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REGIONE VENETO
Azione n 6
Sviluppo Itinerari Turistici
Programma regionale LEADER II
Piano di Azione locale
del GAL Alto Bellunese
LE VIE DEL LEGNO
Itinerari fra boschi, acque
e residenze di commercianti di legname
in Comelico e Sappada
PROGETTO
COFINANZIATO DALLA COMUNITÀ EUROPEA
PROGRAMMA DI INIZIATIVA COMUNITARIA LEADER II
Fondo europeo di sviluppo regionale
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Programma regionale LEADER II
Piano di Azione locale
del GAL Alto Bellunese
Azione n 6
Sviluppo Itinerari Turistici
Il legno, materia viva e vitale, elemento
naturale primario, risorsa preziosa per
tutti ma per le genti della montagna in
particolare.
Riscoprirne la qualità, le funzioni e gli usi anche più antichi ed
ormai desueti, attraverso un itinerario guidato tra i borghi ed i
boschi delle nostre valli, riteniamo possa essere sempre stimolante
ma anche istruttivo.
Questo opuscolo ci guida, infatti, lungo sentieri e luoghi non a tutti
noti, legando con un filo ideale il COMELICO, una terra che riconosce ancora oggi nella foresta una risorsa importante e vitale da
conservare e possibilmente da valorizzare sia per la sua grande
valenza ecologica, ma anche per il valore aggiunto che può dare
alla prospettiva di sviluppo turistico che trova qui una vocazione
certa, basata sulla qualità dell’ambiente naturale e delle sue ricchezze tra cui il legno è senz’altro una delle più preziose.
LE VIE DEL LEGNO
Itinerari fra boschi, acque
e residenze di commercianti di legname
in Comelico e Sappada
Die Wege des Holzes
Wanderwege in den Wäldern, längs der Gewäßer
und Paläste der Holzhändler im Comelico und Sappada
Von der EU unterstützte Projekte Leader II
Roads of Timber
Itinerary discovering the native bush, waters, and mansions
of the timber producers in Comelico and Sappada
Project co-financed by the EU with funds from Leader II.
IL PRESIDENTE DELLA COMUNITÀ MONTANA
Mario ZANDONELLA NECCA
testi e foto: Ivano Alfarè Lovo
disegni e schede: Veronica Menia Cadore
traduzioni: Cristel Klhem, Dianne Stewart
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roporre un itinerario attraverso la
Comunità Montana del Comelico e
Sappada non è un’idea nuova, ma
in questo caso l’ottica si fa particolare.
Il percorso si snoda attraverso luoghi che
solo nel passato erano frequentati. La presenza dell’uomo lungo i torrenti è legata
all’uso storico dell’acqua quale mezzo di
trasporto e per lo sviluppo d’energia.
Quindi essa era anche l’elemento più
importante delle rappresentazioni cartografiche del territorio.
Solo recentemente la strada si sostituisce
al torrente ed al fiume.
Particolare della Carta del Cadore, La vita e la sopravvivenza storica dell’uoL. Bernabò, 1604
mo in montagna era legata all’uso del
bosco che era l’elemento principale della cultura alpina. Contemporaneamente l’allevamento di bovini ed ovini permetteva di ottenere forza lavoro, carne ed i prodotti derivati dal latte. L’agricoltura
basata sulle coltivazioni che qui riuscivano a maturare (orzo, segala, frumento, fave, piselli, avena, patate, cavoli, cappucci e lino) era
integrata con il granoturco proveniente dalla pianura che era acquistato con il guadagno della vendita del legno.
Importanti furono anche le rendite delle attività minerarie che
lavorate in parte sul posto (Gera e Sappada) ed in parte esportate
verso la pianura, contribuirono al sostentamento della popolazione.
Cosa avveniva una volta che il legno era stato tagliato nel
bosco? Dove era impiegato? Quale era la strada percorsa dal legno
verso la pianura? Quali erano gli artefici del commercio e degli
spostamenti di questa merce?
Alle domande cercheremo di rispondere con queste brevi note,
sperando che l’occhio dei nostri figli, del turista che frequenta la
valle, ma anche il nostro colga aspetti insoliti di questo particolare
itinerario e dello stupendo paesaggio della Val Comelico e di Sappada.
Gli autori
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Cenni storici sull’uso e commercio del legname cadorino
Molti secoli sono passati da quando i romani soggiornavano a Pieve di Cadore e ad Auronzo. La tecnica costruttiva romana che aveva raggiunto
mirabili risultati nell’uso della pietra e del mattone ha lasciato anche qui
tracce che ancor oggi emergono dagli scavi archeologici. Ma raramente
si rinvengono resti di costruzioni in legname, eppure sappiamo che la
maggior parte delle abitazioni era costruita in legno con una tecnica definita a Blockbau o ad “incastellatura”.
L’uso del legname per costruire sul posto è rimasto una prassi nelle vallate alpine fino alla metà dell’ottocento, quando la visione igienista e le
normative contro gli incendi imposte dalle autorità costrinsero la popolazione locale a cambiare metodologia costruttiva.
Il commercio attraverso le vie fluviali o lungo i percorsi allora esistenti
era una delle attività più remunerative, assieme al commercio dei metalli provenienti dalle miniere del bellunese. Venezia era il mercato privilegiato verso cui il legname cadorino fluitava.
L’asportazione del legname dal bosco era eseguita dai proprietari terrieri del Comelico, per conto della Regola a cui appartenevano o per conto dei mercanti
che avevano preso in affitto i
boschi.
I terrieri risultavano liberi di
lavorare e tagliare il legname
secondo le indicazioni
degli
Statuti Cadorini.
Attraverso la rilettura
delle
edizioni di questo importante
testo legislativo
che regolava la
vita della popoParticolare de Il Cadorino di Joan Blaeu (1640)
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lazione locale, apprendiamo che tutti li Boschi posti in Cadore, siano, e esser debbano
comuni alli huomini di Cadore, e non ad alcun
foresto, e che ciascun di Cadore possi liberamente, e senza alcuna gabella in ogni tempo
lavorare, e far lavorare in detti boschi, legnami, e legni di qual sorte, e quantità ei siano, e esso, che nelli Boschi, nelli quali espressamente è proibito dalli statuti, che non si
faccino tagliare legnami, o legni, salvo s’alcuno havesse sopra ciò special giurisdittione.
Correttione presa nel Collegio con l’autorità
del Conseglio delli Pregadi alli 14 di Zugno
1545.
Risine di Taiada.
S’aggionga, che siano eccettuati ancora li legnami se alcuni ci saranno in essi boschi segnati per l’Arsenale del Senato nostro. (G. Fabbiani, 1959)
Il Senato veneziano, pur garantendo la libertà consuetudinaria ai cadorini, si riservava l’uso di vari boschi alpini per attrezzare la propria flotta (Somadida ad Auronzo, il Cansiglio, Cajada), ma in Cadore non avrà
mai un’influenza rilevante essendovi qui una nutrita schiera di commercianti (partecipi della politica della Magnifica Comunità Cadorina) che
avevano notevole potere anche nei confronti della Repubblica di Venezia. Lungo la tratta iniziale del fiume Piave i tronchi sciolti erano avvallati dai menàdas che seguivano il legname nelle strette forre fino alle
segherie di Perarolo,
Termine e Longarone (A.
Caniato, 1993).
I menàdas controllavano
la fluitazione dei tronchi
nella prima tratta dei
torrenti utilizzando appositi rampini in ferro
battuto montati su aste
in legno di varia lunghezza (anghier).
Verso la città mercantile
Il cidolo sul Boite a Perarolo
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venivano condotte invece le zattere costruite nella tratta del
fiume Piave fra Perarolo e Longarone dagli zattieri.
La fluitazione che interessava il
trasporto del legname lavorato
lungo il Piave da Perarolo in giù,
era invece regolata dallo statuto degli zattieri e dalle norme
contenute negli Statuti Cadorini
(F. Piero Franchi in A. Caniato,
Boschi della Val Padola
M. Dal Borgo, 1988). In proposito si stabiliva che alcuno di Cadore non faccia, né sia ardito di far fare
alcune tagliole di legno alcuno da condursi per la Piave oltra la misura di
dieci piedi, (pari a ml 3,478) e se alcuno contrafarà, sia condannato alla
Corte in vinti soldi de piccoli per ciascuna tagliola, la metà della quale
sia dell’accusatore.
Il trasporto con le zattere lungo il Piave del tavolame, degli scorzi, delle borre di faggio, del carbone,
verso la pianura spettava agli
zattieri, che riuniti in scuole o
società erano spesso in concorrenza fra loro, così come lo erano i carrettieri che trasportavano su strada eguali prodotti,
nella parte alta del bellunese.
Varie volte i cadorini dovettero
intervenire presso il Doge di
Venezia per risolvere le richieste di variare la consuetudine,
ad esempio quando i segantini
bellunesi vollero poter segare
un terzo dei tronchi provenienti
lungo il Piave presso le loro segherie, oppure quando nel 1443
gli zattieri di Borgo Piave di
Belluno, pretesero che solo gli IL CADORINO, G. Valk e P. Schenk (ca. 1730).
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appartenenti alla loro scuola potessero esercitare il mestiere di zattiere (G. Fabbiani, 1959 e A. Sacco, in A. Caniato M. Dal Borgo, 1988). In
questa tratta a metà ottocento l’ispettore J. Wessely registra 18 segherie con 140 seghe e 169 lame (AA. VV. Il Piave, 2.000 ).
Ai veneziani il legname cadorino servì per costruire la città (fondamenta di palazzi, soffitti e tetti), per allestire le navi (alberi e strutture
degli scafi), per realizzare gli arredamenti ed il mobilio.
Importante fu anche il commercio del legname da ardere, le così dette
borre di faggio, sia per alimentare le stufe delle civili abitazioni sia per
far funzionare i forni fusori delle vetrerie.
I mercati veneziani rifornivano inoltre l’intera pianura padana e le località lungo le coste del mare Mediterraneo.
Le ditte citate dal Fabbiani e riprese dal “libro dei Conti della Muda di
Cadore” del 1597 tenuto dal notaio di Comelico Superiore Bartolomeo
Da Sacco, ci rendono edotti delle quantità di legname transitate in quell’anno lungo il corso del Piave secondo i conti eseguiti dal dott. Jacobi.
Nella tabella sono presenti i nominativi delle famiglie successivamente
esaminate da R. Vianello (A. Caniato, 1993) fra cui compaiono i nomi dei
Campelli Campei, dei Gera, conduttori della Stua sul Padola, dei Nordio.
L’autore riporta inoltre l’elenco dei negozianti di legname da opera e da
costruzione attivi a Venezia nel 1885, fra cui ritroviamo numerosi cognomi dell’area bellunese-cadorina, Coletti, Colle, De Lorenzo, Fabbro,
Lazzaris, Malcolm,
Manzoni, Mayer,
Svaluto,
Vazza,
Zuliani e Wiel, (si
veda in proposito
anche in G. Fabbiani, op. cit.). Nella
seconda metà dell’ottocento i quantitativi di legname
provenienti da Cadore, Ampezzano e
Longaronese erano: 300/350 mila
taglie, 10/40 mila
Perarolo di Cadore con il porto dei legnami.
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tronchi da costruzione
squadrati, più di 200 alberi per imbarcazioni, a
cui va aggiunto il legname
da ardere ed il carbone.
Dal Comelico ed Auronzo
nella fluitazione estiva
(quella più abbondante)
provenivano 220/240 mila taglie; mentre quella
primaverile
contava Segni dei commercianti di legname in Cadore (1596).
30/40 mila taglie. A queste si aggiungeva la fluitazione invernale di pezzi lunghi, 10/20 mila, che partivano da Tre Ponti, località a valle della
confluenza del Piave con l’Ansiei (J. Wessely, op. cit.).
Gli impianti di segagione erano l’ultimo passaggio nella lavorazione primaria del legname proveniente dai boschi del Cadore, prima di finire nei
depositi o nei cantieri veneziani.
La presenza delle segherie dotate di sega alla veneziana lungo il tratto
iniziale del Piave o dei suoi affluenti, è da sempre limitata ad alcuni manufatti a servizio dei bisogni locali, per l’elevato costo di trasporto del
legname segato ai mercati della pianura. A valle di Perarolo (dove il Boite si unisce al Piave) la situazione cambia perché il quantitivo d’acqua e
la regolarità del letto del fiume permettevano l’alimentazione continua
delle rogge delle seghe e il successivo caricamento del tavolame o dei
legnami squadrati sulle zattere.
Solo in alcune aree particolari come Sega Digon o Val Grande in comune
di Comelico Superiore, si notano importanti concentrazioni di segherie
(4 funzionanti fino al 1970) che fanno pensare a zone industriali ante
litteram. Gli impianti di fondo valle da Perarolo a Longarone appartenevano prevalentemente ai negozianti cadorini che riuscirono ad avere a
Venezia, già dalla fine del ‘400, per concessione del Doge, un’area nei
pressi di San Francesco della Vigna destinata a deposito commerciale
del legname. I prodotti che uscivano dalle segherie oltre che essere ricordati nei documenti storici erano descritti nei prezziari della seconda
metà dell’ottocento. I principali nomi commerciali erano per le tavole
lunghe 4 metri: tavole grosse, sfiladelle, sfiladone, ponti, scurette in
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abete, palancole, moralami, morali bastardi, mezzi morali bastardi, morali del Brenta, morali Zoccoler, sbarre, cantinelle da parè e da soffitto. Per le travature: zappolo, piana, bordonale, rullo, chiave, scalone. Il
sortimento era di abete o larice, così come riportato in G. Fabbiani.
I cambiamenti economici, avvenuti dopo la prima guerra modiale, legati
all’uso dell’energia elettrica, alle strade e ai mezzi di trasporto hanno
causato un temporaneo “ammodernamento” degli impianti. La loro successiva chiusura è stata determinata oltre che dalla costruzione degli
invasi (Auronzo, Sottocastello, lungo la “Valle” ai piedi del Tudaio in Comelico), dall’arrivo nel bellunese di grosse industrie che acquistavano il
legname senza essere legate al mercato locale della trasformazione (G.
Fabbiani, 1959).
A testimonianza di queste attività legate all’uso dell’acqua sono rimasti
ancora numerosi “edifici” dove trovavano posto i carrelli, le ruote idrauliche ed organi di trasmissione che costituivano oltre alle segherie anche mulini e fucine.
Le modifiche otto-novecentesche al sistema di
alimentazione, all’azionamento ed al taglio, come
abbiamo ricordato, hanno
radicalmente alterato o
sostituito i vecchi impianti, che nonostante ciò restano una chiara testimonianza delle attività lavorative del passato.
Termine di Cadore, segherie Costantini
Nella cartografia allegata alla presente guida sono stati indicati questi
siti di interesse storico e culturale riproponendoli in una successione
geografica lungo un itinerario.
Il percorso è fruibile da tutti, snodandosi su sentieri e strade silvo-pastorali sicuri, ed è stato pensato per una settimana di vacanza da trascorrere nei comuni della Comunità Montana Comelico e Sappada.
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L’itinerario
L’itinerario che viene proposto parte da Val Grande, posta a nord-ovest
dell’abitato di Padola di Comelico ed ai piedi del gruppo montuoso del Popera.
