Un seul monde Eine Welt Un solo mondo Cambiamenti climatici: le responsabilità del Nord, le nefaste conseguenze per il Sud Mozambico: tra miracolo economico ed estrema povertà Crescita demografica: entro il 2050, la Terra raggiungerà i nove miliardi di persone – ma quanti abitanti è in grado di mantenere? N. 3/ SETTEMBRE 2009 LA RIVISTA DELLA DSC PER LO SVILUPPO E LA COOPERAZIONE www.dsc.admin.ch DOSSIER Nonni e nipoti pagano il prezzo dell’Aids In Tanzania, l’associazione svizzera Kwa Wazee versa una pensione di vecchiaia a 720 persone 22 Medici di famiglia invece di specialisti La promozione della sanità di base è sulla lista delle priorità in Bosnia e Erzegovina, e i cosiddetti medici di famiglia vi giocano un ruolo fondamentale 24 CAMBIAMENTI CLIMATICI Una problematica esplosiva dall’esito incerto Il cambiamento climatico pone la comunità internazionale dinnanzi a sfide finora mai conosciute FORUM 6 Occhio agli aspetti climatici La problematica del clima riveste un ruolo centrale nei progetti della DSC 11 «Abbiamo perso molto tempo» Un’intervista con Thomas Stocker, membro del Comitato ONU per il clima Quanti abitanti è in grado di mantenere la terra? Nella cooperazione allo sviluppo la crescita demografica non è un tema prioritario 12 26 Contadini peruviani minacciati dallo scioglimento dei ghiacciai Nell’altopiano peruviano, i contadini hanno già dovuto adattare i loro metodi di coltivazione alle mutate condizioni climatiche Redimere l’Africa Una nota critica dell’autore sudafricano Zakes Mda sulla cooperazione allo sviluppo e gli aiuti alimentari Sommario 14 29 CULTURA Il fascino della luce «pulita» In Nicaragua, la DSC promuove la costruzione di piccole centrali idroelettriche in diverse province rurali 15 ORIZZONTI La cultura unisce La fondazione Pro Helvetia ha concentrato le sue attività nei Balcani occidentali. I suoi progetti oggi puntano alla cooperazione transfrontaliera e sono pensati per contribuire a placare le tensioni etniche 30 «Abbiamo la libertà, ma praticamente nulla per vivere» Il Mozambico è considerato uno Stato africano modello, eppure una grande fascia della popolazione vive ancora in estrema povertà 16 «Ce ne accorgiamo di notte, quando lo stomaco è vuoto» Bernardo Tovela illustra quanto sia sempre più difficile sopravvivere per i pescatori della sua regione Editoriale Periscopio Dietro le quinte della DSC Che cos’è … lo scambio di crediti d’emissione? Servizio Impressum 3 4 25 25 33 35 20 DSC Tanto da offrire, ma anche tanto da guadagnare Martin Dahinden, direttore della DSC, illustra le enormi sfide imposte dai cambiamenti climatici 21 2 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 La Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC), l’agenzia dello sviluppo in seno al Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), è l’editrice di «Un solo mondo». La rivista non è una pubblicazione ufficiale in senso stretto; presenta, infatti, anche opinioni diverse. Gli articoli pertanto non esprimono sempre il punto di vista della DSC e delle autorità federali. o Editoriale Il clima reagisce – che cosa fa l’uomo? Il clima reagisce alle attività dell’uomo; ed è ciò che costringe l’uomo ad un’ulteriore reazione. Oggi, è noto: le cause principali del riscaldamento globale sono date dalla combustione di supporti di energia fossili, dal disboscamento di enormi superfici boschive e dalle emissioni provenienti dall’agricoltura. Le conseguenze sono tangibili e le incontriamo in ogni angolo del mondo. La comunità internazionale è dunque messa a confronto con colossali sfide. Ancora una volta, a risentirne maggiormente, sono le popolazioni più povere; paradossalmente, quelle che meno di tutte sono responsabili dei cambiamenti climatici. Nell’ambito della cooperazione allo sviluppo si è da tempo preso conoscenza della problematica, e si è agito di conseguenza. Tuttavia, ci si è ritrovati di fronte ad un dilemma: i miglioramenti perseguiti in merito alla qualità di vita, e alla riduzione della povertà hanno sino ad oggi sempre comportato un maggiore consumo di risorse ed energia. Oggi, più che mai, occorrerebbe una svolta. Ma il problema è destinato ad accentuarsi ancor più. Ad aumentare a livello mondiale non è, infatti, solo il consumo pro capite di energia, bensì anche il numero degli abitanti del pianeta: entro il 2050, secondo le previsioni, sulla Terra ci saranno oltre 9,2 miliardi di esseri umani. Un fenomeno preoccupante, che al momento non sembra interessare nessuno (v. articolo a pag. 26). Sembra un circolo vizioso: da una parte sono sempre più tangibili gli effetti nefasti dei cambiamenti climatici quali siccità, inondazioni, penuria di risorse e perdita della biodiversità. Dall’altra parte, vi sono sempre più esseri umani che dipendono da risorse sempre più scarse, ma che utilizzano sempre più energia e quindi non fanno che accelerare i mutamenti climatici. La catastrofe è dunque inevitabile? I ricercatori si dividono nel giudizio tra pessimisti ed ottimisti. James Lovelock, ricercatore della NASA, è per esempio convinto che tra un centinaio d’anni solo una piccola parte degli attuali terreni agricoli sarà ancora utilizzabile; le altre aree saranno o troppo aride o sommerse dall’acqua. «L’umanità si troverà in una situazione difficile, ed io temo che non sarà intelligente abbastanza ad affrontare tali problematiche. Alla fine di questo secolo, verosimilmente solo un miliardo di persone scamperà alla sciagura», afferma Lovelock. Più ottimisti sono invece i prognostici di Hans Joachim Schellnhuber, dell’Istituto di ricerche climatiche di Potsdam, ma solo se «…l’umanità saprà considerare gli eventi come un’opportunità e sarà capace di ripensare il tutto in maniera radicale». Così la pensa anche il fisico del clima Thomas Stocker (v. intervista a pag. 12) membro del Comitato ONU sul clima, che afferma: «Occorrono nuove tecnologie e un uso molto più parsimonioso di tutte le risorse. Inoltre dobbiamo ridefinire il termine di qualità di vita puntando, nel limite del possibile, su cicli chiusi per quanto concerne energia e materiali». (Tradotto dal tedesco) La redazione Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 3 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 Tim A. Hetherington/Panos/Srates Acqua, bene prezioso Nigeria: ritorno alla terra ( jls) Per premunirsi contro una crisi alimentare, la Nigeria ha deciso di investire nell’agricoltura. Dopo la scoperta di giacimenti petroliferi all’inizio degli anni Settanta, il paese si era disinteressato a questo settore economico. Divenuto la principale fonte di valuta, l’oro nero finanziava l’importazione massiccia di prodotti alimentari. Negli ultimi anni, tuttavia, le finanze pubbliche sono state pesantemente danneggiate dal crollo delle quotazioni internazionali del greggio e dagli atti di violenza perpetrati nel delta del fiume Niger, dove si concentrano i giacimenti. Il governo ha dunque adottato misure per differenziare l’economia e rilanciare l’agricoltura. La produzione di granoturco, riso e manioca è incoraggiata. In un anno sono stati costruiti o ripristinati oltre 50 000 chilometri di piste rurali.All’inizio del 2009, lo Stato ha distribuito gratuitamente 850 000 tonnellate di concime e insetticidi ai contadini di tutto il Paese. Con l’aiuto del settore privato è anche riuscito a mobilitare 200 miliardi di naira (1,5 miliardi di franchi circa), che finanzieranno crediti alle aziende agricole. Inoltre, nel nord e nel sudovest del Paese è in corso un vasto programma d’irrigazione. Schiavitù, un fenomeno preoccupante (bf ) La schiavitù continua ad essere molto diffusa.A questa conclusione giunge un rapporto dell’UNESCO e dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine UNODC, dal quale emerge altresì che la tratta di esseri umani, la prostituzione e il lavoro minorile hanno strutture di base simili alla tratta degli schiavi del XVIII secolo. Il 79 per cento della tratta mondiale di esseri umani concerne lo sfruttamento sessuale, che colpisce in primo luogo donne e ragazze. Il secondo tipo di commercio di persone più diffuso concerne, con il 18 per cento, il lavoro forzato – quota che comunque considera soltanto i casi comprovati. Si stima, infatti, che le cifre reali possano essere molto più elevate. Il 20 per cento dei casi di tratta di esseri Martin Sasse/laif Periscopio 4 umani riguarda bambini. In alcune zone dell’Africa e nella regione del Mekong, i bambini sono addirittura la maggior vittima del commercio di persone. Il rapporto denuncia anche il fatto che, contrariamente a quanto si possa pensare, in tre paesi su dieci che hanno fornito informazioni sul sesso dei trafficanti, i principali responsabili dei fatti criminosi erano donne. www.unesco.org/shs/humantrafficking (bf ) Dal recente rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche mondiali emerge, in particolare, che l’acqua diviene un bene sempre più raro a causa della crescita demografica e dei nuovi stili di vita. Gli autori del rapporto, cui hanno collaborato 26 agenzie ONU, mostrano come l’acqua sia di fondamentale importanza per lo sviluppo economico tanto quanto i programmi congiunturali. Catastrofi come inondazioni e siccità, ad esempio, possono costare fino al 14 per cento del prodotto interno lordo di una nazione. L’irrigazione intensiva praticata in agricoltura utilizza già oggi il 70 per cento delle risorse in acque dolci. Secondo gli autori del rapporto, questa tendenza è destinata ad intensificarsi. L’incredibile contraddizione: il 13 per cento della popolazione Disegno di Martial Leiter Paesaggio Lavorare con il cellulare (gn) Da nuove tecnologie emergono nuove forme di reddito: nel mese di gennaio, l’azienda txteagle ha lanciato in Kenya un modello molto promettente che consentirà a migliaia di titolari di telefoni mobili di realizzare in comune lavori di traduzione. Chi partecipa riceve telefonicamente un mandato da eseguire e rispedire alla centrale. Il primo cliente è Nokia: il produttore di telefoni cellulari intende realizzare un menu per tutte e sessanta le lingue parlate in Kenya. Per questo compito si cercano ora dei kenioti disposti a tradurre svariati termini dall’in- dopo i cereali. Nel 2007 sono state raccolte 325 milioni di tonnellate di patate, oltre la metà in paesi in via di sviluppo. Il maggiore produttore a livello mondiale è la Cina – ma a consumarne di più sono le popolazioni di Bangladesh, India e Iran. Questi affari Sud-Sud, tuttavia, risentono parecchio della recessione, poiché anche gli in- glese alla loro lingua madre. «La stessa parola o la stesa frase è spedita a differenti utenti. Quando molte persone rispediscono la stessa risposta, il sistema la registra come corretta», spiega il fondatore di txteagle Nathan Eagle.Anche il compenso è pagato via cellulare: grazie a un accordo con la società di telefonia keniota Safaricom, che funge da banca e che converte in moneta l’importo accreditato sul cellulare. http://txteagle.com vestimenti nella produzione di patate, il commercio e i crediti all’agricoltura sono crollati. NeBambi Lutaladio della FAO chiede perciò misure concrete, come l’accelerazione della ricerca sulla patata e dello sviluppo di questo tubero per stimolarne la produzione. www.potato2008.org Patate ricercate (bf ) Per alcuni paesi in via di sviluppo, negli ultimi anni, la coltivazione di patate si è trasformata in un affare d’oro. Tuttavia, la situazione potrebbe cambiare a causa dell’assegnazione più restrittiva di crediti dovuta all’attuale crisi. Secondo la FAO la patata è la seconda derrata più coltivata al mondo G.M.B. Akash/Panos/Strates mondiale, ovvero 884 milioni di persone – di cui 340 milioni nella sola Africa – non ha accesso ad acqua potabile. www.unesco.org, «Natural Sciences»,«Freshwater»,«WWAP» Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 5 Demot Tatlow/laif D O S S I E R Berthold Steinhilber/laif I maggiori responsabili dei cambiamenti climatici sono i paesi industrializzati, seguiti da quelli emergenti quali India e Cina (immagine in alto). Di minore incidenza sono invece le emissioni di CO2 prodotte dai paesi in via di sviluppo come il Mali (immagine in basso). 6 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 Cambiamenti climatici Una problematica esplosiva dall’esito incerto Il pianeta si surriscalda e le conseguenze sono note: il cambiamento climatico pone la comunità internazionale dinnanzi a sfide finora mai conosciute. Il dibattito si focalizza sull’istituzione di regole globali per ridurre le emissioni di gas a effetto serra come base di una politica climatica mondiale equa. Di Gabriela Neuhaus. Non passa giorno che non arrivino nuove notizie dal fronte clima – il riscaldamento globale resta fra gli argomenti di attualità politica più scottanti. E da un pezzo non interessa più solo i climatologi e i politici – il cambiamento climatico comporta nuove e importanti sfide anche per la collaborazione allo sviluppo. Di certo c’è che negli ultimi cent’anni, la temperatura media è aumentata di 0,74 gradi centigradi. Il riscaldamento è dovuto alla maggior concentrazione di gas a effetto serra immessi nell’atmosfera terrestre, causati oggi come ieri da attività umane, soprattutto dalla combustione di supporti di energia fossili. Ma anche dalle deforestazioni di grandi superfici boschive o da emissioni imputabili all’agricoltura. climatico saranno particolarmente forti nei paesi in via di sviluppo. Da un lato perché molti di questi si trovano nelle regioni con condizioni climatiche più vulnerabili. Ma anche e soprattutto perché le persone che dipendono direttamente dal funzionamento degli ecosistemi in cui vivono, e che non hanno praticamente nessuna possibilità di adeguare la loro attività alle condizioni ambientali mutate, sono particolarmente minacciate: un piccolo agricoltore nel Sahel non può certo permettersi di istallare una pompa elettrica per estrarre l’acqua. E ovviamente i pescatori del Bangladesh non dispongono dei mezzi per costruire argini alti vari metri e capaci di resistere all’avanzata del mare. Aumento delle calamità naturali Secondo gli esperti, negli ultimi anni il riscaldamento terrestre ha registrato un’accelerazione che continuerà anche in futuro.Anche se le temperature aumentano solo di pochi gradi, le conseguenze per la vita sul nostro pianeta sono drammatiche: infatti, circa la metà delle superfici terrestre si trovano nelle zone climatiche tropicali e subtropicali, e potrebbero essere colpite da un’ulteriore estensione delle zone desertiche. Sono toccati però anche interi gruppi di isole e regioni costiere, che rischiano di sprofondare in mare, perché lo scioglimento dei ghiacci polari porterà ad un innalzamento del livello del mare. Il ritiro dei grandi ghiacciai nelle regioni di montagna quali Ande e Himalaya, già oggi influenza i microclimi locali, nonché l’intero bilancio idrologico dei sistemi fluviali. A livello mondiale, si registra un aumento degli eventi climatici estremi, quali ondate di caldo o di freddo, cicloni e uragani – anche questi fenomeni causati dal riscaldamento globale. Quanto più rapido e importante è l’aumento delle temperature, tanto più elevato è il pericolo di un collasso degli ecosistemi. Certo è che gli effetti negativi del cambiamento Conseguenze sociali e alta carica esplosiva Ma se gli insediamenti e le colture sono inghiottiti dal mare o dal deserto, le persone costrette a fuggire saranno centinaia di migliaia. Inoltre la carenza delle risorse, quali generi alimentari o acqua potabile, porterà a carestie, conflitti e guerre. Le possibili conseguenze sociali del cambiamento climatico non rimettono dunque in causa solo gli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Oggi il pericolo è che vada distrutto quanto è già stato raggiunto e che aumenti nuovamente la povertà. È qui che si palesano la complessità e la carica esplosiva della problematica del clima: i principali responsabili dei problemi attuali sono i paesi industrializzati, le cui attività negli ultimi cent’anni hanno fatto lievitare la concentrazione di gas a effetto serra nell’atmosfera – e i quali ancora oggi, con una proporzione della popolazione globale pari al 20 per cento sono responsabile per il 50 per cento di tutte le emissioni di CO2. Aderendo al Protocollo di Kyoto, i paesi firmatari si sono impegnati a ridurre le loro emissioni di CO2. Tuttavia il livello che si vuole raggiungere, resta molto più alto della media globale. Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 7 Martin Sasse/laif The NewYorkTimes/Redux/laif The NewYorkTimes/Redux/laif Una maggiore diffusione del benessere implica inevitabilmente un consumo maggiore di energia e di conseguenza accelera i cambiamenti climatici. Ma sono soprattutto i paesi in via di sviluppo a risentire maggiormente degli effetti nefasti dei mutamenti climatici. Ne sono esempio l’isola di Sumatra devastata dallo tsunami (in basso a sinistra) e Haiti colpita ripetutamente da tempeste tropicali. L’effetto serra L’atmosfera terrestre trattiene una parte del calore trasmesso dalla superficie terrestre. Grazie a questo effetto serra naturale, creato dal vapore d’acqua e dai cosiddetti gas a effetto serra, quali anidride carbonica (CO2), metano o gas esilarante, la temperatura globale media è aumentata di oltre 30 gradi, passando dai meno 18 (se non ci fosse l’atmosfera) ai 12 gradi e rendendo possibile la vita nella sue forme attuali. La concentrazione dei gas a effetto serra nell’atmosfera terrestre è da sempre sottoposta a oscillazioni naturali. Da circa cent’anni, però, gli effetti delle attività umane, responsabili della concentrazione di gas nell’atmosfera, alterano le oscillazioni naturali e rafforzano così l’effetto serra. 8 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 Il motivo per cui i paesi soglia e in via di sviluppo generano emissioni relativamente più basse, è strettamente legato alla povertà: in Ruanda, ad esempio, ancora oggi la metà delle case non è allacciata alla corrente elettrica, e anche in paesi quali l’India o la Cina, la maggior parte della popolazione vive sotto il limite di povertà. I progetti tesi a migliorare lo standard di vita, quali l’allacciamento elettrico di villaggi o l’aumento di produttività nell’agricoltura e nell’industria, ma anche il miglior accesso al mercato e la mobilità o l’introduzione di computer e telefoni cellulari, sono inestricabilmente legati ad un aumento del consumo di energia.Vista l’attuale minaccia climatica, nella lotta alla povertà ora si stanno cercando nuovi approcci per suparare questi problemi. Se questo traguardo sia raggiungibile, e in quale misura, è oggetto di accese controversie. La maggior parte dei progetti e dei programmi discussi nelle istituzioni – dalla Banca mondiale alle ONG locali – spaziano dall’ulteriore sviluppo e dall’a- deguamento di metodi tradizionali decentralizzati alla speranza che si operino investimenti in nuove tecnologie che permettano la generazione di energia a bassa emissione di CO2 e su ampia scala. L’esempio dei cosiddetti biocombustibili CO2 neutrali, la cui coltivazione è in concorrenza diretta con la produzione di generi alimentari, illustra quanto questi approcci possano essere problematici. Ma anche l’ulteriore sviluppo dell’energia nucleare o l’impiego della tecnologia genetica per la coltivazione di nuove piante destinate alla generazione di energia sono tematiche assai controverse. Progetti di sviluppo ad alto impatto climatico Molte agenzie per lo sviluppo, fra cui la DSC, puntano piuttosto su strategie decentralizzate e di sostenibilità comprovata. Già in passato, molti progetti di sviluppo, soprattutto in settori quali l’agricoltura o la gestione forestale, comportavano aspetti ad alto impatto climatico. Prendiamo l’e- Cambiamenti climatici Redux Pictures/laif Ogni anno, le attività di deforestazione fanno sparire circa 13 milioni di ettari di bosco – liberando nell’atmosfera sotto forma di CO2 circa due miliardi di tonnellate di anidride carbonica fissata in piante e alberi. In futuro, gli Stati che si adoperano nella protezione dei boschi ne saranno ricompensati. sempio delle foreste: i boschi intatti svolgono una funzione importante per il clima, perché smaltiscono i gas a effetto serra. Ciononostante, ogni anno, le attività di deforestazione fanno sparire circa 13 milioni di ettari di bosco – aree pari alla Grecia o al Nicaragua, liberando nell’atmosfera sotto forma di CO2 circa due miliardi di tonnellate di anidride carbonica fissata in piante e alberi. Per porre un freno alla perdita di superfici boschive, l’ONU ha lanciato il programma REDD (Reducing Emissions from Deforestation and Degradation), che vuole intrecciare in modo mirato la protezione dei boschi e del clima.Al bosco, visto come «pozzo di CO2 », dovrà essere attribuito un valore economico, che potrà essere trasformato in quattrini sul mercato internazionale dagli Stati che si adoperano attivamente per la protezione delle foreste. La Svizzera e la Germania, ad esempio, sostengono congiuntamente un progetto pilota del governo malgascio, lanciato nell’ambito di REDD con l’obiettivo di promuovere attraverso incentivi finanziari il rimbosca- mento e la salvaguardia delle foreste nel Madagascar. Questi strumenti, pensati per promuovere la collaborazione internazionale nella protezione del clima, non sono nuovi: già il Protocollo di Kyoto prevede che i paesi industrializzati compensino le loro eccedenze di CO2 attraverso il sostegno di progetti energetici e di protezione climatica in paesi in via di sviluppo. La creazione del cosiddetto Clean Development Mechanism (CDM) dovrebbe garantire anche che l’attuazione delle misure necessarie sia finanziata dai principali inquinatori, nonché accelerare il trasferimento di tecnologia e la creazione di un’economia a basso impatto climatico nel Sud del pianeta. Profitto a scapito del clima Finora, tuttavia, queste aspettative non sono state soddisfatte: molti progetti finanziati nell’ambito del CDM non hanno segnato veri progressi. Per evitare che i paesi ricchi continuino tranquillamente a inquinare, per acquistare poi lettere di assoluzione sul mercato dei crediti d’emissione a basso Clima e gender In molte società, le donne sono maggiormente colpite dalle conseguenze del cambiamento climatico rispetto agli uomini. In Africa, a causa della divisione tradizionale dei ruoli in funzione del sesso, le donne devono camminare sempre più a lungo per trovare acqua o legna da ardere. Ma sono anche le donne che danno prova di inventiva in situazioni difficili: in Bangladesh, per esempio, alcune donne si sono inventate dei fornelli mobili che permettono di trasferire le cucine in collina, in caso di imminente pericolo di inondazione. Nelle attuali trattative per il clima, si rischia di trascurare gli approcci pragmatici di questo tipo. Per questo motivo la DSC sostiene un progetto dell’organizzazione Gender CC, che fra l’altro si è fatta promotrice di un’iniziativa intitolata «Donne per il clima e l’equità» e permette a cinque donne del Sud di partecipare al vertice di Copenhagen. www.gendercc.net Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 9 costo, ma a spese del clima mondiale (v. anche pagina 25), e a volte anche guadagnandoci, occorrono disposizioni nuove e incisive. Questo tuttavia presuppone un consenso a livello internazionale su come proteggere il clima in modo socialmente sostenibile. Si tratta soprattutto di limitare un ulteriore incremento delle emissioni a effetto serra, e al contempo di mitigare i danni al clima, comunque inevitabili. Attualmente la comunità internazionale sta tentando di controllare questa tematica attraverso l’istituzione di normative appropriate. Tuttavia, fino ad oggi, gli sforzi profusi in tutto il mondo sono diametralmente opposti agli sviluppi reali nell’ambito del clima: ancora oggi ampie cerchie economiche e politiche puntano unicamente all’ottimizzazione (Tradotto dal tedesco) 2 Giappone Europa dell’Est America del Sud Asia orientale 4 Asia meridionale 6 Africa settentrionale 8 Sudest africano 10 Medio Oriente 12 Sudest asiatico, Oceania, Australia 14 Africa centrale Gas a effetto serra pro capite e per anno in tonnellate di CO2 equivalente 16 Europa occidentale Emissioni di gas a effetto serra 18 America del Nord 20 degli utili sul breve periodo piuttosto che a uno sviluppo globalmente sostenibile. Un atteggiamento che anche l’anno scorso ha portato a un’impennata delle emissioni di CO2. Per contenere i costi causati dai danni climatici occorrono approcci coraggiosi, volti alla protezione del clima sia a livello locale che globale. Ma alla vigilia della Conferenza sul clima di Copenhagen, dove è previsto di gettare le basi per una nuova politica del clima orientata al futuro e equa, di approcci nuovi e coraggiosi neanche l’ombra. I 0 Da Rio a Copenhagen Le basi della politica globale del clima sono state poste nel 1992, in occasione del Vertice della Terra dell’ONU, tenutosi a Rio, con la sottoscrizione della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Il documento sancisce che la concentrazione di gas a effetto serra nell’atmosfera sia stabilizzata ad un livello tale da impedire pericolosi disturbi antropogeni del sistema climatico. L’articolo 3 della Convenzione recita che le parti contraenti si impegnano a proteggere il sistema climatico sulla base dell’equità e in concordanza con le loro responsabilità comuni, ma differenziate sulle loro rispettive capacità, per il bene delle generazioni presenti e future. Nel Protocollo di Kyoto, varato nel 1997, sono state definite le misure che vanno segnatamente attuate 10 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 dai paesi industrializzati nella prima fase fino al 2012. Tuttavia il Protocollo non è mai stato sottoscritto dagli USA, finora il maggior emittente di CO2 in assoluto. In un secondo tempo, con una nuova convenzione sul clima che sarà discussa il prossimo dicembre al Vertice del clima di Copenhagen, si vuole disciplinare il futuro del clima sulla base di impegni reciproci. I punti controversi sono soprattutto la quantità delle emissioni da ridurre, il coinvolgimento dei paesi emergenti, nonché l’attuazione di un calcolo dei costi e dell’utilità nell’ambito della protezione del clima che sia accettato da tutti gli attori. Tutte le informazioni sul Vertice del clima di Copenhagen al sito www.unfccc.int Cambiamenti climatici Occhio agli aspetti climatici REA/laif L’accesso a fonti energetiche sostenibili e pulite è un criterio centrale nelle attività profuse dalla DSC a favore della lotta contro la povertà. In paesi emergenti come India e Cina, la DSC sostiene nel quadro di uno specifico programma globale, diversi progetti energetici e misure di adattamento ai mutamenti climatici. L’agenzia è inoltre impegnata a favore di partenariati per il clima che siano globali ed equi – con un occhio di riguardo, dunque, all’impellente problematica del clima. (gn) Presso l’ambasciata svizzera a Pechino lavora da poco un climatologo che, su mandato della DSC, promuoverà e seguirà in loco soprattutto progetti innovativi in ambito energetico rispettosi dell’ambiente. Anche l’ufficio di cooperazione di Dehli, pur riducendo le attività di sostegno in questo ex paese prioritario della DSC, ha recentemente assunto un responsabile per le questioni climatiche. «Nel quadro del nostro Programma globale mutamento climatico (GPCC), i paesi emergenti giocano un ruolo essenziale», afferma Anton Hilber, responsabile aggiunto del GPCC presso la DSC. Da un lato, perché sono proprio questi Stati a far segnare una crescita vertiginosa delle emissioni di CO2, divenendo importanti emittenti dei famigerati gas ad effetto serra; ma soprattutto, perché – con il dovuto sostegno del Nord – saranno questi paesi a dover fare da traino regionale ad una politica sul clima sostenibile. Progetti valutati dal profilo del loro impatto climatico Un altro, importante pilastro del Programma climatico è l’impegno della DSC, sia a livello nazionale che internazionale, a favore di partenariati sul clima equi e per regole atte a promuovere uno svi- luppo sostenibile rispettoso del clima. Gran parte dei progetti e dei programmi finora attuati dalla DSC negli ambiti dell’agricoltura, della silvicoltura o della promozione delle piccole imprese, soddisfa già l’esigenza di un bilancio climatico positivo. La novità consiste nel fatto che d’ora in poi, tutte le attività attinenti allo sviluppo, saranno valutate dal profilo dell’impatto climatico: nel settore della lotta alla povertà, ad esempio, un nuovo, importante criterio è la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici o l’accesso ad energia pulita prodotta in modo sostenibile. Altri aspetti sono la tutela e la conservazione di ecosistemi vitali e la prevenzione di conflitti legati al clima. «Nella cooperazione allo sviluppo i mutamenti climatici non possono più essere considerati alla stregua di un sottocapitolo della tematica ambientale», evidenzia Anton Hilber. La creazione del GPCC, che dispone di un finanziamento annuo di 20 milioni di franchi per rafforzare l’impegno della DSC in ambito climatico, è un importante passo in questa direzione. I (Tradotto dal tedesco) Informazioni complete su mutamenti climatici e tutela del clima Il sito www.climate-l.org è un importante punto di riferimento per chiunque sia interessato alle attività mondiali inerenti ai mutamenti climatici e alla tutela del clima: sotto la responsabilità dell’Istituto internazionale per lo sviluppo sostenibile IISD, le ricche informazioni e i numerosi documenti soprattutto su progetti delle Nazioni Unite, conferenze, statement e pubblicazioni su temi inerenti ai cambiamenti climatici sono aggiornati quotidianamente e messi a disposizione del pubblico. Questo servizio informativo è stato promosso e finanziato dalla DSC in collaborazione con lo UK Foreign and Commonwealth Office e l’IISD. www.climate-l.org Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 11 «Abbiamo perso molto tempo» Thomas Stocker ha studiato fisica ambientale all’ETH di Zurigo. Già negli anni ottanta si è occupato dello sviluppo di modelli climatici e dell’analisi di variazioni climatiche repentine. Dal 1993, dirige l’Istituto di fisica climatica e ambientale dell’Università di Berna, istituzione leader a livello mondiale nella determinazione delle concentrazioni di gas ad effetto serra degli ultimi 800 000 anni. I ricercatori basano questo tipo di analisi su carotaggi realizzati nei ghiacci di Groenlandia e Antartico. Già dal 1997, Stocker appartiene anche alla cerchia di ricercatori di punta dell’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite (IPCC). Attualmente dirige con il climatologo cinese Qin Dahe il gruppo di lavoro «scienza», che sta elaborando il quinto Rapporto sul clima atteso per il 2013. Una versione lunga dell’intervista con Thomas Stocker si trova sul sito della DSC: www.dsc.admin.ch/clima 12 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 Georg Gerster/Panos/Strates Già vent’anni fa il professore in climatologia Thomas Stocker studiava la correlazione tra concentrazione nell’atmosfera di gas ad