così. Gallimard Jeunesse
Jerry Kramsky. Edition.
L’assaggiatore di storie
Cinque donne in vetta al Nobel
Stoccolma – Cinque le donne che sono salite sul gradino mondiale più alto dell’economia, della letteratura, della medicina e
della chimica. Destinataria del Nobel per l’economia, ed è la prima volta nella storia del premio, la professoressa statunitense
Elinor Ostrom, 76 anni, premiata per le ricerche nel campo della governance economica compiute insieme al collega Oliver Williamson. Per la letteratura è stata la 56enne scrittrice romena di lingua tedesca Herta Muller, che dal 1987 vive in
Germania. Il prestigioso riconoscimento le è stato conferito “per aver descritto l’universo dei diseredati, con la densità della
poesia e la nitidezza della prosa”. Per la medicina l’Accademia di Stoccolma ha scelto le scienziate americane Elizabeth H.
Blackburn e Carol W. Greider che, assieme al collega Jack W. Szostok, hanno compiuto innovative ricerche sulla longevità
delle cellule. La scoperta rappresenta una solida base di partenza per la ricerca su molte malattie in cui l’invecchiamento
cellulare gioca un ruolo essenziale, come è per il cancro. Il Premio Nobel 2009 per la chimica se lo è meritato la sessantenne
israeliana Ada Yonath, direttrice del Centro per la struttura biomolecolare dell’Istituto scientifico Weizmann di Rehovot.
La scienziata (è la quarta donna nella storia del Nobel per la chimica a ricevere questo riconoscimento), insieme ai colleghi
americani Venkatraman Ramakrishnan e Thomas Steitz ha sviluppato importanti studi sulla struttura dei ribosomi, che sono,
fra l’altro, un bersaglio importante per l’azione degli antibiotici e le ricerche su questi organelli hanno una ricaduta diretta
anche per l’evoluzione della terapia antinfettiva.
20 idee&parole
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Quello che le donne scrivono, hanno scritto, pensato, disegnato, dipinto, scolpito, messo in musica.
idee&parole
La poesia salva la vita?
La poesia salva la vita. Così titolava un fortunato libro, edito e riedito da Mondadori, curato da una
poetessa, scrittrice e saggista molto attenta alle peculiarità della scrittura femminile e molto legata a
Como. Si tratta di Donatella Bisutti, che una volta,
un po’ provocatoriamente, si inventò “scrittricecommessa” alla libreria Voltiana, passando il pomeriggio a consigliare i libri altrui ai clienti, prima
di presentare il proprio.
Ma questa è una digressione: conta il titolo del suo
saggio, cui viene da chiedersi se non sia il caso di
aggiungere almeno un punto di domanda. Se la
poesia ha un potere salvifico per chi sa ascoltarla,
come sostiene Bisutti, non sempre è sufficiente per
salvare chi la scrive.
Sul numero uno di Geniodonna abbiamo ricordato,
attraverso le parole di Vivian Lamarque, la grande Amelia Rosselli, che volò dal quinto piano di
una casa di Roma. Nelle pagine seguenti
riscopriamo, dopo averlo fatto con la
proiezione di un documentario
organizzata il mese
scorso a Como, Claudia Ruggeri, che pure spiccò
il volo da un balcone, a Lecce. Recentemente, al festival di Venezia, Marina Spada ha presentato una
docu-fiction (Poesia che mi guardi) su Antonia Pozzi,
morta suicida a 26 anni, commuovendo il pubblico.
Non piangiamo per i tragici destini di queste poetesse, ma rallegriamoci per il fatto che finalmente
non siano più “come l’ombra”, prendendo a prestito il titolo di un altro film al femminile della Spada.
E, soprattutto, leggiamo le loro poesie.
Pietro Berra
Gabriella Benedini
Navigazioni, 1997 - polimaterico, cm 65x320x125
21
gd
idee&parole
La poesia di Claudia Ruggeri
sposa barocca e incompresa
di P. Be.
Un approfondimento sulla vita e la poesia di Claudia
Ruggeri l’avevamo promesso sul primo numero di Geniodonna, segnalando l’incontro che l’Associazione
culturale Lithos e il Senato delle Donne le ha dedicato
in settembre a Como con la proiezione del documentario
Claudia di Elio Scarciglia. Lo abbiamo chiesto all’intellettuale che, citando le parole usate dal regista quella
sera, le è stato “fratello” nella sua breve vita e che quindi
appare più titolato a rivolgere un invito alla lettura di
questa poetessa salentina volata via a 29 anni, aggrappata a una poesia “barocca”, come le chiese della sua città e
22 come la definì Fortini.
Una poesia che allora ad alcuni sembrò “vecchia”, ma
che a rileggerla oggi, dopo che autori come Patrizia Valduga e Aldo Nove hanno riscoperto le “antichi stilemi”,
pare al contrario in anticipo sui tempi.
di Michelangelo Zizzi
L
’epilogo della biografia di Claudia Ruggeri è
una donna che sta cadendo da un balcone. E
infatti la poetessa, dicono le cronache, morì
suicida in un giorno d’autunno del 1996. La retorica
reliquiaria, scolpita nelle lapidi, ripetuta nell’omelia da museo dei sacerdoti dell’addio la ritrae come
una donna piena di vita. è troppo poco: poiché la
sua poesia, come sempre, fu più che la sua vita, e la
sua vita, come sempre, fu più della poesia.
Il primo luogo comune che va evitato davanti alla
morte improvvisa, affinché non diventi spettacolo,
curiosità o banalità, è quello della “chiacchiera”.
A differenza del “moderno” per il quale l’apologia
del luogo interrotto è uno dei temi più cari, le società tradizionali non conoscono che la requie davanti
alla morte: che non è mai spettacolo, ma riposo nel
velo del pudore; resta conservata nella catarifrangenza del mito, perché brilli accanto al
destino di tornare presso gli dei (o Dio),
anche quando essa fosse rappresentata
nel proscenio di una tragedia greca. La
cifra più autentica della poesia della
Ruggeri, peraltro, consiste nell’essere
stata antimoderna, nell’aver cercato
una lingua degli “angeli” (frequenti
i riferimenti lessicografici alla lirica
provenzale e stilnovista) in un mondo
letterario ormai segnato dall’amore
per il linguaggio sperimentale, ovvero
per le sottomarche postmoderne. Così
la sua opera rimase un’isola senza quasi lettore, né approdo critico, giacché
sporadiche furono le pubblicazioni e le
letture in pubblico, tra l’altro memorabili,
a causa della immensa capacità performativa e attoriale dell’autrice.
Era ovvio che tale potenza di scrittura, così
idee&parole
poco preordinata, che tale temperamento così poco
domato, incontrasse poi negligenze di attenzione.
Rimase senza soluzione il contatto intrapreso con
Franco Fortini (a cui l’autrice si rivolse per lettera),
poiché l’ossessione civile del neoilluminismo del
critico non contemplava lo sfarzo plurilinguistico
dei suoi versi.
Ovviamente anche l’Università di Lecce preferì
all’apprezzamento nei confronti della poetessa, richiudersi nel provincialismo a cui per natura propria tende l’intero mondo accademico italiano.
Per fortuna, pochi, ma grandi poeti, apprezzarono
la scrittura della Ruggeri: su tutti Dario Bellezza,
che insieme a Penna, Merini e il primo Di Spigno è
tra i rari esempi di una linea elegiaca novecentesca,
A colmare le lacune di attenzione (oltre alla raccolta
Inferno minore, peQuod 2006, a cura di M. Desiati)
segnaliamo tuttavia l’imminente uscita di un saggio di autori vari, La sposa barocca, con contributi di
Andrea Cassaro, Mario Desiati, Stelvio Di Spigno,
Andrea Leone, Flavio Santi, Carla Saracino, Mary
B. Tolusso, e cura di Pasquale Vadalà.
Chi fosse interessato alla figura della poetessa può,
inoltre, visitare il sito claudiaruggeri.it, laddove si
trova un buon corredo di testi e di fotografie, e anche compulsare la pregevole opera documentaristica di Elio Scarciglia.
gd
gd
Le poesie sono tratte da “Inferno minore”, peQuod, 2006
lamento della sposa barocca (octapus)
T’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
- sentite ruvide come cadono -; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce (la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca che capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
ti avrei dato la sorte di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti
due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.
23
gd
idee&parole
congedo
“Le fer des mots de guerre se dissipe
dans l’hereuse matièere sans retour.”
lettera al matto sul senso dei nostri incontri
(mode d’emploi)
“E tu non prendi ch’io t’adori a sdegno in un volto
che fésti a tua sembianza più che in tela dipinto
o sculto di legno”
se ti dico cammina non è perché presuma
di parlarti: alla montagna, alla malia
di milioni di lame, arrivarono a migliaia
cose nude si sparirono bestie, alla neve
al malozio della trappola tutto
s’esiliava a quel richiamo disanimale.
Ma chi nega che in tanta sepoltura
sia avvenuto al pendio un biancore vero
o lo strano brillio che ti destina se la passi,
e pur e pur non sfondi
alla tagliola che non scatta, e più
non stravolge l’inerzia della lettera, ne anche
tiene lo sporco della suola; si noda
tutta al trucco che l’immàcola, s’allenta,
a tratti s’allaccia cose che muoiono,
solo scali, cose già sganciate…
a te a te altri ti tiene, non la parola,
per te s’alleva una tortura dentro la bara
della Figura, una condanna alla molla
maligna, al Carnevale abominevole, alla cantina
cattiva di finisterrae violenta
dove s’aduna, al molo, ogni bestiario
qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta
buia dell’attore, per un aumento in male, per l’alta
fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia
incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per
me che fui per te senz’anima
e feci un patto al malto sul seme di un’estate
dove esplose la vena che divina;
che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore
o la Macchia del logoro, che cova sul monte
il fondo lo scatto l’inverno del falco.
la pena dell’Attore
“se il chiarore è una tregua,
la tua cara minaccia la consuma” (Eugenio Montale)
è qui che incontro l’ultimo Cattivo, il residuo
rosicchio di semenza, l’antenato Attore; dal precipizio
accanto, il suo spettatore lo trattiene
a un fronte candidissimo; dal vano
che cava e spaventa in tanta mediterranea
Evidenza; da dentro questo volo che caverna rotondo,
maniaco; dal ventre, che scaraventa;
che mostro Balena l’accolga, l’incaglia;
gli dia un esilio vero, un lungo errore.
24 così dal colmo, ormai, nuoce
il dimandar parenzé, come
il Distrarsi. Lasciatemi
a questa strana circostanza. Qui
so, con il mio amore, e con chiunque
vi arrivi, che a questo inferno minore,
tutto è minore; medesimo
è solo il Carnevale. Ahi l’impostura
seguente che riduce che quagiuso nemena.
il Matto I (del buco in figura)
Beatrice
“vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa…” (Pg. XXX-64)
come se avesse un male a disperdersi
a volte torna, a tratti
ridiscende a mostra, dalla caverna risorge
dal settentrion, e scaccia
per la capienza d’ogni nome (e più distratto
ché sempre più semplice si segna ai teatri,
che tace per rima certe parole….).
Ma è soprattutto a vetta, quando buca,
dove mette la tenda e la veglia
tra noi e l’accusa, se ci rende la rosa
quando ormai tutto è diverso che fu
il naso amato l’intenzione, che era
la pazienza delle stazioni e la rivolta… e la beccaccia
sta e sta sforma il destino desta l’attacco
l’ingresso disserta
la Donna che entra e fa divino ed una luce forsennata
e nuda, e la mente s’ammuta ne la cima
e la distanza è sette volte semplice e il diavolo
dell’apertura; ecco, chiediti,
come il pensiero sia colpa
ma cammina cammina il Matto sceglie voce
sa voce, e sempre più semplice chiama,
dove l’immagine
si plachi sul tappeto, se dura, se pure trattiene
stranieri nuovi e quanto altro
s’inoltrerà nella carta fughe falaschi lussi
Ordine innanzi tutto o la necessaria Evidenza
che si diverte nella memoria al margine ambulante
alla soglia acrobata, che si consuma;
ché infine veramente il Carro
avanza, che sia sponda manca porge
il volto antico, che si commette (non la cosa
è mutata ma il suo chiarore; ma a voi che vale,
come si conclude la Figura
dove pare e non usa parole né gesti né impulsi;
come, smisurata, passa, dove l’altro richiamo
nel viluppo della palude festina; e come
per tutto si slarga e frastorna e nulla è mite
(ma voi li turereste mai li nostri fori ?)
idee&parole
gd
L’ultima parola
sul corpo
della donna
Ma il farmaco richiede la mediazione del medico,
che deve prescriverla, con riferimento a una griglia
di condizioni di partenza. Da un punto di vista terapeutico questo può sembrare ovvio, tuttavia, in
una prospettiva filosofica l’ovvietà rivela la maggiore difficoltà teorica. Anche nel caso dell’aborto
farmacologico, l’azione di interrompere la gravidanza non appartiene interamente alla donna, né
sul piano della responsabilità (con lei “risponde”
un curante), né su quello della pratica (nel 5-6% dei
di Vera Fisogni
casi, secondo le statistiche, si richiede l’intervento
el dibattito sulla pillola abortiva, il piano sanitario), né sul versante dell’intenzione (io abordella corporeità si è intrecciato a quello del tisco solo se tu, medico, mi fai assumere il farmaco).
