SAN GIOVANNI BOSCO
Memorie dell’Oratorio
di S. Francesco di Sales
dal 1815 al 1855
Introduzione e note di Aldo Giraudo
Traduzione di ***
Introduzione
Le “Memorie dell’Oratorio”: un documento importante
per la comprensione della spiritualità e della pedagogia
di Don Bosco
ALDO GIRAUDO
Le Memorie dell'Oratorio (= MO), uno degli scritti più personali e vivi di don Bosco,
hanno avuto una grande importanza nella storia salesiana. Non solo perché alcuni fatti in
esse contenuti, come il sogno dei nove anni e la descrizione dell'incontro con Bartolomeo
Garelli, sono divenuti eventi simbolo della vita del santo e della missione salesiana,
oggetto di riflessioni spirituali e pedagogiche. Questo documento ci ha educato ad una
lettura insieme epica e provvidenzialistica delle vicende personali di don Bosco e della sua
istituzione prediletta, l'Oratorio. Ha sostanziato il nostro immaginario sul ruolo
determinante di mamma Margherita e di don Calosso, sulla figura del teologo Borel, della
marchesa Barolo e del vicario di Città Michele Cavour. Ha introdotto un tocco d'avventura
nel vissuto di don Bosco col racconto della gara col saltimbanco, l'evocazione di oscuri
attentati e la messa in scena del misterioso cane "Grigio".
Soprattutto le MO hanno contribuito in modo determinante a costruire ed affermare
l'immagine di don Bosco che continua a circolare. Le stilizzazioni diffuse nell'ultimo
ventennio dell'Ottocento e nella prima parte del Novecento (fondatore di istituti benefici e
di società cattoliche, padre degli orfani, grande educatore del secolo XIX, taumaturgo e
visionario, geniale organizzatore di iniziative pastorali e educative secondo i bisogni dei
tempi...1) oggi hanno perso in parte o del tutto il loro fascino. Anche la ricostruzione più
avvertita e aderente alla realtà storica sulla quale, da cinquant'anni, lavorano studiosi seri e
documentati, stenta a trovare accoglienza nell'opinione comune. Permane invece la
rappresentazione simpatica del saltimbanco, del vivace animatore di contadinelli e studenti,
del sognatore, dell'amico vicino agli aneliti giovanili, del padre affettuoso che dischiude ai
giovani orizzonti significativi e apre cammini di formazione valorizzando le istanze a loro
più congeniali. Questi, appunto, sono i tratti dominanti della sua identità, che emergono nel
racconto suggestivo delle MO, e che più tenacemente si sono radicati nell'immaginario
collettivo, dentro e fuori gli ambiti della famiglia salesiana. Una rappresentazione elaborata
e promossa da don Bosco stesso, prima nell’ambito ristretto della comunità di Valdocco,
attraverso narrazioni e rievocazioni pittoresche, poi nella cerchia più vasta degli amici e dei
cooperatori.
1
Cfr. P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. III: La canonizzazione (18881934) (Roma: LAS 1988), 13-59.
1
1. Storia e fortuna del testo
Il testo delle Memorie è stato composto da don Bosco tra 1873 e 1875. Ricopiato in
bella forma dal segretario Gioachino Berto, venne rivisto, corretto e integrato dall'Autore a
più riprese, fino al 18792. Inizialmente riservato ai suoi «carissimi figli salesiani con
proibizione di dare pubblicità a queste cose sia prima sia dopo la mia morte», il
documento fu parzialmente divulgato, per decisione del Santo stesso, in una Storia
dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, compilata da Giovanni Bonetti, pubblicata a puntate
sul «Bollettino Salesiano» tra 1879 e 18863. Giovanni Battista Lemoyne lo riprende
integralmente nei primi volumi delle sue Memorie biografiche, come traccia di base della
storia di don Bosco, e lo arricchisce con una farcitura di notizie tratte da documenti,
testimonianze e rievocazioni colte dalla bocca del protagonista o di testimoni diretti e
indiretti. L’operazione, condotta con preoccupazioni di precisione cronistica e cura
stilistica, nell'intento di esaltare l'aspetto prodigioso e soprannaturale dell'esperienza del
Santo, senza un'adeguata strumentazione storico-critica, avrà un duplice risultato. Da una
parte il ricordo di fatti del passato - che nelle MO erano selezionati secondo un'evidente
interpretazione a tesi -, assunto come se fosse un resoconto coevo e puntuale degli eventi,
integrato con altri aneddoti e materiali, produce un effetto di amplificazione narrativa e
costruisce un personaggio la cui identità si colloca ai confini tra storia e letteratura
edificante. Dall'altra, seppure involontariamente, si attua una sorta di snaturamento
dell’originalità dello scritto di don Bosco, facendone perdere l’efficacia e la significatività
previste dalla strategia compositiva dell’Autore. La lettura degli eventi operata dal
Lemoyne, attraverso tale rimaneggiamento delle MO, venne offerta al gran pubblico
soprattutto nella sua Vita del venerabile servo di Dio Giovanni Bosco, pubblicata tra 1911
e 19134, più volte ristampata e tradotta5.
L’interpretazione e, si potrebbe dire, la manipolazione delle MO fatta dal Lemoyne,
influenzerà tutti i profili biografici ed agiografici successivi, fino alla comparsa, nella
seconda metà del Novecento, dei primi studi storico-critici e pedagogici6. Tuttavia,
2
Sulla data di composizione del manoscritto originale, della copia del segretario don Gioacchino Berto e
degli interventi correttivi di don Bosco, cfr. l'introduzione di E. Ceria alla prima edizione a stampa del
documento: G. (san) BOSCO, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855 (Torino: SEI
1946), p. 6; F. DESRAMAUT, Les Memorie I de Giovanni Battista Lemoyne. Étude d'un ouvrage fondamental
sur la jeunesse de saint Jean Bosco (Lyon: Maison d'Études saint-Jean-Bosco 1962), 116-119; l'introduzione
dell'edizione critica: G. BOSCO, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855.
Introduzione, note e testo critico a cura di Antonio da Silva Ferreira (Roma: LAS 1991) [d'ora in poi: MO],
18-19.
3
La Storia dell'Oratorio di Giovanni Bonetti, rivista e completata, venne successivamente pubblicata in
un volume destinato al pubblico dal titolo Cinque lustri di storia dell’Oratorio Salesiano fondato dal Sac. D.
Giovanni Bosco (Torino: Tipografia Salesiana 1892).
4
G.B. LEMOYNE, Vita del venerabile servo di Dio Giovanni Bosco fondatore della Pia Società Salesiana,
dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dei Cooperatori Salesiani (Torino: Libreria Editrice
Internazionale "Buona Stampa" 1911-1913), 2 voll..
5
A partire da una edizione ritoccata ed ampliata da Angelo Amadei (Torino SEI 1920), che ebbe in Italia
numerose ristampe (1935, 1941, 1953, 1975, 1977...), cfr. Bibliografia generale di don Bosco. I: Bibliografia
italiana (1844-1992). A cura di S. Gianotti (Roma: LAS 1995), n. 653.
6
P. STELLA, Bilancio delle forme di conoscenza e degli studi su don Bosco, in M. MIDALI (Ed.), Don
Bosco nella storia. Atti del 1° Congresso Internazionale di Studi su Don Bosco (Università Pontificia
Salesiana - Roma, 16-20 gennaio 1989) (Roma: LAS 1990), 21-36.
2
nonostante questi ultimi, la suggestione dell’immagine consolidata dalla leggenda
agiografica continuerà ad affascinare, come si può costatare nelle ricostruzioni biografiche
di indole giornalistica, nei testi musicali e nelle rappresentazioni cinematografiche e
teatrali7.
La prima edizione integrale delle Memorie dell’Oratorio apparve nel 19468. La
decisione di rendere di pubblico dominio il documento nella sua interezza, nonostante
l’esplicito divieto dell’autore, era stata presa per la dimensione universale assunta dalla
figura del santo, come scrisse Eugenio Ceria nella presentazione del volume9. Tale
pubblicazione tuttavia va collocata nel particolare contesto storico in cui vide la luce. I
vertici della Congregazione, sotto la spinta delle urgenze educative e delle sfide
rappresentate dai nuovi scenari europei e mondiali, da tempo si sentivano stimolati a
propugnare un ritorno alle intuizioni e alle esperienze originali di don Bosco. Pietro
Ricaldone, rettor maggiore tra 1932 e 1951, già negli anni immediatamente precedenti allo
scoppio del conflitto mondiale, aveva colto l’importanza di tale recupero come strumento
per rigenerare l’identità salesiana e l’incisività delle opere di fronte alle nuove istanze
sociali e pastorali. Esauritasi la generazione formata da don Bosco, in un contesto culturale
profondamente mutato, si percepiva l’urgenza di focalizzare il nocciolo della missione
religiosa e educativa dell’Oratorio festivo, la sua caratteristica identità e la tipicità dei suoi
elementi metodologici. Ne era scaturita una serie di iniziative finalizzate a coinvolgere
l’intera compagine salesiana e mirate soprattutto ad avviare uno sforzo di riflessione e di
organizzazione nell’ambito della catechesi, della pastorale e della pedagogia. Nel 1936 don
Ricaldone divulgava una lettera programmatica intitolata Fedeltà a don Bosco santo; nel
1938 lanciava una “crociata catechistica”; l’anno successivo scriveva una corposa circolare
su Oratorio festivo, catechismo, formazione religiosa10, per promuovere le celebrazioni del
centenario dell’Oratorio salesiano (1841-1941); negli ultimi mesi di vita pubblicherà un
volume su Don Bosco educatore11. Nel frattempo promuoveva istituzioni, incoraggiava
studi e pubblicazioni. Non soltanto aveva sostenuto Alberto Caviglia nel suo lavoro di
edizione degli scritti di don Bosco, ma si era impegnato a partire dal 1939 a fondare
l’Ufficio Catechistico Centrale Salesiano, a riorganizzare i centri di studio della
Congregazione e a costituire, con l’aiuto di don Carlos Leôncio da Silva, una cattedra di
Pedagogia come base di una nuova Facoltà12. Pensava anche di dar vita ad una «Rivista di
Pedagogia», ma ne fu impedito dalla guerra. L’edizione del testo integrale delle MO,
affidata a Ceria, era un atto concreto di tale sforzo di ritorno alle origini carismatiche e di
rivitalizzazione dell’opera salesiana.
7
Cfr. quanto dice P STELLA, Bilancio delle forme di conoscenza, 32.
8
Fu curata da Eugenio Ceria: G. (SAN) BOSCO, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815
al 1855 (Torino: SEI 1946).
9
«Oggi Don Bosco è passato alla storia, alla grande storia, ed è pure entrato nel novero dei Santi», ivi, 4.
10
P. RICALDONE, Oratorio festivo, Catechismo, Formazione Religiosa. Strenna del Rettor Maggiore 1940
(Torino: SEI 1940) (19472).
11
P. RICALDONE, Don Bosco educatore, 2 voll. (Colle Don Bosco: LDC 1951-1952).
12
J.M. PRELLEZO, Don Pietro Ricaldone e la formazione dei Salesiani: alle origini dell'Università
Pontificia Salesiana, in S. FRIGATO (cur.), Don Pietro Ricaldone quarto successore di Don Bosco 19321951. A cinquant'anni dalla morte 25 novembre 1951 (Torino: SGS 2001), 31-73.
3
Lo scritto in un primo momento non pare aver attirato sufficientemente l'attenzione dei
salesiani. Dopo quattro anni si ritenne necessario segnalarne l'importanza e raccomandarne
la lettura riproducendo sulla rivista dell'Ateneo Salesiano l'introduzione dell'editore, con
leggere varianti13. Ci si andava persuadendo della «preziosa documentazione biografica e
psicologica» offerta nel documento «intorno ad una personalità di prim'ordine» come
quella di don Bosco e ci si rendeva conto che il libro, nella sua freschezza, «contiene un
[...] insegnamento da potersi considerare come il sugo di tutta la storia» del santo14. Così
nel 1951 apparve una prima traduzione francese di Augustin Auffray15, seguita nel 1955 da
quella in spagnolo di Rodolfo Fierro Torres16. Tuttavia, nella pubblicistica salesiana, si
continuava a far riferimento alla ricostruzione del Lemoyne. Anche i due volumi del Don
Bosco educatore di don Ricaldone citano i testi dalle Memorie biografiche e ne riprendono
le chiavi interpretative, facendo soltanto tre rimandi al testo originale di don Bosco.
Le cose andarono diversamente in ambito accademico. In un primo momento ci si
interessò delle Memorie dell'Oratorio per alcune incongruenze nella datazione e si
procedette ad un lavoro di ricerca ai fini di rettificarne la cronologia17. Più tardi il
documento destò interesse soprattutto per l'originalità e significatività dei suoi contenuti e
la sua stessa natura. All'inizio degli anni Sessanta del Novecento Francis Desramaut, pur
accostando le MO marginalmente, in quanto fonte utilizzata da G.B. Lemoyne,
sottolineava come dominante la portata pedagogica del racconto, definendolo «un piccolo
trattato di pedagogia in atto»18. Proprio in questa accezione, di "esemplarità", lo scritto sarà
oggetto di sempre maggiore attenzione.
Le prime osservazioni critiche sulla natura delle MO e la loro vera importanza, furono
espresse da Pietro Braido nel 1965: «La data di composizione [...] e le finalità dell'Autore
obbligano a considerarle e a leggerle non come puro documento storico. Esse vogliono
essere anzitutto e soprattutto una storia edificante lasciata da un fondatore ai membri della
Società di apostoli e di educatori, che dovevano perpetuarne l'opera e lo stile, seguendone
le direttive, gli orientamenti e le lezioni [...] Gli avvenimenti descritti e le cose narrate sono
realtà vissute; ma, con tutta probabilità, non con quella pienezza di significati e quella
visione organica, che conferisce loro l'attuale consapevolezza dell'Autore, giunto alla
maturità dei progetti e delle realizzazioni»19. Pietro Stella, nel suo studio, Don Bosco nella
storia della religiosità cattolica, utilizza i dati biografici offerti dalle MO, ma le considera
soprattutto come un documento di storia delle mentalità20.
Intanto, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, un po' ovunque nel mondo
salesiano, emergeva una crescente considerazione nei confronti del testo, documentata da
13
E. CERIA, Una pubblicazione postuma di S. Giovanni Bosco, in «Salesianum» 12 (1950) 432-440.
Ivi, 439-440.
15
J. (Saint) BOSCO, Quarante années d'épreuves (1815-1855), (Lyon : Vitte 1951).
16
Inclusa in un'opera di carattere antologico: Biografía y escritos de San Juan Bosco, Madrid, BAC 1955.
17
J. KLEIN - E. VALENTINI, Una rettificazione cronologica delle "Memorie di San Giovanni Bosco", in
«Salesianum» 17 (1955) 581-610. Le conclusioni di questo saggio verranno riprese, discusse e completate
nell'ambito di un lavoro di dottorato sulla composizione del primo volume delle Memorie biografiche: F.
DESRAMAUT, Les Memorie I, 124-134.
18
F. DESRAMAUT, Les Memorie I, 121.
19
G. (San) BOSCO, Scritti sul sistema preventivo nell'educazione della gioventù. Introduzione.
Presentazione e indici alfabetico e sistematico a cura di P. Braido (Brescia: La Scuola 1965), 3-4.
20
P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. I: Vita e opere (Roma: LAS 1968).
14
4
una serie di traduzioni21. In Spagna veniva data alle stampe una nuova versione delle
Memorie dell’Oratorio a cura di Basilio Bustillo, che ebbe un ottimo successo22. Si
prendeva sempre più coscienza della necessità di studiare l’esperienza del Fondatore,
recuperandone le fonti, in vista di una riflessione più avvertita sulla propria identità di
educatori e pastori. In quegli anni si moltiplicavano corsi, più o meno sviluppati, di storia,
pedagogia e spiritualità salesiana e si stampavano antologie degli scritti di don Bosco. Tra
1976 e 1977 si erano pubblicate, in edizione anastatica, le Opere edite di don Bosco23. Fu
un'iniziativa di grande rilievo, come quella, avvenuta nello stesso periodo, della
microfilmatura dei fondi più antichi dell'Archivio Centrale Salesiano. Si metteva così a
disposizione degli studiosi, ma anche dei salesiani in formazione, un materiale vasto e
importantissimo, che favorì una fioritura di ricerche, di studi e di tesi. La fondazione, nel
1981, dell’Istituto Storico Salesiano, con la rivista «Ricerche Storiche Salesiane», dava un
ulteriore importante contributo a questo interesse, sostanziandolo con un lavoro paziente di
edizioni critiche e di saggi. Così, in un breve torno di anni si andava affinando la sensibilità
storica nella compagine salesiana e l'attenzione alla figura storica di don Bosco diveniva
più avvertita.
Quando nel 1991, da tempo desiderata, fu disponibile l'edizione critica delle MO, curata
da Antonio da Silva Ferreira24, lo scritto di don Bosco ottenne un'accoglienza
generalizzata.
2. «Un manuale di pedagogia e di spiritualità raccontata»
Nei suoi saggi sulla portata pedagogica dell'esperienza di don Bosco, Pietro Braido
identificò da subito la rilevanza delle MO per il loro essere ispirate «dalla primaria
preoccupazione di definire il senso di un'esperienza educativa globale [...] e la
formulazione di un "programma di azione" [...]. Prima di essere libro di storia del passato
(arricchito di tutta l'esperienza accumulata in quasi trentacinque anni di impegno educativo
sacerdotale) le Memorie sono il risultato di una coerente riflessione, che approda a una
spiritualità e a una pedagogia: il "sistema preventivo" vi è espresso nella forma più diffusa
e completa»25. Cosicché esse risultano «una storia dell'oratorio più "teologica" e
21
J. (Saint) BOSCO, Souvenirs autobiographiques (Paris: Apostolat des Éditions 1978); J. (São) BOSCO,
Memórias del Oratório de São Francisco de Sales (S. Paulo: Editora Salesiana Dom Bosco 1982); Memoirs
of the Oratory of Saint Francis de Sales from 1815 to 1855. The autobiography of Saint John Bosco.
Translated by Daniel Lyons, with notes and commentary by Eugenio Ceria, Lawrence Castelvecchi, and
Michael Mendl (New Rochelle: Don Bosco Publications 1989). In Italia si stampò anche una trascrizione in
"lingua corrente", operazione criticata, ma indicativa del diffuso interesse per il documento: G. (S.) BOSCO,
Memorie. Trascrizione in lingua corrente (Leumann: Elledici 1985).
22
J (san) BOSCO, Memorias del Oratorio de San Francisco de Sales. Traducción en español de Basilio
Bustilo (Madrid: Editorial CCS 1987).
23
G. BOSCO, Opere edite. Prima serie: Libri e opuscoli, 37 voll. (Roma: LAS 1976-1977).
24
G. BOSCO, Memorie dell'Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855. Introduzione, note e testo
critico a cura di A. da Silva Ferreira (Roma: LAS 1991). Del testo si è fatta anche un'edizione più
maneggevole, priva dell'apparato critico: G. BOSCO. Memorie... Introduzione e note a cura di Antonio da
Silva Ferreira, Roma. LAS 1992.
25
P. BRAIDO, recensione a G. (S.) BOSCO, Memorie. Trascrizione in lingua corrente (Leumann: Elledici
1985), in «Ricerche Storiche Salesiane» 5 (1986) 169.
5
pedagogica che reale, forse il documento "teorico" di animazione più lungamente meditato
e voluto da don Bosco»26; un «eccezionale documento di pedagogia esperienziale»27.
Anche Pietro Stella faceva notare, da un punto di vista di critica storiografica, la
peculiare lettura degli eventi rappresentata nelle MO: «Comunque siano avvenuti i fatti,
don Bosco nella sua esposizione tende a porre in luce quelle ch'egli considera le finalità
intese da Dio»28. Alcuni silenzi riscontrabili nel testo, le varianti di scrittura nelle diverse
fasi redazionali, l'uso elastico del linguaggio e anche una serie di errori e di anomalie,
contribuiscono a mettere in luce una caratteristica intenzione dello scritto: «la narrazione
"amena", cioè piacevole, attraente e coinvolgente nella sua semplicità, idonea a inoculare
messaggi più o meno espliciti di natura religiosa e pedagogica». Se «la Vita di Domenico
Savio, quella di Magone e di Besucco possono considerarsi come la costruzione di modelli
di santità giovanile sulla base di dati biografici», le MO dovrebbero essere ritenute «come
una sorta di poema religioso e pedagogico costruito sull'intelaiatura e l'idealizzazione di
aneddoti autobiografici»29. Don Bosco, insomma, attraverso questo scritto, pare aver
voluto trasfondere nei lettori la convinzione che tutta la sua vita sia stata «un tessuto di
eventi predisposti, prefigurati, fatti diventare realtà dalla sapienza divina». Egli dunque
metteva in atto una rilettura e una riconfigurazione del passato più in chiave teologica e
pedagogica che in prospettiva «storico-erudita»30.
Recensendo l'edizione critica delle MO Pietro Braido colse l'occasione per riprendere e
sviluppare osservazioni già precedentemente formulate31. In molti risvolti il documento
appare come un bonario ed «ameno trattenimento» di un padre con i figli, che, nel taglio
dato alla rievocazione, rivela l'interpretazione provvidenzialistica del proprio vissuto nel
senso generale e nei singoli eventi. Per altri versi vi troviamo «la preoccupazione di
descrivere, sia pure "poeticamente", l’origine, il divenire e il costituirsi di un’esperienza
spirituale e pedagogica tipica, che sotto la formula "oratoriana" è presentata come
l'approccio più funzionale e produttivo ai giovani dei tempi nuovi». Le pagine di don
Bosco sono prevalentemente "Memorie" del futuro: espressione paradossale, coniata da P.
Braido per esprimere la sostanza della sua tesi. Di fatto, questo appare «il punto di vista
adottato in forma assolutamente preminente da don Bosco, intenzionato a trasmettere tale
esperienza vissuta come programma di vita e di azione ai continuatori. Con questa
operazione egli anticiperebbe in modo più flessibile e variopinto, vivacemente "narrativo",
le scarne formulazioni delle pagine del Sistema preventivo nella educazione della gioventù
del 1877»32. Dunque, nelle MO, «la parabola e il messaggio» vengono prima e «al di sopra
della storia», per illustrare l'azione di Dio nella vicende umane, e così, rallegrando e
ricreando, «confortare e confermare» i discepoli. Nello stesso tempo si presentano come un
26
P. BRAIDO, L'esperienza pedagogica di don Bosco nel suo «divenire», in «Orientamenti Pedagogici» 36
(1989) 27.
27
P. BRAIDO, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco (Roma: LAS 1999), 135.
28
P. STELLA, Apologia della storia. Piccola guida critica alle "Memorie biografiche" di don Bosco
(dispense in fotocopia), UPS, Roma, a.a. 1989-1990; revisione aggiornata, a.a. 1997-1998, 18.
29
Ivi, 22.
30
Sono pareri espressi nel contesto di una riflessione su Don Bosco e l'organizzazione della propria
immagine: P. STELLA, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. III: La canonizzazione (Roma:
LAS 1988) 16.
31
P. BRAIDO, "Memorie" del futuro, in «Ricerche Storiche Salesiane» 11 (1992) 97-127.
32
Ivi, 97.
6
efficace «preludio narrativo al sistema preventivo», «forse il libro più ricco di contenuti e
di orientamenti "preventivi"» che don Bosco abbia scritto: «un manuale di pedagogia e di
spiritualità "raccontata", in chiara prospettiva "oratoriana"»33.
3. Rievocazione narrativa di un'identità oratoriana
Per comprendere l'indole e la portata originale delle MO, per inoltrarsi in
un'interpretazione rispettosa delle intenzioni dell'Autore, conviene tenere presente quanto è
stato detto, più in generale, sulle preoccupazioni che muovevano don Bosco a farsi
scrittore34.
3.1. Le preoccupazioni di don Bosco scrittore e la peculiarità delle MO
Si sa che egli non si prefiggeva obiettivi scientifici o storiografici, ma prevalentemente
educativi e formativi, funzionali alle esigenze immediate dei suoi destinatari e della sua
opera. Nelle sue compilazioni di indole "storico-divulgativa", come la Storia ecclesiastica
ad uso delle scuole (1845), la Storia sacra (1847) e la Storia d'Italia raccontata alla
gioventù (1855), si scorge la chiara tendenza a narrare per istruire e moralizzare,
rimarcando il senso religioso di una storia vista come lo scenario nel quale si dispiega
l'azione provvidenziale e salvifica di Dio. In prospettiva analoga si inquadrano i profili
biografici di Luigi Comollo, Domenico Savio, Michele Magone e Francesco Besucco, che
possono essere definiti stilizzazioni edificanti di modelli di comportamento virtuoso
accessibili a adolescenti e giovani di ambiente popolare ottocentesco: «sono in realtà
primariamente messaggi selettivi con precise ed evidenti finalità educative»35. In queste
Vite possiamo leggere espressioni care a don Bosco, più volte ripetute: che bisogna darsi a
Dio per tempo; che la santità consiste nello stare allegri, evitando il peccato che toglie la
pace del cuore e compiendo esattamente i doveri del proprio stato; che la confidenza col
confessore o con un fedele amico dell'anima è uno dei segreti della riuscita morale e
spirituale dei giovani; che si debbono fuggire come la peste i cattivi compagni; che i
sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia sono i pilastri della vita spirituale; che lo
spirito di preghiera rassoda e trasfigura la vita interiore di un giovane. Oltre ad una serie
ricorrente di convinzioni di carattere educativo e pastorale, espresse in incisi didascalici o
incarnate in personaggi e in atteggiamenti narrati: amare i giovani, usare loro
amorevolezza e dolcezza, avvicinarli, assisterli per prevenire il male o correggerli, aiutarli
a consolidarsi sul retto sentiero...
Tutto questo lo si rintraccia anche nelle MO, anzi in una prospettiva più ampia. In tale
opera don Bosco mostra maggiore confidenza e scioltezza che in altre, ma anche più
33
Cfr. ivi, 113-114.
Sulle movenze di don Bosco scrittore e editore e i suoi meccanismi mentali, cfr. P. STELLA, Don Bosco
nella storia della religiosità cattolica, vol. I: Vita e opere (Roma: LAS 19792), 229-248; ID., Don Bosco nella
storia economica e sociale (Roma: LAS 1980), 327-368: ID., Don Bosco (Bologna: Il Mulino 2001), 23-37,
71-90.
35
P. STELLA, Don Bosco, 113.
34
7
profondità e complessità. Infatti, mentre attua una rilettura dell'itinerario formativo
personale in funzione della realizzazione della vocazione-missione oratoriana, fa emergere
la varietà delle sfaccettature che connotano i suoi quadri mentali, i tratti spirituali più
consoni al suo mondo interiore, gli atteggiamenti educativi e pastorali che meglio
qualificano il suo modello di educatore religioso, lo stile e le attività più originali e
qualificanti del suo Oratorio. Possiamo dire di trovarci di fronte ad uno dei suoi scritti più
personali, vivaci e intensi.
3.2. I tempi e le sollecitazioni che occasionano la composizione delle MO
Perché don Bosco si è tuffato in questa impresa in un periodo così intenso di lavoro e
tanto travagliato della propria esistenza, tra 1873 e 1875?
La motivazione espressa nell'introduzione delle MO, quella del «comando di persona di
somma autorità, cui non è permesso di porre indugio di sorta», va certamente presa in
considerazione, ma affiancata da almeno altri due principali moventi. Il primo è la
convinzione, consolidata col passare degli anni, che l'Oratorio fosse un'istituzione voluta
da Dio come strumento per la salvezza della gioventù nei tempi nuovi, e che fosse venuto
il momento di metterne in luce la genesi, le finalità e il metodo. Una persuasione che don
Bosco condivideva con i collaboratori, ma anche con cerchie sempre più vaste di
ammiratori e sostenitori e di quanti si riconoscevano nelle istanze del cattolicesimo
d'azione. Il secondo stimolo derivava dal contesto in cui veniva a trovarsi in quegli anni la
sua istituzione: una contingenza "critica" per ragioni esterne e interne. Infatti, mentre si
profilava la conclusione dell'iter di riconoscimento giuridico della Società salesiana con
l'approvazione delle Costituzioni, don Bosco faticava ad ottenere piena libertà di azione nei
confronti dei vescovi per la mancata concessione di quelle facoltà e privilegi, usualmente
concessi ad altre famiglie religiose. Ad aggravare la situazione si aggiungevano
incomprensioni reciproche con mons. Lorenzo Gastaldi arcivescovo di Torino. Tutto
questo poneva certamente a don Bosco problemi di discernimento, di fondazione "storica"
col ritorno alle origini del suo impegno tra i ragazzi, di giustificazione e di informazione
sulle sue scelte, che già nel 1854 lo avevano spinto a stilare, a corredo di un progettato
Piano di Regolamento, un Cenno storico, e nel 1862 dei Cenni storici intorno all'Oratorio
di S. Francesco di Sales36, due documenti di grande rilevanza «storica e concettuale»37.
Era un atteggiamento abituale in lui, narratore per vocazione, il richiamo alla genesi e ai
successivi sviluppi dell'Oratorio, ogni volta che si prefiggeva di stimolare l'appoggio delle
autorità, la simpatia dell'opinione pubblica e la cooperazione economica38. Tuttavia era un
36
I due documenti, mai stampati da don Bosco, sono stati pubblicati in edizione critica da Pietro Braido,
in ID. (cur.), Don Bosco nella Chiesa a servizio dell'umanità. Studi e testimonianze (Roma: LAS 1987), 3459; 60-81.
37
P. BRAIDO, Don Bosco per la gioventù povera e abbandonata in due inediti del 1854 e del 1862, ivi,
26-31.
38
Ricordiamo ad esempio la lettera al Vicario di Città (13 marzo 1846), quella agli amministratori della
"Opera della mendicità istruita" (20 febbraio 1850), la circolare per una lotteria a favore della erigenda chiesa
di S. Francesco di Sales (20 dicembre 1851), in G. BOSCO, Epistolario. Introduzione, testi critici e note a cura
di Francesco Motto. Vol. I: (1835-1863) (Roma: LAS 1991), 66-67, 96-97, 139-141.
8
metodo usato preferibilmente e quasi istintivamente in ambito formativo, con i ragazzi,
nelle conversazioni serali o nelle prediche, e nell'intimità degli incontri con i suoi
Salesiani. È significativo rilevare come questa tendenza al racconto "storico", don Bosco la
instillasse anche ai suoi collaboratori. Nel 1870, ad esempio, veniva pubblicata la
Biografia del giovane Mazzarello Giuseppe, primo libro di G.B. Lemoyne, nel quel quale
si legge un capitolo rievocativo delle vicende oratoriane dal 1841 al 1868, che pare attinto
dalla viva voce di don Bosco più che da documenti scritti39. Le Cronache stilate negli anni
Sessanta da Giovanni Bonetti e Domenico Ruffino, e la Cronichetta del primo maestro dei
novizi Giulio Barberis, degli anni 1875-1879, documentano questo utilizzo della
narrazione evocativa in funzione della formazione dell'identità dei discepoli, e insieme il
desiderio di questi di conoscere le «antichità dell'Oratorio» che li spingeva a stimolare i
ricordi di don Bosco40.
A partire dal 1863, ai fini dell'approvazione della Società Salesiana e delle sue
Costituzioni, e più tardi per ottenere i privilegi necessari alla piena indipendenza giuridica,
don Bosco si impegnava a produrre documenti informativi sulla storia e l'identità della sua
istituzione. Il più denso e significativo è un Cenno istorico41, redatto nell'agosto 1873 e
stampato nel febbraio 1874, nel quale si vede chiara l'intenzione di mettere in risalto il
vincolo indissolubile esistente tra l'opera degli oratori e la Società Salesiana. È evidente «il
carattere non cronachistico, ma ideale e apologetico» di tali documenti "storici"42.
Gli anni della composizione e della messa a punto delle MO, sono dunque quelli che
vedono il maggior impegno "storico-informativo" di don Bosco, sia per le ragioni esterne
indicate - che lo spingeranno ancora nel 1879 a produrre un'Esposizione alla S. Sede,
documento sintomatico del suo modo di rielaborare la "storia"43 -, sia, e soprattutto, per
motivi interni alla sue istituzioni. Molteplici ragioni lo spingevano a rivisitare la sua
esperienza in considerazione della formazione dei discepoli e della focalizzazione
dell'identità specifica della sua opera. In quel preciso lasso di tempo (tra 1873 e 1875) egli
si vedeva costretto a ripensare l'idea dei "Salesiani esterni", rifiutata dalla Santa Sede, e a
39
G. B. LEMOYNE, Biografia del giovane Mazzarello Giuseppe... (Torino: Tipografia Salesiana 1870), pp.
78-91 (pubblicato nella collana «Letture Cattoliche» XVIII (1870) fasc. n. 7). Il capitolo fu rettificato e
ricomposto da don Bosco stesso per la seconda edizione del 1872. Interessanti sono le osservazioni
metodologiche inviate da don Bosco al Lemoyne nella fase di composizione di questo libretto, il 3 novembre
1869, cfr. G. BOSCO, Epistolario..., vol. III: (1869-1872) (Roma: LAS 1999), 150-151.
40
I quaderni della Cronichetta di G. Barberis sono conservati nell'Archivio Salesiano Centrale (ASC)
A002 (qui si cita il quaderno 3, p. 46, 1 gennaio 1876); le Cronache di G. Bonetti e di D. Ruffino sono
conservate in ASC A004 e A008.
41
Cenno istorico sulla congregazione di S. Francesco di Sales e relativi schiarimenti (Roma: Tipografia
Poliglotta 1874) - OE XXV 231-250.
42
Cfr. P. BRAIDO, L'idea della Società Salesiana nel "Cenno istorico" di don Bosco del 1873/74.
Introduzione e testo critico, in «Ricerche Storiche Salesiane» 6 (1987) 245-331. P. Braido ci offre anche
l'elenco completo dei documenti informativi prodotti da don Bosco tra 1863 e 1874 (ivi, 255-256).
43
Esposizione alla S. Sede dello stato morale e materiale della pia società di S. Francesco di Sales nel
marzo 1879 (Sampierdarena: Tipografia Salesiana, 1879). P. Stella scrive a proposito di questo singolare
documento: «Le due pagine preambolari poste sotto il titolo di Brevi notizie sulla Congregazione di S.
Francesco di Sales dall'anno 1841 al 1879 (p. 5s) si è tentati di dire che sono un meraviglioso aggregato di
traslati, di notizie approssimative, dati inesatti: in parte forse per errore involontario, in parte per scelta
consapevole di parole e di concetti», P. STELLA, Apologia della storia, 9.
9
trasformarla nel nuovo progetto di Associazione o Unione di Cooperatori Salesiani. D'altra
parte l'espansione della sua Congregazione fuori dai confini del Piemonte, sull'onda della
fortuna dei collegi-convitti, gli richiedeva una messa a fuoco degli aspetti di identità e di
metodo che dovevano caratterizzarla nei confronti di istituzioni analoghe, ripercorrendo la
genesi e gli eventi che avevano dato vita all'Oratorio, sentito e proclamato come la matrice
di ogni altra realizzazione. Così si inaugura quella stagione feconda di riflessioni e
puntualizzazioni che, oltre alle MO, produrrà documenti di grande importanza per l'identità
salesiana, come Il sistema preventivo nella educazione della gioventù44.
4. "Storia" dell'Oratorio e indole "autobiografica" delle MO
Il titolo del documento ci ricorda, inequivocabilmente, l'intenzione di don Bosco di
narrare le Memorie della sua prima istituzione assistenziale-educativa in favore della
gioventù.
4.1. L'Oratorio come punto focale
Egli non è mosso dall'idea di consegnare ai posteri la storia delle propria vita45, bensì
principalmente dalla preoccupazione di delineare la vicenda e l'identità dell'Oratorio nella
sua ispirazione, nei suoi destinatari, nelle condizioni che favorirono o ritardarono la sua
progressiva realizzazione e negli elementi che ne distinguono la missione, il metodo e le
connotazioni caratteristiche: «mi fo qui ad esporre le cose minute confidenziali che
possono servire di lume o tornare di utilità a quella istituzione che la divina provvidenza si
degnò di affidare alla Società di S. Francesco di Sales». I biografi del passato hanno
sottovalutato questo obiettivo centrale e si sono concentrati prevalentemente sulla
suggestiva narrazione del percorso formativo e dei primi anni di ministero del Santo,
operando una lettura delle vicende svincolata dal disegno globale che aveva spinto l'Autore
a selezionarle e ordinarle nella sua trama narrativa.
L'impegno di don Bosco di raccontare in funzione dell'Oratorio, come si è accennato, ha
una lunga storia. Tuttavia le sintesi rievocative precedenti si differenziano in modo
determinante dalle MO. Non solo la lettera al Vicario di Città del 1846 ed altre
comunicazioni analoghe, ma anche il Cenno e i Cenni storici del 1854 e del 1862 si
concentrano sulle motivazioni e le vicende immediatamente collegate al "Catechismo"
iniziato presso la chiesa di S. Francesco d'Assisi, trasferito poi al Rifugio della marchesa di
Barolo e all'ospedaletto di Santa Filomena, migrato nella cappella di S. Martino presso
44
Edizione critica in G. BOSCO, Il sistema preventivo nella educazione della gioventù. Introduzione e testi
critici a cura di P. Braido (Roma: LAS 1985).
45
Insiste molto su questa distinzione P. Braido, per reagire contro la tendenza prevalsa in passato ad
assumere le MO come documento "storico", o cronaca d'eventi della vita di don Bosco in quanto tale; cfr. P.
BRAIDO, "Memorie" del futuro, 102.
10
mulini della città, in quella del cenotafio di S. Pietro in Vincoli, nel prato dei fratelli
Filippi, e finalmente, dopo l'approdo a casa Pinardi, diventato "Oratorio" a pieno titolo, con
locali e cortile proprio, che può svilupparsi e prosperare. In quei documenti,
fondamentalmente, don Bosco sintetizzava degli eventi in un sommario narrativo, e
ragguagliava sulle finalità, l'articolazione, le attività, gli operatori e i risultati di un'opera
educativa e religiosa. I destinatari, infatti, sono autorità e pubblico da informare e
sensibilizzare, sostenitori e benefattori da mobilitare. Il "narratore" si esprime in quanto
iniziatore e principale responsabile di un'attività educativa e pastorale a vantaggio di
giovanetti poveri e abbandonati, che fa riferimento a moventi religiosi e civili, ma evita
qualsiasi collegamento con la propria storia interiore.
4.2. Destinatari e finalità
Nelle MO invece, a livello narrativo, la storia dell'Oratorio si allaccia alla storia
interiore del narratore e a quella dei discepoli-continuatori e si protende dal passato verso il
futuro, in funzione normativa. Questi aspetti differenziano sostanzialmente questo dagli
altri scritti di don Bosco, sia quelli semplicemente informativi sia quelli più propriamente
"storico-concettuali".
In primo luogo gli interlocutori del discorso, esplicitamente indicati, sono i suoi
«carissimi figli Salesiani con proibizione di dare pubblicità a queste cose sia prima sia
dopo la mia morte». Questa scelta rivela, innanzitutto, che l'obiettivo preponderante è
quello pratico (e "ideologico") della trasmissione di un patrimonio familiare e intimo
condiviso da Autore e Lettori, accomunati spiritualmente nell'adesione totale della vita ad
un ideale vocazionale. Dunque l'impresa del narrare è mirata alla formazione e
all'animazione, in funzione di una missione, di un'identità e di un metodo. L'esclusione di
lettori estranei libera l'autore da ogni preoccupazione formale e stilistica, da cautele e
riserve opportune a chi si rivolgesse ad un pubblico eterogeneo. La richiesta di
riservatezza, tradizionale nei libri di famiglia, mira a difendere da sguardi critici i valori
percepiti come fondanti, i sentimenti più intimi e familiari: «È un padre che gode parlare
delle cose sue a' suoi amati figli, i quali godono pure nel sapere le piccole avventure di chi
li ha cotanto amati, e che nelle cose piccole e grandi si è sempre adoperato a loro vantaggio
spirituale e temporale».
Don Bosco, dunque, trascina il destinatario, gli «amati figli», nell'avventura di queste
Memorie e li fa diventare parte attiva, in quanto discepoli interessati e complici, che
condividono la prospettiva di valori e di realtà in cui si colloca l'operazione narrativa di
conquista di un'identità, e insieme interlocutori ai quali chiede di accettare la propria
visione dei fatti, che è insieme storica e personale, di entrare in un mondo nello stesso
tempo reale e poetico. Egli si dimostra consapevole della difficoltà che può sorgere in chi
legge e cerca di prevederne le reazioni allo scopo di poterlo orientare. Qua e là si vede
molto chiaramente come la presenza dei lettori condizioni la strategia narrativa di don
Bosco. Emerge talvolta in modo diretto come una sorta di dialogo: «Voi mi avete più volte
11
dimandato a quale età abbia cominciato ad occuparmi dei fanciulli [...]. Ascoltate»46; «Da
quello che si faceva un giorno festivo comprenderete quanto io faceva negli altri»47; «In
quel momento voi avreste veduto, come vi dissi, l'oratore divenire un ciarlatano di
professione»48. Si riscontra anche nella forma indiretta, quando il racconto rimanda ad un
possibile approfondimento da parte del pubblico:
«La vita di questo prezioso compagno fu scritta a parte ed ognuno può leggerla a
piacimento»49; «Per prima cosa ho compilato un Regolamento [...]. Questo essendo
stampato a parte ognuno può leggerlo a piacimento [...]. Compiute le Regole [della
Compagnia di S. Luigi] nel limite che mi sembravano più adatte per la gioventù, le
presentai all'Arcivescovo [...]. Queste Regole si possono leggere a parte»50; «Molti
giornali parlarono di quella solennità: v[edansi] L'Armonia e la Patria di que' giorni»51.
A più riprese, l'Autore sembra voler prevedere le obiezioni e gli interrogativi dei Lettori,
preparando il terreno ad una giusta interpretazione e operando in forma metanarrativa:
«Qui voi mi farete una dimanda: Per andare alle fiere, ai mercati, ad assistere i
ciarlatani, provvedere quanto occorreva per quei divertimenti, erano necessarii danari, e
questi dove si prendevano? [...]. Voi qui mi dimanderete: E la madre mia era contenta
che tenessi una vita cotanto dissipata e spendessi il tempo a fare il ciarlatano? Vi dirò
che mia madre mi voleva molto bene».52; «Ma come studiare le lezioni? Come fare le
traduzioni? Ascoltate. [...]»53; «Qui è bene che vi ricordi come di que' tempi la religione
faceva parte fondamentale dell'educazione»54; «Nel vedermi passare il tempo in tante
dissipazioni, voi direte che doveva per necessità trascurare lo studio. Non vi nascondo
che avrei potuto studiare di più; ma ritenete che l'attenzione nella scuola mi bastava ad
imparare quanto mi era necessario»55; «Voi forse direte: Occupandomi in tante letture,
non poteva attendere ai trattati. Non fu così»56.
In secondo luogo, dopo avere selezionato gli interlocutori, don Bosco, specifica e
dettaglia le finalità del lavoro di scrittura: «A che dunque potrà servire questo lavoro?
Servirà di norma a superare le difficoltà future, prendendo lezione dal passato; servirà a far
conoscere come Dio abbia egli stesso guidato ogni cosa in ogni tempo; servirà ai miei figli
di ameno trattenimento, quando potranno leggere le cose cui prese parte il loro padre e le
46
47
MO 38 (I decade, capitolo 1; d’ora in poi: I, c. 1).
MO 40 (I, c. 1).
48
MO 41 (I, c. 1).
49
MO 67 (I, c. 8).
50
MO 177 (III, c. 6).
51
MO 212 (III, c. 17).
52
MO 41-42 (I, c. 1).
53
MO 48 (I, c. 3).
54
MO 63 (I, c. 7).
55
MO 82-83 (I, c. 13).
56
MO 107 (II, c. 8).
12
leggeranno assai più volentieri quando, chiamato da Dio a rendere conto delle mie azioni,
non sarò più tra di loro».
Prima di focalizzare la portata e l'influsso di questi obiettivi sulla scrittura di don Bosco,
conviene far notare che la definizione delle motivazioni è una funzione primaria tipica di
ogni scritto appartenente al genere autobiografico, inteso come scrittura di sé, e non
semplicemente come documentazione storica o cronaca di fatti. Gli studiosi del genere
rilevano che «la motivazione alla scrittura è tanto più necessaria e, per così dire, interna al
testo, alla sua dinamica e struttura, quanto meno il testo è o si vuole, "letterario"». Nel
passato e nel presente ogni autore che si accinge a parlare di sé, tende a rivolgersi ad un
pubblico selezionato e a chiarire i suoi intenti con «premesse, prefazioni, avvertenze,
ricreando, per un vezzo o per una segreta attrazione quello spazio del "fuori testo" su cui si
è sempre fondato il genere»57. In questa prospettiva vengono identificate nelle scritture
autobiografiche cinque categorie motivazionali: 1) la richiesta di un'autorità o di un amico,
di figli o discepoli (è il caso di Teresa d'Avila e di Ignazio di Loyola); 2) la reazione
difensiva o apologetica (J.J. Rousseau con le Confessions reagisce all'attacco di Voltaire;
J.H. Newman nell'Apologia pro vita sua risponde a Kingsley; F. Nietzsche previene le
future distorsioni del suo pensiero da parte dei posteri con l'Ecce homo); 3) l'affermazione
della propria identità in contrapposizione ad altri o per superare una crisi o come processo
di maturazione che induce ad uno sguardo retrospettivo (è ancora il caso delle Confessions
di Rousseau, ma anche delle Mémoires d'outre-tombe di F.-R. de Chateaubriand o della
Autobiography of Malcom X); 4) la trasmissione di una testimonianza, di un insegnamento,
di un bagaglio di valori e di esperienze, che promana dalla percezione dell'esemplarità
della propria esperienza (J. Stuart Mill trasmette nell'Autobiography l'inconsueto sistema
educativo di cui si considera frutto; i mercanti scrittori fiorentini tra Medioevo e
Rinascimento scrivono per tramandare un esempio ai discendenti; tutta la letteratura
autobiografica religiosa è permeata di spirito didattico, ma anche gran parte
dell'autobiografia italiana risorgimentale); 5) il tempo perduto e ritrovato, l'approssimarsi
della vecchiaia e della morte, che induce ad un recupero sintetico della propria esperienza,
delle azioni e delle persone passate tramandandole ai posteri (è il caso delle Memorie di
famiglia di F. Guicciardini, delle Memorie del card. Guido Bentivoglio, della
Autobiography di B. Franklin e de I miei ricordi di M. d'Azeglio)58.
Le pagine introduttive delle MO - e lo sviluppo del testo - ci mostrano come in esse
siano presenti, con diversa rilevanza e accentuazione, queste cinque motivazioni o spinte
alla scrittura autobiografica, in particolare la testimonianza-insegnamento e la ricercacostruzione dell'identità oratoriana (quest'ultima non esplicitamente dichiarata, anche se
perseguita lungo tutto il corso dello scritto). Le finalità indicate da don Bosco lo spingono
ad orientare la scrittura delle MO secondo una costruzione rievocativa molto complessa e
articolata, che va ben oltre la descrizione dell'Oratorio in quanto opera con sue proprie
finalità e metodo. Queste premesse vogliono avvertire che egli si accinge, con uno sguardo
prospettico di tipo teologico-ideologico, a fare una ricognizione del passato - un passato
ben definito nella delimitazione cronologica espressa nel titolo - che intende ricollegare la
57
F. D'INTINO, L'autobiografia moderna. Storia forme problemi (Roma: Bulzoni Editore 1998), 70-71.
58
Cfr. F. D'INTINO, L'autobiografia moderna, 71-85.
13
genesi dell'istituzione oratoriana e la sua specificità a una traiettoria interiore e "spirituale"
dalle tonalità vocazionali e missionarie.
4.3. L'inizio e la mancata conclusione nell'architettura narrativa
Per questo motivo le Memorie non esordiscono, come il Cenno storico, con il resoconto
di quelle situazioni puntuali che hanno determinato don Bosco ad avviare il CatechismoOratorio a partire dal 1841, ma principiano con l'inizio stesso dell'esistenza dell'Autore.
L'incipit della narrazione, che anticipa di un giorno della data di nascita per farla
coincidere con una festa mariana59 - indicatore a prima vista secondario, tuttavia
illuminante della prospettiva scelta, rafforzato da un'infinità di altri molto più espliciti, a
cominciare da quello enunciato nell'esordio («far conoscere come Dio abbia egli stesso
guidato ogni cosa in ogni tempo» -, coadiuva a proiettare da subito le Memorie in un
orizzonte di storia provvidenziale e a caricare la vicenda personale di un significato e di
una portata che ne trascende la singolarità, come patrimonio da condividere e tramandare.
L'inizio vero e proprio, verrebbe da dire, è "fuori-testo", a sottolineare che al di là dello
scritto c'è un Soggetto divino, il «Dio misericordioso» padrone degli eventi e dei cuori, che
continua a governare la storia singolare e sociale in prospettiva salvifica e redentiva,
suscitando vocazioni e ispirando cammini; ma c'è anche un Soggetto umano, narrante, che
è all'origine del testo stesso, presentato come versione autentica di una vicenda che è
insieme personale ed "oratoriana".
Il documento però, dopo poche pagine, ci riserva una sorpresa che mette ulteriormente
in luce la complessità e la problematicità dell'intreccio istituito tra storia personale e storia
dell'Oratorio. Si tratta del racconto dettagliato e drammatizzato, di un sogno fatto «al nono
anno di età», esposto quale evento significativo che proietta la sua luce su tutto il resto
delle MO: «le cose che esporrò io appresso daranno a ciò qualche significato». Questo
evento viene a inserirsi nella strategia del testo come il vero inizio della "memoria"
oratoriana, determinandone la suddivisione in tre decadi. I Dieci anni d'infanzia (18151824) infatti sono rappresentati come un preludio - significativo, ma non propriamente
"oratoriano". Mentre il decennio 1825-1835, la Prima decade, principia appunto con la
descrizione del narratore che si raffigura all'età di dieci anni, intento ad occuparsi dei
fanciulli facendo «quello che era compatibile alla mia età e che era una specie di Oratorio
festivo»60.
In tal modo il sogno-inizio, rievocato con artifici letterari mutuati dalla forma
romanzesca, assume un valore speciale: diventa prefigurazione di un testo storicoletterario, di cui anticipa consapevolmente i significati, le strategie, le strutture; diventa
insomma una traccia identificabile di una orchestrazione retorica finalizzata agli intenti
dell'autore. È significativo il fatto che proprio in senso profetico-prefigurativo esso sia
stato interpretato nella tradizione salesiana, insieme con l'altro evento-simbolo, l'incontro
con Bartolomeo Garelli, situato al centro cronologico e simbolico della Seconda decade
59
«Il giorno consacrato a Maria Assunta in Cielo fu quello della mia nascita», MO 30.
60
MO 38 (I, c. 1).
14
(dunque di tutte le Memorie). A questi due eventi, collocati rispettivamente all'inizio e a
metà del cammino di realizzazione della vocazione-missione oratoriana, potremmo
ricollegarne un terzo, narrato nel capitolo 7° della Terza decade: il dialogo con l'orfanello
della Valle Sesia, «il primo giovane del nostro Ospizio», che completa idealmente
l'architettura del racconto-memoriale oratoriano.
Pare quasi che qui, in qualche modo, don Bosco senta concluso il grande arco narrativo
prefigurato nei simboli del sogno dei nove anni, come suggerisce il titolo generale
premesso al capitolo ottavo: Memorie storiche sull’Oratorio di S. Francesco di Sales, dal
1846 al 1855. Esso sembrerebbe una semplice ripetizione di quelli messi all'inizio dei tre
quaderni del manoscritto, ma l’inserimento dell’aggettivo “storiche”, assente nei
precedenti, richiama quei Cenni storici del 1854 e del 1862, nei quali era evidente lo
sganciamento tra la storia dell’istituzione e la vita interiore dell’autore.
Le pagine che seguono, di fatto - e anche l'analisi materiale e formale del manoscritto lo
potrebbe confermare61 -, denotano una frattura narrativa, una variazione della scrittura, una
coloritura diversa rispetto all'unità compositiva fino a quel momento intessuta. Sono di
indole prevalentemente informativa, una giustapposizione cronachistica. Così, venendo a
cadere la trama e l’intrigo - la confluenza tra vocazione personale, missione, modello
educativo/pastorale ed opera/istituzione -, visibilmente, si passa dal racconto alla cronaca. I
capitoli numerati proseguono, riportando una serie di eventi, cronologicamente ordinati e
faticosamente amalgamati, che sfuggono al solido intreccio narrativo che aveva retto, più o
meno coerentemente, le parti precedenti. Dopo il diciottesimo capitolo, la numerazione si
arresta, per cedere il passo a semplici diciture. Il disegno narrativo pare essersi del tutto
disciolto. Don Bosco si limita a raccontare dei fatti in modo molto simile a quanto era
solito fare negli altri memoriali informativi. Non si coglie più quel coinvolgimento
personale e intimo che ha caratterizzato la trama e l'intrigo del testo precedente. Si
descrivono ingredienti ed attività che caratterizzano la prassi oratoriana, se ne
documentano i progressi, si rimanda a eventi politici e a divergenze tra i preti degli oratori,
all'acquisto di terreni e stabili, alle costruzioni e alle iniziative editoriali. Anche i pochi
quadretti narrativi poco hanno ormai di simbolico e di interiore ai fini della vocazione
oratoriana. Si scivola infine nella descrizione di attentati e di aggressioni, frutto di
un'improbabile «trama personale segreta [...] ordita dai protestanti o dalla massoneria»62, e
si termina con la nota di colore del cane Grigio: un finale scialbo e tutto sommato bizzarro
per uno scritto tanto significativo e importante (anche se documento utile ad inquadrare il
mondo mentale e culturale di don Bosco, il suo gusto per il meraviglioso e il
soprannaturale, così arcaico e vicino ai gusti popolari del tempo).
In questa variazione della scrittura nella fase terminale, in questo arenarsi di
giustapposizione aneddotica e in questa mancata conclusione, troviamo una ulteriore
61
Il terzo quaderno del manoscritto di don Bosco è costituito di tre parti legate insieme: un quaderno di
40 pagine; un foglio piegato a formare due pagine; un secondo quaderno di 40 pagine. Quest'ultimo, che
inizia appunto con il titolo Memorie storiche sull'Oratorio di S. F. d. S. dal 1846 al 1855 e contiene la
restante parte della terza decade, dal cap. 8° in poi, appare tormentatissimo nella grafia e nella revisione,
zeppo di cancellature e d'integrazioni; farebbe pensare ad una redazione avvenuta a distanza di tempo rispetto
alle parti precedenti (cfr. ASC, A222, cartella Oratorio 3, pp. 141-180; microfilm FDB 59B11-60A2).
62
MO 223 (III, c. 22).
15
caratteristica che apparenta le MO a tutta la letteratura di impronta autobiografica63, dove il
non-finito è piuttosto comune e dove la scrittura viene ripresa, integrata o modificata,
l'elaborazione spesso è sofferta e tende ad integrare materiali eterogenei (rimandando o
copiando documenti, appunti, testi redatti in altre occasioni o già pubblicati); la redazione è
quasi sempre «incerta, precaria, imperfetta, stratificata, doppia; è legata al periodo in cui
matura, e non è mai isolabile dalla serie di appunti, schizzi, note e postille che la
precedono, accompagnano e seguono: fa parte insomma di un contesto dal quale non si può
prescindere».
4.4. Procedimenti messi in atto dall'autore
I problemi derivanti dalla particolare ottica in cui si colloca il don Bosco delle MO nel
suo sguardo verso il passato, vanno proiettati nell’orizzonte più vasto dei problemi
interpretativi posti dalle storie di vita e dalle scritture di indole autobiografica64. Le
questioni dal punto di vista epistemologico sono vaste e complesse. Ci limitiamo ad
accennare ad alcuni aspetti utili per introdurre ad una lettura avvertita del documento.
La mole di scritti autobiografici che attraverso i secoli è giunta fino a noi è sterminata.
Questi autori hanno cercato la radice della propria identità o delle proprie realizzazioni
nella loro stessa esistenza. I loro libri testimoniano percorsi spirituali e psicologici, quadri
mentali e motivazionali, un loro modo di accostare gli eventi e interpretarli, ma prima
ancora lo sforzo di dare unità e senso, storicità, al proprio vissuto.
Anche il procedimento ricostruttivo messo in atto nelle MO appartiene a questo tipo di
operazioni. Don Bosco, a partire dalle prospettive che lo guidano nel presente, attua una
ricostruzione dei fatti del passato attribuendo loro un senso. Inoltre, ripercorrendo la
propria formazione, rivela a se stesso e a noi quanto sia stato aiutato o ostacolato nella
costruzione della propria vocazione oratoriana da famiglia, persone incontrate, istituzioni,
società e vicende storiche, e quanto queste relazioni ed esperienze siano entrate a far parte
della sua coscienza e del suo "metodo". Infine, attuando questa riflessione "memorialistica"
63
«Quanto più l'autobiografia è esteticamente strutturata, tanto più esordio e finale divengono elementi
portanti del disegno narrativo e tendono, riallacciandosi a distanza, a formare un quadro le cui coordinate
orientano tutto il testo. [...] Quanto meno, invece, l'autobiografia è esteticamente strutturata, tanto più rischia
di interrompersi - casualmente - in un punto non stabilito precedentemente e con un finale poco 'significativo'
dal punto di vista del disegno generale», F. D'INTINO, L'autobiografia moderna, 229.
64
Cfr. G. PINEAU - J.-L. LE GRAND, Les histoires de vie (Paris : Presses Universitaires de France 1993).
La saggistica sull'autobiografia è vastissima; a titolo d'esempio indichiamo alcuni contributi di carattere
generale: L'autobiografia: il vissuto e il narrato, «Quaderni di retorica e poetica» II (1986); Ph. LEJEUNE
(cur.), Les récits de vie et l'institutions, «Cahiers de sémiotique textuelle» 8-9 (1986); R. PORTER (cur.),
Rewriting the self. Histories from the Renaissance to the present (London: Routledge 1997); M.F. BASLEZ PH. HOFFMANN - L. PERNOT (cur.), L'invention de l'autobiographie d'Hésiode à Saint Augustin. Actes du
deuxième colloque de l'Équipe de recherche sur l'Hellénisme postclassique (Paris : Presses de l'École
normale supérieure, 1993); N. SPADACCINI - J. TALENS (cur.), Autobiography in early modern Spain,
(Minneapolis: Prisma Institute 1988); La autobiografia en lengua española en el siglo veinte (Lausanne :
Hispanica Helvetica 1991). Si veda l'ampia bibliografia e la rassegna d'orizzonti teorici e storici fatta da F.
D'INTINO, L'autobiografia moderna, 15-66, 291 e 358.
16
trasforma l'esperienza rivisitata (di sé, degli altri e delle cose) in una risorsa che gli
permette di costruire un "sapere" spirituale e pedagogico per i propri interlocutori. Il suo è
un procedimento ermeneutico orientato da una pre-comprensione derivante dal personale
contesto ambientale e mentale, dai valori di riferimento, oltre che dalla vita raccontata.
Nelle MO don Bosco mette in atto complesse dinamiche di memoria, di selezione e
interpretazione dei fatti e di organizzazione di essi in una trama, secondo un significato
superiore unitario. È evidente che egli procede ad un'operazione di filtratura delle vicende,
mentre ricostruisce l'insieme di un tratto di vita attorno al nucleo unificante della
prospettiva-vocazione oratoriana. Alla coscienza che egli poteva avere nel momento in cui
viveva gli eventi raccontati, subentra una coscienza "di secondo livello" costituita dal
ritorno sui propri passi per riconoscere i legami di significato e di sbocco armonico dei vari
elementi. È movimento retrospettivo e prospettico insieme. È lavoro di autoformazione, in
cui, percependo in modo diverso gli eventi del passato e agendo su di essi, ricollegandoli
cioè alla "storia" dell'Oratorio, intorno alla quale costruisce il suo discorso, organizzandoli
su questo significato unitario, egli di fatto dà un contenuto nuovo ad avvenimenti vissuti
senza tale percezione globale65. Di questa operazione don Bosco dimostra in parte d'essere
cosciente, come rivelano due espressioni conclusive della narrazione del sogno dei nove
anni: «A suo tempo tutto comprenderai» e «le cose che esporrò io appresso daranno a ciò
qualche significato».
Il processo di selezione operato nelle MO, si attua sia sui fatti - scegliendo quelli più
significativi per il senso globale del racconto e scartandone molti altri -, sia sul loro
significato, interpretandoli secondo una prospettiva teologica e secondo le preoccupazioni
che lo muovono nel presente. Poi egli organizza gli avvenimenti in base al peso dato a
ciascuno nella ricostruzione del disegno unitario che tutti li supera. Da questa
progettazione nasce la trama e l'intreccio che reggono la strategia narrativa del suo
racconto.
Don Bosco interpreta la parabola esistenziale che va dalla nascita alla realizzazione
compiuta dell'Oratorio, giudicando il valore "storico" di fatti lontani e la significatività
delle relazioni personali, con uno sguardo retrospettivo. Stabilisce il loro rilievo in base
agli eventi successivi e li riunisce in un unico disegno interpretativo di tipo provvidenziale.
Questo è il filo conduttore scelto per rivelare l'intima connessione tra vicende vissute in
diversi piani temporali: infanzia, giovinezza, maturità e presente del narratore. È un tipo di
racconto che privilegia il punto di arrivo della storia; che dà senso a tutti gli episodi
organizzandoli in una totalità intelligibile66.
Alla conclusione del percorso narrativo, il testo delle MO ci appare una continua ricerca
ed evidenziazione di prefigurazioni dei tratti caratteristici dell'Oratorio nel tessuto di una
esistenza che l'Autore sente segnata da una vocazione divina. Lo vediamo nelle narrazioni
di situazioni che, nell'ottica dell'Autore, preludono e anticipano l'Oratorio, come i Primi
65
Su questi procedimenti tipici di ogni ricognizione autobiografica cfr. la prefazione di Laura Formenti
all'edizione italiana di M.S. KNOWLES, La formazione degli adulti come autobiografia (Milano: Raffaello
Cortina Editore 1996), x-xvi.
66
Su questa "configurazione" dell'esperienza vissuta che si opera attraverso la narrazione, si vedano le
interessanti riflessioni di P. RICŒUR, Tempo e racconto, vol. I (Milano: Jaca Book 1996), 108-117.
17
trattenimenti con i fanciulli all'età di dieci anni («era una specie di Oratorio festivo»67), la
cura dei giovanetti nelle vacanze precedenti la vestizione («Era quella una specie di
Oratorio, cui intervenivano circa cinquanta fanciulli, che mi amavano e mi ubbidivano,
come se fossi stato loro padre»68) e le norme che regolavano le riunioni della Società
dell'Allegria nel periodo della frequenza al Collegio di Chieri69. Ma anche nella
descrizione dei catechismi nell'inverno 1841-1842, precocemente definiti "Oratorio":
Nel corso pertanto di quell'inverno mi sono adoperato di consolidare il piccolo Oratorio
[...]. Qui l'Oratorio si faceva così: Ogni giorno festivo si dava comodità; di accostarsi ai
santi sacramenti della confessione e comunione; ma un sabato ed una domenica al mese
era stabilita per compiere questo religioso dovere. La sera ad un'ora determinata si
cantava una lode, si faceva il catechismo, poi un esempio colla distribuzione di qualche
cosa ora a tutti ora tirata a sorte.70
Lo scopriamo soprattutto quando vengono messi in scena personaggi rappresentativi, in
negativo o in positivo, di stile e metodo oratoriano, come - per citarne solo un paio - il
prevosto di Castelnuovo col suo viceparroco nel loro atteggiamento distaccato verso il
protagonista ragazzo («Se io fossi prete vorrei fare diversamente; vorrei avvicinarmi ai
fanciulli, vorrei dire loro delle buone parole, dare dei buoni consigli»71) e il professore di
umanità don Banaudi («era un vero modello degli insegnanti. Senza mai infliggere alcun
castigo era riuscito a farsi amare da tutti i suoi allievi. Egli li amava tutti quai figli, ed essi
l'amavano qual tenero padre»72).
La lettura attenta del documento mostra, pressoché ad ogni capitolo, che il punto finale l'articolata e vivace realtà dell'Oratorio di S. Francesco di Sales nei primi anni Cinquanta,
con i suoi fini, il suo metodo educativo, le sue proposte formative, i suoi ritmi di vita e il
suo tipico modello di pastore-educatore -, è stato di fatto il filtro con il quale don Bosco ha
operato la sua rivisitazione autobiografica a vantaggio dei discepoli.
5. Le Memorie dell'Oratorio come testo narrativo
Il don Bosco scrittore delle MO è sobrio, essenziale, chiaro. Ma anche efficace nel
ricreare l'ambiente, caratterizzare i personaggi e le relazioni, variare gli scenari, restituire i
momenti di gioia, di preoccupazione o di tensione e in alcuni casi anche i sentimenti.
67
MO 38 (I, c. 1).
68
MO 86 (I, c. 14).
69
MO 61-62 (I, c. 8).
70
MO 123-124 (II, c. 13).
71
MO 53 (I, c. 4).
72
MO 71 (I, c. 9).
18
5.1. La scrittura di don Bosco
In trent’anni di esercizio come pubblicista preoccupato di farsi comprendere dai ceti
giovanili e popolari, il suo stile narrativo si è perfezionato; egli dimostra un buon mestiere
di narratore. Gli interventi correttivi sulla prima stesura delle MO non paiono mirati
all'affinamento dello stile, ma prevalentemente alla semplificazione del testo, a renderlo
scorrevole e chiaro.
La scrittura di don Bosco è più immediata e nitida quando egli si impegna in racconti e
decrizioni di fatti più volte narrati a voce (in particolare le esperienze giovanili come
animatore dei compagni e le vicende della fase "vagante" dell'Oratorio) o nell'esposizione
di alcuni "sogni" ricostruiti con abbondanza di particolari. Il sogno dei nove anni è
presentato come un copione cinematografico, con indicazioni essenziali sull'aspetto dei
personaggi, i dialoghi serrati e sintetici, i sentimenti del protagonista appena accennati,
mentre ragazzi rissosi, animali feroci e miti agnelli variano il fondale della scena.
È scorrevole soprattutto la stesura dei dialoghi, fluidissima anche a livello di grafia.
Sulle pagine del manoscritto originale si vede che don Bosco non ha incertezze, scrive
velocemente e non torna indietro a correggere: si direbbe che il dialogo è nella sua mente,
nitido nelle battute. Si direbbe che la modalità dialogica riveli una forma espressiva a lui
congegnale, preferita nella comunicazione familiare e nella composizione dei suoi libretti
edificanti, espressione di una struttura mentale. Ed è così, infatti: don Bosco amava
descrivere incontri e situazioni costruendo in forma drammatica dialoghi diretti e scambi di
battute tra i personaggi, con vivacità. Le MO contengono una documentazione abbondante.
A volte il dialogo mira a restituire gli atteggiamenti educativi e pastorali a lui più cari,
come nell'incontro tra Giovanni ragazzo e il vecchio don Calosso, nella scena altamente
simbolica del colloquio con Bartolomeo Garelli o nel dialogo esemplificativo del suo modo
di indurre i ragazzi più reticenti alla confessione73. Altre volte i valori messi in campo sono
quelli apologetici e la conversazione prende il tono della dimostrazione o della disputa,
come nel caso della crisi di Giona, del confronto con la madre di lui e nella discussione con
gli anonimi personaggi che tentano di dissuaderlo dall'impresa delle Letture Cattoliche74: è
un genere caro a don Bosco, più volte utilizzato nei libretti composti a partire dal 185375.
Quando invece si tratta di ricordare momenti critici, in cui le obiezioni nei confronti della
sua azione rischiano di compromettere la realizzazione o l'identità dell'Oratorio, il dialogo
si fa appassionato e concreto, tematizzando i valori che lo ispirano. Così il narratore,
rispondendo alle difficoltà sollevate da due parroci, illustra la propria ottica pastorale;
resistendo alle ingiunzioni del Vicario di Città dimostra le sue convinzioni sull'efficacia
sociale dell'educazione oratoriana; nel confronto con la marchesa di Barolo mette in risalto
la certezza di una missione divina che lo spinge all'abbandono in Dio nonostante le
73
MO 45-47 (I, c. 2); 121-122 (II, c. 12); 160-161 (III, c. 1).
74
MO, 73-74 (I, c. 2); 75-76 (I, c. 10); 221.223 (III, 1854).
75
Don Bosco si dimostra particolarmente adatto nella scrittura di dialoghi con finalità catechistica e
apologetica, come ad esempio, Il cattolico istruito nella sua Religione. Trattenimenti di un padre di famiglia
co' suoi figliuoli (1853); Una disputa tra un avvocato e un ministro protestante (1853); Conversazioni tra un
avvocato ed un curato di campagna sul sacramento della confessione (1855); Due conferenze tra due
ministri protestanti ed un prete cattolico sopra il purgatorio e intorno ai suffragi dei defunti (1857).
19
preoccupazioni di salute o l'incertezza delle risorse umane76. Che si tratti di momenti di
grande valore spirituale, come il dialogo con don Cafasso per la scelta di un'occupazione
dopo il periodo del Convitto, o di scene di vita quotidiana, in cui traspare la cultura e lo
stile tipico del mondo popolare torinese, come l'intesa per l'acquisto della casa Pinardi,
emerge sempre un'evidente abilità compositiva lungamente affinata77.
Non mancano quadretti di caratterizzazione tipologica con venature caricaturali, dove la
scrittura risulta efficacissima. In pochi tratti don Bosco abbozza la figura fisica della madre
di Giona e della serva del cappellano di S. Pietro in Vincoli78, illustra vivacemente scene
buffe come quelle che lo vedono coinvolto col severo professor Cima o nella difesa del
timido Comollo, coll'ingenuo sarto Cumino e il prudente canonico Burzio, con i contadini
brilli in un festino di campagna o col fallito tentativo del suo internamento in manicomio,
con l'equivoco tra "oratorio" e "laboratorio" del balbuziente Pancrazio Soave, con
l'arcivescovo che urta la mitra nel soffitto della cappella Pinardi o colle agguerrite
lavandaie di Porta Nuova79.
Egli sa anche costruire piccoli ma compiuti racconti d'avventura, come la gara col
saltimbanco, la caduta da cavallo sulla strada tra Cinzano e Bersano, il tentativo di
avvelenamento nella taverna del Cuor d'Oro e la pioggia di bastonate ricevute nella stanza
di una falsa ammalata80.
Ma questa capacità di caratterizzazione, affiancata alla varietà di toni e sfumature della
scrittura di don Bosco, nella strategia delle MO viene messa al servizio di un programma
narrativo di grande intensità simbolica e operativa, che fanno di esse un documento
significativo di un tipico modo di scrittura ottocentesca, minore rispetto alla grande
narrativa, ma non per questo scadente o secondaria.
5.2. Struttura del testo
Per quel che riguarda l'ordine della narrazione, le MO presentano gli stessi problemi che
si pongono negli scritti di indole narrativa, con qualche complicazione in più81. Infatti qui
gli avvenimenti non sono immaginati, come nelle opere di finzione, e quindi collegati dalla
trama narrativa della fantasia, ma sono stati realmente vissuti dall'autore, il quale scrivendo
deve lavorare su una varietà di ricordi, vicende, emozioni e sensazioni sperimentate in
periodi diversi. Nel racconto li deve riorganizzare in un ordine lineare, che non può essere
quello dei fatti così come sono accaduti, né quello casuale delle associazioni e dei pensieri
che si presentano alla sua mente mentre lavora. Scegliendo l'Oratorio di san Francesco di
76
MO 142-143 (II, cc. 20-22); 147-148 (II, c. 21); 150-152 (II, c. 22).
77
MO 127-128 (II, c. 14); 204-205 (II, c. 15).
MO 75 (I, c. 10); 139 (II, c. 18).
78
79
MO 58 (I, c. 5); 69 (I, c. 8); 78-79 (I, c. 11); 98 (II, c. 5); 152-154 (II, c. 22); 179 (III, c. 6); 183 (III, c.
80
MO 80-82 (I, c. 13); 113-115 (II, c. 10); 223-227 (III, Attentati personali; Aggressione).
8).
81
Sulle strutture, gli intrecci e i modelli comunemente utilizzati nei testi narrativi di indole
autobiografica, cfr. F. D'INTINO, L'autobiografia moderna, 159-206.
20
Sales come argomento centrale del racconto autobiografico, don Bosco traccia
mentalmente le connessioni tra eventi di una vicenda che si è sviluppata nel tempo.
Questo schema determina l'intessitura delle MO: dal titolo alle ultime pagine si tratta
sempre di una "memoria" dell'Oratorio presentata in ordine cronologico-generativo. Ma chi
analizza attentamente il testo, si accorge che al di sotto della suddivisione in Decadi e in
capitoli (che chiamiamo "struttura di superficie"), si delinea anche una "struttura
profonda", costituita dai sistemi di valore di don Bosco, dalle sue convinzioni e dai suoi
quadri mentali, che sottostà come in filigrana a tutto il testo ed emerge libera al di là della
ripartizione formale.
