INDICE INTRODUZIONE………………………………………………………………p. 3. CAPITOLO I…………………………………………………………………...p. 6 ; 1. Il fascismo clandestino nell’Italia liberata dal settembre 1943 all’aprile 1945……………………………………………………………………….…p. 6; 1.1. La nascita delle «Guardie ai Labari»…………………………………….p. 6; 1.1.1 La fine del regime fascista e la crisi del settembre 1943…………………...p. 6; 1.1.2 Le «Guardie ai Labari»………………………………………………..…..p. 10; 1.2 La RSI e il fascismo clandestino……...…………………………………p. 14; 1.3 Servizi segreti tra Nord e Sud………………………….……………...…p. 26; 1.4 Primi tentativi di resistenza nell’Italia «invasa» dagli anglo- americani………...………………………………………………………...p. 30; 1.5 Il fascismo clandestino dopo la caduta di Roma………………………..p. 39; 1.6. L’inverno 1944-1945 e gli ultimi sviluppi del fascismo clandestino…..p. 44. CAPITOLO II…………………………………………………………………p. 52; 2. Il fascismo clandestino in Calabria (1943-1945) ………………….….…p. 52; 1 2.1 La scoperta del fascismo clandestino calabrese: dai primi arresti e le prime indagini alla fase istruttoria………………………………………………p. 52; 2.2 Il Processo degli «88» a Catanzaro, 15 febbraio 1945-7 aprile 1945…..….………………………...…………………………………….…p. 77; 2.2.1 Dal ricorso al Tribunale Supremo all’Amnistia Togliatti del 1946…...…………………………………………………………………...p. 96. CAPITOLO III.………………………………………………………………p. 108; 3. La storia degli «88» attraverso le loro opere..… …….………………...p. 108; 3.1 Le difficoltà della vita nel carcere………………………………………p. 109; 3.2 Tra paure e speranze: uno sguardo ironico al mondo interno ed esterno al carcere……………………………………………………………….…...p. 120; 3.3 Il mito del tradimento: i fascisti contro i nemici della Patria………....p. 126; 3.4 Gli «88» divisi tra le personali vicende giudiziarie e il destino della Nazione…………………………………………….……………………..p. 139; 3.5 Intervista al Sig. Nando Giardini, imputato al Processo degli «88»…. p. 149; 3.6 Intervista al Sig. Francesco Fatica, imputato al Processo degli «88»…p. 171; CONCLUSIONI……………………………………………………………...p. 186; FONTI-ARCHIVIO NANDO GIARDINI (A.N.G.)……………………….p. 188; BIBLIOGRAFIA……………………………………………………………..p. 205. 2 INTRODUZIONE Chiunque legga la mia tesi rimarrà forse stupito quando apprenderà che oggetto di studio è la resistenza fascista nel Sud Italia. Lo stupore, più che dalla mancanza di informazioni sull’argomento, nascerà probabilmente dall’uso del termine stesso di «resistenza». Tradizionalmente con esso si fa riferimento all’insieme delle iniziative politiche e militari di cui si resero protagonisti i movimenti antifascisti e i gruppi partigiani contro la RSI e l’esercito tedesco. Il termine resistenza viene però utilizzato anche per definire la lotta clandestina fascista – assistita in alcuni casi da agenti speciali provenienti dal nord Italia – contro le forze alleate nelle zone occupate dagli anglo-americani. E servirsi in questi termini della parola «resistenza» non risulterebbe inadeguato se per essa si vuole intendere “l’opposizione decisa, senza compromessi di sorta, contro tutta una realtà politico-militare e contro coloro che tale realtà incarnano”1. La tesi nasce quasi casualmente dal fortunato incontro con il Sig. Nando Giardini. Nel nostro primo colloquio, dopo avermi accennato alla sua esperienza politica nel Movimento Sociale Italiano, mi rivelò di aver preso parte da giovane a un’organizzazione clandestina di resistenza fascista. Venni anche a sapere che era stato per questo sottoposto – insieme ad altri 88 fascisti – a un processo tenutosi a Catanzaro nei mesi di febbraio e aprile del 1945. Incuriosita dalla sua storia chiesi al Sig. Giardini di parlarmi della sua esperienza ed egli accettò senza riserve. Altrettanto gentilmente mi consegnò tutto il materiale di sua proprietà, raccolto all’interno di un archivio che ho per comodità siglato A.N.G, ovvero Archivio Nando Giardini. Questo conteneva a mia sorpresa un ricco e variegato insieme di documenti, molti – del tutto inediti – erano stati realizzati durante la detenzione di Giardini e degli altri appartenenti ai gruppi clandestini nei vari carceri di Catanzaro, Poggioreale e Melfi. Scoprii l’esistenza di preziosi giornaletti – chiamati «fogli galeotti» – poesie, disegni, foto, pagine di diario, il testo di una rappresentazione teatrale, tutti risalenti agli anni 1943-1946. Attraverso questi ben conservati documenti – fino ad allora sconosciuti – mi è stato possibile ricostruire i tragici 1 G. Pisanò, Storia della guerra civile in Italia 1943-1945, vol. II, Centro Editoriale Nazionale, Roma, 1981, p. 70. 3 momenti vissuti in carcere dai giovani fascisti. Questi solo al momento dell’arresto, e nei mesi successivi, si resero effettivamente conto dei rischi che aveva comportato la loro scelta di combattere per mantener viva l’ideologia e la fede fascista. Nel primo capitolo ricostruisco le tappe salienti della nascita e dell’estensione del movimento di «resistenza fascista» nel Sud Italia, cercando di chiarire anche il suo rapporto con la RSI. Nel secondo dedico particolare attenzione alla storia del fascismo clandestino calabrese (1943-1945), e dei suoi protagonisti, coinvolti nel «Processo degli 88» tenutosi a Catanzaro tra febbraio-aprile ’45. Il terzo e ultimo capitolo è diviso in due parti: nella prima illustro e analizzo i documenti dell’A.N.G. cercando, dopo averne rintracciato le tematiche principali, di interpretarli in base a diverse chiavi di lettura. Queste vanno da Erving Goffman, con la sua descrizione dei meccanismi dell’esclusione e della violenza – tipici delle istituzioni totali – a Emilio Gentile, con la sua ampia esposizione e analisi dei simboli, miti e riti con cui il fascismo si proponeva di imprimere nelle coscienze degli italiani la fede in una nuova religione. Nella seconda parte riporto integralmente le interviste da me fatte a due protagonisti della resistenza fascista calabrese: il Sig. Nando Giardini e il Sig. Francesco Fatica. I due testimoni – rispondendo cortesemente e senza mai ritrarsi alle mie domande – mi hanno permesso di avere una visione più completa della vicenda calabrese, arricchendo il mio lavoro, per la cui stesura sono state utilizzate fonti archivistiche, la letteratura storiografica e quella memorialistica. Dalle interviste è stato possibile trarre un gran numero di notizie sui profili psicologici e morali dei due protagonisti, sugli stati d’animo, i valori e i progetti degli appartenenti al movimento, sull’effettiva estensione, sui reali progetti e le difficoltà dei gruppi clandestini. La mia scelta – decisa e appassionata – nasce dal tentativo di voler ricostruire un aspetto poco noto della storia del Mezzogiorno. Lo studio dell’attività clandestina dei militanti di Salò nel Regno del Sud mi è stato utile per capire meglio quanto il fascismo fosse stato capace di incidere sulla coscienza dei giovani e quanto complesso si è rivelato il passaggio a una nuova società democratica. Questa parte di storia italiana è poco conosciuta forse perché come afferma Giuseppe Parlato “in tutte le guerre civili, la storia immediata la scrivono i vincitori, mentre gli altri 4 debbono subire i contraccolpi della vicenda che li ha visti soccombere”2. Ciò potrebbe rivelarsi poco proficuo perchè quando un popolo non riesce nel corso della sua storia a trovare una sua identità, quando in esso affiorano da sempre e si confrontano due anime irriducibili l’una all’altra, è fatale che la storia di questo popolo diventi un enigma e si presti alle più disparate interpretazioni3. Desidero esprimere un vivo ringraziamento al Sig. Nando Giardini e al Sig. Francesco Fatica per avere suscitato in me un grande e vivo interesse per un tema che mi era precedentemente sconosciuto. Un ringraziamento particolare va al Sig. Giardini per la grande generosità e fiducia nell’avermi concesso di disporre del vasto e in gran parte inedito materiale in suo possesso – catalogato nell’A.N.G – senza il quale la tesi non avrebbe mai avuto vita. Ringrazio nuovamente entrambi per la grande disponibilità e il costante aiuto che mi hanno fornito oltre alla cortesia e alla pazienza mostrata nell’aver accettato di sottoporsi, senza mai ritrarsi, alle domande dell’intervista, a volte dolorose nel riaprire vecchie ferite. 2 3 G. Parlato, Storia, resistenza e guerra civile, in «Palomar», aprile 2006, pp.13-29. G. Fergola, Italia Invertebrata, Controcorrente, s.l., 1998, p. 9. 5 CAPITOLO I 1. Il fascismo clandestino nell’Italia liberata dal settembre 1943 all’aprile 1945. La reazione dei fascisti del Sud, all’«invasione» anglo-americana, non fu né organica né numericamente consistente, ma certamente immediata4. Già alla fine del 1943 cominciarono a verificarsi, nell’Italia occupata dalle forze alleate, numerosi episodi di resistenza messi in atto da parte dei fascisti5 che, superata una fase di disorientamento fra il 25 luglio e l’8 settembre, manifestarono un’aperta adesione alla nuova linea del fascismo repubblicano; contemporaneamente riemergevano tra i dirigenti locali le violente polemiche e i contrasti ideologici che avevano caratterizzato la nascita del fascismo e che il regime aveva tentato di comporre nel corso del ventennio6. 1.1 La nascita delle «Guardie ai Labari». 1.1.1 La fine del regime fascista e la crisi del settembre 1943. Il regime fascista concluse la sua esperienza il 25 luglio 19437. Nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943, il Gran consiglio del fascismo approvò a forte 4 F. Tigani Sava, Resistenza fascista in Calabria. Il processo degli 88, 1943-1945, C.B.C., s.l., 1992, p. 7. G. Conti, La RSI e l’attività del fascismo clandestino nell’Italia liberata dal settembre 1943 all’aprile 1945, in «Storia Contemporanea», n. 4-5, 1979, p. 941; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, I.S.S.E.S., Napoli, 1998, p. 20; cfr. A. Mammone, Gli orfani del duce. I fascisti dal 1943 al 1946, in «Italia contemporanea», n. 239-240, giugno-settembre 2005, p. 12. 6 F. Tigani Sava, op. cit., p. 7. 7 G. Conti, op. cit., p. 941; cfr. R. De Felice, Breve storia del fascismo, Mondadori, Milano, 2002, p. 114; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948, Il Mulino, Bologna, 2006, pp. 7-9. Sulla seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato. I: L’Italia in guerra, 1940-1943, t. II: Crisi e agonia del regime, Einaudi, Torino, 1990, pp. 1340-1402; cfr. D. Grandi, 25 luglio-Quarant’anni dopo, Il Mulino, Bologna, 1983; cfr. D. Lembo, La resistenza fascista - fascisti e agenti speciali dietro le linee - La Rete Pignatelli e la resistenza fascista nell’Italia invasa dagli angloamericani, MA.RO., Copiano (PV), 2004, p. 33; cfr. H. Woller, I conti col fascismo. L’epurazione in Italia, 1943-1948, Il Mulino, Bologna, 1997, pp. 19-20; cfr. N. Giardini, Bocca di Lupo. Romanzo di vita vissuta. Storia minore, Ursini, Catanzaro Lido, 2003, p. 115. 5 6 maggioranza un ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che invitava il re a riassumere le funzioni di comandante supremo delle forze armate e suonava come un’affermazione di sfiducia nei confronti del duce8. Mussolini, convocato nel pomeriggio del 25 luglio da Vittorio Emanuele III, venne invitato a rassegnare le dimissioni e arrestato dai carabinieri9; capo del governo venne nominato il maresciallo Pietro Badoglio, ex comandante delle forze armate10. Nel proclama seguito all’arresto di Mussolini e alla nomina di Badoglio a capo del Governo, il re fece inserire la famosa frase: «La guerra continua!»11. Dai vertici del PNF non ci fu alcuna reazione all’arresto di Mussolini12; Scorza, segretario del PNF, diramò alle federazioni fasciste un invito alla calma13. La guerra continuava e non era compatibile con l’etica fascista aprire un conflitto tra Milizia e Carabinieri Reali, dovevano essere evitate complicazioni, che avrebbero potuto portare a una guerra civile14. Scorza avrebbe rivelato in seguito che Mussolini, contrariamente a chi gli proponeva di arrestare gli oppositori, aveva detto: Arrestarli tutti? (…) Chiedere l’aiuto allo straniero per risolvere le cose interne? E il Re come reagirebbe? E l’esercito? La possibilità di una guerra civile alle spalle delle truppe schierate contro il nemico? (…) Soluzione da scartarsi, anche nel caso dell’esistenza di una congiura (…) soprattutto perché niente affatto risolutiva nei confronti del problema centrale, del come cioè trarre il paese fuori da questa situazione15. 8 E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, Bologna, Il Mulino, 1993, p. 61; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 33; cfr. F. Fatica, Mussolini si oppose alla guerra civile nel Sud, «Italia Tricolore per la Terza Repubblica», n.5, agosto/settembre 1995, decima puntata, Centro studi e documentazioni sulla lotta clandestina fascista nelle terre occupate dagli angloamericani: 1943-1945, Napoli, p. 8. Per un approfondimento sull’atteggiamento che Mussolini tenne nei confronti dei sostenitori dell’ordine del giorno di Dino Grandi, presentato al Gran Consiglio del fascismo il 24-25 luglio 1943, a cui seguì l’arresto del duce, cfr. R. De Felice, Breve storia del fascismo, cit., p. 118; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), Einaudi, Torino, 1997, p. 518 e sgg. 9 H. Woller, op. cit., pp. 19-20; cfr. A. Cucco, op. cit., pp. 113-114; cfr. E. Aga Rossi, op. cit., p. 61. 10 A. Cucco, op. cit., pp. 113-114; cfr. H. Woller, op. cit., p. 20; cfr. E. Aga Rossi, op. cit., p. 61. 11 A. Cucco, Non volevamo perdere, Cappelli, Bologna, 1949, p. 114; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 10; cfr. H. Woller, op. cit., p. 20; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 33; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 74. 12 H. Woller, op. cit., p. 25 e sgg; cfr. E. Aga Rossi, op. cit., p. 62; cfr. F. Fatica, Mussolini si oppose alla guerra civile nel Sud, cit., p. 8. 13 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., pp. 11-12; cfr. H. Woller, op. cit., pp. 27-28; cfr. F. Fatica, Mussolini si oppose alla guerra civile nel Sud, cit., p. 8. 14 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 12. 15 Ivi, p. 11. 7 L’arresto di Mussolini segnò la fine del regime e il nuovo governo Badoglio dette inizio a una legislazione tendente a smontare l’apparato statale e politico messo in piedi dal fascismo16. Il 3 settembre venne firmato l’armistizio, reso noto solo l’8 da Badoglio al Paese, attraverso un comunicato radiofonico17: quello che i negoziatori italiani dovettero sottoscrivere fu un atto di resa senza nessuna garanzia per il futuro18. L’annuncio dell’armistizio gettò l’Italia nel caos più completo19. In concomitanza con l’arrivo a Brindisi, nella notte tra il 9 e il 10 settembre 1943, di Vittorio Emanuele III e di Badoglio20 – col loro seguito familiare, qualche stretto collaboratore e quei pochi sottosegretari e ministri del governo che erano stati informati – vi fu lo sbarco degli Alleati sulla costa salernitana: i nuclei centrali di questo grande esercito erano costituiti dalla V Armata americana, comandata dal generale Mark Clark e dall’VIII armata inglese del generale Bernard Montgomery21. Le truppe italiane, abbandonate a se stesse, non riuscirono a opporre una resistenza organizzata ai tedeschi22, che, costretti alla ritirata dallo sbarco alleato23, procedettero a una sistematica occupazione di tutta la parte centro-settentrionale dell’Italia. 16 G. Conti, op. cit., p. 941; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 7-8; cfr. R. De Felice, Breve storia del fascismo, cit., p. 114; cfr. H. Woller, op. cit., p. 37. 17 H. Woller, op. cit., p. 41 e pp. 57-58; cfr. E. Aga Rossi, op. cit., p. 86, p. 113 e sgg.; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 1. Per la lettura del testo dell’annunzio dell’armistizio alla radio, cfr. H. Woller, op. cit., p. 58; cfr. R. Ciuni, L’Italia di Badoglio, Storia del Regno del Sud 8 settembre 1943-5 giugno 1944, Rizzoli, Milano, 1993, p. 441. 18 Il 3 settembre 1943 venne firmato l’armistizio breve. Il 29 settembre in un incontro a Malta Badoglio e Eisenhower firmarono l’armistizio lungo, approvato il 21 agosto, che prevedeva la resa e il disarmo totale delle forze italiane; il controllo alleato del territorio; condizioni economiche pesantissime; la clausola 29 sui criminali di guerra, in cui veniva richiesta l’arresto e la consegna di Mussolini e dei principali esponenti del fascismo. Cfr. E. Aga Rossi, op. cit., pp. 78-79, p. 136 e sgg.; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 141 e sgg. 19 Per un approfondimento sull’atteggiamento popolare, in tutto il territorio italiano, tra il 25 luglio e l’8 settembre, cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 74 e sgg. 20 A. Alosco, Episodi di «resistenza» nel Regno del Sud, in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 29; cfr. H. Woller, op. cit., p. 58 e p. 67; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 72; cfr. E. Aga Rossi, op. cit., p. 119; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 7 e sgg. 21 A. Alosco, op. cit., p. 29; cfr. R. Ciuni, op. cit., pp. 75-76; cfr. H. Woller, op. cit., p. 58. 22 Le forze armate italiane ricevettero dalle più alte autorità dello stato, come unica direttiva, le ultime parole del proclama che Badoglio aveva letto alla radio l’8 settembre 1943, annunciando l’armistizio: «esse dovevano cessare le ostilità contro le forze anglo-americane, ma reagire ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». Cfr. E. Aga Rossi, op. cit., p. 7. Sulla situazione dell’esercito italiano dopo l’8 settembre 1943, cfr. E. Aga Rossi, op. cit., p. 124 e sgg; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 15 e sgg. 23 Cfr. R. Ciuni, op. cit., pp. 88-89. 8 E’ importante, in questa fase, sottolineare “l’assenza quasi assoluta di reazioni consistenti da parte dei fascisti”24, proprio perché di lì a qualche settimana, in seguito alla liberazione di Mussolini dalla sua prigione del Gran Sasso25 (quando il fascismo parve rinascere, seppure nella nuova versione repubblicana26), la situazione sarebbe stata, invece, nettamente capovolta e caratterizzata da un grande fermento di iniziative. Interpretare l’atteggiamento scarsamente combattivo dei fascisti dopo il 25 luglio con la crisi del regime è senza dubbio corretto27: alla vigilia dell’arresto del duce, lo Stato e il regime erano in piena crisi, ma non è vero che tutto questo dovesse portare a una caduta irreversibile del fascismo, tanto che dal 9 settembre, i fascisti si riorganizzarono e riaprirono le sedi del partito in tutta l’Italia centro-settentrionale28. Il nuovo partito venne chiamato, oltre che fascista, repubblicano in aperta polemica con le scelte del sovrano29. Pavolini ne divenne il capo30: per la prima volta nella storia ventennale del fascismo il segretario non fu nominato da Mussolini ma scelto dalla base31. La chiave di questo strano comportamento da parte dei fascisti, che non reagirono all’arresto del duce, ma solo all’indomani dell’armistizio, va ricercata proprio nell’8 settembre, nelle sue conseguenze e in quelle della fuga del re a Brindisi32. Eventi che vennero considerati dai fascisti, e non solo da loro, un “vulnus ben più drammatico e grave del 25 luglio”33; il giovane fascista educato al rispetto dello Stato e delle istituzioni – 24 G. Conti, op. cit., p. 941; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 10 e sgg. Mussolini, nel primo pomeriggio del 12 settembre 1943, venne liberato dai tedeschi a Campo Imperatore, località Gran Sasso, dov’era confinato; l’operazione fu realizzata da un gruppo di paracadutisti, scesi con gli alianti, comandati dal colonnello Otto Skorzeny. Cfr. H. Woller, op. cit., p. 68; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 115; cfr. R De Felice, Breve storia del fascismo, cit., p. 113; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 1; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 36 e sgg. 26 Il 15 settembre 1943, la radio tedesca trasmetteva cinque ordini del giorno del governo firmati da Mussolini: il primo rendeva noto che, a partire dal 15, il duce avrebbe riassunto la suprema direzione del fascismo in Italia; il secondo rendeva noto la nomina di Alessandro Pavolini a segretario provvisorio del PNF, il quale assumeva da quel momento la dizione di Partito repubblicano fascista. Il 18 settembre 1943 veniva annunciata personalmente da Mussolini, dai microfoni di radio Monaco, nel corso del suo primo discorso postliberazione, la costituzione della RSI. Cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 72, p. 345 e sgg. 27 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 12. 28 Ivi, pp. 12-13. 29 Ivi, p. 13. 30 La nomina di Alessandro Pavolini a segretario del Partito repubblicano fascista venne annunciata il 15 settembre 1943 dalla radio tedesca, durante la comunicazione dei cinque ordini del giorno del governo firmati da Mussolini, cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 72. 31 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 13 . 32 Ivi, p. 14. 33 Ibidem. 25 9 l’esercito, la burocrazia e soprattutto la maestà del re34– avrebbe potuto sopportare l’allontanamento del duce in nome di ragioni legate alla sorte della nazione, ma non quello che venne vissuto come il «tradimento» di Vittorio Emanuele III, simbolo vivente della patria e dello Stato35. Per i fascisti rimasti nell’Italia liberata fu proprio la creazione di uno stato repubblicano, capeggiato da Mussolini, a costituire un punto di riferimento, e per molti una spinta ad agire, per tentare di mantenere in vita il fascismo36. Il ritorno del duce alla testa del risorto fascismo repubblicano provocò in molti fascisti un rinnovato entusiasmo, ed ebbe l’effetto di galvanizzare molti di coloro che forse avevano considerato la partita definitivamente chiusa il 25 luglio37. Si verificarono infatti nel territorio liberato dagli anglo-americani, verso la fine del 1943, vari episodi che dimostravano come, superata la fase iniziale di sbandamento, numerosi fascisti si stavano riorganizzando ispirandosi più o meno direttamente alla nuova linea del fascismo repubblicano38. 1.1.2 Le «Guardie ai Labari» Nella primavera del 1943, quando ancora si poteva ipotizzare un’imminente invasione del territorio nazionale e in vista del definitivo abbandono del Nord Africa, da parte delle truppe dell’Asse, i vertici del fascismo pensarono di creare quella che oggi si definirebbe una struttura politico/militare di stay behind, che potesse operare non solo in difesa del territorio nazionale, ma anche agire clandestinamente oltre le linee, nell’eventualità che una parte del territorio italiano venisse invaso dalle armate straniere39. 34 Ivi, pp. 14-15. Ivi, p. 15. 36 G. Conti, op. cit, p. 941; cfr. F. Fatica, op. cit., pp. 19-20; cfr. F. Fatica, I fascisti del Sud – l’8 settembre '43, «Italia Tricolore per la Terza Repubblica», n. 2, 28/2/1994, seconda puntata, Centro studi e documentazioni sulla lotta clandestina fascista nelle terre occupate dagli anglo-americani: 1943-1945, Napoli. 37 G. Conti, op. cit., p. 941; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 21. 38 G. Conti, op. cit, pp. 941-942. 39 D. Lembo, op. cit., p. 20; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 38; cfr. G. Pisanò, Storia della guerra civile in Italia 1943-1945, vol. II, Centro Editoriale Nazionale, Roma, 1981, p. 2; cfr. G. Artieri, Cronaca della Repubblica Italiana, Mussolini e l’avventura repubblicana, vol. I, Mondadori, Milano, 1981, p. 240. 35 10 Carlo Scorza – ultimo segretario del PNF40 – propose a Mussolini la creazione di un’organizzazione segreta, che avrebbe dovuto svolgere azioni di disturbo a danno dei possibili invasori41. Egli riteneva opportuno costituire in ogni federazione gruppi di fascisti in grado di organizzare un’estrema resistenza nel caso in cui gli sviluppi della guerra avessero incrinato il fronte interno42. Mussolini fu d’accordo con questa proposta, ritenendo che potesse tornare utile, soprattutto in caso di invasione e di occupazione: le diede il nome di «Guardie ai Labari»43 specificando che ne “avrebbero fatto parte anziani e giovani di più sicura solidità spirituale e fisica”44. Quando l’organizzazione era in stato avanzato, Mussolini comunicò al segretario che aveva ritenuto, dopo una lunga riflessione, di dare alle «Guardie ai Labari» “un significato essenzialmente ideale, escludendo ogni ipotesi di creare gruppi armati”45, a differenza delle due organizzazioni progettate per la guerra dietro le linee, il Comando X° Reggimento Arditi e il Comando Nuotatori Paracadutisti46. Secondo la maggior parte della memorialistica fascista, al Sud ci sarebbe stata la disperata volontà dei fascisti di non permettere agli Alleati una vita tranquilla nelle terre occupate, badando però bene a non macchiarsi di delitti contro altri italiani: l’ipotesi di una guerra fratricida sarebbe stata sempre scartata da Mussolini, che non 40 Carlo Scorza, segretario del PNF dal 19/04/1943 al 25/07/1943, cfr. E. Gentile, Fascismo e antifascismo, I partiti italiani fra le due guerre, Le Monier, Firenze, 2000, pp. 476-477. 41 A. Cucco, op. cit., p. 117; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 9; cfr. G. Conti, op. cit, p. 954; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 20-21; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 92; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 38; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 110; cfr. B. De Falco, Maria Pignatelli e il MIF, in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli angloamericani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 38; cfr. F. Fatica, La Repubblica di Comiso, «Italia Tricolore per la Terza Repubblica», n. 4, 30/4/1994, terza puntata, Centro studi e documentazioni sulla lotta clandestina fascista nelle terre occupate dagli anglo-americani: 1943-1945, Napoli p. 11; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 240. 42 A. Cucco, op. cit., p. 117; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 49; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 240-241. 43 A. Cucco, op. cit., p. 117; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 49; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 38; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 20-21; cfr. B. De Falco, op. cit., p. 38; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 110; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 240-241. 44 A. Cucco, op. cit., pp. 117-118; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 49. 45 A. Cucco, op. cit., pp. 117-118; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 49; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 42; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit, p. 9; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 27; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 110; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 241. 46 Cfr. D. Lembo, op. cit., p. 21 e sgg. 11 voleva operazioni di guerriglia, sia per allontanare la possibilità che scoppiasse, al Sud come al Nord, una guerra civile – per evitare sanguinose rappresaglie alla stessa popolazione47 – sia perché i mezzi di cui disponeva la resistenza fascista nel Meridione erano veramente scarsi48. Pur obbedendo al duce l’iniziativa di Scorza era già entrata in una fase operativa e, in un momento delicato come quello segnato dall’invasione alleata della penisola, la presenza di nuclei fascisti nelle zone occupate poteva diventare un elemento di vitale importanza anche se, con la caduta del regime, i gruppi clandestini che si erano già formati al sud rimasero senza ordini e indicazioni49. Il gruppo delle «Guardie ai Labari» non si limitò infatti unicamente alla funzione di presidio ideologico ma tentò di trasformarsi in un’organizzazione armata e in una vera struttura di spionaggio50. Tra i fascisti che decisero di non deporre le armi e di continuare a combattere nei territori invasi vi furono sia giovanissimi che fascisti della prima ora i quali, trasformatosi il fascismo da rivoluzionario in fascismo regime, erano stati sovente messi da parte dal partito, se non addirittura cacciati o confinati51. Al vertice dell’organizzazione delle «Guardie ai Labari» fu posto il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara, nobile calabrese, tra i primi ad aver aderito al movimento fascista – da cui si era dimesso più volte – e con buoni rapporti in Vaticano52. 47 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 37-38 e p. 42; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945,cit., p. 9 e p. 21; cfr. A. De Pascale, Riflessioni sull’attività clandestina al sud, in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 82; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 50; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 189-190; cfr. F. Fatica, Il fascismo clandestino 1943-1945, «Italia Tricolore per la Terza Repubblica», n. 2, 28/2/1994, prima puntata, Centro studi e documentazioni sulla lotta clandestina fascista nelle terre occupate dagli angloamericani: 1943-1945, Napoli; cfr. F. Fatica, La Repubblica di Comiso, cit., p. 11.; cfr. F. Fatica, Il fascismo clandestino in Sardegna, «Italia Tricolore per la Terza Repubblica», n. 8, 30/10/1994, quinta puntata, Centro studi e documentazioni sulla lotta clandestina fascista nelle terre occupate dagli angloamericani: 1943-1945, Napoli, p. 10; cfr. F. Fatica, Mussolini si oppose alla guerra civile nel Sud, cit., p. 8; cfr. L. M. Perri, La centrale nera di Nicastro e Sambiase, «Il Lametino», N. 66 Febbraio 2007, p. 19. 48 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 38. 49 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., pp. 49-50. 50 D. Lembo, op. cit., p. 31. 51 Ibidem. 52 A. Cucco, op. cit., pp. 117-118; cfr. G. Conti, op. cit., pp. 954-955; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 38; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 38-40, p. 381 e sgg.; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 27; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 42, p. 112 e sgg.; cfr. B. De Falco, op. cit., p. 38; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit, pp. 45-46; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 110; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 14; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 355 e sgg.; cfr. V. Pignatelli, Il Caso Pace oppure Il caso dirigenti del M.S.I., La Tipomeccanica, Catanzaro, 1948, p. 30 e sgg.; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. S. Bertoldi, Contro Salò, 12 Dopo l’arresto del duce l’organizzazione del movimento di resistenza fascista clandestina al Sud rallentò notevolmente: il principe Valerio Pignatelli di Val Cerchiara, insieme a Ettore Muti, Francesco Barracu53 e ad altri uomini di vertice del fascismo, riteneva che fosse assolutamente necessario liberare Mussolini54, e altrettanto indispensabile continuare contemporaneamente l’organizzazione delle «Guardie ai Labari», che aveva subito un grave colpo con lo scioglimento del PNF55. Pignatelli tornò in Calabria per ricostruire e guidare l’organizzazione56, nell’imminenza di un’invasione e collaborò con l’avv. Nando di Nardo e con l’arch. Antonio de Pascale a Napoli, con l’avv. Luigi Filosa a Cosenza e in Puglia, col tenente Pietro Capocasale e con Simone Ansani nella provincia di Catanzaro57. Il Principe Pignatelli in un suo Rapporto alla Commissione Centrale di Disciplina del M.S.I., il 7 giugno 1948, dichiarava: Vita e morte del Regno del Sud, Bompiani, Milano, 1984, pp. 189-190; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 245246; cfr. B. Spampanato, L’ultimo Mussolini, L’Italia «liberata» dopo la capitolazione, «Resistenza» a Sud, in Appendice storica, vol. IV, Illustrato, Napoli, 1958, p. 350; cfr. N. Gimigliano, Procida, Memorie dal Penitenziario, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997, p. 247 e sgg.; cfr. L. M. Perri, Quando un gruppo di camicie nere tentò di sbarrare il passo agli alleati, «Gazzetta del Sud», Giovedì 15 Marzo 2007, p. 22; cfr. L.M. Perri, Il «covo nero» di Nicastro, «Il Lametino», N. 63 Dicembre 2006, p. 22. 53 Francesco Maria Barracu, primo federale di Catanzaro e poi esponente della RSI, come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 362. Ettore Muti, segretario del PNF dal 7/11/1939 al 30/10/1940, cfr. E. Gentile, Fascismo e antifascismo, I partiti italiani fra le due guerre, cit., pp. 476-477. 54 Intorno al 20 agosto 1943 i coniugi Pignatelli raggiunsero a Roma l’ex federale di Catanzaro Barracu. Era necessaria un’organizzazione centrale romana che coordinasse le «Guardie ai Labari» e che si occupasse anche della liberazione di Mussolini. I coniugi Pignatelli puntavano a coinvolgere Ettore Muti nel duplice progetto, ma l’ex segretario venne ucciso. Il principe riuscì comunque a incontrare Barracu e insieme contattarono l’ex segretario del PNF Scorza, il quale tuttavia si mostrò apertamente contrario al tentativo di liberare il duce. A questo punto Barracu rimase a Roma, mentre Pignatelli tornò in Calabria per occuparsi delle «Guardie ai Labari». Si mantennero sempre in contatto: dopo la nomina alla vicepresidenza del Consiglio repubblicano di Barracu, il principe ricevette dall’ex federale di Catanzaro un messaggio radio che lo invitava a restare sul posto, per portare avanti il programma prestabilito. Cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 31 e sgg.; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 40-41; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-194., cit., p. 10 e p. 46; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 37-38 e p. 49; cfr. F. Fatica, Mussolini si oppose alla guerra civile nel Sud, cit., p. 8; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 110. 55 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 10; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2. 56 N. Giardini, op. cit., p. 42 e p. 119; cfr. G. Conti, op. cit., p. 954; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 9; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 56; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 110; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. Valerio Pignatelli, «la primula rossa» fascista nell’Italia occupata (non firmato), «Historica Nuova», Anno IV/N.13, 2005, Centro Studi di Storia Contemporanea, p. 2 e sgg. 57 D. Lembo,op. cit., p. 149; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 48; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 49; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2. 13 Dato il noto proclama «La guerra continua»58 e la frase del Generale Mercalli «Catanzaro sarà la Stalingrado d’Italia», Barracu ed io convenimmo sulla opportunità di iniziare un lavoro per riprendere l’organizzazione della «Guardia ai Labari». Scopo di queste formazioni: raccogliere elementi fascisti e, in caso di sbarco degli alleati, svolgere con essi azioni da franco-tiratori, fiancheggiando le truppe regolari, specie alle spalle e sulle linee di comunicazione del nemico. Preparare perciò basi in Aspromonte, nelle Serre e, in ultimo, in Sila59. 1.2 La RSI e il fascismo clandestino. Il fascismo, rinato in forma clandestina nell’Italia liberata, fra il settembre 1943 e la primavera 1944, lo fece in nome degli stessi principi sulla base dei quali era sorto al nord lo stato fascista repubblicano60. Dalla RSI si attendevano al sud aiuti concreti per sopravvivere e si guardava a essa come a una fonte d'ispirazione politica e ideale61. Fino alla primavera del 1944 i contatti con la RSI furono scarsi o addirittura inesistenti per due motivi: la mancanza di preparazione da parte delle autorità della RSI, che non avevano previsto un programma di riscossa al sud, limitandosi a gestire con difficoltà la già grave situazione settentrionale; per esplicita decisione di Mussolini, da cui dipese l’atteggiamento del governo della RSI, almeno fino alla primavera del 194462. La RSI si interessò dell’attività del fascismo clandestino nel meridione soprattutto a livello propagandistico63, più per sottolineare la difficile situazione della vita quotidiana sotto il governo Badoglio che per creare nuovo 58 D. Lembo, op. cit., p. 33; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 74. 59 V. Pignatelli, op. cit., p. 31; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 40. 60 G. Conti, op. cit., pp. 964-965; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 13. 61 Ibidem. 62 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 50; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 41-42. Nel gennaio 1944 falliva il tentativo, gestito direttamente da Mussolini, di sostituire Pavolini con Fulvio Balisti, al vertice del PFR; Pavolini si trovò rafforzato nella sua posizione, diventando il vero punto di riferimento della base fascista repubblicana, e decise di promuovere un’effettiva politica della RSI per il sud, cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., pp. 53-54; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 544 e sgg. 63 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 51; cfr. G. Conti, op. cit., p. 965; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 13. 14 spazio organizzativo e politico per gruppi fascisti64. Tale atteggiamento è provato dal considerevole spazio riservato, dai quotidiani della repubblica di Mussolini, alle vicende del sud: la stampa dava quotidianamente notizia della fame, del fenomeno della borsa nera, delle relative agitazioni che animavano le cronache politiche e giudiziarie del governo monarchico; l’interesse era verso i periodici tumulti per la coscrizione obbligatoria, per le repressioni e le violenze delle truppe occupanti – spesso di colore – nei confronti della popolazione italiana65. E se al nord si guardò sempre con grande interesse a tutto ciò che accadeva nella parte occupata dagli anglo-americani e che riguardasse in qualche modo «l’Italia del re», nel Regno del Sud si cercò di minimizzare l’importanza della RSI, giungendo fin quasi a ignorarne l’esistenza sugli organi di stampa66. Tuttavia da parte delle autorità della RSI tale interesse per il fascismo clandestino non si tradusse in aiuti concreti nei confronti dei gruppi che operavano nella clandestinità, almeno fino alla primavera del 194467; a partire da giugno la RSI inviò alla resistenza fascista al Sud aiuti in denaro, armi e istruzioni per azioni di sabotaggio68. Tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 la RSI rivolse un’attenzione quasi morbosa al Regno del sud e a quel governo che esercitava la propria giurisdizione su una piccola parte del territorio nazionale. Badoglio tuttavia governava in nome della continuità dello stato, rappresentata dalla persona del re, e poteva quindi dichiarare che il suo fosse il solo governo italiano legittimo69. Le grandi testate della RSI pubblicavano quotidianamente numerosi articoli riguardanti l’Italia meridionale ma gli episodi realmente accaduti venivano spesso presentati insieme ad altri, frutto della fantasia del cronista70. Protagonisti di questi avvenimenti erano «eroici patrioti» che nell’Italia «invasa» si opponevano ai nemici anglo-americani, episodi riportati per lo più senza indicazioni di tempo e di luogo e senza nomi oppure con indicazioni talmente generiche da rendere praticamente impossibile qualsiasi 64 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 51. 65 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 51.; cfr. G. Conti, op. cit., p. 965. 66 G. Conti, op. cit., p. 965. 67 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 51. 68 G. Conti, op. cit., p. 965; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 13. 69 G. Conti, op. cit., p. 965. 70 Ivi, pp. 965-966. 15 identificazione71. Un’azione propagandistica così massiccia aveva lo scopo di galvanizzare l’opinione pubblica della RSI, mostrandole come al sud non soltanto il fascismo non fosse morto ma stesse anzi organizzando, alle spalle delle truppe anglo-americane, una forma di resistenza analoga a quella che nasceva in quei mesi nelle città e nelle montagne del nord72. Esempi clamorosi di questa propaganda furono l’invenzione di «Radio Muti» – una radio fascista clandestina che agiva nell’Italia del sud – e del personaggio divenuto popolare col nome di «Scugnizzo»73. «Radio Muti», la cui esistenza appariva soltanto da alcuni articoli de «Il Messagero» e de «Il Giornale d’Italia»74, nasceva come simbolo della resistenza, sia contro i nemici esterni sia contro quelli interni: la scelta di Muti non era casuale, ma aveva un preciso significato politico e psicologico, nel momento in cui al nord si tentava di presentare la sua figura come quella di un martire del tradimento badogliano. Ettore Muti era morto nella pineta di Fregene, in circostanze mai chiarite del tutto, mentre era impegnato nel tentativo di liberare il duce; molti sostengono che venne assassinato, su ordine di Badoglio, nella notte fra il 23 e il 24 agosto75. Anche la figura dello «Scugnizzo» era frutto di un’invenzione giornalistica che finì per assumere una dimensione quasi reale, al punto da essere considerato un personaggio realmente esistente; di lui si parlò praticamente per tutta la durata della RSI, per la quale rappresentò il tipo dell’italiano «patriota» che si ribellava all’invasione della propria terra da parte dei nemici anglo-americani76. A lungo andare l’interesse e lo spazio dedicato dagli organi di stampa alle azioni di resistenza nel sud venne ridotto, probabilmente perché ci si rese conto che il gonfiamento eccessivo e l’invenzione di fatti e personaggi potesse essere controproducente77. Il ministro della Cultura Popolare78 il 12 gennaio 1944, nel 71 Ibidem. Ivi, p. 968. 73 G. Conti, op. cit., pp. 966-967; cfr. S. Bertoldi, op. cit., pp. 192-193; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 254-255. 74 G. Conti, op. cit., p. 967. 75 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., pp. 21-22; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 36-37, p. 39 e sgg.; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 40-41; cfr. A. De Pascale, op. cit., pp. 78-79; cfr. H. Woller, op. cit., p. 44; cfr. F. Fatica, Mussolini si oppose alla guerra civile nel Sud, cit., p. 8. 76 G. Conti, op. cit., pp. 967-968; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 195; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 61-62; G. Conti, op. cit., pp. 192-193. 77 G. Conti, op. cit., p. 968. 78 Ministro della Cultura Popolare del primo governo della RSI era Fernando Mezzasoma, cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 364. 72 16 suggerire ai rappresentanti della stampa del nord l’atteggiamento da tenere, trovandosi a scrivere dell’Italia occupata e dei problemi politici e sociali che la riguardavano, dichiarava: E’ alla riconquista di queste masse che dovrà tendere tutta la nostra propaganda di domani: ma la propaganda di oggi deve appunto per questo muovere alla comprensione piena di particolari problemi di queste masse. Pertanto avvenimenti che si svolgono nell’Italia invasa vanno registrati con obiettività sempre vigile e critica79. Furono invece incrementati i tentativi di far giungere direttamente ai gruppi clandestini fascisti la voce e le direttive della RSI80. A tale scopo venne creato un apposito ufficio del Ministero della Cultura Popolare, in accordo con le autorità germaniche, per la diffusione del materiale di propaganda della RSI nell’Italia invasa, attraverso un aeroplano germanico, che partiva da Verona per lanciare manifestini e opuscoli appositamente realizzati sull’Italia «occupata» dagli angloamericani81. Particolare importanza ebbe l’opera svolta dall’Ente Nazionale per l’Assistenza ai profughi: all’inizio del 1944 fu creato un settimanale che nelle intenzioni dei promotori doveva creare una vera coesione tra i profughi, infondere in loro la certezza del ritorno nelle loro terre, stimolarli a una azione di naturale propaganda nella popolazione che crede in loro come in chi ha sofferto la guerra e non parla in nome di interessi o di partiti, ma in nome di un Italia tradita e travolta che deve assolutamente rinascere82. Questo settimanale aveva come supplemento una microedizione per il lancio dagli aerei sulle terre invase, in cui non solo comparivano scritti di profughi e di italiani del Mezzogiorno e delle isole, ma anche istruzioni per la condotta della lotta partigiana83. Il 25 settembre, appena due giorni dopo la sua nascita, il Governo Nazionale Fascista diramava un appello radiofonico agli «Italiani del meridione e della Sardegna», invitandoli a boicottare l’azione bellica degli anglo-americani84: “non aiutate in alcun modo gli invasori; ostacolate con ogni mezzo i movimenti degli inglesi e degli americani”85. Si trattava dei primi rudimentali consigli che, col 79 G. Conti, op. cit., p. 969. Ibidem. 81 Ibidem. 82 Ivi, pp. 969-970. 83 Ivi, p. 970. 84 Ivi, p. 971. 85 Ibidem. 80 17 passare del tempo e il crescere delle conoscenze del movimento clandestino meridionale, si perfezionarono fino a diventare un vero e proprio piano d’azione86. E’ difficile dire se il governo della RSI credesse davvero nella possibilità di dare vita a un forte movimento di resistenza – sul modello di quello partigiano, che proprio in quei mesi stava dando le prime preoccupazioni alle autorità della RSI – e nell’eventualità che esso sfociasse prima o poi in un’insurrezione armata, oppure, più realisticamente, se si accontentasse di alimentare il malcontento esistente in vasti settori della popolazione, per ostacolare gli avversari e allentare la pressione militare in prima linea87. La prima notizia certa di un contatto tra nord e sud si ebbe all’inizio del 1944 su iniziativa esplicita del principe Pignatelli, che aveva ricevuto istruzioni di recarsi al Nord, per concordare l’azione clandestina con le autorità della RSI88. Il principe Pignatelli incaricò la moglie, la marchesa Maria De Seta, di svolgere nel territorio della RSI una missione speciale89. La De Seta nell’aprile 194490 era riuscita a passare le linee grazie a un salvacondotto, concessole dal comando americano91, al quale il principe aveva fatto intendere che la moglie avrebbe tentato di venire in possesso di alcune informazioni segrete presso il comando tedesco a 86 Ibidem. Ivi, pp. 971-972. 88 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 63; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. Valerio Pignatelli, «la primula rossa» fascista nell’Italia occupata (non firmato), art. cit., p. 3. 89 G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. V. Pignatelli, op. cit., pp. 34-35; cfr. B. Spampanato, op. cit., p. 350; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 62; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 151; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 365; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 111; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 49; cfr. B. De Falco, op. cit., p. 38; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. Valerio Pignatelli, «la primula rossa» fascista nell’Italia occupata (non firmato), art. cit., p. 3; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 248. Sulla missione speciale della principessa Pignatelli, e su tutti i protagonisti della vicenda (Paolo Poletti, Vittoria Odinzona, Nuvolari…), è interessante il documento proveniente dal National Archives di Washington: «Copy To Saints London and Washington-report A3 205-CP 001-PRINCIPE E PRINCIPESSA VALERIO PIGNATELLI, PAUL POLETTI E VITTORIA ODINZOVA» (Riferimento archivistico: National Archives Washington, USA, Record Group 226, Entry 174, Box 147, File 1124). Il documento, privo di intestazione, data e firma, appare essere la copia di ufficio di una nota dell’Oss. Si tratta effettivamente di una copia in carta carbone, riprodotta in un microfilm. Per la visione del documento, cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 157-159. 90 «Aiutata dal tenente Poletti, la principessa aveva già, nei mesi precedenti all’11 aprile 1944, tentato di attraversare il fronte, ma fu fermata dagli inglesi nella terra di nessuno, tra Vasto e Lanciano, sul fronte dell’VIII armata; la Pignatelli disse che stava raggiungendo i figli al Nord e gli inglesi finsero di crederle, riaccompagnandola a Napoli». Cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 62-63; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 365; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 248. 91 G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. V. Pignatelli, op. cit., pp. 34-35; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 365; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 63-64; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 151; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 365 e p. 368; cfr. B. De Falco, op. cit., p. 38; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 111; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2. 87 18 favore degli americani92, fornendo indicazioni gonfiate sulla consistenza e i programmi delle forze alleate93. Ciò fu possibile perché i coniugi Pignatelli, sistemati strategicamente in una villetta sulla collina di Monte di Dio, a Napoli, frequentavano intellettuali antifascisti, il mondo militare inglese e americano, le massime autorità del governo del re, il generale Wilson, i capi dei servizi segreti militari (l’Intelligence Service inglese; l’OSS94 americano; il SIM95 italiano), i vertici dell’amministrazione di occupazione (AMGOT96), il prefetto, i generali alleati, ottenendone preziose informazioni militari e politiche, utili per l’attività clandestina e per la RSI97. Apparivano, quindi, insospettabili agli occhi degli inglesi e americani; Valerio per le innumerevoli relazioni collegate con la sua vita negli Stati Uniti, per la sua amicizia con Alexander Kirk e innumerevoli diplomatici americani e inglesi; lei, per uguali relazioni, specialmente nell’establishmente britannico e fin quasi ai gradini del trono98. La De Seta era stata aiutata a passare le linee dal tenente Poletti, un infiltrato della X MAS presso l’OSS99, il servizio segreto americano, e dal sottotenente Nuvolari.100 A Roma si sarebbe incontrata con personalità militari tedesche e della RSI per informarli sull’attività del movimento fascista clandestino e per chiedere loro collaborazione101. La prima tappa fu il quartier generale del feldmaresciallo 92 G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 368; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 119-120; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 111; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 191. 93 G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 368; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 119-120; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 111; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 251. 94 L’«OSS», ovvero l’Office of Strategic Service, rappresentava l’intelligence americana, cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 103 e sgg.. 95 «SIM», Servizio Informazioni Militari badogliano. 96 «AMGOT», Allied Military Government of Occupied Territories, ovvero il Governo Militare Alleato nato il 1° maggio 1943. Per un approfondimento sulla natura e sulla strategia del governo militare alleato, cfr. H. Woller, op. cit., p. 48; cfr. A. Alosco, op. cit., p. 30; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 97 e sgg. 97 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 49; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 33; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 150; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 60-61; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 190. 98 D. Lembo, op. cit., p. 150; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 247; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 116. 99 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 63; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 192; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 248. 100 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., pp. 49-50; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 365; cfr. V. Pignatelli, op. cit., pp. 34-35; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 63; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 152; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 111; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 248. 101 G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., pp. 49-50; cfr. R. Ciuni, op. cit., pp. 365-366; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 63-64 e p. 327; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 154; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 111; cfr. V. Pignatelli, op. cit., pp. 3638; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 251. 19 Kesselring102, cui la Pignatelli avrebbe rivelato la dislocazione delle truppe alleate103. Alcune ricostruzioni avanzano, in modo peraltro ambiguo, dei dubbi sui reali scopi della missione al nord della donna, dubbi attribuiti allo stesso Kesselring e che riguardavano la possibilità che “la principessa potesse essere incaricata di una missione dalla famiglia reale, allora fra Napoli e Ravello”104. La principessa avrebbe incontrato a Roma anche il sottosegretario alla presidenza della RSI Barracu105, circostanza che risultò al processo contro Valerio Pignatelli svoltosi a Catanzaro tra la fine di aprile e l’inizio di maggio 1945 e che venne confermata anche da Luigi Filosa e da Nando Di Nardo106. Secondo altre ricostruzioni la principessa lasciò Roma e, oltre a Mussolini, incontrò al Nord anche Barracu107. Trasferita al Nord con un aereo tedesco, avrebbe incontrato il 16 aprile 1944 Mussolini presso la sua residenza sul lago di Garda108. Lo scopo del viaggio era soprattutto quello di prendere accordi per i futuri contatti tra la RSI e il movimento clandestino al Sud109 e di ricevere dal duce le istruzioni su come dovessero comportarsi le «Guardie ai Labari»110, l’organizzazione guidata dal principe Valerio Pignatelli111 e nata per promuovere la resistenza a oltranza alle spalle del nemico in caso di invasione112. La principessa, da parte sua, non solo avrebbe fornito ai comandi della RSI alcune importanti 102 G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 63; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 154; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 365; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 112; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 191; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 249. 103 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 63. 104 G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. R. Ciuni, op. cit., pp. 366-367; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 63; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 251-252. 105 G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 154; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 365; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 191; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 248. 106 G. Conti, op. cit., p. 961. 107 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 64. 108 D. Lembo, op. cit., p. 154; cfr. G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 112; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 191; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 249. 109 D. Lembo, op. cit., p. 152. 110 G. Pisanò, op. cit., p. 2. 111 G. Conti, op. cit., pp. 954-955; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 42, p. 112 e sgg.; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 9 e pp. 45-46; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 38-40, p 381 e sgg.; cfr. A. Cucco, op. cit., p. 117; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 38 e p. 49; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 20-21 e p. 27; cfr. B. De Falco, op. cit., p. 38; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 14; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 30 e sgg.; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. S. Bertoldi, op. cit., pp. 189-190; cfr. N. Gimigliano, op. cit.., p. 247 e sgg.; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 245-246; cfr. B. Spampanato, op. cit., p. 350. In questa tesi cfr. par. 1.1.2 dal titolo le «Guardie ai Labari». 112 B. De Falco, op. cit., p. 38. 20 notizie sulla consistenza dei nuclei fascisti al sud113, ma li avrebbe informati anche di un importante progetto, messo a punto dalla rete Pignatelli e mai attuato: “tra le notizie portate al nord, aveva quella dell’abitazione di Togliatti, quella dei programmi ipotizzati e il sogno dell’Operazione Croce”114. Pignatelli e i suoi avevano intenzione di prelevare Benedetto Croce, che in quel momento era a Sorrento, per trasportarlo nel nord Italia e fargli commemorare il filosofo Gentile ucciso dai partigiani115. Ma vi era un’altra operazione molto più importante: il nucleo fascista clandestino di Napoli stava preparando un colpo di mano su Ravello con un obiettivo di grande importanza politica, e, proprio, in quel periodo soggiornava a Ravello il Re 116. Durante l’incontro, tra Mussolini e la principessa Maria Pignatelli sembrerebbe – pur considerando che “su questo colloquio, fino a oggi, non è trapelato nulla, a eccezione di alcune supposizioni mai avallate da prove concrete”117 – che il duce abbia ribadito l’esclusione di ogni forma di guerriglia al Sud, motivandola con la necessità di evitare ogni forma di guerra civile in Italia118. Lo stesso Pignatelli dichiarò: “L’attenzione fu particolarmente paralizzata da un messaggio che Barracu trasmise agli universitari napoletani per indurli alla calma, onde evitare che nel Mezzogiorno d’Italia si spargesse inutilmente del sangue”119. Di Nardo sostenne che dal nord giunsero inviti alla moderazione, sia attraverso Maria De Seta, sia via radio, grazie ai codici che questa aveva stabilito con il nord120. La principessa aveva portato con sé, impresso nella memoria, anche un cifrario sulla base, in chiave nove, della poesiola «La vispa Teresa» e un codice da adoperare nella trasmissione per i prigionieri di guerra (Pignatelli era «Il 113 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 64. D. Lembo, op. cit., pp. 152-153; cfr. G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 248-249. 115 D. Lembo, op. cit., p. 153; cfr. G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 191; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 248-249. 116 D. Lembo, op. cit., p. 153; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 34. Secondo Nando Giardini, invece, l’azione su Ravello e il rapimento di Croce coincidevano: si stava infatti organizzando il sequestro del filosofo Benedetto Croce – che si trovava a Ravello – e che voleva rappresentare un vero e proprio atto di ritorsione per l’assassinio di Giovanni Gentile. Cfr. N. Giardini, op. cit., p. 117. 117 B. De Falco, op. cit., p. 38 ; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 366. 118 D. Lembo, op. cit., p. 154 e p. 190; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 64; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 50; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 50; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 118; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2. 119 D. Lembo, op. cit., p. 154; cfr. L. M. Perri, La centrale nera di Nicastro e Sambiase, cit., p. 19. 120 G. Conti, op. cit., p. 961. 114 21 cappellano», Barracu era «Ciccio», Mussolini «l’autocarro» e via di seguito)121. Secondo una ricostruzione fatta in seguito dalla stessa Pignatelli, Mussolini sarebbe stato invitato dalla moglie del principe a trasferirsi in Calabria allo scopo di consegnarsi agli Alleati122. Una proposta quasi incredibile, se non si conosce lo studio di Bartolo Gallitto123, secondo cui tutta la missione Pignatelli al nord sarebbe stata condotta in pieno e segreto accordo con gli Americani, in funzione anticomunista e antiinglese124. La principessa, prima di rientrare al Sud, come da accordi precedentemente presi, lanciò attraverso la radio nazionale un messaggio convenzionale al marito, nel quale si ripeteva «Bertuccia Maria, Vittoria Bertucci, Alba Mercoles»125, e che venne intercettato dal SIM. Il colonnello Trotta, nel ruolo della Pubblica Accusa al Processo degli 88, riteneva che il messaggio nascondesse ordini indirizzati ai cospiratori calabresi e che il principe, invece, disse essergli stati trasmessi per rassicurarlo126. La spiegazione data dal Pignatelli era stata abbastanza banale: i messaggi erano serviti a informarlo che i figli e la figlioccia, la russa Odinzsva127, sospettata come spia dei tedeschi, godevano di ottima salute128. Mussolini, secondo la testimonianza della principessa, diede, durante il loro incontro anche l’assenso alla costituzione di un’organizzazione femminile destinata a sopravvivere al fascismo storico, il MIF129, Movimento Italiano Femminile, fondato dalla Pignatelli nel 1946 con compiti di assistenza e di diffusione dei 121 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 50; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 152; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 64; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 119; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 248-250. 122 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., pp. 50-51. 123 B. Gallitto, Servizi segreti tra Nord e Sud, in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 48 e sgg. 124 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., pp. 50-51. 125 D. Lembo, op. cit., p. 154; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 366. 126 R. Ciuni, op. cit., p. 366. 127 Vittoria Odinzsva, era la vedova di Francesco De Seta, figlio della principessa Pignatelli, caduto in un incidente aereo nel 1943; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 327. 128 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 111-112; cfr. G. Conti, op. cit., p. 961; cfr. R. Ciuni, op. cit., pp. 366-367; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 65; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 112. 129 La principessa Maria Pignatelli, durante il primo congresso nazionale del MIF, tenutosi a Roma dal 3 al 5 gennaio 1950, illustrò come il MIF nacque nell’aprile del 1944 e dichiarò: «là ci fu detto che a quelle donne italiane che erano state sole a non tradire si sarebbe dato il più alto riconoscimento e intanto ci si dava il più alto dei compiti: tener viva la fiamma ed intorno ad essa riunire e collegare gli italiani non dimentichi a compiere atti di solidarietà, e fu detto: ritrovatevi nell’assistenza». Il MIF svolse un duplice compito: fornire assistenza morale, giuridica e materiale ai militanti della RSI, condannati dalle Corti di Assise Straordinarie (istituite con Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 142 del 22 aprile 1945) e incarcerati; dare aiuto ai latitanti, promuovendone l’espatrio o addirittura il cambio di identità. Cfr. B. de Falco, op. cit., pp. 38-39. 22 sentimenti fascisti130. In quegli stessi giorni venne istituito anche il SAF, Servizio Ausiliario Femminile della RSI, e ciò fa pensare che Mussolini intendesse costituire due movimenti simili per intendimenti, compiti e composizione, destinati il primo alle terre occupate, il secondo ai territori della RSI131. Al rientro da Roma la principessa fu arrestata a Napoli, insieme al marito, dagli inglesi che ne avevano seguito tutti gli spostamenti in territorio repubblicano132. “Di tutta l’avventura tra Roma e il Garda, due cose sono certe: alla partenza Maria Pignatelli aveva avuto il consenso dall’OSS; al rientro il SIM e l’Intelligence inglese la tenevano d’occhio”133 e proprio attraverso il tenente Nuvolari134, un’agente infiltrato dell’Intelligence Service, riuscirono a scoprire la vera identità della principessa, che aveva attraversato le linee sotto falso nome.135 Il tenente Poletti nel tentativo di salvare i principi finì per scoprire il suo gioco, venne arrestato, torturato e rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove morì il 19 maggio 1944136. I principi furono in un primo tempo detenuti nella villa De Falco sulle pendici del Vesuvio, nei pressi di Torre del Greco e poi trasferiti al CS, il controspionaggio italiano, in un ufficio capeggiato dal maggiore Pecorella dei CC.RR. (Carabinieri Reali), che già indagava sui fatti di Calabria, di Puglia e di Sicilia, ma che non riuscì a ottenere informazioni dai due coniugi137. Dopo l’occupazione di Roma, il principe venne trasferito prima a Regina Coeli, poi al campo di concentramento della Certosa di Padula destinato ai fascisti138 e solo il 19 marzo del 1945 inviato nel carcere di San Giovanni di Catanzaro, per essere 130 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 50. Sul MIF, Movimento Italiano Femminile, cfr. B. De Falco Micillo, Il Movimento Italiano Femminile Fede e Famiglia, «Roma», Terza Pagina, 12 maggio 1998, p. 10. 131 B. De Falco, op. cit., pp. 38-39; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 210. 132 G. Conti, op. cit., p. 961; B. De Falco, op. cit., p. 39; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 155; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 50; cfr. B. Spampanato, op. cit., pp. 350-351; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 35; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 117; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 64; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 191; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 249250. 133 R. Ciuni, op. cit., p. 367. 134 «Il ruolo di Nuvolari potrebbe essere valutato diversamente, in quanto sembrerebbe che i servizi segreti alleati abbiano avuto notizia dell’arrivo a Roma della Pignatelli direttamente da loro agenti operanti nella capitale o in territorio della RSI». Cfr. D. Lembo, op. cit., p. 156 e sgg. 135 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 50; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 35. 136 R. Ciuni, op. cit., p. 369; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 66. 137 D. Lembo, op. cit., p. 163; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 250-251. 138 G. Artieri, op. cit., p. 251. 23 processato dal Tribunale Militare, che lo avrebbe condannato a dodici anni di carcere, da scontare nel penitenziario dell’isola di Procida139. La principessa inizialmente reclusa alle Mantellate a Roma, venne in seguito trasferita alla Certosa di Padula; da qui fece tappa al campo di prigionia di Collescipoli (Terni) e, alla chiusura di questo, venne inviata a quello di Miramare (Rimini) dal quale fuggì per nascondersi in territorio Vaticano140. La latitanza della Pignatelli ebbe fine con l’entrata in vigore del Trattato di pace del 9 dicembre 1947141. La missione della principessa Pignatelli, ricca di lati oscuri, per essere compresa va inserita nella più ampia storia dei servizi segreti in Italia durante la Seconda Guerra mondiale. Dagli interrogatori eseguiti dai servizi inglesi emerse che i Pignatelli avevano infiltrato tre persone, tra cui il tenente Nuvolari, nelle formazioni alleate allo scopo di trarre informazioni e realizzare una rete anticomunista in grado di operare anche dopo la fine della guerra142. La principessa dichiarò nei suoi interrogatori che la missione al Nord sarebbe stata ideata per poter trattare con le autorità tedesche e con Barracu la liberazione del figlio, ma la tesi «familiare» non reggeva perché, in virtù dei contatti che i Pignatelli avevano presso tedeschi e fascisti, non era necessario andare di persona a perorare la causa dei figli, anche se due erano ricercati o detenuti dai tedeschi e l’altra si trovava presso una famiglia di informatori dell’OSS143. Valerio Pignatelli raccontò invece che il viaggio della moglie costituiva un tentativo per realizzare una sorta di fronte anticomunista, con fascisti e monarchici, d’accordo con Barracu, che stava operando in modo analogo al Nord; se la situazione fosse diventata pericolosa, Barracu avrebbe abbandonato il Nord e si sarebbe unito a Pignatelli, mentre Mussolini sarebbe uscito di scena per consentire a questa iniziativa di avere successo144. La prima parte della deposizione rivelava una strategia per il «dopo», non in termini di rivincita del fascismo quanto di azione anticomunista; la seconda parte non sembrava, invece, 139 D. Lembo, op. cit., p. 163; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 36 e sgg. Il principe Pignatelli venne successivamente trasferito da Procida al carcere militare di Napoli (Castel S. Elmo) per essere sottoposto a nuova istruttoria, come presunto capo delle organizzazioni politiche di Napoli, Sorrento e Castellamare di Stabia. Cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 40. 140 D. Lembo, op. cit., pp. 163-164; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 37 e sgg. 141 D. Lembo, op. cit., p. 164; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 40. 142 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 65. 143 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 66; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 248. 144 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 65. 