1/2014 Spedizione in Abb.Post. D.L. 353/2003 (N.46 2004) art.1 comma 2 E 3 • ANNO 2014 N. 1 I quadrimestre gennaio/aprile 2014 Neve e freddo, insidiosi nemici che finalmente lasciano spazio alla primavera Assemblea annuale degli Amici del Cuore a Caluso: un 2013 ricco di successi e di nuove iniziative La Santa Alleanza di cardiologi e oncologi per curare in tandem casi difficili Tra miti e leggende tutti segreti del vino, bevanda toccasana che protegge anche dai rischi d’infarto pp. 3-5 pp. 9-11 pp. 15-21 N. 1 gennaio/aprile 2014 Sommario ___________________________________ pag A DICEMBRE L’ASSEMBLEA DEGLI AMICI DEL CUORE A CALUSO Un anno a tutto vapore_____________ 3 Marra: prevenzione e ricerca Ecco i nostri punti cardine__________ 4 EDITORIALE Presi per la gola _________________ 5 NE’ TRUCCO NE’ MAGIA MA UNA TERAPIA CON BASI SCIENTIFICHE L’ipnosi in sala operatoria__________ 6 CARDIO-TOSSICITÀ E TERAPIA ANTI-NEOPLASTICA Oncologia e Cardiologia L’ora della Santa Alleanza__________ 9 Verso uno specialista dal doppio ruolo_________________ 10 IL PRIMO IMPIANTO PER BIMBI NEL 2000: RIVOLUZIONE FRA PARIGI E TORINO Da una buona idea alla realtà il caso della valvola polmonare_________ 12 VIAGGIO FRA I SEGRETI DI UN PRODOTTO DALLE MILLE VIRTÙ Vino, quasi un toccasana__________ 15 DA DIONISO AI ROMANI AI TEMPI NOSTRI: UNA STORIA AFFASCINANTE Tra misteri e leggende____________ 19 UNO STUDIO SUL RAPPORTO TRA TEMPERATURA E INFARTO MIOCARDICO ACUTO Il freddo, è allarme rosso__________ 22 LA STORIA DI UNA ISTITUZIONE CHIAVE IN CARDIOLOGIA L’ambulatorio, una porta sul cuore__ 24 RIVASCOLARIZZAZIONE CORONARICA PERCUTANEA, SI CAMBIA STRADA La via dell’arteria radiale__________ 27 IN CAMPO CON LA NOSTRA ONLUS Concerto Amici del Cuore e AABC___ 29 Gli Amici del Cuore collaborano con la Circoscizione 2____________ 29 AVVISO DI CONVOCAZIONE ASSEMBLEA GENERALE___________ 30 Foto di copertina: Cesare Marchesa Rossi. 2 - Cardio Piemonte Il Consiglio Direttivo Amici del Cuore onlus Presidente Danilo Danielis Vice Presidente Sebastiano Marra Caterina Racca Tesoriere Michelangelo Chiale Segreteria Carla Giacone Consiglieri Fiorenzo Ardizzone, Ezio Bosco, Luciana Cerrini, Michelangelo Chiale, Luisella Chiara, Danilo Danielis, Ida Fonnesu, Fiorenzo Gaita, Carla Giacone, Sebastiano Marra, Guglielmo Moretto, Marcella Pinna, Ornella Pittà, Caterina Racca, Enrico Zanchi Sindaci Cesarina Arneodo e Giuseppe Mamoli Comitato Scientifico prof. Fiorenzo Gaita dr. Sebastiano Marra dr. Marco Sicuro dr. Tullio Usmiani dr. Armando De Berardinis dr. Maurizio D'Amico dr. Roberto Grimaldi Comitato di Redazione Ezio Bosco, Michelangelo Chiale, Carla Giacone Coordinatrice volontari Caterina Racca Progetto grafico della rivista Roberta Serasso Segreteria di redazione: Carla Giacone Fotografie: Fiorenzo Ardizzone, Webmaster Candeloro Buttiglione, Antonio Cirillo CARDIO PIEMONTE - ANNO X - N. 26 (2014) Tribunale di Torino 4447 del 26-02-92 Direttore Responsabile: Michele Fenu ORGANO UFFICIALE DE AMICI DEL CUORE PIEMONTE • Associazione Onlus Associazione di Volontariato, no-profit, per la prevenzione e la ricerca delle malattie cardiovascolari Sede A.O.Città della Salute e della Scienza di Torino Corso Bramante, 88 • 10126 Torino • Tel. 011.633.55.64 Reparto di Cardiologia 2 dr. Sebastiano Marra Presidente: Danilo Danielis www. amicidelcuore.ideasolidale.org e-mail: [email protected] cell. vicepresidenza 346/1314392 Tipografia: Grafart s.r.l. - Venaria Reale (TO) N. 1 gennaio/aprile 2014 A DICEMBRE L’ASSEMBLEA DEGLI AMICI DEL CUORE A CALUSO Un anno a tutto vapore Nella relazione del presidente Danilo Danielis un panorama delle attività 2013. Positivi risultati che nascono dall’impegno e dall’entusiamo dei soci e dei volontari. Nuove iniziative di successo. Agli inizi dello scorso dicembre si è svolta la tradizionale assemblea sociale degli Amici del Cuore, momento di incontro e di bilanci che anche stavolta offrono risultati positivi. La nutrita presenza di soci (oltre ottanta) e di trenta rappresentati per delega dà il senso della voglia di partecipazione degli iscritti alla nostra Onlus. Siamo tutti “non più giovani” ma l’interesse alla vita associativa e il desiderio di conoscere quanto si è fatto nel 2013 e quali nuove iniziative si porteranno avanti nel 2014 appaiono molto elevate. Il Presidente Danilo Danielis, fiancheggiato dai vice Sebastiano Marra e Caterina Racca, ha illustrato il consuntivo dell’anno e stilato un breve preventivo. Ecco le linee guida delle attività del 2013 esposte da Danielis: •Giovani e scuola •Le farmacie •Le attività di via •La formazione dei volontari. •La partecipazione a vari convegni: Conacuore, Giornate cardiologiche Piemontesi, congresso A.G.I.A.I. •La partecipazione all’attività dell’Ospedale: i volontari in reparto - ambulatorio di cardiologia e cardiochirurgia •La partecipazione al finanziamento di borse di studio per specializzandi e professional •L’organizzazione di attività di diffusione della cultura della prevenzione con la collaborazione delle istituzioni cittadine: incontri alla Facoltà di Biotecnologie con l’8a Circoscrizione, Martedì della Salute, incontri presso Centri sociali e di quartiere con relazione del dr. Marra e di altri medici del reparto •La realizzazione di uno schedario in formato Excel delle “schede della salute” compilate negli ultimi due anni e la loro prima segmentazione sulla base della significatività del dato in esame. •La pubblicazione della rivista CardioPiemonte che ha raggiunto un elevato grado di qualità apprezzato nel mondo medico e ottenuto presso i lettori giudizi positivi per la facilità di comprensione del linguaggio. Ogni numero è tirato in circa 5300 copie. «Tutte queste iniziative – ha sottolineato Danielis - si compendiano in alcuni numeri interessanti. Nel 2013 abbiamo incontrato nelle strade oltre 2000 persone che abbiamo intervistato e di queste oltre 400 sono state visitate dal cardiologo presente nel nostro Camper. Inoltre un rilevante numero di persone ha potuto eseguire un elettrocardiogramma. Le nostre giornate della salute sono state 23. Nelle Farmacie abbiamo avuto 12 incontri. Sono sei le conferenze cui abbiamo partecipato. L’attività di volontariato Cardio Piemonte - 3 N. 1 gennaio/aprile 2014 nei reparti ci ha permesso di consuntivare in 10 mesi 5080 ore di presenza. L’informazione ai giovani nelle scuole, con la collaborazione dell’Ass.ne Educazione, Prevenzione e Salute, nei 2 Moduli – “Salute Junior” per i ragazzi delle scuole medie inferiori e “Free runners della Salute” per quelli delle scuole medie Superiori ci ha consentito di incontrare oltre 1000 giovani con risultati positivi. Un gruppo di liceali ha prodotto uno Spot antifumo premiato a livello provinciale scolastico. Durante tutte tali iniziative abbiamo distribuito migliaia di fascicoli contenenti utili indicazioni per un corretto stile di vita ed altri più specifici relativi ai singoli fattori di rischio». Ha concluso il Presidente: «L’attività del 2014 dovrebbe proseguire su queste linee con eguale entusiasmo e nella convinzione, malgrado i difficili momenti che attraversa il Paese, di conseguire analoghi risultati». Dopo la relazione di Danielis hanno preso la parola la Vice Presiden- te Caterina Racca, coordinatrice dei volontari e il sempre attivissimo Consigliere Enrico Zanchi. Il dr. Marra ha completato il quadro della mattinata con un ampio intervento, cui diamo spazio in altra parte della rivista. Il Presidente infine ha presentato una nuova iniziativa, la consegna del “guidoncino” dell’Associazione ad alcuni soci e volontari distintisi per la loro attività. In questo caso Marra, Fenu, Ida Fonnesu, Gaspare Napoli, coniugi Cirillo-Giacone, coniugi Mamoli-Racca, coniugi Piccinelli-Zane, Enrico Zanchi, Renate Heissig, Luciana Cerrini, coniugi Moretto-Chiara. Scusandosi per non aver consegnato tale riconoscimento a tutti i volonterosi collaboratori Danielis, ha rivolto ai soci un sincero e caloroso ringraziamento e aperto la parte ludica della giornata: il favoloso pranzo offerto dal Ristorante “IL MAGO“ di Caluso grazie alla generosità del titolare e nostro iscritto Crosio. Musica, danze, tante gioiose conversazioni: una splendida giornata per gli Amici del Cuore Piemonte Onlus. (D.D.) Marra: prevenzione e ricerca Ecco i nostri punti cardine di Sebastiano Marra L’assemblea annuale della Onlus è sempre un momento di analisi critica su quello abbiamo fatto, ma soprattutto su cosa dobbiamo e possiamo fare. Dapprima ricordiamo che gli scopi dell'Associazione Amici del Cuore sono semplici e ben codificati. Essi sono: 1) Supportare l'assistenza 2) Supportare la prevenzione 3) Supportare l'educazione 4) Supportare la formazione 5) Supportare la ricerca Specifichiamo il significato di supportare l'assistenza. I nostri Volontari sono distribuiti su tre reparti del nostro ospedale: le due Cardiologie e la Cardiochirurgia. I volontari svolgono attività sia negli ambulatori che nei reparti di degenza delle tre strutture. Lo scopo di questa attività è: 1)migliorare la qualità di vita degli assistiti e delle rispettive famiglie; 2)migliorare l'umanizzazione della vita dei pazienti; 3) migliorare l'umanizzazione del personale medico e sanitario. L’attività di prevenzione sulle malattie Cardiovascolari ha molteplici aspetti sia pratici 4 - Cardio Piemonte che organizzativi. Questa attività si rivolge a varie tipologie di cittadini. Con l'esibizione e la vendita di prodotti salutari ci interfacciamo con visitatori e parenti nella sede Molinette e nella sede CTO offrendo anche la nostra rivista, opuscoli esplicativi sulle varie malattie e sul loro precoce riconoscimento. Una seconda sede ove i volontari svolgono attività di diffusione del concetto di prevenzione delle malattie cardiovascolari sono le piazze, le strade cittadine e le farmacie nelle diverse circoscrizioni. Nelle prime due sedi sono stati valutati 2.201 pazienti (nel 2013) che hanno completato la scheda conoscitiva che noi chiamiamo “scheda della salute” e sono stati fatti 446 ECG. Nel 2013 abbiamo partecipato ad un totale di 33 eventi dei quali 22 in Torino, 9 in Provincia e 2 fuori Provincia, ma in Regione. Questi eventi si svolgono con la presenza di 1 Medico, di 1 Infermiere e con 7-10 Volontari che lavorato intorno al nostro veicolo attrezzato con sala visite, sale interviste e i vari strumenti come in un Ambulatorio di Cardiologia. Nel 2013, 6 cittadini sono stati inviati con urgenza in Pronto Soccorso per sintomi o severità di rialzo pressorio. Ricordiamo che negli anni abbiamo intervistato, mediante la “scheda della salute”, più di 6.000 cittadini. Questo ci permette di fare una valutazione di grande valore etico e sociale nella nostra popolazione. I dati epidemiologici che ne derivano vanno utilizzati con intento scientifico-epidemiologico per un'adeguata pubblicazione. Altre sedi e popolazioni raggiunti dai nostri volontari sono: le scuole medie, le scuole superiori, sedi associazioni quali associazioni culturali di circoscrizione, Lyons, Rotary e la partecipazione agli eventi di Martedì Salute quando si dibattono temi di malattie cardiovascolari. Il supporto all'educazione avviene istituendo dei corsi di istruzione BLS e ALS con il 118 regionale, facendo corsi contro il fumo nelle scuole medie e divulgando il concetto di rischio cardiovascolare e la sua prevenzione nelle scuole superiori. Il supporto che la Onlus fornisce è da valutare su due punti: uno strettamente operativo, come appena affermato, come istruzione diretta e pratica; l'altro è chiaramente divulgativo-culturale nella prevenzione a N. 1 gennaio/aprile 2014 giovani nelle scuole medie e nei licei, dei quadri di rischio che gli stili di vita non corretti possano portare. Per popolazioni più mature e di età più avanzata si sono fatte conferenze (Lyons, Rotary, Circoscrizione, Associazioni culturali) esplicative non solo sui fattori di rischio, ma soprattutto sulle modalità e meccanismi di prevenzione delle malattia cardiaca. La Onlus ha un ruolo molto impegnativo anche sul piano formativo dedicato a giovani Medici e Infermieri. il coinvolgimento in questo caso è fortemente economico nel finanziare borse di studio per la formazione di personale in accordo con l'Azienda Città della Salute e della Scienza. Attualmente la Onlus sostiene 6 figure professionali, con contratti annuali con i seguenti professionisti giovani e ricchi di talento: 1)Dr. Armando De Berardinis (Cardiologia Nucleare) 2)D.ssa Anna Laura Fanelli (Terapia Intensiva) 3)D.ssa Gaetana Ferraro (Emodinamica) 4)Dr. Paolo Garrone (Cardiostimolazione) 5)D.ssa Stefania Molinaro (Psicologia Clinica Cardiologica) 6) D.ssa Tiziana Campesato (Sonographer - primo esempio in Piemonte) Infine, molto importante, è il supporto che la nostra Onlus dà alla ricerca clinica cardiologica: 1) acquisto di materiale per screening sull'aggregazione piastrinica nei pazienti ad alto rischio; 2)acquisto di materiale per la valutazione dei pazienti con disfunzione endoteliale; 3) permettere la costruzione di un registro regionale sulle cardiopatie congenite dell'adulto (GUCH); 4) finanziamento dell'unico studio europeo sull'utilizzo di cellule staminale CD133+ nei pazienti in scompenso cardiaco in associazione con l'Istituto Monzino di Milano e l'Ospedale San Gerardo di Monza. Un importante obbiettivo di analisi epidemiologica viene portato avanti della Onlus con la compilazione di oltre 6.000 schede della salute. Queste schede sono in valutazione statistica epidemiologica per fornire dati sulle caratteristiche della popolazione piemontese che si avvicina ai nostri volontari durante le varie molteplici manifestazioni pubbliche che realizziamo. Pensiamo di poter avere un quadro sulla distribuzione dei fattori di rischio e degli stili di vita di questi circa 6.000 individui che spontaneamente si sono presentati a descrivere le caratteristiche personali e familiari riguardo il rischio cardio-vascolare. È opportuno precisare che questa ricerca supportata dalla nostra Onlus si inserisce in un quadro generale di attitudine alla ricerca clinica che nella Cardiologia dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza è capillare e coinvolge tutti i settori dell'attività cardiologica del nostro Ospedale. Ricerca: cosa si ricerca nella nostra cardiologia 1) Ogni procedura innovativa è per noi fonte di ricerca sulla sua sicurezza sia immediata che a lungo termine. 