1/2014
Spedizione in Abb.Post. D.L. 353/2003 (N.46 2004) art.1 comma 2 E 3 • ANNO 2014 N. 1
I quadrimestre
gennaio/aprile
2014
Neve e freddo,
insidiosi nemici
che finalmente
lasciano spazio
alla primavera
Assemblea annuale
degli Amici del Cuore
a Caluso: un 2013 ricco
di successi
e di nuove iniziative
La Santa Alleanza
di cardiologi e oncologi
per curare
in tandem
casi difficili
Tra miti e leggende
tutti segreti del vino,
bevanda toccasana
che protegge anche
dai rischi d’infarto
pp. 3-5
pp. 9-11
pp. 15-21
N. 1 gennaio/aprile 2014
Sommario
___________________________________ pag
A DICEMBRE L’ASSEMBLEA DEGLI AMICI DEL
CUORE A CALUSO
Un anno a tutto vapore_____________ 3
Marra: prevenzione e ricerca
Ecco i nostri punti cardine__________ 4
EDITORIALE
Presi per la gola _________________ 5
NE’ TRUCCO NE’ MAGIA MA UNA TERAPIA CON
BASI SCIENTIFICHE
L’ipnosi in sala operatoria__________ 6
CARDIO-TOSSICITÀ E TERAPIA ANTI-NEOPLASTICA
Oncologia e Cardiologia
L’ora della Santa Alleanza__________ 9
Verso uno specialista
dal doppio ruolo_________________ 10
IL PRIMO IMPIANTO PER BIMBI NEL 2000:
RIVOLUZIONE FRA PARIGI E TORINO
Da una buona idea alla realtà il caso
della valvola polmonare_________ 12
VIAGGIO FRA I SEGRETI DI UN PRODOTTO DALLE
MILLE VIRTÙ
Vino, quasi un toccasana__________ 15
DA DIONISO AI ROMANI AI TEMPI NOSTRI: UNA
STORIA AFFASCINANTE
Tra misteri e leggende____________ 19
UNO STUDIO SUL RAPPORTO TRA TEMPERATURA
E INFARTO MIOCARDICO ACUTO
Il freddo, è allarme rosso__________ 22
LA STORIA DI UNA ISTITUZIONE CHIAVE IN CARDIOLOGIA
L’ambulatorio, una porta sul cuore__ 24
RIVASCOLARIZZAZIONE CORONARICA
PERCUTANEA, SI CAMBIA STRADA
La via dell’arteria radiale__________ 27
IN CAMPO CON LA NOSTRA ONLUS
Concerto Amici del Cuore e AABC___ 29
Gli Amici del Cuore collaborano
con la Circoscizione 2____________ 29
AVVISO DI CONVOCAZIONE
ASSEMBLEA GENERALE___________ 30
Foto di copertina: Cesare Marchesa Rossi.
2 - Cardio Piemonte
Il Consiglio Direttivo
Amici del Cuore onlus
Presidente
Danilo Danielis
Vice Presidente
Sebastiano Marra
Caterina Racca
Tesoriere
Michelangelo Chiale
Segreteria
Carla Giacone
Consiglieri
Fiorenzo Ardizzone, Ezio Bosco, Luciana
Cerrini, Michelangelo Chiale, Luisella Chiara,
Danilo Danielis, Ida Fonnesu, Fiorenzo Gaita,
Carla Giacone, Sebastiano Marra, Guglielmo
Moretto, Marcella Pinna, Ornella Pittà,
Caterina Racca, Enrico Zanchi
Sindaci
Cesarina Arneodo e Giuseppe Mamoli
Comitato Scientifico
prof. Fiorenzo Gaita
dr. Sebastiano Marra
dr. Marco Sicuro
dr. Tullio Usmiani
dr. Armando De Berardinis
dr. Maurizio D'Amico
dr. Roberto Grimaldi
Comitato di Redazione
Ezio Bosco, Michelangelo Chiale,
Carla Giacone
Coordinatrice volontari
Caterina Racca
Progetto grafico della rivista
Roberta Serasso
Segreteria di redazione: Carla Giacone
Fotografie: Fiorenzo Ardizzone,
Webmaster
Candeloro Buttiglione, Antonio Cirillo
CARDIO PIEMONTE - ANNO X - N. 26 (2014)
Tribunale di Torino 4447 del 26-02-92
Direttore Responsabile: Michele Fenu
ORGANO UFFICIALE DE
AMICI DEL CUORE PIEMONTE • Associazione Onlus
Associazione di Volontariato, no-profit, per la prevenzione e la ricerca
delle malattie cardiovascolari
Sede A.O.Città della Salute e della Scienza di Torino
Corso Bramante, 88 • 10126 Torino • Tel. 011.633.55.64
Reparto di Cardiologia 2 dr. Sebastiano Marra
Presidente: Danilo Danielis
www. amicidelcuore.ideasolidale.org
e-mail: [email protected]
cell. vicepresidenza 346/1314392
Tipografia: Grafart s.r.l. - Venaria Reale (TO)
N. 1 gennaio/aprile 2014
A DICEMBRE L’ASSEMBLEA DEGLI AMICI DEL CUORE A CALUSO
Un anno a tutto vapore
Nella relazione del presidente Danilo Danielis un panorama delle attività 2013.
Positivi risultati che nascono dall’impegno e dall’entusiamo
dei soci e dei volontari. Nuove iniziative di successo.
Agli inizi dello scorso dicembre si è svolta la tradizionale assemblea sociale degli Amici del Cuore,
momento di incontro e di bilanci che anche stavolta offrono risultati positivi. La nutrita presenza
di soci (oltre ottanta) e di trenta rappresentati per
delega dà il senso della voglia di partecipazione
degli iscritti alla nostra Onlus. Siamo tutti “non
più giovani” ma l’interesse alla vita associativa e il
desiderio di conoscere quanto si è fatto nel 2013
e quali nuove iniziative si porteranno avanti nel
2014 appaiono molto elevate. Il Presidente Danilo Danielis, fiancheggiato dai vice Sebastiano
Marra e Caterina Racca, ha illustrato il consuntivo
dell’anno e stilato un breve preventivo.
Ecco le linee guida delle attività del 2013 esposte
da Danielis:
•Giovani e scuola
•Le farmacie
•Le attività di via
•La formazione dei volontari.
•La partecipazione a vari convegni: Conacuore,
Giornate cardiologiche Piemontesi, congresso
A.G.I.A.I.
•La partecipazione all’attività dell’Ospedale: i volontari in reparto - ambulatorio di cardiologia e
cardiochirurgia
•La partecipazione al finanziamento di borse di
studio per specializzandi e professional
•L’organizzazione di attività di diffusione della
cultura della prevenzione con la collaborazione
delle istituzioni cittadine: incontri alla Facoltà di
Biotecnologie con l’8a Circoscrizione, Martedì
della Salute, incontri presso Centri sociali e di
quartiere con relazione del dr. Marra e di altri
medici del reparto
•La realizzazione di uno schedario in formato
Excel delle “schede della salute” compilate negli ultimi due anni e la loro prima segmentazione sulla base della significatività del dato in
esame.
•La pubblicazione della rivista CardioPiemonte
che ha raggiunto un elevato grado di qualità
apprezzato nel mondo medico e ottenuto presso i lettori giudizi positivi per la facilità di comprensione del linguaggio. Ogni numero è tirato
in circa 5300 copie.
«Tutte queste iniziative – ha sottolineato Danielis
- si compendiano in alcuni numeri interessanti.
Nel 2013 abbiamo incontrato nelle strade oltre 2000 persone che abbiamo intervistato e di
queste oltre 400 sono state visitate dal cardiologo presente nel nostro Camper. Inoltre un rilevante numero di persone ha potuto eseguire un
elettrocardiogramma. Le nostre giornate della
salute sono state 23. Nelle Farmacie abbiamo
avuto 12 incontri. Sono sei le conferenze cui
abbiamo partecipato. L’attività di volontariato
Cardio Piemonte - 3
N. 1 gennaio/aprile 2014
nei reparti ci ha permesso di consuntivare in
10 mesi 5080 ore di presenza. L’informazione
ai giovani nelle scuole, con la collaborazione
dell’Ass.ne Educazione, Prevenzione e Salute,
nei 2 Moduli – “Salute Junior” per i ragazzi delle scuole medie inferiori e “Free runners della
Salute” per quelli delle scuole medie Superiori
ci ha consentito di incontrare oltre 1000 giovani con risultati positivi. Un gruppo di liceali ha
prodotto uno Spot antifumo premiato a livello
provinciale scolastico. Durante tutte tali iniziative abbiamo distribuito migliaia di fascicoli
contenenti utili indicazioni per un corretto stile
di vita ed altri più specifici relativi ai singoli
fattori di rischio».
Ha concluso il Presidente: «L’attività del 2014
dovrebbe proseguire su queste linee con eguale
entusiasmo e nella convinzione, malgrado i difficili momenti che attraversa il Paese, di conseguire analoghi risultati». Dopo la relazione di
Danielis hanno preso la parola la Vice Presiden-
te Caterina Racca, coordinatrice dei volontari e
il sempre attivissimo Consigliere Enrico Zanchi.
Il dr. Marra ha completato il quadro della mattinata con un ampio intervento, cui diamo spazio
in altra parte della rivista. Il Presidente infine ha
presentato una nuova iniziativa, la consegna del
“guidoncino” dell’Associazione ad alcuni soci e
volontari distintisi per la loro attività. In questo
caso Marra, Fenu, Ida Fonnesu, Gaspare Napoli,
coniugi Cirillo-Giacone, coniugi Mamoli-Racca,
coniugi Piccinelli-Zane, Enrico Zanchi, Renate
Heissig, Luciana Cerrini, coniugi Moretto-Chiara.
Scusandosi per non aver consegnato tale riconoscimento a tutti i volonterosi collaboratori Danielis, ha rivolto ai soci un sincero e caloroso ringraziamento e aperto la parte ludica della giornata: il
favoloso pranzo offerto dal Ristorante “IL MAGO“
di Caluso grazie alla generosità del titolare e nostro iscritto Crosio. Musica, danze, tante gioiose
conversazioni: una splendida giornata per gli
Amici del Cuore Piemonte Onlus.
(D.D.)
Marra: prevenzione e ricerca
Ecco i nostri punti cardine
di Sebastiano Marra
L’assemblea annuale della Onlus è sempre
un momento di analisi critica su quello abbiamo fatto, ma soprattutto su cosa dobbiamo e possiamo fare. Dapprima ricordiamo
che gli scopi dell'Associazione Amici del
Cuore sono semplici e ben codificati. Essi
sono:
1) Supportare l'assistenza
2) Supportare la prevenzione
3) Supportare l'educazione
4) Supportare la formazione
5) Supportare la ricerca
Specifichiamo il significato di supportare
l'assistenza. I nostri Volontari sono distribuiti su tre reparti del nostro ospedale: le due
Cardiologie e la Cardiochirurgia.
I volontari svolgono attività sia negli ambulatori che nei reparti di degenza delle tre
strutture. Lo scopo di questa attività è:
1)migliorare la qualità di vita degli assistiti
e delle rispettive famiglie;
2)migliorare l'umanizzazione della vita dei
pazienti;
3) migliorare l'umanizzazione del personale
medico e sanitario.
L’attività di prevenzione sulle malattie Cardiovascolari ha molteplici aspetti sia pratici
4 - Cardio Piemonte
che organizzativi. Questa attività si rivolge a
varie tipologie di cittadini. Con l'esibizione e
la vendita di prodotti salutari ci interfacciamo con visitatori e parenti nella sede Molinette e nella sede CTO offrendo anche la
nostra rivista, opuscoli esplicativi sulle varie
malattie e sul loro precoce riconoscimento.
Una seconda sede ove i volontari svolgono
attività di diffusione del concetto di prevenzione delle malattie cardiovascolari sono le
piazze, le strade cittadine e le farmacie nelle diverse circoscrizioni.
Nelle prime due sedi sono stati valutati
2.201 pazienti (nel 2013) che hanno completato la scheda conoscitiva che noi chiamiamo “scheda della salute” e sono stati
fatti 446 ECG.
Nel 2013 abbiamo partecipato ad un totale
di 33 eventi dei quali 22 in Torino, 9 in Provincia e 2 fuori Provincia, ma in Regione.
Questi eventi si svolgono con la presenza di
1 Medico, di 1 Infermiere e con 7-10 Volontari che lavorato intorno al nostro veicolo
attrezzato con sala visite, sale interviste e i
vari strumenti come in un Ambulatorio di
Cardiologia.
Nel 2013, 6 cittadini sono stati inviati con
urgenza in Pronto Soccorso per sintomi o
severità di rialzo pressorio.
Ricordiamo che negli anni abbiamo intervistato, mediante la “scheda della salute”,
più di 6.000 cittadini. Questo ci permette di fare una valutazione di grande valore
etico e sociale nella nostra popolazione. I
dati epidemiologici che ne derivano vanno
utilizzati con intento scientifico-epidemiologico per un'adeguata pubblicazione.
Altre sedi e popolazioni raggiunti dai nostri
volontari sono: le scuole medie, le scuole
superiori, sedi associazioni quali associazioni culturali di circoscrizione, Lyons,
Rotary e la partecipazione agli eventi di
Martedì Salute quando si dibattono temi di
malattie cardiovascolari.
Il supporto all'educazione avviene istituendo dei corsi di istruzione BLS e ALS con il
118 regionale, facendo corsi contro il fumo
nelle scuole medie e divulgando il concetto
di rischio cardiovascolare e la sua prevenzione nelle scuole superiori.
Il supporto che la Onlus fornisce è da valutare su due punti: uno strettamente operativo, come appena affermato, come istruzione diretta e pratica; l'altro è chiaramente
divulgativo-culturale nella prevenzione a
N. 1 gennaio/aprile 2014
giovani nelle scuole medie e nei licei,
dei quadri di rischio che gli stili di vita
non corretti possano portare.
Per popolazioni più mature e di età
più avanzata si sono fatte conferenze
(Lyons, Rotary, Circoscrizione, Associazioni culturali) esplicative non solo
sui fattori di rischio, ma soprattutto
sulle modalità e meccanismi di prevenzione delle malattia cardiaca.
La Onlus ha un ruolo molto impegnativo anche sul piano formativo
dedicato a giovani Medici e Infermieri. il coinvolgimento in questo caso è
fortemente economico nel finanziare
borse di studio per la formazione di
personale in accordo con l'Azienda
Città della Salute e della Scienza.
