Agenzia FIDES – 27 agosto 2007
DOSSIER FIDES
“BAMBINI E MASS MEDIA (I PARTE):
UNA VIOLENZA SENZA CONFINE”
Introduzione
L’impegno per l’infanzia di Don Fortunato Di Noto
Intervista a Don Fortunato Di Noto
Bambini e violenza in Tv negli Stati Uniti
-
il National Television Violence Study
violenza dei media nel contesto globale
La natura e il contesto della violenza nei media americani
-
raccomandazioni per l’industria televisiva, per i politici, per i genitori
Media e violenza in Giappone
-
importanza dell’educazione nei media
osservazioni conclusive
I Media nell’Europa orientale
-
Albania
Bosnia-Erzegovina
Repubblica Ceca
Latria
Moldavia
Russia
Ucraina
Azerbaijian
Bulgaria
Georgia
Lituania
Polonia
Slovacchia
Bielorussia
Croazia
Ungheria
Macedonia
Romania
Slovenia
L’Unesco e la violenza nei Media
I Media in Asia
-
Cina
Giappone
Filippine
India
Malesia
Singapore
Indonesia
Nepal
Vietnam
I Media in Cina
La Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Bambino
-
Art. 3
Art.13
Art. 17
Dichiarazioni e Risoluzioni internazionali su “Bambini e Media”
Bibliografia
Agenzia Fides “Palazzo di Propaganda Fide” - 00120 Città del Vaticano - tel. 06 69880115 - fax 06 69880107 - E-mail: [email protected]
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“BAMBINI E MASS MEDIA: UNA VIOLENZA SENZA CONFINE”
INTRODUZIONE
Senza dubbio oggi i media, e in modo particolare la televisione, sono facilmente accessibili da tutti e da
ogni parte del mondo. Film e programmi di intrattenimento si possono vedere schiacciando un bottone
da ogni luogo del pianeta e a qualsiasi ora. Tuttavia, dietro a questo aspetto positivo del progresso
tecnologico, ci sono profonde preoccupazione per l’accesso troppo facile dei giovani, specialmente dei
bambini, ai programmi che mostrano violenza, sesso e pornografia. Il desiderio di controllare in qualche
modo questo violento attacco mediatico che non si limita ai programmi televisivi, ma comprende
anche giochi elettronici, cinema, materiale audio-visivo disponibile in Internet e telefonini, è molto
forte.
“La questione principale è come conciliare la preziosa e fondamentale libertà di espressione, come è
stata presentata nell’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e come con maggiore
rilevanza è stata posta nell’articolo 13 della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Bambino,
con gli strumenti che si vogliono adottare per combattere la violenza e il sesso nei media, sottolinea
Henrikas Yushkiavitshus, Assistente generale per la Comunicazione, l’Informazione e l’Informatica
dell’Unesco”. “I bambini meritano la qualità”, ricorda Nils Gunnar Nilsson, rappresentante della Svezia
nel Comitato esecutivo dell’Unesco, e questa aspettativa che può apparire come una considerazione
ovvia, viene invece purtroppo disattesa dai media di tutto il mondo. In vari modi. Con politiche di
governi e di istituzioni disattente, o con un’attenzione formale – mai sostanziale –, oppure con un uso
infame della tecnologia da parte di gente senza scrupoli. Come il fenomeno agghiacciante dello
sfruttamento sessuale e della pedopornografia online.
L’IMPEGNO PER L’INFANZIA DI DON FORTUNATO DI NOTO
Nell’ufficio di Don Fortunato Di Noto è appeso un disegno che riporta i pensieri di quattro bambini. Il
primo recita: “Vogliamo vivere in un mondo amico”. “Abbasso la pedofilia”. “Rispettate i bambini,
sono come i fiori, non calpestateli”. Il secondo invece dice: “Non bisticciarsi, non rubare gli amici, non
ferire i sentimenti degli amici, non sparlare gli amici”. E’ il dramma della pedofilia e della
pedopornografia online.
Don Fortunato da tempo è impegnato nella lotta contro gli abusi e i soprusi praticati sui bambini via
Internet. Un lavoro che lo vede presente, oltre che in Italia, anche all’estero con la sua realtà associativa
“METER, Associazione Onlus” che Don Leonardo Zega decrive così: “Tra chi non si dà pace di fronte a
questa ‘strage degli innocenti’, c’è un prete siciliano, don Fortunato Di Noto, che torna alla carica con
una formula associativa che innova in profondità stile e metodo di lavoro nella lotta contro la pedofilia e
la pedopornografia. L’innovazione è frutto di una visione più ampia dei diritti dell’infanzia e della loro
tutela e, soprattutto, della convinzione che non basta la repressione, demandata alle sole forze di polizia,
per stroncare il turpe commercio. Ci vuole anche una rete capillare di persone competenti e motivate,
capaci di collegarsi con la società in cui vivono, perché si crei una mentalità di vigilanza, di sostegno e
protezione dell’infanzia come tale, rendendo l’abuso, e l’omertà che lo copre con i suoi paludosi silenzi,
un crimine insopportabile per la coscienza collettiva”.
Sostanziale è stato l’apporto da parte dell’Associazione Meter nella realizzazione dell’inchiesta
pubblicata su La Repubblica nel mese di luglio che è l’ennesimo allarme sull’uso infame dei media da
parte di persone senza scrupoli.
“Con un minimo di dimestichezza telematica e un paio di dritte giuste – scrive Paolo Berizzi, autore
dell’articolo – è possibile accedere gratuitamente alla galleria degli orrori della pedofilia online. Lì si
può mettere in piedi, in quattro e quattr’otto, un mercato nostrano, redditizio. Scarichi, gratis, foto
vietatissime, e le rivendi”. Con una semplicità assoluta è possibile creare “un free book a costo zero, lo
immetti sul web, attivi le modalità di pagamento attraverso il solito sistema di carte di credito, e il gioco
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è fatto. In un giorno puoi mettere in cascina anche 10 mila contatti. Su 10 mila visitatori il 10 per cento
(1000 utenti) acquista; un book di 10 foto viene sugli 80 euro (70$); in ventiquattro ore i più furbi
riescono a tirare su anche 80 mila euro. Si chiamano pedosciacalli. Sono i nuovi raider della pedofilia
telematica. Scaricano gratis e rivendono”.
Alla basa di tutto quindi c’è sempre il mercato: in questo caso “il business prima del piacere sessuale. O
assieme”. Un incubo per le polizie postali di tutto il mondo. Navigando nel grande mare della
pedopornografia è possibile capire quanto sia diffuso e quanto sia facile entrarci. Troppo, in entrambi i
casi. In rete si possono conoscere i pedosciacalli e i pedofili delle chat, quelli che si scambiano materiale
non a fini di lucro, ma solo per piacere. E l’emergente terrificante categoria dei pedofili culturali: la
versione sofisticata, e soltanto apparentemente platonica, dell’orco. Infine non mancano i pedofili
sfacciati, quelli che si mostrano in viso e ti invitano a entrare nella loro grande famiglia”
Dal 2001 a oggi la polizia postale ha monitorato 256.302 siti web, 155 sono stati quelli chiusi in Italia,
10.376 quelli segnalati all’estero. Questi siti mostrano foto e video di bambini e bambine di ogni età.
Nudi, seminudi, qualcuno cosciente, la maggior parte no, tutti abusati, ridotti a pupazzi con lo sguardo
vitreo dai loro aguzzini.
“Un vero e proprio viaggio nell’orrore, in un nero mercato che prevede anche la morte. I pedofili
immettono nel circuito telematico immagini delle loro prede da morte dandole in pasto a pagamento
fino a 20 mila euro in Europa, molto meno se riesci a scovarle sugli ormai diffusissimi e più economici
portali mediorientali, soprattutto iraniani e iracheni o africani - ai maniaci del pedosnuff (snuff,
morire)”. (Vedi anche Occhi di Internet - Agenzia Fides). “Oppure le fissano sul digitale quando
devono ancora nascere. Quando sono feti di sette-otto mesi”.
“La merce più rara e più ambita della pedofilia estrema, assieme ai bambini sfigurati vittime di incidenti
stradali, oggi sono le ecografie neonatali - spiega don Fortunato Di Noto, dell’associazione Meter
impegnata da anni nella lotta alla pedofilia - . Gli “infantofili”, e cioè gli amanti del genere da 0 a 4
anni, una tipologia in continua crescita, se le contendono a caro prezzo: anche 10 mila euro se
l’immagine è nitida. E il commercio sul web è sempre più fiorente”.
“Alcune ecografie provengono dagli ospedali e dagli studi medici del Sud Italia, da Napoli, da Palermo,
o dai paesini dell’entroterra dove tutto accade e nessuno sa. Non sanno i medici, non sanno le ostetriche,
non sanno i genitori. Chi sa benissimo ciò che sta facendo sono i cyber-utenti. Una tribù che ogni giorno
a tutte le ore si scambia materiale, esperienze, curiosità, indirizzi web, consigli, sulla loro ossessione.
Sono un esercito gigantesco i pedofili virtuali. I loro portali espongono i prodotti della ditta. Si va dai
neonati alle bambine di sette-otto anni. Ci sono anche le “offerte” speciali del mese. Come quella di
Alex, americano del New Jersy, che vende le foto di una bambina con addosso soltanto un pannolino a
“79$ per tutta la settimana”. In pratica: “paghi e per sette giorni hai accesso alle immagini. Ma decine di
foto sono scaricabili senza pagare. Crearsi un quaderno personale è un attimo. Rivenderlo, pure. Una
delle cose più impressionanti di questo mercato è la facilità con cui da consumatore puoi diventare
produttore.
Gli adolescenti sono già bombardati dai pedofili via telefonino: una pioggia di messaggi per invogliarli
a spogliarsi, a inviare foto in cambio di ricariche telefoniche e piccole regali. Un adescamento sempre
più diffuso che ha per obiettivo finale l’incontro”.
Esistono poi le chat di boylover e girlover dove si danno appuntamento pedofili di tutto il mondo.
Forum dove si può conversare liberamente e condividere la passione per i bambini e le bambine. E si
scambiano indirizzi dove trovare materiale. “Sull’home page di uno dei portali più grossi e hard nel
panorama della pedofilia virtuale appaiono sequenze interminabili di neonati e bambini ritratti in pose
oscene. Scene di sesso tra adulti e bambini, o solo tra bambini. Sono minori di varie nazionalità. A
occhio, soprattutto Europa dell’Est, Asia, Africa. Secondo i dati raccolti dall'associazione Meter e
incrociati coi colleghi di altre nazioni, i bambini coinvolti nel mercato pedopornografico sono oltre 2
milioni: il 78% femmine, il 22% maschi. Per il 70% sono di razza bianca, per il 20% di provenienza
asiatica e africana, e per il 10% di origine araba e mediorientale”.
A disposizione dei cybernauti della depravazione ci sono anche gli archivi fotografici di questi portali
dove basta cliccarci sopra e puoi scaricare tutte le immagini che si desidera.
“La centrale mondiale della pedopornografia oggi è San Pietroburgo - continua don Di Noto - La
maggior parte dei bambini e anche la produzione di video e fotografie provengono da là. Gli italiani
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quei siti li divorano, ne creano di loro ma su server stranieri. Perché sui server italiani c’è un controllo
capillare e ormai serratissimo, divulgare materiale è rischioso”.
“Usa, Russia, Iran, Iraq, Israele, Sudafrica, Nigeria: la mappa dell’ “olocausto bianco”, come lo
chiamano le decine di organizzazioni che combattono la pedofilia in tutto il mondo, è in continuo e
sfuggente movimento.
Su 158 milioni di minori sfruttati ogni anno in tutto il pianeta, si calcola siano almeno 2 milioni quelli
coinvolti nel mercato pedopornografico. Una tratta da 1 milione e 200 mila piccoli schiavi ogni anno. I
loro corpi ingrassano gli affari dei pedosciacalli. Le persone arrestate per pedofilia on line dalla polizia
postale, dal 2001 a oggi, sono state 187; 3.346 le perquisizioni, 3.655 i soggetti denunciati in stato di
libertà”. “Stiamo mettendo a punto una black list. In pratica vieteremo l’accesso a tutti i siti
pedopornografici con i provider italiani - spiega Marcello La Bella, direttore della polizia postale di
Catania - Almeno con quelli... Perché con i provider stranieri uno può accedervi comunque”. “Per
questo la maggior parte dei nostri pedofili on line si sposta, almeno virtualmente, in Olanda e in Belgio
e nel Lichtenstein (patria dei pedofili culturali)”.
Possibile che nessuno riesca a bloccare questo turpe mercato?
INTERVISTA A DON FORTUNATO DI NOTO
La situazione attuale quale’è?
I Mass Media hanno globalizzato il mondo. Mi ha impressionato la richiesta di un mio amico
missionario che nella sperduta foresta aveva già trovato gli abitanti del villaggio in possesso di un
cellulare e, in alcuni casi, di un personal computer o di una televisione ad alimentatore. Questo
ovviamente non è un male in sé, ma dato che i modelli culturali trasmessi dai media influenzano
comportamenti leciti e illeciti, violenti e no, si comprende come l’uomo non sa più vivere senza uno
strumento mediatico, comunicativo. In questi ultimi anni sono innumerevoli gli studi sulle probabili
cause, fra “apocalittici”, catastrofici e “moderati”. C’è chi vuole il bando assoluto del loro utilizzo e chi
offre soluzioni “autoregolamentate”: decidi tu che cosa vedere e come utilizzare il mezzo. La questione
che si pone è quella di valutare se sono stato educato a saper discernere, a saper valutare, a saper
usufruire di un bene, perché tali sono i media: un dono dell’uomo all’uomo, un dono di Dio all’umanità.
Non sto qui ad approfondire che i media hanno quindi portato vantaggi e svantaggi: socializzazione,
telemocrazia, sapere, conoscenza e informazione; ma anche messaggio come ‘merce’ che influenza la
scelta individuale e collettiva, quella collettiva sacrificata spesso solo per qualche “piccola lobby
economica” e di “pensiero”. Da qui chi ha invocato la censura (tenere fuori dalla portata dei bambini Popper), oppure chi invoca controlli parentali e chi sostiene che è un problema non problema: tutti
abbiano opportunità e scelgano. Ma quando la famiglia scompare... non è più famiglia, si innesta una
povertà culturale ed educativa, almeno per i bambini, difficile che possa essere sostituita da agenzie
esterne, pur riconoscendone la validità. Infatti i bambini sono coloro che hanno la “tata-tv”, e
impressiona molto che si sia pensato di fare anche un programma televisivo che sembra aiuti i genitori a
fare i genitori attraverso la “tata in tv”. Questo dimostra una grande e profonda crisi.
Quali sono gli strumenti che le istituzioni stanno adottando per combattere la violenza che si vede
nei media?
Nella metà degli anni 80 si è pensato di trovare soluzioni con i “codici di regolamentazione e
autoregolamentazione”, si è passati dalla censura preventiva alla autodeterminazione, alla autonome
scelte: date tutto, trasmettete tutto, decido io come utilizzare il mezzo. Dovrebbe essere una soluzione
efficace, ma sappiamo che tale scelta deve essere accompagnata dal mondo educativo e dalle regole
della convivenza civile. I bambini trascorrono molto tempo davanti alla Tv, per non dimenticare anche
Internet e le nuove tecnologie. Gli studi confermano, ormai da decenni, che assistere continuamente a
spettacoli violenti, causa degli effetti significativamente negativi nella sviluppo e nella formazione del
bambino:
1.
una permanente difficoltà di distinguere la realtà dalla finzione (visto che spesso nessun adulto è
presente per fare da mediatore e da chiarificatore);
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2.
la disumanizzazione orientata sul soggetto: di fronte a tanta violenza il bambino può acquisire
una vera mancanza di empatia nella sofferenza altrui.
3.
la disumanizzazione orientata sull’oggetto: il bambino può iniziare a ritenere che in fondo gli
altri siano oggetti, reificando quindi il prossimo, che diventa ai suoi occhi una cosa e non una persona;
4.
di conseguenza la televisione violenta potrebbe diventare istigatrice di azioni aggressive. (si
veda gli studi di Boccia, Popper, Monico, McQuail).
