Un seul monde
Eine Welt
Un solo mondo
Cambiamenti climatici: le responsabilità del
Nord, le nefaste conseguenze per il Sud
Mozambico: tra miracolo economico
ed estrema povertà
Crescita demografica: entro il 2050, la Terra
raggiungerà i nove miliardi di persone – ma quanti
abitanti è in grado di mantenere?
N. 3/ SETTEMBRE 2009
LA RIVISTA DELLA DSC
PER LO SVILUPPO E LA
COOPERAZIONE
www.dsc.admin.ch
DOSSIER
Nonni e nipoti pagano il prezzo dell’Aids
In Tanzania, l’associazione svizzera Kwa Wazee versa
una pensione di vecchiaia a 720 persone
22
Medici di famiglia invece di specialisti
La promozione della sanità di base è sulla lista delle
priorità in Bosnia e Erzegovina, e i cosiddetti medici di
famiglia vi giocano un ruolo fondamentale
24
CAMBIAMENTI CLIMATICI
Una problematica esplosiva dall’esito incerto
Il cambiamento climatico pone la comunità internazionale
dinnanzi a sfide finora mai conosciute
FORUM
6
Occhio agli aspetti climatici
La problematica del clima riveste un ruolo centrale
nei progetti della DSC
11
«Abbiamo perso molto tempo»
Un’intervista con Thomas Stocker, membro del Comitato
ONU per il clima
Quanti abitanti è in grado di mantenere la terra?
Nella cooperazione allo sviluppo la crescita
demografica non è un tema prioritario
12
26
Contadini peruviani minacciati dallo scioglimento
dei ghiacciai
Nell’altopiano peruviano, i contadini hanno già dovuto
adattare i loro metodi di coltivazione alle mutate condizioni
climatiche
Redimere l’Africa
Una nota critica dell’autore sudafricano Zakes Mda
sulla cooperazione allo sviluppo e gli aiuti alimentari
Sommario
14
29
CULTURA
Il fascino della luce «pulita»
In Nicaragua, la DSC promuove la costruzione di piccole
centrali idroelettriche in diverse province rurali
15
ORIZZONTI
La cultura unisce
La fondazione Pro Helvetia ha concentrato le sue attività
nei Balcani occidentali. I suoi progetti oggi puntano alla
cooperazione transfrontaliera e sono pensati per
contribuire a placare le tensioni etniche
30
«Abbiamo la libertà, ma praticamente nulla per vivere»
Il Mozambico è considerato uno Stato africano modello,
eppure una grande fascia della popolazione vive ancora
in estrema povertà
16
«Ce ne accorgiamo di notte, quando lo stomaco è vuoto»
Bernardo Tovela illustra quanto sia sempre più difficile
sopravvivere per i pescatori della sua regione
Editoriale
Periscopio
Dietro le quinte della DSC
Che cos’è …
lo scambio di crediti d’emissione?
Servizio
Impressum
3
4
25
25
33
35
20
DSC
Tanto da offrire, ma anche tanto da guadagnare
Martin Dahinden, direttore della DSC, illustra le enormi
sfide imposte dai cambiamenti climatici
21
2
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
La Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC), l’agenzia dello
sviluppo in seno al Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), è
l’editrice di «Un solo mondo». La rivista non è una pubblicazione ufficiale
in senso stretto; presenta, infatti, anche opinioni diverse. Gli articoli
pertanto non esprimono sempre il punto di vista della DSC e delle
autorità federali.
o
Editoriale
Il clima reagisce – che cosa fa l’uomo?
Il clima reagisce alle attività dell’uomo; ed è ciò che costringe l’uomo ad un’ulteriore reazione. Oggi, è noto: le
cause principali del riscaldamento globale sono date
dalla combustione di supporti di energia fossili, dal disboscamento di enormi superfici boschive e dalle
emissioni provenienti dall’agricoltura. Le conseguenze
sono tangibili e le incontriamo in ogni angolo del
mondo. La comunità internazionale è dunque messa a
confronto con colossali sfide.
Ancora una volta, a risentirne maggiormente, sono le
popolazioni più povere; paradossalmente, quelle che
meno di tutte sono responsabili dei cambiamenti climatici. Nell’ambito della cooperazione allo sviluppo si
è da tempo preso conoscenza della problematica, e
si è agito di conseguenza. Tuttavia, ci si è ritrovati di
fronte ad un dilemma: i miglioramenti perseguiti in merito alla qualità di vita, e alla riduzione della povertà
hanno sino ad oggi sempre comportato un maggiore
consumo di risorse ed energia. Oggi, più che mai, occorrerebbe una svolta.
Ma il problema è destinato ad accentuarsi ancor più.
Ad aumentare a livello mondiale non è, infatti, solo il
consumo pro capite di energia, bensì anche il numero
degli abitanti del pianeta: entro il 2050, secondo le previsioni, sulla Terra ci saranno oltre 9,2 miliardi di esseri
umani. Un fenomeno preoccupante, che al momento
non sembra interessare nessuno (v. articolo a pag. 26).
Sembra un circolo vizioso: da una parte sono sempre
più tangibili gli effetti nefasti dei cambiamenti climatici
quali siccità, inondazioni, penuria di risorse e perdita
della biodiversità. Dall’altra parte, vi sono sempre più
esseri umani che dipendono da risorse sempre più
scarse, ma che utilizzano sempre più energia e quindi
non fanno che accelerare i mutamenti climatici. La catastrofe è dunque inevitabile?
I ricercatori si dividono nel giudizio tra pessimisti ed ottimisti. James Lovelock, ricercatore della NASA, è per
esempio convinto che tra un centinaio d’anni solo una
piccola parte degli attuali terreni agricoli sarà ancora
utilizzabile; le altre aree saranno o troppo aride o sommerse dall’acqua. «L’umanità si troverà in una situazione difficile, ed io temo che non sarà intelligente abbastanza ad affrontare tali problematiche. Alla fine di
questo secolo, verosimilmente solo un miliardo di persone scamperà alla sciagura», afferma Lovelock.
Più ottimisti sono invece i prognostici di Hans Joachim
Schellnhuber, dell’Istituto di ricerche climatiche di
Potsdam, ma solo se «…l’umanità saprà considerare
gli eventi come un’opportunità e sarà capace di ripensare il tutto in maniera radicale». Così la pensa anche
il fisico del clima Thomas Stocker (v. intervista a pag.
12) membro del Comitato ONU sul clima, che afferma:
«Occorrono nuove tecnologie e un uso molto più parsimonioso di tutte le risorse. Inoltre dobbiamo ridefinire
il termine di qualità di vita puntando, nel limite del possibile, su cicli chiusi per quanto concerne energia e
materiali».
(Tradotto dal tedesco)
La redazione
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
3
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
Tim A. Hetherington/Panos/Srates
Acqua, bene prezioso
Nigeria: ritorno alla terra
( jls) Per premunirsi contro una
crisi alimentare, la Nigeria ha
deciso di investire nell’agricoltura. Dopo la scoperta di giacimenti petroliferi all’inizio degli
anni Settanta, il paese si era disinteressato a questo settore economico. Divenuto la principale
fonte di valuta, l’oro nero finanziava l’importazione massiccia di
prodotti alimentari. Negli ultimi
anni, tuttavia, le finanze pubbliche sono state pesantemente
danneggiate dal crollo delle
quotazioni internazionali del
greggio e dagli atti di violenza
perpetrati nel delta del fiume
Niger, dove si concentrano i
giacimenti.
Il governo ha dunque adottato
misure per differenziare l’economia e rilanciare l’agricoltura. La
produzione di granoturco, riso e
manioca è incoraggiata. In un
anno sono stati costruiti o ripristinati oltre 50 000 chilometri di
piste rurali.All’inizio del 2009,
lo Stato ha distribuito gratuitamente 850 000 tonnellate di
concime e insetticidi ai contadini di tutto il Paese. Con l’aiuto
del settore privato è anche riuscito a mobilitare 200 miliardi
di naira (1,5 miliardi di franchi
circa), che finanzieranno crediti
alle aziende agricole. Inoltre, nel
nord e nel sudovest del Paese è
in corso un vasto programma
d’irrigazione.
Schiavitù, un fenomeno
preoccupante
(bf ) La schiavitù continua ad
essere molto diffusa.A questa
conclusione giunge un rapporto
dell’UNESCO e dell’Ufficio
delle Nazioni Unite contro la
droga e il crimine UNODC, dal
quale emerge altresì che la tratta
di esseri umani, la prostituzione
e il lavoro minorile hanno strutture di base simili alla tratta degli
schiavi del XVIII secolo. Il 79
per cento della tratta mondiale
di esseri umani concerne lo
sfruttamento sessuale, che colpisce in primo luogo donne e
ragazze. Il secondo tipo di commercio di persone più diffuso
concerne, con il 18 per cento,
il lavoro forzato – quota che
comunque considera soltanto i
casi comprovati. Si stima, infatti,
che le cifre reali possano essere
molto più elevate. Il 20 per
cento dei casi di tratta di esseri
Martin Sasse/laif
Periscopio
4
umani riguarda bambini. In
alcune zone dell’Africa e nella
regione del Mekong, i bambini
sono addirittura la maggior vittima del commercio di persone.
Il rapporto denuncia anche il
fatto che, contrariamente a
quanto si possa pensare, in tre
paesi su dieci che hanno fornito
informazioni sul sesso dei trafficanti, i principali responsabili dei
fatti criminosi erano donne.
www.unesco.org/shs/humantrafficking
(bf ) Dal recente rapporto delle
Nazioni Unite sullo sviluppo
delle risorse idriche mondiali
emerge, in particolare, che l’acqua diviene un bene sempre più
raro a causa della crescita demografica e dei nuovi stili di vita.
Gli autori del rapporto, cui
hanno collaborato 26 agenzie
ONU, mostrano come l’acqua
sia di fondamentale importanza
per lo sviluppo economico tanto
quanto i programmi congiunturali. Catastrofi come inondazioni
e siccità, ad esempio, possono
costare fino al 14 per cento del
prodotto interno lordo di una
nazione. L’irrigazione intensiva
praticata in agricoltura utilizza
già oggi il 70 per cento delle risorse in acque dolci. Secondo gli
autori
del rapporto, questa tendenza
è destinata ad intensificarsi.
L’incredibile contraddizione: il
13 per cento della popolazione
Disegno di Martial Leiter
Paesaggio
Lavorare con il cellulare
(gn) Da nuove tecnologie emergono nuove forme di reddito:
nel mese di gennaio, l’azienda
txteagle ha lanciato in Kenya un
modello molto promettente che
consentirà a migliaia di titolari
di telefoni mobili di realizzare in
comune lavori di traduzione.
Chi partecipa riceve telefonicamente un mandato da eseguire e
rispedire alla centrale. Il primo
cliente è Nokia: il produttore di
telefoni cellulari intende realizzare un menu per tutte e sessanta le lingue parlate in Kenya.
Per questo compito si cercano
ora dei kenioti disposti a tradurre svariati termini dall’in-
dopo i cereali. Nel 2007 sono
state raccolte 325 milioni di
tonnellate di patate, oltre la metà
in paesi in via di sviluppo. Il
maggiore produttore a livello
mondiale è la Cina – ma a consumarne di più sono le popolazioni di Bangladesh, India e
Iran. Questi affari Sud-Sud, tuttavia, risentono parecchio della
recessione, poiché anche gli in-
glese alla loro lingua madre. «La
stessa parola o la stesa frase è
spedita a differenti utenti.
Quando molte persone rispediscono la stessa risposta, il sistema
la registra come corretta», spiega
il fondatore di txteagle Nathan
Eagle.Anche il compenso è pagato via cellulare: grazie a un accordo con la società di telefonia
keniota Safaricom, che funge da
banca e che converte in moneta
l’importo accreditato sul cellulare.
http://txteagle.com
vestimenti nella produzione di
patate, il commercio e i crediti
all’agricoltura sono crollati.
NeBambi Lutaladio della FAO
chiede perciò misure concrete,
come l’accelerazione della
ricerca sulla patata e dello
sviluppo di questo tubero per
stimolarne la produzione.
www.potato2008.org
Patate ricercate
(bf ) Per alcuni paesi in via di
sviluppo, negli ultimi anni, la
coltivazione di patate si è trasformata in un affare d’oro.
Tuttavia, la situazione potrebbe
cambiare a causa dell’assegnazione più restrittiva di crediti
dovuta all’attuale crisi. Secondo
la FAO la patata è la seconda
derrata più coltivata al mondo
G.M.B. Akash/Panos/Strates
mondiale, ovvero 884 milioni
di persone – di cui 340 milioni
nella sola Africa – non ha accesso
ad acqua potabile.
www.unesco.org, «Natural
Sciences»,«Freshwater»,«WWAP»
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
5
Demot Tatlow/laif
D O S S I E R
Berthold Steinhilber/laif
I maggiori responsabili dei cambiamenti climatici sono i paesi industrializzati, seguiti da quelli emergenti quali India e Cina (immagine in alto). Di minore
incidenza sono invece le emissioni di CO2 prodotte dai paesi in via di sviluppo come il Mali (immagine in basso).
6
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
Cambiamenti climatici
Una problematica esplosiva
dall’esito incerto
Il pianeta si surriscalda e le conseguenze sono note: il cambiamento climatico pone la comunità internazionale dinnanzi
a sfide finora mai conosciute. Il dibattito si focalizza sull’istituzione di regole globali per ridurre le emissioni di gas a effetto serra come base di una politica climatica mondiale equa. Di
Gabriela Neuhaus.
Non passa giorno che non arrivino nuove notizie dal fronte clima – il riscaldamento globale resta fra gli argomenti di attualità politica più scottanti. E da un pezzo non interessa più solo i climatologi e i politici – il cambiamento climatico
comporta nuove e importanti sfide anche per la
collaborazione allo sviluppo. Di certo c’è che negli ultimi cent’anni, la temperatura media è aumentata di 0,74 gradi centigradi. Il riscaldamento
è dovuto alla maggior concentrazione di gas a effetto serra immessi nell’atmosfera terrestre, causati oggi come ieri da attività umane, soprattutto dalla combustione di supporti di energia fossili. Ma
anche dalle deforestazioni di grandi superfici boschive o da emissioni imputabili all’agricoltura.
climatico saranno particolarmente forti nei paesi
in via di sviluppo. Da un lato perché molti di questi si trovano nelle regioni con condizioni climatiche più vulnerabili. Ma anche e soprattutto perché le persone che dipendono direttamente dal
funzionamento degli ecosistemi in cui vivono, e
che non hanno praticamente nessuna possibilità di
adeguare la loro attività alle condizioni ambientali mutate, sono particolarmente minacciate: un
piccolo agricoltore nel Sahel non può certo permettersi di istallare una pompa elettrica per estrarre l’acqua. E ovviamente i pescatori del Bangladesh non dispongono dei mezzi per costruire argini alti vari metri e capaci di resistere all’avanzata
del mare.
Aumento delle calamità naturali
Secondo gli esperti, negli ultimi anni il riscaldamento terrestre ha registrato un’accelerazione che
continuerà anche in futuro.Anche se le temperature aumentano solo di pochi gradi, le conseguenze per la vita sul nostro pianeta sono drammatiche: infatti, circa la metà delle superfici terrestre si trovano nelle zone climatiche tropicali e
subtropicali, e potrebbero essere colpite da un’ulteriore estensione delle zone desertiche. Sono toccati però anche interi gruppi di isole e regioni costiere, che rischiano di sprofondare in mare, perché lo scioglimento dei ghiacci polari porterà ad
un innalzamento del livello del mare.
Il ritiro dei grandi ghiacciai nelle regioni di montagna quali Ande e Himalaya, già oggi influenza i
microclimi locali, nonché l’intero bilancio idrologico dei sistemi fluviali. A livello mondiale, si registra un aumento degli eventi climatici estremi,
quali ondate di caldo o di freddo, cicloni e uragani – anche questi fenomeni causati dal riscaldamento globale. Quanto più rapido e importante è
l’aumento delle temperature, tanto più elevato è
il pericolo di un collasso degli ecosistemi.