24 credibile, in quanto se Mussolini e Barracu avessero voluto, avrebbero avuto più di un’occasione per impostare diversamente la conclusione della RSI145. Tanti sono, quindi, gli aspetti oscuri di questa vicenda. E’ indubbio che i Pignatelli fossero in contatto con l’OSS, dal quale traevano informazioni ma con il quale collaboravano ai fini di una precisa strategia politicomilitare: la costituzione di una rete di fascisti clandestini poteva, quando ormai la guerra era persa, avere soltanto uno scopo, quello cioè di attuare una fase organizzativa importante che preparasse le condizioni per la presenza di una forza operativa efficiente, nazionale e anticomunista, che sarebbe tornata utile una volta caduto il fascismo e finita la guerra146. E’ vero anche che risulta incredibile che la Pignatelli, moglie del responsabile del fascismo clandestino meridionale, al quale il SIM non aveva vietato di trasferirsi al Nord, potesse tranquillamente attraversare le linee, attesa dai tedeschi, e ritornare a Napoli con l’appoggio dell’OSS, dopo aver fornito informazioni politiche e militari al nemico147. Ancora più strano appare il fatto che i coniugi Pignatelli, dopo aver operato in favore della RSI e dei tedeschi, per cui vennero arrestati e sottoposti a duri interrogatori, abbiano ottenuto alla fine una condanna a pochi anni, siano stati amnistiati e lasciati liberi di operare politicamente, portando alla formazione del MSI148. Per dare un’interpretazione chiara e completa di questa vicenda piena di contraddizioni, occorre elaborare nuove ipotesi che tengano conto del dopoguerra e delle condizioni dell’Italia dopo la fine dell’occupazione alleata149. E’ possibile che la missione della principessa rientrasse in un disegno unico che comprendesse da un lato l’utilizzazione dei fascisti da parte dei settori più anticomunisti dell’OSS e dall’altro la persuasione, da parte fascista, di poter riavere in questo modo un ruolo decisivo nonostante la sconfitta militare150, ritenendo ormai finito il fascismo e interessati a ciò che sarebbe successo dopo, a un futuro che appariva non più in 145 Ibidem. Ivi, pp. 65-66. 147 Ivi, p. 67. 148 Secondo lo scrittore inglese Norman Lewis, Pignatelli sarebbe stato «utilizzato» dall’OSS per avere informazioni sull’esercito tedesco. Ciò dovrebbe giustificare la leggerezza della condanna assegnata a Pignatelli. Si dovrebbe a questo punto supporre che «l’intera attività clandestina non fosse altro che una copertura per l’azione spionistica americana nei confronti dei tedeschi». Cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 67. 149 Ibidem. 150 Ivi, p. 69. 146 25 termini di fascismo-antifascismo, ma piuttosto in termini di comunismoanticomunismo151. Tra i fascisti vi era, quindi, chi concordava con quella parte del movimento antifascista che temeva un sempre maggiore ruolo del Partito comunista, in grado di far saltare i fragili equilibri internazionali152. Perché tuttavia i servizi segreti americani non avvisarono l’intelligence inglese del viaggio della principessa Pignatelli? Perché i servizi segreti delle forze alleate operavano con modalità, tempi e intenzioni diverse e, quasi, contrapposte? Si dovrebbe allora supporre che da parte delle forze alleate vi fossero due strategie differenti sul dopoguerra italiano: da parte inglese vi era la convinzione che gli italiani fossero tutti fascisti e che quindi andassero puniti per la guerra (…); da parte americana – o, per meglio, dire da parte di uno dei settori dei servizi segreti americani – vi era forse il tentativo di affrontare il problema del dopoguerra valutando sia la forza che il PCI stava assumendo nell’Italia meridionale, sempre inferiore rispetto a quella che invece manifestava nell’ambito del movimento partigiano al Nord, sia le possibilità che l’Italia, in un ipotetico scontro tra le due superpotenze, potesse essere assicurata saldamente alla zona di influenza americana153. In campo fascista la sola ipotesi che il fascismo clandestino abbia in qualche modo collaborato con i servizi segreti americani, allora nemici, è stata sempre rifiutata; tuttavia dopo l’apertura agli studiosi degli archivi statunitensi sulla Seconda guerra mondiale e sui primi anni della Guerra fredda, il problema è stato riaffrontato con maggiore apertura154. 1.3 Servizi segreti tra Nord e Sud. Il passaggio della linea del fronte da parte della principessa presenta alcune zone d’ombra che, proprio per la loro scarsa chiarezza, sono di innegabile interesse. La donna venne accompagnata al fronte da due agenti dell’OSS americano, anche se uno di questi, secondo il Pignatelli, fece il doppio gioco155 e qui venne prelevata dai 151 Ivi, p. 68. Ibidem. 153 Ivi, pp. 67-68. 154 Ivi, p. 69. 155 D. Lembo, op. cit., p. 160. Da informazioni tratte dai servizi segreti inglesi emerge un’altra tesi: Poletti avrebbe accompagnato la principessa Pignatelli nel suo viaggio al Nord, perché interessato unicamente 152 26 tedeschi e trasferita presso il loro comando. Questo passaggio del fronte acquista l’aspetto di un passaggio di consegne, una sorta di collaborazione, tra due servizi segreti fra loro nemici156. Come è stato precedentemente detto, è interessante a riguardo la testimonianza di Bartolo Gallitto, che fece parte del «Gruppo Sabotatori Vega»157 della RSI, un reparto speciale dei servizi segreti della RSI destinato a svolgere sabotaggi o ricognizioni al di là delle linee nemiche158. Gallitto ha dichiarato: in tutta questa vicenda si sono verificate stranissime coincidenze che mi fanno tuttora riflettere (…) vi pare normale che un personaggio come Maria Pignatelli potesse essere accompagnata sulla linea di fuoco, al nord da un agente dell’OSS americano, poiché Poletti era un agente dell’OSS, anche se per conto della RSI, come sostiene Fatica? Ma l’OSS aveva come capo un certo James Angleton che era quell’ufficiale americano che andò a prelevare Borghese a Milano dopo la fine della guerra, sottraendolo alla giustizia partigiana, consegnandolo al sud alle Autorità Italiane159. Angleton era un esperto di italianistica, destinato a diventare uno dei capi della CIA, un anticomunista viscerale che durante tutto il periodo di occupazione dell’Italia si diede da fare per far sì che gli italiani si mobilitassero in tutti i campi per contrastare il comunismo160. Insomma, la principessa Pignatelli passa la linea del fuoco accompagnata da un agente dell’OSS; dall’altra parte, cosa incredibile, la stanno ad aspettare i tedeschi. Ma vi sembra normale? In tempo di guerra? A Roma viene accolta con tutti gli onori, accompagnata al comando supremo di Kesselring e da questi fatta accompagnare al Duce. Compiuta la sua missione viene riaccompagnata dai tedeschi sulla linea del fuoco ed accolta, dall’altra parte ancora da Poletti, agente dell’OSS, che la accompagna a casa. Come si può spiegare che tra Nord e Sud potessero verificarsi questi scambi? Ma c’è alla Odinzova, di cui era amante e non perché era un agente della X MAS infiltrato nell’OSS. Se fosse stato realmente così, Poletti avrebbe gestito da solo la situazione. Intervennero, invece, più personaggi legati all’OSS. Si trattava, quindi, di un’operazione complessa, che trova conferma probabilmente nella morte stessa di Poletti. Secondo la versione ufficiale, questi, «ammanettato e con evidenti segni di squilibrio a causa delle torture subite, rinchiuso in una cella imbottita, avrebbe tentato la fuga attraverso lo sportello per i pasti posto sulla porta della cella e si sarebbe scagliato, sempre ammanettato, contro le guardie che, giudicandolo pericoloso, avrebbero sparato uccidendolo (…) Tutto fa pensare che sia stato in realtà eliminato, perché poteva in futuro diventare un testimone scomodo». Cfr. D. Lembo, op. cit., p. 158; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 66. 156 D. Lembo, op. cit., p. 160. 157 Il gruppo Vega è sorto nell’ottobre 1944 su iniziativa di J. V. Borghese, cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 88 e sgg. 158 B. Gallitto, op. cit., p. 43. 159 B. Gallitto, op. cit., p. 45; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 93. 160 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 33. 27 qualcosa di più: gli inglesi, che evidentemente sul futuro dell’Italia avevano progetti diversi, scoperta la missione, chiedono la testa di Poletti il quale verrà, poi, ucciso nella maniera orrenda che tutti conosciamo.161 Ciò confermerebbe la presenza in Italia di una doppia e contrapposta strategia dei servizi segreti americani e inglesi, che rifletteva una doppia e differente strategia alleata sul dopoguerra italiano, dove a una rigida chiusura degli inglesi, si contrapponeva la maggiore apertura degli americani, nell’ottica di una futura e necessaria alleanza anticomunista162. Bartolo Gallitto nel ricostruire gli eventi di cui era stato protagonista, racconta di essere stato convocato a Roma, nel maggio 1944, dal maggiore tedesco von Thun in quanto era quello che indicava al gruppo «Vega» dei servizi segreti gli obiettivi da colpire, concordandoli prima con Borghese e Buttazzoni163. Il maggiore assegnò al Gallitto la seguente missione: andare al Sud e accertarsi dell’effettiva esistenza e della potenzialità di gruppi fascisti sorti spontaneamente dietro le linee per opporsi agli invasori anglo-americani e, in particolare, del raggruppamento con a capo Valerio Pignatelli, composto da vari nuclei che operavano in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia164. Con la missione al Sud Gallitto avrebbe dovuto personalmente verificare – in vista della vicina messa a punto di armi segrete, che avrebbero potuto portare a un capovolgimento di fronte e alla riconquista del Sud – che ci fosse una reale organizzazione capace di contrastare gli occupanti e agevolare le offensive tedesche165. Aveva anche il compito importante di sostenere l’azione dei fascisti al Sud, con l’obiettivo di alimentare il forte anticomunismo già presente nell’Italia Meridionale166. 161 B. Gallitto, op. cit., pp. 45-46; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 160-161. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 67. 163 B. Gallitto, op. cit., p. 43; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 70; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 171. 164 B. Gallitto, op. cit., pp. 43-44; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 70; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 171. 165 B. Gallitto, op. cit., p. 44; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 70; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 172. 166 Ibidem. Quando Gallitto arrivò a Napoli, la situazione per i clandestini era critica: questi prese contatto con alcuni dei capi rimasti, De Pascale e Calogero e si impegnò da subito per ricostruire l’organizzazione. Incominciò a visitare i gruppi in tutto il Meridione, in particolare in Sicilia, Puglia e Calabria. Nel dicembre ’44, inviò un collaboratore al Nord, Locatelli, per ricevere nuovi ordini. Uno degli agenti inviati a Sud con Locatelli, Carotenuto, consegnò al comando inglese del Field Security Service di Salerno cifrario e istruzioni in italiano: ciò permise agli inglesi di smantellare l’organizzazione posta in essere da Gallitto. Vennero tutti arrestati e processati a Napoli nel 1945. Cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 72-73; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 174-175. 162 28 L’elemento che sorprese maggiormente Gallitto fu l’ulteriore richiesta dell’ufficiale tedesco: compiuta la missione, avrebbe dovuto presentarsi all’autorità della Regia Marina a Taranto, chiedendo di essere riammesso in servizio167; aggiunse che sia Borghese sia la marina del Regno del Sud erano d’accordo con questa operazione168 visto che i vertici militari monarchici facevano parte di coloro che temevano più di tutti una possibile espansione comunista169. I servizi segreti della RSI erano dunque in contatto con la Marina Italiana del Sud; frequente era inoltre l’invio al Nord dall’Italia meridionale di ufficiali e agenti vari, il cui scopo era quello di cooperare con la Decima nelle azioni di contrasto anticomunista contro le forze titine per la difesa del fronte orientale170. In base alla testimonianza di Gallitto venne addirittura concordato uno sbarco del San Marco del Sud e degli NP171 del Sud, i quali, unitamente alla Decima avrebbero dovuto effettuare un’importante azione contro i comunisti di Tito: tutto fallì per il divieto degli inglesi172. In quella occasione venne anche coinvolta la Brigata Partigiana, non comunista, Osoppo, il cui Comandante si era dichiarato pronto a partecipare alle azioni contro i comunisti titini, insieme ai marinai italiani; l’intera Brigata venne sterminata dai partigiani comunisti, allorquando appresero del progetto173. C’era secondo Gallitto un filo conduttore che collegava tutti i servizi segreti che combattevano gli uni contro gli altri durante la guerra: la lotta al comunismo174. Da alcuni documenti catalogati al Washington National Record Center, sotto il titolo «10 Flottiglia MAS- Stay Behind Organization», a proposito dell’attenzione americana all’espansione comunista, sembrerebbe che i servizi segreti americani avessero riservato speciale attenzione agli organismi clandestini che sorgevano e si 167 B. Gallitto, op. cit., p. 46; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 70. «L’alto ufficiale che fece da tramite con Borghese in occasione della missione Gallitto al Sud, fu l’ammiraglio Calosi; quest’ultimo svolse un ruolo centrale nei contatti fra le due sponde della Decima, Nord e Sud, e nei rapporti fra Borghese e l’Oss americano». Cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 86. 169 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 70. 170 B. Gallitto, op. cit., p. 46; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 70. 171 Nuotatori Paracadutisti. 172 B. Gallitto, op. cit., p. 46; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 161-162; cfr. R. De Felice, Breve storia del fascismo, cit, pp. 115-116. 173 Ibidem. 174 B. Gallitto, op. cit., p. 47. 168 29 costituivano, man mano che il fronte risaliva verso il Nord175. Sottoposero a particolare osservazione gli organismi attivati dalla Decima176. Questi documenti, recentemente scoperti, documenterebbero difatti la nascita e le prime fasi di crescita di «GLADIO», la famosa formazione clandestina, che prese il nome dal gladio, l’insegna della Decima: tra i gladiatori catalogati dagli americani comparivano i nomi di Cucchiara, Mario Rossi, Vincenzo Lo Cascio, tutti appartenenti al gruppo «Vega»177. Gli stessi nominativi risultano presenti negli atti del Tribunale Militare di Napoli, unitamente a quelli di Gallitto, di Pignatelli, di Borghese, di De Pascale, di Di Nardo, di Locatelli; avrebbero dovuto raggiungere l’Italia meridionale per rafforzare l’organizzazione clandestina, in risposta all’operazione di ricognizione affidata a Gallitto e in accoglimento delle richieste della principessa Pignatelli178. Ciò non avvenne in quanto vennero denunciati al comando inglese e arrestati.179 1.4 Primi tentativi di resistenza nell’Italia «invasa» dagli anglo-americani. Il primo gruppo organizzato a essere scoperto, verso la metà di ottobre del 1943, fu quello di Trapani, «Il movimento fedelissimi del fascismo», che si era costituito il 27 luglio 1943, subito dopo lo sbarco degli alleati180. Quindici di essi furono arrestati e processati a Palermo da una corte alleata: avevano commesso reati punibili con la fucilazione, come detenzione di armi e sabotaggio181. Salvatore Bramonte, uno dei membri dell’organizzazione, fu condannato a morte, essendo 175 B. Gallitto, op. cit., pp. 46-47; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 73. B. Gallitto, op. cit., p. 47; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 73. La X MAS è una delle unità storiche della RSI, comandata da Junio Valerio Borghese. E’ nota per la scelta compiuta dopo l’8 settembre 1943: la X MAS divenne autonomamente alleata della Germania. Cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 83 e sgg. 177 B. Gallitto, op. cit., p. 47. 178 Ibidem. 179 Cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 73; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 174-175. 180 G. Conti, op. cit, p. 942; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 15; cfr. F. Tigani Sava, op. cit, pp. 7-8; cfr. D. Lembo, op.cit, p. 55; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 14; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 41 e p. 43; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 372; cfr. F. Fatica, Il fascismo clandestino 1943–1945, cit. 181 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943–1945, cit., p. 15; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 188. Tali delitti erano annoverati dal Proclama n. 1 e n. 2 dell’AMG, rispettivamente ai numeri 13-15, tra quelli punibili con la pena di morte. Cfr. G. Conti, op. cit, p. 942; cfr. D. Lembo, op. cit, pp. 54-55; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 27 e p. 33. In Fonti-Archivio Nando Giardini (A.N.G.), Proclama n. 1 del «Governo Militare Alleato nel territorio dell’Italia occupata», a firma del generale Alexander, Comandante delle Forze Armate Alleate In Italia, e rivolto al popolo italiano. 176 30 stato riconosciuto colpevole dalla Corte militare alleata di sabotaggio alle comunicazioni fra Vittoria e Gela e di possesso di una pistola182, condanna poi tramutata in venti anni di galera. Una pena molto grave toccò anche a Cataldo Grammatico che ebbe 19 anni di reclusione; tutti gli altri ottennero da 1 a 7 anni183. Gli anglo-americani con la loro sentenza non intendevano punire presumibilmente tanto l’attività del gruppo per il suo carattere politico, quanto per la sua pericolosità reale o presunta, per la sicurezza e per l’incolumità delle Forze armate alleate. Infine, non è da escludere che da parte alleata si volesse attribuire un valore esemplare alla sentenza al fine di scoraggiare iniziative analoghe184. Questa sentenza, secondo alcune ricostruzioni, evidenzierebbe la differenza tra il comportamento intransigente dei tedeschi e quello degli anglo-americani nei confronti della lotta clandestina: gli alleati evitarono di creare vittime nelle zone occupate, arrivando più tardi a trasferire sui Tribunali Militari Territoriali badogliani la responsabilità di giudicare e condannare quei fascisti clandestini che venivano scoperti, sfuggendo così alle imprevedibili e variegate reazioni popolari185. Diverso fu però l’atteggiamento alleato verso i sabotatori dei «Servizi Speciali» della RSI; tutti quelli catturati, eccetto i minorenni, furono fucilati, spesso dopo atroci torture186. In Sardegna il 25 luglio fu vissuto dai fascisti senza grandi reazioni: la massiccia presenza militare, l’assenza di scontri, che invece caratterizzarono la Sicilia, la modesta presenza di soldati alleati, comunque giunti dopo l’8 settembre, avevano impedito una forte reazione all’invasione alleata187. In Sardegna il primo episodio di resistenza fascista si verificò sul finire del 1943, il 3 dicembre, quando all’altezza dell’isola di Santo Stefano nei pressi della Maddalena, a bordo di un MAS, con il quale stava dirigendosi verso Orbetello per raggiungere Roma, venne 182 G. Conti, op. cit, p. 942; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 15; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 55; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 43; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 188. 183 G. Conti, op. cit, pp. 942-943; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 43; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 188. 184 G. Conti, op. cit, p. 943. 185 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., pp. 15-16. 186 Ivi, p. 16. 187 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 50. 31 arrestato dai Carabinieri il Console generale della Milizia Giovanni Martini188. I documenti trovati addosso al console della MVSN provavano l’esistenza di una vera e propria organizzazione clandestina della quale il Martini risultò essere il principale animatore: questi era infatti in possesso di un verbale della seduta del 18 settembre, sottoscritto da 15 firme, durante la quale si costituiva in Sardegna il Partito fascista repubblicano189. L’8 dicembre vennero arrestati i 15 firmatari del verbale190. Il processo si tenne a Oristano nel novembre del 1944: gli imputati, dinanzi al Tribunale Territoriale della Sardegna191, furono accusati di «cospirazione politica mediante associazione per alto tradimento», di «delitto di associazione antinazionale», di «concorso nel delitto di aiuto al nemico», di «abbandono del corpo per combattere contro lo Stato» (per gli imputati militari) e di «concorso nel delitto di alto tradimento»192. L’esito del processo, conclusosi il 17 novembre 1944, vide cadere poi le accuse più gravi e si concluse con l’assoluzione di 13 dei 19 componenti; i restanti furono condannati a pene tra i cinque e i dieci anni, notevolmente inferiori a quelle prescritte, ovvero per «accordo per l’abbandono del corpo allo scopo di combattere contro lo Stato» e per «concorso in istigazione a commettere reati militari»193. Dei 19 componenti dell’organizzazione clandestina scoperta, 7 erano civili e ben 12 militari: la presenza massiccia di militari nel fascismo clandestino in Sardegna fu una costante confermata da molti episodi simili che si verificarono nella primavera del 1944194. La presenza militare era garantita anche da ex gerarchi scontenti, come nel caso del «Comitato regionale fascista» scoperto a Sassari nel mese di marzo195. Il 188 G. Conti, op. cit, p. 943; cfr. F. Tigani Sava, op. cit, p. 8; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 83; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 51; cfr. F. Fatica, Il fascismo clandestino in Sardegna, cit., p. 10; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 188; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 241-242. 189 Era in possesso anche di una lettera del Comitato del partito fascista repubblicano sardo diretta al segretario del Partito stesso in Roma, con la quale si delegava il console generale Martini quale rappresentante del fascismo sardo presso gli organi centrali, e di un cifrario segreto per giornale, radio e appunti vari. Cfr. G. Conti, op. cit, p. 944; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 51. 190 S. Bertoldi, op. cit., p. 188. 191 G. Conti, op. cit, p. 944; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 51. 192 Ibidem. 193 G. Conti, op. cit., pp. 944-945; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 51. 194 G. Conti, op. cit., p. 945; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 50. 195 I giovani fascisti appartenenti al gruppo avevano creato, nel mese di febbraio, un giornaletto clandestino, «La voce dei giovani», che faceva propaganda a favore del regime, inneggiando alla lotta contro gli alleati e alla ribellione contro il re e il governo Badoglio. La polizia aveva inoltre scoperto durante gli arresti una relazione sulla situazione della Sardegna del marzo ’44 – con informazioni sull’organizzazione dei gruppi fascisti repubblicani – diretta a Pavolini e un cifrario segreto. Questo portò 32 gruppo tentò infatti di entrare in relazione con il fascismo repubblicano, inviando in continente un emissario, un certo Giuseppe Putzu: questi, il 21 marzo 1944, sorpreso a bordo di una barca in alto mare insieme ad altri 10 individui – in tutto 4 militari e 7 civili – dichiarò, in accordo con tutti gli altri, di essere diretto a Napoli, ma non fu creduto, e dal suo arresto, la polizia risalì all’intera organizzazione196. Il 22 marzo vennero arrestati altri otto militari, considerati il vertice del Comitato regionale fascista: il 29 agosto il Tribunale militare della Sardegna ridimensionò molte delle accuse, le quali avrebbero, come in tutti gli altri processi che vedranno come imputati militanti della resistenza fascista, comportato la pena capitale197. I tentativi di raggiungere l’Italia fascista proseguirono nei mesi successivi: talvolta si trattava di episodi ingenui, destinati facilmente al fallimento e, forse, aventi come unico scopo la fuga; altre volte invece erano iniziative più consistenti per impegno organizzativo e più decisive per gli scopi politici prefissati198: è il caso di Cagliari, dove si formò un gruppo clandestino costituito da ufficiali della milizia, dei vigili del fuoco e dell’esercito, che aveva la base operativa nella caserma dei vigili del fuoco199. Secondo le forze di polizia, non munite però di prove, attraverso la radio rice-trasmittente del corpo dei VV.FF., il gruppo avrebbe mantenuto, dal dicembre 1943, contatti con il territorio della RSI200. Oltre che a Cagliari, la polizia segnalava una rinascita della propaganda fascista anche a Carbonia, Guspini, Sanluri, San Gavino Monreale e Iglesias201. a pensare che esistessero contatti con la RSI. Cfr. G. Conti, op. cit., p. 945; cfr. F. Tigani Sava, op. cit, p. 9; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 51; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 85; cfr. F. Fatica, Il fascismo clandestino in Sardegna, cit., p. 10; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 188. 196 G. Conti, op. cit., p. 945; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 51; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 85. 197 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 52. 198 G. Conti, op. cit., p. 946. 199 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 54; cfr. G. Conti, op. cit., pp. 946-947; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 86-87; cfr. F. Fatica, Il fascismo clandestino in Sardegna, cit., p. 10; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 188. 200 L’organizzazione studiò un piano per raggiungere con un mezzo navale un porto nella RSI e il tentativo ebbe luogo nel febbraio 1944, ma un guasto al motore impose il rientro; ad aprile la spedizione fu ritentata e tutti i componenti furono arrestati dalla polizia, che teneva sotto controllo il gruppo. Cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 54; cfr. G. Conti, op. cit., pp. 946-947; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 86-87. 201 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 54; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 86. 33 A Nuoro era attivo un gruppo di resistenti di cui Bruno Bagedda, giovane ufficiale dei guastatori, era uno dei principali esponenti202. Questo nucleo clandestino svolse attività di spionaggio e di informazione a favore del governo di Salò, con cui comunicavano attraverso una radio rice-trasmittente, in particolare con Barracu, sottosegretario alla presidenza del Consiglio203. Ciò rese possibile il lancio nel nuorese di agenti della RSI, tra questi padre Luciano Usai, fondatore del battaglione «etnico» G.M. Angioy, formato unicamente da sardi, che combattè per la RSI: in pieno accordo con Barracu, padre Usai aveva il compito di suscitare la ribellione dell’isola204. L’elemento più interessante del fascismo clandestino sardo, che lo differenzia profondamente da quello siciliano, consiste nella massiccia presenza dei militari fra i protagonisti degli episodi citati205. Nel marzo e aprile 1944 le forze di polizia sottolineavano infatti che giornali clandestini del gruppo Sassari, come «Resurgo» e «Manganello», circolavano soprattutto in ambienti militari206. L’operazione effettuata da Badoglio – l’incorporazione della Milizia nelle file dell’Esercito207, all’indomani del 25 luglio 1943 – avrebbe secondo alcuni storici provocato la creazione di “considerevoli nuclei di filo fascisti nelle truppe italiane”208. In tal modo si spiegherebbe l’ampiezza del fenomeno, che non era limitato alla Sardegna ma diffuso in tutto il continente, dove si manifestava in modo meno appariscente, ma ugualmente indicativo di uno stato di grave malcontento per le condizioni delle Forze armate209. Episodi che allarmarono lo stesso Badoglio fino a spingerlo a proibire la circolazione di materiale inneggiante al passato regime tra 202 Dopo l’8 settembre fu coinvolto nella diserzione di uno dei battaglioni della divisione Nembo, quello comandato dal maggiore Rittazzi, che intendeva lasciare la Sardegna per raggiungere la Corsica e di lì rendersi disponibile nelle forze armate della RSI. Il progetto di Bagedda di unirsi al battaglione, non riuscì e fu costretto a rimanere in Sardegna dove si impegnò nella creazione di gruppi clandestini fascisti e collaborò con i gruppi sassaresi. Cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 54; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 87. 203 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 54. 204 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 54; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 88 e pp. 91-93. 205 G. Conti, op. cit., p. 947; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 50; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 189; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 243. 206 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 52; cfr. G. Conti, op. cit., p. 948; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 189; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 243. 207 G. Conti, op. cit., p. 947; cfr. H. Woller, op. cit., p. 31; cfr. E. Aga Rossi, op. cit., p. 68; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 243. 208 G. Conti, op. cit., pp. 947-948; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 189. 209 Ibidem. 34 le forze armate210. Vi è un altro aspetto che differenzia il fenomeno sardo rispetto a quello siciliano: il movimento sardo era meno popolare e più di élite rispetto a quello della Sicilia, perché costituito non solo da militari, ma anche da ex dirigenti del disciolto PNF, da dirigenti dei GUF211, pubblici funzionari, magistrati e giovani laureati212. In Sicilia l’attività clandestina si concretizzava invece prevalentemente sotto forma di scritte e diffusione di volantini213 e ciò dipendeva dalla diversa composizione del movimento, costituito prevalentemente da studenti, e non come per la Sardegna da ex gerarchi e militari214. I temi della propaganda erano quelli direttamente ispirati dalla politica della RSI: il tradimento del re e di Badoglio; la necessità di tener fede a ogni costo alla parola data e agli impegni contratti con gli alleati; l’esaltazione delle forze tedesche, che si riteneva possedessero armi segrete capaci di mettere fine alla guerra; l’ostilità contro gli invasori anglo-americani, che avevano spinto gli italiani alla lotta fratricida215. Le forze di polizia non sembravano tuttavia eccessivamente preoccupate da questi episodi, forse perché ne erano protagonisti in prevalenza giovani e studenti, ritenuti poco pericolosi216. La sottovalutazione del fenomeno si rivelò una scelta sbagliata in quanto le condizioni di vita disastrose in cui versava l’isola nel 1944 ne facevano una polveriera pronta a esplodere – come effettivamente avvenne nell’inverno 1944-1945 – e la propaganda fascista non avrebbe avuto difficoltà, facendo forza sul malcontento popolare, a dare vita a una sorta di «fascismo di protesta»217. Per il momento nascevano movimenti alquanto ambigui, la cui vera natura veniva tenuta nascosta per conquistare il maggior numero di aderenti possibile attorno a programmi genericamente ispirati all’unità del paese, alla necessità di non operare discriminazioni di alcun genere nel 210 F. Tigani Sava, op. cit, p. 9. «GUF», Gruppi universitari fascisti. 212 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 53. 213 T. Sagripanti, I moti “Non si parte”, Le insorgenze siciliane del dicembre 1944-febbraio 1945, in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 71. 214 G. Conti, op. cit, p. 949; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 43. 215 G. Conti, op. cit, p. 949. 216 Ivi, p. 951. 217 Ibidem. 211 35 reclutamento degli aderenti stessi, rimanendo quello giovanile-studentesco l’ambiente preferito218. Tra febbraio e marzo 1944 a Catania si tentò di fondare un «Movimento giovanile di rinascita nazionale», ma il progetto fallì quando gli studenti antifascisti si resero conto che il suo programma era ispirato all’ideologia del fascismo repubblicano219. A Barcellona Pozzo Di Gotto, sempre nella primavera del 1944, venne costituito un Circolo sportivo rapidamente chiuso perché sospettato di svolgere attività fascista clandestina220. Non sempre però fu così immediata e semplice l’identificazione di un movimento e delle sue reali intenzioni: è il caso del MUI, Movimento Unitario Italiano, nato a Catania alla fine del 1943221, un’organizzazione a forti tinte fasciste ma che, nel tentativo di proteggere la propria vera natura e i propri obiettivi, si ispirava a ideali patriottici di unità, fratellanza e ad ambigue forme di decentramento amministrativo222. Anche nelle altre regioni del sud Italia il fascismo si andava riorganizzando in forma clandestina, soprattutto in Calabria e in Campania, dove si cercò di realizzare un progetto ambizioso: unificare l’intero movimento fascista clandestino, sotto la guida del già citato principe Valerio Pignatelli di Cerchiara223. Carlo Scorza, ultimo segretario del PNF, lo aveva incaricato di dare vita “ad una organizzazione di volontari i quali dovevano agire alle spalle degli invasori, rendendo loro la vita difficile con un’azione di guerriglia”224. Sopraggiunto il 25 luglio venne messa da parte l’idea stessa di creare formazioni armate clandestine; di questo parere non era però Pignatelli che, nel periodo compreso fra il settembre 1943 e l’aprile 1944, 218 Ivi, p. 952. G. Conti, op. cit., p. 952; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 43. 220 G. Conti, op. cit., p. 952; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 44. 221 G. Conti, op. cit., p. 952; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 64; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 44; cfr. F. Fatica, La Repubblica di Comiso, cit., p. 11; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 189; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 244. 222 F. Tigani Sava, op. cit, p. 9; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 189; cfr. F. Fatica, La Repubblica di Comiso, cit., p. 11. 223 A. Cucco, op. cit., pp. 117-118; cfr. G. Conti, op. cit., pp. 954-955; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud (1943-1945), cit., p. 38; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 39-40, p. 381 e sgg.; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 27; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 42, p. 112 e sgg.; cfr. B. De Falco, op. cit., p. 38; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., pp. 45-46; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 14; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 355 e sgg.; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 30 e sgg.; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. S. Bertoldi, op. cit., pp. 189190; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 244-246; cfr. B. Spampanato, op. cit., p. 350; cfr. Valerio Pignatelli, «la primula rossa» fascista nell’Italia occupata (non firmato), art. cit., p. 2 e sgg.; cfr. N. Gimigliano, op. cit., p. 247 e sgg. 224 G. Conti, op. cit, p. 954; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 14 219 36 operò attivamente per creare nuclei di resistenza contro gli anglo-americani225. A tale scopo egli si spostò spesso fra Napoli e la Calabria, “dandosi da fare a organizzare e collegare le forze utili che si manifestavano sfruttabili”226. La rete fascista creata a Sud da Pignatelli non si limitò solo a svolgere azioni di sabotaggio o manifestazioni di protesta, ma fu chiamata anche a fungere da base per le informazioni militari e politiche da inviare al Nord: i contatti con i servizi informativi della RSI avvenivano via radio ma anche, dalla primavera del 1944, attraverso agenti altamente specializzati paracadutati nei territori oltre la linea del fronte227. Si trattava di giovani e giovanissimi reclutati dalla GNR228 tra le ausiliarie del Servizio ausiliario femminile (SAF) e le Fiamme bianche, reparti di minorenni che non venivano utilizzati in combattimento, oppure scelti nei corpi speciali della X MAS, i Nuotatori Paracadutisti (NP) o nell’appositamente costituito gruppo Vega229. In Calabria Pignatelli poteva contare sull’avvocato Luigi Filosa, intorno al quale ruotarono di fatto le decine di fascisti, vecchi e giovani, che ebbero a che fare col movimento fascista clandestino che operò a Catanzaro e Cosenza fino all’aprile del 1944, quando fu stroncato dalle forze di polizia230. I membri dell’organizzazione vennero tutti arrestati e nella primavera del 1945 sottoposti a giudizio nel noto – per il numero degli imputati – «Processo degli 88»231 celebratosi a Catanzaro. E’ probabile che a far precipitare le sorti del fascismo calabrese abbia contribuito la cattura del gruppo Pignatelli a Napoli232. Il principe si era lì trasferito verso la metà di dicembre del 1943, dopo aver ricevuto via radio, con un cifrario precedentemente concordato con Barracu, l’ordine di spostarsi in Campania, per 225 G. Conti, op. cit., p. 955. G. Conti, op. cit, p. 955; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 122; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 246. 227 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 42 e sgg. Secondo Pisanò la resistenza fascista contro gli anglo-americani venne effettuata da due organizzazioni separate: quella clandestina, formata da fascisti residenti nelle province dell’Italia centro-meridionale; e quella composta da agenti dei «servizi speciali per l’oltre linea», presente al Nord. Cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2. 228 «GNR», Guardia Nazionale Repubblicana. 229 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 42. 230 G. Conti, op. cit., p. 955; cfr. B. Spampanato, op. cit., p. 350; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 122; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 56; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 108-110; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 190; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 246. 231 G. Conti, op. cit., p. 955; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 14; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 41 e p. 59; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252. 232 G. Conti, op. cit., p. 960. 226 37 seguire meglio le operazioni degli eserciti alleati233. Qui il principe entrò in contatto col colonnello Luigi Guarino, Nando Di Nardo e Antonio De Pascale234 che svolgevano un’attività di propaganda e raccoglievano notizie e informazioni di natura militare in varie zone attorno al capoluogo235. In Campania i gruppi più attivi furono i fascisti di Castellamare di Stabia e Sorrento236. Malgrado gli espliciti ordini del duce, a Napoli furono effettuate vere e proprie azioni di sabotaggio nei confronti delle truppe anglo-americane237; nel corso delle famose «quattro giornate», dal 27 al 30 settembre 1943, i fascisti della ricostituita Milizia tentarono di opporsi con le armi ai napoletani che sparavano contro i tedeschi238. Per rafforzare il gruppo e avere ordini più precisi, il principe Pignatelli aveva cercato a più riprese di stabilire contatti con la RSI; proprio il viaggio effettuato da Maria De Seta239, nell’aprile del 1944, si rivelò fatale per il gruppo. Come detto al suo ritorno dal Nord venne arrestata insieme al marito240. Alla metà di giugno fu catturato anche Nando Di Nardo241, che il principe aveva designato come suo successore alla guida del movimento clandestino fascista242. La direzione dell’organizzazione passò a De Pascale243, come preordinato dal principe Pignatelli, ma venne anch’egli arrestato, per essere poi liberato qualche giorno dopo244. 233 F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 47; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 33; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 56; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 148. 234 D. Lembo, op. cit, p. 149; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 122; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 61. 235 G. Conti, op. cit, p. 960; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 61. 236 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 61; cfr. B. Spampanato, op. cit., p. 350. 237 D. Lembo, op. cit., p. 193. 238 D. Lembo, op. cit., p. 195; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 23 e sgg.; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 176 e sgg.; cfr. F. Fatica, I franchi tiratori a Napoli, «Il Cerchio», Lettere, 10/11, aprile/maggio 1997. 239 G. Conti, op. cit, p. 961; cfr. V. Pignatelli, op. cit., pp. 34-35; cfr. B. Spampanato, op. cit., p. 350; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 62; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 151; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 365; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 49; cfr. B. De Falco, op. cit., p. 38; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2. 240 G. Conti, op. cit., p. 961. 241 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 61; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 36; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 357; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 247 e p. 251. 242 G. Conti, op. cit, p. 961; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 164; cfr. V. Pignatelli, op. cit., pp. 35-36; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 357; cfr. G. Pisanò, op. cit., p. 2; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 251. 243 De Pascale, quando era alla guida dell’organizzazione clandestina a Napoli, ricevette da Salvatore Giuliano, nell’autunno 1944, una proposta inaspettata: questi era disposto ad appoggiare la causa del movimento clandestino fascista, anche con aiuti in denaro. Giuliano sapeva che la rete Pignatelli aveva ramificazioni anche in Sicilia, e cercava nuove alleanze per il suo movimento. Bisogna, però, chiedersi se il capo banda siciliano tentasse di instaurare un contatto con i fascisti per proprio conto oppure per volontà del movimento separatista. De Pascale rifiutò la proposta in quanto le due organizzazioni, quella fascista e quella separatista, erano ideologicamente incompatibili tra di loro. Un rifiuto che derivava 38 1.5 Il fascismo clandestino dopo la caduta di Roma. Il fascismo clandestino e l’atteggiamento della RSI nei suoi confronti subirono un decisivo mutamento a seguito della caduta di Roma, nel giugno 1944245. Tra giugno e settembre l’avanzata alleata costrinse i tedeschi alla ritirata e ad attestarsi sulla «Linea Gotica», che nel mese di ottobre attraversava gli Appennini dal Tirreno all’Adriatico, avendo i punti estremi tra Lucca e Massa da una parte e tra Forlì e Ravenna dall’altra246. La caduta di Roma rappresentò un avvenimento determinante nella vita della RSI, a causa delle «ripercussioni psicologiche» che ebbe nell’opinione pubblica e delle quali le autorità di Salò furono da subito consapevoli247. Mussolini nel Messaggio agli Italiani del 4 giugno 1944 dichiarava: A voi fratelli del Mezzogiorno d’Italia, che già da più mesi soffrite sotto la crudele e ingiuriosa oppressione angloamericana, diciamo: operate con ogni mezzo per rendere sempre più difficile e precaria la vita dell’invasore248. Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano, tentò a sua volta di porre rimedio alle conseguenze negative prodotte tra i fascisti dalla capitolazione di Roma, “invitando gli stessi a stringersi con maggiore forza intorno al partito”249. La RSI già prima della caduta della capitale attraversava una fase complessa ed estremamente delicata. In primo luogo tra il gennaio e il marzo 1944, falliva il progetto della Costituente250, cui Mussolini teneva particolarmente. Il duce anche dalla «posizione istituzionalmente unitaria dei fascisti, incompatibile con i progetti separatisti degli uomini di Giuliano». Secondo alcuni studiosi i rapporti tra fascisti e separatisti, tra il ’43 e il ’45, «fanno da sfondo alla strategia della tensione creata dall’OSS, che si serviva dei fascisti clandestini e dei separatisti, in chiave anticomunista». L’azione indipendentistica di Giuliano e della sua banda sarebbe, in base a questa tesi, una sorta di copertura per portare avanti un’azione che contrasti il dilagare del comunismo. Cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 166-167; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 72. Per ulteriori notizie sul movimento clandestino fascista e i suoi protagonisti, cfr. F. Fatica, Intervista ad Antonio de Pascale, «Il tempo», Anno LIII/ N.144, Domenica, 26 maggio 1996. 244 D. Lembo, op. cit., p. 164. 245 G. Conti, op. cit., p. 972; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 42. 246 G. Conti, op. cit., p. 973; cfr. R. Ciuni, op. cit., pp. 431-432. 247 G. Conti, op. cit., p. 972. 248 G. Conti, op. cit., p. 972; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., pp. 52-53. 249 G. Conti, op. cit., p. 972. 250 «La rinuncia a tale operazione nasceva sia dall’indisponibilità dell’alleato germanico a fare rientrare la democrazia parlamentare sia dall’alto tasso di rissosità e di contrasto tra le varie anime del fascismo repubblicano, incapaci di trovare un punto d’accordo». Cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della 39 amareggiato e deluso dai conflitti interni alla RSI251, abbandonò l’idea della Costituente, “alla quale attribuiva la funzione di dare un significato «storico» alla propria presenza nella politica dopo il 25 luglio, in termini di continuità con lo Stato nazionale”252. In secondo luogo non riusciva, nel gennaio 1944, l’operazione voluta da Mussolini di sostituire Pavolini con Fulvio Balisti al vertice del PFR e ciò a causa sia del minor potere di Balisti sia per il sostegno che l’ex ministro della Cultura Popolare aveva da parte dei tedeschi253. Pavolini254 consolidò la sua posizione e rafforzò la propria linea politica diventando il vero punto di riferimento della base fascista repubblicana, “realizzando quel primato del partito che era stato a lungo osteggiato da Mussolini, sempre contrario a ogni estensione dei poteri del partito ai danni dello Stato”255. In particolare con riguardo al ruolo della RSI nella diffusione del movimento fascista clandestino nel Sud Italia, a un Mussolini contrario ad azioni di guerriglia al sud, subentrarono Pavolini e il partito, decisi a sostenere un’effettiva politica della RSI per l’Italia meridionale256. Gli avvenimenti militari modificarono ulteriormente le condizioni in cui si trovavano a operare i gruppi fascisti clandestini. Prima della caduta di Roma, l’attività clandestina nell’Italia meridionale aveva avuto per protagonisti elementi «indigeni», i quali, ora associati in gruppi più o meno ampi, ora operanti individualmente, avevano agito in forma spontanea, almeno inizialmente, salvo poi ricercare con maggiore o minore successo, l’avallo della RSI alla loro attività257. Lo spostamento del fronte verso il nord consentì di lasciare nei centri evacuati un numero considerevole di elementi scelti, ben addestrati e armati, che avrebbero RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 53; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 96; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 413 e sgg. 251 Accesi dibattiti e dure polemiche scoppiarono tra le varie «anime» del fascismo durante i lavori del congresso del Partito fascista repubblicano apertosi il 14 novembre 1943 al Castelvecchio di Verona. Cfr. R. De Felice, Breve storia del fascismo, cit., pp. 116-117; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 395 e sgg. 252 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 53; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 415 e sgg. 253 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., pp. 53-54; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 544 e sgg.; cfr. R. De Felice, Breve storia del fascismo, cit., p. 118. 254 Per un approfondimento sulla vita e sul ruolo politico di Alessandro Pavolini, cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., pp. 345-353. 255 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 54 e p. 58; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 14 e p. 18; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., pp. 353-355. 256 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud , cit., p. 54. 257 G. Conti, op. cit., p. 973; cfr. A. Mammone, op. cit., pp. 13-14. 40 potuto svolgere una duplice azione clandestina: gli agenti rimasti al fronte sarebbero stati in grado di prendere decisioni in forma autonoma senza dover ricorrere in continuazione all’aiuto del nord; mentre gli agenti inviati al sud avrebbero avuto dei punti di riferimento precisi e fidati sui quali fare affidamento258. L’attività del fascismo clandestino subiva quindi una profonda modifica, in quanto la sua originaria natura autonoma veniva meno o si attenuava notevolmente259. Un ruolo fondamentale nello stabilire le caratteristiche del «nuovo corso» del fascismo clandestino è svolto dal segretario del PFR , Alessandro Pavolini: a lui si deve per intero la responsabilità della realizzazione di sacche di resistenza organizzata, attraverso la mobilitazione degli elementi più sicuri politicamente, in tutte le città dell’Italia centrale dove fu possibile attuarlo, a cominciare da Roma, dove il piano di organizzazione clandestina, peraltro ancora allo stato embrionale e confuso, per mancanza di mezzi, di precise direttive e di tempo, fu applicato dal federale Pasqualucci al momento dell’abbandono della capitale alla vigilia del giugno 1944260. Pavolini, nel cercare di correggere le carenze dell’esperienza romana, in una circolare datata 11 giugno indirizzata ai «Commissari Federali e per conoscenza ai delegati regionali e ai Capi Provincia», emetteva le disposizioni da seguire in caso di invasione o sgombro delle province261, sottolineando “la necessità di fare uno sforzo maggiore per un’attività militare-informativa”262. Il segretario del PFR premeva sulla necessità di realizzare una rete militare-informativa263: oltre alla designazione di un «federale segreto» per le zone occupate, Pavolini delineò le caratteristiche e le tipologie dei fascisti presenti nelle zone «a rischio»264. La prima categoria era quella di coloro i quali 258 G. Conti, op. cit., pp. 973-974. G. Conti, op. cit., pp. 973-974; cfr. A. Mammone, op. cit., p. 13. 260 G. Conti, op. cit., p. 974. 261 Ivi, p. 975. 262 Ibidem. 263 I tedeschi decisero contemporaneamente di ampliare soprattutto a Roma la rete di informatori e sabotatori, presenti in forma ridotta, nell’Italia centro-meridionale. Le loro azioni erano direttamente coordinate dal Comando supremo germanico. Ai Servizi Speciali – che avevano le loro basi nel territorio della RSI – prendevano parte tutti gli organismi militari, ovvero la GNR, la X MAS, le FAR, le Forze armate repubblicane, le SS, l’Aviazione germanica. Cfr. G. Conti, op. cit., pp. 978-979. 264 G. Conti, op. cit., p. 975; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 55; 259 41 per essere particolarmente conosciuti, o comunque perché volontariamente scelgono di trasferirsi al nord, rimarranno sul posto fino all’ultimo momento265; la seconda era quella della massa dei fascisti meno noti o che comunque vogliono e debbono restare in provincia, proponendosi di mimetizzarsi con l’ambiente eventualmente anche attraverso provvisorio spostamento di domicilio locale ecc... Tali fascisti debbono avere la consegna di alimentare localmente un fascismo clandestino, simile nelle sue estrinsecazioni a quella che è l’attività dei partiti clandestini nostri avversari o comunque dei nostri oppositori in genere nelle province da noi controllate266. Pavolini pensò anche a una vera e propria attività di guerriglia, costituendo il terzo gruppo, simile in tutto al movimento partigiano267, ovvero nuclei di attivisti, elementi scelti e particolarmente idonei, che accettino di costituire bande, di dare vita a un ribellismo fascista od anche, in accordo con le autorità germaniche, si mettano a disposizione per attentati terroristici, radio clandestine ecc..268. Nell’impostazione data dal segretario al problema, “il momento politico e quello militare non erano nettamente separati, ma anzi apparivano complementari l’uno all’altro”269. Le due differenti fasi dell’atteggiamento della RSI verso il fascismo clandestino corrispondono, quindi, a una diversa impostazione data da Mussolini e Pavolini al problema dell’azione fascista al sud: se il primo era contrario a operazioni di guerriglia, il secondo riteneva invece che il fascismo dovesse creare tensioni e contrasti nel campo nemico, non sperando più in una propria vittoria, ma pensando al ruolo che, dopo la fine della guerra e con essa del duce, avrebbe potuto svolgere270. La linea di Pavolini si affermò anche sul complesso problema del rapporto fra esercito e partito. Il segretario costituì, riuscendo a prevalere su Mussolini e Graziani, le Brigate Nere271. La nuova milizia di partito venne duramente criticata 265 G. Conti, op. cit., p. 975; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 55; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., pp. 42-43. 266 G. Conti, op. cit., p. 976; cfr. G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 55; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., pp. 42-43. 267 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud , cit., p. 55. 268 G. Conti, op. cit., p. 976; cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 43. 269 G. Conti, op. cit., p. 976. 270 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 57. 271 Le Brigate Nere nascono il 1° luglio 1944. Queste rappresentavano per Pavolini lo strumento adatto alla lotta antipartigiana. La nuova milizia di partito avrebbe, inoltre, realizzato vere e proprie azioni di 42 dal ministro della Difesa nazionale Graziani, che temeva il primeggiare del partito sulle Forze armate e “lo stravolgimento della tradizione militare italiana fatta di esercito di leva non politico”272. La nascita delle Brigate Nere coincideva con la crisi attraversata dalla GNR, che a fatica, nella primavera del 1944, controllava il movimento partigiano273. Pavolini cercò anche di mettere in piedi nuclei fascisti clandestini, spesso incaricandosi personalmente dell’organizzazione e accentuandone il carattere militare274; ciò ha riguardato molte parti dell’Italia liberata nell’inverno 1944-1945, quando le condizioni politiche e militari permisero una ripresa della lotta anche se per breve tempo275. A partire dal giugno 1944 nell' Italia centromeridionale si cominciò a parlare anche dell’attività della «Quinta colonna»276. Si trattava effettivamente di una ripresa dell’attività fascista, che andava dal lancio di foglietti di propaganda, alla diffusione di notizie screditanti il governo italiano e gli anglo-americani, fino alle operazioni proprie della quinta colonna, quali i sabotaggi a presidi militari e attentati dinamitardi277. La Quinta Colonna rischiava di diventare un problema sempre più grande e più difficile da risolvere, in quanto “si allargava giorno per giorno il terreno adatto alla sua penetrazione”278 e “man mano che la situazione dell’Italia resistenza. Cfr. G. Conti, op. cit., p. 977; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 97; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 254. 272 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 56; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., pp. 142-143. 273 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 56; cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., pp. 143. 274 G. Conti, op. cit., p. 978; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 97; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 254. 275 G. Conti, op. cit., pp. 977-978. 276 G. Conti, op. cit. p. 981 e sgg. Sull’attività e la storia della «Quinta colonna», cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 105 e sgg. 277 Questa ripresa di attività fascista venne denunciata dall’«Unità» in più di un articolo pubblicato nel giugno 1944: «Già prima della liberazione (…) tutto era stato predisposto per organizzare, a Roma, una robusta Quinta colonna con elementi opportunamente mimetizzati, con compiti di propaganda disfattista e di sabotaggio». Il giornale comunista criticava fortemente la polizia per non aver preso i giusti provvedimenti – limitandosi solo a qualche arresto – e di aver volontariamente ignorato la pericolosità della Quinta colonna. Le critiche erano dirette a tutti gli ambienti moderati della capitale appartenenti al mondo della burocrazia, delle Forze armate, a quei partiti del CLN che cominciavano a temere la volontà espressa dai partiti di sinistra di voler procedere ad una rigida opera di epurazione. «E’ probabile», afferma Conti, «che dietro il problema della Quinta colonna vi fosse il problema più grande di quale atteggiamento assumere e di quali scelte effettuare nei confronti del fascismo e dei suoi limitanti». Cfr. G. Conti, op. cit. p. 981 e sgg. 278 Ivi, p. 985. 43 liberata si faceva più difficile, cresceva il numero degli scontenti e, di conseguenza, quello dei nostalgici”279. Il giornale «Onore e Combattimento», distribuito a Bari ma probabilmente stampato in RSI280 e il gruppo clandestino «Onore»281, operante a Roma, costituirono i più significativi risultati dell’azione di Pavolini, che fino all’ultimo seguì personalmente le vicende del fascismo clandestino282. «Onore» si era dato un programma ampio e ambizioso, “che aveva come coronamento nientemeno che l’insurrezione armata, da effettuarsi presumibilmente in concomitanza con la vagheggiata riscossa delle forze dell’Asse”283. Come ha affermato Giuseppe Parlato il problema del fascismo clandestino non rapresenta un fatto marginale ma diventa la chiave per cogliere il problema centrale della RSI: il ruolo di Mussolini e quello del partito. Infatti soltanto quando Pavolini è saldamente al comando del partito, senza più nemici interni e con una situazione sempre più critica in altri settori della RSI, come l’esercito e la GNR284, viene elaborato un primo e vero piano strategico sulla resistenza fascista al Sud. 1.6 L’ inverno 1944-1945 e gli ultimi sviluppi del fascismo clandestino. Ancora più intensa fu l’attività clandestina fascista dopo l’offensiva iniziata dai tedeschi nelle Ardenne nel dicembre ’44 e dopo il discorso tenuto da Mussolini al teatro «Lirico» di Milano285. Al sud il messaggio del duce fu particolarmente apprezzato anche per l’esplicita promessa di una resistenza a oltranza della repubblica286. Annunciava Mussolini: Noi vogliamo difendere con le unghie e con i denti la valle del Po; noi vogliamo che la valle del Po resti repubblicana in attesa che tutta l’Italia sia repubblicana (…) Quando 279 Ibidem. G. Conti, op. cit,, pp. 1008-1009. 281 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 99 e sgg. 282 G. Conti, op. cit., p. 1010. 283 Ivi, p. 1013. 284 G. Parlato, Note e riflessioni sul ruolo della RSI nell’attività clandestina fascista al sud, cit., p. 58. 285 G. Conti, op. cit., p. 988; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 47. L’ultima controffensiva tedesca si ebbe agli inizi del gennaio 1945 nelle Ardenne. Il discorso al teatro «Lirico» di Milano venne tenuto da Mussolini il 16 dicembre 1944, cfr. R. De Felice, Breve storia del fascismo, cit., p. 118. 286 G. Conti, op. cit, pp. 989-990; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 47-48. 280 44 noi, come soldati della Repubblica riprenderemo contatto con gli italiani di oltre Appennino, avremo la grata sorpresa di trovare più fascismo di quanto ne abbiamo lasciato”287. Le parole del duce, trovando contemporaneamente conferma nei successi militari dei tedeschi, ebbero un effetto positivo sul fascismo clandestino che riprese una propaganda realizzata attraverso iscrizioni inneggianti al duce e ai tedeschi e slogans del tipo «ritorneremo»288. Da Foggia il prefetto scriveva che si notava tra gli elementi fascisti un certo risveglio a seguito delle notizie provenienti dal fronte occidentale; “il fenomeno era per il momento limitato alla diffusione di pareri e previsioni circa le sorti della guerra, ma, come sottolineava il prefetto, si trattava di convinzioni condivise «anche da altre persone di altri partiti e di altre idee»”289. Con l’arrivo dell’inverno, anche a causa delle disastrose condizioni economiche e sociali in cui ormai si trovava l’Italia meridionale, crebbe il malcontento popolare contro il governo di Badoglio. L’insofferenza nasceva anche dalla profonda delusione verso l’opera degli anglo-americani, il cui arrivo aveva fatto sorgere nel popolo italiano grandi speranze, che vennero cancellate dalle peggiori e disastrose condizioni in cui si ritrovava l’Italia290. Agli stessi funzionari del governo alleato non sfuggiva che le condizioni di vita dell’Italia liberata erano peggiori di quelle esistenti prima dell’armistizio o di quelle che caratterizzavano l’Italia occupata: “i disagi sono così acuti che non ci si può aspettare da nessun popolo moderno che li sopporti a lungo senza manifestare il proprio risentimento”291. La propaganda filofascista trasse vantaggio da questa situazione tanto che nelle settimane di fine dicembre il fascismo clandestino trovò il suo momento di massima espansione anche grazie al richiamo alle armi di varie classi, disposto dal governo italiano in quasi tutte le regioni liberate per la fine del 1944 e i primi mesi del 1945292. Un provvedimento che fu accolto con ostilità e manifestazioni di piazza 287 G. Conti, op. cit, pp. 989-990; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 47-48. Per il testo del discorso di Mussolini, cfr. B. Mussolini, Opera omnia, vol. XXXII, La Fenice, Firenze, 1969, p. 138. 288 G. Conti, op. cit., p. 990. 289 Ibidem. 290 Ivi, p. 992. 291 Relazione della Foreign Economic Administration del giugno 1944 in N. Gallerano, L’altro dopoguerra: Roma e il Sud 1943-1945, Milano, Franco Angeli, 1985, p. 39. 292 G. Conti, op. cit., p. 992; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 55; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 90. 45 e che, nel caso della Sicilia, diede luogo a veri moti di insurrezione: alla popolazione risultava, in una situazione già di per sé particolarmente delicata, insopportabile e inutile richiedere ulteriori sacrifici alla Nazione293. Il fenomeno di renitenza alla leva che caratterizzò il moto dei «non si parte», presente non solo in Sicilia, ma anche in altre regioni dell’Italia liberata, mette in luce un fondamentale elemento di differenza tra Nord e Sud, che ha spinto a coniare l’espressione «un altro dopoguerra», per definire il periodo storico vissuto dall’Italia del Sud, liberata dagli anglo-americani: alla lotta antinazista e antifascista che crebbe nel Nord occupato dai tedeschi, si contrappose al Sud quella a cui il governo Badoglio, appoggiato dagli alleati, cercò di dar vita con bandi di arruolamento e le cartoline-precetto e sotto il comando degli stessi generali protagonisti della guerra fascista294. Il Mezzogiorno inoltre viveva in anticipo il dopoguerra; tutti i problemi infatti venivano affrontati esplicitamente in funzione del dopo, degli equilibri politici e sociali che si volevano costruire a guerra finita295. Vi furono anche vere e proprie strumentalizzazioni di situazioni estremamente critiche: alla fine del 1944 circolava infatti la notizia della possibilità che i richiamati fossero “inviati a combattere nei teatri di guerra dell’Estremo Oriente, per gli interessi anglo-americani”296. Da ciò nacque una vera e propria campagna allarmistica, diretta in molti casi da elementi fascisti. Talvolta le manifestazioni filofasciste assumevano carattere di massa come a Napoli nei giorni 16, 19 e 20 dicembre 1944, “quando giovani universitari di «tendenza filofascista» inneggiarono a Mussolini e al fascismo e protestarono contro i richiami alle armi in alcuni locali pubblici della città”297. Analoghe manifestazioni si ebbero a Sassari il 20 febbraio, da parte di un gruppo di richiamati già assegnati ai reparti e, nella primavera e nell’estate del 1945, a Cagliari298. Il caso siciliano risultò molto complesso. La situazione nell’isola era grave: l’esistenza della mafia, tra l’altro a favore degli Alleati; le spinte separatiste dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (il 28 luglio si era costituito 293 G. Conti, op. cit., pp. 991-993. N. Gallerano, op. cit., p. 32. 295 Ivi, p. 36. 296 G. Conti, op. cit., p. 994. 297 Ibidem. 298 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 55; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 90; G. Conti, op. cit., pp. 994-995. 294 46 il Comitato per l’indipendenza siciliana, che chiedeva la secessione dall’Italia attraverso un referendum con garanzie di carattere internazionale); la tremenda situazione economica; il complesso e difficile rapporto fra la popolazione e i nuovi alleati299. A Palermo si era già svolta, alla metà di ottobre, una manifestazione popolare per il pane, che si era conclusa con una sparatoria delle truppe sulla folla, provocando una ventina di morti e varie decine di feriti300; il ministro della guerra aveva inoltre avviato un censimento dei militari italiani, in vista del richiamo alle armi per le classi dal 1914 al 1924301, che doveva aver inizio a partire dal 15 dicembre302. Tutte le province siciliane reagirono negativamente, e “per 10 giorni la Sicilia fu percorsa da un «vento di follia»”303. A Catania la rivolta esplose il 14 dicembre 1944: il comune venne dato alle fiamme, l’Ufficio leva provinciale e comunale venne assaltato e negli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti morì un giovane304. Nel Ragusano – Comiso, Vittoria, Modica, Scicli, Giarratana, S. Croce di Camerina – i moti scoppiarono a circa venti giorni dai fatti di Catania: la ribellione venne contrastata dalle truppe dell’esercito, e il risultato fu di 18 morti e 24 feriti tra carabinieri e soldati, 19 morti e 63 feriti tra i ribelli, con svariate condanne al carcere e al confino305. L’ondata dei “non si parte”306 fu particolarmente violenta anche nel Siracusano e nell’entroterra, oltre che in alcuni centri del Palermitano, a Palazzo Adriano, il 25-28 gennaio 1944, e a Piana degli Albanesi, nel febbraio dello stesso anno307. Nei due centri del Palermitano e a Comiso308 (5-13 gennaio 1944) venne proclamata una nuova Repubblica, ovvero una forma di autogoverno locale apertamente in contrasto con gli alleati-occupanti, di cui risulta però difficile individuare con chiarezza i connotati ideologici, cioè se si ispirasse al 299 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 44; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 244. T. Sagripanti, op. cit, p. 72; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 46; cfr. F. Fatica, La Repubblica di Comiso, cit., p. 11. 301 T. Sagripanti, op. cit, p. 67; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 46. 302 G. Conti, op. cit, p. 995. 303 G. Conti, op. cit, p. 995; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 65; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 46-47. 304 T. Sagripanti, op. cit, p. 67; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 46-47. 305 T. Sagripanti, op. cit, p. 68; cfr. D. Lembo, op.cit, p. 66. 306 Le sommosse popolari verificatesi in Sicilia tra la fine del 1944 e i primi mesi del 1945 furono definite dagli storici con il nome di moti dei «non si parte». Cfr. T. Sagripanti, op. cit, p. 67. 307 T. Sagripanti, op. cit, p. 68, cfr. D. Lembo, op. cit, p. 66. 308 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 47; cfr. F. Fatica, La Repubblica di Comiso, cit., p. 11; cfr. E. Cavaterra, Dalle rivolte dei «Non si parte» nacque la Repubblica fascista di Comiso, La guerra civile, «Storia Verità», Bimestrale di Ricerca Storica, Nuova serie, Anno I/N.1, maggio/giugno 1996, pp. 1617. 300 47 fascismo repubblicano o avesse, invece, un contenuto antimonarchico con caratteri socialcomunisti309. I responsabili della rivolta si arresero soltanto con la minaccia, formulata da un ufficiale britannico, di radere al suolo Comiso: 17 militari e 19 civili morti, 24 militari e 63 civili feriti, trecento abitanti deportati a Ustica e rilasciati solo l’anno successivo per l’avvenuta amnistia310. I gravi avvenimenti siciliani videro i fascisti fra i protagonisti più attivi, sebbene in posizione subordinata rispetto ai separatisti311, che in Sicilia furono gli animatori di gran parte dei disordini (numerose le manifestazioni dei gruppi di Finocchiaro Aprile e di Canepa tra il 1944 e il 1946312): né l’uno né l’altro movimento politico poteva essere considerato, con la propria azione propagandistica, «causa determinante» dei moti le cui radici, vicine e remote, erano ben più gravi del richiamo alle armi sul quale separatisti e fascisti specularono e che può essere considerato tutt’al più la classica scintilla nella polveriera313. Secondo una fonte di polizia, il popolo siciliano era “nelle condizioni di essere facilmente sobillato, al momento del richiamo alle armi, da separatisti e fascisti” e “questi non si lasciarono sfuggire l’occasione”314. Vi è accanto a un’interpretazione separatista-neofascista e a quella della sinistra istituzionale (minimalista e spontaneista) una terza visione dei fatti risalenti al 1944-1945, ovvero quella relativa alla pubblicistica anarchica, o comunque fedele politicamente a posizioni di sinistra rispetto al PCI, per cui le insurrezioni del ragusano sarebbero state organizzate da quella parte di una sinistra, ancora indecisa e disunita, che potrebbe essere definita comunista eretica315. Le rivolte nascevano dall’ostilità che questa sinistra rivoluzionaria manifestava per la svolta di Salerno poiché vedeva nell’atteggiamento del PCI una sorta di contraddizione: il partito di Togliatti era accusato di collaborazione “con le forze borghesi e conservatrici contro le quali, in quegli stessi mesi, il PCI stava combattendo una guerra particolare 309 «Nel caso di Piana degli Albanesi, la proclamazione della Repubblica ebbe un connotato di sinistra. I leaders dell’operazione sarebbero fuoriusciti dal Partito Comunista, contrari alla partecipazione del partito alla guerra». Cfr. T. Sagripanti, op. cit, p. 68 310 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 47. 