La Comunità “Piccolo Gregge”
Castellanza (Varese)
Una Casa-Alloggio per persone in AIDS
P. Carlo Merlo; Fr. Lino Casagrande; P. Pierpaolo Valli
CASA-ALLOGGIO:
UN’ACCOGLIENZA PER
LA VITA
Innanzi tutto ricordiamo che il nome dato a
questo tipo di assistenza “Casa-Alloggio” serve per differenziarlo da altre risposte residenziali quali: Casa-Famiglia, Comunità, Residenza Sociale Assistita, ecc. Infatti, la CasaAlloggio si propone come un modello di accoglienza, anche temporanea, per quelle persone che, malate di AIDS, necessitano di un
luogo e di un ambiente che permetta loro di
sentirsi un po’ “a casa”, senza per questo perdere la speranza di rientrare nella propria famiglia, momentaneamente non in grado di assicurare un sostegno nel percorso difficile e
doloroso della malattia.
La Casa-Alloggio riduce l’ospedalizzazione
a vantaggio di un’assistenza personalizzata,
attraverso un sostegno multi - fattoriale, sanitario, umano, spirituale, psicologico e sociale.
La Casa-Alloggio, a motivo dell’aumentata
prospettiva di vita, viene considerata sempre
più un luogo da cui ripartire e una opportunità
da utilizzare al meglio.
LA NOSTRA STORIA
La Casa-Alloggio di Castellanza, denominata “Piccolo Gregge”, è nata nel 1993 dallo
slancio di tre giovani religiosi camilliani. Desiderando realizzare l’insegnamento di S. Camillo, essi iniziarono ad accogliere quegli ammalati che rappresentavano “gli ultimi” evangelici: i malati di AIDS. Nel 1993, l’AIDS costituiva un’emergenza sociale assoluta. Non
esistevano ancora terapie in grado di bloccare l’infezione né prospettive che facessero intravedere un destino diverso da quello dell’agonia e della morte. A ciò, si sommava nella
quasi totalità dei casi l’effetto dello stigma sociale, della paura e dell’emarginazione: la
maggioranza degli ospiti accolti in casa erano
in realtà soli al mondo e affidati totalmente alle cure e all’affetto degli operatori e dei volontari della Casa.
In questa prima fase dell’esistenza della
Casa-Alloggio, la Comunità camilliana, insieme agli operatori laici e ai volontari, dovette
far fronte soprattutto a questo tipo di emergenza, configurandosi sostanzialmente come
un “hospice”, un luogo in cui la persona ammalata veniva preparata, per quanto possibile, ad andare incontro alla propria morte in
modo dignitoso e sereno, riconciliandosi con
il proprio passato.
Nel primo triennio di esistenza della Comunità, l’équipe degli operatori e dei religiosi
ha curato amorevolmente e sostenuto spiritualmente, accompagnandoli al passo estremo, oltre 70 persone, per lo più giovani al di
sotto dei 40 anni.
Le necessità erano prevalentemente a carattere sanitario da una parte, e di animazione e sostegno spirituale dall’altra. Le attività
erano organizzate all’interno della casa (gruppi di parola, feste, attività di animazione, incontri di formazione/informazione), mentre le
attività esterne (gite, vacanze) avevano carattere episodico. L’obiettivo principale, infatti,
era il recupero del senso e della dimensione
affettiva per ogni singolo ospite.
La Comunità ha poi avuto, fin dall’inizio,
un’attenzione speciale per la dimensione
vocazionale e per la promozione della pastorale sanitaria all’interno della Chiesa locale e
del territorio. In questo senso si è impegnata
ad essere un punto di riferimento per quanti,
soprattutto giovani, erano impegnati nel
mondo della sofferenza e dell’emarginazione. Tra le varie iniziative che sono state messe in atto (esperienze di servizio e di accompagnamento personale, testimonianze e
81
P. CARLO MERLO; FR. LINO CASAGRANDE; P. PIERPAOLO VALLI
gredire a comportamenti reattivi del passato,
come la tossicodipendenza o la delinquenza.
Trovarsi “vivi” a quarant’anni significa per
molti ospiti, oggi, sostenere la fatica di una riqualificazione professionale e l’impegno di
un’attività lavorativa, magari poco gratificante
e, almeno all’inizio, non molto remunerata.
Significa imparare nuovamente a camminare passo dopo passo, superando la logica
del “tutto e subito” a cui erano abituati ai tempi della droga o della strada, abbandonata solo a causa della progressione della malattia
debilitante.
Il territorio dunque, in questa nuova fase di
vita della Casa-Alloggio, è tornato ad assumere un ruolo di primo piano nella costruzione dei progetti individuali.
Per “territorio” intendiamo i luoghi di residenza, le famiglie, il bar dell’angolo, l’impresa
di pulizie o la cooperativa sociale, l’ex moglie,
il figlio ventenne che ti crede già morto e che,
invece, desideri stringere ancora fra le braccia.
All’équipe degli operatori ora sono richieste
attitudini e compiti nuovi, come attivarsi per trovare un posto di lavoro, aiutare l’ospite a raggiungere la ditta, escogitare sistemi per rendere queste persone più autonome e in grado,
passo dopo passo, di essere autosufficienti.
Oggi la Casa-Alloggio si sta trasformando
in luogo “dove ancora ci si fa curare” ma anche dove gli ospiti possono porsi sempre più
come attori e protagonisti. Si sta andando oltre la mentalità assistenziale. Ora riconosciamo che l’assistenza non è più casa-centrica
ed allora dobbiamo centralizzare l’esperienza
sulle persone e sui loro bisogni allargando
l’attenzione sugli esclusi di oggi.
conferenze anche in collaborazione con l’Asl
per sensibilizzare il territorio sulle tematiche
legate al mondo dell’AIDS), la più significativa è stata l’itinerario di “formazione alla carità per giovani”.
LA REALTÀ ATTUALE: LE NUOVE SFIDE
DELLA MALATTIA E IL LAVORO NEL SOCIALE
Dopo il 1996, con i primi effetti dell’introduzione della terapia antiretrovirale “tripla” (un
cocktail di farmaci che per la prima volta ha dimostrato di avere effetti stabili sulla riproduzione del virus, e quindi ha modificato in modo
sostanziale le prospettive e le speranze di vita
dei malati di AIDS), la Comunità si è trovata a
mutare progressivamente il proprio volto.
La permanenza media degli ospiti in Comunità, che nel primo triennio si aggirava fra i
sei e i dodici mesi, è andata progressivamente allungandosi e, con questo, anche la qualità della vita, le aspettative per il futuro e le
prospettive effettive o fantasticate di riorganizzare la propria esistenza.
Alcune persone, che nel 1996 erano state
accolte in Comunità con prognosi disperate,
oggi godono di buona salute, non senza che
questo abbia determinato in loro diversi momenti di crisi: dall’emblematica “sindrome di
Lazzaro” (cioè l’ansia di doversi inventare una
vita quando ci si credeva ormai destinati a
morire) ad una varietà di emozioni quali la ritrovata speranza, le delusioni, le incertezze e
le difficoltà rappresentate dal passato.
Molti ospiti, infatti, di fronte alla prospettiva
di tornare ad organizzarsi la vita, sono stati
presi dalla paura di vivere, che li ha fatti reAnno
Ingressi
1993
18
7
1
1
1994
11
6
5
2
1
8
1995
28
9
14
1
1
16
1996
28
5
19
4
1
24
1997
15
3
9
4
1998
12
2
5
2
1999
14
10
1
2
2000
7
8
1
2001
6
3
1
1
2
2
2002
7
3
2
1
3
1
56
58
18
80
5
2003-04
20
TOTALE
166
82
Dimissioni Decessi
in comunità
Decessi
Decessi
Totale
Inserimento Perdita
in ospedale in abitazione decessi lavorativo
del lavoro
2
13
1
8
3
2
1
4
2
2
La Comunità “Piccolo Gregge”
LA COMUNITÀ
IN COLLABORAZIONE CON I LAICI
Da alcuni anni la Comunità sta lavorando
in équipe nella gestione dell’attività.
L’équipe si ritrova con cadenza settimanale,
per ripensare l’intervento clinico ed educativo e
condividere le strategie di intervento. È coordinata da uno psicologo clinico e comprende il
gruppo degli operatori camilliani, l’infermiera
professionale, il medico e l’educatrice.
L’équipe ha il compito di stabilire le lineeguida della gestione del caso, in particolare:
l’accoglienza, il raccordo con i Servizi territoriali e con l’ospedale, il coordinamento degli
interventi e il coinvolgimento dei volontari nei
progetti individualizzati, il monitoraggio periodico dell’andamento dei percorsi individuali,
la formazione permanente, il raccordo con il
CICA (Coordinamento Italiano Case-Alloggio)
e le altre realtà che si occupano di AIDS e il
coinvolgimento del territorio.
L’attività prevalente è l’accoglienza e l’assistenza dei malati di AIDS, tesa a:
– reinserimento sociale e/o in famiglia,
– attività lavorativa interna di assemblaggio
(occasionale),
– inserimenti lavorativi per alcuni ospiti,
– accompagnamento spirituale.
Altre attività sono:
– la sensibilizzazione del territorio ai problemi legati all’AIDS (testimonianze, tavole
rotonde…),
– l’accompagnamento e formazione dei volontari.
I punti qualificanti della Casa-Alloggio “Piccolo Gregge” sono:
– la risposta a un bisogno,
– l’attenzione alla soggettività degli ospiti,
– la condivisione: c’è un forte coinvolgimento della Comunità nell’opera,
– la nostra testimonianza, personale e comunitaria,
– il modello camilliano (con la presenza effettiva di religiosi padri e fratelli) di assistenza al malato (assistenza globale) e
l’accompagnamento del morente,
– il coinvolgimento e la formazione dei volontari,
– la preghiera e la liturgia (proposte concrete e segni).