Certo è che gli effetti negativi del cambiamento
Conseguenze sociali e alta carica esplosiva
Ma se gli insediamenti e le colture sono inghiottiti dal mare o dal deserto, le persone costrette a
fuggire saranno centinaia di migliaia. Inoltre la carenza delle risorse, quali generi alimentari o acqua
potabile, porterà a carestie, conflitti e guerre. Le
possibili conseguenze sociali del cambiamento climatico non rimettono dunque in causa solo gli
Obiettivi di sviluppo del Millennio. Oggi il pericolo è che vada distrutto quanto è già stato raggiunto e che aumenti nuovamente la povertà.
È qui che si palesano la complessità e la carica
esplosiva della problematica del clima: i principali responsabili dei problemi attuali sono i paesi industrializzati, le cui attività negli ultimi cent’anni
hanno fatto lievitare la concentrazione di gas a effetto serra nell’atmosfera – e i quali ancora oggi,
con una proporzione della popolazione globale
pari al 20 per cento sono responsabile per il 50 per
cento di tutte le emissioni di CO2. Aderendo al
Protocollo di Kyoto, i paesi firmatari si sono impegnati a ridurre le loro emissioni di CO2. Tuttavia il livello che si vuole raggiungere, resta molto
più alto della media globale.
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
7
Martin Sasse/laif
The NewYorkTimes/Redux/laif
The NewYorkTimes/Redux/laif
Una maggiore diffusione
del benessere implica inevitabilmente un consumo
maggiore di energia e di
conseguenza accelera i
cambiamenti climatici. Ma
sono soprattutto i paesi in
via di sviluppo a risentire
maggiormente degli effetti
nefasti dei mutamenti climatici. Ne sono esempio
l’isola di Sumatra devastata
dallo tsunami (in basso
a sinistra) e Haiti colpita
ripetutamente da tempeste
tropicali.
L’effetto serra
L’atmosfera terrestre trattiene una parte del calore
trasmesso dalla superficie
terrestre. Grazie a questo
effetto serra naturale,
creato dal vapore d’acqua
e dai cosiddetti gas a effetto serra, quali anidride
carbonica (CO2), metano o
gas esilarante, la temperatura globale media è aumentata di oltre 30 gradi,
passando dai meno 18 (se
non ci fosse l’atmosfera) ai
12 gradi e rendendo possibile la vita nella sue forme
attuali. La concentrazione
dei gas a effetto serra nell’atmosfera terrestre è da
sempre sottoposta a oscillazioni naturali. Da circa
cent’anni, però, gli effetti
delle attività umane, responsabili della concentrazione di gas nell’atmosfera,
alterano le oscillazioni
naturali e rafforzano così
l’effetto serra.
8
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
Il motivo per cui i paesi soglia e in via di sviluppo generano emissioni relativamente più basse, è
strettamente legato alla povertà: in Ruanda, ad
esempio, ancora oggi la metà delle case non è allacciata alla corrente elettrica, e anche in paesi quali l’India o la Cina, la maggior parte della popolazione vive sotto il limite di povertà. I progetti tesi
a migliorare lo standard di vita, quali l’allacciamento elettrico di villaggi o l’aumento di produttività nell’agricoltura e nell’industria, ma anche il miglior accesso al mercato e la mobilità o
l’introduzione di computer e telefoni cellulari,
sono inestricabilmente legati ad un aumento del
consumo di energia.Vista l’attuale minaccia climatica, nella lotta alla povertà ora si stanno cercando nuovi approcci per suparare questi problemi.
Se questo traguardo sia raggiungibile, e in quale
misura, è oggetto di accese controversie. La maggior parte dei progetti e dei programmi discussi
nelle istituzioni – dalla Banca mondiale alle ONG
locali – spaziano dall’ulteriore sviluppo e dall’a-
deguamento di metodi tradizionali decentralizzati alla speranza che si operino investimenti in nuove tecnologie che permettano la generazione di
energia a bassa emissione di CO2 e su ampia scala.
L’esempio dei cosiddetti biocombustibili CO2
neutrali, la cui coltivazione è in concorrenza diretta con la produzione di generi alimentari, illustra quanto questi approcci possano essere problematici. Ma anche l’ulteriore sviluppo dell’energia
nucleare o l’impiego della tecnologia genetica per
la coltivazione di nuove piante destinate alla generazione di energia sono tematiche assai controverse.
Progetti di sviluppo ad alto impatto climatico
Molte agenzie per lo sviluppo, fra cui la DSC, puntano piuttosto su strategie decentralizzate e di sostenibilità comprovata. Già in passato, molti progetti di sviluppo, soprattutto in settori quali l’agricoltura o la gestione forestale, comportavano
aspetti ad alto impatto climatico. Prendiamo l’e-
Cambiamenti climatici
Redux Pictures/laif
Ogni anno, le attività di deforestazione fanno sparire
circa 13 milioni di ettari di
bosco – liberando nell’atmosfera sotto forma di CO2
circa due miliardi di tonnellate di anidride carbonica
fissata in piante e alberi. In
futuro, gli Stati che si adoperano nella protezione dei
boschi ne saranno ricompensati.
sempio delle foreste: i boschi intatti svolgono una
funzione importante per il clima, perché smaltiscono i gas a effetto serra. Ciononostante, ogni
anno, le attività di deforestazione fanno sparire circa 13 milioni di ettari di bosco – aree pari alla Grecia o al Nicaragua, liberando nell’atmosfera sotto
forma di CO2 circa due miliardi di tonnellate di
anidride carbonica fissata in piante e alberi.
Per porre un freno alla perdita di superfici boschive, l’ONU ha lanciato il programma REDD
(Reducing Emissions from Deforestation and Degradation), che vuole intrecciare in modo mirato
la protezione dei boschi e del clima.Al bosco, visto come «pozzo di CO2 », dovrà essere attribuito un valore economico, che potrà essere trasformato in quattrini sul mercato internazionale dagli Stati che si adoperano attivamente per la
protezione delle foreste. La Svizzera e la Germania, ad esempio, sostengono congiuntamente un
progetto pilota del governo malgascio, lanciato
nell’ambito di REDD con l’obiettivo di promuovere attraverso incentivi finanziari il rimbosca-
mento e la salvaguardia delle foreste nel Madagascar. Questi strumenti, pensati per promuovere la
collaborazione internazionale nella protezione del
clima, non sono nuovi: già il Protocollo di Kyoto
prevede che i paesi industrializzati compensino le
loro eccedenze di CO2 attraverso il sostegno di
progetti energetici e di protezione climatica in
paesi in via di sviluppo. La creazione del cosiddetto
Clean Development Mechanism (CDM) dovrebbe garantire anche che l’attuazione delle misure
necessarie sia finanziata dai principali inquinatori, nonché accelerare il trasferimento di tecnologia e la creazione di un’economia a basso impatto climatico nel Sud del pianeta.
Profitto a scapito del clima
Finora, tuttavia, queste aspettative non sono state
soddisfatte: molti progetti finanziati nell’ambito del
CDM non hanno segnato veri progressi. Per evitare che i paesi ricchi continuino tranquillamente a inquinare, per acquistare poi lettere di assoluzione sul mercato dei crediti d’emissione a basso
Clima e gender
In molte società, le donne
sono maggiormente colpite dalle conseguenze del
cambiamento climatico rispetto agli uomini. In Africa,
a causa della divisione tradizionale dei ruoli in funzione del sesso, le donne
devono camminare sempre più a lungo per trovare
acqua o legna da ardere.
Ma sono anche le donne
che danno prova di inventiva in situazioni difficili: in
Bangladesh, per esempio,
alcune donne si sono inventate dei fornelli mobili
che permettono di trasferire le cucine in collina, in
caso di imminente pericolo
di inondazione. Nelle attuali
trattative per il clima, si rischia di trascurare gli approcci pragmatici di questo tipo. Per questo motivo
la DSC sostiene un progetto dell’organizzazione
Gender CC, che fra
l’altro si è fatta promotrice
di un’iniziativa intitolata
«Donne per il clima e l’equità» e permette a cinque
donne del Sud di partecipare al vertice di Copenhagen.
www.gendercc.net
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
9
costo, ma a spese del clima mondiale (v. anche pagina 25), e a volte anche guadagnandoci, occorrono disposizioni nuove e incisive.
Questo tuttavia presuppone un consenso a livello
internazionale su come proteggere il clima in
modo socialmente sostenibile. Si tratta soprattutto di limitare un ulteriore incremento delle emissioni a effetto serra, e al contempo di mitigare i
danni al clima, comunque inevitabili. Attualmente la comunità internazionale sta tentando di controllare questa tematica attraverso l’istituzione di
normative appropriate. Tuttavia, fino ad oggi, gli
sforzi profusi in tutto il mondo sono diametralmente opposti agli sviluppi reali nell’ambito del
clima: ancora oggi ampie cerchie economiche e
politiche puntano unicamente all’ottimizzazione
(Tradotto dal tedesco)
2
Giappone
Europa dell’Est
America del Sud
Asia orientale
4
Asia meridionale
6
Africa settentrionale
8
Sudest africano
10
Medio Oriente
12
Sudest asiatico, Oceania, Australia
14
Africa centrale
Gas a effetto serra pro capite e per anno
in tonnellate di CO2 equivalente
16
Europa occidentale
Emissioni di gas a effetto serra
18
America del Nord
20
degli utili sul breve periodo piuttosto che a uno
sviluppo globalmente sostenibile. Un atteggiamento che anche l’anno scorso ha portato a un’impennata delle emissioni di CO2.
Per contenere i costi causati dai danni climatici occorrono approcci coraggiosi, volti alla protezione
del clima sia a livello locale che globale. Ma alla
vigilia della Conferenza sul clima di Copenhagen,
dove è previsto di gettare le basi per una nuova
politica del clima orientata al futuro e equa, di approcci nuovi e coraggiosi neanche l’ombra. I
0
Da Rio a Copenhagen
Le basi della politica globale del clima sono state
poste nel 1992, in occasione del Vertice della Terra
dell’ONU, tenutosi a Rio, con la sottoscrizione della
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Il documento sancisce
che la concentrazione di gas a effetto serra nell’atmosfera sia stabilizzata ad un livello tale da impedire
pericolosi disturbi antropogeni del sistema climatico.
L’articolo 3 della Convenzione recita che le parti
contraenti si impegnano a proteggere il sistema climatico sulla base dell’equità e in concordanza con
le loro responsabilità comuni, ma differenziate sulle
loro rispettive capacità, per il bene delle generazioni
presenti e future.
Nel Protocollo di Kyoto, varato nel 1997, sono state
definite le misure che vanno segnatamente attuate
10
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
dai paesi industrializzati nella prima fase fino al
2012. Tuttavia il Protocollo non è mai stato sottoscritto dagli USA, finora il maggior emittente di CO2
in assoluto. In un secondo tempo, con una nuova
convenzione sul clima che sarà discussa il prossimo
dicembre al Vertice del clima di Copenhagen, si
vuole disciplinare il futuro del clima sulla base di impegni reciproci. I punti controversi sono soprattutto
la quantità delle emissioni da ridurre, il coinvolgimento dei paesi emergenti, nonché l’attuazione di
un calcolo dei costi e dell’utilità nell’ambito della protezione del clima che sia accettato da tutti gli attori.
Tutte le informazioni sul Vertice del clima di Copenhagen al sito www.unfccc.int
Cambiamenti climatici
Occhio agli aspetti climatici
REA/laif
L’accesso a fonti energetiche sostenibili e pulite è
un criterio centrale nelle
attività profuse dalla DSC
a favore della lotta contro
la povertà.
In paesi emergenti come India e Cina, la DSC sostiene nel quadro di uno specifico programma globale, diversi progetti energetici e misure di adattamento ai mutamenti climatici. L’agenzia è inoltre impegnata a favore di partenariati per il clima che
siano globali ed equi – con un occhio di riguardo, dunque, all’impellente problematica del clima.
(gn) Presso l’ambasciata svizzera a Pechino lavora
da poco un climatologo che, su mandato della
DSC, promuoverà e seguirà in loco soprattutto progetti innovativi in ambito energetico rispettosi
dell’ambiente. Anche l’ufficio di cooperazione di
Dehli, pur riducendo le attività di sostegno in questo ex paese prioritario della DSC, ha recentemente
assunto un responsabile per le questioni climatiche.
«Nel quadro del nostro Programma globale mutamento climatico (GPCC), i paesi emergenti giocano un ruolo essenziale», afferma Anton Hilber,
responsabile aggiunto del GPCC presso la DSC.
Da un lato, perché sono proprio questi Stati a far
segnare una crescita vertiginosa delle emissioni di
CO2, divenendo importanti emittenti dei famigerati gas ad effetto serra; ma soprattutto, perché – con
il dovuto sostegno del Nord – saranno questi paesi a dover fare da traino regionale ad una politica
sul clima sostenibile.
Progetti valutati dal profilo del loro impatto climatico
Un altro, importante pilastro del Programma climatico è l’impegno della DSC, sia a livello nazionale che internazionale, a favore di partenariati sul
clima equi e per regole atte a promuovere uno svi-
luppo sostenibile rispettoso del clima. Gran parte
dei progetti e dei programmi finora attuati dalla
DSC negli ambiti dell’agricoltura, della silvicoltura o della promozione delle piccole imprese, soddisfa già l’esigenza di un bilancio climatico positivo.
La novità consiste nel fatto che d’ora in poi, tutte
le attività attinenti allo sviluppo, saranno valutate
dal profilo dell’impatto climatico: nel settore della
lotta alla povertà, ad esempio, un nuovo, importante
criterio è la capacità di adattamento ai cambiamenti
climatici o l’accesso ad energia pulita prodotta in
modo sostenibile. Altri aspetti sono la tutela e la
conservazione di ecosistemi vitali e la prevenzione di conflitti legati al clima.
«Nella cooperazione allo sviluppo i mutamenti climatici non possono più essere considerati alla stregua di un sottocapitolo della tematica ambientale», evidenzia Anton Hilber. La creazione del
GPCC, che dispone di un finanziamento annuo di
20 milioni di franchi per rafforzare l’impegno della DSC in ambito climatico, è un importante passo in questa direzione. I
(Tradotto dal tedesco)
Informazioni complete
su mutamenti climatici
e tutela del clima
Il sito www.climate-l.org è
un importante punto di riferimento per chiunque sia
interessato alle attività
mondiali inerenti ai mutamenti climatici e alla tutela
del clima: sotto la responsabilità dell’Istituto internazionale per lo sviluppo
sostenibile IISD, le ricche
informazioni e i numerosi
documenti soprattutto su
progetti delle Nazioni Unite,
conferenze, statement e
pubblicazioni su temi
inerenti ai cambiamenti
climatici sono aggiornati
quotidianamente e messi a
disposizione del pubblico.
Questo servizio informativo
è stato promosso e finanziato dalla DSC in collaborazione con lo UK Foreign
and Commonwealth Office
e l’IISD.
www.climate-l.org
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
11
«Abbiamo perso molto tempo»
Thomas Stocker ha
studiato fisica ambientale
all’ETH di Zurigo. Già negli
anni ottanta si è occupato
dello sviluppo di modelli
climatici e dell’analisi di
variazioni climatiche repentine. Dal 1993, dirige l’Istituto di fisica climatica e
ambientale dell’Università
di Berna, istituzione leader
a livello mondiale nella determinazione delle concentrazioni di gas ad effetto
serra degli ultimi 800 000
anni. I ricercatori basano
questo tipo di analisi su
carotaggi realizzati nei
ghiacci di Groenlandia e
Antartico. Già dal 1997,
Stocker appartiene anche
alla cerchia di ricercatori
di punta dell’Intergovernmental Panel on Climate
Change delle Nazioni Unite
(IPCC). Attualmente dirige
con il climatologo cinese
Qin Dahe il gruppo di lavoro «scienza», che sta
elaborando il quinto
Rapporto sul clima atteso
per il 2013.
Una versione lunga dell’intervista con Thomas
Stocker si trova sul sito
della DSC:
www.dsc.admin.ch/clima
12
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
Georg Gerster/Panos/Strates
Già vent’anni fa il professore in climatologia Thomas Stocker
studiava la correlazione tra concentrazione nell’atmosfera di
gas ad effetto serra e surriscaldamento terrestre. Oggi è copresidente del gruppo di lavoro «scienza» del Comitato delle Nazioni Unite per il clima mondiale (IPCC) e si batte imperterrito
per una politica del clima attiva. Di Gabriela Neuhaus.
Un solo mondo: Come interpreta il suo ruolo
di scienziato nell’elaborazione della futura
politica climatica?
