IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 1 Approfondimenti IRC Inserto redazionale de IL SEGNO a cura del Servizio IRC Informazioni 5 /2014 SUSSIDIO PER INSEGNANTI DI RELIGIONE CATTOLICA DELLA DIOCESI DI MILANO C L’ideologia del genere snatura il significato della sessualità Cattolici e ortodossi uniti nell’amore verso gli ultimi Caro prof, sai che mi fido? Maria: beata te che hai creduto! 8 maggio 2014, Professio fidei: venite a vedere questo spettacolo! arissimi idr, in questo mese di maggio, a distanza di qualche giorno, vivremo due eventi importanti: • 8 maggio 2014 ore 21.00 a Milano in Piazza Duomo con l’Arcivescovo il Card. Angelo Scola: Professio fidei davanti al Crocifisso – Venite a vedere questo spettacolo; • 10 maggio 2014 a Roma in Piazza San Pietro con papa Francesco che incontra la scuola. Siamo nel tempo Pasquale ed è facile leggere questi due eventi come una chiamata da parte del Signore che attraverso la Sua Chiesa vuole parlare a tutti gli uomini e le donne di questo tempo. È bello e consolante lasciarci guidare dalla fede della Chiesa che nei secoli ci ha trasmesso la domanda che l’Angelo ha rivolto alle donne: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”(Lc 24,5). Anche in questi giorni papa Francesco ci ha detto che rischiamo di cercare tra i morti colui che è vivo! Vi invito a rileggere con attenzione il testo dell’udienza generale del 23 aprile scorso, che viene riportata sulla nostra rivista. Basta qualche citazione del Suo discorso per comprendere come ogni giorno cadiamo nel rischio di cercare tra i morti colui che è vivo: “Perché stai cercando tra i morti colui che è vivo?”. Quante volte noi cerchiamo la vita fra le cose morte, fra le cose che non possono dare vita, fra le cose che oggi sono e domani non saranno più, le cose che passano...”... “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” Ne abbiamo bisogno quando ci chiudiamo in una qualsiasi forma di egoismo o di auto-compiacimento; quando ci lasciamo sedurre dai poteri terreni e dalle cose di questo mondo, dimenticando Dio e il prossimo; quando poniamo le nostre speranze in vanità mondane, nel denaro, nel successo. Allora la Parola di Dio ci dice: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Perché stai cercando lì? Quella cosa non ti può dare vita! Sì, forse ti darà un’allegria di un minuto, di un giorno, di una settimana, di un mese… e poi? …Tu, perché cerchi tra i morti colui che è vivo tu che ti chiudi in te stesso dopo un fallimento e tu che non ha più la forza di pregare? Perché cerchi tra i morti colui che è vivo, tu che ti senti solo, abbandonato dagli amici e forse anche da Dio? Perché cerchi tra i morti colui che è vivo tu che hai perso la speranza e tu che ti senti imprigio- IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 2 Santo Padre nato dai tuoi peccati? Perché cerchi tra i morti colui che è vivo tu che aspiri alla bellezza, alla perfezione spirituale, alla giustizia, alla pace? Il Papa continua nella riflessione che vi invito a rileggere con grande attenzione interiore. Usciamo dalla logica mondana che vuole “anestetizzare”, “addomesticare” il Vangelo del Signore che la Chiesa ci ha trasmesso nei secoli! È questa la ragione profonda che ha spinto il nostro Arcivescovo a fare questa grande convocazione ecclesiale, ma aperta a tutti per guardare allo spettacolo di Gesù, il Crocifisso Risorto che ci introduce all’interno della visione del Padre sul mondo e su ogni persona umana. Scrive l’Arcivescovo nella lettera di convocazione: “Il significato della parola greca “spettacolo” non si riferisce tanto a una immagine fissa, ma piuttosto a una azione che coinvolge coloro che l’hanno vista e che infatti se ne tornavano «battendosi il petto». Anche noi dobbiamo assumere - in un modo intimamente personale e pertanto comunitario - questa disposizione del cuore e riconoscere che Gesù ha dato la vita per liberarci dal peccato e dalla morte, dal mio peccato, dalla mia morte. Non dobbiamo prendere questa parola «spettacolo» nel senso solito, ovvio, abituale, come se si trattasse di qualcosa che si deve solo guardare dall’esterno, ma assumere la posizione di chi si lascia coinvolgere fin nel profondo perché emerga il grido di verità e di giustizia. Una convocazione diocesana, quella dell’8 maggio, che ci deve vedere tutti coinvolti e protagonisti in piazza Duomo: per diventare anche noi “spettacolo” per la fede dei nostri fratelli. Dopo aver professato la nostra Fede con l’Arcivescovo, in tantissimi andremo a Roma per ascoltare papa Francesco che desidera incontrare la scuola che è in Italia. Cosa ci dirà? Non lo sappiamo, prepareremo il cuore per ascoltare, per decidere di non cercare tra i morti Colui che è vivo, per agire nello stile del Vangelo del Crocifisso Risorto! Buon cammino a tutti! «Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?» stre speranze in vanità mondane, nel denaro, nel successo. Allora la Parola di Dio ci dice: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Perché stai cercando lì? Quella cosa non ti può dare vita! Sì, forse ti darà un’allegria di un minuto, di un giorno, di una settimana, di un mese… e poi? “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Questa frase deve entrare nel cuore e dobbiamo ripeterla. La ripetiamo insieme tre volte? Facciamo lo sforzo? Tutti: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” [ripete con la folla] Oggi, quando torniamo a casa, diciamola dal cuore, in silenzio, e facciamoci questa domanda: perché io nella vita cerco tra i morti colui che è vivo? Ci farà bene. Non è facile essere aperti a Gesù. Non è scontato accettare la vita del Risorto e la sua presenza in mezzo a noi. Il Vangelo ci fa vedere diverse reazioni: quella dell’apostolo Tommaso, quella di Maria di Màgdala e quella dei due discepoli di Emmaus: ci fa bene confrontarci con loro. Tommaso pone una condizione alla fede, chiede di toccare l’evidenza, le piaghe; Maria Maddalena piange, lo vede ma non lo riconosce, si rende conto che è Gesù soltanto quando Lui la chiama per nome; i discepoli di Emmaus, depressi e con sentimenti di sconfitta, giungono all’incontro con Gesù lasciandosi accompagnare da quel misterioso viandante. Ciascuno per cammini diversi! Cercavano tra i morti colui che è vivo e fu lo stesso Signore a correggere la rotta. Ed io che faccio? Quale rotta seguo per incontrare il Cristo vivo? Lui sarà sempre vicino a noi per correggere la rotta se noi abbiamo sbagliato. «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5). Questa domanda ci fa superare la tentazione di guardare indietro, a ciò che è stato ieri, e ci spinge in avanti verso il futuro. Gesù non è nel sepolcro, è il Risorto! Lui è il Vivente, Colui che sempre rinnova il suo corpo che è la Chiesa e lo fa camminare attirandolo verso di Lui. “Ieri” è la tomba di Gesù e la tomba della Chiesa, il sepolcro della verità e della giustizia; “oggi” è la risurrezione perenne verso la quale ci sospinge lo Spirito Santo, donandoci la piena libertà. Oggi viene rivolto anche a noi questo interrogativo. Tu, perché cerchi tra i morti colui che è vivo tu che ti chiudi in te stesso dopo un fallimento e tu che non ha più la forza di pre- Udienza generale di papa Francesco, Piazza San Pietro, Mercoledì 23 aprile 2014. Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Questa settimana è la settimana della gioia: celebriamo la Risurrezione di Gesù. È una gioia vera, profonda, basata sulla certezza che Cristo risorto ormai non muore più, ma è vivo e operante nella Chiesa e nel mondo. Tale certezza abita nel cuore dei credenti da quel mattino di Pasqua, quando le donne andarono al sepolcro di Gesù e gli angeli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5). “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” Queste parole sono come una pietra miliare nella storia; ma anche una “pietra d’inciampo”, se non ci apriamo alla Buona Notizia, se pensiamo che dia meno fastidio un Gesù morto che un Gesù vivo! Invece quante volte, nel nostro cammino quotidiano, abbiamo bisogno di sentirci dire: “Perché stai cercando tra i morti colui che è vivo?”. Quante volte noi cerchiamo la vita fra le cose morte, fra le cose che non possono dare vita, fra le cose che oggi sono e domani non saranno più, le cose che passano… “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” Ne abbiamo bisogno quando ci chiudiamo in una qualsiasi forma di egoismo o di auto-compiacimento; quando ci lasciamo sedurre dai poteri terreni e dalle cose di questo mondo, dimenticando Dio e il prossimo; quando poniamo le no- 2 IRC maggio 2014 Don Michele Di Tolve Responsabile Servizio IRC e Pastorale Scolastica Arcidiocesi di Milano IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 3 Santo Padre gare? Perché cerchi tra i morti colui che è vivo, tu che ti senti solo, abbandonato dagli amici e forse anche da Dio? Perché cerchi tra i morti colui che è vivo tu che hai perso la speranza e tu che ti senti imprigionato dai tuoi peccati? Perché cerchi tra i morti colui che è vivo tu che aspiri alla bellezza, alla perfezione spirituale, alla giustizia, alla pace? Abbiamo bisogno di sentirci ripetere e di ricordarci a vicenda l’ammonimento dell’angelo! Questo ammonimento, «Perché cercate tra i morti colui che è vivo», ci aiuta ad uscire dai nostri spazi di tristezza e ci apre agli orizzonti della gioia e della speranza. Quella speranza che rimuove le pietre dai sepolcri e incoraggia ad annunciare la Buona Novella, capace di generare vita nuova per gli altri. Ripetiamo questa frase dell’angelo per averla nel cuore e nella memoria e poi ognuno risponda in silenzio: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” Ripetiamola! [ripete con la folla] Guardate fratelli e sorelle, Lui è vivo, è con noi! Non andiamo da tanti sepolcri che oggi ti promettono qualcosa, bellezza, e poi non ti danno niente! Lui è vivo! Non cerchiamo fra i morti colui che è vivo! Grazie. Papa Francesco Emarginati dunque salvi 24/03/2014 - Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae. È sulla strada dell’emarginazione che Dio ci trova e ci salva. Lo ha ricordato Papa Francesco nella messa celebrata lunedì mattina, 24 marzo, nella cappella della Casa Santa Marta, incentrando la sua omelia su un forte richiamo all’umiltà. Per spiegare cosa significa stare “ai margini” per essere salvati, il Pontefice si è riferito alla liturgia del giorno, che presenta due brani particolarmente eloquenti, tratti dal secondo Libro dei Re (5, 1-15a) e dal Vangelo di Luca (4, 24-30). Nel passo evangelico, ha notato il Santo Padre, Gesù afferma di non poter fare miracoli nella sua Nazareth «per mancanza di fede»: proprio lì, dove era cresciuto, «non avevano fede». Precisamente, ha aggiunto, Gesù dice: «Nessun profeta è bene accetto nella sua patria». E ricorda poi la storia di Naamàn il siro con il profeta Eliseo, narrata nella prima lettura, e quella della vedova di Sidone con il profeta Elia. «I lebbrosi e le vedove in quel tempo erano emarginati» ha sottolineato il Papa. In particolare «le vedove vivevano della carità pubblica, non entravano nella normalità della società», mentre i lebbrosi dovevano vivere fuori, lontano dal popolo. Così nella sinagoga di Nazareth, racconta il Vangelo, «Gesù dice che qui non ci sarà miracolo: qui voi non accettate il profeta perché non avete bisogno, siete troppo sicuri». Le persone che Gesù aveva davanti infatti «erano tanto sicure nella loro “fede” fra virgolette, tanto sicure nella loro osservanza dei comandanti, che non avevano bisogno di un’altra salvezza». Un atteggiamento che rivela, ha spiegato il Pontefice, «il dramma dell’osservanza dei comandamenti senza fede: io mi salvo da solo perché vado alla sinagoga tutti i sabati, cerco di obbedire i comandamenti»; e «che non venga questo a dirmi che sono meglio di me quel lebbroso e quella vedova, quegli emarginati!». Ma la parola di Gesù va in senso contrario. Egli dice: «Guarda se tu non ti senti ai margini, non avrai salvezza! Questa è l’umiltà, la strada della umiltà: sentirsi tanto emarginato» da avere «bisogno della salvezza del Signore. E solo lui salva; non la nostra osservanza dei precetti». Questo insegnamento di Gesù però, si legge ancora nel passo di Luca, non è piaciuto alla gente di Nazareth, tanto che «si sono arrabbiati e volevano ucciderlo». È «la stessa rabbia» che prende anche Naamàn il siro, secondo quanto riferisce l’Antico Testamento. Per essere guarito dalla lebbra, ha spiegato il vescovo di Roma, Naamàm «va dal re con tanti doni, con tante ricchezze: si sente sicuro, è il capo dell’esercito». Ma il profeta Eliseo lo invita a emarginarsi e a bagnarsi «sette volte» nel fiume Giordano. Un invito che, ha riconosciuto il Papa, deve essergli sembrato «un po’ ridicolo». Tanto che Naamàn «si sentì umiliato, si sdegnò e se ne andò», proprio come «quelli della sinagoga di Nazareth». La Scrittura, ha notato il Pontefice, usa lo stesso verbo per tutte e due le situazioni: sdegnarsi. Dunque a Naamàn viene chiesto «un gesto di umiltà, di obbedire come un bambino: fare il ridicolo!». Ma lui reagisce, appunto, con sdegno: «Noi abbiamo tanti bei fiumi a Damasco, come l’Abanà il Parpar, e io vado a bagnarmi sette volte in questo fiumicello? C’è qualcosa che non va!». Sono però i suoi collaboratori, con il buon senso, che «lo hanno aiutato a emarginarsi, a fare un atto di umiltà». E dal fiume Naamàn esce guarito dalla lebbra. Proprio questo, ha sottolineato il Papa, è «il messaggio di oggi, in questa terza settimana di Quaresima: se noi vogliamo essere salvi, dobbiamo scegliere la strada della umiltà, dell’umiliazione». Valga come testimonianza Maria, che «nel suo cantico non dice di essere contenta perché Dio ha guardato la sua verginità, la sua bontà, la sua dolcezza, le tante virtù che lei aveva», ma esulta «perché il Signore ha guardato l’umiltà della sua serva, la sua piccolezza». È proprio «l’umiltà che guarda il Signore». Così anche noi, ha affermato il Pontefice, «dobbiamo imparare questa saggezza di emarginarci perché il Signore ci trovi». Infatti Dio «non ci troverà al centro delle nostre sicurezze. No, lì non va il Signore! Ci troverà nell’emarginazione, nei nostri peccati, nei nostri sbagli, nelle nostre necessità di essere guariti spiritualmente, di essere salvati. È lì che ci troverà il Signore». E questa, ha precisato ancora, «è la strada della umiltà. L’umiltà cristiana non è una virtù» che ci fa dire «io non servo per niente» e così ci fa «nascondere la superbia»; invece «l’umiltà cristiana è dire la verità: sono peccatore, sono peccatrice!». Si tratta, in sostanza, semplicemente di «dire la verità; e questa è la nostra verità». Ma, ha concluso il Papa, c’è anche «l’altra verità: Dio ci salva! Ma ci salva là, quando noi siamo emarginati. Non ci salva nella nostra sicurezza». Da qui la preghiera a Dio perché ci dia «la grazia di avere questa saggezza di emarginarci; la grazia dell’umiltà per ricevere la salvezza del Signore». da L’Osservatore Romano maggio 2014 IRC 3 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 4 Attualità «L’ideologia del genere snatura il significato della sessualità» Sul dibattito in corso sulla teoria del “gender” interviene Domenico Simeone, docente di pedagogia alla facoltà di Scienza della formazione all’Università cattolica e presidente della Confederazione italiana dei consultori familiari d’ispirazione cristiana. «L’ideologia del genere mette in discussione l’ecologia umana della relazione uomo-donna, separa il corpo dall’identità sessuale, nega la differenza sessuale tra uomo e donna, modificando e snaturando il significato della sessualità, della relazione di coppia e del significato stesso di famiglia». Lo sottolinea Domenico Simeone, docente di pedagogia presso la facoltà di Scienza della formazione all’Università cattolica e presidente della Confederazione italiana dei consultori familiari d’ispirazione cristiana. In queste settimane si sta sviluppando il dibattito sulla teoria del gender. Cosa si intende e quali sono i rischi? In realtà il dibattito sul gender risale agli anni Sessanta, quando nel movimento femminista iniziò a farsi strada l’idea che femminilità e mascolinità non sarebbero determinate in modo fondamentale dal sesso biologico, bensì dalla cultura. Ma se gli studi di genere hanno avuto anche il merito di mettere in evidenza le disuguaglianze e le discriminazioni sociali nei confronti delle donne, si sono poi trasformati in movimento ideologico. Tale approccio ha modificato il modo di guardare le strutture della sessualità umana distinguendo il sesso biologico, il sesso sociale e l’identità sessuale fondata su orientamenti sessuali posti sullo stesso piano. Per questo il concetto di gender è stato ripreso dai movimenti Lgbt (Lesbiche Gay Bisessuali Transgender). Essere passati da osservazioni esistenziali a conclusioni strutturali e antropologiche apre questa prospettiva a notevoli rischi. La proposta di diffondere nelle scuole opuscoli e invitare a testimonianze da parte di associazioni gay anche senza contraddittorio quali danni può produrre nella formazione dei ragazzi? Queste proposte spesso sono il pretesto per diffondere un’i- 4 IRC maggio 2014 deologia sulla sessualità, trasformando la scuola in un contesto in cui guadagnare consenso. Ogni azione di indottrinamento omologa e non favorisce lo sviluppo di un pensiero critico. In realtà ci sarebbe bisogno di un’autentica educazione alla sessualità e all’affettività che parta dai bisogni delle ragazze e dei ragazzi e che coinvolga le famiglie e gli insegnanti. Si tratta di accompagnare il processo di crescita dei ragazzi non in modo strumentale, ma cogliendo i loro bisogni più autentici. In modo particolare durante la preadolescenza e l’adolescenza i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di avere un’educazione sessuale che li aiuti a integrare conoscenza, affetti e valori. Per una piena educazione della persona sessuata non è sufficiente l’informazione, a maggior ragione quando è strumentale ai bisogni e alle ideologie degli adulti. Quali proposte alternative si possono fare per contrastare la diffusione dell’omofobia? Il termine “omofobia”, ormai entrato nel