Attualmente la Onlus sostiene 6 figure professionali, con contratti annuali
con i seguenti professionisti giovani e
ricchi di talento:
1)Dr. Armando De Berardinis (Cardiologia Nucleare)
2)D.ssa Anna Laura Fanelli (Terapia
Intensiva)
3)D.ssa Gaetana Ferraro (Emodinamica)
4)Dr. Paolo Garrone (Cardiostimolazione)
5)D.ssa Stefania Molinaro (Psicologia Clinica Cardiologica)
6)
D.ssa Tiziana Campesato (Sonographer - primo esempio in Piemonte)
Infine, molto importante, è il supporto che la nostra Onlus dà alla ricerca
clinica cardiologica:
1)
acquisto di materiale per screening sull'aggregazione piastrinica
nei pazienti ad alto rischio;
2)acquisto di materiale per la valutazione dei pazienti con disfunzione
endoteliale;
3)
permettere la costruzione di un
registro regionale sulle cardiopatie
congenite dell'adulto (GUCH);
4)
finanziamento dell'unico studio
europeo sull'utilizzo di cellule staminale CD133+ nei pazienti in
scompenso cardiaco in associazione con l'Istituto Monzino di Milano
e l'Ospedale San Gerardo di Monza.
Un importante obbiettivo di analisi
epidemiologica viene portato avanti
della Onlus con la compilazione di oltre 6.000 schede della salute. Queste
schede sono in valutazione statistica
epidemiologica per fornire dati sulle caratteristiche della popolazione
piemontese che si avvicina ai nostri
volontari durante le varie molteplici
manifestazioni pubbliche che realizziamo. Pensiamo di poter avere un
quadro sulla distribuzione dei fattori
di rischio e degli stili di vita di questi
circa 6.000 individui che spontaneamente si sono presentati a descrivere
le caratteristiche personali e familiari
riguardo il rischio cardio-vascolare.
È opportuno precisare che questa
ricerca supportata dalla nostra Onlus
si inserisce in un quadro generale di
attitudine alla ricerca clinica che nella
Cardiologia dell'Azienda Ospedaliera
Universitaria Città della Salute e della
Scienza è capillare e coinvolge tutti i
settori dell'attività cardiologica del nostro Ospedale.
Ricerca: cosa si ricerca nella nostra
cardiologia
1) Ogni procedura innovativa è per noi
fonte di ricerca sulla sua sicurezza sia
immediata che a lungo termine.
2) Ogni nuovo farmaco che viene sperimentato è per noi motivo di analisi e
soprattutto di corretta indicazione.
3) La migliore capacità diagnostica e di
trattamento dell'infarto miocardico acuto in collaborazione con il 118 nell'ambito della rete regionale per lo STEMI.
4) Analisi della variabile di genere nelle
differenti malattie cardiovascolari.
5)Innovazione continua in tutti i settori delle cardiopatie strutturali (TAVI,
MITRACLIP, PFO, GUCH).
6)Ricerca sulla terapia rigenerativa
(cellule staminali) nella SCA e nello
scompenso cardiaco.
7)Ricerca nell'imaging ecocardiografico, RMN, SPECT.
8)Ricerca nell'uso dell'ipnosi al posto
dell'anestesia tradizionale nell'impianto
di devices sia nell'elettrostimolazione
che nelle cardiopatie strutturali.
Ricordo quali sono gli strumenti operativi della nostra Onlus:
1)volontari;
2)automezzo;
3)materiali informativi: opuscoli;
4)rivista periodica “Cardio Pemonte”;
5)nostre capacità culturali e relazionali;
In conclusione, l'attività svolta della
nostra Onlus appare coinvolgente una
grande parte degli elementi sociali,
preventivi, assistenziali, educativi e
di sostegno della ricerca scientifica
che rendono degno di riconoscimento
tutto l'insieme organizzativo umano o
strumentale che ampiamente giustificano la sua stessa esistenza.
Editoriale
Presi per la gola
di Michele Fenu
Paese di contraddizioni il nostro. L’ultima,
ma probabilmente ve ne sarete accorti, riguarda il cibo. Da una parte gli (accorati)
appelli di medici e nutrizionisti che invitano
a stili di vita corretti evitando piatti troppo
ricchi e facendo un po’ di moto. Il nemico
è, tra tanti, l’obesità, che, come sappiamo,
è un fattore elevato di rischio specialmente per le malattie cardiovascolari. Non per
niente Cardio Piemonte, attraverso gli scritti
dei nostri esperti, ha avviato da tempo una
campagna di informazioni sul tema, esaminando pro e contro di prodotti importanti
della cucina italiana. Dall’altra stiamo assistendo a una vera invasione di programmi
televisivi e di rubriche giornalistiche che
esaltano i piaceri della "buona tavola". Sfide
ai fornelli, lezioni di cucina, preparazione di
torte e dolcetti vari, menù da far venire l’acquolina in bocca anche al più inappetente
dei clienti di un ristorante. Per pudore, qualcuno aggiunge a questo trionfo della lussuria mangereccia piccole dosi di sapere dietetico, tanto, pensiamo, per salvare la faccia.
È chiaro che a (quasi) tutti piace consumare
cibi buoni, ma non è detto che per forza gli
stessi debbano essere delle trappole per la
salute e per il nostro conto in banca, visto
che certi piatti, per le materie usate, sono
sicuramente assai cari. Esiste la possibilità
di mangiare bene senza trascendere in qualità e quantità, rinunciando a strafogarsi in
nome della moderazione. Al riguardo occorre un po’ di buona volontà, ma la stessa può
vacillare di fronte alla valanga di proposte
che partono dalla televisione e dai media
in generale. L’ambizione di molti, ormai, è
quella di diventare un abile cuoco, con scarso rispetto per la dieta. Guai, poi, quando si
sperimenta in casa il nuovo sapere: la famiglia è destinata a ingrassare. E andare in
palestra (per chi se lo può permettere), ha
un valore relativo. Non vorremmo che finissimo come i drogati del gioco d’azzardo che
tra slot machine, scommesse e poker in tv si
rovinano l’esistenza. Qui possiamo proprio
dire che ne uccide più la gola della spada.
Cardio Piemonte - 5
N. 1 gennaio/aprile 2014
NE’ TRUCCO NE’ MAGIA MA UNA TERAPIA CON BASI SCIENTIFICHE
L’ipnosi in sala operatoria
Non è una forma di sonno o una forzatura della volontà, ma un processo dinamico
e mutevole dello stato di coscienza. È sempre più diffusa e si può sostituire in
molti casi agli anestetici con considerevoli vantaggi nella gestione di dolore e ansia.
Gli sviluppi di questa tecnica in cardiologia ospedaliera alle Molinette.
di Carlo Budano e Milena Muro
Dott. Carlo Budano,
responsabile sala di
elettrostimolazione
Cardiologia 2
6 - Cardio Piemonte
L'ipnosi è definita come uno
stato di coscienza modificato,
che comporta dei cambiamenti
oggettivi e soggettivi distinguibili dagli stati di veglia e sonno.
Più propriamente non può essere considerata uno stato stabile, ma un processo dinamico
e mutevole dello stato di coscienza. Studi elettrofisiologici
hanno identificato alcune aree
del sistema nervoso implicate
nei fenomeni ipnotici, in particolare queste aree appartenenti
al sistema limbico sono l'ippocampo che sembra responsabile del mantenimento della
condizione ipnotica e l'amigdala che sembra
svolgere un ruolo primario nei meccanismi di
risveglio dall'ipnosi. L’ipnosi clinica è efficace
per il controllo del dolore e dell’ansia nella preparazione del paziente a procedure interventistiche, favorendo l’autocontrollo nelle situazioni
difficili che il paziente affronta e permettendo il
coinvolgimento attivo dello stesso nel progetto
di cura. È uno strumento estremamente efficace
ed è in grado di modificare processi di pensiero
e meccanismi fisiologici. Può affiancare la normale routine infermieristica e medica apportando un contributo significativo al benessere del
paziente.
Nel 1860 James Esdaile effettuava complesse
operazioni chirurgiche usando l’ipnosi come
solo anestetico. I suoi dati riportano una mortalità post operatoria irrisoria rispetto ai dati del
tempo. Era notevole anche il recupero postoperatorio, molto più breve che nel caso di operazioni effettuate senza anestesia ipnotica.
Da allora la comunicazione ipnotica in chirurgia
si è molto diffusa e in America è stata fondata l'American society of Clinical Hypnosis. In
grandi strutture ospedaliere degli USA, quali la
Mayo Clinic e la N.Y.U., esistono reparti specializzati nei quali l’ipnosi viene praticata nella
“outpatient surgery” (chirurgia senza ricovero)
che attualmente non è limitata alla chirurgia
plastica ma è estesa ad altre branche chirurgiche come l'oculistica, la chirurgia della mano, la
chirurgia ortopedica, urologica, chirurgia orale,
dermatologica, ginecologica ecc.
Dal punto di vista medico, l’ipnosi aiuta a considerare l’individuo nella sua globalità, con le
sue potenzialità e i suoi limiti, favorendo una
relazione più efficace tra mente e corpo.
Negli ultimi anni, all’interno della Città della Salute e della Scienza di Torino (sede Molinette) è
cresciuta notevolmente l’attenzione rivolta alla
prevenzione e gestione del dolore secondario a
procedure diagnostiche e terapeutiche. Presso
l’U.O. di Cardiologia Ospedaliera, diretta dal
Dott. Sebastiano Marra, nei laboratori di elettrostimolazione cardiaca e di emodinamica, è
stato sviluppato un progetto di implementazione della Comunicazione Ipnotica per la gestione
del dolore e dell’ansia nel percorso assistenziale
del paziente che deve effettuare procedure diagnostico/terapeutiche. Questo progetto è stato
sviluppato in collaborazione con la Divisione di
Terapia Antalgica (Dott. A. De Luca) dell’ospedale nell’ambito del Progetto “Ospedale senza
dolore”, con l’obiettivo di migliorare la qualità
dell'assistenza. Prevede tre fasi:
•una raccolta dei dati di evidenza scientifica
circa l’utilizzo della comunicazione ipnotica
durante le procedure diagnostico/terapeutiche
invasive;
•una raccolta e valutazione oggettiva dei risultati dell’applicazione di tale modalità applicata all’assistenza del paziente in cardiologia
interventistica;
•la formazione degli operatori che lavorano
abitualmente nelle sale operatorie della cardiologia allo scopo di acquisire la capacità di
utilizzare tali tecniche.
La realizzazione del progetto è finalizzata a migliorare la compliance (e il vissuto dell’esperienza) dei pazienti alle procedure, migliorare
l’efficacia comunicativa, ridurre dolore e ansia e
N. 1 gennaio/aprile 2014
ridurre l’utilizzo della terapia farmacologica per
gestire le problematiche assistenziali, nell’ottica
di una maggiore umanizzazione delle cure e di
una razionalizzazione degli interventi.
In letteratura vi sono moltissimi studi Evidence
Based Medicine che hanno analizzato la reale efficacia della preparazione del paziente alle
procedure terapeutiche con l’utilizzo dell’ipnosi
medica, dimostrandone l’efficacia nell’ambito
del controllo del dolore e dell’ansia.
L’assistenza al paziente durante le procedure interventistiche, effettuata da personale esperto in
comunicazione ipnotica, ha già mostrato risultati molto incoraggianti quali:
•la riduzione del 90% dell’uso dei farmaci rispetto a una procedura standard;
•la riduzione delle procedure in narcosi allo
scopo di gestire l’ansia;
•una pronta ripresa del paziente che è immediatamente vigile al termine della procedura;
•un buon livello della qualità percepita da parte dei pazienti (gradimento in una scala da 0
a 10 superiore a 7 in più del 90% dei soggetti, superiore a 9 nel 50% dei casi, dolore
procedurale riferito inferiore a NRS 2 per il
90% dei pazienti);
•una notevole riduzione del costo procedurale;
•una buona accettazione da parte degli operatori.
Se l’ipnosi funziona così bene come anestetico,
viene da chiedersi perché non sia stata utilizzata più spesso, e il suo uso non si sia diffuso velocemente. Molti sono i motivi che hanno limitato la diffusione della gestione dell’ansia e del
dolore con l’ipnosi. I principali sono la scoperta
e diffusione dei farmaci anestetici e, nel contesto contemporaneo come in passato, il fatto che
al termine ipnosi venga spesso associata l’idea
di una condizione in cui il soggetto ipnotizzato
diviene privo di propria volontà e alla mercé dei
desideri di colui che induce in ipnosi. Questa
considerazione, in effetti, è conseguenza di una
conoscenza superficiale del fenomeno per lo più
indotta dall’opera di ipnotizzatori di spettacolo e
non da ipnoterapeuti.
A questo si aggiunge una totale mancanza di
formazione durante gli studi universitari dei sanitari, ciò crea un vuoto conoscitivo difficilmente
colmabile, perché riservato alla buona volontà
di studiare in autonomia tale pratica.
Ma di cosa parliamo quando ci riferiamo al termine ipnosi?
L’ipnosi non è sonno. L’analisi elettroencefalografica ha infatti dimostrato che il soggetto in
stato ipnotico non sta dormendo. L’ipnosi non è,
come pensano alcuni, né magia né parapsicologia e la trance ipnotica non si instaura con fluidi
o poteri particolari. Il soggetto conserva sempre
una parte vigile della coscienza. L’ipnosi non è
forzatura della volontà, per cui la persona in ipnosi non commetterà mai atti contrari alla sua
morale. Si può dire che il fenomeno ipnotico si
avvicina al concetto di persuasione, cioè di accettazione critica dell’idea dell’altro.
A Torino il compianto professor F. Granone ha
sviluppato la possibilità di studiare l’ipnosi e
i suoi fenomeni da un punto di vista clinico e
scientifico, e ha fondato la scuola di ipnosi clinica e sperimentale C.I.I.C.S.
Attualmente, l’ipnosi è considerata come un
normale ma modificato stato di coscienza, dinamico, caratterizzato dalla capacità che ogni persona ha di rendere partecipi mente e corpo nella
realizzazione di rappresentazioni mentali (monoideismi plastici), atti ad influire sulle proprie
condizioni fisiche e psichiche. Lo stato ipnotico
è in grado di produrre nella persona fenomeni a
livello fisico e mentale solitamente non ottenibili
con la volontà, come ad esempio il controllo del
sistema nervoso autonomo.
In questo stato è possibile favorire rassicurazione e tranquillità, un aumento della collaborazione alla cura e una diminuzione della percezione
dolorosa. L’individuo vive l’esperienza in modo
modificato e, grazie alla guida attenta e sapiente
di un ipnotista, solitamente riesce a migliorare
la capacità di autocontrollo a livelli non possibili
con la sola volontà. Proprio questa eccezionale
capacità di controllo permette al paziente di rimanere fermo immobile durante la procedura
e ridurre notevolmente la percezione del dolore
fino all’analgesia (è possibile però fare completamente a meno degli anestetici locali solo nel
20% della popolazione, per gli altri si può ridurre la dose dei farmaci necessari al controllo
del dolore ed evitare completamente l’utilizzo di
farmaci per la sedazione).
Le procedure interventistiche cardiologiche sono
interventi chirurgici invasivi e sono eseguiti mediante la somministrazione di anestesia locale.