Per vedere bene le distese di boschi che crescono in questa località si
consiglia di salire al rifugio Berti al Popera (1568) o all’antistante cima
dei Colesei (1972), entrambe raggiungibili risalendo le strade militari
che partono dal rifugio di Selvapiana (1568).
La distesa di abetaie sottostante soffoca le piccole macchie di prato a
Campobon e quelle rimaste attorno ai fabbricati di Valgrande.
La Val Grande è solcata dal torrente Risena, che delimita il fondovalle
occidentale e dal Padola che segna il versante opposto ai piedi della lunga dorsale del Monte Spina. Questi sono i due corsi d’acqua che nella
valle alimentavano le segherie per il primo taglio del legname.
Il torrente Padola scende poi dolcemente fino alla frazione omonima dove, oltre ad alimentare le ruote delle segherie, riempiva il bacino della
Stua o “Stuffa”.
L’itinerario segue la strada asfaltata che si snoda da Val Grande verso
Padola seguendo il corso del torrente. In località Entraghe (nei pressi
del bivio che si collega alla nazionale) sul lato sinistro della strada troviamo l’ex segheria Stanuovo Polacco.
Località Valgrande
Comune di Comelico Superiore
SEGHERIA STANUOVO POLACCO
Poco sopra la confluenza del Rio S.Valentino con il torrente Padola, venne
costruita nel 1912 circa la segheria di Stanuovo Polacco Valentino. La prima concessione per la derivazione dell’acqua dal Rio
S.Valentino risale al trentennio 1914-’44 per
una potenza di 7 HP (Concessioni di acque
pubbliche ad uso industriale della provincia di
Belluno, anni ’30). Fu sempre gestita dalla
famiglia Stanuovo Polacco, ad eccezione di
un breve periodo di crisi tra le due guerre in
cui fu data in affittato. Nel 1947 fu ereditata
da tre dei nove figli di Valentino, che rinnovarono la concessione per il trentennio 1947’74. Dalla relazione della concessione risulta che l’acqua veniva derivata dal
Rio S.Valentino mediante una briglia di sbarramento di travi in legno. Vi era un
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Ex Segheria Stanuovo Polacco
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canale derivatore, parte scavato nel terreno e parte in calcestruzzo, che a 86,90 metri dalla presa aveva un canale
di scarico che serviva per la pulizia e lo sghiaiamento, non
ché per la sicurezza del canale stesso. Il tratto finale era in
legno e aveva una lunghezza totale dal punto di derivazione, al punto di caduta sulla ruota motrice, di 115,6 metri.
L’acqua dopo l’utilizzazione era integralmente restituita
mediante canale di scarico lungo 8,75 metri all’alveo del
fiume. La segheria era gestita da Pietro, che vi lavorò come segantino assieme
al fratello Florindo (proprietario delle attrezzature), fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1984. Rimase chiusa per due anni, fino a quando il nipote
Romolo, cercò di rimetterla in funzione con macchinari moderni, ma visti gli
scarsi profitti, fu definitivamente chiusa. La proprietà rimase sempre indivisa ed
oggi vi sono numerosi proprietari. Sulla sponda destra del Rio S.Valentino vi
era una vasca di carico da cui partiva una condotta a pelo libero, larga circa
115 cm e profonda 40 cm, che raggiungeva a livello dell’edificio un’altezza di
circa 5,80 metri, realizzando un salto idraulico in grado di azionare una ruota
lignea. In seguito alla costruzione della centrale idroelettrica di Sopalù, entrata
in servizio nel 1954, venne realizzata una condotta posta poco sopra la segheria, che alterò la portata del Rio S.Valentino. Essendo quindi insufficiente la
Interno
ex Segheria quantità d’acqua, la Società Idroelettrica Alto Veneto concesse per venticinque
anni, alla famiglia Stanuovo Polacco una quantità d’energia elettrica pari alla
Stanuovo
potenza necessaria per il funzionamento dei vecchi macchinari. In seguito a
Polacco
queste trasformazioni vennero apportate delle
modifiche alla segheria, costruendo una tettoia, un
capannone di legno per la stagionatura delle tavole
sostituendo la sega alla veneziana e la circolare
azionate ad acqua, con una Primultini (sega a
nastro manuale) in grado di tagliare circa 2000 mc
di legname all’anno. La segheria funzionava giorno
e notte con turni di 8 ore e durante le pause, i
segantini potevano mangiare e riposarsi nelle due
piccole stanze situate all’interno della segheria.
Lungo la strada asfaltata si possono osservare sulla sinistra una serie di
stavoli, costruzioni in pietrame e legno destinati alle attività agricole.
Qua e là si scorgono queste costruzioni col basamento in muro e la parte
superiore a Blockbau, con ampi tetti spioventi, un tempo coperti da tavolette di legno, sandli, le scandole; qualche volta un ballatoio sulla parte esposta a sud o a est e un’ampia soffitta chiusa o aperta. Talora al
piano terra, o come corpo aggiunto o inserita nella struttura, si trova
una piccola rozza cucina con sovrapposta una cameretta.
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Si tratta dei rustici che i geografi definiscono stavoli, un edificio decentrato rispetto al villaggio e da esso distante mezz’ora ed anche più
di cammino. Veniva utilizzato in primavera ed in autunno per il ricovero
dei bovini che pascolavano ad una quota bassa nei boschi più degradati o
nei prati, dopo l’ultimo sfalcio.
Il contadino - pastore che spesso era un anziano aiutato da bambini, vi
si fermava anche la notte. Nei pressi dello stavolo si trovavano anche i
prati dei suoi proprietari. La loro concimazione così era spesso assicurata senza faticosi trasporti dal villaggio. Lo stesso dicasi per il fieno che
normalmente veniva consumato in loco. Costruito inizialmente da un sola
famiglia o da due fratelli o parenti, col passare del tempo, generazione
dopo generazione, il rustico, come anche la superficie a prato, ha subito
una frammentazione del suo spazio interno attraverso la costruzione di
pareti divisorie, porte, ecc.
Troviamo queste costruzioni a monte di Padola, a nord di Casamazzagno,
sui costoni a monte della sinistra Padola
e della destra Piave. Abbondano pure in
Val Visdende che, priva di dimore permanenti, vedeva i suoi stavoli abitati da
maggio ad ottobre inoltrato.
Nei prati alti, oltre quota 1400 m (ed il
territorio che si estende da Danta alle
pendici dell’Aiarnola ne è particolarmente ricco), incontriamo una piccola costruzione a capanna.
Stavoli fienili “Tabie” lungo la stada
I modelli più antichi sono costituiti da
Valgrande Padola
tronchi grezzi incastrati agli spigoli che
i geografi definiscono fienile, ma che dai locali è chiamato barco - barcu. Tale manufatto era usato come deposito temporaneo del fieno di
montagna. Durante l’inverno con le slitte il fieno veniva portato nei rustici del villaggio o delle sue immediate vicinanze.
Rispetto a quelli che abbiamo definito stavoli (nel dialetto locale essi
sono chiamati tabié, il termine stabulum invece lo troviamo in documenti
antichi. medievali e posteriori) i barchi sono privi del cucinino e della cameretta, hanno due o più stalle in muratura che tagliano trasversalmente il piano terra.
Al piano superiore, in legno, a cui spesso s’accede per ampio portone
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(con piccola rampa o direttamente dalla
strada, dal lato nord e per breve scala
esterna da est), stanno gli spazi per il fieno ed uno spazio comune, erä.
Dal deposito per il fieno con una scala si
accede al sottotetto, sofîta o sufîta che,
spesso aperto ed arieggiato, veniva utilizzato per ammassare il fieno non perfettamente secco.
I più antichi tabié, oltre che essere completamente di legno, erano provvisti di ampi ballatoi, penizi, pnièi sulle cui travi trasversali venivano poste a seccare le fave,
la segala, l’orzo, ecc.
Particolare dell’incastellatura
a Blockbau
Sulla destra del percorso troviamo una segheria tuttora funzionante e
dotata di moderne attrezzature per il taglio dei tronchi. Numerose le
cataste di tavole di abete e di larice, le due principali specie di legname
lavorate in loco.
Nei pressi della nuova segheria si trova anche un fabbricato più antico
che ospitava la segheria di Mojè.
Frazione di Padola
Comune di Comelico Superiore
SEGHERIA IN LOCALITA’ MOJE’
Dalla “Mappa del Comune Censuario di Monte Croce, distretto IV di Auronzo”
rettificata nell’anno 1844 si può già vedere in località Mojè un edificio al mappale 624 che sfrutta una derivazione del torrente Padola. Probabilmente la
segheria fu costruita dalla Regola di Casamazzagno perché nelle vicinanze vi
erano i boschi della Regola. Presso l’archivio del Comune, ci sono alcune pratiche riguardanti la suddetta segheria, che vanno dall’anno 1929 all’anno 1955.
Da questi documenti si può apprendere che la segheria era periodicamente
affittata mediante appalto per mezzo di una licitazione privata. L’affittanza aveva il più delle volte una durata quinquennale e l’offerta avveniva in busta chiusa. La segheria veniva affittata al miglior offerente, che doveva sottostare a 12
condizioni previste dal contratto, tra cui: la manutenzione ordinaria a carico
dell’affittuario; ampliamenti e miglioramenti previo assenso del comune; verifica dello stato in cui veniva consegnato l’edificio e se occorreva, riparazioni a
carico del locatario. L’affittuario doveva inoltre disporre per la segagione
necessaria al rifabbrico usando tariffe di favore; l’amministrazione comunale si
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riservava la facoltà con preavviso di un mese di disdire l’affittanza. Dal fascicolo 1 si può apprendere com’era composto lo stabile e i macchinari che aveva al
suo interno: oltre alla segheria in cui si trovavano una veneziana e una circolare, c’erano un locale ad uso cucina, uno ad uso magazzino; al primo piano due
camere ed una tettoia antistante la segheria, unita allo stabile. Al piano sotterraneo c’erano i due
volani per la sega
circolare introdotta
durante il periodo
di affittanza 193036 dal sig. Zambelli
Gat
Silvestro.
Costui si assunse
di rimettere in efficienza l’impianto in
cambio di 6 anni di
affitto, di cui 5 a
titolo gratuito e l’ultimo con un canone
annuo di £800, poiché la sega era stata chiusa per qualche anno per mancanza di locazione
ed era stata danneggiata da alcuni
vandali. Nel periodo compreso tra il
1930 e il 1933 non
vi fu molto lavoro e la segheria funzionò solo qualche settimana “…per la segagione dei fabbisogni che il comune distribuisce annualmente e gratis alla popolazione per le necessità del rifabbrico…”. Negli anni 1934-35 la segheria lavorò
per la ditta Tacconi di Milano. Nel 1936, tra le ditte che parteciparono all’appalto per l’affittanza dal I gennaio 1937, vi erano la ditta Bottai di Firenze, che oltre
ad offrire un canone annuo di £1600 fece proposte di miglioramento alla
segheria stessa e la ditta Zambelli Gat Silvestro, l’affittuario uscente, che pretendeva il rinnovamento del contratto poiché da sette anni viveva assieme ai
figli ammogliati,
con la segheria
come unica fonte di
guadagno. Dopo
varie offerte da parte delle ditte concorrenti per l’appalto, l’affittanza per il
quinquennio 1937’41 fu concessa al
sig. Zannantonio
Martin Francesco
di Giuseppe. Nel
1937 venne stesa
una relazione firmata dal perito
G.B. Martini in cui
si descrivono i vari
lavori di cui ha
bisogno la diga, il
canale di derivazione, l’edificio della segheria, con un preventivo di £2675. Nel
settembre del 1942 il Commissario Prefettizio del Comune di Comelico Superiore, presentò domanda d’allacciamento alla rete elettrica per la sega di Mojè,
con esito negativo, poiché l’edificio era troppo distante dalle reti di Padola e
Valgrande. Dal 1943 al 1944 le tre segherie comunali furono affittate per un
canone annuo complessivo di £ 8294 (Mojè £4151, alle prese di Tamai £3600,
Ponte Padola £543), al sig.De Monte Nuto Giuseppe di Candide, che aveva
l’incarico della lavorazione dei 6000 mc di tronchi, che la Direzione di Artiglieria
del Corpo di Armata di Udine aveva acquistato dal Comune di Comelico Superiore. Scaduto il contratto di affitto le tre segherie comunali sarebbero dovute
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andare in appalto alla ditta Da Prà Colò Giovanni, Industria Commercio Legnami di Lozzo di Cadore, che aveva acquistato 7000 mc di legname dal Comune
di Comelico Superiore, fino al 30 giugno 1935, con l’obbligo di provvedere alla
segagione del legname occorrente al Comune per i propri lavori ed alla popolazione per la conservazione di fabbricati. A causa del ritardo della ditta De Monte Nuto della consegna del legname all’Artiglieria, il passaggio di affittanza fu
ritardato poiché l’Armata di Udine intervenne “…facendo presente al Comune
che le segherie non dovevano essere cedute ad alcuno finché la segagione del
proprio legname non fosse stata ultimata e il tavolame interamente asportato…” pena il sequestro da parte dell’Autorità Militare Germanica delle segherie.
Alla fine fu raggiunto l’accordo per cui la ditta Da Prà Colò avrebbe usato le
segherie, depositando il proprio tavolame al di fuori degli stazzi annessi alla
segheria, dove rimanevano in deposito le tavole della Direzione di Artiglieria di
Udine. Nel 1947 la frazione Regola di Casamazzagno presentò rinnovo della
domanda di concessione trentennale di derivazione di acqua dal torrente
Padola per azionare una segheria 9 mesi all’anno (1 marzo - 30 novembre),
per una potenza di 11,32 Kw, sfruttando un salto di 3,85 metri. La segheria
rimase attiva fino al 1960 circa. Attualmente è stata affittata come deposito dalla Regola di Casamazzagno ad un’impresa edile.
Poco prima di raggiungere il bivio Ponte di Padola, sul lato destro della
strada, si trova la ex fucina Oscar De Rigo Cromaro e a breve distanza
la segheria Zandonella-Amati.
Frazione di Padola
Comune di Comelico Superiore
SEGHERIA ZANDONELLA-AMATI
Nei pressi del Ponte Padola, già nel XVI˚ secolo vi era una domanda di derivazione per uso opifici, concessa dalla Magnifica Comunità del Cadore in cambio
di un canone che prevedeva la celebrazione di 30 messe annue per le anime
del Purgatorio. Nei pressi del Ponte Padola si può
vedere un’edificio che sfruttava una roggia denominata Roja vecchia (per distinguerla da quella nuova
che serviva ad azionare la fucina più a monte). Dall’Atto di notorietà del 9 dicembre 1924, risulta
“…essere vero e notorio che da tempi antichi ed in
ogni caso anteriori al 1950, non essendovi memoria
d’uomo che lo ricordi, la famiglia nob. Zandonella
Dell’Acquila possedeva una segheria di legname con
pesta orzo, in Dosoledo al Ponte Padola, comune
amministrativo di Comelico Superiore, e possedeva
inoltre il diritto di derivare e utilizzare acqua pubblica
dal torrente composto dei corsi d’acqua S.Valentino — Pissandolo — Risena
per mettere in moto la detta segheria. Il diritto fu riconosciuto con regolare
16
investitura dal dott. Nob. Giulio Zandonella Dall’Acquila che pagò 250 fiorini.