pensiero. In particolare, è tornato alla ribalta lo spi- Quest’ultimo aspetto è molto interessante, per canoso tema della libertà, nella prospettiva del corpo pire quale groviglio etico sia un atto come l’aborto,
della donna. Si è imposto con forza un argomento, lungi dall’esprimere un percorso netto della volonasserito tanto dai sostenitori quanto dai detratto- tà, come sembrano suggerire sia Bagnasco sia la
De Monticelli. L’intenzione è una
ri della Ru486, e semplificabile in
componente essenziale dell’agire
questi termini: la pillola consente
e, secondo Elisabeth Anscombe,
alla donna di esercitare appieno la
che ne studiò le sfaccettature nel
propria libertà. Se per il cardinale
suo magistrale Intention, appartieArnaldo Bagnasco, capo dei vescone pienamente al soggetto, a covi italiani, questa sembra “essere
lui che dice “io”. In realtà, un atto
assoluta”, per la laicissima filosocome l’aborto mette in discussione
fa Roberta De Monticelli, signora
– a mio giudizio – proprio la teoria
della fenomenologia italiana, essa
anscombiana e porta alla luce un
porta alla scelta che consente di
“intreccio” intenzionale esprimi“assumerci la capacità morale delbile in questi termini: “perché io
le nostre azioni”.
possa abortire occorre che questa
Ma siamo sicuri che sia così? Davsia anche l’intenzione di un altro”;
vero questa forma di interruzionon il compagno del concepimenne di gravidanza è una palestra
to, bensì il medico, colui che l’ha in
di autodeterminazione? Non ne
carico. Alla luce di queste premessono affatto convinta. Ho provato,
se, si complica parecchio l’idea,
all’inizio, quello stesso imbarazavallata tanto dai sostenitori quanzo intellettuale che ben racconta
to dai detrattori della pillola aborBertrand Russell nel commentare
René Magritte, La Magie noire (1943).
tiva, che sia la donna ad avere l’ulil Tractatus Logicus-Philosophicus di
Wittgenstein, dove tutto sembra coerente ma qual- tima parola sul proprio corpo (e sulla sua volontà).
cosa sfugge alle griglie del ragionamento. Più ci La Ru486, in cui personalità sanitarie del calibro di
pensavo e più mi rendevo conto che, nel caso della Umberto Veronesi, intravedono l’incarnazione delRu486, questa componente dubitativa non era nel- la libertà femminile, almeno da un punto di vista
la logica della teoria, ma piuttosto nella condizio- etico, induce alla cautela e, insieme, dischiude una
ne (relazionale) in cui si trova la donna per poter prospettiva etica molto più sfaccettata di quella traesercitare la propria libertà. Non il concetto, mi dizionale. Anche la condizione preliminare all’eserconduceva sulla via di una risposta, bensì il corpo cizio della volontà – la capacità di scelta – lascia
femminile. è vero che Ru486 non è che una pillola. un po’ perplessi. Perché, a differenza dell’aborto
La donna può tenerla tra le mani e pensare: “io de- chirurgico, nell’enfasi posta sull’autonomia della
cido”, “io interrompo la gravidanza”, avvertendo donna nell’assunzione della Ru486, non si dà quasi
un grado di autodeterminazione maggiore di quel- spazio al diritto-dovere di informazione (anche nella che potrebbe provare nella sala d’attesa di un la prospettiva di un ripensamento della donna) che
prevede la legge 194 per l’aborto chirurgico.
ambulatorio ospedaliero dove si pratica l’Ivg.
N
25
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gd
nonsoloMarilyn
Il fascino delle rughe
di Silvia Taborelli
“Non sono mai stata una diva, non ho mai imposto
una pettinatura, un modo di parlare, uno stile d’abbigliamento. È difficilissimo essere e restare diva.
E deve essere orribile cessare di esserlo. È facilissimo continuare a funzionare al ritmo dei propri
coetanei, maturare e poi invecchiare con loro. […]
Le rughe in faccia sono le cicatrici del riso, delle lacrime, delle domande, degli stupori e delle certezze
che sono anche quelle dei tuoi coetanei. […] Per la
gente come me che non ha avuto né le spalle abbastanza larghe, né la voglia, né il coraggio di fare
il mestiere di diva, quelle cicatrici sono state delle
alleate, addirittura degli alibi.”
Simone Signoret si definisce così nel 1976 nella sua
autobiografia: una donna che ha attraversato il secondo Novecento da attrice, da attivista politica, da
moglie di un artista di successo, Yves Montand. Un
libro che rivela, da un punto di vista privilegiato,
pezzi di storia, di costume, di cinema: il nazismo
e la guerra fredda raccontati da una donna ebrea,
nata in Germania, vissuta in Francia, sposata con
uno chansonnier italiano; l’Europa degli anni ‘40,
‘50, ‘60 ma anche l’America che la Signoret ha conquistato a fatica dopo esserne stata allontanata nel
periodo maccartista (l’Oscar nel 1960 per l’interpretazione in La strada dei quartieri alti è stata la sua consacrazione). La sua storia personale le ha permesso
di vivere, a pochi anni di distanza, i due mondi che
si contrapponevano: nel capodanno del 1956 era
Chrušcev a baciarla a Mosca per gli auguri, due
anni dopo Gary Cooper a Hollywood! La sua vita
è intrecciata a quella del suo compagno: Montand.
Simone è una donna indipendente e moderna ma
che dice più spesso “noi” di “io”, rivelando un’inscindibile dimensione di coppia politico-artistica
e lasciando trasparire un senso di sacrificio per
amore tipicamente femminile. Nel periodo in cui
seguiva le tourné del marito negli anni ‘50 ammette di essere stata più groupie e buona massaia che
attrice. La coppia Signoret e Montand, mai iscritti al Partito Comunista, ha militato in difesa della
pace e dei diritti civili, ponendo il proprio nome in
numerose battaglie (l’appello di Stoccolma, il caso
Rosenberg, le posizioni critiche contro l’Urss nel
1956, il Manifesto dei 121 a difesa dell’Algeria) e
contraddistinguendo l’impegno politico in maniera non ideologica: “Eravamo dei sentimentali, non
sottili politici”. Signoret è una non diva che ne ha
frequentate tante e che è stata amica e collega di
un’infinita schiera di intellettuali e artisti. Prévert
e Sartre sono stati grandi alleati fin dalla gioventù;
non può essere omessa l’amicizia che più l’ha resa
famosa: un quartetto di vicini di casa faceva parlare
di sé tra gli anni ‘50 e ‘60, erano le coppie Signoret/
Montand e Monroe/Miller. Erano grandi amici,
condividevano confidenze, aspetti quotidiani ma
anche scelte politiche. Simone dà nel suo libro un
affettuoso ritratto di Marilyn (divertente il racconto
del sabato in cui erano solite decolorarsi i capelli insieme) nonostante l’attrice americana avesse avuto
una breve relazione con Montand.
Nei libri di cinema la Signoret è ricordata soprattutto per il suo casco d’oro nell’omonimo film del
1952 di Becker ma il vero successo lo ha ottenuto
con l’Oscar. La sua carriera è un percorso di figure
femminili grintose, outsider e maudit, sacrificate –
come lei – per amore e per ideali: prostitute, amanti
abbandonate, assassine, emarginate e rivoluzionarie fino alla convincente Madame Rose di La vita davanti a sé (1977), un’anziana scontrosa ex prostituta
ebrea che fa da mamma a figli e orfani della multietnica Belleville.
In alto, da sin.: Arthur Miller, Simone Signoret,Yves Montand, Marilyn Monroe. A fronte: Simone Signoret nel film Les Diaboliques, Francia, 1954.
26 La mia bellezza “sporca”
gd
gd
idee&parole
Liala la scrittrice
del rosa persistente
di Angela Cerinotti
N
ata a Carate Lario nel 1897 e morta a Varese nel 1995, in un albero genealogico immaginario Liala (Amalia Liana Cambiasi
Negretti) appare come “la nipote” di Carolina Invernizio, di cui si è parlato nel numero precedente.
Comune è in primo luogo la familiarità con l’ambiente dell’esercito:entrambe infatti ne avevano
28 sposato un membro e, nello specifico, alla Marina
e all’Aviazione appartengono molti dei personaggi
maschili dei romanzi di Liala. Un altro dato che le
accomuna è la prolificità letteraria, anche se Liala,
con un’ottantina di pubblicazioni, non ce la fece a
raggiungere il primato dell’Invernizio (più di centoventi romanzi). Di entrambe, poi, non è sostanzialmente rimasta traccia nell’ambito degli studi e
dei saggi di letteratura, ma anche nei testi storico-
idee&parole
antologici più moderni destinati agli studenti delle
Scuole Medie Superiori. Infine, Carolina Invernizio
e Liala godettero, ancora viventi, di uno straordinario successo, potendo contare su un pubblico femminile di lettrici che aspettavano solo l’uscita di un
loro nuovo romanzo.
Ma, come accade generalmente nel rapporto nonninipoti, la biografia delle due scrittrici si caratterizza
anche per elementi antitetici.
La Invernizio era nella vita una persona “perbene”,
aderendo sinceramente e attivamente alla morale
sociale dominante nel suo tempo. Liala, invece, era
portata a trasgredirne le regole: non esitò ad affrontare lo scandalo di un divorzio per amore di un ufficiale dell’Aviazione, con il quale convisse finché un
incidente aereo interruppe tragicamente la loro storia; ebbe un nuovo legame sentimentale, che pure
ebbe termine, con un altro aviatore; guidava personalmente l’automobile, fumava tranquillamente
anche in pubblico e portava i capelli corti.
Se un rapido confronto della biografia delle due
scrittrici era necessario, è arrivato il momento di
entrare nel merito del ruolo che hanno giocato nel
panorama letterario e di motivare più a fondo
il loro “legame
di parentela”.
Il cosiddetto “romanzo rosa”, di
cui Liala è stata
la massima esponente, ha sicuramente accolto e
opportunamente
sfruttato l’eredità del “romanzo
d’appendice” e, nello specifico, la lezione di Carolina Invernizio. Anche nel romanzo rosa domina
infatti il tema dell’amore, non in termini lirici soggettivi, ma come oggettivazione di un impulso comune a tutti gli esseri viventi, che comporta quindi
un’azione dei protagonisti. Il loro “agire” appunto,
che può esprimersi anche come “subire” o “reagire”, costituisce la struttura ricorrente dei romanzi.
Per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, si può sostanzialmente parlare di una
tipologia: sul versante maschile si alternano o si
affiancano l’aristocratico, l’ufficiale dell’esercito,
l’industriale, il professionista e, solo raramente, il
ragazzo semplice di condizioni modeste. Sul versante femminile compaiono la donna bellissima, la
gd
gd
maliarda, la donna ricca e calcolatrice, la fanciulla schiva e riservata, ma anche quella che esercita
un lavoro umile come la commessa, la sartina o la
maestrina. In questa varietà di “tipi”, che possono
anche essere fratelli, cugini, amici, amiche o compagne di scuola, il carattere e conseguentemente il
comportamento sono fissi, indipendentemente dai
colpi di scena presenti in ogni romanzo.
Fra i personaggi ricorrenti si devono nominare anche i bambini, nati che siano legittimamente o come
frutto di relazioni illegittime.
A proposito del fascino esercitato dal personaggiobambino sul pubblico femminile, destinatario dei
romanzi rosa, Giorgio Manganelli, teorico della
letteratura come menzogna, che è il titolo di un
suo saggio del 1967, ebbe a dire con sferzante ironia: «Ora si discute di Liala, ritorna trionfante la
letteratura “rosa”, che si suppone letta da giovani
donne sognanti e ignare di contraccettivi». Nella
sua “supposizione” Manganelli si sbaglia rispetto
all’età delle lettrici (l’acquisita maturità non determinava affatto la perdita d’interesse per la narrativa rosa, anzi!), ma ha forse ragione rispetto alla loro
aspettativa di evadere nel sogno, di
immergersi in un
mondo alternativo
e diverso da quello
vissuto, non soggetto ai principi
etici e alle convenzioni sociali della
realtà quotidiana.
Liala è vissuta per
un intero s e c o l o ,
il Novecento, caratterizzato da eventi
storici di immensa portata, a partire da due guerre
mondiali. Nel corso di questo secolo la conquista
(parziale…) di “un mondo alternativo e diverso da
quello vissuto” da parte delle donne non ha avuto certo la dimensione del sogno, ma si è calata in
iniziative o battaglie di estrema concretezza. Eppure i romanzi di Liala, anche se spaccati di vita
e testimonianze della mentalità di un’epoca ormai
passata, continuano ad essere pubblicati (la Sonzogno nel 2007 ne ha messo sul mercato l’ultimo, Con
Beryl, perdutamente).
Come si spiega? Perché continuano a rispondere
alle esigenze del mercato narrativo di massa, a sua
volta espressione di una società in cui continua a
dominare l’ideologia del consumismo.