I punti critici della Casa-Alloggio “Piccolo
Gregge” sono:
– aumento delle persone portatrici di un forte disagio psichico, di quelle contagiate
attraverso rapporti sessuali, di quelle in età
avanzata, spesso straniere e dal mondo
del carcere. Le loro storie di vita molto diverse hanno aumentato la complessità del
lavoro nella Casa-Alloggio.
– necessita di una re-definizione dell’intervento, sempre meno sanitario e più impegnativo sul versante relazionale. L’operatore è chiamato ad impegnarsi su progetti
che coinvolgono le famiglie, il territorio e
che interrogano nuove professionalità e
competenze.
– La complessità dei ruoli all’interno dell’équipe aumenta la difficoltà ad integrare in
modo costruttivo le differenze.
– Il coinvolgimento del territorio e della cittadinanza è il cuore dell’esperienza della casa,
ma costituisce anche uno sforzo continuo e
un investimento di risorse umane. Il volontario, infatti, necessita di continua formazione e di una grande attenzione da parte dell’équipe, perché sia possibile garantire un livello stabile di motivazione di fronte ai continui cambiamenti e alle mutate esigenze
Una fase della terapia occupazionale
83
P. CARLO MERLO; FR. LINO CASAGRANDE; P. PIERPAOLO VALLI
dell’utenza. In particolare, c’è la necessità
di riunioni periodiche di formazione ed
informazione e di rinnovare frequentemente
il numero dei volontari (il turn over è molto
elevato), valorizzando le esperienze in atto
e favorendo le inclinazioni personali, senza
discapito del progetto individualizzato e delle esigenze prioritarie dell’ospite.
– Un rischio da evitare è quello che la CasaAlloggio diventi Casa-Albergo. L’ospite, infatti, si impegna oggi emotivamente in modo molto differente rispetto al passato. Il rischio è che, per sottrarsi a questa relazione, sia l’ospite che l’operatore trovino una
via di fuga nel vivere la Casa-Alloggio come un albergo.
– Un ultimo punto riguarda l’estrema precarietà e i messaggi di continuo cambiamento che provengono non solo sul versante
dell’utenza, ma anche dall’assetto organizzativo sanitario. In questi anni le disposizioni stanno mutando rapidamente, costringendo le Case ad adeguarsi in tempi a
volte brevissimi a standard sia strutturali
che organizzativi estremamente complessi. Questo comporta inevitabilmente un carico di lavoro e di stress che ricade sugli
operatori (burn-out, turn-over) e indirettamente sui progetti individuali.
Queste sono le frasi più significative che
sono emerse a Castellanza nelle nostre riunioni in occasione della Giornata mondiale
2002 per la lotta contro l’AIDS sul tema: “Live
and let live”.
“Vogliamo una casa migliore, vogliamo
una vita migliore, adesso qui, anche con
l’AIDS!…
Questo deriva da noi tutti insieme. Una vita migliore non dipende solo dai farmaci
nuovi.
Vogliamo puntare sul benessere nella nostra Casa; sul benessere delle persone, delle
nostre relazioni, dei nostri legami. Non è un
criterio buono il lasciar vivere ma il far vivere.
Dobbiamo uscire dalle nostre rassegnazioni e cronicizzazioni e brillare per responsabilità e concretezza.
Il “Piccolo Gregge” non è solo una struttura extraospedaliera che eroga un servizio, ma
è soprattutto un luogo di cura che inserisce
delle persone (poche) in una casa lottando
anche contro l’emarginazione sociale.
Verso l’esterno abbiamo da portare non
solo delle problematicità, ma anche il bello
delle nostre relazioni, dei nostri trascorsi di vita, delle nostre feste, dei nostri cammini di
crescita, dei nostri percorsi lavorativi, il bello
dei nostri ricordi…”.
Volontari presso il centro “Piccolo Gregge”
84
Il “Centre de Santé St. Camille”
Davougon (Benin)
P. Bernard Moegle; P. Christian Stenou, Camilliano
CRONISTORIA
1955: creazione del lebbrosario di Davougon,
ad opera di religiosi.
1987: arrivo dei religiosi camilliani francesi.
Abomey diventa la zona pilota nell’Africa Occidentale per la polichemioterapia. In 5 anni, 177 lebbrosi e disabili sono reinseriti nei loro villaggi e nella rispettiva famiglia.
1990: creazione del Centro di Promozione
Femminile di Davougon, che accoglie
70 - 80 ragazze a regime residenziale,
in cui sono prese in cura molte ragazze
sofferenti di lebbra o disabili.
1992: apertura di un nuovo dispensario “St.
Camille” a Davougon, che ogni mese
assiste in media 2.300 malati, adulti e
bambini.
1994: creazione della parrocchia “St. Joseph”
a Davougon, che comprende 13 villaggi.
Davougon.
Veduta parziale
del Centro
Mentre la lebbra è progressivamente
scomparsa dal Benin, il Centro “Saint Camille” accoglie ancora molti assistiti. Perché?
Perché è diventato un Centro Sanitario Polivalente, aperto a tutti i tipi di lebbra, causa di
nuove esclusioni.
PERSONE
ESCLUSE DAL NORMALE
SISTEMA SANITARIO DEL
BENIN
Alle strane malattie ultimamente individuate (60 nel 2001), si sono aggiunti i malati affetti dalle ulcere di Buruli, patologia progressiva che provoca estese mutilazioni e necessita di costose cure, raschiamento e trapianti di
pelle (30% degli ospedalizzati).
P. Christian si è specializzato in questa
malattia e in altre gravi forme di dermatosi,
ustioni od osteiti drepanocitarie, patologie difficili e croniche, che per i malati spesso sono
motivo di umiliazione e di rifiuto dagli altri.
Anche i malati di AIDS, sempre
più numerosi, si trovano in questa
categoria di persone rovinate, disperate, spesso abbandonate. In
questo settore i Camilliani hanno
portato con sé i volontari, che assistono questi malati nell’ambito
del Progetto Sedékon (“Lo Spirito
veglia su di te”), di Caritas-Benin,
messo in atto a partire dal 1996.
Deciso a fare tutto il possibile a
favore dei malati, P. Bernard dirige
un’équipe molto motivata e i risultati sono incoraggianti.
Così, alle prese con un ingente
lavoro quotidiano, il Centro Sanitario “St. Camille” tenta di rispondere ai bisogni dei più poveri, di
quelli che non hanno la possibilità
di curarsi altrove.
85
P. BERNARD MOEGLE; P. CHRISTIAN STENOU
IL PROGETTO SEDÉKON REGIONE D’ABOMEY (BENIN)
Dati e descrizione del Progetto
Titolo: Progetto Caritas di Consulenza e
Controllo nel campo dell’AIDS.
Finalità: Mantenere la dignità umana delle
persone che vivono con HIV/AIDS e delle loro famiglie, mediante la creazione di un ambiente amorevole e di speranza, dove i malati possano ritrovare la capacità d’agire.
Servizi
– consulenza già dalla immediata fase della
comunicazione dei risultati del test. Oltre
ad un supporto psicologico, morale e spirituale, lungo l’intero periodo della evoluzione della malattia la persona è a carico del
progetto;
– cure mediche a costo molto ridotto, non solo per le visite ambulatoriali, ma anche per
l’ospedalizzazione o per le visite domiciliari;
– aiuto mensile in forma di viveri e materiale
sanitario;
– per alcuni, un aiuto economico per iniziare
un’attività lucrativa.
Situazione
Fase pilota: da febbraio 1996 a febbraio 1998
(2 anni) - 493 beneficiari.
Seconda fase: da marzo 1999 a marzo 2001
(3 anni) - 989 beneficiari.
Da aprile 2002 a maggio 2005 (4 anni) - 1.528
beneficiari.
Totale: 3.010 persone.
Centri
– “Dispensaire St. Camille” di Davougon
– “Centre Hospitalier Départemental” di Zou
e di Collines.
Dati relativi a Davougon
Nuovi casi individuati ogni mese: 30/40.
Ospedalizzati ogni mese: 20/30.
Beneficiari di viveri, ogni mese: 90/100.
Consulenze mensili: circa 200.
Utenti del Centro Diurno: 8.
Fascia di età più colpita: 30/50 anni.
Équipe
L’équipe del Centro è costituita da: 1 Direttore regionale: P. Bernard Moegle - 1 amministratore aggiunto - 6 consiglieri, 3 dei quali a
Davougon, 2 al C.H.D. ed 1 che fa da tramite.
86
P. Christian
Caratteristiche delle attività
nella nostra regione
– Il Centro Diurno, dove vengono a lavorare
tre volte la settimana persone con HIV. Sono i malati più seguiti e meglio orientati.
– Creazione dell’associazione “Gnenokpo Senigla” (“Curiamoci insieme, Dio provvederà”).
– Aiuto agli orfani. Dei 300 registrati, 230 sono regolarmente sotto controllo sanitario.
– Distribuzione settimanale (venerdì) dei viveri; distribuzione dei viveri nelle riunioni
dei gruppi (25 persone per volta).
– Il primo venerdì d’ogni mese, viene celebrata la messa per i malati.
– È da segnalare la partecipazione sempre
più frequente delle parrocchie grazie ad un
nostro opuscolo d’informazione che diffondiamo ogni anno (questue, viveri, abbigliamento).