Chi ha in mano il potere della comunicazione, invece di mercificare la parola, le immagini, i suoni abbia
quindi la grande capacità umana e la saggezza lungimirante di pensare più al futuro dell’umanità che al
profitto. La cattiva televisione, i cattivi maestri che non sono i media, ma coloro che utilizzano i media
hanno avuto, e ancora oggi hanno una grande responsabilità: o lo scadimento collettivo o la capacità di
elevare l’individuo e la collettività a vette di “genialità” e a “futuri prospettici per il bene di tutti”.
1. Come si può conciliare la libertà di espressione con gli strumenti che si vogliono adottare per
combattere la violenza nei media? Come giudica questi strumenti? Cosa suggerisce?
La libertà di espressione è un diritto fondamentale di ogni individuo, guai a sopprimerla. Ma la libertà di
espressione ha una linea di margine se non rispetta l’altra libertà individuale. Faccio un esempio se
qualcuno mi dice che la pedofilia è un bene per il pedofilo e che non c’è nulla di male ad avere relazioni
e rapporti con i bambini e che, io adulto, stabilisco che i bambini, anche a 5, 6, 12 anni possono
scegliere liberamente chi strumentalizza la propria perversione, credo che ci sia non una libertà (anche
se lo può esprimere) ma una “apologia di delitto” che istiga alla sopraffazione e alla violenza. Non
dobbiamo invocare alla censura, né tantomeno a repressione dittatoriale; il percorso, lungo, possibile,
ma difficoltoso è “educare l’uomo ad amare l’uomo”. Senza radici, senza storia, senza conoscenza
l’uomo ricade nella barbarie e nella violenza. E’ un progetto culturale a lungo termine. Ma credo che
pochi sono capaci di investire risorse e strategie per ciò.
2. La società civile che cosa può fare?
In una società democratica e civile bisogna conoscere ciò che la legge, i codici ci offrono e agire di
conseguenza. Un esempio, perché solo pochi, a volta solo un papà o una mamma segnalano un
programma violento a chi di competenza e non tutta la società? Immaginate milioni e milioni di
persone che protestano per un film trasmesso in fascia protetta, oppure in merito alle pedopornografia
online e all’invasione di immagini porno, truculente e violente trasmesse da chiunque e attraverso ogni
mezzo. Perché non c’è una massiccia e pacifica rivoluzione? Perché, secondo me, le rivoluzioni non si
fanno solo per i principi, ma perché si ama l’uomo e la sua umanità. Si è distrutto, negato Dio.... oggi si
è passati a distruggere l’uomo e la sua umanità Questo è il dramma dei Mass media: comunicano...pur
sapendo di non comunicare!
5. La Chiesa che cosa fa?
Alla luce del messaggio evangelico - della Parola resasi carne -, la Chiesa rimane sempre il luogo dove
si sperimenta nella parola la bellezza dell’amore di Dio. Non a caso in ogni Diocesi e in ogni
Conferenza Episcopale nel mondo c’è un Ufficio per le comunicazioni sociali, oppure associazioni che
si occupano di media. Educare all’uso consapevole, trasmettendo la bellezza dell'Amore di Dio in Gesù
Cristo, nel rispetto di tutti per il bene di tutti. Credo che così si possa sintetizzare l’opera della Chiesa.
Ovviamente stiamo attenti a non cadere anche noi nella trappola di non fare risplendere, attraverso la
parola, le immagini, i suoni, il Volto amorevole trinitario.
3. In confronto con gli altri Paesi – per es. America, Cina, India, Francia ecc. - l’Italia è avanti o è
invece in ritardo? Ossia in un’eventuale classifica tra i Paesi riguardo alla questione della difesa
dei minori l’Italia che posto occuperebbe?
L’Italia ha come sempre ottime leggi, buoni codici..... dipende dai gestori: l’audience e la merce per far
profitto spesso è al primo posto per il bene dell’utente. Qualcuno dice che è l’utente che vuole questo...
io ho i miei dubbi. Nel 2003, partecipando al Seminario europeo dei Ministri della comunicazione,
come uditore del Ministero italiano, l’Italia è risultata in una buona posizione, non ottima. C’è ancora
molto da fare per una globalizzazione delle norme e dei comportamenti.
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BAMBINI E VIOLENZA IN TV NEGLI STATI UNITI
Gli americani vivono in una società violenta. Statistiche allarmanti rivelano preoccupanti cambiamenti
nella società degli Stati Uniti a causa della violenza in aumento. Già dal 1993, un grido di allarme è
stato lanciato dal Rapporto stilato dall’Associazione Americana di Psicologia che rivelava come le
pistole venivano usate in oltre il 75% dei crimini compiuti dagli adolescenti. E la situazione è peggiorata
in modo costante. I crimini violenti con l’uso delle armi sono aumentati negli anni ’90. E continuano ad
aumentare ancora oggi.
Risale al 1994 lo studio più importante, mai realizzato prima, sulla violenza nella televisione americana,
il National Television Violence Study, fortemente voluto dal pubblico americano e dagli esponenti
politici preoccupati dal rapporto fra violenza nella televisione e violenza nel mondo reale.
Una ricerca compiuta dall’FBI ha indicato un aumento del 75,6% negli assalti con uso di armi dal
1995 al 2004 (fonte: FBI, 2005). Gli americani hanno la percentuale più alta al mondo di crimini. Ma i
numeri che raccontano la storia più tragica riguarda bambini e adolescenti:
• Fra i giovani di età tra i 14 -24 anni, l’omicidio è la seconda causa di morte e per i giovani afroamericani l’omicidio è la prima causa
• Gli adolescenti sono responsabili per il 24% di tutti i crimini violenti per i quali è previsto
l’arresto. La percentuale è aumentata nel tempo per quelli che hanno tra 12-19 anni, mentre è
scesa per quelli che hanno dai 35 anni in su. Secondo rapporti Federali sul crimine nel 2005,
l’arresto dei giovani per detenzione illegale di armi da fuoco è aumentato dell’11,3% tra il 1995
e il 2004. Ed è in costante aumento.
• Ogni 5 minuti un bambino è arrestato in America per aver commesso un crimine mentre l’uso
delle armi uccide un bambino americano ogni tre ore.
• Un bambino che cresce a Washington DC, o a Chicago corre il rischio di essere ucciso 15
volte di più di un bambino che cresce nell’Irlanda del Nord.
Al termine della scuola elementare un bambino americano ha assistito ad oltre 8 mila crimini e ad oltre
100 mila atti di violenza (Huston et alii, 1992, “Big World, Small Screen: The Role of Television in
American Society”, University of Nebraska, Lincoln). Va comunque fatto osservare che la violenza
vista nei media può non essere l’unica causa della condotta violenta e può non avere lo stesso effetto
su chi la vede. Tuttavia oltre 40 anni di ricerca indicano con certezza che esiste un sicuro rapporto tra
essere esposti alla violenza e avere comportamenti violenti.
Gli Stati Uniti sono grandi consumatori di televisione: il 98% dei 95 milioni di case americane ha la
televisione e quasi tre quarti hanno più di una televisione; due terzi hanno la televisione via cavo e
quattro quinti hanno il video registratore. La televisione è accesa in media oltre 7 ore al giorno nelle
case americane (fonte: Broadcasting and Cable Yearbook, 1996).
Ma soprattutto, la televisione che gli americani guardano ha dei programmi molto violenti e i
programmi televisivi trasmessi in tutto il mondo, attraverso multinazionali americane o altro come Sky
di Rupert Murdoch, contribuiscono nella diffusione di questa violenza.
Il National Television Violence Study
Il National Television Violence Study raccoglie i risultati di tre anni di ricerca svolta dal 1996 al 1998.
Durante questo tempo i ricercatori hanno monitorato oltre 23 canali televisivi americani. Nello
specifico, ogni anno sono stati visionati 3.200 programmi e 2.700 sono stati analizzati per come hanno
rappresentato la violenza.
I risultati hanno messo in evidenza piccolissimi cambiamenti da un anno all’altro. La maggior parte
degli spettacoli della tv americana ha, come minimo, 1 atto di violenza; il contesto nel quale la violenza
è presentata è “pulito”; la violenza viene raramente punita; non sembra causare danno alle vittime. E
ancora, i ricercatori hanno visto che in oltre il 70% delle scene violente, l’autore della violenza rimane
impunito. Soltanto in alcuni casi i cattivi vengono puniti alla fine del programma.
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Per di più, le conseguenza negative di atti violenti (la morte di un familiare, il dolore, gravi disagi
psicologici, ecc.), spesso non sono rappresentate.
Violenza dei Media nel contesto globale
Studi, ricerche, indagini, analisi, realizzate negli Stati Uniti in più di 40 anni hanno messo in evidenza il
problema legato alla violenza nei media.
Non è ancora del tutto chiaro se l’ampiezza degli effetti della violenza televisiva in paragone con altre
cause della violenza americana e della nostra società violenta è grande o piccola. Ma è innegabile che
assistere a scene violenti influenza in qualche modo il comportamento e il pensiero dei bambini.
La natura globale dei media mette insieme continenti lontani, America, Europa, Asia, Africa. E’
possibile dunque che i programmi televisivi americani venduti e commercializzati in altri paesi destino
preoccupazioni e suscitino provvedimenti. Ma la questione è non tanto se la violenza dei media ha un
effetto, ma quanto sia importante questo effetto paragonato ad altri fattori che sono causa dell’attuale
livello criminale presente negli Stati Uniti e in altri Paesi industrializzati.
La ricerca futura deve avere come scopo quello di stabilire chi è il più esposto alla violenza dei media e,
soprattutto, che tipo di interventi possono aiutare a diminuire la sua influenza. Nel frattempo qualsiasi
misura che aiuti ad adottare politiche e pratiche per ridurre i modi socialmente inappropriati di
presentare la violenza e aumentare i modi socialmente responsabili dovrebbe essere incoraggiata da
tutta la società civile.
I bambini e i media sono una sfida e una questione pubblica permanente che deve riguardare tutti coloro
che si occupano del benessere dei più piccoli.
(Fonte: “Children and Television Violence in the United States”, Ellen Wartella, Adriana Olivarez e
Nancy Jennings, College of Communication and Walter Cronkite Regents Chair in Communication
dell’Università del Texas, Austin, Usa).
LA NATURA E IL CONTESTO DELLA VIOLENZA NEI MEDIA AMERICANI
Un lavoro condotto da un gruppo di ricercatori americani ha messo in evidenza quattro elementi
principali che caratterizzano gli effetti della violenza nei media:
1. La violenza nei media ha effetti antisociali sugli utenti
2. Sono di tre tipo gli effetti principali che scaturiscono dalla violenza nei media:
-si apprendono atteggiamenti e comportamenti aggressivi
-si sviluppa una mancanza di sensibilità alla violenza
-aumenta la paura di essere vittime della violenza
3. Non tutte le forme di violenza hanno lo stesso grado di rischio
4. Gli spettatori non subiscono la violenza nello stesso modo
Sulla base di questo lavoro il gruppo - composto da Barbara J. Wilson, Dale Kunkel, Dan Linz, W.
James Potter, Ed Donnerstein, Stacy L. Smith, Eva Blumenthal, Mike Berry and Joel Federman
dell’Università di California, Santa Barbara -, ha stilato un elenco di raccomandazioni:
Per l’industria dei media
• Produrre più programmi senza violenza e quando un programma contiene atti di violenza ridurre
questi atti quanto più possibile
• Essere accorti nel mostrare:
1. che gli atti violenti siano puniti
2. le conseguenze negative degli atti violenti, sia quelle più immediate che quelle più a lungo
termine
3. altre alternative per la soluzione dei problemi che non l’uso della violenza
4. meno giustificazioni per le azioni violente
• Contrapporre un argomento anti-violento ogni volta che viene la violenza
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Per i politici
• Riconoscere che il contesto è un aspetto essenziale della violenza nei media e affidarsi alla
conoscenza scientifica per identificare gli aspetti del contesto che pongono il rischio maggiore
• Continuare a monitorare la natura e la portata della violenza nei media.
Per i genitori
• Essere consapevoli dei rischi legati alla violenza nei media
• Considerare il contesto delle immagini violente nella scelta del programma da far vedere ai
bambini
• Considerare il livello di sviluppo del bambino al momento della scelta del programma
• Riconoscere che alcuni cartoni animati violenti sono ad alto rischio per i bambini che possono
imparare la violenza
(Fonte: National Television Violence Study, vol. 2, Centre for Communication an Social Policy,
University of California, Santa Barbara, Usa).
MEDIA E VIOLENZA IN GIAPPONE
Sebbene la ricerca riguardo alla violenza sulle tv giapponesi sia ancora poco sviluppata tuttavia
l’argomento è considerato di grande importanza dall’inizio della programmazione della tv giapponese.
Prima ancora che la televisione venisse introdotta in Giappone, nel 1953, c’era una certa preoccupazione
sugli effetti possibili nella società, soprattutto sugli effetti negativi che la violenza in tv poteva avere sui
bambini.
E, nei primi tempi della tv giapponese, non soltanto gli strumenti, le tecniche e i programmi televisivi
erano molto influenzati, in modi diversi, dagli Stati Uniti, ma anche le discussioni sugli effetti possibili
di questo nuovo mezzo risentivano molto del pensiero americano. Se, all’inizio, la tv giapponese ha
contrastato la messa in onda di programmi televisivi violenti come il wrestling, con il tempo questa
tendenza è cambiata. Un’indagine degli anni ’90, condotta da giapponesi e americani mostra che diversi
programmi giapponesi avevano addirittura più violenza dei programmi americani.
In cifre: il 59,4% dei film americani aveva la violenza come argomento, mentre quasi tutti (il 97,1%) i
film giapponesi avevano atti di violenza come argomento.
Lo studio ha, poi, messo a confronto i film di entrambi i Paesi analizzando il loro contenuto. Sono
emerse alcune similitudini, ma soprattutto molte differenze. Per esempio, l’obiettivo principale dei
personaggi giapponesi può riflettere lo spirito tradizionale del “sacrificio personale”, o Giri-Ninjo.
Mentre, la gioia personale e le relazioni intime sono emerse come tendenza nei personaggi americani.
Le differenze riguardo alla violenza e alla descrizione del sesso, sono dovute a una diversa politica di
programmazione e di regolamentazione dei due Paesi; il codice di regolamentazione sembra essere più
severo negli Usa che in Giappone.
Negli anni ’90, un importante studio - l’Amic (Asian Mass Communication Research and Information
Centre) - , lanciò la proposta di un progetto di ricerca per studiare la violenza nelle televisioni dell’Asia.
Otto Paesi, compreso il Giappone, hanno partecipato a questo progetto: è stato il primo studio
scientifico comparato condotto nei Paesi asiatici su questo argomento.
Da questo lavoro è emerso, tra le altre cose, che i programmi stranieri avevano in tutti gli otto Paesi, più
violenza dei programmi locali in generale. Ancora più importante era la differenza culturale che era
dietro al modo di presentare la violenza, come per esempio la tendenza nei programmi asiatici a dare un
grande risalto alla descrizione della violenza e, addirittura, a glorificare il sacrificio delle vittime. Inoltre
nelle tv asiatiche la violenza veniva rappresentata soprattutto causata da conflitti personali e
interfamiliari e non scatenata da fattori istituzionali come avviene invece frequentemente nei programmi
occidentali.
Nel “Brief Abstract of Violence on Television in Asia” di Goonasekera e Yut Kam, viene fatto un
paragone tra la violenza in televisione nei programmi occidentali e in quelli asiatici mandati in onda in 8
Paesi dell’Asia. I risultati delle differenze culturali della violenza in Tv sono:
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PROGRAMMI OCCIDENTALI
Più incidenti violenti
Meno descrizione del dolore delle vittime
Violenza descritta con meno dettagli
Violenza “pulita”. Poco o niente sangue
Eroi e furfanti commettono violenza
Eroe soffre meno violenza dei cattivi
Cattivi dalle classi alte e basse
Violenza soprattutto nel contesto di conflitti
sociali e istituzionali
PROGRAMMI ASIATICI
Meno incidenti violenti
Glorificazione del dolore
Violenza descritta nei singoli dettagli
Sangue abbondante
Eroi e furfanti commettono violenza
Eroe soffre più violenza dei cattivi
Cattivi quasi sempre dalle classi alte
Violenza soprattutto dovuta a
personali, conflitti interfamiliari,
vendette
Importanza dell’educazione nei media
E’ questa una questione molto importante per i bambini che potranno imparare come guardare la tv e
come usare gli altri media in modo che sia positivo e utile per loro. Come i bambini diventano grandi e
come la loro comprensione dei meccanismi dei media si sviluppa, ecco allora che i diversi media
possono diventare degli strumenti importanti che i bambini possono usare per esprimere se stessi. Ma è
importante che anche gli adulti comprendano il contesto dei media tecnologicamente più aggiornati sia
per loro stessi che per dare un efficace consiglio ai bambini da vari punti di vista: come genitori, come
insegnanti, come una provider di diversi software per bambini.
