SOMMARIO SAGGI Gianna Bonis: Legislazione statale ed iniziative locali nel settore dell'assistenza e della beneficenza in Valle d' Aosta dall'Unità d'Italia all'inizio del XX sec. Gil Emprin: Les populations frontalières du Petit-Saint Bernard face à la seconde guerre mondiale Mario Orlandoni: Dalla caduta del fascismo alla fine della guerra - Con gli Alpini del Battaglione Aosta nei Balcani 1943-1945 Maria Clara Freydoz: Funzioni del C.L.N . Provinciale di Aosta dopo la Liberazione Anselmo Lucat: I progetti di autonomia e di Statuto della Valle d' Aosta Angelo Quarello: Le dinamiche demografiche di una popolazione di fabbrica: il quartiere «Cogne» dal 1931 al 1981 VITA D'ISTITUTO Saggi Gianna Cuaz Bonis LEGISLAZIONE STATALE ED INIZIATIVE LOCALI NEL SETTORE DELL'ASSISTENZA E DELLA BENEFICENZA IN VALLE D'AOSTA DALL'UNITA' D'ITALIA ALL'INIZIO DEL XX SECOLO I mendicanti Non abbiamo elementi sufficienti per quantificare il fenomeno della povertà in Valle d'Aosta nella seconda metà dell'ottocento, ma la presenza di tante istituzioni caritatevoli, di tante iniziative benefiche; le richieste di «secours» che ogni anno, in numero crescente, pervengono alle autorità municipali, alle Congregazioni di Carità ed alle Caisses des Pauvres da parte di privati cittadini; le proporzioni sempre più gravi che il fenomeno dell'emigrazione assume; l'ampio dibattito che la stampa locale svolge sui temi del pauperismo e della mendicità, sono tutte testimonianze di una condizione di povertà che doveva essere assai diffusa. Alle sue origini vi è, senza dubbio, la grave crisi economica che colpisce la Valle d'Aosta in questo periodo. L 'attività mineraria e metallurgica, ancora fiorente verso la metà del secolo, è in lenta ma inesorabile decadenza; l'agricoltura incontra gravi difficoltà: le malattie che colpiscono la vite (coltura privilegiata in una quarantina di Comuni), il susseguirsi di periodi di siccità che danneggiano tutti i raccolti, la lentezza con cui si diffondono i progressi tecnici, ne limitano notevolmente il rendimento. Il commercio non rappresenta certamente una fonte di reddito: la Valle diventa sempre più debitrice del Piemonte e, in genere, del Nord Italia da cui importa prodotti industriali ed anche agricoli in notevole quantità, senza aver nulla o quasi da offrire in cambio. Anche l'apertura della ferrovia, che pur toglie la Valle dal suo secolare isolamento, non favorisce - almeno fino al primo decennio del novecento - il tanto atteso e sperato rinnovamento dell'economia della Valle; semmai ne accelera la decadenza, in quanto, facilitando le importazioni, incrementa il deficit commerciale. Particolarmente indicativo di questa situazione di disagio materiale e morale è il fenomeno della mendicità, una «piaga» (il termine ricorre costante nella pubblicistica del tempo) che affligge soprattutto il capoluogo, ma anche molti altri Comuni e che, con il passare degli anni, assume proporzioni sempre più gravi. Prima della fondazione del Rifugio dei Poveri (1869), l'istituzione in Aosta di un dépôt de mendicité che accolga gli anziani infermi e indigenti della Valle , si configura come la soluzione più adeguata «pour dérober aux yeux des passants le spectacle dégoûtant de la mendicité et lui faire assurer des secours reglés», come dice il canonico Orsières il quale, negli anni quaranta, si fa l'instancabile portavoce di questa esigenza sulle pagine della Feuille d'Annonces d'Aoste. «Nous avons un urgent besoin de guérir ce mal dans notre Vallée, dans cette Cité surtout», scrive Osières nel '46 analizzando il fenomeno del pauperismo, e rilevando che gli aiuti individuali e le elemosine non sono in grado di soddisfare i bisogni di un così gran numero di infelici. Sullo spettacolo «de tant de malheureux qui pullulent dans les rues et dont l'indigence souvent réelle et quelques fois simulée, excite la commisération des âmes les moins disposées à compatir», Orsières ritorna in un articolo del '48, invocando per l'ennesima volta l'appoggio ed il contributo di tutti (Autorità e semplici cittadini) per la istituzione di un dépôt de mendicità. E intanto il numero dei pauvres honteux e dei mendicanti aumenta. Secondo il periodico L' Indépendant, nel Comune di Aosta su una popolazione che allo gennaio 1858 risulta essere di 7757 abitanti, vi sarebbero «d'après des renseignements que nous avons tout lieu de croire exacts, plus de 1800 pauvres demandant ou recevant l'aumône», il che significa che gli indigenti rappresentano un po' più di un quarto della popolazione. Proprio in quell'anno, il Conte Crotti di Costigliole, deputato del Mandamento di Quart al Parlamento subalpino, aveva presentato alla Camera una petizione firmata dal Sindaco di Aosta, da tutti i Consiglieri comunali e da 810 proprietari della città. In essa si lamentava il numero eccessivo dei mendicanti e lo stato di inquietudine permanente in cui vivevano gli abitanti della città; in particolare, si denunciava il fatto che la maggior parte dei mendicanti erano tali per mestiere e per vagabondaggio; lasciato il loro Comune di residenza, venivano ogni inverno in città a raccogliere, mendicando, il pane necessario per nutrire il loro bestiame, risparmiando così le loro derrate. Nella petizione si chiedevano al Governo misure atte a ridurre, nei limiti del possibile, il numero dei vagabondi. Discussa la relazione, la Camera l'aveva trasmessa al Ministero, con la raccomandazione di studiare la questione della mendicità in generale1. La legge piemontese sulla Pubblica Sicurezza del 1859 e quella del 1865 (che ne riprendeva le disposizioni essenziali, estendendole a tutto il Regno) avevano, in qualche misura, regolamentato la mendicità: alle persone prive di mezzi di sussistenza e inabili al lavoro era, infatti, consentita la possibilità di mendicare, ma solo nei Circondari che ancora non disponevano di un «Deposito di mendicità» legalmente costituito e, comunque, solo nell'ambito del Comune di residenza e previa autorizzazione delle Autorità locali di P.S. Nel Circondario di Aosta2, l'applicazione di queste norme risulta molto difficile: lo testimonia la stampa locale che, rilevando la continua circolazione di mendicanti da un Comune all'altro e, soprattutto, la loro crescente affluenza nel capoluogo, invoca dalle Autorità una più intensa vigilanza e la rigorosa applicazione della normativa sulla mendicità. «Que chaque commune maintienne ses pauvres!» è la richiesta che ripetono con insistenza i giornali di ogni tendenza. Ma i Comuni non sono in grado di provvedere a tutti i loro poveri nella situazione di grave disagio economico in cui il paese si trova, un L 'Independant. n 20, 1858 Stampato dal 1849 al 1876, organo della Curia vescovile, questo periodico locale ha un orientamento nettamente conservatore svolge un programma di ferma opposizione alle idee liberali, al Risorgimento e, quindi, al governo piemontese e poi a quello italiano 2 Sotto il profilo amministrativo, la Valle d' Aosta dalla Restaurazione alla vigilia del suo inserimento nello Stato unitario è una Provincia del Regno Sardo. Con la legge piemontese del 20 10 IR59 sull’ordinamento comunale e provinciale (entrata in vigore nel 1860). la Valle diventa un Circondario della Provincia di Torino. La trasformazione che comporta una notevole limitazione delle precedenti attribuzioni amministrative ed una conseguente maggiore dipendenza dagli organi preposti al governo della Provincia, viene considerata dalla Valle come uno «scadimento di rango» e, soprattutto come una soluzione inadeguata alle esigenze del paese e non rispondente agli effettivi interessi della popolazione 1 paese - come scrive la Feuille d'Aoste nel 1867 - «où les impôts sont écrasants, où les ouvriers sont sans travail, où les pauvres se multiplient d'une manière effrayante, où les premières familles du pays se ruinent, où le commerce diminue chaque année faute de voies de communication et surtout d'une route en fer»3. L'istituzione del Rifugio dei Poveri attenua, almeno per qualche tempo, la gravità del fenomeno della mendicità, ma non risolve (né poteva farlo) il male alle radici. Anzi, dopo alcuni anni, il numero dei mendicanti nel capoluogo ritorna ad aumentare: lo rileva L'Echo du Val d'Aoste secondo il quale è proprio la presenza del Rifugio che sollecita molti indigenti, veri o presunti, a venire ad Aosta dai Comuni vicini, per occupare il posto di coloro che hanno trovato accoglienza nel benefico istituto. La soluzione che il giornale propone, è quella di sempre: «Que chaque commune garde ses pauvres et que l'on applique autant que possible aux pauvres du dehors la loi sur la mendicité. C' est le seul remède à cette plaie sociale»4. Nell'ultimo trentennio del secolo, la mendicità assume proporzioni sempre più allarmanti: dalle pagine dei giornali locali, dai verbali delle sedute della Giunta e del Consiglio comunale emerge l'immagine di una città letteralmente invasa dai mendicanti. «C'est un spectacle bien dégoûtant que de voir se promener dans les rues de notre ville, et à toute heure du jour, bon nombre de mendiants couverts de guenilles à faire peur et dans un état d'indigence et d'ordure le plus rebutant», scrive la Feuille nell'agosto del '76, rilevando che non si tratta certo di uno spettacolo edificante per i forestieri che vengono in Valle durante l'estate. I mendicanti non sono una prerogativa del capoluogo, anche se in esso la loro concentrazione è maggiore; se ne incontrano a migliaia «partout, à chaque pas dans cet arrondissement» , scrive sempre la Feuille, augurandosi che i lavori per la costruzione della ferrovia (la prospettiva sembra abbastanza vicina) consentano almeno ad alcuni di loro di trovare una occupazione adeguata alle loro forze e «à leur savoir». I mendicanti che in lunghe file percorrono le campagne e che gli istituti di beneficenza «dejà comblés de recouvrés» si vedono costretti a rifiutare, sono un'eloquente testimonianza della crisi che colpisce la Valle, specie nel settore dell'agricoltura. «La mère nourricière des valdôtains» è in decadenza, rileva la Feuille nell'84, analizzando in una serie di articoli la «question agricole» in Valle. I piccoli proprietari, privi di capitali per apportare le necessarie migliorie al loro podere, schiacciati dal peso crescente delle imposte governative e comunali, costretti a «émietter peu à peu leur fortune», non potendo più vivere del loro lavoro, finiscono col vendere la terra e la casa che li ha visti nascere per andare a cercare fortuna in America. Altri ( «milliers de bras» ) ogni anno lasciano la zappa e la falce «pour aller s'enfoncer dans les fabriques de Paris ou dans les houillères de S. Etienne». Il quadro che il giornale traccia delle misere condizioni di molti Comuni della Valle (anche se certe tinte sono accentuate per sottolineare la responsabilità del governo, succube della «franc-maçonnerie» secondo la tesi cara al periodico), non doveva essere molto lontano dalla realtà. «Nulle part en Italie on ne mange le pain de la misère comme celui qu'on mange Feuille d'Aoste, n 3 1867 Fra i periodici locali della seconda metà dell'Ottocento, la Feuille d'Aoste detiene il record della longevità. 38 anni (dal '55 al 93) Di tendenza liberale moderata nei primi tempi. Nel 1876, alla morte de L 'Independant, diventa organo del Vescovado e assume una tendenza conservatrice 3 L 'Echo du Val d'Aoste, n 16, 1873 questo settimanale ( 1872 1889) ha un orientamento liberale e anticlericale; conduce spesso aspre polemiche con la Feuille Fra i suoi redattori la personalità di maggior rilievo è il prof Francesco Farinet 4 dans quelques communes de nos montagnes. . .Des familles entières n'ont pour toute nourriture que les pommes de terre de leur champ, qu'elles assaisonnent avec le lait de deux ou trois chèvres. D'autres sont heureuses quand elles peuvent mettre ensemble quelques hémines de farine de seigle, d'orge ou même de baies d'églantier, pour mêler avec une quantité considérable de pommes de terre pilées et faire ainsi le pain de l'année...»5. Dopo l'apertura della ferrovia Ivrea-Aosta (1886), si fa più viva la preoccupazione per l'immagine che la città e la Valle in generale offrono ai forestieri che, sempre più numerosi, affluiscono durante la stagione estiva. Le misure adottate dalla Giunta municipale di Aosta consistenti nel far ricoverare temporaneamente al Rifugio e all'Ospizio quanti mendicanti vi possono essere accolti per liberare la città, almeno durante la bella stagione, da certi spettacoli «rebutants», si rivelano soltanto un palliativo. Nell’autunno del 1886, la Giunta, «vu le nombre croissant des mendiants et vagabonds qui infestent la Ville, délibère de faire dresser un état nominatif de ceux qui ne sont pas de la commune et de faire instance auprès de l'autorité de Sûreté Publique pour qu'elle veuille bien les faire réintégrer dans leurs communes respectives»6 La decisione della Giunta viene favorevolmente commentata da L' Echo sempre più preoccupato per tutti quei poveri che dai vari Comuni rurali sono venuti ad installarsi ad Aosta «affreusement déguenillés et accoutrés d'une manière indecénte». In certi giorni, scrive il giornale, «chaque arcade de nos portiques est occupée par quelqu'un des ces vagabonds». Molti di quegli accattoni potrebbero lavorare, ma preferiscono vivere «en mendiant ou pire» . Alcuni che erano stati accolti al Rifugio si sono allontanati volontariamente; altri sono stati mandati, a cura del Municipio, al Cottolengo di Torino, ma non è giusto, protesta il giornale, che la città si accolli una spesa non indifferente per gente che appartiene ad altri Comuni. La soluzione del problema (è sempre L' Echo che parla) va cercata in una rigorosa applicazione della normativa sulla mendicità: solo un deciso intervento del Delegato di P.S., d'intesa con l'arma dei Carabinieri, può costringere i mendicanti «oisifs et vagabonds qui ne sont pas d'Aoste» a ritornare nei loro Comuni. Adottata questa misura, spetterà alle Congregazioni di Carità dei singoli Comuni ed ai Comuni stessi, provvedere come meglio crederanno ai loro poveri. L 'opera di espulsione dei vagabondi, pur condotta con grande energia e decisione dal maresciallo dei Carabinieri nell'autunno dell'86 e ripetuta negli anni successivi, ottiene risultati molto modesti. «Nous avons à Aoste une véritable invasion de mendiants qui ne sont pas de la Commune» denuncia la Giunta in una seduta del febbraio 1889, «les uns viennent des Communes les plus voisines et s'en retournent le soir; d'autres vont dormant dans les étables; d'autres sont sans domicile fixe et courent le pays...». La Giunta si rammarica che il Rifugio dei Poveri non sia regolarmente costituito in Opera Pia: se lo fosse, sarebbe possibile proibire la mendicità, almeno nell'ambito del Comune di Aosta, come prevede la normativa vigente; invece, nella situazione attuale, per un povero che si riesce a far accogliere al Rifugio, «il en fourmille des dizaines de tous côtés» . Nella generale incertezza sul da farsi, suona patetica la proposta avanzata da alcuni membri della Giunta (ma poi lasciata cadere), di rimettere in vigore una misura che un tempo si era rivelata efficace: l'obbligo per i mendicanti di portare appesa al petto la «plaque», 5 6 5 Feuille d'Aoste, n 18 1884 Archivio Storico Regionale (A.S.R.), Deliberazioni comunali (D.C.), vol 41, pag. 396 quale segno di riconoscimento7. . : Tra i mendicanti che formicolano per le vie della città si distinguono per la «obstination incroyable» con cui esigono l'elemosina dai forestieri e dalle persone «bien vêtues», gruppi di ragazzini e, soprattutto, di ragazzine: «les abords de la gare sont hantés par une troupe de fillettes qui assaillent tous les arrivants et les partants en leur demandant l'aumône avec une persistance et un acharnement qui rappelle les localités les plus arriérées du midi de l'Italie», scrive L' Echo, instancabile nell'invocare un intervento deciso delle Autorità. «Si réellement ces enfants sont misérables», si provveda a ricoverarli in qualche Istituto; in caso contrario, le Autorità facciano cessare uno spettacolo che continua a provocare «une bien triste impression sur nos visiteurs»8. Dopo l'entrata in vigore della legge di Pubblica Sicurezza del dicembre 1888 che proibisce la mendicità e sancisce l'obbligo di ricoverare gli indigenti e gli inabili al lavoro in un 'Ricovero' o in altri Istituti equivalenti, un nuovo problema si presenta alle autorità municipali del capoluogo. Ottemperando alle disposizioni emanate dal Sottoprefetto del Circondario, la Giunta, nel gennaio del '90, redige l'elenco delle istituzioni di beneficenza e delle Confraternite esistenti ad Aosta, le quali, ai sensi dell'art. 81 della legge di P .S. , potrebbero essere chiamate a concorrere al mantenimento «des individus incapables de travailler». Pur riconoscendo che ad Aosta vi è effettivamente «un assez bon nombre de institutions destinées au soulagement des pauvres», le quali svolgono il loro compito «dans la mesure de leurs ressources et en conformité des prescriptions portées par les legs de fondation», la Giunta dichiara che quelle opere caritatevoli non potrebbero essere chiamate a concorrere ad altre spese «sans s'écarter de leur destination formelle ou compromettre leur capital» : utilizzarle per il ricovero degli inabili, significherebbe «enlever aux pauvres pour donner aux pauvres». In quanto alle Confraternite, in città ve ne sono due soltanto: quella detta della «Misericordia», avente per scopo «le soulagement des prisonniers», ha un patrimonio molto modesto e in via di estinzione; quella di S. Crispino, da poco trasformatasi in Società di mutuo soccorso, ha rendite assai limitate. In base a tutte queste considerazioni, la risposta della Giunta alla circolare prefettizia è negativa. Ma l'autorità superiore non demorde: con una serie di lettere inviate «coup sur coup», il Sottoprefetto sollecita la Municipalità a provvedere al ricovero degli inabili, avvertendo che in mancanza di Istituti, Casse, Confraternite o Fabriques in grado di sostenere quella spesa, essa, ai sensi dell'art. 81 della legge, sarà interamente a carico del Comune. Allarmata per le disastrose conseguenze che ne deriverebbero, la Giunta delibera di far presente al Sottoprefetto la impossibilità di applicare il disposto della legge alla città di Aosta «vu que ses conditions financières sont extrêmement difficiles, qu'elle a de grosses dettes à éteindre par amortissement, que les taxes lourdes sont portées à leur maximum de potentialité et ne pourraient être poussées plus loin, que l'équilibre de son budget ne se soutient qu'à force d'économie et de soins rigoureux». In sostanza, dichiara la Giunta, il Comune di Aosta non è nelle condizioni di provvedere agli inabili al lavoro «sans créer de nouvelles surcharges que cette population si pauvre, déjà tant accablée, La legge sulla Pubblica Sicurezza del 13-11-1859, come già la precedente normativa piemontese sulla mendicità, faceva obbligo ai mendicanti di portare, appesa al collo, una «piastra» quale segno di riconoscimento degli indigenti autorizzati a mendicare La «plaque» non è più prevista nella legge di PS del 1865 8 L’Echo du Val d’Aoste, n°3, 1889. 7 dans un pays sans commerce et sans industries, serait hors d'état de supporter»9. 9 E così gli inabili che nessun Istituto è in grado di accogliere, continuano ad ingrossare la schiera dei mendicanti e dei vagabondi. Soprattutto in relazione all'ultimo decennio del secolo, si potrebbe scrivere una piccola storia della città di Aosta scandita sui ripetuti, inutili tentativi della Municipalità di arginare la «marea» dei mendicanti, cui fanno riscontro le proteste sempre più dure della stampa locale nei confronti di una situazione diventata insostenibile. Ogni anno, «en vue de la bonne saison», la Giunta studia le misure più idonee per arginare l'invasione dei mendicanti e vagabondi «provenant d'autres communes qui viennent infester et déshonorer la ville et importuner les étrangers», ma il problema sembra non aver soluzione. «II y a bien des lois sur la sûreté publique, mais comment les appliquer? Par quels moyens? Renvoyer ces gens dans leurs communes? Ils reviennent immédiatement. Les arrêter? II faut les nourrir et leur faire leur procès» , constata amaramente la Giunta nel maggio del 1893. Eppure qualcosa si deve fare. Ogni anno l’Amministrazione municipale chiede al Sottoprefetto di provvedere al «rimpatrio» dei mendicanti che non sono di Aosta; di tanto in tanto minaccia le Autorità di questo o quel Comune del Circondario «de leur faire payer fois par fois les frais de rapatriement»; periodicamente trasmette alla Sottoprefettura l'elenco di coloro di cui propone l'arresto per vagabondaggio; richiama gli Agenti municipali (sono in numero di quattro) ad una più rigorosa sorveglianza sui mendicanti e vagabondi che circolano in città e ordina loro di accompagnare all'ufficio di Pubblica Sicurezza «ceux qu'ils trouvent en flagrant». Anche la popolazione è invitata a fare la sua parte in questa lotta alla mendicità: nel 1895 la Giunta delibera di pubblicare un manifesto in cui sono richiamate le norme del Regolamento di Polizia urbana de11882, concernenti «la population». Si tratta delle disposizioni che sanciscono l'obbligo dei proprietari di immobili e di coloro che amministrano le rendite di una casa, di accertarsi che i capi famiglia che vi abitano abbiano trasmesso al Municipio la composizione dei rispettivi nuclei familiari; l'obbligo dei proprietari di notificare al Municipio eventuali cambiamenti di inquilini «en indiquant le chef de famille qui sort et celui qui le remplace» ; e, infine, l'obbligo dei capi famiglia di notificare immediatamente al Municipio qualsiasi mutamento nella composizione del loro nucleo familiare. La Giunta delibera, inoltre, di proibire ai proprietari di immobili di affittare locali «à des gens sans ressources» e ordina a coloro che avessero inquilini di quel genere di trasmetterne immediatamente i nominativi al Municipio, pena severe sanzioni per i trasgressori. Quando la situazione appare particolarmente grave e «la plainte est générale» come nell'agosto del 1896 («un gran nombre de mendiants attirés par la facilité de mendier, l'abondance des charités, les funestes distributions périodiques, se jettent sur la Ville. . .»), la Giunta non si limita a scrivere al Sottoprefetto, ma incarica il Sindaco di parlargli personalmente, per sollecitarlo ad accelerare le pratiche ed i tempi del «rimpatrio». Rispetto ai mendicanti ed ai vagabondi «du dehors», quelli residenti ad Aosta sembrano suscitare minori preoccupazioni: anzitutto «ils sont moins effrontés et moins hideux» ; in secondo luogo, nei loro confronti, è possibile effettuare quello che la Giunta definisce «un travail d'épuration» e cioè mandarne alcuni, scelti fra i più «dégoûtants et importuns», al Cottolengo (alle spese l'Amministrazione provvede attingendo ai fondi dell'Argent de Noël, una istituzione di beneficenza di cui si dirà più oltre). Talvolta, 9 ASR., DC., vol 45, p 29 e sgg nell'attesa che le pratiche per il ricovero, di solito lunghe e laboriose, siano condotte a termine, la Municipalità procede alla denuncia per vagabondaggio del gruppetto di candidati al Cottolengo «afin de les enlever provisoirement de la circulation» . In certi anni, però, la Prefettura fa sapere all' Amministrazione municipale che la Petite Maison de la Providence non ha neppure un posto disponibile. Allora la Giunta tenta altre strade: si rivolge, per esempio, al deputato del Collegio di Aosta, il marchese Compans, membro o amministratore di molti istituti benefici, nella speranza che egli possa riuscire «là où la Prefecture a échoué» . La stampa locale, dal canto suo, non cessa di denunciare la gravità della situazione e di esortare le Autorità ad un'azione più energica nei confronti dei mendicanti; ogni tanto qualche voce rileva, non senza una sottile ironia, una certa incuria, un certo lassismo nell'operato degli amministratori. «Il paraît - scrive Le Valdôtain nel luglio del 1890 - que le Municipe tient trop à la conservation de ces spécimens et à la bonne renommée de la Ville pour qu'il pense à les inquiéter. Il faut bien que tout le monde vive et vive à sa façon et pourquoi Aoste renoncerait-elle tout de bon à être le quartier général de tous les haillons et la capitale attitrée du crétinisme? En voilà de la liberté!»10. Il periodo estivo è sempre quello in cui le proteste dell'opinione pubblica si fanno più acute: in un articolo del luglio 1892, il giornale L'Alpino passa in rassegna le iniziative che l’Amministrazione dovrebbe prendere per incrementare l'afflusso dei forestieri e trasformare Aosta in una «stazione estiva». L'elenco delle cose da fare è molto lungo: la Municipalità dovrebbe dotare la città di un sistema di fognature per eliminare i rigagnoli scoperti che «obbligano tutti a saltabeccare come tanti stambecchi» e per liberare gli umidi, stretti e sporchi cortili dai cumuli di immondizie; dovrebbe migliorare il servizio dell'acqua potabile aumentando il numero delle fontane pubbliche, e quello della luce elettrica ancora carente e, soprattutto, molto caro; dovrebbe provvedere alla pulizia e alla disinfezione degli orinatoi pubblici; indurre i proprietari di case a sistemare le grondaie e i marciapiedi; ma il provvedimento più urgente ed indifferibile è (come sempre) la messa in atto di misure per «ritirare i pezzenti pidocchiosi che offrono di se così brutto spettacolo per le vie e le piazze della città, molestando i cittadini ed i forestieri, acquistando ad Aosta un credito non certo lusinghiero». La situazione in Valle verso la metà degli anni novanta appare particolarmente difficile: ripetute siccità hanno gravemente compromesso i raccolti; l'usura, «ce vampire qui suce le sang de ses victimes», continua a rovinare molte famiglie di contadini che, sia pure con grande fatica, riuscivano a vivere del loro lavoro; la crisi del commercio si fa sempre più sensibile, il peso delle imposte governative e comunali più duro, mentre il fenomeno dell'emigrazione assume proporzioni allarmanti. La «colonia» di mendicanti che han fatto di Aosta la loro sede, è più che mai numerosa nell'inverno del 1895: coperti di stracci, le membra intirizzite dal freddo, percorrono in lunghe file le strade ed i vicoli della città, premono alle porte delle case e degli istituti di beneficenza. Quanti sono? Non si sa, ma sono tanti: danno l'impressione di essere la maggioranza della città «tellement ils fourmillent de toutes parts», scrive un lettore al Duché d'Aoste. E' vero risponde la redazione del giornale, i poveri sono tanti, «mais qui nous dira le nombre des mendiants qui nous arrivent incessament des Le Valdôtain, n 30.1890. Questo settimanale, di tendenza cattolico-moderata. svolge un’intensa azione in difesa dei diritti e degli interessi dei Valdostani Fra i suoi redattori, ricordiamo gli abati F Fénoil e G Frutaz. ed il dott. Anselme Réan. Stampato dalla tipografia Duc, appare dal 1888 al 1892 10 communes rurales?». La soluzione invocata è quella di sempre: «il serait à désirer que chaque commune pourvut à l'entretien de ses necessiteux»11. Quando sopraggiunge l'estate, il giornale lamenta che non sia stata ancora presa alcuna misura «pour écarter des avenues publiques ces mendiants sordides et dégoûtants. . .A chaque coin de rue on va se battre contre les haillons de ces miséreux et bientôt il y aura chez nous plus de pauvres que de bornes sur les bords des chemins»12. Alla voce del Duché si unisce quella dell'Alpino; rivolgendosi al Consiglio comunale rinnovato nelle ultime elezioni e, soprattutto, al nuovo Sindaco, avvocato Cesare Chabloz ( cui la cittadinanza guarda come ad un uomo capace di aprire «un'era novella di pace, concordia e seria amministrazione» ), il giornale esprime la ferma speranza che la nuova Amministrazione, di concerto con l'ufficio di Pubblica Sicurezza, ponga termine, una buona volta, «allo sconcio che si osserva per le vie di comitive di sudici e laidi mendicanti, sbarcati non si sa da dove, che importunano i passanti, massime se forestieri». Come avviene a Torino, anche da noi, invoca il giornale, si faccia una «buona caccia» ai mendicanti e, insieme, ai cani e alle donne allegre, «una merce di cui ad Aosta vi è grande quantità». Consapevole, però, che l'opera delle Autorità non è sufficiente, l'Alpino propone che tutta la cittadinanza si mobiliti e, in nome «del sentimento patrio», concorra a «raccogliere una somma più grande possibile» per far ritirare al Cottolengo i più miserabili fra gli accattoni. Il giornale si fa promotore di una sottoscrizione; invita i «confratelli della stampa» a fare altrettanto, e chiede il contributo di tutti i Municipi della Valle «perchè di mendichi ne abbiamo di ogni terra della nostra vallata»13. Non risulta che l'iniziativa abbia avuto successo: dopo un primo elenco di offerte per complessive L. 25, pubblicato sull' Alpino, della sottoscrizione non si parla più forse perché, nel frattempo, era giunta al municipio, tramite la prefettura, la notizia che il Cottolengo in quell'anno non aveva alcun posto disponibile. Molti Comuni della Valle lamentano lo stesso grave problema che affligge il capoluogo. Nel febbraio del 1896 i Sindaci del Mandamento di Morgex riuniti in seduta comune, «préoccupés du nombre toujours croissant de mendiants qui se déversent des autres communes dans celles de la Haute Vallée», inviano una lettera al Sottoprefetto pregandolo di proibire la mendicità nel Mandamento di Morgex. Il Mont-Blanc pubblicando la notizia, rileva che in effetti «des caravanes entières de loqueteux se rendent dans les communes les plus aisées où les familles laborieuses et économes savent se ménager une honnête aisance» e sottolinea che molti di quei mendicanti, muniti di regolare certificato di povertà, sono in realtà dei vagabondi, dei fannulloni che usurpano l'obolo ai veri poveri14. Il Duché, nella breve stagione (dall'estate del '95 all'autunno del '97) in cui diventa il portavoce delle istanze sociali del movimento cattolico valdostano ed è tutto proteso a Le Duché d'Aoste, n 10, 1895 Fondato nel 1894 (prende il posto della Feuille d'Aoste), questo settimanale è l’organo ufficiale della Curia vescovile ed esprime gli orientamenti politico-religiosi del clero più conservatore ed intransigente 12 Idem, n 30. 1895 13 L'Alpino, nn. 29, 33, 1895 Di tendenza liberal-massonica, questo settimanale è il primo foglio locale redatto quasi completamente in lingua italiana Fondato ne11890 dall'avv D Lucat e da un gruppo di professori non valdostani del liceo di Aosta. cessa le sue pubblicazioni nel 1903 14 Le Mont-Blanc, n 6, 1896 Fondato nel 1894, stampato dalla tipografia di Edouard Duc che ne ha pure la redazione, questo settimanale ha un orientamento politico non facilmente definibile in linea di massima, si muove nell'area liberale, spesso ha accenti anticlericali molto duri, ospita con grande disinvoltura articoli ed opinioni di destra e di sinistra 11 promuovere con le parole e con le opere la rigenerazione della società15, ospita un articolo molto significativo, intitolato Vingt ans après. Un rêve. L 'autore, attraverso la finzione del sogno, delinea il quadro della comunità valdostana quale gli appare nel 1915; in realtà, esprime le speranze e le attese di un cattolico del 1896, aperto ai problemi sociali, profondamente convinto della possibilità di trasformare la società attraverso «l'action catholique» . Nel sogno, sullo sfondo di una città «magnifiquement pavoiéee» per la celebrazione della Fête-Dieu, sfilano immagini consolatrici e rassicuranti. In Cattedrale, negli stalli del coro, insieme ai canonici vi sono tutti i Consiglieri comunali, Sindaco in testa; nella processione che si snoda per le vie della città, fra le «bannières» delle Confraternite spiccano quelle della «Union du courage catholique», della «Union antimaçonnique», della «société des jeunes gens». La città è trasformata: i cartelli «Débit de liqueurs», «Bière et gazeuse», «Bon vin», che un tempo campeggiavano sulla facciata delle case, sono scomparsi; al loro posto ora si legge «Bureau de la Société de Bienfaisance», «Bureau de la Société de S. Vincent de Paul», «Caisse d'assurance pour la vie», «Société Cooperative» . . . Anche il quadro politico-economico è mutato: «les libéraux, ces gens hermaphrodites, ont fini; il n 'y a plus maintenant que deux camps bien tranchés: les catholiques et les socialistes; après des efforts inouïs, de longues années de lutte, les catholiques ont réussi à tenir en respect ces révolutionnaires». In quanto ai giornali, «il n'y en a plus que deux principaux, reflétant les deux partis: l'un catholique, l'autre socialiste». Le numerose Casse rurali hanno mandato in rovina gli usurai; le campagne meglio coltivate, danno un profitto maggiore e, cosa inaudita, si è realizzato il miracolo: «la mendicité est enrayée de la Ville: on a trouvé le moyen de nourrir tous ces pauvres sans les laisser exposer partout leurs guenilles et leur misère, échantillons de la civilisation valdôtaine...»16. Al sogno bellissimo del collaboratore del Duché, si contrappone la dura realtà di quello scorcio di secolo che vede aggravarsi la situazione economica della Valle, mentre la mendicità continua ad essere il segno più evidente del disagio generale. «Envahis! Nous sommes littéralement envahis par les mendiants et les estropiés», denuncia il Duché nell'autunno del '96; «depuis le temps que l'on avise aux moyens de cicatriser cette plaie de notre société, on n'a encore réussi à rien ou presque à rien». Nell'estate dell'anno successivo, la città continua a mostrare il ben noto spettacolo: «nos ruelles sont sales à faire pitié», lamenta un lettore nella rubrica Correspondance del giornale; «dans tous les coins, assis sur toutes les bornes, de hideux mendiants étalent leur nudité et leur crétinisme en face des étrangers qu'ils assaillent de leur demandes». Come possono i forestieri ed i turisti prolungare il loro soggiorno da noi, rileva L'Alpino, se ad ogni piè sospinto si trovano davanti «lo spettacolo del sudiciume e della miseria più ripugnante?». Sulle origini e lo sviluppo del movimento cattolico valdostano negli ultimi anni novanta, sul ruolo svolto dal foglio locale Le Duché d'Aoste e sulla tormentata vicenda della prima Democrazia Cristiana in Valle. si veda l'articolo di L Ronco «Il filone democratico cattolico in Valle d' Aosta» ( 1897-1907). in Questioni di storia della Valle d' Aosta contemporanea, Quaderno di ricerca e documentazione a cura dell'Istituto Storico della Resistenza in Valle d’Aosta, 1981. Per una più ampia analisi del problema. si veda, dello stesso autore la tesi di laurea «Il movimento cattolico nella Valle d' Aosta dal 1895 al 1913», Università cattolica del Sacro Cuore. Facoltà di Lettere e Filosofia, Milano, 1972-73 16 Le Duché d'Aoste, n 31. 1896 15 La stampa locale di ogni tendenza è concorde nell'attribuire l'incremento della mendicità nel capoluogo alle molteplici iniziative benefiche che in esso si praticano con sempre maggiore larghezza. Già nel 1862, la Feuille d'Aoste prestando la sua voce ai mendicanti, faceva dir loro: «à Aoste on fait chaque jour d'abondantes aumônes; il y a un hôpital pour les malades, une salle d'asile qui nourrit et habille plusieurs enfants; et lorsque nous y aurons séjourné quelques années, nous serons considérés comme citoyens de la Ville. Dès lors nous aurons notre part de l' Argent de Noël. On dotera nos filles17, 17 et un jour peut-être nous serons admis à l'Hospice des pauvres. . . »18. Negli anni novanta, quando alle varie forme di beneficenza si aggiunge, a cura della Municipalità, la distribuzione gratuita di minestre ai poveri, buona parte della stampa denuncia, con un linguaggio molto duro, le conseguenze negative che derivano da questa nuova attività caritativa e gli abusi di ogni genere che essa consente. Il Mont-Blanc nel '95 chiede una prima urgente «riforma» : l’Amministrazione predisponga un locale specifico, per esempio nel Rifugio dei Poveri, «où l'on ferait consommer sur place les soupes distribuées. Ce système empêcherait les abus de mendiants vicieux qui revendent leur soupe aux propriétaires de chevaux et de porcs pour alimenter leur vice et boire la goutte. Il permettrait aussi de reconnaître plus facilement les faux mendiants qui exploitent la charité au détriment des vrais pauvres»19. Non bastavano le minestre distribuite dai privati, dal Seminario, dal Convento di S. Giuseppe, dal quartier militare? lamenta il Duché nel '98. Perchè attirare in città i poveri durante l'inverno, offrendo cosi loro la possibilità di soggiornarvi in estate? «Nous ne sommes pas du tout partisans de cette contrefaçon de la charité qui n'a d'autre résultat que ce lui d'attirer dans notre Ville tous les mendiants des communes environnantes. N'en n'avons-nous pas assez? . . . On nous dira que nous manquons de charité. La charité est si belle, mais nous avons le droit de nous en plaindre, quand le Municipe ne se soucie que pour 40 jours pour nous inonder de mendiants pendant les autres 325 jours. Que chaque commune y pense pour son compte! Il serait temps que nos édiles se préoccupent un peu plus sérieusement du problème de l'assistance publique et la Ville d' Aoste est richement dotée pour cela»20. Pienamente d'accordo con il suo «confrère» si dichiara il settimanale JacquesBonhomme che ha da poco iniziato la sua vita21. L'«organe des paysans» richiama l'attenzione dell'opinione pubblica su un fatto che dovrebbe far riflettere tutti: «Les pauvres qui assurés de cette distribution de soupes viennent porter leurs pénates à Aoste, y établissent puis leur résidence et y acquièrent dans cinq ans le domicilio di soccorso, ce Il riferimento è all'opera benefica fondata dal vescovo De Sales nel 1783 Si tratta di un lascito fatto ai «Conseil de la Ci tè». la cui rendita era destinata a fornire, ogni anno. una dote (di L 100) a tre fanciulle povere, di specchiata moralità, scelte due nell"ambito della «Ci tè» ed una in quella del «Bourg», segnalate dai rispettivi parroci. Questa iniziativa benefica era ancora in vigore nei primi decenni del novecento. 18 Feuille d'Aoste, n 51, 1862 Le istituzioni benefiche citale nel giornale e quelle cui si accenna in queste pagine, sono prese in esame nel secondo paragrafo dell'articolo 19 Le Mont-Blanc, n. 3.1895 20 Le Duched'Aoste, n 3, 1898 21 Il settimanale Jacques Bonhomme è fondato nel 1897 dal prof Francesco Farinet il quale, dopo una fase di acceso anticlericalismo. era passato nelle file dei liberali moderati e si era avvicinato al clero che ne aveva appoggiato la candidatura al Parlamento Deputato del Collegio di Verrès per numerose legislature, Farinet fa di questo giornale (di cui è proprietario e redattore) l’organo della sua battaglia politica, ma vi sostiene anche, con grande competenza e vigore, i diritti dei Valdostani e, in particolare, gli interessi dei contadini 17 qui aura plus tard, pour notre municipe, les plus graves conséquences». Il giornale dimostra di aver ben presenti le disposizioni contenute nella legge sulle Opere Pie del 1890, in base alle quali spetta ai Comuni provvedere all'assistenza degli indigenti che vi risiedono da almeno cinque anni e che non possono beneficiare dell'aiuto di alcun istituto caritativo. Sulla necessità di regolamentare in modo rigoroso le varie forme di beneficenza e di orientare gli aiuti verso chi ne ha veramente bisogno, i giornali locali son tutti d'accordo. «Jamais nous n'aurons assez de pitié pour la vraie misère, pour ces malheureux dignes de toute notre compassion, mais de grâce, n'autorisons pas le vice!», scrive il Mont-Blanc esortando i cittadini di Aosta a sostenere la Società di S. Vincenzo de Paoli, particolarmente attiva nel capoluogo, che soccorre a domicilio i poveri, solo dopo averne vagliato attentamente l'effettivo bisogno. A parere del giornale, se la San Vincenzo potesse allargare il raggio della sua azione, «les vrais pauvres auraient secours chez eux» e tutta la città ne risentirebbe un effetto salutare22. La stessa tesi è sostenuta dal Duché: «pour les pauvres, les incapables, les infirmes, les vieillards, pour ceux là nous y sommes tous. C'est un peu d'ordre dans la bienfaisance que nous réclamons depuis longtemps!». Per mettere ordine nella beneficenza, occorrerebbe innanzitutto risolvere il problema dei «mendiants par métier». La stampa di ogni tendenza ripete insistente gli appelli alla Municipalità, alla Sottoprefettura e, soprattutto, alle autorità di P.S. perchè prendano misure atte ad individuare i mendicanti abusivi ed a rinviarli nei loro paesi d'origine. Vi sono, in questo ambito, storture gravissime, denuncia Jacques Bonhomme: «il y a des gens aisés qui font le métier de mendier; il y a des gens qui ont acquis les biens des pauvres diables sous pension viagère et qui les envoient mendier au lieu de les maintenir, il faut sévir dans ces cas!». Poiché non sembra possibile ripristinare l'uso della «plaque» che consentiva di riconoscere i «veri» poveri, il giornale avanza una proposta: il Sottoprefetto del Circondario convochi alla Sottoprefettura i Sindaci dei capoluoghi di Mandamento e dei Comuni maggiormente frequentati in estate dai «voyageurs» (come Aosta, Gressoney, Saint-Vincent, Pré-Saint-Didier, Courmayeur, La-Thuile, Valtournenche, Saint-Rhemy, Brusson, Cogne ); convochi i Consiglieri provinciali, i rappresentanti del clero e delle Congregazioni di Carità, e tutti insieme studino le misure per risolvere il problema della mendicità abusiva. L'assemblea potrebbe occuparsi anche di un'altra importante questione: da tempo si discutono, in sede di Consiglio provinciale, le modalità per una equa ripartizione dei sussidi destinati, per legge, ai poveri dei vari Circondari della Provincia. Per quanto concerne il Circondario di Aosta, il sussidio non può essere dato al Refuge des Pauvres perche non è eretto in Ente morale, non può esser dato al Municipio, come qualche Consigliere aveva proposto, perche non rappresenta tutto il Circondario. Ebbene, in quel consesso si esamini il problema e si avanzino proposte concrete alla Deputazione provinciale. Ancora, nella assemblea si potrebbero studiare le modalità per avviare l'iniziativa delle «soupes scolaires» e l'insegnamento «d'un art et métier aux enfants pauvres». Fra le misure da prendere nei confronti «des petits déguenillés» che mendicano per le strade invece di andare a scuola, Jacques Bonhomme aveva proposto, fin dai primi numeri, che il Municipio destinasse alle «soupes scolaires» ( da continuare per tutto il tempo della scuola e dell'apprendimento di un mestiere) il denaro periodicamente raccolto per la distribuzione invernale delle minestre. II settimanale si dichiara sicuro che una simile «providentielle institution» avrebbe l'appoggio dell'Ordinario della Diocesi, dei 22 Le Mont-Blanc, n. 46, 1895 parroci di ogni parrocchia e di tutta la cittadinanza, dal momento che la «bienfaisance n'a ni parti ni couleur»23. La proposta di Jacques Bonhomme rimane sulla carta; nel novembre dell'anno successivo (1899), il giornale fa sentire nuovamente la sua voce per denunciare, con amara ironia, il disinteresse e l'inerzia degli amministratori, forse troppo presi da altre cure, troppo solleciti di conservare la poltrona che occupano, per affrontare seriamente il problema dei mendicanti. «Toute la conduite de la Municipalité est faite pour nous persuader qu'elle tient à collectionner des pauvres dans les rues. . .Elle les attire par la déplorable institution des soupes gratuites à tout venant en hiver, elle les couve avec amour en été par la distribution inintelligente de l’Argent du Roi, elle les choie en les faisant traiter avec la plus grande bonne grâce par les agents municipaux. Avec tout cela il serait puéril de s'étonner si de tous côtés la gent mendiante court à Aoste et s'y établit comme dans un Transvaal à elle. Aoste doit être reconnaissante à sa Municipalité si tout l'été les touristes font sur nos places et dans nos rues des clichés photographiques destinés à documenter aux yeux de tout le monde l'humiliant appellatif dont on affuble souvent sa population. . .». I mendicanti, conclude l'articolista, «sont sacrés et inviolables, quoique souvent importuns et insupportables. Les édiles, tous adonnés à la préoccupation d'être et de rester (conseiller ou assesseur), n'ont pas le temps d'y penser. Quam parva sapientia!»24. Nell'analisi del fenomeno della mendicità e, più in generale, del pauperismo, vi è chi non si accontenta della troppo facile distinzione fra poveri «veri» e mendicanti «abusivi» e, soprattutto, non ritiene che la beneficenza, anche se ben orientata e disciplinata, possa risolvere il problema della povertà. In una serie di articoli apparsi negli anni '97 e '98, il Mont-Blanc inquadra il fenomeno della mendicità nel più vasto contesto della «questione sociale». Riportando nelle sue pagine temi e proposte largamente dibattute nel movimento italiano e, soprattutto, in quello francese della Democrazia Cristiana25, il giornale sostiene che la questione sociale non si risolve facendo appello esclusivamente ad una «virtù di lusso» come la beneficenza; l'ingiustizia non reclama la carità, ma la giustizia: «le travailleur ne veut pas vivre d'aumône. . . ; il demande de pouvoir gagner sa vie par son travail». Non si deve esagerare la portata della carità; non ci si può aspettare da essa rimedi o vantaggi che non è in grado di dare: la carità non genera la giustizia. Di fronte alle molteplici ingiustizie che l'attuale sistema sociale autorizza e copre, il Clero non deve pensare ( e lasciar credere) che il popolo, qui sulla terra, non abbia che da salire un calvario, o che non sia cristiano procurarsi, con mezzi legittimi, sollievo e benessere: «la misère n'est pas le but de la vie humaine!». Ritenere che sia possibile trascurare la «morale sociale» e rimanere, nello stesso tempo, buoni cristiani, «c'est en être à la source, à la cause première de l'immoralité». Anche il Duché d'Aoste negli anni tra il '95 e il '97, quando nella sua redazione è entrato un gruppo di giovani preti (Manzetti, Stevenin, Vysendaz, Henry), sviluppa un discorso ed un'azione di grande apertura sociale. Esprimendo il pensiero e le istanze del movimento cattolico valdostano, il giornale denuncia le «énormes injustices qui se commettent chaque jour au grand soleil» in una società dove vi sono «des oppresseurs et des opprimes, des Jacques Bonhomme, nn 5, 7, 1898 n 44, 1899. 25 In particolare il Mont-Blanc pubblica articoli tratti dalla rivista Justice Sociale diretta dall’abate Naudet, passi dell'opera Christianisme social Propriete. Capital et Travail del medesimo autore, e articoli (tradotti in francese) della rivista italiana Cultura Sociale, diretta da R Murri Inoltre nel corso del '98, il giornale dà largo spazio a scritti di A. Réan che illustrano il programma della prima Democrazia Cristiana 23 24Idem, exploiteurs et des exploites» ; stigmatizza «la classe riche qui tyrannise la société par la puissance de son or» e afferma con grande decisione che «il ne faut pas s'en tenir à la prière: l'action doit suivre». «Allons au peuple» diventa la parola d'ordine del battagliero settimanale: «étudions sa situation, ses intérêts, ses besoins, ses droits et ses devoirs, ses revendications légitimes», «allons au peuple pour le servir dans tout ce qu'il demande de juste et de raisonnable: c'est notre devoir». In questa febbrile e coraggiosa attività di rinnovamento sociale, il giornale esorta laici e cattolici a «se grouper, serrer les rangs, marcher en avant» ; anche se il fine ultimo dell'esistenza è «le bonheur du ciel», occorre tuttavia mettere insieme tutti gli sforzi, tutte le energie «pour réaliser le bien-être de l'humanité en ce monde». Della importanza accordata al «temporale» (che in questo caso coincide con il «soulagement de la misère du peuple») sono una testimonianza le molteplici opere sociali che il giornale promuove e la cui realizzazione vede spesso, in primo piano, proprio i giovani sacerdoti della redazione; Comitati parrocchiali, Casse rurali, Cooperative di consumo e di produzione, una tipografia cattolica, una biblioteca di «studi sociali», una Società di assicurazione contro gli incendi26. L'orientamento del giornale incomincia a cambiare nell'autunno del '97, allorquando la parte più conservatrice del clero e gli ambienti più tradizionalisti, da qualche tempo vivamente preoccupati per il programma troppo ardito della Democrazia Cristiana e per la linea assunta dal Duché ( che quel programma condivide e diffonde), impongono l'allontanamento dal periodico della redazione giovanile («i preti rossi e sovversivi»). Il settimanale cattolico, affidato ad una direzione e ad una redazione più sicure, assume un tono decisamente conservatore e reazionario. Per quanto concerne la questione sociale e, in particolare, il problema del pauperismo, la chiave di lettura della realtà ritorna ad essere la « inevitabile disuguaglianza delle condizioni umane» ; oppressi ed oppressori, sfruttati e sfruttatori non fanno più scandalo: «l'inégalité existant dans la nature, il est de toute nécessite qu'on la rencontre dans la société et ses différents membres». Per attenuare («tant soit peu» ) i mali del pauperismo, non rimane che affidarsi a «une industrieuse charité chrétienne». L'analisi dei problemi e delle riforme sociali, le possibilità di azione del mondo cattolico, tutto viene ricondotto nel grande solco della carità, secondo una prospettiva che stabilisce per ognuno compiti e doveri precisi: «aux pères de famille la vigilance, aux enfants l'obéissance, aux négociants la justice, aux riches la libéralité, aux pauvres la patience, à tous la charité». Solo percorrendo questa strada, sarà possibile realizzare la società cristiana ideale e cioè una società composta «de riches bienfaisants et de pauvres résignés»27. Istituzioni e attività di beneficenza in Valle Il giornale locale Le Mont-Blanc nell'articolo di fondo del 10 gennaio 1900, afferma che la città di Aosta potrebbe rivendicare il titolo di «capitale de la bienfaisance». Secondo il redattore, pochi sono i paesi «aussi pauvres que le nôtre qui puissent se vanter de posséder tant d'institutions qui s'appliquent à soulager les misères». Nella seconda metà dell'ottocento (il periodo al quale si riferisce la nostra indagine ), il Circondario di Aosta ed in particolare il capoluogo presentano effettivamente un Per le«opere sociali» che il movimento cattolico valdostano sostiene e promuove negli ultimi anni del secolo, si rinvia all’ampia e documentata analisi - già citata - di L Ronco 27 Cfr Le Duché d'Aoste, passim, dall'ottobre del '97 a tutto il ‘98 26 panorama molto ricco e variegato di istituzioni caritatevoli con una ben definita struttura, e di attività volte all'assistenza ed alla beneficenza che si esplicano secondo una grande varietà di forme e modalità. Alcune istituzioni hanno un'origine assai lontana nel tempo. Tale è il caso dell'Ospizio di Carità: fondato nella seconda metà del XVII secolo da Bonifacio Festaz «pour y retirer les pauvres citoyens honteux et loger les pèlerins», l'istituto si ingrandisce notevolmente con il passar del tempo. grazie alle donazioni ed ai lasciti di tanti generosi benefattori ecclesiastici e laici. Fino al 1872 l'Ospizio, oltre agli indigenti anziani e infermi nativi della città, accoglie anche «les enfants exposés» cui si preoccupa di far imparare un mestiere, utilizzando la rendita di un apposito lascito (il «legs Ducreton» ); dopo quella data, i trovatelli vengono ospitati in un Istituto a loro specificatamente destinato, l’Hospice de l'enfance abandonnée (situato in rue Ribitel, vicino alla Ponteille Perron)28, alle spese di mantenimento provvedono i Comuni del Circondario, ma vi contribuisce anche la Provincia con un sussidio annuale. Dal 1853 al 1857 all'Ospizio di Carità è annesso anche I'Hospice Victor Emmanuel II, fondato per iniziativa del Conte Crotti di Costigliole allo scopo di tentare un'esperienza di recupero dei bambini affetti da cretinismo. Gli scarsi risultati conseguiti inducono il Sovrano ad aggregare quell'Ospizio all 'Ospedale Mauriziano della città, destinandone le rendite ed i letti al ricovero ed alla cura dei bambini affetti da malattie «du jeune âge, sans préjudice des crétineux qui sont toujours admis de préférence»29. Spetta all'Ospizio di Carità anche l'amministrazione di lasciti specificamente destinati a retribuire «le médecin des pauvres de la ville»30 30 ed a fornire medicine gratuite agli indigenti. Le modalità di amministrazione dell'Ospizio nel corso dell'ottocento sono sostanzialmente quelle stabilite dalle LL. PP . emanate dal re Vittorio Amedeo nel 1795, L'istituto è retto da un «Bureau de direction» composto dal Vescovo ( quale coesecutore testamentario secondo le disposizioni del fondatore ), dal Sindaco della città31, da sei direttori nominati dal Consiglio comunale, da un canonico della Cattedrale e da uno della Collegiata di S. Orso. All'ufficio di direzione spetta la nomina del Rettore e dell'Economo. In base ad una clausola del suo statuto (approvato con il R.D. del 26.12.1875), l'Ospizio accoglie esclusivamente vecchi e infermi nativi di Aosta o ivi residenti da almeno trent'anni; ne sono esclusi i «mendiants de profession». Negli ultimi anni del secolo, avendo ricevuto in eredità una casa alla esplicita condizione di destinarla a dépôt de mendicité, l'Ospizio, non ritenendo opportuno né conveniente creare un istituto a parte, annette a se la nuova istituzione e procede alla necessaria modifica di alcuni articoli dello statuto. Dal 1897 l'Ospizio accoglie pertanto anche mendicanti, sia pur in numero molto E' uno dei più noti «ponticelli» in legno o in pietra, costruiti sui canali c sui ruscelli che in gran numero attraversavano la «vecchia Aosta» La «ponteille Perron», sul corso d'acqua omonimo, si trovava grosso modo all'incrocio tra l'attuale Piazza F Chanoux, la via Ribitel e la via Porta Pretoria, (cfr L Colliard, La Vieille A oste, Tomo I, 2aed, Aosta 1978) 29 Feuille d'Aoste, n 9, 1861 30 Secondo le disposizioni del lascito, la nomina del«medico dei poveri» nel Comune di Aosta spetta al Vescovo, presidente dell' Ospizio di Carità. Il servizio del medico è però limitato al «chef-lieu». mentre le frazioni del Comune (la «banlieu» ) ne rimangono escluse Soltanto nel 1890 il Consiglio comunale delibera di procedere alla nomina ed alla retribuzione di un medico «per il servizio dei poveri nelle frazioni» 31 Fino al 1839, essendo il Comune di Aosta amministrato da due Sindaci, quello della «Citè», e quello del «Bourg», entrambi facevano parte dell'amministrazione dell'Ospizio Con l’entrata in vigore della legge sulle Opere Pie del 1890, il Sindaco non è più membro di diritto della direzione dell'Ospizio, ma può ugualmente farne parte perchè una modifica effettuata nello statuto dell’istituto porta il numero dei membri che spetta al Consiglio comunale eleggere, da sei a sette 28 limitato. Al 1773 risale la fondazione dell'Ospedale Mauriziano ad opera dell'Ordine religioso e militare dei Santi Maurizio e Lazzaro (comunemente denominato la Sacrée Religion ), cui il Pontefice Benedetto XIV con una bolla del 1752 aveva donato tutti i beni e benefici che i canonici del Gran S. Bernardo possedevano negli Stati del Re di Sardegna. Una delle condizioni previste dall'atto di donazione consisteva appunto nell'obbligo fatto all'Ordine mauriziano di utilizzare parte dei beni ricevuti per fondare, nella città di Aosta, un ospedale aperto ai malati poveri, provenienti da qualsiasi paese, affetti da malattie di ogni tipo, anche incurabili e contagiose ( « . . . infirmis laborantibus febriis aliisque morbis etiam incurantibus et contagiosis» ). Anche quest'opera caritatevole che, al momento della fondazione, contava appena 12 posti letto, conosce, nel corso del tempo, un crescente sviluppo; come scrive l’Abbé Henry «à l'ouverture de cet hôpital pour les malades, le contentement fut si grand, dans la cité et la vallée d' Aoste, qu'un grand nombre de prêtres et de laïques lui firent des donations et des legs, pour augmenter le plus possible le nombre des lits. Les notaires eurent l'ordre, quand ils écrivaient des testaments, d'inviter les moribonds à léguer quelque chose à l'hôpital»32. Grazie alla generosità della gente valdostana, è così possibile dotare l'ospedale di una sempre più adeguata attrezzatura e, soprattutto, aumentarne la capienza: dai 12 letti del 1773, si passa a 17 alla fine del settecento, a 30 intorno al 1830, a 42 nel 1856. Riportando questi dati, il periodico locale Feuille d'Aoste rileva che l'incremento verificatosi nel '56 non rappresentava ancora un vantaggio effettivo, dato il sistema fino ad allora praticato di accogliere, in caso di urgenza, i malati in letti mobili (pliants) che sparivano via via che i malati potevano disporre di letti permanents. Nel 1857 i letti salgono a 56, intorno al 1860 sono 72 (compresi i dodici dell' Hospice Victor-Emmanuel II di cui si è detto) ; nel 1871 sono 86, di cui 18 per bambini di età inferiore a dodici annI. Il canonico A. Marguerettaz, nell'opuscolo intitolato Les anciens hôpitaux de la ville d'Aoste, tracciando un rapido quadro dell'ospedale dei primi anni settanta, esprime tutta la sua ammirazione per il modo in cui è organizzato; particolarmente significativo gli appare il fatto che molte persone agiate e persino di rango elevato «désirent et demandent d'y être admises et traitées, en payant, à l'instar des autres malades quoique dans une chambre séparée de l'infirmerie commune». A parere dell'autore, la competenza del direttore, l'abilità dei medici, l'efficacia delle medicine che la farmacia dell'ospedale prepara, la pulizia che brilla nell'istituto, la sollecitudine delle suore di carità e del personale addetto al servizio, sono gli elementi che han consentito all'ospedale di meritare una così grande fiducia. Nell'ultimo decennio del secolo, il Mauriziano dispone di 90 letti; sui problemi che l'amministrazione e la gestione dell'istituto suscitano in questo periodo, ritorneremo in altra parte di questo articolo. Fra le istituzioni caritatevoli in funzione nel capoluogo nel corso dell'ottocento, occupano un posto di notevole rilievo le Caisses des pauvres o Caisses de bienfaisance, fondate nel corso del XVIII secolo, allo scopo di sottrarre alla mendicità i poveri «honteux» e soccorrere i poveri ammalati. Di queste «Casse», tre sono amministrate dalla Giunta municipale secondo il preciso disposto delle tavole di fondazione; notizie dettagliate su di esse possiamo ricavare 32 J-M Henry, Histoire de la Vallée d'Aoste, 3a ed, Aosta 1967, p 332 da una serie di schede redatte nel 1863 dalla Amministrazione municipale per una statistica sulle Opere Pie promossa dal Ministero dell'Interno. Le schede registrano la situazione delle Casse relativamente all'anno 1861 (la città contava allora 7830 abitanti, secondo i dati del censimento del 31.12.1860). Vi è anzitutto la Caisse des pauvres malades des Paroisses de St. Jean Baptiste et de St. Etienne d'Aoste che ha per scopo «la distribution de secours materiels aux pauvres malades» delle suddette parrocchie; la sua fondazione risale al 1702, anno in cui fu effettuata la prima donazione ad opera del canonico Ribitel. La rendita complessiva della Cassa (nell'anno solare 1861) risulta essere di L. 487,15; la spesa per la beneficenza ammonta a L. 445,06; la media annua delle persone beneficate è di 47 unità, ciascuna delle quali ha percepito in media un sussidio di L. 9,47. Un'altra Cassa amministrata dalla Giunta, è quella dei Pauvres honteux de la Paroisse de St. Etienne, fondata nel 1736 dal canonico della Cattedrale J.-J. Bich. Con una rendita complessiva di L. 376,75 ed una spesa annua per beneficenza di L. 323,06, questa Cassa ha elargito sussidi a 34 persone, ciascuna delle quali ha avuto in media L. 9,50. La terza Cassa presa in considerazione nelle schede è quella dei Pauvres honteux de la Paroisse de St. Jean Baptiste, il cui atto di fondazione è costituito dal testamento del signor François Rosset del 1731 e da quello del canonico Bich del 1736. La rendita complessiva di questa Cassa è di L. 5279,95; la spesa per beneficenza di L. 4849,43; le persone beneficate sono 251 ciascuna delle quali ha ricevuto un sussidio medio di L. 19,32. Per quanto concerne la data e la natura del provvedimento governativo che ha eretto in Corpo morale queste Opere Pie, si dichiara nelle schede che non è stato possibile rintracciare quell'atto per nessuna di esse data «l'ancienneté de l'oeuvre», ma si specifica che le tre Casse sono sempre state considerate come Corpo morale e sono sempre state amministrate dal «Conseil communal» (solo durante il «régime français» la loro amministrazione è passata al Bureau de Bienfaisance),. si aggiunge inoltre che i conti ed i bilanci di queste Opere Pie sono sempre stati approvati dall' Autorità competente. Infine, per tutte tre le Casse, le schede dichiarano che «non esiste Regolamento»33. Per quanto concerne le Casse dei Pauvres honteux delle parrocchie di St. Jean e di St. Etienne, avendo i primi benefattori disposto che le rendite della fondazione venissero elargite verso la metà del mese di dicembre, la Giunta municipale aveva deciso di seguire questo criterio anche per le rendite di tutti gli altri lasciti che via via erano venuti ad accrescere il patrimonio delle due Casse; di qui l'appellativo di Bourse o Argent de Noël con cui esse vengono comunemente designate nel corso dell'ottocento, un «argent» che costituisce, come dice il canonico Noussan, une «vraie providence des malheureux au coeur de l'hiver»34. Anche la parrocchia di San Lorenzo ha la sua Cassa destinata ai Pauvres Honteux, comunemente nota come Caisse Cheillon dal nome del suo fondatore, un canonico della Collegiata di S. Orso il quale, nel suo testamento del 1749, aveva nominato i poveri di S.Lorenzo eredi dei suoi beni, affidandone l'amministrazione al capitolo della Collegiata di S. Orso, ed assegnando al curato - pro tempo re - il compito di designare le persone da soccorrere. Nell'ottocento, le rendite di questa Cassa vengono distribuite parte in alimenti nel corso dell'anno, parte in denaro a Natale. Ad eccezione della Cassa riservata ai poveri «ammalati», destinatari della beneficenza delle altre di cui si è detto, sono i poveri «honteux» (che la normativa del 33 34 ASR , vol 41, Caisses des pauvres Administration Requêtes, pagg non numerate 34 D Noussan. Fragments et notes d.histoire valdôtaine, Aosta 1906, p 113 tempo traduce in italiano con l'espressione «poveri vergognosi» ) e cioè persone che, pur vivendo in condizione di grave indigenza (sono iscritti negli elenchi comunali dei poveri), o trovandosi nell'impossibilità di far fronte ad una situazione improvvisa di particolare bisogno, non si uniscono alla vasta schiera dei mendicanti che chiedono l'elemosina nelle vie, nella piazze, davanti alle Chiese o alla porta delle case. Ogni anno la Giunta municipale e la parrocchia di S. Lorenzo provvedono alla distribuzione dei sussidi in denaro e/o in alimenti, secondo il disposto delle tavole di fondazione delle singole Casse; ovviamente, l’entità dei soccorsi varia nel tempo a seconda della disponibilità finanziaria delle Casse (il cui patrimonio si accresce nel corso del secolo grazie alle donazioni di molti benefattori) e in base al numero ed alla gravità dei casi da soccorrere. I verbali delle sedute in cui la Giunta decide la ripartizione dell'Argent de Noël, dicono la cura minuziosa e lo scrupolo profondo con cui questa operazione viene condotta, nell'intento di soddisfare il maggior numero di richieste e, insieme, di evitare scorrettezze e ingiustizie. Seguendo una prassi che il tempo ha consolidato, l'assemblea, alla presenza del curato della parrocchia cui la Cassa appartiene, dopo aver preso in esame il rendiconto finanziario dell'anno precedente ed il bilancio dell'anno in corso al fine di definire l'entità della somma da ripartire ed il fondo di riserva «qui se garde toujours d'année en année pour les besoins extraordinaires», procede ad una attenta revisione dell'elenco dei poveri per cancellarvi « les décédés, recouvrés, absents ou autrement cessant de participer aux secours ensuite d'amélioration de condition ou cessation de besoin speciaux». Dal momento che sono previste categorie diverse di poveri in base al criterio del bisogno (e, quindi, sussidi di entità diversa), l'assemblea si preoccupa anche di operare nell'elenco le variazioni rese necessarie da mutamenti verificatisi nella condizione economica degli assistiti. Infine, prende in esame le nuove domande di sussidio pervenute alla Giunta, al Sindaco, al Consiglio comunale o alla Congregazione di Carità e le nuove segnalazioni fatte dai parroci e ne decide l'ammissione, basandosi sulla conoscenza personale dei singoli casi o su informazioni precedentemente acquisite e diligentemente annotate in calce alla domanda; spesso l'operazione si conclude con il rammarico di dover escludere varie richieste «étant impossible de faire d'avantage»35. A partire dalla metà degli anni novanta, allo scopo di meglio disciplinare la distribuzione dell'Argent de Noël (la stampa locale più di una volta aveva lamentato leggerezze e abusi per la mancanza di precisi criteri regolatori), la Giunta stabilisce «comme principe absolu et permanent» di escludere dal sussidio gli indigenti non nativi di Aosta o che non vi risiedano da almeno 20 anni, e così pure tutti coloro che tengono dei cani «car ceux qui peuvent donner à manger à un chien, peuvent se passer d'aumône». Nel 1900, alle sopraindicate clausole se ne aggiunge una terza, volta ad escludere dal beneficio dell'Argent de Noël i poveri che, accolti all'Ospizio di Carità o al Rifugio, se ne sono volontariamente allontanati senza giustificati motivi. Nell'ultimo trentennio del secolo, generalmente l'entità dei sussidi varia da L. 5 a L. 30 o 40; pochissimi sono quelli di L. 100, denominati «hors classe» ; a partire dall'anno 1896, i sussidi compresi entro il limite delle venti lire sono assegnati alla categoria dei « besogneux ordinaires» , mentre quelli di L. 30 o di L. 40 vengono riservati esclusivamente «pour des besoins dépassant la mesure ordinaire et pour les véritables pauvres honteux dans le vrai sens du mot», un'espressione che, nella sua ingenua ridondanza, rivela lo La procedura seguita per la distribuzione dell’Argent de Noël si ripete pressoché identica nel corso degli anni, specie nell’ultimo trentennio del secolo, per cui si rinvia genericamente ai verbali delle sedute di Giunta di quel periodo contenuti nei volumi delle Delibere comunali dell’Archivio Storico Regionale 35 sforzo costante di individuare, nella marea crescente delle richieste e della segnalazioni, le situazioni di autentico bisogno che, spesso, rimangono nell'ombra. Nel corso della seconda metà dell'ottocento, altre istituzioni caritatevoli vengono ad affiancarsi a quelle di cui si è detto, arricchendo ed articolando il panorama delle attività benefiche,nel tentativo di attenuare le conseguenze del pauperismo che assume proporzioni sempre più gravi. Particolarmente attiva appare la S. Vincenzo de Paoli, «cette méritante Société lie dames et messieurs laïques» fondata nel 1853, grazie alla iniziativa ed allo zelo del canonico Gerbore, parroco della Cattedrale, che assiste i «pauvres honteux» a domicilio, distribuendo loro generi alimentari e indumenti, e aggiungendo a «l'aumône matérielle celle d'un bon conseil fraternel». I giornali locali, pur nella varietà dei loro orientamenti ideologici, sono tutti concordi nell'elogiare l'opera di questi «intendants de la Providence qui entrent dans les taudis les plus misérables pour y apporter le courage et l'esperance» (come scrive il Mont-Blanc), assistendo soltanto le famiglie che la «Assemblea» della società ha giudicato, all'unanimità, in condizioni di effettivo bisogno. Nel gran mare delle elemosine elargite spesso in modo indiscriminato dai privati e dagli istituti caritatevoli e, quindi, suscettibili di alimentare il vizio e la mendicità abusiva, appare più che mai legittimo l'appello insistente che la stampa locale rivolge a tutti i cuori generosi perchè affidino il loro obolo alla S. Vincenzo, nella certezza che essa saprà sempre raggiungere «les misères et les besoins réels» . Tra le istituzioni destinate «à l'éducation des pauvres», occupa un posto di grande rilievo l' Asilo di infanzia fondato nel 1855 dal Vescovo della diocesi, Monsignor Jourdain, grazie anche al contributo finanziario di un gruppo di persone costituitesi in «società caritatevole». Eretto in Corpo morale nel '66, l'Asilo accoglie bambini di ambo i sessi dai 3 ai 7, 8 anni; quelli appartenenti a famiglie bisognose vi sono ammessi gratuitamente e ricevono oltre ad un pasto quotidiano, anche effetti di vestiario, nei limiti delle disponibilità finanziarie dell'istituto. A differenza della scuola che persegue essenzialmente obiettivi di istruzione, l'Asilo si propone anzitutto uno scopo di educazione; supplendo alle cure che le famiglie, per le loro condizioni materiali e morali, non sono in grado di dare ai bambini, si configura - secondo l'espressione usata dalla Feuille d'Aoste - come «la base de l'enseignement primaire». Sotto la guida delle suore di San Giuseppe, i bambini si dedicano ad attività diverse a seconda dell'età: giochi, canti, esercizi fisici, esercizi «d'instruction religieuse, d'histoire sainte et de lecture», lezioni che insegnano «à observer les choses et à s'en rendre compte», e ancora «récits et causeries qui développent l'esprit et réchauffent le coeur»36. Ogni anno nel mese di giugno, alla presenza delle autorità religiose e civili e delle famiglie, si svolge all' Asilo una solenne cerimonia che vede i bambini impegnati a dare un saggio delle abilità e delle conoscenze acquisite, e che si conclude con la rituale distribuzione dei premi. La cronaca locale registra puntualmente l'avvenimento e mette in rilievo la bravura dei piccoli allievi: «Avec quelle grâce enfantine et quelle facilite étonnante pour leur âge ils répondent aux nombreuses questions qui leur sont faites sur le catéchisme, la grammaire, l'histoire naturelle, la géographie, le système métrique!»37. 36Feuille 37 d'Aoste. n 18, 1855 Idem, n 27.1865 L 'istituto vive grazie alla generosità di tanti «amis de l'enfance». Alle sottoscrizioni ordinarie, si aggiungono contributi straordinari come lasciti e donazioni testamentarie, offerte di privati cittadini, elargizioni in denaro del sovrano in occasione della sua permanenza in Valle per le battute di caccia, sussidi della Municipalità attinti a l'Argent de Noël, il ricavato di spettacoli teatrali, balli di beneficenza e sottoscrizioni promosse, a favore degli indigenti, in occasione di festività religiose o civili. Grazie a questi mille rivoli benefici, l' Asilo nonostante le sue modeste rendite, può accogliere nel corso degli anni un numero crescente di bambini poveri ai quali assicura,ogni giorno, una minestra calda e, nel cuore dell'inverno, indumenti e calzature. Per quei piccoli così poco abituati «à la joie des étrennes», la vigilia di Natale, nella grande sala dell' Asilo, è sempre una festa meravigliosa: è il momento in cui possono mostrare trionfanti ai loro genitori «la belle blouse, le pantalon, la chemise ou les souliers tout neufs» che le buone Suore hanno distribuito «avec bien de recommandations d'être très sages et studieux»38. Il «miracolo più grande della carità cristiana» - un 'espressione che ricorre frequente nella stampa dell'epoca - è senza dubbio il Rifugio dei Poveri che la straordinaria munificenza di una nobile famiglia francese39 ha consentito al Rev. Padre Laurent, «le Vincent de Paul du peuple valdòtain», di fondare nel 1869, «dans une charmante localite au nord de la grande route qui mène aux Capucins» . A lungo atteso e desiderato in una città letteralmente invasa da una folla di poveri che aumenta di anno in anno, il Rifugio svolge con il passare del tempo un ruolo sempre più importante nel tessuto sociale della città e della Valle: se non elimina la mendicità come era nei voti del suo fondatore, costituisce tuttavia un approdo sicuro per un numero crescente di vecchi e di infermi provenienti da tutta la Valle (pochi anni dopo l'apertura i ricoverati erano una settantina, sono 86 nell'80, 140 nel '90, 150 negli ultimi anni del secolo). Non sempre è possibile far fronte alla domanda di ammissione di tutti gli infelici che premono alle porte dell'istituto: «quand un vieillard meurt ou quitte la maison, il y a déjà de 40 à 50 demandes d'entrée» - scrive un periodico locale nel '90- «et l'on choisit le plus pauvre et le plus digne de compassion pour remplir le poste vide» . Il Rifugio le cui rendite fisse sono molto limitate, ha la sua principale risorsa nella carità pubblica: al ricavato della questua delle Piccole Suore che instancabili bussano di porta in porta, si aggiunge il contributo di enti pubblici e le offerte in denaro, in alimenti, in vestiario di innumerevoli benefattori spesso anonimi; è un miracolo di generosità che si rinnova ogni giorno, tanto più importante per l'attività di un istituto che, non essendo eretto in Corpo morale, non può beneficiare del sussidio che annualmente la Provincia concede ai «Depositi di mendicità» legalmente riconosciuti. L 'opportunità di dare al Rifugio un'esistenza legale era stata presa in considerazione dal Padre Laurent negli ultimi anni della sua vita; sembra però che ad un certo momento egli avesse rinunciato a portare a termine la pratica già avviata, nel timore che la sua opera potesse essere in qualche misura snaturata dalla nuova fisionomia giuridica che avrebbe assunto. Le Mont-Blanc. n 52, 1897 Il nome dei benefattori, per loro espressa volontà. è rimasto sconosciuto Come si legge nella versione francese, riportata da L 'Indépendant, della iscrizione latina incisa sulla prima pietra della Cappella del Rifugio «… le nom à jamais béni de ces insignes bienfaiteurs, conformément à leur volonté formellement exprimée . n'est et ne sera connu que dans le ciel. où les anges l’ont buriné en caractères d'or dans le grand livre de la vie» (cfr L’Indépendant. n 37. 1867) 38 39 La questione, riemersa nel 1881 dopo la morte del fondatore, era stata per un certo tempo occasione di vivace polemica fra i due giornali locali, L' Echo du Val d' Aoste di orientamento laico e liberale, e la Feuille d' Aoste organo del Vescovado. Il primo, ricordando che il Rifugio non poteva né vendere, né acquistare, né ricevere donazioni, né compiere il minimo atto amministrativo dal momento che «il n'existe pas aux yeux de la loi», aveva a lungo insistito sulla necessità di risolvere una simile situazione «anormale, ruineuse, impossible». La Feuille, a sostegno della sua opposizione alla trasformazione del Rifugio in Corpo Morale, aveva addotto il fatto che le spese di amministrazione che la nuova situazione avrebbe comportato (spese da ripartirsi tra direttore, segretario, economo, cappellano, medico,) avrebbero assorbito i tre quarti delle rendite fisse del Rifugio, con grave danno per i ricoverati presenti e futuri. A L' Echo era stato facile controbattere la tesi del suo confratello proponendo che, pur eretto in Corpo morale, il Rifugio continuasse ad essere amministrato come nel passato e cioè gratis et amore Dei, non essendovi alcuna ragione per cui le persone che fino ad allora avevano prestato la loro opera «par pur désintéressement», esigessero all'improvviso uno stipendio. Con rinnovata fermezza, «au nom de la vraie charité, au nom de la bonne foi publique, au nom des pauvres», il giornale aveva insistito perché si mettesse fine alla situazione assurda del Rifugio, esaudendo il desiderio espresso da «beaucoup de personnes, dans le camp clérical même». Alla base della intransigenza della Feuille vi erano, con tutta probabilità, altre preoccupazioni oltre a quelle di carattere amministrativo. Da un lato, il giornale non nascondeva il timore che il Rifugio diventando Corpo morale, cessasse di vivere come «opera di beneficenza»: il pane dei poveri sarebbe diventato «l'aliment de gratte-papiers qui cherchent partout des places pour leur nullité remuante» ; la burocrazia cartacea avrebbe cancellato la fisionomia che all'istituto aveva dato il Padre Laurent. Solo rimanendo un'opera libera, indipendente, «une oeuvre de charité pour tous», sia per quelli che l'abitano, sia per quelli che la dirigono, il Rifugio poteva continuare ad essere «la plus grande oeuvre de bienfaisance que compte notre Ville». Dall'altro lato, la Feuille non poteva rimanere indifferente di fronte alla prospettiva di una riforma delle istituzioni benefiche che, in quegli anni, si andava delineando sul piano nazionale, una prospettiva che nelle parole del Pontefice Leone XIII si configurava come «le dépouillement des cures et des oeuvres pies»40. La Feuille, esprimendo timori e preoccupazioni largamente diffuse nel mondo cattolico, scriveva nel febbraio dell'81: «...il est aujourd'hui fortement question d'incamérer tous les biens des œuvres pies pour arriver par là à l'abolition du cours forcé; c'est à dire que l'on mettrait à l'encan les propriétés des hôpitaux, hospices et autres œuvres de bienfaisance, comme on a fait des biens du clergé et qu'on les convertirait en rentes sur l'Etat...». Una volta che le Opere Pie fossero convertite in carta, «qui nous garantira qu'une banqueroute probable ou que de grandes calamités publiques ne viendront pas les anéantir tout à coup? Un gouvernement qui a, comme le nôtre, près des 600 millions de biens ecclésiastiques sur la conscience, n'a pas un avenir bien sur… Les œuvres de la L'espressione - tolta da una allocuzione del Pontefice al Sacro Collegio - è riportata dalla Feuille d.Aoste nel n°. 1 del 1881, nella rubrica Nouvelles politiques. in quanto alla paventata prospettiva di una riforma delle .Opere Pie, è probabile che la Feuille si riferisse al progetto del ministro Nicotera «Riforma della legge sulle sostituzioni di beneficenza» presentato alla fine del 1877 e poi decaduto senza essere stato discusso Era comunque in atto nel Paese, dopo l’ avvento al potere della Sinistra, un grosso dibattito sulla necessità di riordinare la normativa sulle Opere Pie 40 charité n'auront jamais qu'à perdre à être associées aux œuvres de la politique, surtout d'une politique ladre et inique». Simili considerazioni non potevano che alimentare e rafforzare l'opposizione del giornale cattolico ad una eventuale trasformazione giuridica del Rifugio: «L 'avenir dira combien le fondateur du Refuge a sagement agi en soustrayant ses œuvres à la griffe du fisc; il dira qu'il a reculé non devant un épouvantail imaginaire, mais devant le plus légitime des pressentiments»41. La disputa sulla opportunità o meno di dare un'esistenza legale al Rifugio non ha un ulteriore seguito sulla stampa locale; nell'ultimo decennio del secolo, la natura privata di questo istituto e le conseguenze che ne derivano sono però oggetto di vivace e frequente discussione in sede di Consiglio provinciale, ogni volta che si procede alla definizione degli stanziamenti in favore degli istituti di beneficenza dei vari Circondari. Emblematico, a questo riguardo, è il dibattito che si svolge nell'autunno del '94. In occasione della discussione del bilancio preventivo, il consigliere Compans, rappresentante del Circondario di Aosta, fa notare come non si sia previsto alcuno stanziamento per Aosta che, se pur priva di «un vero ricovero di mendicità», possiede tuttavia «un Rifugio per i poveri plasmato sul sistema del Cottolengo di Torino». Dopo aver rilevato la natura eminentemente benefica e sociale di quell'istituto che dà ricovero a 150 infermi e spende «solo in pane lire 800 e più al mese» ; dopo aver ricordato che della Amministrazione che lo regge fanno parte anche Consiglieri provinciali «ed altre egregie persone senza distinzione di confessione religiosa» , Compans invoca per il Circondario di Aosta parità di trattamento con gli altri e chiede che al Rifugio dei Poveri sia corrisposto «l'annuo concorso di lire 2000». Il fatto che l'istituto non sia eretto in Ente morale non deve, a suo giudizio, rappresentare un ostacolo: «la carità vi si compie ugualmente e questo è l'essenziale. Non è in questi giorni in cui la questione sociale si fa vieppiù urgente e scottante, che i fatti possono essere distrutti da enunciazioni di teorie». A conclusione del suo intervento, il Consigliere prega la Deputazione provinciale di voler concedere la somma «in via straordinaria», qualora non sia possibile procedere ad un formale stanziamento in bilancio. Il relatore della Deputazione (il consigliere Giordano) ricorda che il problema si era già posto in occasione di una richiesta di sussidio presentata dalla Superiora del Rifugio: non essendo l'istituto un Ente morale, la Deputazione si era vista costretta a sospendere ogni decisione, perchè, anche volendo, non avrebbe saputo «a quale persona ed a favore di chi rilasciare il mandato». La Superiora, cui la difficoltà era stata fatta presente, aveva risposto che l'ospizio non aveva statuto, che nessun conto era mai stato trasmesso all'autorità tutoria, che, insomma, l'opera aveva «tutti i caratteri della beneficenza privata». Nessun confronto - rileva il Consigliere - è quindi possibile con l'Opera Pia del Cottolengo a favore del quale si possono rilasciare mandati, perchè costituito in Ente legalmente riconosciuto. La Deputazione, pur riconoscendo le benemerenze del Rifugio di Aosta, non può pertanto prendere in considerazione la richiesta del consigliere Compans «perchè si andrebbe contro alla legge» . Nella sua replica, Compans fa osservare che di fronte ad una «irregolarità di forma», sta il fatto «eloquente ed accertato che l'istituto vive da 20 anni42, non ha capitali e deve provvedere a 150 indigenti ricoverati». Anche un altro rappresentante del Circondario di Aosta, il consigliere Frassy, perora la causa del Rifugio, pregando il Consiglio di considerare piuttosto il bene che fa, che non la forma sotto cui è eretto. Chi lo 41 42 Feuille d'Aoste, n 6, 1881 E' una inesattezza. in realtà, il Rifugio viveva da 25 anni, essendo stato fondato nel 1869 ha visitato, ha avuto solo parole di elogio: così hanno fatto il Presidente del Consiglio provinciale ed il medico provinciale; in un certo senso, il Rifugio ha avuto anche «la sanzione sovrana», perché il Re, onorando l'istituto di una sua visita, non ha esitato a versare nelle mani della Superiora L. 4000. Perché la Deputazione provinciale non potrebbe rilasciare il mandato di sussidio a nome di quella stessa persona che gode della stima e della fiducia di tutti? Non si insista tanto - conclude il consigliere Frassy - su di uno sterile formalismo; un piccolo «soccorso» consentirà all'istituto di accogliere subito nuovi indigenti, provenienti non solo da Aosta ma da tutto il Circondario ed anche da altri Comuni della Provincia. In appoggio alla sua tesi, un altro Consigliere rileva che il Rifugio di Aosta dà ricetto anche ai vecchi militari e che risponde «non solo ai sentimenti di filantropica beneficenza ed ai postulati della così detta questione sociale, ma anche alle esigenze della pubblica sicurezza» . Il consigliere Adamino della Deputazione provinciale pur inchinandosi «dinanzi alle benemerenze di quel santo Istituto», dichiara che nella sua qualità di amministratore è costretto, con dolore, a negare il sussidio richiesto, data l'indole privata dell'opera: se così non si facesse, «domani sorgerebbero a decine altri Istituti privati che attendono a scopi non meno filantropici. . . , a cui parimenti non si potrebbe negare un concorso senza compiere una palese ingiustizia» , ed il Consiglio si troverebbe trascinato per una china pericolosa di concessioni e di spese facoltative su cui più volte ha dichiarato di non volersi lasciar trascinare. A questo punto, il consigliere Compans riduce la sua richiesta nei più modesti limiti di una «calda raccomandazione» alla Deputazione perché esamini la possibilità di concedere al Rifugio di Aosta un sussidio sui casuali. Giordano dichiara che la Deputazione accetta la raccomandazione del «preopinante» nel senso che esaminerà la domanda con «la maggior benevolenza» e provvederà «secondo la legge»43. Non sembra che la calda raccomandazione di Compans abbia sortito qualche effetto: nel '96 il problema si ripropone, sollevato questa volta dal consigliere Chabloz, Sindaco del Comune di Aosta. Per aggirare l'ostacolo rappresentato dalla non regolare costituzione dell'istituto, egli propone che il contributo di L. 2.000 venga assegnato alla Congregazione di Carità di Aosta che, poi, lo trasmetterebbe al Rifugio. Ma la Deputazione dichiara inaccettabile la proposta, non potendosi procedere ad uno stanziamento «nominalmente» a favore della Congregazione, ma «effettivamente» a beneficio del Rifugio, e ribadisce la necessità di istituire ad Aosta un Ricovero legalmente riconosciuto, condizione essenziale per fruire dei sussidi della Provincia. L 'anno successivo, un ulteriore tentativo del consigliere Chabloz volto ad ottenere che la somma sia destinata all'Ospizio di Carità o a qualche altra opera caritatevole, va nuovamente a vuoto; la soluzione individuata e deliberata dal Consiglio consiste, invece, nell'assegnare il sussidio destinato al Circondario di Aosta, al Ricovero di Ivrea, a condizione che provveda all'accettazione dei «ricoverandi» provenienti dalla Valle. Tale soluzione, riconfermata negli anni successivi, è un povero palliativo che scontenta tutti e non contribuisce certo ad eliminare la sensazione di una grave ingiustizia perpetrata nei confronti della Valle d' Aosta. Dello scontento generale si fa portavoce la stampa locale. Il giornale della curia Le Duché d' Aoste nel '97 eleva una vibrata protesta contro un sistema che alla legalità sacrifica inesorabilmente «le sentiment le plus élémentaire de la justice distributrice» . Tutti riconoscono gli immensi servigi che il Rifugio svolge, scrive il periodico; tutti elogiano la 43 Atti del Consiglio Provinciale di Torino, 1894, pp 177- 181 dedizione e lo spirito di sacrificio delle Piccole Suore, eppure il Consiglio provinciale «s'accroche à la légalité pour refuser un secours à cette institution. La légalité ! Sans elle pas de charité, pas de justice distributrice». Ecco i risultati cui ci ha condotto la «bienfaisance officielle à base de papier timbré»44. Anche il Mont-Blanc, pur così lontano dagli orientamenti ideologici del Duché, su questa questione è solidale con il foglio della Curia. In un numero del '97, pubblicando il resoconto degli stanziamenti della Provincia a favore dei vari Circondari, il giornale deplora il fatto che la Valle d' Aosta - non certo la più ricca fra le regioni subalpine - non abbia avuto alcuna parte nella ripartizione dei fondi per la beneficenza, semplicemente perchè il Rifugio, non essendo un Ente morale, «pour l'Etat il est censé ne pas exister. Donc, pas de subsides possibles!». E così, come sempre, i poveri montanari «de l'antique Duché se cotisent tout seuls pour maintenir leurs pauvres que les admirables Petites Sœurs continuent imperturbablement à ramasser dans le fumier des étables, sur les routes désertes ou dans les trous abandonnés de nos vieilles masures» 45. All'instancabile attività di Padre Laurent ed al contributo finanziario del Vescovo Monsignor Duc si deve la fondazione, nel 1875, dell'Orfanotrofio. Modesta costruzione agli inizi (una casetta ad un solo piano ), l'istituto si ingrandisce con il passar del tempo per poter accogliere orfanelle provenienti non solo dal capoluogo ma da tutta la Valle. Anche all'Orfanotrofio (come il Rifugio non eretto in Ente morale e dotato di modestissime rendite ), «l'on n'y vit qu'au jour le jour», ma il flusso della beneficenza pubblica e privata non viene mai meno, quasi a dimostrare, se ancora ve ne fosse bisogno, che la città di Aosta ben merita l'appellativo di «seconde providence des pauvres» attribuitole da un giornale locale. L 'educazione religiosa e morale è il primo obiettivo che l'istituto persegue: «la religion de nos pères - scrive la Feuille d'Aoste nel 1892- y est scrupuleusement et joyeusement pratiquée; là c'est l'architecture du cœur et de l'âme que l'on y étudie et parallèlement la culture de l'intelligence». L 'amore verso Dio e verso il prossimo, l'obbedienza ai superiori, lo spirito di sacrificio e di dedizione, l'attenzione vigile ai pericoli del mondo, la modestia, sono le virtù che le Suore di San Giuseppe si preoccupano di inculcare nelle giovani ospiti; a questa pratica educativa si affianca l'insegnamento della lettura e della scrittura in francese e in italiano e dei rudimenti dell'aritmetica, il che consentirà alle orfanelle, diventate adulte, di tenere «leur correspondance et une petite comptabilité». Per poter essere un giorno «des bonnes menagères, ou personnes de service», le fanciulle si esercitano anche in molte altre attività: imparano a cucire, a ricamare, a lavorare a maglia, a cucinare, a tenere in ordine una casa, a coltivare l'orto e il giardino; «rien n'est négligé dans cette institution pour enrichir les jeunes filles des aptitudes qui devront plus tard assurer leur existence». Ma il merito più grande di questo istituto «de charité et de éducation» è forse quello di togliere dalla strada tante giovinette che, come scrive l'articolista della Feuille, sarebbero state con molta probabilità «vouées à la mendicité, au vagabondage et plus tard au vice»46. Le Duché d'Aoste, n 47. 