311 D. Lembo, op. cit, p. 67; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 242. 312 T. Sagripanti, op. cit, p. 71; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 244. 313 G. Conti, op. cit, p. 996. 314 G. Conti, op. cit, pp. 996-997. 315 T. Sagripanti, op. cit, p. 74; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 49-50. 48 nell’ambito della Resistenza, la guerra di classe”316. La sinistra radicale aveva deciso di non restare neutrale di fronte alle insorgenze popolari, così come invece la stampa ufficiale socialista e comunista in qualche modo raccomandava riversando la piena responsabilità delle rivolte su fascisti e separatisti317. Il complesso e incerto stato in cui versava l’isola consentì che si creasse una sorta di accordo strategico fra le forze nemiche: fascisti, comunisti e separatisti, con motivazioni assai diverse318, in diverse occasioni attaccarono insieme lo Stato, avendo tutti interesse a contrastare l’azione del governo di Badoglio319. Questa vivace ripresa del fascismo fu registrata sia dai partiti politici, preoccupati soprattutto per le conseguenze negative che poteva avere ai fini dello sforzo militare in atto nel paese, sia dalle forze di polizia che in quei giorni a cavallo tra il 1944 e il 1945 furono impegnate a fronteggiare un fascismo che si credeva quasi morto320. Il 30 dicembre 1944 il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri emanava una circolare interna nella quale i comandi dipendenti erano invitati a reprimere con decisione l’attività di propaganda fascista che si manifestava in quel periodo, «spesso nel Mezzogiorno»321. Nelle settimane successive, tra l’11 febbraio e l’inizio di marzo, gli appartenenti al gruppo di Palermo «A Noi»322 vennero fermati e denunciati presso il Tribunale militare di Palermo con l’accusa di essersi “organizzati tra loro per svolgere propaganda fascista”323. Venne in quelle settimane scoperta a Napoli un’organizzazione erede del decimato gruppo Pignatelli-Di Nardo e risorta col 316 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 49-50; cfr. T. Sagripanti, op. cit, p. 74. Togliatti, leader del PCI, era consapevole della grave situazione in cui si trovava il popolo siciliano e delle difficoltà del partito nel gestirla. «Si era reso perfettamente conto (…) del fallimento della politica di leva obbligatoria», che il PCI aveva promosso, ritenendo che «il problema dell’esercito fosse centrale nell’ambito della ricostituzione della nazione», ma soprattutto motivata dal fatto che «la legittimazione del PCI come forza politica nazionale (…) passava anche attraverso il sostegno della leva obbligatoria». Cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 49-50. 318 Ivi, p. 45. 319 Ibidem. 320 G. Conti, op. cit, p. 1006. 321 Ibidem. 322 Dal nome del giornaletto diffuso tra gennaio e febbraio 1945, composto da 19 persone, quasi tutti studenti, fra i 16 e i 19 anni. Cfr. G. Conti, op. cit., p. 1007; cfr. L. Purpari, Il gruppo “A Noi” di Palermo, in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli angloamericani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 89; cfr. D. Lembo, op. cit, p. 60; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 48. 323 G. Conti, op. cit, p. 1007. 317 49 contributo di numerosi elementi della X MAS inviati o paracadutati dal nord nella zona di Napoli324, che avevano conferito all’azione del gruppo un carattere prevalentemente militare325. Il processo che ne seguì vide imputati oltre quaranta individui, accusati di aver fatto parte di un’organizzazione «neo-fascista» che aveva operato a Napoli e dintorni nel periodo dal 30 gennaio al 30 marzo ’45326. Sconosciuti rimasero, invece, gli autori del giornaletto clandestino «Onore e Combattimento» diffuso a Bari e nel resto della regione dall’ottobre 1944 all’aprile 1945327. L’azione di repressione del movimento fascista intrapresa dalle forze di polizia in quei primi mesi del 1945 ebbe i risultati più preziosi all’inizio di marzo a Roma dove fu messa in atto una grande retata con obiettivo il gruppo clandestino fascista «Onore»: trenta furono i fermi328. L’attività del raggruppamento «Onore», che aveva come obiettivo l’insurrezione armata329, era indispensabile per il movimento fascista clandestino del Sud Italia, in quanto ne costituiva la base per i collegamenti con il nord, sia per la posizione centrale della capitale, sia per volontà di Pavolini, che seguiva costantemente l’attività del gruppo fornendogli mezzi e somme di denaro330. Le indagini su «Onore» si conclusero alla fine di aprile con 56 fermi: di questi 26 persone furono rilasciate; delle 30 restanti 20 furono inviate al campo di concentramento di Padula e poi di Terni, da cui le ultime vennero rilasciate alla metà di aprile del 1946331. La scoperta del gruppo romano provocò un’intensificazione dei controlli da parte di polizia e carabinieri: il 20 marzo 1945 a Macerata vennero fermate 19 persone facenti parte di un «movimento clandestino fascista» e altri fermi seguirono nei giorni successivi332. L’organizzazione aveva assunto il nome di «Squadre di Azione Segreta», indicata come «SAS» e aveva tra i 324 «Un fenomeno comune a tutta l’Italia liberata dove, a partire dalla fine di dicembre del 1944, si verificò un’intensificazione eccezionale, rispetto ai mesi precedenti, dell’attività di agenti speciali». Cfr. G. Conti, op. cit., p. 999. 325 Ivi, p. 1007. 326 Ivi, pp. 1007-1008. Nel procedimento giudiziario risultavano implicati anche undici uffciali e sottoufficilai della X MAS: venivano accusati di aver prestato «aiuto militare al nemico» e di aver fatto parte, dall’inizio del ’44 all’aprile del ’45, delle formazioni militari della RSI. Tra gli imputati al processo vi furono i già citati Gallitto e Locatelli, cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 72-73; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 174-175. 327 G. Conti, op. cit., pp. 1008-1009. 328 Ivi, pp. 1009-1010. 329 Ivi, p. 1013. Sulla storia del gruppo «Onore», cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 99 e sgg. 330 L’attività del fascismo clandestino operava direttamente ed esclusivamente alle dipendenze del Segretario del Partito. Cfr. G. Conti, op. cit., p. 1010. 331 Ivi, p. 1017. 332 Ivi, p. 1016. 50 suoi scopi quello di “progettare ed attuare azioni di sabotaggio in danno alle forze armate alleate”333. 333 Ibidem. 51 CAPITOLO II 2. La resistenza fascista in Calabria (1943-1945). 2.1 La scoperta del fascismo clandestino calabrese: dai primi arresti e le prime indagini alla fase istruttoria. In Calabria, all’indomani dell’8 settembre ’43 entrò in azione quella che sarebbe stata – per numero di aderenti, livelli organizzativi, progetti e azioni di sabotaggio – una delle più importanti organizzazioni fasciste clandestine334. La resistenza fascista calabrese merita una particolare attenzione anche per il numero degli imputati coinvolti nel processo che si tenne a Catanzaro nell'aprile 1945 e per la notorietà di alcuni di questi personaggi che ebbero ruoli decisivi nell’ambito del movimento. Il fascismo clandestino calabrese era il risultato della massiccia propaganda effettuata durante il ventennio dal PNF che, in Calabria, era stato tuttavia caratterizzato da frequenti scontri tra i dirigenti locali.335 Defenestrazioni clamorose (si pensi ad esempio ai casi Luigi Filosa e Ilario Franco), divergenze sulla massificazione del partito, forti contrasti a livello di potentati locali, sovrapposizioni più o meno ambigue di ideologie contrastanti (da un mazzinianismo rivisitato alla luce degli ideali fascisti, ad un fascismo con forti tentazioni di esaltazione del ruolo primario del proletariato e dei contadini soprattutto) erano stati in Calabria fenomeni abbastanza frequenti nel corso del ventennio336. All’indomani del 25 luglio e dell’8 settembre, di fronte all’ormai inevitabile disfatta militare, anche in Calabria lo scontro politico divenne più acceso e a determinarlo non fu solo l’azione di pochi ma tenaci oppositori, ma soprattutto 334 F. Tigani Sava, op. cit, p. 10; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, «Storia del Novecento», n. 12, gennaio 2002, p. 49. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 19431945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88» (fornito gentilmente da F. Fatica all’autrice della tesi in questione). 335 F. Tigani Sava, op. cit, p. 10. 336 Ibidem. 52 l’intransigente posizione assunta dal fascismo locale animato da dure polemiche e dal desiderio di rifondare il partito sugli antichi ideali del fascismo337. Ricostruire i fatti in base al dibattimento processuale risulta un’impresa con non poche difficoltà per le ritrattazioni degli imputati rispetto alle prime deposizioni fornite ai carabinieri, quando furono fermati e accusati di attentati e dimostrazioni di protesta filofascista nelle province di Cosenza e Catanzaro tra l’ottobre ’43 e l’aprile ’44338. Dalle indagini dei Carabinieri Reali vennero scoperti quattro centri operativi clandestini: quelli di Catanzaro, Nicastro-Sambiase339, Crotone e Cosenza340. L'organizzazione operava clandestinamente anche in molte altre zone della Calabria e nella sola provincia di Catanzaro, oltre ai gruppi indicati di Nicastro-Sambiase e Crotone, erano presenti i nuclei di Nocera Torinese, Marcellinara, Mileto, Catanzaro Marina341, Soverato, Gasperina, Borgia, Petilia Policastro, Cerva, Taverna, Sersale e Petronà342. Da queste ultime due località i fascisti si mossero per effettuare una missione a Cerva, in appoggio ai CC.RR., per placare un’insurrezione contadina organizzata dai comunisti; un’analoga spedizione fu effettuata a S. Pietro Apostolo343. Altri gruppi operavano anche a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, e a Cetraro, Belmonte Calabro, Lago, Gizzeria, Amantea, Rossano, Corigliano Calabro, Aiello e Diamante in provincia di Cosenza344. I fascisti di 337 Ivi, p. 11. G. Conti, op. cit, p. 956. 339 Oggi riuniti in un unico comune: Lamezia Terme. 340 Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». Cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 49; cfr. L. M. Perri, Quando un gruppo di camicie nere tentò di sbarrare il passo agli alleati, cit., p. 22; cfr. L. M. Perri, Il «covo nero» di Nicastro, cit., p. 22. 341 Ora Catanzaro Lido. 342 I gruppi clandestini di Sersale e Petronà furono contattati dal principe Pignatelli fin dai primissimi giorni del settembre 1943, ancora prima della proclamazione dell’armistizio. Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». Cfr. V. Pignatelli, op. cit., pag. 32. 343 Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 344 Ibidem. Dalla testimonianza di Nicola Plàstina risulta che «a Belmonte Calabro operava la famiglia Carratelli, che teneva i collegamenti anche con Cetraro e gli altri paesi della costa; a Lago oraganizzava l’attività clandestina fascista Ciccio Martellotta coadiuvato da un insegnante (…) a Nocera Torinese – Sambiase c’era un gruppo agguerrito con cui ci collegava il prof. Chiodi, poi arrestato e coinvolto nel processo degli 88 fascisti di Calabria. Tutti facevano capo a Cosenza dove c’era Luigi Filosa, capo indiscusso di un folto gruppo». Cfr. Testimonianza di Nicola Plàstina – di Aiello Calabro (Cosenza), in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, pp. 146-147; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 126; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 94; cfr. L. M. Perri, I covi fascisti nel nicastrese, «Il Lametino», N. 65 Gennaio 2007, p. 24. 338 53 Reggio Calabria erano in contatto con quelli di Messina, essendovi grandi difficoltà nelle comunicazioni terrestri345. In sette mesi, dall’ottobre ’43 al settembre ’44, si ebbero 18 attentati dinamitardi, lanci di bombe a mano e altre manifestazioni a carattere «intimidatorio»346. Nella maggior parte dei casi i responsabili vennero individuati e fermati dalla polizia347 anche se gli autori di alcuni episodi rimasero sconosciuti. Stando a un rapporto dei CC.RR. della compagnia di Nicastro348, sappiamo che già dopo l’armistizio iniziarono “le manifestazioni di protesta da parte di elementi contrari alla nuova situazione politica”349, che andarono man mano rafforzandosi fino a sfociare in attentati dinamitardi, che non causarono comunque né morti né feriti350. Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre ci furono infatti “nell’abitato di Nicastro lanci di bombe, scoppi di tubi di gelatina e furono diffusi manifestini di propaganda filo fascista”351. Il 28 novembre successivo alcuni sconosciuti fecero esplodere due ordigni contro la porta delle tipografie Nucci e Mancuso, che stampavano rispettivamente «Era Nuova» e «Nuova Calabria», due giornali antifascisti; il 1° dicembre dello stesso anno, sempre a Nicastro, venne lanciata una bomba a mano 345 Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 346 G. Conti, op. cit, p. 956; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 56; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 190. 347 G. Conti, op. cit, p. 956; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 56. 348 Sulla scoperta di un movimento fascista clandestino nella zona di Nicastro e di Sambiase a opera dei CC.RR, cfr. Rapporto del 4 maggio 1944 della Legione Territoriale Dei Carabinieri Reali di Catanzaro – Ufficio Servizio, avente come oggetto la «Scoperta movimento rivoluzionario e di sabotaggio», in D. Lembo, op. cit., p. 129 e sgg. 349 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 112-113; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 96; cfr. L. M. Perri, Quando un gruppo di camicie nere tentò di sbarrare il passo agli alleati, cit. Informazioni tratte anche da cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88»; cfr. L. M. Perri, 1943-44: il semestre caldo, «Il Lametino», N. 64 Dicembre 2006, p. 23. 350 Tra gli autori di queste manifestazioni di protesta un ruolo principale svolse un gruppo di adolescenti delle scuole superiori. Fatica riporta che «questi avevano raccolto un notevole armamentario bellico e si preparavano a ritirarsi sulle montagne della Pre-Sila, sovrastanti Nicastro, per passare a vere e proprie operazioni di guerriglia». Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 19431945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». Cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 104-105; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 50. 351 F. Tigani Sava, op. cit., p. 113; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 96; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 358; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 86; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 56; cfr. Il «processo degli 88» nel '45 a Catanzaro, L’«altra resistenza» nel Mezzogiorno (non firmato), «Secolo d’Italia», Terza Pagina, Venerdì, 2 marzo 1984; cfr. L. M. Perri, Quando un gruppo di camicie nere tentò di sbarrare il passo agli alleati, cit., p. 22; cfr. L. M. Perri, 1943-44: il semestre caldo, cit., p. 23. 54 contro l’abitazione dell’ingegnere Marcello Nicotera, noto antifascista352. Un’altra bomba venne fatta esplodere il 5 dicembre contro la caserma dei carabinieri353, che da subito orientarono le indagini verso i militanti dell’ex partito fascista, partendo dalla constatazione che “tutti gli attentati rivestivano un carattere di protesta contro gli esponenti delle rinate correnti politiche”354. Le perquisizioni effettuate portarono al ritrovamento in una villa di proprietà dell’avvocato Caio Fiore Melacrines di una bomba a mano di tipo tedesco, due bombe per mortaio, un moschetto, quattro caricatori per fucili mitragliatori, una baionetta, delle piastrine di gelatina e sette razzi illuminanti355. Seguirono vari arresti: tra questi vennero fermati il figlio dell’avvocato Melacrines, Napoleone Fiore Melacrines356, e altri suoi giovani amici357. In una sua testimonianza, il giovane Melacrines ha dichiarato: Negli angloamericani nonostante l’armistizio, non potevamo vedere alleati, ma nemici dei giorni precedenti, che avevano invaso la nostra terra, dopo averla bombardata e tentato in ogni modo di distruggerla (…) Spontaneamente, nella mia zona, si erano creati diversi gruppi di opposizione sia contro l’invasore, che contro quegli italiani che rinnegando la Patria e i principi nei quali avevano creduto fino a poco tempo prima, si erano rifatti una verginità politica358. 352 F. Tigani Sava, op. cit., p. 113; cfr. G. Conti, op. cit, p. 956; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 96; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 358; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 86; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 56-57; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit.; cfr. L. M. Perri, Quando un gruppo di camicie nere tentò di sbarrare il passo agli alleati, cit., p. 22; cfr. L. M. Perri, 1943-44: il semestre caldo, cit., p. 23. 353 F. Tigani Sava, op. cit., p. 113; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 96; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 358; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 86; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 57. 354 F. Tigani Sava, op. cit., p. 113; cfr. N. Giardini, op. cit., 86. 355 F. Tigani Sava, op. cit., p. 113; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 97; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 358; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 86; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 57; cfr. L. M. Perri, 1943-44: il semestre caldo, cit., p. 23. 356 Napoleone Fiore Melacrines compare tra i promotori della presunta organizzazione fascista clandestina calabrese nel primo decreto di citazione a giudizio del Tribunale Militare Territoriale di guerra della Calabria con sede in Catanzaro, con richiesta avanzata dal Procuratore Militare del Regno colonnello Oreste Trotta. Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 99-100; cfr. G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 28-29; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 8-10. 357 F. Tigani Sava, op. cit., p. 113. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». Cfr. D. Lembo, op. cit., p. 97; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 358; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 86; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 57; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 50; cfr. L. M. Perri, 1943-44: il semestre caldo, cit., p. 23. 358 Così continua: «Tali gruppi, sorti autonomamente e dapprima neanche collegati fra di loro, con il passare del tempo si sono riconosciuti, per cui in seguito vi sono stati contatti e collaborazione. Le riunioni avvenivano in campagna o nell’abitazione di qualcuno degli associati, secondo i casi e le opportunità. L’armamento era molto spartano, qualche moschetto, qualche arma personale, pistole, revolvers, pugnali e bombe a mano ed esplosivi che si raccoglievano nelle campagne, perché abbandonati 55 Gli autori degli attentati realizzati a Nicastro, sette giovani del posto, confessarono la loro colpevolezza359 e, denunciati alle autorità alleate, vennero rinchiusi nel Centro di Rieducazione per minorenni di Catanzaro360. Lo studente diciassettenne Francesco Di Cello, durante l’interrogatorio effettuato dai carabinieri, affermò che dal giorno in cui a Nicastro erano rinati partiti che si contrapponevano all’ex regime fascista, “aveva sentito per essi una vera e propria avversione”361 ed “era questo il motivo che lo aveva spinto ad adoperare tutti i mezzi per mantenere viva la fede fascista”362. Anche gli altri giovani arrestati sostennero di aver aderito a quella forma di protesta per opporsi al nuovo clima politico diffusosi dopo l’armistizio363. Appena 15 giorni dopo il loro arresto, il Tribunale dei minorenni di Catanzaro dispose la loro scarcerazione, anche in quei casi in cui, al momento dell’arresto, erano stati rinvenuti e sequestrati armi ed esplosivi364. Secondo Giuseppe Conti la decisione non dovrebbe sorprenderci, perché sulla vicenda del gruppo degli «ottantotto» sin dall’inizio e, ancora durante lo svolgimento del processo, influirono molti fattori esterni: tra questi la provenienza di gran parte degli imputati da «note famiglie calabresi» e la numerosa presenza nel gruppo di elementi giovanissimi che stimolò nella pubblica opinione e persino in alcuni avversari politici un atteggiamento indulgente, “se non addirittura benevolo”365. Lo stesso Nenni, in un discorso tenuto a Catanzaro il 21 febbraio 1945, riferendosi anche se con discrezione al processo in corso, affermava: dalle truppe che vi erano state accampate (…) le truppe angloamericane hanno attraversato la Calabria solo per un brevissimo periodo (…)La nostra azione si è limitata a sabotare qualche automezzo fermatosi in zona per il pernottamento; a spostare segnali stradali, dirottando le colonne di autocarri, su una strada sbagliata e senza uscita per la caduta di alcuni ponti, ma anche questa piccola azione è poi stata frustrata, perché dopo il primo grosso ingorgo, agli incroci, hanno messo i carabinieri per evitare errori di marcia ed il ripetersi dell’ingorgo che se ne era creato. Il tentativo di distruggere un ponte della SS 18, con l’esplosivo, per interrompere il flusso delle colonne angloamericane non riuscì». Cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 108-109. Per una lettura delle testimonianze rilasciate da Napoleone Fiore Melacrines, detto Lionello, cfr. Testimonianza di Lionello Fiore Melacrinis – Nicastro (Catanzaro), in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, pp. 114-115; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 107 e sgg; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 87-88. 359 G. Conti, op. cit, p. 956; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 358; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 86; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 57; cfr. L. M. Perri, 1943-44: il semestre caldo, cit., p. 23. 360 F. Tigani Sava, op. cit., p. 113; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 97; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 358; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 86; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 56; cfr. L. M. Perri, 1943-44: il semestre caldo, cit., p. 23. 361 F. Tigani Sava, op. cit., p. 113; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 358; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 86. 362 Ibidem. 363 Ibidem. 364 G. Conti, op. cit, p. 956. 365 Ibidem. 56 Noi socialisti non abbiamo nessuna parola amara o di rimprovero o di accusa da pronunciare contro la gioventù italiana. Ci verrebbe se mai la tentazione di domandare perdono a questa gioventù di avere perduto 25 anni della nostra battaglia politica e di averla dannata a questa vita d’inferno366. Nonostante i numerosi arresti, gli attentati continuarono sia a Nicastro che a Sambiase dove, dopo aver colpito la caserma dei CC.RR., il 1° gennaio del 1944 venne fatto esplodere un ordigno davanti all’ingresso del Municipio provocando però danni modesti367. Sempre a Sambiase il 30 gennaio 1944 venne lanciata una bomba a mano contro l’abitazione di Velidoro Montarello, barbiere e noto antifascista368. Seguirono altri attentati anche nel nicastrese: un’esplosione nella sezione del PCI369 – che avrebbe subito successivamente altri danni – e il lancio di una bomba a mano contro la casa di un vecchio fascista del luogo, Ugo Notaro – accusato di sconvenienti stratagemmi compiuti durante la guerra – avvenuti la sera del 12 febbraio 1944; il lancio di una bomba contro il liceo di Nicastro il 23 febbraio, in cui dei giovani avevano precedentemente distrutto alcuni quadri del re370 ed erano per questo stati denunciati al Procuratore del Re per «vilipendio alle istituzioni costituzionali»; danni all’abitazione del preside dello stesso liceo, verificatesi il 10 marzo371. A volte i giovani fascisti nicastresi davano vita a manifestazioni non violente, come la deposizione di fiori sulle tombe dei soldati tedeschi nel locale cimitero, avvenuta il 23 marzo 1944 in occasione dell’anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento372. Dai vari attentati si nota come venissero presi di mira sia i più noti antifascisti, finalmente liberi dopo l’armistizio di poter dichiare le loro idee apertamente contrarie al passato regime, sia i vecchi fascisti accusati dalle nuove 366 G. Conti, op. cit, pp. 956-957; cfr. F. Tigani Sava, op. cit, p. 131; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 253. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 367 F. Tigani Sava, op. cit, p. 114; cfr. G. Conti, op. cit, p. 956; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 97; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 358; cfr. L. M. Perri, 1943-44: il semestre caldo, cit., p. 23. 368 F. Tigani Sava, op. cit, p. 114; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 97; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 358. 369 G. Conti, op. cit, p. 956; cfr. F. Tigani Sava, op. cit, p. 114; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 97; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 359; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 57. 370 F. Tigani Sava, op. cit, p. 114; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 359; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 57; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 188. 371 G. Conti, op. cit, p. 956; cfr. F. Tigani Sava, op. cit, p. 114; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 57. 372 G. Conti, op. cit, p. 956; cfr. F. Tigani Sava, op. cit, p. 114; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 97; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 359; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 56; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit. 57 generazioni di aver determinato la crisi del fascismo con le loro discutibili scelte e i loro non sempre integri comportamenti373. I carabinieri di Sambiase svolsero ulteriori indagini per identificare gli autori degli attentati, oltre a quelle già in corso ad opera della compagnia di Nicastro374. Durante le perquisizioni effettuate nell’abitazione di tale Carmela Bisurgi, rinvennero delle valigie contenenti tre mine, 14 tubi di gelatina, sei sacchetti di balestite, un sacchetto di polvere nera, tredici bombe a mano, 11 metri di miccia con due inneschi; stando alle dichiarazioni della donna, gli esplosivi erano stati portati in casa sua dal cognato Giovanni Sergi con futili giustificazioni”375. Lo studente Giovanni Sergi venne arrestato e durante gli interrogatori, nell’aprile 1944, dichiarò che gli esplosivi sequestrati in casa Bisurgi gli erano stati consegnati in parte da Giulio Cupiraggi e in parte da Pietro Stella376. Sergi sostenne successivamente che a Sambiase esisteva un’organizzazione fascista con programmi di sabotaggio contro opere militari da mettere in atto in caso di ripiegamento delle truppe alleate e avanzata di quelle tedesche, aggiungendo come a capo dell’organizzazione vi fosse Giulio Cupiraggi377. Questi, quando venne fermato dai carabinieri, in un primo momento negò quanto detto da Sergi per poi confessare di far parte dell’organizzazione presente in Sambiase, facendo anche i nomi degli altri componenenti, tra cui “il Sergi, Benito De Jesi, Pietro Stella378, Raffaele Caporale, Francesco Ferri, Domenico Lento, Basilio Caparello, Giuseppe Famularo, Vincenzo 373 F. Tigani Sava, op. cit, p. 114. Sulla scoperta di un’«organizzazione filo-fascista» nel territorio di Sambiase-Nicastro, in FontiA.N.G., Rapporto Legione Territoriale dei CC.RR. di Catanzaro, Gruppo Esterno di Catanzaro, N. 108/9Ris., Catanzaro 8 maggio ’44, all’Ill/mo Sig. Procuratore Militare del Re di Catanzaro, oggetto: organizzazione filo-fascista, a firma del Maggiore Comandante del gruppo Manlio Giordano. 375 F. Tigani Sava, op. cit, p. 115; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 97; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 359; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 87; cfr. L. M. Perri, 1943-44: il semestre caldo, cit., p. 23. 376 F. Tigani Sava, op. cit, p. 115; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 359. Giovanni Sergi e Giulio Cupiraggi compaiono come promotori della presunta organizzazione fascista clandestina calabrese nel primo decreto di citazione a giudizio del Tribunale Militare Territoriale di guerra della Calabria con sede in Catanzaro, con richiesta avanzata dal Procuratore Militare del Regno colonnello Oreste Trotta; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 99-100; cfr. G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 28-29; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 8-10. 377 F. Tigani Sava, op. cit, p. 115; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 97-98; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 359. 378 A conferma dell’arresto di Pietro Stella, in Fonti-A.N.G., Atti, Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza, con sede in Catanzaro, Ordine di cattura a carico di Stella Pietro, firmato dal Procuratore Militare Col. Oreste Trotta presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza, Catanzaro 20 maggio 1944. 374 58 Barberio e Mario Barberio”379. Cupiraggi, nel tentativo di dimostrare come fosse contrario a ogni azione terroristica, aggravò ancora di più la posizione del Sergi e degli altri compagni confessando che era nei loro piani far saltare il ponte Zinnavo nei pressi di Sambiase onde ritardare l’afflusso delle autocolonne alleate dirette al Nord, e che egli si era opposto a quel piano che avrebbe potuto, a suo giudizio, irritare le autorità alleate380. Cupiraggi e Sergi nelle loro rispettive dichiarazioni citarono il tenente di fanteria Pietro Capocasale381. Sergi disse di aver accompagnato il 17 aprile 1944 Capocasale a Nicastro presso Ugo Notaro382, dove sarebbero stati presi nuovi accordi per consolidare maggiormente l’organizzazione383. Capocasale, secondo la testimonianza di Sergi, gli avrebbe fatto capire di essere il capo dei giovani fascisti catanzaresi, oltre a comunicargli che “nel capoluogo e in altri paesi della provincia i fascisti erano abbastanza organizzati e pronti ad entrare in azione”384. Questi primi interrogatori mostrerebbero come l’organizzazione fascista clandestina non fosse presente solo nel territorio di Nicastro e Sambiase, ma operasse in realtà, attraverso diverse ramificazioni, tutte molto simili per intenti e 379 Giulio Cupiraggi ammise che erano stati incoraggiati dai fascisti anziani, ovvero da Raffaele De Jesi, insegnante elementare, Agelino De Jesi e Giacinto Montesano, ferrovieri, Bruno Monardi, commerciante, Giovanni Ciraudo, impiegato, ai quali però non avrebbero dichiarato di essere in possesso di armi ed esplosivi. Cfr. F. Tigani Sava, op. cit, p. 115; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 98. 380 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 115-116; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 98; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 359. 381 F. Tigani Sava, op. cit, p. 116; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 98; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 359. Pietro Capocasale – tenente in congedo, fascista fodamentalmente anticomunista e antipopolare – era stato, prima dell'arresto, un attivo coordinatore dell'organizzazione clandestina. Aveva tessuto una fitta rete di collegamenti per conto del principe Valerio Pignatelli con i gruppi citati e con molti altri rimasti clandestini, disseminati in tutta la Calabria. Capocasale di Petronà (Catanzaro), manteneva i contatti con Pignatelli, sia attraverso il fattore del principe, Simone Ansani a Sellia Marina (Catanzaro), sia attraverso le visite periodiche del tenente colonnello Guarino, che veniva da Napoli superando le mille difficoltà di comunicazione dell'epoca. Anche il tenente dell’Aeronautica, Ninì Sorrentino, effettuò da Napoli dei viaggi di collegamento con la Calabria. Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI-XVII «Il processo degli 88» e «Il rapporto del SIM» (forniti gentilmente da F. Fatica all’autrice della tesi in questione). Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 120; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 98; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 51. Capocasale è ritenuto uno dei promotori dell’organizzazione clandestina fascista calabrese; dal Procuratore Militare del Regno colonnello Trotta, nel primo decreto di citazione a giudizio, viene definito addirittura, insieme al principe Pignatelli, come presunto capo dell’organizzazione fascista. Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 99-100 e p. 109; cfr. G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 28-29; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 8-10. 382 Il notaio Ugo Notaro da Nicastro compare tra i promotori della presunta organizzazione fascista clandestina calabrese nel primo decreto di citazione a giudizio del Tribunale Militare Territoriale di guerra della Calabria con sede in Catanzaro, con richiesta avanzata dal Procuratore Militare del Regno colonnello Oreste Trotta. Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 99-100 e p. 109; cfr. G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 28-29; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 8-10. 383 F. Tigani Sava, op. cit, p. 116; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 98. 384 F. Tigani Sava, op. cit, p. 116; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 359. 59 obiettivi, in diverse zone della Calabria385. Il Capocasale lo avrebbe anche informato che la provincia di Catanzaro era stata divisa dai fascisti in quattro zone e che era necessario stabilire al più presto contatti con i responsabili della zona di Nicastro386; dichiarò inoltre che il principe Valerio Pignatelli387 era a capo di tutta l’organizzazione, “a cui avevano aderito a Catanzaro più di 300 giovani”388. Il tenente Capocasale invitò i giovani a conservare la calma per evitare di allarmare i carabinieri, nella prospettiva di una futura azione contro gli invasori non appena ne fosse pervenuto l'ordine389. Il notaio Notaro volle aderire al movimento e chiese al Capocasale delle armi; insieme convennero di utilizzare una radio per fare propaganda contro gli alleati390. Il movimento si era esteso fino a raggiungere numerosi paesi dell’entroterra calabrese, dove operavano dei “nuclei armati pronti ad intervenire con azioni di disturbo contro gli alleati e a stroncare, con ogni mezzo, la resistenza comunista in caso di ripiegamento delle truppe anglo-americane”391. Nel frattempo tentativi non riusciti di sabotaggi ai ponti di Sambiase392 e di Soverato393, portarono alla scoperta di altri fascisti, operanti clandestinamente, insieme a una notevole quantità di materiale esplodente: da allora in poi tutti i ponti stradali e ferroviari vennero presidiati da carabinieri e militari badogliani394. Sarà soprattutto l’arresto di Pietro 385 F. Tigani Sava, op. cit, p. 116; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit. F. Tigani Sava, op. cit, p. 116; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 98. 387 Valerio Pignatelli si spostò spesso in Calabria prima e dopo l'8 settembre ’43; proprio quel giorno si trovava a Sellia Marina, sede di una sua azienda boschiva operante nella Sila. Poi si spostò a Napoli per ordini pervenutigli dalla RSI (aveva una radio rice-trasmittente che gli permetteva di mantenersi in contatto con Francesco Maria Barracu). Da qui tenne i collegamenti con Luigi Filosa e gli altri calabresi tramite il colonnello Luigi Guarino, suo intimo collaboratore, e il tenente Ninì Sorrentino. Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». Sul ruolo e le azioni del principe Valerio Pignatelli si rimanda al Capitolo I, par. 1.1.2, par. 1.2, par. 1.4, della tesi. 388 F. Tigani Sava, op. cit, p. 116; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 98; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 359. 389 Le raccomandazioni di Capocasale furono spesso violate sia per l’atteggiamento irruente e spavaldo di molti giovani fascisti – che continuarono anche dopo i primi arresti a realizzare attentati dinamitardi – sia per la linea dura che un vecchio e intransigente fascista come il notaio Ugo Notaro voleva imporre. Cfr. D. Lembo, op. cit., p. 98; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 51; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 360. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI-XVII «Il processo degli 88» e «Il rapporto del SIM»; cfr. L.M. Perri, La centrale nera di Nicastro e Sambiase, cit., p. 19. 390 F. Tigani Sava, op. cit, p. 116. 391 Ivi, pp. 116-117. 392 Catanzaro. 393 Catanzaro. 394 Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». Cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 50. 386 60 Capocasale a portare i CC.RR. sulle tracce dei fascisti catanzaresi, determinando una nuova serie di arresti395. Il questore di Catanzaro, alla metà di aprile del 1944, parlando della situazione politica della provincia, osservava che: i più ferventi e cospicui esponenti del fascismo locale stanno in disparte e si palesano innocui, mentre correnti di simpatia verso il passato regime, anche se in forma sporadica e non preoccupante, si manifestano ancora fra i giovani e i giovanissimi in genere396. Lo stesso funzionario sottolineava come si fosse registrato un certo «fermento» in alcuni ambienti giovanili e studenteschi, che continuavano a rimaner legati all’ideologia fascista, rendendosi protagonisti di incidenti di vario tipo: strappavano i manifesti affissi dalle autorità alleate, affiggendone altri che esaltavano il duce e il passato regime, lanciavano esplosivi contro edifici pubblici e abitazioni di antifascisti397. Il «fermento» segnalato dal questore non costituiva una sorpresa, in quanto durava già da qualche mese, tanto che lo stesso funzionario, pur sottovalutando la pericolosità del fenomeno, si sentì in dovere di assicurare il Ministero dell’Interno che venivano “svolte le più attive indagini per l’identificazione dei responsabili, mentre erano in corso accertamenti per l’adozione di opportuni provvedimenti di polizia nei confronti dei fermati”398. A Cosenza, nell’aprile del 1944, si verificò un episodio che mise in allarme le forze di polizia dell’intera zona, sebbene in questa provincia questura e CC.RR. avessero già da qualche tempo percepito un riavvio della propaganda fascista da parte di militanti già noti399. Il 24 aprile il sottotenente Nicola Bruni del 16° reggimento fanteria venne sorpreso mentre consegnava armi del Regio Esercito a un giovane studente del luogo, che a sua volta le affidava a un amico affinchè le nascondesse nella propria abitazione400. Nella casa del giovane la polizia recuperò, oltre a quattro cassette di munizioni, “un moschetto, due fucili 91, venti bombe a 395 D. Lembo, op. cit., p. 98. G. Conti, op. cit., p. 957. 397 Ibidem. 398 Ibidem. 399 L’episodio si verificò precisamente in una località vicina al capoluogo cosentino. Ibidem. 400 G. Conti, op. cit., p. 957; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 120-121; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 190; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 50. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI-XVII «Il processo degli 88» e «Il rapporto del SIM». 396 61 mano tipo Brenda, una pistola automatica, una rivoltella a tamburo”401. L’operazione delle forze di polizia portò al fermo di una quindicina di persone, fra le quali, oltre ai cinque responsabili della vicenda, “alcuni ex squadristi ed ex fascisti fortemente indiziati di essere collegati quali organizzatori e propagandisti coi responsabili dell’episodio citato”402. Diversamente da Catanzaro, Nicastro e Crotone, nessuno degli arrestati cosentini confessò di aver aderito all’organizzazione fascista clandestina calabrese403. E’ interessante a riguardo un rapporto segreto inviato dalla compagnia dei CC.RR. di Cosenza l’11 maggio del 1944 al Procuratore del re in cui, a differenza dei rapporti trasmessi da Catanzaro, Nicastro e Crotone – incentrati esclusivamente su ciò che era emerso nel corso delle indagini – i carabinieri si interrogavano sui motivi di fondo che avevano determinato la ripresa della propaganda fascista404. Questo costituiva il primo obiettivo dei CC.RR., insieme all’intento principale di individuare, al di là delle prove raccolte, la presenza – mascherata dalle nuove e operative leve – di forze autorevoli miranti a capovolgere la situazione politica instauratosi dopo il 25 luglio405. Tigani Sava sostiene che queste forze occulte erano libere di agire nei settori centrali dell’amministrazione dello Stato e dell’economia a causa dell’ambiguo atteggiamento di alcune parti della politica406. Le forze di polizia cosentine scrivevano nel suddetto rapporto: la propaganda si svolgeva di preferenza tra giovani che, educati nelle organizzazioni della cessata GIL, nella maggior parte non si sono assuefatti al nuovo clima politico e 401 G. Conti, op. cit., p. 957; cfr. L. M. Perri, Quando un gruppo di camicie nere tentò di sbarrare il passo agli alleati, cit. , p. 22; cfr. L. M. Perri, 1944: scompaginati i nuclei della resistenza fascista nel Sud, «Il Lametino», N. 67 Febbraio 2007, p. 19. 402 G. Conti, op. cit., pp. 957-958; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 190. Vennero arrestati oltre al sottotenente Nicola Bruni, i commercianti Arturo Scola e Francesco Passarelli, l’allievo ufficiale Ferdinando Giardini, il ragioniere Gaetano Noce, l’industriale Vero Codevilla, l’ingegnere Pietro Morricone, il giornalista Orazio Carratelli, ex direttore di «Calabria Fascista», gli studenti Emilio Perfetti, Beniamino Miccichè, l’impiegato Rosario Macrì. Sfuggirono alla cattura altri collaboratori di Filosa, tra questi Giulio Rosano e il professor Andreoli. Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 121; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 362; cfr. L. M. Perri, Quando un gruppo di camicie nere tentò di sbarrare il passo agli alleati, cit., p. 22; cfr. L. M. Perri, 1944: scompaginati i nuclei della resistenza fascista nel Sud, cit., p. 19. A conferma dell’arresto di Ferdinando Giardini, in Fonti-A.N.G., Atti, Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza, con sede in Catanzaro, Ordine di cattura a carico di Giardini Ferdinando, firmato dal Procuratore Militare Col. Oreste Trotta presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza, Catanzaro 19 maggio 1944. 403 F. Tigani Sava, op. cit., p. 121; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 362. 404 F. Tigani Sava, op. cit., p. 121. 405 F. Tigani Sava, op. cit., p. 121; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 23. 406 F. Tigani Sava, op. cit., p. 121. 62 ricordano con nostalgia quelle apparenti potenza e grandezza della patria che ora vedono sconfitta e in balìa di tante forze disgregatrici407. Noti personaggi legati al passato regime erano riusciti a entusiasmare i giovani, che arrivarono a sperare in una rimonta delle armate tedesche e in un ritorno del regime fascista408. Vennero effettuate delle indagini anche a Catanzaro e provincia dove, tra la fine di aprile e maggio 1944, furono denunciate e arrestate 70 persone accusate di vari reati, fra i quali quello di «associazione sovversiva»409. I giovani arrestati erano accusati di aver attuato azioni di sabotaggio contro le autocolonne alleate dirette al Nord, con l’intento di collaborare con le truppe tedesche in caso di ripiegamento di quelle anglo-americane410. La scoperta di nuclei clandestini fascisti nelle province di Cosenza e Catanzaro aveva spinto anche i carabinieri di Crotone a dare il via a delle indagini cui seguirono gli arresti del latifondista Gaetano Morelli, considerato il finanziatore dell’organizzazione fascista411, del tenente in congedo Attilio Scola412, degli studenti Giuseppe e Francesco Riillo, Ernesto Magistri413, Francesco Scola, il dottore in lettere Antonio Corda414 e il meccanico Francesco Bombardieri415. 407 F. Tigani Sava, op. cit., p. 121; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 23; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit. F. Tigani, Sava, op. cit., pp. 121-122; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit. 409 G. Conti, op. cit., p. 958. 410 F. Tigani Sava, op. cit., p. 117. 411 Gaetano Morelli, originario di Crotone, maggiore dell’esercito in congedo e medaglia d’argento al valor militare, ricco proprietario terriero, compare tra i promotori della presunta organizzazione fascista clandestina calabrese nel primo decreto di citazione a giudizio del Tribunale Militare Territoriale di guerra della Calabria con sede in Catanzaro, con richiesta avanzata dal Procuratore Militare del Regno colonnello Oreste Trotta. Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 99-100 e p. 109; cfr. G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 28-29; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 8-10. 412 Attilio Scola compare tra i promotori della presunta organizzazione fascista clandestina calabrese nel primo decreto di citazione a giudizio del Tribunale Militare Territoriale di guerra della Calabria con sede in Catanzaro, con richiesta avanzata dal Procuratore Militare del Regno colonnello Oreste Trotta; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 99-100 e p. 109; cfr. G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 28-29; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 8-10. 413 Lo studente Ernesto Magistri, membro del gruppo clandestino di Crotone, «mise in atto un sistema per rifornire di moschetti mod. 91 il gruppo di Crotone: avendo stretto amicizia con i marinai della Capitaneria di Porto di Crotone, ogni sera andava a trovarli per fare qualche partita a carte, ma quando se ne andava via, passando davanti alla rastrelliera dei moschetti, ne prelevava uno che portava a casa nascosto sotto l’impermeabile». Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». 414 Antonio Corda, dottore in lettere, sardo di nascita, ma domiciliato in Catanzaro e componente della federazione fascista cittadina, compare tra i promotori della presunta organizzazione fascista clandestina calabrese nel primo decreto di citazione a giudizio del Tribunale Militare Territoriale di guerra della Calabria con sede in Catanzaro, con richiesta avanzata dal Procuratore Militare del Regno colonnello 408 63 A Crotone, come negli altri centri calabresi, la prima preoccupazione degli aderenti all’organizzazione clandestina era stata quella di raccogliere armi: il 28 aprile del 1944 venne arrestato a Petilia Policastro il meccanico Francesco Bombardieri perché privo di documenti416. Nelle indagini che seguirono i carabinieri scoprirono che il 23 marzo lo stesso Bombardieri era già stato fermato dai militari della R. G. di Finanza perché colto in possesso di una valigia contenente bombe a mano, ma era riuscito a evadere e a rifugiarsi a Petilia Policastro417. Il giovane confessò che le bombe gli erano state richieste dal marchese Morelli, affidandogli anche il compito di portarle in un casolare in contrada Gullo, dove vennero ritrovate dai carabinieri418. Il Morelli in un primo momento dichiarò che le armi, da distribuire ai fascisti, gli servivano per difendere le sue terre da eventuali occupazioni contadine, nel caso vi fosse stato un capovolgimento della situazione militare e politica419. Successivamente finì col rivelare di appartenere a un’organizzazione fascista con a capo l’avvocato Luigi Filosa420 presso il quale si Oreste Trotta; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 99-100 e p. 109; cfr. G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 28-29; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 8-10. 415 F. Tigani Sava, op. cit., p. 119. 416 F. Tigani Sava, op. cit., p. 119; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 99; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 360. 417 F. Tigani Sava, op. cit., p. 120; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 99; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 360; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 41. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI-XVII «Il processo degli 88» e «Il rapporto del SIM»; cfr. L. M. Perri, 1944: scompaginati i nuclei della resistenza fascista nel Sud, cit., p. 19. 418 F. Tigani Sava, op. cit., p. 120; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 99; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 360; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 41; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 50. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI-XVII «Il processo degli 88» e «Il rapporto del SIM»; cfr. L. M. Perri, 1944: scompaginati i nuclei della resistenza fascista nel Sud, cit., p. 19. Secondo quanto riportato da Fatica, «Morelli aveva sacrificato beni personali per finanziare l'organizzazione di una squadra che era ormai pronta a prendere la via della Sila per iniziare la guerriglia con sufficiente armamento, vettovaglie ed attrezzature». Fatica dichiara che tutto questo non fu rivelato al processo («le vettovaglie furono del tutto trascurate, o almeno si finse di trascurarle»), ma che «l'entità del materiale bellico ritrovato era un indizio abbastanza eloquente». Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». Cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 50; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 104. 419 F. Tigani Sava, op. cit., p. 120; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 360. 420 «Luigi Filosa, già federale di Cosenza nel 1923, fu espulso dal PNF e, dopo un suo avvicinamento ad alcuni ambienti antifascisti, venne arrestato nel 1931 e costretto al confino per tre anni. Filosa, di origine socialista, noto come fascista rivoluzionario, riteneva fosse necessaria l’emancipazione della classe operaia dal collegamento con i partiti di sinistra, affinchè possa sostituirsi alle vecchie oligarchie al comando nella guida della nazione, contribuendo ad una vera rinascita nazionale. Affrontò anche il problema del latifondo e dello sfruttamento dei contadini calabresi: invocava l’aiuto della nuova classe dirigente nazionale e locale per affrontare l’urgenza del riscatto della classe contadina dall’oppresione dei latifondisti e dal peso esercitato su di essa dallo stesso partito comunista. Contrario anche alla massificazione del partito fascista, poichè fermamente convinto che il successo del movimento dipendesse non dal numero ma dalla qualità degli iscritti. Il Filosa fu un fascista tendenzialmente repubblicano: aveva infatti più volte manifestato i suoi ideali repubblicani, respingendo con 64 era recato per avere notizie sul programma del movimento fascista clandestino, sulla sua ramificazione in Calabria e sul ruolo del principe Pignatelli421. Filosa gli consigliò di contattare Antonio Corda, capo dell’organizzazione clandestina catanzarese422. Fu sempre il marchese Morelli ad affermare che il movimento era finanziato da lui, con lo scopo di ritardare l’avanzata delle truppe alleate, favorendo il ritorno dell’esercito tedesco, e cercare nuovi contatti con la RSI423. Mentre proseguivano le indagini – che si conclusero all’inizio del 1945 con il rinvio a giudizio di 88 imputati – gli interrogatori effettuati confermarono quanto era risultato dalle indagini svolte dai carabinieri e dalla polizia all’epoca dei fatti e dei primi interrogatori.424. Gli imputati erano stati in un primo momento interrogati in Calabria dal procuratore militare colonnello Trotta; successivamente trasferiti a Napoli425 su richiesta dell’Ufficio «I» del Comando supremo al quale, tra maggio e giugno, era stata inviata la documentazione relativa al processo426. A Napoli tuttavia non venne scoperto nessun fatto nuovo, perché tutti gli imputati si limitarono a confermare le dichiarazioni rilasciate sia ai carabinieri che al giudice istruttore427. Molti imputati confessarono l’esistenza di organizzazioni fasciste di cui facevano determinazione il progetto di collaborazione con la monarchia; criticò vivacemente anche la gestione unica e autoritaria del partito da parte di Mussolini. Dopo ripetute liberazioni e nuovi arresti, rientrò nel partito nella primavera del 1943, col compito – affidatogli dal federale di Cosenza Ercolani, che lo mise a tale scopo in contatto con Valerio Pignatelli – di costituire bande armate per ostacolare un’eventuale invasione nemica. Venne però esonerato dall’inacarico, poiché voleva accogliere nell’organizzazione tutti gli italiani, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Dopo l’8 settembre 1943, fu promotore di un movimento che avrebbe dovuto contrastare l’avanzata degli anglo-americani e combattere i nemici del fascismo». Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 103 e sgg; cfr. G. Conti, op. cit., p. 955; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 99. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». Per ulteriori notizie biografiche riguardanti Luigi Filosa, cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 91-93 e passim; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 56 e passim; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 99 e sgg; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 361 e sgg. 421 F. Tigani Sava, op. cit., p. 120; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 99; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 361. 422 F. Tigani Sava, op. cit., p. 120; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 361. 423 F. Tigani Sava, op. cit., p. 120; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 361; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 58. 424 G. Conti, op. cit., p. 958. 425 G. Conti, op. cit., p. 958; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 126; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 40. In FontiA.N.G., Atti della Procura Militare presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza in Catanzaro: autorizzazione delle Direzioni delle Carceri di Catanzaro, Nicastro e Cosenza alla consegna ai CC.RR. dei detenuti per immediato trasferimento, stabilito per ordine superiore (Il Procuratore Militare del Re, Col. Oreste Trotta, Nicastro-30 Maggio 1944). 426 Richiesto dallo stesso ufficio il 29 maggio 1944. Cfr. G. Conti, op. cit., p. 958; cfr. F. Tigani Sava, op. cit, p. 126; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 40; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 59. 427 F. Tigani Sava, op. cit, p. 126; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 40; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 59. 65 parte i giovani delle province di Cosenza e Catanzaro428. Secondo alcune testimonianze, il loro scopo era dare vita a un “partito d’ordine con precetti fascisti purgati delle scorie che si manifestarono in 22 anni di regime fascista e che portarono alla caduta del regime stesso”429. Il nuovo partito avrebbe dovuto “collaborare con gli organi di polizia in caso di torbidi e con le truppe tedesche”430. Pietro Capocasale, nell’interrogatorio a cui fu sottoposto il 10 maggio 1944, dichiarò: in caso di ripiegamento delle truppe anglo-americane dovevamo metterci a disposizione della polizia evitando la distruzione del materiale dello stato, gli eccessi della popolazione e le rappresaglie dei fascisti facinorosi431. Altri imputati rivelavano che in un secondo tempo avrebbero dovuto collaborare con le truppe tedesche, sempre se queste li avessero trattati con rispetto432. Altri ancora confessavano di essersi riuniti per raccogliere fondi, procurarsi armi e munizioni in tutte le maniere, aiutare i tedeschi e gli italiani nell’Italia repubblicana e favorire il loro arrivo nelle province occupate dagli inglesi e collaborare con loro per scacciare definitivamente le truppe anglo-americane dal suolo d’Italia433. La ricerca delle armi era uno degli obiettivi che univa tutti i diversi gruppi coinvolti nel «processo degli ottantotto»434. Luigi Filosa in una sua «memoria» sui fatti della Calabria435 sottolineava come dopo l’8 settembre non fosse troppo difficile trovare armi e munizioni abbandonate dal Regio Esercito, perché i reggimenti, ormai smarriti e dispersi, ne avevano lasciate dovunque436. Il marchese Gaetano Morelli dichiarò, durante l’interrogatorio del 4 giugno 1944, che la sua attività si era «limitata» alla raccolta delle armi e che l’operazione durò per tutto il mese di marzo437. Armi e munizioni vennero difatti recuperate durante le 428 F. Tigana Sava, op. cit., p. 126. G. Conti, op. cit., p. 958; cfr. F. Tigani Sava, op. cit, p. 117. 430 Ibidem. 431 G. Conti, op. cit., p. 958. 432 Ibidem. 433 Ibidem. 434 G. Conti, op. cit., p. 959; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 57-58. 435 La «memoria» sui fatti della Calabria è stata stesa da Luigi Filosa per lo storico Giuseppe Conti. 436 G. Conti, op. cit., p. 959. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». 437 G. Conti, op. cit., p. 959. 429 66 perquisizioni in casa di più di uno degli imputati438. Da alcune testimonianze rilasciate dai protagonisti della resistenza fascista calabrese risulta che soprattutto i comunisti si impossessarono di molte delle armi abbandonate in Calabria dal Regio Esercito439. Risultavano poco chiari i collegamenti fra i gruppi e, in particolare, non era facilmente dimostrabile l’eventuale esistenza di un unico capo – nella persona di Luigi Filosa – che avrebbe dovuto dirigere l’intero movimento440. Filosa negò sempre di aver ricoperto tale ruolo, sostenendo di essersi limitato a consigliare “a tutti gli amici politici che era prematuro fare delle organizzazioni, ma che bisognava conservare decoro e dignità senza vile esibizionismo di abiurazioni”441. Il marchese Morelli al contrario dichiarò, nell’interrogatorio del maggio 1944, di avere avuto da Filosa il consiglio di “raccogliere armi e munizioni per impiegarle nel dopoguerra”442. Un’affermazione che poteva trovare conferma nelle dichiarazioni dei carabinieri di Cosenza, che riportavano come 438 Ibidem. Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». Cfr. Testimonianza di Nicola Plàstina – di Aiello Calabro (Cosenza), in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 147; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 127; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 94. 440 G. Conti, op. cit., p. 959. 441 Ibidem. Secondo quanto viene riferito dal maggiore Oreste Pecorella in un Rapporto del SIM, prot. 10126, datato 21 ottobre 1944, il Filosa «costretto a tenere il letto e a restare immobile per lungo tempo ricevette assai frequentemente visite di amici che gli chiedevano consigli sull'indirizzo politico da seguire. Perché mai amici politici si recavano da altri centri della Calabria ad intervistare l'avv. Filosa sull'atteggiamento politico da seguire ? Perché mai si recavano a chiedere tali consigli a lui Filosa che per molto tempo era stato lontano dal partito e quindi non poteva essere considerato un fascista ortodosso? Evidentemente perché era noto che il Filosa, rimasto fedele ad una ideologia ormai superata dagli avvenimenti, era considerato il capo del movimento neofascista in Calabria (…) Né i dinieghi del Filosa possono aver peso ove si pensi che il Morelli, fin dal dicembre 1943, venne a conoscere che organizzatore del movimento era il detto Filosa col quale volle appunto perciò entrare in rapporti. Pertanto non credo possano sussistere dubbi sulla preminente figura dell'avv. Filosa nel movimento fascista calabrese». Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 168-169; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 98-99; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 134-135. 442 Ibidem. Il maggiore Oreste Pecorella nel Rapporto del SIM su indicato dichiara: «L 'avv. Filosa Luigi ha tentato di dimostrare di non aver consigliato il Morelli Gaetano (recatosi di proposito per visitarlo da Crotone a Cosenza, benché non lo avesse mai avvicinato prima di allora) a raccogliere armi e munizioni; ma il tentativo è vano sia per la precisa chiamata di correo fatta dal Morelli, che per l' esame delle date in cui si svolsero i fatti. Il Morelli, come è stato accertato, si recò a Cosenza a visitare Filosa verso la fine del febbraio scorso, mentre il Bombardiere fu sorpreso con una valigia contenente bombe a mano il 23 marzo. E' quindi pacifico che il Morelli non aveva iniziato le raccolte delle armi prima della visita a Cosenza ed egli, nell'interrogatorio del 4 giugno reso a Napoli, ha confermato che tale attività fu iniziata nel marzo e si protrasse per tale mese e precisamente dal 5 al 29 del detto mese. Il Bombardiere ricevette l'incarico di raccogliere armi alla fine di febbraio il che conferma che il Morelli, ricevute istruzioni e direttive da Filosa, tornato a Crotone, si accinse febbrilmente alla ricerca di armi e munizioni, finché la 439 67 il gruppo degli «anziani» del capoluogo avesse dato vita ad un’organizzazione tendente a ricostituire il disciolto partito fascista, a raccogliere il personale necessario per l’inquadramento, nonché a procurarsi armi e munizioni da adoperare al momento opportuno e tutto ciò in collegamento con i fascisti che operavano con gli stessi intendimenti e con gli stessi disegni criminosi a Catanzaro e provincia443. L’ipotesi di ripetuti contatti tra i fascisti delle province di Cosenza e Catanzaro emergeva da vari interrogatori del maggio 1944, da cui derivava che il marchese Morelli, come detto, avesse incontrato Antonio Corda a Nicastro nel febbraio ’44444. Corda negò di aver parlato in quella situazione di Luigi Filosa e di un’organizzazione fascista a Cosenza o in altri siti, ma non escluse di aver fatto riferimento alle armi445. Dalla deposizione risultava inoltre che Pietro Capocasale aveva svolto una funzione di collegamento in varie direzioni, a Catanzaro – dove si trovava per servizio militare – venendo a contatto con elementi del nucleo fascista locale, tra i quali gli studenti universitari Gaetano Gallerano e Antonio Colosimo446 e poi, come accennato, a Nicastro447. Un tentativo che sarebbe stato fatto anche dal gruppo di Catanzaro, questa volta in direzione di Cosenza, dove venne inviato Salvatore Trovato448. Altri giovani, arrestati a Nicastro, avevano ammesso di aver incontrato elementi fascisti di Catanzaro: in particolare Giovanni Sergi e Giulio Cupiraggi dissero di aver avuto nel febbraio del 1944 dei colloqui con Colosimo e Gallerano449. Questi ultimi, quando vennero interrogati, negarono di aver fatto parte di un’organizzazione fascista, ma in seguito confessarono di aver deciso dopo l’8 settembre e con l’occupazione del territorio calabrese da parte degli alleati – insieme agli amici Aldo Paparo, Nino Gimigliano, Roberto Trovato, Provino Mauro, sua attività fu scoperta». Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 19431945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 168; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 98; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 134. 443 G. Conti, op. cit., p. 959. 444 G. Conti, op. cit., pp. 959-960. 445 Ivi, p. 959. 446 Antonio Colosimo, studente universitario, è considerato, secondo la ricostruzione delle vicende dell’organizzazione clandestina calabrese fatta da F. Tigani Sava, uno dei promotori del movimento fascista; insieme a lui anche l’ex e ultimo direttore di «Calabria Fascista» Orlando Mazzotta, Nino Gimigliano, studente universitario da Catanzaro, Aldo Paparo da Gasperina, Giuseppe Scola da Crotone, il sottotenente Vittorio Bruni del 16° reggimento fanteria di stanza a Cosenza. I loro nomi non compaiono però nell’elenco dei promotori presente nel primo decreto di citazione a giudizio del Procuratore Militare del Regno colonnello Trotta. Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 99-100 e p. 109; cfr. G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 28-29; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 8-10. 447 G. Conti, op. cit., p. 959; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 116. 448 G. Conti, op. cit., pp. 959-960; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 118. 449 F. Tigani Sava, op. cit., p. 117; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 360. 68 Domenico Greco, Aldo Sestito450, Gioacchino Schifino – di svolgere attività di propaganda filofascista451. Lo scopo principale era riorganizzare il partito fascista, e per questo si impegnarono in una raccolta di fondi, armi e munizioni452. Stabilirono inoltre di collaborare con i tedeschi e i fascisti della RSI, favorendo il loro arrivo nelle province occupate dagli inglesi e cooperando con gli altri fascisti calabresi per allontanare le truppe anglo-americane dalla Calabria453. Aggiunsero che i capi del movimento catanzarese erano Paparo e Gimigliano454, “mentre gli altri erano stati nominati capi nucleo con l’incarico di svolgere attiva propaganda e di inquadrare gli aderenti al movimento”455. Colosimo sostenne pure che Capocasale, venuto a conoscenza della nascita del movimento, aveva preso i già noti contatti con Gallerano, perché intenzionato a dare maggiore impulso all’iniziativa: il tenente – attento a curare nei minimi particolari la strategia d’azione del movimento – aveva invitato, infatti, i giovani fascisti ad accelerare la raccolta di armi, munizioni ed esplosivi per poter essere in grado di svolgere atti di sabotaggio, necessari a rallentare l’avanzata degli alleati, e per essere eventualmente pronti ad affrontare i comunisti456. Capocasale aveva ribadito che il movimento eversivo calabrese faceva parte di un più vasto programma che interessava tutto li Mezzogiorno d’Italia e che presto il principe Pignatelli, capo di tutta l’organizzazione meridionale, avrebbe dato, tramite i suoi emissari, il via alla rivolta contro gli alleati e gli antifascisti457. Le confessioni di Gallerano e di Colosimo determinarono l’arresto di altri giovani catanzaresi458, che nel corso degli interrogatori negarono però di aver preso parte all’organizzazione clandestina, pur manifestando simpatia per il fascismo; solo Capocasale confermò le loro deposizioni, criticando chi approfittava semplicemente 450 Aldo Sestito compare tra i promotori della presunta organizzazione fascista clandestina calabrese nel primo decreto di citazione a giudizio del Tribunale Militare Territoriale di guerra della Calabria con sede in Catanzaro, con richiesta avanzata dal Procuratore Militare del Regno colonnello Oreste Trotta, cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 99-100; cfr. G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 28-29; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 8-10. 451 F. Tigani Sava, op. cit., p. 117. 452 Ibidem. 453 Ivi, pp. 117-118. 454 F. Tigani Sava, op. cit., p. 118; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 360. 455 F. Tigani Sava, op. cit., p. 118. 456 Ibidem. 457 Ibidem. 458 F. Tigani Sava, op. cit., p. 118; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 360. 69 della situazione per creare disordine459. Il tenente ritrattò però in parte la sua precedente confessione, dichiarando estraneo ai fatti il principe Pignatelli, che aveva citato solo per «darsi delle arie» con i giovani con cui era entrato in contatto460. Il fine ultimo dell’organizzazione era difendere la patria dai comunisti, per questo Capocasale durante “il suo soggiorno a Petronà si era schierato dalla parte dei carabinieri impegnati a sedare un tumulto popolare guidato ed organizzato, a suo giudizio, dai comunisti”461. Per sostenere ancora di più la sua aspirazione all’ordine e alla disciplina riferì che durante il colloquio avuto a Nicastro con Ugo Notaro erano venute fuori due opposte strategie tra cui scegliere per attuare il programma stabilito: il notaio era favorevole a una linea dura e aveva sostenuto la necessità di far ricorso ad atti di sabotaggio, mentre lui aveva consigliato prudenza e discrezione fino all’arrivo delle truppe tedesche, quando l’organizzazione sarebbe intervenuta per fermare un’eventuale resistenza comunista462. A Catanzaro, nel corso di altre perquisizioni effettuate dai carabinieri463, vennero, come per i casi precedenti, ritrovate armi, munizioni ed esplosivi in casa degli studenti Francesco Fatica e Aldo Sestito464. Venne anche scoperto il tentativo di entrare in contatto con Roma, dove era stato inviato Antonio Bernardi, che però fu costretto a fermarsi a Brindisi a causa delle notevoli difficoltà incontrate durante il tragitto per la capitale465. Non si hanno precise e coerenti informazioni documentate sull’effettiva presenza nel territorio calabrese di un movimento di resistenza fascista. Se si tenta di quantificare e definire l’estensione delle organizzazioni clandestine fasciste, è 459 F. Tigani Sava, op. cit., p. 118. Ibidem. 