Poi egli vendette alla frazione di Dosoledo la sola segheria verso il 1857 o 58
per 2500 fiorini austriaci…”. Per mezzo di un canale lungo circa 800 metri d’acqua, con una capacità di circa 0,110 metri cubi per minuto
secondo, arrivava all’opificio e dopo essere stata utilizzata, era restituita al torrente Padola tramite un canale di
circa 20 metri. La pulizia del canale spettava in parti
uguali alla frazione di Dosoledo e ai proprietari del mulino. Dal Certificato Catastale rilasciato dalle Agenzie delle
Imposte di Auronzo il 28 novembre 1922, risulta che:
”…sul Catasto Fabbricati trovasi intestata la ditta Comune di Candide per la frazione di Dosoledo per il seguente
bene immobile: segheria ad acqua piani 1 — vani 1 —
mappa Dosoledo — n˚ 1927, reddito sup. £70…”. Tale
parte dell’opificio, oggi completamente scomparsa, rimase di proprietà della Regola Frazione di Dosoledo fino al
1972, quando vendette a titolo di permuta al sig. Ribul
Mazzola Felice, in cambio dei terreni in località “Cortà Da
Rigo” e “Prà dal Bin”, come risulta dalla trascrizione dell’Atto redatto il 5/04/1972 al n˚ di repertorio 20828, conservata presso l’archivio
della Regola di Dosoledo. Per quanto riguarda la parte più a monte, ancor oggi
esistente, nel 1911 apparteneva ancora alla ditta Zandonella. Nel 1920 circa,
tre soci, tra cui Zandonella Necca Pacifico, comprarono l’opificio, che era stato
trasformato da mulino in segheria. In seguito Zandonella Necca Pacifico divenne l’unico proprietario, che oltre a gestire la sua segheria assieme al figlio Fausto, per il novennio che va dal 1˚ ottobre 1933 al 30 settembre 1942, fu anche
l’affittuario della contigua segheria frazionale di Dosoledo, per un canone
annuo di £ 543. Nel 1954, quando entrò in servizio la centrale idroelettrica di
Sopalù, Zandonella Necca Fausto, trasformò l’impianto ad acqua in elettrico,
accordandosi con la Società Idroelettrica Alto Veneto che gli concesse per 30
anni una quantità di energia elettrica pari alla potenza necessaria per il funzionamento delle due seghe alla
veneziana e della circolare allora
presenti nell’opificio. Gestì la
segheria fino alla sua morte, avvenuta agli inizi degli anni ’60. L’attività continuò ancora per qualche
decennio ad opera della moglie
Teresina Amati, che in seguito
all’alluvione del 1966, sostituì le
due seghe alla veneziana e la circolare con una sega a corona in
ghisa, ancor oggi visibile.
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Segheria
Zandonella
Amati
Padola
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L’itinerario prosegue ora verso il centro di Padola dove merita un cenno
l’ex mulino De Martin.
Frazione di Padola
Comune di Comelico Superiore
MULINO DE MARTIN TOPRANIN
Il mulino della famiglia De Martin Topranin si trova sulla sponda sinistra del torrente Ajarnola, che divide in due la parte alta di Padola. Esso compare già nella “Mappa del Comune Censuario di Padola”. Il mulino sfruttava attraverso una
roggia larga un metro, costruita con assi di legno, l’acqua del torrente Ajarnola,
che faceva funzionare, tramite un salto di 4,5 metri, per una potenza pari a
5,28 HP, le due ruote esterne lignee, collegate alle due macine. L’acqua dopo
aver azionato le due ruote idrauliche, era utilizzata dalle donne del paese per
lavare i panni. Le famiglie di Padola portavano il loro sacco con il granoturco
rosso, bianco o il frumento al mulino che funzionava solo di giorno. I fratelli De
Martin Topranin gestirono l’attività del mulino anche dopo la seconda guerra
mondiale. La rinuncia alla concessione fu accolta dal Magistrato delle Acque
nel 1964. Tuttora il mulino
appartiene alla famiglia De
Martin Topranin, ma essendo
un bene indiviso ha numerosi
proprietari.
Attualmente nella frazione si trovano numerose falegnamerie che producono mobili in legno massiccio su misura. Ricordiamo quelle dei fratelli Osta Giorgio ed Ermanno, della famiglia De Martin che da anni lavora
il legno per realizzare orditure per tetti, rivestimenti di facciata, prefabbricati, e coperture in scandole di larice.
A questi ultimi artigiani si devono i recenti interventi di rifacimento in
scandole del tetto della chiesetta di S. Anna lungo la strada per
il passo S. Antonio e della Stua
sul Padola.
Lungo la strada che sale verso il
lago di Campo si possono infine
osservare numerosi barchi ancora ben conservati ed utilizzati
per il deposito del fieno che in
Barchi in località Padola
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quei prati è falciato nella stagione estiva. Sulla strada che conduce alla
piazza di Padola si incontra sulla sinistra il bivio con le indicazioni per la
Stua. Seguendo la via omonima che scende verso il torrente e la strada
sterrata che corre parallela al ciglio della scarpata, si raggiunge l’imbocco del sentiero che porta al manufatto della Stua.
Frazione di Padola
Comune di Comelico Superiore
LA STUA
Parlano della Stua, originariamente costruita in legno, documenti risalenti al
XIV secolo; nel 1716 ha subito interventi di restauro, dal 1816 al 1819 è stata
ricostruita in pietrame (il progetto del 1816 è stato ideato dal nobile Vettore
Maria Gera), mentre nel 1980 circa è stata consolidata ed infine nel corso del
1999 è stata ricostruita in legno la parte di sovrastuttura. Questa è costituita
dall’alloggio dei conduttori, dal tracimatoio e dal portico che li collega. La stua
è alta circa 16 m, ha uno spessore di 6 m ed una lunghezza al coronamento di
circa 30 m. Presentava fino all’inizio del secolo una copertura di legno. Realizzata con muratura di tipo a sacco, le pareti laterali sono costituite da muri in
blocchi di tufo, mentre la parte centrale, dove si trovano le quattro aperture
(due scaricatoi, la porta e il tracimatoio, che servono per regolare il corso delle
acque e il passaggio dei tronchi) è
in pietra squadrata collegata con
cemento ed arpioni di ferro. Il foro
centrale è raggiungibile dalla parte
superiore attraverso una scala che
scende all’interno della muratura,
da dove era manovrata l’apertura
della paratoia.
“…La Stua è una chiusa artificiale
fatta per arrestare il corso dell’acqua per un dato tempo affinché
quando la Stua è riaperta e l’acqua
lasciata libera questa trascini con la
sua massa irrompente le taglie che
con la stua si sono raccolte o che
per qualsiasi impedimento si sono
fermate lungo la corrente…”. In
Cadore si ricordano due stue: una
sul torrente Cridola a Lorenzago di
cui oggi resta il nome della località
“Col della Stua”, l’altra sul torrente
Padola, in Comelico Superiore.
Quest’ultima probabilmente fu eretta in legno attorno al 1420, all’inizio
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Facciata a
valle della Stua
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del dominio veneziano. Passò poi a Domenico Zoldan, che la
cedette ad un certo signor Paolo di Belluno per un prezzo di
stima pari a 200 lire. Tra il 1527-1530, fu acquistata da Gio
Antonio Zanco di Perarolo, il cui figlio Vincenzo, la affidò ad
Antonio Zangrando di Vodo. Quest’ultimo, a proprie spese,
100 lire venete, dovette ripararla per renderla ancora utilizzabile. Una volta risistemata Vincenzo Zanco voleva riaverla, ma
essendo già iniziata la “menada delle taglie”, che il primo maggio dovevano essere al ponte di Gera, Antonio Zangrando non
acconsentì alla richiesta, se lo stesso Zanco non avesse condiviso le varie spese sostenute. In seguito fu presa dal mercante Antonio Giacomo Nordio di Venezia, che la vendette il
19 marzo 1635 a Giacomo Gera di Candide, per 200 ducati e
1000 “tajoni” (taglie di grossa misura); da allora fu sempre
tenuta dalla famiglia Gera. Fu restaurata nel 1716, utilizzata
per una decina d’anni, e nuovamente ricostruita. Dopo numerosi passaggi di
proprietà, nel 1816-19 fu progettata e ricostruita in pietra dal nobile Vittore
Maria Gera, per una spesa pari a 300000 lire venete (corrispondenti a 150000
lire italiane). La stua fu utilizzata fino al primo dopoguerra e poi abbandonata;
negli anni ottanta è stato realizzato un consolidamento statico della volta dell’apertura centrale, con colate di cemento armato, da parte del Corpo Forestale
dello Stato.
La diga in pietrame come la possiamo vedere oggi è di origine ottocentesca (1822).
La famiglia Gera, ed in particolare Vittore, la volle ricostruire in pietrame affinché potesse resistere all’usura cui era soggetta.
Questo manufatto serviva a bloccare l’acqua del torrente e a gestire la fluitazione
del legname verso il fiume Piave. Sbarrando le porte esistenti sulla diga, il livello
dell’acqua saliva e permetteva di contare e
selezionare il legname facendolo passare a
valle del manufatto. Una volta contata la
quantità di legname desiderata la diga era
sbarrata totalmente affinché l’acqua raggiungesse il massimo livello. Ad un preciso
segnale il portellone centrale era aperto e
la massa d’acqua che fuoriusciva dalla diga
sollevava il legname trasportandolo attraLa Stua del Padola
verso la stretta gola fino a raggiungere le
ricostruita
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frazioni di Sopalù, Gera e poi l’immissione nel Piave a Santo Stefano.
Esistono numerosi documenti riguardanti la Stua che testimoniano la
sua importanza per la condotta del legname verso valle, ma anche l’attenzione rivolta dagli amministratori locali verso l’abuso esercitato dai
commercianti sul territorio.
L’acqua proveniente dalla Stua provocava infatti molti danni ai terreni
adiacenti al torrente nello scendere a valle e
le dispute che nascevano si sono protratte fino al termine dell’attività.
Le ultime fluitazioni sono state fatte prima
della Grande Guerra, poi il manufatto è rimasto nell’oblio.
Con questo progetto l’Amministrazione comunale del Comelico Superiore in sintonia con la
Comunità Montana del Comelico e Sappada ha
provveduto alla ricostruzione della parte soprastante la diga, che ospitava l’alloggio degli
operai addetti alla cernita del legname.
Nel locale originariamente adibito ad alloggio
Il Padola dopo la Stua
è allestita una sezione documentaria che riguarda la storia del manufatto, ed una xiloteca delle principali specie legnose della provincia di Belluno, arricchita da pannelli descrittivi.
Terminata la visita alla Stua si risale verso il centro della frazione di
Padola, dove è consigliata la visita alla locale sezione del museo etnografico ospitato nell’ex edifico scolastico; vi sono conservati reperti relativi alla vita quotidiana, alle attività lavorative ed agli eventi della Grande
Guerra.
L’itinerario riprende ora la storica strada per Mulin De Berto, manufatto posto sulle sponde del torrente ed ubicato fra le frazioni di Padola e
Dosoledo.
Frazione di Dosoledo
Comune di Comelico Superiore
MULINO “ DE BERTO ”
Dalle “Anagrafi venete” del 1766, risulta che tra Candide, Casamazzagno,
Dosoledo e Padola, vi erano 23 ruote di mulini da grano, 3 seghe da legnami,
26 “telari” da tela. Nei pressi della confluenza del torrente Ajarnola con il torrente Padola, in una zona molto ricca di acque e sorgenti, c’erano due mulini in
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un’area isolata a valle della “Stua”. I mulini erano collegati a Padola e Dosoledo tramite un sentiero pedonale, che successivamente fu trasformato in strada
carrabile nel tratto dal mulino a Dosoledo. Nel 1922 Sacco Comis Leonardo e
Sacco Comis Dell’Oste Bortolo presentarono domanda di concessione di derivazione d’acqua dal torrente Ajarnola, il primo per un mulino da cereali e l’altro
per un mulino a tre palmenti. Entrambi sfruttavano un unico canale derivatore, che nei pressi degli opifici si diramava in quattro “canalette” di legno di sezione 33x27 centimetri: “…sotto ai canaletti precitati ed alle ruote motrici si
trova un altro canale , fiancheggiante la parte del mulino
dei fratelli Sacco Comis nel quale si scaricano le acque già
utilizzate, nonché quella derivante dalla dispersione del
canale derivatore, all’imbocco dei canaletti medesimi…i
fratelli Sacco Comis, nel dopoguerra, non hanno azionato
mai più di due palmenti per le ragioni che si applicano: delle quattro macchine originarie, la prima a monte del signor
Sacco Comis Andrea, fu demolita dal proprietario stesso. Nel dopoguerra,
essendosi guastata la macina di mezzo, delle tre rimaste, funzionarono solo le
altre due. Nel 1930 poi, per il deterioramento derivato dal lungo uso e dalla trascurata manutenzione, s’arrestò anche la prima macina a valle ed allora il Sacco Comis, visto che costava meno la riparazione della macina di mezzo, rimise
in efficienza questa ed abbandonò l’ultima rovinata…”. Il mulino sfruttava un
salto di 3,2 metri producendo una potenza pari 4,4 HP e 4,6 metri per una
potenza pari a 6,38 HP. Dell’intero complesso oggi rimane solo la parte di proprietà di Sacco Comis Modesto, trasformata in stalla circa 40 anni fa, dopo la
chiusura dell’attività avvenuta intorno al 1954, in seguito alla maggiore utilizzazione dell’acqua da parte della Società Idroelettrica Alto Veneto. La parte più a
valle del fabbricato fu abbandonata ancor prima dello scoppio della seconda
guerra mondiale. I mulini sfruttavano un’unica roggia di legno, che convogliava
l’acqua dei torrenti sulle due ruote esterne, che
trasmettevano il movimento alle macine interne.
Le macine del mulino di Sacco Comis Modesto
erano due ed ognuna si componeva di due mole
sovrapposte, in modo tale che fra loro rimanesse uno spazio sufficiente per macinare il granoturco rosso e bianco, il frumento, e la segala. Il
mulino era utilizzato in particolare dagli abitanti
di Dosoledo, Padola e Candide. Ogni famiglia
mandava al mulino il proprio sacco con i cereali da macinare, che data l’alta
quota, ad eccezione della segala e dell’orzo, venivano per la maggior parte
acquistati nel trevigiano. Per il trasporto erano utilizzati due asini che potevano
sopportare un carico di circa 2 quintali. La macinazione avveniva anche di notte e la produzione poteva raggiungere anche i 4-5 quintali giornalieri per ruota.
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Superato il corso del torrente il percorso
risale rapidamente ma su comoda stradina
asfaltata verso la frazione di Dosoledo
(1238m) dove ci appaiono in tutta la loro
suggestione gli stavoli realizzati a servizio
delle abitazioni del paese. Questi fienili
furono costruiti dopo il grave incendio del
1874 che distrusse 35 fabbricati della
frazione.
Al centro della piazza si può ammirare la
casa della storica famiglia Zandonella Dall’Aquila, che nella stessa frazione ed in vaParticolare dello stemma
rie epoche si fece costruire altri vari fabdell’ex casa Zandonella
bricati.
Dall’Aquila ora sede
A Dosoledo sono inoltre interessanti da vidella Regola a Dosoledo
sitare per la particolare struttura a Blockbau dotata di poggioli e scale esterne in legno, la casa plurifamiliare
Zandonella, ubicata dietro la chiesa, e la casa unifamiliare Zandonella
all’inizio del paese ed oggi completamente ristrutturata.