1897 Le Mont-Blanc, n 48, 1897 46 Feuille d'Aoste, nn 3, 4, 1892 44 45 A partire dal gennaio del 1891, una nuova iniziativa viene ad arricchire il panorama delle attività benefiche del capoluogo: si tratta della distribuzione gratuita di minestre ai poveri durante la stagione invernale. Promossa dal Sottoprefetto del Circondario e realizzata a cura della Municipalità, l'iniziativa poggia essenzialmente sulle sottoscrizioni dei cittadini che, ogni anno, rispondono generosamente all'appello delle Autorità, inviando all'Ufficio postale o alla Sottoprefettura le loro offerte; anche la Giunta municipale vi contribuisce con una somma di denaro attinta ai fondi della Casse di cui è amministratrice o all' Argent du Roi. Ogni inverno, i giornali locali pubblicano l'elenco dei sottoscrittori, esaltano la «charité valdôtaine» che nonostante «les impôts et la misère extrême du pays n'est pas encore éteinte», ed esprimono la riconoscenza dei poveri verso il Sottoprefetto e tutti coloro che con lui collaborano a questa opera «providentielle». Le minestre (un litro a testa) vengono distribuite per circa due mesi. ogni giorno, dalle otto di mattina a mezzogiorno, presso una famiglia abitante al borgo S. Orso, cui la Giunta versa il corrispettivo per il servizio; oltre agli adulti ( che debbono presentare il certificato di povertà rilasciato dal Comune o essere «conosciuti» dall'usciere della Sottoprefettura o dall'Agent de Ville preposti allo svolgimento del servizio ). possono usufruire delle minestre anche i bambini di famiglie indigenti, ma perchè la cosa non diventi pretesto per marinare la scuola, la Giunta ha stabilito che essi depositino il loro secchiello nella casa dove si svolge la distribuzione, prima di entrare a scuola e lo riprendano a mezzogiorno. Le minestre sono riservate ai poveri della città (la presenza giornaliera media è di 250, 280 persone), ma è probabile che, con il passar del tempo, si verificassero scorrettezze e abusi nello svolgimento di questa attività caritatevole: lo denunciano, come si è visto, i giornali locali, tutti concordi, nonostante il loro diverso orientamento ideologico, nel sottolineare come un'opera nata con il nobile scopo di «soulager la misère au moment de l’hiver le plus pénible pour les pauvres», abbia, in realtà, favorito sempre di più l'afflusso di mendicanti veri o presunti dai Comuni vicini, contribuendo così ad alimentare la «piaga» della mendicità che tanto disonora il paese. I poveri del capoluogo, ma anche quelli di molti altri Comuni della Valle (come Cogne, Valsavarenche, Rhêmes-Saint-Georges, Villeneuve, Sarre, Jovençan, Fénis, Gressoney ed altri) possono contare, ogni anno, anche su di un'altra fonte di beneficenza: è 1'Argent du Roi cui spesso si accompagna l' Argent de la Reine. La permanenza in Valle, durante la stagione delle cacce, di Vittorio Emanuele II e poi di Umberto I, lascia sempre «des traces ineffaçables, des souvenirs impérissables» della loro munificenza. Alla rete di mulattiere, di strade, di ponti, di casotti di caccia fatti costruire dai sovrani, all'impulso dato al piccolo commercio locale dalla presenza del seguito reale, alle retribuzioni e alle generose ricompense distribuite ai battitori ed a tutto il personale impegnato nella preparazione e nello svolgimento delle battute di caccia, si aggiungono le somme di denaro consegnate ai parroci ed ai sindaci dei vari Comuni per le più disparate esigenze: per il restauro della chiesa, della casa parrocchiale o del Municipio, per lavori di pubblica utilità, per la creazione di asili d'infanzia, di ospizi di mendicità, di scuole e, soprattutto, per il «soulagement des pauvres». E così, ogni estate, la visita del Re in Valle «est attendue avec impatience, accueillie avec bonheur et suivie des bénédictions et de la reconnaissance publique» . I giornali locali sottolineano compiaciuti i benefici effetti che il soggiorno fra le montagne della Valle ha sulla salute degli augusti personaggi ( il Re - scrive L' Alpino nel '95 - arrivato «palliduccio anzi che no» , era ripartito «con il più bel colore roseo e bruno che immaginar si possa»); descrivono la febbrile riparazione delle passerelle sui torrenti, la costruzione degli «arcs de verdure» in occasione dell'arrivo della Regina, l'esultanza della folla che le va incontro «en jetant des fleurs sur son passage», lo scoppio dei mortaretti e «le joyeux carillon des cloches» ; pubblicano il lungo dettagliato elenco delle somme elargite dal sovrano nei vari Comuni, evidenziando come tutti i suoi passi siano «marqués par de grands actes de générosité». Nel capoluogo i primi beneficiari della «inépuisable munificence royale» sono sempre gli istituti caritatevoli: l'Ospedale, l'Ospizio, il Rifugio, l’Asilo e l'Orfanotrofio; poi vengono i poveri del Comune per i quali il Re consegna al Sindaco una somma di denaro (di solito L. 4.000, almeno per quanto concerne Umberto I). Ogni autunno, la Giunta in una apposita seduta provvede alla ripartizione dell'Argent du Roi, rivedendo, innanzitutto, «l'état de distribution» dell'anno precedente, e poi prendendo in esame «la liste de quémandeurs qui se sont fait inscrire à l'antichambre du Municipe» ; dopo aver riservato una parte della somma agli istituti benefici della città, suddivide ciò che rimane in buoni di diversa entità (di solito da L. 5 a L. 25), assegnandoli «en proportion des besoins aux plus dignes et plus nécessiteux». A conclusione dell'operazione, redige l'elenco nominativo dei sussidiati in duplice copia, di cui una viene conservata nell'archivio municipale e l'altra trasmessa all' Amministrazione della Casa reale47. Negli anni in cui il Re non viene in Valle (ma la cosa si verifica molto raramente) , grande è la delusione degli abitanti dei Comuni di caccia che si vedono privati «d'un gain important» ; solo gli stambecchi ed i camosci sono felici: almeno per un 'estate, potranno «cabrioler en toute sécurité» sulle rocce e tra i dirupi.48 Anche la consorte del Re Umberto, la Regina Margherita, prima di lasciare la Valle è solita trasmettere al Sottoprefetto una somma di denaro da elargire ai poveri del Circondario che le hanno fatto pervenire direttamente le loro «demandes de secours» durante il suo soggiorno a Gressoney. Con il passar del tempo, queste richieste aumentano non solo perchè aumenta il numero degli indigenti, ma soprattutto perchè - come scopre nel '96 la Giunta esaminando le domande trasmesse dal Sottoprefetto - buona parte dei beneficiari dell'Argent du Roi ha preso l'abitudine di fare istanza anche per l'Argent de la Reine, fruendo in tal modo di un doppio sussidio. E così, gli aspiranti alla munificenza della Regina i quali, nel capoluogo, erano 30 o 40 nei primi anni novanta, sono diventati 100 nel '95 e più di 300 nel '96: «si l'on y va de ce pas, il n'y a pas de motif pour qu'ils ne soient pas de 500 à 600 l'année prochaine», osservano i membri della Giunta, rilevando con amarezza che «les plus effrontés, les plus avides» han sempre la meglio, mentre «ceux qui se tiennent timidement à l'écart et qui sont bien souvent les plus besogneux» finiscono con l'essere dimenticati. In via provvisoria (in futuro si procederà a più rigorosi controlli), la Giunta propone al Sottoprefetto - fatto salvo l'assenso della Casa reale - di assegnare solo la metà della somma disponibile ai poveri più bisognosi e più degni, riservando l'altra metà al fondo per la distribuzione invernale delle minestre49. Dopo la morte di Umberto I definita dal Duché d'Aoste «une véritable calamite» per la Valle che, con la scomparsa del Re, perde un «un père et un bienfaiteur», grande è la speranza dei Valdostani che il successore, seguendo le orme paterne, venga anche lui «se délasser de ses fatigues par la chasse aux bouquetins sur nos montagnes». Già ASR. DC, vol. 42, p 248 Feuille d'Aoste. n 39, 1891 49 ASR, DC, vo151. pp 478-479 47 48 nell'autunno di quello stesso anno (1900), il foglio locale può rassicurare i valligiani: Vittorio Emanuele III «fils et petit fils de rois chasseurs, en héritant leur couronne, à hérité aussi leur goût pour la chasse; il aimera à visiter nos majestueuses montagnes et continuera les traditions de royale bienfaisance en faveur des plus anciens et fidèles sujets de la maison de Savoie»50. Nel delineare il quadro delle istituzioni caritative, ci siamo riferiti soprattutto al capoluogo del Circondario per l'ovvia ragione che in esso l'attività di assistenza e beneficenza risulta più consistente ed articolata e per la maggiore disponibilità di materiale documentario. Non si deve però dimenticare che anche negli altri Comuni della Valle sono presenti, sia pure in misura molto più modesta, opere a favore degli indigenti. Nel 1846, la Feuille d'Annonces d'Aoste (il primo periodico che appare in Valle ), pubblicando l'elenco delle «institutions pieuses dans le Duché d' Aoste» , cita una trentina di Comuni dotati di una «oeuvre des pauvres» di cui indica l'ammontare delle entrate ordinarie riferite al bilancio dell'anno 184051. All'inizio degli anni sessanta, risulta essere costituita in tutti i 73 Comuni della Valle la Congregazione di Carità. Questo organismo, disciplinato dalla legge sulle Opere Pie del 20.11.1859 ( ma presente già nella precedente normativa degli Stati Sardi), è composto - nei Comuni con popolazione inferiore a 10.000 abitanti, come è il caso di tutti quelli della Valle d' Aosta - da un Presidente e da quattro membri; il Presidente è nominato dal Re su proposta del Ministro dell'Interno e dura in carica 4 anni; gli altri membri sono eletti dal Consiglio comunale, si rinnovano per quarto ogni anno e sono sempre rieleggibili. Spetta alla Congregazione di Carità amministrare i beni destinati «genericamente» ai poveri in forza di legge, o quando il benefattore non abbia specificato l'uso, l'opera pia o l'istituto in favore del quale ha disposto. Da un articolo della Feuille d'Aoste risulta che nell'anno 1861 alla presidenza della Congregazione di Carità vi è il sindaco in 33 Comuni, un «proprietario» in 27, il parroco in 7, un notaio in 2, e negli altri un geometra, un deputato, un ufficiale in pensione52. Nel corso della seconda metà del secolo, grazie alla generosità di benefattori ecclesiastici e laici, sorgono in vari Comuni nuove istituzioni caritatevoli, come ricoveri di mendicità e asili d'infanzia; quelle regolarmente costituite in Enti morali sono sottoposte alla «tutela» della Deputazione provinciale e, più tardi, della Giunta amministrativa provinciale, come previsto dalla normativa in vigore. A fianco degli istituti di beneficenza, vi è poi la grande rete della solidarietà collettiva, quella che, nel capoluogo come nei più sperduti villaggi, consente all'anziano infermo e solo, al bambino rimasto orfano, alla madre vedova, senza risorse e con tanti figli cui provvedere, di trovare sempre «une main secourable» nella grande generosità della gente valdostana. La normativa sulle Opere Pie La formazione dello Stato unitario non comporta, per quanto concerne l'ordinamento e la gestione della beneficenza in Valle d' Aosta, mutamenti di rilievo. La 50 Le Duché d'Aoste, n 37, 1900 Feuille d'Annonces d'Aoste, Q 2, 1846 52 Feuille d'Aoste, n 22, 1861 51 legge che disciplina le Opere Pie nel nuovo Regno, la cosiddetta legge Rattazzi del 3.8.1862, riprende, sia pure con i necessari adattamenti, le disposizioni fondamentali della preesistente normativa, in particolare quelle della legge piemontese del 20.11.1859, una delle regolamentazioni più liberali fra quelle esistenti negli Stati preunitari, caratterizzata da una assai limitata presenza dell'intervento pubblico nell'ordinamento della beneficenza. Nel disciplinare le istituzioni preposte al soccorso e all'assistenza delle classi più bisognose, definite Opere Pie, la legge Rattazzi riafferma il principio della loro autonomia e del rispetto per la volontà dei fondatori. La natura giuridica privata delle istituzioni rimane pertanto inalterata: come nel passato, l’Amministrazione delle Opere Pie continua ad essere affidata a coloro che sono designati dalle tavole di fondazione, dai regolamenti o dalle consuetudini. Per quanto concerne il controllo pubblico, la legge dispone che le Opere Pie siano sottoposte alla tutela della Deputazione provinciale che ne approva i regolamenti di amministrazione, i conti consuntivi, i principali atti di gestione e le deliberazioni che comportano trasformazione o diminuzione del patrimonio. L 'ingerenza governativa si limita alla vigilanza del ministro dell'Interno sull'andamento delle Amministrazioni delle Opere Pie, intesa ad accertare che siano osservate le leggi, gli statuti ed i regolamenti che le concernono. Questa sostanziale continuità con il passato spiega le ragioni per cui l'organizzazione delle opere benefiche in Valle ( ovviamente di quelle che rientrano nella nuova disciplina giuridica) continui secondo i criteri e le modalità in vigore precedentemente. L 'unica differenza consiste nel fatto che fino a11859, essendo la Valle una Provincia del Regno Sardo, il controllo della superiore autorità sui bilanci e sugli atti di gestione delle opere benefiche era di pertinenza dell'Intendente della Provincia; dopo il '59, nella nuova situazione amministrativa (la Valle è diventata un Circondario della Provincia di Torino), all'Intendente è subentrata la Deputazione provinciale. Anche la norma che prevede l'istituzione in ogni Comune della Congregazione di Carità (art. 26 della legge del '62), non rappresenta un elemento di novità dal momento che tale organismo, come si è detto più sopra, era già costituito in tutti i Comuni della Valle secondo quanto disposto dalla legislazione piemontese (da notare, però, che con la nuova normativa il Presidente della Congregazione di Carità non è più nominato dal Re, ma dal Consiglio comunale). Un elemento innovatore della legge del '62 è costituito dalla possibilità di mutare i fini istituzionali di un'Opera Pia quando quelli inseriti nello statuto venissero, per qualche ragione, a mancare, e di riformarne l'amministrazione e la direzione in modo però «da allontanarsi il meno possibile dalle intenzioni dei fondatori» (art. 23). Da questa disposizione trae origine un tentativo di riforma delle Casse di Beneficenza amministrate dalla Giunta municipale di Aosta, effettuato, ne11873, dal Commissario straordinario al Comune di Aosta, conte Ceresa di Bonvillaret53. Nell'ampio «rapporto» redatto al termine della sua gestione straordinaria, il Commissario affrontando fra gli altri temi quello della beneficenza, esprime una serie di rilievi sulle modalità di gestione delle Caisses des pauvres. A suo avviso, quelle Casse,la cui origine risale molto indietro nella storia della beneficenza valdostana, non rispondono più o rispondono solo parzialmente alle attuali Consigliere provinciale e membro della Deputazione provinciale di Torino, il conte Ceresa di Bonvillaret amministra, in qualità di Commissario straordinario nominato dal Re, il Comune di Aosta dall’aprile al luglio del 1873. a seguito delle dimissioni date dai Consiglieri in segno di protesta per il giudizio negativo espresso dagli ispettori ministeriali sull’insegnamento impartito al Collegio Saint-Bénin dai Padri Bamabiti. 53 esigenze amministrative, economiche e sociali. «Les Caisses, qui ont dans leur ensemble une rente de L. 7.000 environ, n'en appliquent le produit qu'à des secours manuels et à l'expédition de quelques médicine pour les malades. Vous savez que l'argent donne de la main à la main est la forme moins utile de l'assistance publique. Tout cet argent se fond au cabaret et ne sert qu'à alimenter la paresse et le vice». Il Commissario è inoltre del parere che l'amministrazione di quelle Casse non debba essere compito della Giunta «qui a bien autre chose à faire que viser des recettes ou des bons». E' vero che il genere di sussidi e le modalità amministrative sono l'espressione e l'applicazione «d'anciennes volontés», ma è anche vero che quelle volontà «ne peuvent devenir un fétichisme déplacé au détriment du bien et de l'intérêt public». Di qui la proposta del Commissario di procedere ad una riforma delle opere di beneficenza in questione, secondo le modalità previste dalla legge del '62. Richiamando poi l'articolo della legge che dispone l'istituzione in ogni Comune della Congregazione di Carità, il Commissario afferma che «cette institution n 'existe que de nom à Aoste. En l'appelant à des fonctions positives, vous auriez la voie tracée pour la reforme des Caisses, en lui confiant leur administration» . Il Commissario sottopone pertanto al Consiglio un progetto di statuto per la Congregazione di Carità che attribuisce a questo organismo l'amministrazione delle Caisses des Pauvres,. si augura che venga esaminato con la sollecitudine che una questione di sì grande interesse pubblico esige, e non dubita che, adottandolo il Consiglio scriverà «une page utile au pays»54. Il problema posto dal Commissario straordinario viene discusso in Consiglio nella sessione primaverile dell'anno successivo (1874), dopo una lunga serie di rinvii che gettano qualche dubbio sulla effettiva volontà dell'assemblea di affrontare la questione. Non disponendo del testo del progetto redatto dal Commissario ( nella documentazione dell' Archivio storico regionale non ve n'è traccia), è piuttosto difficile ricostruire con esattezza le fasi di una vicenda la cui unica testimonianza è nei verbali delle sedute consiliari. Nella seduta del 30 aprile del '74, il consigliere Paris, incaricato di esaminare il «Règlement pour le service des Oeuvres Pies» proposto dal Commissario e di farne relazione all'assemblea, ne dà un giudizio positivo e dichiara che lo statuto organico predisposto per ognuna delle Caisses des pauvres honteux risponde pienamente alle esigenze della carità: a suo avviso, il Consiglio può dare la sua approvazione, in linea di massima, a quei testi. Quando però si passa alla lettura dei singoli articoli del Regolamento, un consigliere (Grange) fa osservare che «ce règlement parait changer le genre des secours ordonnés par les fondateurs» ; è pertanto necessario ricercare anzitutto «les actes de fondation ou de statut des caisses des pauvres honteux pour connaître la destination précise que doivent avoir ces fonds et qui doit en avoir l'administration». Il Consigliere propone quindi di sospendere la discussione del progetto e di procedere alla nomina di una commissione incaricata di rintracciare i titres de fondation e farne un rapporto dettagliato al Consiglio. La proposta viene appoggiata anche dal consigliere Defey: che l'amministrazione delle Casse continui ad essere affidata alla Giunta o passi alla Congregazione di Carità, è cosa di scarso rilievo, ma dal momento che esistono le tavole di fondazione delle singole Casse, è opportuno, prima di proseguire nell'esame del Regolamento, ritrovare quegli atti fondamentali e verificare se le disposizioni in essi contenute concordano o meno con quelle del Regolamento proposto. Nella sua replica, il re latore fa notare che, a detta del Commissario straordinario, quegli atti non si trovano; d'altra parte, egli è convinto che la Congregazione di Carità cui 54 ASR, DC. Vol 32. p 157 e sgg verrebbe trasferita l'amministrazione della Casse, saprà attenersi pienamente alle intenzioni dei fondatori nella distribuzione dei sussidi. Da tempo quel Regolamento che mira soltanto a rendere più regolare ed efficiente l'amministrazione delle Casse, avrebbe dovuto essere compilato; differirne l'approvazione, significa pregiudicare sempre di più il funzionamento delle opere benefiche. L'intervento di un altro Consigliere che si dichiara sicuro dell'esistenza, negli archivi della città, di un rapporto redatto dal Segretario comunale nell'anno 1836 o 1837, contenente notizie dettagliate sull'origine delle Casse di beneficenza, sulle modalità della loro amministrazione e sui criteri per la distribuzione dei sussidi, fa pendere la bilancia in favore della soluzione del rinvio e della nomina di una Commissione, soluzione che viene votata a maggioranza dal Consiglio. 55 La questione viene ripresa in una seduta di Giunta dell'ottobre di quello stesso anno, ma gli elementi che si possono ricavare dal verbale sono piuttosto confusi e lacunosi. Non vi è alcun cenno al lavoro della Commissione, né alla eventuale ricerca del famoso rapporto del 1837 sulle Casse di Beneficenza che dovrebbe trovarsi negli archivi comunali56; il Presidente si limita a comunicare all'assemblea che «le patrimoine des trois Caisses des pauvres provient de legs et donations faits par de pieuses personnes» (il che in verità non è una grande scoperta) e che «dans les archives n'existent nullement ces titres»; ribadise tuttavia «qu'il est nécessaire de les avoir pour connaître les tables de fondation de ces Caisses» . Lascia perplessi la decisione presa, a questo punto, dalla Giunta: essa delibera «de faire lever une copie de tous ces titres et charge le secretaire d'y pourvoir» ; non si capisce come il segretario possa fare copia di documenti che, un attimo prima, il Presidente ha dichiarato non esservi negli archivi e che altri hanno già a lungo e senza esito cercato. Può darsi che la delibera voglia soltanto essere un invito a non abbandonare la ricerca delle tavole di fondazione delle Casse, cosa che consentirebbe di continuare a tenere in sospeso l'esame del progetto di riforma delle medesime. Una cosa è certa: della questione non si occupa più ne la Giunta ne il Consiglio; negli anni che seguono le Casse di beneficenza continuano ad essere amministrate come sempre dalla Giunta. Pur con i suoi aspetti confusi, la vicenda rivela, ci sembra, la volontà di rimaner fedeli alla consuetudine che, in questo caso, si esprime nella esigenza di rispettare rigorosamente «les anciennes volontés» ; ma il richiamo costante a questo «rispetto» cela forse anche una profonda diffidenza nei confronti di prospettive di cambiamento di cui non appare chiaro l'esito, un atteggiamento abbastanza consueto nei «conservatori» che, in quegli anni, hanno la maggioranza in Consiglio comunale. La legge che per prima aveva dato una disciplina unitaria alla materia delle Opere Pie nel Regno d'Italia, rimane in vigore per un trentennio circa. Con il passar del tempo, essa rivela sempre di più la sua insufficienza rispetto alle mutate condizioni sociali del Paese e mostra carenze di vario genere che suscitano ben presto l'esigenza di una radicale riforma. Per molti anni si susseguono dibattiti, inchieste parlamentari e progetti di riforma tendenti a dare organicità alla complessa materia, progetti che, però, non riescono a concretizzarsi in leggi operanti. ASR.DC,vol 33.p 135esgg Il «rapporto redatto nel 1837 è reperibile nella documentazione conservata all'Archivio Storico Regionale, vol 41, Caisse des pauvres, cit., p 560 e sgg Si tratta di una dettagliata relazione sull’origine, la denominazione e lo scopo delle tre Casse di beneficenza amministrate dalla Giunta contiene anche l’elenco degli Actes de fondation (testamenti o donazioni) relativi a ciascuna di esse 55 56 Solo nei primi mesi dell'89, completati i lavori della Commissione di nomina regia, istituita nove anni prima, per una inchiesta sulle condizioni della beneficenza in Italia, il governo, presieduto da Crispi, presenta un disegno di legge volto a dare un nuovo ordinamento all'assistenza e alla beneficenza. Nella relazione che l'accompagna, sono evidenziate le più gravi carenze della normativa del '62: in particolare, si sottolinea come essa non abbia realizzato un'effettiva riorganizzazione delle istituzioni caritative, ma si sia limitata a lasciarle così come le avevano tramandate «altri tempi, altre condizioni sociali, altre aspirazioni, altri bisogni», mantenendo in vita, insieme ad enti vitali, molti enti «fossili» ; pur mirando essenzialmente a riordinare le forme amministrative, anche su questo piano la legge del '62 si era rivelata insufficiente e inadeguata in quanto lasciava «inconsiderato e senza guida» un numero sterminato di Opere Pie alle quali, per le loro modeste dimensioni, mal si adattavano norme previste soprattutto per istituziomi di grande e di media importanza. A favore di una radicale riforma gioca anche il quadro che emerge dalla inchiesta della Commissione ministeriale: esistono in Italia 21.764 Opere Pie dotate di un patrimonio lordo di 1 miliardo e 724 milioni, cui corrisponde una rendita annua di 135 milioni di lire; orbene, quell'enorme patrimonio non è in grado di far fronte ai bisogni degli indigenti, non incide concretamente sulle condizioni di povertà: evidentemente è mal amministrato, è in gran parte sciupato in scopi e in attività che con la carità hanno poco a che fare. Con la nuova legge si vuole togliere alla «cupidigia dei dilapidatori» e restituire alla beneficenza il «patrimonio dei poveri» . Dopo un iter molto travagliato per la forte opposizione di cattolici e di conservatori (un'opposizione in cui si mescolano e si fondono motivi ideali e interessi materiali), e per le numerose modifiche che al progetto vengono apportate dalla Camera e dal Senato, la legge viene finalmente promulgata il 17 luglio del 1890. Per limitarci alle più significative innovazioni rispetto alla normativa del '62, ricorderemo che con la legge Crispi le Opere Pie (ora denominate «istituzioni pubbliche di beneficenza» ) assumono personalità giuridica pubblica; in quanto alla gestione, è previsto che esse siano amministrate o dalle Congregazioni di Carità - e questa è la regola - ora costituite obbligatoriamente in ogni Comune, o dai corpi morali, consigli, direzioni o altre amministrazioni speciali previste dalle tavole di fondazione, dagli statuti o dalla consuetudine. Gli ecclesiastici ed i ministri di culto possono far parte dell' amministrazione delle istituzioni benefiche, ma sono esclusi dalla Congregazione di Carità (questa disposizione aveva costituito uno dei motivi di più vivo contrasto in sede di discussione della legge); in materia di controlli di merito e di legittimità, sono introdotti alcuni elementi di novità, come la sostituzione della Giunta provinciale amministrativa57 alla Deputazione provinciale nell'esercizio del «potere di tutela» (ossia nella valutazione discrezionale della opportunità e convenienza dei provvedimenti adottati dagli enti), e l'attribuzione di più ampi poteri ai Prefetti nell'esercizio della «vigilanza» (ossia nell'accertamento della legittimità degli atti amministrativi). Ma la novità di maggior rilievo consiste, senza dubbio, nell'ampliamento della sfera di ingerenza dello Stato che, ovviamente, si traduce in una forte limitazione dell'autonomia degli enti. Per assicurare la funzionalità del sistema, lo Stato può mettere in atto provvedimenti volti non solo a riformare l'amministrazione o modificare le finalità statutarie degli enti, ma addirittura a determinare l'estinzione di quelli cui sia venuto a Istituito con la legge sull’ordinamento comunale e provinciale del 30-12-1888. questo organismo (in cui i funzionari di prefettura hanno la maggioranza numerica) svolge funzioni giurisdizionali e di controllo sugli Enti locali. 57 mancare il fine o che per il loro fine più non corrispondano ad un interesse della pubblica beneficenza o che siano diventati superflui. E' questa la cosiddetta «trasformazione», un istituto giuridico contemplato dall'art. 70 della legge, che concreta la più grave forma di ingerenza dello Stato nella vita degli enti. Con tale istituto, si riconosce all'Esecutivo il potere di convertire un fine benefico in un altro, eliminando strutture giudicate anacronistiche e non più rispondenti alle esigenze della collettività; esempi di istituzioni che possono essere colpite da questo provvedimento, sono gli ospizi per pellegrini, i ritiri, gli eremi, le confraternite, le confraterie, le opere pie di culto, i lasciti e i legati di culto. Quali le ripercussioni della nuova normativa in Valle d' Aosta? Ricordiamo, anzitutto, l'indignata protesta, le durissime accuse, le previsioni di catastrofiche conseguenze con cui l'organo della Curia, la Feuille d'Aoste, segue l'iter della legge. Dando notizia dei risultati dell'inchiesta ministeriale sulle Opere Pie e della presentazione alla Camera del progetto di legge Crispi, il periodico insinua il dubbio che se le istituzioni benefiche non fossero dotate di un patrimonio così cospicuo, «certainement la franc-maçonnerie ne s'empresserait pas de les réorganiser». Via via che alla Camera procede l'esame della legge, il dubbio si fa certezza: con il pretesto di riformare, in realtà il governo si appresta a mettere le mani su tutto il patrimonio dei poveri; le Opere Pie «sont bel et bien enfoncées et les pauvres ont la prévision certaine de nouveaux désastres». E' vero che si parla sempre e soltanto di «migliorare» l'amministrazione di quel patrimonio, ma chi dichiara simili intenti non è credibile, perchè è quello stesso Stato «qui a déjà dévoré une bonne moitié de ce patrimoine». La battaglia che, almeno intorno a certi temi, si svolge molto aspra a Montecitorio, appare al foglio locale sempre troppo debole: i deputati vengono accusati di apatia e di disinteresse per il bene pubblico (accusa non del tutto infondata dal momento che certe sedute registrano la presenza di 60 deputati su 508), e soprattutto vengono accusati di servilismo nei confronti di Crispi: non fanno alcuna opposizione sia perche sono convinti che le cose andranno come hanno deciso Crispi ed i suoi sostenitori, sia perche - come scrive il Corriere Nazionale in un articolo che la Feuille riporta - temono di passare per «clericali», un termine «ripugnante» di cui a Montecitorio e in tutte le sfere ufficiali si ha una paura folle. Allorchè il 19 dicembre dell'89 la legge viene approvata alla Camera con 196 voti favorevoli e 98 contrari, il foglio locale sottolinea amaramente il fatto che una maggioranza di cento voti sia stata sufficiente a decretare «l'anéantissement et la dispersion du patrimoine des pauvres, forme depuis des siècles par la pitié et la charité de nos ancêtres»58. La «loi malheureuse» continua, sia pure con minore intensità (ormai i giochi sono quasi fatti), ad essere oggetto di analisi da parte della Feuille anche nel corso dell'anno successivo, durante il suo faticoso cammino al Senato e poi nuovamente alla Camera. Le disposizioni innovative di maggior rilievo suggeriscono al giornale drammatiche previsioni: «en écartant des congrégations les hommes les plus capables de connaître les besoins des misérables, en centralisant toute l'administration dans les mains d'un petit nombre59, en mettant toutes les intentions des testateurs, bric à brac dans la grande caisse, en détournant les volontés des bienfaiteurs, on se prépare à mille injustices, on se prépare à la banqueroute». Come il mostro Polifemo divorava nella sua grotta uomini ed animali, Feuille d'Aoste. nn 3, 10, 49, 50, 51, 52, 1889 Il riferimento è all'istituto giuridico del «concentramento» previsto dalla nuova normativa, che consiste nell’attribuire alla Congregazione di Carità l'amministrazione delle Opere Pie di un Comune, al fine di realizzare economie nelle spese di amministrazione ed un miglior coordinamento nelle attività di assistenza. 58 59 così farà la nuova legge nella sua furia distruggitrice, ma quando tutto sarà stato liquidato, tutto rapinato, «le cri de la misère n'en sera que plus aigu et plus général». Quei regolamenti «qui foulent aux pieds la volonté des testateurs, enlevant le droit de réversibilité, bannissant le clergé de toute ingérence» non sono certamente fatti per ispirare fiducia e sollecitare la carità, e così la prima inevitabile conseguenza della riforma sarà l'inaridimento delle fonti della beneficenza. Con nostalgia la Feuille ricorda la regolamentazione rimasta a lungo in vigore, grazie alla quale «les oeuvres pies ont traversé les siècles en semant les bienfaits sur leur passage». Perchè rifare «male» ciò che è stato fatto bene? Perchè questa mania di «miglioramenti» che non migliorano nulla? Forse un giorno si dovrà dar ragione a Depretis che diceva: «A force de reformer, on finit par se convaincre que le mieux serait de revenir aux anciens systèmes!»60. La polemica della Feuille ripete, è ovvio, motivi tipici della pubblicistica cattolica del tempo; è però interessante notare come riserve e perplessità sulla legge si trovino anche ne L'Echo du Val d'Aoste, un giornale di tendenza liberale, non certo tenero verso certe posizioni intransigenti del clero. Il periodico, pur convinto che la legge non meriti ne l'eccesso di lodi ne la valanga di critiche da cui è stata investita, ritiene molto grave il fatto che essa venga discussa «dans le désert» (il riferimento è all'assenteismo dei deputati durante certe sedute del dicembre '89). A proposito dei principi fondamentali che la informano, L'Echo definisce l'esclusione dei parroci dalle Congregazioni di Carità «une mesure aussi odieuse que injuste, inopportune et impolitique» il «concentramento» delle amministrazioni delle Opere Pie dei singoli Comuni nella Congregazione di Carità (uno degli istituti giuridici che pongono forti limiti all'autonomia degli enti), viene giudicato «une mesure que les plus bienveillants même trouvent par trop radicale»; la prevista «trasformazione» delle Opere Pie che più non rispondono allo spirito e alle esigenze dei tempi, pur considerata «une mesure peut-être sage», può, però, secondo il giornale, «devenir dangereuse», visto il disposto dell'articolo 57 della legge che dà al prefetto la facoltà di prendere tale provvedimento, mettendo così le Opere Pie «purement et simplement entre les mains du gouvernement». Una riforma, afferma il giornale, era necessaria, ma quella che si sta per codificare nella legge «nous semble dépasser les besoins» ; ad ogni modo chi vivrà vedrà, è la prudente conclusione. Sul testo definitivo della legge e sulla sua applicazione L' Echo non può esprimere alcun giudizio perchè cessa le sue pubblicazioni alla fine del 1889. L 'applicazione della legge Crispi, nonostante le nere previsioni della Feuille, non provoca mutamenti significativi nell'assetto della beneficenza in Valle. Le Caisses des Pauvres funzionanti nel capoluogo, l'Ospizio di Carità e l'Asilo d'infanzia continuano, dopo il '90, ad essere amministrati secondo le modalità del passato, trattandosi di istituzioni i cui amministratori sono designati dalle rispettive tavole di fondazione o dagli statuti (il caso è contemplato dall'articolo 4 della legge ). Ovviamente, la nuova disciplina legislativa non riguarda il Rifugio dei poveri e l'Orfanotrofio che, come sappiamo, non hanno personalità giuridica. Non risulta che le istituzioni benefiche del capoluogo o quelle esistenti negli altri Comuni della Valle siano state oggetto, negli anni novanta, di «revisione degli statuti», di «riforme nell'amministrazione» o di «mutazioni nel fine» , ossia di quei provvedimenti di modificazione delle Opere Pie che la legge prevede o impone in casi determinati. 60 Feuille d'Aoste, n. 2, 1890 Puntualmente, la stampa locale dà notizia delle deliberazioni con cui la Giunta provinciale amministrativa approva i bilanci ed i conti consuntivi delle Congregazioni di Carità e delle altre opere benefiche (Casse dei poveri, Asili, Ricoveri di mendicità) funzionanti in Valle; autorizza o meno l'accettazione di lasciti e donazioni, la vendita o l'acquisto di beni, l'effettuazione di prestiti, la percezione di crediti, svolge, insomma, quel complesso di atti in cui si concreta il controllo di merito previsto dalla legge. Per quanto concerne la Congregazione di Carità, è da ricordare che nel capoluogo i membri che la compongono (tutti eletti dal Consiglio comunale) sono ora in numero di otto più il Presidente, secondo quanto la legge dispone per i Comuni con popolazione superiore ai 5.000 abitanti (in tutti gli altri Comuni con popolazione inferiore, i membri sono invece quattro); ovviamente, di questo organismo non fanno più parte i parroci che la nuova normativa, come aveva scritto indignata la Feuille, «ha messo alla porta come tanti malfattori». Non sembra, però, che l'esclusione dalle Congregazioni di Carità dei ministri del culto (per altro presenti nell'amministrazione di altre Opere Pie quando lo prevedano gli atti di fondazione o gli statuti), abbia suscitato particolari reazioni nella comunità valdostana. Ne è una conferma il silenzio della stampa a questo proposito: dopo l'infuocata polemica condotta durante la discussione parlamentare della legge, nel momento in cui la contrastata disposizione viene applicata i giornali locali non esprimono alcun commento, non rilevano alcun moto di scontento e di dissenso, il che per una stampa sempre pronta a registrare le più lievi increspature negli umori della pubblica opinione, è abbastanza indicativo. La Questione dell'Ospedale Mauriziano Nasce e si sviluppa nell'ultimo quinquennio dell'ottocento quella che viene comunemente chiamata «la question de l'hôpital». Ci sembra interessante esaminarla sia perché riguarda uno degli istituti benefici di più antica data e di maggior rilievo esistenti in Valle (un giornale locale del tempo lo definisce «notre principal établissement de charité») sia perché presenta una serie di implicazioni che vanno al di là di un mero contrasto di carattere amministrativo con gli organi preposti alla gestione dell'ospedale, come potrebbe apparire ad una prima lettura. Nodo centrale della questione è la rivendicazione da parte dei Valdostani del diritto di controllo sulla amministrazione dell'ospedale, in virtù del fatto che il patrimonio di quell'istituto è, in larga misura, frutto della generosità e della liberalità della popolazione della Valle. Ma la rivendicazione di questo diritto assume, a poco a poco, un valore emblematico: seguendo la vicenda, si ha l'impressione che nella causa dell'ospedale confluisca l'amarezza per tutti i diritti che lo Stato accentratore ha conculcato, il risentimento per tutte le promesse che non ha mai mantenuto, l'umiliazione per tutte le ingiustizie.che la Valle ha subito. «Oui, nous avons assez véçu de patience, de soumission, de resignation; nous avons droit à un peu de justice» scrive «un valdôtain» sul giornale Le Mont-Blanc nel '97: il riferimento immediato è alla questione dell'ospedale, ma l'ansia di giustizia che quelle parole esprimono, va ben oltre i confini della vicenda. La rivendicazione del controllo sulla gestione dell'ospedale esprime anche altre esigenze: da un lato, l'aspirazione ad una forma di decentramento amministrativo che consenta una effettiva autonomia agli enti locali; dall'altro, la volontà di operare in favore dei deboli e degli indifesi (il patrimonio dell'ospedale è stato creato per i poveri ai quali soltanto appartiene): sotto questo profilo, la vicenda diventa anche espressione delle istanze sociali del movimento cattolico che, proprio in quegli anni, si diffonde in Valle. Ansia di giustizia, aspirazione all'autonomia amministrativa, apertura all'impegno sociale confluiscono nella ricca e complessa personalità del dott. Anselme Réan61 che di questa battaglia per l'autonomia dell'ospedale è promotore e instancabile protagonista. Intorno alle tesi che sostiene, alle iniziative che promuove, si crea un vasto movimento di opinione pubblica e si precisano le posizioni dei giornali locali, diverse a seconda dell'orientamento di ciascuno: emergono entusiastiche adesioni, timidi consensi, silenzi significativi. Anche sotto questo profilo - come specchio delle tensioni della comunità valdostana - la questione dell'ospedale appare degna di interesse. Segnali di un certo malcontento nei confronti della gestione del Mauriziano, erano già emersi alcuni anni prima che Réan iniziasse la sua coraggiosa battaglia. Nel gennaio del '74 era apparso su 'Echo du Val d'Aoste un articolo nel quale si esprimeva stupore e indignazione per la nomina di un «étranger» a medico interno dell'ospedale, un posto per il quale aveva avanzato la sua candidatura un valdostano, il dott. Marguerettaz. A giudizio dell'articolista, la preferenza avrebbe dovuto essere data al medico valdostano, sia perchè, essendo le rendite dell'ospedale di origine locale, era doveroso per l'amministrazione assumere «personnes du pays», sia perchè il candidato offriva la massima garanzia di serietà e competenza professionale; inoltre, cosa non trascurabile, egli conosceva bene i dialetti del paese: un forestiero, solo con enorme difficoltà, avrebbe potuto farsi capire dai malati, «pauvres diables pour la plupart des quels l'italien est de l'arabe». Diversi anni dopo (nell'88), un altro foglio locale, Le Valdôtain, in un articolo non firmato intitolato L 'humanité souffrante (dovuto probabilmente alla penna del dott. Réan collaboratore del giornale), premesso che è dovere di un giornalista prendere le difese dei deboli e degli oppressi di cui, solitamente, «on étouffe la voix, même dans ce siècle démocrate» , si era fatto portavoce «de certaines plaintes qui circulent dans le public, touchant le service des malades de notre hôpital». In particolare, nell'articolo si lamentavano i modi poco urbani degli impiegati subalterni nei confronti degli ammalati ed il fatto che gli infermieri talvolta trascurassero il loro servizio perchè impegnati in lavori di giardinaggio. Il direttore dell'ospedale aveva risposto dichiarando assolutamente infondate le insinuazioni e le accuse del giornale e sottolineando, con molta enfasi, i meriti acquisiti dal Mauriziano per i molteplici e grandi servigi resi al paese. In un successivo articolo, Le Valdôtain ribadiva fermamente le precedenti accuse che un' ulteriore indagine aveva confermato; pur non contestando le benemerenze dell'Ordine, ricordava, però, che l'ospedale era stato fondato «pour les malades» e che le sue rendite appartenevano agli ammalati «qui sont là chex eux» ; l'unico vero merito che gli amministratori avrebbero dovuto attribuirsi era quello «de les bien servir, convenablement et charitablement»62. Un'eco delle disfunzioni del servizio sanitario era giunta anche in Municipio. In una seduta di Giunta del novembre 1893, figurava all'ordine del giorno il seguente argomento: «Plaintes du public pour l'insuffisance extraordinaire du service sanitaire de l'hôpital». Nella discussione erano emerse osservazioni e rilievi che sarebbero poi diventati uno dei Medico condotto in diversi comuni del Circondario, più volte consigliere comunale, giornalista e scrittore di grande efficacia. cattolico convinto ma nemico di ogni forma di intransigenza. sensibile a molte istanze del socialismo. Anselme Réan (1855-1928) è uno dei principali animatori ed esponenti laici del movimento cattolico-liberale valdostano che si diffonde negli anni a cavallo tra i due secoli 62 Le Valdôtain, nn 8, 10. 1888 61 temi di fondo della polemica di Réan: il numero insufficiente dei medici (due soli!), assolutamente sproporzionato alle esigenze del servizio; l'eccesso di lavoro cui essi erano sottoposti, dovendo occuparsi anche della loro clientela privata e dei Comuni nei quali avevano la condotta; la difficile situazione che si veniva a creare ogni volta che uno dei due medici era costretto ad assentarsi ( «celui qui reste est absolument surchargé. . . ; il faut qu'il néglige son service à l'intérieur ou le service du public»). A conclusione del suo esame, la Giunta aveva deliberato «de se faire l'écho de ces plaintes auprès de la Direction de l'Ordre Mauricien»63. Certamente molto più forte e inquietante della voce della Giunta (che non sappiamo se sia arrivata fino all'Ordine) è quella che Anselme Réan fa sentire nella «brochure», stampata nel gennaio del '95 presso la tipografia Stevenin, intitolata L'hôpital Mauricien d'Aoste devant l'opinion publique. Da quel momento il problema esce dalla ristretta cerchia delle «voci che circolano» , per proporsi all'attenzione della comunità valdostana nei termini di una denuncia precisa e documentata. Il primo opuscolo di Réan Temi centrali del volumetto sono la rivendicazione del diritto dei Valdostani al controllo sull'amministrazione dell'ospedale («ce grandiose monument de la charité chrétienne et de la générosité du peuple valdôtain» ); la denuncia delle irregolarità e degli abusi che si commettono nella gestione amministrativa dell'istituto «sous le dehors d'une régularité factice et d'une conduite apparemment irréprochable» e l'analisi delle carenze e delle disfunzioni del servizio sanitario. Per quanto concerne il primo punto, le argomentazioni dell'autore poggiano essenzialmente sulle Regie Patenti del 16 marzo 1851, emanate da Vittorio Emanuele II, e in particolare sull'art. 27. Tale articolo dispone che i bilanci dell'ospedale di Aosta, prima di essere trasmessi alla Regia Segreteria del Gran Magistero per l'approvazione del Consiglio, siano inviati dalla Direzione locale «per doppio originale alla Congregazione di Carità della Provincia per le sue osservazioni e proposizioni» ; queste ultime dovranno poi essere trasmesse alla Segreteria del Gran Magistero insieme ai bilanci. Con questa disposizione il Sovrano aveva dato la sua sanzione alla proposta avanzata dal ministro Cibrario (nel rapporto annesso alle RR.PP.), tendente a consentire una forma di controllo locale sull'amministrazione dell'ospedale, in considerazione del fatto che le dotazioni di questo istituto «in gran parte risultano da lasciti fatti dai comprovinciali e che potrebbe nascere nella popolazione il sospetto che i frutti di queste elargizioni o gli avanzi venissero usufruttati a pro , di qualche altro stabilimento». Secondo Cibrario, la funzione di controllo esercitata dalla Congregazione Provinciale di Carità avrebbe avuto anche lo scopo «di far conoscere quelle utilità» che le circostanze locali potevano suggerire in ordine all'amministrazione dell'ospedale64. Nelle regie patenti del '51 e nell'annesso rapporto Cibrario, Rean ravvisa « la pierre angulaire de tous nos droits de contròle et de revendication sur l’Administration de notre Hòpital Mauricien». Da quelle dichiarazioni risulta, senza ombra di dubbio, che il patrimonio dell'ospedale (il cui valore - secondo I'autore- dovrebbe superare il milione di lire) trae la sua origine dalla generosità delle genti valdostane che l'han costruito con i loro 63 64 ASR, DC.vol 48, p 677 A Réan. L 'Hôpital Mauricien devant l'opinion publique, Tip Stévenin, Aosta 1895, pp 13-14 risparmi accumulati poco a poco con immenso sacrificio, destinandolo al sollievo degli infelici; così come risulta il diritto dei Valdostani di esigere la loro parte nell'amministrazione dell'ospedale. Si tratta solo di individuare l'organismo attualmente investito delle competenze un tempo attribuite alla Congregazione di Carità: è la Giunta provinciale amministrativa? la Deputazione provinciale? il Consiglio provinciale? Poco importa, osserva Rean, il nome dell'organismo; ciò che conta è che la Valle, tramite i suoi rappresentanti, possa far sentire la propria voce e che I' Autorità di controllo possa fare presente «tout ce qui touche de près ou de loin au sort des malades: service sanitaire, nomination du personnel, ampliation des locaux, acquisitions, ventes, etc. etc.», insomma, tutto ciò che attiene all'amministrazione dell'istituto e che il rapporto Cibrario sintetizza efficacemente nell'espressione «utilità». Ripristinare l'esercizio del controllo, sottolinea Réan, è una questione di convenienza pratica e di «amor proprio valdostano», ma soprattutto è un modo per garantire che le rendite dell'ospedale non prendano una strada ignota e non svaniscano un bel giorno nel nulla. Sarebbe perfettamente inutile esigere l'esame dei conti quando le rendite fossero scomparse o i profitti fossero serviti ad arrotondare la pensione di certi alti dignitari «qui devraient avoir quelque honte de manger ainsi chaque jour la ration de nos malades». A sostegno dei suoi sospetti, l'autore cita un articolo della Gazzetta del Popolo del settembre '94, in cui si denunciano i favoritismi scandalosi e le ingiustizie che si verificano nella distribuzione annuale dei sussidi che l'Ordine Mauriziano dovrebbe assegnare «aux employés besogneux» dipendenti dalla Sacrée Religion ed a coloro che han ben meritato del paese per atti e servigi eccezionali. Sembra invece che, negli ultimi vent'anni, una parte rilevante di quei sussidi sia stata concessa ai «cani grossi» dei vari Ministeri; il rimanente è stato ripartito «in pillole microscopiche» fra quei poveri diavoli che avrebbero avuto tutte le carte in regola per «entrare nei criteri della distribuzione» . A proposito di questa denuncia, Réan osserva che raramente i giornali conservatori danno spazio alla indignazione ed alla protesta della coscienza popolare di fronte alle ingiustizie: segnalano volentieri gli abusi e le ingiustizie che vengono «d'en bas», ma raramente e solo con molta circospezione quelle che vengono «d'en haut». Egli è ben consapevole che in ogni epoca si son commessi delitti di «lesa umanità»: la differenza, però, sta nel fatto che oggi, grazie alla stampa e dopo la proclamazione dei diritti dell'uomo, quei delitti sono più conosciuti e meno tollerati. L'autore ricorda poi che, in un passato lontano, la città di Aosta aveva già reclamato il suo diritto di controllo sull'amministrazione dell'ospedale. In una seduta del Consiglio comunale del maggio 1868, il Sindaco dott. Argentier aveva letto un memoriale, da lui stesso redatto, nel quale prendendo lo spunto dal rifiuto del Mauriziano di Aosta di accogliere i malati di colera durante la terribile epidemia che aveva colpito la città nel '67, dimostrava come le disposizioni della Bolla di fondazione dell'Ospedale relative ai malati contagiosi o anche semplicemente cronici, fossero costantemente neglette. Il Consiglio comunale all'unanimità aveva deliberato di trasmettere il memoriale alla Segreteria del Gran Magistero dell'Ordine, invitandolo ad uniformarsi al disposto della Bolla pontificia; inoltre, richiamandosi alle Regie Patenti del 1851, aveva deliberato di sollecitare l’Amministrazione dell'ospedale a presentare i suoi bilanci annuali alla Deputazione provinciale di Torino ed a far conoscere le sue decisioni in merito alla Municipalità. Il Prefetto di Torino, presidente della Deputazione provinciale (cui la delibera era stata trasmessa con preghiera di appoggiare le rivendicazioni del Consiglio comunale), aveva però dichiarato, in una lettera al Sindaco di Aosta, che la Deputazione provinciale non poteva esercitare sull'ospedale di Aosta «la tutela che la legge affida alle Opere Pie», essendo quell'istituto parte integrante dell'Ordine Mauriziano «prerogativa esclusiva del Principe Capo dello Stato». Dal canto suo, l'Ordine non aveva degnato il Municipio di alcuna risposta. Il commento di Réan a tutta la vicenda è molto duro: la Prefettura, confondendo il «controllo» (reclamato Argentier). con la «tutela» (due termini non certo sinonimi nel linguaggio giuridico ), m realtà ha svolto un ruolo servile nei confronti - dell'Ordine, prestandosi vergognosamente al suo gioco; l'Ordine con il suo inqualificabile silenzio ha aggiunto le beffe al danno :ed ha dimostrato di infischiarsi della città, dei Valdostani e delle leggi da questi invocate. Un altro tema preso in esame nell'opuscolo, concerne l'utilizzazione delle rendite del patrimonio dell'ospedale, costituito, un tempo, prevalentemente da proprietà fondiarie disseminate in più di 40 Comuni della Valle. Le rendite di quel patrimonio hanno certamente subito, nel corso del tempo, molte variazioni in seguito alla vendita di beni di cui l’Amministrazione dell'ospedale si è ritenuta autorizzata a disfarsi in epoche diverse. Nessuno sa quale strada abbia preso e continui a prendere «la plus value» che solitamente si realizza in tali operazioni; va a beneficio esclusivo dell'ospedale? Viene convertita in titoli inalienabili intestati a suo nome? Oppure si perde nel «mare magnum» delle pensioni con cui si gratificano i pezzi grossi dello Stato? Il sospetto che si commettano abusi quando si verificano mutamenti nella situazione patrimoniale dell'Ordine, è legittimo, ed il controllo più che mai necessario. La mancanza di un controllo locale ha, però, le sue conseguenze più gravi sullo svolgimento del servizio sanitario, un tema al quale l'autore dedica largo spazio e che gli suggerisce le considerazioni più appassionate. Allorché i posti letto nell'ospedale erano dodici, la cura dei malati era affidata a tre medici; quando, grazie alla liberalità dei Valdostani, il numero dei letti salì a settantadue (negli ultimi anni cinquanta), vennero assegnati all'ospedale quattro medici più un «phlébotomiste»; ora che i letti destinati ai malati poveri son diventati novanta, il numero dei medici si è ridotto a due. E così, «sans tambour ni trompette et dans le plus profond silence, en tâchant d'éluder, le mieux possible, l'attention du public», l’Amministrazione mette sulle spalle di due soli medici «toute la besogne qui se partageait autrefois entre quatre Médecins!»65. Se formalmente il servizio è assicurato da due medici, in realtà, nella maggior parte del tempo, viene svolto da uno solo, quando non risulta addirittura soppresso. Le ragioni di una simile situazione («qu'on ne tolérerait pas dans un Hôpital chinois») sono molto semplici: ogni volta che uno dei due medici deve assentarsi per un periodo di tempo più o meno lungo, per curare la sua clientela rurale, per esigenze di famiglia, per ragioni di salute, per un regolare congedo ( «et cela peut arriver tous les jours» ), l'ospedale rimane affidato ad un solo medico. Talvolta, accade anche che entrambi i medici siano assenti, cosicché le visite regolamentari vengono soppresse e l'accettazione dei malati non può aver luogo. L 'autore cita tutta una serie di casi, effettivamente verificatisi, che testimoniano le gravi carenze del servizio ospedaliero; eppure, osserva amaramente, nessuno si indigna, nessuno protesta: «on est chez nous si bon et si tolérant!». La situazione del servizio sanitario è ulteriormente aggravata dal fatto forse unico negli annali della medicina ospedaliera in Italia - che il medico «interno» dell'ospedale è anche «medico condotto» di ben quattro Comuni con una popolazione complessiva di circa 4.000 abitanti. Gli obblighi e le incombenze inerenti a ciascuna delle due cariche, le 65 A Réan. L 'Hôpital Mauricien…., cit. p.40 rendono evidentemente incompatibili: il medico «interno» deve risiedere nell'istituto sia di giorno che di notte per tutte le esigenze del servizio, ed oltre alle due visite giornaliere ai malati, deve effettuarne una terza anche alla sera; la carica di medico condotto, oltre alla cura dei malati poveri che risiedono in villaggi e frazioni distanti fra loro, comporta numerose altre incombenze, come il servizio di igiene e quello necroscopico che esige, in media, cento visite annuali fuori della città. Di due cose, l'una, osserva Réan, «ou le service et les horaires de l'hôpital sont maintenus et alors les communes sont en souffrance; ou les communes auront un service régulier et alors l'hôpital sera négligé». Nessun rimprovero, l'autore lo sottolinea con molta chiarezza, può essere mosso ai due medici dell'ospedale per il fatto che si sovraccaricano di lavoro per arrotondare la loro magra retribuzione; tutta la responsabilità ricade sull'amministrazione che non vuole aumentare il numero dei medici ne migliorare il loro trattamento economico. La struttura organizzativa dell'ospedale offre a Réan lo spunto per un altro rilievo, non di ordine economico, ma morale: si tratta dei criteri che presiedono alla nomina del direttore dell'ospedale. Quasi sempre, l'Ordine ha designato a questa carica persone forestiere; nel corso di un secolo, solo in due casi la scelta è caduta su di un Valdostano. Nel suo operato, la Sacriée Religion non ha contravvenuto ad alcuna legge né ad alcun Regolamento, per cui «formalmente» tutto è in regola; tuttavia qualche rilievo può esserle mosso: tra i Valdostani non mancavano certamente persone che avevano tutte le carte in regola per svolgere quella funzione forse meglio di tanti direttori «d'importation étrangère». Anche nei confronti di questa situazione, osserva Réan, l'atteggiamento psicologico della gente è stato quello di sempre: di fronte al potere, all'autorità consacrata da una tradizione più o meno antica, una specie di rispetto misto a timore subentra nelle persone; il popolo non osa alzar lo sguardo a quelle vette che ritiene popolate sempre da uomini incorruttibili o dotati di talenti e virtù straordinarie. . . Il vento di uguaglianza e legalità che oggi soffia nuovamente sul mondo, ha già sortito qualche effetto, ma non basta. Un vescovo americano, Monsignor Ireland, diceva: «l'Etat c'est nous même»; con altrettanta ragione non dovremmo forse dire che l'istituzione amministrata dall'Ordine mauriziano «c'est nous mêmes»? Essa è, conclude l'autore, «notre bien et notre propriete». L'ultimo problema preso in considerazione nell'opuscolo, concerne il rifiuto dei malati affetti da malattie croniche o incurabili (un rifiuto che dura ormai da trent'anni), in aperta violazione del disposto della Bolla papale di fondazione dell'ospedale. In altre città, ricorda l'autore, è consuetudine riservare un certo numero di letti agli incurabili; perché non si fa altrettanto ad Aosta a favore di tanti infelici «qu'affligent tout à la fois le dénuement, l'abandon et un mal sans remède, bien souvent pire que la mort»? Quei malati non hanno alcuna risorsa, non trovano posto in nessun ospizio; non rimane loro che bussare alle porte del Cottolengo, ma, nei lunghi mesi d'attesa, quante angosce, quante privazioni, quante indicibili sofferenze! E' dovere di tutti, osserva Réan, ed in primo luogo delle Amministrazioni comunali, operare perche il diritto della nostra gente non sia più a lungo misconosciuto. A conclusione del suo scritto, l'autore ribadisce il suo concetto di fondo: le disfunzioni, le carenze, gli abusi rilevati nella gestione dell'ospedale, possono essere sanati solo ripristinando l'applicazione delle Regie Patenti del '51. Gli uomini responsabili della cosa pubblica hanno il dovere di agire perche giustizia sia resa finalmente ai Valdostani. Secondo l'autore, il momento è particolarmente favorevole dato il largo movimento che si sta diffondendo nel Paese in favore del decentramento amministrativo. A questo proposito, Rean riporta i passi più significativi dell'indirizzo rivolto ai Ministri ed al Parlamento dal «Comitato generale per il decentramento» composto da 18 «sodalizi» della città di Milano. L 'esigenza di «costituire finalmente le popolazioni nella loro completa autonomia locale» e di procedere, nello Stato, al «più largo decentramento istituzionale» che trasferisca ai Comuni, alle Province e ai Consorzi regionali ogni funzione e servizio pubblico (sanità, istruzione, lavori pubblici, agricoltura, ecc.), viene ribadita con molta fermezza. Il giorno in cui le rappresentanze locali potranno estendere le loro cure a «quasi tutti i rami della cosa pubblica», l'amministrazione dell'ospedale dovrà necessariamente costituirsi su basi nuove e l'istituto, «sous le souffle des reformes décentralisatrices», vedrà riconosciuta la sua piena autonomia. La pubblicazione di Réan ha un'eco immediata nella stampa locale. Il Duché, nel gennaio del '95, la definisce «une brochure à sensation», ne loda lo stile brioso e ne evidenzia gli obiettivi di fondo. In un numero successivo, dà notizia della inchiesta «minutieuse» condotta presso l'ospedale di Aosta da una Commissione nominata dall'Ordine Mauriziano, a seguito della pubblicazione di Réan; ma aggiunge anche che, effettuata la sua indagine, la Commissione se ne è ripartita «gardant le secret sur ses démarches»66. Il Mont-Blanc manifesta un'adesione molto calorosa alla iniziativa di Réan (il giornale, negli anni seguenti, sosterrà sempre con grande fermezza la battaglia condotta dal medico valdostano e darà ospitalità ai suoi articoli più significativi). Felicitandosi con l'autore per il coraggio dimostrato, definisce il libretto «une excellente et patriotique brochure dans la quelle il fustige vertement les abus incroyables de toute nature que l'opinion reproche à cette administration». Secondo il settimanale, Réan «a su ausculter l'opinion publique: sa brochure en est le diagnostic»; ora l'opinione pubblica esige chiarimenti categorici dalla Sacrée Religion ed un diverso orientamento nell'amministrazione dell'ospedale. Riassumendo i temi analizzati nell'opuscolo, il MontBlanc pone l'accento, in particolare, sulle carenze del servizio sanitario e, ricordando lo stipendio irrisorio assegnato ai due medici, dichiara che «ils gagneraient mieux à solliciter une place de sergent de ville ou de garde champêtre»67. Anche L’Alpino fa sentire la sua voce: le cose che Réan ha detto meritano - scrive il giornale - di essere prese in seria considerazione, specie quando invoca il controllo della Congregazione di Carità sui bilanci dell'ospedale. L 'Alpino riconosce che i medici «sono effettivamente pochini» e che non è giusto che debbano essere «martiri del loro dovere» : l'inserimento nell'ospedale di uno o due coadiutori sotto la direzione dei primari, sarebbe, senza dubbio, «un ottimo provvedimento»68. Il secondo opuscolo di Réan Sul problema dell'ospedale cala un velo di silenzio fino al febbraio del '97 allorché appare un secondo scritto di Réan, dal titolo La question de l’hôpital mauricien d'Aoste et la Commission d'enquête. Meno organico e compatto del precedente (di cui riprende non pochi temi), il volumetto intende fornire ulteriori elementi di informazione e Le Duché d.Aoste, n 8, 1895 L'operato della Commissione di inchiesta sarà uno dei temi di fondo del secondo opuscolo di Réan 67 Le Mont-Blanc, n 3, l895 68 L 'Alpino. n 3. 1895 66 documentazione su di una questione «qui mérite au plus haut degré l'attention de tous les Valdôtains». Anzitutto l'autore dà notizia della Commissione nominata dalla Sacrée Religion dopo la pubblicazione del suo primo opuscolo, con il compito di procedere «ad una accurata verifica delle condizioni passate e presenti dell'ospedale» nonché del suo andamento amministrativo e sanitario. Secondo quanto aveva scritto il giornale L 'Opinione nel marzo '95, la Commissione avrebbe svolto il suo mandato in 24 ore; non avrebbe avuto contatti né con la :Municipalità né con la Sottoprefettura; installatasi nell'ospedale, si sarebbe limitata ad incontrare il direttore, i due medici ed alcuni impiegati. Tutta la vicenda era stata definita dal giornale «una incredibile mistificazione», tanto più che non si era saputo nulla di quanto la Commissione aveva potuto rilevare nella sua indagine, L'anno successivo, un tentativo fatto da Réan presso il Primo Ufficiale dell'Ordine Mauriziano per avere una copia della relazione della Commissione era andato a vuoto: gli era stato risposto che il documento non era disponibile, trattandosi di un atto di amministrazione interna. E così, osserva ironicamente l'autore, «pour donner satisfaction au public, l'Ordre Mauricien n'a rien publié du tout». La vicenda offre ancora una volta a Réan l'occasione per condannare il comportamento dell'Ordine che si ostina a negare ai Valdostani il diritto di amministrare ciò che appartiene loro, con il pretesto che, tanto, si tratta «d'un peuple docile et incapable de réagir par le désordre contre les avanies qu'on aime à lui faire subir». Particolarmente interessante appare il capitolo in cui l'autore chiarisce i suoi rapporti con il socialismo. Lo spunto gli viene offerto da un episodio verificatosi durante l'inchiesta della Commissione di cui si è detto. Sembra che il Presidente della Commissione, dopo aver preso informazioni sulle condizioni familiari ed economiche dell'autore della «brochure», non avendo ottenuto risposte «assez écrasantes» sul suo conto, abbia esclamato trionfante: «Mais le Dr. Réan est socialiste !» Ecco, la bomba era lanciata. . . ; con la scoperta di un simile «crimine», la questione dell'ospedale poteva ritenersi liquidata. A commento della vicenda, Réan dichiara che non risulta da nessuna parte che egli appartenga ad una associazione socialista e che, comunque, qualora ritenesse di iscriversi a questo partito, non lo nasconderebbe affatto. Aggiunge, però, che nutre «quelque sympathie marquée» per il socialismo, una simpatia che gli sembra di veder crescere ogni giorno. E non potrebbe essere diversamente, dal momento che l'obiettivo fondamentale del movimento socialista, qualunque sia il sistema politico in cui si traduce, è ovunque lo stesso: «la répartition plus équitable de la richesse et l'avènement plus rapide de la justice». A sostegno di quanto afferma, Réan riporta passi desunti dagli scritti di E. De Amicis, di esponenti del cattolicesimo sociale francese e, in particolare, del vescovo inglese E. de Lavelaye, dai quali emerge, sia pure con accentuazione diversa, come le aspirazioni del socialismo siano «essentiellement chrétiennes» e possano quindi conciliarsi con la sua coscienza profondamente cattolica. Messe in luce «les tendances lointaines» del suo spirito, l'autore lascia che il lettore giudichi se ed in quale misura esse possano compromettere il successo della sua iniziativa o togliere valore alle ragioni su cui i Valdostani poggiano le loro rivendicazioni. La pretesa di essere «les maîtres chez nous de la Maison qui nous appartient», non contraddice, conclude l'autore, ne la teoria dei socialisti più avanzati ne quella dei conservatori più retrogradi. Un altro tema preso in esame nell'opuscolo, è l'ostracismo dell' Amministrazione Mauriziana nei confronti dei medici valdostani, a tutto vantaggio di persone forestiere. L'autore cita il caso di un medico valdostano che, per ben tre volte aveva chiesto, invano, di essere ammesso al servizio sanitario dell'ospedale, offrendo persino di prestare gratuitamente la sua opera. Alla terza richiesta, il ministro Berti, primo segretario di S. Maestà, aveva motivato il suo rifiuto con il pretesto che l'eventuale aggiunta di un terzo medico non solo non avrebbe facilitato il servizio «non essendo al medesimo necessario», ma avrebbe potuto essere «causa di dissidio» e, quindi, nuocere al suo regolare svolgimento. Una motivazione a dir poco singolare, commenta ironico Réan: se un simile criterio dovesse essere adottato, si dovrebbe arguire che all'ospedale di Aosta, due essendo i medici in servizio, vi è già una possibilità di «dissidio». E allora, perche non semplificare le cose, riducendo il servizio ad un solo medico, una sola suora, un solo infermiere? Al di là della facile ironia cui si presta, l'episodio offre all'autore l'occasione per richiamare l'attenzione dei suoi concittadini sul fatto che la preferenza di solito accordata a medici forestieri, costituisce un attentato al diritto di tutti i Valdostani: «Demain comme aujourd'hui, dans dix ans, comme dans vingt ans d'ici, la situation serait parfaitement la même, au préjudice d'un quelconque de nos concitoyens» . L'ospedale è per ogni medico «une maison d'études et de travail et, partant, le premier facteur d'une position et d'une aisance honorables; pour l'avenir de nos étudiants» è necessario impedire, con ogni mezzo, che i Valdostani continuino ad essere esclusi da una eredità che appartiene loro69. Ritorna nel secondo opuscolo il tema, già esaminato nel precedente, della esclusione dei Valdostani dalla direzione dell'ospedale. La questione viene ora trattata sotto il profilo finanziario, un punto di vista di non lieve importanza in una situazione di grave disagio economico come quello diffuso in Valle d' Aosta «où avec l'absence totale d'industrie et à cause de l'extrême division de la propriété, les fortunes ne depassent pas le chiffre de la plus modeste médiocrité». Tra gli istituti di beneficenza esistenti in Valle, l'ospedale è il solo che può fornire al suo direttore «une position» nel senso economico del termine, ma è anche il solo nel quale ci si ostina a confiscare quella posizione a vantaggio di persone che non ne hanno alcun diritto. Il denaro con cui si retribuiscono i direttori «d'importation etrangère» (dalle tre alle cinque mila lire annue) proviene dal patrimonio della beneficenza accumulato dai Valdostani con enormi sacrifici; « Les Valdôtains, eux, on peut bien les dispenser de la besogne du salaire...ils sont si riches!». A gente che viene da fuori, la direzione «retribuita» dell'ospedale; ai Valdostani, la responsabilità dell'amministrazione «gratuita» dell'Ospizio di Carità, del Rifugio dei Poveri, dell'Orfanotrofio e di tante altre opere benefiche che si reggono solo sul patriottismo e sullo spirito di carità. Dalla presenza di personale non valdostano nella direzione dell'ospedale deriva un'altra conseguenza non meno grave: la valutazione dell'effettiva condizione di bisogno dei contadini e dei certificati di povertà rilasciati dai Sindaci, viene ad essere affidata, senza possibilità di appello, ad uno sconosciuto «venu de quelque ville lointaine, complètement ignare de nos conditions, de nos habitudes et de nos moeurs» . Non di rado, il criterio seguito dal direttore forestiero in questa valutazione, è quanto mai opinabile: il contadino paga qualche lira di imposta fondiaria e mantiene due o tre misere capre? Non ha diritto al posto gratuito in ospedale; quindi, dovrà pagare. L' autore precisa che le sue considerazioni non sono dettate da un sentimento di odio verso quello che in Valle viene chiamato l’élément étranger: lo muove solo il desiderio di scuotere i Valdostani dalla loro dolce e tranquilla apatia, di liberarli da 69 A Réan, La question de l'hôpital devant la Commission d'enquête, Tip E. Duc. Aosta 1897, pp 41-42 quell'atteggiamento di rassegnazione ed acquiescenza che nasce dalla convinzione che, tanto, si è sempre fatto così («l'an todzor fé paré!»)70. L 'ultimo capitolo presenta un quadro molto articolato delle rendite dell'ospedale derivanti dalla locazione di beni rurali e di edifici, da crediti che l'ospedale ha verso l'Ordine Mauriziano e verso un ospedale di Torino e, infine, da cedole nominative di titoli dello Stato. Dal totale complessivo delle rendite - L. 72.000 annue - si può desumare che il patrimonio dell'ospedale ammonti a circa due milioni di lire e non già ad un milione come l'autore aveva dichiarato nel precedente volumetto, quando ancora non disponeva di tutti i dati. Per un quadro più preciso della situazione finanziaria, occorre tuttavia tener conto, avverte Rean, di altre entrate, come quelle derivanti dai posti letto a pagamento, dai rimborsi che l’Autorità militare effettua per ogni soldato ricoverato (L. 1.20 pro capite al giorno) e, infine, dalle rendite della farmacia dell'ospedale che coprono interamente le spese dei medicinali per i malati poveri. Ad avviso dell'autore, solo una modesta parte di tutte queste rendite viene assorbita dalle spese per l'assistenza ai malati poveri (il cui costo pro capite, medicine comprese, non raggiunge i 90 cent. al giorno); quel che rimane, dove va a finire? In un'epoca in cui «on gaspille, on vole, on dilapide par millions les épargnes d'un peuple», come non nutrire timori per il patrimonio di un'opera di beneficenza che ci si ostina a sottrarre al controllo dei principali interessati? Un giornale di Roma, L 'Italia Militare, riferendosi ai dubbi criteri amministrativi dell'Ordine Mauriziano sempre avvolti nel mistero, aveva chiesto, senza mezzi termini, che anche il bilancio attivo e passivo del Gran Magistero dei SS. Maurizio e Lazzaro entrasse nelle discussioni della stampa, Se i grandi giornali vogliono sapere come si spendono i fondi dell'Ordine, a maggior ragione, afferma l'autore a conclusione del volumetto, i Valdostani hanno il dovere di controllare la gestione amministrativa del « loro» ospedale. Il Consiglio comunale e la questione dell' ospedale La denuncia ad opera di Réan degli abusi e delle violazioni che l'Ordine Mauriziano commette «au détriment de notre hôpital, de nos pauvres, de nos malades, de tous les valdôtains», è oggetto di discussione anche nel Consiglio comunale di Aosta. In una seduta del febbraio '97, al coraggioso e simpatico scrittore che, con le sue rivelazioni non aveva temuto di attirarsi i fulmini delle alte sfere dell'Ordine (così dichiara un Consigliere), l'assemblea esprime - per acclamazione - un voto di plauso e di ringraziamento. In verità, un membro del Consiglio aveva proposto qualcosa di più incisivo di un semplice attestato di riconoscenza: l'assemblea avrebbe dovuto esprimere «formalmente», tramite una delibera, la sua piena adesione alle tesi sostenute da Réan e impegnare, con un'altra delibera, tutti i Comuni della Valle a fare altrettanto. Le due delibere, insieme agli opuscoli di Réan, avrebbero poi dovuto essere trasmesse al Gran Magistero dell'Ordine ed a S.M. il Re. Il Sindaco, avvocato Cesare Chabloz, aveva però dichiarato che la proposta non poteva essere oggetto di discussione in quanto non era all'ordine del giorno; ribadiva invece la sua adesione al voto di ringraziamento, essendo non solo un diritto, ma un dovere di tutti, rivendicare «la conservation et l'administration 70 A Rèan, La question de l'hôpital, cit, pp 61-62 du riche patrimoine de bienfaisance que nous ont legué nos ancêtres». Al fine di evitare equivoci ed interpretazioni scorrette, il Sindaco si era anche affrettato a precisare che, personalmente, nutriva «les meilleurs sentiments d'estime et de considération» nei confronti del direttore e dei medici dell'ospedale; «il n'y a rien, dans la revendication dont Réan a pris l'initiative, qui soit dirigé contre eux et qui leur puisse être nuisible. La question personnelle est tout à fait hors de cause. Il s'agit ici non pas de question de personnes, mais d'une revendication de droits. Mr. Réan a cité des faits et des documents qui n'ont pas été contredits; nous sommes donc fondés à les croire vrais jusqu'à preuve contraire». Sempre a parere del Sindaco, prima di sollecitare l'adesione di altri Comuni della Valle, era opportuno aspettare e sperare che l'Ordine Mauriziano «qui a bien mérité du pays à tant d'égards», colpito dalla legittimità delle rivendicazioni dei Valdostani, prendesse lui stesso l'iniziativa di riforme adeguate ai diritti e agli interessi della Valle71. Non solo le auspicate riforme non vengono avviate, ma l'Ordine non si degna neppure di dare una risposta alla delibera trasmessa dal Consiglio. Più di una volta nel corso dell'anno, in occasione di incontri con alcuni pezzi grossi dell'Ordine (il Primo Segretario, il Presidente del Consiglio), il Sindaco sollecita con molta fermezza una risposta alla delibera consiliare; ottiene soltanto la promessa che entro breve tempo un terzo medico sarebbe stato assegnato all'ospedale e che l'Ordine avrebbe provveduto «à donner satisfaction au Conseil, en répondant aux accusations faites au sujet du patrimoine de l'hôpital». Finalmente, in settembre, giunge una lettera del Primo Segretario dell'Ordine; dandone comunicazione al Consiglio in una seduta di fine ottobre, il Sindaco dichiara che in essa si tende a «réduire au néant tout ce qui s'est dit ou écrit touchant l'autonomie de l'hôpital et de son patrimoine, et les droits du pays». Nella stessa seduta, il Sindaco illustra all'assemblea i temi essenziali della risposta che ha preparato e che gli ha richiesto non poco tempo, perche, volendo documentarsi a fondo sulla questione, ha dovuto «faire des recherches et recueillir des donnés»72. Le reazioni della stampa locale L'appoggio della stampa locale alle tesi espresse da Réan è pieno e incondizionato. Divulgando e commentando i temi più significativi del nuovo opuscolo, ospitando (il Mont-Blanc) articoli dell'autore e corrispondenze di lettori, la stampa segue gli sviluppi della vicenda e mette in luce il movimento di opinione pubblica che, intorno ad essa, si va formando. Dal Mont-Blanc veniamo a sapere che anche il Comité central des travailleurs Valdôtains plaude all'opera di Réan il quale, rivendicando i diritti dei Valdostani, ha bollato in fronte «gli sfruttatori dei lasciti dei nostri antenati». Sempre secondo il Comitato, questo «integerrimo cittadino» avrebbe fatto una «eloquente difesa del socialismo, riproducendo le nobili parole di E. De Amicis e mostrando, in tal guisa, il suo amore ed il suo interesse per la gran causa del proletariato»73. Nel maggio del '97, Réan attraverso le pagine del Mont-Blanc fa conoscere ai lettori le «rivelazioni» di alcuni giornali romani in merito alle enormi passività di cui sarebbe gravato il patrimonio dell'Ordine Mauriziano a causa di gravi disfunzioni amministrative. A.S.R.,DC.vol 52.p 61e sgg Ibidem, p 344 73 Le Mont-Blanc. n 8, 1897 71 72 Son queste le ragioni, secondo Réan, per cui all'ospedale di Aosta il servizio medico è carente, gli infermieri sono in numero insufficiente ed i malati cronici sono «regulièrement et charitablement» messi alla porta. Non è forse giunto il momento, si chiede l'autore, di esigere la separazione definitiva dell'amministrazione dell'ospedale di Aosta da quella dell'Ordine Mauriziano74? Anche il Duché abbraccia la causa promossa da Réan. Non v'è dubbio che il nuovo orientamento assunto dal giornale della Curia in quegli anni, abbia una decisa influenza sulla sua posizione nei confronti della questione dell'Ospedale: gli abusi e le ingiustizie denunciate nell'opuscolo di Réan si configurano come un ulteriore stimolo ad agire per quell'opera di rigenerazione sociale che costituisce l'obiettivo di fondo del movimento cattolico di cui il giornale è portavoce. Sottolineando l'eco profonda suscitata in tutti i cuori veramente Valdostani dalla «brochure» di Réan, il settimanale, in un articolo di fondo dal titolo molto significativo, La Vallee d'Aoste aux valdôtains, dichiara: «il s'agit de défendre le patrimoine de nos pauvres malades, de cette partie de la population valdôtaine la plus digne de compassion, de pitié et partant d'amour, puisqu'elle est la plus faible, la plus méprisée, la moins défendue». La rivendicazione del diritto di controllo sull'ospedale mauriziano non rimane una petizione di principio, ma diventa, per i redattori del Duché, un programma preciso di azione. Non è sufficiente rivolgere felicitazioni più o meno platoniche al coraggioso difensore dei diritti dell'ospedale; non basta votare, come fa il Municipio, un ringraziamento unanime all'autore dell'opuscolo; non basta gridare nelle strade e nei caffé che egli ha ragione, che la sua causa è santa. Lo scritto di Rean deve sollecitare un plebiscito, «une croisade pour la revendication de nos droits» . Il motto degli antichi crociati, Deus lo volt, deve tornare sulle labbra e nei cuori di chi intende arruolarsi in questa nuova crociata. Occorre agire: «grouper toutes les forces, harmoniser toutes les énergies, enrégimenter tous les hommes de bonne volonté pour que, par une action commune, on finisse par arriver à un but définitif et satisfaisant». E' necessario, afferma il giornale, costituire un Comitato «composé de personnes sérieuse, désintéressées, actives et prudentes à l'effet de provoquer de toutes les administrations communales de la Vallée, une protestation énergique contre le sans-façon avec lequel on traite nos droits relatifs à l'administration de notre hôpital». Per questa santa causa, tutti devono darsi la mano: si faccia tregua ai dissensi, ai rancori personali, alle divisioni intestine; si pensi solo ad agire per il trionfo dei nostri diritti. Questa solidarietà fraterna consentirà di scrivere una pagina sublime negli annali valdostani e sarà un esempio luminoso per i nostri discendenti. «Lorsque toute la Vallée se lèvera comme un seul homme pour affirmer ses droits, est-ce que la Sacrée Religion osera faire la sourde oreille, ou se contentera-t-elle pour nous leurrer, d'une démarche quelconque à laquelle on collera le nom d'enquête?». Anche se ciò accadesse, prosegue il giornale, non bisognerebbe ancora darsi per vinti: quale ultima ratio vi sarebbe sempre il ricorso al Sovrano; a sostegno della causa dei Valdostani, oltre a ragioni di ordine logico, vi sono lunghi secoli di fedeltà e attaccamento inviolabile a Casa Savoia: «notre vraiment royal Souverain qui nous force par ses largesses à apprécier la générosité de son coeur, ne rejettera assurément pas le suprême appel de ses plus fidèles sujets…A l’oeuvre donc!»75. Il lungo ed appassionato articolo del Duché lascia intravedere molte cose. Al di là del richiamo alle istanze sociali tipiche del movimento cattolico di quegli anni, istanze nelle quali si inquadra anche la «question de l’hôpital» , avvertiamo nelle pagine del giornale un' eco del fermento che gli 74 75 Idem,n 21,1897 Le Duché d'Aoste, n 10, 1897 opuscoli di Réan dovevano aver suscitato nell’opinione pubblica. E' probabile che in città si discutesse molto dei problemi connessi con l’amministrazione del Mauriziano, non sempre, però vi era un consenso unanime sulle tesi sostenute dall'autore e sull'opportunità di prendere una posizione decisa nei confronti dell'operato della Sacrée Religion. L'appello alla solidarietà, all'unione delle volontà e delle energie, un appello che risuona frequente nella stampa di ogni tendenza, è rivelatore delle molteplici difficoltà che la battaglia ingaggiata da Réan doveva incontrare. Se i diritti dei Valdostani sono spesso negletti, si legge in una corrispondenza pubblicata dal Duché a commento dell'articolo di cui si è detto, la causa va ricercata nell'apatia che i Valdostani mostrano quando si tratta di difendere i loro interessi; va ricercata soprattutto nelle lotte intestine, nelle divisioni interne che li rendono incapaci di agire in modo unitario. Chi scrive (l'articolo è firmato Un vieux) è convinto che se l'amministrazione dell'ospedale fosse stata affidata a mani valdostane, a quest'ora i Valdostani l'avrebbero già consegnata ad altre mani, piuttosto che vederla in quelle dei loro concittadini. Come già è accaduto per altre vicende di grande rilievo per la vita della comunità (la questione del Collegio, per esempio), sono i Valdostani stessi che, con le loro perenni discordie, consentono la spogliazione dei loro diritti76. Un piccolo passo avanti nella complessa vicenda è costituito dalla nomina, nell'autunno del '97, di un valdostano, il dott. Vincent Torrione, a medico «supplente» dell'ospedale. D'ora in poi -scrive Réan sul Mont-Blanc- l'ospedale avrà tre medici anziché due: sia pur lentamente, la macchina si muove. . . Tuttavia questa nomina non esaurisce certo le esigenze di un servizio regolare e serio in un ospedale dove il numero dei ricoverati supera talvolta il centinaio. Perchè non si ripristina la situazione di un tempo, quando i medici erano quattro? Inoltre, osserva Réan, la situazione di inferiorità in cui è stato posto il nuovo medico dimostra ancora una volta la scarsa volontà dell' Amministrazione Mauriziana di procedere ad una effettiva riorganizzazione dell’ospedale. N e è una dimostrazione anche il fatto che la nomina di un nuovo medico era stata ritenuta necessaria fin dal '95 dalla famosa Commissione d 'inchiesta venuta ad Aosta : ci sono voluti 19 mesi per decidere la nomina di un medico supplente! Non è il colmo della mistificazione e del disprezzo? I Valdostani, scrive Réan, debbono sapere queste cose: son proprio queste lungaggini, questo temporeggiare calcolato che pregiudicano la soluzione della questione dell'ospedale. Un altro elemento di preoccupazione è costituito dalla decisione dell' Amministrazione del Mauriziano di vendere all'asta pubblica una nuova proprietà fondiaria, la Prairie des Pré-Fossés77. Réan la considera un atto di provocazione inaudita, dal momento che tutta la questione dei beni in dotazione all'ospedale è ancora sub judice, ma vi ravvisa anche un indizio dello scacco sicuro che si prepara per l'Ordine sul terreno del diritto: la violenza, così conclude, «a toujours été la raison de ceux qui n'en ont pas»78. La «protestation énergique» delle Amministrazioni comunali auspicata dal Duché, gli appelli all'unità di intenti e di azione lanciati dalla stampa e dagli opuscoli di Réan, trovano una prima significativa espressione nella presa di posizione del Consiglio comunale di Châtillon. In una seduta dell'ottobre '97, il Consiglio dopo aver espresso un caloroso ringraziamento al dott. Réan, «ce vaillant défenseur de nos droits sur les Idem, n 12, 1897 Vasta estensione di terreno nella parte meridionale del Borgo S Orso (il nome è rimasto alla stradina che attualmente unisce via S Anselmo alla via Torino ) 78 Le Mont-Blanc, n 42. 