29
idee&parole
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La lotta dell’Elvezia
suora e donna
Un nuovo racconto inedito di Gabriella Baracchi, autrice de Il vestito di sacco
di Basilio Luoni
N
el 1993 Gabriella Baracchi pubblicava Il vestito di sacco (Nodo Libri), lo straordinario
racconto – lucido, asciutto, spietato – della sua infanzia e adolescenza trascorse – siamo nei primissimi, miserabili anni del dopoguerra, in un’Italia
ancora contadina, in un territorio, quello lariano,
ancora economicamente depresso – tra i casolari
della Val d’Intelvi e i collegi per ragazze povere o
orfane tenuti da suore in un entroterra comasco
ben diverso da oggi. Tra i pochi personaggi “simpatici” del libro (chi lo ha letto ha scoperto, se già
non lo sapeva, che la povertà e l’infelicità e la vita
in comunità coatta lasciano scarso spazio all’esercizio dei buoni sentimenti e alle manifestazioni di
“simpatia”) compariva suor Elvezia, che nel collegio di Lora si commuove senza darlo a vedere sulla
sorte delle orfanelle affidate alle sue cure, cerca di
procurare loro un minimo di comfort, insegna loro
Gabriella a sinistra ed Elvezia.
30 a rammendare, a far bene i mestieri, e accorgendosi
delle buone disposizioni di Gabriella ottiene dalla
Superiora che la ragazzina venga fatta studiare.
Suor Elvezia – e poi semplicemente l’Elvezia –
è la protagonista del nuovo libro di ricordi della
scrittrice comasca, ancora inedito, e di cui offriamo alcune pagine come anticipazione. Verrebbe da
definirla personaggio “di confine” per più ragioni. Intanto, di madre svizzera e padre lombardo,
trascorre la vita tra Lugano e Como. Poi, per non
lasciare sola la sorella Carolina, suora come lei ma
costretta per il suo atteggiamento ribelle a lasciare l’ordine, rinuncia anch’essa ai voti, ritorna “nel
mondo”, salvo rientrare in convento negli ultimi
anni di vita non più come suora, ormai, ma come
ospite pensionata (uno dei titoli candidati del libro
è per l’appunto Il rientro). è la tragedia dell’Elvezia
il vivere sul confine. Significa avere i piedi in due
mondi, nessuno dei quali lei può dichiarare suo,
sentire suo fino in fondo. Significa essere perennemente provvisori, straziati da un’inguaribile nostalgia per una “famiglia” alla quale non si riesce più
– se mai si è riusciti – ad appartenere. La scrittrice
che, ormai adulta, la ritrova, la segue, se ne occupa
con amore e con avida curiosità nei suoi ultimi anni, la vede chiaramente come un riflesso di sé, della
propria vicenda, della propria “non appartenenza”.
Riletto a distanza di alcuni anni Il vestito di sacco si
conferma un’opera con tutte le qualità per durare
nel tempo: solidità di struttura, onestà di discorso, rigore di sguardo, pulizia di scrittura, assenza
di sbavature e di compiacimenti. Il rientro mi sembra dotato delle stesse qualità e di qualcosa in più.
C’è di nuovo, credo, nel nuovo libro della Baracchi,
una inquietudine, che comunicandosi da una pagina all’altra, le prosciuga come qualche volta ci prosciuga una febbre e che nasce dalla scoperta che
col passato, col nostro e con quello di chi ci sta
intorno, non abbiamo mai finito né finiremo mai
di fare i conti. Esso è l’osso di seppia che il destino
ci ha messo nella gabbia e col quale non possiamo
mai cessare di lottare col becco.
gd
idee&parole
U
n giorno mi parlò di sua madre.
La descrisse piccola, bionda e grassottella.
Aspettava un bambino, il quinto. Quando ormai
era vicina a partorire si ammalò di “spagnola ”e la
portarono in ospedale a Lugano. Per prudenza, ricoverarono anche i figli. Misero tutti in una stanza,
la madre nascosta da un paravento.
Una notte l’Elvezia fu svegliata da lamenti: venivano dal letto della mamma. Dalla fessura del paravento vide pezzi di ovatta sporchi di sangue; sentì
la madre chiedere, con un filo di voce: “Cos’è?”,
la suora bisbigliare,( mentre metteva in un catino
quello che all’Elvezia sembrava un bambolotto):
“un maschio…ma è morto”. Sentì ancora la madre
mormorare: “Va bene così…quattro…sono già
tanti da tirar grandi .” Poco dopo morì.
Era il 1920. L’Elvezia aveva otto anni.
Ragazzina a Santa Maria, mentre parlava con le
compagne di come nascono i bambini, saltò su a
dire: “Io lo so! Io l’ho visto! Escono dalla pancia
della mamma”. La suora le chiuse la bocca con
uno schiaffo e la minacciò:“Guai a te se ti sento
ancora dire una bugia”.
Dimenticò come nascono i bambini.
“Sono dovuta arrivare a cinquant’anni per sapere
di nuovo come vengono al mondo, disse con amarezza… ci ha dovuto pensare la Carolina, quando
eravamo già fuori”. Scosse il capo: “che maniera di
tirar su la gente”, e dopo un lungo silenzio aggiunI disegni sono di Giuseppe Bocelli.
...da Lugano
a Como
col carretto
e l’asino
in prestito...
se: “però, anche se non sapevo più come nascono,
ho sempre visto il matrimonio con diffidenza. Nella mia testa, matrimonio era uguale a bambini, e
bambini era uguale alla morte …”. Chiuse gli occhi
un momento prima di chiedermi: “E tu? Hai avuto paura quando è nata la tua bambina?” e aspettò,
guardandomi curiosa. Sì, dissi, era scaduto il tempo e non nasceva. Ma come era avvenuto che lei e
i fratelli arrivassero in Italia? Anch’io ero curiosa.
“Ah” disse con sarcasmo, “tutta colpa di monsignor Bacciarini, l’allora vescovo di Lugano!”.
Nonostante l’epidemia, nessuno dei bambini si era
ammalato, e appena morta la mamma li mandarono a casa. A casa, però, non c’era nessuno a occuparsi di loro: il papà faceva il maniscalco e stava via
l’intera giornata. Gli zii materni non si facevano
vedere: non perdonavano alla mamma di aver sposato un italiano.
I bambini erano in giro per il paese dalla mattina
alla sera.
Venne informato del caso Monsignor Bacciarini,
che mandò a dire: quei bambini dovevano essere
mandati in Italia, se erano figli di un italiano.
“Chissà” dice, “come sarebbe stata la nostra vita se
ci avessero tenuti in Svizzera”. Allarga le braccia:
“è andata così”.
Una mattina il papà si fece prestare l’asino dal padrone, attaccò il carretto, vi fece salire i figli e prese
la strada per Como.
Eccitati, felici, i bambini correvano da un lato
all’altro del carretto per vedere tutto, guardare ogni
cosa, e riempivano di domande il padre, che rispondeva appena.
Arrivarono a Como che era ormai notte. Una cugina del padre aveva trovato posto a Santa Maria
per le bambine; per i maschi, al don Guanella.
Segue a pag. 32
31
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idee&parole
Un’altra volta raccontò che il loro papà era antifascista. Quando il padrone non gli dava la paga lui
lo prendeva a schiaffi e di norma passava la notte in galera. Il mattino dopo usciva, il padrone lo
pagava, e lui riprendeva a lavorare come se niente
fosse. “Sono un po’ come lui” disse, “ma la Carolina… oh, la Carolina molto di più. Per questo
dava fastidio. Per questo l’hanno mandata fuori”.
“Però i superiori la Carolina l’hanno fatta studiare,
quando era giovane”, dissi, “perché lei no?” “Perché ero bella”, si vantò, “pensa, avevo due grosse
trecce bionde, e mi obbligavano a nasconderle sot-
32 to il grembiule . Di sicuro non volevano correre il
rischio di farmi studiare per niente”.
Poi mi disse che negli anni trascorsi nel seminario
di Lugano le era passato del tutto quel mal di stomaco che a Santa Maria non le dava tregua.
A Lugano mangiava bene, anche se mai aveva mangiato una coscia di pollo buona come quelle che
la Carolina comprava, e mentre lo diceva sembrò
che ne sentisse ancora il gusto in bocca. Cucinava
suor Anna, “una donnetta piccola, larga, proprio
brutta”. Ogni sera suor Anna andava a darle il bacio della buona notte, ma faceva la sostenuta ogni
idee&parole
volta che la vedeva parlare coi giovani seminaristi:
“era gelosa di me” disse. “Era innamorata di lei,
Elvezia”. “Sì, credo proprio che fosse innamorata”, ammise tranquilla. “Ha perfino pianto quando
sono venuta via… ma era stato il Padre Superiore a
ricordarmi che era mio dovere stare vicino alla mia
sorella … è stato lui a persuadermi a chiedere la dispensa al Papa”. Mi guardò: “Ho speso la mia vita
per la Carolina… per aiutarla… difenderla: non era
adatta al convento. Era troppo avanti sui tempi”.
All’improvviso sorrise: “Pensa come era intelligente!” Quando le portarono a Santa Maria, la Carolina aveva quattro anni, e si svegliava piangendo
tutte le notti. La misero a dormire insieme all’ Elvezia – una di testa, l’altra di piedi – ma poichè si
svegliava e piangeva lo stesso la suora finì per metterla in un letto vicino alla sua tenda: quando la
sentiva piangere, allungava una mano e le infilava
in bocca un quadretto di cioccolato. Una notte che
la Carolina piangeva e di cioccolato non ce n’era
più, la suora si era alzata, l’aveva presa in braccio e
portata dietro la tenda: aperto il cassetto del comodino le fece vedere che era vuoto: “Vedi? Non c’è
più, il cioccolato!”. “Dov’è?” chiese la Carolina. “è
morto!” Da quella notte non pianse più.
Capitava che a metà pomeriggio dicesse: “Quando
hai finito di fumare la sigaretta, vai in cerca della Palmina, chiedile di farci un caffè”. Una volta
aggiunse: “è grassa, ma è buona”. Le piacevano
le persone magre: ai suoi occhi non potevano che
essere ‘fini’. Le feci notare che io non ero magra.
Scosse la testa: “Tu… è un’altra cosa”.
A volte metteva giù la tazzina, immalinconita: si ricordava dell’ultimo caffè negato alla Carolina. Un
giorno che tornava a crucciarsi la sgridai: “Basta,
Elvezia. Ne abbiamo già parlato. è al quarto caffè che ha detto di no. Era mezzanotte, poi! Perché
continua ad angustiarsi?”. Non era meglio, dissi,
ricordare il bene che le aveva voluto, tutto quello
che aveva fatto per lei, le tante cose belle che la Carolina aveva avuto? “Sì” ammise, “ha avuto tanto
… anche un fidanzato.” La guardai strabiliata: un
fidanzato? la Carolina ? “Sì, un siciliano, uno che
aveva fretta di sposarla perché nessuno dei due era
più giovane”. L’ aveva portata in Sicilia a conoscere i suoi. In motocicletta.
In Sicilia la Carolina trovò una bella casa, molti
aranceti, ma anche tanti parenti, troppi, e una madre anziana: si vide senza più libertà, lontana dalla
sua Elvezia .
Pochi giorni dopo prese il treno e tornò a casa.
Dopo il racconto del ‘fidanzamento’ della Caroli-
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na, mi domandai se l’Elvezia avesse mai avuto un
innamorato. Un pomeriggio di sole che stavamo
sul terrazzo, un tempo era il terrazzo delle novizie,
e lei si guardava intorno beata, glielo domandai. Mi
aspettavo un no, o un suo tergiversare, invece disse subito di sì. Aveva poco più di vent’anni, e non
sapeva ancora se avesse la vocazione. Sapeva che
suor Ghidoni la voleva suora. A quel tempo però
– nei primi anni Trenta – era consuetudine che una
ragazza cresciuta dalle suore stesse almeno un mese ‘fuori, nel mondo’ prima di entrare in convento.
Ma dove e da chi poteva andare l’Elvezia?
Suor Ghidoni rintracciò gli zii di Breganzona, e ottenne che ospitassero la nipote.
L’Elvezia partì sperando di trovare una famiglia, di
portarci, nel tempo, anche la Carolina.
Ma la zia e la cugina Maria si ingelosirono della sua
bellezza, dei suoi modi garbati e gentili, dell’affetto che lo zio da subito nutrì per lei, e non la vollero
in casa: la mandarono a vivere in un rustico fuori
della loro villa poi, trovatole un lavoro ,ne pretesero l’affitto. Unico suo conforto erano le lettere di
suor Ghidoni.
Per andare e tornare dalla filanda, percorreva ogni
giorno un sentiero tra i prati. Una sera l’affiancò
un giovanotto. “Posso accompagnarla, signorina?” e smontò dalla bicicletta. L’Elvezia, presa da
un’emozione sconosciuta allungò il passo e non rispose. Quel giovanotto “gentile e forse innamorato ”la raggiungeva ogni sera, ma lei non rispose
mai al suo invito di fare un po’ di strada assieme.
Quando il giovane girava la bicicletta e se ne andava, lei ripensava alle parole di suor Ghidoni: chiudeva ogni lettera così: “Non fare come il corvo che
non tornò all’Arca. Sii la colomba. Noi ti aspettiamo”.Una sera si fece coraggio, e senza sollevare
gli occhi da terra disse: “Per piacere. Per
piacere, non insista.