effetto serra e surriscaldamento terrestre. Oggi è copresidente del gruppo di lavoro «scienza» del Comitato delle Nazioni Unite per il clima mondiale (IPCC) e si batte imperterrito per una politica del clima attiva. Di Gabriela Neuhaus. Un solo mondo: Come interpreta il suo ruolo di scienziato nell’elaborazione della futura politica climatica? Thomas Stocker: In qualità di direttore dell’Istituto di fisica climatica e ambientale dell’Università di Berna sono responsabile per una ricerca scientifica di qualità. Come copresidente del gruppo di lavoro «scienza» dell’IPCC (vedi colonna a margine) ho il compito di presentare i risultati delle migliori ricerche scientifiche sul clima in modo tale che chi deve decidere disponga di basi solide e comprensibili. Qual è, a suo avviso, la minaccia più acuta? Il quarto Rapporto sul clima dell’IPCC ha mostrato molto chiaramente che il riscaldamento climatico mette in moto tutta una serie di reazioni a catena. Sulla base di diversi studi sappiamo che molti ecosistemi riescono ad adattarsi solo limitatamente a un surriscaldamento rapido. Personalmente, da qualche tempo mi sono convinto che gli effetti più evidenti saranno causati dai cambiamenti nel ciclo dell’acqua: un clima più caldo lo accelera, causando un’evaporazione più rapida dell’acqua nelle zone aride. Le regioni che già oggi soffrono di siccità saranno ancora più aride – e nelle regioni pluviali le precipitazioni aumenteranno. Il quinto Rapporto IPCC sul clima dovrebbe essere pubblicato nel 2013. Con quali novità? Dalla ricerca ci aspettiamo informazioni ancora più precise e ulteriori risultati riguardo a differenti tematiche. Per molte regioni costiere è fondamentale sapere di quanto si eleverà il livello dei mari. Ma per poterlo prevedere, dobbiamo comprendere meglio che effetto avrà l’aumento della temperatura sull’evoluzione della calotta di ghiaccio in Groenlandia e nell’Antartico. Un altro tema che sta particolarmente a cuore al mondo scientifico è la dimostrazione di cambiamenti climatici regionali: attualmente la scienza non è ancora in grado di dimostrare la correlazione tra fenomeni climatici locali, come per esempio quello di una serie di periodi di siccità in Spagna, e il riscaldamento globale. Solo se riusciremo a dimostrare che il prosciugamento dei pozzi dei nostri giardini è correlato al mutamento climatico, saranno prese le necessarie decisioni politiche a livello locale. La disponibilità a adottare provvedimenti per Cambiamenti climatici la tutela del clima è, infatti, maggiore se si è direttamente colpiti e se le cause sono dimostrate. Oggi i paesi industrializzati sono considerati i principali responsabili del mutamento climatico. Sarà così anche in futuro? Certo è che i paesi industrializzati sono responsabili per i mutamenti climatici sia passati che futuri: la tonnellata di CO2 che emettono oggi avrà effetti per i prossimi duecento anni. Ma anche i paesi Cosa bisogna fare per arginare gli effetti del surriscaldamento globale? Occorrono nuove tecnologie e un uso molto più parsimonioso di tutte le risorse. Inoltre dobbiamo ridefinire il termine di «qualità di vita» puntando, nel limite del possibile, su cicli chiusi per quanto concerne energia e materiali. Quanto tempo ci resta per attuare misure di tutela del clima? Dieter Telemans/Panos/Strates Con il progredire dei mutamenti climatici, territori aridi come si trovano per esempio nel Burkina Faso, risentiranno ancora di più della siccità – in zone pluviali, come nel Bangladesh, aumenteranno invece ancor di più le precipitazioni. emergenti, che si trovano confrontati con una rapida crescita, hanno una responsabilità simile – non per il passato, ma per gli anni futuri.Avvalendosi di tecnologie innovatrici bisogna impedire che questi paesi utilizzino prodotti inefficienti, come abbiamo fatto noi. Se una nazione inizia a muoversi in automobile su vasta scala, allora in luoghi come in India e Cina vanno utilizzati fin dall’inizio veicoli che consumano 2 litri per 100 chilometri. Le emissioni di CO2 continuano ad aumentare proprio nei paesi emergenti e in via di sviluppo. Questa situazione le sembra giustificabile? Questi paesi hanno un tasso di emissione pro capite molto inferiore al nostro. La maggior parte è ancora ben al di sotto della soglia di consumo di 2000 watt, mentre in Svizzera dobbiamo ridurre le emissioni di gas ad effetto serra a due tonnellate per abitante – ossia di due terzi. Non dico che sia impossibile, ma non possiamo crogiolarci nella situazione attuale, poiché nelle società attualmente poco industrializzate le emissioni aumenteranno di certo. Il surriscaldamento farà scomparire molti ecosistemi. Molta gente non è consapevole di quanto la nostra forma di vita dipenda da questi ecosistemi, e di come giorno dopo giorno vi attingiamo gratuitamente.Al pianeta Terra di per sé non importa molto se, e quali misure adottiamo per arginare la distruzione. Già trent’anni fa, la scienza disponeva di tutte le informazioni necessarie per fare qualcosa a tutela del clima. All’epoca sarebbe stato relativamente semplice limitare l’innalzamento a 2 gradi al di sopra della temperatura media precedente all’industrializzazione. Da allora abbiamo perso molto tempo, e questo obiettivo è divenuto molto più ambizioso. Ma già un solo grado di surriscaldamento supplementare può avere conseguenze drastiche. Quello che dobbiamo chiederci è: in che misura il nostro pianeta sovrappopolato è in grado di tollerare un simile pregiudizio? In gioco vi è la cosiddetta «abitabilità» del pianta che con il nostro comportamento stiamo progressivamente riducendo. I (Tradotto dal tedesco) Il Comitato ONU sul clima Nel 2007 il Comitato delle Nazioni Unite sul clima (Intergovernmental Pannel on Climate Change IPCC) ha ottenuto il premio Nobel per la pace, ex aequo con il politico statunitense Al Gore, per l’impegno profuso al fine di ampliare e diffondere le conoscenze sui cambiamenti climatici antropogenici. Istituito nel 1988 dall’Organizzazione mondiale della meteorologia e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, grazie ai rapporti sul mutamento climatico elaborati da esperti e condivisi da tutti i paesi, l’IPCC è oggi un comitato di esperti mondialmente apprezzato. Pubblicato nel 2007, il suo quarto rapporto sulla situazione del clima mondiale è alla base delle attuali trattative di politica climatica globale. Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 13 Minacciati dallo scioglimento dei ghiacciai Grossmann/laif Il clima influisce direttamente sugli ecosistemi e a risentirne è, per esempio, anche la coltivazione della patata che soffre di malattie sinora mai riscontrate. Nell’altopiano peruviano, i contadini hanno già dovuto adattare i loro metodi di coltivazione alle mutate condizioni climatiche. Nell’ambito di un progetto svizzero si stanno ora studiando gli approcci da seguire in futuro. Acqua preziosa La ricca biodiversità dell’altopiano peruviano è minacciata, tra l’altro, dalla crescente siccità. L’acqua è perciò uno dei tre temi principali – accanto alla prevenzione delle catastrofi naturali ed alla sicurezza alimentare – del progetto svizzero-peruviano sull’adattamento ai cambiamenti climatici. Si cerca di migliorare ad esempio i sistemi d’irrigazione e di immagazzinamento delle acque. Inoltre una riorganizzazione, tesa ad una gestione sostenibile delle acque, punta a garantire una giusta ripartizione delle risorse sempre più scarse. E in fine, si punta su un tipo di patata più resistente alla siccità. 14 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 (gn) Sale la temperatura, negli altopiani del Perù, ed i ghiacciai si sciolgono. A prima vista, un vantaggio per i contadini della regione andina, considerato che in tal modo il limite della vegetazione si sposta verso l’alto. Ma c’è anche un’altra faccia della medaglia: la coltivazione della patata soffre di malattie sinora mai riscontrate.A minacciare i raccolti, e con essi l’esistenza stessa dei contadini, sono periodi di siccità sempre più lunghi, stagioni delle piogge più intense così come eventi climatici estremi, caratterizzati da ondate di gelo e violenti nubifragi. Ovviamente, la gente sa come difendersi e adegua il suo modo di vivere alle mutate condizioni ambientali. Cosa che del resto fa da secoli. Tuttavia, ciò non basta più, soprattutto in una regione in cui la maggior parte degli abitanti vive in povertà. Nell’ambito di un progetto promosso dalla DSC e da organizzazioni partner peruviane, si cerca ora di migliorare le strategie tese a superare meglio le sfide climatiche. Migliori previsioni in ambito climatico «Vogliamo combinare al meglio il sapere tradizionale con le previsioni scientificamente fondate», afferma Janine Kuriger, responsabile del progetto. Con l’ausilio di modelli climatici e la rilevazione scientifica dei dati, dovrebbe essere possibile avere delle prognosi su tempi lunghi e quindi un migliore adattamento alle mutate condizioni climatiche. Una componente importante del progetto è dunque data dalla realizzazione di un sistema d’informazione che consenta previsioni climatiche e permetta un adattamento ottimale al cambiamento delle condizioni ambientali. Il progetto ha preso le mosse nel 2008 e, nella sua prima fase operativa, è limitato alle province di Cuzco ed Apurimac. Queste regioni – dove la Svizzera dispone già di un’esperienza di lunga data nell’ambito dello sviluppo – sono state scelte perché vi vivono ancora molte persone povere, e i fragili ecosistemi montani sono particolarmente toccati dai cambiamenti climatici. «È nostra intenzione far conoscere a livello regionale e nazionale le esperienze locali, in modo da influenzare il dibattito politico», prospetta Janine Kuriger. «Naturalmente speriamo che i risultati non si facciano attendere, tanto più che attualmente le giuste strategie di adattamento alle mutate condizioni climatiche mancano a livello mondiale». I (Tradotto dal tedesco) Cambiamenti climatici Il fascino della luce «pulita» Anita Cassese La piccola centrale idrica di Bilampí fornisce l’elettricità, non solo a 380 famiglie, ma anche a diverse piccole imprese di artigianato. La metà della popolazione nicaraguense vive senza energia elettrica. Con il governo ed altri donatori, la DSC promuove la costruzione di piccole centrali idroelettriche in diverse province rurali. Con la produzione alternativa di energia non si intende soltanto fornire luce ai comuni discosti, ma anche attirare investitori per attività commerciali. Di Anita Cassese*. Scaldare il carbone per stirare, svolgere gli ultimi lavori domestici alla luce delle candele, sognare una limonata ghiacciata… Per Delia Valle Ortega sono tempi passati. Da due anni la piccola centrale idroelettrica di Bilampí, collocata presso il fiume del comune di Wanawá, in una provincia settentrionale del Nicaragua, trasforma acqua in elettricità – portando non solo moderni ferri da stiro e prese elettriche nelle abitazioni, ma fornendo all’intero villaggio nuove opportunità per attività commerciali, l’istruzione e i servizi sanitari. In Nicaragua il 45 per cento della popolazione non ha accesso all’energia elettrica – ponendo il paese all’ultimo posto fra gli Stati centroamericani. La maggior parte di questa gente vive nelle zone rurali del nord e nelle province della costa atlantica. In collaborazione con altri donatori internazionali, il Ministero per l’energia e i comuni interessati, dal 2004, la DSC promuove in queste regioni la produzione di idroelettricità. Maggior riguardo per l’ambiente Le centrali idroelettriche producono energia in modo sostenibile e contribuiscono a diminuire le emissioni dei nocivi gas ad effetto serra. I responsabili locali del progetto hanno, inoltre, osservato che i fruitori sviluppano una migliore consapevolezza per le questioni ambientali. Nei dintorni delle centrali idroelettriche, ad esempio, i proprietari terrieri sono stimolati a curare i boschi e il bacino fluviale – consapevoli che l’inquinamento e i dissodamenti comprometterebbero l’approvvigionamento idrico e la produzione di energia elettrica. La piccola centrale idroelettrica di Bilampí nel comune di doña Delia fornisce elettricità a 380 famiglie. Il potenziale di 320 chilowatt è lungi dall’essere sfruttato appieno. La grande sfida sarà quella di ottenere nuovi clienti per la centrale idroelettrica: si spera nell’arrivo di investitori in piccole industrie agricole e di aziende come mattatoi o falegnamerie, che per la loro produzione dipendono dall’energia elettrica. I *Anita Cassese vive a Berna ed è giornalista freelance; ha visitato il progetto della DSC nell’ambito di uno stage professionale effettuato in Nicaragua. Solo il 12 per cento del potenziale energetico è utilizzato Il Nicaragua dispone di un enorme potenziale di fonti energetiche alternative: secondo un calcolo del Ministero per l’energia, complessivamente sarebbe possibile produrre 3000 megawatt, utilizzando l’acqua (idroelettricità), la legna (biomassa), i vapori vulcanici (geotermia) e l’energia eolica. Attualmente, però, solo il 12 per cento del potenziale è sfruttato, e il Paese continua a produrre il 70 per cento dell’energia utilizzando combustibili fossili. L’importazione di petrolio grava sul bilancio dello Stato e non è né sostenibile, né economica. Inoltre, il governo si aspetta nei prossimi dieci anni un raddoppio della domanda di energia. Si pensa dunque di ridurre la dipendenza dal petrolio dal 70 al 46 per cento entro il 2012 – in particolare grazie all’idroelettricità – portando contemporaneamente al 70 per cento, la fetta di popolazione allacciata alla rete elettrica. Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 15 Ariadne Van Zandbergen/Still Pictures O R I Z Z O N T I «Abbiamo la libertà, ma praticamente nulla per vivere» Il Mozambico è considerato uno Stato africano modello, con tassi di crescita significativi ed uno sviluppo pacifico che perdura da anni. Un contesto affatto scontato, se guardiamo alla lunga guerra civile durata fino al 1992. La fascia di popolazione più povera è, però, lungi dal trarre benefici da questo «miracolo economico». Di Jean-Pierre Kapp*. Tanzania Zambia Malawi Zimbabwe Mozambico Maputo Oceano Pacifico Sudafrica 16 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 Negli ultimi anni il Mozambico è stato spesso elogiato per i suoi tassi di crescita elevati. Dal 1994 il prodotto interno lordo (PIL) è cresciuto mediamente quasi dell’8 per cento annuo, e il governo ha potuto registrare l’insediamento di tante nuove grandi imprese impegnate nello sfruttamento delle materie prime o stabilitesi nel Paese per trarre beneficio da condizioni d’investimento particolarmente allettanti. E anche in questo periodo di crisi generalizzata, il Mozambico continua a segnare una crescita superiore al 5 per cento. Nei pressi di Maputo, con la Mozal è nata una delle maggiori fonderie di alluminio, e nel Mozambico centrale lo sfruttamento dei giacimenti di gas avanza a pieno regime. Nel nord del Paese sono in corso lavori di preparazione all’estrazione del carbone e della sabbia ricca di titanio. L’economia ha ottenuto nuovi impulsi anche dall’intensificazione della coltivazione della canna da zucchero. Nei prossimi anni si prevede di avviare la produzione di carburanti biologici. Cifre e fatti di tutto riguardo che non riescono, tuttavia, ad occultare la povertà in cui ancora oggi vive la maggior parte della popolazione. Gran parte dei mozambicani vive di agricoltura e produce a malapena abbastanza per assicurarsi la sussistenza. Negli ultimi anni, tuttavia, una parte della popolazione rurale ha cercato di rifarsi una vita nelle grandi città – la maggior parte delle volte con scarso successo, vista la penuria di posti di lavoro. Chi non trova lavoro avvia una bancarella al mercato «Abbiamo la libertà, ma praticamente nulla per vi- Mozambico Machava e Aida esprimono a parole i sentimenti di molti. Finora sono poche le persone a beneficiare della crescita economica. Il governo ha portato la pace nel Paese dopo il 1992. La maggior parte delle infrastrutture, distrutte dalla guerra civile e dalla lotta per la liberazione, è stata ricostruita grazie ai fondi di paesi donatori occidentali. Inoltre parecchi milioni di profughi e di sfollati Jean-Pierre Kapp (2) vere», spiega con tono frustrato il 32enne Arone Machava sorseggiando una bottiglia di birra.Vende vestiti e scarpe di seconda mano a Maputo, nella zona informale del grande mercato di Xipamanine. «Gli affari vanno male, la gente non ha soldi. Sempre più persone si spostano dalle campagne in città alla ricerca di un lavoro. E se non trovano un impiego avviano una bancarella al mercato. È vero, il governo del Frente de Libertação de Moçambique (Frelimo) ci ha portato la pace, ma della crescita economica non percepiamo nulla. La vita è sempre più cara, e chi si ammala deve corrompere la persona giusta per ottenere un letto d’ospedale». «Beh, forse la situazione non è poi così catastrofica», afferma infine. «Il governo Frelimo ha fatto in modo che la scolarità sia gratuita per l’intero ciclo inferiore e che la gente abbia da mangiare a sufficienza. Ma in realtà, finora non è che siano in molti a passarsela bene». La sperenza di un futuro migliore Lo conferma anche la 30enne Aida Finias che gestisce la cucina di una stamberga nelle Barracas do Museu, nel quartiere più benestante della città. Personalmente, non ha avvertito nulla che assomigli anche lontanamente ad una ripresa economica. Non beneficia alcunché del benessere e del lusso del centro commerciale Polana, distante solo qualche centinaio di metri. Chi ha soldi, dice, non si perde nelle stradine anguste delle Barracas do Museu. Nonostante tutto, però,Aida non ha abbandonato ogni speranza. I figli Joaquim e Armando vanno a scuola. La donna spera che almeno loro un giorno possano beneficiare dello sviluppo. Per il momento, soltanto una piccola fetta di popolazione sta veramente meglio, e soltanto una parte infima di persone vicine ai vertici del partito e al governo ha raggiunto, negli ultimi anni, un benessere percettibile. Solo pochi beneficiano della crescita hanno potuto fare ritorno ai loro villaggi e coltivano nuovamente le terre.Tutto ciò ha permesso di ridurre dal 70 al 54 per cento la fetta di popolazione che vive nella povertà estrema, di aumentare leggermente la produzione agricola e di ridurre il tasso di analfabetismo. Ciò nonostante, Machava e Aida non sono gli unici ad avere il sentimento che poco o nulla sia cambiato. Questa opinione diffusa deriva in primo luogo dal fatto che, con un tasso del 54 per cento, sono comunque molti i mozambicani che vivono ancora nell’indigenza – benché il governo abbia fissato la soglia di povertà ad un livello inferiore a quello convenuto dalle Nazioni Unite (1 dollaro al giorno pro capite). Se ad essere applicata fosse quest’ultima, il numero delle persone in condizioni di povertà sarebbe ancora più elevato. Molti mozambicani sono, inoltre, colpiti dall’epidemia dell’Aids, che costa la vita a troppe persone e frena lo sviluppo anche in Mozambico. Creare piccole e medie imprese Va considerato, inoltre, che i notevoli tassi di crescita sono da ricondurre soprattutto alla realizzazione di pochi grandi progetti come quelli già citati. Questi progetti sono sì costosi, ma non creano praticamente impieghi. Senza contare che la maggior parte dei servizi, dei materiali e dei macchinari necessari per la loro realizzazione è importata dal Sudafrica. Queste imprese, poi, non pagano praticamente imposte, poiché dopo la guerra civile il governo mozambicano aveva cercato con L’Aids infuria ancora L’epidemia di Aids continua ad infuriare non solo in Mozambico, ma anche negli altri paesi dell’Africa meridionale. Secondo i dati dell’organizzazione delle Nazioni Unite UNAIDS, il mortale virus ha infettato il 12,5 per cento della popolazione mozambicana, con una tendenza all’aumento dei casi. Nella fascia di popolazione sessualmente attiva dei 16-45enni, il tasso d’infezione oltrepassa i 16 per cento. Anche se negli ultimi anni l’accesso a medicamenti contro l’Aids è migliorato, con un indice che supera di poco il 30 per cento, è ancora relativamente contenuto. Ogni anno 100 000 persone soccombono all’Aids – un numero di vittime ancora troppo elevato, sebbene sembri essersi stabilizzato negli ultimi anni. In Mozambico l’epidemia non ha freno, e come negli altri paesi della regione, la causa più probabile è la carenza delle misure di prevenzione e la messa al bando dei malati di Aids da parte della popolazione locale. Soprattutto nelle regioni rurali, l’Aids è infatti correlata alla stregoneria. Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 17 Ernst Tobisch/Still Pictures Un potente vicino Le sorti del Mozambico sono saldamente legate all’andamento del suo vicino sudafricano. Con una fetta pari al 41,4 per cento il Sudafrica è il primo importatore di beni e servizi mozambicani. Il potente vicino è anche uno dei principali esportatori verso il Mozambico. Le merci sudafricane la fanno da padrone nei supermercati di Maputo, e le grandi imprese mozambicane importano dal Sudafrica quasi tutti i beni, macchinari e servizi importanti. Il Sudafrica è anche uno dei maggiori investitori. Quasi tutta la valuta estera utilizzata per lo sviluppo dell’agricoltura commerciale e per l’emergente settore turistico, proviene da Città del Capo. Infine, il Sudafrica è anche un importante luogo di lavoro: secondo le stime, sarebbero 300 000 i mozambicani a lavorarvi, di cui 30 000 legalmente nelle miniere e 270 000 clandestini come manodopera avventizia o venditori ambulanti, soprattutto nei sobborghi di Johannesburg. 18 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 ogni mezzo di vivacizzare l’economia. Finora non vi è invece stata nessuna ricostruzione a livello di piccole e medie imprese, fattori generalmente importanti per lo sviluppo economico. Di conseguenza, non è ancora nato un nuovo ceto medio che sia davvero indipendente dalla classe dirigente politica del Paese, come spiega l’economista Carlos Nuno Castel-Branco. Il direttore dell’Instituto de Estudos Sociais e Economicos (Iese) esige perciò che i mezzi dei paesi donatori siano utilizzati in altro modo. Finora i fondi degli Stati occidentali sono stati impiegati soprattutto come aiuto al bilancio per la ricostruzione del settore sanitario e scolastico e per il risanamento dell’infrastruttura nazionale. Secondo Castel-Branco ora occorrerebbero mezzi per promuovere la formazione e la creazione di imprese. Per lo sviluppo sarebbe infatti importante che parte dei beni e dei servizi consumati in Mozambico fossero prodotti direttamente nel Paese. La creazione delle relative imprese servirebbe anche a gettare le basi per ridurre la dipendenza dalle esportazioni di materie prime. Vita politica in mano a Frelimo Per promuovere nuove imprese non occorre soltanto denaro, ma anche l’attuazione di riforme come la semplificazione, ad esempio, delle norme per la creazione di nuove aziende. Inoltre, le piccole imprese devono beneficiare di un accesso facilitato ai crediti. Le grandi banche sono molto restie a concedere crediti per la mancanza di garanzie. E poi bisogna fare qualcosa anche contro la corruzione e il nepotismo dilaganti. I principali settori economici sono controllati dai leader Frelimo e dalle loro famiglie, mentre tutori dell’ordine, funzionari e tribunali tendono a sfruttare spudoratamente la loro posizione di forza. «I poliziotti ci svenano dove possono», si lamenta Machava. Non da ultimo, al Paese farebbe anche bene, un po’ di vitalità in più nel panorama politico. Infatti, il Frelimo esercita un dominio completo sulla vita politica. Negli ultimi anni il partito d’opposizione Resistência Nacional de Moçambique (Renamo) di Afonso Dhlakama ha perso d’influsso. Solo negli scorsi mesi la Renamo si è vista scivolare tra le mani quattro dei cinque consigli municipali e seggi di sindaco che controllava. Pare che le elezioni non siano state del tutto corrette – ma anche lo stile di conduzione di Dhlakama, che non tollera alcuna opposizione, avrà avuto la sua parte di responsabilità nella sconfitta. Un barlume di speranza Data l’instabilità dell’opposizione, è molto probabile che il Frelimo e il presidente Armando Guebuza vinceranno anche le imminenti elezioni parlamentari e presidenziali di fine 2009. Dopo questa probabile vittoria c’è da aspettarsi che saranno ancor meno disponibili ad attuare riforme. Richieste in tal senso, formulate dai paesi donatori sono finora rimaste lettera morta. Eppure, nonostante tutto, c’è ancora un barlume di speranza. Escluso dal movimento Renamo, Daviz Simango ha vinto nuovamente le elezioni per il posto di sindaco a Beira e ha fondato un nuovo partito, il Moviménto Democrático de Moçambique MDM. Simango sembra avere tutte le carte in regola per far confluire nel suo partito una fetta considerevole di voti, anche se il nuovo partito non riuscirà a compromettere – almeno per il momento – la posizione dominante del Frelimo. «Ci vorrà ancora qualche anno, prima che qualcosa si muova veramente», afferma Machava. I *Per molti anni, e fino alla scorsa primavera, Jean-Pierre Kapp è stato corrispondente della NZZ per l’Africa meridionale. Ora lavora a Ginevra come giornalista freelance. (Tradotto dal tedesco) Mozambico La Svizzera e il Mozambico Affidabile, credibile e flessibile (bf ) Per il Mozambico la Svizzera è più di un semplice Paese donatore – soprattutto perché la Svizzera è stata una delle prime nazioni a sostenere questo Paese sudafricano. La cooperazione ufficiale festeggia quest’anno i trent’anni di esistenza, ed oggi è il simbolo di un impegno a lunga scadenza, affidabile, credibile e flessibile (v. colonna a margine). Se il sostegno consisteva, inizialmente, soprattutto in aiuti di tipo umanitario e progetti nell’ambito delle risorse idriche e del settore sanitario, nel corso degli anni il programma si è adattato alle mutate condizioni del Paese. mente con la popolazione rurale. Nell’ambito dell’aiuto al bilancio, invece, sono condotti progetti con istituzioni del governo centrale e un dialogo intersettoriale sugli sforzi di sviluppo del Paese con altri 18 donatori. La Svizzera ha per esempio dato un notevole contributo all’attuazione degli accordi di pace del 1992. Si trattava, in particolare, di smobilitare e reintegrare gli ex soldati e di sostenere le elezioni. Dopo le catastrofiche inondazioni del 2000, la Confederazione ha partecipato agli aiuti urgenti e alla ricostruzione. Con un budget annuo di circa 30 milioni di franchi, stanziati da DSC e SECO, oggi il Mozambico è uno dei principali paesi beneficiari della cooperazione allo sviluppo svizzera. Per quanto attiene alla sanità, a livello locale la Svizzera sostiene progetti per cosiddetti «outreach services», servizi sanitari diretti per le comunità. Si collabora sia con la popolazione locale, sia con organizzazioni non governative locali e svizzere. Guenay Ulutuncok/laif Il programma è attivo in tre ambiti strettamente legati l’uno all’altro che beneficiano di attività di cooperazione a livello sia locale, sia decentrale, sia nazionale: lo sviluppo economico, il buongoverno locale e la sanità. Il programma si esplica da un canto attraverso progetti nelle province più povere del Paese (Nampula, Cabo Delgado e Niassa), situate tutte nel nord, in cui si collabora diretta- A livello nazionale, la Svizzera è impegnata nello sviluppo economico del Paese attraverso un aiuto generale al bilancio dello Stato, la riforma fiscale e la promozione del settore privato. A livello locale vi è il sostegno di progetti attuati nell’ambito della microfinanza e nel decentramento fiscale. Nel settore del buongoverno locale, invece, il programma è incentrato sul processo di decentramento tramite il sostegno di progetti in ambito idrico che consentono alla popolazione di accedere all’acqua potabile, la promozione di processi partecipativi nei comuni, il rafforzamento della società civile e il consolidamento delle strutture decentralizzate nei distretti. I (Tradotto dal tedesco) Un opuscolo interessante Lo sapevate che in Mozambico coesistono un’ottantina di etnie ed oltre 40 lingue? Che il paese ha raggiunto l’indipendenza soltanto nel 1975, e che in due decenni ha vissuto una feroce guerra civile e due cambiamenti radicali di sistema – dal colonialismo al socialismo, e poi al capitalismo? O che la cooperazione con il Mozambico rappresenta un capitolo esemplare nella storia della cooperazione internazionale allo sviluppo cui la Svizzera ha dato e fornisce a tutt’oggi un contributo non indifferente? In occasione dei trent’anni di cooperazione del nostro Paese con il Mozambico, DSC e SECO hanno pubblicato l’opuscolo «Suisse – Mozambique. 30 ans de coopération bilatérale de 1979 à 2009», che non tesse le lodi della cooperazione allo sviluppo, ma con numerosi esempi, autori e cifre illustra in modo critico e controverso l’evoluzione di una cooperazione mutevole – dando, ovviamente, spazio anche a voci prominenti e critiche del Mozambico, come il noto biologo e scrittore Mia Couto. L’opuscolo è disponibile in lingua tedesca, francese e portoghese e può essere ordinato all’indirizzo [email protected] oppure alla pagina http://www.ddc.admin.ch, «Documentation», «Nouveautés et archives» Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 19 Una voce dal Mozambico «Ce ne accorgiamo di notte, quando lo stomaco è vuoto» Bernardo Tovela è un pescatore settantenne di Bairro dos Pescadores, dove vive con la moglie e due dei suoi sei figli. Si è istallato a Bairro dopo essere fuggito dalle devastazioni causate dal conflitto fra le forze di Renamo e il governo. La pesca, un tempo, era la sua attività principale e la fonte di guadagno più importante della famiglia. Negli ultimi anni ha dovuto abbandonarla perché non rendeva abbastanza, e così ha dedicato una parte del suo tempo all’agricoltura e al piccolo commercio, diventando un rivenditore locale di bibite. Nel suo tempo libero continua ad andare a pesca, anche se sa che è frustrante e difficile. Da quando nel 1980 ho cercato riparo dalla guerra civile che imperversava nel vicino distretto di Marracuene, vivo a Bairro dos Pescadores, un paesino nella regione di Maputo. Quando sono arrivato, questa zona ancora non era popolata e mancavano le infrastrutture di base: l’acqua potabile, i servizi sanitari, le scuole e i mercati. La città era riparata dietro le dune, e lungo la costa erano state erette delle barriere di protezione. per poterci adattare ai cambiamenti e ci indirizzassero verso altri modi di guadagnarci da vivere – verso alternative alla pesca che ormai comporta molti rischi e poco guadagno. A poco a poco la gente incominciò a popolare la zona; arrivava alla ricerca di un posto, dove poter rifugiarsi dalla guerra e dai suoi effetti. Maputo allora offriva sicurezza, essendo la capitale. Questo vicinato che vedete qui: tutto costruito dai pescatori. Molti di loro pescano per riuscire a sopravvivere. Come mestiere non è più redditizio. Non può garantire la felicità e la gioia della mia famiglia. Se vogliamo imparare qualcosa dalle brutte