Thomas Stocker: In qualità di direttore dell’Istituto di fisica climatica e ambientale dell’Università di Berna sono responsabile per una ricerca scientifica di qualità. Come copresidente del gruppo di
lavoro «scienza» dell’IPCC (vedi colonna a margine) ho il compito di presentare i risultati delle migliori ricerche scientifiche sul clima in modo tale
che chi deve decidere disponga di basi solide e comprensibili.
Qual è, a suo avviso, la minaccia più acuta?
Il quarto Rapporto sul clima dell’IPCC ha mostrato
molto chiaramente che il riscaldamento climatico
mette in moto tutta una serie di reazioni a catena.
Sulla base di diversi studi sappiamo che molti ecosistemi riescono ad adattarsi solo limitatamente a un
surriscaldamento rapido. Personalmente, da qualche
tempo mi sono convinto che gli effetti più evidenti
saranno causati dai cambiamenti nel ciclo dell’acqua: un clima più caldo lo accelera, causando un’evaporazione più rapida dell’acqua nelle zone aride.
Le regioni che già oggi soffrono di siccità saranno
ancora più aride – e nelle regioni pluviali le precipitazioni aumenteranno.
Il quinto Rapporto IPCC sul clima dovrebbe essere pubblicato nel 2013. Con quali novità?
Dalla ricerca ci aspettiamo informazioni ancora più
precise e ulteriori risultati riguardo a differenti tematiche. Per molte regioni costiere è fondamentale sapere di quanto si eleverà il livello dei mari. Ma
per poterlo prevedere, dobbiamo comprendere meglio che effetto avrà l’aumento della temperatura
sull’evoluzione della calotta di ghiaccio in Groenlandia e nell’Antartico.
Un altro tema che sta particolarmente a cuore al
mondo scientifico è la dimostrazione di cambiamenti climatici regionali: attualmente la scienza
non è ancora in grado di dimostrare la correlazione tra fenomeni climatici locali, come per esempio
quello di una serie di periodi di siccità in Spagna,
e il riscaldamento globale. Solo se riusciremo a dimostrare che il prosciugamento dei pozzi dei nostri giardini è correlato al mutamento climatico, saranno prese le necessarie decisioni politiche a livello
locale. La disponibilità a adottare provvedimenti per
Cambiamenti climatici
la tutela del clima è, infatti, maggiore se si è direttamente colpiti e se le cause sono dimostrate.
Oggi i paesi industrializzati sono considerati i principali responsabili del mutamento climatico. Sarà così anche in futuro?
Certo è che i paesi industrializzati sono responsabili per i mutamenti climatici sia passati che futuri:
la tonnellata di CO2 che emettono oggi avrà effetti per i prossimi duecento anni. Ma anche i paesi
Cosa bisogna fare per arginare gli effetti del
surriscaldamento globale?
Occorrono nuove tecnologie e un uso molto più
parsimonioso di tutte le risorse. Inoltre dobbiamo
ridefinire il termine di «qualità di vita» puntando,
nel limite del possibile, su cicli chiusi per quanto
concerne energia e materiali.
Quanto tempo ci resta per attuare misure di
tutela del clima?
Dieter Telemans/Panos/Strates
Con il progredire dei mutamenti climatici, territori
aridi come si trovano per
esempio nel Burkina Faso,
risentiranno ancora di più
della siccità – in zone pluviali, come nel Bangladesh,
aumenteranno invece ancor di più le precipitazioni.
emergenti, che si trovano confrontati con una rapida crescita, hanno una responsabilità simile – non
per il passato, ma per gli anni futuri.Avvalendosi di
tecnologie innovatrici bisogna impedire che questi
paesi utilizzino prodotti inefficienti, come abbiamo
fatto noi.
Se una nazione inizia a muoversi in automobile su
vasta scala, allora in luoghi come in India e Cina
vanno utilizzati fin dall’inizio veicoli che consumano 2 litri per 100 chilometri.
Le emissioni di CO2 continuano ad aumentare proprio nei paesi emergenti e in via di
sviluppo. Questa situazione le sembra giustificabile?
Questi paesi hanno un tasso di emissione pro
capite molto inferiore al nostro. La maggior parte
è ancora ben al di sotto della soglia di consumo di
2000 watt, mentre in Svizzera dobbiamo ridurre le
emissioni di gas ad effetto serra a due tonnellate per
abitante – ossia di due terzi. Non dico che sia impossibile, ma non possiamo crogiolarci nella situazione attuale, poiché nelle società attualmente
poco industrializzate le emissioni aumenteranno
di certo.
Il surriscaldamento farà scomparire molti ecosistemi. Molta gente non è consapevole di quanto la nostra forma di vita dipenda da questi ecosistemi, e di
come giorno dopo giorno vi attingiamo gratuitamente.Al pianeta Terra di per sé non importa molto se, e quali misure adottiamo per arginare la distruzione. Già trent’anni fa, la scienza disponeva di
tutte le informazioni necessarie per fare qualcosa a
tutela del clima. All’epoca sarebbe stato relativamente semplice limitare l’innalzamento a 2 gradi al
di sopra della temperatura media precedente all’industrializzazione. Da allora abbiamo perso molto
tempo, e questo obiettivo è divenuto molto più ambizioso. Ma già un solo grado di surriscaldamento
supplementare può avere conseguenze drastiche.
Quello che dobbiamo chiederci è: in che misura il
nostro pianeta sovrappopolato è in grado di tollerare un simile pregiudizio? In gioco vi è la cosiddetta «abitabilità» del pianta che con il nostro comportamento stiamo progressivamente riducendo. I
(Tradotto dal tedesco)
Il Comitato ONU sul
clima
Nel 2007 il Comitato delle
Nazioni Unite sul clima
(Intergovernmental Pannel
on Climate Change IPCC)
ha ottenuto il premio Nobel
per la pace, ex aequo con
il politico statunitense Al
Gore, per l’impegno profuso al fine di ampliare e
diffondere le conoscenze
sui cambiamenti climatici
antropogenici.
Istituito nel 1988 dall’Organizzazione mondiale della
meteorologia e dal Programma delle Nazioni
Unite per l’Ambiente, grazie ai rapporti sul mutamento climatico elaborati
da esperti e condivisi da
tutti i paesi, l’IPCC è oggi
un comitato di esperti
mondialmente apprezzato.
Pubblicato nel 2007, il suo
quarto rapporto sulla situazione del clima mondiale è
alla base delle attuali trattative di politica climatica
globale.
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
13
Minacciati dallo scioglimento dei ghiacciai
Grossmann/laif
Il clima influisce direttamente sugli ecosistemi e a
risentirne è, per esempio,
anche la coltivazione della
patata che soffre di malattie sinora mai riscontrate.
Nell’altopiano peruviano, i contadini hanno già dovuto adattare
i loro metodi di coltivazione alle mutate condizioni climatiche.
Nell’ambito di un progetto svizzero si stanno ora studiando gli
approcci da seguire in futuro.
Acqua preziosa
La ricca biodiversità dell’altopiano peruviano è minacciata, tra l’altro, dalla
crescente siccità. L’acqua
è perciò uno dei tre temi
principali – accanto alla
prevenzione delle catastrofi
naturali ed alla sicurezza
alimentare – del progetto
svizzero-peruviano sull’adattamento ai cambiamenti climatici. Si cerca
di migliorare ad esempio
i sistemi d’irrigazione e di
immagazzinamento delle
acque. Inoltre una riorganizzazione, tesa ad una
gestione sostenibile delle
acque, punta a garantire
una giusta ripartizione delle
risorse sempre più scarse.
E in fine, si punta su un
tipo di patata più resistente
alla siccità.
14
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
(gn) Sale la temperatura, negli altopiani del Perù,
ed i ghiacciai si sciolgono. A prima vista, un vantaggio per i contadini della regione andina, considerato che in tal modo il limite della vegetazione
si sposta verso l’alto. Ma c’è anche un’altra faccia
della medaglia: la coltivazione della patata soffre di
malattie sinora mai riscontrate.A minacciare i raccolti, e con essi l’esistenza stessa dei contadini, sono
periodi di siccità sempre più lunghi, stagioni delle
piogge più intense così come eventi climatici estremi, caratterizzati da ondate di gelo e violenti nubifragi.
Ovviamente, la gente sa come difendersi e adegua
il suo modo di vivere alle mutate condizioni ambientali. Cosa che del resto fa da secoli. Tuttavia,
ciò non basta più, soprattutto in una regione in cui
la maggior parte degli abitanti vive in povertà. Nell’ambito di un progetto promosso dalla DSC e da
organizzazioni partner peruviane, si cerca ora di
migliorare le strategie tese a superare meglio le sfide climatiche.
Migliori previsioni in ambito climatico
«Vogliamo combinare al meglio il sapere tradizionale con le previsioni scientificamente fondate», afferma Janine Kuriger, responsabile del progetto.
Con l’ausilio di modelli climatici e la rilevazione
scientifica dei dati, dovrebbe essere possibile avere
delle prognosi su tempi lunghi e quindi un migliore
adattamento alle mutate condizioni climatiche.
Una componente importante del progetto è dunque data dalla realizzazione di un sistema d’informazione che consenta previsioni climatiche e permetta un adattamento ottimale al cambiamento
delle condizioni ambientali.
Il progetto ha preso le mosse nel 2008 e, nella sua
prima fase operativa, è limitato alle province di
Cuzco ed Apurimac. Queste regioni – dove la Svizzera dispone già di un’esperienza di lunga data nell’ambito dello sviluppo – sono state scelte perché
vi vivono ancora molte persone povere, e i fragili
ecosistemi montani sono particolarmente toccati
dai cambiamenti climatici.
«È nostra intenzione far conoscere a livello regionale e nazionale le esperienze locali, in modo da
influenzare il dibattito politico», prospetta Janine
Kuriger. «Naturalmente speriamo che i risultati
non si facciano attendere, tanto più che attualmente
le giuste strategie di adattamento alle mutate condizioni climatiche mancano a livello mondiale». I
(Tradotto dal tedesco)
Cambiamenti climatici
Il fascino della luce «pulita»
Anita Cassese
La piccola centrale idrica
di Bilampí fornisce l’elettricità, non solo a 380 famiglie, ma anche a diverse
piccole imprese di artigianato.
La metà della popolazione nicaraguense vive senza energia
elettrica. Con il governo ed altri donatori, la DSC promuove la
costruzione di piccole centrali idroelettriche in diverse province
rurali. Con la produzione alternativa di energia non si intende
soltanto fornire luce ai comuni discosti, ma anche attirare investitori per attività commerciali. Di Anita Cassese*.
Scaldare il carbone per stirare, svolgere gli ultimi
lavori domestici alla luce delle candele, sognare una
limonata ghiacciata… Per Delia Valle Ortega sono
tempi passati. Da due anni la piccola centrale idroelettrica di Bilampí, collocata presso il fiume del
comune di Wanawá, in una provincia settentrionale
del Nicaragua, trasforma acqua in elettricità – portando non solo moderni ferri da stiro e prese
elettriche nelle abitazioni, ma fornendo all’intero
villaggio nuove opportunità per attività commerciali, l’istruzione e i servizi sanitari.
In Nicaragua il 45 per cento della popolazione non
ha accesso all’energia elettrica – ponendo il paese
all’ultimo posto fra gli Stati centroamericani. La
maggior parte di questa gente vive nelle zone rurali del nord e nelle province della costa atlantica.
In collaborazione con altri donatori internazionali, il Ministero per l’energia e i comuni interessati,
dal 2004, la DSC promuove in queste regioni la
produzione di idroelettricità.
Maggior riguardo per l’ambiente
Le centrali idroelettriche producono energia in
modo sostenibile e contribuiscono a diminuire le
emissioni dei nocivi gas ad effetto serra. I responsabili locali del progetto hanno, inoltre, osservato
che i fruitori sviluppano una migliore consapevolezza per le questioni ambientali. Nei dintorni delle centrali idroelettriche, ad esempio, i proprietari
terrieri sono stimolati a curare i boschi e il bacino
fluviale – consapevoli che l’inquinamento e i dissodamenti comprometterebbero l’approvvigionamento idrico e la produzione di energia elettrica.
La piccola centrale idroelettrica di Bilampí nel comune di doña Delia fornisce elettricità a 380 famiglie. Il potenziale di 320 chilowatt è lungi dall’essere sfruttato appieno. La grande sfida sarà quella di ottenere nuovi clienti per la centrale
idroelettrica: si spera nell’arrivo di investitori in piccole industrie agricole e di aziende come mattatoi
o falegnamerie, che per la loro produzione dipendono dall’energia elettrica. I
*Anita Cassese vive a Berna ed è giornalista freelance;
ha visitato il progetto della DSC nell’ambito di uno stage professionale effettuato in Nicaragua.
Solo il 12 per cento del
potenziale energetico è
utilizzato
Il Nicaragua dispone di un
enorme potenziale di fonti
energetiche alternative:
secondo un calcolo del
Ministero per l’energia,
complessivamente sarebbe possibile produrre
3000 megawatt, utilizzando l’acqua (idroelettricità), la legna (biomassa), i
vapori vulcanici (geotermia)
e l’energia eolica.
Attualmente, però, solo il
12 per cento del potenziale
è sfruttato, e il Paese continua a produrre il 70 per
cento dell’energia utilizzando combustibili fossili.
L’importazione di petrolio
grava sul bilancio dello
Stato e non è né sostenibile, né economica. Inoltre,
il governo si aspetta nei
prossimi dieci anni un raddoppio della domanda di
energia. Si pensa dunque
di ridurre la dipendenza dal
petrolio dal 70 al 46 per
cento entro il 2012 – in
particolare grazie all’idroelettricità – portando contemporaneamente al 70
per cento, la fetta di popolazione allacciata alla rete
elettrica.
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
15
Ariadne Van Zandbergen/Still Pictures
O R I Z Z O N T I
«Abbiamo la libertà, ma
praticamente nulla per vivere»
Il Mozambico è considerato uno Stato africano modello, con
tassi di crescita significativi ed uno sviluppo pacifico che perdura da anni. Un contesto affatto scontato, se guardiamo alla
lunga guerra civile durata fino al 1992. La fascia di popolazione più povera è, però, lungi dal trarre benefici da questo «miracolo economico». Di Jean-Pierre Kapp*.
Tanzania
Zambia
Malawi
Zimbabwe
Mozambico
Maputo
Oceano
Pacifico
Sudafrica
16
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
Negli ultimi anni il Mozambico è stato spesso elogiato per i suoi tassi di crescita elevati. Dal 1994 il
prodotto interno lordo (PIL) è cresciuto mediamente quasi dell’8 per cento annuo, e il governo
ha potuto registrare l’insediamento di tante nuove
grandi imprese impegnate nello sfruttamento delle materie prime o stabilitesi nel Paese per trarre
beneficio da condizioni d’investimento particolarmente allettanti. E anche in questo periodo di crisi generalizzata, il Mozambico continua a segnare
una crescita superiore al 5 per cento.
Nei pressi di Maputo, con la Mozal è nata una delle maggiori fonderie di alluminio, e nel Mozambico centrale lo sfruttamento dei giacimenti di gas
avanza a pieno regime. Nel nord del Paese sono in
corso lavori di preparazione all’estrazione del carbone e della sabbia ricca di titanio. L’economia ha
ottenuto nuovi impulsi anche dall’intensificazione
della coltivazione della canna da zucchero. Nei
prossimi anni si prevede di avviare la produzione
di carburanti biologici.
Cifre e fatti di tutto riguardo che non riescono, tuttavia, ad occultare la povertà in cui ancora oggi vive
la maggior parte della popolazione. Gran parte dei
mozambicani vive di agricoltura e produce a malapena abbastanza per assicurarsi la sussistenza. Negli ultimi anni, tuttavia, una parte della popolazione rurale ha cercato di rifarsi una vita nelle grandi città – la maggior parte delle volte con scarso
successo, vista la penuria di posti di lavoro.
Chi non trova lavoro avvia una bancarella
al mercato
«Abbiamo la libertà, ma praticamente nulla per vi-
Mozambico
Machava e Aida esprimono a parole i sentimenti
di molti. Finora sono poche le persone a beneficiare della crescita economica. Il governo ha portato la pace nel Paese dopo il 1992. La maggior
parte delle infrastrutture, distrutte dalla guerra civile e dalla lotta per la liberazione, è stata ricostruita
grazie ai fondi di paesi donatori occidentali.