Il mio cuore è votato alla Madonna”.
Si era accorta che gli
uomini le facevano
solo paura; che dagli
zii non c’era nessuna famiglia per lei. A
Santa Maria sì.
Là, sarebbe stata finalmente a casa.
Gabriella Baracchi
33
migrazioni
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Inefficace l’effetto paura
del Pacchetto Sicurezza
Il reato di clandestinità non ferma chi è in fuga da guerre e persecuzioni
di Alberto Guariso
L
o scopo della grande operazione mediatica e normativa che va sotto il
nome di “Pacchetto Sicurezza”
(Disposizioni in materia di Pubblica Sicurezza, Legge 15 luglio
‘09 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 24 luglio ‘09) è stato
annunciato a gran voce dai promotori governativi e, in effetti,
risulta con chiarezza dalle norme
introdotte: dimostrare che l’Italia
non è il “ventre molle” dell’immigrazione, “mandare il segnale”
che qui da noi la vita dell’irregolare (e in parte anche del regolare) sarà sempre più difficile, onde
“disincentivare” chiunque voglia
vagheggiare un progetto migratorio nel nostro paese. Ma se abbiamo la pazienza di prendere in
mano qualche dato, ci rendiamo
subito conto che qualcosa non
torna.
Un analogo messaggio era già
stato mandato nel 2002, quando
era stata varata la mitica “BossiFini”: già allora campeggiavano nelle nostre strade manifesti
trionfanti con la fotografia di un
mare deserto e la scritta “li abbiamo fermati”. Pochi ricordano
che dal 2002 a oggi la legislazione sull’immigrazione non è mai
cambiata perché il centro sinistra
(nei suoi due anni di governo)
non ne ha modificato neppure
un comma. Eppure, dopo sette
anni di legislazione improntata
a quella severità venduta già nel
2002 come fattore di sicurezza, gli immigrati sono passati da
1.200.000 nel 2002 a quasi 5 milioni oggi, con un aumento di oltre il 400% in sette anni.
Non solo: gli stranieri irregolari erano nel 2002 certamente 700.000 (tante furono infatti
le domande presentate da irregolari per la sanatoria varata in
quell’anno); oggi tutti gli istituti di ricerca quantificano in
700.000 la presenza di irregolari in Italia. Morale: sette anni di
legislazione, nata con gli stessi obiettivi di quella oggi varata, non hanno fatto muovere un
passo verso la soluzione del problema dell’irregolarità. Problema
che, come è ormai noto a tutti,
affonda le sue radici non nei bar-
34 coni (che riguardano una quota
minima di irregolari), ma nell’infernale meccanismo dei cosiddetti “flussi”, in forza del quale
si pretende la stipula del contratto di lavoro prima dell’ingresso
in Italia (e dunque con un lavoratore mai visto e mai conosciuto); con il risultato di incentivare
l’ingresso clandestino alla ricerca
del datore di lavoro nella speranza (spesso vana) di potersi prima
o poi “sanare”.
F
a dunque un po’ rabbrividire il fatto che invece di porre
mano alla fonte vera dell’irregolarità (ragionando pacatamente sulla possibilità di consentire
l’ingresso regolare per la ricerca di un lavoro, che è oggi vietato e che sarebbe l’unico modo
migrazioni
per ridurre davvero il numero di
clandestini) si preferisca menare fendenti a destra e a manca
sperando che l’azzeramento di
qualsiasi diritto per lo straniero
irregolare possa indurlo ad ab-
bandonare il progetto migratorio: ma questo, fondato sul bisogno,
ben difficilmente verrà accantonato. La politica della paura edittale e pratica (il rischio di essere
ricondotto forzatamente) risulta
gd
gd
comunque vana perché ben più
grandi sono le paure (le persecuzioni, la fame, le guerre, le carestie)
che spingono migliaia di persone
a migrare dai paesi poveri verso
l’Europa.
35
il corpo
gd
Joumana Haddad
e la metafora del corpo
di Ip. So.
L
ibanese nata a Beirut nel 1970 da famiglia araba di
religione cristiano-maronita, solida educazione in
un collegio di suore francesi e studi accademici
con dottorato in lingua e letteratura arabe alla Sorbona, Joumana Haddad è un’intellettuale cosmopolita,
una donna affascinante e una delle personalità femminili maggiormente impegnate della cultura araba
contemporanea. Noi del Senato delle Donne l’abbiamo incontrata a fine giugno e ospitata a Como
all’indomani del suo reading svoltosi a Palazzo
Rosso, durante il Festival della Poesia di
Genova. Joumana è poetessa, scrittrice
e, dal 1997, giornalista. Scrive e compone indifferentemente in arabo,
francese, inglese e italiano e parla
sette lingue. Vincitrice nel 2006
del premio del giornalismo arabo, da qualche anno è la responsabile delle pagine culturali del
quotidiano libanese An Nahar.
Presenza attiva in Internet con
sito e blog culturali, la Haddad
da qualche tempo è uscita allo
scoperto con una autonoma iniziativa editoriale assai dirompente per il mondo arabo: la pubblicazione di una rivista trimestrale
dal titolo Jasad (corpo, in arabo)
specializzata nella letteratura e
nelle arti del corpo in tutte le sue che perché nel mondo arabo si
rappresentazioni, compresa la è giunti ormai a un punto in cui
sessualità e l’erotismo, argomenti parlare di temi che riguardano il
che rendono questa pubblicazio- corpo è diventato un tabù.
ne un prodotto quasi rivoluzio- Non era così in passato e ci sono
libri del X, XI secolo di un eronario per il suo paese.
A tal proposito Joumana ci ha tismo letterario e di una liberraccontato: “Il progetto editoria- tà meravigliosi. Mi è sembrata
le è una sorta di figlio culturale: un’ingiustizia privare la lingua
ho sempre scritto sul tema del araba di questa parte essenziale
corpo, così quando ho deciso di del suo vocabolario, del suo pomettermi in gioco come editri- tenziale capace di esprimere certi
ce, la scelta è stata naturale, an- concetti.
36 Io voglio solo contribuire a far
cambiare un po’ le cose. La rivista, di duecento pagine, viene
distribuita in tutte le edicole del
Libano e approfondisce in ogni
numero diversi aspetti e temi
culturali relativi al corpo: non si
occupa solo di sessualità e del
corpo “erotico”, questa è solo
una delle sue rappresentazioni.
Ma nonostante questo, Jasad è
stata definita la prima rivista che
parla di sesso nel mondo arabo,
gd
il corpo
perciò lo stampatore ha preferito
restare anonimo per evitare fastidi e purtroppo non c’è pubblicità, così devo finanziare il progetto da sola. Per me era importante
che la rivista uscisse in formato
cartaceo, per lanciare una sfida
di concretezza, che fosse in arabo per il peso che ha la lingua, e
che non avesse pseudonimi per
un’assunzione di responsabilità
nella stesura degli articoli.
Collaborano freelance da tutto il
mondo arabo: Siria, Egitto, Giordania, Marocco, Arabia Saudita,
ma ci sono ancora poche donne.
Il fatto che risponda a un bisogno
è dimostrato dal successo di vendite: si vende in zone dove non
ce lo saremmo aspettato, come
nella periferia sciita di Beirut.
Fuori dal Libano arriva in abbonamento e molti lettori sono proprio dell’Arabia Saudita, dove la
rivista, ufficialmente, è stata censurata. Ciò dimostra la curiosità
che ha saputo suscitare, segno
che nella realtà araba, anche se in
modo poco apparente, molto si
sta muovendo”.
Geniodonna
invita i lettori
Sono Una Donna
da Adrenalina
(Trad. di Valentina Colombo )
Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo.
Nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere.
E creo.
Hanno costruito per me una gabbia
affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno
alle dita del mio desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere.
E creo.
Joumana Haddad
all’incontro con
Joumana Haddad
che si terrà a Como
il 28 novembre 2009
presso la Biblioteca
Comunale, piazzetta
V. Lucati a partire
dalle ore 16.30
Bibliografìa in arabo
• Il tempo del sogno – 1995
• Invito a una cena segreta – Ed. An Nahar 1998
• Due mani verso l’abisso – Ed. An Nahar 2000
• Non ho peccato abbastanza – Ed. Kaf Noun 2003
• Il ritorno di Lilith – Ed. An Nahar 2004
• La pantera nascosta alla base delle spalle –
Ed. Al Ikhtilaf 2006
• In compagnia dei ladri di fuoco. Interviste
con scrittori internazionali – Ed. An Nahar 2006
• Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. 150 poeti suicidi nel ventesimo secolo. Antologia poetica –
Ed. An Nahar 2007
• Cattive abitudini – Min. della Cultura
egiziana 2007
• Specchi delle passanti nei sogni – An Nahar 2008
Bibliografìa in italiano
• Racconto “I Mocassini” in Parola di donna,
corpo di donna. Antologia di scrittrici arabe
a cura di Valentina Colombo. Mondadori 2006
• Non ho peccato abbastanza. Antologia
di poetesse arabe contemporanee
a cura di Valentina Colombo – Mondadori 2007
• Adrenalina – Edizioni del Leone 2009
37
Che cosa è
una donna
araba?
Un brano dal libro inedito
“Being an Arab Woman”
di Joumana Haddad
P
rima di chiedersi: “Cos’è una
donna araba?”, è necessario
chiedersi come viene percepita
una tipica donna araba dall’occhio di una persona non araba.
Non si tratta forse di una percezione che viene a formarsi nella
coscienza collettiva occidentale
attraverso un numero enorme
di formule e generalizzazioni?
Non è forse vero che spesso la
si vede come una povera donna
indifesa condannata a obbedire
incondizionatamente agli uomini
di famiglia: padre, fratello marito
e figlio? Come un’anima impotente che non ha alcun controllo
sopra il proprio destino? Un corpo inerme a cui si dice quando
vivere, morire, partorire, nascondersi o scomparire? Come un
volto invisibile nascosto da strati
di paura, vulnerabilità e ignoranza, e orribilmente cancellato dallo hijab islamico? O peggio: dal
burqa sunnita o dal chador sciita?
Ovviamente non tutti i cliché
sono del tutto sbagliati.
Non tutti i “truismi” sono totalmente falsi. Le donne che abbiamo descritto esistono. Non solo,
ma per essere sinceri e scientificamente precisi, devo con dispiacere ammettere che si tratta del
modello dominante della donna
araba dei nostri giorni.
Dovunque ci si rechi, dallo Yemen fino in Egitto, dall’Arabia
Saudita fino al Bahrain, si scopre
che i poteri religiosi, i sistemi politici, le società patriarcali e persino la stessa donna araba (che è
il proprio peggior nemico, quasi
sempre una complice nell’avversare il proprio sesso), toccano
picchi di eccellenza nell’escogitare nuovi metodi per umiliare
la donna, frustrarla e annullare il
suo ruolo e la sua identità. Ammettendo pure che sia così, non
è comunque meno scandaloso,
triste e scorretto, che non vi sia
altra immagine della donna araba presente nella comune percezione occidentale. Non tutte le
donne arabe sono delle vittime.
38 Non tutte le donne sono sfruttate. Non tutte sono passive o maltrattate. Non tutte le donne arabe sono docili. E non tutte sono
musulmane. Non tutte le donne
arabe cristiane sono emancipate
e hanno una mentalità aperta.
Non tutte le donne musulmane
portano il velo, il burqa o il chador. Non tutte le donne arabe
sopportano aborti per selezionare il sesso, escissioni o matrimoni combinati.
E soprattutto non a tutte le donne arabe manca la spina dorsale.
L’altra donna araba, quella atipica, libera, ribelle, indipendente,
moderna, che pensa liberamente, non convenzionale, di buona
cultura e autosufficiente, non è
un mito. Anche lei esiste, proprio a fianco dell’altra, ed è la sua
unica speranza. Per giunta non è
così rara come si può supporre.
Sì, l’altra esiste davvero. Ha bisogno di visibilità. Merita di essere
conosciuta.
E io sono qui per raccontare la
sua storia: tra quella di molte altre, la mia.
diritti
gd
gd
La destra usa l’arma della illegittimità costituzionale
Silurata la legge
sulla piena tutela dei gay
di Katia Trinca Colonel
L
a legge “Concia” che, in
caso di aggressioni, introduceva l’aggravante della
finalità dettata dall’orientamento
o della discriminazione sessuale
della vittima (omofobia) è stata
giudicata incostituzionale e non
è passata. La maggioranza, alla
Camera, ha deciso di farla fallire venendo meno a un gesto di
civiltà che ci avrebbe riscattato
agli occhi di un’Europa sempre
più attonita. Prima i respingimenti dei migranti, adesso il no
ad una norma che inaspriva la
pena per le violenze contro gli
omosessuali. Che cosa proponeva questa legge? Una cosa molto semplice: Anna Paola Concia
(Pd), relatrice del progetto, di
fronte all’aumentare della violenza omofoba e alla mancanza di
direttive precise, ha chiesto “un
gesto di civiltà e di amore verso
i cittadini omosessuali e transessuali”, si è fatta portavoce di un
appello ai deputati di centrodestra per approvare al più presto
la legge contro l’omofobia in discussione in Commissione Giustizia alla Camera. Tutto inutile.