esperienze del passato, non dobbiamo aspettare che qualcun altro prenda l’iniziativa, ma dovremmo darci da fare subito e attuare misure in grado di proteggere l’ambiente, la gente e le infrastrutture. Il nostro Paese è esposto al rischio di inondazioni e erosione delle coste. Il villaggio di Bairro ne è un esempio evidente. Qui l’erosione dovrebbe essere presa sul serio, urgono misure di prevenzione. Le grandi inondazioni che hanno colpito il Mozambico nel 2000, distruggendo tutta la regione settentrionale, dimostrano quanto sia importante che il nostro Paese prenda sul serio il cambiamento climatico. Quanto al mio paesino, queste inondazioni hanno accelerato il processo di erosione delle coste e molte case costruite troppo vicino ai fiumi sono scomparse nella piena. Le tempeste del 2007, con un mare che si è abbattuto sulle panchine con una forza mai vista prima, hanno ancora aumentato i danni. È da 29 anni che faccio il pescatore. Se avessi potuto, avrei imparato un altro mestiere. Da un paio d’anni, la pesca dà rese molto meno importanti. Le acque si riscaldano sempre più e i pesci si nascondono in profondità sempre maggiori. Nessuno di noi pescatori può vantarsi di riuscire a mantenere la famiglia con la pesca. Le autorità dicono che è per via del cambiamento climatico. Noi ce ne accorgiamo di notte, quando lo stomaco è vuoto, o quando i bambini ci chiedono qualcosa da mangiare prima di andare a scuola. I piccoli contadini colpiti dalle inondazioni e dalla siccità sono tornati alla pesca, o sono stati costretti a comprarsi da mangiare o a coltivare appezzamenti di terreno molto distanti da qui.Tutto questo si è rispecchiato nei costi e Bairro, come tutta la zona di Maputo, nel 2008 ha vissuto proteste e sommosse quasi incontrollabili per via dei prezzi inabbordabili dei generi alimentari e dei trasporti. Quello che vorrei dai governi o da persone benintenzionate è che ci insegnassero delle strategie L’esempio di Bairro illustra bene quanto siano nefaste le ripercussioni del cambiamento climatico sulla vita della gente e come contribuiscano ad ingrandire il divario tra ricchi e poveri. I (Tradotto dall’inglese) McPHOTO/Still Pictures Bernardo Tovela (Trascritto da Egidio Vaz Raposo) 20 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 Opinione DSC Già in primavera era chiaro quello che sarebbe stato il tema dell’anno 2009 per la DSC: la profonda crisi economica e finanziaria. La crisi domina attualmente l’agenda politica svizzera e si fa notare direttamente, e con sempre maggior vigore, anche presso i singoli cittadini. L’aiuto alle vittime delle inondazioni e la fornitura di derrate alimentari, così come un’impostazione dei programmi ecologicamente sostenibile restano importanti, ma non bastano per evidenziare effetti su lungo termine – effetti in grado di superare grandi distanze e spazi temporali. Sono invece scivolate un po’ in secondo piano le grandi sfide, quelle a lungo termine, che investono il pianeta: il cambiamento climatico, il degrado degli ecosistemi, la sempre crescente carenza dei generi alimentari, dell’acqua potabile e dell’energia. Il dossier di questa edizione di «Un solo mondo» è consacrato ai cambiamenti climatici e pone in evidenza la complessità del fenomeno e le ripercussioni per l’umanità. La sfida ha tre dimensioni: le attuali normative ed istituzioni, a livello globale, sono carenti e devono essere migliorate. Occorrono misure per la riduzione dei gas ad effetto serra. Ed in fine, è indispensabile aiutare i paesi e le popolazioni colpiti dai cambiamenti a superarne le conseguenze; cosa che va comunque fatta, anche nel caso in cui si riuscisse a ridurre rapidamente le emissioni inquinanti. Per tale triplice compito si utilizzano di norma tre concetti piuttosto astratti: Governance (gestione del governo), Mitigation (mitigazione) ed Adaptation (adattamento). Il recente rapporto della Commission on Climate Change and Development («Closing the Gaps») pone l’accento su quello che è considerato il più importante dilemma in merito ai mutamenti climatici: tra le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici intercorrono migliaia di miglia e di secoli. Un fenomeno al quale né la nostra etica (solidarietà generazionale), tanto meno il nostro sistema politico, sono preparati. Anche per gli stessi mezzi d’informazione tali orizzonti temporali sono insoliti. Così come per le misure contro la crisi economica, anche in questo caso esiste il pericolo che si intraprendano solo misure d’urgenza, a corto raggio, e che restino escluse riforme incisive e mirate. Ci si occupa dell’urgente, tralasciando l’importante. Nell’operato della DSC, i cambiamenti climatici hanno oggi un’importanza fondamentale. E non sono visti solo come un tema supplementare, bensì in quanto sfida onnipresente, che concerne tutti gli ambiti operativi della DSC. Ed anche alla stessa DSC si presentano sfide del tutto nuove. D S C Tanto da offrire, ma anche tanto da guadagnare Le discussioni in merito ai cambiamenti climatici non devono però suscitare un’atmosfera da apocalissi. Al contrario, i rischi vanno concepiti ed affrontati come un’opportunità. In occasione del World Economic Forum 2009, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha parlato di un Green New Deal. Colui che pensa che le misure contro i cambiamenti climatici siano in contrasto con quelle tese ad una decisa ripresa economica non è ancora entrato nel XXI secolo. La Svizzera, con il suo know-how nel campo delle tecnologie e la sua lunga tradizione nel dare concrete soluzioni a difficili problemi, ha dunque tanto da offrire, ma anche tanto da guadagnare. I (Tradotto dal tedesco) Martin Dahinden Direttore della DSC Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 21 Stefan Hofmann/Kwa Wazee (3) Nonni e nipoti pagano il prezzo dell’Aids Padrini e madrine svizzeri Kwa Wazee è stata fondata nel 2003 dal basilese Kurt Madörin. In precedenza, questo ex collaboratore di Terre des Hommes aveva diretto per molti anni a Nshamba un progetto di aiuto per gli orfani dell’Aids. Aveva allora preso coscienza della situazione estremamente precaria delle persone anziane che si prendono in carico questi bambini alla morte dei loro genitori. Dal momento in cui è andato in pensione, Kurt Madörin si è trasferito in questo villaggio tanzaniano ed ha deciso di aiutare le nonne versando loro una pensione di vecchiaia. Alcuni dei suoi amici hanno creato in Svizzera un’associazione di sostegno che raccoglie fondi da privati, da comuni e da fondazioni. La maggior parte delle donazioni proviene da «padrini e madrine» che si impegnano a versare regolarmente 100 franchi all’anno. www.kwawazee.ch 22 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 In cinque villaggi della Tanzania, l’associazione svizzera Kwa Wazee versa una pensione di vecchiaia a 720 persone particolarmente svantaggiate. La metà dei beneficiari è composta da nonne che hanno preso in affidamento uno o più nipoti, orfani a causa dell’Aids. Questo sostegno finanziario, seppure modesto, ha notevolmente migliorato la loro qualità di vita. (jls) Amina ha già sepolto, davanti alla sua capanna, quattro dei suoi dieci figli, tutti uccisi dall’Aids. Ha 74 anni e vive con sua nipote di nove anni.Aurelia, un’altra settantenne, ha perso sua figlia due anni fa. Condivide le sue magre risorse con tre nipoti che non hanno più contatto con il loro padre. Quanto a Eufrazia, presto centenaria secondo la sua stima, si occupa di cinque nipoti, di età compresa tra gli otto e i tredici anni, che la aiutano a coltivare un po’ di mais, fagioli e banane. Dei suoi undici figli, soltanto quattro sono ancora in vita, ma non le fanno più avere notizie. Queste tre bibis (che in swahili significa «nonnine») vivono a Nshamba, nel nordovest della Tanzania, una regione fortemente colpita dall’Aids. La pandemia le ha obbligate, come milioni di altre nonne africane, a riprendere il ruolo di educatrici. «Non possiamo abbandonare i nostri nipoti, è impossibile», dice Amina. In mancanza di una pensione statale, gli anziani erano solitamente presi a carico dai figli. Ma questa solidarietà famigliare non funziona evidentemente più, a causa della crescente povertà, delle emigrazioni e soprattutto dell’Aids che ha decimato la generazione degli adulti attivi. Una boccata d’aria fresca Kwa Wazee (che significa «per i vecchi») è attiva a Nshamba e in quattro altri villaggi vicini. Questa associazione, fondata da un cooperante svizzero in pensione (vedi testo a margine), realizza un insolito progetto di aiuto allo sviluppo: grazie a donazioni private raccolte in Svizzera, finanzia il versamento di rendite a circa 720 anziani particolarmente poveri. Circa il 90 per cento dei beneficiari è composto da donne, metà delle quali hanno nipoti a carico. Kwa Wazee versa loro una pensione mensile di 6000 shilling (5,30 franchi) e un assegno di 3000 shillings (2,65 franchi) a bambino. «Queste som- me, ancorché modiche, sostengono moltissimo il bilancio familiare, e corrispondono grosso modo al minimo vitale, fissato a circa 20 centesimi al giorno in Tanzania», spiega Stefan Hofmann, segretario di Kwa Wazee a Berna. In molti casi, tale pensione è pari all’80 per cento delle risorse finanziarie di cui le nonne dispongono. Gli altri redditi provengono dalla vendita di alimenti che le donne coltivano nel loro appezzamento di terra, oppure dal lavoro giornaliero svolto per altri piccoli contadini, un’attività molto mal pagata. E spesso capita loro di chiedere la carità ai vicini. La cassa comune per i momenti di crisi Se la pensione permette di sfuggire alla povertà estrema, non è comunque sufficiente per affrontare i colpi del destino. Ecco perché Kwa Wazee incoraggia la creazione di gruppi di solidarietà tra vicini, che intervengono ad esempio in caso di malattie, di un decesso o di danni causati dalla natura. Ogni membro preleva una piccola percentuale dalla sua pensione per versarla in una cassa comune e Kwa Wazee raddoppia questo importo. Quando una bibi deve essere ricoverata in ospedale, il fondo di crisi serve a pagare il trasporto, le medicine e le cure. I vicini si organizzano per portare all’anziana regolarmente del cibo, lavorare la sua terra e prendersi cura dei suoi nipoti. Con un contributo finanziario della DSC, Kwa Wazee nel 2007 ha esaminato l’impatto del suo progetto. Lo studio ha dimostrato che il versamento di un tale aiuto aveva sensibilmente migliorato la qualità di vita di queste famiglie. Gran parte della pensione viene consacrata all’acquisto di cibo. Considerando la malnutrizione diffusa in passato, la metà dei beneficiari interrogati dice oggi che riesce a sfamarsi. I loro pasti sono inoltre più variati, capaci quindi di un migliore apporto nutritivo. La differenza si fa sentire anche sul piano psicologico: le nonne hanno ritrovato l’autostima ed hanno ripreso fiducia; non sono più attanagliate dall’angoscia di non poter nutrire i loro cari o di pagare il materiale scolastico. Obiettivo: la pensione per tutti Sfortunatamente, il progetto non tocca che una parte degli anziani.Tuttavia, la povertà è talmente diffusa nella regione che la maggior parte delle persone di età avanzata avrebbe altrettanto bisogno di aiuto. «Sarebbe più giudizioso assegnare una pensione a tutti, a partire da una certa età. Questo eviterebbe il processo di selezione che è fortemente soggettivo. Ma il nostro budget non lo permette», spiega Stefan Hofmann. Kwa Wazee spera che i risultati della sua inchiesta alimentino il dibattito politico in Tanzania sulle misure da prendere per lottare contro la povertà. Il governo ha infatti promesso di assicurare, entro il 2010, una protezione sociale al 40 per cento degli anziani. Gli autori dello studio raccomandano invece di introdurre piuttosto una pensione universale, limitandone l’estensione alle persone più anziane. L’obiettivo sarebbe quello di abbassare in seguito e progressivamente l’età del diritto alla pensione. I (Tradotto dal francese) Versamenti in contanti contro la povertà Ancora oggi, pochissime nazioni africane hanno allestito dei sistemi nazionali di pensione per la vecchiaia. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) stima invece che anche una nazione molto povera possegga i mezzi atti a finanziare un modesto sistema di pensionamento. Per la Tanzania, il versamento di una piccola pensione a tutte le persone che superano i 60 anni rappresenterebbe l’1,1 per cento del prodotto interno lordo. In questi ultimi anni, alcune nazioni dell’Africa australe hanno deciso di ricorrere a degli aiuti in contanti per combattere la povertà. Così, la Namibia, il Botswana e il Lesotho stanziano una trentina di franchi al mese ai cittadini anziani, rispettivamente oltre i 60, 65 e 75 anni. Il Mozambico sostiene finanziariamente 70 000 famiglie che vivono in città e sono formate perlopiù da persone anziane o malate. Diversi studi hanno dimostrato che tali aiuti in denaro hanno un impatto molto positivo sulle condizioni di vita. Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 23 Matt Lutton/Invision/laif Medici di famiglia invece di specialisti La promozione della sanità di base è sulla lista delle priorità in Bosnia e Erzegovina, e i cosiddetti medici di famiglia vi giocano un ruolo fondamentale. Un progetto finanziato dalla Svizzera contribuisce a rendere il sistema sanitario più equo, efficiente ed economico. Importante compito della politica estera Durante e dopo la guerra (1992-1995) la Svizzera ha prestato in Bosnia e Erzegovina aiuti urgenti e aiuti alla ricostruzione per un totale di 365 milioni di franchi. A partire dal 1999, l’impegno in questa regione si è progressivamente spostato sul sostegno a lungo termine delle riforme economiche e democratiche e su attività atte a favorire la riconciliazione tra le etnie. La partecipazione agli sforzi internazionali per stabilizzare la Bosnia e Erzegovina è oramai un compito centrale della politica estera elvetica – non da ultimo per il gran numero di profughi bosniaci presenti nel nostro Paese. 