2) Ogni nuovo farmaco che viene sperimentato è per noi motivo di analisi e soprattutto di corretta indicazione. 3) La migliore capacità diagnostica e di trattamento dell'infarto miocardico acuto in collaborazione con il 118 nell'ambito della rete regionale per lo STEMI. 4) Analisi della variabile di genere nelle differenti malattie cardiovascolari. 5)Innovazione continua in tutti i settori delle cardiopatie strutturali (TAVI, MITRACLIP, PFO, GUCH). 6)Ricerca sulla terapia rigenerativa (cellule staminali) nella SCA e nello scompenso cardiaco. 7)Ricerca nell'imaging ecocardiografico, RMN, SPECT. 8)Ricerca nell'uso dell'ipnosi al posto dell'anestesia tradizionale nell'impianto di devices sia nell'elettrostimolazione che nelle cardiopatie strutturali. Ricordo quali sono gli strumenti operativi della nostra Onlus: 1)volontari; 2)automezzo; 3)materiali informativi: opuscoli; 4)rivista periodica “Cardio Pemonte”; 5)nostre capacità culturali e relazionali; In conclusione, l'attività svolta della nostra Onlus appare coinvolgente una grande parte degli elementi sociali, preventivi, assistenziali, educativi e di sostegno della ricerca scientifica che rendono degno di riconoscimento tutto l'insieme organizzativo umano o strumentale che ampiamente giustificano la sua stessa esistenza. Editoriale Presi per la gola di Michele Fenu Paese di contraddizioni il nostro. L’ultima, ma probabilmente ve ne sarete accorti, riguarda il cibo. Da una parte gli (accorati) appelli di medici e nutrizionisti che invitano a stili di vita corretti evitando piatti troppo ricchi e facendo un po’ di moto. Il nemico è, tra tanti, l’obesità, che, come sappiamo, è un fattore elevato di rischio specialmente per le malattie cardiovascolari. Non per niente Cardio Piemonte, attraverso gli scritti dei nostri esperti, ha avviato da tempo una campagna di informazioni sul tema, esaminando pro e contro di prodotti importanti della cucina italiana. Dall’altra stiamo assistendo a una vera invasione di programmi televisivi e di rubriche giornalistiche che esaltano i piaceri della "buona tavola". Sfide ai fornelli, lezioni di cucina, preparazione di torte e dolcetti vari, menù da far venire l’acquolina in bocca anche al più inappetente dei clienti di un ristorante. Per pudore, qualcuno aggiunge a questo trionfo della lussuria mangereccia piccole dosi di sapere dietetico, tanto, pensiamo, per salvare la faccia. È chiaro che a (quasi) tutti piace consumare cibi buoni, ma non è detto che per forza gli stessi debbano essere delle trappole per la salute e per il nostro conto in banca, visto che certi piatti, per le materie usate, sono sicuramente assai cari. Esiste la possibilità di mangiare bene senza trascendere in qualità e quantità, rinunciando a strafogarsi in nome della moderazione. Al riguardo occorre un po’ di buona volontà, ma la stessa può vacillare di fronte alla valanga di proposte che partono dalla televisione e dai media in generale. L’ambizione di molti, ormai, è quella di diventare un abile cuoco, con scarso rispetto per la dieta. Guai, poi, quando si sperimenta in casa il nuovo sapere: la famiglia è destinata a ingrassare. E andare in palestra (per chi se lo può permettere), ha un valore relativo. Non vorremmo che finissimo come i drogati del gioco d’azzardo che tra slot machine, scommesse e poker in tv si rovinano l’esistenza. Qui possiamo proprio dire che ne uccide più la gola della spada. Cardio Piemonte - 5 N. 1 gennaio/aprile 2014 NE’ TRUCCO NE’ MAGIA MA UNA TERAPIA CON BASI SCIENTIFICHE L’ipnosi in sala operatoria Non è una forma di sonno o una forzatura della volontà, ma un processo dinamico e mutevole dello stato di coscienza. È sempre più diffusa e si può sostituire in molti casi agli anestetici con considerevoli vantaggi nella gestione di dolore e ansia. Gli sviluppi di questa tecnica in cardiologia ospedaliera alle Molinette. di Carlo Budano e Milena Muro Dott. Carlo Budano, responsabile sala di elettrostimolazione Cardiologia 2 6 - Cardio Piemonte L'ipnosi è definita come uno stato di coscienza modificato, che comporta dei cambiamenti oggettivi e soggettivi distinguibili dagli stati di veglia e sonno. Più propriamente non può essere considerata uno stato stabile, ma un processo dinamico e mutevole dello stato di coscienza. Studi elettrofisiologici hanno identificato alcune aree del sistema nervoso implicate nei fenomeni ipnotici, in particolare queste aree appartenenti al sistema limbico sono l'ippocampo che sembra responsabile del mantenimento della condizione ipnotica e l'amigdala che sembra svolgere un ruolo primario nei meccanismi di risveglio dall'ipnosi. L’ipnosi clinica è efficace per il controllo del dolore e dell’ansia nella preparazione del paziente a procedure interventistiche, favorendo l’autocontrollo nelle situazioni difficili che il paziente affronta e permettendo il coinvolgimento attivo dello stesso nel progetto di cura. È uno strumento estremamente efficace ed è in grado di modificare processi di pensiero e meccanismi fisiologici. Può affiancare la normale routine infermieristica e medica apportando un contributo significativo al benessere del paziente. Nel 1860 James Esdaile effettuava complesse operazioni chirurgiche usando l’ipnosi come solo anestetico. I suoi dati riportano una mortalità post operatoria irrisoria rispetto ai dati del tempo. Era notevole anche il recupero postoperatorio, molto più breve che nel caso di operazioni effettuate senza anestesia ipnotica. Da allora la comunicazione ipnotica in chirurgia si è molto diffusa e in America è stata fondata l'American society of Clinical Hypnosis. In grandi strutture ospedaliere degli USA, quali la Mayo Clinic e la N.Y.U., esistono reparti specializzati nei quali l’ipnosi viene praticata nella “outpatient surgery” (chirurgia senza ricovero) che attualmente non è limitata alla chirurgia plastica ma è estesa ad altre branche chirurgiche come l'oculistica, la chirurgia della mano, la chirurgia ortopedica, urologica, chirurgia orale, dermatologica, ginecologica ecc. Dal punto di vista medico, l’ipnosi aiuta a considerare l’individuo nella sua globalità, con le sue potenzialità e i suoi limiti, favorendo una relazione più efficace tra mente e corpo. Negli ultimi anni, all’interno della Città della Salute e della Scienza di Torino (sede Molinette) è cresciuta notevolmente l’attenzione rivolta alla prevenzione e gestione del dolore secondario a procedure diagnostiche e terapeutiche. Presso l’U.O. di Cardiologia Ospedaliera, diretta dal Dott. Sebastiano Marra, nei laboratori di elettrostimolazione cardiaca e di emodinamica, è stato sviluppato un progetto di implementazione della Comunicazione Ipnotica per la gestione del dolore e dell’ansia nel percorso assistenziale del paziente che deve effettuare procedure diagnostico/terapeutiche. Questo progetto è stato sviluppato in collaborazione con la Divisione di Terapia Antalgica (Dott. A. De Luca) dell’ospedale nell’ambito del Progetto “Ospedale senza dolore”, con l’obiettivo di migliorare la qualità dell'assistenza. Prevede tre fasi: •una raccolta dei dati di evidenza scientifica circa l’utilizzo della comunicazione ipnotica durante le procedure diagnostico/terapeutiche invasive; •una raccolta e valutazione oggettiva dei risultati dell’applicazione di tale modalità applicata all’assistenza del paziente in cardiologia interventistica; •la formazione degli operatori che lavorano abitualmente nelle sale operatorie della cardiologia allo scopo di acquisire la capacità di utilizzare tali tecniche. La realizzazione del progetto è finalizzata a migliorare la compliance (e il vissuto dell’esperienza) dei pazienti alle procedure, migliorare l’efficacia comunicativa, ridurre dolore e ansia e N. 1 gennaio/aprile 2014 ridurre l’utilizzo della terapia farmacologica per gestire le problematiche assistenziali, nell’ottica di una maggiore umanizzazione delle cure e di una razionalizzazione degli interventi. In letteratura vi sono moltissimi studi Evidence Based Medicine che hanno analizzato la reale efficacia della preparazione del paziente alle procedure terapeutiche con l’utilizzo dell’ipnosi medica, dimostrandone l’efficacia nell’ambito del controllo del dolore e dell’ansia. L’assistenza al paziente durante le procedure interventistiche, effettuata da personale esperto in comunicazione ipnotica, ha già mostrato risultati molto incoraggianti quali: •la riduzione del 90% dell’uso dei farmaci rispetto a una procedura standard; •la riduzione delle procedure in narcosi allo scopo di gestire l’ansia; •una pronta ripresa del paziente che è immediatamente vigile al termine della procedura; •un buon livello della qualità percepita da parte dei pazienti (gradimento in una scala da 0 a 10 superiore a 7 in più del 90% dei soggetti, superiore a 9 nel 50% dei casi, dolore procedurale riferito inferiore a NRS 2 per il 90% dei pazienti); •una notevole riduzione del costo procedurale; •una buona accettazione da parte degli operatori. Se l’ipnosi funziona così bene come anestetico, viene da chiedersi perché non sia stata utilizzata più spesso, e il suo uso non si sia diffuso velocemente. Molti sono i motivi che hanno limitato la diffusione della gestione dell’ansia e del dolore con l’ipnosi. I principali sono la scoperta e diffusione dei farmaci anestetici e, nel contesto contemporaneo come in passato, il fatto che al termine ipnosi venga spesso associata l’idea di una condizione in cui il soggetto ipnotizzato diviene privo di propria volontà e alla mercé dei desideri di colui che induce in ipnosi. Questa considerazione, in effetti, è conseguenza di una conoscenza superficiale del fenomeno per lo più indotta dall’opera di ipnotizzatori di spettacolo e non da ipnoterapeuti. A questo si aggiunge una totale mancanza di formazione durante gli studi universitari dei sanitari, ciò crea un vuoto conoscitivo difficilmente colmabile, perché riservato alla buona volontà di studiare in autonomia tale pratica. Ma di cosa parliamo quando ci riferiamo al termine ipnosi? L’ipnosi non è sonno. L’analisi elettroencefalografica ha infatti dimostrato che il soggetto in stato ipnotico non sta dormendo. L’ipnosi non è, come pensano alcuni, né magia né parapsicologia e la trance ipnotica non si instaura con fluidi o poteri particolari. Il soggetto conserva sempre una parte vigile della coscienza. L’ipnosi non è forzatura della volontà, per cui la persona in ipnosi non commetterà mai atti contrari alla sua morale. Si può dire che il fenomeno ipnotico si avvicina al concetto di persuasione, cioè di accettazione critica dell’idea dell’altro. A Torino il compianto professor F. Granone ha sviluppato la possibilità di studiare l’ipnosi e i suoi fenomeni da un punto di vista clinico e scientifico, e ha fondato la scuola di ipnosi clinica e sperimentale C.I.I.C.S. Attualmente, l’ipnosi è considerata come un normale ma modificato stato di coscienza, dinamico, caratterizzato dalla capacità che ogni persona ha di rendere partecipi mente e corpo nella realizzazione di rappresentazioni mentali (monoideismi plastici), atti ad influire sulle proprie condizioni fisiche e psichiche. Lo stato ipnotico è in grado di produrre nella persona fenomeni a livello fisico e mentale solitamente non ottenibili con la volontà, come ad esempio il controllo del sistema nervoso autonomo. In questo stato è possibile favorire rassicurazione e tranquillità, un aumento della collaborazione alla cura e una diminuzione della percezione dolorosa. L’individuo vive l’esperienza in modo modificato e, grazie alla guida attenta e sapiente di un ipnotista, solitamente riesce a migliorare la capacità di autocontrollo a livelli non possibili con la sola volontà. Proprio questa eccezionale capacità di controllo permette al paziente di rimanere fermo immobile durante la procedura e ridurre notevolmente la percezione del dolore fino all’analgesia (è possibile però fare completamente a meno degli anestetici locali solo nel 20% della popolazione, per gli altri si può ridurre la dose dei farmaci necessari al controllo del dolore ed evitare completamente l’utilizzo di farmaci per la sedazione). Le procedure interventistiche cardiologiche sono interventi chirurgici invasivi e sono eseguiti mediante la somministrazione di anestesia locale. Il team nella sala di elettrostimolazione: da sin. seduti, Milena Muro - CPSI (Terapia Antalgica Dott.ssa De Luca) dott. Carlo Budano, Anella Rizzo - CPSE e dott.ssa Chiara Calcagnile; in piedi, da sin., Diana Mazzini - CPSI, dott. Paolo Garrone, Elena Tarantino - CPSI. Cardio Piemonte - 7 UN METODO CHE RISALE AI FARAONI Egizi e Greci XVIII sec. È possibile trovare informazioni sul metodo dell’ipnosi fin dall’antichità. Charles Arthur Musès (1972) scrive di aver trovato un'antica registrazione di una seduta ipnotica in una stele del Re Ramsete XII della ventesima dinastia (circa tremila anni fa). Al British Museum, inoltre, nel “Papiro Gnostico”, vi sono dettagliate descrizioni sull’uso di questa tecnica. Anche nell’Antica Grecia si usava il metodo ipnotico chiamato a quel tempo “Incubazione”, teoria che posò le fondamenta per l’attuale tecnica. Uno dei più importanti fondatori dell’ipnosi moderna fu Franz Anton Mesmer (1734-1825) che sostenne l’esistenza di questo fluido magnetico che scorre all’interno del corpo umano e tra gli esseri