461 F. Tigani Sava, op. cit., p. 119 e p. 125; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 362; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 59. 462 F. Tigani Sava, op. cit., p. 119; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 98; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 360. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI-XVII «Il processo degli 88» e «Il rapporto del SIM». 463 Sulla scoperta di un’«associazione filo-fascista-Sabotaggio» nel territorio di Catanzaro, in FontiA.N.G., Rapporto Legione Territoriale dei CC.RR. di Catanzaro, Gruppo Interno di Catanzaro, N. 59/3 di prot.Dv.Riserv., Catanzaro 8 maggio ’44, alla Procura Militare del Re di Catanzaro, oggetto: organizzazione filo-fascista-Sabotaggio, a firma del T. Col. Comandante del gruppo Eraldo Pallone. 464 F. Tigani Sava, op. cit., p. 119; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 360; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 57. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». 465 F. Tigani Sava, op. cit., p. 119. 460 70 probabile, secondo Conti, che la versione della polizia vada ridimensionata466. Così come vanno ritenute eccessivamente riduttive le dichiarazioni rese dagli imputati sulle dimensioni del movimento calabrese – pur considerando qualche eccezione467 – con le quali i fascisti cercavano di mascherare agli occhi delle forze di polizia la pericolosità dell’organizzazione. Una delle ipotesi elaborate a riguardo afferma che al momento in cui si mossero le forze di polizia esistessero diversi nuclei clandestini locali di varie dimensioni, ma non ancora un’unica grande organizzazione che li ricomprendesse tutti in modo organico468. E quest’ipotesi dovrebbe trovare conferma in una testimonianza di Luigi Filosa che, nella sua già citata «memoria» sui fatti della Calabria, prendendo spunto dagli attentati del gruppo di Nicastro, ha dichiarato: Questa specie di azioni intimidatorie (non) erano da me approvate. Servivano soltanto ad allarmare ed a rendere difficoltosa la vita dell’organizzazione che si andava formando. Secondo me bisognava aspettare la tanto strombazzata offensiva di Graziani e quindi far saltare i tralicci che dalla Sila portavano l’energia elettrica alle ferrovie meridionali. Si sarebbe messo lo scompiglio nelle retrovie dei cosidetti alleati. Di questo gli alleati erano convinti (…) e avevano dislocato dei loro reparti in Sila per presidiare i laghi. I tralicci erano però indifesi469. Da più parti si stava comunque lavorando per realizzare un’unica e forte organizzazione fascista clandestina ed è innegabile, secondo Conti, che un ruolo centrale svolgesse, nella realizzazione di questo grande e complesso progetto, l’avvocato Luigi Filosa470. Questi avrebbe fornito un contributo attivo attraverso indicazioni politiche, suggerimenti e critiche, agendo anche da «catalizzatore» delle varie tendenze fasciste presenti nelle province di Cosenza e di Catanzaro e, elemento più importante, mantenendo tramite la sua persona i collegamenti con 466 G. Conti, op. cit., p. 960. Ibidem. 468 Ibidem. 469 G. Conti, op. cit., p. 960; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 190; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 51. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI-XVII «Il processo degli 88» e «Il rapporto del SIM». Nicola Plastinà conferma in una sua testimonianza il fatto che Filosa avesse preparato un piano per attaccare i piloni degli elettrodotti in caso di ritirata degli alleati, che al contrario delle centrali elettriche non erano presidiati. Cfr. Testimonianza di Nicola Plàstina – di Aiello Calabro (Cosenza), in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 147; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 126; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 94. 470 G. Conti, op. cit., p. 960. 467 71 Pignatelli471. Luigi Filosa ha prima negato sia i contatti con Valerio Pignatelli sia il ruolo che il principe ricopriva all’interno dell’organizzazione fascista clandestina; in un interrogatorio del 19 maggio 1944 dichiarava infatti: Non mi risulta, né ho sentito dire che a capo dell’organizzazione fascista di Calabria fosse il principe Pignatelli. Con detto Pignatelli non ho mai avuto rapporti, non conosco la principessa472. In un successivo interrogatorio del 30 maggio 1944473, invece, Filosa confermò di avere conosciuto Pignatelli nel luglio '43, quando nacquero le «Guardie ai Labari», ma negò nuovamente di avere avuto nei mesi successivi contatti diretti col principe, che invece, secondo Conti, ci furono474. L’esistenza di questi contatti veniva infatti ammessa dal Filosa stesso nella «memoria» già precedentemente citata. L’avvocato avrebbe inoltre agito in una sorta di relativa autonomia dal principe Pignatelli mantenendo contatti diretti con la Rsi attraverso una radio trasmittente trasportata a spalla sulle montagne e azionata dal giornalista Orazio Carratelli, aiutato nel trasporto dal giovane Nicola Plàstina, in continuo spostamento per evitare di essere individuati dai radiogoniometri475. “L’arresto dei Pignatelli mise in allarme, secondo Filosa, le autorità di Cosenza e in tutta la regione”476: è probabile che sia stata proprio la cattura a Napoli del gruppo Pignatelli, da dove il principe guidava l’intera organizzazione, “a far precipitare le sorti del fascismo calabrese”477. Quanto a Filosa dopo essere stato forse avvisato dell’imminente arresto, cercò di sottrarsi alla cattura fuggendo a Bari presso l’avvocato Scardia, al quale lo aveva indirizzato l’ex console della MVSN 471 Ibidem. Ibidem. 473 Le notizie relative alla partecipazione di Filosa alle «Guardie ai Labari» sono state tratte dallo storico Giuseppe Conti dagli interrogatori dello stesso Filosa in data 30 maggio e 4 giugno 1944 esistenti negli Atti del «processo degli ottantotto», tenutosi a Catanzaro tra febbraio e aprile 1945, cfr. G. Conti, op. cit., p. 955. 474 Ivi, p. 960. 475 Lo stesso Plàstina tentò poi di passare le linee, ma giunto presso le retrovie del fronte, fu intercettato e rispedito indietro. Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI-XVII «Il processo degli 88» e «Il rapporto del SIM». Cfr. Testimonianza di Nicola Plàstina – di Aiello Calabro (Cosenza), in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 147; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 126; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 94; cfr. L. M. Perri, 1944: scompaginati i nuclei della resistenza fascista nel Sud, «Il Lametino», cit., p. 19. 476 G. Conti, op. cit., p. 960; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 60 477 G. Conti, op. cit., p. 960. 472 72 D’Alessandro478. A Bari Filosa non riuscì a imbarcarsi per il Nord e il 16 maggio ’44 venne arrestato dagli agenti del SIM e condotto a Napoli per gli interrogatori: negò di far parte dell’organizzazione fascista clandestina, tentando di motivare la sua fuga da Cosenza con l’urgenza di “sottrarsi alle persecuzioni degli antifascisti locali che tramavano per farlo arrestare”479. Venne poi trasferito a Roma su richiesta dell’Intelligence inglese e detenuto per circa due mesi nel terzo braccio di Regina Coeli a disposizione delle autorità alleate480. Interessante è il Rapporto481 che il SIM inviò al Procuratore Militare di Napoli sul movimento eversivo calabrese482, perché 478 G. Conti, op. cit., p. 960; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 108 e p. 120; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 99; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 362; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 60; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 190; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 51. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI-XVII «Il processo degli 88» e «Il rapporto del SIM». 479 Ibidem. 480 F. Tigani Sava, op. cit., p. 108; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 42. 481 Rapporto datato 21 ottobre 1944 e firmato dal maggiore Oreste Pecorella. Secondo Fatica, il maggiore Pecorella si limitò a segnalare nel rapporto quanto era a sua conoscenza attraverso le relazioni dei CC.RR. (Carabinieri reali) e addirittura – secondo quanto lui stesso dichiarò a Nando di Nardo, quando andò a interpellarlo nella Certosa di Padula, trasformata in campo di concentramento per duemila fascisti – «diede al rapporto una sfumatura nebbiosa anche quando avrebbe potuto raggiungere una notevole certezza e chiarezza». Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI-XVII «Il processo degli 88» e «Il rapporto del SIM». Cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 52. Quanto a Di Nardo e al gruppo operante tra Napoli, Castellamare e Sorrento, considerato una ramificazione del movimento di Pignatelli, l’istruttoria – nel corso della quale venne aggiunto al gruppo in questione un consistente nucleo di sabotatori del Battaglione Vega della X MAS, lanciato sul Gragnano e catturato – si concluse nel 1947. Con l’amnistia di Togliatti, Di Nardo e gli altri furono liberati nonostante fossero accusati di reati per i quali era prevista la pena di morte. Cfr. R. Ciuni, op. cit., pp. 357-358. 482 Il Rapporto ha per oggetto il «Movimento fascista nell’Italia meridionale» e dichiara: «L’Arma dei CC.RR. della Calabria nell’autunno e nella primavera scorsa, notò particolarmente in Sambiase ed in Nicastro un risveglio di attività fascista che si estrinsecò anche nell’esecuzione di atti di terrorismo e raccolta di armi. Le indagini intraprese per stroncare tale attività si conclusero con i seguenti risultati: Compagnia di Catanzaro: denunziati sedici persone di cui undici in stato di arresto; Compagnia di Cosenza: denunzia di 15 persone di cui 14 in stato di arresto. La 15 – Avv. Filosa da Cosenza – fu arrestato da alcuni elementi del nostro servizio a Bari, dove si era rifugiato per sfuggire alle ricerche degli organi di polizia e per tentare di superare le linee e raggiungere il territorio della repubblica sociale; Compagnia di Nicastro: denunzia di 175 persone di cui 20 arrestate e tradotte a Napoli; 4 rinchiuse nel centro di rieducazione di Catanzaro, 1 latitante ricercato e le altre detenute in altre carceri; Compagnia di Crotone: denunzia di 9 persone in stato di arresto. Come è emerso dalle indagini svolte dai comandi, pur tenendo debito conto delle ritrattazioni fatte da alcuni imputati, scopi precipui del movimento erano quelli di ricostituire il Partito Fascista, a sfondo anticomunista, procurarsi armi, munizioni e fondi per lo sviluppo dell’organizzazione». Per il testo del Rapporto di Stato Maggiore del SIM, prot. 10126, datato 21 ottobre 1944, a firma del maggiore Oreste Pecorella e indirizzato al Procuratore presso il Tribunale di Napoli, cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 167 e sgg.; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 97-99; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 133 e sgg. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». 73 dà una visione, anche se parziale483, dell'importanza del movimento clandestino fascista nell'Italia meridionale. Il rapporto ricostruiva in sintesi i reati di cui erano accusate 155 persone denunziate e arrestate, tutte riconducibili alla stessa organizzazione – operativa in ben quattro centri calabresi, ovvero Catanzaro, Nicastro-Sambiase, Crotone e Cosenza – il cui scopo era quello di “ricostituire il Partito fascista (…) procurarsi armi, munizioni e fondi per lo sviluppo dell’organizzazione”484. In esso tuttavia veniva evidenziata l’impossibilità di “raccogliere la prova concreta dell’intesa fra i vari gruppi operanti in Calabria”485, anche se pesanti responsabilità venivano attribuite dai funzionari del Servizio Informazioni Militari sia a Gaetano Morelli sia a Luigi Filosa, definito come “un fascista fanatico in cerca di notorietà dopo la caduta del fascismo”486. Il rapporto conteneva anche accenni ad altri anonimi organizzatori che “con cautela e circospezione, tanto grande da essere vano l’esito di indagini a proposito, erano riusciti a far pervenire ai gruppi dipendenti l’ordine di armarsi”487. Da esso risulta anche che nel giugno del 1944 erano stati richiesti gli atti del processo perché venissero esaminati dagli inquirenti alleati che, dopo aver visionato l’esito delle indagini svolte in Calabria e a Napoli dai CC.RR., avevano restituito l’incartamento affinché fosse l’autorità giudiziaria italiana a proseguirne l’istruttoria, un compito 483 Secondo Fatica, «il rapporto è parziale e lacunoso perché si riferisce alla sola Calabria e oltre tutto, a una piccola parte di essa», limitandosi essenzialmente a citare fatti e persone riguardanti il «processo degli 88 fascisti di Calabria». Tenta inoltre di attenuare, per quando possibile, le responsabilità dei fascisti scoperti a far parte delle bande armate. Va certamente tenuto presente che i risultati degli interrogatori dei CC.RR. e del giudice istruttore furono ovviamente circoscritti, attenuati, mascherati il più possibile dagli imputati per limitare le proprie responsabilità e quelle degli altri fascisti coinvolti. Fatica sottolinea come fu ovviamente «tenuta nascosta ogni altra concreta estrinsecazione operativa delle bande clandestine, la loro ubicazione, la loro attività, i collegamenti», ma è pur vero, aggiunge, che «i fascisti clandestini calabresi non erano assolutamente preparati alla lotta clandestina e per spavalderia spesso ostentavano i loro propositi lasciando imprudentemente larghi indizi per gli inquirenti». Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». Cfr. N. Giardini, op. cit., p. 99. 484 F. Tigani Sava, op. cit., p. 167; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 96 e pp. 133-134; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 98. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». 485 F. Tigani Sava, op. cit., p. 126 e p. 168; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 98; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 134; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 40; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 59. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». 486 F. Tigani Sava, op. cit., p. 126 e p. 168; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 98; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 134. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». 487 F. Tigani Sava, op. cit., p. 126 e p. 168; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 134; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 40. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». 74 che venne assegnato al Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria488. Gli imputati vennero trasferiti nuovamente da Napoli a Catanzaro dove il 15 febbraio 1945 cominciò il dibattimento in aula durato fino al 7 aprile489. Già dopo il 25 luglio ’43 era cominciata una serie di processi intentati contro gerarchi fascisti a seguito della creazione di una «commissione per individuare gli artefici e i proventi degli illeciti arricchimenti conseguiti durante il ventennio fascista» (R.D.L del 9 agosto 1943 n. 720)490. All’indomani della caduta del fascismo questa fu la più clamorosa tra le prime e poche decisioni di natura punitiva prese dal governo Badoglio nei confronti degli ex gerarchi fascisti491; né il sovrano né Badoglio infatti erano intenzionati a intervenire con decisione nei confronti dei fascisti che non fossero «pericolosi»492. Una nuova fase epurativa si aprì con l’armistizio e con la liberazione di Mussolini, differente da quella immediatamente successiva al crollo del regime fascista493. 488 F. Tigani Sava, op. cit., p. 126 e p. 170; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 99; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 136; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 357; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 40; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 51. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». A riguardo F. Fatica ha dichiarato: «Gli Alleati, secondo un clichet ormai abitudinario, lasciarono il processo agli italiani di Badoglio», ma «gli ufficiali del Regio Esercito non dimostrarono affatto entusiasmo e tanto meno zelo per l'incarico ricevuto, anzi adoperarono ogni possibile solerzia per limitarne la portata. E intanto prendevano tempo. In tale atteggiamento non si può non riconoscere la direttiva degli occupanti, tesi a non creare martiri anzi tempo; infatti tutti gli imputati fummo “tradotti” in catene al carcere di Poggioreale, a Napoli, a disposizione del C.S. (Controspionaggio), mentre l’avvocato Filosa, il tenente Capocasale, lo studente Antonio Colosimo e qualche altro, furono trasferiti a Roma, nel carcere di Regina Coeli, a disposizione degli “Alleati”, che li interrogarono per saggiarne le responsabilità, ma anche l’animo e il carattere, utili in una futura eventualità di opposizione al sorgente prepotere comunista». Salvatore Maria Sergio, penalista del Foro di Napoli e saggista, sostiene, invece, che gli occupanti anche se avevano lasciato tutta la responsabilità ai giudici dei Tribunali militari di guerra del Sud non rinunciavano a tenere sotto controllo quei giudici rappresentanti la nuova Italia di Badoglio e poi di Bonomi. Afferma il Sergio: «Può sembrare un paradosso, ma dobbiamo dedurne che gli “Alleati”, o quanto meno i più avveduti, perspicaci e previdenti di loro, vollero evitare gravi condanne, e in particolar modo la pena capitale, per ragioni inerenti alla sicurezza del tempo di guerra e del prossimo venturo dopoguerra». Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». Cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 51; cfr. Intervento di Salvatore Maria Sergio, in AA.VV., Il dissenso clandestino 19431945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, pp. 63-65. 489 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 126-127; G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 59. 490 D. Lembo, op. cit., p. 9; cfr. R. Canosa, Storia dell’epurazione in Italia. Le sanzioni contro il fascismo 1943-1948, Baldini &Castoldi, Milano, 1999, pp. 6-8; cfr. H. Woller, op. cit., p. 40. 491 R. Canosa, op. cit., p. 6. 492 R. Canosa, op. cit., pp. 5-6. Badoglio intravedeva nell’epurazione, che in quanto tale non gli interessava, solo una concreta chance per prendere le distanze dal vecchio regime e per riguadagnare un certo prestigio sul piano politico. Cfr. H. Woller, op. cit., p. 36. 493 R. Canosa, op. cit., p. 9. Gli Alleati, in tema di epurazione, intervennero da subito in modo più deciso rispetto al governo italiano: iniziarono, infatti, col rimuovere e arrestare nelle terre sotto la loro giurisdizione la maggior parte dei prefetti, dei questori e dei podestà (cfr. R. Canosa, op. cit., pp. 21-22). 75 Il problema dell‘epurazione nell’apparato dello Stato è stato oggetto di molti studi, i quali concordano nella tesi secondo cui, dopo una primo periodo di severa epurazione494, gli impiegati, i funzionari e i dirigenti dello Stato furono in grandissima maggioranza riammessi ai posti che occupavano durante il regime495. Dopo quindi una fase caratterizzata da una certa rigidità, la situazione si normalizzò e il ricorso allo strumento epurativo nei confronti di chi aveva aderito al fascismo andò man mano diminuendo. La questione dell’epurazione apparve complessa se non impossibile anche nei due successivi governi Bonomi e nel seguente governo Per svolgere l’attività epurativa nel Sud, adottarono la «scheda personale», «un questionario di cinquanta domande concernenti gli incarichi svolti e le cariche ricoperte che fu consegnato a tutti i dipendenti pubblici nell’autunno del 1943» (cfr. R. Canosa, op. cit., p. 22; cfr. H. Woller, op. cit., p. 132. Sulla «defascistizzazione» nel Mezzogiorno attuata dall’amministrazione militare alleata, cfr. H. Woller, op. cit., p. 51 e sgg.). Soltanto dopo la conferenza di Mosca del 19 ottobre 1943, in cui gli Alleati disposero che «il fascismo venisse completamente liquidato», Badoglio decise di intervenire più decisamente e cominciò coll’indirizzare ai prefetti una lunga circolare in cui chiariva la natura e gli scopi dell’epurazione, elencando «quattro gruppi di fascisti che infettavano la vita pubblica italiana»: «gli iscritti al partito; i fascisti che avevano ricoperto cariche pubbliche e che erano stati promotori di favoritismi e violenze contro gli avversari; gli attivisti e i fascisti della prima ora; i fascisti pericolosi». Su questi, operando delle opportune differenze, i prefetti dovevano intervenire, perché l’attività epurativa potesse procedere rapidamente e con successo. (cfr. R. Canosa, op. cit., pp. 20-21; cfr. H. Woller, op. cit., p. 111). Badoglio annunciò anche di voler aprire «un’inchiesta sul comportamento (…) ambiguo tenuto dai vertici delle forze armate e dagli ufficiali in comando l’8 settembre». «Il 9 dicembre emanò un decreto per la reintegrazione in servizio di tutti gli appartenenti alla pubblica amministrazione licenziati per motivi politici prima del 1943» (cfr. H. Woller, op. cit., pp. 114-116). Queste iniziative ebbero un impatto positivo sulla popolazione anche se inizialmente non ebbero risultati immediati: solo più tardi vennero sottoposti a processo i primi fascisti (cfr. H. Woller, op. cit., p. 113). 494 «Il Regio decreto – Legge 28 dicembre 1943 n. 29-B – costituì il primo testo di legge in materia di epurazione delle amministrazioni pubbliche, degli enti locali e delle imprese esercenti servizi pubblici» realizzato dal governo Badoglio (cfr. R. Canosa, op. cit., pp. 10-12; cfr. H. Woller, op. cit., pp. 117-118). Molte carenze e ritardi si verificarono però nei ministeri, per le difficoltà riscontrate nell’applicare le disposizioni del decreto sull’epurazione: «la formazione» ivi prevista «delle commissioni per l’epurazione non era possibile, sicchè il decreto (…) appena varato diventava di fatto inapplicabile» (cfr. H. Woller, op. cit., pp. 126-128). Solo a seguito di un congresso nazionale tenutosi a Bari tra il 28 e il 29 gennaio ’44 di tutti i Comitati di Liberazione – il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) svolse un ruolo decisivo nell’epurazione – il governo, reagendo a durissime critiche che gli erano state rivolte in sede, decise, nel febbraio dello stesso anno, di assegnare l’incarico di alto commissario per l’epurazione della nazione dal fascismo a Tito Zaniboni, un noto esponente dell’antifascismo (cfr. R. Canosa, op. cit., pp. 12-13; cfr. H. Woller, op. cit., p. 136 e sgg.). Zaniboni si rese conto però da subito che i suoi «poteri» in quanto alto commissario non erano stabiliti con precisione: «rivestiva una carica che ancora non si era provveduto a istituire con apposita legge» e che fu definita giuridicamente solo nell’aprile dell’44 (cfr. H. Woller, op. cit., p. 143). Il 12 dell’44 venne finalmente varato il decreto che istituiva «un Alto Commissario e una Commissione unica per la defascistizzazione» (cfr. H. Woller, op. cit., pp. 128-129; cfr. R. Canosa, op. cit., p. 12 e sgg.). «La commissione doveva essere presieduta da un ministro o da un sottosegretario nominati dal capo del governo, ed era divisa in due sezioni, ognuna delle quali formata da un giudice, un cittadino di grande integrità morale e onestà e un ufficiale o un funzionario dello stesso settore della pubblica amministrazione nel quale l’imputato prestava la sua attività» (cfr. H. Woller, op. cit., pp. 128129; cfr. R. Canosa, op. cit., p. 12 e sgg.). Sin dall’inizio della sua attività – che risaliva al mese di maggio – la commissione incontrò notevoli difficoltà nello svolgere le funzioni a cui era preposta. La commissione, che venne completamente dimenticata dal governo, non aveva i mezzi logistici e tecnici per poter operare (cfr. H. Woller, op. cit., p. 129; cfr. R. Canosa, op. cit., pp. 30-32.). 495 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 22. 76 Parri496. Secondo Parlato la causa andrebbe rintracciata non solo nel sistema politico e legislativo italiano, ma anche nella “natura dello stesso Partito fascista”497. Se, infatti, l’adesione al PNF era l’elemento discriminante dal quale procedere in merito all’epurazione dei dipendenti statali, occorre sottolineare come la stessa struttura del Partito fascista – di massa e non di élite, profondamente innervato nel tessuto della nazione, scarsamente identitario dal punto di vista ideologico – impedì un’efficace epurazione498. L’epurazione di tutti gli iscritti al partito avrebbe rischiato di bloccare l’apparato amministrativo del paese499. Si deve tener conto anche del fatto che “indicare nell’adesione al PNF l’effettiva e consapevole adesione al fascismo sarebbe risultato improprio a causa del particolarissimo rapporto fra cultura e politica durante il regime”500. 2.2 Il Processo degli «88» a Catanzaro, 15 febbraio 1945-7 aprile 1945. Tornando agli avvenimenti del 1944, la fase istruttoria in Calabria si concluse il 10 gennaio 1945 con il rinvio a giudizio501 di 88 persone502, di cui 77 in 496 Per un approfondimento sulle azioni epurative attaute durante i due governi Bonomi e il governo Parri, cfr. H. Woller, op. cit., p. 187 e sgg.; cfr. R. Canosa, op. cit., p.47 e sgg. 497 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 22. 498 Ibidem. 499 Ibidem. 500 Ibidem. 501 Fonti-A.N.G., Atti, Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, Decreto di citazione a giudizio a carico di ottantotto imputati per la pubblica udienza da tenersi davanti a questo Tribunale Militare in Catanzaro – Palazzo di Giustizia – il giorno 15 febbraio 1945 (contenente la richiesta del decreto di citazione a giudizio a carico degli ottantotto soggetti, firmato dal Procuratore Militare del Regno Col. Oreste Trotta presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria), Catanzaro 10 gennaio 1945. 502 G. Conti, op. cit., p. 962. Sull’elenco degli ottantotto imputati, cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 159 e sgg.; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 137 e sgg.; cfr. Pandolfo, Pepè, Il processo agli «Ottantotto», Rievocazioni/1° puntata, «Storicità»-Rivista d’altri tempi (senza data), pp. 15-17. Un interessante resoconto delle vicenda degli «88» (oltre a numerose foto dei protagonisti del movimento fascista clandestino calabrese) – ad opera di Pepè Pandolfo, a sua volta tra gli imputati al processo di Catanzaro – è riportato non solo nella 1° puntata della già citata rivista, ma anche in altre successive puntate, da cui si è attinto per ricostruire (nella tesi in questione) le fasi principali della storia della resistenza fascista calabrese. Cfr. Pandolfo, Pepè, La difesa dei minorenni da parte dell’avvocato Caio Fiore Melacrinis, Il processo agli «Ottantotto»/2° puntata, «Storicità» - Rivista d’altri tempi (senza data); cfr. Pandolfo, Pepè, Il bombardamento aereo del 1943 su Nicastro e dintorni…, Il processo agli «Ottantotto»/3° puntata, «Storicità» - Rivista d’altri tempi (senza data); cfr. Pandolfo, Pepè, La «preghiera dell’assente» e la colossale rissa del 1943 nel Cinema Umberto…, Il processo agli «Ottantotto»/4° puntata, «Storicità» Rivista d’altri tempi (senza data). 77 stato di arresto503. Gli ottantotto erano imputati per i reati di: «associazione sovversiva» (art. 270 c.p.), in relazione all’art. 1 R.D.L. 6 dicembre 1943 N.22/B, col fine di ricostituire il partito fascista; «concorso in detenzione di materie esplodenti» (art. 435 c.p.); «concorso nel reato continuato di pubblica intimidazione per mezzo di materie esplodenti» (art. 81-120 c.p.); concorso nel reato di cui all’art. 116 c.p.m.p. in relazione all’art. 16 stesso codice e all’art. 1 del bando 2/2/1943504. La richiesta del decreto di citazione a giudizio, avanzata dal Procuratore Militare del Regno colonnello Trotta, affermava: a) perché in terra di Calabria ed in territorio delle tre Province di Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria, in epoca successiva e prossima all’8 settembre 1943 e fino all’epoca del loro arresto, costituivano associazioni sovversive aventi per fine la ricostruzione del partito fascista del quale è stato ordinato lo scioglimento con R.D.L. 2 agosto 1943 n. 704, e dirette a ristabilire violentemente la dittatura fascista con la soppressione delle classi sociali contrastanti con l’ideologia fascista. Con la qualifica di promotori per: Filosa Luigi, Sergi Giovanni, Cupiraggi Giulio Ubaldo, Cianciulli Francesco, Notaro Ugo, Capocasale Pietro, Sestito Aldo, Gimigliano Nino, Paparo Aldo, Morelli Gaetano, Scola Attilio, Corda Antonio, Fiore Melacrines Napoleone. Di partecipanti per tutti gli altri; b) perché nelle circostanze di tempo e di luogo di cui al capo a) in combutta fra loro acquistavano e detenevano dinamite ed altre materie esplodenti e infiammabili al fine di attentare alla pubblica incolumità, specie a quella degli Enti e delle persone appartenenti a classi sociali contrarie all’ideologia fascista; c) perché nelle circostanze di tempo e di luogo di cui al capo a) acquistavano, ritenevano e distruggevano oggetti di armamento militare. Presunti capi dell’organizzazione: Valerio Pignatelli e Pietro Capocasale505. Lo studioso Tigani Sava evidenzia come nelle varie fasi giudiziarie vengano considerati promotori dell’organizzazione sia vecchi gerarchi legati ai loro privilegi – che portavano avanti la loro «politica antidemocratica» servendosi di giovani 503 F. Tigani Sava, op. cit., p. 102; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 10. In Fonti-A.N.G., Atti della Procura Militare presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza in Catanzaro: autorizzazione delle Direzioni delle Carceri di Catanzaro, Nicastro e Cosenza, cit. 504 G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 99; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 28; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 9; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363. 505 Fonti-A.N.G., Atti, Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, Richiesta Decreto di citazione a giudizio del Procuratore Militare del Regno, 10 gennaio 1945. Cfr. Conti, op. cit., p. 962; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 99-100; cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 28-29; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 8-10. 78 cresciuti in una società impregnata dall’ideologia fascista (tra questi cita Morelli, Filosa, Corda, Notaro, Pignatelli) – sia “tutta una serie di fugure di secondo piano che ammettevano di essere stati fascisti per fare carriera o perché costretti dagli eventi”506. Questi nonostante fossero state create le commissioni per l’epurazione507, non vennero fermati o ostacolati nelle loro azioni e nella loro professione, malgrado fossero conosciuti per la loro passata attività politica all’interno del partito fascista508. La lentezza delle commissioni per l’epurazione – provocata dal malfunzionamento delle stesse – era un fenomeno esteso a tutta l’Italia liberata, e veniva continuamente denunciato dalla locale stampa di sinistra509. I gerarchi erano quindi liberi di promuovere una ripresa del fascismo entusiasmando e incitando i giovani fra i quali era facile trovare credito e sostegno, essendo essi nati e cresciuti nel corso del ventennio fascista510. Secondo alcune ricostruzioni del processo i giovani imputati apparivano vittime della massiccia propaganda fascista, soprattutto gli studenti, “imbevuti di retorico amor di patria e terrorizzati da un prevedibile sopravvento dei 506 F. Tigani Sava, op. cit., p. 122. Il 22 aprile 1944, a seguito del ritiro del re a vita privata, si formò il nuovo governo, sempre guidato da Badoglio, e da alcuni noti protagonisti dell’antifascismo, che prese subito in esame il problema dell’epurazione. Tra due progetti di legge, il primo di Casati, che prevedeva «l’epurazione di tutti i fascisti, da quelli che nel partito avevano ricoperto incarichi importanti a quelli che ad esso erano stati solo iscritti», il secondo di Forti e Altavilla, con «un’impostazione ben più favorevole ai fascisti compromessi politicamente» (cfr. H. Woller, op. cit., pp. 158-160; cfr. R. Canosa, op. cit., p. 33 e sgg.), il governo scelse il progetto di Casati, che venne studiato e completato da un comitato ristretto di ministri (cfr. H. Woller, op. cit., pp. 160-161). L’11 maggio venne emanato il decreto contenente le norme «per la punizione dei delitti e degli illeciti del fascismo», che entrò in vigore il primo giugno 1944. Il decreto adottò le proposte di Casati e allargò ulteriormente il «campo dei punibili»: «erano passibili di pena di morte quanti avevano organizzato e diretto la marcia su Roma, gli squadristi autori di violenze, gli autori del colpo di stato del 3 gennaio 1925 e quelli che comunque avevano contribuito a mantenere direttamente il fascismo al potere». Il decreto prevedeva inoltre i delitti contro il codice e l’onore militare commessi dopo l’8 settembre, «l’annullamento delle amnistie e degli indulti» per i reati commessi da fascisti durante il regime e «la revisione di tutte le sentenze politiche». L’elemento principale del nuovo sistema epurativo, istituito a tutti gli effetti solo dal suddetto decreto, è rappresentato dall’«Alto commissario per la punizione dei delitti e degli illeciti del fascismo», che avrebbe dovuto operare in tutte le province attraverso le sue strutture periferiche. Esso «aveva il potere di svolgere indagini sul conto dei fascisti più compromessi, di avviare procedimenti giudiziari, di rivedere le sentenze pronunciate durante il periodo fascista e di sottoporre a riesame i giudizi di epurazione pronunciati sulla base del decreto del 28 dicembre 1943». «Il giudizio definitivo (…) era affidato ai nuovi tribunali speciali istituiti in tutti i distretti di corte d’appello e formati da un magistrato e da sette giudici popolari». «Il compito di esaminare ed eventualmente punire gli sciagurati spettava a Commissioni provinciali composte da un magistrato e da due giudici popolari» (cfr. H. Woller, op. cit., pp. 163-164; cfr. R. Canosa, op. cit., pp. 4445). 508 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 122-123. 509 Ivi, p. 123. 510 Ibidem. 507 79 comunisti”511. Tra i giovani c’era chi dichiarava di aver aderito al movimento perché con l’armistizio tutti i valori della nazione erano stati calpestati ed era necessario intervenire prima che si arrivasse a quella che temevano poter essere una «catastrofe completa», prevenendo ogni possibile azione comunista512. Il tentativo di “impedire qualsiasi turbamento dell’ordine da parte dei comunisti”513 è presente in molte delle giustificazioni date dagli studenti, assieme a una motivazione di carattere sociale: l’interesse per il movimento di resistenza fascista nasceva dalla necessità di “essere al corrente degli sviluppi dell’organizzazione per contenerla nei limiti di un partito d’ordine” pronto a sostenere “le forze di polizia nel corso dei tumulti da parte dei comunisti”514. Questi giovanissimi avevano dato credito a notizie puramente inventate: la leggenda del principe Pignatelli che, imbarcato a Sellia da un sottomarino tedesco, era sbarcato nei pressi di Roma, oppure quella secondo cui a Bovalino i fascisti disponessero addirittura di cannoni515. In alcuni, in particolare nel gruppo di Catanzaro, era presente anche “un certo spirito critico e dei fermenti che forse lasciavano intuire il graduale spostamento a sinistra di molti di essi”516, richiamandosi al fascismo delle origini. Salvatore Trovato dichiarò di nutrire, come molti giovani di Catanzaro, sentimenti fascisti, “non del fascismo caduto ma di quello puro”517. Anche Nino Gimigliano, pur negando l’esistenza di un’organizzazione sovversiva fascista ammetteva che dopo l’occupazione degli alleati, era sorto fra i giovani il bisogno di mantener vivo in quelle zone il sentimento fascista518, necessità – avrebbe confermato nel corso del processo – che “si attuava non con la creazione di un fascismo combattente contro l’Italia, come quello della RSI, ma con un fascismo combattente per l’Italia, e precisamente con un socialismo nazionalista”, e infatti un’evoluzione in senso socialista subirono diversi fascisti del luogo519. 511 Ibidem. Dichiarazione dell’imputato Giuseppe Scola. Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 123; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit. 513 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 123-124. 514 Ibidem. 515 Ivi, p. 124. 516 Ibidem. 517 F. Tigani Sava, op. cit., p. 124; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 362. 518 F. Tigani Sava, op. cit., p. 124; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 362; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit. 519 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 124-125. In un articolo pubblicato da «La Nuova Calabria», si riporta che Gimigliano ha confermato, nel corso del processo, di aver potuto parlare, all’interno delle sue amicizie, di politica, come di qualsiasi altro 512 80 Per comprendere il grande entusiasmo e l’ampia adesione all’organizzazione fascista da parte di un gran numero di giovani – pronti a tutto pur di difendere dagli alleati occupanti e dai comunisti un’ideologia ormai finita, ma in cui credevano fermamente – è necessario tener conto della politica attuata dal fascismo per le nuove generazioni520. Le organizzazioni pensate e create dal regime avevano permesso ai ragazzi del sud non solo di praticare sport e frequentare coetanei di sesso diverso, ma soprattutto di sentirsi parte essenziale della vita nazionale; per alcuni poi questo si era tradotto nella concreta possibilità di trovare un’occupazione, arruolandosi nella Milizia521. Secondo Tigani Sava inoltre gran parte della popolazione ignorava la degradazione sociale, politica ed economica subita dalla Calabria nel ventennio fascista ed era convinta che non le scelte fatte dal fascismo per il Sud, ma il tradimento della monarchia e del nuovo sistema politico, lo spirito antinazionale dei comunisti e degli altri partiti di sinistra avessero provocato la fine del regime, il crollo della Nazione e la conseguente «occupazione» degli angloamericani522. Tornando al processo l’imputazione più grave era quella di «associazione sovversiva armata» prevista dall’articolo 270 del C.P.523, che rappresentava una delle norme fondamentali create dal regime fascista per la sua conservazione524. Rientrava in quell’insieme di iniziative promosse dal fascismo – tra cui le leggi sulle associazioni segrete, quelle sull’istituzione del tribunale speciale e infine le argomento, «ma non di politica attiva». La sua deposizione è conforme a quella del cugino Paparo, che a sua volta dichiarava come fosse normale «che, durante le visite di amici e colleghi universitari, si parlasse di politica come di qualsiasi altro argomento, ma non di politica attiva, né in ispecie di organizzazione destinata a sovvertire gli ordinamenti dello Stato». Lo stesso articolo contiene in sintesi anche le deposizioni di altri imputati al processo degli «88», come Bombardieri Francesco e Magistri Ernesto. Il primo, secondo quanto confessò nei primi interrogatori, faceva parte di un’organizzazione che pretese da lui perfino un giuramento di fedeltà all’associazione: «uno di loro mi lesse la formula ed io ripetei le parole giurando; loro volevano che giurassi sull’attenti ma io giurai in posizione di riposo». Cfr. Il processo degli 88 fascisti. Interrogatorio degli imputati catanzaresi Paparo-Gimigliano-Sestito (non firmato e senza data), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III/N.43, p. 1. 520 F. Tigani Sava, op. cit., p. 126. 521 Ivi, p. 125. 522 Ibidem. 523 F. Tigani Sava, op. cit., 100; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 10; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 59. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 524 F. Tigani Sava, op. cit., p. 100. 81 disposizioni contenute nel titolo I del nuovo Codice Penale525 – che culminarono in una nuova legislazione autoritaria, distorcendo definitivamente i connotati dello Stato liberale. Le nuove norme erano dirette a contrastare qualunque tendenza dissociatrice di individui o gruppi e prevedevano pene molto severe contro qualsiasi attentato alla personalità dello Stato526. Gli imputati si trovavano quindi nella condizione di subire una pena che andava dai cinque ai dodici anni di reclusione, nel rispetto delle nuove norme del Codice Penale del 1931 che il fascismo stesso aveva emanato per difendere il nuovo Stato dai possibili attacchi di gruppi comunisti o anarchici527. Il Tribunale Militare territoriale di Guerra della Calabria aveva anche il difficile compito di decidere se il delitto di associazione sovversiva era da ritenersi abrogato in base a due decreti legge del 26 maggio e 27 luglio 1944, che non riconoscevano validità giuridica alle disposizioni penali emesse dal fascismo in difesa delle istituzioni e degli organi politici creati nel corso del ventennio528. In sintesi secondo la pubblica accusa i rinviati a giudizio si sarebbero associati tra loro, detenendo armi ed esplosivi, per ricostituire l’ormai disciolto Partito Fascista e per compiere attentati contro gli appartenenti alle forze politiche avversarie529. Il processo si tenne a Catanzaro e iniziò il 15 febbraio 1945530. Il Collegio giudicante era formato da: il generale di brigata De Bonis, proveniente dal Ministero della guerra dove aveva presieduto la Commissione d’avanzamento per i colonnelli di complemento, con funzioni di presidente531; i tenenti colonnelli Santo Tampieri e Giovanni Barbieri, il capitano Emilio Ferrario, come giudici; il maggiore Cefaly, come giudice supplente; il capitano Francesco Piano, magistrato di carriera e precisamente pretore di Atina, come relatore; il capitano Angelo Cascio, come 525 R. De Felice, Mussolini il duce, I, Gli anni del consenso, (1929-1936), Einaudi, Torino, 1974, p. 134; cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi, Torino, 1965, p. 234 e sgg.; cfr. S. Colarizi, Storia del Novecento italiano, BUR, Milano, 2007, pp. 172-173, p. 549 e p. 552. 526 F. Tigani Sava, op. cit., p. 100. 527 Ibidem. 528 Ibidem 529 D. Lembo, op. cit., p. 10. 530 G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 85; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 190; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252; cfr. L. M. Perri, Processo agli ottantotto, il dramma della Pubblica accusa, «Il Lametino», N. 68 Marzo 2007, p. 19. 531 G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 85 e p. 88; cfr. L. M. Perri, Processo agli ottantotto, il dramma della Pubblica accusa, cit., p. 19. 82 cancelliere532. Alla pubblica accusa vi era il Procuratore Militare del Regno colonnello Oreste Trotta533. Gli imputati erano per la maggior parte originari della provincia di Catanzaro534: i vertici dell’organizzazione clandestina appartenevano alla media borghesia cittadina e provinciale ma vi erano anche 27 studenti universitari e 21 studenti delle scuole medie superiori, provenienti da famiglie di modeste condizioni sociali535. “Ventidue imputati avevano meno di diciotto anni, ventiquattro più di trenta, diciotto più di venti, ventiquattro meno di vent’anni”536. Tra i partecipanti al progetto fascista, figuravano anche un barbiere, otto commercianti, quattro impiegati, due ferrovieri, un meccanico, un venditore ambulante, un operaio, un bracciante, un vice segretario comunale, un giornalista, un ingegnere, un industriale, un maestro elementare, un agente di assicurazioni, un dattilografo, un marinaio, un sottotenente di complemento, un fante in licenza di convalescenza, un allievo ufficiale in licenza straordinaria, un sottufficiale della Milizia, un capitano dell’esercito in congedo537. Al processo tra le persone di maggiore importanza sia per condizione sociale che per l’attività politica svolta durante il ventennio vi erano l’avvocato cosentino Luigi Filosa, il marchese Gaetano Morelli da Crotone, il dottore in lettere Antonio Corda 532 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 100-101; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 13; cfr. G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 88; cfr. L. M. Perri, Processo agli ottantotto, il dramma della Pubblica accusa, cit., p. 19. 533 F. Tigani Sava, op. cit., p. 101; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 85 e p. 88; cfr. L. M. Perri, Processo agli ottantotto, il dramma della Pubblica accusa, cit., p. 19. 534 F. Tigani Sava, op. cit., p. 102; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit. Nino Gimigliano, del gruppo di Catanzaro, nel suo libro «Procida, Memorie dal penitenziario», fornisce dei dati, riguardanti la provenienza, l’età, il ceto sociale degli 88 imputati al Processo di Catanzaro, che differiscono nei numeri dai dati elencati da Tigani Sava: «Poco meno della metà erano della provincia di Catanzaro (quarantadue) con larga rappresentanza di nicastresi (ventitré) e sambiasini (quindici); dodici provenivano da varie località della provincia di Cosenza, due da quella di Milano, altri due da quella di Roma, uno da Sassari ed uno da Reggio Calabria. Sette erano nati a Catanzaro, ed altrettanti a Cosenza, sei a Napoli, due a Crotone e non mancava un rappresentante di Milano, Torino, Palermo, Bari e Vibo. Quattordici i minorenni, tutti di Nicastro e Sambiase. Ottantasette su ottantotto gli incensurati. Quindici i coniugati. Quanto alle qualifiche, prevalevano gli studenti – quarantacinque – dei quali diciotto universitari, tre i laureati in legge – di cui due avvocati – otto gli impiegati di cui due ferrovieri, cinque i commercianti, tre i militari in congedo, un ingegnere, un notaio, un giornalista, un industriale, due maestri elementari, un assicuratore, un sarto, un agricoltore, un bracciante agricolo, un operaio chimico, un meccanico, un barbiere, uno stagnino e un disoccupato. Soltanto in ventiquattro superavano trent’anni». Cfr. N. Giardini, op. cit., p. 40; cfr. L. M. Perri, Processo agli ottantotto, il dramma della Pubblica accusa, cit., p. 19. 535 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 102-103; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit. 536 F. Tigani Sava, op. cit., p. 103; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit. 537 F. Tigani Sava, op. cit., p. 103; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit.; cfr. L. M. Perri, Processo agli ottantotto, il dramma della Pubblica accusa, cit., p. 19. 83 da Catanzaro, il notaio Ugo Notaro da Nicastro e il tenente Pietro Capocasale da Petronà538. Nella richiesta di citazione a giudizio avanzata dal Procuratore Militare del Regno e nella sentenza dell’7 aprile 1945, Luigi Filosa venne definito il capo dell’organizzazione clandestina fascista operante in Calabria tra il settembre 1943 e il marzo 1944539. Tra gli studenti universitari che avevano aderito all’organizzazione, i più attivi nel portare a termine i loro compiti furono Aldo Paparo, Salvatore Trovato, Gioacchino Schifino, Gaetano Gallerano, Nino Gimigliano, iscritti alla ex GIL540 e provenienti da famiglie molto in vista nella città di Catanzaro541. Il collegio di difesa, molto numeroso, era formato da noti professionisti e giovani procuratori dei Fori di Catanzaro e Cosenza542. Molti dei difensori avevano ricoperto cariche importanti nel partito fascista, ad esempio gli avvocati Cantafora, Pugliese, Marini e Casalinuovo erano iscritti al fascio catanzarese e gli ultimi due erano degli ispettori federali543. In un primo momento la difesa propose di rinviare il processo a guerra finita ma il Tribunale rigettò questa richiesta e gli avvocati difensori dovettero servirsi di tutti i possibili cavilli giuridici per far cadere l’accusa di «associazione sovversiva», reato previsto dall’articolo 270 538 F. Tigani Sava, op. cit., p. 103.; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit. F. Tigani Sava, op. cit., p. 103 e sgg.; cfr. G. Conti, op. cit., p. 955; cfr. B. Spampanato, op. cit., p. 350; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 89 e passim; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 56 e passim; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 99 e sgg; R. Ciuni, op. cit., p. 361 e sgg. 540 «GIL», Gioventù italiana del littorio. 541 F. Tigani Sava, op. cit., p. 103. 542 Gli avvocati Aldo Casalinuovo e Alfredo Cantafora difensori di Morelli, Roberto Faggiani e Goffredo Vito difensori di Filosa, Salvatore Pancaro che con Aldo Casalinuovo si era assunto la difesa di Attilio e Francesco Scola, Gennaro Madia, Domenico Pittelli, Aldo Pugliese, Giuseppe Marini, Filippo Coscarella, Francesco Cribari, Francesco D’Ippolito, Pasquale Cerra, Francesco Tassone, Paolo Martuccelli, Aldo Pugliese, Francesco Caroleo, Enzo Madonna, Vitaliano Marincola, Antonio Pellegrini, Caio Fiore Melacrines, Achille Consarino, Orlando Sapia (di ufficio), Francesco Ruffo (di ufficio), Paolo Bruni. Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 127; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 10. Per la lettura di alcuni stralci delle arringhe degli avvocati difensori, cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 103-105. L’avvocato Gennaro Madia riferendosi agli 88 imputati parlò di «moti inconsulti di una giovinezza sbandata». Cfr. G. Fabiani, Il processo della Giovinezza, 326 Anni di reclusione per un sogno d’oro, «Nord e Sud», Periodico di Cultura e Varietà, Catanzaro, 1 aprile 1945, p. 4. L’avvocato Madia dichiarò nella sua arringa – a difesa dei giovani imputati – di non volere che al processo venisse trascurato un elemento fondante il crollato regime, ovvero «la sostanza demagogica che, pur risolvendosi nella beffa e nell’inganno, era riuscita a penetrare profondamente tra la gioventù». Per la lettura della parte conclusiva (riprodotta dal testo stenografico) dell’arringa pronunciata dall’avv. Gennaro Madia, cfr. G. Madia, La difesa della giovinezza, «Nord e Sud», Periodico di Cultura e Varietà, Catanzaro, 1 aprile 1945, pp. 1-2. 543 F. Tigani Sava, op. cit., p. 127 e p. 142. 539 84 del C.P.544. Per rendere attendibile la loro tesi era però necessario invalidare le deposizioni, rilasciate davanti ai carabinieri e al giudice istruttore dagli imputati che si erano mostrati più inclini a parlare, in particolare il Morelli e il Colosimo545. Per invalidare le dichiarazioni del primo gli avvocati utilizzarono lo stratagemma della malattia mentale descrivendo “l’imputato come un luetico discendente da una famiglia di luetici”546. Tesi documentata da certificati medici e confermata da numerosi testimoni pronti ad affermare che Morelli, “incapace di intendere e di volere, aveva dilapidato un patrimonio arrivando perfino a vendere per poche migliaia di lire un fondo che valeva almeno dieci volte la somma pagata”547. A differenza di Morelli gli altri imputati negarono l’esistenza di un’organizzazione fascista “pur ammettendo di aver sentito la necessità dopo l’8 settembre, di tenersi uniti fra di loro per difendersi da eventuali attacchi dei comunisti”548. A favore di Filosa che negò durante il processo ogni fatto attribuitogli549, intervennero in qualità di testimoni Don Luigi Nicoletti, segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Cosenza, che lo definì “fascista di nome e non di fatto” e “fascista antifascista”550; Enrico Pappacoda, segretario del Partito D’Azione; i comunisti cosentini Fortunato La Camera, che presentò “un Filosa sempre disposto ad aiutare 544 F. Tigani Sava, op. cit., p. 127; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252. Dalla ricostruzione fatta da Giardini, nel suo libro «Bocca di Lupo», sappiamo che la difesa, di fronte all’assenza del principe Pignatelli al processo, protestò sostenendo che «non era ammissibile procedere a carico di 88 imputati senza che il loro presunto capo si trovi in aula». Chiedeva quindi che venisse rimandato il processo alla data in cui fosse effettivamente presente anche il principe. Scrive Giardini: «La P.A. si rimise alla serena decisione dei giudici. Sperammo se il processo fosse eventualmente slittato, d’andare liberi. Illusione dei più: il processo (in tempi, modalità e scelte decisi dall’alto) avrebbe avuto regolare corso, nonostante l’assenza di Pignatelli». Cfr. N. Giardini, op. cit., p. 86. Il periodico «Nord e Sud» pubblica un articolo, nell’aprile del 1945, in cui si afferma che «tutto quanto, in linea di diritto, si è detto dagli avvocati, intorno all’art. 270 C.P., ci ha confermato quella che è stata fin da principio la nostra tesi. E cioè che, al Processo della Giovinezza, l’art. 270 non sia in alcun modo applicabile (…) E se una disposizione di legge (…) non vi è, è evidente che i fatti degli ottantotto – tranne naturalmente le detenzioni di armi e gli atti intimidatori – non trovano nel nostro codice vigente una norma penale che li inquadri (…) è chiaro che, quando non si trova una disposizione di norma penale, che inquadri un fatto, si ha la precisa dimostrazione che il fatto stesso, secondo la legge vigente, non costituisce reato». Cfr. G. Fabiani, art. cit., p. 4. 545 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 127-128. 546 Ivi, p. 128. 547 Ibidem. 548 Ibidem. 549 G. Artieri, op. cit., p. 247. 550 F. Tigani Sava, op. cit., p. 128; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 364; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 91; cfr. «Secolo d’Italia», art. cit.; cfr. L. M. Perri, Processo agli ottantotto, il dramma della Pubblica accusa, cit., p. 19. 85 durante il ventennio i comunisti”551 e Luigi Gullo, figlio del Ministro dell’Agricoltura e leader comunista in Calabria Fausto Gullo, che attribuì “al Filosa sinceri sentimenti patriottici”552. Anche Nino Wodizka, membro della Giunta Esecutiva del Partito d’Azione553, manifestò la sua solidarietà al Filosa abbracciandolo nella stessa aula dibattimentale554. Filosa nell’appassionata arringa che egli stesso fece in sua difesa nel corso del processo, dichiarò: Nell’aprile 1943 allorchè molte cose dolorose erano in vista, accettai di rientrare nel partito. Facendo ciò ho ubbidito ad un proverbio inglese che suggerisce: “Quando il tuo paese è in guerra, non domandarti né dovrai domandargli se lo è a torto o a ragione ma servilo con impegno (…) Mi venne affidato il comando delle bande armate al fine di condurre la guerriglia in caso di probabile invasione; comando che mi venne tolto per l’atteggiamento giornalistico assunto e, maggiormente perché volevo che di queste bande dovessero far parte tutti gli italiani, al di sopra della loro appartenenza politica. Giunto l’8 settembre (…) vedendo che tutto precipitava compresi che qualcosa si doveva pur fare: non partecipare alla pagliacciata tragiaca! (…) Per me, infatti, quelli che si dice abbiano portato la libertà nel nostro Paese, che voi chiamate alleati, sono semplicemente “inglesi e americani”. Questo è il mio passato. Oggi mi trovo con questi giovani e con essi vivo i giorni della carcerazione. Ne sento i canti della Patria! Né io né voi possiamo giudicarli. Chi può farlo? Ciò mi domando. Bisogna tenere a mente che abbiamo ricevuto in eredità un’Italia in fioritura e lasciamo loro un Paese in disfacimento. Di chi è la colpa? E’ inutile fare del gesuitismo. Non diamo tutta la colpa al fascismo e soltanto al fascismo se l’Italia è caduta come è caduta: la colpa è di tutti. Lo capisce signor generale? Ormai nessuno può tirarsi indietro555. 551 Ibidem. Ibidem. 553 F. Tigani Sava, op. cit., p. 134. 554 Ivi, p. 128. 555 Luigi Filosa ha, inoltre, dichiarato: «Non avrei detto del mio passato se non si trovasse, fra le carte processuali un documento che accenna a questo passato (…) allora sono costretto, mio malgrado, a parlare (...) Non ne avrei detto perché non ho l’abitudine di guardarmi nello specchio e, nel richiamarlo qui non rinnego nulla di nulla perchè non ho nulla da rinnegare. Del mio passato sono orgoglioso e non mi difendo piangendo perché lo faccio come fa un uomo, con il sole in faccia. Lo spettacolo miserando di quanti, a cospetto dell’Alta Corte di Giustizia, piagnucolano beccandosi tra loro come bambini sorpresi con le dita sporche di marmellata rubata non è per me. Ho militato nel fascismo fin dalla fondazione e me ne sono allontanato quando la coscienza m’ha imposto di farlo (…) Sto facendo il giro delle carceri italiane. Sono stato arrestato a Bari e trasferito a Poggioreale, da Napoli a Regina Coeli e da Regina Coeli ancora a Poggioreale, per altri due mesi a disposizione dell’Intelligence Service. Fui segregato in una cella della sezione amministrata dagli inglesi e dagli americani. Gli inglesi che istruivano la cosa per me e per gli altri non dovettero trovare, per il buon senso che sempre li guida nei piccoli come nei grandi eventi dei quali sono partecipi, niente di preoccupante nella faccenda. Venni, appunto, a sapere che nulla era emerso contro di me per dare luogo ad altri procedimenti. Poiché il fatto della mia permanenza a Roma non risulta dal processo, chiedo che si facciano i dovuti accertamenti. Attenderò con serenità la sentenza 552 86 Pietro Capocasale, seguendo le indicazioni degli avvocati difensori, nell’udienza del 21 febbraio, modificò in parte la versione dei fatti e sostenne che “il suo unico desiderio era sempre stato quello di salvare l’Italia dai comunisti e che mai aveva pensato di promuovere azioni di disturbo nei confronti degli alleati”556. Per gli altri rei confessi gli avvocati ricorsero alle attenuanti della giovane età, dell’instabile sistema politico, della pericolosa e confusa situazione creatosi in Italia dopo l’8 settembre che “aveva sconvolto gli animi di quei ragazzi nati e cresciuti sotto il fascismo”557. L’avvocato Aldo Casalinuovo, riferendosi agli imputati, parlava di “giovinezza tradita ed umiliata”558. L’avvocato Pittelli a sua volta dichiarava nella sua arringa: Mentre i fascisti uomini fatti, dopo il 25 luglio si distaccarono onestamente e sinceramente dal fascismo, arrendendosi alla realtà, i giovani e i giovanissimi, non forniti di sufficienti poteri di critica, ebbero ancora delle illusioni e reagirono per queste559. Il processo fu celebrato in un momento critico per la città di Catanzaro, la popolazione viveva con dramma i danni provocati dalla guerra, in aggiunta a quelli determinati dall’ambigua e rovinosa politica adottata dal fascismo per il Meridione che sarà pronunciata da voi rappresentanti di quell’Esercito che, al di sopra delle sventure del momento, resta la sola cosa alla quale italiani hanno sempre creduto. L’Esercito deve tornare ad essere il Grande Silenzioso, al di sopra delle parti e, per far ciò, non deve scavare maggiormente il fossato che divide gli italiani». Cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 89-91; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 100-102; cfr. L. M. Perri, Processo agli ottantotto, il dramma della Pubblica accusa, cit., p. 19. 556 F. Tigani Sava, op. cit., p. 128. 557 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 128-129. «La Nuova Calabria», in un articolo del 24 febbraio 1945, nel commentare la figura di Napoleone Fiore Melacrinis, chiamato a testimoniare nel corso del processo, dichiarava: «Non sappiamo più se sorridere o piangere dinanzi a questa figura di imberbe adolescente che le cose più grandi di lui hanno travolto. E mai come in questo momento abbiamo sentito la dolorosa verità racchiusa nelle parole che uno degli avvocati, difensori nell’attuale processo, ha pronunciato: “Un tragico giuoco di ragazzi”». Lo stesso articolo riportava alcune testimonianze rilasciate dagli imputati di Sambiase e Nicastro durante gli interrogatori, in cui da parte di alcuni venne nuovamente negata l’appartenenza a organizzazioni fasciste, dopo la caduta del regime, da parte di altri invece vennero ridimensionati e rivisti i fatti accaduti e confessati nelle prime deposizioni, rilasciate dopo gli arresti. Cfr. Il processo degli 88 fascisti: L’interrogatorio degli imputati di Sembiase e Nicastro (non firmato), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III/N.46, Sabato, 24 febbraio 1945, pp. 1-2. 558 G. Fabiani, art. cit., p. 4. 559 F. Tigani Sava, op. cit., p. 129; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 103. Una sintesi dell’arringa dell’avv. Pittelli, insieme a quelle degli avv. Fiore Melacrinis e Bona, viene riportata in un articolo del quotidiano «La Nuova Calabria» del 29 marzo 1945, Il processo degli 88 fascisti: gli avvocati Fiore Melacrines, Bona e D.Pittelli (non firmato), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III /N.62, Giovedì, 29 marzo 1945, pp. 1-2. 87 durante il ventennio560. In Calabria, come per tutta l’Italia, i problemi più gravi erano la mancanza di derrate alimentari, la lievitazione dei prezzi, il mercato nero e la disoccupazione561. La situazione politica era particolarmente incerta, molti credevano in un miracoloso ritorno di Mussolini e in un capovolgimento delle sorti della guerra, determinato dall’uso delle armi segrete tedesche, che avrebbero potuto costringere le truppe alleate a ripiegare562. In questo clima il processo agli ottantotto fascisti rendeva più duro lo scontro tra quanti attribuivano ai comunisti, agli imboscati, ai «traditori della patria» la responsabilità della disfatta e guardavano quindi con simpatia ai fascisti processati, e quanti invece vedevano in essi gli epigoni di un passato da condannare e criticavano pertanto la lentezza delle commissioni di epurazione che lasciavano ancora indisturbati noti e pericolosi fascisti563. Il processo aveva inoltre portato sul banco degli imputati moltissimi giovani appartenenti a note famiglie calabresi che vennero difesi da avvocati prestigiosi564: anche questo contribuì alla conquista della simpatia e della comprensione di gran parte della popolazione che difese le ragioni di quella gioventù fascista – che era andata distrutta in nome della patria sui fronti africani, russo, dei Balcani e della stessa Italia565 – reclamandone la liberazione. Tigani Sava riporta che per i comunisti i giovani imputati erano stati plagiati e utilizzati da capi fascisti che dopo essere fuggiti all’arresto, non potevano più agire liberamente566. “Da più parti quegli studenti erano additati come l’emblema della gioventù italiana guastata dalla tossica propaganda del regime fascista sotto il quale erano nati e cresciuti”567. La popolazione calabrese avvilita e confusa per le notizie provenienti dal resto d’Italia, dov’era ancora in pieno svolgimento la guerra civile, esprimeva giudizi discordanti sugli ottantotto. Valutazioni dettate dall’emozione, dall’odio contro il regime, da un rimpianto nostalgico per il ventennio, dalla collera per i danni materiali e morali, per 560 F. Tigani Sava, op. cit. , p. 101. F. Tigani Sava, op. cit., p. 101; cfr. N. Gallerano, op. cit., pp. 37-39. 562 F. Tigani Sava, op. cit., p. 101. 563 Ivi, p. 102 564 Tigani Sava, op. cit., p. 101; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 10; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 247. 565 D. Lembo, op. cit., p. 10. 566 Tigani Sava, op. cit., p. 103. 567 Ibidem. 561 88 le innumerevoli vittime e le tremende sofferenze, che una lunga guerra, ormai persa, aveva determinato568. C’era chi guardava con simpatia e rimpianto a quei giovani imputati disposti a sacrificare la propria vita per mantenere fede agli ideali e chi invece considerava il tutto una farsa ad uso e consumo degli alleati e dei nemici del fascismo usciti ormai allo scoperto569. I comunisti, sempre secondo Tigani Sava, davano una lettura diversa dell’intera vicenda degli «88», sostenendo che il processo non era altro che la probabile conseguenza di una lenta e incerta attività di epurazione diretta a chi era compromesso con il regime fascista570. E’ probabile, secondo l’autore, che i comunisti, nel voler presentarsi come partito sano e compatto del nuovo sistema politico, abbiano finito per “esasperare un episodio” che venne “supervalutato, ad arte o in buona fede, rispetto ai suoi reali limiti numerici e spaziali”571. Nel marzo del 1945 il pubblico ministero572 chiese 9 anni di reclusione per i promotori e 4 anni per i partecipanti nonché la riduzione di un terzo della pena per i 568 Ivi, pp. 101-102. Ivi, p. 102. 570 Ibidem. 571 Ibidem. 572 Per una lettura di alcuni stralci della requisitoria della Pubblica Accusa, cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 100-102. Anche il Quotidiano «La Nuova Calabria» pubblicò in un articolo del 16 marzo 1945 la prima parte della requisitoria della P.A. L’articolista scriveva: «riportiamo (…) la prima parte della requisitoria, e cioè quella parte che chiameremo polemica: mentre ci auguriamo di poter dare nel prossimo numero, e tutta per intero, la requisitoria vera e propria». I rapporti tra la P.A., rappresentata dal Col. Trotta, e il quotidiano in questione sono sempre stati caratterizzati da dure critiche e frequenti polemiche. A riguardo, nella prima e lunga parte della requisitoria, la P.A. affermava: «Un processo, come questo a sfondo politico, importa necessariamente una discussione politica onde sbarazzare il terreno da tutto quanto è stato intrigo di stampa a colore più o meno diverso (…) A tutti ed a ciascuno ho risposto sempre e costantemente con la stessa frase: State tranquilli non abbiamo prevenzioni, sarà fatta serena giustizia (…) Sappia chi scrive queste cose che (…) l’accusa, la pubblica accusa costantemente nervosa come è stata definita è logica conseguenza di contrasti di parte, contrasti per altro inevitabili; sappia che la pubblica accusa costantemente nervosa è logica conseguenza di richieste di parte in materia di diritto non sempre ortodosse; sappia che è conseguenza della pretesa sempre azzardata di voler imporre il silenzio al rappresentante dellla legge che come uomo e come magistrato non ha mai saputo che cosa fossero imposizioni (…) Sappia che mai come oggi, e da venti mesi, mai come oggi e per questo processo, io mi divoro l’anima e il cuore, sappia infine e ricordi il mio esordio e la mia premessa che al dovere bisogna sacrificare ogni bene e questo è eroismo, non eroismo a buon mercato di cui parla questo giornale. E questo giornale che qualcuno si è (…) compiaciuto di farmi trovare su questo banco e su questo banco lo lascio e servirà domani per accendere la stufa. Ringrazio La Nuova Calabria per aver creduto a suo tempo di non presentarmi, o per aver creduto di presentarmi come un grosso fiume in quiete “Auguriamoci, segue La Nuova Calabria, che non invada terre oltre l’alveo” (…) Non invado terre oltre l’alveo, se altri eventualmente, ricordatevi questo eventualmente, non avesse già invaso il mio campo del quale sono geloso custode. Vi ho già detto a proposito di questa gelosa custodia che non occorreva, da parte della stampa, presentazioni. Mi sono presentato da me il primo giorno e nei giorni successivi». Cfr. Il processo degli 88 fascisti: Nella prima parte della sua requisitoria il P.M. parla di sé e, quando gli capita, anche del processo (non firmato), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», 569 89 minori573. Il processo iniziato il 15 febbraio 1945 si concluse, dopo più di 30 udienze, il 7 aprile 1945574: la sentenza575 accoglieva fondamentalmente le richieste della pubblica accusa576. Venne accolta dai giudici – pur considerando “i fatti addebitati agli imputati non così lievi come «prima facie» poteva apparire”577 – anche la richiesta principale della difesa, quella di non applicare l’articolo 270 del C.P., non sussistendo nel caso gli estremi di associazione sovversiva578 e dal momento che il criterio che aveva ispirato il legislatore nel dettare quella norma era stato “reprimere le attività ispirate alla concezione materialistica storica della lotta di classe”579. I giudici respinsero però la tesi difensiva secondo la quale gli imputati avevano svolto attività su territorio non soggetto, all’epoca dei fatti, alla sovranità dello Stato Italiano in quanto, a loro giudizio, la sovranità esisteva di fatto anche se il territorio si trovava occupato dalle truppe alleate580 e giudicarono Gaetano Morelli sano di mente581. Anno III/N.60, Venerdì, 16 marzo 1945, p. 1 e sgg.; cfr. L. M. Perri, La requisitoria dell’accusa al processo degli Ottantotto, «Il Lametino», N.69 Marzo 2007, p. 19; cfr. L. M. Perri, Processo agli Ottantotto, scontro tra pubblica accusa e stampa, «Il Lametino», N.70 Marzo 2007, p. 19. 573 F. Tigani Sava, op. cit., p. 129; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 13; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 59; cfr. Il processo degli 88 fascisti: Le richieste del Pubblico Ministero (non firmato), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III/N.60, 2° Ed. Straordinaria, Venerdì, 16 marzo 1945, p. 2. Sempre da quest’ultimo articolo risulta che nei primissimi momenti del processo già 26 degli 88 imputati ottennero la libertà provvisoria, concessa dalla P.A. rappresentata dal Col. Trotta. Un riferimento lo si trova anche nel libro di N.Giardini, cfr. N. Giardini, op. cit., p. 70. 