Inoltre parecchi milioni di profughi e di sfollati
Jean-Pierre Kapp (2)
vere», spiega con tono frustrato il 32enne Arone
Machava sorseggiando una bottiglia di birra.Vende vestiti e scarpe di seconda mano a Maputo, nella zona informale del grande mercato di Xipamanine. «Gli affari vanno male, la gente non ha soldi.
Sempre più persone si spostano dalle campagne in
città alla ricerca di un lavoro. E se non trovano un
impiego avviano una bancarella al mercato. È vero,
il governo del Frente de Libertação de Moçambique
(Frelimo) ci ha portato la pace, ma della crescita
economica non percepiamo nulla. La vita è sempre più cara, e chi si ammala deve corrompere la
persona giusta per ottenere un letto d’ospedale».
«Beh, forse la situazione non è poi così catastrofica», afferma infine. «Il governo Frelimo ha fatto in
modo che la scolarità sia gratuita per l’intero ciclo
inferiore e che la gente abbia da mangiare a sufficienza. Ma in realtà, finora non è che siano in molti a passarsela bene».
La sperenza di un futuro migliore
Lo conferma anche la 30enne Aida Finias che gestisce la cucina di una stamberga nelle Barracas do
Museu, nel quartiere più benestante della città. Personalmente, non ha avvertito nulla che assomigli
anche lontanamente ad una ripresa economica.
Non beneficia alcunché del benessere e del lusso
del centro commerciale Polana, distante solo qualche centinaio di metri. Chi ha soldi, dice, non si
perde nelle stradine anguste delle Barracas do Museu.
Nonostante tutto, però,Aida non ha abbandonato
ogni speranza. I figli Joaquim e Armando vanno a
scuola. La donna spera che almeno loro un giorno
possano beneficiare dello sviluppo. Per il momento, soltanto una piccola fetta di popolazione sta veramente meglio, e soltanto una parte infima di persone vicine ai vertici del partito e al governo ha
raggiunto, negli ultimi anni, un benessere percettibile.
Solo pochi beneficiano della crescita
hanno potuto fare ritorno ai loro villaggi e coltivano nuovamente le terre.Tutto ciò ha permesso
di ridurre dal 70 al 54 per cento la fetta di popolazione che vive nella povertà estrema, di aumentare leggermente la produzione agricola e di ridurre il tasso di analfabetismo.
Ciò nonostante, Machava e Aida non sono gli unici ad avere il sentimento che poco o nulla sia cambiato. Questa opinione diffusa deriva in primo
luogo dal fatto che, con un tasso del 54 per cento,
sono comunque molti i mozambicani che vivono
ancora nell’indigenza – benché il governo abbia fissato la soglia di povertà ad un livello inferiore a
quello convenuto dalle Nazioni Unite (1 dollaro
al giorno pro capite). Se ad essere applicata fosse
quest’ultima, il numero delle persone in condizioni di povertà sarebbe ancora più elevato. Molti mozambicani sono, inoltre, colpiti dall’epidemia dell’Aids, che costa la vita a troppe persone e frena lo
sviluppo anche in Mozambico.
Creare piccole e medie imprese
Va considerato, inoltre, che i notevoli tassi di crescita sono da ricondurre soprattutto alla realizzazione di pochi grandi progetti come quelli già citati. Questi progetti sono sì costosi, ma non creano praticamente impieghi. Senza contare che la
maggior parte dei servizi, dei materiali e dei macchinari necessari per la loro realizzazione è importata dal Sudafrica. Queste imprese, poi, non pagano praticamente imposte, poiché dopo la guerra civile il governo mozambicano aveva cercato con
L’Aids infuria ancora
L’epidemia di Aids continua ad infuriare non solo
in Mozambico, ma anche
negli altri paesi dell’Africa
meridionale. Secondo i dati
dell’organizzazione delle
Nazioni Unite UNAIDS, il
mortale virus ha infettato il
12,5 per cento della popolazione mozambicana, con
una tendenza all’aumento
dei casi. Nella fascia di popolazione sessualmente
attiva dei 16-45enni, il tasso
d’infezione oltrepassa i 16
per cento. Anche se negli
ultimi anni l’accesso a medicamenti contro l’Aids è
migliorato, con un indice
che supera di poco il 30
per cento, è ancora relativamente contenuto.
Ogni anno 100 000 persone soccombono all’Aids
– un numero di vittime ancora troppo elevato, sebbene sembri essersi stabilizzato negli ultimi anni. In
Mozambico l’epidemia non
ha freno, e come negli altri
paesi della regione, la
causa più probabile è la
carenza delle misure di
prevenzione e la messa al
bando dei malati di Aids da
parte della popolazione locale. Soprattutto nelle regioni rurali, l’Aids è infatti
correlata alla stregoneria.
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
17
Ernst Tobisch/Still Pictures
Un potente vicino
Le sorti del Mozambico
sono saldamente legate
all’andamento del suo vicino sudafricano. Con una
fetta pari al 41,4 per cento
il Sudafrica è il primo importatore di beni e servizi
mozambicani. Il potente
vicino è anche uno dei principali esportatori verso il
Mozambico. Le merci sudafricane la fanno da padrone nei supermercati di
Maputo, e le grandi imprese
mozambicane importano
dal Sudafrica quasi tutti i
beni, macchinari e servizi
importanti. Il Sudafrica è
anche uno dei maggiori investitori. Quasi tutta la valuta estera utilizzata per lo
sviluppo dell’agricoltura
commerciale e per l’emergente settore turistico, proviene da Città del Capo.
Infine, il Sudafrica è anche
un importante luogo di lavoro: secondo le stime, sarebbero 300 000 i mozambicani a lavorarvi, di cui
30 000 legalmente nelle miniere e 270 000 clandestini
come manodopera avventizia o venditori ambulanti,
soprattutto nei sobborghi
di Johannesburg.
18
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
ogni mezzo di vivacizzare l’economia.
Finora non vi è invece stata nessuna ricostruzione
a livello di piccole e medie imprese, fattori generalmente importanti per lo sviluppo economico. Di
conseguenza, non è ancora nato un nuovo ceto medio che sia davvero indipendente dalla classe dirigente politica del Paese, come spiega l’economista
Carlos Nuno Castel-Branco. Il direttore dell’Instituto de Estudos Sociais e Economicos (Iese) esige perciò che i mezzi dei paesi donatori siano utilizzati
in altro modo.
Finora i fondi degli Stati occidentali sono stati impiegati soprattutto come aiuto al bilancio per la ricostruzione del settore sanitario e scolastico e per
il risanamento dell’infrastruttura nazionale. Secondo Castel-Branco ora occorrerebbero mezzi per
promuovere la formazione e la creazione di imprese. Per lo sviluppo sarebbe infatti importante che
parte dei beni e dei servizi consumati in Mozambico fossero prodotti direttamente nel Paese. La
creazione delle relative imprese servirebbe anche a
gettare le basi per ridurre la dipendenza dalle esportazioni di materie prime.
Vita politica in mano a Frelimo
Per promuovere nuove imprese non occorre soltanto denaro, ma anche l’attuazione di riforme
come la semplificazione, ad esempio, delle norme
per la creazione di nuove aziende. Inoltre, le piccole imprese devono beneficiare di un accesso facilitato ai crediti.
Le grandi banche sono molto restie a concedere
crediti per la mancanza di garanzie. E poi bisogna
fare qualcosa anche contro la corruzione e il nepotismo dilaganti. I principali settori economici
sono controllati dai leader Frelimo e dalle loro famiglie, mentre tutori dell’ordine, funzionari e tribunali tendono a sfruttare spudoratamente la loro
posizione di forza. «I poliziotti ci svenano dove possono», si lamenta Machava.
Non da ultimo, al Paese farebbe anche bene, un po’
di vitalità in più nel panorama politico. Infatti, il
Frelimo esercita un dominio completo sulla vita
politica. Negli ultimi anni il partito d’opposizione
Resistência Nacional de Moçambique (Renamo) di
Afonso Dhlakama ha perso d’influsso. Solo negli
scorsi mesi la Renamo si è vista scivolare tra le mani
quattro dei cinque consigli municipali e seggi di
sindaco che controllava. Pare che le elezioni non
siano state del tutto corrette – ma anche lo stile di
conduzione di Dhlakama, che non tollera alcuna
opposizione, avrà avuto la sua parte di responsabilità nella sconfitta.
Un barlume di speranza
Data l’instabilità dell’opposizione, è molto probabile che il Frelimo e il presidente Armando Guebuza vinceranno anche le imminenti elezioni parlamentari e presidenziali di fine 2009. Dopo questa probabile vittoria c’è da aspettarsi che saranno
ancor meno disponibili ad attuare riforme. Richieste in tal senso, formulate dai paesi donatori
sono finora rimaste lettera morta.
Eppure, nonostante tutto, c’è ancora un barlume
di speranza. Escluso dal movimento Renamo, Daviz Simango ha vinto nuovamente le elezioni per
il posto di sindaco a Beira e ha fondato un nuovo
partito, il Moviménto Democrático de Moçambique
MDM. Simango sembra avere tutte le carte in regola per far confluire nel suo partito una fetta considerevole di voti, anche se il nuovo partito non riuscirà a compromettere – almeno per il momento – la posizione dominante del Frelimo. «Ci vorrà
ancora qualche anno, prima che qualcosa si muova veramente», afferma Machava. I
*Per molti anni, e fino alla scorsa primavera, Jean-Pierre
Kapp è stato corrispondente della NZZ per l’Africa meridionale. Ora lavora a Ginevra come giornalista freelance.
(Tradotto dal tedesco)
Mozambico
La Svizzera e il Mozambico
Affidabile, credibile e flessibile
(bf ) Per il Mozambico la Svizzera è più di un semplice Paese donatore – soprattutto perché la Svizzera è stata una delle prime nazioni a sostenere questo Paese sudafricano. La cooperazione ufficiale festeggia quest’anno i trent’anni di esistenza, ed oggi
è il simbolo di un impegno a lunga scadenza, affidabile, credibile e flessibile (v. colonna a margine).
Se il sostegno consisteva, inizialmente, soprattutto
in aiuti di tipo umanitario e progetti nell’ambito
delle risorse idriche e del settore sanitario, nel corso degli anni il programma si è adattato alle mutate condizioni del Paese.
mente con la popolazione rurale. Nell’ambito dell’aiuto al bilancio, invece, sono condotti progetti
con istituzioni del governo centrale e un dialogo
intersettoriale sugli sforzi di sviluppo del Paese
con altri 18 donatori.
La Svizzera ha per esempio dato un notevole contributo all’attuazione degli accordi di pace del
1992. Si trattava, in particolare, di smobilitare e reintegrare gli ex soldati e di sostenere le elezioni. Dopo
le catastrofiche inondazioni del 2000, la Confederazione ha partecipato agli aiuti urgenti e alla ricostruzione. Con un budget annuo di circa 30
milioni di franchi, stanziati da DSC e SECO, oggi
il Mozambico è uno dei principali paesi beneficiari
della cooperazione allo sviluppo svizzera.
Per quanto attiene alla sanità, a livello locale la
Svizzera sostiene progetti per cosiddetti «outreach
services», servizi sanitari diretti per le comunità. Si
collabora sia con la popolazione locale, sia con organizzazioni non governative locali e svizzere.
Guenay Ulutuncok/laif
Il programma è attivo in tre ambiti strettamente
legati l’uno all’altro che beneficiano di attività di
cooperazione a livello sia locale, sia decentrale, sia
nazionale: lo sviluppo economico, il buongoverno
locale e la sanità. Il programma si esplica da un
canto attraverso progetti nelle province più povere del Paese (Nampula, Cabo Delgado e Niassa),
situate tutte nel nord, in cui si collabora diretta-
A livello nazionale, la Svizzera è impegnata nello
sviluppo economico del Paese attraverso un aiuto
generale al bilancio dello Stato, la riforma fiscale e
la promozione del settore privato. A livello locale
vi è il sostegno di progetti attuati nell’ambito della microfinanza e nel decentramento fiscale.
Nel settore del buongoverno locale, invece, il programma è incentrato sul processo di decentramento tramite il sostegno di progetti in ambito
idrico che consentono alla popolazione di accedere
all’acqua potabile, la promozione di processi partecipativi nei comuni, il rafforzamento della società civile e il consolidamento delle strutture decentralizzate nei distretti. I
(Tradotto dal tedesco)
Un opuscolo interessante
Lo sapevate che in
Mozambico coesistono
un’ottantina di etnie ed oltre 40 lingue? Che il paese
ha raggiunto l’indipendenza soltanto nel 1975, e
che in due decenni ha vissuto una feroce guerra civile e due cambiamenti radicali di sistema – dal
colonialismo al socialismo,
e poi al capitalismo? O
che la cooperazione con il
Mozambico rappresenta
un capitolo esemplare nella
storia della cooperazione
internazionale allo sviluppo
cui la Svizzera ha dato e
fornisce a tutt’oggi un contributo non indifferente? In
occasione dei trent’anni di
cooperazione del nostro
Paese con il Mozambico,
DSC e SECO hanno pubblicato l’opuscolo «Suisse –
Mozambique. 30 ans de
coopération bilatérale de
1979 à 2009», che non
tesse le lodi della cooperazione allo sviluppo, ma con
numerosi esempi, autori e
cifre illustra in modo critico
e controverso l’evoluzione
di una cooperazione mutevole – dando, ovviamente,
spazio anche a voci prominenti e critiche del Mozambico, come il noto biologo
e scrittore Mia Couto.
L’opuscolo è disponibile
in lingua tedesca, francese
e portoghese e può essere
ordinato all’indirizzo
[email protected]
oppure alla pagina
http://www.ddc.admin.ch,
«Documentation»,
«Nouveautés et archives»
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
19
Una voce dal Mozambico
«Ce ne accorgiamo di notte,
quando lo stomaco è vuoto»
Bernardo Tovela è un pescatore settantenne di
Bairro dos Pescadores,
dove vive con la moglie e
due dei suoi sei figli. Si è
istallato a Bairro dopo essere fuggito dalle devastazioni causate dal conflitto
fra le forze di Renamo e il
governo. La pesca, un
tempo, era la sua attività
principale e la fonte di guadagno più importante della
famiglia. Negli ultimi anni
ha dovuto abbandonarla
perché non rendeva abbastanza, e così ha dedicato
una parte del suo tempo
all’agricoltura e al piccolo
commercio, diventando un
rivenditore locale di bibite.
Nel suo tempo libero continua ad andare a pesca,
anche se sa che è frustrante e difficile.
Da quando nel 1980 ho cercato riparo dalla guerra civile che imperversava nel vicino distretto di
Marracuene, vivo a Bairro dos Pescadores, un paesino nella regione di Maputo. Quando sono arrivato, questa zona ancora non era popolata e mancavano le infrastrutture di base: l’acqua potabile, i
servizi sanitari, le scuole e i mercati. La città era riparata dietro le dune, e lungo la costa erano state
erette delle barriere di protezione.
per poterci adattare ai cambiamenti e ci indirizzassero verso altri modi di guadagnarci da vivere –
verso alternative alla pesca che ormai comporta
molti rischi e poco guadagno.
A poco a poco la gente incominciò a popolare la
zona; arrivava alla ricerca di un posto, dove poter
rifugiarsi dalla guerra e dai suoi effetti. Maputo allora offriva sicurezza, essendo la capitale. Questo vicinato che vedete qui: tutto costruito dai pescatori. Molti di loro pescano per riuscire a sopravvivere. Come mestiere non è più redditizio. Non può
garantire la felicità e la gioia della mia famiglia.
Se vogliamo imparare qualcosa dalle brutte esperienze del passato, non dobbiamo aspettare che
qualcun altro prenda l’iniziativa, ma dovremmo
darci da fare subito e attuare misure in grado di proteggere l’ambiente, la gente e le infrastrutture.
Il nostro Paese è esposto al rischio di inondazioni
e erosione delle coste. Il villaggio di Bairro ne è un
esempio evidente. Qui l’erosione dovrebbe essere
presa sul serio, urgono misure di prevenzione.