viventi. Tale energia fluidica poteva essere trasferita da un persona all’altra, esercitando su quest’ultima un influsso positivo. Mesmer diede a questo fluido magnetico il nome di Magnetismo Animale, ritenendo che per una guarigione da una malattia si dovesse riequilibrare e ristabilire l’armonia fluidica del paziente; per ottenere tali risultati utilizzava un catino colmo d’acqua, all’interno del quale immergeva materiali ferrosi chiamati baquet, ritenendo che questi potessero facilitare il passaggio della sopracitata energia fluidica. Il famoso medico tedesco è tuttora ritenuto un pilastro dell’ipnotismo in quanto introdusse questa tecnica su base scientifica. Mesmer non induceva direttamente la trance ai pazienti, non basava il procedimento sul dialogo nè forniva comandi; egli piuttosto creava nella persona una disposizione ad auto-suggestionarsi, o, detto altrimenti, ad auto-indursi la trance. Uno dei suoi più importanti predecessori che innovò le tecniche di Mesmer fu Armand Chastenet de Puysegur (1751-1825). La novità risiede nel fatto che egli produceva la trance introducendo il dialogo e di conseguenza un rapporto interattivo medico-paziente, che chiamò rapport (un rapporto, dunque, intimo ed empatico). Puysegur è inoltre importante perchè fu tra i primi studiosi ad occuparsi degli effetti analgesici dell'ipnosi. Con il passare degli anni il magnetismo fu abbandonato, inizialmente da Chevalier de Barbarin (che cominciò a sostenere l'inutilità di bacchette e baquet quanto la semplice utilità della volontà) e definitivamente con Josè Custòdio de Faria che pubblicò i primi manuali di sonno lucido. Questa nuova tecnica è la forma più elementare della moderna psicotecnica ipnotica. Egli infatti faceva accomodare il paziente e, dopo averlo fatto rilassare, pronunciava in modo imperativo la parola Dormez (dormi); tale diversità di volume e di tono causava una sorta di trauma nella persona da farlo cadere in trance. XIX sec. La figura di James Esdaile (1808-1859), medico e chirurgo, si occupò di innumerevoli malattie, quali ablazioni di tumori allo scroto, cataratte, idrocele, interventi odontoiatrici, amputazioni,etc. Notò non solo l’effetto analgesico della trance, ma anche la notevole riduzione di sanguinamento nei suoi pazienti e il repentino recupero post operatorio che si riduceva rispetto agli interventi senza induzione ipnotica. XX sec. Da allora la comunicazione ipnotica in chirurgia è diventata sempre più famosa in tutto il mondo, basti pensare che negli Usa già da più di vent’anni viene utilizzata questa tecnica soprattutto con la nascita dell’American society of Clinical Hypnosis fondata nel 1957 da Milton H. Erickson, riconosciuto come uno dei più importanti psico-ipnoterapeutici del Novecento. Nel dettaglio rivoluzionò la prassi dell' ipnosi ed apportò un modello teorico e tecnico originale ed innovativo alla terapia, concependo sia l'inconscio come un insieme di risorse fondamentali per la guarigione sia l’innovativo inserimento di comunicazioni e compiti per il paziente. Erickson ebbe una notevole influenza nello sviluppo di nuove teorie e approcci psicologici, come la terapia strategica, la psicoterapia breve nelle sue varie forme, la programmazione neuro linguistica e il costruttivismo. 8 - Cardio Piemonte N. 1 gennaio/aprile 2014 Durante queste procedure la collaborazione del paziente è di fondamentale importanza. I pazienti riferiscono nella maggior parte dei casi sentimenti di paura, stress e ansia. Spesso il dolore peri-procedurale richiede la somministrazione endovenosa di sedativi o analgesici. L'uso di queste sostanze, se pur gestito con l'opportuna attenzione, è comunque legato al rischio di effetti collaterali quali ipossia, delirio, depressione cardiovascolare. Nella nostra esperienza le persone che hanno beneficiato della comunicazione ipnotica durante l’intervento, pur non usando farmaci ansiolitici, hanno dichiarato di provare una piacevole sensazione di calma e benessere durante la procedura, di non aver provato dolore (nonostante l’utilizzo notevolmente ridotto di anestetico locale) e l’operatore ha dichiarato di lavorare con maggiore tranquillità grazie alla collaborazione del paziente nel riuscire a rimanere immobile e rilassato durante la procedura. Va anche precisato che i parametri vitali quali frequenza cardiaca, pressione arteriosa e ossigenazione rimangono sempre nella norma e stabili durante tutto il tempo della procedura. È importante sottolineare che l’ipnosi è un dinamismo psichico che si può realizzare in tutti gli individui, anche se con risultati differenti a seconda delle caratteristiche psicosomatiche della persona che beneficia del trattamento. L’ipnosi assume, pertanto, un grande valore, perché permette il coinvolgimento attivo della persona nel suo progetto di cura, favorendo la percezione di poter riacquistare il controllo sulla propria vita. È importante, però, che anche gli operatori sanitari siano maggiormente sensibilizzati e informati correttamente sul significato di questa terapia e che essa venga presa in considerazione come una modalità di cura che ha basi scientifiche e come terapia integrata alle terapie usuali, poiché, solitamente, non è mai il paziente a richiederla ma un membro del team a proporla. Il tentativo di oggettivare i dati tramite l’utilizzo di uno strumento condiviso ha permesso di dare evidenza a quanto è possibile ottenere con l’ipnosi riconoscendone i vantaggi e un ruolo non secondario come terapia complementare. Questi dati preliminari ci hanno portato a sviluppare un progetto di formazione degli operatori, al fine di introdurre la comunicazione ipnotica nel percorso di cura e assistenza al paziente sottoposto a procedure interventistiche cardiache, certi di poter offrire un’assistenza caratterizzata dal rispetto dell’individuo, attenta allo sviluppo delle sue potenzialità, alla riduzione dello stress e al controllo del dolore. In primo piano N. 1 gennaio/aprile 2014 CARDIO-TOSSICITÀ E TERAPIA ANTI-NEOPLASTICA Oncologia e Cardiologia L’ora della Santa Alleanza Tra cardiologia e oncologia, settori in apparenza lontani, vi sono rapporti stretti. Le terapie anti-neoplastiche e la loro influenza sul cuore in termini di tossicità hanno un importante rilievo. È nata e si sviluppa una Santa Alleanza fra i medici specialisti dei due campi. Ecco un panorama della situazione con gli interventi di Oncologia Medica, Presidio Sanitario Gradenigo, team guidato dal dottor Alessandro Comandone con testo steso dal dottor Davide Ottaviani, e del dottor Sebastiano Marra, direttore di Cardiologia 2 alle Molinette D.Ottaviani, C.Oliva, S.Chiadò Cutin, A.Boglione, P.Pochettino, P.Bergnolo, O.Dal Canton, A. Comandone L’aumento dell’aspettativa di vita dopo la diagnosi e la terapia di un tumore rende il fenomeno della tossicità cardiovascolare particolarmente preoccupante, soprattutto per neoplasie insorte in età pediatrica o adolescenziale. Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito a grandi progressi nel trattamento della patologia neoplastica. Difficile prevedere con stime internazionali la prevalenza della tossicità cardiaca correlata al trattamento di bambini ed adulti affetti da patologie oncologiche, in considerazione delle difficoltà dovute all’eterogeneità tra casistiche con pazienti pediatrici, adulti ed anziani e la mancanza di uniformità posta nella diagnosi e nella comunicazione degli eventi avversi. Inoltre ci troviamo di fronte a dati clinici spesso retrospettivi ed a date base relativi a follow up di lungo durata non disponibili o non aggiornati. L’incidenza della tossicità cardiaca da farmaci antitumorali può essere valutata prendendo come riferimento la popolazione di pazienti pediatrici lungo-sopravviventi, rappresentando uno dei gruppi più ampi, ed anche in crescita, di pazienti a rischio precoce di malattia cardiovascolare. A fronte di un miglioramento della sopravvivenza globale (OS) a 5 anni nell’oncologia pediatrica (fino all’80-85%) si assiste ad un aumento, in questi pazienti lungo-sopravviventi, del tasso di mortalità fino a 11 volte superiore all’atteso. Ci sono dati che segnalano, a 20-25 anni, incrementi del rischio globale di eventi cardiovascolari (quali insufficienza cardiaca ed ictus) di 9-15 volte rispetto a fratelli od altri consanguinei della stessa età. Cardio-tossicità e chemioterapia Alla luce dei dati di letteratura non si può parlare di una dose soglia in generale, così come non esiste una dose convenzionale sicura per un possibile effetto tossico sul cuore. Lo scompenso cardiaco antraciclina-indotto ha dimostrato determinare un potenziale tasso di mortalità >50% entro i due anni dal termine del trattamento chemioterapico ed anche a dosaggio ritenuto non potenzialmente pericoloso per danno cardiaco. Studi clinici condotti su pazienti adulti in trattamento con antraci cline per neoplasia mammaria hanno permesso di definire i limiti di rischio cardiaco dose-correlati, evidenziando una stretta correlazione tra tossicità riscontrata e dose cumulativa ed una chiara evidenza di come tale tossicità sia associata ad un lento, ma progressivo, deterioramento della funzione cardiaca. Vi sono inoltre dei fattori di rischio aggiuntivo di cardiotossicità, quali abitudini di vita, età e concomitanti trattamenti che ultimamente rivestono un ruolo causale significativo e che debbono pertanto essere attentamente valutati e monitorati. Si assiste infatti ad un’amplificazione del rischio di eventi cardiovascolari dovuta alla sovrapposizione della tossicità correlata al trattamento chemioterapico con sfavorevoli abitudini di vita caratteristiche dell’attuale società, tra cui un ruolo significativo viene attribuito alla ridotta attività fisica. Ma anche comorbidità quali ipertensione arteriosa, pregressa malattia coronarica, diabete, tabagismo, ipotiroidismo, sovrappeso ed età possono giocare un ruolo di primo piano nel contesto globale del rischio di sviluppare eventi avversi cardiovascolari in un paziente affetto da patologia oncologica con indicazione a trattamento chemioterapico. Ma su queste considerazioni si rendono necessari ulteriori studi clinici per poter maggiormente comprendere il Il team del Gradenigo: (da sinistra a destra), A. Boglione, A. Comandone, S. Chiadò Cutin, P. Pochettino, O. Dal Canton, P. Bergnolo, F. Garetto, C. Oliva e D.Ottaviani Cardio Piemonte - 9 In primo piano N. 1 gennaio/aprile 2014 ruolo di ognuno di questi potenziali fattori di rischio nell’influenzare l’incidenza di cardiotossicità. Al fine di comprendere meglio le diverse modalità di azione dei farmaci antineoplastici è utile distinguere due differenti quadri clinici di cardiotossicità: precoce e tardiva. Viene definita cardiotossicità precoce quella riferita a pazienti con disfunzione ventricolare sx che si verifica durante il trattamento od entro 12 mesi dal termine dello stesso. Si parla di cardiotossicità tardiva quando si manifesta dopo 1 o più anni dal termine del trattamento antitumorale. Le possibilità terapeutiche per i pazienti affetti da patologia neoplastica negli ultimi anni si sono moltiplicate, comprendendo associazioni sempre più potenti di farmaci, comportando di conseguenza anche un aumento di potenziali effetti avversi, tra cui quelli a carico del sistema cardio-vascolare. Le antraci cline fra i chemioterapici sono quelli più noti per quanto concerne il rischio di tossicità cardiaca. Sono un gruppo di agenti citotossici a largo spettro, attive in un gran numero di neoplasie sia solide che ematologiche e spesso il loro impiego non viene intrapreso proprio per l’elevato rischio di effetti avversi cardiovascolari. La più studiata è la doxorubicina, con un’attività antitumorale legata a diversi meccanismi d’azione, in particolare all’inibizione della sintesi di DNA e RNA mentre ipotesi più recenti si focalizzano sulla formazione di radicali liberi ed interferenza con la topo isomerasi I. Il meccanismo del danno miocardico da antraci cline è complesso e multifattoriale ed almeno in parte si ritiene possa essere determinato, come fattori primari, da stress ossidativo e per ossidazione lipidica della membrana cellulare del cardiomiocita. Anche se c’è crescente evidenza di come il principale meccanismo della cardiotossicità doxorubicina-indotta sia rappresentato dall’alterazione della funzione mitocondriale. Lo stress ossidativo, che si viene a creare quando vi è uno sbilanciamento tra processi ossidativi di origine energetica, metabolica e reattiva in relazione alla capacità antiossidativa dellìorganismo, modifica l’equilibrio tra la sintesi e la degenerazione proteica. Questo porta ad una disorganizzazione delle proteine, con perdita della funzionalità. Lo stress ossidativo porta inoltre all’induzione di morte dei cardiomiociti, sia per apoptosi che per necrosi del miocardio, determinando di conseguenza un danno irreversibile. Le cellule cardiache sono infatti molto più suscettibili al danno da radicali liberi rispetto alle cellule di altri organi e questo anche probabilmente per il metabolismo altamente ossidativo delle cellule cardiache stesse e per le difese antiossidanti relativamente scarse.infatti sono caratterizzate L'Approfondimento COME GESTIRE INSIEME DUE IMPEGNATIVE PROBLEMATICHE Verso uno specialista dal doppio ruolo Allo studio raffinati parametri cardiografici per valutare le terapie CARDIO – ONCOLOGIA Questo binomio viene dalla pratica clinica e si può leggere nelle due direzioni: 1.Quando un paziente con cardiopatia viene affetto da un tumore necessita di una valutazione e attenzione particolare per il possibile danno aggiuntivo che potrebbe derivare all'apparato cardiovascolare 2. Quando un paziente affetto da patologia tumorale viene trattato in modo specifico si ha un potenziale rischio di danno per l'apparato cardiovascolare Questo può far pensare che nel primo e nel secondo