Osservazioni conclusive
Diverse forme di cooperazione possono diventare molto importanti come la cooperazione
interdisciplinare e quella internazionale. Ma soprattutto è essenziale pensare alla crescita del bambino,
all’educazione e allo sviluppo dei media, non in termini di una nazione o di una società, ma piuttosto dal
punto di vista globale come futuro di tutta l’umanità.
Tutti i Paesi devono avere “un’attenzione speciale al problema della violenza nei media”, sottolinea
Sachiko Imaizumi Kodaira dell’NHK Broadcasting Culture Research Institute di Tokyo, che si auspica
“che questo problema possa essere, per i politici, gli insegnanti e gli operatori dei media, un’occasione
straordinaria di lavorare insieme per raggiungere una soluzione giusta che metta fine al problema una
volta per tutte e allo stesso tempo che valorizzi l’aspetto positivo dei media nel suo insieme spesso
dimenticato.
(Fonte: “A Review of Research on Media Violence in Japan”, Sachiko Imaizumi Kodaira, NHK
Broadcasting Culture Research Institute, Tokyo, Giappone).
I MEDIA NELL’ EUROPA ORIENTALE
“Children’s Film and Television in Centrale and Eastern Europe”, è un prezioso opuscolo compilato da
Irving J. e Tadros C. che informa sulle legislazioni di 19 Paesi europei riguardo le immagini violente
trasmesse in Tv.
In Albania, c’è un sistema di auto-regolamentazione che non manda in onda programmi violenti o
erotici in orari in cui i bambini potrebbero essere davanti alla Tv.
Nella Repubblica dell’Azerbaijan “per la protezione pubblica, la distribuzione di film che
promuovono violenza o crudeltà è punibile con la prigione fino a due anni oppure con una multa
equivalente a 700/800 volte il salario minimo”.
Nella Repubblica della Bielorussia “ogni uso di mass media, letteratura, spettacoli, ecc, che include
pornografia, violenza e crudeltà, o qualunque cosa che possa offendere la dignità umana e influenzare i
bambini in modo dannoso incoraggiandoli a violare la legge, è punibile per legge”.
In Bosnia Erzegovina “la produzione e la distribuzione di film non è sottoposta a legislazione. Non
esiste alcuna legge che regoli i film per bambini o la televisione per bambini”.
Nella Repubblica di Bulgaria la legge del 1996 sulla radio e la televisione “non permette durante la
programmazione dalle 6 alle 20 di mandare in onda spettacoli potenzialmente dannosi allo sviluppo
psicologico, fisico e morale di bambini e adolescenti”.
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Nella Repubblica di Croazia “la produzione e la distribuzione dei film non sono soggetti a
legislazione”, tuttavia i broadcasters “non devono offendere la moralità pubblica, non devono mostrare
la pornografia, accentuare la violenza o suscitare odio razziale, religioso e etnico”.
Nella Repubblica Ceca, “mandare in onda programma che promuovono la violenza e il sesso è
proibito dalla televisione Ceca che ha un comitato etico che si occupa di dare suggerimenti su queste
materie”.
In Estonia la legge del 1992 stabilisce che “è proibito produrre o mostrare ai bambini materiale
stampato, video, o ogni altro materiale che diffonde la crudeltà e la violenza”.
Nella Repubblica della Giorgia i minori sono protetti dal vedere film pornografici e violenti per legge.
La legge del 1996 dei Media in Ungheria è molto simile.
Nella Repubblica di Latvia l’Electronic Mass Media Act del 1995 stabilisce che “sono proibiti tra le 7
e le 22 i programmi che contengono violenza in forma visuale o testuale e trame associate all’uso di
droghe”.
In Lituania, in base alla legge del 1991, è proibito “mandare in onda pornografia e violenza”.
Nella Repubblica di Macedonia, secondo la legge del 1997, “è proibito mandare in onda programmi
con contenuti indecenti, e in modo particolare con pornografia e violenza”.
In Moldavia la legge sui mass media non è specificatamente indirizzata ai bambini. Tuttavia la
televisione pubblica ha adottato dei regolamenti interni.
In Polonia il Broadcasting Act del 1992 affronta anche la violenza sugli schermi.
In Romania, secondo una legge del 1994, sono proibite immagini pornografiche e violente.
In Russia la legge sui Mass Media del 1991 protegge i bambini dal guardare pornografia e immagini
violente.
La Slovacchia ha una legge sugli audiovisi del 1995. La protezione dei bambini dalle immagini violente
trasmesse sugli schermi non è stata ancora riconosciuta come un problema nei programmi di produzione
slovacca. Tuttavia le scene violente vengono mostrate più frequentemente nei programmi televisivi di
importazione e nei programmi televisivi stranieri disponibili via satellite o ritrasmessi via cavo. Senza
copertura legislativa è possibile soltanto adottare misure amministrative nella forma di licenze e di
raccomandazioni per le emittenti…con lo scopo di prevenire gli eccessi di contenuti o forme violente
sugli schermi.
La Repubblica di Slovenia ha adottato il modello dell’European Broadcasting Union.
In Ucraina non c’è alcuna legge specifica che affronti il problema della violenza sugli schermi.
(Fonte: “What Do We Know About European Research On Violence in the Media”, Olga Linné, Centre
for Mass Communication Research, University of Leicester, Leicester, Regno Unito).
ALCUNE CONSIDERAZIONI SUI MEDIA IN ARGENTINA
Dallo studio sul perché si guarda la violenza in tv - che Tatiana Merlo-Flores, dell’Università Cattolica
di Buenos Aires, ha condotto in Argentina - è emerso, tra le altre cose, che “la scelta dei programmi
riflette una realtà sociale” e che “la televisione compensa i bisogni sociali”. “Avere conoscenza,
soprattutto di se stessi, - mette in guardia la Merlo-Flores - è uno dei compiti più ardui che l’uomo deve
affrontare per stare in pace e soltanto conoscendo se stesso l’uomo può stabilire legami profondi con gli
altri. Per questo la televisione deve essere usata per soddisfare i bisogni più alti dell’uomo in questa
epoca: arrivare a conoscere chi è e recuperare la propria identità in un periodo storico in cui uno è
quello che sembra essere. Inoltre Tv va usata per arrivare a una profonda comunicazione interpersonale,
quando la cultura consumistica e materialistica ci porta invece a comunicare attraverso il possesso e
attraverso un’overdose di informazioni, dimenticando che il più grande bisogno della persona umana è
conoscere se stessa per realizzarsi”.
Secondo McLuhan “la televisione offre un’esperienza altamente attiva e partecipativa; il bambino è,
infatti, l’associato del producer televisivo. La qualità variegata e la poca informazione che caratterizza
l’immagine fa scattare un’ “accogliente” o “altamente partecipativo” effetto. “Ogni informazione
ottenuta va completata dallo spettatore”. Secondo l’ipotesi di McLuhan, i bambini completano con la
loro stessa realtà tutto quello che la televisione ha da offrire loro.
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L’UNESCO E LA VIOLENZA NEI MEDIA
L’ “Unesco Global Study on Media Violence” è il più grande studio, mai realizzato prima – sul ruolo
dei Media e della violenza in televisione a cui hanno partecipato 3.500 bambini provenienti da 23
diversi Paesi del mondo. Lo studio è anche unico sotto altri aspetti. Per la prima volta, nazioni in crisi
(zone di guerra e aree con un alto tasso di criminalità) hanno fatto parte del campione di ricerca. Alcuni
dei Paesi che hanno avuto un ruolo nello sviluppo sociale e tecnologico non avevano mai partecipato
prima a uno studio empirico delle scienze sociali sui media.
A questo studio i Paesi che hanno aderito sono: Angola, Argentina, Armenia, Brasile, Canada, Costa
Rica, Croazia, Egitto, Fiji, Germania, India, Giappone, Mauritius, Paesi Bassi, Perù, Filippine, Qatar,
Sudafrica, Spagna, Tagikistan, Togo, Trinidad e Tobago, Ucraina. Questi Paesi rappresentano un largo
spettro dello sviluppo umano e tecnologico e le principali culture del mondo, e di conseguenza sono
una gamma rappresentativa.
I risultati dimostrano che il 93% dei bambini ha accesso a una televisione. Il 99% riguarda l’emisfero
nord-occidentale, l’83% riguarda l’Africa, con l’Asia e l’America Latina in mezzo. Per i bambini che
vanno a scuola la televisione è la fonte di informazione e di intrattenimento più potente. La radio e i
libri non hanno la stessa distribuzione globale.
I bambini del mondo trascorrono una media di 3 ore al giorno davanti allo schermo con un ampio
spettro di immagini che possono vedere. Oltre il 50% del tempo è quindi trascorso dai bambini con
questo mezzo, invece che in altre attività extra-scolastiche come giocare, stare con la famiglia, con gli
amici o leggere.
La Tv è diventata il principale fattore di socializzazione e domina i bambini nelle aree urbane e in
quelle rurali elettrificate di tutto il mondo.
In particolare i ragazzi sono affascinati dagli eroi aggressivi: l’88% dei bambini di tutto il mondo
conoscono “Terminator” di Arnold Schwarzenegger. Il 51% dei bambini che vivono in ambienti molto
violenti (guerra, crimine) vorrebbero essere come lui, mentre soltanto il 37% dei bambini che vivono
in contesti con un basso tasso di violenza lo vorrebbero imitare. Chiaramente i bambini hanno bisogno
e usano gli eroi dei media come modelli da imitare per affrontare le situazioni difficili. E queste sono
tantissime per i bambini del mondo.
Un’alta percentuale di bambini vive in uno stato emozionale problematico. Quasi la metà dei bambini
dice che sono ansiosi quasi sempre o spesso; il 9% è dovuto fuggire da casa almeno una volta nella vita;
il 47% dice che vorrebbe vivere in un altro Paese. Nelle aree con un alto tasso di violenza, il 16% dei
bambini dice che la maggior parte della gente nei loro quartieri muore perché altri li uccidono. In
queste aree violente, il 7,5% dei bambini ha impugnato un’arma contro qualcuno. In questa situazione
gli eroi dei media sono usati per fuggire o per compensare i disagi e i problemi che i piccoli vivono. Per
i ragazzi, il modello da imitare è quello aggressivo (il 30% parla di un eroe in azione), per le ragazze
sono le pop star e i musicisti. Esistono anche delle differenze tra i Paesi: l’Asia ha il tasso più alto di
preferenza per gli eroi in azione (34%), l’Africa ha il tasso più basso (18%), con l’Europa e l’America
in mezzo (25% ognuno).
Un terzo dei bambini che vivono in contesti di violenza crede che la maggior parte della gente del
mondo è cattiva, mentre tra i bambini che vivono in situazioni a basso tasso di violenza soltanto il 5%
di loro ritiene che la maggior parte della gente del mondo è cattiva. In entrambi i gruppi, tuttavia, c’è
una notevole sovrapposizione tra quello che percepiscono come realtà e quello che vedono alla
televisione (quasi il 44%).
Molti bambini sono circondati da un ambiente dove il “reale” e i media contribuiscono a far credere che
la violenza sia naturale.
L’influenza della violenza nei media sui bambini si può spiegare principalmente con il fatto che il
comportamento aggressivo viene premiato. Il 47% dei bambini che preferiscono trasmissioni
aggressive vorrebbero essere coinvolti in una situazione pericolosa (mentre tra i bambini che hanno
espresso altre preferenze per i programmi, soltanto il 19% vorrebbe essere coinvolto in una situazione
pericolosa). Nelle nazioni con un alto livello di sviluppo tecnologico i bambini rafforzano la tendenza a
preferire situazioni pericolose. E la grande varietà dei mezzi di comunicazione disponibili sul mercato
aumenta costantemente il desiderio di soddisfare in continuazione i bisogni fisiologici che scattano
attraverso il contenuto aggressivo dei media.
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Conclusioni
• la violenza nei media è universale e viene presentata in un contesto di riconoscimento e di
premiazione
• a seconda della personalità dei bambini e della loro esperienza di vita quotidiana, la violenza
nei media soddisfa diversi bisogni: “compensa ” le proprie frustrazioni e le mancanze in
ambienti difficili; offre il “brivido” ai bambini che vivono in ambienti meno problematici e
per i ragazzi crea un punto di riferimento per i modelli da imitare
• ci sono molte differenze culturali, ma le conseguenze della violenza nei media sono simili in
tutto il mondo
• Il problema non sono i film in sé stessi, ma la diffusione e la onnipresenza della violenza nei
media (da 5 a 10 atti di violenza per ogni programma televisivo della durata di un’ora in
molti Paesi) che contribuisce allo sviluppo di una cultura globale aggressiva
• la “normalità” e la “premiazione” della violenza sono messe più in evidenza rispetto ai modi
non aggressivi usati per affrontare la propria vita. Per questo la violenza nei media prevale a
livello globale
Che cosa si può fare in questa situazione?
Sono tre le strategie principali che andrebbero considerate a livello internazionale:
• Fare un dibattito pubblico e incontri su basi comuni tra: politici, produttori, pedagoghi,
genitori e utenti
• Sviluppare nuovi codici di comportamento e di auto-controllo tra i professionisti dei media
• Promuovere l’educazione dei mezzi di comunicazione per creare utenti competenti e critici
dei media
(Fonte: “The Unesco Global Study on Media Violence”, Jo Groebel, Utrecht University, The
Netherlands. Report Presented to the Director General of UNESCO).
I MEDIA IN ASIA
In Asia, secondo uno studio condotto da Anura Goonasekera direttore di ricerca dell’”Asian Media
Information and Communication Centre” all’Università Tecnologica Nanyang di Singapore, la maggior
parte dei programmi non vengono prodotti nell’interesse dei bambini.
In molti Paesi asiatici i bambini con meno di 15 anni costituiscono il 40% della popolazione. Questa
proporzione sale nei Paesi più poveri come l’India e il Bangladesh. Tuttavia soltanto una piccola
percentuale dei programmi televisivi, radiofonici, cinema, libri, riviste e giornali vengono prodotti per i
bambini. I media destinati ai bambini sono davvero molto pochi. E’ stato stimato che in alcuni Paesi
asiatici come l’India, il Bangladesh e lo Sri Lanka, questi sono meno del 5%. La mancanza di
informazione su bambini e media è indicativo della mancanza di interesse tra gli studiosi e le classi
dirigenti a questo argomento. E’ anche indicativo della mancanza di una politica adeguata riguardo alla
comunicazione per i bambini. Questa situazione diventa più evidente considerando il fatto che in molti
dei Paesi più poveri dell’Asia, un grande numero di bambini che dovrebbe andare a scuola non
frequenta invece l’istituzione scolastica. Il numero è particolarmente alto nel caso delle ragazze
asiatiche. Inoltre, in quei Paesi dove l’economia è in rapida crescita e si corre per rimanere competitivi,
la commercializzazione, che non dà tregua e che si impone prepotentemente, è entrata nella
programmazione dei media per i bambini.
In Cina ci sono due tipi di programmi dedicati ai bambini. Un tipo sono i programmi rivolti
direttamente ai bambini: questi programmi comprendono intrattenimento, educazione e notizie. L’altro
tipo sono i programmi rivolti agli adulti e ai loro doveri verso i bambini.