Impatto del progetto
Grazie alla nostra accoglienza, i malati si
sentono a loro agio e protetti. Vanno e vengono liberamente, senza timore, e noi abbiamo
fiducia in loro. Molti degli assistiti accettano di
portare i congiunti a fare il test e di partecipare alle riunioni ed alle feste.
I malati più poveri vivono più a lungo, per
la loro regolarità nelle visite. A loro è assicurato il rimborso spese del viaggio (se provenienti da lontano) e la razione di viveri.
Gli ospedalizzati escono meno perché beneficiano di cure quasi gratuite, di un’alimentazione corretta (con un supplemento di miele, spirulina e zucchero), di materiale sanitario
e usufruiscono di un attento ascolto dei loro
problemi. Tutti questi vantaggi li aiutano ad
accettare meglio la loro situazione e a ritrovare il piacere della vita.
Il “Centre de Santé St. Camille”
Attraverso le riunioni di IEC (la Giornata
mondiale dell’AIDS, per esempio), e soprattutto mediante il counseling, realizzato con
molta cura, contribuiamo in parte a limitare la
trasmissione del virus.
I test d’individuazione veloce (quelli a lungo tempo sono insufficienti) ci permettono di
prenderci a carico un maggior numero di persone con HIV. L’ottima fama del nostro Centro ha raggiunto un tale livello che ci inviano i
malati da tutto il sud del Benin.
–
–
–
Problemi irrisolti
– I fondi assegnati sono ancora insufficienti
per l’acquisto di alcuni farmaci specifici
(zovirax®, fongizone®, ecc.), per il trasferimento dei malati, per il varo della cooperativa, per l’assistenza agli orfani più piccoli o che studiano, per i bambini i cui ge-
–
–
nitori sono ancora vivi ma non in grado di
provvedere alle loro necessità.
La tri-terapia ancora non è accessibile ai
malati della nostra regione.
Spesso perdiamo di vista le persone sieropositive e asintomatiche. Abbiamo previsto, con la collaborazione della nuova
équipe di consulenti, la realizzazione di un
maggior numero di visite domiciliari.
Si erogano crediti per attività di reddito.
Tuttavia l’effetto spesso è negativo: per
evitare di dover rimborsare i finanziamenti
ricevuti, i malati spariscono e, quindi, non
possiamo più seguirli.
È ancora difficile, per i nostri malati, parlare in pubblico, a viso scoperto.
Gli articoli fabbricati dai nostri malati spesso restano invenduti, per mancanza di
sbocchi commerciali.
Numero di posti letto del Centro: 32
Numero di
malati AIDS
accolti
1980-1995
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
31/05/2005
TOTALE
15
113
159
221
274
318
397
424
437
445
222
3025
Numero
Uomini AIDS
138
146
161
187
159
181
94
Numero
Donne AIDS
Numero di
Donne in
gravidanza
AIDS
123
147
187
196
238
218
108
Numero
Bambini
AIDS
Numero
malati
Deceduti
0
0
0
10
17
26
30
41
44
23
191
+++
+++
+++
+++
74
92
79
115
48
Env. 2000
Numero
di malati
sotto (ARV)
Antiretrovirali
8
76
84
Zinvié. L’Ospedale “La Croix”
87
Esperienza personale
con un malato di AIDS
P. Bernard Moegle, Camilliano
I numerosi incontri, circa 2.000, con persone infette dall’HIV, mi hanno permesso di vivere esperienze umane molto ricche. In particolare, ho acquisito la certezza che non esiste una situazione totalmente disperata. Anche nel peggiore dei casi, quando un malato
è completamente abbattuto a livello fisico e
morale, egli ancora può trovar energia sufficiente per rimettersi. Per riuscirci, però, è
condizione indispensabile che noi lo facciamo
sentire nostro fratello o amico. Racconterò un
esempio che rappresenta una vera e propria
rinascita.
Una religiosa di Cotonou, di famiglia molto
nota, mi chiese d’accogliere il suo giovane fratello sieropositivo a Davougon per guarirlo dalla tossicodipendenza. Mi raccontò che il ragazzo era già stato in carcere per furto e, col
suo comportamento, quotidianamente faceva
piangere la madre e che il padre, esasperato,
un giorno l’aveva cacciato via da casa.
All’arrivo il giovane si mostrava irrequieto.
Avevo accettato di prenderlo sotto le mie cure
con l’intenzione di modificare questo suo comportamento. I primi giorni sono stati di mutua
osservazione. Raymond, infatti, non parlava.
Accettava, invece, ciò che io gli offrissi da
mangiare. Sua sorella mi aveva consegnato i
soldi del ragazzo e io li custodivo. Raymond
usciva, talvolta si allontanava destando i miei
timori, ma non sono mai andato dietro di lui.
Tentavo invece di interessarlo alla lettura di diversi libri, tra i quali la vita di San Camillo.
Così andò avanti per qualche settimana.
Egli era più anziano dei malati del Centro. Mi
vedeva curare e confortare al meglio le persone, e così anche lui cominciò ad interessarsi all’accoglienza dei nuovi, a mostrar loro
la casa, a offrire loro da bere e da mangiare e
a spiegare loro ciò che dovevano sapere. Ho
cominciato ad ammirare profondamente la
sua dedizione ed umiltà – anche il personale
stimava molto Raymond – e oltre ad incoraggiarlo a proseguire nella sua opera, ho voluto
mettergli una croce rossa al collo.
Il padre di Raymond, essendo a conoscenza di questo profondo cambiamento operato nel figlio, venne a trovarlo e a riconciliarsi con lui. Passò il tempo, un anno: l’AIDS s’era aggravato e il ragazzo fu sopraffatto da
un’infezione di toxoplasmosi… Ma è deceduto nella propria casa, attorniato dai suoi cari.
Non esiste un amore che sia veramente
senza recupero.
P. Valentin con alcuni ospiti
88
L’HIV/AIDS all’ospedale “La Croix”
di Zinvié
Come non essere attenti
a questa calamità che costituisce l’AIDS?
P. Raoul Ayiou; Dott. Amen Sintondji
L’Ospedale “La Croix” dei religiosi camilliani di Zinvié è un ospedale generale con una
capacità di 125 posti letti attualmente.
È composto da:
- un reparto di Pronto Soccorso;
- un reparto di Medicina generale;
- un reparto di Chirurgia generale con alcune
specializzazioni;
- un reparto di Pediatria;
- servizi d’appoggio (laboratorio, radiologia,
ecografia, farmacia…).
Nel reparto di Medicina generale, registriamo sempre dei casi di persone affette da HIV
e questo ci spinge a prestare loro una cura
adeguata. Abbiamo allora costituito un comitato per farci carico delle problematiche inerenti l’HIV che ha come responsabile un medico con diverse competenze:
- la capacità dei gestire le dinamiche psicosociali delle persone affette dal virus dell’HIV (PVVIH);
- la prevenzione delle infezioni opportunistiche;
- la diagnosi e la cura delle infezioni opportunistiche nell’infezione da HIV;
- la prevenzione della trasmissione dell’HIV
in generale e durante il lavoro;
- (assistenza) in particolare;
- il Counselling (pre-test e post-test) per l’infezione da HIV/ AIDS;
- la cura con gli Antiretrovirali (ARV);
- la prevenzione della trasmissione Madre-Figlio dell’HIV/AIDS.
Dopo aver conseguito queste competenze, l’Ospedale “La Croix” ha eretto nel gennaio 2005 un’Unità (servizio) d’Ascolto e di
Consiglio Individuale (UECIC) per malati di
AIDS.
Questo servizio ha lo scopo di:
- migliorare attraverso l’ascolto e il consiglio, l’efficacia della prevenzione delle
IST/HIV/AIDS;
- correggere i disordini nutrizionali;
- rendere sempre più responsabile l’assistenza sanitaria dei malati sopraccitati, attraverso
l’ascolto efficace e il consiglio individuale.
La parte “individuale” di questa unità riguarda il counselling (pre e post-test) e quindi aiuta a promuovere la realizzazione dei test
di depistaggio volontario (VTC). Tale servizio
riguarda, inoltre, anche l’accompagnamento
psichico sociale delle PVVIH e contribuisce a
prevenire le infezioni opportunistiche dalle
PVVIH.
La parte “comunitaria” invece ha per scopo l’informazione e la sensibilizzazione delle
popolazioni al problema dell’infezione da HIV.
La fase-prova di questo programma è stata effettuata il 7 gennaio 2005.
Una seduta d’informazione e di sensibilizzazione si è svolta nella sala di accoglienza
dei malati e familiari dell’Ospedale. In questa
seduta si è trattato l’argomento “modalità di
trasmissione dell’infezione HIV”.
I partecipanti hanno lavorato sul seguente
questionario:
VALUTAZIONE
DELLA FORMAZIONE
COMUNITARIA SULLE MODALITÀ DI
TRASMISSIONE E I MEZZI DI PREVENZIONE
DELL’INFEZIONE
HIV.
1. Conoscete tutto quello che è stato dibattuto a proposito delle modalità di trasmissione dell’infezione da HIV?
89
PADRE RAOUL AYIOU; DOTT. AMEN SINTONDJI
2. Trovate interessante quanto è stato detto
a proposito della prevenzione dell’infezione HIV?
3. Come trovate questa seduta di sensibilizzazione?
- Inutile?
- Poco pertinente?
- Pertinente?
- Molto pertinente?
4. Questo
tipo di sensibilizzazione migliora
realmente le vostre modalità di prevenzione dall’infezione HIV?
- Sì
- No
5. Volete
che tali sensibilizzazioni si ripetano?