Nell'introduzione don Bosco dichiara i criteri scelti per l'organizzazione del lavoro: «Io
espongo queste memorie ripartite in decadi ossia in periodi di dieci anni, perchè in ogni
tale spazio succedette un notabile sviluppo della nostra istituzione». Questa è la macro
struttura che scandisce il testo. All'interno di ogni decade i singoli capitoli evidenziano ora
l'itinerario formativo del personaggio, ora la progressiva comparsa e configurazione degli
elementi che caratterizzeranno l'Oratorio.
Ma la narrazione fa emergere anche una struttura spaziale. Infatti don Bosco attribuisce
un valore particolare alle località e agli ambienti in cui si è sviluppata la sua vocazione
oratoriana. Essi si presentano quasi punti di una mappa simbolica. Il rurale borgo nativo, la
casa con l'aia e il prato, la cappella di Morialdo, il paese di Castelnuovo, la città di Chieri
con le case, le scuole, il caffé Pianta, il viale di Porta Torinese e il Duomo, il seminario con
i suoi ambienti, la città di Torino, le sue strade, le piazze, le Chiese, le carceri, le istituzioni
caritative, i sobborghi e i prati di periferia, i santuari dei dintorni, e infine l'Oratorio di
Valdocco con la sua tettoia-cappella, le stanzette per le scuole e il cortile per la ricreazione:
tutta questa varietà e successione di luoghi diventa a sua volta importante principio
organizzativo del racconto, accanto a quello cronologico e tematico.
Agli spazi si collegano valori, esperienze educative e spirituali. Il cambiamento di luogo
assume il significato di un pellegrinaggio verso la terra promessa dell'Oratorio, la sua
missione e identità. L'Oratorio viene "ispirato" nell'intimità misteriosa del sogno, vede una
lunga fase di preparazione negli anni della fanciullezza, dell'adolescenza e della giovinezza
del narratore, principia il suo cammino nell'ambiente fecondo del Convitto ecclesiastico,
peregrina di tappa in tappa nella geografia della Torino giovanile e popolare, crescendo e
acquistando tutti i sui tratti qualificanti, fino alla «dimora stabile» a Valdocco, nel «sito
dove aveva sognato scritto: Haec est domus mea, inde gloria mea»82. È interessante
seguire questo viaggio nello spazio attraverso la titolazione di alcuni capitoli dal 1841 in
poi: La festa dell'Immacolata Concezione e il principio dell'Oratorio festivo;
Trasferimento dell'Oratorio presso al Rifugio; L'Oratorio a S. Martino dei Molazzi;
L'Oratorio in S. Pietro in Vincoli, L'Oratorio in Casa Moretta; L'Oratorio in un prato;
Trasferimento nell'attuale Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco; Stabile dimora
dell'Oratorio di Valdocco.
Così, la "struttura di superficie" del racconto si presenta disegnata nell'intersezione delle
tre coordinate di tempo, di spazio e di nucleo tematico portante.
82
MO 157 (III, c. 1).
21
La ripartizione del testo delle MO è sostanziata di eventi, di personaggi, di osservazioni,
commenti e annotazioni che sono frutto di una struttura più profonda, quella derivante
dalla mentalità di don Bosco, dalla sua cultura e visione del mondo, dalle convinzioni civili
e religiose, educative e morali, dalla sua spiritualità e dal suo "progetto formativo". Gli
studiosi di semiotica dei testi narrativi parlerebbero di una intentio operis (intenzione
dell'opera) che si rivela più ampia della intentio auctoris (intenzione dell'autore)
esplicitamente dichiarata nel programma iniziale83. Alla base dell'opera c'è l'uomo don
Bosco, con tutto il suo universo che ad ogni pagina tende continuamente ad emergere. Ci è
possibile così tentare una lettura delle MO che permetta di penetrare un messaggio
articolato, costituito non solo da quanto l’Autore intendeva dire, ma anche da quanto il
testo di fatto dice in riferimento alla propria coerenza contestuale e alla situazione dei
sistemi di significazione a cui si rifà.
Questo elemento profondo, vivacissimo nelle MO, dà al documento la sua alta valenza
polisemica e la sua preziosità, sia per lo storico attento all'antropologia culturale che per il
discepolo preoccupato di cogliere la portata pedagogico-spirituale del messaggio e di
comprendere le dinamiche interiori del modello oratoriano, al di là delle semplici
connotazioni operative.
Struttura di superficie e struttura profonda arricchiscono lo scenario di scorci e piani
prospettici plurimi, con sfumature e tonalità tali da interessare un grande ventaglio di
lettori dai diversi interessi. Le fortune antiche e recenti delle Memorie ci hanno dimostrato
quanto questa "storia" abbia saputo affascinare salesiani e giovani, lettori sprovveduti e
studiosi avvertiti.
6. Percorsi di lettura e livelli di interpretazione
Come ogni autore, don Bosco scrive per farsi leggere e per comunicare un messaggio. Il
fatto che egli selezioni i suoi destinatari deve renderci avvertiti su alcune considerazioni.
Innanzitutto i «carissimi figli salesiani» ai quali l'Autore si rivolge sono persone che non
soltanto condividono esistenzialmente i sui valori, ma che hanno in comune con lui
linguaggio, mentalità e cultura. I lettori ideali che don Bosco aveva in mente quando
scriveva erano principalmente i salesiani degli anni Settanta dell'Ottocento, dai tratti
mentali ben definiti, forniti di un bagaglio di strumenti interpretativi identico al suo. Così,
quando egli usa termini quali «confidenza» in Dio, «ritiratezza» e «volontà» di Dio, oppure
espressioni del tipo «darsi tutto al Signore» ed «esatto adempimento dei doveri», oggi
ancora presenti nei dizionari e nell'uso linguistico, presuppone come assodata e accettata
una forma di spiritualità ben connotata nei quadri teologico-antropologici e nei tratti
ascetici, tipica dell'ambiente in cui egli e i suoi interlocutori si sono formati, che quasi
certamente non è la stessa dei lettori di oggi.
Simili riflessioni si possono fare per alcune visioni religiose, che più o meno
apertamente stridono con la nostra teologia di riferimento (ad esempio un'espressione
cruciale per i traduttori degli ultimi decenni: «Dio misericordioso ci colpì con una grave
83
Cfr. U. ECO, I limiti dell'interpretazione (Milano, Bompiani 1990), p. 11.
22
sciagura»84) o per termini pedagogici quali «educare», «curare», «istruire», «assistere» e
«amorevolezza», i cui significati hanno subito, con i mutamenti socio-culturali e
l'evoluzione delle idee pedagogiche, slittamenti semantici non indifferenti.
Dunque, la lettura del testo, che a prima vista pare di facile interpretazione, potrebbe
invece richiedere una certa preparazione, un inquadramento storico avvertito e
l'acquisizione di un lessico e di un'enciclopedia adatti ad una piena comprensione delle
intenzioni dell'autore.
6.1. I "topics" interpretativi
Siamo consapevoli della problematica relativa all’interpretazione di uno scritto come
questo. Tentiamo comunque di proporre alcuni percorsi di lettura semplificati, partendo
dalla convinzione che il testo stesso fornisce sufficienti indicazioni per comprendere le
linee generali dei messaggi che vuole trasmettere. Assecondiamo la strategia narrativa di
don Bosco che mira ad accompagnarci su sentieri ben definiti.
Possiamo infatti individuare nelle MO sia la chiave interpretativa generale di una storia
provvidenziale condotta direttamente da Dio, sia una serie di altri indicatori più particolari,
lasciati dall'Autore, che segnalano percorsi e congetture interpretative. Negli studi dei
semiologi si usa il termine topic per indicare l'argomento di cui si parla: è una ipotesi
interpretativa, stabilita dal lettore stesso, che la deduce dalla coerenza generale del testo
oppure da parole-chiave o da espressioni-guida esplicitamente contenute in esso85. Una
volta individuate, le congetture interpretative possono aiutarci a formulare determinate
conclusioni sugli argomenti di cui il testo tratta, o anche ad accedere a livelli della
"struttura nascosta" per tentare di capire, insieme al messaggio di superficie, anche la
mentalità e le convinzioni più care a don Bosco.
Per scegliere senza forzature i nostri topics interpretativi, dobbiamo mantenere come
prima e fondamentale preoccupazione l'interpretazione del senso letterale del testo, perché
è soltanto su questa base che si possono articolare altre eventuali letture. Inoltre è bene
aggiungere che non è la metodologia descrittiva a garantire una corretta lettura del testo,
quanto la buona conoscenza degli ambiti socio-culturali. Insomma, ci si deve attenere al
criterio di coerenza testuale, sul quale vanno provate le congetture interpretative86.
Qui segnaliamo tra i tanti, due possibili percorsi: quello delle dinamiche spirituali e
quello del modello di pastore. Per il percorso interpretativo relativo al modello pedagogico
rimando al documentato saggio di Pietro Braido: “Memorie del futuro”87.
84
MO 31 (Presentazione).
85
Sul concetto di topic interpretativo cfr. U. ECO, Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei
testi narrativi (Milano: Bompiani 1998), 87-92.
86
U. ECO, I limiti dell'interpretazione (Milano: Bompiani 1990), 34.
87
P. BRAIDO, "Memorie" del futuro, in «Ricerche Storiche Salesiane» 11 (1992) 97-127.
23
6.2. Un itinerario spirituale
Le chiavi di lettura esplicitamente offerte da don Bosco nell'introduzione delle Memorie
invitano innanzitutto ad una interpretazione spirituale del testo. Scegliamo due linee
interpretative, che continuamente si intrecciano e si attraversano: la confidenza in Dio e la
consegna di sé a Dio, atteggiamenti che l’Autore collega con la fuga dalle "dissipazioni" e
con la "ritiratezza" (espressione difficile da tradurre nel linguaggio attuale, che significa,
nell’uso di don Bosco, il raccoglimento interiore, la difesa dei pensieri e dei sentimenti da
ogni forma di dispersione e una vita ritirata e laboriosa).
6.2.1. Confidenza in Dio
Per la linea interpretativa della confidenza in Dio, prendiamo le mosse dalla morte del
padre Francesco, evento di cui il racconto restituisce la drammaticità di impatto
psicologico sullo spirito del figlio bambino88. Viene a mancare il sostegno della famiglia,
ma il padre morente indica alla moglie la provvidenza del Padre celeste raccomandandole
la «confidenza in Dio». Il significato dell'espressione viene esplicitato dal narratore in una
prospettiva di fede e di abbandono fiducioso, ma anche di coraggiosa intraprendenza.
L'episodio della madre, che affronta la carestia senza angosce, richiamandosi alla
raccomandazione del marito e traducendola in atteggiamento operativo, risolve il problema
e apre spiragli di futuro89.
Una serie di eventi successivi servono a delineare ulteriormente il complesso di
atteggiamenti che nella mente dell'Autore attua la "confidenza", a partire dalla
rappresentazione esemplare di Margherita, sintesi di fiducia nella provvidenza, di
operosità, di spirito di sacrificio e di frugalità90.
Anche la complessa costruzione narrativa del sogno dei nove anni implicitamente
richiama la confidenza in quel Dio che indica al protagonista sia la missione che i percorsi
per rendersene idoneo che il metodo.
Tuttavia la situazione narrativa più significativa in ordine a questa ipotesi - in cui la
confidenza in Dio viene contrapposta alla fiducia nelle risorse umane - è quella del
rapporto singolare con don Calosso. Qui il protagonista sperimenta la serenità e la
sicurezza derivante da una presenza paterna matura, alla quale si abbandona: «D. Calosso
per me era divenuto un idolo»91. L'errore di prospettiva emerge col «disastro irreparabile»
della morte di questo secondo padre, che crea un forte scompenso affettivo, ma viene
finalmente compreso e superato dal protagonista: «A quel tempo feci un altro sogno
secondo il quale io era acremente biasimato perché aveva risposta la mia speranza negli
uomini e non nella bontà del Padre celeste»92.
88
Cfr. MO 31-32 (Presentazione).
89
MO 32-33 (Presentazione).
90
Cfr. MO 33 (Presentazione).
91
MO 49-50 (I, c. 3).
92
MO 52 (I, c. 4).
24
Il filo della narrazione delinea infine la compiutezza della fiducia in Dio vissuta in
forma totalitaria. Il dialogo con la marchesa di Barolo, preoccupata della salute di don
Bosco, è costruito collo scopo evidente di presentare la rinuncia all'impiego e allo
stipendio come un atto di assoluto abbandono alla Provvidenza, nella decisione
irremovibile di seguire la propria vocazione: «Ma come potrà vivere? - Dio mi ha sempre
aiutato e mi aiuterà per l'avvenire [...]. La mia vita è consacrata al bene della gioventù. La
ringrazio delle profferte che mi fa, ma non posso allontanarmi dalla via che la divina
Provvidenza mi ha tracciato [...]. Accettai il diffidamento, abbandonandomi a quello che
Dio avrebbe disposto di me»93. Segue la descrizione di una situazione di sconfortante
isolamento (l’incomprensione dei parroci, dell’autorità civile e anche degli amici più
intimi), di esaurimento delle forze e di incertezza sul futuro, affrontata con un testarda
fedeltà alla propria vocazione. La tensione drammatica in cui viene collocata
narrativamente la preghiera formulata nel prato Filippi, pare configurare una situazione
spirituale di totale offerta e di confidenza eroica:
In sulla sera di quel giorno rimirai la moltitudine di fanciulli, che si trastullavano; e
considerava la copiosa messe, che si andava preparando pel sacro ministero, per cui era
solo di operai, sfinito di forze, di sanità male andata senza sapere dove avrei in avvenire
potuto radunare i miei ragazzi. Mi sentii vivamente commosso […]. Passeggiando e
alzando gli occhi al Cielo, mio Dio, esclamai, perché non mi fate palese il luogo in cui
volete che io raccolga questi fanciulli? O fatemelo conoscere o ditemi quello che debbo
fare94?
Ma proprio in questo momento di forte tensione psicologica e spirituale entra in scena il
balbuziente Pancrazio Soave con la proposta di «un sito per fare un laboratorio».
L'equivoco tra “oratorio” e “laboratorio” ha l'effetto di esaltare l'intervento del Dio
provvidente che scioglie definitivamente ogni problema in risposta all'atto di fiducia
incondizionata del protagonista.
Va notato ancora che l’itinerario della confidenza in Dio si coniuga, nel racconto di don
Bosco, con l’esperienza della confidenza nelle persone a lui vicine. La relazione con
mamma Margherita e con don Calosso, i rapporti con Lucia Matta, col Teologo Maloria,
con l'amico Luigi Comollo e col direttore spirituale don Cafasso, vengono presentati con la
caratteristiche di una confidente fiducia, della trasparente rivelazione del proprio cuore e
dei propri pensieri e, soprattutto, dell’obbedienza pronta. Un movimento di docilità che
raggiunge il suo vertice nel dialogo con don Cafasso al termine degli studi nel Convitto
ecclesiastico: «La mia propensione è di occuparmi della gioventù. Ella poi faccia di me
quel che vuole: io conosco la volontà del Signore nel suo consiglio […]. Io voglio
riconoscere la volontà di Dio nella sua deliberazione e voglio mettere niente del mio
volere»95.
Il testo delle Memorie mostra come l'Oratorio trovi la sua forma definitiva solo quando
don Bosco prende dimora nella casa Pinardi, privo ormai di ogni stipendio, senz’altra
93
MO 152 (II, c. 22).
94
MO 153-154 (II, c. 23).
95
MO 127 (II, c. 14).
25
sicurezza che il nudo abbandono in Dio. La situazione di precarietà economica è affrontata
col sostegno della madre, la quale non soltanto lascia la tranquillità di Morialdo per seguire
il figlio e collaborare alla sua missione, ma si priva anche del «corredo sposalizio, che fino
allora aveva gelosamente conservato intero» per «formare pianete [...] degli amitti, dei
purificatori, rocchetti, camici e delle tovaglie». Questo distacco da oggetti cari, che
richiamano il legame affettivo coll’amato marito defunto, finalizzata a fornire la cappella
dell'Oratorio, acquista un significato intensamente simbolico ed eucaristico. Nella
generosità gioiosa di Margherita il racconto delinea il compimento pieno della
raccomandazione di Francesco morente. Ora la confidenza in Dio è piena, anche al di là di
ogni affetto e risorsa umana, il distacco del cuore è totale. Così il «forte pianto» e la
«costernazione» per il lutto di un tempo si può trasformare in sorriso e in canto: «Guai al
mondo se ci sente. / Forestieri senza niente»96.
6.2.2. Ritiratezza e distacco
Per seguire la linea interpretativa della “ritiratezza” e della fuga da ogni dissipazione,
dobbiamo partire dall'evento della prima comunione, la cui significatività viene affidata
alle parole di mamma Margherita - «Sono persuasa che Dio abbia veramente preso
possesso del tuo cuore. Ora promettigli di fare quanto puoi per conservarti buono sino alla
fine della vita»). L’interpretazione qui va orientata a rintracciare i percorsi e le forme di
un’evoluzione spirituale che si configura come una progressiva "conversione", fatta di
affidamento e consegna a Dio, di distacco da sé, dai propri gusti e da una mentalità
"mondana". Un aspetto questo che, secondo le Memorie, deve stare al centro della vita
interiore del pastore dell'Oratorio. L'ipotesi si giustifica anche in considerazione dei
destinatari del racconto e dell'impegno dispiegato da don Bosco, negli stessi anni di
composizione delle Memorie, per la formazione ascetica e religiosa dei suoi salesiani.
Molti sono gli indicatori "fuori testo" dell'importanza attribuita da don Bosco a un tale
atteggiamento spirituale. L'appello a «darsi per tempo» a una vita virtuosa, enunciato fin
dal 1847 nel Giovane provveduto97, ripreso in più circostanze nei suoi scritti rivolti ai
giovani, trova nel corso degli anni una formulazione compiuta nell'espressione «darsi
totalmente a Dio», particolarmente nelle Vite di Domenico Savio, Michele Magone e
Francesco Bessucco. Le Memorie introducono questo tema in modo esplicito nel dialogo di
Giovannino con don Calosso: «Nella prima predica si parlò della necessità di darsi a Dio
per tempo e non differire la conversione»98.
Questo significativo indizio segna di fatto l'avvio narrativo dell'itinerario interiore, con
la descrizione di un primo passo, consistente nell'affidamento alla guida spirituale: «Io mi
sono tosto messo nelle mani di D. Calosso [...]. Gli feci conoscere tutto me stesso. Ogni
parola, ogni pensiero, ogni azione eragli prontamente manifestata [...]. Conobbi allora che
voglia dire avere una guida stabile, di un fedele amico dell'anima [...]. Da quell'epoca ho
96
MO 175 (III, c. 5).
97
G. BOSCO, Il giovane provveduto ..., (Torino: Tipografia Paravia e Comp. 1847), pp. 12-13.
98
MO 46 (I, c. 2).
26
cominciato a gustare che cosa sia vita spirituale»99. Le tappe successive sono connotate
ancora dallo stesso atteggiamento di docilità, sia nella «fortunata avventura» della scelta di
un confessore stabile durante gli studi a Chieri100, sia nella «piena confidenza» con l’amico
esemplare Luigi Comollo: «mi lasciava guidare dove come egli voleva»101.
Un passaggio importante, che segna una svolta nel cammino del dono di sé a Dio, è
raffigurato colla descrizione del non facile discernimento vocazionale al termine degli
studi umanistici in Chieri. L'ipotesi di entrare tra i Francescani, basata su considerazioni
personali, si rivela inefficace. Soltanto l'affidamento a Luigi e ai consigli di suo zio
sacerdote, al fine di discernere la volontà di Dio, dissipa l'incertezza e sgombra il cammino
da ogni dubbio e ostacolo102.
L'evento della vestizione, poi, «seriamente» preparato, anche attraverso un cambio nello
stile di vita («cessai di fare il ciarlatano e mi diedi alle buone letture»), si presenta proprio
come un gesto alto e decisivo di consegna:
Oh quanta roba vecchia c'è da togliere. Mio Dio distruggete in me tutte le mie cattive
abitudini [...]. Sì, o mio Dio, fate che in questo momento io vesta un uomo nuovo, cioè
che da questo momento io incominci una vita nuova, tutta secondo i divini voleri, e che
la giustizia e la santità siano l'oggetto costante de' miei pensieri, delle mie parole e delle
mie opere. Così sia. O Maria siate voi la salvezza mia»103.
La rilevanza simbolica e l’intenzionalità oblativa del gesto viene rimarcata dal narratore
con una riflessione riferita alla partecipazione alla festa patronale di Bardella, nella quale
era stato condotto dal parroco: «Quella gente quale società poteva mai formare con uno,
che al mattino dello stesso giorno aveva vestito l'abito di santità per darsi tutto al
Signore?». Alla donazione a Dio esplicitata nel rito liturgico deve seguire un congruo
mutamento di vita, che implica la «ritiratezza» e l’austerità di una radicale riforma morale.
Sono motivi che si intrecciano ancora nelle risoluzioni formulate in quell’occasione e
pronunciate solennemente di fronte all'immagine della Vergine, con «formale promessa
[...] di osservarle a costo di qualunque sacrificio»104.
Il cammino formativo del seminario è ricondotto essenzialmente a questa linea di
condotta. Il racconto delle Memorie mette in evidenzia l’impegno per l’adempimento
«esatto» e «con tutto l’animo» dei doveri quotidiani, la mortificazione e l’ascesi (Giovanni
rinuncia al gioco di Barra rotta e a quello dei tarocchi), la vigilanza sulla tendenza alla
vanagloria, la riconferma del proposito di «ritiratezza» dopo le avventure delle vacanze105.
Il tema della «ritiratezza», più volte rimarcato nelle Memorie, come conseguenza
necessaria della piena conversione a Dio, riveste un significato articolato. Vi si alludeva
99
MO 47 (I, c. 2).
100
MO 64-65 (I, c. 7).
101
MO 70 (I, c. 8).
102
MO 84-86 (I, c. 14).
103
MO 87 (II, c. 1).
104
MO 89-90 (II, c. 1).
105
MO 90-98 (II, cc. 2-4).
27
indirettamente già nel racconto della prima comunione, ricostruendo il clima di
raccoglimento spirituale voluto dalla madre per evitare la «dissipazione»106. Più oltre il
comportamento e le parole del chierico Cafasso tornano a richiamare implicitamente il
tema, indicando il tratto esteriore e interiore che deve connotare il buon ecclesiastico:
«Uno solo vidi lungi da ogni spettacolo [...]. - Colui che abbraccia lo stato ecclesiastico si
vende al Signore; e di quanto avvi nel mondo, nulla deve più stargli a cuore se non quello
che può tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime»107.
Ma è nel consiglio del prevosto di Cinzano, lo zio di Luigi Comollo, che si presenta
esplicitamente tale atteggiamento come una delle condizioni capaci di assicurare la
perseveranza vocazionale: «Non abbia alcun timore di perdere la vocazione, perciocché
colla ritiratezza, e colle pratiche di pietà egli supererà tutti gli ostacoli»108. Giovanni
accoglie il consiglio e lo mette in pratica, operando un passaggio nell suo stile di vita: «Mi
sono seriamente applicato in cose che potessero giovare a prepararmi alla vestizione
chericale […]. Andato a casa per le vacanze, cessai di fare il ciarlatano e mi diedi alle
buone letture»109.
Infine, il tema viene rafforzato con il lapidario consiglio offerto del teologo Borel al
chierico Bosco: «Colla ritiratezza e colla frequente comunione si perfeziona e si conferma
la vocazione e si forma un vero ecclesiastico»110. La ripetizione della frase, assunta come
programma spirituale all'inizio dell'ultimo anno di teologia111, ci orienta chiaramente a
interpretarla in prospettiva ascetica.
Anche nel caso della ritiratezza e del distacco, il cammino di consegna a Dio raggiunge
il suo vertice con la preghiera formulata nel prato Filippi, nel momento difficile del marzo
1846. Qui, come ci induce a ritenere il contesto generale del racconto, pare quasi che il
Protagonista, dopo aver fortemente battagliato per non cedere di fronte alle difficoltà che si
frappongono al compimento della missione ricevuta, sia arrivato a tale grado di consegna
interiore e di libertà da dichiararsi pronto anche a rinunciare all'Oratorio al fine di compiere
pienamente la volontà di Dio. Egli è disposto a staccarsi affettivamente da una vocazione
sempre più chiaramente percepita come autentica e fino a quel momento testardamente
amata, difesa e perseguita, pur di attuare un’adesione assoluta al Dio della chiamata, in una
resa senza condizioni112. Si potrebbe quasi fare un paragone con l’atteggiamento di
Abramo di fronte alla richiesta divina del sacrificio di Isacco, il figlio della promessa.
106
MO 43 (I, c. 2).
107
MO 52 (I, c. 4).
108
MO 85 (I, c. 14).
109
MO 86 (I, c. 14).
110
Cfr. MO 106 (II, c. 7).
111
Cfr. MO 109 (II, c. 9).
112
MO 153-154 (II, c. 23).
28
6.3. Un modello di pastore
L’intera dinamica delle Memorie è soprattutto protesa ad illustrare una missione e un
modello pastorale. L’Oratorio, così come viene delineato e progressivamente attuato
nell’intreccio narrativo, è un’opera pastorale globale. Missione e destinatari, metodo e
contenuti formativi, “operatori” e attività caratterizzanti, spirito animatore e clima
relazionale, tutto viene presentato e connotato. La preoccupazione di consegnare ai
«carissimi figli salesiani» un patrimonio di famiglia che si configura non soltanto come un
bagaglio di esperienze, ma come un’identità, sfocia in uno stile didattico-rappresentativo.
Le idee dell’autore sono rappresentate dai personaggi che egli mette in scena e dai ruoli
loro affidati, nei comportamenti ideali ma anche negli atteggiamenti negativi, al fine di
abbozzare i tratti caratterizzanti di un unico personaggio, il pastore di Oratorio secondo la
sua prospettiva e il suo tipico metodo educativo.
Elenchiamo qui alcuni rimandi testuali che permettono di far emergere le componenti
caratteristiche di tale modello pastorale.
6.3.1. Una vocazione che viene da Dio e si manifesta progressivamente
Si potrebbe intravedere fin dalla prima pagina delle Memorie, nell’esperienza
traumatica della perdita del padre, l’inizio di un percorso che predispone il protagonista ad
una sensibilità speciale nei confronti di quanti hanno la disgrazia di essere privi di padre
(«in quella età non poteva certamente comprendere quanto grande infortunio fosse la
perdita del padre»113). Qui, in un certo senso, inizia il cammino verso quel tipo
caratteristico di paternità che renderà inconfondibile il metodo pastorale ed educativo di
don Bosco.
Tuttavia è con il racconto del sogno dei nove anni che vengono puntualizzati i cardini
del modello di pastore e la sua missione specifica. Infatti si presenta simbolicamente un
cortile come ambiente privilegiato dell’incontro con i destinatari, la «moltitudine di
fanciulli» che ivi «si trastullavano»; si descrive la chiamata-missione: «Mi chiamò per
nome e mi ordinò di pormi alla testa di que' fanciulli»; si delinea il metodo e la chiave del
successo: «Non colle percosse ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare
questi tuoi amici»; si evidenzia il contenuto essenziale del messaggio: «Mettiti adunque
immediatamente a fare loro un'istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della
virtù»; infine si tratteggia l’itinerario formativo e ascetico: «Appunto perché tali cose ti
sembrano impossibili, devi renderle possibili coll'ubbidienza e coll'acquisto della scienza
[...]. Io ti darò la maestra […]. Renditi umile, forte, robusto; e ciò che in questo momento
vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo pei figli miei»114.
Nonostante ciò, la realizzazione della vocazione prefigurata nel sogno, non resta affatto
facilitata. Il testo delle Memorie mostra come essa richieda in primo luogo la fatica e la
pazienza del discernimento di fronte agli interrogativi e alle molte variabili poste da un
preciso contesto storico, da un ambiente familiare, sociale e religioso ben connotato, da
113
MO 31 (Introduzione).
114
MO 34-37 (Un sogno).
29
ostacoli e difficoltà concrete e dai processi psicologici, morali e spirituali di una
personalità in formazione. È un processo non facile, che parte dalle prime reazioni al
racconto del sogno («Mia madre [diceva]: Chi sa che non abbi a diventar prete […]. Ma la
nonna, che sapeva assai di teologia, era del tutto inalfabeta, diede sentenza definitiva
dicendo: Non bisogna badare ai sogni. Io era del parere di mia nonna, tuttavia non mi fu
mai possibile di togliermi quel sogno dalla mente»115), trova il suo punto decisivo alla fine
dell’anno di retorica («Epoca in cui gli studenti sogliono deliberare intorno alla loro
vocazione»)116 e si protende fino al gia citato momento critico del marzo 1846, nel prato
dei fratelli Filippi.117
6.3.2. Le diverse componenti del modello
Il modello di pastore che man mano va emergendo lungo tutto il racconto, presenta
sfaccettature e articolazioni interessanti che è possibile cogliere anche nei particolari.
Ci sono innanzitutto elementi che vengono attinti dalla pastorale tradizionale.
Giovannino ripete «gli esempi uditi nelle prediche o nei catechismi» e si comporta come
un buon parroco di campagna: «Finito questo [il rosario] montava sopra una sedia, faceva
la predica, o meglio ripeteva quanto mi ricordava della spiegazione del vangelo udita al
mattino in chiesa; oppure raccontava fatti od esempi uditi o letti»118.
C’è anche, molto enfatizzato e non secondario per la metodologia e il modello
oratoriano di don Bosco, un approccio pastorale familiare e pedagogico. Qui il
personaggio emblematico è la madre, alla quale viene affidato un ruolo pastorale di grande
rilievo per la formazione della sensibilità religiosa e dell’interiorità del figlio, in un intenso
rapporto di intimità personale e di affettività:
«Per la lontananza dalla chiesa era sconosciuto al parroco, e doveva quasi
esclusivamente limitarmi alla istruzione religiosa della buona genitrice [...]. Si adoperò
ella stessa a prepararmi come meglio poteva e sapeva […]. Mia madre studiò di
assistermi più giorni; mi aveva condotto tre volte a confessarmi lungo la quaresima.
Giovanni mio, disse ripetutamente, Dio ti prepara un gran dono; ma procura prepararti
bene, di confessarti, di non tacer alcuna cosa in confessione. Confessa tutto, sii pentito
di tutto, e prometti a Dio di farti più buono in avvenire [...] A casa mi faceva pregare,
leggere un buon libro, dandomi que’ consigli che una madre industriosa sa trovare
opportuni pe’ suoi figliuoli. Quel mattino non mi lasciò parlare con nessuno, mi
accompagnò alla sacra mensa e fece meco la preparazione ed il ringraziamento»119.
Non è poi secondario il fatto che le figure di preti che, anche solo fugacemente,
appaiono nel racconto siano sempre connotate da atteggiamenti virtuosi. Così, ad esempio,
il maestro di Capriglio don Lacqua, «era un sacerdote di molta pietà […], il quale mi usò
115
MO 37 (Un sogno).
116
MO 84 (I, c.14).
117
MO 153 (II, c. 23).
118
MO 38-41 (I, c. 1).
119
MO 42-43 (I, c. 2).
30
molti riguardi, occupandosi volentieri della mia formazione»120, il parroco di Castelnuovo
guida la preparazione e il ringraziamento alla comunione «con molto zelo» e soprattutto
don Calosso definito, fin dal suo primo apparire, come un «uomo assai pio».121
È particolarmente con la narrazione dell’incontro provvidenziale e dell’intensa relazione
spirituale ed affettiva con il cappellano di Morialdo che vengono dettagliati ed enfatizzati
gli elementi più marcatamente salesiani del peculiare modello di pastore tratteggiato nelle
Memorie, quelli che stanno più a cuore a don Bosco. La scena è molto eloquente: il
vecchio sacerdote individua il ragazzo in mezzo alla folla, gli si avvicina e gli parla con
amore, intuisce il suo problema, si rende disponibile concretamente ed operativamente.
Soprattutto il testo ricostruisce l’efficace relazione di matura e affettuosa paternità dalla
quale Giovanni si sente avvolto, che lo spinge alla corrispondenza generosa e docile. Si
vengono così a creare le condizioni ideali per un’azione formativa di grande efficacia. Le
pagine dedicate all’evento sono efficacissime per illustrare i tratti inconfondibili del
pastore-educatore voluto da don Bosco e la potenza dell’approccio affettivo: «Io mi sono
tosto messo nelle mani di D. Calosso […]. Conobbi allora che voglia dire avere la guida
stabile di un fedele amico dell’anima […]. Da quell’epoca ho cominciato a gustare che
cosa sia vita spirituale»122.
L’accoglienza messa in atto dal cappellano è incondizionata e si configura nei termini di
un’adozione paterna: «Lascia dunque un fratello crudele e vieni con me ed avrai un padre
amoroso [...]. Quell'uomo di Dio mi portava tanta affezione che più volte ebbe a dirmi:
Non darti pena pel tuo avvenire; finché vivrò non ti lascerò mancare niente; se muoio ti
provvederò parimenti»123. Tutto ciò ha una risonanza feconda e gratificante nell’animo del
giovane, rendendolo capace di adesione gioiosa alla proposta formativa: «Niuno può
immaginare la mia contentezza. D. Calosso per me era divenuto un idolo. L’amava più che
padre, pregava per lui, lo serviva volentieri in tutte le cose. Era poi sommo piacere faticare
per lui, e direi dare la vita in cosa di suo gradimento. Io faceva tanto progresso in un giorno
col cappellano, quanto non avrei fatto a casa in una settimana»124.
La tecnica narrativa di don Bosco rafforza poi le note dominanti del modello di pastore
esaltato negli atteggiamenti di don Calosso con una tecnica di contrasto attraverso
l’introduzione in scena del parroco e del viceparroco, personaggi cortesi ma distaccati e
lontani affettivamente: «Se io fossi prete, vorrei fare diversamente; vorrei avvicinarmi ai
fanciulli, vorrei dire loro delle buone parole, dare dei buoni consigli»125.
Per quanto riguarda i tratti più interiori e spirituali, che saranno sviluppati in seguito,
particolarmente nel racconto del periodo trascorso al Convitto ecclesiastico, notiamo che
l’autore sente il bisogno di anticiparne l’essenza. La descrizione dell’incontro col chierico
Giuseppe Cafasso gli permette di mostrare il legame tra atteggiamenti pastorali e interiorità
120
MO 34 (I, Dieci anni d’infanzia)
121
MO 45 (I, c. 2).
122
MO 47 (I, c. 2).
123
MO 50 (I, c. 3).
124
MO 50 (I, c. 3).
125
MO 52-53 (I, c. 4).
31
e di evocare alcune qualità che rendono fascinoso il modello: il suo spirito raccolto e
ritirato, la finezza del suo tratto, la sua amorevole capacità di relazione:
«Uno solo io vidi lungi da ogni spettacolo; ed era un chierico, piccolo nella persona,
occhi scintillanti, aria affabile, volto angelico [...]. Io ne fui come rapito dal suo
sembiante, e sebbene io toccassi soltanto l’età di dodici anni, tuttavia mosso dal
desiderio di parlargli, mi avvicinai […]. Egli mi fe' grazioso cenno di avvicinarmi, e
prese a interrogarmi sulla mia età, sullo studio, se io era già promosso alla Santa
Comunione, con che frequenza andava a confessarmi, ove andava al Catechismo e
simili. Io rimasi come incantato a quelle edificanti maniere di parlare; risposi volentieri
ad ogni domanda»126.
Le «memorande parole», con le quali si chiude l’incontro, manifestano la radicata
convinzione del narratore che l’identità di un prete debba anzitutto radicarsi su una
consegna amorosa ed esclusiva al servizio a Dio: «Colui che abbraccia lo stato
ecclesiastico si vende al Signore; e di quanto avvi nel mondo, nulla deve più stargli a cuore
se non quello che può tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime»127.
Ulteriori atteggiamenti e caratteristiche che completano il ritratto ideale dell’educatorepastore proposto e ne esemplificano lo stile e il metodo, prendono forma con l’evocazione
delle esperienze e degli incontri avvenuti nella scuola superiore di Chieri. I suoi professori,
tutti ecclesiastici, sono connotati positivamente. Attraverso di essi risaltano i tratti diversi e
complementari dell’ideale proposto. In particolare: don Valimberti, rappresenta
l’accoglienza cordiale, la vicinanza e l’arte di facilitare l’inserimento del giovane nel
nuovo ambiente128; il teologo Valeriano Pugnetti, professore di sesta, incarna la cura
personalizzata e affettuosa129; il professor Cima è l’insegnante competente ed esigente,
capace di stimolare l’impegno e la responsabilità degli allievi, di far scaturire energie e
buona volontà, di facilitare l’apprendimento130; don Pietro Banaudi, professore di Umanità,
raffigura più chiaramente la paternità e l’amorevolezza salesiana, la capacità di conquistare
i giovani alunni percorrendo le vie del cuore e l’arte di farsi amare131; infine don Giuseppe
Maloria, il confessore, è descritto come l’amico dell’anima, accogliente, incoraggiante e
preveniente, un sicuro punto di riferimento per il giovane che deve imparare a non lasciarsi
126
MO 51-52 (I, c. 4).
127
MO 52 (I, c. 4).
128
«La prima persona che conobbi fu il sacerdote Don Eustachio Valimberti di cara ed onorata memoria.
Egli mi diede molti buoni avvisi sul modo di tenermi lontano dai pericoli; mi invitava a servirgli la messa, e
ciò gli porgeva occasione di darmi sempre qualche buon suggerimento. Egli stesso mi condusse dal prefetto
delle scuole, mi pose in conoscenza cogli altri miei professori» (MO 56; I, c. 5).
129
«Mi usò molta carità: mi accudiva nella scuola, mi invitava a casa sua e mosso a compassione dalla
mia età e dalla buona volontà nulla risparmiava di quanto poteva giovarmi» (MO 57; I, c. 5).
130
«In questa classe era professore Cima Giuseppe; uomo severo per la disciplina […]. Se avete buona
volontà, voi siete in buone mani, io non vi lascierò inoperoso. Fatevi animo, e se incontrerete difficoltà,
ditemele tosto ed io ve le appianerò. Lo ringraziai di tutto cuore» (MO 57-58; I, c. 5).
131
«Era un vero modello degli insegnanti. Senza mai infliggere alcun castigo era riuscito a farsi temere ed
amare da tutti i suoi allievi. Egli li amava tutti quai figli, ed essi l'amavano qual tenero padre […].Tra
professore ed allievi eravi un cuor solo» (MO 71-72; I, c. 9).
32
trascinare dall’ambiente132. Accanto a loro è collocato l’arciprete del duomo, il canonico
Massimo Burzio, l’autorità religiosa più importante di Chieri, descritto come esempio di
prudenza e di tatto umano, capace di sdrammatizzare la situazione e di mettere il giovane
Bosco a proprio agio creando le condizioni per un colloquio serio e confidenziale133.
6.3.3. Le tentazioni che insidiano il modello
Le intenzioni che stanno alla base del racconto e i destinatari privilegiati di esso (i
giovani salesiani) spiegano gli indugi narrativi dell’Autore mirati a mettere in risalto i
pericoli che insidiano il suo modello di prete.
Con il racconto della festa di Bardella si stigmatizza la mondanità, la superficialità e
l’intemperanza, evocando preti che fanno i “buffoni” nel banchetto e smascherando le
ragioni speciose addotte dallo stesso prevosto per giustificare le dispersioni frivole134.
Nelle gravi parole che Margherita rivolge al figlio prima dell’entrata in seminario, si
evidenzia il pericolo della trascuratezza nei propri doveri («Non è l'abito che onora il tuo
stato, è la pratica della virtù ... Amo meglio di avere un povero contadino, che un figlio
prete trascurato ne' suoi doveri»135).
Con l’evocazione del disagio provato da Giovanni in seminario per l’atteggiamento
distaccato dei superiori,si deplora la separazione e la lontananza pastorale136.
Nella descrizione delle vicende legate alla predicazione svolta a Capriglio e ad Alfino si
sottolinea l’importanza di vigilare sulla tendenza alla vanagloria e all’inutile ricercatezza
stilistica137.
Infine, con il gustoso racconto delle avventure estive, si dimostra quanto sia facile
cedere alla dissipazione nonostante gli impegni assunti: «Fui davvero persuaso che chi
vuole darsi schiettamente al servizio del Signore bisogna che lasci affatto i divertimenti
mondani. È vero che spesso questi non sono peccaminosi, ma è certo che pei discorsi che si
fanno, per la foggia di vestire, di parlare e di operare contengono sempre qualche rischio di
rovina per la virtù, specialmente per la delicatissima virtù della castità»138.
132
«Egli mi accolse sempre con grande bontà ogni volta che andava da lui. Anzi mi incoraggiava a
confessarmi e comunicarmi colla maggior frequenza […]. Io però mi credo debitore a questo mio confessore
se non fui dai compagni strascinato a certi disordini che gli inesperti giovanetti hanno purtroppo a lamentare
nei grandi collegi» (MO 64-65; I, c. 7)
133
«Era questi persona assai istrutta, pia e prudente; e senza far parola ad altri mi chiese ad audiendum
verbum. Giunsi a casa sua in momento che recitava il breviario e guardandomi con un sorriso mi accennò di
attendere alquanto. In fine mi disse di seguirlo in un gabinetto e là con parole cortesi, ma con severo aspetto
cominciò ad interrogarmi così: Mio caro, io sono assai contento del tuo studio e della condotta che hai tenuto
finora; ma ora si raccontano cose di te [...] Dimmi ogni cosa in modo confidenziale; ti assicuro che non me ne
servirò che per farti del bene» (MO 78-79; I, c. 11).
134
MO 88 (II, c. 1).
135
MO 90 (II, c. 2).
136
MO 91 (II, c. 3).
137
MO 796-798 (II, c. 4); cfr 115 (II, c. 10).
138
MO 98-100 (II, c. 5).
33
6.3.4. Esempi di zelo pastorale
Ai limiti e ai pericoli di mediocrità, sopra evidenziati, viene contrapposto l’esempio
stimolante di alcuni instancabili ed esemplari pastori, che don Bosco presenta come suoi
modelli più immediati. Sono il teologo Giovanni Borel e i tre superiori del Convitto
ecclesiastico.
Il Teologo Giovanni Borel, «uno de’ più zelanti ministri del santuario», viene messo in
scena la prima volta nella sezione narrativa dedicata agli anni di seminario. L’autore lo
caratterizza innanzitutto nell’aspetto esterno e nella simpatia: «Egli apparve in sacristia
con aria ilare, con parole celianti, ma sempre condite di pensieri morali»; poi ne raffigura
la devozione: «Quando ne osservai la preparazione e il ringraziamento della messa, il
contegno, il fervore nella celebrazione di essa, mi accorsi subito, che quegli era un degno
sacerdote»; infine ne delinea lo stile pastorale e l’animo ardente: «Quando poi cominciò la
sua predicazione e se ne ammirò la popolarità, la vivacità, la chiarezza, e il fuoco di carità
che appariva in tutte le parole, ognuno andava ripetendo che egli era un santo». È
significativo notare che proprio a lui si affidi il compito di svelare al giovane chierico in
formazione il «mezzo certo per conservare lo spirito di vocazione»: «Colla ritiratezza, e
colla frequente comunione si perfeziona e si conserva la vocazione e si forma un vero
ecclesiastico»139.
La propensione di Giovanni all’azione, che si esprime, dopo l’ordinazione sacerdotale,
nell’attiva collaborazione col prevosto di Castelnuovo e gli fa provare «il più grande
piacere» nel lavoro pastorale, nel catechizzare i fanciulli, nel trattenersi e parlare con loro,
nell’essere «sempre attorniato» dai suoi piccoli amici140, cede di fronte al consiglio del
Cafasso: «Voi avete bisogno di studiare la morale e la predicazione. Rinunciate per ora ad
ogni proposta e venite al Convitto»141.
L’esperienza del Convitto ci viene descritta come determinante per il discernimento
degli orizzonti pastorali e spirituali del novello sacerdote e per la sua futura missione. Egli
sii ncontra con luminosi esempi: il teologo Luigi Guala, don Giuseppe Cafasso e il teologo
Felice Golzio. «Questi erano i tre modelli che la Divina Provvidenza mi porgeva, e
dipendeva solo da me seguirne le traccie, la dottrina, le virtù». Ognuno è tratteggiato con
qualità morali specifiche.
Il Guala è contraddistinto per l’attività pastorale disinteressata, per la scienza, la
prudenza, il coraggio e l’arte di «farsi tutto a tutti»; don Cafasso si impone «colla sua virtù
che resiste a tutte le prove, colla sua calma prodigiosa, colla sua accortezza e prudenza»; il
modesto teologo Golzio è ricordato per il «suo lavoro indefesso», l’ umiltà e la scienza.
Tutti e tre sono animati da una ardore pastorale instancabile: «Le carceri, gli ospedali, i
pulpiti, gli istituti di beneficenza, gli ammalati a domicilio; le città, i paesi e possiamo dire
139
MO 105-106 (II, c. 7.
140
MO 112 (II; c. 10).
141
MO 116 (II, c. 11).
34
i palazzi dei grandi e i tuguri dei poveri provarono i salutari effetti dello zelo di questi tre
luminari del Clero Torinese»142.
6.3.5. Caratteristiche particolari del modello pastorale donboschiano
Nel prosieguo delle Memorie emergono invece con abbondanza le caratteristiche
specifiche e carismatiche dello stile pastorale di don Bosco stesso.
Innanzitutto, l’impatto col problema dei giovani in carcere lo commuove e lo turba, ma
suscita immediatamente una riflessione operativa e un discernimento pastorale sulle cause
e le possibili soluzioni:
«Mi accorsi come parecchi erano ricondotti in quel sito perché abbandonati a se stessi.
Chi sa, diceva tra me, se questi giovanetti avessero fuori un amico, che si prendesse cura
di loro, li assistesse e li istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non possano
tenersi lontani dalla rovina o almeno diminuire il numero di coloro che ritornano in
carcere? Comunicai questo pensiero a D. Cafasso, e col suo consiglio e co’ suoi lumi mi
sono messo a studiar modo di effettuarlo abbandonandone il frutto alla grazia del
Signore senza cui sono vani tutti gli sforzi degli uomini»143.
La rievocazione del «lepido incidente» dell'incontro con Bartolomeo Garelli nella
sacrestia della chiesa di san Francesco, gli offre l’opportunità di illustrare il suo stile
relazionale improntato all’amorevolezza preveniente, in evidente contrasto con
l’atteggiamento repressivo del sacrestano, e mostra la sua tendenza a dare risposte
immediate e commisurate alla situazione e ai bisogni delle persone144.
Dedizione, cura affettuosa, assistenza e vicinanza amichevole, sono note che
caratterizzano fin dall’inizio il suo interesse per i giovani poveri e abbandonati: «La festa
era tutta consacrata ad assistere i miei giovanetti; lungo la settimana andava a visitarli in
mezzo ai loro lavori nelle officine, nelle fabbriche. Tal cosa produceva grande
consolazione ai giovanetti, che vedevano un amico prendersi cura di loro [...]. Ogni sabato
mi recava nelle carceri colle saccoccie piene ora di tabacco, ora di frutti, ora di pagnottelle
sempre all’oggetto di coltivare i giovanetti che avessero la disgrazia di essere colà condotti,
assisterli, rendermeli amici»145. La freschezza e la creatività pastorale appaiono, lungo tutto
il corso delle Memorie, come una caratteristica peculiare della sua operatività pastorale,
dalle prime esperienze giovanili a Morialdo e a Chieri, fino alla realizzazione definitiva del
sogno oratoriano in Casa Pinardi146.
142
MO 117-119 (II, c. 11).
143
MO 120 (II, c. 11).
144
MO 121-122 (II, c. 12); cfr 133 (II, c. 16).
145
MO 125 (II, c. 13).
146
Tutte le descrizioni dell’attività pastorale rintracciabili nel testo delle Memorie vanno tenute presenti
per capire il modello oratoriano di don Bosco: lo svolgimento dei primi trattenimenti con i fanciulli (MO 3841; I, c. 1), le riunioni della Società dell’Allegria (MO 60-63; I, cc. 6-7), la vivacità dei giochi e degli
spettacoli a Chieri (MO 76-77; I, c. 11), l’esperienza di ministero a Castelnuovo nell’estate 1841 (MO 112; II,
c. 10), la cura pastorale dei giovani poveri e abbandonati di Torino tra 1841 e 1844 (MO 123-125; II, c. 13),
35
L’ardore pastorale che anima le sue iniziative, a partire dalla convinzione che tutti i
giovani poveri e abbandonati si devono considerare come particolarmente affidati da Dio
alle cure pastorali del prete cattolico, da una parte lo conduce al superamento di una
concezione pastorale giuridica e territoriale (il racconto riporta le obiezioni dei parroci e
le risposte di don Bosco)147, dall’altro lo rende tenace, irremovibile e persino temerario di
fronte ad ogni tipo di disapprovazione, di incomprensione, di abbandono e di rifiuto,
confidando nella missione ricevuta. Egli non cede né alle ragioni del Vicario di Città né
alle insistenze della marchesa Barolo; non si scoraggia quando lo cacciano dalla chiesa dei
Molassi e da san Pietro in Vincoli; resiste con grande forza interiore alle fatiche estenuanti
e ai disagi di salute, anche quando il teologo Borel gli suggerisce una scelta prudenziale148.
Non solo è pronto ad affrontare fatiche e privazioni per la cura pastorale dei suoi giovani,
fino al rischio della vita149, ma è disposto a sostenere attacchi e anche minacce pur di
rimanere fedele a quello che egli ritiene sia il suo dovere di pastore: «Voi, Signori, non
conoscete i preti cattolici, finché vivono, essi lavorano per compiere il loro dovere; che se
in mezzo a questo lavoro e per questo motivo dovessero morire, per loro sarebbe la più
grande fortuna, la massima gloria»150.
Le sue scelte sono dettate essenzialmente da una fede incrollabile, espressa in modo
chiaro nell’occasione in cui viene licenziato dal suo impiego di cappellano
dell’Ospedaletto: «Accettai il diffidamento, abbandonandomi a quello che Dio avrebbe
disposto di me»151.
In conclusione: il racconto rivela come precisamente nel dono incondizionato di sé alla
missione ricevuta da Dio e nell’ardente amore di carità verso giovani si trovi la sorgente
del lavoro instancabile di don Bosco, l’ispirazione del suo metodo, l’elemento scatenante
della creatività educativa e pastorale e della vivace moltiplicazione di proposte formative
che egli mette in cantiere. Si assiste così ad un “crescendo” di iniziative, dalle prime
attività consistenti in modeste forme di assistenza religiosa e di formazione catechistica,
all’organizzazione sempre più complessa dell’Oratorio e della Casa annessa, a scelte
innovative ed efficaci di educazione dei ceti popolari e giovanili attraverso la pubblicistica
e l’editoria.
le iniziative messe in atto col trasferimento all’Ospedaletto e a S. Martino dei Molassi (134-137; II, c. 17),
l’adattamento e la creatività rivelate di fronte alle difficoltà di trovare un luogo adatto tra estate 1845 e
primavera 1846 (MO 140-146; II, cc. 19-20) e la forma compiuta raggiunta con l’arrivo in Casa Pinardi, nella
moltiplicazione di iniziative e di scelte e nella codificazione regolamentata (MO 158-161, 164-170 e 177180; III, cc. 1, 3 e 6).
147
MO 141-143 (II, c. 19); 142-146 (II, c. 20).
148
MO 147-153 (II, cc. 21-22).
149
MO 170-174 (III, c. 4).
150
MO 223 (III, c. 21; cf. III, cc. 22 e 23).
151
MO 152 (II, c. 22).
36
6.4. Un esempio di interpretazione: il ruolo esemplare attribuito a Mamma
Margherita
Come si è detto, i personaggi messi in scena nelle MO, tutti tratti dalla storia reale,
vengono rivestiti di un significato e di un ruolo specifico, definito dal loro particolare
rapporto nei confronti del protagonista e dalle finalità esemplari del racconto. Essi non
sono inventati, come non lo sono i fatti che li vedono coinvolti, ma la costruzione narrativa
li riveste di una funzione simbolica, rimarcata dai commenti fuori campo del narratore.
Essi, insomma, nella strategia organizzativa del racconto e delle sue finalità in riferimento
ai destinatari, giocano un “ruolo attoriale”, recitano una parte. È evidente, per esempio, che
molti di essi sono posti in risalto per la valenza pedagogica e spirituale che don Bosco
riconosce loro, come si è avuto modo di vedere parlando del modello pastorale. Gli stessi
personaggi negativi e quelli maldisposti nei confronti del protagonista e dell’opera
oratoriana, sono funzionali all’intento centrale del racconto. È necessario mantenere gli uni
e gli altri legati al filo della narrazione ed osservare il contesto particolare e generale che li
inquadra.
La raffigurazione narrativa della madre, in particolare, ci offre un esempio
particolarmente significativo di questa funzione simbolica esemplare affidata dall’Autore
ai personaggi delle MO. Bisogna notare che questo è l’unico scritto autografo nel quale il
santo ci parla di sua madre. È evidente che egli qui non intende darcene un ritratto
biografico completo. La racconta, come vedremo, collegandola sempre ad aspetti chiave
del modello formativo che, attraverso il testo, egli ci vuole illustrare, selezionando trai tanti
fatti e momenti esistenziali, quelli che meglio servono al suo scopo, all’obiettivo cioè di
offrire ai suo «carissimi figli salesiani» una «norma a superare le difficoltà future
prendendo lezione dal passato» .
In ognuna delle quattro le grandi sezioni del racconto l’Autore mette in scena la madre,
riconoscendole un ruolo biografico e rappresentativo importante.
6.4.1. Confidenza in Dio, dedizione e intuizione educativa
Già dalle prime righe delle MO ci accorgiamo che l’autore lavora su due piani collegati
tra di loro: quello della storia raccontata e quello del simbolo e del valore.
Per esempio, riferendosi ai genitori egli ci informa: «Erano contadini, che col lavoro e
colla parsimonia si guadagnavano onestamente il pane della vita»152. Lavoro e parsimonia
richiamano dal punto di vista lessicale e semantico i due poli del motto «lavoro e
temperanza», più volte usato dal santo per sintetizzare sia i tratti ascetici della spiritualità
salesiana e che un aspetto centrale della proposta di vita cristiana fatta ai giovani e al
popolo.
Poi il racconto evidenzia tre momenti, nei quali Margherita assume un ruolo esemplare.
Il primo, che delinea il modo di affrontare le sfide della vita, è introdotto con
l’evocazione della morte del padre e il ricordo del suo “testamento spirituale”: «Munito di
tutti i conforti della religione, raccomandando a mia madre la confidenza in Dio, cessava
152
MO 31 (I, Dieci anni d’infanzia).
37
di vivere alla buona età di anni 34, il 12 maggio 1817»153. Con queste parole l’autore
intende offrire ai lettori una delle chiavi interpretative delle Memorie. La «confidenza in
Dio», contrapposta alla confidenza nelle risorse umane, sarà infatti l’atteggiamento che
permetterà la realizzazione della vocazione oratoriana, nonostante difficoltà di ogni genere.
Il segno che qui l’autore sta suggerendo ai lettori qualcosa di importante lo cogliamo nella
ripresa letterale dell’espressione da parte di Margherita e nella sua traduzione operativa.
Viene evocata infatti la carestia dei mesi successivi e la fame. Si descrive la madre che,
dopo aver esaurito le scorte di casa, consegna del denaro ad un vicino di casa,
incaricandolo di procurare cibo per la famiglia:
«Quell’amico andò in vari mercati e non poté nulla provvedere anche a prezzi esorbitanti.
Giunse quegli dopo due giorni e giunse aspettatissimo in sulla sera; ma all’annunzio che
nulla aveva seco, se non denaro, il terrore invase la mente di tutti […]. Mia madre senza
sgomentarsi andò dai vicini per farsi imprestare qualche commestibile e non trovò chi fosse
in grado di venirle in aiuto. — Mio marito, prese a parlare, morendo dissemi di avere
confidenza in Dio. Venite adunque, inginocchiamoci e preghiamo. — Dopo breve preghiera
si alzò e disse: — Nei casi estremi si devono usare mezzi estremi»154.
Decide quindi di macellare il vitello per «sfamare la sfinita famiglia»: rimedio
«estremo» e scelta arrischiata nella mentalità contadina, perché si sacrifica prima del
tempo una risorsa certa per il futuro. Ma la decisione è presa in clima di preghiera, come
atto responsabile di confidenza in Dio. Il testo, infatti, continua descrivendo il successivo
comportamento della protagonista:
«Ognuno può immaginare quanto abbia dovuto soffrire e faticare mia madre in quella
calamitosa annata. Ma con un lavoro indefesso, con una economia costante, con una
speculazione nelle cose più minute, e con qualche aiuto veramente provvidenziale si poté
passare quella crisi annonaria»155.
Chi conosce la personalità di don Bosco, coglie in questa sequenza narrativa, al di sotto
della trama, un atteggiamento spirituale qualificante e uno stile di vita. Di fronte alle sfide
quotidiane egli insegna che è necessario mantenere la calma interiore che viene dalla fede
(«niente ti turbi») e tentare operativamente ogni soluzione possibile. Poi, affidandosi alla
Provvidenza e col coraggio che ne scaturisce, bisogna saper prendere decisioni tempestive,
anche «estreme», affrontando in seguito, con forza d’animo e spirito di sacrificio, la vita
quotidiana con operosità instancabile e uno stile di vita sobrio, essenziale. Il racconto,
dunque, intenderebbe attribuire a Margherita l’origine di un atteggiamento spirituale e
operativo che costituisce uno dei più dinamici fattori di successo storico della persona e
dell’opera di don Bosco.
La seconda scena evidenzia, in modo chiaro, l’idea alta dell’educatore come persona
totalmente e affettuosamente consacrata alla cura degli educandi, capace di rinunciare a
qualsiasi altro vantaggio personale pur di rimanere fedele al proprio compito. Di fronte alla
«proposta di un convenientissimo collocamento», di un matrimonio vantaggioso che
153
MO 31 (I, Dieci anni d’infanzia).
154
MO 32-33 (I, Dieci anni d’infanzia).
155
MO 33 (I, Dieci anni d’infanzia).
38
l’avrebbe messa al riparo dalla povertà, Margherita decide di rifiutare, per non
abbandonare i figli: «Le fu replicato che i suoi figli sarebbero stati affidati a un buon
tutore, che ne avrebbe avuto grande cura. – Il tutore, rispose la generosa donna, è un
amico, io sono la madre de’ miei figli; non li abbandonerò giammai, quando anche mi si
volesse dare tutto l’oro del mondo»156. Poi il racconto sintetizza l’azione educativa di
Margherita indicandone alcune priorità: «Sua massima cura fu di istruire i suoi figli nella
religione, avviarli all’ubbidienza ed occuparli in cose compatibili a quell’età»157. (MO 36).
La terza scena, posta come epilogo alla narrazione del sogno fatto dal Giovanni all’età
di nove anni, mette in campo i commenti dei famigliari. Si tratta di tre diversi modi di
accostarsi a fatti che hanno «anche solo apparenza di soprannaturali»: i fratelli danno
un’interpretazione ironica, superficiale; la nonna rappresenta l’approccio realistico e
razionale («Non bisogna badare ai sogni»); la madre rivela una caratteristica tipica
dell’educatore attento, capace di cogliere ogni piccolo segno premonitore di futuri sbocchi
vocazionali nel ragazzo: «Chi sa che non abbi a diventare prete»158.
6.4.2. L’arte di valorizzare le potenzialità degli educandi e di iniziarli alla vita dello
spirito
Passando oltre nella lettura, constatiamo che il racconto del sogno si pone, dal punto di
vista narrativo, come il vero inizio delle Memorie dell’Oratorio. Da questo momento in
poi, infatti, l’autore pur mantenendo la scansione in decadi, intitola la nuova sezione:
Prima decade: 1825-1835. Il lettore è avvertito: la vera storia dell’Oratorio inizia ora, sui
prati che circondano la casa dei Becchi. Da questo momento in poi, in modo più esplicito,
la trama del racconto è mirata ad evidenziare il progressivo emergere dell’Oratorio e delle
sue caratteristiche, ma anche i tratti qualificanti del modello di pastore-educatore
“oratoriano”, i suoi atteggiamenti e la sua missione. Questa sezione delle Memorie – che si
protrae fino alla decisione dell’entrata in seminario – è, di fatto, quella più ricca di
insegnamenti e modelli pedagogici.
La sezione si apre con un lunga e vivace descrizione del giovane protagonista,
animatore e intrattenitore dei compagni: «Voi mi avete più volte dimandato a quale età
abbia cominciato ad occuparmi dei fanciulli. All'età di 10 anni io facevo quello che era
compatibile alla mia età e che era una specie di Oratorio festivo. Ascoltate: […]»159. La
scena è dominata dalle personalità esuberante del protagonista e dalle sue esibizioni. La
madre viene soltanto evocata, nel ruolo di osservatrice. Ma le annotazioni, apparentemente
marginali, che la riguardano sono importanti per rafforzare il modello di educatore
proposto nelle Memorie, caratterizzato dalla preoccupazione di favorire il pieno sviluppo
della personalità e delle qualità del fanciullo:
«Voi qui mi dimanderete: E la madre mia era contenta che tenessi una vita cotanto dissipata
e spendessi il tempo a fare il ciarlatano? Vi dirò che mia madre mi voleva molto bene; ed io
le aveva confidenza illimitata, e senza il suo consenso non avrei mosso un piede. Ella sapeva
156
MO 33 (I, Dieci anni d’infanzia).
157
MO 33-34 (I, Dieci anni d’infanzia).
158
MO 37 (I, Un sogno).
159
MO 38 (I, c. 1).
39
tutto, osservava tutto e mi lasciava fare. Anzi, occorrendomi qualche cosa me la
somministrava assai volentieri»160.
Nel capitolo successivo la madre acquista un ruolo più centrale e il tono del discorso
assume sfumature più intime. La prima comunione del figlio la vede impegnata con
particolare cura, sia nella preparazione remota – «Si adoperò Ella stessa a prepararmi come
meglio poteva e sapeva. Lungo la quaresima mi inviò ogni giorno al catechismo»161 –, sia
nello sforzo di creare condizioni ambientali ed interiori adatte alla retta comprensione e
alla feconda ricezione del sacramento:
«In mezzo alla moltitudine era impossibile di evitare la dissipazione. Mia madre studiò di
assistermi più giorni; mi aveva condotto tre volte a confessarmi lungo la quaresima.
Giovanni mio, disse ripetutamente, Dio ti prepara un gran dono; ma procura prepararti bene,
di confessarti, di non tacer alcuna cosa in confessione. Confessa tutto, sii pentito di tutto, e
prometti a Dio di farti più buono in avvenire. Tutto promisi; se poi sia stato fedele, Dio lo
sa»162.
Il don Bosco narratore e pedagogo carica l’evento di un significato polivalente. Rito
socio-religioso di iniziazione e di passaggio, circostanza favorevole per l’acquisizione
sistematica delle conoscenze necessarie ad una fede cristiana illuminata, momento
privilegiato di formazione etica, la prima comunione viene presentata nella sua valenza
primaria di esperienza religiosa personale che favorisce l’adesione ai valori, conduce ad
una prima cosciente conversione del cuore e introduce ad una vita interiore più avvertita. Il
narratore mette in risalto la sapienza educativa della madre nel guidare alla cognizione
esatta del mistero eucaristico, nel predisporre il figlio ad una confessione che unisca
compunzione del cuore, rivelazione sincera della coscienza e promessa di miglioramento.
Soprattutto svela le strategie educative da lei inventate per creare il clima interiore idoneo e
rivestire l’evento di una solennità inusuale:
«A casa mi faceva pregare, leggere un buon libro, dandomi que' consigli che una madre
industriosa sa trovare opportuni pe' suoi figliuoli. Quel mattino non mi lasciò parlare con
nissuno, mi accompagnò alla sacra mensa e fece meco la preparazione ed il ringraziamento
[…]. In quella giornata non volle che mi occupassi in alcun lavoro materiale, ma tutta
l'adoperassi a leggere e a pregare. Fra le molte cose mia madre mi ripeté più volte queste
parole: O caro figlio, fu questo per te un gran giorno. Sono persuasa che Dio abbia
veramente preso possesso del tuo cuore. Ora promettigli di fare quanto puoi per conservarti
buono sino alla fine della vita. Per l’avvenire va sovente a comunicarti, ma guardati bene dal
fare dei sacrilegi. Di’ sempre tutto in confessione; sii sempre ubbidiente, va volentieri al
catechismo ed alle prediche; ma per amor del Signore fuggi come la peste coloro che fanno
cattivi discorsi. Ritenni e procurai di praticare gli avvisi della pia genitrice; e mi pare che da
quel giorno vi sia stato qualche miglioramento nella mia vita, specialmente nella ubbidienza
e nella sottomissione agli altri, al che provava prima grande ripugnanza, volendo sempre fare
i miei fanciulleschi riflessi a chi mi comandava o mi dava buoni consigli»163.
160
MO 42 (I, c. 1).
161
MO 38 (I, c. 2).
162
MO 39 (I, c. 2).
163
MO 43-44 (I, c. 2).
40
L’intensità del racconto è tale da restituire il clima di intimità tra madre e figlio e
insieme da mettere in evidenza aspetti cari alla pedagogia spirituale del Santo (lo fa
ripetendo due volte le raccomandazioni sulla confessione sincera, sul dolore e sulla
promessa). Ci si accorge che qui emerge un messaggio che va oltre la semplice memoria di
un lontana vicenda personale. Si trovano paralleli in altri testi di don Bosco, come nelle
vite di Domenico Savio e di Francesco Besucco: ma in esse l’attenzione del lettore è
orientata verso l’esemplarità dei ragazzi. Qui invece il racconto enfatizza il ruolo formativo
della madre, presentandola come emblema dell’accompagnamento personale e della guida
spirituale. Viene configurata una relazione educativa capace di stabilire, attraverso la
ragione, la religione e l’amorevolezza, un flusso comunicativo intenso che raggiunge
mente, cuore e coscienza del figlio. Dall’arte pedagogica si sconfina nella mistagogia
spirituale e nella testimonianza personale. Margherita emerge come icona di quel tipo di
pastorale familiare a cui si ispira il metodo formativo dell’Oratorio.
Subito dopo, con un’anticipazione cronologica significativa per comprendere l’intimo
legame che don Bosco instaura tra due distinti formatori e due diversi momenti di vita (un
fatto avvenuto nel 1829 viene inconsciamente collocato nel 1826), si descrive l’esito
dell’incontro con don Calosso, sua prima «guida stabile», «fedele amico dell’anima»: «Da
quell’epoca ho cominciato a gustare che cosa sia vita spirituale, giacché prima agiva
piuttosto materialmente e come macchina che fa una cosa, senza saperne la ragione»164.
Insomma, mentre il narratore delinea successivi passi di un cammino spirituale avvenuto in
stagioni diverse della propria vita, rivela anche i tratti dello stesso modello educativo e
pastorale, rappresentato ora nell’atteggiamento materno di Margherita, ora in quello
paterno di don Calosso, più oltre nelle figure dei suoi insegnanti, del confessore e degli
stessi compagni esemplari incontrati durante gli anni di Chieri.
La decade contiene anche altri riferimenti a Margherita, di minore forza narrativa, ma
sempre riconducibili alla sua missione educativa. In particolare va considerato il contesto
in cui si presenta la decisione di procedere alla divisione del patrimonio familiare. I dati
archivistici ci indurrebbero a spiegare il fatto con il raggiungimento della maggiore età da
parte di Antonio e il suo imminente matrimonio. Il racconto, invece, mette in primo piano
la preoccupazione materna di creare le condizioni idonee a favorire la vocazione di
Giovanni165. Anche in questo caso Margherita viene evocata come esempio dell’educatrice
ideale, preoccupata più della formazione delle persone che dei problemi economici e
burocratici da superare.
6.4.3. Formare alla responsabilità etica e all’ascesi
La seconda decade (1835-1845) è consacrata agli anni della formazione ecclesiastica
del protagonista, nel seminario di Chieri poi nel convitto ecclesiastico di Torino, e alle
prime esperienze oratoriale. Si apre con l’evocazione di uno dei momenti più “spirituali”
delle Memorie: il racconto della vestizione dell’abito ecclesiastico e della compilazione del
regolamento di vita.
164
MO 47 (I, c. 2).
165
MO 53 (I, c. 4).
41
Il capitolo successivo descrive Giovanni da pochi giorni vestito da chierico e pronto per
entrare in seminario. L’allegria riempie la casa: «i miei parenti erano tutti contenti; io più
di loro». Solo la madre appare pensierosa:
«La sera antecedente alla partenza Ella mi chiamò a sé e mi fece questo memorando
discorso: — Gioanni mio, tu hai vestito l’abito sacerdotale, io ne provo tutta la consolazione,
che una madre può provare per la fortuna di suo figlio. Ma ricordati che non è l’abito che
onora il tuo stato, è la pratica della virtù. Se mai tu venissi a dubitare di tua vocazione, ah per
carità! non disonorare questo abito. Deponilo tosto. Amo meglio di avere un povero
contadino, che un figlio prete trascurato ne’ suoi doveri. Quando sei venuto al mondo ti ho
consacrato alla Beata Vergine; quando hai cominciato i tuoi studi ti ho raccomandato la
divozione a questa nostra Madre; ora ti raccomando di esserle tutto suo: ama i compagni
divoti di Maria; e se diverrai sacerdote raccomanda a propaga mai sempre la divozione di
Maria»166.
Queste espressioni vanno collegate con quanto è stato narrato nelle pagine precedenti.
In esse incomincia ad affiorare l’ideale di prete che il protagonista farà proprio nel corso
della formazione, soprattutto alla scuola di san Giuseppe Cafasso (un pastore animato da
retta intenzione, raccolto, devoto, ascetico, proteso verso la santità, intrattenibile nello zelo
per la salvezza delle anime) e che don Bosco propone ai suoi discepoli, con quelle
accentuazioni e sfumature che derivano dalla specifica missione giovanile. La festa
popolare alla quale il prevosto lo ha condotto dopo la vestizione appare a Giovanni
sconveniente: «dopo più settimane di preparazione a quella sospirata giornata, trovarmi di
poi ad un pranzo in mezzo a gente di ogni condizione, di ogni sesso, colà radunata per
ridere, chiacchierare, mangiare, bere e divertirsi; gente che per lo più andava in cerca di
giuochi, balli e di partite di tutti i generi; quella gente quale società poteva mai formare con
uno, che al mattino dello stesso giorno aveva vestito l’abito di santità, per darsi tutto al
Signore?». Soprattutto «l’aver veduto preti a fare i buffoni in mezzo ai convitati pressoché
brilli di vino», gli aveva fatto esclamare: «Se mai sapessi di venire un prete come quelli,
amerei meglio deporre quest’abito e vivere da povero secolare, ma da buon cristiano»167.
La risposta del parroco è molto elusiva, quasi giustificatrice: «Il mondo è fatto così […]
bisogna prenderlo com’é». Non altrettanto l’intervento della madre. Ad essa è affidata la
ripresa dell’istanza presente nel disagio espresso del giovane chierico, per rinforzarne la
portata, offrendo l’orientamento di fondo del percorso formativo che egli sta per
intraprendere entrando in seminario. Margherita pare venir messa in scena unicamente con
il compito di fare da precursore, anticipando tratti dell’ideale di prete che saranno definiti
compiutamente più oltre, nella stessa decade, con l’introduzione del teologo Borel, «uno
dei più zelanti ministri del santuario»168 e dei tre stimolanti «modelli» e «luminari del clero
torinese» incontrati al Convitto, Luigi Guala, Giuseppe Cafasso e Felice Golzio169.
Il contesto storico in cui sono scritte le Memorie rimanda a una serie di preoccupazioni
più volte espresse da don Bosco in quegli anni, tra 1873 e 1875. Era angustiato nel
166
MO 90 (II, c. 2).
167
MO 88 (II, c. 1).
168
Cfr. MO 105-106 (II, c. 7).
169
Cfr. MO 117-119 (II, c. 11).
42
constatare, in alcuni dei discepoli più giovani un calo di tensione ideale e di ardore, il venir
meno della retta intenzione e di robuste motivazioni vocazionali, l’indebolimento della
tensione ascetica e dell’impegno virtuoso, uniti ad una deriva formalista e sentimentale
della devozione mariana.
Attraverso il discorso materno don Bosco mette in chiaro per i suoi lettori il significato
e l’orientamento del cammino formativo, lo riveste di una forte valenza etica ed ascetica.
La serietà e la solennità del messaggio è enfatizzata con l’evocazione della carica emotiva
del momento: «Nel terminare queste parole mia madre era commossa, io piangeva. Madre,
le risposi, vi ringrazio di tutto quello, che avete detto e fatto per me; queste vostre parole
non saranno dette invano e ne farò tesoro in tutta la mia vita»170.
A questo punto Margherita, discretamente, esce dalla scena del racconto. Tuttavia, una
lettura attenta delle settanta pagine successive ci mostra come il percorso interiore del
protagonista, lungo tutto il decennio, risulti chiaramente segnato dalle indicazioni della
madre.