1897 76 77 dotations éminemment philanthropiques de nos ancêtres», delibera di dare la sua piena adesione alle due pubblicazioni dell'autore e di chiedere la riorganizzazione amministrativa e sanitaria dell’ospedale, riservandosi di dare il suo contributo attivo alle iniziative che il Consiglio comunale di Aosta riterrà opportuno prendere a seguito della sua deliberazione dell'11 febbraio. Delibera inoltre di rivolgere un formale invito ai deputati valdostani al Parlamento (il marchese Compans ed il prof. F. Farinet) ed ai rappresentanti della Valle in seno al Consiglio provinciale, affinché uniscano i loro sforzi e le risorse della loro influenza per ottenere che giustizia sia resa in una questione di incontestabile interesse morale e materiale per tutta la Valle. Decide, infine,di trasmettere copia della sua delibera ai deputati valdostani, al conte Ferraris, presidente del Consiglio dell'Ordine Mauriziano, al Sindaco di Aosta ed al dott. Réan, «en vue d'une éventuelle et ultérieure action collective dans le même sens» . Al di là delle decisioni assunte (di modesta portata in verità, ma indicative della volontà di muoversi in una prospettiva di azione concordata e unitaria), è interessante il quadro delle considerazioni in cui la delibera si inserisce. Si sottolinea come l'adesione alle rivendicazioni portate avanti da Réan sia «de l'intérêt et de la dignité de toutes les communes» ; si ribadiscono le ben note tesi sull'origine tutta valdostana dei fondi che costituiscono il patrimonio dell'ospedale, sull'esplicito riconoscimento, da parte del re Vittorio Emanuele II, delle «condizioni specialissime» di quell'istituto e, quindi, del diritto inalienabile dei Valdostani di controllare l'amministrazione di un patrimonio «qui leur appartient» . Ma la rivendicazione di questo diritto viene messa chiaramente in relazione anche con il risveglio «de l’esprit de décentralisation et de la vie locale si justement désignés par nos ministres comme la meilleure base d'une prochaine réorganisation administrative de tout le pays». Nella delibera si afferma addirittura che la prospettiva, su scala nazionale, di un decentramento amministrativo impone ai Valdostani «le devoir» di reclamare l'esercizio del loro diritto79. E' evidente il richiamo (già presente, come si è visto, nel primo opuscolo di Réan) alla speranza di una maggiore autonomia amministrativa che la politica del governo Di Rudinì aveva fatto nascere nel Paese ed ai dibattiti che intorno a quel tema si erano accesi. Echi di quel dibattito sono presenti anche in Valle: la stampa locale, in varie occasioni nel corso del '97 e del '98, affronta il problema del decentramento, evidenziando, come fa per esempio L'Alpino nel luglio del '97, le legittime aspirazioni delle popolazioni ad una «maggiore libertà amministrativa». Da ogni parte si invoca, scrive il giornale, un decentramento che renda più sollecita ed agile l'attività degli enti locali e semplifichi i rapporti del cittadino con lo Stato. Inserita in questo specifico contesto storico, la «question de l'hôpital», si arricchisce di ulteriori elementi interpretativi: l'azione promossa da Réan, il movimento di opinione pubblica che intorno ad essa si sviluppa, esprimono non solo la volontà di sanare un'antica e profonda ingiustizia, di por fine ad una serie di abusi, ma anche e soprattutto l'esigenza di allargare la sfera delle attribuzioni e dei compiti delle Amministrazioni locali. Nel pensiero di Réan, la soluzione del problema dell'ospedale di Aosta si configura così come uno dei modi - e non certo il meno importante e significativo - per sviluppare la sua proposta di autonomia sia pure, per ora, limitata alla sfera del Comune. La vicenda dell'ospedale si evolve, però, in una direzione ben diversa da quella auspicata da Réan e dai suoi sostenitori. Un Decreto della Prefettura di Torino, in data 26 79 Idem, n 43, 1897 novembre 1897, annulla la deliberazione del Consiglio comunale di Châtillon. «La question de l'hôpital s' agrandit. Le Préfet de Turin parti en guerre contre les revendications valdôtaines de nos communes»: con questo titolo si apre l'articolo con cui Rean commenta, sulla prima pagina del Mont-Blanc, il grave fatto. L'annullamento è motivato sostanzialmente dal fatto che il «Consiglio comunale di Châtillon, colla sua deliberazione del 17 ottobre, non ha fatto cosa conforme alla legge». Infatti, continua il Decreto, con la «piena adesione» all'opuscolo di Réan, si è voluto censurare ed attaccare l'Eccell.ma Amministrazione dell'Ordine Mauriziano: in tal caso, «si è evidentemente deliberato sopra un oggetto estraneo alle attribuzioni del consiglio comunale» . Se poi, con quella adesione si è voluto sostenere il diritto all'autonomia dell'ospedale di Aosta ed alla ingerenza locale nella sua Amministrazione, e si è statuito di far valere questi «pretesi diritti» promuovendo «ingiustificate e pericolose agitazioni, d'accordo con tutti i comuni valdostani. . provocando così uno stato di cose che, coll'esaltazione degli animi, potrebbe compromettere l'ordine e la quiete pubblica di quella popolazione», anche in questa ipotesi «si è fatto cosa non solo estranea alle attribuzioni del consiglio comunale, ma contraria assolutamente al suo regolare funzionamento». La motivazione dell'annullamento è preceduta da una serie di considerazioni che Réan, nell'articolo di cui si è detto, commenta e confuta puntualmente. Il Decreto mette in dubbio il fatto che le Amministrazioni locali abbiano avuto, in passato, una qualche ingerenza nella gestione dell'ospedale, essendo i bilanci di questo come degli altri ospedali Mauriziani «conglobati al bilancio dell'Ordine» e, quindi, sottratti per disposizione satutaria «ad ogni autorità tutoria che non sia quella dell'Ecc.ll.mo Consiglio sotto l' Autorità suprema di S.M. il Re Generale Gran Maestro». «Autant de mots, autant d'erreurs», osserva Réan, rilevando con stupore il fatto che la Prefettura ignori il Regio Decreto del 1851 che ha posto l'ospedale di Aosta fuori dal regime tipico di tutti gli altri. Circa la «pretesa origine valdostana dei beni e proventi dell'ospedale» , il Decreto prefettizio, pur dichiarando di non voler entrare nel merito della questione, insinua l'idea che solo una modestissima parte del reddito di quei beni sarebbe di provenienza valdostana, come risulta da «indagini storiche». Senza mezzi termini, Réan afferma che l'Ordine non ha mai dato un centesimo per la creazione e la dotazione dell'ospedale e sfida «actes en main, toutes les Sacrées Religions et toutes les Préfectures de l'Univers» a dimostrare il contrario. In quanto all'accusa di illegalità rivolta all'operato del Consiglio comunale di Châtillon, Réan dichiara che non vi è nulla «de plus legal et de plus pacifique qu'une déliberation consulaire» ; per quanto concerne le «ingiustificate e pericolose agitazioni» che quel Consiglio avrebbe inteso promuovere, l'articolista se ne libera con un eloquente «ouff!», mentre l'eventualità, sottolineata nel Decreto, di un accordo fra i Comuni valdostani gli suggerisce questo ironico commento: «c'est là le grand mal. . . ; si nous savions être encore un peu plus divises. . . quelle joie, quel profit pour certain monde!» ; infine, la prospettiva di una compromissione dell'ordine e della quiete pubbica, viene liquidata con un «écoutez bien et ne riez pas, si vous pouvez». Come si spiega la decisione prefettizia di annullare la delibera del Comune di Châtillon? Secondo l'autore, la Sacrée Religion, preoccupata per il «mouvement si patriotiquement initie par la Ville d' Aoste et par la commune de Chàtillon en vue de la revendication de nos droits» , prima di dichiararsi vinta ha voluto tentare un ultimo colpo: «implorer main forte au bras séculier et prier le Chef de la Province de bâillonner les communes et de annuler la pensée de leurs Conseils» . Anche se tutta la vicenda gli appare semplicemente inaudita (o forse proprio per questo), Réan non si dà per vinto: «l'acharnement qu'on met à nous combattre, doit nous être une raison pour redoubler d'efforts dans la lutte. . . Et avant donc et toujours sans peur et sans reproche!»80. Della delibera del Consiglio di Châtillon, il Duché non aveva dato alcuna notizia; in quanto al Decreto di annullamento, si limita a darne comunicazione senza aggiungere una riga di commento. Questo atteggiamento è dovuto, con tutta probabilità, al nuovo orientamento che il foglio ha assunto dall'autunno di quell'anno: ormai tutto proteso a combattere il programma della Democrazia Cristiana, il Duché non può sostenere la battaglia di Réan che di quella corrente è, in Valle, uno degli esponenti più noti. Gli sviluppi della questione Nel corso del '98 la «question de l'hôpital» continua ad essere oggetto di discussione sulla stampa locale, si arricchisce di nuovi contributi di riflessione ad opera di Réan e fa giungere la propria eco fino al Parlamento. Sulla stampa riaffiora ogni tanto il tema della invidia «stupide et feroce» che regna tra i Valdostani e rallenta, quando non pregiudica, la soluzione dl questioni di vitale interesse per il paese. «La seule industrie que les Valdôtains aient toujours cultive avec succès est celle de se dévorer entre eux» aveva scritto una volta il Duché. Riprendendo questo tema, il Mont-Blanc si chiede se non sia questa la ragione dell'assurda commedia che si recita tra l'Ordine Mauriziano e l'opinione pubblica. Di fronte alla questione capitale, il diritto o meno dei Valdostani di controllare il patrimonio dei loro poveri, l'Ordine «se renferme dans le silence du mépris, se contentant de se boucher les oreilles quand nous élevons un peu trop notre voix», scrive un lettore in una corrispondenza al Mont-Banc nel gennaio del '98. Come si spiega questo comportamento? Secondo l'autore della lettera, il dott. Réan ha il torto di essere valdostano: se fosse originario di Vercelli, di Novara o di Chivasso, la sua opera sarebbe stata letta «sans bésicles», si sarebbero soppesate le sue argomentazioni e reso omaggio alla verità. Ma avendo egli avuto l'infelice idea di nascere tra l' Arco di Trionfo e le Porte Pretoriane, i suoi opuscoli sono stati letti attraverso lenti deformanti che han fatto vedere le cose alla rovescia; di qui recriminazioni, polemiche, attacchi personali e insinuazioni di ogni genere. La questione dell'ospedale si è imbrogliata e complicata al punto che non si riesce più a vederci chiaro. E sono incominciate le supposizioni: questo «enfant du pays» potrebbe avere qualche recondito interesse personale nell'affare. . . ; il fatto che un valdostano possa mirare ad un posto creato dai suoi antenati, rappresenta « un crime abominable» ; piuttosto, periscano i nostri diritti, si lascino cadere i nostri più sacri interessi. I signori del Mauriziano assistono tranquillamente alla lotta e forse ridono «dans leur barbe» contemplando l'edificante spettacolo che i Valdostani offrono loro.Non hanno del tutto torto, conclude la lettera: «si nous nous estimons si peu nous même, comment voulons nous prétendre que l'on vienne nous confier l'administration d'un vaste patri moine demandant des aptitudes que nous nous obstinons à nous refuser?». Réan non è d'accordo su questa impostazione: a suo avviso, sono pochissimi i Valdostani che hanno sospettato personalismi o tenebrose macchinazioni dietro la questione dell'ospedale (« je vous défie d'en trouver deux!»). In quanto al silenzio ostinato 80 Idem. n 50, 1897 della Sacrée Religion, i Valdostani non ne sono responsabili: quando si manipola in segreto, da un secolo, un patrimonio di due milioni, deve essere «embêtant» esporre i conti alla luce del sole: è più semplice e sbrigativo mandare al diavolo l'importuno che reclama giustizia. . . Réan ribadisce la sua fiducia nella volontà risoluta dei suoi compatrioti: non si sono lasciati intimorire dal Decreto della Prefettura; al momento opportuno non si piegheranno. In questioni di questo genere, necessariamente un po' lunghe, quel che conta è non aver fretta: «une résistance douce, si l'on veut, mais implacable, est le moyen infallible de triompher de tout»81. Una notizia confortante giunge nel febbraio di quello stesso anno: i «grandi giornali» del Paese annunciano che i deputati socialisti Morgari e Costa hanno presentato un'interrogazione in Parlamento all'onorevole Di Rudinì circa l'operato del Prefetto di Torino. Il Mont-Blanc afferma che l'iniziativa è partita dal «cercle socialiste d' Aoste» il quale, tramite il suo Comitato, aveva già espresso la sua piena adesione al primo opuscolo di Réan. Il foglio locale commenta favorevolmente l'iniziativa dei socialisti che testimonia la loro ferma volontà di lottare contro ogni sorta di ingiustizia, contro ogni violazione di diritti, contro ogni abuso di potere: «on ne peut que se réjouir de voire acquis à notre cause un parti qui veut bien s'affirmer en rompant, le premier, une lance contre le décret préfectoral dont le but coupable est d'attenter, de la manière la plus violente e la plus illégale, aux droits des Communes et à la manifestation la plus légitime des sentiments populaires»82. Non sappiamo quale esito abbia avuto l'interrogazione presentata dai deputati socialisti; la questione dell'ospedale rimane comunque aperta grazie ad un nuovo opuscolo di Rean pubblicato nella primavera di quell'anno (1898), presso la tipografia Duc. Il libretto dal titolo La Bulle de fondation de l' Hôpital d'Aoste violée, oltre al Decreto della Prefettura di Torino (puntualmente e argutamente commentato dall'autore), contiene il testo latino, con traduzione in francese, della Bolla del Papa Benedetto XIV. Dall'analisi di questo documento, Réan deduce che l'unico, vero fondatore dell'ospedale di Aosta è il Pontefice, avendo l'Ordine Mauriziano semplicemente accettato di tradurre in pratica le intenzioni del Papa e di amministrare un patrimonio secondo le condizioni e le norme da lui stabilite. Il documento di mostra inoltre che I 'intera dotazione dell’ospedale è di origine esclusivamente valdostana (motivo per cui , sottolinea l'autore, il Re Vittorio Emanuele II aveva riconosciuto ai Valdostaniil diritto di controllo sulla gestione di quell'amministrazione). Infine, l'autore denuncia le sistematiche violazioni della Bolla perpetrate dall'Ordine Mauriziano: la vendita dei beni appartenenti al patrimonio dell'ospedale; la persistenza di gravi carenze nel servizio sanitario; il rifiuto costante contro il preciso disposto della Bolla - dei malati incurabili o semplicemente cronici. L'articolo con cui il Mont-Blanc presenta e commenta la pubblicazione di Réan, se da un lato sottolinea l'importanza del nuovo testo ai fini «della storia della Valle», dall'altro lascia intravedere atteggiamenti e umori contrastanti che dovevano essere assai diffusi nell'opinione pubblica. Secondo il periodico, la brochure di Réan è arrivata al momento opportuno per scuotere dal torpore e dall'indifferenza coloro che si ostinano a negare l'esistenza di una «question de l'hôpital»: intorno ad un problema di così vasta portata che mette in gioco interessi di ordine morale ed economico, i Valdostani «devraient oublier 81 82 Idem, n 4. 1898 Idem, n 6, 1898 pour un moment toutes leurs petites querelles et minuscules dissensions pour se trouver d'un seul avis». Di fronte ai consigli e alle pressioni delle «autorità» intese a far sì che i Valdostani si acquietino allo «stato delle cose», il giornale ribadisce che non è loro intenzione fare la fronda: usando del loro buon diritto, mirano soltanto a salvaguardare i loro interessi ed a far rispettare la volontà dei loro antenati. Il rispetto dello «stato delle cose» quando quello «stato» è una palese ingiustizia, sarebbe una vera onta! Il rispetto dell'autorità «que chez nous on pousse souvent jusqu'au fétichisme» ) è un dovere, ma un dovere reciproco: quando l'autorità non rispetta i nostri diritti e «se moque de nos plaintes», si è autorizzati almeno a protestare. A conclusione dell'articolo, si ripropone il tema della opposizione al centralismo, al livellamento amministrativo che soffoca tutto e tutti: «aujourd'hui partout on cherche de réveiller un peu de vie locale. . . ; il est temps que nous nous associions à ce mouvement: la question de l'hôpital nous en offre une magnifique occasion»83. Il silenzio quasi totale del Duché sul terzo opuscolo di Réan (il settimanale si limita a lodarne lo stile, senza entrare nel merito dei problemi in esso dibattuti) conferma quanto già si è detto a proposito della sua nuova impostazione. Un articolo apparso in giugno sul giornale di Torino La Democrazia cristiana, scritto o comunque ispirato da un esponente della «Democrazia valdostana» , stigmatizza la posizione del Duché. E' spiacevole, si afferma nella corrispondenza al giornale torinese, che il foglio locale non faccia sua la causa del dott. Réan in ordine all'ospedale di Aosta. Rivendicazioni così giuste, così patriottiche, così valdostane, basterebbero ad immortalare un giornale; la storia valdostana dovrà un giorno rilevare che mentre un uomo coraggioso si assumeva da solo il fardello di quelle rivendicazioni, molti dei suoi contemporanei, cui spettava di difendere gli interessi del popolo, «plus inquiets de protéger la charité que de réclamer la justice», non gli hanno dato il minimo aiuto e l'han lasciato solo nel suo arduo compito. Dal canto suo, «toute la démocratie valdôtaine» plaude a Réan e gli dice: «Perge modo et qua te ducit via dirige gressum» . Il Mont-Blanc nel pubblicare l'articolo del foglio torinese, si preoccupa di distinguere la posizione del clero valdostano da quella del Duché: dal comportamento di quest'ultimo non si deve arguire un'intesa segreta tra l'Episcopato (che il Duché rappresenta) e l’Amministrazione dell'Ordine Mauriziano a danno delle legittime rivendicazioni dei Valdostani. E' vero che il Duché non entra nel merito della questione «comme s'il s'agissait d'un hôpital de pekin», ma la ragione di questo comportamento - a parere del Mont-Blanc - va ricercata nella condizione particolare del redattore del Duché «qui se trouve être en même temps le salarie et pour conséquent le dépendant direct de l’Administration Mauricienne vis-à-vis de laquelle il ne peut avoir qu'une liberté très relative». Ecco, dunque, svelato l'enigma; gli amici della Sacrée Religion, conclude il giornale, non vengano a dirci, mostrandoci il Duché, che il clero non approva le rivendicazioni dei valdostani sull'ospedale84!. In un successivo numerò, il giornale La Democrazia cristiana ritorna ancora sulla questione presentando un'ampia sintesi del terzo opuscolo di Réan, seguita da un commento che il Mont-Blanc pubblica con molta sollecitudine. Nell'articolo (scritto in italiano e firmato «Un valdostano») si esprime plauso ed appoggio alla «generosa iniziativa del dott. Rean che «segna lotta e vittoria contro una barbarica concentrazione e contro una società non più informata a sani principi di giustizia, ma orribilmente 83 84 Idem. n 22, 1898 Idem, n 23, l898 deturpata dal dispotismo liberalesco». A commento dell'articolo del giornale torinese, il Mont-Blanc sottolinea l'eco suscitata dall'opuscolo di Réan nell'ambito della «Démocratie valdôtaine» la quale, abbracciandone decisamente le tesi, «en dehors de toute préoccupation personnelle , nous donne à tous une belle leçon de generosité et de patriotisme». In quanto alla posizione del Duché, il Mont-Blanc con sottile ironia afferma di essere tra coloro che non disperano mai di nulla e di nessuno, «pas même de la conversion du Rédacteur du Duché à nos chères idées démocratiques, pour le bien de notre pauvre Ville»85. Nell'estate del '98 entra in campo anche il periodico Jacques Bonhomme, «l'organe des paysans» che ha da poco iniziato le sue pubblicazioni. Una serie di articoli a firma «Jacques Bonhomme» (pseudonimo del prof. Francesco Farinet) mette a fuoco aspetti ed elementi del problema fino ad allora scarsamente evidenziati dalla stampa locale. L'Ordine, scrive l'autore, invoca la legalità, ma dimentica il diritto, la giustizia ed il senso di umanità; si richiama allo statuto, ma il rispetto esagerato per la «lettera» delle norme nasconde in realtà il disprezzo per lo «spirito» delle medesime. Senza dubbio, le disposizioni statutarie hanno inteso mettere I' Amministrazione mauriziana al di sopra delle vicissitudini politiche, ma non al di sopra di quelle regole di «mora]c generale» che esigono che il patrimonio dei poveri sia aperto a tutti. Se la normativa ha sottratto quel patrimonio al controllo della burocrazia, non lo ha certamente sottratto «au contrôle de droit de l'opinion publique» al quale nessuno può pretendere di sfuggire in uno Stato libero e alla fine del XIX secolo. Le disposizioni statutarie invocate dall'Ordine gli hanno dato il mandato «de bien faire» ; hanno indicato una serie di doveri, ma non gli hanno dato un «pouvoir discrétionnaire» sul patrimonio che gli è stato affidato. Nei confronti dell'Ordine non si muovono sospetti vaghi, accuse inconcludenti, calunnie anonime: il dott. Réan, un uomo che gode di larga stima, ha formulato le sue accuse «avec une précision dont seulement un démenti étaye sur des preuves, pourrait détruire ou atténuer la porté et la gravité.» Voler respingere quelle accuse semplicemente con argomenti «de procedure», significa ammetterne il fondamento sostanziale. Certe questioni, una volta sollevate, non possono essere sepolte sotto eccezioni di forma o di legalità: devono essere «tranchées carrément et résolument, non dans le sens d'un droit plus ou moins statutaire ou administratif, mais du droit moral, du droit sans phrases, du droit tout seul»86 In un articolo del settembre di quello stesso anno, il periodico prendendo in esame le trasformazioni che il patrimonio fondiario dell'ospedale ha subito nel corso del tempo, sottolinea il mistero di cui l'Ordine ha sempre circondato le operazioni relative alla vendita di beni immobili che l'ospedale possedeva in Valle e ai modi di investimento del denaro ricavato da quelle vendite. Lo stesso rilievo può essere fatto per quanto concerne le spese di ordinaria amministrazione: le rendite dell'ospedale sono in aumento, ma quanta parte di esse va realmente a vantaggio dei malati? Quanta parte, invece, dà al Gran Magistero la possibilità «d'entretenir des sinécures et des prébendes, d'octroyer des gratifications qui n'ont la plus lointaine relation avec la charité envers les souffrants?». Riprendendo un tema caro a Réan, quello dell'economia fino all'osso che caratterizza ogni atto dell' Amministrazione dell'ospedale (si lesina sul personale caricando tutto il peso del servizio sanitario su due soli medici e costringendo gli infermieri a lavorare anche nell'orto e nel giardino; si lesina sugli alimenti al punto che la carne acquistata nel corso dell'anno Idem, n 24, 1898 (La persona di cui il foglio locale auspica la «conversione» alle idee democratiche, è probabilmente il canonico Gabriel Frutaz, redattore del Duché dal settembre '97 al giugno '98) 86 Jacques Bonhomme, n 34, 1898 85 potrebbe facilmente consentire «de baptiser un chrétien avec le consommé qu'on en retire»), il foglio si dichiara disposto ad accettare anche la «vertu de l'économie» purché non vada a detrimento dei servizi e purché il frutto che se ne ricava, incrementando il patrimonio dell'ospedale, gli consenta di accogliere un maggior numero di persone, soprattutto quelle affette da malattie contagiose e croniche, oggi inesorabilmente respinte. Ciò che, invece, non può essere in alcun modo tollerato, è il fatto che il risparmio ad ogni costo sia stornato a vantaggio «des sinecures ou d'attributions plus ou moins politiques». A conclusione della sua serrata analisi, Jacques Bonhomme esprime la sua certezza in un prossimo, irresistibile risveglio di tutta la Valle per la rivendicazione integrale dei suoi diritti. Il popolo si leverà in nome di un diritto «morale» superiore a tutte le formule giuridiche, e l'Ordine Mauriziano dovrà persuadersi che solo ascoltando «la voix des petits et en reconnaissant leurs raisons, les institutions subsistent et grandissent»87. La presa di posizione così ferma e vigorosa di Jacques Bonhomme suscita nel MontBlanc la speranza che, finalmente, gli uomini di buona volontà di tutti i partiti si uniscano intorno ai veri interessi del paese: la questione dell'ospedale avrà finalmente una soluzione conforme «aux voeux des valdôtains et d'après les critères d'une justice vraiment décentralisatrice». Sempre sul Mont-Blanc compare nell'autunno del '98 un lungo articolo a firma di Réan nel quale l'autore, citando il Corriere della Sera di Milano, propone ai lettori valdostani una vicenda che presenta alcune analogie con quella dell'ospedale Mauriziano di Aosta. Si tratta di un ospedale che i Lombardi possiedono a Roma, le cui rendite anziché servire «alla spedalità dei cittadini lombardi residenti o di passaggio» in quella città, venivano erogate per «altri scopi e da persone non lombarde». L'azione condotta dai Lombardi per affermare il loro diritto di controllo su quell'Opera Pia, azione sfociata nello scioglimento dell' Amministrazione dell'ospedale, e quindi, nella espulsione dal suo ambito del personale «non lombardo» , costituisce, secondo Réan, un esempio di energia e fermezza degno di essere imitato. Anche noi - rileva l'autore - abbiamo un ospedale le cui rendite sono erogate a scopi diversi da quelli indicati dai fondatori; anche da noi persone « non valdostane» sono preposte alla gestione di fondi e rendite che appartengono solo alla nostra Valle, ai nostri poveri. La proposta di escludere quelle persone dalla direzione di un istituto di origine esclusivamente valdostana, ci ha attirato l'accusa di nutrire sentimenti gretti e poco italiani: quale splendida lezione la vicenda dei Milanesi dà a tutti coloro che ci predicano «un patriotisme frelate, à base de hostilité et de haine contre toute manifestation de vie et de indépendance locale!». A quando, chiede Réan, lo scioglimento dell'attuale amministrazione dell'ospedale di Aosta per devolverne le rendite a beneficio esclusivo dei Valdostani e impedire «que de gros millionnaires nous en chipent à la borgnette la bonne moitie pour arrondir leurs gratifications, leurs pensions et leurs scandaleuses prébendes?». A sostegno ulteriore delle sue argomentazioni, Réan ricorda come ogni anno una parte delle rendite dell'ospedale (almeno 20.000 lire su 72.000) emigri dalla Valle «pour les menus plaisirs des gros bonnets salaries de la politique». La popolazione valdostana «obérée d'impôts et bientôt aux prises avec la plus noire misère» sarebbe dunque condannata a perdere il patrimonio dei suoi avi, come se si trattasse delle rendite del Gran Turco? Réan non si illude sulla possibilità di un intervento «spontaneo» dell'autorità superiore; per la soluzione della questione che tanto gli sta a cuore, non rimane che 87 Idem, n 36, 1898 «compter sur nous mêmes, sur notre union, sur notre initiative individuelle et collective avant tout et par dessus tout»88. Sul finire del '98 la questione dell'ospedale esce dall'ambito ristretto del Circondario e giunge fino al Parlamento nazionale: cinque deputati socialisti hanno presentato un'interrogazione al Ministero degli Interni circa l'operato del Prefetto di Torino nei confronti del Consiglio comunale di Châtillon. Il Mont-Blanc riprendendo la notizia da La Stampa di Torino, plaude alla coraggiosa iniziativa dei socialisti in favore dei diritti dei Valdostani e contro «les procédés arbitraires du gouvernement»; sottolinea, ancora una volta, il fatto che la questione dell'ospedale è lungi dall'essere morta e sepolta «comme le désireraient tant de braves gens», e conclude affermando che i reclami dei Valdostani non cesseranno fino a quando non sarà loro resa giustizia: «il n'est pas dans le rôle de la vérité, de la justice et du droit de rester éternellement vaincus»89. In un numero successivo (23 dicembre '98), il Mont-Blanc pubblica il resoconto della discussione svoltasi alla Camera ed un articolo di commento a firma di Réan. Secondo il ministro Pelloux, il Prefetto di Torino non ha agito illegalmente annullando la delibera del Consiglio comunale di Châtillon, non avendo il Consiglio - ai sensi della legge comunale e provinciale - alcun diritto di ingerirsi in questioni che riguardano un'altra Amministrazione; il suo voto eccedeva pertanto, in modo assoluto, le attribuzioni proprie dei Consigli comunali. In quanto all'origine del patrimonio dell'ospedale (nella sua interrogazione il deputato Morgari aveva sottolineato che la maggior parte di esso proveniva dalle «donazioni» delle popolazioni alpine), il ministro dichiara che le donazioni provenienti dalla Valle non sono quelle indicate dal deputato socialista, per cui l'agitazione della popolazione valdostana in ordine all'impiego delle rendite dell'ospedale, non appariva in alcun modo giustificata. Nel suo commento, Réan mette in evidenza l'equivoco di fondo su cui ha ruotato tutta la discussione parlamentare, un equivoco, a suo avviso, mantenuto ad arte in alto loco, per rifiutare giustizia ai Valdostani. Senza addurre la minima prova, ignorando persino il disposto del Decreto di Vittorio Emanuele II, il ministro si è limitato ad affermare che il patrimonio dell'ospedale non è di origine valdostana, e su questa affermazione menzognera ha basato tutta la sua argomentazione ed il suo rifiuto di fare giustizia. Dall'alto della sua autorità apparentemente superiore a tutte le leggi, il ministro ha dichiarato che l'amministrazione dell'ospedale di Aosta non poteva essere sottoposta al pubblico controllo, ignorando che la legge sulle Opere Pie non esclude affatto da questo controllo le opere di beneficenza amministrate dall'Ordine Mauriziano. Che rimane da fare ai Valdostani? Inchinarsi davanti ad un simile modo di procedere? Giammai, conclude Réan; la forza della verità è più potente di quella di tutti gli uomini messi insieme, anche se armati fino ai denti: «c'est là toute notre espérance et qui nous fera à la fin vainqueurs dans la lutte» , Anche Jacques Bonhomme dà notizia dell'interrogazione dei socialisti alla Camera: pur ringraziando i deputati per le loro buone intenzioni, il giornale dichiara di non farsi alcuna illusione sul risultato pratico della loro iniziativa Come altre volte aveva fatto, ribadisce la sua idea di fondo: la questione dell'ospedale è di quelle che non possono e non devono essere risolte se non «par l'action ferme et unanime du pays». I Valdostani potranno affermare pienamente i loro diritti solo quando cesseranno di mettersi sotto la 88 89 Le Mont-Blanc, n 44, 1898 Idem. n 50, 1898 tutela di ambiziosi il cui unico interesse è quello di farli passare per «des mauvais italiens qu'il faut tenir d'oeil»90. Lo svolgimento della vicenda dell'ospedale non presenta, nel corso del '99, elementi di particolare rilievo. La resistenza passiva dell'Ordine sembra opporre un muro di gomma ai generosi tentativi del Mont-Blanc e di Jacques Bonhomme di tenere viva l'attenzione e la tensione intorno alla delicata questione. Due articoli pubblicati sulla Gazzetta del Popolo di Torino (e riportati dalla stampa locale), l'uno sui criteri che presiedono alla nomina del Primo Segretario dell'Ordine Mauriziano, l'altro sulla destinazione delle rendite del Gran magistero, offrono tuttavia a Réan l'occasione per ribadire la legittimità delle rivendicazioni avanzate dai Valdostani. La Gazzetta del Popolo (un giornale, osserva Réan, che non è né socialista, né repubblicano, ne ostile alla monarchia), a proposito della carica di Primo Segretario dell'Ordine, rileva che essa è considerata una semplice onorificenza, retribuita però con un lauto stipendio; quel posto, occupato un tempo dal Conte Cibrario, ora è in balìa delle esigenze della politica, la quale dovrebbe essere estranea ad una Amministrazione pienamente autonoma, dipendente solo dalla volontà del Re, un' Amministrazione diventata ormai una « grande distributrice di elemosine ai ricchi». Secondo il giornale torinese, bisognerebbe illuminare il Paese sui doveri, sui servigi, sugli onori e gli oneri di questa nobile istituzione. Parole d'oro, commenta Réan, parole che giustificano pienamente l'agitazione iniziata in Valle a favore del diritto di controllo dei Valdostani sull'amministrazione dell'ospedale; v'è da augurarsi che il grido di allarme lanciato dalla Gazzetta susciti in Valle l'eco che merita e sia stimolo ai Valdostani a proseguire la loro lotta. A proposito delle rendite dell'Ordine Mauriziano che dovrebbero servire ad alleviare la miseria di tanti benemeriti ed umili servi tori dello Stato, mentre si ha ragione di ritenere che vadano ad ingrassare i grossi papaveri delle varie Amministrazioni statali, la Gazzetta del Popolo aveva avanzato la proposta che si rendessero pubblici i nomi dei deputati e dei senatori che su quelle rendite percepiscono pensioni o gratifiche. La proposta era stata, però, nelle alte sfere, definita «un atto di pervertimento morale»: orbene, si chiede il foglio torinese, il Gran Magistero è forse un'Arca santa intangibile cui non è lecito a nessuno rivolgere lo sguardo? Se, come l'Ordine afferma, assegni e pensioni vengono concessi per «titoli speciali di pubblica benemerenza» , la pubblicazione dei nominativi non può non tornare ad onore di coloro che ne hanno beneficiato; «pervertimento morale» sarebbe, invece, la concessione di assegni e pensioni a chi non li ha affatto meritati. Le considerazioni della Gazzetta portano acqua al mulino di Réan che le dedica a «certains bons viveurs transformés en moralistes pour rire qui osent nous prêcher encore le respect inconditionné à l'autorité et les bienfaits inouïs de la subordination»91 Anche Jacques Bonhomme sottolinea compiaciuto la denuncia del periodico torinese: l'intangibile Ordine Mauriziano non è più la «cible exclusive» del dott. Réan e di alcuni giornali valdostani che non hanno avuto paura di mettere il naso nel «sancta santorum de nos vieilles perruques sous lesquelles se cachent de très jeunes appétits» . La Gazzetta è scesa in guerra contro quel rifugio di privilegi che è l'Ordine Mauriziano: su quella via si son messi i Valdostani, dimostrando ancora una volta che se in Italia «on peut espérer quelque chose de bon, c'est des petits et des humbles qu'il faut l'attendre». In quanto al mistero di cui l'Ordine e il Governo amano circondare l'impiego dei fondi, in quanto al 90 91 Jacques Bonhomme. n 51, 1898 Le Mont-Blanc, n. 1, 1899 fatto che non si vuoi rendere pubblico l'elenco dei benemeriti, Jacques Bonhomme osserva che la vera perversione morale consiste nello stornare dal loro scopo caritatevole i fondi destinati al sollievo dei poveri e degli ammalati: questa l'accusa da cui dovrebbe discolparsi l'Ordine Mauriziano! A conclusione, il giornale auspica che il generale di San Marzano, candidato alla carica di Primo Segretario dell'Ordine, faccia «une lessive complète» dell'amministrazione mauriziana: «si la maison du juste doit être de verre, celle des administrations du patrimoine des pauvres devrait être de cristal»92. Nell'aprile di quell'anno, Réan apporta nuovi elementi a sostegno delle rivendicazioni dei Valdostani. Da fonte degna di fede, è venuto a conoscenza del fatto che, da qualche tempo, la Direzione realizza sulle rendite dell'ospedale un'economia annua di L. 30.000. Non risulta che questa somma venga spesa a vantaggio degli ammalati poveri o della Valle da cui pur proviene; la :sua destinazione è del tutto sconosciuta. Trenta mila lire all'anno: i nostri : poveri non hanno mai saputo di essere così ricchi, e naturalmente si è avuto cura di non farglielo sapere, osserva con amarezza Réan. Anche detraendo da quella cifra la somma destinata al mantenimento dell'Ospizio del Piccolo S. Bernardo (circa 10.000 lire all'anno), dovrebbero pur sempre rimanere - a beneficio dei poveri - 20.000 lire che, moltiplicate per qualche decina d'anni, rappresentano un bel patrimonio. Da tempo, l’Amministrazione dell'ospedale non ha effettuato alcuna opera di ingrandimento o nuove installazioni; non ha proceduto all'acquisto di alcuna proprietà, anzi, ha messo all'asta e venduto ad uno ad uno i beni che, ai sensi della Bolla di fondazione dell'ospedale, si era impegnata a conservare. Dove è finito quel denaro? Non è stato aumentato lo stipendio ai medici: due mila lire son sufficienti a retribuirne tre! Non è stato migliorato il trattamento degli ammalati: un tempo si dava loro il «goûter» , ora l'han soppresso, un tempo bevevano le «vin du pays», ora si dice loro che il vino grosso, quello che viene «d'en bas» è migliore. . . Economie ovunque e in ogni momento: a vantaggio di chi? Questo il problema che non può non sollecitare l'attenzione dell'opinione pubblica e che i Valdostani continueranno a porre sul tappeto fino al giorno in cui la Sacrée Religion, abbandonando il silenzio che le è consueto, non si deciderà a mettere le cose in chiaro93. Della questione sollevata da Réan si occupano anche due giornali di Torino: Il Grido del Popolo socialista e Il Popolo Italiano democratico cristiano; entrambi pubblicano una corrispondenza da Aosta che il MontBlanc riporta integralmente. Il foglio socialista stigmatizza l'operato dell'Ordine Mauriziano che ogni anno intasca una parte delle rendite destinate ai malati poveri, rendite di cui non è legatario, ma soltanto amministratore. A parere dell'articolista, quelle trentamila lire risparmiate a favore dell'Ordine, spiegano il suo accanimento nel negare agli Enti locali il diritto di controllo sulla questione dell'ospedale e mettono in luce la responsabilità del Governo che, da anni, ostacola la giusta e legale agitazione dei Municipi. Non minore indignazione suscita nel Popolo Italiano la questione delle rendite prelevate dall'Ordine per «destinazione ignota». E' un problema di giustizia, afferma il giornale, plaudendo alla nobile campagna promossa da Réan e ricordando l'origine valdostana del patrimonio dell'ospedale e il diritto di controllo sulla sua amministrazione riconosciuto ai Valdostani dalla Regie Patenti del 1851. «Non possiamo rimanere indifferenti - conclude l'articolo - davanti a tanto deviamento di denaro a danno dei poveri di tutta la Valle, e in uno con i Valdostani amici della giustizia ci interesseremo sempre e dappertutto ad una questione così nobile e di così grave momento. Si potrà sperare 92 93 Jacques Bonhomme, nn 1, 3, 1899 Le Mont-Blanc, n 15, 1899 giustizia dalla Sacra Religione. . .di coloro che forse non ne hanno più? Sta anche un po' a noi riuscirvi». La presa di posizione dei due giornali torinesi suggerisce al Mont-Blanc una considerazione che ci sembra interessante perche indicativa di quell'orientamento di pensiero che vede affinità e connessioni tra il socialismo e il cristianesimo, uno dei temi di fondo della riflessione di Réan. In un articolo non firmato (ma non è difficile individuarne l'autore), il foglio locale rileva che «les partis franchement populaires», ad onta e vergogna degli uomini che sono al governo, sono sul punto di avocare a sé il monopolio della difesa dei diritti dei poveri e della giustizia, mentre i potenti ed i conservatori di ogni gradazione non danno la minima importanza a questo fenomeno di «psychologie sociale» insieme singolare e degno di nota. Il trionfo finale sarà, senza alcun dubbio, del programma di «toutes les démocraties» che può riassumersi in questo semplice motto: «Tout pour le peuple et tout par le peuple». Questo motto «éminemment évangélique» non tarderà a trasformare il mondo94. La vicenda dell'ospedale che tanto rilievo ha avuto negli anni '98 e '99 sulla stampa locale, viene presa in considerazione una sola volta in sede di Consiglio comunale nella seduta del 18 maggio del '98. Sebbene il Sindaco affermi che la «question est vivante», dal verbale della seduta si ricava l'impressione che si tratti di una vita piuttosto stentata, almeno sul fronte dei rapporti tra Consiglio e Ordine Mauriziano. Il Sindaco si limita a richiamare l'attenzione dell'assemblea sulla lettera del Primo Segretario del settembre dell'anno precedente, ed a sottolinearne «les affirmations et argumentations génériques, non appuyées par des documents ou des preuves» ; dà poi lettura del «memoriale» da lui stesso redatto e trasmesso all'Ordine in novembre, nel quale «il en discutait et réfutait une à une toutes les affirmations et les conclusions, tout en se déclarent prêt à s'incliner devant les documents et les chiffres que l'Ordre aurait bien voulu lui faire connaître». Non avendo ricevuto alcuna risposta, aveva nuovamente scritto all'Ordine in gennaio, per confermare il contenuto del suo memoriale e «son vif désir de voir la vérité se faire jour sur toute cette question non seulement pour la satisfaction de l’opinion publique, mais encore pour le tribut de reconnaissance que le pays doit à l'Ordre Mauricien dont il a reçu tant de bienfaits dans les moments les plus difficiles». Soltanto nel mese di marzo l'Ordine si era degnato di rispondere con una lettera della quale, però, il Sindaco dichiara di non poter assolutamente ritenersi soddisfatto95. Passano due anni prima che della questione dell'ospedale si riparli in Consiglio comunale. In una seduta dell'aprile del 1900, il dott. Réan, allora consigliere, ricordando il favore con cui in passato il Consiglio aveva accolto e appoggiato le sue iniziative, propone che si riprenda la questione rimasta ferma all'ultimo scambio epistolare con l'Ordine Mauriziano. In un intervento pacato ed equilibrato (la «vis» polemica dei suoi scritti è un lontano ricordo ), il consigliere sostiene la necessità di trovare una soluzione «qui puisse concilier les droits de l'Ordre et ceux de la Vallée d' Aoste» e dichiara di riporre nel nuovo Segretario dell'Ordine, generale di San Marzano, ogni speranza per un'equa composizione della vertenza. Dopo aver ricordato che l'Ordine non ha mai seriamente confutato le tesi Idem. n 18, 1899 ASR, DC, vol. 3 p 140 (Non essendovi nell’Archivio storico regionale alcuna documentazione relativa a questo scambio epistolare tra l’Ordine Mauriziano ed il Sindaco della città e non essendo stato possibile consultare gli archivi del Mauriziano a Torino ci si è limitati ai resoconti che di tale scambio vengono fatti in sede di Consiglio comunale) 94 95 dei Valdostani, ma si è limitato a contestare fatti evidenti come l'origine «toute valdôtaine» dei fondi dell'ospedale, Réan ribadisce che non si vuole assolutamente «attaquer les privilèges et les droits de l'Ordre», ma solo ottenere il ripristino di un diritto riconosciuto ai Valdostani e già da essi esercitato in passato. Propone pertanto un ordine del giorno in cui il Consiglio invita la Giunta a rinnovare le sue istanze al nuovo Segretario «pour qu'il veuille bien seconder les voeux des valdôtains» nel pieno rispetto dei diritti dell'Ordine e nell'intento di conciliarli con i diritti e l'interesse dei Valdostani. Senza discussione, il Consiglio, all'unanimità, vota la proposta di Réan96. Su questo impegno di una ripresa delle trattative (che, in verità, non apre alcuna prospettiva nuova e sembra rivelare solo una certa stanchezza ed un diffuso disorientamento) , si chiude la prima fase di una vicenda che tanto ha appassionato l'opinione pubblica. I successivi sviluppi della questione dell'ospedale, così come i problemi che, sul piano più generale dell'assistenza e beneficenza in Valle, emergono nei primi decenni del nuovo secolo, in connessione con i mutamenti della normativa in materia, saranno oggetto di un'ulteriore indagine. 96 ASR, DC vol 55. p 76 e sgg Gil Emprin LES POPULATIONS FRONTALIERES DU PETIT-ST-BERNARD FACE A LA SECONDE GUERRE MONDIALE 1 Les épisodes de la guerre franco-italienne de Juin 1940 et de l'occupation: Italienne de la Haute- Tarentaise mettent en évidence le fossé qui peut exister entre les sentiments et aspirations des populations frontalières et les antagonismes et conflits d'Etats ennemis. Le col du Petit St Bernard, «frontière et trait d'union alpin» (E. Janin) qui séparerelie la Tarentaise et la Vallée d'Aoste n'avait jamais connu de combats mettant aux prises les populations francophones frontalières. Les conflits s'étaient limités à des rares problèmes d'alpages au 19ème siècle et la Ière guerre mondiale avait vu les «Alpins» des deux versants combattre ensemble l'ennemi commun allemand. Les deux communautés, administrativement unies avant 1860 au sein de l'Etat savoyard avaient d'amples relations économiques et humaines (les archives des notaires d'Aoste signalent des Tarins propriétaires de terres à Valgrisenche, les fêtes d'alpage étaient tradition…). La séparation après 1860 n'avait pas altéré les relations qui s'étaient poursuivies par dessus la frontière nouvelle qui apparaissait tout à fait hétéroclite à ses usagers; on se rappelle la scène du film de E. Favre: «La Trace» où le colporteur tarin, parti savoyard pour faire son commerce dans toutes les Alpes revient chez lui français et tout étonné de l'être! De même, vers 1910-1920, des montagnards de S. te Foy Tarentaise n'avaient jamais mis les pieds à Moutiers distant de 40 km. dans la Vallée de l'Isère, mais fréquentaient les foires de St Vincent d' Aoste passant par au moins un col à 2600 m d'altitude et 70 km de chemins. Des économies semblables voire complémentaires, des migrations saisonnières ou définitives, la contrebande, une même forte tradition catholique et surtout l'usage de la langue française en Vallée d' Aoste maintenaient des rapports nombreux, étroits et amicaux. Ainsi, l'hospice du Pt. St. Bernard, gîte d'étape à la frontière, avait accueilli plus de 14.000 personnes en 1920. L'avènement du fascisme va troubler ces rapports par l'italianisation forcée de la Vallée d'Aoste et une politique agressive envers la France (revendications sur la Savoie). Les populations frontalières vont vivre des années noires, entraînées dans une guerre dont les enjeux ne les concernaient pas. Leurs réactions, leur attitude seront souvent à l'image de leurs traditions, très indépendantes des Etats centraux, modifiant au fur et à mesure des évènements leur usage de la frontière. 1Cette étude est le texte d'une intervention au colloque universitaire franco-italien de Grenoble en octobre 1987 sur le thème de la «Frontière». Elle est l'un des éléments d’une étude à venir plus complète sur la guerre de juin 1940 dans le secteur Vallée d' Aoste/Tarentaise. Toutefois les questions et problèmes historiques abordés ici appellent et méritent approfondissements, débats et remarques utiles à une analyse plus fine et plus complète des évènements Aborder ces évènements sous cet angle n'est pas sans poser des problèmes de méthode. Il est difficile d'apprécier la signification des comportements collectifs sans les dénaturer ou les interpréter selon des schémas préconçus. Néanmoins, les nombreux et vivants témoignages recueillis sortent encore grandis de leur confrontation à des sources militaires italiennes ressorties de l'oubli. Ils permettront d'approcher l'ambiance d'une région et les mentalités de ses populations pour qui la frontière, dans les années 1940-45 évoquait des sentiments forts et contradictoires. Nous distinguerons trois périodes chronologiques en essayant d'examiner à la lumière des réactions des populations frontalières le fascisme en Vallée d' Aoste à l'approche de la guerre, le déclenchement et le déroulement de la «guerre des cent heures» de Juin 1940 et l'occupation-annexion de la Haute-Tarentaise par l'Italie de 1940 à 1943. Enfin on évoquera seulement - car le sujet est vaste et épineux - l'occupation allemande, la libération et les conséquences après guerre des évènements de 1940-1945 pour les deux communautés frontalières. Les Valdôtains, le fascisme et la guerre Il n'est pas question ici d'étudier à fond l'antifascisme en Vallée d'Aoste mais d'en signaler des motivations qui découlent de traditions profondes d'autonomie et de relations avec la France et particulièrement la Savoie. Depuis son avènement, le fascisme avait eu pour souci de parfaire de manière irrémédiable et complète l'«italianité» de la Vallée d'Aoste, première et nécessaire étape vers des revendications sur la Savoie. Cette politique d'italianisation engagée à partir de 1925 reposait sur deux axes: d'une part, une prise en main par l'Etat fasciste de l'industrie de la Vallée (riche en minerais et énergie hydro-électrique) sur un modèle quasi-colonial avec importation de la main d'oeuvre italienne; d'autre part la volonté d'éliminer la langue française et de couper les ponts avec la France. Face à ces attaques brutales contre les traditions millénaires de la Vallée, les Valdôtains privés de possibilités de réaction politique eurent recours à l'émigration pour essayer de redevenir maître de leur destin. Les brusques transformations sociales et économiques de la Vallée liées à l'industrialisation au début du siècle avaient troublé l'équilibre d'une économie jusque là essentiellement paysanne et provoqué les premières émigrations définitives vers la Savoie et Paris. Dans les années 20, le paradoxe entre un développement industriel spectaculaire (textile, hydro-électricité, mines) et une fuite des Valdôtains en Suisse, USA et surtout en France prit des proportions étonnantes. (5.000 émigrations officielles entre 1919 et 1921)2. L'explication est double: d'une part, les Valdôtains, surtout dans la Haute Vallée, étaient rebelles à la prolétarisation, qui bouleversait trop vite et trop radicalement leur façon de vivre. Mais il faut également remarquer que les grandes entreprises (la Soie, l'Ansaldo) arrivaient en Vallée d' Aoste avec un esprit qu'on peut qualifier de colonisateur, avec leur propre main d'oeuvre venue de Lombardie ou de Vénétie. De 1921 à 1940, 37.00 italiens se sont installes en Vallée d'Aoste pendant que 26.00 valdôtains quittaient leur «petite patrie». D'après l'annuaire statistique de l'émigration italienne cité par E Riccarand, Fascismo e antifascismo in Valle d'Aosta, Musumeci 1978 p 18 2 Exclus du développement industriel, brimes par les atteintes à leurs traditions et la chute des prix agricoles, les valdôtains choisirent en masse, naturellement, la France. Pour ceux qui pratiquaient depuis longtemps l'émigration temporaire ou saisonnière, il était naturel, dans ces conditions de choisir définitivement «l'autre côté du col». Plus de 26.000 valdôtains ont donc émigré en Savoie, dans le Sud-Est, et à Paris où ils retrouvaient les communautés de Savoyards, notamment à Levallois-Perret. Spontanément, dans l'adversité, la frontière n'était pas une limite, une barrière, mais au contraire le chemin de l'espoir, du travail. Une loi de novembre 1926 réduisant puis interdisant les émigrations, celles-ci devinrent clandestines, plus dangereuses, aux motivations nettement politiques (environ 2000 en 1935-36)3. C'était le choix de la France, pays de la liberté, d'où l'on pouvait mener une lutte politique contre le fascisme et aider les amis de la «petite patrie» valdôtaine. L'activité des émigrés valdôtains, notamment à travers la presse oeuvrait pour le rapprochement des «soeurs latines» conjuguant l'amour de la patrie d'adoption avec la fidélité - du moins théorique- à la mère patrie4. Toute une organisation s'occupait de favoriser les émigrations et de régulariser la situation des clandestins. De nombreux valdôtains dans les années 1935-39 choisirent définitivement la France en demandant leur naturalisation et leur engagement dans l'armée française après le 2 septembre 1939, «oubliant les plus élémentaires devoirs envers leur mère patrie»5. L'attachement multiséculaire à la France s'affirmait dans le rejet d'une Italie autoritaire et centralisatrice qui reniait en outre toutes les traditions d'autonomie politique et administrative de la Vallée et surtout sa tradition francophone et francophile. La fermeture des frontières en 1926 coïncidait avec une politique visant à l'extinction des rapports entre Vallée d' Aoste et France, basés sur l'usage de la langue française dans les écoles, les églises. Si les valdôtains parlaient en général le patois, la bourgeoisie utilisait le français (actes notariés . . ) . Après l'interdiction d'enseigner le français en 1925, l'italianisation forcée avait touché la presse, obligée de paraître en italien, puis les noms de villages et de rues, l'enseignement au séminaire (1932) puis le catéchisme et la messe (1935). En 1939, un decret prevoyait l'italianisation de 20.000 patronymes. Symbole de ces transformations, La Thuile, dernière commune avant la frontière devint «Porta Littoria» (Porte du licteur). Toutes ces décisions avaient choqué, principalement dans les zones montagneuses frontalières. La bourgeoisie valdôtaine et le bas clergé défendaient depuis longtemps la langue française au moyen d'associations qui cherchaient à faire pression sur le gouvernement, comme le Comité pour la protection de la langue française crée en 1909, puis la Ligue valdôtaine en 1912. Mais son programme ne résistera pas aux contradictions politiques de ses dirigeants (docteur Réan) quand le fascisme s'imposera. Par contre un mouvement dissident, le Groupe Valdôtain d'Action Régionaliste (1923) ajoutera des revendications 159 poursuites pour émigration clandestine ont touché les Valdôtains en 1930, d’après l'annuaire statistique de l’émigration italienne cité par E Riccarand. Fascismo e antifascismo in Valle d'Aosta Musumeci 1978 p 181. 4 Voir : Sur l’émigration valdôtaine- E. Riccarand T. Omezzoli. Institut Résistance VdA. Aoste, Musumeci, 1973 5 Rapport de la Questure d' Aoste au Ministère de l'intérieur 6 octobre 1939 (Archivio Centrale dello Stato. cat K 18) 3 politiques à la défense du français. Devenu en 1925 la « Jeune Vallée d' Aoste», animé par des jeunes prêtres et intellectuels intègres, il remplacera la moribonde Ligue Valdôtaine et bénéficiera d'une réelle réponse populaire à ses activités culturelles (création d'écoles en français, de bibliothèques, veillées traditionnelles. . . ) et à son programme politique: revendiquant un Etat Valdôtain au sein d'une République Fédérale Italienne il offrira, dans des conditions à l'évidence difficiles, une des rares formes possibles de résistance au fascisme et de manifestation de francophilie en dehors de l'émigration. La politique agressive de Mussolini envers la France dans les années 1935-40 allait encore creuser le fossé entre les Valdôtains et le fascisme. Dans ces années, sombres, le Col du Petit St. Bernard a vu passer, parfois dans des conditions terribles, des centaines de Valdôtains «fuoriusciti» qui rejoignaient leurs amis en Savoie ou à Paris et notamment des jeunes à la veille d'être appelés sous les drapeaux italiens. La guerre de Juin 1940 La montée des périls internationaux touche les Valdôtains dans leur chair: faudra-til faire la guerre au pays qui a reçu tant d'amis, de membres de la famille? Des Valdôtains devront-ils tirer sur d'autres Valdôtains devenus français? Les rapports de la Questure d'Aoste au Ministère de l'Intérieur font état de la «francophilie naturelle des Valdôtains qui s'explique si l’on considère que bien 25.000 Valdôtains ont émigré depuis des années et Savoie française (!), que les fils de nos nationaux deviennent citoyens français et que dans nombreuses familles le père valdôtain a des fils italiens et d'autres français. Il ne parait pas suffisant, pour changer cet état de choses, de déplorer l'usage et la diffusion de la langue française»6. 5 Les revendications territoriales sur Nice et la Savoie «n'ont pas été comprises parce que la tendance à la sympathie des Valdôtains pour leurs voisins savoyards est indéniable»7 La protestation contre une guerre éventuelle, et la francophilie, constituent les manifestations essentielles d'antifascisme dans les années ‘35-‘39, surtout dans les milieux ouvriers et paysans, mais aussi chez les soldats. En 1939, sur 15 incidents «subversifs» ayant donné lieu à des poursuites, 10 sont de nature «pacifiste», «défaitiste» ou «francophile». D'autre part, il est significatif de constater que c'est en 1939 et 1940 que le nombre de Valdôtains assignes à résidence aux «confins» à cause d'activités subversives est le plus important, alors que dans le reste de l'Italie, les «années de pointe» sont 1937 et 19418. Les rapports du Questeur à l'approche de la guerre sont éloquents: «il existe surtout dans la haute Vallée près de la frontière, un malaise indiscutable devant la possibilité d'une guerre contre la république voisine»9. En Savoie, alors que Ciano évoque «les aspirations naturelles du peuple italien», des commerçants et artisans italiens publient dans la presse des communiqués affirmant leur attachement à la France, leur patrie d'adoption. Le malaise touche aussi les militaires, Rapport du Questeur le 15 sept. 1938 Archivio Centrale dello Stato. cat. K 1B Rapport du 3 janvier 1939 8 A. dal Pont, S. Carolini, L'Italia al confino 1926-1943, ed la Pietra, 1983 9 Rapport du Questeur 6 oct 1939 6 7 en général membres des bataillons alpins «Aosta» et «Baltea» ou gardes à la frontière (G.A.F.). En effet, des notes des renseignements militaires français signalent au mois de septembre 1939 des incidents entre alpini et miliciens fascistes, quelques désertions (une douzaine), et des relations tout à fait cordiales entre les détachements français et italiens sur le secteur Savoie, notamment au Pt. St. Bernard10.C'est sans doute pour cela que dans un rapport du 6 novembre 1939, les officiers de renseignement constatent que «les militaires italiens ayant des parents en France sont systématiquement écartés des éléments de surveillance à la frontière»11et que «les autorités militaires italiennes se préoccupent d'éviter au maximum les conversations à la frontière et de remplacer les piémontais, dont beaucoup parlent français et sont jugés trop francophiles par des Toscans, ou des Siciliens»12. Il n'est pas étonnant dans ces conditions que les témoignages quasi unanimes parlent du 10 juin comme d'un jour de deuil. Un silence de plomb règne à Aoste après le discours de Mussolini. La veille à Villeneuve, un ouvrier, Silvio Chabod, a été arrête après avoir molesté 4 jeunes fascistes qui revendiquaient l'italianité de la Savoie13. Quelques incidents ont eu lieu à La Thuile entre alpini et chemises noires. Le rapport du Questeur du 31 Juillet 1940 rapporte que la «déclaration de guerre contre la France a été accueillie avec peu d'enthousiasme, même une certaine froideur voire stupeur dans la population et le clergé»14. La guerre venait troubler des relations et un usage «ouvert» de la frontière, Au delà des difficultés administratives, des paysans valdôtains mettaient encore en 1938 des vaches «à l'hiverne» chez des paysans de Montvalezan. Le maire de Séez, commune frontalière, exprime clairement l’état d'esprit de l'époque: «Le mot de frontière, évocateur de guerre, n'existait pas entre La Thuile et Séez. La Thuile fondait des foyers à Séez, comme Séez en fondait à La Thuile. Aucune influence ne flottait sur le col. Il était commun aux deux»15. Mais en 1940, le col revêt un caractère stratégique. Il est pour Mussolini le point d'attaque principal pour atteindre Chambéry, lieu de son rendez-vous avec Hitler pour partager les dépouilles de la France. Les populations civiles frontalières, elles, subissent les évènements dont l’enjeu international ne les concerne pas. Les Savoyards des communes frontalières ont été évacués dès le 10 juin au soir, mais les quelques frontaliers mobilisés dans l’armée des Alpes du general Olry vont défendre âprement leur territoire contre l'agression italienne, qu'ils pressentaient depuis longtemps. Regroupés dans les ouvrages fortifiés de Séloges et de la Traversette, s'accrochant au terrain qu'ils connaissent parfaitement, et soutenus par une artillerie puissante et bien préparée ( tirs prérégles, canons enterrés. . . ), ils vont mettre en échec l'armée italienne pendant les quatre jours de l'attaque véritable du 21 juin au 25 juin 1940. Malgré des blindés et un surnombre évident (7 contre 1), les Italiens n'atteindront même pas la ligne dite de résistance, parvenant à peine à faire replier les avant-postes. Rapport du 2e bureau Secteur fortifié de Savoie. Archives Service Historique de l’Armée série 33 N 167 n 221/25 D du 25/09/39 11 Idem rapports du 6 nov 1939 n 646/25D 12 Idem rapport du 20 nov 1939 n 733/25D 13 Rapport du Questeur le 10 Juin 1940 Archivio Centrale dello Stato cat K 18 14 Idem rapport du 31/07/1940 15 C.Freppaz Histoire du Pt St Bernard p 109, non publié, dactylographié, Mairie de Séez 1966 10 Les causes de cet échec sont multiples et ne doivent pas seulement à la situation locale mais les éléments perçus avant-guerre dans l'opinion des Valdôtains posent de nouveau question quand des témoins se déclarent «fiers de n'avoir pas tire un seul coup de fusil», ou quand on suit le bataillon «Aosta», pourtant bataillon d'élite décoré de la médaille d'or en 1918, mis rapidement en échec devant le fort de la Traversette (la Redoute Ruinée) le 21 juin, et ne déclenchant pratiquement plus d'attaque les trois jours suivants malgré les injonctions de Rome. . . Ce manque d'ardeur au combat, s'il s'explique aussi par les conditions atmosphériques très pénibles, la pauvreté des moyens militaires et les bruits d'un armistice proche était redouté par les officiers italiens. Le général Guzzoni, commandant de la 4ème Armée, apprenant la demande française d'armistice envoie un télégramme dans le quel il ordonne «d'éviter toute forme de fraternisation avec des soldats ou des civils français lors de l'arrêt des hostilités»16 qu'il croit imminent. Il est également étonnant de remarquer que le lendemain de l'armistice, les deux bataillons «Aosta» et «Baltea», de recrutement essentiellement valdôtain, sont retirés de la frontière et renvoyés en Vallée d'Aoste, remplaces par des Chemises Noires pour la visite du duce le 30 juin. Le 4ème régiment Alpin, auquel ils appartiennent sera d'ailleurs restructuré dans les semaines qui suivent. C'est avec soulagement, mais sans l'enthousiasme démonstratif souhaite que la population valdôtaine verra revenir l'armée italienne, pendant que les Savoyards de la zone occupée par l'Italie vont devoir réparer les dégâts que des soldats affamés et vexés ont causé dans leurs maisons dans les jours qui ont suivi l'armistice. Ils devront, en réintégrant leur village, s'adapter à la nouvelle géographie politique issue de la guerre: 3 communes de Tarentaise constituent maintenant une zone occupée, délimitée entre Séez et Bourg St Maurice par une barrière tenue par des carabiniers royaux, et dont le statut n'est pas encore très clair. Toujours est-il que la frontière s'est déplacée et qu'ils ne font plus vraiment partie de la France. La population de Haute- Tarentaise face à l’occupation italienne La demande française d'armistice du 17 juin s'adressait à l'Allemagne et non à l'Italie que le nouveau régime en place à Paris ne considérait pas comme vainqueur. Mais, pour protéger son allié, Hitler imposera à la France la signature d'un armistice avec l'Italie comme condition préalable à un armistice avec l’Allemagne. Ainsi protégé, Mussolini, va compenser l'exiguïté des territoires conquis par la forme qu'il va donner à l'occupation. La convention d'armistice ne précise en rien le statut futur de la zone occupée, normalement régi par la Convention de la Haye qui prévoit le maintien de la souveraineté du pays sur la zone. Or Mussolini, sans se soucier de cette convention, définit le 30 juillet 1940 un statut spécial dans un décret («bando») non négocié qui confond en fait occupation et annexion. Ce statut est applicable à partir de 2 Août; et à partir de ce jour les populations civiles sont autorisées à rentrer. Préalablement une liste des habitants a été établie et un contrôle strict est opéré à la nouvelle frontière. La «nouvelle frontière» est imposée par des symboles: l'autorité italienne établit une carte d'identité italienne à chaque individu, avec italianisation des prénoms et indication de la race. Télégramme téléphoné n 3698 du 18/06/1940 Diario Storico 4a Armata Ufficio Storico dell’Esercito, cartella 17 16 Les bornes kilométriques indiquant la frontière italienne ont disparu, des panneaux « Via Aosta», ou « Via Roma», sont apparus dans les villages de Séez et du Miroir. Mais au delà des symboles, le «bando du 30 juillet» est dans la lettre un véritable outil d'annexion puisque les pouvoirs administratif, policier, économique et judiciaire sont entre les mains du commissaire civil italien désigné et de l'armée. En effet, le commissaire civil est une sorte de préfet qui a tous pouvoirs sur la zone occupée: il est chargé de maintenir l'ordre public, il peut remplacer les autorités locales françaises (maires) «pour raisons politiques ou militaires» (article 4 du «bando») et suspendre l'exécution des délibérations des conseils municipaux, seules institutions françaises maintenues (article 5). Il délivre les sauf-conduits obligatoires pour sortir de la zone et se rendre en France. Il nomme les fonctionnaires des postes (qui dépendent de Porta Littoria), des forêts, ainsi que les instituteurs, tous payés par l'Italie. Les prêtres passent sous régime du concordat italien. Sur le plan économique, l'«importation» de marchandises de la zone libre est interdite sans autorisation spéciale, une tolérance étant toutefois admise dans la limite de 150 F, pour des raisons évidentes (la zone est isolée pendant 6 mois et il y fi1anque de nombreux commerces et artisans). Par contre, la circulation est libre (mais difficile) entre l'Italie et la zone occupée. La lire est introduite au taux fixe artificiellement à 30 lires pour 100 F. (article 13). Des épiciers italiens, une coopérative-épicerie italienne, «La Provvida» s'installent à Séez. Enfin, la loi et la juridiction italienne sont introduites dans la zone occupée. Le juge de paix italien, installe à Montgenèvre a des compétences élargies: il est chargé du tribunal correctionnel, du tribunal de commerce et du tribunal pour enfants. Les Cours d'assises, d'appel et de première instance sont celles de Turin. Un tribunal militaire de guerre aura compétence pour des délits de droit commun dont seraient victimes des Italiens, pour les questions de sécurité de l'état et de contrebande. L'Italie s'est ainsi donnée les moyens « juridiques» d'une véritable annexion de la zone occupée, et les autorités françaises ne peuvent que constater leur impuissance: lors d'une conférence sur l’étude de la propagande italienne en zone occupée tenue à Vichy le 16 décembre 1940, réunissant les délégués français à la Commission Italienne d' Armistice avec la France,de nombreux ministres et les préfets des départements occupés, le préfet de la Savoie M. Maillard, constate que la tutelle administrative de la France ne s'exerce plus sur les zones occupées, que les lois françaises ne sont plus appliquées. D'autre part, les Italiens se lancent dans des réparations de routes et de ponts, assurent un ravitaillement correct à des prix bas, ce qui fait plaisir aux habitants. Le Préfet de la Savoie conclut: «La souveraineté italienne s'exerce de fait, et nous ne sommes plus en mesure d'empêcher les Italiens d'agir à leur guise»17. Le Ministre de I'lnterieur s'alarme de cette situation, liee à des nouvelles campagnes de la presse italienne pour I'annexion de la Savoie. Mais dans les conditions du «bando», la reponse prevue se limite à la propagande à la radio et à des interventions auprès de la C.I.A.F. Un seul sujet de satisfaction: le prefet Maillard signale des faits encourageants: en Savoie, la population et les maires n'ont pas besoin de propagande pour resister au mieux possible à I'italianisation. Tout dependra donc du rapport de forces entre la volonte italienne de 17 16 Conférence du 16/12/1940 Archives Départementales de l'Isère, série 13 R 897 detacher la Haute Tarentaise de la France et la capacite de resistance passive des HautTarins, et de I'ecart possible entre la lettre du «bando» et son application sur le terrain. Les maires des trois communes occupées, s'appuyant sur le soutien entier de la population tentent en utilisant eux aussi les symboles de maintenir le caractère français de la zone occupée. Ils refusent d'enlever les portraits du chef de l'Etat et les couleurs nationales dans les mairies; les instituteurs se déclarent incompétents pour enseigner le salut fasciste à leurs élèves et évidemment pour enseigner la langue italienne, discipline devenue obligatoire. Les habitants refusent ostensiblement de saluer les officiers, protestent et vont jusque dans les casernements pour récupérer des objets ou outils que les soldats s'étaient appropries pendant leur absence. Les autorités italiennes, apparemment strictes et autoritaires au début se contentent peu à peu d'imposer leur organisation administrative et économique privilégiant la forme sans se soucier véritablement du contenu. L 'enseignement en est l'exemple parfait: les soldats charges d'enseigner l'italien se découragent vite devant le peu d'intérêt voire le chahut des élèves: les cours se limiteront à des contines et chansons inoffensives. Le projet de création d'un groupe de «balilla» tournera court faute d'inscriptions, et le directeur didactique, remplaçant l'inspecteur français se signalera par le ridicule de ses instructions et son alcoolisme notoire. Toutefois la surveillance stricte des relations possibles entre la zone et la France gêne considérablement les élus locaux privés des contacts avec la Préfecture et contraints de gérer la situation comme ils le croient bon, sans connaître l'évolution des relations entre la France et l'Italie. Le trafic postal passait en effet par Turin...et la censure. La Préfecture de Chambéry, avec l'aide du maire de Bourg St. Maurice, faisait parvenir tant bien que mal les directives aux maires de la zone occupée par des jeunes qui passaient par la forêt de Malgovert en évitant la barrière. Mais les réactions aux directives italiennes était improvisées par les maires. La situation de la population et de ses maires était assez spéciale et il faut en tenir compte dans l'analyse de leurs réactions politiques face au régime de Vichy. Menacés d'une annexion italienne, le régime de Vichy était pour eux la seule corde française à laquelle se raccrocher (le général de Gaulle, à cette époque, avait d'autres soucis que ces 80 km2 et ces 2300 savoyards). Certes, le maire de Séez avait des sympathies politiques pour le régime du Maréchal; mais son unique souci a toujours été, avant d'appliquer une quelconque politique de «rénovation nationale», de défendre les intérêts des habitants contre d'éventuelles spoliations italiennes et de résister à l'italianisation. Sur ces bases, les deux autres maires de tendance radicale-socialiste étaient à l'unisson. Privés d'informations peut-être plus encore que dans le reste du pays sur la collaboration et les mesures antisémites, ils s'accrochaient à Vichy parce que simplement c'était la France. C'est ainsi qu'il faut comprendre le voyage clandestin des 3 maires à Chambéry pour la venue de Pétain en 1941, voyage qui leur valut une suspension de 3 mois par le commissaire civil. La population, elle, subissait en silence les tracasseries bureaucratiques du commissaire civil (des heures d'attente pour avoir un sauf-conduit pour se rendre à Bourg St Maurice) tout en ne manquant pas les occasions de les tourner ou de montrer sa désapprobation; aux affiches d'août '40 représentant l'aigle mussolinien serrant dans ses pattes un coq français déplumé, les habitants répondaient par des sarcasmes sur l'évolution de la guerre en Grèce. Après quelques semaines pénibles, ils s'adaptèrent à leur nouvelle situation qui, après tout, n'était pas si pénible au quotidien. Après les pillages qui avaient suivi la «victoire» l'autorité italienne, soucieuse de donner une bonne image de l'Italie à ceux qu'elle considérait comme de futurs concitoyens avait essayé de réorganiser la vie économique, avec un certain succès: les épiceries italiennes pratiquaient des prix très convenables, les administrations italiennes louaient des maisons vides à un prix correct et les coopératives laitières et fromagères avaient été relancées et le produits se vendaient «à un prix rémunérateur» aux dires du maire de Séez. Les prix de la viande étaient fixés pour éviter l'abattage clandestin et le marché noir. La zone occupée vivait plutôt bien, et même mieux que le reste de la France de Vichy, où le ravitaillement devenait avec les années de plus en plus problématique. La zone occupée pouvait dégager des surplus agricoles, un marché noir de contrebande avec la zone libre pouvait voir le jour. Il s'effectuait en direction de Bourg St. Maurice, où les habitants de la zone pouvaient se procurer outils, vêtements en échange de denrées alimentaires (la monnaie-mâchoire) et vers Val d'Isère et Tignes, communes enclavées qui recevaient déjà des touristes fortunés, souvent des dignitaires du régime de Vichy qui repartaient les valises pleines de denrées évidemment payées au prix fort. Des denrées partaient également vers Paris où avaient émigré de nombreuses familles savoyardes avant-guerre. La contrebande échappait au contrôle italien par le biais des alpages (production difficilement contrôlable) et des nuances entre propriétaires et détenteurs de bétail. Rares sont les témoins de cette époque qui n'avouent pas avoir fait «un peu» de ce qu'ils appellent «contrebande et non «marché noir». Il y avait bien une frontière à traverser. Une ordonnance du commissaire civil du 2 mars 1943 demande aux carabiniers royaux de veiller à la route de Val d'Isère car «quelquefois, on signale une pénurie de beurre et de fromage dans les épiceries de S.te Foy»18. Un comble quand on sait que cette commune était entièrement vouée à l'agriculture! Rares furent les opérations policières et judiciaires contre la contrebande. Il faut dire que l'ambiance générale, tendue au début de l'occupation, s'était considérablement améliorée. Au début de l'occupation, les soldats étaient des Italiens de Vénétie du 7° Régiment Alpin. Orgueilleux et vexes d'être obligés de se contenter d'un si petit territoire, ils s'étaient «défoulés», profitant de l'absence des habitants. Ces derniers leur gardaient une rancune qu'ils n'hésitaient pas à exprimer. Mais la tension retomba à l'automne quand le Bataillon «Aosta» vint en occupation. Occupés par des soldats qui connaissaient leur mode de vie, les conditions difficiles de leur travail, ils ne risquaient plus par exemple, de voir leurs champs piétinés par des chevaux comme l'avait fait le commandant du « Val Cismon» . De plus, certains de ces Valdôtains avaient travaillé en Haute Tarentaise avant la guerre comme bergers, maçons. . . Les occupants devinrent rapidement de simples co-habitants qui craignaient autant que les «occupés» les 150 Chemises Noires qui, seuls faisaient du zèle. Le maire de Séez analysait ainsi la venue des Valdôtains de l'«Aosta»: «Sans doute paraissait-il opportun à la diplomatie romaine que l'occupation de cette partie de «Savoie italienne» se transformât rapidement en annexion et, pour que les indigènes en acceptassent plus facilement l'inévitable réalisation, il convenait de créer un climat favorable et un Courant de sympathie dans le pays convoite»19. Ordonnance du commissaire civil2/3/1943 Archives italiennes déposées aux archives départementales de la Savoie 19 C Freppaz La Haute Tarentaise dans la tourmente. p 88, Didier Richard. 1980 18 De fait, l'occupation ne provoqua jamais de résistance armée. Elle retarda même la formation des maquis, même si des habitants n'étaient depuis longtemps plus dupes sur la nature de la politique de Vichy. En tout état de cause, si les occupants valdôtains étaient dans l'esprit du haut commandement italien des instruments d'une politique d'annexion en douceur, ces instruments ont constamment échappé à leurs utilisateurs comme en témoignent les complicités, voire la fraternisation entre occupants valdôtains et «occupés» : le secrétaire valdôtain du commissaire civil, Marcel Vaser, fera le maximum pour régler en douceur les problèmes. Il fera discrètement disparaître une liste de sympathisants de l'ex-front populaire de la zone occupée pour leur éviter d'éventuels ennuis. Depuis longtemps existait, entre Val d' Aoste et Tarentaise, une tradition de contrebande de denrées alimentaires: échange de sel et de café contre des féculents. Pendant l'occupation, en pleine guerre, ce trafic s'intensifia, s'étendant à d'autres produits. Les cigarettes, peaux, bas de soie, entres de France par la forêt passaient par les cols au cours de patrouilles pour être vendus en Italie. Des produits alimentaires, volés par les soldats valdôtains dans les stocks de l'armée, transitaient dans une grange du village des Laix avec la complicité du propriétaire savoyard et étaient transportées ensuite en Vallée d'Aoste où le ravitaillement était difficile. La complicité ne s'est pas arrêtée aux petits trafics: en 1943, les carabiniers royaux valdôtains connaissaient parfaitement la participation d'habitants de S.te Foy à la formation d'un maquis en zone libre, mais ils ne les dénonceront jamais. Après le départ du bataillon «Aosta» fin 1941, les occupants étaient des soldats plutôt âgés, qui n'aspiraient qu'a la tranquillité et ne cherchaient qu'a se faire oublier pour éviter d'être envoyés en Russie où la vie était beaucoup plus dure. Les Valdôtains restant (carabiniers royaux) continuèrent leurs bonnes relations avec les Tarins. Politiquement, les choses avançaient vite. Les animateurs du mouvement «Jeune Vallée d' Aoste» préparaient déjà l'avenir et une union retrouvée après la guerre, notamment Emile Chanoux, à Chambery et quelques uns de ces «occupants» comme Vaser, Jorrioz, Milloz, Willien. . .Il suffisait d'un pas pour que les Valdôtains passent de la complicité à l'union. Il fut franchi après la chute de Mussolini. Presque tous les sous-officiers carabiniers royaux valdôtains se retrouvèrent en septembre 1943 avec les maquis de Tarentaise pour combattre les Allemands. Après une période de 3 ans, où les communautés frontalières du St. Bernard ont été opposées l'une à l'autre par la logique des Etats, la situation s'est clarifiée en 1943 et, malgré quelques remarques désagréables ou ironiques, c'est logiquement que de nombreux Valdôtains ont participé à la résistance avec les Savoyards dans la zone frontalière au sein du groupe «Ruitor» et ont eu un siège au sein du Comité Départemental de Libération. Les troupes françaises furent accueillis avec un enthousiasme extraordinaire en Vallée d' Aoste. Mais quand le problème de l'avenir de la Vallée s'est posé, les populations frontalières ont de nouveau été des marionnettes dont les Etats ont tire les ficelles, le Général De Gaulle traitant presque en ennemis les résistants valdôtains, désarmés et assignés a résidence à Viriville dans l'Isère pendant l'hiver 19441945, La nouvelle France essayait de se venger sur la résistance italienne de ce qu'elle avait subi de la part de Mussolini. Le Général De Gaulle déclarait: «Nous devons, avant que le feu cesse, laver les outrages subis, . , conquérir les enclaves qui appartiennent à l'Italie»20. 20 De Gaulle, Mémoires de guerre, Tome III; Le Salut 1944-1946 p 188, ed Plon Cette logique de vengeance, un moment partagée par la presse et des députés savoyards en 1945 ne connut pas, semble-t-il d'écho dans la population mais pendant de trop longues années, la méconnaissance de cette histoire a engendré un regrettable malentendu: les générations d'après guerre à la grande tristesse des émigrés valdôtains, ne retiennent que l'agression italienne, sans distinguer les résistants italiens et valdôtains des agresseurs fascistes. Ce malentendu, dissipé par de nouvelles relations économiques (liaisons entre stations de ski) et humaines (fêtes communes à la frontière, fête des émigrés valdôtains) était déjà dépassé par M. Freppaz, maire de Séez sous l'occupation et après la libération, qui déclarait lors de la cérémonie de rectification de frontière en 1947: «Nous souhaitons de toutes nos forces que les relations empreintés d'estime réciproque et d'amitié qui ont sommeillé pendant de trop cruelles années, se réveillent enfin entre nos deux nations voisines et soeurs comme elles n'ont jamais cessé de se manifester entre nos deux provinces de Savoie et du Val d' Aoste». Mario Orlandoni DALLA CADUTA DEL FASCISMO ALLA FINE DELLA GUERRA CON GLI ALPINI DEL BATTAGLIONE AOSTA NEI BALCANI (1943 - 1945) Nel 1943 compivo 26 anni. Nato nel novembre del 1917 a Bondeno di Ferrara, trasferito ad Aosta nel 1931 con la famiglia per raggiungere mio padre che vi lavorava già dall'anno precedente, mi ero immediatamente ambientato, incantato dalle bellezze di questa Valle e dalle sue montagne, feci subito amicizia con i miei coetanei amanti anche loro della montagna, alla quale dedicavamo tutte le giornate libere dal lavoro. Così quando nel settembre del 1938 venni chiamato alle armi, fui destinato al corpo degli Alpini, nella 87a compagnia del Battaglione Duca degli Abruzzi, Ultimato il periodo di istruzione fui trasferito all'amministrazione della Scuola Militare di Alpinismo. Nel marzo 1940, come tutti quelli della mia classe, venni trattenuto alle armi; mobilitato all'inizio della guerra, nel settembre de11940 venivo promosso sergente «senza vincoli di ferma», e, perdurando la guerra e il mio trattenimento alle armi, dopo altri due anni ero sergente maggiore. Nella primavera del 1943, in seguito alle disposizioni di avvicendamento con i militari in zona di guerra, venivo trasferito al 4 Reggimento Alpini e nel mese di luglio, dopo la caduta del fascismo, trasferito al battaglione Aosta in Montenegro. Partito da Aosta il 3 agosto a capo di un drappello di 10 persone1 si sostò al Comando di Tappa di Mestre fino al giorno 8 quando, formata la tradotta per i Balcani, si partì alle ore 19.30. Qui cominciano i miei stringati appunti che riprendo dal mio taccuino di allora, senza tentare di correggerli per non falsare la realtà delle impressioni di quei giorni: Con la 4la Compagnia del Btg. Aosta 9 agosto del 1943 - ore 6. Arrivo a Lubiana, Entro in città, eludendo la sorveglianza per acquistare 3 fiaschi di vino. Lire 38 cadauno. Da Lubiana a Zagabria - regione collinosa esuberante di verde. Ad ogni fermata della tradotta, lunghe teorie di ragazzi che vengono ad offrire uova (jaja), accendisigari, pacchetti di caffè Frank e prugne (slive) in cambio di sigarette Milit. (Tre uova per due pacchetti, un accendisigari per sei). Si arriva a Zagabria il mattino del giorno 10 e non si riparte che alle ore 20 per arrivare a Novska alle ore 9.15 del giorno 11. Dopo Zagabria cominciano a vedersi mussulmani col fez rosso in testa. Ci precede un treno blindato tedesco, a protezione della tradotta, per qualche decina di chilometri. Ogni tanto si vede il fiume Sava. Molti campi di Il drappello era composto, oltre allo scrivente, dal cap. magg Follio-Strobbia Renato, e dagli alpini Pastorelli. Barberis, Candelone e Morandi, destinati al Btg Aosta; Alasina e Chiartano. all'ivrea; Minoggi e De Gaudenzi all'Intra. 