linguaggio comune, non è del tutto appropriato per descrivere quei fenomeni d’intolleranza e di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e lesbiche. Questi fenomeni di discriminazione vanno combattuti con un’educazione al rispetto della persona e per tutte le persone. Per raggiungere questi obiettivi non è necessario ricorrere a programmi standardizzati e costruiti con l’obiettivo di divulgare informazioni parziali e riduttive sulla sessualità, quanto piuttosto educare alla relazione, all’accoglienza e al confronto con l’altro. Pino Nardi «Studenti a casa contro il gender» I genitori si appellano ai docenti: «Proteggiamo insieme la libertà». La protesta Age e Agesc: «Informiamo famiglie e prof sui contenuti di un’ideologia che vuole una società asessuata e astratta». Un giorno al mese di ritiro dalla scuola come protesta: in Francia è servito. «Un giorno al mese tenete i figli a casa da scuola». Un gesto forte proposto dall’Age (Associazione italiana genitori) per svegliare dal torpore insegnanti, presidi e genitori e far comprendere loro il pericolo dell’ideologia del gender, che «subdolamente, senza incontrare una vera opposizione», si sta diffondendo nelle scuole dei nostri figli. Tra l’altro «mettendo a repentaglio il diritto dei genitori di scegliere libera- IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 5 Attualità mente l’educazione dei propri figli (riconosciuto dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) e la libertà d’insegnamento dei docenti, ma anche la laicità dello Stato». In Francia, dove i tempi di comprensione dei fenomeni e quelli di reazione sono decisamente più rapidi, la società ha già reagito: 18mila studenti francesi restano a casa un giorno al mese e questo è bastato perché il governo facesse un passo indietro. Il problema è che da noi il tarlo dell’ideologia gender scava gallerie mentre ancora la gran parte non sa di che cosa si tratti, da qui l’appello del presidente nazionale dell’Age, Fabrizio Azzolini: «Insegnanti e presidi, state uniti a noi genitori, facciamo sentire insieme la nostra voce, anche attraverso le nostre associazioni e rappresentanze sindacali. Informiamo gli altri docenti e genitori, facciamo conoscere i contenuti della teoria del gender, il tipo di società che vuole costruire ». Ed è Azzolini a riassumere allora tale teoria: «Afferma che la differenza tra i due sessi è solo un pregiudizio, che il maschile e il femminile sono costruzioni sociali e storiche da abbattere. Si insinua l’utopia sottile e pervasiva dell’indifferenziazione sessuale e la presunta uguaglianza tra individui tutti asessuati, cioè astratti...». Non si nasce maschi e femmine, ma «individui che rimandano la propria identità a future scelte». Il tutto tra l’altro con l’alibi di eliminare discriminazioni e bullismo (l’assurda ‘Strategia nazionale 2013-2015’ che teorizza il gender ha come sottotitolo ‘per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale...’). Se maschio e femmina non esistono e tutti noi possiamo ‘scegliere’ cosa vogliamo essere, ne deriva che anche le figure di padre e madre non hanno più alcun senso, i ruoli naturali e tradizionali decadono, tutti gli individui sono disumanizzati e indifferenziati. Sembra un film di fantascienza, ma di fantasia qui c’è ben poco, dato che ogni giorno queste teorie sono davvero accolte da qualche Comune o scuola: «Da mesi insieme ad altre associazioni familiari denunciamo il rischio di rieducazione al gender attraverso la formazione dei docenti e i progetti didattici per gli studenti, attivati dal ministero dell’Istruzione, dall’Unar (presidenza del Consiglio dei ministri) e da alcuni Comuni, Province, Regioni. Come docenti e genitori dobbiamo proteggere il nostro mestiere di educatori – prosegue il presidente dell’Age –. L’impressione è che lo Stato cerchi di separarci, nonostante nella scuola italiana la legge ci unisca nel patto di corresponsabilità educativa: ai genitori nasconde l’obiettivo delle strategie, agli insegnanti lo impone». Basti pensare ai famigerati tre volumetti partoriti dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni) e diretti alle scuole primarie e secondarie, di nuovo con un obiettivo ingannevole (‘Linee-guida per un insegnamento più accogliente e rispettoso delle differenze’), in realtà espliciti nel definire ‘uno stereotipo da pubblicità’ la famiglia in cui il padre sia un uomo e la madre una donna. Tre libri pagati con i soldi dei contribuenti. «I sostenitori del gender – sottolinea Azzolini – non si limitano a proporre un’opinione, ma conducono a una nuova educazione, orientano il governo in Italia, in Europa, in Occidente». Quell’Occidente che, come ha scritto nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei il cardinale Angelo Bagnasco (vedi Avvenire di ieri) si sta allontanando dall’Umanesimo e dai suoi valori di civiltà, cedendo a ideologie che credevamo sepolte con il secolo scorso. «Esprimiamo gratitudine al cardinale Bagnasco – scrivono anche i genitori dell’Agesc, Associazione genitori scuole cattoliche – e accogliamo il suo invito a non farci intimidire, a non lasciarci esautorare nel diritto di educare i nostri figli. In vista dell’incontro con il Papa del 10 maggio, i genitori dell’Agesc sentono la responsabilità di riaffermare, secondo le parole del presidente della Cei, ‘l’urgenza del compito educativo, la sacrosanta libertà nell’educare i figli, il dovere della società di non corrompere i giovani con idee ed esempi che nessun padre e madre vorrebbero per i propri ragazzi...». D’altra parte, come rileva l’Age, «non occorre essere cristiani» per comprendere che la differenza tra i due sessi è una realtà ontologica: «Lo scriveva anche Marx... Una presunta uguaglianza tra individui asessuati e astratti apre la strada a una società che non può sopravvivere». Ma soprattutto che è grigia e disperata come nel peggior film di fantascienza. Lucia Bellaspiga Propaganda omosessualista a scuola: interviene la Cei Il consiglio permanente della CEI ha emesso un comunicato in cui viene affrontato il caso degli opuscoli di propaganda gender diffusi nelle scuole a spese dello Stato. “La lettura ideologica del «genere» è una vera dittatura che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni” si legge nel comunicato appena diffuso, che contesta la diffusione dei “tre opuscoli – destinati rispettivamente alla scuola primaria, alla scuola secondaria di primo grado e a quella di secondo grado – intitolati Educare alla diversità” e che hanno destato “la preoccupazione dei Vescovi per forzature che rischiano di colpire pesantemente la famiglia, di associare in maniera indebita religione e omofobia, di presentare come pacifico l’assunto circa l’indifferenza della diversità sessuale dei genitori per la crescita del figlio e di spingere verso il matrimonio tra soggetti dello stesso sesso”. Dinanzi a questo problema, “i Vescovi avvertono la necessità di investire con generosità e rinnovato impegno nella formazione, risvegliando le coscienze di genitori, educatori, associazioni, consulte di aggregazioni laicali e istituzioni di ispirazione cristiana in merito a quella che si rivela una questione antropologica di rilevante urgenza.” Monsignor Nunzio Galantino, nella conferenza stampa tenutasi a Roma per illustrare i contenuti del comunicato fimaggio 2014 IRC 5 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 6 Ecumenismo nale del Consiglio Permanente della CEI di cui è Segretario, ha sottolineato il problema degli opuscoli dell’Unar che diffondono tra bambini e ragazzi delle scuole la propaganda gender Lgbt (lesbiche, gay, bisex e transex), ed ha così affermato: “Su questa vicenda la domanda è: i genitori e le famiglie sono state interpellate sì o no? Ne sapevano qualcosa? Il principale educatore è la famiglia: in questo caso che fine ha fatto? Dal ministero qualcuno dice che non ne sapevano niente, una cosa assurda”. E monsignor Galantino ha aggiunto: “Non è possibile che una nazione proceda in questa maniera dove il primo che grida più forte vince. Possibile che non si abbia rispetto di punti precisi? Non capisco perché per un invito al vescovo a benedire le scuole c’è voluta l’autorizzazione del consiglio d’istituto e per questo tipo di ‘educazione’ non si è chiesto a nessuno!”. Ma le prime tempeste piovono già sul capo del Direttore dell’Unar, perché il Dipartimento delle Pari opportunità del MIUR ha emanato una nota formale di demerito nei suoi confronti per la diffusione nelle scuole di tale materiale mai approvato, e perfino mai conosciuto da quegli organi competenti che dovevano disporne la relativa autorizzazione. Anzi, pare che gli opuscoli siano stati contestati per l’abusivo utilizzo del logo della “Presidenza del Consiglio - Pari Opportunità”. Su tutta la vicenda si è pronunciato anche il cardinale Angelo Bagnasco, che non ha usato mezzi termini contro i tre opuscoli diffusi nelle scuole, affermando: “In teoria le tre guide hanno lo scopo di sconfiggere bullismo e discriminazione – cosa giusta –, in realtà mirano a “istillare” (è questo il termine usato) nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre: parole dolcissime che sembrano oggi non solo fuori corso, ma persino imbarazzanti, tanto che si tende a eliminarle anche dalle carte. È la lettura ideologica del “genere” – una vera dittatura – che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni. Viene da chiederci con amarezza se si vuol fare della scuola dei “campi di rieducazione”, di “indottrinamento”. I figli non sono materiale da esperimento in mano di nessuno, neppure di tecnici o di cosiddetti esperti. I genitori non si facciano intimidire, hanno il diritto di reagire con determinazione e chiarezza: non c’è autorità che tenga”. Nel frattempo però il summenzionato UNAR, non contento del tentativo di propagandare l’aberrante teoria del gender a bambini, ragazzi, e professori nelle scuole, ha anche pensato d’imporre un vero e proprio “pensiero unico” ai giornalisti riguardo alle tematiche omosessualiste: ha infatti pubblicato delle “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT” alle quali dovranno attenersi tutti i giornalisti italiani. Quelli che non si piegheranno ai diktat dell’UNAR violeranno le norme deontologiche, per cui rischiano la denuncia e forse il carcere (soprattutto dopo il passaggio della legge contro la omo-transfobia). Contro questo gravissimo documento l’associazione Giuristi per la Vita sta presentando un ricorso al TAR del Lazio per fare annullare tali assurde direttive ed evitare che tutta l’informazione che riceveremo in futuro venga distorta a favore della propaganda trans-omosessualista. Cattolici e ortodossi uniti nell’amore verso gli ultimi un esponente di primo piano del patriarcato di Mosca, ha spiegato che i poveri sono «all’origine della rinascita della vita religiosa » dopo le tenebre del comunismo. Il presidente del Dipartimento sinodale per la carità del patriarcato di Mosca, il vescovo Pantelejmon, ha descritto «i poveri, i malati, coloro che sopportano le sofferenze senza mormorare» come «gli asceti del nostro tempo». Mentre il vescovo Joan dalla Romania ha parlato dell’intera Europa come di una «periferia del mondo » perché « anche qui vive un’umanità piena di bisogni » . Da parte cattolica si è richiamato più volte l’insegnamento di papa Francesco nella Evangelii gaudium, con il suo invito ad uscire da se stessi e andare verso gli altri raggiungendo appunto tutte le ‘periferie umane’. «Lo scenario del mondo sta cambiando», ha osservato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi. «La globalizzazione imposta dall’economia finanziaria – ha proseguito – manca di solidarietà: allontana i poveri dalla vista dei ricchi, li fa vivere in altri ambienti, mentre protegge i benestanti dal contatto con loro ». Per le Chiese, tutte, «la minaccia non è frontale, come lo fu quella del comunismo ateo; ma la sfida delle anonime periferie del mondo non è meno micidiale e, come in tutti i momenti importanti, nessuna Chiesa ce la fa da sola». E «c’è bisogno dello Spirito che vive nell’una e nell’altra; del vissuto che abita nell’una e nell’altra ». Il vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino, il biblista Ambrogio Spreafico, ha da parte sua illustrato le periferie umane ed esistenziali così come sono rappresentate nelle Scritture. Mentre il presidente «Nell’amore per gli ultimi c’è già un’alleanza bella e profonda tra le Chiese ortodossa e cattolica». Con queste parole il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, ha aperto il convegno su Le periferie umane ed esistenziali alla luce del Vangelo, organizzato a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio. E in effetti le testimonianze che si sono susseguite in quattro sessioni di lavori hanno mostrato quanto sia «bella e profonda» questa sintonia tra la Chiesa di Roma e le Chiese sorelle dell’ortodossia. Tanto da far «chiedere al Signore» al cardinale Coccopalmerio che si possa fare un passo ulteriore per superare le «periferie ecumeniche» che ci separano ancora dalla piena unità tra i cristiani. Commoventi le testimonianze ortodosse. Il metropolita Juvenalij, che fu osservatore ai lavori del Concilio ed oggi è 6 IRC maggio 2014 Stefano Biavaschi 31marzo 2014 – www.anapscuola.it IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 7 Ecumenismo della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha ribadito che proprio «dalle periferie e dai poveri si capisce meglio la realtà umana » e che i poveri sono i protagonisti dell’evangelizzazione, perché «l’egoismo della ricchezza è il vero ostacolo all’incontro con Gesù». Gianni Cardinale 24 marzo 2014 – www.santegidio.org Storico accordo in Vaticano tra Chiesa Cattolica, Islam e Anglicani «Fermiamo la tratta di schiavi». Con queste parole Papa Francesco ha risposto al vescovo Marcelo Sánchez Sorondo alla domanda su quale avrebbe dovuto essere il suo principale impegno alla guida delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali. Dichiarazione che Mahmoud Abdel Gawad, consigliere diplomatico del grande Imam, ha tradotto in inglese e in italiano proprio a sottolineare l’impegno di Al Azhar in questa battaglia. Una battaglia, è stato sottolineato, che è apertissima al contributo di altre confessioni religiose. Una rete per vigilare e sradicare il traffico di esseri umani. La tratta di esseri umani, simbolo della schiavitù moderna, è ormai un fenomeno globale, che coinvolge le grandi centrali della criminalità organizzata, e quindi merita una risposta forte e globale dal mondo delle religioni. È questo il senso di una iniziativa «senza precedenti» lanciata in Vaticano con la creazione di un Global Freedom Network (GFN), e che vede anche la significativa adesione del mondo islamico sunnita. Davanti ad un nugolo di fotoreporter nella Sala Stampa della Santa Sede è stata firmato un accordo fra i rappresentanti di grandi religioni mondiali per sradicare – entro il 2020 – le moderne forme di schiavitù e il traffico delle persone, in collaborazione con la Walk Free Foundation ( WFF). L’accordo interreligioso, un «fatto storico» ha commen- tato il ‘portavoce’ vaticano padre Federico Lombardi, è stato siglato dal vescovo argentino Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere delle pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze sociali, da Mahmoud Azab, in rappresentanza del Grande Imam di Al-Azhar, da sir David John Moxon in rappresentanza del leader della Comunione anglicana Justin Welby, e dal magnate e filantropo australiano Andrew Forrest, fondatore della WFF. Il documento è stato firmato anche dall’ambasciatore di Canberra presso la Santa Sede, John A. G. McCarthy. Nella dichiarazione comune i firmatari del GFN dopo aver ribadito che «la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani sono un crimine contro l’umanità», sottolineano come «lo sfruttamento fisico, economico e sessuale di uomini, donne e bambini» condanni oggi 30 milioni di persone «al degrado». Nel tollerare questa situazione, proseguono, «violiamo la nostra umanità comune e offendiamo le coscienze di tutti i popoli». Deve cessare quindi «ogni forma di indifferenza» per le vittime di sfruttamento. E proprio attraverso «gli ideali della fede e i valori umani condivisi» si può puntare a sradicare «definitivamente la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani dal nostro mondo». Gli strumenti sono «la preghiera, il digiuno e la carità», ma anche dei piani specifici per invitare, ad esempio, tutte le confessioni religiose «a vigilare affinché le loro catene di approvvigionamento e investimenti escludano forme di schiavitù moderne e a adottare misure correttive, se necessario» e «a mobilitare le rispettive sezioni giovanili per sostenere progetti destinati a sradicare la schiavitù moderna». Monsignor Sanchez da parte sua ha ribadito con forza l’impegno della Chiesa cattolica in questo senso e ha citato letteralmente il breve ma chiaro messaggio rivolto da Papa Francesco alle Pontificie Accademie, di cui è cancelliere, per invitarle ad affrontare i temi della tratta delle persone, della schiavitù moderna, del commercio illegale di organi umani. «Tutte queste nuove forme di schiavitù e traffico di esseri umani e prostituzione sono un crimine contro l’umanità», ha scandito il presule argentino. «Papa Francesco – ha continuato – ha ribadito questo concetto quattro volte e io lo ringrazio perché ha avuto il coraggio di dirlo. Il Papa dice: ‘Sì, io dico queste cose perché gli altri non vogliono dirle, ma sono la realtà!’». Il pieno coinvolgimento della Santa Sede nell’iniziativa è stata testimoniata anche dal fatto che alla conferenza stampa hanno assistito i cardinali Georges Cottier, teologo emerito della Casa Pontificia, e Peter Turkson, presidente del pontificio Consiglio della giustizia e della pace (che ha preso anche la parola), nonché l’arcivescovo Michael L. Fitzgerald, ex nunzio al Cairo e grande conoscitore dell’islam. E l’iniziativa acquista un particolare valore proprio per la presenza di un rappresentante del grande Imam di Al Azhar, Ahmed alTayyeb, la più alta autorità morale dell’islam sunnita. Un segnale questo che di fatto è stato ripreso il dialogo con il Vaticano, interrotto dagli inizi del 2011. Mahmoud Azab, ha ricordato – in arabo, e poi in francese – la posizione del mondo musulmano: «L’islam vieta al cento per cento il traffico di persone umane e la schiavitù. Io stesso e tutti coloro che lavorano ad Al Azhar sono impegnati nella lotta contro questi fenomeni. Soprattutto la schiavitù moderna è proibita tassativamente in qualsiasi parte del mondo». 