6.4.4. La spiritualità dell’educatore cristiano
La terza decade inizia con quattro capitoli che narrano il nuovo corso dell’Oratorio,
dalla Pasqua 1846 (inaugurazione della tettoia-cappella Pinardi), alla convalescenza del
protagonista dopo la grave malattia che lo ha portato «all’estremo di vita». Poi col capitolo
quinto torna in primo piano la madre.
Siamo nell’autunno del 1846, il momento è delicato per il protagonista: «Passati alcuni
mesi in convalescenza in famiglia sembravami di poter fare ritorno a’ miei amati figli […].
Ma dove prendere alloggio, essendo stato congedato dal Rifugio? Con quali mezzi
sostenere un’opera che diveniva ogni giorno più laboriosa e dispendiosa? Di che avrei
potuto vivere io e le persone che meco erano indispensabili?»171.
In casa Pinardi si sono liberate alcune camere, ma non è prudente che un prete vi si
stabilisca da solo. Giovanni si rivolge alla madre: «Io dovrei andar ad abitare in Valdocco,
ma a motivo delle persone che occupano quella casa non posso prendere meco altra
persona che voi. Ella capì la forza delle mie parole e soggiunse tosto: Se ti pare tal cosa
piacere al Signore, io sono pronta a partire in sul momento»172.
Questa risposta mette in evidenza, al di là della situazione contingente, delle
convenienze e del servizio richiesto a Margherita, un chiaro messaggio spirituale. Nel
momento in cui la casa dell’Oratorio, da semplice sede di attività religiose, catechistiche,
scolastiche e ricreative, sta per trasformarsi in una comunità educativa e pastorale con
l’insediamento stabile di don Bosco e della madre, il narratore sposta l’attenzione su tre
atteggiamenti spirituali che motivano e orientano le scelte dei membri di tale comunità.
Il primo è costituito dalla disponibilità assoluta e pronta nel compiere la volontà di Dio
(il beneplacito di Dio, direbbe san Francesco di Sales), abbandonando la tranquillità di una
vita serena, senza tentennamenti e con spirito oblativo: «Mia madre faceva un grande
170
MO 90 (II, c. 2).
171
MO 174 (III, c. 5).
172
MO 174 (III, c. 5).
43
sacrificio; perciocché in famiglia, sebbene non fosse agiata, era tuttavia padrona di tutto,
amata da tutti, ed era considerata come la regina dei piccoli e degli adulti»173.
Il secondo atteggiamento consiste nel coraggioso affidamento alla Provvidenza, unito
alla relativizzazione dei beni materiali e alla loro finalizzazione pastorale e caritativa: «Ma
come vivere, che mangiare, come pagare i fitti e provvedere a molti fanciulli che ad ogni
momento dimandavano pane, calzamenta, abiti o camicie, senza cui non potevano recarsi
al lavoro? Avevamo fatto venire da casa un po’ di vino, di meliga, fagiuoli, grano e simili.
Per fare fronte alle prime spese avevo venduto qualche pezzo di campo ed una vigna»174.
Il terzo atteggiamento, il più radicale, che si innesta sul precedente e consiste nel
distacco dagli affetti umani, anche dai più sacri, è simbolicamente raffigurato nella scelta
di Margherita di sacrificare il corredo da sposa:
«Mia madre avevasi fatto portare il corredo sposalizio, che fino allora aveva gelosamente
conservato intero. Alcune sue vesti servirono a formare pianete, colla biancheria si fecero
degli amitti, dei purificatori, rocchetti, camici e delle tovaglie […]. La stessa mia madre
aveva qualche anello, una piccola collana d'oro, che tosto vendette per comperare galloni e
guarniture pei sacri paramentali»175.
Questa separazione da oggetti cari, memoria di una felicità lontana, segno di perenne
fedeltà e di immutato amore al marito defunto, finalizzata a rifornire la cappella
dell’Oratorio, acquista emblematicamente il significato della consacrazione incondizionata
di sé a servizio della missione oratoriana. È un distacco del cuore che (come appare dalla
dinamica interna del racconto) giunge ad attuare appieno la raccomandazione espressa dal
marito morente. Nella generosità gioiosa di Margherita, si compie la «confidenza in Dio»
finalmente in forma totale, avviene il perfetto affidamento. È un dono libero col quale si dà
un ordine definitivo agli affetti: così la «costernazione» per il lutto di un tempo e il «forte
pianto» che aveva accompagnato l’annuncio al figlioletto, «tu non hai più padre», si
trasformano ora in sorriso e in canto: «Una sera mia madre, che era sempre di buon umore,
mi cantava ridendo: Guai al mondo se ci sente / Forestieri senza niente»176.
Dunque, nella madre, che con gesto obbediente e con distacco gioioso dà una svolta
decisiva alla propria esistenza, orientandola al servizio nell’Oratorio, don Bosco delinea sia
l’ideale del cristiano, che è giunto ad integrare amore a Dio e amore al prossimo nella
piena disponibilità, sia il suo modello di educatore che tutto sacrifica con gioia, creatività e
realismo operativo mettendo in primo piano la missione educativa e i suoi giovani
destinatari.
6.4.5. La famiglia educativa: paternità e maternità
L’ultima scena in cui il narratore dà voce a Margherita è contenuta nel capitolo settimo
della terza decade. Con il trasferimento di don Bosco e della madre a Valdocco, l’Oratorio
va acquistando una conformazione definitiva: si sono regolarizzati i catechismi, le scuole
173
MO 174 (III, c. 5).
174
MO 175 (III, c. 5).
175
MO 175 (III, c. 5).
176
MO 175 (III, c. 5).
44
serali e festive, le funzioni religiose, le ricreazioni, le classi di musica; si è «compilato un
Regolamento»; si sono «stabilite le basi organiche per la disciplina e l’amministrazione»;
si è consolidata la pietà con la fondazione della Compagnia di san Luigi. Si è infine
ottenuta l’approvazione formale dell’Arcivescovo, che nel giorno di san Luigi del 1847
(sua festa onomastica) ha visitato l’Oratorio e vi ha celebrato la messa, amministrando il
sacramento della confermazione a un centinaio di giovani177.
Le misere condizioni di numerosi ragazzi invitano, tuttavia, ad andare oltre: «Molti
giovanetti torinesi e forestieri [erano] pieni di buon volere di darsi ad una vita morale e
laboriosa; ma invitati a cominciarla solevano rispondere non avere né pane, né vestito, né
alloggio ove ricoverarsi almeno per qualche tempo». Don Bosco adatta il fienile per il
temporaneo alloggio notturno dei casi più disperati; «ma gli uni ripetutamente portarono
via le lenzuola, altri le coperte, e infine la stessa paglia fu involata e venduta»178.
Evidentemente non è questo il sistema migliore. Quale strada imboccare, dunque? Il
racconto delle Memorie affida a Margherita l’iniziativa.
«Ora avvenne che una piovosa sera di maggio [del 1847] sul tardi si presentò un giovanetto
sui quindici anni tutto inzuppato dall’acqua. Egli dimandava pane e ricovero. Mia madre
l’accolse in cucina, l’avvicinò al fuoco e mentre si riscaldava e si asciugava gli abiti, diedegli
minestra e pane da ristorarsi.
Nello stesso tempo lo interrogai se era andato a scuola, se aveva parenti, e che mestiere
esercitava. Egli mi rispose: Io sono un povero orfano, venuto da Valle di Sesia per cercarmi
lavoro. Aveva meco tre franchi, i quali ho tutti consumati prima di poterne altri guadagnare e
adesso ho più niente e sono più di nessuno»179.
Queste ultime commoventi parole esprimono in modo eccellente il significato che don
Bosco attribuisce all’espressione «giovani poveri e abbandonati»: si tratta si povertà
economica, ma soprattutto di abbandono affettivo, disperata solitudine.
Il seguito del dialogo dettaglia la condizione desolante dell’orfanello: «dimando per
carità di poter passare la notte in qualche angolo di questa casa. Ciò detto si mise a
piangere; mia madre piangeva con lui, io era commosso». Don Bosco reagisce nella linea
della carità “assistenziale”, sempre prudente e condizionata: «Se sapessi che tu non sei un
ladro, cercherei di aggiustarti, ma altri mi portarono via una parte delle coperte e tu mi
porterai via l’altra». Margherita invece, emblema dell’amore educativo, della cura
sollecita, della concretezza e della fiducia in Dio, suggerisce il rimedio più adeguato. Come
un giorno lontano e drammatico aveva detto: «Nei casi estremi si debbono usare mezzi
estremi» ed era passata all’azione180, così ora:
«Se vuoi, ripigliò mia Madre, io l’accomoderò per questa notte e dimani Dio provvederà
[…]. La buona donna aiutata dall’orfanello uscì fuori, raccolse alcuni pezzi di mattoni, e con
essi fece in cucina quattro pilastrini, sopra cui adagiò alcuni assi, e vi soprapose un saccone,
preparando così il primo letto dell’Oratorio. La buona mia Madre fecegli di poi un
177
MO 177-180 (III, c. 6).
178
MO 180 (III, c. 7).
179
MO 180-181 (III, c. 7).
180
MO 32-33 (I, Dieci anni d’infanzia).
45
sermoncino sulla necessità del lavoro, della fedeltà e della religione. Infine lo invitò a
recitare le preghiere. Non le so, rispose. Le reciterai con noi, gli disse; e così fu. Affinché poi
ogni cosa fosse assicurata, venne chiusa a chiave la cucina né più si aprì fino al mattino»181.
Don Bosco, con quest’efficace quadro narrativo, riconduce a Margherita l’intuizione
della formula che segnerà in modo fecondo il futuro dell’opera salesiana. «Questo fu il
primo giovane del nostro Ospizio. A questo se ne aggiunse tosto un altro, e poi altri»182.
Nasce la “Casa annessa” all’Oratorio, la casa dei giovani. Ora l’Oratorio ha acquistato la
sua completezza. C’è una madre affettuosa che si prende cura, c’è un padre che si fa carico
dei problemi e c’è un figlio sottratto per sempre all’abbandono, che trova un tetto sotto cui
ripararsi, un focolare a cui scaldarsi, un pane di cui nutrirsi e soprattutto una famiglia
amorosa, accogliente ed educante.
Si è giunti così al termine di un cammino nelle cui tappe essenziali don Bosco ha
delineato il suo ideale educativo e pastorale. Ispirato ai modelli storici di Carlo Borromeo e
di Filippo Neri, imparentato con le esperienze contemporanee di don Cocchi e di altri,
condizionato dalle urgenze sociali e pastorali della Torino del tempo, il suo Oratorio
emerge come qualcosa di tipico e nuovo. Non solo luogo di iniziative educative e
formative o di funzioni religiose, ma comunità di educatori ispirati dalla fede e
“consacrati” ad una missione. Ben più di “casa che accoglie”, ma comunità di cuori, di
cure attente e personalizzate, di sane relazioni affettive, generate e continuamente
purificate dalla carità.
Ora, Margherita può rientrare definitivamente nell’ombra, assorbita dalle esigenze della
neonata famiglia oratoriana, alla quale dedicherà il resto dei suoi anni, fino alla morte. Ma
con lei anche il grande racconto pare aver esaurito la sua funzione. La trama e l’intrigo che
hanno retto la tensione delle Memorie, da questo punto in poi, si dissolvono. Il narratore
diventa cronista e, nei diciassette capitoli successivi, si limita a registrare eventi, iniziative,
sviluppi, a costruire piccoli quadretti narrativi, ma senza più quel coinvolgimento intimo e
spirituale che aveva connotato le pagine precedenti.
6.4.6. Conclusione
Ci siamo accostati alla figura di mamma Margherita così come è presentata da don
Bosco nelle Memorie dell’Oratorio, come esempio di una lettura interpretativa incentrata
su un personaggio. Valorizzando i suggerimenti offerti dalla semiotica dei testi narrativi,
abbiamo cercato di non estrapolare la sua raffigurazione dall’architettura narrativa del
testo. Ci premeva rispettare l’intenzione generale che ha mosso l’autore nel momento della
scrittura e scoprire le strategie da lui messe in atto per dipanare il discorso di fondo. Così
l’immagine di Margherita ci è apparsa inseparabile sia dal contesto in cui don Bosco ha
prodotto il testo delle Memorie sia dai suoi quadri mentali, dalla sua sensibilità spirituale,
dalla visione che egli ha della propria missione.
Va aggiunto, tuttavia, che se don Bosco in questo racconto affida alla madre compiti
rappresentativi ben definiti di un modello ideale di educatore-pastore, questo certamente
non è solo un artificio retorico. Se la madre raccontata nelle Memorie impersona di fatto
181
MO 181-182 (III, c. 7).
182
MO 182 (III, c. 7).
46
alcuni tratti spirituali qualificanti del modello pastorale salesiano e aspetti chiave della
metodologia educativa dell’Oratorio, probabilmente è perché don Bosco ne ha riconosciuto
in lei l’origine.
Nelle Memorie, insomma, egli offre, nello stesso tempo, una riflessione sulla storia
dell’Oratorio e sul cammino vocazionale percorso, un modello educativo-pastorale e una
“spiritualità” per i discepoli, ma anche, nel caso di Margherita, un bilancio della vita e
della missione di sua madre, riconoscendole un ruolo decisivo nei propri percorsi formativi
e un contributo importante per la connotazione identitaria e la metodologia educativa e
spirituale del nascente Oratorio. Lo stesso discorso si potrebbe fare con alcuni altri
personaggi: don Calosso, Luigi Comollo, don Cafasso e il teologo Borel.
47
MEMORIE DELL’ORATORIO
DAL 1815 AL 18351
1
Questo è il titolo del primo dei tre quaderni sui quali Don Bosco scrisse le Memorie. Il quaderno
comprende la narrazione degli eventi tra la nascita dell’Autore e la vestizione dell’abito ecclesiastico,
avvenuta appunto nel 1835, anno in cui egli concluse le scuole superiori.
48
Memorie per l'Oratorio e per la Congregazione Salesiana
Più volte fui esortato di mandare agli scritti le memorie concernenti l’Oratorio di S.
Francesco di Sales, e sebbene non potessi rifiutarmi all’autorità di chi mi consigliava,
tuttavia non ho mai potuto risolvermi ad occuparmene specialmente perché doveva troppo
sovente parlare di me stesso.2 Ora si aggiunse il comando di persona di somma autorità, cui
non è permesso di porre indugio di sorta,3 perciò mi fo qui ad esporre le cose minute
confidenziali che possono servire di lume o tornar di utilità a quella istituzione che la
divina Provvidenza si degnò affidare alla Società di S. Francesco di Sales. Debbo anzi tutto
premettere che io scrivo pei miei carissimi figli Salesiani con proibizione di dare
pubblicità a queste cose sia prima sia dopo la mia morte.4
A che dunque potrà servire questo lavoro? Servirà di norma a superar le difficoltà
future, prendendo lezione dal passato; servirà a far conoscere come Dio abbia egli stesso
guidato ogni cosa in ogni tempo; servirà ai miei figli di ameno trattenimento, quando
potranno leggere le cose cui prese parte il loro padre, e le leggeranno assai più volentieri
quando, chiamato da Dio a rendere conto delle mie azioni, non sarò più tra loro.
Avvenendo d'incontrare fatti esposti forse con troppa compiacenza e forse con
apparenza di vanagloria, datemene compatimento. È un padre che gode di parlare delle
cose sue a' suoi amati figli, i quali godono pure nel sapere le piccole avventure di chi li ha
cotanto amati, e che nelle cose piccole e grandi si è sempre adoperato di operare a loro
vantaggio spirituale e temporale.
2
La reticenza a scrivere di se stesso è manifestata più volte da Don Bosco, per esempio nell’introduzione
alla biografia dell’allievo Domenico Savio, pubblicata nel 1859, in cui esprime il disagio di «dover più volte
parlare di me, perciocché essendo questo giovane vissuto circa tre anni in questa casa mi tocca sovente
riferire cose, di cui ho avuto parte […] Se troverete qualche fatto, ove io parli di me con qualche
compiacenza, attribuitela al grande affetto che io portava all’amico defunto e che porto a tutti voi; il quale
affetto mi fa aprire a voi l’intimo del mio cuore, come farebbe un padre che parla a’ suoi amati figliuoli»
(Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales. Torino: G.B. Paravia,
1859, p. 8). Nelle Memorie dell’Oratorio, le difficoltà a parlare di sé aumentano, trattandosi di raccontare la
storia di un’istituzione inscindibilmente collegata con la vita interiore dell’Autore. Questo fatto spiega perché
Don Bosco sia indotto a rivolgersi ai soli figli spirituali e a proibire la divulgazione dello scritto.
3
Autorità: il papa Pio IX che già nella prima udienza concessa a Don Bosco nel 1858 gli aveva
raccomandato di scrivere i fatti più importanti legati al sorgere della sua opera.
4
Per rispettare la volontà di Don Bosco, le Memorie rimasero documento riservato, al quale tuttavia
attinsero sia don Giovanni Bonetti per la compilazione dei Cinque lustri di storia dell’Oratorio Salesiano
fondato dal sacerdote D. Giovanni Bosco (Torino: Tipografia dell’Oratorio, 1892) sia don Giovanni Battista
Lemoyne per i primi due volumi delle Memorie Biografiche di Don Giovanni Bosco. Nel 1946 la Direzione
della Congregazione Salesiana ritenne giunto il momento di renderle di pubblico dominio e ne affidò
l’edizione a don Eugenio Ceria, il quale giustificò la pubblicazione con queste ragioni: «Oggi Don Bosco è
passato alla storia, alla grande storia, ed è pure entrato nel novero dei Santi» (Introduzione, in: San Giovanni
Bosco. Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855 (Torino: SEI, 1946), p. 3.
49
Io espongo queste memorie ripartite in decadi ossia in periodi di dieci anni, perché in
ogni tale spazio succedette un notabile e sensibile sviluppo della nostra istituzione.
Quando poi, o figli miei, leggerete queste memorie dopo la mia morte; ricordatevi che
avete avuto un padre affezionato; il quale prima di abbandonare il mondo ha lasciate queste
memorie come pegno della paterna affezione; e ricordandovene pregate Dio pel riposo
eterno dell'anima mia.
Dieci anni d'infanzia. Morte del genitore. Strettezze di famiglia. La madre
vedova
Il giorno consacrato a Maria Assunta in Cielo fu quello della mia nascita l’anno 18155
in Morialdo Borgata di Castelnuovo d'Asti.6 Il nome di mia madre era Margherita
Occhiena di Capriglio,7 Francesco quello di mio padre.8 Erano contadini, che col lavoro e
colla parsimonia si guadagnavano onestamente il pane della vita. Il mio buon padre quasi
unicamente col suo sudore procacciava sostentamento alla nonna9 settuagenaria, travagliata
da vari acciacchi; a tre fanciulli, di cui maggiore era Antonio, figlio del primo letto;10 il
secondo Giuseppe,11 il più giovane Gioanni, che sono io,12 più a due servitori di campagna.
Io non toccava ancora i due anni, quando Dio misericordioso ci colpì con grave
sciagura.13 L'amato genitore, pieno di robustezza, sul fiore della età, animatissimo per dare
educazione cristiana alla figliuolanza, un giorno, venuto dal lavoro a casa tutto molle di
5
Dal Registro dei Battesimi, conservato nella Parrocchia di sant’Andrea di Castelnuovo, risulta invece
che egli nacque il 16 agosto.
6
Castelnuovo d’Asti (oggi denominato “Castelnuovo Don Bosco”): comune della provincia di Asti, che
dista da Torino 25 km. Contava in quel tempo 3000 abitanti divisi tra il capoluogo, dove aveva sede la
parrocchia e l’amministrazione comunale, e quattro “borgate”, distanti circa 4 km. dal centro: Morialdo,
Bardella, Nevissano e Ranello. Ognuna di esse aveva una piccola chiesa. La casa in cui nacque Giovanni
Bosco si trovava nella regione Becchi e distava circa 2 km dalla cappella di Morialdo. Don Bosco scrive
“Murialdo” italianizzando la pronuncia dialettale.
7
Margherita Occhiena (1788-1856). Capriglio è un comune a circa 9 km da Castelnuovo. Margherita
sposò il vedovo Francesco Bosco il 6 giugno 1812.
8
Francesco Luigi Bosco (1784-1817).
9
Margherita Zucca, madre di Francesco (1752-1826).
10
Antonio Giuseppe Bosco (1808-1849), era figlio del primo matrimonio di Francesco con Margherita
Cagliero (1784-1811), avvenuto nel 1805.
11
Giuseppe Luigi Bosco (1813-1862).
12
Al battesimo gli vennero imposti i nomi Giovanni Melchior (quest’ultimo in onore del nonno materno
Melchior Occhiena, che gli fece anche da padrino).
13
La sensibilità religiosa contemporanea si trova a disagio di fronte a questa espressione, che attribuisce
ula sciagura alla “misericordia” di Dio. Spesso i traduttori hanno interpretato la frase in questo modo: «Dio
misericordioso permise che una grave sciagura ci colpisse». Noi preferiamo mantenere l’espressione usata da
Don Bosco, per rispettare la sua mentalità, per la quale tutto, anche la sofferenza, era visto e interpretato
nell’ottica della misericordia divina, che sa trarre dal male il bene e trasformare la croce in benedizione.
50
sudore incautamente andò nella sotterranea e fredda cantina. Per la traspirazione soppressa,
in sulla sera si manifestò una violenta febbre foriera di non leggera costipazione. Tornò
inutile ogni cura e fra pochi giorni si trovò all'estremo di vita. Munito di tutti i conforti
della religione raccomandando a mia madre la confidenza in Dio, cessava di vivere nella
buona età di anni 34, il 12 maggio 1817.
Non so che ne sia stato di me in quella luttuosa occorrenza; soltanto mi ricordo ed e il
primo fatto della vita di cui tengo memoria, che tutti uscivano dalla camera del defunto, ed
io ci voleva assolutamente rimanere. — Vieni, Giovanni, vieni meco, ripeteva l'addolorata
genitrice. — Se non viene papà, non ci voglio andare, risposi. —Povero figlio, ripiglio mia
madre, vieni meco, tu non hai più padre. — Ciò detto ruppe in forte pianto, mi prese per
mano e mi trasse altrove, mentre io piangeva perché Ella piangeva. Giacché in quella età
non poteva certamente comprendere quanto grande infortunio fosse la perdita del padre.
Questo fatto mise tutta la famiglia nella costernazione. Erano cinque persone da
mantenere; i raccolti dell'annata, unica nostra risorsa, andarono falliti per una terribile
siccità; i commestibili giunsero a prezzi favolosi. Il frumento si pagò fino a franchi 25
l’emina;14 il gran turco o la meliga franchi 16. Parecchi testimoni contemporanei mi
assicurano, che i mendicanti chiedevano con premura un po' di crusca da mettere nella
bollitura dei ceci o dei fagiuoli per farsene nutrimento. ni trovarono persone morte ne' prati
colla bocca piena d'erba, con cui avevano tentato di acquetare la rabbiosa fame.
Mia madre mi contò più volte, che diede alimento alla famiglia, finché ne ebbe; di poi
porse una somma di danaro ad un vicino, di nome Bernardo Cavallo, affinché andasse in
cerca di che nutrirsi. Quell'amico andò in vari mercati e non poté nulla provvedere anche a
prezzi esorbitanti. Giunse quegli dopo due giorni e giunse aspettatissimo in sulla sera; ma
all'annunzio che nulla aveva seco, se non danaro, il terrore invase la mente di tutti; giacché
in quel giorno avendo ognuno ricevuto scarsissimo nutrimento, temevansi funeste
conseguenze della fame in quella notte. Mia madre senza sgomentarsi andò dai vicini per
farsi imprestare qualche commestibile e non trovò chi fosse in grado di venirle in aiuto.
Mio marito, prese a parlare, morendo dissemi di avere confidenza in Dio. Venite adunque,
inginocchiamoci e preghiamo. — Dopo breve preghiera si alzò e disse: — Nei casi estremi
si devono usare mezzi estremi. — Quindi coll’aiuto del nominato Cavallo andò alla stalla,
uccise un vitello e facendone cuocere una parte con tutta fretta poté con quella sfamare la
sfinita famiglia.15 Pei giorni seguenti si poté poi provvedere con cereali, che, a carissimo
prezzo, poterono farsi venire di lontani paesi.
14
Emina: antica misura piemontese per cereali, equivaleva a 23 litri circa. Il costo ufficiale di un’emina di
frumento nel dicembre 1817 era di 6,64 lire piemontesi (o franchi, come popolarmente si continuava a dire
dai tempi dell’impero napoleonico), ma a causa della carestia i prezzi reali sul mercato erano triplicati. Per
farsi un’idea approssimativa del rincaro dei generi alimentari in quella grave crisi agricola, bisogna sapere
che un artigiano specializzato veniva pagato circa 1 lira al giorno e che, nell’inventario fatto alla morte di
Francesco Bosco, una vacca di 8 anni fu valutata 30 lire e una cavalla lire 35.
15
In quel tempo, nell’economia della famiglie contadine, il vitello era considerato un investimento
economico per il futuro. Veniva allevato fino a raggiungere un determinato peso e poi venduto. Ucciderlo
prima del momento significava sprecare una risorsa rendendo più insicuro il futuro.
51
Ognuno può immaginare quanto abbia dovuto soffrire e faticare mia madre in quella
calamitosa annata. Ma con un lavoro indefesso, con una economia costante, con una
speculazione nelle cose più minute, e con qualche aiuto veramente provvidenziale si poté
passare quella crisi annonaria. Questi fatti mi furono più volte raccontati da mia Madre e
confermati dai vicini parenti ed amici.
Passata quella terribile penuria, e ritornate le cose domestiche in migliore stato, venne
fatta proposta di un convenientissimo collocamento a mia Madre;16 ma Ella rispose
tostamente: — Dio mi ha dato un marito e me lo ha tolto; morendo egli mi affidò tre figli,
ed io sarei madre crudele, se li abbandonassi nel momento in cui hanno maggior bisogno di
me. — Le fu replicato che i suoi figli sarebbero stati affidati ad un buon tutore, che ne
avrebbe avuto grande cura. — Il tutore, rispose la generosa donna, è un amico, io sono la
madre de' miei figli; non li abbandonerò giammai, quando anche mi si volesse dare tutto
l'oro del mondo.
Sua massima cura fu di istruire i suoi figli nella religione, avviarli all'ubbidienza ed
occuparli in cose compatibili a quella età. Finché era piccolino mi insegnò Ella stessa le
preghiere; appena divenuto capace di associarmi co' miei fratelli, mi faceva mettere con
loro ginocchioni mattino e sera e tutti insieme recitavamo le preghiere in comune colla
terza parte del Rosario. Mi ricordo che Ella stessa mi preparò alla prima confessione, mi
accompagnò in chiesa; cominciò a confessarsi ella stessa, mi raccomandò, al confessore,
dopo mi aiuto a fare il ringraziamento. Ella continuò a prestarmi tale assistenza fino a tanto
che mi giudicò capace di fare degnamente da solo la confessione.
Intanto io era giunto al nono anno di età; mia madre desiderava di mandarmi a scuola,
ma era assai impacciato, per la distanza, giacché dal paese di Castelnuovo eravi la distanza
di cinque chilometri. Recarmi in collegio si opponeva il fratello Antonio.17 Si prese un
temperamento. Il tempo d'inverno frequentava la scuola del vicino paesello di Capriglio,
dove potei imparare gli elementi di lettura e scrittura. Il mio maestro era un sacerdote di
molta pietà a nome Giuseppe Lacqua,18 il quale mi usò molti riguardi, occupandosi assai
volentieri della mia istruzione e più ancora della mia educazione cristiana. Nell'estate poi
appagava mio fratello lavorando la campagna.
16
Nel contesto socio-culturale e nella prassi giuridico patrimoniale piemontese del tempo, quando una
vedova si risposava, non portava con sé nella nuova famiglia ì figli avuti dal primo marito: essi venivano
affidati a un tutore appartenete alla famiglia del loro padre. Margherita preferisce rinunciare a un nuovo
vantaggioso matrimonio e vivere nell’incertezza economica, ma educare personalmente i figli piuttosto che
affidarli ad altri. Diversa era la condizione dell’uomo vedovo, il quale invece, come capo famiglia, teneva
con sé il figli in caso di nuovo matrimonio (così aveva fatto Francesco Bosco con il figlio Antonio).
17
Collegio: termine usato per indicare la pubblica scuola. Nella seconda parte dell’Ottocento in Italia il
termine passò ad indicare prevalentemente i Collegi-Convitti, cioè quelle scuole in cui gli allievi, provenienti
dai villaggi lontani, abitavano in comunità lungo tutto il corso dell’anno scolastico. Il fratello Antonio si
opponeva allo studio di Giovanni a causa della povertà della famiglia.
18
Giuseppe Lacqua (1764-1847). Nel manoscritto originale Don Bosco scrive “Delacqua”, italianizzando
la pronuncia piemontese di questo cognome. La maggior parte dei maestri elementari e dei professori di
scuola superiore nello Stato Sabaudo fino a metà del secolo XIX era costituita da sacerdoti, che accanto
all’insegnamento assumevano anche l’impegno pastorale come vicecurati parrocchiali o cappellani nelle
chiese dei villaggi.
52
Un sogno
A quell’età ho fatto un sogno, che mi rimase profondamente impresso nella mente per
tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa in un cortile assai spazioso, dove
stava raccolta una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri
giuocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato
in mezzo di loro adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento apparve un
uomo venerando in virile età nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la
persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non poteva rimirarlo. Egli mi chiamò
per nome e mi ordinò di pormi alla testa di que' fanciulli aggiugnendo queste parole:
— Non colle percosse ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi
tuoi amici. Mettiti adunque immediatamente a fare loro un'istruzione sulla bruttezza del
peccato e sulla preziosità della virtù.
Confuso e spaventato soggiunsi che io era un povero ed ignorante fanciullo incapace di
parlare di religione a que’ giovanetti. In quel momento que' ragazzi cessando dalle risse,
dagli schiamazzi e dalle bestemmie, si raccolsero tutti intorno a colui, che parlava.
Quasi senza sapere che mi dicessi, — Chi siete voi, soggiunsi, che mi comandate cosa
impossibile?
— Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili
coll’ubbidienza e coll’acquisto della scienza.
— Dove, con quali mezzi potrò acquistare la scienza?
— Io ti darò la maestra sotto alla cui disciplina puoi diventare sapiente, e senza cui ogni
sapienza diviene stoltezza.
— Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?
— Io sono il figlio di colei, che tua madre ti ammaestrò di salutar tre volte al giorno.19
— Mia madre mi dice di non associarmi con quelli che non conosco, senza suo
permesso; perciò ditemi il vostro nome.
— Il mio nome dimandalo a Mia Madre.
In quel momento vidi accanto di lui una donna di maestoso aspetto, vestita di un manto,
che risplendeva da tutte parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella.
Scorgendomi ognor più confuso nelle mie dimande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a
Lei, che presomi con bontà per mano, e guarda, mi disse. Guardando mi accorsi che quei
fanciulli erano tutti fuggiti, ed in loro vece vidi una moltitudine di capretti, di cani, di gatti,
orsi e di parecchi altri animali.
19
Qui si fa riferimento alla preghiera dell’Angelus che nella prassi della Chiesa cattolica viene recitata tre
volte al giorno, all’alba, a mezzodì e al tramonto, per ricordare l’annuncio dell’Angelo a Maria e
l’incarnazione del Verbo.
53
— Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte, robusto; e ciò che
in questo momento vedi succedere di questi animali, tu dovrai farlo pei figli miei.
Volsi allora lo sguardo ed ecco invece di animali feroci apparvero altrettanti mansueti
agnelli, che tutti saltellando correvano attorno belando come per fare festa a quell'uomo e
a quella signora.
A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai quello a voler parlare in
modo da capire, perciocché io non sapeva quale cosa si volesse significare.
Allora Ella mi pose la mano sul capo dicendomi:
— A suo tempo tutto comprenderai.
Ciò detto un rumore mi svegliò.
Io rimasi sbalordito. Sembravami di avere le mani che facessero male pei pugni che
aveva dato, che la faccia mi duolesse per gli schiaffi ricevuti; di poi quel personaggio,
quella donna, le cose dette e le cose udite mi occuparono talmente la mente, che per quella
notte non mi fu possibile prendere sonno.
Al mattino ho tosto con premura raccontato quel sogno prima a’ miei fratelli, che si
misero a ridere, poi a mia madre ed alla nonna. Ognuno dava al medesimo la sua
interpretazione.
Il fratello Giuseppe diceva: — Tu diventerai guardiano di capre, di pecore o di altri
animali.
Mia madre: — Chi sa che non abbi a diventar prete.
Antonio con secco accento: — Forse sarai capo di briganti.
Ma la nonna, che sapeva assai di teologia, era del tutto inalfabeta, diede sentenza
definitiva dicendo: — Non bisogna badare ai sogni.
Io era del parere di mia nonna, tuttavia non mi fu mai possibile di togliermi quel sogno
dalla mente. Le cose che esporrò io appresso daranno a ciò qualche significato. Io ho
sempre taciuto ogni cosa; i miei parenti non ne fecero caso. Ma quando, nel 1858, andai a
Roma per trattar col Papa della congregazione salesiana, egli si fece minutamente
raccontare tutte le cose che avessero anche solo apparenza di soprannaturali. Raccontai
allora per la prima volta il sogno fatto in età di nove in dieci anni. Il Papa mi comandò di
scriverlo nel suo senso letterale, minuto e lasciarlo per incoraggiamento ai figli della
congregazione, che formava lo scopo di quella gita a Roma.20
20
Don Bosco visitò Roma la prima volta tra il 21 febbraio e il 14 aprile 1858. Fu ricevuto in udienza
privata dal papa a più riprese: martedì 9, domenica 21 (o martedì 23) marzo e martedì 6 aprile. In queste
occasioni si creò una grande intesa umana e spirituale tra Pio IX e il prete torinese. Don Bosco presentò la
sua esperienza pastorale e il suo progetto di “Società di san Francesco di Sales” a favore dei giovani,
evidenziando i segni “soprannaturali” che accompagnavano la sua opera. Fu incoraggiato dal pontefice a
consolidarla ed espanderla come Congregazione religiosa con voti. Nel corso di tutto il suo lungo pontificato
(1846–1878) Pio IX svolse un’importante azione di sostegno a favore di nuove fondazioni religiose per il
rilancio pastorale e missionario della Chiesa e per la promozione dell’azione caritativa, assistenziale ed
educativa cattolica. Egli soprattutto diede impulso alla pietà eucaristica e mariana, valorizzò il sentimento
religioso, con particolare interesse per le manifestazioni straordinarie e i segni soprannaturali dell’azione di
54
Dio nella storia (cf Aubert, Roger. The Church in a Secularized Society. Vol. 5 of The Christian Centuries.
New York: Paulist Press, 1978, Chs. 1,3,4).
55
PRIMA DECADE 1825-1835
56
1. Primi trattenimenti coi fanciulli - Le prediche - Il saltimbanco – Le nidiate
Voi mi avete più volte dimandato a quale età abbia cominciato ad occuparmi dei
fanciulli. All'età di 10 anni io facevo quello che era compatibile alla mia età e che era una
specie di Oratorio festivo. Ascoltate: Era ancora piccolino assai e studiava già il carattere
dei compagni miei. E fissando taluno in faccia per lo più ne scorgeva i progetti che quello
aveva in cuore. Per questo in mezzo a' miei coetanei era molto amato e molto temuto.21
Ognuno mi voleva per giudice o per amico. Dal mio canto faceva del bene a chi poteva, ma
del male a nissuno. I compagni poi mi amavano assai, affinché in caso di rissa prendessi di
loro difesa. Perciocché sebbene fossi più piccolo di statura aveva forza e coraggio da
incutere timore ai compagni di assai maggiore età: a segno che nascendo brighe, quistioni,
risse di qualunque genere, io diveniva arbitro dei litiganti ed ognuno accettava di buon
grado la sentenza che fossi per proferire.
Ma ciò che li raccoglieva intorno a me, e li allettava fino alla follia, erano i racconti che
loro faceva. Gli esempi uditi nelle prediche o nei catechismi; la lettura dei Reali di
Francia, del Guerino Meschino, di Bertoldo, Bertoldino, mi somministravano molta
materia.22 Appena i miei compagni mi vedevano, correvano affollati per farsi esporre
qualche cosa da colui che a stento cominciava capire quello che leggeva. A costoro si
aggiunsero parecchi adulti, e talvolta nell'andare o venire da Castelnuovo; talora in un
campo, in un prato io era circondato da centinaia di persone accorse per ascoltare un
povero fanciullo, che fuori di un po' di memoria, era digiuno nella scienza, ma che tra loro
compariva un gran dottore. Monoculus rex in regno caecorum.23
Nelle stagioni invernali poi tutti mi volevano nella stalla per farsi raccontare qualche
storiella.24 Colà raccoglievasi gente di ogni età e condizione, e tutti godevano di poter
21
Negli scritti pedagogici Don Bosco usava il verbo temere nel senso di “portar rispetto e venerazione”.
Ad esempio, nell’edizione italiana del piccolo trattato sul suo sistema educativo leggiamo: «L’educatore tra
gli allievi cerchi di farsi amare, se vuol farsi temere», mentre in quella francese, fatta da lui stesso, è scritto:
«Le maître doit tâcher de se faire aimer par les élevès, s’il veut qu’on le respecte» (G. Bosco, Il sistema
preventivo nella educazione della gioventù. Introduzione e testi critici a cura di Pietro Braido (Roma: LAS,
1989), pp. 91 e 126.
22
Reali di Francia e Guerino Meschino: titoli di romanzi cavallereschi medievali francesi trascritti in
prosa italiana da Andrea da Barberino (1370-1431), divulgati e letti a livello popolare in Italia ancora per
tutto l’Ottocento. Bertoldo e Bertoldino: novelle di Giulio Cesare Croce (1550-1609). La prima (intitolata: Le
sottilissime astuzie di Bertoldo) raffigura un contadino deforme ma astuto, apprezzato dal re Alboino per la
sua intelligenza, nonostante la libertà con la quale egli si prende gioco del potere. La seconda (intitolata: Le
piacevoli e ridicolose semplicità di Bertoldino), tratta del figlio di lui Bertoldino, ma la situazione è
rovesciata: non si ride più dell’astuzia del plebeo, ma della sua sciocchezza.
23
Monoculus rex in regno caecorum (nel regno dei ciechi, l’uomo con un occhio solo diventa re):
espressione usata per dire che, tra gente ignorante, chi possiede anche poca cultura facilmente viene
considerato un persomaggio importante.
24
Nelle campagne piemontesi, durante il freddo inverno, i contadini usavano radunarsi alla sera nella
stalla più grande del villaggio, al caldo e al lume di lucerna, per trascorrere insieme alcune ore recitando il
rosario, facendo lavori manuali, raccontando notizie di giornata, raccontando favole e storie tradizionali.
Talvolta chi aveva frequentato la scuola leggeva ad alta voce le vite dei santi o libri di fantasia.
57
passare la serata di cinque ed anche sei ore ascoltando immobili il lettore dei Reali di
Francia, che il povero oratore esponeva ritto sopra una panca, affinché fosse da tutti udito
e veduto. Siccome però dicevasi che venivano ad ascoltare la predica, così prima e dopo i
miei racconti facevamo tutti il segno della santa Croce colla recita dell'Ave Maria. 1826.
Nella bella stagione, specialmente ne' giorni festivi si radunavano quelli del vicinato e
non pochi forestieri. Qui la cosa prendeva aspetto assai più serio. Io dava a tutti un
trattenimento con alcuni giuocarelli che io stesso aveva da altri imparato. Spesso sui
mercati e sulle fiere vi erano ciarlatani e saltimbanchi, che io andava a vedere. Osservando
attentamente ogni più piccola loro prodezza, me ne andava di poi a casa e mi esercitava
fino a tanto che avessi imparato a fare altrettanto. Immaginatevi le scosse, gli urti, gli
stramazzoni, i capitomboli cui ad ogni momento andava soggetto. Pure lo credereste? Ad
undici anni io faceva i giuochi dei bussolotti, il salto mortale, la rondinella, camminava
sulle mani, camminava, saltava e danzava sulla corda, come un saltimbanco di professione.
Da quello che si faceva un giorno festivo comprenderete quanto io faceva negli altri.
Ai Becchi avvi un prato, dove allora esistevano diverse piante, di cui tuttora sussiste un
pero martinello,25 che in quel tempo mi era di molto aiuto. A questo albero attaccava una
fune, che andava a rannodarsi ad un altro a qualche distanza; di poi un tavolino colla
bisaccia; indi un tappeto a terra per farvi sopra i salti. Quando ogni cosa era preparata ed
ognuno stava ansioso di ammirare novità, allora li invitava tutti a recitare la terza parte del
Rosario, dopo cui si cantava una lode sacra. Finito questo montava sopra una sedia, faceva
la predica, o meglio ripeteva quanto mi ricordava della spiegazione del vangelo udita al
mattino in chiesa; oppure raccontava fatti od esempi uditi o letti in qualche libro.
Terminata la predica si faceva breve preghiera, e tosto si dava principio ai trattenimenti. In
quel momento voi avreste veduto, come vi dissi, l’oratore divenire un ciarlatano di
professione. Fare la rondinella, il salto mortale, camminare sulle mani col corpo in alto; poi
cingermi la bisaccia, mangiare gli scudi per andarli a ripigliare sulla punta del naso
dell'uno o dell'altro; poi moltiplicare le palle, le uova, cangiare l’acqua in vino, uccidere e
fare in pezzi un pollo e poi farlo risuscitare e cantare meglio di prima, erano gli ordinarii
trattenimenti. Sulla corda poi camminava come per un sentiero; saltava, danzava, mi
appendeva ora per un piede, ora per due; talora con ambe le mani, talora con una sola.
Dopo alcune ore di questa ricreazione quando io era ben stanco, cessava ogni trastullo,
facevasi breve preghiera ed ognuno se ne andava pe’ fatti suoi.
Da queste radunanze erano esclusi tutti quelli che avessero bestemmiato, fatto cattivi
discorsi, o avessero rifiutato di prendere parte alle pratiche religiose.
Qui voi mi farete una dimanda: Per andare alle fiere, ai mercati, ad assistere i ciarlatani,
provvedere quanto occorreva per quei divertimenti, erano necessarii danari, e questi dove
si prendevano? A questo io poteva provvedere in più modi. Tutti i soldi che mia madre od
altri mi davano per minuti piaceri o per ghiottoneria; le piccole mancie, i regali, tutto era
posto in serbo per questo bisogno. Di più io era peritissimo ad uccellare colla trappola,
colla gabbia, col vischio, coi lacci; pratichissimo delle nidiate. Fatta raccolta sufficiente di
25
Pero martinello: nome dialettale di una varietà di pera (Martin sec) tipica del Piemonte e della Francia,
i cui frutti, di piccola misura, si raccolgono in novembre e si mangiano cotti nel vino con zucchero o miele.
58
questi oggetti io sapeva venderli assai bene. I funghi, l'erba tintoria,26 il trebbio27 erano
eziandio per me sorgente di danaro.
Voi qui mi dimanderete: E la madre mia era contenta che tenessi una vita cotanto
dissipata e spendessi il tempo a fare il ciarlatano? Vi dirò che mia madre mi voleva molto
bene; ed io le aveva confidenza illimitata, e senza il suo consenso non avrei mosso un
piede. Ella sapeva tutto, osservava tutto e mi lasciava fare. Anzi, occorrendomi qualche
cosa me la somministrava assai volentieri. Gli stessi miei compagni e in generale tutti gli
spettatori mi davano con piacere quanto mi fosse stato necessario per procacciare loro
quegli ambiti passatempi.
2. Prima comunione - Predica della Missione - Don Calosso - Scuola di
Morialdo
Io era all'età di anni undici quando fui ammesso alla prima comunione. Sapevo tutto il
piccolo catechismo, ma per lo più niuno era ammesso alla comunione se non ai dodici
anni. Io poi per la lontananza dalla chiesa, era sconosciuto al parroco, e doveva quasi
esclusivamente limitarmi alla istruzione religiosa della buona genitrice. Desiderando però
di non lasciarmi andare più avanti nell’età senza farmi praticare quel grande atto di nostra
santa religione, si adoperò Ella stessa a prepararmi come meglio poteva e sapeva. Lungo la
quaresima mi inviò ogni giorno al catechismo, di poi fui esaminato, promosso e si era
fissato il giorno in cui tutti i fanciulli dovevano fare Pasqua.28
In mezzo alla moltitudine era impossibile di evitare la dissipazione. Mia madre studiò di
assistermi più giorni; mi aveva condotto tre volte a confessarmi lungo la quaresima.
Giovanni mio, disse ripetutamente, Dio ti prepara un gran dono; ma procura prepararti
bene, di confessarti, di non tacer alcuna cosa in confessione. Confessa tutto, sii pentito di
tutto, e prometti a Dio di farti più buono in avvenire. Tutto promisi; se poi sia stato fedele,
Dio lo sa. A casa mi faceva pregare, leggere un buon libro, dandomi que' consigli che una
madre industriosa sa trovare opportuni pe' suoi figliuoli.
26
Erba tintoria: nome dato popolarmente al guado (latino: isatis tinctoria), piccolo arbusto le cui foglie
venivano usate nella vicina città di Chieri per la tintura dei tessuti.
27
Trebbio: parola dialettale per indicare una varietà di erica (latino: erica scoparia), che serviva per fare
piccole scope o spazzole per la strigliatura dei cavalli.
28
Il parroco di Castelnuovo nel 1825, in una relazione al vescovo, scriveva: «Il catechismo ai ragazzi si fa
non solamente nei giorni festivi, ma anche in tutti i dì della quaresima, principiando dalla prima settimana
sino a quella di Passione, per così prepararli alla confessione e comunione pasquale, alla quale comunione
comunemente si principia ad ammettere i figli e le figlie all'età di 12 anni, scorgendosi però in essi una tal
quale capacità e sodezza». Coloro che erano ammessi alla prima comunione si accostavano al sacramento
durante il periodo pasquale.
59
Quel mattino non mi lasciò parlare con nissuno, mi accompagnò alla sacra mensa e fece
meco la preparazione ed il ringraziamento, che il Vicario Foraneo, di nome Sismondo,29
con molto zelo faceva a tutti con voce alta ed alternata. In quella giornata non volle che mi
occupassi in alcun lavoro materiale, ma tutta l'adoperassi a leggere e a pregare. Fra le
molte cose mia madre mi ripeté più volte queste parole: O caro figlio, fu questo per te un
gran giorno. Sono persuasa che Dio abbia veramente preso possesso del tuo cuore. Ora
promettigli di fare quanto puoi per conservarti buono sino alla fine della vita. Per l'avvenire
va sovente a comunicarti, ma guardati bene dal fare dei sacrilegi. Di' sempre tutto in
confessione; sii sempre ubbidiente, va volentieri al catechismo ed alle prediche; ma per
amor del Signore fuggi come la peste coloro che fanno cattivi discorsi.
Ritenni e procurai di praticare gli avvisi della pia genitrice; e mi pare che da quel giorno
vi sia stato qualche miglioramento nella mia vita, specialmente nella ubbidienza e nella
sottomissione agli altri, al che provava prima grande ripugnanza, volendo sempre fare i
miei fanciulleschi riflessi a chi mi comandava o mi dava buoni consigli.
Una cosa che mi dava grave pensiero era il difetto di una chiesa o cappella dove andare
a cantare, a pregare co' miei compagni. Per ascoltare una predica oppure un catechismo,
bisognava fare la via di circa dieci chilometri, tra andata e ritorno, o a Castelnuovo o nel
paese vicino di Buttigliera.30 Questo era il motivo per cui si veniva volentieri ad ascoltare
le prediche del saltimbanco.
In quell'anno (1826) una solenne missione che ebbe luogo nel paese di Buttigliera, mi
porse opportunità di ascoltare parecchie prediche.31 La rinomanza dei predicatori traeva
gente da tutte parti. Io pure ci andava con molti altri. Fatta una istruzione ed una
meditazione in sulla sera, lasciavansi liberi gli uditori di recarsi alle case loro.
Una di quelle sere di aprile, mi recava a casa in mezzo alla moltitudine, e tra noi eravi
un certo Don Calosso di Chieri,32 uomo assai pio, il quale sebbene curvo dagli anni faceva
quel lungo tratto di via per recarsi ad ascoltare i missionari. Desso era cappellano di
Morialdo. Il vedere un fanciullo di piccola statura, col capo scoperto, capelli irti ed
inanellati camminare in gran silenzio in mezzo agli altri trasse sopra di me il suo sguardo e
prese a parlarmi così:
— Figlio mio, donde vieni? sei forse andato anche tu alla missione?
29
Giuseppe Sismondo (1771-1827), e fu parroco di Castelnuovo dal 1812 alla morte. “Vicario foraneo”:
era il titolo dato al parroco che aveva l’incarico di coordinare le parrocchie di una zona (Vicariato). La
diocesi di Torino in quel tempo contava 463400 abitanti; le parrocchie erano 242 suddivise in 27 Vicariati.
30
Buttigliera d’Asti: centro agricolo distante circa 4 km. da Castelnuovo e 5 km dai Becchi, contava circa
1600 abitanti.
31
Dovrebbe dire: 1829. Due furono i giubilei in quegli anni: uno nel 1826, l’altro nel 1829. Qui don
Bosco confonde uno con l’altro. Si trattava in realtà del giubileo del 1829, infatti don Calosso, di cui parlerà
fra poco, si trasferì a Morialdo come cappellano solo nel 1828. Nella diocesi di Torino tale giubileo si celebrò
tra il 5 e il 9 novembre 1829.
32
Giovanni Melchiorre Felice Calosso (1760-1830), nato a Chieri, laureato in Teologia all’Università di
Torino. Era stato parroco a Bruino (paese della diocesi di Torino, situato a 25 km dalla capitale ) tra 1791 e
1813. Cappellano di Morialdo tra 1828 e 1830.
60
— Si, signore, sono andato alla predica dei Missionari.
— Che cosa avrai tu mai potuto capire! Forse tua Mamma ti avrebbe fatta qualche
predica più opportuna, non è vero?
— È vero, mia Madre mi fa sovente delle buone prediche; ma vado anche assai
volentieri ad ascoltare quelle dei missionari e mi sembra di averle capite.
— Se tu sai dirmi quattro parole delle prediche di quest'oggi io ti do quattro soldi.
— Mi dica soltanto se desidera, che io le dica della prima o della seconda predica.
— Come più ti piace, purché tu mi dica quattro parole. Ti ricordi di che cosa si trattò
nella prima predica?
— Nella prima predica si parlò della necessita di darsi a Dio per tempo e non differire la
conversione.
— E che cosa fu detto in quella predica? soggiunse il venerando vecchio alquanto
maravigliato.
— Me ne ricordo assai bene e se vuole gliela recito tutta.
E senza altro attendere cominciai ad esporre l'esordio, poi i tre punti, cioè che colui il
quale differisce la sua conversione corre gran pericolo che gli manchi il tempo, la grazia o
la volontà.
Egli mi lasciò continuare per oltre mezz'ora in mezzo alla moltitudine; di poi si fece ad
interrogarmi così:
— Come è tuo nome, i tuoi parenti, hai fatto molte scuole?
— Il mio nome è Gioanni, mio padre morì quando io era ancor bambino. Mia madre è
vedova con cinque creature da mantenere. Ho imparato a leggere e un poco a scrivere.
— Non hai studiato il Donato o la gramatica?33
— Non so che cosa siano.
— Ameresti di studiare?
— Assai, assai.
— Che cosa ti impedisce?
— Mio fratello Antonio.
33
Donato: indicava, fin dall’antichità, la grammatica latina. Derivava dal nome di un autore latino attivo
nel IV secolo d.C., Elio Donato (che ebbe tra i suoi allievi a Roma anche san Girolamo), il quale scrisse due
trattati di grammatica, destinati a diventare il libro di testo su cui per secoli i giovani avrebbero imparato il
latino: un’Ars minor, più elementare, sulle otto parti del discorso, e un’Ars maior, per gli studi più avanzati di
stilistica e di metrica. Nelle scuole del Piemonte si usava il termine Donato per indicare la grammatica usata
nelle classi della Latinità inferiore. Probabilmente Giovanni Bosco si servì di: Donato ossia rudimenti di
lingua latina ed italiana. Torino: Stamperia Reale, 1815 (oppure l’edizione più recente: Donato accresciuto
di nuove aggiunte e diviso in due parti. Torino: Stamperia Reale, 1824). Quando invece si adoperava il
termine Grammatica si intendeva il testo delle classi superiori che, in Piemonte, era: Nuovo metodo per
apprendere agevolmente la lingua latina tratto dal francese … a uso delle scuole regie. Torino: Stamperia
Reale, 1817, 2 voll. (di cui era uscita una nuova edizione nel 1828).
61
— Perché Antonio non vuole lasciarti studiare?
— Perché non avendo egli voluto andare a scuola, dice che non vuole che altri perda
tempo a studiare come egli l'ha perduto, ma se io ci potessi andare, si che studierei e non
perderei tempo.
— Per qual motivo desidereresti studiare?
— Per abbracciare lo stato ecclesiastico.
— E per qual motivo vorresti abbracciare questo stato?
— Per avvicinarmi, parlare, istruire nella religione tanti miei compagni, che non sono
cattivi, ma diventano tali, perché niuno di loro ha cura.
Questo mio schietto e direi audace parlare fece grande impressione sopra quel santo
sacerdote, che mentre io parlava non mi tolse mai di dosso lo sguardo. Venuti intanto ad un
punto di strada, dove era mestieri separarci, mi lasciò con queste parole: Sta di buon
animo; io penserò a te e al tuo studio. Domenica vieni con tua Madre a vedermi e
conchiuderemo tutto.
La seguente domenica ci andai di fatto con mia Madre e si convenne, che egli stesso mi
avrebbe fatto scuola, una volta al giorno, impiegando il rimanente della giornata a lavorare
in campagna per appagare il fratello Antonio. Questi si contentò facilmente, perché ciò
dovevasi cominciare dopo l'estate, quando i lavori campestri non danno più gran pensiero.
Io mi sono tosto messo nelle mani di Don Calosso, che soltanto da alcuni mesi era
venuto a quella cappellania. Gli feci conoscere tutto me stesso. Ogni parola, ogni pensiero,
ogni azione eragli prontamente manifestata. Ciò gli piacque assai, perché in simile guisa
con fondamento potevami regolare nello spirituale e nel temporale.
Conobbi allora che voglia dire avere una guida stabile, di un fedele amico dell'anima, di
cui fino a quel tempo era stato privo. Fra le altre cose mi proibì tosto una penitenza, che io
era solito di fare, non adattata alla mia età e condizione. M'incoraggì a frequentar la
confessione e la comunione, e mi ammaestrò intorno al modo di fare ogni giorno una breve
meditazione o meglio un po' di lettura spirituale. Tutto il tempo che poteva nei giorni
festivi lo passava presso di lui. Ne' giorni feriali, per quanto poteva, andava servirgli la
santa Messa. Da quell'epoca ho cominciato a gustare che cosa sia vita spirituale, giacché
prima agiva piuttosto materialmente e come macchina che fa una cosa, senza saperne la
ragione.
Alla metà di settembre ho cominciato regolarmente lo studio della grammatica italiana,
che in breve ho potuto compiere e praticare con opportune composizioni. A Natale ho dato
mano al Donato, a Pasqua diedi principio alle traduzioni dal latino in italiano e
vicendevolmente. In tutto quel tempo non ho mai cessato dai soliti trattenimenti festivi nel
prato, o nella stalla d'inverno. Ogni fatto, ogni detto e posso dire ogni parola del maestro
serviva a trattenere i miei uditori.
Io mi reputava felice di essere giunto al compimento de' miei desiderii, quando nuova
tribolazione, anzi un grave infortunio troncò il filo delle mie speranze.
3. Lo studio e la zappa - Una cattiva ed una buona nuova - Morte di Don
Calosso
Fino a tanto che durò l'inverno e che i lavori contadineschi non richiedevano alcuna
premura il fratello Antonio mi dava tempo di applicarmi alle cose di scuola. Ma venuta la
62
primavera, cominciò a lagnarsi dicendo che esso doveva logorarsi la vita in pesanti fatiche
mentre io perdeva il tempo facendo il signorino. Dopo vive discussioni con me e con mia
madre, per conservare la pace in famiglia si conchiuse, che io sarei andato al mattino per
tempo a scuola e il rimanente del giorno avrei impiegato in lavori materiali. Ma come
studiare le lezioni? Come fare le traduzioni?
Ascoltate. L'andata ed il ritorno di scuola porgevami un po' di tempo a studiare. Giunto
poi a casa, prendeva la zappa da una mano, dall'altra la gramatica; e durante la strada
studiava Qui quae quod, qualora è messo etc.34 fino al luogo del lavoro; colà, dando un
compassionevole sguardo alla gramatica, mettevala in un angolo e mi accingeva a zappare,
a sarchiare o raccogliere erba cogli altri secondo il bisogno.
L'ora poi in cui gli altri solevano fare merenda io mi ritirava in disparte, e con una mano
teneva la pagnottella mangiando, coll'altra teneva il libro studiando. La medesima
operazione faceva ritornando a casa. L'ora del desinare, della cena, qualche furto al riposo
era l'unico tempo che mi rimaneva pe' miei doveri in iscritto.
Malgrado tanto lavoro e tanta buona volontà il fratello Antonio non era soddisfatto. Un
giorno con mia madre, di poi con mio fratello Giuseppe, in tono imperativo disse: — È
abbastanza fatto. Voglio finirla con questa gramatica. Io sono venuto grande e grosso e non
ho mai veduto questi libri. Dominato in quel momento dall'afflizione e dalla rabbia, risposi
quello che non avrei dovuto.
— Tu parli male, gli dissi; non sai che il nostro asino e più grosso di te e non andò mai a
scuola? Vuoi tu divenire simile a lui? A quelle parole saltò sulle furie, e soltanto colle
gambe, che mi servivano assai bene, potei fuggire e scampare da una pioggia di busse e di
scappellotti.
Mia madre era afflittissima; io piangevo; il cappellano addolorato. Quel degno ministro
di Dio informato dei guai avvenuti in mia famiglia, mi chiamò un giorno e mi disse: —
Gioanni mio, tu hai messo in me la tua confidenza, e non voglio che ciò sia invano. Lascia
adunque un fratello crudele e vieni con me ed avrai un padre amoroso.
Comunicai tosto a mia madre quella caritatevole profferta, e fu una festa in famiglia. Al
mese di aprile cominciai a fare vita col cappellano, andando soltanto la sera a casa per
dormire.
Niuno può immaginare la grande mia contentezza. Don Calosso per me era divenuto un
idolo. L'amava più che padre, pregava per lui, lo serviva volentieri in tutte le cose. Era poi
sommo piacere di faticare per lui, e direi dare la vita in cosa di suo gradimento. Io faceva
tanto progresso in un giorno col cappellano, quanto non avrei fatto a casa in una settimana.
Quell'uomo di Dio mi portava tanta affezione che più volte ebbe a dirmi: Non darti pena
pel tuo avvenire; finché vivrò, non ti lascierò mancare niente; se muoio ti provvederò
parimenti. Gli affari miei procedevano con indicibile prosperità: Io mi chiamava
34
Don Bosco cita l’inizio di una regola grammaticale che era formulata in rima, come allora si usava, per
facilitare l’apprendimento: «Qui, quae, quod qualora è messo / dopo il nome antecedente, / d’accopiarglisi
consente / sol nel numero, e nel sesso» (cf Nuovo metodo per apprendere agevolmente la lingua latina.Vol.
1, p. 484).
63
pienamente felice, né cosa alcuna rimanevami a desiderare, quando un disastro troncò il
corso a tutte le mie speranze.
Un mattino di aprile 182835 Don Calosso mi inviò presso a' miei parenti per una
commissione; era appena giunto a casa allorché una persona correndo ansante mi accenna
di correre immediatamente da Don Calosso, colpito da grave malanno, e, dimandava di me.
Non corsi, ma volai accanto al mio benefattore, che fatalmente trovai a letto senza parola.
Era stato assalito da un colpo apopletico. Mi conobbe; voleva parlare, ma non potéva più
articolare parola. Mi diede la chiave del danaro, facendo segno di non darla ad alcuno. Ma
dopo due giorni di agonia il povero Don Calosso mandava l'anima in seno al Creatore, con
lui moriva ogni mia speranza. Ho sempre pregato e finché avrò vita non mancherò di fare
ogni mattina preghiere per questo mio insigne benefattore.
Vennero gli eredi di Don Calosso, e loro consegnai chiave ed ogni altra cosa.
4. Don Cafasso - Incertezze - Divisione fraterna - Scuola di Castelnuovo
d'Asti - La musica - Il sarto
In quell'anno la divina provvidenza mi fece incontrare un novello benefattore: Don
Cafasso Giuseppe36 di Castelnuovo d'Asti.
Era la seconda Domenica di ottobre (1827) e dagli abitanti di Morialdo si festeggiava la
Maternità di Maria SS., che era la Solennità principale fra quegli abitanti. Ognuno era in
faccende per le cose di casa, o di chiesa, mentre altri erano spettatori o prendevano parte a
giuochi o a trastulli diversi.
Un solo io vidi lungi da ogni spettacolo; ed era un chierico, piccolo nella persona, occhi
scintillanti, aria affabile, volto angelico.37 Egli era appoggiato alla porta della Chiesa. Io ne
fui come rapito dal suo sembiante, e sebbene io toccassi soltanto l'età di dodici anni,
tuttavia mosso dal desiderio di parlargli, mi avvicinai e gli indirizzai queste parole: Signor
35
Dovrebbe dire «novembre 1830», Don Calosso infatti morì il 21 novembre 1830, come risulta dai
registri parrocchiali di Castelnuovo.
36
Giuseppe Cafasso (1811-1860): conterraneo di Don Bosco, sarà suo confessore e direttore spirituale.
Ordinato sacerdote a 22 anni, nel 1833, frequentò il Convitto Ecclesiastico di Torino per il perfezionamento
pastorale sotto la guida del teologo Luigi Guala, del quale divenne collaboratore e successore nella
formazione del giovane clero. Fu uomo di grande preghiera e di vita mortificata, tutto dedicato al suo
ministero. Apostolo instancabile nella predicazione, nella confessione e nella direzione spirituale, ebbe una
particolare sensibilità verso i poveri e i carcerati, che visitava frequentemente e aiutava economicamente.
Con grande coraggio e carità si dedicò a confortare i condannati a morte. Maestro di sacerdoti, ebbe un
influsso determinante sulla grande fioritura di santi che caratterizzò la chiesa piemontese tra XIX e XX
secolo. Dichiarato santo nel 1947, è stato proclamato patrono dei carcerati e dei condannati alla pena capitale.
Il Papa Pio XII, nell’esortazione Menti nostrae (1950), lo propose come modello dei sacerdoti che
«attendono alla santificazione dei Confratelli, come consiglieri o come confessori o come direttori spirituali».
Don Bosco scrive “Caffasso” italianizzando la pronuncia dialettale.
37
Giuseppe Cafasso aveva ricevuto l’abito chiericale nel luglio 1827, all’età di 16 anni.
64
abate, desiderate di vedere qualche spettacolo della nostra festa? Io vi condurrò di buon
grado ove desiderate.
Egli mi fe' grazioso cenno di avvicinarmi, e prese ad interrogarmi sulla mia età, sullo
studio, se io era già stato promosso alla Santa Comunione, con che frequenza andava a
confessarmi, ove andava al Catechismo e simili. Io rimasi come incantato a quelle
edificanti maniere di parlare; risposi volentieri ad ogni domanda; di poi quasi per
ringraziarlo della sua affabilità, ripetei l'offerta di accompagnarlo a visitare qualche
spettacolo o qualche novità.
Mio caro amico, egli ripigliò, gli spettacoli dei preti sono le funzioni di Chiesa; quanto
più esse sono divotamente celebrate, tanto più grati ci riescono i nostri spettacoli. Le nostre
novità sono le pratiche della religione che sono sempre nuove e perciò da frequentarsi con
assiduità; io attendo solo che si apra la Chiesa per poter entrare.
Mi feci animo a continuare il discorso, e soggiunsi: È vero quanto mi dite; ma v'è tempo
per tutto; tempo di andare in Chiesa, e tempo per ricrearci.
Egli si pose a ridere, e conchiuse con queste memorande parole, che furono come il
programma delle azioni di tutta la sua vita: Colui che abbraccia lo Stato Ecclesiastico si
vende al Signore; e di quanto avvi nel mondo, nulla deve più stargli a cuore se non quello
che può tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime.
Allora tutto maravigliato, volli sapere il nome di quel Chierico, le cui parole e il cui
contegno cotanto manifestavano lo Spirito del Signore. Seppi che egli era il chierico
Giuseppe Cafasso, studente del 1°. anno di Teologia, di cui più volte aveva già udito
parlare come di uno specchio di virtù.38
La morte di Don Calosso fu per me un disastro irreparabile. Io piangeva inconsolabile il
benefattore defunto. Se era sveglio pensava a lui, se dormiva sognava di lui, le cose
andarono tanto oltre, che mia madre, temendo di mia sanità, mandommi alcun tempo con
mio nonno39 in Capriglio.
A quel tempo feci altro sogno secondo il quale io era acremente biasimato perché aveva
riposta la mia speranza negli uomini e non nella bontà del Padre Celeste.
Intanto ero sempre accompagnato dal pensiero di progredire negli studi. Io vedeva
parecchi buoni preti che lavoravano nel sacro ministero, ma non poteva con loro contrarre
alcuna famigliarità.
Mi avvenne spesso di incontrare per via il mio prevosto col suo viceparroco.40 Li
salutava di lontano, più vicino faceva eziandio un inchino. Ma essi in modo grave e cortese
restituivano il saluto continuando il loro cammino. Più volte piangendo diceva tra me, ed
38
Il racconto dell’incontro con il chierico Cafasso è trascritto alla lettera da un testo già pubblicato da
Don Bosco: Biografia del sacerdote Giuseppe Caffasso esposta in due ragionamenti funebri. Torino:
Paravia, 1860, pp. 15-17.
39
Era il nonno materno, Melchior Occhiena (1752-1844).
40
Prevosto: titolo che in Piemonte veniva dato ai curati delle parrocchie. Prevosto di Castelnuovo era
Don Bartolomeo Dassano (1796-1854). I viceparroci erano due: Don Emanuele Virano (1797-1834), che
fungeva anche maestro comunale, e Don Nicolao Moglia (1755-1838).
65
anche con altri: Se io fossi prete, vorrei fare diversamente; vorrei avvicinarmi ai fanciulli,
vorrei dire loro delle buone parole, dare dei buoni consigli. Quanto sarei felice, se potessi
discorrere un poco col mio prevosto. Questo conforto l'ebbi con Don Calosso; che nol
possa più avere?
Mia madre scorgendomi tuttora afflitto per le difficoltà, che si frapponevano a' miei
studi, e disperando di ottenere il consenso di Antonio, che già oltrepassava i vent'anni,
deliberò di venire alla divisione dei beni paterni.41 Eravi grave difficoltà perocché io e
Giuseppe essendo minori di età, dovevansi compiere molte incombenze, e sottostare a
gravi spese. Nulla di meno si venne a quella deliberazione. Così la nostra famiglia fu
ridotta a mia madre, a mio fratello Giuseppe, che volle vivere meco indiviso.42 Mia nonna
era morta alcuni anni prima.43
È vero che con quella divisione mi si toglieva un macigno dallo stomaco, e mi si dava
piena libertà di proseguire gli studi; ma per ottemperare alle formalità delle leggi, ci
vollero più mesi, ed io potei soltanto andare alle pubbliche scuole44 di Castelnuovo circa al
Natale di quell'anno 1828, quando correva l'anno decimoterzo di mia età.45
Gli studi fatti in privato, l'entrare in una scuola pubblica con maestro nuovo, furono per
me uno sconcerto; che dovetti quasi cominciare la gramatica italiana per farmi poi strada
alla latina. Per qualche tempo andava da casa ogni giorno a scuola in paese, ma nel crudo
inverno mi era quasi impossibile. Tra due andate e due ritorni formavansi venti chilometri
di cammino al giorno. Fui pertanto messo in pensione con un onest'uomo di nome Roberto
Gioanni di professione sarto, e buon dilettante di canto gregoriano e di musica vocale. E
poiché la voce mi favoriva alquanto mi diedi con tutto cuore all'arte musicale e in pochi
mesi potei montare sull'orchestra e fare parti obbligate con buon successo. Di più
desiderando di occupare la ricreazione in qualche cosa, mi posi a cucire da sarto. In
brevissimo tempo divenni capace di fare i bottoni, gli orli, le cuciture semplici e doppie.
Appresi pure a tagliare le mutande, i corpetti, i calzoni, i farsetti; e mi pareva di essere
divenuto un valente capo sarto.
Il mio padrone mirandomi così progredire nel suo mestiere mi fece delle proposte assai
vantaggiose, affinché mi fermassi definitivamente con lui ad esercitarlo. Ma diverse erano
le mie vedute: desiderava di avanzarmi negli studi. Perciò mentre per evitare l'ozio mi
occupava di molte cose faceva ogni sforzo per raggiungere lo scopo principale.
41
La divisione del patrimonio familiare avvenne nel 1830. Antonio nel marzo 1831 si sposò e rimase ad
abitare nella casetta dei Becchi, mentre mamma Margherita e i suoi due figli si trasferirono nella cascina del
Sussambrino, collocata a metà strada tra i Becchi e Castelnuovo, dove Giuseppe lavorava come mezzadro.
Torneranno ad abitare ai Becchi nell’autunno del 1839, in una nuova casa costruita da Giuseppe.
42
Giuseppe si sposerà nel 1833.
43
Margherita Zucca era morta nel 1826.
44
In quel tempo le scuole di Castelnuovo erano divise in due sezioni: il biennio della scuola primaria, con
circa 70 allievi affidati ad un unico maestro, e il triennio detto “Latinità inferiore” (comprendente le classi di
Sesta, Quinta e Quarta) anche queste affidate ad un unico professore e frequentate da circa 50 allievi.
Giovanni Bosco viene iscritto alla classe Sesta.
45
Si deve correggere: dicembre 1830 (un paio di settimane dopo la morte di Don Calosso): Giovanni
aveva 15 anni.
66
In quell'anno ho incorso qualche pericolo dalla parte di alcuni compagni. Volevano
condurmi a giuocare in tempo di scuola, e siccome io adduceva la ragione di non aver
danaro, mi suggerirono il modo di farmene rubando al mio padrone; oppure a mia madre.
Un compagno per animarmi a ciò diceva: Mio caro, è tempo di svegliarti, bisogna imparare
a vivere nel mondo. Chi tiene gli occhi bendati non vede dove cammina. Orsù provvediti
del danaro e godrai anche tu i piaceri de' tuoi compagni.
Mi ricordo che ho fatto questa risposta: Io non posso comprendere ciò che volete dire;
ma dalle vostre parole sembra che mi vogliate consigliare a giuocare, a rubare. Ma tu non
dici ogni giorno nelle preghiere, settimo non rubare? E poi chi ruba è ladro e i ladri fanno
trista fine. Altronde mia madre mi vuole molto bene, e se le dimando danaro per cose lecite
me lo da, senza suo permesso non ho mai fatto niente, nemmeno voglio cominciare adesso
a disubbidirla. Se i tuoi compagni fanno questo mestiere sono perversi. Se poi nol fanno e
lo consigliano ad altri, sono bricconi e scellerati. Questo discorso andò dall'uno all'altro, e
niuno più osò farmi di quelle indegne proposte. Anzi questa risposta andò all'orecchio del
professore, che di poi mi divenne assai più affezionato; si seppe anche da molti parenti di
giovanetti signori, che perciò esortavano i loro figliuoli venissero meco. In questa guisa io
potei con facilità farmi una scelta di amici, che mi amavano, e mi ubbidivano come quelli
di Morialdo.
Le cose mie prendevano cosi ottima piega allorché novello incidente le venne a
disturbare. Il Sig. Don Virano,46 mio professore, fu nominato parroco di Mondonio diocesi
d'Asti. Laonde all'aprile di quell'anno 183047 l'amato nostro maestro andava al possesso
della sua parrocchia; ed era supplito da uno che, incapace di tenere la disciplina, mando
quasi al vento quanto nei precedenti mesi aveva imparato.48
5. Scuole di Chieri - Bontà dei professori - Le prime quattro classi di
grammatica
Dopo la perdita di tanto tempo finalmente fu presa la risoluzione di recarmi a Chieri49
ove applicarmi seriamente allo studio. Era l'anno 1830.50 Per chi e allevato tra boschi, e
appena ha veduto qualche paesello di provincia prova grande impressione di ogni piccola
46
Don Emanuele Virano (1789-1834), era professore e insieme coadiutore parrocchiale. Verrà nominato
parroco del vicino paese di Mondonio in quello stesso anno scolastico.
47
Si tratta del 1831.
48
Si trattava probabilmente del secondo coadiutore parrocchiale don Nicolao Moglia, che nel 1831 aveva
già 79 anni.