Appello caduto nel vuoto.
Eppure, sono tante nel nostro
Paese (da gennaio ad ottobre
60 episodi) le aggressioni contro gli omosessuali. Le ultime
di questi giorni raccontano di
un insegnante napoletano che
ha denunciato un’aggressione
in metropolitana: tre teste rasate gli hanno puntato un coltello
contro i genitali, minacciandolo
perché lo avevano identificato
come gay. “Sei un ricchione, un
putrido”, le parole che l’uomo si
è sentito rivolgere.
In un ospedale romano è stato
prestato soccorso a una transgender inseguita e investita da un’auto nel quartiere Eur. Secondo i
testimoni, la trans era stata presa di mira dal conducente e dal
passeggero, entrambi uomini, ed
è fuggita fino a quando, travolta
dal veicolo, è caduta, battendo la
testa.
“Affossare la legge contro
l’omofobia è stato un passo indietro per l’Italia”. È quanto ha
dichiarato l’Alto commissario
Onu per i diritti umani, Navi Pillay. “Per gli omosessuali è necessaria una piena protezione” – ha
aggiunto. Evidentemente i nostri
parlamentari non vogliono proteggere una parte dei cittadini
italiani che dovrebbero rappresentare e tutelare.
Perché la legge non è passata?
Per quello che si potrebbe definire un cavillo da Azzeccagarbugli. Il 13 ottobre, la Camera dei
Deputati ha approvato una pregiudiziale di costituzionalità presentata dall’Udc.
In sostanza, la legge introdurrebbe un “trattamento differenziato” derivante dall’espressione
“orientamento sessuale” che,
secondo questi signori, comprenderebbe “qualunque orientamento, ivi compresi incesto,
pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo eccetera”.
Ma che cosa c’entra la pedofilia
con l’omosessualità? Come al solito si mischiano le carte per confondere il gioco.
39
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uguaglianza
Le donne a passo veloce
camminano verso
parità e partecipazione
Approvata la mozione di Monica Duca Widmer sulla quota minima del trenta
per cento per le minoranze di genere nelle commissioni consultive del governo ticinese. è il primo gradino per raggiungere la parità in politica
di A. Sic.
L
a mozione sulla rappresentanza equa dei sessi
nelle commissioni extraparlamentari, approvata in maggio dal parlamento ticinese, ha
introdotto la percentuale minima del 30% di donne o uomini
in questi organi. E ha anche ri-
sollevato il problema della scarsa
partecipazione di donne a tutti i
livelli della politica. Ne abbiamo
parlato con Monica Duca Widmer, deputata in Gran Consiglio
e prima firmataria della mozione.
Secondo la sua esperienza,
senza le quote rosa non si può
raggiungere la parità in politica?
40 Un’equa rappresentanza dei sessi
è indispensabile in tutti gli ambiti della società: nelle commissioni, nelle aziende, negli organi
direttivi, nelle associazioni. Solo
in questo modo la si potrà raggiungere in politica. Invece, laddove ci sia un’elezione popolare,
la si deve ottenere senza quote,
per lasciare intatta la democrazia,
gd
gd
uguaglianza
ossia la possibilità di libera scelta
di chi si ritiene ci debba rappresentare.
In alcune commissioni gli uomini sono sottorappresentati?
Sì, in quella per la condizione femminile. Finora la ricerca
di uomini disposti a farne parte
non ha dato frutti.
I detrattori delle quote rosa
sostengono che una nomina
femminile potrebbe essere vista solo come un atto dovuto
e non come il riconoscimento
delle competenze. C’è questo
rischio?
Assolutamente no, non si tratta di un’imposizione numerica e
basta. Il rispetto della quota del
30% è sempre subordinato ai requisiti richiesti. Se non si trova la
persona adatta, donna o uomo
che sia, è possibile non rispettare
la quota. Bisognerà però dimostrare di avere cercato e spiegare
come lo si è fatto.
I firmatari del rapporto della
Commissione speciale Costituzione e diritti politici han-
no paragonato le minoranze a
trattori lenti e pesanti...
È la conferma che ci sono ancora persone che non riescono ad
accettare una donna “alla pari”.
Peccato per loro: non riescono a
intravedere nella differenza l’arricchimento e la complementarietà e nell’altro un essere umano
degno di rispetto.
Nel parlamento ticinese, su
90 deputati solo 11 sono donne. Poco coinvolgimento da
parte dei partiti o disaffezione
delle donne verso la politica?
Disaffezione no, perché ci vorrebbe dapprima un’affezione che
numericamente non c’è mai stata. Rispetto agli uomini, le donne hanno meno visibilità e una
scarsa rete di conoscenze, quindi
in una battaglia elettorale partono svantaggiate. I partiti possono compensare queste carenze
dando spazi adeguati alle candidate. Ma poi c’è una questione di
numeri: una donna in più eletta
significa anche un uomo in meno eletto.
Quote sì, quote no
I membri di minoranza della Commissione speciale Costituzione e
diritti politici hanno consigliato al parlamento di respingere la mozione
di Monica Duca Widmer, per evitare che persone meno capaci, senza
distinzioni di sesso, possano entrare nelle commissioni: “Anche se i
trattori sono ottimi per sgomberare delle macerie, non per questobisogna imporne la presenza di tre o quattro in una gara di Formula
uno”. Secondo i membri di maggioranza, invece, le donne daranno un
importante contributo.
Per Fabrizia Toletti, presidente della Faft, il nuovo regolamento “costituisce attualmente l’unica soluzione praticabile per ottenere il raggiungimento dell’obiettivo minimo del 30% di presenza femminile nelle
commissioni”.
Le voci di dissenso vi sono anche tra le donne, come ha evidenziato il
Mattino della domenica. Per Giovanna De Ambrogi del Partito Liberale Radicale, le quote rosa sono l’ultima ratio. Secondo la leghista Renza
De Rea sono un passo indietro nel cammino verso la parità. Francesca
Bordoni Brooks del Partito Popolare Democratico ritiene triste il ricorso all’intervento di legge per coinvolgere le donne. La socialista Iris
Canonica sostiene che ricorrere alle quote sia una sconfitta.
LE DONNE ATTIVE
IN POLITICA OGGI
Ticino
Governo (Consiglio di Stato)1
Membri
5
Donne
2
Percentuale 40%
Parlamento (Gran Consiglio)
Deputati
90
Donne
11
Percentuale
12%
Comuni2
Sindaci
Donne
Percentuale
176
11
6,25%
Confederazione
Governo (Consiglio Federale)3
Membri
7
Donne
3
Percentuale
42,80%
Parlamento
(Consiglio degli Stati)4
Membri
46
Donne
10
Percentuale
21,70%
Consiglio nazionale5
Membri
200
Donne
58
Percentuale
29%
Fonte: Ufficio statistica, Osservatorio della vita politica. I dati si riferiscono alla legislatura 2007-2011.
Note
1. Marina Masoni è stata la prima
donna eletta in governo (1995).
Dalle elezioni successive le donne
sono sempre state 2.
2. Nei municipi sono attive 104
donne, mentre sono 872 le donne
che ricoprono la carica di consigliere
comunale.
3. Nessuna donna ticinese è stata
finora consigliere federale.
4. A oggi nessuna donna ticinese ha
ricoperto la carica di senatrice.
5. Alma Bacciarini è stata la prima
donna ticinese a essere eletta in
Consiglio nazionale (1979). Chiara
Simoneschi-Cortesi è la prima donna ticinese a presiedere la Camera
del popolo (2009).
41
gd
la
violenze
coppia
Il piacere infame
nei lager nazisti
Helga Schneider racconta il destino di donne punite con la prostituzione
forzata e il proprio dramma di bambina di 4 anni abbandonata dalla madre
che preferì diventare guardiana in un campo di sterminio
di Maria Tatsos
Centinaia di donne tedesche e polacche,
imprigionate nei campi di concentramento per aver avuto, per esempio, una
storia d’amore con un ebreo, dal 1942
vennero costrette a prostituirsi nei bordelli istituiti nei lager da Heinrich
Himmler, il capo delle SS, per accrescere la produttività dei prigionieri-lavoratori maschi. Alcune sopravvissero
a questa vita orribile. Traumatizzate
nel corpo e nella psiche, alla fine della guerra cercarono di dimenticare,
schiacciate dal peso della vergogna. Per
decenni, nessuno ha osato parlare di
questo dramma.
L
a scrittrice Helga Schneider è una donna coraggiosa. Nei suoi libri, il
dovere di ricordare è quasi una
missione e le vicende storiche
di un popolo – quello tedesco –
spesso si intrecciano con la sua
tormentata vicenda personale di
bambina negli anni del nazismo.
Figlia di genitori austriaci, Helga
Schneider è nata nel 1937, è cresciuta a Berlino e dal 1963 vive a
Bologna. Quella italiana è la sua
seconda identità, radicata a tal
punto da scrivere degli autentici bestseller nella nostra lingua.
I suoi libri sono stati tradotti e
pubblicati in vari Paesi europei,
Stati Uniti, Giappone e Brasile.
L’abbiamo intervistata in occasione dell’uscita del suo undicesimo romanzo La baracca dei tristi
piaceri (Salani Editore, € 14) che
affronta il tema della prostituzione forzata nei lager.
Perché ha deciso di affrontare
in un romanzo un argomento
così spinoso?
“La violenza sulle donne esiste da
sempre, e c’è stata anche durante il nazismo. Negli anni Novanta, uno scrittore, Eugen Kogon,
che ha conosciuto personalmente l’esperienza del lager, ha testimoniato dell’esistenza di questi
bordelli, che si chiamavano Sonderbau (edificio speciale). Ci sono state interviste e ricerche. Mi
gd
storia
sono documentata e ho scelto di
costruire una storia. La protagonista, Herta Kiesel, ormai anziana, affida i ricordi dell’orrore che
ha vissuto a Buchenwald a una
scrittrice italiana.
I prigionieri pagavano due marchi per un rapporto sessuale, soldi che finivano ovviamente nelle
mani dei nazisti. Spesso disprezzavano le donne del bordello,
convinti che avessero fatto una
scelta, e non capivano che anche
loro erano vittime, anzi, doppiamente vittime… Questi bordelli
furono istituiti in dieci lager.
Le ragazze, scelte fra le più giovani e gradevoli, venivano soprattutto da Ravensbrück. Venivano
attirate con la falsa promessa che
dopo sei mesi sarebbero state liberate. E quando il loro fisico
era distrutto dalla vita che conducevano, venivano riportate
a Ravensbrück, dove venivano
utilizzate come cavie per esperimenti medici. In quegli anni si
sperimentavano i sulfamidici, e
molte morirono di infezioni terribili indotte dai medici. Le sopravvissute furono pochissime.”
C’erano anche donne ebree?
“No, mai. E nessun uomo ebreo
avrebbe mai potuto frequentare
il Sonderbau, per motivi razziali. Erano per lo più tedeschi. Il
massimo dell’ipocrisia del regime, che combatteva aspramente
la prostituzione nella società, era
questa legalizzazione nei lager,
con il pretesto di arginare l’omosessualità fra i prigionieri.”
Cosa desidera trasmettere al
lettore con una storia come
questa?
“Ho scelto di essere scrittrice e
testimone del periodo storico
che ho vissuto da bambina, che
ha segnato la mia vita ed è diventato quasi un’ossessione per me.
La vicenda che narro non è autobiografica, ma mi sono documentata in modo approfondito.
Desidero che il lettore arrivi alla
consapevolezza di aver scoperto
una pagina di Storia che non conosceva.”
Cosa rappresenta la scrittura
nella sua vita?
“La scrittura ha avuto per me
una funzione terapeutica e liberatoria. Avevo quattro anni e
mio fratello 19 mesi quando mia
madre ci ha abbandonati per seguire le Waffen SS e diventare
guardiana in un campo di sterminio. Come racconto in Lasciami andare madre, l’ho
rivista due volte dopo
la guerra ma lei non si
è mai pentita della sua
scelta. Quando avevo
sette anni l’Armata
Rossa ha conquistato
la capitale tedesca.
In Il rogo di Berlino racconto quei
momenti terribili, le violenze
sulle donne…
Ho visto ragazze stuprate davanti a me… Crescendo, sono
diventata un’adolescente terrorizzata dagli uomini. Poi sono
venuta in Italia, mi sono sposata e per tanto tempo ho cercato
di dimenticare tutto. La scrittura
mi ha aiutata ad affrontare il mio
passato e a superarne i
traumi.”
Come sono stati
accolti
i suoi libri in
Germania?
“All’inizio,
con grande
diffidenza.
C’era chi
dubitava della
veridicità di quanto raccontavo.
Dopo il primo impatto, ho avuto
molte recensioni positive e interviste.”