caso la vera vittima potenziale sia sempre l'apparato cardiovascolare, ma è comunque vero che sia la condizione di 10 - Cardio Piemonte portatore di neoplasia, sia la terapia antineoplastica possano favorire problematiche cardiache sia dare un vero danno sulla funzione cardiaca. La condizione biologica di un paziente portatore di tumore è comunque sempre di accentuata condizione pro-infiammatoria cioè una condizione che aumenta comunque sempre la condizione pro-trombotica del paziente attraverso uno stimolo pro-infiammatorio sulle placche atero-trombotiche che il paziente può potenzialmente possedere. Questo fenomeno, come è intuibile, si accentua con l'età del paziente. L'effetto trombolitico si può manifestare clinicamente come rischio di destabilizzazione di una malattia coronarica sia di rischio trombo-embolico-cerebrale o polmonare. In primo piano N. 1 gennaio/aprile 2014 da bassi livelli di sistemi di rimozione dei radicali liberi e questo li rende ancora più vulnerabili al danno antraciclino-indotto. Pertanto doppia azione di interferenza negativa da parte delle antracicline sia con i sistemi difensivi antiossidanti che con i processi di riparazione del danno cellulare farmaco-indotto. Inoltre merita menzione il ruolo dell’antraciclina nel condizionare attivamente il metabolismo cellulare del calcio. La doxorubicina sembra essere in grado di attivare il rilascio del calcio dai canali del reticolo sarcoplasmatico con afflusso all’interno dei cardiomiociti, determinandone la morte. Il danno sul cardiomiocita può continuare anche una volta sospeso il farmaco e questo può, almeno in parte, spiegare la comparsa di cardiomiopatie ritardate. Questa cardiotossicità è chiaramente dose cumulativa-correlata. La correlazione tra aumento della dose cumulativa di doxorubicina ed incidenza crescente di cardiotossicità è stata studiata alla fine degli anni settanta da Von Hoff su una casistica di oltre 4000 pazienti, definendo una curva esponenziale che esprimeva la probabilità di sviluppare insufficienza cardiaca congestizia in funzione della dose cumulativa, con un rischio del 5% per un dosaggio complessivo di 550 mg/mq. Successivamente è emerso come il rischio del 5% sia correlato ad un dosaggio inferiore, circa 400 mg/mq, raggiungendo il 30% ed oltre con una dose cumulativa di 600 mg/mq. Un quadro di tossicità cardiaca acuta insorge poco dopo l’infusione del farmaco, generalmente entro ore o giorni, e raramente rappresenta un quadro clinicamente rilevante e può manifestarsi con alterazioni elettrocardiografiche aspecifiche del complesso QRS, tratto ST o onda T oppure con extrasistoli ventricolari o sopraventricolari e tachicardie sinusali. Solo in pochi casi si assiste ad un quadro grave di miopericardite con disfunzione miocardica e scompenso che impediscono eventuali successive somministrazioni di antracicline. Questo il più delle volte accade in pazienti con anamnesi positiva per cardiopatia oppure sottoposti ad elevati dosaggi di antracicline. Più tipicamente si assiste ad un quadro di cardiopatia cronica o subacuta che porta in genere all’insufficienza cardiaca congestizia da danno miocardico irreversibile, con quadro clinico insidioso e che può insorgere anche fino a 30 mesi dopo l’ultima somministrazione di doxorubicina, con astenia, aumento della frequenza cardiaca, dispnea per sforzi precedentemente non sintomatici. Le alterazioni ultrastrutturali del danno cronico sono specifiche ed al contrario del quadro acuto sono irreversibili e correlate alla dose cumulativa somministrata. segue sul prossimo numero di Sebastiano Marra D'altra parte, molte terapie antitumorali, oltre a deprimere o annullare la capacità riproduttiva delle cellule tumorali, hanno anche un effetto di depressione sulla funzione delle cellule del muscolo cardiaco. Questo può portare a favorire manifestazioni a volte sub cliniche a volte molto evidenti di scompenso cardiaco dà ridotta funzione del ventricolo sinistro. Come si può intendere l'analisi dei vari rischi del paziente portatore di un tumore sulle varie funzioni e attività dell'apparato cardiovascolare è fondamentale e va condotta in modo molto preciso. Gli indici da valutare sono molti, per noi Cardiologi, e comunque certamente non è assolutamente sufficiente calcolare la EF (Funzione di Eiezione) del ventricolo sinistro in quanto si tratterrebbe d'osservare un parametro troppo semplicistico e soprattutto molto tardivo nella ricerca di una possibile complicanza della terapia anti tumorale. Si stanno valutando parametri ecocardiografici molto raffinati che possano cogliere in maniera molto precoce la possibile cardio tossicità di una terapia in modo da poter correggere molto precocemente l'indirizzo terapeutico. L'Ecocardiografia, la Cardiologia Nucleare, la Risonanza Magnetica Cardiaca, oltre alla sempre indispensabile valutazione clinica, ci supportano nella guida terapeutica di questi pazienti. Ben si comprenda come stiamo creando una figura nuova di specialista che gestisce le problematiche cardio-oncologiche. Nel nostro Ospedale ho sempre favorito e stimolato in termini sia culturali che clinico-strumentali la crescita di queste competenze. Teniamo conto che i due più grossi Dipartimenti della Città della Salute e della Scienza sono appunto quello Cardiovascolare e quello Oncologico. Con questo si evidenzia come il nostro Ospedale si pone come Centro di riferimento Regionale sia per le competenze Cardiologiche che per quelle oncologiche come richiesto sia dalle linee guida regionali che dalla storia culturale medica della nostra Regione. Cardio Piemonte - 11 N. 1 gennaio/aprile 2014 IL PRIMO IMPIANTO PER BIMBI NEL 2000: RIVOLUZIONE FRA PARIGI E TORINO Da una buona idea alla realtà il caso della valvola polmonare Essa oggi può essere cambiata evitando la chirurgia a cuore aperto. Per pazienti grandi e piccoli significativi vantaggi sotto molti aspetti mentre sono pronti ulteriori sviluppi di Gabriella Agnoletti Dott.ssa Gabriella Agnoletti *Responsabile servizio di Cardiologia Pediatrica, Città della Salute e della Scienza Quando si han troppi ricordi si può tranquillamente iniziare a preoccuparsi... Era la fine degli anni '90 ed un allora giovane cardiologo di origine tedesca, che aveva fatto i suoi studi in Italia, si era trasferito all'Ospedale Necker-Enfants Malades di Parigi, come responsabile del laboratorio di emodinamica. È un uomo intelligente ed eclettico ed aveva osservato che i chirurghi, per ricostruire la via polmonare dei bambini nati con atresia della valvola polmonare, usano la vena giugulare dei bovini, che contiente una propria valvola. Questo condotto biologico, tuttora in uso, si chiama Contegra (figura 1). Purtroppo i condotti protesici, soprattutto se impiantati in bambini piccoli, che hanno un metabolismo del calcio molto attivo, hanno il pessimo gusto di degenerare più o meno in fretta. Questi pazienti erano quindi rioperati numerose volte ed ogni reintervento era più complesso del precedente... Figura 1: il condotto Contegra è la vena giugulare bovina, che contiene al suo interno una valvola naturale 12 - Cardio Piemonte Tutti noi sappiamo peraltro che i cardiologi interventisti spendono buona parte del loro tempo ad impiantare stents nei vasi stenotici. Gli stents sono strutture di maglie metalliche che, montati su un palloncino, possono espandersi sino al diametro desiderato e mantenere aperto il vaso. Gli stents si usano non solo per mantenere la pervietà delle arterie coronariche, che misurano pochi millimetri, ma possono anche essere utilizzati per dilatare l'aorta, o le arterie polmonari e possono aprirsi sino a 2 centimetri e più (figura 2). Negli anni 2000 a Parigi tutto era quindi già lì: il Contegra ed i grandi stents. Philipp Bonhoeffer ha subito capito che inserendo il Contegra all'interno dello stent si creava una nuova entità: un condotto di maglie metalliche che contiene una valvola biologica (figura 3). Come tutti gli stents questo stent valvolato (questo era infatti il suo primo nome) poteva Figura 2. Lo stent CP (Cheatam Platinum), usato per costruire la valvola Melody, è illustrato chiuso e aperto, nudo e ricoperto. Questo stent può essere dilatato sino a 25 mm. N. 1 gennaio/aprile 2014 Figura 3. La valvola Melody. Nei pannelli A e B sono illustrati la valvola (A) e lo stent (B). Nei pannelli C e D è illustrato l'impianto percutaneo degli inizi, quindi senza prestenting. In questo paziente lo stent valvolato è impiantato in un condotto chirurgico essere inserito attraverso i vasi, quindi senza chirurgia. Era un'idea rivoluzionaria, che ormai circa 15 anni fa ha aperto la strada all'impianto non chirurgico di valvole cardiache: la polmonare, l'aorta e più recentemente le valvole atrio-ventricolari. Quel che ricordo fin troppo bene e con nostalgia è iI laboratorio di emodinamica dell'ospedale Necker, dove anch'io ho lavorato a lungo. Era situato nel sotterraneo della cardiologia, come spesso sono le sale radiologiche. Su un tavolino c'erano tanti stents e tante vene giugulari di bue, fili e poco altro. Giovani medici suturavano a mano, con infinita pazienza, la vena contenente la valvola all'estremità superiore ed inferiore dello stent. Poi erano le pecore dell'istituto Montsouris a ricevere l'impianto dello stent valvolato. La preoccupazione principale all'epoca era montare la valvola nel senso giusto... I primi tempi sono stati complicati. Le grandi idee viaggiano veloci, non restano fra quattro mura. Questo però ha portato a conseguenze positive, perché ha permesso l'impianto di valvole cardiache non solo nei pazienti con cardiopatie congenite complesse che sono, fortunatamente, non numerosissimi, ma anche nei pazienti con valvulopatie acquisite. Il primo impianto della valvola polmonare nel bambino è avvenuto nel 2000 sempre all'ospedale Necker. La prima serie di pazienti non è stata un gran successo...Il sangue entrava attraverso le maglie dello stent tra l'estremità superiore ed inferiore, producendo un effetto chiamato “amaca”, che comportava l'ostruzione più o meno severa della via polmonare. Per ovviare a questo primo problema le nuove valvole sono state suturate ad ogni singola maglia dello stent. Si è in seguito osservato che i grandi stents, se posizionati in vie muCardio Piemonte - 13 N. 1 gennaio/aprile 2014 Figura 4. La valvola polmonare “iniettabile”, è una valvola autoespandibile, inserita attraverso l'apice del ventricolo destro, che prende forma quando è spinta fuori dalla guaina che la contiene. Si adatta all'anatomia della valvola polmonare e si può aprire sino a circa 30 millimetri. scolarizzate, sottoposte ad escursioni sistolodiastoliche, come la via polmonare, tendono a fratturarsi. Anche questo problema è stato affrontato e risolto preparando la strada allo stent valvolato con un primo stent posizionato nella via polmonare, all'interno del quale veniva poi inserita la valvola. Così è nata la valvola Melody e poco è in fondo cambiato da allora. Nel mondo, dal 2000 ad oggi sono state impiantate circa 3000 valvole Melody. Non un numero straordinario, direte voi, ed è vero. Le ragioni, come sempre, ci sono, e sono semplici. Se mi chiedete “questa valvola le piace?”, rispondo “l'idea è geniale, la valvola ha ancora bisogno di essere sviluppata e lo stiamo facendo attivamente”. La Melody è una valvola di prima generazione, che richiede l'impianto di tanto metallo per essere posizionata. Forza quindi la naturale geometria della via polmonare, che può essere la più svariata. Le giugulari bovine hanno inoltre un diametro massimo di 22 millimetri. Nei pazienti con vie polmonari più ampie, questa valvola non può essere impiantata. Esistono oggi valvole un po' più larghe, nate per il trattamento della valvulopatia aortica, come la valvola Sapien, che è dilatabile sino ad un diametro di 26 millimetri. Pur con i limiti del diametro delle valvole polmonari disponibili, nel nostro centro abbiamo già sostituito la polmonare in decine di giovani pazienti e di adulti con cardiopatie congenite, evitando la chirurgia tradizionale. Poter cambiare una valvola con un cateterismo cardiaco significa evitare la sternotomia, la circolazione extracorporea e la degenza in terapia intensiva. Per posizionare queste valvole è infatti necessaria una degenza in reparto di un giorno ed una 14 - Cardio Piemonte notte e non è necessaria alcuna riabilitazione. Non c'è dolore e non rimane alcuna cicatrice. Vogliamo però fare ancora meglio e poter mettere una nuova valvola polmonare in tutti i pazienti in cui la polmonare nativa non funziona più. Vogliamo infatti creare valvole flessibili, riposizionabili, che contengono poco metallo, che sappiano adattarsi alla geometria della via polmonare e trattino l'ostruzione e l'insufficienza valvolare nel modo più naturale possibile. In questo caso è quindi la protesi che si adatta all'anatomia cardiaca e non il contrario, un modo di curare che a noi piace di più. Questo non è però “soltanto” futuro, poichè una valvola di questo tipo esiste già. Per il momento questa valvola, che si chiama “valvola polmonare iniettabile” (figura 4) è posizionata tramite una chirurgia miniinvasiva, in cui si pratica la sternotomia, ma il cuore continua a battere. La valvola è inserita nella via polmonare tramite una piccola incisione sull'apice del ventricolo destro e fissata tramite due punti di sutura esterni. Abbiamo già posizionato numerose valvole polmonari iniettabili nei nostri pazienti piccoli e grandi ed i risultati sono buoni. Insieme ai nostri amici cardiochirurghi stiamo però lavorando perché queste valvole siano inseribili per via completamente percutanea, evitando quindi le cicatrici, il dolore postoperatorio e la degenza. Speriamo quindi che molto presto queste nuove valvole siano disponibili per curare come a noi piace, con poca degenza ospedaliera, nessun dolore e nessuna cicatrice, i nostri