49
Chieri è un cittadina distante 16 km dalla capitale Torino, che in quel tempo aveva circa 10.000
abitanti. Vi erano le scuole elementari, il Collegio, con le classi di Latinità inferiore e Latinità Superiore, e il
biennio di Filosofia. Nel 1828 era stato aperto nella città il terzo Seminario Maggiore della diocesi di Torino
(con i corsi di Filosofia e Teologia).
50
Giovanni Bosco cominciò a frequentare le scuole di Chieri nell’autunno 1831. L’anno scolastico
iniziava nei primi giorni di novembre e si concludeva dopo la festa di san Luigi Gonzaga (21 giugno).
67
novità. La mia pensione era in casa di una compatriotta, Lucia Matta, vedova con un solo
figlio, che si recava in quella città per assisterlo e vegliarlo.51
La prima persona che conobbi fu il sacerdote Don Eustachio Valimberti52 di cara ed
onorata memoria. Egli mi diede molti buoni avvisi sul modo di tenermi lontano dai
pericoli; mi invitava a servirgli la messa, e ciò gli porgeva occasione di darmi sempre
qualche buon suggerimento. Egli stesso mi condusse dal prefetto delle scuole,53 mi pose in
conoscenza cogli altri miei professori. Siccome gli studi fatti fino allora erano un po' di
tutto, che riuscivano quasi a niente, così fui consigliato a mettermi nella sesta classe, che
oggidì corrisponderebbe alla classe preparatoria alla la Ginnasiale.54
Il maestro di allora, teologo Pugnetti,55 anch'esso di cara memoria, mi usò molta carità:
Mi accudiva nella scuola, mi invitava a casa sua e mosso a compassione dalla mia età e
dalla buona volontà nulla risparmiava di quanto poteva giovarmi.
Ma la mia età, e la mia corporatura mi faceva comparire come un alto pilastro in mezzo
ai piccoli compagni. Ansioso di togliermi da quella posizione, dopo due mesi di sesta
classe, avendone raggiunto il primo posto, venni ammesso all'esame e promosso alla classe
quinta. Entrai volentieri nella classe novella, perché i condiscepoli erano più grandicelli, e
poi aveva a professore la cara persona di Don Valimberti. Passati altri due mesi essendo
eziandio più volte riuscito il primo della classe, fui per via eccezionale ammesso ad altro
esame e quindi ammesso alla quarta, che corrisponde alla 2a Ginnasiale.
In questa classe era professore Cima Giuseppe;56 uomo severo per la disciplina. Al
vedersi un allievo alto e grosso al par di lui, comparire in sua scuola a metà dell'anno
scherzando disse in piena scuola: Costui o che è una grossa talpa,57 o che è un gran talento.
51
Lucia Pianta, vedova Matta (1783-1851) era originaria di Morialdo e amica di mamma Margherita.
Morto il marito si era trasferita a Chieri per stare accanto al figlio, Giovanni Battista Matta (1809-1878)
studente presso il Collegio della città. Giovanni Battista sarà in seguito sindaco di Castelnuovo.
52
In realtà si chiamava Placido Valimberti (1803-1848), era cappellano della chiesa di san Gugliemo
(situata a pochi metri dalla casa dove andò ad abitare Giovanni Bosco presso Lucia Matta) e professore della
classe Quinta.
53
Prefetto delle scuole: era il Direttore del Collegio. Negli anni in cui Giovanni Bosco frequentò il
Collegio di Chieri era prefetto il padre domenicano Pio Eusebio Sibilla.
54
Don Bosco fa riferimento al nuovo ordinamento scolastico in vigore negli anni in cui egli scrive le
Memorie dell’Oratorio. La scuola piemontese fu completamente riformata nel 1859 con la legge del ministro
della Pubblica Istruzione Gabrio Casati. La scuola elementare era stata estesa a 4 anni, a cui seguivano due
diversi curricoli, uno di indirizzo classico-umanistico l’altro tecnico. Il Ginnasio era il primo grado della
scuola di indirizzo umanistico, durava 5 anni e dava accesso al Liceo (della durata di 3 anni), indispensabile
per accedere all’Università.
55
Don Valeriano Pugnetti (1807-1868), professore di Sesta, era laureato in teologia all’Università di
Torino. Il titolo di “teologo” in Piemonte veniva dato ai laureati in Teologia presso la Reale Università di
Torino.
56
Vincenzo Giuseppe Cima (1810-1854), non era sacerdote, ma soltanto chierico con gli ordini minori. In
quel momento aveva 21 anni ed era all’inizio della sua carriera di insegnante nel Collegio di Chieri.
57
Talpa: piccolo mammifero che si nutre di insetti e che vive in gallerie scavate sotto terra. Il termine
«talpa» veniva usato in senso offensivo per designare uno studente poco diligente o lento.
68
Che ne dite? Tutto sbalordito da quella severa presenza: Qualche cosa di mezzo, risposi, è
un povero giovane, che ha buona volontà di fare il suo dovere e progredire negli studi.
Piacquero quelle parole, e con insolita affabilità soggiunse: Se avete buona volontà, voi
siete in buone mani, io non vi lascierò inoperoso. Fatevi animo, e se incontrerete difficoltà,
ditemele tosto ed io ve le appianerò. Lo ringraziai di tutto cuore.
Era da due mesi in questa classe quando un piccolo incidente fece parlare alquanto di
me. Un giorno il professore spiegava la vita di Agesilao scritta da Cornelio Nipote.58 In
quel giorno non aveva meco il libro e per celare al maestro la mia dimenticanza tenevami
davanti il Donato aperto. Se ne accorsero i compagni. Uno cominciò, l’altro continuò a
ridere a segno che la scuola era in disordine.
Che c'è, disse il precettore, che c'è, mi si dica sull'istante. E siccome l'occhio di tutti
stava rivolto verso me, egli mi comandò di fare la costruzione e ripetere la stessa sua
spiegazione. Mi alzai allora in piedi, e tenendo tuttora il Donato tra mano ripetei a
memoria il testo, la costruzione e la spiegazione. I compagni quasi istint[iv]amente
mandando voci di ammirazione batterono le mani. Non è a dire a quale furia si lasciasse
portare il professore; perché quella era la prima volta, che, secondo lui, non poteva tener la
disciplina. Mi diede uno scappellotto, che scansai piegando il capo; poi tenendo la mano
sul mio Donato si fece dai vicini esporre la cagione di quel disordine. Dissero questi:
Bosco ebbe sempre davanti a se il Donato, ed ha letto e spiegato come se tra mano avesse
avuto il libro di Cornelio.
Il professore prese di fatto il Donato, mi fece ancora continuare due periodi e poi mi
disse: Per la vostra felice memoria vi perdono la dimenticanza che avete fatto. Siete
fortunato, procurate soltanto di servirvene in bene.
Sul finire di quell'anno scolastico (1830-1831)59 fui con buoni voti promosso alla terza
gramatica ossia terza Ginnasiale.
6. I compagni - Società dell'allegria - Doveri cristiani
In queste prime quattro classi ho dovuto imparare a mio conto a trattare coi compagni.
Io aveva fatto tre categorie di compagni: Buoni, indifferenti, cattivi. Questi ultimi evitarli
assolutamente e sempre appena conosciuti; cogli indifferenti trattenermi per cortesia e per
bisogno; coi buoni contrarre famigliarità, quando se ne incontrassero che fossero
veramente tali. Siccome in questa città io non conosceva alcuno, così io mi sono fatto una
legge di famigliarizzare con nissuno. Tuttavia ho dovuto lottare non poco con quelli, che io
58
Cornelio Nepote: storico romano nato intorno al 100 aC., autore di una monumentale opera, De viribus
illustribus, la più antica raccolta di biografie di personaggi illustri del passato, in gran parte perduta. Di essa
rimangono solo le vite di 22 condottieri greci, asiatici e cartaginesi (tra i quali Agesilao, Alcibiade, Annibale,
Temistocle…) e quelle degli scrittori latini Catone il Censore e Attico. Queste “vite” erano programma di
studio per la Latinità inferiore.
59
In realtà era l’anno scolastico 1831-1832.
69
per bene non conosceva. Taluni volevano guidarmi ad un teatrino, altri a fare una partita al
giuoco, quell'altro ad andare a nuoto.60 Taluno anche a rubacchiare frutta nei giardini o
nella campagna.
Un cotale fu così sfacciato, che mi consigliò a rubare alla mia padrona di casa un
oggetto di valore a fine di procacciarci dei confetti. Io mi sono liberato da questa caterva di
tristi col fuggire rigorosamente la loro compagnia, di mano in mano mi veniva dato di
poterli scoprire. Generalmente poi diceva a tutti per buona risposta che mia madre
avevami affidato alla mia padrona di casa, e che per l'amore che a quella io portava non
voleva andare in nissun luogo, ne fare cosa alcuna senza il consenso della medesima buona
Lucia.
Questa mia ferma ubbidienza alla buona Lucia mi tornò anche utile temporalmente,
perciocché con gran piacere mi affidò il suo unico figlio,61 di carattere molto vivace,
amantissimo dei trastulli, pochissimo dello studio. Ella mi incaricò eziandio di fargli la
ripetizione sebbene fosse di classe superiore alla mia.
Io me ne occupai come di un fratello. Colle buone, con piccoli regali, con trattenimenti
domestici, e più conducendolo alle pratiche religiose me lo resi assai docile, ubbidiente e
studioso a segno che dopo sei mesi era divenuto abbastanza buono e diligente da
contentare il suo professore ed ottenere posti di onore nella sua classe. La madre ne fu lieta
assai e per premio mi condonò intiera la mensile pensione.
Siccome poi i compagni, che volevano tirarmi ai disordini, erano i più trascurati nei
doveri, così essi cominciarono a far ricorso a me, perché facessi la carità scolastica
prestando o dettando loro il tema di scuola. Spiacque tal cosa al professore, perché quella
falsa benevolenza, fomentava la loro pigrizia, e ne fui severamente proibito. Allora mi
appigliai ad una via meno rovinosa, vale a dire a spiegare le difficoltà, ed anche aiutare
quelli cui fosse mestieri. Con questo mezzo faceva piacere a tutti, e mi preparava la
benevolenza e l'affezione dei compagni. Cominciarono quelli a venire per ricreazione, poi
per ascoltare racconti, e per fare il tema scolastico e finalmente venivano senza nemmeno
cercarne il motivo come già quei di Morialdo e di Castelnuovo. Per dare un nome a quelle
riunioni solevamo chiamarle Società dell'Allegria; nome che assai bene si conveniva,
perciocché era obbligo stretto a ciascuno di cercare que' libri, introdurre que' discorsi, e
trastulli che avessero potuto contribuire a stare allegri; pel contrario era proibito ogni cosa
che cagionasse malinconia specialmente le cose contrarie alla legge del Signore. Chi
pertanto avesse bestemmiato o nominato il nome di Dio invano, o fatto cattivi discorsi era
immediatamente allontanato dalla società. Trovatomi così alla testa di una moltitudine di
compagni di comune accordo fu posto per base:
60
I severi regolamenti scolastici in vigore, per motivi disciplinari e morali, proibivano esplicitamente agli
studenti il nuoto, l’ingresso nei teatri pubblici, il gioco del bigliardo, il portare maschere, l’andare ai balli, la
frequentazione delle osterie e dei caffè, il mangiare negli alberghi e nelle trattorie, come pure qualunque
gioco rumoroso nelle strade.
61
A margine del manoscritto originale Don Bosco stesso annota: «Matta Giovanni Battista di
Castelnuovo d'Asti già molti anni sindaco di sua patria, ora negoziante in drogheria nel medesimo paese».
70
1. Ogni membro della Società dell'Allegria deve evitare ogni discorso, ogni azione che
disdica ad un buon cristiano;
2. Esattezza nell'adempimento dei doveri scolastici e dei doveri religiosi.
Queste cose contribuirono a procacciarmi stima, e nel 1832 io era venerato da' miei
colleghi come capitano di un piccolo esercito. Da tutte parti io era cercato per dare
trattenimenti, assistere allievi nelle case private ed anche per fare scuola o ripetizione a
domicilio. Con questo mezzo la divina provvidenza mi metteva in grado di provvedermi
quanto erami necessario per abiti, oggetti di scuola ed altro senza cagionare alcun disturbo
alla mia famiglia.
7. Buoni compagni e pratiche di pietà
Fra coloro che componevano la Società dell'Allegria ne ho potuto rinvenire alcuni
veramente esemplari. Fra costoro meritano essere nominati Garigliano Guglielmo di
Poirino62 e Braje Paolo63 di Chieri. Essi partecipavano volentieri alla onesta ricreazione,
ma in modo che la prima cosa a compiersi fossero sempre i doveri di scuola. Amavano
ambidue la ritiratezza e la pietà, e mi davano costantemente buoni consigli. Tutte le feste
dopo la Congregazione del Collegio,64 andavamo alla chiesa di S. Antonio dove i Gesuiti
facevano uno stupendo catechismo, in cui raccontavansi parecchi esempi che tuttora
ricordo.
Lungo la settimana poi la Società dell'Allegria si raccoglieva in casa di uno de’ soci per
parlare di religione. A questa radunanza interveniva liberamente chi voleva. Garigliano e
Braje erano dei più puntuali. Ci trattenevamo alquanto in amena ricreazione, in pie
conferenze, letture religiose, in preghiere, nel darci buoni consigli, e nel notarci quei difetti
personali, che taluno avesse osservato, o ne avesse da altri udito a parlare. Senza che per
allora il sapessi mettevamo in pratica quel sublime avviso: Beato chi ha un monitore. E
quello di Pitagora: Se non avete un amico che vi corregga i difetti, pagate un nemico che vi
renda questo servizio.
62
Guglielmo Garigliano (1819-1902) al termine delle scuole vestirà l’abito ecclesiastico ed entrerà con
Giovanni Bosco nel Seminario di Chieri. Diventato sacerdote di dedicherà all’insegnamento elementare e al
ministero pastorale come vicecurato in varie parrocchie. Poirino era un paese di 5000 abitanti a 12 km da
Chieri.
63
Paolo Vittorio Braje (1820-1832), muore nello stesso anno per infezione polmonare. Il cognome esatto
era «Braia».
64
Il Regolamento scolastico piemontese prevedeva che in ogni scuola superiore o Collegio ci fosse un
cappellano (chiamato Direttore spirituale) e una Cappella, nella quale si radunavano gli studenti ogni mattina
prima della scuola per assistere alla messa. Nella stessa Cappella gli studenti erano tenuti a raccogliersi la
domenica mattino, per la messa e l’omelia sul Vangelo, e la domenica pomeriggio, per il Vespro, la
benedizione col Santo Sacramento e la spiegazione della dottrina cristiana. Queste riunioni religiose venivano
chiamate “Congregazione degli studenti”, nome derivato dalle antiche “Congregazioni mariane” dei collegi
gesuitici.
71
Oltre a questi amichevoli trattenimenti andavamo ad ascoltare le prediche, spesso a
confessarci e a fare la santa comunione. Qui e bene che vi ricordi come di que’ tempi la
religione faceva parte fondamentale dell’educazione. Un professore che eziandio celiando
avesse pronunziato una parola lubrica, o irreligiosa era immediatamente dismesso dalla
carica. Se facevasi così dei professori immaginatevi quanta severità si usasse verso gli
allievi indisciplinati o scandalosi! La mattina dei giorni feriali s'ascoltava la santa messa; al
principio della scuola si recitava divotamente l’ActionesI65 coll’Ave Maria. Dopo dicevasi
l’Agimus66 coll'Ave Maria.
Ne’ giorni festivi poi gli allievi erano tutti raccolti nella chiesa della Congregazione.
Mentre i giovani entravano si faceva lettura spirituale, cui seguiva il canto dell’uffizio della
Madonna; di poi la messa, quindi la spiegazione del Vangelo. La sera catechismo, vespro,
istruzione. Ciascuno doveva accostarsi ai santi sacramenti e per impedire trascuratezza di
questi importanti doveri, erano obbligati a portare una volta al mese il biglietto di
confessione. Chi non avesse adempito questo dovere non era più ammesso agli esami della
fine dell'anno, sebbene fosse dei migliori nello studio. Questa severa disciplina produceva
maravigliosi effetti. Si passavano anche più anni senza che fosse udita una bestemmia o
cattivo discorso. Gli allievi erano docili e rispettosi tanto nel tempo di scuola, quanto nelle
proprie famiglie. E spesso avveniva che in classi numerosissime alla fine dell’anno erano
tutti promossi a classe superiore. Nella terza, Umanità e Retorica i miei condiscepoli
furono sempre tutti promossi.
La più fortunata mia avventura fu la scelta di un confessore stabile nella persona del
teologo Maloria67 canonico della collegiata di Chieri. Egli mi accolse sempre con grande
bontà ogni volta che andava da lui. Anzi mi incoraggiava a confessarmi e comunicarmi
colla maggior frequenza. Era cosa assai rara a trovare chi incoraggiasse alla frequenza dei
sacramenti. Non mi ricordo che alcuno de’ miei maestri mi abbia tal cosa consigliata. Chi
andava a confessarsi e a comunicarsi più d'una volta al mese era giudicato dei più virtuosi;
e molti confessori nol permettevano. Io però mi credo debitore a questo mio confessore se
non fui dai compagni strascinato a certi disordini che gli inesperti giovanetti hanno
purtroppo a lamentare nei grandi collegi.
In questi due anni non ho mai dimenticato i miei amici di Morialdo. Mi tenni sempre
con loro in relazione e di quando in quando nel giovedì faceva loro qualche visita. Nelle
ferie autunnali appena sapevano della mia venuta correvano ad incontrarmi a molta
distanza e facevano sempre una festa speciale. Fu pure tra essi introdotta la Società
dell'Allegria, cui venivano aggregati coloro che lungo l'anno si erano segnalati nella morale
65
Actiones: incipit di una preghiera in latino che si usava dire prima del lavoro: Actiones nostras,
quaesumus Domine, aspirando praeveni et adiuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te
sempre incipiat et per te coepta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen (Ti preghiamo, Signore, di
ispirare tutte le nostre preghiere e azioni e di sostenerle affinché prendano sempre inizio da Te e per Te le
portiamo a conclusione. Per Cristo nostro Signore. Amen).
66
Agimus: incipit di una preghiera in latino che si diceva al termine del lavoro: Agimus tibi gratias,
omnipotens Deus, pro universis beneficiis tuis. Qui vivis et regnas in saecula saeculorum. Amen (Ti
rendiamo grazie, o Dio onnipotente, per tutti i tuoi benefici. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen).
67
Don Giuseppe Maloria (1802-1857), laureato in Teologia, canonico della Collegiata di Chieri.
72
condotta; e all’opposto si cancellavano dal catalogo quelli che si fossero regolati male,
specialmente se avessero bestemmiato o fatto cattivi discorsi.
8. Umanità e Retorica - Luigi Comollo
Compiuti i primi corsi di Ginnasio, abbiamo avuto una visita del Magistrato della
Riforma68 nella persona dell'avvocato Prof. Don Giuseppe Gazzani, uomo di molto merito.
Egli mi usò molta benevolenza, ed io ho conservato gratitudine e buona memoria di lui, a
segno che fummo di poi sempre in istretta ed amichevole relazione. Quell'onesto sacerdote
vive tuttora in Moltedo Superiore presso di Oneglia sua patria, e fra le molte opere di carità
ha fondato un posto gratuito nel nostro collegio di Alassio per un giovinetto, che desideri
studiare per lo stato ecclesiastico.
Quegli esami si diedero con molto rigore, tuttavia i miei condiscepoli in numero di
quarantacinque furono tutti promossi alla classe superiore, che corrisponde alla nostra
quarta Ginnasiale. Io ho corso un gran pericolo di essere rimandato per avere dato copia
del lavoro ad altri. Se fui promosso ne sono debitore alla protezione del venerando mio
professore P[adre] Giusiana domenicano,69 che mi ottenne un nuovo tema, il quale
essendomi riuscito bene fui con pieni voti promosso.
Era allora lodevole consuetudine che in ogni corso almeno uno a titolo di premio
venisse dal municipio dispensato dal minervale di franchi 12.70 Per ottenere questo favore
era mestieri riportare i pieni voti negli esami, e pieni voti nella morale condotta. Io sono
sempre stato favorito dalla sorte ed in ogni corso fui sempre dispensato da quel pagamento.
In quell'anno ho perduto uno de’ miei più cari compagni. Il giovane Braje Paolo, mio
caro ed intimo amico, dopo lunga malattia, vero modello di pietà, di rassegnazione, di viva
fede, moriva il giorno anno andando così a raggiungere S. Luigi, di cui si mostrò seguace
fedele in tutta la vita. Tutto il collegio ne provò rincrescimento; i suoi compagni
intervennero in corpo alla sua sepoltura. E non pochi per molto tempo solevano andare in
giorno di vacanza a fare la S. Comunione, recitare l’uffizio della Madonna, o la terza parte
del Rosario per l'anima dell'amico defunto. Dio però si degnò di compensare questa perdita
con un altro compagno egualmente virtuoso ma assai più celebre per le opere sue. Fu
questi Luigi Comollo,71 di cui fra breve dovrò parlare.
68
Magistrato della Riforma: istituzione governativa stabilita nel secolo XVIII per la direzione e il
controllo delle scuole di ogni ordine e tipo del Piemonte. Nel 1848 verrà trasformata in Ministero della
Pubblica Istruzione.
69
Padre Giacinto Giusiana (1774-1844) priore del Convento di San Domenico di Chieri, professore di
Grammatica nelle Scuole pubbliche dal 1817 al 1837 e provinciale dei frati Domenicani del Piemonte.
70
Minervale: termine col quale si indicavano le tasse scolastiche (ancora in uso nei paesi di lingua
francese).
71
Luigi Comollo (1817-1839), nipote di Don Giuseppe Comollo (1768-1843), Prevosto di Cinzano,
piccolo paese agricolo della provincia di Torino, a 19 km da Chieri.
73
Terminava adunque l’anno di umanità e mi riuscì assai bene, a segno che i miei
professori, specialmente il Dottor Pietro Banaudi72 mi consigliarono di chiedere l’esame
per la filosofia, cui di fatto sono stato promosso. Ma siccome amava lo studio di lettere, ho
giudicato bene di continuare regolarmente le classi e fare la Retorica ossia quinta
Ginnasiale l’anno 1833-1834.73 Appunto in quell'anno cominciarono le mie relazioni col
Comollo. La vita di questo prezioso compagno fu scritta a parte ed ognuno può leggerla a
piacimento;74 qui noterò un fatto che me lo ha fatto conoscere in mezzo agli umanisti.
Si diceva adunque tra retorici che in quell'anno ci doveva venire un allievo santo, e si
accennava essere quello il nipote del Prevosto di Cinzano, sacerdote attempato, ma assai
rinomato per santità di vita. Io desiderava di conoscerlo, ma ignorava il nome. Un fatto me
lo fece conoscere. Da quel tempo era già in uso il pericoloso giuoco della cavallina75 in
tempo d'ingresso nella scuola. I più dissipati e meno amanti dello studio ne sono avidissimi
e ordinariamente i più celebri. Si mirava da alcuni giorni un modesto giovanetto sui
quindici anni, che, giunto in collegio, prendeva posto e senza badare agli schiamazzi altrui
si metteva a leggere o a studiare. Un compagno insolente gli va vicino, lo prende per un
braccio, pretende che egli pure vada a giuocare la cavallina.
— Non so, rispondeva l'altro tutto umile e mortificato. Non so, non ho mai fatto questi
giuochi.
— Io voglio che tu venga assolutamente, altrimenti ti fo venire a forza di calci e
schiaffi.
— Puoi battermi a tuo talento, ma io non so, non posso, non voglio...
Il maleducato e cattivo condiscepolo il prese per un braccio, lo urtò e poi gli diede due
schiaffi che fecero eco in tutta la scuola. A quella vista io mi sentii bollire il sangue nelle
vene e attendeva che l'offeso ne facesse la dovuta vendetta; tanto più che l'oltraggiato era
di molto superiore all'altro in forze ed età. Ma quale non fu la maraviglia, quando il buon
giovanetto colla sua faccia rossa e quasi livida, dando un compassionevole sguardo al
maligno compagno dissegli soltanto: Se questo basta per soddisfarti, vattene in pace, io ti
ho già perdonato.
Quell'atto eroico ha destato in me il desiderio di saperne il nome, che era appunto Luigi
Comollo nipote del Prevosto di Cinzano, di cui si erano uditi tanti encomii. Da quel tempo
l'ebbi sempre per intimo amico e posso dire che da lui ho cominciato ad imparare a vivere
72
Don Pietro Banaudi (1802-1885) sacerdote, dottore in Teologia, professore di Retorica a Chieri
nell’anno scolastico 1833-1834.
73
In realtà si trattava dell’anno scolastico 1834-1835.
74
È il primo libro pubblicato da Don Bosco e dedicato ai seminaristi di Chieri: Cenni storici sulla vita del
chierico Luigi Comollo, morto nel seminario di Chieri ammirato da tutti per le sue singolari virtù, scritti da
un suo Collega (Torino: Speirani e Ferrero, 1844). Dieci anni più tardi il Santo lo pubblica nuovamente dopo
una totale riscrittura al fine di presentare ai giovani un modello da imitare: Cenni sulla vita del giovane Luigi
Comollo (Torino: P. De Agostini, 1854).
75
Don Bosco usa il nome dialettale di un gioco chiamato in italiano cavalluccio, simile al leapfrog, con la
differenza che i ragazzi saltano uno dopo l’altro sulla schiena di una vittima prescelta fino a che questa cade a
terra sotto il loro peso.
74
da cristiano. Ho messa piena confidenza in lui, egli in me; l'uno aveva bisogno dell'altro. Io
di aiuto spirituale, l'altro di aiuto corporale. Perciocché il Comollo per la sua grande
timidità non osava nemmeno tentare la difesa contro agli insulti dei cattivi, mentre io da
tutti i compagni, anche maggiori di età e di statura, era temuto pel mio coraggio e per la
mia forza gagliarda. Ciò aveva un giorno fatto palese verso taluni che volevano disprezzare
e percuotere il medesimo Comollo ed un altro di nome Candelo Antonio modello di
bonomia. Io volli intervenire in loro favore, ma non si voleva badare. Vedendo un giorno
quegli innocenti maltrattati, guai a voi, dissi ad alta voce, guai a chi fa ancora oltraggio a
costoro.
Un numero notabile dei più alti e dei più sfacciati si misero in atteggiamento di comune
difesa e di minaccia contro di me stesso, mentre due sonore ceffate cadono sulla faccia del
Comollo. In quel momento io dimenticai me stesso ed eccitando in me non la ragione, ma
la mia forza brutale, non capitandomi tra mano né sedia né bastone strinsi colle mani un
condiscepolo alle spalle, e di lui mi valsi come di bastone a percuotere gli avversari.
Quattro caddero stramazzoni a terra gli altri fuggirono gridando e dimandando pietà. Ma
che? In quel momento entrò il professore nella scuola, e mirando braccia e gambe
sventolare in alto in mezzo ad uno schiamazzo dell'altro mondo, si pose a gridare dando
spalmate a destra e a sinistra. Il temporale stava per cadere sopra di me, ma fattasi
raccontare la cagione di quel disordine, volle fosse rinnovata quella scena, o meglio
sperimento di forza. Rise il professore, risero tutti gli allievi ed ognuno facendo maraviglia,
non si badò più al castigo che mi era meritato.
Ben altre lezioni mi dava il Comollo. Mio caro, dissemi appena potemmo parlare tra
noi, la tua forza mi spaventa, ma credimi, Dio non te la diede per massacrare i compagni.
Egli vuole che ci amiamo, ci perdoniamo, e che facciamo del bene a quelli che ci fanno del
male.
Io ammirai la carità del collega, e mettendomi affatto nelle sue mani, mi lasciava
guidare dove come egli voleva. D'accordo coll'amico Garigliano andavamo insieme a
confessarci, comunicarci, fare la meditazione, la lettura spirituale, la visita al SS.
Sacramento, a servire la S. Messa. Sapeva invitare con tanta bontà, dolcezza, e cortesia,
che era impossibile rifiutarsi a' suoi inviti.
Mi ricordo che un giorno chiaccherando con un compagno passai davanti ad una chiesa
senza scoprirmi il capo. L'altro mi disse tosto in modo assai garbato: Gioanni mio, tu sei
così attento a discorrere cogli uomini, che dimentichi perfino la casa del Signore.
9. Caffettiere e liquorista - Giorno onomastico - Una disgrazia
Dato così un cenno sulle cose di scuola riferirò alcuni fatti particolari che possono
servire di amena ricreazione. L'anno di umanità ho cangiato pensione sia per essere più
vicino al mio professore, D[on] Banaudi, sia anche per accondiscendere ad un amico di
75
famiglia di nome Pianta Gioanni,76 il quale andava in quell'anno ad aprire un caffè nella
città di Chieri. Quella pensione era certamente assai pericolosa, ma essendo con buoni
cristiani, e continuando le relazioni con esemplari compagni ho potuto andare avanti senza
danno morale. Ma oltre ai doveri scolastici rimanendomi molto tempo libero, io soleva
impiegarne una parte a leggere i classici italiani o latini, impiegava l'altra parte a fare
liquori e confetture. Alla metà di quell'anno io ero in grado di preparare caffè, cioccolatte;
conoscere le regole e le proporzioni per fare ogni genere di confetti, di liquori, di gelati e
rinfreschi. Il mio principale cominciò per darmi la pensione gratuita, e considerando il
vantaggio che avrei potuto recare al suo negozio, mi fece vantaggiose profferte purché
lasciando le altre occupazioni mi fossi interamente dedicato a quel mestiere. Io però faceva
quei lavori soltanto per divertimento e ricreazione, ma la mia intenzione era di continuare
gli studi.
Il professore Banaudi era un vero modello degli insegnanti. Senza mai infliggere alcun
castigo era riuscito a farsi temere ed amare da tutti i suoi allievi. Egli li amava tutti quai
figli, ed essi l'amavano qual tenero padre. Per dargli un segno di affezione fu deliberato di
fargli un regalo pel suo Giorno Onomastico. A tale effetto ci siamo accordati di preparare
composizioni poetiche, e in prosa, e provvedere alcuni doni che noi giudicavamo tornargli
di speciale gradimento.
Quella festa riuscì splendida, il Maestro fu contento a più non dire, e per darci un segno
della sua soddisfazione ci condusse a fare un pranzo in campagna. La giornata riuscì
amenissima. Tra professore ed allievi eravi un cuor solo, ed ognuno studiava modi per
esprimere la gioia dell'animo. Prima di rientrare nella città di Chieri il professore incontrò
un forestiere con cui dovettesi accompagnare lasciandoci soli per un breve tratto di via. In
quel momento si avvicinarono alcuni compagni di classi superiori, che ci invitarono ad un
bagno in sito detto La Fontana Rossa distante circa un miglio77 da Chieri. Io con alcuni
miei compagni ci siamo opposti ma inutilmente. Parecchi vennero meco a casa, altri
vollero andare a nuotare. Trista deliberazione. Poche ore dopo il nostro arrivo a casa,
giunge un compagno, poi un altro spaventati ed ansanti correndo per dirci: Oh se sapeste
mai, se sapeste mai! Filippo N.78 quello che insistette tanto perché andassimo a nuotare, è
rimasto morto.
— Come, tutti dimandavano, egli era così famoso a nuotare!
— Che volete mai, continuo l'altro, per incoraggiarci a sommergerci nell'acqua,
confidando nella sua perizia, e non conoscendo i vortici della pericolosa Fontana Rossa, si
gettò pel primo. Noi aspettavamo che ritornasse a galla, ma fummo delusi. Ci siamo messi
a gridare, venne gente, si usarono molti mezzi e non fu senza pericolo altrui che dopo
un'ora e mezzo si riuscì a trarne fuori il cadavere.
76
Giovanni Pianta era fratello di Lucia Matta, originario di Morialdo, si fermò in Chieri soltanto in
quell’anno.
77
Miglio: antica misura piemontese non più in uso dal 1850, equivaleva a 2466 metri.
78
Don Bosco volle mantenere il riserbo sul cognome del compagno. Probabilmente era Filippo
Camandona, di 18 anni, morto il 18 maggio 1834.
76
Tale infortunio cagionò a tutti profonda tristezza; né per quell'anno né per l'anno
seguente (1834)79 non si è mai più udito a dire che alcuno abbia anche solo espresso il
pensiero di andare a nuoto. Qualche tempo fa accadde di trovarmi con alcuno di quegli
antichi amici, con cui ricordammo con vero dolore la disgrazia toccata all'infelice
compagno nel gorgo della Fontana Rossa.
10. L'ebreo Giona
L'anno di umanità, dimorando nel caffè dell'amico Gioanni Pianta contrassi relazione
con un giovanetto ebreo di nome Giona.80 Esso era sui diciotto anni, di bellissimo aspetto;
cantava con una voce rara fra le più belle.
Giuocava assai bene al bigliardo, ed essendoci già conosciuti presso al libraio Elia,
appena giungeva in bottega, dimandava tosto di me. Io gli portava grande affetto, egli poi
era folle per amicizia verso di me. Ogni momento libero egli veniva a passarlo in mia
camera; ci trattenevamo a cantare, a suonare il piano, a leggere, ascoltando volentieri mille
storielle, che gli andava raccontando. Un giorno gli accadde un disordine con rissa, che
poteva avere triste conseguenze, onde egli corse da me per avere consiglio. Se tu, o caro
Giona, fossi cristiano, gli dissi, vorrei tosto condurti a confessarti; ma ciò non ti è
possibile.
— Ma anche noi, se vogliamo, andiamo a confessarci.
— Andate a confessarvi, ma il vostro confessore non è tenuto al segreto, non ha potere
di rimettervi i peccati, né può amministrare alcun sacramento.
— Se mi vuoi condurre, io andrò a confessarmi da un prete.
— Io ti potrei condurre, ma ci vuole molta preparazione.
— Quale?
— Sappi che la confessione rimette i peccati commessi dopo il battesimo; perciò se tu
vuoi ricevere qualche sacramento bisogna che prima di ogni altra cosa tu riceva il
battesimo.
— Che cosa dovrei fare per ricevere il battesimo?
— Istruirti nella cristiana religione, credere in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo. Fatto
questo tu puoi ricevere il battesimo.
— Quale vantaggio mi darà poi il battesimo?
— Il battesimo ti scancella il peccato originale ed anche i peccati attuali, ti apre la strada
a ricevere tutti gli altri sacramenti, ti fa insomma figliuolo di Dio ed erede del paradiso.
— Noi ebrei non possiamo salvarci?
79
Dovrebbe dire: 1835.
80
Giona era il soprannome di Giacobbe Levi (1816-1870), figlio di Lazzaro e di Bella Pavia.
77
— No, mio caro Giona, dopo la venuta di Gesù Cristo gli ebrei non possono più salvarsi
senza credere in Lui.81
— Se mia madre viene a sapere che io voglio farmi cristiano, guai a me!
— Non temere, Dio e padrone dei cuori, e se egli ti chiama a farti cristiano, farà in modo
che tua madre si contenterà, o provvederà in qualche modo per l'anima tua.
— Ma tu che mi vuoi tanto bene, se fossi al mio posto, che faresti?
— Comincierei ad istruirmi nella cristiana religione, intanto Dio aprirà la via a quanto si
dovrà fare in avvenire. A questo scopo prendi il piccolo catechismo, e comincia a studiarlo.
Prega Dio che ti illumini, e che ti faccia conoscere la verità.
Da quel giorno cominciò ad essere affezionato alla fede cristiana. Veniva al caffè, e
fatta appena una partita al bigliardo cercava tosto di me per discorrere di religione e del
catechismo. Nello spazio di pochi mesi apprese a fare il segno della s. croce, il Pater, Ave
Maria, Credo, ed altre verità principali della fede. Egli ne era contentissimo, ed ogni
giorno diventava migliore nel parlare, e nell'operare.
Egli aveva perduto il padre da fanciullo, la madre di nome Rachele aveva già inteso
qualche voce vaga, ma non sapeva ancora niente di positivo. La cosa si scoprì in questo
modo: Un giorno nel fargli il letto ella trovò il catechismo, che suo figlio aveva
inavvedutamente dimenticato tra il materasso ed il saccone. Si mise ella a gridare per casa,
portò il catechismo al Rabbino, e sospettando di quello, che era di fatto, corse frettolosa
dallo studente Bosco, di cui aveva più volte udito a parlare da suo figlio medesimo.
Immaginatevi il tipo della bruttezza ed avrete un'idea della madre di Giona. Era cieca da un
occhio, sorda da ambe le orecchie; naso grosso; quasi senza denti, labbra esorbitanti, bocca
torta, mento lungo ed acuto, voce simile al grugnito di un poledro. Gli ebrei solevano
chiamarla col nome di Maga Lili, col quale nome sogliono esprimere la cosa più brutta di
loro nazione. La sua comparsa mi ha spaventato, e senza dar tempo a riavermi prese a
parlare così: Affè che giuro, voi avete torto; voi, si voi avete rovinato il mio Giona; l'avete
disonorato in faccia al pubblico, io non so che sarà di lui. Temo che finisca col farsi
cristiano; e voi ne siete la cagione.
Compresi allora chi era e di chi parlava, e con tutta calma risposi che ella doveva essere
contenta e ringraziare chi faceva del bene a suo figlio.
— Che bene è mai questo? Sarà un bene a far rinnegare la propria religione?
— Calmatevi, buona signora, le dissi, ed ascoltate. Io non ho cercato il vostro Giona,
ma ci siamo incontrati nella bottega del libraio Elia. Siamo divenuti amici senza saperne la
cagione. Egli porta molta affezione a me; io l'amo assai, e da vero amico desidero che egli
si salvi l'anima, e che possa conoscere quella religione fuori di cui niuno può salvarsi.
Notate bene, o Madre di Giona, che io ho dato un libro a vostro figlio dicendogli soltanto
d'istruirsi nella religione e se egli si facesse cristiano non abbandona la religione ebraica,
ma la perfeziona.
81
Questa affermazione rispecchia la mentalità e la teologia intransigente del tempo.
78
— Se per disgrazia egli si facesse cristiano egli dovrebbe abbandonare i nostri profeti,
perché i cristiani non credono ad Abramo, Isacco, Giacobbe, a Mosè né ai profeti.
— Anzi noi crediamo a tutti i santi patriarchi e a tutti i profeti della Bibbia. I loro scritti,
i loro detti, le loro profezie formano il fondamento della fede cristiana.
— Se mai fosse qui il nostro Rabbino, egli saprebbe che rispondere. Io non so ne il
Mishnà ne il Ghemarà (sono le due parti del Talmud). Ma che ne sarà del mio povero
Giona?
Ciò detto se ne parti. Qui sarebbe lungo riferire gli attacchi fattimi più volte dalla
Madre, dal suo Rabbino, dai parenti di Giona. Non fu minaccia, violenza che non siasi
usata contro al coraggioso giovanetto. Egli tutto soffrì, e continuò ad istruirsi nella fede.
Siccome in famiglia non era più sicuro della vita, così dovettesi allontanare da casa e
vivere quasi mendicando. Molti però gli vennero in ajuto e affinché ogni cosa procedesse
colla dovuta prudenza, raccomandai il mio allievo ad un dotto sacerdote, che si prese di lui
cura paterna. Allora che fu a dovere istrutto nella religione, mostrandosi impaziente di farsi
cristiano, fu fatta una solennità,82 che tornò di buon esempio a tutti i chieresi, e di
eccitamento ad altri ebrei, di cui parecchi abbracciarono più tardi il cristianesimo.
Il Padrino e la Madrina furono Carlo ed Ottavia coniugi Bertinetti,83 i quali provvidero a
quanto occorreva al Neofito, che divenuto cristiano, poté col suo lavoro procacciarsi
onestamente il pane della vita. Il nome del neofito fu Luigi.
11. Giuochi - Prestigi- Magia - Discolpa
In mezzo a' miei studi e trattenimenti diversi, come sono canto, suono, declamazione,
teatrino, cui prendeva parte di tutto cuore, aveva eziandio imparati vari altri giuochi. Carte,
tarocchi, pallottole, piastrelle, stampelle, salti, corse, erano tutti divertimenti di sommo
gusto, in cui, se non era celebre, non era certamente mediocre. Molti li aveva imparati a
Morialdo, altri a Chieri, e se nei prati di Morialdo era piccolo allievo, a quell'anno era
divenuto un compatibile maestro. Ciò cagionava molta maraviglia perché a quell'epoca tali
giuochi essendo poco conosciuti, parevano cose dell'altro mondo. Ma che diremo dei
prestigi?
Soleva spesso dare pubblici e privati spettacoli. Siccome la memoria mi favoriva assai,
così sapeva a mente una gran parte dei classici specialmente poeti. Dante, Petrarca, Tasso,
82
Il battesimo fu celebrato nel duomo di Chieri il 10 agosto 1834. L’evento è ricordato nelle cronache
della Confraternita dello Spirito Santo, che aveva il compito di assistere i catecumeni: «L’anno 1834 fu un
anno memorabile per la Confraternita, pel battesimo solenne conferito nella Collegiata all’ebreo Giacobbe
Levi fu Lazzaro». La chiesa di Santa Maria della Scala (chiesa principale della città di Chieri, chiamata anche
“duomo”, per le sue grandi dimensioni) era detta “Collegiata” perché sede di una collegiata di canonici.
83
Qui Don Bosco ha un ricordo in parte errato: dai registri di battesimo sappiamo che la madrina fu
Ottavia Maria Bertinetti, ma padrino Giacinto Bolmida. Nel battesimo il neofita, in onore dei padrini, assunse
il nome di Luigi Giacinto Ottavio Maria Bolmida, cambiando anche il cognome perché, non avendo ancora
raggiunto la maggiore età (che in quel tempo era di 21 anni), fu adottato dal padrino.
79
Parini, Monti84 ed altri assai mi erano cosi famigliari da potermene valere a piacimento
come di roba mia. Per la qual cosa mi riusciva molto facile a trattare all'improvviso
qualunque argomento. In quei trattenimenti, in quegli spettacoli talvolta cantava, talora
suonava o componeva versi, che giudicavansi capi d'opera, ma che in realtà non erano
altro, che brani di autori accomodati agli argomenti proposti. Per questo motivo non ho mai
date le mie composizioni ad altri; e taluna che fu scritta ho procurato di consegnarla alle
fiamme.
Cresceva poi la maraviglia ne' giuochi di prestigiatore. Il vedere uscire da un piccolo
bossolotto mille palle tutte più grosse di lui; da un piccolo taschetto tirar fuori mille uova,
erano cose che facevano trasecolare. Quando poi vedevanmi raccogliere palloni dalla
punta del naso degli astanti; indovinare i danari della saccoccia altrui; quando col semplice
tatto delle dita si riducevano in polvere monete di qualsiasi metallo; o si faceva comparire
l'udienza intera di orribile aspetto ed anche senza teste; allora si cominciò da taluno a
dubitare, che io fossi un mago, e che non potessi operare quelle cose senza l'intervento di
qualche diavolo.
Accresceva credenza il mio padrone di casa di nome Tommaso Cumino.85 Era questi un
fervoroso cristiano, che amava molto lo scherzo, ed io sapeva approfittarmi del suo
carattere e direi dabbenaggine per fargliene di tutti i colori. Un giorno con grande cura
aveva preparata una gelatina con un pollo per regalare a' suoi pensionari nel giorno suo
onomastico. Portò a tavola il piatto, ma scopertolo, ne saltò fuori un gallo che svolazzando
cantarellava in mille guise. Altra volta apprestò una pentola di maccheroni, e dopo averli
fatti cuocere assai lungo tempo, nell'atto di versarli nel piatto trovo altrettanta crusca
asciuttissima. Più volte empieva la bottiglia di vino e volendolo versare nel bicchiere,
trovava limpida acqua. Volendo poi bere acqua, trovavasi invece il bicchiere pieno di vino.
Le confetture cangiate in fette di pane; il danaro della borsa trasmutato in inutili e
rugginosi pezzetti di latta; il cappello cangiato in cuffia; noci e nocciuole cangiate in
sacchetti di minuta ghiaia erano cose assai frequenti.
Il buon Tommaso non sapeva più che dire. Gli uomini, diceva tra se, non possono fare
queste cose; Dio non perde tempo in queste inutilità; dunque è il demonio che fa tutto
questo. Non osando parlarne con quei di casa, si consigliò con un vicino sacerdote, Don
Bertinetti.86 Scorgendo esso pure magia bianca in quelle opere, in que' trastulli, decise di
riferire la cosa al delegato delle scuole, che era in quel tempo un rispettabile ecclesiastico,
il canonico Burzio,87 Arciprete e Curato del duomo.
84
Sono poeti della letteratura italiana: Dante Alighieri (1265-1321), Francesco Petrarca (1304-1374),
Torquato Tasso (1544-1595), Giuseppe Parini (1729-1799) e Vincenzo Monti (1754-1828).
85
Tommaso Cumino (1765-1840), ospitava nella sua casa alcuni studenti. Giovanni Bosco alloggiò
presso di lui nell’anno scolastico 1834-1835, avendo Giovanni Pianta chiuso il suo Caffè nell’estate 1834.
86
Don Luigi Bertinetti (1794-1848) fratello di Carlo.
87
Don Massimo Giuseppe Burzio (1777-1847), laureato in Teologia e canonico Arciprete: era la massima
autorità ecclesiastica di Chieri e aveva anche la carica di Delegato della Riforma, cioè di rappresentante del
Governo per la vigilanza generale sulle scuole della città.
80
Era questi persona assai istrutta, pia e prudente; e senza fare ad altri parola mi chiese ad
audiendum verbum.88 Giunsi a casa sua in momento che recitava il breviario e
guardandomi con un sorriso mi accennò di attendere alquanto. In fine mi disse di seguirlo
in un gabinetto e la con parole cortesi, ma con severo aspetto cominciò ad interrogarmi
così: Mio caro, io sono molto contento del tuo studio e della condotta che hai tenuto finora;
ma ora si raccontano tante cose di te... Mi dicono che tu conosci i pensieri degli altri,
indovini il danaro che altri ha in saccoccia; fai vedere bianco quello che è nero. Conosci le
cose da lontano e simili. Ciò fa parlare assai di te e taluno giunse a sospettare che tu ti servi
della magia e che perciò in quelle opere vi sia lo spirito di Satana. Dimmi adunque: chi ti
ammaestrò in questa scienza, dove l'hai imparata? Dimmi ogni cosa in modo confidenziale;
ti assicuro che non me ne servirò, se non per farti del bene.
Senza scompormi di aspetto chiesigli cinque minuti di tempo a rispondere e l'invitai a
dirmi l'ora precisa. Mette egli la mano in tasca e più non trovo il suo orologio. Se non ha
l'orologio, soggiunsi, mi dia una moneta da cinque soldi. Frugò egli in ogni saccoccia, ma
non trovo più la sua borsa.
Briccone, prese a dirmi tutto incollerito: O che tu sei servo del demonio, o che il
demonio serve a te. Tu mi hai già involato borsa ed orologio. Io non posso più tacere, sono
obbligato a denunziarti e non so come mi tenga dal non farti un fracco di bastonate! Ma nel
rimirarmi calmo e sorridente parve acquetarsi alquanto e ripigliò: Prendiamo le cose in
modo pacifico: spiegami questi misteri. Come fu possibile, che la mia borsa e il mio
orologio uscissero dalle mie saccoccie senza che io me ne sia accorto? dove sono andati
questi oggetti?
Sig. Arciprete, presi a dirgli rispettosamente: io spiego tutto in poche parole. È tutto
destrezza di mano, intelligenza presa, o cosa preparata.
— Che intelligenza vi poté essere pel mio orologio e per la mia borsa?
— Spiego tutto in breve: Quando giunsi in casa sua Ella dava limosina ad un bisognoso,
di poi mise la borsa sopra uno inginocchiatoio. Andando poi di questa in altra camera
lasciò l'orologio sopra questo tavolino. Io nascosi l'uno e l'altro, ed Ella pensava di avere
quegli oggetti con sé, mentre erano invece sotto a questo paralume. Ciò dicendo alzai il
paralume e si trovarono ambidue gli oggetti creduti dal demonio portati altrove.
Rise non poco il buon canonico; mi fece dar saggio di alcuni atti di destrezza, e come
poté conoscere il modo con cui le cose facevansi comparire e disparire; ne fu molto
allegro, mi fece un piccolo regalo, e in fine conchiuse: Va a dire a tutti i tuoi amici che
ignorantia est magistra admirationis.89
88
Ad audiendum verbum: espressione latina usata per indicare un colloquio di chiarimento.
89
Ignorantia est magistra admirationis (l’ignoranza genera stupore): citazione a senso dalle Confessioni
di sant’Agostino (lib. XIII, c. 21: ignorantia mater admirationis).
81
12. Corsa - Salto - Bacchetta magica - Punta dell'albero
Discolpatomi che ne' miei divertimenti non vi era la magia bianca mi sono di nuovo
messo a radunare compagni e trattenerli e ricrearli come prima. In quel tempo avvenne che
alcuni esaltavano a cielo un saltimbanco, che aveva dato pubblico spettacolo con una corsa
a piedi percorrendo la città di Chieri da una all'altra estremità in due minuti e mezzo, che è
quasi il tempo della Ferrovia a grande velocità.
Non badando alle conseguenze delle mie parole ho detto che io mi sarei volentieri
misurato con quel ciarlatano. Un imprudente compagno riferì la cosa al saltimbanco, ed
eccomi impegnato in un sfida: Uno studente sfida un corriere di professione! Il luogo
scelto era il viale di Porta Torinese.90
La scommessa era di 20 franchi. Non possedendo io quel danaro parecchi amici
appartenenti alla Società dell'Allegria, mi vennero in soccorso. Una moltitudine di gente
assisteva. Si comincia la corsa e il mio rivale mi guadagnò alcuni passi; ma tosto
riacquistai terreno e lo lasciai talmente dietro di me, che a metà corsa si fermò; dandomi
partita guadagnata.
— Ti sfido a saltare, dissemi, ma voglio scommettere fr. 40 e di più se vuoi.
Accettammo la sfida, e toccando a lui scegliere il luogo, egli fissò che il salto dovesse
avere luogo contro il parapetto di un ponticello. Egli saltò il primo e pose il piede
vicinissimo al muriccio, sicché più in là non si poteva saltare. In quel modo io avrei potuto
perdere, ma non guadagnare. L'industria però mi venne in soccorso. Feci il medesimo
salto, ma appoggiando le mani sul parapetto del ponte prolungai il salto al di là del
medesimo muro e dello stesso fosso. Applausi generali.
— Voglio ancora farti una sfida. Scegli qualunque giuoco di destrezza.
Accettai, e scelsi il giuoco della bacchetta magica colla scommessa di fr. 80. Presi
pertanto una bacchetta, ad una estremità posi un cappello, poi appoggiai l'altra estremità
sulla palma di una mano. Di poi senza toccarla coll'altra la feci saltare sulla punta del dito
mignolo, dell'anulare, del medio, dell'indice, del pollice; quindi sulla nocetta della mano,
sul gomito, sulla spalla, sul mento, sulle labbra, sul naso, sulla fronte. Indi rifacendo lo
stesso cammino torno sulla palma della mano.
— Non temo di perdere, disse il rivale, è questo il mio giuoco prediletto. Prese adunque
la medesima bacchetta e con meravigliosa destrezza la fece camminare fin sulle labbra,
d'onde, avendo alquanto lungo il naso, urtò e perdendo l'equilibrio dovette prenderla colla
mano per non lasciarla cadere a terra.
Quel meschino vedendosi il patrimonio andare a fondo quasi furioso esclamò: Piuttosto
qualunque altra umiliazione, ma non quella di essere stato vinto da uno studente. Ho
ancora cento franchi e questi li scommetto e li guadagnerà chi di noi metterà i piedi più
vicino alla punta di quest'albero, accennava ad un olmo che era accanto al viale.
Accettammo anche questa volta, anzi in certo modo eravamo contenti che egli guadagnasse
giacché sentivamo di lui compassione, e non volevamo rovinarlo.
90
Porta Torinese: era il nome della periferia di Chieri sulla strada che va verso Torino.
82
Salì egli il primo sopra l'olmo e portò i piedi a tale altezza, che, per poco fosse più alto
salito, l'albero sarebbesi piegato cadendo a terra colui che si arrampicava. Tutti dicevano
che non era possibile salire più in alto. Feci la mia prova. Salii alla possibile altezza senza
far curvare la pianta, poi tenendomi colle mani all'albero alzai il corpo e portai i piedi circa
un metro oltre all'altezza del mio contendente.
Chi mai può esprimere gli applausi della moltitudine, la gioia de' miei compagni, la
rabbia del saltimbanco, e l'orgoglio mio, che era riuscito vincitore, non contro i miei
condiscepoli, ma contro ad un capo di ciarlatani? In mezzo però alla grande desolazione gli
abbiamo voluto procurare un conforto. Mossi a pietà dalla tristezza del poverino gli
abbiamo detto che noi gli ritornavamo il suo danaro se egli accettava una condizione, di
venire cioè a pagarci un pranzo all'albergo del Muletto.91 Accettò l'altro con gratitudine.
Andammo in numero di ventidue, tanti erano i miei partigiani. Il pranzo costò 25 franchi,
così che gli furono tornati franchi 215.
Quello fu veramente giovedì di grande allegria. Io mi sono coperto di gloria per avere in
destrezza superato un ciarlatano. Contentissimi i compagni che si divertirono a più non
posso col ridere e col buon pranzo. Contento dovette pur essere il ciarlatano, che riebbe
quasi tutto il suo danaro, godette anche un buon pranzo. Nel separarsi egli ringraziò tutti
dicendo: «Col ritornarmi questo danaro voi impedite la mia rovina. Vi ringrazio di tutto
cuore. Serberò di voi grata memoria, ma non faro mai più scommesse cogli studenti».
13. Studio dei classici
Nel vedermi passare il tempo in tante dissipazioni, voi direte che doveva per necessità
trascurare lo studio. Non vi nascondo che avrei potuto studiare di più; ma ritenete che
l'attenzione nella scuola mi bastava ad imparare quanto era necessario. Tanto più che in
quel tempo io non faceva distinzione tra leggere e studiare e con facilità poteva ripetere la
materia di un libro letto o udito a raccontare. Di più essendo stato abituato da mia madre a
dormire assai poco, poteva impiegare due terzi della notte a leggere libri a piacimento, e
spendere quasi tutta la giornata in cose di libera elezione, come fare ripetizioni, scuole
private, cui sebbene spesso mi prestassi per carità o per amicizia, da parecchi però era
pagato.
Era allora in Chieri un libraio ebreo di nome Elia,92 col quale contrassi relazioni
associandomi alla lettura dei classici italiani. Un soldo93 ogni volumetto, che gli ritornava
dopo averlo letto. Dei volumetti della Biblioteca Popolare94 ne leggeva uno al giorno.
91
L’albergo del “Muletto” si trovava nella Piazza d’Armi, ora Piazza Cavour.
92
Elia Foa, commerciante, che secondo il censimento comunale del 1834, aveva 79 anni. Il libraio era suo
cognato Tobia Jona di 59 anni, che aveva il negozio unito a quello di Elia.
93
Il soldo corrispondeva a 20 centesimi di lira.
94
La “Biblioteca Popolare Morale e Religiosa” era una collana economica di autori classici italiani, latini
e greci pubblicata dall’editore Giuseppe Pomba tra 1829 e 1840, che ebbe una grande fortuna editoriale.
83
L'anno di quarta Ginnasiale95 l'impiegai nella lettura degli autori italiani. L'anno di
Retorica mi posi a fare studi sui classici latini, e cominciai a leggere Cornelio Nepote,
Cicerone, Sallustio, Quinto Curzio, Tito Livio, Cornelio Tacito, Ovidio, Virgilio, Orazio
Flacco ed altri. Io leggeva que' libri per divertimento e li gustava come se li avessi capito
interamente. Soltanto più tardi mi accorsi che non era vero, perciocché fatto sacerdote,
messomi a spiegare ad altri quelle classiche celebrità, conobbi che appena con grande
studio e con molta preparazione riusciva a penetrarne il giusto senso e la bellezza loro.
Ma i doveri di studio, le occupazioni delle ripetizioni, la molta lettura, richiedevano il
giorno ed una parte notabile della notte. Più volte accadde che giungeva l'ora della levata
mentre teneva tuttora tra mano le decadi di Tito Livio,96 di cui aveva intrapreso lettura la
sera antecedente. Tal cosa mi rovinò talmente la sanità che per più anni la mia vita
sembrava ognora vicina alla tomba. Laonde io darò sempre per consiglio di fare quel che si
può e non di più. La notte è fatta pel riposo, ed eccettuato il caso di necessità, altrimenti
dopo la cena niuno deve applicarsi in cose scientifiche. Un uomo robusto reggerà alquanto,
ma cagionerà sempre qualche detrimento alla sua sanità.
14. Preparazione - Scelta dello stato
Intanto si avvicinava la fine dell'anno di Retorica,97 epoca in cui gli studenti sogliono
deliberare intorno alla loro vocazione. Il sogno di Morialdo mi stava sempre impresso; anzi
mi si era altre volte rinnovato in modo assai più chiaro, per cui, volendoci prestar fede,
doveva scegliere lo stato ecclesiastico; cui appunto mi sentiva propensione; ma non
volendo credere ai sogni, e la mia maniera di vivere, certe abitudini del mio cuore, e la
mancanza assoluta delle virtù necessarie a questo stato, rendevano dubbiosa e assai
difficile quella deliberazione.
Oh se allora avessi avuto una guida, che si fosse presa cura della mia vocazione!
Sarebbe stato per me un gran tesoro, ma questo tesoro mi mancava! Aveva un buon
confessore, che pensava a farmi buon cristiano, ma di vocazione non si volle mai
mischiare.
Consigliandomi con me stesso, dopo avere letto qualche libro, che trattava della scelta
dello stato, mi sono deciso di entrare nell'Ordine Francescano. Se io mi fo cherico nel
secolo, diceva tra me, la mia vocazione corre gran pericolo di naufragio. Abbraccerò lo
stato ecclesiastico, rinuncerò al mondo, andrò in un chiostro, mi darò allo studio, alla
95
Nell’ordinamento scolastico del tempo, era l’anno di Umanità.
96
Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.): il più grande storico dell’età di Augusto, autore delle Storie, un’opera
monumentale divisa in periodi di dieci anni (decadi), di cui ci restano solo poche parti (le decadi I, III, IV e i
primi cinque libri della V decade).
97
Retorica: l’ultima classe della Latinità superiore. Giovanni Bosco la frequentò nell’anno scolastico
1834-1835. Il problema della scelta dello stato di vita, però, se lo era posto già da tempo: infatti, la domanda
di ammissione tra i Francescani, di cui parlerà più oltre, fu presentata nel marzo del 1834, durante il corso di
Umanità.
84
meditazione, e così nella solitudine potrò combattere le passioni, specialmente la superbia,
che nel mio cuore aveva messe profonde radici. Feci pertanto dimanda ai conventuali
riformati, ne subii l'esame, fui accettato98 e tutto era preparato per entrare nel convento
della Pace in Chieri.99 Pochi giorni prima del tempo stabilito per la mia entrata ho fatto un
sogno dei più strani. Mi parve di vedere una moltitudine di que' religiosi colle vesti
sdruscite indosso e correre in senso opposto l'uno dall'altro. Uno di loro vennemi a dire: Tu
cerchi la pace e qui pace non troverai. Vedi l'atteggiamento de' tuoi fratelli. Altro luogo,
altra messe Dio ti prepara.
Voleva fare qualche dimanda a quel religioso, ma un rumore mi svegliò e non vidi più
cosa alcuna. Esposi tutto al mio confessore, che non volle udire a parlare né di sogno né di
frati. In questo affare, rispondevami, bisogna che ciascuno segua le sue propensioni e non i
consigli altrui.
In quel tempo succedette un caso, che mi pose nella impossibilità di effettuare il mio
progetto. E siccome gli ostacoli erano molti e duraturi, così io ho deliberato di esporre tutto
all'amico Comollo. Esso mi diede per consiglio di fare una novena, durante la quale egli
avrebbe scritto al suo zio prevosto. L'ultimo giorno della novena in compagnia
dell'incomparabile amico ho fatto la confessione e la comunione, di poi udii una messa, e
ne servii un'altra in duomo all'altare della Madonna delle Grazie. Andati poscia a casa
trovammo di fatto una lettera di Don Comollo concepita in questi termini: Considerate
attentamente le cose esposte, io consiglierei il tuo compagno di soprassedere di entrare in
un convento. Vesta egli l'abito chericale, e mentre farà i suoi studi conoscerà viemeglio
quello che Dio vuole da lui. Non abbia alcun timore di perdere la vocazione, perciocché
colla ritiratezza, e colle pratiche di pietà egli supererà tutti gli ostacoli.
Ho seguito quel savio suggerimento, mi sono seriamente applicato in cose che potessero
giovare a prepararmi alla vestizione chericale. Subito l'esame di Retorica, sostenni quello
dell'abito di cherico in Chieri e precisamente nelle camere attuali della casa Bertinetti
Carlo, che morendo ci lasciò in eredità e che erano tenute a pigione dall'Arciprete canonico
Burzio. In quell'anno l'esame non ebbe luogo secondo il solito in Torino a motivo del
cholera-morbus, che minacciava i nostri paesi.100
Voglio qui notare una cosa che fa certamente conoscere quanto lo spirito di pietà fosse
coltivato nel collegio di Chieri. Nello spazio di quattro anni che frequentai quelle scuole
non mi ricordo di avere udito un discorso od una sola parola che fosse contro ai buoni
costumi o contro alla religione. Compiuto il corso della Retorica, di 25 allievi, di cui
componevasi quella scolaresca, 21 abbracciarono lo stato ecclesiastico; tre medici, uno
mercante.
98
L’esame si svolse il 18 aprile 1834 nel convento di Santa Maria degli Angeli di Torino, sede della
Provincia piemontese dell’ordine, e l’accettazione avvenne il 28 dello stesso mese.
99
Convento della Pace: così era chiamato il convento dei Minori Osservanti di Chieri.
100
Il colera si diffuse in alcune parti del Piemonte tra la primavera e l’autunno 1835. Per evitare pericoli
di contagio l’arcivescovo di Torino dispose che gli esami di ammissione allo stato chiericale non avvenissero,
secondo l’usanza, nella capitale, ma presso le autorità ecclesiastiche locali.
85
Andato a casa per le vacanze, cessai di fare il ciarlatano e mi diedi alle buone letture,
che, debbo dirlo a mia vergogna, fino allora aveva trascurato. Ho però continuato ad
occuparmi dei giovanetti, trattenendoli in racconti, in piacevole ricreazione, in canti di
laudi sacre, anzi osservando che molti erano già inoltrati negli anni, ma assai ignoranti
nelle verità della fede, mi sono dato premura d'insegnare loro anche le preghiere quotidiane
ed altre cose più importanti in quella età.
Era quella una specie di oratorio, cui intervenivano circa cinquanta fanciulli, che mi
amavano e mi ubbidivano, come se fossi stato loro padre.
86
SECONDA DECADE 1835-1845
87
1. Vestizione chericale - Regolamento di vita
Presa la deliberazione di abbracciare lo stato ecclesiastico e subitone il prescritto esame
andavami preparando a quel giorno di massima importanza, perciocché era persuaso che
dalla scelta dello stato ordinariamente dipende l’eterna salvezza o l’eterna perdizione. Mi
sono raccomandato a vari amici di pregare per me; ho fatto una novena, e nel giorno di S.
Michele (ottobre 1834)1 mi sono accostato ai santi sacramenti, di poi il Teologo Cinzano
prevosto e vicario foraneo di mia patria, mi benedisse l’abito e mi vestì da cherico prima
della messa solenne.2 Quando mi comandò di levarmi gli abiti secolareschi con quelle
parole: Exuat te Dominus veterem hominem cum actibus suis,3 dissi in cuor mio: Oh quanta
roba vecchia c’è da togliere. Mio Dio, distruggete in me tutte le mie cattive abitudini.
Quando poi nel darmi il collare aggiunse: Induat te Dominus novum hominem, qui
secundum Deum creatus est in iustitia et sanctitate veritatis!4 mi sentii tutto commosso e
aggiunsi tra me: Si, o mio Dio, fate che in questo momento io vesta un uomo nuovo, cioè
che da questo momento io incominci una vita nuova, tutta secondo i divini voleri, e che la
giustizia e la santità siano l’oggetto costante de’ miei pensieri, delle mie parole e delle mie
opere. Così sia. O Maria, siate voi la salvezza mia.
Compiuta la funzione di chiesa il mio prevosto volle farne un’altra tutta profana:
condurmi alla festa di S. Michele, che si celebrava a Bardella Borgata di Castelnuovo.5
Egli con quel festino intendeva usarmi un atto di benevolenza, ma non era cosa opportuna
per me. Io figurava un burattino vestito di nuovo, che si presentava al pubblico per essere
veduto. Inoltre dopo più settimane di preparazione a quella sospirata giornata, trovarmi di
poi ad un pranzo in mezzo a gente di ogni condizione, di ogni sesso, colà radunata per
ridere, chiacchierare, mangiare, bere e divertirsi; gente che per lo più andava in cerca di
giuochi, balli e di partite di tutti i generi; quella gente quale società poteva mai formare con
uno, che al mattino dello stesso giorno aveva vestito l’abito di santità, per darsi tutto al
Signore?
I1 mio prevosto se ne accorse, e nel ritorno a casa mi chiese perché in quel giorno di
pubblica allegria, io mi fossi mostrato cotanto ritenuto e pensieroso. — Con tutta sincerità
risposi che la funzione fatta al mattino in chiesa discordava in genere, numero e caso con
quella della sera. Anzi, soggiunsi, l’aver veduto preti a fare i buffoni in mezzo ai convitati
presso che brilli di vino, mi ha quasi fatto venire in avversione la mia vocazione. Se mai
sapessi di venire un prete come quelli, amerei meglio deporre quest’abito e vivere da
povero secolare, ma da buon cristiano.
1
Ottobre 1834: si deve correggere: secondo i registri dell’Archivio Arcivescovile, Giovanni Bosco
ricevette l’abito ecclesiastico la domenica 25 ottobre 1835, a Castelnuovo. Il giorno precedente cadeva la
commemorazione liturgica di san Raffaele Arcangelo (non san Michele).
2
Antonio Cinzano (1804-1870): laureato in teologia, prevosto di Castelnuovo dal 1834 fino alla morte.
3
«Il Signore ti spogli del vecchio uomo con le sue azioni».
4
«Il Signore ti rivesta dell’uomo nuovo, creato da Dio nella giustizia e nella santità della verità».
5
La chiesa della frazione di Bardella, infatti, è intitolata a san Michele Arcangelo, la cui festa si celebrava
il 29 settembre. Qui, evidentemente, Don Bosco confonde due diversi eventi.
88
— I1 mondo è fatto così, mi rispose il prevosto, e bisogna prenderlo come è. Bisogna
vedere il male per conoscerlo ed evitarlo. Niuno divenne valente guerriero senza
apprendere il maneggio delle armi. Così dobbiamo fare noi che abbiamo un continuo
combattimento contro al nemico delle anime.
Tacqui allora, ma nel mio cuore ho detto: — Non andrò mai più in pubblici festini, fuori
che ne sia obbligato per funzioni religiose.
Dopo quella giornata io doveva occuparmi di me stesso. La vita fino allora tenuta
doveva essere radicalmente riformata. Negli anni addietro non era stato uno scellerato, ma
dissipato, vanaglorioso, occupato in partite, giuochi, salti, trastulli ed altre cose simili, che
rallegravano momentaneamente, ma che non appagano il cuore.
Per farmi un tenore di vita stabile da non dimenticarsi, ho scritto le seguenti risoluzioni:
1° Per l’avvenire non prenderò mai più parte a pubblici spettacoli sulle fiere,
sui mercati; né andrò a vedere balli o teatri. E per quanto mi sarà possibile
non interverrò ai pranzi, che soglionsi dare in tali occasioni.
2° Non farò mai più i giuochi de’ bussolotti, di prestigiatore, di saltimbanco, di
destrezza, di corda; non suonerò più il violino, non andrò più alla caccia.
Queste cose le reputo tutte contrarie alla gravità ed allo spirito ecclesiastico.
3° Amerò e praticherò la ritiratezza, la temperanza nel mangiare e nel bere; e di
riposo non prenderò se non le ore strettamente necessarie per la sanità.
4° Siccome pel passato ho servito al mondo con letture profane, così per
l’avvenire procurerò di servire a Dio dandomi alle letture di cose religiose.
5° Combatterò con tutte le mie forze ogni cosa, ogni lettura, pensiero, discorsi,
parole ed opere contrarie alla virtù della castità. All’opposto praticherò tutte
quelle cose anche piccolissime, che possano contribuire a conservare questa
virtù.
6° Oltre alle pratiche ordinarie di pietà, non ometterò mai di fare ogni giorno
un poco di meditazione ed un po’ di lettura spirituale.
7° Ogni giorno racconterò qualche esempio o qualche massima vantaggiosa
alle anime altrui. Ciò farò coi compagni, cogli amici, coi parenti, e quando
non posso con altri, il farò con mia madre.
Queste sono le cose deliberate quando ho vestito l’abito chericale, ed affinché mi
rimanessero bene impresse sono andato avanti ad un’immagine della Beata Vergine,
le ho lette, e dopo una preghiera ho fatto formale promessa a quella Celeste
Benefattrice, di osservarle a costo di qualunque sacrifizio.
89
2. Partenza pel seminario
I1 giorno 30 di ottobre di quell’anno 1835 doveva trovarmi in seminario.6 Il piccolo
corredo era preparato. I miei parenti erano tutti contenti, io più di loro. Mia madre soltanto
stava in pensiero e mi teneva tuttora lo sguardo addosso come volesse dirmi qualche cosa.
La sera antecedente alla partenza Ella mi chiamò a sé e mi fece questo memorando
discorso:
— Gioanni mio, tu hai vestito l’abito sacerdotale, io ne provo tutta la consolazione, che
una madre può provare per la fortuna di suo figlio. Ma ricordati che non è l’abito che onora
il tuo stato, è la pratica della virtù. Se mai tu venissi a dubitare di tua vocazione, ah per
carità! non disonorare questo abito. Deponilo tosto. Amo meglio di avere un povero
contadino, che un figlio prete trascurato ne’ suoi doveri. Quando sei venuto al mondo ti ho
consacrato alla Beata Vergine; quando hai cominciato i tuoi studi ti ho raccomandato la
divozione a questa nostra Madre; ora ti raccomando di esserle tutto suo: ama i compagni
divoti di Maria; e se diverrai sacerdote raccomanda a propaga mai sempre la divozione di
Maria.
Nel terminare queste parole mia madre era commossa, io piangeva. Madre, le risposi, vi
ringrazio di tutto quello, che avete detto e fatto per me; queste vostre parole non saranno
dette invano e ne farò tesoro in tutta la mia vita.
Al mattino per tempo mi recai a Chieri e la sera dello stesso giorno entrai in seminario.
Salutati i superiori, e aggiustatomi il letto, coll’amico Garigliano mi sono messo a
passeggiare pei dormitorii, pei corridoi, e in fine pel cortile. Alzando lo sguardo sopra una
meridiana lessi questo verso: Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae.7
— Ecco, dissi all’amico, ecco il nostro programma: stiamo sempre allegri e passerà
presto il tempo.
Il giorno dopo cominciò un triduo di esercizi ed ho procurato di farli bene per quanto mi
fu possibile. Sul finire di quelli mi recai dal professore di filosofia, che allora era il teologo
Ternavasio di Bra,8 e gli chiesi qualche norma di vita con cui soddisfare a’ miei doveri ed
acquistarmi la benevolenza de’ miei superiori. — Una cosa sola, mi rispose il degno
sacerdote, coll’esatto adempimento de’ vostri doveri.
Ho preso per base questo consiglio e mi diedi con tutto l’animo all’osservanza delle
regole del seminario.9 Non faceva distinzione tra quando il campanello chiamava allo
6
Il 30 ottobre 1835 era venerdì. Sul Calendarium Sanctae Metropolitanae Taurinensis Ecclesiae ad
annum 1835 (Torino: Botta, 1834), al giorno 30 ottobre si legge: «Hodie vespere Seminaria aperiuntur
Taurini, et Cherii … Clerici omnes hic addicti ad sua studia resumenda conveniant (Oggi, verso sera, si
aprono i Seminari di Torino e di Chieri […] Tutti i chierici ad essi assegnati rientrino per riprendere i loro
studi)».
7
«Le ore passano lentamente per chi è triste, ma velocemente per coloro che sono allegri».
8
Francesco Ternavasio (1806-1886): saerdote, laureato in Teologia all’Università di Torino, fu
professore di Filosofia nel seminario di Chieri nel biennio 1835-1837.
9
Il Regolamento del seminario di Chieri era stato approvato dall’arcivescovo di Torino mons. Luigi
Fransoni nel 1832; è stato pubblicato integralmente in A. Giraudo, Clero seminario e società. Aspetti della
restaurazione religiosa a Torino (Roma: LAS, 1993), 384-391.
90
studio, in chiesa, oppure in refettorio, in ricreazione, al riposo. Questa esattezza mi
guadagno l’affezione de’ compagni e la stima de’ superiori, a segno che sei anni di
seminario furono per me una piacevolissima dimora.