Il team nella sala
di elettrostimolazione:
da sin. seduti,
Milena Muro - CPSI
(Terapia Antalgica
Dott.ssa De Luca)
dott. Carlo Budano,
Anella Rizzo - CPSE e
dott.ssa Chiara
Calcagnile;
in piedi, da sin.,
Diana Mazzini - CPSI,
dott. Paolo Garrone,
Elena Tarantino - CPSI.
Cardio Piemonte - 7
UN METODO CHE RISALE AI FARAONI
Egizi e
Greci
XVIII sec.
È possibile trovare informazioni sul metodo dell’ipnosi fin dall’antichità. Charles Arthur Musès (1972) scrive di aver trovato un'antica
registrazione di una seduta ipnotica in una stele del Re Ramsete XII
della ventesima dinastia (circa tremila anni fa). Al British Museum,
inoltre, nel “Papiro Gnostico”, vi sono dettagliate descrizioni sull’uso di questa tecnica. Anche nell’Antica Grecia si usava il metodo
ipnotico chiamato a quel tempo “Incubazione”, teoria che posò le
fondamenta per l’attuale tecnica.
Uno dei più importanti fondatori dell’ipnosi moderna fu Franz Anton Mesmer (1734-1825) che sostenne l’esistenza di questo fluido
magnetico che scorre all’interno del corpo umano e tra gli esseri
viventi. Tale energia fluidica poteva essere trasferita da un persona
all’altra, esercitando su quest’ultima un influsso positivo. Mesmer
diede a questo fluido magnetico il nome di Magnetismo Animale,
ritenendo che per una guarigione da una malattia si dovesse riequilibrare e ristabilire l’armonia fluidica del paziente; per ottenere
tali risultati utilizzava un catino colmo d’acqua, all’interno del quale
immergeva materiali ferrosi chiamati baquet, ritenendo che questi
potessero facilitare il passaggio della sopracitata energia fluidica.
Il famoso medico tedesco è tuttora ritenuto un pilastro dell’ipnotismo in quanto introdusse questa tecnica su base scientifica. Mesmer non induceva direttamente la trance ai pazienti, non basava il
procedimento sul dialogo nè forniva comandi; egli piuttosto creava
nella persona una disposizione ad auto-suggestionarsi, o, detto altrimenti, ad auto-indursi la trance.
Uno dei suoi più importanti predecessori che innovò le tecniche
di Mesmer fu Armand Chastenet de Puysegur (1751-1825). La
novità risiede nel fatto che egli produceva la trance introducendo il
dialogo e di conseguenza un rapporto interattivo medico-paziente,
che chiamò rapport (un rapporto, dunque, intimo ed empatico).
Puysegur è inoltre importante perchè fu tra i primi studiosi ad occuparsi degli effetti analgesici dell'ipnosi. Con il passare degli anni
il magnetismo fu abbandonato, inizialmente da Chevalier de Barbarin (che cominciò a sostenere l'inutilità di bacchette e baquet
quanto la semplice utilità della volontà) e definitivamente con Josè
Custòdio de Faria che pubblicò i primi manuali di sonno lucido.
Questa nuova tecnica è la forma più elementare della moderna
psicotecnica ipnotica. Egli infatti faceva accomodare il paziente e,
dopo averlo fatto rilassare, pronunciava in modo imperativo la parola Dormez (dormi); tale diversità di volume e di tono causava una
sorta di trauma nella persona da farlo cadere in trance.
XIX sec.
La figura di James Esdaile (1808-1859), medico e chirurgo,
si occupò di innumerevoli malattie, quali ablazioni di tumori allo
scroto, cataratte, idrocele, interventi odontoiatrici, amputazioni,etc.
Notò non solo l’effetto analgesico della trance, ma anche la notevole
riduzione di sanguinamento nei suoi pazienti e il repentino recupero
post operatorio che si riduceva rispetto agli interventi senza induzione ipnotica.
XX sec.
Da allora la comunicazione ipnotica in chirurgia è diventata sempre più famosa in tutto il mondo, basti pensare che negli Usa già
da più di vent’anni viene utilizzata questa tecnica soprattutto con
la nascita dell’American society of Clinical Hypnosis fondata nel
1957 da Milton H. Erickson, riconosciuto come uno dei più importanti psico-ipnoterapeutici del Novecento. Nel dettaglio rivoluzionò
la prassi dell' ipnosi ed apportò un modello teorico e tecnico originale ed innovativo alla terapia, concependo sia l'inconscio come un
insieme di risorse fondamentali per la guarigione sia l’innovativo inserimento di comunicazioni e compiti per il paziente. Erickson ebbe
una notevole influenza nello sviluppo di nuove teorie e approcci psicologici, come la terapia strategica, la psicoterapia breve nelle sue
varie forme, la programmazione neuro linguistica e il costruttivismo.
8 - Cardio Piemonte
N. 1 gennaio/aprile 2014
Durante queste procedure la collaborazione
del paziente è di fondamentale importanza. I
pazienti riferiscono nella maggior parte dei casi
sentimenti di paura, stress e ansia. Spesso il
dolore peri-procedurale richiede la somministrazione endovenosa di sedativi o analgesici.
L'uso di queste sostanze, se pur gestito con
l'opportuna attenzione, è comunque legato al
rischio di effetti collaterali quali ipossia, delirio,
depressione cardiovascolare.
Nella nostra esperienza le persone che hanno beneficiato della comunicazione ipnotica
durante l’intervento, pur non usando farmaci
ansiolitici, hanno dichiarato di provare una
piacevole sensazione di calma e benessere
durante la procedura, di non aver provato dolore (nonostante l’utilizzo notevolmente ridotto
di anestetico locale) e l’operatore ha dichiarato
di lavorare con maggiore tranquillità grazie alla
collaborazione del paziente nel riuscire a rimanere immobile e rilassato durante la procedura. Va anche precisato che i parametri vitali
quali frequenza cardiaca, pressione arteriosa e
ossigenazione rimangono sempre nella norma
e stabili durante tutto il tempo della procedura.
È importante sottolineare che l’ipnosi è un dinamismo psichico che si può realizzare in tutti
gli individui, anche se con risultati differenti
a seconda delle caratteristiche psicosomatiche
della persona che beneficia del trattamento.
L’ipnosi assume, pertanto, un grande valore,
perché permette il coinvolgimento attivo della
persona nel suo progetto di cura, favorendo la
percezione di poter riacquistare il controllo sulla propria vita.
È importante, però, che anche gli operatori sanitari siano maggiormente sensibilizzati e informati correttamente sul significato di questa
terapia e che essa venga presa in considerazione come una modalità di cura che ha basi
scientifiche e come terapia integrata alle terapie usuali, poiché, solitamente, non è mai il
paziente a richiederla ma un membro del team
a proporla. Il tentativo di oggettivare i dati tramite l’utilizzo di uno strumento condiviso ha
permesso di dare evidenza a quanto è possibile ottenere con l’ipnosi riconoscendone i vantaggi e un ruolo non secondario come terapia
complementare.
Questi dati preliminari ci hanno portato a sviluppare un progetto di formazione degli operatori, al fine di introdurre la comunicazione
ipnotica nel percorso di cura e assistenza al
paziente sottoposto a procedure interventistiche cardiache, certi di poter offrire un’assistenza caratterizzata dal rispetto dell’individuo,
attenta allo sviluppo delle sue potenzialità, alla
riduzione dello stress e al controllo del dolore.
In primo piano
N. 1 gennaio/aprile 2014
CARDIO-TOSSICITÀ E TERAPIA ANTI-NEOPLASTICA
Oncologia e Cardiologia
L’ora della Santa Alleanza
Tra cardiologia e oncologia, settori in apparenza lontani, vi sono rapporti stretti. Le terapie anti-neoplastiche
e la loro influenza sul cuore in termini di tossicità hanno un importante rilievo. È nata e si sviluppa una Santa
Alleanza fra i medici specialisti dei due campi. Ecco un
panorama della situazione con gli interventi di Oncologia Medica, Presidio Sanitario Gradenigo, team guidato
dal dottor Alessandro Comandone con testo steso dal
dottor Davide Ottaviani, e del dottor Sebastiano Marra,
direttore di Cardiologia 2 alle Molinette
D.Ottaviani, C.Oliva, S.Chiadò Cutin,
A.Boglione, P.Pochettino, P.Bergnolo,
O.Dal Canton, A. Comandone
L’aumento dell’aspettativa di vita dopo la diagnosi e
la terapia di un tumore rende il fenomeno della tossicità cardiovascolare particolarmente preoccupante,
soprattutto per neoplasie insorte in età pediatrica o
adolescenziale. Negli ultimi quarant’anni abbiamo
assistito a grandi progressi nel trattamento della
patologia neoplastica. Difficile prevedere con stime
internazionali la prevalenza della tossicità cardiaca
correlata al trattamento di bambini ed adulti affetti da patologie oncologiche, in considerazione delle
difficoltà dovute all’eterogeneità tra casistiche con
pazienti pediatrici, adulti ed anziani e la mancanza
di uniformità posta nella diagnosi e nella comunicazione degli eventi avversi. Inoltre ci troviamo di fronte a dati clinici spesso retrospettivi ed a date base
relativi a follow up di lungo durata non disponibili o
non aggiornati. L’incidenza della tossicità cardiaca da
farmaci antitumorali può essere valutata prendendo
come riferimento la popolazione di pazienti pediatrici
lungo-sopravviventi, rappresentando uno dei gruppi
più ampi, ed anche in crescita, di pazienti a rischio
precoce di malattia cardiovascolare.
A fronte di un miglioramento della sopravvivenza
globale (OS) a 5 anni nell’oncologia pediatrica (fino
all’80-85%) si assiste ad un aumento, in questi
pazienti lungo-sopravviventi, del tasso di mortalità fino a 11 volte superiore all’atteso. Ci sono dati
che segnalano, a 20-25 anni, incrementi del rischio
globale di eventi cardiovascolari (quali insufficienza
cardiaca ed ictus) di 9-15 volte rispetto a fratelli od
altri consanguinei della stessa età.
Cardio-tossicità e chemioterapia
Alla luce dei dati di letteratura non si può parlare
di una dose soglia in generale, così come non esiste una dose convenzionale sicura per un possibile effetto tossico sul cuore. Lo scompenso cardiaco
antraciclina-indotto ha dimostrato determinare un
potenziale tasso di mortalità >50% entro i due anni
dal termine del trattamento chemioterapico ed anche a dosaggio ritenuto non potenzialmente pericoloso per danno cardiaco. Studi clinici condotti su
pazienti adulti in trattamento con antraci cline per
neoplasia mammaria hanno permesso di definire i
limiti di rischio cardiaco dose-correlati, evidenziando una stretta correlazione tra tossicità riscontrata e
dose cumulativa ed una chiara evidenza di come tale
tossicità sia associata ad un lento, ma progressivo,
deterioramento della funzione cardiaca. Vi sono inoltre dei fattori di rischio aggiuntivo di cardiotossicità,
quali abitudini di vita, età e concomitanti trattamenti
che ultimamente rivestono un ruolo causale significativo e che debbono pertanto essere attentamente
valutati e monitorati. Si assiste infatti ad un’amplificazione del rischio di eventi cardiovascolari dovuta
alla sovrapposizione della tossicità correlata al trattamento chemioterapico con sfavorevoli abitudini
di vita caratteristiche dell’attuale società, tra cui un
ruolo significativo viene attribuito alla ridotta attività fisica. Ma anche comorbidità quali ipertensione
arteriosa, pregressa malattia coronarica, diabete, tabagismo, ipotiroidismo, sovrappeso ed età possono
giocare un ruolo di primo piano nel contesto globale
del rischio di sviluppare eventi avversi cardiovascolari in un paziente affetto da patologia oncologica con
indicazione a trattamento chemioterapico. Ma su
queste considerazioni si rendono necessari ulteriori
studi clinici per poter maggiormente comprendere il
Il team del Gradenigo:
(da sinistra a destra),
A. Boglione,
A. Comandone,
S. Chiadò Cutin,
P. Pochettino, O. Dal
Canton, P. Bergnolo,
F. Garetto, C. Oliva e
D.Ottaviani
Cardio Piemonte - 9
In primo piano
N. 1 gennaio/aprile 2014
ruolo di ognuno di questi potenziali fattori di rischio
nell’influenzare l’incidenza di cardiotossicità. Al fine
di comprendere meglio le diverse modalità di azione dei farmaci antineoplastici è utile distinguere due
differenti quadri clinici di cardiotossicità: precoce e
tardiva. Viene definita cardiotossicità precoce quella
riferita a pazienti con disfunzione ventricolare sx che
si verifica durante il trattamento od entro 12 mesi
dal termine dello stesso. Si parla di cardiotossicità
tardiva quando si manifesta dopo 1 o più anni dal
termine del trattamento antitumorale.
Le possibilità terapeutiche per i pazienti affetti da patologia neoplastica negli ultimi anni si sono moltiplicate, comprendendo associazioni sempre più potenti
di farmaci, comportando di conseguenza anche un
aumento di potenziali effetti avversi, tra cui quelli a
carico del sistema cardio-vascolare.
Le antraci cline fra i chemioterapici sono quelli più
noti per quanto concerne il rischio di tossicità cardiaca. Sono un gruppo di agenti citotossici a largo spettro, attive in un gran numero di neoplasie sia solide
che ematologiche e spesso il loro impiego non viene
intrapreso proprio per l’elevato rischio di effetti avversi cardiovascolari. La più studiata è la doxorubicina,
con un’attività antitumorale legata a diversi meccanismi d’azione, in particolare all’inibizione della sintesi
di DNA e RNA mentre ipotesi più recenti si focalizzano sulla formazione di radicali liberi ed interferenza
con la topo isomerasi I. Il meccanismo del danno
miocardico da antraci cline è complesso e multifattoriale ed almeno in parte si ritiene possa essere determinato, come fattori primari, da stress ossidativo
e per ossidazione lipidica della membrana cellulare
del cardiomiocita. Anche se c’è crescente evidenza di
come il principale meccanismo della cardiotossicità
doxorubicina-indotta sia rappresentato dall’alterazione della funzione mitocondriale. Lo stress ossidativo,
che si viene a creare quando vi è uno sbilanciamento
tra processi ossidativi di origine energetica, metabolica e reattiva in relazione alla capacità antiossidativa
dellìorganismo, modifica l’equilibrio tra la sintesi e la
degenerazione proteica. Questo porta ad una disorganizzazione delle proteine, con perdita della funzionalità. Lo stress ossidativo porta inoltre all’induzione
di morte dei cardiomiociti, sia per apoptosi che per
necrosi del miocardio, determinando di conseguenza
un danno irreversibile. Le cellule cardiache sono infatti molto più suscettibili al danno da radicali liberi
rispetto alle cellule di altri organi e questo anche probabilmente per il metabolismo altamente ossidativo
delle cellule cardiache stesse e per le difese antiossidanti relativamente scarse.infatti sono caratterizzate
L'Approfondimento
COME GESTIRE INSIEME DUE IMPEGNATIVE PROBLEMATICHE
Verso uno specialista
dal doppio ruolo
Allo studio raffinati parametri cardiografici per valutare le terapie
CARDIO – ONCOLOGIA
Questo binomio viene dalla pratica clinica
e si può leggere nelle due direzioni:
1.Quando un paziente con cardiopatia viene affetto da un tumore necessita di una
valutazione e attenzione particolare per
il possibile danno aggiuntivo che potrebbe derivare all'apparato cardiovascolare
2.