1 granoturco, non si vede grano, forse perchè la stagione è troppo avanzata. Siamo a Brod verso le ore 16 e si riparte alle ore 16.40. Al passaggio della nostra tradotta, precipitosa corsa di contadini d'ambo i sessi, a raccogliere e mettere al sicuro mucche e maiali. Sosta notturna a Jancovici dall'11 al 12. Durante la notte siamo in allarme. Sono capo vettura e mi vengono affidate tre cassette di bombe a mano2. Alle 7.30 del giorno 12 si riparte e verso le 19.45 siamo a Zemun-Semlin, dopo una sosta di due ore si raggiunge Belgrado. Bellissima la veduta notturna della città illuminata sulla collina. Vaporetti naviganti sul fiume Sava. Si pernotta in un albergo adattato a caserma. Moderno, con casermaggio nuovo ma molti parassiti. Partenza nella mattinata del giorno 13, arrivo Càcàk (Ciaciac) alle ore 15. Qui è mercato. La ferrovia non prosegue; si ritorna indietro e si devia a destra. A Uzice si cambia treno3. Molte gallerie, la ferrovia è incassata nella montagna. Fra Càcàk e Uzice vengono caricate su un vagone le bare di alcuni soldati serbi e bulgari caduti in combattimento contro i ribelli. Anche un ferito bulgaro viene caricato sul nostro convoglio. Arrivo a Priboy. Qui finisce la ferrovia. Il paese è abitato da mussulmani. Gli ortodossi si sono ritirati sulle montagne. Poche ore prima di giungere al paese si vedono una settantina di cadaveri di mussulmani uccisi dagli ortodossi e gettati nel fiume Lim. Siamo accampati in un pianoro fuori del paese, dove i mussulmani stanno facendo la loro festa religiosa annuale che dura 40 giorni. Durante il giorno non lavorano e digiunano, dopo le 19 si riuniscono e fanno festa, dallo stesso momento le loro donne non possono più uscire di casa e farsi vedere in pubblico. Alle ore 15 del 16 agosto si parte in autocolonna per Pleivlja, passando per Priepolje, ridente paesino con tante persone in costume da spiaggia che fanno il bagno. Ci inoltriamo nella montagna - Passo Jabuca. Arrivo a Pleivlja alle ore 21, pernottamento, partenza al mattino del 17 agosto in autocolonna per Savnik. Passagio sul fiume Tara su un ponte di fortuna, del bellissimo ponte ad arcate, l'ultimo tratto è stato distrutto dall'ingegnere che lo aveva costruito. L 'ingegnere è stato giustiziato e sepolto sotto un arco del suo ponte. Qui si trova una Compagnia del Battaglione Ivrea. All'arrivo a Savnik trovo l'amico Giovanni Coma della C.C. Reggimentale. Il paese è semidistrutto. Qui erano concentrati i ribelli che nella primavera scorsa avevano accerchiato il Btg. Aosta all'assedio di Foça e sono stati dispersi da reparti italiani e tedeschi. Questi ultimi hanno poi bombardato la località con aerei. Il mattino del 18 arrivo al Btg. Aosta che si trova in quota sopra Savnik e vengo assegnato al I° plotone, S. Tenente Gabrielli, 41a Compagnia «I Lupi», comandata dal capitano Ruffatti. Da questa quota si può vedere un ampio e triste panorama. Solo montagne aride e rocciose. Il giorno 20 alle ore 18.30 si parte a piedi per Niksic - 48 Km. circa - per la strada Ricordo non annotato: dopo la nostra vettura c'è il vagone postale con un carabiniere di guardia Solo. È visibilmente impaurito perchè, un mese prima in questo luogo, i ribelli hanno attaccato e distrutto il convoglio sul quale viaggiava e si è salvato nascondendosi sotto un vagone Racconta che al capitano comandante del convoglio, dopo ucciso è stato tolto il cuore e messovi al posto una pietra Si odono spari ed esplosioni in lontananza, Passa i! treno blindato tedesco. Il carabiniere mi supplica di dargli delle bombe a mano perchè possiede solo la pistola d'ordinanza Gliene do. una cassetta Fortunatamente non succede altro e l'allarme cessa 3 Qui un milite fascista in servizio alla ferrovia mi chiede di donargli un paio di stellette per sostituire i fasci della sua mostrina, Poiché ne ho un paio in più, lo accontento e, visibilmente sollevato, mi ringrazia calorosamente. 2 non si trova acqua - si arriva alle cinque del mattino successivo. Sono molto stanco, ma, col grosso della Compagnia, ci accampiamo presso il fiume Zeta4. Niksic sembra un paese più civile di quelli visti fin'ora in Montenegro. Qui non si vedono mussulmani. Il giorno 23 si parte in autocarro e si va in postazione sulle montagne soprastanti Gorniepolje per proteggere le autocolonne che vanno sopra un colle verso il fiume Piva a ritirare legname da ardere, Qui si ritorna anche il giomo 24. Si soffre sempre la sete. In questa zona di giorno vi sono circa 40 gradi di calore e l'acqua scarseggia enormemente. Gli abitanti del luogo scavano d'inverno grandi fosse che riempiono di neve per rifornirsi d'acqua durante l'estate. Il giorno 25 la Compagnia va in rastrellamento in questi paraggi perchè nella notte i ribelli hanno tentato di far saltare le condutture dell'acqua. Siamo in zone impervie con case distrutte. Non troviamo anima viva e ritorniamo all'accampamento nel pomeriggio5. Il giorno 27 vado di scorta all'autocolonna della legna sulla strada del Piva. Il servizio di scorta è fra i più rischiosi e fin'ora, tutte le volte che i ribelli hanno attaccato le autocolonne, le hanno distrutte e pochi soldati si sono salvati. Questo perchè gli attaccanti scelgono il luogo a loro favorevole in modo da impedirci ogni via di scampo e la difesa si risolve sempre in modo disastroso. Si rientra nel pomeriggio senza alcun incidente. Il giorno 31 scorta ad una colonna di 48 autocarri, da Savnik a Niksic. Sabato 4 settembre ancora scorta ad una autocolonna per Pleivlja. Prima di Savnik troviamo reparti tedeschi in rastrellamento perchè nella notte precedente, gruppi di ribelli hanno assalito un loro distaccamento facendo alcuni morti. Nella stessa nottata i cetnici hanno ucciso una trentina di mussulmani. Arrivo a Pleivlja alle 16 quasi completamente occupata dalle truppe tedesche e con pochi residui soldati italiani. Nella località vi sono ortodossi e mussulmani, ma si guardano in cagnesco. Grande è l'odio e il disprezzo degli ortodossi per i mussulmani. Pernottamento al comando base della Taurinense. Si riparte per Niksic il mattino seguente sotto un violento temporale che imperversa per tre-quattro ore e rimango bagnato per tutta la giornata. Martedì 7 settembre si ritorna di scorta fino a Savnik. Mercoledi 8 settembre alle ore 20 mentre si rientra dalla libera uscita, sulla strada di Niksic apprendiamo la notizia dell'armistizio convenuto fra l'Italia e le potenze anglosassoni. Il primo impulso di tutti i soldati è di gioia e dagli accampamenti vicini si ode una sparatoria generale, fucilate e scoppi di bombe a mano. Ma non pensavo che questa notizia mi lasciasse così triste. Abbiamo perso la guerra6. All'accampamento del Btg. Aosta non si fa festa, tutto è silenzioso, gli Alpini mantengono un contegno esemplare per serietà. Alle ore 8 del giorno 9 riceviamo l'ordine di spiantare le tende e ci ritiriamo su una quota dove piazziamo le mitragliatrici. Quasi un centinaio di uomini, compresi 4 sottufficiali si trovano a Pleivlja e nel pomeriggio giunge notizia che sono stati disarmati e trattenuti dai tedeschi. Così con i resti del primo plotone fucilieri ed alcuni mitraglieri abbiamo formato un plotone mitraglieri del quale mi è affidata una squadra e sono unico sottufficiale. Ora la nostra situazione non è delle più facili e si rimane in attesa di ordini, Il sottotenente Gabrielli mi riferisce che il Capitano si congratula con me per essere arrivato con i primi del plotone (cosa che probabilmente non si aspettava, sapendomi proveniente dagli uffici) 5 Durante il viaggio sostiamo nei pressi di un frutteto di prugne abbandonato dal proprietario che si è dato alla montagna. La scorpacciata di prugne sorte i suoi effetti nel giorno successivo 6 Come ho detto, erano le impressioni di quei momenti. Poco tempo dopo i pensieri divenivano molto più complessi 4 I tedeschi sono scesi fino al posto di blocco per Savnik, ma una batteria del gruppo Aosta li ha presi a cannonate e costretti a ritornare sui loro passi. Nella città circolano alcune migliaia di cetnici armati che si dichiarano nostri amici ed hanno inviato un messaggio alla 43a Compagnia assicurando che in caso di attacco da parte dei tedeschi ci daranno il loro appoggio. Intanto ci invitano a passare nelle loro file assicurando un ottimo trattamento. Il giorno 11 pomeriggio la nostra Sussistenza trasporta, con automezzi, tutto quanto è possibile fuori dal paese e gli alpini si forniscono di tutto quanto rimane, marmellata, cioccolato, sigarette, carne e liquori. Alle 21.30 dopo aver gettato o distrutto gli oggetti non indispensabili contenuti nello zaino per far posto ai viveri, il Btg. Aosta parte per Danilovgrad, via ordinaria (cioè a piedi) con la 41a Compagnia in testa. E' una marcia estenuante, ma tutti si sforzano di non rimanere indietro poiché sappiamo che restare vuol dire prigionia e più tardi sapremo anche a quali disumane e umilianti condizioni. La mia squadra è composta per metà da giovani delle classi 1922-1923 che nella marcia danno tutto quello che possono e quando vedo che stanno per arrivare allo stremo delle forze mi sobbarco per loro il peso della cassetta munizioni della mitragliatrice che pesa 18 chili ed a conti fatti con lo zaino sono oltre 40 chili7, che mi porto in groppa, senza contare il moschetto e le mie munizioni. Durante la marcia notturna mi accorgo a volte di dormire camminando. Al mattino il calore si fa sentire e quasi tutti hanno i piedi sanguinanti. Alla periferia di Danilovgrad un gruppo di fanti che ci vede passare si stupisce al vedere un sergente maggiore portare la cassetta munizioni. Ma non è ancora ora di fermarci e si prosegue per qualche chilometro fuori dal paese ed appena giungo a poche decine di metri dall'accampamento mi accascio estenuato sotto un albero e rimango per due ore in stato di semi incoscienza, A mezzogiorno arrivano ancora soldati della mia squadra e del plotone, tutti nelle mie condizioni e anche peggiori. Per tutto il resto della giornata restiamo all'accampamento in una stato di prostrazione che non si può chiamare riposo e per di più nella notte sono comandato di ispezione al campo. Per tutto il giorno 13 circolano le voci più impensate di disarmo di reparti, sbarco di inglesi nel Montenegro ecc, ecc. Tutti gli Alpini sono decisi a non cedere le armi ai Tedeschi e il Colonnello Comandante del 4°, Fiorio di San Cassiano viene a parlarci e ci assicura che per nessuna ragione darà questo ordine. Parte da noi fra la commozione generale mentre tutti si grida: «Viva l' Aosta!». Alle ore 8 del 14 settembre il Battaglione si raduna al completo ed il Maggiore Corsini ci parla della nostra situazione, si appella alle glorie del Battaglione ed esprime la sua fiducia che i giovani non siano inferiori ai padri, Più tardi il Generale Comandante la Taurinense raduna il Btg. Aosta ed i Gruppi d'artiglieria Aosta e Susa per renderci note le condizioni di resa poste dai tedeschi che sono le seguenti: gli italiani dovranno procedere per via ordinaria, dopo aver consegnato le armi pesanti, fino alla prima stazione ferroviaria in possesso dei tedeschi. All'arrivo ogni soldato che non avesse più la propria arma individuale sar1i passato per le armi assieme al proprio comandante di squadra. Per ogni soldato che non perverrà al campo di concentramento saranno passati per le armi: un ufficiale del Comando Divisione, uno del Comando di Reggimento e uno del Comando di Compagnia. In caso di scontro con i soldati tedeschi, per ognuno di loro morto, 50 dei nostri passati per le armi. Il Generale chiede, rivolto alla truppa che ha davanti a sé, chi è disposto ad accettare tali condizioni e In una cartolina scritta a casa il 5-8-43 da Mestre dicevo: «L'unica cosa che mi dà da pensare è lo zaino, che non pesa meno di 40 chili, maschera ed elmetto compresi» 7 la maggioranza di noi decide di combattere piuttosto che subire simili imposizioni, gli altri ci seguono. Nelle prime ore del pomeriggio si parte per le montagne a Est di Danilovgrad. Da questo momento i tedeschi ci considereranno dei ribelli fuori legge e perciò esposti, in caso di cattura, ad essere immediatamente soppressi. Ma la fiducia nei nostri comandanti è grande e loro ci hanno promesso di ricondurci in Patria. La sera del 14 si pernotta sulla montagna ed il mattino del 15 si sale ancora più in alto, a Poda, gruppo di case tenuto dai nazionalisti montenegrini che ci accolgono con entusiasmo. Siamo nascosti fra i cespugli e da qui si vede tutta la pianura di Danilovgrad. Nel pomeriggio si ode una sparatoria e dalle case della cittadina si vede salire il fumo. Ogni tanto passa qualche aereo tedesco in ricognizione. Il giorno 16 siamo sempre accampati nello stesso posto. 17 settembre - La notte scorsa si aspettava l'ordine di partire per raggiungere il Comando di Divisione che si trova presso Cattaro. Nel tardo pomeriggio una violenta esplosione ci mette in allarme, corriamo sul ciglio roccioso che dà sul precipizio verso valle e vediamo una densa nuvola di fumo alzarsi sopra Danilovgrad. E' il deposito di munizioni della nostra artiglieria che è saltato. Il paese deve aver subito gravi danni. Per tutta la notte continueranno le esplosioni e gli incendi. Giungono notizie che altre divisioni hanno rifiutato di cedere le armi: la Ferrara, la Venezia e l'Emilia. Sembra che Spalato sia ancora tenuta dalla divisione Bergamo. Sul ponte dello Zeta a Danilovgrad i tedeschi hanno piazzato le mitragliatrici per timore di un attacco da parte nostra. Intanto è sera. Aspettiamo sempre l'ordine di partire mentre abbiamo piazzato la mitragliatrice nella postazione sul ciglio roccioso verso valle. Noi stendiamo i nostri teli da tenda e le coperte (chi le possiede ancora) fra cespugli del valloncello che ci accoglie e prima di dormire Sarteur suona sul suo organetto a bocca alcune delle nostre canzoni, mentre tutti guardiamo le stelle e si pensa a casa. Fra poco sorge la luna. La stessa che si vede in Italia. E 'il momento della nostalgia e ci esterniamo i nostri pensieri e le nostre speranze. Sopra tutte quella di ritornare in Italia alle nostre case, fra i nostri cari. Eravamo partiti per la guerra, ma questa non è più guerra, siamo tutti considerati dei banditi, dei fuorilegge, non sappiamo più quale sia il nostro Governo, che cosa stia succedendo in Italia, e quali siano le nostre reali condizioni. Aspettando l'ordine di partire ci addormentiamo. Ci svegliamo al mattino del giorno 18 sempre in attesa dell'ordine di partenza, e così trascorrono i giorni 18 e 19. Lunedì mattina 20 settembre, alle ore una e trenta, parte tutta la Compagnia. Si discende un po' per poi risalire ed addentrarci nella regione montagnosa a Est di Dànilovgrad, detta dei Piperi. Si passa prima per tratti rocciosi ed aridi, poi, sempre salendo si entra nei boschi. Ogni tanto si trova qualche pianoro con una casa, qualche campicello, piccole fattorie isolate dal mondo. Poi di nuovo cime e rocce, una valletta lunga qualche chilometro, un pozzo asciutto. Questo è il regno dei partigiani comunisti8. Verso le 10 arriviamo nel luogo che ci è stato designato. Ci corichiamo sotto gli alberi per riposare. Abbiamo penuria di viveri. Lire ne abbiamo poche perché la decade non ci è più stata pagata e per tutto il tempo che durerà questa situazione non se ne parlerà più. La gente del luogo ne approfitta per strozzarci chiedendo per cipolle, patate E' «la zona impervia e micidiale detta dei Piperi» - Stefano Gestro, La Divisione Italiana Partigiana «Garibaldi», Milano 1981, pag. 452 8 ed altri generi alimentari, cifre esagerate ed in continuo aumento. Verso le 13 passa una squadriglia di aerei tedeschi e dopo pochi minuti si odono scoppi in lontananza. Alla sera si apprende che hanno bombardato posizioni dei comunisti sulla quota dove era il nostro terzo plotone a Niksic. Alle ore 19 si sale in postazione. A dieci metri da noi c'è una casa dove ha sede il comando del battaglione comunista attualmente attestato sulla montagna alla nostra sinistra. Abbiamo ordine di non entrare in quella casa per non suscitare sospetti nei nazionalisti che fin'ora tengono con noi rapporti apparentemente amichevoli. La scorsa notte, mentre noi eravamo in marcia, aerei britannici hanno lanciato manifestini, che sono stati raccolti dalla 43a Compagnia, per informarci della situazione: tutta la costa dalmata, da Spalato a Sussak è in mano ai comunisti ed ai nazionalisti dalmati; a Priepolje gli italiani hanno costretto i tedeschi a lasciare la località, perciò ci invitano a resistere perchè in date fissate sbarcheranno sui Balcani per portarci aiuto. Questa notizia rialza un po' il morale. Tutto il giorno 21 rimaniamo nascosti nel bosco sulla montagna. Si fanno turni di corvee per scendere a Valle per attingere acqua che è molto scarsa. Verso sera riceviamo l'ordine di scendere al comando di Compagnia per partire. Sembra che si debba andare a Spalato con i comunisti. Si prevedono ancora marce faticosissime, ma all'ultimo momento tutto è Sospeso, Si dorme a Valle e alla mattina del 22 ci mimetizziamo nel bosco vicino per consumare il rancio, poi nel pomeriggio il nostro plotone andrà in quota a prendere posizione. Difatti verso le ore 18 si parte e dopo circa 15 minuti si arriva a posto, ma verso le 19 e 15 giunge un portaordini del Comando di Battaglione con l'avvertimento che alle 19.30 è previsto un attacco dei comunisti. Il momento è drammatico perchè la nostra quota non offre tante possibilità di difesa essendo più bassa delle altre vicine ed essendo il nostro plotone isolato dal resto del Battaglione. Il tenente Gabrielli mi manda al Comando di Compagnia per chiedere ordini più precisi e dopo essere disceso a valle per due volte, trovandovi un grande movimento di salmerie, riesco ad entrare in collegamento con i guerriglieri del Comando di Reggimento che sono appostati lungo una cresta davanti alla nostra quota. Ritorno a Valle e trovo il Capitano Ruffatti sul limite della strada che mi trasmette l'ordine per il plotone di organizzarci a caposaldo avvertendomi anche che, alla nostra sinistra, devono trovarsi le Compagnie 42a e 43a. Risalgo in quota dove il tenente Gabrielli mi ordina di ripartire per collegarmi con le anzidette Compagnie. Ripasso davanti alla casa dove avevamo sostato il giorno prima e due donne escono di corsa strillando e vanno a nascondersi dentro il bosco. Dopo aver superato due colli, mi trovo a contatto con le posizioni tenute dalle salmerie del 3° Alpini. Un sergente mi dice di aver fatto collegamento coll’Aosta molto più a sinistra, allora ritorno al plotone e riporto le notizie avute. Sono assetato per le lunghe camminate e trovo che qualcuno mi ha bevuto quel poco di acqua che mi era rimasta nella borraccia. Impreco, ma inutilmente, acqua non se ne trova. Il temuto attacco non avviene e tutto il resto della notte trascorre in allarme, ma senza altre novità. Alla mattina del 23 si parte all'alba per ritornare verso Danilovgrad. La 41a Compagnia dovrà andare in postazione sui colli per proteggere le salmerie, Giunti in postazione cominciano a sfilare le salmerie dell' Aosta poi quelle del 3° Alpini e della Sanità, ma dopo un po' si odono raffiche di fucili mitragliatori da due quote, più a valle di noi. I comunisti attaccano e fanno deviare parte della colonna che comprende le salmerie della Compagnia Comando dell' Aosta, dl quella reggimentale, del 3 o Alpini e della Sanità, verso le loro postazioni. Allora la mitragliatrice della prima squadra (Caporal maggiore Zanin) comincia a sparare sulla strada dove devono ritirarsi gli attaccanti, ma poi deve sospendere per non colpire i nostri che sono scortati dai comunisti. Io ricevo ordine di spostare la mia mitragliatrice, ma dobbiamo ancora preparare la postazione, intanto i cecchini avversari ci avvistano e cominciano a sparare con il loro ta-pum. Io sono particolarmente preso di mira (forse a causa dei miei occhiali o dei gradi) ed alcuni proiettili esplosivi mi scoppiano vicinissimi, uno sulla pietra che mi ripara, sul bordo, a 10 centimetri dalla fronte. E la nostra arma non spara che un colpo alla volta, a causa di un guasto al recuperatore del gas. Vedo una decina di comunisti correre sulla cresta della quota che ci fronteggia, dove sono scoppiati alcuni colpi di mortaio, e poco dopo una loro Breda 37 spara sui nostri. C'è un momento di tregua ed un comunista viene a parlamentare, ma contemporaneamente alle nostre spalle si odono alcuni ta-pum che vengono ad aumentare la confusione già esistente. Sono cetnici (nazionalisti) venuti in nostro aiuto e ci dicono di spostarci a sinistra, ma ad un certo momento tutte le compagnie ripiegano dalle quote per ritirarsi verso valle e mentre, assordato dagli scoppi, cerco di seguire la situazione vedo che anche del mio plotone non c'è più nessuno. Sono rimasto solo sulla quota con gli Alpini Lanza e Pastorelli, allora ci ritiriamo anche noi mentre a poca distanza scoppia una bomba a mano lanciata dai comunisti che salgono velocemente, e sono a circa una ventina di metri da noi. Qui assisto al disastro della nostra ritirata, mentre correndo ci avviciniamo al precipizio verso valle, vediamo cassette munizioni, zaini, armi e cappelli alpini. Tante volte mi cade il cappello ed ogni volta lo raccolgo mentre gli altri ci sparano. Lanza mi dice di avere una scheggia in un ginocchio, ma non sente male e continua a correre. Più avanti i cespugli rallentano questa ritirata faticosissima. L'intera Compagnia scende per un canalone ripidissimo e sassoso mentre dalla sommità i comunisti sparano a valle e gettano bombe a mano. lo sono l'ultimo a scendere e ad un certo punto sono costretto anch'io ad abbandonare lo zaino. Intanto la sparatoria è finita e mi trovo col Sergente Maggiore Pellegrini anche lui senza zaino. Ad un certo punto del canalone trovo una posizione di un metro quadrato d'ombra e qui mi fermo spossato dalla fatica. Dove saranno andati gli altri? Saranno caduti in mano ai tedeschi a Valle? Ridiscendo adagio e vedo in fondo al canalone, vicino ad una casa, un gruppetto di uomini in movimento. Dopo un po' uno di loro mi scorge e mi chiama per nome. Allora scendo e trovo il mio tenente con cinque alpini che stanno porgendo soccorso ad un altro disteso sopra un telo, in fin di vita, alcune donne uscite dalla casa assistono piangendo. Il moribondo è un alpino della nostra compagnia, un rifornitore, al quale il cuore non ha resistito alla fatica ed ha ceduto, Si procede al trasporto nel vicino borgo di Mestrici dove si sta radunando la Compagnia, ma durante il trasporto il malato cessa di vivere. Arriviamo a Mestrici e, mano a mano che giungono i dispersi della Compagnia, si ha un'esatta cognizione del disastro che ci ha colpiti. Il mio plotone ha perso due delle tre mitragliatrici Breda 37. I fucilieri hanno perso due mitragliatori. Gli uomini fortunatamente sono ancora quasi tutti presenti, mancano solo alcuni feriti che vengono trasportati all'ospedale di Podgoritza, dalla C.R,I. Per ora sembra che l'unico morto sia quello che ho visto prima. Ma il morale di tutta questa gente è a terra. Penso che se, in questo momento, venissero i tedeschi a prenderci ed internarci, nessuno sarebbe in grado di reagire. Si passa la sera col pensiero opprimente del nostro destino incerto, lo faccio calcoli col tenente Gabrielli sul modo di sfuggire all'eventuale prigionia. Sembra che il mio proposito di partire per recarsi alla costa adriatica sia accettabile, ad ogni modo aspettiamo lo svolgersi degli eventi. Il giorno 24 passa nella stessa atmosfera. Il 25 il nostro capitano raduna la Compagnia ed annuncia che il Battaglione ha deciso di appoggiarsi ai nazionalisti, i quali promettono di rispettare la nostra posizione di neutralità e si impegnano, appena possibile, di guidarci alla costa per l'imbarco verso l'Italia. Ci forniranno i viveri ed in cambio dobbiamo mantenere le nostre armi e difenderci contro chiunque ci attacchi. In caso di necessità dovremo aiutare pure lo!o a difendersi, non abbiamo incarichi offensivi. Queste notizie rialzano un po' il morale e più nessuno parla di partire per conto proprio, Nelle ultime ore del mattino tre carri armati tedeschi giungono fin sulla strada vicina al nostro accampamento e vengono sparati alcuni colpi, ma dopo poco i carri armati ritomano via senza che più nulla succeda. Il 26 domenica si riposa ed il 27 mattina la Compagnia parte con le salmerie al seguito. Si cammina fino alle 7 di sera e ci accampiamo in un luogo nascosto tra gli alberi, presso il fiume Zeta. Si riparte il28 mattina alle ore 8, ci fermiamo a mezzogiorno presso una fontana ed alle 6 del pomeriggio si riparte per raggiungere Ostrok, sede del Comando nazionalista montenegrino. Alle 9,30 della sera si giunge a destinazione e ci sistemiamo sotto le piante per dormire, ma alle ore 3 del 29 ci danno l'allarme e si ritoma a salire. I tedeschi sono a poche ore da noi e ci stanno cercando mentre piazzano i loro cannoni sullo stradone, dall'altra costa della valle, puntati verso di noi. All'alba giungiamo sopra una quota rocciosa dopo una marcia faticosa fra le pietre. Qui ci collochiamo sul pendio opposto e restiamo nascosti in attesa di vedere che cosa decideranno i tedeschi. E più tardi questi cominciano a bombardare le quote alla nostra destra. Piovono vicinissimi colpi di mortaio e di cannone. La nostra situazione è nuovamente precaria, perchè mentre i tedeschi stanno salendo, alle nostre spalle vediamo i comunisti che sorvegliano i nostri movimenti, Verso sera i tedeschi ridiscendono a valle e noi possiamo ritornare ad Ostrok, dove ci viene distribuita qualche cucchiaiata di rancio caldo ed una pagnotta. L'appetito è grande e non si placa. Si dorme sulla strada, sotto la pioggia e dopo poche ore si riparte, perchè i tedeschi stanno ritornando. E' il giorno 30 e si sale entrando in una zona rocciosa che sembra un paesaggio infernale del Dore, ma che è l'ideale per mimetizzarsi, alla destra e sopra il monastero di Ostrok, La fame ci assilla ed andiamo in cerca di bacche sotto gli alberi. Più tardi la sete si fa sentire ed io vado col cucchiaio e la borraccia a raccogliere i resti dell'acqua piovana nelle cavità delle rocce. Alla sera si ridiscende ad Ostrok, si entra finalmente nel villaggio che è caratteristico, tutto scavato nella roccia con poche case, ma moderno ed illuminato a luce elettrica. Qui comperiamo tabacco e rackia (grappa di prugne detta anche slivovitza) ed ascoltiamo la radio. Il mattino del 1° ottobre si sale nel bosco che sovrasta il villaggio a mezz'ora di cammino. Qui ci dividiamo in plotoni e rimaniamo mimetizzati meglio. Si scende al villaggio di Ostrok solo per prendere acqua e tabacco. Fino a tutto il giorno 7 si rimane in questo luogo, si sono già mangiati gli ultimi muli della Compagnia ed ora si soffre la fame. Quando faccio le razioni per il plotone aspetto che tutti abbiano preso la loro ed io prendo l'ultima che rimane e naturalmente non è mai la migliore. Ma vedo che il mio comportamento è apprezzato dagli alpini, che concordano di esentarmi dai turni di guardia, poiché qui si è come in una famiglia e certe decisioni vengono prese coscienti della situazione particolare in cui ci si trova. Il giomo 7 giunge notizia che gli inglesi sono a Roma, che hanno occupato un'isola della Dalmazia. Si avvicinano a noi! (ma non era vero niente). 8 ottobre - Sveglia nelle prime ore del mattino e si ritirano i pochi viveri per la giomata. Comincia a piovere, si spiantano le tende e si aspetta l'ordine di partire. Attendiamo per circa un'ora, fermi, sotto una pioggia torrenziale. Arriva l'ordine e scendiamo verso Ostrok. I sentieri sono diventati ruscelli e quando arriviamo all'entrata del villaggio siamo bagnati fradici dalla testa ai piedi. Fa freddo ed aspettiamo ancora un'ora sulla strada mentre continua a piovere con violenza immutata. Mentre aspettiamo le decisioni del nostro Comando, un prete ortodosso ci guida fino all'interno del paese e ci ricovera nelle scuole, qui il freddo non è meno intenso che fuori, ma almeno siamo riparati dalla pioggia. Verso mezzogiorno ci viene distribuita una fetta di polenta e ci viene dato l'ordine di partenza. Si costeggia la montagna e si va verso Danilovgrad. Dicono che andremo con tutto il battaglione a raggiungere la Divisione Venezia, che si trova verso Berane. Continua a piovere a tratti. Arriviamo in una località un po' nascosta e con prati in piano. Sono le 5 pomeridiane, il cielo è plumbeo e non ci si vede quasi più. Qui piantiamo le tende nel terreno erboso, imbevuto d'acqua come una spugna e ci corichiamo così sul terreno bagnato, con i vestiti bagnati, scarpe e calze bagnate e si rimane così tutta la notte immersi nell'acqua senza quasi poter chiudere occhio. Il mattino del 9 c'è il sole e dai nostri vestiti escono nuvole di vapore acqueo. L'ordine di partenza è per le 10 e siamo già sulla strada quando appare un aereo tedesco che vola basso su di noi e lancia manifestini. Ci ha certamente visti perchè vola ad arco attorno alla nostra zona. Ci sorprende che i nostri ufficiali non curino di farci nascondere. Si dubita che i comandanti abbiano deciso di farci cedere le armi ai tedeschi, Verso mezzogiomo arriviamo al piano vicino a Danilovgrad. Qui troviamo tutte le altre Compagnie del Battaglione Aosta e la Reggimentale. Ci viene annunciato che nell'impossibilità di poter trovare viveri per la truppa, i comandanti sono stati costretti all'estrema decisione di farci deporre le armi. Ci fanno comprendere che non c'era altra via d'uscita9. Siamo tutti estenuati dalla fame, dalle fatiche e dal freddo; non abbiamo più medicinali, vestiti come tanti straccioni, pieni di pidocchi, con barbe e capelli di oltre un mese. Offriamo uno spettacolo miserando. Senza notizie dall'Italia e sulla situazione politica e militare della altre truppe italiane in Montenegro, siamo completamente disorientati. Alla sera arriviamo alle prime case di Danilovgrad e ci attendiamo in un prato. Siamo già in mano ai tedeschi, Prigionieri dei tedeschi in Serbia Il giorno 10 alle ore 7 si spianta l'accampamento e si parte per Podgoritza, attraversando Danilovgrad dove la gente si riversa nelle strade per vederci passare. Ci sembra di vedere dai loro volti che quantunque si sia in cattive condizioni, incutiamo ancora rispetto. Nel pomeriggio arriviamo a Podgoritza. A qualche chilometro dalla città vediamo militi di un battaglione di camicie nere che si sono date alla causa tedesca ed assistono al nostro passaggio. Un alpino riconosce uno di loro e si abbracciano. All'arrivo si consegnano le armi automatiche ai tedeschi e ci attendiamo in un prato a due chilometri dall'abitato, vicino al fiume Moracia. Possiamo finalmente fare un bagno e lavare la nostra roba. 9 Risulta chiaro che gli ultimi alleati nazionalisti, non avendo ottenuto il loro scopo, che era quello di avere le nostre armi, ci hanno abbandonati Il giorno 11 adunata del Battaglione, un maggiore tedesco ci invita ad arruolarci nel suo esercito. Nessuno si presenta ed il maggiore se ne va, evidentemente irritato. Alle 10 della sera ci impongono di consegnare tutte le armi individuali e ricevo in consegna un brano della bandiera del Battaglione Aosta che terrò nascosto fino al rientro in Patria. Il giorno 12 mattina si parte da Podgoritza in autocarro e verso mezzogiorno siamo a Scutari, in Albania. Da qui qualcuno riesce a scrivere a casa tramite Vaticano, quando vengo a saperlo è troppo tardi e debbo rinunciare. Si riparte alle ore 15 e verso sera si giunge a Puka, dove si pernotta in baracche di legno con pavimenti di cemento e fa un freddo intenso. Il giorno dopo alle 7 si parte per Prizren dove arriviamo verso mezzogiorno. Qui c'è un grosso campo di prigionieri italiani. Anche noi ci attendiamo fra i fanti delle Divisioni Venezia e Ferrara. Il giorno 15 ci viene concesso di scrivere a casa, cosa che faccio subito nella speranza che i miei famigliari possano avere mie notizie. Il Battaglione Aosta, anche se disarmato, si mantiene sempre unito ed il giorno 16, alle ore 8.30, i tedeschi ci caricano in autocarro e si parte per Urozevac, una cittadina macedone, dove si arriva nel pomeriggio. Qui sostiamo in un campo cintato di filo spinato, attraverso il quale si può scambiare, con gli abitanti del luogo, qualunque oggetto che ci rimanga per avere pane o uova. Lo stomaco ha perso l'abitudine di lavorare regolarmente e mi faccio un'indigestione di pane che mi procura la febbre per alcuni giorni. Il giorno 19 si parte da Urozevac per ferrovia. Il trasporto avviene su carri merci per la maggior parte a cielo aperto. Siamo diretti verso Belgrado, dove si arriva il giorno 21 a mezzogiorno, dopo aver fatto tappa il 19 notte a Novi Pazar ed il 20 a Raska e Kralievo. A Belgrado scendiamo alla stazione di Zemun-Semlin, dove ero già passato due mesi prima in ben altre condizioni. Ora si va con gli ufficiali in testa a raggiungere il campo di concentramento posto fra la Sava e il Danubio. Ancora una volta ci viene rivolto l'invito di andare a combattere od a lavorare per la Germania. Qualcuno esce dalle fila per andare a lavorare, due sott'uffici ali e qualche ufficiale si offrono per andare a combattere. Il gruppo degli ufficiali che hanno respinto l'invito viene staccato dal nostro gruppo per essere inviato in altro «Lager». Fra questi il nostro capitano, comandante la 41a Compagnia, che prima di partire ci viene a salutare, mentre noi inquadrati militarmente sul piazzale siamo visibilmente commossi. Il suo saluto è «Addio Lupi», e dopo averci stretto la mano a tutti, se ne va, seguito dagli altri ufficiali della Compagnia. Da questo momento ci rendiamo conto che tutto è veramente finito per la 41a e per l'intero Battaglione Aosta, anche se qualcosa rimane entro ciascuno di noi. Intanto anche molti alpini vengono inviati alla ferrovia di Belgrado e diretti verso la Germania. Il mio gruppo, di circa 200 alpini, viene assegnato alla baracca n. 45, dove rimaniamo nei giorni dal 21 al 30. Il pasto giornaliero qui consiste in una gavetta di ceci cotti, probabile fondo della nostra ex Sussistenza, con abbondanza di vermi che si condensano nello strato superiore delle marmitte di cottura, e poiché i cucinieri tedeschi non si prendono la briga di mescolarli e tanto meno di toglierli, chi arriva per primo si prende una gavetta di vermi cotti, gli ultimi, più fortunati, potranno mangiare i ceci. La nostra baracca è assegnata alla sorveglianza di un sergente della Sassonia, un bravo ragazzo che cerca in ogni modo di renderci meno sgradevole la vita del prigioniero di guerra. Si confida con il Sergente Maggiore Ernesto Bieler, che, essendo di Gressoney, si intende con lui perfettamente. Reduce dalla campagna di Russia si rende ben conto che, anche per loro, la guerra non può essere vinta e si augura che tutto finisca presto. Un giorno veniamo inviati tutti in città, a Belgrado, per la disinfestazione ed il bagno. Per noi è un grande sollievo quella doccia, dopo tanti giorni di sudore, polvere, fango e pioggia. Ci commuove la dimostrazione di simpatia nei nostri confronti da parte dei cittadini di Belgrado che, eludendo la sorveglianza delle guardie, vengono ad offrirci dei viveri con cestini ricolmi di pane, marmellata e paste dolci. Dai nostri volti smunti traspare la fame da tanti giorni non soddisfatta. Già durante il percorso in ferrovia, al passaggio dei treni in tante cittadine serbe, queste dimostrazioni di simpatia ci erano state esternate con doni di frutta, sigarette e pane. Commovente il gesto di un'anziana donna che, al passaggio del nostro convoglio di fame e di miseria umana, si portò le mani ai capelli, con gesti di disperazione, piangendo. Anche i soldati bulgari si sono dimostrati solidali con noi offrendoci sigarette e pane. A seguito del bagno di Belgrado, il mattino del giorno 30, veniamo incolonnati e dopo aver ricevuto una mezza pagnotta ed un po’ di marmellata raggiungiamo la stazione di Belgrado. Si dice che ci vogliano condurre a Vienna, ma quando il treno parte vediamo che si dirige verso Sud, perciò non abbandoniamo i Balcani ed immaginiamo di essere destinati a lavorare in qualche paese della Serbia. Infatti, dopo aver viaggiato giorno e notte, il mattino del 31 ottobre smontiamo a Bor e veniamo inviati alle baracche dell'organizzazione Todt. Bor è un importantissimo centro minerario europeo e qui vi sono anche stabilimenti per la lavorazione del rame, ma il nostro viaggio non deve finire qui. Infatti nel pomeriggio si parte a piedi e dopo 18 chilometri di strada di montagna pernottiamo al lager Bajern, dove ci viene somministrato un mestolo di cavoli cotti con peperoni. Il giorno successivo, 1° novembre, al mattino si riparte e, prima delle ore 12, arriviamo a destinazione nel Lager Bregenz, che dista 24 Km. da Bor. Le baracche sono riscaldate con la legna dei boschi circostanti, i giacigli sono a castello con pagliericcio, ma la posizione è situata su di un colle dove quasi di continuo tira un vento gelido ed umido con folate di tormenta che mi ricordano il Colle del Piccolo San Bernardo. Il nostro gruppo è composto da circa 750 persone, fra i quali una quarantina di alpini, che verrà diviso in tre squadre. La più numerosa è quella della ditta «Rella», impegnata nella costruzione di un tronco ferroviario che andrà a congiungersi con la Romania che dista da noi circa 30 km. ; la seconda, «BBC» è destinata a lavori di manutenzione della strada, delle linee di comunicazione ed al taglio del bosco. La terza «Arge» è composta da «Holzfaller» (boscaioli)10. In un primo tempo io sono destinato ad assistere la terza squadra di questo gruppo che ha l'incarico di trasportare la legna dal bosco alla strada, coll'impiego di somarelli. Il chef responsabile si chiama Josef Sichler ed è un bavarese di Norimberga che, dopo una prima accoglienza arrabbiata per il ricordo di un pugno sul naso ricevuto da un alpino, durante la sua prigionia nella guerra 1915-18, a «Santa Luzia von Tolmino», e dopo circa Al momento della composizione dei gruppi di lavoro, faccio presente al Lagerfürer, tramite l’interprete, che la convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. dispone che ufficiali e sottufficiali prigionieri siano destinati all’assistenza dei soldati prigionieri connazionali. Mi viene imposto il silenzio e minacciato di fucilazione. Ma dopo qualche giorno, il mio intervento ha sortito il suo effetto i sottufficiali vengono destinati ai singoli gruppi di lavoro col compito di assistere i commilitoni. E' una maggiore responsabilità per i sottufficiali, ma in compenso i soldati prigionieri si sentono meno abbandonati a loro stessi. 10 un mese di lavoro nei boschi, mi fa lavorare nel suo «Ufficio» - Kanzlei (cancelleria) - dice lui, che poi si riduce ad un tavolino con una sedia, alcune matite e scartoffie, tutto situato in una stanzetta che contiene anche il suo letto ed una stufa. Si tratta di fare ogni giorno l'elenco dei prigionieri che lavorano per questa ditta e segnarvi a fianco le ore lavorate. Il vecchio Sichler, che non deve avere tanta dimestichezza con queste cose, sembra soddisfatto ed il 5 dicembre mi porge un piatto con qualche fetta di salame, un pezzo di pane, un bicchiere di rakia ed una sigaretta. Questo mi ristora dopo un mese che lo stomaco ha dovuto accontentarsi di due razioni giornaliere di cavoli bolliti ed un tozzo di pane. Continuerò questo lavoro ed ogni tanto riceverò qualche piatto di supplemento. Purtroppo il 14 dicembre egli parte per la licenza ed io vengo a perdere ,il supplemento. Intanto si avvicina Natale ed aspettiamo l'arrivo di Don Alaj, cappellano militare del3° Alpini che ogni tanto ci fa visita, più frequentemente che agli altri lager perchè riconosce che siamo i più disagiati. Ci fornisce un po' di tabacco, qualche galletta, pantaloni fatti con coperte da campo e zoccoli per chi è rimasto senza scarpe ed, in questa zona glaciale, ne soffre enormemente. Abbiamo dato tutti i nostri indirizzi di casa ed egli si interesserà per farvi giungere nostre notizie tramite la sede apostolica di Budapest. La sua presenza ci solleva un po' il morale. Le feste di Natale sono passate in tristezza col pensiero rivolto alle famiglie per le quali, in quei giorni, l'incertezza di non conoscere la nostra sorte sarà stata angosciosa ancor più che per noi. Il 19 gennaio ci viene permesso di scrivere a casa, cosa che io faccio immediatamente, rassicurando i miei della mia buona salute. Ma gli Alpini prigionieri non hanno fiducia nei tedeschi del lager e si rifiutano di scrivere a casa. Il 31 gennaio non ho ancora avuto risposta alla mia del 19 ed ho la possibilità di scrivere una seconda volta, così ne approfitto per segnalare ai miei famigliari i nomi degli alpini di Aosta, per avvertire le famiglie, che conosciamo, della situazione relativa ai loro congiunti11. Nel frattempo il Lagerfürer è andato in licenza ed è venuto a sostituirlo un altro ometto, apparentemente più bonario e notiamo subito un leggero miglioramento nel vitto. Non più le sole due razioni di cavoli cotti, ogni tanto ci danno anche un mestolo di polenta ed alla domenica un würstel, due minuscoli cubetti di margarina e di formaggino, inoltre tre sigarette giornaliere. Mentre prima ci chiamavano «Kriegsgefangem» (prigionieri di guerra), ora siamo «Kriegsinternierte» (internati di guerra). Giunge voce che il governo fascista repubblicano stia prendendo accordi per farci rimpatriare. Si spera sempre che la notizia si avveri. 6 febbraio - Dopo un mese di gennaio relativamente mite, questa è la giornata di freddo più intenso da quando siamo in questa regione che i serbi chiamano «Piccola Russia». Nessuno può rimanere fuori dalle baracche più di dieci minuti, che la tormenta portata dal vento alle velocità di circa 130 km. all'ora rischia di congelarci. E' domenica e stiamo rinchiusi nelle baracche vicino alle stufe, uscendo a turno per aprire la strada nella neve e permetterci di andare alle cucine. A me tocca il servizio di ritirare i viveri a secco della sera per la squadra dell' Arge, e quando rientro devo stare per tre ore Così trasmetto i nomi di Boch. Perrin, Domeneghini. Bionaz Giuseppe, Obert Aristide di Rhèmes-SaintGeorges, Vacchina Oreste. Bionaz Giovanni di Saint-Martin-de-Corlèans. Comè Giuseppe, Lucianaz Eliseo. Savioz Rinaldo, Lambert e Jorioz, questi ultimi tutti di Charvensod Il 18 febbraio mio fratello mi scrive che ricevuta la mia lettera, ha provveduto ad avvertire le famiglie degli Alpini che ho segnalato Spera che le notizie ottimistiche che gli ho comunicato siano vere (infatti erano un po' «ad hoc») 11 vicino alla stufa prima di essermi riscaldato. Anche gli uomini della Todt, che prestano servizio di guardia, vengono ogni tanto a riscaldarsi vicino alle nostre stufe nella baracca dei sottufficiali, tanto, evadere con questo tempo vuol dire suicidarsi. Nel nostro Lager e tutto attorno, vi sono circa quattro metri di neve e nella notte entrano i lupi nel campo. Li sentiamo ululare. La vita qui è sempre più dura, tanto che i prigionieri inviati allo Straflager per punizione, fanno di tutto pur di non tornare al Bregenz. Intanto anche il Chef Sichler è ritornato ed, un po' in tedesco e con qualche parola di serbo, riesce a dirmi che suo figlio e suo genero sono morti sul fronte russo, sua moglie ha perso una gamba sotto un bombardamento a Norimberga. E vedo quello che in questi ultimi tempi mi sembrava impossibile vedere: anche i tedeschi piangono! Una di queste notti la furia del vento ha strappato il tetto della baracca a monte, che si è abbattuto sulla nostra rischiando di travolgerci. Gli occupanti presi nel sonno dalla bufera di neve vengono fatti sgomberare e rifugiati un po' per parte nelle altre baracche. Nel nostro lager sono internati alcuni giovani serbi per i servizi di informazione ed altro, sono in effetti una quinta colonna dei partigiani e vengono sovente ad intrattenersi cori noi sottufficiali. Hanno organizzato in segreto, con il nostro maresciallo Pizzi, un servizio in previsione di un loro colpo di mano. Si è disposto che, nel caso, mi verrà affidato il comando degli alpini del lager. I nomi di questi due giovani sono scritti di loro pugno nella mia agendina: Milovan Markovic di Cacak e Milosav Milemcovic di Krusevaz12. Milovan è senz'altro il più intelligente e si intrattiene sovente con me cercando di imparare l'italiano su di un'antologia serbo-italiana. Il quattro febbraio i partigiani hanno attaccato il corpo di guardia nel nostro Lager e la sparatoria è durata parecchio tempo. Non è la prima volta che il nostro campo è in allarme ed anche il Lager Bajern, che dista sei chilometri da noi, è stato attaccato il secondo giorno dell'anno. Nella scaramuccia sono morti tre partigiani e tre tedeschi, un altro è rimasto ferito ed una baracca, che conteneva le munizioni, è andata distrutta. Il cappellano militare Don Alaj era presente e ci ha raccontato l'accaduto. 11 febbraio - Dopo che la tormenta, durata dal 6 all'8 scorso, s'era calmata, oggi ha ripreso violenta. Stamane alle sette il capo della «Rella», Katzembek, ha fatto uscire al lavoro tutte le squadre, ma verso le 9 e 30 già quaranta uomini avevano dovuto essere riportati al Lager. Uno si trova in gravi condizioni e lascia temere per la sua vita, presenta gravi sintomi di congelamento e qui non abbiamo nulla per curarlo. Alle 10 tutte le squadre devono sospendere il lavoro e rientrano al campo. In questo periodo circa il 70% dei prigionieri lamenta fenomeni di congelamento alle mani, ai piedi e al viso. 2 marzo - Oggi ho ricevuto la prima lettera da casa, dopo sei mesi, e dopo tutto quello che è successo, mio fratello mi scrive che tutti in famiglia stanno bene di salute e che il lavoro non manca. La mia gioia è indescrivibile. Ora sono un po' più tranquillo. Alla metà del mese uno scaglione di 100 uomini è partito dal Lager , dicono che andranno in Italia e che, fra poco, partiremo anche noi, e mentre noi contiamo le ore del giorno cullandoci in quella speranza, arrivano altre voci pessimiste a distruggere le nostre speranze. Si dice che saremo inviati in Germania, in Dalmazia oppure in Bulgaria. Intanto In una trasmissione televisiva di sei o sette anni or sono. relativa ai progressi della Jugoslavia nel campo industriale, ho visto presentare il Ministro del Commercio Milovàn Markovic Il nome mi ha ricondotto ai miei ricordi, però non potrei dire di avervi riconosciuto il giovane di 35 anni fa, anche se per la statura potrebbe benissimo essere lo stesso 12 la vita del Lager continua come prima, la stagione è sempre proibitiva, ad un giorno di sole che sembra annunciare la primavera, seguono tre-quattro giorni di tormenta. Gli uomini lavorano molto. Il giorno 15 è fuggito un soldato dalla nostra squadra. Dal Lager Bajern sono evasi, in questi ultimi giorni, sette prigionieri. 15 aprile - Oggi vediamo passare nel cielo una grande quantità di quadrimotori anglo-americani. D' Agostino ne ha contati 750, ma erano ancora di più. Erano diretti verso la Romania. Tutti guardavano questo movimento con una certa apatia, come una cosa che non ci riguarda. Gli avvenimenti di cui siamo stati protagonisti in questi otto-nove mesi hanno profondamente inciso su di noi ed osserviamo le cose esterne quasi con indifferenza. 16 aprile - Oggi sono partiti dal Lager 250 fra soldati e sottufficiali, quasi la metà di quanti eravamo rimasti. Una sorta di nostalgia e di tristezza coglie noi che restiamo. Con loro abbiamo trascorso cinque mesi di questa vita grama, ci siamo scambiate le nostre speranze durante questo duro inverno ed abbiamo passato anche qualche momento di buon umore, nonostante tutto, alla nostra età si riesce ancora a reagire alla cattiva sorte. Sono partiti Giora, Zungri (il barone), Blanc, Fossati, Conti, Schiavone, Laratro, De Santis, Chiappello ed altri. Gente di tutte le regioni italiane unita nella sventura. Anche noi rimasti speriamo di andarcene presto da questo luogo. 1 giugno - Lo Chef Sichler è stato ucciso dai partigiani mentre andava a caccia presso il Lager Bajern, colpito da due fucilate alla nuca ed alla spalla destra, viene trasportato nel nostro Lager. Gli assalitori gli hanno tolto gli stivali e la pistola. 13 giugno - Tutti noi prigionieri che lavoravamo per l'Arge, in seguito alla morte dello Chef, partiamo dal Lager Bregenz. Siamo trasferiti a Pozarevac, dove giungiamo nel pomeriggio alle 16 dopo aver percorso il tratto fino a Petrovac in corriera e poi per ferrovia. Il giorno dopo con Aliz, Di Massimo ed altri 29 prigionieri, veniamo inviati al lavoro per la ditta «Posista» (cecoslovacca) che sta costruendo una ferrovia che condurrà al vicino Danubio. Bionaz e Foscale, con tutti gli alpini, lavorano per la B.B.C. 28 agosto - Stiamo rivivendo i giorni dell'armistizio, con la differenza che l’anno scorso le cose stavano volgendo per il peggio, oggi accennano ad andare per il meglio. La Romania ha firmato l'armistizio e sta cacciando i tedeschi fuori di casa. Ieri la Bulgaria ha fatto la stessa cosa. Qui in città il presidio è bulgaro e mentre si stanno preparando per rimpatriare, i pochi tedeschi che sono in città hanno chiesto a loro di consegnare le armi, ma loro hanno risposto picche. Si dice che i cetnici abbiano già occupato Smederevo, Petrovac, Cucevo ed altre due località qui vicine. Anche a Pozarevac sono attesi da un momento all'altro. I tedeschi hanno già fatto partire l'ospedale, gli uffici ed alcuni reparti. Si spera che appena saranno partiti tutti, noi saremo liberi. I serbi sono addirittura entusiasmati da tutti questi fatti, mentre attraversiamo la città per recarci al lavoro, ci guardano sorridendo e ci gridano: «Jos malo!» (ancora poco). Dal 4 settembre la città è assediata dai cetnici e dai partigiani. Alle 10 la squadra è pronta per uscire e andare al lavoro quando alcune raffiche di mitraglia spazzano il Lager. Una pallottola rompe i vetri della baracca n.3 e sfiora il tenente Cappellano. Il lavoro è sospeso. Per tutto il giorno continua la sparatoria. La squadra che lavora alla ferrovia di Petrovac si è trovata per mezz'ora in mezzo alla sparatoria. Il giorno 5 i tedeschi obbligano squadre di prigionieri italiani ad uscire per spianare i campi di granoturco, le squadre vengono a trovarsi proprio sotto il tiro dei cetnici. La cosa si ripete anche il giorno 6. 9 settembre - Si parte dal Pozarevac per Costolac. Il giorno dopo ci prepariamo a partire per Belgrado, ma alle 5 del pomeriggio arriva un contrordine, in 93 rimaniamo nel Lager «Donau», sull'isola formata dal Danubio. Qui dovremmo lavorare per qualche giorno nel vicino porto, in attesa di partire. Di notte aerei americani vengono a minare il Danubio e di giorno qualche barcone salta in aria. Evasione dal Lager Donau - Soggiorno a Brezane e successiva marcia di internamento con i Russi in Bulgaria e Romania 19 settembre - Fuga dal Lager sull'isola. Siamo in dodici alpini, tutti dell' Aosta e una guardia di finanza veneta. Approfittando del momento in cui le guardie tedesche entrano nella baracca per il pasto di mezzogiorno ed allentano la sorveglianza, usciamo da sotto il reticolato e velocemente ci nascondiamo fra le piante, poi proseguiamo per un bel tratto, fino al Iato opposto dell'isola, dove c'è un traghetto tenuto dai serbi, che ci portano sull'altra riva da dove proseguiamo per un villaggio chiamato Brezane, in territorio controllato dai partigiani, sul fiume Morava. Qui ci dividiamo un po' per famiglia e lavoriamo in attesa che arrivino i Russi ed essere rimpatriati. La famiglia che mi accoglie, assieme a Oreste Vacchina, è composta dal vecchio Nicola Pavlovic, dai figli Bore (Borislav) e Scico con le rispettive mogli e due bambinetti figli di Scico. Nicola ci racconta che durante la guerra 1914-18 lui, soldato serbo, è stato salvato, come tutto l'esercito serbo, dalle navi italiane che lo hanno portato in Tunisia. Ci tiene a manifestarci la sua riconoscenza. Il figlio più anziano, Bore,è tornato da poco dalla prigionia in Germania. E' stato mandato a casa per lavorare la campagna. E' molto solidale con noi ed è anche comprensivo nei miei riguardi, che fatico a seguire il passo nel cogliere il granoturco. Sa che la mia professione è quella di «cianovnich» (impiegato) e non rendo completamente come un vero contadino. Le mie mani sono tutte una piaga. 8-9 ottobre - I russi sono arrivati a Belgrado, da parecchi giorni si sente rombare il cannone, sempre più vicino. Aspettiamo di momento in momento che anche Pozarevac venga occupata dai russi. Intanto lavoriamo anche per riparare il ponte sulla Morava che i tedeschi hanno fatto saltare. 18 ottobre - Partiamo dal villaggio per presentarci al comando russo di Pozarevac, occupata sin dal giorno 15, e dove debbono raccogliersi tutti gli stranieri sbandati. Lungo la strada troviamo prima un cosacco a cavallo che mi fa cenno di togliermi la penna dal cappello. La cosa non mi sembra di buon auspicio, ma seguo il consiglio. Infatti poco più avanti, vediamo arrivare una carrozza con un generale russo ed un suo aiutante. Nel vederci, mi chiama e mi dice: «Muslini?». AI mio cenno di incomprensione mi dice sorridendo: «Idi demoi!» (credo che voglia dire: andate a casa!), e se ne va13. Da Pozarevac il 19 ottobre ci fanno partire per l'interno con una colonna di circa 230 italiani ed un gruppo di prigionieri tedeschi. Gli ufficiali russi, che ci hanno accolto cortesemente, ci assicurano che alla prima stazione ferroviaria saremo inviati in Italia, ma durante la marcia, che si prolunga per diversi giorni con il cambio delle guardie che ci accompagnano, dobbiamo tristemente constatare di essere considerati tutti prigionieri. A Pozarevac ritroviamo anche gli ultimi prigionieri del Lager Donau. dal quale siamo evasi. Il maresciallo Cicconi ci accoglie festoso e ci dice che il mattino dopo la nostra fuga, i tedeschi hanno riunito i rimasti. Mancano in tutto 33 prigionieri italiani ed essendo io l’unico sottufficiale, vengo incolpato di aver organizzato l’evasione di tutti, perciò assicurano che verrò ripreso ed impiccato davanti a tutti i rimasti. Anche questa volta l’ho scampata bella. 13 Questa lunga marcia prosegue faticosamente con poche tappe, attraverso la Serbia e la Bulgaria fino a Kalafati, in Romania, dove arriviamo il 27 ottobre dopo la mezzanotte. L'ultima marcia di 64 chilometri, conclusasi con l'attraversamento di zone acquitrinose oltre il Danubio, è estremamente dura, in tutto abbiamo camminato per quasi 300 km. Nei giorni trascorsi si è pernottato in montagna, sempre all'aperto, sotto la pioggia di giorno e dopo una notte, sullo kzrni Wrr (bosco nero); il mattino successivo ci siamo svegliati coperti di neve. Nel corso di questa marcia estenuante i chiodi delle mie scarpe, con le suole che si staccano, mi hanno bucato le piante dei piedi. Gli ultimi giorni sono costretto a camminare a piedi scalzi. In mezzo al fango con una ferita al tallone, mi si è prodotta un'infezione al piede sinistro. A Kalafati, nel Lager, in attesa del mattino, veniamo ricoverati in un bunker scavato nella terra. Piove, ho la febbre alta e, accovacciato contro la parete di terra, l'acqua mi entra dal collo e scende lungo la schiena. Il mattino ci fanno spogliare per fare la doccia, l'acqua è fredda, ma ormai non sento più nulla. Ci assegnano una baracca, io mi trascino a fatica, un dolore intenso mi prende alla gamba sinistra, è l'infezione che lavora e la sete mi divora, nel Lager non c'è acqua corrente, vi sono delle vasche di acqua piovana, sporca, dove tutti lavano le gavette, allontanano la sporcizia con le mani per bere l'acqua che è più sotto. Vengo ricoverato in infermeria, dove un tenente medico italiano vedendo i miei piedi e la gamba sinistra gonfia, mi dice che dovrebbe operarmi, ma non ha anestetico e, come disinfettante, solo una bottiglia di acqua borica. L'autorizzo ad operare. Mi stendo sul tavolaccio di legno e con due ufficiali tedeschi, che assistono all'operazione, mi taglia con il bisturi tutta la carne guasta della pianta del piede sinistro. Io, con la testa sollevata, assisto all'operazione come se si trattasse del piede di un altro. Non so perchè, ma non mi fa nessun effetto. Il medico finisce il suo lavoro dandomi una manata sulla spalla, mi dice: «Bravo sei stato in gamba!». Poi, rivolgendosi ai due ufficiali tedeschi, dice: «Gli alpini sono i migliori soldati che abbiamo». I tedeschi scuotono la testa in segno affermativo. La febbre è sempre alta ed il dolore alla gamba non mi passa. Il giorno dopo viene un ufficiale medico russo e mi sceglie, assieme ad altri malconci come me, per essere riportato a Vidin, in Bulgaria. In Ospedale da campo a Vidin e in Ospedale Militare a Rustciuk E' il 2 novembre e qui veniamo ricoverati in un «ospedale da campo», sotto una tenda sulla paglia trita, polvere e pidocchi, medici non se ne vedono. Dopo un paio di giorni, una ventina dei miei compagni di tenda vengono portati via, sono i meno gravi e devono essere portati a Odessa. Restiamo solo in tre, compreso un polacco con le gambe in cancrena che muore nel pomeriggio. Il corpo viene gettato nel Danubio. A quando il mio turno? Il mio pensiero, ora è: «Non voglio morire qui!». Nel pomeriggio la mia gamba è gonfia come un pallone di sangue guasto e la pelle si rompe vicino al tendine di Achille, mi esce un fiotto di marciume, non so come ripulirmi. Strappo un lembo di coperta e cerco di fasciarmi con quello. Il soldato russo che ci sorveglia va a prendere una grossa benda pulita e me la porge senza dirmi nulla. Apprezzo molto questo atto e finalmente posso fasciarmi. Il giorno successivo noi due rimasti veniamo trasferiti sotto un'altra tenda più grande. con altri feriti tedeschi e ammalati italiani, ma medici non se ne vedono fino al giorno 9, quando mi misurano la febbre; mi sembra di non averne più, invece ho ancora 38 e 5. Qui ci sono anche una cinquantina di italiani meno gravi che lavorano a trasportare i feriti russi che vengono dal fronte14. Il 17 novembre, dopo avermi medicato, vengo caricato su di un treno ospedale. Dicono che ci porteranno ad Odessa dove io non vorrei andare. Invece il giorno 18 (il mio 27mo compleanno), il treno si ferma a Rustciuk (Ruse), sempre in Bulgaria, dove i119, assieme ad altri dieci italiani, veniamo ricoverati in un vero ospedale, anche se per noi ci sono sempre i pagliericci a terra. Il mio piede migliora lentamente, ma la febbre non accenna ad andarsene. Il trattamento è notevolmente migliore. Entro altre stanze vicino a noi, ci sono una settantina di feriti tedeschi ed un ebreo ungherese che, già prigioniero dei tedeschi come noi, rischia di essere massacrato di botte. Il russo di guardia ci chiede se vogliamo tenerlo nella nostra stanza, cosa che facciamo volentieri. È un bravo giovane, si chiama Giula Kurzmann, è di Budapest e ci racconta, come può, la sua avventura. Vuole imparare l'italiano e prende posto vicino a me. Intanto il capo di marina che è con noi, che era a Lero ed ha anche lui il dente avvelenato con i tedeschi, fa le vendette anche di Giula. Di notte si apposta con un randello vicino ai gabinetti ed a ogni tedesco che passa mena botte da orbi. Per un po' lasciamo fare, poi lo convinciamo a desistere. Nonostante tutto sono anche loro dei disgraziati come noi. Il 9 gennaio 1945 veniamo trasferiti tutti in una casa più isolata, distante circa 800 metri dall'ospedale e qui abbiamo la lieta sorpresa di ricevere la visita di un italiano residente in città. Ci porta delle sigarette e ci promette di scrivere in giornata all’Ambasciata italiana a Sofia per farci rilasciare in libertà. Il giorno 13 ritorna con un altro compatriota e ci assicura di aver spedito la lettera. Oggi stesso telegraferà. Anche noi abbiamo avuto il permesso di scrivere una lettera all’Ambasciata. Domenica 15 i nostri compatrioti ritornano con un cesto contenente pasta, salumi, carne, dolce e sigarette. Il vino non ci è permesso, ma con un sotterfugio riusciamo ad averlo ugualmente. Il primo italiano, che si chiama Luigi Tagliabue ed è un signore anziano che ha una fabbrica di cappelli, ci dice che in settimana andrà a Sofia e vedrà di sollecitare la nostra liberazione. Siamo veramente grati a questi nostri connazionali che si fanno in quattro per noi. Intanto qualcosa si sta muovendo all'Ambasciata. Domenica 21 si ripete la visita dei connazionali, con viveri come la volta scorsa, e così anche per le domeniche successive. Il 18 febbraio tutti noi, tedeschi compresi, dobbiamo prepararci per la partenza. Non sappiamo per dove e siamo allarmati dal timore di perdere i contatti con i nostri compatrioti. Il giorno 19, però, veniamo consegnati alla Milizia bulgara che ci rinchiude nelle loro carceri, in cantina senza vetri, fuori imperversa una bufera di neve e qui fa un freddo cane da non poter dormire. I nostri connazionali ci hanno rintracciati e ci portano ancora viveri e sigarette. Hanno telefonato alla nostra Ambasciata che stiamo per arrivare a Sofia. Infatti il giorno 20 veniamo messi ancora una volta sui carri bestiame ed il mattino de121, alle 10, arriviamo a Sofia, dove attendiamo all'aperto, per otto ore, non si sa cosa. Uno di questi giorni mi mandano alla direzione dell’ospedale per fornire i miei dati. La direzione è situata in uno splendido palazzo. al primo piano lo cammino saltellando su di un piede solo, poiché l’altro. il sinistro, ferito, non mi regge e debbo appoggiarmi ad un grosso randello che reggo con entrambe le mani Avvicinandomi alla scala, mi vedo entro un grande specchio. Provo un’impressione indicibile. Non mi riconosco più in quella larva d’uomo che si rispecchia. Completamente rapato. la faccia smunta e sporca, il petto scarno si vede attraverso gli strappi della maglia grigioverde, dai pantaloni a brandelli spuntano le ginocchia ed i piedi scalzi, compreso quella fasciato per la ferita, entro due «opanche», (le pantofole serbe) fatte con la gomma di un copertone d'automobile, già indossate prima da chissà chi Mi rimane solo la giacca a ricordarmi che ero un soldato 14 Liberi verso la Grecia per il ritorno in Italia Nel pomeriggio arriva un ufficiale bulgaro che divide noi undici italiani dai tedeschi e ci comunica che da quel momento siamo liberi. La nostra gioia è indescrivibile, non vi sono parole per esprimere i sentimenti di persone che hanno provato quello che abbiamo provato noi. Un soldato bulgaro ci accompagna alla Legazione italiana, dove raccontiamo la nostra odissea che stentano a credere. Ci vengono consegnate sigarette e 250 leva per acquistarci di che vivere fino al giorno 23; intanto giriamo per Sofia a goderci un po' di libertà. Sembriamo una banda di straccioni, ma ci sentiamo dei signori. Partiamo per Kulata alla frontiera greca, in vagoni con sedili, questa volta, ed arriviamo il 23 notte. Qui trovo un sottufficiale incaricato alla raccolta degli italiani, il Sergente Maggiore Obert, il quale aveva già passato l'inverno del 43-44 al Lager Bregenz, che, appena mi vede, esclama sorpreso: «Orlandoni! Ma non sei morto?», mi aveva visto passare con la colonna russa diretta a Kalafati e pensava che dovevo essere prossimo alla fine. Fatti i debiti scongiuri, brindiamo alla libertà ed alla salute. Il 1° marzo varchiamo il confine greco delimitato dal fiume Struma, qui ci raccolgono gli inglesi, ci disinfestano col D.D.T. che noi non conoscevamo ancora, efficacissimo, e con automezzi ci portano a Salonicco. Bagno, nuova disinfestazione, e ricovero in caserma. 4 marzo - Oggi davanti alla caserma una dimostrazione di comunisti greci è stata sciolta dagli inglesi a fucilate e bombe a mano. Quattro morti e una trentina di feriti fra i dimostranti. Giovedl 8 marzo - La caserma che ci accoglie è strapiena e si deve fare posto ad altri italiani che stanno arrivando. In circa 200 si sale su di una nave Liberty, che batte bandiera greca e si salpa per il Pireo dove arriviamo il mattino successivo e siamo accolti da soldati inglesi armati che ci fanno salire sopra autocarri e ci conducono in campo di concentramento, dove ci viene comunicato che siamo prigionieri di guerra. Per non impazzire bisogna dire che abbiamo i nervi ben saldi! Dieci giorni nel campo di concentramento inglese al Pireo e ritorno in Italia Ci viene, poi, precisato che questo è un campo di smistamento e che verremo condotti in Italia con il primo mezzo di trasporto disponibile. In attesa, ci dicono, non possiamo essere lasciati in libertà, perchè, fra le nostre fila, ci sono indubbiamente nascoste persone che hanno collaborato con il nemico e le condizioni politiche della guerra non permettono di lasciarle libere. Il giorno 14 veniamo interrogati singolarmente e qualche italiano, che non ha saputo dare spiegazioni convincenti è stato messo da parte. Il 19 mattina usciamo dal campo in autocarro per essere condotti al porto. Si va in Italia! All'uscita del campo un plotone di soldati inglesi ci saluta sull'attenti. Al Pireo una nave battente bandiera francese ci accoglie ed, alle ore 16, si parte. Durante il viaggio abbiamo ancora un allarme antisommergibile e la mattina del 21 marzo vediamo finalmente in lontananza le montagne della Sila, nel pomeriggio sbarchiamo nel porto di Taranto. Dopo tre giorni di interrogatorio al campo S. Andrea, ci viene pagata la decade arretrata di un anno e mezzo. Nello stesso campo stanno in contumacia, i resti della Divisione Garibaldi, reduce da poco dal Montenegro. Rientriamo volontariamente nei ranghi. Siamo una quarantina di alpini e veniamo assegnati alla IV brigata, comandata dal capitano Zavattaro, al quale consegno il brano di seta rossa, appartenente alla bandiera del Battaglione Aosta, che mi era stato affidato prima di deporre le armi diciotto mesi prima. Si ritorna ad essere inquadrati militarmente in attesa di essere inviati al fronte, Nel frattempo, la Divisione Garibaldi, che dispone solo di 2500 uomini, viene ridotta a reggimento. Ai primi di aprile si parte per Viterbo, dove il25 aprile ci raggiunge la notizia della fine dei combattimenti in Italia. Dopo un successivo trasferimento a Trani, dove il reggimento è inviato a sedare i fatti di Minervino Murge (ma fortunatamente non succede nulla), ai primi di agosto parto per due mesi di licenza. Finalmente a casa. Il 24 ottobre 1945 vado a Bolzano, dove si trova il reggimento, a prendere il congedo che avrei dovuto avere nella primavera del 1940, dopo compiuto il mio servizio di leva. Ho servito il mio Paese per 86 mesi. Sono tornato a casa a 28 anni con un carico di esperienze eccezionali. La salute a questa età fa presto a rimettersi in sesto ed il morale è rimasto integro, anzi rafforzato dalla coscienza di aver pagato, fino in fondo, gli eventuali errori che posso aver compiuto. Non provo nessun rancore verso coloro che si sono trovati dall'altra parte della barricata; ricevono anche loro tutta la mia comprensione. Insieme procediamo, in pace. ******* Nel corso di questi quarant'anni ho respinto sovente gli inviti a scrivere degli avvenimenti bellici ai quali ho partecipato. Ora sento di dovere questi miei appunti ai fratelli che ci hanno lasciati: all'Alpino che ho visto morire di fatica a Mestrici; alle molte migliaia di caduti in Montenegro con la Divisione Garibaldi e con le brigate partigiane jugoslave; ai due fanti dell'«Arezzo» che avevano vissuto insieme tutta la campagna di Grecia, Notarpietro e Tamone, e mi chiedevano: «Maggiò quando, quando arrivano i Russi?»: sono arrivati e li hanno falciati con la mitragliatrice nella campagna di Pozarevac, mentre correvano festosi per la raggiunta libertà. A Zungri (il barone), colpito alla schiena da una scheggia di granata mentre a Zaieçar, costretto dai tedeschi, scavava una trincea. Alle vittime della «dissenteria» (o colera) iniziata nel Lager di Kalafati e che ha prodotto molte migliaia di morti: Perrin, sempre allegro e faceto; Sarteur, che ci allietava con il suo «frustapot», Tesino e la guardia di finanza veneta. A Don Alaj che doveva aver imparato dal Maestro come si moltiplicano i pani ed ha finito la sua esistenza terrena contagiato dai fratelli che assisteva nel trapasso. Sarà forse ignota a Roma dove si fanno i santi, ma nel mondo che lo ha accolto i suoi assistiti gli avranno fabbricato sicuramente un'aureola d'oro. Ai fratelli Curtaz morti insieme; a tutti coloro che sono scomparsi senza lasciare un nome. Agli amici che, ritornati a casa, non hanno fatto in tempo a commemorare il quarantesimo della libertà. Frachey di Champoluc, con il quale a Kalafati avevo diviso un pugno di fagioli secchi, scomparso nel lago di Viverone, Obert che si stupiva nel vedermi ancora vivo in Bulgaria, il giovane Giovanni Bionaz con Lucianaz, Jorioz e Lambert di Charvensod. A tutti i fratelli d'arme e di prigionia che mi hanno preceduto serenamente, perchè sanno che l'inferno lo abbiamo già provato sulle montagne e nei campi di concentramento dei Balcani e loro, il loro conto con la vita lo hanno pagato col dignitoso riserbo dell'animo alpino. AGGIUNTE l) Drappello del 4° Alpini, partito da Aosta per il Montenegro il 3 agosto 1943 Sergente Maggiore Orlandoni Mario destinazione Btg. Aosta - Capo drappello Cap maggiore Foglio-Strobbia Renato - dest. Btg. Aosta Alpino Pastorelli dest Btg Aosta Alpino Morandi dest Btg. Aosta Alpino Candelone dest. Btg, Aosta Alpino Barberis dest. Btg Aosta Alpino Alasina dest. Btg Ivrea Alpino Chiartano dest. Btg lvrea Alpino Minoggi dest. Btg Intra Alpino De Gaudenzi dest Btg. lntra II) Nella 41a Compagnia del Battaglione Aosta - I plotone . II squadra fucilieri. Dal 18 agosto 1943 Sergente Maggiore Orlandoni Mario Cap. Maggiore Nobili Natale Cap. Joly Giovanni Alpini. Pasturenzi Attilio. Pastorelli Giovanni, Lanza Renzo, Thiébat Rinaldo, Vescoz Giuseppe. Plater Abele, Bosini Arsenio, Aymonod Gabriele, Herin Zeffiro, Imperial Cesare, Sarteur Roberto. Dopo il 9 settembre e fino al 10 ottobre 1943. la seconda squadra mitraglieri. Oltre a Nobili, Joly, Pasturenzi e Lanza si aggiungono. Aina Federico, Bandéré Enrico, Rusconi Giovanni, Moglia Giovanni, Riccardi Mario, Medina Remo, Abelli Giuseppe e Chenal Andrea III) Sottufficiali prigionieri nel Lager di Bregenz durante l’inverno 1943-1944 Bieler Ernesto, Gressoney-Saint lean; Troppo Gabriele, Barra (Napoli); Quattrocchi Enrico, Taranto; Feliciani Ed mondo, Giulianova Spiaggia (Teramo); D’Archivio Guido, Moscufo (Pescara); Aliz Francesco, Lavello (Potenza); Grimani Giorgio, Fiume; Foscale Osvaldo, Biella; Molfino Dante, Torino; Crescente Francesco, Barletta (Bari); Molfino Libero Mario, Genova; D,Agostino Guerrino, Silvi (Teramo); lezzi Giovanni, Atri (Teramo) ; Peretta Giuseppe, Ripacandida (Potenza) ; Mastropasqua Gaetano, Noia (N apoli) ; Cicconi Bellarmino, Avezzano (L’Aquila); Dino Giora, Venezia; Lanfranchi Giuseppe, Milano; Blanc Vittorio, Villeneuve (Aosta); De Santis Nicola, Bari; Zungri Franco, Badia Nicotera (Reggio Calabria); Testa Giuseppe, Grottaglie (Taranto); Acquaviva Francesco, Grottaglie (Taranto); Laratro Emanuele, Bari; Radogna Nicola, Bari; Fossati, Luigi, Genova Sampierdarena; Medicina Giobatta, Campo Moroni (Genova); Schiavone Francesco, Loreto Abrutino (Pescara); Pizzi Alberto, Bari; Conti Domenico, Folignano (Ascoli Piceno); Puglia Quirino, Colli del Tronto (AscoliPiceno ); Chiappello Armando, Ceva (Cuneo ); Pesce Giorgio, Bari; Pinto Francesco, Polignano a Mare (Bari); Mastrorilli Mario, Molfetta (Bari); Di Massimo Albino, Castel Castagna (Teramo); Notte Antonio, Castel Petroso (Campobasso); Manzo Gregorio, Roccaforzata (Taranto); Obert Aristide, Rhèmes-SaintGeorges (Aosta); Bionaz Giuseppe, Porossan (Aosta) ; Orlandoni Mario, Aosta, IV) Evasi dal Lager di Donau e rifugiati nel villaggio di Bresane il 19 settembre 1944, Orlandoni, Vacchina, Aymonod, Favre, Tesimo, Brun, Cerise, Gapard, Frachey, Bosini, Joly ed altri due dei quali non ho annotato il nome. V) Nell’ospedale da campo russo di Vidin e successivamente nell'ospedale militare di Ruskciuk dai primi di novembre 1944 al febbraio 1945: Sottotenente Savini Gilberto, 2 ° capo Chierchini Gino, Maresciallo Capo Ferraresi Giuseppe, Serg Magg Orlandoni Mario, Soldati: Muscettola Nazzario, Zappolli Armando, Acquarico Giuseppe, Giambruno Francesco, Trecco Vittorio, Castagnola Giovanni; ungherese Giula Kurzmann Maria Clara Freydoz FUNZIONI DEL C.L.N. PROVINCIALE DI AOSTA DOPO LA LIBERAZIONE∗ Durante il periodo della lotta armata, in quanto espressione dell'unità nazionale e della volontà popolare, i CLN furono gli organismi che permisero di condurre la guerra di liberazione dalle forze armate e la liquidazione del fascismo come forza organizzata. Quello che costituì l'originalità del CLN valdostano fu l'essersi adoperato, sin dal suo nascere, per porre le basi della futura autonomia della Valle d' Aosta. Si fece sì promotore di una lotta per cacciare l'odiata dittatura, ma anche ed oserei dire soprattutto per poter finalmente ottenere una autonomia politico-amministrativa, che potesse effettivamente salvaguardare quel poco che era rimasto del particolarismo valdostano. «Noi ricordiamo soprattutto una cosa: che dopo anni di vessazioni, di mortificazioni, di dolori, è giunto finalmente il momento di far sentire la nostra presenza perché ci sia restituito almeno una parte di ciò che di anno in anno abbiamo perduto, strappato di mano, perché in noi era troppa debolezza per opporsi alla tracotanza fascista». (Parole che Emilio Chanoux, Commissario politico delle forze autonome, rivolse in un messaggio ai Comandanti dei diversi gruppi partigiani). L'incontro di Chivasso del 19 dicembre 1943 testimonia questa precisa volontà di lottare per la ricostruzione di un'Italia diversa per la distruzione dello stato centralizzatore, per ottenere un'ampia autonomia. Dopo la liberazione, nella fase della ricostruzione nazionale, i compiti del CLN furono prettamente politici. Simboli dell'unione e della collaborazione dei partiti democratici si fecero interpreti dei sentimenti e dei bisogni di tutte le categorie sociali in un clima di libertà politica. Contro ogni manovra e tendenza reazionaria, così come contro ogni tendenza disgregatrice, appoggiarono e realizzarono alla periferia razione del governo. I loro compiti consultivi vollero essere la leva della ricostruzione e della rinascita sociale, per questo non vi furono limiti alla loro attività. Anche in questa fase il CLN valdostano ebbe una connotazione politica particolare: si adoperò per arginare il movimento annessioni sta e si impegnò con tutte le sue forze al fine di ottenere il più celermente possibile una ampia autonomia politico-amministrativa nell'ambito dello Stato italiano. Analogamente agli altri CLN, i suoi compiti più immediati furono operare per il ripristino degli organismi amministrativi e dei servizi pubblici, per l'epurazione di tutti gli Enti e gli uffici statali e parastatali, ecc. Si impegnò in numerosi settori quali l'assistenza, la ricostruzione, l'approvvigionamento ed altri, ma il massimo sforzo della sua attività politica si concretizzò nelle questioni inerenti l'autonomia ed il contenimento del movimento separatista. ∗ Precisazione: Il presente lavoro si propone di descrivere l’attività del CLN provinciale di Aosta attraverso i documenti che tale organismo ha prodotto e che sono stati conservati nell' Archivio del1'ex-Prefettura di Aosta Nello svolgimento della parte relativa all'autonomia ed al movimento annessionista, ho fatto altresì riferimento a documenti utilizzati per la stesura della mia tesi di laurea «Lotta politica e sociale in Valle d'Aosta - 1945/1948» (Torino AA 1973- 1974) A)Autonomia e movimento annessionista Contrastare il movimento annessionista e parallelamente lottare per ottenere il più rapidamente possibile un'ampia autonomia politico-amministrativa richiese il massimo impegno politico da parte del CLN Provinciale di Aosta. Dopo la liberazione la situazione politica in Valle d' Aosta era particolarmente grave a causa dei ripetuti tentativi francesi di occupare militarmente tutta la Valle ed a causa della vivace propaganda annessionista, condotta talvolta con metodi poco corretti, tendente a creare, mediante un plebiscito, uno stato di cose tale da rendere inevitabile l'interessamento diretto del Governo francese per ottenere il «rattachement» della regione. Solo l'opera accorta ed energica del CLN Provinciale di Aosta, delle autorità civili insediate dallo stesso, del governo alleato, impedì che queste mire potessero essere realizzate e permise di ottenere da Roma la concessione della tanto sospirata autonomia valdostana nell'ambito dell'unità italiana. Il 26 aprile 1945 iniziò la ritirata; il 28 aprile le forze nazi-fasciste, ancora presenti ad Aosta, si arresero senza condizioni al Comando Partigiano; solo nella bassa valle, nella stretta di Bard e nella zona di Pont-St. Martin, resistevano ancora truppe tedesche. Lo stesso giorno a Saint Christophe, il CLN Provinciale di Aosta composto da Ida Viglino (rappresentante del PSI), Amato Berthet (rap. della DC) Giuseppe Lamastra (rap. del Partito d'Azione ) Fabiano Savioz (rap. del PCI), Lorenzo Chabloz (rap. del PLI in sostituzione di Carlo Torrione), avvalendosi dei poteri di governo conferitigli, d'accordo con il Comando Militare, procedette alla nomina del Prof. Alessandro Passerin d'Entrèves a Prefetto, dell'avv. Carlo Torrione a Sindaco di Aosta, di Giuliano Garino e del geom. Enrico Pareyson a vice sindaci. In seguito il sig. Luigi Ravenni venne nominato Questore (1/5/1945), il geom. Flaviano Arbaney Commissario alla Provincia, il dott. Luigi Maiorca vice-capo di polizia, il prof. Augusto Garassino Provveditore agli Studi, il dott. Francesco Elter Commissario della «Nazionale Cogne S. p. A.», Boson Delfino, Mosoni Paolo, Chetto Cesare membri della Commissione per l'alimentazione ed infine, al suo rientro in Valle d'Aosta, il prof. Federico Chabod fu nominato vice-Prefetto. Il primo importante compito, che le nuove autorità civili insieme al CLN Provinciale di Aosta ed al Comando Partigiano dovettero affrontare, fu di impedire che le truppe francesi occupassero militarmente la Valle d' Aosta. Le cattive condizioni atmosferiche, la resistenza repubblichina al Piccolo San Bernardo avevano ritardato l'entrata dei francesi in Valle. Solo il 29 aprile giunsero le prime notizie del loro arrivo attraverso il colle del Piccolo San Bernardo ed il colle di Rhêmes. Le autorità civili e partigiane decisero di agire immediatamente. Lo stesso giorno il Prefetto Alessandro Passerin d'Entrèves ed il magg. Adam contattarono il magg. Smith (George Morton, Maggiore della Special Force n. 1, capo della Missione alleata presente in Valle d' Aosta da alcuni mesi) e decisero di prendere contatto con i francesi; a questo scopo si recarono a La Thuile. Dato che il Piccolo San Bernardo era tenuto ancora da elementi repubblichini, si limitarono ad inviare al Comando francese una staffetta con un messaggio per informarlo che la Valle d'Aosta era già stata liberata ad opera dei partigiani, che pertanto, non essendoci più motivo di avanzare, le truppe francesi dovevano attestarsi secondo gli ordini alleati a Pré St. Didier. Il Détachement d'Armée des Alpes, costituito il 20 dicembre 1944 agli ordini del gen. Doyen, dipendente sul piano politico dallo Stato Maggiore francese, sul piano operativo dall'Alto Comando Alleato, cioè dal gen. Devers, era stato inizialmente autorizzato a spingersi non oltre una striscia di 20 Km al di là della frontiera. In seguito e precisamente il 6 aprile questo limite fu portato fino alla linea Villeneuve, Gran Paradiso, Bussoleno, Fenestrelle, Coni, Imperia. Il 28 aprile il gen. Devers con un telegramma invitò il Gen. Doyen a cessare immediatamente l'azione offensiva ed a ritirarsi rapidamente sino alla frontiera. A queste sollecitazioni fu risposto che le offensive erano cessate, ma che le truppe non avrebbero evacuato la zona già occupata senza un ordine preciso del governo francese. Nel pomeriggio arrivò ad Aosta il cap. Mouscade, che espresse il desiderio di conferire con il CLN Provinciale di Aosta. Durante il colloquio con i rappresentanti del CLN Provinciale il capitano fece una chiara distinzione tra valdostani ed italiani, dicendo che i francesi sarebbero entrati in Valle come amici dei «valdostani», non come occupanti. Trasparì chiaramente la volontà di occupare la Valle d'Aosta appena le condizioni atmosferiche avessero permesso l'avanzata delle truppe. Le intenzioni sembra fossero quelle di installare, dopo l'occupazione, un nuovo CLN composto unicamente da annessionisti e di indire un plebiscito riservando il diritto di voto unicamente ai valdostani di padre e di madre, nati prima de11914. Non avendo il magg. Smith l'autorità di arrestare le truppe francesi, nonostante fosse a conoscenza delle disposizioni degli Alleati inerenti la zona da occuparsi, vista la gravità della situazione, il Comandante magg. Augusto Adam si prese la responsabilità di arrestarle dichiarando che se era necessario avrebbe usato le armi. In questa occasione il CLN Provinciale di Aosta approvò unanimamente questa condotta e così fecero il Sindaco di Aosta ed il Prefetto. In questo momento decisivo per il futuro della Valle d'Aosta la posizione del CLN fu chiara ed unanime. Appoggiato quindi dal CLN Provinciale e dalle autorità civili, il Magg, Augusto Adam predispose, nella notte tra il 29 ed il 30 aprite, che gruppi partigiani bloccassero l'entrata dei francesi con uno sbarramento sotto Pré St. Didier e sotto la valle di Rhêmes. Il 30 aprile il magg. Michelet, Comandante delle truppe francesi, scese ad Aosta a parlamentare. La situazione sembrava senza via d'uscita data l'intransigenza delle due parti sulle posizioni prese. Se non fosse giunto il Comandante De Galbert, portavoce di ordini arrivati dall'alto in seguito alle pressioni alleate, i francesi non avrebbero facilmente desistito dalle loro intenzioni di occupare militarmente la Valle. Comunque il 1° maggio si giunse ad un accordo secondo il quale i francesi potevano occupare unicamente una striscia di 30 km oltre il confine, ma questo territorio non doveva essere considerato zona di occupazione, ma unicamente di accantonamento con piena autorità italiana sulla zona stessa. Fissata la linea di demarcazione, si stabilì che avrebbe potuto essere oltrepassata dai francesi unicamente nel caso in cui avessero dovuto raggiungere gli Alleati nella pianura padana o nel caso si fosse presentata la necessità di attaccare nuclei di resistenza tedesca in bassa valle, situazione che si verificò il2 maggio a causa di disordini provocati da un gruppo di forze tedesche tra Pont St. Martin e Borgofranco. Le truppe francesi furono tuttavia arrestate dalla notizia della firma dell'armistizio, dall'ordine del gen. Clark di cessare le ostilità e dalla notizia di un accordo conclusosi tra le forze partigiane della bassa Valle ed il Comandante tedesco, che si era impegnato ad evacuare la zona entro 24 ore. Comunque non fu possibile fermare un nucleo di truppe partite precedentemente all'arrivo delle notizie. Queste si stanziarono a Pont St. Martin e vi rimasero fino a quando l'esercito francese non ricevette l'ordine di evacuare. Dal punto di vista militare la situazione era questa: occupazione francese di una zona di frontiera e stanziamento a Pont St. Martin: in tutto 8 compagnie della 5ème Demi-Brigade du D.A.A. Il 4 maggio entrarono in Valle d'Aosta le truppe alleate e la occuparono fino ad Etroubles e Courmayeur. E' del 4 maggio il messaggio che il maresciallo Alexander inviò al S. H. A. E. F., con cui si dichiarava che la presenza francese in Italia era inutile ed altamente indesiderabile, per cui si invitava a prendere accordi per l'evacuazione. Il 7 maggio il gen. Eisenhower invitò il generale Juin a dare istruzioni al gen. Doyen al fine di ritirare le truppe francesi sino alla frontiera, nelle zolle dove erano giunte le truppe alleate. Questa richiesta venne ripetuta il 17 maggio senza successo. Il primo pericolo, l'occupazione francese di tutta la Valle d' Aosta era stato evitato, non però quello annessionista, in quanto da quel momento la propaganda francese si fece intensa. Con le truppe francesi, il 30 aprile, erano entrati in Valle d' Aosta, stabilendosi ad Introd agli ordini del dott. Voisin, elementi di quella Missione «Mont Blanc», che era stata costituita all'inizio del 1945, nel quadro della Direction Generale d'Etudes et Recherches Politiques, con funzioni di controspionaggio. Compito di questa Missione non era unicamente quello di reperire informazioni, ma di preparare un terreno favorevole alla annessione alla Francia. Con l'aiuto di alcuni elementi partigiani filo-francesi svolgeva attiva propaganda tra la popolazione valdostana per un immediato pronunciamento a favore di un «rattachement à la France» , accompagnandola con donazioni di pacchi di sale e di altri generi scarseggianti in Valle. Furono promesse in caso di annessione l'esenzione, per un certo periodo, dal pagamento delle tasse, e la rapida apertura di un traforo sotto il Monte Bianco. Inoltre nelle zone di accantonamento vennero compiuti atti di autorità non previsti dall'accordo del 1° maggio, quali ordini ai sindaci di affiggere manifesti imponenti il cambio del franco a due lire, nonostante le diffide del Comando Alleato. Questa propaganda inasprì sempre più i rapporti tra i partigiani favorevoli all'annessione e quelli contrari. Appunto per il timore di incidenti o conflitti il Prefetto redasse il 10 maggio una protesta diretta al Comandante della Missione francese, che egli stesso illustrò alle autorità militari francesi in occasione di una visita, che il col. De Galbert ed il gen. di Brigata Moll, Comandante la 27a Divisione di fanteria alpina, gli fecero la mattina di quello stesso giorno. In tale protesta venne evidenziato il fatto che i francesi avevano violato l'accordo del 1° maggio stabilendosi a Morgex, a Saint Christophe e ad Aosta, che stavano svolgendo propaganda annessionista in palese contrasto con le precise affermazioni in senso contrario dell'ambasciatore francese a Roma Couve de Murville, secondo cui le truppe francesi erano entrate in Italia senza ambizioni territoriali. A queste proteste i due ufficiali risposero che non c'era stata violazione in quanto l'accordo non era stato firmato, quindi non era valido, e che comunque il susseguente arrivo delle truppe americane lo aveva fatto scadere, per cui era giustificata pienamente la più completa libertà di movimento e di stazionamento delle truppe francesi. Quanto al secondo punto, gli ufficiali affermarono che la propaganda era svolta non da elementi dell'esercito francese, ma da partigiani in divisa francese. Dopo questo colloquio il Prefetto fece affiggere nell'intera provincia un proclama bilingue, affinché «qualcuno prendesse una posizione ufficiale in favore delle legittime rivendicazioni valdostane ed in favore della risoluzione di queste rivendicazioni nel quadro italiano». La situazione era grave. Secondo una relazione del CLN Provinciale di Aosta del 13 maggio 1945 a Pont. St. Martin il 70% della popolazione della zona era favorevole ad una annessione, mentre ad Introd iI90%. Circolavano moduli dattiloscritti richiedenti un referendum e venivano raccolte firme a sostegno di questa richiesta. La mancata epurazione, la non avvenuta punizione dei delitti fascisti (argomenti prediletti dalla propaganda francese), la diffidenza verso la tradizionale politica di accentramento dello Stato italiano, le promesse francesi, l'ansia di rinnovamento non giocavano certo a favore dell'italianità della Valle d' Aosta. In questo clima, fondamentale fu l'azione svolta dal CLN Provinciale di Aosta affinché l'epurazione non fosse affidata ad organismi centrali e governativi, bensì ad organi locali democraticamente composti. Inoltre, al fine di convincere della reale volontà di decentramento del governo centrale, inoltrò numerose richieste di inserimento di valdostani nei vari Enti, in quanto conoscenti dell'ambiente e pertanto ben accetti. Chiese ripetutamente di non trasferire i carabinieri di stanza in Valle d' Aosta ed originari della regione, che, fidando nel nuovo regime democratico, in vista di una promessa autonomia, avevano ripreso servizio nell'arma pensando che sarebbe stato loro concesso di restare in Valle. Instancabilmente si adoperò affinché non fossero osteggiate, tacciandole di separatismo, associazioni ed iniziative valdostane. In definitiva il CLN Provinciale di Aosta contribuì a far si che le mire francesi tendenti ad occupare prima militarmente la Valle e poi a provocare un plebiscito per ottenere il «rattachement» della regione alla Francia, fatto che avrebbe reso inevitabile l'interessamento diretto del Governo francese, fallissero con un'opera continua, in ogni aspetto della vita pubblica, mirante ad un reale rinnovamento ed a porre le basi di una sicura democrazia. Operarono al fine di convincere i valdostani, singolarmente, che una reale autonomia doveva e poteva realizzarsi unicamente nell'ambito dello Stato italiano: in questa prospettiva agirono anche su un piano strettamente ufficiale. Il 12 maggio in una riunione tenutasi nella sala della Prefettura, il CLN Provinciale nelle persone di Ida Viglino (presidente), del prof. Amato Berthet, del dott. Giuseppe Lamastra, del sig. Fabiano Savioz, dell'avv. Carlo Torrione in rappresentanza di Lorenzo Chabloz, presenti il prof. Alessandro Passerin d'Entrèves (prefetto ), il prof. Federico Chabod (arrivato in Valle il 10 maggio e subito nominato vice-prefetto), il dott. Eugenio Dugoni (delegato del CLN regionale piemontese,) dopo aver preso atto della grave situazione creatasi a causa del continuo afflusso di truppe francesi e dell'attività di propaganda svolta, deliberò: 1) di richiamare l'attenzione internazionale sulla gravità del problema inviando un telegramma al maresciallo Stalin, al Primo Ministro Churchill, al Presidente Truman ed uno analogo alla Conferenza di S. Francisco. In questi telegrammi venne denunciata l'azione di propaganda politica, di corruzione, di falsificazione per indurre la popolazione ad esprimere il proprio desiderio di essere annessa alla Francia svolta dalle truppe francesi dislocate in Valle d' Aosta e venne chiesto un pronto intervento atto a bloccare siffatta propaganda. 