18/03/2014 - Avvenire maggio 2014 IRC 7 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 8 Lettera aperta Ad anonimi autori di un volantino di propaganda islamica Egregi signori, per caso ho ricevuto il Vs. volantino “La verità su Gesù”, con tante citazioni del Corano su di lui, e quindi sarebbe stato più giusto intitolarlo “La verità su Gesù secondo il Corano”. A parte questo, è bello - e ve ne ringrazio - leggere il Vs rispetto e amore anche per Gesù. Però io e gli alunni dei miei corsi di teologia già lo sapevamo, perché leggiamo anche pagine del Corano. Ora qualche appunto. Non è del tutto vero che l’Ebraismo moderno ignora Gesù; anche Voi saprete che parecchi ebrei oggi mostrano un notevole interesse e stima per lui. Quindi non siete solo Voi a farlo. Non è del tutto vero che nell’Antico Testamento sia assente il concetto di qualcosa di “generato”da Dio: anche Voi conoscerete pagine bibliche sulla Sapienza/Parola di Dio da Lui generata. Affermare che Dio non possa avere un Figlio mi sembra una specie di preconcetto dogmatico, condiviso anche dal pur grande Muhammad. Siamo noi uomini a poter dire ciò che compete o conviene a Dio? Pure il nostro linguaggio è Il colore viola, per cambiare la nostra vita In Quaresima, come in Avvento, le chiese si tingono di viola, colore che la liturgia usava già nel Medioevo. Quando appariva il viola: strade, contrade e piazza ammutolivano, i teatranti erano costretti a tacere perché era tempo di penitenza. La gente dello spettacolo, in Quaresima, viveva un tempo di magra e faceva la fame, per questo motivo il viola, ancora oggi, negli ambienti di teatro “porta male”. Non è corretto tuttavia, associare il viola alla penitenza. Il viola è un colore sontuoso portato dai re; la porpora viola appare, nella Bibbia, nell’abito del Sommo Sacerdote e negli arredi 8 IRC maggio 2014 sempre limitato e umano, anche quando diciamo che Dio è “clemente e misericordioso”, come ripete tante volte il Corano stesso. Dio rimane sempre anche un mistero, un “al di là” inesauribile. Per noi cristiani Gesù non è solo un grande profeta e il messia, ma anche il “Figlio unigenito” di Dio, come scrive san Giovanni. Questa nostra fede non si basa solo sulla nascita verginale e nemmeno sui miracoli (riconosciuti anche dal Corano, almeno in qualche misura), ma su un complesso di elementi convergenti. Soprattutto sul fatto che alcuni ebrei, cioè i primi discepoli di Gesù, l’hanno riconosciuto come superiore alla loro stessa DIVINA Toràh/legge, come la vera e piena Sapienza/Parola di Dio fatta “carne”. E ciò, nonostante lo “scandalo” e lo shock della morte in croce, segno di maledizione per la loro Toràh, come Voi certamente saprete. Come mai quegli ebrei passarono da quello scandalo alla fede in lui come Cristo, Signore, salvatore, vero Figlio di Dio?...Deve essere successo qualcosa di grandioso, come la sua nuova vita dopo tale morte. Anche Muhammad ha visto bene che tale morte era uno scandalo, ma l’ha eliminato ricorrendo alle antasie dei vangeli apocrifi che negavano la morte di Gesù in croce. Ciò non è un’ombra sul Vs pur grande Muhammad? Mi fermo qui e Vi assicuro la mia stima per le Vs convinzioni. In passato ci siamo combattuti anche ferocemente. Ora invochiamo anche noi il Dio “clemente e misericordioso” perché perdoni a noi e a tutti le nostre colpe. Infine permettetemi due domande: 1) noi leggiamo anche il Corano, Voi leggete anche la Bibbia, Nuovo Testamento compreso?...A volte date l’impressione di averne paura. Non è così presso alcuni islamici moderni, che riconoscono pure i limiti del pur venerando Corano e dialogano con le nostre Scritture e con le Chiese. 2) Sarebbe possibile volantinare foglietti come il Vs a favore del cristianesimo in Paesi musulmani? Da noi è lecito; là? Con stima e distinti saluti. Mons. Giovanni Giavini della Dimora. Più ancora il viola - prodotto dal rosso e dal blu, colori associati all’umanità e alla divinità di Cristo - è il colore della sapienza, della capacità, cioè, di cambiare in vista di un bene ultimo. Lo dimostra un’opera dedicata a San Paolo presente a Siena e dipinta dal capostipite del manierismo senese: Domenico Beccafumi. La grande pala presenta l’Apostolo in primo piano, seduto in trono. Sul lato sinistro si narra dell’incontro con Cristo sulla via di Damasco, sul lato destro del martirio dell’apostolo. Proprio qui, a contemplare il martirio, vi sono alcuni personaggi. Quello che appare a prima vista un semplice paesaggio di maniera è in realtà una rappresentazione simbolica della predicazione paolina. Vediamo una donna anziana scossa dal vento che sale la china e due bambini impauriti: è un riferimento al monito di Paolo che voleva i cristiani presbiteri, cioè anziani nella fede, e non sballottati come fanciulli da qualunque vento di dottrina. I tre personaggi poi, che guardano il corpo esanime dell’Apostolo, vestono vari colori. Una donna voluttuosa veste l’oro: è l’emblema di chi si abbandona alle proprie passioni; un uomo con il IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 9 Dentro la bellezza manto verde (qui segno di malizia) calato sugli occhi è il discepolo invidioso, cieco di fronte agli eventi della grazia. L’ultimo discepolo è vestito di viola e guarda pietoso il suo maestro: costui è l’uomo sapiente che accetta di essere provocato dall’esempio dell’apostolo e quindi di cambiare la propria vita. Uno schizzo di come ancora oggi si possa stare di fronte alla realtà di certe notizie (il martirio di tanti cristiani nel mondo, l’esempio di tanti santi), in modo diverso. E noi come vi stiamo? Impauriti come i due bambini? Indifferenti come la donna? Duri e lontani come l’uomo in verde? O aperti al cambiamento, pronti a lasciarci provocare dalla grazia come l’uomo in viola? La Quaresima è il tempo per dare una risposta. Gloria Riva spressione ragliante e sofferta dell’animale che male si accorda con il significato attribuitogli di cavalcatura del re di pace. L’asino, con la sua soma, suggeriva svariate significazioni. Da un lato era contrapposto al bue il quale, avendo la dignità di portare il giogo e di contribuire al lavoro del padrone, era l’immagine del popolo ebraico; l’asino invece era assimilato ai popoli pagani che portavano il peso del peccato, privi però della grazia del sacrificio. D’altro canto l’asino, proprio perché animale da soma, poteva portare con sé, senza saperlo, tesori inestimabili ed era dunque immagine della fragilità umana che porta in sé la grande dignità della figliolanza divina. L’asino, inoltre, era legato a Saturno, probabile rimando allo stesso Adonai e alla stella d’Israele. Questo spiegherebbe perché, sia pure per disprezzo, alcuni graffiti come quello di Alessameno nel Paedagogium del Palazzo Domiziano sul Palatino, raffigurano Cristo in croce con la testa d’asino. Cristo dunque, come ci informa il mosaico palermitano, entra trionfante nella città di Dio, Gerusalemme, passando per una porta che vede al suo lato una palma colma di frutti, simbolo della bellezza. Egli è sì, il re pacifico, ma è anche il re che prenderà su di sé i peccati del popolo e che consegnerà i tesori dello Spirito Santo alla fragilità della sua sposa, la Chiesa. Questo indica la palma, immagine della bellezza femminile, che sta alle porte di Sion. Questo indicano le dita, tanto del Salvatore benedicente che del discepolo Giovanni posto dietro l’asino: Io sono Gesù, il Cristo, vero Dio (e quindi capace di redimere il mondo dai peccati) e vero uomo (dunque capace di nobilitare con la vita eterna la natura caduca dell’uomo). Si apre anche per noi la settimana santa, Cristo entra simbolicamente nelle nostre vite a dorso di un asino, si carica delle nostre colpe e apre per noi lo splendore di Gerusalemme, città dove la morte è vinta e la bellezza eterna trionfa. Gloria Riva L’asino che apre le porte di Gerusalemme Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina (Zc 9,9). Ci è familiare l’immagine di Cristo in groppa all’asino che entra trionfalmente a Gerusalemme fra il tripudio osannante della folla. L’asino, com’è noto, era la cavalcatura dei re in tempo di pace: Cristo entra pertanto in Sion come il re pacifico promesso dai profeti. Così lo rappresenta, infatti, il bellissimo mosaico bizantino della Cappella Palatina in Palermo. Ed è guardando questo mosaico che ci accorgiamo dell’emaggio 2014 IRC 9 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 10 Scuola Perché nessuno vada perduto Strumento di lavoro per “Un manifesto per la scuola”. In cammino verso l’incontro della scuola italiana con Papa Francesco in Piazza S. Pietro a Roma (sabato 10 maggio 2014). Le Consulte regionali per la pastorale della scuola del Nord-Italia - accogliendo il progetto promosso dalla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana con il documento “La Chiesa per la scuola”, in vista dell’incontro di Papa Francesco con la scuola italiana sabato 10 maggio 2014 a Roma - promuovono per sabato 29 marzo 2014 a Genova presso la Sala Quadrivium un Seminario di studio interregionale. In questa occasione verrà presentato l’instrumentum laboris “La Chiesa per la scuola: perché nessuno vada perduto”, come contributo alla elaborazione di un Manifesto comune per la scuola. Questo strumento di lavoro viene offerto alle Istituzioni pubbliche centrali e periferiche, al mondo politico, alle forze sindacali, ai dirigenti, ai docenti, alle famiglie, agli studenti e ai giovani al fine di concorrere tutti insieme verso la stessa meta, individuando i passi possibili da realizzare oggi. 1. Prendersi cura di tutta la scuola. È questo un compito urgente e irrinunciabile, sul piano culturale, civile e sociale. “È alla scuola nel suo complesso, intesa sia come sistema di istruzione e formazione del paese sia come concreta realtà storico-culturale, che occorre guardare quale bene di tutti e di ciascuno, operando nella prospettiva della sua concreta valorizzazione, del suo progressivo e coerente rinnovamento, della piena attuazione della libertà di educazione e di istruzione, formazione, promuovendo una collaborazione a tutto campo e duratura” così scrive il documento “La Chiesa per la scuola” della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana. Una scuola equa è quella che applica il principio di don Milani di non fare parti uguali tra diseguali, ma – nell’attenzione educativa ad ogni singola persona – dà di più a chi parte con meno, secondo la vocazione inclusiva e costituzionale del nostro sistema educativo, che deve saper dare risposte diverse a esigenze diverse. Per questo motivo deve essere mantenuta viva l’attenzione agli alunni diversamente abili perché i ragazzi sappiano costruire relazioni significative con tutti, specialmente per chi è più fragile. Nell’intercultura presente nelle nostre classi è una ricchezza per la scuola e per la società. 10 IRC maggio 2014 2. La scuola “comunità educante”. La scuola prima di essere un’organizzazione amministrativa è una comunità educante in cui la relazionalità e le dinamiche motivazionali alimentano i meccanismi dell’apprendimento e si traducono in crescita umana e culturale da parte di tutti, da parte dei docenti e degli studenti, come anche da parte della famiglia che è e resta l’ambito primario, fondamentale dell’educazione dei figli (cfr. La Chiesa per la scuola, p. 55). Le nuove Indicazioni della scuola vanno interpretate come strumenti di orientamento, in un cantiere aperto, nel quale costruire un progetto educativo forte e condiviso. L’Insegnamento della religione cattolica non è un privilegio concesso alla Chiesa, ma il luogo in cui la Chiesa partecipa, nel rispetto della libertà di scelta e di coscienza di tutti, al raggiungimento delle finalità proprie della scuola. La scelta strategica va nella direzione di un patto educativo di corresponsabilità tra scuola e famiglia in primo luogo, coinvolgendo le agenzie educative del territorio con la partecipazione non solo delle specifiche figure adulte della scuola (dirigenti, personale docente e non – docente, genitori), ma anche del territorio che con la scuola è in dialogo (enti locali associazioni culturali di volontariato, parrocchie, oratori, associazioni sportive) (cfr. La Chiesa per la scuola, p. 56). 3. La famiglia. La famiglia deve recuperare il senso della propria responsabilità educativa e pertanto godere di una piena libertà di scelta tra scuole statali, scuole paritarie, centri di formazione professionale, e di una reale corresponsabilità all’interno degli istituti scolastici, a partire dalle scuole dell’infanzia dove i genitori iniziano il loro cammino di corresponsabilità educativa con la scuola. Purtroppo in Italia – a differenza del resto d’Europa - il diritto alla libertà di scelta della scuola non può essere esercitato da tutte le famiglie, in particolare da quelle più povere. 4. L’autonomia delle istituzioni scolastiche. La scuola è il cuore di una comunità adulta e responsabile in cammino con i giovani. Il rilancio della partecipazione di famiglie, docenti, studenti e territorio alla vita della scuola può avvenire applicando i principi dell’autonomia statutaria nella distinzione tra le funzioni dello Stato e degli organismi periferici. In un sistema di governo fondato sul principio costituzionale della sussidiarietà, lo Stato indica le norme di carattere generale e valuta l’efficienza e l’efficacia del sistema. In attesa di una reale attuazione dell’autonomia vanno sperimentati percorsi di ampliamento dell’offerta di servizi formativi alle famiglie in sinergia con i soggetti educativi del territorio. 5. Il principio di sussidiarietà. L’autonomia delinea il passaggio da una scuola dello Stato ad una scuola della società civile. In una prospettiva di sussidiarietà, il contributo della scuola paritaria diventa indispensabile. Infatti la qualifica di “servizio pubblico” non deriva dal “soggetto gestore”, bensì dalla utilità del servizio stesso, i cui requisiti sono indicati e valutati dallo Stato. Allo Stato compete fissare le norme generali dell’istruzione, alla società civile spetta promuovere l’educazione. IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 11 Scuola 6. Gli studenti. Gli studenti sono al centro della scuola, poiché i primi protagonisti dell’educazione sono i ragazzi stessi, che hanno diritto ad una educazione di qualità e ad incontrare veri maestri di scuola e di vita. In tutte le regioni italiane e a tutti va garantita la possibilità di scelta dei percorsi dell’istruzione e formazione professionale, assolvendo l’obbligo di istruzione e adempiendo il diritto/dovere all’istruzione e alla formazione sino al conseguimento di almeno una qualifica professionale entro i 18 anni. 7. Successo formativo. Tutto il sistema scolastico deve essere attento perché nessuno studente vada perduto. L’istruzione e formazione professionale regionale - dove è presente - ottiene risultati che la candidano ad essere un’occasione importante nel contrasto alla dispersione scolastica. Si tratta anche di sviluppare l’apprendistato per l’inserimento lavorativo dei giovani. In tutte le regioni vi deve essere l’offerta di una specializzazione tecnica superiore attraverso i percorsi degli Istituti Tecnici Superiori (Its) e dell’Istruzione Formazione Tecnica Superiore (Ifts). Comunque appare opportuna la conclusione degli studi per tutti a 18 anni, con la ridefinizione dei percorsi di tutto il sistema di istruzione e formazione, ridisegnando i piani di studio e l’organizzazione scolastica. Tutti gli studenti devono saper fruire responsabilmente delle tecnologie digitali. 8. I docenti. Gli insegnanti sono la risorsa fondamentale per la scuola. Le risorse economiche sono indubbiamente indispensabili per far funzionare una scuola, ma chi ne determina la realtà effettiva, la qualità e i risultati sono gli insegnanti (cfr. La Chiesa per la scuola, p. 46). La scelta della Chiesa di essere per la scuola coincide con la scelta di stare con gli insegnanti, nell’impegno quotidiano per migliorare la scuola. 9. Formazione e reclutamento del personale. L’autonomia necessita di nuovi percorsi di formazione e assunzione del personale. La scuola è chiamata a “rendere conto” alle famiglie e alla società del raggiungimento dei propri risultati e pertanto deve investire sulla formazione del personale. Va quindi elaborata una norma generale che regoli il reclutamento del personale, affidandolo alle scuole o alle reti di scuole per permettere una scelta più rispondente alle realtà locali, valorizzando le qualità delle persone e responsabilizzando gli organi di governo. 