Nella frazione di Sacco, ma anche al termine del paese di Dosoledo, sulla strada statale per Padola, sono visitabili invece vari negozi di antiquariato, che da anni raccolgono e commerciano prodotti in legno tipici delle zone dolomitiche. Le vetrine delle antichità mostrano i prodotti più
preziosi realizzati con il legno che stiamo imparando a conoscere nei
suoi aspetti più nascosti.
Il percorso si snoda ora fra Sacco e Candide lungo l’originaria strada
che collegava le frazioni.
Lungo il tragitto si apprezzano
ancora numerosi fienili in legno,
molti hanno subito interventi di
ripristino, altri sono caduti e di
loro restano le sole rovine in pietrame della stalla.
Prima di raggiungere la frazione
di Candide si può ammirare il panorama che dalla stradina, si
apre sull’intero Comelico InfeCasa Zandonella a Dosoledo
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riore, su Danta, Costa e Costalissoio posti lungo la linea dei 1300 metri, e su San Nicolò, Gera, Campitello, Casada e Santo Stefano nel
fondovalle.
Da qui la morfologia della vallata appare chiara, i boschi fasciano le radure prative e si
spingono poi fino sotto ai prati pascolo o fino
sotto la nuda roccia dolomitica. Da queste posizioni si apprezza la vastità del bosco del Comelico e la sua importanza per la storia della
valle.
La strada asfaltata (via Sopalù) porta al cenVerso Sacco l’antica strada
tro storico del paese e prima di giungere nuoCandide-Dosoledo
vamente sulla strada statale si incontra sotto
la stessa il palazzotto della famiglia Gera di
Sotto. Il giardino recintato permette ugualmente di apprezzare la facciata ornata dal portale in pietra e dalla soprastante bifora. Sull’architrave del portale la data 1773 ci fornisce la data di probabile edificazione del fabbricato.
All’incrocio con la strada statale sorge il palazzo Gera, la cui facciata
settentrionale è stata recentemente restaurata. Questo palazzo è la
sede estiva della famiglia Gera e qui gli attuali discendenti passano ancor oggi le loro vacanze. Il palazzo è stato probabilmente ampliato da
Giacomo Gera (1560 - 1642) attivo in Comelico nel commercio del legname: egli risulta conduttore della Stua
sul Padola nel 1635.
Giacomo ricoprì vari
incarichi all’interno
del Centenaro e della Comunità Cadorina, accumulando ingenti fortune proprio con il commercio del legname.
Al vescovo di Feltre
(1663 - 1681) BartoPalazzo Gera - facciata nord.
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lomeo Gera sembra invece ascendere
l’ampliamento verso ovest della fabbrica, e la realizzazione sia dello
stemma sopra l’attuale portale d’ingresso, sia di quello della famiglia
Gera sulla facciata ovest.
La fabbrica presenta a nord una facciata scandita da tre corsi regolari
di finestrature. Chiuse da inferriate
in ferro battuto al piano rialzato, da
Casa Zambelli in piazza a Candide
incorniciature in pietra tufacea al
piano primo e semplicemente rifinite nel sottotetto. Da notare la diversa lavorazione dei due ingressi posti ai lati della facciata.
Il fronte meridionale risulta più omogeneo, ed è arricchito nella parte centrale da una serie di bifore e
da un piccolo affresco con Madonna e bambino. All’interno il palazzo è dotato di molte stanze ma solo
al piano rialzato si denota la ricchezza delle decorazioni e degli arredi tipica delle case nobiliari. Qui i
salotti collegati uno con l’altro in direzione est-ovest
Stemma
sono adornati da rivestimenti lignei variamente intadi Casa Gera
gliati. Uno con trame di spesse cornici di varie forme
(ovali, rotonde e rettangolari) intagliate a trecce, indorate e laccate di
bianco. Il secondo in cirmolo dal caratteristico profumo ornato con rosoni, festoni di foglie e frutti. Il terzo intagliato con fluide forme a fogliame e volute che si ripetono poi
nelle cornici delle porte.
Sempre nel centro di Candide si possono osservare attorno alla piazza
vari palazzotti costruiti fra il 1600
ed il 1700, con le loro facciate ingentilite dalle finestre ornate in pietrame. Superata la curva lungo la statale
compare il palazzo Giacobbi già Monti. Questa villa è corredata da un interessante rustico simile per aspetCasa Giacobbi già Monti a Candide
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to a quello che si incontrerà al bivio della frazione di Mare ed appartenente alla villa Poli de Pol.
La famiglia Monti fu molto attiva
sia nel settecento che nell’ottocento e svolse un importante ruolo nel commercio del legname assieme alla famiglia Dall’Aquila originaria di Dosoledo.
La Val Comelico dai prati di Candide
La casa Monti-Giacobbi esistente
già dal 1696 venne probabilmente
rimaneggiata nel corso del XIX secolo ed a tale epoca va fatta risalire
la sopraelevazione del corpo a nord. Nella casa abitarono l’avvocato
Osvaldo Monti già sindaco di Comelico Superiore (1810) ed il figlio Liberale (1780-1847) anch’esso avvocato sostenitore della costruzione della
nuova “strada della Valle”.
All’interno vi sono numerose stanze variamente decorate con motivi
neoclassici ed orientaleggianti, secondo il gusto romantico dell’epoca.
Sul lato est del giardino sorge il fabbricato rustico (simile alla barchessa di villa Poli a Mare di San Pietro), ornato di decorazioni a stucco che
rappresentano strumenti musicali: Liberale era un appassionato compositore e suonatore.
Si lascia ora il territorio del Comelico Superiore percorrendo la cosiddetta curta, sentiero che scende ripido verso la frazione di Gera
(995 m). Questo sentiero praticato
dalla popolazione locale per svolgere
le attività agricole lungo il pendio assolato, si affianca all’antica strada
delle Mole, il tracciato originario che
risaliva alla frazione di Candide dalle
località di fondovalle.
Giunti in località Gera il sentiero
sbocca all’inizio del viale alberato
che porta alla villa della famiglia
Vettori. La storia di questa famiglia
Il viale alberato di Casa Vettori
si intreccia nel periodo ottocentesco con quella dei Monti di Candide,
dei Solero di Sappada e dei Lupieri da Luint in Carnia (UD) come ci testimonia l’archivio epistolare di quest’ultimo.
Il fabbricato risale probabilmente al XVII - XVIII secolo
quando la famiglia risulta fra
quelle di maggior spicco nel centenaro. Volfango Bortolo infatti,
morto nel 1743, fu notaio e per
alcuni anni marigo di San Nicolò,
nel 1739 è annoverato fra i più
benestanti. Fra i suoi familiari
Melchiorre Vettori fu marigo di
Casa Vettori a Gera
San Nicolò verso la metà del seicento e Vittore Vettori fu il primo sacerdote mansionario a Dosoledo
agli inizi del settecento.
Il palazzo dalle linee semplici e sobrie è caratterizato nella facciata
principale dai due ingressi e dalla serie di bucature dei tre piani. Il piano terra ospita cucine e salotti, al piano primo vi sono le camere in parte
decorate con rivestimenti lignei di pregio, volute, fogliami e fiori. Al
centro di uno dei soffitti la Madonna della Cintura fra due santi, attorniata da angeli e sopra la porta lo stemma di famiglia.
L’altra camera, più sobria, ha alle pareti
sottili lesene scanalate, sormontate da capitelli compositi a fogliame e volute ioniche; il soffitto ha al centro una cornice al
cui interno è scolpito il monogramma di
Cristo, ed ai lati quello di Maria e S. Joseph.
Il fabbricato padronale era dotato anche
di un grande fienile completamente in legno sopravissuto fino agli anni ’80 e poi
crollato. Lungo la strada vi è inoltre la
chiesetta ed un capitello all’imbocco del
viale.
Gera. Villa e mulino
Fra le frazioni di Gera e Lacuna vi erano
De Bernardini
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numerose attività artigianali legate allo sfruttamento dell’acqua dei
torrenti Digon e Padola che qui confluiscono. Fra i più importanti opifici
ricordiamo il complesso De Bernardini.
Località Lacuna
Mulino
Il Digon
verso
Lacuna
Comune di S.Nicolò di Comelico
MULINO, FUCINA, SEGHERIA
DE BERNARDINI
Dalle “Anagrafi Venete” del 1766, risulta che nel comune di S.Nicolò, vi erano
quattordici ruote di mulini da grano, due folli da panni di lana e dodici “telari” da
tela. Alla fine del secolo scorso vi erano vari opifici lungo le sponde del torrente
Digon; in località Lacuna vi era la segheria e il mulino della famiglia De Bernardini e una fucina
della famiglia Raider. Osvaldo De
Bernardini, acquistò il mulino intorno al 1850, e lo
gestì fino all’inizio
del secolo, quando
subentrò il figlio
Giovanni, e probabilmente costruì la
segheria attorno al 1860. Giovanni De Bernardin presentò nel 1921, la domanda di rinnovo derivazione all’ufficio del Genio civile di Belluno per azionare una
segheria e un mulino da grano. Per quanto riguarda la segheria, il salto sfruttato era pari a 4,90 metri, che produceva una potenza di
24,13 Kw. Nel 1930 la segheria fu ampliata, il canale in
legno sostituito con uno in cemento e la ruota esterna,
sempre in legno, che azionava una sega alla veneziana e
una circolare, fu sostituita con una turbina Pelton che
faceva funzionare due seghe alla veneziana e una circolare. Tra il 1925 e il 1938, la famiglia De Bernardini, prese
in affitto la segheria che si trova sotto il ponte Mina. Nel
1966, la concessione fu dichiarata dal Magistrato “..decaduta per inattività a causa di forza maggiore…” e la
segheria fu chiusa. A nome della stessa ditta vi era un’altra concessione per derivazione, che sfruttava un salto di
3,10 metri, producendo una potenza pari a 14,62 HP, con
validità fino al 31 dicembre 1950, rinnovata successivamente e poi sottesa in data 10 dicembre 1954 per l’entrata in esercizio “…della grande derivazione della I.A.V…”,
probabilmente si trattava di quella del mulino. Più a valle della fucina vi era
infatti il mulino, che aveva cinque ruote esterne in legno, del diametro di oltre
due metri, che azionavano quattro macine; due per il grano turco, una per la
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segala , una per il
frumento e un
pesta orzo. In
seguito, tramite
l’aggiunta
di
un’altra puleggia,
era prodotta corrente elettrica
che serviva ad
illuminare la loro
abitazione e gli
opifici. Durante la seconda guerra mondiale, il mulino fu gestito direttamente
da Dino De Bernardini. L’acqua della derivazione del mulino era poi usata dalla
fucina sottostante per azionare il maglio. La fucina fu chiusa intorno al 1930
mentre il mulino agli inizi degli anni ’50. A valle vi era anche una fornace, sempre di proprietà della famiglia De Bernardini, dove producevano la calce necessaria alla manutenzione della casa, della segheria e del mulino. A volte erano
assunti degli operai per produrre della calce, che poi era venduta in loco. Negli
anni ottanta furono fatti dei lavori di consolidamento alla segheria.
Segheria
Risalendo invece lungo il corso del Digon si incontra la segheria Costan.
Località Ponte Mina
Comune di S.Nicolò di Comelico
SEGHERIA COSTAN
Sulla sponda sinistra del torrente Digon, sotto il ponte Mina, vi è una segheria.
Il progetto datato 1 dicembre 1900, fu fatto dal perito Carlo Agnoli. Il canale di
derivazione aveva la presa poco sotto lo scarico del mulino
della famiglia Mina, dall’altra parte della sponda del torrente
Digon. Il salto sfruttato era pari a 7,20 metri, per una potenza
di 34 hp. La segheria fu affittata più volte, tra il 1925 e il 1938
fu presa in locazione dalla famiglia De Bernardini che aveva
un’altra segheria poco più a valle. All’interno della segheria
c’erano due veneziane, una sega multi lame e una circolare.
Nel 1960 fu fatta una domanda di rinnovo concessione, alla
quale si rinunciò nel 1968, pur scadendo nel 1980 e la segheria fu convertita in elettrica. In seguito fu acquistata da Dante
Costan, che vi lavorò per circa 20 anni, fino a quando decise
di chiudere, poiché la lavorazione del legname era diventata
poco redditizia. Successivamente affittò lo stabile e vendette i
macchinari alla ditta “Tetti Holz” di Cima Gogna. La segheria
aveva al suo interno una sega a nastro, che tagliava una tavola alla volta, una Primultini tipo Brenta, e una circolare automatica. All’esterno della segheria vi è un piazzale, utilizzato ancor oggi per il
deposito dei tronchi e lo stoccaggio delle tavole.
29
Il Digon
in località
Ponte
Mina
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Un cenno particolare merita la località di Sega Digon, frazione che per
secoli ha ospitato svariate attività legate in primo luogo alla lavorazione
del legno. Vi erano infatti negli anni ’70 ben 4 segherie.
Località Sega Digon
Comune di Comelico Superiore
SEGHERIA COMUNALE
A Candide verso la fine del secolo scorso vi erano quattro segherie e quattro
mulini, come risulta dalla “Guida storico - alpina del Cadore”, del 1886, di Ottone Brentari. Sulla sponda destra del torrente Digon, in località Sega Digon, vi
era una segheria, oggi deposito comunale, probabilmente
costruita alla fine del secolo scorso. All’interno della segheria
vi era una sega alla veneziana e una circolare, azionate da
una ruota motrice in legno, che tramite pulegge e cinghie in
cuoio di marca “Pirelli”, dava movimento ai vari macchinari. Le
condotte dell’acqua erano in legno, della lunghezza di circa
90 metri, con un “portone” regolatore alla presa e due regolatori dell’acqua lungo la condotta stessa. Il comune non gestiva
direttamente la segheria, ma l’affittava periodicamente; ad
esempio tra il 1940-1942, fu affittata a Giovanni Zangrando a
tempo indeterminato, per il canone di lire 300 mensili. Lo stesso Giovanni Zangrando, nel 1942, restaurò la segheria, rifacendole il coperto, ripristinando la presa d’acqua, il canale e la rosta. De Monte
Nuto Giuseppe aveva preso in affitto per l’anno 1943 tutte e tre le segherie
comunali: quella a Mojè, per un canone annuo di 543 lire, quella a ponte Padola per un canone di 4151 lire e quella a Digon, per 3600 lire, e aveva l’impegno
di segare il legname necessario alla Direzione dell’Artiglieria di Udine. Successivamente le tre segherie vennero prese in locazione dalla ditta Da Prà Colò
Giovanni, ”industrie e commercio legnami”,
di Lozzo di Cadore, che aveva inoltre
acquistato dal comune 7000 mc. di legname. Nel 1944, poiché le segherie non vennero consegnate alla ditta Da Prà Colò
Giovanni, in quanto la ditta De Monte Nuto
non aveva ultimato la lavorazione del
legname alla Direzione dell’Artiglieria, il
comune chiese alla ditta De Monte e alla
Direzione dell’Artiglieria di Udine, di sollevare il comune stesso dai danni che la ditta
Da Prà poteva vantare per la mancata consegna delle segherie. L’artiglieria intervenne facendo presente al comune che le
segherie non dovevano essere cedute ad
alcuno finché la segagione non fosse
Ex Segheria Comunale
stata terminata, che le pretese della ditin località Sega Digon
30
ta Da Prà non la riguardavano e che, se il
comune non avesse prorogato l’affittanza delle segherie alla ditta De Monte Giuseppe, le
segherie sarebbero state requisite dall’Autorità Militare Germanica. In seguito, la segheria
idraulica da legnami “Tamai”, venne affittata
per il periodo 1953-1955 a Zambelli Gat Giovanni, per un affitto annuo di 376.000 lire.