Le grandi inondazioni che hanno colpito il Mozambico nel 2000, distruggendo tutta la regione
settentrionale, dimostrano quanto sia importante
che il nostro Paese prenda sul serio il cambiamento climatico. Quanto al mio paesino, queste inondazioni hanno accelerato il processo di erosione
delle coste e molte case costruite troppo vicino ai
fiumi sono scomparse nella piena. Le tempeste del
2007, con un mare che si è abbattuto sulle panchine con una forza mai vista prima, hanno ancora aumentato i danni.
È da 29 anni che faccio il pescatore. Se avessi potuto, avrei imparato un altro mestiere. Da un paio
d’anni, la pesca dà rese molto meno importanti. Le
acque si riscaldano sempre più e i pesci si nascondono in profondità sempre maggiori. Nessuno di
noi pescatori può vantarsi di riuscire a mantenere
la famiglia con la pesca. Le autorità dicono che è
per via del cambiamento climatico. Noi ce ne accorgiamo di notte, quando lo stomaco è vuoto, o
quando i bambini ci chiedono qualcosa da mangiare prima di andare a scuola.
I piccoli contadini colpiti dalle inondazioni e dalla siccità sono tornati alla pesca, o sono stati costretti a comprarsi da mangiare o a coltivare appezzamenti di terreno molto distanti da qui.Tutto
questo si è rispecchiato nei costi e Bairro, come tutta la zona di Maputo, nel 2008 ha vissuto proteste
e sommosse quasi incontrollabili per via dei prezzi inabbordabili dei generi alimentari e dei trasporti.
Quello che vorrei dai governi o da persone benintenzionate è che ci insegnassero delle strategie
L’esempio di Bairro illustra bene quanto siano nefaste le ripercussioni del cambiamento climatico
sulla vita della gente e come contribuiscano ad ingrandire il divario tra ricchi e poveri. I
(Tradotto dall’inglese)
McPHOTO/Still Pictures
Bernardo Tovela
(Trascritto da Egidio Vaz Raposo)
20
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
Opinione DSC
Già in primavera era chiaro quello che sarebbe stato il tema dell’anno 2009 per la DSC: la profonda
crisi economica e finanziaria. La crisi domina attualmente l’agenda politica svizzera e si fa notare
direttamente, e con sempre maggior vigore, anche
presso i singoli cittadini.
L’aiuto alle vittime delle inondazioni e la fornitura di derrate alimentari, così come un’impostazione dei programmi ecologicamente sostenibile restano importanti, ma non bastano per evidenziare
effetti su lungo termine – effetti in grado di superare grandi distanze e spazi temporali.
Sono invece scivolate un po’ in secondo piano le
grandi sfide, quelle a lungo termine, che investono il pianeta: il cambiamento climatico, il degrado
degli ecosistemi, la sempre crescente carenza dei generi alimentari, dell’acqua potabile e dell’energia.
Il dossier di questa edizione di «Un solo mondo» è
consacrato ai cambiamenti climatici e pone in evidenza la complessità del fenomeno e le ripercussioni per l’umanità.
La sfida ha tre dimensioni: le attuali normative ed
istituzioni, a livello globale, sono carenti e devono
essere migliorate. Occorrono misure per la riduzione dei gas ad effetto serra. Ed in fine, è indispensabile aiutare i paesi e le popolazioni colpiti
dai cambiamenti a superarne le conseguenze; cosa
che va comunque fatta, anche nel caso in cui si riuscisse a ridurre rapidamente le emissioni inquinanti. Per tale triplice compito si utilizzano di norma tre concetti piuttosto astratti: Governance (gestione del governo), Mitigation (mitigazione) ed
Adaptation (adattamento).
Il recente rapporto della Commission on Climate
Change and Development («Closing the Gaps») pone
l’accento su quello che è considerato il più importante dilemma in merito ai mutamenti climatici: tra
le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici intercorrono migliaia di miglia e di secoli. Un fenomeno al quale né la nostra etica (solidarietà generazionale), tanto meno il nostro sistema politico,
sono preparati. Anche per gli stessi mezzi d’informazione tali orizzonti temporali sono insoliti.
Così come per le misure contro la crisi economica, anche in questo caso esiste il pericolo che si intraprendano solo misure d’urgenza, a corto raggio,
e che restino escluse riforme incisive e mirate. Ci
si occupa dell’urgente, tralasciando l’importante.
Nell’operato della DSC, i cambiamenti climatici
hanno oggi un’importanza fondamentale. E non
sono visti solo come un tema supplementare, bensì in quanto sfida onnipresente, che concerne tutti gli ambiti operativi della DSC. Ed anche alla stessa DSC si presentano sfide del tutto nuove.
D S C
Tanto da offrire, ma anche tanto
da guadagnare
Le discussioni in merito ai cambiamenti climatici
non devono però suscitare un’atmosfera da apocalissi. Al contrario, i rischi vanno concepiti ed affrontati come un’opportunità.
In occasione del World Economic Forum 2009, il
segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon ha
parlato di un Green New Deal. Colui che pensa che
le misure contro i cambiamenti climatici siano in
contrasto con quelle tese ad una decisa ripresa economica non è ancora entrato nel XXI secolo.
La Svizzera, con il suo know-how nel campo delle
tecnologie e la sua lunga tradizione nel dare concrete soluzioni a difficili problemi, ha dunque tanto da offrire, ma anche tanto da guadagnare. I
(Tradotto dal tedesco)
Martin Dahinden
Direttore della DSC
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
21
Stefan Hofmann/Kwa Wazee (3)
Nonni e nipoti pagano
il prezzo dell’Aids
Padrini e madrine svizzeri
Kwa Wazee è stata fondata
nel 2003 dal basilese Kurt
Madörin. In precedenza,
questo ex collaboratore di
Terre des Hommes aveva
diretto per molti anni a
Nshamba un progetto di
aiuto per gli orfani dell’Aids.
Aveva allora preso coscienza della situazione
estremamente precaria
delle persone anziane che
si prendono in carico questi
bambini alla morte dei loro
genitori. Dal momento in
cui è andato in pensione,
Kurt Madörin si è trasferito
in questo villaggio tanzaniano ed ha deciso di aiutare le nonne versando loro
una pensione di vecchiaia.
Alcuni dei suoi amici hanno
creato in Svizzera un’associazione di sostegno che
raccoglie fondi da privati,
da comuni e da fondazioni.
La maggior parte delle
donazioni proviene da «padrini e madrine» che si impegnano a versare regolarmente 100 franchi all’anno.
www.kwawazee.ch
22
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
In cinque villaggi della Tanzania, l’associazione svizzera Kwa
Wazee versa una pensione di vecchiaia a 720 persone particolarmente svantaggiate. La metà dei beneficiari è composta da
nonne che hanno preso in affidamento uno o più nipoti, orfani
a causa dell’Aids. Questo sostegno finanziario, seppure modesto, ha notevolmente migliorato la loro qualità di vita.
(jls) Amina ha già sepolto, davanti alla sua capanna, quattro dei suoi dieci figli, tutti uccisi dall’Aids.
Ha 74 anni e vive con sua nipote di nove anni.Aurelia, un’altra settantenne, ha perso sua figlia due
anni fa. Condivide le sue magre risorse con tre nipoti che non hanno più contatto con il loro padre.
Quanto a Eufrazia, presto centenaria secondo la sua
stima, si occupa di cinque nipoti, di età compresa
tra gli otto e i tredici anni, che la aiutano a coltivare un po’ di mais, fagioli e banane. Dei suoi undici figli, soltanto quattro sono ancora in vita, ma
non le fanno più avere notizie. Queste tre bibis (che
in swahili significa «nonnine») vivono a Nshamba,
nel nordovest della Tanzania, una regione fortemente colpita dall’Aids.
La pandemia le ha obbligate, come milioni di altre
nonne africane, a riprendere il ruolo di educatrici. «Non possiamo abbandonare i nostri nipoti, è
impossibile», dice Amina. In mancanza di una pensione statale, gli anziani erano solitamente presi a
carico dai figli. Ma questa solidarietà famigliare non
funziona evidentemente più, a causa della crescente povertà, delle emigrazioni e soprattutto dell’Aids che ha decimato la generazione degli adulti attivi.
Una boccata d’aria fresca
Kwa Wazee (che significa «per i vecchi») è attiva a
Nshamba e in quattro altri villaggi vicini. Questa
associazione, fondata da un cooperante svizzero in
pensione (vedi testo a margine), realizza un insolito progetto di aiuto allo sviluppo: grazie a donazioni private raccolte in Svizzera, finanzia il versamento di rendite a circa 720 anziani particolarmente poveri.
Circa il 90 per cento dei beneficiari è composto
da donne, metà delle quali hanno nipoti a carico.
Kwa Wazee versa loro una pensione mensile di
6000 shilling (5,30 franchi) e un assegno di 3000
shillings (2,65 franchi) a bambino. «Queste som-
me, ancorché modiche, sostengono moltissimo il
bilancio familiare, e corrispondono grosso modo
al minimo vitale, fissato a circa 20 centesimi al giorno in Tanzania», spiega Stefan Hofmann, segretario di Kwa Wazee a Berna.
In molti casi, tale pensione è pari all’80 per cento
delle risorse finanziarie di cui le nonne dispongono. Gli altri redditi provengono dalla vendita di alimenti che le donne coltivano nel loro appezzamento di terra, oppure dal lavoro giornaliero svolto per altri piccoli contadini, un’attività molto mal
pagata. E spesso capita loro di chiedere la carità ai
vicini.
La cassa comune per i momenti di crisi
Se la pensione permette di sfuggire alla povertà
estrema, non è comunque sufficiente per affrontare i colpi del destino. Ecco perché Kwa Wazee incoraggia la creazione di gruppi di solidarietà tra vicini, che intervengono ad esempio in caso di malattie, di un decesso o di danni causati dalla natura.
Ogni membro preleva una piccola percentuale dalla sua pensione per versarla in una cassa comune e
Kwa Wazee raddoppia questo importo. Quando
una bibi deve essere ricoverata in ospedale, il fondo di crisi serve a pagare il trasporto, le medicine
e le cure. I vicini si organizzano per portare all’anziana regolarmente del cibo, lavorare la sua terra e
prendersi cura dei suoi nipoti.
Con un contributo finanziario della DSC, Kwa
Wazee nel 2007 ha esaminato l’impatto del suo
progetto. Lo studio ha dimostrato che il versamento
di un tale aiuto aveva sensibilmente migliorato la
qualità di vita di queste famiglie. Gran parte della
pensione viene consacrata all’acquisto di cibo.
Considerando la malnutrizione diffusa in passato,
la metà dei beneficiari interrogati dice oggi che
riesce a sfamarsi. I loro pasti sono inoltre più variati, capaci quindi di un migliore apporto nutritivo. La differenza si fa sentire anche sul piano psicologico: le nonne hanno ritrovato l’autostima ed
hanno ripreso fiducia; non sono più attanagliate
dall’angoscia di non poter nutrire i loro cari o di
pagare il materiale scolastico.
Obiettivo: la pensione per tutti
Sfortunatamente, il progetto non tocca che una
parte degli anziani.Tuttavia, la povertà è talmente
diffusa nella regione che la maggior parte delle persone di età avanzata avrebbe altrettanto bisogno di
aiuto. «Sarebbe più giudizioso assegnare una pensione a tutti, a partire da una certa età. Questo eviterebbe il processo di selezione che è fortemente
soggettivo. Ma il nostro budget non lo permette»,
spiega Stefan Hofmann.
Kwa Wazee spera che i risultati della sua inchiesta
alimentino il dibattito politico in Tanzania sulle misure da prendere per lottare contro la povertà. Il governo ha infatti promesso di assicurare, entro il
2010, una protezione sociale al 40 per cento degli
anziani. Gli autori dello studio raccomandano invece di introdurre piuttosto una pensione universale, limitandone l’estensione alle persone più anziane. L’obiettivo sarebbe quello di abbassare in seguito e progressivamente l’età del diritto alla
pensione. I
(Tradotto dal francese)
Versamenti in contanti
contro la povertà
Ancora oggi, pochissime
nazioni africane hanno
allestito dei sistemi nazionali
di pensione per la vecchiaia.
L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL)
stima invece che anche
una nazione molto povera
possegga i mezzi atti a
finanziare un modesto
sistema di pensionamento.
Per la Tanzania, il versamento di una piccola pensione a tutte le persone
che superano i 60 anni
rappresenterebbe l’1,1 per
cento del prodotto interno
lordo. In questi ultimi anni,
alcune nazioni dell’Africa
australe hanno deciso di
ricorrere a degli aiuti in
contanti per combattere
la povertà. Così, la Namibia,
il Botswana e il Lesotho
stanziano una trentina di
franchi al mese ai cittadini
anziani, rispettivamente
oltre i 60, 65 e 75 anni. Il
Mozambico sostiene finanziariamente 70 000 famiglie
che vivono in città e sono
formate perlopiù da persone
anziane o malate. Diversi
studi hanno dimostrato che
tali aiuti in denaro hanno un
impatto molto positivo sulle
condizioni di vita.
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
23
Matt Lutton/Invision/laif
Medici di famiglia invece di specialisti
La promozione della sanità di base è sulla lista delle priorità
in Bosnia e Erzegovina, e i cosiddetti medici di famiglia vi giocano un ruolo fondamentale. Un progetto finanziato dalla
Svizzera contribuisce a rendere il sistema sanitario più equo,
efficiente ed economico.
Importante compito
della politica estera
Durante e dopo la guerra
(1992-1995) la Svizzera
ha prestato in Bosnia e
Erzegovina aiuti urgenti e
aiuti alla ricostruzione per
un totale di 365 milioni di
franchi. A partire dal 1999,
l’impegno in questa regione si è progressivamente spostato sul sostegno a lungo termine
delle riforme economiche e
democratiche e su attività
atte a favorire la riconciliazione tra le etnie. La partecipazione agli sforzi internazionali per stabilizzare la
Bosnia e Erzegovina è oramai un compito centrale
della politica estera elvetica
– non da ultimo per il gran
numero di profughi bosniaci presenti nel nostro
Paese.
24
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
(mr) «Dalla fine della guerra, in Bosnia e Erzegovina il sistema sanitario ha fatto enormi passi avanti», constata Rose-Marie Henny, sostituta responsabile dell’ufficio di cooperazione DSC a Sarajevo. A questa importante svolta ha ampiamente
contribuito un progetto finanziato dalla DSC, lanciato dieci anni fa nelle regioni di Doboj, Foca,Tuzla e Sarajevo e reso operativo dalla fondazione
FaMi.
In passato le persone ammalate o ferite si recavano direttamente in ospedale o da costosi medici
specializzati – anche perché nel Paese il numero di
specialisti era nettamente superiore a quello dei generalisti. I risultati di questa errata politica sanitaria sono stati eclatanti: sovraffollamento cronico
delle strutture ospedaliere, difficoltà ad accedere al
sistema sanitario per le fasce di popolazione più povere e costi decisamente troppo elevati.
Valorizzare le infermiere
La riforma in corso ha volutamente posto l’accento sul ruolo dei cosiddetti medici di famiglia. «Nelle quattro regioni interessate dal progetto siamo già
riusciti a ripristinare e aprire 161 ambulatori per
medici di famiglia e a migliorare decisamente l’accesso alla sanità di base per le fasce di popolazione
socialmente svantaggiate», spiega Rose-Marie
Henny.
Il fiore all’occhiello del progetto è la preparazione
del personale. Dal 1998 è stato possibile formare
oltre 800 persone fra dottori e infermiere per prestare servizio in studi medici di famiglia. La formazione si concentra sulla prevenzione e la promozione della salute. Un aspetto importante è anche il rafforzamento del ruolo delle infermiere. «Ci
siamo resi conto che i medici sottovalutano troppo spesso le capacità del personale infermieristico.
Di conseguenza, le equipe sono appositamente
istruite a sfruttare appieno il potenziale del personale curante», spiega Rose-Marie Henny.
Del resto è chiaro, eseguendo autonomamente determinati atti terapeutici e consulenze ai pazienti,
le infermiere scaricano i medici, che possono così
dedicare maggiore tempo ai casi più impegnativi.