3. La vita del seminario
I giorni del seminario sono presso poco sempre gli stessi; perciò io accennerò le cose in
genere riserbandomi descrivere separatamente alcuni fatti particolari. Comincierò dai
superiori.10
Io amava molto i miei superiori, ed essi mi hanno sempre usato molta bontà; ma il mio
cuore non era soddisfatto. I1 Rettore e gli altri superiori solevano visitarsi all’arrivo dalle
vacanze e quando si partiva per le medesime. Niuno andava a parlare con loro se non nei
casi di ricevere qualche strillata. Uno dei superiori veniva per turno a prestar assistenza
ogni settimana in refettorio e nelle passeggiate e poi tutto era finito. Quante volte avrei
voluto parlare, chiedere loro consiglio o scioglimento di dubbi, e ciò non poteva; anzi
accadendo che qualche superiore passasse in mezzo ai seminaristi, senza saperne la
cagione, ognuno fuggiva precipitoso a destra e a sinistra come da una bestia nera. Ciò
accendeva sempre di più il mio cuore di essere presto prete per trattenermi in mezzo ai
giovanetti, per assisterli, ed appagarli ad ogni occorrenza.
In quanto ai compagni mi sono tenuto al suggerimento dell’amata mia Genitrice; vale a
dire associarmi a’ compagni divoti di Maria, amanti dello studio e della pietà. Debbo dire
per regola di chi frequenta il seminario, che in quello vi sono molti cherici di specchiata
virtù, ma ve ne sono anche dei pericolosi. Non pochi giovani senza badare alla loro
vocazione vanno in seminario senza avere né spirito, né volontà del buon seminarista. Anzi
io mi ricordo di aver udito cattivissimi discorsi da compagni. Ed una volta, fatta
perquisizione ad alcuni allievi, furono trovati libri empi ed osceni di ogni genere. È vero
che somiglianti compagni o deponevano volontariamente l’abito chericale, oppure
venivano cacciati dal seminario appena conosciuti per quello che erano. Ma mentre
dimoravano in seminario erano peste pei buoni e pei cattivi.
Per evitare il pericolo di tali condiscepoli io mi scelsi alcuni che erano notoriamente
conosciuti per modelli di virtù. Essi erano Garigliano Guglielmo, Giacomelli Gioanni di
Avigliana11 e di poi Comollo Luigi. Questi tre compagni furono per me un tesoro.
Le pratiche di pietà si adempivano assai bene. Ogni mattino messa, meditazione, la
terza parte del Rosario; a mensa lettura edificante. In quel tempo leggevasi la storia
10
Superiori: quando Giovanni Bosco entra in seminario l’organico dei superiori era composto di sei
persone: il Rettore, canonico Sebastiano Mottura (1795-1876), il direttore spirituale Giuseppe Mottura (17981876), il professore di teologia Lorenzo Prialis (1803-1868) e il suo assistente Innocenzo Arduino (18061880), il professore di filosofia Francesco Ternavasio e Matteo Testa (1782-1854) confessore dei seminaristi
e rettore della chiesa di san Filippo Neri annessa al seminario.
11
Giovanni Giacomelli (1820-1901): sarà in seguito cappellano degli istituti di carità della marchesa
Giulia di Barolo. Dal 1873 Don Bosco lo sceglierà come suo confessore.
91
ecclesiastica di Bercastel.12 La confessione era obbligatoria ogni quindici giorni, ma chi
voleva poteva anche accostarsi tutti i sabati. La santa comunione però potevasi soltanto
fare la domenica od in altra speciale solennità.
Qualche volta si faceva lungo la settimana, ma per ciò fare bisognava commettere una
disubbidienza. Era uopo scegliere l’ora di colazione, andare di soppiatto nell’attigua chiesa
di S. Filippo, fare la comunione, e poi venire raggiungere i compagni al momento che
tornavano allo studio o alla scuola. Questa infrazione di orario era proibita,13 ma i superiori
ne davano tacito consenso, perché lo sapevano e talvolta vedevano, e non dicevano niente
in contrario. Con questo mezzo ho potuto frequentare assai più la santa comunione, che
posso chiamare con ragione il più efficace alimento della mia vocazione.
A questo difetto di pietà si è ora provveduto, quando, per disposizione dell’Arcivescovo
Gastaldi14 furono ordinate le cose da poter ogni mattino accostarsi alla comunione, purché
uno siane preparato.
[3a]. Divertimenti e ricreazione
I1 trastullo più comune in tempo libero era il noto giuoco di Bara rotta.15 In principio ci
presi parte con molto gusto, ma siccome questo giuoco si avvicinava molto a quelli dei
ciarlatani, cui aveva assolutamente rinunziato, così pure ho voluto da quello cessare. In
certi giorni era permesso il giuoco dei tarocchi, e a questo ci ho preso parte per qualche
tempo. Ma anche qui trovava il dolce misto coll’amaro. Sebbene non fossi valente
giuocatore, tuttavia era così fortunato, che guadagnava quasi sempre. In fine delle partite io
aveva le mani piene di soldi, ma al vedere i miei compagni afflitti perché li avevano
perduti, io diveniva più afflitto di loro. Si aggiugne che nel giuoco io fissava tanto la mente
che dopo non poteva più né pregare, né studiare avendo sempre l’immaginazione
travagliata dal Re da Cope e dal Fante da Spada, dal 13 o dal quindici da Tarocchi. Ho
pertanto presa la risoluzione di non più prendere parte a questo giuoco come aveva già
rinunziato ad altri. Ciò feci alla metà del secondo anno di Filosofia 1836.16
Ma in che cosa passava la ricreazione?
12
A.-H. Bérault Bercastel, Storia del cristianesimo (Venezia: F. Stella, 1793-1809, 36 voll.).
13
Nel Regolamento del seminario era scritto: «Ogni alunno del seminario si confesserà almeno due volte
in cadun mese […]. Riguardo poi alla comunione ciascuno vi si accosterà secondo l’avviso del proprio
confessore: si esortano però tutti alla maggior frequenza secondo che più si avanzano negli ordini sacri» (cap.
I, art. 8). Di fatto, però, per influsso di una spiritualità rigorista influenzata dalla teologia giansenista del
secolo precedente, si distribuiva la comunione soltanto nella messa della domenica.
14
Mons. Lorenzo Gastaldi (1815-1883): Arcivescovo di Torino dal 1871 alla morte. Riformò e
ammodernò le regole dei seminari della sua diocesi nel 1875: Regulae seminariorum archiepiscopalium
clericorum archidioecesis taurinensis. Torino: Marietti, 1875.
15
Bara rotta: gioco che si disputa tra due squadre, costituite di numerosi giocatori (a seconda dello spazio
disponibile), basato sulla prontezza dei riflessi, sulla velocità nella corsa e sulla strategia di gruppo.
16
Secondo anno di Filosofia: Giovanni Bosco frequentò il secondo anno di filosofia nell’anno scolastico
1836-1837.
92
La ricreazione, quando era più lunga dell’ordinaria, era rallegrata da qualche
passeggiata che i seminaristi facevano spesso ne’ luoghi amenissimi,17 che circondano la
città di Chieri. Quelle passeggiate tornavano anche utili allo studio, perciocché ciascuno
procurava di esercitarsi in cose scolastiche, interrogando il suo compagno, o rispondendo
alle fatte dimande. Fuori del tempo di pubblica passeggiata, ognuno si poteva anche
ricreare passeggiando cogli amici pel seminario discorrendo di cose amene, edificanti, e
scientifiche.
Nelle lunghe ricreazioni spesso ci raccoglievamo in refettorio per fare il così detto
circolo scolastico.18 Ciascuno colà faceva quesiti intorno a cose che non sapesse, o che non
avesse ben intese nei trattati o nella scuola. Ciò mi piaceva assai, e mi tornava molto utile
allo studio, alla pietà ed alla sanità. Celebre a fare dimande era Comollo, che era venuto in
seminario un anno dopo di me. Un certo Peretti Domenico, ora parroco di Buttigliera,19 era
assai loquace e rispondeva sempre. Garigliano era eccellente uditore. Faceva soltanto
qualche riflesso. Io poi era presidente e giudice inappellabile.
Siccome nei nostri famigliari discorsi mettevansi in campo certe questioni, certi punti
scientifici, cui talvolta niuno di noi sapeva dare esatta risposta, così ci dividevamo le
difficoltà. Ciascuno entro un tempo determinato doveva preparare la risoluzione di quanto
era stato incaricato.
La mia ricreazione era non di rado dal Comollo interrotta. Mi prendeva egli per un
brano dell’abito e dicendomi di accompagnarlo conducevami in cappella per fare la visita
al SS. Sacramento pegli agonizzanti, recitare il rosario o l’ufficio della Madonna in
suffragio delle anime del purgatorio.
Questo maraviglioso compagno fu la mia fortuna. A suo tempo sapeva avvisarmi,
correggermi, consolarmi, ma con sì bel garbo e con tanta carità, che in certo modo era
contento di dargliene motivo per gustare il piacere di esserne corretto. Trattava
famigliarmente con lui, mi sentiva naturalmente portato ad imitarlo, e sebbene fossi mille
miglia da lui indietro nella virtù, tuttavia se non sono stato rovinato dai dissipati, e se potei
progredire nella mia vocazione ne sono veramente a lui debitore. In una cosa sola non ho
nemmeno provato ad imitarlo: nella mortificazione. Il vedere un giovanetto sui diciannove
anni digiunare rigorosamente l’intera quaresima ed altro tempo dalla Chiesa comandato;
digiunare ogni sabato in onore della Beata Vergine; spesso rinunziare alla colezione del
mattino; talvolta pranzare a pane e ad acqua; sopportare qualunque disprezzo, ingiuria
senza mai dare minimo segno di risentimento; il vederlo esattissimo ad ogni piccolo dovere
17
Nel Regolamento del seminario di Chieri si legge: «Il lunedì e il giovedì d’ogni settimana sarà destinato
per il passeggio. Uscendo dal seminario i seminaristi cammineranno in buon ordine a due a due, distante una
coppia dall’altre non più di tre passi» (cap. VI, art. 6).
18
Rireazioni: le ricreazioni lunghe erano due, dopo il pranzo e dopo la cena. Circolo scolastico: era
un’attività prevista dal sistema di insegnamento del tempo, che mirava all’approfondimento della materia
spiegata in classe e all’abilità espositiva; si svolgeva nel pomeriggio, durava mezz’ora ed era presieduto dal
professore ripetitore il quale incaricava un allievo a difendere una tesi e altri a confutarla, oppure dettava a
tutti un quesito a cui rispondere per scritto o, anche, invitava a far domande su punti non ben compresi.
19
Domenico Peretti (1816-1893): fu, dal 1850 alla morte, parroco di Buttigliera Alta, paese a 26 km da
Torino. Buttigliera Alta non va confusa con Buttigliera d’Asti.
93
di studio, e di pietà; queste cose mi sbalordivano, e mi faceva ravvisare in quel compagno
un idolo come amico, un eccitamento al bene, un modello di virtù per chi vive in
seminario.
4. Le vacanze
Un grande pericolo pei cherici sogliono essere le vacanze tanto più in quel tempo che
duravano quattro mesi e mezzo.20 Io impiegava il tempo a leggere, a scrivere, ma non
sapendo ancora a trar partito dalle mie giornate ne perdeva molte senza frutto. Cercava di
ammazzarle con qualche lavoro meccanico. Faceva fusi, cavigliotti, trottole, bocce o
pallottole al torno; cuciva abiti, tagliava, cuciva scarpe; lavorava nel ferro, nel legno.
Ancora presentemente avvi nella casa mia di Murialdo uno scrittoio, una tavola da pranzo
con alcune sedie che ricordano i capi d’opera di quelle mie vacanze. Mi occupava pure a
segare l’erba nei prati, a mietere il frumento nel campo; a spampinare, a smoccolare, a
vendemmiare, a vineggiare, a spillare il vino e simili. Mi occupava de’ miei soliti
giovanetti, ma ciò poteva solamente fare ne’ giorni festivi. Trovai però un gran conforto a
fare catechismo a molti miei compagni che trovavansi ai sedici ed anche ai diciassette anni
digiuni affatto delle verità della fede. Mi sono eziandio dato ad ammaestrarne alcuni nel
leggere e nello scrivere con assai buon successo, poiché il desiderio anzi la smania
d’imparare mi traeva giovanetti di tutte età. La scuola era gratuita, ma metteva per
condizione assiduità, attenzione e la confessione mensile. In principio alcuni per non
sottoporsi a queste condizioni cessarono. La qual cosa tornò di buon esempio e di
incoraggiamento agli altri.
Ho pure cominciato a fare prediche e discorsi col permesso e coll’assistenza del mio
prevosto. Predicai sopra il SS. Rosario nel paese di Alfiano,21 nelle vacanze di fisica;22
sopra S. Bartolomeo Apostolo dopo il primo anno di teologia in Castelnuovo d’Asti; sopra
la Natività di Maria in Capriglio.23 Non so quale ne sia stato il frutto. Da tutte parti però era
applaudito, sicché la vanagloria mi andò guidando finché ne fui disingannato come segue.
Un giorno dopo la detta predica sulla Nascita di Maria ho interrogato uno, che pareva dei
più intelligenti, sopra la predica, di cui faceva elogii sperticati, e mi rispose:
— La sua predica fu sopra le povere anime del Purgatorio ed io aveva predicato sopra le
glorie di Maria. Ad Alfiano ho anche voluto richiedere il parere del paroco, persona di
20
Vacanze: le vacanze iniziavano il 24 giugno, festa di san Giovanni Battista santo titolare della
cattedrale di Torino, e terminavano il 30 ottobre. Durante le vacanze i seminaristi erano affidati alla cura dei
rispettivi parroci, presso i quali dovevano recarsi due volte al giorno: al mattino per fare la meditazione,
recitare l’Ufficio e partecipare alla Messa; al pomeriggio per la lettura spirituale, la benedizione col
Santissimo Sacramento, la recita del rosario e un po’ di ripetizione di teologia.
21
Alfiano Natta: paese distante 27 km da Castelnuovo.
22
Vacanze di fisica: le vacanze successive al secondo anno di filosofia, detto «fisica».
23
Nel calendario liturgico del tempo la festa della Madonna del Rosario cadeva la prima domenica di
ottobre, la festa di san Bartolomeo il 24 agosto e la festa della Natività di Maria il giorno 8 settembre.
94
molta pietà e dottrina, di nome Pellato Giuseppe,24 e lo pregai a dirmi il suo parere intorno
alla mia predica.
— La vostra predica, mi rispose, fu assai bella, ordinata, esposta con buona lingua, con
pensieri scritturali, e che continuando così potete riuscire nella predicazione.
— Il popolo avrà capito?
— Poco. Avranno capito il mio fratello prete, io, e pochissimi altri.
— Come mai non furono intese cose tanto facili?
— A voi sembrano facili, ma pel popolo sono assai elevate. Lo sfiorare la storia sacra,
volare ragionando sopra un tessuto di fatti della storia ecclesiastica, sono tutte cose che il
popolo non capisce.
— Che adunque mi consiglia di fare?
— Abbandonare la lingua e l’orditura dei classici, parlare in volgare dove si può, od
anche in lingua italiana, ma popolarmente, popolarmente, popolarmente. Invece poi di
ragionamenti tenetevi agli esempi, alle similitudini, ad apologi semplici e pratici. Ma
ritenete sempre che il popolo capisce poco, e che le verità della fede non gli sono mai
abbastanza spiegate.
Questo paterno consiglio mi servi di norma in tutta la vita. Conservo ancora a mio
disdoro que’ discorsi, in cui presentemente non iscorgo più altro che vanagloria e
ricercatezza. Dio misericordioso ha disposto che avessi quella lezione, lezione fruttuosa
nelle prediche, nei catechismi, nelle istruzioni e nello scrivere, cui mi era fin da quel tempo
applicato.
5. Festino di campagna - Il suono del violino - La caccia
Mentre poco fa diceva che le vacanze sono pericolose intendeva di parlare per me. Un
povero cherico senza che se ne accorga gli accade spesso di trovarsi in gravi pericoli. Io ne
fui alla prova. Un anno fui invitato ad un festino in casa di alcuni miei parenti. Non voleva
andare, ma adducendosi che non eravi alcun cherico che servisse in chiesa, ai ripetuti inviti
di un mio zio credei bene di accondiscendere e ci sono andato. Compiute le sacre funzioni,
cui presi parte a servire e cantare, ce ne andammo a pranzo. Fino ad una parte del desinare
andò bene, ma quando si cominciò ad essere un po’ brilli di vino si misero in scena certi
parlari, che non potevansi più tollerare da un cherico. Provai a fare qualche osservazione,
ma la mia voce fu soffocata. Non sapendo più a qual partito appigliarmi me ne volli
fuggire. Mi alzai da mensa, presi il cappello per andarmene; ma lo zio si oppose; un altro si
mise a parlare peggio, e ad insultare tutti i commensali. Dalle parole si passava ai fatti;
schiamazzi, minaccie, bicchieri, bottiglie, piatti, cucchiai, forchette, e poi coltelli, si
univano insieme a fare un baccano orribile. In quel momento io non ho più avuto altro
scampo che darmela a gambe. Giunto a casa ho rinnovato di tutto cuore il proponimento
già fatto più volte, di stare ritirato se non si vuole cadere in peccato.
24
Giuseppe Pellato (1797-1864): parroco di Alfiano dal 1823 fino alla morte.
95
Fatto di altro genere, ma eziandio spiacente mi succedette a Crivelle frazione di
Buttigliera.25 Volendosi celebrare la festa di S. Bartolomeo, fui invitato da altro mio zio ad
intervenire per aiutare nelle sacre funzioni, cantare ed anche suonare il violino, che era
stato per me un istrumento prediletto, a cui aveva rinunciato. Ogni cosa andò benissimo in
chiesa. I1 pranzo era a casa di quel mio zio, che era priore della festa, e fino allora niente
era a biasimarsi. Finito il desinare i commensali mi invitarono a suonare qualche cosa a
modo di ricreazione. Mi sono rifiutato. Almeno, disse un musicante, mi farà
l’accompagnamento. Io farò la prima ella farà la seconda parte.
Miserabile! non seppi rifiutarmi e mi posi a suonare e suonai per un buon tratto, quando
si ode un bisbiglio ed un calpestio che segnava moltitudine di gente. Mi faccio allora alla
finestra e miro una folla di persone che nel vicino cortile allegramente danzava al suono
del mio violino. Non si può esprimere con parole la rabbia da cui fui invaso in quel
momento. Come, dissi ai commensali, io che grido sempre contro ai pubblici spettacoli, io
ne son divenuto promotore? Ciò non sarà mai più. Feci in mille pezzi il violino, e non me
ne volli mai più servire, sebbene siansi presentate occasioni e convenienza nelle funzioni
sacre.
Ancora un episodio avvenutomi alla caccia. Andava alle nidiate lungo l’estate, di
autunno uccellava col vischio, colla trapoletta, colla passeriera e qualche volta anche col
fucile. Un mattino mi sono dato ad inseguire una lepre e camminando di campo in campo,
di vigna in vigna, trapassai valli e colli per più ore. Finalmente giunsi a tiro di
quell’animale, con una fucilata gli ruppi le coste, sicché la povera bestiolina cadde
lasciandomi in vederla estinta in sommo abbattimento. A quel colpo corsero i miei
compagni, e mentre essi rallegravansi per quella preda portai uno sguardo sopra di me
stesso e mi accorsi che era in manica di camicia, senza sottana, con un cappello di paglia,
per cui faceva la comparsa di uno sfrosadore, e ciò in sito lontano oltre a due miglia26 da
casa mia.
Ne fui mortificatissimo, chiesi scusa ai compagni dello scandalo dato con quella foggia
di vestire, me ne andai tosto a casa, e rinunciai nuovamente e definitivamente ad ogni sorta
di caccia. Coll’aiuto del Signore questa volta mantenni la promessa. Dio mi perdoni quello
scandalo.
Questi tre fatti mi hanno dato una terribile lezione, e d’allora in poi mi sono dato con
miglior proposito alla ritiratezza, e fui davvero persuaso che chi vuole darsi schiettamente
al servizio del Signore bisogna che lasci affatto i divertimenti mondani. È vero che spesso
questi non sono peccaminosi, ma è certo che pei discorsi che si fanno, per la foggia di
vestire, di parlare e di operare contengono sempre qualche rischio di rovina per la virtù,
specialmente per la delicatissima virtù della castità.
25
Crivelle: borgata di Buttigliera d’Asti, a 6,5 km da Castelnuovo. Nel manoscritto originale Don Bosco
scrive erroneamente “Croveglia” (che è una borgata del comune di Villanova d’Asti).
26
Due miglia: circa 5 km.
96
[5a]. Relazioni con Luigi Comollo
Finché Dio conservò in vita questo incomparabile compagno, ci fui sempre in intima
relazione. Nelle vacanze più volte io andava da lui, più volte egli veniva da me. Frequenti
erano le lettere che ci indirizzavamo. Io vedeva in lui un santo giovanetto; lo amava per le
sue rare virtù; egli amava me perché l’aiutava negli studi scolastici, e poi quando era con
lui mi sforzava di imitarlo in qualche cosa.
Una vacanza venne a passar meco una giornata in tempo che i miei parenti erano in
campagna per la mietitura. Egli mi fece leggere un suo discorso che doveva recitare alla
prossima festa dell’Assunzione di Maria; di poi lo recitò accompagnando le parole col
gesto. Dopo alcune ore di piacevole trattenimento ci siamo accorti essere ora del pranzo.
Eravamo soli in casa. Che fare?
— Alto là, disse il Comollo, io accenderò il fuoco, tu preparerai la pentola e qualche
cosa faremo cuocere.
— Benissimo, risposi, ma prima andiamo a cogliere un pollastrino nell’aia e questo ci
servirà di pietanza e di brodo, tale è l’intenzione di mia madre.
Presto siamo riusciti a mettere le mani addosso ad un pollino, ma poi chi sentivasi di
ucciderlo? Ne l’uno ne l’altro. Per venire ad una conclusione vantaggiosa fu deciso che il
Comollo tenesse l’animale col collo sopra un tronco di legno appianato, mentre con un
falcetto senza punta glielo avrei tagliato. Fu fatto il colpo, la testa spiccata dal busto. Di
che ambidue spaventati ci siamo dati a precipitosa fuga e piangendo.
Sciocchi che siamo, disse di lì a poco il Comollo, il Signore ha detto di servirci delle
bestie della terra pel nostro bene, perché dunque tanta ripugnanza in questo fatto?
Senz’altra difficoltà abbiamo raccolto quell’animale, e spennatolo e cottolo, ci servì per
pranzo.
Io doveva recarmi a Cinzano per ascoltare il discorso del Comollo sull’Assunta, ma
essendo anch’io incaricato di fare altrove il medesimo discorso ci andai il giorno dopo. Era
una maraviglia l’udire le voci di encomio, che da tutte parti risuonavano sulla predica del
Comollo. Quel giorno (16 di agosto) correva festa di san Rocco, che suole chiamarsi
festino della pignatta o della cucina, perché i parenti e gli amici sogliono approfittarne per
invitare vicendevolmente i loro cari a pranzo ed a godere qualche pubblico trattenimento.
In quella occasione avvenne un episodio che dimostrò fin dove giungesse la mia audacia.
Si aspettò il predicatore di quella solennità quasi fino all’ora di montare in pulpito e non
giunse. Per togliere il prevosto di Cinzano dall’impaccio io andava ora dall’uno ora
dall’altro dei molti parroci colà intervenuti, pregando ed insistendo che qualcheduno
indirizzasse un sermoncino al numeroso popolo raccolto in chiesa. Niuno voleva
acconsentire. Seccati da’ miei ripetuti inviti mi risposero acremente:
— Minchione che siete; il fare un discorso sopra S. Rocco all’improvviso non è bere un
bicchiere di vino; e invece di seccare gli altri fatelo voi. A quelle parole tutti batterono le
mani. Mortificato e ferito nella mia superbia io risposi:
97
— Non osava certamente offerirmi a tanta impresa, ma poiché tutti si rifiutano, io
accetto.
Si cantò una laude sacra in chiesa per darmi alcuni istanti a pensare; poi richiamando a
memoria la vita del Santo, che aveva già letto, montai in pulpito, feci un discorso che mi fu
sempre detto essere stato il migliore di quanti avessi fatto prima e di poi.
In quelle vacanze e in quella stessa occasione (1838) uscii un giorno a passeggio27 col
mio amico sopra un colle, donde scorgevasi vasta estensione di prati, campi e vigne. Vedi,
Luigi presi a dirgli, che scarsezza di raccolti abbiamo quest’anno! Poveri contadini! Tanto
lavoro e quasi tutto invano!
È la mano del Signore, egli rispose, che pesa sopra di noi. Credimi, i nostri peccati ne
sono la cagione.
— L’anno venturo spero che il Signore ci donerà frutti più abbondanti.
— Lo spero anch’io, è buon per coloro che si troveranno a goderli.
— Su via, lasciamo a parte i pensieri malinconici, per quest’anno pazienza, ma l’anno
venturo avremo più copiosa vendemmia e faremo miglior vino.
— Tu ne beverai.
— Forse tu intendi continuare a bere la solita tua acqua?
— Io spero di bere un vino assai migliore.
— Che cosa vuoi dire con ciò?
— Lascia, lascia... il Signore sa quel che si fa.
— Non dimando questo, io dimando che cosa vuoi dire con quelle parole: Io spero di
bere un vino migliore. Vuoi forse andartene al Paradiso?
— Sebbene io non sia affatto certo di andare al paradiso dopo mia morte, tuttavia ne ho
fondata speranza, e da qualche tempo mi sento un sì vivo desiderio di andare a gustar
l’ambrosia dei Beati, che parmi impossibile che siano ancora lunghi i giorni di mia vita.
Questo diceva il Comollo colla massima ilarità di volto in tempo che godeva ottima sanità,
e si preparava per ritornare in Seminario.
6. Un fatto del Comollo
Le cose più memorabili che precedettero ed accompagnarono la preziosa morte di
questo caro amico furono descritte a parte e chi lo desidera può leggerle a piacimento. Qui
non voglio omettere un fatto che diede motivo a molto parlare, e di cui appena si fa cenno
nelle memorie già pubblicate. È il seguente. Attesa l’amicizia, la confidenza illimitata che
passava tra me e il Comollo, eravamo soliti parlare di quanto poteva ad ogni momento
27
Da questo punto alla fine del capitolo 5, Don Bosco riproduce alla lettera quanto già aveva scritto e
pubblicato in: Cenni sulla vita del giovane Luigi Comollo morto nel seminario di Chieri ammirato da tutti per
le sue rare virtù scritti dal sac. Bosco Giovanni suo collega. Torino: P. De Agostini, 1854, 50-51.
98
accadere, della nostra separazione pel caso di morte. Un giorno dopo aver letto un lungo
brano della vita dei Santi, tra celia e serietà dicemmo che sarebbe stata una grande
consolazione, se quello che di noi fosse primo a morire avesse portato notizie dello stato
suo. Rinnovando più volte tal cosa abbiamo fatto questo contratto. Quello che di noi sarà il
primo a morire, se Dio lo permetterà, recherà notizia di sua salvezza al compagno
superstite. Io non conosceva l’importanza di tale promessa, e confesso che ci fu molta
leggerezza, né mai sarei per consigliare altri a farla. Tuttavia l’abbiamo fatta e più volte
ripetuta specialmente nell’ultima malattia del Comollo. Anzi le ultime sue parole e l’ultimo
sguardo confermavano quanto si era detto a questo uopo. Molti compagni erano di ciò
consapevoli.
Moriva Comollo il due aprile 1839 e la sera del dì seguente era con gran pompa portato
alla sepoltura nella chiesa di San Filippo. I consapevoli di quella promessa erano ansiosi di
saperla verificata. Io ne era ansiosissimo, perché così sperava un grande conforto alla mia
desolazione. La sera di quel giorno essendo già a letto in un dormitorio di circa 20
seminaristi, io era in agitazione, persuaso che in quella notte sarebbesi verificata la
promessa. Circa alle 11 ½ un cupo rumore si fa sentire pei corridoi: sembrava che un
grosso carrettone tirato da molti cavalli si andasse avvicinando alla portina del dormitorio.
Facendosi ad ogni momento più tetro e a guisa di tuono fa tremare tutto il dormitorio.
Spaventati i cherici fuggono dai loro letti per raccogliersi insieme e darsi animo a vicenda.
Fu allora, ed in mezzo a quella specie di violento e cupo tuono che si udì la chiara voce del
Comollo dicendo tre volte: — Bosco, io son salvo. Tutti udirono il rumore, parecchi
intesero la voce senza capirne il senso; alcuni però la intesero al par di me, a segno che per
molto tempo si andava ripetendo pel seminario. Fu la prima volta che a mia ricordanza io
abbia avuto paura; paura e spavento tali che caduto in grave malattia fui portato vicino alla
tomba. Non sarei mai per dare ad altri consigli di questo genere. Dio è onnipotente. Dio è
misericordioso. Per lo più non da ascolto a questi patti, talvolta però nella sua infinita
misericordia permette che abbiano il loro compimento, come nel caso esposto.
7. Premio - Sacristia - Il teologo Gioanni Borel
Nel seminario io sono stato assai fortunato ed ho sempre goduto l’affezione de’ miei
compagni e quella di tutti i miei superiori. All’esame semestrale si suole dare un premio di
franchi 60 in ogni corso a colui che riporta i migliori voti nello studio e nella condotta
morale. Dio mi ha veramente benedetto, e nei sei anni che passai in seminario sono sempre
stato favorito di questo premio. Nel secondo anno di Teologia fui fatto sacristano, che era
una carica di poca entità, ma un prezioso segno di benevolenza dei superiori, cui erano
annessi altri franchi sessanta. Così che godeva già metà pensione, mentre il caritatevole
don Cafasso provvedeva al rimanente. Il sacrista deve aver cura della nettezza della chiesa,
della sacristia, dell’altare, e tenere in ordine lampade, candele, gli altri arredi ed oggetti
necessari al divin culto.
99
Fu in quest’anno che ebbi la buona ventura di conoscere uno de’ più zelanti ministri del
santuario venuto a dettar gli esercizi spirituali in seminario. Egli apparve in sacristia con
aria ilare, con parole celianti, ma sempre condite di pensieri morali. Quando ne osservai la
preparazione e il ringraziamento della messa, il contegno, il fervore nella celebrazione di
essa, mi accorsi subito, che quegli era un degno sacerdote, quale appunto era il teologo
Gioanni Borel di Torino.28 Quando poi cominciò la sua predicazione e se ne ammirò la
popolarità, la vivacità, la chiarezza, e il fuoco di carità che appariva in tutte le parole,
ognuno andava ripetendo che egli era un santo.
Di fatto tutti facevano a gara per andarsi a confessare da lui, trattare con lui della
vocazione ed avere qualche particolare ricordo. Io pure ho voluto conferire col medesimo
delle cose dell’anima. In fine avendogli chiesto qualche mezzo certo per conservare lo
spirito di vocazione lungo l’anno e specialmente in tempo delle vacanze, egli mi lasciò con
queste memorande parole: — Colla ritiratezza, e colla frequente comunione si perfeziona e
si conserva la vocazione e si forma un vero ecclesiastico.
Gli esercizi spirituali del teologo Borel fecero epoca in seminario, e più anni appresso si
andavano ancora ripetendo le sante massime, che aveva in pubblico predicate o
privatamente consigliate.
8. Studio
Intorno agli studi fui dominato da un errore che in me avrebbe prodotto funeste
conseguenze, se un fatto provvidenziale non me lo avesse tolto. Abituato alla lettura dei
classici in tutto il corso secondario, assuefatto alle figure enfatiche della mitologia e delle
favole dei pagani, non trovava gusto per le cose ascetiche. Giunsi a persuadermi che la
buona lingua e la eloquenza non si potesse conciliare colla religione. Le stesse opere dei
santi Padri mi sembravano parto di ingegni assai limitati, eccettuati i principii religiosi, che
essi esponevano con forza e chiarezza.
Sul principio del secondo anno di filosofia andai un giorno a fare la visita al SS.
Sacramento e non avendo meco il libro di preghiera mi feci a leggere De imitatione Christi
di cui lessi qualche capo intorno al SS. Sacramento.29 Considerando attentamente la
sublimità dei pensieri, e il modo chiaro e nel tempo stesso ordinato ed eloquente con cui si
esponevano quelle grandi verità, cominciai a dire tra me stesso: — L’autore di questo libro
era un uomo dotto. Continuando altre e poi altre volte a leggere quell’aurea operetta, non
tardai ad accorgermi, che un solo versicolo di essa conteneva tanta dottrina e moralità,
28
Giovanni Battista Borel (1801-1873): sacerdote torinese laureato in teologia; dal 1829 al 1842 lavorò
nel settore educativo come cappellano delle scuole pubbliche superiori della capitale. Dal 1842 divenne
cappellano capo degli istituti caritativi fondati dalla marchesa Giulia di Barolo per il recupero delle ragazze
traviate e delle giovani carcerate. Nel manoscritto delle Memorie Don Bosco scrive sempre «Borelli»,
italianizzando la pronuncia dialettale.
29
De imitatione Christi: è un’opera di spiritualità, attribuita da alcuni a Tommaso da Kempis (13801471), che ebbe un grande influsso sulla storia della pietà cattolica. Giovanni Bosco qui fa riferimento al
libro quarto dell’Imitazione di Cristo, dedicato alla contemplazione del mistero eucaristico.
100
quanta non avrei trovato nei grossi volumi dei classici antichi. È a questo libro cui son
debitore di aver cessato dalla lettura profana. Datomi pertanto alla lettura del Calmet,
Storia dell’Antico e Nuovo Testamento;30 a quella di Giuseppe Flavio, Delle Antichità
giudaiche; Della Guerra giudaica;31 di poi di Monsig. Marchetti, Ragionamenti sulla
Religione;32 di poi Frayssinous, Balmes, Zucconi,33 e molti altri scrittori religiosi. Gustai
pure la lettura del Fleury, Storia Ecclesiastica, che ignorava essere libro da evitarsi.34 Con
maggior frutto ancora ho letto le opere del Cavalca, del Passavanti,35 del Segneri,36 e tutta
la Storia della Chiesa dell’Henrion.37
Voi forse direte: Occupandomi in tante letture, non poteva attendere ai trattati.
Non fu così. La mia memoria continuava a favorirmi, e la sola lettura e la
spiegazione dei trattati fatta nella scuola mi bastavano per soddisfare i miei doveri.
Quindi tutte le ore stabilite per lo studio, io le poteva ccupare in letture diverse. I
superiori sapevano tutto e mi lasciavano libertà di farlo.
Uno studio che mi stava molto a cuore era il greco. Ne aveva già appreso i primi
elementi nel corso classico, aveva studiato la grammatica ed eseguite le prime versioni
coll’uso dei Lessici. Una buona occasione mi fu a tale uopo assai vantaggiosa. L’anno
30
Augustin Calmet (1672-1757): monaco benedettino. Don Bosco lesse l’edizione piemontese: Storia
dell’Antico e del Nuovo Testamento e degli Ebrei (Torino: G. Pomba, 1829-1832, 18 voll.).
31
Giuseppe Flavio (37-100 circa dopo Cristo): storico ebreo, seguace dei Farisei; prese parte alla rivolta
contro i romani nell’anno 67 e fu portato prigioniero a Roma. Liberato dall’imperatore Vespasiano si dedicò
alla compilazione delle sue opere. Le Antichità giudaiche, sono la storia del popolo ebraico dalle origini fino
al 66 dopo Cristo; la Guerra giudaica racconta la storia ebraica dal regno di Erode il Grande alla distruzione
di Gerusalemme.
32
Giovanni Battista Marchetti (1753-1829): vescovo e apologista. Il titolo esatto dell’opera è:
Trattenimenti di famiglia su la storia della religione (Torino: Bianco, 1823, 2 voll.).
33
Denis de Frayssinous (1765-1841): vescovo, predicatore e conferenziere; le sue conferenze, stimate per
chiarezza e qualità culturale, furono pubblicate in 4 volumi col titolo: Défense du Christianisme. Jaime
Luciano Balmes (1810-1848): filosofo e pubblicista spagnolo; l’opera che lo rese famoso in tutto il mondo El Protestantismo comparado con el Catolicismo en sus relaciones con la civilización Europea (1842-1844)
- fu subito tradotta in francese, italiano, tedesco e inglese. Don Bosco certamente non la lesse durante gli anni
del seminario, ma soltanto in seguito. Ferdinando Zucconi (1647-1732): gesuita; è autore di: Lezioni sacre
sopra la divina Scrittura.
34
Claude Fleury (1640-1723): accademico di Francia, confessore del re Luigi XV. La sua Histoire
ecclésiastique, in 20 volumi, opera lodata da Voltaire, è considerata la prima storia sistematica della Chiesa,
della sua organizzazione, delle sue dottrine e dei suoi riti. Nell’Ottocento era ritenuta un’opera di impronta
“gallicana”, cioè favorevole ad una certa indipendenza delle chiese nazionali dallo stretto controllo del
papato.
35
Domenico Cavalca (m. 1342) e Iacopo Passavanti (1297-1357): erano frati domenicani, autori di opere
ascetiche in lingua italiana, molto amati nel secolo XIX per la purezza letteraria della loro stile.
36
Paolo Segneri (1624-1694): gesuita, abile predicatore e autore di fortunate raccolte di sermoni, di
panegirici e di istruzioni religiose, considerate capolavori della retorica religiosa.
37
Mathieu Richard Auguste Henrion (1805-1862): cattolico francese, laureato in legge e autore di molte
opere di carattere storico e apologetico, tra le quali una Histoire générale de l'Englise pendant les XVIIIe et
XIXe siècles e di una monumentale Histoire generale de l'Eglise depuis la predication des apotres jusqu'au
pontificat de Gregoire XVI in 14 volumi.
101
1836, essendovi in Torino minaccia di cholera, i Gesuiti anticiparono la partenza dei
convittori dal collegio del Carmine per Montaldo.38 Quell’anticipazione richiedeva doppio
personale insegnante perché dovevansi tuttora coprire le classi degli esterni, che
intervenivano al collegio. I1 Sac. don Cafasso, che ne era stato richiesto, propose me per
una classe di greco.39 Ciò mi spinse ad occuparmi seriamente di questa lingua per rendermi
idoneo di insegnarla. Di più trovandosi nella stessa Compagnia un sacerdote di nome Bini,
profondo conoscitore del greco, di lui mi valsi con molto vantaggio. In soli quattro mesi mi
fece tradurre quasi tutto il Nuovo Testamento; i due primi libri di Omero con parecchie odi
di Pindaro e di Anacreonte.40 Quel degno sacerdote ammirando la mia buona volontà
continuò ad assistermi e per quattro anni ogni settimana leggeva una composizione greca o
qualche versione da me spedita, e che egli puntualmente correggeva e poi rimandava colle
opportune osservazioni. In questa maniera potei giungere a tradurre il greco quasi come si
farebbe del latino.
Fu pure in questo tempo che io studiai la lingua Francese, ed i principii di lingua
Ebraica. Queste tre lingue, Ebraico, Greco e Francese mi furono sempre predilette dopo il
latino e l’italiano.
9. Sacre ordinazioni - Sacerdozio
L’anno della morte del Comollo (1839)41 riceveva la tonsura coi quattro ordini minori
nel terzo anno di Teologia.42 Dopo quell’anno mi nacque il pensiero di tentare cosa che in
quel tempo rarissimamente si otteneva: fare un corso nelle vacanze. A tale uopo senza
farne motto ad alcuno mi presentai solo dall’Arcivescovo Fransoni43 chiedendogli di poter
istudiare i trattati del 4° anno in quelle vacanze e così compiere il quinquennio nel
successivo anno scolastico 1840-1841. Adduceva per ragione la mia avanzata età di 24
anni compiuti. Quel santo Prelato mi accolse con molta bontà, e verificato l’esito de’ miei
38
Collegio del Carmine: era uno degli istituti di educazione superiore più prestigiosi della capitale,
riservato alla formazione della classe dirigente. Montaldo Torinese: paese distante 8 km da Chieri. Il castello
del paese serviva come dimora estiva degli studenti del Collegio del Carmine.
39
Giovanni Bosco fu ripetitore di greco e assistente di camerata nel castello di Montaldo dall’11 luglio al
17 ottobre 1836, come risulta dall’attestato firmato dal padre Dessì rettore del collegio.
40
Omero: poeta epico greco, vissuto probabilmente tra i secoli VIII e VII a.C., ritenuto l’autore
dell’Iliade e dell’Odissea. Pindaro: poeta greco (518-438? a.C.), autore di una lunga serie di Epinici (canti di
vittoria per i giochi sportivi). Anacreonte: poeta lirico greco (570-480? a.C.), della cui opera restano solo 160
frammenti.
41
Luigi Comollo morì nel seminario di Chieri il 2 aprile 1839.
42
In realtà Giovanni Bosco ricevette la tonsura e i quattro ordini minori l’anno successivo, il 29 marzo
1840. Tonsura: rito consistente nel taglio simbolico di un ciuffo di capelli sul culmine del capo per indicare
l’aggregazione canonica al ceto clericale. Quattro ordini minori: rappresentano antichi ministeri della chiesa
latina (accolitato, lettorato, esorcistato, ostiariato). Con la riforma attuata dal Concilio Vaticano II la tonsura
è stata eliminata e gli ordini minori ridotti a due: lettorato e accolitato.
43
Luigi Fransoni (1789-1862): arcivescovo di Torino dal 1832 alla morte; verrà esiliato dal governo
liberale nel 1850.
102
esami fino allora sostenuti in seminario, mi concedette il favore implorato a condizione,
che io portassi tutti i trattati corrispondenti al corso, che io desiderava di guadagnare. Il
teologo Cinzano mio Vicario Foraneo era incaricato di eseguire la volontà del superiore. In
due mesi ho potuto collo studio esaurire i trattati prescritti e per l’ordinazione delle quattro
tempora di autunno sono stato ammesso al Suddiaconato.44 Ora che conosco le virtù che si
ricercano per quell’importantissimo passo, resto convinto che io non era abbastanza
preparato; ma non avendo chi si prendesse cura diretta della mia vocazione, mi sono
consigliato con don Cafasso che mi disse di andare avanti e riposare sopra la sua parola.
Nei dieci giorni di spirituali esercizi fatti nella Casa della Missione45 in Torino ho fatto la
confessione generale affinché il confessore potesse avere un’idea chiara di mia coscienza e
darmi l’opportuno consiglio. Desiderava di compiere i miei studi, ma tremava al pensiero
di legarmi per tutta la vita, perciò non volli prendere definitiva risoluzione se non dopo
avere avuto il pieno consentimento del confessore.
D’allora in poi mi sono dato il massimo impegno di mettere in pratica il consiglio del
Teologo Borel; colla ritiratezza e colla frequente comunione si conserva e si perfeziona la
vocazione. Ritornato poi in seminario fui annoverato fra quelli del quinto anno e venni
costituito prefetto,46 che è la carica più alta cui possa essere sollevato un seminarista.
Al sabato di Sitientes del 1841 ricevetti il Diaconato,47 alle tempora estive doveva
essere ordinato sacerdote. Ma un giorno di vera costernazione era quello in cui doveva
uscire definitivamente dal Seminario. I superiori mi amavano e mi diedero continui segni
di benevolenza. I compagni mi erano affezionatissimi. Si può dire che io viveva per loro,
essi vivevano per me. Chi avesse avuto bisogno di farsi radere la barba o la cherica
ricorreva a Bosco. Chi avesse abbisognato di berretta da prete, di cucire, rappezzare
qualche abito faceva capo a Bosco. Perciò mi torno dolorosissima quella separazione,
separazione da un luogo dove era vissuto per sei anni; dove ebbi educazione, scienza,
spirito ecclesiastico e tutti i segni di bontà e di affetto che si possano desiderare.
Il giorno della mia ordinazione era la vigilia della SS. Trinità,48 ed ho celebrato la mia
prima messa nella chiesa di S. Francesco d’Assisi dove era capo di conferenza don
44
Tempora: periodo di digiuno posto all’inizio di ciascuna delle quattro stagioni dell’anno; era il
momento in cui ordinariamente si conferivano gli ordini sacri. Suddiaconato: era il primo grado
dell’ordinazione e comportava la promessa di celibato e l’obbligo della recita quotidiana dell’ufficio. Con la
riforma del Concilio Vaticano II il suddiaconato è stato soppresso. Giovanni Bosco ricevette il suddiaconato
il 19 settembre 1840.
45
Casa della Missione: era la sede dei padri Vincenziani di Torino, nella quale si facevano gli esercizi
spirituali in preparazione alle ordinazioni; la casa, che era stata precedentemente convento delle suore
Visitandine, è annessa alla bella chiesa barocca della Visitazione.
46
Prefetto: incarico che comportava l’assistenza di una classe di compagni più giovani; si affidava ai
seminaristi più anziani e fidati.
47
Sabato di Sitientes: il sabato precedente alla domenica di Passione. Giovanni Bosco fu ordinato diacono
il 29 marzo 1841.
48
Vigilia della SS. Trinità: era il 5 giugno 1841.
103
Cafasso.49 Era ansiosamente aspettato in mia patria, dove da molti anni non si era più
celebrata messa nuova; ma ho preferito di celebrarla in Torino senza rumore, e quello
posso chiamarlo il più bel giorno della mia vita. Nel Memento di quella memoranda messa
ho procurato di fare divota menzione di tutti i miei professori, benefattori spirituali e
temporali, e segnatamente del compianto don Calosso che ho sempre ricordato come
grande ed insigne benefattore. Lunedì andai a celebrare alla chiesa della SS. Consolata,50
per ringraziare la gran Vergine Maria degli innumerabili favori, che mi aveva ottenuto dal
suo Divin Figliuolo Gesù.
Martedì mi recai a Chieri e celebrai messa nella chiesa di S. Domenico, dove tuttora
viveva l’antico mio professore padre Giusiana, che con paterno affetto mi attendeva.
Durante quella messa egli pianse sempre per commozione. Ho passato con lui tutto quel
giorno che posso chiamare giornata di paradiso.
Il Giovedì, Solennità del Corpus Domini, appagai i miei patriotti, cantai messa e feci
quivi la processione di quella Solennità.51 Il prevosto volle invitare a pranzo i miei parenti,
il clero ed i principali del paese. Tutti presero parte a quell’allegrezza, perciocché io era
molto amato dai miei cittadini ed ognuno godeva di tutto quello, che avesse potuto tornare
a mio bene. La sera di quel giorno mi sono restituito in famiglia. Ma quando fui vicino a
casa e mirai il luogo del sogno fatto all’età di circa nove anni non potei frenare le lagrime e
dire: — Quanto mai sono maravigliosi i disegni della Divina Provvidenza! Dio ha
veramente tolto dalla terra un povero fanciullo per collocarlo coi primari del suo popolo.
10. Principii del sacro ministero - Discorso di Lariano e Giovanni Brina
In quell'anno (1841) mancando il mio prevosto di Vicecurato io ne compii l’uffizio per
cinque mesi.52 Provava il più grande piacere a lavorare. Predicava tutte le domeniche,
visitava gli ammalati, amministrava loro i santi sacramenti, eccetto la penitenza, perché
non aveva ancora subito l’esame di confessione. Assisteva alle sepolture, teneva in ordine i
libri parochiali, faceva certificati di povertà o di altro genere. Ma la mia delizia era fare
49
Prima messa: Giovanni Bosco celebrò la sua prima messa all’altare dell’Angelo Custode nella chiesa di
san Francesco d’Assisi, presso la quale era il Convitto ecclesiastico, di cui si parlerà in seguito. Capo di
conferenza: il titolo dato al professore delle “Conferenze di teologia morale”, che erano corsi speciali per la
preparazione dei giovani sacerdoti all’esercizio del ministero della Confessione e della direzione spirituale.
50
Chiesa della SS. Consolata: una delle chiese più amate dai torinesi, dedicata alla SS. Vergine
Consolatrice. Costruita su una struttura basilicale del V secolo, la chiesa ha subito nel tempo numerose
ristrutturazioni: oggi si presenta con un corpo ellittico, detto di Sant'Andrea, dal nome della Basilica che vi
sorgeva, e uno esagonale, in cui sorge la chiesa vera e propria. Le due strutture sono il frutto di due
successivi progetti degli architetti Guarino Guarini (1624-1683) e Antonio Bertola (1647-1719); il presbiterio
ovale, costruito nel 1729, è di Filippo Juvarra (1678-1736). Si trova a poche centinaia di metri dal prato dei
fratelli Filippi.
51
Corpus Domini: Don Bosco celebrò la prima messa solenne nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo il
10 giugno 1842.
52
Cinque mesi: da giugno a fine ottobre 1842.
104
catechismo ai fanciulli, trattenermi con loro, parlare con loro. Da Morialdo mi venivano
spesso a visitare; quando andava a casa era sempre da loro intorniato. In paese poi
cominciavano pure a farsi compagni ed amici. Uscendo dalla casa parochiale era sempre
accompagnato da una schiera di fanciulli e dovunque mi recassi, era sempre attorniato da’
miei piccoli amici, che mi festeggiavano.
Avendo molta facilità ad esporre la parola di Dio era spesso ricercato di predicare, di
fare panegirici nei paesi vicini. Fui invitato a dettare quello di S. Benigno a Lavriano53 sul
finire dell'ottobre di quell'anno. Accondiscesi di buon grado, essendo quella patria del mio
amico e collega don Grassino Gioanni ora parroco di Scalenghe.54 Desiderava di rendere
onore a quella solennità e perciò preparai e scrissi il mio discorso in lingua popolare ma
pulita; lo studiai bene persuaso di acquistarne gloria. Ma Dio voleva dare terribile lezione
alla mia vanagloria. Essendo giorno festivo, e prima di partire dovendo celebrare la santa
messa a comodità della popolazione, fu mestieri servirmi di un cavallo per fare a tempo a
predicare. Percorsa metà strada trottando e galoppando, era giunto nella valle di
Casalborgone tra Cinzano e Bersano, quando da un campo seminato di miglio
all’improvviso si alza una moltitudine di passeri, al cui volo e rumore il mio cavallo
spaventato si dà a correre per via, campi e prati. Mi tenni alquanto in sella, ma
accorgendomi che questa piegava sotto al ventre dell'animale, tentai una manovra di
equitazione, ma la sella fuori di posto mi spinse in alto ed io caddi capovolto sopra un
mucchio di pietre spaccate.
Un uomo dalla vicina collina poté osservare il compassionevole incidente e con un suo
servo corse in mio aiuto e trovatomi privo dei sensi, mi portò in casa sua e mi adagiò nel
miglior letto che avesse. Prodigatemi cure le più caritatevoli, dopo un’ora riacquistai me
stesso e conobbi di essere in casa altrui.—Non datevi pena, disse il mio ospite, non
inquietatevi perché siete in casa altrui. Qui non vi mancherà niente. Ho già mandato pel
medico; ed altra persona andò in traccia del cavallo. Io sono un contadino, ma provveduto
di quanto mi è necessario. Si sente molto male?
— Dio vi compensi di tanta carità, o mio buon amico. Credo non vi sia grave male;
forse una rottura nella spalla, che più non posso muovere. Qui dove mi trovo?
— Ella è sulla collina di Bersano in casa di Gioanni Calosso soprannominato Brina suo
umile servitore. Ho anch’io girato pel mondo ed anch'io ho avuto bisogno degli altri. Oh
quante me ne sono accadute andando alle fiere ed ai mercati!
— Mentre attendiamo il medico raccontatemi qualche cosa.
— Oh quante ne avrei da raccontare; ne ascolti una. Parecchi anni or sono di autunno io
era andato in Asti colla mia somarella a fare provvigioni per l'inverno. Nel ritorno, giunto
nelle valli di Morialdo la mia povera bestia carica assai cadde in un pantano e restò
immobile in mezzo la via. Ogni sforzo per rialzarla tornò inutile. Era mezzanotte, tempo
53
Lavriano (o Lauriano): paese distante 24 km da Castenuovo.
54
Giovanni Grassino (1821-1902): compagno di studi Don Bosco sia nel seminario di Chieri che nel
Convitto Ecclesiastico di Torino, lo aiutò per qualche tempo negli oratori di Valdocco e dell’Angelo Custode;
fu direttore del piccolo seminario di Giaveno, quando questo era affidato alla responsabilità di Don Bosco
(1860-1862). Scalenghe: paese delle diocesi di Torino distante 30 km dalla capitale.
105
oscurissimo e piovoso. Non sapendo più che fare mi diedi a gridare chiamando aiuto. Dopo
alcuni minuti mi si corrispose dal vicino casolare. Vennero un cherico un suo fratello con
due altri uomini portando fiaccole accese. Mi aiutarono a scaricare la giumenta, la tirarono
fuori del fango, e condussero me e tutte le cose mie in casa loro. Io ero mezzo morto; ogni
cosa imbrattata di melma. Mi pulirono, mi ristorarono con una stupenda cena, poi mi
diedero un letto morbidissimo. Al mattino prima di partire ho voluto dare compenso come
di dovere; il cherico ricusò tutto dicendo:
— Non può darsi che dimani noi abbiamo bisogno di voi?!
A quelle parole mi sentii commosso e l'altro si accorse delle mie lagrime. Si sente male,
dissemi.
— No, risposi; mi piace tanto questo racconto, che mi commuove.
— Se sapessi che cosa fare per quella buona famiglia!... Che buona gente!
— Come si chiamava?
— Famiglia Bosco, detta volgarmente Boschetti. Ma perché si mostra tanto commosso?
Forse conosce quella famiglia... Vive, sta bene quel cherico?
— Quel cherico, mio buon amico, è quel sacerdote cui ricompensate mille volte di
quanto ha fatto per voi. È quello stesso che voi portaste in vostra casa, collocaste in questo
letto. La divina provvidenza ha voluto farci conoscere con questo fatto che chi ne fa, ne
aspetti.
Ognuno può immaginarsi la maraviglia, il piacere di quel buon cristiano e di me, che
nella disgrazia Dio mi aveva fatto capitare in mano di tale amico. La moglie, una sorella,
altri parenti ed amici furono in grande festa nel sapere che era capitato in casa colui, di cui
avevano tante volte udito a parlare. Non ci fu riguardo che non mi fosse usato. Giunto di lì
a poco il medico trovò che non esistevano rotture, e perciò in pochi giorni sul ritrovato
cavallo potei rimettermi in cammino alla volta della mia patria. Gioanni Brina mi
accompagnò sino a casa, e finché egli visse abbiamo sempre conservato le più care
rimembranze di amicizia.
Dopo questo avviso ho fatto ferma risoluzione di voler per l’avvenire preparare i miei
discorsi per la maggior gloria di Dio, e non per comparire dotto o letterato.
11. Convitto ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi
Sul finire di quelle vacanze mi erano offerti tre impieghi, di cui doveva scegliere uno:
L'uffizio di Maestro in casa di un signore genovese collo stipendio di mille franchi annui;
di cappellano di Morialdo dove i buoni popolani, pel vivo desiderio di avermi
raddoppiavano lo stipendio dei cappellani antecedenti; di Vice curato in mia patria. Prima
di prendere alcuna definitiva deliberazione ho voluto fare una gita a Torino per chiedere
consiglio a don Cafasso, che da parecchi anni era divenuto mia guida nelle cose spirituali e
temporali. Quel santo sacerdote ascoltò tutto, le profferte di buoni stipendi, le insistenze
106
dei parenti e degli amici, il mio buon volere di lavorare. Senza esitare un istante egli mi
indirizzò queste parole: «Voi avete bisogno di studiare la morale e la predicazione.
Rinunciate per ora ad ogni proposta e venite al Convitto».55 Seguii con piacere il savio
consiglio e il 3 Novembre 1841 entrai nel mentovato Convitto.
Il Convitto Ecclesiastico si può chiamare un complemento dello studio teologico,
perciocché nei nostri seminarii si studia soltanto la dommatica, la speculativa. Di morale si
studia soltanto le proposizioni controverse. Qui si impara ad essere preti. Meditazione,
lettura, due conferenze al giorno, lezioni di predicazione, vita ritirata, ogni comodità di
studiare, leggere buoni autori, erano le cose intorno a cui ognuno deve applicare la sua
sollecitudine.
Due celebrità in quel tempo erano a capo di questo utilissimo istituto: il teologo Luigi
Guala e don Giuseppe Cafasso. Il teologo Guala era il fondatore dell'opera. Uomo
disinteressato, ricco di scienza, di prudenza e di coraggio, si era fatto tutto a tutti in tempo
del governo di Napoleone I. Affinché poi i giovani leviti, terminati i corsi in seminario,
potessero imparare la vita pratica del sacro ministero, fondò quel maraviglioso semenzaio,
da cui provenne molto bene alla Chiesa specialmente a sbarbare alcune radici di
giansenismo che tuttora si conservava tra noi.56
Fra le altre era agitatissima la questione del probabilismo e del probabiliorismo.57 In
capo ai primi era l’Alasia, l’Antoine58 con altri rigidi autori la cui pratica può condurre al
giansenismo. I probabilisti seguivano la dottrina di S. Alfonso,59 che ora è stato proclamato
55
Convitto: il Convitto Ecclesiastico era un’istituzione per la qualificazione pastorale e la formazione
spirituale dei sacerdoti appena ordinati. Lo dirigeva il teologo Luigi Guala (1775-1848), che l’aveva fondato
nel 1817. San Giuseppe Cafasso vi era entrato nel 1834 come allievo e al termine degli studi era stato invitato
dal Guala a rimanere nel Convitto in qualità di “ripetitore”, cioè come suo collaboratore nelle lezioni di
Teologia Morale. Il Cafasso diverrà rettore del Convitto nel 1848, dopo la morte del teologo Guala.
56
Giansenismo: dottrina teologica e morale, sorta in Francia nel sec. XVII, ispirata a dottrine contenute
nel trattato Augustinus, opera postuma del vescovo d’Ypres, Cornelius Jansen detto Giansenius (1585-1638).
Alla base di questa dottrina vi era la convinzione che il peccato originale avesse totalmente debilitato la
natura umana, così da rendere l’uomo incapace di resistere al male attraverso le sue sole forze; soltanto
l’aiuto della grazia divina può salvarlo. Per le opere di importanti pensatori (B. Pascal; A. Arnauld; P. Nicole;
P. Quesnel) il Giansenismo si diffuse anche fuori della Francia. Una delle conseguenze pastorali dell’influsso
del Giansenismo in Piemonte fu il rigorismo nella pratica sacramentale.
57
Probabilismo e Probabiliorismo: sono due diverse scuole di teologia morale sviluppatesi tra sec. XVII
e sec. XVIII. Il Probabiliorismo asseriva che, tra due situazioni od opinioni - l’una favorevole alla libertà e
l’altra alla legge -, si sarebbe dovuto scegliere quella favorevole alla libertà, soltanto nel caso che questa
fosse stata o potesse essere considerata più probabile dell’altra aderente alla legge. Il Probabilismo, invece,
semplificava il modo di vedere le leggi morali e sosteneva essere lecito seguire ogni opinione favorevole alla
libertà purché seriamente probabile. La prima corrente, dunque, era più rigorista, la seconda più moderata.
58
Giuseppe Antonio Alasia (1731-1812): professore all’Università di Torino, pubblicò un trattato in 8
volumi intitolato Theologia Moralis, usato all’Università e nei seminari torinesi per tutto l’Ottocento. Gabriel
Antoine (1679-1743): teologo gesuita, fu autore di una Theologia universa speculativa et dogmatica e di una
Theologia moralis universa che ebbero molte edizioni in Europa tra metà Settecento e primo Ottocento.
59
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787): avvocato napoletano di nobile famiglia. Abbandonò la
carriera forense e divenne prete per dedicarsi all’evangelizzazione del popolo umile. Fondò la Congregazione
dei Redentoristi per la cura pastorale dei ceti più poveri. Scrisse opere di teologia morale e di pietà. La sua
107
dottore di S. Chiesa e la cui autorità si può dire la teologia del papa, perché la Chiesa
proclamò le sue opere potersi insegnare, predicare, praticare, né esservi cosa che meriti
censura. I1 teologo Guala si mise fermo in mezzo ai due partiti, e per centro di ogni
opinione mettendo la carità di N.S.G.C. riuscì a ravvicinare quegli estremi. Le cose
giunsero a tal segno che merce il teologo Guala S. Alfonso divenne il maestro delle nostre
scuole con quel vantaggio che fu lungo tempo desiderato, e che oggidì se ne provano i
salutari effetti.
Braccio forte del Guala era don Cafasso. Colla sua virtù che resisteva a tutte prove,
colla sua calma prodigiosa, colla sua accortezza, prudenza poté togliere quell’acrimonia
che in alcuni ancora rimaneva dei probabilioristi verso ai liguoristi.
Una miniera d’oro nascondevasi nel sacerdote torinese teologo Felice Golzio,60 egli
pure convittore. Nella sua vita modesta fece poco rumore; ma col suo lavoro indefesso,
colla sua umiltà, e colla sua scienza era un vero appoggio o meglio un braccio forte del
Guala e del Cafasso. Le carceri, gli ospedali, i pulpiti, gli istituti di beneficenza, gli
ammalati a domicilio; le città, i paesi e possiamo dire i palazzi dei grandi ed i tuguri dei
poveri provarono i salutari effetti dello zelo di questi tre luminari del Clero Torinese.
Questi erano i tre modelli che la Divina Provvidenza mi porgeva, e dipendeva
solamente da me seguirne le traccie, la dottrina, le virtù. Don Cafasso, che da sei anni era
mia guida, fu eziandio mio Direttore spirituale, e se ho fatto qualche cosa di bene lo debbo
a questo degno ecclesiastico nelle cui mani riposi ogni mia deliberazione, ogni studio, ogni
azione della mia vita. Per prima cosa egli prese a condurmi nelle carceri,61 dove imparai
tosto a conoscere quanto sia grande la malizia e la miseria degli uomini. Vedere turbe di
giovanetti, sull'età dei 12 ai 18 anni; tutti sani, robusti, d'ingegno svegliato; ma vederli là
inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi
fece inorridire. L'obbrobrio della patria, il disonore delle famiglie, l'infamia di se stesso
erano personificati in quegli infelici. Ma quale non fu la mia maraviglia e sorpresa quando
mi accorsi che molti di loro uscivano con fermo proposito di vita migliore ed intanto erano
in breve ricondotti al luogo di punizione, da cui erano da pochi giorni usciti.
produzione letteraria è imponente. Fra le opere spirituali ricordiamo quelle che ebbero maggior influsso al
tempo di Don Bosco: Visite al SS. Sacramento e a Maria SS. (1745); Le glorie di Maria (1750); Apparecchio
alla morte (1758); Del gran mezzo della preghiera (1759); e Pratica di amar Gesù Cristo (1768),
quest’ultima è il suo capolavoro spirituale e il compendio del suo pensiero. Nel 1871 il papa Pio XI lo
dichiarò “dottore della Chiesa”.
60
Felice Golzio (1808-1873): prima fu professore al Convitto Ecclesiastico, poi rettore del Santuario della
Consolata; è stato confessore di Don Bosco dopo la morte di Don Cafasso.
61
Carceri: le carceri di Torino erano cinque: Carcere delle Torri (dove giovani e adulti in attesa di
giudizio erano messi insieme senza distinzione); Carcere criminale (per condannati a pene di lunga durata);
Carcere correzionale (per condannati a pene di breve durata); Carcere “delle Forzate” (un tempo destinato
alle donne, e poi ai giovani condannati per crimini gravi); Carcere femminile. Il “Carcere delle Torri” era
collocato nel palazzo addossato alle Torri Palatine (l’antica porta romana di accesso alla città) ed era gestito
dal “Vicario di Politica e Polizia” – detto anche Vicario di Città -, responsabile dell’ordine pubblico della
Capitale. Don Cafasso frequentava i vari istituti carcerari della città, accompagnato da alcuni allievi
sacerdoti, per catechizzare i detenuti, amministrare i sacramenti e prendersi cura delle loro necessità. Era noto
soprattutto per la sua capacità di consolare i condannati a morte.
108
Fu in quelle occasioni che mi accorsi come parecchi erano ricondotti in quel sito perché
abbandonati a se stessi. Chi sa, diceva tra me, se questi giovanetti avessero fuori un amico,
che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione in giorni festivi, chi
sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o almeno diminuire il numero di coloro, che
ritornano in carcere? Comunicai questo pensiero a don Cafasso, e col suo consiglio e co’
suoi lumi mi sono messo a studiar modo di effettuarlo abbandonandone il frutto alla grazia
del Signore senza cui sono vani tutti gli sforzi degli uomini.
12. La festa delI’Immacolata Concezione e il principio dell'Oratorio festivo
Appena entrato nel convitto di S. Francesco, subito mi trovai una schiera di giovanetti
che mi seguivano pei viali, per le piazze e nella stessa sacristia della chiesa dell'istituto. Ma
non poteva prendermi diretta cura di loro per mancanza di locale. Un lepido incidente
porse occasione di tentare l'attuazione del progetto in favore dei giovanetti vaganti per le
vie della città specialmente quelli usciti dalle carceri.62
I1 giorno solenne all'Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre 1841) all'ora
stabilita era in atto di vestirmi dei sacri paramentali per celebrare la santa messa. Il chierico
di sacristia, Giuseppe Comotti, vedendo un giovanetto in un canto lo invita di venirmi a
servire la messa. Non so, egli rispose tutto mortificato.
— Vieni, replicò l'altro, voglio che tu serva messa. — Non so, replicò il giovanetto, non
l'ho mai servita. — Bestione che sei, disse il chierico di sacristia tutto furioso, se non sai
servire messa, a che vieni in sacristia?
Ciò dicendo da di piglio alla pertica dello spolverio, e giù colpi sulle spalle o sulla testa
di quel poverino. Mentre l'altro se la dava a gambe:
— Che fate, gridai ad alta voce, perché battere costui in cotal guisa, che ha fatto?
— Perché viene in sacristia, se non sa servir messa?
— Ma voi avete fatto male.
— A Lei che importa?
— Importa assai, e un mio amico, chiamatelo sull'istante, ho bisogno di parlare con lui.
— Tuder, tuder,63 si mise a chiamare; e correndogli dietro, e assicurandolo di miglior
trattamento me lo ricondusse vicino.
L'altro si approssimò tremante e lagrimante per le busse ricevute. Hai già udita la
messa? gli dissi colla amorevolezza64 a me possibile.
62
Giovanetti vaganti: in quegli anni, a causa della crescita demografica e della crisi agricola, si verificava
una crescente migrazione di giovani ed anche di ragazzi che, dalle campagne e dalle montagne, andavano
nella capitale in cerca di lavoro. Abbandonati a se stessi, aggregati in gruppi o bande, spinti dal bisogno e
dalla fame, questi ragazzi facilmente compivano furti e violenze che venivano repressi con la carcerazione.
63
Tuder: parola dialettale piemontese per indicare gli immigrati di origine svizzero-tedesca o provenienti
dai territori appartenenti all’Impero Austro-Ungarico.
109
— No, rispose l'altro.
— Vieni adunque ad ascoltarla; dopo ho piacere di parlarti di un affare, che ti farà
piacere. Me lo promise. Era mio desiderio di mitigare l'afflizione di quel poveretto e non
lasciarlo con quella sinistra impressione verso ai direttori di quella sacristia. Celebrata la
santa messa e fattone il dovuto ringraziamento condussi il mio candidato in un coretto. Con
faccia allegra ed assicurandolo, che non avesse più timore di bastonate, presi ad
interrogarlo così:
— Mio buon amico, come ti chiami?
— Mi chiamo Bartolomeo Garelli.
— Di che paese tu sei?
— D’Asti. — Vive tuo padre? — No, mio padre è morto. — E tua madre? Mia madre è
anche morta.
— Quanti anni hai?
— Ne ho sedici.
— Sai leggere e scrivere?
— Non so niente.
— Sei stato promosso alla s. comunione?
— Non ancora.
— Ti sei già confessato?
— Si, ma quando era piccolo.
— Ora vai al catechismo?
— Non oso.
— Perché?
— Perché i miei compagni più piccoli sanno il catechismo; io tanto grande ne so niente.
Perciò ho rossore di recarmi a quelle classi.
— Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo?
— Ci verrei molto volentieri.
— Verresti volentieri in questa cameretta?
— Verrò assai volentieri, purché non mi diano delle bastonate.
— Sta tranquillo, che niuno ti maltratterà. Anzi tu sarai mio amico, e avrai da fare con
me e con nissun altro. Quando vuoi che cominciamo il nostro catechismo?
— Quando a Lei piace. — Stasera? — Si.
64
Amorevolezza: è una delle tre parole-chiave usate da don Bosco per esprimere i capisaldi del suo
sistema educativo: «Ragione, Religione, Amorevolezza». Il racconto che segue illustra in modo chiaro che
cosa egli intenda con tale termine: una relazione umana attenta alla persona del ragazzo, sinceramente
cordiale e affettuosa, ispirata dalla carità cristiana, che spinge l’educatore ad avvicinarsi per capire il ragazzo
e farsi carico delle sue necessità e dei suoi problemi.
110
— Vuoi anche adesso?
— Si anche adesso con molto piacere.
Mi alzai, feci il segno della S. Croce per cominciare, ma il mio allievo nol faceva perché
ignorava il modo di farlo. In quel primo catechismo mi trattenni a fargli apprendere il
modo di fare il segno della Croce e a fargli conoscere Dio Creatore e il fine per cui ci ha
creati. Sebbene di tarda memoria tuttavia coll’assiduità e coll’attenzione in poche feste
riuscì ad imparare le cose necessarie per fare una buona confessione e poco dopo la sua
santa comunione.
A questo primo allievo se ne aggiunsero alcuni altri e nel corso di quell’inverno mi
limitai ad alcuni adulti che avevano bisogno di catechismo speciale soprattutto per quelli
che uscivano dalle carceri.
Fu allora che io toccai con mano, che i giovanetti usciti dal luogo di punizione, se
trovano una mano benevola, che di loro si prenda cura, li assista nei giorni festivi, studi di
collocarli a lavorare presso di qualche onesto padrone, e andandoli qualche volta a visitare
lungo la settimana, questi giovanetti si davano ad una vita onorata, dimenticavano il
passato, divenivano buoni cristiani ed onesti cittadini. Questo è il primordio del nostro
Oratorio, che benedetto dal Signore prese quell’incremento, che certamente non avrei
potuto allora immaginare.
13. L'Oratorio nel 1842
Nel corso pertanto di quell’inverno mi sono adoperato di consolidare il piccolo
Oratorio. Sebbene mio scopo fosse di raccogliere soltanto i più pericolanti fanciulli, e di
preferenza quelli usciti dalle carceri; tuttavia per avere qualche fondamento sopra cui
basare la disciplina e la moralità, ho invitato alcuni altri di buona condotta e già istruiti.
Essi mi aiutavano a conservare l’ordine ed anche a leggere e cantare laudi sacre;
perciocché fin d’allora mi accorsi che senza la diffusione di libri di canto e di amena lettura
le radunanze festive sarebbero state come un corpo senza spirito. Alla festa della
Purificazione (2 febbraio 1842) che allora era ancora festa di precetto, aveva già una
ventina di fanciulli con cui per la prima volta potemmo cantare Lodate Maria, o lingue
fedeli.65
Alla festa della Vergine Annunziata eravamo già in numero di 30. In quel giorno si fece
un po’ di festa. Al mattino gli allievi si accostarono ai santi sacramenti; la sera si cantò una
lode e dopo il catechismo si raccontò un esempio in modo di predica. Il coretto in cui ci
eravamo fino allora radunati essendo divenuto ristretto ci siamo trasferiti nella vicina
cappella della sacristia.
Qui l’Oratorio si faceva così: Ogni giorno festivo si dava comodità; di accostarsi ai santi
sacramenti della confessione e comunione; ma un sabato ed una domenica al mese era
65
Lodate Maria o lingue fedeli: Canto religioso, in onore della Vergine Maria, che diverrà molto popolare
nelle istituzioni salesiane.
111
stabilita per compiere questo religioso dovere. La sera ad un’ora determinata si cantava una
lode, si faceva il catechismo, poi un esempio colla distribuzione di qualche cosa ora a tutti
ora tirata a sorte.
Fra i giovani che frequentarono i primordi dell’Oratorio vuolsi notare Buzzetti
Giuseppe, che fu costante ad intervenire in modo esemplare. Esso si affezionò talmente a
don Bosco ed a quella radunanza festiva, che ebbe a rinunziare di recarsi a casa in sua
famiglia (a Caronno Ghiringhello) come erano soliti di fare gli altri suoi fratelli ed amici.
Primeggiavano eziandio i suoi fratelli, Carlo, Angelo, Giosuè; Gariboldi Gioanni e suo
fratello, allora semplici garzoni ed ora capi mastri muratori.66
In generale l’Oratorio era composto di scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori,
quadratori e di altri che venivano di lontani paesi. Essi non essendo pratici né di chiese né
di compagni erano esposti ai pericoli di perversione specialmente nei giorni festivi.