Poco dopo venne chiusa ed oggi è utilizzata
come deposito dal comune.
Segheria in località Sega Digon
Si torna ora alla frazione di Lacuna da dove si segue la nuova pista ciclabile che passa prima sul fianco del campo sportivo e poi risale verso il
centro di Campitello. Lasciato il tracciato principale si imbocca invece la
pista sterrata che continua a costeggiare il corso del Padola, attraversando una passerella provvisoria e poi il vecchio ponte ora chiuso.
Superato il ponte si segue ancora il corso del torrente Padola lungo la
sinistra orografica, il percorso in leggera discesa segue costantemente
il torrente fino alle porte di Santo Stefano di Cadore. All’inizio del percorso, lungo la discesa, sorgono l’ex mulino e segheria De Rigo-Giacobbi.
Frazione di Casada
Comune di S.Stefano di Cadore
MULINO E SEGHERIA DE RIGO-GIACOBBI
Da una mappa del 1872, con indicati i beni e fabbricati di proprietà di De Rigo Bortolomeo, risulta che lungo la strada detta
Daine, sulla sponda destra del torrente Padola, a Casada, vi
erano una sega da legnami ed un mulino dello stesso De
Rigo. All’inizio del secolo a Casada vi erano una segheria e
due mulini: un mulino con cinque ruote esterne era di proprietà
degli eredi del Cav. Antonio Tonello e Bortolo De Rigo Mario fu
Giovanni Antoni, l’altro, insieme alla segheria, erano di proprietà di Tonello Maria Margherita in Giacobbi. Nel secondo
dopoguerra nella segheria di Giacobbi Orlando lavoravano circa 20 operai, che la facevano funzionare giorno e notte con
turni da otto ore producendo 3500 mc di legname annui. Il trasporto dei tronchi dalla strada statale alla segheria avveniva
per mezzo di una teleferica (attiva nella prima guerra mondiale, essa serviva per portare i viveri nella stagione invernale da
Auronzo al Comelico, attraverso Danta), di cui si possono ancora vedere i pilo- Confluenza
ni di sostegno in cemento armato lungo la strada per il Comelico. La segheria del torrente
Digon nel
fu chiusa nel 1956-57, perché i macchinari, le tre veneziane e la circolare,
Padola
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La strada
lungo il
Padola in
località
Daine di
Casada
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azionate da una turbina
ad acqua del 1910, proveniente da Milano, erano
ormai superati e Giacobbi
Orlando trasferì l’attività
nella sua segheria elettrica a Calalzo di Cadore.
L’alluvione del 1966 la
danneggiò ulteriormente e
oggi al suo posto vi è una
fabbrica. Il mulino di
Tonello Maria-Margherita
risale molto probabilmente al 1846, come risulta da
una data incisa su una trave della copertura. Fu ereditato da parte La strada lungo il Padola nei
pressi di Santo Stefano
della madre da Alberto e Gian Paolo Giacobbi che il 23 dicembre 1923, prestarono domanda di rinnovo concessione,
per azionare un mulino da cereali, sfruttando un salto di 2,89 metri per produrre una potenza pari a 14,16 Kw. Nel 1946 fu presentata la domanda di rinnovo.
La concessione pur scadendo il 31 gennaio 1977 fu rinunciata nel 1965. Nel
1974 circa, Giovanni De Bettin comprò mezzo mulino dai fratelli Giacobbi e poi
nel 1980 circa, l’altra metà da Albino De Rigo Mario, per poi rivenderlo nel 1986
all’attuale proprietario Antonio Pomarè. Quest’ultimo l’ha trasformato in una
falegnameria, apportando varie modifiche alla struttura originaria e aggiungendo, nel 1987 circa, un corpo ligneo sul lato dove un tempo scorreva la roggia. Il
mulino aveva tre ruote idrauliche in legno che sfruttavano un salto di quasi tre
metri. All’interno del mulino c’erano due macine per grano e segala e un pila
orzo; vi era inoltre un bancone con dei fori nei quali erano messi i vari tipi di
macinato e al piano superiore c’era l’abitazione del mugnaio. Nel 1935 circa fu
tolto il pila orzo e sostituito con un’altra macina.
Lungo questo tragitto si ha la possibilità di osservare le varie specie di
piante rivierasche, ma anche le abetaie che risalgono verso il costone di
Danta.
Raggiunto l’abitato di Santo Stefano, nei pressi dei ponti sul Padola, si
trova il fabbricato dell’ex segheria De Mario.
Frazione di S.Stefano di Cadore
Comune di S.Stefano di Cadore
SEGHERIA DE MARIO LUNGO IL TORRENTE PADOLA
A S. Stefano di Cadore, verso la fine del secolo scorso vi erano quattro segherie
e sette mulini, come risulta dalla “Guida storico - alpina del Cadore“, del 1886, di
Ottone Brentari. All’inizio del secolo, a S. Stefano, gli opifici che sfruttavano le
acque del torrente Padola tramite derivazioni, erano il mulino da grano di Giobat-
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ta Bugani, il mulino da grano di Tonello Maria
Margherita, la segheria della regola di S. Stefano, e la segheria De Mario. Inizialmente, al
posto della segheria De Mario vi era una vecchia
fucina. De Mario Sartor Giuseppe, dopo essere
emigrato in Germania per molti anni, nel 1923
rientrò in Italia e nel 1927 acquistò la fucina che
si trovava lungo la sponda destra del torrente
Padola trasformandola in segheria. Dell’officina mantenne i muri perimetrali
esterni in sasso e la derivazione. La ditta De Benedett di Belluno, fece il nuovo
impianto della segheria: collegò la ruota esterna in legno alle varie pulegge
interne che sfruttavano una potenza pari a 6 HP e davano movimento alla sega
alla veneziana e alla circolare. Nel 1938 Giuseppe De Mario Sartor cedette l’attività al nipote Giuseppe, che proseguì l’attività, sempre sfruttando come ruota
motrice l’acqua, fino all’alluvione del 1966, che
distrusse l’intera segheria. Giuseppe De Mario Sartor ricostruì una nuova segheria, sempre sullo stesso luogo, installando al posto della sega alla veneziana una Brenta continua azionata dall’energia
elettrica. Nella segheria vi lavoravano in media cinque operai, con tre turni da otto ore. Veniva effettuata la prima lavorazione del legno: i tronchi una
volta ridotti in assi, tavole, travi, venivano accatastati nel piazzale esterno e lasciati lì per circa un
anno a stagionare. Giuseppe De Mario Sartor gestì
la segheria fino al 1988 e poi la cedette al figlio
Santo Stefano e la Val del Piave
Remo, che la fece funzionare fino al 1996.
Il paese di Santo Stefano ha avuto da sempre un ruolo importante quale
crocevia di fondovalle per il bacino del Comelico. Le varie borgate che
oggi costituiscono il paese erano disposte sulle rive dei fiumi Padola e
Piave che qui confluiscono. Santo Stefano è inoltre Pieve matrice per
l’intera vallata. Nonostante la moderna trasformazione urbana, nelle vie
del paese possiamo trovare ancora oggi i palazzi di alcune famiglie di antica origine.
Fra i più interessanti ricordiamo il cinquecentesco palazzo Pellizzaroli,
che secondo gli studiosi venne fatto costruire da Benedetto Pellizzaroli, nato a Venezia nel 1575 da nobili di origine vicentina. Benedetto si
portò in Comelico verso la fine del cinquecento (1594) proprio per commerciare in legname, diventò regoliere il 21 ottobre 1597 e poi cittadino
del Cadore nel 1606. Il palazzo attualmente ristrutturato rivela ancora
alcuni elementi caratteristici. In primo luogo sono da osservare le due
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Casa
Ciandon a
Santo Stefano
e particolare
del poggiolo
in legno sopra
l’ingresso
torri che cingono il fabbricato sul lato nord: ne troviamo solo un altro
esempio in provincia di Belluno a Paderno (villa Sandi con torri quadrate)
mentre è più diffuso in provincia di Vicenza (per tutti si veda villa-castello dei Colleoni a Thiene). A conferma del carattere nobiliare della
dimora restano poi i due portali arcuati delle facciate sud e nord, quest’ultimo sormontato da una trifora, tutti ingentiliti dall’uso del calcare
tufaceo dal caratteristico colore giallognolo che d’ora in poi troveremo
in tutte le “fabbriche” in pietrame della vallata.
Al termine del paese, lungo la strada statale, si incontra uno dei rari
esempi di casa bifamiliare in Blockbau del Comelico ancora esistente,
casa De Candido Ciandon. Il fabbricato ha un basamento in pietrame al
piano terra, su cui poggia la struttura incastrata del Blockbau. Il corridoio centrale pavimentato con acciottolato detto ritheda permette l’accesso alle due cucina-tinello. In fondo al corridoio la scala comune porta
al piano superiore dove si trovano le
camere. Sul lato est del fabbricato
la stalla-fienile.
Anche a Santo Stefano si trovano alcune falegnamerie che producono
mobili su misura in legno massiccio
fra cui ricordiamo quelle delle famiglie Pellizzaroli e De Zolt e a San NiVilla Janesi - chiesetta ‘800
colò quella di Zandonella.
Transacqua
Il percorso continua ora lungo le rive
del Piave dove un tempo era possibile vedere la fluitazione dei tronchi
verso “la Valle”, il Centro Cadore e Perarolo. La strada asfaltata che oggi si percorre porta in breve nei pressi del campeggio Comelico, e da qui
alla frazione di Pomarè (940 m) borgata di Campolongo.
Anche l’abitato di Campolongo
offre interessanti esempi di costruzioni in legno, la casa nei
pressi della Parrocchiale né è un
esempio. La struttura in Blockbau parte dal piano terra e si
eleva per altri due piani.
Dall’esterno sono visibili le partizioni interne e lo sfogatoio del
Resti di chiusa lungo il Piave
focolare.
alle porte di Campolongo
Assieme ai fabbricati in legno,
nel paese spiccano per eleganza vari palazzotti signorili; anche qui le finestre ed i portali sono contornate in
pietrame denotando la possibilità di
spesa dei proprietari.
Si torna quindi sul lato orografico destro e si prosegue in direzione di Mare.
Già da lontano colpisce la presenza del
nuovo ponte ad arco, costruito in legno
lamellare sul fiume Piave. Il progetto è
stato redatto dallo Studio Associato
dei fratelli De Bettin di Santo Stefano,
che hanno saputo utilizzare in maniera
Casa a Blockbau in frazione
innovativa un prodotto tradizionale coCampolongo
me il legno.
L’attraversamento del ponte permette di raggiungere la località di Mare dove all’incrocio con la strada provinciale per San Pietro si può vedere l’elegante villa della famiglia
Polo (dal 1660 circa Poli) in seguito acquistata dai De Pol.
Datisi al mercanteggiare i Polo divennero, nel giro di poche generazioni, i più ricchi in contrada; nel
1508 mantenevano milizie a spese
proprie nella guerra contro l’imperatore. Da un inventario del
Il ponte in legno lamellare in località
1660 si rileva che settecento
Mare di San Pietro
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erano le case cadorine che loro pagavano l’affitto; possedevano magnifici palazzi, degni di
ospitare principi, forniti di preziose suppellettili, molti fondi nel Cadore, e campagne in Friuli e in altre parti del Veneto. (A. Ronzon, 1877).
Il palazzo Poli De Pol venne costruito sul terreno venduto da Zuanni Pontil a Zuanni Poli nel
1672, per potervi costruir un palazzo et altri
commodi;, nel 1734 l’abitazione venne ceduta
assieme alla barchessa al notaio Bortolo De Pol.
Altri lavori di ristrutturazione vennero eseguiti fra il 1781 e il 1783 tanto da modificarne
Facciata di Villa Poli De Pol
l’assetto così come oggi è visibile.
Nave di San Pietro
Il fabbricato è costituito da un corpo centrale
più alto le cui finestrature e porte sono decorate in pietrame a cornici
lavorate. Gli interni presentano stanze decorate con dipinti a tema paesaggistico, soffitti in travi di legno e pavimentazioni in battuto.
salone centrale, comunicante con i
tre vani laterali affrescati con scene
del convito di Cleopatra, episodi mitologici di Diana e Callisto, il ratto di
Proserpina, Giunone e Eolo, Cadmio
uccide il drago. La balaustra lignea
che circonda il salone centrale al piano superiore amplia sensibilmente la
spaziosità del locale.
Casa e fienile a San Pietro di Cadore
Salendo per un centinaio di metri lungo la strada si imbocca a destra il
sentiero a scalinata che porta alla piazza del paese di San Pietro
(1036 m).
All’ingresso del paese un’ardita costruzione in legno alquanto degradata
lascia subito il posto all’imponente facciata del palazzo municipale. Questa villa era di proprietà della famiglia Poli trasferitasi dalla sottostante borgata.
La sontuosità del palazzo di Mare si sviluppa ancor di più nella villa oggi
sede municipale del Comune di San
Pietro, dove Giacomo e Giovanni Polo
stabilirono la loro residenza dopo il
1663. La fabbrica è impostata su uno
schema semplice: androne centrale
dotato di scalone e vani laterali. La
facciata è scandita dal basamento
rustico in pietra che ricompare nella
profilatura dei marcapiani che segnano i piani superiori.
Villa Poli De Pol a San Pietro
Al piano nobile è degno di nota l’ampio
oggi sede Municipale
Si risale ora la strada che affianca il palazzo e si imbocca la ripida stradina per evitare i lunghi tratti della strada percorsi dalle auto. Raggiunto in breve il secondo tornante si
gira verso sinistra per percorrere un sentiero che porta nei prati
di San Pietro. Già all’imbocco di
questo sentiero un interessante
fabbricato in Blockbau ricorda
che l’uso di questo tipico modo di
costruire è radicato nella storia
della valle, anche se rimane un raro superstite della locale cultura
Piccolo fienile e nuova passerella sul Rio
costruttiva. Il motivo dell’abbandono di tale tecnica è da ricercare essenzialmente nel pericolo degli incendi. Si hanno testimonianze di disastrosi eventi all’inizio di questo secolo, durante l’ottocento ed anche nei secoli precedenti. A questo scopo
già negli statuti e nei laudi delle comunità locali vi erano precise norme
per evitare gli incendi. Successivamente l’amministrazione austriaca
impose regole più rigide fino all’emanazione nel 1855 di una circolare con
la quale si obbligava la costruzione
delle case in pietrame.
Da tale data avviene la modificazione
dell’impianto urbano nei paesi di monTeorie di rustici in località Postauta
all’uscita di Costalta
tagna. Scompaiono lentamente le
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case in legno, i fienili ed il loro contenuto altamente infiammabile vengono ubicati fuori dai
centri e relegati ai margini o alla periferia delle borgate.