2)Decise di avvertire immediatamente il governo Bonomi ed il CLNAI della gravità della situazione e della necessità di accordare rapidamente l'agognata autonomia, unico reale rimedio contro la dilagante propaganda francese, e contemporaneamente di far presente alle Autorità Alleate, preposte al governo militare e civile della Valle d' Aosta, l'estrema gravità della situazione. Al fine di sollecitare una presa di posizione del governo a favore dell'autonomia, secondo le promesse formali fatte dal CLNRP e dal CLNAI, come pure dal governo Bonomi durante il periodo della lotta armata, il CLN Provinciale di Aosta predispose di inviare a Torino, a Milano, a Roma una delegazione così composta: Ida Viglino (PSI), Federico Chabod (Part. d' Azione ), il canonico Bovard (DC). Ottenuta l'autorizzazione dalle autorità alleate (4/5/1945), la suddetta delegazione il15 maggio 1945 si recò insieme al Prefetto a Torino, dove fu ricevuta dal CLN regionale piemontese. Questo fu molto critico nei confronti dell'atteggiamento assunto dalle autorità valdostane di fronte all'ingresso delle truppe francesi; in particolare fu criticato il fatto di aver voluto fermarle, preferendo l'occupazione americana; preferenza del tutto ingiustificata, secondo loro, in quanto i francesi avevano fatto sapere, in più occasioni, che non avevano rivendicazioni territoriali da avanzare nei confronti dell'Italia. Si lamentò la mancata epurazione, che avrebbe costituito una dimostrazione di forza delle autorità italiane e contemporaneamente evitato una delle ragioni dello scontento della popolazione, trasformatasi in motivo di propaganda annessionista. Infine i telegrammi furono definiti inopportuni e pericolosi. L a delegazione valdostana denunciò da parte sua il fatto che il CLNRP non avesse ancora preso nessuna iniziativa concreta nei confronti delle rivendicazioni dei valdostani, fatto che aveva favorito il diffondersi di una atmosfera di sfiducia sulle reali intenzioni italiane. Alla fine tutti furono d'accordo che l'unico modo per ovviare alla situazione fosse quello di sancire subito l'autonomia prima ancora di interpellare il governo Bonomi; pertanto nella seduta pomeridiana fu discusso un progetto di autonomia, poi redatto in 8 articoli. Il 17 maggio questo progetto fu portato dalla delegazione valdostana al CLNAI a Milano. Qui venne discusso ed in parte modificato, in quanto in certe parti troppo lesivo della sovranità del potere centrale, soprattutto per quanto concerneva l'applicazione di nuovi tributi; per contro venne inserito un articolo sulla zona franca, che nella dichiarazione di Torino era stato solo suggerito come auspicabile. Risultato concreto di questi incontri fu l'emanazione da parte del CLNAI di due decreti: nel primo fece sue le proposte concordate tra il CLNRP e la delegazione valdostana, con l'impegno di appoggiare presso il governo italiano la loro conversione in testo di legge; con il secondo diede facoltà al Prefetto di Aosta, che aveva accompagnato la delegazione, di provvedere immediatamente all'instaurazione ufficiale della bilinguità, al ripristino dei vecchi nomi di luogo, alla revisione ed alla ripartizione delle circoscrizioni comunali, in modo da ritornare alla situazione esistente prima del 1922, cosa di cui si occupò immediatamente il CLN Provinciale di Aosta, coadiuvato dai CLN comunali e dal Prefetto (nota del 17/5/1945). Fu redatto un terzo articolo, tenuto segreto, «affinché il governo potesse servirsene nelle sue trattative di pace con la Francia e valersene a vantaggio generale dell'Italia». Concerneva il suggerimento, presentato dalla delegazione valdostana, di considerare «la possibilità della neutralizzazione della Valle d' Aosta, che sancirebbe con un atto di valore internazionale la particolare situazione della Valle d' Aosta». Questo progetto fu portato dal prof. Federico Chabod a Roma. Nonostante i pronunciamenti del CLNRP e del CLNAI la situazione in Valle restava tesa. Il 18 maggio, giorno del primo anniversario della morte di Emile Chanoux, fu organizzata una pubblica cerimonia commemorativa, durante la quale la piazza principale della città doveva essere intitolata al nome del martire della resistenza valdostana alla presenza delle autorità cittadine ed alleate. In giornata si presentò alla Prefettura una rappresentanza di un sedicente Comité Populaire Valdôtain de Libération con un ordine del giorno controfirmato da trentacinque notabili, richiedente alle autorità alleate l'autorizzazione a indire per il 23 maggio un plebiscito, inerente alla domanda scritta di circa 16.000 valdostani e secondo i principi della Carta Atlantica, per permettere alla popolazione valdostana di esprimere liberamente il proprio parere in merito ad una eventuale annessione alla Francia. A tale domanda furono allegate le modalità con cui tale consultazione avrebbe dovuto svolgersi ed i requisiti richiesti per essere elettori, consistenti essenzialmente nell'essere valdostani, cioè non essere fra coloro che erano emigrati in quegli ultimi anni in Valle d' Aosta per trovarvi lavoro, in quanto tali elementi si sarebbero pronunciati, con tutta probabilità, in senso contrario all'annessione. Venne consegnato un fac-simile della scheda elettorale composta da due parti separabili, una contenente la domanda: «Voulez- Vous le rattachement à la France?» e l'altra « Voulez- Vous rester italien?». L 'elettore avrebbe dovuto staccare la parte prescelta, firmarla e buttare l'altra. (La Missione Mont-Blanc non fu estranea all'organizzazione di questa manifestazione ). Il prof. Alessandro Passerin d'Entrèves rispose che riconosceva un solo CLN legalmente costituito e che, in quanto Prefetto italiano, non poteva in alcun modo accogliere la richiesta di un plebiscito, che avrebbe costituito una inaudita violazione delle leggi fondamentali dello Stato. La delegazione non rinunciò al progetto e chiese di essere ricevuta dal Commissario provinciale dell' A.M.G. per esporgli le sue richieste. L'incontro ci fu, ma fu rifiutato il permesso di organizzare la consultazione. Nel frattempo ad Aosta avvenivano scontri tra gruppi partigiani venuti in città per dimostrare in favore dell'annessionismo e della consultazione popolare ed elementi contrari alla Francia. Per far conoscere quanto aveva ottenuto la delegazione per l'autonomia a Torino ed a Milano, nel tardo pomeriggio il CLN di Aosta organizzò una riunione, a cui oltre ai membri del CLN, al Prefetto, parteciparono numerose personalità cittadine non tutte favorevoli alla politica finora condotta dalle autorità italiane e molti di quelli che si erano presentati in mattinata in Prefettura. Alla fine della seduta si procedette alla votazione di un ordine del giorno, con cui, dopo aver approvato l'opera della delegazione valdostana ed averla esortata a proseguire il cammino già intrapreso affinché le promesse ottenute si trasformassero in concrete realtà, si affermò che i valdostani partecipanti alla riunione si riservavano: «de poser la question valdôtaine sur le plan international et de demander l'appui des Nations Unies pour la défense de leur droit de minorità» Venne così invocato proprio quell'intervento internazionale che il CLNRP aveva vivacemente deprecato. Con lo stesso ordine del giorno si invitò alla calma, si deplorarono gli arresti avvenuti nel pomeriggio durante la manifestazione e si concluse con la richiesta di una immediata consultazione popolare. Questo ordine del giorno era in palese ed aperto contrasto con il comportamento del Prefetto e del Commissario provinciale Magg. Howell. Il prof. Alessandro Passerin d'Entrèves, in questa occasione, avendo constatato che la linea di condotta finora da lui seguita tendente alla riconciliazione si era dimostrata inadatta a risolvere la situazione,presentò le sue dimissioni. Contemporaneamente si dimise anche il rappresentante del PLI nel CLN Provinciale di Aosta, il dott. Lorenzo Chabloz. La richiesta di una consultazione popolare provocò un'aspra risposta da parte del Commissario alla Guerra Renati e del Comandante Militare II zona Augusto Adam indirizzata al Prefetto, al CLN, e alle Autorità alleate. In essa si dichiarò la non legittimità del Comité, quale rappresentante della popolazione, e si riconfermò la fiducia nelle autorità italiane. Intanto a Roma, su insistenza del prof. Federico Chabod, che riteneva che l'unico modo per arrestare il movimento annessionista fosse concedere tempestivamente l'auspicata autonomia, il 29 maggio il Consiglio di Presidenza, riunitosi al Quirinale, prese in esame il problema valdostano e decise di nominare una Commissione con il compito di considerare a fondo l'intera questione sull'autonomia per riferire poi sollecitamente al governo. Questa Commissione terminò i lavori l’8 giugno e presentò le sue conclusioni, in linea di massima favorevoli alle richieste dei valdostani, al governo. Bisognava ora attendere che il Consiglio dei Ministri esaminasse queste conclusioni e decidesse in merito. La situazione in Valle d'Aosta restava tesa e confusa. Ad aggravarla contribuiva la mancanza di un'autorità italiana ufficiale dopo le dimissioni del Prefetto. Le autorità alleate si preoccupavano soprattutto di problemi amministrativi e non avevano sufficiente conoscenza del problema per risolvere in qualche modo la continua tensione tra annessionisti e non. Inoltre il CLN Provinciale di Aosta fu invitato a presentare le sue dimissioni in quanto organo esecutivo, cosa che fece il 31 maggio 1945. Solo il 15 giugno si ricostituì nelle persone di Ida Viglino (PSI) in qualità di presidente, del geom. Enrico Pareyson (PLI), del prof. Amato Berthet (DC), del dott. Giuseppe Lamastra (Partito d' Azione), del sig. Fabiano Savioz (PCI). Il 21 giugno ne fu ufficialmente informato il Commissario provinciale magg. Howell. La forza della corrente separatista in quel momemto era enorme. godeva dell'appoggio quasi totale della classe contadina. A prescindere dall'azione di una propaganda ben organizzata ed appoggiata da distribuzione di viveri, le popolazioni rurali provavano una forte riconoscenza verso la Francia, che da sempre aveva accolto la loro gente e dato loro lavoro. Inoltre il risentimento contro la politica di accentramento di Roma era grande: più che francesi si sentivano anti-italiani. Non si può dire quale sarebbe stato il risultato del plebiscito, ma il fermento era enorme, lo scontento anche e la sfiducia o meglio la diffidenza verso il governo italiano cresceva alimentata da un'abile propaganda. Da freno a questa tendenza, oltre all'azione di uomini quali il prof. Federico Chabod ed il prof. Alessandro Passerin d'Entrèves, giocò una forte diffidenza verso la Francia, particolarmente diffusa nei ceti medi, i quali, rivendicando fermamente un regime autonomo, se dubitarono di Roma non si sentirono più fiduciosi verso lo Stato francese. In sostanza l'annessionismo fu un movimento di popolo, guidato da alcuni capi, a cui la classe media non aderì nella sua maggioranza. Se i francesi avessero promesso e date sicure garanzie per un'autonomia nell'ambito della Francia, avrebbero avuto dalla loro parte indistintamente tutti, invece a questo riguardo furono molto cauti. Questa corrente non incontrò neanche l'appoggio, a parte alcune eccezioni, del clero in quanto la Francia era per eccellenza uno Stato laico. Il 5 giugno i comitati esecutivi dei 5 partiti della resistenza, avvertita la propaganda più o meno aperta, che si stava svolgendo a favore dell'annessionismo, si riunirono e stesero un ordine del giorno, in cui dichiararono che la linea di condotta dei partiti sarebbe stata informata al più assoluto lealismo nei confronti dell'Italia e degli interessi della popolazione valdostana, e che la loro azione pertanto sarebbe stata diretta a favorire l'attuazione dell'autonomia secondo quanto già sancito dal CLNRP e dal CLNAI. Nel frattempo, l'A.M.G. nominò un nuovo Prefetto nella persona dell'avv. Luigi Gardini di origine astigiana ed un vice-prefetto valdostano su proposta del CLN Provinciale, il geom. Enrico Pareyson, colmando così la lacuna causata dalla carenza di autorità italiane. La nomina però di un prefetto non valdostano sollevò apprensioni sulla sorte dell'autonomia e sfiducia sulle intenzioni del governo italiano. Si affermò che la nomina era stata possibile solo grazie alla partenza delle truppe francesi. Gli americani, infatti, esasperati dal fatto che i francesi avessero ignorato i loro inviti formali ad evacuare, erano ricorsi alle maniere forti minacciando di sospendere i rifornimenti d'armi all'esercito francese, per cui si era giunti all'accordo di Caserta dell'11 giugno 1945, in cui fu deciso il ritiro delle truppe francesi dall'Italia e quindi anche dalla Valle d' Aosta. Di fatto il 29 giugno, secondo un accordo raggiunto tra il gen. Morgan e il gen. Carpentier, l'esercito francese lasciò la Valle d' Aosta. Prima di andarsene le truppe parteciparono, con il permesso delle Autorità Alleate, ad una grande parata di tutte le forze alleate nella piazza principale di Aosta. Fu organizzato il trasporto nel capoluogo di un certo numero di valligiani filo-francesi, al fine di trasformare la parata in una grande manifestazione annessionista, intento che in parte fallì , in quanto, non riconoscendo le divise, le truppe francesi vennero scambiate con quelle alleate e viceversa. L'esercito francese lasciò così la Valle d Aosta, ma non partirono tutti i propagandisti dell'annessione, per esempio il magg. Michelet, funzionario del2ème Bureau, rimase in Valle con alcuni uomini per continuare l'attività propagandista. Comunque la partenza delle truppe francesi inferse un colpo mortale al movimento separatista, anche se continuò la raccolta di firme per la richiesta di un plebiscito. Le notizie relative alla costituzione della Commissione governativa ed al suo parere favorevole al progetto di Statuto per l’autonomia crearono un capovolgimento della situazione a favore della soluzione autonomista nel contesto italiano. Col passare dei giorni l'attesa dei provvedimenti legislativi diventava però sempre più impaziente e meno fiduciosa; la loro mancata concretizzazione rischiava di compromettere la situazione ed alimentava la propaganda separatista, che appunto affermava che ormai ottenuto l'allontanamento dei francesi, l'autonomia non sarebbe stata più concessa e che. comunque, non avrebbe avuto valore in quanto sancita da un governo di transizione. Finalmente l’11 luglio il Consiglio dei Ministri prese in esame il problema delle minoranze alloglotte, che avrebbero «trovato la loro tutela nel libero funzionamento di un appropriato regime di autonomie locali», con particolare riguardo alle «peculiari esigenze della Valle d'Aosta», per la quale fu decisa la concessione di un regime autonomo locale, integrato da particolari misure economiche e finanziarie. A tale scopo un Comitato di Ministri venne incaricato di elaborare, sulla base del progetto presentato dal CLN valdostano, le norme relative. Il 18 luglio si recò a Roma una delegazione valdostana composta dalla Sig.na Ida Viglino, presidente del CLN Provinciale di Aosta, dal viceprefetto geom. Enrico Pareyson, dal geom. Bionaz e dal prof. Alessandro Passerin d'Entrèves, la quale, sostenuta da alcune influenti personalità politiche italiane e dagli Alleati, vinse le incertezze dei ministri, preoccupati che la concessione di un regime autonomo alla Valle d' Aosta potesse costituire un precedente per le altre regioni. Finalmente l'8 agosto vennero definitivamente approvati due Decreti-Legge. Il 26 agosto 1945, durante una riunione indetta dal prof. Federico Chabod ad Aosta, si conobbero in Valle i testi dei due Decreti Luogotenenziali inerenti lo Statuto provvisorio per la Valle d' Aosta sino ad allora sconosciuti. I decreti, se dimostrarono la buona volontà di riconoscere i diritti dei valdostani, scontentarono molti, anche autonomisti. L'autonomia veniva subordinata a non meno di 17 decreti ancora da promulgare e da cui sarebbe dipesa la fisionomia del regime autonomo: 1) 2) 3) 4) 5) decreto-legge inerente le modalità di elezione del Consiglio della Valle; decreto-legge per determinare il riparto fiscale; decreto-legge per determinare le materie di competenza del Consiglio; decreto-legge per fissare le condizioni della zona franca; decreto-legge per stabilire le condizioni delle sub-concessioni delle acque lasciate in uso alla regione, ecc., senza parlare delle acque, che non venivano date in proprietà. In seguito alla concessione di questa ridotta autonomia ed al malcontento rivelatosi tra la popolazione valdostana, il Presidente del CLN Provinciale di Aosta Sig.na Ida Viglino si dimise (deteneva questa carica dal 24/1/1945) ed immediatamente fu sostituita dal dott. Carlo Farinet, quale rappresentante del PSI, e dal 30 settembre assunse la presidenza il Sig. Fabiano Savioz (PCI). Il 7 settembre si ebbero le dimissioni del dott. Lamastra (Part. d'Azione) sostituito da Cerise Fortunato, e del geom. Enrico Pareyson (PLI) sostituito da Rosset Vittorio. Nel frattempo il 5 settembre l'Ufficio Militare Francese di Collegamento lasciò Aosta; non restò quindi più nessun comando francese in Valle d' Aosta. Al malcontento sollevato dai Decreti Luogotenenziali si aggiunse presto un altro fattore di perturbamento: il timore che Roma potesse far marcia indietro, che in sostanza avessero ragione i filo-francesi asserendo che la concessione dell'autonomia fosse unicamente un mezzo provvisorio per calmare i valdostani. L'1 ed il 2 dicembre si tenne ad Aosta il primo Congresso di tutti i CLN di comune, di villaggio, di fabbrica, ecc. della Valle d' Aosta. Non fu aperto al pubblico, ma vennero invitati oltre alla stampa i rappresentanti del Fronte della Gioventù, dell' ANPI, del CIF, dell'UDI, dei vari partiti, degli ex-combattenti, dei mutilati ed invalidi di guerra, degli exinternati, delle famiglie dei caduti in guerra, dell'ENAL, della Camera del Lavoro, dell'Unione Commercianti, Industriali, Agricoltori, Professionisti, dell' Associazione Sportiva, della Commissione Interna della Cogne, della Commissione Economica, della Commissione di Epurazione, il Commissario provinciale magg. Howell, il Prefetto, il Vescovo, il Presidente del Tribunale, il Questore, il Comandante RR.CC. di Aosta, i membri del CLN di Ivrea, i rappresentanti del CLNRP. Dagli atti di questo convegno emerge chiaramente che i decreti sull'autonomia scontentarono tutti, in quanto si riteneva che l'autonomia concessa fosse troppo limitata, si sarebbe voluto il riconoscimento della propria individualità e quindi il riconoscimento del proprio diritto ad autogovernarsi senza limitazioni alcune. Le posizioni comunque furono sfumate. Ci furono quelli che, per la convinzione di non potere ottenere di più, ritennero che fosse necessario accettare la situazione, sperimentare quello che si sarebbe potuto veramente fare con quello che era stato concesso ed inoltrare in seguito ulteriori richieste in sede di Costituente, dopo aver dimostrato che i valdostani erano effettivamente in grado di autogovernarsi. «Meglio l'autonomia non ancora completa, che essere assorbiti da uno stato senza autonomia», «c'è l'autonomia che bene o male abbiamo ottenuta: mettiamoci all'opera e coadiuviamo i compagni del Consiglio Valle. Bisogna prendere immediatamente possesso della Valle e dimostrare ai valdostani prima ed agli altri poi, che essi sanno dare esempio organizzativo». Questa linea fu quella sostenuta dal CLN Provinciale di Aosta: accettare quello che era stato concesso e lottare per allargare l'autonomia. Fu ribadito che la funzione dei CLN era quella di collaborare con le autorità costituite pur restando i portavoce del popolo «se sapremo prendere la giusta via troveremo l'appoggio delle autorità». Ci fu chi si oppose a questa autonomia per una questione di principio: era stata una «concessione» di Roma non frutto della volontà popolare, per ottenerla non erano stati adottati metodi democratici. «La Commissione che andò a Roma non era rappresentativa dei contadini e degli operai. Il problema è questo: si voglia o no nelle campagne sono, senza esagerare, l'80% annessionisti. La ragione di questa mentalità è la storia, il passato che ci ha uniti alla simpatia verso la Francia». Si sarebbe voluto un referendum per conoscere l'opinione popolare su quanto era stato concesso (alcuni l'avrebbero voluto immediatamente, altri in seguito perchè «in democrazia la popolazione deve poter esprimere il suo parere») ed un plebiscito per chiedere ai valdostani se volevano restare o no nell'ambito dello Stato italiano. Fu criticato l'operato del CLN Provinciale, in quanto aveva preso posizione senza prima consultare la popolazione valdostana. Fu accusato di non aver svolto un'opera di chiarificazione «se erano convinti che l'annessione non corrispondeva agli interessi dei valdostani, dovevano andare a spiegarlo ai contadini, perchè questi sono annessionisti solo apparentemente, in quanto portati verso questa decisione dall'incuria del Governo». A queste critiche venne risposto che, per mancanza di mezzi di trasporto e di tempo, non era stato possibile organizzare quegli incontri. Altri chiesero una garanzia internazionale, in quanto in loro prevaleva la vecchia diffidenza verso il governo italiano, che avrebbe potuto ritrarre quello che aveva promesso. A queste osservazioni rispose Alessandro Passerin d'Entrèves: « le garanzie oggi sono pericolose, dobbiamo avere il più presto possibile un Consiglio e difenderci da noi con le nostre armi e le nostre amicizie» . «Credo che non vi è che una soluzione pratica tale da conciliare gli italiani e i francesi. Perchè dobbiamo dipendere dall'uno o dall'altro? Particolarmente siamo una minoranza, che rappresenta caratteristiche speciali. Non siamo né francesi, né italiani. E' una minoranza che può essere organizzata costituendo la Federazione Valdostana». Costituì anche questa una posizione, che si differenziò dalle altre, anche se fu condivisa da pochi. Nonostante le critiche tutti furono d'accordo sulla necessità di mantenere in vita i CLN, in quanto, pur essendo composti da rappresentanti dei partiti, erano e dovevano restare organi apolitici portavoce delle esigenze del popolo. Sino alla consultazione elettorale la loro funzione fu ritenuta fondamentale, perchè nessuno partito aveva il diritto di priorità prima delle elezioni. Il CLN Provinciale di Aosta doveva continuare la sua azione di stimolo, di consultazione. facendo in modo che le autorità sentissero il dovere di interpellarlo per risolvere i difficili problemi che si sarebbero presentati. Le truppe alleate si preparavano intanto a lasciare la Valle d' Aosta: il 5 dicembre partì il Commissario provinciale maggiore Howell. Questa partenza creò nuovi problemi, poiché si temette che i francesi o gli annessionisti potessero approfittarne per intervenire o comunque far sorgere incidenti. In questo senso il 6 dicembre il prof. Alessandro Passerin d'Entrèves redasse un promemoria, che fece pervenire al Presidente del Consiglio De Gasperi. Il 1° gennaio terminò in Valle d' Aosta il Governo Militare Alleato ed entrarono in vigore i Decreti Luogotenenziali. Il 10 gennaio si svolse la prima riunione del Consiglio Valle, l'autonomia cominciò così a funzionari. La situazione sembrò stabilizzarsi, nonostante continuasse la propaganda annessionista e plebiscitaria e si ritenesse insoddisfacente l'autonomia ottenuta sebbene il Presidente Chabod avesse ottenuto, in seguito a contatti con vari ministri, che nessun decreto integrativo, avrebbe potuto essere promulgato senza previo parere del Consiglio Regionale e che inoltre, prima di nominare ufficialmente i due membri del Comitato di Coordinamento, si sarebbe sentito il parere del Presidente e che, comunque, il compito del suddetto Comitato non sarebbe stato di ostacolo ai lavori del Consiglio. Nei mesi di febbraio-marzo la situazione diventò nuovamente tesa. La campagna dell'on. Nitti contro le autonomie ebbe una risonanza enorme. Il timore che Roma potesse far marcia indietro, che, in sostanza, avessero ragione i filo-francesi asserendo che l'autonomia concessa era unicamente un mezzo provvisorio per calmare i valdostani, dilagò. La futura Costituente avrebbe riconosciuto il regime autonomo? Quegli stessi uomini, che si erano ritenuti soddisfatti delle concessioni fatte dal Governo, sentirono vacillare la loro fiducia. Con l'articolo dell'on. Nitti del 9 febbraio 1946, apparso sulla Gazzetta d'Italia, era stato rimesso in dubbio il diritto stesso della Valle d'Aosta all'autonomia: «In questo succedersi di tendenze autonomistiche, di errori, di violenza, vi è stata anche una terribile farsa: l'autonomia concessa dal Governo con effetto immediato alla Valle d' Aosta». Affermazioni fatte non da un uomo qualunque, ma dall'On. Nitti, già presidente del Consiglio e possibile candidato alla Presidenza. L 'articolo dell' Abbé Petigat sul Bollettino degli emigrati «La Vallee d' Aoste» del 13/4/1946 inquadra bene la situazione: «Il y avait eu pour nous la promesse de Bonomi, la promesse à Paris de l'ambassadeur Saragat, il y avait eu le travail souterrain de F. Chabod; Nitti a tué cela, il a tué Bonomi. il a tué Saragat, il a tué F. Chabod, il a tué le rapprochement vers l'Italie. Nous devons lui en être reconnaissants» . Con un telegramma il CLN Provinciale di Aosta invitò il Consiglio a confutare quelle dichiarazioni e pubblicamente difendere i diritti dei valdostani nell'ambito dell'autonomia concessa. In questa atmosfera di timore, di diffidenza maturò l'idea di una garanzia internazionale. In questa battaglia per un riconoscimento internazionale accanto all'Union Valdôtaine si schierarono gli emigrati raccolti intorno al giornale dell'Abbé Petigat. Infaticabile fu la campagna di stampa condotta da questo giornale a favore di un plebiscito e della garanzia internazionale al fine di sollevare l'opinione pubblica francese in favore delle rivendicazioni dei valdostani. Come tutte le correnti di questo periodo, anche questa in favore della garanzia internazionale ebbe varie sfumature, non fu omogenea. Andò dalla rivendicazione di un totale distacco dall'Italia, in modo che la Valle d'Aosta costituisse una unità a sé stante quasi un piccolo stato, per cui insieme alla garanzia internazionale si chiese un plebiscito, al riconoscimento sul piano internazionale di un'ampia autonomia amministrativa in modo da garantirsi contro una possibile svolta nazionalista della politica italiana. Da notare che la garanzia internazionale non avrebbe comportato l'ingerenza unilaterale degli altri Stati, ma unicamente avrebbe previsto un intervento dell'ONU in caso di violazione della stessa, per cui l'Italia non avrebbe perduto una parte del suo territorio. Pochi pensarono che una garanzia costituzionale potesse essere sufficiente a salvaguardare i loro diritti. Il problema fu portato in Consiglio Regionale. L'avv. Severino Caveri presentò un ordine del giorno firmato dai Consiglieri Flaviano Arbaney (DC), Lino Binel (part . d' Azione) , Enrico Cuaz (PSI) , Ernesto Page (DC) , Ida Viglino (PSI) e da lui stesso, con il quale, dichiarando di farsi interprete della volontà popolare, aderendo completamente al principio della garanzia internazionale come unico mezzo valido a garantire alla Valle d' Aosta un regime autonomo, contro futuri attacchi del Governo, si dava mandato al Presidente di sottomettere il problema al Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri, riunito a Londra ed all’Assemblea delle Nazioni Unite. Il Presidente Chabod si trovò in una situazione molto delicata: per la sua stessa carica dovette sostenere una posizione di netta chiusura, ma è chiaro che impedire la discussione stessa su un fatto cosi grave a degli uomini, che si ritenevano i rappresentanti ed i difensori dei diritti dei valdostani, sembrò un sopruso senza limiti. «Lorsque j'entends dire que ce Conseil n'est pas le lieu naturel d'une discussion qui concerne la Vallée d'Aoste elle même, je me demande si dans cette salle il y a des hommes ou bien s'il n'y a que des fauteuils» (S. Caveri). Il Presidente diede ordine che non fosse messa a verbale la discussione, che era seguita alla presentazione dell'ordine del giorno. Dopo consultazione privata i firmatari vollero venisse inserito a verbale che contestavano ufficialmente la legalità della presa di posizione del Presidente. La posizione del CLN Provinciale di Aosta fu in questo periodo assai difficile, come riconobbe lo stesso presidente Fabiano Savioz in una lettera all'Unione Antifascista ItaloSlovena del 13 marzo 1946. «Noi non rappresentiamo la volontà popolare, perchè gli annessionisti sono una forte maggioranza. Noi, invece, siamo per l'autonomia più ampia possibile e per la zona franca integrale» motivando questa posizione con ragioni economiche, sociali e politiche. «Noi lottiamo per ottenere ciò che è giusto e legittimo: noi pensiamo di essere le trait d'union tra la Francia e l'Italia» . In una relazione sulla situazione politica in Valle d'Aosta così si espresse: «Noi sappiamo che i valdostani non si sentono francesi bensì italiani. E' soltanto in seguito alle condizioni economiche odierne ed ai soprusi fatti in questi vent'anni di regime fascista ed in seguito alla continua guerra contro il bilinguismo, che molti elementi ritennero di minacciare il separatismo onde ottenere quanto la Valle d' Aosta unanimemente aspira e cioè il rispetto della propria personalità e delle proprie tradizioni. . . Diventa sempre più difficile la nostra propaganda in seno alle masse lavoratrici. Il separatismo è superato a patto che l'autonomia sia lealmente attuata ed i valdostani possano riprendere la fiducia scossa nelle autorità italiane». Il 26 marzo ebbe luogo ad Aosta una «manifestation valdôtaine» di una violenza enorme. Scritte richiedenti il plebiscito, inneggianti alla «Vallée d'Aoste libre» ricoprirono la città, bandiere rosse e nere sventolarono dovunque. Una grande quantità di gente pervenne da tutti i paesi con spirito notevolmente eccitato. La violenza della folla esplose, quando si seppe che alcuni giornalisti francesi erano stati arrestati. Verso le due del pomeriggio migliaia di persone si radunarono davanti alla Prefettura, reclamando l'immediata scarcerazione dei giornalisti ed una consultazione popolare sui due seguenti punti: 1) Maintien du status-quo en Vallée d' Aoste 2) Indépendance de la Vallée d' Aoste. Da notare che non si parlò di annessionismo. Il presidente Chabod volle presentarsi alla folla per calmarla, ottenendo l'effetto contrario. Era risaputo che in Consiglio si era opposto alla discussione sulla garanzia internazionale, egli ormai era diventato il capro espiatorio del malcontento popolare. Alcuni scalmanati gli strapparono i vestiti. Riuscì a mettersi in salvo, scappando. La folla si era intanto impadronita di due carri armati. Sino ad allora i carabinieri ed i militari erano rimasti a guardare accettando di buon grado insulti e percosse, avendo ricevuto l'ordine di stare tranquilli, ma, viste le dimensioni, che la manifestazione stava assumendo ben al di là delle intenzioni degli organizzatori, fu dato loro l'ordine di disperdere i dimostranti. I sostenitori dell'italianità della Valle avrebbero voluto, in seguito all'accaduto inscenare ad Aosta una grande manifestazione, ma il Presidente Chabod si oppose, prevedendo disordini. Il 27 marzo il CLN Provinciale di Aosta con un documento invitò la popolazione a mantenere la calma riconfermando che i problemi della Valle potevano essere risolti unicamente mediante un'autonomia nel quadro italiano; espresse inoltre la sua solidarietà al Presidente prof. Federico Chabod. Il fatto che il 10 aprile l'On. De Gasperi riconoscesse ufficialmente, in un colloquio con il Presidente del CLN della Venezia Giulia, il diritto di quelle popolazioni ad una garanzia internazionale, mentre un mese prima, si era fermamente fatto sapere che mai la si sarebbe concessa alla Valle d' Aosta, sembrò ai valdostani un insulto ai propri diritti. Nello stesso tempo però sollevò nuove speranze: il concederla avrebbe costituito un precedente, a cui si sarebbe sempre potuto far ricorso. Tuttavia a prescindere dalle prese di posizione pubbliche, dalle dichiarazioni, dalle manifestazioni sembra che non sia stato fatto nessun tentativo serio presso gli Stati membri dell'ONU. Sarebbe stata necessaria un'azione diplomatica intensa al fine di indurre uno o più Stati membri ad interessarsi al problema valdostano, in modo che la discussione sulla garanzia internazionale potesse essere iscritta all'ordine del giorno della Conferenza. Probabilmente ancora una volta si illusero sulle reali intenzioni dei francesi. «Bidault nous a vendu» fu il grido degli emigrati. Comunque i valdostani non ebbero mai nessuna possibilità di ottenerla: le sorti della Valle d' Aosta erano state decise, quando l'Italia aveva accettato di cedere Briga e Tenda. Senza l'appoggio della Francia, contrari gli Alleati non esistettero possibilità. L'idea della garanzia internazionale andò perdendo a poco a poco forza e dopo il Trattato di Parigi entrò nelle aspirazioni ideali. C'è da tenere presente che quella della garanzia internazionale fu, chiaramente, un'istanza portata avanti da un'elite, non fu un movimento di popolo come l'annessionismo e la relativa rivendicazione di un plebiscito. Da quanto esposto risulta evidente che il CLN Provinciale di Aosta operò sempre per il riconoscimento di un'ampia autonomia nell'ambito dello Stato italiano e che a questo fine collaborò con le autorità costituite. Di conseguenza si oppose con tutte le sue forze alla propaganda annessionista nelle sue varie fasi: la prima subito dopo la liberazione, che culminò nella manifestazione del 18 maggio, caratterizzata dall'aperta domanda di annessione alla Francia, previa l'organizzazione di un plebiscito; la seconda, che si sviluppò durante la lunga attesa di una decisione governativa sui decreti, caratterizzata dalla denigrazione della futura autonomia, considerata un miraggio utilizzato per tranquillizzare i valdostani; la terza posteriore ai Decreti Luogotenenziali, che si distinse per la richiesta da parte di molti annessionisti e di parecchi ex autonomisti di una garanzia internazionale. B) Ripristino degli organismi amministrativi Organismo interpartitico il CLN volle essere custode e censore di un nuovo costume politico attraverso il vaglio e la convalida delle nomine in enti pubblici e privati. Circondato da una sicura autorità morale, fu un vero centro motore della vita politica, in quanto gli iscritti ai partiti erano una piccola minoranza rispetto al numero dei cittadini e non costituirono perciò, in quel momento, una forza determinante, mentre i CLN rappresentarono per gli «apolitici» un sicuro riferimento, una garanzia di normale svolgimento della lotta politica di rinnovamento. Da notare che numerosi furono i membri apolitici, che fecero parte dei CLN comunali e delle Giunte comunali. Il CLN Provinciale di Aosta, in quanto più efficiente organo della pubblica opinione, svolse attiva opera di proposta, di consultazione e di controllo nei confronti delle autorità comunali, provinciali e nei rapporti con le autorità alleate. Esaminò ed additò all'opinione pubblica quei problemi economici, sociali e politici, che dovevano trovare immediata soluzione. In questo senso invitò i CLN comunali a farsi promotori di riunioni della popolazione al fine di conoscerne i problemi e le aspirazioni, analogamente i CLN di fabbrica furono invitati a riunire le maestranze in assemblea al fine di procedere alla nomina delle Commissioni interne. CLN Comunali ed Aziendali Si costituirono su istigazione e controllo del CLN provinciale di Aosta 46 CLN comunali. Questi dovevano essere composti dai rappresentanti dei partiti della resistenza: PCI, PSIUP, PLI, DC, Partito d' Azione. Nel caso in cui non fossero ancora ricostituite nei vari comuni le sezioni dei vari partiti, vi potevano far parte rappresentanti di organizzazioni di massa o di categoria produttiva, che però avevano diritto di voto solo se gli altri membri acconsentivano. I nominativi venivano segnalati per l'approvazione al CLN Provinciale di Aosta. Essendo queste organizzazioni a carattere prettamente interno italiano, la loro attività non veniva riconosciuta dalle autorità alleate. I loro compiti erano politici e consultivi. Dopo essersi adoperati per il ripristino delle Giunte comunali, dovevano controllare la loro attività e quella del Sindaco; chiederne eventualmente lo scioglimento qualora ritenessero che queste non adempivano il loro dovere. L '8 luglio 1946 il CLNAI, ritenendo esaurito il loro compito, che per oltre un anno era stato quello di esprimere la volontà di ricostruire un'Italia democratica al di là di ogni tendenza politica, potendo il popolo esprimersi liberamente tramite le elezioni, ne determinò lo scioglimento (Circolare n. 1954 M V A/rs del 8/7 /1946 trasmessa i115/7 /1946). Analogamente ai CLN comunali si costituirono i CLN aziendali. Giunte Comunali Alcune furono nominate direttamente da capi gruppo partigiani, altre dai capo famiglia, altre dai CLN comunali, comunque i nominativi dei componenti la Giunta con l'indicazione del partito politico e dell'organizzazione di massa o di categoria produttiva, che ciascuno rappresentava, dovevano essere trasmessi al CLN Provinciale di Aosta, indicando l'organo che aveva proceduto alla nomina. Ottenuta l'approvazione, si passava alla ratifica da parte del Prefetto, che emanava il decreto di nomina del Sindaco e degli assessori secondo le «Norme transitorie per l'Amministrazione dei comuni e delle province - Regio Decreto Legge 4 Aprile 1944 n. 111». Deputazione Provinciale L'articolo 4 del sopra citato Decreto Legge prevedeva che ogni provincia dovesse essere amministrata da un Presidente e da una Deputazione Provinciale, organi che dovevano venire nominati dal Prefetto. Su proposta del CLN Provinciale di Aosta, con decreto prefettizio n. 3014 del 30 Luglio 1945 vennero nominati quali membri effettivi il notaio Felice Ollietti, il geom. Luigi Vesan, il geom. Enrico Cuaz e l'avv. Paolo Alfonso Farinet e due rappresentanti per il Canavese. Giunta Provinciale Amministrativa La Giunta Provinciale Amministrativa, come previsto dall'art. 9 del già citato Decreto Legge, venne nominata il 31 settembre 1945 con decreto prefettizio n. 3941 sentito il parere del CLN Provinciale di Aosta, Ne fecero parte in qualità di presidente il Prefetto dott. Luigi Gardini, in qualità di membri effettivi il Vice-prefetto Ispettore dott. Pasquale Console, gli incaricati di fatto delle funzioni di Consigliere il rag. Egidio Jaci ed il dott. Armando Ciralli, il rag. Capo Prefettura Pasquale Bosazzi, l'Intendente di Finanza rag. Marco Cassetti, quali designati dalla Deputazione provinciale I'avv. Paolo Farinet, I'avv. Mario Molinario, il rag. Armando Lorenzini, il notaio dott. Mario Norat ed in qualità di membri supplenti I'avv. Oreste Marcoz ed il dott. Bruno Zecca. Giunta Provinciale Consultiva Anche in Valle d' Aosta fu creata una Giunta Consultiva Provinciale, il cui scopo fu quello di mantenere stretti rapporti con le Autorità Alleate, nonché di esprimere quanto poteva essere utile alla funzionalità stessa del governo alleato. Il CLN Provinciale ai Aosta forni il 6 giugno 1945 al Commissario provinciale magg. Howell un elenco di nominativi di persone rappresentanti i cinque partiti della resistenza, le varie categorie di lavoratori ed il clero. Il 3 luglio venne formalmente istituita dal magg. Howell e ne fecero parte: don prof. Faustino Vallainc di Aosta per il clero, I'ing. Tancredi Aluffidi Ivrea per i professionisti, I'ing. Adriano Olivetti di Ivrea per gli industriali, il Sig. Natale Penna d'lvrea per gli agricoltori, il prof. Angelo Carpinello di Aosta per la scuola, il Sig. Luigi Ravenni di Aosta per il commercio, il Sig. Gino Vesco di Ivrea per il Partito democristiano,il Sig. Tullio Ferretti di Aosta per il Partito socialista, I'avv . Severino Caveri di Aosta per il Partito d' Azione, il Sig. Fabiano Savioz di Aosta per il Partito comunista, l'ing. Giuseppe Beccio di Ivrea per il Partito liberale italiano. Consiglio Regionale Il 17 agosto furono approvati dal Consiglio dei Ministri due Decreti Legge, uno contenente lo statuto della circoscrizione autonoma Valle d' Aosta comprendente i Comuni tra Courmayeur e Pont St. Martin, per cui gli altri Comuni, prima facenti parte della provincia di Aosta, dovevano venire riuniti a quella di Torino; e l'altro contenente una serie di provvedimenti economici e finanziari per il territorio della circoscrizione autonoma. Questi decreti seguirono la linea politica inaugurata nell'ottobre del 1944 dal CLNAI quando, quale rappresentante del governo, aveva riconosciuto il diritto dei valdostani all'autonomia regionale. Si ispirarono al memoriale del prof. Federico Chabod ed al progetto di autonomia elaborato dal CLN regionale piemontese e dalla Commissione valdostana nel maggio 1945. Secondo il Decreto Luogotenenziale n. 545 la Valle d' Aosta doveva venire amministrata da un Consiglio di 25 membri, che a loro volta dovevano nominare una Giunta di 5 assessori incaricati dei dipartimenti dell'Industria, dell'Istruzione Pubblica, delle Finanze, del Commercio, dell' Agricoltura, dei Lavori Pubblici e di un Presidente che assumeva la carica di Prefetto, con tutte le attribuzioni inerenti la carica. Le elezioni dovevano svolgersi con forme da fissarsi ulteriormente, nel frattempo il Presidente del Consiglio dei Ministri procedeva alla nomina dei Consiglieri sulla base di una lista di candidati designati dalle direzioni centrali dei partiti politici costituenti il CLN, su proposta dei loro organi locali sentito il parere del CLN Provinciale di Aosta. La competenza amministrativa del Consiglio venne riconosciuta nelle seguenti materie: sanità ed igiene, opere di assistenza e beneficienza, nomina e revoca dei giudici conciliatori, istruzione elementare e media, costruzione e manutenzione strade, opere idrauliche, lavori pubblici di interesse valdostano, agricoltura, turismo, servizi pubblici di natura industriale e commerciale secondo modalità da determinarsi. Accanto al Consiglio doveva venire istituito un Comitato di Coordinamento composto da un rappresentante del Ministero degli Interni, da uno del Ministero del Tesoro e da un rappresentante di origine valdostana nominato dal Consiglio non tra i suoi membri. La Valle d' Aosta doveva assumersi le spese necessarie alla gestione dei servizi affidati alla sua amministrazione. Le entrate fiscali dovevano venire ripartite tra lo Stato e la Regione, secondo modalità da stabilirsi. L'uso della lingua francese venne autorizzato, solo le sentenze dell'autorità giudiziaria dovevano essere in italiano. I due punti salienti del secondo Decreto di ordine economico furono quelli della zona franca e delle acque. Per 90 anni fu dato alla Valle il godimento delle acque e delle miniere, salvo quelle già date in concessione. Da notare che non gliele si diede in proprietà come era stato rivendicato e stabilito nei precedenti progetti. Inoltre i diritti della Regione in questo campo furono dettagliatamente specificati, con il fine di delimitarne il più possibile le prerogative. Non si sarebbe potuto accordare lo sfruttamento delle acque, che pur si lasciavano a disposizione, senza previo accordo con lo Stato e secondo un piano generale da stabilirsi da un Comitato misto, composto da rappresentanti del Ministero dei Lavori Pubblici e del Consiglio regionale. Si doveva inoltre fornire gratuitamente l'energia elettrica ai servizi pubblici ed a prezzo ridotto per l'uso domestico ed artigianale. I due terzi delle entrate, che lo Stato percepiva dalle concessioni, dovevano essere devoluti alla Valle. Lo stesso Decreto stabilì che la Valle d' Aosta costituiva una zona franca, cioè il suo territorio era da considerarsi fuori dalla linea doganale. Il regolamento inerente questo punto doveva venire stabilito in seguito, inoltre questa disposizione aveva una durata provvisoria di 3 anni, alla fine dei quali il Consiglio dei Ministri poteva decidere se fosse il caso di prorogarne il limite. Da notare che l'art. 3 lasciava in sospeso le modalità di elezione dei 25 consiglieri; l'art. 4 creava l'impossibilità pratica di definire il bilancio, in quanto la parte dovuta alla Regione sulle entrate dello Stato doveva venire stabilita in seguito. Il testo fu presentato, come già accennato, il 26 agosto in una riunione convocata dal prof. Federico Chabod all'Hotel de Ville. Erano presenti i capi partito, il clero, i sindaci, il prefetto, il magg. Howell, il cap. Baker, il dott. Eugenio Dugoni, quale rappresentante del CLNAI e naturalmente i membri del CLN provinciale di Aosta. Il testo, sino ad allora sconosciuto, fu illustrato dallo stesso Chabod, che lo difese dagli attacchi di cui fu oggetto. Gli interventi più significativi furono quelli della Sig.na Ida Viglino e dell'avvocato Severino Caveri. L a signorina Ida Viglino, dalla constatazione che il CLN, di cui era presidente in quel momento, non rappresentasse in fondo che 4 o 5 mila valdostani, ritenne che il testo dovesse essere sottoposto ad una consultazione popolare. La proposta fece sensazione: si era sollevata una questione di principio secondo cui l'autonomia non doveva essere un'imposizione del governo italiano, ma frutto della volontà dei valdostani. L'intervento dell'avvocato Caveri evidenziò i limiti posti dai decreti ad una vera autonomia e la preoccupazione costante del potere centrale di garantire la sua supremazia. Il Comitato di Coordinamento con diritto di controllo sull'operato della Giunta e del Consiglio venne da lui definito «un cheval de Troie qui pourrait abolir ou limiter gravement l'autonomie». Altri interventi richiamarono l'attenzione sul problema finanziario, sulle acque, che si volevano in proprietà, ecc. Fu fatto infine rilevare come esistesse il rischio che la Costituente, a cui i decreti dovevano venire sottoposti, rinnegasse l'opera del Governo ed annullasse le concessioni, avendo «facoltà di modificare tutte le leggi costituzionali» e quindi anche i decreti regolanti l'autonomia valdostana. Venne evidenziato il fatto che, rispetto al progetto originario elaborato a Torino ed a Milano, i testi dei decreti costituivano una grave limitazione. Alla fine della riunione non si procedette a nessun comunicato; il suo scopo era stato unicamente quello di una comunicazione relativa alla volontà dell'autorità centrale. Il 7 settembre vennero promulgati i due decreti luogotenenziali, ma l'applicazione delle nuove istituzioni fu rinviata sino all'evacuazione delle forze americane. Il primo Consiglio Regionale, come disposto dal Decreto Luogotenenziale n. 545,non fu quindi espressione del CLN, ma dei partiti. Analogamente al governo di Roma, il CLN dovette limitarsi ad esprimere il suo parere sui candidati proposti dalle sezioni locali, cosa che fece nella riunione dell'11 ottobre 1945. Il PCI presentò un elenco di 5 persone, il Partito d' Azione di 7, la DC di 7, il PLI di 7, il PSI di 5. In seguito le sezioni locali ne curarono l'invio alle rispettive sedi centrali. In attesa che il Governo centrale facesse conoscere la sua approvazione alle nomine,su iniziativa del CLN Provinciale di Aosta furono indette una serie di riunioni tra i futuri consiglieri ed il CLN stesso al fine di esaminare preventivamente e prontamente quei problemi, che dovevano trovare concreta soluzione all'entrata in funzione del Consiglio. Per questo furono nominate nella seduta del 22 novembre 1945 varie commissioni per studiare l'inquadramento dei cinque dicasteri, il sistema elettorale da adottare in Valle, l'organizzazione dell'istruzione pubblica, delle finanze, dell'alimentazione. Nella riunione del 13 dicembre le varie commissioni, sempre alla presenza del CLN Provinciale, relazionarono sul lavoro svolto e si procedette anche alla creazione di una commissione per lo studio e la revisione degli estimi catastali. Si diede inoltre mandato al CLN di inviare un telegramma al nuovo Presidente del Consiglio De Gasperi per felicitarsi con lui della sua nomina e per esortarlo a provvedere al più presto alla nomina dei membri del Consiglio. Nella seduta del 3 gennaio 1946 si decise che ogni partito doveva avere un dicastero: il geom. Cuaz (PSI) fu assegnato ai Lavori Pubblici, il sig. Nouchy (P CI) all'Agricoltura, l'avv. Page (DC) all'Istruzione pubblica, il geom. Pareyson (PLI) alle Finanze, il sig. Fresia (Part. d'Azione) all'Industria ed al Commercio. Il 1 gennaio 1946 terminò in Valle d' Aosta, come nel resto dell'Italia settentrionale, il governo militare alleato ed entrarono in vigore i decreti, venne quindi soppressa la provincia di Aosta, aggregando il rimanente territorio alla provincia di Torino. Il 2 gennaio 1946 il Prefetto comunicò al CLN Provinciale di Aosta che il Ministro degli Interni aveva provveduto alla nomina del primo Consiglio Regionale così composto: per il Partito d' Azione: Chabod Federico, Fresia Luigi, Binel Lino, Caveri Severino, David Francesco; per il PCI: Chabloz Gian Giovanni, Manganoni Claudio, Nouchy Renato, Vacher Candido, Villettaz Alessandro; per la DC: Thiebat Giuseppe, Arbaney Flaviano, Bionaz Ferdinando, Page Ernesto, Ferrein Giuseppe; per il PU: Passerin d'Entrèves Alessandro, Torrione Carlo, Pareyson Enrico, Vesan Luigi, Chanu Aureliano; per il PSI: Viglino Ida, Nicco Giulio. De La Pierre Ugo, Armand Beniamino, Cuaz Enrico. Elezioni amministrative e Costituente L'azione del CLN Provinciale di Aosta si articolò in due direzioni: la consultazione ed il controllo. Consultazione: le Commissioni elettorali, secondo l'art. II del D.M. 24 ottobre 1944 e l'art. 4del D.l. N. 201 del 12 aprile 1945, dovevano essere nominate dalla Deputazione provinciale cosa che questa fece dopo aver sentito il parere del CLN Provinciale d' Aosta nella seduta del 23 agosto 1945. Ogni Commissione si compose di tre membri effettivi e tre membri supplenti: la Commissione Elettorale città di Aosta membri effettivi Page Ernesto, Falcoz Ambrosina, Fontan Angelo, membri supplenti Berton Luigi, Quey Onorina, Renzo Attilio; 2a Commissione città di Aosta membri effettivi Dunoyer Onorato, Degiorgis Maria Luisa, Boch Edmondo, membri supplenti Manganone Andrea, Borbey Sidonia, Cuaz Vittorio; Commissione per Donnas: membri effettivi Pramotton Alessandro, Ellera Emilio, Vallaise Maria, membri supplenti Vuillermoz Arturo, Mercando Virginio. Controllo: operarono in modo che la campagna elettorale, precedente le elezioni, fosse effettuata nel più assoluto rispetto delle libertà democratiche di pensiero, di stampa, di parola, di persona ed affinché fosse mantenuto l'ordine pubblico durante i comizi. In questo senso il CLN Provinciale di Aosta inviò ai vari CLN comunali ed aziendali precise disposizioni al fine di garantire durante le elezioni amministrative e politiche una libera espressione della volontà popolare, creando un ambiente di tolleranza di comprensione e stroncando ogni tentativo di intimidazione e di violenza. C) Epurazione Un altro settore, in cui l'azione del CLN Provinciale di Aosta fu di fondamentale importanza, fu quello dell'epurazione. Ritenendo che una vasta, energica e rapida epurazione di tutti gli enti pubblici, degli uffici statali, parastatali, ecc. costituisse uno dei presupposti per la rinascita nazionale, già il 6 aprile 1945 compilò un elenco di nominativi per la formazione di una Commissione di Epurazione, inoltrato, in seguito, al Commissario provinciale magg. A.E. Howell. Numerosi furono i solleciti fatti al governo alleato, affinché costituisse celermente la suddetta Commissione, in quanto il ritardo dalla sua nomina fomentava un disagio fortemente diffuso tra la popolazione sulla reale volontà di rinnovamento e veniva sfruttato dalla propaganda annessionista. Il 14 luglio 1945 la Commissione Provinciale di Epurazione, come previsto dall'art. 3 dell'Ordine generale n. 35 del Governo Militare Alleato, fu costituita. Vi fecero parte l'avv. Farinet Paolo Alfonso in qualità di Presidente, il notaio Ollietti Cesare, il rag. Vezzetti Vittorio, l'avv. Realis Carlo, il sig. Crotta Giuseppe, il sig. Motto Carlo in qualità di membri; in seguito fu aggiunto il magg. Augusto Blanc (19/7/1945). Per l'epurazione locale questa Commissione doveva presiedere in due sezioni: una ad Aosta ed una ad Ivrea, mentre per l'epurazione, riguardante l'intera Provincia, doveva riunirsi al completo sotto la direzione del Presidente. Suo compito era quello di procedere all'epurazione di tutto il personale statale e parastatale. In seguito si procedette alla formazione della Delegazione Provinciale dell' Alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo prevista dall'art. 12 del D.L.L. 4 gennaio 1945 N. 2. Su proposta del CLN Provinciale,sentito il parere del Prefetto, l'alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo nominò il 30 agosto 1945 1'avv. Paolo Alfonso Farinet in qualità di Presidente, il notaio Felice Ollietti, l'avv. Ernesto Page. Ciascuno dei componenti della Delegazione provinciale fu preposto ad uno dei rami delle sanzioni. Loro compito era quello di esaminare tutte le schede del personale delle amministrazioni statali e non, fare una oculata istruttoria al fine di formulare un giudizio per un'eventuale epurazione, in seguito apposite commissioni e sottocommissioni dovevano decidere su tali giudizi. All'uopo furono istituite la Commissione provinciale, di cui al 3 o comma dell'art. 18 del D.L.L. 271uglio 1945 N. 159, la sottocommissione per i professori di scuola media, la sottocommissione per i maestri elementari, la sottocommissione compartimentale per i ferrovieri, una commissione di 1° grado per ogni Albo professionale, ecc. organi in cui la Delegazione provinciale ebbe un suo rappresentante d'accordo con il Prefetto ed il CLN Provinciale. La Delegazione provinciale per svolgere il suo compito dispose di un nucleo di polizia alle sue dirette dipendenze. Furono istituite inoltre Corti Straordinarie d' Assise per giudicare sui delitti fascisti (D.L.L. 6 agosto 1944 N. 170) e Corti Straordinarie d' Assise per i reati di collaborazione con i tedeschi (D.L.L. 22 aprile 1945 n. 142). In definitiva il CLN Provinciale di Aosta si impegnò direttamente nel sollecitare l'istituzione dei vari organi previsti per legge, nel ricercare gli elementi adatti a farne parte, nel controllarne l'operato. Sollecitò i vari CLN comunali e li indirizzò affinché facessero opera di sensibilizzazione, in modo che effettivamente venissero denunciati i profitti di regime, di guerra, di borsa nera e gli individui da colpirsi con provvedimenti di epurazione in una lotta per il risanamento politico e morale. A tal fine fu istituito, su richiesta del CLNAI, un ufficio apposito di raccolta dati per I'epurazione e l'avocazione dei profitti di regime (circolare N. B 2690 del 28 agosto 1945) al fine di coordinare e semplificare il lavoro delle Commissioni apposite e di promuovere iniziative per sveltire e rendere più efficiente il loro funzionamento convogliando dalla periferia al centro i dati. Il CLN Provinciale si fece promotore di indagini per tutti i casi particolari venuti a sua conoscenza. Poiché i privati non sempre intendevano assumersi la responsabilità delle denunce, il suo compito fu quello di raccoglierle, anche quelle non firmate, e, dopo un'indagine, farle proprie. D) Ricostruzione Il CLN si assunse il compito di mobilitare il popolo per la ricostruzione, non sostituendosi alle autorità civili, ma, conscio del fatto che non bastasse dire che le cose non andavano bene, che non bastasse segnalare i problemi esistenti e che fosse necessario trovare immediatamente una soluzione da soli, nell'unione, con spirito di solidarietà, facendosi promotore di numerose iniziative. Per venire incontro alle disagiate condizioni dei sinistrati il CLN provvide alla sovrastampa di francobolli a scopo filatelico in occasione della concessione dell'autonomia. L'iniziativa fu però bloccata dall'A.M.G., quindi la somma ricavata fu esigua: L. 100.000, che vennero versate per la ricostruzione di villaggi bruciati. Contribuì al ripristino della strada del Col de Joux con la somma di L. 100.000. Si fece promotore di riunioni tra Sindaci dei comuni dell'alta Valle per concordare il quantitativo di legname, che i vari comuni erano disposti a concedere, per la ricostruzione dei villaggi bruciati. Sostenne le iniziative di quei Sindaci e di quelle giunte comunali, che volevano arginare il saccheggio sistematico del patrimonio boschivo come nel comune di Ayas, sollecitando il Governo alleato, la Prefettura, il Comando delle guardie forestali ad intervenire drasticamente disciplinando il taglio del legname da opera, da ardere, del carbone vegetale e regolamentando il trasporto del legname al fine di limitarne l'esportazione fuori Valle. In questo settore della ricostruzione fondamentale fu l'opera dei singoli CLN di comune e di villaggio, che collaborarono strettamente con le giunte comunali al fine di avviare i lavori di ricostruzione facendo appello alla solidarietà nazionale per reperire il materiale necessario, in quanto mancavano i fondi. L'idea, che spinse quegli uomini, fu che i loro problemi dovevano risolverli subito da soli, non apaticamente aspettare aiuti dall'alto. Senza soldi e senza mezzi riuscirono a riportare la luce elettrica in numerose località, ricostruirono ponti e strade interrotte, case bruciate, acquedotti, riaprirono scuole, ecc. reperendo il materiale dove potevano, facendo affidamento sulla solidarietà. In tutto questo il CLN Provinciale di Aosta fu l'elemento coordinatore, stimolatore oltre che interprete di queste necessità presso le autorità civili ed alleate. Quella della ricostruzione fu anche un'esperienza di ricostruzione morale, come fu messo in evidenza al Congresso dei CLN tenutosi ad Aosta 1'1 ed il2 dicembre 1945. Dopo 23 anni di fascismo, che non aveva lasciato discutere, in cui le decisioni erano state sempre prese dall'alto, si imparò a discutere, a criticare, a partecipare, a collaborare per la risoluzione di problemi concreti nell'interesse superiore della comunità, superando le divergenze di fede politica, ed in questo senso l'opera dei CLN di base fu fondamentale. «Chi ha guidato il popolo italiano alla liberazione sono stati il sacrificio e la volontà. Oggi dobbiamo chiedere di lavorare e combattere per risolvere questi problemi che sono problemi di ricostruzione. Passando in Valle si vedono case distrutte, ponti rotti: solo con la volontà si possono cambiare queste cose. Se riusciamo a mobilitare il popolo, se troviamo una soluzione a quei piccoli problemi locali, noi dimostreremo che i CLN sono una sola forza, che sono organismi che si incontrano e si intendono, organismi di ricostruzione per un avvenire migliore». (Intervento del rappresentante del CLNRP al Congresso ). E) Approvvigionamento Dall'aprile del 19451a situazione alimentare in Valle d' Aosta era grave, in quanto, nonostante gli ordini di ammasso, le merci sul mercato erano scarse, in particolare le granaglie. La Valle infatti era autosufficiente unicamente dal punto di vista dei prodotti lattiero-caseari, che tuttavia scarseggiavano sempre nella città di Aosta sia per le difficoltà di trasporto, sia per la monticazione, sia per il fatto che il prezzo del latte e dei latticini, fissato dalle autorità alleate al di sotto del costo, veniva considerato non remunerativo e la popolazione opponeva resistenza non conferendo agli ammassi. L'approvvigionamento carneo era praticamente impossibile dato il depauperamento delle stalle, inoltre la necessità assoluta del bestiame per incrementare l'agricoltura imponeva di sospendere la macellazione. Secondo una relazione del Sindaco Torrione del 15 giugno 1945 ad Aosta solo gli ammalati avevano avuto una distribuzione di 300 grammi di carne un 'unica volta dalla liberazione e mancava il latte da distribuire agli allattati artificialmente. Anche in questo settore il CLN Provinciale di Aosta non restò inoperoso, attraverso la Commissione Economica e Cooperativa Partigiana Trasporti contribuì al rifornimento alimentare della Valle. Su iniziativa dei CLN aziendali e di comune furono create Cooperative di consumo operaio. Specialmente dopo l'ordine impartito dalle autorità alleate, per cui le forniture delle razioni di pane e di paste alimentari nell'Italia settentrionale dovevano effettuarsi mediante la produzione locale a partire dal 1 agosto del 1945, a causa dell'impossibilità di importare grano e farina per almeno 6 mesi, importante fu l'opera di propaganda svolta dal CLN per il conferimento del grano all'ammasso del popolo, infatti questa diventava l'unica possibilità di ottenere pane per i non produttori. Il mancato conferimento, col conseguente commercio clandestino, avrebbe portato ad una dispersione dei prodotti e non consentito un'equa distribuzione di questi. In questo senso il CLN Provinciale di Aosta instancabilmente invitò i CLN periferici ad un'opera di vigilanza contro gli speculatori e la borsa nera, mentre contemporaneamente invitò la popolazione a conferire le merci agli ammassi. F) Assistenza Il CLN Provinciale di Aosta fu pronto e sollecito ad assistere tutti coloro che si rivolsero a lui per informazioni inerenti dispersi, internati, per il recupero di salme, ecc. Organizzo un sistema di aiuti per i più bisognosi in collaborazione con le autorità ed i vari partiti. Segnalò ai vari Enti le persone da assistere: profughi, bisognosi, reduci, invalidi, ecc. Cercò di trovare loro una sistemazione ed un lavoro. Organizzò il Comitato per la Fondazione della Solidarietà Nazionale Pro- Partigiani e Vittime di Guerra, oltre ad altri comitati per opere di assistenza. Ebbe un suo rappresentante in tutti gli 'Enti assistenziali e precisamente nel Comitato Assistenza al Reduce, nell'Ente provinciale Profughi ed Ex-Internati, nell' Associazione Assistenza Pro-Partigiani, nell'E.C.A. (Ente Comunale Assistenza), per citarne solo alcuni. Diede personalmente dei sussidi, nominò un comitato per il regalo ai bambini poveri per il Natale 1945. Per reperire fondi organizzò diverse rappresentazioni teatrali e divertimenti pubblici in occasione della giornata di Solidarietà del Reduce, i cui proventi furono appunto devoluti al Comitato del Reduce ed Internati. Ancora una volta si cercò nella solidarietà la molla per una rinascita collettiva. Si può concludere affermando che razione del CLN fu onnipresente per stimolare, per controllare, in uno spirito di rinascita democratica, ma non solo, in quel periodo di incertezze, di confusione,di sovrapporsi di competenze, fu un punto di riferimento sicuro per tutti, in quanto infaticabilmente cercò di venire incontro a qualunque esigenza: informazioni, autorizzazioni, nullaosta, raccomandazioni, pratiche per ricorsi, certificati di benemerenza, dichiarazioni, ecc. La sua azione ebbe termine 1'8 luglio 1946, quando fu trasformato in Ufficio Stralcio. Anselmo Lucat I PROGETTI DI AUTONOMIA E DI STATUTO DELLA VALLE D'AOSTA Introduzione Sollecitato dall'amico Paolo Momigliano, direttore dell'Istituto Storico della Resistenza in Valle d’Aosta, che mi ha messo a disposizione il cospicuo materiale esistente presso l'Istituto stesso ed utilizzando, grazie alla cortesia del Prof. Lino Colliard, altro prezioso materiale che ho potuto consultare presso l’Archivio Storico regionale, ho effettuato una ricerca sui vari progetti di autonomia e di statuto per la Valle d’Aosta. Una ricerca che, partendo dalla « Dichiarazione di Chivasso» , documento redatto al termine della storica riunione che ha avuto luogo il 19 dicembre 1943, arriva sino allo Statuto speciale per la Valle d’Aosta, del 26 febbraio 19481. I documenti che ho reperito, e il lettore potrà rendersene conto, sono numerosi, interessanti, alcuni poco conosciuti, altri addirittura inediti. Nella lettura dei vari progetti è possibile rivivere la storia di giorni in cui il problema dell'autonomia valdostana era particolarmente sentito da tutta la popolazione. Si ha modo di essere partecipi delle speranze ma anche, purtroppo, di essere testimoni delle delusioni che si sono avute. Per quanto mi riguarda più da vicino mi sono reso conto dei gravi problemi che sorgono in concomitanza con la creazione di un nuovo ente territoriale, non ultimi quelli inerenti la terminologia da usare per definire il nuovo ente e i suoi organi. Di questo mi voglio occupare in questa breve introduzione. Mentre il territorio del Regno d'Italia era suddiviso in Comuni e Province, la Costituzione repubblicana statuisce, all'articolo 114, che «La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni». Durante il ventennio fascista molti Comuni furono soppressi e, per contro, furono create artificiosamente alcune Province senza tener in alcun conto le esigenze delle popolazioni, le loro caratteristiche etniche, la loro storia, per non parlare della loro lingua che poteva anche essere diversa da quella italiana. Tipico il caso della Provincia di Aosta, voluta per motivi politici e che comprendeva nel suo territorio, oltre alla Valle d’Aosta, anche il Canavese. I rappresentanti delle valli alpine riuniti a Chivasso, come dirò in seguito, conoscevano questa triste realtà e per porre rimedio ad una situazione che, in alcuni casi era addirittura abnorme, avevano affermato che, ad ogni piccola nazionalità deve essere riconosciuta la libertà di lingua, innanzitutto, ma poi anche il diritto di «costituirsi in Abbreviazioni: A.P. = Rivista Augusta Praetoria; A. H. R.= Archives Historiques Régionales; A.C.S.= Archivio centrale dello Stato italiano 1 comunità politico-amministrative». Queste comunità, secondo il documento, avrebbero dovuto essere «autonome» ed organizzate sul «tipo cantonale». Ecco il primo quesito. Che significa «autonome»? Alla parola «autonomia» vengono dati significati diversi a seconda del contesto in cui viene usata. Le Regioni, ad esempio, secondo la Costituzione, sono « enti autonomi». Ma, sempre secondo la Costituzione, anche le Province e i Comuni sono «enti autonomi». Sono dunque la stessa cosa? Evidentemente no. Autonomia significa «diritto e facoltà di governarsi da sé; potestà riconosciuta dal potere centrale ad un ente locale di emanare norme che, nell'ambito della sua giurisdizione, hanno valore di legge»2. Ma la Costituzione ipotizza diversamente questo «diritto di governarsi da sé», a seconda che esso sia riferito alle Regioni o alle Province e ai Comuni. Se le Regioni sono «enti autonomi con propri poteri e funzioni secondo principi fissati dalla Costituzione», le Province e i Comuni lo sono solo «nell'ambito dei principi fissati da leggi generali della repubblica, che ne determinano le funzioni». Una bella differenza, pur essendo tutti «enti autonomi». Alle Province e ai Comuni è riconosciuto il diritto ad amministrarsi da sé, alle Regioni, invece, è riconosciuto un diritto ben più ampio che è quello di darsi proprie leggi. Ma i rappresentanti delle popolazioni alpine riuniti a Chivasso, che significato hanno dato al termine «autonomia»? La risposta non è facile. Essi certamente intendevano qualcosa di ben diverso non solo dall'autonomia che la Costituzione riconosce a Province e Comuni, ma anche da quella riconosciuta alle regioni dalla Costituzione o, addirittura, dagli Statuti speciali. Volevano certamente qualcosa di più. Lo dimostra la sostanza delle loro rivendicazioni che possono essere così sintetizzate: a) affermavano il diritto delle popolazioni di costituirsi in comunità politicoamministrative,. b) facevano riferimento ad una organizzazione di queste comunità sul tipo cantonale. Nella Dichiarazione si indica col termine di «regione» e di «cantone» un ente territoriale che poteva essere più ampio dell'altro ente indicato con il termine di «valle». Lo si evince dal testo stesso della «Dichiarazione» là dove è detto che alle «valli», fermo restando il diritto di darsi una organizzazione autonoma, anche questa «sul tipo cantonale», dovrà comunque «essere assicurato», indipendentemente dallo loro entità numerica, «almeno un posto nelle assemblee legislative regionali e cantonali». Alle «valli» doveva essere riconosciuto «il diritto di costituirsi in comunità politicoamministrative autonome» il che non precludeva la possibilità del loro inserimento in un ente territoriale di più ampia dimensione, la «regione» o il «cantone», nella cui assemblea legislativa avevano diritto di essere rappresentate. Ma la «valle» non poteva identificarsi con il Comune. Nessuno dei rappresentanti della valli alpine avrebbe mai potuto pensare alla soppressione di questo ente carico di storia e contro cui si era accanito il fascismo o sopprimendolo o svuotandolo delle sue caratteristiche storico-giuridiche. La «valle» era quindi un ente territoriale sovracomunale che poteva o no coincidere con il «cantone» o la «regione». 2 Cfr S. Battaglia - Grande Dizionario della lingua italiana – Vol I, UTET, Torino, 1961 Un altro termine che si incontra nei vari documenti è «circoscrizione». Indica « una porzione di territorio su cui si estende l’esercizio delle funzioni di un ufficio o autorità locale o decentrata, civile o ecclesiastica»3. La circoscrizione può essere variamente qualificata. Possiamo avere circoscrizioni giudiziarie, marittime, elettorali, o di altro genere. Ma il tipo di circoscrizione cui fanno riferimento alcuni progetti di statuto e il D.L.L. 7 settembre 1945, n. 545, è qualificata come «amministrativa» e si configura come un nuovo ente, con un suo territorio, propri organi e competenze e una certa qual autonomia nell'organizzazione dei servizi che rientrano nella sua sfera di attribuzioni. Non solo, ma fruente anche del diritto di disciplinare, con proprie norme giuridiche, alcune materie precisate da provvedimenti legislativi dello Stato. Sulla natura di queste norme giuridiche osserva il Barbagallo «Non essendo state emanate le previste disposizioni legislative statali, non si è in grado di determinare con certezza la natura giuridica delle norme che la circoscrizione autonoma valdostana avrebbe potuto porre in essere. E', tuttavia, pensabile che dovesse trattarsi di atti (presumibilmente decreti) assimilabili, quanto meno, ai regolamenti comunali»4. Ritornando a quella che sarebbe stata la denominazione del nuovo ente, occorre osservare che vari progetti usano già il termine «regione», come lo si vedrà meglio in seguito. Sull'evolversi della vicenda che ha portato all'istituzione della odierna Regione Autonoma della Valle d’Aosta, occorre anche osservare che, prima del 1945 non si fa alcun specifico riferimento ad una «potestà legislativa regionale». Occorre aspettare i progetti di statuto redatti dalla Segreteria generale dell' Amministrazione Valle d'Aosta e, successivamente, dal Consiglio della Valle per avere un chiaro accenno ad una «facoltà di emanare norme giuridiche proprie» con la previsione anche di una «formula di promulgazione di leggi e decreti» . Certamente nello Stato federale auspicato dalla «Dichiarazione di Chiasso» le regioni o cantoni avrebbero avuto la «potestà legislativa». Lo si può arguire dallo stesso documento là ove si premura di garantire alle «valli» almeno un rappresentante nelle assemblee legislative regionali o cantonali. Ma la potestà legislativa sarebbe stata riconosciuta anche alle «valli»? Sulla base del documento non è agevole sostenerlo, a meno che non si voglia ritenere che questa potestà è implicita in quella autonomia «politico-amministrativa» che per esse era reclamata. La questione è aperta. Il chiaro e inequivocabile riconoscimento del potere legislativo alle Regioni lo si è avuto con la Costituzione e con gli Statuti speciali. Lo Statuto del Trentino Alto-Adige riconosce questo potere anche alle Province autonome di Trento e Bolzano. Per completare il quadro saranno sufficienti brevi cenni sulla terminologia usata per indicare i vari organi della regione o della circoscrizione. L'organo più importante, quello che Chabod nel suo progetto di autonomia indica come «massima autorità della Regione», in tutti i progetti, nel decreto legislativo luogotenenziale 545/1945 e nello Statuto, è indicato con il termine di «Consiglio». Nella sola «Dichiarazione di Chiasso» si incontra riferito alle regioni e ai cantoni il termine di S. Battaglia, op cit Vol. III. 1964 R. Barbagallo - La Regione Valle d'Aosta, Dott A Giuffrè Editore. Milano, Il ed. 1984 Il Barbagallo, sulla natura non legislativa di questi atti, rinvia anche al parere di C. Vitta in Lo Statuto della Valle d'Aosta, in Riv Amm. d. Rep. it 1948, p. 206 3 4 assemblea legislativa. Lo statuto siciliano, unico tra gli statuti speciali, riserva all'organo legislativo la denominazione di Assemblea. Questo «Consiglio», nei vari testi e nei vari periodi viene, poi, qualificato in modi diversi: «della circoscrizione», «della Valle», «generale» , «regionale» , come avrò modo di mettere in evidenza esaminando i vari testi. Per l'organo esecutivo la questione è più semplice. Viene normalmente indicato con il termine «Giunta», al quale è, talvolta, aggiunto l'aggettivo «regionale». In un promemoria anonimo conservato presso l'Istituto storico della Resistenza, di Aosta, (v. nota n. 50) si legge: «Il Consiglio si denomina consiglio della Valle». Ciò, per avere ai fini dell'uso quotidiano, una denominazione più gradita e più piacevole che non quella di consiglio della circoscrizione». Altre osservazioni che si rendessero necessarie sulla terminologia le farò man mano che se ne presenterà l'occasione. Precedenti ricerche e documenti esaminati Uno studio organico e completo sui vari progetti di autonomia e di statuto che, via via, sono stati redatti dal 1943 sino all'approvazione del vigente Statuto speciale per la Valle d'Aosta non ha mai visto la luce. Non solo, ma manca anche una ricerca esauriente su tali progetti. Le difficoltà al riguardo sono numerose e, in parte, per ora insormontabili, non tutto il materiale d'archivio essendo ancora a completa disposizione dei ricercatori. Il sottoscritto ha dedicato all'argomento una parte, seppur modesta, nella tesi di laurea, l'anno 19475. Successivamente si sono occupati della questione Valdo Azzoni6 e Marc Lengereau7. Recentemente (1985) a cura della Presidenza del Consiglio regionale della Valle d'Aosta è stato edito il volume Le origini dello Statuto speciale, corredato da un'ampia e documentata premessa di André Zanotto. Questa tra le opere che si occupano di progetti di autonomia e di Statuto per la Valle d’Aosta è, al momento, la più completa8. A Lucat- L'autonomia amministrativa della Vale d'Aosta, in Augusta Praetoria 1948. pp 69-87 Azzoni - Il Pre-Statuto. I progetti che precedettero lo Statuto del '48. Testi originali e analisi critica, Collana Ethnos. Tip. La Vallée, Aosta, 1978. 7 Lengereau - La Val1ée d' Aoste, minorité linguistique et Région autonome de la République Italienne Ed. des cahiers de l’Alpe. La Tronche-Montfleury . 1968 8 Le origini del1o Statuto speciale, a cura del Consiglio regionale della Valle d’Aosta Industrie Grafiche Editoriali Musumeci. Quart (Aosta), 1985. Nel volume che è stato curato da Piero Lucat ed è preceduto da un’ampia premessa di André Zanotto, sono riportati vari progetti di Statuto, resoconti di adunanze consiliari e della discussione dello Statuto valdostano all’Assemblea Costituente. Quando queste pagine stavano per essere consegnate in tipografia è uscito il volume di Mariagrazia Vacchina L’autonomia de/1a Va/le d'Aosta - Origini, sviluppo. prospettive costituzionali , Musumeci Editore, Quart Aosta, ottobre 1986. Anche quest.opera contiene accenni ad alcuni progetti di Statuto e. in particolare. riporta integralmente. in appendice. i testi seguenti: a) «Progetto di autonomia del Prof Federico Chabod». nella traduzione francese ripresa dall’opera di Chatelair-Cuaz Le naufrage du Val d'Aoste francophone, la Pensèe Universelle. 1971; b) il «progetto di Statuto di Mons. Jean-Joconde Stèvenin, nel testo di 15 articoli riportato da Severino Caveri in Souvenirs et Révélations, Plancher. Bonneville, 1968; c) il «progetto di Statuto per la Regione Valle d’Aosta». approvato dal Consiglio della Valle nell’adunanza del 13 marzo 1947 al quale in queste ricerche ho dedicato ampio spazio Nell’opera della Vacchina. naturalmente si accenna anche alla «Dichiarazione di Chivasso» 5 6 Si può anche citare il volume De la «Déclaration de Chiasso» à «Federalismo ed Autonomie», pubblicato nel dicembre 1973, dall' Archivio Storico Regionale, nella serie «Cahiers sur le particularisme valdôtain», con un'ampia introduzione a cura di JosephCesar Perrin. Vi sono, infine, articoli e pubblicazioni varie che si occupano di singoli progetti9. Una materia, quindi, ancora in gran parte da esplorare ed alla cui conoscenza questa ricerca si propone di dare un piccolo contributo e di essere di stimolo ad altri ricercatori per un sempre maggior approfondimento dell'importante e affascinante argomento Occorre, inoltre, precisare che non mi è stato possibile attribuire con certezza la paternità ad alcuni progetti e ad altri documenti. Mi è sembrato, tuttavia, utile citarli, rendendone avvisato il lettore a scanso di possibili equivoci. Fatta questa doverosa premessa elenco i progetti e i documenti a cui questa ricerca si riferisce. Essi sono: a) La «Dichiarazione di Chiasso» (1943); b) Federalismo ed Autonomie di Emile Chanoux (1944); c) Progetto di Autonomia per la Valle d’Aosta del Prof. Federico Chabod (1944); d) Progetto di Statuto di Mons. Jean-Joconde Stévenin (1945); e) Progetto di Statuto del C.L.N. Piemontese (1945) f) Schema di decreto legislativo luogotenenziale (1945); g) Altro schema di decreto legislativo luogotenenziale (1945); h) Progetto di Statuto redatto dalla segreteria generale dell'amministrazione della Valle d'Aosta (1946/1947); i) Progetto di Statuto approvato dal «Consiglio della Valle d’Aosta» ; j) Progetto di Statuto approvato dalla Competente Commissione (la cosiddetta Commissione dei 18) e presentato all' Assemblea Costituente (1947/1948). Oltre a questi testi, sicuramente databili e attribuibili ne prenderò in considerazione altri due: a) Progetto pubblicato dalla «Gazzetta d'Italia» nel 194510; b) Testo proposto, a quanto pare, dalla commissione nominata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (1945). Mentre la Commissione dei 18 stava elaborando il progetto di Statuto, da funzionari dello Stato e da una delegazione della Valle d'Aosta furono presentate modifiche circoscritte a determinati argomenti. Così pure lo stesso Chabod, pare, ha presentato osservazioni ad un testo proposto dalla Commissione Ministeriale per l'autonomia valdostana e l'On. Chatrian ha fatto varie osservazioni al progetto di Statuto votato dal Consiglio della Valle. Sono argomenti di cui mi occuperò nel corso della presentazione dei vari progetti. E' ancora da notare che, presso I 'Istituto Storico per la Resistenza in Valle d'Aosta è conservato un manoscritto di Chabod, scritto a matita su carta intestata del «Ministero della Guerra» concernente annotazioni sulla bozza di decreto per l'autonomia ed uno schema di decreto luogotenenziale con annotazioni, pure autografate, di Chabod. Si tratta di documenti assolutamente inediti. A Lucat - Articoli vari su «La Dichiarazione di Chivasso», «Il progetto di Statuto di Mons Giocondo Stévenin», apparsi su La voce dei campanili - L'écho de nos montagnes, Tip Valdostana, Aosta nn 1,4.6, 10e Il, 1985 10 A Zanotto, nella Premessa de Le origini, cit pp. 52-54 9 Altri documenti non molto noti sono conservati presso l’Archivio Storico Regionale «Fonds Page». Su di essi mi dilungherò più avanti. Devo, infine, precisare che, in Valle d’Aosta, si è parlato di autonomia molto prima del 1943, ma trattandosi di cose note e già ampiamente documentate in varie pubblicazioni, non mi è sembrato opportuno occuparmi di esse anche perchè esulano dal campo di questa ricerca11. Fatte queste doverose precisazioni e delineati i limiti di questo lavoro esaminerò i vari documenti e testi presi in considerazione, farò alcuni collegamenti e confronti tra essi e tenterò di tirare alcune conclusioni. La «Dichiarazione di Chiasso» . Nell'elenco dei documenti che ho riportato più sopra ho indicato al primo posto «La Dichiarazione di Chivasso»12. E' il documento redatto dai rappresentanti delle valli alpine, nello storico incontro avvenuto a Chivasso il ì 9 dicembre 1943. I fatti sono noti. Il 19 dicembre 1943, si sono incontrati, a Chivasso, nello studio del geom. valdese Edoardo Pons, i signori Osvaldo Coisson, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel, e Mario Alberto Rollier, in rappresentanza delle Valli valdesi e i valdostani Emile Chanoux e Ernest Page, in rappresentanza della Valle d’Aosta. Alla riunione non ha partecipato Federico Chabod, che, tuttavia, ha fatto pervenire un suo messaggio. Pare che alla riunione fosse stato invitato anche l'ing. Lino Binel13. Ma, essendo egli stato da pochi giorni liberato dal carcere ove era stato rinchiuso per attività antifascista, motivi di più che giustificata prudenza ne avevano sconsigliata la partecipazione. Scopo della riunione «fissare in un documento-dichiarazione in un documento-manifesto, ciò che si riteneva un minimum indispensabile» perchè le vallate alpine del versante italiano delle Alpi potessero «rinascere a nuova vita». Dopo avere affermato che: a) la libertà di lingua, come quella di culto, è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana; Vedi ad esempio la serie Cahiers sur le particularisme valdôtain, Imprimerie Valdôtaine, Aoste. editi a cura dell’Archivio Storico Regionale In particolare JC Perrin- La Ligue Valdôtaine, 1974; JC Perrin Le Groupe Valdôtain d'Action règionaliste. 1975 Va pure ricordato l’articolo attribuito ad Antonio Gramsci, apparso su l'Ordine Nuovo, del 14 giugno 1919 Vi si legge tra l'altro. «Lo Stato comunista realizzerà la più larga autonomia locale organizzata in un sistema unitario di cooperazione e accentramento sociale Ogni città e villaggio deve avere il suo Consiglio dei lavoratori. ogni mandamento. ogni circondario, ogni provincia, ogni regione deve avere il suo Consiglio di delegati per la diretta ed autonoma soluzione dei problemi In un tale sistema la Valle (d’Aosta) avrebbe il suo Consiglio, composto di Valdostani, eletto da tutti i Valdostani uomini e donne, e questo Consiglio eserciterebbe un potere sovrano per gli affari della Valle» Ed ancora «La Valle d. Aosta che non è né francese né italiana, ma soprattutto valdostana, deve lottare per ottenere che i nazionalisti italiani riconoscano il suo sacro diritto di parlare e studiare la lingua dei suoi antenati e di trattare in questa lingua gli affari pubblici» (cfr gli Atti del Convegno I Comunisti e l'autonomia valdostana. Aosta. 23-2-1980, a cura del Comitato regionale valdostano del PCI - Tip Turingraf. 