Un gruppo di guardiane dei lager.
gd
in cammino
La mistica
della femminilità
di Licia Badesi
L
a mistica della femminilità,
pubblicata nel 1963, esce
nell’edizione italiana nel
1964: il saggio di Betty Friedan
diventa subito un best seller e
accende appassionate discussioni non soltanto negli Usa. La
Friedan parte dal suo disagio di
madre di tre bambini, che lavora
spesso lontano da casa e che avverte tale assenza con un oscuro
senso di colpa. Si trattava di una
faccenda personale o altre donne subivano il suo stesso disa-
gio? La sua riflessione parte da
questo punto. Qual era la sorte
di tante sue compagne di college, che quindici anni prima avevano conseguito il baccellierato
a Smith? Nasce così il questionario che la Friedan invia a duecento donne. Il profilo che ne
emerge non ha niente a che vedere con quello delineato nelle
più diffuse riviste femminili. E il
guaio è che le donne, invece di
rifiutare quella mistificazione, si
sforzano di adeguarvisi, rinnegando se stesse. Lo studio della
Friedan passa attraverso l’esa-
44 me critico di numerose riviste
femminili e la collaborazione di
uno stuolo di studiosi di psicologia e igiene mentale. Il senso
d’insoddisfazione che le donne
americane avvertivano con inquietudine, era la conseguenza
di un’imposizione che le rinchiudeva nel confine delle pareti domestiche, in funzione del marito
e dei figli. Vittime della mistica
della femminilità, soffocavano il
loro talento e le loro capacità scivolando verso la nevrosi, finendo sul lettino dello psicanalista o
nell’ambulatorio dello psichiatra.
in cammino
La visione freudiana della donna
aveva fatto il resto. È interessante il quadro che la Friedan delinea sulla condizione della donna
americana e sui guasti che ne
conseguono non solo per la donna ma per l’intera società:
“Il problema senza nome – che
è semplicemente il fatto che si
impedisce alle donne americane
di sviluppare pienamente le loro capacità – incide sulla salute
fisica e mentale del Paese più di
ogni altra malattia conosciuta. Si
tenga presente l’alta incidenza di
esaurimenti mentali nelle donne
tra i venti e i quarant’anni; i casi di alcolismo e di suicidio nelle
donne tra i quaranta e i sessanta;
la monopolizzazione del tempo
dei medici da parte delle casalinghe. Per non parlare delle giovani madri che arrestano il proprio
sviluppo e la propria istruzione
prima di aver raggiunto l’identità, e senza avere un forte nucleo
di valori umani da trasmettere ai
figli: continuare su questa strada
– essa conclude – sarebbe un vero e proprio genocidio”.
Il merito maggiore della Friedan,
a parte i capitoli sul suffragismo americano e sulla psicanalisi, consiste nel fatto che il rilievo
dell’oppressione esercitata sulla donna acquistava, attraverso
di lei, ampia risonanza. A conclusione della sua analisi, pur
ammettendo che non esistono
soluzioni facili del problema,
scrive: “Prima di tutto si tratta di rifiutare lo stereotipo della casalinga. Ciò non comporta
il divorzio, l’abbandono dei figli, la rinuncia alla casa. La scelta
non è tra matrimonio e carriera;
questa era la contrapposizione
errata della mistica della femminilità”. Si tratta piuttosto di conciliare matrimonio e maternità
con il lavoro e la carriera. Ma ciò
comporta un nuovo program-
ma di vita. E questo è appunto
l’ostacolo da affrontare, che è di
natura politica. Alla radice della
mistica della femminilità ci sono
i pregiudizi comuni a tutte le forme di razzismo. Gli errori teorici
nascono spesso (e questo è il caso) da un fine pratico che, nello
specifico, è quello di riservare alla donna la cenere del focolare.
Rendendola per giunta complice della sua condizione servile, attraverso un’educazione che
passa da canali diversi: da quelli
più elevati, a quelli della comunicazione di massa. Mi sembra
perciò ingenua la fiducia della Friedan, che si chiede quanto
occorrerà “alle riviste femminili, ai sociologi, agli educatori e
gd
agli psicanalisti per correggere
gli errori”. Vien da dire: quando
l’opposizione delle donne riuscirà ad avere la meglio, resistendo
un’ora di più. “Forse – scrive –
la controrivoluzione sessuale
americana costituisce la premessa perché la larva esca dal suo
sviluppo verso la maturità.” E
conclude: “A quel punto la spaccatura dell’immagine della donna verrà sanata, e le figlie non si
troveranno di fronte al vuoto a
ventuno o a quarant’anni. Perché
si renderanno conto da sole della
loro identità. Non avranno bisogno dell’opinione del ragazzo o
dell’uomo per sentirsi vive”. Ma
forse la larva si è già sviluppata
da un pezzo.
Betty Friedan
Betty Noemi Goldstein è nata il 4 febbraio 1921 a Peoria, nell’Illinois.
Suo padre Harry era proprietario di una gioielleria; la madre Miriam
lavorava per un giornale, lavoro che aveva dovuto lasciare per dedicarsi completamente alla casa. Betty studia
nello Smith College, dove si laurea con lode
nel 1942.Vince una borsa di studio in psicologia alla Università di California. Allieva di Koffka, uno dei fondatori della Gelstalt, partecipa
ai primi esperimenti di dinamica di gruppo, e
infine lavora nel campo della psicologia clinica
e nella ricerca applicata alle scienze sociali.
Nel 1947 sposa Carl Friedan, regista teatrale, e ha tre figli: Daniel, Emily e Jonathan. In
prossimità della nascita del primo figlio, ottiene un permesso di maternità. Ma quando sta
per nascere il secondo figlio perde il lavoro:
un uomo subentra al suo posto. Un episodio
significativo nella vita di una donna consapevole dei propri diritti.
Il 1966 è un anno importante per la Friedan, che diventa cofondatrice della National Organisation for Women, organizzazione che
presiede fino al 1970. Nel 1969 la troviamo impegnata sulla questione dell’aborto. Oltre alla sua opera più famosa, La mistica della
femminilità, uscita negli anni Sessanta, che nel 2000 ha una tiratura di
tre milioni di copie, ricordiamo Scritti sul movimento delle donne, del
1976, e, nel 1993, The mountain of age.
Il 4 febbraio 2006, muore a Washington, nella sua casa, a 85 anni.Vale
la pena di ricordare una sua arguta osservazione: “Alcune persone
pensano che io stia dicendo: donne di tutto il mondo unitevi! Non
avete niente da perdere se non i vostri uomini. Non è vero. Io dico:
non avete niente da perdere se non i vostri aspirapolvere!”
45
gd
quaderno di viaggio
Danze e filtri d’amore
Testo e disegni
di Maya Di Giulio
S
ono nel cuore di Marrakech, nella piazza Jeemaa
el Fna, e come sempre mi
meraviglio per lo spettacolo che
mi si presenta davanti. Qui, come in una eterna festa, ogni sera
i saltimbanchi compiono sorprendenti acrobazie, gli incantatori di serpenti maneggiano con
perizia cobra sinuosi tra danzatori travestiti da odalische e venditori d’acqua, mentre musici,
cantastorie, ballerini e maghi invitano i passanti a soffermarsi.
è una piazza che diventa teatro,
la sua vitalità è incontenibile e
mi trascina in un vortice di emo-
zioni. Non ci sono solo turisti
di passaggio: le esibizioni sono
soprattutto per quelli che vivono qui, che si lasciano coinvolgere con entusiasmo da qualsiasi
richiamo. Osservo lo spettacolo
dall’alto del terrazzo del Café de
France, sorseggiando un profumato tè alla menta, tra decine di
turisti armati di giganteschi teleobbiettivi, pronti a carpire i segreti della piazza.
Decido che è l’ora di andare a
immergermi nella bolgia, tra gli
aromi e i fumi densi provenienti
dai banchetti che ogni sera spuntano come funghi nel centro del
piazzale e che lo trasformano in
una enorme tavola imbandita.
Un ragazzino dalla pelle scura
tenta di mettermi sulla spalla la
scimmietta che
tiene legata a una
lunga catenella.
Potrei farmi fare una foto con
la vivace
46 bestiolina, ma la scrollo di dosso
con un gesto rapido; non amo le
scimmie, anzi, le detesto, per un
incontro troppo ravvicinato avuto molti anni fa in Indonesia con
un esemplare di tutto rispetto…
Il mio sguardo vaga curioso come sempre, senza sapere dove
fermarsi di preciso tra le tante
attrazioni. Un vecchio dalla lunga barba bianca e dal curioso copricapo con una finta colomba
in testa richiama la mia attenzione. Il suo sguardo è profondo e
magnetico, il sorriso accattivante. La sua merce promette cose
strabilianti: vende oggetti ed erbe magiche! Stesi su un tappeto
per terra barattoli e cestini colmi di strani amuleti solleticano
la mia curiosità: ci sono piume
e uova di struzzo, ali di corvo
tra camaleonti rinsecchiti e grigi,
potentissimi talismani contro gli
spiriti molesti; filtri d’amore sotto forma di erbe magiche, corallo
grezzo che funge da portafortuna oltre che da rimedio infallibile
contro le affezioni polmonari se
polverizzato e disciolto nell’aceto, e ancora carbone vischioso, ambra grezza, grasso
di struzzo, gomma
arabica. “Per ogni
quaderno di viaggio
gd
nel vortice di Marrakech
problema c’è un rimedio”, mi suggerisce il venditore in un italiano incerto. Penso divertita che potrei
approfittare di un buon filtro d’amore, in fondo la
felicità che ti garantisce costa solo tre euro! Ochob
el Hob, erba d’amore: lasciare in infusione in acqua
bollente per cinque minuti con zucchero e berla insieme all’amato, che si innamorerà perdutamente di
te! Semplice, no? Ho anche le istruzioni in arabo.
Soddisfatta del mio acquisto e divertita all’idea di
sperimentarla quanto prima in Italia su una certa
persona, mi avvicino a un gruppetto di donne sedute su traballanti panchetti che, con estrema perizia,
decorano con l’henné le mani non solo delle turiste.
Indossano la loro djellaba colorata, ridono e ammiccano con lo sguardo.
La musica un po’ ossessiva di suonatori Gnaoua mi
avvolge e mi penetra nella testa. Mi viene voglia di
muovermi, ballare, seguire con il movimento del
corpo e delle mani il ritmo incalzante. Il suono metallico dei tamburelli accompagna le mie movenze
sempre più veloci, mi faccio trascinare come fossi
dentro a un vortice. Mi fondo con la piazza, le appartengo, non vorrei più andare via.
47
gd
dal mondo
Sotto lo stesso cielo
di Celeste Grossi*
I
n tutto il pianeta reti e movimenti di donne lottano
contro le discriminazioni e
le violenze di genere. Con tenacia ricercano i fili invisibili che
segnano il tracciato della relazione, del rispetto, del riconoscersi
oltre le differenze. Attraversano
confini per raggiungere insieme
la libertà-liberazione di tutte le
donne del mondo. Agiscono per
sé e per le altre, ma anche per tutti gli uomini perché i diritti o sono di tutte, di tutti, o non sono.
Queste donne, nei cinque continenti sperimentano forme di lot-
ta e pratiche politiche originali.
Nel 2006 Azar Nafisi, autrice di
Leggere Lolita a Teheran, ha affermato che la cosa più importante
è capire che la libertà non deve
mai essere data per scontata: teme che oggi in occidente, Stati Uniti, Francia o Italia, dove le
donne hanno conquistato diritti
che per secoli sono stati negati,
ci sia il reale pericolo di adagiarsi
e dimenticare che anche da noi
questi diritti non sono acquisiti
una volta per tutte.
Ecco allora l’importanza di sostenere chi sta lottando in altre
parti del mondo per gli stessi diritti. Anche l’ONU afferma
48 che: “Non esiste paese al mondo in cui le donne non siano
discriminate”. Infatti solo recentemente il Senato degli Stati
Uniti, sollecitato da Obama, ha
ratificato una fondamentale Convenzione Internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di
discriminazione contro le donne
(Cedaw), approvata dalla seconda Conferenza mondiale delle
donne (Copenaghen 1980). In
ogni Stato si riscontra qualche
forma di discriminazione di genere che purtroppo spesso, qui e
altrove, si trasforma in violenza
di genere, vale a dire “ogni atto
che produce o è probabile che
dal mondo
zionale fra una trentina di gruppi
femminili organizzato dall’associazione SIMA (Solidarietà Italiana con le Madri di Plaza de
Mayo), nato da un’idea dell’associazione delle Madres argentine
che sfidarono la dittatura di Videla. Impossibile nominare tutti i movimenti di donne in lotta
contro la violenza di genere nel
mondo: di seguito quattro nodi
della rete che capillarmente copre tutti i continenti.
Agosto 2009
Una manifestazione in Pakistan con Rawa Revolutionary Association of the Women
of Afghanistan che dal 1979 si occupa
dell’educazione clandestina delle donne.
produca un danno o una sofferenza fisica, sessuale, psicologica
ed economica alle donne, commesso in luogo pubblico o privato” (ONU 1995).