Ricordiamo i fienili posti lungo la strada fra
Val Grande e Padola, la teoria di rustici a sud
dell’abitato di Dosoledo, il costone di Sommo
sopra Casamazzagno, le pendici a sud di Candide, i sentieri per “Prese” da Candide e da San
Leonardo di Casamazzagno. E ancora: nei prati
disposti lungo il costone fra gli abitati di San
Nicolò e Costa, fra Casada e Costalissoio, fra
Tabié verso forcella Zovo
Santo Stefano e Costalissoio, fra Campolongo
e Costalta e da qui lungo la strada per il passo
Zovo, fra Presenaio e Valle, in Val Visdende, fra Santo Stefano e Danta
e da Danta verso il passo S. Antonio. Tutte pendici solatie rubate al bosco ed utilizzate per la coltivazione dei campi e la fienagione.
Proseguendo lungo il percorso si trovano alcuni rustici ancora utilizzati;
presto si raggiunge il torrente Rin che viene superato attraversando un
comodo ponticello in legno, realizzato all’interno del progetto che ha
permesso la stesura di questa guida. Si risale quindi la strada provinciale fino al caratteristico paese di Costalta. Anche qui il conflitto fra nuova edificazione e antichi fabbricati in legno rende difficile apprezzare
la composizione originaria del tessuto urbano. Non resta che curiosare,
trovare lo scorcio giusto e riappropriarsi della naturalità del connubio
legno-montagna. Da alcuni anni si svolge a Costalta una manifestazione
di scultura su legno che ospita per alcune giornate gli artisti dello scalpello. Questi lavorano sull’aia di
antiche case in legno, dove, con la
maestria dei veri scultori, portano alla luce le loro opere.
Nel paese di Costalta è possibile
visitare la collezione di attrezzi
in miniatura impiegati nei lavori
tradizionali ed il sito della ex fucina-mulino De Villa Gotter.
Il rifugio a forcella Zovo
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Frazione di Costalta
Comune di S.Pietro di Cadore
FUCINA-MULINO DE VILLA GOTTER
L’edificio fu costruito nel 1890 circa sulla sponda destra del Rio Modena da
Giovanni De Villa Gotter, che inizialmente lo adibì a fucina e mulino. C’era una
ruota esterna lignea che azionava il mulino da grano, il maglio e una mola per
arrotino. Il mantice era a pedale. In questo
opificio veniva macinato il grano per i locali
e si ferravano i buoi, si facevano picconi,
zappe, ferri per le scarpe, catene, ossia tutti gli attrezzi necessari per la vita quotidiana
e l’attività agricola del paese. Il carbone utilizzato nella fucina veniva prodotto direttamente dal fabbro. In seguito la fucina venne
ereditata dal figlio Gio Batta, che aveva appreso il lavoro dal padre. Nel 1932
circa, Gio Batta tolse la ruota esterna, smantellò le macine e trasformò l’officina
idraulica con un’attrezzatura per fabbro manuale e vi lavorò fino al 1955 circa,
quando andò in pensione, ma continuò l’attività come hobby, fino al 1970.
L’itinerario prosegue ora lungo la strada per Forcella Zovo (1600 m) attraverso la località di Cercenà. Lungo il primo tratto numerosi fienili
fiancheggiano la strada, ed è interessante notare le diverse tipologie
costruttive degli stessi. I fienili sono costruiti con tronchi sovrapposti,
basamento in pietrame e parte superiore in travi: travi squadrate a sezione rettangolare, travi solo in parte quadrate, struttura in travi e
tamponamenti in tavolato.
Ci si immerge nuovamente nel prato bosco, dove piccole radure si alternano a boschi giovani e risulta evidente l’abbandono dell’attività agricola con il ritorno della foresta. Anche lungo questa strada si trovano le tracce toponomastiche di un’opificio, la
località “La sega”, ne testimonia l’esistenza.
Sappiamo che durante la prima guerra mondiale funzionò a pieno regime; l’alluvione del 1966
distrusse il fabbricato.
Un’interessante osservazione sulle possibilità
di modificare il paesaggio nell’alternanza bosco
- prato può essere fatta guardando una delle
fotografie storiche esposte presso il rifugio
Forcella Zovo che si raggiunge dopo breve saliI boschi e i prati di Cividella
ta. È risalente alla prima guerra mondiale, illuin Val Visdende
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stra lo stato della Val Visdende e della linea di
confine: in primo piano si nota il pendio (posto
fra la forcella ed il corso del rio Vissada) che
risulta tagliato a raso (per motivi difensivi),
mentre oggi è completamente rimboscato. Lo si
nota mentre si scende verso la Val Visdende:
questo bosco è dotato di alberi quasi uguali,
stessa altezza, diametro simile, ovvero è il
frutto di un rimboschimento simultaneo.
Per godere il magnifico panorama dell’intera
Val Visdende si possono agevolmente risalire i
colli a fianco della forcella Zovo.
Tason- catasta di rami e cimali Raggiunti i prati di fondo valle, in località Cividi abete in Val Visdende in
della, ci si accorge che tutt’intorno gli abeti
località Ronco della Zaina
rossi e bianchi coprono gran parte dei pendii e
solo lungo la cresta di confine ricompaiono i pascoli, mentre lungo il versante settentrionale del gruppo del Rinaldo la vegetazione si spinge fino
al confine con le rocce.
Nella Val Visdende si possono osservare i boschi più interessanti del
comprensorio: abeti slanciati privi di rami per un lungo tratto del fusto,
di diametro regolare, astilineo permette di sfruttare al meglio il legname. Nel “bosco della chiesa” si tagliano i lotti più pagati dell’area, e sempre qui vengono selezionati i tronchi per la fabbricazione di strumenti
musicali. Attraverso queste foreste si può apprezzare la qualità dei boschi del Comelico. Anche un occhio poco allenato nota che ci si trova in
un ambiente caratteristico. Qui la luce del sole filtra in un modo particolare, la vegetazione al suolo è ricca,
non si è in presenza di un sottobosco
arido e coperto dai soli aghi che si
staccano dagli alberi.
Camminando lungo l’itinerario l’occhio
si allena a cogliere queste differenze
e le apprezza. Anche attraversando
la piana della Val Visdende si possono
notare i fienili-casa costruiti per
permettere la permanenza in loco duVal Visdende, località Costa d’Antola e
rante la fienagione. Al deposito per il
sullo sfondo il Peralba
40
fieno posto sopra la stalla, si abbina la cucina
con il focolare con le sovrastanti camere per
dormire; la struttura è quasi di tipo “masale”
come nel sud Tirolo.
Dalla Val Visdende parte la strada “delle malghe”. Sono state costruite sopra il limite del
bosco (quota variabile dai 1800 ai 2000 m) dove il bestiame pascola nel periodo estivo dopo
essere rimasto nelle varie stalle private a fondovalle.
Si riprende il percorso che segue l’asta del
Cordevole e dopo aver superato con un guado il
torrente, si risale il Giau Rosso (CAI 133) fino Catasta di tronchi in località
da Plenta in Val Visdende
al passo del Roccolo (1815 m). Una parte del
tracciato è stata sistemata con i fondi del progetto che ora si presenta
più percorribile, nonostante le pendenze.
La valle attraversata risalendo il Giau Rosso è faunisticamente molto interessante e non è difficile compiere qualche avvistamento di caprioli,
cervi, galli forcelli ed altri uccelli.
Il tracciato da Costalta a Sappada abbandona il fondovalle e permette
l’immersione nei boschi in quota a stretto contatto con l’ambiente di origine del legno, la foresta. Anche se nella Val Visdende ci si ritrova in
un’area parzialmente urbanizzata, la presenza del bosco accoglie e ospita, con “il canto delle chiome”, che ben ha saputo cogliere il regista Ermanno Olmi nel suo film
“Il silenzio del bosco vecchio”.
In Val Visdende si svolge ogni anno anche la festa del boscaiolo, manifestazione dove si esprimono al meglio le capacità di questi lavoratori.
Nei pressi della località Pra della Fratta è stato ricostruito un modello di Risina. La risina è
un canale artificiale costruito con i tronchi tagliati, che serviva per far scorrere a valle gli
stessi superando tratte accidentate. Manufatti di questo tipo permettevano il trasporto dei
tronchi anche dal versante austriaco quando i Il torrente Cordevole, i boschi
mezzi di trasporto motorizzati non erano ap- del Giau Rosso ed il Peralba
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parsi, ed il trasporto con cavalli risultava troppo oneroso.
Dal passo del Roccolo si prosegue in direzione
di Sappada, lungo il sentiero (CAI 136) che
conduce alle sorgenti del Piave (1830 m), dove
si trova l’omonimo rifugio. Da qui lungo la strada provinciale si percorre la Val di Sesis fino
alla borgata di Cima Sappada (1290 m).
In alternativa è possibile scendere lungo il sentiero naturalistico realizzato dal Comune di
Sappada in collaborazione con la
Il sentiero CAI 133 che scende locale sezione del
verso il Giau Rosso
CAI.
La discesa lungo la
Val di Sesis forse fu anche l’itinerario seguito dai colonizzatori della conca Sappadina, che arrivarono qui dopo aver superato il
passo Dignas. La tradizione religiosa usa invece il passo dei Sappadini per scendere
verso Maria Luggau nel tradizionale pellegrinaggio al santuario mariano. I contatti
con le popolazioni d’oltralpe sono inoltre
confermati dalla dedizione degli abitanti di
Lungo l’itinierario;
sullo sfondo il Peralba
Cima Sappada a Sant’Osvaldo, la cui chiesetta è a lui dedicata.
Descrivere le borgate di Sappada, le caratteristiche case costruite nell’evoluzione storica dell’uso del legno
meriterebbe uno studio a sè.
Le belle case in legno che costituiscono queste borgate hanno da sempre suggestionato il visitatore.
La tradizione vuole Sappada sorta
dalla provenienza di famiglie dell’Osttirol (Villgraten) attorno all’XI secolo, (vi sono comunque numerosi cognomi simili a quelli sappadini anche
La torbiera delle sorgenti del Piave
42
nel paese di Obertilliach nella valle
del Gail). Nel XIII secolo a queste
famiglie originarie se ne aggiunsero
di nuove, esperte nell’estrazione di
minerali, e l’antica Longa Plavis prende il nome di Sapata.
Le famiglie Benedicter, Cretter, Cotterer, Croter, Eccker, Faid, Fauner,
Hoffer, Krotter, Lipper, Marcler, MiCase in Blockbau - Cima Sappada
chler, Mühlpocher, Nicler, Oberveger, Piller, Poitner, Prunner, Quinzer,
Sinder, Snaider, Solderer, costituiscono il nucleo di agricoltori-minatori che nel XIII secolo occuparono l’altopiano di Sappada dando origine
alle borgate. Il territorio occupato dalle famiglie venne diviso in “masi”
ancora oggi identificabili attraverso il nome delle borgate. Il maso comprendeva l’abitazione familiare e i terreni necessari alle coltivazioni per
l’autonomia alimentare della stessa. Le borgate che costituiscono l’attuale Sappada, sono Cima Sappada (Zepodn, Oberpladen), Cretta (Krette), Puiche, Ecche (Ecke, Eike), Soravia (Begar, Oberwege), Kratten
(Krotten), Fontana (Prun), Hoffe (Houve, Hoffer), Cottern (Kottrn),
Mühlbach (Milpa, Milpach), Bach (Poch, Pach), Pill, Mos (Palù, Moos),
Granvilla (Dorf, Das Grosse Dorf), Lerpa.
Ecco quindi che le origini dell’abitazione sappadina sono da ricercare
nella vallata austriaca della Pusteria e ad essa dovremmo riferirci per
comprendere le diverse evoluzioni del modello costruttivo.
Il sistema del Blockbau detto anche a castello, rappresenta una delle
tecniche costruttive più antiche e diffusa in tutta l’Europa centrale,
trovando numerose applicazioni anche nel sud Tirolo, nella valle del Gail,
nell’alto bacino della Drava e nella
Carnia, dove troviamo discendenze
d’oltralpe anche a Sauris. L’uso di
questa tecnica consiste nel ricavare
un particolare tipo di incastro negli
angoli. Le travi che qui giungono ortogonalmente possano combaciare o rimanere distanziate in funzione dell’uCasa in Blockbau - Borgata Cretta
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so della costruzione. Nelle abitazioni
l’incastro deve permettere la perfetta sovrapposizione delle travature al
fine di isolare gli ambienti interni dal
clima esterno. Nel caso dei rustici invece le travi possono essere volutamente staccate onde permettere l’areazione del fieno depositato.
Anche a Sappada si vedono fabbricaCasa in Blockbau - Borgata Cretta
ti storici costruiti totalmente in pietra. Essi sorgono anche qui a seguito
dei disastrosi incendi che periodicamente distruggevano intere borgate. Un esempio di costruzione in pietra si trova nel percorso che da Cima Sappada conduce a Granvilla, è la fucina e mulino Lanner ubicato a
fianco della strada statale in Borgata Ecche.
Borgata Ecche
Comune di Sappada
FUCINA E MULINO LANNER
Nella ”Mappa del Comune Censuario di Sappada” rettificata nell’anno 1846,
era già presente una doppia derivazione dal fiume Piave, sfruttata da un edificio sulla sponda destra del fiume. La famiglia Lanner possedeva inizialmente
un’officina lungo il Rio Puicher; verso il 1910, in seguito all’ampliamento dell’acquedotto comunale che causò la diminuzione dell’acqua del Rio Puicher, i
Lanner trasferirono
la propria attività lungo il Piave ampliando un edificio esistente ed installandovi la fucina, il mulino e l’abitazione. I
due figli continuarono l’attività del padre
come fabbro e come
mugnaio. C’erano tre
ruote esterne in legno, una azionava il maglio e il mantice della fucina, mentre
le altre due muovevano le macine ed il pila orzo. L’attività cessò dopo la seconda guerra mondiale; alla morte dei fratelli l’edificio venne abbandonato ed in
seguito venduto al comune, che ha rimosso tutti i macchinari. Nella fucina da
fabbro venivano realizzati attrezzi per i boscaioli, per i carri e oggetti vari, mentre nel mulino si macinava la farina per la popolazione locale.
44
A Sappada fabbricati a Blockbau sono presenti soprattutto nelle frazioni
di Cima, Mühlbach e Fontana.
A Cimasappada, Zepoden letteralmente dal tedesco “Zu Boden” (al piano-al fondo), sussistono numerosi
esempi di abitazioni costruite con la
tecnica del Blockbau, non solo tutto
legno, ma anche nella variante che imCasa in Blockbau con piano terra
piega al piano terra il pietrame.
in muratura - Borgata Cottern
Ne sono esempi la ex casa multifamigliare Fontana-Galler (1668) nella borgata di Soravia, o la casa Prunner
Sefilan in Borgata Fontana sul cui ingresso compare la scritta 1650 e
“IHS”, o la casa Kratter in borgata Kratten (1634), tutti fabbricati che
utilizzano parte del basamento in muratura e la restante parte del fabbricato in legno a castello.
Il pietrame per costruire la muratura perimetrale della casa o della
stalla viene economicamente ricavato dallo scavo di sbancamento a cui si
doveva solo aggiungere la sabbia di fiume e la calce o grassello per realizzare il legante. Solo più tardi il materiale sarà trasportato da cave
esterne ai paesi ma per costruire
fabbricati signorili o chiese.