Quando un paziente affetto da patologia tumorale viene trattato in modo
specifico si ha un potenziale rischio di
danno per l'apparato cardiovascolare
Questo può far pensare che nel primo e
nel secondo caso la vera vittima potenziale
sia sempre l'apparato cardiovascolare, ma
è comunque vero che sia la condizione di
10 - Cardio Piemonte
portatore di neoplasia, sia la terapia antineoplastica possano favorire problematiche cardiache sia dare un vero danno sulla funzione
cardiaca.
La condizione biologica di un paziente portatore di tumore è comunque sempre di accentuata condizione pro-infiammatoria cioè una
condizione che aumenta comunque sempre
la condizione pro-trombotica del paziente attraverso uno stimolo pro-infiammatorio sulle
placche atero-trombotiche che il paziente può
potenzialmente possedere. Questo fenomeno,
come è intuibile, si accentua con l'età del paziente. L'effetto trombolitico si può manifestare clinicamente come rischio di destabilizzazione di una malattia coronarica sia di rischio
trombo-embolico-cerebrale o polmonare.
In primo piano
N. 1 gennaio/aprile 2014
da bassi livelli di sistemi di rimozione dei radicali liberi e questo li rende ancora più vulnerabili al danno
antraciclino-indotto. Pertanto doppia azione di interferenza negativa da parte delle antracicline sia con i
sistemi difensivi antiossidanti che con i processi di
riparazione del danno cellulare farmaco-indotto.
Inoltre merita menzione il ruolo dell’antraciclina nel
condizionare attivamente il metabolismo cellulare
del calcio. La doxorubicina sembra essere in grado
di attivare il rilascio del calcio dai canali del reticolo
sarcoplasmatico con afflusso all’interno dei cardiomiociti, determinandone la morte.
Il danno sul cardiomiocita può continuare anche
una volta sospeso il farmaco e questo può, almeno
in parte, spiegare la comparsa di cardiomiopatie ritardate. Questa cardiotossicità è chiaramente dose
cumulativa-correlata. La correlazione tra aumento
della dose cumulativa di doxorubicina ed incidenza crescente di cardiotossicità è stata studiata alla
fine degli anni settanta da Von Hoff su una casistica
di oltre 4000 pazienti, definendo una curva esponenziale che esprimeva la probabilità di sviluppare
insufficienza cardiaca congestizia in funzione della
dose cumulativa, con un rischio del 5% per un dosaggio complessivo di 550 mg/mq. Successivamente è emerso come il rischio del 5% sia correlato ad
un dosaggio inferiore, circa 400 mg/mq, raggiungendo il 30% ed oltre con una dose cumulativa di
600 mg/mq. Un quadro di tossicità cardiaca acuta
insorge poco dopo l’infusione del farmaco, generalmente entro ore o giorni, e raramente rappresenta
un quadro clinicamente rilevante e può manifestarsi
con alterazioni elettrocardiografiche aspecifiche del
complesso QRS, tratto ST o onda T oppure con extrasistoli ventricolari o sopraventricolari e tachicardie
sinusali. Solo in pochi casi si assiste ad un quadro
grave di miopericardite con disfunzione miocardica
e scompenso che impediscono eventuali successive
somministrazioni di antracicline. Questo il più delle
volte accade in pazienti con anamnesi positiva per
cardiopatia oppure sottoposti ad elevati dosaggi di
antracicline. Più tipicamente si assiste ad un quadro
di cardiopatia cronica o subacuta che porta in genere all’insufficienza cardiaca congestizia da danno
miocardico irreversibile, con quadro clinico insidioso
e che può insorgere anche fino a 30 mesi dopo l’ultima somministrazione di doxorubicina, con astenia,
aumento della frequenza cardiaca, dispnea per sforzi
precedentemente non sintomatici. Le alterazioni ultrastrutturali del danno cronico sono specifiche ed al
contrario del quadro acuto sono irreversibili e correlate alla dose cumulativa somministrata.
segue sul prossimo numero
di Sebastiano Marra
D'altra parte, molte terapie antitumorali, oltre
a deprimere o annullare la capacità riproduttiva delle cellule tumorali, hanno anche un
effetto di depressione sulla funzione delle cellule del muscolo cardiaco. Questo può portare
a favorire manifestazioni a volte sub cliniche
a volte molto evidenti di scompenso cardiaco
dà ridotta funzione del ventricolo sinistro.
Come si può intendere l'analisi dei vari rischi
del paziente portatore di un tumore sulle varie
funzioni e attività dell'apparato cardiovascolare è fondamentale e va condotta in modo
molto preciso.
Gli indici da valutare sono molti, per noi Cardiologi, e comunque certamente non è assolutamente sufficiente calcolare la EF (Funzione
di Eiezione) del ventricolo sinistro in quanto si
tratterrebbe d'osservare un parametro troppo
semplicistico e soprattutto molto tardivo nella
ricerca di una possibile complicanza della terapia anti tumorale.
Si stanno valutando parametri ecocardiografici molto raffinati che possano cogliere in
maniera molto precoce la possibile cardio
tossicità di una terapia in modo da poter
correggere molto precocemente l'indirizzo
terapeutico.
L'Ecocardiografia, la Cardiologia Nucleare,
la Risonanza Magnetica Cardiaca, oltre
alla sempre indispensabile valutazione clinica, ci supportano nella guida terapeutica
di questi pazienti.
Ben si comprenda come stiamo creando
una figura nuova di specialista che gestisce le problematiche cardio-oncologiche.
Nel nostro Ospedale ho sempre favorito e
stimolato in termini sia culturali che clinico-strumentali la crescita di queste competenze. Teniamo conto che i due più grossi
Dipartimenti della Città della Salute e della
Scienza sono appunto quello Cardiovascolare e quello Oncologico. Con questo si
evidenzia come il nostro Ospedale si pone
come Centro di riferimento Regionale sia
per le competenze Cardiologiche che per
quelle oncologiche come richiesto sia dalle
linee guida regionali che dalla storia culturale medica della nostra Regione.
Cardio Piemonte - 11
N. 1 gennaio/aprile 2014
IL PRIMO IMPIANTO PER BIMBI NEL 2000: RIVOLUZIONE FRA PARIGI E TORINO
Da una buona idea alla realtà
il caso della valvola polmonare
Essa oggi può essere cambiata evitando la chirurgia a cuore aperto.
Per pazienti grandi e piccoli significativi vantaggi sotto molti aspetti mentre sono
pronti ulteriori sviluppi
di Gabriella Agnoletti
Dott.ssa Gabriella
Agnoletti
*Responsabile
servizio di Cardiologia
Pediatrica, Città della
Salute e della Scienza
Quando si han troppi ricordi si
può tranquillamente iniziare a
preoccuparsi... Era la fine degli
anni '90 ed un allora giovane
cardiologo di origine tedesca,
che aveva fatto i suoi studi in
Italia, si era trasferito all'Ospedale Necker-Enfants Malades
di Parigi, come responsabile
del laboratorio di emodinamica. È un uomo intelligente ed
eclettico ed aveva osservato
che i chirurghi, per ricostruire
la via polmonare dei bambini
nati con atresia della valvola polmonare, usano la vena giugulare dei bovini, che contiente
una propria valvola. Questo condotto biologico, tuttora in uso, si chiama Contegra (figura
1). Purtroppo i condotti protesici, soprattutto
se impiantati in bambini piccoli, che hanno
un metabolismo del calcio molto attivo, hanno il pessimo gusto di degenerare più o meno
in fretta. Questi pazienti erano quindi rioperati
numerose volte ed ogni reintervento era più
complesso del precedente...
Figura 1: il condotto Contegra è la vena giugulare bovina, che contiene
al suo interno una valvola naturale
12 - Cardio Piemonte
Tutti noi sappiamo peraltro che i cardiologi
interventisti spendono buona parte del loro
tempo ad impiantare stents nei vasi stenotici. Gli stents sono strutture di maglie metalliche che, montati su un palloncino, possono espandersi sino al diametro desiderato e
mantenere aperto il vaso. Gli stents si usano
non solo per mantenere la pervietà delle arterie coronariche, che misurano pochi millimetri, ma possono anche essere utilizzati per
dilatare l'aorta, o le arterie polmonari e possono aprirsi sino a 2 centimetri e più (figura 2).
Negli anni 2000 a Parigi tutto era quindi
già lì: il Contegra ed i grandi stents. Philipp
Bonhoeffer ha subito capito che inserendo il
Contegra all'interno dello stent si creava una
nuova entità: un condotto di maglie metalliche che contiene una valvola biologica (figura
3). Come tutti gli stents questo stent valvolato
(questo era infatti il suo primo nome) poteva
Figura 2. Lo stent CP (Cheatam Platinum), usato per costruire la valvola Melody, è illustrato chiuso e aperto, nudo e ricoperto. Questo stent
può essere dilatato sino a 25 mm.
N. 1 gennaio/aprile 2014
Figura 3. La valvola Melody. Nei pannelli A e B sono illustrati la valvola (A) e lo stent (B). Nei pannelli C e D è illustrato l'impianto percutaneo degli inizi,
quindi senza prestenting. In questo paziente lo stent valvolato è impiantato in un condotto chirurgico
essere inserito attraverso i vasi, quindi senza chirurgia. Era un'idea rivoluzionaria, che
ormai circa 15 anni fa ha aperto la strada
all'impianto non chirurgico di valvole cardiache: la polmonare, l'aorta e più recentemente
le valvole atrio-ventricolari. Quel che ricordo
fin troppo bene e con nostalgia è iI laboratorio di emodinamica dell'ospedale Necker,
dove anch'io ho lavorato a lungo. Era situato
nel sotterraneo della cardiologia, come spesso sono le sale radiologiche. Su un tavolino
c'erano tanti stents e tante vene giugulari di
bue, fili e poco altro. Giovani medici suturavano a mano, con infinita pazienza, la vena
contenente la valvola all'estremità superiore
ed inferiore dello stent. Poi erano le pecore
dell'istituto Montsouris a ricevere l'impianto dello stent valvolato. La preoccupazione
principale all'epoca era montare la valvola nel
senso giusto...
I primi tempi sono stati complicati. Le grandi
idee viaggiano veloci, non restano fra quattro
mura. Questo però ha portato a conseguenze positive, perché ha permesso l'impianto di
valvole cardiache non solo nei pazienti con
cardiopatie congenite complesse che sono,
fortunatamente, non numerosissimi, ma anche nei pazienti con valvulopatie acquisite.
Il primo impianto della valvola polmonare nel
bambino è avvenuto nel 2000 sempre all'ospedale Necker. La prima serie di pazienti non
è stata un gran successo...Il sangue entrava
attraverso le maglie dello stent tra l'estremità
superiore ed inferiore, producendo un effetto
chiamato “amaca”, che comportava l'ostruzione più o meno severa della via polmonare.
Per ovviare a questo primo problema le nuove valvole sono state suturate ad ogni singola
maglia dello stent. Si è in seguito osservato
che i grandi stents, se posizionati in vie muCardio Piemonte - 13
N. 1 gennaio/aprile 2014
Figura 4. La valvola polmonare “iniettabile”, è una
valvola autoespandibile, inserita attraverso l'apice del
ventricolo destro, che prende
forma quando è spinta fuori
dalla guaina che la contiene.
Si adatta all'anatomia della
valvola polmonare e si può
aprire sino a circa 30 millimetri.
scolarizzate, sottoposte ad escursioni sistolodiastoliche, come la via polmonare, tendono
a fratturarsi. Anche questo problema è stato
affrontato e risolto preparando la strada allo
stent valvolato con un primo stent posizionato nella via polmonare, all'interno del quale
veniva poi inserita la valvola. Così è nata la
valvola Melody e poco è in fondo cambiato
da allora. Nel mondo, dal 2000 ad oggi sono
state impiantate circa 3000 valvole Melody.
Non un numero straordinario, direte voi, ed
è vero. Le ragioni, come sempre, ci sono, e
sono semplici. Se mi chiedete “questa valvola
le piace?”, rispondo “l'idea è geniale, la valvola ha ancora bisogno di essere sviluppata
e lo stiamo facendo attivamente”. La Melody
è una valvola di prima generazione, che richiede l'impianto di tanto metallo per essere
posizionata. Forza quindi la naturale geometria della via polmonare, che può essere la
più svariata. Le giugulari bovine hanno inoltre
un diametro massimo di 22 millimetri. Nei
pazienti con vie polmonari più ampie, questa
valvola non può essere impiantata. Esistono
oggi valvole un po' più larghe, nate per il trattamento della valvulopatia aortica, come la
valvola Sapien, che è dilatabile sino ad un
diametro di 26 millimetri. Pur con i limiti del
diametro delle valvole polmonari disponibili, nel nostro centro abbiamo già sostituito
la polmonare in decine di giovani pazienti e
di adulti con cardiopatie congenite, evitando
la chirurgia tradizionale. Poter cambiare una
valvola con un cateterismo cardiaco significa
evitare la sternotomia, la circolazione extracorporea e la degenza in terapia intensiva. Per
posizionare queste valvole è infatti necessaria
una degenza in reparto di un giorno ed una
14 - Cardio Piemonte
notte e non è necessaria alcuna riabilitazione. Non c'è dolore e non rimane alcuna cicatrice. Vogliamo però fare ancora meglio e
poter mettere una nuova valvola polmonare
in tutti i pazienti in cui la polmonare nativa
non funziona più. Vogliamo infatti creare valvole flessibili, riposizionabili, che contengono
poco metallo, che sappiano adattarsi alla geometria della via polmonare e trattino l'ostruzione e l'insufficienza valvolare nel modo più
naturale possibile. In questo caso è quindi
la protesi che si adatta all'anatomia cardiaca
e non il contrario, un modo di curare che a
noi piace di più. Questo non è però “soltanto” futuro, poichè una valvola di questo tipo
esiste già. Per il momento questa valvola, che
si chiama “valvola polmonare iniettabile” (figura 4) è posizionata tramite una chirurgia
miniinvasiva, in cui si pratica la sternotomia,
ma il cuore continua a battere. La valvola è
inserita nella via polmonare tramite una piccola incisione sull'apice del ventricolo destro
e fissata tramite due punti di sutura esterni.
Abbiamo già posizionato numerose valvole
polmonari iniettabili nei nostri pazienti piccoli
e grandi ed i risultati sono buoni. Insieme ai
nostri amici cardiochirurghi stiamo però lavorando perché queste valvole siano inseribili
per via completamente percutanea, evitando
quindi le cicatrici, il dolore postoperatorio e la
degenza.