Mujeres en lucha
Ma le donne del mondo non
stanno a guardare. Lottano e si
incontrano per scambiare esperienze, affermare la possibilità
di una pratica politica radicalmente “altra” e costruire nuovi strumenti di giustizia, libertà
e dignità per l’umanità tutta. Il
primo appuntamento fu a Parigi nel 1994. Il secondo a Roma,
nel 2007, fu un incontro interna-
Messico: le donne lottano
contro il femminicidio
A Ciudad Juárez, al confine con
gli USA, un milione e cinquecentomila abitanti, la violenza di genere ha ucciso dal ‘93 più di 430
donne, mentre 600 sono scomparse. Qui nel 2001 sparì Lilia
Alejandra García Andrade, poi
ritrovata ferocemente torturata
e strangolata in
un campo incolto. Non riuscendo a ottenere
giustizia, la sua
maestra, Marisela Ortiz, sua madre e altre madri
di donne scomparse fondarono Nuestras hijas
de regreso a casa,
un’organizzazione di familiari e
amici delle giovani assassinate e
delle desaparecidas.
Congo: le donne
motore del cambiamento
Repubblica Democratica del
Congo: stupri e violenze di guerra minano la salute e la vita del
90% delle congolesi. Nel sud
Kivu, nel 2008, Onu-Unfpa ha
censito 11.600 donne curate dopo la violenza carnale subita dai
miliziani: dal ’98 sono 30.000 le
stuprate nel nord Kivu. Moltis-
gd
sime tacciono per vergogna. Nel
distretto di Goma donne legate
ad Action Aid tenacemente si
sottraggono al ricatto della comunità che cerca di trasformarle
da vittime in colpevoli: manifestano indossando e distribuendo
T-shirt con scritto “Io rifiuto di
essere stuprata. E tu?”.
Iran: Shirin e le altre
Da giugno 2009, dopo le contestate elezioni in Iran, a Teheran una moltitudine di cittadini,
giovani, donne, uomini, hanno
manifestato pacificamente nelle
strade. La risposta di governo e
polizia è stata violenta: pestaggi, arresti, torture e uccisioni. Le
donne che hanno perso persone care, quelle che cercano i dispersi e quelle che hanno amici
e parenti in prigione, hanno creato un comitato: con altre donne
solidali ogni sabato alle 19 si riuniscono in un parco in Teheran
vestite di nero in segno di lutto e
in silenzio “gridano” il loro dolore ai passanti.
Rawa: dalla parte
delle bambine
Nelle zone tribali afgane, al 90%
controllate dai talebani, c’è il
dramma delle bambine ritirate
dalle aule scolastiche. Se nel 2006
erano 120mila le scolare oggi sono meno di 40mila. Nel vicino
Pakistan dal 2007 sono stati distrutti più di 200 edifici scolastici. Bambine e ragazze ritirate da
scuola e intenzionate a studiare
subiscono minacce di morte o
attacchi con l’acido. Nella primavera 2009 è stata uccisa Bakht Zeba, un’assistente sociale
che lottava per l’istruzione delle
bambine. Ma non si fermano le
tenaci lotte delle donne che chiedono di andare a scuola.
* Donne in nero, rete internazionale di donne
contro le guerre. www.donneinnero.it
49
diritti
gd
gd
Testamento
biologico:
o la borsa o la vita
Un mercato politico su una questione etica
di Chiara Ratti
L
a borsa o la vita. Lo dicevano i briganti
di strada quando assalivano i viandanti.
Non lo dicono, ma il
concetto è lo stesso,
quanti stanno mercanteggiando oggi sulla
legge che riguarda il
testamento biologico.
Solo che nella “borsa” in questione non
ci sono i pochi baiocchi di uno sventurato
pellegrino qualunque,
ma interi bacini elettorali, equilibri farraginosi con il Vaticano
Il disegno di legge approvato dal Senato è stato rinviato alla Camera
per la discussione in quella sede.
I punti salienti degli articoli sono:
1. Consenso informato: è indispensabile ad ogni trattamento sanitario.
2. Nutrizione e idratazione non sono considerati trattamenti sanitari,
ma forme di sostegno vitale e “non possono essere oggetto di DAT”.
3. È possibile esplicitare la rinuncia a forme particolari di trattamenti
sanitari in quanto di carattere sproporzionato o sperimentale.
4. La dichiarazione è redatta in forma scritta, ed è raccolta esclusivamente dal medico di medicina generale che la sottoscrive.
5. Ha una durata di cinque anni e può essere revocata in qualsiasi
momento; non viene applicata in condizioni di urgenza o nel caso di
pericolo di vita immediato.
6. È possibile nominare un fiduciario consenziente che sottoscrive la
dichiarazione. Agisce nell’esclusivo interesse del paziente.
7. La dichiarazione non è vincolante: in caso di contrasto tra fiduciario
e medico curante viene sentito il parere di una commissione espressamente costituita dalla direzione sanitaria della struttura di ricovero.
Questo parere però non è vincolante per il medico curante il quale
non è tenuto a porre in essere prestazioni contrarie alle sue convinzioni di carattere scientifico e deontologico.
e, naturalmente, per le anime più
nobili, l’intera questione dell’etica. Nei fatti la legge sulla dichiarazione anticipata di trattamento
(DAT) di fine vita è all’esame della Camera. Il testo approvato a
marzo dello scorso anno sull’onda emotiva della vicenda Englaro continua a far discutere al loro
interno gli schieramenti politici.
Una complessità trasversale che
divide laici e cattolici e, al loro interno, maggioranza e minoranza.
Uno dei punti nodali consiste nel
decidere se la questione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata sono o non sono una terapia
I pazienti hanno o no il diritto di
rifiutarli? No, secondo il testo licenziato dal Senato lo scorso 26
marzo. Saranno possibili emendamenti alla Camera o la discussione sarà di nuovo ostaggio di
posizioni ideologiche che superano il buon senso e la coscienza? La sinistra vuole una legge
che non disciplini ogni cosa, la
destra invoca il rispetto della vita, ma lo stesso presidente della
Camera sembra invitare i deputati a votare secondo coscienza,
e cioè, fuor di metafora, senza
“ordini di scuderia”.
Un dilemma tutto italiano
In Inghilterra il living will non è
espressamente riconosciuto dalla
legge, ma dal 1993 nessun medico si sogna di discuterlo e chi non
osserva la volontà del paziente
rischia di essere radiato dall’albo.
L’ultimo caso clamoroso riguarda Kerrie Wooltorton, anni 26,
cittadina di Norfolk, che ha ingerito liquido anticongelante tre
giorni dopo aver redatto il suo
living will. Ha chiamato un’ambulanza e ai medici del pronto
soccorso ha esibito il testamento
biologico. È morta, ventiquattro
ore dopo il ricovero, senza che
nessuno tentasse di salvarla. Era
il 18 settembre 2007.
“Il testamento biologico: scelta o imposizione?” Tavola rotonda–dibattito organizzata dal Il Senato delle Donne, Il Centro
Donatori del Tempo, il Comitato per la Vitaindipendente e Auser. I cittadini sono invitati a partecipare.
gd
Gli svizzeri possono dire “No” gd
diritti
all’accanimento terapeutico
Nel 2012 il nuovo Codice civile introdurrà a livello nazionale le “Direttive
dei pazienti”. In Ticino si può redigere il testamento biologico già dal 2001
di A. Sic.
R
ifiutare le cure mediche
in caso di malattia incurabile o l’accanimento
terapeutico quando ormai non
ci sono più speranze di vita, in
Svizzera è possibile già da diversi anni. Lo è, però, solo in quei
Cantoni che prevedono esplicitamente nella loro legislazione le cosiddette DAT (Direttive
Anticipate Terapeutiche), meglio
conosciute in Italia come testamento biologico.
Il Ticino, per esempio, le ha introdotte nel 2001, con la modifica della legge sanitaria: le volontà
devono essere messe per iscritto
dal paziente “prima di divenire
incapace di discernimento” ed
essere poi rispettate dal personale curante.
L’eterogeneità in questa materia
avrà però vita breve. Con la recente modifica del Codice civile
svizzero (vedi riquadro), non ci
saranno più differenze tra i pazienti dei diversi cantoni: tutti
avranno lo stesso diritto di dare
indicazioni sul trattamento medico da seguire se non saranno più
in grado di intendere e volere. In
cosa consiste questo diritto? In
pratica, si possono mettere nero su bianco le proprie volontà,
consegnarne una copia ai parenti
o al medico curante e dare procura a persone di fiducia per la
difesa delle proprie indicazioni.
L’associazione svizzera dei pazienti, che consiglia di aggiorna-
Cosa dice la legge
Le direttive del paziente sono regolate dagli articoli 370 e seguenti
del Codice civile svizzero, che entrerà in vigore nel 2012. Fino a quella
data, saranno valide le regolamentazioni cantonali già esistenti.
In sostanza, “chi è capace di discernimento può, in direttive vincolanti,
designare i provvedimenti medici ai quali accetta o rifiuta di essere
sottoposto nel caso in cui divenga incapace di discernimento”. Inoltre,
le direttive “sono costituite in forma scritta, nonché datate e firmate”.
Dal canto suo, “il medico ottempera alle direttive del paziente, salvo
che violino le prescrizioni legali o sussistano dubbi fondati che esse
esprimano la volontà libera o presumibile del paziente”.
re, datare e firmare le disposizioni
ogni due o tre anni, fornisce un
modello di testamento biologico
scaricabile online
dal sito (www.associazione.pazienti.ch).
Per esempio, si
possono rifiutare i
farmaci, i tentativi di rianimazione
con apparecchi o
medicamenti, le cure dopo una grave
lesione cerebrale
con riduzione delle capacità mentali e l’alimentazione
artificiale.
Si può anche dare o negare il consenso all’autopsia
o alla donazione
di organi. A oggi,
secondo l’Accademia Svizzera delle
Scienze Mediche,
meno del dieci per cento della
popolazione svizzera ha redatto
le direttive anticipate.
L’iniziativa
si terrà il 19 novembre 2009 alle ore 20.30
presso il Centro “Don Guanella” di Via T. Grossi a Como. Info: telefonare al 0312499829.
51
gd
Quote rosa nello spazio
di Luigi Viazzo
L
o spazio è un affare per soli uomini? È una
nuova frontiera riservata esclusivamente a rudi Space cow-boys (prendendo spunto
dall’omonimo film di Clint Eastwood targato anno 2000)? Così sembrerebbe, guardando alla storia
dell’astronautica e volgendo l’attenzione alla Luna
che, per ironia della sorte, è l’oggetto celeste maggiormente collegato all’universo femminile; la prospettiva sembra diversa, invece, se si guarda al resto
del cosmo. Ma procediamo con ordine. Le quote
rosa sono uguali a zero se sfogliamo i resoconti
delle missioni Apollo che, fra il 1969 e il 1972, fecero “allunare” dodici astronauti sul nostro satellite
naturale ­a cominciare da Neil Armstrong e “Buzz”
Aldrin scesi nel Mare della Tranquillità proprio
quarant’anni fa (20 luglio 1969). Ma i primi passi dell’astronautica femminile partono al di là della Cortina di Ferro e riguardano lo spazio intorno
alla Terra. I Sovietici, dopo aver lanciato il primo
Sally Kristen Ride. In alto: Valentina Vladimirovna Tereškova.
Malgrado gli ostacoli incontrati sul loro cammino, numerose sono le donne...
astronomia al femminile
satellite (Sputnik, 1957), la prima
creatura vivente (la cagnetta Laika sempre nel 1957), il primo uomo (Jurij Alekseevic Gagarin nel
1961), nel 1962 lanciarono oltre l’atmosfera la prima cosmonauta Valentina Vladimirovna
Tereškova.
La capsula che la ospitava, Vostok 6, decollò il 16 giugno 1963
dal cosmodromo di Bajkonur.
Tereškova, nel corso della missione, scattò numerose immagini
fotografiche della Terra e riprese qualche filmato dalla sua capsula. La missione terminò, senza
intoppi, il 19 giugno.
Bisogna attendere il 1982 per
vedere la seconda donna nello
spazio: Svetlana Savitskaya a
bordo della Sojuz T-7.
O
Savitskaya fu anche la prima
donna a effettuare una passeggiata spaziale. Il “muro” al femminile, per quanto riguarda gli
USA, fu abbattuto solo nel 1983
da Sally Kristen Ride che prese parte alla STS-7, una missione
della navetta spaziale Challenger.
Ma nell’immaginario collettivo
rimarrà (purtroppo) vivido il ricordo legato a Christa McAuliffe, la prima astronauta maestra,
che avrebbe dovuto tenere, per
la prima volta nella storia, lezioni
speciali dallo spazio, via TV, per
gli alunni a Terra. La tragedia del
Challenger (1986), fece sfumare
questo progetto insieme alla vita
della maestra spaziale e dei suoi
sfortunati compagni di viaggio.
Un tragico destino, quello di
gd
gd
McAuliffe, condiviso con altre
due astronaute donna, Kalpana
Chawla e Laurel Blair che parteciparono alla sfortunata missione della navetta Columbia,
tragicamente conclusasi il primo
febbraio 2003. Le esploratrici in
rosa hanno condiviso con i colleghi maschi coraggio, onori e
oneri con un pesante contributo
anche in termini di vite umane.
Così scriveva Caroline Herschel alla
sua amica matematica Mary Somerville “… lo sapevi che Hildegard Von
Bingen propose un universo eliocentrico circa trecento anni prima di Copernico? Ma chi l’avrebbe ascoltata…
era una monaca, una donna”.
(Claudio Lopresti presidente dell’IRAS
e Pier Giorgio Liberati Istituto Spezzino
Ricerche Astronomiche).