- Sì
- No
- Se sì, dove?………………………………,
I risultati di questa indagine hanno rilevato
che:
- Il 93% dei partecipanti conosce in modo incompleto o non conosce affatto le modalità
di trasmissione dell’infezione HIV.
- Il 69% dei partecipanti ha trovato molto pertinente la seduta e il 27% ha trovato la seduta pertinente.
- Il 100% (tutti) riconosce che la campagna di
sensibilizzazione li dispone meglio ad attuare misure preventive contro l’infezione da
HIV. Tutti hanno auspicato che tali sedute si
ripetano.
Oltre questa unità di formazione e di ascolto, abbiamo ottenuto anche un piccolo spazio
nel programma di Radio Immacolata Concezione - una radio cattolica - dove mandiamo
in onda trasmissioni di I.E.C (Informazione,
Educazione, Comunicazione) per sensibilizzare e raggiungere il maggior numero di persone. Inoltre, ricoveriamo e curiamo in Ospedale nel reparto di Medicina generale molte
persone che presentano affezioni di tipo opportunistico a seguito della loro sieropositività
o dell’AIDS ormai conclamato.
A proposito della cura con ARV, la politica
adoperata dallo Stato del Benin non permette
ancora alle strutture sanitarie private e confessionali di metterla in atto.
90
La gestione della cura con ARV pertanto, è
un impegno del ministero della Sanità Pubblica che ha creato dei centri dipartimentali (CIREC) a questo scopo.
I malati di AIDS che hanno raggiunto un livello di depressione immunitaria e necessitano pertanto di farmaci ARV, vengono dunque
indirizzati al CIREC incaricato alla distribuzione gratuita di questi medicinali. Abbiamo comunque una piccola speranza di poter fare
beneficiare i nostri malati di questa cura perché disponiamo del minimo necessario. Infine, all’ultima supervisione, il ministero della
Sanità ci ha proposto di associare il nostro
Ospedale ai CIREC.
Per quanto riguarda la prevenzione della
trasmissione Madre-Figlio dell’HIV (PTMF),
l’Ospedale ha le competenze necessarie ma
non dispone di un reparto di maternità, conditio sine qua non per applicare concretamente il
protocollo relativo a questa prevenzione. Per
questa ragione, nella nostra struttura non possiamo occuparci di tale tipo di prevenzione.
In generale, come religiosi camilliani, ci
facciamo carico personalmente e con sollecitudine dei nostri fratelli e sorelle portatori di
HIV/AIDS e ci preoccupiamo maggiormente
di rendere sempre più efficace la cura globale dei nostri malati.
L’HIV/AIDS all’ospedale “La Croix” di Zinvié
Statistiche sul numero di malati di Aids degenti presso l’Ospedale “La Croix”
La statistica non tiene conto dei sieropositivi che sono stati individuati in occasione di donazione del sangue. I dati riportati riguardano soltato i casi ospedalizzati.
Il forte calo nel 2004 si deve all’apertura del Centro di Triterapia a Cotonou.
Zinvié. Ospedale “La Croix”
91
Il Centro di accoglienza “Notre Dame de Fatima”
Ougadougou (Burkina Faso)
Stai soffrendo? C’è un posto per te
Fr. Vincenzo Luise, Camilliano
PRESENTAZIONE
Il Centro d’accoglienza “Notre Dame de
Fatima”, ubicato in un’area non lottizzata della periferia ovest di Ouagadougou, Settore
30, è una struttura creata e gestita dai religiosi camilliani.
Da aprile 2001, con il sostegno dei Camilliani della Provincia Romana e dei benefattori occasionali, ci prendiamo cura dei portatori
di HIV e dei malati di AIDS.
Vorremmo ringraziare in particolare le organizzazioni “Chrétiens pour le Sahel” e “Terre d’amitié” che ci hanno aiutato con l’invio
d’utilissimi farmaci e di materiale sanitario.
L’organizzazione “Chrétiens pour le Sahel” ha
anche finanziato la costruzione di un secondo
corpo del fabbricato. Esso, infatti, dalla fine di
giugno 2003 ci ha permesso di accogliere 64
malati, invece dei precedenti 32.
Nell’accogliere i malati non si fa distinzione di razza né di fede. Basta una sola condizione: la sofferenza.
Il Centro dispone in tutto di 64 letti e comprende diversi corpi di fabbricati:
– uno per i magazzini, sala termica, lavanderia;
– uno per la cucina, sala TV, soggiorno ed
ergoterapia;
– uno per le cure e la sorveglianza;
– quattro per l’ospedalizzazione, ognuno dei
quali ha 4 stanze a 4 letti, con servizi per
ogni camera.
Un corpo del fabbricato è l’alloggio per gli
accompagnatori perché, in Africa, nessun
malato va da solo all’ospedale. Questo corpo
comprende: 3 docce, 3 WC, 3 lavandini per il
bucato e una cucina.
92
I malati usufruiscono di 3 pasti giornalieri
al Centro. Le cure sono gratuite perché i malati che si rivolgono al Centro in generale sono molto poveri.
Accanto al Centro, c’è un C.S.P.S. per i
malati del quartiere e della città. Esso è servito da un religioso camilliano infermiere e da
quattro aiuto-infermieri.
Il personale del Centro è costituito da 3 infermieri professionali, religiosi camilliani, 1
aiuto fisioterapista, 4 aiuto-infermieri, 2 portantine, 2 cuoche, 1 custode notturno, 1 incaricato della lavanderia, 1 giardiniere e un medico che viene 3 volte la settimana ed ogniqualvolta la sua presenza sia necessaria.
Tutto il personale, tranne gli infermieri, è
burkinabé e salariato.
Per la provvista dell’acqua abbiamo un
pozzo che ne fornisce di buona qualità. Nel
pozzo c’è una pompa ad immersione elettrica
che spinge l’acqua verso un serbatoio.
OBIETTIVI
Il profilo del malato di AIDS è molto particolare: spesso il suo stato fisico e psicologico è disastroso. Le scarse risorse finanziarie ostacolano l’accesso alla cura della malattia. Gli mancano i legami familiari, le speranze e la voglia di vivere. Le medicine non
hanno nessun effetto se il malato è scoraggiato e non si unisce a noi nella lotta contro
il male.
Ci sforziamo per far sì che i malati stessi
partecipino al processo di guarigione.
La prima tappa è di fare in maniera che il
malato abbia fiducia in sé, facendogli vedere
che noi crediamo nella sua vita, che c’interessiamo specialmente a lui/lei, così com’è, con
le sue ferite e problemi d’ogni tipo, e che dedichiamo tempo a lui come lo faremmo per un
Il Centro di accoglienza “Notre Dame de Fatima”
te per la ripresa del malato. A tal effetto,
noi abbiamo contrattato un aiuto-fisioterapista per alleviare il dolore e rieducare al
movimento;
– l’accompagnamento spirituale è fatto dal
religioso fratello e dai sacerdoti presenti
nel Centro. Anche i religiosi camilliani della comunità del Seminario maggiore ogni
settimana vengono a visitare i malati del
Centro, pregando per loro e con loro quando essi lo desiderano;
– infine, prima d’andar via, il malato riceve
informazione sufficiente affinché possa
gestirsi bene. Gli consegniamo i medicinali necessari per continuare la cura e
l’invitiamo a venire da noi se qualcosa
non va bene.
amico, un fratello. Ogni malato ha un nome,
non è un numero né un caso clinico.
Siamo convinti dell’importanza di dedicare
un momento d’ogni giornata all’ascolto,
consapevoli che tutte le persone sofferenti
hanno bisogno di parlare. Vogliamo accogliere e rispettare la parola ed il silenzio d’ognuno, perché essi sono sempre rivelatori di
qualcosa del soggetto che c’è davanti a noi,
senza necessità di usare le parole.
Il risultato terapeutico dipende in gran misura dalla qualità dell’accoglienza e dal rapporto tra chi cura e chi è curato.
La seconda tappa è di prendere di mira alcuni aspetti che hanno bisogno di una particolare attenzione:
– la re-idratazione e la lotta contro la diarrea,
per evitare che i malati restino prostrati nel
loro letto. Questo si fa mediante la somministrazione per via orale di sali per la reidratazione. Ogni malato è stimolato a bere almeno 2 o 3 litri di liquidi al giorno.
Quando la disidratazione è molto imponente si usa la via endovenosa;
– la ripresa e lo stimolo all’alimentazione. Le
candidosi oro-faringee si trattano con l’ingestione di 30 gocce, 2 volte il giorno, di
violetto di genziana e per le diarree ribelli
noi proponiamo l’acqua di riso. Dopo 2 o 3
giorni, il malato si sente meglio e comincia
ad alimentarsi secondo il suo gusto, prendendo un nuovo piacere per la vita;
– i dolori d’ogni tipo che assillano il malato
costituiscono un elemento molto importan-
Si dedica particolare attenzione agli accompagnatori, fornendo loro un’adeguata informazione affinché possano prevenire il male e curare i loro malati quando torneranno a
vivere tra loro.
STATISTICHE (2002-2005)
Il Centro d’Accoglienza “Notre Dame de Fatima”, nel Distretto 30 della città di Ouagadougou, è una struttura creata e gestita dai religiosi camilliani e funziona dall’aprile del 2001. Attualmente ha 64 posti letto per accogliere e curare i malati di AIDS in fase terminale.
La presente relazione statistica analizza i
primi anni d’attività del Centro.
I nuovi malati accolti al Centro sono 418:
214 donne (il 51,2% del totale) e 204 uomini
(il 48,8%).
Dei 418 malati passati nel Centro, una
buona percentuale è passata attraverso ripetuti ricoveri, ogniqualvolta ulteriori cure e assistenza medica erano necessarie.