Speriamo quindi che molto presto queste
nuove valvole siano disponibili per curare
come a noi piace, con poca degenza ospedaliera, nessun dolore e nessuna cicatrice, i
nostri piccoli e grandi pazienti.
Salute in tavola
N. 1 gennaio/aprile 2014
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iov
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ola
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VIAGGIO FRA I SEGRETI DI UN PRODOTTO DALLE MILLE VIRTU’
Vino, quasi un toccasana
Ha un effetto protettivo nei confronti di numerose malattie,
in particolare di quelle cardiovascolari.
Combatte i grassi e diminuisce i rischi di infarto.
Meglio il rosso del bianco. Ma guai a chi non beve con moderazione.
di Virginia Bicchiega
Il vino, dal latino “vinum” e dal greco “oivoo”,
è il prodotto derivato dalla fermentazione alcolica, completa o parziale del mosto di uve
mature in presenza o in assenza delle parti
solide. Il vino non deve essere considerato
semplicemente come una soluzione di alcool
in acqua ma come una soluzione idroalcolica
di numerose sostanze (se ne conoscono più
di 250) responsabili dell’aroma e del sapore.
L’apporto in sostanze nutrienti è trascurabile in quanto i più importanti principi nutritivi
sono contenuti solo in tracce. Il valore nutritivo del vino è legato soprattutto all’alcool etilico
(Energia 7 cal/g). Tale apporto calorico non è
utilizzabile direttamente per il lavoro muscolare ma per il metabolismo basale svolgendo
un’azione di risparmio nei confronti dell’utilizzazione a fini energetici di altri principi nutritivi quali grassi e zuccheri. L’alcool etilico, però,
più che un nutriente deve essere considerato
una sostanza esogena all’organismo con proprietà farmacologiche. Bisogna ricordare che
l’uso smodato e continuo dell’alcool, oltre a
provocare dannosi squilibri nutritivi con rischio di malnutrizione può creare problemi
di dipendenza e tossicità e per la sua azione
tossica su numerosi organi (fegato, pancreas,
stomaco, sistema cardiocircolatorio, sistema
nervoso), può avere conseguenze molto serie
per l’integrità psico-fisica dell’individuo.
Le proprietà terapeutiche del vino non sono legate all’alcool etilico ma a diverse componenti.
Di maggiore interesse sono i polifenoli che si ritrovano differentemente distribuiti in vinaccioli,
polpa, bucce e raspi e che rappresentano la
parte colorata e colorante del vino.
I polifenoli sono composti ubiquitari nel modo
vegetale e si distinguono in flavonoidi (cate-
chine, procianidine, antociani, tannini e flavonoli) e non
flavonoidi (resveratrolo, derivati dell’acido benzoico, acidi
idrossicinnamici).
Il resveratrolo ha proprietà
chemioprotettive nel tumore della prostata inibendo
la replicazione delle cellule
tumorali ed accelerandone
la morte, inoltre ha un ruolo
cardioprotettivo. Il proantociano ha elevate attività antiossidanti con effetto benefico sui
processi aterosclerotici e nei pazienti diabetici. Infine il tirosolo, presente sia nel vino che
nell’olio di oliva, ha effetti sovrapponibili a
quelli del resveratrolo.
Il contenuto polifenolico dei vini bianchi è
molto inferiore a quello dei rossi (30-120
mg/l versus 200-3500 mg/l) e ciò spiega
perché il vino rosso è più ricco di sostanze
benefiche per la salute.
Dott.ssa Virginia Bicchiega
Nutrizionista
Posta:
[email protected]
Vino e buona salute
È noto da anni che la dieta gioca un ruolo
centrale nel mantenimento di una buona salute. Diete ricche in colesterolo e grassi saturi,
povere in fibre e ad alto contenuto di zucchero e sale possono aumentare il rischio cardiovascolare.
La restrizione calorica e soprattutto la composizione dietetica sembrano prevenire patologie
legate all’età come l’aterosclerosi, le malattie
cardiovascolari, il diabete mellito di tipo 2 e
le malattie neurodegenerative. Il vino rosso e
l’olio d’oliva, ricchi in polifenoli, sembra che
abbiano un ruolo nella riduzione del rischio
Cardio Piemonte - 15
Salute in tavola
N. 1 gennaio/aprile 2014
Tabella nutrizionale del vino
Parte edibile 100%
Acqua (g)
(Fonte I.N.R.A.N.)
Vino da pasto
ROSSO
Vino da pasto
BIANCO
89,2
89,8
Proteine (g)
Tr
come misura di salute pubblica, in quanto alcuni potrebbero essere incapaci di mantenere
un livello moderato di consumo.
Tr
I benefici del vino
tr
Lipidi (g)
0
Carboidrati (g)
0
tr
Amido (g)
0
Zuccheri solubili (g)
0
tr
Tr
Fibre totali (g)
0
10
Energia (kcal)
75
70
Energia (kj)
314
293
Sodio (mg)
4
4
61
61
Potassio (mg)
Ferro (mg)
1,0
Calcio (mg)
-
9
-
74
Fosforo (mg)
1,0
Tiamina (mg)
0
0,01
Riboflavina (mg)
0
0,05
Niacina (mg)
0
0
Vitamina A ret.eq (mg)
0
0
Vitamina C (mg)
0
0
Vitamina E (mg)
0
0
tr: trascurabile
cardiovascolare nei popoli del Mediterraneo.
Numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato la presenza di una relazione a forma di U
tra consumo di alcool e mortalità derivata dalla combinazione degli effetti positivi e negativi
dell’etanolo: i forti bevitori hanno un rischio di
morte superiore rispetto ai bevitori moderati,
mentre i bevitori moderati hanno un rischio di
morte più basso rispetto agli astemi.
Secondo le “Linee Guida per una Sana Alimentazione Italiana” un consumo moderato
di vino di normale gradazione alcolica per la
popolazione adulta sana è inferiore o uguale a 350 ml (circa 3 bicchieri) per l’uomo e
250 ml (circa 2 bicchieri) per la donna. Oltre
queste quantità gli effetti negativi dell’alcool
prevalgono sui positivi. È importante sottolineare la difficoltà di inserire suggerimenti sul
consumo di alcool fra quelli relativi allo stile di vita, dovendo tener conto di numerose
variabili (storia personale del consumo di alcool, storia di dipendenza in famiglia, patologie misconosciute, stato di gravidanza,…). Il
punto chiave è ritagliare il messaggio per ogni
persona: l’uso moderato dell’alcool non deve
essere incoraggiato in maniera generalizzata
16 - Cardio Piemonte
Apparato Gastroenterico
Il vino rosso, a differenza di quello bianco,
non riduce il tono dello sfintere esofageo inferiore. In quantità moderate non è causa di
reflusso gastro-esofageo.
A livello gastrico il consumo di vino riduce il
rischio d’infezione da Helicobacter Pylori, la
liberazione di istamina e la riduzione di ioni
idrogeno, con conseguente azione protettiva
nei confronti dell’ulcera gastroduodenale, diversi studi hanno dimostrato che il resveratrolo ha un’azione preventiva sullo sviluppo
di cancro.
Le bevande blandamente alcoliche, e il vino
in particolare, se bevute in dosi moderate e in
maniera frazionata prima e dopo i pasti svolgono azione favorevole sulle attività digestive,
stimolando la secrezione salivare e gastrica.
Il vino sembra proteggere dalla calcolosi biliare colesterinica abbassando significativamente l’indice di saturazione in colesterolo della
bile, che è un prerequisito fondamentale per
la formazione dei calcoli. Elevate quantità di
alcool, al contrario, si associano ad un aumentato rischio di tumore al colon.
Apparato cardiovascolare
Ampie evidenze scientifiche associano il consumo moderato di alcool, in particolare vino
rosso, con un basso rischio di malattia cardiovascolare. L’azione preventiva degli alcolici
in parte è dovuta alla componente alcolica
(etanolo), in parte alle componenti non alcoliche (soprattutto i polifenoli). Tutti i polifenoli
e, più di tutti, il resveratrolo hanno un’azione
antiossidante: riducono lo stress ossidativo
legandosi ai radicali liberi e neutralizzandoli
con conseguente rallentamento dell’invecchiamento delle cellule del nostro organismo.
L’effetto protettivo del vino determina dilatazione delle arterie coronarie, spinta alla diminuzione della trigliceridemia (nei soggetti
normotrigliceridemici ma non negli ipertrigliceridemici) e alla rimozione del colesterolo
dal sangue. Tra gli effetti protettivi cardiovascolari del resveratrolo sono da citare l’effet-
Salute in tavola
N. 1 gennaio/aprile 2014
to antitrombotico grazie alla ridotta attività
piastrinica e alla diminuzione del fibrinogeno plasmatico con conseguente riduzione
dell’aggregazione piastrinica, una protezione
dall’ossidazione delle lipoproteine LDL* e un
forte aumento delle lipoproteine HDL** che si
associa ad un ridotto rischio di aterosclerosi e
coronaropatia, con conseguente minor rischio
di sviluppare infarto cardiaco.
Tra il consumo di alcool e la pressione arteriosa c’è una relazione inversa; l’assunzione
moderata di vino si associa ad una riduzione
della mortalità globale in soggetti con ipertensione arteriosa. Al contrario, il consumo di alcool al di fuori dei pasti si associa al rischio di
sviluppare ipertensione arteriosa indipendentemente dalla quantità assunta. Il vino rosso
causa vasodilatazione a carico dei vasi di resistenza sottocutanei e combatte la disfunzione
endoteliale causata dalla dieta ricca di grassi.
Il paradosso francese
Alla fine degli anni ’80 dallo studio condotto
da Renaud e De Lorgeril sulla correlazione tra
mortalità dovuta a malattia coronarica e assunzione di grassi animali nella dieta, emerse che tanto maggiore era il consumo medio
giornaliero di grassi animali, tanto più elevata
era la mortalità. Tra tutti i Paesi esaminati solo
il campione francese fornì risultati contrastanti a questa conclusione: nonostante l’elevato
consumo di grassi animali, i francesi facevano registrare il più basso tasso di mortalità
per malattia coronarica. Dall’osservazione
del maggior consumo di vino scaturì l’ipotesi
che il vino potesse bilanciare gli effetti dell’elevata ingestione di grassi animali. Confrontando il vino con altre bevande alcoliche (birra, gin,...) si è dimostrato che il primo fosse
più efficace nella riduzione dell’incidenza di
queste malattie. Si ipotizzò che alla base del
paradosso francese non ci fosse l’etanolo ma
altre sostanze presenti nel vino, scoperte successivamente: i polifenoli ed in particolare il
resveratrolo.
*Lipoproteine LDL: trasportano il “colesterolo cattivo” che si
deposita nelle pareti dei vasi
**Lipoproteine HDL: trasportano il “colesterolo buono” al fegato
rimuovendolo dalle pareti vascolari
Sistema Nervoso
I polifenoli, grazie alla loro proprietà antiossidanti, sembra che abbiano un’azione protettiva nei confronti dello sviluppo di demenza
nell’anziano sia su base vascolare, sia da altre cause come l’Alzheimer.
Vino rosso versus vino bianco
Diversi studi hanno dimostrato che il vino
rosso ha proprietà cardioprotettive maggiori
rispetto al vino bianco. I vini rossi sono molto
più ricchi di composti benefici ad attività antiossidante ed antinfiammatoria, sia perché le
uve ne sono maggiormente dotate, sia per la
più lunga permanenza delle bucce nel mosto;
al contrario nella produzione del vino bianco
la fermentazione avviene senza il contatto del
mosto con le bucce (fermentazione in bianco). Dal momento che il resveratrolo si trova
nella buccia e non nella polpa ciò spiega la
differenze tra i due tipi di vino.
Il vino: leggende metropolitane
Dato il ruolo centrale del vino nella quotidianità
negli anni sono nate molte “leggende metropolitane”. Tra tutte quelle che circolano le più frequenti si possono riassumere in questo elenco:
1.I vini rossi devono essere sempre decantati: l’80% dei vini rossi necessitano solo di
essere versati in calici di adeguate dimensioni.
2.Annusando il sughero si può capire se il
vino sa di tappo: il 99.9% delle volte non
si sentirà altro che odore di sughero bagnato.
3.
Un mese di astinenza da ogni alcolico
(vino compreso) serve per disintossicare
il fegato: credenza fallace che può indurre
a cattivi comportamenti.
4.Il vino si conserva solo in cantina: per
conservare adeguatamente il vino basta
porlo in una stanza dove non arrivi luce
diretta sulle bottiglie e la temperatura non
salga oltre i 16°C.
5.Il vino rosso va servito a temperatura ambiente: regola legata a qualche decennio
fa quando nelle abitazioni non si superavano i 17-18°C.
Cardio Piemonte - 17
Salute in tavola
N. 1 gennaio/aprile 2014
6. Tutti i vini migliorano con l’età.
7.Per giudicare un vino bisogna conoscerlo:
se dopo averlo assaggiato il primo pensiero è: “Buono!” sapere il produttore, il
terreno, l’annata sono tutte informazioni
che perdono di valore.
Conclusione
Da tutto ciò che è emerso si evince che l’adozione della dieta mediterranea, come un moderato consumo quotidiano di vino sia da ritenersi salutare. Numerosi studi internazionali
hanno dimostrato che i popoli che seguono la
dieta mediterranea, per le proprietà cardioprotettive ed antiossidanti dei suoi componenti,
hanno un’aspettativa di vita maggiore rispetto
ai popoli dell’Europa del Nord che adottano
uno stile alimentare molto diverso, usando
altri tipi di condimento con consumo più elevato di grassi animali rispetto a quelli vegetali. Al giorno d’oggi l’alimentazione equilibrata
va vista non soltanto nell’ottica delle prevenzione di certe specifiche carenze, ma anche
sotto il profilo della capacità di modificare
l’andamento di certe malattie tipiche dell’età moderna. Non bisogna mai dimenticare di
considerare il vino non a sé, ma come parte
integrante di un corretto modello alimentare
capace di avere un valore preventivo. Questo è un aspetto importante nella ricerca in
nutrizione: non suddividere cibi e principi nutritivi in “buoni” e “cattivi”, ma identificare il
giusto impiego dei vari alimenti nel quadro di
un’alimentazione abituale variata, completa
e salutare. Infine, vale la pena ricordare che
il vino, indipendentemente dal contenuto in
resveratrolo, ha soprattutto significato culturale e conviviale. I suoi risvolti salutistici, al
contrario, sono ancora in attesa di conferma.