10. Finanziamento delle scuole. Il finanziamento può essere assicurato direttamente alle scuole accreditate del sistema pubblico nazionale di istruzione e formazione sulla base del “costo standard per alunno”, ripensando un nuovo modello di finanziamento alle scuole statali e paritarie. I Responsabili Regionali delle Consulte regionali per la scuola del Nord-Italia Don Bruno Porta – Piemonte Don Edmondo Lanciarotta – Triveneto Don Fiorenzo Facchini – Emilia Romagna Don Vittorio Bonati – Lombardia Don Gabriele Corini – Liguria Roma, 10 gennaio 2014 Scuola, sono legittime le benedizioni pasquali La Quaresima non è ancora cominciata ma c’è chi già sta lavorando per evitare che nelle scuole, «in prossimità delle festività pasquali», si organizzino attività «di natura religiosa». Succede in Sicilia, dove i Cobas hanno inviato una lettera a tutte le istituzioni scolastiche, minacciando persino di ricorrere all’autorità giudiziaria per interruzione di pubblico servizio, «in caso di conoscenza o notizia di violazione» delle leggi. Che, però, osserva Nicola Incampo, esperto per l’Insegnamento della religione cattolica della Conferenza episcopale italiana e del sito www.culturacattolica.it, lo stesso sindacato dimostra di non conoscere. «Per sostenere che nelle scuole non si possono promuovere attività di “natura religiosa”, come, per esempio, le tradizionali benedizioni pasquali – spiega Incampo – i Cobas citano una sentenza del Tar dell’Emilia Romagna del 1993. Un pronunciamento ribaltato da ben due ordinanze del Consiglio di Stato, la 391 e la 392 del 26 marzo 1993 e dalla sentenza 3635 del 2007 del Tar del Veneto». Proprio quest’ultima, aggiunge Incampo, ha messo un punto fermo circa la possibilità, per i vescovi diocesani, di effettuare visite pastorali nelle scuole. Respingendo un ricorso dell’Uaar, l’Unione degli atei, contro la visita di un presule in un istituto, i giudici amministrativi hanno confermato la «piena legittimità di queste manifestazioni». Inoltre, a dimostrazione della «malafede» dei promotori dell’iniziativa siciliana, viene «spacciata per circolare ministeriale, un semplice parere dell’Avvocatura dello Stato, che il Ministero non ha mai per altro recepito». Per evitare che, dalla Sicilia, queste informazioni scorrette e, soprattutto, le minacce a dirigenti e docenti, si propaghino ad altre regioni, Incampo ritiene necessarie alcune puntualizzazioni. «Da oltre vent’anni – ricorda – è in vigore la circolare ministeriale 13 febbraio 1992, che stabilisce che “il Consiglio di circolo o di istituto possa deliberare di far rientrare la partecipazione a riti e cerimonie religiose tra le manifestazioni o attività extrascolastiche previste. Analogamente si ritiene possa operarsi per quanto attiene alle visite pastorali del vescovo”. L’unica condizione posta – aggiunge Incampo – è che la partecipazione degli alunni e dei docenti dovrà essere libera. Ma non credo che nessuno nelle scuole italiane abbia mai pensato di imporre con la forza la partecipazione a queste attività». Semmai è vero il contrario. E cioè che c’è chi vorrebbe imporre alle scuole, limitandone autonomia e libertà, che maggio 2014 IRC 11 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 12 Scuola cosa proporre e cosa no. Decisioni queste che spettano unicamente al Consiglio di istituto. «Dirigenti e insegnanti possono stare tranquilli – conclude Incampo–: nessuno li potrà denunciare nel caso volessero promuovere, con il via libera del Consiglio d’istituto, iniziative per la Quaresima o la Pasqua con i propri studenti». Paolo Ferrario «Caro prof, sai che mi fido?» L’alleanza educativa è già qui Trioni: i ragazzi apprezzano la scuola e i docenti. Cooperazione e dialogo per una comunità educante. Le indagini e le ricerche internazionali «spesso riferiscono di una scuola sfiduciata» e di giovani «che non vi si ritrovano». Ma altre indagini, come il Rapporto Giovani dell’Istituto Tomolo, dimostra che «sostanzialmente i giovani si fidano dei loro professori e della scuola». È una sottolineatura in controtendenza quella che fa Pier Paolo Triani, docente di didattica generale all’Università Cattolica e direttore del mensile Scuola e didattica. «Si fidano dei professori e della scuola - aggiunge - perché ritengono che abbiano qualcosa da dire loro. E apprezzano i professori perché sentono che sono adulti che si dedicano a loro». E proprio per questo tra le sette parole chiave proposte nel cammino verso il 10 maggio, il pròfessor Triani pone al primo posto «l’alleanza educativa». Perché questa scelta? Per due motivi. L’azione educativa è una azione di collaborazione, tra docente e alunno, che non può essere visto come semplice destinatario dell’educare. L’azione educativa avviene all’interno di una relazione in cui entrambe le parti contribuiscono. Il secondo motivo per cui indico questa come priorità sta nel fatto che oggi viviamo in un contesto pluralistico, sotto molti punti di vista. Occorre, quindi, passare da un patto educativo che un tempo era quasi implicito tra scuola e società a un patto educativo esplicito, proprio per mettere a fuoco punti e direzioni che si intendono raggiungere. Anche perché nessuno dei soggetti è autosufficiente nell’azione educativa. 12 IRC maggio 2014 Alleanza, patto. Dunque occorre trasformare la scuola in una vera e propria comunità educante? È il termine che, collegato al primo, indicherei come seconda priorità. Del resto la scuola non può essere pensata come fosse un’entità solitària, sia al suo interno - ecco la necessità di una collaborazione tra le parti - sia al di fuori, e penso al territorio in cui è collocata. La scuola aiuta un territorio a essere vitale e così anche un territorio può compiere analoga azione verso l’istituzione scolastica. Alleanza educativa e comunità educante. Dovesse indicare un’altra parola per un ipotetico podio di priorità? Metterei l’accoppiata «insegnanti» e «umanesimo», che mi paiono legate. Gli insegnanti sono mediatori quotidiani della funzione educativa della scuola e sono testimoni di una passione verso l’uomo nella sua totalità, nell’umanesimo. Il mensile che dirige si rivolge agli insegnanti della scuola media, che viene indicata come l’anello debole di una catena educativa, a dire il vero fragile globalmente: corpo docente anziano, studenti che non trovano motivazioni, perdita della funzione di orientamento verso scelte future. Ma c’è speranza? Assolutamente sì. La scuola media è un percorso complesso di suo, vista anche l’età critica dei propri studenti. Ma pur tra mille difficoltà ritengo che sia ricca di risorse. Riesce con grandi fatiche a essere scuola per tutti, anche se davvero non riesce a essere il luogo dove le fatiche dei ragazzi sono recuperate. Per questo penso che in-troducendo una flessibilità didattica - pur nel rispetto del curriculum - e una formazione specifica dei docenti che vi insegnano si potrebbero inserire elementi per una svolta. Una svolta che servirebbe anche nel rapporto scuola e società, che non appare affatto positivo. Anche su questo punto è ottimista? Nel rapporto scuola e società assistiamo a un paradosso. Da una parte la società guarda con distacco e sospetto la scuola, ma dall’altra le attribuisce funzioni educative sempre più alte e ampie. Questo anche perché si pensa all’educazione nell’approccio formale, che è quello della scuola. Si chiede di più lasciando però invariata l’organizzazione. E poi c’è il discorso del rapporto tra le scuole. Si parla della necessità di u-na continuità verticale (cioè tra i diversi ordini di scuola), ma anche di quella orizzontale tra istituti. Anche in questo caso serve una grande alleanza educativa, perché, ribadisco, l’educazione è un lavoro d’insieme, di collaborazione tra soggetti. L’appuntamento del 10 maggio della scuola con il Papa è una tappa di un cammino iniziato nel maggio dell’anno scorso, promosso dai vescovi italiani. Un ulteriore contributo a una svolta? Direi di sì. Tutte le iniziative che mettono a tema l’educazione e l’alleanza educativa sono importanti, promuovendo una riflessione continua e favorendo luoghi di incontro. E positivo è il cammino che ha generato nelle diocesi con il coinvolgimento di tutti i soggetti. Enrico Lenzi IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 13 Scuola Scuola: un terreno comune per Chiesa e politica I primi mesi del 2014 ci consegnano un dato: la scuola è tornata al centro del dibattito politico e sociale in Italia. Da anni si parlava d’istruzione soprattutto per due motivi: i dati allarmanti sull’inefficienza del sistema e le corrispondenti doglianze di chi nella scuola ci vive e lavora. Oggi invece si respira un’aria come di primavera, almeno a parole (e se non seguiranno i fatti, il ritorno all’autunno sarà ancora più gelido). Tutto è cominciato con il premier Letta e il ministro Carrozza, che annunciavano dimissioni in caso di nuovi tagli all’istruzione. E la svolta politica pare proseguire col governo Renzi: 17 anni dopo Tony Blair, anche in Italia la priorità del governo (sempre da verificarsi coi fatti) è: «Education, education, education». Ma non solo la politica si fa carico di un rilancio: anche la Chiesa fa sentire forte la sua voce, preparando l’incontro del 10 maggio prossimo tra Papa Francesco e gli studenti. La Conferenza episcopale ha prodotto un testo intitolato “La Chiesa per la scuola”, in cui varie professionalità indicano il futuro dell’istruzione in sette parole chiave: educazione, in- segnanti, generazioni e futuro, umanesimo, autonomia e sussidiarietà, comunità, alleanza educativa. Un contributo alla riflessione per tutta la scuola del sistema pubblico integrato: «La Chiesa è per la scuola, perché interessata a una formazione integrale e armonica dell’individuo», sintetizza il cardinal Bagnasco. Una convergenza d’interesse che si è manifestata implicitamente in due eventi dello scorso fine settimana. Venerdì 28, a Rivoli (To), il Partito Democratico svolgeva una Conferenza nazionale sull’edilizia scolastica, all’interno di un percorso di ascolto con le associazioni impegnate nella scuola a cui come Msac partecipiamo con curiosità; sabato 29, a Genova, le Conferenze episcopali del Nord discutevano con insegnanti e studenti, politici e parti sindacali di un Manifesto per la scuola dal titolo «Perché nessuno vada perduto». Ebbene, in questo momento di duplice fermento, più di un tema risulta condiviso. Ne citiamo alcuni: L’esigenza di una nuova didattica: se l’“architettura per l’apprendimento”, come è stata rinominata l’edilizia scolastica, deve portare a «nuove scuole per una scuola nuova»; così, citando Maritain, «la cosa più importante nell’educazione non è un affare di educazione, e ancora meno di istruzione», ma è «l’esperienza». Occorre insomma pensare a una scuola che implementi le nuove tecnologie, riduca i modelli tradizionali di docenza per accogliere le conoscenze informali e non formali nel patrimonio educativo dei ragazzi. La valorizzazione dei docenti, ripensando i percorsi di formazione. A tutti è chiaro come la categoria dei docenti italiani sia in netto ritardo rispetto ai colleghi europei, e il loro lavoro reso arduo dalle disposizioni contraddittorie degli ultimi anni. La formazione dei docenti è uno dei nodi da sciogliere, affinché possano diventare i primi costruttori della “scuola nuova”. Il ripensamento della formazione professionale, che necessita di strutture adeguate e di modalità di apprendimen- Il quotidiano “Avvenire” risponde ai Cobas sulla possibilità di organizzare attività religiose a scuola Il quotidiano Avvenire pubblica un articolo in risposta all’azione dei Cobas, che hanno inviato una lettera a tutte le istituzioni scolastiche perché non organizzassero attività di natura religiosa, minacciando di ricorrere al giudice per interruzione di pubblico servizio in caso di violazione delle leggi. Secondo Nicola Incampo, esperto per l’Insegnamento della religione cattolica della Conferenza episcopale italiana e del sito www.culturacattolica.it, la legge invece permette tali attività. Infatti i Cobas citano una sentenza del Tar dell’Emilia Romagna del 1993, che è stata però smentita da due ordinanze del Consiglio di Stato, la 391 e la 392 del 26 marzo 1993 e dalla sentenza 3635 del 2007 del Tar del Veneto. Secondo Incampo, da vent’anni è in vigore la circolare ministeriale 13 febbraio 1992, che stabilisce che “il Consiglio di circolo o di istituto possa deliberare di far rientrare la partecipazione a riti e cerimonie religiose tra le manifestazioni o attività extrascolastiche previste. Analogamente si ritiene possa operarsi per quanto attiene alle visite pastorali del vescovo”. Alle cerimonie possono partecipare tutti gli alunni che se la sentono, non c’è alcun tipo di costrizione nella partecipazione; ovviamente nessuna costrizione, dice Incampo, anche nel senso opposto, quello cioè di non permettere l’organizzazione di questi momenti religiosi, se si vuole. Incampo quindi rassicura i dirigenti e i docenti, che non sarà possibile denunciarli se volessero promuovere, con il consenso del Consiglio d’Istituto, iniziative pasquali con gli studenti. 6 marzo 2014 - www.orizzontescuola.it maggio 2014 IRC 13 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 14 Riflessioni to laboratoriali più sviluppate, ma anche di un contatto integrato con le realtà produttive dei singoli territori. L’inserimento delle realtà associative locali nella vita delle scuole, così che possano diventare centri civici fruibili da tutta la comunità. Gli edifici che chiudono i battenti di pomeriggio, nei fine settimana e in estate perdono occasioni di socialità. C’è bisogno invece che siano utilizzabili, per avere spazi di apprendimento permanente (anche degli adulti) e rilanciare tante esperienze positive già promosse da scuole paritarie o da associazioni ed enti locali in collaborazione con le scuole statali. La ripresa degli organi collegiali, così da coinvolgere nuovamente studenti, genitori e docenti nella gestione condivisa delle realtà scolastiche. Il modello di scuola verticista è superato, tra ritardi gestionali cronici e disaffezione delle parti più attivamente coinvolte nella vita scolastica. L’autonomia degli istituti va rilanciata di pari passo con la parte- cipazione. Solo così, per dirla con la senatrice Elena Ferrara, mettere in sicurezza le nostre scuole servirà a mettere in sicurezza anche le nostre istituzioni dai rischi dei populismi; e solo così, con le parole del Manifesto delle CEI Nord, la scuola potrà diventare «comunità educante in cui la relazionalità e le dinamiche motivazionali alimentano i meccanismi dell’apprendimento e si traducono in crescita umana e culturale da parte di tutti». Insomma, nel fermento costituente di una nuova scuola, laici e cattolici, Chiesa e politica si scoprono impegnati su fronti comuni, sebbene partendo da percorsi differenti e giungendo a proposte di conseguenza non uniformi. La speranza e l’augurio è che, come settant’anni fa l’impegno comune portò a una Costituzione nazionale avanzata, lo stesso si possa dire tra qualche anno della nuova scuola italiana. Maria: beata te che hai creduto! rata nel passato come una piramide clericale, mentre il Concilio ce l’ha delineata come « Popolo di Dio» in marcia verso la Terra Promessa? Ebbene anche per la Madonna incominciamo da capo anche se questo « incominciare da capo» è solo un’impressione perché, in realtà, le cose continuano, perché nella Chiesa, che è un corpo vivo, una realtà viva, tutto continua. Per me il ricominciare da capo ha avuto un momento importante. È stato durante il mio lungo soggiorno nel deserto. Vivevo nell’Hoggar in una fraternità di Piccoli Fratelli del Padre de Foucauld e mi guadagnavo il pane lavorando sulle piste di Tit, Tazrouk, In Amguel, come metereologo. Il lavoro mi piaceva assai perché oltre il sostentamento mi dava la possibilità di vivere nell’ambiente che avevo cercato: il deserto e di unire alla fatica quotidiana i grandi silenzi e la possibilità della preghiera prolungata. In poco tempo conobbi i tuareg che vivevano sotto la tenda, gli aratini che coltivavano le oasi e gli arabi che venivano dal nord e i mozabiti che si dedicavano ai commerci. Mi ero affezionato soprattutto ai tuareg che avevano gli accampamenti lungo le « gueltà »(Bacino roccioso dove affiora l’acqua). e sugli altipiani e coglievo le occasioni dei miei viaggi per fermarmi con loro la sera dopo il lavoro. Fu durante un incontro con loro che io venni a conoscenza di un fatto interessante. Ero venuto a sapere, quasi per caso, che una ragazza dell’ accampamento era stata promessa sposa ad un giovane di un altro accampamento ma che non era ancora andata ad abitare con lo sposo perché troppo giovane. Istintivamente avevo collegato il fatto al brano del Vangelo di Luca dove si racconta proprio che la Vergine Maria era stata promessa a Giuseppe, ma non era ancora andata ad abitare con lui (Matteo 1, 18). Ripassando due anni dopo in quell’accampamento, spontaneamente, come per trovare motivi di conversazione chiesi se il matrimonio fosse avvenuto. Notai nel mio interlocutore un turbamento seguito da un evidente imbarazzato silenzio. Tacqui anch’io. Ma la sera attingendo acqua ad una « gueltà» a qualche centinaio di metri dall’ accampamento, ve- Carissimi Idr, vi offro una bella riflessione sulla fede di Maria, in questo mese di maggio. Tratto da: Carretto C. (1980), Beata te che hai creduto, Edizioni San Paolo, Milano 1986 (da pag 7 a pag 16). Buona lettura e buona riflessione! ...Debbo dire però che i miei rapporti con Maria, la madre di Gesù, erano guastati dal romanticismo di quella devozione mariana che imperversava prima del Concilio e che a poco a poco si svuotava di contenuto. Che Maria fosse regina e che regina! che fosse una creatura che non sbagliava mai, che camminava sulle strade della sua Nazaret con la visione tutta chiara delle cose, incapace di peccare e di dubitare, ha poco da dire a chi è angosciato e si trascina nel deserto della fede con tanta fatica. L’esaltazione fatta di questa creatura dal fanatismo di allucinati, così numerosi nel mondo cattolico, finisce per svuotare di autentico contenuto teologico la devozione per colei che è nientemeno che la Madre di Dio e che non ha bisogno di raccomandazioni per essere considerata. Basta non tradire il Vangelo. Non mi sono mai stupito quindi nel vedere in questi decenni inaridirsi nelle giovani generazioni la fonte dell’amore per Maria di Nazaret ed i venditori di rosari chiudere bottega. Era necessario che così avvenisse. Come per tante altre cose, bisognava ricominciare da capo. Non abbiamo cominciato da capo con la Bibbia considerata ai tempi della mia giovinezza un libro proibito? Non abbiamo cominciato da capo con la liturgia espressa prima del Concilio nell’immobilismo di gesti abbastanza freddi, in una lingua incomprensibile alle folle com’è il latino? Non abbiamo incominciato da capo con la Chiesa conside- 14 IRC maggio 2014 Gioele Anni, segreteria nazionale Msac IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 15 Riflessioni dendo uno dei servi del padrone, non potei resistere alla curiosità di conoscere il motivo del silenzio imbarazzato del capo dell’ accampamento. Il servo si guardò attorno con circospezione, ma, avendo in me molta confidenza perché «marabut» (Religioso-uomo di Dio secondo la terminologia islamica) mi fece un segno che ben conoscevo