Alcuni di loro hanno avuto quattro o cinque ricoveri nel nostro Centro. Osservando il
numero dei decessi registrati all’inizio dell’attività del Centro, si desume che il ricovero
avveniva spesso nella fase terminale della
malattia, quando in pratica non c’era niente
da fare.
Successivamente, abbiamo potuto osservare un aumento sia nella durata dell’ospedalizzazione sia nel numero delle frequenze per
ogni malato; si nota un calo nei decessi avvenuti nel Centro. Questa osservazione ci porta
93
FR. VINCENZO LUISE
ad ipotizzare – poiché il servizio del Centro
d’accoglienza “Notre Dame de Fatima” è diventato noto e, nello stesso tempo, si è allargata l’attenzione al malato di AIDS come persona da curare ed accompagnare e da non
lasciare a se stessa – che chi beneficia del
servizio d’accoglienza non è più il malato gra-
ve o all’ultimo stadio del male, ma in una fase
meno avanzata della malattia. Sono, quindi,
malati che con appropriate cure, controlli e
una buona alimentazione, possono sperare
ancora di vivere per un certo tempo.
La seguente Tabella illustra la distribuzione dei decessi.
Anno
Numero
malati
AIDS
accolti
Numero
uomini
AIDS
Numero
donne
AIDS
Numero
bambini
AIDS
2001
191
94
97
00
2002
232
109
122
01
103
17
2003
276
97
179
00
108
00
2004
326
145
173
08
131
150
Maggio 2005
141
49
81
11
58
49
1.166
494
652
20
462
287
TOTALE
94
Numero
malati
deceduti
62
Numero
malati
sotto ARV
00
Il Centro di accoglienza “Notre Dame de Fatima”
MARIA, L’AIDS
E I SUOI GENITORI
Veramente non avevo voglia di far sapere
agli altri le gioie, direi la grazia, che Gesù e la
Vergine Maria, la Mamma Celeste, mi donano
ogni istante della mia povera vita. Tutto è grazia di Dio e per la Sua gloria!
Dietro insistenza, e nella speranza faccia
del bene a qualcuno, ecco alcune esperienze
che ho avuto nell’assistere questi nostri Signori e Padroni: i malati, particolarmente
quelli sofferenti di AIDS! Il Centro d’Acco-
glienza Nostra Signora di Fatima è un miracolo voluto dalla nostra cara Mamma Celeste.
Esso, infatti, è cresciuto e si è ingrandito con
le offerte dei poveri perché Gesù è il Dio dei
bisognosi e il mondo si salverà attraverso la
sofferenza e la generosità dei poveri. Il povero salverà il ricco!
Ecco, dunque, qualche notizia breve della
mia esperienza nel servizio dato con amore,
come diceva San Camillo, verso un ammalato. Certamente, non baratterei un minuto della vita con tanti anni se trascorsi senza la carità verso i malati.
Nel mio lavoro, sono seguito da un gruppo abbastanza numeroso di giovani burkinabé: gli angeli della carità. Sono loro che mi
aiutano nel servire i lebbrosi, le vecchiette e
i sofferenti di AIDS e altri malati, nei vari centri e a domicilio. Questi ragazzi fanno anche
da segugi, vale a dire, mi segnalano i malati
abbandonati o in difficoltà in famiglia... Insieme andiamo a donare la carità di Cristo a
questi poveretti.
Un giorno una ragazza mi segnalò che, in
un quartiere alla periferia della parrocchia
San Camillo, viveva una donna abbandonata,
forse malata di AIDS. Andammo e trovammo
una giovane donna, direi una ragazza, che
sembrava più anziana per la magrezza del
corpo e dal volto sfigurato dal male. Era
sdraiata per terra, su un pezzo di stoffa. Ci avvicinammo e io le parlai. Lei mi rispose come
se già mi conoscesse. Le diedi un po’ di soldi
e ad un tratto vidi avvicinarsi una ragazzina,
la sua sorellina. Erano sole, dei genitori neanche l’ombra. Le dissi allora di prepararsi perché l’indomani sarei venuto a prenderla per
portarla al nostro Centro. Lei accettò e noi andammo via. La ragazza che mi accompagnava mi disse: “Fratel Vincenzo, non la riconosce?... Risposi: “No” e lei aggiunse: “È Maria,
che anni fa veniva con noi a curare i lebbrosi
ed a visitare i malati”. Mi ricordai com’era, del
suo volto. Povera Maria, com’è ridotta.
Il giorno dopo andammo a prenderla e la
portammo al Centro. Il suo volto era tirato,
senza un sorriso e sempre silenziosa: la sofferenza era evidente. Pian piano, dopo diverse visite e resasi conto che rispettavamo il
suo dolore, Maria iniziò a parlare, recitammo
le preghiere insieme. Lei iniziò a sentire tanto
affetto e rispetto attorno a sé e questo le fu di
gran conforto, così come le nostre preghiere
a Gesù e alla Mamma Celeste. Questo contribuì ad un miglioramento spirituale in Maria.
Un giorno, Maria mi chiamò e disse: “Papà, prima odiavo tutti, anche i miei genitori.
Vedi, non vengono mai a farmi visita. È colpa
loro se sono malata, perché mi hanno abbandonato a me stessa e sono caduta molto ma
molto in basso. Prima li odiavo... ora non più!
Odiavo tutti, soprattutto quelli che stavano in
buona salute, ne ho contagiato tanti con la
mia malattia. Me ne pento. Voglio scrivere a
tutti quei poveretti a cui ho fatto del male, un
male mortale, chiedendo loro che mi perdonino, ed io perdono mio padre e mia madre. Vedi, papà, Gesù è stato messo ed è in croce
per espiare i nostri peccati, è sacrificio d’espiazione, è Lui l’Offerta purissima di ringraziamento, perciò è l’olocausto che si offre al
Padre al nostro posto. Io sto in croce con Lui,
per purificarmi e per offrirmi a Dio come
espiazione dei peccati miei e di tutti gli esseri
umani. Per questo sono in croce con Gesù,
sulla stessa croce...”.
Le risposi che era vero quel che diceva,
ma di non scrivere nessuna lettera e di lasciar
95
FR. VINCENZO LUISE
tutto nel cuore d’amore di Gesù, all’amore di
Gesù. Dio, infatti, è misericordioso ed è più
madre che padre, ci avrebbe pensato Lui a
far comprendere a tutti quale era la vera vita.
Lei insistette, volle scrivere, poiché era
studentessa, una lettera d’addio al cappellano degli studenti, e me la diede. La portai e la
lessi durante la Messa della domenica a tutti
gli studenti: era una lettera d’addio e allo stesso tempo di speranza in un domani migliore
nel paradiso di Dio!
Fin quando Maria ha avuto le forze sufficienti, è venuta tutte le mattine alla Messa
della comunità, si è confessata più volte. Un
giorno, i suoi genitori sono venuti al Centro e
sono rimasti a lungo con la figliola, con grandi dimostrazioni d’affetto.
Arrivò, però, il tempo della partenza verso
la Casa del Padre e della Mamma Celeste.
Maria lasciò questo mondo chiedendo perdono ai suoi genitori e, a loro volta, i genitori
chiesero perdono alla propria figlia... Maria è
morta abbracciata dal papà e dalla mamma.
Credo che al Centro Nostra Signora di Fatima sia stata un’anticipazione del paradiso.
Nel nostro Centro sono accaduti altri avvenimenti evangelici. Uno, per esempio, è il caso
di una giovane moglie che voleva strozzare il
marito, molto più anziano di lei, che l’aveva
ingannata, trasmettendole l’AIDS. Il marito
era a letto, sotto trasfusione di sangue, e la
donna, lì accanto, mi diceva: “Vedi, papà, mi
ha ingannata, era ammalato e mi ha sposato
sapendo quello che aveva. Lui ora è lì e domani io sarò al suo posto. I miei figli, che faranno? Io l’odio, ora l’ammazzo, tanto in ogni
caso deve morire...”.
Il marito ascoltava... Sono trascorse diverse ore, lui era sempre sul suo letto e noi seduti sul letto accanto. Questa povera donna,
abbandonando i suoi sentimenti di rabbia, ha
perdonato il marito. Lui è morto qualche giorno dopo, abbracciato dalla moglie mentre reciprocamente si chiedevano perdono...
Adesso lei è in cura e prende i farmaci antiretrovirali e reagisce bene, sta bene. I bambini sono stati adottati da amici italiani e frequentano diligentemente la scuola.
Tutto ciò grazie a Dio.
Centro di ricerca CERBA
96
Hogar San Camilo - Lima (Perú)
P. Zeffirino Montin, Camilliano
INTRODUZIONE
Il Centro è stato inaugurato il 30 settembre
del 1995 dal P. Generale P. Angelo Brusco. E
stato voluto dalla comunità camilliana dopo
che nel 1993 riuscì a recuperare il chiostro
nord dell’antico convento di Lima. La comunità del convento ha proposto a tutta la delegazione l’idea di una casa famiglia per malati di
AIDS, accettata da tutti. Nei primi mesi del ‘94
si realizzò il progetto, approvato dalla Provincia e a fine novembre dello stesso anno iniziarono i lavori di ricostruzione che in 9 mesi
hanno ridato vita al patio riportandolo al suo
antico splendore.
Camminando si fa strada...