Ha collaborato alla stesura di questo articolo: Dott.ssa Paola
Belci
Bibliografia
1.Apollodoro, I miti Greci. Fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo
Mondadori Editore, Milano 1996
2.Igino, Miti. A cura di giulio Guidorizzi. Adelphi Edizioni, Milano
2000
3.Pallauf K., Giller K., Huebbe P., et al Nutrition and healthy
ageing: calorie restriction or plyphenol-rich “MediterrAsian”
diet? Oxidative medicine and cellular longevity. Volume 2013
Article ID 707421
4.Estruch R., Salas-Salvadò J. Towards an even healthier
Mediterranean diet. Nutrition, Metabolism and cardiovascular
diseases 2013, 23:1163-1166
5. Li H., Forstermann U. red wine and cardiovascular health.
Circulation research 2012; 111: 959-61
6. Vàzquez_Agell M., Sacanella E., Tobias E., et al. Inflammatory
markers of atherosclerosis are decreased after moderate
consumption of cava (sparkling wine) in men with low
cardiovascular risk. Journal of nutrition 2007; 137(10):2279-84
Tratta dal libro “La dieta del gusto” di Virginia Bicchiega - Nutrizionista
Brasato di manzo Ingredienti:
• Carne di manzo (g. 400)
• Una cipolla
• Una carota
• Una costa di sedano
• 150 g. di polpa di pomodoro
• 1 bicchiere di vino rosso (150)
• Uno spicchio di aglio
• Un rametto di rosmarino
• Un rametto di salvia
• Una foglia di alloro
• Un mezzo dado da brodo
• 2/3 chiodi di garofano
Preparazione:
In una casseruola mettete le verdure lavate e tagliate, la carne, le spezie, l’aglio, la salsa di
pomodoro e il vino. Fate insaporire per 10 minuti a fuoco vivace, poi abbassate la fiamma
al minimo, aggiungete acqua calda a sufficienza per coprire la carne, unite un mezzo dado
da brodo e lasciate cuocere per un paio di ore con il coperchio. A fine cottura togliere la
carne, affettatela e disponetela sul piatto da portata tenendola al caldo. Passate al setaccio
le verdure e il sugo e versate il tutto sulle fette di carne.
18 - Cardio Piemonte
Cibo & curiosità
N. 1 gennaio/aprile 2014
DA DIONISO AI ROMANI AI TEMPI NOSTRI: UNA STORIA AFFASCINANTE
Tra misteri e leggende
L’origine del vino è antichissima, ma è sempre stato considerato
una bevanda capace di rallegrare l’uomo.
Chi lo "inventò"? Tante teorie, nessuna certezza
di Franco Orlandi
VINUM LAETIFICAT COR OMINIS
Il vino allieta il cuore dell’uomo.
Fra i molti che hanno fatto riferimento a queste parole, colgo Gregorio di Nissa, Padre della Chiese Cattolica e Anglicana, che, nell’omelia sul Cantico dei Cantici, scrive sul vino,
di cui si parla nel Salmo 103,15 e da cui è
tratta la frase di apertura di questo articolo, e
dice che un giorno riempirà il calice della saggezza e sarà offerto ai convitati, che in uno
stato di sobria ebbrezza saranno rapiti dalle
cose umane a quelle divine.
Il vino viene anche associato dai saggi e padri spirituali e non, nella storia delle tradizioni religiose a riferimenti, discorsi, simbolismi
legati al fenomeno mistico (si pensi all’ultima cena della tradizione cristiana. Il vino nei
vangeli testimonia il primo e ultimo atto della vita pubblica di Cristo: le nozze di Cana
e l’Ultima cena. Con l’affermarsi del cristianesimo l’uso liturgico della bevanda si diffuse, sacralizzandosi in modo compiuto nella
transustanziazione dell’eucarestia) trovandosi
spesso lungo quella linea sottile che separa
l’esperienza puramente spirituale, l’“ebbrezza
divina” (Origene di Alessandria afferma che
la grazia è la conoscenza dei misteri divini, il
vino che inebria e che allo stesso tempo dona
l’intelligenza), da quei banchetti “sacri” che al
culmine dell’ebbrezza da vino si trasformavano in orge: attraverso l’assunzione del vino si
pensava che si fosse diventati un tutt’uno con
il dio, si fosse stati quindi divinizzati.
Anche gli studiosi di letteratura si sono trovati spesso in difficoltà quando, ad esempio
di fronte a rime come quelle del poeta per-
siano Hafez, del XIV sec.:
«L’eternità sta nel vino, coppiere, a me versane l’ultima
goccia…»; «Di liuti parlatemi
solo, parlatemi solo di coppe:
il segreto di questo mondo
è un enigma che mai saprà
scioglier sapienza.», oppure di
Rumi, poeta e mistico sufi del
XIII sec.: «Versami tanto vino
ch’io scenda giù da me stesso,
perché nell’io, nell’essere, non
ho trovato che pena»; scrivono
dell’affascinante intreccio di
amore carnale e misticismo che configurano
una “cultura” innervata nell’amore e nell’ebbrezza, o nell’ebbrezza dell’amore senza che
possiamo capire esattamente quale fosse stata la realtà del poeta.
Il vino, quindi come metafora quotidiana che
percorre la via dell’esperienza dello Spirito. E
qui mi fermo, per chiedermi qual è l’origine
del vino.
Le origini del vino sono così antiche da perdersi nella leggenda. Alcune di esse vorrebbero far risalire l’origine della vite, nel giardino
dell’Eden con Adamo ed Eva, al posto dell’albero del melo. Altre raccontano che avendo
Noè inventato il vino, pensò bene di salvare
la vite dal diluvio universale, riservandole un
posto sicuro nella sua arca. La parola vino è
antichissima e gli etimologi discutono se farla derivare da una radice del sanscrito “ven”,
che significa amare, da cui venus (venere);
oppure dall’antico ebraico “iin” che attraverso
il greco “oinos” sarebbe arrivata ai latini. Altri
invece sostengono che da una radice sanscri-
Franco Orlandi
Cardio Piemonte - 19
Cibo & curiosità
N. 1 gennaio/aprile 2014
ta “vi” (attorcigliarsi), verrebbe fuori la parola
vino, cioè il frutto della pianta che si attorciglia. Vino è una di quelle parole che i linguisti
sogliono definire “viaggiante”, “fluttuante”,
ciò in relazione alla notevole diffusione nel
corso dei millenni tra popoli, razze e lingue
diverse, in un’area estremamente vasta che
va dall’India al mediterraneo presso le località
dove si sviluppò la viticoltura.
Già seimila anni fa i Sumeri simboleggiavano con una foglie di vite l’esistenza umana e
sui bassorilievi assiri con scene di commensali a tavola si possono vedere schiavi che
attingono il vino da grandi vasi a bocca larga
(crateri) e lo servono in coppe ricolme. Nel
mondo greco il vino era ritenuto un dono degli
dei e tutti i miti sono concordi nell’attribuire
all’immortale Dioniso, il figlio più giovane di
Zeus, l’introduzione della cultura della vita fra
gli uomini. Divenne così il dio del vino e fu
oggetto di culto non solo presso i Greci ma
anche presso gli Etruschi dove era identificato
con la divinità dell’agricoltura Fufluns e successivamente nel mondo romano dove venne
chiamato Bacco e ricollegato a Liber, antica
divinità latina della fertilità.
Secondo la versione più diffusa del mito, Dioniso era nato dall’unione di Zeus con Semele, figlia di Cadmo, re di Tebe. Zeus per
avvicinare la donna, che era mortale,
le aveva nascosto il suo vero aspetto, ma Semele istigata dalla gelosa
Era, moglie di Giove, gli chiese di
poterlo ammirare nella sua forma di dio del cielo, ed essendogli Zeus comparso con la folgore,
restò incenerita. Zeus allora salvò
dal suo corpo il piccolo Dioniso e lo
cucì nella propria coscia per portarne
20 - Cardio Piemonte
a compimento la gestazione; quando il bimbo nacque, lo affidò alle cure delle ninfe del
monte Nisa affinché lo allevassero. Cresciuto
nella solitudine dei boschi, educato da Sileno
figlio di Pan, Dioniso piantò la vite, inebriandosi dell’”umor che da essa cola“ e il suo destino fu di peregrinare di luogo in luogo accompagnato da animali feroci, pantere o tigri,
e seguito da una numerosa corte di donne in
preda alla frenesia estatica (le menadi), satiri
e da divinità dei boschi di natura selvaggia e
lasciva (i sileni).
Per completezza d’informazione devo aggiungere che ci sono alcuni studiosi (vedi il
network di Giorgio Samorini sull’origine della
vite e del vino), che ritengono la scoperta del
vino non contemporanea alla nascita del divino Dioniso presso i Greci ma sarebbe di gran
lunga antecedente la formazione della cultura
greca classica ed anche arcaica. In uno dei
miti più antichi di cui ci sono pervenuti solo
pochi e sparsi frammenti si racconta che un
ceppo di vite fu partorito da un animale, una
cagna, come viene riportato da un passo del
“Deipnosofistos” di Ateneo (192-195 d.C.).
«Un altro mito molto antico di origine tessalica, associa la scoperta del vino ad un secondo animale, un caprone, e appartiene al ciclo
mitologico legato alla figura di Eneo (Oineo).
Uno dei suoi pastori, dal nome molto indicativo di Stafilo (“grappolo d’uva”), si accorse che
uno dei cuoi capri si allontanava frequentemente dal gregge per brucare da una pianta
di vite i grappoli d’uva presso il fiume Acheloo
e quando si ricongiungeva con il gregge appariva sazio e con un comportamento bizzarro. Accortosi di ciò, Stafilo raccolse i grappoli
d’uva e li portò a Eneo, il quale ebbe l’idea di
schiacciare i grappoli d’uva e di miscelarne il
succo con l’acqua del fiume, ricavandone in
tal modo il primo vino… In alcune versioni
Stafilo viene chiamato Orista, forma deformata
del nome di Oresteo (Kereny, 1985, I, p.121
)».
La coltivazione dell’uva è testimoniata in
Egitto fin dal periodo predinastico (5500
-3100 a.C.), anche se come bevanda
non ebbe mai l’importanza e la diffusione che invece ebbe la birra. Le scene che appaiono sulle pareti delle tombe
Cibo & curiosità
N. 1 gennaio/aprile 2014
mostrano che le vigne erano generalmente a
forma di pergolato e che la pigiatura dell’uva
dopo il raccolto era eseguita con i piedi dentro
a grandi catini. Il succo ottenuto era versato
in anfore e lasciato fermentare, dopodiché le
anfore venivano tappate. Dal Nuovo Regno
(1560 a.C. circa) in poi è attestata talvolta la
presenza di un piccolo foro sul collo dell’anfora, probabilmente per permettere la fuoriuscita degli ultimi gas di fermentazione dopo la
chiusura del contenitore.
In un articolo di Carlotta Cianferoni, Sovrintendente per l’archeologia in Toscana, sul
web, si legge che nel mondo romano «il vino
più ordinario veniva consumato o venduto
appena limpido, attingendolo direttamente
dai doli (vinum doliare), quello di qualità o
destinato alla vendita era invece travasato in
anfore (vinum amphorarium), dove subiva
una serie di trattamenti mirati a garantirne
la corretta conservazione. Comunissimo era
l’uso di esporre le anfore al calore e al fumo
in appositi locali oppure quello di aggiungere
al vino acqua di mare o comunque salata,
secondo un uso già diffuso in Grecia dove si
pensava che l’acqua di mare rendesse il vino
più dolce e servisse ad evitare "il mal di testa
del giorno dopo". A seconda delle diverse stagioni il vino poteva essere raffreddato con la
neve o scaldato; diffusissimo era inoltre l’uso
di addolcirlo col miele e profumarlo con foglie
di rosa, viola e cedro, cannella e zafferano».
La civiltà Etrusca (dove il vino fece la sua
comparsa nel sec VII a. C.) si distinse per
l’alta produzione e l’organizzazione dei traffici commerciali del vino che veniva scambiato
anche con i metalli o prodotti semilavorati. I
contenitori più idonei per il contenimento del
vino sono sempre state le anfore, recipienti da
trasporto per eccellenza.
Una curiosità: come si legge in uno scritto
di Marziale, a Roma, nel brindisi alla donna amata era uso vuotare tanti kyathos (una
sorta di piccolo vaso decorato che può essere
assimilato ad un mestolone), uno di seguito
all’altro, quante erano le lettere che componevano il nome di lei. Ben poco è questo spazio anche per dare qualche informazione sul
rapporto tra vino e cucina nella storia, vino
ed eros, vino ed arte, oppure per entrare nel
pignolo e un po’ maniacale mondo del sommelier per scoprire come conservare il vino,
come abbinarlo, come servirlo.
Desidero terminare questo breve articolo con
un monito che deriva dalla saggezza popolare: assaggio di un bicchiere, leggero e canterino come un uccello;/sorseggio di qualche
bicchiere, ardito come un leone;/ consumo
di molti bicchieri, cocciuto e tonto come un
somaro. E, per ultimo, con una notizia che
viene dalla ricerca medica. È stato dimostrato che fra coloro che si recano nei paesi a
rischio di infezioni alimentari, i turisti che bevono vino sono meno soggetti ad attacchi di
dissenteria rispetto a coloro che consumano
acqua anche se imbottigliata. Questo trova
una spiegazione nel fatto che molti batteri nel
vino muoiono per via della presenza di acidità, alcol e tannini. Il vino come disinfettante
dell’acqua era conosciuto anche nella cultura
dell’Italia contadina: quando si beveva l’acqua del pozzo, molto spesso si mischiava al
vino. Studi medici evidenziano che un moderato consumo di vino, un bicchiere a pasto, riduca l’insorgenza di malattie cardiovascolari.
Sono passati circa 150 anni dai primi studi
di Pasteur e il tempo non ha ancora smentito
l’evidenza sperimentale che vede come non
sia mai stato, fino ad oggi, isolato un agente
patogeno per l’uomo che si origini dal vino.
Prosit! (“sia utile, faccia bene, giovi!“)
Cardio Piemonte - 21
N. 1 gennaio/aprile 2014
UNO STUDIO SUL RAPPORTO TRA TEMPERATURA
E INFARTO MIOCARDICO ACUTO
Il freddo, è allarme rosso
In particolare, rischi gravi quando si compiono operazioni faticose
come spalare la neve. Aumentano gli episodi di angina pectoris.
Prevenzione: ecco alcune utili indicazioni
di Annalaura Fanelli
Dott.ssa Anna Laura
Fanelli
La primavera prende il posto
dell’inverno e le temperature
si alzano. Meno male, perché
ai fattori di rischio tipici di chi
ha problemi di cuore (sesso,
familiarità, età, fumo, ipertensione, dislipidemia, diabete,
obesità) si aggiungono altri
possibili elementi, cosiddetti
"non tradizionali", che probabilmente influenzano l’insorgenza della malattia coronarica. Tra questi, appunto, le
basse temperature ambientali.
In passato numerosi studi hanno evidenziato
una maggiore incidenza di infarti miocardici
nei mesi invernali o comunque nei giorni più
freddi di una determinata stagione. Ma anche senza l’aiuto della statistica, qualunque
cardiologo si rende conto nel suo lavoro quotidiano che l’inverno, in particolare durante le
prime ore del mattino, porta con sè numerosi
episodi di angina pectoris.
Chi soffre di coronaropatia, infatti, tipicamente può avere una crisi anginosa durante l’esposizione al freddo, appena uscito di casa.