Lo schema tipologico dell’abitazione
varia in funzione del nucleo familiare
che vi abitava: mono-familiare come
nel caso di casa Puicher in borgata
Cretta, oggi adibita a cellula museale,
o bifamilliare come casa Voltans a CiCasa in Blockbau di nuova
ma. Restano comunque prassi cocostruzione - Borgata Hoffe
struttive la divisione funzionale per
piani nell’uso della casa, la presenza del fornu e/o del fogher - larin nelle varianti con e senza cappa, del tetto a due falde coperte da scandole
Dochpretter e del poggiolo, pirl, anche nelle frazioni di Fontana (casa
Paulan 1737) o Mühlbach (casa Paurn).
In Borgata Mühlbach vi erano numerosi opifici dei quali rimane solo il
mulino Hoffer.
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Continuando nella descrizione della casa sappadina al piano terra si trova il corridoio, Labe, che divide in due il fabbricato; la cucina, Kuchl, ed
il tinello, Kostube, Stube, uno stanzino, Stibile, ed un magazzino, Kellderle. La cantina interrata, Kellder, Kelldr, ospita anche i locali per la lisciva (l’attuale lavanderia), Boschkuchl, provvista di fornello, Siechtoufen. Dal piano terra nel caso vi sia la presenza del fienile annesso si può
accedere alla stalla. Ai piani superiori, a cui si accede dal corridoio tramite una scala interna, Stiege, si trovano le camere, Kommern e Kemmerlan, divise dal corridoio centrale in
questo caso denominato Tenne.
Nel sottotetto, Kommerdille, trova
spazio il deposito per conservare i
prodotti dei campi (fave, lino e biade)
essiccati sulle rastrelliere, Keisn, generalmente chiuso da un palancolato
di tavole verticali, Gemäntle, sporCasa Paolan (1737) in Blockbau
gente a coprire il ballatoio; quest’ulBorgata Fontana
timo è arricchito dall’apertura ovale o quadrangolare, Kommerdillenloch, che permetteva l’areazione del sottotetto. Il ballatoio, Soldr, è
realizzato in modi diversi: solitamente al primo
piano può circondare tre lati della casa, oppure
occupare solo il lato meridionale. La sua struttura portante è realizzata prolungando le travi
che costituiscono il solaio di piano, Schruottn,
a cui si sovrappone il tavolato.
Nella casa il poggiolo viene chiuso da un fitto
paramento in assi variamente decorate e sormontate da un corrimano e raramente vi sono
Casa Solero (in pietrame)
sovrastrutture che invece troviamo nei rustici,
Borgata Granvilla
dove il ballatoio, Pirl, aveva anche la funzione
di ospitare il fieno o i cereali che dovevano completare il processo di essicazione. Travetti verticali raggiungono il tetto e sono interrotti orizzontalmente da altre stanghe su cui si possono appoggiare dei paletti
che si innestano nella travatura principale del rustico; sopra a questi
viene steso il fieno o i fasci di grano in caso di maltempo prolungato.
Un particolare rivestimento a scandolette variamente sagomate è rinvenibile in alcune case delle frazioni, ad esempio casa Colle Fontana in
borgata Fontana, oppure in borgata Cretta lungo la strada statale, in
borgata Bach, dietro la sede del museo etnografico. Il rivestimento ricorda tradizioni
scandinave e trova impiego verso la fine dell’ottocento - primi del novecento, andando ad
aumentare la capacità termica del fabbricato.
Così come nel Comelico inferiore e superiore,
si trovano i fienili, barchi, per il deposito del
fieno raccolto nella proprietà privata, anche a
Sappada questo tipo di ricovero per il foraggio
è presente con tutte le variazioni tipologiche
succedutesi nel tempo. Particolarmente suggestive sotto questo profilo sono la piana di
Cima Sappada e la località Staipe di Plotzen.
Il ponte in legno
Anche a Sappada alcune falegnamerie produsull’orrido dell’Acquatona
cono arredamenti di montagna in legno massicalle porte di Sappada
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Borgata Mühlbach
Comune di Sappada
MULINO HOFFER LUNGO IL RIO MÜHLBACH
Nella “Mappa del Comune Censuario di Sappada”, rettificata nell’anno 1846, vi
sono due edifici individuati dai mappali 623 e 620 che sfruttavano la medesima
derivazione. Lungo il Rio Mühlbach vi erano numerose attività, tra cui il mulino
Hoffer sulla sponda sinistra e due segherie. Dei vari opifici presenti, oggi rimane traccia solo
del mulino Hoffer, al cui esterno si possono
ancora vedere
cinque mole. In
base alle testimonianze degli
eredi il mulino
venne risistemato nel 1870 circa. L’opificio funzionò fino al 1947, quando venne chiuso. Dal disegno presentato al Genio Civile, risulta che il mulino aveva
una roggia in legno, che raggiungeva una quota di quattro metri sopra le tre
ruote esterne lignee, producendo una potenza di 3 Kw che azionava le quattro
macine ed il pila orzo a seconda delle necessità. Gli Hoffer macinavano per la
popolazione locale, facendo consegne a domicilio con un carretto tirato a
mano.
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Breve bibliografia di riferimento:
A. Ronzon, Il Cadore, 1877
A. Lorenzoni, Cadore, 1930
G. Fabbiani, Appunti per una storia del commercio del legname in Cadore, 1959
G. Nieddu, Architettura nel Comelico e nella valle di Sappada, 1985
G. Caniato e M. Dal Borgo, Dai monti alla laguna, produzione artigianale e artistica del
bellunese per la cantieristica veneziana, 1988
G. Caniato, La Via del fiume dalle Dolomiti a Venezia, 1993
AA.VV., Il Piave, 2000
B.A. Magrini, Caro amico pregiatissimo, un epistolario dell’ottocento fra Carnia, Cadore,
Comelico, Forum UD 2000
P. Salvini, Cari nonni Lieba Neins, Sappada tra il 1915 e il 1945, 2001
Le schede relative ai singoli manufatti presentati nell’opuscolo sono tratte dalla tesi di laurea “Un museo per la valorizzazione del patrimonio storico-culturale del Comelico”, a cura
di Veronica Menia Cadore, I.U.A.V. anno 1998 - 1999.
Einen Weg durch das Gebiet
Geschichtliche Andeutungen über den Geder Gebirgsgemeinschaft des
brauch und den Handel des Holzes aus dem
Comelico und Sappada vorCadore
schlagen, ist keine neue Idee,
aber diesem Fall ist er unter einem besondeViele Jahrhunderte sind vergangen, seit dem sich
ren Gesichtspunkt gesehen. Der Weg führt
die Römer in Pieve di Cadore und Auronzo aufdurch Gebiete, die nur in der Vergangenheit behielten. Die römische Bautechnik, welche annutzt wurden. Die Anwesenheit des Menschen
schauliche Ergebnisse im Gebrauch des Gesteilängs der Gewässer ist mit der jahrhundertelannes und des Ziegels erreicht hatte, hat auch hier
gen Benutzung dieser als Transportmittel und ihSpuren hinterlassen, die noch heute in den arrer Energieentwicklung verbunden.Somit waren
cheologischen Ausgrabungen zum Vorschein
sie auch das wichtigste Element der kartographikommen. Aber selten findet man Spuren von
schen Darstellung des Gebietes. Nur in der jüngHolzbauten; und doch wissen wir, daß der größte
sten Vergangenheit ersetzt die Straße den Bach
Teil der Wohnungen in Holz gebaut wurde, mit eiund den Fluß.
ner Technik, die man Blockbau nennt.
Das Leben und das Überleben im Laufe der GeDie Sitte, mit dem Holz vor Ort zu bauen, ist in
schichte des Bergbewohners war mit der Benutden alpinen Tälern bis Mitte des 18.Jahrhunderts
zung des Waldes verbunden, der das wichtigste
üblich gewesen; durch sanitäre Bedingungen und
Element der alpinen Kultur war. Gleichzeitig erNormen gegen die Brände zwang die Autorität
laubte die Züchtung der Rinder und Schafe Arvon da an die Bevölkerung die Baumetode zu änbeitskraft, Fleisch und
dern.
Milchprodukte zu erhalDer Handel auf dem
ten. Die Landwirtschaft,
Flußweg oder längs der
welche als Basis Produkte
schon
anwesenden
erzeugte, die im Ort zur
Straßen, ist sicher eine
Reife kamen (Gerste,
der einträglichsten AktiRoggen, Weizen, Saubohvitäten, so auch der Hanne, Erbsen, Hafer, Kartofdel des Metalles aus den
feln, Kohl und Flachs) war
bellunesischen Bergwermit dem Mais integriert,
ken stammend. Venedig
welcher aus dem Flachwar sicher der bevorzugte
land stammte, und mit
Markt, zu dem das Holz
dem Gewinn aus dem Veraus dem Cadore geflößt
Wald bei den Piave Quellen
kauf des Holzes erworben
wurde.
wurde. Wichtig waren auch die Einkommen aus
Das Holz wurde von den Landbesitzern des Codem Mineralabbau, welcher einerseits vor Ort
melico gerodet, im Namen der Regola, der sie anverarbeitet (Gera und Sappada) und andererseits
gehörten, oder im Namen der Händler, welche die
ins Flachland ausgeführt wurde, welche zum UnWälder gepachtet hatten.
terhalt der Bevölkerung beitrugen.
Die Grundbesitzer waren frei das Holz nach den
Was geschah, nachdem das Holz im Wald gefällt
Bestimmungen der Verfassung des Cadore zu bewar? Wo wurde es vor Ort gebraucht? Welches
arbeiten und zu holzen. Durch das Lesen der Auswar die Straße, die das Holz bis ins Flachland
gaben dieses wichtigen legislativen Textes, welzurücklegte? Welches waren die Urheber des
cher das Leben der örtlichen Bevölkerung regelte,
Handels und der Verlagerung dieser Ware?
erfahren wir, daß alle Wälder im Bereich des CaAuf diese Fragen versuchen wir in diesen kurzen
dore den Bewohnern des Cadore angehöhren,
Notizen zu antworten, in der Hoffnung, daß die
und keinem Fremden, und daß alle aus dem CaAugen unserer Kinder, die des Turisten, der in undore, frei und ohne Steuern zu zahlen, in den
serem Tal verkehrt, aber auch unsere, die ungeWäldern Holz jeglicher Art bearbeiten können; nur
wöhnlichen Aspekte dieses besonderen Weges
dort nicht, wo es ausdrücklich von den Statuten
und der wunderbaren Landschaft des Comelico
verboten ist.
und Sappada erfassen können.
Beschluß des Kollegium mit der Autorität des RaDie Autoren
tes der Pregadi, 14.Juni 1545.
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Il Piave a valle
dell’orrido dell’Acquatona
cio fra cui ricordiamo quelle delle famiglie
Kratter e Piller e la ditta Ambient’Arredo.
Continuando l’itinerario uscendo da Lerpa per
ritornare verso Santo Stefano si incontra il
suggestivo orrido dell’Acquatona dove, superato il ponte in legno, è possibile con cautela
scendere nella forra del Piave per ammirare i
solchi incisi dal fiume nella viva roccia e pensare a quanto sia invece silenzioso il suo corso
nella pianura veneta.
A valle dell’orrido vi era anche il primo porto
sul Piave, ovvero la prima località ove scalare
in acqua il legname proveniente dai boschi sappadini che veniva fluitato verso il Cadore ed il
Bellunese.
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Man fügt bei, daß das Holz, welches sich in den
ren Teil der Provinz Belluno auf den Straßen
Wäldern befindet, die dem Arsenal unseres Setransportierten.
nates angehöhren, davon ausgeschlossen sind.
Oftmals mußten die Cadoriner beim Doge in Ve(G. Fabbiani, 1959)
nedig einschreiten, um die Anfragen zur ÄndeDer Senat in Venedig garantiert der Bevölkerung
rung der Gewohnheiten zu lösen; z.B. als die beldes Cadore die gewohnte Freiheit, reserviert sich
lunesischen Holzsäger ein drittel der Stämme, die
aber etliche alpine Wälder um die eigene Flotte
längs des Piave herstammten, in ihren Sägewerauszurüsten (Somadida in Auronzo, das Cansiken sägen wollten; oder als im Jahre 1443 die
glio, Cajada), im Cadore wird er aber nie einen
Flößer aus Borgo Piave in Belluno verlangten,
großen Einfluß haben, da es hier eine große
daß nur die Angehörigen ihrer Schule den Beruf
Schar von Händlern gab (welche an der Politik
der Flößer ausüben könnten. (G. Fabbiani, 1959 e
der Magnificà Comunità Cadorina teilnahmen),
A. Sacco, in A. Caniato M. Dal Borgo, 1988). In
die eine beträchtliche Macht auch gegenüber der
diesem Stück registriert der Inspektor J.Wessely
venedischen Republik ausübten.
in der Mitte des 18. Jahrhunderts 18 Sägewerke
Am Anfang des Flusses Piave wurden die losen
mit 140 Sägen und 169 Sägeblättern (AA. VV. Il
Baumstämme von den Menàdas aufgereiht und
Piave, 2.000).
von ihnen durch enge SchluchDie Venediger benötigten das
ten bis zu den Sägereien in PerHolz aus dem Cadore zum Bau
arolo, Termine und Longarone
ihrer Stadt (Fundamente der
begleitet (A. Caniato, 1993).
Paläste, Holzdecken und
Die Menadas kontrollierten die
Dächer) zur Ausstattung der
Flößerei der Stämme auf der erSchiffe (Mäste und Strukturen
sten Strecke der Bäche, in dem
der Schiffsrümpfe) zur Realisiesie eigens dafür vorgesehene
rung der Raumausstattung und
Haken aus geschlagenem Eisen
des Mobiliar.
benutzten anghier, die auf verWichtig war auch der Handel mit
schiedenlangen Holzstiehlen
Brennholz, die so genannten Abmontiert waren.
fälle der Buchen, für die Öfen
Die Flöße wurden dann auf dem
der zivilen Wohnungen und auch
Teil des Flusses Piave zwischen
für die Gießöfen der GlasbläsePerarolo und Longarone von den
reien.
Flößern gebaut und von ihnen in
Die venedischen Märkte verdie Handelsstädte begleitet.
Padola Bach in Campitello sorgten unter anderem die
Das Flößen, welches den Transganze Poebene und die Ortport des Holzes interressierte, das längs des Piaschaften längs der Küste des Mittelmeeres.
ve von Perarolo hinunter verarbeitet wurde, war
Die Firmen vom Fabbiani zitiert und aus dem “Livom Statut der Flößer und von den Normen in
bro dei Conti della Muda di Cadore” von 1597,
den Statuten der Cadoriner geregelt. (F. Piero
vom Notar Bartolomeo Da Sacco aus Comelico
Franchi in A. Caniato, M. Dal Borgo 1988). Hierzu
Superiore gehalten, informieren uns über die
bestimmte man, daß niemand, der nicht dem CaMenge des Holzes, welches in jenem Jahre längs
dore angehörte, sich wagte Stämme zu machen
des Piave, nach den Rechnungen des Dott. Jacound auf dem Piave zu begleiten, die über zehn
bi, verkehrten.
Füße (gleich m 3.478) maßen; und falls jemand
In der Tabelle erscheinen die Namen der Familidagegen verstoß, vom Gericht zu zwanzig soldi
en, später von R.Vianello examiniert (A.Caniato,
für jeden Stamm, verurteilt würde; die Hälfte da1993) unter ihnen befinden sich die Namen der
von sei dem Ankläger.