Come in molte opere nostre, il desiderio di
avere un luogo dove sia visibile il carisma camilliano e diventi “palestra di carità” per le vocazioni ci ha portato a disegnare la nuova
opera come “hogar” (casa famiglia, focolare
domestico). 15 letti ci sembravano pochi, anche perché nel Perú non esisteva nessuna
casa per accogliere le persone sieropositive o
in stato di AIDS e la malattia si stava estendendo rapidamente, ma volevamo mantenere
lo standard consigliato per una casa famiglia,
senza superare la capienza di 18 persone. Si
è formato un primo gruppo di esperti, si è disegnato il piano operativo dell’Hogar, il regolamento, i documenti necessari per l’ingresso
e le informazioni per l’accompagnamento.
L’entusiasmo e le necessità ci hanno fatto superare le difficoltà iniziali, impedendoci di desistere. Superate queste difficoltà iniziali, al
principio di marzo del 1996 entrò il primo malato nella sua nuova casa. Per l’occasione,
tutti erano presenti come se dovesse venire il
presidente del Perù.
Poi venne una seconda persona, cacciato
di casa dalla moglie, con una ferita sulla fronte, frutto di una bastonata. Incominciammo a
capire che il rifiuto della gente o la paura del
contagio non erano gli unici ingredienti che
colpivano una persona sieropositiva, ma vi
erano storie di violenze, di infedeltà, di bugie.
Incominciavamo il nostro cammino alla scuola di vita di questa gente, e questa è stata la
nostra università. Non ci è stato difficile imparare tutto quello che si sapeva sulla malattia,
aiutati anche dallo spirito dei pionieri che
sempre attrae le persone a voler sapere di
più. Complicato è stato dare un volto umano
a queste storie e, se si desiderava aiutarli veramente, togliere lo stigma della discriminazione legato alla infezione.
Nei primi anni, venuti a conoscenza del risultato del test Elisa, un gran numero di persone si toglieva la vita. La discriminazione e
l’emarginazione della gente, il vedersi condannati a vivere soli, spesso senza appropriata cura medica, la mancanza di medicine
ed esami hanno portato molti a prendere la
decisione del suicidio.
Perciò, quando ai primi di giugno arrivò Alfredo dicendomi che il medico gli aveva pronosticato un mese di vita e che voleva morire
in pace, si radicò ancora di più in me la convinzione della necessità dell’Hogar dove, chi
ne avesse bisogno, poteva morire in pace,
cioè “bene”. Ed Alfredo non solo imparò a morire bene, ma anche a vivere bene ed a lungo. Ci ha lasciati nel maggio del 2002 ed è
bene che mi soffermi un po’ su di lui.
Era solito dire: “Dite a tutti che anche noi
siamo esseri umani, con un cuore ed una
mente, anche noi amiamo, pensiamo, camminiamo, come fanno tutti gli altri”.
Quante volte ho ascoltato da Alfredo questa frase, come un disco che girava continuamente nella sua mente. Quello che sorprendeva era che non ti stancavi di ascoltare questa frase perché ogni volta saliva dal suo cuore con diverse tonalità, era come se non l’a97
P. ZEFFIRINO MONTIN
vessi mai ascoltata. Era venuto per vivere l’ultimo mese della sua vita ed è vissuto 6 anni.
Sempre mi chiedevo: “Qual è il punto centrale, il motore che può far vivere una persona?”.
Da bambino ha sperimentato solo sofferenza
e violenza, non ha conosciuto il papà e la
mamma era un po’ fredda con i figli; tutto
quello che ha imparato per la vita lo ha appreso fuori casa. La strada, la lotta per sopravvivere gli ha insegnato piccoli espedienti
che lo hanno portato per alcuni anni in carcere. Lì ha contratto il virus HIV. Non lo spaventava tanto il pensiero della sofferenza, ma
della morte. Paure, timori, ma anche, come lui
ripeteva: “Ho vissuto un momento importante
nel carcere mentre a letto ardevo per la febbre. Una volontaria si è avvicinata e con un
panno umido e fresco mi ha tolto il sudore
dalla fronte, ho provato una sensazione di
sollievo così grande che ho detto: ‘Grazie!’.
Una parola che da anni era sparita dal mio
vocabolario e per di più difficile da dire e da
ascoltare in un centro penitenziario. Era la prima volta che sentivo di essere amato e rispettato. Ringrazio quel gesto, così semplice,
ma nello stesso tempo così importante che mi
ha fatto risorgere e fare qualcosa di meglio
nella vita”.
Credo che così fossero i miracoli di Gesù.
Partivano sempre da gesti semplici e carichi
di bontà, fonte da cui Gesù ci invita ad attingere nella parabola del Buon Samaritano:
“Vai e fai anche tu lo stesso”. Alfredo ha insegnato molto a tutti; ha ricevuto un gesto di
amore che gli ha cambiato la vita e lui lo ha
moltiplicato centinaia e centinaia di volte per
gli altri. Quando è arrivato al Hogar non pesava più di 38 kg, un ascesso inguinale ed
uno allo sterno, che suppuravano e bisognava pulirli tutti i giorni, erano la sua preoccu-
Lima. Hogar S. Camilo
98
Hogar San Camilo - Lima (Perú)
pazione maggiore. Nell’Hogar ha vissuto per
6 anni; è stato l’ambasciatore più trasparente
di come lottare per la vita, di come amarla
per vivere di più anche in mancanza di medicine; è stato il maestro paziente e generoso,
anche se a volte per scaricare l’impazienza
se la prendeva con se stesso borbottando alcune parole. A tutti diceva: “Devi mangiare,
lavarti bene tutti i giorni specialmente le mani, non devi stare in ozio o a letto, cerca di
perdonarti ed accettarti, perdonare ai tuoi cari e chiedere perdono a Dio”. Era quello che
aveva imparato entrando all’Hogar. Per lui
era legge, legge da osservare perché era la
legge del gruppo.
Alfredo ha fatto capire l’importanza dell’Hogar dei Camilliani. Non tanto la casa in sé,
quanto i gesti di amore, realizzati ogni giorno
per queste persone. Questi gesti e questo
amore erano il centro della vita che ha permesso ad Alfredo di vivere 6 anni in più del
mese pronosticato dal medico. È stato un ambasciatore anche per la durata della vita; infatti, mentre la maggior parte morivano entro
un anno o un anno e mezzo, la sua sopravvivenza ha fatto spargere la voce che nell’Hogar San Camilo si era trovato il sistema
per vivere più a lungo. L’ingrediente di tale sopravvivenza non era altro che l’amore. Come
Camilliani non stavamo scoprendo niente di
nuovo, ma semplicemente vivendo il nostro
carisma. Varie persone sono venute per imparare come prendersi cura dei malati di
AIDS e, non ultimo, lo stesso Ministro della
sanità ha inviato quattro professionisti nel
campo della salute per imparare come fare la
visita domiciliare.
DICEMBRE 1996 - GENNAIO 1997:
NASCE E SI REALIZZA UN SOGNO
Eravamo in piena estate. L’occasione si
presentò visitando una ONG. Avevo letto che
i figli di madri sieropositive non potevano
prendere il latte della mamma perché con la
vita avrebbero ricevuto anche la morte. La
disposizione dei medici era assoluta e senza
vie di scampo: “Non possono prendere il latte
della mamma”. Immediatamente dissi alla signora Betty, la direttrice della ONG: “Quel latte è assolutamente necessario ad un gruppo
di bambini per poter vivere, nessuno li sta aiutando e muoiono nel primo o secondo anno di
vita”. Il suo viso, che al principio manifestava
angustia e preoccupazione, improvvisamente
si illuminò con un sorriso e dalle sue labbra
uscirono queste parole: “Quando incominciamo?”. “Subito!”, risposi. Ero così felice che mi
dimenticai di andare a parlare ad un gruppo di
giovani. Involontariamente, ma grazie a questa necessità così urgente, l’Hogar San Camilo incominciava un’altra sfida: dar vita ai
bambini nati da madri sieropositive. Fummo i
primi in tutto il Perù, ma sapevamo solo che
non si doveva dare il latte ai bambini; iniziammo perciò ad informarci. In poco tempo, raccolta la necessaria documentazione, sapevamo cosa fare e gli ospedali incominciarono ad
inviarci i bambini. I primi tempi ci sedevamo
con le mamme in un angolo del giardino e, tra
una raccomandazione e la condivisione di
una esperienza personale, si incominciò a
mettere assieme un programma nato e voluto
dallo stesso gruppo. Si creò uno spazio per le
esperienze personali, uno per informarsi sulla
malattia e sui suoi problemi. L’idea di lasciare
un ricordo ai bambini suggerì di fare un album: “I miei primi passi”. All’inizio non è stato
molto facile: da poco le mamme sapevano
della loro sieropositività e si sentivano di aver
dato vita e morte allo stesso tempo ai loro
bambini. La familiarità e l’amicizia che si respirava nell’Hogar si rivelarono un appoggio
importante per superare questo dolore, ricreando la speranza e la voglia di vivere. Si
incominciarono i progetti, come se tutto dovesse iniziare di nuovo: mangiare, bere acqua, dormire, camminare, tenersi in movimento, sognare erano tutte cose nuove che le
mamme stavano scoprendo, come se stessero anch’esse muovendo i loro primi passi nella vita. Tutti i mercoledì pomeriggio, a partire
dal gennaio del 1997, sono stati dedicati alle
mamme ed ai loro bambini.