passando la mano sulla gola col gesto caratteristico degli arabi quando vogliono dire « è stata sgozzata». Il motivo? Prima del matrimonio s’era scoperta incinta e l’onore della famiglia tradita esigeva quel sacrificio. Ebbi un brivido pensando alla ragazza uccisa perché non era stata fedele al suo futuro sposo. La sera a compieta, sotto il cielo sahariano, volli rileggere il testo di Matteo sul concepimento di Gesù in Maria. Avevo acceso una candela perché era buio e la notte era senza luna. Lessi: «Maria, sua madre, era fidanzata a Giuseppe. Ora prima che andassero ad abitare insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo che era un uomo giusto non volendo denunciarla pubblicamente prese la risoluzione di ripudiarla silenziosamente» (Matteo 1, 19). Insomma Giuseppe non era stato il denunciatore e Gioacchino, padre di Maria, non aveva assunto il ruolo del Khomeiny di turno ammazzando Maria come avrebbe voluto la legge. « Mosè ci disse che questo tipo di donne siano uccise» (cfr. Deuteronomio 22,24). (La nostra sorpresa su questi fatti riguardanti l’uccisione di adulteri è dovuta alla nostra ignoranza sulla storia. Nel passato la difesa della castità matrimoniale da parte della società era terribile. Lo stesso Mosè aveva stabilito: “ questo tipo di donne siano uccise” . (cfr. Deuteronomio 22,24) (Giovanni 8,4). Khomeiny in Iran ci stupisce ora con la sua politica socio-religiosa quando fa fucilare le adultere. In fondo lui non fa che tornare all’indietro quando la legge stessa puniva in quella maniera l’adulterio. L’Islam, che non ha avuto Gesù, che ha corretto le leggi con la misericordia, è sempre tentato da questi ritorni all’integrità primitiva della legge). Ricordo come fosse ora. Sentii Maria vicina vicina seduta sulla sabbia, piccola, debole, indifesa, col suo ventre grosso, con la sua impossibilità a piegarsi, silenziosa. Spensi la candela. Nella notte buia non vedevo le stelle. Vedevo attorno a noi tanti occhi che brillavano come gli occhi degli sciacalli quando attentano gli agnellini. Erano gli occhi di tutti gli abitanti di Nazaret che spiavano quella ragazza madre e le chiedevano con tutta la potenza dell’incredulità di cui sono capaci gli uomini, e più ancora le donne: «Come hai fatto ad avere quel figlio, sciagurata, scostumata! » Che notte! Che so rispondere? Che è Dio il padre di questo piccolo? Chi mi crede? Sto zitta. Dio sa. Dio provvede... Povera, dolce Maria, piccola ragazza madre. Incominci male la tua carriera! Come fai ad affrontare tanti nemici? Chi ti crederà? Quella sera sentii per la prima volta che mi stavo avvicinando al mistero di Maria. Per la prima volta non la vedevo sull’ altare come una statua immobile di cera, addobbata con abiti da regina, ma la sorella, vicino a me, seduta sulla sabbia del mondo, con i sandali logori come i miei e con tanta stanchezza nelle vene. Allora capii perché sua cugina Elisabetta, che Maria era andata a trovare dopo quei fatti (si esce sempre volentieri dal proprio ambiente quando si è col ventre grosso e gli occhi dei vicini ti guardano in una certa maniera puritana), avesse potuto dire al termine del racconto che Maria le aveva fatto: « Beata te che hai creduto ». Sì, veramente beata! Maria, ci vuole coraggio a credere a queste cose! È difficile per noi credere a quello che dici testimoniando ci che quel figlio non è frutto di un’avventura notturna che non vuoi spiegare. Ma è difficile soprattutto per te! « Beata te che hai creduto» (Luca 1,45). È il massimo che si può dire ad una ragazzina semplice, umile, povera, che ha avuto la ventura di parlare con gli angeli, lei che è un nulla, e che si è sentita dire che dovrà avere un figlio che sarà il Santo e figlio dell’ Altissimo, sì, proprio lei, l’ultimo e il più piccolo « resto» d’Israele. «Beata te che hai creduto, Maria» (Luca 1,45). Quella sera sulla sabbia, vicino alla “gueltà” di Issakarassem avevo deciso di scegliere Maria come maestra nella fede. Avevo trovato un contatto vitale con lei. Non era più un personaggio a cui dovevo « culto », era la sorella del mio cuore, la compagna di viaggio, la maestra della mia fede. Sì, proprio della fede. E mi spiego. Dovete sapere, fratelli, che la marcia della fede l’ho fatta tutta e... a piedi. La mia fortuna è stata quella di non aver tremato nell’ oscurità e di non aver mollato il passo anche quando non ne potevo più. Mi hanno aiutato gli anni trascorsi nel deserto anche se fu proprio là che conobbi la « notte », quella descritta da S. Giovanni della Croce. Ora mi sento fratello di tutti quelli che si dicono atei (e sono pochi) e più ancora di quelli (e sono molti) che hanno difficoltà a credere e non conoscono ancora i veri termini del problema. Quando sarò morto - e spero presto perché ho conosciuto il Signore e brama vedere il suo Volto - se venite sulla mia tomba e se pensate possibile la comunicazione tra i membri del Regno, non chiedetemi di pregare per voi onde guarire da questo o quel male. Chiedetemi solo che preghi per la vostra fede. È l’unico dono per cui merita pregare. Ebbene se potrò farlo, lo farò: guarderò gli occhi di Maria di Nazaret in silenzio e cercherò di attingere dalla contemplazione di lei che ebbe tanto coraggio nel credere ciò di cui avete bisogno. Fratelli e sorelle, vi ho aperto il mio cuore, vi ho detto tutto. Ora se mi ascoltate mettete in tasca il rosa rio. Può darsi che passeranno anni prima che lo recitiate per benino. Non importa, tenetelo vicino. Vi aiuterà. Semmai, quando vi passa sotto le dita, dite solo: AVE MARIA. maggio 2014 IRC 15 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 16 Riflessioni La terra, l’ascolto e il tocco di Dio Con i giovani nei Luoghi Santi. «O Amor, divino Amore, perché m’hai assediato? / Da cinque parti vedo che tu m’hai assediato: / audito, viso, gusto, tatto e odorato». Così il mistico Iacopone da Todi si lamenta con un Dio opprimente. Assedia i suoi cinque sensi, che percepiscono in ogni luogo e momento il Dio geloso dell’Antico Testamento e lo Sposo del Nuovo. Se questo è spiritualmente vero ovunque, diventa materialmente vero in Terra Santa, che ho visitato per una settimana con un gruppo di studenti del mio liceo. Il viaggio delle Quinte della mia scuola si svolge ogni anno lì ed è un assedio dei sensi da parte di Dio, tanto che anche i ragazzi più lontani e distratti si sentono ‘oppressi’. Uno di loro mi confidava: «Se le persone qui si comportano così ci deve essere qualcosa di non umano dietro». E un altro: «Mi rendo conto di quanto poco io conosca il Vangelo, mi è venuta voglia di leggerlo». Un senso si è aggiunto alla mia fede: quello del tatto. Quando sono arrivato sul lago di Tiberiade e la natura, pur essendo febbraio, era già in fiore, i colori tenui e la luce impazzava, ho esclamato ‘io qui ci sono già stato’, avevo consuetudine con colori, volti, pietre, piante, luce, acqua, cantilene, parabole, parole, del Vangelo letto e riletto. Tutto era incarnato e quindi carnale. Le mie dita, sedotte, volevano toccare. Hanno toccato l’acqua del lago di Tiberiade, feconda in una terra così arida, scintillante di luce, solcata dal legno ruvido delle barche. Hanno toccato le palme sul monte delle Beatitudini, una collinetta poco sopra il lago, dove Gesù si appartava quando ancora tutti dormivano per parlare con suo Padre, per vedere il sole sorgere inesorabile e scintillare su quel lago verde, azzurro e rosa. Ho toccato la pietra su cui il risorto ha mangiato il pesce di quel lago dopo la resurrezione e sulla quale Pietro è stato confermato capo della Chiesa. Ho capito quale grande follia d’amore sia affidare a un semplice pescatore la più grande rivoluzione avvenuta nel cuore dell’uomo di tutti i tempi venuti e a venire: il massimo del progresso raggiunto e raggiungibile è affidato a quel pescatore. Ho toccato la pietra del deserto che non diventa pane e con essa le tentazioni di Cristo e poi ho toccato l’acqua fredda e battesimale del Giordano. Ho toccato le pareti della grotta dell’Annunciazione, le scale che portavano alla casa di Maria, l’acqua della fonte a cui attingeva per Gesù e Giuseppe, e di Giuseppe ho toccato il pavimento della casa dove Gesù è cresciuto. Ho toccato anche il pavimento della grotta di Betlemme. Tutto è così piccolo e quotidiano da diventare lampante che è anche vero, non ci può essere niente di mitico in un posto così, solo un Dio senza miti si innamora dell’ordinario. Tra quei luoghi e gli affreschi della cappella Sistina ci può essere solo un Dio che ama la Bellezza, che è la Bellezza, che causa la Bellezza, a 16 IRC maggio 2014 partire dal minuscolo ‘sì’ di una ragazza di 15 anni. Ho toccato le pareti della casa di Pietro e l’attracco del porticciolo di Cafarnao e ho capito perché Gesù ha scelto quel quartier generale: perché è il posto più bello di tutti. Ho toccato l’aria fresca e pulita del Tabor e il panorama ininterrotto, degna platea per una Trasfigurazione. Ho toccato gli ulivi del Getsemani e la pietra su cui Cristo sudò il sangue della paura, dell’amore e dell’abbandono. Ho toccato il suolo del percorso della Via Crucis immersa nelle vie caotiche del suq arabo e ho capito che la strada, qualsiasi strada, è teatro adatto alla storia della salvezza. Ho toccato la pietra malinconica dell’Ascensione. E poi la pietra dove Maria si è addormentata e quella dalla quale è stata assunta e ho capito perché la invoco per «l’ora della nostra morte». Ho toccato le pareti del cenacolo, dell’amore «sino alla fine» e del fuoco dello Spirito. Ho toccato la pietra scabra del Golgota e il buco in cui era conficcato il legno escogitato dalla nostra violenza. Ho toccato la pietra nuda della resurrezione e lì con la fronte appiccicata ho saputo che dipende tutto dalla nudità di quella pietra. Le mie dita si sono fatte spirituali pur rimanendo le mie dita. Toccando ho capito che non ero io che toccavo, ma ero io che venivo toccato e sedotto. Il tocco di un Dio che ti assedia, un tocco a volte dolce, a volte ruvido, un «carico leggero», come le mani degli amanti. Adesso quando ascolto una pagina del Vangelo mi pare di toccarla come accade nel bellissimo e recente libro che mi fa compagnia in questi giorni Sorpresi dall’amore di Andrea Mardegan (Paoline), capace di far vivere le pagine del Vangelo rendendole permeabili al quotidiano di ciascuno, in uno scambio che va da lì a qui e viceversa. Solo così la terra che calpestiamo tutti i giorni in qualunque luogo del mondo diventa santa, perché è la terra del Vangelo, la terra di un Dio che assedia i nostri sensi addormentati, fino a sedurci. 26 marzo 2014 – Avvenire.it Ecco la televisione che vorrei: la parola ai giovani ALESSANDRIA - Una televisione a misura di famiglia, senza troppe scene violente o terrificanti. A chiederlo sono i ragazzi stessi, secondo la ricerca Giovani e media. La televi- IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 17 Riflessioni sione che vorrei, promossa dal Comitato media e minori in collaborazione con l’Ufficio scolastico provinciale. I risultati sono stati presentati durante una conferenza organizzata dalla Fondazione Cassa di risparmio di Alessandria e dall’associazione Carecs - Tualessandria: «È un progetto pilota che coinvolgerà molte altre città italiane – spiega il presidente del Comitato Media e minori, Maurizio Mensi – perché è essenziale conoscere l’opinione dei ragazzi sulla tv. Dalle risposte, trarremo interessanti spunti per il Codice di autoregolamentazione, oggi in fase di aggiornamento ». L’indagine alessandrina, senza fini statistici ma solo conoscitivi, è stata realizzata sulla base di 170 questionari semistrutturati, proposti dal vivo a bambini e ragazzi dai cinque ai tredici anni, studenti di diverse scuole primarie e secondarie. Dalle risposte, emerge fin da subito che i minori non subiscono passivamente i media e che anzi sanno ben distinguere i programmi che possono dare un contributo positivo alla loro crescita. Guardano la televisione soprattutto per divertimento ed evasione, ma non hanno difficoltà ad esprimere giudizi negativi su trasmissioni violente o che veicolano messaggi che esulano dal loro mondo. La maggioranza degli intervistati, anche tra i più grandicelli, ha ammesso di aver provato paura davanti a certe trasmissioni con contenuti inquietanti, a volte persino pensate (almeno in teoria) per ragazzi. E infatti, desidererebbero vedere in tv più film educativi, d’avventura, fantasy e meno horror. Il divertimento non è avere paura: e allora i ragazzi a gran voce chiedono programmi musicali e di ballo, in grado di intrattenere senza propinare violenza o volgarità. Insomma, la televisione, malgrado la diffusione del web, non è stata affatto soppiantata e continua ad avere un ruolo importante nella vita dei minori. A cambiare, piuttosto, sono le modalità di fruizione. Sempre più ragazzi guardano la tv senza controllo dei genitori, con i cellulari o con i tablet: «Se la famiglia e la scuola non fanno fronte comune per usare correttamente i media – dice il presidente Corecom Piemonte, Bruno Geraci – si rischia l’emergenza. Il metodo educativo tradizionale, basato sul rapporto tra adulto e giovane, lascia spazio alla ricerca individuale e senza mediazioni nel mare magnum di Internet». E se i rappresentanti delle televisioni hanno ribadito durante il dibattito la necessità di pluralismo e della vigilanza dei genitori («hanno il telecomando per cambiare canale e la presenza di molta offerta crea coscienza critica»), Franco Butti dell’Associazione Genitori scuole cattoliche rilancia la sfida a chi gestisce i media: «Le famiglie hanno il dovere di essere soggetto attivo, ma le emittenti dovrebbero scegliere i contenuti non solo in base all’audience. La tv non è solo un notaio di ciò che accade nel mondo ma ha una grande responsabilità. E la responsabilità va esercitata con attenzione e correttezza. C’è modo e modo di dar conto della pluralità». E, in effetti, dall’indagine emerge che gli stessi ragazzi si sentono spesso distanti da alcuni modelli proposti dalla televisione: il mondo reale è spesso migliore di quello rappresentato. Ma chi veglia? Dopo le polemiche per il licenziamento di 4 lavoratrici dell’Associazione tv e minori il sindacato dei giornalisti Fnsi «esprime preoccupazione per la messa in liquidazione dell’Associazione. Il rischio è il blocco della operatività del Comitato Media e Minori». Danilo Poggio 22 marzo 2014 – Avvenire Tre anni di guerra, una tenace speranza Le suore della Siria: mai cedere al male. Sono ormai tre anni. Tre anni lunghi, duri, che equivalgono a dieci o quindici, per la morte e la distruzione che hanno causato. Tre anni che non segnano la fine, ma solo, purtroppo, un anniversario, una tappa. Il cammino del popolo siriano verso la pace è ancora lungo. Eppure, la stessa durata di questo conflitto, per assurdo che possa sembrare, sta diventando un’opportunità di vita. Quando le cose accadono in fretta, in tempi brevi, non abbiamo molta occasione di riflettere. Un attimo, e sono già storia. Viene già un’altra guerra, uno scandalo, uno tsunami. Per ciò che è successo, accettiamo le spiegazioni di chi ha il potere di darle, un altro tassello si aggiunge alla nostra visione delle cose, un altro luogo comune. Questa volta però non ha funzionato: col tempo, notizie, immagini, voci contrastanti sono ormai dilagate. E finalmente i nostri giudizi sono un po’ più consapevoli, un po’ più cauti. E se mai in tutto questo c’è una primavera, allora è adesso: dopo tanta morte, la vita urge, preme, e tanti siriani cominciano a dire “ basta”. Non così vogliamo fiorire: non nutrendoci del sangue dei nostri fratelli. Non così vogliamo essere liberi: non calpestando i corpi di chi ieri ci viveva accanto. Non così vogliamo costruire il nostro futuro: non sulle macerie della nostra cultura e della nostra storia. Non così vogliamo crescere i nostri figli: non mettendo loro un fucile in mano e l’odio nel cuore. «Ecco, sto facendo una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?». Questa vicenda, in cui Dio ci ha messe a percorrere il nostro cammino monastico, ci sta insegnando tanto. E ci interroga. È come se, almeno apparentemente, negli eventi la storia si svolgesse a due livelli. C’è il desiderio sincero, da parte della “gente” (o almeno di alcuni), di libertà, di verità, di uguaglianza, di bellezza... Cose per cui magari ci si infiamma, si scende in piazza, si rischia la vita, o almeno il cuore. E poi c’è il livello di chi tiene i fili. Non solo manipola, ma prevede, suscita, strumentalizza le nostre pur vere passioni, i nostri ideali sinceri e le nostre reazioni. Siria? Forse anche Iraq, Libia, e Africa e ora Ucraina…e forse anche Venezuela... e cos’altro? Dov’è finita Ginevra 2? Non se ne parla più. L’affare è stato spostato... La “rete globale” che avvolge il nostro mondo e la nostra mente è una gran bella cosa, ma è pur sempre una rete, e se le sue maglie si infittiscono, ci fa correre solo in orizzontale, schiacciandoci sulla superficie della Terra. Ed è uno strumento potente per influenzare il nostro giudizio, la nostra libertà. maggio 2014 IRC 17 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 18 Focus - Jean Vanier Ma allora, a noi cosa resta? Che cosa possiamo davvero vivere con verità? Come possiamo difendere e rendere feconda la nostra libertà? Accorgendoci che c’è un’altra storia, una Storia vera... Che si rinnova ogni anno da duemila anni, potente, salvifica. Sempre di primavera. Anche duemila anni fa le giornate si stavano allungando, il sole si faceva più caldo, i campi più verdi. Si preparavano giorni di festa. E un Uomo si lasciava tradire, consegnare, uccidere, per la salvezza di molti. Oggi ancora, di nuovo. Che razza di soluzione è? Cosa c’entra con la nostra libertà, col nostro impegno nel mondo ? A questo ognuno deve dare la sua risposta, nessuno può farlo per un altro. Sapendo però che si tratta di una Pasqua, un passaggio. In questi giorni, come ogni anno, passa nei nostri cieli un grande stormo (forse aironi?) in migrazione. Qualcuno fa punta, in formazione, e fa breccia nell’aria... Altri dietro fanno ala, ingrossano le file, si disperdono, si raggruppano di nuovo. Una marea in volo, che passa vociando da una regione