piccoli e grandi pazienti. Salute in tavola N. 1 gennaio/aprile 2014 PIEM Asso ON prev ciazio TE ON en zio ne di LUS ne dellevolon ma tariat lat tie o per card la iov asc ola ri VIAGGIO FRA I SEGRETI DI UN PRODOTTO DALLE MILLE VIRTU’ Vino, quasi un toccasana Ha un effetto protettivo nei confronti di numerose malattie, in particolare di quelle cardiovascolari. Combatte i grassi e diminuisce i rischi di infarto. Meglio il rosso del bianco. Ma guai a chi non beve con moderazione. di Virginia Bicchiega Il vino, dal latino “vinum” e dal greco “oivoo”, è il prodotto derivato dalla fermentazione alcolica, completa o parziale del mosto di uve mature in presenza o in assenza delle parti solide. Il vino non deve essere considerato semplicemente come una soluzione di alcool in acqua ma come una soluzione idroalcolica di numerose sostanze (se ne conoscono più di 250) responsabili dell’aroma e del sapore. L’apporto in sostanze nutrienti è trascurabile in quanto i più importanti principi nutritivi sono contenuti solo in tracce. Il valore nutritivo del vino è legato soprattutto all’alcool etilico (Energia 7 cal/g). Tale apporto calorico non è utilizzabile direttamente per il lavoro muscolare ma per il metabolismo basale svolgendo un’azione di risparmio nei confronti dell’utilizzazione a fini energetici di altri principi nutritivi quali grassi e zuccheri. L’alcool etilico, però, più che un nutriente deve essere considerato una sostanza esogena all’organismo con proprietà farmacologiche. Bisogna ricordare che l’uso smodato e continuo dell’alcool, oltre a provocare dannosi squilibri nutritivi con rischio di malnutrizione può creare problemi di dipendenza e tossicità e per la sua azione tossica su numerosi organi (fegato, pancreas, stomaco, sistema cardiocircolatorio, sistema nervoso), può avere conseguenze molto serie per l’integrità psico-fisica dell’individuo. Le proprietà terapeutiche del vino non sono legate all’alcool etilico ma a diverse componenti. Di maggiore interesse sono i polifenoli che si ritrovano differentemente distribuiti in vinaccioli, polpa, bucce e raspi e che rappresentano la parte colorata e colorante del vino. I polifenoli sono composti ubiquitari nel modo vegetale e si distinguono in flavonoidi (cate- chine, procianidine, antociani, tannini e flavonoli) e non flavonoidi (resveratrolo, derivati dell’acido benzoico, acidi idrossicinnamici). Il resveratrolo ha proprietà chemioprotettive nel tumore della prostata inibendo la replicazione delle cellule tumorali ed accelerandone la morte, inoltre ha un ruolo cardioprotettivo. Il proantociano ha elevate attività antiossidanti con effetto benefico sui processi aterosclerotici e nei pazienti diabetici. Infine il tirosolo, presente sia nel vino che nell’olio di oliva, ha effetti sovrapponibili a quelli del resveratrolo. Il contenuto polifenolico dei vini bianchi è molto inferiore a quello dei rossi (30-120 mg/l versus 200-3500 mg/l) e ciò spiega perché il vino rosso è più ricco di sostanze benefiche per la salute. Dott.ssa Virginia Bicchiega Nutrizionista Posta: [email protected] Vino e buona salute È noto da anni che la dieta gioca un ruolo centrale nel mantenimento di una buona salute. Diete ricche in colesterolo e grassi saturi, povere in fibre e ad alto contenuto di zucchero e sale possono aumentare il rischio cardiovascolare. La restrizione calorica e soprattutto la composizione dietetica sembrano prevenire patologie legate all’età come l’aterosclerosi, le malattie cardiovascolari, il diabete mellito di tipo 2 e le malattie neurodegenerative. Il vino rosso e l’olio d’oliva, ricchi in polifenoli, sembra che abbiano un ruolo nella riduzione del rischio Cardio Piemonte - 15 Salute in tavola N. 1 gennaio/aprile 2014 Tabella nutrizionale del vino Parte edibile 100% Acqua (g) (Fonte I.N.R.A.N.) Vino da pasto ROSSO Vino da pasto BIANCO 89,2 89,8 Proteine (g) Tr come misura di salute pubblica, in quanto alcuni potrebbero essere incapaci di mantenere un livello moderato di consumo. Tr I benefici del vino tr Lipidi (g) 0 Carboidrati (g) 0 tr Amido (g) 0 Zuccheri solubili (g) 0 tr Tr Fibre totali (g) 0 10 Energia (kcal) 75 70 Energia (kj) 314 293 Sodio (mg) 4 4 61 61 Potassio (mg) Ferro (mg) 1,0 Calcio (mg) - 9 - 74 Fosforo (mg) 1,0 Tiamina (mg) 0 0,01 Riboflavina (mg) 0 0,05 Niacina (mg) 0 0 Vitamina A ret.eq (mg) 0 0 Vitamina C (mg) 0 0 Vitamina E (mg) 0 0 tr: trascurabile cardiovascolare nei popoli del Mediterraneo. Numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato la presenza di una relazione a forma di U tra consumo di alcool e mortalità derivata dalla combinazione degli effetti positivi e negativi dell’etanolo: i forti bevitori hanno un rischio di morte superiore rispetto ai bevitori moderati, mentre i bevitori moderati hanno un rischio di morte più basso rispetto agli astemi. Secondo le “Linee Guida per una Sana Alimentazione Italiana” un consumo moderato di vino di normale gradazione alcolica per la popolazione adulta sana è inferiore o uguale a 350 ml (circa 3 bicchieri) per l’uomo e 250 ml (circa 2 bicchieri) per la donna. Oltre queste quantità gli effetti negativi dell’alcool prevalgono sui positivi. È importante sottolineare la difficoltà di inserire suggerimenti sul consumo di alcool fra quelli relativi allo stile di vita, dovendo tener conto di numerose variabili (storia personale del consumo di alcool, storia di dipendenza in famiglia, patologie misconosciute, stato di gravidanza,…). Il punto chiave è ritagliare il messaggio per ogni persona: l’uso moderato dell’alcool non deve essere incoraggiato in maniera generalizzata 16 - Cardio Piemonte Apparato Gastroenterico Il vino rosso, a differenza di quello bianco, non riduce il tono dello sfintere esofageo inferiore. In quantità moderate non è causa di reflusso gastro-esofageo. A livello gastrico il consumo di vino riduce il rischio d’infezione da Helicobacter Pylori, la liberazione di istamina e la riduzione di ioni idrogeno, con conseguente azione protettiva nei confronti dell’ulcera gastroduodenale, diversi studi hanno dimostrato che il resveratrolo ha un’azione preventiva sullo sviluppo di cancro. Le bevande blandamente alcoliche, e il vino in particolare, se bevute in dosi moderate e in maniera frazionata prima e dopo i pasti svolgono azione favorevole sulle attività digestive, stimolando la secrezione salivare e gastrica. Il vino sembra proteggere dalla calcolosi biliare colesterinica abbassando significativamente l’indice di saturazione in colesterolo della bile, che è un prerequisito fondamentale per la formazione dei calcoli. Elevate quantità di alcool, al contrario, si associano ad un aumentato rischio di tumore al colon. Apparato cardiovascolare Ampie evidenze scientifiche associano il consumo moderato di alcool, in particolare vino rosso, con un basso rischio di malattia cardiovascolare. L’azione preventiva degli alcolici in parte è dovuta alla componente alcolica (etanolo), in parte alle componenti non alcoliche (soprattutto i polifenoli). Tutti i polifenoli e, più di tutti, il resveratrolo hanno un’azione antiossidante: riducono lo stress ossidativo legandosi ai radicali liberi e neutralizzandoli con conseguente rallentamento dell’invecchiamento delle cellule del nostro organismo. L’effetto protettivo del vino determina dilatazione delle arterie coronarie, spinta alla diminuzione della trigliceridemia (nei soggetti normotrigliceridemici ma non negli ipertrigliceridemici) e alla rimozione del colesterolo dal sangue. Tra gli effetti protettivi cardiovascolari del resveratrolo sono da citare l’effet- Salute in tavola N. 1 gennaio/aprile 2014 to antitrombotico grazie alla ridotta attività piastrinica e alla diminuzione del fibrinogeno plasmatico con conseguente riduzione dell’aggregazione piastrinica, una protezione dall’ossidazione delle lipoproteine LDL* e un forte aumento delle lipoproteine HDL** che si associa ad un ridotto rischio di aterosclerosi e coronaropatia, con conseguente minor rischio di sviluppare infarto cardiaco. Tra il consumo di alcool e la pressione arteriosa c’è una relazione inversa; l’assunzione moderata di vino si associa ad una riduzione della mortalità globale in soggetti con ipertensione arteriosa. Al contrario, il consumo di alcool al di fuori dei pasti si associa al rischio di sviluppare ipertensione arteriosa indipendentemente dalla quantità assunta. Il vino rosso causa vasodilatazione a carico dei vasi di resistenza sottocutanei e combatte la disfunzione endoteliale causata dalla dieta ricca di grassi. Il paradosso francese Alla fine degli anni ’80 dallo studio condotto da Renaud e De Lorgeril sulla correlazione tra mortalità dovuta a malattia coronarica e assunzione di grassi animali nella dieta, emerse che tanto maggiore era il consumo medio giornaliero di grassi animali, tanto più elevata era la mortalità. Tra tutti i Paesi esaminati solo il campione francese fornì risultati contrastanti a questa conclusione: nonostante l’elevato consumo di grassi animali, i francesi facevano registrare il più basso tasso di mortalità per malattia coronarica. Dall’osservazione del maggior consumo di vino scaturì l’ipotesi che il vino potesse bilanciare gli effetti dell’elevata ingestione di grassi animali. Confrontando il vino con altre bevande alcoliche (birra, gin,...) si è dimostrato che il primo fosse più efficace nella riduzione dell’incidenza di queste malattie. Si ipotizzò che alla base del paradosso francese non ci fosse l’etanolo ma altre sostanze presenti nel vino, scoperte successivamente: i polifenoli ed in particolare il resveratrolo. *Lipoproteine LDL: trasportano il “colesterolo cattivo” che si deposita nelle pareti dei vasi **Lipoproteine HDL: trasportano il “colesterolo buono” al fegato rimuovendolo dalle pareti vascolari Sistema Nervoso I polifenoli, grazie alla loro proprietà antiossidanti, sembra che abbiano un’azione protettiva nei confronti dello sviluppo di demenza nell’anziano sia su base vascolare, sia da altre cause come l’Alzheimer. Vino rosso versus vino bianco Diversi studi hanno dimostrato che il vino rosso ha proprietà cardioprotettive maggiori rispetto al vino bianco. I vini rossi sono molto più ricchi di composti benefici ad attività antiossidante ed antinfiammatoria, sia perché le uve ne sono maggiormente dotate, sia per la più lunga permanenza delle bucce nel mosto; al contrario nella produzione del vino bianco la fermentazione avviene senza il contatto del mosto con le bucce (fermentazione in bianco). Dal momento che il resveratrolo si trova nella buccia e non nella polpa ciò spiega la differenze tra i due tipi di vino. Il vino: leggende metropolitane Dato il ruolo centrale del vino nella quotidianità negli anni sono nate molte “leggende metropolitane”. Tra tutte quelle che circolano le più frequenti si possono riassumere in questo elenco: 1.I vini rossi devono essere sempre decantati: l’80% dei vini rossi necessitano solo di essere versati in calici di adeguate dimensioni. 2.Annusando il sughero si può capire se il vino sa di tappo: il 99.9% delle volte non si sentirà altro che odore di sughero bagnato. 3. Un mese di astinenza da ogni alcolico (vino compreso) serve per disintossicare il fegato: credenza fallace che può indurre a cattivi comportamenti. 4.Il vino si conserva solo in cantina: per conservare adeguatamente il vino basta porlo in una stanza dove non arrivi luce diretta sulle bottiglie e la temperatura non salga oltre i 16°C. 5.Il vino rosso va servito a temperatura ambiente: regola legata a qualche decennio fa quando nelle abitazioni non si superavano i 17-18°C. Cardio Piemonte - 17 Salute in tavola N. 1 gennaio/aprile 2014 6. Tutti i vini migliorano con l’età. 7.Per giudicare un vino bisogna conoscerlo: se dopo averlo assaggiato il primo pensiero è: “Buono!” sapere il produttore, il terreno, l’annata sono tutte informazioni che perdono di valore. Conclusione Da tutto ciò che è emerso si evince che l’adozione della dieta mediterranea, come un moderato consumo quotidiano di vino sia da ritenersi salutare. Numerosi studi internazionali hanno dimostrato che i popoli che seguono la dieta mediterranea, per le proprietà cardioprotettive ed antiossidanti dei suoi componenti, hanno un’aspettativa di vita maggiore rispetto ai popoli dell’Europa del Nord che adottano uno stile alimentare molto diverso, usando altri tipi di condimento con consumo più elevato di grassi animali rispetto a quelli vegetali. Al giorno d’oggi l’alimentazione equilibrata va vista non soltanto nell’ottica delle prevenzione di certe specifiche carenze, ma anche sotto il profilo della capacità di modificare l’andamento di certe malattie tipiche dell’età moderna. Non bisogna mai dimenticare di considerare il vino non a sé, ma come parte integrante di un corretto modello alimentare capace di avere un valore preventivo. Questo è un aspetto importante nella ricerca in nutrizione: non suddividere cibi e principi nutritivi in “buoni” e “cattivi”, ma identificare il giusto impiego dei vari alimenti nel quadro di un’alimentazione abituale variata, completa e salutare. Infine, vale la pena ricordare che il vino, indipendentemente dal contenuto in resveratrolo, ha soprattutto significato culturale e conviviale. I suoi risvolti salutistici, al contrario, sono ancora in attesa di conferma. Ha collaborato alla stesura di questo articolo: Dott.ssa Paola Belci Bibliografia 1.Apollodoro, I miti Greci. Fondazione Lorenzo Valla, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996 2.Igino, Miti. A cura di giulio Guidorizzi. Adelphi Edizioni, Milano 2000 3.Pallauf K., Giller K., Huebbe P., et al Nutrition and healthy ageing: calorie restriction or plyphenol-rich “MediterrAsian” diet? Oxidative medicine and cellular longevity. Volume 2013 Article ID 707421 4.Estruch R., Salas-Salvadò J. Towards an even healthier Mediterranean diet. Nutrition, Metabolism and cardiovascular diseases 2013, 23:1163-1166 5. Li H., Forstermann U. red wine and cardiovascular health. Circulation research 2012; 111: 959-61 6. Vàzquez_Agell M., Sacanella E., Tobias E., et al. Inflammatory markers of atherosclerosis are decreased after moderate consumption of cava (sparkling wine) in men with low cardiovascular risk. Journal of nutrition 2007; 137(10):2279-84 Tratta dal libro “La dieta del gusto” di Virginia Bicchiega - Nutrizionista Brasato di manzo Ingredienti: • Carne di manzo (g. 400) • Una cipolla • Una carota • Una costa di sedano • 150 g. di polpa di pomodoro • 1 bicchiere di vino rosso (150) • Uno spicchio di aglio • Un rametto di rosmarino • Un rametto di salvia • Una foglia di alloro • Un mezzo dado da brodo • 2/3 chiodi di garofano Preparazione: In una casseruola mettete le verdure lavate e tagliate, la carne, le spezie, l’aglio, la salsa di pomodoro e il vino. Fate insaporire per 10 minuti a fuoco vivace, poi abbassate la fiamma al minimo, aggiungete acqua calda a sufficienza per coprire la carne, unite un mezzo dado da brodo e lasciate cuocere per un paio di ore con il coperchio. A fine cottura togliere la carne, affettatela e disponetela sul piatto da portata tenendola al caldo. Passate al setaccio le verdure e il sugo e versate il tutto sulle fette di carne. 