Dai vari centri materno-infantili incominciarono ad inviarci i bambini. All’inizio erano
solo 5, poi 10, 20... In maggio erano 35, in luglio 45 ed a fine anno 67. Se da una parte
eravamo contenti di poter aiutare questi bambini, dall’altra ci dava molta tristezza questo
aumento così rapido; ma erano le previsioni
del ministero che più ci preoccupavano, prima di tutto perché si parlava di alcune centinaia di mamme sieropositive e secondo perché sapevamo che quelle che venivano da
noi erano solo una piccola parte. Dal 1997 al
99
P. ZEFFIRINO MONTIN
2005 sono passati più di 1.400 bambini e sono certo che più di 450 stanno giocando tranquillamente, sorridendo alla vita come tutti gli
altri. Attualmente stiamo sviluppando moltissimo la relazione madre-bambino perché l’amore mutuo sia la forza della vita per ambedue; e non solo il mercoledì, ma anche il martedì è il giorno dedicato a loro per poter aiutare tutti i 150 bambini. Sono tre turni: martedì pomeriggio i più grandi (da un anno e mezzo a due e mezzo); mercoledì mattina i più
piccoli (neonati fino ai 7 mesi); mercoledì pomeriggio quelli tra i 7 mesi fino all’anno e
mezzo. Quando vengono le mamme diamo
loro colazione o pranzo, un’ora di attività terapeutica condotta da due psicologhe, un’ora
di condivisione di esperienze. Contemporaneamente sono disponibili un medico, l’infermiera, lo psicologo, l’assistente sociale, un
avvocato ed alcuni volontari, sieropositivi e
non. Non manca l’appoggio spirituale del sacerdote, sia con il dialogo personale che con
la celebrazione della Messa.
Se la prima fonte di trasmissione del virus
è per via sessuale (96%), non dobbiamo togliere importanza alla trasmissione verticale
che occupa il secondo posto con il 3%. Quello che preoccupa di più è che la maggior parte delle donne infettate sono adolescenti o
giovanissime, perciò in età fertile: tutto ci indica che questo tasso aumenterà e porterà
molte altre conseguenze come l’aumento di
orfani, di famiglie distrutte ed incapaci di essere luoghi di educazione, di sviluppo e di
crescita per il bambino.
È questo il motto che abbiamo coniato per
una campagna affinché il bambino nasca sano.
In tutte le riunioni, nelle scuole, in gruppi
parrocchiali e giovanili invitiamo tutte le donne
che aspettano un bambino a farsi gli esami del
sangue, includendo il test Elisa e l’ecografia.
Se l’esame è positivo le invitiamo a mettere in
pratica tutte quelle raccomandazioni necessarie per evitare la trasmissione dell’infezione
del virus HIV al bambino. Siamo certi che con
questa campagna possiamo fare abbassare
l’indice attuale del 25% al 6 o 7 %.
gruppo di bambini sieropositivi per alcune settimane. Ha sempre dato buoni risultati, iniettando nuove energie, salute, allegria e tanta
voglia di vivere e vivere felici.
Quest’anno il giovedì santo, oltre ad essere il giorno del ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia, per 30 bambini sieropositivi ha rappresentato anche l’inizio di un nuovo aiuto:
disporre di una migliore alimentazione. Attualmente solo 33 bambini in tutto il Perù ricevono gli antiretrovirali, la maggior parte perciò
non solo non ha a disposizione il cocktail, ma
non ha neppure da mangiare due o tre giorni
la settimana.
Non posso dimenticare la visita fatta con la
dott.ssa Alessandra Viganò, dell’ospedale
Sacco di Milano, all’ospedale del Niño di Lima
nel marzo 2002. Visitando i bambini sieropositivi abbiamo conosciuto Juan, bambino di 8
anni che pesava non più di 13 kg e con le
braccia e le gambe non più grosse del mio pollice. La dottoressa, mettendosi le mani nei capelli, esclamò: “Sono anni che non vedo una
scena del genere. In Italia è dal ‘96 che non mi
muore un bambino. Nascere e vivere in un
paese povero... questa è la differenza. Se
aveste le medicine la cosa sarebbe differente”. Quello che più dava tristezza era lo sguardo di Juan: un mese e mezzo prima era l’allegria di tutto il padiglione, faceva giocare tutti gli
altri bambini, saltava e cantava. Improvvisamente non si era più mosso dal proprio letto,
ed era, come spiegava la dottoressa Lemka,
un mese che non sorrideva più e 20 giorni che
non parlava più con nessuno. Quanti pensieri
in quel momento passarono per la mia mente.
Una volta ancora si stava confermando che
“nascere e vivere in un paese povero è tutt’altra cosa che nascere e vivere in un paese ricco”. Per mancanza di medicine, che dal ‘96
non fanno più morire bambini in Italia e che
permettono loro una vita normale fino all’ultimo momento, in Perù un bambino da un mese non sorride più e da 20 giorni non parla più.
Con questo nuovo progetto vogliamo aiutare i bambini sieropositivi a poter vivere una
vita migliore incominciando dal cibo e, perché
no?, assicurando un giorno anche il famoso
cocktail.
“Vita felice”
Una parola sulla “donna, e mamma”
È il programma che da alcuni anni realizziamo durante l’estate portando al mare un
In Perù sono in aumento le donne che si
infettano con il virus HIV. Nel 1990 il rapporto
“Che nasca un bambino sano”.
100
Hogar San Camilo - Lima (Perú)
era di una donna ogni 14 uomini: attualmente
il rapporto è di uno a due.
I dati sono chiari e ci dicono che la maggior parte delle persone che si infettano sono
donne giovani, spesso adolescenti, all’inizio
di una vita che tanto hanno sognato da bambine: essere un giorno mamme. Nei barrios
della periferia di Lima, città di 8 milioni di abitanti, vive la maggior parte delle persone infettate. Anche la nostra città non sfugge al denominatore comune mondiale che la povertà
Nella ricerca dell’identità, vivendo sentimenti prima sconosciuti, molte ragazze incontrano l’infezione del virus HIV che le porta nel mondo delle persone isolate e rigettate dalla società. Molte mamme che vengono
per il latte sono giovanissime e alla loro prima maternità, ormai prive della gioia di essere mamma e di darsi completamente alla
crescita del loro bambino. Sono loro le maestre migliori per i loro figli: insegnano loro a
lavarsi, a mangiare, a camminare, a vestirsi,
Staff dell’Hogar S. Camilo
è una delle cause principali della diffusione
dell’AIDS. La mancanza di lavoro, di cibo, di
servizi, di acqua, luce e fognature, la mancanza di aule scolastiche attrezzate e confortevoli, la presenza di una famiglia disunita ed
una politica incapace di risolvere i grandi problemi sociali, fanno sì che i giovani si sentano
insoddisfatti e lasciati soli, specialmente nel
dare risposte ai valori fondamentali come il
senso della vita e la sessualità. Entrano nell’adolescenza, dopo una infanzia piena di carenze, pensando di incontrare la libertà, ma si
incontrano con uno dei grandi problemi della
vita: la propria sessualità.
a dormire, parlare, pregare... È per questo
che nell’Hogar il programma Camilos Vida
cerca di aiutare molto la mamma perché
possa vivere di più e bene per poter insegnare ed accompagnare a lungo il proprio figlio. Speriamo che presto possano arrivare
anche per tutte queste mamme gli anti retrovirali che garantirebbero una vita più lunga e migliore.
Al Ministro della sanità abbiamo chiesto, a
nome di tutte queste mamme, che possano
accedere al mondo dell’educazione e della
salute con migliori condizioni per poter insegnare meglio ai loro figli le basi della vita.
101
P. ZEFFIRINO MONTIN
VISITA DOMICILIARE
Da quattro anni funzionava l’Hogar e ogni
tanto ci chiedevano di visitare qualche malato a domicilio. Questo ci ha permesso di valutare meglio tutto quello che si diceva dei
malati: “Molti non escono di casa per paura di
essere segnalati a dito, molti non vogliono
andare all’ospedale perché sono trattati male, dopo la diagnosi scompaiono per un periodo e varie famiglie ci chiamavano perché
non sapevano cosa fare quando si chiudevano nella stanza e non aprivano a nessuno”. I
primi tempi furono molto difficili specialmente
per le famiglie, perché diversi si suicidavano
o si chiudevano nella loro stanza e non aprivano a nessuno, mettendo in difficoltà i familiari che non capivano il motivo di questo
comportamento. Queste necessità ed altre
ancora hanno fatto crescere il desiderio di
dare inizio al programma della visita domiciliare. L’impulso maggiore è venuto dall’Anno
Santo. Era un segno tangibile perché anche i
malati di AIDS potessero profittare di questo
dono del Signore. Mi sembrò che la forma
migliore per celebrarlo fosse di visitarli, toglierli dall’isolamento, infondere in loro speranza e, come san Camillo, dare quelle cure
di cui avevano bisogno. Nel ‘99 iniziarono le
visite domiciliari con maggior frequenza e
questo ha permesso di presentare il progetto
alla ONG spagnola Anesvad, che immediatamente ha dato il suo consenso.
Un vecchio pulmino, regalato dalla ex moglie del Presidente del Perù, ci ha permesso di
arrivare nei posti più impensati. Il rifiuto e l’isolamento che vivevano questi malati ci ha messi varie volte in difficoltà specialmente nei barrios (quartieri) poveri, dove non esiste il numero civico e, per di più, si doveva essere discreti per rispettare la privacy. Un medico, un’infermiera, un’assistente sociale ed uno psicologo
sono i componenti del gruppo che ogni giorno
parte dall’Hogar per visitare 8 o 10 malati. La
costanza di ciascuno e la voglia di fare le cose
bene ci hanno permesso di mettere le basi di
un protocollo, di redigere le cartelle necessarie
per la storia clinica, sociale, psicologica ed infermieristica. Le varie competenze avrebbero
dovuto assicurare l’attenzione globale ai diversi problemi dei malati incontrati.