all’altra della Terra per salvaguardare la vita. L’uomo deve migrare in altro modo, il viaggio è interiore, dal freddo dell’inverno al calore del bene cercato insieme. È questa la «La gioia ci fa entrare nel Vangelo» Jean Vanier sull’Evangelii gaudium: la Chiesa è luogo di incontro. Non molti sanno che il canadese Jean Vanier, fondatore in Francia delle comunità dell’Arca per l’accoglienza delle persone con un handicap mentale, ha speso preziosi anni di formazione nell’approfondimento filosofico della felicità. Nel 1962, all’Institut catholique di Parigi, concluse un dottorato di ricerca su ‘La felicità, principio e fine della morale aristotelica’. Una tesi pubblicata all’epoca da Desclée de Brouwer e poi confluita, nel 2000, in un nuovo volume senza note ed etimologie, più accessibile al grande pubblico, edito da Presses de la Renaissance. A Trosly-Breuil, nella sede storica dell’Arca fra i boschi della Piccardia, più precisamente nella ‘casa di Lazzaro’, Vanier sorride mentre tiene in mano l’Evangelii Gaudium di papa Francesco. Anche nella piccola biblioteca della comunità, l’esortazione apostolica è ben in vista sul tavolo subito accanto all’ingresso. «Personalmente – spiega Vanier –, mi ha colpito il fatto che quest’esortazione rivela il Papa. É una persona da cui le parole zampillano, anche in una riflessione come questa sul Sinodo. Molto è emerso dal Sinodo. Ma leggendo, si percepisce subito il suo sorriso, così come il senso del- 18 IRC maggio 2014 nostra primavera. Siamo popolazioni “stanziali” nella perseveranza, ma anche pellegrini nella storia, in transumanza verso pascoli ci che sazino davvero, insieme. E – ops! – ci si accorge che la speranza è qualcosa di reale , di concreto... I pascoli in cui nutrirsi sono già qui, fuori casa: è il fratello, diverso da te, da riscegliere, da perdonare, con cui lavorare insieme. Certo è, e resta sempre, una libera scelta. In questo momento, c’è anche chi continua a uccidere, con crudeltà. C’è chi ruba, incurante del fatto che accanto a lui c’è il cadavere di un amico che magari avrebbe potuto salvare. Episodi atroci. Uomini e donne che si odiano, e provano il piacere della vendetta e della violenza. Ma ci sono tanti – tanti – che aprono gli occhi, che ricostruiscono insieme, che scelgono il bene, la vita, il perdono. Qualche giorno fa, dopo la ripresa dei voli di civili tra l’aeroporto di Damasco e quello di Aleppo, uno dei piloti, intervistato, diceva: «Vorrei dire a tutti i terroristi, a tutti coloro che usano la violenza, che la cultura della vita è più forte della cultura della morte». E così sia. Le suore trappiste in Siria 15 marzo 2014- Avvenire.it IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 19 Focus - Jean Vanier l’incontro, che mi sembra la dimensione centrale di Francesco. La sola cosa che conta davvero è l’incontro, al di là delle strutture. Le strutture devono essere al servizio di un incontro. Lo si nota in ogni capitolo dell’esortazione. La Chiesa deve essere un luogo d’incontro. Non siamo nella Chiesa per difendere qualcosa, ma per ritrovarci, per scoprire ciò che è Gesù. Per me, quest’esortazione è dunque il riflesso di un Papa che ama l’incontro. Tutti quelli che l’hanno osservato da vicino, mi parlano della gioia nel suo volto. Quando incontra la gente, si percepisce che non c’è fatica. Parlando della gioia, ci spinge nel cuore del Vangelo. La gioia è il solo modo per attirare gli sguardi su Gesù. Ciò che il mondo desidera non è innanzitutto un insieme di grandi dottrine, ma un luogo di gioia capace di trasmettere questa gioia. È il segno che siamo vicini a Gesù, perché portiamo in noi la gioia di sentirci amati da Gesù». Ci sono dei passaggi in particolare che ha riletto e meditato? Ho molto amato i passaggi che affrontano la questione delle disuguaglianze e della tirannia del denaro. Ci dicono che qualsiasi sviluppo del denaro che non è in vista di un contatto con l’altro, in fondo, non ha senso. Per il Papa, il lavoro di annuncio della dimensione sociale della Chiesa non riguarda solo la dottrina sociale della Chiesa, ma è già contenuto nella gioia della missione. Come cristiani, in un certo senso, non abbiamo più il diritto di vivere tranquilli in un mondo in cui le ingiustizie sono talmente grandi e durano da così tanto tempo. Le enormi ingiustizie fra i ricchi e i poveri, per il Papa, riguardano dall’interno già la missione della Chiesa. Direi che qui l’esortazione esprime una visione personalista. Prima di esprimere delle teorie e delle idee, il Papa vuole indicarci un cammino che conduce sempre all’incontro con Gesù e con la gente. È quest’incontro l’occasione della comunione che fa zampillare la gioia’. L’esortazione apostolica può aiutare ad esprimere anche verbalmente un sentimento come quello della gioia, nei casi in cui è opportuno farlo? Certamente. Mi ha colpito il fatto che in America, il documento sia stato definito da qualcuno come ‘marxista’. Quest’esortazione ha dunque suscitato interesse e reazioni persino presso i vertici di grandi gruppi economici transnazionali. Per permettere al suo messaggio di giungere davvero dappertutto, il Papa deve in effetti scrivere anche testi come questi. I gesti non bastano. Occorre spiegare pure che c’è una visione ecclesiale. Ciò vale anche per la visione sui sinodi. Papa Francesco ha già espresso tutto il suo desiderio d’incontri frequenti con i vescovi. E innanzitutto, non per dire loro che cosa occorre fare, ma per esprimere la propria fiducia verso le Conferenze episcopali. Mi sembra proprio un Papa che vuole dare fiducia. Come se dicesse di continuo: ’Siate audaci nel fare, avanzate, sono con voi, perché lo Spirito di Dio abita in voi’. Ha fiducia e invita gli altri ad aver fiducia. I vescovi verso i preti. I preti verso i laici. È la strada per ritrovare una piena unità, la gioia di una comunità, lo spirito della celebrazione. Si tratta di quella celebrazione quotidiana della Resurrezione che è la vocazione stessa della Chiesa». Quali passaggi dell’esortazione ha maggiormente sentito in risonanza con quanto viene fatto qui all’Arca? Tutta la parte dedicata all’integrazione del povero, che richiama l’auspicio, lanciato all’inizio del pontificato, di una Chiesa povera con i poveri, ricordando pure il senso profondo della scelta di prendere il nome Francesco. San Francesco è anche un simbolo di unità e in proposito, nell’esortazione, mi sembrano molto importanti i pas-saggi dedicati all’ecumenismo e al dialogo interreligioso. È un punto centrale anche per l’Arca. In tutta l’esorta-zione, s’insiste sull’importanza dell’unità. Nella Chiesa, innanzitutto. Ma pure la ricerca dell’unità fra le Chiese e le religioni. L’esortazione apostolica sottolinea che la vita viene sempre prima delle idee. Le sembra un aspetto importante? È un punto che può sembrare ad alcu-ni evidente, ma che invece merita di essere ricordato con forza, come ha fat-to il Papa. Tutto il Vangelo di Giovanni ci parla della vita. Gesù è venuto per la vita e coloro che adottano Gesù han-no la vita. Concretamente, ciò ci ricor-da pure che occorre sempre ascoltare gli altri prima di giudicarli. È un po’ la scelta che abbiamo fatto all’Arca. Non ci troviamo al livello delle idee, ma re-stiamo di continuo immersi nella vita. Daniele Zappalà 19 marzo 2014 - Avvenire.it La storia. Il fondatore dell’Arca Agosto 1964. Jean Vanier, 35 anni, ha abbandonato da tempo l’uniforme della marina inglese. L’anno precedente, nell’asilo psichiatrico di Saint Jean les Deux Jumeaux, nella banlieue parigina, ha incontrato Raphael Simi e Philippe Seux, affetti da handicap mentale. L’estate del 1964 diverrà per Vanier uno spartiacque, per via di un ‘atto irreversibile’. Accanto al teologo domenicano Thomas Philippe, amico della mistica Marthe Robin, Vanier decide di accogliere Simi e Seux in un casolare rurale della Piccardia, a Trosly-Breuil. Nasce così il primo nucleo dell’Arca, presente oggi nel mondo intero con oltre cento comunità. Di quegli anni, Vanier ha scritto: «Ho scoperto quanto le nostre società sono divise e lacerate. Da un lato, ci sono i sani, integrati nella società; dall’altro, gli esclusi, quelli che restano ai margini. Come al tempo di Aristotele, ci sono i signori e gli schiavi. Ho compreso che la pace non può giungere se non si cerca di colmare l’abisso che separa le diverse culture, le diverse religioni e le persone diverse da noi». Per il cinquantesimo del movimento, è previsto un ciclo speciale di eventi e conferenze, in particolare alla Ferme, la ‘fattoria’ di Trosly rimasta il centro spirituale dell’Arca. Qui, l’oratorio è ancor oggi ospitato nelle vecchie stalle… Daniele Zappalà 19 marzo 2014 - Avvenire maggio 2014 IRC 19 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 20 Il coraggio della fede Il grande coraggio del vescovo Fan pastore buono e fedele al Signore Perseguitato dal regime comunista cinese, si è spento a 97 anni. Si chiamava Zhongliang, che in cinese significa «fedele» e «buono ». E con questi aggettivi è stato descritto dal cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, originario di Shanghai. Il porporato, commentando nel suo blog la morte di monsignor Giuseppe Fan Zhongliang, vescovo ordinario di Shanghai, ha definito il suo confratello «un servo fedele e buono del Signore». E il suo giudizio è condiviso unanimemente tra i fedeli della Chiesa sotterranea. Un sacerdote dell’est della Cina, interpellato dall’agenzia AsiaNews , descrive il presule deceduto come «un coraggioso soldato di Gesù Cristo e un modello per la Chiesa di Cina, specialmente per i sacerdoti che dovrebbero imparare da lui». In effetti il presule, che aveva 97 anni e da tempo era gravemente ammalato, è un autentico testimone della fede, che ha passato oltre vent’anni di prigione e lavori forzati per i co- Prometeo. Incatenato dagli atei. La provocazione Altro che simbolo della superbia umana che si contrappone al Creatore: il personaggio greco è stato fino all’Illuminismo un «precursore» di Cristo. E come tale va riscoperto. «Sono venuto a portare il fuoco sulla Terra. E quanto vorrei che fosse già acceso» (Lc 12, 49): parole di Gesù o di 20 IRC maggio 2014 siddetti «crimini controrivoluzionari » e per diverso tempo è stato anche agli arresti domiciliari. Ora il regime lo teme persino da morto e ha ordinato che la salma fosse trasportata non in una chiesa, ma in un’anonima funeral home . Inoltre, fino all’ultimo momento la data e il luogo dei funerali non erano stati ancora decisi. Un funerale, a causa delle restrizioni in cui vive tutta la comunità cristiana, probabilmente molto semplice e di basso profilo, poiché monsignor Fan non è riconosciuto come vescovo. Tuttavia, secondo un comunicato della Kung Foundation, si prevedeva che alle esequie partecipasse un folto numero di fedeli, tanto è vero che la Chiesa sotterranea aveva chiesto di poter tenere la cerimonia nella cattedrale di sant’Ignazio. Ma la richiesta è stata rifiutata dal governo. Nato nel 1918, monsignor Fan è stato battezzato nel 1932 ed è entrato fra i gesuiti nel 1938, all’età di 20 anni. Ordinato sacerdote nel 1951, quattro anni dopo, insieme al vescovo di Shanghai, monsignor Ignazio Gong Pinmei, e a molti sacerdoti e laici, veniva arrestato. Nel 1958 arrivava anche la condanna a 20 anni di prigionia e di lavori forzati nel Qinghai. Prigionia che sarebbe durata fino al 1978. Nel 1985 l’allora padre Fan fu ordinato in segreto vescovo coadiutore di Shanghai e nel 2000, alla morte del cardinale Gong, avvenuta negli Stati Uniti dove l’anziano porporato si trovava in esilio, monsignor Fan succedette come vescovo ordinario della città. Intanto la Chiesa ufficiale era guidata da monsignor Aloysius Jin Luxian che, riconciliato con la Santa Sede, è divenuto vescovo coadiutore di Shanghai. Monsignor Jin è morto nell’aprile del 2013. Attualmente dunque l’unico vescovo di Shanghai è rimasto monsignor Taddeo Ma Daqin, ordinato nel luglio 2012 con l’approvazione del Papa. Ma dal giorno della sua ordinazione, monsignor Ma è stato posto in isolamento, per aver rinunciato alla sua posizione nell’Associazione patriottica. In seguito, nel dicembre 2012, le autorità cinesi hanno revocato la sua autorità episcopale. Ma per la Santa Sede egli resta tuttora vescovo di Shanghai. Mimmo Muollo 18 marzo 2014 – Avvenire.it Prometeo? Il mito di Prometeo continua ad ispirare espressioni artistiche e variazioni interpretative (solo nel 2013 si contano ancora, in Italia, tre libri dedicati al tema e due rappresentazioni teatrali), eppure nella cultura contemporanea sembra essersi cristallizzato, anche linguisticamente, il solo significato di auto-salvezza umana («arroganza prometeica») in chiave anti-religiosa. Questo dato non può non suscitare, teologicamente, dispiacere e disagio, specie nel ricordare con nostalgia i bei tempi antichi che videro la profonda amicizia tra Gesù (leggasi: i cristiani) e Prometeo. Chiamarla ‘amicizia’ è perfino dire poco, dal momento che, sin dai primi secoli, taluni autori cristiani giungono a parlare di Prometeo come di una prefigurazione cristologica all’interno della religione (mitologia) greca. Una sorta di Quinto Canto del Servo che proviene dal mondo delle Genti, con innegabili discrasie (di cui neppure il testo di Isaia è, in realtà, esente), ma anche con sorprendenti assonanze messianiche. Il Prometeo incatenato di Eschilo è il dio elevato tra la terra e il cielo, alla vista di tutti, immobilizzato e agonizzante, IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 21 Approfondimenti «perché amò i mortali oltre misura »; è «un dio che soffre a causa degli dei», si potrebbe dire in nome della vecchia Legge divina del Sinedrio; è il giusto deriso e sfidato a liberarsi dal supplizio in virtù del proprio sedicente potere. La voce di Prometeo, così, preludeva alla verità, ma non fu compresa perché la pedagogia divina disseminava, ma non ancora raccoglieva la Rivelazione perfetta e pertanto gli astanti – come recita la versione eschilea ai versi 447-8 – «avevano occhi e non vedevano/avevano orecchie e non udivano». Addizionando le ‘assonanze’ eschilee con il motivo tipicamente ovidiano di un Prometeo «plasmatore del primo uomo», Tertulliano (a nome di molti) non indugiò a tirare le somme e a dichiarare, sia nell’Apologeticum (XVIII, 2 ) sia nell’ Adversus Marcionem (I, 1 , 4 ), che l’unico Dio era il «vero Prometeo ». La figura di Prometeo diviene a tal punto simbolo cristiano da accompagnare e proteggere il viaggio nell’aldilà in numerosi fronti di sarcofago, come ad esempio quello del 220 d.C. appartenente all’antica collezione Borghese, ora al Louvre, oppure quello della cripta della Chiesa di Saint Honorat (240 d.C.) addirittura per la sepoltura del vescovo Ilario, o quello esposto nei romani Musei Capitolini, risalente al 300 d.C. Commentando quest’ultima scultura, lo storico Edgar Quinet, nel suo Il mito di Prometeo nei suoi rapporti con il cristianesimo (1838), parla ragionevolmente del titano come del «profeta di Cristo nell’antichità greca» e lo storico dell’arte Robert Tuncan, nella sua Note sur le sarcophage «au Promethée» (1988), interpreta il fuoco consegnato agli umani, molto al di là del tradizionale «dono tecnologico», come l’insufflazione dell’anima immortale. La prima ampia metà del secondo millennio vede la deflagrazione dell’abbraccio cristiano a Prometeo. La preziosa miniatura che illustra un manoscritto dell’Ovide moralisé (tra il 1316 e 1328) nella biblioteca di Lione propone, nello sfondo classico della Creazione, Dio Padre a destra, nell’atto di dar forma all’Universo, e Prometeo a sinistra, che dà vita ad una figura umana distesa al suolo. Tra il 1433 e il 1445, Prometeo entra anche nel cuore della cristianità, fermandosi sulla sua soglia, ovvero sulla porta bronzea della basilica di san Pietro, dove Antonio Averlino, detto «Il Filarete», scolpisce su committenza di papa Eugenio IV un Prometeo intento a formare il primo uomo. Poi è la volta, sullo stesso soggetto, del Parmigianino, del Guercino, della Scuola del Sansovino, per una rassegna splendidamente offerta dal sito www.iconos.it (Cattedra di iconografia, Università La Sapienza) che ha al suo culmine l’illustrazione di Bernard Salomon «La creazione dell’uomo » del 1557, ove un maestoso Prometeo con barba bianca e corona si protende su Adamo, allungando l’indice della mano destra per toccargli una spalla, in un «significativo riadattamento» (Olga Raggio) della «Creazione» di Michelangelo. Dall’arte alla filosofia: nel 1609 Francesco Bacone, senza tentennamenti, nel De sapientia veterum , può ancora dichiarare che «Prometeo indica in tutta certezza ed evidenza la Provvidenza divina», sottolineando i «molteplici spunti che, con mirabile concordanza, alludono ai misteri della fede cristiana ». Bacone, tuttavia, è stato uno degli ultimi autori cristiani naturaliter amico di Prometeo. Si apriva, infatti, l’epoca del «grande purtroppo», cioè l’incredibile e improvvida incomprensione tra scienza e teologia. Una frattura che è ancora, storicamente, là dall’essere resa compren- sibile, ma che negli effetti vide molti ‘figli’ illustri allontanarsi dalla Chiesa e riporre in valigia, tra le altre cose, anche il mito di Prometeo. E nel ’700 torna fuori un Prometeo dai connotati irriconoscibili. In un crescendo ‘ateistico’ che dall’Illuminismo giunge fino a noi, si staglia il Prometeo di Voltaire «simbolo dell’eterno divorzio tra la Terra e il Cielo»; il Prometeo di Goethe, che accusa la divinità di accidia dinanzi alla sofferenza umana; l’«ateo guerriero» di Percy Bysshe Shelley che pur sulla croce sfida Giove (e non a caso seduce i gusti di Giulio Giorello nel suo Prometeo, Ulisse, Gilgamesh); il Prometeo che si guadagna «il primo posto tra i santi e i martiri» nello speciale calendario filosofico del giovane Marx. Il punto più basso del rapporto tra Prometeo e la religione doveva però ancora essere toccato ed è accaduto in tempi più recenti allorché, dinanzi all’esponenziale incedere della genetica e di altre diavolerie tecnologiche, molti filosofi, nel cui coro si distingue bene la voce di Hans Jonas, accusano le arroganze, le pretese e gli impeti prometeici di condurre ineluttabilmente verso