24 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 (mr) «Dalla fine della guerra, in Bosnia e Erzegovina il sistema sanitario ha fatto enormi passi avanti», constata Rose-Marie Henny, sostituta responsabile dell’ufficio di cooperazione DSC a Sarajevo. A questa importante svolta ha ampiamente contribuito un progetto finanziato dalla DSC, lanciato dieci anni fa nelle regioni di Doboj, Foca,Tuzla e Sarajevo e reso operativo dalla fondazione FaMi. In passato le persone ammalate o ferite si recavano direttamente in ospedale o da costosi medici specializzati – anche perché nel Paese il numero di specialisti era nettamente superiore a quello dei generalisti. I risultati di questa errata politica sanitaria sono stati eclatanti: sovraffollamento cronico delle strutture ospedaliere, difficoltà ad accedere al sistema sanitario per le fasce di popolazione più povere e costi decisamente troppo elevati. Valorizzare le infermiere La riforma in corso ha volutamente posto l’accento sul ruolo dei cosiddetti medici di famiglia. «Nelle quattro regioni interessate dal progetto siamo già riusciti a ripristinare e aprire 161 ambulatori per medici di famiglia e a migliorare decisamente l’accesso alla sanità di base per le fasce di popolazione socialmente svantaggiate», spiega Rose-Marie Henny. Il fiore all’occhiello del progetto è la preparazione del personale. Dal 1998 è stato possibile formare oltre 800 persone fra dottori e infermiere per prestare servizio in studi medici di famiglia. La formazione si concentra sulla prevenzione e la promozione della salute. Un aspetto importante è anche il rafforzamento del ruolo delle infermiere. «Ci siamo resi conto che i medici sottovalutano troppo spesso le capacità del personale infermieristico. Di conseguenza, le equipe sono appositamente istruite a sfruttare appieno il potenziale del personale curante», spiega Rose-Marie Henny. Del resto è chiaro, eseguendo autonomamente determinati atti terapeutici e consulenze ai pazienti, le infermiere scaricano i medici, che possono così dedicare maggiore tempo ai casi più impegnativi. Altra colonna portante del progetto: la ricostruzione delle infrastrutture mediche distrutte o danneggiate dalla guerra, come ospedali e ambulatori. I (Tradotto dal tedesco) Dietro le quinte della DSC Innalzare gradualmente l’aiuto (jtm) Alla fine del 2008, il Parlamento ha sollecitato al Consiglio federale la presentazione di un progetto che prevede di innalzare gradualmente allo 0,5 per cento del Prodotto nazionale lordo (PNL) ed entro il 2015 l’aiuto allo sviluppo della Confederazione. In una seduta del 20 maggio, il Consiglio federale ha deciso, sulla base delle attuali previsioni economiche, di fornire per ora al Parlamento solo una relazione. Essa terrà conto delle attuali previsioni economiche ed evidenzierà le conseguenze finanziarie e di politica di sviluppo che comporterebbe l’innalzamento dell’aiuto pubblico allo sviluppo sino allo 0,5 per cento del PNL. La relazione sarà presentata al Parlamento entro la fine di settembre. Contributo a Bulgaria e Romania (lrf ) Il 5 giugno scorso, il Consiglio federale ha trasmesso al Parlamento il messaggio concernente il credito quadro per il contributo all’allargamento a favore di Bulgaria e Romania. Il contributo svizzero alla riduzione delle disparità economiche e sociali ammonta complessivamente a 257 milioni di franchi, versati su cinque anni. 76 milioni sono destinati alla Bulgaria, e 181 andranno invece alla Romania.Tale contributo all’allargamento sarà dispiegato da DSC e SECO. I mezzi sono destinati al finanziamento di progetti e programmi in quattro ambiti principali: sicurezza, stabilità, e supporto delle riforme così come sviluppo umano e sociale (effettuato dalla DSC); ambiente ed infrastrutture (SECO e DSC); promozione dell’economia privata (SECO). Il successo dell’ ingresso di Bulgaria e Romania nell’UE è anche nell’interesse della Svizzera. L’impegno svizzero è pertanto non soltanto semplice espressione di solidarietà, bensì anche di stimolo per le relazioni economiche e politiche con Romania e Bulgaria, oltre che con l’UE. Pari opportunità (mqs) Un team indipendente ha esaminato le misure della DSC in materia di parità tra i sessi ed è giunto alla seguente conclusione: «la DSC offre un approccio vantaggioso alla parità tra i sessi». I campi di attività sul tema Gender sono ampiamente diversificati. In paesi con forte differenza nei rapporti di potere tra i sessi, la DSC sostiene in maniera mirata la promozione dei diritti delle donne. Inoltre esplica lo Gender-Mainstreaming: tutti i progetti da lei finanziati tengono conto degli aspetti strettamente legati al sesso e si adoperano a rafforzare il ruolo delle donne. La DSC persegue, anche in seno alla sua stessa politica del personale, un’equilibrata relazione fra donne ed uomini. Ciò le riesce, da quanto risulta dai dati del team di valutazione, particolar- mente bene. Per i programmi concernenti le nuove leve, vengono preferite candidate donne; fra le incaricate di programma, la ripartizione dei sessi è equilibrata ed il numero di donne in posizione direttiva ha evidenziato un aumento. Il GenderMainstreaming effettuato nei paesi prioritari è di successo. Gli esaminatori indicano tuttavia lacune nella formulazione sistematica di obiettivi e di indicatori usati nella pianificazione dei progetti e nelle strategie locali. La DSC intende correggere questi punti deboli. In futuro, prima di autorizzare il necessario finanziamento esaminerà criticamente ogni nuovo progetto sulla base delle specifiche conseguenze di tipo gender. Che cos’è… lo scambio di crediti d’emissione? sione, per via del limite fissato a livello politico, la riduzione complessiva delle emissioni che si vuole raggiungere è già definita – i costi si calcolano in funzione di criteri di economia di mercato. Per quanto riguarda la riscossione di una tassa ecologica, invece, i costi sono fissi, mentre resta variabile la riduzione effettiva raggiungibile attraverso l’imposta. REA/laif (gn) Lo scambio di certificati di emissione risale all’economista canadese J.H. Dales, che già nel 1968 proponeva l’istituzione di un mercato di scambio di «diritti di inquinamento», con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento delle acque dovuto alle acque di scarico industriali. Il principio può essere riassunto come segue: gli enti politici fissano il limite massimo delle varie emissioni all’interno di un’aerea circoscritta e per un periodo di tempo definito. Su questa base, vengono rilasciati dei certificati ambientali che possono essere scambiati e negoziati. Così un’ «azienda pulita» può generare ulteriori introiti, vendendo i diritti di inquinamento che le spettano ad un’altra azienda. A livello di politica dello sviluppo, lo scambio globale di certificati CO2 introdotto con il Protocollo di Kyoto riveste un’importanza centrale. La base del computo è costituita dalle emissioni globali di gas a effetto serra. Mentre la maggior parte dei paesi in via di sviluppo e di paesi emergenti producono emissioni in misura notevolmente inferiore alla media, i paesi industrializzati devono ridurre le loro emissioni in modo drastico.Al fine di accelerare tale processo, gli Stati e le imprese hanno la possibilità di compensare le loro eccedenze di CO2, investendo in progetti di energia sostenibile nel Sud. Nello scambio dei crediti d’emis- Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 25 Joerg Modrow/laif Quanti abitanti è in grado di mantenere la terra? F O R U M Entro il 2050, la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere i nove miliardi di persone. Ma nonostante il calo delle risorse disponibili, nella cooperazione allo sviluppo la crescita demografica e la pianificazione familiare non sono argomenti prioritari. Di Gabriela Neuhaus. Salute riproduttiva Il termine «salute sessuale e riproduttiva» è stato coniato nel 1994, in occasione della Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sulla popolazione e lo sviluppo del Cairo ed è stato definito in quanto «uno stato di benessere totale fisico, intellettuale e sociale». In altre parole: secondo il Programma d’azione adottato al Cairo, le iniziative per la promozione della salute riproduttiva dovrebbero perseguire anche lo scopo di permettere ad ogni persona di vivere una vita sessuale soddisfacente e non pericolosa per la salute, e di assicurare a ogni donna la libertà di decidere lei stessa, se, quando e quante volte vuole riprodursi. 26 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 Ogni ora, la popolazione mondiale aumenta di 10 000 persone, perché ogni sessanta minuti nascono 10 000 persone in più di quante ne muoiano. Oggi il mondo è popolato da circa 6,8 miliardi di persone – nel 2050, stando ai prognostici delle Nazioni Unite, saranno 9,2 miliardi. Per gli ambienti che dal punto di vista economico tendono a giudicare in termini positivi qualsiasi tipo di crescita, si tratta senz’altro di una prospettiva rallegrante: uno studio di Goldman Sachs, per esempio, vede nell’esplosione demografica dell’India la base della prosperità economica futura. E i grossi gruppi multinazionali come l’agro-industriale Syngenta fanno pubblicità con una notizia certamente proficua ai loro affari: «Al mondo serve più cibo». Dalle campagne di sterilizzazione alla politica del figlio unico Il loro calcolo è presto fatto: più uomini sulla terra, significa più consumo. D’altro canto ci sono anche organizzazioni ecologiche quali Ecopop, associazione svizzera per l’ambiente e la popolazione, che lanciano l’allarme, affermando che l’attuale densità di popolazione comporta già gravi pericoli per le basi vitali delle generazioni future: l’umanità ogni anno consuma circa il 25 per cento di risorse in più di quanto la natura ne possa rigenera- re nello stesso periodo di tempo. Le conseguenze non tardano a manifestarsi: cambiamento climatico, penuria d’energia e di acqua, diminuzione della biodiversità e crisi alimentari. «La sovrapopolazione è una causa centrale del degrado ambientale», costata Ecopop e esige che sia bloccata la crescita demografica e abbassato il numero globale degli abitanti della terra «a un livello ecologicamente e socialmente sostenibile». Quante persone può nutrire il pianeta? La domande è già stata discussa alla fine del XVIII secolo. L’economista britannico Thomas Malthus ai tempi ha elaborato una tesi che vedeva il sovrapopolamento come problema centrale per l’economia e il benessere, perché la produzione di generi alimentari accumula ritardi importanti rispetto all’aumento esponenziale della popolazione. Sebbene le sue teorie oggi siano considerate obsolete, rimane da chiedersi quante persone e quante azioni umane è in grado di sopportare il mondo. Una domanda assai controversa. Il fatto che una rapida crescita della popolazione acceleri il circolo vizioso di povertà e fame, nella seconda metà del XX secolo ha portato all’attuazione di misure drastiche in India e in Cina: campagne di sterilizzazione, soprattutto fra le donne delle caste inferiori, avrebbero dovuto contribuire a contenere la crescita demografica dell’India – con Joerg Modrow/laif Un aumento demografico implica automaticamente una maggiore richiesta di generi alimentari, energia e acqua – ma già oggi l’umanità consuma ogni anno ben un quarto in più delle risorse che la natura riesce a rigenerare nello stesso periodo (nelle immagini: India, Isole Canarie, Guinea e Perù). poco successo. Migliori invece i risultati raggiunti dalla Cina con la politica del figlio unico, dettata dallo Stato a partire dal 1980. Il numero medio di figli di una donna cinese è sceso da 6,2 nel 1950 all’attuale 1,8. con questa tematica o solo nell’ambito di progetti per la salute. Gagneux, nell’ambito di progetti solari che gestisce in India, ha sviluppato un dispensatore automatico di profilattici. L’iniziativa è accompagnata da un lavoro di informazione e educazione su malattie quali Aids e sulla prevenzione di gravidanze indesiderate. «L’obiettivo è di migliorare la qualità di vita delle persone attraverso la prevenzione», dice Alec Gagneux, i cui dispensatori di preservativi nel frattempo sono presenti anche in varie stazioni ferroviarie nonché nelle sedi dei fornitori dell’azienda tessile svizzera Switcher e della Migros. Questo tipo di attività è in linea con i requisiti fissati dalla Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo, tenutasi nel 1994 al Cairo: la riduzione dei tassi di natalità nei paesi in via di sviluppo va raggiunta attraverso il miglioramento della sicurezza umana, nonché attraverso un maggior impegno nell’ambito della salute riproduttiva. Benché sia stata firmata da tutti i paesi, questa definizione di obiettivi si è tirata addosso sin dall’inizio le critiche di potenti avversari: la Chiesa cattolica Jan Banning/laif Redux Pictures/laif «L’autodeterminazione è un diritto umano» Il controllo delle nascite decretato per legge, dal punto di vista dei diritti umani è inammissibile e, in quanto tale, è oggetto di dure critiche. Ciononostante non bisogna sottovalutare che ha permesso di evitare circa 400 milioni di nascite, frenando sensibilmente l’esplosione demografica in Cina. «La violenza e la costrizione sono un approccio sbagliato», afferma lo svizzero Alec Gagneux. L’attivista per lo sviluppo è convinto che «l’autodeterminazione nella pianificazione familiare è un diritto umano – chi dispone delle informazioni e dei mezzi necessari deciderà senza pressione dall’alto di avere meno figli e dunque maggiori opportunità di sviluppo» sostiene, e critica che l’attuale collaborazione per lo sviluppo non si confronti più La popolazione mondiale Secondo le stime dell’ONU, 2000 anni fa il mondo era popolato da circa 300 milioni di persone. Attorno al 1700 la popolazione era di 600 milioni di individui, nel 1804 è stato raggiunto il primo miliardo. Fino a metà del XX secolo, la crescita demografica ha raggiunto ritmi più intensi, con tassi di crescita in certi periodi pari a oltre il 2 per cento, fino alla vera e propria esplosione demografica: nel 1927 si contavano due miliardi di persone, nel 1999 erano già 6 miliardi. Nel 2012 la soglia dei sette miliardi verrà superata. Anche se negli ultimi anni il tasso di natalità è diminuito dappertutto, tranne nei paesi in via di sviluppo più poveri, la popolazione mondiale continua a crescere. Situazione all’inizio del 2009: Popolazione: 6,75 miliardi di persone Nascite per 1000 abitanti (tasso di natalità): 21 Decessi per 1000 abitanti (tasso di mortalità): 8 Crescita della popolazione mondiale: 1,2 per cento all’anno. Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 27 Sven Torfinn/laif Gli alti tassi di natalità nei paesi in via di sviluppo (nell’immagine: Sierra Leone) sono riconducibili ad una scarsa informazione così come ad una carente autodeterminazione e formazione delle donne. lotta instancabile contro l’utilizzazione dei profilattici – che sono uno strumento importante nella prevenzione dell’Aids e di gravidanze indesiderate. Sotto George W. Bush, il governo USA ha bloccato i finanziamenti al Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione UNFPA, togliendo le sovvenzioni a tutti i progetti di pianificazione familiare che non si limitano a predicare l’astinenza. Tassi di natalità Mentre in quasi tutti i paesi del mondo, il numero di nascite per donna si è drasticamente ridotto, in alcuni dei paesi più poveri, che già prima denotavano un’alta crescita demografica, è addirittura aumentato. L’ultimo rapporto ONU sullo sviluppo della popolazione stima che nel 2008, in Mali e Nigeria, in media sono nati oltre 7 figli per donna (tendenza al rialzo), contro quasi sette bambini in Afghanistan, Uganda o Burundi e 1,44 in Svizzera, 1,2 in Corea del Sud e addirittura un solo bambino a Hong Kong. www.unfpa.org, «State of the world population» 28 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 Mancanza di autodeterminazione delle donne Queste resistenze, presenti anche negli stessi paesi interessati, spiegano perché oggi nella maggior parte delle agenzie per lo sviluppo, i progetti che puntano al controllo della crescita demografica sono stati relegati in secondo piano. «La pianificazione familiare non è facile da attuare ovunque – la maggior parte dei paesi segue una propria politica, determinata da valori locali, e dunque non apprezza un impegno in quest’ambito», dice Franziska Freiburghaus, specialista per questioni sanitarie presso la DSC. Ciononostante, le agenzie per lo sviluppo sono chiamate a cogliere queste sfide. Le strategie e le politiche di popolazione attive per il Sud vanno iscritte in ogni mansionario: mentre la popolazione in molti paesi industrializzati registra un calo, il 90 per cento dei circa 2,3 miliardi di persone - che stando ai prognostici verranno ad aumentare la popolazione del nostro pianeta entro il 2050 - vivranno nei paesi più poveri. È importante il sostegno del partner La Società tedesca per la popolazione mondiale stima che in questi paesi una gravidanza su due non è voluta e spiega gli alti tassi di nascita con la mancanza di educazione sessuale, di