Il buon Teologo Guala e don Cafasso godevano di quella raccolta di fanciulli e mi
davano volentieri immagini, foglietti, libretti, medaglie, piccole croci da regalare. Talvolta
mi diedero mezzi per vestire alcuni che erano in maggior bisogno; e dar pane ad altri per
più settimane, fino a tanto che col lavoro potessero guadagnarsene da sé. Anzi, essendo
cresciuto assai il loro numero, mi concedettero di poter qualche volta radunare il mio
piccolo esercito nel cortile annesso per fare ricreazione. Se la località l’avesse permesso
saremmo presto giunti a più centinaia, ma dovemmo limitarci ad ottanta circa.
Quando si accostavano ai santi sacramenti lo stesso teologo Guala o don Cafasso
solevano sempre venirci a fare una visita e raccontarci qualche episodio edificante.
Il teologo Guala desiderando che si facesse una bella festa in onore di S. Anna, festa dei
muratori, dopo le funzioni del mattino li invitò tutti a fare seco lui colezione. Si raccolsero
quasi in numero di cento nella gran sala detta delle conferenze. Colà furono tutti serviti
abbondantemente di caffè, latte, cioccolato, Ghiffer, briossi, semolini ed altri simili pani
dolci, che sono cose ghiottissime pei fanciulli. Ognuno può immaginarsi quanto rumore
eccitasse quella festa, e quanti sarebbero venuti se il locale avesse ciò permesso!
La festa era tutta consacrata ad assistere i miei giovanetti; lungo la settimana andava a
visitarli in mezzo ai loro lavori nelle officine, nelle fabbriche. Tal cosa produceva grande
consolazione ai giovanetti, che vedevano un amico prendersi cura di loro; faceva piacere ai
padroni, che tenevano volentieri sotto la loro disciplina giovanetti assistiti lungo la
settimana e più ne’ giorni festivi che sono giorni di maggior pericolo.
Ogni sabato mi recava nelle carceri colle saccoccie piene ora di tabacco, ora di frutti,
ora di pagnottelle sempre nell’oggetto di coltivare i giovanetti che avessero la disgrazia di
essere colà condotti; assisterli, rendermeli amici, e così eccitati di venire all’Oratorio
quando avessero la buona ventura di uscire dal luogo di punizione.
66
Giuseppe Buzzetti (1832-1891): rimarrà legato a don Bosco per tutta la vita, come suo uomo di fiducia,
e diventerà salesiano laico. Caronno Ghiringhello: paese della Lombardia a 12 km da Varese (oggi ci chiama
Caronno Varesino) e a 148 km da Torino. Sappiamo che Carlo (1829-1891) e Giosué (1840-1902), fratelli di
Giuseppe, che ebbero successo nella loro professione diventando impresari edili, collaborarono con Don
Bosco per la costruzione degli edifici di Valdocco.
112
14. Sacro ministero - Scelta di un impiego al Rifugio
In quel tempo ho cominciato a predicare pubblicamente in alcune chiese di Torino,
nell’Ospedale di Carità, all’Albergo di Virtù, nelle carceri, nel Collegio di S. Francesco di
Paola dettando tridui, novene od esercizi spirituali.67 Compiuti due anni di morale ho
subìto l’esame di confessione; e così potei con maggior successo coltivare la disciplina, la
moralità e il bene dell’anima de’ miei giovanetti nelle carceri, nell’Oratorio ed ovunque ne
fosse mestieri.
Era per me cosa consolante lungo la settimana e segnatamente ne’ giorni festivi vedere
il mio confessionale intorniato da quaranta o cinquanta giovanetti attendere ore ed ore
perché venisse il loro torno per potersi confessare.
Questo fu l’andamento ordinario dell’Oratorio per quasi tre anni, cioè fino all’ottobre
del 1844.
Intanto cose nuove, mutazioni, ed anche tribolazioni andava la divina Provvidenza
preparando.
Sul fine del triennio di morale doveva applicarmi a qualche parte determinata del sacro
Ministero. Il vecchio e cadente zio del Comollo, don Giuseppe Comollo Rettore di
Cinzano, col parere dell’Arcivescovo mi aveva chiesto ad economo amministratore della
parocchia, cui per età e malori non poteva più reggere. Il teologo Guala mi dettò egli stesso
la lettera di ringraziamento all’Arcivescovo Fransoni, mentre mi preparava ad altro. Un
giorno don Cafasso mi chiamò a sé e mi disse:
— Ora avete compiùto il corso de’ vostri studi; uopo è che andiate a lavorare. In questi
tempi la messe è copiosa assai. A quale cosa vi sentite specialmente inclinato?
— A quella che Ella si compiacerà di indicarmi.
— Vi sono tre impieghi: Vicecurato a Buttigliera d’Asti; Ripetitore di morale qui al
Convitto; Direttore del piccolo Ospedaletto accanto al Rifugio.68 Quale scegliereste?
— Quello che Ella giudicherà.
— Non vi sentite propensione ad una cosa più che ad un’altra?
67
Ospedale di Carità e Albergo di Virtù: erano istituzioni caritative risalenti al XVII secolo, la prima
istituita per la cura degli anziani poveri e dei minori abbandonati, la seconda per l’educazione professionale
dei giovani poveri. Collegio di S. Francesco da Paola: era una delle scuole pubbliche superiori della città,
nella quale, fino al 1842, era stato cappellano il teologo Borel.
68
Ospedaletto: Ospedale di santa Filomena (detto popolarmente Ospedaletto) fondato dalla marchesa
Giulia di Barolo per accogliere bambine ammalate di età inferiore ai 14 anni. In quel momento se ne stava
concludendo la costruzione. Si inaugurò nell’estate 1845. Rifugio: si chiamava così la Pia Opera di Nostra
Signora Rifugio dei Peccatori, istituzione fondata dalla stessa marchesa per il recupero delle ragazze traviate,
uscite dal carcerate o dalla prostituzione, che spontaneamente accettavano di redimersi. Era affidata alle cure
educative delle suore di san Giuseppe. Il teologo Giovanni Borel, incaricato della cura spirituale e
dell’istruzione religiosa in queste istituzioni, aveva chiesto a Don Cafasso e proposto alla marchesa di avere
come aiutante nel ministero pastorale Don Giovanni Bosco.
113
— La mia propensione è di occuparmi per la gioventù. Ella poi faccia di me quel che
vuole; io conosco la volontà del Signore nel suo consiglio.
— In questo momento che cosa occupa il vostro cuore, che si ravvolge in mente vostra?
— In questo momento mi pare di trovarmi in mezzo ad una moltitudine di fanciulli, che
mi dimandano aiuto.
Andate adunque a fare qualche settimana di vacanza. Al vostro ritorno vi dirò la vostra
destinazione.
Dopo quelle vacanze don Cafasso lasciò passare qualche settimana senza dirmi niente;
io gli chiesi niente affatto. — Perché non dimandate quale sia la vostra destinazione? mi
disse un giorno. — Perché io voglio riconoscere la volontà di Dio nella sua deliberazione e
voglio metter niente del mio volere.
— Fatevi il fagotto e andate col teologo Borel; là sarete direttore del piccolo Ospedale
di S. Filomena; lavorerete anche nell’Opera del Rifugio. Intanto Dio vi metterà tra mano
quanto dovrete fare per la gioventù.
A prima vista sembrava che tale consiglio contrariasse le mie inclinazioni, perciocché la
direzione di un Ospedale; il predicare e confessare in un istituto di oltre a quattrocento
giovanette mi avrebbero tolto il tempo ad ogni altra occupazione. Pure erano questi i voleri
del cielo, come ne fui in appresso assicurato.
Dal primo momento che ho conosciuto il teologo Borel ho sempre osservato in lui un
santo sacerdote un modello degno di ammirazione e di essere imitato. Ogni volta che
poteva trattenermi con lui aveva sempre lezioni di zelo sacerdotale, sempre buoni consigli,
eccitamenti al bene. Nei tre anni passati al Convitto fui dal medesimo più volte invitato a
servire nelle sacre funzioni, a confessare, a predicare seco lui. Di modo che il campo del
mio lavoro era già conosciuto e in certo modo famigliare.
Ci siamo parlato a lungo più volte intorno alle regole da seguirsi per aiutarci a vicenda
nel frequentare le carceri, e compiere i doveri a noi affidati, e nel tempo stesso assistere i
giovanetti, la cui moralità ed abbandono richiamava sempre di più l’attenzione dei
sacerdoti. Ma come fare? Dove raccogliere que’ giovanetti?
La camera, disse il teologo Borel, che è destinata per Lei, può per qualche tempo servire
a raccogliere i giovanetti che intervenivano a S. Francesco d’Assisi. Quando poi potremo
andare nell’edifizio preparato pei preti accanto all’Ospedaletto, allora studieremo località
migliore.
15. Un nuovo sogno
La seconda domenica di ottobre di quell’anno (1844) doveva partecipare ai miei
giovanetti, che l’Oratorio sarebbe stato trasferito in Valdocco. Ma l’incertezza del luogo,
dei mezzi, delle persone mi lasciavano veramente sopra pensiero. La sera precedente andai
a letto col cuore inquieto. In quella notte feci un nuovo sogno, che pare un’appendice di
quello fatto ai Becchi quando aveva nove anni. Io giudico bene di esporlo letteralmente.
Sognai di vedermi in mezzo ad una moltitudine di lupi, di capre, e capretti, di agnelli,
pecore, montoni, cani, ed uccelli. Tutti insieme facevano un rumore, uno schiamazzo o
meglio un diavolìo da incutere spavento ai più coraggiosi. Io voleva fuggire, quando una
Signora, assai ben messa a foggia di pastorella, mi fe’ cenno di seguire ed accompagnare
quel gregge strano, mentre Ella precedeva. Andammo vagando per vari siti; facemmo tre
114
stazioni o fermate. Ad ogni fermata molti di quegli animali si cangiavano in agnelli, il cui
numero andavasi ognor più ingrossando. Dopo avere molto camminato mi sono trovato in
un prato, dove quegli animali saltellavano e mangiavano insieme senza che gli uni
tentassero di nuocere agli altri.
Oppresso dalla stanchezza voleva sedermi accanto di una strada vicina, ma la pastorella
mi invitò a continuare il cammino. Fatto ancora breve tratto di via, mi sono trovato in un
vasto cortile con porticato attorno alla cui estremità eravi una chiesa. Allora mi accorsi che
quattro quinti di quegli animali erano diventati agnelli. Il loro numero poi divenne
grandissimo. In quel momento sopraggiunsero parecchi pastorelli per custodirli. Ma essi
fermavansi poco, e tosto partivano. Allora succedette una maraviglia: molti agnelli
cangiavansi in pastorelli, che crescendo prendevano cura degli altri. Crescendo i pastorelli
in gran numero, si divisero e andavano altrove per raccogliere altri strani animali e guidarli
in altri ovili.
Io voleva andarmene, perché mi sembrava tempo di recarmi a celebrar messa, ma la
pastora mi invitò di guardare al mezzodì. Guardando vidi un campo in cui era stata
seminata meliga, patate, cavoli, barbabietole, lattughe e molti altri erbaggi. — Guarda
un’altra volta, mi disse, e guardai di nuovo. Allora vidi una stupenda ed alta chiesa.
Un’orchestra, una musica istrumentale e vocale mi invitavano a cantar messa. Nell’interno
di quella chiesa era una fascia bianca, in cui a caratteri cubitali era scritto: Hic domus mea,
inde gloria mea.69
Continuando nel sogno volli dimandare alla pastora dove mi trovassi; che cosa
volevasi indicare con quel camminare, colle fermate, con quella casa, chiesa, poi
altra chiesa. Tu comprenderai ogni cosa quando cogli occhi tuoi materiali vedrai di
fatto quanto ora vedi cogli occhi della mente. Ma parendomi di essere svegliato,
dissi:
— Io vedo chiaro e vedo cogli occhi materiali; so dove vado e quello che faccio. In quel
momento suonò la campana dell’Ave Maria nella chiesa di S. Francesco ed io mi svegliai.
Questo mi occupò quasi tutta la notte; molte particolarità l’accompagnarono; allora ne
compresi poco il significato perché poca fede ci prestava, ma capii le cose di mano in
mano avevano il loro effetto. Anzi più tardi, congiuntamente ad altro sogno, mi servì di
programma nelle mie deliberazioni.
16. Trasferimento dell'Oratorio presso al Rifugio
La seconda domenica di ottobre sacra alla Maternità di Maria partecipai ai miei
giovanetti il trasferimento dell’Oratorio presso al Rifugio. Al primo annunzio provarono
qualche turbazione, ma quando loro dissi che colà ci attendeva vasto locale, tutto per noi,
per cantare, correre, saltare e ricrearci ne ebbero piacere, ed ognuno attendeva impaziente
la seguente domenica per vedere le novità che si andavano immaginando. La terza
69
Hic domus mea, inde gloria mea: Qui è la mia casa, di qui la mia gloria.
115
domenica di quell’ottobre,70 giorno sacro alla purità di Maria Vergine, un po’ dopo il
mezzodì ecco una turba di giovanetti di varia età e diversa condizione correre giù in
Valdocco in cerca dell’Oratorio novello.
— Dove è l’Oratorio, dov’è don Bosco? — si andava da ogni parte chiedendo. Niuno
sapeva dirne parola, perché niuno in quel vicinato aveva udito a parlare né di don Bosco né
dell’Oratorio. I postulanti credendosi burlati alzavano la voce e le pretese. Gli altri
credendosi insultati opponevano minacce e percosse. Le cose cominciavano a prendere
severo aspetto, quando io e il teologo Borel, udendo gli schiamazzi, uscimmo di casa. Al
nostro comparire cessò ogni rumore, ogni alterco. Corsero in folla intorno a noi;
dimandando dove fosse l’Oratorio.
Fu detto che il vero Oratorio non era ancora ultimato, che per intanto venissero in mia
camera, che, essendo spaziosa, avrebbeci servito assai bene. Di fatto per quella domenica
le cose andarono abbastanza bene. Ma la domenica successiva, agli antichi allievi,
aggiugnendosene parecchi del vicinato, non sapeva più ove collocarli. Camera, corridoio,
scala, tutto era ingombro di fanciulli. Al giorno dei Santi col teologo Borel essendomi
messo a confessare, tutti volevano confessarsi, ma che fare? Eravamo due confessori,
erano oltre dugento fanciulli. Uno voleva accendere il fuoco, l’altro si adoperava di
spegnerlo. Costui portava legna, quell’altro acqua, secchia, molle, palette, brocca, catinella,
sedie, scarpe, libri ed ogni altro oggetto era messo sossopra, mentre volevano ordinare ed
aggiustare le cose. Non è più possibile andare avanti, disse il caro Teologo, uopo è
provvedere qualche locale più opportuno. Tuttavia si passarono sei giorni festivi in quello
stretto locale, che era la camera superiore al vestibolo della prima porta di entrata al
Rifugio.
Intanto si andò a trattare coll’Arcivescovo Fransoni, il quale capì l’importanza del
nostro progetto.
— Andate, ci disse, fate quanto giudicate bene per le anime, io vi dò tutte le facoltà che
vi possono occorrere, parlate colla Marchesa Barolo;71 forse essa potrà somministrarvi
qualche locale opportuno. Ma ditemi: questi ragazzi non potrebbero recarsi alle rispettive
loro parocchie?
— Sono giovanetti per lo più stranieri, i quali passano a Torino soltanto una parte
dell’anno. Non sanno nemmeno a quale parocchia appartengano. Di essi molti sono mal
70
Era il 20 ottobre 1844.
71
Marchesa Barolo: Giulia Vittorina Colbert de Maulévrier (1785-1864), nata in Vandea (Francia)
moglie del marchese Tancredi Falletti di Barolo, ultimo discendente di una ricca famiglia della più alta
nobiltà piemontese. Insieme al marito diede vita ad asili infantili e opere educative e con lui fondò le Suore di
Sant’Anna per l’educazione delle ragazze. Si dedicò al recupero delle donne carcerate, convincendo il
Governo ad una riforma carceraria. Istituì il Rifugio per accogliere le giovani traviate desiderose di
redenzione e il Monastero di Santa Maria Maddalena Penitente, per quelle fra di loro che, dopo la
conversione, desideravano abbracciare la vita consacrata (venivano chiamate Suore Maddalene). Fondò un
collegio (il Rifugino) per l’educazione di bambine minori di 11 anni orfane o abbandonate dalle famiglie,
affidandole alle cure delle Suore Maddalene (per questo motivo venivano chiamate Maddalenine). Costruì
anche l’Ospedaletto, di cui si è parlato, e organizzò varie altre iniziative assistenziali e caritative.
116
messi, parlano dialetti poco intelligibili, quindi intendono poco e poco sono dagli altri
intesi. Alcuni poi sono già grandicelli e non osano associarsi in classe coi piccoli.
— Quindi, ripigliò l’Arcivescovo, è necessario un luogo a parte adattato per loro.
Andate adunque. Io benedico voi e il vostro progetto. In quel che potrò giovarvi, venite
pure e farò sempre quanto potrò!
Si andò di fatto a parlare colla Marchesa Barolo, e siccome fino all’agosto
dell’anno successivo non si apriva l’Ospedaletto, la caritàtevole signora si contentò
che noi riducessimo a cappella due spaziose camere destinate per la ricreazione dei
preti del Rifugio, quando essi avessero colà trasferito la loro abitazione. Per andare
adunque al novello Oratorio passavasi dove ora è la porta dell’ospedale, e pel piccolo
viale che separa l’Opera Cottolengo dall’edifizio citato,72 si andava fino
all’abitazione attuale dei preti, e per la scala interna si saliva al 3° piano.
Là era il sito scelto dalla Divina Provvidenza per la prima chiesa dell’Oratorio. Esso
cominciò a chiamarsi di S. Francesco di Sales per due ragioni: la Perché la Marchesa
Barolo aveva in animo di fondare una Congregazione di preti sotto a questo titolo, e con
questa intenzione aveva fatto eseguire il dipinto di questo Santo che tuttora si rimira
all’entrata del medesimo locale; 2a perché la parte di quel nostro ministero esigendo grande
calma e mansuetudine, ci eravamo messi sotto alla protezione di questo Santo, affinché ci
ottenesse da Dio la grazia di poterlo imitare nella sua straordinaria mansuetudine e nel
guadagno delle anime. Altra ragione era quella di metterci sotto alla protezione di questo
santo, affinché ci aiutasse dal cielo ad imitarlo nel combattere gli errori contro alla
religione specialmente il protestantismo, che cominciava insidioso ad insinuarsi nei nostri
paesi e segnatamente nella città di Torino.
Pertanto l’anno 1844 il giorno 8 Dicembre, sacro all’Immacolato Concepimento di
Maria, coll’autorizzazione dell’Arcivescovo, per un tempo freddissimo, in mezzo ad alta
neve, che tuttora cadeva fitta dal cielo, fu benedetta la sospirata cappella, si celebrò la santa
messa, parecchi giovanetti fecero la loro confessione e comunione, ed io compii quella
sacra funzione con un tributo di lagrime di consolazione; perché vedeva in modo, che
parevami stabile, l’Opera dell’Oratorio collo scopo di trattenere la gioventù più
abbandonata e pericolante dopo avere adempiuti i doveri religiosi in chiesa.
17. L'Oratorio a S. Martino dei Molazzi – Difficoltà – La mano del Signore
Nella cappella annessa all’edifizio dell’Ospedaletto di S. Filomena l’Oratorio prendeva
ottimo avviamento. Nei giorni festivi intervenivano in folla i giovanetti per fare la loro
72
Opera Cottolengo: vasta istituzione caritativa fondata dal canonico San Giuseppe Cottolengo (17861842) a vantaggio dei malati poveri o cronici, degli handicappati fisici e psichici, degli anziani e dei poveri
senza fissa dimora. Il fondatore la chiamò: Piccola Casa della Divina Provvidenza, perché basata unicamente
sulla fiducia in Dio, sulla preghiera, sulla beneficenza e sul contributo del volontariato. Per il servizio della
sua Opera il canonico Cottolengo istituì due congregazioni maschili (una di sacerdoti e una di fratelli) e due
congregazioni femminili (una di vita attiva e una di vita contemplativa). Oggi la sua opera ha un centinaio di
succursali in Italia ed una quindicina all’estero (India, Kenya, Ecuador, USA e Svizzera).
117
confessione e comunione. Dopo la messa tenevasi breve spiegazione del vangelo. Dopo
mezzodì catechismo, canto di laudi sacre, breve istruzione, litanie lauretane e
Benedizione. Nei varii intervalli i giovani erano trattenuti in piacevole ricreazione con
trastulli diversi. Ciò si faceva nel piccolo viale che tuttora esiste tra il monastero delle
Maddalene e la via pubblica.73 Passammo colà sette mesi e noi ci pensavamo di aver
trovato il paradiso terrestre, quando dovemmo abbandonare l’amato asilo per andarcene a
cercarcene un altro.
La Marchesa Barolo, sebbene vedesse di buon occhio ogni opera di carità, tuttavia,
avvicinandosi l’apertura del suo Ospedaletto (fu aperto il 10 agosto 1845) volle che il
nostro Oratorio venisse di là allontanato. È vero che il locale destinato a cappella, a scuola,
o a ricreazione dei giovani non aveva alcuna comunicazione coll’interno dello
stabilimento; le medesime persiane erano fisse e rivolte all’insù; nulla di meno si dovette
ubbidire. Si promosse viva istanza al Municipio Torinese e mercè raccomandazione
dell’Arcivescovo Fransoni si ottenne di trasferire l’Oratorio alla chiesa di S. Martino dei
Molassi ovvero dei Molini di città.74
Ed eccoci una domenica del mese di Luglio 1845, si prendono panche, inginocchiatoi,
candelieri; alcune sedie, croci, quadri e quadretti, e ciascuno portando quell’oggetto, di cui
era capace, a guisa di popolare emigrazione fra gli schiamazzi, il riso ed il rincrescimento
siamo andati a stabilire il nostro quartiere generale nel luogo sopra indicato.
Il teologo Borel fece un discorso di opportunità tanto prima della partenza, quanto
nell’arrivo alla novella chiesa.
Quel degno ministro del santuario con una popolarità, che si può chiamare piuttosto
unica che rara espresse questi pensieri: — I cavoli, o amati giovani, se non sono trapiantati
non fanno bella e grossa testa. Diciamo lo stesso del nostro Oratorio. Finora fu spesso
trasferito di luogo in luogo, ma ne’ vari siti dove fece qualche fermata ebbe sempre un
notabile incremento con non leggero vantaggio dei giovani che sono intervenuti. S.
Francesco di Assisi lo vide cominciar come catechismo e un po’ di canto. Colà non si
poteva fare di più. Il Rifugio lo volle momentaneamente a fare una fermata come dicono
farsi da chi cammina in ferrovia, e ciò affinché i nostri giovani non mancassero in quei
pochi mesi dell’aiuto spirituale delle confessioni, dei catechismi, delle prediche e di ameni
trastulli.
— Accanto all’Ospedaletto cominciò un vero Oratorio, e ci sembrava di avere trovato la
vera pace, un luogo opportuno per noi, ma la divina Provvidenza dispose che dovessimo
sloggiare e venire qua a S. Martino. Qui staremo molto tempo? nol sappiamo; speriamo di
sì, ma comunque sia noi crediamo che, come i cavoli trapiantati, il nostro Oratorio crescerà
73
Monastero delle Maddalene: è il monastero delle Sorelle Penitenti di santa Maria Maddalena fondato
dalla marchesa Barolo, adiacente all’Ospedaletto e al Rifugio.
74
Molini di città: era un grande complesso di mulini che provvedevano la farina per i fabbisogni della
capitale. Venivano chiamati con termine dialettale Molassi. Si trovavano a circa 15 minuti di cammino dal
Rifugio. Secondo recenti ricerche storiche sappiamo che i fatti narrati in questo capitolo avvennero dopo
quelli raccontati nel capitolo 18 (cf. F. Motto, L’oratorio di Don Bosco presso il cimitero di S. Pietro in
Vincoli in Torino. Una documentata ricostruzione del noto episodio, in «Ricerche Storiche Salesiane» 5
[1986] pp. 199-220).
118
nel numero di giovani amanti della virtù, crescerà il desiderio del canto, della musica, delle
scuole serali ed anche diurne.
Adunque passeremo qui molto tempo? Non occupiamoci di questo pensiero; gettiamo
ogni nostra sollecitudine tra le mani del Signore, egli avrà cura di noi. È certo che egli ci
benedice, ci aiuta e ci provvede; egli penserà al luogo conveniente per promuovere la sua
gloria e pel bene delle nostre anime. Siccome però le grazie del Signore formano una
specie di catena in guisa che un anello è collegato coll’altro; così, approfittando noi delle
prime grazie siamo sicuri che Dio ne concederà delle maggiori; e noi corrispondendo allo
scopo dell’Oratorio, cammineremo di virtù in virtù finché giungeremo alla patria Beata
dove l’infinita misericordia di N. S. G. C. darà il premio che ognuno colle sue buone opere
si sarà meritato.
A quella solenne funzione era presente una folla immensa di giovanetti; e colla massima
emozione si cantò un Te Deum75 di ringraziamento.
Le pratiche religiose qui si compievano come al Rifugio. Ma non si poteva celebrar
Messa, né dare la benedizione alla sera,76 quindi non poteva avere luogo la comunione, che
è l’elemento fondamentale della nostra istituzione. La stessa ricreazione era non poco
disturbata, incagliata a motivo che i ragazzi dovevano trattenersi nella via e nella piazzetta
situata avanti la chiesa per dove passavano spesso gente a piedi, carri, cavalli e carrettoni.
Non potendo avere di meglio ringraziavamo il cielo di quanto ci aveva concesso,
aspettando località migliore; ma nuovi disturbi ci caddero addosso.
I mugnai, i garzoni, i commessi, non potendo tollerare i salti, i canti e talvolta gli
schiamazzi dei nostri allievi, si allarmarono e d’accordo promossero lamenti al medesimo
Municipio. Fu allora che si cominciò a dire che quelle radunanze di giovanetti erano
pericolose, che da un momento all’altro potevano fare sommosse e rivoluzioni. Ciò
dicevano appoggiati alla pronta ubbidienza con cui eglino si prestavano ad ogni piccolo
cenno del Superiore. Si aggiungeva senza fondamento che i ragazzi facevano mille guasti
in Chiesa; fuori di Chiesa, nel selciato, e sembrava che Torino dovesse subbissare se noi
avessimo continuato a radunarci in quel luogo.
Pose poi il colmo ai nostri guai una lettera scritta da un segretario dei Molini al Sindaco
di Torino, in cui si raccoglievano tutte le voci vaghe ed amplificando i guasti
immaginarii77, diceva essere impossibile che le famiglie addette a quegli uffizi potessero
continuare i loro doveri ed avere tranquillità. Si giunse fino a dire che quello era un
semenzaio d’immoralità. Il Sindaco, sebbene persuaso della relazione infondata, scrisse
75
Te Deum: abbreviazione dell’inno liturgico di lode Te Deum Laudamus (Noi ti lodiamo Signore),
utilizzato nelle occasioni di pubblico ringraziamento e nell’Ufficio delle Letture della domenica.
76
La Messa del mattino e la Benedizione eucaristica della sera erano celebrate dal cappellano ufficiale
della chiesa per le famiglie dei dipendenti dei Mulini.
77
A margine del manoscritto originale Don Bosco stesso annota: «Il Sindaco mandò a verificare e trovò
mura, selciato esterno, pavimento, tutte le cose di Chiesa a suo posto. Il solo guasto consisteva che un
ragazzo colla punta di un chiodino aveva fatto una breve riga nelle pareti».
119
una calda lettera in forza di cui dovevasi immediatamente portare altrove il nostro
Oratorio. Rincrescimento generale, sospiri inutili! Dovemmo sgombrare.78
È bene però di notare che il segretario di nome Cussetti (non mai da pubblicarsi) autore
della famosa lettera, scrisse per l’ultima volta, giacché fu colpito da un tremolo violento
alla destra, dietro a cui passati tre anni andò alla tomba. Dio dispose che il figlio di lui
fosse abbandonato in mezzo ad una strada e costretto di venire a chiedere pane e ricetto
nell’Ospizio che si aprì di poi in Valdocco.
18. L'Oratorio in S. Pietro in Vincoli - La serva del cappellano - Una lettera Un tristo accidente
Siccome il Sindaco e in generale il Municipio erano persuasi della insussistenza di
quanto scrivevasi contro di noi, così a semplice richiesta, e con raccomandazione
dell’Arcivescovo, si ottenne di poterci raccogliere nel cortile e nella Chiesa del Cenotafio
del SS.mo Crocifisso detto volgarmente S. Pietro in Vincoli.79 Così dopo due mesi di
dimora a S. Martino noi dovemmo con amaro rincrescimento trasferirci in altra nuova
località, che per altro era più opportuna per noi. Il lungo porticato, lo spazioso cortile, la
Chiesa adattata per le sacre funzioni, tutto servì ad eccitare entusiasmo nei giovanetti,
sicché parevano frenetici per la gioia. Ma in quel sito esisteva un terribile rivale, da noi
ignorato. Era questi non un defunto, che in gran numero riposavano nei vicini sepolcri; ma
una persona vivente, la serva del cappellano. Appena costei incominciò a udire i canti e le
voci e, diciamo, anche gli schiamazzi degli allievi uscì fuori di casa tutta sulle furie, e colla
cuffia per traverso e colle mani sui fianchi si diede ad apostrofare la moltitudine dei
trastullanti. Con lei inveiva una ragazzina, un cane, un gatto, tutte le galline dimodoché
sembrava essere imminente una guerra europea. Studiai di avvicinarmi per acquetarla,
facendole osservare che quei ragazzi non avevano alcuna cattiva volontà, che si
trastullavano, né facevano alcun peccato. Allora si volse contro di me e diedemi il fatto
mio.
In quel momento ho giudicato di far cessare la ricreazione, fare un po’ di Catechismo, e
recitato il Rosario in Chiesa, ce ne partimmo colla speranza di ritrovarci con maggiore
quiete la Domenica seguente. Ben il contrario. Allora che in sulla sera giunse il
Cappellano, la buona domestica se gli mise attorno e chiamando don Bosco e i suoi figli
rivoluzionari, profanatori dei luoghi santi e tutto fior di canaglia spinse il buon padrone a
scrivere una lettera al Municipio.
78
Secondo una documentata ricostruzione storica, l’Oratorio si fece nella cappella dei Mulini dal 13
luglio all’ultima domenica di dicembre 1845.
79
S. Pietro in Vincoli: Era un antico cimitero, in cui non si seppelliva più, circondato da un ampio
porticato con al centro una cappella. Si trovava non lontano dal Rifugio, nei prati vicini all’Arsenale militare.
La cappella del cimitero serviva per il culto delle persone che abitavano in quella zona periferica. In realtà il
fatto narrato in questo capitolo avvenne la domenica 25 maggio 1845, prima del trasferimento a san Martino.
120
Scrisse sotto il dettato della fantesca ma con tale acrimonia, che fu immediatamente
spedito ordine di cattura per chiunque di noi fosse colà ritornato. Duole il dirlo, ma quella
fu l’ultima lettera del Cappellano don Tesio, il quale scrisse il Lunedì, e poche ore dopo era
preso da colpo apoplettico che lo rese cadavere quasi sull’istante.80 Due giorni dopo simile
sorte toccava alla fantesca. Queste cose si dilatarono e fecero profonda impressione
sull’animo dei giovani e di tutti quelli cui pervenne tale notizia. La smania di venire, di
udire i tristi casi era grande in tutti; ma essendo proibiti di raccoglierci in S. Pietro in
Vincoli, né essendosi potuto dare avviso opportuno, nissuno più poteva immaginarsi,
nemmeno io, dove sarebbesi potuto avere un luogo di radunanza.
19. L'Oratorio in Casa Moretta
La domenica successiva a quella proibizione una moltitudine di giovanetti si reco a S.
Pietro in Vincoli; perciocché non si era potuto dare loro alcun avviso preventivo. Trovando
tutto chiuso si versarono in massa sulla mia abitazione presso l’Ospedaletto. Che fare! Io
mi trovava un mucchio di attrezzi di chiesa e di ricreazione; una turba di fanciulli seguiva
ovunque i miei passi, mentre io non aveva un palmo di terreno dove poterci raccogliere.
Celando tuttavia le mie pene mi mostrava con tutti di buon umore e tutti li rallegrava
raccontando mille maraviglie intorno al futuro Oratorio che per allora esisteva soltanto
nella mente mia e nei decreti del Signore. Per poterli poi in qualche modo occupare ne’
giorni festivi li conduceva quando a Sassi, quando alla Madonna del Pilone; alla Madonna
di Campagna; al monte dei Cappuccini ed anche fino a Superga.81 In queste chiese
procurava di celebrare loro la S. Messa nel mattino colla spiegazione del vangelo. La sera
un po’ di catechismo, canto di lodi, qualche racconto, quindi giri, passeggiate fino all’ora
di fare ritorno alle proprie famiglie. Sembrava che questa critica posizione dovesse
mandare in fumo ogni pensiero di Oratorio, ed invece aumentava in numero straordinario
gli avventori.
Intanto eravamo al mese di novembre (1845) stagione non più opportuna per fare
passeggiate o camminate fuori città. D’accordo col teologo Borel abbiamo preso a pigione
tre camere della casa di don Moretta,82 che è quella vicina, quasi di fronte all’attuale chiesa
80
Don Giuseppe Tesio (1777-1845): dai registri parrocchiali sappiamo che morì il 28 maggio.
81
Sassi: paese a circa 3 km da Torino, sulle pendici della collina che fiancheggia la riva destra del fiume
Po. Madonna del Pilone: santuario costruito nel 1645 sul luogo di un’antica edicola miracolosa con
l’immagine dell’Annunciazione di Maria. Al tempo dei fatti narrati da Don Bosco per andare a Sassi e alla
chiesa della Madonna del Pilone era necessario traghettare il fiume su barche. Madonna di Campagna: chiesa
affiancata a un convento di frati Cappuccini, collocata nella campagna a 3 km dalla città. Monte dei
Cappuccini: bella chiesa cinqucentesca dell’architetto Ascanio Vitozzi (1539-1615), officiata dai frati
Cappuccini, che sorge su un rilievo boscoso presso la riva destra del fiume. Superga: monumentale basilica
posta sull’alta collina che domina la città di Torino, ideata e costruita dall’architetto Filippo Juvarra, nella cui
cripta si trovano le tombe di alcuni membri della famiglia reale; la chiesa, a pianta circolare, è sovrastata
dalla cupola alta 75 metri e affiancata da due campanili alti 60 metri.
82
Don Giovanni Battista Moretta (1777-1847). La sua casa era una costruzione a due piani, molto
semplice, composta da una decina di camere e da una stalla.
121
di Maria Ausiliatrice. Ora quella casa a forza di riparazioni venne pressoché rifatta. Colà
passammo quattro mesi, angustiati pel locale, ma contenti di poter almeno in quelle
camerette raccogliere i nostri allievi, istruirli e dar loro comodità specialmente delle
confessioni. Anzi in quello stesso inverno abbiamo cominciato le scuole serali. Era la
prima volta che nei nostri paesi parlavasi di tal genere di scuole; perciò se ne fece gran
rumore, alcuni in favore, altri in avverso.
Fu pure in quel tempo che si propagarono alcune dicerie strane assai. Taluni
chiamavano don Bosco rivoluzionario, altri il volevano pazzo oppure eretico. La
ragionavano così: — Questo Oratorio allontana i giovanetti dalle parocchie, quindi il
paroco si vedrà la chiesa vuota, né più potrà conoscere i fanciulli, di cui dovrà rendere
conto al tribunale del Signore. Dunque don Bosco mandi i fanciulli alle loro parocchie e
cessi di raccoglierli in altre località.
Così dicevanmi due rispettabili paroci di questa città che mi visitarono a nome anche
dei loro colleghi.
— I giovani che raccolgo, loro rispondeva, non turbano la frequenza alle parocchie,
perché la maggior parte di essi non conoscono né paroco né parocchia.
— Perché?
—Perché sono quasi tutti forestieri, i quali rimangono abbandonati dai parenti in questa
città, o qui venuti per trovare lavoro, che non poterono avere. Savoiardi, Svizzeri,
Valdostani, Biellesi, Novaresi, Lombardi sono quelli che per ordinario frequentano le mie
adunanze.
— Non potrebbe mandare questi giovanetti alle rispettive parocchie?
— Non le conoscono.
— Perché non farle conoscere?
— Non è possibile. La lontananza dalla patria, la diversità di linguaggio, la incertezza
del domicilio, e l’ignoranza dei luoghi rendono difficile per non dire impossibile l’andare
alle parocchie. Di più molti di essi sono già adulti: taluni toccano i 18, i 20 ed anche i 25
anni d’età, e sono affatto ignari delle cose di religione. Chi mai potrebbe indurre costoro di
andarsi ad associare con ragazzi di 8 o 10 anni, molto più di loro istrutti?
— Non potrebbe Ella stessa condurli e venire a fare il Catechismo nelle stesse Chiese
parocchiali?
— Potrei al più recarmi ad una parocchia, ma non a tutte. Si potrebbe a ciò provvedere
se ogni parroco volesse prendersi cura di venire, od inviare chi raccogliesse questi fanciulli
e li guidasse alle rispettive parocchie. Ma anche tal cosa riesce difficile, perché non pochi
di quelli sono dissipati, ed anche discoli, i quali lasciandosi adescare dalla ricreazione,
dalle passeggiate, che tra noi hanno luogo, si risolvono a frequentare anche i Catechismi e
le altre pratiche di pietà. Perciò sarebbe necessario che ogni Parocchia avesse eziandio un
luogo determinato dove radunare e trattenere questi giovanetti in piacevole ricreazione.
— Queste cose sono impossibili. Non ci sono locali, né preti che abbiano libero il
giorno festivo per queste occupazioni.
— Dunque?
— Dunque faccia come giudica bene, intanto stabiliremo tra di noi quello che sia
meglio di fare.
Venne quindi agitata la questione tra i paroci Torinesi, se gli Oratorii dovevansi
promuovere oppure riprovarsi. Si disse pro e contro. Il Curato di Borgo Dora don Agostino
122
Gattino col teologo Ponsati Curato di S. Agostino,83 mi portò la risposta in questi termini:
— I paroci della Città di Torino raccolti nelle solite loro Conferenze trattarono sulla
convenienza degli Oratorii. Ponderati i timori e le speranze da una parte e dall’altra, non
potendo ciascun paroco provvedere un Oratorio nella rispettiva parocchia incoraggiscono il
Sac. Bosco a continuare finché non sia presa altra deliberazione.
Mentre queste cose avvenivano giungeva la primavera del 1846. La casa Moretta era
abitata da molti inquilini, i quali, sbalorditi dagli schiamazzi e dal continuo rumore
dell’andare e venire dei giovanetti mossero lagnanza al padrone, dichiarando di smettersi
tutti dalla pigione se non cessavano immantinenti quelle radunanze. Così il buon sacerdote
Moretta dovette avvisarci di cercarci immediatamente altra località dove raccogliere i
nostri giovani se volevamo tenere in vita il nostro Oratorio.
20. L'Oratorio in un prato - Passeggiata a Superga
Con grave rincrescimento e con non leggero disturbo delle nostre radunanze nel Marzo
del 1846 dovemmo abbandonare Casa Moretta e prendere in affitto un prato dai fratelli
Filippi,84 dove attualmente avvi una fonderia di getto ossia ghisa. Io mi trovai là a cielo
scoperto, in mezzo ad un prato, cinto da grama siepe, che lasciava libero adito a chiunque
volesse entrare. I giovanetti erano da tre a quattrocento, i quali trovavano il loro Paradiso
terrestre in quell’Oratorio, la cui volta, le cui pareti erano la medesima volta del Cielo.
Ma in questo luogo mai praticare le cose di religione? Alla bella meglio qui si faceva il
Catechismo, si cantavano lodi, si cantavano i Vespri, quindi il teologo Borel od io
montavamo sopra di una riva o sopra di una sedia e indirizzavamo il nostro sermoncino ai
giovani, che ansiosi venivano ad ascoltarci.
Le confessioni poi si facevano così: Ne’ giorni festivi di buon mattino io mi trovava nel
prato dove già parecchi attendevano. Mettevami a sedere sopra di una riva ascoltando le
confessioni degli uni mentre altri ne facevano la preparazione od il ringraziamento, dopo
cui non pochi ripigliavano la loro ricreazione. Ad un certo punto della mattinata si dava un
suono di tromba, che radunava tutti i giovanetti, altro suono di tromba indicava il silenzio,
che mi dava campo a parlare e segnare dove andavamo ad ascoltare la Santa Messa e fare
la Comunione.
Talvolta, come si disse, andavamo alla Madonna di Campagna, alla Chiesa della
Consolata, a Stupinigi o nei luoghi sopra mentovati.85 Siccome poi facevamo frequenti
83
Don Agostino Gattino (1816-1869): parroco della parrocchia dei SS. Simone e Giuda in Borgo Dora,
sotto la cui giurisdizione era il Rifugio e in seguito l’Oratorio quando si stabilirà nella zona di Valdocco. Il
teologo Vincenzo Ponsati (1800-1874) era curato della parrocchia dei SS. Filippo e Giacomo, che aveva sede
nella chiesa di sant’Agostino.
84
Fratelli Filippi: erano i due fratelli Pietro Antonio e Carlo, proprietari di case e terreni adiacenti alla
casa di don Moretta.
85
Stupinigi: località a 8 km dal centro della città, dove sorge una splendida palazzina usata dal re per la
caccia, affiancata da un vasto parco e da una folta boscaglia; il disegno della palazzina è dell’architetto
Filippo Juvarra.
123
camminate in luoghi anche lontani, così io ne descriverò una fatta a Superga, da cui si
conoscerà come si facevano le altre.
Raccolti i giovani nel prato e dato loro tempo a giuocare alquanto alle bocce, alle
piastrelle, alle stampelle, etc., si suonava un tamburo quindi una tromba che segnava la
radunanza e la partenza. Si procurava che ognuno ascoltasse prima la Messa e poco dopo le
9 partimmo alla volta di Superga. Chi portava canestri di pane, chi cacio o salame o frutta
od altre cose necessarie per quella giornata. Si osservava silenzio sin fuori delle abitazioni
della città, di poi cominciavano gli schiamazzi, canti e grida ma sempre in fila ed ordinati.
Giunti poi a’ piedi della salita, che conduce a quella basilica, trovai uno stupendo
cavallino che, bardato a dovere, il Sac. Anselmetti, Curato di quella Chiesa mi aveva
mandato.86 Là pure riceveva una letterina del teologo Borel, che ci aveva preceduti, nella
quale diceva: «Venga tranquillo coi cari nostri giovani, la minestra, la pietanza, il vino
sono preparati». Io montai sopra quel cavallo e poi lessi ad alta voce quella lettera. Tutti si
raccolsero intorno al cavallo e udita quella lettura unanimi si posero a fare applausi ed
ovazioni gridando, schiamazzando e cantando. Gli uni prendevano il cavallo per le
orecchie, gli altri per le narici o per la coda urtando ora la povera bestia, ora chi la
cavalcava. Il mansueto animale tutto sopportava in pace dando segni di pazienza maggiore
di quella che avrebbe dato chi era portato sul dorso. In mezzo a que’ trambusti avevamo la
nostra musica che consisteva in un tamburo, in una tromba ed in una chitarra. Era tutto
disaccordo, ma servendo a fare rumore colle voci dei giovani bastava per fare una
maravigliosa armonia.
Stanchi dal ridere, scherzare, cantare e direi di urlare, giungemmo al luogo stabilito. I
giovanetti, perché sudati, si raccolsero nel cortile del santuario e furono tosto provveduti di
quanto era necessario pel vorace loro appetito. Dopo alquanto riposo li radunai tutti e loro
raccontai minutamente la storia maravigliosa di quella Basilica, delle tombe reali che
esistono sotto alla medesima, e dell’Accademia Ecclesiastica ivi eretta da Carlo Alberto e
promossa dai Vescovi degli Stati Sardi.87
Il teologo Guglielmo Audisio, che ne era preside, fece la graziosa spesa di una minestra
colla pietanza a tutti gli ospitati.88 Il paroco donò vino e frutta. Si concedette lo spazio di
un paio d’ore per visitare i locali, di poi ci siamo radunati in Chiesa, dove era pure
intervenuto molto popolo. Alle 3 pomeridiane ho fatto un breve discorso dal pulpito, dopo
cui alcuni più favoriti dalla voce cantarono un Tantum ergo in musica, che per la novità
86
Giuseppe Maurizio Anselmetti (1778-1852), curato della parrocchia di Santa Maria di Superga.
87
Accademia Ecclesiastica di Superga: era un centro superiore di studi teologici e giuridici destinato ai
giovani laureati in Teologia e Diritto ecclesiastico all’Università di Torino più distinti per ingegno e qualità
morali, al fine di prepararli alla carriera accademica ed ecclesiastica. Fondata nel 1730 dal re Vttorio Amedeo
II, soppressa nel periodo rivoluzionario, venne riaperta dal re Carlo Alberto. Carlo Alberto di SavoiaCarignano (1798-1849) era salito al trono nel 1831; nel 1848 concesse uno Satuto di ispirazione liberale e si
mise alla testa del movimento patriottico di unificazione dei vari stati italiani.
88
Guglielmo Audisio (1802-1882): teologo e scrittore, fu presidente dell’Accademia Ecclesiastica di
Superga fino al 1849; negli anni successivi si trasferì a Roma e venne nominato canonico della Basilica
Vaticana di S. Pietro.
124
delle voci bianche trasse tutti in ammirazione.89 Alle sei si fecero salire alcuni globi
areostatici, di poi tra vivi ringraziamenti a chi ci aveva beneficati partimmo alla volta di
Torino. Il medesimo cantare, ridere, correre e talvolta pregare occupò la nostra via. Giunti
in città, di mano in mano che alcuno giungeva al sito più vicino alla propria casa cessava
dalle file e si ritirava in famiglia. Quand’io giunsi al Rifugio aveva ancora con me 7 od 8
giovani dei più robusti che portavano gli attrezzi usati nella giornata.
21. Il Marchese Cavour e sue minacce - Nuovi disturbi per l'Oratorio
Non è a dire quale entusiasmo eccitassero nei giovanetti quelle passeggiate. Affezionati
a questa mescolanza di divozione, di trastulli, di passeggiate ognuno mi diveniva
affezionatissimo a segno, che non solamente erano ubbidientissimi a’ miei comandi, ma
erano ansiosi che loro affidassi qualche incumbenza da compiere. Un giorno un carabiniere
vedendomi con un cenno di mano ad imporre silenzio ad un quattrocento giovanetti, che
saltellavano e schiamazzavano pel prato, si pose ad esclamare: — Se questo prete fosse un
generale d’armata, potrebbe combattere contro al più potente esercito del mondo. E
veramente l’ubbidienza e l’affezione de’ miei allievi andava alla follia.
Questo per altro die’ cagione a rinnovare la voce che don Bosco co’ suoi figli poteva ad
ogni momento eccitare una rivoluzione. Tale asserzione, che appoggiava sul ridicolo, trovò
di nuovo credenza tra le autorità locali e specialmente presso al Marchese di Cavour, padre
dei celebri Camillo e Gustavo, allora Vicario di Città, che era quanto dire capo del potere
urbano.90 Egli adunque mi fece chiamare al Palazzo Municipale e tenutomi lungo
ragionamento sopra le fole che si spacciavano a mio conto conchiuse con dirmi:
— Mio buon prete, prendete il mio consiglio, lasciate in libertà quei mascalzoni: essi
non daranno che dispiaceri a voi ed alle pubbliche autorità. Io sono assicurato, che tali
radunanze sono pericolose, e perciò io non posso tollerarle.
89
Tantum ergo: parole latine iniziali della penultima strofa dell’inno dei vespri della festa del Corpus
Christi. Questa strofa, con la successiva, si cantano prima della benedizione col Santissimo Sacramento.
90
Marchese di Cavour: Michele Benso di Cavour (1781-1850), apparteneva ad una famiglia dell’alta
nobiltà piemontese; dal 1835 al 1847 ricoprì la carica di Vicario di Città (o “Vicario di Politica e di Polizia”),
una specie di governatore della capitale che aveva soprattutto il compito di tutelare l’ordine pubblico.
L’ufficio del Vicariato di Città venne abolito nel 1848, quando Michele Benso di Cavour si ritirò per motivi
di salute; i suoi compiti vennero affidati al Questore (capo della Polizia). Camillo Benso conte di Cavour
(1810-1861): era il figlio minore di Michele, uomo d’affari, studioso delle teorie economiche e giornalista di
indirizzo liberale moderato; dopo il 1848 emerse come uomo politico abilissimo e innovativo. In qualità di
ministro dell’Agricoltura e Commercio (1850) e di Presidente del Consiglio (1852), promosse una linea
politica liberista, dando forte impulso alle opere pubbliche e all’industria, e sviluppò una intelligente azione
diplomatica e politica che portò il Piemonte, attraverso l’alleanza con le Francia e la seconda guerra
d’indipendenza contro l’Austria (1859), all’annessione di gran parte della penisola e all’unificazione
nazionale. Egli poté così formare il primo Parlamento nazionale e rendere possibile la proclamazione del
Regno d’Italia (1861) poche settimane prima della morte. Gustavo Benso marchese di Cavour (1806-1864):
era il figlio primogenito di Michele, studioso di filosofia e giornalista, apparteneva alla corrente conservatrice
di impronta cattolica; ebbe rapporti di amicizia con don Bosco e ne sostenne l’opera.
125
— Io, risposi io, non ho altra mira, Sig. Marchese, che migliorare la sorte di questi
poveri figli del popolo. Non dimando mezzi pecuniarii ma soltanto un luogo dove poterli
raccogliere. Con questo mezzo spero di poter diminuire il numero dei discoli, e di quelli
che vanno ad abitare le prigioni.
— V’ingannate, mio buon prete; vi affaticate invano. Io non posso assegnarvi alcuna
località ravvisando tali radunanze pericolose; e voi dove prenderete i mezzi per pagare
pigioni e sopperire a tante spese, che vi cagionano questi vagabondi? Vi ripeto qui, che io
non posso permettervi tali radunanze.
— I risultati ottenuti, Sig. Marchese, mi assicurano che non fatico invano. Molti
giovanetti totalmente abbandonati furono raccolti, liberati dai pericoli, avviati a qualche
mestiere, e le prigioni non furono più loro abitazione. I mezzi materiali finora non mi
mancarono, essi sono nelle mani di Dio, il quale talvolta si serve di spregevoli istrumenti
per compiere i suoi sublimi disegni.
— Abbiate pazienza, ubbiditemi senz’altro, io non posso permettervi tali radunanze.
— Non concedetelo per me, Sig. Marchese, ma concedetelo pel bene di tanti giovanetti
abbandonati, che forse andrebbero a fare trista fine.
— Tacete, io non sono qui per disputare. Questo è un disordine, ed io lo voglio e lo
debbo impedire. Non sapete che ogni assembramento è proibito, ove non vi sia legittimo
permesso?
— Li miei assembramenti non hanno scopo politico: io insegno il Catechismo a’ poveri
ragazzi e questo faccio col permesso dell’Arcivescovo.
— L’Arcivescovo è informato di queste cose?
— Ne è pienamente informato, e non ho mai mosso un passo senza il consentimento di
lui.
— Ma io non posso permettere questi assembramenti?
— Io credo, Sig. Marchese, che voi non vorrete proibirmi di fare un Catechismo col
permesso del mio Arcivescovo.
— E se l’Arcivescovo vi dicesse di desistere da questa vostra ridicola impresa, non
opporreste difficoltà?
— Nissunissima. Ho cominciato ed ho finora continuato col parere del mio Superiore
Ecclesiastico, e ad un semplice suo motto sarò tutto a’ cenni suoi.
— Andate, parlerò coll’Arcivescovo, ma non siate poi ostinato agli ordini suoi,
altrimenti mi costringerete a misure severe, che io non vorrei usare.
Ridotte le cose a questo punto, credeva, almeno per qualche tempo, essere lasciato in
pace. Ma quale non fu la mia perturbazione quando giunsi a casa e trovai una lettera con
cui i fratelli Filippi mi licenziavano dal locale a me pigionato.
— I suoi ragazzi, mi dicevano, calpestando ripetutamente il nostro prato faranno
perdere fino la radice dell’erba. Noi siamo contenti di condonarle la pigione scaduta purché
126
entro a quindici giorni ci dia libero il nostro prato. Maggior dilazione non le possiamo
concedere.
Sparsa la voce di tante difficoltà parecchi amici mi andavano dicendo di abbandonare
l’inutile impresa, così detta da loro. Altri poi vedendomi sopra pensiero e sempre
circondato da ragazzi cominciavano a dire che io era venuto pazzo.
Un giorno il Teologo Borel in presenza del sac. Pacchiotti Sebastiano e di altri prese a
dirmi così:91
— Per non esporci a perdere tutto è meglio salvare qualche cosa. Lasciamo in libertà
tutti gli attuali giovanetti, riteniamone soltanto una ventina dei più piccoli. Mentre
continueremo ad istruire costoro nel Catechismo, Dio ci aprirà la via e l’opportunità di fare
di più.
Loro risposi:
— Non occorre aspettare altra opportunità, il sito è preparato, vi è un cortile spazioso,
una casa con molti fanciulli, porticato, Chiesa, preti, cherici, tutto ai nostri cenni.
— Ma dove sono queste cose, interruppe il teologo Borel.
— Io non so dire dove siano, ma esistono certamente e sono per noi.
Allora il teologo Borel dando in copioso pianto, povero don Bosco, esclamò, gli è dato
la volta al cervello. Mi prese per mano, mi baciò e si allontano con don Pacchiotti,
lasciandomi solo nella mia camera.
22. Congedo dal Rifugio - Altra imputazione di pazzia
Le molte cose che andavansi dicendo sul conto di don Bosco cominciavano ad
inquietare la Marchesa Barolo, tanto più da che il Municipio Torinese si mostrava contrario
a’ miei progetti.
Un giorno adunque venuta in mia camera Ella prese a parlarmi così:
— Io sono assai contenta delle cure che si prende pei miei istituti. La ringrazio che
abbia cotanto lavorato per introdurre in quelli il canto delle laudi sacre, il canto fermo, la
musica, l’aritmetica ed anche il sistema metrico.
— Non occorre ringraziamenti: i preti devono lavorare per loro dovere, Dio pagherà
tutto, e non si parli più di questo.
— Voleva dire che mi rincresce assai, che la moltitudine delle sue occupazioni abbiano
alterata la sua sanità. Non e possibile che possa continuare la direzione delle mie opere e
quella dei ragazzi abbandonati, tanto più presentemente, che il loro numero è cresciuto
fuori misura. Io sono per proporle di fare soltanto quello, che è di obbligo suo, cioè
91
Pacchiotti Sebastiano (1806-1885): era cappellano delle Opere della marchesa Barolo insieme al Borel
e a Don Bosco; collaborò attivamente nei primi tempi dell’Oratorio con il catechismo, le confessioni, la
predicazione e le scuole festive e serali.
127
direzione dell’Ospedaletto, non più andare nelle carceri, nel Cottolengo e sospendere ogni
sollecitudine pei fanciulli. Che ne dice?
— Signora Marchesa, Dio mi ha finora aiutato e non mancherà di aiutarmi. Non si
inquieti sul da farsi. Tra me, don Pacchiotti, il teologo Borel faremo tutto.
— Ma io non posso più tollerare che ella si ammazzi.92 Tante e così svariate
occupazioni da volere o non volere tornano a detrimento della sua sanità e de’ miei istituti.
E poi le voci che corrono intorno alla sua sanità mentale; l’opposizione delle autorità locali
mi costringono a consigliarla...
— A che, signora Marchesa?
— O a lasciare l’opera de’ ragazzi, o l’opera del Rifugio. Ci pensi e mi risponderà.
La mia risposta è già pensata. Ella ha danaro e con facilità troverà preti quanti ne vuole
pe’ suoi istituti. De’ poveri fanciulli non è così. In questo momento se io mi ritiro, ogni
cosa va in fumo perciò io continuerò a fare parimenti quello che posso pel Rifugio, cesserò
dall’impiego regolare e mi darò di proposito alla cura dei fanciulli abbandonati.
— Ma come potrà vivere?
— Dio mi ha sempre aiutato e mi aiuterà anche per l’avvenire.
— Ma Ella è rovinata di sanità, la sua testa non la serve più; andrà ad ingolfarsi nei
debiti; verrà da me, ed io protesto fin d’ora che non le darò mai un soldo pei suoi ragazzi.
Ora accetti il mio consiglio di madre. Io le continuerò lo stipendio, e l’aumenterò se vuole.
Ella vada a passare uno, tre, cinque anni in qualche sito: si riposi, quando sia ben
ristabilito, ritorni al Rifugio e sarà sempre il benvenuto. Altrimenti mi mette nella
spiacevole necessità di congedarlo da’ miei istituti. Ci pensi seriamente.
— Ci ho già pensato, signora Marchesa. La mia vita e consacrata al bene della gioventù.
La ringrazio delle profferte che mi fa, ma non posso allontanarmi dalla via che la divina
Provvidenza mi ha tracciato.
— Dunque preferisce i suoi vagabondi ai miei Istituti? Se è così, resta congedato in
questo momento. Oggi stesso provvederò chi la deve rimpiazzare.
Le feci vedere che un diffidamento così precipitoso avrebbe fatto supporre motivi non
onorevoli né a me né a Lei: era meglio agire con calma, e conservare tra noi quella stessa
carità, con cui dovremo poi parlare ambidue al tribunale del Signore.
92
Il 18 maggio 1846 la Marchesa di Barolo, preoccupata per la salute di Don Bosco, scriveva al teologo
Borel: «Poche settimane dopo che [Don Bosco] fu stabilito con Lei […] tanto la Superiora del Rifugio come
io, abbiamo veduto che la sua salute non gli permetteva nessuna fatica. Si ricorderà quante volte le ho
raccomandato di averne riguardo e lasciarlo riposare ecc. ecc. Non mi dava retta; diceva che i preti dovevano
lavorare ecc. La salute di D. Bosco peggiorò sino alla mia partenza per Roma; intanto egli lavorava, era
ammalato, sputava sangue. Fu allora che ricevei una lettera di Lei, Sig. Teologo, dove mi diceva che D.
Bosco non era più nel caso di coprire l’impiego confidatogli. Subito risposi che io era pronta a continuare a
D. Bosco il suo stipendio, con patto che non facesse più nulla, e son pronta a tenere la mia parola. Ella, Sig.
Teologo, crede che non è far nulla confessare, esortare centinaja di ragazzi; io credo che nuoce a D. Bosco, e
credo necessario che si allontani abbastanza da Torino per non essere nel caso di stancare così i suoi
polmoni» (Archivio Salesiano Centrale, A101).
128
— Dunque, conchiuse, le darò tre mesi, dopo cui lascierà ad altri la direzione del mio
Ospedaletto.
Accettai il diffidamento, abbandonandomi a quello che Dio avrebbe disposto di me.
Intanto prevaleva ognor più la voce che don Bosco era divenuto pazzo. I miei amici si
mostravano dolenti; altri ridevano; ma tutti si tenevano lontani da me. L’Arcivescovo
lasciava fare; don Cafasso consigliava di temporeggiare, il teologo Borel taceva. Così tutti
i miei collaboratori mi lasciarono solo in mezzo a circa quattrocento ragazzi.
In quell’occasione alcune rispettabili persone vollero prendersi cura della mia sanità. —
Questo don Bosco, diceva uno di loro, ha delle fissazioni, che lo condurranno
inevitabilmente alla pazzia. Forse una cura gli farà bene. Conduciamolo al manicomio e
colà, coi dovuti riguardi, si farà quanto la prudenza suggerirà.
Furono incaricati due di venirmi a prendere con una carrozza e condurmi al manicomio.
I due messaggeri mi salutarono cortesemente, di poi chiestemi notizie della sanità,
dell’Oratorio, del futuro edifizio e chiesa, trassero in fine un profondo sospiro e proruppero
in queste parole: — È vero.
Dopo ciò mi invitarono di recarmi seco loro a fare una passeggiata.
— Un po’ di aria ti farà bene; vieni; abbiamo appunto la carrozza, andremo insieme ed
avremo tempo a discorrere.
Mi accorsi allora del giuoco che mi volevano fare, e senza mostrarmene accorto, li
accompagnai alla vettura, insistetti che essi entrassero primi a prendere posto nella
carrozza, e invece di entrarci anch’io, ne chiusi lo sportello in fretta dicendo al cocchiere:
— Andate con tutta celerità al manicomio, dove questi due ecclesiastici sono aspettati.
23. Trasferimento nell'attuale Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco
Mentre succedevansi le cose sopramentovate, era venuta l’ultima domenica, in cui mi
era ancora permesso di tenere l’Oratorio nel prato (15 marzo 1846).93 Io taceva tutto, ma
tutti sapevano i miei imbarazzi e le mie spine. In sulla sera di quel giorno rimirai la
moltitudine di fanciulli, che si trastullavano; e considerava la copiosa messe, che si andava
preparando pel sacro ministero, per cui era solo di operai, sfinito di forze, di sanità male
andata senza sapere dove avrei in avvenire potuto radunare i miei ragazzi. Mi sentii
vivamente commosso.
Ritiratomi pertanto in disparte, mi posi a passeggiare da solo e forse per la prima volta
mi sentii commosso fino alle lacrime. Passeggiando e alzando gli occhi al Cielo, mio Dio,
93
15 marzo: la vicenda qui descritta avvenne probabilmente la domenica 8 marzo, come risulta da una
lettera scritta da Don Bosco al Vicario di Città in data 13 marzo 1846: «Finalmente la settimana corrente
siamo venuti a trattativa di un sito col Sig. Pinardi con cui fu pattuita la somma di franchi duecento ottanta
per una camera grande, che può servire di Oratorio, più altre due camere con sito aderente» (G. Bosco,
Epistolario. Introduzione, testi critici e note a cura di F. Motto. Volume primo (1835-1863) (Roma: LAS,
1991), p. 66.
129
esclamai, perché non mi fate palese il luogo in cui volete che io raccolga questi fanciulli?
O fatemelo conoscere o ditemi quello che debbo fare?
Terminava quelle espressioni, quando giunge un cotale, di nome Pancrazio Soave94 che
balbettando mi dice:
— È vero che cerca un sito per fare un laboratorio?
— Non un laboratorio, ma un Oratorio.
— Non so se sia lo stesso Oratorio o laboratorio; ma un sito c’è, lo venga a vedere. È di
proprietà del Sig. Giuseppe Pinardi, onesta persona.95 Venga e farà un buon contratto.
Giunse opportuno in quel momento un fedele mio collega di Seminario, don Merla
Pietro, fondatore dell’Opera pia nota sotto al nome di famiglia di S. Pietro.96 Egli si
occupava con zelo nel sacro ministero, ed aveva iniziato il suo istituto ad oggetto di
provvedere al triste abbandono in cui si trovano tante zitelle o donne sgraziate, che, dopo
aver scontato la pena del carcere, per lo più sono abborrite dalla società degli onesti a
segno che loro riesce pressoché impossibile trovare chi loro voglia dare pane o lavoro.
Quando a quel degno Sacerdote rimaneva qualche momento di tempo, correva con piacere
in aiuto del suo amico, che per lo più si trovava solo in mezzo ad una moltitudine di
ragazzi.
— Che c’è, disse appena mi vide, non ti vidi mai così malinconico. Ti colse qualche
disgrazia?
— Disgrazia no, ma un grande imbarazzo. Oggi è l’ultimo giorno, che mi è permesso
dimorare in questo prato. Siamo alla sera; rimangono due ore di giorno; debbo dire ai miei
figli dove si raduneranno un’altra domenica e non so. Avvi qui un amico, che mi dice
esservi un locale forse conveniente. Vieni, assisti un momento la ricreazione; io vado a
vedere e presto sarò di nuovo qua.
Giunto al luogo indicato vidi una casupola di un solo piano colla scala e balcone di
legno tarlato, attorniata da orti, prati, campi. Io voleva salire la scala, ma il Pinardi ed il
Pancrazio, no, mi dissero. Il sito destinato per Lei è qui di dietro. Era una tettoia
prolungata, che da un lato appoggiava al muro, dall’altro terminava coll’altezza di circa un
metro da terra. Poteva per necessità servire a magazzino o per legnaia e non di più. Per
entrarci dentro ho dovuto tenere chino il capo a fine di non urtare nel solaio.
— Non mi serve, perché troppo bassa, dissi.
— Io la farò aggiustare come vuole, ripigliò graziosamente il Pinardi. Io scaverò, farò
scalini, farò altro pavimento; ma desidero tanto che il suo laboratorio venga stabilito qui.
94
Soave Pancrazio: era un piccolo commerciante che dal novembre 1845 affittava la casa di Francesco
Pinardi.
95
Giuseppe Pinardi: nel luglio 1845 aveva acquistato dai fratelli Pietro Antonio e Carlo Filippi la casa di
cui qui si parla.
96
Pietro Merla (1815-1855): compagno di seminario di Don Bosco e suo grande amico, nel 1846 era
cappellano delle carceri e un paio di anni più tardi fonderà il “Ritiro di S. Pietro Apostolo” (detto anche
Famiglia di S. Pietro) destinato all’accoglienza delle donne che uscivano dal carcere e al loro reinserimento
nella società.
130
— Non un laboratorio, ma un Oratorio, una piccola chiesa per radunare dei giovanetti.
— Più volentieri ancora. Mi presterò assai di buon grado. Facciamo contratto. Sono
anch’io cantore, verrò ad aiutarla; porterò due sedie, una per me l’altra per mia moglie. E
poi in mia casa ho una lampada, la porterò ancora qua.
Quel dabben uomo sembrava che vaneggiasse per la contentezza di avere una chiesa in
sua casa.
— Vi ringrazio, o mio buon amico, della vostra carità e del vostro buon volere. Accetto
queste belle offerte. Se voi mi potete abbassare il pavimento non meno di un piede (cent.
50) io l’accetto, ma quanto dimandate?
— Trecento franchi; me ne vogliono dare di più, ma preferisco Lei, che vuole destinare
questo locale al pubblico vantaggio ed alla religione.
— Ve ne do trecentoventi, purché mi diate anche la striscia di sito che lo circonda per la
ricreazione dei giovani; purché mi promettiate che domenica prossima io possa già venir
qua co’ miei ragazzi.
— Inteso, patto conchiuso: venga pure. Tutto sarà ultimato.
Non cercai di più. Corsi tosto da’ miei giovani; li raccolsi intorno a me e ad alta voce mi
posi a gridare:
— Coraggio, miei figli, abbiamo un Oratorio più stabile del passato; avremo chiesa,
sacristia, camere per le scuole, sito per la ricreazione. Domenica, domenica andremo nel
novello Oratorio che e colà in casa Pinardi; e loro additava il luogo.
Quelle parole furono accolte col più vivo entusiasmo. Chi faceva corse o salti di gioia;
chi stava come immobile; chi gridava con voci e sarei per dire con urli e strilli. Ma
commossi come chi prova un gran piacere e non sa come esprimerlo, trasportati da
profonda gratitudine e per ringraziare la S. Vergine che aveva accolte ed esaudite le nostre
preghiere, che in quel mattino stesso avevam fatto alla Madonna di Campagna, ci siamo
inginocchiati per l’ultima volta in quel prato, ed abbiamo recitato il SS. Rosario dopo cui
ognuno si ritiro a casa sua. Così veniva dato l’ultimo saluto a quel luogo, che ciascuno
aveva amato per necessità, ma che per la speranza di averne un altro migliore abbandonava
senza rincrescimento.
La Domenica seguente solennità di Pasqua nel giorno 12 di Aprile, si trasportarono colà
tutti gli attrezzi di chiesa e di ricreazione, e andammo a prendere possesso della nuova
località.
131
TERZA DECADE 1846-1855
132
1. La nuova chiesa
Sebbene questa nuova chiesa fosse una vera meschinità, tuttavia essendo pigionato con
un contratto formale ci liberava dalle inquietudini di dover ad ogni momento emigrare da
un luogo ad un altro con gravissimi disturbi. A me poi sembrava essere veramente il sito
dove aveva sognato scritto: Haec est domus mea, inde gloria mea,1 sebbene fossero diverse
le disposizioni del cielo. Non piccola difficoltà presentava la casa presso cui ci trovavamo;
era casa d’immoralità; difficoltà eziandio per parte dell’albergo della Giardiniera, attuale
casa Bellezza,2 dove si raccoglievano specialmente ne’ giorni festivi, tutti i buontemponi
della città. Ciò nulla di meno potemmo tutto superare e cominciare a fare regolarmente le
nostre radunanze.
Ultimati i lavori, l’Arcivescovo in data 10 aprile concedeva la facoltà di benedire e
consacrare al divin culto quel modesto edifizio. Ciò avveniva la domenica del 12 aprile
1846. Il medesimo Arcivescovo per mostrare la sua soddisfazione rinnovò la facoltà già
concessa quando eravamo al Rifugio, cioè di cantar messa, fare tridui, novene, esercizi
spirituali, promuovere alla cresima, alla santa comunione, e di poter eziandio soddisfare al
precetto pasquale a tutti quelli che avessero frequentata la nostra Istituzione.
Il sito stabile, i segni d’approvazione dell'Arcivescovo, le solenni funzioni, la musica, il
rumore di un giardino di ricreazione, attraevano fanciulli da tutte parti.3 Parecchi
ecclesiastici presero a ritornare. Tra quelli che prestavano l’opera loro vuolsi notare, Don
Trivero Giuseppe, Teologo Carpano Giacinto, Teologo Giovanni Vola, il Teologo Roberto
Murialdo, e l’intrepido Teologo Borel.4
Le funzioni si facevano così. Ne’ giorni festivi di buon mattino si apriva la chiesa: e si
cominciavano le confessioni, che duravano fino all’ora della messa. Essa era fissata alle
ore otto, ma per appagare la moltitudine di quelli, che desideravano confessarsi, non di
1
Haec domus mea, inde gloria mea: Questa è la mia casa, di qui la mia gloria.
2
Albergo della Giardiniera: si trattava di una taverna, situata in una casa distante pochi metri dal muro di
cinta della casa Pinardi, di cui era proprietaria Teresa Caterina Novo vedova Bellezza. In quel luogo si
radunavano, soprattutto nei giorni festivi diversi, ubriaconi della zona, ma anche soldati, carrettieri e
manovali attratti dalla presenza di donne di cattiva fama. Nell’ottobre 1853 Don Bosco riuscirà a prendere a
pigione tutta la casa, ma soltantanto dopo la morte della proprietaria (1884) potrà acquistare la casa e il
terreno circostante per ampliare l’Oratorio.
3
Giardino di ricreazione: era un’espressione molto usata in quel tempo per indicare un cortile alberato
annesso ad una scuola infantile o primaria, destinato al gioco dei ragazzi. Secondo il metodo pedagogico
propugnato dall’abate Ferrante Aporti (1791-1858) e dal gruppo di pedagogisti torinesi che ne seguivano le
teorie, la ricreazione era considerata parte integrante dell’educazione infantile, accanto all’istruzione e al
catechismo.
4
Erano tutti giovani sacerdoti amici di Don Bosco, generosamente impegnati nell’azione pastorale e
sociale. Giuseppe Trivero (1816-1894): diventerà il “Custode” della Sacra Sindone conservata nella
cattedrale di Torino. Giacinto Carpano (1821-1894): dirigerà dal 1847 al 1853 l’Oratorio di S. Luigi, aperto
nel 1847 da Don Bosco nella parte opposta della città, poi diventerà cappellano del Cimitero principale di
Torino. Giovanni Vola (1806-1872): collaborava anche con don Pietro Merla, del quale divenne successore
nella direzione dell’Opera di S. Pietro per l’assistenza delle donne uscite dalle carceri. Roberto Murialdo
(1815-1882): apparteneva a una ricca famiglia della borghesia torinese ed era cappellano reale; si dedicò a
varie opere assistenziali e caritative.
133
rado era differita fino alle nove ed anche di più. Qualcuno de’ preti, quando ce n’erano,
assisteva, e con voce alternata recitava le orazioni. Tra la messa facevano la s. Comunione
quelli che erano preparati. Finita la messa e tolti i paramentali io montava sopra una bassa
cattedra per fare la spiegazione del Vangelo, che allora si cangiò per dare principio al
racconto regolare della Storia Sacra. Questi racconti ridotti a forma semplice e popolare
vestiti dei costumi dei tempi, dei luoghi, dei nomi geografici coi loro confronti, piacevano
assai ai piccolini, agli adulti ed agli stessi ecclesiastici che trovavansi presenti. Alla predica
teneva dietro la scuola che durava fino a mezzo giorno.
Ad un’ora pom. cominciava la ricreazione, colle bocce, stampelle, coi fucili, colle spade
in legno, e coi primi attrezzi di Ginnastica. Alle due mezzo si dava principio al catechismo.
L’ignoranza in generale era grandissima. Più volte mi avvenne di cominciare il canto
dell’Ave Maria e di circa quattrocento giovanetti, che erano presenti, non uno era capace
di rispondere e nemmeno di continuare, se cessava la mia voce.
Terminato il catechismo, non potendosi per allora cantare i Vespri si recitava il Rosario.