Altra colonna portante del progetto: la ricostruzione delle infrastrutture mediche distrutte o danneggiate dalla guerra, come ospedali e ambulatori. I
(Tradotto dal tedesco)
Dietro le quinte della DSC
Innalzare gradualmente
l’aiuto
(jtm) Alla fine del 2008, il
Parlamento ha sollecitato al
Consiglio federale la presentazione di un progetto che prevede di innalzare gradualmente
allo 0,5 per cento del Prodotto
nazionale lordo (PNL) ed entro
il 2015 l’aiuto allo sviluppo della
Confederazione. In una seduta
del 20 maggio, il Consiglio federale ha deciso, sulla base delle
attuali previsioni economiche,
di fornire per ora al Parlamento
solo una relazione. Essa terrà
conto delle attuali previsioni
economiche ed evidenzierà le
conseguenze finanziarie e di politica di sviluppo che comporterebbe l’innalzamento dell’aiuto
pubblico allo sviluppo sino allo
0,5 per cento del PNL. La relazione sarà presentata al
Parlamento entro la fine di settembre.
Contributo a Bulgaria e
Romania
(lrf ) Il 5 giugno scorso, il
Consiglio federale ha trasmesso
al Parlamento il messaggio concernente il credito quadro per il
contributo all’allargamento a favore di Bulgaria e Romania. Il
contributo svizzero alla riduzione delle disparità economiche e sociali ammonta complessivamente a 257 milioni di
franchi, versati su cinque anni.
76 milioni sono destinati alla
Bulgaria, e 181 andranno invece
alla Romania.Tale contributo
all’allargamento sarà dispiegato
da DSC e SECO. I mezzi sono
destinati al finanziamento di
progetti e programmi in quattro
ambiti principali: sicurezza, stabilità, e supporto delle riforme
così come sviluppo umano e sociale (effettuato dalla DSC); ambiente ed infrastrutture (SECO
e DSC); promozione dell’economia privata (SECO). Il successo dell’ ingresso di Bulgaria
e Romania nell’UE è anche
nell’interesse della Svizzera.
L’impegno svizzero è pertanto
non soltanto semplice espressione di solidarietà, bensì anche
di stimolo per le relazioni economiche e politiche con
Romania e Bulgaria, oltre che
con l’UE.
Pari opportunità
(mqs) Un team indipendente ha
esaminato le misure della DSC
in materia di parità tra i sessi ed
è giunto alla seguente conclusione: «la DSC offre un approccio vantaggioso alla parità tra i
sessi». I campi di attività sul tema
Gender sono ampiamente diversificati. In paesi con forte differenza nei rapporti di potere tra i
sessi, la DSC sostiene in maniera
mirata la promozione dei diritti
delle donne. Inoltre esplica lo
Gender-Mainstreaming: tutti i
progetti da lei finanziati tengono
conto degli aspetti strettamente
legati al sesso e si adoperano a
rafforzare il ruolo delle donne.
La DSC persegue, anche in seno
alla sua stessa politica del personale, un’equilibrata relazione fra
donne ed uomini. Ciò le riesce,
da quanto risulta dai dati del
team di valutazione, particolar-
mente bene. Per i programmi
concernenti le nuove leve, vengono preferite candidate donne;
fra le incaricate di programma,
la ripartizione dei sessi è equilibrata ed il numero di donne in
posizione direttiva ha evidenziato un aumento. Il GenderMainstreaming effettuato nei
paesi prioritari è di successo.
Gli esaminatori indicano tuttavia
lacune nella formulazione sistematica di obiettivi e di indicatori usati nella pianificazione dei
progetti e nelle strategie locali.
La DSC intende correggere
questi punti deboli. In futuro,
prima di autorizzare il necessario finanziamento esaminerà criticamente ogni nuovo progetto
sulla base delle specifiche conseguenze di tipo gender.
Che cos’è… lo scambio di crediti d’emissione?
sione, per via del limite fissato a livello politico, la riduzione complessiva delle emissioni che si vuole raggiungere è già definita –
i costi si calcolano in funzione di criteri di economia di mercato.
Per quanto riguarda la riscossione di una tassa ecologica, invece,
i costi sono fissi, mentre resta variabile la riduzione effettiva raggiungibile attraverso l’imposta.
REA/laif
(gn) Lo scambio di certificati di emissione risale all’economista
canadese J.H. Dales, che già nel 1968 proponeva l’istituzione di
un mercato di scambio di «diritti di inquinamento», con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento delle acque dovuto alle acque di scarico industriali. Il principio può essere riassunto come
segue: gli enti politici fissano il limite massimo delle varie emissioni all’interno di un’aerea circoscritta e per un periodo di tempo definito. Su questa base, vengono rilasciati dei certificati ambientali che possono essere scambiati e negoziati. Così un’ «azienda pulita» può generare ulteriori introiti, vendendo i diritti di
inquinamento che le spettano ad un’altra azienda. A livello di
politica dello sviluppo, lo scambio globale di certificati CO2 introdotto con il Protocollo di Kyoto riveste un’importanza centrale. La base del computo è costituita dalle emissioni globali di
gas a effetto serra. Mentre la maggior parte dei paesi in via di
sviluppo e di paesi emergenti producono emissioni in misura
notevolmente inferiore alla media, i paesi industrializzati devono ridurre le loro emissioni in modo drastico.Al fine di accelerare tale processo, gli Stati e le imprese hanno la possibilità di
compensare le loro eccedenze di CO2, investendo in progetti di
energia sostenibile nel Sud. Nello scambio dei crediti d’emis-
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
25
Joerg Modrow/laif
Quanti abitanti è in grado di
mantenere la terra?
F O R U M
Entro il 2050, la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere
i nove miliardi di persone. Ma nonostante il calo delle risorse
disponibili, nella cooperazione allo sviluppo la crescita demografica e la pianificazione familiare non sono argomenti prioritari. Di Gabriela Neuhaus.
Salute riproduttiva
Il termine «salute sessuale
e riproduttiva» è stato coniato nel 1994, in occasione della Conferenza internazionale delle Nazioni
Unite sulla popolazione e
lo sviluppo del Cairo ed è
stato definito in quanto
«uno stato di benessere
totale fisico, intellettuale e
sociale». In altre parole: secondo il Programma d’azione adottato al Cairo, le
iniziative per la promozione
della salute riproduttiva dovrebbero perseguire anche
lo scopo di permettere ad
ogni persona di vivere una
vita sessuale soddisfacente e non pericolosa per
la salute, e di assicurare a
ogni donna la libertà di decidere lei stessa, se,
quando e quante volte
vuole riprodursi.
26
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
Ogni ora, la popolazione mondiale aumenta di
10 000 persone, perché ogni sessanta minuti nascono 10 000 persone in più di quante ne muoiano. Oggi il mondo è popolato da circa 6,8 miliardi di persone – nel 2050, stando ai prognostici delle Nazioni Unite, saranno 9,2 miliardi.
Per gli ambienti che dal punto di vista economico
tendono a giudicare in termini positivi qualsiasi
tipo di crescita, si tratta senz’altro di una prospettiva rallegrante: uno studio di Goldman Sachs, per
esempio, vede nell’esplosione demografica dell’India la base della prosperità economica futura. E i
grossi gruppi multinazionali come l’agro-industriale Syngenta fanno pubblicità con una notizia
certamente proficua ai loro affari: «Al mondo serve più cibo».
Dalle campagne di sterilizzazione alla politica del figlio unico
Il loro calcolo è presto fatto: più uomini sulla terra, significa più consumo. D’altro canto ci sono anche organizzazioni ecologiche quali Ecopop, associazione svizzera per l’ambiente e la popolazione,
che lanciano l’allarme, affermando che l’attuale
densità di popolazione comporta già gravi pericoli per le basi vitali delle generazioni future: l’umanità ogni anno consuma circa il 25 per cento di risorse in più di quanto la natura ne possa rigenera-
re nello stesso periodo di tempo.
Le conseguenze non tardano a manifestarsi: cambiamento climatico, penuria d’energia e di acqua,
diminuzione della biodiversità e crisi alimentari.
«La sovrapopolazione è una causa centrale del degrado ambientale», costata Ecopop e esige che sia
bloccata la crescita demografica e abbassato il numero globale degli abitanti della terra «a un livello ecologicamente e socialmente sostenibile».
Quante persone può nutrire il pianeta? La domande è già stata discussa alla fine del XVIII secolo. L’economista britannico Thomas Malthus ai
tempi ha elaborato una tesi che vedeva il sovrapopolamento come problema centrale per l’economia e il benessere, perché la produzione di generi
alimentari accumula ritardi importanti rispetto all’aumento esponenziale della popolazione. Sebbene le sue teorie oggi siano considerate obsolete, rimane da chiedersi quante persone e quante azioni umane è in grado di sopportare il mondo. Una
domanda assai controversa.
Il fatto che una rapida crescita della popolazione
acceleri il circolo vizioso di povertà e fame, nella
seconda metà del XX secolo ha portato all’attuazione di misure drastiche in India e in Cina: campagne di sterilizzazione, soprattutto fra le donne
delle caste inferiori, avrebbero dovuto contribuire
a contenere la crescita demografica dell’India – con
Joerg Modrow/laif
Un aumento demografico
implica automaticamente
una maggiore richiesta di
generi alimentari, energia
e acqua – ma già oggi
l’umanità consuma ogni
anno ben un quarto in più
delle risorse che la natura
riesce a rigenerare nello
stesso periodo (nelle
immagini: India, Isole
Canarie, Guinea e Perù).
poco successo. Migliori invece i risultati raggiunti
dalla Cina con la politica del figlio unico, dettata dallo Stato a partire dal 1980. Il numero medio di figli di una donna cinese è sceso da 6,2 nel 1950 all’attuale 1,8.
con questa tematica o solo nell’ambito di progetti per la salute.
Gagneux, nell’ambito di progetti solari che gestisce in India, ha sviluppato un dispensatore automatico di profilattici. L’iniziativa è accompagnata
da un lavoro di informazione e educazione su malattie quali Aids e sulla prevenzione di gravidanze
indesiderate. «L’obiettivo è di migliorare la qualità
di vita delle persone attraverso la prevenzione», dice
Alec Gagneux, i cui dispensatori di preservativi nel
frattempo sono presenti anche in varie stazioni ferroviarie nonché nelle sedi dei fornitori dell’azienda tessile svizzera Switcher e della Migros.
Questo tipo di attività è in linea con i requisiti fissati dalla Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo, tenutasi nel 1994 al Cairo: la
riduzione dei tassi di natalità nei paesi in via di sviluppo va raggiunta attraverso il miglioramento della sicurezza umana, nonché attraverso un maggior
impegno nell’ambito della salute riproduttiva. Benché sia stata firmata da tutti i paesi, questa definizione di obiettivi si è tirata addosso sin dall’inizio
le critiche di potenti avversari: la Chiesa cattolica
Jan Banning/laif
Redux Pictures/laif
«L’autodeterminazione è un diritto
umano»
Il controllo delle nascite decretato per legge, dal
punto di vista dei diritti umani è inammissibile e,
in quanto tale, è oggetto di dure critiche. Ciononostante non bisogna sottovalutare che ha permesso
di evitare circa 400 milioni di nascite, frenando sensibilmente l’esplosione demografica in Cina.
«La violenza e la costrizione sono un approccio sbagliato», afferma lo svizzero Alec Gagneux. L’attivista per lo sviluppo è convinto che «l’autodeterminazione nella pianificazione familiare è un diritto
umano – chi dispone delle informazioni e dei
mezzi necessari deciderà senza pressione dall’alto
di avere meno figli e dunque maggiori opportunità di sviluppo» sostiene, e critica che l’attuale collaborazione per lo sviluppo non si confronti più
La popolazione mondiale
Secondo le stime
dell’ONU, 2000 anni fa il
mondo era popolato da
circa 300 milioni di persone. Attorno al 1700 la
popolazione era di 600
milioni di individui, nel
1804 è stato raggiunto il
primo miliardo. Fino a
metà del XX secolo, la
crescita demografica ha
raggiunto ritmi più intensi,
con tassi di crescita in
certi periodi pari a oltre il 2
per cento, fino alla vera e
propria esplosione demografica: nel 1927 si contavano due miliardi di persone, nel 1999 erano già
6 miliardi. Nel 2012 la soglia dei sette miliardi verrà
superata. Anche se negli
ultimi anni il tasso di natalità è diminuito dappertutto, tranne nei paesi in
via di sviluppo più poveri,
la popolazione mondiale
continua a crescere.
Situazione all’inizio del
2009:
Popolazione: 6,75 miliardi
di persone
Nascite per 1000 abitanti
(tasso di natalità): 21
Decessi per 1000 abitanti
(tasso di mortalità): 8
Crescita della popolazione
mondiale: 1,2 per cento
all’anno.
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
27
Sven Torfinn/laif
Gli alti tassi di natalità nei
paesi in via di sviluppo
(nell’immagine: Sierra
Leone) sono riconducibili
ad una scarsa informazione così come ad una
carente autodeterminazione e formazione delle
donne.
lotta instancabile contro l’utilizzazione dei profilattici – che sono uno strumento importante nella prevenzione dell’Aids e di gravidanze indesiderate. Sotto George W. Bush, il governo USA ha
bloccato i finanziamenti al Fondo delle Nazioni
Unite per la popolazione UNFPA, togliendo le
sovvenzioni a tutti i progetti di pianificazione familiare che non si limitano a predicare l’astinenza.
Tassi di natalità
Mentre in quasi tutti i paesi
del mondo, il numero di
nascite per donna si è drasticamente ridotto, in alcuni dei paesi più poveri,
che già prima denotavano
un’alta crescita demografica, è addirittura aumentato. L’ultimo rapporto
ONU sullo sviluppo della
popolazione stima che nel
2008, in Mali e Nigeria, in
media sono nati oltre 7 figli
per donna (tendenza al rialzo), contro quasi sette
bambini in Afghanistan,
Uganda o Burundi e 1,44
in Svizzera, 1,2 in Corea
del Sud e addirittura un
solo bambino a Hong
Kong.
www.unfpa.org, «State of
the world population»
28
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
Mancanza di autodeterminazione delle
donne
Queste resistenze, presenti anche negli stessi paesi
interessati, spiegano perché oggi nella maggior parte delle agenzie per lo sviluppo, i progetti che puntano al controllo della crescita demografica sono
stati relegati in secondo piano. «La pianificazione
familiare non è facile da attuare ovunque – la maggior parte dei paesi segue una propria politica, determinata da valori locali, e dunque non apprezza
un impegno in quest’ambito», dice Franziska Freiburghaus, specialista per questioni sanitarie presso
la DSC.
Ciononostante, le agenzie per lo sviluppo sono
chiamate a cogliere queste sfide. Le strategie e le
politiche di popolazione attive per il Sud vanno
iscritte in ogni mansionario: mentre la popolazione in molti paesi industrializzati registra un calo, il
90 per cento dei circa 2,3 miliardi di persone - che
stando ai prognostici verranno ad aumentare la popolazione del nostro pianeta entro il 2050 - vivranno nei paesi più poveri.
È importante il sostegno del partner
La Società tedesca per la popolazione mondiale stima che in questi paesi una gravidanza su due non
è voluta e spiega gli alti tassi di nascita con la mancanza di educazione sessuale, di autodeterminazione e di formazione della donna, unite al fatto
che ancora oggi, milioni di persone non hanno accesso agli anticoncezionali.
«La crescita demografica è un indicatore di povertà», afferma Yvonne Gilli, medico sangallese e consigliera nazionale. Lo scorso marzo in un’interpellanza parlamentare ha chiesto che almeno il 10 per
cento dei fondi stanziati per lo sviluppo siano destinati a progetti sanitari: «L’educazione sessuale, la
pianificazione familiare, nonché l’assistenza di base
durante la gravidanza e il parto sono servizi che
non solo abbassano il tasso di mortalità di madre e
bambino, ma costituiscono in realtà le condizioni
sine qua non per poter lottare con successo contro la povertà».
Franziska Freiburghaus condivide questa considerazione: «Se vogliamo raggiungere gli Obiettivi di
sviluppo del Millennio, dobbiamo imparare a controllare la crescita demografica». Come, lo illustra
con i due esempi di Mozambico e Repubblica
Moldava, dove i progetti sanitari di base, non solo
sono riusciti ad abbassare il tasso di mortalità, ma
hanno portato a una riduzione delle nascite. «Se durante il periodo della gravidanza le donne sono accompagnate, informate e incoraggiate, possono
evitare la nascita di altri bambini che in realtà non
vorrebbero. E se in più sono sostenute da uomini
informati, le probabilità di successo sono buone».