574 Il periodico «Nord e Sud» pubblica alla data dell’7 aprile ’45 degli articoli in cui ironicamente commenta la vicenda del processo degli ottantotto, illustrando anche le caricature dei protagonisti (tra questi: il Col. Trotta, l’universitario Aldo Sestito, l’avv. Aldo Casalinuovo, lo studente Leonello Fiore Melacrinis, l’universitario Aldo Paparo, l’avv. Luigi Filosa…). Nell’ultima pagina dal titolo «Il sipario è calato», il periodico elenca le condanne emesse a carico degli 88 imputati. Cfr. Il processo degli 88 (non firmato), «Nord e Sud», Periodico di Cultura e Varietà, Edizione F.A.T.A, Catanzaro, 7 aprile 1945. 575 Per un approfondimento sulla sentenza, pronunciata il 7 aprile 1945 dal Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria con sede in Catanzaro, cfr. Tigani Sava, op. cit., p.174 e sgg.; in Fonti-A.N.G, Atti, Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo Militare di Guerra (a seguito del Ricorso presentato il 16 ottobre 1945), Roma, 23 ottobre 1945, cit., p. 15 e sgg. Cfr. N. Giardini, op. cit., pp. 126-127; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 14-15. 576 F. Tigani Sava, op. cit., p. 129; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 13; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 577 F. Tigani Sava, op. cit., p. 129; cfr. Atti, Sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., p. 176. 578 G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., pp. 129-130. Fatica riporta che l’imputazione prevista dall'art. 270 del codice penale, che avrebbe comportato pene gravissime, venne, con l'aiuto degli avvocati della difesa, derubricata in «associazione a delinquere». Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 579 F. Tigani Sava, op. cit., pp. 129-130. 580 Ivi, p. 130. 581 Ibidem. 90 Le condanne furono così distribuite: per i reati di «Cospirazione politica mediante associazione»582, «Concorso in detenzione di materie esplodenti»583, «Concorso nel reato di pubblica intimidazione a mezzo di materie esplodenti»584 del Codice Penale e «Ritenzione di effetti militari»585 del Codice di Procedura Militare di Pace – esclusa l’aggravante del bando – vennero assegnati dagli 8 ai 10 anni a quanti “riconosciuti «promotori» in parziale difformità con quanto affermato in proposito nel decreto di rinvio a giudizio”586. In particolare vennero assegnati 10 anni a Pietro Capocasale, 9 a Gaetano Morelli, 8 ciascuno a Luigi Filosa, Attilio e Giuseppe Scola, Ugo Notaro, Aldo Paparo, Antonio Colosimo e Nino Gimigliano587. Tutti gli altri imputati considerati «partecipanti» ebbero pene varianti: 6 anni di reclusione ciascuno, per concorso nei delitti di cui agli articoli su indicati, a coloro che erano considerati partecipanti più attivi588 nel reato di cospirazione politica mediante associazione; per i semplici partecipanti589 al delitto di cospirazione politica 4 anni ciascuno per gli stessi reati attribuiti ai precedenti; coloro che erano 582 Art. 305 del Codice Penale. Art. 435 del Codice Penale. 584 Art. 420 del Codice Penale. 585 Art. 166 del Codice di Procedura Militare di Pace. 586 G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 129; cfr. Atti, Sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, cit., in F. Tigani Sava, op.cit., pp.182-183; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 13-14; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 127; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 59; cfr. S. Bertoldi, op. cit., pp. 190-191; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 52. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 587 Ibidem. 588 Sestito Aldo, Cupiraggi Giulio Ubaldo, Sergi Giovanni e Cianciulli Francesco. In Fonti-A.N.G, Atti processuali, Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo, cit., p. 16. Cfr. Atti, Sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, cit., in Tigani Sava, op. cit., p. 183; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 127; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 14; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 52. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 589 Bruni Nicola, Pastore Teodoro, Perfetti Emilio, Micciché Beniamino, Giardini Ferdinando, Scola Arturo, Riillo Giuseppe, Riillo Francesco, Scola Francesco, Gallerano Gaetano, Corda Antonio, Fatica Francesco, Ansani Simone, Chiefari Antonio, Trovato Salvatore, Provino Mauro, Greco Domenico, Schifino Gioacchino, Guarnieri Gino, Famularo Giuseppe, Stella Pietro, De Jesi Benito, Notaro Eugenio, De Martino Servidone Domenico, Pampana Mariano, Ferri Francesco, Caporale Raffaele, Bombardieri Francesco. In Fonti-A.N.G, Atti, Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo, cit., pp. 16-17. Cfr. Atti, Sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, cit., in Tigani Sava, op. cit., p. 183; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 127; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 14; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 52. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 583 91 minorenni590 all’atto del reato vennero condannati a una pena di 24 mesi di reclusione per concorso nei medesimi reati, ma ridotta di un terzo con il beneficio della minore età e delle attenuanti generiche. I restanti imputati furono assolti591 per insufficienza di prove o con formula piena592. A pochi giorni dalla conclusione del «processo degli ottantotto», si tenne a Catanzaro il processo a Valerio Pignatelli e a Luigi Guarino, Saverio Barbieri e Vittorio Capocasale, fratello di Pietro593. Le imputazioni erano le stesse e analogo lo sforzo della difesa per far derubricare l’articolo 270594. Il procuratore militare colonnello Trotta, che aveva rappresentato l’accusa nell’altro processo, richiese rispettivamente 18 e 9 anni per Pignatelli e Guarino da lui definito «Capo di S.M. generale» del principe, 6 anni per Capocasale, accusato di «partecipazione all’associazione sovversiva», 2 anni per l’avvocato Barbieri per «favoreggiamento» nei confronti del principe595. La sentenza emessa dal Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria accolse le richieste dei difensori circa l’inapplicabilità 590 Lento Domenico (inizialmente condannato dal Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria a 6 anni di carcere, con un’ordinananza dello stesso tribunale in data 10 aprile 1945, gli è stata ridotta la pena a 2 anni), Magistri Ernesto, Dodaro Luigi, Caparello Basilio, Fiore Melacrines Napoleone, Di Cello Francesco, Vasta Sesto, Mannucci Vittorio, Renda Giovanni, Sicilia Giuseppe, Caruso Felice e Bernardi Antonio. In Fonti-A.N.G, Atti, Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo, cit., p. 17. Cfr. Atti, Sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, cit., in Tigani Sava, op. cit., p. 183; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 127; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 14; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 52. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 591 Per insufficienza di prove sono stati assolti: Montesani Giacinto, Ciraudo Giovanni, Provenzano Giacinto, Munno Giorgio, Colelli Francesco, Cerra Mario, Colelli Antonio, Pupello Domenico, Pandolfi Domenico, Pandolfi Giuseppe, Romolo Salvatore e Liscotti Marco Giovanni. Vengono assolti con formula piena: De Jesi Angelo, Longo Raffaele, Barberio Vincenzo, Barberio Mario, Monardi Bruno, Larussa Vincenzo, Bellezza Ugo, Servidone Vincenzo, Bagnato Domenico, Malerba Antonio, Diana Antonio, Innocente Michele, Scalzo Armando, Noce Gaetano, Codevilla Vero, Passarelli Francesco, Carratelli Orazio, Mazzotta Orlando, Macrì Rosario, Carmagnola Vincenzo, Morrone Pietro, Bagliori Giovanni, Monti Augusto e Gallucci Generoso. In Fonti-A.N.G, Atti, Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo, cit., pp. 17-18. Cfr. Atti, Sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, cit., in Tigani Sava, op. cit., pp. 182-183; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 127; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 14-15; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 52. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 592 G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 129; cfr. Atti, Sentenza del Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, cit., in Tigani Sava, op. cit., p. 183. In Fonti-A.N.G, Atti, Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo, cit., p. 15 e sgg. Cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 14-15; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 127. 593 G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 191; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252. 594 G. Conti, op. cit., pp. 962-963. 595 G. Conti, op. cit., p. 963; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 134. 92 dell’articolo 270 e condannò Valerio Pignatelli a 12 anni596 per gli altri reati, tra cui «detenzione di armi» e «pubblica intimidazione a mezzo di materiale esplodente»; Vittorio Capocasale venne condannato a un anno, mentre gli altri due imputati furono assolti per insufficienza di prove597. Come ha affermato Conti, “la separazione dei due processi è uno dei punti più oscuri dell’intera vicenda”598: pur essendo il principe Pignatelli e gli altri imputati accusati degli stessi reati attribuiti agli ottantotto599 gli esiti dei rispettivi processi furono evidentemente molto diversi. Una spiegazione potrebbe essere rintracciata nell’eccessiva «prudenza» che gli investigatori mostrarono verso personaggi di un certo rango in un momento in cui la situazione politica era estremamente incerta600. A conferma di ciò potrebbero venir considerati due elementi: in primo luogo il fatto che il principe venne processato solo nel maggio 1945, quando l’esperienza della RSI, e con essa Mussolini, si era conclusa definitivamente; in secondo luogo quando venne scoperta l’organizzazione fascista clandestina e nei successivi sviluppi della vicenda, gli ex gerarchi calabresi non vennero stranamente neppure indagati e interrogati da «prudenti» investigatori601. Nando Giardini, uno degli «ottantotto» imputati al processo di Catanzaro, ha dichiarato: Io che ho vissuto questa avventura sento che qualcosa mi sfugge, qualcosa che non risulta dai voluminosi fascicoli del processo. Qualcosa di misterioso che forse non 596 F. Tigani Sava, op. cit., p. 112; cfr. G. Conti, op. cit., p. 963; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 134; cfr. S. Bertoldi, op. cit., pp. 191-192; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252. 597 G. Conti, op. cit., p. 963; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 134; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 192; cfr. G. Artieri, op. cit., p. 252. 598 G. Conti, op. cit., p. 962; cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 112. Gli avvocati difensori chiesero il motivo per cui Pignatelli, capo, secondo la P.A., delle Guardie ai Labari, non fosse presente in aula, al processo degli 88, per rispondere alle accuse che gli erano state rivolte. Il Col. Trotta «dopo aver accennato a non meglio precisate personali responsabilità e scrupoli (…) considerò la posizione di Valerio Pignatelli completamente avulsa da collegamenti con gli altri indiziati» e concluse affermando: «Il principe di Cerchiara? Verrà la sua ora. Sarà in quest’aula. Intanto è sotto torchio presso gli inquirenti alleati». Cfr. N. Giardini, op. cit., 86. 599 F. Tigani Sava, op. cit., p. 112. 600 F. Tigani Sava, op. cit., p. 112. Secondo F. Fatica «anche questo fatto si può forse ascrivere al desiderio dei giudici di costituirsi un alibi in caso di capovolgimenti della fortuna militare degli Alleati». Informazioni tratte da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». 601 F. Tigani Sava, op. cit., p. 112. 93 riuscirò mai a conoscere. Sarà il principe, un giorno o l’altro, a rivelarci il lato misterioso della vicenda?602. Secondo Nando Di Nardo, collaboratore di Pignatelli a Napoli, il particolare trattamento subito dal principe è da attribuire alle “amicizie di ogni nazione di cui godeva603, e anche al fatto che nell’episodio erano coinvolti gli americani604 che avevano perciò tutto l’interesse a «smorzare» un pò la vicenda”605. Con la fine della guerra sarebbero continuati i processi contro coloro i quali, avendo aderito alla RSI, “si erano resi colpevoli, secondo i tribunali giudicanti, di collaborazione con il tedesco invasore”606. Alla fine dell’aprile del ’45 vennero citati a comparire presso il Consiglio dell’Ordine dei procuratori e degli avvocati in Catanzaro, dinanzi alla Commissione Istruttoria, gli avvocati del Collegio di difesa607. Tutti esclusero in maniera assoluta di aver fatto nel Processo degli 88 «apologia del fascismo»608: sostennero di aver accennato allo stesso «dal punto di vista strettamente giuridico» – e cioè ai fini dell’«inapplicabilità dell’art. 270 C.P» – o di essersi soffermati a esaminare la 602 G. Conti, op. cit., p. 963. G. Conti, op. cit., p. 963; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 192. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM»; cfr. S. Bertoldi, op. cit., p. 192. Sulle amicizie dei coniugi Pignatelli, cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., p. 49; cfr. V. Pignatelli, op. cit., p. 33; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 150; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 60-61; cfr. G. Artieri, op. cit., pp. 244-252; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 116. 604 G. Conti, op. cit., p. 963. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». Sul coinvolgimento delle forze armate americane nella vicenda dei coniugi Pignatelli, si rimanda al già citato passaggio delle linee del fronte, compiuto nell’aprile 1944 dalla principessa Pignatelli, in cui venne aiutata da due ufficiali italiani, il tenente Poletti, in servizio presso l’OSS americano, e il sottotenente Nuvolari. Cfr. Capitolo I, par. 1.2. 605 G. Conti, op. cit., p. 963. Informazioni tratte anche da cfr. F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVII «Il rapporto del SIM». 606 D. Lembo, op. cit., p. 9. 607 Fonti-A.N.G., Atti dei Processi Verbali di Interrogatori sostenuti tra il 23 e il 25 aprile 1945 in Catanzaro presso il Consiglio dell’Ordine dei procuratori e degli avvocati dinanzi alla Commissione Istruttoria di questo Consiglio, previa citazione di: avv. Orlando Sapia; avv. Giuseppe Marini, avv. Pietro Caporale; avv. Domenico Pittelli, avv. Alfredo Cantafora; avv. Francesco Saverio Pugliese; avv. Francesco Caroleo; avv. Aldo Casalinuovo; avv. Francesco Ruffo; avv. Antonio Pellegrini; avv. Francesco Bona; avv. Francesco Tassone. 608 A dimostrazione di ciò i complimenti che vennero fatti tanto dal Col. Trotta quanto dal Generale De Bonis, e anche da altri funzionari del tribunale militare, agli avvocati al termine delle loro discussioni proprio per non aver commesso alcun tipo di divagazione di natura politica sul fascismo. Se infatti, dichiara l’avv. Pittelli, «da qualcuno di noi si fosse fatta apologia del passato regime, poiché ciò costituiva un reato commesso in udienza, o il Presidente o il P.M. avrebbero dovuto agire di conseguenza, mentre invece non solo ciò non si era fatto (anzi la discussione era stata seguita dalle loro congratulazioni) ma neppure vi era stato a riguardo nessuna interruzione da parte di chi avrebbe avuto il diritto e il dovere di farla». Ibidem. 603 94 posizione processuale degli imputati soltanto «in fatto» e nel «campo delle prove», col fine di demolire gli elementi di prova che l’accusa portava a dimostrazione delle proprie tesi, senza dover discutere «la questione di diritto» e il «movente politico»609. Gli avvocati evidenziarono come questi giovani, nati, cresciuti e vissuti durante il ventennio – ai quali era stata continuamente inculcata l’idea fascista – credessero che solo il regime sarebbe stato capace di governare l’Italia e soprattutto ricostruirla dopo la guerra610. Tutti affermarono anche a nome degli altri colleghi di essersi astenuti da qualsiasi accenno politico e da qualsiasi polemica col fascismo o con l’antifascismo, rispettando le direttive generali concordate nello studio dell’avv. Enzo Madonna e per le quali la condotta difensiva degli avvocati doveva essere apolitica611. L’avv. Caporale aggiunse che lui e i suoi colleghi decisero di ignorare e di non seguire la dichiarazione “questa è causa politica che va discussa nel campo politico” del P.M. Trotta, molte volte ripetuta nella sua requisitoria, per la certezza che qualsiasi allusione alla politica avrebbe potuto nuocere alla difesa degli imputati612. Una scelta motivata anche dal dubbio che, adottando un comportamento contrario a quello concordato, potesse sorgere e trovar conferma nei loro riguardi il sospetto ora loro addebitato e per cui si trovavano a rispondere di fronte alla Commissione istruttoria613. Tutti gli avvocati, nelle dichiarazioni rilasciate, illustrarono la vicenda del Col. Trotta e dell’avv. Casalinuovo, condannando l’atteggiamento della pubblica accusa per aver più volte minacciato di incriminare gli avvocati del collegio di difesa che avessero parlato di fascismo614. 609 Ibidem. Ibidem. 611 Ibidem. 612 Ibidem. 613 Ibidem. 614 Ibidem. Il P.M. aveva in un primo momento richiesto in dono all’avv. Casalinuovo il libro «La dottrina del fascismo» di Costamagna , pregandolo di una dedica, specialmente datata, per poi dichiarare nella sua replica che egli si era fatto dare il libro perché lo stesso gli procurava la prova precostituita per eventuali incriminazioni in sede opportuna a carico dell’avv. Casalinuovo. Questi aveva portato in udienza il libro in questione solo per avere la documentazione che, secondo la dottrina fascista, il partito non era considerato classe sociale e che non poteva considerarsi tale agli effetti dell’art. 270 C.P. «L’articolo mirava difatti alla punizione delle associazioni dirette alla sopraffazione di una classe sociale da parte di una o più altre e, secondo l’accusa contestata, in luogo di una dittatura di una classe sociale si voleva appunto porre una classe politica ovvero un partito». L’avv. Casalinuovo rispondeva in sintesi all’accusa puntando alla dimostrazione dell’elementare differenza tra classe sociale e partito. 610 95 2.2.1 Dal ricorso al Tribunale Supremo all’Amnistia Togliatti del 1946. Il 16 ottobre 1945 gli avvocati difensori presentarono al Tribunale Supremo un ricorso avverso alla sentenza615 del 7 aprile 1945616, in cui “avevano riscontrato sostanziali ed incredibili vizi procedurali”617. Il Tribunale Supremo con la sentenza n. 2868 del 23 ottobre 1945618 accolse il ricorso e annullò la sentenza619, rinviando gran parte dei ricorrenti a nuovo giudizio presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Napoli. Il processo venne fissato per il 22 giugno 1946620. I Motivi principali di ricorso al Tribunale Supremo621 erano: “nullità della sentenza per mancanza assoluta di motivazione”622; “nullità della sentenza per 615 «Una sentenza non appellabile, ma solo annullabile». Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 130. In Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo (16 ottobre 1945), avverso la sentenza pronunciata dal Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria il 7 aprile 1945, inerente al Processo degli 88, tenutosi a Catanzaro e che ebbe inizio il 15 febbraio 1945, presentati dall’avv. Pittelli Domenico, difensore di Sestito Aldo e Ansani Simone, 14 maggio 1945. Cfr. Atti, Testo integrale del ricorso al Tribunale supremo in F. Tigani Sava, op. cit., p. 183 e sgg. 617 F. Tigani Sava, op. cit., p. 130; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 15; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 177; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 59. 618 La sentenza del Tribunale Supremo, dopo aver esposto i motivi alla base delle decisioni prese, dichiara: «Visti gli art. 387 C.P.M.P e 244 C.P.M.G. il Tribunale Supremo Militare di Guerra dichiara inammissibile i ricorsi prodotti da Bernardi Antonio, Dodaro Luigi, Renda Giovanni, Caruso Felice, Di Cello Francesco e Caparello Basilio, per intervenuta rinunzia. Rigetta il motivo di ricorso riguardante la improcedibilità per intervenuto giudicato nei riguardi dei minorenni ricorrenti. Annulla, senza rinvio, la impugnata sentenza, per quanto ha tratto ai ricorrenti Remolo Salvatore, Pupello Domenico, Cerra Mario, Pandolfi Giuseppe, Munno Giorgio, Liscotti Marco, Giraldo Giovanni e Provenzano Giacinto, perché manca del tutto la prova che essi abbiano commessi i reati loro ascritti. Annulla, per difetto di motivazione, la sentenza stessa, nei riguardi di tutti i ricorrenti condannati non rinunzianti e rinvia per nuovo esame al Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Napoli». In Fonti-A.N.G., Atti, Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo, cit., p. 23 e sgg. 619 F. Tigani Sava, op. cit., p. 130; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 15; cfr. R. Ciuni, op. cit., p. 363; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., pp. 59-60. Il Tribunale Supremo, confermata l’assoluzione per Luigi Guarino, annullò anche la sentenza contro Pignatelli e Vittorio Capocasale per difetto di motivazione e accorpò il nuovo processo a quello avverso l’avv. Di Nardo e Valerio Borghese, Comandante della Decima MAS. Il ricorso era stato presentato dagli avv. Domenico Pittelli, Aristide Manassero, Mario Bosco e Paolo Martuscelli. Cfr. N. Giardini, op. cit., p. 134. 620 Fonti-A.N.G., Atti, Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Napoli, Decreto di citazione a giudizio a carico dell’imputato detenuto Giardini Ferdinando per la pubblica udienza da tenersi davanti a questo Tribunale Militare il giorno ventidue giugno 1946, presentato dal presidente del suddetto Tribunale Gen. Grimaldi, firmato dal Cancelliere Militare Cap.no Marano, Napoli, 25 maggio 1946. In Fonti-A.N.G., Atti, Verbale di notifica della richiesta di citazione per giudizio (del 20 maggio 1946) a imputato detenuto e nomina difensore, a carico dell’imputato Giardini Ferdinando, presentata dal Sostituto Procuratore militare del Regno Ten.col. Principe, Carcere giudiziario di Melfi, 3 giugno 1946. 621 Vi è un’analisi specifica delle motivazioni di ricorso indicate dagli avvocati difensori e relative ai singoli condannati, in Fonti-A.N.G., Atti, Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo, cit., p. 19 e sgg. 622 Secondo la difesa, è’ stato violato dal Tribunale Militare Territoriale della Calabria il principio basilare di ogni ordinamente giuridico, sancito dagli art. 474 n. 3 e 4, 475 n. 3 C.P.P., che afferma: «La sentenza deve essere per se stessa un documento completo in tutto ciò che riguarda la decisione intorno al fatto ed 616 96 mancanza dell’enunciazione dei fatti imputati, cioè manca non solo la prova ma anche l’enunciazione di ciò che ciascun imputato ha commesso e delle prove raccolte e ritenute a carico di ciascuno di essi”623. A questi si aggiungevano i motivi di ricorso subordinati: la “nullità della sentenza per mancanza di relazione tra la sentenza e l’accusa contestata”624; “nullità della sentenza per l’errata applicazione degli art. 283625 e 305 C.P.”, ovvero “la sentenza non ha dato alcuna dimostrazione alla responsabilità dell’imputato» (cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., p. 183). «L’enunciazione del fatto e delle circostanze che formano l’oggetto dell’imputazione» consiste nel testo della sentenza nella semplice affermazione «che l’Arma dei CC.RR segnalava…una ripresa attività filofascista e denunciava molti giovani…per raccolta e detenzione di armi militari» e che «contemporaneamente l’Arma stessa denunciava…un gruppo di giovani minorenni del Comune di Sambiase, che, per questioni di carattere politico, aveva commesso degli attentati» (cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., p. 184). «Manca del tutto la motivazione circa la responsabilità dei singoli imputati, che avevano posizioni diverse, assunti diversi, elementi diversi di prova a loro carico e a loro difesa». Molti imputati avevano presentato a propria difesa numerosi documenti e altri avevano presentato vari testimoni. «Il tribunale avrebbe dovuto esaminare particolarmente e singolarmente la posizione di tutti gli 88 imputati», tenendo conto di tutti gli elementi processuali, col fine di accertare le «responsabilità dei singoli» e l’effettiva esistenza tra di loro di rapporti e preordinati piani di azione comune. La sentenza ignora tutti questi elementi e, senza dare dimostrazione alcuna, dà per certo l’esistenza di un’associazione unica, che si proponga di ricostituire il disciolto partito fascista. In Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 1. 623 Sempre secondo la difesa, è’ stato violato dal Tribunale Militare Territoriale della Calabria anche l’art. 475 n. 2 C.P.P, in quanto «manca l’enunciazione dei fatti e delle circostanze che formano l’oggetto dell’imputazione» e, sulla base di una sentenza precedente del Tribunale Supremo, «difetta di motivazione la sentenza la quale condanna più persone senza la dimostrazione specifica ed esauriente in ordine ai singoli fatti che ebbero a costituire oggetto delle rispettive imputazioni per ciascun giudicabile». In Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 1. Cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., pp. 184-186. 624 La difesa afferma che «non esiste una relazione tra la sentenza e l’accusa contestata» perché «non è stata data una definizione giuridica diversa al fatto imputato, ma è stato mutato completamente il fatto stesso» (In Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 2). L’accusa nel decreto di citazione a giudizio affermava, con «lo scopo di inquadrare i fatti nell’art. 270 C.P.», che gli imputati intendevano «ristabilire la dittatura fascista sopprimendo le classi sociali con essa contrastanti» (In FontiA.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 2; cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., pp. 186). Il Tribunale fu però costretto a escludere lungo il dibattimento che «il fatto rientrasse nell’ipotesi dell’art. 270» poiché questi «non avevano svolto attività ispirata alla concezione materialistica storica delle lotta di classe, ma attività che non contrasta col sentimento di italianità e di patriottismo» (cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., pp. 186187). Il Tribunale ha però creduto arbitrariamente di «poter applicare l’art. 305 in relazione all’art. 283 C.P.», affermando nella sentenza che «gli imputati si fossero associati per commettere fatti diretti a mutare la forma di governo» (cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., p. 187). L’ipotesi della «creazione di una nuova forma di governo appare per la prima volta nella sentenza» emessa dal Tribunale; non era mai comparsa prima in alcuna confessione rilasciata dagli imputati, le cui dichiarazioni infatti non vengono indicate nel testo della sentenza. «Non può il tribunale limitarsi a semplici affermazioni categoriche, ma deve con precisione e chiarezza indicare gli elementi processuali su cui si fonda il convincimento» perchè «quando si parla di creazione di una nuova forma di governo» non si dà semplicemente una definizione giuridica diversa da quella enunciata nella citazione (che è consentito dall’art. 477 C.P.P al Giudice, imponendo a quest’ultimo di «trasmettere gli atti al P.M. se risulta dal dibattimento che il fatto è diverso da quello enunciato») ma «si muta completamente e radicalmente il fatto contestato». In Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 2. Cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., pp. 186-187. 625 Art. 283 del Codice Penale: «Attentato contro la Costituzione». 97 dell’esistenza dell’ipotesi criminosa”626 – prevista dai precedenti articoli – per cui gli imputati si sarebbero associati col proposito di mutare la forma di Governo627; “nullità della sentenza per l’errata applicazione degli art. 420 e 435 C.P.”, ovvero “per il solo fatto di essere responsabili dell’associazione il tribunale ha ritenuto tutti gli imputati condannati responsabili anche di tutti gli altri delitti”628; “nullità della 626 Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 3. «Dopo aver arbitrariamente affermato, senza citare gli elementi processuali in cui sarebbe risultata detta circostanza, che gli imputati volevano creare una nuova forma di governo, cioè dopo aver mutato completamente i fatti per cui gli imputati erano stati citati in giudizio, la sentenza ha inquadrato i nuovi fatti immaginari nelle ipotesi delittuose degli art. 305 e 283 C.P.», sostengono gli avvocati difensori. «Ma la sentenza non ha dato alcuna dimostrazione seria dell’esistenza di queste ipotesi criminose, né, soprattutto, della sussistenza degli elementi costitutive di esse; manca del tutto la prova che gli imputati avessero mai pensato di creare una nuova forma di governo e che si fossero associati al fine di provocare una nuova forma di governo» (In Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 3). «L’accusa imputava» agli ottantotto di «aver voluto ricostituire il partito fascista e per maggiore precisione aggiungeva trattasi di quel partito sciolto col R.D.L. 2 agosto 1943 n. 704»: ciò, secondo la difesa, evidenzierebbe che «nemmeno l’accusa sostenava che gli imputati volessero la costituzione del partito fascista repubblicano». Un partito che si proponeva, infatti, di «cambiare la costituzione e la forma di governo» (con riferimento al Congresso di Verona, apertosi il 14 novembre 1943, cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, La guerra civile (1943-1945), cit., p. 390 e sgg.). Inoltre, quando è stato commesso il reato, la forma di governo vigente era quella esistente al 25 luglio 1943, in quanto «il Governo Badoglio non apportò» successivamente «alcuna riforma costituzionale»: si potrebbe a questo punto al più ipotizzare che gli imputati avessero l’intenzione di «inviare al governo altri uomini e mai quella di mutarne la forma, dato che la forma (…) era quella lasciata dal Governo fascista». Quest’ultima considerazione, se per ipotesi fosse stata accettata, avrebbe dato seguito a dei risvolti diversi, a livello penale, per gli imputati, fermo restando che questi non avevano «manifestato concretamente il fine di mutare la forma di governo». Sempre se, per ipotesi, la finalità fosse stata quella di associarsi per mutare la forma di governo, la sentenza avrebbe comunque un altro «grave difetto (…) quello di non aver indagato, partendo dalla constatazione della vigente forma di governo, quale altra forma di governo, in concreto, gli imputati si proponessero di ottenere». E’ vero anche che nella sentenza è stato «detto che alcuni imputati avrebbero confessato di perseguire fini anticomunisti», una tesi confermata anche da un rapporto dei carabinieri, incluso negli atti processuali: ma allora c’è da chiedersi come un presunto movimento anticomunista possa essere diventato un movimento che si proponesse il fine di cambiare la forma di governo dello Stato italiano, che non era difatti uno Stato comunista. L’«Indipendente» del 25 aprile 1945, giornale ufficioso dell’allora Governo Bonomi, appartenente all’on. calabrese Molè, sottosegretario all’Interno, scriveva che «Il nostro codice penale (che è ancora sostanzialmente il codice del fascismo) contiene disposizioni per chi insorge contro i poteri dello Stato, per chi forma bande armate e per chi organizza la guerra civile, ma la figura specifica del reato commesso dai fascisti per ristabilire il regime fascista e per impedire l’esercizio della rinnovata democrazia, non può trovarsi se non con analogie spesso faticose, in un codice ispirato da coloro che oggi occorre colpire». Cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., pp. 188-190. 628 «Per il solo fatto dell’associazione non si risponde anche di tutti gli altri eventuali reati commessi, che hanno fini specifici ben distinti e determinati» commenta la difesa; gli imputati potranno rispondere degli altri reati commessi solamente «se si dimostra il loro contributo materiale o morale nell’attuazione degli stessi». Il Tribunale Militare della Calabria, «invece, ha ritenuto tutti gli imputati condannati collettivamente responsabili dei delitti di cui agli art. 420 e 435 C.P. e 166 C.P.M.P. e la sentenza ha omesso completamente di dare la dimostrazione della partecipazione diretta o indiretta degli imputati e di motivare sulla responsabilità dei singoli in ordine alle imputazioni minori». In Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 3. Cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., p. 190. 627 98 sentenza per contraddittorietà di motivazione”629; “nullità della sentenza per mancanza di motivazione” alla negazione della concessione delle attenuanti generiche richieste dalla difesa630; “nullità della sentenza per mancanza di motivazione sulla richiesta specifica della concessione della diminuente di cui all’art. 311 C.P.”631; “nullità della sentenza per mancata determinazione delle singole pene per i singoli delitti”, una sentenza che, violando quanto disposto per legge, fissava invece la pena complessivamente, senza alcuna indicazione precisa632. La difesa, nel testo del ricorso presentato al Tribunale Supremo, affermava: Raramente, dobbiamo dirlo, ci è occorso di leggere una sentenza così piena di…misteri, che, come quella impugnata, non dimostri di aver preso in esame «il fatto stesso e le sue circostanze in tutti gli elementi interessanti il giudizio (elemento materiale ed elemento psichico)», che «non dia ragione delle fonti del convincimento dei Giudici». Eppure la gravità delle pene inflitte avrebbe dovuto da sola far manifesta al Tribunale Territoriale la necessità di obbedire scrupolosamente alle disposizioni di legge, dettate non solo dall’interesse della difesa ma soprattutto, nello stesso interesse della giustizia633. Le motivazioni elencate dal Tribunale Supremo – determinanti nell’accoglimento del ricorso e il conseguente annullamento della sentenza – riguardavano in primo luogo la violazione da parte dei giudici del Tribunale Miltare della Calabria 629 Il Tribunale Militare della Calabria, afferma la difesa, non ha concesso l’attenuante di cui l’art. 62, n. I C.P., perché «contrasta col fine criminoso che gli attuali imputati si proponevano di raggiungere ai danni dello Stato»; ma la sentenza dell’7 aprile ’45 affermava che «il sentimento nazionale, che si sintetizza nel sentimento di italianità e di patriottismo, non contrasta nella specie con l’attività svolta dagli imputati». Cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., p. 191. In Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 4. 630 Il Tribunale Militare della Calabria ha concesso le attenuanti ai minorenni, affermando che sono «nati e vissuti nel clima fascista, tuttora imbevuti delle vecchie ideologie e non hanno, per il tramonto di un’idea che costituiva la loro fede politica, chiara e precisa la visione del domani» (cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., p. 191). Una richiesta non concessa – e non motivata, secondo gli avvocati difensori – agli altri imputati, «non considerando che anche la quasi totalità degli altri condannati, che han superato di poco il 18° anno (son tutti tra i 19 e i 22 anni) si trovano nelle stesse condizioni degli altri (minorenni) per essere stati anch’essi allevati ed educati in quel tale clima ed imbevuti di quelle idee». In Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 4. 631 Il Tribunale Militare Territoriale della Calabria ha rigettato, senza motivazione, la «richiesta specifica della difesa della concessione dell’attenuante della lieve entità del fatto previsto dall’art. 311 C.P. » (In Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 4). Non si può infatti riconoscere, sostiene la difesa, «dignità di motivazione alle parole il fatto non è così lieve come prima facie potrebbe apparire» (cfr. Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., pp. 191). La richiesta dell’attenuante «risultava più che mai fondata dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dalle modalità, dalle circostanza dell’azione, dalla personalità degli imputati e dalla particolare tenuità del pericolo». (In FontiA.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 4). 632 Fonti-A.N.G., Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo, cit., p. 4. 633 Atti, Testo integrale del ricorso, cit., in F. Tigani Sava, op. cit., p. 186. 99 dell’“obbligo imprescindibile (…) di specificare i motivi delle decisioni prese”634: non è infatti sufficiente la sola e semplice “decisione di affermazione di responsabilità o di assoluzione con qualsiasi formula”635. Dichiara, infatti, la sentenza: Il giudice di merito nella sentenza impugnata dopo aver affermato che un certo numero di imputati, indicandone i nomi, deve essere assolto, «perché mancano del tutto in processo le prove che essi abbiano commesso i fatti addebitati», così continua: «Per tutti gli altri per i quali il P.M. ha fatto richiesta di assoluzione, la formula non può essere che quella dubitativa per i gravi indizi che sussistono a loro carico». E’ un sistema nuovo, non certo ammirevole ed imitabile, quello usato dal Tribunale Militare di Guerra di Catanzaro, far riferimento cioè alla richiesta del P.M. nella motivazione della sentenza, senza preoccuparsi di precisare i nomi e le fonti di prove che determinarono il suo giudizio (…) Quali siano tali indizi non dice, sicchè non è possibile vagliarli per stabilire se siano «gravi» oppure no (…) Poiché parlasi di «indizi», sia pure «gravi» e non di prove, erronea è la formula usata dal giudice nella assoluzione dei ricorrenti636. In secondo luogo il Tribunale Supremo definiva assolutamente “fondato (…) il motivo dedotto da tutti i condannati ricorrenti” ovvero “la mancanza assoluta di motivazione in fatto e in diritto”637: mancava nella sentenza emessa dal Tribunale Militare della Calabria “la narrativa dei fatti”638, non vi era indicato né che cosa avessero commesso gli 88 imputati né quali fatti fossero loro “specificatamente e singolarmente attribuiti”639. Il Tribunale Supremo commentava ironicamente che sarebbe stato difficile capire che cosa veniva attribuito ad ogni imputato, “se ciò non fosse stato annunciato” in sintesi “nei vari capi di imputazione”640. Si faceva riferimento “a rapporti distinti e separati dei carabinieri”641, ma non ne venivano riportate né le versioni integrali né i relativi riassunti, da cui “intuire quali fossero le 634 Fonti-A.N.G., Atti, Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo, cit., p. 26. Ibidem. La sentenza del Tribunale Supremo evidenzia come nel caso di due ricorrenti, Pupello Domenico e Pandolfi Giuseppe, la condanna richiesta dal P.M. venga respinta dal Tribunale Militare della Calabria senza però mortivarne l’assoluzione, «tanto che non si capisce neppure se essi debbono essere assolti con formula piena o per insufficienza di prove». Il Tribunale Supremo afferma che si apprende dell’assoluzione dei due imputati «con formula dubitativa» da parte del Tribunale Militare della Calabria, solo attraverso la sentenza, in quanto in essa «i nominativi sono compresi nel gruppo degli assolti per insufficienza di prove». In Fonti-A.N.G., Atti, Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo, cit., p. 26. 636 Ivi, pp. 28-29. 637 Ivi, p. 30. 638 Ibidem. 639 Ivi, p. 31. 640 Ivi, p. 33. 641 Ivi, p. 32. 635 100 accuse (…) mosse ai singoli imputati”642. La stessa sentenza non conteneva “l’enunciazione delle prove”643 a carico di ciascun imputato “con la valutazione di ciascuna di esse”644. Il Tribunale Supremo dichiarava infatti che all’interno dell’impugnata sentenza si ritrovavano soltanto alcune affermazioni generiche di responsabilità attribuite a gruppi di imputati senza che sia data ragione alcuna di tali affermazioni (…) il giudice di merito non ha tenuto presente l’obbligo che gli incombeva di esaminare la posizione dei singoli imputati, vagliando le prove esistenti a carico di ognuno (…) solo dopo tale indagine, avrebbe potuto raggrupparli secondo il grado di responsabilità, accertata nei confronti di ciascuno di esso.645. Per il Tribunale Supremo era quindi giustificata la fondatezza del ricorso per “mancanza assoluta di motivazione in diritto”646, oltre che “in fatto”647, perché “mancando l’esposizione in fatto dei reati attribuiti ai singoli imputati, non era possibile trovare un’adeguata motivazione in diritto”648. Nell’estate del 1946, prima che venisse celebrato il processo presso il Tribunale Militare di Napoli, i fascisti vennero scarcerati in base al Decreto Presidenziale n° 4 del 22 giugno 1946 con cui si concedevano amnistia e indulto per reati politici e militari649. Una promessa di immediata scarcerazione era stata fatta 642 Ibidem. Ivi, p. 33. 644 Ibidem. 645 Il Tribunale Supremo così continuava: «viene attribuita ad alcuni ricorrenti la qualifica di promotori, ma non si legge neppure un rigo in sentenza, dal quale risulti l’attività da essi esplicata per meritarsela; altri vengono considerati partecipanti più attivi per la maggiore attività svolta per la causa comune ma in che sussista questa maggiore attività inutilmente si cerca in sentenza (…) agli uni e agli altri, per tali affermazioni, delle quali non è data prova alcuna, vengono inflitte pene molto più severe di quelle inflitte agli altri considerati figure di secondo piano». Ivi, pp. 33-34. 646 Ivi, p. 34. 647 Ibidem. 648 Ivi, p. 35. 649 F. Tigani Sava, op. cit., p. 130; cfr. R. Canosa, op. cit., pp. 334-336; cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 60. Il Tribunale Militare di Napoli, che avrebbe dovuto trattare il nuovo processo ai condannati del processo conclusosi a Catanzaro il 7 aprile ’45, composto dai giudici Grimaldi e Principe e dal cancelliere Marano, il 26 novembre ’45 dichiarava di «non doversi procedere per sopravvenuta amnistia». Cfr. N. Giardini, op. cit., p. 160. «Il decreto presidenziale 22 giugno 1946, noto come Amnistia Togliatti, concernente amnistia e indulto per i reati comuni, politici e militari, concedeva amnistia per i reati in genere per i quali la legge comminava una pena detentiva, sola o congiunta a pena pecuniaria, non superiore nel massimo a cinque anni. Esso concedeva anche una amnistia per i delitti politici compiuti dopo la liberazione. Per gli altri delitti politici (quelli che qui interessano) il decreto concedeva amnistia per quelli previsti negli articoli 3 e 5 del decreto 159/44 e nell’art. 1 del decreto 142/45, a meno che non fossero stati compiuti da persone rivestite di elevate funzioni di direzione civile o politica o di comando militare o riguardassero fatti di 643 101 nella primavera del 1946 da un rappresentante della Real Casa che aveva avvicinato Filosa nel carcere di Napoli e fatto sapere ai fascisti calabresi che avrebbero goduto di un’amnistia in caso di vittoria monarchica al referendum650. Nella relazione inviata al Presidente del Consiglio il Guardasigilli Palmiro Togliatti, «promotore» dell’amnistia, dichiarava: Giustamente e profondamente sentita la necessità d’un rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica e sociale. La Repubblica – sorta dall’aspirazione al rinnovamento della vita nazionale – non può non dare risposta a questa necessità presentandosi, sin dai suoi primi passi, come il regime della pacificazione e riconciliazione di tutti gli italiani. Un atto di clemenza e, in pari tempo, un atto di forza e fiducia nei destini del Paese (…) Riguardo ai delitti politici, il decreto fa distinzione fra quelli commessi nelle singole località del territorio dello Stato dopo che ha avuto inizio in esse l’Amministrazione del Governo militare alleato, e per le località rimaste all’Amministrazione del Governo legittimo italiano (e cioè alcune zone dell’Italia meridionale e insulare) a partire dall’8 settembre 1943, e quelli commessi prima di questo limite di tempo. Nel primo caso l’amnistia, salve le eccezioni di cui all’art. 4, è completa e copre tra l’altro l’attività delittuosa di determinati elementi o gruppi che si richiamavano al movimento separatista siciliano e altri reati commessi in occasione di conflitti politici e sociali o della lotta elettorale, nonché i tentativi, finora invero non numerosi, di ricostituzione del movimento fascista. Rientrano nelle disposizioni di questo articolo anche gli atti commessi in violazione delle leggi penali, dopo la liberazione del territorio nazionale, da combattenti di quelle formazioni partigiane a cui va imperitura la riconoscenza del Paese per il contributo da esso dato a lavare le onte del passato, cacciando dal suolo nazionale l’invasore tedesco651. Nenni era convinto che l’amnistia potesse essere realizzata solo successivamente al totale svolgimento dell’attività epurativa652. Riteneva inoltre che essa fosse “il risultato di un compromesso fra la linea di De Gasperi” – allora Presidente del strage, sevizie particolarmente efferate, omicidio o saccheggio o fossero stati commessi a scopo di lucro. Fuori dai casi di amnistia il decreto disponeva, con riferimento ai reati politici, la commutazione della pena di morte in quella dell’ergastolo salve le eccezioni disposte per l’amnistia dall’art. 3 e la commutazione dell’ergastolo in trenta anni di reclusione. Le altre pene detentive, se superiori a cinque anni, avrebbero dovuto essere ridotte di un terzo. Quelle non superiori a cinque anni avrebbero dovuto essere interamente condonate. Il condono non avrebbe dovuto applicarsi alle persone che si trovassero in stato di latitanza, a meno che non si fossero costituite in carcere entro quattro mesi». Cfr. R. Canosa , op. cit., pp. 335-336. 650 F. Tigani Sava, op. cit., p. 130. 651 N. Giardini, op. cit., p. 160. Per il testo completo della relazione del ministro guaredasigilli on. Palmiro Togliatti al Presidente del Consiglio sul decreto 22 giugno 1946, cfr. R. Canosa , op. cit., p. 434 e sgg. 652 G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 190. 102 Consiglio dei Ministri – “che avrebbe voluto «mettere fuori tutti i fascisti», e quella di Togliatti che invece avrebbe voluto «mollare il meno possibile»”653. Secondo Parlato si trattava dell’atto finale che chiuse ogni ipotesi (…) epurativa nei confronti dei fascisti: meglio procedere con la giustizia sommaria delle prime settimane dopo la Liberazione – colpendo inevitabilmente quelli che meno di altri avrebbero potuto difendersi e quindi i pesci piccoli – e successivamente recuperare i fascisti nelle file della sinistra, come stava accadendo nella Germania dell’Est, piuttosto che gestire la memoria storica del fascismo, compresi quei momenti di cedimento e di collusione tra fascisti e comunisti che non erano mancati nel Ventennio654. Nel chiedersi cosa aveva spinto i giudici del Tribunale Territoriale di Guerra della Calabria a emettere “una sentenza suicida”655, che potesse facilmente venire annullata656, è difficile credere che possa essere dipeso da una nulla o scarsa conoscenza delle norme procedurali657. Secondo alcune ricostruzioni il comportamento del Collegio giudicante potrebbe essere stato motivato da una 653 Ibidem. Ibidem. Parlato, inoltre, dichiara: «Ma oltre a ciò si trattò anche di un progetto di notevole ambizione politica che prevedeva un esito specifico, il passaggio dell’intera classe dirigente fascista con il PCI. I motivi per i quali i fascisti avrebbero accettato erano diversi. C’era (…) una motivazione di carattere ideologico: molti esponenti della sinistra fascista ritennero tradita la rivoluzione dall’ambiente che circondava il duce e dalle circostanze che impedirono una vera rivoluzione sociale e antiborghese. In altri erano preminenti ragioni di carattere internazionale: il PCI sosteneva posizioni fortemente antiamericane in nome dell’indipendenza italiana (…) in molti fascisti era ancora forte il richiamo della guerra perduta (…) C’era però anche una motivazione politica e di opportunità. Il PCI costituiva una sponda, per molti fascisti di Salò, assolutamente sicura; essi ritenevano, infatti, che anche per il futuro l’iscrizione al Partito comunista li avrebbe posti al riparo da critiche (…) o, peggio, da nuovi processi; gli altri partiti, e in particolare la Democrazia cristiana, accusata sempre di sostenere posizioni reazionarie e conservatrici, non offrivano le medesime garanzie». Cfr. G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, cit., p. 190. Saltò però il progetto comunista e avvenne per una serie di motivi: «perché Togliatti non si aspettava che i rapporti tra fascisti, anche di Salò, e servizi (…) segreti americani fossero così intensi» e «perché i democristiani compresero benissimo l’operazione» del PCI e reagirono. Come? La «contromossa» della DC consistette innanzitutto nella scelta di contribuire al «fallimento dell’epurazione» con la realizzazione di un’amnistia e l’approvazione della «reimissione nello Stato dei funzionari e degli impiegati già epurati (…) conquistando al partito (…) buona parte della vecchia amministrazione che si era formata durante il fascismo». E successivamente con l’assenso del governo «alla costituzione di un unico movimento neofascista legale, strutturato e in grado di partecipare alle elezioni». Ivi, p. 191. 655 F. Tigani Sava, op. cit., p. 130. 656 F. Tigani Sava, op. cit., p. 130; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 177. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 657 F. Tigani Sava, op. cit., p. 130; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 177. 654 103 precisa volontà di salvaguardare sé stessi da ogni eventuale futuro assestamento politico (…) formalmente essi avevano voluto fare cosa grata agli alleati e agli antifascisti, sostanzialmente si erano messi al sicuro contro eventuali capovolgimenti di fronte658. Il 29 aprile, infatti, a pochi giorni dalla sentenza, Mussolini veniva fucilato dai partigiani, cancellando l’ultima infondata speranza dei pochi che ancora credevano in una vittoria tedesca e fascista. Sono state formulate anche altre ipotesi, che sostengono la difficoltà che alla data della sentenza – quando ormai le sorti delle truppe dell’Asse erano definitivamente segnate – vi potesse essere ancora qualcuno o qualcosa in grado di intervenire per mutare le sorti della guerra659. E’ probabile che la sentenza sia stata benevola nei riguardi degli imputati per il fatto che questi “erano stati oggetto in più di un’occasione della simpatia della pubblica opinione (…) che non poco peso ha nello svolgimento di un processo”660, sentimenti positivi che sarebbero stati provati non solo dalla gente comune, ma anche dai giudici, in parte militari che fino a pochi mesi prima avevano combattuto contro gli eserciti che gli imputati avevano tentato di contrastare con la loro azione661. L’intenzione degli 88 imputati di opporsi agli anglo-americani li avrebbe quindi fatti inquadrare dall’opinione pubblica “come patriottici eroi e non come una «masnada di avventurieri, ladri e profittatori»”662. Le stesse testate locali nelle sintesi pubblicate sulle varie fasi del processo, si abbandonarono anche a “commenti che tradivano, fatta eccezione per «La voce del Popolo» organo della Federazione Comunista di Catanzaro, una spiccata simpatia, anche se velata da note patetiche, per i fascisti processati”663. In un articolo apparso in «La Nuova Calabria»664 del 29 marzo 1945, quando ancora era in corso il processo, veniva scritto: questi giovanissimi (…) nacquero dopo l’avvento del fascismo al potere, nella loro culla fu adagiata, accanto al poppatoio, una tessera; furono fascisti prima ancora che con 658 F. Tigani Sava, op. cit., p. 130.; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 177. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88»; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 51. 659 D. Lembo, op. cit., pp. 15-16. 660 Ivi, p. 16. 661 D. Lembo, op. cit., p. 16; cfr. F. Fatica, Il processo degli 88 fascisti, cit., p. 51. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88». 662 D. Lembo, op. cit., p. 16. 663 F. Tigani Sava, op. cit., p. 131. 664 A. III, n. 62, Catanzaro. Cfr. F. Tigani Sava, op. cit., p. 131 e p. 145. 104 l’acqua battesimale fossero cattolici (…) marciarono sulle gambette malferme nelle prime parate (…) percorsero, mutando divise, tutti i gradi; fgli della lupa, balilla, avanguardisti, giovani fascisti, gufini, imparano che il Duce era infallibile più del Romano Pontefice; di che cosa potremmo oggi rimproverarli? Non dovremmo piuttosto avere il coraggio di chiedere loro perdono? Noi dovremmo avere (…) il coraggio di Nenni il quale disse: «Noi non siamo contro i giovani che hanno indossato la camicia nera e creduto nel fascismo; di fronte a questi giovani il solo sentimento che proviamo è di pietà verso di loro e di noi stessi, ma rancore e disprezzo no. Essi furono vittime e non complici e autori del fascismo»665. Diversamente da «La Nuova Calabria» che chiedeva perdono per degli inconsapevoli, Nino Woditzka – membro della Giunta Esecutiva del Partito d’Azione – chiese indagini serie, accertamenti di responsabilità e processi coraggiosi capaci di colpire in alto666. In occasione del comizio tenuto da Pietro Nenni a Catanzaro il 21 febbraio 1945, Woditzka criticò fortemente questa tipologia di processi – in particolar modo quello degli ottantotto – svolti in quel periodo dalle Alte Corti di Giustizia e di Epurazione, in cui venivano giudicate e condannate “figure di secondo piano quando (…) i veri responsabili non sono neanche imputati, ma sono fuori, come Pignatelli e Guarino”667. Un altro foglio cittadino «Nord e Sud» in un articolo del 27 febbraio 1945 parlando di «Processo della Giovinezza», affermava che l’associazione sovversiva non esisteva, insistendo sul fatto che più del 60% degli imputati era stato interrogato dai giudici ma nessuna delle loro deposizioni aveva dato alla pubblica opinione l’indubbia sensazione di trovarsi di fronte a un’“organizzazione sovversiva elaborata nei suoi piani”668. L’obiettivo del giornale era di dimostrare che i fatti giudicati non 665 Articolo citato in F. Tigani Sava, op. cit., p. 131. Cfr. D. Lembo, op. cit., p. 11. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, cap. XVI «Il processo degli 88»; cfr. L. M. Perri, Processo agli Ottantotto, scontro tra pubblica accusa e stampa, «Il Lametino», N. 70 Marzo 2007, p. 19. 666 F. Tigani Sava, op. cit., p. 134. 667 F. Tigani Sava, op. cit., p. 134; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 109; cfr. L. M. Perri, Processo agli Ottantotto, scontro tra pubblica accusa e stampa, cit., p. 19. 668 L’articolista scriveva: «Ciascuno (…) ci ha parlato di un proprio ideale politico, non comune ma differenziato. Dov’è l’incontro di volontà associate? Dov’è l’accordo inteso come esigenza di preordinazione di necessità dell’esistenza di volontà reciprocamente conosciute e consapevolmente unite verso un determinato fine: la ricostituzione della dittatura fascista? E’ possibile che 88 persone, della quale la maggior parte sono giovani e giovanissimi con 300 bombe, dieci e più moschetti e una quantità imprecisata di munizioni e di esplosivo, possano attentare alla vita dello Stato e metterne in serio pericolo il nuovo ordine democratico, quando lo stesso territorio che avrebbe dovuto vedere le loro gesta era sotto il controllo militare e di polizia di due dei più potenti eserciti del mondo? (…) Malgrado i viaggi del tenente Capocasale sognante messaggero di italianità non esiste alcun collegamento tra i gruppi 105 potevano essere tra loro collegati “in quanto mancanti del vincolo associativo”669. Sempre i giornalisti di «Nord e Sud» il 6 marzo 1945 parlando di «Processo della Giovinezza» aggiungevano: Questo processo troppo impregnato di valori e di riflessi politici (…) non deve diventare uno specchio falsante della verità. Non eroismi a buon mercato, né martirologi per esuberanza di fantasia, soprattutto non pedane di lancio per allettanti carriere a chi ieri servì il fascismo perseguitando gli eroi di oggi e oggi onora questi perseguitando gli eroi di ieri. Se la polizia giudiziaria troppo si è orientata sulle romanzate storie di un Colosimo è necessario che l’accusa riduca serenamente il processo alle sue vere proporzioni670. Contro le posizioni della stampa che simpatizzava e difendeva gli «88» imputati, protestarono i partiti socialista e comunista e lo stesso segretario del CLN di Cosenza, il liberale Michele Leonetti, che chiese provvedimenti contro «La Nuova Calabria»671 e «Nord e Sud»: venivano contestati tutti gli articoli pubblicati che esaltavano gli imputati e il fascismo con “la chiara intenzione di (…) influenzare l’andamento dello stesso processo”672. «La Voce del Popolo» organo della federazione comunista di Catanzaro673 in un articolo del 7 marzo 1945 replicava: neofascisti, se di gruppi si possa parlare: ecco il tallone d’Achille dell’attuale processo». Cfr. D. Lembo, op. cit., p. 11. 669 D. Lembo, op. cit., p. 12. 670 F. Tigani Sava, op. cit., p. 132; cfr. D. Lembo, op. cit., p. 12; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 109; cfr. L. M. Perri, Processo agli Ottantotto, scontro tra pubblica accusa e stampa, cit., p. 19. 671 Il 17 aprile 1945 Giovanni Paparazzo, direttore del giornale «La Nuova Calabria», venne arrestato in seguito all’ordine di cattura deciso dal colonnello Oreste Trotta, con funzioni di Pubblica Accusa al Processo degli 88. Il direttore venne incriminato di aver corrotto il sottotenente Novati (e per l’occasione stenografo) perché costui non consegnasse al colonnello il testo stenografico della sua requisitoria. Il giornale, in un articolo del 20 aprile 1945, accusò il sig. Trotta di aver abusato della propria autorità per imbavagliare la pubblica opinione, di cui è portavoce la stampa, in quanto non sussisterebbe il reato (art. 173 e art. 246 del c.p.m.) di cui accusato il sottotenente Novati, ovvero il ritardo di ubbidire o l’omissione di ubbidienza a un ordine proveniente da un superiore. Nell’articolo infatti veniva scritto: «Ammessa in ipotesi la sola eventualità del rifiuto di ubbidire ad un ordine intimato da un superiore ad un militare è indispensabile alla configurazione del delitto di disobbedienza la premessa concernente il riferimento dell’ordine medesimo a ragioni di servizio o di disciplina (…) sempre quando il rifiuto d’obbedienza a superiori nella gerarchia tecnica o amministrativa o a militari preposti alla sorveglianza disciplinare (…) riguardino un ordine inerente al servizio o alla disciplina», ma dato che, secondo la redazione, nel caso del Novati, l’ordine impartito non era attinente al servizio o alla disciplina in atto, risulterebbe vano il tentativo «sotto il profilo giuridico di convertire un’eventuale inosservanza disciplinare nel reato predetto». La P.A. disconosceva, inoltre, il principio dell’esclusivo diritto di proprietà della direzione del giornale sul materiale raccolto con l’impiego di propri collaboratori. Cfr. Il nostro Direttore è stato arrestato. Rifiuto d'ubbidienza o abuso d'autorità? (non firmato), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III/N.78, Venerdì, 20 aprile 1945; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 107; cfr. L. M. Perri, Processo agli Ottantotto, scontro tra pubblica accusa e stampa, cit., p. 19. 672 F. Tigani Sava, op. cit., p. 132. 673 D. Lembo, op. cit., p. 12. 106 Alcuni imputati vengono presentati come eroi o imbecilli (…) I giovani poi, tutti intelligentissimi e brillanti sono, nella peggiore delle ipotesi, dei ragazzi esuberanti che avevano soltanto voglia di scherzare…con la dinamite e le bombe a mano. Non parliamo poi dei pezzi commoventi a base di madri trepidanti e di fidanzate che palpitano per la sorte del loro amore…Non si dovrebbe dimenticare che tedeschi e fascisti, in favore dei quali hanno agito, più o meno consapevolmente, gli attuali imputati, occupano ancora parte d’Italia. Quante madri…sono in lutto per i loro cari, non meno giovani, ma più generosi degli imputati, hanno sacrificato la loro vita nella lotta per la libertà?…Questi sono i giovani che meritano parole di plauso e di ammirazione674. «La Voce del Popolo» in un articolo uscito il 15 febbraio 1945 – primo giorno d’udienza del processo degli 88 – sottolineava come “non tutti i giovani meritassero perdono e compassione, ma che bisognava distinguere fra i responsabili di atti terroristici, da condannare, e quanti invece si erano lasciati fuorviare”675. Il processo, vissuto con sentimenti contrastanti, creava quindi grandi preoccupazioni, confermate dallo stesso prefetto Solimena in un rapporto al Ministero degli Interni del 5 aprile 1945, in cui manifestava il timore per le conseguenze del processo676. Rimane da chiedersi se e in che misura questi timori e i sentimenti contrastanti in merito alla vicenda degli 88 abbiano influito sullo svolgimento del processo e sulle sentenze. 674 Articolo citato in F. Tigani Sava, op. cit, pp. 132-133; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 109. Articolo citato in F. Tigani Sava, op. cit., p. 133; cfr. D. Lembo, op. cit., pp. 12-13; cfr. L. M. Perri, Processo agli Ottantotto, scontro tra pubblica accusa e stampa, cit., p. 19. 676 F. Tigani Sava, op. cit., p. 134; cfr. N. Giardini, op. cit., p. 109. Informazioni tratte anche da F. Fatica, Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943-1945, cit., nuova edizione in corso di stesura, capp. XVI «Il processo degli 88». 675 107 CAPITOLO III 3. La storia degli «88» attraverso le loro opere. Gli «88» imputati del Processo di Catanzaro hanno lasciato una ricca e articolata testimonianza del periodo di detenzione677 – trascorso nei carceri di San Giovanni (Catanzaro), di Poggioreale (Napoli) e di Melfi (Potenza) – nelle lettere ricevute e scritte ai familiari, nei disegni, nei «giornaletti», nelle poesie, nelle pagine di diario e nella rivista «E le sbarre…stanno a guardare!!!». Questi documenti678, realizzati interamente dai detenuti, sono espressione dei loro sentimenti e delle loro emozioni – positive e negative – ma anche dei loro ideali e del loro vissuto politico. Frequenti sono, inoltre, i riferimenti alla tragica e precaria situazione sociale, militare e politica italiana tra il ’43 e il ’45. Un messaggio – contenuto in una pagina che concludeva probabilmente uno dei «giornaletti» prodotti – firmato «La Redazione Carcere S. Giovanni» in data 13 gennaio 1945 – rivela che i detenuti per poter realizzare le loro opere andavano incontro a delle serie difficoltà. Vi è infatti scritto: “Con viva preghiera di non sciuparla o «malmenarla» in qualsiasi modo. E’ frutto di «sacrifici e di lotte». Grazie e saluti”679. 677 Il periodo di detenzione è relativo agli anni 1944-1946. I documenti, appartenenti all’Archivio Nando Giardini (A.N.G.) – imputato al Processo degli «88» in Catanzaro – vengono catalogati dall’autrice della tesi in questione in «disegni», «fogli» (pagine sparse), «fascicoli» (cartelle di più pagine), e numerati nel rispetto dell’ordine con cui sono stati acquisiti dal proprietario dell’archivio. La numerazione delle pagine riportata rispecchia quella assegnata in origine dai diretti autori dei documenti: se non presente questi vengono contrassegnati dalla dicitura «non numerato». Per comodità e per una più semplice e immediata comprensione da parte dei lettori, alcune pagine sono state comunque numerate dall’autrice della tesi, sempre nel rispetto dell’ordine originario con cui il materiale era presente nell’A.N.G. Se i documenti sono anche privi dell’indicazione dell’autore, della data e del luogo di produzione, le mancanze verrano rispettivamente segnalate con le seguenti abbreviazioni: «s.a.», «s.d.», «s.l.». L’assenza del titolo del documento verrà precisata con la dicitura «non titolato». 679 A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., foglio 9 (non numerato), s.a. specifico (anche se firmato «La Redazione Carcere S. Giovanni»), non titolato, Carcere di S. Giovanni (Catanzaro), 13 gennaio 1945. 678 108 3.1 Le difficoltà della vita nel carcere. Al periodo di detenzione vissuto nel carcere di Poggioreale in Napoli, e precisamente al 27/9/44, risale il «giornaletto» titolato «Accaundici Agrodolce Settimanale»680. Nella prima pagina in una «Lettera aperta» al lettore, il detenuto «H11»681, scrive: “Questo foglio per ora non ha programma…ce ne sarà per tutti e per tutto”682. All’interno vi è un articolo titolato «Vagoni a letto» in cui un detenuto, che si firma matricola 18007, descrive la difficile situazione vissuta in carcere, accennando ad alcune mancanze (il cibo, una ragazza) colmabili, invece, nel mondo esterno. Questi desideri non lo abbandonano mai e lo tormentano apparendo nei suoi sogni, unica valvola di sfogo e unico momento di piena libertà concessa: E’ proprio vero che i cattivi sogni si fanno per via dell’indigestione. Infatti da quando ho stabilito il mio domicilio in Poggioreale non faccio che dei sogni. Per es. ho sognato di avere una ragazza, io che non ne ho mai avuto. Ho sognato che il lampadario commestibile che sta appeso all’altezza della mia branda, era caduto e il mattino dopo non l’avevano trovato più, mentre io, contro il solito, quel mattino non avevo fame683. Il detenuto si lascia andare, nel raccontare un altro suo sogno, anche a una riflessione di pungente ironia, con riferimento implicito alla situazione vissuta dagli italiani e dalla nazione in guerra. Una riflessione che rivela profonda amarezza e delusione, e una sorta di disprezzo per la sua «italianeità». Egli ha infatti dichiarato: “Ho sognato di essere diventato cittadino della repubblica di S. Marino, il che è sempre meglio che essere cittadino italiano”684. Non possiamo non ricordare che il detenuto è fascista, in attesa di condanna – alla data di realizzazione del «giornaletto» – per «associazione sovversiva». Ai suoi occhi, come a quelli di molti ex fascisti, la svolta politica in Italia dell’8 settembre 1943 – l’annuncio 680 A.N.G., foglio 1 pp. 1-2, autori vari, Accaundici Agrodolce Settimanale, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27/9/44. Gli articoli dei «giornaletti» non sempre vengono firmati e se lo sono, i detenuti, che ne sono autori, utilizzano la loro matricola di carcerazione; le vignette e i disegni, invece, se firmati, riportano le iniziali del nome e del cognome dei loro creatori. 681 «H 11» era il padiglione riservato ai detenuti politici nel carcere di Poggioreale (Napoli). 682 A.N.G., foglio 1 p. 1, Ac. Ag. Set., doc. cit., H11, Lettera aperta, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27/9/44. 683 A.N.G., foglio 1 pp. 1-2, Ac. Ag. Set., doc. cit., 18007, Vagoni a letto, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27/9/44. 684 Ibidem. 109 dell’armistizio e la scelta di nuovi alleati – è stata un tradimento non solo verso il fascismo, ma anche verso la Patria. La nostalgia per la propria vita, per il proprio passato e il dolore per la libertà perduta prendono corpo nei sogni dei detenuti, come dimostra la vignetta realizzata da Francesco Fatica e titolata «Libertà provvisoria»685. Protagonista del disegno un detenuto disteso nel proprio letto, sognante l’incontro con una ragazza, le sigarette, un piatto caldo e un bicchiere pieno, la visione di uno spettacolo teatrale con danzatrici e, infine, una corsa in bici. Tutti immagini e ricordi che apparivano ai suoi occhi come appartenenti a un passato e a un mondo ormai perduto. Bisogni necessari come un piatto di pasta, una sigaretta, un bagno pulito vengono considerati dai detenuti come irrealizzabili e per questo, se ottentuti, si rivelano dei beni preziosi e unici. A dimostrazione di ciò un articolo titolato «…A domanda risponde…» in cui vengono elencati i momenti ritenuti più belli del periodo di detenzione: “Dopo 6 mesi di segregazione cellulare ho rivisto il candore immacolato di un W.C.”686 oppure “In un giorno del terzo mese mi riuscì di fumare per la prima volta una sigaretta intera”687. E ancora: La contemplai a lungo. Trasportato come in un sogno la guardavo estasiato, il suo corpo meraviglioso mi dava le vertigini ed un leggero brivido mi saliva per la schiena nell’ansia febbrile di farla mia. Mi tuffai come un assetato nel desiderio folle di placare le mie voglie: cara deliziosa pasta asciutta che hai allietato dopo cinque mesi e mezzo di torzoli di cavoli un giorno sognato a pancia vuota e assurto al più bello della mia prigionia688. La nostalgia provata per la vita passata si manifesta anche attraverso una ricca produzione poetica. Tra queste la poesia scritta da Nando Giardini e pubblicata nella prima pagina di uno dei «giornaletti»: “Molteplici/ sogni si disperdono/ nel cielo/ già buio/ di un ricordo/ lontano!”689. Lo stesso Giardini – durante la permanenza nel carcere di Poggioreale in Napoli – è autore di una pagina in cui descrive con durezza e con profondo dolore le condizioni dei detenuti. Questi scrive: 685 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. prov., doc. cit., foglio 1 p. 1, F. Fatica, Libertà provvisoria, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 2 p. 4, s.a., A domanda risponde, s.l., s.d. 687 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., fogli 2-3 pp. 4-5, s.a., A domanda risponde, s.l., s.d. 688 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 3 p. 5, s.a., A domanda risponde, s.l., s.d. 689 A.N.G., foglio 2 (non numerato), autori vari, L’abate Faria, Melfi (PT), 25/2/46. 