In India il numero totale dei programmi per i bambini in tutti i canali televisivi è meno dell’1%. La
maggior parte di questi programmi sono pensati per i bambini della classe alta urbana. Tuttavia questi
non sono popolari perché manca l’intrattenimento. Nemmeno un programma tra quelli nominati dal
campione dei bambini intervistati è stato fatto in India. Nessuno dei networks ha politiche specifiche che
diano attenzione e creino programmi sui diritti dei bambini. Un evidente gap nella programmazione
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televisiva per i bambini in India è l’assenza di fatto di programmi realizzati specificatamente per gli
adolescenti.
In Indonesia la grande competitività per i guadagni pubblicitari è stata la causa della poca attenzione
data ai programmi per bambini perché questi programmi vengono considerati poco attraenti dagli
inserzionisti che pagano la pubblicità. L’arrivo della televisione privata e la mancanza di politiche
adeguate e di linee guida riguardo al contenuto della programmazione ha portato ad una situazione
confusa e fuori controllo. E, quindi, è diventato molto difficile sviluppare la tv per bambini. Il lavoro
condotto da Anura Goonasekera mostra che dei 15 programmi preferiti dai bambini, 7 erano programmi
per adulti. I manager delle televisioni avevano poca o nessuna conoscenza sulla Convenzione dei Diritti
del Bambino dell’Onu.
In Giappone l’emittente televisiva giapponese NHK ha un ruolo guida nella produzione dei programmi
per bambini. Le sue produzioni piacciono e hanno un valore educativo. I programmi per i bambini
vanno in onda in tre dei quattro canali della NHK. A differenza della NHK, che è una Tv pubblica, le
stazioni commerciali in Giappone non hanno programmi ad hoc per i bambini. I programmi per i più
piccoli sono inclusi nei programmi destinati alla famiglia. I programmi per bambini più visti dai
bambini giapponesi sono fatti in Giappone. I produttori della NHK conoscono bene i diritti del bambino
stabiliti dalla Convenzione dell’Onu. E la pubblicità per i diritti dei bambini viene fatta attraverso
programmi di informazione e di educazione.
In Malesia l’emittente televisiva di governo, la RTM, sta facendo notevoli sforzi per produrre
programmi adatti a bambini. Al contrario, le televisioni commerciali, TV3 e METROVISION, non
hanno manifestato un simile atteggiamento. Questa negligenza è dovuta alla convinzione che i
programmi per bambini non portano soldi agli inserzionisti che pagano la pubblicità per i loro prodotti. I
produttori della RTM conoscono bene i diritti dei bambini della Convenzione dell’Onu. E questa
conoscenza è arrivata attraverso varie conferenze internazionale alle quali hanno presto parte. Le
emittenti private, invece, non sono al corrente, o conoscono vagamente, la Convenzione dell’Onu sui
diritti del bambino.
In Nepal i severi vincoli finanziari hanno ostacolato la produzione dei programmi televisivi per i
bambini. Questi programmi non sono prioritari perché vengono percepiti non adatti alla vendita della
pubblicità. La mancanza di un’adeguata formazione nella produzione di tali programmi e la mancanza
di creatività non aiuta a rendere la situazione migliore. I produttori della televisione del Nepal hanno
soltanto sentito parlare dei diritti del bambino della Convenzione dell’Onu e non ne conoscono il
contenuto.
Nelle Filippine c’è stato un interesse crescente per i programmi per bambini. Ma si tratta comunque di
un’area lasciata da parte. La mancanza di guadagni nei programmi per bambini è il motivo principale di
questa indifferenza. Inoltre, molti dei problemi che riguardano i più piccoli sono diventati questioni
politiche. A volte il modo in cui la tv presenta questi argomenti non è nell’interesse migliore per i
bambini. Per esempio, i piccoli che hanno subito violenze sessuali o di altro tipo vengono obbligati a
riferire dettagli terribili a beneficio dell’audience televisivo. Diverse proposte di legge sono state
presentate al Congresso delle Filippine per migliorare la programmazione televisiva per i più piccoli.
Queste includono anche l’introduzione di un sistema di controllo e di regolamentazione della pubblicità
in tv.
Nel Singapore c’è stato un ritorno d’interesse per i programmi televisivi per i bambini dopo il 1994. I
programmi per i piccoli prodotti localmente si rivolgono a un pubblico che va dai 4 ai 12 anni. I bambini
compresi in questo arco di tempo hanno una grande varietà di capacità conoscitive. I programmi
televisivi che hanno come finalità tale fascia di età sono generalmente inefficaci nell’attirare
l’attenzione di questo gruppo.
Le emittenti televisive mandano in onda anche un grande numero di programmi per i bambini in età prescolare. I bisogni dei bambini più grandi non sono affrontati adeguatamente. Di conseguenza, i bambini
più grandi diventano consumatori di una notevole parte dei programmi per adulti. I produttori dei
programmi per i bambini non hanno una formazione particolare. I programmi riflettono il clima politico
e culturale del Singapore: quello che conta è mantenere l’armonia razziale e religiosa e la stabilità
politica. La priorità data ai programmi per i bambini quindi è bassa. E questo anche perché i manager
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ritengono che l’audience di questi programmi non giustifica grandi spese. Soltanto pochi produttori
conoscono i diritti del bambino secondo la Convenzione dell’Onu.
In Vietnam ogni anno il governo fa delle scelte nella produzione dei programmi per bambini. Questi
programmi sono o destinati specificatamente ai bambini o hanno come finalità l’educazione degli adulti
riguardo ai bisogni dei bambini. Limitazioni finanziarie sono l’elemento principale che ostacola la
produzione televisiva per bambini. Ci sono pochi programmi dedicati ai bambini che hanno più di 10
anni. I produttori conoscono i diritti dei bambini secondo la Convenzione Onu e le politiche governative
collegate a questa Convenzione.
Complessivamente i programmi per bambini prodotti in molti Paesi asiatici non attirano i bambini ai
quali sono destinati. Di conseguenza soltanto una piccola percentuale di quello che è a disposizione
viene visto dai bambini. Secondo la ricercatrice indiana dei Media, Mira Aghi, quasi il 75% del
campione di bambini dal lei intervistato ha menzionato programmi fatti per adulti come i loro preferiti.
Crimine, thrillers, commedie e serial per famiglia sono i programmi preferiti dal campione di bambini
analizzato dalla Aghi. Il ricercatore dello Sri Lanka, P. Dharmadasa (cf. P. Dharmadasa, “Sri Lanka
Research Data on Children and Television”, Singapore, AMIC holdings), nota che i programmi per
bambini prodotti localmente non hanno quel livello di qualità e di contenuto che la maggior parte dei
bambini richiede. Secondo un’indagine condotta dal Survey Research Malaysia, dei 100 programmi più
visti nella televisione malese dai bambini di età fra i sei e i dieci anni, soltanto 3 sono programmi per
bambini. Questi sono tutte produzioni straniere. Dei Paesi analizzati, tre hanno seguito politiche per lo
sviluppo dei programmi televisivi: la Cina, il Vietnam e il Giappone. In Cina e in Vietnam l’aiuto
ricevuto dal governo è stato decisivo. In Giappone la politica dell’emittente pubblica NHK è stata alla
base del successo dei programmi della televisione per bambini. Tuttavia in molti altri Paesi i programmi
televisivi per bambini hanno dovuto competere sul mercato commerciale. E in questo campo non
potevano avere successo. Gli inserzionisti e i commerciali hanno visto che i programmi per i bambini
davano un basso guadagno. L’indagine condotta dall’AMIC (“Asian Media Information and
Communication Centre”) dimostra chiaramente la necessità di sviluppare la televisione per bambini in
molti paesi dell’Asia. Dimostra anche che le leggi di mercato non lo permetteranno molto facilmente.
Uno sforzo comune deve essere fatto da tutte le parti interessate affinché venga sostenuta la televisione
dei bambini in Asia. Le risorse del governo, della società civile, delle istituzioni educative e delle
organizzazioni commerciali devono essere coinvolte. Al Summit asiatico dei Diritto del Bambino e dei
Media, che si è tenuto a Manila nelle Filippine nel 1996, l’Amic ha proposto la creazione di un Fondo
per le Comunicazioni dei Bambini Asiatici per produrre e promuovere programmi per bambini di qualità
per la televisione, la radio e la stampa.
(Fonte: Anura Goonasekera, “Children’s Voice in the Media A Study of Children’s Television
Programmes in Asia”, Asian Media Information and Communication Centre, Nanyang Technological
University, Singapore).
I MEDIA IN CINA
La ricerca di Sun Yunxiao, direttrice del Juvenile Research Institute di Pechino, ha monitorato un
campione di 3.360 bambini della terza elementare e della terza media di 112 scuole di 16 città:
Shanghai, Huizhou nella provincia del Guandong, Baoji nella provincia dello Shaanxi, Wuhan nella
provincia dell’Hubei, Changchun nella provincia dello Jilin, Wenzhou nella provincia dello Zhejiang,
Jinchang nella provincia di Gansu, Huaiyin nella provincia di Jiangsu, Taiyuan nella provincia di
Shanxi, Yingkou nella provincia di Liaonin, Cangzhou nella provincia di Hebei, Jujiang nella provincia
di Jiangxi, Puyang nella provincia di Henan, Neijiang nella provincia di Sichuan, Rizhao nella
provincia di Shandong e Sanya nella provincia di Hainan.
Il campione era composto per il 47% da ragazzi e per il 52,8% da ragazze. L’1% ha otto anni o meno, il
9,2% ha nove anni, il 13,9% ha dieci anni, il 15,7% ha undici anni, il 15,2% ha dodici anni, l’11,1% ha
tredici anni, il 13,4% ha 14 anni, il 12,7% ha quindici anni e il 7,2% ha sedici anni o di più. Oltre ai
questionari sono stati organizzati 32 seminari nelle 16 città a cui hanno partecipato 300 tra insegnanti e
genitori che hanno dato idee e suggerimenti riguardo all’influenza dei media e allo sviluppo dell’etica
dei bambini. Inoltre sono stati condotti studi comparati su bambini comuni, su bambini modello e su
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bambini eccezionalmente dotati. L’uso dei diversi metodi di studio hanno garantito l’obbiettività,
l’accuratezza e la qualità scientifica dei risultati.
Principali risultati e analisi
Primo. I bambini cinesi che vivono in città sono esposti a ogni tipo di media. Malgrado la maggior parte
dei bambini guardi la Tv, questo non comporta un minore interesse verso la stampa. I bambini hanno
una capacità di lettura limitata, ma il contatto dei bambini cinesi delle città con la stampa è di oltre il
50% (2.407), più alto del contatto con i media elettronici (2.052). Secondo Sun Yunxiao del Juvenile
Research Institute di Pechino, “questo è molto importante per lo sviluppo globale dei bambini,
soprattutto nella formulazione del pensiero moderno e nello sviluppo dell’intelligenza”.
In generale la frequenza, la durata e i tipi di media che i bambini cinesi frequentano sono “giusti”. Il
fenomeno anormale dei bambini persi in alcuni dei media elettronici in Cina non è molto diffuso. Una
ragione importante è che l’economia in Cina si è sviluppata così velocemente che i vari media si sono
sviluppati quasi contemporaneamente e perciò i bambini hanno potuto scegliere media che
soddisfacessero i loro bisogni. Anche l’attenzione da parte delle scuole e delle famiglie ha giocato e
continua a giocato un ruolo importante.
Secondo. I bambini cinesi delle città hanno i principi naturali dell’etica e del comportamento anche se
non sono soddisfacenti. Riguardo al patriottismo hanno ottenuto il più alto punteggio che era 4,56 punti
su un totale di 5 punti; per altri tre aspetti - soldi, fiducia e attitudine allo studio – il loro punteggio è
sopra la media. Per la cura della collettività e degli altri, buone abitudini e costumi, aspirazione alla
conoscenza e all’arte, cura fisica e indipendenza, hanno ottenuto un punteggio minore della media, e il
punteggio più basso era 3,27 punti in indipendenza che potrebbe non fare fronte alle domande di una
società moderna.
Terzo. C’è un legame tra il contatto dei bambini con i media e il loro concetto di etica e di
comportamento.
(Fonte: Sun Yunxiao “Media Influence and Chinese Urban Children’s Ethics Development”, Juvenile
Research Institute, Beijing, People’s Republic of China).
LA CONVENZIONE DELLE NAZIONI UNITE SUI DIRITTI DEL BAMBINO
Conclusa a New York il 20 novembre 1989 e approvata dall’Assemblea federale il 13 dicembre 1996,
la Convenzione dell’Onu sui Diritti del Bambino dei 54 articoli di cui si compone, tre riguardano i
media:
Art. 3
1. In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di
assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse
superiore del fanciullo deve essere una considerazione permanente.
2. Gli Stati parti si impegnano ad assicurare al fanciullo la protezione e le cure necessarie al suo
benessere, in considerazione dei diritti e dei doveri dei suoi genitori, dei suoi tutori o di altre persone
che hanno la sua responsabilità legale, ed a tal fine essi adottano tutti i provvedimenti legislativi ed
amministrativi appropriati.
3. Gli Stati parti vigilano affinché il funzionamento delle istituzioni, servizi ed istituti che hanno la
responsabilità dei fanciulli e che provvedono alla loro protezione sia conforme alle norme stabilite dalle
autorità competenti in particolare nell’ambito della sicurezza e della salute e per quanto riguarda il
numero e la competenza del loro personale nonché l’esistenza di un adeguato controllo.
Art. 13
1. Il fanciullo ha diritto alla libertà di espressione. Questo diritto comprende la libertà di ricercare, di
ricevere e di divulgare informazioni ed idee di ogni specie, indipendentemente dalle frontiere, sotto
forma orale, scritta, stampata o artistica, o con ogni altro mezzo a scelta del fanciullo.
2. L’esercizio di questo diritto può essere regolamentato unicamente dalle limitazioni stabilite dalla
legge e che sono necessarie:
a) al rispetto dei diritti o della reputazione altrui; oppure
b) alla salvaguardia della sicurezza nazionale, dell’ordine pubblico, della salute o della moralità
pubbliche.
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Art. 17
Gli Stati parti riconoscono l’importanza della funzione esercitata dai mass-media e vigilano affinché il
fanciullo possa accedere ad una informazione ed a materiali provenienti da fonti nazionali ed
internazionali varie, soprattutto se finalizzati a promuovere il suo benessere sociale, spirituale e morale
nonché la sua salute fisica e mentale. A tal fine, gli Stati parti:
a) incoraggiano i mass-media a divulgare informazioni e materiali che hanno un’utilità sociale e
culturale per il fanciullo e corrispondono allo spirito dell’articolo 29;
b) incoraggiano la cooperazione internazionale in vista di produrre, di scambiare e di divulgare
informazioni e materiali di questo tipo provenienti da varie fonti culturali, nazioni ed internazionali;
c) incoraggiano la produzione e la diffusione di libri per l’infanzia;
d) incoraggiano i mass-media a tenere conto in particolar modo delle esigenze linguistiche dei fanciulli
autoctoni o appartenenti ad un gruppo minoritario;
e) favoriscono l’elaborazione di principi direttivi appropriati destinati a proteggere il fanciullo dalle
informazioni e dai materiali che nuocciono al suo benessere in considerazione delle disposizioni degli
articoli 13 e 18.
DICHIARAZIONI E RISOLUZIONI INTERNAZIONALI E NAZIONALI BAMBINI E MEDIA
La Risoluzione di Bratislava (1994)
Adottata dall’assemblea in occasione di un meeting di produttori, emittenti e altri interessati alla
produzione dei media per i bambini. Oltre 70 i partecipanti provenienti da 30 Paesi. Il meeting è stato
ospitato dalla Biennale d’Animazione e si è tenuto a Bratislava nel novembre del 1994.
La Carta della Televisione per i Bambini (1995)
Questa Carta è stata presentata da Anna Home, responsabile dei programmi dei bambini della BBC
durante il primo Summit mondiale sulla Televisione e i Bambini tenutosi a Melbourne, in Australia nel
marzo del ‘95. Rivista e adottata a Monaco, in Germania, nel maggio dello stesso anno, la Carta viene
applicata da molte organizzazioni.