L’approccio sembra convincente. Resta, tuttavia, la
domanda se iniziative di questo tipo siano sufficienti per evitare l’aumento della popolazione
mondiale ai 9,2 miliardi di persone prognosticati
– e se la politica dello sviluppo abbia effettivamente
intenzione di raggiungere questo traguardo. I
(Tradotto dal tedesco)
Carta bianca
Redimere l’Africa
Aidoo. E parlò per noi tutti:
Perché i governi africani non si
occupano loro stessi dell’educazione dei nostri figli? Perché dovremmo dipendere dai filantropi
europei per educare i nostri
bambini? Ama Ata Aidoo sapeva
di cosa parlava. Era stata ministro
in Ghana e sapeva perfettamente
che l’aiuto estero ha distrutto il
suo popolo e il resto dell’Africa.
Sa che governi corrotti mettono
in bilancio somme irrisorie per
l’educazione, la sanità e lo sviluppo perché tanto hanno la certezza che le organizzazioni umanitarie provvederanno; mentre
sperperano denaro per progetti
inutili, con una parte dei fondi
che scompare su qualche conto
segreto in Svizzera. Se non è rimasta a lungo sulla poltrona di
ministro è proprio perché non
sopportava la corruzione.
Sono sempre stato contrario
agli aiuti, soprattutto a quegli
alimentari, che giungevano in
Africa dalla ricca Europa e dagli
Stati Uniti – tranne naturalmente nel caso di calamità nazionali o altre catastrofi umanitarie. Ho visto con i miei occhi,
quando lavoravo per lo sviluppo
rurale in Lesotho, come l’aiuto
alimentare regolare ha generato
una mentalità di dipendenza. È
alla luce di questa esperienza che
nel mio libro «When People Play
People» (Zed Books, London,
1993) scrivo: «Nella loro tournée
(parlo dei membri della mia
compagnia di teatro) attraverso
i villaggi, scoprono che spesso
gli abitanti sono restii a lasciarsi
coinvolgere nei progetti di sviluppo, senza incentivi alimentari.
In alcuni casi gli abitanti dei villaggi rifiutano addirittura di impegnarsi per prevenire l’erosione
dei suoli dei loro terreni, senza
ricevere in cambio olio da cucina o mais. Con gli anni, governi e agenzie di donatori
hanno creato una vera cultura
dell’aiuto alimentare che a sua
volta ha generato una mentalità
di dipendenza».
Le mie visioni dell’aiuto estero
mi sono valse le dure critiche
dell’industria dell’aiuto allo sviluppo. In una delle mie poesie
scrivo che l’Africa è ricca di risorse minerali, di capitale umano,
di boschi e fiumi. L’Africa deve
appropriarsi della libertà e dare
da mangiare ai propri figli. In
molti paesi africani, l’aiuto è
stato trasformato in uno stile di
vita, non è più un rimedio temporaneo. Così però blocca ogni
iniziativa e distrugge ogni ambizione. E, quel che è ben più
grave: l’aiuto alimentare uccide
gli agricoltori africani. I contadini non sono più motivati a
coltivare i loro terreni, visto che
comunque non possono competere con le derrate gratuite che
arrivano dall’America e
dall’Europa.
L’Africa dunque non ha bisogno
di aiuto, ma di libero scambio e
investimenti. Ciò che redimerà
l’Africa è l’affidabilità, la liberazione dai rapporti di dipendenza
e la cancellazione del debito
pubblico. I
Zakes Mda (all’anagrafe
Zanemvula Kizito Gatyeni
Mda), classe 1948, fa parte
degli autori di teatro e romanzieri più famosi del Sudafrica.
Cresce a Soweto e nel
Lesotho, che lascia nel 1963
per recarsi negli USA, dove
frequenta gli studi nell’Ohio.
Nel 1995 ritorna in Sudafrica.
È anche autore di teatro
presso il Johannesburg
Market Theatre, nonché pittore, compositore e cineasta,
come pure apicoltore e direttore del Southern African
Multimedia AIDS Trust di
Sophiatown, Johannesburg. I
suoi romanzi sono tradotti in
molte lingue. In italiano sono
usciti tre suoi romanzi, tutti
presso l’editore E/O: «Si può
morire in tanti modi», «La
Madonna di Excelsior» e
«Verranno dal mare». Per le
sue opere Zakes Mda ha ricevuto numerosi premi. Oggi è
docente universitario negli
USA e in Sudafrica. Vive a
Johannesburg e nell’Ohio.
(Tradotto dall’inglese)
Ursula Meissner/laif
Alcuni anni fa ho intrapreso insieme ad altri autori africani un
viaggio attraverso la Gran
Bretagna. Con noi c’era anche la
ghanese Ama Ata Aidoo, considerata da molti la decana della
letteratura africana. È stato un
viaggio piacevole: leggevamo
brani tratti dalle nostre opere ai
festival della letteratura, nelle biblioteche e nelle librerie, rispondendo alle domande di lettori
entusiasti.
In un’occasione però siamo rimasti sorpresi nel vedere che
sulle porte erano stati affissi manifesti di un’organizzazione
umanitaria che invitava il pubblico a devolvere fondi per l’educazione dei bambini in Africa.
Questa organizzazione, senza
dubbio animata da buone intenzioni, aveva deciso di approfittare
della nostra presenza per raccogliere fondi per l’Africa.
Appena ci eravamo seduti, gli organizzatori ci chiesero di permettere ai rappresentanti di
quella ONG di parlare al pubblico per chiedere delle offerte.
Siamo rimasti perplessi; non volevamo certo dare l’immagine
degli scrittori che chiedevano
l’elemosina. Ma non volevamo
neanche recitare la parte dell’ospite ingrato. Così siamo rimasti
zitti.
Chi parlò invece fu Ama Ata
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
29
SCP Pro Helvetia (4)
Cipriani/Alpaca/Andia.fr/Still Pictures
C U L T U R A
La cultura unisce
La fondazione Pro Helvetia, che dal 1990 sostiene l’arte e la cultura nell’Europa dell’Est, su mandato della DSC ha concentrato le sue attività nei Balcani occidentali. I suoi progetti oggi puntano alla cooperazione transfrontaliera e sono
pensati per contribuire a placare le tensioni etniche. Di Jane-Lise Schneeberger.
30
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
SCP Pro Helvetia (4)
Fondamentalmente gli obiettivi dell’«Accademia nomade di danza» e del progetto «Città creative» sono gli stessi: avvalendosi di un approccio regionale puntano a potenziare il talento e la creatività della gente anche oltre le frontiere nazionali.
In seguito alla caduta del comunismo, la cooperazione svizzera
è intervenuta dapprima nell’Europa centrale. Su mandato
della DSC, Pro Helvetia ha assistito la Polonia, l’Ungheria, la
Slovacchia e la Repubblica Ceca
nei loro intenti di rianimare la
vita culturale. Poi ha spostato le
sue attività verso il Sudest del
continente, dove la transizione
democratica avanzava a ritmi
più lenti. L’anno 2008 ha segnato
una nuova svolta per il Programma culturale svizzero (più
noto sotto il suo nome inglese
Swiss Cultural Programme SCP): dopo la chiusura dei suoi
uffici in Romania, Bulgaria e
Ucraina ha concentrato le sue
attività nei Balcani occidentali, e
segnatamente in Albania, Bosnia,
Kosovo, Macedonia e Serbia.
Tutti i suoi programmi si concluderanno nel 2012.
Per questa fase finale, lo SCP ha
subito una ristrutturazione completa. Pro Helvetia, che finora
orchestrava le operazioni da
Zurigo, ha trasferito la respon-
sabilità operativa a un ufficio regionale con sede a Sarajevo
(Bosnia), composto di quattro
persone originarie dei Balcani.
«Sono tutte persone con esperienze professionali nella cooperazione internazionale. Noi le
sosteniamo a livello di gestione
strategica e finanziaria, senza interferire però nello svolgimento
delle operazioni nel quotidiano», costata Petra Bischof
di Pro Helvetia, che assicura i
contatti fra Zurigo e Sarajevo,
garantendo inoltre l’appoggio
tecnologico. Negli altri quattro
paesi beneficiari esistono per il
momento ancora degli uffici
locali, che tuttavia sono destinati
a chiudere.
Placare le tensioni etniche
La regionalizzazione tocca anche il contenuto delle attività.
In futuro i progetti di collaborazione non saranno più realizzati
a livello nazionale, ma implicheranno almeno due paesi. Questo
nuovo orientamento voluto
dalla DSC persegue l’obiettivo
di rafforzare la collaborazione
transfrontaliera. «Quando le persone si parlano, ha luogo un interscambio di idee, i divari etnici
si attenuano. Noi speriamo che
la produzione di attività artistiche a livello regionale contribuisca a ridurre il potenziale di
conflitto e faciliti il dibattito
democratico», spiega Ralph
Friedländer, incaricato di programma della DSC.
Nella regione, i risentimenti e
i pregiudizi etnici sono ancora
vivi. E non risparmiano neanche
la sfera culturale. L’anno scorso
la galleria d’arte Kontekst di
Belgrado ha vissuto quest’esperienza in prima persona: poco
prima dell’inaugurazione, un
centinaio di nazionalisti serbi ha
preso d’assalto un’esposizione
dedicata all’arte visuale contemporanea in Kosovo, e ha distrutto un’opera che rappresentava Adem Jashari, un leader
della guerriglia indipendentista.
Un’accademia itinerante
Fra gli undici progetti attual-
mente sostenuti dallo SCP, sei
rivestono già oggi una dimensione regionale. Uno di essi,
«Nomad», promuove la professionalizzazione della danza contemporanea. In assenza di scuole
o altre offerte formative, nei
Balcani i coreografi finora si formavano on the job. Ecco perché
le organizzazioni specializzate
di sei paesi della regione hanno
creato l’Accademia nomade di
danza. Ognuna elabora e organizza un modulo di formazione
di tre settimane. Lo SCP finanzia
queste attività in Macedonia, in
Serbia e in Bosnia - gli altri
paesi non rientrano nel suo raggio di azione. Gli studenti, originari di tutti i paesi aderenti, si
spostano da una capitale all’altra.
Nello spettacolo di fineprogramma presentano alcune
delle coreografie che hanno
creato. Il progetto, infatti, punta
anche a sensibilizzare il grande
pubblico per la danza contemporanea, permettendogli di scoprire artisti appartenenti a etnie
diverse.
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
311
SCP Pro Helvetia (2)
Nella regione dei Balcani, risentimenti e pregiudizi etnici sono ancora molto presenti – l’organizzazioni di manifestazioni culturali transnazionali contribuisce a lenire potenziali conflitti e a semplificare il processo di democratizzazione.
«Nomad, lanciato già nel 2007,
era un progetto regionale già
esistente», evidenzia Petra
Bischof. «Il suo successo ci ha
spinti ad andare avanti. Ci ha
fornito la prova tangibile e concreta che la collaborazione regionale risponde a una domanda
delle organizzazioni culturali».
Ricerca di progetti regionali
e innovatori
Dal 2008, lo SCP seleziona i
suoi progetti di collaborazione
con bando di concorso pubblico. L’ufficio regionale di
Sarajevo pubblica degli annunci
sui giornali dei cinque paesi interessati e sul suo sito Internet,
invitando gli operatori culturali
a inoltrare le candidature. Per
soddisfare i requisiti, i progetti
devono fra l’altro rafforzare la
capacità delle istituzioni culturali
locali, promuovere la collaborazione interetnica e creare delle
strutture o degli eventi destinati
ad un ampio pubblico. Inoltre
devono seguire un approccio
innovatore. Ciò significa, per
esempio, che il progetto utilizza
nuove tecnologie, che serve a far
conoscere giovani artisti o che
32
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
affronta argomenti spinosi. Lo
SCP si adopera altresì per promuovere pratiche di buongoverno e la parità fra i sessi.
Sulle 45 candidature depositate
nel 2008, quattro progetti hanno
soddisfatto tutti i requisiti e
hanno ottenuto un finanziamento. Quello più regionale
riunisce partner provenienti da
Macedonia, Bosnia, Kosovo e
Serbia. Inoltre mira ad assicurare
un’animazione socioculturale
nelle zone rurali. Un altro progetto è ambientato in Serbia, in
Bosnia e in Albania.Artisti locali
produrranno videofilm sulle
«utopie individuali di ieri e di
oggi». Queste pellicole tradurranno in immagini i sogni degli
abitanti di questi paesi all’epoca
del comunismo, durante la
guerra e oggi.
Gli abitanti di Shkodra e di
Pogradec si erano inventati le
iniziative più variegate per rendere le loro città più attraenti e
più vivibili, per esempio pitturando le facciate delle case in
colori vivaci e decorando le
porte delle case.
La seconda fase di questo progetto ha avuto inizio lo scorso
maggio. L’obiettivo era lo stesso:
sfruttare il talento e la creatività
degli abitanti per favorire lo sviluppo urbano. Ma questa volta,
le attività si sono svolte simultaneamente in sei città albanesi,
una città macedone e una montenegrina che si sono messe in
rete per collaborare. Dopo
aver seguito una formazione comune, i rappresentanti di ogni
città si riuniscono per discutere
i piani elaborati dagli uni e dagli
altri.
Gli abitanti danno nuova vita
alla città
Sostegno mirato di eventi
Contemporaneamente, i responsabili dello SCP hanno deciso di
realizzare la versione regionale
di un antico progetto intitolato
«Città creative», che aveva già
dato buoni risultati a livello nazionale in Albania.
Accanto ai suoi progetti di collaborazione, che durano tre anni
e implicano un impegno
finanziario sostanzioso, lo SCP
promuove quelle che definisce
«piccole azioni», ossia progetti a
breve termine realizzati da orga-
nizzazioni locali. Gli importi
allocati di solito sono inferiori
ai 10 000 franchi.
Nel 2009 qualche decina di
eventi beneficeranno di sussidi
di questo tipo. Lo SCP finanzia
o cofinanzia per esempio la
creazione di vari spettacoli teatrali, la realizzazione di documentari – di cui uno sulla magia
nera in Kosovo e un altro sull’impatto psicologico dell’Aids
in Macedonia –, mostre di pittura o di fotografia, festival di
musica, pubblicazione di libri
o la produzione di CD. I
(Tradotto dal francese)
Non solo musica
(er) Sono perlopiù senzatetto,
a Kinshasa, capitale della
Repubblica Democratica del
Congo. Molti di essi sono paraplegici e malati di polio. Si spostano grazie a sedie a rotelle
Un omaggio del tutto
interiore
(er) Una vita, la sua, piena di
strapazzi. Servitù della gleba
come ragazza in Tibet, la fuga da
giovane verso il nord dell’India,
Persone disperate, ippopotami protetti
Servizio
(er) Emanano una patina di solitudine e spaesamento, di malinconia e mestizia; evidenziano un
che di fragile e fugace, misterioso e trasparente, dolceamaro
ed elegiaco: parliamo qui delle
appassionanti ballate dal testo
inglese della trentasettenne cantante Lhasa de Sela, insignita
nel 2005 del celebre BBC World
Music Award. La sua chiara e
calda voce, sapida di una morbida velatura sentimentale
nonostante affioranti vene più
crude, ha grande presenza.A ciò
contribuiscono pennellate musicali: piano, arpa, violino, chitarra,
basso e batteria schizzano impressioni in filigrana, tracce di
suono librate e suono d’insieme,
costantemente in un ritmo ponderato, a volte con accenti country, altre con approcci gospel,
e poi di nuovo canzonettistico,
blues e folk. Con il suo terzo album, questa interprete statunitense-messicana-canadese-francese ha dato vita ad un moderno
capolavoro senza tempo, etereo
e terreno allo stesso tempo.
È così che la spiritualità delle
canzoni di Lhasa, anche a distanza di anni, riesce a penetrarti
direttamente sotto la pelle.
Lhasa: «Lhasa»
(Audiogram/Warner Music)
fatte con le proprie mani e in
parte motorizzate, biciclette e
motorini per disabili. Si esercitano negli spazi del malandato
zoo e suonano chitarra, basso,
batteria ed un liuto ad una sola
corda chiamato satongé, dal
quale escono suoni chiari e
metallici dai toni mozzafiato.