18 - Cardio Piemonte Cibo & curiosità N. 1 gennaio/aprile 2014 DA DIONISO AI ROMANI AI TEMPI NOSTRI: UNA STORIA AFFASCINANTE Tra misteri e leggende L’origine del vino è antichissima, ma è sempre stato considerato una bevanda capace di rallegrare l’uomo. Chi lo "inventò"? Tante teorie, nessuna certezza di Franco Orlandi VINUM LAETIFICAT COR OMINIS Il vino allieta il cuore dell’uomo. Fra i molti che hanno fatto riferimento a queste parole, colgo Gregorio di Nissa, Padre della Chiese Cattolica e Anglicana, che, nell’omelia sul Cantico dei Cantici, scrive sul vino, di cui si parla nel Salmo 103,15 e da cui è tratta la frase di apertura di questo articolo, e dice che un giorno riempirà il calice della saggezza e sarà offerto ai convitati, che in uno stato di sobria ebbrezza saranno rapiti dalle cose umane a quelle divine. Il vino viene anche associato dai saggi e padri spirituali e non, nella storia delle tradizioni religiose a riferimenti, discorsi, simbolismi legati al fenomeno mistico (si pensi all’ultima cena della tradizione cristiana. Il vino nei vangeli testimonia il primo e ultimo atto della vita pubblica di Cristo: le nozze di Cana e l’Ultima cena. Con l’affermarsi del cristianesimo l’uso liturgico della bevanda si diffuse, sacralizzandosi in modo compiuto nella transustanziazione dell’eucarestia) trovandosi spesso lungo quella linea sottile che separa l’esperienza puramente spirituale, l’“ebbrezza divina” (Origene di Alessandria afferma che la grazia è la conoscenza dei misteri divini, il vino che inebria e che allo stesso tempo dona l’intelligenza), da quei banchetti “sacri” che al culmine dell’ebbrezza da vino si trasformavano in orge: attraverso l’assunzione del vino si pensava che si fosse diventati un tutt’uno con il dio, si fosse stati quindi divinizzati. Anche gli studiosi di letteratura si sono trovati spesso in difficoltà quando, ad esempio di fronte a rime come quelle del poeta per- siano Hafez, del XIV sec.: «L’eternità sta nel vino, coppiere, a me versane l’ultima goccia…»; «Di liuti parlatemi solo, parlatemi solo di coppe: il segreto di questo mondo è un enigma che mai saprà scioglier sapienza.», oppure di Rumi, poeta e mistico sufi del XIII sec.: «Versami tanto vino ch’io scenda giù da me stesso, perché nell’io, nell’essere, non ho trovato che pena»; scrivono dell’affascinante intreccio di amore carnale e misticismo che configurano una “cultura” innervata nell’amore e nell’ebbrezza, o nell’ebbrezza dell’amore senza che possiamo capire esattamente quale fosse stata la realtà del poeta. Il vino, quindi come metafora quotidiana che percorre la via dell’esperienza dello Spirito. E qui mi fermo, per chiedermi qual è l’origine del vino. Le origini del vino sono così antiche da perdersi nella leggenda. Alcune di esse vorrebbero far risalire l’origine della vite, nel giardino dell’Eden con Adamo ed Eva, al posto dell’albero del melo. Altre raccontano che avendo Noè inventato il vino, pensò bene di salvare la vite dal diluvio universale, riservandole un posto sicuro nella sua arca. La parola vino è antichissima e gli etimologi discutono se farla derivare da una radice del sanscrito “ven”, che significa amare, da cui venus (venere); oppure dall’antico ebraico “iin” che attraverso il greco “oinos” sarebbe arrivata ai latini. Altri invece sostengono che da una radice sanscri- Franco Orlandi Cardio Piemonte - 19 Cibo & curiosità N. 1 gennaio/aprile 2014 ta “vi” (attorcigliarsi), verrebbe fuori la parola vino, cioè il frutto della pianta che si attorciglia. Vino è una di quelle parole che i linguisti sogliono definire “viaggiante”, “fluttuante”, ciò in relazione alla notevole diffusione nel corso dei millenni tra popoli, razze e lingue diverse, in un’area estremamente vasta che va dall’India al mediterraneo presso le località dove si sviluppò la viticoltura. Già seimila anni fa i Sumeri simboleggiavano con una foglie di vite l’esistenza umana e sui bassorilievi assiri con scene di commensali a tavola si possono vedere schiavi che attingono il vino da grandi vasi a bocca larga (crateri) e lo servono in coppe ricolme. Nel mondo greco il vino era ritenuto un dono degli dei e tutti i miti sono concordi nell’attribuire all’immortale Dioniso, il figlio più giovane di Zeus, l’introduzione della cultura della vita fra gli uomini. Divenne così il dio del vino e fu oggetto di culto non solo presso i Greci ma anche presso gli Etruschi dove era identificato con la divinità dell’agricoltura Fufluns e successivamente nel mondo romano dove venne chiamato Bacco e ricollegato a Liber, antica divinità latina della fertilità. Secondo la versione più diffusa del mito, Dioniso era nato dall’unione di Zeus con Semele, figlia di Cadmo, re di Tebe. Zeus per avvicinare la donna, che era mortale, le aveva nascosto il suo vero aspetto, ma Semele istigata dalla gelosa Era, moglie di Giove, gli chiese di poterlo ammirare nella sua forma di dio del cielo, ed essendogli Zeus comparso con la folgore, restò incenerita. Zeus allora salvò dal suo corpo il piccolo Dioniso e lo cucì nella propria coscia per portarne 20 - Cardio Piemonte a compimento la gestazione; quando il bimbo nacque, lo affidò alle cure delle ninfe del monte Nisa affinché lo allevassero. Cresciuto nella solitudine dei boschi, educato da Sileno figlio di Pan, Dioniso piantò la vite, inebriandosi dell’”umor che da essa cola“ e il suo destino fu di peregrinare di luogo in luogo accompagnato da animali feroci, pantere o tigri, e seguito da una numerosa corte di donne in preda alla frenesia estatica (le menadi), satiri e da divinità dei boschi di natura selvaggia e lasciva (i sileni). Per completezza d’informazione devo aggiungere che ci sono alcuni studiosi (vedi il network di Giorgio Samorini sull’origine della vite e del vino), che ritengono la scoperta del vino non contemporanea alla nascita del divino Dioniso presso i Greci ma sarebbe di gran lunga antecedente la formazione della cultura greca classica ed anche arcaica. In uno dei miti più antichi di cui ci sono pervenuti solo pochi e sparsi frammenti si racconta che un ceppo di vite fu partorito da un animale, una cagna, come viene riportato da un passo del “Deipnosofistos” di Ateneo (192-195 d.C.). «Un altro mito molto antico di origine tessalica, associa la scoperta del vino ad un secondo animale, un caprone, e appartiene al ciclo mitologico legato alla figura di Eneo (Oineo). Uno dei suoi pastori, dal nome molto indicativo di Stafilo (“grappolo d’uva”), si accorse che uno dei cuoi capri si allontanava frequentemente dal gregge per brucare da una pianta di vite i grappoli d’uva presso il fiume Acheloo e quando si ricongiungeva con il gregge appariva sazio e con un comportamento bizzarro. Accortosi di ciò, Stafilo raccolse i grappoli d’uva e li portò a Eneo, il quale ebbe l’idea di schiacciare i grappoli d’uva e di miscelarne il succo con l’acqua del fiume, ricavandone in tal modo il primo vino… In alcune versioni Stafilo viene chiamato Orista, forma deformata del nome di Oresteo (Kereny, 1985, I, p.121 )». La coltivazione dell’uva è testimoniata in Egitto fin dal periodo predinastico (5500 -3100 a.C.), anche se come bevanda non ebbe mai l’importanza e la diffusione che invece ebbe la birra. Le scene che appaiono sulle pareti delle tombe Cibo & curiosità N. 1 gennaio/aprile 2014 mostrano che le vigne erano generalmente a forma di pergolato e che la pigiatura dell’uva dopo il raccolto era eseguita con i piedi dentro a grandi catini. Il succo ottenuto era versato in anfore e lasciato fermentare, dopodiché le anfore venivano tappate. Dal Nuovo Regno (1560 a.C. circa) in poi è attestata talvolta la presenza di un piccolo foro sul collo dell’anfora, probabilmente per permettere la fuoriuscita degli ultimi gas di fermentazione dopo la chiusura del contenitore. In un articolo di Carlotta Cianferoni, Sovrintendente per l’archeologia in Toscana, sul web, si legge che nel mondo romano «il vino più ordinario veniva consumato o venduto appena limpido, attingendolo direttamente dai doli (vinum doliare), quello di qualità o destinato alla vendita era invece travasato in anfore (vinum amphorarium), dove subiva una serie di trattamenti mirati a garantirne la corretta conservazione. Comunissimo era l’uso di esporre le anfore al calore e al fumo in appositi locali oppure quello di aggiungere al vino acqua di mare o comunque salata, secondo un uso già diffuso in Grecia dove si pensava che l’acqua di mare rendesse il vino più dolce e servisse ad evitare "il mal di testa del giorno dopo". A seconda delle diverse stagioni il vino poteva essere raffreddato con la neve o scaldato; diffusissimo era inoltre l’uso di addolcirlo col miele e profumarlo con foglie di rosa, viola e cedro, cannella e zafferano». La civiltà Etrusca (dove il vino fece la sua comparsa nel sec VII a. C.) si distinse per l’alta produzione e l’organizzazione dei traffici commerciali del vino che veniva scambiato anche con i metalli o prodotti semilavorati. I contenitori più idonei per il contenimento del vino sono sempre state le anfore, recipienti da trasporto per eccellenza. Una curiosità: come si legge in uno scritto di Marziale, a Roma, nel brindisi alla donna amata era uso vuotare tanti kyathos (una sorta di piccolo vaso decorato che può essere assimilato ad un mestolone), uno di seguito all’altro, quante erano le lettere che componevano il nome di lei. Ben poco è questo spazio anche per dare qualche informazione sul rapporto tra vino e cucina nella storia, vino ed eros, vino ed arte, oppure per entrare nel pignolo e un po’ maniacale mondo del sommelier per scoprire come conservare il vino, come abbinarlo, come servirlo. Desidero terminare questo breve articolo con un monito che deriva dalla saggezza popolare: assaggio di un bicchiere, leggero e canterino come un uccello;/sorseggio di qualche bicchiere, ardito come un leone;/ consumo di molti bicchieri, cocciuto e tonto come un somaro. E, per ultimo, con una notizia che viene dalla ricerca medica. È stato dimostrato che fra coloro che si recano nei paesi a rischio di infezioni alimentari, i turisti che bevono vino sono meno soggetti ad attacchi di dissenteria rispetto a coloro che consumano acqua anche se imbottigliata. Questo trova una spiegazione nel fatto che molti batteri nel vino muoiono per via della presenza di acidità, alcol e tannini. Il vino come disinfettante dell’acqua era conosciuto anche nella cultura dell’Italia contadina: quando si beveva l’acqua del pozzo, molto spesso si mischiava al vino. Studi medici evidenziano che un moderato consumo di vino, un bicchiere a pasto, riduca l’insorgenza di malattie cardiovascolari. Sono passati circa 150 anni dai primi studi di Pasteur e il tempo non ha ancora smentito l’evidenza sperimentale che vede come non sia mai stato, fino ad oggi, isolato un agente patogeno per l’uomo che si origini dal vino. Prosit! (“sia utile, faccia bene, giovi!