autodeterminazione e di formazione della donna, unite al fatto che ancora oggi, milioni di persone non hanno accesso agli anticoncezionali. «La crescita demografica è un indicatore di povertà», afferma Yvonne Gilli, medico sangallese e consigliera nazionale. Lo scorso marzo in un’interpellanza parlamentare ha chiesto che almeno il 10 per cento dei fondi stanziati per lo sviluppo siano destinati a progetti sanitari: «L’educazione sessuale, la pianificazione familiare, nonché l’assistenza di base durante la gravidanza e il parto sono servizi che non solo abbassano il tasso di mortalità di madre e bambino, ma costituiscono in realtà le condizioni sine qua non per poter lottare con successo contro la povertà». Franziska Freiburghaus condivide questa considerazione: «Se vogliamo raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, dobbiamo imparare a controllare la crescita demografica». Come, lo illustra con i due esempi di Mozambico e Repubblica Moldava, dove i progetti sanitari di base, non solo sono riusciti ad abbassare il tasso di mortalità, ma hanno portato a una riduzione delle nascite. «Se durante il periodo della gravidanza le donne sono accompagnate, informate e incoraggiate, possono evitare la nascita di altri bambini che in realtà non vorrebbero. E se in più sono sostenute da uomini informati, le probabilità di successo sono buone». L’approccio sembra convincente. Resta, tuttavia, la domanda se iniziative di questo tipo siano sufficienti per evitare l’aumento della popolazione mondiale ai 9,2 miliardi di persone prognosticati – e se la politica dello sviluppo abbia effettivamente intenzione di raggiungere questo traguardo. I (Tradotto dal tedesco) Carta bianca Redimere l’Africa Aidoo. E parlò per noi tutti: Perché i governi africani non si occupano loro stessi dell’educazione dei nostri figli? Perché dovremmo dipendere dai filantropi europei per educare i nostri bambini? Ama Ata Aidoo sapeva di cosa parlava. Era stata ministro in Ghana e sapeva perfettamente che l’aiuto estero ha distrutto il suo popolo e il resto dell’Africa. Sa che governi corrotti mettono in bilancio somme irrisorie per l’educazione, la sanità e lo sviluppo perché tanto hanno la certezza che le organizzazioni umanitarie provvederanno; mentre sperperano denaro per progetti inutili, con una parte dei fondi che scompare su qualche conto segreto in Svizzera. Se non è rimasta a lungo sulla poltrona di ministro è proprio perché non sopportava la corruzione. Sono sempre stato contrario agli aiuti, soprattutto a quegli alimentari, che giungevano in Africa dalla ricca Europa e dagli Stati Uniti – tranne naturalmente nel caso di calamità nazionali o altre catastrofi umanitarie. Ho visto con i miei occhi, quando lavoravo per lo sviluppo rurale in Lesotho, come l’aiuto alimentare regolare ha generato una mentalità di dipendenza. È alla luce di questa esperienza che nel mio libro «When People Play People» (Zed Books, London, 1993) scrivo: «Nella loro tournée (parlo dei membri della mia compagnia di teatro) attraverso i villaggi, scoprono che spesso gli abitanti sono restii a lasciarsi coinvolgere nei progetti di sviluppo, senza incentivi alimentari. In alcuni casi gli abitanti dei villaggi rifiutano addirittura di impegnarsi per prevenire l’erosione dei suoli dei loro terreni, senza ricevere in cambio olio da cucina o mais. Con gli anni, governi e agenzie di donatori hanno creato una vera cultura dell’aiuto alimentare che a sua volta ha generato una mentalità di dipendenza». Le mie visioni dell’aiuto estero mi sono valse le dure critiche dell’industria dell’aiuto allo sviluppo. In una delle mie poesie scrivo che l’Africa è ricca di risorse minerali, di capitale umano, di boschi e fiumi. L’Africa deve appropriarsi della libertà e dare da mangiare ai propri figli. In molti paesi africani, l’aiuto è stato trasformato in uno stile di vita, non è più un rimedio temporaneo. Così però blocca ogni iniziativa e distrugge ogni ambizione. E, quel che è ben più grave: l’aiuto alimentare uccide gli agricoltori africani. I contadini non sono più motivati a coltivare i loro terreni, visto che comunque non possono competere con le derrate gratuite che arrivano dall’America e dall’Europa. L’Africa dunque non ha bisogno di aiuto, ma di libero scambio e investimenti. Ciò che redimerà l’Africa è l’affidabilità, la liberazione dai rapporti di dipendenza e la cancellazione del debito pubblico. I Zakes Mda (all’anagrafe Zanemvula Kizito Gatyeni Mda), classe 1948, fa parte degli autori di teatro e romanzieri più famosi del Sudafrica. Cresce a Soweto e nel Lesotho, che lascia nel 1963 per recarsi negli USA, dove frequenta gli studi nell’Ohio. Nel 1995 ritorna in Sudafrica. È anche autore di teatro presso il Johannesburg Market Theatre, nonché pittore, compositore e cineasta, come pure apicoltore e direttore del Southern African Multimedia AIDS Trust di Sophiatown, Johannesburg. I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue. In italiano sono usciti tre suoi romanzi, tutti presso l’editore E/O: «Si può morire in tanti modi», «La Madonna di Excelsior» e «Verranno dal mare». Per le sue opere Zakes Mda ha ricevuto numerosi premi. Oggi è docente universitario negli USA e in Sudafrica. Vive a Johannesburg e nell’Ohio. (Tradotto dall’inglese) Ursula Meissner/laif Alcuni anni fa ho intrapreso insieme ad altri autori africani un viaggio attraverso la Gran Bretagna. Con noi c’era anche la ghanese Ama Ata Aidoo, considerata da molti la decana della letteratura africana. È stato un viaggio piacevole: leggevamo brani tratti dalle nostre opere ai festival della letteratura, nelle biblioteche e nelle librerie, rispondendo alle domande di lettori entusiasti. In un’occasione però siamo rimasti sorpresi nel vedere che sulle porte erano stati affissi manifesti di un’organizzazione umanitaria che invitava il pubblico a devolvere fondi per l’educazione dei bambini in Africa. Questa organizzazione, senza dubbio animata da buone intenzioni, aveva deciso di approfittare della nostra presenza per raccogliere fondi per l’Africa. Appena ci eravamo seduti, gli organizzatori ci chiesero di permettere ai rappresentanti di quella ONG di parlare al pubblico per chiedere delle offerte. Siamo rimasti perplessi; non volevamo certo dare l’immagine degli scrittori che chiedevano l’elemosina. Ma non volevamo neanche recitare la parte dell’ospite ingrato. Così siamo rimasti zitti. Chi parlò invece fu Ama Ata Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 29 SCP Pro Helvetia (4) Cipriani/Alpaca/Andia.fr/Still Pictures C U L T U R A La cultura unisce La fondazione Pro Helvetia, che dal 1990 sostiene l’arte e la cultura nell’Europa dell’Est, su mandato della DSC ha concentrato le sue attività nei Balcani occidentali. I suoi progetti oggi puntano alla cooperazione transfrontaliera e sono pensati per contribuire a placare le tensioni etniche. Di Jane-Lise Schneeberger. 30 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 SCP Pro Helvetia (4) Fondamentalmente gli obiettivi dell’«Accademia nomade di danza» e del progetto «Città creative» sono gli stessi: avvalendosi di un approccio regionale puntano a potenziare il talento e la creatività della gente anche oltre le frontiere nazionali. In seguito alla caduta del comunismo, la cooperazione svizzera è intervenuta dapprima nell’Europa centrale. Su mandato della DSC, Pro Helvetia ha assistito la Polonia, l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca nei loro intenti di rianimare la vita culturale. Poi ha spostato le sue attività verso il Sudest del continente, dove la transizione democratica avanzava a ritmi più lenti. L’anno 2008 ha segnato una nuova svolta per il Programma culturale svizzero (più noto sotto il suo nome inglese Swiss Cultural Programme SCP): dopo la chiusura dei suoi uffici in Romania, Bulgaria e Ucraina ha concentrato le sue attività nei Balcani occidentali, e segnatamente in Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia e Serbia. Tutti i suoi programmi si concluderanno nel 2012. Per questa fase finale, lo SCP ha subito una ristrutturazione completa. Pro Helvetia, che finora orchestrava le operazioni da Zurigo, ha trasferito la respon- sabilità operativa a un ufficio regionale con sede a Sarajevo (Bosnia), composto di quattro persone originarie dei Balcani. «Sono tutte persone con esperienze professionali nella cooperazione internazionale. Noi le sosteniamo a livello di gestione strategica e finanziaria, senza interferire però nello svolgimento delle operazioni nel quotidiano», costata Petra Bischof di Pro Helvetia, che assicura i contatti fra Zurigo e Sarajevo, garantendo inoltre l’appoggio tecnologico. Negli altri quattro paesi beneficiari esistono per il momento ancora degli uffici locali, che tuttavia sono destinati a chiudere. Placare le tensioni etniche La regionalizzazione tocca anche il contenuto delle attività. In futuro i progetti di collaborazione non saranno più realizzati a livello nazionale, ma implicheranno almeno due paesi. Questo nuovo orientamento voluto dalla DSC persegue l’obiettivo di rafforzare la collaborazione transfrontaliera. «Quando le persone si parlano, ha luogo un interscambio di idee, i divari etnici si attenuano. Noi speriamo che la produzione di attività artistiche a livello regionale contribuisca a ridurre il potenziale di conflitto e faciliti il dibattito democratico», spiega Ralph Friedländer, incaricato di programma della DSC. Nella regione, i risentimenti e i pregiudizi etnici sono ancora vivi. E non risparmiano neanche la sfera culturale. L’anno scorso la galleria d’arte Kontekst di Belgrado ha vissuto quest’esperienza in prima persona: poco prima dell’inaugurazione, un centinaio di nazionalisti serbi ha preso d’assalto un’esposizione dedicata all’arte visuale contemporanea in Kosovo, e ha distrutto un’opera che rappresentava Adem Jashari, un leader della guerriglia indipendentista. Un’accademia itinerante Fra gli undici progetti attual- mente sostenuti dallo SCP, sei rivestono già oggi una dimensione regionale. Uno di essi, «Nomad», promuove la professionalizzazione della danza contemporanea. In assenza di scuole o altre offerte formative, nei Balcani i coreografi finora si formavano on the job. Ecco perché le organizzazioni specializzate di sei paesi della regione hanno creato l’Accademia nomade di danza. Ognuna elabora e organizza un modulo di formazione di tre settimane. Lo SCP finanzia queste attività in Macedonia, in Serbia e in Bosnia - gli altri paesi non rientrano nel suo raggio di azione. Gli studenti, originari di tutti i paesi aderenti, si spostano da una capitale all’altra. Nello spettacolo di fineprogramma presentano alcune delle coreografie che hanno creato. Il progetto, infatti, punta anche a sensibilizzare il grande pubblico per la danza contemporanea, permettendogli di scoprire artisti appartenenti a etnie diverse. Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 311 SCP Pro Helvetia (2) Nella regione dei Balcani, risentimenti e pregiudizi etnici sono ancora molto presenti – l’organizzazioni di manifestazioni culturali transnazionali contribuisce a lenire potenziali conflitti e a semplificare il processo di democratizzazione. «Nomad, lanciato già nel 2007, era un progetto regionale già esistente», evidenzia Petra Bischof. «Il suo successo ci ha spinti ad andare avanti. Ci ha fornito la prova tangibile e concreta che la collaborazione regionale risponde a una domanda delle organizzazioni culturali». Ricerca di progetti regionali e innovatori Dal 2008, lo SCP seleziona i suoi progetti di collaborazione con bando di concorso pubblico. L’ufficio regionale di Sarajevo pubblica degli annunci sui giornali dei cinque paesi interessati e sul suo sito Internet, invitando gli operatori culturali a inoltrare le candidature. Per soddisfare i requisiti, i progetti devono fra l’altro rafforzare la capacità delle istituzioni culturali locali, promuovere la collaborazione interetnica e creare delle strutture o degli eventi destinati ad un ampio pubblico. Inoltre devono seguire un approccio innovatore. Ciò significa, per esempio, che il progetto utilizza nuove tecnologie, che serve a far conoscere giovani artisti o che 32 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 affronta argomenti spinosi. Lo SCP si adopera altresì per promuovere pratiche di buongoverno e la parità fra i sessi. Sulle 45 candidature depositate nel 2008, quattro progetti hanno soddisfatto tutti i requisiti e hanno ottenuto un finanziamento. Quello più regionale riunisce partner provenienti da Macedonia, Bosnia, Kosovo e Serbia. Inoltre mira ad assicurare un’animazione socioculturale nelle zone rurali. Un altro progetto è ambientato in Serbia, in Bosnia e in Albania.Artisti locali produrranno videofilm sulle «utopie individuali di ieri e di oggi». Queste pellicole tradurranno in immagini i sogni degli abitanti di questi paesi all’epoca del comunismo, durante la guerra e oggi. Gli abitanti di Shkodra e di Pogradec si erano inventati le iniziative più variegate per rendere le loro città più attraenti e più vivibili, per esempio pitturando le facciate delle case in colori vivaci e decorando le porte delle case. La seconda fase di questo progetto ha avuto inizio lo scorso maggio. L’obiettivo era lo stesso: sfruttare il talento e la creatività degli abitanti per favorire lo sviluppo urbano. Ma questa volta, le attività si sono svolte simultaneamente in sei città albanesi, una città macedone e una montenegrina che si sono messe in rete per collaborare. Dopo aver seguito una formazione comune, i rappresentanti di ogni città si riuniscono per discutere i piani elaborati dagli uni e dagli altri. Gli abitanti danno nuova vita alla città Sostegno mirato di eventi Contemporaneamente, i responsabili dello SCP hanno deciso di realizzare la versione regionale di un antico progetto intitolato «Città creative», che aveva già dato buoni risultati a livello nazionale in Albania. Accanto ai suoi progetti di collaborazione, che durano tre anni e implicano un impegno finanziario sostanzioso, lo SCP promuove quelle che definisce «piccole azioni», ossia progetti a breve termine realizzati da orga- nizzazioni locali. Gli importi allocati di solito sono inferiori ai 10 000 franchi. Nel 2009 qualche decina di eventi beneficeranno di sussidi di questo tipo. Lo SCP finanzia o cofinanzia per esempio la creazione di vari spettacoli teatrali, la realizzazione di documentari – di cui uno sulla magia nera in Kosovo e un altro sull’impatto psicologico dell’Aids in Macedonia –, mostre di pittura o di fotografia, festival di musica, pubblicazione di libri o la produzione di CD. I (Tradotto dal francese) Non solo musica (er) Sono perlopiù senzatetto, a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo. Molti di essi sono paraplegici e malati di polio. Si spostano grazie a sedie a rotelle Un omaggio del tutto interiore (er) Una vita, la sua, piena di strapazzi. Servitù della gleba come ragazza in Tibet, la fuga da giovane verso il nord dell’India, Persone disperate, ippopotami protetti Servizio (er) Emanano una patina di solitudine e spaesamento, di malinconia e mestizia; evidenziano un che di fragile e fugace, misterioso e trasparente, dolceamaro ed elegiaco: parliamo qui delle appassionanti ballate dal testo inglese della trentasettenne cantante Lhasa de Sela, insignita nel 2005 del celebre BBC World Music Award. La sua chiara e calda voce, sapida di una morbida velatura sentimentale nonostante affioranti vene più crude, ha grande presenza.A ciò contribuiscono pennellate musicali: piano, arpa, violino, chitarra, basso e batteria schizzano impressioni in filigrana, tracce di suono librate e suono d’insieme, costantemente in un ritmo ponderato, a volte con accenti country, altre con approcci gospel, e poi di nuovo canzonettistico, blues e folk. Con il suo terzo album, questa interprete statunitense-messicana-canadese-francese ha dato vita ad un moderno capolavoro senza tempo, etereo e terreno allo stesso tempo. È così che la spiritualità delle canzoni di Lhasa, anche a distanza di anni, riesce a penetrarti direttamente sotto la pelle. Lhasa: «Lhasa» (Audiogram/Warner Music) fatte con le proprie mani e in parte motorizzate, biciclette e motorini per disabili. Si esercitano negli spazi del malandato zoo e suonano chitarra, basso, batteria ed un liuto ad una sola corda chiamato satongé, dal quale escono suoni chiari e metallici dai toni mozzafiato. Entusiasmano con la loro Congo-rumba scintillante ed elettrizzante, nella quale troviamo venature di Son, Reggae e R’n’B. Cantano a più voci, con sonorità, e le loro canzoni raccontano della dura vita di sopravvivenza sulla strada. Hanno suscitato interesse con il loro primo album inciso all’aperto nel MacBook ed accompagnato dal gracidare delle rane. Portano alla luce quanto in essi è celato, così come promette il nome del loro eterogeneo gruppo. Sono très, très fort – i musicisti della «Staff Benda Bilili». Staff Benda Bilili: «Très Très Fort», CD incl. 4 Bonusvideo (Crammed Discs/Musikvertrieb) Film Musica Un capolavoro pieno di spiritualità l’abuso fino alla maternità, la sparizione del padre snaturato, la consegna della figlia ad un affidatario, il lavoro come donna delle pulizie e la partenza verso l’Inghilterra; è quanto descrive Soname Yangchen nel suo libro «Figlia del Tibet».Tutto ciò, e il suo canto inconfondibile, le è valsa la denominazione di «Voce del Tibet».Voce che nelle canzoni in lingua tibetana si libra sopra un affascinante paesaggio sonoro. Da ammirare sono qui le voci del coro con la loro venatura sacra, ed i fluttuanti suoni degli strumenti a corda, dall’arpa alla viola, dal dranyien (liuto tibetano) al sarangi (violino indiano), fino ai moderni accenti di tastiera e chitarra, brillanti tracce dei suoni del flauto e del clarino, delicati ritmi della batteria e virtuosi suoni del tabla. Concludendo: un meraviglioso omaggio del tutto interiore, rilassato e tuttavia quasi doloroso al Tibet dei vasti altipiani, alle aquile che volano in circolo sui sacri laghi, alle imponenti catene montuose che si alzano verso il cielo! Soname: «Plateau» (World Village/Musicora) Il film «Il Fiume Niger muore» illustra le drammatiche conseguenze che i cambiamenti climatici comportano in Africa. Alfari abita sulla riva del fiume Niger, e racconta come si è trasformato da pescatore in coltivatore di verdure.A causa del lento inaridirsi del fiume, ci sono sempre meno pesci da pescare, cosa che costringe il pescatore ad improvvisarsi contadino. Lo spazio vitale lungo il fiume diventa però sempre più piccolo, e gli abitanti delle rive devono difendere i loro piccoli raccolti dalla fame degli ippopotami, che sono a loro volta limitati nella loro normale ricerca di cibo.Al Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 33 Donne in Bosnia Nei nuovi film dalla Bosnia ed Erzegovina si evidenzia una particolarità: raccontano sempre storie femminili, storie di donne sole che vivono la loro solitudine insieme ad altre donne. Nel film «Snow»,Aida Begic – che ha vissuto la guerra dei Balcani da giovane – osserva la vita di un villaggio di montagna. Gli stessi pensieri muovono Jasmila Zbanic, che nel film «Grbavica» racconta delle ferite ancora aperte e della difficoltà di convivere con il passato. Il villaggio di «Snow» non mostra, ad un primo sguardo, cosa hanno dovuto sopportare i suoi abitanti. Aida Begic narra, nella sua toccante opera prima, di donne sposate, dei loro figli e mariti. La guerra ha tolto loro gli affetti più cari, ed ora vivono una vita alla quale ormai devono dare un nuovo senso. Esma vive nel film «Grbavica» a Sarajevo con la figlia dodicenne Sara, cui rac- 34 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 Faire Trade, alla conquista della moda Manifestazioni (bf ) Fair Trade – con riferimento a prodotti sostenibili – è di moda. Ciò che si è già affermato nel settore alimentare, potrebbe presto valere anche per il mondo della moda. In questa ottica, Helvetas organizza, dal 21 al 25 settembre ad Interlaken, nell’ambito dell’Anno internazionale ONU delle fibre naturali 2009 ed all’insegna del «From Fashion to Sustainability», il Congresso mondiale del cotone biologico. Il congresso offre a tutti gli operatori della filiera creativa del tessile una piattaforma, che consente, in occasione di workshop, esposizioni o presentazioni, di dibattere sulle innovazioni e le attuali sfide settoriali, conoscere modelli commerciali di successo, così come allacciare rapporti con nuovi partner nel campo dei tessili di tipo sostenibile. Il congresso è organizzato in cooperazione con l’International Trade Centre ITC, Max Havelaar e la Segreteria di Stato per l’economia SECO. Il programma, così come la registrazione online, sul sito: www.fahsiontosustainability.org In estasi con la musica ( jls) I laboratori di etnomusicologia (Adem), a Ginevra, organizzano ogni autunno un festival dedicato alla musica e alle danze tradizionali di un Paese o una regione del mondo. Quest’anno, si è deciso di presentare espressioni musicali ancora poco conosciute in Europa o che sono oggetto di interpretazioni a volte fantasiose. Con il titolo «L’estasi e la trance», il festival darà risalto alla dimensione spirituale delle culture del mondo islamico. Una troupe turca di dervisci danzanti eseguirà il sema, danza estatica che i membri di quest’ordine sufi praticano per entrare in comunione con Dio. Sei artisti pachistani interpreteranno il qawwali, canto sacro sufi. Farida Parveen, cantante originaria del Bangladesh, interpreterà alcuni testi del fachiro Lalon Shah, un poeta mistico del XIX secolo. Il pubblico potrà anche scoprire la poesia cantata dell’Iran, lo zar egiziano – un rituale di guarigione basato sulla danza e sulle percussioni – e il ricco repertorio dei gruppi femminili fqiret che si esibiscono in Algeria in occasione di feste religiose e di ricorrenze pubbliche. Il Festival «L’estasi e la trance», sarà in scena al teatro Alhambra di Ginevra, dal 28 settembre al 3 ottobre Cambiamenti climatici: responsabili e vittime (gn) Nel suo saggio «Tatort Klimawandel», il giornalista tedesco Bernhard Pötter non lascia spazio a dubbi: i cambiamenti climatici innescati dall’uomo sono in pieno corso e finiranno per cambiare radicalmente il nostro mondo. Riportando 26 impressionanti esempi, Pötter va sulle tracce dei responsabili, delle vittime e dei profittatori, che lui – dopo due anni di ricerche in tutto il mondo – è riuscito ad identificare. Ricerche effettuate nei campi di petrolio di Houston, nella regione amazonica, nel Bangladesh e addirittura sullo Schilthorn, nell’Oberland bernese. Con abilità, intreccia reportage e informazioni specifiche e non esita ad indicare per nome i responsabili. Inoltre, il giornalista tedesco esamina criticamente le soluzioni proposte da politica, economia e ricerca. Malgrado ciò, il libro si differenzia chiaramente da un comune romanzo poliziesco, soprattutto perché non cade nel banale schema del buono e del cattivo. «Tatort Klimawandel» di Bernhard Pötter, Edizioni oekom Monaco di baviera, 2008, non è disponibile in italiano Libri e opuscoli contrario delle popolazioni stanziali, gli ippopotami godono di una certa considerazione da parte delle autorità: sono protetti e non possono essere cacciati. Secondo le parole di Alfari, gli ippopotami sono protetti per dare stimoli al turismo, e ciò mentre gli indigeni lottano per sopravvivere. «Der Niger-Fluss stirbt»; Niger 2006. documentario, 7 minuti, sottotitoli in inglese, francese e tedesco. Il film fa parte del DVD «Cortometraggi da Senegal, Niger, Palestina, Romania, Etiopia, Sudafrica»; informazioni e consulenza: Filme für eine Welt, tel. 031 398 20 88, www.filmeeinewelt.ch conta di un padre eroe di guerra. La bugia protegge lei e la figlia da una difficile verità, perché la piccola è l’amaro frutto di uno stupro. Con il suo film, Jasmila Zbanic ha vinto l’Orso d’Oro del Festival di Berlino. I DVD «Snow» (f/t) e «Grbavica»(f/t) sono apparsi nelle edizioni trigon-film. Per ordinazioni ed informazioni: 056 430 12 30 o www.trigon-film.org Quattro interessanti opuscoli (bf ) Siete interessati a sapere cosa siano i diritti umani e come funzionano esattamente il diritto internazionale umanitario, il diritto internazionale pubblico o la diplomazia? Il Dipartimento federale per gli Affari Esteri (DFAE) ha stilato per ognuno di questi temi una pubblicazione molto chiara e comprensibile anche ad una vasto pubblico. Nell’introduzione, il singolo tema viene presentato nelle sue più ampie componenti storiche, sociali e legali. La seconda parte comprende il glossario, che provvede, in sintesi ma con pre- lmmagini di un mondo diverso Nel 1989 la Fondazione trigonfilm presentò il suo primo film: «Zan Boko», di Gaston Kaboré, del Burkina Faso. Nel 2009 presenta con «Pandora's Box» – del turco Yesim Ustaoglu – un film sul tema Alzheimer e famiglia. Nel giro di 20 anni sono state distribuite oltre 280 produzioni provenienti dall’Africa,Asia e Impressum: «Un solo mondo» esce quattro volte l’anno in italiano, tedesco e francese. Editrice: Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) Comitato di redazione: Martin Dahinden (responsabile) Catherine Vuffray (coordinamento globale) Marie-Noëlle Bossel, Marc-André Bünzli, Beat Felber, Thomas Jenatsch, Roland Leffler, Sabina Mächler America Latina. Con queste produzioni si è notevolmente arricchita ed ampliata l’offerta nei cinema e nella forma di DVD. In tal modo, sono arrivati nelle sale, film eccellenti quali «Yi Yi», di Edward Yang, «Bombón el perro», di Carlos Sorín, «El viaje», di Fernando Solanas, «TGV», di Moussa Touré o «La vida es silbar» di Fernando Pérez. Ora,Walter Ruggle, presidente della Fondazione, ha scritto un libro nel quale, su 500 pagine, riflette sui film scelti e sulle eccezionali qualità dei cineasti.Testi, interviste, citazioni e meravigliose immagini invitano ad intraprendere un viaggio in un’altra cinematografia e ci permettono di accedere nel cuore di temi, approcci e quesiti con i quali si confrontano i cineasti di tutto il mondo. «Welt in Sicht» di Walter Ruggle, reperibile in libreria o direttamente presso la Fondazione trigon-film ad Ennetbaden: tel. 056 430 12 30; non è disponibile in italiano Scrivere con la macchina fotografica (bf ) Una solitaria barriera, con dietro due militi di frontiera ed un cane randagio, che sorvegliano il confine tra Pakistan e Cina, sul Passo del Khunjerab, e guardano in modo assorto verso gli ottomila che si ergono all’orizzonte. Oppure, quattro mani di donna che tagliano a pezzi carne cruda in un piatto poggiato su di una tovaglia decorata da fiori rossi. Queste sono solo due di 165 avvincenti fotografie che il fotografo-scrittore soletRedazione: Beat Felber (bf – produzione) Gabriela Neuhaus (gn) Maria Roselli (mr) Jane-Lise Schneeberger (jls) Ernst Rieben (er) Progetto grafico: Laurent Cocchi, Losanna Litografia e Stampa: Vogt-Schild Druck AG, Derendingen Riproduzione di articoli: La riproduzione degli articoli è consentita previa consultazione della redazione e citazione della fonte. Si prega di inviare una copia alla redazione. tese Daniel Schwartz ci offre nella sua più recente opera fotografica: «Daniel Schwartz: Travelling Through the Eye of History». Il fotografo di fama internazionale è conosciuto per la qualità dei suoi reportage, minuziosamente e lungamente preparati, accompagnati da scatti che mai prescindono da ampie conoscenze acquisite sui luoghi stessi che essi documentano. Così, negli ultimi 15 anni, Schwartz ha visitato Turkmenistan, Tagikistan, Kazakstan, Uzbekistan e Cina, e ci presenta un concentrato dei suoi viaggi in un volume affascinante, che si rivela un vero e proprio capolavoro, e non solo per le splendide foto che contiene. «Daniel Schwartz:Travelling Through the Eye of History»; Thames & Hudson, London 2009 Incrementi demografici ed approvvigionamento (bf ) Mentre i paesi industrializzati si vedono confrontati con il problema di una società in piena riduzione demografica, i paesi in via di sviluppo sono alle prese con le conseguenze di urbanizzazione, emigrazione e crescita demografica. Quali effetti hanno questi sviluppi sull’approvvigioAbbonamenti: La rivista è ottenibile gratuitamente (solo in Svizzera) presso: DFAE, Servizio informazioni, Palazzo federale ovest, 3003 Berna E-mail: [email protected] Tel. 031 322 44 12 Fax 031 324 90 47 www.dsc.admin.ch namento di acqua, cibo e di altre risorse? Gli autori e le autrici del volume «Population Dynamics and Supply Systems.A Transdisciplinary Approach» hanno svolto ricerche in Africa, Asia, Medio Oriente ed Europa. Il libro descrive, tra l’altro, i metodi con i quali i sistemi di approvvigionamento possono essere adattati ai cambiamenti demografici. Gli scienziati esperti in biologia, geografia, scienze politiche, economia e sociologia hanno studiato il fenomeno in diverse regioni del mondo e indicano possibili soluzioni. Diana Hummel (Hg); «Population Dynamics and Supply Systems. A Transdisciplinary Approach», Campus, Frankfurt/New York 2008, ISBN 978-593-38545-7 DFAE: esperti a vostra disposizione Desiderate un’informazione di prima mano sulla politica estera svizzera? Relatori e relatrici del Dipartimento Federale degli Affari Esteri (DFAE) sono a disposizione di classi scolastiche, associazioni ed istituzioni per conferenze e discussioni sui numerosi temi della politica estera. Il servizio è gratuito, ma può essere fornito soltanto all’interno dei confini nazionali; inoltre, dovranno presenziare almeno 30 partecipanti per ogni evento programmato. Ulteriori informazioni: Servizio conferenze DFAE, Servizio informazioni, Palazzo federale ovest, 3003 Berna; tel. 031 322 31 53 o 031 322 35 80; fax 031 324 90 47/48; e-mail: [email protected] Varia cisione, a spiegare concetti specifici. Oppure, improvvisando, sareste in grado ad esempio di spiegare ciò che prevede il diritto allo sviluppo, ciò che distingue una nota diplomatica da un approccio diplomatico, oppure qual è l’attività della Commissione d’inchiesta umanitaria internazionale? I quattro opuscoli«ABC dei diritti dell’uomo», «ABC del diritto internazionale umanitario», «ABC del diritto internazionale pubblico» ed «ABC della diplomazia» possono essere ordinati gratuitamente presso: [email protected] oppure presso Informazione DFAE Tel. 031 322 31 53; visitando il seguente sito, gli opuscoli possono essere scaricati in formato pdf: http://www.dfae.admin.ch, «Documentazione», «Pubblicazioni» 2001 Daniel Schwartz/Pro Litteris Servizio 860215346 Stampato su carta sbiancata senza cloro per la protezione dell’ambiente Tiratura totale: 53 500 Copertina: Tuareg nel Sahara; Biosphoto/Thiriet Claudius/Still Pictures ISSN 1661-1683 Un solo mondo n.3 / Settembre 2009 35 Nella prossima edizione: The HeraldTribune/Redux/laif Sono i paesi in via di sviluppo a risentire maggiormente della crisi finanziaria che attualmente imperversa a livello mondiale. Il nostro dossier illustra le ripercussioni della crisi sulla vita quotidiana delle persone e spiega perché sia nell’interesse del Nord che la situazione nel Sud non peggiori.