Entusiasmano con la loro
Congo-rumba scintillante ed
elettrizzante, nella quale troviamo venature di Son, Reggae
e R’n’B. Cantano a più voci,
con sonorità, e le loro canzoni
raccontano della dura vita di sopravvivenza sulla strada. Hanno
suscitato interesse con il loro
primo album inciso all’aperto
nel MacBook ed accompagnato
dal gracidare delle rane. Portano
alla luce quanto in essi è celato,
così come promette il nome del
loro eterogeneo gruppo. Sono
très, très fort – i musicisti della
«Staff Benda Bilili».
Staff Benda Bilili: «Très Très Fort»,
CD incl. 4 Bonusvideo (Crammed
Discs/Musikvertrieb)
Film
Musica
Un capolavoro pieno di spiritualità
l’abuso fino alla maternità, la
sparizione del padre snaturato, la
consegna della figlia ad un affidatario, il lavoro come donna
delle pulizie e la partenza verso
l’Inghilterra; è quanto descrive
Soname Yangchen nel suo libro
«Figlia del Tibet».Tutto ciò, e
il suo canto inconfondibile, le è
valsa la denominazione di «Voce
del Tibet».Voce che nelle canzoni in lingua tibetana si libra
sopra un affascinante paesaggio
sonoro. Da ammirare sono qui le
voci del coro con la loro venatura sacra, ed i fluttuanti suoni
degli strumenti a corda, dall’arpa
alla viola, dal dranyien (liuto tibetano) al sarangi (violino indiano), fino ai moderni accenti
di tastiera e chitarra, brillanti
tracce dei suoni del flauto e del
clarino, delicati ritmi della batteria e virtuosi suoni del tabla.
Concludendo: un meraviglioso
omaggio del tutto interiore, rilassato e tuttavia quasi doloroso
al Tibet dei vasti altipiani, alle
aquile che volano in circolo sui
sacri laghi, alle imponenti catene
montuose che si alzano verso il
cielo!
Soname: «Plateau» (World
Village/Musicora)
Il film «Il Fiume Niger muore»
illustra le drammatiche conseguenze che i cambiamenti climatici comportano in Africa.
Alfari abita sulla riva del fiume
Niger, e racconta come si è trasformato da pescatore in coltivatore di verdure.A causa del lento
inaridirsi del fiume, ci sono
sempre meno pesci da pescare,
cosa che costringe il pescatore
ad improvvisarsi contadino. Lo
spazio vitale lungo il fiume diventa però sempre più piccolo,
e gli abitanti delle rive devono
difendere i loro piccoli raccolti
dalla fame degli ippopotami, che
sono a loro volta limitati nella
loro normale ricerca di cibo.Al
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
33
Donne in Bosnia
Nei nuovi film dalla Bosnia ed
Erzegovina si evidenzia una particolarità: raccontano sempre
storie femminili, storie di donne
sole che vivono la loro solitudine insieme ad altre donne. Nel
film «Snow»,Aida Begic – che
ha vissuto la guerra dei Balcani
da giovane – osserva la vita di
un villaggio di montagna. Gli
stessi pensieri muovono Jasmila
Zbanic, che nel film «Grbavica»
racconta delle ferite ancora
aperte e della difficoltà di convivere con il passato. Il villaggio
di «Snow» non mostra, ad un
primo sguardo, cosa hanno dovuto sopportare i suoi abitanti.
Aida Begic narra, nella sua toccante opera prima, di donne
sposate, dei loro figli e mariti.
La guerra ha tolto loro gli affetti
più cari, ed ora vivono una vita
alla quale ormai devono dare un
nuovo senso. Esma vive nel film
«Grbavica» a Sarajevo con la
figlia dodicenne Sara, cui rac-
34
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
Faire Trade, alla conquista
della moda
Manifestazioni
(bf ) Fair Trade – con riferimento a prodotti sostenibili – è
di moda. Ciò che si è già affermato nel settore alimentare, potrebbe presto valere anche per il
mondo della moda. In questa ottica, Helvetas organizza, dal 21 al
25 settembre ad Interlaken,
nell’ambito dell’Anno internazionale ONU delle fibre naturali
2009 ed all’insegna del «From
Fashion to Sustainability», il
Congresso mondiale del cotone
biologico. Il congresso offre a
tutti gli operatori della filiera
creativa del tessile una piattaforma, che consente, in occasione di workshop, esposizioni o
presentazioni, di dibattere sulle
innovazioni e le attuali sfide settoriali, conoscere modelli commerciali di successo, così come
allacciare rapporti con nuovi
partner nel campo dei tessili di
tipo sostenibile. Il congresso è
organizzato in cooperazione
con l’International Trade Centre
ITC, Max Havelaar e la Segreteria di Stato per l’economia
SECO.
Il programma, così come la registrazione online, sul sito:
www.fahsiontosustainability.org
In estasi con la musica
( jls) I laboratori di etnomusicologia (Adem), a Ginevra, organizzano ogni autunno un festival
dedicato alla musica e alle danze
tradizionali di un Paese o una
regione del mondo. Quest’anno,
si è deciso di presentare espressioni musicali ancora poco conosciute in Europa o che sono
oggetto di interpretazioni a
volte fantasiose. Con il titolo
«L’estasi e la trance», il festival
darà risalto alla dimensione spirituale delle culture del mondo
islamico. Una troupe turca di
dervisci danzanti eseguirà il
sema, danza estatica che i membri di quest’ordine sufi praticano
per entrare in comunione con
Dio. Sei artisti pachistani interpreteranno il qawwali, canto sacro
sufi. Farida Parveen, cantante
originaria del Bangladesh, interpreterà alcuni testi del fachiro
Lalon Shah, un poeta mistico
del XIX secolo. Il pubblico potrà
anche scoprire la poesia cantata
dell’Iran, lo zar egiziano – un
rituale di guarigione basato sulla
danza e sulle percussioni – e il
ricco repertorio dei gruppi femminili fqiret che si esibiscono in
Algeria in occasione di feste religiose e di ricorrenze pubbliche.
Il Festival «L’estasi e la trance»,
sarà in scena al teatro Alhambra
di Ginevra, dal 28 settembre
al 3 ottobre
Cambiamenti climatici:
responsabili e vittime
(gn) Nel suo saggio «Tatort
Klimawandel», il giornalista
tedesco Bernhard Pötter non
lascia spazio a dubbi: i cambiamenti climatici innescati dall’uomo sono in pieno corso
e finiranno per cambiare radicalmente il nostro mondo.
Riportando 26 impressionanti
esempi, Pötter va sulle tracce dei
responsabili, delle vittime e dei
profittatori, che lui – dopo due
anni di ricerche in tutto il
mondo – è riuscito ad identificare. Ricerche effettuate nei
campi di petrolio di Houston,
nella regione amazonica, nel
Bangladesh e addirittura sullo
Schilthorn, nell’Oberland bernese. Con abilità, intreccia reportage e informazioni specifiche e non esita ad indicare per
nome i responsabili. Inoltre, il
giornalista tedesco esamina criticamente le soluzioni proposte
da politica, economia e ricerca.
Malgrado ciò, il libro si differenzia chiaramente da un comune
romanzo poliziesco, soprattutto
perché non cade nel banale
schema del buono e del cattivo.
«Tatort Klimawandel» di Bernhard
Pötter, Edizioni oekom Monaco di
baviera, 2008, non è disponibile in
italiano
Libri e opuscoli
contrario delle popolazioni stanziali, gli ippopotami godono di
una certa considerazione da
parte delle autorità: sono protetti
e non possono essere cacciati.
Secondo le parole di Alfari, gli
ippopotami sono protetti per
dare stimoli al turismo, e ciò
mentre gli indigeni lottano per
sopravvivere.
«Der Niger-Fluss stirbt»; Niger
2006. documentario, 7 minuti,
sottotitoli in inglese, francese e tedesco. Il film fa parte del DVD
«Cortometraggi da Senegal, Niger,
Palestina, Romania, Etiopia,
Sudafrica»; informazioni e consulenza: Filme für eine Welt,
tel. 031 398 20 88,
www.filmeeinewelt.ch
conta di un padre eroe di guerra.
La bugia protegge lei e la figlia
da una difficile verità, perché la
piccola è l’amaro frutto di uno
stupro. Con il suo film, Jasmila
Zbanic ha vinto l’Orso d’Oro
del Festival di Berlino.
I DVD «Snow» (f/t) e
«Grbavica»(f/t) sono apparsi nelle
edizioni trigon-film. Per ordinazioni
ed informazioni: 056 430 12 30 o
www.trigon-film.org
Quattro interessanti opuscoli
(bf ) Siete interessati a sapere
cosa siano i diritti umani e come
funzionano esattamente il diritto
internazionale umanitario, il
diritto internazionale pubblico
o la diplomazia? Il Dipartimento
federale per gli Affari Esteri
(DFAE) ha stilato per ognuno
di questi temi una pubblicazione
molto chiara e comprensibile
anche ad una vasto pubblico.
Nell’introduzione, il singolo
tema viene presentato nelle sue
più ampie componenti storiche,
sociali e legali. La seconda parte
comprende il glossario, che
provvede, in sintesi ma con pre-
lmmagini di un mondo
diverso
Nel 1989 la Fondazione trigonfilm presentò il suo primo film:
«Zan Boko», di Gaston Kaboré,
del Burkina Faso. Nel 2009 presenta con «Pandora's Box» – del
turco Yesim Ustaoglu – un film
sul tema Alzheimer e famiglia.
Nel giro di 20 anni sono state
distribuite oltre 280 produzioni
provenienti dall’Africa,Asia e
Impressum:
«Un solo mondo» esce quattro volte l’anno
in italiano, tedesco e francese.
Editrice:
Direzione dello sviluppo e della cooperazione
(DSC) del Dipartimento federale degli affari
esteri (DFAE)
Comitato di redazione:
Martin Dahinden (responsabile)
Catherine Vuffray (coordinamento globale)
Marie-Noëlle Bossel, Marc-André Bünzli,
Beat Felber, Thomas Jenatsch, Roland Leffler,
Sabina Mächler
America Latina. Con queste
produzioni si è notevolmente
arricchita ed ampliata l’offerta
nei cinema e nella forma di
DVD. In tal modo, sono arrivati
nelle sale, film eccellenti quali
«Yi Yi», di Edward Yang,
«Bombón el perro», di Carlos
Sorín, «El viaje», di Fernando
Solanas, «TGV», di Moussa
Touré o «La vida es silbar» di
Fernando Pérez. Ora,Walter
Ruggle, presidente della
Fondazione, ha scritto un libro
nel quale, su 500 pagine, riflette
sui film scelti e sulle eccezionali
qualità dei cineasti.Testi, interviste, citazioni e meravigliose immagini invitano ad intraprendere
un viaggio in un’altra cinematografia e ci permettono di accedere nel cuore di temi, approcci
e quesiti con i quali si confrontano i cineasti di tutto il mondo.
«Welt in Sicht» di Walter Ruggle,
reperibile in libreria o direttamente
presso la Fondazione trigon-film ad
Ennetbaden: tel. 056 430 12 30;
non è disponibile in italiano
Scrivere con la macchina
fotografica
(bf ) Una solitaria barriera, con
dietro due militi di frontiera
ed un cane randagio, che sorvegliano il confine tra Pakistan e
Cina, sul Passo del Khunjerab, e
guardano in modo assorto verso
gli ottomila che si ergono all’orizzonte. Oppure, quattro mani
di donna che tagliano a pezzi
carne cruda in un piatto poggiato su di una tovaglia decorata
da fiori rossi. Queste sono solo
due di 165 avvincenti fotografie
che il fotografo-scrittore soletRedazione:
Beat Felber (bf – produzione)
Gabriela Neuhaus (gn) Maria Roselli (mr)
Jane-Lise Schneeberger (jls) Ernst Rieben (er)
Progetto grafico: Laurent Cocchi, Losanna
Litografia e Stampa: Vogt-Schild Druck AG,
Derendingen
Riproduzione di articoli:
La riproduzione degli articoli è consentita
previa consultazione della redazione e
citazione della fonte. Si prega di inviare
una copia alla redazione.
tese Daniel Schwartz ci offre
nella sua più recente opera
fotografica: «Daniel Schwartz:
Travelling Through the Eye of
History». Il fotografo di fama internazionale è conosciuto per la
qualità dei suoi reportage, minuziosamente e lungamente preparati, accompagnati da scatti che
mai prescindono da ampie conoscenze acquisite sui luoghi
stessi che essi documentano.
Così, negli ultimi 15 anni,
Schwartz ha visitato Turkmenistan, Tagikistan, Kazakstan,
Uzbekistan e Cina, e ci presenta
un concentrato dei suoi viaggi
in un volume affascinante, che si
rivela un vero e proprio capolavoro, e non solo per le splendide
foto che contiene.
«Daniel Schwartz:Travelling
Through the Eye of History»;
Thames & Hudson, London 2009
Incrementi demografici ed
approvvigionamento
(bf ) Mentre i paesi industrializzati si vedono confrontati con il
problema di una società in piena
riduzione demografica, i paesi in
via di sviluppo sono alle prese
con le conseguenze di urbanizzazione, emigrazione e crescita
demografica. Quali effetti hanno
questi sviluppi sull’approvvigioAbbonamenti:
La rivista è ottenibile gratuitamente
(solo in Svizzera) presso: DFAE, Servizio
informazioni, Palazzo federale ovest,
3003 Berna
E-mail: [email protected]
Tel. 031 322 44 12
Fax 031 324 90 47
www.dsc.admin.ch
namento di acqua, cibo e di altre
risorse? Gli autori e le autrici
del volume «Population Dynamics
and Supply Systems.A Transdisciplinary Approach» hanno svolto
ricerche in Africa, Asia, Medio
Oriente ed Europa. Il libro descrive, tra l’altro, i metodi con i
quali i sistemi di approvvigionamento possono essere adattati
ai cambiamenti demografici.
Gli scienziati esperti in biologia,
geografia, scienze politiche, economia e sociologia hanno studiato il fenomeno in diverse regioni del mondo e indicano
possibili soluzioni.
Diana Hummel (Hg); «Population
Dynamics and Supply Systems.
A Transdisciplinary Approach»,
Campus, Frankfurt/New York
2008, ISBN 978-593-38545-7
DFAE: esperti a vostra disposizione
Desiderate un’informazione di
prima mano sulla politica estera
svizzera? Relatori e relatrici del
Dipartimento Federale degli
Affari Esteri (DFAE) sono a disposizione di classi scolastiche,
associazioni ed istituzioni per
conferenze e discussioni sui numerosi temi della politica estera.
Il servizio è gratuito, ma può essere fornito soltanto all’interno
dei confini nazionali; inoltre,
dovranno presenziare almeno
30 partecipanti per ogni evento
programmato.
Ulteriori informazioni: Servizio
conferenze DFAE, Servizio informazioni, Palazzo federale ovest,
3003 Berna; tel. 031 322 31 53 o
031 322 35 80; fax 031 324 90
47/48; e-mail: [email protected]
Varia
cisione, a spiegare concetti specifici. Oppure, improvvisando,
sareste in grado ad esempio
di spiegare ciò che prevede il
diritto allo sviluppo, ciò che
distingue una nota diplomatica
da un approccio diplomatico,
oppure qual è l’attività della
Commissione d’inchiesta umanitaria internazionale?
I quattro opuscoli«ABC dei diritti
dell’uomo», «ABC del diritto internazionale umanitario», «ABC del
diritto internazionale pubblico» ed
«ABC della diplomazia» possono
essere ordinati gratuitamente presso:
[email protected] oppure presso Informazione DFAE
Tel. 031 322 31 53; visitando il
seguente sito, gli opuscoli possono
essere scaricati in formato pdf:
http://www.dfae.admin.ch,
«Documentazione», «Pubblicazioni»
2001 Daniel Schwartz/Pro Litteris
Servizio
860215346
Stampato su carta sbiancata senza cloro
per la protezione dell’ambiente
Tiratura totale: 53 500
Copertina: Tuareg nel Sahara;
Biosphoto/Thiriet Claudius/Still Pictures
ISSN 1661-1683
Un solo mondo n.3 / Settembre 2009
35
Nella prossima edizione:
The HeraldTribune/Redux/laif
Sono i paesi in via di sviluppo a risentire maggiormente della crisi
finanziaria che attualmente imperversa a livello mondiale. Il nostro
dossier illustra le ripercussioni della crisi sulla vita quotidiana delle
persone e spiega perché sia nell’interesse del Nord che la situazione
nel Sud non peggiori.
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