In particolare, la cronaca registra numerosi casi di persone intente a spalare la neve
(operazione semplice, ma molto faticosa per
l’insieme di movimenti che comporta) vittime
di infarto.
In effetti, gli sbalzi di temperatura e l’esposizione al freddo inducono modificazioni
del nostro organismo. Si tratta di fisiologici
meccanismi reattivi di compenso alle basse
temperature, ma che possono peggiorare o
22 - Cardio Piemonte
slatentizzare una sottostante patologia coronarica. Il freddo infatti induce attraverso i recettori cutanei una stimolazione del sistema
nervoso simpatico, portando a vasocostrizione e ad aumento della pressione arteriosa, ed
influenzando frequenza e gittata cardiache,
nonché la funzione endoteliale.
Queste modifiche non hanno alcuna conseguenza su cuori e arterie sani, ma se avvengono in presenza di placche aterosclerotiche
coronariche importanti, possono indurre crisi
anginose.
Inoltre con l’abbassamento della temperatura
ambientale avvengono modifiche nella conta
dei globuli rossi e bianchi, sul livello di alcuni
fattori della coagulazione e di alcuni markers
infiammatori, con un probabile finale effetto
protrombotico. È dimostrato che la viscosità
del sangue aumenta del 2% per ogni abbassamento della temperatura di 1°C.
All’ESC 2013, il congresso annuale della Società Europea di Cardiologia, è stato presentato un importante studio belga del prof. Marc
Claeys, nel quale si documenta come l’inci-
N. 1 gennaio/aprile 2014
denza di infarto miocardico aumenti del 7%
per ogni riduzione di 10°C della temperatura
ambientale minima.
L’indagine è stata condotta su circa 16.000
pazienti, in Belgio, presso l’Università di Anversa, tra il 2006 e il 2009, reclutando tutti
i pazienti afferenti a 32 centri della nazione
per angioplastica primaria in corso di infarto
miocardico acuto.
La popolazione studiata mostra un’età media
di 63 anni ed è formata al 28,4% da donne.
I dati sulle temperature ambientali sono stati
ricavati dalle misurazioni quotidiane di 73 stazioni meteorologiche distribuite sul territorio
nazionale ed oltre alle temperature i dati sugli
infarti sono stati correlati ai livelli di umidità e
di smog, mostrando correlazione anche con i
livelli di materiale particolato ambientale, seppur in modo non significativo all’analisi multivariata.
I dati sulla significativa correlazione inversa
tra temperatura ambientale e incidenza di infarto miocardico sono stati confermati anche
al di fuori del periodo invernale, suggerendo
che non solo la temperatura ambientale di per
sé possa essere il trigger dell’ischemia cardia-
ca, ma anche la variazione di temperatura nel
tempo, ad esempio legata agli sbalzi tra ambiente chiuso e aperto.
Come dimostrato da un importante studio
organizzato dalla Società Europea per la Prevenzione e la Riabilitazione Cardiovascolare
(EACPR), condotto su 100.000 pazienti in 7
nazioni europee, nei mesi invernali inoltre i
livelli di pressione arteriosa sia sistolica sia
diastolica e la circonferenza della vita sono
maggiori rispetto ai mesi estivi.
In modo indiretto dunque il freddo invernale
avrebbe anche un ruolo di potenziamento di
altri fattori di rischio cardiovascolare, probabilmente a causa non solo della vasocostrizione ma anche delle abitudini dietetiche e di
moto legate alle stagioni.
In un modello globale ambientale, è stato
dunque dimostrato che le basse temperature
e gli sbalzi termici sono gli unici fattori ambientali a correlarsi in modo statisticamente
significativo con l’incidenza di malattie cardiovascolari.
Questo importante dato potrà permettere di
intervenire di più e meglio sulla prevenzione
cardiovascolare. Perchè proteggersi dal freddo, in particolare se si è già cardiopatici o se
si hanno fattori di rischio come il diabete o
l’ipertensione, può essere d’aiuto dal rischio
di infarto.
Nei mesi invernali dunque sarà consigliabile
indossare sempre indumenti molto coprenti, evitare di uscire nelle ore più fredde della
giornata e di fare sforzi all’aperto.
Anche se è indicato mantenere tutto l’anno
uno stile di vita sano, soprattutto di inverno
sarà fondamentale fare attenzione a mantenere il peso forma, eseguire attività fisica
aerobica regolarmente e curare la dieta, che
deve essere varia e ricca di frutta,verdura,
carne bianca e pesce.
In caso di ipertensione e diabete, con l’aiuto
del proprio medico di famiglia o del cardiologo di fiducia, bisognerà ottimizzare la terapia
antiipertensiva variandola in base alle stagioni e modificare le terapie ipoglicemizzanti in
ragione alle variazioni dietetiche.
Grazie a questi piccoli e semplici accorgimenti, avremo un’arma in più nella prevenzione
cardiovascolare.
Cardio Piemonte - 23
Medicina & Storia
N. 1 gennaio/aprile 2014
LA STORIA DI UNA ISTITUZIONE CHIAVE IN CARDIOLOGIA
L’ambulatorio, una porta
sul cuore
Con un duplice avviso dell’ospedale Mauriziano ripreso dalla cronaca dei giornali
(1936 e 1939) si diede notizia del nuovo servizio. Una presenza che permise
di avvicinare le esigenze del territorio alle sedi di alta specializzazione verso
l’indipendenza dalla medicina generale. Un ruolo che si è evoluto conservando la
sua importanza
di Erennio Rosettani
Prof. Erennio Rosettani
Nell’ambito dell’attività ospedaliera, l’evoluzione della vecchia Divisione di Cardiologia
rappresenta oggi quanto di
più complesso si possa immaginare, tanto da essere indicata proprio come Struttura
Complessa (S.C.). In genere è
in grado di soddisfare le esigenze di quasi tutti i settori del
vasto capitolo delle Malattie
Cardiovascolari: dall’Unità di
Terapia Intensiva (la vecchia
Unità Coronarica) che accoglie i casi bisognosi di monitoraggio e assistenza terapeutica continua e non più solo i
pazienti con infarto miocardico acuto, alla degenza generale che ha completamente mutato la sua funzione rispetto a quanto avveniva
nel secolo scorso. Su di essa infatti grava in
primo luogo la continuazione della cura per
i pazienti subacuti provenienti dalla terapia
intensiva e la funzione di supporto assistenziale necessario ai laboratori di alta specializzazione diagnostica e terapeutica, quali sono
oggi quelli di emodinamica e di elettrofisiologia- cardiostimolazione. Le degenze sono di
solito di breve durata, fino a riservare qualche
stanza con letti ad uso day hospital. A questa,
che si può considerare come l’asse portante della struttura, si deve aggiungere tutta la
parte della diagnostica non invasiva, composta da entità funzionalmente autonome: dal
laboratorio di ecocardiografia, al laboratori per
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le indagini elettrocardiografiche sotto sforzo,
all’elettrocardiografia dinamica (Holter), alla
valutazione circadiana della pressione arteriosa (Holter pressorio), alla valutazione della
funzionalità cardio-polmonare e della funzionalità neuro-vascolare (tilting test), al laboratorio di ecoDoppler vascolare ecc.
Ma quali sono le vie principali che permettono ai cittadini affetti da malattie cardiovascolari di arrivare ad usufruire dei servizi di
questa Struttura Complessa?
In genere la selezione dei pazienti avviene
attraverso due percorsi: il Pronto Soccorso
dell’Ospedale, dove la struttura cardiologica è
ubicata, in particolare per i pazienti con quadri patologici acuti; l’altro è l’Ambulatorio di
Cardiologia, che rappresenta la porta di accesso attraverso la quale la Medicina di base
può usufruire in via diretta delle prestazioni
specialistiche.
L’importanza della sua presenza assume un
aspetto storico nell’ambito della patologia cardiovascolare e col passar del tempo ha dovuto adeguare la sua configurazione alla continua evoluzione delle conoscenze cliniche e
tecniche.
A Torino, “La Stampa” del 21 novembre
1936, sulla pagina della cronaca cittadina
riporta un avviso che con il titolo «L’Istituto
di Cardiologia dell’Ospedale Mauriziano» e
sottotitolo «Servizi gratuiti per il pubblico» recita: «L’Ospedale Mauriziano Umberto I° ha
istituito da tempo una Istituzione di Cardiologia che funziona in appositi locali sia con
Medicina & Storia
N. 1 gennaio/aprile 2014
un ambulatorio dei malati del cuore e dei
vasi, sia con un laboratorio di ricerche (elettrocardiografia, sfigmometria, ortodiagrafia,
indagini sierologiche e sul ricambio). Ai malati in condizioni disagiate le cure sono fatte
gratuitamente. La visita ai malati ha luogo
nei giorni di martedì e di sabato dalle ore
10 alle 11.30».
Come si vede, la cardiologia dell’epoca, per
poter svolgere una propria specifica attività, si
offre al territorio con l’apertura di un ambulatorio e la disponibilità di una strumentazione
d’avanguardia.
La necessità di questo collegamento con
l’esterno trova conferma in un altro avviso
(“Stampa Sera” del 14 gennaio 1939) dal
titolo «Ambulatorio per le malattie di cuore
nell’Ospedale Mauriziano»: «L’ambulatorio e
consultorio per le malattie di cuore e della circolazione continua anche quest’anno
a funzionare regolarmente per gli infermi
esterni, ogni lunedì e venerdì per la visita, e
martedì e sabato per gli esami, dalle ore 14
alle 15, con l’opera dello specialista prof.
Giuseppe Palomba e la dirigenza del prof.
Luigi Fornaca; visita ed esami sono gratuiti
per tutti i non abbienti».
Questo nuovo avviso rappresenta anche la
conferma dell’apertura sul territorio di una
specialità che cominciava a rendersi autonoma dalla Medicina Generale, all’epoca unico
contenitore delle diverse branche specialistiche. La cardiologia non aveva ancora acquisito la sua indipendenza con il riconoscimento
ufficiale della specializzazione, ma era seguita da medici internisti con particolare attenzione verso i malati di cuore.
Lo studio del paziente era principalmente
basato su un’indagine clinica generale e si
concludeva con l’analisi delle problematiche
di natura cardiovascolare. Tra esse in primo
luogo l’auscultazione prolungata del cuore per
poter risalire, attraverso le caratteristiche dei
rumori, alle anomalie strutturali responsabili.
Se l’interpretazione dei rumori cardiaci non
permetteva di dirimere i dubbi sulla causa
della loro origine, quasi diffidando del proprio
udito, si ricorreva spesso al fonocardiogramma, di complessa esecuzione per le strumentazioni dotate di un sistema di registrazione
su carta fotografica, con
metri di tracciato da sviluppare in camera oscura.
L’attenzione principale era
rivolta però all’elettrocardiogramma, da anni (1920) considerato lo strumento
di supporto diagnostico
irrinunciabile, anche se
il numero delle derivazioni disponibili erano la
metà di quelle di un esame attuale. Altre indagini strumentali eseguibili
nei locali dell’ambulatorio erano l’oscillografia
per la patologia vascolare periferica, insieme
alla pletismografia, al
ballistocardiogramma
(che cercava di studiare particolari forme di
cardiopatia attraverso
lo scuotimento subito
dal corpo del paziente e
trasmesso ad un lettino
oscillante,
orientabile
dalla posizione orizzontale a quella verticale).
Nell’immediato
dopo
guerra grazie alle nuove
metodiche di registrazione con carta termosensibile o con scrittura a spruzzo d’inchiostro, la diagnostica strumentale non invasiva
permette di giungere ad una più rapida valutazione del quadro clinico. L’E.C.G., con le
classiche 12 derivazioni, diviene di più facile
esecuzione e si comincia ad eseguire quello
da sforzo mediante i tre scalini (scaletta di
Master) da salire e scendere avanti e indietro,
o con il cicloergometro nei pazienti con sospetto clinico di patologia coronarica, (anche
se l’E.C.G. poteva essere registrato solo alla
fine e non durante l’attività fisica).
L’Ambulatorio di Cardiologia aveva raggiunto
così una sua autonomia funzionale all’interno
della Medicina Generale: i pazienti con quadri
patologici cardiovascolari complessi venivano
ricoverati, mentre gli altri, a domicilio, mantenevano un rapporto di controllo ed assisten-
Le pagine dei giornali in
cui si dà notizia dell'apertura degli ambulatori
dedicati alle malattie del
cuore presso l'Ospedale
Mauriziano
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Medicina & Storia
N. 1 gennaio/aprile 2014
za da parte dell’ambulatorio ormai aperto sul
territorio, con gli operatori che acquisivano
nuove conoscenze e strumentazioni sempre
più efficienti.
Infatti si può dire che nello stesso periodo
abbia inizio una nuova era nel campo della
diagnostica cardiovascolare. Le metodiche
prima ricordate non erano sufficienti a risolvere i numerosi dubbi che emergevano al
momento delle conclusione diagnostiche; si
sentiva quasi la mancanza di qualcosa che
potesse permettere un’esplorazione più diretta del cuore. A colmare questo vuoto, dando
inizio all’era dell’imaging cardiaco, l’ambulatorio acquisisce l’utilizzo di un piccolo apparato radiologico fisso con il quale, mediante
una radioscopia, osservare l’ombra cardiaca
in movimento e le eventuali anomalie del suo
profilo, in relazione alla patologia sospettata.
Alla valutazione clinica, all’elettrocardiogramma, al fonocardiogramma ed agli altri esami
non invasivi si aggiungeva l’ormai quasi obbligatorio studio radioscopico.
Alla fine degli anni ’50, presso l’Ospedale
Molinette, nell’Ambulatorio di Cardiologia
della Clinica Medica (due stanze), di cui era
responsabile il Prof. P. F. Angelino, un pioniere nello studio radiologico del cuore, la sala
visite era dotata di un lettino, di un elettrocardiografo e di un piccolo apparecchio per
la scopia; tutti gli altri esami erano eseguiti in
una sala attigua.
Tuttavia questa metodica ebbe una vita alquanto breve a causa della sua pericolosità. Senza
alcun controllo del tempo di esposizione, il
paziente in piedi dietro lo schermo radiologico
e l’operatore di fronte protetto da un semplice grembiule con lamina di piombo in uso in
quel periodo, erano esposti a dosi massicce
di radiazioni, in una stanza senza isolamento dall’ambiente circostante. Il contemporaneo
arrivo dello studio diagnostico invasivo (cateterismo cardiaco) e soprattutto i primi ecocardiografi (anni ’60-’70) ponevano fine all’impiego
di questo strumento tanto utile, ma altrettanto
pericoloso. Gli rimane il merito di essere stato il
precursore dello studio dell’immagine cardiaca
in movimento che ha raggiunto la sua massima espressione nell’attuale impiego della Risonanza Magnetica Nucleare.