686 110 E’ triste la vita dei detenuti costretti a stare in mezzo a sconosciuti, a guardare sempre gli stessi volti ostili, a sottostare ai «regolamenti» applicati a volte da energici autentici zotici in guanti gialli. Che vita triste. In cinque sei [sic] in Poggioreale. In quelle celle che sembrano tombe. Sporche e piene d’insetti. Il bagno quindicinale non basta né basta la dotazione [sic] di D.D.T., polvere insetticida potentissima, a levar di dosso tanti parassiti. A Napoli, quante volte ho assistito attraverso lo spioncino all’esodo di centinaia di detenuti da un padiglione all’altro. Si fermavano a lungo dinanzi alla mia cella in attesa di sistemazione. Scalzi, magri, luridi, erano veramente degni di commiserazione690. I detenuti si impegnano quotidianamente in attività come lo studio, il gioco a carte, la scrittura, per tentare di far fronte alle lunghe e monotone, e per questo angoscianti, giornate vissute in carcere. I «giornaletti» contengono, oltre a vignette illustranti momenti di vita quotidiana – tra questi «LA CONTA»691, «LA MINESTRA A POGGIOREALE»692 (disegno realizzato da Fatica), ovvero il momento del rancio, oppure lo scambio di battute tra il medico e i detenuti, durante le visite693 – anche numerosi disegni che raccontano il periodo della detenzione. Questi illustrano la rappresentazione teatrale dello spettacolo «E le sbarre stanno a guardare»694; le carte da gioco create e utilizzate dai detenuti695; il giovane Giardini che, appoggiato al davanzale di una «bocca di lupo»696, è impegnato nella scrittura697; il trasferimento dei detenuti in treno698; un altro giovane che afferra le sbarre di una «bocca di lupo», con lo sguardo rivolto al mondo esterno699. Altri disegni, come l’immagine tetra di un detenuto posto in una bara all’interno di una cella700 e quella di un altro legato mani e piedi nel letto di contenzione701, denunciano i pericoli in cui incorrevano questi giovani fascisti durante il periodo di detenzione. 690 A.N.G., foglio 6 (non numerato), N. Giardini, non titolato, Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d. A.N.G., foglio 1 p. 1, Ac. Ag. Set., doc. cit.,R. Trovato, LA CONTA, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27/9/44. 692 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 4 p. 7, F. Fatica, LA MINESTRA A POGGIOREALE, s.l., s.d. 693 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 4 p. 9, F. Fatica, non titolato, s.l., s.d. 694 A.N.G., disegno 6, F. Fatica, non titolato, Melfi (PT), 1946. 695 A.N.G., disegno 1, Detenuti politici dell’H/11, Carte da gioco, Carcere di Poggioreale (Napoli), 1944. 696 Una «bocca di lupo» è la classica finestra con sbarre di una cella. 697 A.N.G., disegno 7, s.a., non titolato, s.l., s.d. 698 A.N.G., disegno 10, V. Capocasale, non titolato, s.l., s.d. 699 A.N.G., disegno 12, s.a., non titolato, s.l., s.d. 700 A.N.G., disegno 13, Capocasale, non titolato, s.l., 1945. 701 A.N.G., disegno 14, F. Fatica, non titolato, s.l., ottobre 1945. 691 111 Un’importante testimonianza dei difficili giorni vissuti in carcere ci viene lasciata in una pagina titolata «Procida»702, presumibilmente scritta da Vittorio Capocasale703. Questi descrive il suo arrivo nel carcere di Procida, l’incontro con il fratello Pietro – anch’egli qui carcerato – e con gli altri detenuti, le dure condizioni di vita e le attività che li vedevano impegnati (lo studio, la lettura, il gioco degli scacchi, le carte da gioco, la creazione di un distintivo…). Capocasale scrive: Espletate le formalità di rito riceviamo un vestito a righe e ci assegnano un numero. Non siamo più esseri umani, siamo soltanto dei numeri (…) Siamo in maggioranza giovani e impieghiamo [sic] il nostro tempo a studiare. Studiamo un po’ di tutto: non solo le materie che ci interessano, ma anche, e principalmente lingue straniere. In ciò ci sono di utilissima guida gli anziani che sono padroni delle stesse e hanno molta pazienza. Iniziamo lo studio del russo. Professore è il Principe Pignatelli. E’ difficile e noi l’abbandoniamo. Tra gli svaghi preferiti ci sono gli scacchi e il giuoco delle carte. Non è consentito tenerli e nessuno ce li dà. Siamo noi a fabbricarli con mollica di pane i primi e con cartoline illustrate le seconde sacrificando qualche camicia per ricattarvela. Quante cose non si fanno con la mollica di pane! Facciamo dei piccoli ricordini: elefanti, uccellini e altre specie di animali. Creiamo anche un distintivo ricordo di forma esagonale: su una faccia la cifra 88 col Fascio Rep704 e dall’altra una testa di lupo705. Goffman riesce a descrivere con efficacia il senso di vuoto e il dolore che viene vissuto dai detenuti soprattutto durante la fase iniziale del periodo di 702 A.N.G., foglio 5 (non numerato), V. Capocasale, Procida, s.l., s.d. Dalla stessa lettura della pagina titolata «Procida» si viene a conoscenza che l’autore dello scritto è proprio Vittorio Capocasale. Questi, durante l’ingresso nel carcere di Procida, incontra il fratello Pietro, già detenuto e imputato al Processo degli 88. 704 Il fascismo creò dei punti di contatto tra l’antica Roma e il regime di Mussolini. Nelle azioni e nel linguaggio il fascismo volle presentarsi come il naturale continuatore della Roma antica: «La potenza, la forza e i trionfi della Roma imperiale vennero interpretati come i degni anticipatori della gloria e della potenza fascista». Un esempio ne sono l’acquisizione del termine «dux» – il generale o il capo militare valoroso e trionfante in battaglia – e del simbolo del «fascio littorio». Quest’ultimo deriva dalla parola latina «fasces lictoriae» che era, nell’antica Roma, un simbolo del potere e dell’autorità maggiore, «l’imperium». Si trattava di un fascio cilindrico di verghe di betulla bianca, che simboleggiava il potere di punire, legate assieme da nastri di cuoio rossi, ovvero i «fasces». Questi erano simbolo di unione e di sovranità, e potevano essere provvisti di un’ascia di bronzo, che rappresentava il potere di vita e di morte. In età regia il fascio littorio venne utilizzato come simbolo del potere del re, mentre in età repubblicana rappresentava il potere dei consoli, e con esso la forza e l’unità del popolo romano. Cfr. E. Gentile, Il culto del littorio, Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 76-78, p. 129 e sgg. 705 A.N.G., foglio 5 (non numerato), V. Capocasale, Procida, s.l., s.d. Fin dall’infanzia, la gioventù italiana era inquadrata nelle organizzazioni paramilitari fasciste. Il simbolo del «lupo» era utilizzato per identificare i più piccoli fascisti, ovvero i bambini sotto i 12 anni, che venivano chiamati «figli della lupa». Cfr. R. De Felice, Mussolini il duce, I, Gli anni del consenso, (1929-1936), cit., p. 219 e sgg. 703 112 detenzione. Secondo l’autore – che definisce il carcere un’«istituzione totale»706 – quando la recluta “entra nell’istituzione è sottoposta a una serie di umiliazioni, degradazioni e profanazioni del sé che viene sistematicamente, anche se spesso non intenzionalmente, mortificato”707. La procedura d’ammissione può essere definita come una sorta di perdita, determinando “una spoliazione di ciò che si possiede e le persone investono un sentimento del sé in ciò che posseggono”708. Tra le perdite subite – come è stato ben illustrato nella precedente testimonianza rilasciata da Capocasale sul suo ingresso a Procida709 – la più significativa è quella del proprio nome, in quanto può provocare una notevole riduzione del sé710. Una volta che l’internato viene privato di ciò che possiede, l’istituzione deve rifornirlo di un nuovo «corredo» che consiste in oggetti standardizzati, e uniformemente distribuiti711. L’individuo soffre così di una «mutilazione personale»712; gli viene imposto un severo ciclo di vita giornaliera che gli risulta completamente estraneo713 e “non può difendersi nel modo abituale, stabilendo una distanza fra sé e la situazione umiliante”.714 Ciò è emerso chiaramente nei già citati versi scritti da Giardini durante la sua «permanenza» forzata a Poggioreale, in cui il giovane sottolineava la profonda tristezza dei detenuti “costretti a stare in mezzo a sconosciuti, a guardare sempre gli stessi volti ostili, a sottostare ai «regolamenti»”715. La perdita – al momento dell’ingresso in un’istituzione totale – di molte delle comodità a cui l’individuo è abituato e l’imposizione di un nuovo ritmo e stile 706 «E’ il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato». Cfr. E. Goffman, Asylums. Le istituzioni totali: I meccanismi dell’esclusione e della violenza, Einaudi, Torino, 2003, p. 29. 707 Ibidem. Goffman afferma che: «Hanno inizio così alcuni cambiamenti radicali nella sua carriera morale, carriera determinata dal progressivo mutare del tipo di credenze che l’individuo ha su di sé e su coloro che gli sono vicini (…) Entrare a far parte di un’istituzione totale segna nel detenuto una profonda frattura con i propri ruoli passati, con conseguente percezione di spoliazione dei ruoli ». Ivi, p. 29 e p. 45. 708 Ivi, p. 48. 709 A.N.G., foglio 5 (non numerato), V. Capocasale, doc. cit. 710 E. Goffman, op. cit., p. 48. 711 Ibidem. 712 Ivi, p. 50. 713 Ibidem. «Esiste una forma di mortificazione nelle istituzioni totali: una sorta di esposizione contaminante che incomincia al momento dell’ammissione. Nel mondo esterno l’individuo può contare su oggetti che gli danno un sentimento di sé – il suo corpo, le sue azioni immediate, i suoi pensieri, ciò che possiede – il tutto libero da contatti con elementi estranei e contaminanti. Ma nelle istituzioni totali questi territori appartenenti al sé sono violati, la frontiera che l’individuo edifica fra ciò e ciò che lo circonda è invasa e la incorporazione del sé profanata». Ivi, p. 53. 714 Ivi, p. 64. 715 A.N.G., foglio 6 (non numerato), N. Giardini, doc. cit. 113 di vita determinano in effetti una riduzione di autodeterminazione716. L’istituzione totale nel riproporre continuamente al detenuto “ciò che deve fare e perché deve farlo, arriva a imporgli anche ciò che dovrebbe essere”717. Rifiutare o svolgere in maniera non appropriata attività obbligatorie, “significa sfuggire al sé ufficiale e al mondo ufficialmente adatto a esso”718. Secondo Goffman quando si impone un’attività si impone effettivamente un mondo719. Per proteggere il proprio sé è necessario quindi evitare ogni imposizione, perché ciò significa evitare un’identità720 estranea che il carcere tenta continuamente di sostuire a quella reale. La forzata convivenza – a cui accennava Giardini – sviluppa tra i detenuti «un processo di fraternizzazione», che aumenta il reciproco sostegno e li fornisce di una maggiore possibilità di opporsi al sistema carcerario, che li costringe tutti a un tragico e comune destino721. Conseguentemente si sviluppa un senso comune di giustizia, ma anche di amarezza e nostalgia verso il mondo esterno722: sentimenti che affiorano, come vedremo più avanti, nel testo della rivista teatrale «E LE SBARRE…STANNO A GUARDARE!!!»723. Dai documenti emerge anche come si sia formato fra i detenuti un forte legame di natura differenziata, sviluppatosi dalla comune esperienza politica e di vita e dalla successiva appartenenza al comune padiglione dei politici (padiglione «H» nel carcere di Poggioreale in Napoli). Questa forte fede nel fascismo, che li lega tutti in maniera indissolubile, si manifesta nella volontà di voler commemorare il passato, esaltandolo nel presente, con la creazione – come ci ha già raccontato Capocasale in «Procida»724 – di un distintivo con impresso il simbolo principale del regime, il Fascio Repubblicano. Nonostante il rigore stabilito all’interno del carcere, ai detenuti viene offerto un numero, anche se limitato, di compensi o privilegi, in cambio dell’obbedienza725. Questi sembrano avere «un effetto reintegrante», poiché permettono di ristabilire un 716 E. Goffman, op. cit., p. 72. Ivi, pp. 203-204. 718 Ivi, p. 210. 719 Ibidem. 720 Ibidem. 721 Ivi, pp. 83-84. 722 Ivi, p. 84. 723 A.N.G., fascicolo 3, fogli 8 pp. 1-14 (la numerazione delle pagine è stata attribuita dall’autrice della tesi), R. Trovato, E LE SBARRE…STANNO A GUARDARE!!!, Carcere di Melfi (Potenza), presentata il 29/11/1945 al pubblico, il 28/11/1945, il 18/12/1945 e il 19/12/1945 ai detenuti. 724 A.N.G., foglio 5 (non numerato), V. Capocasale, doc. cit. 725 E. Goffman, op. cit., p. 76. 717 114 contatto con il mondo perduto726. “La costruzione di un mondo attorno a questi privilegi risulta vitale per i detenuti in quanto costituisce un ponte tra il mondo esterno e l’ambiente chiuso e restrittivo del carcere”727. Il detenuto per far fronte ai processi di mortificazione e per accedere al sistema dei privilegi adotta un insieme di mezzi individuali o collettivi728. Nelle istituzioni totali esiste un sistema di attività, definibili come «adattamenti secondari», che pur non provocando direttamente lo staff, ovvero il personale addetto alla custodia, consente ai detenuti di ottenere qualche soddisfazione proibita729. Gli adattamenti secondari sono per l’internato, la prova del suo essere ancora patrono di sé, capace di un certo controllo sul suo comportamento: talvolta un adattamento secondario diventa quasi un margine di difesa del sé730. Tra gli adattamenti secondari escogitati dai detenuti, ed espressione del noto processo di fraternizzazione, vi è il «prendere in giro collettivo»731. Vi è anche il «ritiro dalla situazione», ovvero “l’internato ritira apparentemente l’attenzione da tutto, riducendola ai soli eventi relativi al proprio corpo: processo noto come «psicosi carceraria»”732. Ne è un esempio il già nominato disegno che raffigura un giovane, rinchiuso in una cella, con lo sguardo completamente assorto rivolto al mondo esterno733. I detenuti acquistano all’interno del carcere un tipo particolare di giudizio di sé: l’iniziale processo di spoliazione li mette in una posizione di debolezza, che li porta a vivere una sorta di fallimento personale, in cui viene loro costantemente ricordata “la propria caduta in disgrazia”734. Tra di essi si diffonde la sensazione che il tempo trascorso in carcere sia sprecato, inutile, o rubato alla propria vita; si tratta di un tempo che non verrà mai recuperato e quindi “deve essere «passato» o 726 Ivi, p. 77. Ibidem. 728 Ivi, p. 88. 729 Ivi, p. 82. Gli adattamenti secondari vengono definiti da Goffman come «adattamenti abituali, per mezzo dei quali un membro di un’organizzazione usa mezzi od ottiene fini non autorizzati, oppure usa ed ottiene entrambi, sfuggendo a ciò che l’organizzazione presume dovrebbe fare ed ottenere, quindi a ciò che dovrebbe essere». Ivi, p. 212. 730 Ivi, p. 82. 731 Ivi, p. 85. 732 Ivi, p. 88.. 733 A.N.G., disegno 12, F. Fatica, doc. cit. 734 E. Goffman, op. cit., p. 93. 727 115 «segnato» o «accelerato» o «ritardato»”735. L’internato ha la percezione che per tutta la durata della sua condanna, egli sia stato completamente esiliato dalla vita736. Questo senso di «tempo morto» che incombe come una cappa di piombo può forse spiegare il compenso ricercato in quelle che possono definirsi attività di rimozione; vale a dire attività volontarie, non serie, che siano abbastanza interessanti e divertenti da allontanare da sé chi le fa, facendogli dimenticare, per il momento, la situazione nella quale vive. Se dunque si può dire che nelle istituzioni totali le attività normali torturano il tempo, queste attività lo uccidono pietosamente737. Tra i documenti realizzati in carcere, un articolo, titolato «IL PRESEPE»738, descrive un detenuto di nome Nicola impegnato, durante il periodo natalizio, nella realizzazione di un presepe “fatto di carta igienica e di bocconi di pane, di crine di pagliericcio”739. Questo rientra fra le attività permesse e svolte per sfuggire a quel senso di tempo morto e rubato alla propria vita, di cui parla Goffman. Scrive nel suddetto articolo la matricola 1212: I piccoli pastori di mollica di pane sorgono da quel lavoro nello sforzo di rappresentare un tipo, ma in ognuno di essi, inconsciamente rivisse la sagoma caratteristica di questo o quel secondino. Povero Nicola! La tua arte è tremendamente incatenata alla tua psiche. Psicosi di galera!740 Alcune attività di rimozione – riscontrabili in alcuni tra i già citati disegni realizzati dai detenuti741 o anche nella nota pagina di diario scritta da Capocasale742 – sono collettive, come il gioco a carte, altre invece sono individuali, pur basandosi su materiale collettivo, come ad esempio leggere. Goffman vi include anche ogni tipo di fantasia personale: nei prigionieri è riscontrabile, in effetti, un «sovrappiù di fantasticheria»743, come illustrato dai precedenti articoli «Vagoni a letto»744 o «…A 735 Ivi, p. 94. Goffman sottolinea che «per quanto dure siano le condizioni di vita nella istituzione totale, la sola durezza del trattamento non può dare questo senso di vita sprecata; dobbiamo piuttosto guardare alla frattura sociale provocata dall’ingresso nell’istituto e dall’impossibilità usuale di ottenere, all’interno dell’istituzione, profitti trasferibili nel mondo esterno – denaro guadagnato, relazioni matrimoniali contratte, diplomi rilasciati per corsi seguiti». Ivi, pp. 94-95. 737 Ivi, p. 95. 738 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 2 p. 3, 1212, IL PRESEPE, s.l., s.d. 739 Ibidem. 740 Ibidem. 741 A.N.G., disegno 1, Detenuti politici dell’H/11, doc. cit.; A.N.G., disegno 7, doc. cit. 742 A.N.G., foglio 5 (non numerato), V. Capocasale, doc. cit. 743 E. Goffman, op. cit., p. 96. 744 A.N.G., foglio 1 pp. 1-2, Ac. Ag. Set., doc. cit., 18007, doc. cit. 736 116 domanda risponde…»745. Alcune di queste attività sono lecite, perchè ufficialmente permesse dallo staff; altre – non ufficialmente permesse – rientrano nei già citati adattamenti secondari746. Ogni istituzione totale può essere considerata come una sorta di mare morto, nel mezzo del quale pullulano piccole isole di attività vitali e molto stimolanti747. Queste attività possono aiutare l’individuo a sostenere la tensione psicologica generalmente prodotta dagli attacchi al sé748. La carenza o l’impossibilità ad accedere a queste attività mette in luce l’effetto di privazione vissuto dai detenuti all’interno delle istituzioni totali749. Nella società civile, un individuo anche se costretto a esercitare un ruolo ha solitamente la possibilità di rifugiarsi in qualche «zona protetta», dove ha l’opportunità di “abbandonarsi a fantasie consumistiche – cinema, TV, radio, letture, - o servirsi di piccole «consolazioni» come fumare o bere”750. Nelle istituzioni totali queste possibilità di fuga, che rappresenterebbero per i detenuti un’occasione di sfogo, possono risultare inaccessibili751. L’esperienza della detenzione, che riduce i detenuti in uno «stato di alienazione» e di estraniazione dalla realtà, crea in loro una grande disillusione e un senso di ingiustizia che li può segnare così duramente da cambiarli in modo irreversibile. Tra le attività di rimozione e gli adattamenti adottati dai detenuti oltre ai «giornaletti» interni vi è il teatro. I detenuti nei giornaletti da loro realizzati “inseriscono qualunque critica aperta all’istituzione sia loro consentita, avvalendosi di un modo di scrivere ambiguo o velato e di vignette pungenti”752. La già citata rappresentazione teatrale «E LE SBARRE…STANNO A GUARDARE!!!»753, presenta, invece, riferimenti locali dando così un particolare senso della realtà degli eventi interni all’istituzione”754. Una rivista755 scritta da Salvatore Trovato – appartenente al 745 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., fogli 2-3 pp. 4-5, A domanda risponde, doc. cit. E. Goffman, op. cit., p. 96. 747 Ibidem. 748 Ibidem. 749 Ibidem. 750 Ivi, pp. 96-97. 751 Ivi, p. 97. 752 Ivi, p. 123. 753 A.N.G., fascicolo 3, fogli 8 pp. 1-14, R. Trovato, doc. cit. 754 E. Goffman, op. cit., p. 126. 746 117 gruppo di Catanzaro – e tenutasi nel carcere di Melfi (PT) il 28-29 novembre ’45 e il 18-19 dicembre ’45. L’opera viene così presentata: la rivista (…) è sorta a poco a poco nel buio di una di queste celle fra un gruppo di ragazzi che si sono riuniti a provare e riprovare le varie scene (…) Essa non ha e non può avere pretese artistiche (…) ma una sola speranza. Quella di divertire tutti coloro che oggi si trovano qui presenti, e poi far uscire da queste mura una parte del nostro sentimento attraverso la commozione di chi stasera tornerà alla propria casa e racconterà ai propri cari di aver assistito ad uno spettacolo teatrale interpretato esclusivamente da detenuti756. La rivista, dichiara il presentatore, nasce dal desiderio di creare nell’animo di quelli che come noi soffrono la più atroce delle sofferenze, una atmosfera nuova, una atmosfera più pura, in cui non si ha sentori di cancelli e di sbarre, in cui lo spirito dell’uomo viene ricondotto ad una visione più pura e più serena della vita, senza odi, senza passioni, senza egoismi757. E’ anche il risultato delle innumerevoli conversazioni tra gli internati – quasi delle vere e proprie confessioni – che si accentravano, frequentemente, su una «fantasia festosa sulla dimissione», una sorta di rappresentazione di ciò che avrebbero fatto durante la liberazione758. La scena si apre in carcere all’interno di una cella, in cui riposano quattro detenuti, che stanno architettando un’evasione. Riusciranno a fuggire solo in tre e verranno colpiti a uno a uno dal destino che li costringerà a una fine misera (c’è chi rimarrà ferito e c’è chi, invece, si ritroverà intrappolato in un manicomio). Il detenuto rimasto in carcere uscirà per caso puramente accidentale con l’emissione dell’ordinanza di scarcerazione. La rappresentazione, ricca di situazioni tragicomiche, racchiude una morale che insegna ad accettare con rassegnazione e consapevolezza le conseguenze delle proprie azioni. I detenuti recitano il ruolo di se stessi, immedesimandosi pienamente: anch’essi, oppressi da una condanna, non perdono la speranza che qualcosa di nuovo possa presto strapparli «da una vita che non è vita, ma soltanto rassegnata sofferenza». I progetti e le previsioni future sono le stesse, prima fra tutti il riacquisto della libertà perduta, come si legge nella 755 In sei quadri e due tempi. A.N.G., fascicolo 3, foglio 2 p. 1, R. Trovato, doc. cit. 757 Ibidem. 758 E. Goffman, op. cit., p. 77. 756 118 seguente poesia: “Tutto passa e si scorda/ Tutto deve finir/ le nubi del ciel/ dovranno svanir…/Tutto passa e si scorda/ tutto deve finir/ soltanto bisogna/ di qui farci uscir/ Soltanto bisogna…/ di qui farci uscir…”759. I detenuti con le loro opere combattono contro il tempo che divora le speranze rimaste di essere presto scarcerati. Esprimono, ad esempio, la loro volontà di riacquistare la libertà attraverso un’evasione immaginaria, che prende corpo in un misero disegno, raffigurante dei detenuti in fuga. L’illustrazione occupa la prima pagina, titolata «EVASIONE»760, del «Supplemento dell’Accaundici» datato ottobre 1944. Questa tanto agognata volontà di libertà emerge da altre pagine761 – non titolate ma datate al 25 febbraio ’46 – di un quaderno realizzato dal detenuto Nando Giardini, durante la permanenza nel carcere di Melfi (PT). Giardini scrive: “Vorrei veramente stasera essere libero per adagiarmi su di un verde prato con la fronte rivolta al cielo. E sarei felice se domani potessi vedere imbiancare l’orizzonte!”762. E ancora: «Scappa, scappa, scappa» mi dice quella canzone lontana. «Scappa, io addormenterò i tuoi carcerieri che non s’accorgeranno della tua fuga. Va impaziente prigioniero, la cinta non è alta. Ti aiuterò a superarla. Perché non vai?»763. Un’ulteriore testimonianza viene fornita anche dai seguenti versi, tratti da una pagina – presente sempre nello stesso quaderno – e chiamati «RIMPIANTO» del 28 febbraio ’46: “Allora saranno svanite le tenebre che mi circondano e il sole non mi riscalderà più attraverso le sbarre arruginate incollandole sul mio volto e sulla mia anima!”764. 759 A.N.G., fascicolo 3, foglio 8 p. 13, R. Trovato, doc. cit. A.N.G., fascicolo 2, autori vari, Evasione, Supplemento Accaundici, s.l., ottobre 1944, foglio 1 p. 1 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), s.a., non titolato, s.l., ottobre 1944. 761 A.N.G., fascicolo 5, fogli 22, N. Giardini, Quaderno, Carcere di Melfi (Potenza), febbraio 1946. 762 A.N.G., fascicolo 5, N. Giardini, doc. cit., foglio 2 p. 2 (la numerazione delle pagine viene assegnata dall’autrice della tesi), N. Giardini, non titolato, Melfi, 25/2/46. 763 A.N.G., fascicolo 5, N. Giardini, doc. cit., foglio p. 3 p. 3 (la numerazione delle pagine viene assegnata dall’autrice della tesi), N. Giardini, non titolato, Melfi, 25/2/46. 764 A.N.G., fascicolo 5, N. Giardini, doc. cit., foglio 6 p. 6 (la numerazione delle pagine viene assegnata dall’autrice della tesi), N. Giardini, Rimpianto, Melfi, 25/2/46. 760 119 3.2 Tra paure e speranze: uno sguardo ironico al mondo interno ed esterno al carcere. Tutte le attività promosse dai detenuti portano a coloro che vi partecipano qualche vantaggio, sul piano del ritmo di vita, contribuendo anche a mantenere unito e compatto il gruppo degli internati. Un articolo o uno sketch satirico possono nascondere anche un tentativo di ribellione all’autorità, anche se puramente verbale, da parte dei detenuti. I «giornaletti» sono infatti ricchi di vignette di natura satirica, come quella che raffigura il carcere di Poggioreale in Napoli come una sorta di «albergo» o di «clinica», in cui vengono offerti i seguenti servizi: “BAGNI, PASSEGGIATE, BUFFET, Cure per i nervi, INGRESSO LIBERO”765. O quella in cui il detenuto commenta ironicamente l’operato della guardia, impegnata nel controllo delle sbarre alla finestra di una cella, con la battuta “Superiò, piano sennò si rompono le sbarre”766. L’ostilità verso le guardie carcerarie si manifesta ulteriormente nel già citato articolo titolato «…A domanda risponde…»: qui un detenuto dichiara apertamente che il giorno più bello trascorso in galera era stato quello in cui vide cadere una guardia dal quarto piano del padiglione ma rimase molto deluso quando seppe che non si era fatta male767. Un’ostilità diretta anche verso la direzione carceraria, come risulta nell’articolo titolato «Dimandine al Signor Dirittore», firmato «H 11», con allegata una serie di vignette, chiamate «STORIA SENZA PAROLE-STORIA DEL COLLOQUIO»768, raffigurante le richieste effettuate dai detenuti al direttore del penitenziario. Tra le «dimandine» trascritte nell’articolo ce n’è una che cela sotto un’«irritante» ironia un vero e proprio atto di sfida: “…e, durante la vostra assenza, il sottoscritto potrebbe con competenza ed intelligenza, sostituirsi nelle vostre mansioni…”769, firmato «f.to detenuto O.M.»770. L’articolista aggiunge: “In calce a 765 A.N.G., foglio 1 p. 2, Ac. Ag. Set., doc. cit., s.a., BAGNI, PASSEGGIATE, BUFFET, Cure per i nervi, INGRESSO LIBERO, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27/9/44. 766 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 1 p. 2, H11, Caro Lettore, s.l., s.d. 767 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 2 p. 4, s.a., A domanda risponde, s.l., s.d. 768 A.N.G., fascicolo 2, Ev. Sup. Ac., doc. cit., fogli 2-3 pp. 4-5 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), H 11, Dimandine al Signor Dirittore, Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d. 769 A.N.G., fascicolo 2, Ev. Sup. Ac., doc. cit., foglio 2 p. 4 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), H 11, doc. cit. 770 Rivolta il 29 settembre 1944 dal detenuto «M.O.» al direttore. 120 questa domanda non c’è nessuna postilla. Il foglio è però assai malconcio, e, in più punti strappato. Ed il cronista [sic] non capirà mai perché!…”771. Sempre in «Accaundici» è riportato un articolo dal titolo «In corpore…Longo…», firmato dalla matricola 18008, in cui il detenuto descrive il debole e precario stato fisico e stato d’animo di un altro internato, condannabile per lo stesso reato: Leggevo, era notte, l’ho visto fendere le brande in un’ansia spasmodica di raggiungere il gabinetto: Il viso livido, le mutande piuttosto larghe: i suoi occhi sbarrati sul carnaio dei dormienti dicevan tante tristi paurose cose, sognavano una volontà di potenza in una irraggiungibile forza imperiale, una visione metafisica della vita mista ad un senso storico ed ideale di Vico e di Croce. Il disprezzo per Manzoni e la glorificazione di Dostoieski772. L’autore nella parte centrale del suddetto articolo – con riferimento esplicito ai fascisti arrestati a «Catanzaro e Roma, Sambiase e Napoli» – si sofferma nel descrivere le paure del detenuto, assillato sempre dallo stesso dilemma: se esser condannato o liberato. L’immagine evocata è quella di una «Corte Marziale»: vi si legge la possibilità o quasi la certezza per il detenuto di andare incontro a «un plotone di esecuzione». L’articolo non lascia spazio a margini di speranza. Vi è infatti scritto: Portava nelle pupille il riflesso di una Corte Marziale, la faccia spietata di Sforza e di Berlinguer, la durezza di un plotone di esecuzione. Dalla sua personalità traspariva l’affannoso dilemma della liberazione o della condanna; Catanzaro e Roma, Sambiase e Napoli; un colloquio ed una notizia danzavano innanzi a lui la danza più snervante della sua esistenza773. L’articolista individua nelle paure del detenuto i volti di due avversari politici, espressione del nuovo governo formato nel sud Italia dopo l’armistizio: Carlo Sforza, ministro senza portafoglio con l’incarico di Alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo, nel secondo governo Badoglio (aprile 1944) e nel primo gabinetto Bonomi (luglio 1944)774; Mario Berlinguer nominato nel primo gabinetto 771 A.N.G., fascicolo 2, Ev. Sup. Ac., doc. cit., foglio 2 p. 4 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), H 11, doc. cit. 772 A.N.G., foglio 1 p. 2, Ac. Ag. Set., doc. cit., 18008, In corpore…Longo, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27/9/44. 773 Ibidem. 774 R. Canosa, op. cit., p. 45. 121 Bonomi nell’agosto 1944 Alto Commissario Aggiunto per la punizione dei delitti fascisti775. Nei «giornaletti» più volte emergono critiche a volte indirette e ironiche, altre volte invece immediate, verso il nuovo governo formato dal re: il Regno del Sud e il nuovo governo erano considerati illegittimi dai fascisti in quanto la RSI era vista come la naturale e legittima continuazione dell’ultimo e disciolto governo fascista. Il governo Badoglio era considerato opera delle potenze straniere e non dell’Italia. Secondo Germinario, la differenza fra il badoglismo del Sud e la repubblica del Nord ha una dimensione antropologica, più che politica; è una curiosa autobiografia della nazione perché fotografa l’avvenuta divisione tra la virtù e il disonore, i pavidi e i guerrieri, i mercenari e gli idealisti776 (…) Nel Regno del Sud sono concentrati gli aspetti peggiori del carattere nazionale, banditi per vent’anni dal nazionalismo fascista; è l’anti-Italia che costituisce un pesante arretramento rispetto ad una robusta coscienza nazionale che il fascismo aveva cercato di edificare777 (…) Il Regno del Sud indicava il traumatico ritorno al consueto servilismo nazionale dopo anni di protagonismo politico su scala internazionale, è imputato anche di aver ridotto l’Italia a nazione satellite delle altre potenze778. Esisterebbero, quindi, due Italie, quella della RSI che combatte «in nome dei valori virili e guerrieri», non tradendo la parola data al vero alleato tedesco – suscitando spesso per la difesa estrema dell’onore e per l’amore incondizionato per la Patria, l’ammirazione del nemico anglo-americano – e quella del re e di Badoglio che invece sottostà e obbedisce ciecamente agli «occupanti»779. In una lettera titolata «Caro Lettore»780 e firmata «H11», il detenuto commenta con le seguenti parole la situazione politica italiana avviatasi con il governo Bonomi781, emanazione diretta del Cln782: 775 Ivi, p. 51. F. Germinario, L’altra memoria: l’estrema destra, Salò e la Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, p. 75. 777 Ivi, p. 76. 778 Ivi, p. 77. 779 Ibidem. 780 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 1 p. 2, Caro Lettore, doc. cit. 781 Il primo governo Bonomi ha inizio nel luglio del 1944, il secondo alla fine del novembre del 1944. Cfr. R. Canosa, op. cit., p. 47 e sgg., p. 119 e sgg. 782 Comitato di liberazione nazionale. 776 122 Preferisco parlarti del governo. Si, perché adesso abbiamo un governo. Non te ne eri accorto? Ma si, Bonomi ha riverniciato a nuovo il gabinetto ed ha chiuso la crisi esclamando: «Ci siamo». Al che Togliatti: «e ci resteremo» completò. Il luogotenente dice che, del resto, nel nuovo gabinetto ci si può far tutto più comodamente di prima (…)783. Questo ironico commento è significativo in quanto dimostra come i detenuti fossero informati degli avvicendamenti politici avvenuti nel governo del Regno del Sud, in particolare del secondo governo Bonomi succedutosi al primo alla fine di novembre ’44, dopo che il luogotenente generale del regno Umberto II (nomina ottenuta a seguito del ritiro a vita privata di Vittorio Emanuele III784) gli riconfermò l’incarico per la formazione del nuovo governo. La crisi del primo gabinetto Bonomi si era sviluppata intorno alla questione dell’epurazione: i partiti moderati, e non solo essi, condannavano la decisa e rigida attività epurativa svolta dall’Alto Commissariato per la punizione dei delitti fascisti guidato da Carlo Sforza, che fu difatti costretto alle dimissioni, determinando le dimissioni di Bonomi e la caduta del suo primo governo785. Il detenuto conclude la lettera con l’esclamazione: “Dopo di che, auguri galeotti e che Dio ti guardi dal vaiolo e da Berlinguer”786. Ciò conferma l’accesa ostilità per gli avversari politici e per tutti coloro che condannavano e perseguivano il fascismo. Un atteggiamento di aperta conflittualità che viene evidenziato anche nella seguente vignetta, in cui due giovani ragazze sono impegnate in uno scambio di battute contrassegnate da un’accesa ironia: “- Sai, il mio fidanzato è in galera. – Beata te, il mio è iscritto al partito liberale”787. In un'altra vignetta, titolata «PARTITI DI MASSA» – presente nel numero 1 del «giornaletto», «L’abate Faria»788, realizzato a Melfi nel febbraio del 1946 – vi è un richiamo sempre più ironico all’attività politica svolta dai partiti antifascisti, in particolare dal Partito d’Azione. Viene rappresentata un’aula di congressi completamente vuota, a 783 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 1 p. 2, Caro Lettore, doc. cit. R. Canosa, op. cit., p. 33. 785 Ivi, p. 119 e sgg. Il tema dell’epurazione è stato in effetti solo uno dei termini dello scontro. Per una spiegazione più ampia di quanto abbia pesato sulla continuità del governo la rottura dell’unione del fronte antifascista con un radicarsi delle posizioni di destra e sinistra al suo interno, cfr. H. Woller, op. cit., p. 260 e sgg. 786 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 1 p. 2, Caro Lettore, doc. cit. 787 Ibidem. 788 L’abate Faria, scienziato e abate, era il personaggio rinchiuso in una fortezza insieme al «Conte di Montecristo», protagonista del noto romanzo di Alexander Dumas. 784 123 eccezione di quattro personaggi – forse gli stessi rappresentanti del citato partito – impegnati nel giocare a carte. La vignetta viene così commentata: - (da «L’Italia libera»789) “all’oceanico congresso del Partito gli azionisti mettono le carte in tavola”790. A riprova che i detenuti non erano del tutto ignari delle vicende politiche che caratterizzavano il periodo critico degli anni ’44-’45 – e in particolare del tentativo di riorganizzare il movimento fascista nella capitale – vi è una vignetta titolata «AD ATENE» realizzata da Fatica, con annessa illustrazione dell’abbattimento della quinta colonna di un tempio. L’autore commenta con uno scambio di battute, ovvero: “- Perché demoliscono quella colonna? – Perché è la quinta”791. Si suppone che il detenuto faccia riferimento alla già nota «Quinta colonna»792. Una pagina di diario titolata «Natale»793 – oltre a trasmetterci il senso di grande vuoto e profonda nostalgia dei detenuti per le proprie case e le proprie famiglie, sentiti maggiormente durante il periodo delle feste natalizie – ci fornisce ancora un’altra prova del fatto che i detenuti riuscissero comunque a ottenere notizie sull’andamento della guerra. Infatti l’autore, anonimo, dichiara: “In questo stesso istante apprendo che l’esercito della nostra repubblica attacca…poveri malcapitati”794. Il testo si conclude con queste parole: Signore Misericordioso, veglia sull’Italia e sulle nostre famiglie. Fa che sempre i nostri cuori non perdano la Luce profonda della nostra Fede purissima. Giammai dimenticheremo questo Natale. Mamma, mamma. Viva l’Italia!795. C’è da chiedersi se la «fede» cui fanno riferimento, e per cui si raccomandano alla misericordia di Dio, sia proprio la «fede» fascista. 789 Il Partito d’Azione (cfr. S. Colarizi, op. cit., p. 274 e p. 563), esponente dell’opposizione antifascista, fu costituito nel luglio 1942 dalla confluenza di ex militanti di «Giustizia e Libertà», liberal-socialisti e democratici-repubblicani, erede del «socialismo liberale» di Carlo Rosselli (cfr. E. Gentile, Fascismo e antifascismo, I partiti italiani fra le due guerre, cit., p. 304 e sgg.) e del programma di «rivoluzione liberale» di Pietro Gobetti (cfr. cfr. E. Gentile, Fascismo e antifascismo, I partiti italiani fra le due guerre, cit., p. 149). Dal gennaio ’43 pubblicò un organo clandestino, «L’Italia libera». 790 A.N.G., foglio 2 (non numerato), s.a., L’abate Faria, Melfi, 25 febbraio 1946. 791 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 8 p. 16, F. Fatica, AD ATENE, s.l., s.d. 792 Sulla «Quinta colonna» si rimanda al par. 1.5 Cap. 1. 793 A.N.G., fascicolo 4, fogli 16, s.a., Parodie varie e canti della «galera», Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d., foglio 9 p. 9 e sgg., s.a., Natale, Carcere S. Giovanni (Catanzaro), 24-28 dicembre 1944. Questa pagina di diario è stata scritta a S. Giovanni il 24 dicembre 1944. Il foglio riporta anche che il testo è stato qui trascritto il 28/12/1944 A. 2° alle ore 15.30. 794 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., fogli 10-11 pp. 10-11, Natale, doc. cit. 795 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 12 p. 12, Natale, doc. cit. 124 Ulteriori critiche all’attività dell’Alto Commissariato per la punizione dei delitti del fascismo, espresse sempre con pungente ironia, vengono evidenziate in un articolo – che nell’intento dell’autore doveva raffigurare lo stralcio di un giornale – titolato «UN COMPLOTTO SVENTATO, L’ARRESTO DEL 1945, LA BRILLANTE OPERAZIONE DELL’ARMA-LA RESISTENZA DEGLI IDI-LE NONE DISCRIMINATE? RIVELAZIONI IMPORTANTI»796. In esso vi è un riferimento esplicito all’art. 270 C.P. relativo al capo d’imputazione per «associazione sovversiva»797, ovvero lo stesso reato di cui erano accusati, col fine di ricostituire il partito fascista in Calabria, gli «88» del Processo di Catanzaro. Si apprende ufficialmente che l’Alto Commissariato per la punizione dei delitti del fascismo ha emesso mandato di cattura contro il nominato Primo d’Anno, accusato d’essere, oltre che Capo d’Anno, Capo anche di organizzazioni sovversive varie (art. 270 C.P.). Questo autentico criminale cercava di sovrapporre, con la violenza, la supremazia dell’anno fascista 1945 all’anno civile 1944798. In un altro articolo titolato «LA BEFANA»799, dedicato al giorno dell’Epifania, la stessa Befana viene raffigurata nelle vesti di un ufficiale togato, che porta dei doni: tra questi di particolare interesse sono il capo di imputazione relativo all’art. 270 C.P di «associazione sovversiva» e l’ordine di cattura emesso dal Tribunale di Guerra di Catanzaro. Diretto è il riferimento all’esperienza vissuta dagli «88» imputati di voler ricostituire il partito fascista in Calabria e per questo incarcerati e in attesa di giudizio800. Nel chiedersi quali siano i doni che ironicamente i detenuti vorrebbero ricevere dalla Befana, l’articolista riporta i diversi desideri espressi e tra questi quello del carcerato che aspira a “una Befana bionda e giovane che serva in tavola maccheroni e torrone gelato”801. Di particolare importanza – in quanto espressione dell’accesa ostilità fra l’ideologia fascista e la nuova e reazionaria volontà politica italiana – sono: il «dono» desiderato da 796 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 5 p. 10, s.a., UN COMPLOTTO SVENTATO, L’ARRESTO DEL 1945…, s.l., s.d. 797 Con riguardo al capo di imputazione relativo all’art. 270 C.P di «associazione sovversiva», si rimanda al Cap. 2 par. 2.2. 798 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 5 p. 10, UN COMPLOTTO SVENTATO, L’ARRESTO DEL 1945, doc. cit. 799 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., fogli 6-7 pp. 12-13, s.a., La Befana che ognuno vuole, s.l., s.d. 800 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 6 p. 12, La Befana che ongnuno vuole, doc. cit. 801 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 7 p. 13, La Befana che ongnuno vuole, doc. cit. 125 Berlinguer, sempre secondo i detenuti, ovvero “Teste di fascisti a centinaia di migliaia”802 (con la raffigurazione del patibolo, indicativo di una possibile e temuta condanna a morte a carico degli «88»); il «dono» richiesto dagli stessi detenuti, ovvero “Che l’Italia riabbia il suo onore anche a costo di rimetterci la farinella”803. 3.3 Il mito del tradimento: i fascisti contro i nemici della Patria. Il tema del tradimento della Patria e del fascismo e il tema dell’onore italiano calpestato emerge chiaramente nel canto di «galera» chiamato «IL CANTO DELLA RISCOSSA»804, sul motivo dell’inno dei «Battaglioni S. Marco»805. Nei primi versi “Noi chiedevam al mondo invan/ un po’ di terra da lavorar al nuovo Sol”806 si legge un richiamo all’espansione coloniale italiana, espressione della volontà fascista di trasformare la nazione in un grande Impero. Un esempio ne fu la guerra di Etiopia con cui Mussolini intendeva dare concretezza alla vocazione imperiale del fascismo807, vendicando la perdita subita dall’Italia nel 1896 con la sconfitta di Adua808 e capace di mostrare la grande forza del regime di riuscire dove la classe dirigente liberale aveva fallito809. Il duce voleva soprattutto creare una nuova occasione di mobilitazione popolare, accrescendo il consenso degli italiani verso il fascismo e distogliendone l’attenzione dai problemi economico-sociali del paese810. Il tema del tradimento dell’8 settembre e l’esigenza del ripristino della dignità nazionale – tradita dal re e dal governo Badoglio e da quella parte del paese che aveva scelto di combattere a fianco del nuovo alleato – è presente nelle seguenti strofe: 802 Ibidem. Ibidem. La farinella è la maschera tipica del carnevale di Putignano (BA). 804 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., fogli 15-16 pp. 15-16, s.a., Il CANTO DELLA RISCOSSA, s.l., s.d. 805 La stesura dell’inno del Battaglione S. Marco, Reggimento della Marina, è da collocare probabilmente intorno al 1917. 806 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 15 p. 15, Il CANTO DELLA RISCOSSA, doc. cit. 807 S. Colarizi, op. cit., p. 223 e sgg. 808 R. De Felice, Breve storia del fascismo, cit., p. 141; cfr. S. Colarizi, op. cit., p. 34. 809 S. Colarizi, op. cit., pp. 224-225. 810 Ivi, pp. 225-226. 803 126 E per la vita allor/ noi l’armi impugnavam/ Ma un dì dei traditor/ vendero il nostro onor/ nell’uragan parea per duol/ pianger il Mar/ parea urlar/ d’ira e d’orror/ il Mar…/ Dilaga l’invasor/ calpesta il nostro suol/ e Roma, amor/ d’ogni Italian, tra i marmi e l’or/ vede stranier e le si strazia il cuor./ Noi lo giuram/ sui capi bianchi delle nostre madri/ Noi lo giuram/ sugli stellanti occhi dei nostri amor/ l’onor che l’Italia a noi volle affidar/ custodiremo sacro tesor/ Iddio lo vuol/ libereremo il nostro suol./ E tu Patria tu palpito Sacro…811 Nella lista lunga dei traditori spiccano due figure, bersaglio privilegiato dei fascisti al sud e dei repubblichini al nord: il re «fedifrago» e il «traditore» Badoglio812. “Quest’ultimo soprattutto è definito come il «Giuda» che ha gettato la Nazione in una guerra di italiani contro altri italiani, una propria e vera guerra fratricida”813. L’ultimo fascismo proclama pertanto di combattere la sua guerra, la guerra «santa» e «profondamente rivoluzionaria», per costruire l’avvenire degli italiani e della loro civiltà che è prima di tutto «romana e cristiana», una guerra legittimata dal sangue versato in questa e in tutte quelle precedentemente combattute nel Risorgimento e nel corso del ventennio814 (…) Il grido incitatore e tremendamente ammonitore dei morti di questa guerra si accompagna al grido dei morti dell’altra guerra e di tutte le guerre per l’indipendenza e la grandezza della Patria»815. Questa comunità del sangue, questo legame indissolubile che simbolicamente unisce i vivi ai morti sono stati profanati dal «tradimento» che «getta ignomia» sul sacrificio compiuto e rinnega «il sangue versato per la Patria»816. Il delitto consumato grida ora vendetta contro il vero nemico, contro il colpevole che non si può assolvere: non lo straniero, ma «l’altro italiano»817. Liberato il duce e costituita la RSI, si presentò per i giovani fascisti l’occasione di agire a difesa di quell’Italia che “non volevano veder cancellata dalla Storia, non tanto da una sconfitta militare (…) ma dal disonore e dalla vergogna”818. Il re dopo aver abbandonato la capitale, capitolò a una resa incondizionata, consegnando 811 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., fogli 15-16 pp. 15-16, Il CANTO DELLA RISCOSSA, doc. cit. 812 M. Legnani, e F. Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, Franco Angeli, Milano, 1990, p. 274. 813 Ibidem. 814 Ivi, pp. 278-279. 815 Ivi, p. 279. 816 Ibidem. 817 Ibidem. 818 Ivi, p. 393. 127 l’Italia – macchiata della colpa di tradimento – al nemico819. Per i fascisti al di sopra di tutto e di tutti c’era la Patria, “che chiama a raccolta tutti i suoi figli, e tutti, senza discriminazione, devono darle il proprio contributo di fede e di braccio per la sua salvezza”820. Tutto ciò emerge anche in alcune strofe del «CANTO DEI VENT’ANNI»821, firmato Giardini: Chi bussa a quella porta?/ Avanti, avanti entrate!/ Mi dite cosa fate?/ La gentilezza è morta?/ «Noi siamo i tuoi padroni…»/ Scusatemi…Sognavo! Cercando rinvagavo/ dei miei passati agoni./ (…) Ecco la Patria in lutto./ Ovunque è un velo nero…/ Oh, immenso cimitero!/ Tutto è distrutto, tutto!/ (…) Triste è ormai il sentiero,/ ma io non mi sento vinto./ C’è nel mio cuore avvinto…/ Non faccio il forestiero!?!/ (…) I più russano in coro:/ felici i loro volti!?!/ Essi non son sepolti:/ fanno «il bel sogno d’oro»822. In tutti i documenti è presente il «mito» del tradimento del re e di Badoglio, ovvero il mito dell’onore nazionale infranto, nato accanto a quello della resistenza, tra il ’43 e il ’45: chi scelse di combattere a fianco dei tedeschi era convinto di difendere la dignità nazionale, di mantener fede alla parola data, liberando dagli «invasori» la Patria, “la cui causa era identificata con quella del fascismo alleato con la Germania”823. L’8 settembre ha rappresentato nella memoria collettiva uno dei momenti più tragici nella storia dell’Italia unita. La nazione subì passivamente le decisioni prese dall’alto, costretta a delle scelte senza conoscerne condizioni e conseguenze, non essendo in grado di “distinguere il giusto dall’ingiusto, con chi e contro chi doveva combattere”824. Secondo Elena Aga Rossi soltanto il re, che costituiva l’unico punto di riferimento di tutte le forze politiche e aveva il controllo delle forze armate, avrebbe potuto teoricamente guidare un passaggio repentino dell’Italia dalla parte degli angloamericani825. Per mancanza di capacità 819 Ibidem. Ibidem. 821 A.N.G., foglio 3 (non numerato), N. Giardini, CANTO DEI VENT’ANNI, Carcere di S. Giovanni, 9 maggio 1945. 822 Ibidem. 823 S. Arcella, Il ritorno della memoria, in AA.VV., Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, I.S.S.E.S, Napoli, 1998, p. 25. 824 E. A. Rossi, op. cit., p. 13. 825 Ivi, p. 151. 820 128 decisionale e per debolezza di carattere, il re non fu all’altezza del compito che si trovò ad affrontare826. Il governo Badoglio, sempre secondo la storica, cercò fino alla fine di scegliere la strada meno rischiosa, agendo con una totale noncuranza per gli interessi del paese e con estremo cinismo nei confronti dell’inevitabile sacrificio della parte dell’esercito fuori d’Italia827. Da parte dei detenuti frequenti sono le critiche al re e a Badoglio perché non avevano preso alcuna decisa posizione sul futuro dell’Italia, se non quella di fuggire da Roma. Elena Aga Rossi condivide a riguardo il giudizio di una fonte alleata secondo cui “con un po’ di organizzazione in anticipo ciò che era certamente una difficile situazione avrebbe potuto essere gestita in un modo da proiettare meno discredito sulla nazione italiana agli occhi del mondo”828. Non solo i fascisti, ma anche i tedeschi, rivolsero contro il governo e la monarchia l’accusa di tradimento, per cui l’Italia fu considerata da subito un paese nemico829. Il comportamento avuto dall’Italia con e dopo l’8 settembre fu dai fascisti ritenuto umiliante e mortificante per la dignità nazionale, procurando al paese il «disprezzo internazionale»830. Alla Patria, con continui accenni al vergognoso tradimento commesso dalla «nazione di Badoglio», dedica una preghiera il detenuto Roberto Trovato: A te Iddio [sic] dolore ci rivolgiamo/ in quest’ora di tormento/ perché tu possa udire la nostra voce./ Oggi che la casa è distrutta/ e la Patria è vergogna/ te supplichiamo./ Oggi che il soldato caduto/ ti è accanto/ e il suo cuore è una lacrima/ te preghiamo:/ Salva l’Italia./ O Signore dona ad un uomo la forza/ di far della nostra preghiera/ il tuo verbo/ fa che il nostro sacrificio rischiari/ il nuovo cammino d’Italia/ Fa o Signore che i nostri morti/ giacciano/ un giorno nella terra della Patria831. Si è potuto notare dai documenti citati che l’uso della parola «patria» è molto presente nelle dichiarazioni rese dai detenuti, dopotutto essa ha rappresentato lo strumento con cui il fascismo ha legittimato il partito e la sua missione rispetto alla 826 Ibidem. Ivi, p. 152. 828 Ivi, p. 153. 829 Ivi, p. 155. 830 Ivi, p. 154. 831 A.N.G., foglio 4 (non numerato), R. Trovato, non titolato, s.l., s.d. 827 129 storia del Risorgimento italiano e all’esperienza della Grande guerra, da sempre definita come la «quarta guerra di indipendenza»832. Secondo Massimo Legnani il fascismo si servirà della contrapposizione nazione/paese, nata dall’incapacità delle culture dell’intervento e della guerra di fornire i termini di un nuovo riconoscimento collettivo della società nelle istituzioni, per legittimarsi agli occhi degli italiani anziché come fazione, come depositario dei valori patriottici, dove il patriottismo è anzitutto difesa dell’ordine sociale costituito 833 . In tutte le opere realizzate dai detenuti emerge la rivendicazione da parte dei fascisti della sola e unica difesa della Patria – quella fascista – che, pur venendo meno ogni possibilità concreta di vittoria militare, si dimostra necessaria e doverosa per la difesa dell’onore dell’Italia. I valori e i sentimenti che li spinsero ad agire, fino al sacrificio estremo della propria vita, erano quelli della dignità nazionale, del coraggio e dell’amore per la «Patria», per la «Nazione», per l’«Italia». Mario Isnenghi dichiara che da una parte e dall’altra si parla e si muore per la Patria, l’Italia, la Nazione, il Popolo, richiamandosi al Risorgimento, a Garibaldi e a Mazzini. Né durante le guerre di indipendenza, né al momento dell’intervento nella guerra del 1915, né in nessun’altra fase della sua vita nazionale unitaria, l’Italia come tale ha mai potuto mobilitare tanta passione civica, impegno diretto di partecipazione e un tal numero di combattenti volontari come in questa frattura paurosa che ne mette in forse l’esistenza stessa834. Della missione storica del fascismo e della totale devozione al regime e alla Patria rimane traccia in un articolo del tenente colonnello Landi Giuseppe835 (consigliere nazionale) – titolato «LA DIVISIONE BRESCIA836 AL FRONTE DI TOBRUK837» – allegato a una lettera del «5/I0 XIX°»838 firmata Ninno839 e inviata alla madre: 832 M. Legnani, e F. Vendramini (a cura di), op. cit., p. 15. Ivi, pp. 56-57. 834 Ivi, p. 239. 835 Dalla lettura dello stesso articolo emerge che il col. Landi abbia prestato servizio presso il reggimento – e precisamente al Comando – di cui faceva parte l’autore della lettera (a cui è allegato l’articolo) e che si firma «Ninno». Informazioni tratte dall’articolo «LA DIVISIONE BRESCIA AL FRONTE DI TOBRUK» allegato in A.N.G. al foglio 9 (non numerato), contenente la lettera del «5/I0 XIX°» (s.l.) firmata dal detenuto Ninno e inviata alla madre. 836 I fanti del 19° e 20° Reggimento Fanteria della Divisione Brescia hanno resistito per oltre 20 mesi agli attacchi nemici in Africa Settentrionale e per questo la divisione meritò la citazione nel bollettino N. 353 del 24-05-1941-XIX, del Quartiere Generale delle FF.AA. Informazioni tratte dall’articolo «LA DIVISIONE BRESCIA AL FRONTE DI TOBRUK» allegato in A.N.G. al foglio 9 (non numerato). 837 Tobruk è una città portuale del Mediterraneo situata nella parte orientale della Libia. 833 130 questi nuovi fanti (…) espressione genuina del popolo italiano che il Fascimo plasma sempre più per l’assolvimento della sua missione storica (…) come questi soldati di Mussolini (…) abbiano ormai assimilato quella coscienza Imperiale che li rende saldi e vittoriosi non soltanto a difendere come un tempo i confini della Patria, ad accrescerne l’estensione ma altresì per affermare una nuova concezione di civiltà al di là dei mari e dei deserti. Nuovi fanti dell’Italia Fascista, legionari anch’essi sereni e forti oltre tutte le lontananze, perché sanno e sentono che dove resistenza, coraggio e sacrificio realizzano e consolidano la loro conquista, vi è la Patria, tutta la Patria con il suo amore, con le sue infinite bellezze, con la sua storia gloriosa840. Della mitologia fascista facevano parte il culto della Nazione e il mito della Guerra, sviluppatosi durante la lunga ricerca di una «religione civile» per la «nuova Italia», iniziata col Risorgimento fino all’esperienza della Grande guerra841. Gentile afferma che la «Rivoluzione italiana»842 per il fascismo significava riconsacrare il culto della nazione e rigenerare il popolo per trasformarlo in una comunità unita e forte, capace di affrontare la sfida del mondo moderno, conquistare un nuovo primato, svolgere una missione di civiltà per rinnovare nei tempi moderni lo spirito e la grandezza della romanità: “noi lovoriamo alacremente – scriveva Mussolini alla fine del 1920 – per tradurre nei fatti quella che fu l’aspirazione di Giuseppe Mazzini: dare agli italiani il «concetto religioso della nazione» (…) Gettare le basi della grandezza italiana nel mondo partendo dal concetto religioso dell’italianità (…) deve diventare l’impulso e la direttiva essenziale della nostra vita”843. 838 A.N.G., foglio 9 (non numerato), Ninno, Cara mamma…, s.l., 5/I0 XIX°, con allegato l’articolo «LA DIVISIONE BRESCIA AL FRONTE DI TOBRUK». 839 Si può supporre che «Ninno» sia Pietro Capocasale – tra gli 88 imputati al Processo di Catanzaro – in quanto in fondo alla prima pagina dell’allegato citato è presente la seguente indicazione: «storia militare personale Tenente Pietro Capocasale di Petronà (CZ)». 840 A.N.G., foglio 9 (non numerato), Ninno, Cara mamma…, s.l., 5/I0 XIX°, con allegato l’articolo «LA DIVISIONE BRESCIA AL FRONTE DI TOBRUK». 841 «Il fascismo amava presentarsi come l’erede e il continuatore del radicalismo nazionale, il protagonista della lotta per l’interventismo, l’interprete dei combattenti, il difensore della vittoria e l’avanguardia della «nuova Italia» nata dalle trincee». Cfr. E. Gentile, Il culto del littorio, cit., p. 39. 842 «Il fascismo ebbe origine da quello stato di effervescenza collettivo prodotto dalla guerra, che già alla fine della guerra aveva dato vita a vari movimenti come il combattentismo, l’arditismo, il futurismo politico, il fiumanesimo, che scesero in campo per affermare i diritti della vittoria e proseguire la rivoluzione italiana, combattendo contro i nemici interni e la vecchia classe dirigente per realizzare l’unità morale e spirituale della nuova Italia». Cfr. E. Gentile, Il culto del littorio, cit., pp. 37-38. 843 Ivi, pp. 39-40. 131 Un riferimento alla particolare situazione degli «88» fascisti vi è nel canto in versi, in dialetto romanesco, titolato «…Er censimento…de’…ruffiano»844, realizzato dal detenuto Roberto Trovato, ricco di immagini retoriche, oltre alle relative caricature, che raffigurano le situazioni descritte nei versi. Il canto ha per protagonisti tutti quei fascisti – descritti con sembianze animali – che dopo essere stati tratti in arresto, trovandosi in condizioni di vita sempre più precarie, scelsero di fare professione di anti-fascismo. Il canto inizia con un’accusa diretta al nuovo governo democratico, ispirato a principi liberali, che aveva deciso di eliminare dalla scena i fascisti – che inneggiavano al ritorno della «rivoluzione fascista» – rinchiudendoli in prigione. L’accusa rivolta al nuovo governo è quella di servirsi dei fascisti arrestati come «merce di scambio» nel caso vi fosse un rovesciamento della situazione politico-militare, restituendo loro la libertà. La vorta, non ricordo bene l’anno/ ne la democrazia de l’animali,/ er Governo si come tutti sanno/ en base a li principi liberali/decise de levasse da li pedi/ li animali che rajavan’n pò troppo/ che baccajavan pe’ li marciapiedi/ che graidavan ar ritorno der malloppo,/ der ricino, de la rivoluzione/ de na vorta. E senza dire gnente/ prese costoro e li schiaffò ‘n prigione/ perché [sic] , in fondo, veramente,/ non dispiaceva quella gente forte/ che je serviva a fa da paravento/ che se li cose andasser troppo storte/ li caccerebbe fori in un momento lavandosi le mani./845 Nei detenuti cresce un sentimento di vendetta per le perdite subite: questi morti venivano considerati veri e propri «martiri fascisti». Dentro, tra gli animali carcerati/ er pollo sbraitava con l’uccello:/ “saranno i nostri morti vendicati”./ E l’elefante: “- Viva er manganello”./846 Vi è un’esplicita dichiarazione di esaltazione del «manganello», che rientrava tra i “simboli terroristici della violenza purificatrice dello squadrismo”847. Il manganello era considerato come “un talismano cui veniva dedicato anche una sorta di goliardico culto”848. Gli squadristi infatti dedicavano e cantavano un inno al «San 844 A.N.G., fascicolo 2, Ev. Sup. Ac., doc. cit., fogli 2-3 pp. 3-6 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), Roberto Trovato, Er censimento…de’…ruffiano, s.l., s.d. 845 A.N.G., fascicolo 2, Ev. Sup. Ac., doc. cit., foglio 2 p. 3 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), Roberto Trovato, doc. cit. 846 Ibidem. 847 E. Gentile, Il culto del littorio, cit., p. 43. 848 Ibidem. 132 Manganello» decantandolo come “amuleto protettore delle squadre, giustiziere dei nemici e liberatore del sacro suolo della patria”849. Ma cor passar dei giorni li animali/ incominciano a esse tutti tristi/ Cominciano a pensare a tutti i mali/ Derivanti dall’esser fascisti./ Poi, quando, cambiata la galera/ Si fecero sentì li languimenti/ – poco a mezzogiorno e gnente a sera –/ Oh! Che coro di nobili lamenti!/ Er pesce: “ – C’è no sbaglio grossolano/ Perché io nun so stato mai fascista,/ ma bensì democratico-cristiano/ clericale-cattolico-papista”./ “ – Ed io ?!?” – diceva er porco – “mo te spiego./ Stavo [sic] Fascio der patre mio/ Ma, te lo giuro, solo per l’impiego!/ Te chiamo a testimoniare pure Dio”./ “ – Ed io ?!?” – era er serpente questa vorta,/ commerciante de scarpe – “mo ce vole/ me ne fregavo de marce, de rivorta!/ A me piace magnà, godermi er sole”./ “ – Ed io ?!?” – Er coccodrillo de rimando –/ “sacrificata ho la vita mia/ dentro una triste scola…insegnando/ la religione…un po’ di geografia”./ “ –Voi?!? – Disser le pecore e i capretti –/ “E noi che male abbiamo fatto ?!?/ Commercianti di stoffe, scendiletti,/ arazzi. A noi piace er manufatto…/850 La vita carceraria, divenuta sempre più precaria e dura, generava sconforto nei detenuti che iniziavano a prendere coscienza dei pericoli derivanti dall’aver aderito alla «fede» fascista. Esasperati dal carcere, cominciarono a uno a uno a dichiarare di non essere mai stati fascisti, rivelandosi alla fine degli opportunisti, dei voltagabbana pronti a passare dalla parte dei vincitori. Agli occhi di questi «traditori» è meglio far parte di qualsiasi altro partito politico piuttosto che essere tacciati di fascismo. Al sopragiugne poi der primo inverno/ Le lamentele furo così forti [sic] / [sic] me volevo aspettare ‘n po’ de tatto./ Andate via. Sete tutti uguali./ Andate via. Solo gente forte/ Po’ sta in galera co li ergastolani./ E voi vi fregereste de la morte ?!?/ Sête sol boni a battere le mani./ Così dicendo er Capo der Governo/ Piagneva con la testa fra le mani./ Ma se non altro pronto per [sic] / Ci aveva il censimento de’ruffiani./851 Nell’accusa – rivolta a coloro che, spaventati dalle dure condizioni della detenzione, rinnegavano la «fede» fascista – si può leggere una sorta di fierezza e di consapevolezza della scelta compiuta e maturata all’interno dello stesso gruppo dei detenuti. Un’accusa rivolta dal «Capo del Governo» (il riferimento è forse a 849 Ibidem. A.N.G., fascicolo 2, Ev. Sup. Ac., doc. cit., fogli 2-3 pp. 3-6 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), Roberto Trovato, doc. cit. 851 A.N.G., fascicolo 2, Ev. Sup. Ac., doc. cit., foglio 3 p. 6 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), Roberto Trovato, doc. cit. 850 133 Mussolini), che è deluso dall’atteggiamento ipocrita e interessato di questi exmilitanti, definiti come «ruffiani», espressione di “una folla d’occasione” e non di “una massa liturgica”852, che partecipasse con fede e con gioia alla celebrazione del regime fascista853. Nel gruppo dei detenuti fascisti è possibile riscontrare due diversi tipi di comportamento: c’è chi mostra delle titubanze riguardo alla scelta di adesione al fascismo e c’è invece chi – rappresentando la maggioranza – offre un’ulteriore conferma della sua immortale «fede» fascista. La presenza di valutazioni personali, non positive, da parte dei detenuti sul proprio passato fascista sono rintracciabili nell’articolo, scritto da un detenuto che si firma «il politico» a un altro detenuto comune e titolato «TRA DI NOI»854. «Il politico» confessa amaramente: “Caro «comune» (…) ti apro la saracinesca del mio cuore perché oggi tu non sei più quello che ha ammazzato mastro Antonio ed io non sono più quello che voleva «ricostruire il Partito Fascista in Calabria»”855. Ci si può porre a riguardo delle domande: il detenuto politico è rimasto deluso dall’esperienza fascista? La sua affermazione rappresenta effettivamente una svolta rispetto alle sue passate scelte politiche e alla volontà di ricostituire il partito fascista nel sud Italia? Oppure è la diretta conseguenza di un lungo e duro periodo di detenzione che lo lascia sopraffatto e senza speranze? E, quindi, la sua libera confessione non rappresenta una vera e consapevole maturazione politica? Una conferma data dai detenuti alla piena fedeltà al regime emerge invece da un altro lungo articolo titolato «due anni dopo»856, che occupa la prima pagina nel già noto «giornaletto», «L’abate Faria». Dal testo emerge il grande orgoglio mostrato dai detenuti nel non aver ceduto a compromessi coi nemici, accusati di aver venduto la patria. Scelta di assoluta fedeltà che assume maggiore importanza se si considera che venne mantenuta saldamente anche durante il periodo di detenzione, di fronte alle difficoltà del carcere, pur non avendo alcuna certezza riguardo agli sviluppi del processo e ignorando la propria sorte. L’articolista, infatti, scrive: 852 E. Gentile, Il culto del littorio, cit., p. 21. Ivi, p. 162. 854 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 4 p. 8, Il politico, TRA DI NOI, s.l., s.d. 855 Ibidem. 856 A.N.G., foglio 2 (non numerato), L’abate Faria, doc. cit. 853 134 Brevi e lunghi mesi di affabili speranze e di amare delusioni, mesi vissuti ora in ansiosa attesa ora in monotona rassegnazione, sono trascorsi da quell’ormai lontana primavera in cui lasciammo il così detto mondo libero. Serrati tra le grate e i cancelli delle galere riservate agli schiavi delle passioni delittuose e infamanti, ristretti tra le gelide mura e le anguste «bocche di lupo» dei maleodoranti padiglioni cellulari, bolge statali del crimine, abbiamo avuto l’incommensurabile fortuna di non esserci associati a coloro che vendevano la Patria857. Il riferimento è sempre all’8 settembre, quando il maresciallo Badoglio annunciò l’armistizio, che per i fascisti rappresentò un vergognoso tradimento verso la patria, l’onore, il duce e il fascismo, loro stessi e l’alleato tedesco858. Mammone sostiene che chi aderì alla RSI aveva la certezza profonda che tale scelta di continuità con la repubblica fosse la migliore opzione alla quale riferirsi, anche per ritrovare la purezza del vero fascismo dopo che il ventennio lo aveva macchiato d’impurità. Il mito della patria e dell’impero andava difeso859. Il dovere di ogni «vero italiano» era salvare l’onore della «Patria»860 e servire il «Fascismo»861. “I fascisti in quanto fervidi combattenti non potevano accettare la deposizione delle baionette e avrebbero preferito la morte a una vita da vili voltagabbana”862. Ecco perchè molti giovani partirono volontari da ogni parte d’Italia per difendere la RSI863. Nella parte successiva dell’articolo «due anni dopo» risulta ulteriormente chiaro come – nonostante molti abbiano voltato le spalle al fascismo, per salvare i propri interessi e la propria vita, adeguandosi al nuovo corso della guerra – gli esponenti della resistenza fascista calabrese scelsero di non rinnegare la propria appartenenza politica al partito fascista, ma di «rimanere quali erano». Sottratti all’azione disgregatrice e corruttrice che il tempo ed il gretto interesse egoistico esercitano sullo spirito degli uomini viventi nell’ambito di quel necessario ed equivoco compromesso chiamato «società», siamo rimasti quali eravamo, non mutati 857 Ibidem. A. Mammone, op. cit., p. 1. 859 Ivi, p. 3. 860 E’ pur vero che in questo periodo storico la terminologia utilizzata dalle due «fazioni» contrapposte è in gran parte comune: si combatte infatti in nome della patria e il riferimento principale è il Risorgimento italiano. Cfr. M. Legnani, e F. Vendramini (a cura di), op. cit., p. 239. 861 A. Mammone, op. cit., p. 3. 862 Ivi, p. 4. 863 Ibidem. 858 135 dall’apocalittica catastrofe abbattutasi sull’umanità, non impressionati dalla 864 camaleontesca metamorfosi di persone e di cose . Una fedeltà al fascismo e al «Duce» – come si legge nella parte finale dell’articolo – che è costata molto cara a questi giovani, portandoli all’arresto e alla carcerazione, in attesa di giudizio. L’esito del processo tardava ad arrivare e intorno a esso si aprivano molteplici e discordanti possibilità che lasciavano nei detenuti un sospirato e forzato ottimismo per la tanto attesa liberazione. Questa staticità che ci caratterizza, però, dobbiamo purtroppo riscontrarla anche dove non è vantaggiosa: infatti dopo circa due anni di detenzione siamo ancora «giudicabili». E ciò nonostante l’opera solerte e non disinteressata di una vera falange di avvocati più o meno famosi e nonostante il nostro continuo peregrinare attraverso svariate ed attrezzatissime carceri dell’Italia meridionale. Ma può darsi, come dice il noto adagio, che non ogni male venga per nuocere, ed indubbiamente la mancanza di una sorte già adeguata ha permesso e permette tuttora una rigogliosa fioritura di ipotesi e di congetture che, alimentate dalla ridda vorticosa delle sensazionali notizie inviatoci, ci hanno assicurato una certa varietà di vita ed una fonte perenne di buonumore. Se una sola frase fosse sufficiente a dipingere o meglio a sintetizzare con efficacia lo stato d’animo di determinati individui in determinate circostanze, ancora oggi per quanto riguarda gli ottantotto e la loro odissea, la frase potrebbe essere: «Presto usciremo»”865. Quella di questi giovani fascisti è una fede salda ed eterna, come affiora da un canto di «galera», scritto durante la detenzione a Poggioreale in Napoli, dai cui versi866 emergono chiaramente «l’amore verso la propria Patria» e verso il proprio «Duce»: “Se noi fascisti/ han carcerato/ l’Amor di Patria/ non è scemato”867 e “Se nella cella/ manca la luce/ il tuo pensiero/ mandalo al Duce”868. Il culto della patria doveva legittimare e consacrare il regime fascista come unica espressione della volontà della «nuova Italia» sorta dalla guerra e unico interprete della volontà della nazione869. Il fascismo utilizzò riti e simboli per educare le nuove generazioni al culto della patria870, che doveva legittimare il potere fascista puntando alla glorificazione della 864 Ibidem. Ibidem. 