“) Cardio Piemonte - 21 N. 1 gennaio/aprile 2014 UNO STUDIO SUL RAPPORTO TRA TEMPERATURA E INFARTO MIOCARDICO ACUTO Il freddo, è allarme rosso In particolare, rischi gravi quando si compiono operazioni faticose come spalare la neve. Aumentano gli episodi di angina pectoris. Prevenzione: ecco alcune utili indicazioni di Annalaura Fanelli Dott.ssa Anna Laura Fanelli La primavera prende il posto dell’inverno e le temperature si alzano. Meno male, perché ai fattori di rischio tipici di chi ha problemi di cuore (sesso, familiarità, età, fumo, ipertensione, dislipidemia, diabete, obesità) si aggiungono altri possibili elementi, cosiddetti "non tradizionali", che probabilmente influenzano l’insorgenza della malattia coronarica. Tra questi, appunto, le basse temperature ambientali. In passato numerosi studi hanno evidenziato una maggiore incidenza di infarti miocardici nei mesi invernali o comunque nei giorni più freddi di una determinata stagione. Ma anche senza l’aiuto della statistica, qualunque cardiologo si rende conto nel suo lavoro quotidiano che l’inverno, in particolare durante le prime ore del mattino, porta con sè numerosi episodi di angina pectoris. Chi soffre di coronaropatia, infatti, tipicamente può avere una crisi anginosa durante l’esposizione al freddo, appena uscito di casa. In particolare, la cronaca registra numerosi casi di persone intente a spalare la neve (operazione semplice, ma molto faticosa per l’insieme di movimenti che comporta) vittime di infarto. In effetti, gli sbalzi di temperatura e l’esposizione al freddo inducono modificazioni del nostro organismo. Si tratta di fisiologici meccanismi reattivi di compenso alle basse temperature, ma che possono peggiorare o 22 - Cardio Piemonte slatentizzare una sottostante patologia coronarica. Il freddo infatti induce attraverso i recettori cutanei una stimolazione del sistema nervoso simpatico, portando a vasocostrizione e ad aumento della pressione arteriosa, ed influenzando frequenza e gittata cardiache, nonché la funzione endoteliale. Queste modifiche non hanno alcuna conseguenza su cuori e arterie sani, ma se avvengono in presenza di placche aterosclerotiche coronariche importanti, possono indurre crisi anginose. Inoltre con l’abbassamento della temperatura ambientale avvengono modifiche nella conta dei globuli rossi e bianchi, sul livello di alcuni fattori della coagulazione e di alcuni markers infiammatori, con un probabile finale effetto protrombotico. È dimostrato che la viscosità del sangue aumenta del 2% per ogni abbassamento della temperatura di 1°C. All’ESC 2013, il congresso annuale della Società Europea di Cardiologia, è stato presentato un importante studio belga del prof. Marc Claeys, nel quale si documenta come l’inci- N. 1 gennaio/aprile 2014 denza di infarto miocardico aumenti del 7% per ogni riduzione di 10°C della temperatura ambientale minima. L’indagine è stata condotta su circa 16.000 pazienti, in Belgio, presso l’Università di Anversa, tra il 2006 e il 2009, reclutando tutti i pazienti afferenti a 32 centri della nazione per angioplastica primaria in corso di infarto miocardico acuto. La popolazione studiata mostra un’età media di 63 anni ed è formata al 28,4% da donne. I dati sulle temperature ambientali sono stati ricavati dalle misurazioni quotidiane di 73 stazioni meteorologiche distribuite sul territorio nazionale ed oltre alle temperature i dati sugli infarti sono stati correlati ai livelli di umidità e di smog, mostrando correlazione anche con i livelli di materiale particolato ambientale, seppur in modo non significativo all’analisi multivariata. I dati sulla significativa correlazione inversa tra temperatura ambientale e incidenza di infarto miocardico sono stati confermati anche al di fuori del periodo invernale, suggerendo che non solo la temperatura ambientale di per sé possa essere il trigger dell’ischemia cardia- ca, ma anche la variazione di temperatura nel tempo, ad esempio legata agli sbalzi tra ambiente chiuso e aperto. Come dimostrato da un importante studio organizzato dalla Società Europea per la Prevenzione e la Riabilitazione Cardiovascolare (EACPR), condotto su 100.000 pazienti in 7 nazioni europee, nei mesi invernali inoltre i livelli di pressione arteriosa sia sistolica sia diastolica e la circonferenza della vita sono maggiori rispetto ai mesi estivi. In modo indiretto dunque il freddo invernale avrebbe anche un ruolo di potenziamento di altri fattori di rischio cardiovascolare, probabilmente a causa non solo della vasocostrizione ma anche delle abitudini dietetiche e di moto legate alle stagioni. In un modello globale ambientale, è stato dunque dimostrato che le basse temperature e gli sbalzi termici sono gli unici fattori ambientali a correlarsi in modo statisticamente significativo con l’incidenza di malattie cardiovascolari. Questo importante dato potrà permettere di intervenire di più e meglio sulla prevenzione cardiovascolare. Perchè proteggersi dal freddo, in particolare se si è già cardiopatici o se si hanno fattori di rischio come il diabete o l’ipertensione, può essere d’aiuto dal rischio di infarto. Nei mesi invernali dunque sarà consigliabile indossare sempre indumenti molto coprenti, evitare di uscire nelle ore più fredde della giornata e di fare sforzi all’aperto. Anche se è indicato mantenere tutto l’anno uno stile di vita sano, soprattutto di inverno sarà fondamentale fare attenzione a mantenere il peso forma, eseguire attività fisica aerobica regolarmente e curare la dieta, che deve essere varia e ricca di frutta,verdura, carne bianca e pesce. In caso di ipertensione e diabete, con l’aiuto del proprio medico di famiglia o del cardiologo di fiducia, bisognerà ottimizzare la terapia antiipertensiva variandola in base alle stagioni e modificare le terapie ipoglicemizzanti in ragione alle variazioni dietetiche. Grazie a questi piccoli e semplici accorgimenti, avremo un’arma in più nella prevenzione cardiovascolare. Cardio Piemonte - 23 Medicina & Storia N. 1 gennaio/aprile 2014 LA STORIA DI UNA ISTITUZIONE CHIAVE IN CARDIOLOGIA L’ambulatorio, una porta sul cuore Con un duplice avviso dell’ospedale Mauriziano ripreso dalla cronaca dei giornali (1936 e 1939) si diede notizia del nuovo servizio. Una presenza che permise di avvicinare le esigenze del territorio alle sedi di alta specializzazione verso l’indipendenza dalla medicina generale. Un ruolo che si è evoluto conservando la sua importanza di Erennio Rosettani Prof. Erennio Rosettani Nell’ambito dell’attività ospedaliera, l’evoluzione della vecchia Divisione di Cardiologia rappresenta oggi quanto di più complesso si possa immaginare, tanto da essere indicata proprio come Struttura Complessa (S.C.). In genere è in grado di soddisfare le esigenze di quasi tutti i settori del vasto capitolo delle Malattie Cardiovascolari: dall’Unità di Terapia Intensiva (la vecchia Unità Coronarica) che accoglie i casi bisognosi di monitoraggio e assistenza terapeutica continua e non più solo i pazienti con infarto miocardico acuto, alla degenza generale che ha completamente mutato la sua funzione rispetto a quanto avveniva nel secolo scorso. Su di essa infatti grava in primo luogo la continuazione della cura per i pazienti subacuti provenienti dalla terapia intensiva e la funzione di supporto assistenziale necessario ai laboratori di alta specializzazione diagnostica e terapeutica, quali sono oggi quelli di emodinamica e di elettrofisiologia- cardiostimolazione. Le degenze sono di solito di breve durata, fino a riservare qualche stanza con letti ad uso day hospital. A questa, che si può considerare come l’asse portante della struttura, si deve aggiungere tutta la parte della diagnostica non invasiva, composta da entità funzionalmente autonome: dal laboratorio di ecocardiografia, al laboratori per 24 - Cardio Piemonte le indagini elettrocardiografiche sotto sforzo, all’elettrocardiografia dinamica (Holter), alla valutazione circadiana della pressione arteriosa (Holter pressorio), alla valutazione della funzionalità cardio-polmonare e della funzionalità neuro-vascolare (tilting test), al laboratorio di ecoDoppler vascolare ecc. Ma quali sono le vie principali che permettono ai cittadini affetti da malattie cardiovascolari di arrivare ad usufruire dei servizi di questa Struttura Complessa? In genere la selezione dei pazienti avviene attraverso due percorsi: il Pronto Soccorso dell’Ospedale, dove la struttura cardiologica è ubicata, in particolare per i pazienti con quadri patologici acuti; l’altro è l’Ambulatorio di Cardiologia, che rappresenta la porta di accesso attraverso la quale la Medicina di base può usufruire in via diretta delle prestazioni specialistiche. L’importanza della sua presenza assume un aspetto storico nell’ambito della patologia cardiovascolare e col passar del tempo ha dovuto adeguare la sua configurazione alla continua evoluzione delle conoscenze cliniche e tecniche. A Torino, “La Stampa” del 21 novembre 1936, sulla pagina della cronaca cittadina riporta un avviso che con il titolo «L’Istituto di Cardiologia dell’Ospedale Mauriziano» e sottotitolo «Servizi gratuiti per il pubblico» recita: «L’Ospedale Mauriziano Umberto I° ha istituito da tempo una Istituzione di Cardiologia che funziona in appositi locali sia con Medicina & Storia N. 1 gennaio/aprile 2014 un ambulatorio dei malati del cuore e dei vasi, sia con un laboratorio di ricerche (elettrocardiografia, sfigmometria, ortodiagrafia, indagini sierologiche e sul ricambio). Ai malati in condizioni disagiate le cure sono fatte gratuitamente. La visita ai malati ha luogo nei giorni di martedì e di sabato dalle ore 10 alle 11.30». Come si vede, la cardiologia dell’epoca, per poter svolgere una propria specifica attività, si offre al territorio con l’apertura di un ambulatorio e la disponibilità di una strumentazione d’avanguardia. La necessità di questo collegamento con l’esterno trova conferma in un altro avviso (“Stampa Sera” del 14 gennaio 1939) dal titolo «Ambulatorio per le malattie di cuore nell’Ospedale Mauriziano»: «L’ambulatorio e consultorio per le malattie di cuore e della circolazione continua anche quest’anno a funzionare regolarmente per gli infermi esterni, ogni lunedì e venerdì per la visita, e martedì e sabato per gli esami, dalle ore 14 alle 15, con l’opera dello specialista prof. Giuseppe Palomba e la dirigenza del prof. Luigi Fornaca; visita ed esami sono gratuiti per tutti i non abbienti». Questo nuovo avviso rappresenta anche la conferma dell’apertura sul territorio di una specialità che cominciava a rendersi autonoma dalla Medicina Generale, all’epoca unico contenitore delle diverse branche specialistiche. La cardiologia non aveva ancora acquisito la sua indipendenza con il riconoscimento ufficiale della specializzazione, ma era seguita da medici internisti con particolare attenzione verso i malati di cuore. Lo studio del paziente era principalmente basato su un’indagine clinica generale e si concludeva con l’analisi delle problematiche di natura cardiovascolare. Tra esse in primo luogo l’auscultazione prolungata del cuore per poter risalire, attraverso le caratteristiche dei rumori, alle anomalie strutturali responsabili. Se l’interpretazione dei rumori cardiaci non permetteva di dirimere i dubbi sulla causa della loro origine, quasi diffidando del proprio udito, si ricorreva spesso al fonocardiogramma, di complessa esecuzione per le strumentazioni dotate di un sistema di registrazione su carta fotografica, con metri di tracciato da sviluppare in camera oscura. L’attenzione principale era rivolta però all’elettrocardiogramma, da anni (1920) considerato lo strumento di supporto diagnostico irrinunciabile, anche se il numero delle derivazioni disponibili erano la metà di quelle di un esame attuale. Altre indagini strumentali eseguibili nei locali dell’ambulatorio erano l’oscillografia per la patologia vascolare periferica, insieme alla pletismografia, al ballistocardiogramma (che cercava di studiare particolari forme di cardiopatia attraverso lo scuotimento subito dal corpo del paziente e trasmesso ad un lettino oscillante, orientabile dalla posizione orizzontale a quella verticale). Nell’immediato dopo guerra grazie alle nuove metodiche di registrazione con carta termosensibile o con scrittura a spruzzo d’inchiostro, la diagnostica strumentale non invasiva permette di giungere ad una più rapida valutazione del quadro clinico. L’E.C.G., con le classiche 12 derivazioni, diviene di più facile esecuzione e si comincia ad eseguire quello da sforzo mediante i tre scalini (scaletta di Master) da salire e scendere avanti e indietro, o con il cicloergometro nei pazienti con sospetto clinico di patologia coronarica, (anche se l’E.C.G. poteva essere registrato solo alla fine e non durante l’attività fisica). L’Ambulatorio di Cardiologia aveva raggiunto così una sua autonomia funzionale all’interno della Medicina Generale: i pazienti con quadri patologici cardiovascolari complessi venivano ricoverati, mentre gli altri, a domicilio, mantenevano un rapporto di controllo ed assisten- Le pagine dei giornali in cui si dà notizia dell'apertura degli ambulatori dedicati alle malattie del cuore presso l'Ospedale Mauriziano Cardio Piemonte - 25 Medicina & Storia N. 1 gennaio/aprile 2014 za da parte dell’ambulatorio ormai aperto sul territorio, con gli operatori che acquisivano nuove conoscenze e strumentazioni sempre più efficienti. Infatti si può dire che nello stesso periodo abbia inizio una nuova era nel campo della diagnostica cardiovascolare. Le metodiche prima ricordate non erano sufficienti a risolvere i numerosi dubbi che emergevano al momento delle conclusione diagnostiche; si sentiva quasi la mancanza di qualcosa che potesse permettere un’esplorazione più diretta del cuore. A colmare questo vuoto, dando inizio all’era dell’imaging cardiaco, l’ambulatorio acquisisce l’utilizzo di un piccolo apparato radiologico fisso con il quale, mediante una radioscopia, osservare l’ombra cardiaca in movimento e le eventuali anomalie del suo profilo, in relazione alla patologia sospettata. Alla valutazione clinica, all’elettrocardiogramma, al fonocardiogramma ed agli altri esami non invasivi si aggiungeva l’ormai quasi obbligatorio studio radioscopico. Alla fine degli anni ’50, presso l’Ospedale Molinette, nell’Ambulatorio di Cardiologia della Clinica Medica (due stanze), di cui era responsabile il Prof. P. F. Angelino, un pioniere nello studio radiologico del cuore, la sala visite era dotata di un lettino, di un elettrocardiografo e di un piccolo apparecchio per la scopia; tutti gli altri esami erano eseguiti in una sala attigua. Tuttavia questa metodica ebbe una vita alquanto breve a causa della sua pericolosità. Senza alcun controllo del tempo di esposizione, il paziente in piedi dietro lo schermo radiologico e l’operatore di fronte protetto da un semplice grembiule con lamina di piombo in uso in quel periodo, erano esposti a dosi massicce di radiazioni, in una stanza senza isolamento dall’ambiente circostante. Il contemporaneo arrivo dello studio diagnostico invasivo (cateterismo cardiaco) e soprattutto i primi ecocardiografi (anni ’60-’70) ponevano fine all’impiego di questo strumento tanto utile, ma altrettanto pericoloso. Gli rimane il merito di essere stato il precursore dello studio dell’immagine cardiaca in movimento che ha raggiunto la sua massima espressione nell’attuale impiego della Risonanza Magnetica Nucleare. 