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Con l’inizio degli anni ’70 l’Ambulatorio di
Cardiologia è obbligato a modificare la sua
configurazione dalla diffusione delle Divisioni
Autonome di Cardiologia, dedicate specificamente al ricovero dei pazienti con patologia
cardiovascolare, e dallo sviluppo delle tecniche diagnostiche. A loro fianco grazie alla
complessità della strumentazione, nascono i
laboratori di diagnostica invasiva e non) già
elencati, che a loro volta, assumendo un’autonomia funzionale, concorrono nella realizzazione della Struttura Complessa.
Queste moderne condizioni di operatività sembrano quasi segnare la sua fine. Non ha più
gli strumenti di supporto all’indagine clinica:
la sua scaletta da percorrere avanti ed indietro
(lo sforzo) prima di far distendere il paziente e registrare l’ECG il più presto possibile; il
mini-apparato radioscopico per l’osservazione
diretta dell’ombra del cuore e dei grossi vasi.
Ma per fortuna, di fronte al prorompente sviluppo della tecnologia nell’ambito della patologia cardiovascolare, resiste in suo favore
l’importanza del paziente come singola entità
clinica, che lo obbliga a svolgere una vecchia
funzione in un contesto moderno: quella di
rappresentare la porta della Struttura Complessa aperta sul territorio, per favorirne l’accesso ad uno specifico ed idoneo percorso
diagnostico-terapeutico ed assistenziale.
Anche se non dispone più di una sua apparente autonomia, ormai si è attribuito il compito
di offrire un continuo rapporto di consulenza:
in particolare accogliere i pazienti provenienti
dalla Medicina di Base che necessitano di accertamenti diagnostici specifici, seguiti o non
da eventuale ricovero; controllare quelli già
dimessi dalla Struttura Complessa, rappresentando un importante e continuo punto di
riferimento nella gestione della fase di convalescenza o di una patologia cronica.
Svolge quella fondamentale funzione sollecitata già da un grande cardiologo del passato
(William Osler 1925) il quale, quasi ignorando l’utilità delle prime rudimentali tecniche
diagnostiche, ripeteva: «Care more particularly for the individual patient than for the
special features of the disease» («preoccupati più del singolo paziente che degli speciali
aspetti della malattia»).
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RIVASCOLARIZZAZIONE CORONARICA PERCUTANEA, SI CAMBIA STRADA
La via dell’arteria radiale
Questo tipo di accesso offre molteplici vantaggi rispetto a quello femorale.
È una sede di puntura sicura con ridotto rischio di sanguinamento.
E i pazienti possono alzarsi rapidamente dal letto
di Maurizio D'Amico
Gli interventi di rivascolarizzazione coronarica
percutanea (PTCA), vengono tradizionalmente
eseguiti utilizzando come via di accesso l’arteria femorale. Le complicanze vascolari nel sito
di puntura (ematomi superficiali e retroperitoneali, pseudoaneurismi, fistole artero-venose)
si presentano in una percentuale variabile tra il
3 ed il 5% dei casi. Queste complicanze spesso necessitano di emotrasfusioni o riparazione
chirurgica contribuendo alla morbidità del paziente ed allungano i tempi di ospedalizzazione
ed i relativi costi.
La prima segnalazione di utilizzo dell’arteria
radiale come via di accesso per il cateterismo
cardiaco risale all’anno 1989 da parte di Campeau et al. Nel 1992 ad Amsterdam Kiemeneij
ed il suo gruppo iniziavano ad utilizzare questo
accesso per eseguire angioplastiche coronariche ed impianto di stent.
I vantaggi insiti nell’approccio radiale sono
molteplici. In primis il gradimento del paziente che è rapidamente libero di alzarsi dal letto ed ha spesso la sensazione di essere stato
sottoposto ad una procedura meno invasiva.
Accesso femorale
Dal punto di vista strettamente
medico è una sede di puntura sicura con un ridotto rischio
di sanguinamento. L’utilizzo
dell’accesso femorale è gravato in letteratura da un rischio,
modesto in percentuale ma
severo come complicanza in
sè, che è l’ematoma retroperitoneale, in grado di mettere a
rischio la vita del paziente. In
alcuni studi il rischio globale
della procedura appare ridotto
quando si segue l’accesso radiale.
Nonostante i vantaggi sopraesposti l’utilizzo
dell’accesso radiale ha impiegato 10 anni ad
essere accettato dalla comunità internazionale
ed ancora oggi riguarda circa il 20-25% delle
procedure con percentuali ancora minori negli
Stati Uniti. Le motivazioni di una simile resistenza sono, a mio parere, ascrivibili ad una
lunga “learning curve” ovvero ad un lungo
periodo necessario per il singolo operatore ad
Dott. Maurizio
D'Amico, Responsabile
Laboratorio
Emodinamica
Cardiologia 2 A.O.
Città della Salute e
della Scienza di Torino
Accesso radiale
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Starclose: le
fasi di ingresso e lo
strumento.
Angioseal: strumenti
e tecnica di
inserimento acquisire completamente la tecnica in modo da
rendere confrontabili rispetto alla consueta via
femorale, durata della
procedure, esposizione
radiologica del paziente
e capacità di condurre in
porto in modo sicuro ed
efficace le procedure.
L’evoluzione tecnologica
degli ultimi anni ha ridotto alcuni degli svantaggi
insiti nell’accesso radiale
che sono soprattutto rappresentati: dall’impossibilità di utilizzare introduttori di grosso calibro,
dal ridotto numero di cateteri dedicati e, in caso di
severa tortuosità dei vasi
arteriosi, dalla difficoltà
di manipolazione e rotazione dei cateteri stessi.
Un ulteriore problema è
la tendenza naturale allo
spasmo dell’asse arterioso brachioradiale che
può essere controllato
con l’utilizzo di adeguati
cocktail farmacologici somministrati nella via
di accesso. Tutto ciò anche in mani esperte
porta comunque ad un 3-7% di fallimento
nell’incanulazione dell’ostio coronarico ed alla
conseguente necessità di cambiare la via di approccio riproponendo il braccio controlaterale o
la via femorale.
Le vere controindicazioni assolute all’utilizzo di
questa via sono in realtà
assai limitate e sono rappresentate dall’assenza
del polso radiale e dalla
presenza di una fistola
artero-venosa per dialisi
renale nello stesso braccio.
Controindicazioni relative sono un test di Allen
francamente
negativo,
segnale di uno scarso compenso da parte
dell’arteria ulnare nel
rifornire il circolo della
28 - Cardio Piemonte
mano e la presenza di by-pass arteriosi che
originino da differenti distretti (per esempio la
contemporanea presenza di una mammaria
destra e di una mammaria sinistra nello stesso
paziente, utilizzate per la rivascolarizzazione di
uno o piu’ diverse arterie coronariche).
Un discorso a parte, a mio avviso, deve poi
essere dedicato al trattamento dell’infarto miocardico acuto attraverso l’esecuzione di una
angioplastica “primaria”. Anche in questo caso
si confrontano le stesse problematiche ma da
entrambi i punti di vista le questioni appaiono
amplificate.
Il problema dei sanguinamenti maggiori in
questo contesto risulta più significativo a
causa dei molteplici farmaci anticoagulanti e
antiaggreganti che dobbiamo utilizzare nella
fase acuta dell’infarto e questo rende indubbiamente attraente un approccio sicuro come
quello radiale. Per contro il fattore tempo risulta essere più importante rispetto alle consuete
procedure elettive ed in alcuni casi l’utilizzo di
cateteri di calibro maggiore può essere utile.
Sono in corso numerosi studi randomizzati per
provare ad individuare la tecnica migliore ma
è indubbio che a guidare il singolo operatore
nella scelta, in questo contesto, deve essere la
sua personale esperienza. Deve in pratica essere certo di non perdere tempo prezioso e di
poter maneggiare con sicurezza la procedura
in modo egualmente efficace nonostante qualche prevedibile difficoltà in più nel maneggiare
i cateteri.
Ulteriore argomento da prendere in considerazione è l’effettiva entità dei sanguinamenti in
sede di accesso quando si utilizzino i più recenti farmaci antitrombotici (per esempio la Bivalirudina che sembra dare i maggiori benefici
proprio quando si utilizzi l’accesso femorale), e
la disponibilità di sistemi di chiusura radiali e
femorali. L’uso di questi devices, come l’Angioseal, disponibile in 6 ed 8 french e lo Starclose
in 6 french (misura che indica il diametro del
catetere) ha ulteriormente ridotto le complicanze in sede di puntura femorale.
Credo infine che un percorso progressivo verso l’approccio radiale, almeno nelle procedure
standard sia definito. Occorre a mio avviso che
questa strada venga percorsa dagli operatori
con consapevolezza e serietà poichè presuppone una robusta esperienza tecnica individuale
ed altrettanto equilibrio decisionale.
N. 1 gennaio/aprile 2014
In campo con la nostra
Onlus
Concerto Amici
del Cuore e
AABC
Per gli Amici del Cuore piacevole serata in
occasione degli incontri legati al Natale. Il
19 dicembre, nella splendida cornice dell’ex
cappella dell’Ospedale S. Giovanni Battista
antica sede, abbiamo assistito al concerto
natalizio. C’è un particolare da sottolineare:
per la prima volta abbiamo partecipato a un
evento insieme con l’Associazione Amici dei
Bambini Cardiopatici (AABC), che si occupa
di assistere i piccoli pazienti presso l’Ospedale Regina Margherita. La manifestazione,
oltre a rinsaldare i rapporti di amicizia tra la
nostra Onlus e l’AABC, ha permesso di spiegare agli spettatori i compiti che svolgono i
volontari nei vari reparti ospedalieri.
Il concerto ha riscosso un vivo apprezzamento. Il gruppo Montgolfier ha aperto la serata
con brani di musica occitana. Si sono quindi
esibiti Gerry Bocchino (caposala di Cardiologia 2) e la pianista Raffaella Portolese al
pianoforte con un vasto programma di brani
verdiani con la partecipazione del mezzo soprano Erika Cravero.
C.G.
Gli Amici del Cuore
collaborano con la
Circoscizione 2
La nostra associazione collabora con la Circoscrizione 2 per una serie di incontri intitolati
"L’ORO DI TORINO - Eccellenze nelle scienza
2014".
Si tratta di una iniziativa di ampio respiro
che, con la partecipazione di specialisti dei
vari settori, permette al pubblico di valutare
progressi e innovazioni in campi di grande
interesse.
Tutte le scienze sono rappresentate, da quella
spaziale a quelle naturali, passando per quelle mediche e quelle tecnologiche del Politecnico.
Tra gli oratori il Dottor Sebastiano Marra, che
il 15 marzo è chiamato a illustrare il seguente
argomento: "Metodologie e strumenti di cura
avanzati nelle malattie vascolari".
Le conferenze, in programma dal 15 febbraio al 29 marzo, si svolgono il sabato alle ore
16 presso la biblioteca civica Villa Amoretti di
corso Orbassano 200.
C.G.
Cardio Piemonte - 29
N. 1 gennaio/aprile 2014
PIEMONTE ONLUS
Associazione di volontariato per la
prevenzione delle malattie cardiovascolari
AVVISO DI CONVOCAZIONE ASSEMBLEA GENERALE
A TUTTI I SOCI DELLA onlus, IN REGOLA CON LE QUOTE SOCIALI DEL 2013
È convocata per il giorno 11 aprile 2014 alle ore 8 del mattino ed in seconda convocazione sabato 12 aprile 2014 alle ore 10 l’assemblea ordinaria annuale dei Soci della onlus, presso il Circolo
Ricreativo Comunale di Corso Sicilia 12 - Torino, con il seguente ordine del giorno:
•Relazione Attività 2013
•Approvazione Bilancio Consuntivo 2013
•Approvazione Bilancio Preventivo 2014
•Approvazione Relazione Revisori dei Conti
•Varie ed eventuali
L’ Assemblea sociale ordinaria è convocata ai sensi degli articoli 12 e 13 dello statuto.
Si invitano i Soci in regola con il versamento della quota sociale 2013 ad essere presenti o in
assenza motivata di dare delega ad un altro Socio (solo due deleghe max per Socio).
Il Presidente
Danilo Danielis
PIEMONTE ONLUS
Associazione di volontariato per la
prevenzione delle malattie cardiovascolari
IL SOTTOSCRITTO
RESIDENTE IN
VIA
DELEGA
IL SIG.
A RAPPRESENTARLO NELL’ASSEMBLEA GENERALE DEI SOCI DEL 12 aprile 2014
DATA E FIRMA
30 - Cardio Piemonte
PIEMONTE ONLUS
Associazione di volontariato per la
prevenzione delle malattie cardiovascolari
Da spedire a:
A.O.Città della Salute e della Scienza di Torino - CARDIOLOGIA 2
C.so Bramante, 88 - 10126 TORINO
Tel. 011.633.55.64 - Cell. 346.1314392
SCHEDA ISCRIZIONE A SOCIO
Il sottoscritto/a:
Codice Fiscale:
Nato a
il
Residente a
Via/corso/piazza:
CAP:
Telefono:
Cellulare:
E-mail:
Chiede di poter far parte come Socio/a della Onlus e provvede a versare l’importo di Euro……………………. Quale socio:
(socio ordinario € 25 - socio sostenitore € 100+25 - socio benemerito, sopra i € 500+25)
Verso la quota in:
contanti
con bonifico bancario Banca Intesa Sanpaolo - IBAN IT10 Z030 6909 21710000 0031305
per conto corrente postale n. 19539105
Intestato a : AMICI DEL CUORE PIEMONTE ONLUS - Cardiologia 2 - C.so Bramante, 88 - 10126 TORINO
N.B. Il versamento della quota per donazione deve essere effettuato a mezzo bonifico bancario
Firma
Data
CONSENSO AL TRATTAMENTO DEI DATI AI SENSI DEL CODICE SULLA PRIVACY D.L.196/03
Apponendo la firma in calce al presente modulo, manifesto il mio consenso al trattamento dei dati, nel solo ambito delle finalità
e modalità dell’attività sociale dell’associazione. Autorizzo il Presidente a informatizzare il mio nome nell’elenco Soci, che non
verrà comunicato a terzi, fuori dall’ambito della stessa associazione. Mi riservo di tutelare i miei diritti, in ogni momento, qualora
tale disposizione non venga osservata.
Firma
Da oltre trent’anni lavoriamo sul territorio per la prevenzione delle malattie cardiovascolari in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera
Città della Salute e della Scienza di Torino, diamo assistenza ai degenti in reparto, finanziamo borse di studio e l’acquisto di attrezzature
ospedaliere. Le campagne di informazione e prevenzione sono un impegno costante, portato avanti da volontari, che contribuiscono ogni
anno a monitorare lo stato di salute della popolazione. Il tuo sostegno ci permetterà di potenziare questi servizi, di cui beneficiamo tutti.
Sostenendo Amici del Cuore Onlus sosterrai la tua salute.
Codice Fiscale
97504090016
Ulteriori informazioni sul sito www.amicidelcuore.ideasolidale.org
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Neve e freddo, insidiosi nemici che finalmente lasciano spazio alla