1980, Torino) S Soave in Cultura e mito dell'autonomia La Chiesa in Valle d'Aosta ( 1900-48), Franco Angeli ed Milano 1979. si occupa ampiamente dell'azione di Mons Stévenin e del clero valdostano nella battaglia per l'autonomia della Valle 12 Sulla «Dichiarazione di Chivasso» e sui documenti preparatori allo storico incontro, nonché su atti e documenti successivi vedi - De la Déclaration de Chivasso à Federalismoed Autonomie, a cura di JC Perrin, nella serie Cahiers. cit, Imprimerie Valdôtaine. Aosta, 1973 13 cfr A Lucat La Dichiarazione di Chivasso, in La voce dei campanili, cit 11 b) il federalismo è il quadro più adatto a fornire le garanzie di questo diritto individuale e collettivo e rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità,. il documento14 elenca quali autonomie dovranno essere riconosciute alle Valli alpine. Esse sono: a) nel campo politico-amministrativo: • il diritto a costituirsi in comunità politico-amministrative autonome, sul tipo cantonale; • la garanzia di un posto, quale che sia la loro entità numerica, nelle assemblee legislative regionali e cantonali; • la riserva dell'esercizio delle funzioni politiche ed amministrative locali ad elementi originari del luogo (o aventi un determinato numero di anni di residenza). b) nel campo culturale e scolastico: • rispetto e garanzia di una particolare autonomia culturale e linguistica con diritto di usare e insegnare la lingua locale, nonché di ripristinare immediatamente tutti i toponimi locali, modificati durante il regime fascista. c) nel campo economico: • la riserva a favore delle vallate di una parte degli utili delle industrie, utili da prelevare sulla base di un «comprensivo sistema di tassazione delle industrie che si trovano nei cantoni alpini»; • una equa riduzione dei tributi sui terreni, a seconda della rispettiva ricchezza e della loro utilizzazione (agricoltura, foreste, pastorizia); • una riforma agraria tendente a favorire l'unificazione della proprietà familiare troppo frazionata, l'assistenza tecnico-agricola, il potenziamento della cooperazione ; • il potenziamento dell'industria e dell'artigianato; • la dipendenza dall'amministrazione locale delle opere pubbliche a carattere rappresentativo locale e il controllo sui servizi pubblici. I rappresentanti delle vallate alpine avevano redatto il documento finale dopo aver discusso ed essersi consultati e confrontati su alcuni testi che, alcuni di essi avevano preparato in precedenza e su di un testo fatto pervenire, come ho già detto, dallo stesso Chabod. Questi testi sono: un'introduzione dei rappresentanti delle Valli valdesi, redatto nel novembre 1943 da Coïsson e Malan15; un testo del prof. Rollier redatto il 10 dicembre 194316; il testo del prof. Chabod17, anche questo del 1° dicembre 1943 e un testo del prof. Peyronel dell'8 dicembre 194318. Un altro testo, intitolato «Dichiarazione dei diritti delle popolazioni alpine» , su cui si è lavorato in quel 19 dicembre 1943 è, secondo Joseph-Cesar Perrin19, certamente attribuibile a Chanoux. Lo stesso Chanoux, successivamente, ha scritto un dettagliato commento alla «Dichiarazione di Chivasso», pubblicato postumo, a cura del Partito De la Déclaration de Chivasso, cit pp 33-36 Ibid pp 81-82 16 Ibid pp 82-84 17 Ibid pp 84-85 18 Ibid pp 85-88 19 Ibid pag 22 e pp 89-90 14 15 d'Azione, nella serie «Quaderni dell'Italia libera». In esso Chanoux sviluppa anche il suo concetto di autonomia e federalismo. In particolare, auspica «una unione fra i diversi popoli europei» il che sarà possibile solo se, all'interno di ciascuno di essi, prevarrà la concezione che «tutti i minori gruppi etnici che li compongono vivano nel rispetto dei diritti e della storia di ognuno». Ed aggiunge « Un regime federale, sul tipo svizzero, è garanzia di questo reciproco rispetto, nell'interno degli stati e nell'interno del continente europeo»20. Oltre che dell'organizzazione del futuro stato italiano su basi federali Chanoux tratta del diritto all'autodeterminazione. «Spetterà alle popolazioni singole la costituzione delle regioni o cantoni federati. Dovrà essere una loro manifestazione di volontà, a costituire i nuovi organismi politici dello stato federale, manifestazione primordiale, basilare, contemporanea alla formazione della costituente nazionale». E calcando sul concetto di autodeterminazione aggiunge « la costituzione dei singoli cantoni non dovrà essere una concessione del stato, ma dovrà avvenire contemporaneamente alla costituzione di questo»21. Affronta, poi, i vari problemi che dovranno essere risolti per garantire la sopravvivenza dei popoli alpini, primo fra tutti, la garanzia della libertà di «manifestare la loro volontà, come popoli organizzati, in seno alle assemblee maggiori nazionali»22. Ampio spazio è riservato anche al problema della lingua e dell'ordinamento scolastico. Precisa che «l'insegnamento di una lingua richiede garanzie»23 e che «deve essere fatto con lo spirito della popolazione che parla questa lingua»24. Ovvia la conseguenza; «la nomina degli insegnanti deve, quindi, dipendere dalle autorità locali». Dopo aver affermato che «non vi è vera libertà politica e morale senza libertà o autonomia economica» si occupa dei vari problemi concernenti l'agricoltura, la cooperazione, l'industria, lo sfruttamento delle acque, il turismo, la perequazione tributaria, l'artigianato. Quest'ultimo, in particolare « deve diventare un elemento di elevazione sociale del montanaro»25. Ancora alcune osservazioni prima di concludere questi brevi cenni sulla « Dichiarazione di Chivasso» . Nel documento presentato da Chanoux era affermato che il diritto ad usare e insegnare la propria lingua «deve essere riconosciuto dalle leggi fondamentali dello stato e garantito dai trattati internazionali». Ma, sebbene Chanoux annettesse grandissima importanza al concetto di garanzia internazionale, esso non è stato recepito nella «Dichiarazione». Infine, non va sottaciuto che Chanoux, in Federalismo ed Autonomie, non si pone il problema dell'annessionismo. Il motivo è a mio parere, evidente; Chanoux fa riferimento ad una «federazione italiana», a sua volta inserita nell'Europa che «pur nella molteplicità delle lingue e delle storie dei suoi popoli riacquisterebbe quella unità spirituale che è sicura premessa per l'unità politica». Una Valle d'Aosta, quindi, libera inserita in una federazione, senza alcuna necessità di essere annessa a chicchessia. Il progetto di autonomia del Prof. Federico Chabod. 20pag 47 Ibid pp 51-52 22 Ibid pag. 55 , 23 Ibid pag. 63 24 Ibid pag 74 25 Ibid, pag 47 21 Ho già detto che il prof. Federico Chabod, pur non avendo partecipato alla «riunione di Chiasso» aveva fatto pervenire un suo documento. In esso, tra l'altro, proponeva ai rappresentanti delle «Valli Alpine bilingui» di riaffermare « la loro volontà di rimanere uniti all'Italia libera di domani» e di chiedere per le Valli Alpine bilingui «oltre all'autonomia amministrativa comune a tutte le regioni italiane, una particolare autonomia culturale e linguistica». Proponeva, inoltre «il ripristino dei nomi di luogo, malamente e brutalmente tradotti per imposizione del fascismo», «l'insegnamento della lingua locale nelle scuole di ogni ordine e grado» e «l'uso della lingua locale, accanto a quella italiana, negli atti pubblici». Reclamava anche, per «ciascuna delle ragioni bilingui - . . . quale che sia la loro entità numerica almeno un posto nell'assemblea legislativa nazionale»26. Il documento chiude con queste parole «Questi principii, i rappresentanti delle Valli Alpine bilingui vogliono vedere affermati da parte del nuovo stato italiano, così come vogliono che siano affermati nei confronti di quegli italiani che sono o che potrebbero venire a trovarsi sotto il dominio politico «non italiano»27, parole riportate integralmente nella «Dichiarazione». Nel settembre del 1944, quindi, dopo la morte di Emilio Chanoux, ma ancora in pieno periodo di lotta per la Liberazione, il prof. Chabod, che si trovava a Valsavarenche, suo paese natio, ha redatto un suo «progetto di autonomia per la Valle d’Aosta» , che è stato allegato a due memoriali scritti dal professore in quel periodo. Il primo, datato 16 settembre 1944 è destinato al Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia28, l'altro intitolato «La Valle d'Aosta, l'Italia e la Francia» è destinato ai valdostani29. Il progetto di autonomia di Chabod, che non è redatto in articoli come altri che lo seguiranno, tratta ampiamente dei vari temi dell'autonomia, delle competenze riservate alla regione, dei suoi organi e delle possibili soluzioni da dare a molti problemi. E' un documento che non si limita a dichiarazioni di principio o a indicazioni di massima, ma prospetta casi pratici. Chabod conosceva a fondo i problemi della Valle d’Aosta anche se dà ad essi una soluzione «regionalista», diversa, quindi, da quella «federalista»sostenuta ed auspicata da Chanoux. I l progetto Chabod, nella suddivisione generale della materia, ricalca le linee della «Dichiarazione di Chiasso», pur senza accennare ad una autonomia politica. Come la «Dichiarazione» il suo progetto è suddiviso in tre parti che trattano, rispettivamente: a) dell'autonomia amministrativa; b) dell'autonomia linguistico-culturale; c) di provvedimenti economici. Prevede la creazione di «una regione Val d'Aosta, nei confini dal Piccolo San Bernardo a Pont-Saint-Martin». Sarà un Consiglio, eletto «a scrutinio diretto e a suffragio universale dagli abitanti della Valle», che dovrà occuparsi della sua amministrazione. Ad evitare che si abbiano possibili alterazioni del significato del voto «dall'intervento di elementi fatti artificiosamente immigrare dal fascismo, negli ultimi anni», lo limita «ai nati in Valle o a coloro che vi risiedono da almeno dieci anni». E' evidente il riferimento alla Ibid pag 85 Ibid pag 85 28 R Chabod, Federico Chabod - Partigiano Lazzaro e la Valle d'Aosta, Musumeci Editore, Ouart (Aoste), 1985, pp 22-27 29 Ibidem pp. 34-46 26 27 «Dichiarazione» là ove dice «L 'esercizio delle funzioni politiche ed amministrative locali comunali e cantonali, dovrà essere affidato ad elementi originari del luogo o aventi ivi una residenza stabile da un determinato numero di anni». Al Consiglio riconosce una duplice funzione: curare l'applicazione delle leggi dello Stato e provvedere, direttamente ai problemi locali. Sono di competenza del Consiglio la tutela dell'ordine pubblico; il funzionamento della pubblica amministrazione, che ne dipende direttamente (eccetto la Magistratura); i lavori pubblici; le comunicazioni; l'istruzione pubblica». In Valle la massima autorità è rappresentata dal Consiglio e non devono, pertanto, esserci autorità ad esso superiori. «Nessun prefetto, o che di simile, mandato dal Governo centrale». In materia di ordinamento finanziario prevede un riparto delle entrate erariali tra lo Stato e la Regione. Per Chabod la Valle d'Aosta «autonoma dal punto di vista amministrativo è... dal punto di vista politico parte integrale dello Stato italiano». A questo proposito precisa: «Espressione di questa comunanza di destino politico è l'obbligo del servizio militare, con reclutamento territoriale delle truppe stanziate in Valle d’Aosta. Altra espressione di simile comunanza è il fatto che non soltanto nella Valle si applicano i codici italiani, ma anche che la magistratura, a differenza delle altre pubbliche amministrazioni, non è di nomina né sotto il controllo del Consiglio Regionale. . . » . Chabod riconosce l'ufficialità della lingua francese «con quella italiana». Nelle scuole, oltre al numero di ore settimanali di insegnamento che deve essere «pari» per le due lingue dovrà essere impartito in lingua francese «l'insegnamento delle materie scientifiche (matematica, fisica, scienze naturali)». Nel campo economico, Chabod dà particolare importanza alla promozione dell'industria turistica e alla agevolazione dell'«emigrazione temporanea all'estero» e propone «provvedimenti che aboliscano o riducano al minimo gli inciampi e le formalità di passaggio da una nazione all'altra, così da permettere lo scambio continuo di turisti e di lavoratori tra Val d' Aosta, Savoia e Canton Vallese». Ancora in campo economico affronta l'importante problema delle acque che « . . . vengono per legge dichiarate di proprietà della Regione» . Infine, troviamo nel progetto di autonomia del Prof. Chabod un accenno al traforo del Monte Bianco, là ove prevede che dovranno intervenire accordi con il Governo centrale «nel caso di iniziative che vadano oltre l'ambito regionale. . . ( «per es. , è ovvio, nel caso del tanto vagheggiato traforo del Monte Bianco»)30. Il progetto di Mons. Jean-Joconde Stévenin Il primo vero progetto di Statuto, nel significato tecnico della parola, è quello redatto da Mons. Jean-Joconde Stévenin. E' stato pubblicato nel volume Per la Valle d'Aosta uscito anonimo ma universalmente attribuito a Mons. Stévenin31. Questo progetto è riportato, tra gli allegati, nel volume Souvenirs et revelations, di S. Caveri32 con alcune varianti e con un numero di articoli ridotto33: 15 contro i 18 del testo che troviamo in Per la Valle d’Aosta. Cfr Ibid Progetto di autonomia e Le origini, cit Le origini, cit pag 102 32 S Caveri Souvenirs cit 33 Ibidem 30 31 Oltre ai suddetti, presso l’Archivio Storico regionale, nel «Fonds Page», si trova ancora un altro progetto di Statuto pure attribuibile a Mons. Stévenin. Si può pensare, ma siamo ovviamente nel campo delle ipotesi, che si tratti di due stesure precedenti la redazione del testo definitivo. Di questi due progetti uno è composto da 15 articoli, l'altro da 17. Il testo di 15 articoli è, appunto, quello pubblicato da Caveri nel citato volume Souvenirs et Revelations e ripreso da Valdo Azzoni nella sua pubblicazione Il Pre-Statuto e da Maria Grazia Vacchina in L'autonomia della Valle d’Aosta34. In calce al progetto di 17 articoli vi sono tre note manoscritte (di pugno di Stévenin?), del seguente tenore: 1) «Elles (le lingue italiana e francese n.d.A.) seront enseigne à parité dans tous les cours tant primaires que secondaires» ; 2) 2)«un règlement concerté entre le Conseil General et les Communes fixera leurs rapports mutuels» ; 3) «Les prêteurs des mandements et les Conciliateurs seront nommés par le Conseil Général» . La nota riportata al precedente numero 1 la ritroviamo inserita integralmente nel progetto di Statuto composto di 18 articoli, che ritengo sia quello definitivo. («Art. 15- Les langues française et italienne seront enseignées à parité dans tous les cours, tant primaires que secondaires». Il testo della nota n. 2 lo ritroviamo tal quale nell'articolo Il del progetto «definitivo» («Art. Il- Un Règlement concerte entre le Conseil Régional et les Communes fixera leurs rapports mutuels»). Da notare che, nel testo «definitivo» il termine «Général» attribuito al consiglio è sostituito dal termine «Régional», come d'altronde in vari altri articoli. Infine, parte della nota n. 3, la troviamo nell'articolo 16 del progetto «definitivo». La competenza è, però, limitata alla nomina dei giudici Conciliatori, che sono proposti dai Comuni. E' invece riservata allo Stato la competenza a nominare i Pretori. («Art. 16-Le Tribunal et les Prétures dépendent exclusivement de l'Etat. Les Conciliateurs sont proposés par les Communes et nommés par le Conseil Régional»). Tra il testo «definitivo» e gli altri due testi si riscontrano alcune altre differenze che riassumo brevemente: 1) Sparisce la riserva di competenza a favore dello Stato in merito al servizio militare. (Art. 14 degli altri due testi: «La Magistrature et le service militaire sont du ressort exclusif de l'Etat»). Nel testo di 17 articoli prima di «magistrature» è stato aggiunto, a penna, l'aggettivo «haute»; 2) l'aggettivo «régional» sostituisce l'aggettivo «général» , dopo la parola « Conseil»; 3) E' spiegato, tra parentesi, perchè il numero dei consiglieri è previsto in 25 («comme notre antique Conseil des Commis»); 4) E' riconosciuta al Governo centrale la facoltà di «dissoudre le Conseil et provoquer une nouvelle élection dans le terme d'un mois». Facoltà che è, tuttavia, limitata, perchè un simile evento potrà verificarsi solo «pour des motifs contestés par les Communes». Negli altri due progetti è detto che il governo centrale «ne pourra intervenir qu'exceptionnellement dans des cas à déterminer». Inoltre l'intervento del Governo non era volto allo scioglimento ma a «provoquer la démission du même Conseil et la nomination de nouveaux membres». Non sono indicati i termini entro i quali il Consiglio, in caso di scioglimento, avrebbe dovuto essere rinnovato. 34 Azzoni Il Pre-Statuto cit e Vacchina L'autonomia della Valle d'Aosta, cit 5) L 'art. 8 riconosce proprietà della Regione tutte le acque pubbliche «et les richesses du sous-sol», questa ultima dizione negli altri due testi è sostituita con le parole «mines» (art. 9), mentre l'art. 8 si occupa degli edifici pubblici i quali «sont reconnus propriété de la Région». 6) I problemi del riparto delle entrate erariali tra lo Stato e la Regione e della competenza ad imporre tasse ed imposte: sono trattati in due articoli diversi, l'8 e il 10, mentre nei testi precedenti tutta la materia è concentrata in un solo articolo (art. 7). 7) Anche per quanto concerne la concessione delle acque le modalità sono diverse. Mentre il testo definitivo riserva tale competenza al Consiglio che dovrà agire «de concert avec les Communes intéressées», negli altri due testi la competenza è ripartita, «il appartient au Conseil Général et aux Communes». Per quanto si riferisce al riparto dei proventi delle concessioni mancano precise indicazioni, limitandosi il testo «definitivo» a dire che saranno ripartiti «entre le Conseil Régional et les Communes en des proportions à établir, cas par cas, et en raison des besoins et des charges». Più vaghi ancora gli altri due testi: «Ces entres seront partagées entre le Conseil général et les Communes dans des proportions à établir». 8) Anche il problema della lingua francese è trattato in modo diverso: a) Nel testo di 17 articoli leggiamo: «Les langues française et italienne peuvent être employées indifféremment autant dans les actes publics que partout ailleurs». E' a questo punto che troviamo il richiamo cui ho accennato più sopra secondo con il quale si vuole completare l'articolo con le parole «Elles seront enseignées. . .» etc. ; b) nel testo di 15 articoli del problema si occupa l'articolo 13 che recita: «L'enseignement dans tous les cours secondaires et primaires sera donné (sic) dans les deux langues a parité, italienne et française, comme aussi on pourra user indifféremment les deux langues dans les actes publics» . Queste le principali differenze tra questi testi35. Non ritengo opportuno addentrarmi in altri dettagli. Lascio ad altri questo compito come pure quello di datare i due progetti che hanno preceduto quello che da me, per le ragioni che ho detto più sopra, è giudicato «definitivo». Mons. Stévenin, nel suo progetto dà enorme importanza al Comune. Dei Comuni che il Governo fascista aveva soppresso prevede la ricostituzione «comme avant le Régime tombe». Sono, inoltre, i Consigli comunali che dovranno eleggere i consiglieri regionali. Sistema di elezione indiretta, dunque, sia per evitare un'influenza troppo forte da parte Il testo pubblicato da S Caveri in Souvenirs, cit , si differenzia in alcuni punti dal testo di 15 articoli che è conservato presso l’AHR (Fonds Page) Si tratta di modifiche (forse apportate dallo stesso Caveri) che migliorano il testo sostituendo alcuni termini con altri giuridicamente più esatti Le differenze tra il testo di Caveri e il testo del« Fonds Page» . sono le seguenti Art 4 «Fixera les attributions (Caveri), anziché «fixera les mansions» (fonds Page); Art 7 «Les impôts fonciers et immobiliers» , anziché «les impôts fonciers et de bâtiment» Art 9 «Minières». anziché «Mines»' Art 10 « Imposer des redevances; ces recettes» , anziché «imposer des canons relatifs; ces entrées'» Art 13 «Pourvoiront aux locaux, nommeront les instituteurs et veilleront», anziché «pourvoiront aux locaux. nomment les instituteurs, veillent sur l’enseignement» Art 14 "La Région nomme deux représentants ou députés auprès du Parlement». anziché «La Région nomme deux représentants ou députés auprès du Gouvernement Central» a) Art. 15 «Le Concordat passé en 1929 entre l'Etat italien et le Vatican demeure en vigueur». anziché «Est maintenu en vigueur le Concordat passé en 1929 entre I'Etat italien et le Vatican» 35 della popolazione immigrata che per favorire la rappresentanza della periferia ed evitare la presenza nel consiglio regionale di troppi consiglieri della città di Aosta36. L'esecutivo era previsto di cinque membri, oltre al Presidente e al Vice-Presidente, tutti eletti dal Consiglio regionale, e che avrebbero esercitato le loro funzioni sia nei confronti del Consiglio che della Giunta (mancava quindi nel progetto Stévenin come d'altronde in altri progetti la figura del Presidente del Consiglio distinta da quella del Presidente della Giunta). Prima di chiudere il paragrafo «progetti Stévenin» desidero far notare che c'è un articolo, e lo troviamo in tutti i tre i testi, che si occupa del riconoscimento della «personnalité juridique à l'Eglise valdôtaine» che è anche proprietaria di «tous les édifices religieux et d'instruction religieuse». Nello stesso articolo, che è quello conclusivo in tutti i tre testi, troviamo un comma del seguente tenore: «Est maintenu en vigueur le Concordat passé, en 1929, entre le Vatican et l'Etat italien». Mons. Stévenin aveva anticipato di ben due anni e mezzo l'art. 7 della Costituzione della Repubblica Italiana ove è stabilito che i rapporti tra Stato e Chiesa «sono regolati dai Patti lateranensi». Superfluo dire che è inutile cercare una norma analoga nei vari altri progetti di Statuto. Solo nella «Dichiarazione di Chivasso» vi è un cenno alla libertà di culto che, come la libertà di lingua, è «condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana». Ma non va oltre, né vi si trova alcun cenno a rapporti tra «Regione», «Cantone» o «Valle» e Chiesa. Il progetto del CLN Piemontese37 Dai progetti predisposti in sede locale si passa, nel mese di maggio 1945, ad un progetto discusso e concordato con il C.L.N. Piemontese, progetto, successivamente, approvato anche dal C.L.N. Alta Italia che si impegnò ad appoggiare le richieste valdostane presso il governo italiano38. L'incontro con il C.L.N. Piemontese avvenne a Torino, il 15 maggio. La Valle d’Aosta era rappresentata da una Commissione, nominata dal CLN di Aosta e della quale facevano parte Maria Ida Viglino, il can. Carlo Bovard e il prof. Federico Chabod, che erano accompagnati dal prof. Alessandro Passerin d'Entrèves, all'epoca Prefetto di Aosta. Cfr Lengereu La Vallée d’Aoste cit. pag 53 «Un Conseil régional élu par votation des Conseils communaux, ce qui constitue un moyen de défense contre l'influence des immigrés. étant donné que les conseillers communaux valdôtains sont en principe beaucoup plus nombreux que les conseillers non valdôtains» 36 Quando il presente lavoro era già in avanzata fase di stampa, il prof Paolo Momigliano mi ha segnalato due documenti conservati fra le carte del prof Alessandro Passerin d.Entrèves. versate nell'archivio dell'Istituto Storico della Resistenza in Valle d’Aosta; documenti importanti perché consentono di conoscere quali modifiche sono state apportate al progetto «originario» del C L N. negli incontri del 15 e del 17 maggio 1945, con il CLNP e con il CLNAI I due documenti sono riportati nell’Appendice con un breve commento 38 Le origini, cit, pag 111 Il CLNAI si era impegnato ufficialmente a favore dell'autonomia valdostana sin dal 6 ottobre 1944 in un manifesto (riportato a pagg 105-107 ne De la Déclaration, cit ad esso faceva seguito il «Messaggio per i patrioti e la popolazione della Valle d Aosta». in data 16 dicembre 1944 dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri. Bonomi (De la Déclaration , cit, pp 108-109) 37 Al termine dell'incontro fu raggiunto un accordo su un progetto di 9 articoli «frutto di mediazione tra il progetto di Mons. Stévenin e il Memoriale del Prof. Chabod, come è facilmente verificabile attraverso un confronto dei testi»39. Il progetto prevede la costituzione della Regione « Valle d’Aosta». la cui amministrazione è affidata ad un Consiglio composto di 25 membri, eletti dai Consiglieri comunali di tutti i Comuni della Valle. In via transitoria e in attesa di regolare elezione, era previsto un Consiglio composto di 15 membri designati pariteticamente dai cinque partiti rappresentati dal C.L.N. locale, oltre il Presidente che avrebbe dovuto essere il Prefetto. Inoltre, era detto che «costituisce parte integrale del Consiglio regionale l'attuale Comitato di Liberazione Nazionale di Aosta, il quale continuerà a mantenere intatta la sua fisionomia di organo direttivo politico e procederà quindi indipendentemente nelle questioni politiche» . In questo progetto, a differenza di quelli esaminati prima, è prevista la figura del «Presidente regionale» che è, al tempo stesso Presidente del Consiglio e dell'esecutivo. Alla Regione sono riconosciuti ampi poteri. Si sostituisce, infatti, all'aministrazione dello Stato in tutti i suoi rami, eccettuati quelli concernenti l'amministrazione della giustizia, l'amministrazione militare e le comunicazioni (FF.SS. Poste e Telegrafi). Per quanto attiene all'amministrazione della giustizia viene, però, precisato che «qualora nell'ordinamento generale dello Stato Italiano le basi dell'ordinamento giudiziario vengano modificate con nuovi principi di libere elezioni anche la Valle d'Aosta beneficerà di questo nuovo trattamento». Non sono previsti controlli sull'attività della Regione che, per contro, è legittimata a controllare i bilanci e i conti consuntivi dei Comuni, ed ha la «facoltà di imporre tributi locali (tasse di soggiorno, turistiche ecc.)». Riguardo ai mezzi finanziari si dispone che «l'attuale ripartizione delle percentuali di aliquota delle imposte dovrà essere completamente riveduta in guisa da attribuire la maggior parte del reddito dell'imposta all'ente della Regione». Il che era più che giustificato considerando che la Regione doveva provvedere al funzionamento di tutti i rami della pubblica amministrazione regionale, nominando e retribuendo i funzionari. Agevolazioni tributarie erano previste anche per alcune categorie di cittadini dal 5° comma dell'articolo 5 del progetto: «Il Governo italiano si impegna ad esentare, previa consultazione del Consiglio regionale, la regione Valle d’Aosta da una parte almeno dei nuovi tributi che dovessero venire imposti. soprattutto per alleviare il ceto dei piccoli contadini, artigiani ed operai. E ciò tenuto conto che la Valle d’Aosta ha bisogno di essere aiutata economicamente per poter vivere e non potrebbe sopportare nuovi eccessivi aggravi» . Per la ricostituzione dei Comuni soppressi durante il fascismo è previsto che la «ripartizione delle circoscrizioni comunali è affidata alla competenza del Consiglio regionale, anche nella sua formazione transitoria. . . purché questa nuova ripartizione sia chiesta su istanza dei C.L.N. locali e successivamente dai Consigli comunali» . E' riconosciuta la parità delle lingue italiana e francese e all'una e all'altra dovrà essere dedicato un uguale numero di ore di insegnamento settimanale, inoltre «l'insegnamento di alcune materie sarà impartito in lingua francese». Ricalcando il progetto di Mons. Stévenin riserva alla competenza del Consiglio regionale la nomina degli insegnanti delle scuole medie e ai Consigli comunali quella degli insegnanti delle 39 Le origini, cit pag 110 scuole elementari40. Inoltre è previsto che « . . . potranno insegnare in Valle d’Aosta anche persone di nazionalità non italiana...». Le acque pubbliche, il sotto suolo e i boschi demaniali «sono proprietà pubblica della Regione». Per lo sfruttamento delle acque «la regione Valle d’Aosta ha il diritto di trattare anche con società straniere. . .». Per la prima volta in un progetto di Statuto troviamo l'accenno alla zona franca. Recita infatti l'articolo 9. «E' riconosciuta al territorio della Valle d’Aosta la condizione di zona franca con modalità da stabilirsi». Il progetto chiude con un «suggerimento da tener presente in fase successiva». Riguarda l'opportunità che alla Regione Valle d’Aosta sia concessa «la facoltà di accordarsi con le regioni immediatamente finitime di Stati esteri (Francia e Svizzera) su questioni di carattere turistico e doganale, anche allo scopo di tutelare l'emigrazione stagionale valdostana». Proposte di modifica ad un progetto di Statuto (del C.L.N.?) Due interessanti fogli dattiloscritti, contenuti nel«Fondo Chabod», presso l'Istituto Storico della Resistenza contengono, sotto il titolo «Progetto di autonomia valdostana» alcune modifiche ad un progetto di Statuto. Presumo che si tratti del progetto del C.L.N., poiché come può agevolmente essere controllato si tratta di modifiche che possono essere perfettamente inserite in tale testo. Si tratta di modifiche chieste direttamente alle autorità centrali, ed in parte recepite dal progetto Chatrian. Non mi è stato possibile individuare l'autore di queste note. Riporto, comunque, testualmente, il contenuto dei suddetti due fogli dattiloscritti: « Progetto di autonomia valdostana Art 7 - A linea 2 a41 si potrebbe modificare in questa maniera l'ultimo periodo: …inoltre l'insegnamento di alcune materie, da precisare ulteriormente d'accordo col Ministero della Pubblica Istruzione, sarà impartito in lingua francese. (Nel testo del C.L.N. non c'erano le parole d'accordo col Ministero della Pubblica Istruzione n.d.A. ) A linea 3 la dizione potrebbe essere così modificata: . . . i programmi generali di insegnamento in vigore nel resto dello Stato, potranno essere adeguati dal Consiglio regionale, previo consenso del Ministero della Pubblica Istruzione, alle particolari necessità dell'insegnamento locale». (osservazione come sopra per le parole previo consenso del Ministero della Pubblica Istruzione, n.d.A.). Il 3° periodo della stessa linea potrebbe essere modificato in questa maniera: «…potranno insegnare in Valle d’Aosta anche persone di nazionalità non italiana, previo consenso del Ministero della Pubblica Istruzione». (Osservazione come sopra, n.d.A.). Si potrebbe anche stabilire che gli insegnanti di nazionalità non italiana non possono superare una determinata percentuale sul numero complessivo degli insegnanti in Valle. In extremis il periodo potrebbe anche essere soppresso. Art 8 - A linea 3 sopprimere i due periodi in cui si riconosce alla Val d' Aosta il diritto di trattare con società straniere per lo sfruttamento delle acque. Tutta la linea si Sulla competenza attribuita ai Comuni in materia degli insegnanti elementari e al Consiglio regionale in materia di nomina dei professori delle scuole medie, è evidente che il C. L. N. Piemontese ha fatto sue le proposte contenute nel progetto di statuto di Mons Stévenin 41 Si tratta di un evidente errore di dattilografia «a linea», anziché «alinea». (comma) 40 ridurrebbe quindi al periodo « . . . verrà stabilita ulteriormente la percentuale massima di affitto che la regione può pretendere da ogni società idroelettrica». Queste sono le modificazioni che potrebbero essere riportate senza incidere troppo sul progetto di autonomia e sulla sua efficacia per la propaganda. Assai più delicato, invece, sarebbe toccare la linea 4 dell'articolo 5, cioè l'impegno del Governo italiano ad esentare la Valle d’Aosta da una parte almeno di nuovi tributi. La preoccupazione per le imposte future è infatti uno dei motivi che più tengono incerto il contadino valdostano; e la propaganda francese promette infatti esenzione da ogni imposta per 50 anni. Da notare che anche l'impegno del Governo riguarderebbe soltanto una parte dei nuovi tributi, soprattutto quelli che colpirebbero i piccoli contadini, artigiani e operai: una imposta sui sopraprofitti di guerra, per esempio, non sarebbe soggetta ad alcuna restrizione. L 'esenzione parziale di cui si parla potrebbe appunto valere come corrispettivo per la Valle d’Aosta, sotto altra forma, dei crediti accordati alla Sicilia e alla Sardegna, e un corrispettivo forse più equo, perchè inteso a tutelare i ceti più poveri. L 'esenzione per esempio, potrebbe domani valere per i piccoli proprietari al di sopra dei 1000 metri d'altezza (sic),cioè per quelli che conducono di già una vita assai più disagevole dei piccoli proprietari della pianura. Nel complesso, quindi, bisognerebbe cercare di mantenere l'articolo così com'è42. Da non toccare la linea 5 sulla facoltà di accertamento ai fini tributari devoluta al Consiglio regionale. In questo modo infatti è possibile ovviare alla attuale sperequazione tributaria per cui terreni scarsamente produttivi, che danno un taglio o al massimo due di fieno all'anno, sono tassati secondo un'aliquota di poco inferiore a quella dei terreni della pianura, che danno 3-4 tagli di fieno all'anno. La sperequazione tributaria a danno delle zone montane è un fatto riconosciuto: il mezzo per ovviare è appunto quello indicato nel suddetto a linea. Art. 9 - Va lasciato tale quale. La concessione della zona franca, la proprietà delle acque e un certo alleviamento tributario sono, infatti i tre motivi economici che potranno esercitare una influenza decisiva sull'atteggiamento della massa dei contadini nel senso di fare loro respingere ogni propaganda francese» . Dal progetto C.L.N. al testo proposto dalla Commissione Ministeriale. Il testo del progetto C.L.N. è stato trasmesso a Roma al sottosegretario di Stato Luigi Chatrian che, in data 30 maggio 1945, lo sottopone al parere del Dott. Antonio Sorrentino, della Presidenza del Consiglio, perchè esprima «per la parte di sua particolare competenza...il suo parere e le sue proposte in merito» . Contemporaneamente e con evidenti riferimenti all'attività di Sorrentino, Chabod riprende in esame la questione dell'autonomia valdostana in due documenti. Il primo documento è costituito da una copia dattiloscritta del progetto C.L.N. su cui Chabod segna emendamenti, che, forse, sono stati proposti in seno alla Commissione nominata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, incaricata di predisporre un testo per l'autonomia valdostana. Gli emendamenti più importanti riguardano i seguenti articoli. L’art 11 del progetto attribuito all'On Chatrian prevedeva alla lettera c) «sgravi fiscali a favore della piccola proprietà agraria e dell'artigianato locale» 42 a) L' articolo 2 del testo C. L. N. ove viene eliminato l'inciso che il Presidente nominato dal Consiglio «è a capo del potere esecutivo e che porterà il titolo di Presidente Regionale» b) L 'articolo 5 ove si propone di modificare l'ultimo comma, che suona « Nella regione Valle d’Aosta i cittadini delle altre regioni italiane godono degli stessi diritti dei valdostani» come segue: «Nella regione Valle d’Aosta tutti i cittadini italiani godono degli stessi diritti». c) articolo 5, penultimo comma, viene messa in discussione la prerogativa per cui il Consiglio regionale «controlla i bilanci preventivi e consuntivi dei singoli comuni». d) articolo 8, viene messo in discussione il riconoscimento «che le acque sono di proprietà pubblica della regione» . Dell'intero articolo del progetto C.L.N. viene salvato praticamente solo il secondo comma come segue: «I diritti acquisiti dagli impianti già esistenti non potranno venire alterati, salvo che per l'obbligo del canone annuo di affitto e della concessione di energia elettrica, a cui le imprese, proprietarie dei suddetti impianti, saranno costrette nei confronti della regione». Viene proposto che l'ultimo comma dell'articolo 8 diventi un nuovo articolo e soprattutto che «il sottosuolo e i boschi costituiscono demanio della circoscrizione» laddove il testo del C.L.N. riconosceva «alla regione la proprietà pubblica del sottosuolo e dei boschi demaniali». Il secondo documento scritto interamente da Chabod su carta intestata « Il Sottosegretariato di Stato per la Guerra», con lo stemma sabaudo in alto a sinistra, il che fa presupporre che Chabod fosse in quel tempo a Roma, contiene proposte che meritano di essere confrontate con quelle del «progetto Chatrian». I due testi sono pubblicati per esteso in appendice. La paternità del secondo documento può essere attribuita a Chabod. Lo si evince dall'aspetto formale della stesura del manoscritto, ricco di correzioni, incisi, aggiunte, cancellazioni, segno di una elaborazione diretta più che di una trascrizione passiva. Il manoscritto fa riferimento al testo di Sorrentino per gli articoli 3, 4, 5 e 6 che Chabod accetta nella formulazione data dallo stesso Sorrentino. Interviene, invece, per gli articoli 1, 2, 7, 8, 9, l0, 11, 13. L 'articolo 1 amplia notevolmente il corrispondente articolo 1 del testo del C.L.N. e sostituisce il termine «circoscrizione» a quello di «regione» e attribuisce alla circoscrizione la qualifica di «corpo morale» che «ha un ordinamento particolare...nel quadro dell'unità politica dello Stato italiano sovrano e nella base dei principi democratici che ispirano la vita della nazione». Questo articolo sarà recepito, pressoché integralmente, dal «progetto Chatrian» , che accentua il concetto della «eguaglianza dei diritti di tutti i cittadini italiani» . L'articolo 2 non contiene più la precisazione del testo del C.L.N. che il Presidente «è a capo del potere esecutivo della Valle e che porterà il titolo di Presidente Regionale». Sono, inoltre, tralasciate le norme transitorie relative alla costituzione del Consiglio regionale, e l’inserimento in esso del Comitato di Liberazione Nazionale di Aosta. Anche questo articolo si ritrova pressoché identico nel «progetto Chatrian». L'articolo 7 fissa l'importante principio che «la circoscrizione Valle d’Aosta non è soggetta alla vigilanza ed alla tutela dell'autorità governativa». Lo stesso principio viene recepito dal «progetto Chatrian» all'articolo 6. Sempre all'articolo 7 viene sancito il diritto per la Valle d'Aosta «ad una rappresentanza di almeno due deputati all'Assemblea Nazionale», il che sarà riconosciuto nell'articolo 8 del «progetto Chatrian». L'articolo 8 tratta delle competenze del Consiglio della circoscrizione: ordine pubblico, amministrazione pubblica. Al «mantenimento dell'ordine pubblico» provvede «a mezzo di reparti di polizia assegnati dal governo centrale sia a mezzo di una polizia locale». Per l'amministrazione pubblica, le competenze in «tutti i rami tanto in quelli attualmente gestiti dalla provincia quanto in quelli gestiti dallo Stato», tranne l'amministrazione militare, della giustizia e delle poste e telecomunicazioni. L'articolo 8 è recepito dall'articolo 9 del «progetto Chatrian» che riserva al governo centrale anche «l'amministrazione dei tributi» e che recepisce, nella sostanza, l'articolo 9 del testo Chabod relativo all'autonomia del Consiglio nella redazione ed approvazione del bilancio, mentre introduce il principio del « reclutamento territoriale delle truppe stanziate nella circoscrizione». L'articolo 10 del testo Chabod rinvia ad una legge dello Stato «il riparto delle pubbliche entrate tra l'erario dello Stato e l'erario della circoscrizione»; l'indicazione dei «tributi locali che il Consiglio della circoscrizione avrà facoltà di imporre» e i contributi erariali per la ricostruzione della Valle. Prevede, inoltre, che l'accertamento ai fini tributari sarà fatto da una commissione composta da un rappresentante del Ministero delle Finanze e da due delegati del Consiglio...». La proposta contenuta nell'articolo 10 di Chabod solo in parte sarà recepita nell'articolo 11 del «progetto Chatrian» che omette la parte relativa ai tributi locali che il Consiglio della circoscrizione avrà facoltà di imporre e che prevede invece «sgravi fiscali a favore delle piccole proprietà agrarie e dell'artigianato locale». Le materie trattate da Chabod negli articoli 8, 9 e 10 e dal «progetto Chatrian» negli articoli 9, 10 e 11, erano comprese nell'articolo 5 del progetto del C.L.N. che, in materia di riparto fiscale, sollecitava la revisione della ripartizione delle imposte «in guisa da attribuire la maggior parte del reddito dell'imposte all'ente della regione» e attribuiva al Consiglio regionale la facoltà di accertamento ai fini tributari e la facoltà di imporre «tributi locali». L'articolo 13 del documento Chabod concerne l'uso delle lingue francese e italiana in Valle d'Aosta «che sono parimenti lingue ufficiali», di conseguenza gli «atti pubblici potranno essere redatti nell'una o nell'altra lingua» salvo le sentenze della magistratura che dovranno essere redatte in lingua italiana. Si occupa poi del problema dell'insegnamento della lingua francese nelle scuole fissando il principio che «all'insegnamento della lingua francese sarà dedicato un numero di ore settimanali pari a quello della lingua italiana» e che «l'insegnamento di alcune materie sarà impartito in lingua francese». Riserva alla competenza dei Consigli comunali la nomina degli insegnanti elementari e del Consiglio della circoscrizione quella degli insegnanti delle scuole medie, fissando i requisiti per l'ingresso in ruolo. E' poi ammessa la possibilità che insegnino nella circoscrizione «persone di nazionalità non italiana» purché «cittadini di quegli Stati che accordino un trattamento di reciprocità». L'articolo 13, infine, dà al Consiglio regionale la facoltà di ripristinare i toponimi soppressi dal fascismo. Tale articolo, che ricalca sostanzialmente l'articolo 7 del testo del C.L.N. , è stato recepito nell'articolo 13 del «progetto Chatrian», che introduce nell'articolo 12 la facoltà di ripristinare i toponimi. Progetto della Commissione nominata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri A questo punto mi sembra opportuno accennare ad un testo che dovrebbe essere ufficiale, ma sul quale non sono riuscito a trovare una documentazione precisa. Potrebbe anche trattarsi del cosiddetto «Progetto Chatrian», ma siamo nel campo delle ipotesi mancando di documenti atti a provare una tale asserzione, anche se la previsione del reclutamento territoriale delle truppe, punto sul quale Chatrian era nettamente contrario, come vedremo, consiglierebbe di essere cauti nell'affermarlo. Oppure, più semplicemente, potrebbe trattarsi del progetto redatto dalla Commissione di Ministri, nominata l'11 luglio 1945. (vedi anche nota n. 43). Ma i dubbi rimangono. C'è da augurarsi che, un giorno, si possano dissipare, sulla scorta di documenti ufficiali43. Si tratta di un progetto diviso in 17 articoli i cui punti salienti sono: a) la costituzione di una circoscrizione Valle d’Aosta (art. 1); b) l'amministrazione è affidata ad un Consiglio composto di 25 membri «eletti dai consiglieri comunali dei comuni della circoscrizione, in base alle norme che saranno all'uopo emanate». (art. 2) La giunta è composta di 5 membri e di un Presidente nominati dal Consiglio della circoscrizione «nel suo seno» ( art. 2) ; c) è previsto un consiglio che si potrebbe chiamare provvisorio in attesa delle elezioni amministrative (art. 3); d) al Presidente del Consiglio è conferito l'esercizio delle «attribuzioni che dalle leggi vigenti sono demandate al prefetto»; e) il riconoscimento alla circoscrizione di un'ampia autonomia («La circoscrizione valle d'Aosta non è soggetta alla tutela dell'autorità governativa»). Lo scioglimento del Consiglio è ipotizzato «per gravi motivi di ordine pubblico o quando, richiamato all'osservanza di obblighi ad esso imposti per legge, persista a violarli» (art. 6); Questo controllo sull'organo che rappresenta «la suprema autorità della regione»44 è riservato al governo centrale che può intervenire, «sentito il consiglio di Stato» (art. 6); f) «sui progetti dei provvedimenti legislativi e regolamentari concernenti la Valle d’Aosta deve essere chiesto il parere del Consiglio» (art. 7); g) è attribuita al Consiglio la competenza in materia di «mantenimento dell'ordine pubblico» e di «funzionamento della pubblica amministrazione in tutti i rami, tanto in quelli gestiti attualmente dalla provincia quanto in quelli già gestiti dallo Stato eccetto che per l'amministrazione militare, per l'amministrazione della giustizia, per l'amministrazione delle PPTT . e delle comunicazioni, per l'azienda autonoma strade statali, per l'amministrazione dei tributi che dipendono direttamente dal governo centrale» (art. 9); h) è escluso ogni controllo sul bilancio della circoscrizione; non era, inoltre, previsto alcun altro controllo neppure di legittimità all'infuori di quello previsto sotto la Il progetto cui mi riferisco si differenzia, anche se ne contiene i concetti ispiratori, da quello riportato da André Zanotto nella premessa a Le origini, cit 44 Cfr il «Progetto di autonomia» del Prof Chahod in Le origini. cit pag.99 e in R. Chabod, op cit pp 25-27 e 4446, con alcune lievi differenze tra un testo e l'altro 43 precedente lettera g) che è, però, limitato a motivi di ordine pubblico o a persistente violazione di obblighi di legge (art. 9); i) reclutamento territoriale delle truppe (art. 9) e ordinamento finanziario (artt. 10-11); k) riconoscimento che, nella circoscrizione «sono parimenti lingue ufficiali la lingua italiana e quella francese» (art. 13): l) ammissione tra il personale insegnante anche di «persone di nazionalità non italiana, previo gradimento del Ministero della Pubblica istruzione» e con l'eventuale possibilità di applicare tale concessione «solo a favore di cittadini di quegli stati che accordino un trattamento di reciprocità ai cittadini italiani» (art. 13); m) per le acque non si parla più di proprietà ma di «concessione perpetua e gratuita» con possibilità della circoscrizione di subconcederle. Uguale disciplina è prevista per le miniere mentre «i boschi di proprietà dello Stato vengono trasferiti in proprietà della circoscrizione la quale provvederà alla tutela del patrimonio forestale come della fauna e della flora» (artt. 14- 15): n) è preso, infine in considerazione il problema della zona franca. « i territori compresi nella circoscrizione Valle d’Aosta sono posti fuori dalla linea doganale e costituiscono zona franca». E' rinviata a successivo provvedimento la definizione «della modalità di attuazione della zona franca» (art. 16). Alla redazione del suddetto progetto che, come ho detto; potrebbe essere il cosiddetto «progetto Chatrian»45, ha certamente collaborato il Prof. Chabod, come abbiamo visto. Presso l’Archivio dell'istituto storico della Resistenza in Valle d’Aosta, nel fascicolo «Fondo Chabod» sono conservati 4 fogli scritti a mano e a matita dal prof. Federico Chabod, su carta intestata « Il Sottosegretario di Stato per la Guerra» e con lo stemma dello Stato sabaudo in alto a sinistra. Sono note che hanno precisi riferimenti alla materia trattata nel «progetto Chatrian». Alcuni articoli del suddetto progetto ripetono, poi, alla lettera. il testo delle note a matita. Tra l'altro in queste note è ipotizzata l'elezione del Consiglio della circoscrizione, da parte dei consiglieri comunali. Nel volume, più volte citato, Le origini dello Statuto speciale André Zanotto riporta nella ampia e documentata premessa «un progetto intermedio di Statuto» a proposito del quale scrive: Del progetto Chatrian, o, almeno di un progetto redatto con la sua collaborazione, si parla in una lettera a firma del Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. on Giustino Arpesani, indirizzata, in data 4 luglio 1945, ai Vice Presidenti del Consiglio dei Ministri e con la quale «si trasmettono assieme alla relazione illustrativa gli schemi dei provvedimenti che erano stati predisposti da una Commissione Ministeriale presieduta dal Generale Chatrian, sulla base di accordi stipulati a Torino fra i CLN di Torino e di Aosta» (ACS - Pres. Cons. Min. serie 3579 Fasc 611) Questi schemi sono stati trasmessi dopo che il Consiglio dei Ministri nella seduta dell’11 luglio 1945 aveva incaricato un Comitato di Ministri di elaborare norme per l'istituzione di un regime particolare di autonomia per la Valle d’Aosta. In merito a tale decisione, su proposta dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri. on Parri, in tale seduta, come si legge nel verbale. era stato approvato il seguente comunicato «Preso atto delle peculiari esigenze della Val d’Aosta il Consiglio dei Ministri ha deciso di istituire per essa un regime particolare di autonomia locale, integrato da adeguate misure economiche e finanziare ed ha incaricato un Comitato di Ministri composto del Vice Presidente Brosio e dei Ministri Togliatti, Scoccimarro Arangio Ruiz e Gronchi di elaborare, in base al progetto presentato dal CLN Valdostano le norme relative che saranno) sottoposte al Consiglio dei Ministri del 25 luglio prossimo» 45 «Lo pubblicò La Gazzetta d'Italia del 7 agosto, affermando che lo stesso sarebbe stato elaborato sugli schemi dei delegati valdostani, dalla commissione romana presieduta dal gen. Chatrian e infine da una commissione di ministri e precisamente da Brosio, Togliatti, Scoccimarro, Gronchi e Arangio Ruiz. Il settimanale valdostano Lo Partisan precisava di essere in grado di stabilire che il progetto in questione non era quello elaborato dalla commissione dei ministri anzidetta, ma bensì il progetto presentato ai medesimi per l'elaborazione»46. Questo progetto, se confrontato con il progetto di cui ho parlato prima, pur essendo più schematico e meno completo, ha innegabilmente con quello parecchi punti in contatto, per cui ne potrebbe costituire una prima stesura, una prima bozza. Forse, anche in seguito all'intervento del Prof. Chabod il documento si è andato completando ed è stato redatto in articoli (il primo aveva la forma del memoriale). Queste sono, naturalmente supposizioni che, in parte coincidono con quelle già espresse dal giornale Lo Partisan nel 1945, riportate da Zanotto. Manca per ora una precisa documentazione al riguardo. Esse possono, tuttavia, essere confortate dalle seguenti osservazioni: a) c'è perfetta corrispondenza sulle competenze attribuite dai due testi al Presidente del Consiglio della circoscrizione, al Consiglio e alla Giunta, così pure per quanto si riferisce all'elezione del Consiglio circoscrizionale, che è riservata ai Consigli comunali47 b) perfetta corrispondenza tra i due testi è riscontrabile anche in tema: 1) di scioglimento del Consiglio circoscrizionale; 2) del conferimento dell'incarico dell'amministrazione, in simile evenienza, ad un commissario straordinario ed all'indizione di nuove elezioni entro il termine di 60 giorni; 3) del parere riservato al Consiglio della circoscrizione sui «progetti di provvedimenti legislativi e regolamentari concernenti la Valle d’Aosta» ; 4) di diritto riconosciuto alla circoscrizione di «avere una rappresentanza di almeno due deputati all' Assemblea Nazionale». 5) di poteri attribuiti al Consiglio della circoscrizione in materia di ordine pubblico c) di parificazione delle lingue italiana e francese e di ordinamento scolastico; d) di regolamentazione delle acque pubbliche e delle miniere che formano oggetto di «concessione gratuita e perpetua alla circoscrizione Valle d’Aosta». Da notare, a questo proposito che, nel testo riportato da Canotto, con le miniere sono considerate anche le «cave e sorgenti minerali», che non si trovano più citate nell'altro testo. Per quanto concerne le «acque minerali» si può pensare ad una omissione determinata dal fatto che, giuridicamente, esse possono essere incluse nella voce più ampia di «miniere». Analogo discorso non ritengo, invece, di poter fare per le cave per cui non mi spiego come mai siano state depennate dal secondo testo. Le origini. cit pag 52 e la nota 130. in calce alla stessa pagina Si segue la proposta di Mons Stévenin Sarebbe quindi superato il principio, già sostenuto dal Prof. Chabod nel suo progetto e poi inserito nello Statuto del 1948 (art 16.2° comma), per cui per l’esercizio elettorale attivo può essere stabilito il requisito della residenza nel territorio della regione per un periodo non superiore a un anno e per l’eleggibilità, quello della nascita o della residenza per un periodo non superiore a tre anni 46 47 e) di trasferimento «in proprietà della circoscrizione» dei boschi di proprietà dello Stato. Da notare che entrambi i testi precisano che la circoscrizione «provvederà alla tutela del patrimonio forestale come della fauna e della flora». f) di costituzione della zona franca. Il testo pubblicato da Zanotto prevede poi una norma importantissima che appare per la prima volta in un progetto di Statuto e che non si trova, invece nell'altro testo: la facoltà accordata alla «regione valle d’Aosta» (sic) di «emanare regolamenti e norme in materia locale». In un fascicolo di documenti che l'Istituto Storico della Resistenza in Valle d’Aosta ha avuto dagli eredi del compianto prof. Alessandro Passerin d'Entrèves, ci sono alcune «Osservazioni sul testo proposto dalla Comm. Ministeriale per l'autonomia valdostana» . Queste osservazioni secondo Passerin d'Entrèves sono attribuibili a Chabod. Nel documento, infatti, dopo la parola «osservazioni» è scritta tra parentesi di pugno dello stesso d'Entrèves «forse di F. Chabod». Un'altra annotazione dello stesso d'Entrèves informa che il testo è stato approvato dal Consiglio dei Ministri l'11 luglio 1945, il che contrasterebbe con quanto risulta dal verbale della seduta riportato nella nota 45. Ecco il testo di queste osservazioni: Articolo 1 L 'adozione del termine «circoscrizione» anziché «regione» non ci sembra felice. Verrebbe male interpretato dai Valdostani. Comporterebbe inoltre l'abbandono del termine «presidente regionale», che stava già diventando popolare; a meno che si ritenga di adottare quello di «presidente della Valle d’Aosta». Articolo 2 Converrebbe omettere il disposto «I consigli comunali della valle sono eletti secondo la legge elettorale comunale italiana». E' infatti una delle aspirazioni più vive di queste popolazioni (aspirazione sancita dalla nota «dichiarazione» di Chanoux) che l'esercizio delle funzioni politiche ed amministrative locali sia affidato ad elementi originari del luogo o aventi ivi una residenza stabile di un determinato numero di anni. Coll'omettere il disposto citato si lascia la questione impregiudicata, e questa potrà eventualmente essere oggetto di apposite norme che tengano conto delle separazioni suddette. Articolo 3 Converrebbe, almeno per la fase transitoria in questione, predisporre la nomina di un Vice-Presidente accanto al Presidente. Articolo 6 Riterrei necessario inserire, nell'ultimo periodo, dopo «commissario straordinario», l'inciso «con sole funzioni di ordinaria amministrazione» e ciò allo scopo di prevenire eventuali timori di azioni di imperio da parte del governo centrale. Articolo 7 Si desidererebbero garanzie precise circa il valore e l'efficacia del «parere» richiesto al Consiglio circa i provvedimenti concernenti la Valle d’Aosta. Altrimenti non si vede a che cosa tale parere possa ulteriormente servire. Potrebbe essere ammesso un diritto di «veto» contro tali provvedimenti? Articolo 10 Riterrei necessario inserire, alla fine del penultimo periodo, e dopo le parole «impianti medesimi», l'inciso «sentita la commissione di cui al I° capoverso»; e ciò allo scopo di evitare decisioni unilaterali, lesive degli interessi della circoscrizione. Articolo 11 Riterrei opportuno aggiungere un ulteriore capoverso relativo ai problemi di carattere economico e fiscale, e precisamente «d) i provvedimenti necessari allo scopo di attuare una razionale e sostanziale riforma agraria ed il potenziamento delle industrie e dell'artigianato locali». Tali provvedimenti sono stati invocati espressamente nella «Dichiarazione» citata del Chanoux. Riterrei inoltre assolutamente necessario reintegrare nel testo il disposto del regolamento elaborato dai C.L.N. del Nord relativo alla facoltà della Regione (o circoscrizione) di imporre tributi locali. E fra questi non soltanto le tasse di soggiorno, turistiche ecc. già menzionate nel regolamento citato, ma anche imposte di consumo che, in vista della concessione della «zona franca», non inciderebbero troppo gravemente sul costo della vita e potrebbero costituire un cespite non indifferente di entrate per la circoscrizione. Articolo 14 E' quello che, nella sua attuale formulazione, solleverà certamente le più gravi critiche e il più serio malcontento. Concordo nella sostituzione della «concessione» alla «proprietà», e nella esclusione della concessione di sfruttamento a società straniere; e ritengo che ciò potrebbe venire spiegato all'opinione pubblica in maniera convincente. Ritengo peraltro, che per dare soddisfazione a questa e per evitare contestazioni che l'attuale assai equivoca formulazione dell'articolo fatalmente produrrebbe, il testo dovrebbe esser modificato come segue: «Tutte le acque pubbliche della. . . Valle d’Aosta sono date colla presente legge in concessione perpetua e gratuita alla. . . Valle d’Aosta la quale potrà farne oggetto di subconcessione a favore dei singoli richiedenti. I diritti acquisiti dagli impianti già esistenti in base a precedenti concessioni o riconoscimento di uso a termine delle norme vigenti non potranno essere alienati sino alla scadenza della concessione stessa, salvo che per l'imposizione di un sovracanone entro i limiti stabiliti nei commi seguenti. Nei casi di subconcessione per sfruttamento idroelettrico la circoscrizione non potrà applicare canoni che superino quelli che saranno stabiliti con successivo provvedimento legislativo, sentito il Consiglio della Circoscrizione. La subconcessione può essere subordinata anche all'impegno di fornire gratuitamente o a prezzo ridotto energia elettrica per servizi pubblici o per usi domestici o per l'artigianato locale. Le concessioni per usi potabili ed irrigui già esistenti non saranno soggette ad alcuna imposizione di canoni a favore dello Stato. Articolo 15 Alla fine del primo capoverso riterrei necessario aggiungere, per chiarezza ed in parallelismo a quanto disposto nell'articolo precedente, l'inciso seguente: «Analogo provvedimento si estenderà alla loro scadenza alle concessioni in atto». AVVERTENZA: Ritengo sarebbe necessario assicurarsi sin d'ora il consenso Alleato sul testo proposto, onde assicurare l'immediata esecutorietà». Schema di decreto legislativo luogotenenziale concernente l'ordinamento della Valle d'Aosta Con questo schema si inizia la fase conclusiva del lungo «iter» che si concluderà nel settembre del 1945 con la concessione dell'autonomia alla Valle d’Aosta. Copia di questo schema è reperibile presso l'Istituto storico della Resistenza in Valle d’Aosta (Fondo Chabod). Il testo, costituito da 16 articoli, ricalca molto fedelmente il primo testo proposto dalla Commissione nominata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, introducendo, però, il concetto di «Valle d'Aosta» e di conseguenza il concetto di «Consiglio della Valle», laddove nel testo precedente si parlava di «circoscrizione Valle d’Aosta» e di «Consiglio della circoscrizione». Articolo 1 Non contiene la motivazione per la quale la Valle d’Aosta è costituita in circoscrizione amministrativa autonoma («in considerazione delle sue condizioni geografiche, economiche e linguistiche del tutto particolari»), che si ritroverà nel testo definitivo. Il territorio della circoscrizione è quello «compreso tra i confini orientali del Comune Saint Martin (sic) e il Piccolo San Bernardo da una parte e la frontiera svizzera e la cresta spartiacque tra la Valle d’Aosta e il Canavese dall'altra». Manca ogni cenno alla soppressione della Provincia di Aosta e si precisa che «la Valle d’Aosta è corpo morale ed ha un ordinamento particolare. . . nel quadro dell'unità politica dello Stato italiano sulla base dell'eguaglianza dei diritti di tutti i cittadini italiani e dei principi democratici che ispirano la vita della nazione». Articolo 2 Stabilisce che il Consiglio, composto di 25 membri, è eletto «dai consiglieri comunali dei Comuni della Valle, in base alle norme che saranno all'uopo emanate». «Il Consiglio della Valle nomina nel suo seno un presidente e una giunta di 5 membri» . Articolo 3 Tratta della rappresentanza dell'ente e della possibilità che il Consiglio ha di «delegare alla Giunta alcune delle sue attribuzioni». Si prevede poi che «In caso di assoluta urgenza il Presidente può compiere atti di competenza del Consiglio o della Giunta, salvo ratifica da parte del Consiglio o della Giunta nella prima adunanza successiva al compimento dell'atto». Questo potere di compiere atti di competenza degli organi collegiali della circoscrizione (Consiglio e Giunta) attribuito al Presidente è stato ripetuto nel testo definitivo del decreto, ma non lo troviamo più nello Statuto. Si ritrova, invece, limitato però alle materie devolute alla competenza della Giunta, nell'articolo 30 del progetto di Statuto predisposto dalla segreteria generale dell' Amministrazione della Valle d’Aosta e nell'articolo 29 del progetto di Statuto approvato dal Consiglio della Valle48. Articolo 5 Stabilisce che la Valle d’Aosta è «esclusa dalla tutela dell'autorità governativa», ma manca qualsiasi cenno al controllo di legittimità «sull'attività amministrativa della Valle d'Aosta» come preciserà, invece, l'articolo 10 del decreto luogotenenziale. In caso di scioglimento del Consiglio prevede che le nuove elezioni saranno indette «entro il termine di sessanta giorni» , termine che sarà portato a tre mesi dal decreto. Articolo 6 48 Le origini.., cit. pp 192 e 201 Riconosce al Consiglio la competenza ad «a esprimere il proprio parere sui progetti dei provvedimenti legislativi e regolamentari concernenti la Valle d’Aosta». Di simile competenza, la cui importanza non ha bisogno di essere sottolineata, non si trova più alcuna traccia nel testo definitivo. Articolo 7 Assegna alla competenza del «Consiglio della Valle» il «mantenimento dell'ordine pubblico, a mezzo sia di reparti di polizia assegnati dal Governo, sia di reparti di polizia locali». E' ancora compito del Consiglio provvedere «al funzionamento della pubblica amministrazione in tutti i rami, tanto in quelli gestiti attualmente dalla provincia quanto in quelli già gestiti dallo Stato». Tra questi ultimi restano esclusi «i servizi dell'amministrazione militare, dell'amministrazione della giustizia, delle poste e dei telegrafi, delle strade statali e delle comunicazioni, nonché i servizi dei tributi erariali». Viene anche riservata alla competenza del Consiglio la nomina e la retribuzione «dei funzionari dei servizi pubblici eserciti dalla circoscrizione». Sempre nello stesso articolo viene ancora escluso ogni controllo sul bilancio predisposto ed approvato dal Consiglio ed è pure fissato il principio del «reclutamento territoriale» delle truppe stanziate in Valle. E' tempo sprecato cercare simili disposizioni nel testo definitivo del decreto luogotenenziale. Man mano che il tempo passa il centro cerca di recuperare quanto gli potrebbe essere sottratto, con un eccessivo decentramento di funzioni alla periferia. Sarebbe interessante, e forse un giorno qualcuno potrebbe accingersi ad effettuare le necessarie ricerche, sapere per opera di chi, come e con quali motivazioni sono sparite dal testo definitivo del decreto luogotenenziale competenze ed attribuzioni che durante e subito dopo la guerra di Liberazione, sembrava che lo Stato volesse riservare alla «circoscrizione Valle d’Aosta» , come la chiamavano allora. Articolo 8 Riserva a «commissioni composte dal capo dell'ufficio delle imposte dirette, presidente, e due delegati del Consiglio della Valle» il compito di provvedere all'«accertamento ai fini delle imposte dirette». Il testo definitivo riserverà tale compito a «organi collegiali elettivi a norma delle vigenti disposizioni». Lo Statuto (art. 13) stabilirà, invece, che «ai fini dell'accertamento delle imposte dirette erariali, gli uffici finanziari dello Stato nella Regione comunicano alla Giunta la lista dei contribuenti. . .» . Alla Giunta è riconosciuta la facoltà di completarla e rettificarla «aggiungendovi coloro che furono omessi... e cancellandone coloro che... indebitamente iscritti... ne debbono essere esclusi». A margine vi è la seguente annotazione di pugno del Prof. Chabod: «D. Lg. 8 maggio '45 n. 77 Gazzetta Ufficiale n. 37: Commissioni elettive» Articolo 9 Tratta del riparto delle entrate erariali tra lo Stato e la Valle (nel decreto la materia è regolamentata dall'articolo 15) e della concessione di un «eventuale contributo annuo dello Stato che si rendesse necessario per fronteggiare le spese previste dal comma precedente». La determinazione della misura del contributo è rinviata ad un successivo provvedimento legislativo. E' contemplata, inoltre, l'eventualità, non più considerata nel decreto, di concedere: a) contributi per «sopperire alle necessità della ricostruzione della Valle»; b) b) sgravi fiscali a favore della piccola proprietà agraria e dell'artigianato. Non vi è alcun cenno alla possibilità di autorizzare la Valle «ad istituire imposte speciali, osservando i principi dell'ordinamento tributario vigente» come leggiamo, invece nel decreto. Analoga possibilità è contemplata nell'articolo 12, secondo comma dello Statuto49. Articolo 10 E' l'articolo che regolamenta il bilinguismo della Valle. Stabilisce che «nella circoscrizione Valle d’Aosta sono parimenti ufficiali la lingua italiana e quella francese» . Il concetto della parità ufficiale delle due lingue non sarà più riportato nel decreto che stabilirà non la parità o l'ufficialità delle due lingue ma si limiterà a consentire il «libero uso della lingua francese nei rapporti con le autorità politiche, amministrative e giudiziarie». La perfetta parità tra le due lingue sarà, però, ripristinata dell'articolo 38 dello Statuto. Articolo 11 Si occupa dell'ordinamento scolastico e delle relative competenze della pubblica amministrazione nella importante materia. Ai Consigli comunali è riservata la competenza della nomina degli insegnanti delle scuole elementari; al Consiglio della Valle spetta, invece, la nomina degli insegnanti delle scuole medie50. E' considerata la possibilità che siano «ammesse ad insegnare nelle scuole della Valle d'Aosta anche persone di nazionalità non italiana, previo gradimento del Ministero della pubblica istruzione», limitando, però, tale facoltà «solo a favore di cittadini di quegli Stati che accordino un trattamento di reciprocità ai cittadini italiani». Nulla di tutto questo nel decreto luogotenenziale. Quali i possibili motivi? Probabilmente la mancanza di norme che regolamentassero l'inserimento di personale appartenente ad altro Stato nei ruoli del personale della scuola pubblica e la volontà di conservare poteri che lo Stato centralizzato mal accettava di vedersi tolti. Sono ipotesi, ma non mi sembrano del tutto campate in aria. Resta il fatto che la soppressione della suddetta facoltà ha tolto alla Valle d’Aosta la possibilità di disporre di qualificati insegnanti di lingua francese che avrebbero potuto non solo insegnare bene la lingua agli studenti ma avrebbero anche potuto essere di valido aiuto agli insegnanti, specie a quelli più giovani, ai quali il fascismo aveva negato la possibilità di apprendere bene la lingua francese che, anzi era stata completamente bandita dalla scuola, e non solo dalla scuola, completando un'opera deleteria già iniziata subito dopo l'Unità d'Italia51. Articolo 12 Riconosce alla «circoscrizione Valle d'Aosta» il diritto a una rappresentanza di almeno due deputati all' Assemblea Nazionale». Articolo 13 Rinvia, per quanto non previsto nel decreto, alle disposizioni vigenti per la provincia, «comprese quelle relative alla imposizione dei tributi a questa spettanti». Articolo 14 Stabilisce che «fino a quando non sarà possibile effettuare le elezioni amministrative, il Consiglio della Valle è nominato dal Presidente del Consiglio dei Ministri su designazione dei partiti che compongono il Comitato di Liberazione di Aosta». Cfr Art 12, 2° comma Statuto 1948 «La Valle può istituire proprie imposte o sovrimposte osservando i principi dell'ordinamento vigente» 50 E' evidente, su questo punto. L’influenza dei progetti di Statuto di Mons Stévenin o del CLN Piemontese 51 Sulla lotta contro la lingua francese in Valle d. Aosta e sulle iniziative, intraprese a sua difesa cfr F Bérard La langue française dans la Vallée d'Aoste, a cura di T Omezzoli e JC Perrin, La ligue valdôtaine, nella serie. Cahiers, cit 1974 49 Il secondo comma stabilisce: «Il Consiglio nomina nel suo seno il Presidente e la Giunta», ripetendo una norma già contenuta nell'articolo 2 «(II Consiglio della valle nomina nel suo seno un presidente e una giunta di 5 membri»). Articolo 15 Riconosce al Consiglio anche «nella formazione prevista dall'articolo precedente» la facoltà di provvedere alla revisione delle circoscrizioni comunali « basata di massima sullo stato di cose esistenti prima del 1922» . e di ripristinare «nella loro forma originale i nomi di località, soppressi o modificati dal passato regime» . . Articolo 16 Dice testualmente «Il presente decreto entra in vigore alla data della restituzione della provincia di Aosta all'Amministrazione del Governo italiano ed anche anteriormente se ciò sia disposto dal Governo Militare Alleato» . Sempre presso l'Istituto Storico della Resistenza esiste un'altra copia di «Schema di D.D.L. concernente l'Ordinamento della Valle d’Aosta (secondo le direttive impartite dar Consigli dei Ministri nella riunione del 9 agosto 1945»). Contiene alcune aggiunte e modifiche scritte a matita. Mentre il testo postillato corrisponde esattamente al testo definitivo del D.L.L. 7 settembre 1945, n. 545, il documento nella sua stesura originaria rappresenta un momento immediatamente antecedente al testo definitivo. Può essere, quindi, interessante valutare le trasformazioni cui è stato sottoposto il testo dalla fase di bozza a quella definitiva. Restano inalterati rispetto al testo del decreto approvato gli articoli 1.2, 3, 4, (salva la sostituzione al secondo comma del termine «devoluti» con il termine «attribuiti» ) laddove si parla di servizi di competenza della Valle), 5. 6,7, 8, 9 (dove l'espressione «Comitato di collaborazione» è sostituito dall'espressione«Comitato di Coordinamento», 11, 14,15, 16,17, 18 e 23. Gli articoli 19 (dove si legge la Valle d'Aosta «ha diritto ad una rappresentanza di almeno un deputato nella Assemblea Costituente», anziché «avrà»). 20, 21 e 22 trovano nel testo definitivo una diversa numerazione, diventando rispettivamente 22, 19, 20, 21; Il testo definitivo sarà, inoltre, suddiviso in Capi (I - Disposizioni generali. II Organi e attribuzioni, III Disposizioni transitorie ). Gli articoli modificati sono i seguenti che qui riportiamo nel testo della bozza. Articolo 10 L'attività amministrativa della «Valle d’Aosta» non è soggetta al controllo di merito da parte dell'autorità governativa. La vigilanza sull'attività degli organi della Valle e il controllo di legittimità sugli atti relativi sono esercitati dal Comitato previsto nell'articolo precedente , che può disporre ispezioni, anche a mezzo di funzionari delegati. Restano ferme, nei riguardi dell'attività amministrativa della «Valle d’Aosta» , tutte le guarentigie giurisdizionali previste dalla legge dello Stato. Con separato provvedimento legislativo saranno determinati gli organi ai quali verranno devolute le attribuzioni giurisdizionali attualmente spettanti alla Giunta provinciale amministrativa e al Consiglio di prefettura. Articolo 12 I cambiamenti sono legati ad una diversa formulazione della premessa rispetto al testo definitivo: «Salve le attribuzioni delle amministrazioni comunali, rientrano nelle competenze amministrative della «Valle d’Aosta», osservate le leggi ed i regolamenti dello Stato e della Valle. . .» (segue I'elencazione del tutto simile a quella del testo definitivo). Sempre l'articolo 12 chiude con il seguente comma non più riportato nel decreto luogotenenziale: «Restano riservati allo Stato tutti gli altri servizi non indicati nei numeri precedenti o in altre disposizioni del presente decreto». Articolo 13 Nel quadro delle leggi generali dello Stato, il Consiglio della Valle può emanare norme giuridiche, anche in deroga alle leggi particolari vigenti, per disciplinare i servizi assunti dalla Valle. La ripartizione concreta tra lo Stato e la Valle dei servizi indicati nell'articolo precedente e le modalità dell'assunzione da parte della Valle dei servizi indicati nell'articolo precedente saranno determinate con separati provvedimenti legislativi. Il testo definitivo dell'articolo 13 reciterà invece: «Le modalità dell'assunzione da parte della Valle dei servizi indicati nell'articolo precedente saranno determinate, con separati provvedimenti legislativi. In tale occasione o con successivi provvedimenti legislativi saranno precisate le materie che potranno essere disciplinate dal Consiglio della Valle con norme giuridiche proprie, anche in deroga alle leggi vigenti». Il Decreto legislativo luogotenenziale 7 settembre 1945, n. 545 Il 7 settembre 1945 viene emanato il decreto legislativo luogotenenziale. n. 545, con il quale dai progetti si passa al primo atto normativo concernente l'ordinamento amministrativo della Valle d'Aosta, che è «costituita in circoscrizione autonoma. . . » . Lo stesso giorno questo decreto è completato da un altro, il 546, che tratta: a) della concessione gratuita per novantanove anni alla Valle di Aosta di tutte le acque pubbliche esistenti nel suo territorio, escluse quelle che «abbiano già formato oggetto di riconoscimento, di uso o di concessione. . .» : b) della possibilità per la Valle di ottenere, a domanda, in «concessione gratuita, per novantanove anni, le miniere esistenti nel territorio della Valle stessa»52 con esclusione di quelle già concesse; Il D LL 7 settembre 1945, n 546 regolamentava, oltre la materia delle acque (artt 1-2) e delle miniere (art 3), anche l'importante problema della «zona franca» Inoltre, l'art 5 prevedeva un concorso da parte dello Stato, da stabilire con separato provvedimento legislativo, per sopperire alle necessità della ricostruzione in Valle Cfr Codice della Regione Valle d'Aosta, Edizioni Musumeci. Aosta, 1971, pp 449-450, 686-688, e pag 743. I decreti sull'autonomia valdostana del 7 settembre 1945 sono due il numero 545 che tratta espressamente dell'ordinamento amministrativo e il numero 546 relativo ad «agevolazioni di ordine economico e tributario a favore della Valle d. Aosta» Sui motivi che hanno consigliato di suddividere l'insieme dei provvedimenti riguardanti la Valle d'Aosta in due parti distinte, che devono formare due distinti decreti. in un ampio promemoria di circa 5 cartelle dattiloscritte, anonimo, di cui copia è conservata presso l’Istituto Storico della Resistenza. di Aosta, si legge «da una parte, si pongono provvedimenti per concretare l'autonomia amministrativa e linguistico-culturale della Valle; dall'altra, provvedimenti di carattere economico, che non intendono affatto creare una autonomia economica della Valle stessa (che sarebbe assurda) La carta dell'autonomia potrà anche avere e servire da precedente per carte consimili, per altri nuclei alloglotti o addirittura allogeni; i provvedimenti economici sono invece strettamente aderenti alle caratteristiche locali. Rimanendo come sono ora in un unico testo provvedimenti di carattere amministrativo e culturale e provvedimenti di carattere economico si potrebbe avere l'impressione errata che necessariamente l'autonomia amministrativa debba recare con sé anche quei tali specifici provvedimenti economici; la distinzione in due testi diversi impedisce una siffatta confusione» 52 c) la collocazione del territorio della Valle fuori della linea doganale e la costituzione dello stesso in zona franca, con rinvio ad un successivo provvedimento (che non è mai stato emanato) delle modalità per la sua attuazione. Successivamente, nel periodo che va dal dicembre 1945 all'aprile 1947 sono state emanate altre norme statali attinenti a: a) regolamento dei rapporti patrimoniali e finanziari tra la Valle d’Aosta e la Provincia di Torino e la sistemazione del personale già appartenente alla Provincia di Aosta53; b) ordinamento delle scuole e del personale insegnante della Valle d’Aosta e istituzione di una Sovrintendenza agli Studi54; c) ordinamento degli uffici di conciliazione della Valle d’Aosta55; d) istituzione della Giunta Giurisdizionale Amministrativa della Valle d’Aosta56; e) e) devoluzione alla Valle di alcuni servizi57; f) ordinamento delle professioni di guida alpina, di portatore alpino e di maestro di sci nella circoscrizione della Valle d’Aosta58. Sono provvedimenti questi, oltre ad alcuni altri con i quali vengono assegnati alla Valle alcuni contributi speciali e straordinari, sull'esame dei quali sorvolo in quanto esulano da questa ricerca che è dedicato ai «progetti di autonomia» e non anche alle norme giuridiche emanate in materia. Critiche al D.L.L. 7 settembre 1945, n. 545 Mi sembra opportuno, prima di procedere oltre, accennare a «osservazioni e confronti» che ho rinvenuto su alcuni fogli dattiloscritti presso l’Archivio Storico Regionale. Si riferiscono al citato decreto luogotenenziale del 7 settembre 1945, n. 545, che viene confrontato con l'autonomia «deliberata dai C.L.N. di Torino e di Milano»59. Trascrivo testualmente: «Autonomia Valdostana / Osservazioni e confronti / L 'autonomia deliberata dai C.L.N. di Torino e di Milano aveva una forma concreta, determinata. Quella venutaci da Roma è subordinata a non meno di 7 Decreti da venire perchè si sappia quale è la sua vera e reale fisionomia. Enumeriamo i detti Decreti: 1) Decreto-legge per fissare il modo di elezione del Consiglio della Valle (art. III) 53D L L 2 novembre 1945, n 741 Cfr Barbagallo, Codice, cit pp 197 e 204 D.L.C.P.S 11 novembre 1946, n 36'5, Barbagallo Codice cit pag 881 Con tale decreto si provvede all'«Ordinamento delle scuole e del personale insegnante della Valle d'Aosta» ed alla «Istituzione, nella Valle stessa, di una Sovrintendenza agli studi» 55 D.L.C.P.S 15 novembre 1946 n 335, Barbagallo Codice, cit pag 87 (in nota) 56 D LC PS , 15 novembre 1946, n 367 Barbagallo Codice, cit pp 155-159. E. relativo alla «Istituzione della Giunta Giurisdizionale amministrativa della Valle d. Aosta» le cui attribuzioni in sede amministrativa sono state definite, con legge 1 marzo 1949, n 76 Cfr Barbagallo Codice cit pp 159-160. Le norme sulla G.G.A della Valle d'Aosta sono state. in gran parte dichiarate incostituzionali con sentenza della Corte Cost n 33 dell’9 aprile 1968 Cfr Barbagallo Codice. cit pp 1144-1145. 57 D.L.C.P.S 2 novembre 1946, n 532. Barbagallo, Codice, cit pag 161 58 D.L.C.P.S l aprile 1947, n 218 - Ordinamento delle professioni di guida alpina di portatore alpino e di maestro di sci nella circoscrizione Valle d’Aosta. Barbagallo Codice, cit pag 771 59 AMR Fonds Page 2/38 (1946, 17avril) 54 2) Per determinare gli organi che avranno le attribuzioni della Giunta Provinciale Amministrativa e del Consiglio della Prefettura (art. V)60. 3) Per effettuare la divisione delle entrate tra lo Stato e la Valle d'Aosta (art. X)61. 