866 Le strofe del suddetto canto vengone scritte sul motivo di «gira, gira l’elica…», col ritornello che segue: «E grida grida grida o carcerier/ questa è la bella vita/ la vita bella del prigionier». In A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., fogli 2-3 pp. 2-3, s.a., non titolato, s.l., s.d. 867 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 2 p. 2, doc. cit. 868 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 3 p. 3, doc. cit. 869 E. Gentile, Il culto del littorio, cit., p. 63. 865 136 Grande guerra, attraverso gli anniversari dell’intervento e della vittoria871. “Il fascismo si impegnò molto per sviluppare il mito della guerra, trasfigurandola in una epopea di eroismo e di martirio consacrata alla divinità della patria”872. L’immagine della resurrezione, legata al culto della Grande guerra, era comune alla retorica patriottica ma essa acquistò un particolare significato nella fascistizzazione del mito della guerra, diventando mito di fondazione nell’universo simbolico fascista sia per quanto riguarda gli aspetti rituali del culto del littorio, sia per quanto riguarda gli aspetti epici, sviluppati nella invenzione di una «storia sacra» della religione fascista 873. La fascistizzazione del culto della patria, attraverso l’enfatizzazione del culto della Grande guerra, nasceva dalla necessità di ottenere il pieno e totale consenso presso il popolo italiano874. Mussolini appariva agli occhi dei fascisti come il principale autore dell’intervento e della vittoria, e quindi veniva eletto a «Duce» e a capo indiscusso di tutti i soldati875. L’esaltazione del culto della patria costituiva la base per “l’instaurazione del culto del littorio, come liturgia di Stato, dove il fascio littorio è simbolo di Roma antica e della nuova Italia”876. Il duce adottò il simbolo romano del fascio littorio – ovvero “un fascio di verghe con una scure collocata lateralmente”877 – perché questo era simbolo di unità, di forza, di disciplina e di giustizia (…) aveva anche un significato religioso come simbolo della tradizione sacra della romanità, considerato in stretta relazione con il culto del fuoco sacro; le verghe e la scure sono gli elementi necessari e sufficienti per alimentare il focolare e per poterlo all’occorrenza difenderlo (…) Esso era soprattutto il simbolo della rivoluzione fascista e della resurrezione della patria per opera del duce, preannunciata dalla «riapparizione del fascio littorio»: “con questo simbolo e con questo Duce l’Italia è risorta”878. L’immagine del fascio littorio celebrava l’inizio dell’«era nuova», avvenuto con la presa del potere da parte del fascismo879. 870 Ivi, p. 62. Ivi, p. 66. 872 Ivi, pp. 66-67. 873 Ivi, p. 68. 874 Ivi, p. 70. 875 Ivi, p. 72. 876 Ivi, pp. 74-76. 877 Ivi, p. 77. 878 Ibidem. 879 Ibidem. 871 137 L’obbedienza cieca e totale alla patria coincideva strettamente con l’obbedienza al fascismo perché l’unica patria accettabile era quella creata dal regime880. La fedeltà alla patria, e quindi al fascismo, comportava la piena dedizione alla figura del duce che “rimarrà in loro sempre vitale, quasi come un sogno ricorrente nelle menti o una realtà vivente nei cuori dei fascisti”881. Ma cosa rappresentava effettivamente per questi giovani fascisti Mussolini? Mussolini amava l’Italia, era un capo buono; il duce era il simbolo vivente del riscatto nazionale (…) era icona e al tempo stesso messia da seguire, maestro di vita e di politica882. Il duce non aveva abbandonato l’Italia e non aveva tradito e la RSI rappresentò appunto per i fascisti un atto d’amore del duce, l’ultimo verso la sua Patria883. I traditori e i colpevoli erano gli altri, ma non lui: erano i generali fascisti incapaci, erano i tedeschi che non si fidavano dei soldati della RSI, erano gli angloamericani, i comunisti, i partigiani, Badoglio, i Savoia, il popolo e tutti i voltagabbana, non lui884. La figura di Mussolini divenne un «mito vivente»885 fin dagli anni ’30 e il culto del duce fu certamente “la manifestazione più spettacolare e popolare del culto del littorio”886. Il duce era definito il creatore del fascismo, il rinnovatore della società civile, il Capo del popolo italiano, il fondatore dell’impero887. Nel corso della sistemazione costituzionale degli istituti del regime fascista, la figura del duce acquistò un significato giuridico, perché con tale qualifica si intendeva non solo il duce del partito ma il Duce del Fascismo, cioè la guida, il Capo supremo del Regime, che si identifica ormai indissolubilmente con lo Stato888. 880 F. Germinario, op. cit., p. 57. A. Mammone, op. cit., p. 8. 882 Ibidem. 883 Ivi, pp. 19-20. 884 Ivi, p. 8. 885 E. Gentile, Il culto del littorio, cit., p. 153. 886 «La nascita del culto del duce avvenne nell’ambito della religione fascista dopo che questa era stata istituzionalizzata ed era perciò una sua derivazione, anche se la figura del duce possedeva una propria «numinosità» emanante dalla personalità carismatica di Mussolini». Ivi, p. 235. 887 Ivi, pp. 239-240. 888 «Si giunge così alla piena inserzione del mito mussoliniano nella struttura giuridica istituzionale dello Stato fascista, che venne ad assumere quella particolare fisionomia di «cesarismo totalitario», data l’estensione e l’intensità delle attribuzioni riservate a Mussolini, in quanto «mito» e «duce», nella prassi, nella legislazione, nella teologia e nella liturgia dello stato fascista». Ivi, p. 240. 881 138 Mussolini per i militanti del fascismo clandestino continuava a essere “il più grande dei grandi uomini di tutti i tempi, un nuovo Cesare, il capo cui si doveva donare la propria vita, anima e corpo”889. Il rapporto tra Mussolini e i fascisti si trasformò in una relazione carismatica di dedizione e obbedienza basata sulla «fede» e sul riconoscimento a Mussolini della qualità di fondatore e massimo interprete del fascismo e della sua missione storica890. Tornando al canto di «galera», e precisamente nei versi “Come già Cristo/ «dice una voce»/ anche l’Italia/ ha la sua Croce”891, è chiaro il riferimento allo stravolgimento politico e militare vissuto dall’Italia, a causa della guerra e soprattutto a causa della fine del regime fascista e con essa di Mussolini. 3.4 Gli «88» divisi tra le personali vicende giudiziarie e il destino della Nazione. I detenuti nel più volte citato trafiletto «L’abate Faria» dimostrano di essere a conoscenza del dibattito sviluppatosi attorno al processo a loro carico e dell’andamento dello stesso a seguito del ricorso accolto dal Tribunale Supremo con la sentenza del 23 ottobre 1945. Tale sentenza annullò quella emessa dal Tribunale Militare Territoriale di guerra della Calabria con sede in Catanzaro, rinviando gran parte dei ricorrenti a nuovo giudizio presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Napoli. Il processo venne fissato per il 22 giugno 1946. Infatti il trafiletto riporta che “Il Generale Grimaldi è stato incaricato di presiedere la I Sezione del Trib. Milit. Di Napoli che, in sede di rinvio, giudicherà gli 88 di Calabria”892 e conclude con “le prime felicitazioni dell’Abarte Faria”893. Anche in due lettere inviate dal detenuto Domenico Greco al cugino dal carcere di Melfi (PT) – la prima del 14 novembre ’45894, la seconda del 12 dicembre 889 Ivi, p. 243 e p. 264. Ivi, pp. 240-241. «Il culto del duce si inseriva nel progetto di educazione dell’«armonico collettivo» per la creazione di una nuova civiltà. Mussolini appariva quindi ai fascisti come una straordinaria figura di fondatore di civiltà (…) un mito vivente che operava come forza plasmatrice sull’anima della massa, per istillare in essa la nuova fede e trasformarla in una comunità morale organizzata totalitariamente». Ivi, p. 244. 891 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 2 p. 2, doc. cit. 892 A.N.G., foglio 2 (non numerato), L’abate Faria, doc. cit. 893 Ibidem. 894 A.N.G., foglio 12 (non numerato), D. Greco, Lettera, Melfi, 14/11/45. 890 139 ’45895 – si evidenziano informazioni, anche se non del tutto chiare, riguardanti il procedimento in corso a carico degli 88 fascisti. Nella prima lettera è interessante il passo in cui il Greco si augura che si realizzi presto la nuova istruttoria896: “Qui da noi si spera molto nella nuova istruttoria, gli avv. di Roma sperano molto che a quelli di quattro anni897 ci daranno con molta probabilità la libertà provvisoria”898. Nella seconda il Greco scrive: Mi scrivi che quelli di Vallo Lucano partiranno per Procida e vuoi sapere quando partiamo noi, ma chi sa niente; come si dice che il processo si farà in gennaio e chi dice che si farà in febbraio, dove vuoi che andiamo. A noi non è arrivato nessun ordine, ma credo che per tutto Gennaio restiamo a Melfi899. Ulteriori riferimenti alle vicende giudiziarie degli «88» vi sono nel canto di «galera», «ADESSO VIENE IL BELLO»900 – sul motivo dell’omonimo inno fascista901 – realizzato durante il periodo di detenzione nel carcere di Poggioreale in Napoli. Capitano Manera, maresciallo Triponi/ è stata proprio una rottura di c./ finito il verbale, o bene o male/ al tribunale denunciati ci hanno già/ adesso viene il bello/ a S. Giovanni ci stiamo degli anni/ ma se un giorno da qui usciremo/ a quei signori pagar la faremo:/ volean cannoni, volean mitragliere/ ed han trovato solamente pernacchiere;/ volean trasmittenti e ponti minati, / ma son rimasti un po’ scontenti, / un po’ scornati/ Adesso viene il bello…/Adesso viene il bello…/ «S. Giovanni» diventerà Republ. Sociale/ 895 A.N.G., foglio 13 (non numerato), D. Greco, Lettera, Melfi, 12/12/45. L’istruttoria al processo previsto per il 22 giugno ’46 presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Napoli. 897 Per le condanne assegnate agli 88 imputati al processo di Catanzaro con la sentenza del 7 aprile ’45, si rimanda al Cap. 2 par. 2.2. 898 A.N.G., foglio 12 (non numerato), D. Greco, doc. cit. 899 A.N.G., foglio 13 (non numerato). D. Greco, doc. cit. 900 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 4 p. 4, s.a., ADESSO VIENE IL BELLO, s.l., s.d. 901 Il regime fascista utilizzerà un ampio repertorio di inni e canzoni utili per scopi prevalentemente propagandistici. Nei primi momenti della Guerra, le canzoni esprimono e alimentano un clima di euforia collettiva e di false speranze, passando poi, con il prolungarsi degli eventi bellici, a sentimenti di dubbio e incertezza, dove la retorica dei brani si accentua sensibilmente, per nascondere o far passare in secondo piano le sconfitte militari. Il repertorio dei brani dopo l’8 settembre cambia notevolmente: evidente è il riferimento dei testi delle canzoni al duro clima di guerra civile attraverso ripetuti scambi di accuse di tradimento e vigliaccheria, in cui frequente è l’incitamento all’odio verso il nemico italiano di parte avversa e al conseguente sentito dovere di riscattare in tutti i modi l’onore della Nazione. Le canzoni utilizzano infatti concetti funebri come la morte, il martirio per la Patria e il culto dei caduti. Per un approfondimento, cfr. G. De Mauri, I canti del fascismo, Fratelli Frilli, Genova, 2004. 896 140 Adesso viene il bello…/ Adesso viene il bello…/ S. Giovanni…S. Giovanni/ Repubblica sarà902. Il canto ripercorre le tappe del lungo percorso fatto dai detenuti, dal fermo all’arresto, fino al trasferimento nel carcere di S. Giovanni in Catanzaro. L’ostile critica – rivolta con tono sbeffeggiante – all’operato dei CC.RR. è più che evidente, soprattutto riguardo all’accusa da loro rivolta agli «88» di possedere armi e trasmittenti, necessarie per ricostituire il disciolto partito fascista. Un’accusa non sostenibile per mancanza di prove, come poi stabilito dalla sentenza903. Tutto ciò rinnova nei fascisti un sentimento di accesa ribellione e matura in loro l’idea di una possibile futura ritorsione verso coloro che li hanno ridotti alla carcerazione. Ciò che più interessa è però l’intenzione – anche se solo cantata e non realizzata – di trasformare il carcere di S. Giovanni in un modello della RSI, prova di un’immutata adesione al credo fascista sulla scia dell’entusiasmo per la creazione della Repubblica Sociale. La nascente repubblica rappresentava per quei giovani una nuova manifestazione di forza del fascismo, che non era ancora morto; con esso risorgevano i loro sogni e le loro speranze. La RSI insisteva inoltre sul fatto che aderire alla repubblica significava difendere l’onore e la dignità nazionale e ciò costituiva il principale dovere della «parte sana della nazione»904. Se con il 25 luglio era crollato un regime, con l’armistizio di Badoglio non muoiono solo la patria e lo Stato, ma con questi, anche tutto quel complesso sistema di valori che contraddistingue la civiltà umana905. Alla RSI si riconosce il compito meritorio di avere restituito gli italiani alla civiltà, conferendo loro la possibilità di continuare a battersi per i Valori906. Secondo Germinario, la morte più accettabile è solo quella di chi ha sacrificato la propria vita per i Valori: Salò è stata la riaffermazione di quei valori guerrieri impolitici per antonomasia, l’autobiografia dell’élite della nazione non annichilita dalla vergogna dell’8 settembre, 902 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 4 p. 4, ADESSO VIENE IL BELLO, doc. cit. La sentenza in questione è quella del Tribunale Supremo del 23 ottobre 1945. Questo accolse il ricorso della difesa del 16 ottobre ’45 e annullò la sentenza del 7 aprile ’45 – in cui erano stati riscontrati «sostanziali ed incredibili vizi procedurali» – rinviando gli 88 fascisti a nuovo giudizio presso il Tribunale Militare di Napoli previsto per il 22 giugno 1946. Si rimanda al Cap. II par. 2.2.1 della tesi in questione. 904 F. Germinario, op. cit., p. 52. 905 Ivi, p. 82. 906 Ibidem. «A Salò, quindi, non ci si sacrifica per il fascismo, bensì per riaffermare una dimensione dell’essere umano che trascenda la Fazione e le divisioni politiche». Ibidem. 903 141 la titanica lotta dello Spirito contro la Vigliaccheria e l’Opportunismo del popoloplebe907. Alle loro «disgrazie» i detenuti dedicano anche una «Stornellata»908, sul motivo di «innghelì-innghelà» in cui ironicamente l’autore, anonimo, ricorda l’avvenuta scoperta da parte dei CC.RR. – e in particolar modo del col. Oreste Trotta909 – di alcuni elementi del movimento clandestino di resistenza fascista. Vi è così scritto: Beniamino aveva detto/ a cassetta ora mi metto/ ma quel trotta gran cocchiere/ lo fregò col suo mestiere (…) Dimmi, dimmi buon Mariano/ perché hai dato bombe a mano/ t’han fregato amico bello/ t’ha fregato il colonnello910. L’avventura giudiziaria degli «88» riecheggia nuovamente nel canto di «galera», «LA LEGGENDA DELLA CELLA»911, sul motivo dell’omonimo inno al Piave912 e realizzato durante il periodo di detenzione nel carcere di Poggioreale in Napoli. Il «fiume sacro alla Patria» – simbolo della «Grande Guerra»913 – divenne, dopo la ritirata di Caporetto914, la linea difensiva sulla quale ripiegò l’esercito italiano e fu teatro di grandi battaglie, tra cui quella decisiva e nota come battaglia di 907 Ivi, p. 83. A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., fogli 13-14 pp. 13-14, s.a., Stornellata, s.l., s.d.. 909 Si rimanda al par. 2.2 del Cap. 2. 910 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., fogli 13-14 pp. 13-14, Stornellata, doc. cit. 911 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 5 e sgg. p. 5 e sgg., s.a., LA LEGGENDA DELLA CELLA, s.l., s.d. 912 Il 20 agosto 1918 – poche settimane prima della fine della Prima guerra mondiale – venne cantata al teatro Rossini di Napoli la «Leggenda del Piave». La canzone è stata scritta dal poeta e musicista napoletano, Giovanni Gaeta, più noto con lo pseudonimo di E. A. Mario. La «Leggenda del Piave», eseguita in occasione della tumulazione della salma del milite ignoto nel 1921, divenne l’inno della Grande guerra. Fu successivamente adottata dal partito fascista. Cfr. S. Pivato, Bella ciao, Canto e politica nella storia d’Italia, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 131. 913 La «Grande Guerra» è forse l’unica guerra della quale gli italiani abbiano una «memoria condivisa»: l’ultimo atto dell’epopea risorgimentale. A conclusione degli scontri, nel 1919 la Conferenza di pace di Parigi, dominata dal presidente americano W. Wilson, deluse le spetattive degli interventisti italiani. L’Italia ottenne Trento, Trieste e l’Istria, più l’Alto Adige etnicamente tedesco, ma non Fiume e le Dalmazia. Il presidente del consiglio Orlando e il ministro degli esteri Sonnino, per protesta, abbandonarono temporaneamente la conferenza, restando fuori anche dalla spartizione delle colonie tedesche (Cfr. S. Colarizi, op. cit., p. 93 e sgg., p. 536). Ne nacque il mito della «vittoria mutilata», che spinse D’Annunzio, insieme a gruppi militari e ribelli e a volontari, a occupare Fiume e a dar vita alla breve «Reggenza del Carnaro». Sull’impresa di Fiume, cfr. V. De Grazia e S. Luzzatto (a cura di), Dizionario del fascismo. I. A-K, Einaudi, Torino, 2005, p. 540 e sgg.; cfr. S. cfr. Colarizi, op. cit., pp. 99100 e pp. 537-539. Il mito della «vittoria mutilata» fu utilizzato a proprio vantaggio dal nascente partito fascista, avviato alla conquista del potere. Anche la canzone della «Leggenda del Piave» di E. A. Mario finì per servire allo scopo. Cfr. S. Pivato, op. cit., p. 131. 914 S. Colarizi, op. cit., pp. 72-74 e p. 534. 908 142 Vittorio Veneto915 (24 ottobre e il 3 novembre 1918), che concluse sul fronte italiano la prima guerra mondiale. Il Fascismo utilizzò il mito del Piave e della Grande guerra per annunciare la “resurrezione della patria”916 e trasformare il popolo italiano in una “comunità unita e forte”, che rinnovi lo spirito e la grandezza della nazione917. La cella mormorava calama e placida al passaggio/ del Capitan Manera il primo maggio:/ I prigionier marciavan per raggiungere l’ufficio/ e sopportar il primo sacrificio./ Muti restavan tutti come santi,/ e gli interrogatori furon tanti./ Vedevano laggiù verso il cortile/ carabinier passare col fucile./ Era un presagio triste o una chimera?/ La cella mormorò «però ne sono fiera»./ Ma in una notte triste si parlò di tradimento/ la cella udiva l’ira e lo sgomento./ Fascisti ovunque nei lontani paesi/ venivano fermati, a cento presi./ Ohi! Quanta gente ho visto abbandonar le proprie case/ Cosenza Catanzaro e pur Sambiase. / Passò già un mese nella vana attesa/ di riacquistar la libertà già lesa. / E in un mattino, fatto proprio ad arte,/ la nuova ci arrivò: per Napoli si parte./ Viaggiamo per tre giorni senza cibo ed assetati/ coi polsi strettamente incatenati…/ e mentre si viaggiava tutti noi volemmo ancora/ cantare, si, cantare come allora:/ «ce ne fregammo della brutta morte/ per preparare questa gente forte»./ A Napoli giungemmo ancor cantando,/ la gente poi parlò di contrabbando…/ Rosso di bile come un demoniato,/ Pecorelli918 blaterò: «ma quanti ne han mandato!»/ Pregammo San Dionigi, San Francesco e Vitaliano,/ ma mai pregammo un Santo americano, che con la loro grande, onnipossente intercessione/ a noi rendesse la liberazione./ Fascisti ovunque e sempre rimarremo/ finchè la Patria libera faremo./ Perché l’Italia libera ritorni/ contenti le offriremo i nostri giorni/ sul Sacro Suolo vinti i rinnegati/ gli eroi risorgeran da noi rivendicati919. Il canto sottolinea la fierezza dei giovani detenuti nel avere preso parte al movimento di resistenza fascista, anche se ciò li ha portati, dopo essere stati scoperti, alla detenzione. Emerge dai versi anche il verificarsi di un tradimento all’interno dello stesso gruppo dei detentuti, che comportò l’arresto di molti altri fascisti nelle città calabresi, dove operavano i nuclei clandestini. I giovani 915 Ivi, p. 84 e p. 535. E. Gentile, Il culto del littorio, cit., p. 32. 917 Ivi, p. 39. 918 Il maggiore dei CC.RR. Oreste Pecorella è autore del prot. 10126, datato 21 ottobre 1944, che il SIM – Servizio Informazioni Militari badogliano – inviò al Procuratore Militare di Napoli sul movimento eversivo calabrese. Si rimanda al par. 2.1 del Cap. 2. 919 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 5 e sgg. p. 5 e sgg., LA LEGGENDA DELLA CELLA, doc. cit. 916 143 dimostrano però di non aver perso il loro entusiamo e il loro coraggio, scegliendo di cantare i versi di un inno fascista, noto come la «Cantata dei legionari»: Ce ne fregammo un dì della galera/ Ce ne fregammo della brutta morte/ Per preparare questa gente forte/ Che si ne frega adesso di morir! Il mondo sa che la camicia nera/ S’indossa per combattere e patir – Duce!/ Per l’Italia e per L’Impero/ Eja eja alalà! Alalà Alalà!920. Emerge sempre dalla lettura de «LA LEGGENDA DEL PIAVE» l’ostilità verso inglesi e americani, che risultano agli occhi degli «88» non come degli alleati, ma piuttosto come degli occupanti, come coloro che si stanno macchiando della grave colpa di invadere il «sacro suolo della Patria». I detenuti nella ferma convinzione che mai rinnegheranno la propria fede fascista, saranno disposti a difendere la «Patria» anche col sacrificio della vita pur di restituirle la libertà perduta: in questo modo onoreranno la memoria dei «martiri fascisti» che hanno combattuto fino a morire per la propria Italia, l’«Italia fascista». “Il fondamento, l’essenza e il fine dello stile di vita del militante del PNF si riassumevano nella fede, parola chiave nel linguaggio politico del fascismo”921. L’iscrizione al PNF non consisteva nella semplice partecipazione all’attività di un partito politico, ma piuttosto in un vero atto di fede totale, proclamato dal giuramento922. Il fascismo considerava la «fede» il valore primario della militanza politica, la principale qualità dell’«uomo fascista», al di là delle capacità intellettuali923. Il tipo ideale dell’«uomo fascista» era il credente-combattente di una religione, che sogna di combattere e morire per la patria, che crede ciecamente nel duce924. 920 Anonimo è l’autore del testo e della musica. L’esclamazione «Eia eia alalà! Alalà Alalà!» – uno dei tanti slogans utilizzati dalla propaganda fascista – era il grido di guerra greco-romano coniato da Gabriele D’Annunzio durante i bombardamenti di Pola nel 1917. Si diffuse tra gli Arditi – corpo speciale dell’esercito italiano durante la prima guerra mondiale – in seguito alla presa di Fiume e successivamente venne adottato dai fascisti. Cfr. V. De Grazia e S. Luzzatto (a cura di), op. cit., p. 385. L’esclamazione «Eia eia alalà! Alalà Alalà!» compare in alcuni versi cantati da D’Annunzio durante l’occupazione di Fiume, ed emerge anche in chiusura dei discorsi tenuti durante i comizi. Cfr. C. Salaris, Alla festa della rivoluzione, Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Il Mulino, Bologna, 2002, p. 102, pp. 133-134. 921 E. Gentile, Il culto del littorio, cit., p. 111. «Il Popolo d’Italia» proclamava: “Bisogna accendere tutta l’anima ai focolari della Fede: bisogna credere nella Patria come si crede in Dio (…) bisogna divinizzare negli spiriti questa Italia nostra già tanto divina, come Dio c’è l’ha data”. Ibidem. 922 Ibidem. «Giurando il fascista compie un atto di fede: accettazione cosciente e integrale dell’ordine fascista con tutte le conseguenze che ne derivano». Ivi, p. 112. 923 Ivi, p. 113. 924 Ivi, pp. 112-113. 144 Dal canto, e precisamente dai versi “Perché l’Italia libera ritorni/ contenti le offriremo i nostri giorni/ sul Sacro Suolo vinti i rinnegati/ gli eroi risorgeran da noi rivendicati”, emerge il richiamo al culto dei caduti e all’“idea della morte che santifica tutti i combattenti”925. Il martirio per la Causa è al vertice della scala dei valori dell’etica fascista (…) Chi moriva con la fede nel fascismo entrava nel suo universo mitico ed acquistava l’immortalità nella memoria collettiva, attraverso la celebrazione liturgica del culto degli eroi e dei caduti926. Il canto è arricchito dalla presenza di due disegni che raffigurano dei simboli fascisti 927. Il primo è una bandiera con teschio inneggiante alla RSI e all’Italia, dove all’interno della parola – interamente maiuscola – la «I» viene scritta con dimensioni ancora maggiori, forse perché il riferimento è all’unica «Patria» e Nazione che concepivano, ovvero l’«Italia fascista». Il teschio era il simbolo delle Brigate Nere928, nate nel luglio 1944 per opera del segretario del Pnfr: il teschio disegnato sulla bandiera nera era espressione del culto fascista della morte, eletta a simbolo. La «professione di fede» che si spingeva fino al martirio era considerato il valore supremo della religione fascista929. Intorno al culto dei caduti si sviluppò, ancora col ricorso a metafore della tradizione cristiana, la simbologia del sangue rigeneratore e fecondatore dei martiri930. La morte era un’immagine (…) ed era intesa come atto di sfida di un «ottimismo tragico e attivo», che in questo modo voleva affermare la propria fede nella vita e nell’immortalità931 (…) Il sangue del martire era la linfa rigeneratrice che ridava vita alla nazione e alimentava la sua rinascita932. Il secondo disegno riproduce il simbolo principale del fascismo, ovvero il fascio littorio, che risulta «incatenato» insieme alla croce uncinata o svastica – 925 M. Legnani, e F. Vendramini (a cura di), op. cit., p. 395. E. Gentile, Il culto del littorio, cit., pp. 115-116. 927 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 8 p. 8, LA LEGGENDA DELLA CELLA, doc. cit. 928 Tutti gli iscritti dovevano arruolarsi nelle Brigate Nere, nuovo corpo armato che andava ad affiancarsi all’Esercito, alla Guardia nazionale repubblicana (con compiti di polizia e ordine pubblico) e ai corpi paramilitari, come le SS italiane e la X Mas. Si rimanda al par. 1.5 del Cap. 1. 929 E. Gentile, Il culto del littorio, cit., p. 47. 930 Ibidem. 931 Ivi, p. 46. «Nel culto dei caduti non si trova dominante la nota del rimpianto, perché il dolore veniva contenuto nelle forme di un atto di devozione alla patria, lenito dalla fede nell’immortalità del caduto risorto nella comunione della religione fascista». Ivi, p. 48. 932 Ivi, p. 48. 926 145 simbolo del nazismo – all’inferriata di una cella. La catena che lega i simboli delle due ideologie – quella fascista e quella nazista – è forse espressione della convinzione dei detenuti che i due regimi, e con essi le due nazioni, fossero ormai costretti allo stesso tragico destino, ovvero quello di soccombere alla potenza delle forze nemiche. Il fascio littorio era un simbolo della potenza di Roma. Il mito di Roma – uno dei pilastri del culto del littorio – fu insieme col mito del duce, “la credenza mitologica più pervasiva di tutto l’universo simbolico fascista”933. Il mito di Roma rappresentava il «tempo mitico» della stirpe italiana, continuamente rievocato e rinnovato attraverso miti, simboli e riti per attingervi il modello pedagogico per la formazione dell’«italiano nuovo» (…) Il richiamo a Roma voleva essere un atto di fede nella perenne vitalità e destino di grandezza della stirpe italiana934. Insieme a questi simboli risultano trascritti due slogans935: il primo è il motto «ME NE FREGO», che nacque tra gli Arditi durante la prima guerra mondiale e divenne lo slogan ufficiale nella successiva impresa di Fiume936. Avrebbe origine dalla scritta che un soldato ferito si sarebbe fatto apporre sulle bende, come segno di dedizione totale alla Patria937. Il secondo slogan inneggia invece alla RSI, ovvero «W l’RSI». Salò rappresentava, agli occhi dei detenuti, tutti quei fascisti che spesero forze ed energie – fino al sacrificio della vita – nel combattere a fianco dell’alleato germanico contro l’invasore anglo-americano, per riscattare l’onore compromesso e perduto a causa del tradimento del re e di Badoglio. 933 Con il mito della romanità il fascismo voleva legittimare le sue aspirazioni totalitarie a istituire una nuova religione dello Stato. Cfr. E. Gentile, Il culto del littorio, cit,, p. 130. 934 Ivi, pp. 134-135. Nel fascismo troviamo tracce consistenti dell’aspirazione all’immortalità, tradotta nella capacità di una civiltà «a vincere la sfida del destino imprimendo il suo segno nella storia». Ibidem. 935 A.N.G., fascicolo 4, Par. var. can. gal., doc. cit., foglio 8 p. 8, LA LEGGENDA DELLA CELLA, doc. cit. 936 C. Salaris, op. cit., p. 163. Il motto venne consacrato da D’Annunzio nel proclama dell’11 gennaio 1920, intitolato Il sacco di Fiume, con queste parole: «Me ne frego è scritto nel centro del gagliardetto azzurro che l’altra notte consegnai ai serventi delle mie mitragliatrici blindate, tra i pinastri selvaggi della collina, al lume delle torce e delle stelle, mentre la piccola schiera di volontari dalmata cantava il vecchio canto del Quarantotto, grande come il tuono dell’organo nelle navate di Selenico di Spoleto. Il motto è crudo. Ma a Fiume la mia gente non ha paura di nulla, neppure delle parole». Ibidem. 937 Ciò risulterebbe da quanto affermato da Mussolini, che ne avrebbe rivendicato l’eredità con le seguenti parole: «L’orgoglioso motto squadrista Me ne frego, scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto storica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica: è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta. È un nuovo stile di vita ideale». Cfr. C. Salaris, op. cit., p. 163. 146 Una ferma volontà di difesa del suol natio nato dal convincimento che solo in questo modo si possa evitare che le future e nuove generazioni non abbiano a soffrire la vergogna di chi, dimentico della Patria e della famiglia, delle sacre leggi dell’onore, ha disertato il campo e lasciato libero il passo al nemico938. In un articolo titolato «SILURI VOLANTI» i giovani fascisti esprimono – attraverso un disegno raffigurante un siluro «umanizzato» diretto a Londra – l’aperta avversione verso il Regno del Sud e le nuove forze alleate, inglesi e americane. Queste venivano considerate dai fascisti non come «forze di liberazione», ma come occupanti e invasori. All’immaginario attacco missilistico segue nelle fantasticherie del detenuto la ritirata degli odiati alleati decisa dal presidente americano. Scrive infatti l’articolista: “Dal Comando Supremo Alleato il gen. Heisenower ammica: «d’accordo presidente Delano939, imbarco truppe d’invasione, riparto in America, rifornire benzina»”940. Sentita era la necessità di difendere la patria da invasori presentati come appartenenti a una civiltà che avrebbe sgretolato le fondamenta di quelle della nazione invasa: la Rsi non partecipava tanto a una guerra fra nazioni, bensì a uno scontro titanico e decisivo tra civiltà e idee assolutamente inconciliabili941. Ulteriori riferimenti e commenti alla situazione politica internazionale emergono infine da un trafiletto in «L’abate Faria». Vi si legge: “che noi siamo i più democratici di tutti, lottiamo per una nuova libertà non prevista dalla carta atlantica: la provvisoria”942. E’ l’ennesima critica che i detenuti muovono alle scelte politiche delle forze alleate, in particolare alle decisioni prese con il documento, noto come «Carta Atlantica», che venne fuori dalla riunione del 14 agosto 1941 a largo di Terranova, tra Winston S. Churchill e il Presidente Franklin Delano Roosvelt943. I due concordarono i termini di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo assetto mondiale, basato sulla fine delle dittature e dei guadagni territoriali, sulla regolamentazione dell’uso della forza nelle controversie internazionali, sul disarmo degli aggressori e la massima cooperazione di tutte le nazioni per un generale 938 M. Legnani, e F. Vendramini (a cura di), op. cit., p. 255. Franklin Delano Roosevelt presidente degli Stati Uniti d’America. 940 A.N.G., fascicolo 1, Ac. in Lib. Prov., doc. cit., foglio 7 p. 14, s.a., SILURI VOLANTI, s.l., s.d. 941 F. Germinario, op. cit., p. 45. 942 A.N.G., foglio 2 (non numerato), L’abate Faria, doc. cit. 943 S. Colarizi, op. cit., p. 562; cfr. A. Hillgruber, Storia della seconda guerra mondiale, Laterza, RomaBari, 2004, p. 93. 939 147 benessere sociale ed economico. I principi della carta definirono gli scopi di guerra delle democrazie, ma costituirono anche la base delle trattative di pace che si ritenevano prossime. Un accordo che gli «88» consideravano invece un vero e proprio attacco alla Patria e alla Nazione, una violazione della missione «civilizzatrice» dell’Italia fascista, considerata la sola e unica portatrice dei valori di libertà e democrazia. 148 3.5 Intervista al Sig. Nando Giardini, imputato al Processo degli «88» (Catanzaro, febbraio-aprile 1945). Ferdinando Giardini, nato il 6/8/1922 a S. Pietro in Guarano, domiciliato a Cosenza, all’epoca dei fatti studente universitario, celibe, allievo ufficiale in licenza straordinaria, incensurato, detenuto dal 28/4/1944, imputato al «Processo degli 88» in Catanzaro, 15 febbraio1945-8 aprile 1945. 1. Alla data del 25 luglio 1943 quanti anni aveva e dove si trovava? Aveva già avuto delle esperienze militari? – Non è facile ricostruire il periodo drammatico che vi interessa: anni ’40 e dintorni! Risponderò per grandi linee alla luce di dati certi che ritornano gradatamente alla mia mente. Impressioni, sentimenti, attese, delusioni, quasi certamente costituiranno il filo conduttore di questa mia intervista. Alla vostra prima domanda è facile dare una risposta anche se a distanza di oltre sessant’anni dalle vicende narrate. Il 25 luglio 1943, quando stavo per compiere i miei 21 anni ero studente universitario a Messina. Fui chiamato a compiere il corso ufficiali in Marostica nel 51° Btg Bersaglieri, succesivamente denominato 51° Battaglione Bersagleri A.U.C. Montelungo 1943, impiegato giorno 8 dicembre 1943 sul fronte di guerra di Cassino. Svolgevo pertanto il surichiamato corso allorchè fummo improvvisamente spostati, appena dopo lo sbarco alleato in Sicilia, in Puglia. Il battaglione di Allievi Ufficiali di Complemento arrivò a Bari, dopo 36 ore di viaggio in treno via adriatica, il 2 luglio ’43, ove restammo effettuando però frequenti spostamenti nel circondario. Nella città di Bari fummo testimoni di alcuni fatti importanti: quelli del porto (vicenda di cui fu protagonista il generale Bellomo); il passaggio dei carri tedeschi, della divisione Göering944, che risalivano la penisola e alcuni incontri personali con il luogotenente generale del Regno Umberto II di Savoia, con il generale Giovanni Messe – che ci passò in rassegna a Brindisi – e con il generale Clarck, comandante della V armata americana, che venne a trovarci 944 Hermann Goering (o Göring), già feldmaresciallo nel luglio del 1940, dopo la vittoriosa campagna di Francia, divenne “Maresciallo del Reich” ossia il più alto ufficiale della Wehrmacht. Nel 29 giugno 1941 fu designato da Hitler suo successore. 149 durante il nostro passaggio ad Avellino quando fummo spediti al fronte verso la linea di combattimento. Ciò dimostra che fin dal primo momento non avendo il nostro battaglione ceduto le armi, essendo integro nella formazione, era stato designato per rappresentare il nostro Paese nel conflitto a fianco degli alleati. Non seguimmo l’esempio delle altre truppe italiane fuggiasche, che tentavano di rientrare a casa propria attraverso i campi. Ci lasciarono nello sbando più totale in Italia! E così ci ritrovammo a Mignano di Montelungo – a poche decine di chilometri da Cassino – a combattere insieme alle truppe alleate contro i tedeschi. Qui arrivammo la sera del 7 dicembre per essere portati in linea il giorno successivo alle 6:30 circa. Accadde che un solo gruppo di tedeschi, che dominava le posizioni, riuscì a colpire a morte decine di miei commilitoni. Perché dico miei commilitoni e amici? Perché è stata la mia compagnia a essere decimata fino a perdere un terzo dei suoi componenti. Successivamente il battaglione fu spostato verso il fronte interno. Per ritornare alla domanda, apprendemmo degli avvenimenti del 25 luglio il giorno successivo: seguimmo i consigli dei nostri ufficiali, che intravedevano ulteriori eventi drammatici, e ci sforzammo di restare sereni e di continuare a credere in una possibilità di riscatto, di rivincita. Non era facile perché avevamo gli alleati in casa, perché le truppe erano in pieno sbandamento: non era facile continuare a crederci, perché le nostre speranze, il nostro entusiasmo erano ridotti a pezzi! Io so per certo che – a parte quanti avevano il proposito di raggiungere il nord per aggregarsi alle truppe della RSI di Mussolini – la crescente rassegnazione insieme alle preoccupazioni a valanga per la sorte dei propri familiari di cui non si avevano notizie, la certezza che la potenza degli alleati fosse invincibile, la fuga del re, costituirono elementi di scoramento tali da indurci a compiere mosse egoistiche onde evitare d’essere travolti dagli eventi che incalzavano! La tentazione di passare le linee di combattimento era presente in molti di noi anche a seguito del volantino che la RSI fece lanciare dagli arei e circolare, durante la presenza del 51° Bersaglieri nella zona di operazione, insieme al 67° Battaglione di fanteria. Nel volantino si invitava le truppe italiane a passare le linee945. 945 Il dott. Giardini mi ha consegnato una copia del volantino realizzato dalla RSI e diretto al 1° Raggruppamento (51° Btg Bersaglieri e 67° Btg di fanteria). Si riporta il contenuto del volantino citato: «Soldati del Primo Raggruppamento! Le Nazioni Unite vi avevano promesso la pace, il ritorno alle vostre famiglie e alla normalità nelle terre da loro occupate. Come mantengono le promesse? La guerra, che credevate finita continua per voi. Oggi, infatti, siete costretti a portare le armi in una lotta a fianco di 150 2. Come ha vissuto l’arresto di Mussolini, lo scioglimento del PNF (col R.D.L. 2 agosto 1943 n. 704) e la scelta di un nuovo governo Badoglio? – Come vivere gli avvenimenti che, dall’oggi al domani – non previsti nemmeno lontanamente – si presentano alla valutazione di giovani che come me hanno, fin da piccoli, vissuto con certi ideali? Di giovani che riempivano i loro giorni di sentimenti che si avvicinavano sempre più all’ideologia fascista? Come accettare l’improvviso crollo di speranze e sogni che avevano alimentato e nutrito la nostra esistenza: scuole di partito, sport, adunate, l’esempio dei padri (ero figlio di uno squadrista, di chi aveva fatto la marcia su Roma), con amici tutti della stessa fede? Con molto scoramento, dolore, delusione e frustrazione. I nostri sogni si sono praticamente infranti! Ma avevamo vent’anni e abbiamo continuato a vivere conservando un barlume di speranza, legata al paventato contrattacco del generale tedesco Von Rundstedt946, che avrebbe dovuto scacciar via gli alleati dal suolo dell’Italia, la nostra Patria. Non ci passò per la mente nemmeno il fatto che gli alleati fossero in possesso degli eserciti più attrezzati del mondo e che, in fondo, noi li avevamo già in casa e non avrebbero tardato a metterci in ginocchio. Quando ci trovavamo a Bari, ci fu qualcuno tra noi (il Capitano Visco e l’allievo ufficiale Marzolla, oggi generale dei carabinieri in pensione) che profetizzò l’inizio di nuovi guai e invitò noi soldati ad essere più prudenti nel gioire del fatto che «ormai la guerra è finita». Per me Badoglio è stato praticamente un traditore, così come Vittorio Emanuele che è effettivamente scappato! Le condizioni di noi soldati erano tragiche: non avevamo pane, non mangiavamo, a Bitonto (Bari) ci mettevamo in coda dietro le donne che avevano le tessere necessarie ad avere razionamenti dei viveri disponibili: «eravamo affamati»! Le donne quando ci vedevano ci dicevano: “Passate avanti non abbiamo nulla”. truppe d’ogni colore e paese. Chi non può combattere, deve per forza lavorare per questa gente con scarso salario, poco pane e, per di più, disprezzati e villipesi. Vi eravate immaginati tutto questo? Soldati del Primo Raggruppamento. Lavoratori al fronte! Non sapete che milioni di vostri fratelli e, fra questi, molti appartenenti all’ex divisione Centauro si trovano nelle loro case, con le loro madri, mogli e figli? Perché proprio voi dovete combattere, sopportare disagi e pericoli per un ideale che non potrete mai avere? Il cammino oltre le linee è breve! Chi vuole venga, anche subito. Vi accoglieremo come fratelli e potrete al più presto tornare in Alta Italia, dove c’è pane e lavoro per tutti. Chi ha famiglia in un altro paese, può avere lo stesso pane, lavoro e vita tranquilla lontano dal fronte di combattimento. Soldato italiano! Migliaia di tuoi compagni hanno già passato le linee ed ora lavorano tranquillamente e contenti presso le loro case. Ricorda che anche la tua famiglia aspetta!». 946 Karl Rudolf Gerd Von Rundstedt, feldmaresciallo della Wehrmacht. 151 A voi militari è mai arrivata una direttiva dal governo Badoglio e dai vostri superiori? – Nessuna direttiva è arrivata a noi militari. Il generale Badoglio non aveva contatti con noi né dava disposizioni. Egli, in verità, fin dal primo istante del suo avvento, tesseva con cura i rapporti con gli alleati affinchè il passaggio dall’esercito italiano a quello degli alleati fosse meno indolore possibile. Eloquenti – le ripeto – sono stati i contatti con relative «riviste» con Umberto II di Savoia, il generale Giovanni Messe e il generale Clarck, comandante dellla quinta potentissima armata americana. Cosa è successo l’ 8 dicembre del 1943? – A Mignano di Montelungo947 si tiene il raduno dei bersaglieri presso il Sacrario Militare e vi si reca il Presidente della Repubblica per la commemorazione dei caduti dell’8 dicembre 1943 nel cruento scontro tra le truppe italiane e quelle tedesche. Montelungo, a poche decine di chilometri dalla città di Cassino, segna la prima tappa percorsa dalle nostre truppe, cinquemila uomini, partite da Bari nell’ottobre 1943, come «Primo Raggruppamento Motorizzato» che diventano «Corpo di Liberazione» e risalgono la penisola fino al termine del conflitto. Montelungo era considerata una solida e attrezzata cerniera del dispositivo di difesa tedesco detto Berhard, ancorato al sistema montuoso, e avrebbe dovuto costituire il baluardo anteposto alla linea Gustav. Come già precedentemente detto, il 7 dicembre giungemmo proprio a Mignano di Montelungo, per essere portati in linea di combattimento il giorno successivo: ho praticamente vissuto sia l’esperienza da soldato sia quella del fascismo clandestino. 947 Le due battaglie di Montelungo, dell’8 dicembre 1943 e del 16 dicembre 1943 videro protagonista il I° raggruppamento motorizzato italiano, comandato dal generale Vincenzo Dapino, concentrato nell’area dell’abitato di Mignano, per la conquista di Montelungo. Il piano, che rientrava nel quadro delle operazioni per lo sfondamento della “Winter Line”, fu elaborato dal comando della 36° divisione “Texas”: era previsto un assalto simultaneo, da sinistra verso destra ai monti Maggiore, Montelungo, San Pietro, monte Sammucro e Quota 950. I bersaglieri del 51° battaglione, dopo vari attacchi andati a vuoto, il 16 dicembre, con il ritrovato sostegno dei regimenti statunitensi, precisamente il 142°, riuscirono a conquistare la vetta di Montelungo. Una vittoria costata, a causa dei cruenti combattimenti, 79 morti e 89 feriti. 152 Ma Lei a Cassino ha effettivamente combattuto contro i tedeschi e anche contro altri fascisti? – No, io non ho combattuto. L’intervento risolutivo di mio padre, ufficiale dei bersaglieri (comandava a Salerno qualche reparto), che mi raggiunse al fronte appena in tempo, decise le mie sorti. Egli, infatti, dopo aver incontrato i miei ufficiali, mi suggerì di cercare di «non partire» e comunque di «non partecipare» all’azione di guerra che sarebbe certamente seguita. Era fascista, com’è stato ricordato, ed era partito, nonostante l’età, volontario in Africa nel 1936 e successivamente nel 1940 per prender parte al conflitto in atto. Mio padre era uno squadrista e ciò spiega anche perché, dopo aver appreso del nostro destino di affiancare gli alleati, mi invitò praticamente a disertare. Ricordo che mi disse, severo come non mai: “Che fai tu qui? Questo non è il tuo posto. Se spari un solo colpo contro la RSI, non metterai più piede in casa”. Chiesi allora al mio comandante di compagnia di inviarmi alcuni giorni a Cosenza (avrei usato qualsiasi mezzo che avessi incontrato) per portare delle medicine urgenti necessarie a far curare mia sorella malata di tifo. Partii immediatamente perché l’ufficiale che comandava il plotone, che ardentemente condivideva le mie idee e decisioni, sapeva già della grave malattia di mia sorella e intendeva aiutarci. D’altra parte, va aggiunto, mi ero ferito a una gamba durante una recente esercitazione nel completare un percorso di guerra ed ero rimasto alquanto zoppicante nonostante un intervento subito a Sant’Agata dei Goti. I due motivi convinsero il tenente a darmi una mano. Partii prima della battaglia dell’8 dicembre e scesi a casa, in parte a piedi e in parte in pullman. Così la mia vita fu salva. Non fui fiero della decisione presa, ma mi s’imponeva. La mia compagnia è stata quella decimata: li hanno ammazzati tutti quei ragazzi! Non tornai più al fronte e fui aggregato alle truppe di stanza a Cosenza, presso le casermette cittadine. Mio padre era anche rientrato in città e qui comandava una compagnia di fanti. 3. Credeva che la guerra sarebbe finita con la fine del fascismo e di Mussolini alla data del 25 luglio 1943? – No, pensavo che era finita male. Le condizioni del paese, dopo lo sbarco alleato in Sicilia e la loro avanzata lungo la penisola, erano tali da far crollare le nostre ultime 153 speranze. Solo la tenacia dei miei (e di molti altri giovani e meno giovani) sentimenti e la genuinità del mio sentire politico, mi ha spinto a entrare – sollecitato anche da mio padre – nelle formazioni eversive e paramilitari che si andavano organizzando in Calabria tramite l’avvocato Luigi Filosa e che avevano diramazioni in tutte le regioni. Mio padre era in effetti molto amico di Filosa e appena arrivato da Cassino, dato che avevo esperienza d’armi, questi mi mandò a chiamare. Ero soldato nonchè quasi ufficiale e sarei stato utile all’organizzazione che si stava costituendo ovunque nel meridione: Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Ci riunivamo al fiume Crati, verso la Sila, presso le cosiddette «cannuzze» – a causa della massiccia presenza di canne – per complottare. Hanno poi cominciato a «parlare»: alcuni a Catanzaro, ma non dico chi è stato. Hanno parlato anche a Lamezia, e poi a Crotone, un certo Bombardieri. Solo a Cosenza nessuno si tradì. Ci hanno però «acchiappato» e messo in prigione. Pensava che il fascismo potesse ancora vincere? – Non ci si chiedeva se e come era possibile vincere: in quei tragici momenti si doveva solo servire il Pese. C’è un vecchio detto inglese che dice: “Quando la tua Patria ha bisogno di te, non chiederti se ha torto oppure ragione. Corri a servirla con tutto te stesso”. 4. Cosa aveva rappresentato per lei il fascismo e il suo più illustre rappresentante, Mussolini? – Da quanto precede, dalle risposte alle sue domande è facile desumere i sentimenti che mi animavano. Del resto non ero il solo. Basta ricordare le folle che riempivano le piazze quando il capo del fascismo veniva nelle nostre città. Il fascismo era tutto per noi. Non c’era altro. Non avevamo altro. Io non vestivo divise perché assegnato allo sport con le squadre della GIL, la Gioventù Italiana del Littorio. Oltre alla GIL c’erano i GUF, i Gruppi Universitari Fascisti. Non frequentavo i «sabati fascisti» perché ero sempre in giro, in provincia e nell’intera penisola, per la squadra di atletica della mia città o per quella di pallacanestro. C’erano le gite, i campeggi in montagna, le scuole di partito. Ricordo le adunate, la venuta di Mussolini a Cosenza, nella stessa piazza dove, trasformata la casa del fascio in caserma periferica dei 154 Carabinieri, fui in seguito rinchiuso in cella con un amico. Qui sono stato interrogato per due giorni per poi essere trasferito nel carcere giudiziario di Cosenza scortato da tre carabinieri. Un gruppo di partigiani che aspettava all’esterno della caserma, apparentemente senza armi, hanno invitato i tre carabinieri a mettermi le manette. I CC.RR. hanno risposto: “No, abbiamo ordini di portarli senza manette”. Non ci hanno fatto niente, perché nel sud l’antifascismo non era così radicato, se fossimo stati al Nord sarebbe stato diverso perché lì entravano nelle carceri e ammazzavano tutti i fascisti. Tornando a quanto detto prima su chi aderì al fascismo, devo dire che non tutti furono sinceri: molte furono infatti le defezioni, molti abbandonarono i ranghi dopo i primi capovolgimenti militari. Il resto, l’irreparabile, il sorgere di nuove formazioni politiche si ebbe quando gli alleati si trovavano già in Itala. Erano loro, gli alleati stessi ad incoraggiare e supportare la nascita di nuovi partiti politici. Il fascismo era tutto per noi. Non c’era altro. Non avevamo altro. Cosa dell’ideologia fascista la convinceva maggiormente? – L’ordine, la Patria erano parole all’ordine del giorno; io ero entusiasta della validità della legge della RSI sulla socializzazione delle imprese. Sono «sociale» per questo! La legge affermava che i lavoratori dovessero partecipare alla direzione dell’azienda: oltre ai dirigenti, i rappresentanti dei lavoratori avrebbero partecipato alla vita dell’azienda. E non solo alla vita dell’azienda, ma anche agli utili, in rapporto al contributo dato per il conseguimento dell’opera collettiva. Questa è una legge della RSI! E’ questa legge che ha influenzato i miei comportamenti e le mie scelte. I tempi erano comunque difficili, ma le opere intraprese dal regime lasciavano ben sperare. Erano sorte città moderne dalla riforma agraria pontina; era stata debellata la malaria in Calabria; era stata in pochi anni elettrificata la linea ferrata del meridione; erano sorte le industrie a Crotone. Tutto lasciava ben sperare. Era sorta la Previdenza Sociale che ha resistito alla frana collettiva del conflitto armato. Io affermo che il fascismo è stato sconfitto dalla guerra, da un’alleanza con i tedeschi che non ha portato alcun frutto. Senza la guerra le cose, immagino, sarebbero andate meglio. Quanto su ripreso non sono fantasie ma conquiste sociali 155 delle quali anche i capi stranieri riconoscevano l’importanza. Lo stesso Hitler portava come esempio l’opera mussoliniana maturata nel giro di pochi anni. 5. Come ha reagito alla proclamazione dell’armistizio (8 settembre 1943) e alla scelta di nuovi alleati, non più i tedeschi, ma gli anglo-americani? – Io ero come già le ho detto un allievo ufficiale dei bersaglieri e mi trovavo a Bitonto (Bari). Alla notizia qualcuno ha gioito, qualcun’altro era in linea con quanto disse l’allievo ufficale Marzolla: “Attenzione che adesso cominciano i guai per l’Italia!”. Infatti sono arrivati i guai «da sopra e da sotto». Non è stato un momento sereno. Era fin troppo chiara la gravità della condizione italiana. Sperare su cosa? L’esercito italiano nonostante gli atti personali di eroismo non era in condizioni di battere le forze alleate. In cosa sperare? L’altruismo dei primi tempi aveva ceduto il passo all’incertezza sui destini del proprio paese e alla rassegnazione infine. Non c’era altro da fare che sperare in un futuro possibilmente meno drammatico e seguire fiduciosi gli avvenimenti. Il tempo non prometteva eventi favorevoli e tutto era contro di noi. Il peggio, infatti, sarebbe arrivato con la guerra civile: gli assassinii giornalieri (specialmente nel nord Italia) di preti, fascisti, donne ausiliarie che servivano nell’esercito, possidenti, proprietari di terre e semplici cittadini, indicati come fascisti e consegnati come tali alle forze partigiane. Piazza Loreto in Milano è la fatale conclusione del terrore in cui era caduto il Paese. 6. Come ha reagito alla liberazione del duce e alla formazione della RSI? – Fummo, io e gli altri che la pensavano come me, felici. E un barlume di speranza ci riaffrancò. Parliamo, se ho ben capito, della liberazione di Mussolini da parte del colonnello tedesco Otto Skorzeny dall’albergo che si trova presso l’Aquila in Abruzzo? Le condizioni di Mussolini non lasciavano molte sperare. Sembrava che fosse giù anche di morale! Immagino che lui, meglio di altri, avesse chiara la situazione, qualunque fossero le decisioni che avrebbe successivamente preso. La liberazioni di Mussolini ha comunque determinato per noi il riaprirsi delle speranze. Venne vista come una possibilità per riprendersi…però giù avevamo praticamente gli alleati! 156 7. Lei ha mai tentato di raggiungere la RSI? – No. Il momento opportuno c’è stato a Cassino. Ma non conoscevo il terreno e non avevamo informatori. Il volantino della RSI, di cui le ho parlato prima, era generico e gli eventi seguivano. Nessuno dei miei amici esternò mai direttamente questa volontà, non ci siamo fatti delle confidenze. La sorte si è abbattuta l’8 dicembre sui miei commilitoni, seminando la morte sulla mia compagnia (la seconda) che ha lasciato sul terreno buona parte dei suoi componenti. Ero un soldato aggregato al 51° Btg: ero fiero di esserlo, molto legato agli ufficiali, agli amici, all’intero battaglione! Nessuno di questi mi ha mai suggerito di raggiungere la RSI. E non tentai di farlo neanche successivamente quando presi parte all’organizzazione clandestina. Avevo già saputo in effetti delle difficoltà di superare le linee di combattimento e dei rischi che si correvano se si veniva scoperti. Basta ricordare la prigione di Santa Maria Capua Vetere dove le eliminazioni di molti giovani, spariti nel nulla, vengono ancora ricordate. Ne hanno ammazzati tanti di ragazzi! Quando qualcuno sembrava pericoloso, poteva essere una spia, sa che facevano? Lo uccidevano direttamente oppure organizzavano una finta evasione. Guarasci, un democristiano, racconta che quando un soggetto poteva apparire particolarmente pericoloso, lo facevano sparire a Santa Maria Capua Vetere e organizzavano delle finte evasioni: lasciavano le porte aperte, dando l’illusione ai detenuti di poter scappare e immediatamente li uccidevano! Avevano ordine di ammazzarli, di non pigliare prigionieri. Quindi quando c’erano dei soggetti pericolosi, invece di portarseli dietro come prigionieri, li eliminavano, nel dubbio li eliminavano…Loro dovevano combattere, c’era una guerra come «Dio comanda»! Si comportavano in questo modo sia gli americani sia gli inglesi? – Gli inglesi in particolare. Gli americani in molti casi, anche se questi erano più generosi. Non ne ho le prove dirette ma era noto a tutti. Era guerra totale! Non facevano differenze? – No, non facevano differenze, perché i fascisti venivano eliminati da tutti, dai partigiani al nord e dagli alleati al sud. 157 8. Lei si è mai opposto alle truppe anglo-americane? E se sì, perché ha deciso di combatterle? – Appena chiamato alle armi, dopo alcuni mesi di corso, come ho già risposto, fui trasferito in Puglia e poi a Cassino. Gli unici avversari che in quel momento avrei dovuto combattere erano i tedeschi, gli stessi che hanno decimato la 2° compagnia e ucciso molti miei cari amici. Eppure gli alleati erano gli occupanti! Arroganti con l’avversario politico, erano nostri nemici, gli invasori! Come si è combattuto? Il principe Pignatelli, Filosa e il colonnello Guarino, collaboratore di Pignatelli, hanno dato vita a un’organizzazione clandestina fascista. Gli anglo-americani erano i nemici da cacciare, per noi che la pensavamo in quella maniera, legati ancora a Mussolini. C’è stata gente che è passata oltre le linee verso la RSI, ricordo per esempio il viaggio della principessa Maria Pignatelli. 9. Voi comunicavate con la RSI? – Mai comunicato personalmente: eravamo dei «poveri giovani»! C’era chi lo faceva per noi. Molti messaggi venivano trasmessi dalla RSI attraverso la radio. Va ricordato quello di Mussolini agli universitari, e ai giovani in generale, nel quale il capo della RSI suggerì loro di non trasformare i propri ideali in azioni di rivolta, di evitare cioè il ricorso alle armi. Si doveva evitare la guerra civile! Le azioni di dissenso, a suo avviso dovevano essere soltanto platoniche. Nessuna rivolta con le armi. Questo l’appello di Mussolini! 10. Ha agito da solo o in compagnia di altri? E se ha agito in gruppo, a quale gruppo apparteneva? – Appena giunto in Calabria, sono entrato a far parte dell’organizzazione, perché da allievo ufficiale avevo cognizione d’armi. Facevo parte del gruppo di Cosenza: ero con Filosa! Conosceva di persona Luigi Filosa? – Si. Ho anche fatto con lui buona parte della carcerazione politica nella stessa stanza. In seguito ci scrivevamo. Nel mio libro viene riportata la sua autodifesa al 158 processo dove ci trovavamo nella stessa gabbia. E poi come già detto era amico di mio padre. 11. Lei che funzione aveva all’interno dell’organizzazione? – Non avevo incarichi particolari. Immagino che li avremmo avuti per operare nelle azioni che già si stavano organizzando in Sila e altrove. Ma siamo stati arrestati prima. I gruppi più numerosi erano stati costituiti a Cosenza, Crotone, Lamezia e Catanzaro. Aspettavamo di agire…aspettavamo di andare in Sila. Dovevamo andarci perché dovevamo tagliare le linee elettriche. Carratelli che dirigeva queste operazioni mi aveva detto che eravamo assegnati a quell’azione di sabotaggio. Carratelli era l’ex-direttore della «Cronaca della Calabria», era il responsabile delle azioni di sabotaggio dirette a far saltare i piloni dell’energia elettrica. Venne arrestato e scarcerato assieme ad altri venticinque nel processo di Catanzaro. Noi aspettavamo di agire, non avevamo fatto ancora nulla, quando venimmo arrestati. Per fortuna, detto adesso! Attendevamo l’attacco del generale Von Rundstedt, che era in Italia: si parlava tanto dell’attacco, dello sfondamento. Gli alleati erano impantanati nel centro Italia e c’era la possibilità e la speranza di un contrattacco di Von Rundstedt. C’è mai stato un vero e proprio scontro con le truppe anglo-americane? – No, non c’è stato uno scontro perchè ci hanno arrestato prima, hanno fermato i promotori, i capi…ci hanno beccato prima! Gli ordini chi li dava? – Gli ordini ci venivano dati da chi comandava. Filosa, in Calabria, e il principe Pignatelli, che aveva costituito un’organizzazione anche a Napoli. I due poi non andavano molto d’accordo! Pignatelli, Filosa, Guarino, Capocasale erano fra i promotori. Tra questi c’erano anche Paparo, Gimigliano, Sestito, Schifino, Cupiraggi e Lionello Fiore Melacrines. Lionello, pur facendo parte dei piccoli, era un ragazzo attivo, aveva piazzato le bombe e, quindi, venne considerato un promotore. Eravamo come divisi in capo-squadra e soldati. 159 12. I motivi che vi spingevano ad agire erano gli stessi? O ve ne erano altri? – Liberarci degli occupanti, che può fare un giovane? Noi ci credevamo nell’organizzazione fascista, eravamo presi in una sorta di euforia collettiva. Noi come formazione eravamo tutti fascisti. Il duce riempiva le piazze. Come già le ho detto il periodo era difficile, ma Mussolini ha portato avanti una politica che mirava al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Era l’unica cosa che conoscevamo, non si parlava di democrazia, l’Inghilterra era la perfida “Albione”, non studiavamo l’inglese, studiavamo il tedesco. Poi è stato fatto l’errore di scendere in guerra a fianco dei tedeschi! 13. Voi svolgevate della pura propaganda filofascista o avevate altre finalità, altri scopi? Progettavate piani di azione di tipo militare, come azioni di sabotaggio? Avevate armi? Se sì, come ve le procuravate? Quali erano i luoghi di riunione? Avevate delle parole d’ordine? – Gli ordini non potevano essere divulgati a tutti altrimenti sarebbe stato facile conoscerli e sventarli, prendendo le misure idonee, anche violente, per arrestare gli aderenti alle «cellule eversive». Una soffiata bastava a far saltare tutta l’organizzazione. Com’è avvenuto a Cosenza, a Crotone, a Lamezia e a Catanzaro, dove qualcuno ha parlato mandando in fumo ogni progetto. A parte qualche azione sporadica a Lamezia non si sono avuti altri interventi rilevanti. A riprova il fatto che gli inglesi ci hanno riconsegnato ai nostri connazionali per essere giudicati e questi ci hanno processati e condannati. Certo, dovevamo per esempio tagliare le linee elettriche, far saltare i piloni in Sila, perché come sapete l’energia elettrica viene da lì. Per quanto riguarda le armi le trovavamo facilmente, c’erano tanti soldati che se ne disfavano perchè l’esercito era in pieno sbandamento. Tutte armi poi trovate anche in possesso ai comunisti. Ne trovano ancora. I gruppi presenti in Calabria comunicavano e collaboravano: c’erano delle persone, come Capocasale, che si muovevano facendo da tramite tra i vari gruppi. A tutti in un certo momento sarebbe toccata una mansione. Nicola Bruni, che si trovava a Cosenza come ufficiale, insieme a Miccichè, un mio carissimo amico, e Perfetti, utilizzando una carretta trainata da cavalli legati con delle corde – perché non avevamo allora a disposizione autocarri militari – trasportavano armi e munizioni in casa Perfetti. 160 14. Lei si definirebbe un sovversivo? – No, ma in Calabria eravamo occupati dagli alleati. Gli alleati vi tenevano sotto controllo? – Noi, no. Quando poi venne svolta l’indagine, alcuni hanno parlato, e ne seguirono gli arresti. 15. Sapevate allora dell’esistenza di altri gruppi nelle altre regioni del Sud Italia? – Si. E comunicavate con questi gruppi? – Noi personalmente no, i capi comunicavano fra di loro attraverso pochi uomini fidati. Sapevamo dell’esistenza di altri gruppi, infatti Filosa, saputo del suo probabile arresto, si era rifugiato a Bari, proprio perché sapeva di avere lì degli appoggi sicuri. La rete, come detto prima, si estendeva fino alla Sicilia e alla Campania oltre che in Calabria e Puglia. 16. Chi era a capo dell’organizzazione calabrese? – Filosa era il responsabile in Calabria, ma c’era anche il principe Pignatelli. I due spesso discutevano perché avevano opinioni diverse. 17. Lei sapeva se tutti i gruppi facevano parte di un’unica e grande organizzazione? E se sì, sapeva chi ne era a capo? – Pignatelli era a capo dell’intera organizzazione; dopo il suo arresto ha preso il comando l’avvocato Nando di Nardo e successivamente De Pascale. I gruppi facevano parte di un’unica organizzazione che comprendeva tutto il meridione. Che avrebbero potuto fare se non fossero stati coordinati? 18. Ha conosciuto il principe Valerio Pignatelli e sua moglie la principessa Maria Pignatelli? Che cosa ricorda di loro? – Ho conosciuto solo il principe. Ho fatto il carcere con lui e, una volta liberi, ho continuato ad avere rapporti frequenti. Il legame rimase fino alla sua morte. Ma non 161 ho avuto modo di conoscere la principessa, perché non era mai presente, era sempre in movimento. Il principe era un uomo eccezionale. Pignatelli mi ha donato dieci mila lire quando mi sono trasferito a Catanzaro da Cosenza, perché qui mi «maltrattavano». Sarebbe finita male e allora decisi di spostarmi a Catanzaro. – Ho avuto anche modo di conoscere Valerio Borghese, quando è venuto a Catanzaro, sempre dopo la mia scarcerazione, e l’ho ritrovato durante i fatti di Reggio Calabria. Ha fatto anche una prefazione al mio libro. 19. E’ a conoscenza dell’esistenza di rapporti di collaborazione e di comunicazione tra la presunta organizzazione fascista clandestina, guidata dal principe Pignatelli, e la RSI? – Era naturale che avessero rapporti. La moglie del principe Pignatelli ha anche passato le linee per incontrarsi con Mussolini. In riferimento al viaggio della principessa Pignatelli e al presunto messaggio, consegnato da Mussolini alla stessa, con cui il duce ordinava ai fascisti rimasti al Sud di evitare che scoppiasse un guerra «fraticida», è vero che Mussolini voleva che l’organizzazione fascista clandestina mantenesse degli scopi puramente ideali? – Si. L’ho già accennato in una precedente risposta e glielo confermo. E allora perché in Calabria vi proponevate di combattere anche armati? – Noi in Calabria eravamo alle prese con gli invasori! E non sapevamo che Mussolini voleva che rimanesse solo «un fatto sentimentale». Il comunicato radio del duce fu inviato dopo agli universitari di Napoli. Lei ha ascoltato questa comunicazione? – Non personalmente, ma l’ho saputo. Mussolini, come le ho raccontato, si era rivolto agli universitari di Napoli invitandoli a non promuovere degli scontri armati per evitare una guerra civile. Poi la voce si è sparsa. 20. E’ mai entrato in contatto con agenti della RSI? – No, non sono mai entrato in contatto con nessuno agente della RSI. 162 21. Quando e dove è stato arrestato? Cosa ricorda degli interrogatori e del periodo di detenzione? – Sono stato arrestato a Cosenza e detenuto dal 28 aprile 1944. Ricordo che durante gli interrogotari mi volevano far confessare cose che non sapevo, perché l’organizzazione era divisa in una sorta di settori…sapevamo di noi, ma non sapevamo degli altri, di quelli che lavoravano collateralmente. Eravamo divisi in più gruppi ed era stato così stabilito proprio per non essere facilmente scoperti. Perché se nella nostra organizzazione avessero preso un elemento ne avrebbero presi conseguentemente soltanto altri quattro o cinque, salvando così interamente gli altri gruppi. 22. Mi scuso per la delicatezza della domanda ed è liberissimo di non rispondere: Lei è stato mai sottoposto a torture psicologiche o fisiche, durante gli interrogatori e la carcerazione? – No. C’è stato però un tentativo durante il processo. Io sono stato sempre molto acuto, basta ricordare quella battuta che ho fatto al capitano del CC.RR. Questi mi disse: “E’ inutile che fai così! Sappiamo tutto di te, dei tuoi cari amici!”. Mi ricordo che gli risposi: “Se sapete, perché insistere tanto?”. Infastidito sbottò: “Mandatelo via, mandatelo via, questo non ha parlato. Mandatelo via. Chiamate chi l’ha portato qui e che lo porti in cella, perché questo signorino qui non ha mai parlato, non ha detto nulla e non dirà mai nulla”. 23. Dopo aver visionato le opere di varia natura (giornaletti, disegni, poesie…) realizzate in carcere, Le chiedo: che cosa rappresentavano per Lei e per i suoi compagni? Una via di fuga dalla dura vita del carcere? Un modo per mantenere viva ed esaltare la fede fascista? Un modo per analizzare e per criticare le nuove scelte politiche e militari promosse dal nuovo governo italiano e dai partiti del CLN? – Il diario giornaliero, gli appunti rappresentavano soltanto la mia natura: mi piaceva scrivere e ne ho approfittato. Ho continuato a scrivere, la mia vita l’ho passata con la penna in mano. Scrivevo anche per gli altri, perché sapevano che me la cavavo a scribacchiare. Un mio compagno, un mio amico, che scriveva alla 163 fidanzata, non sapeva che dirle, chiamava me per aiutarlo ed io così mi esercitavo. Ho imparato a scrivere attraverso le lettere indirizzate alla fidanzata di quest’amico. I giornaletti erano un modo per passare il tempo. Lei non trova nulla di fascista…Lei non trova nei mie giornaletti nessun riferimento, anzi viene scritta qualche critica a Starace e ad altri, a qualcheduno che non ci piaceva del fascismo. Perché non vi piacevano? – Perché non ci piacevano i personaggi. Per esempio uno si trovava con me in carcere – non faccio il nome – e ci ha rifiutato i libri. Personaggi infidi, perché ne avevamo di infidi! C’era quindi chi era entrato nell’organizzazione per tornaconto? – Io ho potuto verificare i comportamenti successivi: c’era quello che non ci ha dato i libri, quello che si è nascosto dei viveri sotto il letto, ma non faccio i nomi. Eravamo tutti rinchiusi in carcere dove con gli altri ci dividevamo la «muggicheggia». Sai che faceva Fatica a Melfi? Aveva costruito un bilancino, che utilizzava se c’era del pane. Prendeva la bilancia, pesava una parte di pane e tutti gli altri pezzi dovevano pesare quanto questo. – Sai che ha fatto quel signore di prima? Si vede che aveva avuto ordine dall’esterno, perché era uno dei «caporioni»: ci ha costretto a rifiutare un giorno il pane del mattino e il latte in polvere…senza sapere da chi veniva l’ordine. Il direttore tentò di convincerci a ripensarci, ma noi niente, noi abbiamo detto no! Quello era stato un modo per farci ricordare, per far sapere che noi eravamo dentro, per pubblicizzare la nostra presenza! Quel signore però doveva andare in seguito a questa protesta in cella di rigore…doveva andarci lui e invece in cella di rigore ne hanno ficcati dodici, ma lui tra questi non c’era perché alle quattro si era messo a letto, dicendo di avere la febbre…dodici si sono fatti non so quanti giorni…dodici ragazzi sono andati in cella di rigore per questo signore, che era un personaggio «da quattro soldi»! – C’era qualcuno che era diventato un ex fascista. Io potevo scappare, per esempio, dal carcere di Paola, quando abbiamo – dopo il permesso di un colloquio con le nostre famiglie – accompagnato i nostri familiari (venuti prima con la vetturina in 164 paese) attraverso un corridoio sotterraneo, che portava direttamente all’esterno. Eravamo liberi, ma non siamo scappati! Quindi il nostro idealismo andava al di là di ogni calcolo egoistico. Tutta la mia vita è stata così, il mio comportamento è stato lineare in politica, nessuno può dirmi niente e ogni tanto quando incontro qualche amico questi mi dice: “Quando c’eravate voi!”. 