l’apocalisse. Con una strana corsa a ritroso Prometeo, da prefigurazione di Cristo elargitore di doni, si è trasformato nell’Adamo disobbediente che vuol diventare onnipotente a dispetto di Dio, suscitandone l’ira... È una parabola ermeneutica che teologicamente amareggia molto, «perché i cristiani non si sognano di contrapporre i prodotti dell’ingegno e del coraggio dell’essere umano alla potenza di Dio, quasi che la creatura razionale sia rivale del Creatore; al contrario, sono persuasi piuttosto che le vittorie dell’umanità sono segno della grandezza di Dio e frutto del suo ineffabile disegno». Parola di Concilio: Gaudium et spes n. 34. Andrea Vaccaro Azzardo, il banco vince sempre. La conferma è matematica A Torino la dimostrazione di due giovani scienziati. «Il banco vince sempre» lo insegna la statistica. Ma la matematica resta patrimonio di pochi e così in tanti si indebitano e rovinano la propria esistenza nella speranza di vincere al Superenalotto, alle slot machines nei bar…. La sera del 18 marzo, all’Arsenale della Pace di Torino, per il ciclo di incontri dell’“Università del dialogo”, due giovani Paolo Canova, matematico, e Diego Rizzuto, fisico, hanno spiegato come la matematica possa diventare un «antidoto logico» maggio 2014 IRC 21 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 22 Dipendenze per creare consapevolezza intorno al gioco d’azzardo e svelare quel che le pubblicità e i titoli trionfalistici dei media legati alle vincite non dicono. «In realtà – spiega Paolo Canova – abbiamo iniziato per il desiderio di comunicare quanto la matematica sia appassionante e alla base di tantissime applicazioni che ci toccano da vicino. Tra queste applicazioni ci sembrava particolarmente interessante nel campo della statistica e della probabilità indagare il mondo del gioco d’azzardo e così dal 2009 è nata la campagna “Fate il nostro gioco” che spiega come funzionano le varie possibilità di gioco e dà indicazioni sulle effettive, calcolate, probabilità di vincita nei vari giochi». Anzitutto da un punto di vista matematico viene spiegato dai due giovani proprio il perché dell’affermazione «il banco vince sempre» e che questo avviene, con margini diversi, davvero in tutti i giochi d’azzardo, nessuno escluso. «Quello che cambia – spiega Canova – è al massimo la percentuale di vincita che il banco decide di trattenersi. Parliamo di margine di guadagno del banco che per le slot dei bar è pari al 26%, per quelle cosiddette di “ultima generazione” che si trovano nelle sale slot del 15%, e del 3% circa per le roulette dei casinò». Spesso ciò che manca in chi si accosta all’azzardo è anche il concetto stesso di bassa probabilità di vittoria. «Si sa che sono pochi quelli che vincono – prosegue – ma spesso inganna il fatto di non riuscire a cogliere effettivamente cosa significhi quel “pochi”, che nel caso di una giocata al Superenalotto è uno su 622.614.230. Allora è importante avere degli esempi che ci aiutino e per questo nelle nostre serate, tra le altre cose, facciamo una simulazione con dei facsimile delle schede del Win for Life, facciamo sperimentare il gioco e poi facciamo alzare chi in platea ha effettivamente vinto e questo ogni volta sorprende, così come quando per confronto diciamo che la probabilità che il nostro pianeta nel 2068 sia colpito da un asteroide è una su 440 mila». A “ingannare” sulle reali percentuali di vittoria anche un altro “trucco” svelato dai giovani: nei Gratta e Vinci ad esempio è di nuovo il banco a determinare non solo quante vincite, ma anche di che importo saranno, in modo da essere vantaggioso e accattivante. «Accade, per esempio, che in media ne “Il miliardario”, uno dei Gratta e vinci più diffusi, su 10 biglietti 4 siano vincenti, ma di questi ogni 10, 9 portino in realtà a una vittoria nulla perché pari all’importo speso per il biglietto (5 euro) o di poco superiore (10 euro), così da dare la sensazione di vittoria e spingere a reinvestire o incrementare la cifra vinta». Se la pubblicità del gioco d’azzardo punta oggi molto sui giovani con modelli accattivanti, ecco che il messaggio di Canova e Rizzuto è risvegliare con passione la genialità dei ragazzi perché con un po’ di matematica non si lascino ingannare e magari possano anche scoprire che attraverso un uso consapevole dei numeri ci si può davvero divertire in tanti campi diversi. Eroina, cannabis, psicofarmaci. Droga e giovani: è allarme vero Cnr di Pisa, che nei prossimi giorni pubblicherà i risultati dell’indagine Espad-Italia 2013 condotta sui ragazzi delle scuole secondarie superiori. Federica Bello 18 marzo 2014 - Avvenire.it Cannabis, alcol, pillole Dopo un andamento tendenzialmente in discesa fino al 2006, si osserva una ripresa dei consumi tra il 2012 ed il 2013. I giovani che l’hanno sperimentata almeno una volta nella vita sono 3 su 10, il consumo nell’ultimo anno riguarda il 25%, nei 30 giorni precedenti alla ricerca il 16% e, fra questi, 1 su 5 (poco più di 75.000 ragazzi) consuma cannabis quasi quotidianamente (20 o più volte al mese). Allarmante è la condotta dell’84% dei ragazzi, che ammette di non aver usato altre sostanze illegali, preferendo utilizzare quelle legali: il 62% fuma, l’11% beve alcolici quasi tutti i giorni e il 14% utilizza psicofarmaci senza ricetta. Cocaina Boom di consumi secondo il Cnr. E si comincia a 14 anni. Sottovalutata e quasi rimossa, la droga torna a far paura all’Italia. Spazzando via le sterili polemiche sull’uso farmaceutico della cannabis, su quanto (e come) vadano distinte droghe “leggere” da droghe “pesanti”. L’allarme si chiama eroina. A 14 anni. Si chiama consumo di stupefacenti elevatissimo tra i giovani. Si chiama abuso di psicofarmaci. Ed è la sconfortante verità dell’Istituto di fisiologia clinica del 22 IRC maggio 2014 Anche il consumo di polvere bianca ha ripreso quota nell’ultimo anno e raggiunge il 4,1% per quanto riguarda la sperimentazione e il 2,8% per il consumo. Nel complesso, pur diminuendo il contingente dei giovanissimi che si avvicina alla cocaina, si allarga invece quello di chi la utilizza assiduamente: nel 2013 si raggiunge la prevalenza massima, pari allo 0,8%. È nelle regioni settentrionali, eccetto Liguria ed Emilia-Romagna, e in Campania che si registrano le prevalenze inferiori alla media nazionale: nel corso degli anni le regioni del nord hanno ceduto il primato a quelle meridionali e adriatiche. IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 23 Dipendenze Eroina Sta qui il vero dato choc della ricerca del Cnr. Sono infatti circa 36mila gli studenti che nel corso della vita hanno provato eroina (l’1,5%) e poco più di 28mila l’hanno utilizzata nell’ultimo anno (1,2%). Quasi 23mila studenti l’hanno utilizzata nell’ultimo mese (1%) e per poco di 15mila ragazzi (0,7%) il consumo è stato frequente. Si sta inoltre abbassando l’età del primo approccio: se nel 2009 avveniva mediamente a 15 anni, oggi si è spostata a 14 anni. Ciò potrebbe dipendere, secondo i ricercatori, dalle nuove modalità di assunzione dell’eroina, fumata anziché iniettata. «I dati sui consumi di droga del Cnr sono in linea con i nostri - ha commentato il capo del Dipartimento delle politiche antidroga Giovanni Serpelloni -. Tali variazioni devono farci riflettere sulla necessità di adottare nuove forme di prevenzione ancora più precoce e più selettiva per ogni dipendenza». Viviana Daloiso Milano, quattro studenti fumano uno spinello a scuola e finiscono in ospedale compagnata al Niguarda in condizioni più gravi. Gli studenti avrebbero fumato lo spinello in un’area all’aperto dell’istituto tecnico di via Paravia. Hanno approfittato dell’intervallo a metà della mattinata e poco dopo, al rientro in classe per le lezioni, si sono sentiti male. Per tutti, giramenti di testa, nausea e difficoltà a respirare, tanto che le insegnanti hanno avvertito i genitori e alle 12 è intervenuto il personale del 118, che ha trasportato le due ragazze di 15 e 16 anni, e il maschio di 18. Per l’amica di 17, invece, è stato necessario un ricovero più urgente, in codice rosso al Niguarda per intossicazione e le sue condizioni sono peggiorate all’arrivo in ospedale anche se poi la situazione è tornata normale. In serata tutti i quattro ragazzi sono stati dimessi. Anche la giovane ucraina, l’unica con una prognosi di due giorni. Per gli altri è bastato un semplice controllo medico. La quinta ragazza, che pare abbia acquistato lo spinello poi offerto ai compagni di classe, ha spiegato agli agenti di polizia di aver acquistato marijuana ma cosa ci fosse davvero nello spinello non è stato ancora possibile accertarlo. Sembra però che, dalle prime analisi, la sostanza fumata dai ragazzi contenesse, oltre alla cannabis anche dell’olio da marijuana. Su questo punto sono in corso accertamenti della polizia. Hanno fumato uno spinello di marijuana a scuola e dopo pochi minuti tre ragazze di 15, 16 e 17 anni e un ragazzo romeno di 16 si sono sentiti male: nausea, vertigini, vomito, agitazione. È accaduto durante la ricreazione nel cortile dell’istituto tecnico Galileo Galilei di via Paravia: otto studenti, tutti alunni della scuola, si sono passati tra le dita lo spinello preparato con tabacco e marijuana. La sostanza era stata portata a scuola da una studentessa italiana di 15 anni, che ha ammesso tutto alla polizia dicendo di essere stata lei a comprare quella droga: tuttavia la giovane non si è sentita male, non ha avuto bisogno delle cure mediche a differenza delle compagne e del compagno. A scuola sono arrivate tre ambulanze e un’automedica e il medico ha ritenuto necessario somministrare un blando calmante a una studentessa del ‘97, nata in Ucraina, che è stata accompagnata all’ospedale Niguarda dove è stata ri- Tre ragazze e un ragazzo dell’istituto tecnico Galilei hanno accusato problemi di respirazione e nausea. Sono stati portati in ospedale in codice verde. Per una è stato necessario un calmante. Quattro studenti dell’istituto tecnico Galileo Galilei sono stati portati in ospedale dopo aver fumato uno spinello durante l’intervallo delle lezioni. Sono tre ragazze di 15, 16 , 17 anni, e un ragazzo di 18. Una quinta ragazza di 16 anni, che pare abbia acquistato lo spinello ed è stata lei poi ad offrirlo ai compagni, non ha avuto bisogno di cure nonostante i sintomi avvertiti: nausea e un forte capogiro. Tutti sono stati trasportati in ospedale per un malore poco preoccupante, tranne la 17enne di origini ucraine, che è stata acmaggio 2014 IRC 23 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 24 Dipendenze scontrata la presenza, “a livelli alti”, di cannabinoidi. Il quadro sanitario generale, comunque, vede “parametri vitali buoni”. Le sue due compagne che come lei si erano sentite male accusando problemi anche respiratori sono state portate in codice verde in ospedali diversi: al Buzzi una del ‘96 nata in Guatemala, al San Paolo un’italiana del ‘99, mentre il ragazzo romeno del ‘98 è stato visitato al San Paolo. Simone Bianchin 17 marzo 2014 - www.repubblica.it Fumano hashish all’uscita da scuola: due studenti delle medie all’ospedale Hanno 13 e 14 anni. Tornati a casa si sono chiusi nel silenzio. Altri due studenti finiscono in ospedale per colpa di uno spinello. Dopo il caso dell’istituto superiore Galileo Galilei e dei quattro adolescenti portati di corsa al pronto soccorso per qualche boccata di mariujana durante l’intervallo - la scena si ripete a pochi giorni di distanza ma in una scuola media. Protagonisti, questa volta, un ragazzo e una ragazza di quattordici e tredici anni che frequentano il comprensivo Gandhi di Trezzano Rosa, meno di cinquemila abitanti nell’estremo hinterland nordest di Milano. Alla fine delle lezioni, i due si fermano fuori dai cancelli: in una tasca hanno cartine, hashish, tabacco e filtri, tutto l’occorrente per rollarsi una canna, ma bastano pochi tiri perché entrambi comincino a sentirsi male. La testa inizia a girare forte, il senso di vomito è tale da spingerli a rientrare a scuola per chiedere aiuto. Tremano, sudano. Vengono portati in ambulanza all’ospedale di Vimercate, ma è la ragazza a stare peggio, accolta in pronto soccorso in codice giallo mentre il quattordicenne viene portato via in verde. Passano qualche ora in osservazione prima di essere dimessi e portati a casa. Ad aspettarli ci sono i genitori - famiglie 24 IRC maggio 2014 di impiegati - e i carabinieri della compagnia di Vimercate, guidati dal capitano Marco D’Aleo. Parlano pochissimo, «spaventati» per quanto successo e forse per altro, di nomi ne fanno zero. «Sta circolando un tipo di cannabis che ha una potenza superiore al normale - spiega Riccardo Gatti, responsabile del dipartimento dipendenze dell’Asl - in più, spesso vengono addizionate altre sostanze. Il problema è che la frequenza, nelle scuole, fra i ragazzini, è altissima». Secondo le ultime rilevazioni dell’Asl, il picco del consumo di cannabis fra gli studenti milanesi è fra i quindicenni: il 31 per cento di loro ne ha fatto uso nell’ultimo anno, con una netta predominanza maschile. Se i ragazzi di questa età che non disdegnano lo spinello sono il 41 per cento, le studentesse sono meno del 20. Le proporzioni si invertono, però, dopo meno di un anno. Dai sedici fino a diciotto anni, sono le ragazze a farne maggiormente uso: il 34 per cento delle sedicenni, contro il 26 dei coetanei. Più si cresce più il consumo di marijuana cala: alle superiori, nell’anno della maturità, la diffusione della droga leggera scende al 18 per cento. «Non dobbiamo stupirci di effetti così negativi - prosegue Gatti nessuno ha mai detto che il fumo fa bene ai ragazzini, anche se negli ultimi anni il fenomeno è stato spesso sottovalutato, e queste sono le conseguenze». (t.d.g. - m.pi.) Alcol: 20mila morti e 50 miliardi vi sembrano pochi? La notizia nuda e cruda potrebbe essere scambiata per una goliardata o una leggerezza. Ma forse è meglio non archiviarla senza prima riflettervi un po’. Eccola: un bar di Padova ha lanciato via volantino una sorta di sfida alcolica riservata agli studenti. Chi riesce a scolarsi 12 “shot” (quelli che noi chiameremmo cicchetti) in mezzo minuto beve e non paga. Non una novità assoluta, purtroppo, visto che anche qui il web – che quando c’è da suggerire pessime idee non fa mai mancare il proprio apporto – ha già aperto la strada con vari “giochi” demenziali tipo: bere alcol senza freni, filmarsi e mettere il tutto in Rete. Sfidando altri partecipanti. Ovviamente vince chi più si sbronza. Ma c’è poco da pensare a goliardate o leggerezze. L’alcolismo, a partire da quello giovanile, è una coltellata sociale IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 25 Buone notizie che sta provocando gravissime ferite. Qualche dato, per farci un’idea. Nel mondo, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, interessa circa 140 milioni di persone e provoca due milioni e mezzo di morti l’anno. In Italia, i numeri non spingono all’ottimismo anche se, va detto subito, negli ultimi tempi qualche segnale positivo c’è. Ma i soggetti a rischio solo nell’età compresa fra gli 11 e i 24 anni sarebbero ancora più di un milione. Proprio così, 11 anni, non è un refuso: in Lombardia, ad esempio, il 4 per cento degli undicenni e il 15 per cento dei quindicenni dichiara di essersi ubriacato almeno una volta nella pur breve vita. Non a caso sempre più minorenni finiti in coma etilico concludono le bravate di una sera affollando il pronto soccorso degli ospedali. Verrebbe da chiedersi come dove e quando questi bambinetti o poco più si procurino bevande di ogni tipo. Giovanissimi e non solo, naturalmente. Nel nostro Paese i morti per abuso di alcol o per problemi ad esso correlati sono almeno 20mila l’anno. E, dopo la pietà per le vite perse, c’è da mettere in conto anche il peso sociale: tra costi sanitari, assenteismo, disagi familiari e così via. Qualcuno ha calcolato in almeno 50 miliardi di euro la bolletta annua dell’alcolismo. Un dramma sociale poco considerato? Probabilmente nei decenni si è perso tempo, si sono rincorse – legittimamente – altre emergenze, dimenticando – non legittimamente – questa. Anche qui le lobby e il business contano, anche qui vanno infrante le regole perverse del micidiale trittico droga-alcol-gioco d’azzardo. Ma se è vero che negli ultimi 3 anni in Italia i consumatori a rischio sono scesi dal 15,2 al 13,8 per cento, qualche merito va riconosciuto a leggi più mirate («Vietato vendere alcolici ai minori», ma in quanti poi osservano questa norma?), iniziative istituzionali, impegno di associazioni. E poi anche nel caos della Rete qualcosa si muove: c’è chi, replicando al folle gioco degli ubriaconi, chiama a filmare la lettura di un libro oppure lo svolgimento di “buone azioni”, quali distribuire pasti ai senzatetto o donare il sangue o partecipare a iniziative di volontariato. Forse è meglio di una sbronza. Parchi culturali ecclesiastici, sistema di turismo religioso territorio e che possono rendere vitale il rapporto tra fede, arte e memoria. Solo a partire da questa presa di coscienza del tesoro di cui siamo custodi si può offrire al turista culturale e al pellegrino il significato di un bene - opera d’arte o architettura che sia - dove la fede si è declinata in bellezza nelle forme più diverse, dall’energia camuna del Romanino alle armonie marchigiane di Raffaello. Il progetto di parco, nelle sue linee guida, è stato sviluppato dalla Fondazione Crocevia insieme all’Ufficio Cei per la pastorale del turismo: creare una rete perché il territorio possa riscoprire, valorizzare e promuovere i luoghi e gli itinerari della fede. Il primo progetto pilota è stato avviato con la diocesi di Senigallia e la cooperativa ‘Undicesima ora’ intitolato ‘ Terre di Senigallia. «Il nome – dice Giovanni Bomprezzi, presidente della cooperativa – richiama non solo la città balneare, ma punta l’attenzione sull’entroterra, ricco di storia, fede e tradizioni. C’è una grande riscoperta dei luoghi ‘minori’. Il concetto di ‘minorità’ è strettamente legato a quello di semplicità e sta diventando un elemento qualitativamente rilevante della fruizione turistica. Le parole chiave sono ‘Fede, semplicità, bellezza’, temi della nuova evangelizzazione di papa