Più tardi si cominciò a cantare l'Ave Maris Stella, poi il Magnificat, poi il Dixit, quindi gli
altri salmi; e in fine un’Antifona e nello spazio di un anno ci siamo fatti capaci di cantare
tutto il Vespro della Madonna.5
A queste pratiche teneva dietro un breve sermoncino, che per lo più era un esempio, in
cui si personificava un vizio o qualche virtù. Ogni cosa aveva termine col canto delle
Litanie e colla benedizione del SS. Sacramento.
Usciti di chiesa cominciava il tempo libero in cui ciascuno poteva occuparsi a
piacimento. Chi continuava la classe di catechismo, altri del canto, o di lettura, ma la
maggior parte se la passava saltando, correndo e godendosela in varii giuochi e trastulli.
Tutti i ritrovati pei salti, corse, bussolotti, corde, bastoni, siccome anticamente aveva
appreso dai saltimbanchi, erano messi in opera sotto alla mia disciplina. Così potevasi
tenere a freno quella moltitudine, la quale in gran parte potevansi dire: Sicut equus et
mulus, quibus non est intellectus.6
Debbo dire per altro che nella grande ignoranza ho sempre ammirato un grande rispetto
per le cose di chiesa, pei sacri ministri ed un grande trasporto per imparare le cose di
religione.
Anzi io mi serviva di quella smodata ricreazione per insinuare a’ miei 600 allievi
pensieri di religione e di frequenza ai santi sacramenti. Agli uni con una parola
nell’orecchio raccomandava maggior ubbidienza, maggior puntualità nei doveri del proprio
stato; ad altri di frequentare il catechismo, di venirsi a confessare e simili. Di modo che per
me quei trastulli erano un mezzo opportuno per provvedermi una moltitudine di fanciulli
5
Prima della riforma liturgica la Messa e l’Ufficio delle Ore venivano recitati o cantati in latino. Ave
Maris Stella (Ave o Stella del Mare): sono le prime parole dell’inno dei Vespri della Beata Vergine.
Magnificat: è l’inizio dell’inno di lode innalzato da Maria in occasione del suo incontro con la cugina
Elizabetta (Luca 1:46-55). Dixit: è l’incipit del salmo 110, che con altri 4 salmi (113, 122, 127 e 147:12-20)
costituiva il cuore della liturgia dei Vespri.
6
Sicut equus et mulus, quibus non est intellectus: Come il cavallo e come il mulo privi di intelligenza. Al
margine del manoscritto delle Memorie Don Bosco annota: «Tob, c. VI, 17 e Psal. XXXI, 9».
134
che al sabato a sera o la domenica mattina con tutto buon volere venivano a fare la loro
confessione.
Talvolta li toglieva dagli stessi trastulli per condurli a confessarsi, qualora li avessi
veduti alquanto restii a quegli importanti doveri. Riferirò uno dei molti fatti. Un giovanetto
era stato invitato più volte di venire a fare Pasqua;7 egli prometteva ogni domenica di
venire, ma poi non manteneva la parola. Un giorno festivo, dopo le sacre funzioni egli si
pose a fare ricreazione la più vivace. Mentre correva in tutti i lati saltando e correndo e
tutto molle di sudore, tutto rosso nella faccia da non sapere più se fosse in questo mondo o
nell'altro, lo chiesi in tutta fretta pregandolo a recarsi meco in sacristia per aiutarmi a
compiere un affare. Voleva venire com’era, in manica di camicia; no, gli dissi, mettiti la
giubbetta e vieni. Giunti alla sacristia il condussi in coro quindi soggiunsi:
Inginocchiati sopra questo genuflessorio. Lo fece; ma egli voleva traslocare
l’inginocchiatoio.
— No, soggiunsi, lascia ogni cosa come è.
— Che vuole adunque da me?
— Confessarti.
— Non sono preparato.
— Lo so.
— Dunque?
— Dunque preparati, e poi ti confesserai.
— Bene, benone, esclamò; ne avevo proprio bisogno; ne aveva vero bisogno, ha fatto
bene a prendermi in questo modo, altrimenti per timore dei compagni non mi sarei ancora
venuto a confessare. Mentre recitai una parte di Breviario, l’altro si preparò alquanto; di
poi fece assai di buon grado la sua confessione con divoto ringraziamento. D’allora in poi
fu costantemente dei più assidui a compiere i suoi religiosi doveri. Soleva poi raccontare il
fatto ai suoi compagni conchiudendo: Don Bosco usò un bello stratagemma per cogliere il
merlo nella gabbia.
Sul far della notte, con un segno di campanello erano tutti raccolti in chiesa, dove si
faceva un po’ di preghiera o si recitava il Rosario coll’Angelus, ed ogni cosa compievasi
col canto di Lodato sempre sia etc.8
Usciti di chiesa mettevami in mezzo di loro, li accompagnava mentre essi cantavano o
schiamazzavano. Fatto la salita del Rondò,9 si cantava ancora qualche strofa di laude sacra,
7
Fare Pasqua: espressione usata per indicare l’adempimento del precetto pasquale, consistente nella
confessione e e nella comunione.
8
Lodato sempre sia: sono le prime parole di una preghiera giaculatoria che si cantava dopo la
benedizione eucaristica e si recitava dopo ogni decina del Rosario: «Lodato sempre sia, il santissimo nome di
Gesù, di Giuseppe e di Maria».
9
Rondò: piazza circolare, distante circa 200 metri dall’Oratorio, in cui confluivano due grandi viali
alberati che delimitavano a nord la città dalla periferia: Corso San Maurizio (oggi Corso Regina Margherita)
e Corso Principe Eugenio. Al lato sud del Rondò c’era uno spiazzo sul quale veniva montata la forca per le
esecuzioni capitali. Oggi sul luogo c’è un monumento dedicato a san Giuseppe Cafasso, confessore e
confortatore dei condannati a morte.
135
di poi si invitavano per la seguente domenica, ed augurandoci a vicenda ad alta voce la
buona sera, ognuno se ne andava pei fatti suoi.
Una scena singolare era la partenza dall'Oratorio. Usciti di chiesa ciascuno dava le mille
volte la buona sera senza punto staccarsi dall’assemblea dei compagni. Io aveva un bel
dire: — Andate a casa, si fa notte, i parenti vi attendono.
Inutilmente. Bisognava che li lasciassi radunare; sei dei più robusti facevano colle loro
braccia una specie di sedia sopra cui come sopra di un trono era giuocoforza che io mi
ponessi a sedere. Messisi quindi in ordine a più file, portando D. Bosco sopra quel palco di
braccia, che superava i più alti di statura, procedevano cantando, ridendo e schiamazzando
fino al circolo detto comunemente il Rondo. Colà si cantavano ancora alcune lodi, che
avevano per conclusione il solenne canto del Lodato sempre sia. Fattosi di poi un profondo
silenzio io poteva allora a tutti augurare buona sera e buona settimana. Tutti con quanto
avevano di voce rispondevano buona sera. In quel momento io veniva deposto dal mio
trono; ognuno andava in seno della propria famiglia, mentre alcuni dei più grandicelli mi
accompagnavano fino a casa mezzo morto per la stanchezza.10
2. Di nuovo Cavour - Ragioneria - Guardie civiche
Malgrado l’ordine, la disciplina e la tranquillità dell’Oratorio nostro, il Marchese
Cavour, Vicario di città, pretendeva che avessero fine i nostri assembramenti, che egli
chiamava pericolosi. Quando seppe che io aveva sempre proceduto col consenso
dell’Arcivescovo, convocò la così detta Ragioneria nel palazzo vescovile essendo quel
prelato allora alquanto ammalato.
La Ragioneria era una scelta de’ primari consiglieri municipali, nelle cui mani
concentravasi tutto il potere della civica amministrazione. Il capo della Ragioneria detto
Mastro di Ragione, primo Decurione od anche Vicario di città, in potere era superiore al
sindaco.
Quando io vidi tutti quei magnati, disse di poi l’Arcivescovo, a raccogliersi in questa
sala, mi parve doversi tenere il giudizio universale. Si disputò molto pro e contro; ma in
fine si conchiuse doversi assolutamente impedire e disperdere quegli assembramenti,
perché compromettevano la pubblica tranquillita.
Faceva parte della Ragioneria il conte Giuseppe Provana di Collegno, nostro insigne
benefattore, e allora Ministro al Controllo generale, ossia delle Finanze presso al Re Carlo
Alberto.11 Più volte mi aveva dato sussidii e del suo proprio ed anche per parte del
Sovrano. Questo principe udiva assai con piacere a parlare dell'Oratorio, e quando si
faceva qualche solennità leggeva sempre volentieri la relazione che io gli mandava scritta,
o che il prefato conte faceva verbalmente. Mi ha più volte fatto dire che egli molto stimava
10
Fino a casa: in quel momento Don Bosco abitava ancora al Rifugio della marchesa Barolo.
11
Giuseppe Provana di Collegno (1785-1854): membro influente dall’aristocrazia cattolica torinese,
impegnato nell’azione sociale (fu uno dei fondatori della Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli di Torino)
era uomo di fiducia del Re Carlo Alberto; Vicario di Città dal 1819 al 1821, fu nominato Consigliere di Stato
nel 1831 e divenne Presidente Capo e Controllore Generale delle Finanze nel 1840.
136
questa parte di ecclesiastico ministero, paragonandolo al lavoro delle missioni straniere,
esprimendo vivo desiderio che in tutte le città e paesi del suo stato fossero attivate simili
istituzioni. Per buon capo d’anno soleva sempre mandarmi un sussidio di L. 300 con queste
parole: Ai monelli di D. Bosco.
Quando venne a sapere che la Ragioneria minacciava la dispersione delle nostre
adunanze diè carico al prefato conte di comunicare la sua volontà con queste parole: È mia
intenzione che queste radunanze festive siano promosse e protette; se avvi pericolo di
disordine si studi modo di prevenirli e di impedirli.
Il conte Collegno, che silenzioso aveva assistito a tutta quella viva discussione, quando
osservò che se ne proponeva l’ordine di dispersione e definitivo scioglimento, si alzò,
chiese di parlare e comunico la sovrana intenzione, e la protezione che il Re intendeva di
prendere di quella microscopica istituzione.
A quelle parole tacque il Vicario e tacque la Ragioneria. Con premura il Vicario mi
mandò novellamente a chiamare e continuando il tono minaccievole e chiamandomi
ostinato, conchiuse con queste benevole parole: Io non voglio il male di nissuno. Voi
lavorate con buona intenzione, ma ciò che fate è pieno di pericoli. Essendo io obbligato a
tutelare la pubblica tranquillità, io manderò a sorvegliare voi e le vostre radunanze. Alla
minima cosa che vi possa compromettere io farò immediatamente disperdere i vostri
monelli e voi mi darete conto di quanto sarà per avvenire.
Fossero le agitazioni, cui andò soggetto, fosse qualche malanno che già lo travagliasse,
fatto fu che quella è stata l’ultima volta che il Vicario Cavour andò al Palazzo Municipale.
Assalito dalla podagra, dovette soffrire assai e fra pochi mesi venne condotto alla tomba.
Ma per i sei mesi che visse ancora mandava ogni domenica alcuni arceri o guardie
civiche a passare con noi tutta la giornata, vegliando sopra tutto quello che in chiesa o fuori
di chiesa si diceva o si faceva.12
— E bene, disse il Marchese Cavour ad una di quelle guardie, che cosa avete veduto,
udito in mezzo a quella marmaglia?
— Sig. Marchese, abbiamo veduto una moltitudine immensa di ragazzi a divertirsi in
mille modi: abbiamo udito in chiesa delle prediche che fanno paura. Si raccontarono tante
cose sull’inferno e sui demonii, che mi fecero venir volontà di andarmi a confessare.
— E di politica?
— Di politica non si parlò punto, perché quei ragazzi non ne capirebbero niente. Credo
tratterebbero bene l’argomento delle pagnottelle, intorno a cui ciascuno sarebbe in grado di
fare la prima parte.
Morto Cavour non fu più alcuno del Municipio che ci abbia cagionato molestia, anzi
ogni volta se ne presentò occasione il Municipio torinese ci fu sempre favorevole fino al
1877.
12
Il marchese Michele Benso di Cavour fu Vicario di Città dal 1835 al 1847. Per i sei mesi che visse
ancora: qui si indente probabilmente i sei mesi in cui esercitò ancora la sua carica di Vicario, infatti morirà il
15 giugno 1850.
137
3. Scuole domenicali - Scuole serali
A S. Francesco di Assisi io aveva già conosciuta la necessità di qualche scuola. Certi
fanciulli sono alquanto inoltrati negli anni e tuttora ignoranti delle verità della fede. Per
costoro il puro ammaestramento verbale sarebbe lungo e per lo più loro annoierebbe,
perciò facilmente cessano di intervenire. Si provò a fare un po’ di scuola, ma non si poteva
per difetto di locali e di maestri opportuni che ci volessero aiutare. Al Rifugio, di poi in
casa Moretta si cominciò una scuola domenicale stabile, ed anche la scuola serale regolare
quando venimmo in Valdocco.13 Per ottenere qualche buon risultato si prendeva un solo
ramo d’insegnamento per volta. Per esempio si faceva una domenica o due passare e
ripassare l’alfabeto e la relativa sillabazione; poi si prendeva subito il piccolo catechismo
intorno a cui si faceva leggere e sillabare fino a tanto che fossero in grado di leggere una o
due delle prime dimande del catechismo, e ciò serviva di lezione lungo la settimana. La
successiva domenica si faceva ripetere la stessa materia, aggiugnendo altre dimande e
risposte. In questa guisa in otto giorni festivi ho potuto ottenere che taluni giungessero a
leggere e a studiare da sé delle intere pagine di catechismo. Ciò fu di grande guadagno nel
tempo, giacché i più grandicelli dovevano frequentare il catechismo quasi degli anni prima
di poterli istruire abbastanza per la sola confessione.
Le prove delle scuole domenicali riuscivano vantaggiose a molti, ma non bastavano;
perciocché non pochi perché di tardissimo ingegno, dimenticavano affatto quanto la
domenica prima avevano imparato. Furono allora introdotte le scuole serali che cominciate
al Rifugio si fecero con maggior regolarita in casa Moretta, e meglio ancora appena si poté
avere abitazione stabile in Valdocco.
Le scuole serali producevano due buoni effetti: animavano i giovanetti ad intervenire
per istruirsi nella letteratura, di cui sentivano grave bisogno; nel tempo stesso davano
grande opportunita per istruirli nella religione, che formava lo scopo delle nostre
sollecitudini.
Ma dove prendere tanti maestri, mentre quasi ogni giorno uopo era di aggiugnere nuove
classi?
Per provvedere a questo bisogno mi sono messo a fare scuola ad un certo numero di
giovanetti della città. Somministrava loro l’insegnamento gratuito d’Italiano, di Latino, di
Francese, di Aritmetica, ma coll’obbligo di venirmi ad aiutare ad insegnare il catechismo e
fare la scuola domenicale e serale. Questi miei maestrini, allora in numero di otto o dieci,
continuarono ad aumentare in numero, e di qui cominciò la categoria degli studenti.14
13
Valdocco: si chiama così la zona periferica della città di Torino nella quale si trovavano le opere
caritative della Marchesa Barolo e del canonico Cottolengo, la casa Moretta, il prato dei fratelli Filippi e la
casa Pinardi.
14
A partire dagli anni Cinquanta, l’Opera di Don Bosco si svilupperà in due settori distinti: le scuole
umanistiche e le scuole o laboratori artigianali. I giovani che frequentavano le prime erano chimati “studenti”
e “artigiani” quelli che frequentavano le seconde.
138
Quando era ancora al Convitto di S. Francesco d’Assisi, fra i miei allievi ebbi Gioanni
Coriasco, ora Maestro Falegname, Vergnano Felice, ora negoziante in passamanterie,
Delfino Paolo. Quest’ultimo ora è professore di corso Tecnico. Al Rifugio ebbi Melanotte
Antonio, ora Droghiere, Melanotte Gioanni, confetturiere, Ferrero Felice, sensale; Ferrero
Pietro, compositore; Piola Gioanni, falegname, padrone di bottega; ad essi unironsi Genta
Luigi, Mogna Vittorio, ed altri che però non continuarono stabilmente.15 Doveva spendere
molto tempo e molto danaro, e generalmente al punto del bisogno la maggior parte mi
abbandonava.
A costoro si aggiunsero altri pii signori di Torino. Costanti furono il sig. Gagliardi
Giuseppe chincagliere, Fino Giuseppe della stessa professione; Ritner Vittorio orefice ed
altri. I sacerdoti mi aiutavano specialmente per la celebrazione della santa messa, per la
predicazione e per le classi di catechismo ai più adulti.
Una difficoltà grande si presentava nei libri, perciocché terminato il piccolo catechismo
non aveva più alcun libro di testo. Ho esaminato tutte le piccole Storie Sacre, che tra noi
solevansi usare nelle scuole; ma non ne potei trovare alcuna che soddisfacesse al mio
bisogno. Mancanza di popolarità, fatti inopportuni, questioni lunghe o fuori di tempo,
erano comuni difetti. Molti fatti poi erano esposti in modo che mettevano a pericolo la
moralità dei giovanetti. Tutti poi si curavano poco di far rilevare i punti che devono servire
di fondamento alle verità della fede. Lo stesso dicasi dei fatti che si riferiscono al culto
esterno, al purgatorio, alla confessione, Eucaristia e simili.
A fine di provvedere a questa parte di educazione che i tempi reclamavano
assolutamente, mi sono di proposito applicato a compilare una Storia Sacra che oltre alla
facilità della dicitura e popolarita dello stile fosse scevra dei mentovati difetti. È questa la
ragione che mi mosse a scrivere e stampare la così detta Storia Sacra ad uso delle Scuole.16
Non poteva garantire un lavoro elegante, ma ho lavorato con tutto il buon volere di giovare
alla gioventù.
Fatti alcuni mesi di scuola abbiamo dato pubblici saggi del nostro insegnamento festivo,
in cui gli allievi furono interrogati su tutta la Storia Sacra, sulla relativa geografia, con tutte
le opportune interrogazioni. Erano spettatori il celebre Abate Aporti,17 Boncompagni,18
15
Don Bosco ricorda i nomi dei giovani studenti che lo avevano aiutato nei primi tempi, probabilmente
perché essi erano noti ai suoi primi salesiani.
16
Il titolo originale era: Storia sacra per uso delle scuole utile ad ogni stato di persone (Torino: Speirani
e Ferrero, 1847). Questo libro, di cui Don Bosco fece più edizioni, fu tradotto in varie lingue e usato come
catechesi biblica per i giovani delle opere salesiane fino al Concilio Vaticano II.
17
Ferrante Aporti (1791-1858): sacerdote, pedagogista e fondatore di scuole per l'infanzia; studiò a
Vienna e sperimentò le sue teorie pedagogiche a Cremona. Trasferitosi a Torino, nel 1844 ricoprì la cattedra
di “metodica” (cioè di didattica e di pedagogia) nell’Università. Nel 1848 fu nominato senatore e nel 1849
presidente del Consiglio dell’Università di Torino e della Commissione permanente per le scuole secondarie
del Regno.
18
Carlo Boncompagni (1804-1880): avvocato, studioso di pedagogia, nel 1844 fondò a Torino una scuola
di metodo per la formazione dei maestri primari; nel 1845 inaugurò nell’Università una scuola superiore di
Pedagogia per preparare i professori di scuola secondaria; nel 1848 varò una legge di riforma della scuola
primaria. Fu a più riprese membro del Consiglio dei Ministri, come ministro dell’agricoltura e del
commercio, poi della pubblica istruzione, infine di grazia e giustizia.
139
Teologo Pietro Baricco,19 Prof. Giuseppe Rayneri,20 e tutti applaudirono a
quell’esperimento.
Animati dai progressi ottenuti nelle scuole domenicali e serali, alla lettura e scrittura fu
eziandio aggiunta la classe di aritmetica e di disegno. Era la prima volta che nei nostri
paesi avevano luogo tali scuole. Da tutte parti se ne parlava come di una grande novità.
Molti professori ed altri distinti personaggi ci venivano con frequenza a visitare. Lo stesso
Municipio con alla testa il Comm. Giuseppe Duprè mandò una commissione
appositamente incaricata di recarsi a verificare se i decantati risultati delle scuole serali
erano realtà.21 Facevano eglino stessi delle dimande sulla pronuncia; sulla contabilità; sulla
declamazione e non potevano darsi ragione: affatto illetterati fino ai 18 ed anche 20 anni
potessero in pochi mesi portarsi così avanti nella educazione e nella istruzione. Al vedere
quel gran numero di giovani adulti, raccolti alla sera, che invece di girovagare per le vie,
attendevano all’istruzione, quei signori partirono pieni di entusiasmo. Fattane relazione in
pieno Municipio venne assegnata come premio una annualita di trecento franchi, che si e
percepita fino al 1878 quando, non se ne poté mai sapere la ragione, fu tolto quel sussidio
per darlo ad un altro istituto.
Il Cav. Gonella,22 il cui zelo e carità lasciarono in Torino gloriosa ed imperitura
memoria, era in quel tempo Direttore dell'Opera La mendicità istruita.23 Venne egli pure
più volte a vederci e l’anno dopo (1847) introdusse le stesse scuole, gli stessi metodi
nell’opera a lui affidata. Ma avendo riferita ogni cosa agli amministratori di quell’Opera,
con piena deliberazione decretarono un premio di mille franchi per le nostre Scuole. Il
Municipio lo seguì, e nello spazio di pochi anni, le scuole serali si propagarono in tutte le
principali città del Piemonte.
Altro bisogno apparve: un libro di divozione adattato ai tempi. Sono innumerabili
quelli, che, redatti da valente penna, corrono per le mani di tutti. Ma questi libri in generale
sono fatti per le persone colte, adulte, e per lo più possono servire pei cattolici, ebrei e
protestanti. Vedendo come l’eresia insidiosa si andava ogni giorno più insinuando ho
procurato di compilare un libro adatto alla gioventù, opportuno per le loro idee religiose,
19
Pietro Baricco (1819-1887): sacerdote, professore di Teologia, fu membro del Consiglio Comunale di
Torino, preposto all’istruzione pubblica e preside di due importanti scuole pubbiche della città, il Liceo
Gioberti e il Liceo Cavour.
20
Non si chiamava Giuseppe, ma Giovanni Antonio Rayneri (1810-1867): sacerdote e professore di
Pedagogia all’Università di Torino.
21
Giuseppe Luigi Duprè (morto nel 1884): banchiere,
nell’ammistrazione di varie opere caritative.
consigliere
comunale,
impegnato
22
Marco Guglielmo Gonella (1822-1886), banchiere; sarà un entusiasta sostenitore di Don Bosco e della
sua opera e diventerà membro dell’associazione dei Cooperatori Salesiani fondata da Don Bosco tra 1876 e
1877.
23
Opera della Mendicità Istruita: era un’istituzione caritativa, fondata intorno al 1770, per
l’alfabetizzazione e la l’istruzione catechistica dei mendicanti nei giorni festivi. L’opera riorganizzata nella
Restaurazione e fornita di buone rendite economiche, sotto la guida di amministratori
sensibili ai problemi sociali divenne molto attiva: si fondarono scuole primarie maschili e femminili nei
quartieri più poveri della città che vennero affidate alle cure educative dei Fratelli delle Scuole Cristiane e
delle suore di San Giuseppe.
140
appoggiato sulla Bibbia, il quale esponesse i fondamenti della religione cattolica colla
massima brevità e chiarezza. Questo fu il Giovane Provveduto.24
La stessa cosa mi era necessaria per l’insegnamento dell’aritmetica e del sistema
metrico. È vero che l’uso del sistema metrico non era obbligatorio fino al 1850; ma
cominciò ad introdursi nelle scuole nel 1846. Sebbene introdotto legalmente nelle scuole,
mancavano affatto i libri di testo. A ciò ho provveduto col libretto intitolato: Il sistema
metrico decimale ridotto a semplicità, etc.25
4. Malattia - Guarigione - Dimora progettata per Valdocco
I molti impegni che io aveva nelle carceri, nell’Opera Cottolengo, nel Rifugio,
nell’Oratorio e nelle scuole facevano sì, che dovessi occuparmi di notte per compilare i
libretti che mi erano assolutamente necessari26. Per la qual cosa la mia sanità, già per se
stessa assai cagionevole, deteriorò al punto che i medici mi consigliarono a desistere da
ogni occupazione. Il Teologo Borel, che assai mi amava, per mio bene mi mandò a passare
qualche tempo presso al curato di Sassi.27 Riposava lungo la settimana; la domenica mi
recava a lavorare all’Oratorio. Ma ciò non bastava. I giovanetti a turbe venivano a
visitarmi; a costoro si aggiunsero quelli del paese. Sicché era disturbato più che a Torino,
mentre io stesso cagionava immenso disturbo ai miei piccoli amici.
Non solamente quelli che frequentavano l’Oratorio correvano, si può dire ogni giorno, a
Sassi, ma gli stessi allievi dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Tra i molti avvenne questo
24
Il titolo completo era: Il giovane provveduto provveduto per la pratica de' suoi doveri, degli esercizi di
cristiana pietà, per la recita dell’Ufficio della Beata Vergine e de' principali vespri dell'anno coll'aggiunta di
una scelta di laudi sacre etc. (Torino: Tipografia Paravia e Comp., 1847). Il libro non era una semplice
raccolta di preghiere, ma un piccolo manuale di vita spirituale, con meditazioni, letture edificanti, istruzioni
spirituali e catechistiche; ebbe molta fortuna: se ne fecero più di cento edizioni e varie traduzioni durante la
vita di Don Bosco e continuò ad essere usato nelle opere salesiane fino al Concilio Vaticano II; in inglese fu
tradotto con il titolo: The Companion of Youth.
25
Il sistema metrico decimale ridotto a semplicità preceduto dalle prime operazioni dell’aritmetica ad
uso degli artigiani e della ente di campagna (Torino: Giovanni Battista Paravia, 1849). Il passaggio
dall’antico sistema di pesi e misure al sistema metrico decimale era stato stabilito con legge dell’11 settembre
1845 e sarebbe entrato in vigore il 1° gennaio 1850.
26
Oltre alla Storia sacra, al Giovane provveduto e al Sistema metrico decimale, in quegli anni Don Bosco
pubblicò anche altri libri: Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo morto nel seminario di Chieri…
(Torino: Tipografia Speirani e Ferrero, 1844); Il divoto dell’Angelo custode (Torino, Tipografia Paravia e
comp., 1845); Storia ecclesiastica ad uso delle scuole, utile per ogni ceto di persone (Torino: Tipografia
Speirani e Ferrero, 1845); Le sei domeniche e la novena di san Luigi Gonzaga con un cenno sulla vita del
santo (Torino: Tipografia Speirani e Ferrero, 1846); Esercizio di devozione alla misericordia di Dio (Torino:
Tipografia eredi Botta, 1847); Il cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di san Vincenzo
de’ Paoli (Torino: Tipografia Paravia, 1848). Lungo tutto il corso della sua vita il Santo continuerà ad
affiancare all’azione educativa e pastorale un’instacabile attività di scrittore ed editore, convinto che questa
fosse parte integrante della sua missione.
27
Curato di Sassi: era il teologo Pietro Abbondioli (1812-1893). Sassi è un paese distante 4 Km dal
centro di Torino, sulla riva opposta del fiume Po.
141
episodio. Si dettarono gli esercizi spirituali agli alunni delle scuole di S. Barbara
amministrate eziandio dai medesimi religiosi.28 Essendo soliti in gran numero confessarsi
da me, sul terminare degli esercizi vennero in corpo a cercarmi all’Oratorio; ma non
avendomi trovato colà partirono alla volta di Sassi, distante quattro chilometri da Torino.
Era tempo piovoso; eglino inesperti della via andavano vagando ne’ prati, ne’ campi e
nelle vigne in cerca di D. Bosco. Ci giunsero finalmente in numero di circa quattrocento,
tutti sfiniti dal cammino e dalla fame, molli di sudore, coperti di zacchere anzi di fango, e
chiedenti di potersi confessare. Noi, dicevano, abbiamo fatto gli esercizi, vogliamo farci
buoni, vogliamo tutti fare la nostra confessione generale, e col permesso dei nostri Maestri
siamo qua venuti.
Fu detto loro che ritornassero tosto al collegio per togliere dalla ansietà i loro Maestri ed
i loro parenti, ma essi rispondevano con asseveranza che volevano confessarsi. Fra il
Maestro comunale, Curato, Vicecurato e me si confessò quanto si pote; ma ci volevano
almeno una quindicina di confessori.
Ma come ristorare o meglio acquetare l’appetito a quella moltitudine? Quel buon curato,
è l’attuale T. Abbondioli, diede a quei viaggiatori ogni suo commestibile, pane, polenta,
fagiuoli, riso, patate, cacio, frutta, ogni cosa fu acconciata e loro somministrata.
Quale non fu poi lo sconcerto, quando i predicatori, i maestri, alcuni personaggi invitati
intervennero per la chiusa degli esercizi, per la messa, comunione generale e non trovarono
un allievo in collegio? Fu un vero disordine; e si diedero efficaci provvedimenti a che non
venissero più rinnovati.
Venuto a casa, fui preso da sfinimento, portato a letto. La malattia si manifestò con una
bronchite, cui si aggiunse tosse ed infiammazione violenta assai. In otto giorni fui
giudicato all’estremo della vita. Aveva ricevuto il SS. Viatico, l’Olio santo. Mi sembra che
in quel momento fossi preparato a morire; mi rincresceva di abbandonare i miei giovanetti,
ma era contento che terminava i miei giorni dopo aver dato una forma stabile all’Oratorio.
Sparsa la notizia che la mia malattia era grave, si manifestò generale e vivissimo
rincrescimento da non potersi dire maggiore. Ad ogni momento schiere di giovanetti
lagrimanti e bussando alla porta chiedevano del mio male. Più si davano notizie, più se ne
dimandavano. Io udiva i dialogi che si facevano col domestico e ne era commosso. In
appresso ho saputo quello che aveva fatto fare l’affezione de’ miei giovani.
Spontaneamente pregavano, digiunavano, ascoltavano messe, facevano comunioni. Si
alternavano passando la notte in preghiera e la giornata avanti l’immagine di Maria
Consolatrice. Al mattino si accendevano lumi speciali, e fino a tarda sera erano sempre in
numero notabile a pregare e scongiurare l’augusta Madre di Dio a voler conservare il
povero loro D. Bosco.
Parecchi fecero voto di recitare il Rosario intiero per un mese, altri per un anno, alcuni
per tutta la vita. Né mancarono quelli che promisero di digiunare a pane ed acqua per mesi,
anni ed anche tutta la vita. Mi consta che parecchi garzoni muratori digiunarono a pane ed
acqua delle intere settimane punto non rallentando da mattino a sera i pesanti loro lavori.
28
Gli esercizi spirituali nelle scuole duravano tre giorni; a Torino venivano fatti o nel periodo pasquale o
in occasione delle feste di di san Luigi Gonzaga (patrono degli studenti) e di san Giovanni Battista (patrono
della città), cioè tra il 21 e il 24 giugno.
142
Anzi, rimanendo qualche breve tratto di tempo libero andavano frettolosi a passarlo
davanti al SS. Sacramento.
Dio li ascoltò! Era un sabato a sera e si credeva quella notte essere l’ultima di mia vita;
così dicevano i medici, che vennero a consulto; così ne era io persuaso, scorgendomi
affatto privo di forze con perdite continue di sangue. A tarda notte mi sentii tendenza a
dormire. Presi sonno, mi svegliai fuori di pericolo. Il dottor Botta e il dottor Cafasso al
mattino nel visitarmi dissero che andassi a ringraziare la Madonna della Consolata per la
grazia ricevuta.
I miei giovani non potevano credere se non mi vedevano, e mi videro di fatto poco dopo
col mio bastoncino a recarmi all’Oratorio con quelle commozioni che ognuno può
immaginare ma non descrivere. Fu cantato un Te Deum.29 Mille acclamazioni, entusiasmo
indescrivibile.
Fra le prime cose, una fu quella di cangiare in cose possibili i voti e le promesse che non
pochi avevano fatto senza la dovuta riflessione quando io era in pericolo della vita.
Questa malattia avveniva sul principio di luglio 1846 quando appunto doveva lasciare il
Rifugio e trasferirmi altrove.
Io sono andato a fare alcuni mesi di convalescenza in famiglia, a casa, a Murialdo.
Avrei più a lungo protratta la mia dimora in quel luogo nativo, ma i giovanetti
cominciarono a venire a schiere a farmi visita a segno che non era più possibile godere né
riposo né tranquillità. Tutti mi consigliavano a passar almeno qualche anno fuori di Torino
in luoghi sconosciuti per tentar l’acquisto della primiera sanità. D. Cafasso e l’Arcivescovo
erano di questo parere. Ma tal cosa tornandomi di troppo grave rincrescimento, mi fu
acconsentito di venire all’Oratorio con obbligo che per due anni non avessi più preso parte
ne alle confessioni ne alla predicazione. Ho disubbidito: Ritornando all’Oratorio, ho
continuato a lavorare come prima e per 27 anni non ho più avuto bisogno né di medico, né
di medicine. La qual cosa mi ha fatto credere che il lavoro non sia quello che rechi danno
alla sanità corporale.
5. Stabile dimora all'Oratorio di Valdocco
Passati alcuni mesi in convalescenza in famiglia sembravami di poter fare ritorno a’
miei amati figli, di cui parecchi ogni giorno venivano a vedermi o mi scrivevano
eccitandomi a fare presto ritorno tra loro. Ma dove prendere alloggio, essendo stato
congedato dal Rifugio? Con quali mezzi sostenere un’opera che diveniva ogni giorno più
laboriosa e dispendiosa? Di che avrei potuto vivere io e le persone che meco erano
indispensabili?
29
Te Deum (Ti ringraziamo, Signore): inno liturgico di ringraziamento inserito nell’Ufficio delle Letture
della domenica e dei giorni festivi; lo si canta solennemente alla conclusione dell’anno civile e anche in
occasione di qualche scampato pericolo.
143
In quel tempo si resero vacanti due camere in casa Pinardi e queste si pigionarono per
abitazione mia e di mia madre.
Madre, le dissi un giorno, io dovrei andar ad abitare in Valdocco, ma a motivo delle
persone che occupano quella casa non posso prendere meco altra persona che voi. Ella capì
la forza delle mie parole e soggiunse tosto: Se ti pare tal cosa piacere al Signore, io sono
pronta a partire in sul momento. Mia madre faceva un grande sacrifizio; perciocché in
famiglia, sebbene non fosse agiata, era tuttavia padrona di tutto, amata da tutti, ed era
considerata come la regina dei piccoli e degli adulti.
Abbiamo fatto precedere alcune cose maggiormente necessarie che con quelle già
esistenti al Rifugio furono spedite alla novella abitazione. Mia madre empié un canestro di
biancheria e di altri oggetti indispensabili; io presi il breviario, un messale con alcuni libri
e quaderni più necessari. Era questa tutta la nostra fortuna. Partimmo a piedi dai Becchi
alla volta di Torino. Facemmo breve fermata a Chieri e la sera del 3 Novembre 1846
giungemmo in Valdocco.
Al vederci in quelle camere sprovviste di tutto, mia madre scherzando disse: A casa
aveva tanti pensieri per amministrare e comandare; qui sono assai più tranquilla perché non
ho più né che maneggiare né a chi fare comandi.
Ma come vivere, che mangiare, come pagare i fitti e provvedere a molti fanciulli che ad
ogni momento dimandavano pane, calzamenta, abiti o camicie, senza cui non potevano
recarsi al lavoro? Avevamo fatto venire da casa un po’ di vino, di meliga, fagiuoli, grano e
simili. Per fare fronte alle prime spese aveva venduto qualche pezzo di campo ed una
vigna. Mia madre avevasi fatto portare il corredo sposalizio, che fino allora aveva
gelosamente conservato intero.30 Alcune sue vesti servirono a formare pianete, colla
biancheria si fecero degli amitti, dei purificatori, rocchetti, camici e delle tovaglie. Ogni
cosa passo per mano di madama Margherita Gastaldi,31 che fin d'allora prendeva parte ai
bisogni dell'Oratorio.
La stessa mia madre aveva qualche anello, una piccola collana d'oro, che tosto vendette
per comperare galloni e guarniture pei sacri paramentali. Una sera mia madre, che era sem
pre di buon umore, mi cantava ridendo:
Guai al mondo se ci sente.
Forestieri senza niente.
Sistemate in qualche modo le cose domestiche ho preso a pigione un'altra camera, che
venne destinata a sacristia. Non potendosi aver locali per le scuole, qualche tempo dovetti
farla in cucina od in mia camera, ma gli allievi, fior di monelli, o tutto guastavano o tutto
mettevano sossopra.
Si cominciarono alcune classi in sacristia, in coro, e nelle altre parti della chiesa; ma le
voci, il canto, l'andirivieni degli uni disturbavano quanto volevano fare gli altri. Alcuni
30
Corredo sposalizio: era usanza che la giovane sposa al momento del matrimonio portasse con sé il
“corredo”, consistente in lenzuola federe, asciugamani, tovaglie, vesti e biancheria varia. Margherita aveva
conservato “gelosamente” intatto il suo corredo: il ricordo del matrimonio col defunto marito le era rimasto
profondamente impresso nel cuore.
31
Margherita Gastaldi (1790-1868): madre di Lorenzo, arcivescovo di Torino dal 1871 al 1883.
144
mesi dopo si poterono avere due altre camere a pigione, e quindi organizzare meglio le
nostre classi serali. Come fu detto sopra nell'inverno del 1846-4732 le nostre scuole
ottennero ottimi risultati.
In media avevano trecento allievi ogni sera. Oltre alla parte scientifica animava le nostre
classi il canto fermo e la musica vocale, che tra noi furono in ogni tempo coltivati.
6. Regolamento per gli Oratorii - Compagnia e festa di S. Luigi - Visita di
Monsignor Fransoni
Stabilita così regolare dimora in Valdocco mi sono messo con tutto l’animo a
promuovere le cose che potevano contribuire a conservare l’unità di spirito, di disciplina e
di amministrazione. Per prima cosa ho compilato un Regolamento, in cui ho
semplicemente esposto quanto si praticava nell'Oratorio, e il modo uniforme con cui le
cose dovevano essere fatte. Questo essendo stampato a parte ognuno può leggerlo a
piacimento.33 Il vantaggio di questo piccolo Regolamento fu assai notabile: ognuno sapeva
quello che aveva da fare, e siccome io soleva lasciare ciascuno risponsale del suo uffizio,
così ognuno si dava sollecitudine per conoscere e compiere la parte sua. Molti Vescovi e
paroci ne fecero dimanda e si studiarono e si adoperarono per introdurre l'opera degli
Oratorii nei paesi e nelle città delle rispettive diocesi.
Stabilite le basi organiche per la disciplina e l’amministrazione dell’Oratorio era
mestieri dare eccitamento alla pietà con qualche pratica stabile e uniforme. Ciò fu fatto
coll’istituzione della Compagnia di S. Luigi. Compiùte le Regole nel limite che mi
sembravano più adatte per la gioventù, le presentai all’Arcivescovo, che ne fece lettura, di
poi le diede ad altri, che ne facessero studio e riferissero. In fine le lodò, le approvò
concedendo particolari indulgenze in data 12 Aprile 1847. Queste Regole si possono
leggere a parte.34
Grande entusiasmo cagionò tra i nostri giovanetti la Compagnia di S. Luigi, tutti ci si
volevano ascrivere. A ciò conseguire erano necessarie due condizioni: Buon esempio in
chiesa e fuori di chiesa; evitare i cattivi discorsi e frequentare i santi sacramenti. Quindi si
vide un notabilissimo miglioramento nella moralità.
32
In margine al manoscritto originale don Bosco annota: «Si ritenga che le prime scuole serali attuate in
Torino furono quelle che nel novembre del 1845 vennero aperte in casa Moretta. Non si potevano ricevere
che 200 allievi in tre camere classi. Il buon risultato ottenuto ci mosse a riaprirle nell'anno seguente, appena
si poté avere dimora stabile in Valdocco. Fra quelli che aiutavano nelle scuole serali, e preparavano i giovani
per la declamazione, pei dialoghi e teatrini, si devono ricordare il prof. Teologo Chiaves, Don Musso, e
Teologo Giacinto Carpano».
33
Il Regolamento, rimasto manoscritto per oltre trent’anni, fu pubblicato nel 1877.
34
Nell’Archivio Centrale Salesiano si conserva la primitiva Regola manoscritta della Compagnia di san
Luigi e il documento di approvazione dell’arcivescovo, datato 12 aprile1847. Il Regolamento della
Compagnia di san Luigi verrà stampato nel 1878.
145
Per animare poi tutti i giovani a celebrare le sei domeniche di S. Luigi35 fu comperata
una statua del Santo, fu fatto fare un Gonfalone, e si dava ai giovani la comodità di venirsi
a confessare a qualunque ora del giorno, della sera o della notte. Siccome poi quasi nissuno
di loro aveva ricevuta la cresima, così ne furono preparati per la festa di S. Luigi. Concorso
immenso! Coll’aiuto però di varii ecclesiastici e signori laici si poterono preparare, e pel
giorno della festa del Santo tutto era in ordine.36 Era la prima volta che facevansi tali
funzioni nell’Oratorio, ed era eziandio la prima volta che l’Arcivescovo ci veniva a far
visita.
Avanti la piccola chiesuola fu fatta una specie di padiglione sotto cui venne ricevuto
l’Arcivescovo. Ho letto qualche cosa di opportunità; poi alcuni giovani rappresentarono
una breve commedia intitolata: Un Caporale di Napoleone. Non era altro che un caporale
in caricatura che per esprimere le sue maraviglie in quella solennità diceva mille facezie.
Ciò fu causa di molto riso e di amena ricreazione per quel prelato, che ebbe a dire di non
aver mai riso tanto in vita sua. Egli si compiacque di rispondere a tutti, esprimendo la sua
grande consolazione per quella istituzione; lodò ed incoraggiò a perseverare, e ringraziò
della cordiale accoglienza che gli avevamo fatto.
Celebrò la santa messa in cui diede la santa comunione ad oltre trecento giovanetti, di
poi amministrò la santa cresima.
Fu in quella occasione, che l’Arcivescovo nell’atto che se gli pose la mitra sul capo, non
riflettendo che non era in Duomo, alzo in fretta il capo e con quella urtò nel soffitto della
chiesa. La qual cosa eccitò ilarita in lui e in tutti gli astanti. Assai spesso l’Arcivescovo
soleva con piacere ripetere quell’episodio, ricordando così le nostre adunanze, che l’Abate
Rosmini37 ebbe a paragonarle con quelle che si fanno nei paesi e nelle chiese delle missioni
straniere.
È bene di notare che per le sacre funzioni vennero due canonici della metropolitana ad
assistere l’Arcivescovo con molti altri ecclesiastici. Finita la funzione si fece una specie di
verbale in cui si notava chi aveva amministrato quel sacramento, nome e cognome del
padrino colla data del luogo e del giorno, quindi si raccolsero i biglietti, che ripartiti
secondo le varie parocchie vennero portati alla Curia ecclesiastica perché li trasmettesse al
rispettivo paroco.
35
La pia pratica delle “sei domeniche in onore di san Luigi Gonzaga” si era originata del secolo XVIII nei
collegi gesuitici ed aveva lo scopo di invitare i giovani ad imitare le virtù del santo. Essa consisteva in una
breve meditazione seguita da una giaculatoria, da un proponimento pratico e da una preghiera di supplica.
Don Bosco nel 1846 ne aveva pubblicato una versione semplificata e adattata ai ragazzi del suo tempo.
36
In margine al manoscritto originale don Bosco annota: «Tra quelli che si ascrissero con piacere alla
Compagnia di S. Luigi sono da notarsi l’Abate Antonio Rosmini, il Canonico Arciprete Pietro De Gaudenzi
ora Vescovo di Vigevano, Camillo e Gustavo Cavour, il Card. Antonucci Arciv. di Ancona, S.S. Pio IX, il
Card. Antonelli e molti altri».
37
Antonio Rosmini (1797-1855): sacerdote di nobile famiglia, è uno dei più importanti filosofi italiani
dell’800, fu anche teologo, maestro di spiritualità e patriota; nel 1828 fondò la congregazione religiosa
denominata "Istituto di Carità"; fu in ottimi rapporti con don Bosco ed aiutò finanziariamente la sua opera.
146
7. Primordii dell'ospizio - Prima accettazione di giovanetti
Mentre si organizzavano i mezzi per agevolare l’istruzione religiosa e letteraria apparve
altro bisogno assai grande cui era urgente un provvedimento. Molti giovanetti Torinesi e
forestieri pieni di buon volere di darsi ad una vita morale e laboriosa; ma invitati a
cominciarla solevano rispondere, non avere né pane, né vestito, né alloggio ove ricoverarsi
almeno per qualche tempo. Per alloggiarne almeno alcuni, che la sera non sapevano più
dove ricoverarsi, avevasi preparato un fienile, dove si poteva passare la notte sopra un po’
di paglia. Ma gli uni ripetutamente portarono via le lenzuola, altri le coperte, e infine la
stessa paglia fu involata e venduta.
Ora avvenne che una piovosa sera di maggio [del 1847] sul tardi si presentò un
giovanetto sui quindici anni tutto inzuppato dall’acqua. Egli dimandava pane e ricovero.
Mia madre l’accolse in cucina, l’avvicinò al fuoco e mentre si riscaldava e si asciugava gli
abiti, diedegli minestra e pane da ristorarsi.
Nello stesso tempo lo interrogai se era andato a scuola, se aveva parenti, e che mestiere
esercitava. Egli mi rispose: Io sono un povero orfano, venuto da Valle di Sesia38 per
cercarmi lavoro. Aveva meco tre franchi, i quali ho tutti consumati prima di poterne altri
guadagnare e adesso ho più niente e sono più di nissuno.
— Sei già promosso alla s. comunione?
— Non sono ancora promosso.
— E la cresima?
— Non l’ho ancora ricevuta.
— E a confessarti?
— Ci sono andato qualche volta.
— Adesso dove vuoi andare?
— Non so, dimando per carità di poter passare la notte in qualche angolo di questa casa.
Ciò detto si mise a piangere; mia madre piangeva con lui, io era commosso.
— Se sapessi che tu non sei un ladro, cercherei di aggiustarti, ma altri mi portarono via
una parte delle coperte e tu mi porterai via l’altra.
— Non signore. Stia tranquillo; io sono povero, ma non ho mai rubato niente.
— Se vuoi, ripiglio mia Madre, io l’accomoderò per questa notte, e dimani Dio
provvederà.
— Dove? — Qui in cucina. — Vi porterà via fin le pentole.
— Provvederò a che ciò non succeda.
— Fate pure.
38
Valle di Sesia (o Valsesia, come si dice oggi): è una valle del Piemonte orientale, percorsa dal fiume
Sesia, che parte dal versante est del Monte Rosa e scende verso la valle padana. Gli abitanti, che si
dedicavano all’allevamento e all’agricoltura alpina, erano molto poveri e costretti spesso a migrare per
sopravvivere. Il centro abitato più importante della valle è Varallo, distante circa 120 km da Torino.
147
La buona donna aiutata dall’orfanello uscì fuori, raccolse alcuni pezzi di mattoni, e con
essi fece in cucina quattro pilastrini, sopra cui adagiò alcuni assi, e vi soprapose un
saccone, preparando così il primo letto dell’Oratorio. La buona mia Madre fecegli di poi un
sermoncino sulla necessità del lavoro, della fedeltà e della religione. Infine lo invitò a
recitare le preghiere. Non le so, rispose. Le reciterai con noi, gli disse; e così fu.
Affinché poi ogni cosa fosse assicurata, venne chiusa a chiave la cucina né più si aprì
fino al mattino.
Questo fu il primo giovane del nostro Ospizio. A questo se ne aggiunse tosto un altro, e
poi altri, però per mancanza di sito in quell'anno abbiamo dovuto limitarci a due. Correva
l’anno 1847.
Accorgendomi che per molti fanciulli tornerebbe inutile ogni fatica se loro non si da
ricovero, mi sono dato premura di prendere altre e poi altre camere a pigione sebbene a
prezzo esorbitante. Così oltre all’Ospizio si poté pure iniziare la scuola di canto fermo e di
musica vocale. Essendo la prima volta (1845) che avevano luogo pubbliche scuole di
musica, la prima volta che la musica era insegnata in classe a molti allievi
contemporaneamente, vi fu un concorso stragrande.
I famosi Maestri Rossi Luigi, Blanchi Giuseppe, Cerutti, Canonico Luigi Nasi,39
venivano ansiosi ad assistere ogni sera le mie lezioni. Ciò era contradditorio al Vangelo,
che dice non essere l’allievo sopra il maestro, mentre io che non sapeva un milionesimo di
quanto sapevano quelle celebrità, la faceva da Dottore in mezzo di loro. Essi per altro
venivano per osservare come era eseguito il nuovo metodo, che è quello stesso che oggidì è
praticato nelle nostre case. Nei tempi passati ogni allievo che avesse desiderato imparare
musica, doveva cercarsi un maestro che gli desse lezione separata.
8. Oratorio di S. Luigi - Casa Moretta - Terreno del Seminario
Quanto più era grande la sollecitudine a promuovere l'istruzione scolastica, tanto più
cresceva il numero degli allievi. Ne' giorni festivi una parte appena poteva raccogliersi
nella chiesa per le funzioni e nel cortile per la ricreazione. Allora sempre d’accordo col
Teologo Borel, a fine di provvedere a quel crescente bisogno venne aperto un novello
Oratorio in altro quartiere della città. A tale uopo venne presa a pigione una piccola casa a
Porta Nuova sul viale del Re comunemente detto Viale dei Platani dalle piante che lo
fiancheggiano.40
Per avere quella casa si dovette sostenere una battaglia assai accanita cogli abitanti. Era
occupata da parecchie lavandaie, le quali credevano dover succedere la fine del mondo
39
Luigi Rossi: organista e pianita; Giuseppe Blanchi (1827-1899): organista e compositore; Luigi Nasi
(1821-1897): musicista, lauretao in teologia e canonico della cattedrale.
40
Porta Nuova, era una zona di nuova espansione edilizia e commerciale in cui si stava costruendo lo
scalo ferroviario che verrà inaugurato l’anno successivo (1848); il Viale del Re, che oggi si chiama Corso
Vittorio Emanuele II, delimitava a sud la città e collegava la Piazza d’Armi con il fiume Po e il Parco del
Valentino.
148
qualora avessero dovuto abbandonare l’antica loro dimora. Ma prese alle buone e mediante
qualche indennità si poterono comporre le cose senza che le parti belligeranti venissero alle
ostilità.
Di quel sito e del giardino per la ricreazione era proprietaria la Sig. Vaglienti, che di poi
lasciò erede il Cav. Gius. Turvano. La pigione era di f. 450. L’Oratorio fu detto di S. Luigi
Gonzaga, titolo che gli fu finora conservato.41
L’inaugurazione fu fatta da me e dal Teologo Borel il giorno della Immacolata
Concezione 1847. Vi fu straordinario concorso di giovanetti che così diradarono alquanto
le file troppo compatte di quelli di Valdocco. La direzione di quell’Oratorio fu affidata al
Teologo Giacinto Carpano, che vi lavorò alcuni anni totalmente gratis. Lo stesso
Regolamento compilato per l’istituto di Valdocco fu applicato a quello di S. Luigi senza
che fosse introdotta veruna modificazione.
In questo anno medesimo nel desiderio di dare ricetto ad una moltitudine di fanciulli
che dimandavano ricovero si comperò tutta la casa Moretta.42 Ma essendoci messi
all’opera per adattarla al nostro bisogno si trovò che le mura non reggevano. Perciò si
giudicò meglio di rivenderla, tanto più che ci era offerto prezzo assai vantaggioso.
Allora facemmo acquisto di una giornata di terreno (38 are)43 dal seminario di Torino,
ed è quel sito, dove di poi fu fabbricata la chiesa di Maria Ausiliatrice e l’edifizio dove al
presente esistono i laboratorii dei nostri artigiani.
9. 1848 - Aumento degli artigiani e loro maniera di vita - Sermoncino della
sera - Concessioni dell'Arcivescovo - Esercizi spirituali
In quest'anno gli affari politici e lo spirito pubblico presentarono un dramma, il cui
scioglimento non si può ancora prevedere.
Carlo Alberto aveva concessa la Costituzione.44 Molti si pensavano che colla
Costituzione si fosse eziandio concessa la liberta di fare bene o male a capriccio.
Appoggiavano questa asserzione sopra la emancipazione degli ebrei e dei protestanti,45 cui
41
In margine al manoscritto originale don Bosco annota: «L'attuale chiesa di S. Giovanni Evangelista,
cuopre il sito dove giaceva la chiesa, sacristia, e piccola casa del portinaio dell'Oratorio di S. Luigi».
42
La Casa Moretta venne acquistata nel marzo 1848 e rivenduta nell’aprile 1849.
43
La “giornata” era una misura agricola piemontese, corrispondente a 3810 metri quadrati; l’ara
corrisponde a 100 metri quadrati..
44
Costituzione: si tratta della nuova legge fondamentale dello stato di ispirazione liberale, chiamata
“Statuto”, promulgata dal re Carlo Alberto il 4 marzo 1848.
45
I protestanti Valdesi e gli Ebrei viventi in Piemonte da secoli erano sottoposti a leggi restrittive. Il
decreto di “emancipazione”, cioè di riconoscimento dei pieni diritti civili e politici, dei Valdesi fu
promulgato l’8 febbraio 1848 e quello a favore degli Ebrei il 29 marzo.
149
mercè si pretendeva di non esservi più distinzione tra cattolici e le altre credenze. Ciò era
vero in politica, ma non in fatto di religione.46
Intanto una specie di frenesia invade le menti degli stessi giovanetti, che assembrandosi
in varii punti della città, nelle vie e nelle piazze, giudicavano ben fatto ogni sfregio contro
al prete o contro alla religione.47 Io fui più volte assalito in casa e per istrada. Un giorno
mentre faceva il catechismo una palla di archibugio entrò per una finestra, mi forò la veste
tra il braccio e le coste, e andò a fare largo guasto nel muro. Altra volta un cotale, assai
conosciuto, mentre io era in mezzo ad una moltitudine di fanciulli, di pieno giorno, mi
assalì con lungo coltello alla mano. E fu per miracolo se correndo a precipizio potei
ritirarmi e salvarmi in mia camera. Il Teologo Borel poté pure scampare come per prodigio
da una pistolettata, e dai colpi di coltello in un momento che fu scambiato per un altro. Era
perciò difficile assai domare tale sfrenata gioventù. In quel pervertimento di idee e di
pensieri, appena si poterono avere altre camere, si aumentò il numero degli artigiani, che si
portò fino a quindici, tutti dei più abbandonati e pericolanti.
Eravi però una grande difficoltà: Non avendosi ancora i laboratorii nell’istituto, i nostri
allievi andavano a lavorare e a scuola in Torino, con grande scapito della moralità
perciocché i compagni che incontravano, i discorsi che udivano, e quello che vedevano,
facevano tornare frustraneo quanto loro si faceva e si diceva nell’Oratorio.
Fu allora che ho cominciato a fare un brevissimo sermoncino alla sera48 dopo le
orazioni collo scopo di esporre o confermare qualche verità che per avventura fosse stata
contraddetta nel corso della giornata. Ciò che succedeva degli artigiani era ugualmente a
lamentarsi degli studenti. Perciocché per le varie classi in cui erano divisi, i più avanzati
negli studi dovevansi inviare i grammatici presso al Prof. Giuseppe Bonzanino; i retorici al
Prof. Don Picco Matteo.49 Erano scuole ottime, ma per l’andata e pel ritorno erano piene di
46
In margine al manoscritto originale don Bosco annota: «Nel dicembre 1847 fu presentata al Re Carlo
Alberto una Supplica firmata da 600 illustri cittadini, in gran numero ecclesiastici, che dimandavano quella
famosa emancipazione. Si esponevano le ragioni, ma non si badavano alle espressioni ereticali che entro
quella supplica si incontrano in fatto di religione. Dopo quell’epoca gli ebrei uscirono dal ghetto e divennero
primari possidenti. I protestanti poi sciolsero il freno alla loro audacia, e sebbene sia scarso tra noi il loro
numero, tuttavia appoggiati dall’autorità civile, ne ritornò gran danno alla religione ed alla moralità». Qui
don Bosco fa riferimento all’attivo proselitismo messo in atto dai Valdesi in quegli anni per conquistare i ceti
popolari poveri, di fronte al quale egli decise di impegnarsi in un’azione apologetica e preventiva.
47
La decisione del papa Pio IX, che allora era a capo dello Stato Pontificio, di non partecipare alla guerra
di liberazione contro l’Austria, aveva scatenato una serie di reazioni polemiche, alimentate dalla stampa
anticlericale, che in un primo momento generarono anche qualche disordine sociale e portarono ad una
crescente tensione polemica tra i liberali radicali e la gerarchia cattolica.
48
Sermoncino della sera: quest’usanza è continuata nelle opere salesiane fino ad oggi. Viene chiamata la
«buona notte» e consiste in una breve riflessione sui fatti della giornata rivolta ai giovani da parte del
direttore in modo confidenziale.
49
Carlo Giuseppe Bonzanino (m. 1888): laico. Matteo Picco (1810-1880): sacerdote. Entrambi gestivano
delle scuole private, frequentate da allievi di buona famiglia e accoglievano i gratuitamente i ragazzi di don
Bosco.
150
pericoli. L’anno 1856 con gran vantaggio furono definitivamente stabilite le scuole ed i
laboratorii nella casa dell’Oratorio.50
In quel momento apparve tale un pervertimento di idee e di azioni, che io non poteva
più fidarmi di gente di servizio; quindi ogni lavoro domestico era fatto da me e mia madre.
Fare la cucina, preparare la tavola, scopare, spaccar legna, tagliare e fare mutande, camicie,
calzoni, giubbetti, asciugamani, lenzuola, e farne le relative riparazioni; erano cose di mia
spettanza. Ma queste cose tornavano assai vantaggiose moralmente, perché io poteva
comodamente indirizzare ai giovani un consiglio od una parola amica, mentre loro
somministrava pane, minestra od altro.
Scorgendo poi la necessità di avere qualcheduno che mi venisse in aiuto nelle cose
domestiche e scolastiche nell’Oratorio, cominciai a condurne meco alcuni in campagna,
altri a villeggiare a Castelnuovo mia patria, taluni meco a pranzo, altri alla sera venivano
per leggere o scrivere alcun che, ma sempre collo scopo di opporre un antidoto alle
velenose opinioni del giorno. Ciò fu fatto con maggiore o minore frequenza dal 1841 al
1848. Io adoperava tutti i mezzi per conseguire eziandio uno scopo mio particolare, che era
studiare, conoscere, scegliere alcuni individui che avessero attitudine e propensione alla
vita comune e riceverli meco in casa.
Con questo medesimo fine in questo anno (1848) ho fatto esperimento di una piccola
muta di esercizi spirituali.51 Ne raccolsi una cinquantina entro la casa dell’Oratorio;
mangiavano tutti meco; ma non essendoci letti per tutti una parte andava a dormire presso
la propria famiglia per fare ritorno il mattino seguente. L’andare e venire a casa loro
mattino e sera rischiava quasi tutto il profitto che si raccoglieva dalle prediche e dalle altre
istruzioni che sogliono avere luogo in quella occasione. Cominciavano la domenica a sera
e terminavano il sabato a sera. Ciò riusci assai bene. Molti, intorno a cui erasi lavorato
lungo tempo inutilmente, si diedero davvero ad una vita virtuosa. Parecchi si fecero
religiosi, altri rimasero nel secolo, ma divennero modelli nella frequenza agli Oratorii.52 Di
questa materia si parlerà a parte nella storia della Società salesiana.53
50
Le scuole umanistiche all’interno dell’Oratorio iniziarono nel 1855, con una prima classe ginnasiale
affidata al chierico Giovanni Battista Francesia che aveva solo 17 anni. A partire dall’anno scolastico 18591860 a Valdocco si tenne l’intero curricolo del ginnasio (5 classi).
51
Gli esercizi spirituali furono predicati dal giovane teologo Federico Albert (1820-1876), figlio di un
generale di stato maggiore dell’esercito piemontese, era cappellano di Corte, carica che abbandonò nel 1852
per assumere la cura della parrocchia di Lanzo Torinese. Svolse un apostolato intenso: nel 1859 fondò un
Orfanotrofio per bambine abbandonate; nel 1866 aprì una scuola femminile primaria e superiore per la
preparazione delle maestre; nel 1864 convinse Don Bosco ad assumere la direzione del collegio-convitto
maschile di Lanzo Torinese, che diverrà una delle scuole salesiane più significative; nel 1869, per assicurare
la continuità delle sue opere educative, fondò l’Istituto delle “Suore Vincenzine di Maria Immacolata”.
Rifiutò due volte la nomina a vescovo per rimanere accanto ai suoi parrocchiani. Morì a seguito di un trauma
cranico dovuto a un caduta e fu assistito sul letto di morte da don Bosco stesso. Nel 1984 Giovanni Paolo II
lo proclamò beato.
52
In margine al manoscritto originale don Bosco annota: «Arnaud Giacinto e Sansoldi, ambidue defunti;
Buzzetti Giuseppe, Galesio Nicola; Costantino Gioanni, defunto; Cerutti Giacomo, defunto; Gastini Carlo,
Gravano Gio.; Borgialli Domenico, defunto, sono annoverati fra quelli che fecero i primi esercizii in
quell’anno e che si mostrarono sempre buoni cristiani».
53
Don Bosco, dopo le Memorie dell’Oratorio, aveva intenzione di scrivere la storia della Congregazione
Salesiana, ma non riuscì ad attuare questo progetto.
151
In quest’anno pure alcuni paroci, specialmente quello di Borgodora, del Carmine e di S.
Agostino, mossero nuovi lamenti presso all'Arcivescovo perché si amministravano i
sacramenti negli Oratorii. In quell’occasione l'Arcivescovo emanò un decreto con cui dava
ampia facoltà di preparare e presentare i fanciulli a ricevere la cresima, la santa comunione
e a soddisfare il precetto pasquale a quelli che avessero frequentati i nostri Oratorii.
Rinnovava la facoltà di fare ogni funzione religiosa che siasi solita a fare nelle parochie.
Queste chiese, diceva l’Arcivescovo, per tali fanciulli forestieri ed abbandonati saranno
come chiese parochiali pel tempo che dimoreranno in Torino.
10. Progresso della musica - Processione alla Consolata - Premio dal
Municipio e dall'Opera di Mendicità - Il giovedì santo - Il Lavabo.
I pericoli, cui i giovanetti erano esposti in fatto di religione e di moralità, richiedevano
maggiori sforzi per tutelarli. Alla scuola serale ed anche diurna, alla musica vocale si
giudicò bene di aggiugnere la scuola di piano e di organo e la stessa musica istrumentale.
Quindi io mi sono trovato maestro di musica vocale ed istrumentale, di piano e di organo
senza esserne mai stato vero allievo. Il buon volere suppliva a tutto. Preparate alcune voci
bianche più belle, si cominciarono a fare funzioni all’Oratorio, di poi per Torino, a Rivoli,
a Moncalieri,54 Chieri e in altri siti. Il canonico Luigi Nasi, Don Michelangelo Chiatellino55
si prestavano assai di buon grado ad esercitare i nostri musici ed accompagnarli, e dirigerli
nelle pubbliche funzioni in varii paesi, perciocché non essendosi fino allora uditi cori di
voci argentine sulle orchestre, gli a soli, i duetti, i ripieni, faceva tale novità che da tutte
parti si parlava della nostra musica e si andava a gara per avere i nostri cantori. Il can.co
Luigi Nasi, Don Chiatellino Michelangelo per lo più erano i due accompagnatori della
nostra nascente società filarmonica.
Eravamo soliti andare ogni anno a fare una religiosa funzione al Santuario della
Consolata, ma in quest’anno vi si andò processionalmente dall’Oratorio. Il canto per la via,
la musica in chiesa trassero innumerabile folla di gente. Si celebrò la messa, si fece la s.
comunione, quindi ho fatto un sermoncino di opportunità nella cappella sotterranea, e
infine gli Oblati di Maria56 ci improvvisarono una stupenda colazione nei claustri del
Santuario. In questa guisa si andava vincendo il rispetto umano, si raccoglievano giovanetti
e si avevano opportunita di insinuare colla massima prudenza lo spirito di moralità, di
rispetto alle autorità, e la frequenza dei santi sacramenti. Ma tali novità facevano gran
romore.
54
Rivoli: cittadina distante 8.5 km ad ovest di Torino; era la sede del seminario minore della diocesi.
Moncalieri: città distante 12 km a sud di Torino.
55
Michelangelo Chiattellino (1822-1901): sacerdote, poi cooperatore salesiano.
56
Oblati di Maria Vergine: congregazione religiosa dedita all’annuncio del Vangelo, alla predicazione di
esercizi spirituali e alla formazione del clero, fondata dal sacerdote Pio Brunone Lanteri (1759-1830). Il
Lanteri fu l’ideatore del Convitto Ecclesiastico di Torino, realizzato dal suo discepolo teologo Luigi Guala.
152
In questo anno pure il Municipio di Torino mandò altra deputazione composta del Cav.
Pietro Ropolo, del Capello detto Moncalvo, e commendator Duprè57 a verificare quanto la
voce pubblica vagamente riferiva. Ne furono assai soddisfatti; e fattane la dovuta relazione,
venne decretato un premio di f. 1000 con lettera assai lusinghiera. Da quell'anno il
Municipio stanziò un sussidio annuo che fu ogni anno pagato fino al 1878. In quest’anno
furono tolti i 300 f. che gli assennati Reggitori di Torino bilanciarono per provvedere i
lumi per la scuola serale a benefizio dei figli del popolo.
L’opera della Mendicità, che col nostro metodo aveva pur introdotte le scuole serali e
musicali, in capo al Cav. Gonella mandò eziandio una deputazione per farci una visita. In
segno di gradimento ci diedero altro premio di mille franchi.
Noi eravamo soliti di andare insieme ogni anno a fare le visite ai sacri sepolcri del
giovedì santo; ma in seguito ad alcune burle che vogliamo dire anche disprezzi, non pochi
non osavano più associarsi cogli altri loro compagni. Egli fu per incoraggiare ognor più i
nostri giovani a disprezzare il rispetto umano che in quell'anno si andò per la prima volta
processionalmente a fare quelle visite cantando in musica lo Stabat Mater ed il Miserere.58
Allora furono veduti giovanetti di ogni età e condizione, lungo la processione andare a gara
per unirsi alle nostre file. Ogni cosa procedette con ordine e tranquillità.
Alla sera fu per la prima volta fatta la funzione del Lavabo.59 A questo scopo si scelsero
dodici giovanetti, che soglionsi appellare i dodici apostoli. Dopo la lavanda secondo il
rituale, si tenne morale discorso al pubblico. Quindi i dodici apostoli vennero tutti insieme
ammessi ad una frugale cena con un piccolo regalo che ciascuno con somma gioia portò a
casa sua.60
Parimenti in quell’anno fu eretta regolarmente la via Crucis, e se ne benedissero le
stazioni con grande solennità. Ad ogni stazione si teneva breve sermoncino, cui teneva
dietro analogo mottetto cantato in musica.
Così andavasi consolidando l’umile nostro Oratorio, mentre si compievano gravi
avvenimenti che dovevano mutare l’aspetto alla politica d’Italia e forse del mondo.
57
Pietro Ropolo: era titolare di una fabbrica di serramenta; Gabriele Capello detto il Moncalvo (18061877): era maestro mobiliere ebanista e lavorò per il palazzo reale e altre dimore sabaude; Giuseppe Luigi
Duprè, come si è detto, era un banchiere. Tutti e tre faranno anche parte della commissione di presidenza
della prima lotteria di beneficenza organizzata da don Bosco nel 1851.
58
Stabat Mater: incipit dell’inno medievale latino che si usava cantare nella celebrazione della Via Crucis
(Stava la Madre addolorata / in lacrime presso la croce…) Miserere: inizio del salmo 51 nella versione
della Vulgata (Pietà di me, Signore, nella tua misericordia…).
59
Lavabo: cerimonia simbolica, inserita nella liturgia del Giovedì Santo, quando il celebrante lava i piedi
di 12 persone, in ricordo di quanto fece Gesù ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena.
60
Nelle case salesiane questa usanza si mantiene fino ad oggi.
153
11. Il 1849 - Chiusura dei seminari - Casa Pinardi - Obolo di S. Pietro;
coroncine di Pio IX - Oratorio dell'Angelo Custode - Visita dei Deputati
Quest’anno è assai memorando. La guerra del Piemonte contro l’Austria cominciata
l’anno antecedente aveva scosso tutta l’Italia. Le pubbliche scuole rimasero sospese, i
seminarii, specialmente quello di Chieri e di Torino furono chiusi ed occupati dai
militari;61 e per conseguenza i cherici della nostra diocesi rimasero senza maestri e senza
luogo dove raccogliersi. Fu allora che per avere almeno la consolazione di aver fatto
quanto si poteva e per mitigare le pubbliche calamità, si prese a pigione tutta la casa
Pinardi. Strillarono gli inquilini, minacciarono me, mia madre, lo stesso proprietario, si
dovette fare grande sacrifizio di danaro; tuttavia si ottenne che quell’edifizio fosse tutto
messo a nostra disposizione. Così quel nido di iniquità che da vent’anni era a servizio di
Satana rimase in nostro potere. Abbracciava tutto il sito, che forma l’attuale cortile tra la
chiesa di Maria Ausilitrice e la casa dietro stante.
In questa guisa potemmo aumentare le nostre classi, ingrandire la chiesa e lo spazio per
la ricreazione fu raddoppiato, e il numero dei giovani fu portato a trenta. Ma lo scopo
principale era di poter accogliere, come di fatto si accolsero, i cherici della diocesi; e si può
dire che la casa dell’Oratorio per quasi 20 anni divenne il Seminario diocesano.
Sul finire del 1848 gli avvenimenti politici costrinsero il S. Padre Pio IX a fuggire da
Roma e ricoverarsi a Gaeta.62 Questo grande Pontefice ci aveva già molte volte usata
benevolenza. Essendosi sparsa la voce come egli trovavasi nelle strettezze pecuniarie, si
apri in Torino una questua sotto il nome di Obolo di S. Pietro. Una commissione composta
del Teologo Canonico Francesco Valinotti63 e del Marchese Gustavo Cavour venne
all'Oratorio. La nostra questua monto a f. 35. Era poca cosa, che noi procurammo di
rendere in qualche modo gradevole al S. Padre con un indirizzo che gli pi acque assai.
Palesò il suo gradimento con una lettera diretta al Cardinal Antonucci,64 allora Nunzio a
Torino, ed ora Arcivescovo di Ancona, incaricò di esprimerci quanto gli fosse consolante
la nostra offerta, ma assai più i pensieri che l’accompagnavano. In fine colla sua
Apostolica Benedizione inviava un pacco di 60 dozzine di coroncine, che furono
solennemente distribuite il 20 luglio di quell'anno. Vedasi libretto stampato in
quell’occasione65 e diversi giornali.66 Lettera del Card. Antonucci, allora Nunzio a
Torino.67
61
I seminari di Chieri e di Torino vennero adibiti ad ospedali militari.
62
Città fortificata appartenente al Regno di Napoli nella quale si rifugiò il papa Pio IX nel novembre
1848, a seguito della rivoluzione che portò alla costituzione della effimera Repubblica Romana (1849).
63
Francesco Michele Valinotti (1813-1873).
64
Benedetto Antonio Antonucci (1798-1879).
65
Il libretto era intitolato: Breve ragguaglio della festa fattasi nel distribuire il regalo di Pio IX ai giovani
degli oratorii di Torino (Torino: G.B. Paravia, 1850).
66
Uno di questi giornali era “L’Armonia”, che parlò sia della visita della Commissione all’Oratorio sia
della festa per la distribuzione dei rosari donati dal papa (26 luglio 1850, p. 373).
67
La lettera di mons. Antonucci a Don Bosco, datata 28 aprile 1849, è conservata nell’Archivio Salesiano
Centrale di Roma.
154
A motivo del crescente numero dei giovanetti esterni, che intervenivano agli Oratorii, si
dovette pensare ad altro locale, e questo fu l’Oratorio del Santo Angelo Custode in
Vanchiglia,68 poco distante dal sito dove per opera specialmente della Marchesa Barolo
sorse di poi la chiesa di S. Giulia.
Il sacerdote Giovanni Cocchi69 aveva da più anni fondato quell’Oratorio con uno scopo
alquanto analogo al nostro. Ma acceso di amor di patria giudicò bene di ammaestrare i suoi
allievi a maneggiar fucile e spada per mettersi alla loro testa e marciare, come fece di fatto,
contro agli Austriaci.
Quell’Oratorio rimase chiuso un anno. Dopo l’abbiamo affittato noi, e ne fu affidata la
direzione al Teologo Gioanni Vola, di buona memoria. Questo Oratorio si tenne aperto
fino all'anno 1871 quando venne trasferito presso alla chiesa parochiale. La Marchesa
Barolo lasciò un legato per questo bisogno colla condizione che il locale e la cappella
fossero destinati ai giovani annessi alla parochia come tuttora si pratica.