24. Come vi procuravate il materiale necessario alla realizzazione di queste opere? Venivate ostacolati dalla direzione del carcere o dagli addetti alla custodia nella crezione delle stesse opere? – Il materiale ci veniva qualche volta inviato da casa o in alcuni casi ci veniva fornito dalla direzione del carcere, ci era consentito scrivere… 25. All’interno del carcere avevate modo di comunicare tra di voi? Se sì, come? Avevate dei codici? E qual’era la natura dei vostri scambi? – A Catanzaro maggiormente, potevamo comunicare durante l’ora d’aria. Mi permettevano di circolare nella cittadella carceraria perché facevo lo «scrivanello», copiavo lettere, atti…ero assegnato alla tenuta dei registri.. – Parlavamo dei nostri fatti giornalieri, della vita di tutti i giorni. Poi ognuno aveva le sue incombenze: c’erano l’avv. Paparo e l’avv. Gimigliano che studiavano. Ricordo di Gimigliano un particolare: gli era arrivata della roba da casa e nella pasta ci buttò tutto quello che gli avevano portato. Loro studiavano e sono diventati dei grandi avvocati. Davano a tutti la possibilità di studiare. Dove ha studiato l’avv. Schifino, se si è laureato appena dopo la sua uscita dal carcere? E gli avv. Paparo e Gimigliano, e il geometra Greco? Tutti in carcere! A Melfi ci hanno permesso di fare del teatro e per premio il direttore – che per quanto mi riguarda mi stava facendo morire in cella – è stato trasferito a Livorno. E poi ci facevano scrivere…io scrivevo. Sono stato anche incaricato insieme ad altri due di mettere in ordine la biblioteca…eravamo io, l’avv. Schifino e Chiefari di Soverato. Ho conosciuto in carcere il recluso-barbiere comunista Iozzi, che leggeva Marx e Lenin e sognava la rivolta armata, e che mi ha detto: “La rivoluzione è un’arte, lo dice Lenin. Taglia il rasoio?…”. Ho conosciuto quelli di Caulonia, della Repubblica di Caulonia, instaurata dopo la rivolta capeggiata dal maestro Cavallaro e che ebbe un’esistenza 165 breve dal 6 al 9 marzo 1945. Avendo noi i nostri problemi, avendo noi il processo in corso, non sapevamo e non abbiamo potuto seguire ciò che era accaduto. Mi hanno poi raccontato tutta la vicenda... Parlavate di fascismo, di politica? – Si a volte, come c’era possibile seguivamo le vicende, commentavamo, ma sapevamo poco, non avevamo giornali, solo a Melfi cominciammo ad averne qualcuno…le guardie ce li davano. Parlavamo – commentando ognuno a modo suo – un po’ di tutto e si aprivano discussioni. L’avv. Riillo di Crotone, ad esempio, si adoperava nel convincere gli altri della necessità di un progetto organico di riforma del sistema carcerario e su questo argomento aveva intenzione di svolgere la tesi di laurea. Durante queste discussoni ci accendevamo, parlavamo di noi, dei carcerati. – Non facevamo politica in carcere, non la potevamo fare...Io ho detto una sola parola e ci hanno spedito tutti altrove…Ho pensato recentemente che quel fatto ha danneggiato molti amici, ha peggiorato la situazione di quel ragazzo affetto da tubercolosi. Ci trovavamo nel carcere di S. Giovanni a Catanzaro, ci hanno divisi in gruppi, il mio l’hanno trasferito a Melfi (Potenza). Il principe Pignatelli in quell’occasione mi disse: “Fra poco ci trasferiscono tutti…Procida, Melfi, Potenza, Vallo Lucano”. Era venuto in cella accompagnato da un graduato e mi disse: “Giardini ti sei sistemato, vedo. Hai qualche problema? Che manca?”. Risposi: “Nulla per ora”. E lui: “Cerca d’essere prudente, il resto ti nuoce”. Naturalmente non mi poteva dire…è stato un atto di coraggio. Io avevo detto infatti al direttore del carcere: “Ringraziate Iddio che voi siete da quel lato e che noi siamo qui” e nonostante lo zio di Gimigliano fosse dirigente delle carceri d’Italia fummo tutti trasferiti. Avevo contestato il direttore che si era lamentato per la troppa confusione generata dai detenuti…lui ha approfittato del suo ruolo, ha fatto irruzione in sala colloqui e si è lasciato andare a commenti poco opportuni, utilizzando un linguaggio scurrile non adatto al suo ruolo e io gli ho risposto! Gridò: “Che cos’è questo casino qui dentro!” Non era un comportamento confacente al ruolo di un direttore e così gli ho risposto: “Ringraziate Iddio che…”. Mi hanno preso e mi hanno rinchiuso subito in cella e qui ho dormito per terra! Stupido sono stato, mi sono pentito. Mi hanno 166 fatto uscire dopo sette giorni per farci partire. Per rappresaglia siamo stati tutti trasferiti. In carcere parlavate ancora dell’organizzazione clandestina? – No, qui ognuno si «grattava le proprie rogne». Durante il periodo di detenzione non parlavate e non pensavate una volta scarcerati di ricostituire il partito fascista? – Se pensavamo all’uscita e al dopo? Chi ci garantiva l’uscita? Noi cercavamo di sopravvivere: c’è gente che è uscita viva dal carcere, uno è morto quattro anni dopo, un altro è diventato tubercoloso, altri sono morti giovani perché sono stati ammazzati, altri sono spariti. Io li ho immortalati tutti nel mio libro. Non credevate e speravate di essere liberati? – No, pensavamo di essere o fucilati o lasciati in carcere. Noi cercavamo per quanto possibile di restare sereni e allegri: al carcere di Melfi abbiamo organizzato delle rappresentazioni teatrali, ideate dal giudice Trovato, all’epoca qui detenuto insieme a noi altri che facevamo gli attori, vestiti da ergastolani. 26. Ha mai creduto che tedeschi e fascisti, durante la sua detenzione in carcere, potessero ancora vincere la guerra? – Il periodo bellico, il periodo di cui parliamo era tragico, così difficle, così pesante, la gente non mangiava, vi erano sempre diserzioni, fucilazioni, assassinii, ognuno cercava di salvarsi la pelle, quindi meno parole dicevamo e meglio era, perché eravamo pieni di spie. A me infatti sono state sottratte in carcere le prime venti pagine che avevo scritto: sono venuti da me in cella e se le sono prese. Non avevamo diritti! Vivevamo la giornata nel miglior modo possibile, ognuno cercava di viverla e affrontarla secondo il suo carattere e la sua personalità. Ad esempio il mio amico Pastore scriveva alla fidanzata e mi ha pregato di scrivere una lettera per lui; il mio amico Miccichè scriveva anche alla sua fidanzata; Roberto Trovato era sposato e scriveva alla moglie; Fatica preparava un progetto per il nuovo modello di una barca. A Tonino Chiefari, attraverso i salesiani, gli mandavano, a lui solo, la 167 pasta da casa. A Melfi eravamo beneficiati dalla Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli: il farmacista dott. Gennaro Carlucci, presidente della locale Conferenza, ci gratificava di alcune visite, non venendo mai a mani vuote, e ricordo che una volta ci portò il libretto «A chi soffre!» di San Cipriano. 27. Cosa ricorda del processo? Come ha reagito alla sentenza? – Alla lettura della sentenza, presi dalla commozione e tentando di trattenerla, abbiamo gridato: “Viva l’Italia! Viva l’Italia!”. Ma inneggiavate all’Italia fascista? – A quell’Italia superiore, all’Italia di sempre, all’Italia del domani. – Ci volevano condannare per associazione sovversiva. Hanno fatto il processo, hanno emesso la loro sentenza e dopo l’annullamento della stessa a seguito del ricorso, ci hanno rinviato a un secondo processo, da tenersi a Napoli, «per difetto di motivazione», e ciò vuol dire che non vi erano motivi a fondamento dei capi di imputazione. E’ arrivata poi l’amnistia di Togliatti. Qual’era al processo l’atteggiamento della città di Catanzaro verso voi imputati? – L’atteggiamento della città di Catanzaro è stato sereno. Vi fu una sola interruzione, quando la folla, a seguito di qualcosa che venne detto durante il dibattimento, protestò e venne allontanata dall’aula. La folla mostrava nei vostri confronti un atteggiamento difensivo? – Erano quasi tutti conoscenti e parenti. Catanzaro è una città civile, se il processo si fosse tenuto a Cosenza probabilmente tutto sarebbe stato diverso. Il prefetto di Catanzaro ha scritto durante lo svolgimento del processo al Procuratore generale: “L’andamento del processo desta qualche preoccupazione, qualunque sia il risultato, condanna o meno, c’è preoccupazione in prefettura”. Invece non si è mosso nessuno. Perché? Perché c’era la possibilità che fuori si muovesse qualcuno. C’era la possibilità che agissero o tentassero di liberarci e hanno combinato il processo in maniera tale da non permetterlo. In che senso? Finita la seduta, il Collegio giudicante é entrato in Camera di Consiglio e ci è rimasto per più di 19 ore. La folla 168 è rimasta lì ad aspettare finchè ha potuto, fino a mezzanotte, poi si è dispersa e sono rimasti in pochi. Tra questi c’era mio padre, che, quando sono uscito, mi disse: “Sono orgoglioso di te!”; il migliore dei miei amici era mio padre! Mi ero presentato quando lo avevano arrestato, avevo tenuto un comportamento dignitoso, pulito, avevo fatto due volte la cella di rigore, ho mantenuto il mio carattere. Lui si è ritrovato in me e mi ha detto: “Sono orgoglioso di te!”. E io sono rimasto senza parole, non ho detto nulla! Questo mi ripaga di tutto! 28. Dopo aver riacquistato la libertà con l’Amnistia di Togliatti del 1946, come ha vissuto quei giorni e la fine della guerra? – Siamo usciti dal carcere, siamo tornati in libertà. Era difficile il periodo: a nord avete visto che fine hanno fatto i fascisti? 29. Ha subito ritorsioni per le sue scelte? Siete sempre rimasto di fede fascista? Rifarebbe le stesse scelte compiute in passato? – Si, sono stato segretario provinciale del MSI. Sono rimasto pulito, forse non molto convinto oggi, dopo tutti questi eventi politici! Non rifarei oggi tutte le stesse scelte fatte all’epoca, oggi sono un uomo anziano, sono vecchio, ho chiuso il mio ciclo. No, non lo rifarei dopo aver visto i comportamenti degli altri, dopo le tante esperienze che ho vissuto, non le esperienze personali, quelle non le rinnego, parlo delle esperienze politiche, ho fatto infatti 15 anni di Consiglio regionale in Calabria. Io ero amico di Almirante: oggi ci sono tante «mezze cartucce», li abbiamo visti in questi anni… – Uscito dal carcere nel ‘46, mi trovavo a Cosenza ed ero disturbato perché ogni volta che uscivo o rientravo in casa mi fischiavano, mi lanciavano improperi, me ne dicevano di tutti i colori i giovani, gli avversari politici…io ero segnato ormai! Ho lasciato la città…dal momento che ero fidanzato durante il processo con Vittorina Greco (il fratello, Mimmo Greco, si trovava con me in carcere) sono andato a trovarla a Catanzaro e qui mi sono trasferito. Poi è arrivato il momento del matrimonio. Ricordo quando mi ha visto il principe Pigantelli e mi ha donato dieci mila lire. E allora cosa ho fatto io: sono andato col treno a Milano, ho comprato dei pezzi nuovi di una macchina che avevo a Cosenza e che mio padre mi aveva inviato 169 qui a Catanzaro e, dopo essere tornato, ho cominciato a guadagnare col fare le riproduzioni dei disegni, ad esempio i progetti. Ho fatto l’amministratore di un ente che distribuiva viveri. Ho lavorato poi per 28 anni in ospedale. Per dodici mila lire sono diventato direttore, capo ripartizione dell’ospedale. Dopo ventott’anni ho lasciato il mio posto e ho lavorato per quindici anni alla Regione. 170 3.6 Intervista al Sig. Francesco Fatica, imputato al Processo degli «88» (Catanzaro, febbraio-aprile 1945). Francesco Fatica, nato il 20/4/1925 a Napoli, domiciliato a Catanzaro Sala, all’epoca dei fatti studente universitario, celibe, incensurato, detenuto dal 1/5/1944, imputato al «Processo degli 88» in Catanzaro, 15 febbraio1945-8 aprile 1945. 1. Alla data del 25 luglio 1943 quanti anni aveva e dove si trovava? Aveva già avuto delle esperienze militari? – Avevo compiuto 18 anni; ero sfollato con la mia famiglia a Sant’Onofrio (CZ) e praticamente convivevamo con i miei zii e cugini. Avevo ottenuto una risposta positiva alla mia domanda di frequenza dell’Accademia Navale di Livorno, corpo del Genio Navale, ma non ero riuscito a raggiungere la sede della convocazione in quanto era interrotta la linea ferroviaria a causa di bombardamenti. Tentai di chiedere un passaggio ad un’autocolonna tedesca in ritirata che si diceva doveva passare sulla strada nazionale, nei pressi di Pizzo Calabro, ma attesi inutilmente un’intera giornata con la mia valigetta di cartone pressato. Tornai a Sant’Onofrio a sera inoltrata. 2. Come ha vissuto l’arresto di Mussolini, lo scioglimento del PNF (col R.D.L. 2 agosto 1943 n. 704) e la scelta di un nuovo governo Badoglio? – Con indignazione mista a stupore. Il nuovo governo non mi ispirava alcuna fiducia. Non riuscivo a capacitarmi di com’era potuto accadere. 3. Credeva che la guerra sarebbe finita? – No, assolutamente, la frase «La guerra continua» declamata e ribadita di continuo era confermata da bombardamenti nemici di violenza inaudita. 4. Ha creduto che il fascismo fosse veramente finito? Che l’era fascista si fosse veramente conclusa? – No, il fascismo è un’idea e come tale vive nel pensiero di uomini in buona fede che non si sono piegati alla sconfitta ed alla denigrazione da parte di un ipocrita 171 sistema pseudo-democratico asservito al Grosso Capitale Apolide, il quale non permette il dibattito imponendo leggi liberticide più tiranniche della «tirannia» che dice di voler combattere. 5. Cosa aveva rappresentato per Lei il fascismo e il suo più illustre rappresentante, Mussolini? – Il fascismo rappresentava allora per me un unicum con l’Italia, la Patria era per me l’Italia fascista e proletaria in lotta per la liberazione dalle pressioni economiche che ci volevano schiavi dell’oro. Oggi, dopo tanti anni di esperienze e considerazioni critiche sul sistema demoplutocratico imperante mi reputo un fascista più maturo, consapevole e convinto, anche se meno fazioso e più aperto. Oggi che l’Italia è avviata a perdere la sua identità come popolo e come nazione, mi sento patriota di un‘Europa indipendente dalle banche e dal vassallaggio alla Nato, cioè dagli Stati Uniti d’America. 6. Come ha reagito alla proclamazione dell’armistizio (8 settembre 1943) e alla scelta di nuovi alleati, non più i tedeschi, ma gli anglo-americani? – Con rabbia e vergogna. Gli angloamericani stavano invadendo l’Italia; l’8 settembre effettuarono uno sbarco a Vibo Valentia Marina; un solo cannone tedesco dal monte «Castellucci», tra Sant’Onofrio e il mare, li tenne a bada. Non si avventurarono a penetrare nel retroterra se non tre giorni dopo che i tedeschi si erano ritirati più a nord. 7. Come ha reagito alla liberazione del duce e alla formazione della RSI? – Mi scusi, prima di rispondere vorrei sottolineare che il vezzo di scrivere «il duce» con la minuscola contraddice a una regola della grammatica italiana per cui i nomi di persona vanno ancora scritti con la maiuscola. Il Duce, tout court, indica Mussolini e soltanto Mussolini, ma i «camerieri» della plutocrazia imperante hanno imposto questa moda sgrammaticata. Nessuno infatti si azzarderebbe a scrivere con la minuscola la «Pasionaria», o «il Piccolo Padre», o il «Mahatma», o «il Vate», o «l’Aiglon». – Rispondo alla domanda: ho reagito con entusiasmo e in piena sintonia. 172 8. Ha mai pensato di raggiungere la RSI? – No. I treni non funzionavano, le strade erano inagibili, soldi non ne avevo, il fronte era ormai lontanissimo. E non avrei saputo neanche immaginare dove fosse. 9. Ha mai creduto che tedeschi e fascisti potessero ancora vincere la guerra? – Confesso di averlo sperato tanto, mi aggrappavo ad ogni più piccolo appiglio. 10. Lei si è mai opposto alle truppe anglo-americane? E se sì, perché ha deciso di combatterle? – Quando tornammo a Catanzaro incontrai qualche compagno di scuola e immediatamente aderii all’organizzazione clandestina fascista perché gli angloamericani avevano invaso la Patria e si comportavano da padroni altezzosi, mi vergognavo di dover assistere a umilianti e indecenti manifestazioni di servilismo, volevo riscattare il nostro onore di nazione anche di fronte al tradimento dell’alleato, intendo quello vero. 11. Ha agito da solo o in compagnia di altri? E se ha agito in gruppo, a quale gruppo apparteneva? – Come ho già accennato, ho incontrato altri camerati. Mi venivano segnalati come militanti tanti altri studenti di Catanzaro, al punto che posso convintamene affermare che tutta la categoria studentesca, gravitante su Catanzaro, simpatizzava per il fascismo; ma poi scoprii che c’erano anche tanti operai giovani e anziani. La nostra non era un’organizzazione classista. 12. I motivi che vi spingevano ad agire erano gli stessi? O ve ne erano altri? – I motivi che ci spingevano erano esclusivamente ideali. Chi di noi non aveva letto i bandi dell’AMGOT (Allied Military Governement for Occupied Territory) che minacciavano la pena di morte per una qualsiasi opposizione? La morte poteva essere sfidata soltanto per un ideale; non sarebbe valso, ovviamente, qualunque altro motivo. 173 13. Voi svolgevate della pura propaganda filofascista o avevate altre finalità, altri scopi? Progettavate piani di azione di tipo militare, come azioni di sabotaggio? Avevate armi? Se sì, come ve le procuravate? Quali erano i luoghi di riunione? Avevate delle parole d’ordine? – Noi progettavamo azioni di guerriglia e perciò cercavamo armi che l’esercito in disfacimento aveva abbandonato. Ma i comunisti se ne impossessarono prima di noi. Ci incontravamo tutti i giorni a passeggio sul corso di Catanzaro. Nessuna parola d’ordine, nemmeno un pizzico di prudenza; non eravamo tagliati e neanche preparati per fare i clandestini, il nostro carattere spavaldo ci portava ad aprirci senza alcuna regola né cautela. 14. Cosa ricorda di quei giorni, dei suoi compagni? Quali erano le vostre aspettative? – Non conoscevo molti camerati se non di vista, ma ebbi modo di incontrarli nel carcere di Catanzaro e simpatizzammo subito tra giovani, ma anche con anziani. Si sperava tutti più o meno, di giorno in giorno, di uscire almeno in libertà provvisoria; gli avvocati, premurosi correvano su e giù per i corridoi e per le scale del tribunale. Noi giovani eravamo più spensierati, ci pesava soprattutto il dolore e l’affanno dei genitori, l’ansia, il gravame finanziario gettati sulle nostre famiglie; per gli anziani l’afflizione era più grave: mancando il sostegno del capo famiglia, i figli e la moglie erano in preda a gravissimi problemi di sopravvivenza, oltre il dolore e il timore per il loro congiunto. Si temeva pure che le minacce stampate sui manifesti «alleati» potessero attuarsi. Confesso che allora non ci ho mai pensato, ma, riflettendoci più tardi, ho capito che se gli «Alleati» avessero dovuto effettuare una rappresaglia, sarebbero venuti a scegliere le vittime tra noi. 15. Sapevate allora dell’esistenza di altri gruppi all’interno della vostra regione di appartenenza o anche nel resto del Sud Italia? – Il tenente Pietro Capocasale aveva rivelato, in tutta segretezza a qualcuno, che il nostro capo era il principe Pignatelli, aggiungendo, sembra, che un sommergibile 174 tedesco sarebbe venuto a prenderlo per portarlo a ricevere ordini nella Repubblica Sociale Italiana. La notizia ormai era…di dominio pubblico. 16. Se sì, sapevate dell’esistenza di un coordinamento tra i gruppi sia all’interno delle stesse regioni che tra regioni diverse? – In carcere a Catanzaro ci incontrammo tra camerati militanti in diversi gruppi: Catanzaro, Cosenza, Nicastro, Sambiase e Crotone, del resto sapevamo poco o nulla e poi cominciavamo a capire che avremmo dovuto essere più prudenti e meno loquaci. 17. Lei sa se tutti i gruppi facevano parte di un’unica e grande organizzazione? E se sì, sa chi ne era a capo? E quali ne erano gli scopi? – All’epoca sapevo poco o nulla; in seguito, dopo la liberazione, intendo quella vera, quella nostra, a Napoli, nel dopoguerra, ebbi occasione di conoscere Nando di Nardo, Antonio de Pascale, Elena Rega, e altri camerati che erano stati stretti collaboratori del principe e della principessa Pignatelli, da essi ebbi la conferma che il capo della cosiddetta resistenza fascista al Sud era stato Valerio Pignatelli di Cerchiara, (non di Val Cerchiara, come pure è stato scritto) dopo il suo arresto gli succedette Nando Di Nardo, che ben presto fu anch’egli incarcerato. Subentrò così al vertice l’architetto Antonio de Pascale, che ho avuto la possibilità di incontrare molto spesso, fino alla sua morte avvenuta il 29 gennaio 2007. 18. Ha conosciuto il principe Valerio Pignatelli e sua moglie la principessa Maria Pignatelli? Che cosa ricorda di loro? – Non li ho conosciuti. Ricordo soltanto di aver visto da lontano il principe nel carcere di Catanzaro mentre prendeva il sole a torso nudo, in un recesso del carcere, per dare sollievo alle cicatrici di guerra che, sia pure da lontano, ricordo di aver notato. Mi fu impossibile avvicinarmi per l’impedimento delle guardie carcerarie che avevano avuto ordini severissimi di non farci avvicinare: il principe era a Catanzaro per il processo, che si era voluto tenere distaccato dal nostro. 175 19. Sa chi fossero gli altri capi illustri dei gruppi clandestini fascisti? Ha conosciuto Pietro Capocasale? Ha conosciuto Luigi Filosa? Cosa ricorda di loro? – Li ho conosciuti in carcere a Catanzaro. Pietro Capocasale era nella mia stessa camerata, nel carcere di Catanzaro; lo vedevo spesso taciturno e preoccupato, si toglieva gli occhiali e si massaggiava la selletta del naso su cui poggiavano; adesso, quando capita a me di ripetere la stessa operazione, lo rivedo ancora, preoccupato. Qualche altra volta ci raccontava episodi della sua partecipazione alla guerra in Africa Settentrionale. Filosa stava con «i suoi», i gruppi di Cosenza, NicastroSambiase e Crotone in una camerata d’angolo molto più grande; si faceva aprire il cancello da un secondino simpatizzante ed entrava a farci visita declamando compiaciuto versi di Gozzano, che stava rileggendo in carcere: “Tra bande verdigialle d’innumeri ginestre la bella strada alpestre si snoda nella valle…” o anche: “…lodo l’amore delle cameriste…povera Signora e si abbandona…”. 20. E’ a conoscenza dell’esistenza di rapporti di collaborazione e di comunicazione tra la presunta organizzazione fascista clandestina, guidata dal principe Pignatelli, e la RSI? – Si, ma l’ho saputo molto tempo dopo (almeno questo era rimasto segreto). Pignatelli aveva avuto da Francesco Barracu una radio ricetrasmittente e si teneva personalmente in contatto, ebbe l’ordine di andare a conferire con Mussolini nella Repubblica Sociale, ma lasciandosi la possibilità di tornare al Sud. Fu possibile ottenere un «passaggio» soltanto per la principessa e così Mussolini poté conoscere i dettagli dell’attività clandestina e soprattutto raccomandare di evitare nella maniera più assoluta di spargere sangue fraterno, innescando la guerra civile anche al Sud. Abbiamo obbedito. Un’altra radio ricetrasmittente veniva adoperata da Orazio Caratelli, di Cosenza, vagando sulle coline di Aiello (CS), con la collaborazione del giovane Nicola Plàstina. A Napoli, poi so che ha funzionato anche il collegamento con un’altra ricetrasmittente da parte del giovanissimo Franz Primicino. 176 21. E’ mai entrato in contatto con agenti della RSI? – No, all’epoca mai. Dopo si: ho conosciuto personalmente Bartolo Gallitto, Ugo D’Esposito, Domenico Tucci Vitiello e l’architetto Gino Kalby. 22. Quando e dove è stato arrestato? Cosa ricorda degli interrogatori e del periodo di detenzione? Mi scuso per la delicatezza della domanda ed è liberissimo di non rispondere: Lei è stato mai sottoposto a torture psicologiche o fisiche, durante gli interrogatori e la carcerazione? – Ho già risposto a Daniele Lembo, che è stato un po’ meno delicato. Fui arrestato a Catanzaro. Mi interrogava un maresciallo dei Carabinieri Reali, molto affabile e paterno, che ebbe tra l’altro la bontà di informarmi che il mio nome glielo aveva fatto un mio camerata, aspirante cospiratore, che era stato arrestato giorni prima. Il maresciallo si dichiarava simpatizzante e con pathos comprensivo mi chiedeva di consegnargli tre bombe a mano «Balilla» e quattro «saponette» di pertrite fermatizzata che io avrei ricevuto da quell’amico cospiratore in erba. Ovviamente ne restai molto colpito, anche perché il conto delle bombe a mano e dell’esplosivo corrispondeva esattamente a quanto avevo nascosto in una valigetta di cartone, sotto alcune travi nel rifugio antiaereo nello scantinato di casa a Catanzaro Sala. Mi preoccupavo di essere disinvolto e credibile; ero preso dall’assillo, quasi dal panico di dover dissipare ogni sospetto per poter tornarmene a casa. Mi affannai a darmi un tono spigliato e dissi al maresciallo che non avevo mai avuto nulla di simile. Poiché lui, ben aduso al mestiere, aveva certo capito il mio impaccio e insisteva a dire che gliene aveva parlato quell’amico, non lasciandomi il tempo di riflettere, mentre io mi trinceravo a replicare che non credevo possibile una tal cosa, il maresciallo si decise a far venire il cospiratore in questione per un confronto. Ero tranquillo perché non credevo davvero possibile che il congiurato più in vista avesse potuto mai parlare. Pertanto restai di sasso quando Tonino mi apparve stralunato per aver passato notti insonni sul tavolaccio della camera di sicurezza della caserma dei CC.RR. Era proprio lui che mi diceva: “Ciccio il maresciallo è «dei nostri», ci vuole aiutare, gli dobbiamo consegnare le armi, nel nostro interesse…per evitarci guai più grossi, vuole soltanto tagliarci le unghie…”. Ero allibito e cercavo disperatamente una scusa plausibile per non consegnare quelle armi e giocare il 177 maresciallo, ma nello stesso tempo mi rendevo conto di non poter attardarmi a riflettere. Quelle bombettine “Balilla” non erano certo un granché, ma per me erano tutto e non volevo consegnare una proprietà della nostra organizzazione segreta. Pensai allora di dire che le avevo distrutte. E dove? E avrebbero fatto rumore e… qualcuno avrebbe dovuto sentire; allora pensai di dire che le avevo semplicemente lasciate nel torrente Fiumarella, ma intanto il maresciallo mi osservava pronto a rimbeccarmi, dovevo fare presto a dargli una risposta, altrimenti non mi avrebbe creduto. Nello sforzo di rendermi credibile caddi anch’io nelle braccia amorevoli del maresciallo, premuroso, paterno, quasi affettuoso. Finii per consegnare rimbambolato il nostro minuscolo «arsenale». Il «camerata» maresciallo «affettuoso e paterno», mi risparmiò di dormire sul tavolaccio in camera di sicurezza e, dopo avermi fatto firmare un verbale con la specifica del materiale bellico consegnato, mi fece accompagnare al carcere di San Giovanni, dove fui accolto in una cella umida e fatiscente, abitata da detenuti comuni, e così potei riposare beatamente su un ricco pagliericcio di pallottole incartapecorite di antico crine vegetale, arricchito dalla regolare popolazione carceraria di voracissime cimici. Mi illudevo, irrazionalmente, di restarci pochi giorni, e mi consolavo di aver avuto ancora un’esperienza traumatica, da adulto, dopo quella della sala operatoria. Il maresciallo invece riposava beato sui suoi, molto faticosamente guadagnati, materassi di lana, ben sprimacciati, e non pensava più che avendoci estorto quelle tre piccole e quasi inoffensive, bombe a mano «Balilla», ci aveva esposti alla condanna a morte prevista dal proclama N. 1 del Governo Militare Alleato dei territori occupati, Parte II: Reati. Art. IV. – REATI IN DANNO DELLE FORZE ARMATE ALLEATE PUNIBILI CON LA MORTE. Par. 5). «Nei secoli fedele»…non ci pensava più il paterno e premuroso maresciallo; non capisco adesso perché mai non ci pensassi allora neanch’io. – Non tutti, però, fummo piegati con cortesia e con delicate manovre psicologiche; ci furono anche brutali vigliacche e violentissime bastonature; i Carabinieri Reali erano pagati anche per questo. Se si capitava in mano agli inglesi o agli americani poteva capitare anche peggio, come avvenne per la principessa Maria Pignatelli che fu messa al muro due volte per una finta fucilazione con scariche a salve. 178 23. Durante il periodo di detenzione, come trascorrevate le vostre giornate? – In vari modi, si giocava a dama, alla battaglia navale, ma anche alle carte. E siccome era proibito tenere un mazzo di carte, le disegnai io, una per una, e volli intonarle al carcere: per un palo erano disegnate tutte chiavi, non ricordo più il resto, ma ricordo che per permettere ai giocatori di disputare accanite ed allucinanti partite di poker dovetti disegnare anche la carta moneta di ogni giocatore. Alla fine furono annullati tutti i debiti di gioco. Facevamo anche scherzi da caserma, come una gavetta piena d’acqua che si versava addosso al malcapitato che usciva dal WC. Una volta fui più crudele del solito e infilai un fico d’india in fondo al letto di Nino Gimigliano, gli altri mi tennero il segreto. La notte era obbligatorio tenere la luce accesa per consentire ai secondini la sorveglianza e «la conta». Allora montai intorno alla lampadina a muro una vecchia scatola di cartone, il cui coperchio incernierato restava chiuso lasciando la camerata nella penombra, era collegato con uno spago al cancello della cella, in modo che, quando il cancello si apriva, veniva aperto anche il coperchio della scatola, lasciando apparire la luce per consentire «la conta». La cosa lasciava meravigliate le guardie che si divertivano ad aprire e chiudere. Ricordo che Nino Gimigliano protestò mugugnando sotto le coperte. – Nel carcere di Catanzaro ci erano permesse tante concessioni fuori regolamento, un po’ perché eravamo la favola della piccola città e un poco perché tanti figli della «buona borghesia» erano ospiti di eccezione, non certo paragonabili ai detenuti comuni. E poi c’era anche qualche secondino nostalgico e stanco di qualche soperchieria del nuovo sistema. – Ovviamente fantasticavo anche a come avremmo potuto evadere, ma non riuscii mai a indovinare un piano attuabile. 24. Dopo aver visionato le opere di varia natura (giornaletti, disegni, poesie…) realizzate in carcere, Le chiedo: che cosa rappresentavano per Lei e per i suoi compagni? Una via di fuga dalla dura vita del carcere? Un modo per mantenere viva ed esaltare la fede fascista? Un modo per analizzare e per criticare le nuove scelte politiche e militari promosse dal nuovo governo italiano e dai partiti del CLN? 179 – Davamo libero sfogo alla nostra fantasia, ai sentimenti, alla noia, alla nostalgia della famiglia, dell’innamorata, durante il processo fiorirono innamoramenti che in qualche caso si conclusero stabilmente col matrimonio. Si leggeva anche molto e si commentava, studiavamo anche; ho imparato i primi rudimenti di inglese in carcere, avevo studiato francese a scuola. Ovviamente parlavamo anche di politica in accese discussioni. Riconosco che mi reputavo e professavo convintamene fascista, ma mi accorsi di essere piuttosto ignorante. Aldo Paparo, Nino Gimigliano, Roberto Trovato, Gaetano Gallerano, colonne del GUF (Gruppo Universitario Fascista) di Catanzaro, mi aprirono la mente. – Io in particolare ricordo di non essermi mai annoiato, ricordo i miei ventisei mesi di carcere come gli anni più fecondi, belli e paradossalmente felici della mia vita. Non ci fu mai uno screzio, mai un’antipatia, un’incomprensione. Vivevamo in un afflato cameratesco che ci avvolgeva in una solidarietà comunitaria, ma contraddittoriamente la continuità obbligata della vita in comune pure lasciava talvolta l’assillo di non potersi isolare, di non potersi liberamente chiudere in pensieri intimi, mancanza di privacy, diremmo oggi, con un orribile neologismo, pur essendo tutti spiati da «Echelon», che nella realtà quotidiana riesce a controllare oggi le nostre comunicazioni private peggio del «Grande Fratello». – Ricordo che allora ero ancora profondamente e convintamene religioso, e frequentavo i sacramenti quando ce ne era offerta la possibilità. – Seduto sulle tavole del mio letto, scrivevo e disegnavo sulla scrivania, costituita dal pagliericcio arrotolato; mi ingegnavo a studiare il moto perpetuo, ma pure, più concretamente la navigazione a vela anche controvento, o il taglio obliquo del giunto dei binari ferroviari per attutire i contraccolpi sulle ruote dei vagoni, o la propulsione navale a getto. E mi proponevo di chiederne i brevetti. 25. Come vi procuravate il materiale necessario alla realizzazione di queste opere? Venivate ostacolati nella creazione delle stesse opere dalla direzione del carcere o dagli addetti alla custodia? – Era proibito detenere matite, penne, coltelli, posate metalliche, ci veniva fornito un cucchiaio di legno ruvido che noi grattavamo e lisciavamo pazientemente con una scheggia di vetro, detenuta abusivamente, ricordo che avevo un minuscolo 180 mozzicone di matita, che nascondevo nella grossa cucitura dell’orlo di un cappotto, avendone preventivamente affinato il rivestimento di legno. Era ovviamente proibito, ma ci eravamo fabbricati dei rustici attrezzi per tagliare utilizzando pezzi di latta o anche di ferro. Nel carcere di Catanzaro per comunicare coi miei familiari approfittavo dell’arrivo del pranzo che mi veniva inviato da casa. Avevo praticato un perfetto ricettacolo nel tappo di sughero della bottiglia del latte usando una scheggia di lametta da barba, che mi era stata spedita ben avvolta in un maccherone. Ovviamente i «pranzi» venivano ispezionati dai secondini, che spaccavano le pagnotte alla ricerca di lime e ispezionavano i vuoti restituiti, ma non avevano tanta fantasia da esaminare anche i tappi di sughero, o andare ad ispezionare i singoli maccheroni. 26. All’interno del carcere avevate modo di comunicare tra di voi? Se sì, come? Avevate dei codici? E quale era la natura dei vostri scambi? – Noi del processo degli ottantotto fascisti di Calabria, prima della condanna, fummo detenuti a Catanzaro e a Napoli tutti nello stesso carcere, avevamo modo di incontrarci durante l’ora d’aria in un cortile apposito, ma alcuni di noi furono inviati a Roma, a Regina Coeli, a disposizione degli «Alleati», e in quel periodo perdemmo ogni contatto. Dopo il processo i condannati a quattro anni di carcere fummo «tradotti» nel carcere di Melfi (PZ), e quelli condannati a pene più gravi, nel penitenziario di Procida e lì ebbero la ventura di coabitare col principe Valerio Pignatelli e con qualche altro camerata estraneo al nostro processo, tra cui l’avvocato Domenico Tilena, che aveva riaperto la federazione fascista di Napoli per il Partito Fascista Repubblicano subito dopo lo sbarco angloamericano di Salerno, proprio mentre gli eserciti al soldo del Capitalismo transnazionale stavano per arrivare in città. 27. Continuavate, anche all’interno del carcere, ad operare e a contribuire con idee e progetti futuri all’organizzazione del presunto movimento fascista clandestino? Avevate dei progetti futuri, da realizzare una volta riottenuta la libertà? E se sì, quali? 181 – Non ricordo che si siano fatti progetti politici per il futuro, ricordo bene che stavamo per proporci di giurare eterna fedeltà al nostro credo politico, ma io dichiarai apertamente che se mi fossi convinto di aver sbagliato, mi sarei corretto e cadde tra noi un riflessivo silenzio. Se sono ancora fascista è perché ne sono ancora più profondamente e concretamente convinto. Nel dopoguerra venne Pino Romualdi a Catanzaro a invitarci ad aderire al Fronte degli Italiani che poi confluì nel Movimento Sociale Italiano e Aldo Paparo fu il nostro primo segretario federale. 28. Cosa ricorda del processo? Come ha reagito alla sentenza? Dopo che è stato accolto il ricorso e annullata la sentenza del Tribunale Territoriale Militare di Guerra della Calabria, Lei e i suoi compagni pensavate di essere rimessi presto in libertà? – Del processo ricordo la folla strabocchevole del pubblico, parenti, amici e simpatizzanti che avevano fatto pazientemente la fila fin dalle prime ore del mattino per poter essere ammessi, gli scambi affettuosi di saluti, le fidanzate, le mamme, le mogli. L’aula magna del tribunale si apriva in alto con ampi finestroni che davano sulla terrazza di copertura degli ambienti attigui. I finestroni erano presidiati da CC.RR. che tenevano il mitra ostentatamente rivolto in basso verso la folla e i giudicandi. Gli imputati minorenni, tra cui spiccavano i riccioli biondi e ribelli di Lionello Fiore Melacrinis, con un eterno radioso sorriso, ormai stampato nella mia memoria, erano tenuti fuori della «gabbia». Ma neanche noi eravamo reclusi in una vera gabbia, ci era stato concesso un recinto molto più ampio, delimitato da una balaustra in legno di mogano lucidato, da cui asportai un pezzetto di compensato per farne un souvenir, una «reliquia» che poi consegnai all’Istituto Storico della RSI a Terranuova Bracciolini (AR), dove pare che l’abbiano smarrito, assieme ad altre carte e disegni miei. Alla fine del processo i giudici si ritirarono in camera di consiglio e ne uscirono soltanto poco prima dell’alba quando la folla agitata fuori del palazzo di giustizia si era finalmente diradata. Allorquando lessero la sentenza una specie di sordo ruggito si levò dalla folla e noi imputati, ormai condannati, levammo in alto il canto di «Giovinezza» rabbiosamente ripetuto, urlato a squarciagola, mentre i carabinieri si affrettavano a portarci via dall’aula; i giudici allibiti, tacevano e cominciavano a sgombrare, mentre i carabinieri sui finestroni si 182 gingillavano imbarazzati coi mitra. Continuammo a sgolarci con l’inno di «Giovinezza», in un rauco ruggito, fin dentro il «cellulare», il furgone che ci riportava in carcere. Allora mi accorsi che i carabinieri di scorta ed il loro capo, il gigantesco brigadiere Putortì, con gli occhi rossi di rabbioso pianto cantavano a squarciagola con noi nel chiuso del furgone. – Alla fine di aprile qualcuno ci portò una rivista illustrata con lo scempio di Piazzale Loreto, ricordo che subimmo tutti un colpo devastante, Nino Gimigliano cadde riverso sul letto in preda a un pianto dirotto e convulso, io con le lacrime agli occhi lamentavo, distrutto, la barbarie dello scempio che annullava nel mondo intero secoli di civiltà italiana. – Per la revisione del processo ci portarono ancora una volta a Napoli, nel Carcere di Poggioreale. Era stato contattato l’eminente avvocato professor Giovanni Leone, che pretese da ciascun condannato un anticipo di diecimila lire, una cifra enorme per l’epoca. Ma poi non mosse un dito per farci usufruire dell’amnistia e restammo tutti in carcere finché non vennero apposta alcuni avvocati da Catanzaro, che sbrigarono le formalità necessarie. Giovanni Leone era lo stesso personaggio che divenne poi meritatamente presidente di questa repubblica fondata sul lavoro, sui disoccupati e sulla raccomandazione. A «Poggioreale» era sempre la solita vita, la solita fame: ricordo che attraverso una specie di “conto corrente” su cui avevamo potuto versare sommette molto modeste, ci venne data l’occasione di acquistare delle mele annurche piccole e rachitiche. Ne comprai un chilo che sbucciai con lo speciale «taglino», così lo chiamavamo, di latta. Ma poi la fame era ancora tanta e divorai tutte le bucce, come Pinocchio. La minestra che ci veniva servita, una volta al giorno, più o meno verso mezzogiorno in speciali pentoloni, ricavati da un mezzo bidone di benzina, ci veniva versata nelle gavette costituite dalle latte della famigerata polvere di piselli, introdotta in Italia dall’altrettanto famigerato colonnello Charles Poletti, che aveva governato Napoli per l’Allied Military Governement for Occupied Territory. In queste luccicanti gavette di latta ci versavano ancora, come nel 1944, due coppini di brodaglia e ci davano un minuscolo panino bianchissimo ben lievitato e vuoto, che assomigliava molto al pane nell’aspetto, ma aveva un sapone strano, di cocco? di riso? Non saprei, né sono mai riuscito a saperlo: era la famosa e tanto decantata farina americana. E 183 anche la brodaglia della «minestra» era ancora e sempre la stessa di prima: brodo generoso di farina di piselli che prendeva alla gola essendo rimasto malcotto negli spigoli del bidone tra il fondo e la parete verticale del bidone. I cucinieri rimescolavano il tutto con dei grossi pali di legno senza riuscire a rimuovere la pasta che bruciava appiccicata ai bordi. In compenso la minestra continuava ad essere arricchita di floridi e robusti torsoli di cavolo. Si proprio torsoli, torsoli legnosi e duri, irrecuperabili, a cui erano state tolte inesorabilmente tutte le foglie, ma con un po’ di buona volontà e tanta fame, si poteva recuperare qualche pezzetto di gambo di foglia rimasto attaccato al torsolo. Eravamo tutti costretti a versare nel gabinetto alla turca più di metà del brodo assolutamente intrangugiabile di piselli per poi tentare il recupero dei residui di foglie col cucchiaio di legno. Un giorno è rimasto nel ricordo per l’apparizione misteriosa di un pezzetto di carne. Mentre eravamo tutti intenti nell’operazione di recupero della parte masticabile del cavolo, Tonino Chiefari emise tra i denti un grido soffocato, ma trionfale: “Carne!” e continuava a masticare assaporando lentamente e delicatamente. Allora tutti ci demmo a pescare nella brodaglia per recuperare il nostro pezzetto di carne, ma delusi domandavamo al fortunato: “Com’è? È buona?”, “Squisita!” farfugliava Tonino con un’espressione celestiale e con il bocconcino trattenuto il più a lungo possibile in bocca. Allora tutti continuammo a cercare con rinnovata lena, finché Roberto Trovato alla fine pescò: “È un bruco!” gridò schifato mostrandoci un ben nutrito e appetitoso insetto. 29. Dopo aver riacquistato la libertà con l’Amnistia di Togliatti del 1946, come ha vissuto quei giorni e la fine della guerra? – Appena uscito dal carcere, con mio padre prendemmo un tram e ci avvicinammo al centro della città. Ebbi dopo breve tempo una rivelazione: nella strada mercato della Pignasecca, proprio in mezzo alla strada c’erano mucchi di torsoli di cavolo depositati dai «verdumari» di fronte. Ecco spiegato un altro mistero di «Poggioreale». La guerra era già finita da un anno, ma forse per me continuava, tutto era cambiato. Mi tuffai nello studio e superai parecchi esami. Poi venne ancora la politica. 184 30. Ha subito ritorsioni per le sue scelte? Rifarebbe le stesse scelte compiute in passato? – Non ricordo ritorsioni. Rifarei le stesse scelte con maggiore convinzione e razionalità. I fatti vissuti da me, dal popolo italiano, dagli europei e in ultimo dai disgraziati popoli del Medio Oriente, mi confermano nelle mie tranquille certezze. 185 CONCLUSIONI La tesi nata dalla scoperta dell’Archivio Nando Giardini ha tentato di ricostruire un aspetto della storia d’Italia e del Meridione relativa agli anni tra il ’43 e il ’45. Fondamentale è sottolineare l’ambiguità del periodo, compreso tra il ’43 e il ’45, per il Centro e il Sud «liberati»: questi anni hanno rappresentato, infatti, sia la storia di un pezzo del paese, che vive un’esperienza profondamente diversa da quella del Nord, sia la storia dell’Italia nel suo complesso, ovvero “storia locale e storia nazionale”948. Per una corretta e fedele ricostruzione ho dovuto prestare attenzione e studiare una serie di avvenimenti poco conosciuti e circoscritti ad alcune aree del Sud d’Italia, che diedero vita e caratterizzarono il fascismo clandestino (1943-1945). I fascisti meridionali isolati dal resto d’Italia e sotto il rigido controllo delle truppe alleate, pur essendo privi del sostegno delle forze tedesche – costrette a ripiegare verso il nord della penisola – misero in atto subito dopo l’8 settembre ’43 dei tentativi di «resistenza». In loro – sul modello della R.S.I e dei suoi combattenti – dominava una decisa volontà di reagire a quella congiuntura militare e politica ritenuta disonorevole, momentanea e aperta a possibili ribaltamenti. Il regime fascista, le scelte politiche successive all’armistizio, la guerra civile, hanno creato una grande spaccatura nella popolazione italiana. Ciò ha avuto importanti conseguenze anche dopo la fine della guerra – ma non dei contrasti interni al paese – sulla scelta di una parte di essa di impegnarsi nello sviluppo di un nuovo movimento fascista: è nato così il Movimento sociale italiano (MSI)949. La storia della resistenza fascista al Sud non può essere più considerata una «verità di parte»: la sua effettiva esistenza e la sua importanza, all’interno del quadro sociale e politico-militare italiano, è testimoniata, provata e argomentata nei capitoli della tesi. Un lavoro di ricostruzione storica che si articola in un’attenta ricerca e in un’analisi rigorosa delle fonti primarie (e si suppone che molte ci siano 948 949 N. Gallerano, op. cit., p. 31. A. Mammone, op. cit., p. 4. 186 ancora ignote e vadano scoperte come è stato per l’A.N.G.), fonti archivistiche, della letteratura storiografica e della più ricca letteratura memorialistica. La tesi rincorre l’obiettivo di colmare una piccola parte delle lacune che caratterizzano la memoria di quel periodo. L’Italia ha così dimenticato un pezzo della propria storia, quella parte di italiani che hanno aderito al fascismo fino alla fine, combattendo nella RSI o militando nel fascismo clandestino meridionale. In questo lavoro non ci si chiede se la loro scelta sia stata «giusta» o «sbagliata», se sia stata l’unica possibile. Nella tesi non ci interessa in effetti emettere giudizi sulle scelte passate ma semplicemente ricostruire i fatti nel modo più rigoroso possibile, senza omettere o sminuire delle «verità» minori. La volontà politica e culturale di dimenticare alcune parti della nostra storia ci ha già condizionato negativamente determinando una lacerazione del tessuto dell’identità nazionale950. 950 S. Arcella, op. cit., p. 24 e sgg. 187 FONTI-ARCHIVIO NANDO GIARDINI (A.N.G.) I documenti, appartenenti all’Archivio Nando Giardini (A.N.G.) – imputato al Processo degli «88» in Catanzaro – vengono catalogati dall’autrice della tesi in questione in «disegni», «fogli» (pagine sparse), «fascicoli» (cartelle di più pagine), e numerati nel rispetto dell’ordine con cui sono stati acquisiti dal proprietario dell’archivio. La numerazione delle pagine riportata rispecchia quella assegnata in origine dai diretti autori dei documenti: se non presente questi vengono contrassegnati dalla dicitura «non numerato». Per comodità e per una più semplice e immediata comprensione da parte dei lettori, alcune pagine sono state comunque numerate dall’autrice della tesi, sempre nel rispetto dell’ordine originario con cui il materiale era presente nell’A.N.G. Se i documenti sono anche privi dell’indicazione dell’autore, della data e del luogo di produzione, le mancanze verrano rispettivamente segnalate con le seguenti abbreviazioni: «s.a.», «s.d.», «s.l.». L’assenza del titolo del documento verrà precisata con la dicitura «non titolato». FOTO A.N.G., foto 1, s.a., non titolata (Ritratto di Nando Giardini, imputato al Processo degli «88» in Catanzaro, 15 febbraio 1945-7 aprile 1945), s.l., s.d.; A.N.G., foto 2, s.a., non titolata (Torre e camminamento di ronda del forte di S.Giovanni di Catanzaro, per un periodo di detenzione compreso tra la fine del 1944 e il mese di maggio del 1945), Carcere di San Giovanni in Catanzaro, s.d.; A.N.G., foto 3, s.a., non titolata (Ingresso del carcere di Melfi, per un periodo di detenzione compreso tra maggio 1945 e giugno 1946), Carcere di Melfi (Potenza), s.d.; A.N.G., foto 4, s.a., non titolata (Facciata del carcere di Melfi, per un periodo di detenzione compreso tra maggio 1945 e giugno 1946), Carcere di Melfi (Potenza), s.d.; A.N.G., foto 5, s.a., non titolata («Ferri di campagna» messi ai polsi dei detenuti per il trasferimento degli stessi da un penitenziario all’altro e presso i tribunali), s.l., s.d. 188 DISEGNI ORIGINALI REALIZZATI IN CARCERE (APRILE 1944GIUGNO 1946) Disegni che ritraggono i detenuti, la loro vita quotidiana, gli ambienti interni ed esterni dei penitenziari: A.N.G., disegno 1, Detenuti politici dell’H/11, Carte da gioco create e usate dai detenuti, Carcere giudiziario di Poggioreale in Napoli, 1944; A.N.G., disegno 2, F. Fatica, non titolato (Padiglione del carcere San Giovanni di Catanzaro, rappresentante il cubicolo con il passeggio), s.l., s.d.; A.N.G., disegno 3, V. Capocasale, non titolato (Padiglione del carcere San Giovanni di Catanzaro, rappresentante il cubicolo con il passeggio), s.l., 1945; A.N.G., disegno 4, P. Stella, I passeggi del padiglione H.11 del carcere giudiziario di Poggioreale in Napoli, realizzato su carta annonaria riciclata, s.l., s.d.; A.N.G., disegno 5, V. Capocasale, non titolato (Il momento del rancio), s.l., s.d.; A.N.G., disegno 6, F. Fatica, non titolato (Un momento delle rappresentazioni teatrali organizzate dai detenuti durante la detenzione nel carcere di Melfi), Melfi, 1946; A.N.G., disegno 7, s.a., non titolato (Ritratto di Nando Giardini, mentre scrive Bocca di lupo all’interno di una cella), s.l., s.d.; A.N.G., disegno 8, F. Fatica, non titolato (Ritratto di Nando Giardini, con dedica), Carcere di Melfi, 24 febbraio 1946; A.N.G., disegno 9, V. Capocasale, non titolato (La divisa da detenuto), s.l., s.d.; A.N.G., disegno 10, V. Capocasale, non titolato (Il trasferimento in treno dei detenuti scortati dai carabinieri), s.l., s.d.; A.N.G., disegno 11, s.a., non titolato («Bocca di lupo», ovvero finestra di una cella, vista dall’esterno del carcere, con impresso all’angolo superiore sinistro il numero 88 – riferito agli ottantotto imputati del processo del 15 febbraio 1945 in Catanzaro – e nella parte inferiore i nomi dei giovani fascisti arrestati a Catanzaro: Roberto Trovato, Domenico Greco detto Mimmo, Gioacchino Schifino, Nino Gimigliano, Antonio Colosimo detto Tonino, Aldo Paparo, Simone Ansani, Aldo Sestito, Francesco Fatica detto Ciccio, Mauro Provino, Gaetano Gallerano), s.l., s.d.; 189 A.N.G., disegno 12, s.a., non titolato (Detenuto appoggiato alla finestra – detta «bocca di lupo» – di una cella), s.l., s.d.; A.N.G., disegno 13, V. Capocasale, non titolato (Detenuto deceduto e adagiato in una bara, posta in una stanza all’interno del carcere), s.l., 1945; A.N.G., disegno 14, F. Fatica, non titolato (Recluso legato al letto di contenzione), s.l., 30 ottobre 1945; A.N.G., disegno 15, s.a., La passeggiata (Parte interna del carcere San Giovanni in Catanzaro utilizzata dai detenuti per la passeggiata), Carcere San Giovanni di Catanzaro, s.d.; A.N.G., disegno 16, s.a., non titolato (Interno del carcere San Giovanni in Catanzaro, particolare della zona adibita ai bagni), s.l., s.d.; A.N.G., disegno 17, F. Fatica, non titolato (Esterno del carcere giudiziario di Poggioreale in Napoli), s.l., 28 febbraio 1945; A.N.G., disegno 18, F. Fatica, non titolato (Interno del forte San Giovanni in Catanzaro, in cui l’arco pittoresco lascia vedere sullo sfondo l’ufficio deposito oggetti di proprietà dei detenuti e proprio in quello stesso angolo i detenuti intravedevano il principe Pignatelli esporre al sole le sue ferite), s.l., 22 maggio 1946; A.N.G., disegno 19, s.a., non titolato (Breve recensione al libro «Bocca di lupo» di Nando Giardini, scritta su una piccola pagina che ha come sfondo un disegno raffigurante i ferri di campagna messi ai polsi dei detenuti), s.l., s.d. OPERE VARIE E ORIGINALI REALIZZATE IN CARCERE (APRILE 1944-GIUGNO 1946) Giornaletti («Fogli Galeotti»), contenenti articoli ideati da vari imputati – trascritti da Nando Giardini – e vignette create da Francesco Fatica; lettere; poesie; parodie; canti e libere confessioni: A.N.G., foglio 1 pp. 1-2, autori vari, Accaundici Agrodolce Settimanale, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944. 190 A.N.G., foglio 1 p. 1, autori vari, Accaundici Agrodolce Settimanale, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944, H 11, Lettera aperta, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944. A.N.G., foglio 1 p. 1, autori vari, Accaundici Agrodolce Settimanale, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944, R. Trovato, LA CONTA, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944. A.N.G., foglio 1 p. 2, autori vari, Accaundici Agrodolce Settimanale, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944, s.a., BAGNI, PASSEGGIATE, BUFFET, Cura per i nervi, INGRESSO LIBERO, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944. A.N.G., foglio 1 p. 2, autori vari, Accaundici Agrodolce Settimanale, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944, 18008, In corpore…Longo, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944. A.N.G., foglio 1 pp. 1-2, autori vari, Accaundici Agrodolce Settimanale, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944, 18007, Vagoni a letto, Carcere di Poggioreale (Napoli), 27 settembre 1944. A.N.G., foglio 2 (non numerato), autori vari, L’abate Faria, Melfi (Potenza), 25 febbraio 1946. A.N.G., foglio 3 (non numerato), N. Giardini, CANTO DEI VENT’ANNI, Carcere di San Giovanni di Catanzaro, 9 maggio 1945. A.N.G., foglio 4 (non numerato), R. Trovato, non titolato («Una preghiera rivolta a Dio affinchè salvi l’Italia»), s.l., s.d. A.N.G., foglio 5 (non numerato), V. Capocasale, Procida (Pagina in cui vengono descritti i primi momenti di detenzione nel carcere di Procida), s.l., s.d. A.N.G., foglio 6 (non numerato), N. Giardini, non titolato (Pagina scritta durante la «permanenza» nel carcere di Poggioreale che descrive le condizioni di vita dei detenuti), Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d. 191 A.N.G., foglio 7 (non numerato), N. Giardini, non titolato (Pagina inneggiante alla «giovinezza»), Carcere giudiziario di Melfi (Potenza), 1 gennaio 1946. A.N.G., foglio 8 (non numerato), s.a., Canto anonimo carcerario (seguito da un disegno raffigurante una «bocca di lupo» – finestra di una cella – vista dall’interno e commentato da due versi di P. Stella), s.l., 17 giugno 1945. A.N.G., foglio 9 (non numerato), Ninno (si suppone, attraverso opportuni confronti, che sia il Tenente Pietro Capocasale), Lettera «Cara mamma» (con allegato l’articolo «LA DIVISIONE BRESCIA AL FRONTE DI TOBRUK» del Tenente Colonnello Giuseppe Landi), s.l., 5/I0 XIX°. A.N.G., foglio 10 (non numerato), Dario, Lettera inviata a Pepè (si suppone sia o Pandolfi Giuseppe o Sicilia Giuseppe), Nicastro, 22 marzo 1945. A.N.G., foglio 11 (non numerato), Mimì (Domenico Greco), Lettera ai genitori, Melfi, 16 novembre 1945. A.N.G., foglio 11 (non numerato), Nando (Nando Giardini), Lettera a Vittorina (Vittorina Greco, sorella di Domenico Greco e futura moglie di Nando Giardini), Melfi, 16 novembre 1945. A.N.G., foglio 12 (non numerato), D. Greco, Lettera, Melfi, 14 novembre 1945. A.N.G., foglio 13 (non numerato), D. Greco, Lettera, Melfi, 12 dicembre 1945. A.N.G., foglio 14 (non numerato), V. Borghese, Lettera a Nando Giardini, Roma, giugno 1962. A.N.G., foglio 15 (non numerato), F. Fatica, Lettera a Nando Giardini, Napoli, 14 aprile 1997. 192 A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., foglio 1 p. 1, F. Fatica, Libertà provvisoria, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., foglio 1 p. 2, H 11, Caro Lettore, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., foglio 2 p. 3, 1212, IL PRESEPE, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., fogli 2-3 pp. 4-5, s.a., A domanda risponde, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., fogli 3-4 pp. 6-7, PLUTAR, IL COSPIRATORE CHE SI RISPETTA, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., foglio 4 p. 8, Il politico, TRA DI NOI, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., foglio 5 p. 10, s.a., UN COMPLOTTO SVENTATO, L’ARRESTO DEL 1945…, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., foglio 6 p. 11, s.a., NATALE COME LO VEDIAMO NOI, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., fogli 6-7 pp. 12-13, s.a., La Befana che ognuno vuole, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., fogli 7-8 pp. 14-15, s.a., SILURI VOLANTI, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., foglio 8 p. 16, F. Fatica, AD ATENE, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 1, autori vari, Accaundici in Libertà provvisoria, s.l., s.d., foglio 9 (non numerato), s.a. specifico (anche se firmato «La Redazione Carcere San Giovanni»), non titolato, Carcere di San Giovanni in Catanzaro, 13 gennaio 1945. A.N.G., fascicolo 2, autori vari, Evasione, Supplemento Accaundici, s.l., ottobre 1944, foglio 1 p. 1 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), s.a., non titolato (vignetta raffigurante la fuga dal carcere dei detenuti), s.l., ottobre 1944. 193 A.N.G., fascicolo 2, autori vari, Evasione, Supplemento Accaundici, s.l., ottobre 1944, foglio 1 p. 2 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), Accaundici, Lettera Aperta, s.l., ottobre 1944. A.N.G., fascicolo 2, autori vari, Evasione, Supplemento Accaundici, s.l., ottobre 1944, fogli 2-3 pp. 4-5 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), H 11, Dimandine al Signor Direttore, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 2, autori vari, Evasione, Supplemento Accaundici, s.l., ottobre 1944, fogli 2-3 pp. 3-6 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), R. Trovato, Er censimento…de’…ruffiano, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 3, fogli 8 pp. 1-14 (la numerazione delle pagine è stata assegnata dall’autrice della tesi), R. Trovato, E LE SBARRE…STANNO A GUARDARE!!!, Carcere di Melfi (Portenza), presentata il 29 novembre 1945 al pubblico, il 28 novembre 1945, il 18 dicembre 1945 e il 19 dicembre 1945 ai detenuti. A.N.G., fascicolo 4, fogli 16, s.a., Parodie varie e canti della «galera», Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d. A.N.G., fascicolo 4, fogli 16, s.a., Parodie varie e canti della «galera», Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d., fogli 2-3 pp. 2-3, s.a., non titolato (Pagine contenenti un canto da otto strofe con rima), s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 4, fogli 16, s.a., Parodie varie e canti della «galera», Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d., foglio 4 p. 4, s.a., ADESSO VIENE IL BELLO, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 4, fogli 16, s.a., Parodie varie e canti della «galera», Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d., fogli 5 e sgg., s.a., LA LEGGENDA DELLA CELLA, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 4, fogli 16, s.a., Parodie varie e canti della «galera», Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d., foglio 9 p. 9 e sgg., s.a., Natale, Carcere di San Giovanni di Catanzaro, 24-28 dicembre 1944. A.N.G., fascicolo 4, fogli 16, s.a., Parodie varie e canti della «galera», Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d., fogli 13-14 pp. 13-14, s.a., Stornellata, s.l., s.d. 194 A.N.G., fascicolo 4, fogli 16 pp. 1-16, s.a., Parodie varie e canti della «galera», Carcere di Poggioreale (Napoli), s.d., fogli 15-16 pp. 15-16, s.a., IL CANTO DELLA RISCOSSA, s.l., s.d. A.N.G., fascicolo 5, fogli 22, N. Giardini, Quaderno, Carcere di Melfi (Potenza), febbraio 1946. A.N.G., fascicolo 5, fogli 22, N. Giardini, Quaderno, Carcere di Melfi (Potenza), febbraio 1946, foglio 1 pp. 1-2 (la numerazione viene assegnata dall’autrice della tesi), N. Giardini, non titolati (Pagine contenenti libere riflessioni), Melfi, 25 febbraio 1946. A.N.G., fascicolo 5, fogli 22, N. Giardini, Quaderno, Carcere di Melfi (Potenza), febbraio 1946, foglio 2 p. 3 (la numerazione viene assegnata dall’autrice della tesi), N. Giardini, non titolato (Pagina contenente due poesie senza rima), Melfi, 25 febbraio 1946. A.N.G., fascicolo 5, fogli 22, N. Giardini, Quaderno, Carcere di Melfi (Potenza), febbraio 1946, foglio 3 p. 6 (la numerazione viene assegnata dall’autrice della tesi), N. Giardini, Lei (Poesia), Melfi, 14-15 febbraio 1946. A.N.G., fascicolo 5, fogli 22, N. Giardini, Quaderno, Carcere di Melfi (Potenza), febbraio 1946, foglio 4 pp. 7-8 (la numerazione viene assegnata dall’autrice della tesi), N. Giardini, Rimpianto (Pagine contenenti libere riflessioni), Melfi, 26-28 febbraio 1946. DOCUMENTI DI NATURA RELIGIOSA «A chi soffre» di San Cipriano, Conferenza di S.Vincenzo De' Paoli, Melfi (Regalo della direzione carceraria, Carcere Politico di Melfi, periodo di detenzione da maggio del 1945 al giugno 1946). «Ai Fratelli in Cristo detenuti nelle Carceri, Conferenza di S.Vincenzo De' Paoli, Melfi» (Regalo della direzione carceraria, Carcere Politico di Melfi, periodo di detenzione da maggio del 1945 al giugno 1946). 195 ARTICOLI DI GIORNALI E RIVISTE SUL PROCESSO DEGLI «88» (Catanzaro, 15 febbraio 1945-7 aprile 1945) E SULLA RESISTENZA FASCISTA (1943-1945): Il processo degli 88 fascisti. Interrogatorio degli imputati catanzaresi PaparoGimigliano-Sestito (non firmato e senza data), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III/N.43. Il processo degli 88 fascisti: L’interrogatorio degli imputati di Sembiase e Nicastro (non firmato), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III/N.46, Sabato, 24 febbraio 1945. Il processo degli 88 fascisti: Nella prima parte della sua requisitoria il P.M. parla di sé e, quando gli capita, anche del processo (non firmato), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III/N.60, Venerdì, 16 marzo 1945. Il processo degli 88 fascisti: Le richieste del Pubblico Ministero (non firmato), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III/N.60, 2° Ed. Straordinaria, Venerdì, 16 marzo 1945. Il processo degli 88 fascisti: gli avvocati Fiore Melacrines, Bona e D. Pittelli (non firmato), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III /N.62, Giovedì, 29 marzo 1945. Il nostro Direttore è stato arrestato. Rifiuto d'ubbidienza o abuso d'autorità? (non firmato), «La Nuova Calabria, Quotidiano Politico d’Informazioni», Anno III/N.78, Venerdì, 20 aprile 1945. Il processo degli 88 (non firmato), «Nord e Sud», Periodico di Cultura e Varietà, Edizione F.A.T.A, Catanzaro, 7 aprile 1945. 196 Una «Storia minore» che è fulgida epopea: un Romanzo di vita vissuta di Nando Giardini (non firmato), «L’eco del Sud», Messina Sera, Messina, 10 marzo 2002. «Bocca di lupo», romanzo di vita vissuta di Nando Giardini, Storia delle «Guardie dei labari» e degli eroici «ottantotto» di Catanzaro (non firmato), «L’eco del Sud», Messina Sera, Messina, 10 aprile 2002. 8 settembre – Il giorno dopo (non firmato), «Historica Nuova», Anno IV/N.13, 2005, Centro Studi di Storia Contemporanea. Fascismo clandestino nel Mezzogiorno (non firmato), «Historica Nuova», Anno IV/N.13, 2005, Centro Studi di Storia Contemporanea. Valerio Pignatelli, «la primula rossa» fascista nell’Italia occupata (non firmato), «Historica Nuova», Anno IV/N.13, 2005, Centro Studi di Storia Contemporanea. «Bocca di lupo», romanzo di vita vissuta di Nando Giardini (non firmato), «Gazzetta del Sud», Paginatrè, Martedì, 1 maggio 2001. Il «processo degli 88» nel '45 a Catanzaro, L’«altra resistenza» nel Mezzogiorno (non firmato), «Secolo d’Italia», Terza Pagina, Venerdì, 2 marzo 1984. «Processo degli 88», «C’era una volta» (non firmato), Edizione F.A., Catanzaro (senza data). Cavaterra, Emilio, Dalle rivolte dei «Non si parte» nacque la Repubblica fascista di Comiso, La guerra civile, «Storia Verità», Bimestrale di Ricerca Storica, Nuova serie, Anno I/N.1, maggio/giugno 1996. 197 De Falco Micillo, Benedetta, Il Movimento Italiano Femminile Fede e Famiglia, «Roma», Terza Pagina, 12 maggio 1998. 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Fatica, Francesco, La Repubblica di Comiso, «Italia Tricolore per la Terza Repubblica», n.4, 30/4/1994, terza puntata, Centro studi e documentazioni sulla lotta clandestina fascista nelle terre occupate dagli anglo-americani: 1943-1945, Napoli. Fatica, Francesco, Il fascismo clandestino in Sardegna, «Italia Tricolore per la Terza Repubblica», n.8, 30/10/1994, quinta puntata, Centro studi e documentazioni sulla lotta clandestina fascista nelle terre occupate dagli anglo-americani: 1943-1945, Napoli. 198 Fatica, Francesco, Mussolini si oppose alla guerra civile nel Sud, «Italia Tricolore per la Terza Repubblica», n.5, agosto/settembre 1995, decima puntata, Centro studi e documentazioni sulla lotta clandestina fascista nelle terre occupate dagli anglo-americani: 1943-1945, Napoli. Fatica, Francesco, Riscopriamo l’altra resistenza, «Secolo d’Italia», Il Caso, 27 marzo 1993. Fatica, Francesco, Perché non ci fu guerra civile al Sud, «Volontà», n.1, 1 gennaio 1996. 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Copia Rapporto Legione Territoriale dei CC.RR. di Catanzaro, Ufficio segreto, N. 14/9 di prot.Seg., Catanzaro 4 maggio ’44, oggetto: Scoperta movimento rivoluzionario e di sabotaggio, Gruppi dipendenti, a firma del Col. Comandante della Legione Umberto Dibilio. Rapporto Legione Territoriale dei CC.RR. di Catanzaro, Gruppo Esterno di Catanzaro, N. 108/9-Ris., Catanzaro 8 maggio ’44, all’Ill/mo Sig. Procuratore Militare del Re di Catanzaro, oggetto: organizzazione filo-fascista, a firma del Maggiore Comandante del gruppo Manlio Giordano. Rapporto Legione Territoriale dei CC.RR. di Catanzaro, Gruppo Interno di Catanzaro, N. 59/3 di prot.Dv.Riserv., Catanzaro 8 maggio ’44, alla Procura Militare del Re di Catanzaro, oggetto: organizzazione filo-fascista-Sabotaggio, a firma del T. Col. Comandante del gruppo Eraldo Pallone. Atti, Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza, con sede in Catanzaro, Ordine di cattura a carico di Giardini Ferdinando, firmato dal Procuratore Militare Col. Oreste Trotta presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza, Catanzaro 19 maggio 1944. Atti, Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza, con sede in Catanzaro, Ordine di cattura a carico di Stella Pietro, firmato dal Procuratore Militare Col. Oreste Trotta presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza, Catanzaro 20 maggio 1944. Atti, Comunicazione di somma depositata e pacco viveri a credito del detenuto Stella Pietro presso il Carcere giudiziario di Poggioreale, Napoli. 202 Atti della Procura Militare presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza in Catanzaro: autorizzazione delle Direzioni delle Carceri di Catanzaro, Nicastro e Cosenza alla consegna ai CC.RR. dei detenuti per immediato trasferimento, stabilito per ordine superiore (Il Procuratore Militare del Re, Col. Oreste Trotta, Nicastro-30 Maggio 1944). Atti, Tribunale Militare Territoriale di Napoli, Richiesta di citazione a giudizio per imputato detenuto Giardini Ferdinando, firmato dal Procuratore Militare presso il Tribunale Militare Territoriale di Napoli. Atti, Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, Decreto di citazione a giudizio a carico di ottantotto imputati per la pubblica udienza da tenersi davanti a questo Tribunale Militare in Catanzaro – Palazzo di Giustizia – il giorno quindici febbraio 1945 (contenente la richiesta del decreto di citazione a giudizio a carico degli ottantotto soggetti, firmato dal Procuratore Militare del Regno Col. Oreste Trotta presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria), Catanzaro 10 gennaio 1945. Atti dei Processi Verbali di Interrogatori sostenuti tra il 23 e il 25 aprile 1945 in Catanzaro presso il Consiglio dell’Ordine dei procuratori e degli avvocati dinanzi alla Commissione Istruttoria di questo Consiglio, previa citazione di: avv. Orlando Sapia; avv. Giuseppe Marini, avv. Pietro Caporale; avv. Domenico Pittelli, avv. Alfredo Cantafora; avv. Francesco Saverio Pugliese; avv. Francesco Caroleo; avv. Aldo Casalinuovo; avv. Francesco Ruffo; avv. Antonio Pellegrini; avv. Francesco Bona; avv. Francesco Tassone. Atti, Motivi di Ricorso al Tribunale Supremo (16 ottobre 1945), avverso la sentenza pronunciata dal Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria il 7 aprile 1945, inerente al Processo degli 88, tenutosi a Catanzaro e che ebbe inizio il 15 febbraio 1945, presentati dall’avv. Pittelli Domenico, difensore di Sestito Aldo e Ansani Simone, 14 maggio 1945. 203 Atti del Testo integrale della Sentenza (n. 2868/45) del Tribunale Supremo Militare di Guerra (a seguito del Ricorso presentato il 16 ottobre 1945), Roma, 23 ottobre 1945. Atti, Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Napoli, Decreto di citazione a giudizio a carico dell’imputato detenuto Giardini Ferdinando per la pubblica udienza da tenersi davanti a questo Tribunale Militare il giorno ventidue giugno 1946, presentato dal presidente del suddetto Tribunale Gen. Grimaldi, firmato dal Cancelliere Militare Cap.no Marano, Napoli, 25 maggio 1946. Atti, Verbale di notifica della richiesta di citazione per giudizio (del 20 maggio 1946) a imputato detenuto e nomina difensore, a carico dell’imputato Giardini Ferdinando, presentata dal Sostituto Procuratore militare del Regno Ten. Col. Principe, Carcere giudiziario di Melfi, 3 giugno 1946 204 BIBLIOGRAFIA AA.VV., Atti del Convegno di Studi Storici tenutosi a Napoli l’8 Novembre 1998 su: Il dissenso clandestino 1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli anglo-americani, Istituto di studi storici economici e sociali, Napoli, 1998. Aga Rossi, Elena, Una nazione allo sbando, L’armistizio italiano nel settembre '43 e le sue conseguenze, Il Mulino, Bologna, 1993. Aquarone, Alberto, L’organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi, Torino, 1965. Artieri, Giovanni, Cronaca della Repubblica Italiana, Mussolini e l’avventura repubblicana, vol. I, Mondadori, Milano, 1982. Bertoldi, Silvio, Contro Salò, Vita e morte del Regno del Sud, Bompiani, Milano, 1984. 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