La Carta SADC per le trasmissioni dei Bambini (1996)
Questa Carta è stata adottata dall’Assemblea dei Paesi in via di sviluppo dell’Africa meridionale
(SADC, Southern African Developing Countries) in occasione del Summit su Bambini e Trasmissioni
che si è tenuto a Johannesburg in sud Africa nel maggio del ’96. L’idea di un Forum nazionale (SADC
più Kenya) è emersa durante la discussione su come rendere più attinente e applicabile all’Africa la
Carta della Televisione dei Bambini nata dal primo Summit mondiale.
I Paesi membri del SADC sono: Angola, Kenya, Lesotho, Malawi, Mauritius, Mozambico, Namibia,
Sud Africa, Swaziland e Zambia.
La dichiarazione asiatica sui diritti del Bambino e i Media (1996)
Il Summit Asiatico per i diritti del Bambino e i Media si è tenuto a Manila, nelle Filippine nel giugno
del ’96. I delegati al Summit – ministri, esponenti dei governi asiatici, giornalisti, dirigenti dei media,
educatori e avvocati dei diritti del bambino – provenienti da 16 Paesi hanno adottato la Dichiarazione
asiatica sui diritti del Bambino e i Media.
La carta dell’Africa sulle trasmissioni per i bambini (1997)
Il primo summit di tutta l’Africa sulle trasmissioni dei bambini si è tenuto ad Accra, in Ghana
nell’ottobre del ’97. Il risultato più importante di questo summit è stata una Carta dell’Africa sulle
trasmissioni dei bambini. La Carta è in linea con la Carta della Televisione per i Bambini, ma si allarga
alle questioni pertinenti al continente africano e include anche la Radio. In particolare sono messi in
evidenza i bisogni dell’educazione e dello sviluppo dei bambini africani e la protezione da ogni forma di
sfruttamento commerciale.
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FIDES SERVICE - FIDESDIENST - AGENCE FIDES - AGENZIA FIDES - AGENCIA FIDES - FIDES SERVICE – FIDESDIENST
Bibliografia:
Ellen Wartella, Adriana Olivarez and Nancy Jennings “Children and Television Violence in the United
States”, Università del Texas, Austin, Usa.
“National Television Violence Study”, voll. 2, Centre for Communication an Social Policy, University
of California, Santa Barbara, Usa.
Sachiko Imaizumi Kodaira , “A Review of Research on Media Violence in Japan”, NHK Broadcasting
Culture Research Institute, Tokyo, Giappone.
Olga Linné, “What Do We Know About European Research On Violence in the Media”, University of
California, Santa Barbara, Usa.
Jo Groebel , “The Unesco Global Study on Media Violence”, Report Presented to the Director General
of UNESCO, 1998.
Anura Goonasekera, “Children’s Voice in the Media A Study of Children’s Television Programmes in
Asia”, Asian Media Information and Communication Centre, Nanyang Technological University,
Singapore.
P. Dharmadasa, “Sri Lanka Research Data on Children and Television”, Singapore, AMIC holdings.
Sun Yunxiao, “Media Influence and Chinese Urban Children’s Ethics Development”, Juvenile Research
Institute, Beijing, People’s Republic of China.
“Children and Media Violence” Editors: Ulla Carlsson and Cecilia von Feilitzen, Yearbook from the
UNESCO International Clearinghouse on Children and Violence on the Screen, 1998.
Huston et alii, 1992, “Big World , Small Screen: The Role of Television in American Society”
University of Nebraska
Irving J. and Tadros C., “Children’s Film and Television in Central and Eastern Europe”, International
Centre of Films for Children and Young People, 1977.
(a cura di R. F.)
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Agenzia FIDES – 28 agosto 2007
DOSSIER FIDES
BAMBINI E MEDIA (II PARTE):
RACCOGLIERE LA SFIDA EDUCATIVA
Il tema della 41esima Giornata delle Comunicazioni sociali, “I bambini e i mezzi di
comunicazione: una sfida per la comunicazione”, ci invita a riflettere su due aspetti
particolarmente importanti. Il primo è la formazione dei bambini perché siano in grado di recepire
in modo critico ciò che vedono . Il secondo è la formazione alla conoscenza e all’uso consapevole
dei media, in continua trasformazione tecnologica.
Infatti , specifica Benedetto XVI in apertura del messaggio per la Giornata dello scorso
20 maggio 2007: “Le complesse sfide che l’educazione contemporanea deve affrontare sono
spesso collegate alla diffusa influenza dei media nel nostro mondo. Come aspetto del fenomeno
della globalizzazione e facilitati dal rapido sviluppo della tecnologia, i media delineano fortemente
l’ambiente culturale (cf. Giovanni Paolo II, Il Rapido Sviluppo, n.3). In verità, vi è chi afferma che
l’influenza formativa dei media è in competizione con quella della scuola, della chiesa e forse,
addirittura con quella della famiglia”.
Addirittura, come sottolineato dal Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali:
“per molte persone la realtà corrisponde a ciò che i media definiscono come tale”. ”. Episodi di
cronaca recente – violenze filmate coi videofonini nelle classi scolastiche, abusi su handicappati,
fenomeni di bullismo e di violenza diffusa - dimostrano come i bambini cresciuti con una media di
oltre 4 ore al giorno davanti al televisore di casa da soli, abbiano assorbito la logica del “sono in
video dunque esisto”. Sulla relazione tra consumo televisivo e comportamenti violenti nei minori,
psicologi, pedagogisti e massmediologi discutono da tempo. Ma una quantità innumerevole di
indagini condotte in molti Paesi occidentali dimostrano come tale correlazione sia ormai
innegabile.
NUOVI LINGUAGGI
Il fatto che molti ragazzi vivano completamente immersi nel mondo dei vecchi e nuovi
media sempre più spesso in correlazione tra loro, è ribadito dalla popolarità di alcuni modelli
televisivi baciati da effimeri quanto penosi “momenti di gloria” presenti nei programmi dagli
ascolti più alti, dai reality ai talk show, per non parlare del “trash” oggi diventato un “genere” di
spettacolo.
Tra le preferenze espresse dalle adolescenti italiani che guardano la televisione più di tre
ore al giorno al primo posto troviamo le “veline”, mentre i coetanei puntano sul più classico
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esempio del calciatore. La cosa più importante comunque è apparire, poco importa per quale
ragione, essere “qualcuno” o ”qualcosa” anche per un attimo nell’olimpo mediatico.
Sono gli esempi più negativi dei condizionamenti derivati da un eccessivo e acritico uso
dei mezzi di comunicazione. Ci troviamo di fronte ad una nuova generazione cresciuta davanti al
televisore, capace di usare le nuove tecnologie che spesso trovano impreparati i genitori stessi che
hanno acquistato e reso fruibili queste nuove tecnologie.
Tant’è che oggi i film si guardano sul videofonino, la televisione sullo schermo del
computer. Si telefona con internet e grazie al dawload si scaricano compact disc e DVD di ultima
uscita, si filma e si fanno le foto col cellulare e così via.
Nelle case il lessico familiare è ridotto a misura di sms, si parla con la televisione in
sottofondo, ci si scrive mail elettroniche, si fanno “visite virtuali” via computer, ci si aggira in
biblioteche altrettanto virtuali, così che la parola “cartaceo” evoca immagini dell’altro secolo,
ormai desuete.
Diversa dalle generazioni precedenti è la situazione dei nostri figli che hanno aperto gli
occhi su questi scenari in mutamento tecnologico profondo, inarrestabile, travolgente. E’ quella
che gli esperti chiamano la generazione “nata con sei dita”: dove oltre le cinque di norma, la sesta
è il mouse del computer.
L’introduzione del mondo “virtuale” di internet e dei videogiochi ha creato un distacco
dalla realtà vera e propria. Le due dimensioni sembrano a volte universi paralleli per molti ragazzi,
con conseguenze non indifferenti sul piano del processo di maturazione. Il successo di siti web in
cui si può vivere una seconda vita (vedi le migliaia di registrazioni in pochi mesi sul sito italiano
“Second Life” che nel mondo raccoglie già sette milioni di iscritti ), in cui la simulazione
riproduce ogni situazione della vita reale. Solo che tutto è finto, a partire dalla nuova identità che si
può scegliere per entrare a far parte di questo mondo fuori dal mondo in cui si può essere
chiunque. Cioè nessuno.
Così la grande sfida culturale è oggi proprio la ridefinizione dei confini, a volte troppo
labili, dei confini tra il reale e il virtuale, superando il “digital divide” che oggi separa le
generazioni adulte da quelle più giovani.
I GIOVANI: PROTAGONISTI O VITTIME DEL CAMBIAMENTO?
Il loro linguaggio è povero, spesso infarcito di termini tratti dal dizionario del “web”:
cliccare, chattare, messaggiare, sono neologismi del loro vocabolario quotidiano. Manca una
dimensione umanistica della tecnologia in grado di tracciare il perimetro culturale tra reale e
virtuale. Così il villaggio globale ha diffuso condivisione su modelli comportamentali devianti o
comunque opinabili.
E ragazzi che vivono a milioni di chilometri di distanza giocano lo stesso videogioco, vedono lo
stesso film, così come, trasversalmente, assorbono modelli e comportamenti simili. Gli adulti
spesso sono meno padroni dell’uso delle nuove tecnologie e guardano ai ragazzi che navigano in
internet con rassegnata preoccupazione o con molte limitazioni d’uso.
Le radici delle difficoltà in questo campo educativo sono ben spiegate da Marina
D’Amato, docente di sociologia presso l’Università di Roma tre, che sottolinea: “Ogni generazione
ha bisogno di ritrovarsi anche in un mondo fantastico che serve ad interiorizzare il paradigma del
buono e del bello, del giusto e dello sbagliato, dell’opportuno e dell’utile anche in rapporto agli
esempi che vengono dalla narrativa. Oggi ci troviamo in una condizione in cui nonni e genitori
raccontano sempre meno ai figli e ai nipoti e questo ruolo è stato è stato assunto dalla televisione
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ma in realtà la televisione “spaesa” e “con- fonde” cioè fonde insieme modelli morali che sono
frutto di ansie e problemi non risolti più che di certezze e, sebbene mutino con la frequenza di tre,
quattro anni, essendo riproposti continuamente finiscono per giustapporsi l’uno all’altro”(vedi
“Come mediare i media” a cura di Mario Russo)
Se è vero che la tv è il medium più usato fino all’adolescenza, subito dopo nasce
l’attrazione fatale per internet. Il cambiamento nasce dall’approccio col linguaggio televisivo,
ascoltato spesso per troppe ore in età infantile, che si basa su una mediazione della realtà, e attiva
in questo modo un processo di ricezione di tipo emotivo.
Su questo registro emozionale è più facile restare coinvolti da situazioni e figure capaci di
proporsi come modelli identificatori, serbatoi di senso e comportamenti da imitare.
Il potere di concentrare una volontà emulativa su alcuni personaggi particolarmente
rispondenti ai bisogni interiori del ragazzo, (bisogni il più delle volte indotti dalla pubblicità o da
modelli emulativi), è fortemente correlato alla quantità di ore che il ragazzo passa usando nuovi o
vecchi media.
EDUCAZIONE NECESSARIA
“L’adeguata formazione ad un uso corretto dei media è essenziale per lo sviluppo
culturale, morale e spirituale dei bambini… Educare i bambini ad essere selettivi nell’uso dei
media è responsabilità dei genitori, della Chiesa, della scuola. Il ruolo dei genitori è di primaria
importanza. Essi hanno il diritto e il dovere di garantire un uso prudente dei media, formando la
coscienza dei loro bambini affinché siano in grado di esprimere giudizi validi e obiettivi che li
guideranno nello scegliere o rifiutare i programmi proposti. Nel fare questo, i genitori dovrebbero
essere incoraggiati e sostenuti dalla scuola e dalla parrocchia, nella certezza che questo difficile
aspetto, sebbene gratificante, dell’essere genitori è sostenuto dall’intera comunità”.
Le parole del discorso di Benedetto XVI definiscono il paradigma di un corretto rapporto
tra media e minori con grande chiarezza. Una chiarezza di cui siamo grati al Magistero della
Chiesa, nel momento in cui il mondo dei media sembra ignorare le reali problematiche educative
dei bambini e le esigenze di qualità e sicurezza da parte della famiglia nell’uso dei media, dal
cinema ai videogiochi, dalla televisione a internet.
Di fronte all’ utilizzo distorto del mezzo televisivo, il più diffuso tra i mezzi di
comunicazione, la Chiesa si interroga sul perché la televisione non possa svolgere un ruolo
educativo e perché i media non possano essere compagni di gioco e di crescita affidabili. Lo spot
di una recente campagna, promossa dal Ministero delle Comunicazioni, sul corretto uso dei media
mostra vari membri della famiglia impegnati a guardare la televisione accanto ad un bambino.
Che si tratti di un nonno o di una mamma, il messaggio è lo stesso: non lasciate solo un
bambino davanti ad un mezzo che, senza il supporto critico-educativo di un adulto, può trasmettere
contenuti inadatti all’età e alla maturità di chi guarda. Senza dimenticare le responsabilità degli
editori televisivi impegnati nella organizzazione dei palinsesti, il ruolo della famiglia è davvero
insostituibile.
Se infatti lo scopo di chi gestisce società di editoria televisiva, oppure multinazionali
produttrici di videogiochi o gestori telefonici è quello di promuovere e vendere il prodotto, il
benessere psicofisico del bambino è al centro degli interessi degli educatori, siano essi insegnanti o
in primo luogo genitori.
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Lo spiega bene il messaggio del Papa che continua l’analisi, sottolineando che “Educare i bambini
ad essere selettivi nell’uso dei media è responsabilità dei genitori, della Chiesa e della scuola. Il
ruolo dei genitori è di primaria importanza. Essi hanno il diritto e il dovere di garantire un uso
prudente dei media, formando la coscienza dei loro bambini, affinché siano in grado di esprimere
giudizi validi e obiettivi che li guideranno nello scegliere o rifiutare i programmi proposti (vedi
Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 76). Nel fare questo i genitori dovrebbero essere
incoraggiati e sostenuti dalla scuola e dalla parrocchia”.
CONTENUTI DEI MEDIA
Nel panorama di una rivoluzione multimediale che trasversalmente sta cambiando
abitudini, mentalità, modelli e linguaggi, va rimessa al centro del dibattito la tutela di ciò che tocca
minori. Senza demonizzare i “mezzi” che in quanto tali non sono né buoni né cattivi, è importante
puntare sull’analisi del prodotto per individuare i contenuti migliori per bambini e adolescenti.
Perché la televisione è uno strumento che apre finestre di conoscenza sul mondo e se ben utilizzata
da “cattiva maestra” può diventare una preziosa fonte di stimoli di crescita umana e culturale.
Lo stesso vale, a maggior ragione per la “rete” che tutto ingloba e tutto comprende, per i
videogiochi dove invece di violenza e mostri si potrebbero ( e accade) mettere in scena storie
istruttive e dai contenuti interessanti.
Giustamente Benedetto XVI mette in luce le enormi potenzialità di miglioramento dei
contenuti di questo enorme campo di produzione multimediale: “L’educazione ai media dovrebbe
essere positiva. Ponendo i bambini di fronte esteticamente e moralmente eccellente, essi vengono
aiutati a sviluppare la propria opinione, la prudenza e la capacità di discernimento. E’ qui
importante riconoscere il valore fondamentale dell’esempio dei genitori e i vantaggi di introdurre
i giovani ai classici della letteratura infantile(….) La bellezza, quasi specchio del divino, ispira e
vivifica i cuori e le menti giovanili, mentre la bruttezza e la volgarità hanno un impatto deprimente
sui comportamenti”. Davanti ad un generale scadimento del prodotto televisivo, più forte e vibrata
appare la domanda di qualità da parte di larga parte di un pubblico di famiglie che chiede di essere
non più solo un indistinto esercito di utenti silenziosi, ma un pubblico in grado di esprimere
preferenze per contenuti formativi e informativi di buon livello.