Una solenne visita fu fatta in quel tempo all’Oratorio da una commissione di Deputati
con altri incaricati dal Ministero dell’interno, che vennero ad onorarci di loro presenza.
Visitarono tutti e tutto in senso amichevole, di poi fecero una lunga relazione alla Camera
dei Deputati. Ciò diede motivo a lunga e viva discussione che si può vedere nella
“Gazzetta Piemontese” del 29 marzo 1849. La Camera dei Deputati fece una largizione di
fr. 300 ai nostri giovani; Urbano Ratazzi70 allora Ministro dell’interno decretò la somma di
fr. 2000. Si consultino i documenti.
Fra i miei allievi finalmente potei averne uno che vestì l’abito chericale, Savio Ascanio,
attuale Rettore del Rifugio, fu il primo cherico dell’Oratorio, e ne era vestito sul finire di
ottobre di quell’anno.71
12. Feste nazionali
Un fatto strano venne in que' giorni a cagionare non leggero disturbo alle nostre
radunanze. Si voleva che l’umile nostro Oratorio prendesse parte alle pubbliche
68
Vanchiglia: nome di un quartiere popolare e povero di Torino.
69
Giovanni Cocchi (1813-1895): era il vice-curato della parrocchia dell’Annunziata, sotto la cui
giurisdizione si trovava il quartiere di Vanchiglia; dotato di un carattere ardente, fu attivissimo nella
formazione dei giovani più poveri: a partire dal 1840, anno in cui aprì l’Oratorio dell’Angelo Custode (il
primo oratorio di Torino) fonderà una decina di scuole artiginali ed agricole in Piemonte, in Sicilia e
nell’Italia centrale.
70
Urbano Rattazzi (1808-1873): avvocato e uomo politico; ricoprì vari incarichi nel Governo: fu ministro
della pubblica istruzione, ministro dell’agricoltura, ministro degli interni, presidente della Camera dei
Deputati, ministro di grazia e di giustizia e infine primo ministro. Pur perseguendo una dura politica
anticlericale (sua è la legge del 1855 di di incameramento dei beni delle congregazioni religiose), ebbe
sempre molta stima di Don Bosco e della sua opera e lo aiutò finanziariamente.
71
Ascanio Savio (1832-1902): secondo i documenti dell’Archivio Arcivescovile di Torino, vestì l’abito
ecclesiastico il 1 novembre 1848; laureatosi in teologia morale, negli ultimi dieci anni di vita sarà rettore di
uno dei seminari della diocesi.
155
dimostrazioni che si andavano ripetendo nelle città e nei paesi sotto al nome di Feste
Nazionali.72 Chi ci prendeva parte e voleva pubblicamente mostrarsi amante della nazione
si ispartiva i capelli sulla fronte e li lasciava cadere inanellati di dietro, con farsetto attillato
e a vari colori, con Bandiera nazionale, con medaglia ed azzurra coccarda sul petto. Così
abbigliati andavasi in processione cantando inni all’unità nazionale.
Il Marchese Roberto d'Azeglio,73 promotore principale di tali dimostrazioni ci fece
formale invito, e, malgrado il mio rifiuto, provvide quanto ci occorreva perché potessimo
cogli altri fare onorevole comparsa. Un posto ci stava preparato in piazza Vittorio accanto
a tutti gli istituti di qualsiasi nome, scopo e condizione. Che fare? Rifiutarmi era un
dichiararmi nemico dell’Italia; accondiscendere, valeva l’accettazione di principii che io
giudicava di funeste conseguenze.
— Sig. Marchese, risposi al prelodato d’Azeglio, questa mia famiglia, i giovani che
dalla città qui si raccolgono, non sono ente morale;74 io mi farei burlare, se pretendessi di
fare mia una istituzione, che e tutta della carità cittadina.
— Appunto così. Sappia la carità cittadina, che tale opera nascente non è contraria alle
moderne istituzioni; ciò vi fara del bene; aumenteranno le offerte, il Municipio, io stesso
largheggeremo in vostro favore.
— Sig. Marchese, è mio fermo sistema tenermi estraneo ad ogni cosa che si riferisca
alla politica. Non mai pro, non mai contro.
— Che cosa dunque volete fare?
— Fare quel po' di bene che posso ai giovanetti abbandonati adoperandomi con tutte le
forze affinché diventino buoni cristiani in faccia alla religione, onesti cittadini in mezzo
alla civile società.
— Capisco tutto: ma voi vi sbagliate, e se persistete su questo principio voi sarete
abbandonato da tutti, e l’opera vostra diventa impossibile. Bisogna studiar il mondo,
conoscerlo e portare le antiche e le moderne istituzioni all’altezza dei tempi.
— Vi ringrazio del vostro buon volere e dei consigli che mi date. Invitatemi a
qualunque cosa, dove il prete eserciti la carità, e voi mi vedrete pronto a sacrificare vita e
sostanze, ma io voglio essere ora e sempre estraneo alla politica.
Quel rinomato patrizio mi lasciò con soddisfazione, e d’allora in poi non ebbesi più
relazione di sorta tra noi. Dopo di lui parecchi altri laici ed ecclesiastici mi abbandonarono.
Anzi rimasi come solo dopo il fatto che sono per raccontare.
72
Quando, l’8 febbraio 1848, il re Carlo Alberto annunciò l’intenzione di concedere una nuova
costituzione basata su principi liberali, nella città di Torino si verificarono festose manifestazioni di giubilo
popolare. Il 4 marzo successivo, in occasione della promulgazione dello Statuto, vennero organizzate solenni
festeggiamenti e con sfilate dei vari gruppi militari e civili, bande musicali e discorsi patriottici.
73
Roberto Taparelli d’Azeglio (1790-1862): senatore, studioso di storia dell’arte, impegnato nel campo
politico e sociale, particolarmente nella promozione educativa dei ceti popolari; era fratello del più celebre
Massimo (1798-1866), uomo di stato, scrittore politico, romanziere e pittore.
74
Ente morale: era il termine giuridico usato per indicare quelle istituzioni sociali o caritative
riconosciute legalmente dal Governo, rette da un proprio statuto e da un organismo direttivo elettivo. Qui
Don Bosco intende dire: l’Oratorio non è un’istituzione regolare, legalmente riconosciuta, quindi non è
opportuno che partecipi alle celebrazioni ufficiali accanto agli altri “enti morali”
156
13. Un fatto particolare
La domenica dopo la festa accennata alle due pomeridiane io era in ricreazione coi
giovanetti mentre un cotale stava leggendo l'Armonia,75 quando i preti soliti venire ad
aiutarmi nel sacro ministero si presentano in corpo con medaglia, coccarda, bandiera a
tricolore, più con un giornale veramente immorale detto l’Opinione.76 Uno di loro, assai
rispettabile per zelo e dottrina mi si fa davanti e rimirando che a mio fianco eravi chi tra
mano aveva L’Armonia, — Vitupero, prese a dire; è tempo di finirla con questi rugiadosi.
— Ciò dicendo strappò da l’altrui mano quel foglio, lo ridusse in mille pezzi, lo gittò per
terra, e sputandoci sopra, lo pestò e calpestò cento volte. Dato questo primo sfogo di
fervore politico, venne in mio cospetto: — Questo sì che è buon giornale, disse
avvicinandomi l'Opinione alla faccia, questo e non altro si deve leggere da tutti i veri e
dagli onesti cittadini.
Rimasi sbalordito a quel modo di parlare e di agire e non volendo che si aumentassero
gli scandali nel sito dove si doveva dar buon esempio, mi limitai di pregare lui e i suoi
colleghi a parlare di quegli argomenti in privato e tra noi soltanto.
— No signore, ripigliò, non ci deve più essere né privato né segreto. Ogni cosa sia posta
in chiara luce.
In quel momento il campanello chiamò tutti in chiesa, e chiamava appunto uno di quegli
ecclesiastici stato incaricato di fare un sermoncino morale ai poveri giovanetti. Ma quella
volta fu veramente immorale. Libertà, emancipazione, indipendenza risuonarono in tutta la
durata di quel discorso.
Io era in sacristia impaziente di poter parlare e porre un freno al disordine; ma il
predicatore uscì tosto di chiesa e data appena la benedizione, invitò preti e giovani ad
associarsi con lui, e intonando a tutta gola inni nazionali facendo freneticamente sventolare
la bandiera, andarono difilato intorno a Monte dei Cappuccini. Colà fu fatta formale
promessa di non più intervenire all'Oratorio se non invitati e ricevuti con tutte le forme
nazionali.77
Tutto questo succedevasi senza che io potessi in alcun modo esprimere né ragioni né
pensieri. Ma io non paventava cosa alcuna che si opponesse a' miei doveri. Feci dire a quei
preti che erano severamente proibiti di ritornare presso di me; i giovani poi dovessero uno
per volta presentarsi a me prima di rientrare nell'Oratorio.
La cosa mi riusci bene. Niuno dei preti tentò di ritornare; i giovanetti chiesero scusa
asserendo essere stati ingannati, e promisero ubbidienza e disciplina.
75
L’Armonia (titolo completo: L’Armonia della Religione colla Civiltà): era un periodico di tendenza
cattolica e conservatrice; si pubblicò a Torino dal 1848 al 1864.
76
L’Opinione (titolo completo: L’Opinione. Giornale quotidiano, politico, economico, scientifico e
letterario): era il periodico dei liberali torinesi; si pubblicò dal 1848 al 1892.
77
Con tutte le forme nazionali: cioè con le varie espressioni celebrative allora in uso (discorsi retorici,
inni patriottici, proclami e giuramenti sulla bandiera, etc.).
157
14. Nuove difficoltà - Un conforto - L'Abate Rosmini e l'Arciprete Pietro De
Gaudenzi
Ma io rimasi solo. Ne' giorni festivi doveva di buon mattino comincia le confessioni,
alle nove celebrare la messa, dopo fare la predica, quindi scuola di canto, di letteratura fino
a mezzogiorno. All’una pomeridiana: ricreazione, di poi catechismo, vespri, istruzione,
benedizione, indi ricreazione, canto e scuola fino a notte.
Nei giorni feriali, lungo il giorno doveva lavorare per li miei artigiani, fare scuola
ginnasiale ad una decina di giovanetti; la sera scuola di francese, di aritmetica, di canto
fermo, di musica vocale, di pianoforte e di organo erano tutte cose cui doveva attendere.
No so come io abbia potuto reggere. Dio mi aiutò! Un grande conforto però ed un grande
appoggio in quei momenti l’ebbi nel Teologo Borel. Quel maraviglioso sacerdote, sebbene
oppresso da altre gravissime occupazioni di sacro ministero, studiava ogni briciolo di
tempo per venirmi in aiuto. Non di rado esso rubava le ore del sonno per recarsi a
confessare i giovani; negava il ristoro allo stanco corpo per venire a predicare. Questa
critica posizione durò fino a tanto che potei avere qualche sollievo nel chierico Savio,
Bellia,78 Vacchetta,79 di cui per altro ne rimasi presto privato; perciocché, secondando essi
il suggerimento altrui, senza farmene parola fuggirono per entrare negli Oblati di Maria.
In uno di que' giorni festivi fui visitato da due sacerdoti, che io credo opportuno di
nominare. Nel cominciare il catechismo era tutto in moto per ordinare le mie classi, allora
che si presentano due ecclesiastici, i quali in contegno umile e rispettoso venivano a
rallegrarsi con me e dimandavano ragguaglio sul l’origine e sistema di quella istituzione.
Per unica risposta dissi: — Abbiano la bontà di aiutarmi. Ella venga in coro ed avrà i più
grandicelli; a Lei, dissi all’altro di più alta statura, affido questa classe che e di più
dissipati. — Essendomi accorto che facevano a maraviglia il catechismo, pregai uno a
regalare un sermoncino ai nostri giovani, e l’altro a compartirci la benedizione col
Venerabile. Ambidue accondiscesero graziosamente.
Il Sacerdote di minore statura era l’Abate Antonio Rosmini fondatore dell’Istituto della
Carità; l’altro era il Canonico Arciprete De Gaudenzi,80 ora Vescovo di Vigevano, che
d’allora in poi l’uno e l’altro si mostrarono sempre benevoli, anzi benefattori della Casa.
78
Giacomo Bellia (1834-1908): fu Oblato di Maria Vergine per una decina d’anni, poi dovette uscire
dalla Congregazione per motivi di salute e venne accolto come prete nella diocesi di Biella.
79
Giuseppe Stefano Vacchetta (1827-1898).
80
Pietro Giuseppe De Gaudenzi (1812-1891): laureato in teologia, canonico curato della cattedrale di
Pavia, aveva fondato una scuola artigianale per ragazzi orfani affidata ai Fratelli delle Scuole Cristiane; fu
consacrato vescovo d i Vigevano nel 1871.
158
15. Compra di casa Pinardi e di casa Bellezza - L'anno 1850
L’anno 1849 fu spinoso, sterile, sebbene abbia costato grandi fatiche ed enormi
sacrifizi; ma ciò era una preparazione per l’anno 1850 che è meno burrascoso, e assai più
fecondo di buoni risultati. Cominciamo dalla casa Pinardi. Coloro che erano stati sloggiati
da questa casa non potevano darsi pace.
Non ripugna, si andava dicendo, che una casa di ricreazione e di sollievo cada nelle
mani di un prete e di un prete intollerante?
Venne pertanto proposta al Pinardi una pigione quasi due volte maggiore alla nostra.
Ma egli sentiva non leggero rimorso nel ricavare maggior lucro da mezzi iniqui, perciò mi
aveva talvolta fatto proposta di vendere qualora io avessi voluto comperare. Ma le pretese
di lui erano esorbitanti. Chiedeva ottanta mila franchi per un edifizio il cui valore doveva
essere di un terzo. Iddio vuole far vedere che è padrone dei cuori, ed ecco come.
Un giorno festivo mentre il teologo Borel predicava, io stava sulla porta del cortile per
impedire gli assembramenti e i disturbi, quando si presenta il Sig. Pinardi; alto là, disse,
bisogna che Don Bosco compri la mia casa.
— Alto là, bisogna che il Sig. Pinardi me la dia pel suo prezzo, ed io la compro subito.
— Sì che la do pel suo prezzo.
— Quanto?
— Al prezzo richiesto.
— Non posso fare offerte. — Offra. — Non posso.— Perché?
— Perché è prezzo esagerato. Non voglio offendere chi dimanda.
— Offra quel che vuole.
— Me la dà pel suo valore? — Parola d'onore, che la do. — Mi stringa la mano e farò
l’offerta. — Di quanto? — La ho fatta stimare da un suo e mio amico, e mi assicurò che
nello stato attuale deve patteggiarsi tra il 26 ed il 28 mila franchi; ed io, affinché sia cosa
compiuta, le do 30.000 fr.
— Regalerà ancora uno spillo di fr. 500 a mia moglie?
— Farò questo regalo.
— Mi pagherà in contanti.
— Pagherò in contanti.
— Quando faremo lo strumento?
— Quando a Lei piace.
— Dimani a quindici giorni, ma con un pagamento solo.
— Tutto inteso come desidera.
— Cento mila franchi di multa a chi desse indietro.
— Così sia. —
159
Quell’affare fu trattato in cinque minuti; ma dove prendere tale somma in così breve
tempo? Cominciò allora un bel tratto della divina Provvidenza. Quella stessa sera D.
Cafasso, cosa insolita nei giorni festivi, mi viene a far visita, e mi dice che una pia persona,
contessa Casazza-Riccardi,81 l’aveva incaricato di darmi dieci mila franchi da spendersi in
quello che avrei giudicato della maggior gloria di Dio. Il giorno dopo giunge un religioso
Rosminiano che veniva in Torino per mettere a frutto fr. 20.000, e me ne chiedeva
consiglio. Proposi di prenderli a mutuo pel contratto Pinardi, e così fu messa insieme la
somma ricercata. I tre mila franchi di spese accessorie furono aggiunti dal Cavalier Cotta82
nella cui Banca venne stipulato il sospirato istrumento.83
Assicurato così l’acquisto di quello edifizio si porto il pensiero sopra la così detta
Giardiniera. Era questa una bettola, dove nei giorni festivi solevano radunarsi gli amatori
del buon tempo. Organini, pifferi, clarinetti, chitarre, violini, bassi, contrabassi e canto di
ogni genere succedevansi nel corso della giornata; anzi non di rado erano
contemporaneamente tutti raccolti insieme pei loro concerti. Siccome quell’edifizio, casa
Bellezza, era da un semplice muriccio diviso dal nostro cortile, così spesso avveniva che i
cantici di nostra cappella restassero confusi o soffocati dagli schiamazzi del suono e delle
bottiglie della Giardiniera. Di più era un continuo andirivieni da casa Pinardi alla
Giardiniera. Ognuno può di leggieri immaginarsi con quale disturbo nostro e con quale
pericolo pei nostri giovani.
Per liberarci da quella grave molestia ho tentato di farne acquisto, ma non mi è riuscito;
cercai di prendere a pigione, cui la padrona acconsentiva; ma la padrona della bettola
reclamava danni favolosi.
Allora feci proposta di rilevare tutta l’osteria, assumermi la pigione, e comperare tutto il
suppellettile di camera, di tavole, di cantina, di cucina etc.; e pagando ogni cosa a ben caro
prezzo, potei divenire arbitro del locale cui diedi immediatamente altra destinazione.84 In
questa guisa veniva disperso il secondo semenzaio d’iniquità che accanto di casa Pinardi
tuttora sussisteva in Valdocco.
16. Chiesa di S. Francesco di Sales
Liberati dalle vessazioni morali di casa Pinardi e della Giardiniera era mestieri pensare
ad una chiesa più decorosa pel culto, e più adattata al crescente bisogno. L’antica, è vero,
81
Sabina Casazza nata Riccardi di Netro (m. 1888): era sorella di mons. Alessandro Riccardi di Netro
(1808-1870), futuro arcivescovo di Torino.
82
Giuseppe Antonio Cotta (1785-1868): senatore e banchiere, fervente cattolico dedito ad opere di carità.
83
Il contratto fu stipulato il 19 febbraio 1851; Don Bosco, in società con don G. Cafasso, col teologo G.
Borel e il teologo R. Murialdo, comperò casa e terreno circostante per la somma di 28.500 franchi.
84
Don Bosco prese in affitto la casa Bellezza dal 1° ottobre 1853 al 30 settembre 1859, annno in cui la
proprietaria, Teresa Caterina Novo vedova Bellezza, vi andò ad abitare.
160
erasi alquanto ingrandita, e corrispondeva all’attuale sito del Refettorio dei Superiori,85 ma
era incomoda per la capacità, e per la bassezza. Siccome per entrarvi bisognava discendere
due scalini, così d’inverno e in tempo piovoso eravamo allagati, mentre di estate eravamo
soffocati dal caldo e dal tanfo eccessivo. Pel che passavano pochi giorni festivi senza che
qualche allievo venisse preso da sfinimento e portato fuori come asfissiato. Era dunque
necessità che si desse mano ad un edifizio più proporzionato al numero dei giovanetti, più
ventilato e salubre.
Il Cav. Blachier fece un disegno, la cui esecuzione doveva dare l’attuale chiesa di S.
Francesco e l’edifizio che circonda il cortile posto a fianco della chiesa. Impresario era il
Sig. Bocca Federico.
Scavate le fondamenta fu fatta la benedizione della pietra fondamentale il 20 luglio
1850. Il Cav. Giuseppe Cotta la poneva a suo posto; il canonico Moreno86 economo
generale la benediceva; il celebre Padre Barrera,87 commosso alla vista della moltitudine di
gente accorsa, montò sopra un rialzo di terra ed improvviso uno stupendo discorso di
opportunità. Egli esordiva con queste testuali parole: "Signori, quella pietra che abbiamo
testè benedetta e collocata a fondamento di questa chiesa ha due grandi significati.
Significa il granello di senapa che crescerà in albero mistico, presso cui molti ragazzi
verranno a rifugiarsi; significa che quest'opera basa sopra una pietra angolare, che è
Cristo Gesù contro cui saranno vani gli sforzi che i nemici della fede faranno per
abbatterla". Dimostrava quindi l’una e l’altra di queste premesse con grande soddisfazione
degli uditori, che giudicavano come inspirato l’eloquente predicatore.88
Quelle rumorose solennità traevano giovanetti esterni da tutte parti, mentre ad ogni ora
del giorno molti altri venivano chiedendo ricovero. Il loro numero in quell’anno passò i
cinquanta, e si diè principio a qualche laboratorio in casa;89 perciocché ognor più funesta si
esperimentava l’uscita dei giovanetti a lavorare in città.
Già il sacro e sospirato edifizio usciva fuori di terra, quando mi accorsi essere le finanze
totalmente esauste. Aveva messo insieme 35 mila franchi colla vendita di alcuni stabili, ma
questi scomparvero come ghiaccio al sole. L’Economato assegnò nove mila franchi, ma da
85
Refettorio dei Superiori: Don Bosco fa riferimento ad una sala posta al pian terreno dell’edificio
costruito nel 1856, dopo aver abbattuto la casa Pinardi e la tettoia che era servita da cappella per l’Oratorio. Il
vano, che si trovava esattamente sul perimetro dell’antica cappella, servì come sala da pranzo dei superiori
della Congregazione salesiana fino al 1928, quando venne trasformato in cappella dedicata alla Risurrezione
del Signore, per ricordare le origini dell’Oratorio.
86
Ottavio Moreno (1779-1852): sacerdote lauretao in Legge e in Teologia, amministratore dei fondi
governativi per il culto; apprezzava l’opera educativa e sociale di Don Bosco e gli aveva concesso il
consistente sussidio di 10 mila franchi per la costruzione della nuova chiesa. Era fratello di mons. Luigi
Moreno (1800-1878), vescovo di Ivrea, che con Don Bosco aveva fondato nel 1853 la collana mensile
«Letture cattoliche».
87
Andrea Barrera (1802-1879): superiore dei Padri Dottrinari.
88
In margine al testo manoscritto, Don Bosco annota: «Ecco il verbale etc. - Si trascriva il verbale di
quella solennità»; tuttavia nell’Archivio Centrale Salesiano non si trova più detto verbale.
89
Inizialmente ci furono alcuni esperimenti. L’inizio ufficiale e sistematico delle scuole artigianali
nell’Oratorio è successivo: nel 1853 si aprì il laboratorio di calzoleria; nel 1854 quello di legatoria di libri;
negli anni successivi si organizzarono quelli dei falegnami, dei sarti e dei fabbri ferrai; la tipografia divenne
attiva nel 1862.
161
versarsi ad opera quasi compiuta. Il Vescovo di Biella, Monsig. Pietro Losana,90 riflettendo
che il novello edifizio, e tutta quella istituzione tornava a speciale vantaggio dei garzoni
muratori biellesi, diramò una circolare a' suoi paroci invitandoli a concorrere col loro
obolo.91
La questua fruttò mille franchi. Ma queste erano gocce d’acqua sopra arsiccio terreno;
onde fu ideata una lotteria di oggetti ossia di piccoli doni. Era la prima volta che ricorreva
in questo modo alla pubblica beneficenza, e si ebbe accoglienza assai favorevole. Si
raccolsero tre mila trecento doni. Il Sommo Pontefice, il Re, la Regina Madre, la Regina
Consorte,92 e in generale tutta la corte sovrana si segnalò colle sue offerte. Lo spaccio dei
biglietti (cent. 50 caduno) fu compiuto; e quando si fece la pubblica estrazione al Palazzo
di Città vi fu chi andavane in cerca offrendo cinque franchi l’uno e non poteva più
rinvenirne.93
Molti di quelli, che vinsero qualche dono, il lasciarono con gran piacere a benefizio
della chiesa. Dal che si ricavò altro provento. È vero che ci furono non piccole spese,
tuttavia si ottenne netta la somma di fr. 26 mila.
17. Scoppio della polveriera - Fascio Gabriele - Benedizione della nuova
Chiesa
Mentre gli oggetti erano in pubblica esposizione avvenne (26 aprile 1852) lo scoppio
della polveriera sita accanto al Cenotafio di S. Pietro in Vincoli. L’urto che ne seguì fu
orribile e violento. Molti edifizi vicini e lontani vennero scossi e ne riportarono grave
danno. Dei lavoranti 28 rimasero vittime, e sarebbero stato assai maggiore il danno se un
certo sergente di nome Sacchi,94 con grande pericolo della propria vita non avesse impedita
la comunicazione del fuoco ad una maggior quantità di polvere, che avrebbe potuto
90
Giovanni Pietro Losana (1793-1873): originario della diocesi di Torino, fu vescovo di Biella dal 1833
alla morte.
91
In margine al manoscritto originale, Don Bosco annota: «Si trascriva la circolare», ma il copista non lo
fece. Nella circolare il vescovo definisce Don Bosco «egregio e pio sacerdote» il quale, «animato da una
veramente angelica carità, prese a raccogliere nei dì festivi in Torino quanti giovani incontrava, abbandonati
e dispersi per le piazze e per le contrade nel lungo e popoloso tratto tra Borgo Dora e il Martinetto, e a
ricoverarli in un sito appropriato, sia per un onesto loro trattenimento, che per la loro istruzione ed
educazione cristiana»; e invita i suoi parroci a «porgere un confortevole aiuto all’impresa dell’encomiato
uomo di Dio» che ora è impegnato a costruire una chiesa più ampia per i giovani che frequentano l’Oratorio.
92
La Regina Madre era Maria Teresa di Toscana (1801-1855), moglie del deunto re Carlo Alberto e
madre del re Vittorio Emaniele II; la Regina Consorte era Maria Adelaide d’Austria (1822-1855).
93
In margine al manoscritto originale, Don Bosco annota: «Si può mettere il Programma e il
Regolamento di quella Lotteria»; entrambi furono diffusi tramite una circolare, come fu anche stampato il
catalogo degli oggetti messi in palio (Torino: Tipografia De Agostani 1852).
94
Il sergente Paolo Sacchi, a rischio della vita, impedì che il fuoco raggiungesse 40 mila chilogrammi di
polvere da sparo ammassati in un vicino magazzino. La casa dell’Oratorio si trovava a soli 500 metri di
distanza dalla fabbrica di polvere da sparo.
162
rovinare l’intera città di Torino. La casa dell’Oratorio, che era di cattiva costruzione, ne
soffrì assai; e i deputati ci mandarono l’offerta di f. 300 per aiutarne la riparazione.
Voglio a questo proposito raccontare un fatto che si riferisce ad un nostro giovanetto
artigiano di nome Fassio Gabriele.95 L’anno antecedente egli cadde in malattia, che lo
porto all'estremo di vita. Nell’eccesso del suo male andava ripetendo:
— Guai a Torino, guai a Torino!
I suoi compagni li dissero: — Perché?
— Perché è minacciata da un gran disastro.
— Quale?
— È un orribile terremoto.
— Quando sarà?
— Altro anno. Oh guai a Torino al 26 di aprile.
— Che cosa dobbiamo fare?
— Pregare S. Luigi che protegga l’Oratorio e quelli che vi abitano.
Fu allora che a richiesta di tutti i giovanetti della casa che aggiunse mattino e sera nelle
comuni preghiere un Pater, Ave e Gloria a questo Santo. Di fatto la nostra casa rimase
poco danneggiata in paragone del pericolo, ed i ricoverati non ebbero a lamentare alcun
danno personale.
Intanto i lavori della chiesa di S. Francesco di Sales progredivano con alacrità
incredibile, e nello spazio di undici mesi fu condotta al suo termine.
Il 20 giugno 1852 fu consacrata al divin culto con una solennità tra noi piuttosto unica
che rara. Un arco di altezza colossale erasi elevato all’entrata del cortile. Sopra di esso, in
caratteri cubitali stava scritto: In caratteri dorati — scriveremo in tutti i lati — Viva eterno
questo dì.
Da ogni parte echeggiavano questi versi posti in musica dal Maestro Blanchi Giuseppe,
di grata memoria:
Prima il sole dall'occaso
Fia che torni al suo oriente,
Ogni fiume a sua sorgente
prima indietro tornerà,
Che da noi ci si cancelli
Questo dì, che tra i più belli
Tra di noi sempre sarà.
Si recitò e si cantò con grande sfarzo la poesia seguente:
Come augel di ramo in ramo
95
Fassio Gabriele (1838-1851): uno dei primi ragazzi ospitati nella casa dell’Oratorio.
163
Va cercando albergo fido, etc.
Molti giornali parlarono di questa solennita: v. L'Armonia e la Patria di que' giorni.96
Il primo di giugno dell’anno stesso si diè principio alla Società di mutuo soccorso per
impedire che i nostri giovani andassero ad ascriversi colla Società detta degli Operai,97 che
fin dal suo principio manifestò principii tutt’altro che religiosi. Si prenda il libretto
stampato.98 Servì a maraviglia al nostro scopo. Più tardi questa medesima nostra Società si
cangiò in Conferenza annessa di S. Vincenzo de' Paoli che tuttora sussiste.99
Terminata la chiesa occorrevano arredi di tutti i generi. La carità cittadina non mancò. Il
Comm. Giuseppe Duprè fece abbellire una cappella, che fu dedicata a S. Luigi, e comperò
un altare di marmo, che tuttora adorna quella chiesa. Altro benefattore fece fare l’orchestra,
sopra cui fu collocato il piccolo organo destinato a favore dei giovani esterni. Il sig.
Michele Scannagatti comperò una compiuta muta di candelieri; il marchese Fassati100 fece
fare l’altare della Madonna, provvide una muta di candelieri di bronzo e più tardi la statua
della Madonna. Don Cafasso pagò tutte le spese occorse pel pulpito. L’altare magg. venne
provveduto dal Dottore Francesco Vallauri e completato da suo figlio Don Pietro
sacerdote.101 Così la novella chiesa in breve tempo si vide provveduta di quanto era più
necessario per le private e solenni funzioni.
18. Anno 1852
Colla nuova chiesa di S. Francesco di Sales, colla sacristia e col campanile si dava
provvedimento a quei giovanetti che avessero desiderato d’intervenire alle sacre funzioni
del giorno festivo, delle scuole serali ed anche diurne. Ma come provvedere alla
moltitudine di poveri fanciulli che ad ogni momento chiedevano di essere ricoverati? Tanto
più che lo scoppio della polveriera, avvenuto l’anno prima, aveva quasi rovinato l’antico
edifizio. In quel momento di supremo bisogno fu presa la deliberazione di fabbricare un
nuovo braccio di casa. Affinché si potesse tuttora usufruire il vecchio locale, si cominciò il
96
La Patria (titolo completo: La Patria. Giornale quotidiano, politico, economico, letterario): era un
periodico di tendenza liberale moderata; si pubblicò a Torino dal 1852 al 1855.
97
La "Società degli operai di Torino", che aveva come riferimento il giornale liberale Gazzetta del
Popolo, era una società di mutuo soccorso costituita nel 1850, di tendenze radicali e anticlericali.
98
Si riferisce al fascicolo dal titolo: Società di mutuo soccorso di alcuni individui della compagnia di san
Luigi eretta nell’Oratorio di san Francesco di Sales. Torino: Tipografia Speirani e Ferrero, 1850.
99
La costituzione delle Conferenze giovanili di san Vincenzo de’ Paoli nei tre oratori di Don Bosco
avvenne intorno al 1855; esse furono riconosciute dal Consiglio Generale di Parigi l’11 maggio 1856.
100
Domenico Fassati Roero (1804-1878): marchese di San Severino, appartenente alla nobiltà di provata
fede monarchica e cattolica; era stato comandante maggiore della guardia personale del re Carlo Alberto; fu
un convinto sostenitore di Don Bosco e, nei primi anni dell’Oratorio, collaborò anche come insegnante di
catechismo ai giovani più adulti.
101
Vallauri Pietro (1829-1900).
164
nuovo in sito separato, cioè dal termine dell’attuale refettorio fino alla fonderia dei caratteri
tipografici.
I lavori progredirono con tutta alacrità, e sebbene la stagione autunnale fosse già
alquanto inoltrata, tuttavia si giunse fino all’altezza del coperchio. Anzi tutta la travatura
era stata collocata al suo posto, tutti i listelli inchiodati, e le tegole stavano ammucchiate
sui travi culminanti per essere ordinatamente collocate, quando un violento acquazzone
fece interrompere ogni lavoro. L’acqua diluviò più giorni e più notti, e scorrendo e colando
dalle travi e dagli stessi listelli rose e trasse seco la calcina fresca restando così le mura di
soli mattoni e ciottoli lavati. Era circa la mezzanotte, tutti eravamo in riposo, quando si ode
un rumore violento che ad ogni momento si rende più intenso e spaventoso. Ognuno si
sveglia ed ignorando che ci fosse, pieno di terrore si avviluppa nelle coperte o nelle
lenzuola, esce di dormitorio e fugge confuso senza sapere dove, ma con animo di
allontanarsi dal pericolo, che s’immaginava. Cresce il disordine ed il frastuono; l’armatura
del tetto, le tegole si mischiano coi materiali delle mura e tutto cadde rovinoso, con
immenso fracasso.
Siccome quella costruzione poggiava contro al muro del basso e vecchio edifizio, si
temeva che tutti rimanessero schiacciati sotto alle cadenti rovine; ma non si ebbe a provare
altro male che un orrendo frastuono, che non cagionò alcun danno personale.
Giunto il mattino, venne una visita di ingegneri per parte del Municipio. Il Cav.
Gabbetti102 vedendo un alto pilastro smosso dalla base pendere sopra un dormitorio
esclamò:
Andate pure a ringraziare la Madonna della Consolata. Quel pilastro si regge per
miracolo e cadendo avrebbe sepolto nelle rovine D. Bosco con trenta giovanetti coricati nel
dormitorio sottostante. I lavori essendo ad impresa, il maggior danno fu del capomastro. Il
nostro danno fu valutato a fr. 10.000. Il fatto avveniva la mezzanotte del 2 dicembre 1852.
In mezzo alle continue tristi vicende che opprimono la povera umanità avvi sempre la
mano benefica del Signore che mitiga le nostre sciagure. Se quel disastro fosse succeduto
due ore prima avrebbe sepolto i nostri allievi delle scuole serali. Terminavano queste alle
dieci, ed usciti dalle loro classi in numero di circa 300 scorazzarono per oltre mezz’ora
lungo i vani dell’edifizio in costruzione. Un po' dopo succedeva quella rovina.
La stagione inoltrata non permetteva più non dico di terminare; ma nemmeno di
cominciare né in tutto né in parte i lavori della casa rovinata, e intanto chi provvederà alle
nostre strettezze? Che fare in mezzo a tanti giovani, con sì poco locale e mezzo rovinato?
Si fece di necessità virtù. Assicurate le mura della chiesa antica venne ridotta a dormitorio.
Le scuole poi vennero trasferite nella chiesa nuova, che perciò era chiesa nei giorni festivi,
era collegio lungo la settimana.
In questo anno fu pure costrutto il campanile che fiancheggia la chiesa di S. Francesco
di Sales, ed il benefico Sig. Michele Scannagatti provvide una elegante muta di candelieri
per l’altare maggiore, che formano tuttora uno de' più belli arredi di questa chiesa.
102
Carlo Gabbetti, architetto municipale e responsabile del collaudo dei fabbricati.
165
[19.] 1853103
Appena la stagione il permise si diede immediatamente mano a rialzare la casa rovinata.
I lavori si progredirono alacremente e col mese di ottobre l’edifizio era compiùto. Essendo
nel massimo bisogno di locale, siamo tosto volati ad occuparlo. Io andai pel primo nella
camera che Dio mi concede di poter tuttora abitare. Scuole, refettorio, dormitorio poterono
stabilirsi e regolarizzarsi, e il numero degli allievi fu portato a sessantacinque.
Continuarono le provviste da parte di varii benefattori. Il cav. Giuseppe Duprè provvide
a sue spese la balaustra di S. Luigi in marmo; ne fece abbellire l’altare e stuccare tutta la
Cappella. Il Marchese Domenico Fassati regalò la piccola balaustra dell’altare della
Madonna, una muta di candelieri di bronzo dorato pel medesimo altare. Il conte Carlo
Cays,104 nostro insigne benefattore, per la seconda volta Priore della Compagnia di S.
Luigi, ci pagò un vecchio debito di mille duecento franchi al panattiere, che cominciava a
fare difficoltà a somministrarci il pane. Comprò una campana, che fu oggetto di una
graziosa festa. Il Teologo Gattino, nostro curato di felice memoria, la venne a benedire; di
poi fece un sermoncino di opportunità alla molta gente accorsa dalla città. Dopo le sacre
funzioni venne rappresentata una commedia che fu tema di molta allegria per tutti. Lo
stesso conte Cays provvide una bella panta, l’attuale baldacchino con altri attrezzi di
chiesa.
Fornita così la nuova chiesa delle cose più necessarie al culto si poté finalmente
appagare per la prima volta il comune desiderio mercè l’esposizione delle Quarantore. Non
vi era grande ricchezza di addobbi, ma vi fu straordinario concorso di fedeli. Per secondare
quel religioso trasporto e dare a tutti comodità di soddisfare la propria divozione alle
Quarantore fecesi seguire un ottavario di predicazione, che fu letteralmente impiegato ad
ascoltare le confessioni della moltitudine. Quell’insolito concorso fu motivo che negli anni
successivi continuò a farsi l’esposizione delle Quarantore con regolare predicazione con
grande frequenza dei santi sacramenti e di altre pratiche di pietà.
[20.] Letture Cattoliche
Quest'anno [1853], al mese di marzo cominciò la periodica pubblicazione delle Letture
Cattoliche.I105 Nel 1847 quando ebbe luogo l’emancipazione degli ebrei e dei protestanti
103
Nel manoscritto, da questo punto in poi, i capitoli non sono più numerati. Per comodità di citazione noi
indichiamo il numero tra parentesi.
104
Carlo Cays (1813-1882), conte di Giletta e Caselette, laureato in legge, era presidente delle
Conferenze di San Vincenzo a Torino e priore della Compagnia di san Luigi nell’Oratorio; dal 1857 al 1860
fu anche deputato nel Parlamento Nazionale. Era rimasto vedovo nel 1845 e nel 1877, dopo aver lasciato tutti
i suoi beni al figlio, entrò nella Congregazione Salesiana di Don Bosco e venne ordinato sacerdote l’anno
successivo.
105
Letture Cattoliche: era una collezione mensile di piccoli fascicoli economici destinati al popolo e ai
giovani, contenenti argomenti di carattere formativo, morale, apologetico e racconti di indole storica e
amena. Fondate da Don Bosco nel 1853, con il supporto economico di mons. Luigi Moreno vescovo di Ivrea,
166
divenne necessario qualche antidoto da porre in mano dei fedeli cristiani in genere,
specialmente della gioventù. Con quell’atto pareva che il governo intendesse solamente
dare libertà a quelle credenze, ma non a detrimento del cattolicismo. Ma i protestanti non
la intesero così, e si diedero a fare propaganda con tutti i mezzi loro possibili. Tre giornali
(La Buona Novella, La Luce Evangelica, Il Rogantino Piemontese),106 molti libri biblici e
non biblici; largheggiare soccorsi, procacciare impieghi, somministrare lavori; offerire
danaro, abiti, commestibili a chi andava alle loro scuole o frequentava le loro conferenze o
semplicemente il loro tempio, sono tutti mezzi da loro usati per fare proseliti.
Il governo sapeva tutto e lasciava fare e col suo silenzio li proteggeva efficacemente.
Aggiungasi che i protestanti erano preparati e forniti di ogni mezzo materiale e morale;107
mentre i cattolici fidandosi delle leggi civili che fino allora li avevano protetti e difesi,
appena possedevano qualche giornale, qualche opera classica o di erudizione, ma niun
giornale, niun libro da mettere nelle mani del basso popolo.
In quel momento prendendo consiglio dalla necessità, ho cominciato a formare alcune
tavole sinottiche intorno alla Chiesa cattolica; poi altri cartelli intitolati: Ricordi pei
Cattolici, e mi diedi a spacciarli fra i giovanetti e fra gli adulti specialmente in occasione di
esercizi spirituali e di missioni.
Quelle pagelle, quei libretti erano accolti con grande ansietà; e in breve se ne
spacciarono migliaia di migliaia. Ciò mi persuase della necessità di qualche mezzo
popolare con cui agevolare la conoscenza dei principii fondamen tali del cattolicismo. Fu
fatto quindi stampare un librettino col titolo: Avvisi ai Cattolici,108 che ha lo scopo di
mettere i cattolici all’erta e non lasciarsi cogliere nella rete degli eretici. Lo spaccio ne fu
straordinario; in due anni se ne diffusero oltre a duecentomila esemplari. Ciò piacque ai
buoni, ma fece dare alle furie i protestanti, che si pensavano di essere i soli padroni del
campo evangelico.
Mi avvidi allora essere cosa urgente di preparare e stampare libri pel popolo, e progettai
le così dette Letture Cattoliche. Preparati alcuni fascicoli voleva tosto pubblicarli, quando
nacque una difficoltà né aspettata né immaginata. Niun Vescovo voleva mettersi alla testa.
Vercelli, Biella, Casale si rifiutarono, dicendo essere cosa pericolosa lanciarsi in battaglia
ebbero subito una vasta diffusione grazie alla semplicità del linguaggio e alla varità e popolarità dei temi. Nei
primi anni la tiratura era di tremila copie, poi salì a oltre diecimila.
106
“La Buona Novella. Giornale religioso”, pubblicato a Torino dal 1851 al 1861; “La Luce Evangelica.
Foglio religioso, scientifico, letterario”, pubblicato dalla Federazione delle Chiese Protestanti Italiane a
Napoli dal 1841 al 1855; de “Il Rogantino Piemontese” non resta più alcuna traccia nelle Biblioteche italiane.
107
Ottenuta l’emacipazione, i Valdesi, provenienti dalle Valli alpine, fondarono una loro parrocchia di
lingua francese in Torino e, nel settembre 1850, anche una Congregazione Evangelista di lingua italiana per i
cattolici che passavano al protestantesiono. Attivo sostenitore della Congregazione era il generale inglese
John Charles Beckwith (1789-1862), il quale, stabilitosi in Piemonte, era il riferimento di una una rete di
raccolta di fondi economici in Inghilterra.
108
Era un opuscolo di 24 pagine dal titolo: La Chiesa apostolica-romana è la sola vera Chiesa di Gesù
Cristo. Avvisi ai cattolici. Torino: Tipografia Speirani e Ferrero, 1850; ristampato nel 1851 e nel 1853. Sul
frontespizio Don Bosco aveva posto una frase che accentuava il tono polemista antiprotestante: «I nostri
pastori ci uniscono al papa. Il papa ci unisce con Dio».
167
coi protestanti. Monsignor Fransoni, allora dimorante in Lione,109 approvava,
raccomandava, ma niuno voleva assumersi nemmeno la Revisione ecclesiastica. Il Can.co
Giuseppe Zappata, Vicario Generale, fu il solo, che a richiesta dell’Arcivescovo ne
rivedesse un mezzo fascicolo,110 di poi mi ritornò il manoscritto dicendomi:
— Si prenda il suo lavoro; io non mi sento di segnarmi: il fatto di Ximenes e di
Palma111 (1) sono troppo recenti. Ella sfida e prende di fronte i nemici ed io amo meglio
battere la ritirata in tempo utile.
D’accordo col Vicario Generale esposi ogni cosa all’Arcivescovo, e ne ebbi risposta con
lettera da portare a Monsig. Moreno Vescovo di Ivrea. Con essa pregava quel prelato a
prendere la progettata pubblicazione sotto alla sua protezione, di assisterla colla revisione e
colla sua autorità. Il Moreno si prestò volentieri; delegò l’avvocato Pinoli, suo Vicario
Generale, per la revisione, tacendo però il nome del Revisore. Si compilò tosto un
programma, e col primo marzo 1853 uscì il primo fascicolo del Cattolico provveduto.112
[21.] 1854
Le Letture Cattoliche furono accolte con generale applauso, e il numero dei lettori fu
straordinario; ma di qui appunto cominciarono le ire dei protestanti. Provarono a
combatterle coi loro giornali, colle loro Letture Evangeliche;113 ma non potevano avere
lettori. Quindi ogni sorta di attacchi contro al povero D. Bosco. Ora gli uni ora gli altri
venivano a disputare persuasi, essi dicevano, che niuno valesse a resistere alle loro ragioni.
I preti cattolici fossero tanti gonzi e perciò con due parole potevano confondersi.
Eglino pertanto vennero ad attaccarmi ora uno ora due, ed ora più insieme. Io li ho
sempre ascoltati e mi raccomandava sempre che le difficoltà, cui essi non sapevano
rispondere, fossero presentate ai loro ministri, e di poi mi fossero cortesi darmene
109
Mons. Luigi Fransoni, arcivescovo di Torino, dal 1850 viveva a Lione (Francia), ove resterà fino alla
morte (1862) costretto all’esilio a causa di tensioni con il governo. Egli rimaneva titolare della diocesi di
Torino, ove era sostituito nel disbrigo degli affari dal vicario generale.
110
Giuseppe Zappata (1796-1883): membro della facoltà teologica dell’Università, canonico della
cattedrale e vicario generale della diocesi; era un moderato e preferiva evitare gli scontri frontali sia con il
governo che con le altre correnti politiche o religiose. Fu comunque sembre benevolo con Don Bosco.
111
In margine al manoscritto originale Don Bosco annota: «L'Abate Ximenes Direttore di un giornale
cattolico, Il Contemporaneo di Roma, fu assassinato. Monsig. Palma, segretario pontificio e scrittore di quel
giornale, finiva per un colpo di archibugio nelle medesime sale del Quirinale».
112
Il titolo corretto del fascicolo era: Il cattolico istruito nella sua religione. Trattenimenti di un padre di
famiglia co’ suoi figliuoli secondo i bisogni del tempo (Torino: Tipografia P. De Agostani, 1853). Don Bosco
usava lo stile di una conversazione in famiglia, che gli permetteva di affrontare in modo facile e narrativo i
temi più urgenti evitando lo stile apologetico astratto.
113
Si fa riferimento a una serie di pubblicazioni popolari della casa editrice annessa al tempio Valdese,
fondata nel 1855, diffuse tramite una rete di attivi venditori itineranti e di pastori che svolgevano un’attiva
opera di proselitismo che porterà alla nascita di numerose comunità in tutta Italia.
168
comunicazione. Venne Amedeo Bert, di poi Meille, l’evangelista Pugno,114 poi altri ed
altri, ma non poterono ottenere che io cessassi né dal parlare, né dallo stampare i nostri
trattenimenti: cosa che li eccitò a massima rabbia. Credo bene di riferire alcuni fatti relativi
a questa materia.
Una domenica a sera del mese di Gennaio mi sono annunziati due signori che venivano
per parlarmi. Entrarono e dopo una lunga serie di complimenti e di lusinghe uno di loro
prese ad esprimersi così:
— Voi, Sig. Teologo, avete sortito dalla natura un gran dono: quello di farvi capire e di
farvi leggere dal popolo; perciò saremmo a pregarvi di volere occupare questo dono
prezioso in cose utili per l’umanità, in vantaggio della scienza, delle arti, del commercio.
— I miei pensieri sono appunto rivolti alle Letture Cattoliche; di cui intendo occuparmi
con tutto l’animo.
— Sarebbe assai meglio occuparvi di qualche buon libro per la gioventù, come sarebbe
una storia antica, un trattato di Geografia, di Fisica e Geometria, non però delle Letture
Cattoliche.
— Perché non di queste Letture?
— Perché è un lavoro già fritto e rifritto da tanti.
— Questi lavori furono già eseguiti da tanti, ma in volumi di erudizione, non però pel
popolo, come appunto è mio scopo colle Letture Cattoliche.
— Ma questo lavoro non vi da alcun vantaggio, al contrario, se faceste i lavori che noi
vi raccomandiamo, fareste anche un bene materiale al maraviglioso istituto che la
Provvidenza vi ha affidato. Prendete, qui avete già qualche cosa (erano quattro biglietti da
mille franchi) ma non sarà l’ultima oblazione, anzi ne avrete delle maggiori.
— Per quale ragione tanto danaro?
— Per incoraggiarvi ad intraprendere le opere accennate e per coadiuvare a questo non
mai abbastanza lodato istituto.
— Perdonatemi, Signori, se vi ritorno il vostro danaro; io non posso per ora
intraprendere altro lavoro scientifico, se non quello che concerne alle Letture Cattoliche.
— Ma se è un lavoro inutile...
— Se e un lavoro inutile perché volete prendervene pensiero? Perché spendere questo
danaro per farmi desistere?
— Voi non badate all’azione che fate; perciocché con questo rifiuto voi fate un danno
all’opera vostra, esponete voi a certe conseguenze, a certi pericoli...
— Signori, io capisco quello che volete significarmi, ma vi dico chiaro che per la verità
non temo alcuno, facendomi prete, mi sono consacrato al bene della Chiesa e pel bene
114
Amedeo Bert (1809-1883): fu pastore della parrocchia valdese di lingua francese dal 1849 al 1865,
scrittore di libri religiosi e storici; Jean Pierre Meille (1817-1887), pastore evangelico cappellano delle
rappresentanze diplomatiche dei paesi protestanti in Torino, nel 1850 fu invitato ad occuparsi della nascente
comunità di lingua italiana, composta principalmente da piccoli artigiani torinesi provenienti dal
cattolicesimo, per i quali costituì la Congregazione Evangelista; fu un attivo promotore del proselitismo;
Giovanni Pugno: era un membro direttivo della Congregazione Evangelista di Torino.
169
della povera umanità, e intendo di continuare colle deboli mie fatiche a promuovere le
Letture Cattoliche.
— Voi fate male, soggiunsero con voce e con volto alterato alzandosi in piedi, voi fate
male, voi ci fate un insulto, e poi chi sa che sarà di voi qui, e — in modo minaccioso — se
uscite di casa sarete sicuro di rientrare?
— Voi, Signori, non conoscete i preti cattolici, finché vivono, essi lavorano per
compiere il loro dovere; che se in mezzo a questo lavoro e per questo motivo dovessero
morire, per loro sarebbe la più grande fortuna, la massima gloria. —
In quel momento apparvero ambidue così irritati che temeva mi mettessero le mani
addosso. Mi alzai, misi la sedia tra me e loro dicendo: — Se volessi usare la forza non
temerei le vostre minaccie, ma la forza del prete sta nella pazienza e nel perdono; ma
partitevi di qui.
Fatto intanto un giro intorno alla sedia, aprii l’uscio della camera, — Buzzetti, dissi,
conduci questi signori fino al cancello, essi non sono guari periti della scala. — Rimasero
confusi a quell’intimazione, e dicendo — Ci vedremo altro momento più opportuno — se
ne uscirono col volto e cogli occhi infiammati di sdegno. Questo fatto fu pubblicato da
alcuni giornali, specialmente dall’Armonia.
[22.] Attentati personali
Sembrava che ci fosse una trama personale segreta contro di me, ordita dai protestanti o
dalla massoneria. Racconterò, ma in breve, alcuni fatti.
Una sera mentre stava in mezzo ai giovani facendo scuola; vennero due uomini
chiamandomi in fretta al Cuor d'Oro per un moribondo.115
Ci andai tosto, ma volli essere accompagnato da alcuni dei più grandicelli. Non occorre,
mi dissero, che siano disturbati questi suoi allievi. Noi la condurremo dall’infermo e la
ricondurremo a casa. L’infermo forse sarebbe disturbato dalla presenza di costoro.
— Non datevi pensiero di ciò, aggiunsi; questi miei allievi fanno una breve passeggiata,
e si arresteranno ai pie' della scala pel tempo che io passerò presso l’infermo. —
Ma giunti alla casa del Cuor d'Oro: — Venga qua un momento, mi dissero, si riposi
alquanto e intanto andremo a prevenire l’ammalato della sua venuta.
Mi condussero in una camera a pian terreno, dove eranvi parecchi bontemponi che dopo
cena stavano mangiando castagne. Mi accolsero con mille parole di encomio e di applausi,
vollero che mi servissi e mangiassi delle loro castagne, che però non posi in bocca,
adducendo per ragione che aveva testé fatta la mia cena.
— Almeno beverà un bicchiere del nostro vino ripigliarono. Non le spiacerà; viene dalle
parti di Asti.
— Non mi sento, non sono solito a bere fuori pasto, mi farebbe male.
115
Il Cuor d’Oro era una locanda situata a in via Cottolengo, a 300 metri dall’Oratorio.
170
— Un piccolo bicchiere non le farà certamente alcun male. — Ciò dicendo versano vino
per tutti, giunti poi a me uno si recò a prendere bottiglia e bicchiere a parte. Mi accorsi
allora del perverso loro divisamento, ciò non di meno presi tra mano il bicchiere, feci con
loro un brindisi, ma invece di bere cercava riporlo sulla tavola.
— Non faccia questo, è un dispiacere, diceva uno; è un insulto, soggiungeva un altro.
Non ci faccia questo rifiuto.
— Non mi sento, non posso e non voglio bere.
— Bisogna che beva a qualunque costo.
Ciò detto, uno prese la mia spalla sinistra, un altro la spalla destra soggiungendo: —
Non possiamo tollerare questo insulto. Beva per amore o per forza.
— Se volete assolutamente che io beva; il farò, ma lasciatemi alquanto in libertà, e
siccome io non posso bere lo darò ad uno de' miei figli che beveranno in vece mia.
Pronunciando quelle simulate parole feci un lungo passo verso l’uscio, lo aprii invitando
i miei giovani ad entrare.
— Non occorre, non occorre che altri beva. Stia tranquillo, andremo tosto a prevenire
l’ammalato, questi stiano in fondo alla scala. — Non avrei certamente dato ad altri quel
bicchiere, ma agiva per meglio scuoprire la loro trama che era di farrni bere il veleno.
Fui poscia condotto in una camera al secondo piano, dove, invece di un infermo, mi
accorsi star coricato quello stesso che era venuto a chiamarmi, e che dopo avere sostenute
alcune mie dimande diede in uno scroscio di riso dicendo: — Mi confesserò poi dimani
mattina. — Me ne andai tosto pei fatti miei.
Una persona amica fece alcune indagini intorno a coloro che mi avevano chiamato,
intorno al loro scopo, e potei essere assicurato che un cotale aveva loro pagata una lauta
cena coll’intendimento che eglino si fossero adoperati per farmi bere un po' di vino che
egli aveva preparato.
[23.] Aggressione - Pioggia di bastonate
Sembrano favole gli attentati che vo raccontando, ma pur troppo sono dolorose verità
che ebbero moltissimi testimoni. Eccone altro più strano ancora.
Una sera di agosto, circa alle ore sei di sera, circondato da' miei giovani io stava sulla
cancellata che metteva nel cortile dell’Oratorio, quando un grido inaspettato si fa sentire:
— È un assassino, è un assassino. — Ed ecco un cotale, da me assai conosciuto ed anche
beneficato; messo in manica di camicia con lungo coltello in mano correva furioso, verso
di me dicendo: — Voglio D. Bosco, voglio D. Bosco. — Tutti si diedero a fuggire
sbandati, e l’altro continuò la sua corsa dietro ad un cherico creduto per vece mia. Allorché
si accorse dello scambio, ripigliò furioso il suo passo contro di me. Appena ebbi tempo di
rifuggirmi su per le scale dell’antica abitazione, e la serratura del cancello non era per anco
ferma quando sopravvenne il malcapitato. Batteva, gridava, mordeva le stanghe di ferro
per aprirle, ma inutilmente: io era in sicuro. I miei giovani volevano assalire quel
miserabile e farlo in pezzi, ma io li ho costantemente proibiti e mi ubbidirono. Fu dato
avviso alla pubblica sicurezza, alla questura, ai carabinieri, ma non si poté avere alcuno
fino alle 9½ della stessa sera, ora in cui due carabinieri catturarono il malandrino e seco lo
condussero alla caserma.
171
Il giorno seguente il questore mi mandò un uomo di polizia chiedendo se io perdonava
quell’oltraggiatore. Risposi che io perdonava quella ed altre ingiurie, che però in nome
della legge mi raccomandava alle autorità di tutelare meglio le persone e le abitazioni dei
cittadini. Chi lo crederebbe? All’ora stessa in cui erasi tentata l’aggressione il mio rivale il
giorno appresso mi stava attendendo a poca distanza che uscissi di casa.
Un mio amico osservando che non potevasi avere difesa dalle autorità volle parlare a
quel miserabile. — Io sono pagato, rispose, e mi si dia quanto altri mi danno, io me ne
vado in pace. — Gli vennero pagati 80 franchi di fitto scaduto, altri 80 per anticipazione di
altro alloggio lontano da Valdocco, e così terminò quella prima commedia.
Non così fu la seconda, che sto per raccontare. Circa un mese dopo al fatto sopra narrato
una domenica a sera fui richiesto in fretta in Casa Sardi vicino al Rifugio per confessare
un’ammalata che si diceva all’estremo di vita. A motivo dei fatti precedenti invitai
parecchi giovani grandicelli ad accompagnarmi. — Non occorre, mi si diceva, noi
l'accompagneremo, si lascino questi giovani ai loro trastulli. — Questo bastò perché io non
andassi da solo. Ne lasciai alcuni nella via a piè della scala; Buzzetti Giuseppe e Giacinto
Arnaud116 si arrestarono al 1° piano sul pianerottolo della scala a poca distanza dall’uscio
della camera dell’ammalata.
Entrai, e vidi una donna ansante a guisa di chi sta per mandare l’ultimo respiro. Invitai
gli astanti in numero di quattro ad allontanarsi alquanto per parlare di religione. — Prima
di confessarmi, ella prese a dire con gran voce, io voglio che quel briccone che mi sta di
fronte, si ricreda delle calunnie che mi ha imputate.
— No, rispose un altro.
— Silenzio, aggiunse un altro alzandosi in piedi. Allora si levarono tutti da sedere. —
Si, no, guarda, ti strozzo, ti scanno — erano voci che miste ad orrende imprecazioni
facevano un eco diabolico per quella camera. In mezzo a quel diavolio si spengono i lumi;
aumentandosi gli schiamazzi, comincia una pioggia di bastonate dirette là dove io era
seduto. Indovinai tosto il giuoco, che consisteva nel farmi la festa; e in quel momento non
avendo tempo né a pensare né a riflettere presi consiglio dalla necessità, diedi mano ad una
sedia, me la misi in capo, e sotto a quel parabastonate camminando verso l’uscita riceveva
que' colpi di bastone che con gran rumore cadevano sopra la sedia.
Uscito da quella fucina di Satana mi lanciai tra le braccia de' miei giovani, che a quel
rumore e a quegli schiamazzi volevano ad ogni costo entrare in quella casa. Non riportai
grave ferita eccetto una bastonata, che colpi il pollice della sinistra appoggiato sullo
schienale della sedia e ne riportò via l’unghia colla metà della falange, siccome tuttora
serbo la cicatrice. Il maggior male fu lo spavento.
Io non ho mai potuto sapere il vero motivo di tali vessazioni, ma sembra che ogni cosa
fosse sempre ordita ad attentarmi la vita per farmi desistere, essi dicevano, dal calunniare i
protestanti.
116
Giacinto Arnaud (nato nel 1826): un giovane artigiano che abitò nella Casa dell’Oratorio per quasi
nove anni, dall’ottobre 1847 al febbraio 1856.
172
[24.] Il cane Grigio
Il cane Grigio fu tema di molti discorsi e di varie supposizioni. Non pochi di voi
l’avranno veduto ed anche accarezzato. Ora lasciando a parte le strane storielle che di
questo cane si raccontano, io vi verrò esponendo quanto è pura verità. I frequenti insulti di
cui era fatto segno mi consigliarono a non camminare da solo nell’andare o nel venire dalla
città di Torino. A quel tempo il Manicomio era l’ultimo edifizio verso l’Oratorio, il
rimanente era terreno ingombro di bossoli e di acacie.
Una sera oscura alquanto sul tardi veniva a casa soletto non senza un po' di panico;
quando mi vedo accanto un grosso cane che a primo aspetto mi spaventò; ma non
minacciando atti ostili, anzi facendo moine come se io fossi il suo padrone, ci siamo tosto
messi in buona relazione, e mi accompagnò sino all'Oratorio. Ciò che avvenne in quella
sera, succedette molte altre volte; sicché io posso dire che il Grigio mi ha reso importanti
servigi.
Ne esporrò alcuni. Sul finire di novembre 1854 una sera nebbiosa e piovosa veniva dalla
città e per non fare lunga via da solo discendeva per la via che dalla Consolata mette al
Cottolengo. Ad un punto di strada mi accorgo che due uomini camminavano a poca
distanza dinanzi a me. Costoro acceleravano o rallentavano il passo ogni volta rallentava o
accelerava il mio. Quando poi io tentava portarmi nella parte opposta per evitarne lo
scontro, eglino destramente si recavano davanti di me. Tentai rifare la via, ma non fui più a
tempo; perciocché facendo improvvisamente due salti indietro, conservando cupo silenzio,
mi gettarono un mantello nella faccia.
Mi sforzai per non lasciarmi avviluppare, ma inutilmente, anzi uno tentava di turarmi la
bocca, con un moccichino. Voleva gridare, ma non poteva più. In quel momento appare il
Grigio, e urlando a guisa di orso si lancia colle zampe contro alla faccia di uno, colla bocca
spalancata verso l’altro in modo che dovevano avviluppare il cane prima di me.
— Chiami questo cane, si posero a gridare tremanti.
— Si che lo chiamo, ma lasciate in libertà i passeggieri.
— Ma lo chiami tosto, esclamavano. — Il Grigio continuava ad urlare come lupo o
come orso arrabbiato.
Ripigliarono gli altri la loro via, e il grigio, standomi sempre a fianco mi accompagnò
fino a che entrai nell’Opera Cottolengo. Riavuto dallo spavento, e ristorato con una bibita
che la carità di quell’Opera sa sempre trovare opportunamente, con buona scorta me ne
andai a casa.
Tutte le sere che non era da altri accompagnato, passati gli edifizi, mi vedeva spuntare il
Grigio da qualche lato della via. Più volte lo videro i giovani dell’Oratorio, ma una volta ci
servì di commedia. Lo videro i giovani della casa entrare nel cortile: chi lo voleva battere,
chi prenderlo a sassate.
— Non si disprezzi, disse Buzzetti Giuseppe, è il cane di D. Bosco.
Allora ognuno si fece ad accarezzarlo in mille guise e lo accompagnarono da me. Io era
in Refettorio a cena con alcuni cherici e preti, e con mia madre. A quella vista inaspettata
rimasero tutti sbigottiti: — Non temete, io dissi, è il mio Grigio, lasciatelo venire. — Di
fatto compiendo egli un largo giro intorno alla tavola si recò vicino a me tutto festoso. Io
pure lo accarezzai e gli offerii minestra, pane e pietanza, ma egli tutto rifiutò, anzi volle
nemmeno fiutare queste offerte. — Ma dunque che vuoi? — soggiunsi. Egli non fece altro
se non isbattere le orecchie e muovere la coda. — O mangiar, o bere, o altrimenti stammi
allegro, conchiusi. Continuando allora a dar segni di compiacenza, appoggiò il capo sulla
mia tovaglia come volesse parlare e darmi la buona sera, quindi, con grande maraviglia ed
173
allegria fu accompagnato dai giovani fuori della porta. Mi ricordo che quella sera venni sul
tardi a casa, ed un amico mi aveva portato nella sua carrozza.
L’ultima volta che io vidi il grigio fu nel 1866 nel recarmi da Murialdo a Moncucco
presso di Luigi Moglia117 mio amico. Il paroco di Buttigliera118 mi volle accompagnare un
tratto di via, e ciò fu cagione che fossi sorpreso dalla notte a metà cammino. — O se avessi
il mio Grigio, dissi tra me, quanto mi sarebbe opportuno! — Ciò detto, montai in un prato
per godere l’ultimo sprazzo di luce. In quel momento il Grigio mi corre incontro con gran
festa, e mi accompagnò pel tratto di via da farsi, che era ancora di tre chilometri. Giunto
alla casa dell’amico, dove ero atteso, mi prevennero di passare in sito appartato, affinché il
mio Grigio non venisse a battaglia con due grossi cani della casa. Si sbranerebbero l’un
l’altro, se si misurassero, diceva il Moglia.
Si parlò assai con tutta la famiglia, di poi si andò a cena, e il mio compagno fu lasciato
in riposo in un angolo della sala. Terminata la mensa, bisogna dare la cena anche al Grigio,
disse l’amico, e preso un po' di cibo lo si portò al cane, che si cercò in tutto gli angoli della
sala e della casa. Ma il Grigio non si trovò più. Tutti rimasero maravigliati, perciocché non
si era aperto né uscio né finestra, né i cani della famiglia diedero alcun segno della sua
uscita; si rinnovarono le indagini nelle abitazioni superiori, ma niuno più poté rinvenirlo.
È questa l'ultima notizia che io ebbi del cane Grigio, che fu tema di tante indagini e
discussioni. Né mai mi fu dato poterne conoscere il padrone. Io so solamente che
quell’animale fu per me una vera provvidenza in molti pericoli in cui mi sono trovato.
117
Luigi Moglia: contadino padrone di una tenuta agricola nella quale Giovanni Bosco ragazzo era stato
accolto come garzone di campagna dal febbraio 1827 alla fine di ottobre 1829.
118
Era don Giuseppe Vaccarino (1805-1891), lauretao in teologia, pastore molto zelante, parroco di
Buttigliera per 59 anni (dall’età di 27 anni alla morte).
174
Indice
Introduzione ............................................................................................................................................... 1
Le “Memorie dell’Oratorio”: un documento importante per la comprensione della spiritualità e
della pedagogia di Don Bosco ......................................................................................................................... 1
1. Storia e fortuna del testo ..................................................................................................................... 2
2. «Un manuale di pedagogia e di spiritualità raccontata» ................................................................... 5
3. Rievocazione narrativa di un'identità oratoriana ............................................................................... 7
3.1. Le preoccupazioni di don Bosco scrittore e la peculiarità delle MO........................................... 7
3.2. I tempi e le sollecitazioni che occasionano la composizione delle MO ...................................... 8
4. "Storia" dell'Oratorio e indole "autobiografica" delle MO .............................................................. 10
4.1. L'Oratorio come punto focale.................................................................................................... 10
4.2. Destinatari e finalità .................................................................................................................. 11
4.3. L'inizio e la mancata conclusione nell'architettura narrativa ..................................................... 14
4.4. Procedimenti messi in atto dall'autore....................................................................................... 16
5. Le Memorie dell'Oratorio come testo narrativo ............................................................................... 18
5.1. La scrittura di don Bosco........................................................................................................... 19
5.2. Struttura del testo ...................................................................................................................... 20
6. Percorsi di lettura e livelli di interpretazione ................................................................................... 22
6.1. I "topics" interpretativi .............................................................................................................. 23
6.2. Un itinerario spirituale............................................................................................................... 24
6.2.1. Confidenza in Dio.............................................................................................................. 24
6.2.2. Ritiratezza e distacco ......................................................................................................... 26
6.3. Un modello di pastore ............................................................................................................... 29
6.3.1. Una vocazione che viene da Dio e si manifesta progressivamente.................................... 29
6.3.2. Le diverse componenti del modello................................................................................... 30
6.3.3. Le tentazioni che insidiano il modello ............................................................................... 33
6.3.4. Esempi di zelo pastorale .................................................................................................... 34
6.3.5. Caratteristiche particolari del modello pastorale donboschiano ........................................ 35
MEMORIE DELL’ORATORIO DAL 1815 AL 1835 .......................................................................... 48
Memorie per l'Oratorio e per la Congregazione Salesiana .................................................................. 49
Dieci anni d'infanzia. Morte del genitore. Strettezze di famiglia. La madre vedova ............................ 50
Un sogno ............................................................................................................................................... 53
PRIMA DECADE 1825-1835.................................................................................................................. 56
1. Primi trattenimenti coi fanciulli - Le prediche - Il saltimbanco – Le nidiate.................................... 57
2. Prima comunione - Predica della Missione - Don Calosso - Scuola di Morialdo............................ 59
3. Lo studio e la zappa - Una cattiva ed una buona nuova - Morte di Don Calosso ............................ 62
4. Don Cafasso - Incertezze - Divisione fraterna - Scuola di Castelnuovo d'Asti - La musica - Il sarto
.................................................................................................................................................................... 64
5. Scuole di Chieri - Bontà dei professori - Le prime quattro classi di grammatica ............................ 67
6. I compagni - Società dell'allegria - Doveri cristiani......................................................................... 69
7. Buoni compagni e pratiche di pietà .................................................................................................. 71
8. Umanità e Retorica - Luigi Comollo................................................................................................. 73
9. Caffettiere e liquorista - Giorno onomastico - Una disgrazia .......................................................... 75
175
10. L'ebreo Giona ................................................................................................................................. 77
11. Giuochi - Prestigi- Magia - Discolpa ............................................................................................. 79
12. Corsa - Salto - Bacchetta magica - Punta dell'albero .................................................................... 82
13. Studio dei classici............................................................................................................................ 83
14. Preparazione - Scelta dello stato .................................................................................................... 84
SECONDA DECADE 1835-1845............................................................................................................ 87
1. Vestizione chericale - Regolamento di vita ....................................................................................... 88
2. Partenza pel seminario ..................................................................................................................... 90
3. La vita del seminario......................................................................................................................... 91
[3a]. Divertimenti e ricreazione ........................................................................................................... 92
4. Le vacanze......................................................................................................................................... 94
5. Festino di campagna - Il suono del violino - La caccia .................................................................... 95
[5a]. Relazioni con Luigi Comollo........................................................................................................ 97
6. Un fatto del Comollo......................................................................................................................... 98
7. Premio - Sacristia - Il teologo Gioanni Borel................................................................................... 99
8. Studio .............................................................................................................................................. 100
9. Sacre ordinazioni - Sacerdozio ....................................................................................................... 102
10. Principii del sacro ministero - Discorso di Lariano e Giovanni Brina......................................... 104
11. Convitto ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi............................................................................. 106
12. La festa delI’Immacolata Concezione e il principio dell'Oratorio festivo .................................... 109
13. L'Oratorio nel 1842 ...................................................................................................................... 111
14. Sacro ministero - Scelta di un impiego al Rifugio......................................................................... 113
15. Un nuovo sogno ............................................................................................................................ 114
16. Trasferimento dell'Oratorio presso al Rifugio.............................................................................. 115
17. L'Oratorio a S. Martino dei Molazzi – Difficoltà – La mano del Signore..................................... 117
18. L'Oratorio in S. Pietro in Vincoli - La serva del cappellano - Una lettera - Un tristo accidente . 120
19. L'Oratorio in Casa Moretta .......................................................................................................... 121
20. L'Oratorio in un prato - Passeggiata a Superga........................................................................... 123
21. Il Marchese Cavour e sue minacce - Nuovi disturbi per l'Oratorio.............................................. 125
22. Congedo dal Rifugio - Altra imputazione di pazzia ...................................................................... 127
23. Trasferimento nell'attuale Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco................................... 129
TERZA DECADE 1846-1855................................................................................................................ 132
1. La nuova chiesa .............................................................................................................................. 133
2. Di nuovo Cavour - Ragioneria - Guardie civiche........................................................................... 136
3. Scuole domenicali - Scuole serali ................................................................................................... 138
4. Malattia - Guarigione - Dimora progettata per Valdocco.............................................................. 141
5. Stabile dimora all'Oratorio di Valdocco......................................................................................... 143
6. Regolamento per gli Oratorii - Compagnia e festa di S. Luigi - Visita di Monsignor Fransoni..... 145
7. Primordii dell'ospizio - Prima accettazione di giovanetti............................................................... 147
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8. Oratorio di S. Luigi - Casa Moretta - Terreno del Seminario ........................................................ 148
9. 1848 - Aumento degli artigiani e loro maniera di vita - Sermoncino della sera - Concessioni
dell'Arcivescovo - Esercizi spirituali ........................................................................................................ 149
10. Progresso della musica - Processione alla Consolata - Premio dal Municipio e dall'Opera di
Mendicità - Il giovedì santo - Il Lavabo. .................................................................................................. 152
11. Il 1849 - Chiusura dei seminari - Casa Pinardi - Obolo di S. Pietro; coroncine di Pio IX - Oratorio
dell'Angelo Custode - Visita dei Deputati................................................................................................. 154
12. Feste nazionali .............................................................................................................................. 155
13. Un fatto particolare ...................................................................................................................... 157
14. Nuove difficoltà - Un conforto - L'Abate Rosmini e l'Arciprete Pietro De Gaudenzi ................... 158
15. Compra di casa Pinardi e di casa Bellezza - L'anno 1850 ........................................................... 159
16. Chiesa di S. Francesco di Sales .................................................................................................... 160
17. Scoppio della polveriera - Fascio Gabriele - Benedizione della nuova Chiesa............................ 162
18. Anno 1852 ..................................................................................................................................... 164
[19.] 1853 ........................................................................................................................................... 166
[20.] Letture Cattoliche ...................................................................................................................... 166
[21.] 1854 ........................................................................................................................................... 168
[22.] Attentati personali...................................................................................................................... 170
[23.] Aggressione - Pioggia di bastonate ........................................................................................... 171
[24.] Il cane Grigio............................................................................................................................. 173
Indice....................................................................................................................................................... 175
177
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Memorie dell`Oratorio