26 - Cardio Piemonte Con l’inizio degli anni ’70 l’Ambulatorio di Cardiologia è obbligato a modificare la sua configurazione dalla diffusione delle Divisioni Autonome di Cardiologia, dedicate specificamente al ricovero dei pazienti con patologia cardiovascolare, e dallo sviluppo delle tecniche diagnostiche. A loro fianco grazie alla complessità della strumentazione, nascono i laboratori di diagnostica invasiva e non) già elencati, che a loro volta, assumendo un’autonomia funzionale, concorrono nella realizzazione della Struttura Complessa. Queste moderne condizioni di operatività sembrano quasi segnare la sua fine. Non ha più gli strumenti di supporto all’indagine clinica: la sua scaletta da percorrere avanti ed indietro (lo sforzo) prima di far distendere il paziente e registrare l’ECG il più presto possibile; il mini-apparato radioscopico per l’osservazione diretta dell’ombra del cuore e dei grossi vasi. Ma per fortuna, di fronte al prorompente sviluppo della tecnologia nell’ambito della patologia cardiovascolare, resiste in suo favore l’importanza del paziente come singola entità clinica, che lo obbliga a svolgere una vecchia funzione in un contesto moderno: quella di rappresentare la porta della Struttura Complessa aperta sul territorio, per favorirne l’accesso ad uno specifico ed idoneo percorso diagnostico-terapeutico ed assistenziale. Anche se non dispone più di una sua apparente autonomia, ormai si è attribuito il compito di offrire un continuo rapporto di consulenza: in particolare accogliere i pazienti provenienti dalla Medicina di Base che necessitano di accertamenti diagnostici specifici, seguiti o non da eventuale ricovero; controllare quelli già dimessi dalla Struttura Complessa, rappresentando un importante e continuo punto di riferimento nella gestione della fase di convalescenza o di una patologia cronica. Svolge quella fondamentale funzione sollecitata già da un grande cardiologo del passato (William Osler 1925) il quale, quasi ignorando l’utilità delle prime rudimentali tecniche diagnostiche, ripeteva: «Care more particularly for the individual patient than for the special features of the disease» («preoccupati più del singolo paziente che degli speciali aspetti della malattia»). N. 1 gennaio/aprile 2014 RIVASCOLARIZZAZIONE CORONARICA PERCUTANEA, SI CAMBIA STRADA La via dell’arteria radiale Questo tipo di accesso offre molteplici vantaggi rispetto a quello femorale. È una sede di puntura sicura con ridotto rischio di sanguinamento. E i pazienti possono alzarsi rapidamente dal letto di Maurizio D'Amico Gli interventi di rivascolarizzazione coronarica percutanea (PTCA), vengono tradizionalmente eseguiti utilizzando come via di accesso l’arteria femorale. Le complicanze vascolari nel sito di puntura (ematomi superficiali e retroperitoneali, pseudoaneurismi, fistole artero-venose) si presentano in una percentuale variabile tra il 3 ed il 5% dei casi. Queste complicanze spesso necessitano di emotrasfusioni o riparazione chirurgica contribuendo alla morbidità del paziente ed allungano i tempi di ospedalizzazione ed i relativi costi. La prima segnalazione di utilizzo dell’arteria radiale come via di accesso per il cateterismo cardiaco risale all’anno 1989 da parte di Campeau et al. Nel 1992 ad Amsterdam Kiemeneij ed il suo gruppo iniziavano ad utilizzare questo accesso per eseguire angioplastiche coronariche ed impianto di stent. I vantaggi insiti nell’approccio radiale sono molteplici. In primis il gradimento del paziente che è rapidamente libero di alzarsi dal letto ed ha spesso la sensazione di essere stato sottoposto ad una procedura meno invasiva. Accesso femorale Dal punto di vista strettamente medico è una sede di puntura sicura con un ridotto rischio di sanguinamento. L’utilizzo dell’accesso femorale è gravato in letteratura da un rischio, modesto in percentuale ma severo come complicanza in sè, che è l’ematoma retroperitoneale, in grado di mettere a rischio la vita del paziente. In alcuni studi il rischio globale della procedura appare ridotto quando si segue l’accesso radiale. Nonostante i vantaggi sopraesposti l’utilizzo dell’accesso radiale ha impiegato 10 anni ad essere accettato dalla comunità internazionale ed ancora oggi riguarda circa il 20-25% delle procedure con percentuali ancora minori negli Stati Uniti. Le motivazioni di una simile resistenza sono, a mio parere, ascrivibili ad una lunga “learning curve” ovvero ad un lungo periodo necessario per il singolo operatore ad Dott. Maurizio D'Amico, Responsabile Laboratorio Emodinamica Cardiologia 2 A.O. Città della Salute e della Scienza di Torino Accesso radiale Cardio Piemonte - 27 N. 1 gennaio/aprile 2014 Starclose: le fasi di ingresso e lo strumento. Angioseal: strumenti e tecnica di inserimento acquisire completamente la tecnica in modo da rendere confrontabili rispetto alla consueta via femorale, durata della procedure, esposizione radiologica del paziente e capacità di condurre in porto in modo sicuro ed efficace le procedure. L’evoluzione tecnologica degli ultimi anni ha ridotto alcuni degli svantaggi insiti nell’accesso radiale che sono soprattutto rappresentati: dall’impossibilità di utilizzare introduttori di grosso calibro, dal ridotto numero di cateteri dedicati e, in caso di severa tortuosità dei vasi arteriosi, dalla difficoltà di manipolazione e rotazione dei cateteri stessi. Un ulteriore problema è la tendenza naturale allo spasmo dell’asse arterioso brachioradiale che può essere controllato con l’utilizzo di adeguati cocktail farmacologici somministrati nella via di accesso. Tutto ciò anche in mani esperte porta comunque ad un 3-7% di fallimento nell’incanulazione dell’ostio coronarico ed alla conseguente necessità di cambiare la via di approccio riproponendo il braccio controlaterale o la via femorale. Le vere controindicazioni assolute all’utilizzo di questa via sono in realtà assai limitate e sono rappresentate dall’assenza del polso radiale e dalla presenza di una fistola artero-venosa per dialisi renale nello stesso braccio. Controindicazioni relative sono un test di Allen francamente negativo, segnale di uno scarso compenso da parte dell’arteria ulnare nel rifornire il circolo della 28 - Cardio Piemonte mano e la presenza di by-pass arteriosi che originino da differenti distretti (per esempio la contemporanea presenza di una mammaria destra e di una mammaria sinistra nello stesso paziente, utilizzate per la rivascolarizzazione di uno o piu’ diverse arterie coronariche). Un discorso a parte, a mio avviso, deve poi essere dedicato al trattamento dell’infarto miocardico acuto attraverso l’esecuzione di una angioplastica “primaria”. Anche in questo caso si confrontano le stesse problematiche ma da entrambi i punti di vista le questioni appaiono amplificate. Il problema dei sanguinamenti maggiori in questo contesto risulta più significativo a causa dei molteplici farmaci anticoagulanti e antiaggreganti che dobbiamo utilizzare nella fase acuta dell’infarto e questo rende indubbiamente attraente un approccio sicuro come quello radiale. Per contro il fattore tempo risulta essere più importante rispetto alle consuete procedure elettive ed in alcuni casi l’utilizzo di cateteri di calibro maggiore può essere utile. Sono in corso numerosi studi randomizzati per provare ad individuare la tecnica migliore ma è indubbio che a guidare il singolo operatore nella scelta, in questo contesto, deve essere la sua personale esperienza. Deve in pratica essere certo di non perdere tempo prezioso e di poter maneggiare con sicurezza la procedura in modo egualmente efficace nonostante qualche prevedibile difficoltà in più nel maneggiare i cateteri. Ulteriore argomento da prendere in considerazione è l’effettiva entità dei sanguinamenti in sede di accesso quando si utilizzino i più recenti farmaci antitrombotici (per esempio la Bivalirudina che sembra dare i maggiori benefici proprio quando si utilizzi l’accesso femorale), e la disponibilità di sistemi di chiusura radiali e femorali. L’uso di questi devices, come l’Angioseal, disponibile in 6 ed 8 french e lo Starclose in 6 french (misura che indica il diametro del catetere) ha ulteriormente ridotto le complicanze in sede di puntura femorale. Credo infine che un percorso progressivo verso l’approccio radiale, almeno nelle procedure standard sia definito. Occorre a mio avviso che questa strada venga percorsa dagli operatori con consapevolezza e serietà poichè presuppone una robusta esperienza tecnica individuale ed altrettanto equilibrio decisionale. N. 1 gennaio/aprile 2014 In campo con la nostra Onlus Concerto Amici del Cuore e AABC Per gli Amici del Cuore piacevole serata in occasione degli incontri legati al Natale. Il 19 dicembre, nella splendida cornice dell’ex cappella dell’Ospedale S. Giovanni Battista antica sede, abbiamo assistito al concerto natalizio. C’è un particolare da sottolineare: per la prima volta abbiamo partecipato a un evento insieme con l’Associazione Amici dei Bambini Cardiopatici (AABC), che si occupa di assistere i piccoli pazienti presso l’Ospedale Regina Margherita. La manifestazione, oltre a rinsaldare i rapporti di amicizia tra la nostra Onlus e l’AABC, ha permesso di spiegare agli spettatori i compiti che svolgono i volontari nei vari reparti ospedalieri. Il concerto ha riscosso un vivo apprezzamento. Il gruppo Montgolfier ha aperto la serata con brani di musica occitana. Si sono quindi esibiti Gerry Bocchino (caposala di Cardiologia 2) e la pianista Raffaella Portolese al pianoforte con un vasto programma di brani verdiani con la partecipazione del mezzo soprano Erika Cravero. C.G. Gli Amici del Cuore collaborano con la Circoscizione 2 La nostra associazione collabora con la Circoscrizione 2 per una serie di incontri intitolati "L’ORO DI TORINO - Eccellenze nelle scienza 2014". Si tratta di una iniziativa di ampio respiro che, con la partecipazione di specialisti dei vari settori, permette al pubblico di valutare progressi e innovazioni in campi di grande interesse. Tutte le scienze sono rappresentate, da quella spaziale a quelle naturali, passando per quelle mediche e quelle tecnologiche del Politecnico. Tra gli oratori il Dottor Sebastiano Marra, che il 15 marzo è chiamato a illustrare il seguente argomento: "Metodologie e strumenti di cura avanzati nelle malattie vascolari". Le conferenze, in programma dal 15 febbraio al 29 marzo, si svolgono il sabato alle ore 16 presso la biblioteca civica Villa Amoretti di corso Orbassano 200. C.G. Cardio Piemonte - 29 N. 1 gennaio/aprile 2014 PIEMONTE ONLUS Associazione di volontariato per la prevenzione delle malattie cardiovascolari AVVISO DI CONVOCAZIONE ASSEMBLEA GENERALE A TUTTI I SOCI DELLA onlus, IN REGOLA CON LE QUOTE SOCIALI DEL 2013 È convocata per il giorno 11 aprile 2014 alle ore 8 del mattino ed in seconda convocazione sabato 12 aprile 2014 alle ore 10 l’assemblea ordinaria annuale dei Soci della onlus, presso il Circolo Ricreativo Comunale di Corso Sicilia 12 - Torino, con il seguente ordine del giorno: •Relazione Attività 2013 •Approvazione Bilancio Consuntivo 2013 •Approvazione Bilancio Preventivo 2014 •Approvazione Relazione Revisori dei Conti •Varie ed eventuali L’ Assemblea sociale ordinaria è convocata ai sensi degli articoli 12 e 13 dello statuto. Si invitano i Soci in regola con il versamento della quota sociale 2013 ad essere presenti o in assenza motivata di dare delega ad un altro Socio (solo due deleghe max per Socio). Il Presidente Danilo Danielis PIEMONTE ONLUS Associazione di volontariato per la prevenzione delle malattie cardiovascolari IL SOTTOSCRITTO RESIDENTE IN VIA DELEGA IL SIG. A RAPPRESENTARLO NELL’ASSEMBLEA GENERALE DEI SOCI DEL 12 aprile 2014 DATA E FIRMA 30 - Cardio Piemonte PIEMONTE ONLUS Associazione di volontariato per la prevenzione delle malattie cardiovascolari Da spedire a: A.O.Città della Salute e della Scienza di Torino - CARDIOLOGIA 2 C.so Bramante, 88 - 10126 TORINO Tel. 011.633.55.64 - Cell. 346.1314392 SCHEDA ISCRIZIONE A SOCIO Il sottoscritto/a: Codice Fiscale: Nato a il Residente a Via/corso/piazza: CAP: Telefono: Cellulare: E-mail: Chiede di poter far parte come Socio/a della Onlus e provvede a versare l’importo di Euro……………………. Quale socio: (socio ordinario € 25 - socio sostenitore € 100+25 - socio benemerito, sopra i € 500+25) Verso la quota in: contanti con bonifico bancario Banca Intesa Sanpaolo - IBAN IT10 Z030 6909 21710000 0031305 per conto corrente postale n. 19539105 Intestato a : AMICI DEL CUORE PIEMONTE ONLUS - Cardiologia 2 - C.so Bramante, 88 - 10126 TORINO N.B. Il versamento della quota per donazione deve essere effettuato a mezzo bonifico bancario Firma Data CONSENSO AL TRATTAMENTO DEI DATI AI SENSI DEL CODICE SULLA PRIVACY D.L.196/03 Apponendo la firma in calce al presente modulo, manifesto il mio consenso al trattamento dei dati, nel solo ambito delle finalità e modalità dell’attività sociale dell’associazione. Autorizzo il Presidente a informatizzare il mio nome nell’elenco Soci, che non verrà comunicato a terzi, fuori dall’ambito della stessa associazione. Mi riservo di tutelare i miei diritti, in ogni momento, qualora tale disposizione non venga osservata. Firma Da oltre trent’anni lavoriamo sul territorio per la prevenzione delle malattie cardiovascolari in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera Città della Salute e della Scienza di Torino, diamo assistenza ai degenti in reparto, finanziamo borse di studio e l’acquisto di attrezzature ospedaliere. Le campagne di informazione e prevenzione sono un impegno costante, portato avanti da volontari, che contribuiscono ogni anno a monitorare lo stato di salute della popolazione. Il tuo sostegno ci permetterà di potenziare questi servizi, di cui beneficiamo tutti. Sostenendo Amici del Cuore Onlus sosterrai la tua salute. Codice Fiscale 97504090016 Ulteriori informazioni sul sito www.amicidelcuore.ideasolidale.org