Il messaggio di Benedetto XVI continua con alcune importanti indicazioni: “Come
l’educazione in generale, quella ai media richiede formazione nell’esercizio della libertà. Si tratta
di una responsabilità impegnativa. Troppo spesso la libertà è presentata come una instancabile
ricerca del piacere o di nuove esperienze(…) Questo desiderio profondamente sentito da genitori
ed insegnanti di educare i bambini nella via della bellezza, della verità e della bontà può essere
sostenuto dall’industria dei media soltanto nella misura in cui promuove la dignità fondamentale
dell’essere umano, il vero valore della vita familiare, le conquiste positive e i traguardi
dell’umanità. Da qui la necessità che i media siano impegnati nell’effettiva formazione e nel
rispetto dell’etica viene vista con particolare interesse e urgenza non solo dai genitori ma anche
da coloro che hanno responsabilità civica”.
In realtà ci troviamo a dover ammettere che in Italia manca una vera “cultura del
bambino”: la situazione è talmente seria che a livello istituzionale si sta cercando di dare un nuovo
impianto generale alla verifica e al controllo dei contenuti di campi di intrattenimento come i
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videogiochi finora sottoposti solo a codici di autoregolamentazione nati e siglati ad uso e consumo
delle industrie produttrici.
E ancora una volta il primo e indispensabile appoggio al bambino non può che venire dalla
famiglia e da un più stretto rapporto con insegnanti ed educatori: proprio come sottolinea
Benedetto XVI, ricordandoci che la preoccupazione educativa dei genitori non deve diventare una
preoccupazione generica, ma una attenzione costante a tutto ciò che interessa i figli.
L’INDUSTRIA DEI MEDIA
1)LA TELEVISIONE
Se la tradizionale tv vie etere si presenta come settore di attività ormai “maturo” si
affaccia invece all’orizzonte lo scenario del digitale (satellitare o terrestre), anche nel senso della
piattaforma digitale in grado di consentire il collegamento Tv e internet e altri media tramite
computer. Per quanto riguarda la qualità della programmazione a fronte di molti buoni propositi
enunciati a livello istituzionale, appare diminuita l’ attenzione alle esigenze dei minori, anche in
relazione alle diverse fasce di età. La programmazione per i minori è confinata infatti in reti e orari
particolari mentre il resto della programmazione nella fascia oraria “per tutti” spesso presenta
contenuti inadatti ai minori. Ma quali sono le aspettative delle giovani generazioni nei confronti
della televisione? E’ proprio vero che preferiscono il trash, i giochi a premi demenziali e le
“veline”?
Da una recente indagine del Censis su “Comunicazione, pluralismo sociale, società
aperta”(2005) emerge che il rapporto dei bambini e in particolare degli adolescenti tra i 14 e i18
anni, e la televisione è improntato da elementi di forte contraddizione e di passività. Il 100 % di
questa fascia d’età guarda la televisione praticamente ogni giorno (86%) seguendo un po’ di tutto,
con una rilevante predilezione per i film (72%), lo sport (32%) e i reality (18%).
Tuttavia il campione intervistato risulta tutt’altro che soddisfatto di ciò che vede. Infatti il
36% degli adolescenti denuncia la volgarità diffusa nei programmi, il 25% la superficialità. Il 46%
di loro considera la tv un mezzo “invadente”, mentre è interessante notare che il 25% ritiene che in
generale la programmazione televisiva alimenti nei bambini più piccoli una visione consumistica
della vita. Da questi dati emerge il contrasto tra la ricerca di svago e la condanna di ciò che viene
loro proposto dai palinsesti. A significare che l’alto tasso di fruizione non è un indicatore di
gradimento.
Accertato l’assioma che la televisione sia onnipresente, appare chiaro che sono gli stessi
giovani a chiedere maggiore attenzione ai contenuti: meno violenza e meno volgarità. L’esigenza
di una diversa regolamentazione, dice chiaramente il rapporto Censis “non viene solo da quanti,
genitori ed educatori, sono preoccupati per la potenziale influenza negativa sui minori, ma viene
espressa chiaramente anche dagli adolescenti, per lo meno dalla parte più accorta e consapevole
di essi”.
Per meglio tutelare i diritti dei minori, dal 2002 è stato istituito presso il Ministero delle
Comunicazioni il Codice di autoregolamentazione TV e Minori a cui hanno aderito gli editori
televisivi sia a livello nazionale che locale. Sulla base dei principi in materia della Costituzione
italiana e della Convenzione dei diritti del bambino dell’ONU del 1989, in questi anni di attività il
Comitato di applicazione ha valutato migliaia di casi in cui sono state violate le norme di tutela che
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prevedono la messa in onda di programmi e immagini adatte ad un pubblico di minori nella
cosiddetta “fascia protetta” dei palinsesti televisivi (dalle 7,30 alle 22,30), intervenendo con
denuncie e sanzioni applicate nei casi più gravi dall’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni.
In prospettiva tale Comitato si sta evolvendo verso un più ampio organismo di controllo che si
chiamerà “Media e minori” in cui oltre alla televisione saranno monitorati anche i settori della
videofonia e dei videogiochi e il campo maggiormente a rischio, quello di internet.
REGOLE DI TUTELA IN ALTRI PAESI
Diversa è la situazione in altri Paesi come ad esempio la Gran Bretagna, dove il sistema
di regolamentazione dei media è strutturato e complesso e si è aggiornato negli ultimi decenni,
con una particolare attenzione alla tutela dei minori. Le innovazioni tecnologiche in questo settore
hanno spinto la normativa inglese ad una serie di nuove disposizioni ,come ad esempio , la visione
in casa di video per soli adulti che fuori dalle mura domestiche sarebbero loro vietati o per
combattere la piaga mondiale dei siti internet per pedofili, contenenti materiale pornografico o con
contenuti che possono nascondere l’addescamento di minori ( vedi la Protection Children Act del
1978).
La programmazione televisiva è regolamentata dal Broadcasting Act (1996) da cui
deriva l’istituzione della Broadcasting Standard Commission (BSC) un organo di controllo
indipendente che stabilisce le norme della valutazione dei programmi anche per quanto riguarda
contenuti violenti o che possano offendere la pubblica decenza (sito ufficiale www.bsc.org.uk ). La
BSC è l’organismo preposto all’interno della struttura del broadcasting, per la supervisione e la
regolamentazione di tutte le televisioni e le emittenti radiofoniche , via cavo e satellitari. I suoi
compiti sono quelli di elaborare codici di condotta di applicazione degli standard e di rispetto della
giustizia e monitorare gli standard verificando il rispetto delle leggi. La messa in onda di
programmi con contenuti ritenuti inadatti ai minori di varie età, già da qualche anno la televisione
inglese ha adottato il sistema watershed , uno spartiacque orario tra la programmazione familiare e
quella per gli adulti . L’intero sistema televisivo inglese conta sulla responsabilizzazione delle
famiglie , senza la collaborazione delle quali , ogni codice di standard sui programmi è
praticamente inutile.
In Francia è in vigore da anni un codice segnaletico televisivo che entra in funzione per i
programmi inadatti ai minori. La valutazione della fiction televisiva viene effettuata dal Conseil
Superieur de l’Audiovisuel (CSA), una autorità amministrativa indipendente che controlla la
diffusione dei film e delle altre emissioni sui vari canali televisivi private, nazionali, regionali o
locali. La normativa francese (legge 2002/719) vieta la diffusione di trasmissioni che possano
nuocere gravemente all’integrità fisica, mentale e morale dei minori in base a contenuti di
pornografia o violenza gratuita . Le trasmissioni sono contrassegnate da un codice segnaletico che,
abbinato al sistema delle fasce orarie di programmazione, garantisce alle famiglie migliore
chiarezza sulla visibilità dei programmi per i minori.
In Germania particolare attenzione viene riservata al tema dei minori dalla legislazione
tedesca che colloca sin dalla nascita l’inizio dei diritti fondamentali del cittadino. La loro tutela è
disciplinata a livello pubblico dalla JSchG (del 26 febbraio 1985) mentre la legge GjSM si
occupa della diffusione di pubblicazioni e contenuti mediatici dannosi per i minori.
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La regolamentazione in ambito televisivo si rifà all’accordo sulle radiodiffusioni dei Lander
Federali che gli enti per i media dei Lander hanno preso come base per l’adozione di direttive a
tutela dei minori nell’emittenza privata. Non sono ammesse trasmissioni che incitano all’odio
razziale, che esaltano la violenza o la guerra , che offendono la dignità dell’uomo, che sono di
genere pornografico, che mostrano persone morenti o sofferenti in modo lesivo della dignità
umana. I responsabili della programmazione, scegliendo l’orario di emissione devono far si che i
minori non vedano trasmissioni che possano nuocere al loro benessere psichico, fisico o mentale.
Le trasmissioni inadatte ai più piccoli possono essere trasmesse solo dopo autorizzazione dell’ente
competente del Land interessato.
I responsabili dell’organizzazione dei programmi televisivi a livello nazionale sono tenuti a
nominare degli incaricati per la tutela dei minori che concorrono all’acquisto, alla progettazione e
alla realizzazione dei programmi. Le emittenti private hanno fondato nel 1993 l’Associazione
“Autocontrollo Volontario televisione “”(Freiwillige Selbstkontrolle Fernsehen” FSF) a cui
devono essere presentati particolari programmi prima della messa in onda e la cui valutazione ha
peso nelle decisione dagli enti per i media dei lander Federali nelle loro verifiche. Esiste poi
l’Ufficio comune per la tutela dei minori, del programma , la competenza mediatica ed i media del
cittadino “(GSJP), di cui fa parte un esponente dell’ente per i media dei Lander Federali, che
esprime il suo parere su particolari serial, telefilm e spettacoli più o meno adatti ai minori. Il GSJP
decide su richieste di spostamenti di orari di messa in onda per i film vietati ai minori , controlla i
formati dei programmi nuovi e , sperimenta nuove disposizioni per la tutela dei minori nella tv
digitale. La peculiarità della giurisdizione tedesca, sia in campo televisivo che cinematografico e
mediatico in generale, è la minuziosa attenzione alle esigenze di sviluppo del minore e ai rischi che
questo può correre fuori da una corretta osservanza delle leggi.
Negli Stati Uniti è possibile consultare una “Guida televisiva per i genitori” via internet
(vedi il sito www.mpaa.org ) che prevede alcune categorie di ascolto applicate ai programmi
televisivi trasmessi all’intero pubblico. Questa guida prevede varie sigle per identificare il target
d’ascolto di ogni trasmissione: si va dal TV Y (per tutti i bambini) al TVG (per tutti) attraverso
vari sbarramenti d’età che corrispondono al passaggio dalla prima alla seconda infanzia e da questa
all’adolescenza. C’è poi il TVPG (parental guidance, presenza di un genitore accanto), un TV 14
(parent strongly cautioned, genitori seriamente avvertiti) per i programmi contenenti scene di sesso
e violenza. Infine TVMA prevede un “mature audience only” ovvero un pubblico d’età superiore
ai 17 anni, ultima frontiera dei contenuti “restricted”.
Queste valutazioni sono state elaborate sulla base delle opinioni dei genitori stessi e sono
facili da capire e a portata di mano. Le linee guida tv per i genitori possono essere usate insieme al
V-chip, un dispositivo di filtraggio installato nella maggior parte dei più recenti apparecchi
televisivi, per permettere ai genitori di bloccare i programmi inadatti.
SCHEDA: 1
Brasile :“O que eu penso de teve”
In Brasile l’audience infantile è molto alta: circa 30 milioni di bambini ogni giorno
guardano la Tv per almeno tre ore al giorno. Spiega la professoressa Rosalia Duarte del
Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università cattolica di Rio de Janeiro “I bambini
sono molto perspicaci ma noi possiamo e dobbiamo aiutarli ad ampliare il loro quadro di
riferimenti affinché possano discutere ancor meglio sui contenuti di quello che vedono. Per questo
abbiamo bisogno, prima di tutto, di ascoltare ciò che hanno da dire sull’argomento e dialogare con
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loro. Oltre a questo, specialmente in Brasile, abbiamo bisogno di offrire loro altre opzioni di
divertimento e un accesso maggiore, più ampio e molto più frequente, ad altre attività culturali”.
Nell’ambito di una ricerca su questionario diffuso nelle scuole intitolata “O que eu penso de teve”
(cosa penso della Tv) è emerso che “I bambini vogliono fortemente essere ascoltati su ciò che
pensano della tv e si risentono nel vedere che le loro opinioni sono ritenute poco importanti; non
sono contenti dell’eccesso di immagini di violenza esibite in televisione, soprattutto della violenza
“reale” – che definiscono come quella che viene trasmessa nei telegiornali. Adorano guardare la tv
e non importa che cosa gli adulti pensino o dicano al riguardo; a loro piacciono quasi tutti i tipi di
programmi messi in onda: telenovele, cartoni animati, programmi umoristici, films, serie tv, ma
ciò non fa di loro degli spettatori “idioti” in quanto fanno delle critiche molto interessanti,
pertinenti e ben elaborate su ciò che considerano brutto o inadeguato in televisione. Per la maggior
parte di loro la televisione si offre come principale opzione di divertimento (in alcuni casi, l’unica),
il che è un dato piuttosto preoccupante. Ma ciò che ha chiamato maggiormente la nostra attenzione
è il grado di esperienza con cui questi bambini analizzano la televisione: sono esperti e dimostrano
di conoscere la televisione anche dal di dentro, incluso i linguaggi che essa utilizza, la sua struttura
di produzione, la sua logica interna e i suoi modi di intervento.
I bambini apprendono valori e disvalori attraverso la tv, non ci sono dubbi, ma
dimostrano di avere senso critico su questo argomento quando affermano nei loro testi che i
programmi trasmessi in tv possono insegnare “a essere buoni , ad aver coraggio e a fare del bene, a
curare la natura e se stessi, a essere onesti e a lottare per ciò che si desidera”, ma anche “ad essere
crudeli e bugiardi, a rubare e a uccidere, a non rispettare i genitori e a comprare quello di cui non si
ha bisogno”. Parlando della validità dell’insegnamento della Media Education, la professoressa
Duarte sottolinea il bisogno “di ascoltare ciò che hanno da dire sull’argomento e dialogare con
loro. Oltre a questo, specialmente in Brasile, abbiamo bisogno di offrire loro altre opzioni di
divertimento e un accesso maggiore, più ampio e molto più frequente, ad altre attività culturali”.
SCHEDA 2:
Osservatori Internazionali
I dati esaminati dall’OssCom -Centro di ricerca nei media nel gennaio del 2006
evidenziano la tendenza a mettere in atto forme di co -regolamentazione in cui l’azione legislativa
degli stati membri si integra con misure di auto- regolamentazione messe in atto da produttori,
broadcasters, professionisti della comunicazione sotto l’effetto di controllo e sanzioni. Due gli
strumenti più usati a livello europeo in osservanza delle direttive dell’art. 22 di “Tv senza
frontiere”: la definizione di fasce orarie protette (water shed) e la segnaletica in video (dettato da
un sistema di rating). Malgrado ciò, alle tradizionali aree problematiche della violenza e della
pornografia si affiancano nuove aree “a rischio” per i minori: volgarità, abusi e dipendenze da
sostanze, linguaggio e comportamenti volgari, discriminazioni e abusi, violazioni e offese alla
dignità umana. I criteri di valutazione dei programmi sono un problema condiviso da molti Paesi
dell’Unione , mentre si fa strada una omogeneizzazione internazionale dei sistemi di
classificazione (vedi Nicam, più avanti) basati sulla visualizzazione di cinque icone che illustrano
simbolicamente quali sono le problematicità del programma in esame e al di sotto di quale età è
sconsigliato.
Da segnalare l’attività dell’ EUROPEAN MEDI@CULTURE – Online Il progetto
promosso dalla Commissione Europea di Bruxelles nel quadro delle iniziative e-Learning, gestito
dal Centro mediatico del Baden-Württemberg. Il sito presenta informazioni sull'educazione ai
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media in Europa, in particolare in Francia, Austria, Finlandia e Germania. La sezione Projets
Multimédia raggruppa i progetti sui media sviluppati da scuole e associazioni giovanili nel corso
del tempo (vedi http://www.european-mediaculture.org )
SCHEDA 3
Sudafrica: Vertice mondiale sui media per l’infanzia
L’appuntamento triennale si è svolto nel marzo scorso a Johannesburg in Sudafrica con
la partecipazione di esperti del settore di numerosi Paesi. Insieme si è discusso sulla necessità di
una programmazione adatta ai bambini per capire in che modo la violenza nei 'media' può influire
sulla psiche dei minori.