4) Per stabilire le modalità dei servizi a carico della Valle (art. XIII) 5) Per determinare le disposizioni che cadono sotto la giurisdizione del Consiglio della Valle (art. XIII) 6) Per fissare le condizioni della zona franca (art. V secondo decreto)62 7) Per stabilire le condizioni delle subconcessioni delle acque lasciate in uso alla Autonomia» (sic). Seguono, poi, tutta una serie di «confronti tra le deliberazioni dei C.L.N.I. ed i Decreti di Roma». Si tratta di un testo dattiloscritto di circa 4 pagine che è datato 17 aprile 1947. In questo confronto oltre alle osservazioni che ho riportato sopra ve ne sono numerose altre tra cui mi limito a citare le seguenti: «C.L.N.I. Il Presidente è incaricato del mantenimento dell'Ordine Pubblico. ROMA Stabilisce la sorveglianza poliziesca del Governo sulla Valle. C.L.N.I. Concede al Consiglio della Valle larga ed assoluta libertà di azione, esso prepara ed approva i suoi bilanci fuori di qualsiasi controllo. ROMA Istituisce al disopra del Consiglio della Valle il Comitato detto di coordinamento, con due membri del Governo ed uno solo della Valle, il quale Comitato sorveglia, controlla il Consiglio. C.L.N.I. Ha concesso alla Valle due deputati. ROMA Uno solo. C.L.N.I. Ammette all'art. 563 che le acque sono di proprietà pubblica regionale. . . ROMA Concede alla Valle l'uso gratuito per 99 anni delle acque non ancora concesse. Cosa resta alla Valle? C.L.N.I. Ci prometteva la zona franca senza restrizioni, secondo modalità da stabilire. ROMA Concede la zona franca, ma riserva allo Stato le imposte di fabbricazione, di consommazione (sic), d'entrate e i diritti sui monopoli64. Che cosa ci resta? La tenue esenzione del dazio. Il Governo si riserva i frutti dell'albero e ci lascia le foglie». Il testo così conclude: «Limitiamo a questo punto le nostre osservazioni i nostri confronti. I C.L.N.I ci avevano fatto concepire delle speranze. I Decreti Governativi ci hanno recato sorpresa e procurato disillusioni. Perciò la Valle d’Aosta ha visto nei Decreti del Governo la continuazione di quella politica ondeggiante fatta di promesse e di persecuzione ora subdola, ora aperta, usata nei suoi confronti sino al 1860, e cioè sin da quando la Valle fu staccata dalla Savoia e che i Re di Sardegna sono diventati Re d'Italia. La norma di rinvio è contenuta nell'art 10 del DLL 7 settembre 1945, n 545 cfr Barbgallo Codice cit. pag. 70 La norma di rinvio è contenuta nell'art 14 del DLL 7 settembre 1945, n 545 cfr Barbgallo Codice cit. pag. 71 62 La zona franca è stata prevista dal1'art 4 del D L L 7 settembre 1945, n 546, cfr Barbagallo Codice cit. pag. 449 63 Trattasi dell'art 8 del progetto del CLN Piemontese 64 Il riferimento è al 3° comma del D L L 7 settembre 1945, n 546 ove si legge «II beneficio della zona franca non comprende l'esenzione dalle imposte erariali, di fabbricazione, e di consumo e dai diritti sui generi di privativa, né dall'imposta generale sulle entrate» Cfr Barbagallo, Codice, Cit pag 449 60 61 Non è dunque da meravigliarsi se oramai la fiducia dei valdostani nei vari Ministeri è venuta meno e se si dimostra insoddisfatta di una Autonomia monca, non vitale, e se domanda che sia migliorata e garantita. Non ha promesso il Presidente del Consiglio, recentemente, la garanzia internazionale alla autonomia di Zara e Trieste? E perchè dunque una simile domanda viene considerata come un delitto perchè chiesta da Valdostani? Forse avremo (sic) avuto miglior fortuna se chi ha negoziato a Roma la nostra autonomia in colloqui che son durati dal 20 maggio al 26 agosto avesse avuto il buon senso di allestire un bilancio preventivo e far presente come una Autonomia se non le vengono concesse delle rendite vere, reali effettive, non esiste, forse, diciamo, dalle officine di Roma non sarebbe venuto fuori quell'art. XIV, contro il quale si è levata, si può dire unanime, l’Assemblea dei Sindaci e dei notabili, tenuta ad Aosta il26 agosto u.s. in cui fu data conoscenza dei Decreti per l’Autonomia della Valle. Da allora si puntò contro il Dott. Chabod che si dichiarò responsabile di tutte le modificazioni fatte a Roma alle deliberazioni dei Comitati di Liberazione di Torino e di Roma (sic)»65. Di tutt'altro tenore sono le critiche contenute in un altro documento dattiloscritto, di cui copia è stata rintracciata presso l’Archivio Centrale dello Stato (A.C.S. Pres. Cons. Min. b 124 fasc. 6.1/1). E' anonimo e contenuto in 10 pagine dattiloscritte. In alto a sinistra sulla prima pagina c'è la seguente annotazione a matita «Pervenuto in Archivio in data 1/10/1946. Atti». E' intitolato «Note riservate sullo schema di provvedimento relativo alla « Valle d'Aosta» . E' suddiviso in due parti: A) - Considerazioni sulla struttura attribuita dallo schema alla Valle d’Aosta in rapporto alle varie forme di autonomia costituzionale ed amministrativa. B) - Osservazioni sui principi informatori dello schema di provvedimento relativo alla «Valle» . Ne riporto alcuni stralci. «Lo schema di provvedimento relativo alla istituzione di una «circoscrizione Valle d'Aosta» non appare fondato su un sicuro e preciso inquadramento costituzionale ed amministrativo del fenomeno che intende regolare. Non appare innanzi tutto che le norme permettano di considerare la circoscrizione della «Valle» come elemento componente di uno stato a tipo federale, in quanto può sicuramente ritenersi che manchi ad essa la qualifica di stato che, come è noto, è in connessione con l'esercizio sovrano dei tre poteri fondamentali: legislativo, amministrativo e giudiziario. Ed, invero, mentre può riconoscersi all'organizzazione progettata l'esercizio di ampi poteri dal punto di vista amministrativo, altrettanto non può dirsi rispetto alle due altre funzioni, che rimangono completamente, salvo qualche lieve eccezione, nella titolarità e nell'esercizio dello Stato italiano. E' parimenti sicuro che la sistemazione contenuta nel progetto non permette di concepire che alla «Valle» sia attribuita una forma di autonomia nazionale, che si riscontra in alcuni gruppi minoritari e che trova la sua più tipica attuazione nei confronti del territorio dei Ruteni, nella Russia subcarpatica...». Spiega, quindi, che tale forma di autonomia si chiama nazionale essendo «caratterizzata fondamentalmente dalla nomina da parte del Presidente della Repubblica cecoslovacca di un vero e proprio capo di Stato, il Della riunione del 26 agosto 1945 parla diffusamente A Zanotto nella «Premessa» alla pubblicazione Le origini. . . più volte citata e alla quale rimandiamo il lettore 65 quale risponde peraltro costituzionalmente nei confronti di una Dieta autonoma, liberamente eletta dai componenti i gruppi minoritari. E' chiaro che una tale situazione non ricorre rispetto alla « V alle» . . . Non sopperisce nemmeno all'inquadramento giuridico della «Valle» il ricorso alla figura dell'ente Regione, la cui invocabilità deve escludersi per il rilievo specifico e testuale che lo schema...fa riferimento «per quanto non previsto» in esso, alle disposizioni vigenti relative alla provincia e dimostra, attraverso questo riferimento, di operare l'inquadramento dell'organizzazione della Valle in un tipo di ente autarchico molto lontano però dall'ente regionale». Le considerazioni che precedono portano l'autore delle «note» a ritenere che «la figura più idonea ad inquadrare, sotto taluni aspetti, l'ordinamento dato alla Valle dallo schema sia quella dell'ente autarchico territoriale. Va peraltro precisato che a tale figura, sono apportate un complesso di deroghe in ordine ad alcuni punti fondamentali, come quello della mancanza di qualsiasi controllo da parte dello Stato e delle attribuzioni all'Ente Valle di talune funzioni fondamentali dello Stato (in materia, per es. , militare, tributaria e di polizia), che inducono necessariamente alla conclusione che la figura risultante dalle norme in discorso costituisca un ibrido tale da non poter trovare alcun riferimento nei noti schemi di diritto costituzionale ed amministrativo» . Passando, poi, alle «osservazioni sui principi informatori dello schema, l'autore delle «note» osserva, in linea generale che «l'amplissima autonomia concessa alla Valle assumerebbe aspetti di eccezionale gravità non tanto nei riflessi propri della Valle stessa, quanto nei rispetti delle altre zone di confine, nelle quali. . . verranno a trovarsi minoranze vere e proprie, etniche e linguistiche, non semplicemente alloglotte come le pseudo minoranze valdostane. . . Prima di stabilire un precedente tanto pericoloso sembra pertanto opportuno che l'autonomia delle minoranze venga considerata nei suoi aspetti generali per addivenire, se del caso, alla emanazione di una fondamentale legge in materia, valevole per tutte le regioni di confine aventi nel proprio territorio gruppi minoritari». Vi sono poi critiche su vari punti del decreto, che si possono così riassumere: a) «Lo schema... sancisce il netto distacco della «Valle» dallo Stato e tuttavia addossa allo Stato oneri finanziari non lievi, pretendendo. . . che l'amministrazione statale prelevi dai suoi contribuenti tutte le tasse e le imposte possibili e ne eroghi una parte ad esclusivo favore dei nativi di una regione, disinteressandosi persino dal vigilare se le somme erogate siano poi effettivamente spese a scopi pubblicistici». b) «Lo schema esclude qualsiasi ingerenza governativa sulla «Valle» talché allo Stato mancherebbe qualsiasi possibilità di essere informato sull'andamento della cosa pubblica della « Valle» : nessun organo governativo infatti verrebbe tollerato. . .» . c) « Ma l'assoluta mancanza di principii. . . balza evidente dalla contraddizione esistente tra l'enorme diffidenza contro il governo centrale ed il conferimento ad esso del potere di scioglimento della rappresentanza senza le garanzie che, a salvaguardia dell'autonomia locale, erano stabilite dalla legge comunale e provinciale del 1915. . . Occorre domandarsi che ne sarà della «vigilanza» , vale a dire nel controllo di legittimità. . . La verità è che non risulta possibile creare un ente pubblico svincolato da controlli statali: questa del controllo è caratteristica essenziale degli enti che dello Stato ripetono la vita e, nel caso in esame, parte dei mezzi di esistenza. d) «Che dire, inoltre, della enorme confusione di concetti che informa la ripartizione dei compiti e dei servizi tra Stato e « Valle»? . . . Da un punto di vista generale, è da osservare che la ripartizione delle attribuzioni e dei servizi fra Stato e circoscrizione va positivamente stabilita, ponendo ben preciso il concetto che i compiti fondamentali di uno stato unitario non possono essere esercitati in comunione con nessuno altro ente» . e) «Quanto all'interferenza degli organi della «Valle» nella legislazione. . . , va notato che le proposte formulate in materia dalla Commissione per la riforma dell' Amministrazione danno ben maggiore importanza all'intervento regionale nella funzione legislativa, in quanto prevedono che la rappresentanza dell'ente possa addirittura proporre al Governo l'emanazione di leggi concernenti l'assetto amministrativo e la vita economica della regione». f) «Lo schema sancisce il principio di assicurare un minimo di rappresentanza politica della « V alle» nel Parlamento nazionale; principio che sarebbe giustamente invocabile soltanto se la «Valle» contenesse una minoranza etnica, che non ha» . g) « . . .le leggi amministrative italiane riservano, in massima, al potere legislativo,...di provvedere .per la nascita e l'estinzione dei Comuni. ...lo schema attribuisce, invece, al Consiglio della «Valle» la revisione delle circoscrizioni locali. . . Se dovesse attuarsi la concezione al riguardo seguita dallo schema, lo Stato ad un momento troverebbe, belle modificate, con le circoscrizioni comunali, anche quelle dei propri organi (preture, agenzie delle imposte, uffici del registro, ecc.) senza aver avuto neppure l'onere di essere interpellato». h) Circa le norme sull'uso della lingua, secondo l'autore delle «note», lo schema «si ispira a criteri semplicistici e dimostra di ignorare i complessi problemi ai quali la disciplina della delicata materia ha dato luogo in sede di tutela dei gruppi minoritari» . Sarebbe sufficiente, a suo dire, una «affermazione di principio relativa alla garanzia del libero uso della lingua ed affidare ad un provvedimento di ordine generale, . . .la più precisa disciplina dei multiformi aspetti ai quali dà luogo l’attribuzione dell'anzidetto diritto» . Propone, all'uopo, questa norma; «Nella circoscrizione della «Valle» è garantito il libero uso della lingua francese nelle relazioni private e di commercio, in materia di religione, di insegnamento, di stampa, o di pubblicazioni in genere e nelle pubbliche riunioni. Con altro provvedimento saranno stabilite norme relative al concreto esercizio della garanzia prevista nel comma precedente anche per quanto concerne l'uso della lingua innanzi ai tribunali, nei rapporti con le autorità amministrative e negli atti ufficiali» . Passando, poi, a trattare del secondo schema, relativo alle «agevolazioni», osserva che «si tratta di disposizioni che hanno rilevante importanza economico-finanziaria per lo Stato. Soltanto dei tecnici potranno dire se il costo generale di questi privilegi valga i benefici che la collettività nazionale potrà trarre dal complesso dei provvedimenti stessi» . Sulla zona franca osserva: «ciò che soprattutto impressiona è la sua vastità: tocca tuttavia agli esperti valutare quali ripercussioni potrebbe avere siffatta istituzione sull'industria e sul commercio delle regioni circostanti; alla Finanza di valutare il pericolo. . . circa la franchigia dei prodotti valdostani, sembrando che sotto l'etichetta della «Valle» non risulterà difficile contrabbandare su vasta scala prodotti che nella «Valle» facciano soltanto una piccola sosta». L'autore delle «note» conclude osservando che la «base della eguaglianza dei diritti tra tutti i cittadini italiani risulterebbe...sovvertita dagli enormi privilegi, politici ed economici, pretesi dalla Valle d'Aosta rispetto a tutte le altre regioni d'Italia. Contro un siffatto jus singulare c'è da attendersi critiche e proteste da parte di tutte le altre regioni, e soprattutto da parte di quelle nei confronti delle quali il Governo ha già concretato un decentramento di ben più modeste proporzioni. Se, pertanto, inderogabili ragioni di natura politica consigliassero di far luogo all'autonomia della Valle d’Aosta, realizzandone i lineamenti secondo gli inusitati criteri che informano gli schemi. . . , apparirebbe augurabile che tale esperimento fosse presentato come un primo passo verso la adozione del sistema federalistico, adatto, questo, a porre ogni parte del territorio nazionale in situazione giuridica di parità, rispetto a tutte le altre zone del territorio stesso» . Sull'augurio che chiude queste «note» penso che sarebbe stato perfettamente d'accordo anche Emile Chanoux, che avrebbe peraltro, e non solo lui, dissentito da quasi tutte le altre osservazioni. In Federalismo ed Autonomie Chanoux, commentando la «Dichiarazione di Chivasso» dopo aver detto che «i rappresentanti delle vallate alpine, parlando solo a proprio nome, hanno dichiarato di volersi costituire in cantoni autonomi» , aggiunge «Se, poi, altre popolazioni italiane vorranno fare altrettanto, ciò avverrà in conseguenza di una loro manifestazione di volontà, analoga» . Chanoux, quindi, e i partecipanti alla «riunione di Chivasso» non hanno mai preteso «privilegi, politici ed economici», solo per le popolazioni delle valli alpine, né hanno mai pensato di sovvertire il «principio della eguaglianza dei diritti tra tutti i cittadini italiani» . Il loro pensiero è ben chiaro al riguardo. Affermano, infatti, che sarà il popolo che dovrà dire: a) «quale assetto vuole dare allo stato italiano»; b) «quale raggruppamento politico vuole costituire nell'interno di questo Stato» . Tralascio qualsiasi altro commento, che tra l'altro esulerebbe dal campo di questa ricerca. Schemi di progetti, pro-memoria, volantini Nel periodo che va dalla fine del 1944 ai primi mesi del 1945 il problema dell'autonomia della Valle d’Aosta è stato oggetto di particolare attenzione da parte di un sempre maggior numero di persone. In tale periodo sono stati redatti progetti di statuto, note riguardanti singoli problemi, pro-memoria. Probabilmente molti di tali documenti non sono ancora noti. Di altri ho trovato traccia nel «Fonds Page» presso l’Archivio Storico Regionale. Meritano particolare attenzione alcune cartelline manoscritte, il cui testo è stato anche dattiloscritto, che portano i seguenti titoli: «L'Autonomie de la Vallée d'Aoste» e «Indépendance de la Vallée d'Aoste». Vale la pena di esaminarne il contenuto. Come si può agevolmente arguire dai titoli, i problemi della Valle d’Aosta vi sono esaminati da due punti di vista molto diversi. Mentre da una parte sono tratteggiati i punti cardine di una autonomia della Valle, dall'altra si prospetta una soluzione molto più drastica, si ipotizza, cioè, una Valle d’Aosta indipendente. Particolare interesse riveste il testo relativo alla «autonomia». In esso, sono, infatti, contenuti quelli che sono i punti salienti del progetto di Mons. Stévenin ed alcuni punti che troviamo nel progetto Chabod. Purtroppo, né i foglietti manoscritti, né le copie dattiloscritte sono datati. Chi ha provveduto alla loro classificazione li ha ritenuti del 1945, pur con un punto interrogativo. Dal contenuto il testo «L'Autonomie de la Vallée d'Aoste» potrebbe, a mio avviso, essere collocato tra il progetto Chabod (settembre del 1944) e il progetto Stévenin (primi mesi del 1945)66. Ma vediamone il contenuto. a) «L 'autonomie de la Vallée d'Aoste». E' un elenco di alcuni punti, per la precisione 9, che dovrebbero costituire i capisaldi dell'autonomia valdostana. Essi sono: 1) I confini: «La Région s'étend du Petit-Saint-Bernard à Pont-Saint-Martin et se trouve ainsi placée entre la Suisse, la France et l'Italie» (état intramontain»); 2) L'amministrazione che è affidata ad un Consiglio di 25 membri eletti dai Consiglieri dei Comuni. Il Consiglio nomina il suo Presidente e una Giunta di 5 membri. La durata del mandato del Presidente è di 5 anni («Le Conseil nomme son Président, dont le mandat expire après 5 ans et qui peut être renouvelé»). Questi 5 anni potrebbero anche essere riferiti alla durata del Consiglio, ma il pensiero dell'autore non è molto chiaro; 3) La lingua. Sono riconosciute quali lingue ufficiali sia la lingua francese che quella italiana; 4) Competenza del Consiglio. E' riferita agli «intérêts locaux en dehors de toute ingérence du pouvoir central». E' pure competente a trattare con gli Stati confinanti «pour tout ce qui concerne l'émigration, les échanges culturels et commerciaux»67; 5) Competenza impositiva. Il Consiglio può imporre «les taxes nécessaires à son développement». Non si prevede un riparto di entrate tra Stato e Regione. Le entrate tributarie sono della Regione alla quale è imposto il solo obbligo di versare «chaque année une contribution a l'Etat»; 6) Competenza dello Stato in materia di strade statali, ferrovie e servizi PP.TT. 7) La polizia locale è di competenza della Regione che vi deve provvedere «par ses propres moyens». Inoltre è prevista la completa smilitarizzazione della Regione. («La Région doit être démilitarisée et les troupes italiennes ne peuvent y séjourner»); 8) E' previsto l'addestramento militare «in loco» degli abitanti in base ad un piano predisposto dal Consiglio; 9) La Regione sarà rappresentata in Parlamento (nel testo è scritto «au Conseil d'Etat») da due delegati democraticamente eletti dal popolo. b) Di tutt'altro tenore il testo del documento «L 'indépendance de la Vallée d'Aoste» . AHR «Fonds Page» I/a/65 s.d. E' evidente l'analogia con il progetto di autonomia del Prof Chabod, ove nei capitoli «provvedimenti economici», si legge «occorrerà prendere in esame la possibilità di provvedimenti che aboliscano o riducano al minimo gli inciampi e le formalità di passaggio da una nazione all’altra così da permettere lo scambio continuo di turisti e di lavoratori tra la Val d’Aosta, Alta Savoia e Canton Vallese), Cfr Le origini, cit, pag 101 e R Chabod «Federico Chabod..» cit pp 26-27 e 46. Nel testo riportato da Chabod a pag 26, manca, però, l'accenno allo scambio «di lavoratori» 66 67 Inizia con l'elencazione delle motivazioni che potrebbero giustificare questa indipendenza: 1) « La Vallée d' Aoste forme un tout homogène au point de vue géographique, ethnique et historique. Elle a joui pendant des siècles de libertés et franchises. . . 2) Elle a été unie a l’Italie en 1860 et elle n'a pas eu à se louer ces 85 ans de l'administration (ingérence) italienne. 3) Elle désire se séparer aujourd'hui de l'Etat italien et vivre par ses propres moyens». Nel testo dattiloscritto, a quest'ultima frase sono state apportate alcune modifiche a matita per le quali la frase può essere letta come segue: «Elle désire former un petit état indépendant ou zone démilitarisée». Dopo le suddette motivazioni il testo continua con l’enumerazione dei vantaggi che, da una simile soluzione la Valle d’Aosta potrebbe ricavare. Questi vantaggi sono di diversa natura a seconda che siano presi in considerazione da un punto di vista interno o da un punto di vista internazionale. A) Da un punto di vista interno si otterrebbe: 1) la cessazione del dominio italiano in valle; 2) l'arresto della «nationalisation» di un popolo «farouchement attaché à son individualité et à ses traditions» ; 3) la valorizzazione a favore dei suoi abitanti di una zona ricca. B) Da un punto di vista internazionale si otterrebbero i seguenti benefici: 1) La creazione di un piccolo Stato neutrale, tra Francia, Svizzera e Italia avrebbe come conseguenza l'eliminazione di ogni motivo di attrito o di guerra; 2) sarebbe un interessante esempio di rispetto del diritto che i piccoli popoli hanno di vivere liberi ed in pace. I mezzi che consentirebbero al nuovo Stato valdostano di sopravvivere possono essere così sintetizzati: 1) esportazioni (elettricità, ferro, carbone, prodotti agricoli vari); 2) sviluppo delle risorse turistiche; 3) costituzione in zona franca per l'importazione di merci; 4) industria dei francobolli; 5) protezione delle Nazioni Unite. Sempre nel «Fonds Page»68, presso I' Archivio Storico Regionale, ho reperito altri due foglietti manoscritti, non firmati né datati, con in testa l'indicazione «Promemoria». Sono scritti in lingua italiana e contengono 10 punti che potrebbero essere serviti da scaletta per l'elaborazione di un progetto di autonomia. Eccoli: 1) « Demilitarizzazione ( sic ) della Valle» ; 2) Esenzione dei valdostani dal servizio militare. In sostituzione è previsto «l'obbligo. . .di effettuare per la durata di un anno un servizio obbligatorio di lavoro a favore della Regione»69; AHR «Fonds Page» l/a/66sd Il documento spiega con queste parole il perchè di questo servizio: «si ha così la possibilità di controllare direttamente per un anno le condizioni fisiche-morali-intellettuali di tutti i giovani di una classe». 68 69 3) La riserva delle «funzioni politiche. ..ad elementi originari del luogo o aventi residenza stabile di un determinato numero di anni». 4) «Facoltà alla Regione di accordarsi direttamente con le Regioni estere confinanti. . .» in materia turistica e doganale e per tutelare l'emigrazione; 5) Dichiarazione della regione quale «Zona Turistica». «Pertanto (per non aumentare nella Valle il proletariato) tutte le nuove industrie od iniziative commerciali dovranno avere l'autorizzazione del consiglio regionale» ; 6) « Zona Franca permanente e totale compresi i generi di monopoli e senza controlli valutari nella regione» ; 7) Proprietà di tutte le acque; 8) Concessione perpetua e gratuita delle «miniere, cave, sorgenti di acque minerali»; 9) Trasferimento in proprietà della Regione «dei boschi di proprietà dello Stato» ; 10) «Libero accesso o residenza. . . per ragioni di studio, turistiche, commerciali, industriali e cura» , ma «controllo per gli operai e impiegati che dovranno esibire un contratto di lavoro o impiego». Sono evidenti, nel promemoria, le analogie ed i riferimenti ad alcuni punti essenziali contenuti nella «Dichiarazione di Chivasso» , nel progetto di autonomia del Prof. Chabod o a principi sviluppati da Chanoux in «Federalismo ed Autonomie». In particolare: a) la riserva delle funzioni politiche ed amministrative ad elementi originari del luogo o con residenza stabile da un determinato numero di anni70; b) la possibilità per la regione di stipulare accordi «con le regioni estere confinanti»71; c) la proprietà delle acque72. Mancano, invece, ma si tratta come abbiamo rilevato, di un «Promemoria» e non di un progetto di autonomia né di Statuto, riferimenti agli organi della Regione, alle loro competenze, alle entrate della Regione. Manca pure un accenno al problema della lingua come alle competenze che, nella Regione, sarebbero rimaste dello Stato. Oltre al «Promemoria» di cui ho detto, ho trovato un volantino a stampa e senza data dal titolo «Programme pour l'autonomie valdôtaine»73. In calce al volantino è riportato il seguente schema di dichiarazione: «Moi soussigné. . .de. . . né à. . .le. . . pleinement conscient de mes droits de citoyen valdôtain, déclare faire part du Mouvement de la Résistance Valdôtaine et demande à MM...de représenter mes voeux» . Segue lo spazio per la firma e la seguente nota in neretto «N .B. La deuxième partie doit ètre (sic) écrite par le citoyen valdôtain et retourné (sic) pour le jour. . .à. ..». Il programma inizia con le parole «Nous, autonomistes valdôtains, nous exigeons» Seguono, poi sette punti, nei quali è contenuto quanto si «esige»: 1) il riconoscimento da parte dello Stato di una «Région Valdôtaine entre le Petit-St.Bemard et Carema»; 2) la zona franca; 3) la devoluzione dell'amministrazione a un «Conseil Général. Non sono previste modalità per la sua elezione, mentre la determinazione del numero De la Déclaration., cit, pag 35 Le origini, cit pp 101 e R Chabod, op cit pp 27e 46 72 Ibid. pag 101 e ibid 26 e 46 73 AHR «Fonds Page» 1/a/51 70 71 dei suoi componenti è devoluta ai Comuni («sera fixé par les délégués communaux»). 4) La suprema autorità della regione è costituita dal Consiglio generale. L'unico controllo che può essere esercitato dallo Stato è quello «sur les actes de caractère national» (Dal documento non è facile capire quali possano essere tali atti). 5) Sarà ancora di competenza del Consiglio «toute richesse d'exploitation et d'utilisation» ; 6) Altra competenza del Consiglio riguarda «tout droit civique (tributaire, magistrature, instruction»); 7) Si dice, infine, che «une consultation populaire des citoyens valdôtains de naissance ou ayant pris une demeure dans la Vallée, avant l'avènement du fascisme, doit ètre (sic) permise pour nommer une Constituante Valdôtaine, ayant seule le droit de discuter avec les Alliés et les Gouvernements Italien et Français» . Anche in questo programma si trovano evidenti analogie sia con la «Dichiarazione di Chivasso» che con il progetto del Prof. Chabod. In particolare, è evidente nel punto 7 il riferimento all'autodeterminazione e alla salvaguardia dei diritti degli abitanti che siano valdostani per nascita o che si siano trasferiti in Valle prima dell'avvento del fascismo. Sono temi ricorrenti in tutti i progetti del periodo clandestino o immediatamente successivi alla Liberazione. Già Emile Chanoux era stato uno strenuo sostenitore del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Commentando le seguenti parole della «Dichiarazione di Chivasso»: «Alle Valli alpine dovrà essere riconosciuto il diritto di costituirsi in comunità politico-amministrative autonome del tipo cantonale74, Chanoux, in Federalismo ed Autonomie amplia il concetto scrivendo: «Spetterà alle popolazioni singole la costituzione delle regioni o cantoni. . . Dovrà essere una loro manifestazione di volontà a costituire i nuovi ordinamenti politici dello Stato federale, manifestazione primordiale basilare, contemporanea alla formazione della Costituente nazionale»75. Da notare che, al punto 2, si chiede la zona franca. I progetti di Statuto della Segreteria generale e del Consiglio della Valle Il D.L.L. 545/1945 disponeva all'articolo 21: «fin quando non sarà possibile effettuare le elezioni amministrative, il Consiglio della Valle è nominato dal Presidente del Consiglio dei Ministri. ..». Tale nomina è stata effettuata da Alcide De Gasperi; con decreto 4 gennaio 1946, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell'11 gennaio 1946. Il nuovo Consiglio, composto di 25 membri, designati paritariamente dai cinque partiti che facevano parte del C.L.N. ha iniziato subito la sua attività. La prima riunione ebbe luogo il pomeriggio del 10 gennaio76. De la Déclaration..., cit pag 34 Ibid pp 51-52. 76 La prima riunione del «Consiglio della Valle», i cui membri erano stati nominati da Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri, con suo decreto 4 gennaio 1946, ebbe luogo il 10 gennaio 1946 e fu 74 75 Ebbe da affrontare molteplici e gravi problemi. Dovette anche occuparsi dell'ordinamento della Valle autonoma. In tal senso si fece parte attiva nella predisposizione di un progetto di Statuto per la Valle d’Aosta, da sottoporsi all'approvazione dell' Assemblea Costituente. Si tratta del progetto discusso ed approvato nelle storiche sedute del 6 e 26 febbraio e 3 marzo 194777. Per facilitare la discussione la Segreteria generale dell' Amministrazione aveva predisposto un progetto di Statuto «in ottemperanza a precedenti deliberazioni del Consiglio», come si legge nel verbale dell'adunanza del 6 febbraio 1947 (Oggetto n. 4)78. La «Proposta di progetto di Statuto per la Valle d'Aosta», redatta dalla Segreteria Generale si componeva di 79 articoli ripartiti in 10 titoli, alcuni dei quali suddivisi in Capitoli. Il progetto era poi completato da undici «allegati», di cui parlerò più avanti. Lo schema attribuiva alla Regione un duplice ordine di competenze: a) una competenza amministrativa in materie e servizi che si trovano elencati all'articolo 5; b) una competenza «di emanare norme giuridiche proprie, anche relative alla organizzazione dei servizi in deroga alle leggi vigenti, ed entro i limiti dei principi generali della Costituzione e delle leggi fondamentali dello Stato, nelle materie indicate all'articolo 19». Questa seconda competenza aveva lo scopo di permettere l'adeguamento delle «norme della legislazione generale alla necessità ed agli interessi particolari propri della Valle» . Organi della Regione erano il Consiglio, il suo Presidente e la Giunta della quale facevano parte, oltre al Presidente del Consiglio della Valle, sei Assessori, eletti dal Consiglio con voto segreto. Tra i sei Assessori il Consiglio doveva designare il Vicepresidente della Giunta79. Le competenze del Consiglio erano previste in diversi articoli del progetto, ma la più importante è certamente quella prevista dall'articolo 19: la competenza legislativa. La funzione «esecutiva» è di competenza della Giunta alla quale spetta anche la «tutela» sulle amministrazioni comunali, sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e sulle consorterie. Spetta alla Giunta il controllo sui bilanci dei Comuni nonché il potere di scioglimento delle Istituzioni di assistenza e beneficenza e delle consorterie. Era, invece, riservata al Consiglio la competenza a sciogliere i Consigli comunali o a modificare le circoscrizioni territoriali dei comuni. La figura del Presidente era unica: presiedeva sia il Consiglio che la Giunta, rappresentava la regione, doveva provvedere alla promulgazione delle leggi e dei regolamenti, all'istituzione e alla eventuale soppressione degli uffici di Conciliazione, e alla nomina dei relativi giudici e vice giudici conciliatori. Gli erano anche conferiti i poteri presieduta dal Consigliere anziano Giuseppe Thiébat (DC ) Fungeva da segretario il Consigliere più giovane. Maria Ida Viglino (PSI) Oltre ad essi erano presenti Federico Chabod, Luigi Fresia, Severino Caveri, Francesco David, Binel Lino (Partito d’Azione); Giovanni Chabloz, Claudio Manganoni, Renato Nouchy. Candido Vacher. Alessandro Villettaz (PCI ); Flaviano Arbaney, Ferdinando Bionaz, Emesto Page, Giuseppe Ferrein (DC); Alessandro Passerin d’Entrèves, Carlo Torrione, Enrico Pareyson, Luigi Vesan, Aureliano Chanu (PLI); Giulio Nicco, Ugo De la Pierre, Beniamino Armand e Enrico Cuaz (PSI) 77 I resoconti delle sedute consiliari del 6 e 26 febbraio e 3 marzo 1947 sono riportate in Le origini cit 78 Le origini cit pag. 116 79 L'art 6 del progetto prevedeva che il Consiglio fosse composto di «Trentun Consiglieri eletti nella regione a Suffragio universale diretto e segreto in base alle nonne emanate dal Consiglio del1a valle per l'elezione dei Consiglieri», Le origini cit pag. 123. e le attribuzioni proprie del Prefetto. Non veniva risolto il problema del riparto delle entrate erariali tra lo Stato e la Regione che era, invece, rinviato ad un successivo provvedimento legislativo (statale). Come organo di collaborazione tra lo Stato e la Regione, ma che aveva anche il controllo sulla legittimità degli atti amministrativi della Regione, era previsto, ripreso dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 545/1945, un «comitato di coordinamento». Un «titolo», il VII, era dedicato agli «organi giurisdizionali»: Corte Costituzionale e Giunta Giurisdizionale Amministrativa. Della «zona franca» si occupava il «titolo VIII» che prevedeva anche un trattamento fiscale di favore a beneficio di società straniere, «allo scopo di favorire l'affluenza di capitali stranieri in Valle d’Aosta». Questi i punti salienti dello schema che era completato, come ho già detto, da 11 allegati che contenevano: a) elenco dei Comuni della Valle d’Aosta; b) ordinamento sanitario in Valle d’Aosta; c) norme per i servizi dell'industria commercio e agricoltura in Valle d'Aosta; d) norme per il servizio del turismo in Valle d’Aosta; e) proposta di decreto recante norme speciali per le elezioni di Consiglieri della Valle d’Aosta; f) forma di promulgazione di leggi e di regolamenti della Valle d’Aosta; g) ordinamento delle scuole e del personale insegnante della Valle d’Aosta; h) quadri di ripartizione degli insegnamenti in lingua francese e italiana nelle scuole elementari, medie80. i) norme per lo sfruttamento idroelettrico delle acque pubbliche della Valle d’Aosta; j) norme relative ai giudizi ai termini e alle forme dei procedimenti avanti la Giunta Giurisdizionale Amministrativa; k) norme esecutive per l'applicazione della zona franca in Valle d’Aosta. In particolare, per quanto concerneva l'elezione del Consiglio della Valle erano state previste nell'allegato, norme molto precise e dettagliate. Per poter esercitare l'elettorato attivo era richiesto il possesso di uno dei seguenti requisiti: a) essere nati nella Valle d'Aosta; b) essere nati da padre o da madre valdostani ; c) essere residenti in Valle da almeno 5 anni. Quanto sopra oltre, naturalmente al possesso dei requisiti dell'età, della cittadinanza, e del godimento dei diritti civili e politici. L 'elettorato passivo era riservato a coloro che fossero elettori iscritti nelle «liste elettorali amministrative regionali» , che sapessero « leggere scrivere» che avessero «compiuto gli anni 25» e che fossero residenti in Valle da almeno 20 anni. Questi brevi cenni mi sembrano sufficienti a dare un 'idea della completezza del progetto che conteneva ben pochi rinvii a leggi da emanare successivamente ed avrebbe, quindi, consentito un immediato e completo inizio dell'attività da parte dell'organo legislativo regionale senza le remore dovute all'attesa di disposizioni attuative che, Per la «scuola materna» il quadro prevedeva che «saranno integralmente adottati i programmi e le istruzioni di cui al DL. 24 maggio 1945, n 549. Cfr Le origini cit pag 159 80 normalmente o tardano ad arrivare o, addirittura, non arrivano mai. Non ritengo di scendere a maggiori dettagli poiché il testo essendo stato pubblicato per intero81 è ora a disposizione di quanti si interessano all'argomento. Il progetto suddetto è stato esaminato e discusso dal «Consiglio della Valle» nelle tre «storiche» sedute più sopra ricordate, in parte è stato approvato e in parte sostanzialmente modificato. Ne è, pertanto emerso un nuovo progetto di complessivi 93 articoli ripartiti in 12 «titoli» alcuni dei quali suddivisi in capitoli. I numerosi allegati del progetto della Segreteria generale, nel testo approvato dal Consiglio furono ridotti a tre poiché, sin dalla seduta del 6 febbraio 1947 il Consiglio aveva deliberato in sede di primo esame il progetto della Segreteria generale «di abolire gli allegati B), C), D), E), G), H), L) e M) e di inserirne le principali disposizioni sostanziali nel progetto di Statuto di cui all'oggetto»82. I tre allegati al progetto del «Consiglio della Valle» erano: a) la planimetria della Regione Valle d'Aosta; b) l'elenco e denominazione dei Comuni della Regione «Valle d’Aosta»; c) la formula di promulgazioni di leggi e di regolamenti. Occorre ancora osservare che molte delle materie che erano regolamentate nei vari allegati, in base al progetto approvato dal «Consiglio della Valle» appartenevano alla sfera di competenza regionale. Non era, pertanto, necessario che fossero disciplinate dallo Statuto o da altre leggi statali. Nell'esercizio delle sue competenze il Consiglio avrebbe provveduto direttamente. La differenza sostanziale che mette il progetto del «Consiglio» su un piano completamente diverso, non solo dal progetto della Segreteria generale ma, in assoluto, da tutti gli altri progetti sta nel fatto che all'articolo 5 elenca le attribuzioni, i servizi e le materie «riservati alla competenza dello Stato» , tutte le altre rientrano, quindi, nella competenza regionale salvo solo le competenze devolute ai Comuni83. Inoltre, l'articolo 19 attribuisce al Consiglio regionale « la facoltà di emanare norme giuridiche proprie, anche relative alla organizzazione dei servizi, in deroga alle leggi generali e entro i limiti dei principi generali della Costituzione e delle leggi fondamentali dello Stato» . La competenza « legislativa» prevista dal citato articolo 19 («facoltà di emanare norme giuridiche proprie» ) si estendeva a tutte le materie «non comprese fra quelle di competenza statale di cui al precedente articolo 5» . «Queste norme, profondamente innovative recepiscono uno dei principi cardine del federalismo, permettendo allo Stato di legiferare e di amministrare solo in quanto lo Statuto conceda di farlo: alla Regione sono riservati i cosiddetti poteri residui, cioè la potestà legislativa84. . .non espressamente attribuita allo Stato»85. Ibidem pp 120-170 Ibidem pag 119 83L 'art 5 del progetto di Statuto del «Consiglio della Valle» recita testualmente «Ferme le attribuzioni devolute ai Comuni, la Regione ha competenza amministrativa e provvede mediante uffici e personale proprii alle materie e ai servizi non compresi fra quelli di cui al comma seguente Sono riservati alla competenza statale le attribuzioni, i servizi e le materie seguenti» Segue l'elencazione delle materie riservate alla competenza statale, Le origini cit pag 195 84 Per quanto si riferisce alla competenza amministrativa già l’art 5 del progetto del CLN riservava alla competenza del Consiglio regionale di sovraintendere «all'amministrazione della Valle in tutti i suoi rami, eccetto per l’amministrazione militare, per l'amministrazione della giustizia e delle Comunicazioni »Le origini pag 108 85 Le origini cit pp 191-192 81 82 Il «Consiglio della Valle» aveva, quindi, seguito la via tracciata da Emile Chanoux e recepita dalla Dichiarazione di Chivasso laddove si afferma che «il federalismo. . . rappresenta il problema delle piccole nazionalità»86. Circa il controllo da parte dello Stato sulle leggi regionali l'articolo 15 stabiliva l'obbligo di comunicarle «al Capo del Governo dello Stato» che poteva rinviarle per il riesame «ove ritenga che i disegni stessi eccedano i limiti di competenza del Consiglio regionale». Quest'ultimo qualora non avesse ritenuto di modificarle poteva anche «con motivata deliberazione confermarle». In caso di conferma al «Capo del Governo dello Stato» qualora non fosse d'accordo sulla riconferma, non rimaneva altra via che quella dell'impugnativa davanti alla Corte Costituzionale. L'impugnativa poteva, però, essere proposta solo «per violazione della Costituzione dello Stato o del presente Statuto. In queste norme c'è tutta l'ampiezza dell'autonomia che il Consiglio aveva rivendicato per la Valle d’Aosta87. Un'altra norma a salvaguardia dell'autonomia della Regione era quella contenuta nell'articolo 24. Si riferiva alle materie «per le quali l’Amministrazione regionale esplichi i servizi di competenza statale» . In tal caso l'attività della Regione avrebbe dovuto svolgersi «secondo le disposizioni emanate dal Governo dello Stato» , ma, era precisato, «sempre che le disposizioni stesse non contrastino con le norme del presente Statuto». Senza scendere ad un esame dettagliato di tutto il progetto essendo stato anche questo pubblicato88 e, quindi, a disposizione degli studiosi che vogliono approfondire la materia, mi limiterò a sottolinearne alcune peculiarità, che ritengo più qualificanti. Il problema della «zona franca» era risolto direttamente dalle norme contenute nel progetto di Statuto, senza rinvio a successive norme di attuazione. Unica eccezione la disposizione dell'articolo 66 che demandava «ad appositi provvedimenti ministeriali» di disciplinare «secondo i criteri che regolano i traffici di frontiera le opportune agevolazioni per gli approvvigionamenti e le necessità degli abitanti della zona posta a cavallo della linea di confine col territorio doganale». L'istruzione elementare professionale e media e l'educazione fisica e sportiva della gioventù era riservata alla competenza della Regione essendo secondo quanto era disposto dell'articolo 5 riservata alla competenza statale la sola «istruzione superiore (universitaria»). Il progetto di Statuto all'articolo 7 stabiliva ancora che «La Regione, a mezzo di uffici e personale proprii, provvede all'istruzione elementare, professionale e media, nonché alla educazione fisica e sportiva della gioventù». Per l'insegnamento della lingua francese, troviamo una norma che avevamo già incontrata in precedenti progetti di 86De la Déclaration. . cit pag 34 Manca una perfetta rispondenza tra la norma contenuta nell'art 15 del progetto di Statuto del «Consiglio della Valle» («I disegni di legge sono comunicati al Capo del Governo dello Stato il quale, ove ritenga che i disegni stessi eccedano i limiti di competenza del Consiglio regionale li rinvia») e l'art 76 dello stesso progetto ove il visto sulla legittimità dei provvedimenti amministrativi e legislativi è attribuito alla competenza del .Comitato di Coordinamento» e contro l'eventuale diniego del visto è previsto il ricorso alla Corte Costituzionale. Lo Statuto stabilirà che la competenza del controllo sugli atti legislativi della regione è riservata al Presidente della commissione di Coordinamento e nel caso ove una legge rinviata senza il visto venga riapprovata dal Consiglio regionale spetterà al Governo la possibilità di promuovere la questione di legittimità davanti alla Corte Costituzionale e quella di merito davanti alle Camere (Art 31. Statuto 1948) cfr Barbagallo La Regione Valle d'Aosta, 2a ed Edizioni Giuffrè, Milano 1984, pp 101-103 88 Le origini cit pp 193-220 87 Statuto, quella cioè che attribuiva alla Regione la competenza di «nominare laureati o diplomati all’estero per l'insegnamento della lingua francese, secondo le modalità stabilite dal Consiglio regionale89. Per quanto si riferisce alla lingua francese nell'articolo 67 era previsto che questa «ha dignità di lingua ufficiale al pari della lingua italiana». Per l'insegnamento della lingua francese nelle scuole di ogni ordine e grado esso doveva essere impartito «con numero pari di ore settimanali» a quello previsto per la lingua italiana. L 'ultimo comma dell'articolo 68 disponeva che «nei Comuni di lingua tedesca della valle di Gressoney è anche impartito l'insegnamento della lingua tedesca»90. Tra gli organi giurisdizionali previsti dal «Titolo VIII» vi era l'istituzione «con sede in Roma, (di) una Corte Costituzionale composta di otto membri, nominati in pari numero dal Governo dello Stato e dal Consiglio regionale fra persone di particolare competenza giuridica e amministrativa». Questa Corte Costituzionale era prevista «in attesa che l’Assemblea Costituente disponga la istituzione di un supremo Tribunale Costituzionale e ne determini la competenza» . Disponeva, poi, all'articolo 78 che la «La Corte Costituzionale è competente a giudicare sulla costituzionalità: a) delle leggi e dei regolamenti esecutivi approvati dal Consiglio regionale; b) delle leggi e dei regolamenti esecutivi dello Stato relativamente alle norme costituzionali dello Stato e alle norme e materie del presente Statuto91. Il progetto di Statuto del Consiglio prevedeva, inoltre, l'istituzione di alcuni corpi e collegi consultivi speciali quali: il Consiglio regionale di Sanità92; il Consiglio scolastico regionale93; il Comitato «per l'espletamento delle attribuzioni e dei servizi relativi al commercio, all'industria e all’agricoltura»94; una commissione regionale tributaria. Questa Commissione, secondo l’art. 91 del progetto, era organo consultivo della Giunta della Regione, «per l'espletamento delle attribuzioni amministrative spettantile in materia di contenzioso tributario»ì. Per il reclutamento militare si prevedeva il «sistema del reclutamento con stanza degli elementi locali nella Regione, salvo per coloro che optino per reparti di stanza fuori della Regione». L'ordinamento finanziario della Regione così come era previsto dal progetto può essere sintetizzato come segue: Non è chiaro se «i diplomati all’estero» avrebbero dovuto essere cittadini italiani o avrebbero potuto anche essere cittadini di altri Stati Altri progetti, come abbiamo visto, prevedevano la possibilità di ammettere all'insegnamento nelle scuole valdostane, seppur a determinate condizioni «anche persone di nazionalità non italiana» Cfr il progetto attribuito all'On. Chatrian e il progetto del CLN Piemontese 90 Si tratta dei Comuni «walser» di Gressoney-La- Trinitè, Gressoney St Jean e Issime. Quest'ultimo Comune comprendeva anche la frazione Gaby, di dialetto franco-provenzale che. con legge regionale 31 marzo 1952. fu eretta in Comune autonomo 91 Questa norma è stata presa dallo Statuto per la Regione Siciliana (art 25) che attribuisce alla «Alta Corte» la competenza a giudicare sulla costituzionalità delle leggi regionali e delle leggi e regolamenti dello Stato (rispetto allo Statuto) Cfr Barbagallo, Codice, cit pag 1156 92 Vedi art 2 del D L C PS 23 dicembre 1946, n 532. in Barbagallo, Codice cit pag 162 93 Vedi articolo 6 DLCP.S 11 novembre 1946, in Barbagallo, Codice cit pag 882 94 Con D.L.C.P.S 23 dicembre 1946. n 532 (art 11) era stata soppressa la Camera di Commercio, Industria e Agricoltura e i suoi compiti «sono assunti dalla Valle d’Aosta. che vi provvede con apposito ufficio e proprio personale» Barbagallo, Codice cit pag 166 89 a) la Regione avrebbe dovuto provvedere al finanziamento delle spese per i servizi devoluti alla sua competenza legislativa e «alla riscossione delle imposte, tasse, tributi afferenti ai servizi stessi ed agli Enti o uffici soppressi o assorbiti. . .» ; b) era previsto un «riparto delle entrate erariali riferentisi a redditi prodotti nella Regione, ovunque riscossi»; c) era prevista la possibilità di integrazione del bilancio regionale con un contributo straordinario; d) era previsto il versamento da parte dello Stato alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale95, di una somma per l'esecuzione di opere pubbliche; e) alla Regione era riconosciuta la facoltà di «emettere obbligazioni, contrarre prestiti96 e istituire lotterie secondo le modalità stabilite dal Consiglio ed emettere, d'intesa con lo Stato, serie straordinarie di francobolli»; f) per favorire l'affluenza di capitali stranieri in valle, secondo l'art. 45 del progetto «lo Stato.. .determina un regime di tassazione ridotta da praticarsi nei confronti dei redditi delle Società straniere e delle loro succursali costituite con sede legale in Valle d’Aosta e la cui attività si esplichi fuori della Regione e del territorio dello Stato. A carico delle Società succursali suddette può essere stabilito l'obbligo di pagare le imposte e tasse in divisa estera. . . » ; g) era, infine prevista, dall'art. 46 una «Camera di Compensazione» da istituire presso una banca locale «allo scopo di destinare ai bisogni degli scambi con l'estero della Regione le valute straniere provenienti dalle esportazioni valdostane, dalle rimesse degli emigranti, dal turismo in Valle d'Aosta e da] provento delle imposte e tasse applicate e riscosse sui capitali stranieri e sui redditi delle Società straniere aventi sede o succursali in Valle d'Aosta». Successivamente, a questo progetto di Statuto fu ancora aggiunto Un articolo, il 92 bis, concernente i «diritti del lavoro». Si tratta di un articolo redatto in seguito ad una osservazione del consigliere Giovanni Chabloz che, nel corso della seduta del 19 giugno 1947, aveva fatto rilevare che «nel progetto di Statuto, è stata omessa una disposizione che sancisca il diritto dei prestatori d'opera al lavoro e allo sciopero» ed aveva proposto di aggiungere la seguente norma: «Ai prestatori d' opera è garantita la più ampia libertà, ivi compreso il diritto di sciopero». Ed il Consiglio dopo averne ampiamente discusso aveva concordato su tale proposta97. Dell'argomento si è ancora dibattuto nell'adunanza del 26 giugno. Si legge, infatti, nel verbale di tale adunanza98 «Il Consiglio...approvando la proposta di inserimento negli ultimi articoli del progetto per il nuovo Statuto della Valle di un articolo aggiuntivo riguardante i diritti del lavoro ed il diritto di sciopero. . . delegando alla Giunta Analoga norma è contenuta nell’art 38 dello Statuto Siciliano Barbagallo Codice cit pag 1159 Le facoltà di emettere prestiti interni è prevista anche dagli Statuti per la Sardegna (art 11 ), per il T.A.A. (art 66) e per il Friuli V G (art 52) 97 Le origini. . cit pag 255 Sulla stessa linea di Chabloz si schiera anche il Consigliere Manganoni il quale «insiste affinché nel progetto di Statuto della Valle siano espressamente previsti la libertà al lavoro e il diritto allo sciopero. per evitare che. con il riconoscimento alla Valle della potestà di legiferare. il Consiglio della Valle possa negare tale diritto» Anche il Consigliere Geom Bionaz «concorda sull’opportunità tecnicoformale dell'inserzione nel progetto di Statuto di tale articolo. in quanto i diritti del lavoro rientrano nei principi costituzionali di carattere generale. sanciti nella Costituzione della Repubblica» 98 «Le origini…» cit pag. 259 95 96 di deliberare e provvedere in merito. Il testo dell'articolo 92 bis fu approvato dalla Giunta il 1° ottobre 1947 con deliberazione n. 125299. Osservazioni dell'On. Luigi Chatrian al progetto di Statuto del Consiglio della Valle Del progetto di Statuto approvato dal Consiglio della Valle si è occupato anche l'On. Luigi Chatrian con varie osservazioni e con proposte di modifiche. Delle une e delle altre ho trovato traccia nella copia di un documento in possesso dell'Istituto Storico per la Resistenza in Valle d’Aosta, tra altri documenti conservati nel «Fondo G. Chabloz». Si tratta di documenti ancora da inventariare e catalogare. Il documento di cui mi occupo è dattiloscritto su cinque fogli il primo dei quali porta scritto in alto a penna la data Dicembre 1947 e, sotto, il titolo «Statuto della Valle d’Aosta» e, in calce le parole «Il Deputato f.to Luigi Chatrian». In testa alle altre quattro pagine c'è il seguente titolo: «Principali proposte relative al progetto di Statuto per la Regione Atonoma Valle d' Aosta (8 marzo 1947, a cura del Consiglio della Valle). L'on. Chatnan già in precedenza, come abbiamo visto, si era occupato dei problemi dell'autonomia della Valle d'Aosta ed avrà ancora modo di occuparsene in sede di dibattito dello Statuto all’Assemblea Costituente, come fanno fede i verbali delle sedute antimeridiana e pomeridiana del 30 gennaio 1948. Nella prima pagina del documento sopracitato l'on. Chatrian scrive: «. . . perchè , . . .la Valle possa operare entro l'unità politica dello Stato, sulla base dei diritti di tutti i cittadini, e in armonia con i principi democratici che ispirano la vita della Nazione, occorre «che i diritti e doveri dello Stato verso la Regione, e della Regione verso lo Stato, siano inequivocabilmente precisati, affinché la prima operi nel seno del secondo come parte integrante, non come organismo divergente, od estraneo; né, tanto meno, avulso, o peggio contrapposto». Sulla base di quanto precede ha formulato «alcune principali proposte riferite ad alcuni articoli del progetto Consiglio Valle 3 marzo 1947». Nel riportare testualmente le proposte dell'on. Chatrian avverto che, quando l'ho ritenuto utile per una migliore comprensione delle stesse, ho riportato in nota i riferimenti al testo approvato dal Consiglio Valle. «PRINCIPALI PROPOSTE RELATIVE AL PROGETTO DI STATUTO PER LA REGIONE AUTONOMA VALLE D'AOSTA» (3 marzo 1947, a cura del Consiglio della Valle) art. 1- Premettere al primo capoverso: «Entro l'unità politica della Repubblica italiana» . - Eliminare le espressioni: «In considerazione delle sue condizioni geografiche, storiche, etniche, linguistiche, economiche», pacifico essendo che il loro complesso sta a base della concessione di Autonomia speciale. In realtà perchè alcune parole non corrispondono al vero100. Ibid pag 260 (in nota) Le parole in corsivo sono state aggiunte a mano al testo dattiloscritto pure stato aggiunto un punto interrogativo dopo la parola «storiche» e dopo la parola «etniche» 99 100 art. 2- Necessaria l'affermazione della parità di diritti ai cittadini. Perciò, dopo «entro l'unità politica dello Stato italiano», aggiungere: «sulla base della parità di diritti di tutti i cittadini». - Occorre modificare come segue l'ultima parte dell'articolo: «ha un proprio gonfalone ed uno stemma approvati con decreto del Capo dello Stato. Restano ferme le norme sull'uso della bandiera nazionale»101. art. 5 - Come nello schema di Statuto Trentino-Alto Adige, occorre enumerare le materie riservate alla Valle, non quelle riservate allo Stato. Ciò anche perché allo Stato non sia inibito di disciplinare, per l'avvenire, nuove materie e nuovi rapporti102 art. 6- sostituire «in base alle norme emanate dal Consiglio regionale» Con «in base ad apposita legge»103. art.9- Sostituire col seguente; «Il Consiglio regionale può essere sciolto quando compia atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni di legge». Può altresì essere sciolto per ragioni di sicurezza nazionale o quando, per dimissioni o impossibilità di formazione d'una maggioranza, non sia in grado di funzionare. Lo scioglimento è disposto con decreto motivato dal Presidente della Repubblica previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, sentita, salvo i casi di urgenza, una Commissione di senatori e di deputati composta nei modi stabiliti dalla legge»104. art. 10 - sostituire col seguente; «In caso di scioglimento del Consiglio regionale, o stesso decreto di scioglimento nomina una Commissione di tre membri, scelti fra i cittadini eleggibili al Consiglio regionale. La Commissione elegge nel suo seno il presidente, il quale esercita le attribuzioni del presidente della regione. La Commissione indice le elezioni del Consiglio regionale entro tre mesi»105 art. 13 - Iniziativa delle leggi e dei regolamenti, loro approvazione, art. 17- Promulgazione e pubblicazione, sono mal regolati dagli art. 13 e 17. Sembra che essi possano essere utilmente sostituiti con altri analoghi a quelli 53 e 56 dello schema di legge per il Trentino-Alto Adige. art. 18- Sia completato come segue:.«col rispetto dei principi stabiliti dalla Costituzione e dalle leggi della Repubblica»106. art. 19- Si fa riferimento a quanto detto circa art. 5107 Nell’art. 2 del progetto Consiglio Valle si legge «sulla base dei principi democratici che ispirano l'ordinamento della Nazione». L’ultima parte dello stesso articolo dice. «è (La Valle d'Aosta) dotata di una propria bandiera e di uno stemma, approvati su proposta del Consiglio regionale, con decreto del Presidente della Regione 102 L .articolo 5 del progetto C. V elenca tassativamente i servizi e le materie riservati alla competenza dello Stato Per tutti gli altri, «ferme le attribuzioni devolute ai Comuni. la Regione ha competenza amministrativa e provvede mediante uffici e personale proprii» 103 L .articolo 6 si occupa delle norme per l’elezione del Consiglio regionale Negli altri Statuti speciali in discussione all’Assemblea Costituente, la competenza ad approvare tali norme è riservata ai singoli consigli regionali. È. quindi, strana la richiesta dell’On Chatrian, che a sostegno di varie sue osservazioni e proposte fa espresso riferimento allo Statuto per il Trentino Alto-Adige. 104 Nel testo del Consiglio Valle era previsto lo scioglimento del Consiglio limitato. però. al caso di «gravi violazioni di leggi costituzionali dello Stato» e soltanto «previa deliberazione» 105 Il testo C V prevede una Commissione di cinque membri. «di cui almeno tre aventi i requisiti per la eleggibilità a consigliere della Regione…». Manca ogni cenno al Presidente della Commissione. 106 Il testo del C V recita. «Con legge del Consiglio regionale sarà disciplinata l’applicazione del diritto al «referendum» da parte del corpo elettorale nelle materie di fondamentale importanza per la Regione» 107 Questo articolo concerne l’attribuzione «al Consiglio regionale della facoltà di emanare norme giuridiche proprie in tutte la materie «non comprese fra quelle di competenza statale di cui al precedente articolo 5» 101 art. 26- Non sembra necessario, e neppure opportuno, che la Valle abbia «corpi speciali», essendo sufficiente, come altrove, per il mantenimento dell’ordine pubblico, le normali forze di polizia e militari stanziate nella Valle108. art. 28- Sembra per lo meno eccessivo, rispetto ad una regione di 92.000 abitanti! (quella del Trentino-Alto Adige ne ha 586.000 e non vi è previsto alcunché di simile)109. art. 31 - L 'autorizzazione di soggiorno di cittadini stranieri, anche se oriundi della Valle, da parte del presidente della medesima, può determinare inconvenienti. Sopprimere110. art. 59- Il secondo comma sembra eccessivo: da sopprimere111. art. 71- Pericoloso dal lato politico: assolutamente da sopprimere112. art.70 - Non sembra opportuno che l'istruzione media (donde si può, tra l'altro, sboccare in quella superiore non avente istituti propri nella Valle) dipenda interamente dalla Regione, sia per i ruoli del personale, sia per il funzionamento113. Il 6°comma dell’articolo 26 del progetto C. V attribuisce al Presidente della Regione la competenza a provvedere al mantenimento dell’ordine pubblico nella Valle anche «a mezzo di reparti del Corpo di Polizia regionale, da costituirsi secondo organico e regolamento approvati dal Consiglio Reparti di polizia locale sono previsti anche nell’articolo 45 dello Statuto «(«Il Presidente della Giunta regionale.. provvede al mantenimento dell’ordine pubblico mediante reparti di Polizia dello Stato e di polizia locale»). 109 Nell’art 28 del progetto C V si legge « Il Presidente della Regione partecipa. con il rango di Ministro e con voto deliberativo. alle adunanze del Consiglio dei Ministri nelle quali sono discusse materie e servizi che interessino particolarmente la Regione» Nell’ultimo comma dell’articolo 21 lo Statuto siciliano prevede che il Presidente «Col rango di Ministro partecipa al Consiglio dei Ministri con voto deliberativo nelle materie che interessano la Regione» Per l'art 47 dello Statuto della Sardegna il Presidente della Giunta regionale «interviene alle sedute del Consiglio dei Ministri quando si trattano questioni che riguardano particolarmente la Regione». analoga disposizione si trova nel 2o comma dell’articolo 34 dello Statuto TAA In questi due testi manca la precisazione contenuta nello Statuto siciliano «con voto deliberativo» L’art 44 dello Statuto per il Friuli-Venezia Giulia. promulgato solo nel 1963 prevede che «Il Presidente della Giunta regionale interviene alle sedute del Consiglio dei Ministri per essere sentito quando sono trattate questioni che riguardano particolarmente la Regione» Lo Statuto valdostano (art 44 ultimo comma ) riporta la stessa formula che abbiamo visto negli Statuti della Sardegna e del TAA 110 L’articolo di cui l’on Chatrian propone la soppressione è del seguente tenore. «Il Presidente della Regione può rilasciare carte di frontiera e carte turistiche, nonché autorizzare il soggiorno nella Regione di cittadini stranieri oriundi della Regione» Chabod, nel suo progetto di autonomia, aveva auspicato «provvedimenti che aboliscano e riducano al minimo gli inciampi e le formalità di passaggio di turisti e lavoratori da una nazione all’altra, così da permettere lo scambio continuo di turisti e di lavoratori tra Val d’Aosta, Alta Savoia e Canton Vallese» (cfr «Le origini dello Statuto Speciale», Aosta 1985. cit) 111 Ecco il comma di cui si propone la soppressione. «Il Presidente della Regione ha facoltà di rilasciare permessi di importazione. di esportazione e di compensazione per gli scambi commerciali di merci e di prodotti tra la Regione e gli Stati esteri» Il progetto di autonomia del C.LN. Piemontese. All’articolo 9, «a titolo di esperimento» prospetta « l’opportunità di concedere alla Regione Valle d’Aosta la facoltà di accordarsi con le regioni immediatamente finitime di Stati esteri (Francia e Svizzera) su questioni di carattere turistico e doganale .» 112 Ecco il testo dell’art. 71 del progetto C. V «La Valle può nominare laureati e diplomati all'estero per l’insegnamento della lingua francese nelle scuole regionali, purché tali insegnanti siano minuti di titoli equipollenti a quelli prescritti dallo Stato». Ricordo anche che il progetto di Statuto del C.L.N Piemontese nella parte finale del 3° comma dell'art 7 stabiliva. «Potranno insegnare in Valle d. Aosta anche persone di nazionalità non italiana dandone comunicazione, per gradimento, al Ministero della Pubblica Istruzione». 113 L .art. 70 1° comma del progetto C V recita. «La Regione, a mezzo di uffici e personale proprii, provvede all’istruzione elementare, professionale e media, nonché alla educazione fisica e sportiva della gioventù» . 108 Titolo VIII - Sostituire il titolo con altro «Rappresentante del Governo Centrale nella Regione» e configurare un organo in termini analoghi a quelli previsti dallo schema citato Trentino-Alto Adige114. Titolo VIII Capo I- Sostituire con altro, analogo ai corrispondenti articoli dello schema Trentino-Alto Adige. Titolo VIII Capo II - Sostituire con altro, analogo ai corrispondenti articoli dello schema Trentino Alto-Adige115. art. 86- Nel primo capoverso, cancellare la parola «almeno». Sostituire l'ultimo capoverso con il seguente: «Nelle elezioni politiche si applicano le norme speciali stabilite Il problema della scuola era stato diversamente risolto nei vari progetti di Statuto. come risulta anche da queste ricerche. Ricordo. ad esempio. che il 1° comma dell'art. 14 del progetto Stévenin stabiliva «L’Instruction publique secondaire est du ressort du Conseil Régional» Ed il 2° comma dello stesso articolo «L’instruction primaire est du ressort des Communes.» Anche il progetto del C.L.N Piemontese riconosce, in materia di istruzione ampia autonomia alla Regione. Vi si legge, infatti, al 3° comma dell'art 7 «I programmi generali di insegnamento, in vigore nel resto dello Stato Italiano, potranno essere adeguati dal Consiglio regionale alle particolari necessità dell’insegnamento locale; la nomina degli insegnanti elementari è fatta direttamente dai Comuni; la nomina degli insegnanti delle Scuole medie è fatta dal Consiglio regionale che li sceglierà con alcune cautele sulla base dell’idoneità conseguita in un concorso statale» Anche il Sindacato regionale Scuole Elementari di cui era allora segretario Aldo Willien nel periodo dicembre 1947 1gennaio 1948 aveva fatto pervenire all' Amministrazione della Valle alcune «proposte di modifiche agli articoli 68, 69, 70, 71, 72 del progetto di Statuto per la Regione Valle d’Aosta». approvato dal Consiglio Valle nel marzo del 1947 In particolare, erano indicate le materie per le quali. nelle scuole elementari l’insegnamento avrebbe dovuto essere impartito in lingua francese,. e cioè. «lingua francese, storia. e geografia locale, preghiere e canti»; per un’ora al giorno» Si chiedeva, inoltre, che «le scuole elementari. ed il personale insegnante e di vigilanza fossero amministrati secondo le leggi. gli ordinamenti e lo stato giuridico comuni al personale e alle scuole dello Stato Italiano ed alle sue dirette dipendenze» Era invece la Regione che doveva provvedere «a mezzo di uffici e personale proprii, all’istruzione professionale e media nonché all'educazione fisica e sportiva della gioventù» Si proponeva. inoltre, «l’istituzione in Valle d’Aosta (di) ruoli regionali per gli insegnanti delle scuole medie e per i Capi d’Istituto». 114 Il titolo di cui è proposta la modifica tratta del «Comitato di Coordinamento». Nella Regione T A A è previsto un «Commissario del Governo» (Art 76 dello Statuto). Il testo definitivo dello Statuto valdostano. come già in precedenza faceva il D. L.L. 7 settembre 1945, n. 545, non ha previsto alcun Commissario del Governo nella Regione ma una Commissione di Coordinamento alla quale è devoluto il controllo di legittimità sugli atti amministrativi della Regione. Il Controllo sulle leggi è, invece. di competenza specifica del Presidente della Commissione, salvo il caso di riconferma di una legge rinviata non vistata. In tal caso spetta al Governo e l’eventuale impugnativa davanti la Corte Costituzionale per motivi di legittimità o davanti le Camere per motivi di merito o di contrasto di interessi (Artt. 31, 45, e 46. St V A ) 115 Il Titolo VIII del progetto è dedicato agli Organi Giurisdizionali ed è suddiviso in due Capi. «Corte Costituzionale» e «Giunta giurisdizionale Amministrativa». L.on. Chatrian propone la sostituzione del Capo «Corte Costituzionale», che il progetto C. V prevedeva in analogia allo Statuto Regione Siciliana Lo Statuto T.A.A. accenna alla sola possibilità di istituire, nella Regione., organi di giustizia amministrativa di primo grado «secondo l’ordinamento che verrà stabilito con legge della Repubblica» . In Valle d’Aosta era già operante. istituita nel novembre 1946, una «Giunta Giurisdizionale Amministrativa» quale «organo giurisdizionale di primo grado». Ma la legge istitutiva di tale organo è stata in gran parte dichiarata incostituzionale con sentenze della Corte Cost. n. 33 del 9 aprile 1968. (v. anche nota 44) Anche in Valle d’Aosta come nelle altre regioni italiane funziona ora il Tribunale Amministrativo Regionale per il collegio Valle d’Aosta dalle leggi per la elezione della Camera dei deputati e del Senato»116. art. 92- Rispetto allo spirito e alla lettera delle leggi militari di reclutamento, questo articolo è inconcepibile. Sopprimerlo117. La bozza di Statuto della Commissione dei 18 Il progetto di statuto approvato dal «Consiglio della Valle», è purtroppo, rimasto tale. Mentre ad Aosta si cercava di ottenere dallo Stato una vera autonomia, a Roma la Commissione parlamentare dei 18, cui l’Assemblea aveva conferito tale compito, elaborava una bozza di Statuto che, discussa in aula nelle sedute antimeridiana e pomeridiana del 30 gennaio 1948, fu approvata dall' Assemblea con alcune poche modifiche, Mi sembra che alcuni cenni a questo progetto della Commissione dei 18, servano a rendere più complete queste ricerche. Occorre dire subito che è fatica sprecata cercare qualche punto in comune tra il progetto approvato dal Consiglio della Valle e quello elaborato dalla Commissione dei 18. Non solo la Commissione non ha tenuto in conto questo progetto, ma, come si legge in un ordine del giorno votato ad unanimità dal Consiglio della Valle nella seduta dell'11 marzo 1948 (dopo la promulgazione dello Statuto, quindi), «in alcuni punti, quali ad esempio la questione finanziaria e la configurazione giuridica del Presidente della Valle118 si è proceduto ad una reformatio in peius, in confronto al Decreto Legislativo Luogotenenziale 7 settembre 1945, n. 545». Né, come si legge in altra parte dello stesso Riporto il testo dell’art 86 del progetto C V. «La Valle d’Aosta ha diritto di essere rappresentata nelle due Assemblee legislative dello Stato da almeno un Deputato e da un Senatore. Per le elezioni politiche la Valle d’Aosta forma un unico collegio elettorale Per le elezioni politiche si applicano le norme del sistema uninominale» . 117 Questo il testo di cui l’On. Chatrian propone la soppressione: «Per il reclutamento militare dei giovani di leva della Regione appartenenti all’Esercito, si pratica il sistema di reclutamento con stanza degli elementi locali nella Regione, salvo per coloro che optino per i reparti di stanza fuori dalla Regione» La proposta di soppressione del soprariportato articolo ci fa presumere che l’On Chatrian, allora Sottosegretario alla Difesa (o alla Guerra come si diceva allora), non vedesse di buon grado il reclutamento territoriale delle truppe di stanza in Valle d’Aosta Sarebbe interessante conoscerne le ragioni non essendo sufficiente a chiarire il suo pensiero la motivazione che adduce a sostegno della sua proposta di soppressione e, cioè, l'incompatibilità dell’art «rispetto allo spirito e alla lettera delle leggi militari di reclutamento» A favore del «reclutamento territoriale delle truppe stanziate in Valle d. Aosta» si era già espresso Federico Chabod, mentre Mons. Stévenin in uno dei suoi progetti riserva allo Stato ogni competenza in merito al servizio militare («La Haute Magistrature et le service militaire sont du ressort exclusif de l’Etat») Questa frase non la troviamo più nel progetto definitivo Anche il progetto del CLN Piemontese esclude dalla competenza del Consiglio regionale l’amministrazione militare» 118 Nel progetto di Statuto approvato dal «Consiglio della Valle» era prevista una unica figura di Presidente qualificato «della Regione» Spettava a lui convocare e presiedere sia il Consiglio che la Giunta. eseguirne le deliberazioni; promulgare le leggi e i regolamenti regionali Anche il D I L 1945/545 prevedeva un’unica figura di Presidente del «Consiglio della Valle» Lo Statuto del 1948 ha, invece previsto tra gli organi della Regione il «Presidente della Giunta Regionale», Il Consiglio, invece, ai sensi dell’articolo 19 «elegge tra i suoi componenti il (suo) Presidente» 116 ordine del giorno «la rivendicazioni del popolo valdostano in materia di acque sono state accolte in modo soddisfacente»119. La Commissione dei 18 aveva redatto una prima bozza di 42 articoli, nella quale non compariva il «titolo» - Finanze, demanio e patrimonio - che è stato redatto in un secondo tempo in seguito all'esame di due proposte del Consigliere di Stato dr. Carbone120. La Sottocommissione aveva poi esaminato. in data 23 gennaio 1948, presente una delegazione valdostana121, i titoli relativi alle «acque» e alle miniere». Le proposte della delegazione valdostana nelle predette materie sono state completamente disattese, non solo, ma sono anche state sostanzialmente modificate le proposte del dr. Carbone122. In particolare, la Sottocommissione ha, bensì, proposto di trasferire al demanio della Regione le acque «in uso di irrigazione e potabile», ma non anche le altre «acque pubbliche» per le quali ha proposto, invece, che vengano date in concessione per 99 anni. Analoga disciplina viene proposta per le miniere. Anche l'iter seguito per arrivare alla formulazione del testo definitivo delle norme sull'ordinamento finanziario della Regione è stato alquanto burrascoso. Su questo argomento ci furono diverse proposte del dr. Carbone123, e una proposta concordata tra la delegazione valdostana ed alcuni rappresentanti della Commissione dei 18, la mattina del 27 gennaio 1948124, nonché altre proposte e controproposte, come si evince dalle tabelle riportate da pagina 358 a pagina 360 del volume Le origini dello Statuto Speciale, più volte citato ed alle quali rimando chi vorrà approfondire l'argomento125. «Le origini» cit pag 365-366 Ibid pp 346-347 e 348-349 121 Della delegazione valdostana facevano parte Severino Caveri, Ernesto Page. Luigi Fresia, Paolo Alfonso Farinet e i funzionari Attilio Brero, segretario generale e Felice Balduzzi, ragioniere capo dell’amministrazione della Valle. Era anche presente nella sua qualità di componente della commissione, l’On. Giulio Bordon, deputato valdostano all’Assemblea Costituente 122 Secondo la proposta Carbone (art 3) «i beni appartenenti al demanio pubblico dello Stato, a norma degli articoli 822 e seguenti del Codice Civile, esistenti nella Regione, sono assegnati a questa ad eccezione di quelli che interessano la difesa dello Stato o servizi di carattere nazionale» (Cfr Le Origini cit pag 348) L‘art 822 c.c recita testualmente. «Demanio pubblico - Appartengono allo Stato e fanno parte del demanio pubblico il lido del mare, la spiaggia, le rade e i porti: i fiumi, i torrenti, i laghi, e le acque definite pubbliche dalle leggi in materia. . . fanno parimenti parte del demanio pubblico, se appartengono allo Stato, le strade, le autostrade e le strade ferrate; gli aerodromi; gli acquedotti; gli immobili riconosciuti di interesse storico, archeologico e artistico a norma delle leggi in materia; le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi, delle biblioteche; e, infine, gli altri beni che sono dalla legge assoggettati al regime proprio del demanio pubblico», Una bella differenza, quindi, tra la proposta Carbone che assegna alla Regione i beni demaniali, comprese, quindi, le acque pubbliche, e la norma dello Statuto che si limita a concedere le acque «in uso gratuito per 99 anni». Al demanio della Regione sono state trasferite solo le acque pubbliche in uso di irrigazione e potabile» ( art 5 Statuto 1948) Occorre ancora notare che, durante la riunione della sottocommissione l’On Bordon ha tenuto, nel confronto del problema delle acque, un atteggiamento diverso da quello della delegazione valdostana. Lo si arguisce chiaramente dal resoconto sommario della adunanza del 23 gennaio 1948, riportato in «Le origini » cit pp. 350-353 123 Ibidem pp 346 - 347 e 348 - 349 124 Ibidem pp 355- 356 125 Nel volume «Le origini…», cit, si fa un raffronto tra il testo di statuto proposto dalla Commissione parlamentare ed il testo approvato dall’Assemblea Costituente. Tra i due documenti si pone una serie di 119 120 Il testo approvato dalla Commissione si discosta da tutti gli altri e rinvia ad un successivo provvedimento legislativo «il riparto delle entrate erariali tra lo Stato e la Valle», così come farà lo Statuto approvato dall’Assemblea (art. 12). Unica nota positiva e concreta dell'articolo 12 approvato dall’Assemblea Costituente è la cessione da parte dello Stato alla Valle «dei nove decimi del canone annuale percepito a norma di legge per le concessioni di derivazioni a scopo idroelettrico» (art. 12 ult. comma). Anche in materia di lingua ed ordinamento scolastico la delegazione valdostana aveva presentato una sua proposta che ricalcava il testo del progetto di Statuto approvato dal «Consiglio della Valle», compresa la norma che «nei comuni di lingua tedesca della vallata di Gressoney è anche facoltativamente impartito l'insegnamento della lingua tedesca». (Una modifica dello Statuto per l'inserimento di una tale norma è già stata approvata in prima lettura dalla Camera nella passata legislatura). Lo Statuto disciplina tutta la materia in modo completamente diverso. L’articolo 40 della Commissione dei 18 con il quale era attribuita alla competenza della Regione l’«istruzione materna, elementare, professionale e media e all'educazione fisica della gioventù»126, non è stato approvato dall' Assemblea. Occorre ancora dire che prima del progetto della Commissione dei 18 ne era stato redatto un altro, composto di soli 42 articoli e nel quale mancava tutta la parte relativa alle acque, miniere, demanio e patrimonio, ordinamento e zona franca. Non vi erano neppure previste norme transitorie. Nella seduta del «Consiglio della Valle» del 9 febbraio 1948, il Presidente Severino Caveri ha dato comunicazione al Consiglio di una lettera trasmessa il giorno 17 gennaio 1948 all'on. Perassi, Presidente della Commissione parlamentare per i progetti degli Statuti Speciali Regionali, nella quale si prospettavano «alcune brevi osservazioni in merito allo Statuto della Regione Valdostana quale risulta dal progetto in parte già elaborato dalla Commissione degli undici»127. Senza dilungarmi ad un esame completo delle «aggiunte e modificazioni» che sono state proposte, mi limiterò a sottolineare quelle che, a mio giudizio, se accolte sarebbero state più qualificanti per la nostra autonomia: 1) necessità di prevedere un « Vice-Presidente» , il quale potesse sostituire il Presidente in caso di assenze, malattia o impedimento; 2) sostituzione della qualifica di Presidente della Regione a quella di Presidente della Giunta; 3) riduzione a mille del numero degli elettori richiesto per il referendum popolare; 4) attribuzione al Presidente della competenza a rilasciare, per delega del Governo, passaporti, carte di frontiera, autorizzazioni di soggiorno a cittadini stranieri oriundi della Regione ; emendamenti presentati da vari parlamentari e messi all’ordine del giorno della seduta del 30 gennaio 1948 Questi emendamenti si ritrovano, citati in corsivo, nel verbale della seduta pomeridiana dell’Assemblea Costituente di quello stesso giorno, verbale che è riprodotto nel citato volume da pag. 386 a pag. 498 126 L’art 40 proposto dalla competente commissione parlamentare recitava. Al 1° comma; «La Regione provvede alla istruzione materna, elementare, professionale e media e all'educazione fisica della gioventù» Sull'argomento, all’Assemblea Costituente ci fu una vivace discussione terminata con la proposta di «soppressione» dell’art 40, proposta che è stata approvata e di conseguenza l’articolo 40 è stato soppresso. Cfr i resoconti delle sedute dell’Assemblea Costituente, riportati nel volume «Le origini», cit 127 Per il testo completo di queste «osservazioni» vedi «Le origini» cit pp 282-285 5) autorizzazione al Presidente di adottare, salvo ratifica, deliberazioni di competenza della giunta in casi di urgenza. Osservazioni di carattere generale Ritengo opportuno, a questo punto, formulare alcune osservazioni di carattere generale. Ho già avuto modo di ricordare che gli autonomisti valdostani seguivano due grandi correnti: gli uni la corrente federalista, gli altri quella autonomista. La corrente federalista si rifaceva direttamente al pensiero di Emile Chanoux. Ha avuto grande seguito in Valle e ad essa si è ispirato anche il Consiglio della Valle nell'elaborare il suo progetto di Statuto, nel quale era stata chiaramente definita la sfera di competenza dello Stato elencando le materie che gli erano riservate e attribuendo ogni altra competenza alla Regione. La corrente regionalista, seguiva le tesi di Chabod che, pur reclamando per la Valle un'ampia autonomia amministrativa affermava nel suo progetto che «autonoma dal punto di vista amministrativo, la Regione Valle d'Aosta è. . . dal punto di vista politico parte integrale dello Stato Italiano». Su queste due diverse concezioni dell'autonomia e sulle rispettive correnti si è già scritto troppo e non sempre con sufficiente serenità ed obiettività. Non ritengo comunque mio compito, anche perchè esulerebbe dai fini di questa ricerca, trattare questo problema. Debbo, però, osservare che l'autonomia che alla valle d’Aosta è stata riconosciuta dal Decreto Luogotenenziale n. 545 del 7 settembre 1945 se non è quella auspicata da Chanoux non è neppure quella che Federico Chabod aveva tratteggiato con tanta chiarezza nel suo progetto redatto in quel di Valsavarenche nel mese di settembre del 1944. E che dire poi dello Statuto del 1948 (legge costituzionale dello Stato) che non solo non tiene in alcun conto il progetto del «Consiglio della Valle», ma, in certi punti, ha addirittura riformato in peggio il Decreto Legislativo Luogotenenziale del 1945?128 Sulla terminologia usata nei vari progetti, decreti, Statuto per indicare il nuovo ente e i suoi organi ho già detto nell'introduzione. Posso aggiungere che è inutile cercare, nei testi ufficiali, prima della Costituzione e dello Statuto il termine «Regione». Penso che il motivo sia da ricercare nel fatto che lo Stato, prima della Costituzione repubblicana, era ripartito soltanto in Province e Comuni. Il termine regione non stava ad indicare alcun ente territoriale. Voglio anche completare quanto ho detto nell'introduzione a proposito della terminologia usata per indicare il massimo organo del nuovo ente con alcune considerazioni. Nella terminologia ufficiale ante Statuto il Consiglio è qualificato come «della Valle». Due sono, a mio avviso, i motivi che hanno indotto il legislatore ad usare una tale terminologia, oltre al motivo estetico cui ho accennato nell'introduzione. Il primo si ricollega all'osservazione già fatta più sopra, cioè che a Roma non si sia voluto anticipare il termine «regione» e, di conseguenza. «regionale». La nuova circoscrizione è, invece, Cfr l’ordine del giorno votato dal Consiglio della Valle l’11 marzo 1948, ove tra l’altro è scritto «in alcuni punti quali ad esempio la questione finanziaria e la configurazione giuridica del Presidente della Valle si è proceduto ad una reformatio in peius in confronto al Decreto Legislativo Luogotenenziale 7 settembre 1945, n 545». in Le origini cit pag 366. 128 indicata semplicemente come « Valle» e, come logica conseguenza, il Consiglio che deve amministrarla non può essere che «della Valle». Ma vi è un secondo motivo che collegherei alla «Dichiarazione di Chivasso» ove il richiamo alle « Valli Alpine» è costante. Non solo, ma per i rappresentanti delle Valli alpine il nuovo ente su cui si sarebbe dovuto fondare lo Stato federale e che essi indicavano come «cantone» o «regione» avrebbe potuto essere costituito anche da più valli, ad ognuna delle quali avrebbe dovuto essere «riconosciuto il diritto di costituirsi in comunità politico-amministrativa». Mi sembra evidente, anche se il documento non lo dice espressamente, che ad ogni «valle» sarebbe stato preposto un organo amministrativo, quale appunto un «consiglio di valle». Un organo, quindi, diverso da quello incaricato del Governo della Regione o del cantone che il documento indica con il nome di «assemblee legislative», che sarebbero state regionali e cantonali. A sostegno di questa mia tesi cito quanto il Prof. Alberto Rollier ha scritto nel suo testo introduttivo presentato a Chivasso129: «Anche nella federazione regionale, tuttavia gli interessi valligiani potrebbero non essere tutelati.. . . perciò rivendichiamo il diritto di avere nell’assemblea elettiva regionale, indipendentemente dalla densità della popolazione, almeno un rappresentante eletto dalle zone alpine, che potrebbero essere a questo scopo opportunamente divise in circoscrizioni cantonali politicamente autonome rispetto alla rimanente regione». Mi sembra anche opportuno un breve cenno ai sistemi che alcuni progetti prevedono per l'elezione dell’organo supremo della circoscrizione, indipendentemente da come sia chiamato. Una delle maggiori preoccupazioni dei redattori dei primi progetti di Statuto, anche sulla scia dei principi affermati a Chivasso, era quella di assicurare, con idonee garanzie, che l'amministrazione locale fosse affidata esclusivamente ad elementi originari del luogo o che vi avessero risieduto per un determinato periodo di tempo. Per ottenere questo risultato due sono le vie seguite: l'una di richiedere il requisito della nascita o di un determinato periodo di residenza per l'esercizio dell'elettorato attivo e passivo; l'altra di prevedere un tipo di elezione «indiretta», tramite i Consigli comunali. (v. nota 35) Con questo secondo metodo si sarebbe anche garantita una maggior rappresentanza territoriale ed evitato il concentramento degli eletti nella capitale che, disponendo di un maggior numero di elettori, avrebbe certamente condizionato le scelte. Ma, con il passare del tempo, si fa strada e viene poi incluso nelle varie proposte il metodo dell'elezione dei consiglieri a suffragio universale, senza alcuna limitazione130. Alcuni problemi particolari Dopo le osservazioni di carattere generale che precedono ritengo utile soffermarmi su alcune soluzioni che, nei vari progetti, vengono prospettate in ordine ad alcuni particolari problemi, confrontandole tra loro e con quelle adottate dal legislatore. «De la Déclaration…». cit pag 82 L'articolo 16 dello Statuto secondo il quale (2° comma) «per l'esercizio del diritto elettorale attivo può essere stabilito il requisito della residenza nel territorio della Regione per un periodo non superiore a un anno e per l’eleggibilità quello della nascita o della residenza per un periodo non superiore a tre anni», non ha mai trovato attuazione nelle leggi elettorali 129 130 Alcuni cenni al riguardo si possono trovare in quanto ho detto presentando i singoli progetti. Ma una visione d'insieme può essere utile a quanti si interessano a questa materia. In particolare mi riferisco agli argomenti che seguono: demanio, lingua francese, ordinamento scolastico, riparto delle entrate erariali, controlli. Demanio. Particolare rilevanza assume in questo settore il problema delle acque e, più in particolare, la rivendicazione della loro proprietà. Forse per le nuove generazioni il problema può apparire meno importante di quanto lo era per i valdostani durante gli anni '40 e precedenti. La popolazione locale che conosceva bene questo problema chiedeva che le acque fossero riconosciute in proprietà della Valle, anche perchè esse erano state comprate dai Comuni. In tutti i progetti, infatti, che fossero di impostazione regionalista o federalista, viene rivendicata la proprietà delle acque. Già il prof. Chabod scriveva nel suo «progetto di Autonomia»: «Ma soprattutto occorre provvedere subito in merito al problema della acque. Le acque, cioè, vengono per legge dichiarate di proprietà della regione». Nella «Dichiarazione di Chivasso» tale problema non è affrontato direttamente. Occorre, però, ricordare che tale «Dichiarazione» non riguardava solo la Valle d'Aosta, ma affermava principi da far valere per tutte le valli alpine e, qualora lo avessero voluto, per tutte le Regioni italiane. Nelle varie Valli e Regioni il problema delle acque era molto diverso da quello della Valle d’Aosta, il che spiega il motivo per cui non se ne trovi un cenno specifico. Chanoux lo conosceva bene e, senza chiedere apertamente la proprietà delle acque, forse, anche per i sopraddetti motivi, aveva avanzato le seguenti rivendicazioni: a) «I canoni per le concessioni di acque pubbliche, percepiti dallo Stato, vadano...ai cantoni ed ai comuni alpini...»; b) «La concessione delle acque pubbliche a scopo industriale sia subordinata ad una utilizzazione in loco di una parte delle forze derivate». Ma lo Stato non ha voluto fare tale riconoscimento, anche se nelle bozze di Statuto e di decreto luogotenenziale si trova l'affermazione che le acque sono di proprietà della Regione o che, per lo meno, le sono concesse in perpetuo. Lo Statuto del 1948 si limiterà a trasferire al demanio della Regione «le acque pubbliche in uso di irrigazione e potabile»131. Lingua francese. Il problema della lingua si pone in maniera diversa nei diversi progetti, decreti e Statuto. La diversità sta nel fatto che si spazia dal «consentire l'uso della lingua francese», a garantirne il libero uso, insieme con quella italiana, oppure a riconoscerla «ufficiale». Chabod nel suo progetto parla di «ufficialità» della lingua francese. Così pure si riconosce l'ufficialità alla lingua francese nel progetto predisposto dal C.L.N. Piemontese. In altri testi il riconoscimento di questa ufficialità, anche se non chiaramente espresso, lo si può desumere dal fatto che ad entrambe le lingue è riservato lo stesso trattamento giuridico. Molta importanza viene data nella «Dichiarazione di Chivasso»132 al problema della difesa della lingua locale, là dove essa esiste. L .articolo 7 dello Statuto del 1948, riporta, nella sostanza, la norma contenuta nell'art 1(1° comma) del D L L 7 settembre 1945, n 546 Barbagallo. Codice cit pag 686 132 Nella parte del documento dedicata alle «autonomie culturali e scolastiche». si afferma «nelle valli alpine deve essere pienamente rispettata e garantita una particolare autonomia culturale e linguistica consistente nel: 131 Stévenin, nel suo progetto, non accenna ad alcuna ufficialità dell'una o dell'altra lingua. Si limita ad affermare che «pourront être indifféremment employées dans tous les actes publics. . .». Il presunto «progetto Chatrian» e il primo schema di decreto legislativo prevedono espressamente l'ufficialità di entrambe le lingue. Nel testo del decreto legislativo non troviamo più alcun riconoscimento di ufficialità alla lingua francese, ma solo che «è consentito il libero uso della lingua francese». Nel progetto della Segreteria generale, troviamo questa formula: «è liberamente usata la lingua francese anche nei rapporti con le autorità politiche, amministrative», e aggiunge, «giudiziarie». Si torna a parlare di lingua «ufficiale» nel progetto di Statuto votato dal «Consiglio della Valle» («Nella Valle d’Aosta il francese è lingua ufficiale al pari dell'italiano»). Ormai questo concetto dell'ufficialità della lingua francese come di quella italiana sembra avere preso il sopravvento per cui nel progetto di Statuto della Commissione dei diciotto, leggiamo: «Nella Valle d'Aosta la lingua francese è parificata a quella italiana». Tale testo è stato riprodotto tal quale nello Statuto (art. 38). Ordinamento scolastico e insegnamento della lingua locale Nella «Dichiarazione di Chivasso» si afferma «il diritto all’insegnamento della lingua locale», sotto il «controllo o la direzione di un Consiglio locale», quale corollario al principio che «nelle valli alpine deve essere pienamente rispettata e garantita una particolare autonomia culturale linguistica». La « Dichiarazione» non si occupa di quale sarà il futuro ordinamento scolastico delle valli alpine. E' probabile che nel futuro assetto giuridico-territoriale della valle, ogni decisione sull'ordinamento scolastico sarebbe rientrato nella competenza dei cantoni o delle regioni, almeno per quanto concerneva l'istruzione media, mentre sarebbe probabilmente stato di competenza delle singole Valli addirittura dei singoli Comuni l'ordinamento dell'istruzione elementare e delle scuole materne. Questa ipotesi è suffragata dalla affermazione che troviamo al punto 1 della terza parte del documento133 «alle valli alpine dovrà essere riconosciuto il diritto di costituirsi in comunità politico-amministrative autonome di tipo cantonale» . In seno a tali comunità e nel pieno rispetto della loro autonomia, il problema sarebbe stato certamente posto e risolto. Non solo, ma in Federalismo ed Autonomie Chanoux scrive: «L 'insegnamento della lingua richiede delle garanzie. . .L'insegnamento deve essere fatto con lo spirito della popolazione che parla questa lingua. Queste garanzie non si ottengono in una amministrazione scolastica centralizzata. . . La nomina degli insegnanti deve, quindi, dipendere dalle autorità locali. Il corpo degli insegnanti. . .deve acquistare. .. il necessario collegamento con le istituzioni cantonali e regionali. Poiché, la cultura non è un qualcosa di separato dalla vita di un popolo, ma ne è la parte più viva: l'anima»134. Il problema dell'ordinamento scolastico è affrontato con maggiori dettagli dal progetto di autonomia del Prof. Chabod. E' di competenza del consiglio regionale 1- diritto di usare la lingua locale, là dove esiste… 2- diritto all'insegnamento della lingua locale» 133 Ibidem, pag 34 134 Ibidem, pag 63 provvedere «all'istruzione pubblica». Ma Chabod affronta anche il problema dell'insegnamento bilingue. «L 'insegnamento delle materie scientifiche (matematica, fisica, scienze naturali) viene impartito in lingua francese». Mons. Stévenin tratta del problema della competenza in materia scolastica facendo una netta distinzione tra quelle che sono le scuole elementari e quelle che sono le scuole secondarie. E, mentre riserva ai Comuni ogni competenza in materia di elementari dice che la competenza in materia di istruzione secondaria «est du ressort du Conseil régional». Il progetto del C. L. N. segue uno schema leggermente diverso. Partendo dai programmi «generali di insegnamento in vigore nel resto dello Stato italiano, potranno essere adeguati dal Consiglio regionale alle particolari necessità dell'insegnamento locale». Per la nomina degli insegnanti si rifà alle competenze previste nel progetto Stévenin e cioè: è riservata ai Comuni « la nomina degli insegnanti elementari», mentre al Consiglio regionale spetta di provvedere alla «nomina degli insegnanti delle scuole medie», stabilendo che «li sceglierà, con alcune cautele, sulla base dell'idoneità conseguita in un concorso statale» . Sulla stessa linea sono il progetto attribuito all'On. Chatrian e il primo schema di decreto legislativo. Il decreto legislativo luogotenenziale del 1945 riserva alla competenza del «Consiglio della Valle» «la nomina degli insegnanti delle scuole elementari e medie». Ma per poter essere nominati dovranno «aver conseguita l'idoneità in un concorso generale per le scuole medie dello Stato»135. Occorre ancora dire che, numerosi progetti di statuto avevano riservato alla completa competenza della Regione la materia dell'istruzione, quella a livello universitario esclusa. Non solo, ma era stata anche prevista la possibilità, per la Regione, di avvalersi di professori «di nazionalità non italiana». L'articolo 71 del progetto di Statuto approvato dal Consiglio della Valle, riconosceva alla Regione la facoltà di nominare laureati e diplomati all'estero per l'insegnamento della lingua francese», senza specificare se questi laureati potevano anche essere cittadini di stati esteri, come, e lo abbiamo già visto, era stato previsto in altri progetti. Anche l'articolo 11 del progetto di decreto legislativo prevedeva la possibilità che fossero ammesse «ad insegnare nelle scuole della Valle d’Aosta anche persone di nazionalità non italiana» subordinatamente, però, al «previo gradimento del Ministero della Pubblica Istruzione» e limitatamente ai cittadini «di quegli Stati che accordino un trattamento di reciprocità ai cittadini italiani». Di questa possibilità non si trova più alcuna traccia nel decreto legislativo del 1945, ne nel decreto del Capo Provvisorio dello Stato n. 365, relativo all'ordinamento delle scuole in Valle d’Aosta ed è inutile cercarlo nello Statuto del 1948. Riparto delle entrate erariali Non occorre un particolare acume per capire che è inutile parlare di autonomia politico-amministrativa se a questa non si aggiunge l'autonomia finanziaria, o, perlomeno, una certa qual autonomia che permetta di poter a priori conoscere, con la maggior approssimazione possibile, quali saranno le risorse disponibili. Se i presupposti dell'autonomia possono essere cercati nella storia, nell'etnia e nella lingua di un popolo, la sua concretizzazione e realizzazione deve avere come base, molto più prosaicamente, mezzi economici sufficienti. 