Campelli Campei, der Gera - Pächter der Stua auf
Die Flößer waren für den Transport ins Flachland
dem Padolabach, der Nordio.
der Bretter, Rinden, Buchenabfälle und Kohle auf
Der Autor führt auch die Liste der Händler des
Flößen längs des Piave zuständig; sie waren in
Bauholzes auf, die im Jahre 1885 in Venedig tätig
Schulen oder Gesellschaften vereinigt und oft in
waren, unter ihnen finden wir zahlreiche NachnaKonkurrenz miteinander, so wie es die Fuhrmänmen des Gebietes von Belluno - Cadorina, Coletner waren, welche die gleichen Produkte im obeti, Colle, De Lorenzo, Fabbro, Lazzaris, Malcolm,
Manzoni, Mayer, Svaluto, Vazza, Zuliani e Wiel,
sondern waren auch in den Preislisten der zwei(siehe auch in G. Fabbiani, op. Cit.). In der zweiten
ten Hälfte des 18. Jahrhunderts beschrieben. Die
Hälfte des 18. Jahrhunderts kamen die folgenden
wichtigsten Namen für den Handel gab es für die
Holzmengen aus dem Cadore, dem Ampezzo
4 m langen Bretter: tavole grosse, sfiladelle, sfilaund Longarone: 300/350 tausend taglie, 10/40
done, ponti, scurette in abete, palancole, moralatausend quadratisch zugeschnittene Stämme als
mi, morali bastardi, mezzi morali bastardi, morali
Bauholz, mehr als 200 Mäste für Schiffe, dazu
del Brenta, morali Zoccoler, sbarre, cantinelle da
fügt man das Brennholz und die Kohle bei. Vom
parè e da soffitto. Für das Gebälk: zappolo, piana,
Comelico und Auronzo kamen in der Sommerbordonale, rullo, chiave, scalone. Das sortimento
flößerei (der Reichsten) 220/240 tausend taglie;
war aus Fichte oder Lärche, wie in G. Fabbiani
während man im Frühling 30/40 tausend taglie
wiedergegeben.
zählte. Dazu kamen in der Winterflößerei die lanDie wirtschaftlichen Veränderungen, die nach
gen Stücke, 10/20 tausend, die Lokalität Tre Ponti,
dem Ersten Weltkrieg entstanden sind, verbunden
unterhalb des Zusammenflusses des Piave mit
mit dem Verbrauch der Ellektrizität, der Straßen
dem Ansiei, war ihr Ausgangspunkt (J.Wessely,
und der Transportmittel, haben eine gleichzeitige
op. cit.).
“Modernisierung” der Anlagen hervorgerufen. Ihre
Bevor es in die Lagerstätten, Baustellen und
darauffolgende Schließung wurde nicht nur vom
Werften der Venediger gelangte, erfolgte in den
Bau der Stauseen (Auronzo, Sottocastello, längs
Sägewerken der letzte Arbeitsgang des Holzes
des “Tales” zu Füßen des Tudaio in Comelico)
aus den Wäldern des Cadore.
hervorgerufen, sondern auch von der Ankunft im
Längs des ersten Stückes
Gebiet von Belluno von
des Piave oder seiner Zugroßen Industrien, welche
flüsse gab es schon imdas Holz aufkauften, ohne
mer wenige Sägewerke,
an den lokalen Markt der
die mit venedischen SäTransformation gebunden
gen ausgerüstet waren,
zu sein (G. Fabbiani,
und die nur für den loka1959).
len Verbrauch arbeiteten;
Als Zeuge dieser Aktivität,
die Unkosten für den
die mit der Verwendung
Transport des geschnittedes Wassers verbunden
nen Holzes zu den Märkwar, sind noch zahlreiche
ten des Flachlandes wa“Gebäude” erhalten, als
ren zu hoch. Unterhalb Rast Platz bei der Cima Vallona Kirche Unterstand der Wagen,
von Perarolo (wo der Boider hydraulischen Räder
te in den Piave fließt) änderte sich die Situation,
und Getriebe, die Sägereien, Mühlen und
denn die Wassermenge und die Regolarität des
Schmieden bildeten.
Flußbettes erlaubten den fortlaufenden Zufluß
Die Veränderungen am System der Versorgung,
des Wassers an die Sägewerke, und den folgendes Antriebes und des Schnittes, im 18. und 19.
den Transport der Bretter und des quatratisch geJahrhundert entwickelt, haben, wie wir erinnerten,
schnittenen Holzes mit Flößen.
grundsätzlich die alten Anlagen verändert oder
Nur in einigen partikolaren Gebieten, wie Sega
ersetzt; sie bleiben jedoch ein klares Zeugnis der
Digon oder Val Grande in der Gemeinde von CoAktivität der Vergangenheit.
melico Superiore, bemerkt man wichtige KonzenIn der beiliegenden Kartographie dieses Führers
trationen von Sägewerken (4 bis 1970 tätig), die
sind diese Stätte von historischem und kulturelan Industriegebiete ante litteram denken lassen.
lem Interresse eingezeichnet; sie werden in einer
Die Anlagen im Talgrund von Perarolo bis Longageographischen Reihenfolge längs einer Route
rone gehörten hauptsächlich den Händlern aus
vorgestellt.
dem Cadore, die schon Ende 1400, zu GeDie Strecke ist für alle zugänglich, sie schlängelt
währung des Doge, ein Gebiet in der Nähe von
sich über sichere Wege in Wald und Wiesen, und
San Francesco della Vigna als Holzlager erhielist für eine Ferienwoche in den verschiedenen
ten. Die Produkte aus den Sägewerken wurden
Gemeinden der Comunità Montana des Val Conicht nur in historischen Dokumenten erwähnt,
melico und Sappada erdacht.
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The Proposal of an itinerary
across the mountains of
Comelico and Sappada is not
something new, but maybe in
this case it will make people
stand up and take more notice.
The scenic route turns through places that
were frequented only in the past.
The reasons being, is tied up in the historic use of
rivers that were a mode of transport and energy,
therefore it was a very important element which
represented the entire territory.
Only recently roads have overtaken as a means
of modern transport.
Tied to these resources the local people had little choice and
even less elements on which to
survive.
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Many centuries ago the Romans arrived in Pieve
di Cadore and Auronzo. Their techniques for constructions or buildings using stone or brick have
left a historical note that even today emerges in
archaeological excavations.
It is rare to find tracements of constructions in
wood, even though we have proof that the major
part of the villages and buildings were actually
constructed in wood using a technique called
Blockbau or frame.
The use of timber, remained in use until the end of
the 18th centuary, until the local people were convinced to
change their ideas.
The timber and metal commerce were surely the most
renumerative belonging to the
Timber is the principal element
Belluno province. Venice inof the alpine culture and is a
stead, was the privileged timlife support for the local Peober market that prevailed from
ple. The agriculture based prinCadore.
cipally on raising beef and
The felling of timber was exesheep permitted the produccuted by the proprietor of the
tion of milk products.
Comelico territory, which in
In turn these products plus
turn rented out his land to suc(wheat, potatoes, beans) intecessive merchants.
grated the menu.
The so-called Terriers were
Any other products that were
free to work the land in accorunable to be grown, were
dance to the Cadorina laws.
bought from the village below
According to this law it so stipby selling timber.
Val Grande Woods
ulates that all the bush area in
What happened once trees
Cadore belongs to the Cadorini, therefore the
were felled? Where was it taken? What was the
felling of timber is strictly prohibated, unless the
next step before arriving at the saw - mill? How
so said persons obtain a special permission or
was it manufactured and where was it sold?
authority from the forest department in that area.
We will try to answer these questions, proposing
Granted by the Consiglio delli Pregadi authority,
them in brief notes, with the hopes that your chil14th of June 1545.
dren and tourists that frequent the valley and
It is further noted that all timbers, if any, in bush
even ourselves will understand the different asareas intended for arsenal use is accepted. (G.
pects of this lovely passage in the Comelico valley
Fabbiani, 1959)
and Sappada.
Even though the Venetian senate guaranteed the
liberty to the Cadorini population, they still reThe Authors
served the right to use the alpine bush area for
equipment belonging to the (Somadida ad Auronzo, Cansiglio, Cajada), but it never had a relevant
influence because of the fact that this was a thriving commercial force which has a notable influence towards the Republic of Venice.
At the basin of the river Piave the trunks were
sunken by the menàdas that followed the timber
also for the factories which made glass.
down the river until reaching the Perarolo sawmill,
The Venitian merchants furnished the entire
Termine and Longarone (A. Caniato, 1993)
Padana area and the localities along the coast of
The menàdas controlled the flow of the trunks in
the Mediteranian Sea. Fabbiani’s book Libro dei
the first tract of the rapids using hooks or boat
Conti della Muda di Cadore of 1597 held by Barhooks.
tolomeo Da Sacco county clerk of the Comelico
The rafts were constructed in that part of the river
High commune, has made us realise the quantity
Piave between Perarolo and Longarone of the
of timber the was hauled in that year along the rivzattieri.
er Piave according to the accounts executed by
The flow of work that interested most, the transDott. Jacobi.
portation of timber worked along the river of PerBelow listed are the following names of the famiarolo was controlled by the rafts in conjunction
lies interviewed by R. Vianello (A. Caniato, 1993)
with the statute laws of Cadorini (F. Piero Franchi
among those appears the names of Campelli,
in A. Caniato, M. Dal Borgo, 1988). In which stabiCampei, of the Gera conductor from the Padola
lized that no one belonging to the Cadore
Ovens, of Nordio. The author also gives a list of
province could cut any timber over ten feet (equal
timber negotiations for construction use active in
to 3.478 metres), anyone doing so would be taken
Venice in the 1885’s among of which we find nuto court and fined for every trunk that was felled.
merous surnames from the Belluno province The rafts hauled not only timber but also wood
Cadorini, Colleti, Colle, De Lorenzo, Fabbro, Lazchips, bark etc., Red
zaris, Malcolm, ManPine, carbon, towards
zoni, Mayer, Svaluto,
the city, that united in
Vazza, Zuliani and
schools or societies,
Wiel, (as can be seen
and often competed bein G. Fabbiani, op. cit.).
tween themselves, the
In the second half the
same occurred be18th centuary the quantity of timber that came
tween the paper mills
from the Cadore dalthat transported by road
l’Ampezzano and from
the produce (paper, plyLongarone - were the
wood etc.) to the upper
following:
300/350
part of Belluno.
thousand cut, 10/40
At various times the
thousand trunks per
cadorini had to interRonco della Zaina Picnic area
square construction,
vene at the Doge of
more than 200 trees for export, of which we add
Venice to help resolve problems; for example,
timber, cut for furniture and fuel consumption.
when the tree fellers or lumberjacks would decide
From Comelico and Auronzo during the summer
to cut a third of timber that came from the Piave,
haulage (the more abundant) was 220/240 thoubelonging to the saw-mills, or when in 1443 the
sand trees cut; meanwhile the spring haulage was
rafts of Borgo Piave (Belluno) pretended that only
about 30/40 thousand trees. To this we must not
those that frequented their school could exercise
forget the winter haulage which was about 10/20
the craft of being a rafter. (G. Fabbiani, 1959 e A.
thousand, which left from Tre Ponti in the valley
Sacco, in A. Caniato, M. Dal Borgo, 1988). In this
which met with the Piave and with l’Ansiei (J. Weshalf of the 18th centuary inspector J. Wessely regsely, op. cit.).
istered 18 sawmills with 140 saws and 169 blades
The saw-mills were the last phase to where the
(A A. V V. Il Piave, 2.000).
hauled timber finished, before going to the VenetTimber Cadorini for the Venetians served for
ian yards.
building the city (foundation piles, ceilings and
Because of the never ending transport costs, it
roofing) for ship building (trees and structure of
became difficult for the saw-mills to keep up with
the hull) and also for furnishings (closets, cupthe commercial market. In the Perarolo valley
boards, furniture in general).
(which united with the Piave), the situation
Another important use of timber was the fact that
changed somewhat because of the abundance of
it was used for fuel. Not only for domestic use but
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Story outlines of the commercial use of timber
in Comelico
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water and the even river-bed that allowed the timber easier to store onto the rafts.
Only in some areas such as Sega Digon or Val
Grande in the Comelico commune the concentration and importance of saw-mills is notable (4
functioning until 1970). These industries from the
Perarolo valley to Longarone belonged mainly to
the Cadorini or Venetians until the end of the 14th
century, by the doge authorities, an area of the
San Francesco della Vigna Region, destinated for
the timber deposits.
The main timber products were: tavole grosse,
sfiladelle, sfiladone, ponte, scurette in abete,
palancole, moralami, morali bastardi, mezzi
morali bastardi, morali del Brenta, morali Zoccoler, sbarre, cantinelle da paré e da soffitto. Beams:
zappolo, piana, bordonale, rullo, chiave, scalone.
The selections of wood that included red Pine,
beach and white Pine as reported in G. Fabbiani.
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The economic change happened after the first
World war because if the use of electricity, road
transport, and rail, which caused a momentary
modernization of the factories.
Their proceeding shut-down or closure was determined by the invasion of (Auronzo, Sottocastello),
at the foot of Tudaio in the Comelico Region. The
bellunese and big industries bought timber without local commercial connections (G. Fabbiani).
Testimony to the activity that numerous buildings
in which are still visible today.
In the following guide maps is a list that indicates
all ruins/sites of historical and cultural interest.
The scenic walk is accessible to all, winding it’s
way through such beautiful scenery, and it is
thought to organise a week’s vacation in the various Communities such as the Comunità Montana
Comelico and Sappada.
Indirizzi utili:
- Azienda di Promozione Turistica (APT) n.1
- Santo Stefano di Cadore
Piazza Roma, 38 (presso municipio)
tel. 0435 62445 - 0435 62230, fax 0435 62077
e-mail: [email protected]
internet: www.apt-dolomiti-cortina.it
- Sappada
Borgata Bach, 9/11
tel. 0435 469131, fax 0435 66233
e-mail: [email protected]
internet: www.apt-dolomiti-cortina.it
- Consorzio Promozione Turistica Val Visdende Dolomiti
Via Venezia, 15
32045 Santo Stefano di Cadore (BL)
tel. 0435 420526
- Consorzio Promozione Turistica Sappada,
Borgata Palù, 19
32047 Sappada (BL)
tel. e fax 0435 66166
- Consorzio Turistico Val Comelico Dolomiti
Ufficio Informazioni - Piazza San Luca, 18
32040 Padola di Comelico Superiore (BL)
tel. e fax 0435 67021
e-mail: [email protected]
Internet: www.valcomelico.it
- Consorzio Turistico Val Comelico Dolomiti
Ufficio Promozioni - Via Sant’Anna, 2
32040 Padola di Comelico Superiore (BL)
tel. 0435 67034
The Piave waterfall - Sesis walley
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- Gruppo guide naturalistiche
presso Comunità Montana Comelico e Sappada
Via Dante Alighieri, 3
32045 Santo Stefano di Cadore (BL)
tel. 0435 420117, fax 0435 62113
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Comunità Montana Comelico e Sappada
Via Dante Alighieri, 3
I - 32045 S. Stefano di Cadore - BELLUNO (Italia)
Tel. 00 39 0435 420117 - Fax 62113
E-mail: [email protected]
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Allegato C - Gal Alto Bellunese