Ma al quinto 'Vertice mondiale sui media per l’infanzia', c’erano anche moltissimi
bambini provenienti da tutto il mondo impegnati a discuterei a discutere sul difficile tema ‘Media
come strumenti di pace e democrazia globale’, sotto la guida di gruppi di adulti, tra cui diverse
organizzazioni cattoliche, impegnati da anni a promuovere regole per l’infanzia da rispettare nelle
trasmissioni radiotelevisive attraverso codici di regolamentazione da redigere o in molti casi da
aggiornare, in base alla diffusione anche in molti Paesi del Sud del mondo delle nuove tecnologie
multimediali , il cui uso merita attenzioni particolari per la tutela del pubblico più giovane.
In particolare in Africa, ha spiegato l’organizzatore del vertice, Firdoze Bulbulia, si sta
prendendo in esame il progetto di un ‘Media center’ per bambini, che possa produrre e distribuire
prodotti radiotelevisivi per i più piccoli, con lo scopo di realizzare un canale televisivo panafricano per l'infanzia; gli organizzatori del vertice stanno anche lavorando al progetto di
un’alleanza africana sui mezzi d'informazione e di comunicazione sul modello di quella già
esistente in America latina.
2)INTERNET
In Italia il 47% delle famiglie italiane ha un computer, un dato rilevante ma sempre più
basso rispetto alla media di altri Paesi europei. L’uso di internet da parte di adolescenti e giovani,
la loro familiarità con tutto quanto si può digitare e “scaricare” da internet pone non pochi
problemi . Per sua stessa natura di rete di comunicazioni globale , il problema si pone in ottica
internazionale, cercando di garantire la tutela dei minori attraverso precisi accordi con i provider
per un effettivo controllo dei contenuti. In campo italiano la tutela dei minori fino 2006 era stata
lasciata in mano agli stessi provider che il 19 novembre 2003 hanno siglato un accordo di
autoregolamentazione: il Codice Internet e Minori. Sebbene l’accordo sia stato stipulato tra i
rappresentanti dei vari provider innanzi al Ministero per l’Innovazione e la Tecnologia, resta
comunque un accordo privato, con le lacune, soprattutto dal punto di vista delle sanzioni, che
spesso tali atti comportano. Nel 2006, a seguito dei numerosi casi di violenza sui minori, molti dei
quali operati attraverso la diffusione di materiale pedopornografico (se non proprio attraverso
l’adescamento di minori via internet), è stata emanata la legge 38 del 6 febbraio 2006
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“Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia
anche a mezzo Internet”.
Infine in applicazione della legge 38/2006 è stato emanato a febbraio 2007 un Decreto sui
requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio che i fornitori di connettività alla rete internet devono
utilizzare al fine di impedire l’accesso ai siti segnalati dal Centro Nazionale per il contrasto alla
pedopornografia. Però ciò non basta a superare la difficoltà che i minori possano rischiosamente
navigare nella “rete delle reti”.
Attualmente è stato ripristinato il Comitato antipedofilia e devianza minorile in Internet
“Ciclope”, già istituito presso il Ministero Pari Opportunità, poi latitante per un anno circa, fino
alla sua ricollocazione presso il ministero per la Famiglia. Sta anche per entrare in funzione un sito
dedicato all’uso di internet presso il ministero delle Comunicazioni ed un numero verde “114”
(curato dal Ministero per le Comunicazioni e “Save the children”) a cui potrà rivolgere qualunque
cittadino voglia segnalare casi di abusi, devianza o pedopornografia. Tra le iniziative più recenti si
segnala anche il nuovo portale www.tiseiconnesso.it aperto dal ministero delle Comunicazioni
italiano sempre in collaborazione con Save The Children, in cui sono sviluppate una serie di
informazioni sui contenuti sia per i genitori che per i bambini, in osservanza alla campagna di spot
televisivi che ha come slogan “Il miglior modo per aiutare tuo figlio a non fare uso sbagliato delle
tecnologie, è conoscerle”.
Da segnalare anche come la rete sia diventata un grande mercato on line : per alcuni
produttori l’e-commerce di giocattoli vale già il 4% del fatturato; solo nel 2005 le vendite
telematiche si sono concretizzate in 37.600 atti d’acquisto. Le ragioni per investire sull’on-line
sono molteplici: dalla possibilità di aggirare difficoltà logistico-distributive, all’ampliamento della
gamma merceologica, sino al coinvolgimento del cliente attraverso campagne di direct mail e la
creazione di comunità virtuali intorno ai singoli giochi.
SCHEDA:
Pedopornografia e Internet
Nel marzo 2006 sono entrate in vigore le nuove misure dirette a contrastare e reprimere il
fenomeno dello sfruttamento sessuale dei minori e la pedopornografia stabilite dalla Legge
38/2006 "Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la
pedopornografia anche a mezzo Internet" – pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 15 febbraio
2006, n. 38 - con la quale vengono sostanzialmente modificati ed integrati gli articoli 600bis e
seguenti del Codice Penale.
La legge ribadisce gli articoli del Codice penale (art. 527,528,529 e 725) che puniscono
“atti osceni in luogo pubblico , pubblicazioni, spettacoli osceni, disegni o figure che offendano la
pubblica decenza”.
Poiché molte in molte pubblicazioni, trasmissioni televisive e spot pubblicitari, pur non
prettamente a carattere pornografico, l’immagine dei bambini e degli adolescenti viene presentata
in maniera esplicita o più spesso sottilmente illusoria in maniera falsata, si richiede un nuovo
impegno da parte delle Istituzioni preposte ad osservare la normativa in vigore, coinvolgendo, a
seconda dei casi, gli organi di Polizia , l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, il Ministero delle
Comunicazioni, la polizia Postale o il “Comitato tv e minori”.
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3)CINEMA
Ribadendo quanto scritto nella Costituzione italiana e cioè il diritto - dovere delle
famiglie di essere protagoniste dell’ educazione dei figli, in molti sentono che è arrivato il
momento di rimettere mano alla legislazione che riguarda il vecchio concetto di " censura" (la
legge 161 /62, che prevede la possibilità di negare il “nulla osta” alle sale e di effettuare tagli alla
pellicola anche in funzione di un pubblico adulto) oggi superato da un sempre più urgente criterio
di tutela dei minori nei confronti dei film che vedono nei circuiti cinematografici, ma anche
successivamente in casa, spesso in prima serata televisiva.
La corretta valutazione preventiva di un film permette alla famiglia di avere in mano
strumenti di scelta della fruibilità o meno di uno spettacolo (conoscere la trama, gli eventuali
contenuti sensibili, il target di visione assegnato all’opera in altri Paesi, ecc). Per questo è giusto
rimettere mano alla normativa, operazione che richiede attenzione e accortezza da parte delle
istituzioni in un momento di transizione mediatica come quello che stiamo vivendo, in cui i media
sono di fatto diventati una importante componente nell’educazione del minore.
Non mancano pellicole che attirano l’attenzione pubblica per i contenuti di violenza
eppure circolanti nel circuito cinematografico senza divieti d’età. Per un film che fa “notizia” sui
giornali ce ne sono molti altri dai contenuti scadenti o addirittura pericolosi che filtrano dalle
maglie della commissione di revisione cinematografica, attualmente in funzione presso il
Dipartimento cinema del Ministero dei Beni Culturali.
Mentre il Disegno di legge del Ministro dei Beni Culturali, , sta per affrontare il suo iter
parlamentare, nuovi scenari si aprono con l’introduzione in Italia, dell’autocensura dei film da
parte dei produttori o dei distributori cinematografici e l’introduzione di nuove e più specifiche
fasce di divieti per i minori a partire dai 10 anni. Il divieto verrà assegnato in base ad una griglia
di valutazione dei contenuti dell’opera e successivamente vagliato da una Commissione di
psicologi, educatori e genitori.
Questo sistema è ispirato al modello americano della Moction Picture Association of
America (MPAA) che da oltre 40 anni rappresenta gli interessi dell’industria audiovisiva
americana nel mondo. Funzionante sulla base di regole ben precise (messe a punto negli anni
anche da sentenze delle Corti federali di vari Stati in base a proteste di cittadini) l’autocensura
americana prevede la presenza di una sola commissione addetta ad erogare i divieti dal PG 12 al
restricted 17 anni. Questa commissione è composta esclusivamente da genitori ritenuti i primi
depositari dell’educazione dei figli in rappresentanza trasversale dell’utenza. Cospicue sanzioni
economiche assicurano che il meccanismo di autocertificazione corrisponda in effetti agli interessi
dei cittadini. Sul sito web della Moction Picture ci sono le linee guida per la valutazione delle
opere di enterteinement per i genitori e sono pubblicati i divieti assegnati ad ogni film che è in
circolazione nelle sale. In genere le valutazioni appaiono molto più severe rispetto ad altri Paesi.
Tutto ciò nei molti anni di applicazione ha qualificato l’industria americana e il corretto servizio
agli utenti. Qualunque strada si intenda seguire in Italia, è importante per le famiglie che venga
potenziato il mercato di produzioni adatte per l’infanzia: è giusto che il meccanismo dell’industria
cinematografica giri con i suoi ritmi di produzione ma non è giusto confondere i target di fruizione
( come qualunque industria sa bene).
Per quanto riguarda le normative europee di valutazione dei film e più in generale di tutto
l’entertainement (neologismo anglosassone che trova la sua radice etimologica nel rapporto tra
educazione e gioco) fruibile da minori, va invece citato il sistema NICAM attuato in Olanda da
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oltre 5 anni. Il NICAM (Nederlands Instituut voor de Classificatie van Audiovisuele Media) ,
fondato nel 1999, sulla base della legge Media Act (in base a cui i programmi di gruppi che
abbiano avuto la licenza per attività di broadcasting non devono includere opere audiovisive che
nuocciano allo sviluppo fisico e psicologico di persone sotto i 16 anni) e sulla base delle direttive
CEE (“Televisione senza frontiere” IV).
Il sistema di classificazione preventiva è attivo anche in Grecia con la legge 1.597 del
maggio 1986 che prevede norme che prima della proiezione in sala , ogni film venga sottoposto dal
produttore o dalla società d’ importazione alla visione della Commissione per la Gioventù che
classifica il film come adatto ai minori, vietato ai minori di 13 anni, di 17 anni oppure nei casi più
gravi ,severamente non adatto ai minori. La Commissione per la gioventù è di competenza del
Ministero della Cultura ed è stata concepita in termini di proporzionalità e rappresentanza : dello
Stato (Ministero della Cultura), delle categorie legate al cinema , degli psicologi dell’età educativa
e dei sociologi, dei giovani degli insegnanti e dei genitori.
In Austria vige un sistema di valutazione complesso istituito sulla base del principio
costituzionale federalistico, che affida la tutela dei minori nell’ambito del cinema e più in generale
dei mass media, alla competenza specifica dei Lander. La legge nazionale che inquadra la
regolamentazione dei media è la ORF ACT , ovvero l’Austrian Broadcasting Corporation n
379/1984 che stabilisce su quali criteri si deve basare la protezione rispetto a programmi e film
trasmessi in televisione o attraverso altri canali mediatici. Per quanto riguarda la circolazione dei
film, la valutazione preventiva delle opere cinematografiche per la decisione circa la fascia di età
del pubblico idonea alla visione, è regolata dalla legge austriaca sulla Tutela dei Minori
“Jugendschutzgesetz”, applicata dalle leggi dei Lander federali. Tale legge stabilisce ben nove
fasce di divieti d’età a partire dai sei anni , con una successiva scansione che prevede divieti per i
dieci, dodici, quattordici e sedici anni. Alla supervisione del sistema di valutazione
cinematografica è preposta una apposita Commissione che ha sede presso il Ministero della
Pubblica Istruzione di Vienna che trasmette i suoi pareri in relazione all’idoneità dei film alle
autorità locali . In genere i singoli Lander adottano le decisioni della Commissione, è a livello
locale che viene decisa la loro applicazione.
In Spagna l’articolo 20 della Costituzione riconosce il diritto del cittadino ad esprimere e
diffondere liberamente i pensieri, le idee e le opinioni qualunque mezzo di riproduzione. Se da
una parte l’esercizio di tali diritti “ non si può restringere attraverso nessun tipo di censura
previa”, lo stesso articolo specifica che “Queste libertà hanno il
loro limite nel rispetto dei limiti riconosciuti nelle normative che esprimono tale rispetto,
specialmente, nel diritto all’onore, alla privacy, alla propria immagine e alla protezione della
gioventù e dell’infanzia”.
In base a questo principio, la qualificazione dei film ( Real Decreto 81/97) e delle opere
audiovisive avviene prima della loro diffusione , presso l’ Istituto di Cinematografia e delle Arti
Audiovisive (ICAA) , un ente autonomo, dipendente dal Ministero dell’educazione e la cultura ,
attraverso la Segreteria di Stato delle cultura (vedi sito www.mcu.es ).
La Subdirecion General de Fomento de la Industria Cinematografica e Audiovisual che fa
parte dell’ICAA si occupa , tra l’altro, della classificazione per età delle pellicole e delle opere
audiovisive per la loro esibizione pubblica e la distribuzione. La commissione è incaricata di
emettere informazioni sulle pellicole e audiovisivi con classificazione per le “sale X” e sulla
classificazione per fasce di età del pubblico.
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Le pellicole a carattere pornografico non possono ricevere sovvenzioni dallo Stato, e
sulle proiezioni in sala vige un prelievo fiscale destinato in parte ad incrementare il Fondo di
protezione della cinematografia.
La proiezione può avere luogo solo nelle “sale X” in cui non sono visibili tipi diversi di
opere cinematografiche e in cui è proibito l’ingresso ai minori di 18 anni.
CINEMA IN TV
Dato l’alto consumo di programmi televisivi da parte dei minori, in base alle direttive UE
che promuovono l’autoregolamentazione a livello nazionale delle emittenti TV e la partecipazione
delle famiglie in questa opera educativa , sono da alcuni anni in vigore codici segnaletici (Francia,
Olanda, GB, Grecia , Italia ) validi spesso sia per identificare i film proiettati in sala che quelli
trasmessi in TV. La tutela dei minori nel settore televisivo è stata realizzata anche adottando il
cosiddetto sistema “watershed” (spartiacque) che funziona in base alla selezione di fasce orarie
protette, alcune consigliate alla visione dei minori, altre per tutti , e altre ancora, soprattutto nei
palinsesti notturni, la cui visione è consigliata solo ad un pubblico adulto.
La fascia di età attribuita dalla valutazione preventiva del film ha in tutti i paesi europei
una ovvia ricaduta nella programmazione nelle fasce orarie protette o segnalate delle televisioni
pubbliche .
La definizione di linee di condotta comune è alla base
di accordi di
autoregolamentazione e coregolamentazione televisiva per la definizione di un codice di condotta
comune alle emittenti pubbliche e private.Questo approccio ha una base normativa che fa capo alla
autorità dello Stato o alla fiducia assegnata dai consumatori alle emittenti pubbliche o private che
adottino sistemi di autoregolamentazione.
A rendere visibile agli adulti le classificazioni assegnate per i minori molte emittenti
europee hanno adottato un sistema di segnaletica che, attraverso simboli cifre, colori, segnali
acustici avvertono il pubblico di quanto sta per andare in onda.
Ma anche questo sistema, come i sistemi di filtraggio (tipo v-chip) da solo non basta a
garantire una vera tutela dei minori di fronte ad un moloch di immagini difficili da decodificare per
un minore (basti pensare alle immagini di guerra dei telegiornali, a film scabrosi o
all’informazione su delitti efferati che hanno spesso come teatro proprio il nucleo familiare).
E’ sulla collaborazione tra Stato, produttori di audiovisivi e famiglie che può essere
fondato un autentico rispetto dei minori che incoraggi la crescita positiva del ragazzo ,sulla base
dei valori fondanti della persona umana.