135 Cfr 7 settembre 1945, n 545, art 16 Barbagallo, Codice cit rag 73 Leggiamo, in Federalismo ed Autonomie di Chanoux la seguente affermazione: «Non vi è libertà o autonomia politica e morale, senza libertà o autonomia economica». E', quindi, naturale che a partire dalla «Dichiarazione di Chivasso», e, successivamente, in tutti i progetti di autonomia si sia affrontato, anche in modi diversi e contrastanti, il problema dei mezzi finanziari necessari alla Regione per I'espletamento della sua attività. Ricordiamone alcuni. A Chivasso si era affermata la necessità di «un sistema di tassazione delle industrie che si trovano nei cantoni alpini. . . in modo che parte dei loro utili torni alle vallate alpine». Chabod affermava che «le attuali percentuali di aliquota fra imposte comunali, provinciali e statali, devono essere rivedute e in modo da lasciare alla Regione ed ai Comuni la quasi totalità del gettito delle imposte percepite nella Valle». Stévenin, a sua volta, scriveva nel suo progetto: «Les impôts fonciers et de bâtiments et autres impôts directs devront être concertés entre l'Etat et la région et partagés dans des mesures à établir. . .». Il progetto del C.L.N . Piemontese prevedeva che « . . .l'attuale ripartizione delle imposte dovrà essere completamente riveduta in guisa da attribuire la maggior parte del reddito all'Ente della Regione». Il progetto attribuito all'On. Chatrian contiene una norma di rinvio ( « . . . sarà effettuato con legge dello Stato il riparto delle pubbliche entrate fra l'erario dello Stato e l'erario della circoscrizione»), - come pure il decreto legislativo luogotenenziale del 1945 («con provvedimento legislativo. . .sarà effettuato il riparto delle entrate erariali fra lo Stato e la Valle» ). Infine, anche lo Statuto che avrebbe potuto, e non erano mancate le proposte, come abbiamo visto, risolvere con una norma statutaria il problema del riparto, contiene una norma di rinvio «sarà dallo Stato, . . attribuita alla stessa (Valle) una quota dei tributi erariali». Lo Statuto poi, contiene tra le disposizioni transitorie quella del terzo comma dell’art. 50 che rinvia ad una norma dello Stato la determinazione di un ordinamento finanziario tra lo Stato e la Regione. «Entro due anni dall’elezione del Consiglio Valle, con legge dello Stato, in accordo con la Giunta regionale, sarà stabilito, a modifica degli articoli 12 e 13 un ordinamento finanziario della Regione»). E' questo uno dei pochi casi in cui lo Statuto della Valle d’Aosta prevede esplicitamente l'adozione di una norma di attuazione136. Controlli Un cenno a parte merita il problema dei controlli sulla Regione e sui suoi atti. Nelle proposte del Consigliere di Stato Carbone (vedi Le Origini cit. pp. 346-347 e 348-349) il problema era stato brillantemente risolto elencando, senza rinvii a leggi di attuazione, le imposte e tasse di competenza della Regione e lasciando «aperta», nella seconda proposta la determinazione della "quota" Analoga soluzione era stata concordata la mattina del 27 gennaio 1948, tra la delegazione valdostana e la commissione dei 18 Ibidem, pag 355. Nello stesso senso vi fu una proposta dell.On Uberti ma sono rimaste «proposte» Nell'articolo 12 del progetto redatto dalla Commissione di 18 fu di nuovo stabilito che «il riparto delle entrate erariali tra lo Stato e la Valle» sarà «effettuato con provvedimento legislativo». In sede di discussione in aula l'argomento fu oggetto di vivaci contrasti. Un emendamento presentato dall'On Bordon prevedeva per la Valle «una finanza autonoma» con l'elencazione di tutte le voci che concorrevano a costituire le sue entrate. L'emendamento fu in seguito ritirato. Vedi i resoconti della discussione all'Assemblea Costituente in Le origini, cit pag 424 e sgg 136 Nei primi progetti l'autonomia è configurata in modo cosi ampio che non sono previsti controlli. In un ordinamento «federalista» questo è più che naturale, ma l'abolizione dei controlli è caratteristica anche dei progetti cosiddetti «regionalisti». Chabod ipotizza un controllo politico riservato, però, all'«Assemblea Nazionale». E non è un controllo generico, ma limitato al caso di «constatata inadempienza o contravvenzione da parte del Consiglio». Solo allora il Governo può «chiedere all’Assemblea Nazionale il diritto di intervenire, sciogliendo il Consiglio regionale...». Sulla stessa linea troviamo Mons. Jean-Joconde Stévenin che esclude «toute intervention de mandataires ou officiers du Gouvernement Central» . Per Stévenin il Governo potrà intervenire solo «exceptionnellement, pour des motifs contestés et deliberés par la majorité des Communes». Occorre notare ancora una volta, come per Stévenin, il perno della pubblica amministrazione locale è il Comune. Il Comune elegge i Consiglieri regionali, il Comune può chiedere l'intervento del Governo, ai Comuni, stando all'art. 6 del progetto, il Consiglio deve rendere conto della sua gestione: «art. 6 - Le Conseil régional administre les deniers publics, approuve ses budgets en dehors de tout contrôle de la part du Gouvernement Central. Il enverra, cependant un compte-rendu de sa gestion à toutes les Communes, lesquelles pourront opportunément lui faire parvenir leurs observations». Non si tratta, è vero, di un controllo vero e proprio da parte dei Comuni, ma quelle «observations» potevano avere un certo peso, specie se si pensa che, secondo il progetto Stévenin, spettava ai Consiglieri comunali di eleggere i consiglieri regionali. Anche per il progetto del C.L.N. Piemontese i controlli non sono previsti: «Il Consiglio regionale prepara ed approva, senza bisogno di ulteriori controlli, il bilancio della regione...». Nel progetto attribuito all'On. Chatrian troviamo una norma analoga. Dice, infatti l'art. 6: «La circoscrizione Valle d’Aosta non è soggetta alla tutela dell'autorità governativa». Lo scioglimento del Consiglio è previsto, ma solo «per gravi motivi di ordine pubblico o quando, richiamato all'osservanza di obblighi ad esso imposti per legge, persista a violarla». Neppure nei Successivi schemi di decreto legislativo troviamo traccia di un controllo sugli atti della Regione. Anzi l'art. 5 del primo schema lo esclude espressamente «La Valle d’Aosta non è soggetta alla tutela dell'autorità governativa»). Sarà solo con il decreto legislativo luogotenenziale n. 545 del settembre 1945 che troveremo ( art. 9) l'istituzione di un «Comitato di Coordinamento. Suo compito principale non è però, quello di controllare, ma bensì di collaborare con «gli organi della Valle per l'applicazione del presente decreto e per il migliore sviluppo dell'attività normativa ed amministrativa della Valle». Si potrebbe sintetizzare il suo compito in un «prevenire anziché reprimere», poiché il successivo articolo 10 del decreto affida a questo Comitato il «Controllo di legittimità» sugli atti amministrativi della Regione, sempre dopo aver precisato che «l'attività amministrativa della Valle d’Aosta non è soggetta al controllo di merito da parte dell'autorità governativa». Con questo articolo si vuole ribadire il concetto che la Valle d’Aosta non è soggetta alla cosiddetta «tutela» da parte dell'autorità governativa. E' un concetto che non può essere disgiunto da quello di autonomia ed è per questo che lo si trova affermato, come ho fatto notare più sopra, nei vari progetti. Analoga disposizione a quella contenuta nell'articolo 10 del decreto legislativo luogotenenziale è riprodotta sia nel testo di progetto di Statuto predisposto dalla Segreteria generale sia in quello approvato dal «Consiglio della Valle», rispettivamente negli articoli 59 e 75. Lo Statuto del 1948 prevede, infine, una «Commissione di Coordinamento» che «esercita il controllo di legittimità sugli atti amministrativi della regione» , non solo, ma, con richiesta motivata, può «promuovere il riesame dell'atto da parte della Regione». Qui, anche se il riesame può essere chiesto solo nei «modi e limiti stabiliti dalle leggi dello Stato» non siamo più nel campo della legittimità, ma si entra in quello del merito. L'autonomia è, quindi, ulteriormente limitata da una siffatta norma, e la Regione viene a trovarsi, per quanto si riferisce ai controlli, nella stessa situazione di qualsiasi Provincia e qualsiasi Comune. Anche il problema del controllo sulle leggi regionali è risolto dallo Statuto in modo diverso da come era stato ipotizzato, abbiamo già avuto modo di dirlo nei progetti di Statuto che hanno affrontato tale tema di cui, tuttavia, nella maggior parte dei progetti, non vi è alcun cenno, non essendo neanche prevista chiaramente una potestà legislativa, nel senso tecnico della parola. Il controllo delle leggi regionali è previsto e regolamentato dall'articolo 38 dello Statuto. Innanzitutto esso è competenza non di un organo collegiale, ma di un organo individuale: il Presidente della Commissione di Coordinamento, che, entro il termine di trenta giorni dalla comunicazione di qualsiasi legge regionale, deve vistarla, ma a meno che non ritenga che la legge regionale «ecceda la competenza della Regione e contrasti con gli interessi nazionali o con quelli delle altre Regioni», in tal caso, «la rinvia al Consiglio della Valle nel termine fissato per l'apposizione del visto». Il Consiglio, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, la può riapprovare, dopo di che solo il Governo, entro il termine di quindici giorni dalla comunicazione, potrà promuovere la questione di legittimità davanti alla Corte Costituzionale o quella di merito davanti alle Camere. In caso di dubbio deciderà la Corte di chi sia la competenza. Eccomi giunto alla fine di questo excursus tra i vari progetti di Statuto. Come ho già detto all'inizio, si tratta di una ricerca senza alcuna pretesa di essere completa e esauriente. Potrà servire, forse, a chi si interessa a questi temi ed essere utile a chi, in futuro, vorrà approfondire maggiormente l'argomento e colmare le numerose lacune di questo modesto lavoro. Prima di chiudere, voglio esprimere tutta la mia gratitudine a coloro che mi sono stati di aiuto in questa fatica. In particolare, al Prof. Paolo Momigliano, direttore dell'Istituto Storico della Resistenza in Valle d’Aosta; al Prof. Lin Colliard, direttore dell'Archivio Storico regionale; al Prof. Eugenio Corniolo purtroppo scomparso prima della pubblicazione di queste pagine; alla dott.ssa Maria Costa e al geom. Tarcisio Bizel, per il prezioso materiale messo a mia disposizione. Appendice di documenti Comitato di Liberazione Nazionale Piemontese1 Il C.L.N. Regionale piemontese, ha oggi ricevuto la Commissione Valdostana inviata dal C.L.N. di Aosta per la risoluzione del problema dell'autonomia. La commissione, composta dalla prof. Ida Viglino, dal Canonico Carlo Bovard, dal prof. Federico Chabod e accompagnata dal Prefetto prof. Alessandro Passerin d'Entrèves. Dopo ampia discussione il C.L.N. per il Piemonte e la Commissione Valdostana si sono pienamente accordati sui seguenti punti: Articolo 1- E' costituita una Regione Valle d’Aosta nei limiti da Pont St Martin al Piccolo San Bernardo da una parte e tra la frontiera svizzera e la cresta spartiacque tra la Valle d’Aosta e il canavese dall'altra. Articolo 2 - La regione è amministrata da un Consiglio generale di 25 membri, eletti dai consiglieri comunali di tutti i Comuni della Valle. Il consiglio generale nomina un Presidente, che è a capo del potere esecutivo della Valle, e una Giunta di cinque membri. In via transitoria, sino a quando non sarà possibile indire le regolari elezioni amministrative, il consiglio generale è costituito di 15 membri designati pariteticamente dai cinque partiti rappresentati nel C. L. N.; in più dei 15 membri c'è il Presidente che è l'attuale Prefetto. Inoltre costituisce parte integrante del Consiglio Generale l'attuale Comitato di Liberazione Nazionale di Aosta, il quale continuerà tuttavia a mantenere intatta la sua fisionomia di organo direttivo politico e procederà quindi indipendentemente nelle questioni politiche. Articolo 3 - Quale che sia il futuro sistema elettorale italiano, la regione Valle d’Aosta ha diritto a essere rappresentata da almeno due deputati nell'assemblea nazionale. Articolo 4- Il Presidente e il consiglio generale, provvedono alla esecuzione nella valle delle leggi generali dello Stato italiano, al mantenimento dell'ordine pubblico e sovraintendono all'osservanza dei principi democratici che sono a base del nuovo stato italiano. In caso di determinate inadempienze il consiglio può essere sciolto dal governo centrale che indice nuove elezioni. Articolo 5 - Il Consiglio generale sovraintende all' Amministrazione della Valle in tutti i suoi rami, eccetto che per l'amministrazione militare, per l'amministrazione della giustizia (Pretura e tribunali che dipendono direttamente dal governo centrale); restando ben inteso che qualora nell'ordinamento generale dello stato italiano le basi dell'ordinamento giudiziario vengano modificate con nuovi principi di libere elezioni anche la Valle d’Aosta beneficerà di questo nuovo trattamento. Nella Valle d’Aosta vige il sistema della coscrizione obbligatoria con reclutamento territoriale delle truppe stanziate in Valle. Il Consiglio generale prepara ed approva, senza bisogno di ulteriore controllo, il bilancio della regione; controlla i bilanci preventivi e consuntivi dei singoli comuni; provvede al funzionamento di tutti i rami della pubblica amministrazione regionale, nominando e retribuendo i funzionari. Il documento consegnato da Alessandro Passerin d.Entrèves reca in alto l’annotazione che segue. «Accordo di Torino (originario»). 1 Deriva di conseguenza che l’attuale ripartizione delle percentuali di aliquota di imposte dovrà essere completamente riveduta in guisa da attribuire a maggior parte del reddito dell'imposta all'ente della regione. Ogni imposta erariale per essere applicata nella Valle dovrà essere ratificata dal Consiglio generale. Articolo 6- Il Consiglio generale ha facoltà di provvedere anche subito, pur nella sua formazione transitoria, alla ripartizione delle circoscrizioni comunali, purché questa nuova ripartizione sia chiesta su istanza dei C.L.N. locali e successivamente dai consigli comunali. Articolo 7- Nella regione Valle d’Aosta sono parimenti lingue ufficiali la lingua italiana e quella francese. Di conseguenza gli atti pubblici potranno essere redatti nell'una e nell'altra lingua, ad eccezione delle sentenze della magistratura, che dovranno essere redatte in lingua italiana. Nelle scuole di ogni ordine e grado, all'insegnamento della lingua francese sarà dedicato un numero di ore settimanali pari a quelle della lingua italiana. Inoltre l'insegnamento di alcune materie, da precisare ulteriormente, sarà impartito in lingua francese. I programmi generali di insegnamento in vigore nel resto dello stato italiano, potranno essere adeguati dal Consiglio generale alle particolari necessità dell'insegnamento locale. La nomina degli insegnanti elementari è fatta direttamente dai comuni; la nomina degli insegnanti delle scuole medie è fatta dal Consiglio generale che li sceglierà con alcune cautele sulla base dell'idoneità conseguita in un concorso statale. Potranno insegnare in valle d’Aosta anche persone di nazionalità non italiana. Il Consiglio generale ha piena facoltà di restituire immediatamente nella loro forma originale i nomi di località soppresse e modificate dal passato regime. Articolo 8 - Per venire incontro alle necessità economiche della regione valle d’Aosta, si riconosce che le acque sono proprietà pubblica della regione. Di conseguenza tutte le imprese elettriche che vorranno stabilire impianti in Valle d’Aosta dovranno ottenere il consenso del consiglio generale, il quale determinerà le modalità di uso delle acque e fisserà il corrispettivo sotto forma di un canone adeguato di affitto, di concessione gratuita o prezzo ridotto di energia elettrica alla popolazione o di concessione di energia elettrica per i lavori dell'artigianato locale. La Regione Valle d’Aosta ha il diritto di trattare anche con società straniere per lo sfruttamento delle acque, restando sempre impregiudicata la proprietà della regione. In questo caso però essa riconosce un diritto di opzione a favore delle società idroelettriche italiane. Verrà stabilita ulteriormente la percentuale massima di affitto che la Regione può pretendere da ogni società idroelettrica. E' parimenti riconosciuta alla Regione la proprietà pubblica del sottosuolo e dei boschi demaniali; e anche in questo caso le imprese di sfruttamento dovranno ottenere il consenso della regione, la quale naturalmente deve provvedere alla tutela del patrimonio forestale come della fauna e della flora. A titolo di suggerimento da tenere presente in fase successiva, tanto più trattandosi di problemi che dovranno essere posti su piano internazionale che richiedono accordi internazionali, si fa presente l'opportunità di concedere alla regione della Valle d’Aosta la facoltà di accordarsi con le regioni immediatamente finitime di stati esteri (Francia e Svizzera) su questioni di carattere turistico e doganale, anche allo scopo di tutelare l'emigrazione stagionale valdostana. Pure allo scopo di aiutare l'economia della Valle, si considera, sin d'ora, come estremamente desiderabile la costituzione della valle d’Aosta in zona franca ai fini doganali e finalmente, anche allo scopo di fare della Valle d’Aosta sempre più un anello di congiunzione fra Francia e Italia destinato a collegare i due popoli, e a togliere ogni malinteso e ragione di sospetto, è desiderabile venga considerata la possibilità della neutralizzazione militare della Valle d’Aosta. Torino, 15 Maggio 1945- Il C.L.N. Regionale Piemontese ***** Questo testo fu oggetto di discussioni e le osservazioni che ne sono scaturite sono contenute nel documento che segue: Note sul progetto di autonomia valdostana approvato dal C.L.N. piemontese Nulla da osservare sull'art. 1 che sanziona i confini di quella che tradizionalmente si intende per regione della Valle d’Aosta. Sull'art. 2 da rilevare la necessità di tenere presente la doppia funzione del C.L.N. di Aosta come Organo indipendente che conserva tutte le sue funzioni originarie, e che rimane la base della vita politica locale, e come parte integrante del Consiglio Generale provvisorio. Nulla da osservare sull'art. 3. Sarebbe opportuno aggiungere dopo l'art. 4 una esplicita dichiarazione che i cittadini italiani godranno nell'ambito della regione degli stessi diritti dei Valdostani. L 'ultimo alinea dell'art. 5 costituisce una tale mutilazione della sovranità del potere centrale che se ne consiglia l'abrogazione o la sostituzione del comma stesso con altro pressapoco del seguente tenore: Il Governo Italiano si impegna ad esentare previa consultazione del C.R. la regione Valle d’Aosta da una parte almeno dei tributi che dovessero venire imposti nei prossimi anni ai fini della ricostruzione Nazionale. E ciò tenuto conto che la Valle d’Aosta ha già bisogno di essere aiutata economicamente per poter vivere e non potrebbe sopportare nuovi eccessivi aggravi. L'art. 7 ammette all'insegnamento nella vallata gli insegnamenti stranieri. Si crede opportuno sottolineare il pericolo rappresentato dal lasciare nelle mani di stranieri la formazione dei giovani che dovrebbero venire educati secondo una mentalità e un metodo conforme allo spirito della nazione italiana per cui si propone di respingere tale concessione, tanto più che la facoltà concessa al Consiglio Generale di adeguare i programmi generali di insegnamento italiani alla necessità dell'insegnamento locale salvaguarda di già pienamente la cultura valdostana. Si propone di aggiungere una clausola in cui si dichiari che i diritti acquisiti dagli impianti già esistenti non potranno venire alterati, salvo che per l'obbligo del canone annuo di affitto e della concessione di energia elettrica, a cui le imprese proprietarie dei suddetti impianti saranno costrette nei confronti della regione. Le modalità di uso delle acque non potranno cioè venire alterate ora a danno degli impianti già esistenti. Per la clausole finali, cioè per i suggerimenti, si afferma che possibilità della neutralizzazione della Val d'Aosta, contro la cui sostanza nulla vi è da obiettare, deve essere lasciata al Governo Italiano che potrà utilmente servirsene nelle trattative di pace. L'analisi dei due documenti comparati e il loro raffronto con il testo definitivo approvato dal CLNP e dal CLNAI permette di cogliere significative differenze tra il testo «originario» e quello definitivo. Quest'ultimo, infatti, recepisce: a) il suggerimento di conservare intatta la «fisionomia di organo direttivo politico…» al C. L.N. b) il principio per cui « i cittadini italiani godranno nell' ambito della regione degli stessi diritti dei Valdostani». c) la proposta di abrogazione dell'ultimo comma dell'art. 5 del testo originario e la sua sostituzione con un nuovo comma; d) la proposta della clausola aggiuntiva relativa ai diritti già acquisiti dagli impianti idroelettrici già esistenti che viene introdotta alla lettera nel 2° comma dell'art. 8 del testo definitivo. Non fu, invece, accolta la proposta di escludere dall'incarico dell'insegnamento in Valle insegnanti stranieri. Nel testo definitivo, approvato dal C.L.N., scompare pure ogni accenno alla «possibilità della neutralizzazione della Valle d'Aosta», che fu oggetto di una clausola «segreta» su cui furono d'accordo il CLNAI e la commissione valdostana, clausola che si riporta per esteso: «II C.L.N.A.I. approva e fa suo il suggerimento presentato dalla Commissione Valdostana, perchè venga considerata la possibilità della neutralizzazione militare della Valle d’Aosta, che sancirebbe con un atto di valore internazionale la particolare situazione della Valle d’Aosta. Ciò anche allo scopo di far si che la Valle d'Aosta divenga sempre più elemento di rafforzamento dell'amicizia fra l'Italia e la Francia. Il C.L.N.A.I. appoggerà quindi presso il Governo Italiano anche questa proposta; ma, affinché il Governo italiano possa servirsi di questo suggerimento nelle sue trattative di pace con la Francia e valersene a vantaggio generale dell'Italia, l'accordo fra il C.L.N.A.I. e la Commissione Valdostana su questo punto, viene sancito in testo a parte, non destinato per ora alla pubblicità». Sul testo «originario» della proposta del C.L.N. furono apportate alcune aggiunte e correzioni di secondaria importanza, recepite nel testo definitivo. Esse sono relative alla denominazione del Consiglio che da «generale» diventa «regionale», all'attribuzione al presidente del Consiglio del titolo di «Presidente Regionale», all'esclusione dalla competenza del Consiglio anche dell'amministrazione delle Comunicazioni (FF.SS., Poste e Telegrafi) ed all'obbligo di dare «comunicazione, per gradimento, al Ministero della Pubblica Istruzione» dei nominativi degli insegnanti stranieri assunti nella Scuola valdostana. ***** Testo trascritto dai 4 fogli (a matita) del Prof Federico Chabod, su carta intestata «Il sottosegretario di Stato per la Guerra», con lo stemma dello Stato monarchico in alto a sinistra. Le parentesi con puntini stanno ad indicare parole o gruppi di parole illeggibili nel manoscritto. Art. 1 - E' costituita una circoscrizione Valle d’Aosta, con capoluogo in Aosta, nei limiti compresi tra il confine orientale del Comune di Pont Saint Martin al Piccolo San Bernardo da una parte e la frontiera svizzera e la cresta spartiacque tra la Valle d’Aosta e il Canavese dall'altra. Gli altri Comuni che attualmente fanno parte della provincia di Aosta, sono aggregati alla provincia di Torino. La circoscrizione della Valle d’Aosta è corpo morale ed ha un ordinamento particolare secondo le disposizioni degli articoli seguenti nel quadro dell'unità politica dello Stato italiano sovrano e sulla base dei principi democratici che ispirano la vita della nazione. Art. 2 - La circoscrizione Valle d’Aosta è retta da un Consiglio di 25 membri, eletti dai Consiglieri comunali dei Comuni della Circoscrizione in base alle norme che saranno all'uopo emanate. I Consigli comunali della valle saranno eletti secondo la legge elettorale comunale italiana. Il Consiglio della circoscrizione nomina nel suo seno un Presidente e una giunta di cinque membri. Art. 3 Come Sorrentino art.4 art.5 id. (...) .....6 (...) Art. 7- La circoscrizione della Valle d’Aosta non è soggetta alla vigilanza ed alla tutela dell'autorità governativa. Il Consiglio della circoscrizione può essere sciolto sentito il Consiglio di Stato per gravi motivi di ordine pubblico o quando, richiamato all’osservanza di obblighi adesso imposti per legge, persista a violarli. In tali casi il Governo affida l'amministrazione nella persona di un Commissario straordinario e indice nuove elezioni entro il termine di sessanta giorni. Art. 7- Qualunque sia il futuro sistema elettorale italiano la circoscrizione Valle d’Aosta ha diritto ad una rappresentanza di almeno due deputati all' Assemblea Nazionale. Art. 8- Il Consiglio della circoscrizione provvede al mantenimento dell'ordine pubblico, a mezzo sia di reparti di forze di polizia assegnate dal Governo centrale sia a mezzo di una polizia locale. Esso sovraintende all'amministrazione della circoscrizione in tutti i suoi rami, tanto in quelli gestiti attualmente dalla Provincia quanto in quelli gestiti dallo Stato eccetto che per l'amministrazione militare, per l'amministrazione della giustizia (Tribunale e Pretura che dipendono direttamente dal governo centrale,delle poste e delle comunicazioni(PP.TT.) «Nella Valle d’Aosta vige il sistema della coscrizione obbligatoria, con reclutamento territoriale delle truppe stanziate nella circoscrizione». Art. 9- Il Consiglio Regionale (sic) prepara ed approva senza bisogno di ulteriori controlli il bilancio della regione, provvede ( . . . ) al funzionamento di tutti i rami della pubblica amministrazione regionale nominando o retribuendo i funzionari. Art. 10 - Valutate le spese occorrenti per far fronte ai servizi pubblici assunti dalla circoscrizione, sarà effettuato con legge dello Stato il riparto delle pubbliche entrate fra l'erario dello Stato e l'erario della circoscrizione ed eventualmente sarà fissato anche il contributo assunto dallo Stato per fronteggiare le suddette spese. Con legge dello Stato saranno indicati i tributi locali che il Consiglio della circoscrizione avrà facoltà di imporre. Con legge dello Stato saranno stabiliti i contributi necessari da parte dell'erario dello Stato per sopperire alle necessità della ricostruzione della Valle. L 'accertamento ai fini tributari sarà fatto da una commissione composta da un rappresentante del Ministero delle Finanze e da due delegati del Consiglio della (….) Le industrie (…………………..) Art. 11- c. l'art. 6 proposta Torino Art. 13- Nella circoscrizione Valle d’Aosta sono parimenti lingue ufficiali la lingua italiana e quella francese di conseguenza gli atti pubblici potranno essere redatti nell'una o nell'altra lingua, ad eccezione delle sentenze della magistratura che dovranno essere redatte in lingua italiana. Nelle scuole di ogni ordine e grado, all'insegnamento della lingua francese sarà dedicato un numero di ore settimanali pari a quello della lingua italiana. L'insegnamento di alcune materie sarà impartito in lingua francese. L'insegnamento di ogni materia sarà disciplinato dalle norme e dai programmi in vigore nello Stato, con gli opportuni adattamenti alle necessità locali. Sarà creata una commissione mista di rappresentanti del Ministero della P. I. e della circoscrizione e stabilite le materie il cui insegnamento dovrà essere impartito in francese ( . . . ). Gli insegnanti delle scuole elementari saranno nominati dai Consigli comunali; gli insegnanti delle scuole medie saranno nominati dal Consiglio della circoscrizione. Gli uni e gli altri dovranno possedere i titoli di studio prescritti dallo Stato; gli insegnanti delle scuole medie dovranno aver conseguito l'idoneità in un concorso generale per le scuole medie dello Stato e aver comprovato con speciali titoli la loro buona conoscenza della lingua francese. Potranno insegnare nella circoscrizione anche persone di nazionalità non italiana, previo gradimento del Min. P.I. Tale concessione potrà essere applicata solo a favore dei cittadini di quegli Stati che accordino un trattamento di reciprocità. Il Consiglio regionale ha facoltà di restituire immediatamente nella loro forma originaria i nomi di località soppressi o modificati dal passato regime. ***** Testo proposto dalla Commissione nominata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri Articolo 1 E' costituita una circoscrizione Valle d’Aosta, con capoluogo in Aosta, nei limiti compresi tra il confine orientale del comune di Pont St. Martin e il Piccolo S. Bernardo da una parte e la frontiera svizzera e la cresta spartiacque tra la Valle d’Aosta e il Canavese dall'altra. Gli altri comuni, che attualmente fanno parte della Provincia di Aosta sono aggregati alla provincia di Torino. La circoscrizione valle d’Aosta è corpo morale e ha un ordinamento particolare, secondo le disposizioni degli articoli seguenti, nel quadro dell'unità politica dello Stato italiano, sulla base della eguaglianza dei diritti di tutti i cittadini italiani e dei principi democratici che ispirano la vita della nazione. Articolo 2 La circoscrizione valle d’Aosta è retta da un consiglio di 25 membri, eletti dai consiglieri comunali dei comuni della circoscrizione, in base alle norme che saranno all'uopo emanate. I consigli comunali della valle sono eletti secondo la legge elettorale comunale italiana. Il consiglio della circoscrizione nomina nel suo seno un Presidente ed una giunta di 5 membri. Articolo 3 Fino a quando non sarà possibile effettuare le elezioni amministrative il consiglio preveduto nell'articolo precedente è costituito: 1) - dal Prefetto attualmente in carica, presidente; 2) - da 15 membri designati, tre per ciascun partito dai cinque partiti che compongono il Comitato di Liberazione Nazionale di Aosta; 3) - dai componenti del Comitato di Liberazione Nazionale di Aosta, il quale tuttavia resta in funzione quale organo politico ed esercita le attribuzioni che gli sono demandate. Articolo 4 Il presidente del consiglio della circoscrizione esegue le deliberazioni del consiglio ed ha la rappresentanza della circoscrizione. Il consiglio pu6 delegare alla giunta alcune delle sue attribuzioni, In caso di assoluta urgenza il presidente può compiere gli atti di competenza del consiglio o della giunta, salvo ratifica da parte del consiglio o della giunta da darsi alla prima adunanza successiva al compimento dell'atto. Articolo 5 Le attribuzioni che dalle leggi vigenti sono demandate al prefetto Sono esercitate, nella circoscrizione valle d’Aosta, dal Presidente del consiglio della circoscrizione. La vigilanza delle amministrazioni comunali della circoscrizione è attribuita al presidente del consiglio della circoscrizione; la tutela alla giunta della circoscrizione . Articolo 6 La circoscrizione valle d’Aosta non è soggetta alla tutela della autorità governativa. Il consiglio della circoscrizione può essere sciolto dal governo centrale, sentito il consiglio di Stato, per gravi motivi di ordine pubblico o quando, richiamata dall'osservanza di obblighi ad esso imposti per legge, persista a violarli. In tali casi il governo affida l'amministrazione della circoscrizione ad un commissario straordinario e indice nuove elezioni entro il termine di 60 giorni. Articolo 7 Il consiglio della circoscrizione esprime il proprio parere sui progetti dei provvedimenti legislativi e regolamentari concernenti la valle d’Aosta. Articolo 8 Qualunque sia il futuro sistema elettorale italiano la circoscrizione valle d’Aosta ha diritto ad una rappresentanza di almeno due deputati all'assemblea nazionale. Articolo 9 Il consiglio della circoscrizione provvede al mantenimento dell'ordine pubblico, a mezzo sia di reparti di polizia assegnati dal governo centrale, sia di reparti di polizia locale. Il consiglio provvede al funzionamento della pubblica amministrazione in tutti i rami tanto in quelli gestiti attualmente dalla Provincia quanto in quelli già gestiti dallo Stato, eccetto che per l'amministrazione militare, per l'amministrazione della giustizia, per l'amministrazione delle PP. TT . e delle comunicazioni, per l'amministrazione dei tributi, che dipendano direttamente dal governo centrale. Il consiglio nomina e retribuisce i funzionari dei servizi pubblici eserciti dalla circoscrizione. Il consiglio prepara ed approva, senza bisogno di ulteriore controllo, il bilancio della circoscrizione. Nella circoscrizione valle d’Aosta vige il sistema della coscrizione obbligatoria con reclutamento territoriale delle truppe stanziate nella circoscrizione. Articolo 10 L'accertamento ai fini delle imposte dirette sarà effettuato da una commissione presieduta dal capo dell'Ufficio delle imposte e composta da due delegati del consiglio della circoscrizione. Per le imprese industriali e commerciali che hanno la sede centrale fuori dal territorio della circoscrizione. ma che hanno nella valle stabilimenti e impianti, nell'accertamento dei redditi da parte dei competenti uffici sarà determinata la quota del reddito da attribuire agli stabilimenti e impianti medesimi. L 'imposta inerente a detta quota sarà riscossa dagli organi di riscossione della circoscrizione. Articolo 11 Valutate le spese occorrenti per far fronte ai servizi pubblici assunti dalla circoscrizione, sarà effettuato con legge dello Stato il riparto delle pubbliche entrate fra l’erario dello Stato e I'erario della circoscrizione. Con legge dello Stato saranno pure fissati: a) - l'eventuale contributo annuo dello Stato che si rendesse necessario per fronteggiare le suddette spese; b) - i contributi da parte dell'erario dello Stato per sopperire alle necessità della ricostruzione della valle d. Aosta: c) - sgravi fiscali a favore della piccola proprietà agraria e dell'artigianato locale . Articolo 12 Il consiglio della circoscrizione ha facoltà di provvedere anche subito pur nella sua formazione transitoria, alla ripartizione delle circoscrizioni comunali, basata di massima sullo stato di cose esistenti prima del 1922, e di ripristinare immediatamente nella loro forma originaria i nomi di località soppressi o modificati dal passato regime. I provvedimenti saranno pubblicati nella gazzetta ufficiale del Regno Articolo 13 Nella circoscrizione valle d’Aosta sono parimenti lingue ufficiali la lingua italiana e quella francese. Di conseguenza, gli atti pubblici potranno essere redatti nell'una o nell'altra lingua, ad eccezione delle sentenze della magistratura che dovranno essere redatte in lingua italiana. Nelle scuole di ogni ordine e grado all'insegnamento della lingua francese sarà dedicato un numero di ore settimanali pari a quello della lingua italiana. L 'insegnamento di alcune materie sarà impartito in lingua francese. L 'insegnamento di ogni materia sarà disciplinato dalle norme e dai programmi in vigore nello stato, con gli opportuni adattamenti alle necessità locali. Tali adattamenti, come pure la precisazione delle materie da insegnare in lingua francese. verranno effettuati da apposita commissione mista di rappresentanti del Ministero della Pubblica Istruzione e di rappresentanti del consiglio della circoscrizione. Gli insegnanti delle scuole elementari saranno nominati dai consigli comunali; gli insegnanti delle scuole medie saranno nominati dal consiglio della circoscrizione. Gli uni e gli altri dovranno possedere i titoli di studio prescritti dallo Stato; gli insegnanti delle scuole medie dovranno aver conseguito l'idoneità in concorso generale per le scuole medie dello Stato. Per le materie da insegnare in lingua francese gli insegnanti dovranno inoltre comprovare con speciali titoli la loro buona conoscenza della lingua francese. Potranno insegnare nella circoscrizione anche persone di nazionalità non italiana, previo gradimento del Ministero della Pubblica Istruzione. Tale concessione potrà tuttavia essere applicata solo a favore dei cittadini di quegli stati che accordino un trattamento di reciprocità ai cittadini italiani. Articolo 14 Tutte le acque pubbliche della circoscrizione valle d’Aosta che non abbiamo formato oggetto di concessione o di riconoscimento di uso a termine delle norme vigenti, sono date colla presente legge in concessione perpetua e gratuita alla circoscrizione valle d’Aosta la quale potrà farne oggetto di subconcessione a favore dei singoli richiedenti. Nei casi di subconcessione per sfruttamento idroelettrico la circoscrizione non potrà applicare canoni che superino quelli che saranno stabiliti con successivo provvedimento legislativo, sentito il consiglio della circoscrizione. La subconcessione può essere subordinata anche all'impegno di fornire gratuitamente o a prezzo ridotto energia elettrica per i servizi pubblici o per usi domestici e per l'artigianato locale. Per le concessioni già esistenti saranno applicati dei sovracanoni a favore della circoscrizione entro i limiti che saranno stabiliti nei modi previsti dal 2° comma, come pure potranno essere imposte le forniture di cui al 3° comma. Le concessioni per usi potabili ed irrigui già esistenti non saranno soggette (ad alcuna imposizione di canone a favore dello Stato. Articolo 15 Le miniere che alla data del presente decreto non siano oggetto di regolari concessioni saranno date in concessione gratuita e perpetua alla circoscrizione su richiesta di questa, applicate nel resto le disposizioni della legge mineraria. I boschi di proprietà dello Stato vengono trasferiti in proprietà alla circoscrizione la quale provvederà alla tutela del patrimonio forestale come della fauna e della flora. Articolo 16 I territori compresi nella circoscrizione valle d’Aosta sono posti fuori dalla linea doganale e costituiscono zona franca. Il beneficio della zona franca si estende alla esenzione dalle imposte erariali di fabbricazione e di consumo, ma non si applica all'imposta generale sull'entrata. Con successivo decreto verranno stabilite le modalità di attuazione di detta zona franca, comprese quelle relative alla franchigia per i prodotti valdostani da introdurre nel territorio doganale italiano, e quelle relative alla disciplina, ai fini doganali degli stabilimenti della circoscrizione valle d’Aosta Articolo 17 Per tutto quanto non è previsto nel presente decreto si applicano alla circoscrizione valle d’Aosta le disposizioni vigenti relative alla provincia. Angelo Quarello LE DINAMICHE DEMOGRAFICHE POPOLAZIONE DI F ABBRICA: IL «COGNE» DAL 1931 AL 19811. DI UNA QUARTIERE Nota introduttiva Elementi essenziali per questa indagine sono i censimenti della popolazione che, ogni dieci anni in una continuità quasi senza interruzioni, sono stati svolti dall' Autorità di governo sul suolo italiano dalla unità nazionale ad oggi. La documentazione relativa alla città di Aosta può essere trovata, sin dalle prime scarne rilevazioni, eseguite in periodo pre-unitario, presso l'archivio storico regionale e, per il periodo riguardante la presente indagine, presso l'archivio comunale della città di Aosta. Si è innanzitutto esaminato il censimento dell'anno 1931, poiché si voleva avere una visione del quartiere quand'esso già avesse raggiunto una dimensione significativa, poi sono stati analizzati alcuni censimenti successivi, per poterne evidenziare le linee di sviluppo e gli eventuali cambiamenti. Prima preoccupazione è stata quella di cercare di superare l'aridità delle cifre, che tuttavia rimangono alla base della scientificità dell'indagine, per uniformarsi alle ragioni del presente studio e cioè ad una indagine sulla vita della popolazione di un quartiere operaio. Attraverso i dati forniti sui singoli individui dai censimenti, abbiamo appuntato il nostro interesse sulla ricostruzione delle aree di provenienza dei capifamiglia e delle loro mogli, al fine di ottenere un quadro generale dei luoghi di origine della popolazione della quale si è inoltre studiata la composizione della struttura familiare, l'età degli individui, la professione svolta, gli scambi matrimoniali intervenuti all'origine di tali nuclei familiari. Il quartiere Cogne nel 1931 Gli ufficiali rilevatori del censimento del 21 aprile del 1931 hanno raccolto in una apposita sezione i dati riguardanti il quartiere Cogne. Se tale decisione ha certamente Le discipline demografiche, hanno forse più di altre scienze umane, subito una rapida evoluzione negli ultimi decenni Potremmo forse fissare negli anni seguenti la fine della seconda guerra mondiale I"inizio del rinnovato interesse e dei nuovi indirizzi degli studi demografici (cfr Massimo Livi Bacci, Una disciplina in rapido sviluppo: la demografia storica in Demografia Storica - Ed Il Mulino. Bologna 1975) In Valle d’Aosta gli studi storici hanno tenuto in disparte tali discipline. ricercando al massimo l’ammontare complessivo della popolazione o riflettendo specialmente sui flussi di immigrazione o emigrazione Di fronte al tentativo di studiare nel suo complesso la storia di un agglomerato urbano assai omogeneo e nettamente delimitato nei suoi confini territoriali quale si presenta il Quartiere Cogne, elemento importante, anche se non esaustivo. appare la conoscenza delle caratteristiche generali della sua popolazione. Ecco la ragione dello studio i cui risultati vengono di seguito riportati. 1 favorito il nostro lavoro, crediamo vada ulteriormente sottolineata poiché indica come tale quartiere sia stato, sin dagli inizi, considerato una parte ben delimitata ed in sé omogenea del tessuto cittadino, nella quale, per orientarsi, più che le vie doveva essere sottolineata la denominazione dei raggruppamenti degli edifici: ville Ansaldo, rustici, case operaie, baracche ed il loro numero. Struttura familiare Il quartiere Cogne appare nel 31 abitato da 349 famiglie e 11 nuclei semplici, intendendo con tale termine individui singoli, non sposati o vedovi, che abitino soli o con parenti. Tali nuclei semplici, in numero molto ridotto in confronto normalmente al resto della popolazione, sono costituiti essenzialmente da singoli individui abitanti le ville e i rustici, sono costoro dirigenti o impiegati, e le baracche, in tal caso si tratta soprattutto di manovali. Si può dunque affermare che la popolazione del quartiere che somma a 1470 individui, di cui 767 maschi e 703 femmine, è strutturata in nuclei familiari in gran parte semplici, infatti solo 67 di essi, pari al 18, 61%, sono quelli allargati, vedono cioè la presenza di uno o più parenti alloro interno. La struttura familiare più rappresentata è formata da coniugi con uno o due figli, tali famiglie rappresentano circa i1 50% delle unità familiari e sono immediatamente seguite della coppia singola e da famiglie con tre figli. Poche sono le famiglie numerose: 7 unità con 5 figli, 10 unità con 6 figli e solamente una con 7 figli. Altrettanto scarsa è la presenza di capifamiglia vedovi, 8 unità, e vedove, 16 unità. Questi dati indicano chiaramente che non solo è giovane di costruzione il quartiere, ma lo sono anche la quasi totalità delle famiglie che lo abitano. La famiglia allargata, tipologia familiare che normalmente si trova nel mondo contadino e in quello borghese, vede di solito la presenza al suo interno di genitori anziani o di fratelli in giovane età che ancora non hanno formato nuclei familiari indipendenti. Nel quartiere Cogne la famiglia allargata presenta proprie caratteristiche assai diverse. Infatti solo 22 dei 67 nuclei allargati registrano la presenza di un genitore; si tratta poi principalmente di nuclei di solitari e di recente costituzione, mentre sono ben 47 le famiglie allargate che vedono la presenza di fratelli, sorelle, nipoti, tutti in età lavorativa. La famiglia operaia dunque che basa il proprio bilancio solo sulle entrate provenienti dal salario, non sopporta ulteriori pesi se questi ultimi non contribuiscono chiaramente all'aumento delle entrate del bilancio familiare. In tal modo però esse rappresentano anche il luogo in cui famigliari nuovi immigrati possono trovare un luogo di ricovero e di vita sociale in attesa di formare nuovi nuclei e trovare una sistemazione indipendente. Classi di età Abbiamo ritenuto utile approfondire il tema dell'età degli abitanti il quartiere per trarne utili indicazioni. Si è suddivisa perciò la popolazione per anni di nascita, tenendo distinti i vari ruoli che i singoli individui ricoprivano all'interno della famiglia, al fine di meglio poter intendere le potenzialità di sviluppo e le caratteristiche di tale popolazione. E' poi emersa l'esigenza di raggruppare i dati acquisiti in fasce di età comprendenti cinque anni ciascuna, per poterne agevolare la lettura. Il quadro che ne emerge è assai indicativo: il quartiere ha una popolazione giovane ed è in chiara espansione numerica, essendo il numero delle famiglie costante, legato com'è al numero degli alloggi assegnati, ne deriva che a crescere sono le famiglie stesse nel numero dei figli. Ma vediamo i dati in particolare. Le fasce più consistenti sono quelle che comprendono gli individui con età che vanno dai 25 ai 40 anni; è lì che si raggruppa la gran parte della popolazione adulta. Una popolazione, dunque, giovane che ancora deve esprimere tutte le sue potenzialità non solo demografiche, ma anche lavorative. Si tratta di individui nel pieno della vita e delle possibili relazioni sociali. Da questo dato di fondo si può immaginare debba derivare il «tono» della ;tessa vita di quartiere, le sue dinamiche e problematiche sociali. Dopo una flessione per la fascia che va dai 40 ai 45 anni si registra una vera e propria discesa per gli anni successivi. Il quartiere, in questi anni sembra quasi non conoscere la presenza degli anziani, sono infatti solamente 51 gli individui che superano i 60 anni. La potenzialità di cui parlavamo trova conferma nei dati riguardanti i giovani. Infatti, dopo una strozzatura degli indici riguardanti gli individui con età dai 15 ai 19 anni, corrispondenti agli anni della prima guerra mondiale, il numero dei più piccoli è in netta e costante crescita, frutto questo delle nuove famiglie, della sicurezza man mano raggiunta, quella del lavoro prima e della casa poi. Non inganni a questo proposito il dato corrispondente agli individui nati tra il '31 e il '27, riportando, i censimenti l'anno di nascita ed essendosi svolto il censimento nell'aprile del '31, tale dato non comprende come le altre fasce un periodo di cinque anni ma di quattro anni più il periodo che va da gennaio ad aprile del '31. Professioni L' omogeneità della popolazione del quartiere viene ulteriormente sottolineata quando si passi all'esame delle professioni svolte dai capifamiglia. Certo, gli alloggi sono stati assegnati a lavoratori dipendenti della Cogne, tuttavia era sempre possibile cambiare tipo di lavoro e di attività. Nel quartiere i capifamiglia sono, nella quasi totalità, ancora dipendenti Cogne, ad eccezione di due pensionati, un impiegato della Pubblica Amministrazione ed uno della milizia, un venditore ambulante ed un sellaio. Tra i dipendenti, gli operai, con 240 unità, rappresentano i due terzi degli assegnatari, 8 sono i dirigenti, 37 i capireparto e 44 gli impiegati, sia tecnici che amministrativi. I valori numerici della fabbrica sono quindi abbastanza rispettati nella configurazione del quartiere, forse con una presenza più significativa dei capireparto. Il quartiere viene così a riassumere in sé tutte le caratteristiche sociali presenti nell'universo di fabbrica. Solamente tre delle 341 mogli e capi famiglia vedove dichiarano di svolgere una attività, sempre quella di sarta tra l'altro; ne scaturisce così una figura di donna tutta dedita alla famiglia e alla casa che, molto probabilmente, vista la dislocazione appartata del quartiere rispetto al tessuto urbano delle città, vive essenzialmente tra le case Cogne e lì trova le sue amicizie tra le altre mogli con le quali condivide problemi e tipo di vita. Ci è sembrato poi importante analizzare il lavoro svolto dai figli delle famiglie del quartiere. E' questo un aspetto a volte sottovalutato negli studi, importante invece a nostro avviso poiché è spesso la spia dell'incontro tra le possibilità offerte dal mercato del lavoro e le aspirazioni delle giovani generazioni. Tale dato inoltre ci apre uno spiraglio sulla conoscenza di potenziali elementi di trasformazione della famiglia provenienti dal suo stesso interno. I figli maschi seguono, sin dalla giovane età, in gran parte le orme dei padri: su 123 unità lavorative censite ben 107 hanno trovato un posto nell'industria, 91 come operai, 3 sono i fattorini e 12 gli impiegati tecnici, 3 sono i tecnici amministrativi, uno è già capo reparto. Se quindi è il mondo lavorativo dei padri ad assorbire la quasi totalità della forza lavoro dei figli, alcuni cercano strade diverse in modo assai individuale tanto il ventaglio di scelte fatte ci appare diversificato: 3 si sono dedicati al commercio, 2 sono commessi, 2 i materassai, uno fa il parrucchiere, un altro l'autista, uno il tipografo, un altro il falegname. Alcuni invece cercano la sicurezza del salario nella Pubblica Amministrazione: due sono impiegati, due fattorini, uno si è arruolato come sotto-ufficiale, un altro è dipendente delle ferrovie. E' certo questa una tendenza che andrà seguita nei censimenti successivi per verificarne i possibili sviluppi. Le figlie si comportano in modo ovviamente differente, anche perchè l’industria siderurgica non poteva rappresentare quel polmone di assorbimento della forza lavoro che era stato per i maschi. Innanzitutto un numero molto minore di femmine rispetto ai maschi si avvia al lavoro, infatti per sole 36 di esse abbiamo trovato censita una attività diversa da quella generica di casalinga. La maggior parte svolge il mestiere di sarta, ben 13 unità, due sono le operaie, tre le commesse, una la bambinaia ed una la ricamatrice. E' l'impiego ad attrarre il maggior numero di esse: ben 6 sono infatti le unità impiegate nella P.A. La fabbrica continua, pur in dimensioni assai ridotte, comunque ad attrarre forza lavoro: 8 sono le impiegate e due le fattorine che hanno trovato posto alla Cogne. Provenienze Abbiamo voluto evidenziare quale sia stato il contributo dato dalla Valle e dalle altre regioni d'Italia al popolamento del quartiere. Ci siamo limitati ad analizzare la provenienza dei capifamiglia e delle loro mogli, dato questo che ci pare assai esaustivo poiché i parenti e i figli altro non sono che aggregati al primitivo nucleo familiare e quindi emanazione di esso. Non poche sono le sorprese che tale lavoro ha suscitato in noi. Confessiamo infatti che il quartiere Cogne ha sempre rappresentato nella nostra mente, sin dall'inizio della sua formazione, l'equivalente di una isola veneta all'interno della città. I dati emersi dal censimento del 1931 mettono in crisi tale concetto, almeno per quanto riguarda i primi anni della vita del quartiere. Certo la presenza veneta è importante, 127 individui, ma non così totalizzante se si pensa ai 649 adulti tra capifamiglia e loro mogli di cui si è censita la provenienza. In gran parte i veneti provengono dalla provincia di Vicenza, 48 maschi e 43 femmine, e più precisamente da paesi quali Lonigo in principal modo, Retzo, Gambellara, Valstagna ecc. . . Altrettanto importante per unità presenti quanto quella veneta appare la presenza piemontese, 122 unità. Le maggiori province tributarie sono quelle di Torino e di Alessandria con 48 individui la prima e 321a seconda. Ben 67 sono i lombardi, provenienti soprattutto dalla provincia di Milano e Bergamo, non vi sono paesi che ricorrano più frequentemente di altri, segno di una iniziativa particolare dei singoli. Discreto anche l'apporto dato dalla Liguria, 22 unità, con la città di Genova ed i paesi di Cornigliano e Sampierdarena. Sorprendente il contributo proveniente dalla Toscana, 47 unità, e dall'Emilia Romagna, 38 unità. Mentre di quest'ultima è Ferrara con 18 individui a fare la parte del leone con paesi come Bondeno, Codigoro ecc. . . , dalla Toscana provengono in modo assai distribuito con una leggera prevalenza della provincia di Arezzo e Pisa con paesi come Bagni San Giuliano, Ponsacco, Cascine di Buti ecc. . . Anche le Marche contribuiscono notevolmente, 46 unità, a dare alla popolazione del quartiere una chiara impronta rappresentativa di tutto il centro - nord della penisola; spiccano in questo caso le province e la città di Ancona e quella di Macerata. Il resto della penisola, anche se rappresentato, non costituisce una presenza rappresentativa che possa essere sottolineata. I dati relativi alla Valle vanno letti tenendo conto che la provincia di Aosta nel '31 si estendeva sino ad includere il territorio di Ivrea. Per questo abbiamo ritenuto utile scorporare i dati relativi ai comuni ora piemontesi da quelli generalmente indicati come provincia di Aosta. La presenza, sebbene importante, 126 unità di cui 44 ora piemontesi, risente della composizione della forza lavoro della Cogne in cui la Valle poco era rappresentata sin dagli inizi per i motivi conosciuti. Vorremmo comunque sottolineare il dato di una presenza superiore delle femmine rispetto ai maschi, segno questo che gli immigrati propendevano quando possibile, a sposare una donna originaria del posto per ovvi motivi di legittimazione della propria presenza e perchè più facilmente le donne del luogo potevano allargare la cerchia sociale della famiglia e magari disponevano di beni sul posto. Incroci matrimoniali e luoghi di nascita dei figli Per approfondire ulteriormente la conoscenza dei nuclei familiari residenti nel quartiere, abbiamo poi esaminato gli incroci matrimoniali al fine di evidenziare le dinamiche che hanno dato origine a tali nuclei. Il quadro che ne è emerso è apparso assai complesso e la sua lettura nel particolare sarebbe stata difficile e forse prolissa. Ci limitiamo qui ad alcune ossevazioni sui dati generali. Quasi un terzo, 101 unità, dei nuclei vede i due contraenti provenire dallo stesso paese di nascita, mentre altri 77 nuclei vedono marito e moglie provenire da paesi vicini appartenenti alla stessa provincia. Nel primo caso si tratta di paesi uniformemente distribuiti su tutto il territorio interessato alla immigrazione; il nucleo comunque più importante appare quello proveniente dal comune di Lonigo, 14 unità, e da altri della provincia di Vicenza. Nel secondo caso invece primeggia la Valle d' Aosta con 17 nuclei, ancora Vicenza con 16, seguono Alessandria con 7 e Torino con 5; per il rimanente si tratta soprattutto di province del centro Italia, famiglie dunque che provengono da lontano. L'alto indice, oltre la metà dei nuclei, della provenienza di marito o moglie dallo stesso paese o da paesi limitrofi indica come i nuclei si siano trasferiti ad Aosta quando gia erano formati e una netta propensione degli immigrati nel momento di prendere moglie di tornare nel paese natio. I casi di marito e moglie nati nella stessa regione sono meno rilevanti, 41 casi, e riguardano nella quasi totalità province confinanti soprattutto del Piemonte, 15 casi, Veneto, 9 casi, e Lombardia. Assai rilevanti per numero, 90 casi, gli incroci matrimoniali tra contraenti nati in regioni diverse. In questo caso una linea di tendenza appare possibile sottolineare: in quasi la metà dei casi uno dei contraenti è originario di Aosta e dei paesi limitrofi. Negli altri la casistica è assai complessa, si va dall'unione di individui appartenenti a province vicine ma di regioni diverse, a unioni tra regioni distanti tra loro, il che, considerata a volte la giovane età dei contraenti, fa ritenere che il nucleo si sia formato già nella città di Aosta poiché i paesi di provenienza sono quelli interessati all'emigrazione in Valle. In 16 casi i nuclei vedono uno dei contraenti essere nato all'estero. Una presenza dunque assai variegata, che presenta però delle caratteristiche e costanti che abbiamo cercato via via di riassumere. Certo sarebbe stato importante seguire il cammino delle varie famiglie e soprattutto definire la data del loro insediamento in Aosta. L 'unico dato fornitoci dai censimenti che, a questo scopo, poteva essere illuminante era il paese di nascita dei figli e, qualora la famiglia fosse numerosa, la data di nascita del primo figlio nato in Aosta. Le famiglie, per la loro relativa giovinezza, non sembrano avere dimorato in molti luoghi prima di giungere in città, non si sono infatti trovate famiglie che avessero figli nati in posti molto diversi tra loro. Le famiglie con figli nati tutti fuori Valle sono assai numerose, 113 unità, e le date di nascita dell'ultimo figlio sono in gran parte abbastanza recenti: oltre la metà dopo l'anno 1920, segno di una immigrazione negli anni immediatamente seguenti la prima guerra mondiale. Tale indicazione viene ampiamente confermata dalle famiglie, 109 unità, che hanno figli nati sia in Aosta che nei paesi di origine. In questo caso la data del primo figlio nato ad Aosta è posteriore, eccetto soli 13 casi, all'anno 1921 con un numero assai elevato di figli nati negli ultimi cinque anni precedenti il censimento, mentre gli altri figli sono nati nei paesi di origine. Solo 65 famiglie hanno figli nati tutti in Aosta ed in molti casi si tratta di famiglie di recente formazione con il primo figlio nato negli ultimi cinque anni. Questi dati credo siano assai chiarificatori sulla data di immigrazione in Valle di gran parte degli abitanti del quartiere. Il quartiere Cogne nel 1951 Il quartiere Cogne si presenta al censimento del 1951 assai diverso dal precedente. L'avvenuta costruzione, nel lasso di tempo dal '31 al '51, di nuove abitazioni di edilizia popolare ha esteso di molto i confini, facendo registrare all'insediamento stesso un notevole aumento di presenza di nuclei familiari ed influendo su alcune caratteristiche proprie del precedente quartiere. D'altra parte l'analisi nostra non poteva limitarsi semplicemente a seguire l'evoluzione subita solamente dai primi insediamenti, poiché la struttura urbanistica in cui il quartiere è venuto sviluppandosi, sino a raggiungere la sua massima espansione, costituisce un tutt'uno inscindibile ed omogeneo. A far parte quindi del quartiere non sono più solamente le case costruite dalla Società Nazionale Cogne, ma anche quelle sorte grazie ai sovvenzionamenti di leggi statali per la costruzione di case popolari comprese nel quadrilatero di Via Monte Grivola, Via Liconi, Via Capitano Chamonin e Via G . Elter . Il numero dei nuclei familiari che vi si sono insediati è più che triplicato. passando da 360 a 1213, eppure il quartiere in una delle sue caratteristiche sociali più rilevanti è rimasto quasi del tutto inalterato: l'attività del capofamiglia. Infatti i nuovi insediamenti non hanno stravolto, anzi vengono ad ampliare e a solidificare la presenza operaia. Sono 901 i capifamiglia che, pur ricoprendo diverse posizioni lavorative, 702 operai, 159 impiegati, 3 fattorini, 25 guardiani, 12 dirigenti, sono dipendenti della Società Nazionale Cogne, mentre solo 87 svolgono altre attività. Tra queste ultime, oltre al commercio, è in particolare l'edilizia, con 29 unità, a rappresentare il maggior polo di attrazione; l'importanza di tale settore è confermata dal grande numero di figli delle famiglie del quartiere che vi si è dedicato, complessivamente ben 88 unità. Sebbene dunque il naturale e maggiore polmone di assorbimento della giovane manodopera resti la fabbrica, quest'ultima appare meno egemonica che nel passato: su 491 giovani occupati, 236 hanno seguito le orme dei padri, mentre 255 unità hanno preferito allontanarsene, abbracciando quasi tutta la gamma di attività presenti nella città. Oltre all'edilizia, il settore più interessato dall'inserimento di giovani forze è rappresentato dall'artigianato, notevole risulta essere il numero dei panettieri, 32 unità, e dei commessi. Per le donne la Soc. Naz. COGNE rappresenta, soprattutto per le vedove, un sicuro rifugio alle difficoltà venute con la morte del coniuge; è infatti la fabbrica ad offrire spesso un lavoro di fattorina o inserviente alla vedova dell'ex dipendente o alla moglie dell'invalido. Per le altre donne si allarga la gamma di attività che esse intraprendono, va comunque sottolineato il fatto che il fenomeno della moglie del dipendente Cogne che lavora rimane ancora assai circoscritto. Continua così a sussistere la figura della donna sposata del quartiere, tutta dedita alla casa e alla famiglia, la cui vita si svolge all'interno del quartiere stesso. Sono invece le figlie che stanno cambiando. Più facilmente esse escono dall'universo familiare, ben 246 hanno trovato una occupazione fissa. Poche si rivolgono verso l'industria, dove, se vi entrano, è per ricoprire mansioni amministrative, non quindi per ripiego ma per mettere a frutto gli studi svolti, compiendo spesso un salto di qualità nella gerarchia della fabbrica rispetto al lavoro svolto dal proprio padre. Alcune sono entrate poi a far parte dell'amministrazione pubblica come impiegate, insegnanti, ecc. , quelle invece che non possono contare su un titolo di studio, la maggioranza, hanno continuato il tradizionale, per il quartiere, mestiere di sarta o hanno accettato lavori più umili: inservienti nell'amministrazione pubblica o domestiche. Le più giovani, in attesa di un lavoro più sicuro, svolgono le mansioni di commessa nei negozi cittadini. Fasce di età e struttura familiare La struttura di base della famiglia del quartiere è del tutto simile alla precedente, le percentuali maggiori sono rappresentate infatti ancora dalla coppia di coniugi con uno (252 unità pari a120, 7%) o due figli (258 unità pari al 21,3%) seguite dai coniugi soli (130 unità pari al 10,7% ) o con tre figli (152 unità pari al 12,5%). Le famiglie molto numerose continuano a rimanere una eccezione, quelle con 6 figli sono solo 36, mentre 17 vedono la presenza di 7 figli. Che il quartiere, o almeno una parte di esso, cominci però ad invecchiare,è dato dal numero abbastanza rilevante di vedovi e vedove con figli che, uniti, raggiungono quello delle coppie sole. Si tratta di famiglie a struttura semplice; poche infatti vedono la presenza di parenti. Si può notare, invece, il sorgere di un fenomeno nuovo: la doppia famiglia abitante lo stesso appartamento. Si tratta, nella quasi totalità dei casi, di giovani che sposatisi continuano a vivere con i genitori ed i fratelli. Tuttavia anche questa novità, peraltro limitate, non cambiano il quadro generale del quartiere. Più interessante appare l'esame della struttura assunta dalle fasce di età. Sembra vi sia una doppia piramide, l'una con la base poggiante sulla punta dell'altra. In pratica i primi nuclei stabilitisi nel quartiere sono invecchiati, mentre vi sono stati notevoli inserimenti negli ultimi anni di nuclei familiari giovani. Al di là di queste considerazioni generali, sono ancora due gli elementi che ci possono fornire una idea delle prospettive future del quartiere: l'addensarsi di diverse unità comprese nelle fasce di età oltre i 60 anni ed il decremento delle ultime fasce costituenti lo zoccolo della piramide, cioè il numero di bambini presenti nel quartiere. Mentre nel '31 la costruzione del quartiere era recente e giovane era anche la sua popolazione, nel '51 quasi un terzo della popolazione supera i 50 anni; non solo, ma gli anziani - quasi inesistente era la loro presenza nel '31- sono ora parecchi e le loro fila, nel giro di pochi anni, saranno rinfoltite dalle larghe fasce degli attuali cinquantenni. D'altra parte anche la spinta per ringiovanire il quartiere venuta dai nuovi nuclei insediatisi sembra avere già esaurita la sua forza: le fasce di età dei bimbi da 9 a 5 anni e quelle da 4 a 0 sono decrescenti in maniera assai chiara e irreversibile. L'universo del quartiere, dunque, appare assai variegato; convivono in pratica due generazioni di famiglie, fatto che determina la presenza nel quartiere di persone e fasce di età assai equilibrate, dimostrando però una debolezza nel settore della prima infanzia, debolezza che solo potrebbe essere superata con l'inserimento di nuove coppie di giovani nel quartiere. Provenienze Pur essendosi arricchito di nuovi nuclei, anche giovani, il quartiere rimane essenzialmente caratterizzato dall'insediamento di famiglie i cui coniugi sono immigrati in Valle. Di fronte al triplicarsi del numero di tali nuclei familiari, il numero dei capofamiglia originari della Valle aumenta infatti in modo molto limitato: dalla quarantina del '31 a 78 nel '51. La presenza maggiore si registra per le donne, caratteristica questa comune al primo insediamento. Ancora dunque un quartiere di immigrati, ma con alcune varianti rispetto al '31. In primo luogo la presenza dei veneti è aumentata notevolmente, il loro numero (414 maschi e 405 femmine) si è infatti più che settuplicato, andando a rappresentare un terzo dei capifamiglia del quartiere. Tale rafforzamento viene ulteriormente sottolineato dai progressi compiuti dall'altra regione dell'area veneta: il Friuli, vede il numero dei suoi capi famiglia passare da 3 a 32 unità. E' questo un fatto assai rilevante poiché, di fronte ad una avanzata contenuta dell'immigrazione proveniente dalle altre regioni, determina in un unico quartiere la presenza di un nucleo etnicamente omogeneo e dominante. Sebbene infatti si rafforzi la presenza di immigrati da altre regioni, nessuna di esse sfiora i livelli assunti dall'immigrazione veneta. Tuttavia ci pare utile sottolineare la robusta presenza di capifamiglia piemontesi, 158 unità, e lombardi, 75 unità, mentre di dimensioni nettamente inferiori appare quella emiliana, 46 unità, e quella toscana, 43 unità. Di poco rilievo sono le altre presenze ad eccezione di un secondo aspetto che contribuisce a mutare sostanzialmente il quadro di riferimento precedente. Nel '31, infatti, la presenza meridionale era del tutto insignificante; ora, invece, anche se nettamente inferiore a quella settentrionale, comincia non solo ad apparire, ma raggiunge subito livelli apprezzabili. Sono soprattutto i calabresi, 78 unità, ed i siciliani, 12 unità, a caratterizzare tale presenza, che pone le basi per poter diventare un elemento non sporadico o secondario nella vita del quartiere. Le famiglie meridionali sono infatti abbastanza giovani ed i loro capifamiglia sono impiegati nei due più importanti settori lavorativi presenti nel quartiere: industria ed edilizia. Il quartiere Cogne nel 1981 Per seguire una cadenza di tempo omogenea tra un censimento e l'altro, sarebbe stato opportuno esaminare il censimento dell'anno 1971. Questo è quanto ci proponevamo, ma la mancanza di alcuni dati e schede di censimento riguardanti proprio una parte essenziale del quartiere, (Via P. Salimbeni, Via G. Elter), ci ha obbligato a prendere in esame il censimento successivo, poiché, in caso differente, i dati non avrebbero fornito una immagine completa del quartiere e non avrebbero potuto essere confrontati con quelli sino ad allora esaminati. Tale incidente di percorso ha comunque presentato un aspetto positivo: ci ha permesso di avere una fotografia demografica del quartiere assai recente, forse l'ultima prima degli interventi già programmati, che faranno compiere un salto di qualità al quartiere ma certamente ne muteranno le caratteristiche particolari che hanno caratterizzato la storia del quartiere per più di un cinquantennio. Tale immagine pensiamo non susciterà l'interesse esclusivamente del mondo storico, ma anche quello di altri studiosi che si apprestano ad operare su tale realtà. Fasce di età e struttura familiare. Anche per il censimento del 1981 abbiamo, come sempre, rilevato ed elaborato i dati salienti: un aspetto è subito emerso, imponendosi alla nostra attenzione. Ci siamo infatti trovati di fronte ad una piramide dell'età addirittura capovolta: la sua base è quasi inesistente, mentre la punta è smisuratamente allargata, il corpo centrale appare assai ristretto e di larghezza costante. Salta in tal modo inequivocabilmente agli occhi l'esteso fenomeno di invecchiamento che ha interessato il quartiere negli ultimi trent'anni. Su un totale di 2780 individui residente nel quartiere, 738 unità superano i 60 anni e altre 421 unità sono comprese fra i 50 e i 60 anni. Il quartiere Cogne è divenuto quindi un quartiere di anziani, senza alcuna prospettiva nel futuro di invertire l'andamento registrato, a meno di drastici interventi; poche sono infatti le coppie giovani che si sono stabilite nel quartiere e molto limitato appare il numero di bambini al di sotto dei 10 anni di età, 178 unità. Le conseguenze di una struttura piramidale delle età quale quella esaminata coinvolgono direttamente la consistenza dei nuclei familiari. Le famiglie numerose o almeno con più di due figli sono diventate quasi una rarità, mentre primeggiano incontrastati i nuclei composti da vedovi soli o con un figlio e da coniugi soli, tali nuclei rappresentano uniti i150% del totale delle famiglie del quartiere. Oltre a ciò sono una sessantina i maschi e le femmine che vivono soli o con un parente, a questi vanno aggiunti una quarantina di separati o divorziati, ufficialmente così censiti per la prima volta con l'entrata in vigore della nuova legislazione in materia. I dati poc'anzi rilevati, spiegano, ci pare, assai sufficientemente i dati generali riguardanti il numero totale degli abitanti e quello dei nuclei familiari. Mentre infatti questi ultimi scendono di numero molto leggermente rispetto al dato del '51 da 1213 a 1132, a causa di una sessantina di alloggi rilevati come non occupati dal censimento '81, il numero degli abitanti quasi si dimezza passando dalle 5027 unità del '51 alle 2780 unità dell'81. Un quartiere oltre che invecchiato molto svuotato, quindi, non solo delle sue forze giovani, ma della stessa presenza fisica dei suoi abitanti. I giovani hanno abbandonato il quartiere per formarsi una famiglia altrove, anche quando le madri vedove rimanevano sole, 176 unità; altri abitanti, raggiunta l'età della pensione, hanno preferito ritornare al paese di origine, tenendo pur sempre occupato l'alloggio nel quartiere. La caratteristica di quartiere operaio, che ha contraddistinto l'agglomerato sin dalla sua nascita, continua a sussistere, subendo però l'impatto dell'invecchiamento e dello spopolamento che hanno coinvolto il quartiere stesso. Su 794 capifamiglia maschi, ben 393 unità sono pensionati, un numero notevole di uomini, vissuti a lungo in fabbrica ma ormai usciti dalla produzione, mentre altri 307 capifamiglia ancora lavorano presso la Naz. COGNE, 217 come operai, 63 come impiegati, guardiani o uscieri e 16 come dirigenti. Aumentano tuttavia, pur rappresentando una netta minoranza, i capifamiglia che non hanno contatti con la fabbrica; essi sono 94 e vanno ad occupare una larga fascia di attività di cui due sono le più ricorrenti: l'edilizia e l'impiego. Il numero dei figli che lavorano è diminuito, di essi solo 62 hanno trovato un posto di lavoro presso la Soc. Naz. COGNE, gli altri 122 si sono dedicati a diverse occupazioni. Delle donne sposate solo 66 dichiarano di svolgere una attività, scomparso il tipico lavoro di sarta, sono soprattutto impiegate, 19 unità, infermiere, 7 unità, collaboratrici familiari, Il unità, ma il campo delle attività alle quali esse si dedicano si allarga notevolmente: insegnanti, commercianti cameriere, ottiche, ecc. mentre le vedove sono ora collaboratrici familiari, bidelle, infermiere; il legame che le univa alla fabbrica è stato sostituito in gran parte da quello con l'amministrazione pubblica. Le ragazze, invece, continuano nella tendenza già rilevata nel '51, migliorando il proprio inserimento in diversi campi, soprattutto in quello impiegatizio, 32 unità, e dell'insegnamento, 22 unità. Provenienze Come si è dimezzata la popolazione, così si dimezza nel quartiere la presenza di capifamiglia e delle loro mogli provenienti da molte regioni italiane. Questo fatto colpisce i piemontesi, 292 unità nel '51, 106 unità nell'81; i lombardi, 138 unità nel '51, 76 nell'81, i liguri, 29 unità nel '51,15 nell'81; gli emiliani, 92 unità nel '51, 45 nell'81; i marchigiani 56 unità nel 51, 20 unità nell'81 e l'elenco potrebbe continuare. Non si dimezza ma scende considerevolmente anche la presenza dominante nel quartiere nel '51, quella veneta, che vede le proprie unità passare da 819 a 515. Nonostante il notevole calo della popolazione due sono gli elementi che vanno sottolineati: l'aumento del numero dei capifamiglia e delle mogli originari del sud dell'Italia e di quelli già nati in Valle. Possiamo così meglio cogliere il terzo aspetto che caratterizza nell'81 il quartiere: la netta caduta della presenza di abitanti originari delle regioni del nord dell'Italia in contrapposizione all'aumento di abitanti provenenti dal sud o già nati in Valle. Vediamo in particolare questi due aspetti. L'aumento notevole dei nati in Valle, che vedono la loro presenza passare da 207 unità nel '51 a ben 510 nell'81 e raggiungere per consistenza la presenza veneta, non deve trarre in inganno; pochi sono infatti i cognomi tipicamente valdostani trovati nei censimenti. Si tratta dunque di figli di immigrati che, nati in Valle e diventati adulti, hanno dato origine a nuovi nuclei familiari che hanno sostituito i nuclei antecedenti negli alloggi lasciati loro dai parenti ormai anziani e tornati al paese di origine. Infatti il fenomeno, che si riscontra frequentemente negli studi demografici, del figlio che, formatosi una famiglia, sostituisce il padre morto come capo della vecchia famiglia comprendente la madre vedova ed i fratelli è assai raro, lo si deduce dal numero molto limitato di nuclei familiari allargati presenti nel quartiere, una cinquantina in tutto, ed è confermato dall'alto numero di vedove sole o con figli rimaste capifamiglia. D'altra parte la caratteristica del figlio che ha continuato il lavoro del padre alle dipendenze della stessa industria registrata nel '51 ha di molto facilitato l'operazione. E' tra queste famiglie che va ricercata parte di quei nuclei, sempre più rari, ancora piuttosto giovani che permettono al quartiere di vedere la presenza di un numero seppur limitato di bambini. Questi capifamiglia e le loro mogli sono figli di immigrati, ma già sono nati e vivono nella città da diversi decenni, forse più che valdostani vanno considerati figli della città e del quartiere, meno legati alle tradizioni della terra d'origine dei loro padri. Lo sviluppo della presenza di capifamiglia e mogli provenienti dalle regioni del sud, anzi, quasi esclusivamente dalla Calabria, è notevole; si passa dalle 151 unità del '51 alle 243 unità dell'81 per i calabresi, mentre la presenza di siciliani, 32 unità, pugliesi, 20 unità, sebbene in aumento rimane poco rilevante. Si tratta, tra l'altro, di una presenza oltre che rilevante assai omogenea, la quasi totalità degli immigrati, infatti, proviene dalla provincia di Reggio Calabria ed i coniugi dagli stessi paesi di origine. Tale presenza rappresenta l'altra parte di giovani nuclei sui quali è riposta la speranza di continuità del quartiere. Crediamo che tale presenza abbia pesato non poco negli ultimi decenni sull'identità del quartiere, poiché si viene formando ed aumentando quasi contro corrente rispetto al resto del quartiere. Vita d’Istituto Visita dell'on. Nilde lotti, Presidente della Camera dei Deputati, all’Istituto Storico della Resistenza in Valle d'Aosta L'onorevole Nilde lotti, Presidente della Camera dei Deputati, nel corso della sua presenza ad Aosta per la consegna di attestati di benemerenza ai Consiglieri nominati dal C.L.N. e per la commemorazione del 40 o anniversario della formazione del Consiglio Valle, ha fatto visita al nostro Istituto. Nel corso dell'incontro l'on. Nilde lotti ha espresso al Consiglio Direttivo il proprio apprezzamento per l'opera svolta dall'Istituto Storico della Resistenza ed ha mostrato interesse per l'attività editoriale del nostro Istituto e, in particolare, per l'ultimo saggio pubblicato: «La storia della Resistenza nella Bassa Valle d' Aosta». Ricordi di soci scomparsi SILVIO GRACCHINI («SILVIO») Comandante del 13° Gruppo «Emile Chanoux» Il 20 agosto 1986 si è spento Silvio Gracchini, socio fondatore dell'Istituto e membro del Consiglio Direttivo, di cui fu anche Vice-Presidente. Il suo non fu solo un apporto apprezzabile di consigli, di opinioni e di giudizi, ma un vero e proprio contributo affinché la storia della resistenza valdostana potesse essere sempre meglio studiata, conosciuta e compresa. Fu con questo spirito che il Comandante «Silvio» fu tra i primi a mettere a disposizione dell'Istituto le carte della 13ma Banda «Emile Chanoux», che, oggi, sono una parte importante del nostro patrimonio archivistico. La stessa sensibilità lo guidò a consegnare all'Istituto, perchè la pubblicasse, una copia preziosa del diario della banda Lexert, di cui egli fece parte agli inizi della Resistenza, per poi staccarsene e formare, d'accordo con Emile Chanoux e Cipriano Roveyaz, il 13° Gruppo, di stanza a Trois Villes. A lui dobbiamo il recupero della pellicola girata nel 1946 da Ottavio Bérard, per ricordare le vicende della Resistenza valdostana; pellicola che costituì un documento prezioso quando l'Istituto realizzò il film: «Tra due confini: la Valle d' Aosta dall'antifascismo alla resistenza». Altrettanto preziose furono le sue testimonianze di protagonista della Resistenza in occasione di convegni, di trasmissioni radiofoniche e di raccolte di testimonianze orali promosse dall'Istituto. Così facendo egli seppe continuare l'impegno dell'antifascista, che è anche e soprattutto impegno di testimonianza, contributo ad una conoscenza critica della storia, aiuto alle generazioni che non hanno vissuto direttamente determinate vicende a scoprire la complessa realtà del passato senza retorica e senza pregiudizi ideologici Il Comandante «TITO» (PERRON CELESTINO) La sera del 16 febbraio giunge, improvviso, l'annuncio della morte di Perron Celestino, ricoverato nell'ospedale di Aosta due giorni prima. Scompare con lui uno dei più prestigiosi capi della Resistenza Valdostana. Nato a Valtournenche l'1.1.1916, alle armi dal 1937 , Alpino poi Sergente al Battaglione Aosta e alla Scuola Militare Alpina, combattente sul fronte occidentale, riportando una ferita al Col de la Seigne. Inviato in Russia col Battaglione Sciatori Monte Cervino, nei primi mesi de11942, rientra in Patria per un congelamento di 3° grado al piede sinistro. L '8 settembre lo coglie ad Aosta. Rientra a casa con le armi e tiene i primi contatti con quanti rifiutano di presentarsi ai Distretti e ai Tedeschi. Dopo poche settimane passate in montagna con la banda Lexert, a Fenis, per disposizione del C.L.N. di Aosta, rientra nella Valtournenche, con pochi compagni, per costruirvi il primo gruppo armato di «ribelli» . La banda di «Tito» - così viene chiamato spontaneamente dai suoi uomini - si ingrossa rapidamente, spostandosi in sedi diverse: Chancelier sopra Promiod di Ch3tillon, Vuyen di La Magdeleine, Biavesse di Saint-Denis, Berzin a Torgnon, Antey-St-Andre. Le prime azioni: l'attacco alla caserma dei repubblichini ad Antey, il rastrellamento del Tantané, e il combattimento con i Tedeschi a La Magdeleine. La banda si caratterizza sempre più come formazione militare a orientamento autonomistico: cappello alpino e mostrino o fazzoletti bianconeri. Sopravvengono le grosse operazioni dell'estate 1944: viene fatta saltare, in collaborazione con le altre formazioni partigiane, la «Mongiovetta» , che interrompe l'unica strada statale della Valle per un mese; poi, a ferragosto, la cattura dei presidi tedeschi del Breuil e di Fiery in Vai d' Ayas, che assicura la libertà di comunicazione con la Svizzera e la disponibilità di decine di prigionieri, che serviranno per preziosi scambi operati dal C.L.N.. Segue l'occupazione di tutta la Valtournenche, che comporta la messa in piedi di una amministrazione civile. Quando i tedeschi si convincono di poter tenere il fronte alpino per l'inverno 194445, viene scatenato, come nelle altre valli laterali, un massiccio rastrellamento a tenaglia, con l'impegno di alcune migliaia di uomini: tedeschi, fascisti, ucraini, dotati di imponente armamento. Il 28 ottobre 1944, Tito, convinto che una resistenza ad oltranza equivarrebbe a un suicidio e comporterebbe gravissime rappresaglie per la popolazione, dispone il frazionamento dei suoi uomini in piccoli gruppi, per trascorrere l'inverno. Tito continua a fare la spola tra di loro per incoraggiare i suoi partigiani e mantenere i collegamenti in quell'inverno particolarmente duro. Poi in febbraio e marzo compie con squadre di suoi uomini rischiose spedizioni in Savoia per rifornirsi di armi. L'8 aprile 1945 Tito, riuniti i suoi gruppi - la «banda» è ormai divenuta la 101ma Brigata Autonoma Marmore - rioccupa la Valtournenche, facendo saltare i ponti di accesso e catturando i presidi fascisti di Antey, Valtournenche e del Breuil. Seguono le operazioni per la salvaguardia delle centrali, delle fabbriche, delle vie di comunicazione ferroviarie e stradali, la cattura dei presidi tedesco-russi di Saint Marcel, Nus e Chambave. Il 28 aprile i Partigiani di Tito occupano Châtillon e Saint- Vincent, mentre una colonna della 101ma Brigata Marmore scorta ad Aosta il Maggiore Smith, comandante della missione militare britannica. La Valle d' Aosta è libera! Terminata la lotta, riconquistata la libertà e la democrazia, il Comandante Tito ritorna alla vita civile, pago del dovere compiuto. Si dedica al lavoro, alla famiglia, funestata, purtroppo, dal lungo calvario dell'infermità della moglie, che egli assiste amorevolmente per oltre un decennio, fino alla morte sopravvenuta nel settembre scorso. Ora la campana è suonata per Lui: un soldato coraggioso, un vero Comandante, un uomo che ha amato e difeso la sua terra, la sua Patria, la sua famiglia e per loro ha speso la sua vita. A dire «Grazie!» a Tito la gran folla che ha partecipato ai suoi funerali, il 18 febbraio a Saint- Vincent, preceduta dalla selva di bandiere di Ex Combattenti, Partigiani, Alpini, dallo stendardo del Comune (Perron era stato Consigliere Comunale) e dal Labaro Nazionale della Federazione Volontari della Libertà. (Paul) Pio Aymonod CLAUDIO MANGANONI («TELL» ) Commissario della la Divisione Valle d'Aosta Sabato 24 maggio 1986 si è spento Claudio Manganoni «Tell». Nato ad Introd il 29/12/1913, a 21 anni Manganoni, congedatosi dalla Guardia di Finanza, va a Parigi, dove lo zio Andrea Jaccod, emigrato perchè antifascista, lo introduce nell'ambiente dei fuoriusciti. Nella capitale francese si iscrive alla Gioventù Comunista, allora diretta da Pajetta, e frequenta l'Université Ouvrière. Nel 1936 il P.C.I. lo rimanda ad Aosta, dove viene assunto come operaio alla «Cogne» . Nel 1937, sospettato di favorire il passaggio clandestino di antifascisti, viene tradotto in carcere ad Aosta, dove è trattenuto per più di 4 giorni ed interrogato da un membro del Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato. Nel 1941, assieme a Emile Lexert entra a far parte dell'organizzazione clandestina regionalista della « Jeune Vallée d' Aoste» . Richiamato alle armi nel 1942, e destinato a Stalingrado, diserta e si rifugia in Val d'Isère, dove entra in contatto con il maquis francese. Dopo l'armistizio, il 10 settembre 1943 rientra in Valle d'Aosta, dove si unisce alla banda partigiana di Challant-St- Anselme. Ispettore di Brigata, nel febbraio 1945 è nominato Commissario della prima Divisione Valle d' Aosta, formatasi a seguito dell'unificazione delle formazioni «Garibaldi» «Matteotti» ed autonome della Valle d' Aosta. Dopo la Liberazione partecipa alla fondazione dell' ANPI. Eletto nel primo Consiglio regionale del 1946, sarà riconfermato nella carica di consigliere, ininterrottamente, sino a11973. Dal 1959 al 1966 è stato Assessore regionale ai Lavori Pubblici. Socio dell'Istituto, ha partecipato alla sua attività ed ha versato in Archivio un fondo di documenti che porta il suo nome.