La cacciatrice di stelle e comete
sservate fin dai tempi antichi, le comete, per
il loro aspetto chiomato e la lunga coda luminosa, hanno da sempre suscitato fascino e timore.
Le antiche credenze popolari consideravano questi
corpi celesti degli oggetti sovrannaturali, misteriosi
astri portatori di sventure, pestilenze, guerre o di lieti
eventi.
Per Caroline Herschel, lo spettacolo del cielo stellato o l’improvvisa apparizione di una cometa
non era motivo di fantasiose immagini o
di bizzarre interpretazioni, bensì stimolo
per un’approfondita indagine conoscitiva. Oggi sono sempre di più le donne che si dedicano alla ricerca in ogni
ambito del sapere: solo nell’astronomia sono più di 2.000 ma non è stato
sempre così.
Discriminate nell’educazione, in particolare quella tecnico-scientifica, le donne potevano avvicinarsi alle discipline
scientifiche solo se avevano la fortuna di
essere affiancate da una figura maschile: un
marito, un fratello, un padre, disposto a condividere le proprie competenze per compensare
l’istruzione negata dalle istituzioni. E fu proprio con
il più celebrato fratello William, il grande astronomo
(che, tra l’altro, nel 1781 scoprì il pianeta Urano), che
Caroline cominciò lo studio fisico del cielo. Nata ad
Hannover nel 1750, a dieci anni è colpita dal tifo che
le blocca la crescita. A 21 anni raggiunge il fratello a
Bath in Inghilterra; lo aiuta nella costruzione di telescopi e condivide con lui la passione per l’astronomia. Con grande acume matematico e competenze
di geometria corregge e perfeziona gli appunti e le
osservazioni sulla distribuzione delle stelle sulla volta
celeste. A Caroline e a William si deve lo studio e
la scoperta di regioni apparentemente prive di
stelle (ora sappiamo che sono ricche di polveri con stelle retrostanti), di ammassi e di
oggetti del cielo profondo.
Tra il 1783 e il 1797 Caroline identifica
tre nebulose e otto comete. Nel 1838,
per la prima volta nella storia, una
donna (o meglio due donne perché
con lei viene insignita anche Mary Somerville) entra a far parte della Royal
Astronomical Academy. Nel 1846 il
re di Prussia le conferisce una medaglia d’oro per il suo imponente lavoro
di catalogazione e per il considerevole
apporto dato alla scienza. Caroline Herschel, una donna nata e vissuta in un’epoca
con molti pregiudizi riguardo alle donne scienziate,
colpita duramente nel fisico, grazie alla sua passione,
alla sua tenacia, alle sue ricerche, è stata una pioniera
dell’astronomia al femminile. G.M.
Caroline Lucretia Herschel. Astronoma, matematica e cantante
lirica britannica di origine tedesca. (Hannover 1750-1848).
... che hanno dato un importante contributo al progresso scientifico
53
diritti
gd
gd
Nessuno
al di sopra della legge:
bocciato il lodo Alfano
N
on ci possono essere
cittadini al di sopra delle leggi, chiunque essi
siano. Così la Corte Costituzionale, nell’udienza del 6 ottobre
scorso, ha stabilito l’incostituzionalità del lodo (cosidetto Alfano), dichiarando l’illegittimità
costituzionale dell’articolo 1 della Legge 23 luglio 2008 n. 124
per violazione di due articoli
della Costituzione: il numero 3
sull’uguaglianza dei cittadini* di
fronte alla Legge e il 138 sulla
necessità di una legge costituzionale**. La legge prevedeva la
non processabilità del Presidente della Repubblica, del presidente del Senato, del presidente
della Camera, del presidente del
Consiglio. è stato così accolto
il ricorso inoltrato dalla Procura di Milano che aveva sollevato
l’eccezione di incostituzionalità
per violazione del principio di
uguaglianza dei cittadini davanti
alla legge e per essere stato introdotto nell’ordinamento non
con legge costituzionale. Nella
memoria della Procura milanese
era riportata anche la motivazione della Corte Suprema USA che
aveva dato torto all’allora presidente Clinton, quando nel 1997
aveva chiesto la sospensione di
un processo per i suoi impegni
di presidente, anche se l’oggetto
del ricorso riguardava fatti non
attinenti alla sua funzione pubblica. Ora lo scenario riguarda la
ripresa dei processi che vedono
imputato Berlusconi nei procedimenti contro Mills, sui diritti
televisivi Mediaset e sulla vicen-
da di presunta compravendita di alcuni senatori
nella precedente legislatura. L’avvocato londinese Mills, ex legale
di Silvio Berlusconi
è già stato riconosciuto colpevole e
condannato a quattro anni e mezzo di
carcere per il reato
di falsa testimonianza: aveva mentito,
dietro compenso di
600mila euro, per favorire il premier. La posizione di Berlusconi invece era
stata stralciata e ora verrà giudicata nel processo autonomo che
potrà riprendere.
I legali del Presidente del Consiglio avevano sottolineato il diritto di difesa di un cittadino che
si trova a essere imputato mentre, contemporaneamente, riveste un’alta carica dello Stato, non
potendo presenziare alle udienze
né avendo tempo per predisporre la propria difesa.
Con la sua sentenza la Consulta ha rigettato queste motivazioni e ha ribadito che se si vuole
sottrarre alla legge il Presidente
del Consiglio e le altre alte Cariche dello Stato occorre adottare
una norma di revisione costituzionale, che prevede un iter parlamentare aggravato, con doppio
passaggio in ciascuna delle due
camere e una maggioranza dei
due terzi anziché la maggioranza semplice. Questa strada si
presenta lunga – ben 4 passaggi parlamentari – e difficile da
54 percorrere allo stato attuale. Se
invece la si volesse imboccare e
la legge costituzionale non raggiungesse la maggioranza prescritta in Parlamento, ai cittadini
resterebbe la possibilità di ricorrere allo strumento giuridico del
referendum, previsto dall’art.
138 della Costituzione.
(*) Costituzione art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono
eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di
religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. ….”
(**) Costituzione art. 138: “Le leggi di
revisione della Costituzione e le altre
leggi costituzionali sono adottate da
ciascuna Camera con due successive
deliberazioni a intervallo non minore
di tre mesi e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di
ciascuna Camera nella seconda votazione...
gd
Uniti per dare forza alle donne gd
il progetto
Cogli l’occasione, associati e sostieni il mensile
Cara lettrice e caro lettore, da due
numeri Geniodonna ti parla il
linguaggio delle Pari Opportunità. Con una iniziativa transfrontaliera originale nell’area
insubrica, approvata dell’Unione
Europea (come progetto Interreg Italia/Svizzera Fondo FESR
per la Qualità della vita) le nostre
due associazioni (Il Senato delle
Donne di Como e la Federazione delle Associazioni Femminili
Ticino FAFT) hanno dato il via
a un progetto culturale che mette al centro i temi della promozione sociale delle donne e delle
pari opportunità. Abbiamo dato
vita ad alcuni strumenti:
• Il mensile Geniodonna. Per
informare sulla condizione femminile oggi (distribuito in Italia
e Canton Ticino). Vorremmo
coinvolgere le donne, qualunque
opinione abbiamo, nel promuovere il mutamento culturale perché la specificità dell’intelligenza
femminile possa esprimersi liberamente.
• Il Portale online www.Geniodonna.it con notizie, eventi e iniziative dai territori, per un contatto
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al Cine Teatro di Chiasso con la
regista Alina Marazzi curatrice di 4 appuntamenti di film “al
femminile”.
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Legatoria Artigiana del Libro: un
corso per acquisire reali competenze.
55
Diciamo “Adesso basta!”
Dal 14 al 29 novembre il Ticino si mobilita in difesa delle donne. Conferenze, film e dibattiti
per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza domestica. Per le Giornate Internazionali contro la violenza sulle donne si terranno in Ticino diversi eventi. Il programma è coordinato dalla Commissione Cantonale per la Condizione Femminile con il contributo dell’Ufficio
Pari Opportunità del Cantone. Aderiscono alla campagna l’Associazione Donne Ppd-Ticino,
l’Associazione ticinese delle famiglie monoparentali e ricostituite, Donne per la Pace e il Movimento Donne Liberali Radicali Ticinesi.
Il diritto delle donne
Un conflitto? Gestiamolo
Aspetti giuridici
a essere individuo
18 novembre 2009, ore 20
Lugano, via Pretorio, 15 (Scuola Club
Migros 4° piano) Conferenza con
Aline Esposito, mediatrice. Organizza
ForuM elle (Associazione Svizzera delle Cooperatrici Migros, Sezione Ticino).
della violenza alle donne
14 novembre 2009, ore 15
Lugano, Canvetto Luganese
via Simen, 14
Conferenza della dott.oressa
Kathya Bonatti.
Organizza Soroptimist International
of Europe Club di Lugano.
Le donne musulmane
tra identità e immigrazione
14 novembre 2009, ore 17.30
Locarno, Aula magna dell’Alta Scuola
Pedagogica P.za S. Francesco, 19
Conferenza con la professoressa
Farian Sabahi.
Organizza Associazione Armònia
e Zonta Club Locarno.
Modera Daniela Fornaciarini,
giornalista.
Info: www.zonta-locarno.ch
www.associazione-armonia.ch
al
Porte aperte
Consultorio delle donne
Rinfresco offerto.
17 novembre 2009, ore 10-15
Lugano, Via Vignola, 14
Oltre l’accoglienza...
18 novembre 2009, ore 9-12
Locarno - Ospedale Regionale La
Carità (sala 2A, secondo piano).
Mattinata d’informazione-formazione
con Linda Cima-Vairora (presidente
dell’Associazione Armònia),
Cornelia Soldati (operatrice sociale
Casa Armònia e consulente consultorio Alissa),
Elisa Tenconi Treichler (operatrice
sociale di Casa Armonia),
Eliana Giacomini (ospite).
Organizza Associazione Armònia.
Info: www.associazione-armonia.ch
Ti do i miei occhi
20 novembre 2009, ore 20
Acquarossa. Cinema Teatro Blenio
Film sulla violenza di Iciar Bollain.
Presenta Francesca Luvini, giornalista.
Dibattito con Franco Maiullari, capo
del servizio medico-psicologico a
Locarno. Organizza Coordinamento
Donne della Sinistra in collaborazione
con l’Associazione Cinema Blenio.
Entrata frs. 10.- (parte del ricavato andrà
a favore dell’associazione Armònia).
Info: www.ps-ticino.ch/coordinamento
Il frutto amaro
della misoginia
24 novembre 2009, ore 9-12/13-16
Lugano, Centro San Carlo..
Interverranno: Sonny Buletti, responsabile del Consultorio delle Donne di
Lugano; Cristiana Finzi, delegata Aiuto
alle Vittime di Reati; Cornelia Soldati,
opertrice sociale Casa Armònia di Tenero; Marina Valcarenghi, psicoanalista,
direttrice e docente scuola specialità
in psicoterapia di Milano. Iscrizione
obbligatoria all’Associazione svizzera
infermiere e infermieri, sezione Ticino.
Tel. 091 6822931. E-mail: [email protected]. Costo: frs. 120.(fr. 80.- per i membri Asi-Sbk).
Info: www.asiticino.ch
Sotto accusa
25 novembre 2009, ore 20
Massagno, cinema Lux Film di Jonathan
Kaplan. Seguirà dibattito. Organizza Associazione Dialogare-Incontri con Gino
Buscaglia. Entrata frs. 15 (parte del
ricavato andrà alla Casa delle Donne di
Lugano). Info: www.dialogare.ch
56 26 novembre 2009 ore 17.30-19.30
Luogo da definire. Serata di studio rivolta in particolare a giuristi e avvocati.
Organizza Federazione delle Associazioni Femminili Ticinesi (FAFT). Iscrizione non necessaria. Entrata gratuita.
Donne in Colombia
da vittime di guerra
a creatrici di pace
26 novembre 2009, ore 20.30
Lugano, Centro Labor, Acli via Simen, 9
con Alejandra Miller (Ruta Pacifica de
las Mujeres della Region Cauca) e Aida
Quilqué (Consejo Regional de los Indigenas del Cauca). Organizza Suippcol,
programma di pace della Svizzera in
Colombia (Coordinamento presso
Alliance Sud). Cena colombiana alle 19
(costo frs. 12.-)
Annunciarsi a: Alliance Sud, via Besso 28,
6903 Lugano.Tel. 091 9673840 E-mail:
[email protected]
Info: www.alliancesud.ch
Malamore. Esercizi
di resistenza al dolore
28 novembre 2009, ore 14.30
Conferenza pubblica con Concita
De Gregorio, scrittrice e giornalista.
Organizza Associazione Archivi Riuniti
Donne Ticino.
Luogo: da definire
Info: www.archiviodonneticino.ch
14-29 novembre
Il Club Soroptimist Bellinzona e Valli
partecipa alla rassegna con un’azione
di sensibilizzazione contro la violenza
domestica, esponendo un manifesto
dal titolo Violenza domestica...non sei
sola...parlane! In negozi, spazi pubblici,
studi medici, d’avvocatura, farmacie,
amministrazioni pubbliche, scuole, etc.
Info: www.soroptimist.ch
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