4)VIDEOFONIA MOBILE
Oggi la diffusione della videofonia ha raggiunto il tetto di diffusione in Italia del 134%, a
significare che in molti oggi possiedono almeno due cellulari, compresi i giovani e i giovanissimi,
che vengono dotati di questo strumento dai genitori stessi. Infatti un ragazzo su due tra gli 8 e i 13
anni ne ha uno in tasca. Quello che potrebbe essere uno strumento per seguire meglio gli
spostamenti e le necessità dei figli si rivela invece un pericoloso mezzo soggetto ad altri utilizzi da
parte del minore che non si separa mai dal suo telefonino, nemmeno in classe, come lamentano
molti insegnanti. Malgrado il codice di autoregolamentazione firmato dai gestori principali
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(Codice di condotta per l’offerta dei servizi a sovrapprezzo a tutela dei minori) di fatto il telefono
cellurare con i nuovi servizi opzionali, è diventato ormai un mini personal computer in grado di
permettere usi nuovi, mai permessi finora.
Gli sviluppi tecnologici in atto nel campo della telefonia mobile - in particolare per
quanto riguarda le sinergie con internet e l’adozione di sistemi DVB di videofonia contribuiscono ad accrescere le opportunità comunicative anche per le nuove generazioni e, al
tempo stesso, ripropongono in termini nuovi la questione della tutela dei minori. Le ulteriori
evoluzioni prevedibili per i prossimi anni e il numero sempre maggiore di persone coinvolte,
richiedono una forte consapevolezza sociale e la costante attenzione dei soggetti chiamati ad
garantire i diritti dei cittadini.
In questo contesto vanno riaffermati i diritti dei minori nel campo della comunicazione,
tra i quali non ultimo quello alla sicurezza anche dai rischi di induzione a comportamenti illeciti o
di accesso a contenuti nocivi e indesiderati. Anche in questo campo è essenziale il ruolo dei
genitori e, più in generale, di quanti sono chiamati a svolgere funzioni educative. La maggiore
sicurezza di bambini e ragazzi dall’accesso a contenuti illegali deve essere perseguita anche
attraverso un potenziamento delle conoscenze e delle capacità dei papà e delle mamme.
Sulla loro “alfabetizzazione”ai media devono collaborare anche le istituzioni pubbliche
promuovendo un uso positivo delle nuove possibilità tecnologiche. Alle aziende spetta la
responsabilità di immettere sul mercato un prodotto che dia garanzie nei confronti dei minori,
superando i limiti stabiliti dal codice di autoregolamentazione firmato dai gestori di telefonia
mobile, e offrendo maggiori informazioni ai maggiorenni che firmano un contratto di utenza, con
l’adozione di blocchi automatici di accesso a contenuti nocivi, qualora il mezzo passi nelle mani di
un minore.
5)VIDEOGIOCHI
E’ una industria globale, che ha conquistato i giovani e non solo. Le cifre del repentino
diffondersi dei videogiochi parlano di 250.000 siti di videogames, ognuno dei quali propone una
serie di titoli, molti dei quali infarciti di scene di sesso e violenza. Una recente ricerca dell’Istituto
Italiano di Medicina Sociale (IIMS) mette in evidenza , tra l’altro la scarsa informazione da parte
degli adulti sui videogames usati dai figli, la predominanza di temi violenti in più del 30 % in titoli
non sconsigliati ai minori, la prevalenza di personaggi virtuali normali che possono diventare
speciali compiendo azioni straordinarie.
Ma il punto di rischio più alto riguarda i piccoli videogamers tra i 6 e i 9 anni soggetti ad entrare
così intensamente nel gioco virtuale da arrivare a forme di dissociazione dalla realtà che
richiedono un monitoraggio molto attento da parte degli adulti. La stessa ricerca indica la presenza
di videogiochi nel 25% delle famiglie con bambini dai 3 ai 5 anni e ben il 65,2% delle famiglie con
bambini tra i 6 e i 10 anni. Ciò che produce effetti negativi a livello cognitivo sui ragazzi non
sembra essere tanto il mezzo specifico quanto gli elementi che creano l’eccitazione: velocità di
produzione dello stimolo e della risposta, velocità delle immagini, effetti speciali, contrasti,
frammentarietà della storia, binomio rumore e azione. L’uso prolungato del gioco inibisce ,
secondo alcuni psicologi, l’area della capacità critica provocando passività e insieme aggressività
nel ragazzo. Ma non vogliamo demonizzare i videogiochi, sia perché ce ne sono molti adatti ai più
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piccoli o con valenze informativo- educative, sia perché l’uso di questo medium risulta di fatto uno
step che prepara il ragazzo al successivo e più sofisticato uso di internet.
In ogni caso, i dati sulla vendita di questi prodotti di enterteinement sono in crescita praticamente
ovunque e la diffusione del medium è accompagnata da una accettazione ( a volte sarebbe meglio
parlare di rassegnazione) sociale sempre più ampia.
E’ urgente implementare i percorsi conoscitivi e le strategie internazionali per il
monitoraggio di un mercato ormai sempre più vasto. Appare urgente approntare modalità operative
per il controllo dei contenuti e il sistema sanzionatorio sia per il produttore che per il venditore. Il
codice di autoregolamentazione Pegi (derivato nel 2003 dal sistema di valutazione olandese
Nicam, per la segnalazione di contenuti inadatti ai minori) adottato dall’industriai di
enterteinement videoludici è l’unica forma di autoregolamentazione esistente attualmente che
prevede sanzioni (raramente applicate, anche di fronte a casi di lampante gravità) a carico di
produttori che mettono in commercio videogiochi con indicazione di fasce di età, a dir poco
approssimativa.
Il Pegi a cui aderisce dal 2002 l’Associazione europea Isfe, risulta evidentemente carente
nella sua dichiarata funzione di “fornire all’utenza le informazioni più opportune” sul target di
fruizione e poiché il settore della videoludica sviluppa oggi un giro d’affari di oltre 740 milioni di
euro, coinvolgendo 24 milioni di giocatori (43% della popolazione a partire dai 4 ani di età) con
una vendita dei prodotti classificati + 3 anni che tocca il 48% degli utenti .
Un dato che definisce l’impatto di questo genere sull’infanzia e l’adolescenza,
mostrandone tutta la pericolosità sia per la fruizione di contenuti inadatti , sia per l’eccessivo
numero di ore consumato in questo passatempo, spesso solitario e senza la presenza di un adulto
accanto. Se è vero, come sostiene l’industria, che la produzione di videogiochi violenti è solo una
minima parte del mercato, è anche vero però che questa rappresenta la fetta più cospicua del
ritorno economico.
L’interesse per i videogiochi è alimentato dalla sinergia film –ispirato all’ omonimo
videogioco che rende sempre più attrattivo questo genere, in particolare per gli adolescenti. E’
dunque importante anche in questo campo stabilire regole precise in difesa dell’utenza del
pubblico dei minori, più esposto ai rischi delle nuove forme di enterteinement, sempre più
sofisticate e coinvolgente per l’intreccio narrativo e gli effetti grafici.
6) PUBBLICITÀ
Il problema della tutela dei minori di fronte alla pubblicità, si pone come un
sottoproblema del più ampio quadro che regola i non facili rapporti tra media-minori. Il mezzo
televisivo - quindi anche la pubblicità - costituisce fonte di pericolo per i minori e cioè per la
maggiore difficoltà da parte dei bambini, soprattutto in età prescolare, a cogliere la riconoscibilità
dello spot rispetto al resto della programmazione e della finzione televisiva rispetto alla realtà. Da
tali considerazioni non deriva un acritico rifiuto della pubblicità in quanto tale - a cui si riconosce
invece, laddove svolta correttamente, una positiva funzione nel processo di formazione, crescita
critica e socializzazione dei minori - ma la necessità di prevedere un sistema di regole volte a
garantirne un uso corretto.
L’effetto degli spot pubblicitari è tale che in alcuni Paesi si stanno prendendo misure
drastiche a riguardo. Nel Regno Unito ad esempio, sono stati recentemente vietati gli spot
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pubblicitari nei programmi destinati ai minori sino a 9 anni, dal 1° gennaio 2008 quelli destinati ai
ragazzini sino a 15 anni ed entro la fine del 2008 saranno vietati in tutti i canali rivolti i bambini.
Nonostante la pubblicità serva a finanziare i programmi, per quelli rivolti ai bambini si troveranno
altre fonti. Anche in Francia si cominci a seguire una “linea dura” a riguardo: vista l’alta incidenza
di pubblicità di merendine , bevande e dolciumi in genere, ora gli spot per bambini devono essere
preceduti da una sorta di avviso orientato ad una corretta alimentazione.
Ma perché i bambini sono così fragili davanti ai richiami della pubblicità? In Italia spiega
Paolo Landi, segretario generale dell’Adiconsum ( Associazione difesa consumatori e ambiente) in
un capitolo del saggio “Bambini multimediali: “Se assumiamo che la pubblicità altro non fa che
veicolare un sapere subito concretizzabile in un “avere”, o in un “essere”,o in un “fare”il
bambino intrometta senza fatica le tre componenti che ossessionano gli esperti di marketing:La
componente cognitiva (come fornire informazioni indelebili su un prodotto o un servizio), la
componente affettiva (come far reagire emotivamente il consumatore)e quella comportamentale
(come far muovere il piccolo consumatore verso un acquisto). Da questo punto di vista il bambino
è l’utente ideale, il consumatore a cui si può vendere qualunque cosa”.
In Italia vige un Codice di autodisciplina pubblicitaria nato nel 1966 sulla base di un
accordo fra operatori del settore. La prima forma di tutela, in larga misura di derivazione
comunitaria, vede come protagonisti le Autorità amministrative indipendenti: l’Autorità garante
della concorrenza e del mercato o settoriale, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e
nell’editoria. Mentre, per l’autoregolamentazione, compendiata dalle norme contenute nel Codice
di Autodisciplina Pubblicitaria ed ora, seppure con forza giuridica differente, nel Codice di
Autoregolamentazione TV e minori, a cui viene riconosciuta potestà decisionale e sanzionatoria
nella formula delle ordinanze-ingiunzioni .
Dell’enorme potere di influenza che la pubblicità svolge sui bambini appare pienamente
consapevole il mondo delle imprese, in tutti i Paesi in cui la televisione fa da risonanza ai messaggi
pubblicitari.
NORMATIVA INTERNAZIONALE
L’argomento della tutela dei minori nei media è uno dei più dibattuti sia a livello di
normative nazionali sia in ambito internazionale. Ci si trova infatti a dover fare i conti con le
larghe maglie della “rete” globale del web. L’esempio che più chiaramente mette in evidenza
questo momento di transizione e di necessaria messa a punto di leggi in grado di arginare la
fruibilità di contenuti nocivi per i minori, riguarda innanzitutto internet. Chiunque nel mondo può
aprire siti “a rischio” con contenuti illegali fruibili da utenti sprovveduti alla latitudine opposta del
globo.
Per quanto riguarda i principi generali a livello di diritto internazionale bisogna rifarsi
innanzitutto alla Convenzione Onu dei diritti del fanciullo di New York, ratificata dal Parlamento
italiano (legge n. 176/1991), che garantisce al bambino una “considerazione preminente”anche
circa la libertà di espressione , sia per quanto riguarda l’espressione che la tutela dei contenuti
recepiti. Sempre nella stessa Convenzione, all’art. 17, si parla del rapporto tra minori e televisione
, auspicando “un sistema normativo a tutela del minore –utente, pur con tutte le difficoltà che si
presentano “ sia in ordine all’individuazione dei fenomeni da monitorare che alle possibili
normative da mettere in atto.
Nel diritto comunitario tale tutela viene ancora ribadita dalla Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione” approvata a Nizza nel 2000 dove l’articolo 24 sottolinea che “Gli stati
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parti riconoscono l’importanza della funzione esercitata dai mass media e vigilano perché il
fanciullo possa accedere a informazioni e materiali…finalizzati a promuovere il suo benessere
sociale, spirituale e morale, nonché la sua salute fisica e mentale”. La successiva direttiva
89/552/CEE ha previsto alcuni divieti sia per i programmi che per i messaggi pubblicitari destinati
a questo pubblico”. L’articolo 22 di tale direttiva spinge ad impedire la messa in onda di
programmi che contengano scene pornografiche o di violenza gratuita o altri programmi inadatti a
tale pubblico. Non possiamo tralasciare di menzionare le direttive espresse da “Televisione senza
fontiere” oggi giunta al suo quinto aggiornamento, che in tema di tutela settoriale dei minori si
ricollega al più generale statuto dei diritti dei minori e trova corrispondenza negli articoli 30 e 31
della Costituzione italiana.
Se è chiaro che i principi normativi sono tutti a favore della tutela dei minori, è anche
vero che una tecnologia in continua evoluzione ha messo in crisi le vecchie “regole del gioco”. Ora
però è chiaro che non è più dilazionabile la necessità di stabilire nuovi assetti normativi perché i
bambini possano usare i mezzi di comunicazione del loro tempo con profitto e serenità anche per
le famiglie.
LA MEDIA EDUCATION NEL MONDO: PER SAPERNE DI PIÙ
La diffusione della media education risponde al bisogno di informarsi sulle novità in
campo dei new media . Di seguito citiamo solo alcuni siti che in vari Paesi offrono maggiori
informazioni su come apprendere un migliore uso dei media affrontando le problematiche della
tutela dei minori e dell’alfabetizzazione alle nuove tecnologie da parte degli adulti.The Media
Awareness Network - Réseau éducation-médias è una rganizzazione canadese no-profit pioniera
nello sviluppo di programmi sull'educazione ai media: produce, a tal fine, programmi on line in
collaborazione con organizzazioni internazionali, nella convinzione che, per interpretare i
messaggi informativi, di intrattenimento e commerciali i giovani abbiano bisogno di strumenti
critici validi. Da qui l'importanza di formare anche gli adulti (famiglie e insegnanti) su come
funzionano i media e come determinano lo stile di vita.
L'organizzazione compie un'azione continua di monitoraggio sui media (televisione,
cinema, videogiochi, carta stampata, pubblicità, eccetera); la sezione dedicata ai genitori offre una
serie di spunti per riflettere con i figli sui media; quella per gli educatori include lezioni e materiali
di supporto; una sezione è dedicata all'analisi di questioni legate ai media come la diffusione degli
stereotipi, la rappresentazione della violenza e della diversità, la privacy, la pubblicità rivolta ai
minori (il sito internet in lingua inglese e francese èhttp://www.media-awareness.ca )
Quai des images è il sito dedicato all'insegnamento del cinema e degli audiovisivi edito dal
Ministero per l'educazione nazionale francese. Propone attività di educazione all'immagine e di
analisi dei film legate ai programmi scolastici; raccoglie i testi ufficiali sugli audiovisivi; offre una
serie di strumenti d'analisi e di studio molto completi su specifici film e autori particolari; informa
su conferenze, seminari, corsi e festival sull'audiovisivo e il suo utilizzo in ambito educativo e
didattico. Raccoglie, inoltre, le proposte e le esperienze compiute da insegnati e allievi dei licei
francesi nel campo dell'educazione all'immagine e organizza un forum di discussione sulla mediaeducation aperto a tutti (http://www.ac-nancy-metz.fr).
Sempre in Francia è attivo il blog Zéro de conduite realizzato dagli insegnanti e destinato a
insegnanti, genitori e studenti. Promuove l'uso del cinema come strumento pedagogico dedicandosi
in particolar modo all'attualità cinematografica ma senza trascurare i classici e i documentari.
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Ricco di rubriche e di spazi di approfondimento si propone come contenitore di temi e luogo di
dibattito aperto (http://cinema-ducation.fluctuat.net)
L’Università del Massachussetts ha organizzato il Media Education Foundation – MEF
challenging media che produce e distribuisce documentari volti a incoraggiare il pensiero critico e
il dibattito sul rapporto tra chi detiene il potere sui media, i contenuti dei media commerciali, la
domanda democratica di un libero flusso di informazioni, le diverse rappresentazioni di idee e
pensieri e il diritto dei cittadini a informare ed essere informati. Alcuni degli argomenti e format
affrontati criticamente : l'identità di genere nella pubblicità; l'immagine del sesso nei videoclip; il
ruolo dei media nella costruzione dell'appartenenza culturale; media e salute,ecc.(
http://www.mediaed.org/) (M. F. )
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bambini e mass media (i parte): una violenza senza