Francesco. E ricostruire un rapporto vivo e vitale con i beni culturali ecclesiastici è un servizio alla verità e alla bellezza, è un atto d’amore verso l’uomo che nella bellezza ancora trova spazi di senso e di verità». Un altro progetto pilota è sviluppato nell’arcidiocesi di Chieti-Vasto e nasce dalla collaborazione tra l’Ufficio per la pastorale del turismo, l’Alta scuola di arte e teologia di Napoli e la Fondazione Crocevia . Presentato l’8 maggio scorso a Chieti in un convegno presieduto dall’arcivescovo Bruno Forte, il progetto mette in rete abbazie benedettine, eremi celestiniani della Majella e santuari, creando un percorso che scaturisce dalla vita e dalla spiritualità di Pietro da Morrone. «I parchi culturali ecclesiali – dice monsignor Mario Lusek, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale del turismo, sport e tempo libero – sono un ‘sistema’ di turismo religioso e di valorizzazione dei beni culturali ». Ed è questo il tema del convegno del 15 marzo a Senigallia. «Siamo in fase di progetto. L’obiettivo è quello di proporre un sistema territoriale che promuova, recuperi e valorizzi, attraverso una strategia coordinata e integrata, il patrimonio liturgico, storico, artistico, architettonico, museale, recettivo di una o più Chiese. Azione particolarmente importante per una fruizione turistica e pastorale». Pa.c.e, parco culturale ecclesiale, è un’idea nata nel 2007 nell’ambito di Luoghi dell’Infinito e subito fatta propria da monsignor Lusek. Un progetto maturato a partire dalla presa di coscienza che il nostro Paese è terra sacra: ogni angolo è segnato dalla presenza cristiana che si è espressa in due millenni di storia anche attraverso le arti e l’architettura, disegnando così in profondità il paesaggio italiano. Questa eredità di pievi, abbazie, santuari, basiliche, sedimentata attraverso i secoli, non può essere relegata alla storia gloriosa di un passato che fu, ma può essere un grande ‘progetto culturale’. Questa eredità può tornare a parlare nella sua pienezza grazie alle comunità che abitano il Tiziano Resca 22 marzo 2014 – Avvenire.it Giovanni Gazzaneo 15 marzo 2014 - Avvenire maggio 2014 IRC 25 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 26 Recensioni Terra sancta museum, le origini del cristianesimo Un museo per raccontare le radici del cristianesimo e illustrare la storia e la conservazione dei luoghi santi. Ce n’è solo uno al mondo e sarà aperto al pubblico l’anno prossimo. Si tratta del Terra Santa Museum, a Gerusalemme. Ne scrive l’Osservatore romano, spiegando che si tratta di un’esposizione permanente “per scoprire la storia di questa terra straordinaria in cui da millenni s’intrecciano, in modo stupefacente, i destini di molti popoli che convivono nei luoghi sacri delle tre grandi religioni monoteiste”. Il progetto è stato presentato ai consoli di Gerusalemme Nella Chiesa di Francesco la profezia di Giovanni XXIII Il 19 marzo è uscito in libreria “Giovanni XXIII, in una carezza la rivoluzione” di Stefania Falasca. La meticolosa ricostruzione dei fatti che condussero all’apertura della causa di beatificazione e canonizzazione di Papa Roncalli – che sarà santo il 27 aprile, insieme a Giovanni Paolo II – offre notizie e documenti inediti che contribuiscono a chiarire aspetti rilevanti nella storia del Concilio e della Chiesa ma anche il profondo ed eloquente legame spirituale tra Giovanni e Francesco, che ha voluto la canonizzazione pro gratia di Roncalli, ovvero senza il riconoscimento di un miracolo attribuito alla sua intercessione. La seconda parte del volume («Due pontefici, una sola voce») è invece a cura di Ezio Bolis. 26 IRC maggio 2014 e alle varie delegazioni da padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa. Terra Sancta Museum sarà diviso in due sedi, nella città vecchia di Gerusalemme: il Convento della Flagellazione e il Convento di San Salvatore, due costruzioni ottocentesche, con alcune parti molto antiche, romane e bizantine, e medioevali del periodo crociato, poco distanti tra loro e vicine alle principali mete di pellegrinaggio e turistiche di Gerusalemme (la Spianata delle Moschee, il Muro del Pianto, la partenza della Via Crucis e il Santo Sepolcro). Coprirà una superficie espositiva di 2.573 metri quadrati e sarà composto da tre aree museali: archeologica, multimediale e storica. «La storia della Cristianità e la storia dei francescani da otto secoli custodi dei luoghi santi - ha detto Pizzaballa nel corso della presentazione del progetto - costituiscono un patrimonio che è parte della storia di questa terra, ma anche di tutti i Paesi che hanno sempre mantenuto un forte legame con Gerusalemme e la Terra Santa. Oltre ad avere, certamente, un significato fondamentale per tutti i cristiani del mondo». Ad ascoltare le parole del Custode Pizzaballa e ad ammirare alcuni dei preziosissimi oggetti, era presente, tra gli altri, il nunzio apostolico in Israele e Cipro, arcivescovo Giuseppe Lazzarotto 17 marzo 2014 – Avvenire.it Perché canonizzare adesso Giovanni XXIII? «Perché è santo!» La voce di Papa Francesco non poteva essere più netta. Spiazzante e chiarissima. E tale da sancire in due parole il sentire d’intere generazioni di fedeli e non credenti. Così a sorpresa l’ora di Giovanni XXIII, il Papa del Concilio, è finalmente arrivata. Dopo più di mezzo secolo, è un Papa «venuto dalla fine del mondo» a innalzare al culto della Chiesa universale Angelo Giuseppe Roncalli. La decisione di proclamare santo Giovanni XXIII è maturata nell’attuale pontefice in tempi brevi. Nel corso dei suoi primi mesi di pontificato è apparsa subito chiara l’intenzione di far salire agli onori degli altari Papa Giovanni, beatificato quattordici anni prima. E di proclamarlo santo insieme a Papa Wojtyla. Già il 5 luglio 2013 Francesco aveva promulgato il decreto sul miracolo per intercessione del beato Giovanni Paolo II e contemporaneamente aveva approvato i voti favorevoli espressi dalla sessione ordinaria dei cardinali e dei vescovi della Congregazione delle cause dei santi per la canonizzazione pro gratia del beato Giovanni XXIII. Due mesi dopo, il 30 settembre, il Concistoro dei cardinali e dei vescovi ratificava la decisione e comunicava al mondo la data della canonizzazione di Roncalli unita a quella di Wojtyla. Con Papa Francesco, dunque, Giovanni XXIII viene oggi iscritto fra i santi pro gratia, per grazia. Senza il miracolo richiesto. Certamente un gesto significativo. Una procedura eccezionale. (...) Una canonizzazione pro gratia non rappresenta né una scorciatoia né una semplificazione né una decisione arbitraria. Ciò che interessa sono le motivazioni per le quali Papa Francesco ha potuto determinarla nel caso di Giovanni XXIII. Per poter procedere alla sua canonizzazione pur in assenza di un miracolo formalmente riconosciuto Bergoglio ha accolto con favore e fatto proprie le motivazioni pre- IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 27 Recensioni sentate dalla Congregazione delle cause dei santi su istanza della postulazione della causa di Giovanni XXIII. Nel giugno 2013 la postulazione generale dell’Ordine dei Frati minori, alla quale fin dall’inizio era stata affidata la causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni XXIII, facendosi interprete dell’attesa di molti vescovi, sacerdoti, comunità religiose e laici, aveva formulato una supplica a Papa Francesco al fine di perorare la sua canonizzazione. Nella supplica, riportata nella Positio super canonizatione, veniva scritto: «La postulazione chiede umilmente e fiduciosamente a Vostra Santità la canonizzazione di questo Sommo Pontefice, che con la sua vita e il suo esempio ha segnato, in modo indelebile, la storia della Chiesa. La procedura canonica prevede che si acceda alla canonizzazione formale solo dopo l’approvazione di un miracolo, attribuito alla intercessione del candidato già beato. Nel caso di Papa Giovanni è nostro umile e riverente auspicio che Vostra Santità, in forza del suo ministero petrino, voglia dispensare da tale prassi e concedere pro gratia l’auspicata canonizzazione». La supplica motivava così le ragioni elencando le seguenti considerazioni. Primo: «Il regolare percorso della causa fino alla beatificazione inclusa (approvazione degli scritti, meticolosa ricostruzione della vita, decreti sulle virtù e sul miracolo)». Secondo: «L’eccezionale vastità del culto liturgico (concesso dalla Santa Sede a diverse diocesi del mondo) e della fama sanctitatis et signorum, che accompagna nel popolo di Dio la memoria di Giovanni XXIII». Terzo: «La richiesta di padri del Concilio Vaticano II che, subito dopo la morte del Papa, auspicarono la sua immediata canonizzazione come atto del Concilio stesso». Quarto: «L’indiscussa attualità della figura e dell’opera di Giovanni XXIII». Le ragioni principali della richiesta sono quindi due. La prima è l’eccezionale vastità del culto liturgico già reso al beato, che la Santa Sede ha concesso a diverse diocesi del mondo e che ha pertanto fatto configurare la memoria liturgica di Giovanni XXIII già da adesso come simile a quella di un santo canonizzato. A questo culto si unisce inoltre una crescente fama di segni e miracoli che accompagna nel popolo di Dio la memoria del beato, tanto che a partire dal giorno della sua beatificazione la postulazione ha potuto raccogliere da tutto il mondo numerose segnalazioni di grazie e favori ottenuti per intercessione del beato, spesso accompagnate da documentazione medica. La seconda importante motivazione è data dalla richiesta di quei padri del Concilio Vaticano II che, subito dopo la morte di Roncalli, auspicarono la sua immediata canonizzazione addirittura come atto del Concilio stesso. Nel pieno del Concilio Vaticano II si voleva infatti concludere l’intervento sul De Ecclesia richiedendo una canonizzazione per acclamazione di Papa Roncalli. Una richiesta condivisa da tanti altri padri conciliari e da moltitudini di fedeli, i quali fin da allora domandavano di non esigere da Giovanni XXIII i miracoli rituali necessari per proclamarlo santo. Nessun candidato alla canonizzazione può oggi vantare una simile eccezionalità: un culto liturgico già diffuso nella Chiesa universale e una richiesta di canonizzazione per acclamazione espressa in un Concilio. Queste, dunque, le principali ragioni che Papa Francesco ha approvato per ritenere di procedere alla canonizzazione del beato Giovanni XXIII. Ragioni che sono supportate da altre due considerazioni: quella che il lungo processo di canonizzazione, con il decreto sull’eroicità delle virtù e sul miracolo, ha definitivamente reso limpido e garantito così l’autenticità della fama di santità e di miracoli; e quella dell’opportunità pastorale di riconoscere, nel tempo presente, la piena santità di Roncalli. (...) L’attenzione che Papa Giovanni XXIII ebbe in ogni istante del suo servizio ecclesiale alla dimensione missionaria è un altro motivo di estrema attualità e quindi di opportunità pastorale della sua canonizzazione alla luce del magistero di Papa Bergoglio. Questa dimensione, al di là della grande responsabilità che Giovanni XXIII affidò alle Chiese locali, è riscontrabile in quello che si può definire il suo «testamento missionario», che egli manifestò nel discorso al Consiglio generale delle Pontificie opere missionarie il 16 maggio 1963, neanche tre settimane prima di morire. Il Papa prendeva spunto dall’enciclica Pacem in terris da poco promulgata, il documento che, come diceva lo stesso Pontefice, «ha portato in tutto il mondo l’eco delle materne sollecitudini della Chiesa per la costruzione di una duratura intesa fra i popoli» e che egli trasformò, concretamente, anche nell’assunzione di una piena responsabilità del clero indigeno nella guida delle Chiese locali. (...) Papa Giovanni declinò questo desiderio anche attraverso la creazione dei porporati extraeuropei, aprendo il collegio cardinalizio a una dimensione autenticamente universale, testimoniando così l’amore per la tradizione della Chiesa e la consapevolezza del suo costante bisogno di aggiornamento. Nel suo «testamento missionario» Roncalli faceva emergere la priorità e l’essenzialità dell’annuncio evangelico nell’opera dei missionari che «vanno per le strade del mondo non per assoggettare», «non per dividersi la terra in zone di interessi, ma per servire». Lasciava intravedere non l’attivismo o il proselitismo dell’azione missionaria, ma l’autentico spirito di carità evangelica che spinge a uscire verso gli altri, verso il servizio, l’ascolto, il dialogo. La riscoperta della Chiesa non solo evangelizzatrice, bensì essenzialmente missionaria; la priorità dell’annuncio del Vangelo concentrato sull’essenziale, nel contesto di un rinnovamento della missione della Chiesa, secondo il criterio proposto dal Vaticano II della «gerarchia delle verità», affinché il messaggio evangelico possa giungere a tutti nella maggio 2014 IRC 27 IRC_maggio_2014.qxd 30/04/2014 11:37 Pagina 28 Recensioni sua armoniosa totalità; l’invito al permanente dinamismo dell’uscita da sé in un atteggiamento ricettivo, nel desiderio inesauribile di offrire e ricevere misericordia per rimanere fedeli a Cristo e alla natura propria della Chiesa, sono le coordinate portanti della missione nella visione ecclesiale dell’attuale pontefice espresse nell’Evangelii gaudium. Resta perciò un’eredità per il presente l’insegnamento e l’impulso giovanneo che invita la Chiesa ad aprire le sue braccia e a rinnovarsi, e quindi a non chiudersi nell’autopreservazione, ammalandosi di autoreferenzialità, affinché la linfa vitale della comunità ecclesiale sia feconda e di contributo al bene di tutti. Nell’attualità del rinnovato spirito missionario, come nelle altre opportunità pastorali considerate e riconosciute ai fini della canonizzazione pro gratia di Giovanni XXIII si identificano chiaramente le scelte pastorali fatte proprie da Papa Francesco nel suo magistero per il tempo presente e futuro della Chiesa. E appare evidente che nella temperie ecclesiale di oggi la canonizzazione di Giovanni XXIII, Papa del Concilio, assume un significato profetico: è di nuovo tempo di seguire il vento dello Spirito che spinge la sua Chiesa semper reformanda a camminare sulle strade del Vangelo. Perché sulle strade del Vangelo, che Angelo Giuseppe Roncalli ha incessantemente percorso, si è formata l’esemplarità della sua vita e si è mostrata la fecondità del suo servizio alla Cattedra di Pietro, lasciando al mondo un’inesauribile eredità. Ed è attraverso questa eredità che si possono intravedere anche quei legami spirituali che uniscono nella continuità Papa Francesco e Papa Giovanni. Stefania Falasca 19 marzo 2014 - Avvenire.it Tartaglia A. - Delsanto P. Paolo, Il risveglio di Sigismondo. Dialogo sulla religione tra due uomini di scienza, Effatà Editrice,2013, pp. 224. Poche narrazioni hanno inquietato l’uomo come quella intessuta dalla fisica. Chi meglio di tutti ha descritto lo spaesamento cosmico dell’uomo moderno dinanzi alla voragine aperta dal sapere scientifico è stato Blaise Pascal (e dopo di lui Schopenhauer ha usato parole e toni simili): «Inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, mi spavento». Alla fine della parabola Albert Einstein, il campione della relatività, ammette che la meccanica classica «offre una base insufficiente per la descrizione fisica di tutti i fenomeni naturali». Uno smottamento che arriva a far vacillare l’intera speculazione metafisica occidentale, dal demiurgo di Platone fino al Dio di Leibniz («Quando Dio calcola e pensa, nasce il mondo»). E che ora vede le forme sostanziali dell’ontologia scomporsi, sgretolarsi nei movimenti e nelle forze elementari, in qualcosa di inafferrabile come l’energia. 28 IRC maggio 2014 Ma la scienza ha davvero estromesso la creazione e, con essa, la fede nel Dio personale? Oppure la verità scientifica (sempre ipotetica e come tale correggibile) spinge a rimodellare, a ripensare la creazione? E, più in generale, competenze scientifiche e universo religioso sono due mondi chiusi uno all’altro, refrattari allo scambio e sordi all’incontro? Il “duello” a colpi di argomentazioni, tra due fisici – uno dichiaratamente agnostico, Pier Paolo Delsanto e l’altro credente, Angelo Tartaglia – dimostra il contrario; ne fa fede Il risveglio di Sigismondo. Dialogo sulla religione tra due uomini di scienza (Effatà Editrice, pp. 224, euro 14,00). Lo spettro dei temi affrontati, nella lunga conversazione tra i due scienziati, è vertiginoso: si va dall’enigma del male e del peccato al nodo della libertà dell’uomo, dai dogmi della Chiesa alla figura di Cristo. Non poteva mancare la domanda “fondante”: «Dio esiste?». I due fisici concordano nell’individuare il limite che trattiene l’intero dibattito: l’impossibilità della ragione a spiegare (e matematizzare) tutto. È il naufragio della cosiddetta teoria universale ( Toe, Theory of Everything): «Ogni volta che si pensa di essere prossimi alla meta, questa si perde nella lontananza. L’universo non può essere razionalmente ‘capito’ nella sua interezza ( Tartaglia)», così come «la negazione del tutto è insensata, in quanto porta allo stallo totale» (Delsanto). Nonostante questo terreno comune, i percorsi dei due scienziati divergono. Per Delsanto c’è una frattura insanabile, e per di più destinata ad approfondirsi, tra scienza e religione. La prima, nella visione dello scienziato, progredisce, va avanti, migliora garantendo «un progresso senza precedenti della qualità della vita umana», mentre le religioni resterebbero inchiodate al loro contenuto, alla rivelazione: «Tutte le religioni rappresentano una stasi, un vero e proprio ostacolo al progresso», e in qualche modo sarebbe “complici” o quanto meno spettatrici impotenti del male. Diversa la posizione di Tartaglia per il quale non si può «scaricare sulla o sulle religioni caratteristiche e comportamenti che sono per l’appunto tipici degli esseri umani e che si ritrovano camuffati sotto altri panni in tutte le articolazioni delle società e consessi umani, inclusi quelli scientifici». A colloquio sulle frontiere della fisica, il credente Tartaglia e l’agnostico Delsanto concordano: la ragione non spiega ogni cosa. Luca Miele