Non avevamo niente da insegnare, anzi
tutto da imparare; e questo è quello che ci ha
102
permesso di crescere. Nel marzo del 2000 un
gruppo di italiani venne a visitare il Perù; tra
loro nacque l’idea di dotare l’Hogar di un’ambulanza, cosa che si concretizzò nel mese di
settembre. Questo ci ha permesso di aumentare il numero delle visite domiciliari. Dal settembre 2000 a maggio 2003 il programma
“Visita domiciliare” è stato sovvenzionato da
Anesvad. Nel febbraio 2002 inoltrai una richiesta di aiuto al Ministero della sanità chiedendo la loro collaborazione attraverso l’invio
di personale qualificato. Attualmente, la visita
domiciliare è portata avanti da due gruppi di
professionisti, il primo pagato da Anesvad ed
il secondo dal Ministero. Oltre ai due medici,
alle due infermiere, ai due psicologi, all’ostetrica ed all’assistente sociale, fanno parte del
gruppo anche una suora, cinque persone sieropositive e due autisti.
Nel Ministero si cominciò a parlare sempre
più del modello della visita domiciliare, ritenendola una buona soluzione ai problemi dei
sieropositivi. Fino al punto che il Ministro della sanità ha voluto firmare con noi una convenzione. Tale convenzione, firmata nel dicembre del 2002, faceva della “Visita domiciliare” uno dei modi per prendersi cura delle
persone sieropositive. Era un riconoscimento
importante, dopo tanti sforzi e difficoltà, che
annullava la fatica, le delusioni, le frustrazioni
che il lavoro a domicilio portava con sé. Questo importante risultato riconosceva che tutto
quello che avevamo fatto con semplicità e costanza, con amore e umanità, era una vera
forma di attenzione verso il malato.
Ci rendemmo conto che la “scuola della
carità” è molto più importante della tecnica e
che il nostro carisma camilliano ha molto da
dire nella nostra società. Il momento della firma della convenzione lo aspettavamo ansiosamente, in nome di tutti quei malati soli o abbandonati, senza fissa dimora, stesi su cartoni o vicino al pollaio, disidratati e senza cibo,
agonizzanti nella più penosa solitudine. La firma l’ho messa con tanta voglia e penso che
non ero io che firmavo, ma mille e mille mani
che avevano cercato un giorno una mano
amica che li potesse aiutare. Successivamente sono state fatte riunioni per definire come
lo Stato avrebbe potuto realizzare la visita domiciliare, e questo è un passo in avanti nella
realizzazione della convenzione.
Un “programmone”...
Hogar San Camilo - Lima (Perú)
Forse nei paesi dove si è abituati ad avere
il medico in casa, la visita domiciliare è considerata la cosa più normale della vita, ma nel
Perù, dove uno per essere curato deve necessariamente andare nel centro di salute o
all’ospedale, è un avvenimento importante.
Le uniche volte che si vede un ufficiale sanitario bussare alla porta di casa è solo per comunicare qualcosa di urgente. Perciò la scelta dell’Hogar di seguire i malati nella loro casa è stata una scelta importante. Essa non
mirava solo a stare vicino a persone che morivano in solitudine, ma dimostrava l’attenzione olistica verso il malato, tenendo in conto
tutte le sue esigenze. L’integralità dell’approccio si è potuta realizzare attraverso la capacità di ascolto del gruppo di visita domiciliare e
attraverso il recupero delle energie della persona e del gruppo familiare. Visitare uno nella sua casa è fargli capire che la sua salute
non dipende solo dalla terapia, ma dalle energie sananti che uno ha dentro di sé e dalla solidarietà di chi gli sta vicino. In poche parole
stiamo aiutando la persona ad essere soggetto attivo e centrale della propria salute.
Necessariamente, per fare una mappa del tipo dei nostri interventi, abbiamo suddiviso i
malati in tre gruppi:
– area critica, con interventi per i malati terminali;
– area della precarietà, con interventi a sostegno di situazioni invalidanti;
– area della potenzialità, con interventi per il
rilancio della persona.
La visita domiciliare permette di avviare un
insieme di attività che promuovono la persona, di migliorare la qualità di vita e di elaborare strategie per accettare il vissuto della sieropositività, promuovendo la solidarietà nella
famiglia.
Che lo Stato abbia voluto far proprio il modello assistenziale della visita domiciliare significa promuovere una collaborazione tra vari enti, integrare le responsabilità e le risorse
per migliorare l’efficacia degli interventi, garantendo una continuità terapeutica.
Veramente è un programmone! Non mancano difficoltà e problemi. Tre volte hanno tentato di assalirci, quattro volte hanno rubato i vetri del pulmino, due volte un faro ed altri pezzi.
Poi ci sono momenti imbarazzanti come quella
volta nella quale due dei nostri, avvicinandosi
ad una porta per iniziare una visita, sono stati
scambiati per ladri dalla gente del posto.
Tuttavia i casi umani di sofferenza che incontriamo ci permettono di passare sopra i
problemi e le difficoltà.
Maria la incontrammo in una casupola di
canne intrecciate, dopo aver lasciato le ultime
case del barrio e aver camminato per venti
minuti nella sabbia. La casa era insopportabilmente calda per il sole cocente e Maria stava seduta su una cassetta sgangherata con in
braccio un bambino di un mese. Accanto a lei,
l’altro figlio di sei anni. Entrando notammo il
suo imbarazzo per non poterci offrire una sedia e per non avere un bicchiere d’acqua da
offrire. Cosa poteva offrire se le uniche cose
che aveva erano una scodella, due piatti di alluminio mezzi accartocciati, due cucchiai di
plastica ed un biberon? Il marito di Maria, da
poco uscito dal carcere, aveva appena portato via l’unica coperta, piena di buchi, per venderla e potersi drogare. Tra le lacrime ci raccontò tutto questo e ci confidò che da due
giorni non mangiavano e non avevano nemmeno un centesimo per comperare neanche
una caramella. Con molto dolore il giorno prima aveva dovuto dare il proprio latte al bambino, pur consapevole della proibizione di farlo a causa del virus HIV. In quel momento,
mentre tutti ci sentivamo un po’ in colpa per
non essere andati prima, udimmo una voce
che ci ha lasciati senza parole e forse ci ha
fatto sentire maggiormente tutta la forza ed il
valore del messaggio. Carlitos, il figlio maggiore, con la semplicità ed il candore di un
bambino disse: “Mamma perché piangi! Non
vedi che ancora siamo vivi?”.
Giosuè, bambino sieropositivo di 11 anni,
due anni fa ha assistito la mamma nei suoi ultimi mesi di vita. Faceva tutto: ordinava la casa, lavava ed anche cucinava. Nelle ultime
settimane la mamma entrò in una grande depressione e non voleva mangiare; Giosuè, seduto accanto a lei sul letto, con il piatto ed il
cucchiaio in mano le diceva: “Mamma, ti ricordi che tre mesi fa quando ero all’ospedale tu
mi dicevi di mangiare perché tu eri mia mamma? Ebbene, adesso mangia perché io sono
tuo figlio”. La mamma è morta poco dopo e
Giosuè è uno dei mille e mille orfani dell’AIDS.
Lucho aveva già detto alla mamma di preparargli la cassa da morto e di comperare il
103
P. ZEFFIRINO MONTIN
loculo al cimitero, ma grazie a Dio non ne ha
ancora avuto bisogno. Quando l’infermiera lo
visitò a casa sua, trovò che aveva una piaga
fetida e molto estesa, dalle spalle fino ai polpacci. Senza questa visita Lucho forse sarebbe morto da anni. Ma la sua storia per me è
iniziata nel Natale del 2000 quando nell’Hogar, mentre sistemavo i microfoni che erano
serviti per celebrare il Natale per i bambini del
programma “Camilos Vida”, si avvicinò un
giovane che senza altre parole disse: “Grazie”. Pensavo che mi ringraziasse per la festa
e per i regali dati ai bambini; ma lui insistette:
“Grazie, Padre! Se non fosse stato per la visita domiciliare che state facendo forse sarei
già morto, ma da due giorni ho incominciato a
lavorare di nuovo come meccanico”. Era la
prima volta che mi sentivo ringraziare nell’Hogar da uno della visita domiciliare; generalmente succedeva nelle loro case. Grazie a
Lucho anche noi della visita domiciliare abbiamo ricevuto una iniezione di energia nuova, confermando quanto andavo ripetendo ai
collaboratori della visita domiciliare: “Dobbiamo imparare alla scuola dei malati, loro ci insegnano come aiutarli”.
Dalla prima visita abbiamo percorso più di
350.000 km e visitato migliaia di malati. Molti
sono ritornati alla vita normale ed altri li abbiamo accompagnati fino all’ultimo momento
per vivere pienamente ogni istante della vita.
E la storia continua per dire a molti altri: “Vai
e fa’ anche tu lo stesso”.
Statistica
Numero di
malati AIDS
accolti
1980-1995
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
31/05/2005
TOTALE
104
3
82
217
327
453
590
621
680
724
950
1030
5611
Numero
Uomini AIDS
3
28
81
130
182
210
214
221
177
250
327
1823
Numero
Donne AIDS
Numero di
Donne in
gravidanza
AIDS
32
102
143
210
242
257
290
327
362
407
2372
8
15
32
36
74
78
81
90
157
130
701
Numero
Bambini
AIDS
22
34
54
61
138
150
169
220
338
296
1416
Numero
malati
Deceduti
8
53
95
117
137
200
225
148
131
49
1163
Numero
di malati
sotto (ARV)
Antiretrovirali
54
156
210
Scarica

La Comunità “Piccolo Gregge”